Sei sulla pagina 1di 1

Hohenschönhausen

Hohenschönhausen era il penitenziario della Stasi per detenuti politici, e si trova non lontano
dal centro di Berlino. La prigione viene rappresentata all'interno del romanzo reportage da
Frau Paul, un'odontotecnica, ex detenuta del carcere, che presenta alla protagonista i luoghi
angusti in cui ha dovuto sopportare le sofferenze più disumane.
Dopo la caduta del muro, Hohenschönhausen è rimasta chiusa per anni prima di essere
riaperta come museo del regime. I detenuti venivano trasportati al carcere dai vari territori
della Repubblica tedesca con veicoli per il trasporto della frutta o del pane o della
biancheria, in modo da renderli irriconoscibili per la gente comune. Una volta giunti al
carcere, i detenuti entrano attraverso uno stretto corridoio che conduce a sei celle interne, in
cui si trovava soltanto una misera panchetta, mentre fuori dalla cella era sempre presente un
agente della Stasi col mitra.
Inoltre, un sistema scrupoloso era costruito appositamente per fare in modo che i detenuti
non vedessero la luce del sole, strade o edifici e non si incontrassero, per eliminare qualsiasi
tipo di contatto umano e condurre la loro condizione psicologica allo stremo. Nell'area di
carico i detenuti dovevano smontare uno alla volta dal cellulare, e un sistema di carrucole
azionava un allarme che accendeva una serie di luci rosse ad intermittenza, che
segnalavano alle guardie di scomparire dalla vista del detenuto in arrivo e di controllare che
tutti gli altri detenuti fossero nelle loro celle.
Un altro complesso del carcere disponeva di stanze per 120 interrogatori simultanei. I
detenuti venivano interrogati giorno e notte per molte ore consecutive, come nel caso di
Frau Paul, che era stata interrogata 22 ore seduta su uno sgabello.
Un altro edificio, il "Sommergibile", era stato costruito appositamente dai russi per la tortura.
Era costituito da un corridoio lungo, con lampadine scoperte appese ai fili. Aprendo una
delle porte, si giunge a un compartimento molto stretto, in cui una persona poteva starci solo
in piedi. Al suo interno veniva versata acqua gelida fino al collo. Un altro metodo di tortura
presente in questo complesso consisteva in delle celle vuote in cui le persone venivano
rinchiuse al buio insieme ai loro escrementi. In un altro ancora, il prigioniero veniva rinchiuso
in una cella interamente tappezzata di gomma nera, dove pian piano iniziava a perdere il
controllo di sé e spesso vomitava e sanguinava. La cella più particolare disponeva di una
sorta di giogo, in cui il prigioniero doveva piegarsi all'altezza della vita, con mani e testa
rinchiusi al suo interno. Sul pavimento e sulle pareti, degli speroni pungevano le piante dei
piedi. Dal soffitto gocciolava dell'acqua che gli cadeva sulla testa, e davanti alla testa era
posto un secchio d'acqua, di modo che il prigioniero, dalla sofferenza, perdeva i sensi,
lasciando penzolare a testa dentro l'acqua: così, o con grande dolore riprendeva coscienza
o annegava.