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Arcana Coelestia

spiegazione degli arcani celesti contenuti nella Parola del Signore,
a partire dal libro della Genesi

Volume 1 (paragrafi 1 – 1113)

EMANUEL SWEDENBORG

Traduzione a cura di fondazioneswedenborg.wordpress.com dalla versione inglese di John
Clowes/Potts 
2016 No copyright – Public domain  (apporre il diritto d'autore sul significato interiore della
Parola, è offendere il Signore e il cielo)

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INDICE

Genesi 1

Genesi 2

Accesso alla vita eterna

Genesi 3

Accesso alla vita eterna

Genesi 3

Accesso alla vita eterna

Genesi 4

La natura della vita dell'anima

Genesi 4

Cenni sulle opinioni degli spiriti in merito all'anima

Genesi 5

Cielo e felicità celeste

Genesi 5

Cielo e felicità celeste

Genesi 6

Cielo e felicità celeste

Genesi 6

Le società che costituiscono il cielo

Genesi 7

Gli Inferni

Genesi 7

Gli Inferni

Genesi 8

Gli Inferni

Genesi 8
Gli Inferni

Genesi 9

Gli Inferni

Genesi 9

Gli Inferni
Genesi 1

I.  Dalla   semplice   lettera   della   Parola   dell'Antico   Testamento   nessuno   potrebbe   mai
comprendere il fatto che questa parte della Parola contiene profondi segreti del cielo, e che
contiene, in generale e nel particolare, riferimenti al Signore, al suo cielo, alla chiesa, al
culto religioso, e a tutte le cose ad esse connesse, perché dal senso letterale della Parola,
chiunque può vedere che, in generale, tutto in essa fa riferimento solo a riti esteriori e alle
usanze della  chiesa ebraica.  Eppure,  la verità  è che ovunque nella Parola ci sono  cose
interiori che non appaiono affatto nel senso letterale, ad eccezione di quelle poche che il
Signore ha rivelato e spiegato agli apostoli; come per esempio, che i sacrifici rappresentano
il Signore; che la terra di Canaan e Gerusalemme significano il cielo, ed in virtù di ciò sono
denominate Canaan celeste e Gerusalemme celeste, ed il paradiso ha un simile significato.

II. Tuttavia, il mondo cristiano, è ancora profondamente inconsapevole del fatto che tutte
le cose nella Parola, sia in generale, sia nel particolare, perfino nei particolari più minuti e
fino al minimo iota, fanno riferimento e contengono al loro interno cose spirituali e celesti,
e quindi l'Antico Testamento non è considerato sotto questo profilo. Nondimeno, che la
Parola   sia   realmente   di   questo   tenore   può   essere   noto   dalla   sola   considerazione   che,
essendo del Signore e dal Signore, deve necessariamente contenere al suo interno cose che
appartengono al cielo, alla chiesa e alla fede religiosa; altrimenti non potrebbe chiamarsi la
Parola del Signore, né potrebbe dirsi che vi è la vita in essa. Perché da dove sortisce la sua
vita se non da quelle cose che appartengono alla vita, vale a dire, dal fatto che tutto in essa,
sia in generale, sia in particolare è in relazione con il Signore, che è la vita stessa; così tutto
ciò   che   interiormente   non   è   in   relazione   con   lui,   non   è   vivo;   e   si   può   affermare
propriamente che ogni espressione nella Parola che non ha una relazione con lui, non  è
Divina.

III.  Senza tale vita, la Parola nella sua lettera è morta. Il caso è analogo per l'uomo, che,
come   è   noto   nel   mondo   cristiano,   è   sia   interiore,   sia   esteriore.   Quando   è   separato
dall'uomo interno, l'uomo esterno è il corpo, e quindi è morto; perché è l'uomo interno che
ha la vita ed è questi la causa del modo in cui la natura dell'uomo esterno si manifesta,
essendo l'uomo interno, la sua anima. Quindi la Parola, rispetto alla sola lettera, è come il
corpo, senza anima.

IV.  Finché la mente si sofferma sul mero senso letterale,  nessuno può vedere in alcun


modo che tali cose sono contenute in esso. Pertanto in questi primi capitoli della Genesi,
nulla è rilevabile dal significato letterale, se non che si tratta della creazione del mondo,
del giardino dell'Eden, denominato paradiso, e di Adamo, creato quale primo uomo. Chi
si  può  spingere   oltre?   Ma  sarà  adeguatamente  illustrato  nelle  pagine  seguenti  che   tali
questioni contengono arcani che non sono ancora stati rivelati, e che il primo capitolo della
Genesi nel senso interiore tratta in generale della nuova creazione dell'uomo, o della sua
rigenerazione, ed in particolare della chiesa più antica; e questo in modo tale che non vi è
la minima espressione in esso che non rappresenti, significhi, e riguardi queste cose. 

V.  Che sia davvero così nessuno può saperlo in alcun modo, se non dal Signore. Si può
quindi affermare in esordio che per misericordia Divina del Signore mi è stato concesso da
alcuni anni di essere costantemente e ininterrottamente in compagnia di spiriti e angeli, di
udirli  e   di   parlare  con  loro.  In  questo   modo,  mi   è   stato  dato  di  sentire   e  vedere  cose
meravigliose nell'altra vita, di cui nessun uomo è mai venuto a conoscenza, o ha mai avuto
idea prima di allora. Sono stato istruito circa i diversi tipi di spiriti; lo stato delle anime
dopo la morte; l'inferno, ovvero lo stato deplorevole di coloro che non hanno fede; il cielo,
o lo stato benedetto di coloro che hanno fede; e in particolare, in relazione alla dottrina
della   fede   che   è   riconosciuta   nel   cielo   universale;   in   merito   a   tali   argomenti,   per
misericordia Divina del Signore, si dirà nelle pagine seguenti.
Genesi 1
1. In principio Dio creò il cielo e la terra.

2. E  la  terra era una  massa  amorfa  e  vuota;   e  le   tenebre   ricoprivano   l'abisso.  E  lo  spirito   di   Dio
aleggiava sulle acque.

3. E Dio disse: Sia la luce, e la luce fu.

4. E Dio vide che la luce era cosa buona; e Dio distinse tra la luce e le tenebre.

5. E Dio chiamò la luce giorno e chiamò le tenebre notte. E fu sera e fu mattina del primo giorno.

6. E Dio disse: Vi sia un firmamento in mezzo alle acque, e vi sia distinzione tra le acque superiori e le
acque inferiori.

7. E Dio fece il firmamento, e fece una distinzione tra la acque che erano sotto il firmamento, e le acque
che erano sopra di esso; e così fu.

8. E Dio chiamò il firmamento, cielo. E fu sera e fu mattina del secondo giorno.

9. E Dio disse: Le acque sotto il cielo, si raccolgano insieme in un unico luogo, e sia esso asciutto, e così
fu.

10.   E Dio chiamò l'asciutto terra; ed il raduno delle acque lo chiamò mare; e Dio vide che era cosa
buona.

11.  E Dio disse: La terra produca tenera erba; l'erba produca semi e gli alberi portino frutto secondo la
loro specie, e abbiano in sé la propria semenza, sulla terra; e così fu.

12. E la terra produsse tenera erba, l'erba portò in sé i semi secondo la rispettiva specie, e gli alberi
portarono i frutti con la semenza al loro interno, secondo la loro specie; e Dio vide che era cosa
buona.

13. E fu sera e fu mattina del terzo giorno.

14.  E Dio disse: Ci siano luminari nel firmamento del cielo, per distinguere tra il giorno e la notte; e
servano quale segno per le stagioni, per i giorni, e per gli anni.

15.  E servano da luminari nel firmamento del cielo, per illuminare la terra; e così fu.

16.  E Dio fece due grandi luminari, il luminare maggiore per governare di giorno e il luminare minore
per governare di notte; e le stelle.

17.  E Dio li pose nel firmamento del cielo, per dare luce sulla terra;

18.  E per governare il giorno e la notte, e distinguere tra la luce e le tenebre; e Dio vide che era cosa
buona.

19.  E fu sera e fu mattina del quarto giorno.
20.   E Dio disse: Brulichino le acque di una moltitudine di esseri viventi e volino gli uccelli sopra la
terra, nel firmamento del cielo.

21.   E Dio creò grandi animali acquatici, e ogni essere vivente di cui brulicano le acque, secondo la
rispettiva specie; e tutti gli uccelli, secondo la loro specie; e Dio vide che era cosa buona.

22.   E   Dio   li   benedisse,   dicendo:   Siate   fecondi   e   moltiplicatevi,   riempite   le   acque   dei   mari,   e   si
moltiplicarono pure gli uccelli sopra la terra.

23.  E fu sera e fu mattina del quinto giorno.

24.  E Dio disse: Produca la terra animali viventi secondo la loro specie; gli animali domestici, e ogni
altra specie dotata di movimento da se stessa, e gli animali selvaggi della terra, secondo la loro
specie; e così fu.

25.  E Dio fece gli animali selvaggi della terra secondo la loro specie, e gli animali domestici secondo la
loro specie, e tutti i rettili della terra, secondo la loro specie e Dio vide che era cosa buona. 

26.   E   Dio   disse:   Facciamo   l'uomo   a   nostra   immagine,   e   a   nostra   somiglianza;


e abbia dominio sui pesci del mare e sugli uccelli dei cieli, sulle bestie, e su tutta la terra, e anche su
tutti i rettili che strisciano sulla terra.

27.  E Dio creò l'uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò.

28.  E Dio li benedisse e Dio disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela e
dominate   sui   pesci   del   mare   e   sugli   uccelli   del   cielo   e   su   ogni
essere vivente che striscia sulla terra. 

29.  E Dio disse: Ecco, io vi affido ogni erba che porta la semenza su tutta la terra e ogni albero che porta
frutto, e porta in sé la propria semenza, che vi sarà utile per nutrirvi.

30.  E per tutti gli animali selvaggi della terra, a tutti gli uccelli del cieli, e tutto ciò che striscia sulla
terra in cui è un'anima viva, ogni erba verde sarà di nutrimento; e così fu.

31.  E Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era molto buono. E fu sera e fu mattina del sesto giorno.

Contenuti
   6. I sei giorni, o periodi, che sono altrettanti stati consecutivi di rigenerazione dell'uomo,
sono in generale come segue.

   7. Il primo stato è quello che comprende l'infanzia e che precede la rigenerazione. Esso è
chiamato  vuoto  e  tenebre. E il primo movimento, che  è la misericordia del Signore, è lo
spirito di Dio che aleggia sulle acque.

     8.  Il secondo stato è quando viene fatta una distinzione tra quelle cose che sono del
Signore, e quelle che sono proprie dell'uomo. Le cose che sono del Signore sono chiamate
nella Parola  resti, e sono soprattutto le conoscenze della fede, che sono state apprese fin
dall'infanzia, e che vengono custodite, e non si manifestano fino a quando l'uomo non
entra  in questo  stato. Al giorno  d'oggi questo  stato  esiste  raramente,  senza tentazione,
disgrazia, o dolore, per cui le cose del corpo e del mondo cioè, quelle che sono proprie
dell'uomo,   sono   poste   in   quiescenza,   e   restano   inerti.   Così   le   cose   che   appartengono
all'uomo   esterno   sono   separate   da   quelle   che   appartengono   all'uomo   interno.   In
quest'ultimo risiedono i resti, che sono custoditi dal Signore fino a questo momento, e per
questo uso.

    9. Il terzo stato è quello del pentimento, in cui l'uomo, attraverso il suo uomo interno,
parla   piamente   e   devotamente,   e   produce   beni,   come   le   opere   di   carità,   ma   che   sono
inanimate, perché egli pensa che siano da se stesso. Questi beni sono chiamati, erba tenera,
e anche il seme d'erba cedevole, ed inoltre, albero da frutto.

   10. Il quarto stato è quando l'uomo è influenzato dall'amore, e illuminato dalla fede. Egli
infatti in precedenza discorreva piamente, e compiva il bene, facendo ciò in conseguenza
della tentazione e dell'angustia nella quale lavorava, e non dalla fede e dalla carità; perché
la fede e la carità rinfocolano ora il suo uomo interno, e sono chiamate i due luminari.

   11. Il quinto stato è quando l'uomo si esprime attraverso la fede, e conferma in tal modo
se stesso nella verità e nel bene; allora le sue opere sono animate, e sono chiamate pesci del
mare, e uccelli del cielo.

   12. Il sesto stato è quando, dalla fede, e quindi dall'amore egli afferma ciò che è vero, e
compie ciò che è buono; le sue opere allora sono chiamate esseri viventi e animali domestici.
E non appena egli comincia ad agire secondo una fede e un amore unanimi, diventa un
uomo spirituale, che è chiamato una immagine. La sua vita spirituale è allietata e sostenuta
da quelle cose che appartengono alla conoscenza della fede, e alle opere della carità, che
sono chiamate il suo "nutrimento"; e la sua vita naturale è allietata e sostenuta da quelle
cose che appartengono al corpo e ai sensi, da cui nasce un conflitto, finché l'amore non
guadagna il dominio, ed egli diviene un uomo celeste.

     13.  Tra gli uomini rigenerati, non tutti accedono a questo stato. La maggior parte, nel
tempo presente, raggiunge solo il primo stato, alcuni solo il secondo, altri il terzo, quarto o
quinto, pochi il sesto, e quasi nessuno il settimo.

Significato interiore
     14. Nella presente opera, con il nome Signore si intende il salvatore del mondo, Gesù
Cristo,   e   lui   solo;   ed   egli   è   chiamato   Signore   senza   l'aggiunta   di   altri   nomi.   Nel   cielo
universale, egli è riconosciuto e adorato come il Signore, perché ha tutto il potere sovrano
nei cieli e sulla terra. Lui anche comandò ai suoi discepoli di chiamarlo così, dicendo: Voi
mi   chiamate   Signore   e   dite   bene,   perché   io   sono   (Giovanni   13:13).   E   dopo   la   sua
resurrezione i suoi discepoli lo chiamarono Signore.

   15. Nel cielo universale l'unico padre conosciuto è il Signore, perché lui e il Padre sono
uno, come egli stesso ha detto:

Io sono la via, la verità e la vita. Filippo gli rispose, mostraci il Padre, Gesù gli disse: Io sono da
tanto tempo con voi, e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre.
Perché dunque, tu dici, Mostraci il Padre? Non credi tu che io sono nel Padre, e il Padre è in
me? Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me (Giovanni 14:6, 8­11)

   16. Versetto 1. In principio Dio creò i cieli e la terra. Il tempo più antico si chiama principio.
Presso i profeti e in diversi luoghi della Parola esso  è chiamato, i giorni del passato,  e
anche, i giorni dell'eternità. Il principio attiene anche al primo periodo della rigenerazione
dell'uomo, perché allora egli nasce a nuova vita, e riceve la vita. La rigenerazione stessa è
quindi una nuova creazione dell'uomo. Le espressioni creare, formare, e fare, in quasi tutte
le   parti   degli   scritti   profetici   significano   rigenerazione,   ma   con   una   differenza   nel
significato. Come in Isaia:

Tutti quelli che portano il mio nome, che io ho creati per la mia gloria, che ho formati, che ho
fatti. (Isaia 43:7).

Perciò il Signore è chiamato il redentore, colui che precede il grembo, l'artefice, e anche il
creatore; come nello stesso profeta:

Io sono il tuo unico Dio, santo, creatore di Israele, e tuo re (Isaia 43:15)

In Davide:

Questo sarà scritto per l’età a venire, e il popolo che sarà creato loderà l’Eterno (Salmi 102:18)

Tu mandi il tuo spirito, essi sono creati, e tu rinnovi la faccia della terra. (Salmi 104:30)
Che  cielo  significhi l'uomo interno e  terra, l'uomo esterno prima della rigenerazione, può
essere visto da quanto segue.

     17. Versetto 2. E la terra era una massa amorfa e vuota; e le tenebre ricoprivano l'abisso. E lo
spirito di Dio aleggiava sulle acque. Prima della sua rigenerazione, l'uomo è chiamato massa
amorfa e vuota, e anche suolo ove nulla del bene e della verità è stato seminato; amorfo indica
che non vi è nulla del bene, e vuoto sta a significare che non vi è nulla della verità. Da ciò
deriva  fitta oscurità, cioè, la stupidità, e l'ignoranza di tutte le cose appartenenti alla fede
nel   Signore,   e   di   conseguenza,   di   tutte   le   cose   che   appartengono   alla   vita   spirituale   e
celeste. Un tale uomo è così descritto dal Signore attraverso Geremia:

Veramente   il   mio   popolo   è   stolto,   non   mi   conosce;   son   dei   figliuoli   insensati,   e   non   hanno
intelligenza; sono abili nel fare il male; ma del bene non hanno alcuna conoscenza. Io guardo la
terra, ed ecco è desolata e deserta; e i cieli sono senza luce (Geremia 4:22­23)

     18.  I  volti dell'abisso  sono le cupidigie dell'uomo non rigenerato, e le falsità che di là


hanno  origine,  di  cui   egli  interamente   consiste,   e  in  cui   è   completamente  immerso.  In
questo stato, non essendovi alcuna luce, è come un abisso, o qualcosa di oscuro e confuso.
Queste persone sono anche chiamate abissi, e profondità del mare, in molti passi della Parola,
i quali vengono prosciugati o distrutti, prima che l'uomo sia rigenerato. Come in Isaia:

Svegliati come nei giorni andati, come nelle antiche età! Non sei tu che prosciugasti il mare, le
acque   del grande   abisso,   che  facesti  delle  profondità  del  mare  una  via  per il passaggio   dei
redenti? E i riscattati dall’Eterno torneranno. (Isaia 51:9­11).

Un tale uomo, visto dal cielo, appare come una massa nera, priva di vitalità. Le stesse espressioni,
in   generale,   stanno  a  significare   la   distruzione   dell'uomo   che   precede   la   rigenerazione,   spesso
citata nei profeti; perché prima che l'uomo possa conoscere ciò che è vero, ed essere influenzato da
ciò che è bene, ci deve essere una rimozione delle cose che ostacolano e oppongono resistenza alla
loro   ammissione;   così   il   vecchio   uomo   deve   necessariamente   morire,   prima   che   l'uomo   nuovo
possa essere concepito.

   19. Per spirito di Dio si intende la misericordia del Signore, di cui si dice che aleggia o cova,
come una gallina cova le sue uova. Le cose sulle quali aleggia, sono tali quali sono state
custodite e nascoste nell'uomo dal Signore. Queste nella Parola vengono chiamate, tutto
ciò che resta o residuo, costituito dalle conoscenze del vero e del bene, le quali non si
manifestano alla luce del giorno, fino a quando le cose esteriori non sono estinte. Queste
conoscenze sono qui chiamate i volti delle acque.
   20. Versetto 3. E Dio disse: Sia la luce, e la luce fu. Il primo stato è quando l'uomo comincia
a comprendere che il bene e il vero sono qualcosa di superiore. Gli uomini meramente
esteriori, non sanno neppure cosa siano il bene ed il vero; essi sono persuasi del fatto che
tutto ciò che è bene appartiene all'amore di sé e all'amore del mondo; e tutto ciò che è vero,
è tale in quanto favorisce questi amori; ignorano infatti che tali beni, in realtà sono mali, e
tali   verità,   in   realtà   sono   falsità.   Ma   quando   l'uomo   nasce   a   nuova   vita,   inizia   a
comprendere   per   la   prima   volta   che   il   bene   di   sé   non   è   un   bene,   e   poiché   accede
maggiormente alla luce, comprende che quel bene  è il Signore, e che egli è il bene e la
verità stessa. Che gli uomini debbano sapere che il Signore esiste, egli stesso lo insegna in
Giovanni:

Salvo che crediate che Io sono, voi morirete nei vostri peccati (Giovanni 8:24)

Inoltre, poiché il Signore è il bene in sé, o la vita, e la verità in sé, ovvero la luce, e che di
conseguenza non vi è né bene né verità se non dal Signore, è così affermato nella Parola:

In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e Dio era il Verbo. Tutte le cose sono state
fatte da lui, e senza di lui nulla è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la
luce degli uomini. E la luce splende nelle tenebre. Egli era la vera luce che illumina ogni uomo
che viene al mondo (Giovanni 1:1, 3­4, 9).

    21. Versetti 4, 5. E Dio vide che la luce era cosa buona, e Dio fece distinzione tra la luce e le
tenebre. Dio chiamò la luce giorno, e chiamò le tenebre notte. La luce viene chiamata cosa buona,
perché è dal Signore, che è il bene in sé. Le  tenebre  rappresentano tutte quelle cose che,
prima che l'uomo nasca a nuova vita, appaiono come la luce, perché il male è apparso
come il bene, e il falso come il vero; eppure sono tenebre, consistenti esclusivamente nelle
cose proprie dell'uomo, che come tali restano. Tutto ciò che è del Signore è paragonato al
giorno, perché è nella luce; e tutto ciò che è proprio dell'uomo e paragonato alla  notte,
perché è nelle tenebre. Questi paragoni sono frequenti nella Parola.

   22. Versetto 5. E fu sera e fu mattina del primo giorno. Cosa si intenda per sera e per mattina
ora può essere rivelato. Sera significa che ogni stato precedente, che è uno stato di ombra, o
di falsità e di assenza di fede; mattino è ogni stato successivo, essendo uno stato di luce, o
di verità e di conoscenza della fede; sera, in senso generale, significa tutte le cose che sono
proprie  dell'uomo;  mentre  mattina,  tutte   le  cose  che  sono   dal  Signore,   come  si  dice  in
Davide:
Lo spirito del Signore parlò per mezzo mio, e la sua parola era sulla mia lingua; il Dio di Israele
ha parlato, la roccia d'Israele mi ha parlato. Egli è come la luce del mattino, quando si leva il
sole, e anche come una mattina senza nuvole, quando dalla luminosità, dalla pioggia, la tenera
erba germoglia dalla terra (2 Sam. 23:2­4)

Poiché  sera significa assenza di fede, e  mattino  quando vi è la fede, quindi, la venuta del


Signore nel mondo si chiama  mattino; e il momento in cui arriva, siccome allora non c'è
fede, è chiamato sera, come in Daniele:

Il solo Santo, mi disse, dalla sera, fin quando diventa mattina, duemila e trecento (Dan. 8:14, 26)

Allo  stesso   modo  mattino  ricorre  nella  Parola  per  indicare   ogni venuta  del   Signore;  di
conseguenza è espressione di nuova creazione.

    23. Niente è più usuale nella Parola che il termine giorno per indicare il tempo stesso. Come in
Isaia:

Il giorno del Signore è vicino. Ecco, il giorno del Signore verrà. Io farò tremare i cieli e la terra
sarà scossa dal suo posto nel giorno dell'ira e della mia indignazione. Il suo tempo è prossimo a
venire, ed i suoi giorni non saranno prolungati (Isaia 13:6, 9, 13, 22)

La   sue   origini   risalgono   a   un'antichità   remota.   In   quel   giorno   Tiro   sarà   dimenticata   per
settant'anni, quanti sono gli anni di un re. (Isaia 23:7, 15)

Giorno viene usato per indicare il tempo, e viene anche utilizzato per indicare lo stato di
quel tempo, come in Geremia:

Guai a noi, perché il giorno è passato, e le ombre della sera si allungano (Ger. 6:4)

Se voi vanificherete la mia alleanza sul giorno e la notte, non vi sarà giorno e notte nella loro
stagione (Ger. 23:20, 25)

Rinnova i nostri giorni, come ai vecchi tempi (Lam. 5:21)
   24. Versetto 6. E Dio disse: Vi sia un firmamento in mezzo alle acque, e le acque siano distinte
dalle  acque. Dopo che lo spirito di Dio, o la misericordia  del Signore, ha introdotto nel
giorno le conoscenze del vero e del bene, e ha dato la prima luce, che il Signore è, che egli è
il bene stesso, e la verità stessa, e che non c'è nulla del bene e della verità, se non da Lui,
poi ha operato  una distinzione tra l'uomo  interno ed  esterno, e di conseguenza,  tra le
conoscenze   proprie   dell'uomo   interno,   e   le   conoscenze   custodite   nella   memoria   che
appartengono   all'uomo   esterno.   L'uomo   interno   viene   chiamato  firmamento;   e   le
conoscenze  che   sono   nell'uomo  interno  sono  chiamate  le  acque  sopra  il   firmamento,  e  le
conoscenze   custodite   nella   memoria   dell'uomo   esterno   sono   chiamate  le   acque   sotto   il
firmamento.

     [2]  L'uomo   prima   di   essere   rigenerato,   non   sa   dell'esistenza   di   un   uomo   interno   e


neppure conosce la sua natura e le sue qualità. Egli suppone che uomo esterno e interno
non siano distinti l'uno dall'altro. Questo perché essendo egli immerso nelle cose mondane
e corporee, ha calato in esse le cose che appartengono al suo uomo interno, e ha costituito
un'entità confusa e oscura da cose che sono nettamente distinte. Per questo è detto, Ci sia
un   firmamento   nel   mezzo   delle   acque  e   poi,  Ci   sia   distinzione   tra   le   acque   che   sono   sotto   il
firmamento e quelle che sono sopra di esso, come è detto nel successivo versetto:

E Dio fece il firmamento, e fece una distinzione tra la acque che erano sotto il firmamento, e le
acque che erano sopra di esso; e così fu. E Dio chiamò il firmamento cielo (Gen. 1:7­8)

   [3] La prossima cosa dunque che l'uomo realizza nel corso della rigenerazione è che vi è
un uomo interno, e che le cose che sono nell'uomo interno, sono i beni e le verità, le quali
provengono dal Signore solo. Ora, siccome l'uomo esterno, quando rigenerato, è di natura
tale da sostenere ancora che i beni che egli compie, li fa da se stesso; e le verità , che egli
profferisce, originano da se stesso; e che, essendo tale, egli è condotto da esse al Signore,
come se, fare ciò che  è buono e dire ciò che  è vero, fossero cose sue proprie, per tale
ragione nella Parola si fa riferimento prima alle acque che sono sotto il firmamento, e poi
alle acque che sono sopra di esso. È anche un arcano del cielo, che l'uomo, dalle cose sue
proprie, vale a dire le fallacie dei sensi, come pure le cupidigie, è guidato e veicolato dal
Signore verso ciò che è bene e ciò che è vero, in modo che ogni movimento e momento di
rigenerazione, sia in generale e, in particolare, un avanzamento dalla sera alla mattina,
cioè   dall'uomo   esterno   all'uomo   interno,   o   dalla  terra  al  cielo.   Pertanto   il   firmamento,
ovvero l'uomo interno, è ora chiamato cielo.

     25.  Allargare la terra ed estendere i cieli, è un modo di dire comune presso i profeti, in
merito alla rigenerazione dell'uomo. Come in Isaia:
Così dice il Signore tuo redentore, che ti ha formato dal grembo materno; Io sono il Signore che
ha creato tutte le cose, che da solo ha esteso i cieli, che da solo ha modellato, la terra (Isaia
44:24).

E ancora, dove si parla apertamente dell'avvento del Signore:

La  canna  non   sarà   spezzata   ed  il  lucignolo   fumante  non   sarà  spento;  insegnerà   la giustizia
secondo verità. (Isaia 42,3);

cioè, egli non metterà al bando le falsità, né debellerà le cupidigie, ma guiderà verso ciò
che è bene e vero; di qui segue:

Il Signore ha creato i cieli, e li ha spiegati; Egli ha fatto la terra, e ciò che di lì scaturisce. Egli ha
dato il respiro alle genti che vivono su di essa, e lo spirito a coloro che camminano in essa (Is.
42:5).

Per non parlare di altri passi dello stesso tenore.

   26. Versetto 8. E fu sera e fu mattina del secondo giorno. Il significato di sera, di mattina e di
giorno, è stato mostrato sopra al versetto 5.

   27. Versetto 9. E Dio disse: Le acque sotto il cielo, siano riunite in un solo luogo, e appaia la terra
asciutta, e così fu. Quando è noto che vi è sia un interiore, sia un esteriore nell'uomo, e che
le verità ed i beni fluiscono dall'interiore nell'esteriore, dal Signore, sebbene non appaia
così, allora tali verità e beni, o le conoscenze del vero e del bene nell'uomo rigenerato, sono
immagazzinate nella sua memoria, e sono ordinate tra i suoi saperi; perché tutto ciò che è
introdotto nella memoria dell'uomo esterno, sia esso naturale, spirituale, o celeste, resta lì
come conoscenza mnemonica, e viene portato via da lì dal Signore. Queste conoscenze
sono le  acque riunite in un unico luogo, e sono chiamate  mari, e l'uomo esterno  stesso  è
chiamato terra asciutta o semplicemente terra, come di seguito.

   28. Versetto 10. E Dio chiamò l'asciutto terra, e la raccolta delle acque, mari; e Dio vide che era
cosa buona. E frequente nella Parola l'uso del termine acque per indicare le conoscenze e di
conseguenza, mari per indicare un insieme di conoscenze. Come in Isaia:
La terra sarà ripiena della conoscenza [scientia] del Signore, come le acque che ricoprono il mare
(Is. 11:9)

E nello stesso profeta, dove si tratta della mancanza di conoscenze: 

Le   acque   si  ritireranno,   ed   il  fiume   sarà   prosciugato   e   diventerà   completamente   secco,   e   le
correnti si allontaneranno (Isaia 19:5­6)

In Aggeo, parlando di una nuova chiesa:

Farò tremare i cieli e la terra ed il mare ed il suolo; e farò tremare tutte le nazioni, e affluiranno
le ricchezze di tutte le genti; e io riempirò questa casa di gloria (Ag. 2:6­7)

E riguardo all'uomo durante lo stato di rigenerazione, in Zaccaria:

Vi sarà un giorno, noto all’Eterno; non sarà né giorno né notte, ma a sera vi sarà luce. E in quel
giorno avverrà che delle acque vive usciranno da Gerusalemme; metà delle quali volgerà verso
il mare orientale, e metà verso il mare occidentale, tanto d’estate quanto d’inverno. (Zaccaria
14:7­8)

Davide   anche,   descrive   un   uomo   distrutto,   che   deve   esse   rigenerato   e   che   adorerà   il
Signore:

Il Signore non disprezza i suoi prigionieri; lo lodino i cieli e la terra, i mari e tutto ciò che si
muove in essi (Salmi 69:33­34)

Che la terra indichi un recipiente, è comprensibile in Zaccaria:

Il Signore ha disteso i cieli e ha fondato la terra, e ha formato lo spirito dell’uomo dentro di lui
(Zaccaria 12:1)

     29. Versetti 11, 12. E Dio disse: La terra produca tenera erba; l'erba produca semi e gli alberi
portino frutto secondo la loro specie, e abbiano in sé la propria semenza, sulla terra; e così fu. E la
terra   produsse   tenera   erba,   l'erba   portò   in   sé   i   semi   secondo   la   rispettiva   specie,   e   gli   alberi
portarono i frutti con la semenza al loro interno, secondo la loro specie; e Dio vide che era cosa
buona. Quando la terra, ovvero l'uomo, è stato così preparato a ricevere i semi celesti dal
Signore, e a produrre qualcosa di ciò che è buono e vero, allora il Signore prima fa sì che
qualcosa di tenero germogli, che si chiama tenera erba; quindi qualcosa di più utile, che
porta ancora una volta i semi in sé, chiamato erba che porta i semi, e finalmente qualcosa
di buono che diventa fecondo, e si chiama albero da frutto, il cui seme  è in sé, ciascuno
secondo la propria specie. L'uomo che deve essere rigenerato è dapprima di una qualità
tale che egli sostiene che il bene che fa, e la verità che proferisce, sia da se stesso, quando in
realtà tutto il bene e tutta la verità sono dal Signore, e dunque chi sostiene che siano da se
stesso,   non   possiede   l'essenza   della   vera   fede;   ciò   nondimeno   egli   può   riceverla
successivamente; perché non può ancora credere che esse siano dal Signore, trovandosi in
uno   stato   di   preparazione   per   la   ricezione   dell'essenza   della   fede.   Questo   stato   è   qui
rappresentato dalle cose inanimate, e quello successivo dell'essenza della fede, dalle cose
animate.

   [2] Il Signore è colui che semina, il seme, cioè la sua Parola, e la terra è l'uomo, come lui
stesso ha affermato (Matt. 13:19­24, 37­39; Marco 4:14­21, Luca 8:11­16). In proposito egli
stesso ha reso queste descrizioni:

Così è il regno di Dio, come un uomo quando introduce il seme nella terra, e dorme e si leva
notte e giorno; e il seme prospera e si innalza, ed egli ignora in che modo ciò avvenga; perché la
terra porta frutto da se stessa, prima lo stelo, poi la spiga, e dopo la spiga colma di grano (Marco
4:26­28)

Con il  regno di Dio, in senso universale,  si intende  il cielo  universale; in un senso più


ristretto, l'autentica chiesa del Signore; e in un senso particolare, colui che è nell'autentica
fede, o che è rigenerato da una vita di fede. Perciò un tale persona è anche chiamata cielo,
perché il cielo è in lui; e così pure il regno di Dio, perché il regno di Dio è in lui, come il
Signore stesso insegna nel Vangelo di Luca:

Essendo richiesto dai farisei quando il regno di Dio verrà, egli rispose loro e disse: Il regno di
Dio non viene in un modo che possa essere osservato; né si dirà, Eccolo qui! o, eccolo lì! Perché
vedete, il regno di Dio è dentro di voi (Luca 17:20­21)
Questa è la terza fase nella rigenerazione dell'uomo, essendo il suo stato di pentimento; ed
egli procede dall'ombra alla luce, o dalla sera alla mattina, perciò si dice (versetto 13), E fu
sera e fu mattina del terzo giorno.

   30. Versetti 14­17. Poi Dio disse: Vi sia dei luminari nel firmamento per separare il giorno dalla
notte; e servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni; e servano da luminari nella
distesa dei cieli per dar luce alla terra. E così fu. E Dio fece due grandi luminari: il luminare
maggiore, per presiedere al giorno, e il luminare minore per presiedere alla notte; e le stelle. E Dio li
pose   nel   firmamento   per   dar   luce  alla   terra.  Non  si  può  comprendere  cosa  si  intenda  per
luminare maggiore se prima non è noto quale sia l'essenza della fede, e anche qual sia la
sua progressione presso coloro che rinascono a nuova vita. La vera essenza della fede è il
solo Signore, perché chi non crede nel Signore non può avere la vita, come egli stesso ha
dichiarato in Giovanni:

Chi crede nel Figlio ha la vita eterna, ma colui che non crede nel Figlio non vedrà la vita, e l'ira
di Dio si abbatterà su di lui (Giovanni 3:36)

     [2] La progressione della fede presso coloro che rinascono a nuova vita, avviene come
segue. In un primo momento essi non hanno la vita, perché è solo nel bene e nel vero che
c'è vita, e non può esservi nel male e nel falso; dopo, essi ricevono la vita dal Signore
mediante la fede, inizialmente la fede della memoria, che è una fede di mera conoscenza;
poi la fede nell'intelletto, che è una fede intellettuale; infine, mediante la fede nel cuore,
che è la fede dell'amore, o la fede salvifica. I primi due generi di fede, sono rappresentati
dal versetto 3 al versetto 13, dalle cose inanimate; mentre la fede resa vivida dall'amore è
rappresentata  dal versetto  20 al versetto  25, dalle cose animate. Dunque  il soggetto  di
questi passi è l'amore e la fede che di lì deriva, i quali sono chiamati luminari; l'amore è il
luminare maggiore  che governa il giorno; la fede che deriva da quell'amore  è il  luminare
minore che governa la notte; e poiché questi due luminari dovrebbero fare uno, si dice di
loro,   al   singolare:  Vi   sia   dei   luminari  [sit   luminaria],   e   non   al   plurale  [sint
luminaria]. 

     [3] L'amore e la fede nell'uomo interno sono come il calore e la luce nell'uomo esterno
corporeo, per cui il primo è rappresentato da quest'ultimo. È per questo che si dice dei
luminari che sono  posti nel firmamento, o nell'uomo interno, un luminare maggiore nella
sua   volontà,   ed   uno   minore   nel   suo   intelletto;   ma   essi   appaiono   nella   volontà   e
nell'intelletto, così come come fa la luce del sole negli oggetti a cui è indirizzata. È la sola
misericordia del Signore ad influenzare la volontà con l'amore, e l'intelletto con la verità,
ovvero con la fede.
   31. Che per i grandi luminari si intendono l'amore e la fede, che sono anche chiamati sole,
luna e stelle si evince dai profeti, come in Ezechiele:

Quando ti estinguerò, velerò i cieli e ne oscurerò le stelle; coprirò il sole di nuvole, e le luna non
darà la sua luce; tutti i luminari della luce del cielo oscurerò alla tua vista e farò scendere le
tenebre sul tuo paese (Ez. 32:7­8)

In questo passo si fa riferimento al faraone e agli egiziani, che nella Parola, rappresentano
la mera percezione dei sensi e la conoscenza esteriore; e qui, a causa della mera percezione
dei sensi e della conoscenza esteriore, l'amore e la fede sono stati estinti. Cosi in Isaia:

Il giorno dell'Eterno giunge per gettare il paese nella desolazione, perché le stelle del cielo e le
costellazioni di lì non daranno la loro luce; il sole si oscurerà al suo sorgere e la luna non farà
brillare la sua luce (Isaia 13:9­10)

E ancora, in Gioele:

Il giorno dell'Eterno viene, un giorno di tenebre e di densa oscurità; la terra trema innanzi a lui,
i cieli sono scossi; il sole e la luna si oscurano, e le stelle recedono dal loro splendore (Gioele 2:1­
2, 10)

   [2] Ancora, in Isaia, parlando dell'avvento del Signore, dell'illuminazione delle genti, e di
conseguenza, di una nuova chiesa, ed in particolare di tutti coloro che sono nelle tenebre, e
ricevono la luce, e sono dunque rigenerati:

Sorgi, risplendi, poiché la tua luce è giunta; ecco, le tenebre coprono la terra, e una fitta oscurità
avvolge i popoli; ma su di te si leva l’Eterno, e i popoli cammineranno alla tua luce, e i re allo
splendore del tuo levare; il Signore sarà per te una luce di eternità, il tuo sole non tramonterà
più, neppure la tua luna tramonterà, perché il Signore sarà per te una luce di eternità (Isaia 60:1­
3, 20)

Così in Davide:
Il Signore nella sua sapienza ha fatto i cieli; egli ha steso la terra sopra le acque; egli ha creato
grandi luminari, il sole per regnare sul giorno, la luna e le stelle per regnare sulla notte (Salmi
136:5­9).

Glorificate il Signore, voi sole e luna, glorificatelo, voi tutte le stelle di luce, glorificatelo, voi cieli
dei cieli, e voi acque al di sopra dei cieli (Salmi 148:3­4)

   [3] In tutti questi passi, luminari significano amore e fede. In virtù del fatto che i luminari,
rappresentano e significano l'amore e la fede verso il Signore, è stato disposto nella chiesa
ebraica che un luminare debba essere tenuto perennemente acceso dalla sera alla mattina,
perché ogni precetto in quella chiesa è rappresentativo del Signore. Di questo luminare è
scritto:

Ordina   ai   figli   di   Israele,   che   portino   olio   per   la   lampada,   affinché   la   fiamma   sia   accesa
perennemente.   Nella   tenda   del   convegno,   senza   il   velo,   che   è   davanti   alla   testimonianza,
Aronne ed i suoi figli terranno le lampade sempre accese dalla sera fino al mattino, davanti
all'Eterno (Esodo 27:20­21).

Che queste cose significhino l'amore e la fede, che il Signore suscita per illuminare l'uomo
interno, e per mezzo di questo, l'uomo esterno, è cosa che attiene alla Divina misericordia
del Signore, e che sarà illustrata nel luogo appropriato.

   32. L'amore e la fede inizialmente sono chiamati grandi luminari, e poi l'amore è chiamato
il luminare maggiore e la fede, il luminare minore; e si dice dell'amore, che governa il giorno, e
della fede che governa la notte. Poiché si tratta di arcani che sono nascosti, soprattutto nel
tempo presente, è permesso della misericordia Divina del Signore, che siano rivelati. Il
motivo per il quale questi arcani, sono così particolarmente custoditi nel tempo presente è
che   questa   è   la   consumazione   dei   tempi,   quando   non   c'è   quasi   nessun   amore,   e   di
conseguenza, quasi nessuna fede, come il Signore stesso ha preannunciato nei vangeli con
queste parole:

Il sole si oscurerà, e la luna non darà la sua luce, e le stelle cadranno dal cielo e le potenze dei
cieli saranno scosse (Matt. 24:29).
Con il sole si intende qui l'amore, che viene oscurato; con la luna si intende la fede, che non
illumina; con le  stelle  si intendono le conoscenze della fede, che cadono dal cielo, e che
sono virtù e potenze dei cieli.

   [2] La chiesa più antica non riconosceva alcuna fede diversa dall'amore stesso. Gli angeli
celesti, inoltre, non conoscono altra fede se non quella che appartiene all'amore. Il cielo
universale è un cielo di amore, perché non c'è altra vita nei cieli che la vita dell'amore. Da
questo   deriva   tutta   la   felicità   celeste,   che   è   così   grande   che   nulla   di   essa   può   essere
descritto,   né   può   mai   essere   concepito   da   qualsiasi   idea   umana.   Coloro   che   sono
influenzati   dall'amore,   e   amano   il   Signore   dal   cuore,   comprendono,   dichiarano,   e
percepiscono che tutto l'amore, e di conseguenza tutta la vita ­ che attiene unicamente
all'amore ­ quindi tutta la felicità, provengono esclusivamente dal Signore, e che essi non
hanno nulla dell'amore, della vita, o della felicità, da loro stessi. Questo è il Signore, da cui
proviene tutto l'amore, che è stato rappresentato anche dal grande luminare ovvero dal
sole alla sua trasfigurazione, poiché sta scritto:

Il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce (Matt. 17:2)

Le cose più intime sono rappresentate dal volto, e le cose che procedono da esso, dalle
vesti. Così il Divino del Signore è rappresentato dal sole, ovvero l'amore, e la sua Divina
umanità dalla luce, o sapienza che procede dall'amore.

     33. Ciascuno può comprendere che nessuna vita è possibile se non vi è alcun amore, e
che   nessuna   gioia   è   possibile,   salvo   che   essa   scaturisca   dall'amore.   Quale   è,   tuttavia,
l'amore, tale è la vita, e tale la gioia: se si eliminasse l'amore, o, il che è lo stesso, i desideri
– perché questi appartengono all'amore – l'idea di esso cesserebbe immediatamente, ed un
tale   uomo   diverrebbe   come   una   persona   morta,   come   mi   è   stato   mostrato   dal   vivo.
L'amore di sé e l'amore del mondo hanno in loro una certa somiglianza alla vita ed alla
gioia, ma poiché sono del tutto opposti all'amore autentico, che è quello di un uomo che
ama il Signore sopra ogni cosa, e il suo prossimo come se stesso, deve essere evidente che
essi non sono forme di amore, ma di odio, perché, nella misura in cui chiunque ama se
stesso ed il mondo, nella stessa misura odia il suo prossimo, e così pure, il Signore. Perciò
il vero amore è l'amore per il Signore, e la vera la vita è una vita di amore per lui, e la vera
gioia è la gioia di quella vita. Non ci può essere che un solo amore autentico, e dunque,
una sola vita autentica, da cui fluiscono le gioie e felicità autentiche, come quelle degli
angeli nei cieli.

   34. L'amore e la fede non ammettono alcuna separazione, perché sono una sola cosa; così
quando si fa menzione dei  luminari  essi sono considerati come uno, e si dice,  Sia,  [sit]  i
luminari  nella distesa dei cieli. Riguardo  a questa  circostanza mi  è concesso  di esporre  i
seguenti particolari meravigliosi. Gli angeli celesti, in virtù dell'amore celeste in cui sono
dal Signore, sono introdotti attraverso l'amore in tutte le conoscenze della fede, e sono in
una vita di luce e intelligenza tale che solo una minima parte di essa può essere descritta.
Mentre, gli spiriti che sono nella mera conoscenza dottrinale della fede, senza amore, sono
in   una  freddezza   della   vita  e   nella   oscurità   della   luce   tali   che   non   possono   nemmeno
avvicinarsi alla prima soglia di accesso ai cieli, ma rifuggono da essa. Alcuni di loro, pur
non avendo vissuto secondo i suoi precetti, dicono che hanno creduto nel   Signore, nel
modo descritto dal Signore stesso in Matteo:

Non tutti quelli che mi diranno: Signore, Signore, entreranno nel regno dei cieli, ma chi fa la mia
volontà. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo
nome? (Matt. 7:21­22)

   [2] Perciò è evidente che coloro che sono nell'amore, sono anche nella fede, e quindi nella
vita celeste, ma non quelli che dicono di essere nella fede, e non sono in una vita di amore.
La fede senza l'amore è come la luce del sole priva del calore, come d'inverno, quando
nulla prospera, ma tutte le cose sono intorpidite e immobili; mentre la fede che procede
dall'amore è come la luce del sole a primavera, quando tutte le cose crescono e fioriscono
in conseguenza del calore fecondo del sole. È esattamente così riguardo alle cose spirituali
e   celesti,   che   di   solito   sono   rappresentate   nella   Parola   attraverso   quelle   esistenti   nel
mondo.   L'assenza   di   fede   o   la   fede   priva   dell'amore   sono   paragonate   dal   Signore
all'inverno, laddove è preannunciata la fine dei tempi, in Marco:

Pregate affinché la vostra fuga non avvenga d'inverno, perché quelli saranno giorni di afflizione
(Marco 13:18­19).

Fuga  significa la fine dei tempi, e anche il tempo della dipartita di ogni uomo.  Inverno


significa una vita priva di amore; e il  giorno della tribolazione  è il corrispondente stato di
profonda miseria nell'altra vita.

   35. L'uomo ha due facoltà: la volontà e l'intelletto. Quando l'intelletto è governato dalla
volontà, questi fanno una mente indivisa, e quindi una vita indivisa, perché allora, ciò che
l'uomo vuole e compie, lo pensa e lo intende. Ma quando l'intelletto è in contrasto con la
volontà (come presso coloro che dicono di avere fede, eppure vivono in contraddizione
con la fede), allora la mente è divisa in due, parti, di cui una desidera elevare se stessa nel
cielo, mentre l'altra tende a precipitarsi verso l'inferno; e poiché la volontà è ciò che agisce
in ogni atto, l'uomo intero si butterebbe a capofitto nell'inferno se il Signore non avesse
pietà di lui.

    36. Coloro che hanno separato la fede dall'amore non sanno nemmeno cosa sia la fede.
Quando si pensa alla fede, alcuni suppongono che si tratti semplicemente di un pensiero;
altri, che si tratti di un pensiero rivolto verso il Signore; pochi, suppongono che  si tratti
della dottrina della fede. Ma la fede non è solo una conoscenza ed il riconoscimento di
tutte le cose inerenti la dottrina della fede, ma è soprattutto l'obbedienza a tutte le cose che
la dottrina della la fede insegna. Il punto fondamentale che essa insegna, cui gli uomini
devono obbedire, è l'amore per il Signore, e l'amore verso il prossimo, perché se un uomo
non fa proprio questo precetto, non è nella fede. Questo il Signore insegna chiaramente in
modo da non lasciare alcun dubbio in merito, in Marco:

Il più importante  di tutti i comandamenti  è: Ascolta, Israele, il Signore  Dio nostro   è l'unico


Signore; ama dunque il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua
mente, e con tutta la tua forza: questo è il comandamento più importante; e il secondo è simile,
amerai il tuo prossimo come te stesso, non ci sono altri comandamenti più importanti di questi
(Marco 12:29­31) 

In Matteo, il Signore chiama il primo di questi, il primo e più importante comandamento e dice
che da questi comandamenti dipendono tutta la legge ed i profeti (Matteo 22:37­41). La legge ed i
profeti sono la dottrina universale della fede, e l'intera Parola.

   37. È detto che i luminari sono segno delle stagioni, dei giorni e degli anni. In queste parole
sono contenuti più arcani di quelli che possono attualmente essere spiegati, seppure nel
senso letterale non appaia nulla del genere. Basti qui rilevare che ci sono alternanze di cose
spirituali e celesti, sia in generale, sia in particolare, che sono paragonate ai cambiamenti
dei giorni e degli anni. I mutamenti dei giorni sono dalla mattina al mezzogiorno, quindi
alla sera, e attraverso la sera, alla mattina; e i mutamenti degli anni sono simili, essendo
questi, dalla primavera all'estate, quindi all'autunno, e attraverso l'inverno, alla primavera.
Dunque vi sono mutamenti di calore e luce, e anche nelle produzioni della terra. A questi
mutamenti sono paragonate le alternanze delle cose spirituali e celesti. La vita senza tali
alternanze e varietà sarebbe immobile, di conseguenza, non sarebbe affatto la vita, né si
riuscirebbe a individuare e distinguere il bene e la verità, e ancor meno si riuscirebbe a
percepirli.   Queste   alternanze   sono   chiamate   nei   profeti   ordinanze  [statuta],   come   in
Geremia:
Così dice l'Eterno, che ha dato il sole per illuminare il giorno, e ha ordinato la luna e le stelle per
illuminare la notte, queste leggi non verranno meno davanti a me (Geremia 31:35­36)

e nello stesso profeta:

Così dice l'Eterno, Se non avessi stabilito il mio ordine del giorno e della notte, le leggi del cielo
e della terra sarebbero venute meno (Geremia 33:25)

Ma riguardo a queste cose, per Divina misericordia del Signore, si rimanda a Genesi 8:22.

   38. Versetto 18. Per governare il giorno e la notte, e per distinguere tra la luce e le tenebre; e Dio
vide che ciò era buono.  Con il giorno si intende il bene, con la notte, il male; perciò i beni
sono chiamati opere del giorno, mentre i mali, opere della notte; per luce si intende la
verità, e per oscurità, la falsità, come dice il Signore:

Gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce. Colui che fa la verità viene alla luce (Giovanni
3:19, 21)

Versetto 19. E fu sera e fu mattina del quarto giorno.

   39. Versetto 20. E Dio disse: Producano le acque in abbondanza rettili e anime viventi e volino
gli uccelli sopra la terra attraverso l'ampia distesa dei cieli.  Dopo che i grandi luminari sono
stati accesi e collocati nell'uomo interno, e l'esteriore riceve la luce da loro, allora l'uomo
incomincia   a   vivere.   Fino   ad   allora   egli   non   può   dire   di   aver   vissuto,   in   quanto   che
pensava che il bene che egli ha fatto fosse da se stesso, e la verità che ha profferito fosse da
se stesso, e poiché l'uomo da stesso è morto, e non vi è in lui nient'altro che ciò che è male
e falso, dunque tutto ciò che egli opera da se stesso non è vivo, cosicché egli non può fare il
bene che in sé è bene. Che l'uomo non possa neppure pensare ciò che è bene, né volere ciò
che è bene, di conseguenza, che non possa fare ciò che è bene, tranne che dal Signore, deve
essere chiaro a tutti, dalla dottrina della fede, perché il Signore dice in Matteo:

Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo (Matteo 13:37)

Né può sortire alcun bene, tranne dalla fonte autentica del bene, che è uno solo, come egli
dice in un altro luogo: 
Nessuno è buono tranne uno, Dio (Luca 18:19).

   

     [2]   Nondimeno,   quando   il   Signore   sta   resuscitando   l'uomo,   cioè,   quando   lo   sta
rigenerando alla vita, gli permette dapprincipio di supporre che egli faccia ciò che è bene e
profferisca ciò che è vero da se stesso, perché in quel frangente è incapace di concepire
un'idea differente, né può in alcun altro modo essere indotto a credere, e poi a percepire,
che   tutto   il   bene   e   la   verità   siano   unicamente   dal   Signore.   Un   siffatto   convincimento
dell'uomo circa le sue verità ed i suoi beni sono paragonati con l'erba tenera, e anche con il
seme di erba cedevole, e infine con l'albero che porta frutto, i quali sono tutti inanimati; ma
ora che l'uomo è vivificato dall'amore e dalla fede, e riconosce che il Signore opera ogni
bene in lui ed è la fonte di ogni verità che egli pronuncia, questi è paragonato prima ai
pesci che nuotano nell'acqua e agli uccelli che volano sopra la terra, e anche alle bestie, che sono
tutte le cose animate e sono chiamate anime viventi.

     40.  Con i  rettili che prosperano nelle acque  si intende ciò che è nella memoria dell'uomo


esterno;   con   gli  uccelli  in   generale,   si   intendono   le   cose   razionali   e   intellettuali,   che
appartengono all'uomo interno. Che i  rettili  o i  pesci  significhino ciò che appartiene alla
memoria dell'uomo esterno, è evidente da Isaia:

Sono venuto e non c'era nessun uomo; ecco con la mia minaccia prosciugo il mare, e riduco i
fiumi in deserto; il loro pesce diviene fetido per mancanza d'acqua e muore di sete; rivesto i cieli
di nero (Is. 50:2­3)

   [2] Ma ciò è ancora più evidente in Ezechiele, dove il Signore descrive il nuovo tempio, o
una   nuova   chiesa   in   generale,   e   l'uomo   di   quella   chiesa,   vale   a   dire,   una   persona
rigenerata, perché chi è rigenerato è un tempio del Signore:

Il Signore il Signore mi disse, queste acque, che fluiscono dal confine orientale e si dirigono
verso il mare, quando saranno entrate nel mare, saranno purificate; ed avverrà che ogni anima
vivente che si muove lungo il fiume prospererà, e ci sarà grande abbondanza; poiché quando
queste acque fluiranno là, essi saranno risanati, e ovunque giungano le acque del fiumi vi sarà
vita; e avverrà che i pescatori giungeranno da Engedi fino a En­Eglaim, per gettare le loro reti; e
vi sarà pesce di diverse specie, come il pesce del mare grande, in abbondanza (Ez 47:8­10)

Con  pescatori   da   Engedi   fino   a   En­eglaim  e   con   il  gettare   le   reti,   si   intendono   coloro   che
istruiranno l'uomo naturale nelle verità della fede.
   [3] Che gli uccelli significhino le cose razionali e intellettuali è evidente dai profeti, come
in Isaia:
Chiamo da oriente un uccello, e da una terra lontana l'uomo che effettui il mio disegno (Isaia
46:11)

E in Geremia:

Ho guardato, ed ecco, non c'erano uomini, e tutti gli uccelli del cielo erano fuggiti (Ger. 4:25)

In Ezechiele:

Pianterò un germoglio di un alto cedro, e crescerà un ramo, e porterà frutto, e sarà un cedro
magnifico;   e   sotto   di   esso   abiteranno   ogni   uccelli   di   ogni   specie,   all'ombra   dei   suoi   rami
dimoreranno (Ez. 17:22­23)

E in Osea, parlando di una nuova chiesa, o di un uomo rigenerato:

E in quel giorno farò per loro un'alleanza con le fiere, con gli uccelli del cielo, e con ogni altra
specie che prospera sulla terraferma (Os. 2:18)

Che fiera non significhi bestia feroce, né uccello, uccello, deve essere chiaro a tutti, perché il
Signore afferma che farà una nuova alleanza con essi.

   41. Tutto ciò che è proprio dell'uomo non ha vita in sé, e ogni volta che che si manifesta
alla   vista   appare   rigido,   come   una  sostanza   ossea   e   scura;   mentre,   tutto   ciò   che   è   dal
Signore, ha la vita in sé, cioè ciò che è spirituale e celeste, e che quando viene presentato
alla vista appare umano e vivente. Può sembrare incredibile, ciò nondimeno, è vero che
ogni singola espressione, ogni singola idea, e ogni piccola parte del pensiero in uno spirito
angelico,   è   viva,   e   contiene   nei   suoi   minimi   particolari   un   affezione   che   procede   dal
Signore, che è la vita stessa. E quindi tutte le cose che sono dal Signore, hanno la vita in
esse, perché contengono la fede verso di Lui, e sono qui rappresentate dalle anime viventi.
Hanno anche una specie di corpo, qui rappresentato da ciò che si muove o striscia. Queste
verità, tuttavia, sono ancora segreti profondi per l'uomo, ora menzionati in questa sede
perché si tratta dell'anima vivente, e delle cose che si muovono.
42. Versetto 21. E Dio creò le grandi balene, ed i pesci che prosperano nelle acque, secondo la loro
specie, e tutti gli uccelli, secondo la loro specie; e Dio vide che era cosa buona. I "pesci", come si è
detto   in   precedenza,   significano   le   conoscenze   esteriori   della   memoria   dell'uomo,   ora
animate   attraverso   la   fede   dal   Signore,   e   quindi   vitali.   Le   "balene"   significano   i   loro
principi generali, cui sono subordinati i particolari; perché non c'è nulla nell'universo che
non sia subordinato a qualche principio generale, come un mezzo attraverso il quale può
esistere e sussistere. Le balene, o grandi pesci a volte sono citate dai profeti, per indicare in
generale   le   conoscenze   esteriori.   Il   faraone,   sovrano   d'Egitto   (attraverso   il   quale   è
rappresentata saggezza umana o l'intelligenza, ovvero la conoscenza esteriore in generale),
è denominato grande balena. Come in Ezechiele:

Ecco, io sono contro di te, faraone re d'Egitto, grande balena che giaci in mezzo ai tuoi fiumi, e
dici, il fiume è mio, ed io stesso l'ho fatto (Ezechiele 29:3)

   

   [2] E in un altro passo:

Avvertite il faraone re d'Egitto, e ditegli, tu sei come una balena nei mari, ti slanci nei tuoi fiumi,
e turbi le acque con i tuoi piedi (Ezechiele 32:2)

queste parole stanno a significare coloro che desiderano entrare nei misteri della fede per
mezzo delle conoscenze esteriori della loro memoria, e quindi da se stessi. In Isaia:

In quel giorno il Signore, con la sua spada, grande, forte e invincibile, punirà il leviatano, il
lungo   serpente, ed anche il leviatano, il serpente tortuoso, e ucciderà le balene che sono nel
mare (Is. 27:1)

Per uccidere le balene che sono nel mare si intendono le persone che ignorano anche i principi
generali della verità. Così, in Geremia:

Nabucodonosor il re di Babilonia, mi ha divorato, egli mi ha turbato, ha fatto di me un vaso
vuoto, mi ha inghiottito come una balena, ha riempito il suo ventre con le mie delizie, egli mi ha
cacciato (Ger 51:34),
volendo con ciò intendere che aveva inghiottito le conoscenze della fede, qui chiamate
delizie, come ha fatto la balena con Giona; la  balena  rappresenta coloro che considerano i
principi generali delle conoscenze della fede alla stregua di mere conoscenze esteriori, e
agiscono di conseguenza.

   43. Versetto 22. E Dio li benedisse, dicendo: Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei
mari, e gli uccelli si moltiplichino sopra la terra.  Tutto ciò che ha in sé la vita dal Signore,
fruttifica e si moltiplica immensamente; non tanto durante la vita dell'uomo nel corpo, ma
ad un grado sorprendente nell'altra vita. Essere fecondi, nella Parola è riferito alle cose che
appartengono all'amore, e moltiplicare, alle cose che appartengono alla fede; il frutto che
appartiene all'amore contiene il seme, con la quale moltiplica se stesso in abbondanza. La
benedizione del Signore nella Parola significa fecondità e moltiplicazione, perché queste
procedono dalla prima. Versetto 23. E fu sera e fu mattina del  quinto giorno.

   44. Versetti 24, 25. E Dio disse: Produca la terra anime viventi secondo la loro specie; gli animali
domestici, e ogni altra specie dotata di movimento, e gli animali selvaggi della terra, secondo la loro
specie; e così fu. E Dio fece gli animali selvaggi della terra secondo la loro specie, e gli animali
domestici secondo la loro specie, e tutti i rettili della terra, secondo la loro specie e Dio vide che era
cosa buona. L'uomo, al pari della terra, non è in grado di produrre nulla di buono se prima
non sono radicate in lui le conoscenze della fede, attraverso le quali egli  è in grado di
sapere ciò che deve essere creduto e fatto. Compito dell'intelletto è ascoltare la Parola, e
della volontà di metterla in atto. Ascoltare la Parola e non metterla in pratica,  è come
sostenere di credere, e nondimeno, vivere in disaccordo con la propria fede; nel qual caso
ciò che si ascolta è separato da ciò che si fa, ed il risultato di ciò è una mente divisa,
propria di coloro che il Signore chiama stolti nel seguente passo:

Chiunque ascolta le mie parole e le mette in pratica, è simile ad un uomo savio che ha costruito
la sua casa sulla roccia; ma chiunque ascolta le mie parole e non le mette in pratica, è simile ad
un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia (Matteo 7:24, 26)

Le cose che appartengono all'intelletto sono rappresentate, come si è mostrato sopra, dai
pesci che popolano i mari  e anche dagli  uccelli sopra la terra  e dal  firmamento; mentre quelle
che appartengono alla volontà sono rappresentate dalle anime viventi che la terra produce e
dalle bestie,  dai rettili e anche dagli animali selvatici della terra.

     45.  Coloro   che   vivevano   nei   tempi   più   antichi  conoscevano   il   significato   delle   cose
pertinenti   l'intelletto   e   la   volontà;   e   quindi   nei   profeti,   e   costantemente   nella   Parola
dell'Antico   Testamento,   simili   cose   sono   rappresentate   da   diversi   tipi   di   animali.   Gli
animali sono di due tipi; quelli feroci, così chiamati perché sono offensivi; e quelli buoni,
che sono innocui. I mali dell'uomo sono rappresentati dalle bestie feroci, come orsi, lupi,
cani; viceversa i gli animali di indole docile, come giovenche, pecore e agnelli. Gli animali
cui  si  fa riferimento  qui sono  buoni e docili, e quindi rappresentano  le affezioni rette,
poiché qui si tratta di coloro che sono rigenerati. Le cose inferiori nell'uomo, che sono in
relazione con il corpo, sono chiamate animali selvatici di quella terra, e sono le cupidità ed i
piaceri.

46. Che le bestie significhino le affezioni ­ malvagie presso l'empio e buone presso il retto ­
è evidente da numerosi passi della Parola, come in Ezechiele:

Ecco, volgo a voi il mio sguardo; sarete arati e seminati, e io moltiplicherò su di voi l'uomo e la
bestia, ed essi si moltiplicheranno e porteranno frutto, e vi farò abitare secondo l'uso dei vostri
tempi antichi (Ez 36:9, 11)

riguardo alla rigenerazione, In Gioele:

Non temete voi bestie del mio campo, perché le dimore del deserto sono diventate rigogliose
(Gioele 2:22). 

In Davide :

Ero così sciocco, da essere come un animale al tuo cospetto (Salmi 73:22)

In Geremia, in merito alla rigenerazione:

Ecco vengono i giorni, dice l'Eterno, che io seminerò la casa d'Israele e la casa di Giuda con il
seme   dell'uomo,   e   con   il   seme   della   bestia,   e   veglierò   su   di   loro   per   costruire   e   piantare
(Geremia 31:27­28)

   [2] Animali selvatici ha un simile significato, come in Osea:

In quel giorno farò per loro un'alleanza con l'animale selvatico del campo e con gli uccelli del
cielo, e con i rettili sulla terra (Os. 2:18)
In Giobbe:

Tu non devi avere paura degli animali selvatici della terra, perché la tua alleanza è con le pietre
del campo, e gli animali selvatici del campo saranno in pace con te (Giobbe 5:22­23)

In Ezechiele:

Farò con voi un patto di pace, e le fiere saranno allontanate dalla terra, affinché possiate abitare
sicuri nel deserto (Ez. 34:25)

In Isaia:

Gli animali selvatici del campo mi onorano, perché ho fatto sgorgare le acque nel deserto (Isaia
43:20)

In Ezechiele:

Tutti gli uccelli del cielo costruivano i loro nidi tra i suoi rami, e tutti gli animali   selvatici
prolificavano sotto i suoi ramoscelli, e tutte le grandi nazioni  dimoravano sotto la sua ombra
(Ez. 31:6).

Questo si dice degli assiri, con i quali si intende l'uomo spirituale, in relazione al giardino
dell'Eden. In Davide:

Lodatelo voi tutti i suoi angeli, glorificate il Signore dalla terra, voi balene, alberi da frutto,
animali selvatici, e ogni bestia, rettile e uccello (Salmi 148:2, 7, 9­10)

Qui si fa riferimento alle stesse cose, con i termini  balene, alberi da frutto,  animali selvatici,


animali domestici, rettili e uccelli, i quali, se non significassero i principi vitali nell'uomo, non
potrebbero mai essere chiamati a glorificare l'Eterno.

   [3] I profeti distinguono accuratamente tra animali domestici e animali selvatici, della terra, e
animali domestici e animali selvatici dei campi.  Nondimeno, i beni nell'uomo sono chiamati
animali domestici, proprio come coloro che sono più vicini il Signore nel cielo sono chiamati
animali sia in Ezechiele, sia in Giovanni:

Tutti gli angeli che stavano intorno al trono, agli anziani, ed ai quattro animali, si prostrarono
dinanzi al trono e adorarono l'agnello (Ap. 7:11; 19:4)

Anche  quelli  a cui deve  essere  predicato  il vangelo  sono  chiamati  creature, perché  essi
devono essere rigenerati:

Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura (Marco 16:15)

     47. Che queste parole contengano arcani in merito alla rigenerazione, è evidente anche
da   ciò  che   è  stato   detto  nel   versetto   precedente,   sul  fatto  che   la  terra  debba   produrre
l'essere vivente, l'animale domestico e l'animale selvatico, mentre nel versetto seguente l'ordine
viene cambiato, ed è detto che Dio creò  l'animale selvatico della terra, e allo stesso modo
l'animale   domestico,   perché   in   principio   e   dopo   fino   a   quando   diventa   celeste,   l'uomo
progredisce   come   da   se   stesso;   e   così   la   rigenerazione   comincia   dall'uomo   esterno,   e
procede   in   quello   interno;   quindi   qui   c'è   un   altro   ordine,   e   le   cose   esteriori   sono
menzionate per prime.

   48. Di qui si evince che l'uomo è nel quinto stato della rigenerazione quando parla da un
principio di fede, che appartiene all'intelletto, e conferma in tal modo se stesso nella verità
e nel bene. Le cose che poi sortiscono da lui sono animate e sono denominate  pesci del mare
e  uccelli dei cieli. Egli è nel sesto stato, quando dalla fede, che deriva dall'intelletto, e dal
conseguente amore, che appartiene alla volontà, egli pronuncia le verità, e opera il bene;
quello   che   allora   sortisce   da   lui   è   denominato  anima   vivente  e  animale   domestico.   E
allorquando egli comincia ad agire secondo l'amore e la fede, diventa un uomo spirituale,
il quale è chiamato immagine di Dio, che è il soggetto di cui ora si tratta.

   49. Versetto 26. E Dio disse: Facciamo l'uomo a nostra immagine, e a nostra somiglianza; e abbia
dominio sui pesci del mare e sugli uccelli dei cieli, sulle bestie, e su tutta la terra, e anche su tutti i
rettili   che   strisciano   sulla   terra.  Nella   chiesa   più   antica,   presso   i   cui   membri   il   Signore
conversava faccia a faccia, il Signore è apparso come un uomo; in merito a questo tema,
molto può dirsi, ma il tempo non è ancora giunto. Essi non chiamavano nessuno uomo, se
non  il  Signore  stesso, e tutte le cose a lui appartenenti;  né essi usavano mai la parola
uomini, se non in relazione alle cose in loro stessi – vale a dire tutto il bene dell'amore e
tutta la verità della fede  ­ di cui percepivano di esserne stati dotati dal Signore. Di queste
cose affermavano essere dell'uomo, in quanto esse appartenevano al Signore.

   [2] Quindi nei profeti, per uomo e figlio dell'uomo, in senso supremo, si intende il Signore;
e nel  significato  interiore,  sapienza e intelligenza, cioè tutti coloro  che sono rigenerati.
Come in Geremia:

Vidi la terra, ed ecco, era deserta e desolata, ed i cieli, e non avevano luce. Io guardai, ed ecco
non vi era alcun uomo, e tutti gli uccelli del cielo erano fuggiti (Geremia 4:23, 25)

In Isaia, in cui, in senso interiore, uomo sta per una persona rigenerata, e in senso supremo,
per il Signore stesso, in quanto unico uomo:

Così dice l'Eterno il Santo di Israele, e il suo Creatore, Ho fatto la terra e ho creato l'uomo sopra
di essa; con le mie mani, ho steso i cieli, e ho il comando di tutto il loro esercito (Is. 45:11­12)

   [3] Il Signore è apparso dunque ai profeti come un uomo, come in  Ezechiele:

Sopra   la distesa,  c'era  come   una  pietra  di  zaffiro,   che  somigliava  ad  un  trono,   e  su di  esso
appariva la figura di un uomo che stava assiso sopra (Ez. 1:26)

E quando fu visto da Daniele fu chiamato il figlio dell'uomo, cioè, l'uomo:

Ed   ecco,   ho   veduto   venire   sulle   nuvole   del   cielo,   come   un   figliol   d'uomo,   si  è   accostato   al
vegliardo, e lo hanno condotto dinanzi a lui; e gli è stato dato il potere, la gloria, e un regno,
affinché tutti i  popoli, nazioni e lingue possano essere al suo servizio. Il suo potere è un potere
eterno, che non passerà, e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto (Daniele 7:13­14).

     [4] Il Signore spesso chiama se stesso il figlio dell'uomo, cioè  l'uomo e, come in Daniele,
annuncia la sua venuta nella gloria:

Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria (Mt.
24:30)
Le nubi del cielo nel significato interiore della Parola, rappresentano il potere e gloria eccelsa,
le quali, in tutte  le cose, sia in generale,  sia in particolare si riferiscono  unicamente  al
Signore ed al suo regno; ed è da questo che il senso interiore trae la sua potenza e gloria.

   50. Della chiesa più antica intesa per immagine del Signore molto altro ancora può essere
detto. L'uomo ignora del tutto il fatto che egli è governato dal Signore per mezzo degli
angeli   e   degli   spiriti,   e   che   presso   ciascuno,   ci   sono   almeno   due   spiriti   e   due   angeli.
Attraverso gli spiriti l'uomo è in comunicazione con il mondo degli spiriti, e attraverso gli
angeli, con il cielo. Se non vi fosse la comunicazione per mezzo degli spiriti con il mondo
degli spiriti, e per mezzo degli angeli con il cielo, e quindi attraverso il cielo con il Signore,
l'uomo  non   potrebbe   vivere  affatto;  la sua  vita dipende  interamente  da  questa   unione
insieme, tale che, se gli spiriti e gli angeli si ritirassero, egli perirebbe immediatamente.

    [2] L'uomo non rigenerato è governato in modo differente rispetto all'uomo rigenerato.
Finché egli non è rigenerato ci sono spiriti maligni presso di lui, i quali hanno il dominio
su di lui più degli angeli che, seppur presenti, sono capaci a malapena di guidarlo in modo
che egli non si immerga più profondamente nel male, e di piegarlo in un qualche bene,
anzi lo piegano verso il bene facendo leva sulle cupidigie sue proprie, e verso la verità
attraverso   la   fallacia   dei   sensi.   Egli   dunque   è   in   relazione   con   il   mondo   degli   spiriti
attraverso gli spiriti che sono presso di lui, ma non tanto con il cielo, perché dominano gli
spiriti maligni, mentre gli angeli contrastano il loro dominio.

     [3]  Ma quando l'uomo è rigenerato, gli angeli dominano e ispirano in lui ogni bene e
ogni verità, e la paura e l'orrore dei mali e delle falsità. Gli angeli infatti guidano, nella loro
qualità di ministri, perché è il Signore solo che governa l'uomo per mezzo degli angeli e
degli spiriti. E poiché questo avviene attraverso il ministero degli angeli, qui è premesso,
al plurale,  Facciamo l'uomo a nostra immagine; e ancora, poiché il Signore solo governa e
dispone, è detto nel versetto seguente, al singolare, Dio lo ha creato a sua immagine. Questo il
Signore dichiara inoltre chiaramente in Isaia:

Così dice il Signore tuo redentore,  colui che ti ha formato dal grembo materno,  "Sono io, il


Signore, che ho creato ogni cosa, che ho dispiegato i cieli da solo, ho disteso la terra (Isaia 44:24)

Gli angeli stessi inoltre sostengono che non esiste alcun potere in loro, ma che agiscono
unicamente in virtù del Signore.

     51.  Riguardo all'immagine, un'immagine non è una somiglianza, ma è conforme alla
somiglianza; perciò è detto:  Facciamo l'uomo a nostra immagine, e poi a nostra somiglianza.
L'uomo   spirituale   è   una  immagine,   e   l'uomo   celeste   una  somiglianza  o   similitudine.   In
questo   capitolo   si   tratterà   dell'uomo   spirituale;   di   seguito,   dell'uomo   celeste.   L'uomo
spirituale, che è una immagine, è chiamato dal Signore figlio di luce, come in Giovanni:

Colui   che   cammina   nelle   tenebre   non   sa   dove   va.   Mentre   avete   la   luce   credete   nella   luce,
affinché siate figli della luce (Giovanni 12:35­36)

Egli è chiamato anche amico:

Voi siete miei amici se fate ciò che io vi comando (Giovanni 15:14­15)

L'uomo celeste, che è una somiglianza è chiamato figlio di Dio in Giovanni:

A quanti lo hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio, anche a coloro che credono
nel suo nome; che non sono nati dal sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da
Dio (Giovanni 1:12­13)

   52. Finché l'uomo è spirituale, il suo governo procede dall'uomo esterno verso l'interno,
come è detto in questo versetto:  Abbiano il dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo,
sulle bestie, su tutta la terra, e su tutti i rettili che vi strisciano. Ma quando diviene celeste, e fa
del bene dall'amore, allora il suo governo procede dall'uomo interno verso l'esterno, come
il  Signore, in Davide, descrive  se stesso, e quindi anche l'uomo celeste,  che  è una sua
somiglianza:

Tu lo facesti affinché avesse dominio sulle opere delle tue mani; tu hai posto ogni cosa sotto i
suoi piedi, le greggi e gli armenti, e anche le bestie selvatiche, gli uccelli del cielo ed i pesci del
mare, e tutto ciò che sopravanza attraverso i sentieri del mare (Salmo 8:6­8)

Ecco  quindi  le  bestie  sono nominate per prime, quindi gli  uccelli, e poi i  pesci del mare,


perché   l'uomo   celeste   procede   dall'amore,   che   appartiene   alla   volontà,   a   differenza
dell'uomo spirituale ­ che procede dalla fede, la quale appartiene all'intelletto ­ nella cui
descrizione i pesci e gli uccelli sono menzionati per primi e di seguito le bestie.

   53. Versetto 27. E Dio creò l'uomo a sua immagine, ad immagine di Dio lo creò. Il motivo per
cui immagine è qui menzionata due volte è che la fede, la quale appartiene all'intelletto, è
chiamata la  sua immagine, mentre l'amore, che appartiene alla volontà, e che nell'uomo
spirituale viene dopo ­ mentre nell'uomo celeste precede ­ si chiama immagine di Dio.

   54. Maschio e femmina li creò. Cosa si intende per maschio e femmina, nel senso interiore, era
ben noto presso la chiesa più antica, ma quando il senso interiore della Parola fu perduto
presso   la   loro   posterità,   anche   questo   arcano   si   estinse.   I   loro   matrimoni   furono   le
principali   fonti   di   felicità   e   gioia,   e   ogni   cosa   essi   la   ponevano   a   confronto   con   il
matrimonio, al fine di percepirne la delizia. Essendo anche uomini interiori, essi trovavano
diletto   solo   con   le   cose   interiori.   Le   cose   esteriori   che   si   presentavano   alla   loro   vista
suscitavano   il   pensiero   di   ciò   che   esse   rappresentavano   interiormente.   Quindi   le   cose
esteriori non erano nulla per loro, salvo che potessero in qualche misura essere causa di
mutamento nei loro pensieri circa le cose interiori, e da queste alle cose celesti, e quindi al
Signore,   che   era   il   loro   tutto,   e   di   conseguenza   il   matrimonio   celeste,   da   cui   hanno
percepito la felicità dei loro matrimoni a venire. Perciò l'intelletto nell'uomo spirituale è
stato chiamato  maschio  e la volontà  femmina  e quando questi agissero in modo unanime
questo era denominato matrimonio. Da quella chiesa è stata introdotta la forma linguistica
divenuta poi abituale, secondo cui la chiesa stessa, dalla sua affezione del bene,  è stata
chiamata figlia e vergine ­ come la vergine di Sion, la vergine di Gerusalemme ­ e anche moglie.
Ma su questi temi si veda il capitolo seguente, al versetto 23, e il capitolo 3, versetto 15.

55. Versetto 28. E Dio li benedisse e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e
soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, e su ogni essere vivente, che
striscia   sulla   terra.  Poiché   le   genti   più   antiche   chiamarono  matrimonio,  la   congiunzione
dell'intelletto e della volontà, ovvero della fede e dell'amore, ogni bene prodotto da quel
matrimonio   fu   chiamato  fecondità,   e   ogni   verità,   moltiplicazione.   Perciò   essi   sono   così
chiamati nei profeti,  come ad esempio in Ezechiele:

Moltiplicherò su di voi gli uomini e gli armenti, ed essi si moltiplicheranno e saranno fecondi, e
vi farò abitare come nei vostri tempi antichi, e godrete dei miei benefici più che in principio, e
voi  conoscerete  che io  sono  il  Signore.  Condurrò  presso  di voi degli  uomini,  il mio popolo
Israele (Ez. 36:11­12)

Con il termine uomo si intende qui l'uomo spirituale che  è chiamato Israele; con  tempi


antichi  si   intende   la  più  chiesa  antica,  per  principio,  la  chiesa   antica   dopo  il  diluvio.  Il
motivo per cui  moltiplicazione  che attiene alla verità, è menzionata per prima, e  fecondità,
che attiene al bene, di seguito, è che il versetto tratta di chi deve essere rigenerato, e non di
chi che è già rigenerato.
    [2] Quando l'intelletto è unito alla volontà, ovvero la fede all'amore, l'uomo è chiamato
dal Signore una terra sposata, come in Isaia:

La tua terra non sarà più chiamata abbandonata, ma tu sarai chiamata la mia gioia è in lei, e
terra sposata, perché il Signore si compiace in te, e la tua terra sarà sposata (Is. 62:4)

I frutti che originano di là, che appartengono alla verità, sono chiamati  figli, e quelli che
appartengono al bene sono chiamati figlie, e questo molto spesso nella Parola.

     [3]  La terra è ricolma, o piena, quando ci sono molte verità e beni; perché quando il
Signore benedice e parla all'uomo, vale a dire, lavora su di lui, vi è un incremento enorme
del bene e della verità, come dice il Signore in Matteo:

Il regno dei cieli è simile a un granellino di senapa, che un uomo prese e seminò nel suo campo,
il quale è davvero il più piccolo di tutti i semi, ma una volta cresciuto, è il più grande tra tutte le
piante, e diviene un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono e costruire il loro nidi nei suoi
rami (Matteo 13:31­32)

Il granello di senapa è il bene dell'uomo prima che diventi spirituale, che è il più piccolo di
tutti i semi, perché  egli pensa di compiere  il bene  da se stesso, quando invece  ciò  che
procede dall'uomo, di per sé, non è altro che il male. Ma, non appena egli è in uno stato di
rigenerazione, c'è qualcosa del bene in lui, nel suo minimo.

   [4] Quando poi infine la fede è unita con l'amore, esso si accresce, diventa una pianta e,
infine, quando la congiunzione è completa, diventa un albero, e poi gli uccelli del cielo (si fa
qui riferimento alle verità, o a soggetti dell'intelletto) costruiscono il loro nido fra i suoi rami,
che sono le cose che appartengono alla memoria. Quando l'uomo è spirituale, così come
durante il tempo del suo divenire spirituale, egli è in uno stato di combattimento, e quindi
si dice, soggiogate la terra ed esercitate il dominio.

   56. Versetto 29. E Dio disse: Ecco, io vi do ogni pianta che produce seme sulla faccia della terra; e
ogni   albero   da   frutto;   l'albero   che   produce   il   seme   vi   servirà   da   alimento.  L'uomo   celeste
trova il suo diletto solo nelle cose celesti le quali, essendo in accordo con la sua vita, sono
chiamate cibo celeste. L'uomo spirituale è dilettato dalle cose spirituali e, siccome queste
sono in accordo con la sua vita, sono chiamate cibo spirituale. L'uomo naturale, allo stesso
modo, si diletta con le cose naturali che, essendo parte della sua vita, sono chiamate cibo, e
consistono   essenzialmente   le   cognizioni   custodite   dalla   memoria.   Poiché   qui   si   tratta
dell'uomo spirituale, il suo cibo spirituale è descritto per rappresentazioni, come la pianta
che produce il seme, e  l'albero da frutto, che sono chiamati, in generale,  albero che produce il
seme. Il suo cibo naturale è descritto nel versetto seguente.

   57. La pianta che produce il seme è ogni verità che concerne l'uso; l'albero in cui è il frutto è il
bene della fede; frutto è ciò che il Signore dà all'uomo celeste, e il seme che produce il frutto è
ciò  che egli dà all'uomo spirituale; perciò e è detto, l'albero che produce il seme, vi servirà da
alimento.  Che   il   cibo   celeste   è   chiamato   frutto   dell'albero,   è   evidente   dalla   capitolo
seguente, dove si tratta dell'uomo celeste. A conferma di ciò saranno qui citate solo queste
parole del Signore in Ezechiele:

Lungo il fiume, su una riva e sull'altra crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui foglie non
appassiranno,  né il loro frutto si esaurirà; si rinnoverà ogni mese; perché le sue acque sgorgano
dal santuario, e il suo frutto sarà di alimento; e le foglie come medicina (Ez. 47:12)

Le  acque   che   sgorgano   dal   santuario,   significano   la   vita   e   la   grazia   del   Signore,   che   è   il
santuario. Il  frutto  è la sapienza, che  sarà loro di alimento, la  foglia  è l'intelligenza, che
servirà per il loro uso, e questo uso è chiamato  medicina. Invece,   che il cibo spirituale è
chiamato erba, si evince in Davide:

Mio pastore, non manco di nulla; tu mi fai riposare in pascoli erbosi (Salmi 23:1­2)

   58. Versetto 30. A tutti gli animali selvatici della terra, agli gli uccelli del cielo, e a tutti gli esseri
che strisciano sulla terra, in cui vi è un alito di vita, io do ogni erba per cibo. E così avvenne.  Il
corpo naturale dello stesso uomo è qui descritto. Il suo aspetto naturale è rappresentato
dagli animali selvatici della terra e dagli uccelli del cielo, cui sono dati per alimento le verdure
e le erbe. Sia il suo alimento naturale, sia il suo alimento spirituale sono così descritti in
Davide:

Il   Signore   fece   crescere   l'erba   per   il   bestiame,   e   le   piante   per   l'uomo,   affinché   egli   potesse
produrre il pane dalla terra (Salmi 104:14)

ove il termine bestiame è usato per indicare sia gli animali selvatici, sia gli uccelli del cielo,
che sono menzionati nei versetti 11 e 12 dello stesso salmo.

     59.  Il motivo per cui il le  verdure e le erbe  sono qui descritte per rappresentare il cibo


dell'uomo naturale è questo. Nel corso della rigenerazione, alla fine della quale l'uomo
diviene spirituale, egli è continuamente impegnato in combattimenti, in relazione ai quali,
la chiesa del Signore è chiamata  militante. Perché prima della rigenerazione le cupidigie
hanno il dominio, a causa del fatto che l'uomo è interamente composto da cupidigie e dalle
falsità di lì discendenti. Durante la rigenerazione queste cupidigie e falsità non possono
essere   istantaneamente   soppresse,   perché   questo   causerebbe   la   distruzione   dell'uomo
intero, essendo tale la vita che ha [fin qui] acquisito. Quindi gli spiriti maligni seguitano a
restare  presso  di   lui  per   lungo  tempo,  affinché   possano  eccitare  le   cupidigie,   e  queste
possano   quindi   essere   allontanate,   in   molteplici   modi,   fino   al   punto   che   esse   possono
essere orientate dal Signore verso il bene, e l'uomo possa così essere riformato. Durante i
combattimenti,   gli   spiriti   maligni,   che   nutrono   il   massimo   odio   contro   tutto   ciò   che
appartiene al bene e al vero, cioè, contro ogni cosa che concerne l'amore e la fede verso il
Signore ­ vale a dire il bene ed il vero autentici, i quali hanno vita eterna in loro ­ non
lasciano   all'uomo   altro   alimento   se   non   ciò   che   è   rappresentato   dalla   verdura   e   dalla
gramigna. Nondimeno, il   Signore dà all'uomo anche un alimento che viene paragonato
alla pianta che porta il seme e all'albero da frutto, i quali sono stati di quiete e pace, con le
loro gioie e delizie. Il Signore dona questo cibo all'uomo, ad intervalli.

   [2] Se il Signore non proteggesse l'uomo continuamente, in ogni minimo lasso di tempo,
questi perirebbe istantaneamente, in conseguenza dell'odio indescrivibilmente intenso e
letale che è diffuso nel mondo degli spiriti contro ogni cosa che appartiene all'amore e alla
fede verso il Signore. Posso affermare questo fatto con certezza essendo stato ormai da
alcuni anni (nonostante la mia permanenza nel corpo) in società con gli spiriti, nell'altra
vita, anche con quelli della peggiore indole; e sono stato talvolta circondato da migliaia di
essi, cui è stato permesso di sputare il loro veleno, e infestarmi con tutti i metodi possibili,
eppure senza che fossero capaci di torcere un solo capello della mia testa, essendo io sotto
la protezione del Signore. Dall'esperienza di tanti anni sono stato accuratamente istruito
riguardo al mondo degli spiriti ed alla sua natura, nonché riguardo a ciò che attiene ai
combattimenti   che   devono   affrontare   coloro   che   devono   essere   rigenerati,   al   fine   di
raggiungere la felicità della vita eterna. Ma siccome nessuno può essere adeguatamente
istruito in tali soggetti da un descrizione generale, e per effetto di questa credervi con una
fede incrollabile, i particolari, per misericordia Divina del Signore, saranno illustrati nelle
pagine seguenti.

     60.  Versetto 31.  E Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu


mattina del sesto giorno. Questo stato viene definito molto buono, i primi sono semplicemente
definiti buoni, perché ora le cose che appartengono alla fede sono congiunte con quelle che
appartengono all'amore, e quindi si realizza un matrimonio tra le cose spirituali e le cose
celesti.
   61. Tutte le cose inerenti le conoscenze della fede sono chiamate spirituali, e tutte quelle
concernenti l'amore per il Signore e per il nostro prossimo sono chiamate celesti. Le prime
appartengono all'intelletto dell'uomo, e le altre alla sua volontà.

   62. I tempi e gli stati della rigenerazione dell'uomo in generale ed in particolare sono sei,
e sono chiamati i giorni della sua la creazione. Perché, per gradi, dal non essere affatto
uomo, acquisisce per prima, qualcosa dell'uomo e, a poco a poco, giunge al sesto giorno, in
cui egli diventa un'immagine di Dio.

     63. Nel frattempo il Signore combatte continuamente per lui contro i mali e le falsità, e
attraverso i combattimenti, lo fortifica nella verità e nel bene. Il tempo del combattimento è
il   tempo   delle   opere   del   Signore.   Perciò   nei   profeti   l'uomo   rigenerato   viene   chiamato
l'opera delle dita di Dio. Né egli si riposa fino a quando l'amore ha il dominio sull'uomo.
Quindi, il combattimento cessa. Quando l'opera è in uno stadio così avanzato che la fede è
congiunta con l'amore, è chiamata molto buona, perché il Signore eleva l'uomo alla dignità
della sua somiglianza. Alla fine del sesto giorno gli spiriti maligni si allontanano, e gli
spiriti angelici prendono il loro posto, e l'uomo è introdotto nel cielo, ovvero nel paradiso
celeste, in merito al quale si tratterà nel capitolo seguente.

     64.  Ecco allora il significato interiore della Parola, la sua autentica essenza, che non
appare affatto dal senso letterale. Ma così tanti sono i suoi arcani che interi volumi non
basterebbero a svelarli. Solo pochissimi sono qui esposti, e quelli necessari a confermare il
fatto che la rigenerazione è il tema sotteso in  questa parte della Parola, e che essa procede
dall'uomo esterno verso l'uomo interno. È così che gli angeli percepiscono la Parola. Loro
ignorano  completamente  il senso  letterale  della Parola, di ogni singolo termine.  Ancor
meno conoscono i nomi di nazioni, città, fiumi, e persone, che ricorrono di frequente nelle
parti   storica   e   profetica   della   Parola.   Essi   hanno   un'idea   univoca   del   significato   delle
parole e dei nomi. Così per Adamo nel cielo percepiscono la chiesa più antica, ma non
propriamente   quella   chiesa,   bensì   la   fede   nel   Signore   di   quella   chiesa.   Per   Noè
percepiscono la chiesa presso i discendenti della chiesa più antica, esistente fino al tempo
di Abramo. Per Abramo essi non intendono un individuo, ma una fede salvifica che  è
rappresentata da quel nome; e così via. Dunque essi percepiscono cose spirituali e celesti,
completamente estranee al significato letterale di parole e nomi.

     65.  Alcuni hanno udito questi termini fino al primo ingresso del cielo, quando stavo
leggendo la Parola, e da lì hanno iniziato una conversazione con me. Essi hanno dichiarato
che non riuscivano a capire un briciolo di qualsiasi parola e neppure una sola lettera in
essa, ma soltanto ciò che è  significato nel senso interiore, che hanno dichiarato essere così
mirabile, in una sequenza tale che loro lo definiscono splendore.

   66. Ci sono nella Parola, in generale, quattro differenti stili. Il primo è quello della chiesa
più antica. La loro modalità di espressione  era tale che quando  menzionavano le cose
terrestri e mondane pensavano alle cose spirituali e celesti, dalle prime rappresentate. Essi
quindi  non solo si esprimevano per rappresentazioni, ma le articolavano anche in una
sorta   di   serie   storiche,   per   conferire   loro   una   maggiore   vitalità;   e   questo   era   per   loro
sublime. Questo è lo stile di cui Anna profetizzò, dicendo:

Parla di ciò che è sublime! sublime! Esca dalla tua bocca ciò che è antico (1 Sam. 2:3)

Tali rappresentazioni sono chiamate in Davide detti oscuri dell'antichità (Salmi 78:2­4).
Questi   particolari   concernenti   la   creazione,   il   giardino   dell'Eden,   ecc,   Mosè   trasse   dai
discendenti della più antica chiesa, fino al tempo di Abramo.

   [2] Il secondo stile è quello storico, che si trova nei libri di Mosè, dal tempo di Abramo in
poi, e in quelli di Giosuè, Giudici, Samuele, e Re. In questi libri i fatti storici sono così come
appaiono nel senso letterale. Eppure tutti contengono, sia in generale, sia nel particolare,
ben altre cose nel senso interno, le quali, per Divina misericordia del Signore, saranno
esposte nel loro ordine nelle pagine seguenti. Il terzo stile è quello profetico, che è nato da
ciò che è stato così altamente venerato nella chiesa più antica. Questo stile, tuttavia, non è
in forma storica e diacronica come lo stile più antico, ma è discontinuo, ed è scarsamente
comprensibile, salvo che nel senso interno, in cui sono i più profondi arcani, che sono
ordinati in una serie perfetta, e riguardano l'esterno e l'interno dell'uomo, i molteplici stati
della chiesa, il cielo stesso, e nel senso più profondo, il Signore. Il quarto stile è quello dei
salmi di Davide, che è intermedio tra lo stile profetico ed il linguaggio comune. In questo
stile, nel senso interno, si fa riferimento al Signore, rappresentato dalla persona di Davide,
in quanto re. 
Genesi 2
   67. Poiché per Divina misericordia del Signore mi è stato dato di conoscere il significato
interiore della Parola, in cui sono custoditi i più profondi arcani, che non sono mai venuti
a conoscenza  di nessuno, né può  essere  altrimenti,  salvo  che non fosse nota la natura
dell'altra   vita   (perché   moltissime   cose   del   senso   interno   della   Parola   riguardano,
descrivono e coinvolgono le cose di quella vita) mi è permesso rivelare quello che ho visto
e udito nel corso di diversi anni in cui mi è stato concesso di essere in compagnia di spiriti
e angeli.

   68. Sono ben consapevole che molti diranno che nessuno possa parlare con gli spiriti e gli
angeli finché vive nel corpo. E molti diranno che si tratta di fantasia; altri, che ho riferito
queste cose per acquisire credito, e altri ancora faranno altre obiezioni. Ma da tutto questo
io non sono scoraggiato, perché ho visto, ho udito, ho sentito.

   69. L'uomo è stato così creato dal Signore per essere in grado ­ mentre vive nel corpo ­ di
parlare con gli spiriti e gli angeli, come in effetti è avvenuto nei tempi più antichi. Perché,
essendo lo spirito rivestito di un corpo, egli è omogeneo con loro. Ma poiché col tempo gli
uomini si sono immersi nelle cose corporali e mondane a tal punto da non interessarsi
quasi a null'altro oltre ciò, la via di comunicazione  è stata chiusa. Ciò nondimeno, non
appena l'uomo cessa di essere immerso nelle cose corporee, la via è riaperta, ed egli è fra
gli spiriti, ed in comunione di vita con loro.

   70. Poiché mi è permesso di rivelare ciò che per molti anni ho udito e visto, va detto, in
primo luogo, cosa accade all'uomo quando viene resuscitato, ovvero come passa dalla vita
del corpo nella vita eterna. Affinché io potessi sapere che gli uomini vivono dopo la morte,
mi è stata data la capacità di parlare e stare in compagnia con molti tra quelli che avevo
conosciuto   durante   la   loro   vita   nel   corpo.   E   questo,   non   solo   per   un   giorno   o   una
settimana, ma per mesi, e quasi un anno, parlando e associandomi con loro, esattamente
come in questo mondo. Si meravigliavano oltremodo per il fatto che, quando vivevano nel
corpo erano, e moltissimi altri con loro, persuasi nella certezza che non avrebbero vissuto
dopo la morte; quando in realtà dopo appena un giorno dalla morte del corpo, l'uomo è
introdotto nell'altra vita. Perché la morte è una continuazione della vita.

   71. Ma, affinché questi soggetti non risultino sparsi e scollegati, qualora fossero associati
a quelli contenuti nel testo della Parola, è permesso, dalla Divina misericordia del Signore,
di disporli in ordine, all'inizio e alla fine di ogni capitolo, oltre a quelli che sono esposti
incidentalmente.

     72.  Alla fine di questo capitolo, quindi, mi è permesso di riferire in che modo l'uomo
viene risuscitato dai morti ed entra nella vita eterna.
Genesi 2
 1. E i cieli e la terra e tutte le loro schiere furono compiuti.

2. E il settimo giorno Dio portò a compimento l'opera che aveva fatto; e nel settimo giorno si riposò da ogni
opera che aveva fatto.

3. E Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in quel giorno si riposò da ogni sua opera che aveva
creato.

4. Questa è la nascita dei cieli e della terra, quando Dio li creò, nel giorno in cui il Signore fece la terra e i
cieli.

5. E non c'era alcun arbusto nel campo, e nessuna erba era cresciuta, perché il Signore non aveva ancora
fatto piovere sulla terra. E non c'era alcun uomo che coltivasse il suolo. 

6. Ed egli fece una nebbia che saliva dalla terra, e irrigava tutta la superficie del suolo.

7. E il Signore plasmò l'uomo dalla polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita, e l'uomo
divenne un essere vivente.

8. E il Signore piantò un giardino a oriente, in Eden, e vi pose l'uomo che aveva fatto.

9. E il Signore fece  crescere dal suolo ogni albero meraviglioso alla vista, dai frutti deliziosi. Anche l'albero
della vita era al centro del giardino, e l'albero della conoscenza del bene e del male.

10. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, e da lì si divideva, in quattro corsi.

11. Il nome del primo è Pison; esso scorre attorno a tutta la regione di Avìla, dove c'è l'oro.

12. E l'oro di quella terra è fine. Vi è la resina odorosa e la pietra d'onice. 

13. Il nome del secondo è Gihon; esso scorre attorno alla regione di Cush. 

14. Il nome del terzo è Tigri; esso scorre a oriente verso l'Assiria. E il quarto è l'Eufrate. 

15. il Signore prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, affinché lo coltivasse e si prendesse cura di esso. 

16. E il Signore diede un comando all'uomo, dicendo: Puoi mangiare di ogni albero del giardino. 

17. Ma dell'albero della conoscenza del bene e del male, tu non dovrai mangiarne; perché nel giorno in cui ne
mangerai tu morirai.

Contenuti
     73.  Quando   dopo   la   morte,   l'uomo   diviene   spirituale,   quindi,   da   spirituale   diviene
celeste, di cui qui si tratta (versetto 1).

   74. L'uomo celeste è il settimo giorno, in cui il Signore riposa (versetti 2­3).
    75.  La   sua  conoscenza   e   la   sua   razionalità   sono   descritti   dall'arbusto   e   dall'erba   che
crescono dal suolo, inumiditi dalla nebbia (versetti 5­6).

   76. La sua vita è descritta dalla espirazione in lui del soffio della vita (versetto 7).

   77. Successivamente la sua intelligenza è rappresentata dal giardino dell'Eden, a oriente,
in cui gli alberi piacevoli alla vista sono le percezioni della verità, e gli alberi dai frutti
appetibili sono le percezioni del bene. L'amore  è rappresentato dall'albero della vita, la
fede dall'albero della conoscenza (versetti 8­9).

     78.  La sapienza è intesa con il fiume nel giardino. Di là originavano quattro corsi; il
primo dei quali è il bene e la verità; il secondo è la conoscenza di tutte le cose del bene e
del vero, cioè dell'amore e della fede. Questi soggetti attengono all'uomo interno. Il terzo
corso è l'intelletto; e il quarto sono i saperi appresi nel mondo, che appartengono all'uomo
esterno. Tutti procedono dalla sapienza, e quest'ultima, dall'amore e dalla fede nel Signore
(versetti 10­14).

    79. L'uomo celeste è quel giardino. Ma siccome il giardino è dal Signore, è consentito a
quell'uomo   di   godere   di   tutte   queste   cose,   e   tuttavia,   non     può   possederle   come   sue
proprie (versetto 15).

     80.  È anche permesso all'uomo di raggiungere la conoscenza del bene e del vero per
mezzo di ogni percezione da parte del Signore, ma egli deve farlo non da se stesso e dal
mondo, né investigare nei misteri della fede per mezzo delle percezioni dei sensi e dei
saperi mondani; perché ciò causerebbe la morte della sua natura celeste (versi 16­17).

Significato interiore
     81.  Questo capitolo tratta dell'uomo celeste, come nel precedente si è trattato i quello
spirituale, che sopravvive al decesso dell'uomo nel mondo. Ma siccome si ignora al giorno
d'oggi chi sia l'uomo celeste e, a malapena si sa chi sia l'uomo spirituale, o l'uomo morto,
mi   è   permesso   di   precisare   brevemente   la   natura   di   ciascuno,   affinché   possa   esserne
apprezzata la differenza. In primo luogo, un uomo morto non riconosce nulla del vero e
del bene, se non ciò che appartiene al corpo e al mondo, ed è questo che adora. L'uomo
spirituale riconosce la verità e il bene spirituali e celesti; ma lo fa da un principio di fede,
che è anche alla base delle sue azioni, piuttosto che dall'amore. L'uomo celeste crede e
percepisce la verità e il bene spirituali e celesti, non riconoscendo altra fede diversa da
quella che procede dall'amore, dalla quale anche egli agisce.

     [2] Secondo: i fini che muovono l'uomo nel mondo attengono unicamente alla sua vita
corporea e mondana; né si sa cosa sia la vita eterna, ovvero chi sia il Signore, o seppure se
ne abbia una qualche conoscenza, non vi si crede. I fini che muovono l'uomo spirituale
attengono   alla   vita   eterna,   e   quindi   al   Signore.   I   fini   che   muovono   l'uomo   celeste
riguardano il Signore, e quindi il suo regno e la vita eterna.

   [3] Terzo: l'uomo nel combattimento [spirituale. NdT] quasi sempre soccombe, e quando
non combatte, i mali e le falsità hanno il dominio su di lui; ed egli è uno schiavo. I suoi
vincoli sono esteriori, come ad esempio la paura della legge, la paura di perdere la vita, la
ricchezza, i guadagni e la fama che egli ha a cuore. L'uomo spirituale è in combattimento;
ma è sempre vittorioso, i vincoli da cui è legato sono interiori, e sono chiamati vincoli di
coscienza. L'uomo celeste non è in combattimento, e quando è assalito dai mali e dalle
falsità, li disprezza, ed è perciò chiamato conquistatore. Egli è apparentemente libero da
vincoli. I suoi legami che non sono evidenti, sono le percezione del bene e della verità. 

   82. Versetto 1. E i cieli e la terra furono compiuti, e tutte le loro schiere. Con queste parole si
intende che l'uomo è ora reso spirituale, tale da essere diventato il sesto giorno. Il cielo è il
suo uomo interno; terra, il suo esterno, e le loro schiere sono l'amore, la fede e le conoscenze
che di là procedono, che in precedenza erano rappresentate dai grandi luminari e le stelle.
Che l'uomo interno è chiamato  cielo  e l'esterno  terra, si evince dai passi della Parola già
citati nel capitolo precedente, cui possono essere aggiunti i seguenti, in Isaia:

Farò un uomo più raro dell'oro massiccio, e anche un uomo più prezioso dell'oro di Ofir. Perciò
colpirò il cielo con terrore, e la terra sarà scossa dal suo luogo (Isaia 13:12­13)

Tu hai dimenticato il Signore tuo creatore, che ha dispiegato i cieli, e posto le fondamenta della
terra. Ma io metterò le mie parole nella tua bocca, e ti nasconderò all'ombra della mia mano,
affinché io possa stendere il cielo, e gettare le fondamenta della terra (Isaia 51:13, 16)

Da queste parole è evidente che sia il cielo, sia la terra sono riferiti all'uomo; perché, anche
se si riferiscono principalmente alla più antica chiesa, nondimeno, gli interiori della Parola
sono di una tale natura che qualsiasi cosa si dica della chiesa può anche dirsi di ogni
singolo membro di essa, il quale, a meno che non sia una chiesa, non potrebbe essere una
parte della chiesa, esattamente come colui che, a meno che non sia un tempio del Signore
non può essere ciò che è significato per il tempio, vale a dire, la chiesa e il cielo.  È per
questa ragione che la più antica chiesa è chiamata uomo al singolare.

   83. I cieli e la terra e tutte le loro schiere si dice che sono compiuti quando l'uomo è diventato
il  sesto   giorno,  perché  allora  la  fede  e   l'amore  fanno  uno.  Quando  essi   sono  congiunti,
l'amore, e non la fede, o in altre parole il principio celeste, e non quello spirituale, prevale,
e questo è l'uomo celeste.
     84.  Versetti 2, 3.  E il settimo giorno Dio portò a compimento l'opera che aveva fatto; e nel
settimo  giorno  si riposò  da  ogni  opera  che   aveva  fatto.  E  Dio  benedisse   il  settimo   giorno e  lo
santificò, perché in quel giorno si riposò da ogni sua opera che aveva creato. L'uomo celeste è il
settimo giorno che, siccome il Signore ha lavorato nel corso dei sei giorni, si chiama la sua
opera; e poiché tutti i combattimenti cessano allora, il Signore si dice che riposa da ogni sua
opera. A questo riguardo il settimo giorno è stato santificato, e chiamato il sabato, da una
parola in ebraico che significa  riposo. E così l'uomo fu creato, formato, e fatto, come si
evince da queste parole.

   85. Che l'uomo celeste sia il settimo giorno, e che il settimo giorno era perciò santificato, e
chiamato sabato, sono arcani che fino ad ora non erano ancora stati svelati. Perché nessuno
ha   acquisito   la   conoscenza   della   natura   dell'uomo   celeste,   e   pochi   quella   dell'uomo
spirituale, il quale, in conseguenza di questa ignoranza,  è stato posto sullo stesso piano
dell'uomo celeste, nonostante la grande differenza  che esiste tra loro, come può essere
visto al n. 81. Riguardo al settimo giorno e all'uomo celeste, che questi sia il settimo giorno o
sabato si evince dal fatto che il Signore stesso è il sabato; perciò dice:

Il figlio dell'uomo è Signore anche del sabato (Marco 2:27)

le quali parole implicano che il Signore è l'uomo stesso, e il sabato stesso. Il suo regno nei
cieli e sulla terra è chiamato, da lui, sabato, o pace eterna e quiete.

   [2] La chiesa più antica, che è qui trattata, è stata il sabato del Signore, sopra tutte quelle
che si sono succedute. Ogni successiva chiesa interiore del Signore  è anche un sabato; e
così pure ogni persona rigenerata quando diviene celeste, perché è una somiglianza del
Signore. I sei giorni di combattimento o di lavoro precedono [il sabato. NdT]. Queste cose
erano rappresentate nella chiesa ebraica dai giorni lavorativi, e dal settimo giorno, che era
il   sabato;   perché   in   quella   chiesa   non   vi   era   niente   che   non   fosse   rappresentativo   del
Signore e del suo regno. La medesima cosa è stata rappresentata anche dall'arca, quando
avanzava, e quando si fermava. Perché,  nelle sue peregrinazioni nel deserto  sono stati
rappresentati i combattimenti e le tentazioni; e per il suo fermarsi, lo stato di pace. Perciò,
quando essa era in cammino, Mosè diceva:

Sorgi, Signore, e lascia che i tuoi nemici si disperdano, e scompaiano dal tuo cospetto coloro che
ti odiano. E quando sostava, egli diceva, Torna il Signore, alle miriadi d'Israele (Num. 10:35­36).
In quel passo si fa riferimento all'arca in movimento dal monte di Jehovah alla ricerca di
un luogo di sosta per loro. (Num. 10:33).

   [3] Il riposo dell'uomo celeste è rappresentato dal sabato in Isaia:

Se ti asterrai dal metterti in cammino il sabato, dall'occuparti dei tuoi affari nel giorno della mia
santità,   e   chiamerai   le   cose   del   sabato   mirabili   delizie   al   santo   di   il   Signore;   e   lo   onorerai
astenendoti dalle tue occupazioni, dai tuoi diletti e dalle frequentazioni, né proferirai parola,
allora tu sarai gradito a il Signore, e io ti eleverò  sulle sommità della terra, e ti nutrirò  con
l'eredità di Giacobbe (Isaia 58:13­14).

Questa   è   la   qualità   dell'uomo   celeste   che   non   agisce   secondo   il   proprio   desiderio,   ma
secondo il beneplacito del Signore, che è il suo desiderio. Così egli gode di una pace interna
e della felicità ­ qui rappresentata dalla elevazione fino alle sommità della terra ­  e al tempo
stesso della quiete e della gioia, che è rappresentata dall'essere  alimentato con l'eredità di
Giacobbe.

   86. Quando l'uomo spirituale, che è diventato il sesto giorno, comincia ad essere celeste, di
cui si è appena trattato qui sopra, è la vigilia del sabato, rappresentata nella chiesa ebraica
dalla santificazione del sabato dalla sera. L'uomo  celeste   è il  mattino  di cui si tratta in
questa sede.

     87.  Un'altra ragione per cui l'uomo celeste è il  sabato, o  quiete, è che il combattimento


cessa   quando   egli   diviene   celeste.   Gli   spiriti   maligni   si   ritirano   e   quelli   angelici   si
approssimano,   e   così   pure   gli   angeli   celesti;   e   quando   questi   sono   presenti,   gli   spiriti
maligni non possono più rimanere, e fuggono lontano. E poiché non era l'uomo stesso che
ha effettuato il combattimento, ma il Signore solo,   per l'uomo, è detto che il Signore  si
riposò.

     88.  Quando l'uomo spirituale diviene celeste,  è chiamato  opera di Dio, perché solo il


Signore ha  combattuto per lui, lo ha creato, formato, e fatto, e quindi qui è detto, Dio finì
la sua opera nel settimo giorno, e per due volte, che si riposò da ogni sua opera. L'uomo viene
ripetutamente chiamato dai profeti  opera delle mani e delle dita di il Signore,  come in Isaia,
parlando dell'uomo rigenerato:

Così ha detto il Signore, il santo d'Israele, e suo creatore, Voi cercate segni della mia presenza,
segni riguardanti i miei figli, e volete ingerirvi dell'opera delle mie mani. Io ho fatto la terra, e
ho creato l'uomo sopra di essa. Con le mie mani ho steso i cieli, e ho ordinato tutte le loro
schiere. Poiché così ha detto  il Signore che crea i cieli, Dio stesso che ha formato e ha fatto la
terra; egli non ha creato un vuoto,  ma lo ha fatto per essere abitato. Io sono il Signore e non c'è
altro Dio fuori di me (Isaia 45:11­12, 18, 21).

È pertanto evidente che la nuova creazione, o la rigenerazione, è opera del Signore solo. Le
espressioni creare, formare e fare, sono impiegate in un modo del tutto distinto nel passo qui
sopra, creare il cielo, formare la terra, e farli, e in altri luoghi, nello stesso profeta:

Tutti coloro che portano il mio nome, che io ho creato per la mia gloria, ho fatto e ho formato
(Isaia 43:7)

ed anche nel precedente ed in questo capitolo della Genesi, come nel passo più sopra, si
riposò da ogni sua opera, che Dio aveva fatto creando. Nel senso interiore questa terminologia
esprime sempre idee distinte; così pure laddove il Signore è chiamato  creatore, fattore o
artefice.

   89. Versetto 4. Questa è la nascita dei cieli e della terra, quando Dio li creò, nel giorno in cui il
Signore fece la terra e i cieli.  La nascita dei cieli e della  terra rappresenta  la formazione
dell'uomo celeste. Che della sua costituzione qui si tratta si evince da tutto ciò che segue;
come l'erba che non è ancora spuntata; che non vi era uomo che coltivasse la terra; come
pure che il Signore plasmò l'uomo, e successivamente, che egli fece tutte le bestie e gli
uccelli del cielo, della cui creazione si è trattato nel precedente capitolo. Da tutto ciò si
evince che qui si tratta di un altro uomo. Ciò è ancora più evidente dal fatto che ora per la
prima volta il Signore è chiamato il Signore, mentre nei passi precedenti, nei quali si  è
trattano   dell'uomo   spirituale,   egli   è   chiamato   semplicemente   Dio.   Inoltre,   ora   si   fa
menzione del suolo e del campo, mentre nei passi precedenti compare solo il termine terra.
In questo versetto inoltre il  cielo  è menzionato per la prima volta prima della  terra  e poi
terra  prima di  cielo.  Il motivo di ciò  è che  terra  significa l'uomo esterno, e  cielo  l'uomo
interno, e nell'uomo spirituale la rigenerazione inizia dalla terra, cioè, dall'uomo esterno,
mentre nell'uomo celeste, che è qui trattato, essa inizia dall'uomo interno, ovvero dal cielo.

     90. Versetti 5, 6. E non c'era alcun arbusto nel campo, e nessuna erba era cresciuta, perché il
Signore non aveva ancora fatto piovere sulla terra. E non c'era alcun uomo che coltivasse il suolo.
Ed egli fece una nebbia che saliva dalla terra, e irrigava tutta la superficie del suolo. Per arbusto
nel   campo   e   per   erba   del   campo   si   intende   in   generale   tutto   ciò   che   l'uomo   esterno
produce. L'uomo esterno è chiamato terra finché egli rimane spirituale; ed è chiamato suolo
e anche campo quando diviene celeste. La pioggia, che è subito dopo chiamata nebbia, è la
tranquillità della pace, quando cessa il combattimento.
     91.  Tuttavia, non si può percepire ciò che queste cose implicano, a meno che non si
sappia in  che  stato   è  l'uomo, nella transizione dall'essere  spirituale  al divenire  celeste,
perché   sono   profondamente   nascoste.   Fintanto   che   è   spirituale,   l'uomo   esterno   non   è
ancora disposto a obbedire e servire l'uomo interno, e quindi c'è un combattimento. Ma
quando diviene celeste, allora l'uomo esterno comincia a obbedire e servire l'uomo interno,
e quindi il combattimento cessa, e ne deriva la tranquillità (vedi n. 87). Questa tranquillità
è rappresentata dalla  pioggia  e dalla  nebbia  perché è come un vapore con il quale l'uomo
esterno è bagnato e irrorato da quello interno, ed è proprio questa tranquillità, il frutto
della pace, che produce quelli che sono chiamati arbusti del campo ed erbe dei campi che, in
particolare,   sono   cose   della   mente   razionale   e   della   memoria   da   un'origine   spirituale
celeste.

     92.  La   natura   della   tranquillità   della   pace   dell'uomo   esterno,   alla   cessazione   del
combattimento, o dell'agitazione causata da cupidigie e falsità, può essere conosciuta solo
da coloro che hanno fatto esperienza dello stato di pace. Questo stato è così mirabile che
supera ogni idea di gioia: non è solo la cessazione del combattimento, ma è la vita che
procede dalla pace interiore, e che influenza l'uomo esterno in un modo tale che non può
essere descritto. Le verità della fede, e i beni dell'amore, derivano la loro vita dalla gioia
della pace.

93.  Lo  stato  dell'uomo  celeste,  così dotato  della  tranquillità della  pace,  ravvivato  dalla
pioggia e liberato dalla schiavitù di ciò che è male e falso, è così descritto dal Signore in
Ezechiele:

Farò con loro un'alleanza di pace, e allontanerò le fiere dalla regione, ed essi abiteranno sicuri
nel   deserto,   e   dormiranno   nei   boschi.   Farò   di   loro   e   dei   luoghi   intorno   al   mio   colle   una
benedizione; e farò scendere la pioggia nella sua stagione; piogge di benedizione esse saranno.
E l'albero del campo darà i suoi frutti, e la terra darà i suoi prodotti, e abiteranno sicuri sulla
loro terra. E conosceranno che io sono il Signore, colui che ruppe le redini del loro giogo, e li
liberò dalle mani di coloro che li resero schiavi. E voi, mio gregge, gregge del mio pascolo, siete
un uomo, e io sono il vostro Dio (Ez. 34:25­27, 31).

E  che  questa   venga siglata nel  terzo  giorno,  che  nella  Parola ha  lo   stesso   significato   di
settimo è così affermato in Osea:

Dopo due giorni egli ci ridarà la vita. Nel terzo giorno ci risusciterà, e vivremo davanti al
suo cospetto, e noi conosceremo e saremo alla sequela di il Signore: egli procede come l'alba
e viene a noi come la pioggia, come la pioggia fine che irriga la terra (Osea 6:2­3).
Che questo stato sia paragonato alla crescita del campo è affermato in Ezechiele, quando si
parla della Chiesa antica:

Ti ho moltiplicato come la messe nel campo, e sei cresciuto rigoglioso con ornamenti eccellenti
(Ezechiele 16:7)

Ed è anche paragonato a:

Un germoglio della piantagione del Signore, e un'opera delle mani del Signore (Is. 60:21)

   94. Versetto 7. E il Signore plasmò l'uomo dalla polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito
di vita, e l'uomo divenne un essere vivente.  Per plasmare l'uomo, dalla polvere del suolo si
intende formare il suo uomo esterno, che prima non era uomo, perché si dice (versetto 5)
che non c'era nessun uomo che coltivasse il suolo. Soffiare nelle sue narici un alito di vita  significa
dargli la vita della fede e dell'amore. Per l'uomo divenne un'anima vivente si intende che il
suo esteriore è stato reso vivo.

   95. La vita dell'uomo esterno viene qui trattata. La vita della sua fede o intelletto, nei due
versetti precedenti. E la vita del suo amore ovvero la volontà in questo versetto. Fin qui
l'uomo   esterno   non   ha   acconsentito   a   mettersi   al   servizio   dell'uomo   interno,   essendo
impegnato   in   un   combattimento   continuo   con   lui,   e   quindi   l'uomo   esterno   non   ha
conseguito la dignità di uomo. Ora, però, essendo fatto celeste, l'uomo esterno comincia a
obbedire e servire l'uomo interno, e diventa dunque uomo essendo così reso dalla vita della
fede e dalla vita dell'amore. La vita della fede lo prepara, ma è la vita dell'amore che lo
porta ad essere uomo.

   96. È detto che il Signore soffiò nelle sue narici perché nei tempi antichi, e nella Parola, per
narici era inteso tutto ciò che fosse gradevole in conseguenza del suo profumo, che significa
percezione. In proposito si è ripetutamente scritto di il Signore, che emanava una fragranza
di quiete dagli olocausti, e da quelle cose che rappresentavano il Signore e il suo regno. E
poiché le cose che attengono all'amore e alla fede sono le più gradevoli a il Signore, si dice
che  soffiò un alitò  di vita nelle sue narici. Di qui l'unto di il Signore, cioè, del Signore, è
chiamato soffio delle narici (Lam. 4:20). E il Signore stesso ha inteso la medesima cosa per
alitare sui suoi discepoli, come è riportato in Giovanni:

Alitò su di loro e disse, Ricevete lo Spirito Santo (Giovanni 20:22)
   97. Il motivo per il quale la vita è rappresentata con il soffio e con il respiro è inoltre, che
gli uomini della chiesa più antica percepivano lo stato dell'amore e della fede dagli stati
della   respirazione,   che   furono   successivamente   cambiati   nei   loro   posteri.   Di   questa
respirazione nulla può ancora essere detto, perché attualmente queste cose sono del tutto
sconosciute. Le genti più antiche conoscevano bene questo arcano;   così pure coloro che
sono nell'altra vita; ma nessuno ormai, nel mondo. Questo è il motivo per cui lo spirito o la
vita sono stati paragonati al vento. Il Signore anche usa questa similitudine parlando della
rigenerazione dell'uomo, in Giovanni:

Il vento soffia dove vuole e tu ne odi la voce, e non sai da dove viene o dove va. Così è per tutti
coloro che sono nati dallo Spirito (Giovanni 3:8)

Così in Davide:

Dalla parola di il Signore furono fatti i cieli, e tutte le loro schiere dal soffio della sua bocca
(Salmi 33:6)

Tu togli loro il respiro, ed essi muoiono; e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito, ed
essi sono creati, e rinnovi i volti della terra (Salmi 104:29­30)

Che il respiro sta per la vita della fede e dell'amore, appare in Giobbe:

Egli è lo spirito dell'uomo, e il soffio dell'Onnipotente ha dato loro l'intelletto (Giobbe 32:8).

Lo spirito di Dio mi ha creato, e il soffio dell'Onnipotente mi ha dato la vita (Giobbe 33:4).

     98. Versetto 8. E il Signore piantò un giardino a oriente in Eden, e vi pose l'uomo che aveva
formato.  Per  giardino  è intesa l'intelligenza; per  Eden, l'amore; per  oriente.  il Signore. Di
conseguenza,  per  giardino di  Eden  a  oriente  è intesa  l'intelligenza  dell'uomo  celeste,  che
fluisce dal Signore attraverso l'amore.

     99. La vita, o l'ordine della vita, presso l'uomo spirituale, è tale che sebbene il Signore
fluisca, attraverso la fede, nelle cose che appartengono al suo intelletto, alla ragione e alla
memoria, ciò nondimeno, poiché il suo uomo esterno lotta contro l'uomo interno, appare
come se l'intelligenza non fluisca dal Signore, ma dallo stesso uomo, attraverso le cose
della  sua memoria e ragione. Viceversa, la vita, o l'ordine della vita, presso l'uomo celeste,
è tale che il Signore fluisce attraverso l'amore e la fede congiunta a quell'amore, nelle cose
appartenenti   al   suo   intelletto,   alla   ragione   e   alla   memoria.   E   siccome   non   c'è   alcun
combattimento tra l'uomo interno e l'uomo esterno, egli si accorge che  è davvero  così.
Dunque l'ordine che fino a questo punto era stato invertito presso l'uomo spirituale è ora
descritto   come   ristabilito   presso   l'uomo   celeste   e,   questo   ordine,   o  uomo,   è   chiamato
giardino a oriente in Eden. Nel significato supremo il giardino piantato da il Signore in Eden, a
oriente è il Signore stesso. Nel significato più profondo, che è anche il significato universale
il  giardino piantato da il Signore in Eden, a oriente  è il regno del Signore, e il cielo in cui è
collocato l'uomo quando è diventato celeste. Il suo stato è quindi tale che egli è con gli
angeli nel cielo, ed è come se fosse uno di loro; perché l'uomo è stato creato in modo che
pur vivendo in questo mondo, possa allo stesso tempo essere nel cielo. In questo stato tutti
i suoi pensieri, le idee del pensiero, e anche le sue parole e azioni, sono aperte, anche dal
Signore, e contengono al loro interno ciò che è celeste e spirituale. Perché ciascuno ha la
vita del Signore nel suo intimo, che gli permette di avere tale percezione.

   100. Che giardino significhi intelligenza, e Eden, amore, appare anche in Isaia:

Il Signore consolerà Sion, egli sarà di sollievo in tutti i suoi luoghi di rovina. Tramuterà il suo
deserto in Eden, e la sua desolazione in giardino del Signore. Gioia e letizia saranno in essi; lodi
e melodie di canto (Is. 51:3).

In questo passo,  deserto, gioia  e  lodi  sono termini rappresentativi delle cose celesti della


fede,  ovvero  sono in relazione con l'amore.  Invece,  desolazione, letizia  e  melodie  di canto
rappresentano le cose spirituali della fede, ovvero sono in relazione con l'intelletto. Le
prime sono in relazione con  l'Eden, le seconde con il  giardino. In Isaia le due espressioni
ricorrono   costantemente   quali   rappresentazioni   degli   stessi   soggetti,   uno   dei   quali   per
intendere le cose celesti, e l'altro, le cose spirituali. Cosa si intenda poi per giardino in Eden,
può essere visto in ciò che segue, al versetto 10.

   101. Che il Signore sia l'oriente appare anche dalla Parola, come in Ezechiele:

Mi ha condotto al cancello, fino alla porta che guarda verso oriente. Ed ecco la gloria del Dio di
Israele è giunta dalla via ad oriente; e la sua voce era come la voce di acque immense, e la terra
risplendeva della sua gloria (Ez. 43:1­2, 4).

Il   sacro   costume   diffuso   nella   chiesa   rappresentativa   ebraica   di   volgere   il   volto   verso
oriente, quando pregavano, deriva dal fatto che il Signore è l'oriente.
   102. Versetto 9. E il Signore fece  crescere dal suolo ogni albero meraviglioso alla vista, dai frutti
deliziosi. Anche l'albero della vita era al centro del giardino, e l'albero della conoscenza del bene e
del male.  Albero significa percezione. Albero meraviglioso alla vista significa percezione
della verità. Albero dai frutti deliziosi significa la percezione del bene. Albero della vita
significa l'amore e la fede che ne deriva. Albero  della conoscenza del bene e del male
significa   la   fede   che   discende   dalle   percezioni   dei   sensi,   cioè   dalle   mere   conoscenze
mondane attinte dalla memoria.

   103. Il motivo per cui gli alberi qui rappresentano la percezione è che ora è trattato l'uomo
celeste, mentre è altrimenti quando si tratta dell'uomo spirituale; poiché dalla natura del
soggetto dipende il predicato.   

     104.  Attualmente non si sa cosa sia la percezione. È una sorta di sensazione interiore,
proveniente unicamente dal Signore, circa ciò che è vero e di ciò che è bene. Essa era ben
nota nella chiesa più antica. Questa percezione è talmente perfetta presso gli angeli che
essi hanno coscienza e conoscenza di ciò che è vero e di ciò che è bene; di ciò che è dal
Signore; e altresì, dell'indole di ciascuno che è alla loro presenza, semplicemente dal suo
approssimarsi, e da una sola delle sue intenzioni. L'uomo spirituale, non ha la percezione,
ma ha coscienza. Un uomo morto [il cui spirito è chiuso verso il cielo. NdT.] non ha nemmeno
coscienza. Molti non sanno cosa sia la coscienza, e ancora meno cosa sia la percezione.

   105. L'albero della vita è l'amore e la fede che ne deriva. Il centro del giardino è la volontà
dell'uomo interno. La volontà, che nella Parola è chiamata cuore è il dominio principale del
Signore presso l'uomo e l'angelo. Ma poiché nessuno può fare il bene da stesso, la volontà
ovvero il cuore non appartiene all'uomo, sebbene sia a lui attribuita. La cupidigia, che egli
chiama volontà, appartiene  all'uomo. Poiché  dunque,  la volontà  è il  centro del giardino,
dove si trova l'albero della vita, e l'uomo non ha la volontà, ma la sola cupidigia, l'albero
della   vita  è   la   misericordia   del   Signore,   da   cui   proviene   tutto   l'amore   e   la   fede   e,   di
conseguenza, tutta la vita.

     106.  Ma, la natura  dell'albero del giardino, ovvero della percezione,  dell'albero della vita,


ovvero dell'amore e della fede di lì discendente,  dell'albero della conoscenza, ovvero della
fede derivante di ciò che è sensuale e attinto dalle conoscenze mondane, verrà mostrata
nelle pagine seguenti.

   107. Versetto 10. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, e da lì si divideva, in quattro
corsi.   Un   fiume   usciva   da   Eden   è   la   sapienza   che   procede   dall'amore,   perché   Eden   è
l'amore.   Irrigare   il   giardino   significa   donare   l'intelligenza.   Da  lì   si  divideva   in   quattro
corsi, è una descrizione dell'intelligenza per mezzo di quattro fiumi, come segue.

     108.  Le genti più antiche, quando paragonavano l'uomo ad un  giardino, paragonavano


anche la sapienza e le cose ad esse correlate ai fiumi. Né si limitano a paragonarle, ma in
realtà   chiamavano   esattamente   così   questi   soggetti,   perché   tale   era   il   loro   modo   di
esprimersi.   Così   è   stato   anche   successivamente,   per   i   profeti,   che   talvolta   usavano
paragoni, talvolta, chiamavano così quegli stessi soggetti. Come in Isaia:

La tua luce sorgerà nelle tenebre, e la tua fitta oscurità sarà come la luce del giorno, e tu sarai
come un giardino irrigato, come una cascata le cui acque non si ritirano (Isaia 58:10­11)

Riferendosi a coloro che ricevono la fede e l'amore. Nello stesso profeta, parlando di coloro
che sono rigenerati:

Come   pianure   si   estendono,   come   giardini   che   fiancheggiano   il   fiume,   come   alberi   d'aloe
piantati dal Signore, come cedri lungo le acque (Num. 24:6)

In Geremia:

Beato l'uomo che confida nel Signore, egli sarà come albero piantato nell'acqua che mette le sue
radici lungo il letto del fiume (Ger. 17:7­8)

In   Ezechiele   l'uomo   rigenerato   non   è   paragonato   ad   un   giardino   o   un   albero,   ma   è


chiamato esattamente così:

Le   acque   lo   avevano   nutrito,   la   loro   profondità   lo   avevano   innalzato,   il   fiume   gli   scorreva
intorno,   e   mandava   i   suoi   emissari   a   tutti   gli   alberi   del   campo.   Era   maestoso   nella   sua
grandezza, nella lunghezza dei suoi rami, perché la sua radice era salda sotto grandi acque. Il
cedri nel giardino di Dio non lo nascondevano, gli abeti non raggiungevano le sue fronde, e i
platani non raggiungevano i suoi rami, né tutti gli alberi del giardino di Dio lo eguagliavano in
bellezza. Ho reso la sua bellezza dalla moltitudine dei suoi rami, e tutti gli alberi dell'Eden che
erano nel giardino di Dio lo invidiavano (Ezechiele 31:4, 7­9)

Da questi passi è evidente che quando le genti più antiche paragonavano l'uomo o le cose
inerenti   l'uomo   ad   un  giardino,   aggiungevano   le  acque  e   i  fiumi  da   cui   poteva   essere
irrigato, e per queste acque e fiumi, si intendono le cose che potevano favorirne la crescita.

     109.  Che, sebbene la sapienza e l'intelligenza appaiano nell'uomo, esse appartengono,
come è stato detto, solo al Signore,  è chiaramente affermato in Ezechiele per mezzo di
analoghe rappresentazioni:
Ecco,   le  acque   sgorgano   da   sotto   la  soglia   del   tempio   verso   oriente,   perché   la  facciata     del
tempio dà a oriente. Ed egli disse: Queste acque sgorgano lungo la riva verso oriente, scendono
in pianura, e sfociano nel mare, ed essendo condotte in mare, le acque saranno purificate. E
avverrà che ogni essere vivente che attraverserà l'acqua dei fiumi vivrà. E da una riva all'altra
del  fiume  vi saranno  alberi  da  frutto  in abbondanza,  le cui  foglie non  cadranno,  né  i  frutti
cesseranno;   ma   si   rinnoveranno   nella   loro   stagione,   perché   queste   sue   acque   sgorgano   dal
santuario, e il suo frutto sarà di nutrimento, e le foglie per medicina (Ezechiele 47:1, 8­9, 12)

Qui il Signore è inteso per l'oriente e il santuario da cui le acque ed i fiumi sgorgano. Allo
stesso modo in Giovanni:

Egli mi mostrò un fiume d'acqua viva, brillante come cristallo, che sgorgava dal trono di Dio e
dell'agnello. Nel mezzo della via e del fiume da una riva all'altra, vi era l'albero della vita, che
porta dodici frutti, uno per ogni mese; e le foglie dell'albero servivano per la guarigione delle
nazioni (Apocalisse 22:1­2)

     110. Versetti 11, 12. Il nome del primo è Pison; esso scorre attorno a tutta la regione di Avila,
dove c'è l'oro. E l'oro di quella terra è fine. Vi è la resina odorosa e la pietra d'onice.    Il primo
fiume, Pison, significa l'intelligenza della fede che procede dall'amore. La terra d'Avila
significa la mente. L'oro, significa il bene. La resina odorosa e la pietra d'onice significa la
verità. L'oro è menzionato due volte perché significa il bene dell'amore ed il bene della
fede   che   procede   dall'amore.   La   resina   odorosa   e   la   pietra   d'onice   significano
rispettivamente, la verità dell'amore e la verità della fede che procede dall'amore. Tale è
l'uomo celeste.

     111.  È questione molto difficile descrivere queste cose nel loro senso interiore, perché
oggi   nessuno   sa   cosa   si   intenda   per   fede   che   procede   dall'amore,   e   per   sapienza   e
intelligenza da lì discendenti. Perché gli uomini esteriori non hanno cognizione di altro se
non   di   ciò   che   attingono   dalle   conoscenze   di   cui   hanno   memoria,   che   essi   chiamano
intelligenza, saggezza e fede. Essi non sanno nemmeno cosa sia l'amore, e molti ignorano
anche cosa sia la volontà e l'intelletto, e credono che essi costituiscano una sola mente. E
nondimeno,   ognuna   di   queste   cose   è   distinta,   sì,   assolutamente   distinta.   E   il   cielo
universale è ordinato dal Signore in una maniera eminentemente distinta a seconda delle
differenze dell'amore e della fede, che sono innumerevoli.

   112. Deve essere noto inoltre che non vi è alcuna sapienza che non proceda dall'amore e,
di conseguenza, dal Signore. Né alcuna intelligenza se non dalla fede, quindi anch'essa dal
Signore. E che non vi è alcun bene, se non dall'amore e, di conseguenza, dal Signore. E
nessuna verità se non dalla fede, quindi, dal Signore. Quelle che non sono dall'amore e
dalla fede, e quindi dal Signore, sono invero definite con questi nomi, ma sono spurie.

     113.  Niente   è   più   ricorrente   nella   Parola   che   il   bene   della   sapienza   o   dell'amore
rappresentato con l'oro. L'oro nell'arca, nel tempio, nella tavola, nel candeliere, nei vasi, e
sulle vesti di Aronne, significa e rappresenta il bene della sapienza o dell'amore. Quindi,
anche nei profeti, come in Ezechiele:

Con la tua sapienza e intelligenza hai raggiunto le tue ricchezze, e hai arricchito di oro e argento
i tuoi tesori (Ez. 28:4)

dove   è   affermato   chiaramente   che   dalla   sapienza   e   dall'intelligenza   provengono  oro   e


argento  ovvero il bene e il vero, perché per  argento  si intende qui la verità, come anche
nell'arca e nel tempio. In Isaia:

Una moltitudine di cammelli ti invaderà, dromedari di Madian e di Efa. Tutti verranno da Saba,
e porteranno oro e incenso, e canteranno le lodi al Signore (Isaia 60:6)

E ancora:

I savi da oriente, che giunsero alla nascita di Gesù, si prostrarono e lo adorarono. E quando
aprirono i loro scrigni, presentarono a lui i doni: oro, incenso e mirra (Matteo 2:1, 11)

Anche   qui  oro  significa   bene,  incenso   e   mirra,   le   cose   che   sono   gradevoli   in   quanto
procedenti dall'amore e dalla fede, e che sono quindi chiamate le lodi di il Signore. Perciò si
dice in Davide:

Egli vivrà, e gli sarà dato dell'oro di Saba. Saranno a lui elevate preghiere, sempre; e ogni giorno
sarà benedetto (Salmi 72:15)

   114. La verità della fede è significata e rappresentata nella Parola dalle pietre preziose, così
pure dalle pietre incastonate nel pettorale del giudizio, e sull'efod che Aronne indossava
sulle spalle. Nel pettorale  oro blu, cremisi lucente, lino scarlatto doppia tinta, lino fine­ritorto
rappresentano cose inerenti l'amore. E le pietre preziose, quelle inerenti la fede, dall'amore;
così pure le due  pietre del   memoriale  sulle giunture omerali dell'efod, che erano pietre di
onice, incastonate nell'oro (Esodo 28:9­22). Tale significato delle pietre preziose,  è anche
evidente in Ezechiele, dove, parlando di un uomo dotato di beni celesti, che sono sapienza
e intelligenza, si dice:

Pieno di sapienza, e perfetto in bellezza, tu sei stato in Eden, il giardino di Dio. I tuoi indumenti
erano adorni di ogni pietra preziosa, rubino, topazio, diamante, berillo, onice, diaspro, zaffiro,
crisoprasio, smeraldo e oro. La manifattura di castoni e legature era in te; nel giorno in cui fosti
creato essi furono preparati; tu eri perfetto nei tuoi lineamenti dal giorno in cui fosti creato (Ez.
28:12­13, 15)

da queste parole deve essere chiaro a tutti che qui non si intendono le pietre, bensì le cose
celesti e spirituali della fede; sì, ogni pietra rappresenta un determinato principio della
fede. 

     115.  Quando   le   genti  più   antiche   parlavano   di  terre  comprendevano   quale   fosse   il
significato, esattamente come coloro che oggi hanno cognizione del fatto che per la terra di
Canaan   e   il   monte   Sion   si   intende   il   cielo;   dunque   essi   non   pensano   al   suolo   o   alla
montagna quando questi luoghi sono menzionati, ma solo alle cose che essi significano. È
così anche per la terra di Avila, che è menzionata in Genesi 25:18, dove si dice dei figli di
Ismaele, che essi  abitarono da Avila fino a Shur, che precede l'Egitto, andando verso l'Assiria.
Coloro   che   sono   nelle   idee   celesti   percepiscono   da   queste   parole,   nient'altro   che
l'intelligenza   e   ciò   che   fluisce   dall'intelligenza.   Così,   per  circondare  ­   termine   usato   in
relazione al fiume Pison, di cui si dice che circonda tutto il paese di Avila ­ essi percepiscono
il   fluire   all'interno.   Così   pure   per   le   pietre   di   onice   sull'Efod   indossato   sulle   spalle   di
Aronne, di cui è detto che sono incastonate nell'oro (Esodo 28:11), essi percepiscono che il
bene dell'amore deve influire nella verità della fede. E così in molti altri passi.

     116.  Versetto 13.  Il nome del secondo  è Gihon; esso scorre attorno alla regione di Cush.  Il


secondo   fiume   che   si   chiama   Gihon   significa   la   conoscenza   di   tutte   le   cose   che
appartengono al bene e alla verità, ovvero all'amore e alla fede; e la terra di Cush significa
la mente. La mente è costituita dalla volontà e dall'intelletto. Ciò che si dice del primo
fiume si riferisce alla volontà, e ciò che si dice di quest'ultimo, all'intelletto, di cui fanno
parte le conoscenze del bene e della verità.

   117. La terra di Cush, o l'Etiopia, inoltre, abbondava in oro, pietre preziose, e spezie che,
come detto in precedenza, significano rispettivamente bene, verità, e le cose da lì derivate,
quali le conoscenze dell'amore e della fede. Questo è evidente dai passi sopra citati (n. 113)
da Is. 60:6; Matt. 2:1, 11; Sal. 72:15. Che simili cose siano significate nella Parola da Cush o
Etiopia, e anche da Saba, si evince dai profeti, come in Sofonia, dove anche i fiumi di Cush
sono citati:

Al mattino darà il suo giudizio alla luce, perché allora mi rivolgerò al popolo con un linguaggio
chiaro,   affinché   tutti   invochino   il   nome   di   il   Signore,   e   lo   servano   offrendo   la   spalla.   Dal
passaggio dei fiumi di Cush i miei devoti porteranno le loro offerte (Sof. 3:5, 9­10)

E in Daniele, parlando del re del settentrione e del mezzogiorno:

Egli avrà potestà sui tesori d'oro e d'argento, e su tutte le cose desiderabili d'Egitto. I Libici e gli
Etiopi saranno al suo seguito (Dan. 11:43)

ove Egitto indica le conoscenze esteriori, ed Etiopi le conoscenze.

   [2] Così, in Ezechiele:

I mercanti di Saba e Raama, questi erano i tuoi mercanti, a capo dei commerci di tutte le spezie,
di ogni pietra preziosa, e dell'oro (Ez. 27:22)

con   i   quali,   allo   stesso   modo,   sono   intese   le   conoscenze   della   fede.   Così   in   Davide,
parlando del Signore, e conseguentemente,  dell'uomo celeste:

Nei suoi giorni fiorisca la giustizia e la pace in abbondanza fino a quando non ci sarà la luna. I
re di Tarsis e delle isole portino doni. I re di Saba e di Seba offrano un dono (Salmi 72:7, 10).

Queste parole, come è chiaro dalla loro correlazione con i passi precedenti e successivi,
significano le cose celesti della fede. Analogo significato è attribuito alla regina di Saba,
che andò da Salomone, prospettò questioni complesse, e portò in dono spezie, oro e pietre
preziose (1 Re 10:1, 2). Perché tutte le cose contenute nella parte storica della Parola, così
come nei profeti, significano, rappresentano, e implicano arcani.

     118.  Versetto  14.  Il nome del terzo è Tigri; esso scorre a est verso l'Assiria.  E il quarto è


l'Eufrate. Il fiume Tigri è la ragione, o la lucidità della ragione. Assur è la mente razionale,
il   fiume   che   scorre   a   est   verso   Assur   significa   che   la   lucidità   della   ragione   viene   dal
Signore attraverso l'uomo interno, nella mente razionale, che è l'uomo esterno. Phrath o
Eufrate, sono le conoscenze esteriori, che sono le ultime.

     119.  Che  Assur  significhi la mente razionale, o logica dell'uomo, si evince dai profeti,


come in Ezechiele:

Ecco, Assur era un cedro del Libano, dai bei rami, dalle fronde ombrose ed elevato in altezza. E
la sua chioma si stagliava tra fitti rami. Le acque alimentavano la sua crescita, le acque profonde
lo innalzavano. Il fiume scorreva attorno (Ez. 31:3­4)

La   mente   razionale   è  chiamata  cedro  del  Libano,  la  chioma  tra  i   fitti   rami  rappresenta   le
conoscenze esteriori, che sono in questa condizione. Questo è ancora più chiaro in Isaia:

In quel giorno ci sarà una strada dall'Egitto all'Assiria, e l'Assiria entrerà in Egitto, e l'Egitto in
Assiria,   e   gli   Egiziani   saranno   al   servizio   dell'Assiria.   In   quel   giorno   Israele   sarà   terzo   con
l'Egitto e l'Assiria, una benedizione in mezzo alla terra, affinché il Signore Sebaoth li benedica,
dicendo: Benedetto sia l'Egitto mio popolo, l'Assiria opera delle mie mani e Israele mia eredità
(Isaia 19:23­25)

Con il termine  Egitto  in questo e vari altri passi si intendono le conoscenze esteriori, la


mente razionale per Assiria, e l'intelligenza per Israele.

     120. Come per  Egitto così anche per  Eufrate, sono intese le conoscenze esteriori ovvero


quelle   appartenenti   alla   memoria,   e   anche   le   cose   sensuali   da   cui   queste   conoscenze
discendono. Questo è evidente dalla Parola, nei profeti, come in Michea:

La mia nemica ha detto, Dov'è il Signore tuo Dio? Il giorno in cui egli costruirà le tue mura, quel
giorno i confini saranno ampliati. Quel giorno egli giungerà da Assur, alle città d'Egitto, e al
fiume [Eufrate] (Michea 7:10­12)

Così si espressero i profeti riguardo alla venuta del Signore che avrebbe rigenerato l'uomo
in modo che egli potesse diventare come un uomo celeste. In Geremia:

Perché ti inoltri per le vie dell'Egitto, a bere le acque di Sihor? Perché ti inoltri per le vie di
Assur, a bere le acque del fiume [Eufrate]? (Ger 2:18),
dove Egitto e Eufrate significano indistintamente le conoscenze appartenenti alla memoria,
e Assur i ragionamenti che di lì discendono. In Davide:

Tu   hai  sradicato   una   vite   dall'Egitto.   Hai   scacciato   le   nazioni.  Tu   le  hai  trapiantate.   Tu   hai
inviato i loro germogli fino al mare, ed i suoi ramoscelli al fiume [Eufrate] (Sal 80:8, 11)

dove Eufrate significa ciò che è sensuale e appartiene alla memoria. Perché l'Eufrate segna
il confine tra i domini di Israele verso l'Assiria, così come le conoscenze presenti nella
memoria segnano il confine dell'intelligenza e della sapienza dell'uomo spirituale e celeste.
La stessa cosa è intesa da ciò che è stato detto ad Abramo:

Alla tua discendenza darò questa terra, dal fiume d'Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate
(Gen. 15,18).

Questi due termini hanno un simile significato.

     121.  La natura dell'ordine celeste, ovvero come procede la vita,  è evidente da questi


fiumi, vale a  dire dal Signore, che è l'Oriente e che da lui procede la sapienza, attraverso la
sapienza l'intelligenza, attraverso l'intelligenza la ragione, e per mezzo della ragione le
conoscenze presenti nella memoria sono vivificate. Questo è l'ordine della vita, e tali sono
gli uomini celesti, e poiché gli anziani d'Israele rappresentano gli uomini celesti, essi erano
chiamati savi, intelligenti ed eruditi (Dt 1:13, 15). Perciò si dice di Bezaleel, che costruì l'arca,
che era:

Pieno dello spirito di Dio, in sapienza, intelletto, e conoscenza, e nell'esecuzione di ogni opera
(Es. 31:3; 35:31, 36:1­2)

   122. Versetto 15. il Signore prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, affinché lo coltivasse e si
prendesse cura di esso.  Per il giardino di Eden sono intese tutte le cose dell'uomo celeste,
come descritte. Per, coltivare e prendersi cura di esso, si intende che gli è permesso godere
di   tutte   queste   cose,   ma   non  di   possederle   come   sue   proprie,   perché   appartengono   al
Signore.

   123. L'uomo celeste riconosce, in quanto percepisce che tutte le cose, sia in generale, sia
in particolare, sono del Signore. Anche l'uomo spirituale riconosce questa materia, ma con
la bocca, perché ha imparato ciò dalla Parola. L'uomo mondano e corporeo non riconosce
né ammette che le cose stiano così. Ma tutto quello che egli ha presso di sé, lo chiama
proprio, e immagina che qualora dovesse perdere tale possesso, egli perirà comunque. 

     124. Che la sapienza, l'intelligenza, la ragione e la conoscenza non sono dell'uomo, ma
del   Signore,   è   chiaramente   evidente   da   tutto   ciò   che   il   Signore   ha   insegnato,   come   in
Matteo, dove il Signore si paragona al padrone di casa che piantò una vigna, la circondò
con una siepe e la affidò ai vignaioli (21:33), e in Giovanni:

Lo Spirito di verità vi guiderà alla verità tutta intera; perché egli non parlerà da se stesso, ma
ogni cosa che avrà udito la dirà. Egli mi glorificherà, perché riceverà del mio e lo annunzierà a
voi (Giovanni 16:13­14)

Un uomo non può ricevere nulla se non gli è stato dato dal cielo (Giovanni 3:27)

Che ciò sia realmente così è noto a tutti coloro che sono a conoscenza anche solo di pochi
arcani del cielo.

   125. Versetto 16. E il Signore diede un comando all'uomo, dicendo: Puoi mangiare di ogni albero
del giardino.  Per, mangiare di ogni albero, si intende conoscere, in virtù della percezione,
ciò che è bene e vero; perché, come prima è stato illustrato, albero significa percezione. Gli
uomini   della   chiesa   più   antica   avevano   le   conoscenze   della   vera   fede   per   mezzo   di
rivelazioni,   perché   essi   conversavano   con   il   Signore   e   con   gli   angeli,   ed   erano   inoltre
istruiti  per mezzo di visioni e sogni, che erano sommamente gradevoli e paradisiache.
Avevano dal Signore la percezione continua, in modo che quando riflettevano su ciò che
era   custodito   nella   memoria   percepivano   immediatamente   se   si   trattava   di   cose
appartenenti al bene ed alla verità, tanto che quando appariva alcunché di falso, essi non
solo lo evitavano, ma addirittura lo consideravano con orrore: tale è lo stato degli angeli.
In luogo di questa percezione della chiesa più antica, tuttavia, è succeduta in seguito la
conoscenza del bene e del vero, da ciò che era stato in precedenza rivelato, e poi da ciò che
è stato rivelato nella Parola.

   126. Versetto 17. Ma dell'albero della conoscenza del bene e del male, tu non dovrai mangiarne;
perché nel giorno in cui ne mangerai tu morirai.  Queste parole, unitamente a quelle appena
illustrate, significano che è consentito addentrarsi nella conoscenza della verità e del bene
per mezzo di ogni percezione che procede dal   Signore, piuttosto che da sé stessi e dal
mondo; cioè a dire che non si devono indagare i misteri della fede attraverso le percezioni
dei sensi e ciò che si attinge dalla memoria perché così facendo la fede celeste è distrutta.
     127. Il desiderio di indagare i misteri della fede attraverso le percezioni dei sensi e ciò
che si attinge dalla memoria non fu soltanto la causa della caduta della posterità della
chiesa più antica, di cui si tratterà nel seguente capitolo, ma è anche la causa della caduta
di ogni chiesa; perché di lì discendono non solo le falsità, ma anche i mali della vita.

     128. L'uomo mondano e corporeo dice in cuor suo, se non sono istruito nella fede, e in
tutto ciò che la riguarda, attraverso le percezioni dei sensi, in modo che io possa vedere, o
per mezzo delle cose appartenenti alla memoria  così che io possa comprendere, non potrò
credere. Ed egli conferma questo convincimento persuadendosi che le cose naturali non
possono   essere   contrarie   a   quelle   spirituali.   Così   egli   è   desideroso   di   essere   istruito
mediante le percezioni dei sensi in ciò che è celeste e Divino, il che è impossibile come lo è
per   un   cammello   passare   attraverso   la   cruna   di   un   ago.   Quanto   più   egli   aspiri   ad
accrescere la propria sapienza, mediante tali mezzi, tanto più acceca se stesso, finché alla
fine non ha nessuna fede, neppure crede che vi sia qualcosa di spirituale, o che la vita
eterna esista. Questo deriva dall'assunto che egli ha fatto proprio, cioè  mangiare dei frutti
dell'albero della conoscenza del bene e del male dei quali più ci si nutre, più ci si approssima
alla   morte.   Viceversa,   colui   che   desidera   essere   savio   dal   Signore,   e   non   dal   mondo,
sostiene in cuor suo che si debba avere fede nel Signore, cioè, nelle cose che il Signore ha
affermato nella Parola, perché esse sono verità. E secondo questo principio disciplina i
suoi pensieri. Egli conferma ciò nelle cose della ragione, della conoscenza, dei sensi, e della
natura, e quelle che non sono compatibili sono spazzate via.

     129.  Ciascuno   può   sapere   che   l'uomo   è   governato   dai   principi   che   egli   fa   propri,
ancorché essi siano falsi, e che ogni sua cognizione ed ogni ragionamento asseconda quei
principi. Perché innumerevoli considerazioni tendono a sostenerli presentandosi alla sua
mente, di conseguenza egli si conferma in ciò che è falso. Pertanto, colui che fa proprio il
principio   secondo   cui   non   si   debba   credere   in   nulla   che   non   si   possa   vedere   né
comprendere,   questi   non   potrà   mai   credere   nelle   cose   spirituali   e   celesti,   le   quali   non
possono essere viste con gli occhi, o concepite dall'immaginazione. Ma l'ordine autentico è
che l'uomo sia savio dal Signore, cioè attraverso la sua Parola e quindi da tutte le cose che
di lì procedono, e che sia illuminato anche nelle questioni della ragione e nelle conoscenza
presenti nella memoria. Perché non è affatto vietato apprendere le scienze, dal momento
che sono utili alla sua vita e piacevoli. Né è proibito, a colui che è nella fede, di pensare ed
esprimersi secondo la conoscenza del mondo. Ma ciò deve avvenire nel rispetto di questo
principio,   credere   alla  Parola   del   Signore   e,   per   quanto   possibile,   confermare   le   verità
spirituali e celesti per mezzo delle verità naturali, in una modalità che risulti familiare
presso il mondo erudito. Il punto di partenza quindi deve essere il Signore e non sé stessi,
perché il primo è la vita, mentre l'altro è la morte. 
   130. Chi desidera essere saggio dal mondo ha per suo giardino le percezioni dei sensi e le
conoscenze presenti nella memoria. L'amore di sé e l'amore del mondo sono il suo Eden. Il
suo  oriente  è  l'occidente, ovvero se stesso. Il suo  fiume Eufrate  è tutta la sua conoscenza
attinta   dalla   memoria,   che   è   oggetto   di   condanna.   Il   suo  secondo   fiume  dove   si   trova
l'Assiria  è il ragionamento fatuo produttivo di falsità. Il suo  terzo fiume, dove è  l'Etiopia
sono i principi del male e del falso di lì derivanti, che sono le conoscenze della sua fede. Il
suo quarto fiume è la saggezza di lì discendente, che nella Parola si chiama magia. E quindi
l'Egitto  ­ che significa le conoscenze attinte dalla memoria ­ dopo che la conoscenza  è
diventata gioco di prestigio, rappresenta un tale uomo, perché, come si può vedere dalla
Parola, questi desidera essere saggio da se stesso. Di tale uomo è scritto in Ezechiele:

Così dice Jehovih il Signore, ecco, io sono contro di te, Faraone, re d'Egitto, la grande balena che
giace nel mezzo del fiume, che ha detto, il fiume è mio, e io l'ho fatto per me stesso. E la terra
d'Egitto sarà arida e desolata, ed essi sapranno che io sono l'Eterno, a causa di colui che ha
detto: Il fiume è mio, e io l'ho fatto (Ez 29:3, 9)

Tali uomini sono chiamati anche alberi dell'Eden all'inferno, nello stesso profeta, dove viene
citato anche Faraone, o l'Egiziano, in questo passo:

Quando lo avrò fatto precipitare all'inferno con i suoi che si inabissano nel baratro; a chi vorrà
essere   messo   al   cospetto   per   gloria   e   magnificenza   tra   gli   alberi   dell'Eden?   Anche   tu   sarai
precipitato insieme con gli alberi dell'Eden nella terra inferiore, in mezzo agli incirconcisi, con i
trafitti di spada. Questo è Faraone e tutta la sua gente (Ezechiele 31:16, 18)

dove gli alberi dell'Eden indicano le conoscenze dalla Parola, che essi profanano attraverso
ragionamenti.
Genesi 2, versetti 18­25
 18. E il Signore disse: Non è bene che l'uomo rimanga solo, gli farò un aiuto, affine a lui.

  19. E il Signore plasmò dalla terra tutti gli animali dei campi, e tutti gli uccelli del cielo, e li
condusse all'uomo per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato
ogni essere vivente, quello sarebbe stato il suo nome.                                                            

  20. E l'uomo impose il nome ad ogni animale, agli uccelli del cielo, e alle bestie selvatiche dei
campi, ma per l'uomo non fu trovato un aiuto a lui affine.

 21. E il Signore indusse un profondo torpore sull'uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e la
richiuse con la carne al suo posto.

 22. Dalla costola, che il Signore aveva tolta all'uomo, egli compose la donna e la condusse all'uomo.

  23. E l'uomo disse: questa ora è ossa delle mie ossa e carne della mia carne. Perciò sarà chiamata donna
perché dall'uomo è stata tratta.

 24. Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre, e si unirà a sua moglie, e saranno una sola carne.

25. Tutti e due erano nudi, l'uomo e sua moglie, e non provavano vergogna.

Contenuti
   131. Qui si tratta dei posteri della chiesa più antica, che furono inclini al proprio sé. 

     132. Poiché l'uomo è tale da non essere soddisfatto nell'essere guidato dal Signore, ma
desidera essere guidato anche da se stesso e dal mondo, o dal suo proprio, esattamente del
suo proprio, che gli era stato concesso, si tratta qui di seguito (versetto 18).

   133. Prima gli è stato dato di conoscere le affezioni del bene e le conoscenze della verità
che gli sono state donate dal Signore; ma nondimeno egli propende per il suo proprio
(versetti 19­20).

   134. Perciò egli è lasciato nella condizione del suo proprio, e gli è dato un proprio, che è
rappresentato dalla costola plasmata in una donna (versetti 21­23). 

     135.  La   vita   celeste   e   spirituale   sono   aggiunte   al   proprio   dell'uomo,   in   modo  


che esse appaiono come una (versetto 24).

     136.  E l'innocenza dal Signore viene instillata in questo proprio, in modo da risultare
accettabile (versetto 25).
Significato interiore
     137.  I primi tre capitoli della Genesi trattano in generale della chiesa più antica, che è
chiamata  uomo,  dagli albori fino alla sua fine. La parte iniziale tratta del suo stato più
fiorente, quando essa era un uomo celeste. Qui si tratta ora di coloro che sono inclini al
loro proprio e ai loro posteri.

   138. Versetto 18. E il Signore disse: Non è bene che l'uomo rimanga solo, gli farò un aiuto, affine
a lui.  Con  solo si vuole intendere che non era contento di essere guidato dal Signore, ma
desiderava essere guidato da sé e dal mondo; per  aiuto affine a lui è significato il proprio
dell'uomo, che viene successivamente chiamato costola plasmata in una donna.

   139. Nei tempi antichi si diceva che coloro che abitavano da soli erano sotto la guida del
Signore come gli uomini celesti, perché tali uomini non erano più infestati dai mali, o da
spiriti malvagi. Questo è stato rappresentato nella chiesa ebraica anche dal loro abitare da
soli quando ebbero cacciato le nazioni. Per questo motivo a volte si dice della chiesa del
Signore, nella Parola, che è sola, come in Geremia:

Alzati, sorgi quale nazione serena che abita nella pace, dice il Signore, che non ha né cancelli, né
sbarre; essi dimorano soli (Ger. 49:31)

Nella profezia di Mosè:

Israele abita in pace, appartato (Deut. 33:28).

E ancora più chiaramente nella profezia di Balaam:

Ecco, un popolo abita in disparte, e non deve essere annoverato tra le nazioni (Num. 23:9)

dove per nazioni si intendono i mali. Questi posteri della chiesa più antica non era disposti
ad abitare da soli, cioè, ad essere un uomo celeste, ovvero ad essere guidati dal Signore
come un uomo celeste, ma, come la chiesa ebraica, hanno voluto essere annoverati tra le
nazioni. E poiché essi desideravano questo, si dice, non è bene che l'uomo sia solo, perché chi
desidera è già nel male, e ciò gli è concesso.

   140. Che per un aiuto, affine a lui è inteso il proprio dell'uomo, si evince sia dalla natura
del suo proprio, sia da quanto segue. Poiché tuttavia l'uomo della chiesa che è qui trattato,
era incline al bene, un proprio gli fu concesso, ma di un genere che appariva come fosse
suo, e quindi si dice un aiuto affine a lui.

   141. Innumerevoli cose si potrebbero dire del proprio dell'uomo, illustrandone la natura
presso   l'uomo   corporeo   e   mondano,   presso   l'uomo   spirituale   e   presso   l'uomo   celeste.
Presso l'uomo corporeo e mondano, il proprio è il suo tutto; egli non conosce altro che il
suo proprio, e immagina,   come in precedenza si è detto, che se dovesse perdere questo
suo proprio, egli perirebbe. Anche nell'uomo spirituale il proprio ha una simile apparenza
perché,  sebbene egli sappia che il Signore  è il tutto della vita, e dona la sapienza e la
capacità di intendere, e di conseguenza il potere di pensare e di agire, ciò nondimeno,
questa conoscenza è più una professione delle sue labbra che il convincimento del suo
cuore. Invece l'uomo celeste discerne che il Signore è il tutto della vita e dà il potere di
pensare e di agire, perché egli percepisce che è esattamente così. Egli non desidera mai il
suo proprio, tuttavia un proprio gli  è dato dal Signore, unitamente alla percezione del
bene   e   del   vero,   insieme   alla   gioia.   Gli   angeli   sono   in   tale   proprio,   e   sono
contemporaneamente nella massima pace e serenità, perché nel loro proprio ci sono quelle
cose che appartengono al Signore, che governa il loro proprio, ovvero governa loro, per
mezzo   di   questo   stesso   proprio.  Questo   proprio   è   l'autentico   sé   celeste,   mentre   quello
dell'uomo corporeo è il sé infernale. Ma di questo proprio si tratterà di seguito.

   142. Versetti 19, 20. E il Signore plasmò dalla terra tutti gli animali dei campi, e tutti gli uccelli
del cielo, e li condusse all'uomo per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo
avesse chiamato ogni essere vivente, quello sarebbe stato il suo nome. E l'uomo impose il nome ad
ogni animale, agli uccelli del cielo, e alle bestie selvatiche dei campi, ma per l'uomo non fu trovato
un aiuto a lui affine.  Per animali, sono intese le affezioni celesti, e per uccelli del cielo, le
affezioni  spirituali,  vale  a  dire,  per   animali  è  inteso  ciò  che  attiene   alla volontà, e  per
uccelli,   ciò   che   attiene   all'intelletto.   Per   condurli   all'uomo   per   vedere   come   li   avrebbe
chiamati, è inteso permettergli di conoscere la loro qualità. Per imporre loro i nomi, si
intende che egli le conosceva. Ma pur conoscendo la qualità delle affezioni del bene e delle
conoscenze della verità, facoltà che gli è stata data dal Signore, nondimeno, egli è incline al
suo proprio, che è espresso negli stessi termini utilizzati prima, cioè che non fu trovato un
aiuto a lui affine.

   143. Che per bestie e animali erano anticamente intese le affezioni e simili cose nell'uomo,
può   suonare   strano   al   presente;   ma   poiché   gli   uomini   di   quei   tempi   coltivavano   idee
celesti e, poiché queste nel mondo spirituale sono rappresentate dagli animali, e infatti gli
animali sono le loro rappresentazioni pertanto, quando si esprimevano in questi termini
essi intendevano nient'altro che ciò. Neppure si intende altro nella Parola in quei luoghi in
cui sono menzionati gli animali sia in generale sia nel particolare. L'intera Parola profetica
è piena di tali concetti; perciò chi  ignora il significato particolare di ogni animale, non può
comprendere ciò che la Parola contiene nel senso interno. Ma, come è stato già osservato,
gli animali sono di due specie ­ quelle maligni o nocivi, e quelli buoni o innocui ­ e per gli
animali buoni, quali per esempio pecore, agnelli e colombe, sono intese le affezioni del
bene. E poiché questo è il celeste, ovvero l'uomo spirituale celeste, di cui si tratta, questi è
esattamente ciò che si intende qui. Che gli animali in generale significhino le affezioni può
essere visto sopra, come dimostrano alcuni passi della Parola (n. 45­46), cosicché non sono
necessarie ulteriori conferme.

   144. Che per imporre il nome si intenda conoscere la qualità, è perché gli antichi dal nome
comprendevano   l'essenza   di   una   cosa,   e   per  vedere   e   chiamare   per   nome,  intendevano
conoscere la qualità. La ragione di ciò era che essi imponevano i nomi ai loro figli e alle
loro figlie in base alle cose che erano rappresentate da ciascun nome;  perché ogni nome
aveva qualcosa di peculiare in sé, da cui essi potevano conoscere la natura dei loro figli,
come si vedrà più avanti in questa opera, quando, per la Divina misericordia del Signore,
si   arriverà   a   trattare   dei   dodici   figli   di   Giacobbe.   Poiché   dunque   i   nomi   implicavano
l'origine   e   la   qualità   delle   cose   nominate,   nient'altro   era   inteso   per  chiamare   per   nome.
Questo era il modo consueto di parlare tra loro; ma chiunque non comprenda questo può
meravigliarsi di un tale significato.

     145. Nella Parola anche, con nome è intesa l'essenza di una cosa, e per vedere e chiamare
per nome, si intende conoscere la qualità. Come in Isaia:

Io   ti   darò   i   tesori   delle   tenebre,   e   le   ricchezze   nascoste   in   luoghi   segreti,   affinché   tu   possa
conoscere che io, Signore, che ti chiamo per nome, sono il Dio di Israele. Per amore di Giacobbe
mio servo, e Israele il mio eletto, ti ho chiamato per nome. Ti ho dato un cognome, eppure tu
non mi hai conosciuto (Isaia 45:3­4)

In questo passo,  chiamare per nome  e  cognome  significa prevedere la qualità. Nello stesso


profeta:

Tu sarai chiamato con un nome nuovo, che la bocca del Signore profferirà (Isaia 62:2)

volendo   intendere,   cambiare   qualità,   come   risulta   dai   versetti   precedenti   e   successivi.
Nello stesso profeta:

Non temere, o Israele, perché io ti ho redento, ti ho chiamato con il tuo nome; tu mi appartieni
(Isaia 43:1)
volendo intendere che il Signore conosceva la loro qualità. Sempre nello stesso profeta:

Levate gli occhi in alto, ed ecco chi ha creato queste cose, che trae fuori il loro esercito per
numero. Egli li chiamerà tutti per nome (Isaia 40:26)

il che significa che li conosceva tutti. Nell'Apocalisse:

Tu   hai  alcuni  anche  in  Sardi  che  non  hanno  contaminato  le  loro  vesti:  colui  che  vince  sarà
adorno di bianche vesti, e io non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma lo riconoscerò
davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli (Ap. 3:4­5)

I loro nomi non sono scritti nel libro della vita dell'Agnello (Ap. 13:8)

Per nomi in questi passi non sono affatto intesi i nomi, bensì le qualità. Neppure nel cielo è
mai noto il nome di alcuno, bensì la sua qualità.

   146. Da quanto è stato detto, si può scorgere tra le cose che precedono. Nel versetto 18 si
dice:  Non è bene che l'uomo sia solo: gli farò un aiuto a lui affine  e ora si parla di  animali  e
uccelli i quali tuttavia erano stati menzionati prima e, subito si ripete che per l'uomo non è
stato trovato un aiuto, a lui affine che significa che, sebbene gli è stato permesso di conoscere
la sua qualità, quanto alle affezioni del bene, e alle conoscenze della verità, nondimeno,
egli è incline al suo proprio; perché coloro che sono tali da desiderare ciò che è il loro
proprio, cominciano a disprezzare le cose del Signore, quantunque esse siano chiaramente
rappresentate e mostrato loro.

     147.  Versetto 21.  E il Signore indusse un profondo torpore sull'uomo, che si addormentò; gli


tolse una delle costole e la richiuse con la carne al suo posto.  Per costola, che è un osso del
torace, si intende il proprio l'uomo, in cui vi una qualche vitalità, un qualcosa che è caro a
lui. Per carne al posto della costola, si intende un proprio in cui vi è vitalità; per profondo
torpore, s'intende lo stato nel quale l'uomo è stato lasciato in modo che possa sembrare a
se stesso di avere ciò che è il suo proprio, stato che assomiglia al sonno, perché mentre è in
tale condizione egli non sa altro se non che vive, pensa, parla e agisce, da se stesso. Ma
quando comincia a realizzare che questo è falso, egli è allora destato in quanto è uscito dal
sonno, e diviene sveglio.

     148. Il motivo per cui ciò che è proprio dell'uomo (e in effetti proprio è ciò che è a lui
caro) è chiamato  costola  che è un osso del torace, è che tra le genti più antiche il petto
significava la carità, perché contiene sia il cuore, sia i polmoni. Le ossa significavano le
cose   più   vili,   perché   possiedono   il   minimo   della   vitalità,   mentre   la   carne,   era
rappresentativa di quella vitalità. Il fondamento di questi significati è uno dei più profondi
arcani noti agli uomini della chiesa più antica, in merito al quale in virtù della Divina
misericordia del Signore si tratterà qui di seguito.

     149.  Nella Parola anche, il proprio dell'uomo è rappresentato dalle  ossa, ed infatti, un


proprio vivificato dal Signore, come in Isaia:

Il Signore disseterà la tua anima in periodi di siccità, e rinvigorirà le tue ossa, e tu sarai come un
giardino irrigato (Isaia 58:11)

Allora   vedrete,   e   il   vostro   cuore   si   rallegrerà,   e   le   vostre   ossa   saranno   rigogliose   come   la
vegetazione (Isaia 66:14)

In Davide:

Tutte le mie ossa diranno: Signore, chi è come te? (Salmi 35:10)

Questo è ancora più evidente in Ezechiele, dove si parla di ossa che accolgono la carne, e
hanno lo spirito in loro:

La mano del Signore mi mise nel mezzo della valle, ed era pieno di ossa; ed egli mi disse,
profetizza   su   queste   ossa,   e   di'   loro:   Ossa   secche,   ascoltate   la   parola   del   Signore,   così   dice
Jehovih il Signore a queste ossa, Ecco, io porto il respiro in voi, e vivrete, e io porrò nervi su di
voi, e farò aderire la carne su di voi, e vi coprirò con la pelle, e metterò il respiro in voi, e
vivrete, e voi conoscerete che io sono il Signore (Ez. 37:1, 4­6).

     [2] Il proprio dell'uomo, se visto dal cielo, appare come un qualcosa di completamente
osseo, inanimato, e particolarmente brutto, di conseguenza, come in sé morto. Ma quando
è vivificato dal Signore appare come la carne. Perché il proprio dell'uomo è qualcosa che
semplicemente non ha la vita in sé, anche se in lui appare come qualcosa, anzi come ogni
cosa. Qualunque sia la vita in lui, essa procede dalla vita del Signore, e se questa fosse
ritirata egli cadrebbe morto come una pietra, perché l'uomo è solo un organo della vita, e
come è l'organo, tale è l'affezione della vita. Il Signore solo possiede ciò che è suo proprio.
Da   questo   suo   proprio   ha   redento   l'uomo,   e   da   questa   stesso   lo   salva.   Il   proprio   del
Signore è la vita, e dal suo proprio, il proprio dell'uomo, che in sé è morto, è vivificato. Il
proprio del Signore è anche inteso dalle parole del Signore in Luca:

Uno spirito non ha carne e ossa come vedete che io ho (Luca 24:39)

È stato anche inteso da non un osso di agnello pasquale sarà rotto (Esodo 12:46).

     150.  Lo stato dell'uomo quando è nel suo proprio, o quando suppone di vivere da se
stesso, viene paragonato con il  sonno profondo  e infatti dagli antichi era chiamato  sonno
profondo  e nella Parola si dice di essi che  fu infuso su di loro lo spirito del profondo torpore
(Isaia 29:10), e   che  dormono un sonno  (Ger. 51:57). Che il proprio dell'uomo  è di per sé
morto, e che nessuno ha la vita da se stesso,  è stato dimostrato in modo così chiaro nel
mondo   degli   spiriti,   che   gli   spiriti   maligni   che   amano   unicamente   il   loro   proprio,   e
ostinatamente insistono sul fatto che vivono da se tessi, sono stati convinti dall'esperienza
diretta,   e   sono   stati   costretti   ad   ammettere   che   non   vivono   da   se   stessi.   Per   un   certo
numero   di   anni  mi   è   stato   permesso   in  modo   particolare   di  approfondire   ciò   che   è   il
proprio dell'uomo, e mi è stato concesso di percepire chiaramente che non potevo pensare
alcunché da me stesso, ma che ogni idea del pensiero fluiva, e volte potevo percepire come
e da dove essa scorreva. L'uomo che sostiene di vivere da se stesso è quindi nel falso, e da
tale convincimento, che vive da se stesso, si appropria di tutto il male e di tutto il falso, il
che non sarebbe mai accaduto se il suo convincimento fosse stato conformità con la verità.

     151. Versetto 22. Dalla costola, che il Signore aveva tolta all'uomo, egli compose la donna e la
condusse   all'uomo.  Per  comporre,   si  intende   ricostruire  ciò  che   è  caduto.   Per  costola,  si
intende   il   proprio   dell'uomo,   l'uomo   non   vivificato.   Per   donna,   si   intende   il   proprio
dell'uomo   vivificato   dal   Signore.   Per,   la   condusse   all'uomo,   si   intende   che   ciò   che
costituisce il suo proprio gli è stato concesso. La posterità di questa chiesa non ha voluto,
al pari dei suoi ascendenti, essere un uomo celeste, ma ha preferito essere sotto guida del
proprio sé. Inclinandosi dunque verso il suo proprio, questo è stato loro concesso, ma è un
proprio vivificato dal Signore, e perciò  è denominato donna, e poi moglie.

   152. Deve essere osservato con il giusto discernimento che la donna non è stata composta
dalla costola di un uomo, e che profondi arcani sono qui sottintesi, tali che nessuno finora
ne   è   venuto   a   conoscenza.   Che   per  donna  sia   inteso   il   proprio   dell'uomo   può   essere
conosciuto dal fatto che la donna fu ingannata; perché niente inganna mai l'uomo, se non
il suo proprio, ovvero, l'amore di sé e l'amore del mondo.

   153. Delle ossa è detto che furono composte in una donna, ma non è detto che la donna fu
creata  o plasmata o fatta, come prima, trattando della rigenerazione. La ragione di ciò è
che comporre sta risollevare ciò che è caduto; e in questo senso viene utilizzato nella Parola,
dove comporre è in relazione ai mali, e risollevare è in relazione alle falsità; e restaurare, è in
relazione ad entrambi, come in Isaia:

Riedificheranno   le   rovine   eterne,   ricostruiranno   gli   antichi   ruderi,   restaureranno   le   città


abbandonate, le desolazioni di generazione in generazione (Is. 61:4).

Le  rovine  in questo e in altri passi significano i mali. Le  desolazioni  significano le falsità.


Ricostruire  è   riferito   ai   mali,  restaurare,  alle   falsità.   Questa   distinzione   è   accuratamente
rispettata in altri luoghi nei profeti, come laddove si dice in Geremia:

Nondimeno, io ti ricostruirò, e tu sarai riedificata, o vergine d'Israele (Ger. 31:4).

     154.  Nessun  male  né falso   è mai possibile  salvo  che  non sia dal proprio  dell'uomo


ovvero, dal suo proprio, perché il proprio dell'uomo, è il male stesso, e di conseguenza
l'uomo non è altro che male e falsità. Questa è mi risultato palese dal fatto che quando le
cose che costituiscono il proprio dell'uomo si presentano alla vista nel mondo degli spiriti,
esse appaiono così deformi che è impossibile rappresentare alcunché di più brutto. Vi sono
però   differenze   in  base   alla   natura   del   proprio,  tali   che   colui  al   quale   le   cose   del   suo
proprio sono esposte visibilmente è preso da orrore e dal desiderio di fuggire da se stesso
come da un demonio. Invece, le cose del proprio dell'uomo che sono state vivificate dal
Signore appaiono belle e gradevoli, con varietà a seconda della vita a cui il celeste del
Signore può essere associata; e infatti coloro che sono stati dotati della carità o vivificati da
essa,   appaiono   come   ragazzi   e   ragazze   dall'aspetto   incantevole.   Coloro   che   sono
nell'innocenza, appaiono come bambini nudi, variamente ornati di ghirlande di fiori che
circondano   il   loro   petto,   e   diademi   sul   loro   capo,   che   rilucono   come   diamanti   che
producono una sorta di aura, e hanno una percezione della felicità fin nell'intimo.

     155.  Le parole,  una costola è stata composta in una donna,  hanno più cose intimamente


nascoste in   loro di quante sia possibile per chiunque scoprire  dal significato letterale,
perché la Parola del Signore è tale che il suo contenuto più profondo concerne il Signore
stesso e il suo regno, e da ciò deriva tutta la vita della Parola. E così nel passo successivo, si
tratta del matrimonio celeste considerato nella sua più intima accezione. Il matrimonio
celeste è di una tale natura che esiste nel proprio, quando questo, vivificato dal Signore, è
chiamato  sposa e moglie  del Signore. Il proprio dell'uomo dunque, così vivificato ha una
percezione di tutto il bene dell'amore e della verità della fede, e possiede quindi tutta la
sapienza   e   l'intelligenza   congiunta   con   un'inesprimibile   gioia.   Ma   la   natura   di   questo
proprio vivificato, che si chiama  sposa e moglie  del Signore, non può essere spiegato in
modo   conciso.   Basti   pertanto,   osservare   che   gli   angeli   percepiscono   che   vivono   dal
Signore; e nondimeno, quando non riflettono sull'argomento non sanno altro che vivono
da se stessi; ma c'è una generale affezione di natura tale che al minimo scostamento dal
bene   dell'amore   e   dalla   verità   della   fede,   essi   percepiscono   un   cambiamento   e,   di
conseguenza, sono nel godimento della loro pace e felicità, che è inesprimibile, quando
sono nella loro percezione generale che essi vivono dal Signore.  È anche questo proprio
che si intende in Geremia, dove si dice:

Il Signore ha creato una cosa nuova nella terra, una donna circonderà l'uomo (Ger. 31:22)

È il matrimonio celeste che è inteso anche in questo passo, dove per una donna si intende il
proprio,  vivificato  dal   Signore.   L'espressione  circonderà  è   riferita  alla  donna,  in  quanto
questo proprio è tale da circondare, esattamente come la carne comprende il cuore.

   156. Versetto 23. E l'uomo disse: questa ora è ossa delle mie ossa e carne della mia carne. Perciò
sarà   chiamata   donna   perché   dall'uomo   è   stata   tratta.  Ossa   delle   ossa   e   carne   della   carne"
significa il proprio dell'uomo esterno. Ossa, è il proprio non vivificato, e carne, lo stesso
proprio   vivificato.  Uomo,  indica   l'uomo   interno   e,   per   via  della   sua   congiunzione   con
l'uomo esterno, come si afferma nel versetto successivo, il proprio che prima era chiamato
donna è qui denominato moglie. Ora significa che è accaduto in questo momento perché lo
stato è mutato.

   157. Poiché ossa delle ossa e carne della carne significavano il proprio dell'uomo esterno in
cui   era   quello   interno,   per   tale   ragione   nei   tempi   antichi   tutti   coloro   che   sono   stati
denominati   ossa delle ossa e carne della carne che potrebbero essere chiamati i loro propri,
appartenevano ad un casato, una famiglia, o erano in qualsiasi grado di parentela. Così
Labano ha detto di Giacobbe,

Sicuramente tu sei mio osso e mia carne (Gen. 29:14).

E Abimelec disse dei fratelli di sua madre, e della famiglia della casa del nonno materno,

Ricordatevi che io sono vostre ossa e vostra carne (Giudici 9:2).

Le tribù di Israele anche dicevano di se stesse a Davide,
Ecco, noi siamo tue ossa e tua carne (2 Sam. 5:1).

   158. Che per uomo sia inteso l'uomo interno, o ciò che è lo stesso, colui che è intelligente
e savio, è chiaro in Isaia:

Guardo, ma non c'è alcun uomo, tra di loro, e non vi è alcun consigliere (Isaia 41:28)

volendo intendere che non c'è alcun savio né intelligente. Anche in Geremia:

Attraversate  le strade di Gerusalemme, e vedete  se vi si può trovare  un uomo,  che formuli


giudizi e che ricerchi la verità (Geremia 5:1)

Colui che formula giudizi denota una persona savia e colui che cerca la verità, una persona
intelligente.

     159.  Ma non è agevole intuire questo  soggetto, salvo che non sia compreso lo stato


dell'uomo   celeste.   Nell'uomo   celeste   l'uomo   interno   è   distinto   da   quello   esterno,   a   tal
punto   che   l'uomo   celeste   percepisce   ciò   che   appartiene   all'uomo   interno,   e   ciò   che
appartiene   all'uomo   esterno,   ed   in   che   modo   l'uomo   esterno   è   governato   attraverso
l'interno dal Signore. Tuttavia, lo stato della posterità di questo uomo celeste, a causa del
desiderio del suo proprio, che appartiene all'uomo esterno, era così cambiato che essi non
percepivano più l'uomo interno distintamente da quello esterno, ma credevano che l'uomo
interno fosse tutt'uno  con l'uomo esterno, perché tale percezione ha luogo quando l'uomo
è incline al suo proprio.

   160. Versetto 24. Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre, e si unirà a sua moglie, e saranno
una sola carne. Lasciare il padre e la madre, significa recedere dall'uomo interno, poiché è
l'interno che concepisce e produce l'esterno. Si unirà a sua moglie, significa che l'interno
permea   l'esterno.   Saranno   una   sola   carne,   significa   che   sono   lì   congiunti;   perché   in
precedenza   l'uomo   interno   e   l'esterno   attraverso   l'interno   erano   spirito,   ma   ora   sono
divenuti carne. Quindi la vita celeste e spirituale era congiunta al proprio, in modo che
potessero essere una cosa sola.

   161. Questa posterità della chiesa più antica era ancora nel bene; e poiché desideravano
vivere nell'uomo esterno ovvero nel loro proprio, questo è stato loro permesso dal Signore.
Ciò che è spirituale celeste, tuttavia, è stato misericordiosamente instillato in quel proprio.
In che modo interno ed esterno agiscano come uno, o in che modo essi appaiono come
uno, non può essere compreso salvo che sia noto l'influsso del primo nell'altro. Al fine di
concepire  un'idea  di  essi,  si consideri  ad  esempio  un'azione.  Solo   se  in un'azione  vi   è
carità, cioè, amore e fede, e in questi il Signore, quell'azione può essere definita un'opera
della carità, o il frutto della fede.

     162.  Tutte   le   leggi   della   verità   fluiscono   direttamente   dai   principi   celesti,   ovvero
dall'ordine   della   vita   dell'uomo   celeste.   Perché   il   cielo   intero   è   un   uomo   celeste,   dal
Signore solo che è l'Uomo celeste. E siccome egli è il tutto in tutto il cielo ed in ogni uomo
celeste,   essi   sono   quindi   denominati   celesti.   Poiché   ogni   legge   della   verità   discende
direttamente dai principi celesti, o dall'ordine della vita dell'uomo celeste, così pure in
modo particolare vale per la legge dei matrimoni. È dal matrimonio celeste (o del cielo) e
conformemente ad esso che ogni matrimonio sulla terra discende. E questo matrimonio è
tale che c'è un solo Signore e un solo cielo, o una chiesa a capo della quale è il Signore. La
legge del matrimonio che di lì deriva è che ci deve essere un solo marito e una moglie; in
tali circostanze il matrimonio nel mondo è rappresentativo del matrimonio celeste, ed è
un'immagine dell'uomo celeste. Questa legge non solo  è stata rivelata agli uomini della
chiesa più antica, ma è stata anche impressa nel loro uomo interno, perché in quel tempo
l'uomo non aveva che una moglie, ed insieme costituivano una casa. Ma quando i loro
posteri hanno cessato di essere uomini interni, per divenire esterni, essi si sposavano con
una   pluralità   di   mogli.   Poiché   gli   uomini   della   chiesa   più   antica   nel   loro   matrimonio
rappresentavano il matrimonio celeste, l'amore coniugale era per loro una specie di cielo e
di   felicità   celeste.   Ma   quando   è   iniziato   il   declino   della   chiesa,   essi   hanno   perduto   la
percezione della felicità nell'amore coniugale, coltivando il piacere nel numero, che è una
delizia propria dell'uomo esterno. Questo è denominato dal Signore la durezza del cuore a
causa della quale fu loro permesso, a partire da Mosè, sposare una pluralità di mogli,
come il Signore stesso insegna:

Per   la  durezza   del   vostro   cuore   Mosè   vi   ha   scritto   questo   precetto,   ma   fin   dall'inizio   della
creazione Dio li creò maschio e femmina. Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si
unirà a sua moglie, e i due saranno una sola carne, perché non sono più due ma una sola carne.
Quello dunque che Dio ha unito l'uomo non lo separi (Marco 10,:5­9)

     163.  Versetto 25.  Tutti e due erano nudi, l'uomo e sua moglie, e non provavano vergogna.


Essere nudi e non provare vergogna, significa che essi erano innocenti, perché il Signore
aveva infuso l'innocenza nel loro proprio, per evitare che la loro nudità potesse apparire
sconveniente ai loro occhi. 

     164.  Il  proprio dell'uomo, come  è stato detto prima, non  è nient'altro  che il male; e


quando   è   esposto   alla   vista   appare   oltremodo   deforme.   Invece,   quando   la   carità   e
l'innocenza,   sono   infuse   dal   Signore   nel   proprio,   esso   appare   gradevole   e   bello   (come
prima osservato, n. 154). Carità e innocenza non solo discolpano il proprio (vale a dire, ciò
che è male e falso nell'uomo) ma per così dire, lo sopprimono, come si può osservare nei
bambini piccoli, in cui ciò che è male e falso non è solo nascosto, ma è ancora piacevole,
finché amano i loro genitori, e la loro innocenza infantile si manifesta. Di qui può essere
compreso il perché nessuno possa essere ammesso nel cielo a meno che non possieda in
qualche misura l'innocenza, come il Signore ha affermato:

Lasciate che i fanciulli vengano a me, non impedite loro di avvicinarsi, perché di essi è il regno
di Dio. In verità io vi dico, chiunque non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà
in esso. Ed egli li prese tra le braccia, mise le mani su di loro, e li benedisse (Marco 10:14­16).

     165.  Che la  nudità di cui non provavano vergogna  significa l'innocenza è dimostrato da


quanto   segue,   perché   quando   l'integrità   d'animo   e   l'innocenza   furono   allontanate,   essi
provarono vergogna della loro nudità, che appariva sconveniente ai loro occhi, e perciò si
nascosero. È ugualmente evidente anche dalle rappresentazioni nel mondo degli spiriti,
perché quando gli spiriti vogliono scagionare se stessi e dimostrare la loro innocenza, si
presentano nudi per testimoniare la loro innocenza. Ciò è particolarmente evidente dagli
innocenti   nel   cielo,   che   appaiono   come   bambini   nudi,   adorni   di   ghirlande   secondo   la
natura   della   loro   innocenza.   Mentre   quelli   che   presentano   un'innocenza   più   tenue
appaiono abbigliati in vesti sfolgoranti (di seta color diamante, per così), come gli angeli
che di tanto in tanto erano visti dai profeti.

     166. Queste sono alcune delle cose contenute in questo capitolo della Parola, ma quelli
qui indicati, non sono che pochi cenni. E siccome qui  è trattato l'uomo celeste che, nel
tempo presente è un soggetto quasi sconosciuto, anche questi pochi cenni non possono che
apparire oscuri per alcuni.

     167.  Se  qualcuno  potesse  conoscere  quanti  arcani contiene ogni singolo  versetto,  ne


sarebbe meravigliato, perché gran parte degli arcani non può essere espresso con le parole
e solo una minima parte è rappresentata nella lettera. In altre parole: le parole e i caratteri
conosciuti   nel   mondo,   sono   vividamente   rappresentati   nel   mondo   degli   spiriti,   in   un
ordine magnifico. Perché il mondo degli spiriti è un mondo di rappresentazioni, e tutto ciò
che   è   vividamente   rappresentato   ivi   è   percepito,   in   relazione   alle   singoli   particolari
contenuti nelle rappresentazioni, da parte degli spiriti angelici che si trovano nel secondo
cielo. Gli spiriti angelici del terzo cielo percepiscono le medesime cose in un modo più
compiuto, in inesprimibili idee angeliche, e questo in una varietà sconfinata, secondo   il
beneplacito del Signore. Tale è la Parola del Signore.
Resurrezione dell'uomo dalla morte,
e ingresso nella vita eterna
     168. Essendo consentito descrivere nell'ordine, in che modo l'uomo passa dalla vita del
corpo nella vita eterna, affinché il modo in cui viene risuscitato possa essere conosciuto,
questo mi è stato mostrato, non de relato, ma per esperienza diretta.

     169.  Sono stato condotto in uno stato di insensibilità limitatamente ai sensi del corpo,
quindi in una condizione simile a quello delle persone che stanno per morire, rimanendo
comunque intatta la mia vita interiore, le facoltà del mio pensiero e la respirazione, in
modo che io potessi percepire e ricordare ciò che accade a coloro che sono morti e stanno
per essere resuscitati.

     170. Gli angeli celesti erano presenti presso la regione del cuore, in un modo tale che il
mio cuore  sembrava unito a loro, come se avessi perso  il controllo  della mia persona,
tranne il pensiero e la percezione conseguente, e questo per alcune ore.

     171.  Sono stato così allontanato dalla comunicazione con gli spiriti del mondo degli
spiriti, al punto che pensavo di aver lasciato la vita del corpo.

     172.  Oltre agli angeli celesti, che occupavano la regione del cuore, c'erano anche due
angeli seduti alla mia testa e, mi è stato dato di percepire che accade così per tutti.

     173.  Gli angeli che sedevano alla mia testa erano in assoluto silenzio, semplicemente
comunicavano  i loro  pensieri   attraverso  il volto,  in modo   che  io   potessi  percepire  che
un'altra espressione era come indotta in me, anzi due, perché c'erano due angeli. Quando
gli angeli percepiscono che la loro espressione viene ricevuta, sanno che l'uomo è morto.

     174. Dopo che i loro volti sono stati riconosciuti, hanno indotto alcuni mutamenti nella
regione della bocca, e quindi hanno comunicato i loro pensieri, perché ciò è usuale presso
gli angeli celesti, e mi è stato permesso di percepire il loro discorso.

   175. Ho percepito un odore aromatico, come quella di un cadavere imbalsamato, perché
quando gli angeli celesti sono presenti, l'odore cadaverico viene percepito come se fosse
aromatico.   Se   invece   lo   stesso   odore   è   percepito   in   presenza   di   spiriti   maligni,   ne
impedisce il loro avvicinamento.

     176.  Intanto percepivo che la regione del cuore era mantenuta strettamente congiunta
con gli angeli celesti, come era evidente anche dalla pulsazione.

     177. Mi è stato ispirata l'idea secondo cui l'uomo è tenuto dagli angeli in pensieri pii e
santi sui quali si sofferma in punto di morte. Ho inoltre percepito che coloro che stanno
morendo di solito pensano alla vita eterna, e raramente alla salvezza e alla felicità, e perciò
gli angeli li tengono nel pensiero della vita eterna.

   178. In questo pensiero essi sono mantenuti per un certo tempo dagli angeli celesti prima
che   questi   si   allontanino   e,   quelli   che   vengono   resuscitati   vengono   poi   lasciati   con   gli
angeli spirituali, ai quali sono associati. Nel frattempo hanno una vaga idea di seguitare a
vivere nel corpo.

   179. Non appena le parti interne del corpo si raffreddano, le sostanze vitali sono separate
dall'uomo, ovunque si trovino, anche se rinchiuse in mille intrecci labirintici, perché tale è
la   potenza   della   misericordia   del   Signore   (che   in   precedenza   avevo   percepito   come
un'attrazione vivente e vigorosa) che nulla di essenziale può rimanere ove la vita del corpo
si è estinta.

     180.  Gli angeli celesti che sedevano alla testa sono rimasti con me per qualche tempo
dopo che ero, come resuscitato, ma conversavano solo tacitamente. Ho percepito dal loro
discorso che facevano luce di tutte le fallacie e falsità, sorridendo ad esse, non con l'intento
di derisione, ma semplicemente perché non si curavano di esse. Il loro discorso è interiore,
privo di suono; è in questo tipo di linguaggio che comunicano con le anime con le quali
sono presenti per primi.

     181. Fin qui l'uomo, così resuscitato dagli angeli celesti, possiede solo una vita oscura,
ma quando arriva il momento per lui di essere affidato agli angeli spirituali, poi, dopo un
po' che gli angeli spirituali si sono avvicinati, gli angeli celesti si allontanano. Mi  è stato
mostrato come gli angeli spirituali operano in modo che  l'uomo possa ricevere il beneficio
della   luce,   come   descritto   nella   prosecuzione   di   questo   soggetto   all'inizio   del   capitolo
seguente.
Genesi 3
Seguito concernente l'ingresso nella vita eterna di
coloro che sono stati resuscitati dalla morte
     182.  Quando gli angeli celesti sono con una persona resuscitata, essi non la lasciano,
perché amano tutti. Tuttavia quando l'anima è di indole tale che non può più essere in
compagnia   degli   angeli   celesti,   è   ansiosa   di   partire   da   loro,   e   quando   questo   avviene
arrivano gli angeli spirituali, a darle l'uso della luce, perché prima essa non vedeva nulla,
ma aveva solo la facoltà del pensiero.

     183. Mi è stato mostrato come questi angeli operano. Sembrava come se srotolassero la
palpebra   dell'occhio   sinistro   verso   il   setto   nasale,   in   modo   che   l'occhio   potesse   essere
aperto   onde   permettere   l'uso   della   luce.   All'uomo   appare   come   se   ciò   sia   stato   fatto
realmente, ma è solo un apparenza.

   184. Dopo che questa piccola membrana è stata srotolata, in apparenza, è visibile un po'
di   luce,   seppure   offuscata,   come   vedrebbe   un   uomo   attraverso   le   palpebre   quando   si
sveglia. E colui che è resuscitato è in uno stato di tranquillità, essendo ancora custodito
dagli angeli celesti. Lì appare quindi una sorta di ombra di un colore azzurro, con una
piccola stella, e mi sono accorto che ciò avviene variamente.

   185. Poi sembra come se qualcosa sia srotolato delicatamente dal volto, la cui percezione
viene comunicata al resuscitato, essendo gli angeli particolarmente cauti nell'allontanare
qualsiasi idea da questi proveniente, eccetto quelle di natura dolce e lieve, come quelle
dell'amore. E ora è dato al resuscitato di sapere che egli è uno spirito.

     186.  Ha inizio dunque la sua vita. Questi in un primo momento è felice e soddisfatto,
poiché   sembra a sé stesso di essere venuto alla vita eterna, che è rappresentata da una
luminosa luce bianca che si arricchisce di riflessi dorati, con la quale  è significata la sua
prima vita, che è celeste e spirituale.

     187.  Lo stato successivo del suo essere associato in una società degli spiriti benigni è
rappresentato da un giovane uomo seduto su un cavallo e diretto verso l'inferno, ma il
cavallo non può muovere un passo. Egli è rappresentato come un giovane perché quando
entra per la prima volta nella vita eterna, egli è tra gli angeli, e quindi appare a se stesso di
essere nel fiore della giovinezza. 

   188. La sua vita successiva è rappresentata dallo scendere da cavallo e dal passeggiare a
piedi, perché non può far muovere il cavallo da quel luogo, e si insinua in lui il pensiero
che egli deve essere istruito nelle conoscenze di ciò che è vero e ciò che è bene.
     189.  In seguito il percorso si articola dolcemente verso l'alto, il che significa che dalle
conoscenze di ciò che è vero e di ciò che è bene, e dal riconoscimento del proprio, deve
essere guidato per gradi verso il cielo. Perché nessuno può essere condotto lì, senza tale
riconoscimento del proprio, e delle conoscenze del vero e del bene. Il seguito di questo
soggetto può essere visto alla fine di questo capitolo.
Genesi 3
  1. E il serpente era il più astuto degli animali selvatici della terra che il Signore aveva fatto. E
questi   disse   alla   donna,   è   vero   che   Dio   ha   detto   che   non   dovete   mangiare   di   alcun   albero   del
giardino?

 2. E la donna disse al serpente, noi possiamo mangiare dei frutti degli alberi del giardino.

 3. Ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto, non lo dovete mangiare, né  toccare,
altrimenti morirete.

 4. E il serpente disse alla donna, voi non morrete.

 5. Perché Dio sa che nel giorno che ne mangerete, i vostri occhi saranno aperti, sarete come Dio, e
conoscerete il bene e il male.

 6. E la donna vide che l'albero era buono da mangiarsi, e che era gradevole alla vista, e desiderabile
per l'intelletto, ed ella prese del frutto di quell'albero e ne mangiò, e ne diede anche all'uomo che era
con lei, ed egli ne mangiò.

  7. E gli occhi di entrambi si aprirono, e seppero di essere nudi, e intrecciarono foglie di fico, e ne fecero
cinture per loro.

 8. Ed essi udirono la voce del Signore incedere nel giardino, nell'aria del mattino. E l'uomo e sua moglie si
nascosero dal volto del Signore in mezzo all'albero del giardino.

 9. E il Signore chiamò l'uomo e gli disse, Dove sei?

 10. Ed egli rispose, Ho udito la tua voce nel giardino, e ho avuto paura, perché ero nudo, e mi sono nascosto.

 11. Ed egli disse, Chi ti ha detto che eri nudo? Hai mangiato forse dell'albero di cui ti avevo comandato di
non mangiare?

 12. E l'uomo rispose, La donna che tu mi hai posto accanto, lei mi ha dato dell'albero e io ne ho mangiato.

13. E il Signore Dio disse alla donna, Cosa hai fatto? E la donna rispose: Il serpente mi ha ingannata e io ne
ho mangiato.

Contenuti
     190.  In questi passi è trattato il terzo stato della chiesa più antica, caratterizzato dal
desiderare a amare il proprio sé.

     191.  Perché   dall'amore   di   sé,   cioè,   dall'amore   del   proprio,   essi   cominciarono   a   non
credere   a   niente   che   non   potessero   comprendere   attraverso   i   sensi,   essendo   la   parte
sensuale rappresentata dal serpente; l'amore di sé, o l'amore del proprio, dalla donna, e la
parte razionale dall'uomo. 
     192.  Di qui il  serpente, o parte sensuale, persuase  la donna ad indagare le questioni
relative   alla   fede   nel   Signore   al   fine   di   esaminare   se   fossero   realmente   così,   il   che   è
rappresentato   dall'espressione  mangiare   dell'albero   della   conoscenza.  E   la   parte   razionale
dell'uomo che acconsentì è rappresentata da l'uomo che ne mangiò (vv. 1­6).

   193. Ma si accorsero che erano nel male; di qui l'intuizione rappresentata dal fatto che i
loro occhi furono aperti e dal loro udire la voce di Signore (vv. 7­8), e dalle foglie di fico da
cui si fecero cinture (v. 7), e dalla loro vergogna o dal loro nascondersi in mezzo all'albero
del giardino (vv. 8­9), così come da loro riconoscimento e confessione (vv. 10­13). Da ciò è
evidente che la bontà naturale era rimasta in loro.

Significato interiore
   194. Versetto 1. E il serpente era più astuto degli animali selvatici della terra che il Signore Dio
aveva fatto. E questi disse alla donna, è vero che  Dio ha detto che non dovete mangiare di alcun
albero del giardino Con il serpente qui si intende la parte sensuale dell'uomo di cui egli si
fida. Per animale selvatico della terra qui, come prima, è intesa ogni affezione dell'uomo
esterno. Per  donna è inteso il proprio dell'uomo. Per il serpente che dice, è vero che Dio ha
detto che non dovete mangiare di alcun albero del giardino, si intende che essi iniziarono a
dubitare.   Il   tema   qui   trattato   concerne   la   terza   posterità   della   chiesa   più   antica,   che
cominciò a non credere nelle cose rivelate, salvo che non vedessero e sentissero che erano
così.   Il   loro   primo   stato,   che   indica   i   loro   dubbi,   è   descritto   in   questo   e   nei   passi
immediatamente successivi.

     195. Le genti più antiche non paragonavano tutte le cose dell'uomo agli animali e agli
uccelli, ma semplicemente le denominavano così, Questo loro modo usuale di parlare è
rimasto anche nella Chiesa antica dopo il diluvio, ed è stato preservato tra i profeti. Essi
chiamavano serpenti  le cose sensuali nell'uomo, perché come i serpenti vivono a contatto
con   la   terra,   così   le   cose   sensuali   sono   quelle   contigue   al   corpo.   Di   qui   anche   i
ragionamenti riguardanti i misteri della fede, fondati sull'evidenza dei sensi, furono da
loro   chiamati  veleno   di   serpente  e   gli   stessi   speculatori,  serpenti.  E   poiché   tali   persone
ragionano in funzione della realtà  sensibile, cioè, dalle cose visibili (come sono le cose
terrene,  corporee,  mondane, e naturali), si dice che  il serpente era più  astuto di qualsiasi
animale selvatico della terra.

   [2] Così in Davide, parlando di coloro che seducono l'uomo attraverso ragionamenti:

Essi affilano la loro lingua come un serpente, il veleno dell'aspide è sotto le loro labbra (Salmi
140:3)
Sono traviati fin dal grembo, pronunciano solo falsità. Il loro veleno è simile al veleno di un
serpente, come il sordo aspide velenoso che tura le sue orecchie per non sentire la voce dei savi
(Salmi 58:3­6)

I ragionamenti che sono di un tenore tale che gli uomini non vogliono neppure ascoltare
ciò che dice un savio, o la voce del savio, sono qui chiamati veleno di un serpente. Di qui è
scaturito un proverbio tra gli antichi, secondo cui il serpente si tura le orecchie. In Amos:

Come quando un uomo entra in una casa, appoggia la mano sul muro, e un serpente lo morde.
Non sarà forse tenebra e non luce il giorno del Signore? Densa oscurità, senza traccia alcuna di
luce? (Amos 5:19­20)

La  mano sul muro  significa il potere fondato sul sé, e la fede nelle cose sensuali, da cui
consegue la cecità, che qui è descritta.

   [3] In Geremia:

La voce d'Egitto procede come un serpente, perché essi avanzano in forze, e giungono contro di
lei armati di scure come tagliaboschi. Essi abbattono la sua selva, dice l'Eterno, perché non si
possono contare. Perché si sono moltiplicati più delle locuste, e sono innumerevoli. La figlia
d'Egitto è esposta alla vergogna. Ella è consegnata nelle mani della gente del nord (Ger. 46:22­
24)

Egitto  sta a significare i ragionamenti sulle cose Divine attraverso concetti sensuali e conoscenze
mondane.   Tali   ragionamenti   sono   chiamati  voce   di   serpente,   e   la   cecità   in   tal   modo   causata,   è
rappresentata dalla gente del nord. In Giobbe:

Veleno di aspide ha succhiato. La lingua della vipera lo ucciderà. Egli non vedrà i ruscelli, i
fiumi di miele e burro (Giobbe 20:16­17)

Fiumi di miele e burro  sono le cose spirituali e celesti, che non possono essere viste dagli
speculatori. I ragionamenti sono chiamati veleno di aspide e  lingua di vipera.  Di più sul
serpente, è esposto più avanti ai versetti 14 e 15.

   196. Nei tempi antichi erano chiamati serpenti coloro che facevano più affidamento nelle
cose sensuali che in quelle rivelate. Ma è ancora peggio al giorno d'oggi, perché ora ci sono
persone che non solo non credono se non in ciò che possono vedere e sentire, ma che
confermano anche se stessi in tale incredulità attraverso le conoscenze  [scientifica]  ignote
presso gli antichi, e quindi vi è in loro stessi un maggior grado di cecità. Affinché sia noto
come questi accechino se stessi, in modo tale da non vedere né sentire alcunché da cui
possano  formulare  conclusioni  riguardanti  le   cose   del   cielo,  dalle  percezioni  dei  sensi,
dalle conoscenze presenti nella memoria e dalla filosofia ­ le quali non sono solo i serpenti
sordi  ma anche i  serpenti volanti  di cui spesso si parla nella Parola, che sono la cosa più
perniciosa ­ li prenderemo come esempio in merito a quello in cui credono circa lo spirito.

   [2] L'uomo sensuale, o colui che crede solo alle percezioni dei suoi sensi, nega l'esistenza
dello spirito, perché non lo vede, dicendo: Non è nulla perché io non lo sento: ciò che vedo
e tocco so che esiste.  L'uomo la cui conoscenza è attinta dalla memoria  ovvero colui che
trae le sue conclusioni dalle discipline mondane della conoscenza, dice: Cos'è lo spirito se
non vapore o forse calore, o qualche altro ente della sua scienza, che svanisce nel nulla in
un momento? Non hanno gli animali anche un corpo, i sensi, e qualcosa di analogo alla
ragione,   e   nondimeno   si   afferma   che   questi   moriranno,   mentre   lo   spirito   di   uomo
sopravvivrà. Così essi negano l'esistenza dello spirito.

   [3] I filosofi inoltre, che dovrebbero essere più acuti del resto dell'umanità, parlano dello
spirito in termini che loro stessi non comprendono, perché tra loro disputano, sostenendo
che non una singola espressione è applicabile allo spirito, in quanto non contiene alcunché
di materiale, organico, o esteso. Così, astraendo lo spirito dalle loro idee, il loro concetto di
spirito svanisce nel nulla. I più sani tuttavia affermano che lo spirito è il pensiero; ma nei
loro ragionamenti sul pensiero, in conseguenza della separazione da ciò che è sostanziale,
alla fine concludono che deve svanire quando il corpo spira. Così coloro che ragionano
attraverso le percezioni dei sensi, le conoscenze attinte dalla memoria e la filosofia, negano
l'esistenza dello spirito, e quindi non credono a niente di ciò che è detto a proposito dello
spirito e delle cose spirituali. Diverso  è per coloro la cui indole non  è sofisticata, i cd.
semplici, i quali se interrogati circa l'esistenza dello spirito, dicono di sapere che esiste,
perché il Signore ha detto che vivranno dopo la morte: così invece di spegnere la loro parte
razionale, la vivificano per mezzo della Parola del Signore.

     197.  Tra   le   genti   più   antiche,   che   erano   uomini   celesti,   per   il  serpente  era   intesa   la
circospezione e   anche la parte sensuale attraverso cui esercitavano tale circospezione in
modo da evitare infortuni. Tale significato di serpente è evidente dalle parole del Signore ai
suoi discepoli:

Ecco,   io   vi   mando   come   pecore   in   mezzo   ai  lupi;   siate   dunque   prudenti   come   i   serpenti   e
semplici come le colombe (Matteo 10:16)
E anche dal serpente di bronzo che è stato posto nel deserto, con il quale era intesa la parte
sensibile nel Signore, che da sé stesso è l'uomo celeste, e si prende cura e provvede per
tutti. Perché tutti coloro che si sono rivolti a lui sono stati salvati.

   198. Versetti 2, 3. E la donna disse al serpente, noi possiamo mangiare dei frutti degli alberi del
giardino;   ma   del   frutto   dell'albero   che   sta   in   mezzo   al   giardino   Dio   ha   detto,   non   lo   dovete
mangiare, né  toccare, altrimenti morirete Il frutto dell'albero del giardino è il bene e la verità
rivelata loro dalla chiesa più antica; il frutto dell'albero che sta nel mezzo del giardino, di
cui non dovevano mangiare è il bene e la verità della fede che essi non dovevano imparare
da sé. Che non dovevano neppure toccarlo, significa che era loro vietato ragionare intorno
al   bene   e   alla   verità   della   fede   da   se   stessi,   ovvero   dalle   percezioni   dei   sensi   e   dalle
conoscenze attinte dalla memoria. Altrimenti morirete, significa che così la fede, ovvero
tutta la sapienza e intelligenza, perirebbero.

     199. Che il frutto dell'albero del quale potevano mangiare significhi il bene e la verità della
fede rivelata loro dalla chiesa più antica, o le conoscenze  della fede, è evidente dal fatto
che si afferma essere il frutto dell'albero del giardino di cui potevano mangiare e non l'albero del
giardino come prima, quando si è trattato dell'uomo celeste, o della chiesa più antica (Gen.
2:16). L'albero del giardino, come lì è chiamato, è la percezione di ciò che è bene e vero; quel
bene e quel vero in quanto procedono da quella origine, sono qui chiamati frutto, e spesso
sono anche rappresentati dal frutto nella Parola.

   200. Il motivo per cui l'albero della conoscenza di cui qui si è parlato, è posto nel mezzo del
giardino sebbene in precedenza (Gen. 2:9), l'albero della vita è stato detto essere nel mezzo
del giardino, e non l'albero della conoscenza, è che il mezzo del giardino significa l'intimo; e
nell'intimo dell'uomo celeste, o della più antica chiesa, era l'albero della vita, che è l'amore e
la   fede   che   di   lì   deriva;   mentre   presso   questo   uomo,   che   può   essere   chiamato   uomo
spirituale celeste, o presso questa posterità, la fede era il mezzo del giardino, ovvero il suo
intimo. È impossibile descrivere più compiutamente la qualità degli uomini che vissero nel
tempi più antichi, perché al giorno d'oggi è del tutto sconosciuta, essendo la loro indole
del tutto diversa da quella che caratterizza chiunque attualmente. Tuttavia, al fine di dare
un   cenno   circa   la  loro   natura,   si  può   dire   che   dal  bene   conoscevano   la   verità,   ovvero
dall'amore desumevano ciò che appartiene alla fede. Ma quando quella generazione passò,
ne succedette un'altra di un'indole completamente diversa, perché anziché discernere la
verità dal bene, ovvero ciò che appartiene alla fede dall'amore, acquisivano la conoscenza
del  bene  per  mezzo  della  verità,  ovvero  ciò  che appartiene  all'amore  dalle  conoscenze
della fede, e presso moltissimi tra loro non vi era quasi nient'altro se non tale conoscenza.
Questo   fu   il   cambiamento   apportato   dopo   l'alluvione   per   impedire   la   distruzione   del
mondo.
     201.   Considerando   dunque   che   un   tale   genio   come   quello   del   popolo   più   antico,
anteriore   al   diluvio   non   è   più   stato   rinvenuto,   né   esiste   al   giorno   d'oggi,   non   è   facile
spiegare   in   modo   intelligibile   cosa   le   parole   di   questo   passo   nel   loro   senso   autentico
implicano. Esse sono, tuttavia, comprese perfettamente nel cielo, perché gli angeli e gli
spiriti angelici che si chiamano celesti, sono dello stesso genio del popolo più antico che fu
rigenerato prima del diluvio. Mentre gli angeli e gli spiriti angelici denominati spirituali
sono di un genio simile ai rigenerati dopo il diluvio, anche se in entrambi i casi presentano
una varietà infinita.

   202. La chiesa più antica, che era un uomo celeste, era di un carattere tale che non solo si
asteneva dal  mangiare dell'albero della conoscenza  cioè, dall'apprendere ciò che appartiene
alla fede dalle percezioni dei sensi e dalle conoscenze attinte dalla memoria, ma neppure si
permetteva   di   toccare   quell'albero,   cioè,   di   pensare   a   qualsiasi   soggetto   della   fede
attraverso le percezioni dei sensi e dalle conoscenze attinte dalla memoria, per il timore di
essere  degradati  dalla  vita celeste  alla vita spirituale.  Tale   è anche  la vita degli  angeli
celesti,   i   più   interiormente   celesti   tra   essi   infatti,   non   sopportano   neppure   di   udire   la
parola fede, né qualsiasi cosa che abbia a che fare con ciò che è spirituale e, se altri parlano
in questi termini essi invece della fede percepiscono l'amore, con una differenza nota solo
a loro stessi. Dunque tutto ciò che attiene alla fede loro lo desumono dall'amore e dalla
carità. Ancor meno possono sopportare l'ascolto di qualsiasi ragionamento sulla fede, e
meno che mai sulle conoscenze attinte dalla memoria perché, attraverso l'amore, hanno
una percezione da parte del Signore di ciò che è bene e vero; e da questa percezione sanno
immediatamente se una cosa è così, o non lo è. Quindi, se si afferma qualsiasi cosa della
fede, essi rispondono semplicemente che è così, o che non lo è, perché lo percepiscono dal
Signore. Questo è  ciò che è significato dalle parole del Signore in Matteo:

Il vostro parlare sia sì, sì; no, no; perché tutto ciò che è di più, viene dal maligno (Matteo 5:37)

Questo   allora   è   ciò   che   si   intende   per,  si   astenevano   dal   toccare   il   frutto   dell'albero   della
conoscenza,   perché   se   lo   avessero   toccato,   sarebbero   stati   nel   male,   cioè,   sarebbero,   di
conseguenza morti [spiritualmente.  NdT]. Tuttavia gli angeli celesti conversano su vari
argomenti come gli altri angeli, ma in un linguaggio celeste, che prende forma e deriva
dall'amore, ed è più ineffabile del linguaggio degli angeli spirituali.

   203. Gli angeli spirituali invece, parlano della fede, e confermano anche le cose della fede
attraverso quelle dell'intelletto, della ragione e della memoria, ma giammai traggono le
conclusioni riguardanti materie della fede da tali fondamenti: quelli che fanno questo sono
nel male. Sono inoltre dotati dal Signore della percezione di tutte le verità della fede, anche
se non eccelsa come la percezione degli angeli celesti. La percezione degli angeli spirituali
è una sorta di coscienza  vivificata dal Signore e anzi, appare come una percezione celeste,
eppure non è così, ma è solo una percezione spirituale. 

   204. Versetti 4, 5. E il serpente disse alla donna, voi non morrete. Perché Dio sa che nel giorno
che ne mangerete, i vostri occhi saranno aperti, sarete come Dio, e conoscerete il bene e il male. I
loro   occhi   che   si   aprono   mangiando   del   frutto   dell'albero,   significa   che   se   avessero
esaminato   i   soggetti   della   fede   attraverso   le   percezioni   dei   sensi   e   le   conoscenze  [ex
sensuali et scientifico], cioè da se stessi, avrebbero  visto  chiaramente  queste  cose in una
apparenza ingannevole. E che sarebbe stati come Dio, conoscendo il bene e il male, indica
che se avessero fatto così, da se stessi, sarebbero stati simili a Dio, e avrebbero potuto
condursi da se stessi.

     205. Ogni versetto contiene un particolare stato o cambiamento di stato, nella chiesa: i
versi precedenti, riassumono lo stato di una inclinazione verso il sé, nondimeno con la
percezione della illiceità di tale inclinazione; questi versi, raffigurano la condizione di un
incipiente dubito circa la liceità di tale inclinazione, in quanto essi intendevano sottoporre
al vaglio ciò che è stato udito dagli antenati. In tal modo i loro occhi sarebbero stati aperti,
finché   in   conseguenza   della   supremazia   dell'amore   di   sé,   cominciarono   a   pensare   che
potevano condursi da sé, e quindi essere come il Signore; perché tale è la natura dell'amore
di sé, che non è disposto a sottomettersi alla guida del Signore, e preferisce condursi da sé,
e affidarsi alle percezioni dei sensi e alle conoscenze attinte dalla memoria rispetto a ciò
che si debba credere.

   206. Chi ha una convinzione incrollabile che i suoi occhi sono aperti, e che come Dio sa
che cosa è bene e il male, più di quelli che amano se stessi, e al tempo stesso primeggiano
nell'erudizione mondana? E nondimeno, dove trovarne di più ciechi? Essi semplicemente
disputano, e sarà dimostrato che essi non hanno alcuna conoscenza né tanto meno credono
nell'esistenza dello spirito. Essi sono completamente all'oscuro circa la natura della vita
spirituale e celeste, perché negano l'esistenza della vita eterna; perché credono di essere
come le bestie che periscono. Neppure riconoscono il Signore, ma adorano solo se stessi e
la   natura.   Quelli   tra   loro   che   desiderano   essere   cauti   nelle   loro   espressioni,   affermano
l'esistenza di un ente supremo [ens] la cui natura essi ignorano, che governa tutte le cose.
Questi sono i principi in cui si confermano in molti modi attraverso le percezioni dei sensi
e le conoscenze attinte dalla memoria, e se osassero, farebbero lo stesso davanti a tutto
l'universo. Anche se queste persone desiderano essere considerate come dei, o come i più
saggi tra gli uomini, se gli venisse domandato se sanno di qualcosa che della loro vita che
non gli appartiene, risponderebbero nulla, e che se fossero privati del loro proprio non ne
resterebbe nulla. Se gli venisse chiesto che significa vivere dal Signore, risponderebbero
che è una fantasticheria. Se gli venisse chiesto cosa sia la coscienza, direbbero che  è un
parto della fantasia, che può essere utile a soggiogare il popolo. Se gli venisse chiesto se
sanno cosa sia la percezione, semplicemente riderebbero di ciò e la definirebbero autentica
spazzatura. Questa è la loro saggezza, questi i loro occhi aperti e questi i loro dei. Principi
come questi, che essi sostengono in modo più chiaro del giorno, sono i fondamenti sui
quali ragionano intorno ai misteri della fede; e quale può essere il risultato, se non un
abisso di oscurità? Questi sopra tutti gli altri sono i  serpenti  che seducono il mondo. Ma
questa posterità della più antica chiesa non era ancora di una tale indole. Quella che ha
assunto una simile natura  è trattata dal versetto 14 al versetto 19 del presente capitolo.

     207. Versetto 6. E la donna vide che l'albero era buono da mangiarsi, e che era gradevole alla
vista, e desiderabile all'intelletto, e prese un frutto e ne mangiò, e ne diede anche a suo marito che
era con lei, e anch'egli ne mangiò. Buono da mangiarsi, significa la cupidigia; gradevole alla
vista,   significa   la   fantasticheria;   e   desiderabile   all'intelletto   significa   il   piacere.   Queste
caratteristiche costituiscono il proprio ovvero la donna. Per marito che mangia il frutto, si
intendo il consenso della parte razionale (n. 265).

   208. Questa fu la quarta posterità della più antica chiesa, che fu sedotta dall'amore di sé e
non era disposta a credere a ciò che le era stato rivelato, salvo che non potesse averne
conferma dalle percezioni dei sensi e dalle conoscenze attinte dalla memoria.

   209. Le espressioni qui impiegate, come l'albero era buono da mangiarsi, gradevole alla vista e
desiderabile all'intelletto sono state adattate all'indole di coloro che vivevano in quei tempi
più antichi, con particolare riferimento alla volontà, perché i loro mali scaturivano dalla
volontà.   Dove   la   Parola   tratta   delle   genti   che   vissero   dopo   il   diluvio,   tali   espressioni
vengono usate per riferirsi non tanto alla volontà quanto all'intelletto. Perché le genti più
antiche traevano la verità dal bene, mentre coloro che vissero dopo il diluvio traevano il
bene dalla verità.

     210.  Cosa sia il sé, ovvero il proprio dell'uomo può essere definito in questo modo. Il
proprio dell'uomo è tutto il male e la falsità che nasce dall'amore di sé e dall'amore del
mondo, e dal non credere nel Signore o nella Parola, ma in sé stessi, e dal sostenere che ciò
che non può essere appreso attraverso i sensi o per mezzo della conoscenza attinta dalla
memoria   è  nulla.  In  questo   modo  gli  uomini  diventano  nient'altro  che   male  e   falso,  e
quindi considerano tutte le cose in un ordine invertito. Ciò che è male essi lo considerano
come il bene e ciò che è bene lo considerano come il male. Il falso lo considerano vero e ciò
che è vero lo considerano falso. Delle cose che esistono realmente essi sostengono che non
esistono. E delle cose che non sono nulla essi sostengono che sono il tutto. Essi chiamano
odio  l'amore,  tenebre  la luce,  morte  la vita e  viceversa.  Nella Parola, tali uomini sono
chiamati  zoppi e ciechi.  Tale è dunque il proprio dell'uomo, che in sé stesso è infernale e
orrendo.
     211. Versetto 7. E gli occhi di entrambi si aprirono, e seppero che erano nudi. I loro occhi si
aprirono, indica la loro  conoscenza  e riconoscenza, da un dettame  interiore,  che erano
nudi, cioè non erano più nell'innocenza, come prima, ma nel male.

   212. Che per avere gli occhi aperti s'intende un dettame interiore è evidente da espressioni
simili nella Parola, a partire da ciò che Balaam dice di se stesso, che in conseguenza delle
visioni che ha avuto, si definisce l'uomo i cui occhi sono aperti (Num. 24:3). E da Gionata, che
quando ha assaporato il nido d'ape e ha ricevuto un dettame dall'intimo, secondo cui ciò
era male, ha detto che i suoi occhi hanno visto, cioè, sono stati illuminati, in modo che egli ha
potuto vedere ciò che non sapeva (1 Sam. 14:29). Inoltre nella Parola, gli occhi sono spesso
utilizzati   per   indicare   la   capacità   d'intendere,   e   quindi   un   dettame   interiore   di   lì
procedente, come in Davide:

Illumina i miei occhi, affinché io non dorma del sonno della morte (Salmi 13:3)

dove gli occhi indicano la capacità d'intendere. Quindi, in Ezechiele, parlando di coloro che
non sono disposti a credere, i quali, hanno occhi per vedere, e non vedono (Ezechiele 12:2). In
Isaia:

Chiudi i loro occhi, affinché non vedano con gli occhi (Isaia 6:10)

volendo intendere  che dovrebbero  essere  resi ciechi,  perché  non devono comprendere.


Così Mosè disse al popolo,

Il Signore non ti ha dato un cuore per conoscere, né occhi per vedere, né orecchie per udire
(Deut. 29:4)

dove cuore indica la volontà, e occhi la capacità d'intendere. In Isaia si dice del Signore, che
aprirà gli occhi ai ciechi (Isaia 42:7). E nello stesso profeta: Gli occhi dei ciechi, liberati dalla
densa oscurità e dalle tenebre, vedranno (Isaia 29:18).

     213.  Per  sapere   di   essere   nudi  si   intende   conoscere   e   riconoscere   di   non   essere   più
nell'innocenza come prima, ma nel male, come è evidente dall'ultimo versetto del capitolo
precedente, dove si dice, essi erano nudi, l'uomo e sua moglie, e non provavano vergogna e dove
si può scorgere che  non vergognarsi della nudità  significa essere innocenti. Il contrario  è
significato dal loro  provare vergogna  come nel versetto in cui si dice che essi  intrecciarono
foglie   di   fico   e   si   coprirono  perché   dove   non   c'è   l'innocenza,   la   nudità   è   di   scandalo   e
vergogna, perché è accompagnata dalla coscienza di pensare il male. Per questo motivo la
nudità ricorre nella Parola per indicare una sorta di infamia e di male, ed è tipica di una
chiesa perversa, come in Ezechiele:

Tu eri nuda e scoperta, e oltraggiata (Ez. 16:22)

La hanno lasciata nuda e indifesa, e la sue nudità non sono state coperte (Ez. 23:29)

In Giovanni:

Ti consiglio di acquistare da me un abito bianco affinché tu possa essere vestito, e la vergogna
della tua nudità non appaia (Ap. 3:18)

E riguardo all'ultimo giorno:

Beato   chi  veglia   e   custodisce   le   sue  vesti  affinché   non   cammini   nudo   e   non   si  veda   la  sua
vergogna (Ap. 16:15)

In Deuteronomio:

Se un uomo ha trovato qualche nudità nella moglie scriva per lei un libello di ripudio (Deut.
24:1)

Per lo stesso motivo ad Aronne ed ai suoi figli fu comandato di  indossare calzoni di lino
prima di accostarsi all'altare, e al ministro, di coprire la carne della sua nudità, affinché non si
macchi d'iniquità, e non muoia (Esodo 28:42­43).

     214.  Essi sono chiamati  nudi  perché abbandonati nel loro proprio. Perché quelli che si


abbandonano   nel   loro   proprio   cioè   a   se   stessi,   non   hanno   più   alcuna   intelligenza   né
sapienza, né fede,  e di conseguenza sono  nudi, in quanto alla verità e al bene,  e sono
quindi nel male.
     215. Che il proprio dell'uomo non è altro che male e falsità mi è apparso evidente dal
fatto che qualsiasi cosa gli spiriti avessero affermato da loro stessi era talmente maligno e
falso che ogni volta che mi veniva dato di conoscere che parlavano da se stessi, sapevo che
erano nella falsità, anche se mentre parlavano erano così profondamente persuasi della
verità di ciò che affermavano da non avere dubbi. Lo stesso accade presso gli uomini che
parlano da se stessi. E allo stesso modo, non appena qualcuno iniziava a ragionare intorno
ai soggetti della vita spirituale e celeste, o della fede, percepivo  che essi dubitavano, e
perfino   negavano;   perché   il   ragionare   intorno   alla   fede   appartiene   al   dubbio   e   alla
negazione. E poiché tutto ciò procede dal sé ovvero dal loro proprio, essi sprofondano in
autentiche falsità e, di conseguenza in un abisso di densa oscurità, cioè, di falsità, e quando
sono   in   questo   abisso   la   più   insignificante   delle   obiezioni   prevale   su   mille   verità,
esattamente come se una particella minuta di polvere a contatto con la pupilla dell'occhio
bloccasse l'universo e tutto ciò che esso contiene. Di tali persone il Signore dice in Isaia: 

Guai a coloro che si reputano saggi e intelligenti (Isaia 5:21)

La tua saggezza e il tuo sapere ti hanno allontanato, e tu hai detto in cuor tuo, io, e nessun altro
oltre a me. E il male scenderà su di te, e non saprai da dove è sorto, una calamità si abbatterà su
di te, e non sarai in grado di evitarla e la devastazione ti colpirà improvvisamente, e non la
potrai scongiurare (Isaia 47:10­11)

In Geremia:

Ogni uomo è reso stolto dal sapere, ogni artigiano rimane confuso dalle sue opere, perché gli
idoli che ha fuso sono falsità, n'è vi è il soffio vitale in essi (Geremia 51:17).

Un idolo scolpito è la falsità, e una immagine fusa il male, del proprio dell'uomo.

   216. E intrecciarono foglie di fico, e ne fecero cinture per loro. Per, intrecciare le foglie, è inteso
giustificarsi. Il fico, rappresenta il bene naturale,  e per,  far cinture  per  loro, si intende
essere colpiti da vergogna. Così si esprimevano le genti più antiche, e così descrivevano
questa posterità della chiesa, per significare che invece dell'innocenza di cui avevano in
precedenza goduto,  possedevano solo il bene naturale, da cui il loro male era nascosto; ed
essendo nel bene naturale, furono colpiti dalla vergogna.

     217. Che la vite è utilizzata nella Parola per intendere il bene spirituale, e il fico il bene
naturale, è del tutto ignoto nel tempo presente, perché il significato interiore della Parola è
andato perduto; tuttavia, laddove ricorrono queste espressioni, sono intesi o implicati tali
soggetti, come anche in ciò che il Signore affermava nelle parabole riguardo alla vigna e al
fico, come in Matteo:

Gesù, vedendo un albero di fico sulla via, si avvicinò ad esso, ma non trovando altro che foglie
disse, che nessun frutto spunti da te d'ora in poi per sempre, e immediatamente il fico si seccò
(Matteo 21:19)

con cui si intende, che nessun bene, neanche il bene naturale, fu rinvenuto sulla terra.
Simile è il significato della vite e del fico in Geremia:

Provavano  forse vergogna delle loro abominazioni? No, non si vergognavano  affatto, e non


sapevano neppure arrossire. Perciò, quindi sicuramente li metterò da parte, dice l'Eterno. Non
vi saranno uve sulla vite, né fichi sul fico, e le foglie cadranno (Geremia 8:12­13),

con cui si intende che tutto il bene, sia spirituale, sia naturale, è perito, dal momento che
essi erano così depravati da aver perso anche il senso della vergogna, come quelli che al
giorno d'oggi sono nel male, e che, lungi dall'arrossire per la loro malvagità, ne fanno il
loro vanto. In Osea:

Trovai Israele come uva nel deserto.  Ho  visto i vostri padri come primizie nel giovane fico


(Osea 9:10)

E in Gioele:

Non  temete,  voi bestie  dei miei  campi,  perché  l'albero  porterà   il suo frutto,   il fico  e la  vite
daranno la loro potenza (Gioele 2:22)

La vite qui indica il bene spirituale, e il fico il bene naturale.

     218.  Versetto 8.  Ed essi udirono la voce di Signore Dio incedere nel giardino, nell'aria del


mattino.  E   l'uomo  e  sua  moglie   si  nascosero   dal  volto  di  Signore   Dio   in   mezzo   all'albero  del
giardino. Per la, voce di Signore Dio che incede nel giardino, è inteso un dettame interiore
che   ha   causato   in   loro   un   senso   di   paura,   essendo   questo   dettame   il   residuo   della
percezione di cui erano stati dotati. Per, aria o respiro del mattino,  è inteso un periodo
della   chiesa   quando   essa   possedeva   ancora   qualche   residuo   di   percezione.   Per,
nascondersi   dal   volto   di   Signore   Dio,   si   intende   il   timore   del   dettame   interiore,   come
accade a coloro che sono consapevoli del male. Per il centro dell'albero del giardino, in cui
essi si nascondevano, è significato il bene naturale. Ciò che è intimo è chiamato  il centro.
L'albero  indica  la percezione,  come in precedenza;  ma poiché vi era  scarsa  percezione
residua, l'albero è menzionato al singolare, come se ci fosse un solo residuo.

   219. Che per la voce di Signore Dio che incede nel giardino si intende un dettame interiore, di
cui avevano paura, è evidente dal significato di voce nella Parola, dove la voce di Signore è
usata   per   designare   la   stessa   Parola,   la   dottrina   della   fede,   la   coscienza   o   un   precetto
percepito dentro di sé, e anche ogni rimprovero che di lì sortisca. Per questa ragione i
tuoni sono chiamati voci del Signore, come in Giovanni:

L'angelo gridò a gran voce, come leone ruggente,  e quando ebbe gridato,  sette  tuoni fecero


udire la loro voce (Ap. 10:3)

volendo intendere che vi era dunque una voce sia esteriore, sia interiore. E ancora: 

Nei giorni in cui il settimo angelo farà udire la sua voce il mistero di Dio sarà compiuto (Ap.
10:7)

In Davide:

Cantate a Dio, cantate inni al Signore, che cavalca sulla sommità dei cieli più antichi. Ecco, egli
manda la sua voce, una voce potente (Salmi 68:32­33)

La sommità dei cieli più antichi indica la sapienza della chiesa più antica. Voce, la rivelazione,
e anche un dettame interiore. E ancora:

La voce del Signore è sulle acque; la voce del Signore è nella potenza; la voce del Signore è nella
gloria; la voce del Signore  spezza i cedri; la voce del Signore separa le fiamme; la voce del
Signore scuote il deserto; la voce del Signore fa partorire le cerve e sferza le foreste (Salmi 29:3­
5, 7­9)

E in Isaia:
Il Signore farà udire la potenza della sua voce; perché attraverso la voce del Signore Assur sarà
abbattuta (Is. 30:30­31).

   220. Per la voce che incede si intende che vi era un residuo di percezione, e che era, per così
dire, isolato e inascoltato, come è evidente anche dal seguente versetto in cui è detto,  il
Signore chiamò l'uomo. Così in Isaia:

Voce di uno che grida nel deserto. La voce disse, grida (Is. 40:3, 6)

Il deserto è la chiesa dove non c'è fede. La voce di uno che grida è l'annuncio dell'avvento del
Signore, e in generale ogni annuncio della sua venuta, come con il rigenerato, presso il
quale vi è un dettame interiore.

     221. Che con l'aria o il respiro del giorno è inteso il periodo in cui la chiesa aveva ancora
una minima percezione residua, è evidente dal significato di giorno e di notte. Le genti più
antiche   paragonavano   gli   stati   della   chiesa   alle   cadenze   del   giorno   e   della   notte.   Alle
cadenze   del   giorno   quando   la   chiesa   era   ancora   nella   luce;   per   cui   questo   stato   viene
paragonato   con   il   respiro   o   aria   del   giorno,   perché   vi   era   ancora   qualche   residuo   di
percezione da cui essi sapevano che erano caduti. Anche il Signore chiama lo stato della
fede giorno, e la mancanza della fede notte; come in Giovanni:

Devo  compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno;  la notte  viene quando


nessuno può operare (Giovanni 9:4)

Per   lo   stesso   motivo   gli   stati  di   rigenerazione   dell'uomo   sono   stati   chiamati  giorni  nel
capitolo 1 della Genesi.

     222. Che per nascondersi dal volto del Signore significa avere paura del dettame interiore,
come   accade   a   coloro   che   sono   consapevoli   del   male,   è   evidente   dalla   loro   risposta
(versetto 10): Ho udito la tua voce nel giardino, e ho avuto paura perché sono nudo. Il volto del
Signore, è misericordia, pace e ogni bene, come è chiaramente evidente dalla benedizione:

Il Signore faccia risplendere i suoi volti su di te, e sia misericordioso verso te. Il Signore volga i
suoi volti su di te, e ti dia pace (Num. 6:25­26)
E in Davide:

Dio sia misericordioso con noi e ci benedica, e faccia risplendere i suoi volti su di noi (Salmi
67:1)

Molti dicono: Chi ci mostrerà il bene? Signore, volgi la luce dei tuoi volti su di noi (Salmi 4:6)

La grazia del Signore è perciò chiamata l'angelo dei volti. in Isaia:

Farò menzione delle grazie del Signore. Egli ha ricambiato loro secondo le sue grazie, e secondo
la moltitudine di esse. Egli e diventato il loro salvatore. In tutta la loro afflizione egli era afflitto,
e l'angelo dei suoi volti li ha salvati. Nel suo amore e nella sua pietà li ha redenti (Isaia 63:7­9)

     223. Poiché il volto del Signore è grazia, pace e ogni bene, è evidente che annovera tutti
nella sua grazia e non nega mai il suo sostegno ad alcuno; ma è l'uomo che, quando è nel
male, allontana il suo volto, come dice il Signore in Isaia:

Le vostre iniquità vi hanno separato dal vostro Dio, e i vostri peccati hanno distolto il suo volto
da voi (Isaia 59:2)

e in questo passo, si nascosero dal volto del Signore, perché erano nudi.

   224. Grazia, pace e ogni bene, ovvero i volti di Signore sono l'origine del dettame ispirato
a coloro che hanno la percezione, e anche, seppure in modo differente, a coloro che hanno
coscienza, i quali agiscono con misericordia. Tali attributi Divini sono ricevuti secondo lo
stato in cui l'uomo è. Lo stato di questo uomo, cioè, della posterità della chiesa più antica,
era uno stato di bene naturale, e coloro che sono nel bene naturale, sono di natura tale che
si nascondono attraverso la paura e la vergogna, perché sono nudi. Mentre quelli che sono
privi del bene naturale non si nascondono, perché sono insensibili alla vergogna, riguardo
ai quali, in Geremia 8:12­13. (vedi sopra, n. 217).

   225. Che nel mezzo dell'albero del giardino significhi il bene naturale, in cui vi è una certa
percezione   che   è   chiamata  albero,   è   evidente   anche   dal  giardino  in   cui   l'uomo   celeste
abitava, perché tutto ciò che concerne il bene e la verità si chiama giardino con differenze
corrispondenti all'indole dell'uomo che lo coltiva. Il bene non è tale, se nel suo intimo non
è celeste, attraverso cui, dal Signore, giunge la percezione. Questo intimo è qui chiamato il
mezzo come anche in altre luoghi della Parola.

     226.  Versetti 9, 10.  E il Signore Dio chiamò l'uomo e gli disse, Dove sei?Ed egli rispose, Ho


udito la tua voce nel giardino, e ho avuto paura, perché ero nudo, e mi sono nascosto. Il significato
di  chiamare,  della   voce  nel  giardino, del  loro  essere  impauriti   perché   erano  nudi  e  di
nascondersi,   è   stato   precedentemente   spiegato.   È   usuale   nella   Parola   che   all'uomo   sia
chiesto dove si trovi e cosa stia facendo, sebbene il Signore conosca preventivamente ogni
cosa. La ragione di ciò è che l'uomo interrogato, possa riconoscere ed ammettere la propria
condotta.

     227.  Poiché è opportuno che l'origine della percezione, del dettame interiore e della
coscienza, sia conosciuto, e siccome al giorno d'oggi è cosa pressoché ignota, posso riferire
qualcosa sull'argomento. È una eminente verità che l'uomo sia governato dal Signore per
mezzo degli spiriti e degli angeli. Quando gli spiriti maligni iniziano a dominare l'uomo,
gli angeli operano al fine di dissuadere l'uomo dai mali e dalle falsità. Ha luogo quindi un
combattimento. È da questa lotta che l'uomo è avverte in sé la percezione, di un dettame
interiore   e   della   coscienza.   Da   queste,   e   anche   dalle   tentazioni,   l'uomo   potrebbe
chiaramente realizzare che gli spiriti e gli angeli sono realmente presso di lui, se non fosse
così profondamente immerso nelle cose corporee da non credere a nessuna cosa in merito
agli   spiriti   e   agli   angeli.   Tali   persone,   anche   se   avvertissero   questi   combattimenti   per
centinaia di volte, seguiterebbero a sostenere che sono fantasie e l'effetto di una mente
disordinata. Mi  è stato permesso  di sentire tali combattimenti, e di percepirli in modo
tangibile,   migliaia   e   migliaia   di   volte,   e   questo   per   diversi   anni.   E   mi   è   stato   altresì
permesso di sapere chi, cosa, e dove avevano luogo queste lotte, chi le provocava, quando
arrivavano e quando si allontanavano. E mi è stato permesso di conversare con loro.

     228.  È   impossibile   descrivere   la   raffinata   percezione   da   cui   gli   angeli   scoprono   se


un'affermazione è contraria alla verità della fede e al bene dell'amore. Essi percepiscono la
qualità di ciò che odono, mille volte più perfettamente dell'uomo stesso, il quale non sa
quasi nulla di ciò. Il più insignificante dei pensieri di in un uomo è percepito dagli angeli
più   compiutamente   di   quanto   l'uomo   percepisca   il   suo   più   grande.   Questo   è   davvero
incredibile, ma nondimeno, è vero.

   229. Versetti 11­13. Ed egli disse, Chi ti ha detto che eri nudo? Hai forse mangiato dell'albero di
cui ti avevo comandato di non mangiare?E l'uomo rispose, La donna che tu mi hai posto accanto,
lei mi ha dato dell'albero e io ne ho mangiato. E il Signore Dio disse alla donna, Cosa hai fatto? E la
donna rispose: Il serpente mi ha ingannata e io ne ho mangiato. Il significato di queste parole è
evidente   da   quanto   è   stato   spiegato   prima,   cioè,   che   la   parte   razionale   dell'uomo   era
incline a farsi ingannare dal suo proprio, perché questo gli era caro (vale a dire, l'amore di
sé), in modo che egli credeva solo a ciò che poteva vedere e sentire. Tutti possono vedere
che il Signore Dio non parla con un serpente, e in effetti non vi era alcun serpente; né egli
si rivolge alla parte sensuale che è rappresentata dal serpente. Queste parole implicano un
significato differente, cioè essi erano consci del fatto che si erano lasciati ingannare dai
sensi, e tuttavia, in conseguenza dell'amore di sé, erano desiderosi di accertare la verità di
ciò che avevano udito in merito il Signore, alla fede in lui, prima aderirvi.

     230.  Il   male   prevalente   di   questa   posterità   era   l'amore   di   sé,   non   accompagnato
dall'amore   del   mondo,   come   accade   al   giorno   d'oggi,   perché   essi   abitavano   all'interno
delle famiglie e dei propri nuclei familiari, e non nutrivano alcun desiderio di accumulare
ricchezza.

     231.  Il male della chiesa più antica esistita prima del diluvio, così come quello della
chiesa antica dopo il diluvio, e anche quello della chiesa ebraica e, successivamente, il male
della nuova chiesa o chiesa delle nazioni, dopo la venuta del Signore, e anche quella della
chiesa attuale, era ed è che essi non credono nel Signore ovvero, nella Parola, ma credono
in se stessi e nei propri sensi. Quindi non c'è fede, e dove non c'è fede non c'è neppure
amore verso il prossimo, di conseguenza tutto è falsità e male.

     232.  Nel tempo presente, però, è molto peggio che in passato, perché ora gli uomini
possono   confermare   l'incredulità   dei   sensi   con   le   conoscenze   attinte   dalla   memoria,
conoscenze   mondane   che   erano   ignote   agli   antichi,   e   ciò   ha   dato   vita   ad   un   grado
indescrivibile di oscurità. Se gli uomini sapessero quanto è grande l'oscurità prodotta dalla
loro scienza ne resterebbero sbalorditi. 

     233. Esplorare i misteri della fede per mezzo della conoscenza attinta dalla memoria è
cosa  impossibile quanto lo sia per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, o
per un nervo governare le più fini fibrille del torace e del cuore. Così grossolano, anzi, di
più, è ciò che si riferisce ai nostri sensi e alla conoscenza attinta dalla memoria, rispetto a
ciò che è spirituale e celeste. Chi vuole indagare le cose nascoste della natura, che sono
innumerevoli, scopre ben poco, e nelle sue investigazioni cade in errore, come è ben noto.
A maggior ragione si cade inevitabilmente in errore, investigando le verità nascoste della
vita spirituale e celeste, in cui esistono miriadi di misteri per ogni singolo mistero nascosto
in natura!

   [2] Si consideri in proposito questo solo esempio: l'uomo da se stesso non può fare se non
ciò che è male, allontanandosi con ciò dal Signore. Eppure, non è l'uomo a fare queste cose,
ma   gli   spiriti   maligni   che   sono   presso   di   lui.   Né   questi   spiriti   maligni   fanno   ciò
direttamente, bensì il male stesso che essi hanno fatto proprio. Tuttavia, l'uomo che agisce
nel male si allontana dal Signore, e questa colpa gli viene imputata. E ciò nondimeno, egli
vive unicamente dal Signore. Per converso, da se stesso l'uomo non può fare ciò che è
bene, e volgersi verso il Signore. Questa operazione è fatta dagli angeli. Neppure gli angeli
agiscono da se stessi, ma unicamente dal Signore. Eppure l'uomo è in grado, come da se
stesso, di fare ciò che è buono, e di volgersi verso il Signore. Queste fatti in nessun modo
possono essere compresi attraverso i nostri sensi, le scienze mondane e la filosofia. E se
questi ultimi dovessero essere consultati, inevitabilmente si perverrà alla negazione della
loro verità, così come di ogni altra verità soprannaturale.

     [3]  Da quanto detto risulta evidente che coloro che in materia di fede consultano le
percezioni   dei   sensi   e   la   conoscenza   attinta   dalla   memoria,   si   immergono   non   solo   in
dubbio, ma anche nella negazione, cioè, nella densa oscurità e, di conseguenza, in tutte le
cupidigie. Infatti, poiché credono in ciò che è falso, essi agiscono anche conformemente a
ciò che è falso. E siccome sostengono che ciò che è spirituale e celeste non esiste, credono
che non vi sia altro all'infuori di ciò che è del corpo e del mondo. E così amano tutto ciò
che appartiene a sé e al mondo, e in questo modo nutrono cupidigie e aspirano ai mali che
scaturiscono da ciò che è falso.
Genesi 3, versetti 14­19
  14. E il Signore Dio disse al serpente, Poiché hai fatto questo, sii maledetto sopra ogni bestia, e
sopra ogni animale selvatico del campo; sul tuo ventre striscerai, e mangerai polvere tutti i giorni
della tua vita.

 15. Porrò inimicizia tra te e la donna, e tra la tua stirpe e la sua stirpe. Ed ella calpesterà la tua
testa, e tu insidierai il suo calcagno.

  16.   E   alla   donna   disse:   Moltiplicherò   le   tue   sofferenze   ed   i   tuoi   concepimenti;   con   le   doglie
partorirai i tuoi figli, e dovrai obbedienza al tuo uomo, ed egli ti governerà.

 17. E all'uomo disse: Poiché hai dato ascolto alla voce di tua moglie e hai mangiato dell'albero di
cui ti avevo comandato, dicendo: Tu non devi mangiarne; maledetto sia il suolo per causa tua. Con
enorme sforzo ti procurerai da esso nutrimento tutti i giorni della tua vita.

 18 Spine e cardi produrrà per te, e tu mangerai l'erba dei campi.

 19. Con il sudore della fronte ti procurerai il pane, finché non ritornerai alla terra. Perché da essa
sei stato tratto. Perché polvere tu sei e alla polvere ritornerai.

Contenuti
   234. Lo stato successivo della chiesa fino al diluvio è qui descritto e, poiché a quei tempi
la chiesa aveva distrutto completamente se stessa, è predetto che il Signore sarebbe venuto
nel mondo e salvare il genere umano.

     235.  Coloro   che   non   sono   disposti   a   credere   ad   alcuna   cosa   che   non   possa   essere
percepita con i sensi ­ la parte sensuale dei quali è il serpente ­ hanno maledetto se stessi, e
sono diventati infernali (versetto 14).

     236.  Quindi per evitare  che tutta l'umanità precipitasse  in un inferno, il Signore ha


promesso che sarebbe venuto nel mondo (versetto 15).

   237. La chiesa è ulteriormente rappresentata dalla donna la quale, nella misura in cui ama
se stessa, ovvero il suo proprio, diviene incapace di apprendere la verità, anche se le è data
una parte razionale al fine di governarla (versetto 16). 

     238.  La qualità della parte razionale viene quindi descritta, in quanto ha dato il suo
consenso, e si è quindi dannata, ed è diventata infernale, in modo che la ragione è andata
perduta ed è rimasto il raziocinio (versetto 17).

   239. La dannazione e la rovina sono qui descritte, ed anche la loro natura ferina (versetto
18).
   240. In successione, la loro avversione a tutto ciò che concerne la fede e l'amore, e che in
tal modo dall'essere uomini sono diventati non uomini (versetto 19).

Significato interiore
     241.  Il popolo più antico, essendo uomini celesti, erano di un'indole tale che di ogni
oggetto che vedevano nel mondo o sulla faccia della terra, essi pensavano alle cose celesti
e Divine rappresentate da quegli oggetti. La loro vista non era che uno strumento, e così di
conseguenza, il loro discorso. Chiunque può comprendere ciò dalla propria esperienza,
perché se presta attenzione al significato delle parole di un oratore, egli effettivamente
sente le parole, ma è come se le avesse udite, percependone solo il senso. E uno che pensa
più   profondamente   non   presta   attenzione   neppure   al   senso   delle   parole,   ma   ad   un
significato più universale. Ma i posteri di cui qui si tratta non erano come i loro padri,
perché quando vedevano gli oggetti del mondo e ogni cosa visibile sulla faccia della terra,
essi li amavano, le loro menti andavano in estasi, pensavano ad essi e, attraverso essi, alle
cose celesti  e Divine. Dunque presso di loro ciò che è sensuale ha cominciato a essere
principale anziché strumentale come accadeva prima, presso i loro padri. E quando ciò che
è  del mondo diviene il principale, allora gli uomini ragionano in funzione di ciò sulle cose
del   cielo,   e   così   facendo   si   rendono   ciechi.   Anche   questo   può   essere   noto   a   chiunque
attraverso   la   propria   esperienza,   perché   chi   si   sofferma   sulle   parole   dell'oratore,
piuttosto che sul significato delle parole, ne apprende solo una minima parte, e ancora
meno della loro portata universale, talvolta giudica di tutto ciò che un uomo dice da una
singola parola, o anche da una singola particella grammaticale.

   242. Versetto 14. E il Signore Dio disse al serpente, Poiché hai fatto questo, sii maledetto sopra
ogni bestia, e sopra ogni animale selvatico del campo; sul tuo ventre striscerai, e mangerai polvere
tutti  i  giorni  della   tua  vita.  Per,   il Signore  disse   al  serpente,  si  vuole  intendere   che  essi
percepirono che fu la loro parte sensuale la causa [della loro caduta]. Il serpente maledetto
sopra di ogni bestia e di sopra di ogni animale selvatico, significa che la loro parte sensuale
si allontanò da ciò che è celeste, e si volse verso ciò che attiene al corpo, e quindi si dannò.
Bestia  e animale selvatico  qui significano  le affezioni, come più sopra. Che il serpente
debba strisciare sul suo ventre significa che la loro parte sensuale non poteva più guardare
verso l'alto alle cose del cielo, ma solo verso il basso, a quelle del corpo e del mondo. Il suo
mangiare polvere tutti i giorni della sua vita, significa che la loro parte sensuale divenne
tale che non poteva vivere, se non attraverso tutto ciò che appartiene al corpo e al mondo,
vale a dire, che era diventata infernale.

   243. Negli uomini celesti più antichi la parte sensuale del corpo era di una natura tale da
essere   conforme   e   asservita   al   loro   uomo   interno,   e   di   là   di   ciò,   essi   non   si   curavano
ulteriormente delle cose inerenti le percezioni dei sensi. Ma dopo che avevano cominciato
ad   amare   se   stessi,   anteposero   le   cose   inerenti   la   parte   sensuale   dell'uomo   alle   cose
appartenenti  all'uomo interno, e quando  queste  ultime furono  separate,  essi divennero
corporei, e così si dannarono.

   244. Avendo prima dimostrato che per il Signore Dio che parla al serpente, è inteso che
essi   percepirono   che   la   loro   parte   sensuale   era   la   causa   della   loro   caduta,   non   è   più
necessario aggiungere altro.

     245.  Che  disse al serpente, sii maledetto sopra ogni bestia, e sopra ogni animale selvatico del


campo significa che la loro parte sensuale si era allontanata da ciò che è celeste, volgendosi
verso ciò che è del corpo, e si è dunque dannata, può essere chiaramente dimostrato dal
significato interiore della Parola. Il Signore Dio non maledice nessuno. Non è mai adirato
con   nessuno,   non   conduce   mai   nessuno   in   tentazione,   non   punisce   mai   nessuno,   e
giammai maledice alcuno. Tutto questo  è fatto dall'orda infernale, perché tali cose non
possono mai procedere dalla fonte della misericordia, della pace e della bontà. Il motivo
del tenore letterale in questi passi e in altri luoghi della Parola, ove si narra che Signore
Dio   non   solo   allontana   il   suo   volto,   è   adirato,   punisce   e   tenta,   ma   perfino   uccide   e
maledice, è che gli uomini possano credere che il Signore governa e dispone tutto e ogni
cosa  nell'universo,   anche   il   male   stesso,   le   punizioni   e   le   tentazioni.   E,   quando   hanno
ricevuto   questa   idea   più   generale,   possono   poi   imparare   in   che   modo   egli   governa   e
dispone   di   tutte   le   cose   trasformando   il   male   della   pena   e   della   tentazione   in   bene.
Nell'insegnamento   e   nell'apprendimento   della   Parola,   le   verità   più   generali   vengono
prima; e quindi il senso letterale è pieno di queste cose.

     246.  Che   la bestia e l'animale selvatico del campo  significhino le affezioni è evidente da


quanto detto in precedenza (n. 45­46), a cui è consentito aggiungere il seguente passo da
Davide:

Tu, o Dio, mandi la pioggia della tua bontà; tu confermi tua eredità operosa; il tuo animale
selvatico abiterà in essa (Salmi 68:9­10)

dove  animale selvatico  indica l'affezione del bene, perché è detto che  abiterà   nel eredità di


Dio. La ragione per cui qui, e anche nel capitolo 2:19­20 sono nominati la bestia e l'animale
selvatico   dei   campi,   mentre   nel   capitolo   1:24­25,   sono   nominati   la   bestia   e   l'animale
selvatico  della  terra,   è  che il presente  passo  tratta  della  chiesa o  dell'uomo  rigenerato,
mentre il primo capitolo si riferisce a ciò che non era ancora una chiesa, ovvero a un uomo
che sta per diventare rigenerato. Perché la parola campo è riferita alla chiesa, o ai rigenerati.
   247. Che il serpente che striscia sul suo ventre indica che la loro parte sensuale non poteva
più guardare verso l'alto alle cose del cielo, ma solo verso il basso a quelle del corpo e della
terra, è evidente dal fatto che nei tempi antichi per  ventre si intendevano quelle cose più
vicine alla terra. Mentre per  petto  quelle al di sopra della terra; e per  testa, ciò che è più
elevato. Si è detto qui che la parte sensuale, che di per sé è la parte più bassa della natura
dell'uomo, striscia sul suo ventre perché è rivolta verso ciò che è mondano. La depressione
del ventre, fino alla terra, e l'aspersione della polvere sulla testa, avevano un significato
simile nella chiesa ebraica. Così leggiamo in Davide:

Perché ci nascondi il tuo volto e dimentichi la nostra miseria e oppressione? Perché la nostra
anima è nella polvere e il nostro ventre si trascina al suolo. Sorgi, vieni in nostro aiuto, salvaci
per il bene della tua misericordia (Salmi 44:25­27)

dove anche è evidente che quando l'uomo si allontana dal volto del Signore, egli fende con
il ventre la polvere e la terra. In Giona allo stesso modo, per ventre della balena, nel quale
era stato gettato, sono significate le parti inferiori della terra, come è evidente dalla sua
profezia:

Fuori dal ventre dell'inferno ho gridato, e tu hai ascoltato la mia voce (Giona 2:2)

dove l'inferno indica la terra inferiore.

     248. Pertanto, quando l'uomo mira alle cose celesti, si dice che va a testa alta e guarda
verso l'alto o in avanti. Mentre, quando ha a cuore le cose corporee e terrene, si dice che è
piegato a terra e guarda  verso il basso o indietro come in Levitico:

Io  sono il  Signore  vostro  Dio, che vi ha fatto  uscire dall'Egitto,  affinché non foste ridotti  in


schiavitù, e che ha rotto i legami del vostro giogo, e vi ha fatto andare a testa alta (Lev. 26:13)

In Michea:

Voi non solleverete dunque il collo, né andrete a testa alta (Michea 2:3)

In Geremia:
Gerusalemme   ha   peccato,   perciò   la   disprezzano,   perché   hanno   visto   la   sua   nudità.   Sì,   lei
gemeva e si è voltata indietro. Dall'alto egli ha scagliato un fuoco nelle mie ossa, e ha mi ha fatto
tornare indietro. Egli mi ha reso desolata (Lam. 1:8, 13)

E in Isaia:

Il   Signore,   tuo   Redentore,   che   volge   i   saggi   all'indietro,   e   trasforma   in   stoltezza   la   loro
conoscenza (Isaia 44:24­25)

   249. Che mangiare polvere tutti i giorni della vita significa che la loro parte sensuale divenne
tale che non potevano vivere di nient'altro che non appartenesse al corpo e la terra, vale a
dire, che erano diventati infernali, è evidente anche dal significato di polvere nella Parola,
come in Michea:

Pasci   il   tuo   popolo   come   nei   giorni   dell'eternità.   Le   nazioni   vedranno   e   tutte   le   loro   forze
impallidiranno. Esse mangeranno la polvere come serpenti, è saranno scossi nei visceri, come
rettili della terra (Michea 7:14, 16­17)

Per  giorni d'eternità  si intende la chiesa più antica. Le  nazioni  rappresentano, coloro che


confidano   nel   loro   proprio,   di   cui   si   dice   che  mangeranno   la   polvere   come   il   serpente.
In Davide:

I barbari si inchineranno davanti a Dio, e i suoi nemici mangeranno la polvere (Salmi 72:9)

Barbari e nemici sono coloro che hanno a cuore unicamente le cose del mondo. In Isaia:

Polvere sarà il pane del serpente (Isaia 65:25)

Poiché  polvere significa coloro che non hanno riguardo per le cose spirituali e celesti, ma
solo   per   ciò   che   è   corporeo   e   suolo,   perciò   il  Signore   ha   ingiunto   ai  suoi  discepoli   di
scrollarsi di dosso la polvere dai loro piedi se la città o la casa in cui fossero entrati non si fosse
dimostrata degna (Matteo 10:14). (Che  polvere  denoti ciò che è dannato e infernale, verrà
ulteriormente mostrato al versetto 19).

     250.  Versetto 15.  Porrò inimicizia tra te e la donna, e tra la tua stirpe e la sua stirpe. Egli


calpesterà la tua testa, e tu insidierai il suo calcagno.  Ciascuno è consapevole del fatto che
questa è la prima profezia dell'avvento del Signore nel mondo. E appare così chiaramente
dalle  parole stesse,  e  quindi dai profeti,  che  perfino  gli ebrei  sapevano  che un Messia
doveva venire. Finora però nessuno ha compreso il significato particolare del  serpente, e
della donna, del seme del serpente del seme della donna, della testa del serpente che doveva essere
calpestata e del  calcagno che il serpente deve insidiare. Devono quindi essere spiegati. Con il
serpente  qui si intende tutto il male in generale, ed in particolare l'amore di sé. Con la
donna  si intende la chiesa. Con il seme del serpente, si intende ogni  infedeltà. Con il seme
della   donna  si   intende   la   fede   nel   Signore.   Con  Egli,  il   Signore   stesso.   Con   la  testa   del
serpente, il dominio del male in generale e, in particolare il dominio dell'amore di sé. Con
calpestare, si intende lo sprofondare, in modo che esso  strisci sul ventre e mangi la polvere.
Con il calcagno, si intende la parte naturale più grossolana (cioè ciò che è corporeo), che il
serpente deve insidiare.

   251. Il motivo per cui il serpente significa tutto il male in generale, e in particolare l'amore
di sé, è che tutto il male ha avuto la sua origine da quella parte sensuale della mente e
anche dalle scienze che da principio sono state rappresentate  dal  serpente. Dunque qui
denota il male di ogni genere, e in particolare l'amore di sé, o l'odio contro il prossimo e il
Signore,   che   è   la   stessa   cosa.   Poiché   questo   male   o   odio   è   molteplice   e   composto   da
numerosi generi e ancora più numerose specie, viene descritto nella Parola attraverso vari
tipi di serpenti, come basilischi, aspidi, vipere, serpenti di fuoco e serpenti volanti, serpenti
che strisciano, in base alle differenze di veleno, che è l'odio. Così si legge in Isaia:

Non   esultate,   Filistei,   perché   la   verga   che   vi   percuoteva   si   è   rotta.   Perché   dalla   radice   del
serpente   uscirà   un   basilisco,   e  il  suo   frutto   sarà  un   serpente   di   fuoco  che   vola   (Isaia  14:29)

la radice del serpente indica quella parte della mente, o quel principio che è collegato con i
sensi e le scienze. Il basilisco indica il male che ha origine nella falsità che da lì deriva. E il
serpente   volante   di   fuoco  significa   la   cupidigia   che   deriva   dall'amore   di   sé.   Nello   stesso
profeta simili cose sono così descritte in altri passi:

Si schiudono le uova di basilisco, e la ragnatela  è tessuta. Colui che mangia delle loro uova
muore, e dall'uovo schiacciato esce una vipera (Is. 59:5).
Il serpente qui descritto nella Genesi si chiama nella Rivelazione il grande drago rosso," e il serpente
antico, e anche diavolo e satana che inganna il mondo intero (12:3, 9; 20:2); dove, anche in altri luoghi,
per  diavolo  non si intende qualsiasi particolare diavolo che domina sugli altri, ma tutta l'orda di
spiriti maligni, ed il male stesso.

     252. Che per la donna si intende la chiesa, è evidente dal quanto detto sopra (n. 155) in
merito al matrimonio celeste. Tale è la natura del matrimonio celeste, che il cielo, e perciò
la chiesa, si uniscono al Signore dal loro proprio, tanto che essi   sono nel loro proprio,
perché senza di ciò non vi può essere unione. Quando il Signore nella sua grazia infonde
innocenza, pace e bene in questo proprio, esso conserva ancora la sua identità, ma diviene
un sé celeste e lieto (come si può vedere al n. 164). La qualità del proprio celeste e angelico
dal Signore, e la qualità del proprio, che prende le mosse dal sé, che è infernale e diabolico,
non possono essere illustrate. La differenza è come quella tra il cielo e l'inferno.

     253.  È in virtù del proprio celeste e angelico che la chiesa  è chiamata  donna, e anche


moglie, sposa, vergine, e figlia. È chiamata donna nell'Apocalisse:

Una donna vestita di sole e la luna sotto i suoi piedi, e sul suo capo una corona di dodici stelle.
E il drago ha perseguitato la donna che aveva partorito il figlio dell'uomo (Ap. 12:1, 4­5, 13)

In   questo  passo  per  donna  si  intende   la  chiesa.  Per  sole  si  intende  l'amore.  Per  luna  si
intende la fede. Per stelle, come sopra, le verità della fede, ciascuna delle quali è odiata e
perseguitata oltremodo dagli spiriti maligni. La chiesa è chiamata donna, e anche moglie in
Isaia:

Il tuo creatore è tuo marito, Signore degli eserciti è il suo nome, ed il tuo redentore è il Santo
d'Israele, il Dio di tutta la terra è chiamato. Perché come una donna abbandonata e afflitta nello
spirito il Signore ti ha chiamato, e come la sposa della giovinezza (Isaia 54:5­6),

dove il creatore è chiamato anche marito, perché unito al proprio della chiesa. La  donna
abbandonata e la moglie della giovinezza significano in particolare la chiesa antica e la chiesa
più antica. Analogamente in Malachia:

Il Signore ha reso testimonianza fra te e la moglie dei tuoi figli (Malachia 2:14).

È chiamata moglie e sposa nell'Apocalisse:
Vidi la città santa, la nuova Gerusalemme scendere da Dio, dal cielo, preparata come una sposa
adorna per il suo sposo: vieni qui, ti mostrerò la sposa, la moglie dell'Agnello (Apocalisse 21:2,
9)

La chiesa è chiamata vergine e figlia in tutti i profeti.

     254.  Che per il  seme del serpente  si intende ogni infedeltà, è evidente dal significato di


serpente, vale a dire ogni male. Seme è ciò che produce ed è prodotto, o ciò che genera ed è
generato; e poiché è della chiesa che qui si tratta, l'infedeltà è ad essa riferita. In Isaia, la
chiesa ebraica nel suo stato pervertito, è chiamata seme di malfattori, seme di adulteri e seme
di menzogna:

Guai   alla   nazione   peccatrice,   popolo   carico   di   iniquità,   seme   di   malfattori   e   progenie   di
distruttori. Hanno abbandonato Signore,   hanno provocato il Santo d'Israele e si sono voltati
indietro (Isaia 1:4)

Avvicinatevi, figli della maga, seme di adultero. Non siete voi figli di trasgressione e seme di
menzogna? (Isaia 57:3­5)

E ancora, parlando del serpente o drago, come è chiamato Lucifero:

Tu sei stato scacciato dal tuo sepolcro come un germoglio spregevole, perché hai corrotto la
tua terra e hai ucciso il tuo popolo. Il seme dei malfattori sarà dimenticato in eterno (Isaia
14:19­20)

     255.  Che il  seme della donna  significhi la fede nel Signore è evidente dal significato di


donna cioè chiesa, il cui seme non è altro che la fede, perché è dalla fede nel Signore che la
chiesa è chiamata chiesa. In Malachia, la fede è chiamata Seme di Dio:

Il Signore ha reso testimonianza tra te e la moglie della tua giovinezza; e ha fatto in modo che
foste un  solo spirito. Perché altrimenti si cercherebbe il seme di Dio? Ma esaminati nello spirito,
affinché non abbi a tradire la moglie della tua giovinezza (Malachia 2:14­15)
In questo passo la moglie della giovinezza è la chiesa antica e la più antica tra le chiese, del
cui seme (o fede) il profeta parla. In Isaia inoltre, riferendosi alla chiesa:

Verserò le acque, sul suolo assetato, e ruscelli sulle [terre] secche. Effonderò il mio spirito sul
tuo seme e la mia benedizione sulla tua discendenza (Is. 44:3)

In Apocalisse:

Il drago si infuriò contro la donna e mosse guerra con il resto della sua discendenza, che
osservava i comandamenti di Dio e custodiva la testimonianza di Gesù Cristo (Ap. 12:17).

E in Davide:

Ho fatto un patto con il mio eletto, ho giurato a Davide mio servo, per l'eternità io stabilisco il
suo seme, e il suo seme durerà per sempre, e il suo trono come i giorni dei cieli. Il suo seme
durerà per l'eternità, e il suo trono come il sole davanti a me (Salmi 89:3­4, 29, 36)

dove per Davide si intende il Signore. Per trono, il suo regno. Per sole si intende l'amore. Per
discendenza, la fede. 

   256. Non solo la fede, ma anche il Signore stesso è chiamato il seme della donna perché egli
solo dona la fede, e quindi è la fede, e perché, nella sua misericordia, era lieto di nascere
nel   mondo   ­   dal   momento   che   la   chiesa   era   sprofondata   nel   suo   proprio,   infernale   e
diabolico   a   causa   dell'amore   di   sé   e   dell'amore   del   mondo   ­   in   modo   che   con   la   sua
potenza Divina avrebbe  potuto  unire  il Divino celeste  con il proprio Umano nella sua
essenza Umana, in modo che in lui essi potessero essere uno. E, a meno che questa unione
non fosse stata effettuata, il mondo intero sarebbe completamente perito. Poiché il Signore
è dunque il seme della donna, non è detto esso ma egli.

     257.  Che   con   la  testa   del   serpente  si   intenda   il   dominio   del   male   in   generale,   e   in
particolare dell'amore di sé, è evidente dalla sua natura, che è così terribile che non solo
persegue il dominio, ma perfino il dominio di ogni cosa esistente nel mondo. Né rimane
da  ciò  soddisfatto, volendo  aspirare  anche  a governare   ogni cosa nel  cielo,  e  poi,  non
contento  di  questo,  il male     mira  a dominare  sul  Signore  stesso   e,  anche   allora  non   è
soddisfatto. Questo è insito in ogni scintilla dell'amore di sé. Se esso fosse assecondato e
liberato   da   ogni   restrizione,   esploderebbe   e   si   innalzerebbe   fino   all'altezza   cui   aspira.
Perciò è evidente in che misura il serpente, o il male dall'amore di sé, arda dal desiderio di
esercitare il dominio, e quanto odi tutti coloro che rifiutano il suo dominio. Questa è quella
testa del serpente che si esalta, e che il Signore calpesta, fino a terra, fino a farla strisciare sul
suo ventre e a mangiare la polvere, come affermato nel versetto immediatamente precedente.
Così anche è descritto il serpente o drago chiamato Lucifero in Isaia:

O Lucifero, tu hai detto nel tuo cuore, ascenderò fino ai cieli, innalzerò il mio trono al di sopra
delle   stelle   di   Dio,   e   siederò   sul   monte   dell'adunanza,   a   settentrione.   Ascenderò   sopra   la
sommità delle nubi, sarò pari al più elevato in dignità. Eppure tu sarai precipitato all'inferno,
nelle profondità dell'abisso (Isaia 14:12­15)

Il serpente o drago è anche descritto nella Rivelazione riguardo al modo in cui esalta la sua
testa:

Un   enorme   drago   rosso,   aveva   sette   teste   e   dieci   corna,   e   molti   diademi   sulle   teste;   ma   fu
precipitato sulla terra (Apocalisse 12:3, 9)

In Davide:

Il Signore dice al mio Signore: Siedi alla mia destra, affinché io faccia dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi
piedi: Signore manda la verga della tua forza da Sion. Egli giudica le nazioni, semina la morte, schiaccia
la testa di moltitudini, beve del ruscello sulla via, poi solleva la testa (Salmo 110:1­2, 6­7)

     258.  Che per calpestare o  aggredire  si intenda il deprimere, in modo da costringere a


strisciare sul ventre e mangiare la polvere, è ora evidente da questo e dai passi precedenti.
Così anche in Isaia:

Il Signore ha abbattuto quelli che abitano in alto. La città che si esalta sarà umiliata. Egli la
umilierà fino a terra, la farà prostrare fin nella polvere; dal piede sarà calpestata (Isaia 26:4­6)

Egli getta a terra con la forza delle mani; essi devono essere calpestati, corona di orgoglio (Isaia
28:2­3)
   259. Che per il calcagno si intenda la parte naturale più infima o corporea non può essere
compreso salvo che sia conosciuto il modo di pensare delle genti più antiche riguardo alle
varie cose inerenti l'uomo. Essi comparavano le cose celesti e spirituali con la testa e il
volto; ciò che proviene da queste, come carità e misericordia, al torace; le cose naturali, ai
piedi; le cose naturali infime, alle piante dei piedi, e le più infime e corporee in assoluto, al
tallone. Né si limitavano a fare riferimento ad esse, ma così anche le nominavano. Le cose
di più infimo valore della ragione, cioè, le scienze, sono state rappresentate anche da ciò
che Giacobbe profetizzò riguardo a Dan:

Dan sarà un serpente sulla strada, una vipera sul sentiero, che morde i garretti del cavallo e il
cavaliere cade all'indietro (Gen. 49:17)

Anche in Davide:

L'iniquità dei miei talloni mi tormenta (Salmi 49:5)

Allo stesso modo in ciò che è detto di Giacobbe, quando uscì dal grembo materno,

Che la sua mano afferrò il calcagno di Esaù; perciò fu chiamato Giacobbe (Gen. 25:26)

perché il nome Giacobbe deriva dal calcagno, e perché la chiesa ebraica, rappresentata da Giacobbe,
ferì il tallone. Un serpente può aggredire solo le cose naturali più infime e, salvo che non sia una
specie di vipera, non può aggredire le cose naturali più intime dell'uomo, e ancor meno le sue cose
spirituali, e men che meno, tutte le sue cose celesti, che il Signore preserva e custodisce nell'uomo a
sua insaputa. Le cose che sono così custodite dal Signore sono denominate nella Parola, resti. In che
modo il serpente distrusse le cose naturali più infime presso le genti vissute prima  del diluvio, da
ciò che è sensuale e dall'amore di sé; presso gli ebrei, dalle cose sensuali, dalle tradizioni, dalle
inezie, e dall'amore di sé e del mondo; e in che modo nel tempo presente ha distrutto e continua a
distruggerle attraverso ciò che è sensuale, le scienze, la filosofia, e al tempo stesso l'amore di sé e
del mondo, per  Divina misericordia del Signore sarà esposto qui di seguito.

   260. Da quanto detto risulta evidente che è stato rivelato alla chiesa di quel tempo che il
Signore sarebbe venuto nel mondo per salvarli.

   261. Versetto 16. E alla donna disse: Moltiplicherò le tue sofferenze ed i tuoi concepimenti; con le
doglie partorirai i tuoi figli, e dovrai obbedienza al tuo uomo, ed egli ti governerà. Per la donna, è
ora   intesa   la   chiesa   quanto   al   suo  proprium,   che   è   amato.   Per,   moltiplicherò   le   tue
sofferenze, è inteso il combattimento, e la conseguente ansietà. Per, concepimento, ogni
pensiero. Per i figli che lei avrebbe partorito con le doglie, sono intese le verità che avrebbe
così acquisito. Per uomo, qui come in precedenza, è intesa la parte razionale cui essa dovrà
obbedienza e che, come tale, la governerà.

   262. Che la Chiesa sia rappresentata dalla donna è stato mostrato in precedenza, ma qui il
riferimento è alla chiesa pervertita dal proprio, perché la posterità della chiesa più antica,
che era diventata pervertita, è trattata in questi passi.

     263. Quando dunque la parte sensuale allontana o danna l'uomo, la conseguenza è che
gli   spiriti   maligni   cominciano   a   combattere   con   forza,   e   gli   angeli   di   guardia   li
fronteggiano, e quindi questo combattimento è descritto dalle parole:  moltiplicherò le tue
sofferenze ed i tuoi concepimenti; con le doglie partorirai i tuoi figli cioè, riferendosi al pensiero e
alla comprensione della verità.

   264. Che il concepimento e la nascita di figli nella Parola, siano intese in un senso spirituale
concepimento per il pensiero e la disposizione dell'animo, e figli per le verità, è evidente da
Osea:

Riguardo a Efraim, la loro gloria volerà via come un uccello, dalla nascita, dal grembo, e dal
concepimento.   Anche   se   avranno   i   loro   figli,   ma   io   li   sottrarrò   loro   affinché   non   diventino
uomini. Guai a loro quando li abbandonerò (Osea 9:11­12)

dove Efraim significa l'intelligenza, o la comprensione della verità, e figli le verità stesse. Si
è già detto altrove in relazione a Efraim, o colui che è intelligente, che è diventato stolto:

I dolori del travaglio sono sopraggiunti su di lui, egli  è un figlio stolto, perché quando sarà
giunto il momento non sarà pronto a lasciare il grembo dei figli (Os 13,13)

E in Isaia:

Vergognati Sidone, perché il mare ha parlato, la fortezza marina, ha detto, Non ho doglie,  non
ho partorito,  né ho allevato giovani uomini, né vergini. Come è d'uso in Egitto, si partorirà
secondo quanto accade a Tiro (Is. 23:4­5)

dove per  Sidone  si intendono coloro che sono stati nella conoscenza della fede, che però


hanno distrutta a causa delle scienze, e così sono diventati sterili.
     [2]  Sempre nello stesso profeta, trattando della rigenerazione, e dove, ugualmente, le
verità della fede sono rappresentate dai figli:

Prima del travaglio ha partorito, e prima delle doglie ha dato alla luce un figlio maschio. Chi ha
mai udito una simile cosa? Chi ha visto una simile cosa? Può forse la terra portare frutti in un
sol giorno senza il mio comando? dice l'Eterno. Non sono forse io che le comando di portare
frutto? dice il tuo Dio (Isaia 66:7­9)

Beni e verità, essendo concepiti e nati dal matrimonio, sono pertanto chiamati  figli  dal


Signore in Matteo:

Colui che semina il buon seme è il figlio dell'uomo; il campo è il mondo e il seme sono i figli del
regno (Mt. 13:37­38)

Ed egli chiama i beni e le verità della fede salvifica, figli di Abramo (Giovanni 8:39). Perché il seme
(come affermato in n. 255) indica la fede, laddove i figli, che sortiscono dal seme, sono i beni e le
verità   della   fede.   Di   qui   anche   il   Signore,   essendo   egli   stesso   il  seme,   chiama   sé   stesso  Figlio
dell'uomo, cioè, la fede della chiesa.

     265.  Che per  uomo  [vir]  è intesa la parte razionale appare dal versetto 6 del presente


capitolo, in quanto la donna aveva dato il frutto al suo uomo, ed egli ne mangiò. Con ciò si
intende il suo consenso, e lo stesso è evidente anche da quanto è stato detto dell'uomo al n.
158, dove per uomo si intende colui che è savio e intelligente. Qui però  uomo  denota la
parte   razionale,   perché   in   conseguenza   della   distruzione   della   sapienza   e   intelligenza,
conseguente   alla   consumazione   del   frutto   dell'albero   della   conoscenza,   nient'altro   è
rimasto. Perché il razionale è un'imitazione dell'intelligenza, essendo per così dire la sua
parvenza.

   266. Siccome ogni legge e precetto discende da ciò che è celeste e spirituale, come dal suo
autentico principio, ne consegue che questa legge del matrimonio richiede che la moglie,
che   agisce   in   ragione   del   desiderio,   che   è   il   suo   proprio,   piuttosto   che   in   forza   della
ragione, che è il proprio dell'uomo, debba essere sottoposta alla sua prudenza.

   267. Versetto 17. E all'uomo disse: Poiché hai dato ascolto alla voce di tua moglie e hai mangiato
dell'albero di cui ti avevo comandato, dicendo: Tu non devi mangiarne; maledetto sia il suolo per
causa tua. Con enorme sforzo ti procurerai da esso nutrimento tutti i giorni della tua vita.  Per
l'uomo che aveva dato ascolto alla voce della moglie, è significato il consenso della parte
razionale, dell'uomo, a causa del quale egli si è allontanato e ha dannato se stesso e, di
conseguenza, tutto l'uomo esterno, che è rappresentato dalla locuzione, maledetto sia il
suolo per causa tua. Per, trarrai nutrimento da esso con enorme sforzo, si intende che il
futuro   stato   della   sua   vita   sarebbe   miserabile,   e   questo   fino   alla   fine   di   quella   chiesa,
ovvero, per tutti i giorni della sua vita.

     268.  Che   per  suolo  si  intende  l'uomo  esterno   è   evidente  da  ciò  che   è  stato   detto  in
precedenza sulla  terra, sul  suolo  e sul  campo. Quando l'uomo è rigenerato, non si chiama
più terra ma suolo, perché il seme celeste è stato impiantato in lui. Egli è anche paragonato
al campo ed è chiamato campo in vari luoghi della Parola. I semi del bene e della verità sono
impiantati   nell'uomo   esterno,   cioè,   nella   sua   affezione   e   nella   sua   memoria,   e   non
nell'uomo interno, perché non c'è nulla del proprio nell'uomo interno, ma solo in quello
esterno. Nell'uomo interno vi sono i beni e le verità, e quando questi non affiorano, l'uomo
è esteriore o corporale. Nondimeno, tali beni e verità sono comunque custoditi nell'uomo
interno, ad insaputa dell'uomo, in quanto non emergono se non quando l'uomo esterno,
per   così   dire,   muore,   ovvero,   di   solito   quando   l'uomo   incorre   in   tentazioni,   disgrazie,
malattie e nell'ora della morte. La parte razionale appartiene anche all'uomo esterno (n.
118), ed è di per sé una sorta di medium tra l'uomo interno e l'uomo esterno, perché l'uomo
interno,   attraverso   la   parte   razionale,   interagisce   con   l'esterno   corporeo.   Ma   quando   a
causa   della   parte   razionale,   l'uomo   esterno   si   separa   dall'uomo   interno,   l'esistenza
dell'uomo   interno   non   è   più   nota,   né   di   conseguenza   l'intelligenza   e   la   sapienza   che
risiedono nell'uomo interno.

     269. Che il Signore Dio non maledica il suolo, ovvero l'uomo esterno, ma che è l'uomo
esterno ad allontanarsi o separarsi da quello interno, e quindi a dannarsi, è evidente  da
quanto è stato precedentemente esposto (n. 245).

     270. Che per trarre nutrimento dal suolo con enorme sforzo si intenda uno stato miserabile
della vita è evidente da ciò che precede e segue, senza contare che per mangiare, nel senso
interiore, si intende vivere. Ciò è evidente anche dal fatto che tale stato di vita insorge
quando gli spiriti maligni cominciano a combattere, e gli angeli di guardia li fronteggiano.
Questo   stato   di   vita   diventa   più   miserabile,   quando   gli   spiriti   maligni   acquistano   il
dominio, perché allora governano l'uomo esterno, e gli angeli hanno il governo del solo
uomo interno, di cui rimane così poco che difficilmente possono attingervi alcunché per
difendere   l'uomo.   Di   qui   hanno   origine   l'angoscia   e   l'ansia.   I   morti   sono   raramente
sensibili all'angoscia e all'ansia, perché non sono più uomini, anche se  pensano in questi
termini più di altri, perché non conoscono più dei bruti ciò che è spirituale e celeste, e cosa
sia la vita eterna; e al pari di questi guardano verso il basso, alle cose terrene, o verso
l'esterno alle cose del mondo. Essi assecondano solo il loro proprio, e soddisfano le proprie
inclinazioni ed i sensi, con il concorso di tutta la loro parte razionale. Essendo morti, non
possono più fronteggiare alcun combattimento spirituale o tentazione e, qualora fossero
esposti a tali combattimenti, la loro vita sprofonderebbe sotto il peso di questi, e in tal
modo si dannerebbero ancora di più, e si precipiterebbero ancora più profondamente nella
dannazione infernale: quindi ciò è risparmiato loro fino all'ingresso nell'altra vita, dove,
non   essendo   più   nel   pericolo   di   morire,   né   di   conseguenza   in   qualsiasi   tentazione   o
avversità,   sono   in   grado   di   sopportare   sofferenze   ben   più   gravi,   quali   quelle   qui
rappresentate dal suolo maledetto, e dal procurarsi da esso nutrimento con enorme sforzo.

   271. Che tutti i giorni della tua vita significhi la fine dei giorni della chiesa è evidente dal
fatto che qui il soggetto trattato non è il singolo uomo, ma la chiesa e il suo stato. La fine
dei giorni di quella chiesa fu al tempo del diluvio. 

     272. Versetto 18. Spine e cardi produrrà per te, e tu mangerai l'erba del campo. Per, spina e
cardi, si intendono la dannazione e la rovina; e per, mangerai l'erba del campo, si intende
che egli debba vivere come un animale selvatico. L'uomo vive come un animale selvatico,
quando   il   suo   uomo   interno   è   così   separato   dall'esterno   da   non   avere   su   di   esso   una
significativa influenza. Perché l'uomo è uomo da ciò che egli riceve attraverso il suo uomo
interno, dal Signore; ed è un animale selvatico da ciò che deriva dall'uomo esterno, che,
separato da quello interno è, di per sé, nient'altro che un animale selvatico, avendo una
simile   natura   e   desideri,   appetiti,   fantasie,   sensazioni   e   forme   organiche   simili.   Che
tuttavia egli sia in grado di ragionare, e, come appare a se stesso, acutamente, lo si deve
alla sostanza spirituale che riceve l'influsso della vita dal Signore. Tale influsso  è però
pervertito  nell'uomo esterno, e diviene la vita del male, che  è la morte. Di qui  è stato
chiamato uomo morto.

     273.  Che spine e cardi  significhino dannazione e rovina, è evidente dalla vendemmia e


dagli   alberi   da   frutto   che   rappresentano   gli   opposti,   che   sono   le   benedizioni   e   le
moltiplicazioni. Che spina, cardo, radice, rovo e ortica, abbiano un tale significato  è evidente
dalla Parola, come in Osea:

Ecco, sono andati via a causa della rovina; l'Egitto li ospiterà, Menfi sarà la loro tomba. I loro
tesori d'argento, saranno ereditati dall'ortica; il rovo prenderà il posto delle loro tende (Osea 9:6)

Qui Egitto e Menfi significano il cercare vanamente di comprendere le cose Divine da loro
stessi e attraverso le loro scienze. Nello stesso profeta:

Le alture di Aven, il peccato di Israele, saranno distrutti. Spina e cardo cresceranno sui loro
altari (Osea 10:8),
dove   le  alture   di   Aven  significano   l'amore   di   sé;   e  spina   cardo   e   sugli   altari  significa   la
profanazione. In Isaia:

Lutto sui campi rigogliosi e sui fecondi vigneti. Sul suolo del mio popolo crescerà il pruno (Is.
32:12­13)

E in Ezechiele:

Non ci sarà più alcun pruno pungente nella casa d'Israele, né alcuna  spina  dolorosa da tutti i


popoli confinanti (Ezechiele 28:24)

     274. Che per mangiare l'erba del campo (cioè, il cibo selvatico) si intenda vivere come un
animale selvatico, è evidente da quanto si dice di Nabucodonosor in Daniele:

Tu   sarai   cacciato   dall'uomo,   e   la   tua   dimora   sarà   con   la   bestia   del   campo.   Ti   sarà   dato   da
mangiare erba come i buoi, e sette tempi passeranno su di te (Dan. 4:25)

E in Isaia:

Non hai udito ciò che ho fatto e creato dai tempi antichi. Ora l'ho condotto alla fine che sarà
quella di bastioni abbandonati, città fortificate in rovina e dei loro abitanti sfiniti, spaventati e
confusi, come erba del campo, verde del prato, erba sui tetti e campo di grano riarso prima della
trebbiatura (Isaia 37:26­27)

Qui   è   spiegato   ciò   che   si   intende   per  erba   del   campo,   verde   del   prato,   erba   sui   tetti   e   campo
riarso, perché il tema qui trattato è il tempo prima del diluvio, reso da molto tempo fa, e dai tempi
antichi.

   275. Versetto 19. Con il sudore della fronte ti procurerai il pane, finché non ritornerai alla terra.
Perché da essa sei stato tratto. Perché polvere tu sei e alla polvere ritornerai. Per, mangiare il pane
con il sudore della fronte, si intende essere contrari a ciò che è celeste. Per, ritornare alla
terra da cui era stato tratto, si intende il ricadere nell'uomo esterno, come era prima della
rigenerazione. E, tu sei polvere, e alla polvere ritornerai, significa che egli  è dannato e
infernale.
     276. Che per mangiare il pane col sudore della fronte si intenda essere contrari a ciò che è
celeste è evidente dal significato di  pane. Con il termine  pane  si intende tutto ciò che è
spirituale e celeste, che è il cibo degli angeli, i quali privati di esso cesserebbero di vivere,
al pari degli uomini privati del pane o del nutrimento. Il pane celeste e spirituale nel cielo
corrisponde anche al pane sulla terra, da cui il primo è rappresentato come mostrato in
molti passi nella Parola. Che il Signore  è il  pane, perché da Lui procede tutto ciò che è
celeste e spirituale, è insegnato in Giovanni:

Questo   è   il   pane   che   discende   dal   cielo,   colui   che   mangia   di   questo   pane   vivrà   in   eterno
(Giovanni 6:58)

Anche per questa ragione il pane e il vino sono i simboli impiegati nella santa cena. Il
celeste è rappresentata anche dalla manna. Che ciò che è celeste e spirituale, rappresenta il
cibo degli angeli è evidente dalle parole del Signore:

L'uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Mt. 4:4)

cioè dalla vita del Signore, da cui procede tutto ciò che è celeste e spirituale.

     [2]  L'ultima discendenza della più antica chiesa, che visse immediatamente prima del
diluvio, ed è qui trattata, si era così a fondo perduta e immersa nel sensuale e nelle cose
corporee, che non era più disposta ad ascoltare la verità della fede, ciò che è il Signore, o
che sarebbe venuto a salvarli, e quando tali soggetti sono stati posti alla loro attenzione
essi si sono allontanati. Questa avversione è rappresentata da mangiare il pane con il sudore
della fronte. Così pure gli ebrei, a causa della loro indole tale che essi non riconoscevano
l'esistenza   delle   cose   celesti,   e   desideravano   unicamente   un   messia   mondano,   non
potevano   che   provare   avversione   per   la   manna,   perché   era   una   rappresentazione   del
Signore,  chiamandola  vile   pane,  a  causa   di  ciò   furono  inviati  tra  loro   serpenti   velenosi
(Num.  21:05, 6). Inoltre le cose celesti donate loro nelle avversità e miserie, quando erano
in lacrime, sono state chiamate da loro il  pane delle avversità, il  pane della miseria  e il  pane
delle lacrime. Nel versetto davanti a noi, ciò che era ricevuto con l'avversione è chiamato il
pane del sudore della fronte.

   277. Questo è il senso interiore. Colui che si attiene strettamente alla lettera, non capisce
altro che l'uomo debba procurarsi il pane per sé dal suolo, attraverso il lavoro, ovvero con
il  sudore della fronte.  Uomo  qui non sta a significare  un uomo qualsiasi, ma la chiesa
antica. Né suolo qui significa suolo; e neppure pane, il pane; né giardino, il giardino, ma le
cose celesti e spirituali ad essi corrispondenti, come è stato sufficientemente dimostrato.

     278.  Che   per  tornare   al   suolo   dove   egli   è   stato   tratto  è   inteso   che   la   chiesa   sarebbe
sprofondata nell'uomo esterno, come era prima della rigenerazione,  è evidente dal fatto
che suolo significa l'uomo esterno, come precedentemente indicato. E che polvere significa
ciò che è dannato e infernale è evidente anche da quanto è stato detto del serpente, che a
causa del fatto che è stato maledetto, è scritto che debba  mangiare la polvere." A quanto è
stato lì mostrato in merito al significato di polvere si possono aggiungere i seguenti passi da
Davide:

Tutti   quelli   che   scendono   nella   polvere   e   quelli   le   cui   anime   non   sono   state   vivificate,   si
prostreranno davanti al Signore (Salmi 22:29)

Se tu nascondi il tuo volto, essi sono turbati; se togli loro il respiro, essi muoiono e ritornano
nella polvere (Salmi 104:29)

il che significa che quando gli uomini si allontanano dal volto del Signore, essi spirano, e
così ritornano alla polvere, cioè, sono dannati e diventano infernali.

     279.  Tutti  questi   versi  dunque,   considerati   in serie,   implicano   che  la parte   sensuale
allontana l'uomo dal celeste  (versetto  14); che il Signore sarebbe  venuto al mondo allo
scopo di congiungere la parte sensuale e la parte celeste dell'uomo (versetto 15); che un
combattimento insorge quale conseguenza del fatto che l'uomo esterno allontana se stesso
(versetto  16); di qui derivano le avversità (versetto  17); la dannazione (versetto 18), ed
infine l'inferno (versetto 19). Queste cose seguono in successione in quella chiesa, dalla
quarta discendenza fino al diluvio.
Genesi 3, versetti 20­24
 20. E l'uomo diede a sua moglie il nome di Eva, perché era la madre di tutti i viventi.

 21. E Signore Dio fece per l'uomo e per sua moglie mantelle di pelle, e li vestì.

 22. E Signore Dio disse: Ecco, l'uomo è diventato come uno di noi, quanto alla conoscenza del bene
e del male. Ora egli non stenda la sua mano per prendere anche i frutti dell'albero della vita, per
mangiarne e vivere per l'eternità.

  23. Perciò Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da cui era stato
tratto.

 24. Ed egli scacciò l'uomo e stabilì dei cherubini a oriente verso il giardino di Eden e la fiamma di
una spada roteante, per custodire la via dell'albero della vita.

Contenuti
     280.  Questi versi trattano sommariamente della chiesa più antica e di coloro che sono
caduti; quindi anche della sua discendenza fino al diluvio, quando essa cessò di esistere.

   281. Della chiesa più antica che era celeste, e dalla vita della fede nel Signore, chiamata
Eva e la madre di tutti i viventi (versetto 20).

     282.  Della sua prima discendenza, in cui vi era il bene spirituale celeste; e della sua
seconda e terza, in cui vi era bene naturale, rappresentato dalle mantelle di pelle che Signore
Dio fece per l'uomo e sua moglie (versetto 21).

   283. Della quarta discendenza, nella quale il bene naturale cominciò ad essere dissipato,
e che, se fossero stati rigenerati o istruiti nelle cose celesti della fede, sarebbero periti; il che
è rappresentato con, non stenda egli la sua mano, e non prenda anche dell'albero della vita, per
mangiarne, e vivere per l'eternità (versetto 22).

   284. Della quinta discendenza, che era priva di ogni bene e verità, ed era degradata allo
stato in cui erano stati prima della rigenerazione, il che si intende con il suo essere mandato
fuori dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto (versetto 23).

     285. Della sesta e settima discendenza, che erano prive di ogni conoscenza esteriore di
ciò che è bene e vero, e si erano abbandonate ai loro sudici amori e convinzioni; essendo
questo   provveduto   affinché   non   profanassero   le   cose   sante   della   fede,   il   che   è
rappresentato   dal   loro   essere  cacciati,   e   dai   cherubini   posti   a   presidiare   il   giardino,   con   la
fiamma di una spada, per impedire l'accesso all'albero della vita (versetto 24).
Significato interiore
     286.  Questo e i precedenti capitoli, fino ai versi ora in esame, trattano delle genti più
antiche e della loro rigenerazione; in primo luogo, di coloro che vivevano come animali
selvatici, ma alla fine sono diventati uomini spirituali. Poi di coloro che sono diventati
uomini celesti, e costituivano la più antica chiesa. Poi di quelli che sono caduti, e dei loro
discendenti,   nell'ordine,   attraverso   la   prima,   la   seconda,   la   terza   discendenza   e   quelle
successive, fino al diluvio. Nei seguenti versi, che concludono il capitolo, abbiamo una
ricapitolazione di quanto  accaduto  nel periodo  che intercorre  dal tempo  in cui  l'uomo
della chiesa più antica è stato creato, fino al diluvio, dunque è una conclusione di tutto ciò
che precede.

     287.  Versetto 20.  E l'uomo diede a sua moglie il nome di Eva, perché era la madre di tutti i


viventi. Per uomo si intende qui l'uomo della chiesa più antica, ovvero l'uomo celeste. Per
moglie  e per  madre di tutti i viventi  si intende la chiesa. Ella è chiamata  madre  perché è la
prima chiesa. Vivente in virtù del possesso della fede nel Signore, che è la vita stessa. 

   288. Che per uomo si intende l'uomo della più antica chiesa, ovvero l'uomo celeste, è stato
mostrato in precedenza. E allo stesso modo è stato anche mostrato che solo il Signore è
uomo, e che per mezzo di Lui ogni uomo celeste è uomo, in quanto a sua somiglianza.
Quindi ogni membro della chiesa, senza distinzioni o eccezioni, è stato chiamato uomo, e
infine questo nome è stato attribuito a tutti coloro che nel corpo apparivano come uomini,
per distinguerli dalle bestie.

     289.  È stato anche mostrato più sopra che per  moglie  si intende la chiesa, e nel senso


universale, il regno del Signore nei cieli e sulla terra, e da questo ne consegue che lo stesso
deve intendersi per madre. Nella Parola, la chiesa spesso è chiamata madre, come in Isaia:

Dov'è il libello di ripudio di vostra madre? (Isaia 50:1)

In Geremia:

Tua madre è coperta di vergogna. Lei che ti ha partorito è assalita dalla vergogna (Ger. 50:12)

In Ezechiele:

Tu sei la degna figlia di tua madre che odiava il suo uomo ed i suoi figli. Tua madre era un'ittita
e tuo padre un amorreo (Ez. 16:45),
dove uomo indica il Signore e tutto ciò che è celeste; figli, le verità della fede, una ittita ciò
che è falso: e amorreo ciò che è male. Nello stesso profeta:

Tua madre è come una vite nella tua somiglianza, piantata vicino alle acque; ella è rigogliosa e
ricca di fronde per l'abbondanza di acqua (Ez 19:10).

Qui madre rappresenta la chiesa antica. Il termine madre è più in particolare applicabile alla
chiesa più antica, perché fu la prima chiesa, e l'unica ad essere celeste, e pertanto, amata
dal Signore più di ogni altra.

   290. Che la chiesa sia stata chiamata la madre di tutti i viventi in virtù del possesso della
fede nel Signore, che è la vita stessa, è anche evidente da quanto è già stato mostrato. Non
vi può essere più di una vita, da cui procede la vita di tutti, e non vi può essere la vita, che
sia autenticamente vita, se non attraverso la fede nel Signore, che è la vita stessa. Né vi può
essere fede in cui è la vita, se non per mezzo di Lui, vale a dire, a meno che Egli non sia in
essa. Per questo motivo, nella Parola, il Signore è il solo chiamato vivente, e Signore vivente
(Ger. 5:2; 12:16; 16:14, 15; 23:07; Ez. 5:11),  colui che vive nell'eternità  (Dan. 4:34, Rev. 4:10,
5:14, 10:6), la sorgente della vita (Sal 36:9), sorgente di acqua viva (Ger 17:13). Il cielo (che vive
da lui) è chiamato la terra dei viventi (Isaia 38:11, 53:8, Ez. 26:20, 32:23­27, 32; Salmi 27:13,
52:5, 142:5). E sono chiamati viventi coloro che sono nella fede nel Signore, come in Davide:

Chi ripone la nostra anima tra i vivi (Salmi 66:9)

Di coloro che possiedono la fede è detto che sono nel libro delle vite (Salmi 69:28), e nel libro
della vita (Ap. 13:8; 17:8, 20:15). Perciò anche di coloro che ricevono la fede in lui si dice che
sono  vivificati (Osea 6:2;. Salmi 85:6). Per converso, ne consegue che coloro che non sono
nella fede sono chiamati morti, come in Isaia:

I morti non vivranno. Refaim non si rialzerà, perché tu li hai visitati e li hai fatti perire (Is. 26:14)

cioè coloro che si sono gonfiati con l'amore di sé; rialzarsi significa accedere alla vita. Dei
primi è detto inoltre che sono trafitti (Ez. 32:23­26, 28­31). Essi sono chiamati anche morti
dal Signore (Mt. 4:16; Gv. 5:25; 8:21, 24, 51, 52). L'inferno è anche chiamato morte (Is. 25:8;
28:15).
     291. In questo versetto viene descritto il primo periodo, quando la chiesa era nel fiore
della   sua   giovinezza,   che   rappresenta   il   matrimonio   celeste,   riguardo   al   quale   essa   è
descritta attraverso il matrimonio, ed è chiamata Eva, una parola il cui significato è vita.

     292.  Versetto 21.  E Jehovah Dio fece per l'uomo e per sua moglie mantelle di pelle, e li vestì.


Queste parole significano che il Signore li ha istruiti nel bene spirituale e naturale. Tale
istruzione è espressa con la locuzione fece per loro e li vestì. E il bene spirituale e naturale è
rappresentato dalle mantelle di pelle.

     293.  In nessun caso tali significati possono affiorare dal tenore letterale del testo; ciò
nondimeno   sono   qui   avviluppati   in   profondità,   in   modo   che   risulti   con   evidenza   che
Jehovah Dio non ha confezionato alcun indumento di pelle per loro.

     294.  Né   risulterebbe   evidente   a   chiunque   che   una  mantella   di   pelle  significa   il   bene
spirituale   e   naturale,   se   non   attraverso   la   rivelazione   del   significato   interno,   ed   il
successivo raffronto dei passi della Parola ove ricorrono espressioni simili. Qui è usato il
termine generico pelle. Ma per la pelle di una pecora o di un montone, si intendono quegli
animali che nella Parola indicano le affezioni del bene, della carità, e ciò che appartiene
alla carità, come è stato rappresentato dalle pecore utilizzate nei sacrifici. Sono chiamati
pecore  coloro che sono dotati del bene della carità, cioè del bene spirituale e naturale, e
quindi il Signore è chiamato il pastore delle pecore e coloro che sono dotati della carità sono
chiamati il suo gregge, come tutti sanno.

     295. Il motivo per cui si dice di loro che furono vestiti con mantelle di pelle è che le genti
più antiche usavano dire essere nudo intendendosi riferire alla loro innocenza. Ma quando
essi persero la loro innocenza si resero conto di essere nel male, che  è anche chiamato
nudità. Affinché tutte le cose appaiano storicamente coerenti (secondo il modo di parlare
delle   genti   più   antiche),   qui   è   detto   che   furono   vestiti   affinché   non   rimanessero  nudi
ovvero, nel male. Che fossero nel bene spirituale e naturale è evidente da quanto è stato
osservato sopra, dal versetto 1 al 13 del presente capitolo, così come da ciò che è riferito,
che Jehovah Dio fece per loro mantelle di pelle, e li vestì. Nello specifico, qui è trattata la prima
ed in particolare la seconda e la terza discendenza della chiesa, che era dotata di tale bene.

   296. Che le pelli di capretti, pecore, capre, montoni e arieti, significano i beni spirituali e
naturali,   è   evidente   dal   significato   interiore   della   Parola,   laddove   si   fa   riferimento   a
Giacobbe, e anche all'arca. Di Giacobbe si dice che egli  indossava le vesti di Esaù  e le sue
mani ed il collo, erano coperte di pelle di capretto. E quando Isacco le annusò, disse, l'odore di
mio figlio è come l'odore di un campo (Gen. 27:15, 16, 27). Che queste pelli significano i beni
spirituali   e  naturali,   per   Divina  misericordia  del  Signore,   sarà  illustrato  in  quel  passo.
Dell'arca si dice che la copertura della tenda era di pelli di tasso e ariete (Esodo 26:14; 36:19),
e che quando erano in testa, Aronne ed i suoi figli coprivano l'arca con un rivestimento di
pelli di tasso  e così pure sulla tavola e sul suo drappo, sul candelabro, sull'altare d'oro, e
sugli oggetti del ministero e dell'altare (Num. 4:6­14). Per Divina misericordia del Signore,
in   quel   passo   si   potrà   anche   vedere   che   queste   pelli   significano   il   bene   spirituale   e
naturale, perché tutto ciò che era nell'arca, nel tabernacolo, o nella tenda, e tutto ciò che
Aronne   indossava   quando   era   vestito   con   gli   abiti   della   santità,   significa   ciò   che   è
spirituale celeste, in modo che non c'era una minima cosa che non avesse una propria
rappresentazione.

     297.   Il   bene   celeste   non   è   vestito,   perché   è   intimo,   ed   è   innocente.   Mentre   il   bene
spirituale   celeste   è   la   veste   intima.   E   il   bene   naturale   è   la   veste   più   esterna,   ed   è
denominata indumento, come in Ezechiele, parlando della chiesa antica:

Ti ho vestito con una veste ricamata, e ti ho dato calzari di tasso. Ti ho cinto i fianchi con una
veste di bisso, e ti ho coperto di seta (Ez. 16:10)

In Isaia:

Metti le tue splendide vesti, o Gerusalemme, città santa (Isaia 52:1)

In Apocalisse:

Coloro   che   non   hanno   macchiato   le   proprie   vesti,   cammineranno   con   me   in   vesti   candide,
perché ne sono degni (Ap. 3:4­5)

dove  è  altresì   detto   dei  ventiquattro  anziani che  erano  vestiti  di  bianche   vesti  (Ap.  4:4).
Pertanto, i beni più esteriori, che sono quelli spirituali celesti, e naturali, sono rappresentati
da indumenti; anche coloro che sono dotati dei beni della carità appaiono nel cielo in vesti
sfolgoranti, ma qui, perché sono ancora nel corpo, con mantelle di pelle.

     298.  Versetto 22.  E Jehovah Dio disse: Ecco l'uomo è diventato come uno di noi, quanto alla


conoscenza del bene e del male. Non stenda ora la sua mano, e non prenda anche dell'albero della
vita, per mangiarne, e vivere per l'eternità. All'inizio del versetto Jehovah Dio" è nella prima
persona singolare, e poi nella prima persona plurale, perché per Jehovah Dio si intende il
Signore, e al tempo stesso il cielo angelico. Che l'uomo conosca il bene e il male significa che
è diventato celeste, e come tale, saggio e intelligente. Non stenda la sua mano, e non prenda
anche dell'albero della vita  significa che non doveva essere istruito nei misteri della fede,
perché in tal modo non avrebbe potuto essere mai salvato per l'eternità, significato reso da
vivere per l'eternità.

     299.  Qui ci sono due arcani: il primo, che  Jehovah Dio  significa il Signore e il cielo al


tempo   stesso.   Il   secondo,   che   se   quell'uomo   fosse   stato   istruito   nei   misteri   della   fede,
avrebbe perso la vita eternamente.

     300. Per quanto riguarda il primo arcano, che con Jehovah Dio si intende il Signore e al
tempo stesso il cielo, deve osservarsi che nella Parola, sempre per un motivo segreto, il
Signore è a volte chiamato semplicemente Jehovah, a volte Jehovah Dio a volte Jehovah e poi
Dio, a volte Jehovih il Signore a volte il Dio d'Israele e a volte soltanto Dio. Così, nel primo
capitolo   della  Genesi,  dove   si  dice  anche,   in  prima  persona  plurale,  Facciamo  l'uomo  a
nostra immagine. Ivi è chiamato soltanto Dio, e non è chiamato Jehovah Dio fino al capitolo
seguente, dove si fa riferimento all'uomo celeste.  È chiamato Jehovah, perché egli solo è, e
vive dunque, in quanto all'essenza. È chiamato Dio, perché può fare tutte le cose, dunque,
in quanto alla potenza, come è evidente dalla Parola, dove si rinviene questa distinzione
(Isaia 49:4, 5; 55:7, Salmi 18:02, 28, 29, 31;. 31:14). Per questo motivo ogni angelo o spirito
che   ha   parlato   con   l'uomo,   e   che   si   riteneva   fosse   in   possesso   della   potenza,   è   stato
chiamato Dio, come appare in Davide:

Dio presiede l'assemblea Divina, egli giudicherà in mezzo agli dei (Salmi 82:1)

Chi nel cielo può reggere il confronto con Jehovah? Chi tra i figli degli dei sarà paragonato a
Jehovah? (Salmi 89:6)

Rendete grazie al Dio degli dei, rendete grazie al Signore dei signori (Salmi 136:2­3)

Anche gli uomini in quanto dotati di potenza vengono chiamati  dei, come in Sal. 82:6,
Giovanni 10:34, 35. Di Mosè si dice che è  un dio al cospetto del Faraone  (Esodo 7:1). Per
questo motivo la parola Dio in ebraico è al plurale Elohim. Ma poiché gli angeli non hanno
alcun potere da se stessi, come del resto essi riconoscono, ma solo dal Signore, e siccome vi
è un solo Dio, dunque, per Jehovah Dio nella Parola si intende il Signore. Ma dove tutto è
effettuato  attraverso  il ministero  degli angeli, come nel primo capitolo della Genesi, si
parla di Lui al plurale. Ecco anche perché dell'uomo celeste, in quanto uomo, non potendo
essere   messo   a   confronto   con   il   Signore,   ma   soltanto   con   gli   angeli,   si   dice,  l'uomo   è
diventato   come   uno   di   noi,   in   quanto   alla   conoscenza   del   bene   e   del   male  cioè,   è   savio   e
intelligente.
   301. L'altro arcano è che se fossero stati istruiti nei misteri della fede sarebbero morti in
eterno,   che   è   il   significato   dalle   parole,  ora   egli   non   stenda   la   sua   mano,   e   prenda   anche
dell'albero della vita, per mangiarne, e vivere per l'eternità. Quando gli uomini hanno invertito
l'ordine della vita, e hanno rifiutato di vivere, o di diventare savi, se non da se stessi e dal
loro proprio, hanno iniziato a mettere in discussione la validità di tutto ciò che hanno
udito   circa   la   fede.   E   poiché   essi   hanno   agito   così   da   se   stessi   e   dalle   proprie   cose
provenienti dai sensi e dalle scienze, sono stati necessariamente indotti alla negazione, e di
conseguenza alla bestemmia e alla profanazione, in modo che alla fine non si sono fatti
scrupolo di mescolare le cose profane con ciò che è santo. Quando un uomo diviene di una
tale indole, egli è dannato nell'altra vita e non rimane per lui alcuna speranza di salvezza.
Perché le cose mescolate dalla profanazione rimangono talmente confuse che ogni volta
che qualsiasi idea di sacro affiorasse, allo stesso tempo, una idea di qualcosa di profano è
congiunta con essa; la conseguenza è che la persona non può essere in alcuna società, salvo
in una di quelle dei dannati. Tutto ciò che è presente in qualsiasi idea del pensiero e, come
tale, congiunta con esso, è più squisitamente percepita nell'altra vita, e anche dagli spiriti
nel mondo degli spiriti, e molto di più dagli spiriti angelici, così finemente che da una sola
idea essi conoscono il carattere di una persona. La separazione delle idee profane da quelle
sante,   quando   queste   sono   congiunte   non   può   essere   effettuata   se   non   per   mezzo   di
tormenti infernali tali che se un uomo ne fosse consapevole eviterebbe accuratamente la
profanazione così come eviterebbe l'inferno stesso.

   302. Questo è il motivo per cui i misteri della fede non sono mai stati rivelati agli ebrei.
Non è stato neppure detto chiaramente che sarebbero sopravvissuti alla morte, né che il
Signore sarebbe venuto nel mondo per salvarli. Così grande era l'ignoranza e la stupidità
in   cui   sono   stati   mantenuti,   e   sono   tuttora   tenuti,   che   non   sapevano   e   non   sanno
dell'esistenza dell'uomo interno, o di alcunché di interiore, perché se avessero conosciuto
di esso, o se ne avessero saputo anche soltanto adesso, in modo da riconoscerlo, il loro
carattere   è   tale   che   avrebbero   profanato   questo   arcano,   e   non   vi   sarebbe   stata   alcuna
speranza   di   salvezza   per   loro   nell'altra   vita.   Questo   è   ciò   che   intende   il   Signore   in
Giovanni:

Egli ha accecato i loro occhi, e ha fermato il loro  cuore,  affinché non vedano con i loro occhi, non


intendano col cuore, e non si convertano, ed io li guarisca (Giovanni 12:40)

E ancora il Signore, rivolgendosi ad essi in parabole, senza spiegarne significato, perché
(come dice lui stesso),
Guardando non vedano, e udendo non ascoltino e non comprendano (Matteo 13:13)

Per lo stesso motivo tutti i misteri della fede sono stati nascosti loro, e sono stati nascosti
sotto figure rappresentative della loro chiesa, e per la stessa ragione lo stile profetico è di
un tale carattere. Una cosa è la conoscenza; altro è riconoscere. Colui che conosce ma non
riconosce è come se non abbia mai conosciuto. Ma colui che riconosce e poi bestemmia e
profana, è ciò che si intende con queste parole del Signore.

   303. La vita di cui l'uomo si appropria è conforme a tutte le cose di cui  è persuaso, cioè
che   riconosce   e   crede.   Quello   di   cui   è   non   è   persuaso   o   non   riconosce   né   crede,   non
influiscono sulla sua mente. E quindi nessuno può profanare le cose sante a meno che non
ne sia stato così convinto da riconoscerle, e tuttavia, di seguito, negarle. Coloro che non le
riconoscono, pur avendone conoscenza, è come se non sapessero, e sono come coloro che
conoscono cose che non hanno alcuna esistenza. Tali erano gli ebrei al tempo dell'avvento
del   Signore,   e   perciò   si   dice   nella   Parola   che   erano  devastati  o  in   rovina,  cioè   che   non
avevano   più  alcuna  fede.   In  tali  circostanze,   gli  uomini  non  danneggiano  il  contenuto
intimo della Parola aperta a loro, perché sono come persone che guardano, eppure non
vedendo, odono, eppure non ascoltano; i cui cuori sono bloccati; di cui il Signore dice in
Isaia:

Andate a riferire a questo popolo, Udite, eppure non comprendete, vedete, eppure non sapete.
Sia il loro il cuore indurito, e le loro orecchie pesanti e i loro occhi foderati, affinché non vedano
con gli occhi, non sentano con gli orecchi e non intendano con il cuore e non si  convertano, in
modo che essi possano essere guariti (Isaia 6:9­10)

Che i misteri della fede non sono rivelati agli uomini finché sono in uno stato di rovina,
tale che non credono più (affinché, come detto in precedenza, non possano profanarli), il
Signore  lo dichiara apertamente nei versi seguenti dello stesso profeta:

Allora dissi: Fino a quando, Signore? Ed egli rispose, Fino a quando le città non saranno nella
desolazione, fino ad essere disabitate, e le case, abbandonate, e il suolo  completamente desolato
e finché il Signore non abbia estirpato l'uomo (Isaia 6:12)

È chiamato  uomo  colui che è savio, o che riconosce e crede. Gli ebrei erano quindi nella


desolazione, come già detto, al tempo dell'avvento del Signore; e per la stessa ragione sono
ancora tenuti nella rovina dalle loro cupidigie, e soprattutto dalla loro avarizia, tale che,
anche se sentono parlare del Signore mille volte, e anche se le immagini rappresentative
della   loro   chiesa   fanno   direttamente   riferimento   al   Signore,   ciò   nondimeno   essi   non
riconoscono né credono alcunché. Questo poi è stato il motivo per cui gli antidiluviani
furono scacciati dal giardino di Eden, e ridotti in in una rovina tale che non erano più in
grado di riconoscere alcuna verità.

     304. Da tutto ciò è evidente che cosa si intenda con le parole, affinché egli non stenda la
mano e non prenda anche dell'albero delle vite, per mangiarne, e vivere per l'eternità. Prendere
dell'albero delle vite e mangiarne,  significa sapere fino a riconoscere ciò che è dell'amore e
della  fede.  Perché  vite  al plurale  indicano  amore  e  fede,  e  mangiare  significa qui come
altrove, sapere. Per  vivere per l'eternità  non si intende vivere nel corpo per l'eternità, ma
vivere dopo la morte, nella dannazione eterna. Un uomo che è morto non è chiamato così
perché è morto dopo la vita del corpo, ma perché vivrà una vita di morte, perché la morte è
la   dannazione   e   l'inferno.   L'espressione  vivere,   è   usata   con   un   significato   simile   in
Ezechiele:

Voi date la caccia alle anime del mio popolo, e salvate le anime che vivono per voi. Voi mi avete
profanato tra la mia gente, per uccidere anime che non moriranno, e per far vivere anime che
non vivranno (Ez. 13:18­19)

   305. Versetto 23. Perciò Jehovah Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da
cui era stato tratto.  Per, essere scacciato dal giardino di Eden, si intende essere privati di
tutta l'intelligenza e della sapienza. E per, lavorare il suolo da dove era stato tratto, è inteso
che l'uomo era diventato corporeo, come era prima della rigenerazione. Che per essere
scacciato   dal   giardino   di   Eden,   si   intenda   essere   privati   di   tutta   l'intelligenza   e   della
sapienza   è   evidente   dal   significato   di  giardino  e   di  Eden"  come   sopra   riferito.   Perché
giardino  significa   intelligenza,   o   la   comprensione   della   verità,   e  Eden  essendo
rappresentativo dell'amore, è simbolo della sapienza, vale a dire la volontà del bene. Che,
lavorare il suolo da dove era stato tratto, significa diventare corporeo, come era prima
della rigenerazione, è stato mostrato sopra (versetto 19), dove ricorrono termini simili.

   306. Versetto 24. Ed egli scacciò l'uomo e stabilì a oriente verso il giardino di Eden i cherubini e
la fiamma di una spada roteante, per custodire la via dell'albero delle vite. Per, cacciare l'uomo, si
intende privarlo completamente della volontà del bene e della comprensione della verità,
fino al punto da essere separato da queste e da non essere più uomo. Per, stabile cherubini
a oriente, si intende evitare l'intrusione dell'uomo in qualsiasi cosa segreta della fede Per,
oriente verso il giardino di Eden, si intende ciò che è celeste, da cui procede l'intelligenza.
E per i cherubini è significata la provvidenza del Signore nel prevenire che un tale uomo
possa entrare nelle cose della fede. Con la fiamma di una spada roteante è inteso l'amore
di sé con i suoi insani desideri e le conseguenti persuasioni, che sono tali che egli vuole
davvero entrare, ma viene portato via e allontanato verso ciò che è corporeo e suolo, e
questo allo scopo di custodire la via dell'albero delle vite, cioè, di impedire la profanazione
delle cose sacre.

     307.  Qui è trattata la sesta e la settima posterità, che perirono con il diluvio, e furono
completamente  scacciate   dal   giardino   dell'Eden,   cioè,   persero   del   tutto   la   capacità   di
intendere, e divennero come se non fossero stati uomini, essendosi abbandonati alle loro
folli cupidigie e convinzioni.

   308. Poiché il significato di oriente e di giardino di Eden è stato illustrato più sopra, non è
necessario soffermarsi ulteriormente su di essi. Ma che i cherubini indichino la provvidenza
del Signore, onde evitare che l'uomo possa in modo insano entrare nei misteri della fede,
dal suo proprio, cioè attraverso ciò che appartiene ai sensi e alla scienza, ed in tal modo,
profanarli,   e   annientare   se   stesso,   è   evidente   da   tutti   i   passi   della   Parola   in   cui   si   fa
menzione dei cherubini. Poiché gli ebrei erano di una tale indole che se avessero posseduto
una chiara conoscenza della venuta del Signore, delle figure rappresentative della chiesa,
in quanto corrispondenza del Signore, della vita dopo la morte, dell'uomo interno e del
significato interiore della Parola, avrebbero profanato tutto ciò e avrebbero perso la vita in
eterno. Quindi ciò è stato rappresentato dai cherubini sul propiziatorio all'interno dell'arca,
sulle tende del tabernacolo, sul velo, e anche nel tempio, per significare che il Signore li
aveva in custodia (Esodo 25:18­21; 26:1, 31; 1 Re 6:23­29,   32). Perché l'arca, in cui era la
testimonianza, assume lo stesso significato dell'albero delle vite in questo passo, vale a
dire, il Signore e le cose celesti che appartengono esclusivamente alla lui. Perciò anche il
Signore è così spesso chiamato il  Dio d'Israele seduto sui cherubini  e quindi parlava con
Mosè e Aronne tra i cherubini (Esodo 25:22;. Num. 7:89). Questo è chiaramente descritto in
Ezechiele, dove si dice:

La gloria del Dio di Israele si è elevata dal cherubino sul quale era, alla soglia del tempio. Ed
egli ha chiamato l'uomo vestito di lino, e gli ha detto: Passa nel mezzo della città, in mezzo a
Gerusalemme, e apponi un segno sulla fronte degli uomini che gemono e sospirano per tutti gli
abomini che vi si compiono. E agli altri ha detto:  Seguitelo attraverso la città e colpite; non
risparmiate nessuno e non usate pietà. Sterminate vecchi, giovani vergini, bambini e donne;
riempite i campi di morte (Ez. 9:3­7)

Egli ha detto all'uomo vestito di lino, Va alla ruota sotto il cherubino e riempi le tue mani
con i carboni ardenti che si trovano fra i cherubini, e disperdili sulla città. Il cherubino ha
steso la mano tra i cherubini dove era il fuoco in mezzo ai cherubini, ne ha preso, e lo ha
messo nelle mani di colui che era vestito di lino, che lo ha preso ed è uscito (Ez. 10:2, 7).
Da questi passi è evidente che la provvidenza del Signore nell'impedire agli uomini di
accedere ai misteri della fede è rappresentata dai cherubini, e che quindi i primi, sono stati
lasciati alle loro folli cupidigie, anche qui rappresentate dal fuoco che deve essere sparso sulla
città e che nessuno deve essere risparmiato.

     309.  Che per la  fiamma di una spada roteante  si intende  l'amore di sé con le sue folli


cupidigie e convinzioni, tali che essi desiderano entrare [nei misteri della fede], ma sono
allontanati dalle cose corporee e terrene, può essere confermato attraverso una quantità di
passi nella Parola tale che se ne potrebbero riempire pagine intere; citeremo solo questi da
Ezechiele:

Profetizza e annunzia: Così dice Jehovah, Annunzia una spada, una spada, affilata, e anche
temprata per fare una strage; è così affilata da essere come un fulmine. La spada si duplichi e si
triplichi, la spada del massacro; la spada dello sterminio, che entra nelle loro camere da letto,
che trafigge il loro cuore e moltiplica le loro ferite. Ho esposto tutte le loro case al terrore della
spada. Ahimè! Essa opera come il fulmine (Ezechiele 21:9­10, 14­15)

Qui la  spada  significa la desolazione dell'uomo tale che egli non vede nulla di ciò che è


bene e vero, ma soltanto falsità e cose opposte alle prime, le quali sono rappresentate dal
moltiplicarsi delle ferite. É detto anche in Naum, di coloro che desiderano entrare nei misteri
della   fede,  Il   cavaliere   in   sella,   e   la   spada   fiammeggiante,   e   lo   scintillio   della   lancia,   e   una
moltitudine di cadaveri (Naum 3:3).

   310. Ogni particolare espressione in questo versetto coinvolge così tanti arcani di intimo
tenore (consono all'indole di questo popolo che perì nel diluvio, un'indole completamente
diversa da quella di coloro che hanno vissuto dopo il diluvio), che è impossibile esporli.
Possiamo brevemente osservare che i loro progenitori, i quali costituivano la più antica
chiesa, erano uomini celesti, e di conseguenza una semente celeste era impiantata in loro.
Di   qui   trae   origine   la   radice   celeste   della   loro   discendenza.   La   semente   da   un'origine
celeste   è tale  che  l'amore  governa  tutta la mente  e  ne fa un tutt'uno. Perché  la mente
umana si compone di due parti, la volontà e l'intelletto. L'amore ovvero il bene appartiene
alla volontà; la fede, ovvero la verità appartiene all'intelletto. Dall'amore o bene quelle
genti più antiche percepivano ciò che appartiene alla fede o verità, in modo che la loro
mente   era   una.   Presso   la   discendenza   di   tale   popolo   la   semente   celeste   resta,   e   ogni
allontanamento dalla verità e dal bene, da parte loro è più dannoso, poiché tutta la loro
mente diventa così perversa da rendere quasi impossibile la rigenerazione nell'altra vita. È
diverso per coloro che non possiedono il seme celeste, ma soltanto il seme spirituale, come
era per il popolo che visse dopo il diluvio, e come è anche per la gente nel tempo presente.
Non essendovi amore in questi, di conseguenza, manca la volontà del bene, ma c'è ancora
la capacità della fede, ovvero capacità d'intendere la verità, per mezzo della quale essi
possono essere condotti ad un certo grado di carità, sebbene in un modo diverso, cioè
attraverso l'insinuazione della coscienza da parte del Signore, che trova il suo fondamento
nelle conoscenze della verità e del bene conseguente. Il loro stato è pertanto molto diverso
dal popolo antidiluviano, e di esso, per Divina misericordia del Signore, si dirà qui di
seguito. Si tratta di arcani di cui le attuali generazioni sono assolutamente ignare, perché al
giorno d'oggi nessuno sa chi sia l'uomo celeste, e neppure l'uomo spirituale, e ancor meno
quale sia la qualità della mente umana e della vita che di lì deriva, ed il conseguente stato
dopo la morte.

   311. Nell'altra vita, lo stato di coloro che perirono nel diluvio è tale che essi non possono
essere nel mondo degli spiriti, o con altri spiriti, ma sono in un inferno separato dagli
inferni ove sono gli altri [spiriti infernali] situato sotto una montagna. Questa appare come
una montagna intermedia in conseguenza delle loro orribili fantasie e convinzioni. Le loro
fantasie e convinzioni sono tali da produrre un così profondo stato di torpore negli altri
spiriti i quali non sanno se sono vivi o morti, in quanto li privano di ogni comprensione
della   verità,   in   modo   che   essi   non   percepiscono   nulla.   Tale   era   anche   il   loro   potere
persuasivo quando dimoravano nel mondo. E poiché è stato previsto che nell'altra vita
non sarebbero stati in grado di associarsi con altri spiriti senza indurre su di loro una sorta
di morte, tutti loro sono estinti, e il Signore dalla sua Divina misericordia, ha indotto altri
stati in coloro che hanno vissuto dopo il diluvio.

     312.  In   questo   versetto,   lo   stato   di   questo   popolo,   gli   antidiluviani   è   pienamente


descritto,   in   quanto   sono   stati  scacciati  ovvero   separati   dal   bene   celeste   e   in   quanto   i
cherubini sono stati collocati da oriente verso il giardino di Eden. Questa espressione, da oriente
verso il giardino di Eden fa riferimento esclusivamente a loro, e non può essere utilizzata in
relazione a coloro che hanno vissuto in seguito, di cui è stato detto,  dal giardino di Eden
verso oriente. Allo stesso modo, le parole la fiamma di una spada roteante riferite alla gente del
tempo presente, sarebbero state  la spada infuocata roteante.  Né sarebbe stato detto  l'albero
delle  vite  ma  l'albero della vita, per  non parlare  di  altre  cose  connesse  in serie,  che non
possono essere spiegate, essendo comprensibili solo agli angeli, ai quali il Signore le rivela,
Perché ogni stato contiene infiniti arcani, nemmeno uno dei quali è noto agli uomini.

     313.  Da   quanto   è   stato   detto   fin   qui   del   primo   uomo,   è   evidente   che   tutto   il   male
ereditario esistente al giorno d'oggi non è venuto da lui, come erroneamente si suppone.
Perché   per  uomo  qui   è   intesa   la   più   antica   chiesa;   e   quando   viene   nominato  Adamo,
s'intende che l'uomo veniva dalla terra, ovvero che dall'essere  non­uomo  si è fatto  uomo
attraverso  la rigenerazione da parte del Signore. Questa  è l'origine ed il significato del
nome. Ma, riguardo al male ereditario, la questione è differente. Chiunque commette un
peccato in attualità, induce in tal modo su di sé un carattere, ed il male di qui è impiantato
nella sua discendenza, e diventa ereditario. Il male dunque si trasmette da ogni genitore,
dal padre, dal nonno, dal bisnonno, e dai loro avi in successione, e quindi si moltiplica e si
arricchisce ad ogni generazione, incrementato presso ogni persona, dei suoi peccati attuali,
e   non   si   dissipa   mai   fino   a   diventare   innocuo,   tranne   in   coloro   che   sono   rigenerati
dal Signore. Ogni attento osservatore può apprezzare l'evidenza di questa verità nel fatto
che   le   cattive   inclinazioni   dei   genitori   restano   visibilmente   nei   loro   figli,   così   che   una
famiglia, e persino un'intera etnia, può essere in tal modo distinta da ogni altra.

Ingresso dell'uomo nella vita eterna ­ seguito
     314.  Dopo che l'uso della luce è stato dato al resuscitato, o anima, in modo che possa
guardarsi   intorno,   gli   angeli   spirituali,   che   in   precedenza   gli   hanno   parlato   e   hanno
soddisfatto gentilmente le sue richieste, gli danno informazioni sull'altra vita, ma soltanto
nella  misura  in  cui  essi   sono  in  grado  di  riceverle.   Se  questi   erano  nella  fede,   e  se   lo
desiderano, gli vengono mostrate le cose splendide e magnifiche del cielo.

     315.  Ma se la persona resuscitata o anima non  è di una carattere tale da accettare di


essere istruito, egli desidera allora sbarazzarsi della compagnia degli angeli, cosa che essi
percepiscono squisitamente, perché nell'altra vita vi è una comunicazione di tutte le idee
del pensiero. Eppure, non lo lasciano neanche allora, ma è lui che si dissocia da loro. Gli
angeli amano tutti, e non desiderano altro che essere gentili e al servizio dei resuscitati,
istruirli, e condurli al cielo. In questo consiste la loro massima gioia.

   316. Quando l'anima si dissocia dagli angeli, viene ricevuta dagli spiriti angelici che, allo
stesso modo, gli rendono tutti i buoni uffici mentre è in loro compagnia. Se però la sua vita
nel mondo è stata tale che egli non può rimanere in compagnia del bene, egli desidera
sbarazzarsi anche di questi spiriti, e questo processo viene ripetuto più e più volte, fino a
che non si associa con coloro che sono pienamente in accordo con la sua vita precedente
nel mondo, tra i quali egli trova, per così dire, la propria vita. E allora, conduce con loro
una vita come quella che aveva vissuto quando era nel corpo. Ma dopo il ritorno alla vita
mondana, sono iniziati in una nuova vita; alcuni dopo lungo tempo, altri in breve tempo,
sono condotti verso l'inferno. Ma coloro che sono stati nella fede verso il Signore, dal loro
nuovo inizio della vita, sono condotti, passo dopo passo, verso il cielo.

     317. Tuttavia, alcuni avanzano più lentamente verso il cielo, altri più velocemente. Ho
visto alcuni che sono stati elevati al cielo subito dopo la morte, di cui mi è concesso citare
solo due esempi.

   318. Un certo spirito è venuto a me e mi ha parlato. Questi, come era evidente da alcuni
segni,   era   morto   di   recente.   In   un   primo   momento   non   sapeva   dove   si   trovava,
supponendo di essere ancora nel mondo. Ma quando si è reso conto che era nell'altra vita,
e che non era più in possesso, della casa, delle ricchezze e simili cose, essendo in un altro
regno, dove è stato privato di tutto quello che possedeva nel mondo,  è stato preso da
ansia, e non sapeva dove recarsi, né dove dimorare. Allora è stato informato che il Signore
solo provvede per lui e per tutti; ed è stato lasciato a se stesso, in modo che i suoi pensieri
potessero prendere la direzione voluta, come nel mondo. Adesso egli poteva considerare
(perché nell'altra vita i pensieri di tutti possano essere chiaramente percepiti) il da farsi,
essendo stato privato di tutti i mezzi di sussistenza. E mentre era in questo stato di ansietà,
è stato condotto in associazione con alcuni spiriti celesti che appartenevano alla provincia
del cuore, e che gli hanno usato ogni attenzione che egli potesse desiderare. Poi,  è stato
nuovamente lasciato a se stesso, e ha cominciato a pensare, dalla carità, al modo in cui
avrebbe potuto ricambiare una gentilezza così grande. Di qui era evidente che, quando
aveva vissuto nel corpo era stato nella carità della fede, perciò è stato immediatamente
assunto nel cielo.

   319. Ho visto anche un altro che è stato immediatamente elevato nel cielo dagli angeli, è
stato accettato dal Signore ed esposto alla gloria del cielo; per non parlare di molte altre
esperienza riguardo ad altri che sono stati condotti nel cielo dopo un certo lasso di tempo.
Genesi 4
Sulla natura della vita dell'anima o spirito
   320. Riguardo all'oggetto generale della vita delle anime, cioè del noviziato degli spiriti,
dopo la morte, posso affermare dalla mole di esperienza acquisita che quando un uomo
entra nell'altra vita, non è consapevole del fatto che egli è in quella vita, ma suppone di
essere ancora in questo mondo, e di essere ancora nel corpo. Tanto è vero che, quando gli
viene detto che è uno spirito, la sua reazione è di stupore e meraviglia, sia perché si ritrova
esattamente come un uomo, nei suoi sensi, desideri e pensieri, sia perché durante la sua
vita in questo mondo non aveva creduto nell'esistenza dello spirito o, come nel caso di
alcuni, non aveva creduto che lo spirito potesse essere ciò che ora egli ha realizzato essere.

     321.  Un secondo fatto di portata generale è che uno spirito gode di facoltà sensoriali
molto più raffinate e di facoltà del pensiero e del linguaggio di gran lunga superiori di
quando si vive nel corpo, tali che le due condizioni possono a malapena essere messe a
confronto; anche se gli spiriti non sono consapevoli di questo fino a quando non sono
dotati dal Signore di tale cognizione.

   322. Si consideri la falsità del concetto secondo cui gli spiriti non abbiano una sensibilità
più raffinata che durante la vita del corpo. Io so, per esperienze ripetute migliaia di volte,
che è vero il contrario. Chi non è disposto a credervi, in forza dei proprie idee preconcette
sulla   natura   dello   spirito,   apprenderà   ciò   dalla   propria   esperienza,   quando   entrerà
nell'altra vita, dove sarà spinto a credere ciò dalle circostanze. In primo luogo gli spiriti
godono della vista, perché vivono nella luce; gli spiriti benigni, gli spiriti angelici, e gli
angeli, in una luce così intensa che la luce meridiana di questo mondo non può essere
paragonata ad essa. La luce in cui vivono, e vedono, per misericordia Divina del Signore,
sarà descritta qui di seguito. Gli spiriti hanno anche un udito così fine che l'udito del corpo
non   può   essere   paragonato   ad   esso.   Per   anni   gli   spiriti   hanno   parlato   con   me   quasi
continuamente;   e   anche   il   loro   discorso,   per   misericordia   Divina   del   Signore   sarà   di
seguito   descritto.   Hanno   anche   il   senso   dell'olfatto   che,   per   misericordia   Divina   del
Signore sarà di seguito trattato. Hanno un senso più squisito del tatto, da dove originano i
dolori ed i tormenti subiti all'inferno. Perché tutte le sensazioni sono in relazione con il
tatto,   di   cui   esse   sono   semplicemente   diversità   e   varietà.   Gli   spiriti   hanno   desideri   e
affezioni che non possono essere paragonate a quelle che avevano nel corpo, di cui,  per
misericordia   Divina   del   Signore,   sarà   di   seguito   trattato.   Gli   spiriti   ragionano   con
maggiore chiarezza e discernimento di quanto facessero durante la loro vita nel corpo. Ci
sono più cose contenute all'interno di una singola idea del loro pensiero che in un migliaio
di   idee   che   avevano   avuto   in   questo   mondo.   Parlano   insieme   con   eccellente   acume,
sottigliezza, sagacia, e distinzione, che se un uomo potesse percepire qualcosa di esso ne
rimarrebbe stupefatto. In breve, sono in possesso di tutto ciò che gli uomini possiedono,
ma in maniera più perfetta, tranne la carne e le ossa e le imperfezioni conseguenti. Essi
riconoscono   e   percepiscono   anche   che   quando   vivevano   nel   corpo,   era   lo   spirito   che
percepiva le sensazioni e che, sebbene la facoltà sensoriali si manifestavano nel corpo, ciò
nondimeno non avevano sede nel corpo. E quando dunque il corpo viene messo da parte,
le   sensazioni   sono   molto   più   squisite   e   perfette.   La   vita   consiste   nell'esercizio   della
sensazione, perché senza di essa non c'è vita, e secondo la facoltà della sensazione, nello
stesso modo si caratterizza la vita; come chiunque può osservare.

   323. Alla fine del capitolo, verranno esposti alcuni esempi di coloro che durante la loro
dimora in questo mondo aveva pensato diversamente intorno alla natura dello spirito.

Genesi 4
 1. E l'uomo conobbe Eva, sua moglie, la quale concepì e partorì Caino, e disse: Ho acquistato un
uomo Signore.

 2. E aggiunse che aspettava suo fratello Abele. E Abele era un pastore del gregge, e Caino un lavoratore del
suolo.

 3. E alla fine dei giorni avvenne che Caino fece dei frutti del suolo un'offerta al Signore.

 4. E anche Abele, dei primogeniti del suo gregge, e del loro grasso, fece un'offerta. Il Signore ammirò Abele e
la sua offerta.

 5. E non si curò di Caino e della sua offerta; e Caino si accese d'ira, e il suo volto era abbattuto.

 6. E Signore disse a Caino: Perché tu sei adirato, e perché il tuo volto è abbattuto?

 7. Se agisci bene, non sei tu esaltato? E se non agisci il bene, il peccato giace alla porta. Il suo desiderio è per
te, e tu domini su di esso.

 8. E Caino parlò con suo fratello Abele; ed avvenne che quando erano nel campo Caino si levò contro suo
fratello Abele, e lo uccise.

 9. E il Signore disse a Caino: Dov'è Abele, tuo fratello? E lui rispose, Non lo so, sono forse il guardiano di
mio fratello?

 10. Ed Egli disse: Cosa hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello, grida a me dal suolo.

 11. E ora tu sei maledetto dal suolo, che ha aperto la sua bocca per ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua
mano.

 12. Quando lavorerai il suolo, esso non cederà a te d'ora in poi i suoi frutti; ramingo e fuggiasco sarai sulla
terra.
 13. E Caino disse al Signore, la mia iniquità è troppo grande per essere perdonata.

  14. Ecco, oggi tu mi hai scacciato dai volti del suolo; e dai tuoi volti sarò nascosto; e sarò fuggiasco e
ramingo nella terra, e avverrà che chiunque mi avrà trovato, mi ucciderà. 

 15. E il Signore gli disse: Perciò chiunque uccide Caino, subirà la vendetta per sette volte. E il Signore mise
un segno su Caino, affinché nessuno, trovandolo, lo potesse colpire.

 16. E Caino si allontanò dai volti del Signore, e abitò nel paese di Nod, ad oriente di Eden.

 17. E Caino conobbe sua moglie; ed ella concepì e partorì Enoch. Egli stava costruendo una città, cui diede
lo stesso nome di suo figlio, Enoch.

  18. E a Enoc nacque Irad; e Irad generò Mehujael; e Mehujael generò Methusael; e Methusael generò
Lamech.

 19. E Lamec prese con sé due mogli: il nome della prima era Adah, e il nome dell'altra, Zillah.

 20. E Adah partorì Jabal; che fu il padre di coloro che dimorano nelle tende, presso il bestiame.

 21. E il nome di suo fratello era Jubal, che fu il padre di tutti i suonatori di cetra e flauto.

  22. E Zillah, anche lei partorì Tubal­Cain, maestro di quanti lavorano il bronzo e il ferro; e la
sorella di Tubal­Cain fu Naamah.

 23. E Lamech disse alle sue mogli, Adah e Zillah, Ascoltate la mia voce, voi mogli di Lamech, e porgete le
vostre orecchie al mio discorso, perché ho ucciso un uomo per ogni mio ferita, e un ragazzo per ogni mio
livido.

 24. Se Caino sarà vendicato sette volte, Lamech settantasette volte.

 25. E l'uomo conobbe ancora sua moglie, ed ella generò un figlio, e lo chiamo Set. Perché Dio mi ha
concesso una nuova discendenza al posto di Abele, ucciso da Caino.

26. E a Set, nacque un figlio; ed egli lo chiamò Enosh. Poi cominciarono ad invocare il nome del
Signore.

Contenuti
   324. Delle dottrine separate dalla Chiesa, ovvero delle eresie, si tratta qui; e di una nuova
chiesa che sorse in seguito, denominata Enosh.

     325.  La chiesa più antica aveva la fede nel Signore attraverso l'amore; ma vi furono
alcuni che separarono la fede dall'amore. La dottrina della fede, separata dall'amore fu
chiamata Caino; e la carità, che è l'amore verso il prossimo, fu chiamata Abele (versetti 1­2).
     326. Entrambi i culti sono descritti, quello della fede separata dall'amore,  dall'offerta di
Caino; e quello della carità,  dall'offerta di Abele  (versetti 3­4). Che il culto dalla carità era
gradito, ma non il culto separato dalla fede (vv. 4­5).

   327.  Che lo  stato  di coloro  che erano  nella  fede  separata,  che volge  verso  il male,  è
rappresentato dall'accendersi di ira di Caino e dalla sua espressione abbattuta. (versetti 5­6).

   328. E che la qualità della fede è nota dalla carità; e che la carità vuole essere con la fede,
se la fede non è predominante, e non è esaltata al di sopra della carità (versetto 7).

     329.  Che la carità  che si  è  estinta in coloro  che hanno  separato  la fede,  e  la hanno


anteposta alla carità, è rappresentata da Caino che uccide suo fratello Abele (versetti 8­9).

  330. L'estinzione della carità è rappresentata dalla voce del sangue (versetto 10); la dottrina
perversa,   dalla  maledizione   dal   suolo  (versetto   11);   la   falsità   e   il   male   di   lì   originato,
dall'essere ramingo e fuggiasco sulla terra (versetto 12). E poiché essi si erano allontanati dal
Signore, erano in pericolo di morte eterna (versetti 13­14). Ma poiché è attraverso la fede
che la carità può essere impiantata, la fede è stata resa inviolabile, e questo è rappresentato
da mise un segno su Caino (versetto 15). E la sua rimozione dalla sua precedente posizione è
rappresentata da fatto che Caino abitò ad oriente di Eden (versetto 16).

   331. La diffusione di questa eresia è chiamata Enoch (versetto 17).

   332.  Le eresie che derivavano da questa sono rappresentate anche dai loro nomi, nel
l'ultimo dei quali, chiamato Lamech, non vi era rimasto nulla della fede (versetto 18).

   333. Una nuova chiesa sorse poi, che si intende per Adah e Zillah ed è rappresentata dai
loro figli Jabal, Jubal e Tubal­Cain; le cose celesti dalla chiesa di Jabal, quelle spirituali dalla
chiesa di Jubal, e quelle naturali della chiesa di Tubal­Cain (versetti 19­ 22).

   334. Che questa chiesa sorse quando ogni cosa della fede e della carità si era estinta, ed
era stata fatta violenza ad esse, che era sacrilega nel più alto grado (versetti 23­24).

     335.  Una sintesi del soggetto  è data: dopo chela fede, rappresentata da  Caino, aveva


spento la carità, una nuova fede è stata data dal Signore, nella quale è stata impiantata la
carità. Questa fede è denominata Set (Versetto 25).

     336. La carità impiantata attraverso la fede è denominata Enosh, ovvero un altro uomo
che è il nome di quella chiesa (versetto 26). 
Significato interiore
     337.  Poiché questo capitolo tratta della degenerazione della più antica chiesa ­ovvero
della falsificazione della sua dottrina, e di conseguenza, delle sue eresie e sette, sotto i
nomi di Caino e dei suoi discendenti – deve essere noto che non vi è alcuna possibilità di
comprendere in che modo la dottrina è stata falsificata, o quale fosse la natura delle eresie
e   sette   di   quella   chiesa,   salvo   che   la   natura   della   chiesa   autentica   sia   correttamente
compresa. Della chiesa più antica si è detto abbastanza per giungere alla conclusione che
era un uomo celeste, e che non riconosceva alcuna fede diversa dall'amore per il Signore e
verso il prossimo. Attraverso questo amore essi avevano la fede dal Signore, ovvero una
percezione di tutte le cose che appartengono alla fede, e per questo non erano disposti a
parlare di fede, perché essa non deve essere separata dall'amore, come si è visto sopra (n.
200, 203).

   [2] Tale è l'uomo celeste, e tale è descritto attraverso rappresentazioni in Davide, ove si
parla del Signore come del re, e dell'uomo celeste come il figlio del re:

Affida al re i tuoi giudizi, e al figlio del re la tua giustizia. Portino i monti pace al popolo e
giustizia le colline. Ti temeranno con il sole, e fin verso i volti della luna, di generazione in
generazione. Nei suoi giorni fiorirà il giusto, e vi sarà pace in abbondanza, finché non ci sarà
nessuna luna (Salmi 72:1, 3, 5, 7)

Per  sole si intende l'amore; per  luna la fede. Per  montagne e colline si intende la più antica


chiesa.  Di  generazione in generazione  si intendono le chiese, dopo il diluvio.  Finché non ci
sarà nessuna luna è detto perché la fede sarà l'amore. (si veda anche Isaia 30:26).

     [3]  Tale era la chiesa più antica, e tale era la sua dottrina. Ma  è diverso  nel tempo


presente, perché ora la fede viene anteposta alla carità. Ciò nondimeno, attraverso la fede,
la carità è data dal Signore, e allora la carità acquisisce il primato. Da ciò consegue che nei
tempi più antichi la dottrina è stata falsificata quando essi hanno fatto professione di fede,
separandola dall'amore. Coloro che hanno falsificato la dottrina in questo modo, ovvero
hanno separato la fede dall'amore, cioè hanno fatto professione della sola fede, furono
allora chiamati Caino, e tale cosa fu allora considerata in tutta la sua gravità.

   338. Versetto l. E l'uomo conobbe Eva, sua moglie, la quale concepì e partorì Caino, e disse: Ho
acquistato un uomo dal Signore.  Con  l'uomo e sua moglie Eva  è intesa la chiesa più antica,
come   è   stato   già   illustrato.   Il   suo   primogenito,   è   la   fede,   che   è   qui   chiamata  Caino.
L'affermazione di quella chiesa: "Ho acquistato un uomo, Signore"  significa che presso
coloro che erano chiamati Caino, la fede è stata riconosciuta e valorizzata di per sé.
   339. Nei tre capitoli precedenti è stato sufficientemente dimostrato che uomo e sua moglie
rappresentano la più antica chiesa. Era consueto per quelle genti più antiche attribuire
nomi che rappresentavano determinate cose, e allo stesso modo formulare una genealogia.
Perché le cose della chiesa sono legate tra loro in questo modo, essendo le stesse concepite
e nate da un altro, come nella generazione. Quindi è ricorrente nella Parola nominare le
cose della chiesa concezioni, nascite, prole, neonati, bambini, figli, figlie, giovani e così via. La
parte profetica della Parola abbonda di tali espressioni.

   340. Che le parole: Ho acquistato un uomo­Signore significhino che presso quelli che sono
chiamati  Caino  la fede è stata riconosciuta e valorizzata di per sé, è evidente da quanto
detto   all'inizio   di   questo   capitolo.   In   precedenza,   avevano   ignorato   cosa   fosse   la   fede,
perché avevano una percezione di tutte le cose della fede. Ma quando hanno cominciato a
fare una dottrina distinta della fede, hanno preso le cose di cui avevano percezione e le
hanno ridotte in dottrina, definendo ciò  Ho acquistato un uomo­Signore, come se avessero
scoperto qualcosa di nuovo. E così ciò che prima era scritto nel cuore è diventato una mera
questione di sapere. Anticamente si attribuiva un nome ad ogni cosa nuova, e in questo
modo si esprimevano  le cose rappresentate da quei nei nomi. Quindi il significato del
nome Ismaele è spiegato attraverso l'affermazione, Il Signore ha udito la sua afflizione (Gen.
16,11). Quello di Ruben, con l'espressione, Il Signore ha visto la mia afflizione (Gen. 29:32). Il
nome   Simeone,   dall'affermazione,  Il   Signore   ha   sentito   che   ero   trascurata  (Genesi   29:33).
Quello di Giuda da, Questa volta loderò Signore (Gen. 29:35). Un altare costruito da Mosè fu
chiamato, Signore il mio vessillo (Esodo 17:15). Allo stesso modo la dottrina della la fede è
qui denominata Ho acquistato un uomo­Signore, o Caino.

   341. Versetto 2. E aggiunse che aspettava suo fratello Abele. E Abele era un pastore del gregge, e
Caino un lavoratore del suolo. Il secondo figlio della chiesa è la carità, rappresentata da Abele
e dal fratello. Il pastore del gregge rappresenta colui che esercita il bene della carità. Un
lavoratore   del   suolo   è   colui   che   è   privo   di   carità,   per   quanto   possa   essere   nella   fede
separata dall'amore, che non è la fede.

     342.  Che il secondo figlio della chiesa sia la carità, è evidente dal fatto che la chiesa
concepisce e genera nient'altro che la fede e la carità. La stessa cosa è rappresentata dal
primo dei figli di Lea, da Giacobbe.  Ruben   rappresenta la fede.  Simeone, la fede in atto.
Levi, la carità (Gen. 29:32, 33, 34), da cui anche la tribù di Levi ha ricevuto il sacerdozio, e
ha rappresentato il  pastore del gregge.  Poiché la carità è il secondo figlio della chiesa, si
chiama fratello, ed è denominata Abele.

     343. Che pastore del gregge sia colui che esercita il bene di carità, deve essere evidente a
tutti, perché  questa  è una figura familiare nella Parola, sia nel Vecchio, sia nel Nuovo
Testamento. Colui che guida e insegna  è chiamato  pastore, e coloro che sono guidati  e
istruiti sono chiamati gregge. Colui che non conduce al bene della carità e non insegna nel
merito, non è un vero pastore. E colui che non è guidato verso il bene, e non apprende ciò
che è bene, non è del gregge. Non  sarebbe necessario cercare conferme circa il significato
di pastore e gregge nella Parola, ma possono essere citati i seguenti passi. In Isaia:

Il Signore darà la pioggia al tuo seme, con cui avrai seminato il suolo, e il pane prodotto dal
suolo; in quel giorno egli pascerà il tuo bestiame in un ampio prato (Isaia 30:23),

dove il pane prodotto dal suolo rappresenta la carità. Nello stesso profeta:

Jehovih il Signore pascerà il suo gregge come un pastore; egli terrà a raccolta gli agnelli con il
suo braccio, e li porterà sul petto, e condurrà dolcemente quelli più giovani (Isaia 40:11).

In Davide:

Porgi   l'orecchio,   Pastore   d'Israele,   tu   che   guidi   Giuseppe   come   un   gregge,   tu   che   siedi   sui
cherubini, risplendi (Salmo 80:1).

In Geremia:

La figlia di Sion è come una donna incantevole e leggiadra; i pastori e le loro greggi verranno a
lei; essi pianteranno le tende intorno a lei attorno; pasceranno le greggi nel suo spazio (Geremia
6:02, 3).

In Ezechiele:

Così dice Jehovih il Signore, io li moltiplicherò come un gregge uomini, come un gregge sacro,
come   il   gregge   di   Gerusalemme   nel   suo   tempo   designato.   Così   le   città   in   rovina   saranno
ripopolate con greggi di uomini (Ez. 36:37­38).

In Isaia:
Tutte le greggi di Arabia saranno radunate presso di te; i montoni di Nebaioth saranno al tuo
servizio (Isaia 60:7)

Quelli  che conducono il gregge al bene della carità  sono coloro che  radunano il gregge;


mentre quelli che non conducono il gregge al bene disperdono il gregge. Perché il raccogliere
insieme e l'unire appartengono alla carità; viceversa il disperdere deriva dalla mancanza
di carità.

   344. A cosa giova la fede, cioè, le conoscenze depositate in memoria [scientia], le nozioni
[cognitio], e la dottrina della fede, se non al fine che l'uomo possa diventare come la fede
insegna? E la cosa principale che essa insegna è la carità (Marco 12:28­35;. Matteo 22:34­39).
Questo è il fine di tutto ciò che essa ha in vista, e se questo non può essere conseguito, cosa
è tutta la conoscenza o la dottrina, se non autentico nulla?

   345. Che il lavoratore del suolo è colui che è privo di carità, per quanto possa essere nella
fede separata dall'amore, che non è la fede, è evidente da quanto segue: che Signore non
ha avuto riguardo per la sua offerta, e che egli ha ucciso suo fratello, cioè, ha distrutto la
carità, rappresentata da  Abele.  Quelli di cui si dice che  lavorano il suolo  sono coloro che
guardano al corpo e alle cose terrene, come è evidente da ciò che è stato detto in Genesi
3:19, 23, dove si legge che l'uomo è stato cacciato fuori del giardino di Eden, perché lavorasse il
suolo.

     346. Versetto 3.  E alla fine dei giorni avvenne che Caino fece dei frutti del suolo un'offerta a
Signore.  Con la fine dei giorni si intende con l'andar del tempo. Per frutti della terra si
intendono le opere della fede senza la carità. E per offerta a Signore si intende il culto che
di lì procede.

     347.  Che   per   la  fine   dei   giorni  sia   significato   l'andar   del   tempo,   è   evidente   a   tutti.
Dapprima, quando vi era autenticità nella fede essi, la dottrina qui chiamata  Caino  non
sembra essere stata così inaccettabile, così come è diventata dopo, come è evidente dal
fatto che essi hanno chiamato i loro figli un uomo­Signore. Dunque all'inizio la fede non era
così separata dall'amore, come alla fine dei giorni, o con l'andar del tempo, come è il caso
con ogni dottrina di fede autentica.

   348. Che per frutto del suolo si intendono le opere della fede senza carità, appare anche da
quanto segue; perché le opere della fede priva della carità sono opere di nessuna fede,
essendo in se stesse morte, perché esse appartengono esclusivamente all'uomo esterno. Di
esso è scritto in Geremia:
Da dove sortisce la via da cui gli empi prosperano? Tu li hai introdotti, e hanno messo radici; si
sono moltiplicati, e hanno anche portato i loro frutti; tu sei vicino alla loro bocca, e lontano dalle
loro menti. Per quanto tempo la terra deve fare cordoglio e l'erba di ogni campo appassire? (Ger
12,1­2, 4).

Vicino alla  bocca, ma lontano dalle menti  indica coloro che sono nella fede separata dalla


carità, di cui si dice anche che la terra piange. Nello stesso profeta tali opere chiamate frutto
delle opere:

Il cuore è ingannevole sopra ogni cosa, ed è disperato, chi lo può conoscere? Io Signore indago
nel cuore e nella mente, al fine di rendere a ciascuno secondo la sue condotta, e secondo il frutto
delle sue opere (Ger. 17:9­10).

In Michea:

La terra diventerà un deserto a causa di coloro che vi dimorano, e a causa del frutto delle loro
opere (Michea 7:13).

Che tale frutto non è un frutto, o che l'opera non abbia in sé la vita, e che sia il frutto, sia la
radice periscono, è affermato in Amos:

Ho distrutto davanti a loro gli Amorriti, la cui altezza eguagliava quella dei cedri, e la cui forza
eguagliava quella delle querce; eppure ho distrutto il suo frutto dall'alto, e le sue radici da sotto
(Amos 2:9).

E in Davide:

Il loro frutto tu farai distruggere dalla terra, e la loro discendenza dai figli dell'uomo (Salmo
21:10).

Viceversa le opere di carità hanno la vita in loro, e di esse si afferma che mettono radici in
basso, e portano frutto verso l'alto, come in Isaia:
I superstiti sfuggiti della casa di Giuda continueranno a mettere radici in basso, e porteranno
frutto verso l'alto (Isaia 37:31).

Per  portare frutti verso l'alto  si intende agire dalla carità. Tale frutto è chiamato il  frutto


dell'eccellenza nello stesso profeta:

In quel giorno il germoglio di Signore sarà magnifico e glorioso, e il frutto della terra eccellente
e leggiadro per coloro che sono fuggiti da Israele (Isaia 4:2).

E anche, il frutto della salvezza, ed è così chiamato dallo stesso profeta:

Scendete o cieli dall'alto, e le nubi facciano piovere giustizia; la terra si apra, e faccia  produrre
loro il frutto della salvezza, e fiorisca insieme la giustizia; Io, Signore ho creato tutto questo. (Is.
45,8).

   349. Che per offerta si intende il culto è evidente dalle figure rappresentative della Chiesa
ebraica, in cui i sacrifici di ogni genere, nonché le primizie frutti della terra e di tutti i suoi
prodotti, e il sacrificio del primogenito, sono tutti chiamati offerte, in cui consisteva il loro
culto.   E   poiché   queste   figure   rappresentavano   cose   celesti,   e   facevano   riferimento   al
Signore, deve essere evidente  a tutti che il culto autentico era rappresentato  da queste
offerte. Infatti che sarebbe una figura rappresentativa senza la cosa che essa rappresenta?
O che cosa è una religione esteriore, priva dell'interiore, se non sorta di idolo e una cosa
deprivata della vita? L'esteriore ha la vita dalle cose interiori, vale a dire, attraverso queste,
da parte del Signore. Da queste considerazioni, è evidente  che tutte le offerte di una chiesa
rappresentativa indicano il culto del Signore. E riguardo a queste, per misericordia Divina
del   Signore,   tratteremo   in   particolare,   nelle   pagine   che   seguono.   Che   per     le  offerte  si
intende in generale il culto, è evidente in tutti i profeti, come in Malachia:

Chi   potrà   resistere   al   giorno   della   sua   venuta?   Egli   siederà   come   raffinatore   e   purificatore
d'argento, e purificherà i figli di Levi e li affinerà come oro e argento, ed essi presenteranno al
Signore   un'offerta   di   giustizia.   Allora   l'offerta   di   Giuda   e   di   Gerusalemme   sarà   gradita   al
Signore, come nei giorni dell'eternità, e come negli anni antichi (Malachia 3:2­4).
Una  offerta   di   giustizia  è   un'offerta   interiore,   che   i  figli   di   Levi,   cioè,   i   fedeli   più   pii,
offriranno. I  giorni dell'eternità  significano la chiesa più antica, e gli  anni antichi  la chiesa
antica. In Ezechiele:

Nella montagna della mia santità, nella montagna dell'altezza di Israele, ci sarà tutta la casa
d'Israele, tutta quella terra, mi adora. Là Io li accetto, e lì richiederò le vostre offerte e le primizie
delle vostre offerte, in tutte le vostre cerimonie (Ezechiele 20:40).

Offerte e primizie delle offerte nelle cerimonie sono le opere santificate dalla carità, dal Signore.
In Sofonia:

Da oltre i fiumi di Etiopia coloro che mi adorano porteranno offerte (Sof. 3:10).

Etiopia indica coloro che sono nel possesso delle cose celesti, che sono l'amore, la carità, e
le opere della carità.

   350. Versetto 4. E anche Abele, dei primogeniti del suo gregge, e del loro grasso, fece un'offerta.
Signore ammirò  Abele e la sua offerta. Per Abele qui come in precedenza è intesa la carità; e
per i primogeniti del gregge, è inteso ciò che è santo, che è del Signore solo; per grasso è
significato il celeste stesso, che parimenti appartiene al Signore. Il Signore ammirò Abele, e
la sua offerta, sta a significare che le cose della carità, ed il culto che si fonda sulla carità,
sono graditi al Signore.

   351. Che Abele significhi la carità, è stato mostrato in precedenza. Per la carità si intende
l'amore verso il prossimo, e la misericordia; perché chi ama il prossimo come se stesso è
anche compassionevole verso di lui nelle sue sofferenze, come verso se stesso.

     352.  Che i  primogeniti del gregge  significano ciò che è del Signore solo è evidente dalle


primizie e dai primogeniti nella chiesa rappresentativa, i quali erano tutti santi, perché
facevano riferimento al Signore, che è il solo primogenito. Amore e fede da lì derivate sono
le  primizie. Tutto  l'amore appartiene  al Signore, e non un briciolo di esso  è dell'uomo,
pertanto, il Signore è il solo primogenito. Questo è stato rappresentato nelle antiche chiese
dal primogenito dell'uomo e della bestia offerti in sacrificio a Signore (Esodo 13:2, 12, 15), e
dalla tribù di Levi, che nel senso interiore significa amore, nonostante Levi sia nato dopo
Ruben e Simeone, che nel senso interiore significano la fede   che è stata accettati, in luogo
di tutti i primogeniti, e che costituisce il sacerdozio (Num. 3:40­45; 8:14­20). Del Signore in
quanto primogenito di tutto, con riguardo alla sua essenza umana, così è scritto in Davide:
Egli   mi   chiamerà,   Padre   mio,   Dio   mio,   e   la   roccia   della   mia   salvezza.   Farò   di   lui   il   mio
primogenito, e sarà elevato sopra i re della terra (Salmi 89:26­27).

E in Giovanni:

Gesù Cristo, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra (Ap. 1:5).

Si osservi che il primogenito del culto significa il Signore, e il primogenito della chiesa, la
fede.

     353.  Con il termine  grasso  si intende il celeste stesso, che appartiene anche al Signore.


Celeste è tutto ciò che attiene all'amore. La fede è anche celeste quando è dall'amore. La
carità è il celeste. Tutto il bene della carità è celeste. Tutti questi erano rappresentati da
vari tipi di grasso nei sacrifici, e distintamente da ciò che ricopriva il fegato, dal grasso di
maiale, dal grasso sui reni, dal grasso di copertura dell'intestino, e sull'intestino. Queste
parti erano sacre, e venivano offerta come olocausti sull'altare (Es 29:13, 22; Lev. 3:3, 4, 14;
4:8­9, 19, 26, 31, 35, 8:16, 25). Sono state perciò chiamate il pane del sacrificio consumato dal
fuoco in onore del Signore (Lev. 3:14, 16). Per lo stesso motivo al popolo ebraico era proibito
mangiare   qualsiasi   del   grasso   di   animale,   da   una   sorta   di  legge   perenne,   tramandata   di
generazione in generazione (Lev. 3:17, 7:23,25). Questo perché quella chiesa era tale da non
riconoscere  neppure le cose interiori, e ancora meno quelle celesti.

    [2] Che grasso significhi le cose celesti, e i beni della carità, è evidente nei profeti, come in
Isaia:

Perché  scambiate  argento  per ciò  che  non  è pane,  e il vostro  lavoro  per ciò che non  sazia?
Seguitemi con diligenza, e mangiate ciò che è buono, e lasciare che la vostra anima goda di cibi
succulenti (Is. 55:2).

E in Geremia:

Colmerò l'anima dei sacerdoti di grasso, e il mio popolo sarà saziato del mio bene (Ger. 31:14),

dove è fin troppo evidente che grasso si intende, il bene celeste e spirituale. Quindi, in
Davide:
Si saziano dell'abbondanza della tua casa, e tu li fai abbeverare al fiume delle tue prelibatezze.
Perché presso di te è la fontana delle vite. Nella tua luce vediamo la luce (Salmi 36:8­9).

Qui  abbondanza  e  fontana   delle   vite  significano   il   celeste,   che   è   dell'amore.   Il  fiume   di
prelibatezze e la luce, stanno a significare lo spirituale, che appartiene alla fede dall'amore.
Sempre in Davide:

La mia anima sarà saziata di midollo e di grasso, e la mia bocca ti loderà con labbra melodiose
(Salmi 63:5),

dove, allo stesso modo, grasso indica ciò che è celeste, e labbra melodiose ciò che è spirituale.
Che si tratti di ciò che è celeste è evidente dal fatto che sazia l'anima. Per la stessa ragione
le primizie, che erano il primogenito della terra, sono chiamate grasso (Num. 18:12).

   [3] Poiché le cose celesti sono di innumerevoli generi, e di ancor più innumerevoli specie,
sono descritte in generale nel canto che Mosè recitò davanti al popolo:

Burro di vacca e latte di pecora, con grasso di agnello e di montone e di ariete di Bashan, e di
capre, con olio di germe di grano; e tu berrai sangue d'uva, non mescolato (Deut. 32,14).

È impossibile per chiunque conoscere il senso di queste espressioni, salvo che attraverso il
significato interiore. Senza di ciò, espressioni come burro di vacca, latte di pecora, grasso di
agnello, grasso di montone e capra, degli arieti di Bashan, olio di germe di grano e sangue d'uva
sarebbero  parole vuote; eppure  tutti e tutte e ciascuna di esse significano i generi  e le
specie delle cose celesti.

   354. Che il Signore ammirò Abele, e la sua offerta significhi  che le cose della carità, e tutto il
culto   che   si   fonda  in   essa,   sono   graditi   al  Signore,   è   stato   spiegato   in  precedenza,   sia
riguardo ad Abele, sia alla sua offerta.

   355. Versetto 5. E non si curò di Caino e della sua offerta; e Caino si accese d'ira, e il suo volto
era abbattuto. Per Caino, come è stato detto, è intesa la fede separata dalla amore, ovvero
una   dottrina   tale   da   ammettere   la   possibilità   di   questa   separazione.   Per,   non   curarsi
dell'offerta, si intende, come è stato già detto, che il suo culto era inaccettabile. Per Caino si
accese d'ira e il suo volto era abbattuto, si intende che l'interiore era mutato. Con il termine
ira si intende che la carità era venuta meno; e per il volto è inteso l'interiore, che si dice
abbattuto quando viene modificato.
   356. Che per Caino sia significata la fede separata dall'amore, o una dottrina che ammette
di questa separazione, e che per non si curò della sua offerta si intende che il suo culto non
era accettabile, è stato mostrato prima.

   357. Che Caino si accese d'ira significa che la carità era venuta meno è evidente da ciò che
viene poi riferito circa l'uccisione di suo fratello Abele, con il quale è significata carità. L'ira
è un sentimento generale suscitato da ciò che si oppone all'amore di sé e alle sue cupidigie.
Questo è chiaramente percepito nel mondo degli spiriti maligni, perché lì esiste una sorta
di rabbia diffusa contro il Signore, quale conseguenza del fatto che gli spiriti maligni non
hanno alcuna carità, ma odio, e tutto ciò che non asseconda l'amore di sé e l'amore del
mondo, genera opposizione, che si manifesta con l'ira. Nella Parola,  ira, rabbia  e anche
furore, sono spesso associate a Signore, ma sono sentimenti dell'uomo, e sono attribuiti al
Signore perché così appare, per un motivo di cui sopra si è fatta menzione. Così è scritto in
Davide:

Mandò contro di loro l'ira della sua narice, e rabbia, furore, avversità e una turba di angeli
malvagi, egli ha spianato la strada alla sua ira; non ha risparmiato la loro anima dalla morte
(Salmi 78:49­50).

Giammai Signore prova ira per alcuno, ma sono gli uomini a manifestarla da loro stessi.
Né egli invia angeli del male tra loro, è l'uomo che li attira a sé. E quindi è aggiunto che
egli ha spianato la strada alla sua ira, e non ha risparmiato la loro anima dalla morte. E perciò si
dice in Isaia:  Saranno convocati al cospetto di Signore, e tutti coloro che si saranno infuriati
contro   di   lui   saranno   coperti   di   vergogna  (Isaia   45:24),   da   cui   è   evidente   che   la  rabbia
rappresenta i mali, ovvero, la mancanza della carità.

   358. Che per volto abbattuto è inteso che l'interiore è cambiato, è evidente dal significato
di volto e dal suo abbattersi.  Il volto, presso gli antichi, significava le cose interiori, le quali
risplendono attraverso il volto. E nei tempi più antichi gli uomini erano tali che il volto era
in perfetta armonia con la sua parte interiore, in modo che dal volto di un uomo ciascuno
poteva conoscere quale fosse la disposizione di spirito o indole. Essi consideravano una
cosa   mostruosa   manifestare   una   cosa   esteriormente   e   pensarne   una   differente.
Simulazione e inganno erano quindi considerate cose ripugnanti; perciò le cose interiori
erano manifestate nel volto. Quando la carità irradiava dal volto, il volto era, per così dire,
innalzato. E quando accadeva il contrario, il volto era per così dire abbattuto. Di qui è stato
anche   affermato   del   Signore   che   egli  alza   i   suoi   volti   sull'uomo  come   nella   benedizione
(Num. 6:26; e Salmi 4:6), con la quale è significato che il Signore dona la carità all'uomo.
Cosa si intenda per abbattimento del volto appare di Geremia:
Non vi mostrerò il mio volto abbattuto, perché io sono pietoso, dice Signore (Ger 3:12)

Il  volto de Signore  è la misericordia, e quando  innalza il suo volto  su qualcuno nessuno,


significa che per la sua grazia gli dona la carità; e viceversa quando il volto si abbatte, cioè,
quando il volto dell'uomo si abbatte.

     359.  Versetto  6.  E  il  Signore   disse   a Caino:  Perché  tu  sei adirato,   e  perché  il  tuo  volto   è
abbattuto?  Il Signore disse a Caino, significa il dettato della coscienza. Che la sua ira si
accese, e che il suo volto era abbattuto significa come prima che la carità era venuta meno,
e che l'interiore era mutato.

     360.  Che  il Signore disse a Caino  significhi il dettato della coscienza, non ha bisogno di


alcuna conferma, come è stato illustrato più sopra in un analogo passo.

   361. Versetto 7. Se agisci bene, non sei tu esaltato? E se non agisci il bene, il peccato giace alla
porta. Il suo desiderio e per te, e tu governi su di lui. Se agisci bene, non sei tu esaltato significa
che se sei ben disposto, tu hai la carità. Se non agisci bene, il peccato giace alla porta,
significa  che  se   non  sei  ben   disposto,  tu   non  hai  la  carità,  ma  il  male.  Per   te   è   il   suo
desiderio, e tu domini su di lei, significa che la carità è desiderosa di stare con te, ma non
può perché tu desideri dominare si di essa.

   362. La dottrina della fede, chiamata Caino, è qui descritta; questa, in conseguenza della
separazione della fede dall'amore si è separata anche dalla carità, che è il frutto dell'amore.
Ovunque vi sia una chiesa, ivi nascono le eresie, perché gli uomini quando ragionano su
qualche particolare soggetto della fede, ne fanno la cosa principale. Perché tale è la natura
del pensiero dell'uomo che, quando si sofferma su un determinato particolare della fede,
la  antepone   ad  ogni  altra  cosa,  soprattutto  quando  la  sua  immaginazione   la  rivendica
come una propria scoperta, e quando l'amore di sé e del mondo lo esaltano. Tutto sembra
quindi  concordare  e confermare,  finché alla fine egli dichiara solennemente  che  è così,
anche se è una falsità. Esattamente in questo modo quelli denominati Caino antepongono
la fede all'amore, e di conseguenza, vivono senza amore. E l'amore di sé e l'immaginazione
di lì derivante, cospirano al fine di per confermarli in questa falsa persuasione.

   363. La natura della dottrina della fede denominata Caino è visibile dalla sua descrizione
in questo versetto, da cui risulta che la carità era in grado di essere congiunta alla fede, ma
in modo che la carità avesse il predominio e non la fede. Per questo motivo  è detto in
prima battuta:  Se agisci bene non sei tu innalzato? volendo con ciò intendere, Se tu sei ben
disposto,   la   carità   può   essere   presente.   Perché  agire   bene  significa,   nel   senso   interiore,
essere disposti al bene, dal momento che fare ciò che è bene deriva dal volere ciò che è
bene. Nei tempi antichi l'azione e la volontà erano unanimi. Dall'azione essi scorgevano la
volontà, essendo sconosciuta a quei tempi la dissimulazione. Che  innalzamento  significa
che la carità è presente è evidente da quanto già detto del volto, cioè che sollevare il volto
significa avere la carità, e che avere il volto abbattuto significa il contrario.

   364. In secondo luogo, è detto: Se non agisci bene, il peccato giace alla porta che significa, se
non   sei   disposto   al   bene,   non   vi   è   alcuna   carità,   ma   solo   il   male.   Tutti   possono
comprendere che il peccato è alla porta significa che il male pronto e desideroso di entrare;
perché quando non c'è la carità vi sono crudeltà e odio, e di conseguenza ogni male. Il
peccato, in generale, è chiamato il  diavolo. Questi, cioè, la sua turba di spiriti infernali, è
sempre a portata di mano quando l'uomo è privo di carità. Il solo mezzo per allontanare il
diavolo e la sua turba dalla porta di accesso della mente è l'amore per il Signore e verso il
prossimo.

   365. In terzo luogo è detto: Per te è il suo desiderio, e tu domini su di lei, con cui è significato
che la carità è desiderosa di dimorare insieme alla fede, ma non può farlo perché la fede
vuole predominare su di essa, il che è contrario all'ordine. Finché la fede mira ad avere il
dominio, essa non è la fede, e diventa autentica fede la carità ha il governo. Perché la carità
è sopra ordinata alla fede, come è stato mostrato in precedenza. La carità possono essere
paragonata alla fiamma, che  è  l'essenziale  del calore  e  della luce,  perché  calore  e  luce
derivano da essa. E la fede in uno stato di separazione può essere paragonata alla luce
privata del calore della fiamma, quando invero c'è luce, ma è la luce dell'inverno in cui
intorpidisce e muore.

     366. Versetto 8. E Caino parlò con suo fratello Abele; ed avvenne che quando erano nel campo
Caino si levò contro suo fratello Abele, e lo uccise. Caino parlò ad Abele, indica un intervallo di
tempo. Caino, come si è già detto, significa la fede separata dall'amore; Abele, la carità,
fratello della fede, rispetto alla quale  è qui per due volte chiamata suo fratello. Campo
significa tutto ciò che appartiene alla dottrina. Caino si levò contro suo fratello Abele e lo
uccise significa che la fede separata estingue la carità.

   367. Non è necessario confermare queste cose attraverso simili passi della Parola, se non
per dimostrare che la carità è il fratello della fede, e che campo significa tutto ciò che attiene
alla dottrina. Che la carità sia il  fratello  della fede è evidente a chiunque dalla natura o
l'essenza della fede. Questa fratellanza fu rappresentata da Esaù e Giacobbe, e fu causa
della   controversia   circa   la   primogenitura   e   il   conseguente   dominio.   È   stata   inoltre
rappresentata  da  Pharez  e Zarah,  i figli di Tamar, da  Giuda  (Gen.  38:28, 29, 30), e da
Efraim e Manasse (Gen. 48:13, 14). In tutti questi passi, così come in altri simili, vi è una
disputa sulla primogenitura e il conseguente dominio. Perché sia la fede, sia la carità sono
i  frutti  della chiesa. La fede   è chiamata  uomo, come fu Caino, nel versetto  1 di questo
capitolo, e la carità  è chiamata  fratello, come in Isa. 19:02, Ger. 13:14, e in altri luoghi.
L'unione   della   fede   e   della   carità   è   chiamato  il   patto   dei   fratelli  (Amos   1:9).   Simile   al
significato   del   dualismo   tra   Caino   e   Abele   è   stato   quello   tra   Giacobbe   ed   Esaù,   come
appena detto. Anche Giacobbe era desideroso di predominare su suo fratello Esaù, come è
evidente anche in Osea:

Vigila su Giacobbe e sulla sua condotta; secondo le sue azioni sarà ricompensato; egli soppiantò
suo fratello nel grembo materno (Osea 12:2­3).

Nondimeno, che Esaù, o la carità da questi rappresentata, debba infine prevalere risulta
dalla visione profetica del loro padre Isacco:

Vivrai della tua spada, e servirai tuo fratello; e avverrà, quando avrai il dominio, che spezzerai
il suo giogo dal tuo collo (Gen. 27:40).

Ovvero, che è la stessa cosa, la chiesa dei gentili, o nuova chiesa, è rappresentata da Esaù,
e la chiesa ebraica è rappresentata da Giacobbe; e questa è la ragione per cui così spesso è
detto che gli ebrei debbano riconoscere i gentili come fratelli; e nella chiesa dei gentili, o
chiesa primitiva, tutti erano chiamati fratelli, dalla carità. Coloro che ascoltano la Parola e
la mettono in atto sono altresì chiamati fratelli dal Signore (Luca 8:21); quelli che ascoltano
la Parola sono tali da avere la fede; quelli che la mettono in atto sono tali da avere la carità;
ma   coloro   che   ascoltano,   o   affermano   di  avere   fede,   e   omettono   le  opere,   ovvero   non
hanno la carità, non sono fratelli, perché il Signore li paragona agli stolti (Matteo 7:24, 26).

       368.  Che  campo  significa dottrina, e di conseguenza tutto ciò appartiene alla dottrina


della fede e della carità, è evidente dalla Parola, come in Geremia:

O mia montagna nel campo, darò i tuoi beni e tutte le tue ricchezze per un bottino (Ger. 17:3).

In questo passo  campo  significa dottrina,  beni  e  ricchezze  sono le ricchezze spirituali della


fede, o le cose che appartengono alla dottrina della fede. Nello stesso: 

Scompare forse la neve del Libano dalle alture del mio campo? (Ger. 18:14).

Si afferma di Sion, quando privata della dottrina della la fede, che deve essere arata come
un campo (Geremia 26:18, Michea 3:12). In Ezechiele:
Ha preso del seme della terra, e per metterlo in un campo di semina (Ezechiele 17:5)

facendo riferimento alla chiesa e alla sua fede; perché la dottrina viene chiamata campo dal
seme che è in essa. Nello stesso profeta:

E   tutti   gli   alberi   della   campagna   sapranno   che   io   Signore   abbatterò   l'albero   alto   (Ezechiele
17:24).

In Gioele:

Il campo è devastato, la terra piange, perché il grano è rovinato, il vino nuovo è guasto, e l'olio
inaridito, i vignaioli si vergognano, il raccolto dei campi è perduto, tutti gli alberi del campo
sono appassiti (Gioele 1:10­12)

dove il campo significa dottrina, alberi, i saperi e vignaioli gli adoratori. In Davide:

Il campo esulterà e tutto ciò che è in esso; poi tutti gli alberi della foresta canteranno (Salmi
96:12)

dove è perfettamente evidente che il campo non può esultare, né gli alberi della foresta
cantare, bensì le cose che sono nell'uomo, che sono le conoscenze della fede. In Geremia:

Fino a quando la terra sarà nel lutto e l'erba di ogni campo appassirà? (Ger 12:4)

dove   è   anche   evidente   che   né   la   terra   né   le   erbe   del   campo   possono   piangere;   ma   le
espressioni   si   riferiscono   a   qualcosa   nell'uomo,   mentre   in   uno   stato   di   rovina.   Un
passaggio simile ricorre in Isaia:

Le montagne e le colline innanzi a te irromperanno in un canto, e tutti gli alberi della campo
batteranno le mani (Isaia 55:12)

Anche  il   Signore   nella  sua  previsione   relativa  alla  consumazione   dei  tempi,  chiama  la
dottrina della fede campo:
Allora due uomini saranno nel campo, l'uno sarà preso e l'altro lasciato (Matteo 24:40, Luca
17:36)

dove   per  campo  si   intende   la   dottrina   della   fede,   sia   quella   autentica,   sia   quella   falsa.
Poiché  campo  significa dottrina, chiunque riceve un seme di fede, sia esso un uomo, la
chiesa, o il mondo, è anche chiamato campo.

     369.  Da questo ne consegue che le parole  Caino si levò contro il fratello Abele e lo uccise,


quando   erano   insieme   nel   campo  significano   che,   mentre   fede   e   carità   provenivano   dalla
dottrina   della   fede,   nondimeno   la  fede   separata   dall'amore   non  poteva   che   ignorare   e
quindi spegnere la carità; come è il caso di coloro che oggi  sostengono che solo la fede sia
salvifica, senza l'apporto della carità, perché esattamente con questa persuasione spengono
la carità, anche se sanno e ammettono con le labbra che non è la fede a salvare, a meno che
non vi sia amore.

   370. Versetto 9.  E il Signore disse a Caino: Dov'è Abele, tuo fratello? E lui rispose, Non lo so,
sono forse il custode di mio fratello?  Il  Signore disse a Caino, indica una sorta di sensibilità
interiore che ispirò loro un dettato sulla carità, ovvero il fratello Abele. Caino risponde:
Non lo so, sono forse il custode di mio fratello? Significa che quella fede considerava la
carità   come   nulla,   e   non   voleva   essere   asservita   ad   essa,   di   conseguenza,   quella   fede
respingeva recisamente ogni cosa della carità. Tale era diventata la loro dottrina.

     371.  Con il  discorso del Signore,  le genti più antiche intendevano la percezione, perché


sapevano   che   il   Signore   dava   loro   la   facoltà   di   percepire.   Questa   percezione   è   stata
mantenuta finché non è stato messo in discussione il primato dell'amore. Quando l'amore
per il Signore cessò, e di conseguenza, l'amore verso il prossimo, la percezione si estinse.
Ma nella misura in cui l'amore rimase, tale rimase la percezione. Tale facoltà percettiva era
propria   della   più   antica   chiesa;   ma   quando   la   fede   si   separò   dall'amore,   come   nelle
popolazioni dopo il diluvio, e la carità è stata resa mediante la fede, allora è succeduta la
coscienza, la quale ispira anche un dettato, ma in un modo diverso, di cui, per Divina
grazia del Signore, si dirà qui di seguito. Quando la coscienza impone un dettato, è detto,
allo stesso modo nella Parola che  il Signore parla, perché la coscienza è costituita da cose
rivelate, dalle conoscenze, e dalla Parola; e quando la Parola parla, o impone un comando,
è il Signore che parla; di conseguenza nulla è più comune, anche al giorno d'oggi, quando
si parla di una questione di coscienza o di fede, che affermare, il Signore dice.

     372.  Essere  custode  significa servire, come i guardiani e i portinai (cioè, i custodi della


soglia) nella chiesa ebraica. La fede è chiamata custode della carità, per il fatto che è al suo
servizio, ma secondo i principi della dottrina  è stata chiamata  Caino  al fine che la fede
abbia il governo, come è stato detto nel versetto 7.
   373. Versetto 10. Ed egli disse: Cosa hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello, grida a me dal
suolo. La voce del sangue di tuo fratello, significa che fu usata violenza alla carità; le grida
del sangue esprimono un'accusa di colpevolezza, e suolo significa scisma o eresia.

   374. Che le voce del sangue significhi la violenza usata contro la carità è evidente da molti
passi nella Parola, in cui voce indica tutto ciò che accusa, e sangue ogni genere di peccato, e
soprattutto l'odio; perché chiunque provi odio verso il suo fratello, lo uccide nel suo cuore,
come insegna il Signore:

Voi avete udito che fu detto agli antichi: Non uccidere, chi avrà ucciso sarà giudicato. Ma io
dico a voi, che chiunque si adira con il proprio fratello avventatamente sarà giudicato, e chi avrà
detto   a   suo   fratello,   stupido,   sarà   sottoposto   al   sinedrio;   e   chiunque   gli   dica,   pazzo,   sarà
sottoposto al fuoco della Gehenna (Matteo 5:21­22)

con queste parole si intendono i gradi di odio. L'odio  è contrario alla carità, e nuoce in
qualsiasi modo possibile, se non con la mano, ancora nello spirito, ed è trattenuto solo da
vincoli   esteriori   che   frenano   l'atto   della   mano.   Perciò   tutto   l'odio   è  sangue,   come   in
Geremia:

Perché non ti avvii nel sentiero giusto alla ricerca dell'amore? Anche nelle tue vesti intime  è
stato trovato il sangue delle anime dei bisognosi e innocenti (Geremia 2:33­34).

   [2] E poiché l'odio è rappresentato dal sangue, così altrettanto ogni tipo di iniquità, perché
l'odio è la fonte di tutte le iniquità. Come in Osea:

Giurano   il   falso,   mentono,     uccidono,   rubano,   commettono   adulterio,   rapinano,   e   versano


sangue; perciò è il paese in lutto e tutti quelli che vi abitano languono (Osea 4:2­3).

E in Ezechiele, parlando di crudeltà:

Giudicherai la città sanguinaria, e le farai conoscere tutto il suo abominio, una città che sparge
sangue nel mezzo di essa? Tu sei diventata colpevole a causa del tuo sangue che hai versato (Ez.
22:2­4, 6, 9).

La terra è piena di assassini, e la città è colma di violenza (Ez. 7:23).
E in Geremia:

A causa dei peccati dei profeti di Gerusalemme, e delle iniquità dei suoi sacerdoti, che hanno
versato il sangue dei giusti in mezzo ad essa, essi vagano come ciechi per le strade, e sono stati
contaminati con il sangue (Lam. 4:13­14).

In Isaia:

Quando il Signore avrà lavato le brutture delle figlie di Sion, e avrà sanato Gerusalemme dal
sangue versato, con spirito di giudizio, e con spirito di purificazione (Is. 4:4).

I palmi delle vostre mani sono macchiati di sangue, e le vostre dita di iniquità (Is. 59:3).

In Ezechiele, parlando degli abomini di Gerusalemme, che sono chiamati assassini:

Ti sono passato vicino e ti ho visto dibatterti nel tue sangue, e ti ho detto, Vivi nel tuo sangue, sì,
ti ho detto vivi nel tuo sangue (Ezechiele 16:6, 22).

     [3]  La   crudeltà   e   l'odio   degli   ultimi   tempi   sono   anche   descritti   dal  sangue  nella
Rivelazione   (16:3,   4).   Il  sangue  è   nominato   al   plurale,   perché   tutte   le   cose   ingiuste   e
abominevoli sgorgano dall'odio, come tutte quelle buone e sante procedono dall'amore.
Perciò colui che prova odio verso il prossimo ucciderebbe se potesse; e infatti lo uccide in
tutti i modi possibili; e questo è ciò che si intende per usare violenza al prossimo, che qui è
compiutamente rappresentato dalla voce del sangue.

     375.  Una  voce che grida  e la  voce di un grido  sono espressioni comuni nella Parola, e


ricorrono in ogni circostanza in cui vi è clamore, tumulti o disordini, e anche in occasione
di un lieto evento (come in Esodo 32:17­18;. Sof. 1:9­10;. Isa. 65:19, Ger. 48:3). Nel presente
passo denota un'accusa.

     376.  Da ciò ne consegue che le  grida del sangue  significano l'imputazione della colpa;


perché coloro che usano la violenza sono ritenuti colpevoli. Come in Davide:

Il male ucciderà l'empio, e coloro che odiano il giusto saranno dichiarati colpevoli (Salmi 34:21).
In Ezechiele:

Tu sei diventata colpevole per il sangue che hai versato (Ez 22:4).

     377. Che suolo significa qui uno scisma o eresia, è evidente dal fatto che campo significa
dottrina, e quindi  suolo, avendo il campo in esso,  è uno scisma. L'uomo stesso  è anche
suolo e campo, perché queste cose sono inseminate in lui. Perché l'uomo è uomo da ciò che
viene   inseminato   in   lui,   un   uomo   buono   e   giusto,   dai   beni   e   dalle   verità;   un   uomo
malvagio e falso, dai mali e dalle falsità. Colui che è in ogni particolare dottrina eretica
prende il nome da essa, così come nel passo appena esaminato il termine suolo è usato per
indicare uno scisma o eresia nell'uomo.

     378.  Versetto 11.  E ora tu sei maledetto dal suolo, che ha aperto la sua bocca per ricevere il


sangue di tuo fratello dalla tua mano. Tu sei maledetto dal suolo, significa che attraverso lo
scisma   era   diventato   dannato.   Che   ha   aperto   la   sua   bocca,   significa   che   l'eresia   si   è
impossessata di loro. Ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua mano, significa che è stata
fatta violenza alla carità, che si è estinta.

   379. Che tale sia il significato di questo passo è evidente da ciò che precede; e che essere
maledetto  significhi   essere   contrario   al   bene,   è   stato   già   dimostrato   (n.   245).   Perché   le
iniquità e le abominazioni, o gli odi, sono ciò che danna l'uomo, in modo che egli guardi
solo verso il basso, cioè, alle cose corporee e terrene, quindi a coloro che sono dell'inferno.
Questo   avviene   quando   la   carità   è   bandita   e   si   estingue,   perché   allora   il   legame   che
congiunge   il   Signore   con   l'uomo   viene   reciso,   poiché   solo   la   carità,   o   amore   e   la
misericordia, sono ciò che ci congiunge con lui, e giammai la fede senza la carità, perché
questa non è la fede, essendo mera conoscenza, come ad esempio l'orda infernale stessa
può possedere, e con la quale essa può abilmente ingannare i buoni, e fingere se stessa
come società di angeli di luce, e come i predicatori più malvagi talvolta sono soliti fare, con
uno zelo, come quello della pietà, sebbene nulla sia più lontano dal loro cuore di quello
che procede dalle loro labbra. Può qualcuno essere di giudizio così debole da credere che
la fede residente solo nella memoria, o il pensiero che da lì deriva, possa essere di qualche
aiuto; quando tutti sanno dalla propria esperienza che nessuno apprezza le parole o il
convincimento di un altro, non importa di quale natura, salvo che siano conformi alla sua
volontà o intenzione? È questo che li rende piacevoli, e che congiunge un uomo con un
altro. La volontà è il vero uomo, e non il pensiero o il discorso cui egli non aderisce. Un
uomo acquista la sua natura e disposizione dalla volontà, perché questa influisce su di lui.
Se qualcuno pensa ciò che è bene, l'essenza della fede, cioè la carità, è nel suo pensiero,
perché la volontà di fare ciò che è bene è in esso. Ma se dice che pensa ciò che è bene, e
nondimeno, vive perfidamente, questi non può fare altro che ciò che è male, e pertanto
non vi è fede.

     380. Versetto 12. Quando tu lavorerai il suolo, esso non cederà a te d'ora in poi i suoi frutti;
ramingo e fuggiasco sarai sulla terra. Per lavorare il suolo si intende coltivare questo scisma o
eresia. Non cederà a te i suoi frutti, significa che sarà sterile. Essere ramingo e fuggiasco
sulla terra significa non conoscere ciò che è bene e vero.

     381.  Che  lavorare   il   suolo  significhi   coltivare   questo   scisma   o   eresia,   si   evince   dal
significato di  suolo  cui si è fatto cenno sopra. Che  non cedere i suoi frutti  implichi la sua
sterilità, è evidente da quanto è stato detto del suolo, dalle parole stesse, nonché da questa
considerazione, che coloro che professano la fede senza la carità, non professano alcuna
fede, come si è detto sopra.

   382. Che essere ramingo e fuggiasco sulla terra significhi non sapere ciò che è bene e vero, è
evidente dal significato di vagabondaggio e fuga nella Parola. Come in Geremia:

Profeti e sacerdoti vagano come ciechi per le strade; si sono macchiati di sangue. Non si possono
toccare neppure i loro indumenti (Lam. 4:13­14)

dove  profeti  sono coloro che insegnano, e  sacerdoti, coloro che vivono conformemente a


quell'insegnamento; vagano come ciechi per le strade significa ignorare ciò che è vero e bene.

   [2] In Amos:

Su una parte del campo era piovuto, e la parte del campo dove non era piovuto appassì. Così
due   o   tre   città   andarono   a   ramengo   verso   una   città   per   attingere   acqua,   e   non   poterono
dissetarsi (Amos 4:7­8)

dove per la parte del campo su cui era piovuto è significata la dottrina della fede dalla carità e
per la parte del campo su cui non era piovuto, la dottrina della fede, senza la carità. Per vagare
alla ricerca dell'acqua, si intende cercare la verità.

   [3] In Osea:

Efraim   è   stato   percosso,   la   sua   radice   è   inaridita,   essi   non   porteranno   frutto;   il   mio   Dio   li
rigetterà, perché non gli hanno dato ascolto; e andranno raminghi fra le nazioni (Osea 9:16, 17).

Efraim  indica   qui   la   comprensione   della   verità,   o   fede,   perché   era   il   primogenito   di
Giuseppe. La radice inaridita significa la carità che non può portare frutto. Vanno a ramengo
tra le nazioni coloro che non sanno ciò che è vero e bene.
   [4] In Geremia:

Muovete guerra contro l'Arabia e devastate i figli d'oriente. Fuggite, andate lontano; gli abitanti
di Hazor si sono precipitati nelle profondità per trovare riparo (Ger 49:28, 30).

Arabia  e  figli   d'Oriente,   significano   il   possesso   di   ricchezze   celesti,   o   delle   cose   che
appartengono all'amore, che, quando è devastato, si dice che  fugge  e  va a ramengo, cioè,
essere fuggitivi e vagabondi, quando non si fa nulla di ciò che è bene. Degli abitanti di Hazor,
o coloro che possiedono le ricchezze spirituali, che sono quelle della fede, si dice che  si
sono precipitati nelle profondità cioè, che essi periscono.

   [5] In Isaia:

Tutte i tuoi capi vagano insieme, sono stati messi al bando senza un tiro d'arco, sono fuggiti
lontano (Is. 22:3)

facendo riferimento alla valle della visione, ovvero la fantasia che la fede sia possibile senza
la carità. Di qui affiora il motivo per cui si dice, in un passo successivo (Isaia 22:14), che
colui che professa la fede separata dalla carità è un ramingo e fuggiasco, cioè non sa nulla
del bene e della verità.

   383. Versetto 13. E Caino disse al Signore, la mia iniquità è troppo grande per essere perdonata.
Caino disse al Signore, indica una piena confessione che egli era nel male, indotta da una
qualche   sofferenza   interiore.   La   mia   iniquità   è   troppo   grande   per   essere   perdonata,
significa la disperazione per questo motivo. 

   384. Quindi sembra che qualcosa del bene sia rimasto in Caino; ma che tutto il bene della
carità poi si è estinto, è evidente da ciò che si dice di Lamech (versetti 19, 23­24).

   385. Versetto 14. Ecco, oggi tu mi hai scacciato dai volti del suolo; e dai tuoi volti sarò nascosto;
e sarò fuggiasco e ramingo nella terra, e avverrà che chiunque mi avrà trovato, mi ucciderà. Essere
scacciato dai volti del suolo significa essere separato da tutte le verità della chiesa. Essere
nascosto dai tuoi volti, significa essere separato da tutto il bene della fede, dall'amore.
Essere fuggiasco e ramingo nella terra, significa ignorare la verità e il bene. Chiunque mi
avrà trovato mi ucciderà, significa che tutto il male e il falso lo potrebbero distruggere.

     386. Che per essere  cacciato fuori dai volti del suolo si intenda essere separato da tutte le
verità della Chiesa è evidente dal significato di suolo, che, nel senso autentico e proprio, è
la chiesa, o l'uomo della chiesa, e quindi qualunque sia la dottrina che la Chiesa stessa
professa,   come   mostrato   sopra.   Il   significato   di   una   parola   varia   necessariamente   in
funzione del soggetto trattato, e perciò anche coloro che professano una fede erronea, cioè
coloro che professano uno scisma o un'eresia, sono chiamati anche suolo. Qui però essere
scacciato dai volti del suolo significa non essere più nella verità della chiesa. 

   387. Che per essere nascosto dai tuoi volti si intenda essere separati da tutto il bene della
fede, dall'amore, è evidente dal significato dei  volti del Signore. Il  volto del Signore, come
detto in precedenza, è la misericordia, da cui procedono tutti i beni della fede, dall'amore,
e quindi i beni della fede sono qui rappresentati dai suoi volti.

   388. Per ramingo e fuggiasco sulla terra si intende, come prima, ignorare la verità e il bene.

     389.  Che  chiunque   mi   avrà   trovato   mi   ucciderà,  significhi   che   ogni   male   e   falsità   lo
distruggerebbero, segue da ciò che è stato detto. Perché quando un uomo si priva della
carità,   si   separa   dal   Signore,   dal   momento   che   è   solo   la   carità,   cioè   l'amore   verso   il
prossimo, e la misericordia, che congiungono l'uomo con il Signore. Dove non c'è carità, vi
è disgiunzione, e dove c'è disgiunzione, l'uomo è abbandonato a se stesso ovvero al suo
proprio, e quindi tutto ciò che pensa è falso, e tutto ciò che vuole è male. Queste sono le
cose che uccidono l'uomo, ovvero che lo inducono a non possedere nulla della vita che
resta.

     390. Coloro che sono nel male e nella falsità sono nel terrore continuo di essere uccisi,
così come è descritto in Mosè:

La vostra terra è nella desolazione, e le vostre città in rovina. Sui vostri superstiti infonderò la
dolcezza  del  cuore   nella  terra  dei   loro   nemici.  E   il  suono   di  una  foglia   agitata  dal  vento   li
perseguiterà; e fuggiranno come chi è in fuga da una spada; e cadranno senza che alcuno li
insegua,   e   inciamperanno   ciascuno   sul   proprio   fratello,   come   davanti   ad   una   spada,
quand'anche nessuno li insegua (Lev. 26:33, 36­37).

In Isaia:

I perfidi agiscono perfidamente, sì, nella perfidia agiscono perfidamente. E avverrà che colui
che   fugge   dal   tormento   della   paura   cadrà   nella   fossa,   e   colui   che   vien   fuori   dal   mezzo   al
trabocchetto sarà preso nel tranello, la trasgressione pesa su di loro, cadranno e non riuscirano a
rialzarsi (Isaia 24:16­20).

In Geremia:
Ecco,   io   mando   il   terrore   su   di   voi,   dai   dintorni   sarete   ricacciati   verso   le   vostre   dimore,   e
nessuno radunerà chi va ramingo (Ger. 49:5)

In Isaia:

Noi fuggiremo a cavallo, perciò vi darete alla fuga. Cavalcheremo veloce; invero, sono quelli
che vi inseguono che vi renderanno veloci; mille di voi fuggiranno alla minaccia di uno; alla
minaccia di cinque vi darete alla fuga (Isaia 30:16­17).

In questi e altri passi della Parola, coloro che sono nella falsità e nel male sono descritti
come  in fuga, e come nel  terrore di essere uccisi.  Hanno paura di tutti, perché non hanno
nessuno che li protegga. Tutti coloro che sono nel male e nella falsità odiano il prossimo, in
modo che tutti nutrono la brama di uccidersi reciprocamente.

   391. Lo stato degli spiriti maligni nell'altra vita dimostra in modo palese che coloro che
sono nel male e nella falsità hanno paura di tutti. Quelli che si sono privati di ogni carità
vagano   e   fuggono   da   un   luogo   all'altro.   Ovunque   vadano,   in   qualsiasi   società,   questi
subito percepiscono il loro carattere, al loro arrivo, perché tale è la percezione che esiste
nell'altra vita; e non solo essi sono allontanati, ma li puniscono severamente, con una tale
animosità   che   se   potessero   li   ucciderebbero.   Gli   spiriti   maligni   godono   del   massimo
piacere nel punire e tormentare un altro spirito; è la loro massima gratificazione. Fino ad
ora non era noto che il male e il falso sono essi stessi la causa di ciò, perché qualunque cosa
ognuno desideri per l'altro, la medesima ritorna su di sé. La falsità ha in sé la pena della
falsità, e il male ha in sé la pena del male, e di conseguenza gli spiriti maligni hanno in loro
la paura di tali sanzioni.

   392. Versetto 15. E Signore gli disse: Perciò chiunque uccide Caino, subirà la vendetta per sette
volte.   E   il   Signore   mise   un   segno   su   Caino,   affinché   nessuno,   trovandolo,   lo   potesse   colpire.
Chiunque  uccide  Caino  subirà la vendetta sette  volte, significa che usare  violenza alla
fede, anche quando essa è così separata, sarebbe un sacrilegio. Il Signore appose un segno
su Caino, affinché nessuno trovandolo, lo potesse colpire, significa che il Signore ha tenuto
conto della fede in una maniera particolare, in modo che potesse essere preservata. 

   393. Prima di passare a spiegare il senso interiore di questo ultimo versetto, è necessario
soffermarsi   sulla   fede.   La   chiesa   più   antica   era   di   una   natura   tale   da   non   riconoscere
alcuna fede, tranne quella che appartiene all'amore, tanto che non erano disposti neppure
a parlare di fede, perché attraverso l'amore verso il Signore percepivano tutte le cose che
appartengono alla fede. Tali sono anche gli angeli celesti di cui si è fatto cenno sopra. Ma
poiché è stato previsto che la razza umana non avrebbe potuto restare di tale indole, ma
avrebbe   separato   la   fede   dall'amore   verso   il   Signore,   e   avrebbe   fatto   della   fede,   una
dottrina dal suo proprio, è stato provveduto affinché essi fossero davvero separati, ma in
modo   tale   che   attraverso   la   fede,   cioè   attraverso   le   conoscenze   della   fede,   gli   uomini
potessero   ricevere   dal   Signore   la   carità,   in   modo   che   la   conoscenza  [cognitio]  ovvero
l'ascolto   debba   venire   prima,   e   poi,   attraverso   la   conoscenza   o   l'ascolto,   la   carità,   cioè
l'amore verso il prossimo, e la misericordia, potessero essere donate dal Signore. Questa
carità deve non solo essere inseparabile dalla fede, ma deve anche essere anteposta alla
fede.   Poi   invece   della   percezione   di   cui   godeva   la   chiesa   più   antica,   è   succeduta   la
coscienza, acquisita attraverso la fede unita alla carità, il cui dettato ispirava non ciò che è
vero, ma che una determinata cosa è vera; e questo perché il Signore così si è espresso
nella Parola. Le chiese dopo il diluvio, furono per lo più di questa natura, come era anche
la chiesa primitiva ovvero quella sorta dopo l'avvento del Signore. Nello stesso modo gli
angeli spirituali sono distinti dagli angeli celesti.

   394. Ora, poiché questo è stato previsto, ed è stato provveduto, affinché la razza umana
non perisca nella morte eterna, è qui dichiarato che nessuno debba fare violenza a Caino,
con il quale è rappresentata la fede separata dalla carità. Ed inoltre, che  un segno è stato
apposto su di lui, il che significa che il Signore ha distinto la fede in un modo particolare, al
fine   di   garantirne   la   conservazione.   Questi   sono   arcani   finora   sconosciuti,   e   fanno
riferimento   al   Signore   in   ciò   che   ha   detto   riguardo   al   matrimonio,   e   agli   eunuchi,   in
Matteo:

Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; e vi sono eunuchi che sono
stati resi eunuchi dagli uomini; e vi sono eunuchi che si sono resi tali per il regno di Dio. A colui
che è in grado di comprendere, sarà dato di comprendere (Matteo 19:12)

Quelli   che   sono   nel   matrimonio   celeste   sono   chiamati  eunuchi;  quelli   che   sono   tali   in
quanto così nati dal grembo, assomigliano agli angeli celesti; quelli così resi dagli uomini,
sono   come   gli   angeli   spirituali,   e   quelli   così   resi   da   loro   stessi,   sono   come   gli   spiriti
angelici, che non agiscono in virtù della carità ma per obbedienza.

   395. Che con le parole chi uccide Caino, subirà la vendetta per sette volte si intenda che fare
violenza   alla   fede,   anche   quando   è   così   separata,   sarebbe   sacrilego,   è   evidente   dal
significato di Caino, che è la fede separata dalla carità, e dal significato di sette, vale a dire
ciò che è sacro. Il numero  sette  è stato considerato sacro, come è noto, a motivo dei sei
giorni  della creazione e del settimo, che  è l'uomo celeste  uomo, nel quale  è la pace, il
riposo, e il sabato.1 Di qui questo numero ricorre così frequentemente nei riti della chiesa
ebraica, ed è in ogni luogo ritenuto sacro, e di qui anche i periodi più o meno lunghi di
tempo sono stati distinti in sette, e furono chiamati  settimane, come i grandi intervalli di
tempo   fino   alla   venuta   del   messia   (Dan.   9:24­25),   e   il   tempo   di   sette   anni   chiamato
settimana da Labano e Giacobbe (Genesi 29:27­28). Per la stessa ragione, ovunque ricorra, il
numero sette è considerato santo o inviolabile. Così leggiamo in Davide:

Sette volte al giorno devo lodarti (Salmi 119:164).

In Isaia:

La luce della luna sarà come la luce del sole, e la luce del sole sarà sette volte più intensa, come
la luce di sette giorni (Isaia 30:26)

dove il sole indica l'amore, la luna, la fede dall'amore, che deve essere conforme all'amore.
Poiché i periodi di rigenerazione dell'uomo sono sei, prima dell'arrivo del settimo, che è,
l'uomo celeste, così anche i periodi della sua distruzione, fino al momento in cui non resta
nulla di celeste. Questo è stato rappresentato dai sette periodi di schiavitù degli ebrei, e
l'ultimo, ovvero la dominazione babilonese, che durò sette decenni ovvero settanta anni. Si
dice anche diverse volte che la terra debba riposare di sabato. Lo stesso è rappresentato da
Nabucodonosor, in Daniele:

Il suo cuore sarà mutato,  e il cuore di una bestia gli sarà dato, e passeranno sette tempi su di lui
(Dan. 4:16, 23, 32).

E in Giovanni, in merito alla devastazione degli ultimi tempi:

Ho visto un altro segno nel cielo, grande e meraviglioso: sette angeli, che avevano gli ultimi
sette flagelli (Ap. 15:1, 6­8);

I Gentili devono percorrere la città santa alla profondità di 40 piedi per due mesi, ovvero sei
volte sette (Ap 11:2).

Ho visto un libro scritto dentro e sul retro, sigillato con sette sigilli (Ap. 5:1).
Per lo stesso motivo il livello di gravità e di intensità delle pene sono state espresse dal
numero sette, come in Mosè:

Se dopo tutto questo voi rifiuterete di obbedirmi, allora io vi castigherò sette volte per i vostri
peccati (Lev. 26:18, 21, 24, 28).

E in Davide:

Rendi dunque ai nostri vicini sette volte il male di cui si sono macchiati (Salmi 79:12)

Ora, siccome era sacrilego fare violenza alla fede ­ poiché, come è stato ha detto, essa
doveva essere al servizio ­ si dice che chiunque dovesse uccidere Caino, subirà la vendetta per
sette volte.

   396. Che il Signore pose un segno su Caino, in modo che nessuno potesse colpirlo significhi che
il Signore distingue la fede in un modo particolare affinché possa essere conservata,  è
evidente   dal   ,significato   di  segno  e   di  apporre   un   segno  a   qualcuno,   come   mezzo   di
distinzione. Così in Ezechiele:  

Il Signore disse: Va' in mezzo alla città, passa nel mezzo di Gerusalemme, e poni un segno sulla
fronte degli uomini che gemono e sospirano per tutti gli abomini (Ez. 9:4)

dove   per  segnare   la   fronte  non   si   intende   apporre   un   marchio   o   una   riga   sulla   parte
anteriore della testa,  ma distinguerli dagli altri. Così in Giovanni, si dice che:

Le cavallette devono danneggiare soltanto gli uomini che non avevano il marchio di Dio sulla
fronte (Ap. 9:4)

dove avere il marchio, anche qui è inteso quale mezzo per distinguere.

     [2] E nello stesso libro leggiamo di un marchio sulla mano e sulla la fronte (Ap. 13:16). La
stessa   cosa   è   stata   rappresentata   nella   Chiesa   ebraica   vincolando   il   primo   e   grande
comandamento con la mano e la fronte, di cui si legge in Mosè:
Ascolta, Israele, il Jehovah il nostro Dio è il solo Signore; e tu amerai il Signore tuo Dio con tutto
il tuo cuore, con tutta l'anima tua e con tutta la tua forza, e legherai queste parole con un segno
sulla tua mano, e saranno come un pendaglio tra gli occhi (Deut. 6:4, 8; 11:13, 18).

Attraverso   questo   è   stato   rappresentato   che   essi   devono   considerare   il   comandamento


dell'amore sopra ogni cosa, e quindi il significato di apporre un segno sulla mano e sulla la
fronte diventa manifesto.

   [3] Così in Isaia:

Io verrò a radunare tutte le nazioni e le lingue; ed essi verranno e vedranno la mia gloria; e io
porrò un segno su di loro (Isaia 66:18­19).

E in Davide:

Volgiti a me e abbi pietà di me, dona la tua forza al tuo servo, e salva il figlio della tua serva.
Poni su di me un segno del bene, e quelli che mi odiano vedranno e si vergogneranno (Salmi
86:16­17)

Da questi passi il significato di segno è ormai evidente. Che nessuno dunque supponga che
un  marchio fu apposto  su una persona in particolare,  chiamata Caino, perché  il senso
interiore della Parola contiene cose molto diverse da quelle contenute nel senso letterale.

   397. Versetto 16. E Caino si allontanò dai volti dei Signore, e abitò nel paese di Nod, ad oriente
di Eden. Con le parole, Caino si allontanò dai volti del Signore, è inteso che la fede è stata
separata dal bene della fede, dall'amore. Abitò nel paese di Nod, significa essere al di fuori
della   verità   e   del   bene.   A   oriente   di   Eden,   significa   essere   nei   pressi   della   mente
intellettuale, dove prima regnava l'amore.

     398.  Che  allontanarsi dai volti del Signore,  significhi essere separato dal bene della fede,


dall'amore può essere visto nella spiegazione del versetto 14. Che  abitare nel paese di Nod
significhi essere al di fuori della verità e del bene è evidente dal significato della parola
Nod,  cioè   essere   ramingo   e   fuggiasco;  e   che   essere  ramingo   e   fuggiasco  significhi  essere
privato della verità e del bene, può essere visto sopra. Che a oriente di Eden significhi vicino
alla   mente   intellettuale,   dove   prima   regnava   l'amore,   e   anche   nei   pressi   della   mente
razionale,   dove   prima   regnava   la   carità,   è   evidente   da   quanto   è   stato   detto   circa   il
significato di oriente di Eden, cioè che oriente è il Signore, e Eden l'amore. Presso gli uomini
della chiesa più antica, la mente, composta della volontà e dell'intelletto, era una; perché la
volontà era tutto, in modo tale che l'intelletto apparteneva alla volontà. Questo perché non
si  faceva alcuna distinzione tra l'amore, che è dalla volontà, e la fede, che è dall'intelletto,
perché l'amore era il tutto, e la fede apparteneva all'amore. Ma dopo che la fede è stata
separata dall'amore, come è il caso di coloro che furono denominati Caino nessuna volontà
ha   regnato   più   a   lungo,   e   siccome   in   quella   mente   l'intelletto   regnava   al   posto   della
volontà, ovvero la fede, al posto dell'amore, si dice che questi  abitava a oriente di Eden;
perché come è stato appena osservato, la fede era distinta, o aveva un marchio apposto su
di essa in modo che potesse essere conservata per l'uso dell'umanità.

     399.  Versetto 17.  E Caino conobbe sua moglie; ed ella concepì e partorì Enoch. Egli stava


costruendo una città, cui diede lo stesso nome di suo figlio, Enoch. Le parole Caino conobbe sua
moglie, ed ella concepì e partorì Enoch, significano che questo scisma o eresia ne produsse
un altro da sé che fu chiamato Enoch. Per la città che stava costruendo, si intende tutta la
falsa dottrina di lì discendente, e poiché lo scisma o eresia è stato chiamato Enoch, si dice
che alla città è stato apposto il nome di suo figlio, Enoch .

     400.  Che  Caino conobbe sua moglie, ed ella concepì e partorì Enoch  significhi che questo


scisma   o   eresia   ne   produsse   un   altro   da   sé,   è   evidente   da   quanto   è   stato   detto   in
precedenza, così come da quanto affermato nel primo versetto, che l'uomo e sua moglie
Eva concepirono Caino; così pure le cose che ora seguono sono simili concezioni e nascite,
sia riguardo alla chiesa, sia alle eresie, dalle quali è sortita una genealogia, perché queste
sono reciprocamente legate. Da un'eresia ne sono sortite una serie di esse.

     401.  Che per  Enoch  sia rappresentata  un'eresia con tutta la sua dottrina eretica   è in


qualche misura evidente dalla stesso nome, che significa l'istruzione così iniziata.

   402. Che per la città che è stata costruita è intesa tutta la dottrina eretica sortita da quella
eresia, è evidente da ogni passo della Parola in cui ricorre il nome di una città; perché in
nessun caso si vuol intendere una città, ma invariabilmente qualcosa della dottrina eretica.
Gli  angeli   ignorano   del  tutto   le  città ed   i loro  nomi,  dal  momento  che   non hanno,  né
possono avere alcuna idea di città, in virtù del fatto che le loro idee sono spirituali e celesti,
come   è   stato   mostrato   sopra.   Essi   percepiscono   solo   ciò   che   una   città   e   il   suo   nome
rappresenta. Così, per la città santa, che è anche chiamata la santa Gerusalemme, nient'altro
si intende che il regno del Signore, in generale, ovvero ogni individuo, in particolare in cui
è quel regno. La  città  e il  monte Sion  ha anche un simile significato; il secondo indica il
celeste della fede, e la prima, il suo spirituale.

     [2]  Il   celeste   e   lo   spirituale   sono   anche   descritti   attraverso  città,   palazzi,   case,   muri,
fondazioni  dei muri, bastioni, cancelli, travi  e il  tempio nel mezzo, come in Ezechiele  48; in
Apocalisse 21:15 fino alla fine, dove viene chiamata anche la santa Gerusalemme, versetti
2, 10 e in Geremia 31:38. In Davide è chiamata città di Dio, il luogo santo dei tabernacoli
della sommità (Salmi 46:4), in Ezechiele,  la città del Signore  (Ezechiele 48:35), e di cui è
scritto in Isaia:

I figli dello straniero costruiranno le tue mura, tutti quelli che ti disprezzavano si sono prostrati
fino alla pianta dei tuoi piedi; ed essi ti chiamano la città del Signore, la Sion del santo d'Israele
(Is. 60:10, 14)

In Zaccaria:

Gerusalemme   sarà   chiamata   la  città   della   verità;   e   la   montagna   di   Sion,   la   montagna   della
santità (Zaccaria 8:3)

dove la  città della verità, o  Gerusalemme, indica le cose spirituali della fede, e la  montagna


della santità o di Sion, le cose celesti della fede.

     [3]  Poiché le cose celesti e spirituali della fede, sono rappresentate da una città, così
anche tutte le cose dottrinali sono rappresentate dalle città di Giuda e di Israele, ognuno
dei quali, quando il nome ha un suo peculiare significato di qualcosa di dottrinale; ma ciò
non può essere conosciuto se non attraverso il senso interiore. Siccome le cose dottrinali
sono   rappresentate  da  città,  così  pure  le  eresie,  e  in  questo   caso   ogni particolare   città,
secondo il suo nome, significa una particolare idea eretica. Al momento sarà mostrato dai
seguenti   passi   della   Parola,   che   in   generale   una  città  significa   qualcosa   di   dottrinale,
oppure eretico.

   [4] Così si legge in Isaia:

In quel giorno ci saranno cinque città nel paese d'Egitto, che parleranno la lingua di Canaan, e
giureranno a Jehovah Zebaoth; una sarà chiamata città di Heres (Isaia 19:18),

in cui il soggetto trattato è la cognizione mnemonica delle cose spirituali e celesti al tempo
dell'avvento del Signore. Quindi, di nuovo, trattando della valle della visione, cioè, della
fantasia:

Tu sei piena di tumulti, città tumultuosa, città esultante (Is. 22:2).
In Geremia, parlando di coloro che sono a mezzogiorno, cioè, nella luce della verità, e che si
è estinta:

Le città del sud sono sotto assedio, e nessuno le libera (Ger 13:19)

Il   Signore   ha   deciso   di   distruggere   le   mura   della   figlia   di   Sion;   pertanto,   il   terrapieno   e   il


bastione sono in rovina; e languono insieme. Le sue porte sono abbattute, egli ha distrutto e
spezzato le travi (Lam. 2:8­9)

dove chiunque può vedere che per mura, bastione, porte, e travi, sono intese esclusivamente
le cose dottrinali.

   [5] Allo stesso modo in Isaia:

Questa canzone sarà cantata nel paese di Giuda, abbiamo una fortezza; egli ha posto mura e
bastioni  per   la  nostra  salvezza;   aprite   le  porte,  affinché   la  nazione   giusta,   che   custodisce  la
fedeltà possa entrare (Isaia 26:1­2)

Io ti esalto e lodo il tuo nome, perché tu hai fatto di una città, un mucchio di sassi, di una città
fortificata,   rovine;   la   fortezza   degli   stranieri   non   sarà   mai   più   ricostruita.   Perciò   un   popolo
valoroso ti onora; la città della più terribile delle nazioni, ti teme (Isaia 25:1­3)

in questi passi non vi è alcun riferimento ad una particolare città. Nel profezia di Balaam:

Edom, sarà in eredità, e uno di Giacobbe dominerà e distruggerà il resto della città (Num. 24:18­
19)

ove deve essere chiaro a tutti che città qui non significa città. In Isaia:

La città del nulla è in rovina; ogni casa è chiusa, affinché che le grida per le strade, al posto del
vino, non possano entrare (Isaia 24:10­11)

dove la città del nulla indica la vacuità della dottrina e le strade qui come altrove significano
le cose che appartengono alla città, la falsità, o la verità. In Giovanni:
Quando il settimo angelo versò la sua coppa, la grande città fu divisa in tre parti, e le città delle
nazioni caddero (Ap. 16:17, 19).

Che la  grande città indica qualcosa di eretico, e che la  città delle nazioni  indica altrettanto,


deve essere evidente a tutti. Deve essere noto altresì che la grande città era la donna che
Giovanni vide (Apocalisse 17:18); e che la donna rappresenti una chiesa di quel carattere è
stato mostrato prima.

     403. Abbiamo visto ora cosa significa città. Ma siccome tutta questa parte della Genesi
viene presentata in una forma storica, a coloro che si soffermano sul senso letterale deve
sembrare che una città è stata costruita da Caino, e che è stata chiamato Enoch, anche se
dal   senso   letterale   essi   potrebbero   anche   desumere   che   la   terra   fosse   già   densamente
popolata, nonostante che Caino era solo il primogenito di Adamo; la serie storica contiene
questo   in   sé.   Ma,   come   abbiamo   osservato   sopra,   le   genti   più   antiche   erano   aduse   a
presentare tutte le cose sotto forma di una storia, in tipi rappresentativi, e questo era per
loro piacevole nel massimo grado, perché faceva sembrare vive tutte le cose narrate.

   404. Versetto 18. E a Enoc nacque Irad; e Irad generò Mehujael; e Mehujael generò Methusael; e
Methusael   generò   Lamech.  Tutti   questi   nomi   significano   eresie   derivanti   dalla   prima,
denominata  Caino, ma poiché nessuno di essi ha alcunché di reale, salvo il nome, non è
necessario aggiungere altro. Qualcosa potrebbe essere riferito dalle derivazioni dei nomi;
ad   esempio,  Irad  significa   colui   che  discende   da   una   città,  quindi   dall'eresia   chiamata
Enoch, e così via.

     405.  Versetto 19.  E Lamech prese con sé due mogli: il nome della prima era Ada, e il nome


dell'altra, Zilla. Per Lamech, che era il sesto in ordine da Caino, è intesa la desolazione, in
conseguenza del fatto che non vi è più alcuna fede. Per le sue due mogli è inteso il sorgere
di una nuova chiesa; per Ada, la madre delle sue cose celesti e spirituali; e per Zilla, la
madre della sue cose naturali. 

   406. Che per Lamech sia significata la desolazione, ovvero che non vi è più alcuna fede, è
evidente   dai   versetti   seguenti   (23­24),   in   cui   è   detto   che  uccise   un   bambino   per
un'ammaccatura, perché ivi, per un uomo si intende la fede, e per un bambino, la carità.

     407.  Lo stato di una chiesa in generale è così circostanziato. Nel decorso del tempo si
discosta dalla vera fede finché resta del tutto priva di fede, quando si dice che essa è nella
desolazione.  Questo   è   stato   il   caso   presso   la   più   antica   chiesa   tra   coloro   che   erano
denominati Cainiti, e anche presso l'antica chiesa dopo il diluvio, nonché presso la chiesa
ebraica. Al tempo dell'avvento del Signore quest'ultima era in un tale stato di desolazione
da non sapere nulla riguardo al Signore, e in merito al fatto che egli era venuto nel mondo
per la loro la salvezza, e sapevano ancor meno sulla fede in lui. Così era pure presso la
chiesa cristiana primitiva, ovvero quella sorta dopo l'avvento del Signore, che nel tempo
presente   è   così   completamente   in   rovina   che   non   è   rimasta   alcuna   fede   in   essa.
Nondimeno,   rimane   sempre   qualche   nucleo   di   una   chiesa,   che   non   è   riconosciuto   da
coloro che sono nella rovina, riguardo alla fede; e così è stato presso la più antica chiesa, di
cui   è   rimasto   un   residuo   fino   al   tempo   del   diluvio,   e   ha   avuto   un   seguito   dopo
quell'evento. Il residuo di quella chiesa è stato denominato Noè. 

   408. Quando una chiesa è in una tale desolazione che non vi è più alcuna fede, allora e
non   prima,   si   ha   un   nuovo   inizio,   cioè,   una   nuova   luce   risplende,   che   nella   Parola   è
chiamata mattino. La ragione per cui la nuova luce o mattino non risplende finché la chiesa
non è completamente in rovina, è che le cose della fede e della carità sono state mescolate
con le cose profane, e fintanto che rimangono in questo stato  è impossibile che qualsiasi
cosa della luce o della carità, possa essere insinuato, in quanto le zizzanie distruggono tutto
il buon seme. Ma quando non vi è più fede, la fede non può più essere profanata, perché gli
uomini non credono più a quello che viene dichiarato a loro; e ciò che non è riconosciuto
né   creduto,   ma   semplicemente   conosciuto,   non   può   essere   profanato,   come   è   stato
osservato in precedenza. Così è per gli ebrei nel tempo presente, i quali essendo vissuti tra
i  cristiani  sono  consapevoli del  fatto che il Signore   è riconosciuto  dai cristiani quale il
messia che essi stessi hanno previsto, e ancora continuano ad aspettare. Pur tuttavia non
possono profanare questa evidenza perché non la riconoscono, né credono in essa. Ed è lo
stesso presso i maomettani ed i gentili che hanno sentito parlare del Signore. È per questo
motivo che il Signore non è venuto nel mondo fino a quando ogni riconoscenza e ogni fede
era perduta presso la chiesa ebraica.

     409.  È andata allo stesso modo con l'eresia chiamata  Caino, che nel corso del tempo è


caduta in rovina, perché sebbene riconoscesse l'amore, ad esso ha anteposto la fede, e di lì
sono sorte altre eresie fino a Lamech, che è stata la sesta nell'ordine, dove persino la fede è
andata   completamente   perduta.   Quando   questo   tempo   è   arrivato,   una   nuova   luce   ha
brillato, e una nuova chiesa è sorta, qui denominata Ada e Zilla che sono chiamate le mogli
di   Lamech.  Esse   sono   chiamate   le   mogli   di   Lamech,   perché   non   possedevano   la   fede,
proprio come la chiesa ebraica interiormente ed esteriormente, che ugualmente non aveva
la fede. Sono ancora chiamate mogli nella Parola le chiese rappresentate da Lea e Rachele, le
due mogli di Giacobbe.  Lea  rappresenta la chiesa esteriormente, e  Rachele  interiormente.
Queste  chiese,   anche  se  appaiono  come  distinte,  sono  ancora  congiunte;  perché  il   loro
esteriore o rappresentante, separato dall'interiore, non è altro che qualcosa di idolatrico o
morto,   mentre   l'interiore   insieme   all'esteriore   costituiscono   una   chiesa,   come   la   stessa
chiesa   rappresentata   da  Ada  e  Zilla.   Tuttavia   poiché  Giacobbe  e   la   sua   posterità,   come
Lamech, non avevano la fede, la chiesa non poteva rimanere presso di loro, ma  è stata
trasferita   ai   cristiani,   che   non   vivevano   empiamente,   ma   nell'ignoranza.   La   chiesa
raramente, se non mai, resta presso coloro che hanno distrutto la verità tra loro, ma viene
trasferita a coloro che non sanno nulla della verità, perché questi abbracciano la fede molto
più facilmente rispetto ai primi.

     410. La rovina è di due generi: in primo luogo, di coloro che sanno ma non desiderano
sapere, o che vedono e non desiderano vedere, come gli ebrei antichi e i cristiani di oggi. E
in secondo luogo, di quelli che, in conseguenza della loro ignoranza, non conoscono né
vedono alcunché, come i cristiani antichi e moderni. Quando l'ultimo tempo di distruzione
matura su coloro che sanno e non desiderano sapere, cioè, che vedono e non desiderano
vedere, allora risorge una chiesa, ma non tra di loro, ma presso quelli che essi chiamano
pagani. Ciò è avvenuto presso la chiesa più antica che era prima del diluvio, presso la
chiesa antica che è succeduta al diluvio, e anche presso la chiesa ebraica. Il motivo per cui
una nuova luce risplende allora e non prima  è, come è stato detto, che solo allora non
possono   più   essere   profanate   le   cose   che   sono   state   rivelate,   perché   non   sono   più
riconosciute, né credute.

     411.  Che la distruzione debba compiersi prima che una nuova chiesa possa sorgere,  è
spesso dichiarato dal Signore nei profeti, ed è lì chiamata distruzione o rovina in relazione
alle cose celesti della fede e  desolazione, in relazione alle cose spirituali della fede. Si fa
riferimento anche alla consumazione e alla mietitura (vedi Is. 6:9, 11­12; 23:8 fino alla fine, 24;
42:15­18, Ger 25; Dan. 8; 9:24 fino alla fine; Sof. 1; Deut. 32; Ap. 15, 16, e capitoli seguenti).

   412. E Ada partorì Jabal; che fu il padre di coloro che dimorano nelle tende, presso il bestiame. Per
Ada si intende, come prima, la madre delle cose celesti e spirituali della fede. Per Jabal,
padre   di   coloro   che   dimorano   nelle   tende,   presso   il   bestiame,   si   intende   la   dottrina
riguardo alle cose sante dell'amore, e i beni provenienti da lì, che sono celesti.

     413.  Che per  Ada  si intenda la madre delle cose celesti della fede,  è evidente dal suo


primogenito  Jabal, chiamato  padre di coloro che dimorano nelle tende, presso il bestiame, che
sono celesti, perché significano le cose sante dell'amore ed i beni  provenienti da lì.

     414. Che per dimorare sotto le tende si intenda ciò che è santo dell'amore, è evidente dal
significato di tenda nella Parola. Come in Davide:

Signore,   chi   abiterà   nella   tua   tenda?   Chi   dimorerà   nel   monte   della   tua   santità?   Colui   che
cammina rettamente, opera con giustizia, e afferma la verità nel suo cuore (Salmi 15:1­2)

in questo passo, cosa s'intenda per  abitare nella tenda  o nel  monte della santità  è descritto


dalle cose sante dell'amore, vale a dire, camminare rettamente, e operare con giustizia.
Nello  stesso libro:
La loro discendenza ha attraversato tutta la terra, e la loro lingua, la fine del mondo. In loro ha
posto una tenda per il sole (Salmi 19:4)

dove il sole indica l'amore. Nello stesso libro:

Abiterò nella tua tenda per l'eternità, confiderò nel segreto delle tue ali (Salmi 61:4)

dove la tenda indica ciò che è celeste, e il segreto delle ali ciò che è spirituale che da lì deriva.
In Isaia:

Con la misericordia il trono è stato reso fermo, e su di esso siede un giudice in verità, nella
tenda di Davide, che giudica con giudizio ed è sollecito nella giustizia (Isaia 16:5)

dove anche tenda indica ciò che è santo dell'amore, come si può vedere dalla menzione di
giudicare con giudizio e usare sollecitudine nella giustizia. Nello stesso profeta: 

Guarda a Sion, la città della nostra festa; i tuoi occhi vedranno Gerusalemme, dimora tranquilla,
e tenda che non sarà più rimossa (Isaia 33:20)

facendo riferimento alla Gerusalemme celeste.

   [2] In Geremia:

Così dice il Signore: Ecco, io affrancherò le tende di Giacobbe dalla cattività, e avrò pietà sulle
sue dimore, e la città sarà ricostruita sulle sue rovine (Ger 30:18)

la  cattività   delle   tende  significa   la   distruzione   di   ciò   che   è   celeste,   o   delle   cose   sante
dell'amore. In Amos:

In   quel   giorno   si   rialzerà   il   tabernacolo   di   Davide   che   è   caduto;   ne   riparerò   le   brecce,   e


ricostruirò le sue rovine, come nei giorni dell'eternità (Amos 9:11),
dove il tabernacolo in modo analogo indica ciò che è celeste e le cose sante di lì provenienti.
In Geremia:

Tutto il paese è devastato, improvvisamente sulla mia tenda e sui miei teli incombe la rovina
(Ger. 4:20)

La mia tenda è devastata, e tutte le mie corde sono lacerate. I miei figli si sono allontanati da me
e non sono più. Non c'è nessuno per fissare la tenda e stendere i teli (Ger 10:20),

dove tenda implica le cose celesti, e teli e corde le cose spirituali di là derivanti. Nello stesso
profeta:

Le loro tende e le loro greggi si prendono; si portano via i loro teli, e tutta la loro roba, e i loro
cammelli (Ger. 49:29),

parlando   dell'Arabia   e   dei   figli   d'oriente,   con   i   quali   sono   rappresentati   coloro   che
possiedono ciò che è celeste o santo. Nello stesso profeta:

Nella tenda della figlia di Sion, il Signore ha versato la sua ira come fuoco (Lam. 2:4),

riferendosi alla distruzione delle cose celesti o sante della fede.

   [3] La ragione per cui viene usato il termine tenda nella Parola per rappresentare le cose
celesti e sante dell'amore è che nei tempi antichi i riti sacri del culto erano celebrati nelle
loro   tende.   Ma   quando   hanno   iniziato   a   profanare   le   tende   con   culti   profani,   è   stato
costruito il tabernacolo, e poi il tempio, e quindi le tenda rappresentava tutto quello che è
stato successivamente indicato in primo luogo dal tabernacolo, e poi dal tempio. Per lo
stesso motivo un uomo santo si chiama tenda, tabernacolo e tempio del Signore. Che tenda,
tabernacolo e tempio abbiano lo stesso significato, è evidente in Davide:

Una cosa ho chiesto al Signore, che io perseguo, che io possa rimanere nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita, contemplare il Signore nella mitezza, visitare presto il suo tempio.
Perché nel giorno del male, egli mi nasconderà nel suo tabernacolo, nel segreto della sua tenda,
egli mi nasconderà, egli mi porterà in alto, sopra una roccia. E ora il mia volto sarà innalzato
contro tutti i nemici intorno a me, e offrirò nella sua tenda sacrifici di esultanza (Salmi 27:4­6).
   [4] Nel senso supremo, il Signore, quanto alla sua essenza umana è la tenda, il tabernacolo
e il tempio, quindi ogni uomo celeste è così chiamato, e anche tutto ciò che è celeste e santo.
Ora, siccome la più antica chiesa era amata dal Signore più intimamente della chiesa che
ne seguì, e siccome gli uomini a quel tempo vivevano da soli, cioè, nelle loro famiglie, e
celebravano un culto santo nelle loro tende, perciò le tende sono state considerate più
sante   del   tempio,   che   è   stato   profanato.   In   ricordo   di   ciò   è   stata   istituita   la   festa   dei
tabernacoli, quando si riunivano nel periodo del raccolto, durante la quale, come il popolo
più antico, dimoravano nelle tende (Lev. 23:39­44; Deut. 16,13; Osea 12:9).

   415. Che per padre del bestiame si intenda il bene che deriva dalle cose sante dell'amore, è
evidente da ciò che è stato mostrato sopra, al versetto 2 di questo capitolo, dove è stato
illustrato che pastore del gregge significa il bene della carità. Qui però il termine padre viene
utilizzato al posto di  pastore  e  bestiame  invece di  gregge. La parola  bestiame  di cui  Jabal  si
dice essere il  padre, segue immediatamente dopo  tenda, da cui è evidente che significa il
bene che proviene dal sacro dell'amore, e che ivi si intende una dimora o pascolo, o il
padre di coloro che abitano sotto le tende e nei pressi del pascolo. Che queste espressioni
significhino i beni dalle cose celesti dell'amore, è evidente da vari passi della Parola. Come
in Geremia:

Raccoglierò ciò che resta del mio gregge dove li ho dispersi, e io li ricondurrò ai loro pascoli,
affinché possano essere fecondi e moltiplicarsi (Ger. 23:3)

In Ezechiele:

Li nutrirò in un buon pascolo, e sulle alture di Israele sarà il loro pascolo. Si adageranno in un
buon prato e saranno nutriti in un grasso pascolo prati sui monti d'Israele (Ezechiele 34:14),

in cui prati e pascoli indicano i beni dell'amore, di cui è evidenziata l'abbondanza. In Isaia:

Egli darà la pioggia al seme con cui seminerai il suolo. E il pane che trarrai dal suolo sarà pieno
di grasso e olio. In quel giorno egli nutrirà il tuo bestiame in un ampio prato (Isaia 30:23),

dove per pane è significato ciò che è celeste, e per grasso per il nutrimento del bestiame, i
beni che ne derivano. In Geremia:
Il Signore ha redento Giacobbe, ed essi verranno a cantare sulle alture di Sion, e affluiranno
insieme per il bene del Signore, per il grano, per il vino nuovo, per l'olio, e per i figli del gregge
e del branco. E la loro anima sarà come un giardino irrigato (Ger 31:11­12),

dove il sacro del Signore è rappresentato da grano e olio, e i beni che ne derivano dal vino
nuovo e dai figli del gregge e del branco o del bestiame. Nello stesso profeta:

I pastori e le greggi verranno alla figlia di Sion. Essi piantano le loro tende nei suoi dintorni; essi
sfameranno tutti nella sua terra (Ger. 6:3).

La figlia di Sion indica la chiesa celeste, cui tende e greggi si riferiscono.

     416.  Che le cose sante dell'amore ed i beni che ne derivano siano qui rappresentati  è
evidente dal fatto che  Jabal  non fu il primo di quelli che  venne ad abitare nelle tende e nei
pascoli, poiché è detto allo stesso modo di Abele, il secondogenito di Adamo ed Eva, che era
un pastore. E Jabal fu il settimo in ordine di discendenza da Caino.

   417. Versetto 21. E il nome di suo fratello era Jubal, che fu il padre di tutti i suonatori di cetra e
flauto. Per il nome di suo fratello era Jubal, si intende la dottrina delle cose spirituali della
stessa chiesa. Per il padre di tutti i suonatori di cetra e flauto, s'intende le verità ed i beni
della fede.

     418.  Il versetto precedente tratta delle cose celesti, che sono dell'amore, mentre questo
versetto tratta delle cose spirituali che sono della fede, e queste sono espresse da  cetra e
flauto.  Che per gli strumenti a corde, come cetra e simili, si intendono le cose spirituali
della  fede è evidente da molte considerazioni. Tali strumenti, e anche il canto, nel culto
della chiesa rappresentativa, indicano nient'altro che questo, ed è per questo che c'erano
tanti   cantanti   e   musicisti.   La   causa   di   questa   rappresentazione   è   la   gioia   celeste   che
produce gioia del cuore, che è stata espressa dal canto, e successivamente dagli strumenti
a corda che emulavano e esaltavano il canto. Ogni affezione del cuore è accompagnata dal
canto, e di conseguenza da ciò che è collegato con il canto. L'affezione del cuore è celeste,
ma il canto conseguente è spirituale. Che il canto e ciò che assomiglia ad esso rappresenta
ciò che è spirituale mi è stato reso evidente dai cori angelici, che sono di due tipi, celeste e
spirituale. I cori spirituali sono facilmente distinguibili dai celesti, dal tono vibrante del
canto, paragonabile al suono  di strumenti  a corda,  di cui,  per  misericordia  Divina del
Signore, si parlerà in seguito. Il più antico popolo nella sua parte celeste corrisponde alla
regione   del   cuore,   e   nella   sua  parte   spirituale   corrisponde   alla  regione   dei   polmoni,  e
conseguentemente a tutto ciò che riguarda i polmoni, così come la voce, il canto e simili
cose, e quindi le voci o i suoni di tali strumenti. Il fondamento di ciò non era soltanto che il
cuore ed i polmoni rappresentano un tipo di matrimonio, come quello dell'amore e della
fede, ma anche che gli angeli celesti appartengono alla regione del cuore, e quelli spirituali
alla regione dei polmoni. Che queste cose sono intese nel presente versetto, può anche
essere conosciuto dal fatto che questa è la Parola del Signore, e che essa sarebbe priva di
vita, se non vi fosse altro significato oltre quello esplicito che Jubal era il padre di tutti i
suonatori   di   cetra   e   flauto;   né   sarebbe   di   alcuna   utilità   a   chiunque   conosca   il   mero
significato letterale.

   419. Poiché le cose celesti sono le cose sante dell'amore e i beni che ne derivano, le cose
spirituali sono le verità e i beni della fede; perché appartiene alla fede comprendere non
solo ciò che è vero, ma anche ciò che è bene. Le conoscenze di fede coinvolgono ambedue i
generi. Ma essere come la fede insegna è essere celeste. Siccome la fede coinvolge le cose
spirituali e quelle celesti, qui viene rappresentata con due strumenti, cetra e flauto. La
cetra, come tutti sanno, è uno strumento a corde, e quindi significa la verità spirituale;
mentre il flauto essendo intermedio tra uno strumento a corda e uno strumento a fiato,
significa il bene spirituale.

   420. Nella Parola si fa menzione di diversi strumenti, ciascuno dei quali ha il suo proprio
significato, come si vedrà, per misericordia Divina del Signore, nel luogo appropriato. Qui
citeremo solo ciò che è scritto in Davide:

Farò sacrifici di esultanza nella tenda del Signore. Canterò, sì, canterò lodi al Signore (Salmi
27:6)

dove per tenda si esprime ciò che è celeste, e per esultanza, cantare e cantare le lodi, si intende
ciò che di spirituale da lì deriva. Nello stesso libro:

Cantate al Signore, o voi giusti, perché la sua lode è piacevole per i retti. Lodate il Signore con la
cetra, cantate a lui con il salterio, a dieci corde. Cantate a lui un canto nuovo, suonate con arte e
con spiccata intensità; perché la Parola del Signore è giusta, e tutta la sua opera è nella verità
(Salmi 33:1­4)

che indica le verità di fede, riguardo alle quali queste cose sono dette.

   [2] Le cose spirituali, ovvero le verità e i beni della fede, erano celebrate con la cetra ed il
salterio,   con   canti   e   simili   strumenti,   mentre   le   cose   sante   o   celesti   della   fede   erano
celebrate con strumenti a fiato, quali trombe e simili. Tanti strumenti erano utilizzati nel
tempio e, in conseguenza di ciò, gli strumenti hanno finito per essere compresi e associati
ai soggetti che erano celebrati per loro mezzo.
   [3] Nello stesso libro:

Ti loderò con il salterio, riconoscerò ogni tua verità, o mio Dio; a te canterò le lodi con la cetra,
unico santo d'Israele; le mie labbra canteranno inneggiando a te, e la mia anima, che tu hai
redento (Salmi 71:22­23)

dove anche qui sono intese le verità della fede. Nello stesso libro:

Rendete grazie al Signore, cantate inni con la cetra al nostro Dio (Salmi 147:7)

Rendere grazie  fa riferimento alle cose celesti della fede, e perciò è nominato il Signore, e
cantare inni con la cetra fa riferimento alle cose spirituali della fede, perciò è nominato Dio.
Nello stesso libro:

Lodino tutti il nome del Signore nella danza, cantino lodi a lui con il timpano e la cetra (Salmi
149:3),

dove timpano significa il bene, e cetra, la verità che essi lodano.

   [4] Nello stesso libro:

Lodate Dio con il suono della tromba; lodatelo con il salterio e la cetra; lodatelo con timpani e
danze; lodatelo con strumenti a corda e flauti; lodatelo con cimbali dal suono intenso; lodatelo
con cembali di esultanza (Salmi 150:3­5)

Questi   strumenti  indicano   i  beni  e  le  verità  della  fede  che  erano  i soggetti  della   lode;
perché nessuno può ragionevolmente credere che così tanti strumenti sono stati qui citati,
se non perché ciascuno ha un differente significato. Di nuovo, facendo riferimento alle
conoscenze del bene e della verità:

Manda  la tua  luce  e  la  tua  verità,  concedi  che  esse  mi  guidino,  che  possano  condurmi  alla
montagna della tua santità, alle tue dimore, ed entrerò presso l'altare di Dio. A Dio, la letizia
della mia esultanza. Sì, io ti lodo con la cetra, o Dio, mio Dio (Salmi 43:3, 4)
   [5] In Isaia, riferendosi alle cose che sono della fede, e alle conoscenze che ne derivano:

Prendi una cetra, vai in giro per la città, suona con talento, canta molte canzoni, affinché tu
possa essere ricordata (Isaia 23:16)

Lo stesso è espresso ancora più chiaramente in Giovanni:

I quattro animali e i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all'agnello, avendo ognuno di
loro cetra e coppe d'oro colme di offerte di incenso, che erano le preghiere dei santi (Ap. 5:8)

in cui deve essere evidente a tutti che gli animali e gli anziani non avevano cetre, ma che
per cetre sono intese le verità della fede, e per le coppe d'oro piene di offerte di incenso, i beni
della fede. In Davide le esecuzioni con gli strumenti sono chiamate preghiere e lodi (Salmo
42:5; 69:31). E in un altro passo in Giovanni:

Ho sentito una voce dal cielo come il fragore delle acque, e ho udito la voce dei suonatori di
cetra con i loro strumenti che cantavano una canzone nuova (Ap. 14:2­3)

E in un altro passo:

Li ho visti in piedi su un mare di cristallo, con le cetre di Dio (Ap. 15:2)

È degno di nota che angeli e spiriti distinguono i suoni in base alle loro differenze rispetto
al bene e alla verità, non solo quelli prodotti nel canto e dagli strumenti, ma anche quelli di
voci. Ed essi non ammettono nessuno, se non coloro che sono in armonia, in modo che vi
può essere una concordia dei suoni, e di conseguenza degli strumenti, con la natura e
l'essenza del bene e della verità.

   421. Versetto 22. E Zilla, anche lei partorì Tubal­Cain, maestro di quanti lavorano il bronzo e il
ferro; e la sorella di Tubal­Cain fu Naamah. Per Zilla, è intesa, come affermato in precedenza,
la   madre   delle   cose   naturali   della   nuova   chiesa.   Per   Tubal­Cain,   maestro   di   quanti
lavorano bronzo e ferro, si intende  la dottrina del bene  naturale e la verità. Il bronzo,
rappresenta il bene naturale, e il ferro, la verità naturale. Con Naamah, la sorella di Tubal­
Cain, si intende una chiesa simile, o la dottrina del bene naturale e la verità di quella
chiesa.
    422. La qualità di questa chiesa si può scorgere attraverso la chiesa ebraica, che era sia
interiore, sia esteriore. La chiesa interiore era costituita delle cose celesti e spirituali; e la
chiesa esteriore, delle cose naturali. La chiesa interiore è stata rappresentata da Rachele, e
quello esteriore da Lea. Ma, poiché Giacobbe, o piuttosto la sua posterità che nella Parola si
intende con Giacobbe era tale da desiderare solo le cose esteriori, ovvero il culto esteriore,
perciò  Lea  è stata data a Giacobbe prima di  Rachele; e per gli occhi ottenebrati di  Lea  era
rappresentata la chiesa ebraica. Per Rachele invece, s'intende la nuova chiesa dei cristiani.
Per questo motivo Giacobbe è inteso in entrambi i sensi nei profeti, in uno indica la chiesa
ebraica nel suo stato perverso, e nell'altro l'autentica chiesa esteriore dei cristiani. Quando
si fa riferimento alla chiesa interiore, essa è chiamata  Israele; ma di questo soggetto, per
misericordia Divina del Signore, si dirà di seguito.

    423. Tubal­Cain è chiamato maestro dei fabbri e non padre, come era per Jabal e Jubal. La
ragione di ciò è che prima non c'erano le cose celesti e spirituali o interiori. Il termine padre
viene conferito a Jabal e Jubal, per indicare che tali cose interiori da allora hanno iniziato ad
esistere e che le cose naturali o esteriori esistevano prima, ma ora sono associate alle cose
interiori, in modo che Tubal­Cain non è chiamato padre, ma maestro dei fabbri.

   424. Per fabbro nella Parola è inteso un uomo savio, intelligente e erudito, e qui per ogni
fabbro che lavora ottone e ferro sono intesi coloro che conoscono il bene naturale e la verità.
Come in Giovanni:

Con tale violenza la grande città di Babilonia sarà distrutta, e non sarà più ritrovata. E la voce
dei musici e dei suonatori di cetra, flauto e tromba non si udrà più in lei; e nessun maestro d'arti
sarà più trovato in lei (Ap. 18:21­22)

I suonatori di cetra qui come sopra rappresentano le verità; i suonatori di tromba, i beni della
fede; per  maestro d'arte  è inteso chiunque abbia conoscenza o memoria della verità e del
bene. In Isaia:

Il fabbro fonde la scultura, e l'orafo la ricopre d'oro e fonde catene d'argento d'oro. Si cerca un
artista saggio che sappia scolpire un idolo che non sarà rimosso (Is. 40:19­20)

facendo riferimento a coloro che attingendo alla fantasia modellano per se stessi ciò che è
falso ­ un idolo ­ e lo insegnano in modo che appaia vero. In Geremia:
Allo stesso tempo in cui sono infatuati crescono diventano folli, la dottrina delle vanità, non è
che   il   nulla.   L'argento   battuto   viene   da   Tarsis,   e   l'oro   da   Uphaz,   opera   di   scultori   e   orafi.
Indossano paramenti blu, opera di sapienti artigiani (Geremia 10:1, 8­9)

volendo intendere chi insegna falsità, e raccoglie dalla Parola cose con cui forgiare la sua
invenzione, per cui si parla di dottrina delle vanità e di opera di sapienti. Tali persone sono
state rappresentate nei tempi antichi dagli artigiani che forgiano idoli, cioè, falsità, che
ricoprono d'oro, cioè con una parvenza del bene, e con l'argento, ovvero un'apparenza
della verità, e indossano abiti blu, ovvero le cose naturali, che sono in apparenza conformi
alla loro dottrina.

   425. Non è noto nel mondo al giorno d'oggi che ottone significa il bene naturale, e anche
che ogni metallo menzionato nella Parola ha un significato specifico in nel senso interiore.
Così,  l'oro,   rappresenta   il   bene   celeste,  l'argento,   la   verità   spirituale,  l'ottone,   il   bene
naturale, il ferro, la verità naturale, e così via con gli altri metalli, e in modo analogo legno e
pietra.   Tali   cose   erano   rappresentate   da  oro,   argento,   ottone  e  legno,   usati   nell'arca,   nel
tabernacolo e nel tempio, riguardo ai quali, per misericordia Divina del Signore, si dirà qui
di seguito. Che tale è il loro significato è evidente dai profeti, come in Isaia:

Tu succhierai il latte dei gentili, e succhierai dal petto di re. Farò venire oro anziché ottone,
argento anziché ferro, ottone anziché legno, e ferro anziché pietra. Istituirò quale tuo tributo la
pace e quale tuo governo la giustizia (Isaia 60:16­17)

trattando dell'avvento del Signore, del suo regno, e della chiesa celeste. Oro anziché ottone
significa il bene celeste al posto del bene naturale.  Argento anziché ferro significa la verità
spirituale al posto della verità naturale.  Ottone anziché legno  significa il bene naturale al
posto del bene corporeo. Ferro anziché pietra significa la verità naturale al posto della verità
sensuale. In Ezechiele:

Javan, Tubal, Mesech, questi erano i tuoi mercanti, e commerciavano con te con schiavi e oggetti
di rame (Ezechiele 27:13)

parlando di Tiro, con cui sono rappresentati coloro che possiedono le ricchezze spirituali e
celesti. Gli oggetti di ottone sono i beni naturali. In Mosè:

Un paese dove le pietre sono ferro e dai cui monti estrarrai il rame (Deut. 8:9)
dove   anche   le  pietre  indicano   la   verità   sensuale;  ferro,   la   verità   naturale,   cioè   la   verità
razionale, e rame il bene naturale. Ezechiele vide:

Quattro creature viventi, o cherubini, i cui piedi scintillavano come di rame brunito (Ez. 1:7),

dove ancora una volta,  rame  significa il bene naturale. Il  piede  dell'uomo rappresenta ciò


che è naturale. Allo stesso modo apparve a Daniele:

Un   uomo   vestito   di   lino,   i  cui  fianchi  erano   cinti   d'oro   di   Uphaz.   Il   suo  corpo   era   come   il
crisolito, e le sue braccia ed i suoi piedi simili all'aspetto del rame brunito (Dan. 10:5­6)

Che il serpente di bronzo (Num. 21:9), rappresentava il bene sensuale ed il bene naturale del
Signore può essere visto in precedenza.

   426. Che ferro significa la verità naturale è ancora più evidente da ciò che Ezechiele dice
di Tiro:

Tarso   commerciava   con   te   a   causa   della   moltitudine   delle   tue   ricchezze.   Scambiava   con   te
argento,   ferro,   stagno   e   piombo.   Dan,   Javan   e   Meusal   fornivano   ferro   luminoso   per   i   tuoi
commerci, cassia e calamo figuravano tra le tue mercanzie (Ez 27:12, 19)

Da   queste   parole,   nonché   da   quanto   detto   precedentemente   e   successivamente,   nello


stesso capitolo, è chiaramente evidente che le ricchezze celesti e spirituali sono qui intese, e
che   ogni   particolare   espressione,   e   anche   i  nomi  citati,   hanno   un   peculiare   significato,
perché la Parola del Signore è spirituale, e non verbale. 

   [2] In Geremia:

Si   può   spezzare   il   ferro,   anche   il   ferro   da   settentrione,   e   il   rame?   Le   tue   sostanze   e   le   tue
ricchezze abbandonerò alla rapina, e questo per tutti i tuoi peccati (Geremia 15:12­13)

dove ferro e rame significano rispettivamente verità e bene naturale. Che il ferro provenga
da settentrione significa ciò che è sensuale e naturale; perché ciò che è naturale, rispetto a
ciò che è spirituale e celeste, è come densa oscurità, cioè, il  settentrione  rispetto alla luce
ovvero il  mezzogiorno, ovvero come l'ombra che è rappresentata qui anche  Zilla, che è la
madre.  Che le  sostanze  e le  ricchezze  sono quelle celesti e spirituali  è anche chiaramente
evidente.

   [3] Ancora in Ezechiele:

Prendi una padella di ferro, e ponila come barriera tra te e la città, e volgi i tuoi volti verso di
essa, e lascia che sia posta sotto assedio, e tu ti porrai contro di essa (Ezechiele 4:3)

dove ancora è evidente che ferro significa verità. La forza è attribuita alla verità, poiché non
le si può resistere, e per questo motivo si dice del ferro ­ con il quale  è rappresentata la
verità, o la verità della fede ­ che riduce in frantumi e schiaccia; come in Daniele (2:34, 40), e
in Giovanni:

A colui che trionferà darò il potere sovrano sulle nazioni, affinché egli possa pascerle con una
verga di ferro. Come i vasi d'argilla saranno rotti in frantumi (Ap. 2:26­27)

La donna partorì un figlio maschio, che avrebbe governato tutte le nazioni con una verga di
ferro (Ap. 12:5)

   [4] Che la verga di ferro sia la verità che è della Parola del Signore, è spiegato in Giovanni:

Vidi il cielo aprirsi, ed ecco un cavallo bianco, e colui che lo cavalcava era chiamato fedele e
leale, e in giustizia egli giudica e combatte. Era avvolto in un mantello intriso di sangue, e il suo
nome è chiamato il Verbo di Dio. Dalla sua bocca esce una spada affilata, con la quale deve
colpire le nazioni. Egli le governa con una verga di ferro (Ap. 19:11, 13, 15)

   427. Versetto 23. E Lamech disse alle sue mogli, Ada e Zilla, Ascoltate la mia voce, voi mogli di
Lamech, e porgete le vostre orecchie al mio discorso, perché ho ucciso un uomo per ogni mia ferita, e
un ragazzo per ogni mio livido. Per Lamech, è intesa la distruzione, come prima. Per invitare
le sue mogli Ada e Zilla ad ascoltare la sua voce, si intende la confessione, che può essere
fatta solo se vi è una chiesa, che, come si  è detto, è rappresentata dalle sue mogli. Ho
ucciso un uomo per ogni mia ferita, significa che aveva estinto la fede, perché per uomo, è
intesa   la fede. Ho ucciso un ragazzo per ogni mio livido, significa che aveva estinto la
carità. Con ferita e livido si intende che l'integrità della chiesa era compromessa; per ferita
che la fede era in stato di abbandono; e per livido, che la carità era in rovina.
     428. Dal contenuto di questo e del versetto successivo, è chiaramente evidente che per
Lamec si intende la distruzione; perché si dice che egli aveva ucciso un uomo e un ragazzo, e
che se Caino deve essere vendicato per sette volte, Lamech sarà vendicato settantasette volte.

   429. Che per uomo è intesa la fede, è evidente dal primo versetto di questo capitolo, in cui
Eva disse, quando partorì Caino, Ho ottenuto un uomo­Signore, con cui era intesa la dottrina
della   fede,   definita  uomo­Signore.   Ciò   è   altrettanto   evidente   anche   da   ciò   che   è   stato
mostrato sopra, circa l'uomo, con il quale si intende l'intelletto che appartiene alla fede. Da
cui consegue che si era estinta la carità, qui chiamata ragazzo, o bambino; perché colui che
nega e uccide la fede, allo stesso tempo nega e uccide la carità che nasce dalla fede.

   430. Ragazzo, o bambino nella Parola, significa innocenza, e anche carità, perché l'autentica
innocenza non può esistere senza la carità, né l'autentica carità senza innocenza. Ci sono
tre   gradi   di   innocenza,   che   si   distingue   nella   Parola   con   i   termini  neonato,   lattante,  e
bambino; e siccome non c'è autentica innocenza senza autentico amore e carità, perciò, con i
termini  neonato, lattante,  e  bambino  sono rappresentati i tre gradi dell'amore: cioè, tenero
amore, come quello di un neonato verso la madre; amore come quello di un neonato verso
i suoi genitori; e carità, come quella di un bambino verso il suo istitutore. Così si dice in
Isaia:

Il lupo dimorerà insieme con l'agnello, il leopardo si sdraierà accanto al capretto; e il vitello e il
leoncino e il bestiame pascoleranno insieme; e un fanciullo li guiderà (Is. 11:6)

Qui  agnello,   capretto,   e   vitello  significano   i   tre   gradi   dell'innocenza   e   dell'amore;  lupo,
leopardo, e leoncino, il loro opposti; e fanciullo, la carità. In Geremia:

Voi  commettete questo grande male contro le vostre anime, estirpando da voi marito e moglie,
bambini e lattanti, dal seno di Giuda, in modo che di voi non resti nulla (Ger. 44: 7)

marito e   moglie  indicano le cose dell'intelletto e della volontà, ovvero della verità e del


bene; neonati e lattanti, indicano i primi gradi dell'amore. Che bambino e fanciullo significano
innocenza e carità è evidente dalle parole del Signore in Luca:

Condussero a lui dei bambini perché li toccasse. E Gesù disse: Lasciate che i fanciulli vengano a
me, e non  li  trattenete,   perché di essi  è  il  regno  di Dio.  In verità  io vi dico, Chiunque  non
accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà (Luca 18:15, 17)
Il Signore stesso è chiamato un fanciullo o bambino (Isaia 9: 6), perché è l'innocenza stessa e
l'amore stesso, e nello stesso passo si parla di lui come  meraviglioso, consigliere, Dio, eroe,
padre dell'eternità, principe della pace.

     431. Che per  ferita e  livido è significato che non c'era più integrità ­ ferita, per via della


distruzione della fede, e  livido, per via della rovina della carità ­ è evidente dal fatto che
ferita  è riferita all'uomo e  livido  al fanciullo. La distruzione della fede e la rovina della
carità sono descritte negli stessi termini in Isaia:

Dalla pianta del piede fino alla testa non c'è nulla di sano dentro; solo ferite, contusioni e piaghe
aperte che non sono state pulite, né fasciate, né lenite con olio (Is. 1: 6)

In questo passo,  ferita  fa riferimento alla distruzione della fede, e  contusione  alla rovina


della carità, e piaghe ad entrambe.

   432. Versetto 24. Se Caino sarà vendicato sette volte, Lamech settantasette volte. Queste parole
significano che essi avevano estinto la fede rappresentata da Caino al quale, fare violenza
era considerato sacrilego. E allo stesso tempo avevano spento la carità che nasce attraverso
la fede, sacrilegio questo, peggiore del primo, e per questo era posta una condanna, cioè, la
vendetta per settantasette volte.

   433. Che Caino debba essere vendicato sette volte significa che era sacrilego fare violenza a
quella fede separata, rappresentata da Caino, come è stato già mostrato nel versetto 15. E
che per una vendetta di  settantasette volte  si intende un sacrilegio molto peggiore, la cui
conseguenza è la dannazione, è evidente dal significato di settantasette volte. Che il numero
sette sia santo discende dal fatto che il settimo giorno indica l'uomo celeste, la chiesa celeste,
il   regno   celeste,   e,   nel   significato   supremo,   il   Signore   stesso.   Da   qui   il   numero  sette
ovunque si manifesti nella Parola, significa ciò che è santo, o ciò che vi è di più sacro; e
questa santità e sacralità fa riferimento o è conforme alle cose di cui qui si tratta. Da qui
discende il significato del numero settanta, che comprende sette epoche; perché un'epoca,
nella Parola, consta di dieci anni. Quando qualcosa di ciò che era più santo o sacro doveva
essere espressa, era usata l'espressione settantasette volte, come quando il Signore ha detto
che un uomo deve perdonare suo fratello non fino a sette volte, ma fino a settantasette
volte (Mt. 18:22), volendo intendere con ciò che si debba perdonare tutte le volte che pecca,
in modo che il perdono dovrebbe essere senza fine, o dovrebbe essere eterno, e in quanto
tale,   santo.   Quindi,   che  Lamech  debba   essere   vendicato  settantasette   volte  significa   la
dannazione, a causa della violazione di quanto vi è di più sacro.
   434. Versetto 25. E l'uomo conobbe ancora sua moglie, ed ella generò un figlio, e lo chiamo Set.
Perché Dio mi ha concesso una nuova discendenza al posto di Abele, ucciso da Caino. Per uomo e
sua moglie, qui è intesa la nuova chiesa rappresentata sopra da Ada e Zilla; e per suo
figlio, il cui nome era Set, è intesa una nuova fede, con la quale poteva essere riacquistata
la carità. Per, Dio mi ha concesso una nuova discendenza al posto di Abele, ucciso da
Caino, è inteso che la carità, che Caino aveva separato ed estinto, è stata ora donata dal
Signore a questa chiesa.

 435. Che l'uomo e sua moglie qui significhino la nuova chiesa rappresentata da Ada e Zilla
nessuno poteva saperlo né dedurlo dal senso letterale, perché l'uomo e sua moglie stavano a
significare originariamente la più antica chiesa e la sua discendenza. Ma ciò è chiaramente
evidente attraverso il significato interiore, nonché dal fatto che subito dopo, nel capitolo
successivo (versetti 1­4), l'uomo e sua moglie, ed il loro primogenito Set, sono nuovamente
menzionati,   ma   con   parole   completamente   diverse,   e   in   questo   caso   è   intesa   la   prima
discendenza della più antica chiesa. Se non vi fosse altro significato nel versetto corrente,
non   ci   sarebbe   bisogno   di   usare   la   stessa   espressione.   Come   nel   primo   capitolo   viene
trattata   la   creazione   dell'uomo,   dei   frutti   della   terra,   e   degli   animali,   così   nel   secondo
capitolo sono trattati nuovamente, perché, come è stato detto, nel primo capitolo è trattata
la   creazione   dell'uomo   spirituale,   mentre   nel   secondo   capitolo   il   soggetto   trattato   è   la
creazione dell'uomo celeste. Ogni volta che vi è ridondanza di una stessa persona o cosa,
c'è sempre una differenza di significato, il quale non può essere assolutamente conosciuto
se non attraverso il significato interiore. Qui, la connessione conferma il significato che  è
stato dato, ed inoltre vi è la considerazione aggiuntiva che l'uomo e la moglie sono termini
generali che significano la chiesa madre di cui qui si tratta. 

436.  Che per suo  figlio, chiamato  Set, è intesa una nuova fede, con la quale la carità può


essere raggiunta, è chiaro da quanto detto in precedenza, nonché da quanto riferito  di
Caino   sul   quale  un   segno   è   stato   posto,   affinché   nessuno   lo   uccidesse.   La   fede   separata
dall'amore è rappresentata da Caino; la carità, da Abele. La fede nel suo stato di separazione
ha estinto la carità, il che è stato rappresentato da Caino che uccide Abele. La conservazione
della   fede   al   fine   che   la   carità   possa   essere   quindi   impiantata   dal   Signore   è   stata
rappresentata dal segno posto dal Signore su Caino affinché nessuno lo uccidesse. Che poi
il sacro dell'amore ed il bene di là derivato è stato donato dal Signore mediante la fede è
stato rappresentato da  Jabal, generato da  Ada;  e che lo spirituale della fede che  è stato
donato, è stato rappresentato da suo fratello  Jubal; e che da questi sono venuti il bene
naturale e la verità, è stato rappresentato da  Tubal­Cain, generato da  Zilla. In questi due
versetti conclusivi del quarto capitolo della Genesi abbiamo la conclusione, e, quindi, il
riassunto, di tutti questi argomenti, nel significato interiore, vale a dire che  l'uomo e sua
moglie significano la nuova chiesa rappresentata da Ada e Zilla; e che per Set è significata la
fede attraverso cui la carità è impiantata; e nel versetto seguente, per Enosh è significata la
carità che viene impiantata per mezzo della fede.

437. Che per Set qui si intende una nuova fede, attraverso cui si giunge alla carità, si spiega
con   il   suo   nome,   di   cui   si   dice   è   stato   dato   a   lui   perché   Dio  ha   concesso   una   nuova
discendenza al posto di Abele, ucciso da Caino. Che Dio  ha designato una nuova discendenza
significa che il Signore ha dato un'altra fede; perché  un altro seme  è la fede attraverso la
quale si giunge alla carità. Che seme significa fede può essere visto più sopra (n. 255).

438.  Versetto   26.  E   a   Set,   anche   a   lui   è   nato   un   figlio;   ed   egli   lo   ha   chiamato   Enosh.   Poi
cominciarono ad invocare il nome del  Signore.  Per Set, è intesa la fede attraverso la quale si
giunge alla carità, come è detto sopra. Per suo figlio, il cui nome era Enosh, è intesa una
chiesa  che considerava  la carità  come  preponderante  rispetto  alla fede.  Per  invocare  il
nome del Signore, è inteso il culto di quella chiesa, dalla carità.

439. Che per Set è intesa la fede attraverso la quale si giunge alla carità è stato mostrato nel
versetto   precedente.  Che  per   suo   figlio, il  cui  nome  era  Enosh  è  intesa  una  chiesa  che
considerava la carità predominante rispetto alla fede, è altrettanto evidente da quanto è
stato detto prima, come anche dal fatto che esso è chiamato  Enosh,  il cui nome significa
uomo, ma non un uomo celeste, bensì un uomo spirituale. Lo stesso è evidente anche dalle
parole che seguono: allora cominciarono a invocare il nome del Signore.

440.  Che   dalle   parole   appena   citate   si   intende   il   culto   di   quella   chiesa,   dalla   carità,   è
evidente  dal  fatto  che  invocare  il  nome  del  Signore  è  un'espressione  consueta  e  generale
inerente il culto del Signore; e che questo culto procedeva dalla carità è evidente dal fatto
che il Signore è qui menzionato, mentre nel versetto precedente si fa riferimento a Dio. Ed
inoltre il Signore non può essere adorato se non dalla carità, dal momento che il culto
autentico non può procedere dalla fede che non appartiene alla carità, perché quest'ultima
è soltanto delle labbra e non del cuore. Che  invocare il nome di Signore  è un'espressione
consueta e generale per indicare il culto del Signore, appare dalla Parola; così è detto di
Abramo,  che  costruì un  altare  al  Signore, e  invocò il  nome  del  Signore  (Gen.  12:8; 13:4); e
ancora, che  piantò un boschetto a Beersheba, e invocò lì il nome del  Signore, Dio dell'eternità
(Gen. 21:33). Che questa espressione comprende tutto il culto, è evidente in Isaia:

Il Signore, il Santo d'Israele ha detto, tu non mi hai invocato, o Giacobbe, ma ti sei stancato
di me, o Israele. Tu non hai portato neppure un piccolo agnello per olocausto, né mi hai
onorato con i tuoi sacrifici. Non ti ho indotto a servirmi con un'offerta, né ti ho molestato
affinché tu bruciassi incenso (Isaia 43: 22­23)

in cui è esposta una sintesi di tutto il culto rappresentativo.
441.  Che   l'invocazione   del   nome   del   Signore   non   ha   inizio   in   questo   periodo   è
sufficientemente evidente da quanto è stato già detto in relazione alla più antica chiesa,
che più di ogni altra adorava il Signore; e anche dal fatto che Abele portò l'offerta dei
primogeniti del gregge. Quindi in questo passo per invocare il nome del Signore niente altro
è inteso se non il culto della nuova chiesa, dopo che la precedente fu estinta da parte di
coloro che sono denominati Caino e Lamech.

442. Dal contenuto di questo capitolo come sopra illustrato, è evidente che nell'epoca più
antica vi erano molte dottrine ed eresie separate dalla chiesa, ad ognuna delle quali è stato
attribuito un nome. Tali dottrine erano il risultato di un pensiero molto più profondo di
quanto avviene al giorno d'oggi, perché tale era l'indole degli uomini di quel tempo.

Esempi tratti dalle esperienze con gli spiriti circa il loro pensiero
durante la vita nel corpo in merito all'anima o allo spirito
     443.  Nell'altra   vita   è   dato   di   percepire   chiaramente   quali   opinioni   ciascuno   aveva
sostenuto durante la vita terrena, riguardo all'anima, allo spirito e alla vita dopo la morte.
Questo perché fino a quando ciascuno è mantenuto in uno stato simile a quello della vita
terrena,   pensa   nello   stesso   modo,   e   il   suo   pensiero   viene   comunicato   all'esterno
chiaramente come se parlasse a voce alta. Nel caso di una persona, non molto tempo dopo
la sua morte, ho percepito (ciò che egli stesso ha confessato), che egli aveva effettivamente
creduto   nell'esistenza   dello   spirito,   ma   aveva   immaginato   che   dopo   la   morte   avrebbe
condotto   un'esistenza   oscura,   perché   con   l'estinzione   della   vita   del   corpo   non   sarebbe
rimasto   altro   che   ciò   che   è   debole   e   oscuro.   Questo   perché   aveva   considerato   vita
esclusivamente dalla prospettiva corporea, e quindi aveva un'idea dello spirito come una
sorta di fantasma; ed era persuaso di ciò nel vedere che anche i bruti hanno la vita, quasi
come gli uomini. Ora però era meravigliato del fatto che gli spiriti e gli angeli vivono nella
luce più eccelsa, godono di intelligenza sopraffina, sapienza e felicità, con una percezione
così   perfetta   che   difficilmente   può   essere   descritta.   Di   conseguenza,   la  loro   vita,  lungi
dall'essere oscura, è sommamente luminosa e distinta.

     444.  Conversando con uno che mentre viveva in questo mondo riteneva che lo spirito
non   avesse   alcuna   esistenza,   e   per   tale   motivo   non   ammetteva   alcuna   parola   che   ne
implicasse l'esistenza, gli ho chiesto che cosa pensava ora di se stesso, considerato  che
ormai era un anima o spirito, e possedeva vista, udito, olfatto, uno squisito senso del tatto,
desideri, pensieri, tanto che egli stesso pensava di essere esattamente come nel corpo. Egli
è stato tenuto nella stessa idea che aveva nella vita terrena, e mi ha risposto che lo spirito è
mero pensiero. Mi era permesso di chiedergli di rimando se, avendo vissuto nel mondo,
egli   fosse  a  conoscenza  che  non  vi  può  essere  vista  fisica  senza  un  organo  della  vista
ovvero gli occhi. E allora come vi può essere vista interiore, o pensiero? Non deve esservi
una qualche sostanza organica da cui sortisce il pensiero? Ha quindi ammesso che durante
la sua vita terrena aveva coltivato l'illusione che lo spirito fosse solo pensiero, privo di
alcunché di organico o esteso. Ho aggiunto che se l'anima o lo spirito fossero solo pensiero
l'uomo   non   avrebbe   bisogno   di   un   così   grande   cervello,   considerato   che   il   cervello   è
l'organo della vista interiore; perché se così non fosse il teschio potrebbe essere vuoto, e il
pensiero agirebbe ancora in esso come lo spirito. Da questa sola considerazione, nonché
dall'interazione   dell'anima   nei   muscoli,   che   dà   luogo   a   una   così   grande   varietà   di
movimenti, ho  affermato  che  egli  può  essere   certo   che  lo   spirito   è  organico,  cioè,  una
sostanza organica. Al che ha ammesso di essere in errore, e si stupiva di essere stato così
stolto.

     445. È stato inoltre osservato che presso gli eruditi non vi altra convinzione se non che
l'anima, che vive dopo la morte, cioè lo spirito, è un pensiero astratto. Questo è palese
dalla loro indisponibilità ad ammettere qualsiasi termine che implichi l'estensione e ciò
che concerne l'estensione, perché il pensiero avulso da un soggetto non è esteso, mentre il
soggetto del pensiero, e gli oggetti del pensiero, sono estesi; e riguardo agli oggetti che non
sono estesi, gli uomini li definiscono attraverso confini e attribuiscono loro un'estensione,
in modo che possano comprenderli. Questo dimostra molto chiaramente che gli eruditi
non  hanno  altra  concezione  dell'anima o  spirito  se non che   è mero  pensiero, e  quindi
finiscono per persuadersi che svanirà quando muoiono.

   446. Ho discusso con gli spiriti in merito all'opinione prevalente tra gli uomini al giorno
d'oggi, circa la negazione dell'esistenza dello spirito, in quanto tale assunto non può essere
percepito con i loro occhi, né compreso attraverso le conoscenze apprese; e quindi non solo
negano che lo spirito abbia estensione, ma anche che sia una sostanza, disputando sul
concetto   di   sostanza.   E   poiché   negano   che   lo   spirito   abbia   estensione   e   mettono   in
discussione che sia una sostanza, negano anche che lo spirito sia in qualche luogo, e di
conseguenza, che sia nel corpo umano; eppure il più umile degli uomini può sapere che la
sua anima o spirito è nel suo corpo. Quando ho detto queste cose, gli spiriti, che erano
alcuni   tra   i   più   semplici,   si   stupivano   della   stoltezza   degli   uomini   di   questa   epoca.   E
quando hanno udito i termini su cui disputavano, come parti senza parti, li hanno definiti
assurdi, ridicoli e farseschi; soggetti che non dovrebbero occupare in nessun caso la mente,
perché chiudono la via verso l'intelligenza.

   447. Un certo spirito novizio, udendomi parlare dello spirito, ha chiesto: 

­ Che è uno spirito?

 In quanto supponeva di se stesso di seguitare a vivere nel corpo. E quando gli ho detto
che c'è uno spirito in ogni uomo, e che rispetto alla sua vita l'uomo  è uno spirito; che il
corpo è semplicemente  lo strumento  che permette all'uomo di vivere  sulla terra, e che
carne e ossa, cioè il corpo, non è la sede della vita, nel modo più assoluto; vedendo che era
disorientato, gli ho chiesto se avesse mai sentito parlare dell'anima. Ha  risposto:

­ Che cos'è l'anima?Io non so che cosa è un'anima.

Mi è stato poi permesso di dirgli che lui stesso era ormai un'anima, o uno spirito, come
avrebbe potuto dedurre dal fatto che era sopra la mia testa, e non poggiava i piedi per
terra. Gli ho chiesto se egli riusciva a percepire questa sua condizione, ed  è fuggito in
preda al terrore, gridando: 

­ Sono uno spirito! Sono uno spirito!

Un   certo   ebreo   era   convinto   di   vivere   completamente   nel   corpo,   al   punto   che   poteva
difficilmente   essere  persuaso  del   contrario.  E  quando   gli  è  stato   mostrato   che  era  uno
spirito,   egli   ancora   persisteva   nel   sostenere   che   era   un   uomo,   perché   poteva   vedere   e
sentire.   Tali   sono   coloro   che,   durante   la   loro   vita   in   questo   mondo,   si   sono   dedicati
unicamente al corpo. A questi esempi moltissimi altri potrebbe esserne aggiunti, ma questi
sono stati riportati al solo scopo di confermare il fatto, che lo spirito è nell'uomo, e non il
corpo, che presiede alla percezione della sensazione.

     448.  Ho   conversato   con   molti   che   avevo   conosciuto   in   questa   vita   (e   questo   l'ho
sperimentato a lungo, per mesi e anni), in un linguaggio molto chiaro, anche piuttosto
intimo, come con gli amici in questo mondo. L'oggetto della nostra conversazione era a
volte lo stato dell'uomo dopo la morte, ed essi si stupivano del fatto che durante la vita del
corpo nessun uomo conosce o crede che vivrà dopo l'estinzione del corpo, quando invece
vi è allora una continuazione della vita, e di un tenore tale che l'uomo passa da una vita
oscura in una vita luminosa, e coloro che sono nella fede verso il Signore, in una vita che è
sempre   più   luminosa.   Desideravano   che   io   riferissi   ai   loro   amici   che   sono   vivi,   e   che
scrivessi dello loro condizione, perfino che li aggiornassi sulla condizione dei loro amici
qui. Ma io ho risposto che se avessi parlato o scritto ai loro amici queste cose, essi non
avrebbero creduto, e avrebbero pensato ad un delirio, si sarebbero fatti beffe di loro, e
avrebbero preteso segni o miracoli prima di credere; ed inoltre mi sarei esposto alla loro
derisione.   Queste   cose   sono   vere,   ma   forse   in   pochi   vi   crederanno.   Perché   gli   uomini
negano di cuore l'esistenza degli spiriti, e anche quelli che non lo fanno, non sono disposti
a credere  che  chiunque  possa parlare  con gli spiriti. Nei tempi  antichi non vi era  tale
diffidenza   riguardo   agli   spiriti,   ma   così   è   ora,   quando   dal   folle   raziocinio   gli   uomini
tentano di scoprire cosa sono gli spiriti, e le loro definizioni e supposizioni li privano del
discernimento; e più nutrono il desiderio essere eruditi, più perdono il senno.
Genesi 5
Il cielo e la gioia celeste
     449.  Finora la natura del cielo e della gioia celeste non  è stata resa nota a nessuno.
Coloro   che   hanno   pensato   ad   esse   hanno   concepito   un'idea   fin   troppo   generica   e
grossolana. Ho appreso che idea si sono fatti su questo soggetto in modo chiaro dagli
spiriti che erano recentemente passati dal mondo nell'altra vita; perché quando lasciati a se
stessi, come se fossero in questo mondo, pensano nello stesso modo. Al riguardo posso
esporre alcuni esempi.

     450.  Alcuni   che   durante   la   loro   dimora   in   questo   mondo   erano   persuasi   di   essere
preminentemente illuminati riguardo alla Parola, avevano concepito una così falsa idea da
ritenere di essere nel cielo quando erano in alto, e immaginavano che da quella posizione
avrebbero potuto governare tutte le cose di sotto, e quindi essere nella gloria di sé e nella
preminenza sugli altri. A causa del loro essere in un tale fantasia, e al fine di mostrare loro
che erano in errore, sono stati condotti in alto, e da lì è stato permesso in qualche misura di
governare sulle cose di sotto; ma hanno scoperto con vergogna che questo era un cielo
immaginario, e che il cielo non consiste nell'essere in alto, ma è ovunque ci sia qualcuno
che è nell'amore e nella carità, ovvero in ciò in cui è regno del Signore; e che il cielo non
consiste nel desiderare di essere più eminente di altri, perché il desiderio di essere più
grande di altri, non è il cielo, ma l'inferno.

   451. Un certo spirito, che durante la sua vita nel corpo aveva esercitato l'autorità, aveva
conservato nell'altra vita il desiderio di esercitare il comando. Ma gli è stato detto che era
ora in un altro regno, che è eterno; che il suo dominio sulla terra era estinto; e che dove era
ora nessuno è degno di stima se non nella misura in cui egli è nel bene, nella verità, e nella
grazia del Signore; ed inoltre, che è in quel regno, come sulla terra, ciascuno è considerato
secondo   la   sua   ricchezza   e   il   favore   del   suo   sovrano;   e   che   lì,   bene   e   verità   sono   le
ricchezze, e il favore del sovrano è la grazia del Signore; e che, se avesse voluto esercitare il
comando in qualsiasi altro modo, egli sarebbe stato considerato un ribelle, dato che era ora
nel regno di un altro. Udendo ciò provava vergogna.

     452.  Ho   conversato   con   spiriti   i   quali   immaginavano   che   il   cielo   e   la   gioia   celeste
consistessero nell'essere il più grande. Ma gli è stato detto che nel cielo è più grande il più
umile, perché chi desidera essere da meno ha la più grande felicità, e di conseguenza è il
più grande; perché che cosa è essere il più grande se non essere il più felice? È questo che il
potente cerca attraverso il potere, e il ricco attraverso la ricchezza. Gli è stato detto, inoltre,
che il cielo non consiste nel desiderare di essere da meno al fine di essere il più grande,
perché in tal caso la persona aspira effettivamente e desidera essere il più grande; ma che
il cielo consiste in questo, che dal cuore si desideri il meglio per gli altri più che per se
stessi, e il desiderio di essere al servizio degli altri, al fine di promuovere la loro felicità, e
questo senza alcun fine egoistico, ma per amore.

     453. Alcuni hanno una concezione indecente del cielo, del quale immaginano si acceda
per mera ammissione, attraverso una stanza in cui sono ammessi attraverso una porta, che
si apre, e poi vengono introdotti dai custodi.

   454. Alcuni pensano che il cielo consista in una vita di agi, in cui sono serviti da altri; ma
gli viene detto che non vi è felicità possibile nell'essere a riposo quale mezzo di felicità,
perché così tutti vorrebbero che la felicità degli altri sia al servizio della propria felicità; e
quando tutti desiderano questo, nessuno avrebbe la felicità. Una tale vita non sarebbe una
vita attiva, ma una vita oziosa, in cui si crescerebbe intorpiditi, e nondimeno si potrebbe
sapere che non c'è felicità se non in una vita attiva. La vita angelica consiste nell'uso e nei
beni   della   carità;   perché   gli   angeli   non   conoscono   felicità   superiore   che   insegnare   ed
istruire gli spiriti che arrivano dal mondo; nell'essere al servizio degli uomini; controllare
gli spiriti maligni che sono in prossimità degli uomini, affinché non oltrepassino i limiti
assegnati loro; ispirare negli uomini il bene; sollevare i morti alla vita eterna, e poi, se le
anime sono tali da rendere ciò possibile, introdurli nel cielo. Da tutto questo si percepisce
più felicità di quanto possa eventualmente essere descritto. Così essi sono l'immagine del
Signore; amando il prossimo più di se stessi; e per questo motivo il cielo è il cielo. Quindi
la felicità angelica è nell'uso, attraverso  l'uso e secondo l'uso, cioè, corrisponde ai beni
dell'amore e della carità. Quando coloro che avevano l'idea che la gioia celeste consistesse
nel  vivere  nel proprio agio, respirando  pigramente la gioia eterna, hanno udito queste
cose, gli è stato dato di comprendere, affinché provassero vergogna, cosa realmente fosse
una tale vita, e percepiscono che è più triste, che è distruttiva di ogni gioia, e che dopo un
breve periodo di tempo avrebbero detestato e provato nausea per essa.

   455. Un tale che in questo mondo era stato particolarmente erudito in merito alla Parola,
aveva l'idea che la gioia celeste consistesse nell'essere in una luce gloriosa, come quella che
si scorge quando i raggi solari appaiono di un colore dorato, in modo che egli supponeva
consistesse in una vita di agi. Affinché riconoscesse di essere in errore, tale luce gli è stata
concessa, ed egli, essendo in mezzo alla luce, era felice come se fosse nel cielo, come del
resto ha detto. Ma non poteva restare a lungo in essa, perché a poco a poco si annoiava e
perdeva completamente la gioia.

   456. Il più istruito di tutti loro ha affermato che la gioia celeste consisteva unicamente nel
lodare e glorificare il Signore, essendo irrilevante il compimento dei beni della carità, e che
questa è una vita attiva. Ma gli è stato detto che lodare e celebrare il Signore non è una vita
così   attiva   come   egli   crede;   è   solo   un   effetto   di   quella   vita;   perché   il   Signore   non   ha
bisogno di lodi, ma desidera che si facciano i beni della carità, e in conformità di questo si
riceve   la  felicità  dal  Signore.  E   ancora   queste  persone   istruite  non  potevano   concepire
alcuna idea della gioia, ma della servitù, nel fare questi beni della carità. Ma gli angeli
hanno testimoniato che una tale vita è la più libera di tutte, e che è congiunta con una
felicità indicibile.

     457.  Quasi tutti coloro che passano da questo mondo nell'altra vita suppongono che
l'inferno sia lo stesso per tutti, e che allo stesso modo, il cielo sia uguale per tutti. Eppure,
in entrambi ci sono infinite diversità e varietà, e né il cielo, né l'inferno di una persona è
mai esattamente come quello di un altra; così come nessun uomo, spirito o angelo è mai
esattamente   come   un   altro.   Quando   ho   semplicemente   pensato   alla   possibilità   che
esistessero due esattamente uguali, l'orrore si  è sollevato presso gli abitanti del mondo
degli   spiriti   e   del   cielo   angelico,   ed   essi   hanno   affermato   che   ognuno   è   formato
dall'armonia di molte componenti, e come è l'armonia, tale è l'indole di ciascuno, e che è
impossibile la sussistenza di ciascuno se non attraverso l'armonia di tutte le parti. Nello
stesso modo ogni società nel cielo costituisce un'unità, e così pure tutte le società insieme,
cioè,  il  cielo   universale,   e  questo   unicamente  dal  Signore,  attraverso   l'amore.   Un certo
angelo ha indicato le varietà del più universale dei generi delle gioie degli spiriti, cioè, del
primo   cielo,   nel   numero   di   quattrocentosettantotto,   da   cui   possiamo   dedurre   quanto
innumerevoli debbano essere i generi meno universali e le specie in ogni genere. E siccome
ce ne sono tanti in quel cielo, quanto illimitati devono essere i generi di felicità nei cieli
degli spiriti angelici, e ancora di più nel cielo degli angeli.

     458. Gli spiriti maligni talvolta hanno supposto l'esistenza di un altro cielo oltre quello
del Signore, e gli è stato permesso di cercare dovunque potevano, ma in ragione della loro
confusione non avrebbero mai potuto raggiungere alcun cielo. Perché gli spiriti maligni si
precipitano in follie sia dall'odio che nutrono contro il Signore, sia dalla loro sofferenza
infernale, e indugiano in tali fantasie.

     459.  Ci sono tre cieli: il primo è la dimora degli spiriti retti; il secondo, degli spiriti
angelici, e il  terzo, degli angeli. Spiriti, spiriti angelici, e angeli sono tutti distinti in celesti
e spirituali. Celesti sono coloro che attraverso l'amore hanno ricevuto la fede dal Signore,
come gli uomini della più antica chiesa di cui si è trattato più sopra. Spirituali sono quelli
che attraverso le conoscenze della fede hanno ricevuto la carità del Signore, e che agiscono
conformemente a ciò che hanno ricevuto. La continuazione di questo argomento seguirà
alla fine di questo capitolo.
Genesi 5
  1. Questo è il libro della discendenza dell'uomo. Nel giorno in cui Dio creò l'uomo, lo fece a
somiglianza di Dio.

 2. Maschio e femmina li creò, li benedisse e diede loro il nome di uomo, nel giorno in cui furono
creati.

 3. E l'uomo aveva centotrenta anni quando generò un figlio a sua somiglianza, e a sua immagine,
cui diede il nome di Set.

 4. Dopo aver generato Set, l'uomo visse ottocento anni; e generò figli e figlie.

 5. E tutti i giorni che l'uomo visse erano novecentotrenta anni; e morì.

 6. E Set aveva centocinque anni quando generò Enosh.

 7. E Set visse, dopo aver generato Enosh per ottocentosette anni e generò figli e figlie.

 8. E tutti i giorni che Set visse erano novecentododici anni; e morì.

 9. E Enosh aveva 90 anni quando generò Kenan.

 10. E Enosh visse, dopo aver generato Kenan, per ottocentoquindici anni; e generò figli e figlie.

 11. E tutti i giorni che Enosh visse erano novecentocinque anni; e morì. 

 12. E Kenan aveva settant'anni quando generò Mahalaleel.

  13. E Kenan visse, dopo aver generato Mahalaleel, per ottocentoquaranta anni; e generò figli e
figlie. 

 14. E tutti i giorni che Kenan visse erano novecentodieci anni; e morì. 

 15. E Mahalaleel aveva sessantacinque anni quando generò Jared. 

 16. E Mahalaleel visse, dopo aver generato Jared, ottocentotrenta anni; e generò figli e figlie.

 17. E tutti i giorni che Mahalaleel visse erano ottocentonovantacinque anni; e morì.

 18. E Jared aveva centosessantadue anni, quando generò Enoch. 

 19. E Jared visse, dopo aver generato Enoch, ottocento anni; e generò figli e figlie.

 20. E tutti i giorni che Jared visse erano novecentosessantadue anni;e morì.

 21. Ed Enoch aveva sessantacinque anni; quando generò Methuselah.

 22. Ed Enoch camminò con Dio, dopo aver generato Methuselah, per trecento anni; e generò figli e
figlie.
 23. E tutti i giorni che Enoch visse erano trecentosessantacinque anni.

 24. Ed Enoch camminò con Dio; ed egli non era più perché Dio lo prese.

 25. E Methuselah aveva centottantasette anni quando generò Lamech.

  26. E Methuselah visse, dopo aver generato Lamech, settecentottantadue anni; e genero figli e
figlie.

 27. E tutti i giorni che Methuselah visse erano novecentosessantanove anni; e morì.

 28. E Lamech aveva centottantadue anni quando genero un figlio.

 29. E lo chiamò Noè, dicendo, Egli sarà di conforto per il nostro lavoro e per le fatiche delle nostre
mani sul suolo che il Signore ha maledetto.

 30. E Lamech visse, dopo aver generato Noè, per cinquecentonovantacinque anni; e generò figli e
figlie.

 31. E tutti i giorni che Lamech visse erano settecentosettantasette anni; e morì.

 32. E Noè aveva cinquecento anni quando generò Sem, Cam e Jafet.

Contenuti
     460.  Questo capitolo tratta specificamente della diffusione della più antica chiesa, di
generazione in generazione, quasi fino al diluvio.

   461. La più antica chiesa, che era celeste, è ciò che è chiamata uomo, e somiglianza di Dio
(versetto 1).

   462. Una seconda chiesa che non era così celeste come la più antica chiesa è chiamata Set
(versetti 2­3).

     463. Una terza chiesa è stata chiamata Enosh (versetto 6); una quarta Kenan (versetto 9);
una   quinta  Mahalaleel  (versetto   12);   una   sesta  Jared  (Versetto   15);   una   settima  Enoch
(versetto 18); e un'ottava chiesa, Metuselah (versetto 21).

     464.  La chiesa detta  Enoch  è descritta come una dottrina derivata da ciò che è stato


rivelato e percepito dalla più antica chiesa, la cui dottrina, anche se non in uso in quel
momento, era stata preservata per l'uso dei posteri. Questo è il significato dall'espressione
Enoch non era più, perché Dio lo prese (versetti 22­24).

   465. Una nona chiesa è stata chiamata Lamech (versetto 25).

     466. Un decima, la madre di tre chiese dopo il diluvio, è stata denominata Noè. Questa
chiesa è stata chiamata l'antica chiesa (versetti 28­29).
   467. Lamech è descritta come chiesa destituita della percezione di cui godeva la più antica
chiesa; e Noè è descritta come una nuova chiesa (versetto 29).

Significato interiore
     468. Da quanto è stato detto e mostrato nel capitolo precedente, è evidente che i nomi
rappresentano   eresie  e  dottrine.  Quindi   si  può  vedere   che  attraverso  i  nomi in  questo
capitolo non sono intese persone, ma cose, e nel caso di specie, dottrine, o chiese, che sono
state conservate, nonostante i cambiamenti che hanno subito, dalla chiesa più antica fino a
quella rappresentata da Noè. Ogni chiesa nel corso del tempo decresce, e alla fine restano
pochi seguaci; e quei pochi rimasti al tempo del diluvio sono stati chiamati Noè.

   [2] Che la vera chiesa vada decrescendo finché non restano che pochi fedeli, è evidente
da altre chiese che hanno subito questa sorte. Quelli che rimangono sono chiamati nella
Parola  resti  e  residuo, e di essi si dice che sono  nel mezzo  o  al centro della terra. E poiché
questo vale in generale e nel particolare, così è per la chiesa, in senso universale, e per ogni
singolo uomo, nel particolare. Perché, a meno che il Signore non preservasse i residui di
ogni uomo, questi perirebbe in eterno, dal momento che la vita spirituale e celeste è in quei
resti. Così anche in senso generale o universale, se non ci fosse sempre qualcuno presso cui
la chiesa o la vera fede è rimasta, la razza umana perirebbe. Perché, come è generalmente
noto, una città, anzi a volte un regno intero, viene salvato per il bene di pochi. A questo
riguardo la sorte della chiesa è la medesima del corpo umano; finché il cuore batte, la vita
è possibile per l'intero organismo. Ma quando il cuore è indebolito, le altre parti del corpo
cessano di essere nutrite, e l'uomo muore. Gli ultimi resti sono quelli rappresentati da  Noè;
perché ­ come risulta da Genesi 6:12, nonché in altri luoghi ­ tutta la terra era diventata
corrotta.

   [3] Dei residui esistenti presso ogni individuo come pure presso la chiesa in generale, è
scritto diffusamente nei profeti; come in Isaia:

Colui che viene lasciato in Sion e chi sarà rimasto in Gerusalemme, sarà chiamato santo, e anche
tutti quelli che sono iscritti alla vita in Gerusalemme, quando il Signore avrà lavato le brutture
delle figlie di Sion, e avrà pulito Gerusalemme dal sangue versato (Isaia 4:3­4)

nel cui passo la santità fa riferimento ai residui, vale a dire a ciò che resta della chiesa, e
dell'uomo   della   chiesa;   perché   quelli   che   sono  superstiti  in   Sion   e   Gerusalemme   non
potevano essere considerati santi solo in quanto rimasti. Nello stesso profeta:
E avverrà in quel giorno, che i resti di Israele, quelli che sono scampati della casa di Giacobbe,
non potranno più restare sotto colui che li ha perseguitati, ma rimarranno presso Signore il
Santo d'Israele in verità. I resti torneranno, ciò che resta di Giacobbe, fino a Dio onnipotente (Is.
10: 20­21).

In Geremia:

In quei giorni e in quei tempi, si cercherà l'iniquità di Israele, ma essa non sarà più; e i peccati di
Giuda non saranno trovati; poiché io li perdonerò a coloro di cui avrò ottenuto un residuo (Ger.
50:20)

In Michea:

I resti di Giacobbe saranno, in mezzo a molti popoli, come la rugiada del Signore, come pioggia
sull'erba (Michea 5:7)

   [4] Il residuo o i resti di un uomo, o della chiesa, sono stati anche rappresentati dai decimi,
che erano considerati sacri; quindi anche un numero contenente il dieci era sacro, e dieci fa
quindi riferimento a ciò che rimane; come in Isaia:

Il   Signore   dovrà   allontanare   l'uomo,   e   molte   cose   saranno   lasciate   in   mezzo   al   paese;   e
nondimeno, una decima parte di esso farà ritorno, e sarà esposta alla desolazione; come una
quercia e un leccio, quando la chioma è gettata via, essendo il tronco il suo seme santo (Isaia 6:
12­13)

dove il residuo è chiamato seme santo. E in Amos:

Così   dice   il   Signore,   Delle   città   che   superano   i   mille   abitanti,   ne   saranno   risparmiati   un
centinaio, e di quelle che superano un centinaio di membri ne saranno risparmiati dieci nella
casa d'Israele (Amos 5:3)

In questi e molti altri passi, nel significato interiore si intendono i  resti  di cui abbiamo


parlato. Che una città è preservata per il bene dei resti della chiesa, è evidente da quello
che è stato detto di Abramo riguardo a Sodoma:
Abramo rispose:  Forse  dieci  possono  essere   trovati  lì;  ed  egli disse, Non  la  distruggerò  per
amore di quei dieci (Genesi 18:32)

   469. Versetto 1. Questo è il libro della discendenza dell'uomo. Nel giorno in cui Dio creò l'uomo,
lo fece a somiglianza di Dio.  Il libro della discendenza, è una enumerazione di quelli che
costituirono la più antica chiesa; nel giorno che Dio creò l'uomo, indica la sua sostanza
spirituale; e lo fece a somiglianza di Dio, implica la sua sostanza celeste: quindi  è una
descrizione della più antica chiesa.

     470.  Che il  libro della discendenza  è una enumerazione di quelli che costituirono la più


antica chiesa è particolarmente evidente da quanto segue, perché da questo all'undicesimo
capitolo, cioè al tempo di Eber, i nomi non significano persone, ma cose reali. Nel tempo
più   antico   il   genere   umano   si   distingueva   in   case,   famiglie,   e   nazioni;   una   casa   era
composta da marito e moglie con il loro i bambini, insieme con alcuni dei loro familiari al
servizio;   una   famiglia,   da   un   numero   maggiore   o   minore   di   case,   che   vivevano   non
distanti, eppure non insieme; e una nazione, da un numero maggiore o minore di famiglie.

   471. Il motivo per cui si stabilirono così, distinguendosi solo in case, famiglie e nazioni, è
che da questa suddivisione la chiesa si sarebbe conservata integra, in modo che tutte le
case   e   le   famiglie   potessero   restare   dipendenti   dalla   loro   madre,   e   quindi   rimanere
nell'amore e nel culto autentico. È da notare inoltre che ogni casa era distinta dalle altre in
virtù della particolare attitudine; infatti è noto che i bambini, e anche i discendenti più
lontani,   traggono   dai   loro   genitori   un   particolare   carattere,   che   li   contraddistingue   nel
volto ed in molte altre peculiarità. Pertanto, affinché non vi potesse essere confusione, ma
una precisa distinzione, piacque al Signore che essi dimorassero in questo modo. Così la
chiesa   era   una   rappresentazione   vivente   del   regno   del   Signore;   perché   nel   regno   del
Signore   ci   sono   innumerevoli   società,   ognuna   distinta   da   tutte   le   altre,   secondo   le
differenze   nell'amore   e   nella   fede.   Questo,   come   osservato   in   precedenza,   è   ciò   che   si
intende per vivere da solo, e abitare nella tenda. Per questo stesso motivo anche è piaciuto al
Signore che la chiesa ebraica fosse distinta in case, famiglie, e nazioni, e che tutti dovessero
contrarre   matrimonio   all'interno   della   propria   famiglia;   ma   riguardo   a   questo,   per
misericordia Divina del Signore si tratterà di seguito.

   472. Che per il giorno in cui Dio creò l'uomo è significato il suo essere fatto spirituale e che
per Dio lo fece a sua somiglianza è significato il suo essere fatto celeste, risulta da quanto è
stato   detto   e   mostrato   sopra.   L'espressione  creare  si   riferisce   propriamente   all'uomo
quando   viene   creato   di   nuovo,   o   rigenerato;   e   la   parola  fare,   quando   egli   è   stato
perfezionato; perché nella Parola è osservata un'accurata distinzione tra creare, plasmare e
fare, come si è visto sopra nel secondo capitolo, dove si dice dell'uomo spirituale fatto
celeste che  Dio si riposò da tutta la sua opera, che Dio aveva creato facendo; e in altri passi
anche,  creare  si riferisce all'uomo spirituale, e  fare, cioè, perfezionare, all'uomo celeste (si
vedano i paragrafi 16 e 88).

     473.  Che  una   somiglianza   di   Dio  è   un   uomo   celeste,   e  un'immagine   di   Dio,  un  uomo
spirituale,   è   stato   anche   mostrato   in   precedenza.  un'immagine  è   il   preliminare   della
somiglianza, e una  somiglianza  è una replica reale, perché un uomo celeste è interamente
disciplinato dal Signore,  in quanto sua somiglianza.

   474. Poiché dunque il tema qui trattato è la nascita e la diffusione della più antica chiesa,
questa è subito descritta come proveniente da uno stato spirituale ad uno stato celeste,
perché le propagazioni seguono da ciò.

   475. Versetto 2. Maschio e femmina li creò, li benedisse e diede loro il nome di uomo, nel giorno
in cui furono creati.  Per  maschio e femmina,  è inteso il matrimonio tra fede e amore. Per,
diede loro il nome di uomo, è inteso che erano la chiesa, che, in un senso particolare, si
chiama uomo.

   476. Che per maschio e femmina è inteso il matrimonio tra fede e amore è stato affermato e
mostrato   sopra,   dove   è   stato   illustrato   che   maschio   o   uomo   significa   l'intelletto   e
qualunque cosa appartenga ad esso, di conseguenza, tutto ciò che concerne la fede; e che la
femmina o donna significa la volontà, o le cose inerenti la volontà, di conseguenza, tutto
ciò che è in relazione con l'amore; pertanto tutto ciò fu chiamato Eva, che significa vita, che
è   solo   dall'amore.   Per   la  femmina  quindi   è   anche   intesa   la   chiesa,   come   è   stato
precedentemente mostrato; e per maschio, un uomo della chiesa. Il soggetto qui è lo stato
della chiesa, quando era spirituale, e che è stato in seguito reso celeste. Per questo maschio
è menzionato prima di  femmina, come anche nel capitolo 1:26­27. L'espressione  creare  fa
anche riferimento all'uomo spirituale; ma dopo, quando il matrimonio è compiuto, cioè,
quando la chiesa è stata resa celeste, non è detto maschio e femmina, ma uomo che, in ragione
del loro matrimonio, significa entrambi; perciò segue l'espressione,  e diede loro il nome di
uomo con cui s'intende la chiesa.

     477. Che uomo sia la più antica chiesa è stato più volte detto e illustrato in precedenza;
perché nel significato supremo il Signore stesso è il solo  uomo. Di qui la chiesa celeste, è
chiamata  uomo, in quanto somiglianza, e anche la chiesa spirituale, in quanto immagine.
Ma in senso generale   è chiamato  uomo  colui che è dotato di una capacità di intendere
umana; perché l'uomo è uomo in virtù dell'intelletto, e in base ad esso un individuo è più
uomo di un altro, anche se la distinzione di un uomo da un altro deve essere fatta secondo
la sua fede fondata nell'amore per il Signore.

   [2] Che la chiesa più antica, e ogni chiesa autentica, e quindi coloro che sono della chiesa,
ovvero che vivono dall'amore per il Signore e dalla fede in lui, sono in particolar modo
chiamati uomo è evidente dalla Parola, come in Ezechiele:
Moltiplicherò sopra voi gli uomini, gli animali e tutta quanta la casa d'Israele; moltiplicherò
sopra   di   voi   uomini   e   animali,   in   modo   che   possano   proliferare   e   portare   frutto;   e   vi   farò
dimorare come nell'antichità; e farò per voi meglio che ai vostri inizi; e farò camminare l'uomo
su di voi, il mio popolo Israele (Ez. 36:10­12)

dove per antichità è significata la più antica chiesa; per inizi, le chiese antiche; per casa di Israele e
popolo d'Israele la chiesa primitiva, o la chiesa cristiana; tutte queste chiese sono chiamate uomo.

   [3] Così in Mosè:

Ricorda i giorni dell'eternità, medita sul tempo trascorso di generazione in generazione; quando
l'Altissimo  distingueva  le nazioni, quando  divideva i figli dell'uomo,  egli pose  i  confini dei
popoli secondo il numero dei figli d'Israele (Dt. 32:7­8)

dove per i giorni dell'eternità si intende la più antica chiesa; di generazione in generazione, le
chiese antiche; per figli dell'uomo si intendono coloro che erano nella fede verso il Signore.
La stessa fede è intesa per il numero dei figli d'Israele. Il fatto che una persona rigenerata sia
chiamata uomo appare in Geremia:

Guardai la terra, ed ecco era vuota e deserta; e i cieli, e non vi era luce. Guardai, ed ecco, non vi
era uomo, e tutti gli uccelli dei cieli erano volati via (Ger. 4:23, 25),

dove terra significa l'uomo esterno; cielo l'uomo interno; uomo, l'amore del bene; gli uccelli
dei cieli, la comprensione della verità.

   [4] Nello stesso profeta:

Ecco, vengono i giorni in cui seminerò la casa d'Israele, e il casa di Giuda, con il seme dell'uomo,
e con il seme della bestia (Ger. 31:27)

dove uomo significa l'uomo interno; bestia quello esterno. In Isaia:

Guardatevi dunque dall'uomo, dalle cui narici non v'è che un soffio; chi è l'uomo perché debba
essere tenuto in conto? (Is. 2:22)
dove per uomo è inteso l'uomo della chiesa. Nello stesso profeta:

Il Signore scaccerà l'uomo lontano, ma molte cose saranno lasciate nel mezzo del paese (Is. 6:12)

parlando della devastazione dell'uomo, quando non esiste più alcun bene né verità. Nello
stesso profeta:

Gli abitanti della terra saranno arsi, e dell'uomo resterà molto poco (Isaia 24:6)

dove per uomo si intende coloro che hanno fede. Nello stesso profeta:

I sentieri sono stati resi deserti, nessuno più transita sulla via, l'alleanza è infranta, le città sono
disprezzate, l'uomo non è più tenuto in considerazione, la terra è in lutto e langue (Isaia 33:8­9)

intendendo l'uomo che nella lingua ebraica è chiamato Enosh. Nello stesso profeta:

Farò un uomo più prezioso dell'oro fino, e un uomo più prezioso dell'oro di Ophir; perciò farò
tremare i cieli e la terra sarà scossa dalle fondamenta (Is. 13:12­13)

dove uomo in primo luogo è Enosh e poi, Adamo.

   478. Il motivo per cui è chiamato Adamo è che in lingua ebraica Adamo significa uomo; e
che non viene mai chiamato esplicitamente  Adamo  ma  uomo  è molto evidente da questo
passo e anche da quelli precedenti, nei quali in alcuni casi, non viene citato al singolare,
ma al plurale, e anche dal fatto che il termine fa riferimento sia all'uomo, sia alla donna,
entrambi chiamati uomo. Che si faccia riferimento ad entrambi, ognuno può intuirlo dalle
parole, perché è detto,  Ha chiamato il loro nome uomo, nel giorno in cui sono stati creati  e
analogamente nel primo capitolo: Facciamo l'uomo a nostra immagine, e abbia il dominio sui
pesci   del   mare  (Genesi   1:27­28).   Quindi   emerge   anche   che   il   soggetto   trattato   non   è   la
creazione di un uomo in particolare, che sarebbe stato il primo del genere umano, bensì la
più antica chiesa.

     479.  Per  dare un nome, o  chiamare per nome, è intesa nella Parola la conoscenza della


qualità delle cose, come si è visto sopra, e nella presente fattispecie essa è in relazione con
la qualità della più antica chiesa, volendo intendere che l'uomo è stato tratto dal suolo,
ovvero rigenerato dal Signore, perché la parola Adamo significa suolo; e che poi, quando è
stato reso celeste  è diventato più eminentemente  uomo, in forza della fede discendente
dall'amore per il Signore.

   480. Che sono stati chiamati uomo nel giorno in cui furono creati, appare anche dal primo
capitolo (Gen. 1:26­27), cioè, alla fine del sesto giorno, che corrisponde alla sera del sabato,
o quando il sabato o settimo giorno ha inizio; perché il settimo giorno, ovvero il sabato, è
l'uomo celeste, come si è visto in precedenza.

   481. Versetto 3. E l'uomo aveva centotrenta anni quando generò un figlio a sua somiglianza, e a
sua immagine, cui diede il nome di Set. Con centotrenta anni è significato il tempo prima della
nascita di una nuova chiesa, che, non essendo molto dissimile dalla più antica, è detto che
è nata a sua somiglianza, e a sua immagine; tuttavia, il termine somiglianza è in relazione alla
fede, e immagine in relazione all'amore. Questa chiesa è stata chiamata Set.

   482. Cosa significano nel senso interiore gli anni e il numero degli anni, ricorrenti in questo
capitolo, è stato fino ad ora sconosciuto. Chi si sofferma sul significato letterale suppone si
tratti degli anni solari, quando invece dal primo al dodicesimo capitolo non vi è nulla di
storico in ciò che è esposto nel senso letterale; ma tutte le cose in generale e ogni singola
cosa, in particolare, contengono altre questioni. E questo è il caso non solo dei nomi, ma
anche dei numeri. Nella Parola ricorrono di frequente il numero tre, e anche il numero
sette, per descrivere qualcosa di santo o di eminentemente sacro in ordine agli stati che i
tempi   o   altre   cose   implicano   o   rappresentano;   e   il   significato   è   lo   stesso   nei   minimi
intervalli di tempo come nei più grandi perché, come le parti appartengono all'insieme,
così le minime cose appartengono alle più grandi. Perché ci deve essere una somiglianza
affinché l'insieme possa propriamente sortire dalle sue parti, o ciò che è più grande dai
suoi minimi elementi. Così in Isaia:

Ora il Signore ha parlato, dicendo: Entro tre anni, come gli anni del mercenario, la gloria di
Moab svanirà (Is. 16:14) 

Ecco quel che il Signore mi disse, Entro un anno, computato secondo l'uso del mercenario, tutta
la gloria di Kedar scomparirà (Is. 21:16)

dove sono esposti intervalli di tempo minori e maggiori. In Abacuc:
Signore, ho udito la tua gloria, e ho avuto timore. O Signore, fai rivivere la tua opera nel mezzo
degli anni; nel mezzo degli anni fai conoscere la tua opera (Ab. 3:2)

dove  nel mezzo degli anni,  significa l'avvento del Signore. Negli intervalli minori è intesa


ogni   venuta   del   Signore,   come   quando   l'uomo   è   rigenerato;   negli   intervalli   maggiori,
quando la chiesa del Signore risorge di nuovo. Ciò è anche chiamato  anno del riscatto  in
Isaia: 

Il giorno della vendetta è nel mio cuore, ed è giunto l'anno del mio riscatto (Isaia 63:4)

Così anche i mille anni in cui Satana doveva essere incatenato (Ap 20:2, 7), e i mille anni
della prima resurrezione (Ap 20:4­6), i quali, in alcun modo significano mille anni, ma i
loro stati; perché, al pari dei giorni che esprimono degli stati, così anche gli anni; e gli stati
sono  descritti attraverso  il numero  degli anni. Perciò  è evidente  che i tempi in questo
capitolo implicano anche stati; perché ogni chiesa era in un diverso stato di percezione
rispetto alle altre, secondo le differenti attitudini, ereditate e acquisite.

     483.  Con i nomi che seguono:  Set, Enosh, Kenan, Mahalaleel, Jared, Enoch, Methuselah,


Lamech  e  Noè,  sono   rappresentate   altrettante   chiese,   di   cui   la   prima   e   principale   era
chiamata  uomo. La caratteristica principale di queste chiese era la percezione, per cui le
differenze delle chiese di quel tempo erano differenze principalmente nella percezione.
Posso qui riferire riguardo alla percezione, che nel cielo universale regna nient'altro che
una   percezione   del   bene   e   della   verità,   che   è   tale   da   non   poter   essere   descritta,   con
innumerevoli   sfumature,   in   modo   che   nessuna   società  [celeste]  gode   della   stessa
percezione; le percezioni ivi esistenti si distinguono in generi e specie, ed i generi sono
innumerevoli, e le specie di ogni genere sono allo stesso modo, innumerevoli; ma in merito
a   questi   soggetti,   per   misericordia   Divina   del   Signore   si   tratterà   qui   di   seguito.   Dal
momento che ci sono innumerevoli generi e innumerevoli specie in ogni genere, e ancora
di   più   innumerevoli   varietà   in   ogni   specie,   è   evidente   quanto   poco   o   nulla,   il   mondo
attuale conosca delle  cose celesti e spirituali, poiché si ignora cosa sia la percezione, e se
pure   venisse   esposta,   non   si   crederebbe   all'esistenza   di   una   tale   cosa;   e   così   pure
accadrebbe in merito ad altre cose. La chiesa più antica rappresentava il regno celeste del
Signore,   anche   in   relazione   alle   differenze   generali   e   particolari   della   percezione;   ma
poiché la natura della percezione, anche nel suo aspetto più generale, è attualmente del
tutto sconosciuta, ogni riferimento ai generi e alle specie della percezione di queste chiese
apparirebbe necessariamente oscuro e insolito. Essi erano allora distinti in case, famiglie e
nazioni,   e   contraevano   matrimonio   all'interno   delle   loro   case   e   famiglie,   in   modo   che
potessero perpetrarsi i generi e le specie della percezione, ed essere derivati dai genitori
esattamente come lo sono le propagazioni dei caratteri alla nascita; è per questo che coloro
che appartenevano alla più antica chiesa abitano insieme nel cielo.

     484. Che la chiesa chiamata Set era quasi come la più antica chiesa è evidente dal fatto
che si dica che l'uomo generò a sua somiglianza, secondo la sua immagine, e diede il nome
di  Set; il  termine  somiglianza  è in relazione con la fede,  e  l'immagine,  con l'amore. Che
questa   chiesa   non   fosse   identica   alla   più   antica   chiesa   riguardo   all'amore   e   alla   sua
conseguente fede,  è evidente dalla precedente affermazione  maschio e femmina li creò, li
benedisse e chiamò il loro nome uomo, con cui è inteso l'uomo spirituale del sesto giorno, come
si è detto sopra, in modo che la somiglianza di questo uomo era con l'uomo spirituale del
sesto giorno, vale a dire, l'amore non era ancora predominante; ciò nondimeno, la fede era
congiunta con l'amore.

   485. Il fatto che una chiesa diversa è qui intesa per Set, rispetto a ciò che è stato descritto
in precedenza (Gen. 4:5), può essere visto al n. 435. Che chiese di dottrina diversa sono
state chiamate con lo stesso nome, è evidente da quelle che nel capitolo precedente (Gen. 4:
17­18)   sono   state   chiamate  Enoch  e  Lamech,  mentre   qui   altre   chiese   sono   ugualmente
chiamate Enoch e Lamech (Gen. 5:21, 30)

   486. Versetto 4. Dopo aver generato Set, l'uomo visse ottocento anni; e generò figli e figlie. Per
giorni si intendono i periodi e gli stati in generale; per anni, si intendono i periodi e gli
stati in particolare; per figli e figlie sono intese le verità e i beni che percepivano.

   487. Che per giorni sono intesi i tempi e gli stati, in generale, è stato mostrato nel primo
capitolo, in cui i  giorni  della creazione non hanno altro significato. Nella Parola è usuale
chiamare tutti i tempi giorni, come è manifestamente il caso in questo verso, e in quelli che
seguono (5, 8, 11, 14, 17, 20, 23, 27, 31); e quindi lo stato dei tempi in generale  è anche
rappresentato dai  giorni; e quando vengono aggiunti gli  anni, poi attraverso le stagioni
degli anni sono intese le qualità degli stati, quindi gli stati, in particolare. Il più antico
popolo aveva numeri propri, con i quali essi intendevano varie cose relative alla chiesa,
come i numeri tre, sette, dieci, dodici e molti che sono stati composti da questi e altri, con i
quali descrivevano lo stato della chiesa; in ragione di ciò, questi numeri contengono arcani
che richiederebbero molto tempo per essere svelati. Costituivano una sorta di rendiconto
degli stati della chiesa. La stessa cosa ricorre in molte parti della Parola, in particolare, in
quella profetica. Nei riti della chiesa ebraica vi erano anche i numeri, in relazione ai tempi
e alle misure, come ad esempio riguardo a sacrifici, offerte, oblazioni, e altre cose, che
ovunque significano cose sante. Le cose qui coinvolte, pertanto, nel numero ottocento e nel
versetto successivo, nel numero novecentotrenta e nel numero di anni nei versetti seguenti,
cioè, i cambiamenti di stato della loro chiesa sotto il profilo generale, sono esorbitanti per
essere raccontate. Più avanti, per misericordia Divina del Signore, coglieremo l'occasione
per mostrare il significato dei numeri fino a  dodici, perché fintanto che il significato di
questi non è noto, sarebbe impossibile comprendere il significato dei numeri composti.

     488. Che per giorni si intendono gli stati, in generale, e per anni, gli stati in particolare,
appare dalla Parola, come in Ezechiele:

Tu hai affrettato i tuoi giorni, e sei giunta al termine dei tuoi anni (Ez. 22:4)

parlando di coloro che commettono abomini, e colmano la misura dei loro peccati, il cui
stato, in generale, è rappresentato dai giorni, e in particolare dagli anni. Così in Davide:

Tu aggiungi giorni ai giorni del re, e ai suoi anni, di generazione in generazione (Salmi 61:6)

parlando del Signore e del suo regno, dove anche giorni e anni significano lo stato del suo
regno. Nello stesso libro:

Ripenso ai giorni antichi, gli anni lontani (Salmi 77:5)

dove i  giorni antichi  rappresentano gli stati della chiesa più antica , e gli  anni lontani, gli


stati della chiesa antica. In Isaia:

Il giorno della vendetta è nel mio cuore, e l'anno del mio riscatto è giunto (Isaia 63:4)

parlando degli ultimi tempi, dove il giorno della vendetta significa uno stato di dannazione,
e l'anno del riscatto, uno stato di beatitudine. Nello stesso profeta:

Per proclamare l'anno di grazia del Signore, e il giorno di vendetta del nostro Dio; per consolare
tutti gli afflitti (Isaia 61:2)

in cui entrambi i giorni e gli anni significano stati. In Geremia:

Rinnova i nostri giorni come nei tempi antichi (Lam. 5:21)
dove si fa palese riferimento allo stato.

   [2] In Gioele:

Il   giorno   del   Signore   viene,   perché   è   vicino,   a   portata   di   mano;   un   giorno   di   tenebre   e   di
caligine, un giorno di nubi e oscurità, tale che non c'è mai stato, né ce ne sarà dopo, negli anni a
venire, di generazione in  generazione (Gioele 2:1­2)

dove  giorno  indica   uno   stato   di   tenebre   e   di   caligine,   di   nubi   e   oscurità,   ciascuno   in
particolare, e tutti in generale. In Zaccaria:

Estirperò l'iniquità di questo paese in un sol giorno; In quel giorno ogni uomo inviterà il suo
vicino sotto la vite, e sotto l'albero di fico (Zaccaria 3:9­10)

Un giorno, noto al Signore, non vi sarà giorno né notte, e avverrà che a sera risplenderà la luce
(Zaccaria 14:7)

dove è chiaro che si fa riferimento allo stato, perché è detto che ci sarà  un giorno senza
giorno né notte, e alla sera vi sarà luce. Lo stesso emerge dalle espressioni del Decalogo:

Onora tuo padre e tua madre, affinché i tuoi giorni siano prolungati, e tu possa essere felice
sulla terra  (Deut. 5:16; 25:15)

dove i giorni prolungati non significano la lunghezza della vita, ma uno stato di felicità.

     [3]  In senso letterale, è inevitabile che appaia come se  giorno  significhi tempo, ma nel


senso interiore significa stato. Gli angeli, che sono nel senso interiore, non sanno cosa sia il
tempo,  perché  essi  non hanno   il sole  e  la luna  che  contraddistinguono   le cadenze  del
tempo; di conseguenza essi non sanno cosa siano i giorni e gli anni, ma hanno cognizione
solo degli stati e dei relativi cambiamenti; e quindi agli occhi degli angeli, che sono nel
senso interiore, tutto ciò che riguarda la materia, lo spazio e il tempo scompare, come nel
senso letterale di questo passo in Ezechiele:

Il giorno è vicino, vicino è il giorno del Signore, un giorno di nuvola; sarà il tempo delle nazioni
(Ez. 30:3)
e in Gioele:

Ahi, che giorno! Perché il giorno del Signore è vicino, e verrà come distruzione (Gioele 1:15)

dove un  giorno di nuvola  significa una nuvola, ovvero la falsità; il  giorno delle nazioni  significa le


nazioni, ovvero malvagità; il giorno del Signore significa distruzione. Quando la nozione di tempo
viene rimossa, resta il concetto dello stato delle cose esistenti in quel tempo. Il caso  è lo stesso
riguardo ai giorni e agli anni che sono così spesso menzionati in questo capitolo.

   489. Che per figli e figlie si intendono le verità e i beni di cui essi avevano una percezione,
rispettivamente per  figli le verità, e per  figlie i beni, è evidente da molti passi nei profeti;
perché nella Parola, come anche nei tempi antichi, le concezioni e le nascite della chiesa
sono chiamate figli e figlie, come in Isaia:

Le nazioni cammineranno alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere; alza gli occhi intorno
e guarda; tutti si radunano insieme e vengono a te; i tuoi figli verranno da lontano, e le tue figlie
sono condotte al tuo fianco; allora li vedrai incedere insieme, e il tuo cuore sarà pieno di stupore
e si allargherà (Is. 60:3­5)

dove i figli rappresentano le verità, e le figlie, i beni.

   [2] In Davide:

Liberami e salvami dalle mani dei figli dello straniero, la cui bocca pronuncia vanità; che i nostri
figli siano come piante rigogliose in gioventù, e le nostre figlie siano pietre angolari scavate
nella forma di un tempio (Salmi 44:11­12)

dove i figli dello straniero significano le verità spurie o le falsità; i nostri figli significano le
verità; le nostre figlie, i beni.

   [3] In Isaia:

Dirò al settentrione, Rinuncia, e al mezzogiorno, Non trattenerli; riporta i miei figli da lontano, e
le mie figlie dalle estremità della terra; libera i ciechi, ed essi vedranno; i sordi, ed essi udranno
(Isaia 43:6, 8)
in cui, i  figli  significano le verità; le  figlie, i beni; i  ciechi, coloro che vorrebbero vedere le
verità; e i sordi, coloro che vorrebbero obbedire ad esse.

   [4] In Geremia:

La vergogna ha divorato la fatica dei nostri padri dalla nostra giovinezza; i loro greggi, i loro
armenti, i loro figli e le loro figlie (Ger. 3:24)

dove figli e figlie significano verità e beni. Che bambini e figli significano le verità è palese in Isaia:

Giacobbe non avrà più da vergognarsi, non vedrà ridursi il suo volto come cera pallida; perché
quando vedrà i suoi bambini, opera delle mie mani nel mezzo di lui, santificheranno il mio
nome, e consacreranno il solo Santo di Giacobbe, e avranno timore del Dio di Israele; anche
coloro che errano nello spirito sapranno comprendere (Is. 29:22­24).

dove il  solo Santo di Giacobbe, il Dio di Israele,  significa il Signore; i  bambini  significano i


rigenerati, che hanno la percezione del bene e della verità, come è in effetti spiegato. 

   [5] Nello stesso profeta:

Esulta, o sterile, tu che non hai partorito, perché sono più i figli dell'abbandono che i figli della
moglie sposata (Isaia 54: 1).

dove i figli dell'abbandono significano le verità della chiesa primitiva, o quella dei gentili; i
figli della moglie sposata, sono le verità della chiesa ebraica. 

   [6] In Geremia:

La mia tenda è devastata e tutte le mie corde sono strappate; i miei figli mi hanno lasciato e non
sono più (Ger. 10:20)

dove i figli significano le verità. Nello stesso profeta:

I suoi figli saranno come una volta, la loro adunanza sarà ristabilita innanzi a me (Ger. 30:20)
dove i figli significano le verità dell'antica chiesa. In Zaccaria:

Io risveglierò i tuoi figli, o Sion, con i tuoi figli, o Javan, e farò di voi come la spada di un prode
(Zac. 9:13)

volendo intendere le verità della fede, dall'amore.

   490. Nella Parola figlie spesso rappresentano i beni; come in Davide:

Figlie di re erano tra le tue predilette; alla tua destra era la regina ornata nel migliore degli ori di
Ofir; la figlia di Tiro portava un dono; la figlia del re è tutta splendore; in oro cesellato sono le
sue vesti; al posto dei tuoi padri saranno i tuoi figli (Salmi 45:10­17)

dove il bene e la bellezza dell'amore e della fede  sono descritti  attraverso  le  figlie. Per


questo le chiese sono chiamate  figlie  in virtù dei beni, come la  figlia di Sion  e la  figlia di
Gerusalemme (Is. 37:22, e in molti altri luoghi); sono anche chiamate figlie del mio popolo (Is.
22:4.), figlia di Tarso (Is. 23:10), figlia di Sidone (versetto 12), e figlie nel campo (Ez. 26:6,8).

   491. Le stesse cose si intendono per figli e figlie in questo capitolo (versetti 4, 7, 10, 13, 16,
19, 26, 30), e, come è la chiesa, tali sono i figli e le figlie, cioè, tali sono le verità e i beni; le
verità e i beni di cui qui si parla sono tali quali erano distintamente percepite, presso la più
antica chiesa, la principale e progenitrice di tutte le altre chiese che si sono succedute.

   492. Versetto 5. E tutti i giorni che l'uomo visse erano novecentotrenta anni; e morì. Con giorni
e  anni  qui   sono   intesi   gli   stati,   come   sopra;   per   la  morte   dell'uomo  si   intende   che   tale
percezione non esisteva più.

   493. Che per giorni e anni si intendono gli stati, non necessita di ulteriore spiegazione, se
non per dire che nel mondo ci debbono necessariamente essere tempi e misure, ai quali i
numeri fanno riferimento perché sono gli estremi della natura; ma ogni volta che ricorrono
nella Parola, i numeri dei giorni, degli anni, e anche delle misure, hanno un significato
avulso dal tempo e dalle misure; come dove si dice che ci sono sei giorni di lavoro, e che il
settimo è santo; che il giubileo dovrebbe essere proclamato ogni   quarantanove anni, e
dovrebbe   essere   celebrato   nel   cinquantesimo   anno;   che   le   tribù   d'Israele   erano   dodici,
come anche gli apostoli del Signore; che c'erano settanta anziani, e altrettanti discepoli del
Signore; e così in molti altri casi in cui i numeri hanno un significato speciale estraneo al
soggetto letterale cui si riferiscono; e quando quindi si sopprime il significato letterale,
allora sono gli stati ad essere rappresentati dai numeri.
   494. Che morto, significa che non vi era più tale percezione è evidente dal significato della
parola morto cioè, di una cosa che cessa di essere tale come era stata. Così in Giovanni:

All'angelo della chiesa di Sardi scrivi: Queste cose dice colui che ha i sette spiriti, e le sette stelle,
Io conosco le tue opere, che sostieni di vivere, ma sei morto; sii vigile, e consolida le cose che
restano,   che   stanno   per   morire;   perché   non   ho   trovato   le   tue   opere   perfette   davanti   a   Dio
(Apocalisse 3:1­2)

In Geremia:

Caccerò   via   tua   madre   che   ti   ha   partorito,   in   un   altro   paese   dove   non   foste   generati,   e   là
morirete (Ger. 22:26)

dove madre significa la chiesa. Infatti, come abbiamo detto, lo stato della chiesa decresce e
degenera,  e   perde  la  sua   integrità  incontaminata,  soprattutto  a  causa   dell'aumento   del
male ereditario, perché ogni genitore che si succede aggiunge nuovo male a quello che ha
ereditato. Tutto il male attuale nei genitori si esprime secondo una particolare indole, che
quando ricorre spesso, diviene loro familiare, e si aggiunge al loro male ereditario, e si
trasmette nei loro figli, e così ai posteri. In questo modo il male ereditario è immensamente
aumentato nei discendenti. Che sia così è evidente dal fatto che le cattive inclinazioni dei
bambini sono esattamente come quelle dei loro progenitori. Alquanto falsa è l'opinione di
coloro che sostengono che non vi sia male ereditario  se non quello che essi adducono
essere   stato   impiantato   in   noi   da   Adamo   (si   veda   al   n.   313).   La   verità   è   che   ognuno
produce un male ereditario attraverso i propri peccati attuali, che aggiunge ai mali che ha
ereditato, e che in questo modo si accumulano, e rimangono in tutti i discendenti, né sono
diminuiti tranne che in quelli che vengono rigenerati dal Signore. In ogni chiesa questa è la
causa principale della degenerazione, e fu così presso la più antica chiesa.

     495. In che modo lo stato della più antica chiesa è diminuito non può apparire a meno
che non si   sappia che cosa è la percezione; perché era una chiesa percettiva, come nel
tempo presente non ne esistono. La percezione di una chiesa consiste in questo, che i suoi
membri percepiscono dal Signore ciò che è bene e vero, allo stesso modo degli angeli; non
tanto il bene e la verità della società civile, quanto il bene e la verità dell'amore verso il
Signore e della fede in lui. Da una professione di fede che è confermata dalla vita si può
vedere ciò che è la percezione, e se abbia una qualche esistenza.

   496. Versetto 6. E Set visse centocinque anni, e generò Enosh. Set, come è stato osservato, è la
seconda chiesa, meno celeste della più antica chiesa, da cui discende, e nondimeno, è una
delle più antiche chiese. Che essa, visse centocinque anni, significa, come prima, i tempi e
gli stati; che generò Enosh, significa che da essa discese un'altra chiesa che è stata chiamata
Enosh.

   497. Che Set è la seconda chiesa, meno celeste della più antica chiesa, da cui discende, e
nondimeno, è una delle più antiche chiese, può apparire da quanto detto sopra riguardo a
Set   (versetto   3).   Le   chiese,   come   è   stato   detto,   gradualmente,   nel   corso   del   tempo,
decrescono nella loro qualità essenziale, per i motivi sopra specificati.

     498.  Che essa  generò Enosh  cioè che da essa discese un'altra chiesa chiamata  Enosh  è


evidente dal fatto che in questo capitolo i nomi non significano altro che le chiese.

   499. Versetti 7, 8. E Set visse, dopo aver generato Enosh per ottocentosette anni e generò figli e
figlie. E tutti i giorni che Set visse erano novecentododici anni; e morì. I giorni, e il numero degli
anni, significano qui come prima i tempi e gli stati. Figli e figlie, hanno lo stesso significato
esplicitato più sopra; e così pure l'affermazione, morì.

     500.  Versetto 9.  Ed Enosh visse novant'anni, e generò Kenan. Per Enosh, come si è detto


prima, è rappresentata la terza chiesa, ancora meno celeste della chiesa denominata Set, e
nondimeno,   è   una   delle   più   antiche   chiese.   Per   Kenan,   è   intesa   una   quarta   chiesa,
succeduta alle precedenti.

   501. Riguardo alle chiese che nel corso del tempo si sono succedute una all'altra, e di cui
si dice che una è nata da un'altra, il caso è simile a ciò che avviene con i frutti, o con i loro
semi. In mezzo a questi, cioè, nel loro intimo, ci sono per così dire i frutti dei frutti o i semi
dei semi, attraverso cui vivono le generazioni successive. Le più remote sono dall'intimo
verso la circonferenza; le meno antiche, dall'essenza del frutto o del seme che  è in loro,
fino  alla cuticola  o rivestimento  in cui  i frutti  o semi terminano.  O come nel caso  del
cervello, nelle cui parti intime vi sono sottili forme organiche chiamate sostanze corticali,
dalle quali e verso le quali, le operazioni dell'anima procedono; e da cui in ordine regolare
i   rivestimenti   più   raffinati   seguono   in   successione,   poi   quelli   più   densi,   e,   infine,   i
rivestimenti generali chiamati meningi, che sono chiusi in rivestimenti ancora più generali,
e infine nel più generale di tutti, che è il cranio.

     502. Queste tre chiese, uomo, Set ed Enosh, costituiscono la più antica chiesa, distinta in
ordine   dalla   perfezione   delle   percezioni:   la   facoltà   percettiva   della   prima   chiesa
gradualmente   diminuisce   nelle   chiese   successive,   e   diviene   più   generale,   come   è   stato
osservato riguardo  al frutto , o al suo seme, o al cervello. La perfezione consiste nella
facoltà di percepire distintamente; facoltà che è diminuita quando la percezione è meno
netta e più in generale. Una percezione più oscura quindi succede in luogo di quella che
era chiara, e così comincia a decrescere.
   503. La facoltà percettiva della più antica chiesa consisteva non solo nella percezione di
ciò che è bene e vero, ma anche nella felicità e nella gioia derivante dall'agire bene; senza
tale felicità e gioia, nel fare ciò che è bene la facoltà percettiva non ha vita, ma in virtù di
tale felicità e gioia, riceve la vita. La vita dell'amore e la fede che ne deriva, di cui era
dotata la più antica chiesa,  è la vita nell'esercizio  dell'uso, cioè nel bene  e nella verità
dell'uso: a partire dall'uso, per mezzo dell'uso, e conformemente all'uso, è la vita data dal
Signore; non vi può essere vita in ciò che è privo di uso, perché tutto ciò che non è uso, è
gettato  via. In virtù dell'uso  le genti più antiche erano una somiglianza del Signore,  e
quindi   nella   facoltà   percettiva   sono   diventate   immagini   di   lui.   La   facoltà   percettiva
consiste nel sapere ciò che è bene e vero, di conseguenza, ciò che appartiene alla fede: colui
che   è   nell'amore   non   è   felice   nel   sapere,   ma   nel   fare   ciò   che   è   bene   e   vero,   cioè,   nel
compiere l'uso.

   504. Versetti 10, 11. Ed Enosh visse, dopo aver generato Kenan, ottocentoquindici anni, e generò
figli e figlie. E tutti i giorni di Enosh furono novecentocinque anni, e poi morì.  Qui, allo stesso
modo i giorni e il numero degli anni, e anche, figli e figlie, e la sua morte, significano le
stesse cose.

   505. Enosh, come prima osservato, è la terza chiesa, e nondimeno, è una delle chiese più
antiche, ma meno celeste, e di conseguenza, meno percettiva, della chiesa denominata Set;
e   quest'ultima   non   era   così   celeste   e   percettiva   come   la   chiesa   madre,   chiamata  uomo.
Queste tre costituiscono la più antica chiesa, che, rispetto alle successive, era come il cuore
del frutto, o del seme, mentre le chiese successive erano come le parti più grossolane.

     506.  Versetto 12.  E Kenan visse settant'anni e generò Mahalaleel.  Con Kenan si intende la


quarta chiesa, e per ,"Mahalaleel, la quinta. 

   507. La chiesa detta Kenan, non deve essere considerata alla stregua delle tre più perfette,
in   quanto   alla   percezione,   che   nelle   prime   chiese   era   distinta,   e   poi   ha   cominciato   a
diventare generale, cosi come il cuore del frutto o del seme è più morbido della parte più
esterna;   lo   stato  [di   questa   chiesa]  non   è   descritto,   ma   risulta   da   quanto   segue,   dalla
descrizione delle chiese denominate Enoch e Noè. 

     508. Versetti 13, 14. E Kenan visse, dopo aver generato Mahalaleel, ottocentoquaranta anni, e
generò figli e figlie. E tutti i giorni di Kenan furono novecentodieci anni, e poi morì. I giorni e il
numero degli anni hanno lo stesso significato qui sopra. Figli e figlie, qui anche significano
verità e beni, di cui, i membri della chiesa avevano percezione, ma in modo più generale.
Anche qui, morte significa similmente la cessazione di un tale stato di percezione.

     509.  Deve essere qui sottolineato che tutte le cose sono definite in relazione allo stato
della chiesa.
     510.  Versetto 15.  E Mahalaleel visse sessantacinque anni e generò Jared.  Con Mahalaleel è
intesa, come sopra detto, la quinta chiesa; con Jared, la sesta.

     511. Poiché la facoltà percettiva è decresciuta, e da essere nitida o distinta, è diventata
più generale o oscura, così è accaduto anche per la vita dell'amore o degli usi; perché,
come è la vita dell'amore o degli usi, tale è la facoltà percettiva. Celeste è conoscere la verità
attraverso il bene. La vita di coloro che costituivano la chiesa denominata Mahalaleel, era
tale che essi preferivano il piacere delle verità piuttosto che la gioia degli usi, come mi è
stato dato di conoscere per esperienza, tra loro, nell'altra vita.

   512. Versetti 16, 17. E Mahalaleel visse, dopo aver generato Jared, ottocentotrenta anni, e generò
figli e figlie. E tutti i giorni che Mahalaleel visse furono ottocentonovantacinque anni, poi morì. Il
significato di questi versetti è lo stesso di quelli che precedono.

   513. Versetto 18. E Jared visse centosessantadue anni, e generò Enoch. Con Jared, come prima
detto, è intesa la sesta chiesa; con Enoch, la settima.

   514. Della chiesa denominata Jared nulla è riferito in particolare; ma il suo carattere può
essere conosciuto dalla chiesa Mahalaleel, che la ha preceduta, e dalla chiesa "Enoch" che
le è succeduta, tra le quali era intermedia.

     515.  Versetti 19, 20.  E Jared visse, dopo aver generato Enoch, ottocento anni e generò figli e


figlie. E tutti i giorni di Jared furono novecentosessantadue anni, e morì. Il significato di queste
parole è anche simile a quelle dei versetti che precedono. Che l'età dei popoli vissuti prima
del diluvio, non era così grandi, come quella di Jared (novecentosessantadue anni) e di
Methuselah (novecentosessantanove anni) deve essere evidente a chiunque, specialmente
da ciò che, per misericordia Divina del Signore, si dirà al versetto 3 del prossimo capitolo,
dove leggiamo:  I loro giorni saranno centoventi anni; pertanto, il numero  degli anni  non
significa l'età di un uomo in particolare, ma i tempi e gli stati della chiesa.

     516. Versetto 21. E Enoch visse sessantacinque anni e generò Methuselah. Con Enoch, come
prima detto, è intesa la settima chiesa; e con Methuselah, l'ottava. 

   517. La qualità della chiesa Enoch, è descritta nei versetti seguenti.

   518. Versetto 22. Ed Enoch camminò con Dio, dopo aver generato Methuselah, per trecento anni;
e generò figli e figlie. Per, camminare con Dio, si intende la dottrina in materia di fede. Che
generò figli e figlie, concerne le questioni dottrinali relative alla verità e al bene. 

     519.  Vi furono alcuni a quei tempi che elaborarono dottrine dalle cose che erano state
oggetto di percezione nella più antica chiesa e nelle successive, in modo che tale dottrina
potesse servire come regola per conoscere ciò che era bene e vero: queste persone erano
chiamate Enoch. Questo è ciò che si intende con le parole, Enoch camminò con Dio; e così fu
chiamata questa dottrina, rappresentata dal nome di Enoch, che significa istruire. Lo stesso
è evidente  anche dal significato  dell'espressione,  camminare, e dal fatto  che si dice  che
abbia camminato con Dio, non con il Signore. Camminare con Dio sta per insegnare e vivere
secondo   la   dottrina   della   fede,   mentre,  camminare   con   il   Signore  sta   per   vivere   la   vita
dell'amore.  Camminare  è   un'espressione   abituale   con   la   quale   si   intende   vivere,   come
camminare nella legge, camminare nelle regole e  camminare nella verità. Camminare è in
diretta relazione con la via, la quale a sua volta è in relazione con la verità, di conseguenza
con la fede, o con la dottrina della fede. Cosa si intende nella Parola per camminare, può in
qualche misura apparire dai seguenti passi.

   [2] In Michea:

Ti ha mostrato, o uomo, ciò che è bene e che cosa Signore ti ingiunge di fare: agire con giustizia,
amore per la misericordia, e camminare umilmente con il tuo Dio? (Michea 6: 8)

dove camminare con Dio significa vivere secondo ciò che è qui specificato; qui, si dice con
Dio, mentre con  Enoch  è usata un'altra parola che significa  appresso a Dio, in modo che
l'espressione risulta ambigua. In Davide:

Tu hai liberato i miei piedi dalla caduta, in modo che io possa camminare davanti a Dio nella
luce dei viventi (Salmi 56:13)

dove camminare davanti a Dio significa camminare nella verità della fede, che è la luce dei
viventi. Allo stesso modo in Isaia:

Le persone che camminano nelle tenebre hanno visto una grande luce (Is. 9:1)

Così dice il Signore per mezzo di Mosè:

Io camminerò nel mezzo, e sarò vostro Dio, e voi sarete il mio popolo (Lev. 26:12)

per intendere che essi devono vivere secondo la dottrina della legge.

   [3] In Geremia:
Esse saranno sparse davanti al sole, alla luna, e agli eserciti del cielo, che essi hanno amato, e a
cui hanno servito, e al seguito dei quali hanno camminato, e che essi hanno cercato (Ger 8:2)

dove   viene   fatta   una   distinzione   tra   le   cose   dell'amore,   e   quelle   della   fede;   le   cose
dell'amore essendo espresse da amare e servire; e quelle della fede, da camminare e cercare.
In tutti gli scritti profetici ogni espressione è usata con accuratezza, né un termine è mai
usato al posto di un altro. E  camminare con il Signore  o  innanzi al Signore, significa, nella
Parola, vivere la vita dell'amore.

     520.  Versetti 23, 24.  E tutti i giorni che Enoch visse erano trecentosessantacinque anni. Ed


Enoch camminò con Dio; ed egli non era più perché Dio lo prese.  Che, tutti i giorni di Enoch
erano trecentosessantacinque anni, significa che fu un breve periodo. Per, camminare con
Dio, si intende, come sopra, la dottrina della fede. Per, non era più, perché Dio lo prese, si
intende la conservazione della dottrina per l'uso dei posteri.

   521. In merito all'espressione non era più, perché Dio lo prese, inerente la conservazione di
quella dottrina per l'uso dei posteri, il caso di  Enoch, come già detto, è che si riduce in
dottrina ciò che nella chiesa più antica chiesa formava oggetto diretto di percezione e che,
al tempo di quella chiesa non era accessibile; perché sapere dalla percezione è cosa molto
diversa dall'apprendere per mezzo della dottrina. Coloro che sono nella percezione non
hanno bisogno di imparare dalle formule della dottrina ciò che sanno già. Ad esempio,
colui   che   è   aduso   a   ragionare   secondo   il   bene,   e   a   pensare   bene,   non   ha   bisogno   di
apprenderlo   attraverso   regole,   perché   in   questo   modo   la   sua   facoltà   di   pensare   bene
verrebbe   compromessa.   Perché   a   coloro   che   apprendono   dalla   percezione,   il   Signore
concede di sapere ciò che è bene e vero in una modalità interiore; viceversa, a chi impara
dalla  dottrina,  la conoscenza   è  data  in una  modalità  esteriore,  ovvero   quella  dei  sensi
corporei; e la differenza è come quella tra la luce e l'oscurità. Deve poi considerarsi che le
percezioni dell'uomo celeste sono tali da non ammettere descrizioni, perché esse entrano
nelle cose più minute e particolari, quali tutte le varietà secondo gli stati e le circostanze.
Ma è stato previsto che la facoltà percettiva della più antica chiesa sarebbe perita, e che poi
l'uomo avrebbe appreso dalle dottrine ciò che è vero e bene, ovvero che, dal buio sarebbe
venuto alla luce. Perciò qui è scritto che  Dio lo prese, cioè, ha conservato la dottrina per
l'uso dei posteri.

     522. Lo stato e la qualità della percezione presso coloro che erano chiamati Enoch mi è
stato reso noto. Era una sorta di percezione oscura, generica, senza alcuna distinzione;
perché in tale stato, la mente proietta la vista al di fuori di sé, nelle cose dottrinali.

     523.  Versetto   25.  E   Methuselah   aveva   centottantasette   anni   quando   generò   Lamech.  Con
Methuselah, è intesa l'ottava chiesa, e con Lamech, la nona.
   524. Nulla è scritto in merito alla qualità di questa chiesa; ma che la sua facoltà percettiva
fu generica e oscura, è evidente dalla descrizione della chiesa detta  Noè; la perfezione è
dunque decrescente, e con la perfezione, la sapienza e l'intelligenza.

   525. Versetti 26, 27. E Methuselah visse, dopo aver generato Lamech, settecentottantadue anni; e
genero figli e figlie. E tutti i giorni che Methuselah visse erano novecentosessantanove anni; e morì.
Queste parole hanno un significato simile alle precedenti.

     526.  Versetto 28.  E Lamech visse centonovanta anni, e generò un figlio.  Con Lamech è qui


intesa la nona chiesa, in cui la percezione della verità e del bene era così generica e oscura
che non viene attribuito un nome alla chiesa immediatamente successiva, in modo che la
chiesa fu distrutta. Con figlio, si intende il sorgere di una nuova chiesa.

     527. Che per Lamech è intesa una chiesa in cui la percezione della verità e del bene era
così generica e oscura da non avere un successore, di conseguenza, una chiesa devastata,
appare da quanto è stato detto nel capitolo precedente, e da quanto segue nel versetto
successivo. Lamech nel capitolo precedente ha quasi lo stesso significato che in questo, cioè,
devastazione (riguardo alla quale si veda Genesi 4:18, 19, 23, 24); e colui che lo generò è
anche chiamato quasi con lo stesso nome, Methusael, in modo che le cose rappresentate dai
nomi sono analoghe.  Con Methusael e Methuselah è significato qualcosa che sta per morire;
e con Lamech ciò che è distrutto.

     528. Versetto 29. E lo chiamò Noè, dicendo, Egli sarà di conforto per il nostro lavoro e per le
fatiche delle nostre mani sul suolo che il Signore ha maledetto. Con Noè, è significata la chiesa
antica. Per,  conforto del nostro lavoro e della fatica delle  nostre mani, sul suolo che il
Signore ha maledetto, è intesa la dottrina, per cui ciò che era stato pervertito sarebbe stato
restaurato.

     529. Che per Noè è significata la chiesa antica, o la madre di tre chiese dopo il diluvio,
emergerà dalle pagine seguenti, dove si tratterà ampiamente di Noè.

   530. Con i nomi in questo capitolo, come si è detto, sono rappresentate le chiese o, il che è
lo stesso, le dottrine; perché la chiesa esiste e ha il suo nome dalla dottrina; quindi  Noè
rappresenta la chiesa antica, o la dottrina che  è rimasta della più antica chiesa. Si è già
detto del declino delle chiese o dottrine, fino a quando non rimane alcunché del bene e
della verità della fede; e quindi nella Parola è detto che la chiesa è devastata. E nondimeno,
ciò che rimane è sempre preservato, o alcuni presso i quali il bene e la verità della fede
rimangono, sebbene siano in pochi; perché, soltanto se il bene e la verità della fede sono
stati   conservati   in   questi   pochi,   vi   può   essere   congiunzione   del   cielo   con   l'umanità.
Riguardo ai resti che sono singolarmente,   in un uomo, quanto più limitati sono, tanto
minori sono gli argomenti della ragione e della conoscenza che possono essere illuminati.
Perché la luce del bene e della verità fluisce dai resti, o attraverso i resti, dal Signore. Se
non vi fossero resti in un uomo, questi non sarebbe un uomo, ma un essere molto più vile
che un bruto; minore è il numero dei resti, meno egli è un uomo; e più resti ci sono, più
egli è un uomo. I resti sono come una stella celeste, che, più piccola è, meno luce dà, e più
grande   è, più luce  dà. Il poco che   è rimasto  dalla più antica chiesa era tra coloro  che
costituivano   la   chiesa   detta   Noè;   ma   questi   non   erano   resti   di   percezione,   ma   di
perfezione,   e   anche   di   dottrina   derivata   dalle   cose   della   percezione   nelle   più   antiche
chiese. Quindi una nuova chiesa è stata ora elevata dal Signore; ed essendo questa di un
carattere completamente diverso dalle più antiche chiese, si deve chiamare chiesa antica
per   il   fatto   che   esisteva   alla   fine   dei   tempi   prima   del   diluvio,   e   nel   periodo
immediatamente successivo. Di questa chiesa, per misericordia Divina del Signore, si dirà
ancora di seguito.

   531. Che per conforto del nostro lavoro e della fatica delle nostre mani, sul suolo che il Signore
ha maledetto è intesa la dottrina, per cui ciò che era stato pervertito sarebbe stato restaurato,
emergerà anche, per misericordia Divina del Signore, nelle pagine che seguono. Per lavoro
si intende che non potevano percepire ciò che è vero, salvo che con fatica e sofferenza. Per
fatica delle mani sul suolo che il Signore ha maledetto è inteso che non potevano agire secondo
il   bene.   Così   è   descritto  Lamech,   cioè,   la   chiesa   devastata.   C'è  lavoro   e   fatica   delle   mani,
quando, da se stessi o dal loro proprio, gli uomini devono cercare ciò che è vero e fare ciò
che è bene. Ciò che procede da questo è il suolo che Signore ha maledetto cioè, nient'altro che
il falso e il male (ciò che si intende con  maledizione del Signore  può essere visto sopra, n.
245).  Conforto  fa riferimento   al  figlio, o  Noè,  con  cui  è  intesa  una nuova rigenerazione,
quindi una nuova chiesa, che è la chiesa antica. Con questa chiesa, ovvero Noè, allo stesso
modo è significato, ciò che resta e il conforto che viene che viene da ciò che resta, proprio
come è stato detto della più antica chiesa che era il settimo giorno, in cui Signore riposò (si
vedano i n. 84­88).

   532. Versetti 30, 31. E Lamech visse, dopo aver generato Noè, cinquecentonovantacinque anni, e
generò figli  e figlie. E tutti i giorni di Lamech erano settecentosettantasette anni, e morì.  Con
Lamech,   come   prima   detto,   è   significata   la   chiesa   devastata   Per   figli   e   figlie,   sono
significate le concezioni e le nascite di una tale chiesa.

   533. Poiché niente di più è scritto riguardo a Lamech, se non che generò figli e figlie, che
sono le concezioni e le nascite di una tale chiesa, non  è necessario soffermarsi oltre sul
soggetto. Come era la chiesa, tali erano le nascite da essa. Entrambe le chiese denominate
Methuselah e Lamech si estinsero poco prima del diluvio.

     534.  Versetto 32.  E Noè aveva cinquecento anni quando generò Sem, Cam e Jafet.  Con  Noè,


come è stato detto, è intesa la chiesa antica. Per Sem, Cam e Jafet sono intese le tre chiese
antiche il cui progenitore è la chiesa denominata Noè.
   535. Che la chiesa denominata Noè non è da annoverare fra le chiese che precedettero il
diluvio, appare dal versetto 29, dove si dice che essa sarebbe stata di  conforto per il loro
lavoro e per la fatica delle loro mani, sulla terra che il Signore ha maledetto. Il conforto sta nel fatto
che essa sarebbe sopravvissuta. Ma riguardo a Noè e ai suoi figli, per misericordia Divina
del Signore, si tratterà qui di seguito.

   536. Poiché nelle pagine che precedono molto è stato detto a proposito della percezione
posseduta dalle chiese che esistevano prima del diluvio, mentre nel tempo presente questa
percezione è una cosa totalmente sconosciuta, tale che alcuni possono immaginare che sia
una sorta di rivelazione continua, o qualcosa di radicato nell'uomo; altri che  è una cosa
puramente immaginaria, e altro ancora. Poiché la percezione è la stessa percezione celeste
data dal Signore a coloro che sono nella fede dall'amore, e poiché vi è percezione nel cielo
universale di una varietà infinita: quindi affinché vi possa essere tra gli uomini qualche
idea di ciò che è la percezione, per misericordia Divina del Signore, mi è consentito nelle
pagine seguenti di descrivere i principali tipi di percezione che esiste nei cieli.

Seguito del cielo e della gioia celeste
     537. Un certo spirito si è approssimato alla mia sinistra, chiedendomi se sapevo in che
modo egli avrebbe potuto accedere al cielo. Mi fu permesso di dirgli che l'ammissione nel
cielo è prerogativa esclusiva del Signore, il quale solo conosce le qualità di ciascun uomo.
Moltissimi   arrivano   dal   mondo   con   l'unico   intento   di   raggiungere   il   cielo,   essendo
abbastanza ignoranti riguardo a cosa sia il cielo, e cosa, la gioia celeste. Il cielo  è amore
reciproco, e la gioia celeste è la gioia che ne deriva. Pertanto coloro che non conoscono
questi soggetti vengono prima istruiti attraverso esperienze reali. Ad esempio, vi era un
certo spirito, recentemente arrivato dal mondo, che allo stesso modo, desiderava il cielo, e
in modo che egli potesse percepire la natura del cielo e qualcosa della gioia celeste, il suo
intimo   è   stato   aperto.   Ma   non   appena   le   ha   percepite   ha   cominciato   a   lamentarsi   e   a
contorcersi, e ha supplicato di essere riportato indietro, dicendo che non avrebbe potuto
restare a causa dell'angoscia; e di conseguenza il suo intimo è stato chiuso verso il cielo, e
in questo modo è stato riportato alla sua condizione. Da questo esempio possiamo vedere
con quali rimorsi di coscienza e con quale angoscia sono tormentati coloro che non sono
stati preparati per essere ammessi nella stretta via.

     538.  Vi erano alcuni che intendevano essere ammessi nel cielo senza sapere che cosa
fosse il cielo. Gli era stato detto che se non erano nella fede dall'amore, entrare nel cielo
sarebbe stato pericoloso come andare  verso una fiamma; e nondimeno hanno insistito.
Quando sono arrivati al prima ingresso, vale a dire, la sfera inferiore degli spiriti angelici,
erano tormentati così intensamente che si sono fuggiti a capofitto indietro, e in questo
modo hanno appreso quanto sia pericoloso semplicemente avvicinarsi al cielo finché non
si è preparati dal Signore a ricevere le affezioni della fede.

     539.  Un certo  spirito che durante la sua vita nel corpo era stato adultero, nutriva il


desiderio di essere ammesso alla prima soglia del cielo. Appena arrivato ha cominciato a
soffrire e a percepire la propria puzza cadaverica, finché non poteva sopportarla più. Gli
sembrava che se fosse andato oltre sarebbe perito, ed è stato quindi gettato giù nella terra
inferiore, infuriato per il fatto che aveva dovuto subire quel tormento alla prima soglia del
cielo, solo perché si era avvicinato ad una sfera che era contraria a quella degli adulteri.
Egli è tra i miserabili.

   540. Quasi tutti coloro che entrano nell'altra vita ignorano la natura della felicità celeste e
della beatitudine, perché non conoscono la natura e la qualità della gioia interiore. Essi
concepiscono un'idea di ciò conforme ai piaceri e le gioie del corpo e del mondo. Ciò che
essi ignorano o suppongono essere nulla, cioè la verità, è che i piaceri e le gioie del corpo e
del mondo sono inesistenti e fallaci. Pertanto, affinché coloro che sono disposti verso il
bene possano apprendere e conoscere cosa sia la gioia celeste, vengono condotti in primo
luogo in paradisi che superano ogni immaginazione (riguardo ai quali, per misericordia
Divina del Signore, si farà cenno di seguito), ed essi credono di essere arrivati nel cielo.
Ma,   viene   insegnato   loro   che   non   si   tratta   di   autentica   felicità   celeste,   e   gli   è   quindi
permesso sperimentare gli stati interiori della gioia che sono percepibili nel loro intimo
essere. Essi vengono poi condotti in uno stato di pace, fin nel loro essere più profondo, e
confessano che nulla di ciò è affatto esprimibile o immaginabile. E infine sono introdotti in
uno stato di innocenza, anche nella loro intima affezione. In questo modo gli è permesso di
apprendere la natura della verità spirituale e del bene celeste.

     541.  Alcuni   spiriti   che   erano   ignari   della   natura   della   gioia   celeste   sono   stati
inaspettatamente  assunti in cielo  dopo essere  stati condotti in un stato tale da rendere
questo possibile, vale a dire uno stato in cui le loro cose corporee e le loro vanità erano
sospese. Da lì ho sentito uno che mi diceva che ora per la prima volta percepiva quanto è
grande la gioia nel cielo, e che si era ingannato enormemente avendo un'altra idea di essa,
ma che ora percepiva nel suo intimo essere una gioia incommensurabilmente più grande
di   quanto   avesse   mai   provato   in   nessun   piacere   fisico,   come   gli   uomini   che   sono   nel
piacere della vita del corpo, che egli chiamò caduco.

   542. Coloro che sono assunti in cielo in modo che essi possano conoscere la sua qualità, o
hanno le loro cose corporee e le vanità in uno stato di sospensione ­ perché nessuno può
entrare in cielo portando con sé ciò che è corporeo è le idee fantasiose concepite nel mondo
­ oppure sono circondati da una sfera di spiriti che miracolosamente temperano tali cose in
quanto sono impure e causano disarmonia. Presso alcuni viene aperto il loro intimo. In
questi e altri modi essi vengono preparati, secondo la loro vita e l'indole di lì acquisita.
     543.  Alcuni  spiriti  desideravano   conoscere   la natura  della   gioia celeste,  e  sono   stati
pertanto   autorizzati   a   percepirla   nel   loro   intimo,   a   tal   punto   che   non   potevano   più
sopportarla; e tuttavia, non si trattava della gioia angelica, essendo quasi pari alla minima
gioia angelica, come mi è stato dato di percepire da una comunicazione della loro gioia. Da
ciò era evidente non solo che esistono i gradi della gioia, e che quando qualcuno riceve la
sua gioia più profonda, è nella sua gioia celeste e non può sopportare ciò che è ancora più
interiore, perché risulterebbe doloroso.

     544.  Alcuni spiriti che sono stati ammessi nel cielo dell'innocenza, del primo cielo, mi
hanno parlato di là, confessandomi che lo stato di gioia e letizia era tale che non avrebbero
mai potuto concepire alcuna idea di esso. Nondimeno, questo era solo il primo cielo, e vi
sono tre cieli, e stati distinti di innocenza in ciascuno, con le loro innumerevoli varietà.

   545. Ma affinché io potessi conoscere la natura e la qualità del cielo e della gioia celeste,
per lungo tempo e spesso, mi è stato permesso dal Signore di percepire le delizie delle
gioie celesti, in modo che le conosco per esperienza reale, ma non posso in alcun modo
descriverle. Tuttavia, al fine di dare qualche idea di esse posso dire che la gioia celeste è
un'affezione di innumerevoli delizie e gioie che formano una generale e simultanea gioia,
nella   quale   vi   sono   armonie   di   innumerevoli   affezioni   che   non   vengono   percepite
distintamente, perché la percezione è generale. Eppure mi fu permesso di percepire che ci
sono cose innumerevoli all'interno di essa, in un ordine che non può mai essere descritto,
poiché   esse   fluiscono   dall'ordine   del   cielo.   Tale   ordine   esiste   in   ogni   minima   cosa
dell'affezione, che nell'insieme si presenta ed è percepita come qualcosa di molto generale
secondo la capacità di colui che è il soggetto dell'affezione. In una parola, in ogni gioia
generale o affezione ci sono illimitate cose coordinate in una forma più perfetta, e non vi è
nulla che non sia vivo o che non influenzi anche le cose più intime del nostro essere,
perché le gioie celesti procedono attraverso le cose più intime. Ho percepito anche che le
gioia e le delizie appaiono come se procedano dal cuore, e molto dolcemente si diffondono
attraverso tutte le intime fibre, e quindi nelle diramazioni, con un tale senso intimo di
gioia   che   la  fibra   è   come   se   fosse   nient'altro   che   gioia   e   bontà;   e   allo   stesso   modo,  la
derivante  sfera percettiva e sensibile,  è vivificata dalla felicità. In confronto con queste
gioie la gioia dei piaceri del corpo è come polvere grossolana e pungente rispetto ad una
pura e delicata brezza.

   546. Affinché io potessi conoscere la condizione di coloro che desiderano essere nel cielo
ma non  sono  tali da poter  essere  ammessi lì, una volta quando  ero  in qualche  società
celeste, un angelo mi è apparso come bambino con una corona di fiori blu sulla testa, e
ghirlande di altri fiori cinte sul seno. Mi è stato dato di sapere che ero in una società dove
vi era la carità. Alcuni spiriti disposti al bene sono stati poi ammessi nella stessa società, e
nel momento in cui entravano, sono diventati molto più intelligenti, e parlavano come
spiriti angelici. Poi sono stati ammessi alcuni che sostenevano di essere innocenti da se
stessi, il cui stato è stato rappresentato alla mia vista da un bambino che vomitava il latte
dalla sua bocca. Tale è il loro stato. Poi sono stati ammessi alcuni che sostenevano di essere
intelligenti  da se stessi, e il loro  stato era rappresentato  dai loro volti, che apparivano
taglienti, e sembravano indossare un cappello a punta. E le loro facce non sembravano
essere umane, ma come scavate e prive di vita. Questo è lo stato di coloro che credono di
essere spirituali da loro stessi, cioè, in grado di avere fede da se stessi. Altri spiriti erano
stati ammessi, ma non potevano rimanere lì; erano sgomenti, tormentati e fuggivano via.
Genesi 6
Cielo e gioia celeste
     547. Le anime che entrano nell'altra vita ignorano tutte la natura del cielo e della gioia
celeste. Moltissimi credono si tratti di una sorta di gioia in cui possono essere ammessi, a
prescindere dal modo in cui hanno vissuto, perfino quelli che hanno nutrito l'odio contro il
loro prossimo e hanno trascorso la loro vita in adulteri, essendo del tutto ignari del fatto
che il cielo è l'amore reciproco e casto, e che la gioia celeste è la felicità che ne deriva.

     548.  A volte ho parlato con spiriti appena giunti dal mondo, circa lo stato della vita
eterna, dicendo loro quanto importante fosse per loro sapere chi  è il Signore di questo
regno,  e   quale   è  la  natura   e  la  forma  del   suo   governo,  proprio   come  quelli   di  questo
mondo che vanno in un altro regno e sono particolarmente interessati a conoscere chi e di
che indole è il re, qual è la natura del governo, e molti altri particolari concernenti il regno.
A maggior ragione dovrebbero informarsi di questo regno, dove vivranno per sempre. Ho
detto loro che il Signore solo governa il cielo e l'universo, perché chi governa l'uno deve
governare l'altro; e che il regno in cui si trovavano ora è il regno di Dio, le cui leggi sono
verità eterne, ognuna delle quali si basa sulla legge fondamentale secondo cui gli uomini
devono amare il Signore sopra tutte le cose e il prossimo come se stessi, e ora ancora più di
loro stessi, perché se fossero come gli angeli, questo è ciò che devono fare. A tutto questo
non   vi   fu   alcuna   replica,   perché   nella   loro   vita   mondana   avevano   udito   qualcosa   del
genere, ma non vi avevano creduto. Si meravigliarono che vi fosse un tale amore nel cielo,
e che è possibile per alcuni amare il prossimo più di se stessi, avendo udito che dovevano
amare il loro prossimo come se stessi. Ma sono stati istruiti che nell'altra vita tutto il bene è
immensamente   aumentato,   e   che   la   vita   nel   corpo   è   tale   che   gli   uomini   non   possono
andare oltre l'amore per il prossimo come se stessi, perché sono nelle cose del corpo; ma,
nell'altra   vita,   l'amore   diviene   più   puro,   e   infine   angelico,   che   consiste   nell'amare   il
prossimo più di loro stessi. L'effettività di tale amore è evidente dall'amore coniugale che
esiste presso alcune persone, che si esporrebbero alla morte pur di impedire che la loro
consorte possa essere ferita; e anche dall'amore dei genitori per i loro figli, in quanto una
madre  sopporterebbe  la fame piuttosto che vedere  il figlio  affamato. E questo  avviene
anche tra gli uccelli e gli animali. E allo stesso modo si è disposti ad affrontare dei pericoli
a   causa   di   una   sincera   amicizia;   e   anche   dell'amicizia   di   facciata,   che   simula   la   vera
amicizia, offrendo le cose migliori a coloro cui vogliamo bene, rendendo grandi servigi
anche  quando   essi  non vengono   dal cuore.   E  infine,  la  sua effettività   è  evidente   dalla
natura stessa dell'amore, che trova la sua gioia nell'essere al servizio degli altri, non per il
bene di sé, ma per il bene dell'amore stesso. Tutto questo non può essere compreso da
coloro che amano se stessi più degli altri, e che nella vita mondana sono stati avidi di
guadagno; e meno fra tutti, dagli avari.

     549. Lo stato angelico è tale che ciascuno comunica la propria beatitudine e felicità agli
altri. Perché nell'altra vita c'è una raffinata comunicazione e percezione di tutte le affezioni
e pensieri, in modo che ogni persona comunica la sua gioia a tutti, e tutti a ciascuno, in
modo che ognuno è come se fosse il centro di tutti. Questo è la forma celeste. E quindi più
ve ne sono che costituiscono il regno di Dio, tanto maggiore è la felicità, perché aumenta in
proporzione   al   numero,   ed   è   per   questo   che   la   felicità   celeste   è   indicibile.   Questa
comunicazione di tutti con ciascuno e di ciascuno con tutti si innesca quando tutti amano
gli altri più di se stessi. Ma se qualcuno desidera il meglio per se stesso più che per gli altri
l'amore di sé diviene dominante, e non comunica nulla agli altri se non l'idea del sé, che è
autenticamente fallace, e quando ciò viene percepito la persona è immediatamente bandita
e respinta.

   550. Come nel corpo umano ogni cosa, sia in generale sia in particolare, contribuisce agli
usi generali ed individuali di tutto l'organismo, così è nel regno del Signore, il quale  è
costituito come un uomo, e infatti è denominato il grande uomo. In questo modo ciascuno
contribuisce in prossimità o da distanza più remota, e in molti modi, alla felicità di tutti, e
ciò in conformità con l'ordine istituito e conseguentemente mantenuto dal Signore solo.

   551. Dal cielo universale che è in relazione con il Signore, e da tutto ivi, sia in generale,
sia in particolare, che è in relazione con l'unico e autentico essere sia universalmente, nel
suo insieme, sia nelle sue singole parti, procede l'ordine, l'unione, l'amore reciproco e la
felicità; perché così ogni persona ha a cuore il benessere e la felicità di tutti, e tutti, quella
di ciascuno.

   552. Che tutta la gioia e la felicità nel cielo sono dal Signore solo, mi è stato dimostrato da
molte esperienze, delle quali la seguente può essere riferita. Ho visto alcuni spiriti angelici
che con la massima diligenza modellavano un candelabro con le sue candele, e fiori del
più fastoso ornamento in onore del Signore. Per una o due ore mi  è stato permesso di
appurare   con   quale   enorme   premura   lavoravano   per   rendere   l'opera   raffinata   e
rappresentativa, ritenendo  che stavano facendo  ciò da se stessi. Ma mi  è stato  dato  di
percepire che da loro stessi non avrebbero potuto modellare alcunché. Dopo qualche ora
hanno   affermato   di   aver   fatto   un   candelabro   raffinato   e   rappresentativo   in   onore   del
Signore, e se ne rallegravano di cuore. Ma ho detto loro che da se stessi non avevano
ideato e modellato nulla; il Signore solo ha fatto ciò per loro. Inizialmente stentavano a
crederci, ma essendo spiriti angelici erano illuminati, e quindi hanno ammesso che era
così. Così  è per  tutte le cose rappresentative,  e per ogni cosa inerente  l'affezione ed il
pensiero in generale e in particolare, e anche per la gioia celeste e la felicità, la parte più
piccola delle quali è dal Signore solo.
     553. Coloro che sono nell'amore reciproco nel cielo, procedono continuamente verso la
primavera della loro giovinezza, e ad una più lieta e felice primavera che si accresce per
l'eternità, secondo l'avanzamento e il grado dell'amore reciproco, della carità e della fede.
Le donne che sono morte in età avanzata e si sono indebolite con gli anni, se hanno vissuto
nella fede verso il Signore, nella carità verso il prossimo, e nell'amore coniugale con i loro
mariti, raggiungono nell'altra vita il fiore della giovinezza e una bellezza che supera ogni
idea   di   bellezza   percepibile   alla   vista   naturale.   Perché   è   la   bontà   e   la   carità   che
costituiscono   ed   espongono   la   loro   immagine,   facendola   risplendere   in   ogni   minima
espressione del volto, in modo che esse siano le stesse forme della carità: chi le vede ne
rimane ammirato. La forma della carità, come si presenta nell'altra vita,  è tale che è la
carità   stessa   che   si   espone   ed   è   ritratta,   e   questo   in   modo   tale   che   l'intero   angelo,   e
soprattutto il volto, è per così dire la carità, essendo questa chiaramente percepibile alla
vista e dalla mente. Quando questa forma è contemplata, è la bellezza inesprimibile che
colpisce con la carità l'intimo della mente dello spettatore. Attraverso la bellezza di questa
forma le verità della fede sono esposte alla vista in un'immagine, e sono anche percepite
per mezzo di essa. In tali forme, o in tale bellezza, si presentano nell'altra vita coloro che
hanno vissuto nella fede verso il Signore, cioè nella fede della carità. Tutti gli angeli sono
tali forme, con innumerevoli varietà, e di tale natura è il cielo.
Genesi 6
 1. E avvenne che l'uomo cominciò a moltiplicarsi sulle facce della terra, e nacquero loro delle figlie.

 2. E i figli di Dio videro che le figlie dell'uomo erano cosa buona; e presero per sé moglie secondo la loro
scelta.

  3. E il Signore disse, Il mio spirito non resterà per sempre nell'uomo, perché egli è carne; e i suoi giorni
saranno centoventi anni.

 4. C'erano i Nephilim nella terra a quei tempi; e specialmente dopo, quando  i figli di Dio si univano alle
figlie degli uomini, e queste partorivano loro dei figli; gli stessi diventarono uomini potenti e di fama, di
indole simile a quella delle genti antiche.

 5. E il Signore vide che la malvagità dell'uomo si era moltiplicata sulla terra, e che le fantasie dei pensieri
del cuore erano soltanto disegni malvagi ogni giorno.

 6. E il Signore si pentì di aver fatto l'uomo sulla terra, e se ne addolorò in cuor suo.

 7. E il Signore disse, Annienterò l'uomo che ho creato sulle facce del suolo, e gli animali, i rettili e gli uccelli
del cielo; perché sono pentito di averli creati.

8. E Noè trovò grazia agli occhi di Signore.

Contenuti
   554. Il tema qui trattato è lo stato dei popoli prima del diluvio.

   555. Che presso l'uomo, dove era la chiesa, la bramosia ­ rappresentata dalle figlie ­ iniziò
ad avere il dominio. Anche che fecero commistione tra le questioni dottrinali della fede e
le   loro   cupidità,   consolidando   in   loro   stessi   i   mali   e   le   falsità,   qui   rappresentati   con
l'espressione i figli di Dio prendono per mogli le figlie dell'uomo (versetti 1­2).

     556. E laddove non vi sono resti del bene e della verità, si è predetto che l'uomo debba
essere   riformato,   affinché   possa   conservare   i   resti,   rappresentati   dai  centoventi   anni
(versetto 3).

     557.  Coloro   che   precipitarono   le   cose   dottrinali   della   fede   nella   loro   cupidità,   e   in
conseguenza di ciò, così come dell'amore di sé, concepirono terribili persuasioni della loro
grandezza in confronto agli altri, sono rappresentati dai Nephilim (versetto 4).

     558. A causa di ciò non rimase più alcuna volontà o percezione del bene e della verità
(versetto 5).

   559. La grazia del Signore è descritta attraverso il pentimento e lo struggimento (versetto 6).
Che divennero tali che la loro cupidigie e persuasioni si rivelarono necessariamente fatali
per loro (versetto 7). Pertanto, affinché il genere umano potesse essere salvato, un nuova
chiesa doveva sorgere, la quale è denominata Noè (versetto 8).

Significato interiore
     560. Prima di procedere oltre è opportuno fare qualche cenno riguardo allo stato della
chiesa prima del diluvio. In generale, era come per le chiese successive, come con la chiesa
ebraica prima dell'avvento del Signore, e la chiesa cristiana dopo il suo avvento, in quanto
erano   state   corrotte   e     falsificate   le   conoscenze   della   fede   autentica;   ma  in   particolare,
riguardo   all'uomo   della   chiesa   prima   del   diluvio,   questi   nel   corso   del   tempo   concepì
orribili persuasioni, e precipitò il bene e la verità della fede in vili cupidità, finché ne restò
ben poca cosa di essi. Quando giunsero in questo stato, ne rimasero soffocati come da se
stessi, perché l'uomo non può vivere senza residui; poiché, come è stato detto, è in ciò che
resta che la vita dell'uomo è superiore a quella dei bruti. Dai resti, cioè, attraverso i resti,
dal   Signore,   l'uomo   è   capace   di   essere   uomo,   di   conoscere   ciò   che   è   bene   e   vero,   di
riflettere su questioni di ogni genere, e di conseguenza, di pensare e di ragionare; perché
soltanto nei resti è la vita spirituale e celeste.

     561. Ma cosa sono i resti? Non sono soltanto il bene e la verità che l'uomo ha imparato
dalla Parola del Signore fin dall'infanzia, e quindi ha impresso nella sua memoria, ma sono
anche tutti gli stati che ne derivano, come ad esempio gli stati d'innocenza dall'infanzia; gli
stati d'amore verso i genitori, i fratelli, gli insegnanti, gli amici; gli stati di carità verso il
prossimo, e anche di pietà per i poveri e i bisognosi; in una parola, tutti gli stati del bene e
della   verità.   Questi   stati   insieme   con   il   bene   e   la   verità   impressi   nella   memoria,   sono
chiamati resti, che sono preservati nell'uomo dal Signore e sono custoditi, a sua insaputa,
nel   suo   uomo   interno,   e   sono   completamente   separati   dalle   cose   che   sono   proprie
dell'uomo, cioè, dai mali e dalle falsità. Tutti questi stati sono così conservati nell'uomo dal
Signore in modo che nulla di essi è perduto, come mi è stato dato di sapere dal fatto che
ogni stato di un uomo, dalla sua infanzia all'estrema vecchiaia, non solo rimane nell'altra
vita, ma gli viene anche restituito; infatti i suoi stati ritornano esattamente come erano
mentre   viveva   in  questo   mondo.  Non  solo   il  bene   e  la  verità  impressa   nella  memoria
rimangono e vengono restituiti, ma anche tutti gli stati d'innocenza e di carità. E quando
ricorrono stati di male e di falsità ­ perché anche questi, anche il più piccolo, ritornano e
sono restituiti ­ allora questi stati sono temperati dal Signore per mezzo degli stati del
bene. Da tutto questo è evidente che se un uomo non avesse resti, sarebbe necessariamente
nella dannazione eterna. Si veda in proposito ciò che è stato detto prima al n. 468.

   562. Il popolo prima del diluvio era tale che alla fine non possedeva quasi nessun resto,
perché era di un'indole imbevuta di persuasioni terribili e abominevoli riguardo a tutte le
cose che accaddero loro o sulle quali si soffermarono i loro ragionamenti. Da tale condotta
non vollero retrocedere di un briciolo in quanto erano posseduti dal più grande amore di
sé,   fino   a   considerarsi   come   dei,   ed   a   ritenere   il   proprio   pensiero   divino.   Una   tale
persuasione non è mai esistita in alcun popolo, né prima né dopo, perché essa è mortale o
asfissiante. Quindi nell'altra vita, coloro che sono vissuti prima del diluvio non possono
stare con altri spiriti, perché quando sono presenti annichiliscono ogni facoltà di pensiero
iniettando   le   loro   spaventose   persuasioni;   per   non   parlare   di   altri   aspetti   che,   per
misericordia Divina del Signore, saranno esposti di seguito.

     563.  Quando un tale convincimento si impossessa di un uomo,  è come una colla che


cattura nel suo abbraccio  appiccicoso il bene e le verità che altrimenti rimarrebbero. Il
risultato è che i resti non possono più essere custoditi, e quelli che sono stati custoditi, sono
inservibili.   Perciò   quando   queste   persone   arrivarono   al   vertice   di   tale   persuasione,   si
estinsero di loro propria iniziativa, e furono soffocate da un'inondazione non dissimile da
un diluvio. Quindi la loro estinzione è paragonata a un diluvio e, anche secondo l'usanza
delle genti più antiche, è descritta come tale.

   564. Versetto 1. E avvenne che l'uomo cominciò a moltiplicarsi sulle facce della terra, e nacquero
loro delle figlie. Con il termine uomo, è qui inteso il genere umano esistente a quel tempo.
Con   le   facce   della   terra,   è   intesa   la   regione   dove   era   diffusa   quella   chiesa.   Per   figlie,
s'intendono qui le cose inerenti la volontà dell'uomo, di conseguenza, le bramosie.

     565.  Che   per  uomo  è   qui   inteso   il   genere   umano   esistente   a   quel   tempo,   di   indole
malvagia o corrotta, appare dai seguenti passi: Il mio spirito non resterà per sempre nell'uomo,
perché egli è carne  (versetto 3).  Il male degli uomini si moltiplicava sulla terra, e il loro cuore
concepiva soltanto disegni malvagi (versetto 5). Distruggerò l'uomo che ho creato" (versetto 7); e
nel capitolo successivo (Genesi 7:21­22), Perì ogni animale che striscia sulla terra, e ogni uomo,
nella cui narici era il soffio dello spirito delle vite. Dell'uomo è già stato detto che solo il Signore
è  uomo, e che da lui ogni uomo celeste, o chiesa celeste, si chiama  uomo. Quindi tutte le
altre chiese sono chiamate uomini; tutte indistintamente, a prescindere dalla qualità della
loro   fede,   per   distinguerle   dai   bruti.   Ciò   nondimeno,   l'uomo   non   è  uomo,   e   come   tale
distinto dai bruti, se non in forza dei resti, che sono del Signore. Da questi anche un uomo
è chiamato uomo; egli è così chiamato a causa dei resti, che appartengono al Signore; è da
lui che ha il nome di uomo. Perché un uomo non è affatto uomo, ma il più vile dei bruti, a
meno che non abbia i resti.

   566. Che per le facce della terra s'intende tutta quella regione dove la chiesa era diffusa, è
evidente dal significato di terra. Perché nella Parola è fatta un'accurata distinzione tra terra
e globo. Per terra è ovunque significata la chiesa, o qualcosa che appartiene alla chiesa; e da
questo deriva il nome di  uomo, o  Adamo, che significa terra. Per  globo  in vari luoghi si
intende dove non c'è alcuna chiesa, o qualsiasi cosa appartenente alla chiesa, come nel
primo  capitolo,  dove   ricorre  il  termine  globo,  perché   ancora   non  c'era  alcuna   chiesa,  o
uomo rigenerato. La terra compare per la prima volta nel secondo capitolo, perché allora
c'era una chiesa. Allo stesso modo si dice qui, e nel capitolo successivo (Gen. 7:4, 23), che
ogni sostanza dovrebbe  essere distrutta dalle  facce  della  terra  indicando la regione in cui  la
chiesa era; ma in Gen. 7:3, parlando di una chiesa che sta per essere creata, si dice,  per
mantenere   vivo  il  seme   sulle   facce  della  terra.  Terra  ha lo  stesso  significato   ovunque   nella
Parola; come in Isaia:

Il Signore avrà pietà di Giacobbe, sceglierà ancora Israele, e li metterà sul loro stesso suolo.
Anche   gli   stranieri   si   uniranno   a   loro   e   formeranno   un   solo   popolo.   E   la   casa   d'Israele   li
erediterà sulla terra del Signore (Is. 14:1­2)

parlando della chiesa che è stata fatta; viceversa, dove non vi è alcuna chiesa, nello stesso
capitolo è usato il termine globo (Is. 14: 9, 12, 16, 20­21, 25­26). 

   [2] Nello stesso profeta:

E  la terra  di Giuda sarà  il terrore  d'Egitto;  in quel  giorno  ci  saranno cinque  città  nel paese
d'Egitto che parleranno la lingua di Canaan (Is. 19:17­18)

dove terra significa chiesa, e paese, dove non c'è chiesa. Nello stesso profeta:

La terra barcollerà come un ubriaco. Il Signore punirà i nemici che sono in alto, i sovrani nel
globo (Is. 24:20­21)

In Geremia:

A causa del suolo arido, perché non c'è pioggia sulla terra, i contadini avviliti si coprono il capo;
anche la cerva partorisce nel campo (Ger. 14:4­5)

dove globo è ciò che contiene la terra, e terra è ciò che contiene il campo.

   [3] Nello stesso profeta:
Ha portato il seme della casa d'Israele dal paese del nord, da tutte le regioni dove li ho guidati,
ed essi abiteranno sulla loro terra (Ger. 23:8)

dove paese e regioni sono i luoghi dove non ci sono chiese. Terra è dove c'è una chiesa o il
culto autentico. Nello stesso profeta:

Accoglierò i resti di Gerusalemme. Quelli che sono stati lasciati in questo paese, e quelli che
abitano nel paese d'Egitto, saranno nello scompiglio a causa del male di tutti i re della terra. E
manderò la spada, la fame e la pestilenza in mezzo a loro, finché non saranno consumati dalla
terra che ho dato a loro e ai loro padri (Ger. 24:8­10)

dove  terra  significa la dottrina e il culto che ne deriva; e allo stesso modo nello stesso


profeta, capitolo 25:5.

   [4] In Ezechiele:

Io vi radunerò da tutti i paesi dove siete stati dispersi, e voi conoscerete che io sono il Signore
quando vi farò tornare nella terra d'Israele, nella regione per la quale io stesi la mano per darla
ai vostri padri (Ezechiele 20:41­42)

dove terra significa il culto interiore; paese è quando non c'è culto interiore. In Malachia:

Farò retrocedere i parassiti per il tuo bene, affinché non corrompano il frutto della terra, né la
vite sarà sterile nel campo e tutte le nazioni vi chiameranno beati, perché sarete in un paese di
delizie (Malachia 3:11­12).

dove  paese  indica il contenitore,  e quindi significa chiaramente  l'uomo, che  è chiamato


paese. Terra indica la chiesa, o la dottrina. 

   [5] In Mosè:

Cantate, o voi nazioni, suo popolo, egli farà espiazione per la sua a terra, suo popolo (Deut.
32:43)

volendo intendere la chiesa dei gentili, che è chiamata terra. In Isaia:
Prima che il bambino impari a respingere il male e a scegliere il bene, la terra che tu hai in
abominio sarà abbandonata da entrambi i suoi re (Is. 7:16)

parlando dell'avvento del Signore. La terra sarà abbandonata fa riferimento alla chiesa, o la
vera dottrina della fede. Che terra e campo sono così chiamati in quanto sono fecondati con
il seme è evidente; come in Isaia:

Allora egli concederà la pioggia per il seme con cui avrai seminato il suolo. I buoi e gli asini che
lavorano la terra (Is. 30:23­24)

E in Gioele:

Il campo è devastato, e la terra è in lutto, perché il grano è devastato (Gioele 1:10)

Quindi,   allora   è   evidente   che  uomo,   che   in   lingua   ebraica   è   chiamato  Adamo,  da  terra,
significa la chiesa. 

   567. Tutta quella regione è chiamata la regione della chiesa dove vivono coloro che sono
istruiti nella dottrina della vera fede; come il paese di Canaan, quando la chiesa ebraica era
lì, e l'Europa, dove è ora la chiesa cristiana; i territori e i paesi al di fuori di queste non
sono la regione della chiesa, o le  facce della terra. Dove fosse la chiesa prima del diluvio,
può anche apparire dai territori compresi dal corso dei fiumi che uscirono dal giardino di
Eden. I medesimi sono citati in varie parti della Parola per descrivere i confini del paese di
Canaan; e anche da quanto segue, riguardo ai  Nephilim  che erano in quel paese. E che
questi Nephilim si stabilirono nel paese di Canaan è evidente da ciò che viene detto dei figli
di Anak, che erano dei Nephilim (Num. 13:33).

     568.  Che  figlie  significano le cose inerenti la volontà di quell'uomo, di conseguenza le


bramosie, è evidente da quanto è stato detto e mostrato in merito ai  figli  e alle  figlie  nel
precedente capitolo (Genesi 5:4), dove figli significano la verità, e figlie il bene. Figlie ovvero
il bene, appartengono alla volontà, tuttavia, come è l'uomo tale è il suo intelletto, e tale la
sua volontà. Quindi tali sono anche i  figli  e le  figlie. Il presente passo tratta dell'uomo in
uno stato di corruzione tale che egli non ha volontà, ma mera cupidigia, che egli suppone
essere la propria volontà. Che l'uomo delle cui figlie qui si tratta, era un uomo corrotto, è
stato mostrato prima. Il motivo per cui figlie significano le cose inerenti la volontà ovvero  ­
dove non vi è volontà di agire bene – la cupidigia, ed il motivo per cui figli significano le
cose inerenti l'intelletto ovvero ­ dove non vi è capacità d'intendere la verità – le fantasie, è
che il genere femminile e tale che la volontà o la cupidigia è prevalente sull'intelletto. Tale
è l'intera disposizione delle loro fibre e tale è la loro natura. Mentre il genere maschile è
tale che la ragione o intelletto è prevalente, così pure essendo la disposizione delle sue
fibre   e   la   sua   natura.   Quindi   il   matrimonio   dei   due   è   come   quello   della   volontà   e
dell'intelletto in ogni uomo; e poiché nel tempo presente non vi è alcuna volontà del bene,
ma   solo   cupidigia   e,   ciò   nondimeno   qualcosa   di   intellettuale   e   razionale   può   essere
impartito, questa è la ragione per la quale molte leggi furono emanate nella chiesa ebraica
circa le prerogative del marito e l'obbedienza della moglie.

   569. Versetto 2. E i figli di Dio videro che le figlie dell'uomo erano cosa buona; e presero per sé
moglie secondo la loro scelta. Per i figli di Dio, si intendono le cose dottrinali della fede. Per
figlie come già è stato detto, le cupidità. Per, figli di Dio che videro che le figlie dell'uomo
erano cosa buona e presero per sé moglie secondo la loro scelta, si intende che le cose
dottrinali della fede si congiunsero con le cupidità.

     570.  Che   per  figli   di   Dio  si   intendono   le   cose   dottrinali   della   fede,   è   evidente   dal
significato   di  figli  (riguardo   al   quale   si   veda   sopra,   e   anche   nel   capitolo   precedente,
versetto   4,   dove  figli  indicano   le   verità   della   chiesa).   Le   verità   della   chiesa   sono   cose
dottrinali che, considerate in sé, erano verità che gli uomini di cui qui si tratta, avevano
ereditato dalle genti più antiche, perciò esse sono chiamate i figli di Dio; specularmente, le
cupidità   sono   chiamate  figlie   dell'uomo.   La   qualità   dei   membri   di   questa   chiesa   è   qui
descritta, vale a dire, che essi sprofondavano le verità della Chiesa, che erano sante, nelle
loro cupidità e così facendo, le contaminavano; e in questo modo confermavano i principi
di cui erano così fortemente persuasi. In che modo questo avveniva può essere facilmente
verificato da chiunque, osservando ciò che accade in se stessi e negli altri: quelli che si
persuadono riguardo a qualsiasi argomento, si confermano in tale convinzione da tutto ciò
che immaginano essere vero, anche da quello che  è contenuto nella Parola del Signore;
perché   mentre   si   aggrappano   ai   principi   di   cui   si   sono   persuasi,   fanno   di   tutto   per
assecondare tale convinzione in loro. E più uno è sotto l'influenza dell'amore di sé, più
saldamente   egli   si   conferma   in   queste   persuasioni.   Tale   era   questo   genere   umano   ­
riguardo al quale, per misericordia Divina del Signore, si dirà oltre, quando tratterà della
loro abominevoli persuasioni ­ che, strano a dirsi, non gli  è mai permesso di insinuare
attraverso ragionamenti, ma solo attraverso cupidità, perché altrimenti annienterebbero
tutto ciò che è razionale negli spiriti presenti. Quindi emerge che cosa si intende per i figli
di Dio che videro che le figlie dell'uomo erano cosa buona e presero per sé moglie secondo la loro
scelta, cioè, che essi congiunsero le cose dottrinali della fede con le loro cupidità.

     571. Quando un uomo è di natura tale da sprofondare la verità della fede nelle sue
insane   cupidità,   profana   con   ciò   le   verità,   e   priva   se   stesso   dei   resti,   i  quali   anche   se
rimangono, non possono essere  portati oltre, in quanto sono esposti alla profanazione.
Perché   la   profanazione   della   Parola   produce   una   sorta   di   callosità,   che   causa
un'ostruzione,   e   assorbe   il   bene   e   la   verità   dai   resti.   Dunque   si   guardi   l'uomo   dalla
profanazione della Parola del Signore, che contiene le verità eterne in cui è la vita, sebbene
colui che è nei falsi principi non crede che esse siano verità.

     572. Verso 3. E il Signore disse, Il mio spirito non resterà per sempre nell'uomo, perché egli è
carne; e i suoi giorni saranno centoventi anni. Per “il Signore disse, Il mio spirito non resterà
per sempre nell'uomo” si intende che l'uomo non avrebbe più seguitato a percorrere le vie
del Signore. Perché egli è carne, significa, perché era diventato corporeo; e i suoi giorni
saranno centoventi anni, significa che sarebbero rimasti i resti della fede. Questa è anche
una previsione riguardante una futura chiesa.

     573. Che con l'affermazione del Signore, Il mio spirito non rimarrà per sempre nell'uomo si
intende che l'uomo non si sarebbe più comportato come in passato, è evidente da ciò che è
accaduto prima e da quello che segue. Perché gli  uomini erano diventati tali, attraverso la
commistione delle cose dottrinali, ovvero delle verità della fede con le cupidità, che non
potevano   più   essere   ricondotti   all'ordine,   cioè,   conoscere   che   cosa   è   il   male.   Tutta   la
capacità di percepire la verità e il bene si era spenta a causa delle loro persuasioni, tali che
essi credevano essere vero solo ciò che era conforme alle loro convinzioni. E, riguardo a
ciò che segue, per il fatto che dopo il diluvio l'uomo della chiesa divenne diverso, essendo
dotato di coscienza in luogo della percezione, attraverso la quale poteva essere richiamato
all'ordine.   Il   biasimo   dallo  spirito   del   Signore  significa   quindi   un   dettato   interiore,   una
percezione, o una coscienza; e lo spirito del Signore indica l'influsso di ciò che è vero e bene;
come anche in Isaia: 

Non sarò in disputa per l'eternità, non sarò per sempre adirato, perché lo spirito e le anime che
ho creato ne resterebbero sopraffatte (Is. 57:16)

   574. Che carne significa che l'uomo era diventato corporeo, risulta dal significato di carne
nella   Parola,   dove   è   utilizzato   per   indicare   sia   ogni   uomo   in   generale,   e   anche,   in
particolare, l'uomo corporeo. È utilizzato per indicare ogni uomo, in Gioele:

Effonderò il mio spirito sopra ogni carne, e i tuoi figli e le tue figlie profetizzeranno (Gioele 2:28)

dove carne significa uomo, e spirito l'influsso della verità e del bene dal Signore. In Davide:

Tu che hai udito le preghiere, a te ogni carne verrà (Salmi 65:2)
dove carne indica ogni uomo. In Geremia:

Maledetto l'uomo che confida nell'uomo e fa della carne il suo braccio (Ger. 17:5)

dove carne significa uomo, e braccio, potenza. In Ezechiele:

Che ogni carne può conoscere (Ez. 21:4­5)

In Zaccaria:

Sia muta, ogni carne, al cospetto del Signore (Zaccaria 2:13)

dove carne indica ogni uomo.

   [2] Cosa significa in particolare l'uomo corporeo, è evidente da Isaia:

L'egiziano è uomo e non Dio, e suoi cavalli sono carne e non spirito (Isaia 31:3) 

a significare che il loro sapere  è corporeo;  cavalli  qui e altrove nella Parola indicano la


razionalità. Nello stesso profeta:

Dilanieranno  la mano  destra,  e  avranno  fame;   divoreranno   la  mano  sinistra,  e  non  saranno
soddisfatti; mangeranno tutta la carne del proprio braccio (Is. 9:20),

tali   cose   significano   il   proprio   dell'uomo,   che   è   completamente   corporeo.   Nello   stesso
profeta:

Egli consumerà l'anima, e anche la carne (Is. 10:18)

dove carne significa le cose corporee. Nello stesso profeta:
La gloria del Signore sarà rivelata, e ogni carne la vedrà; disse la voce, Grida; ed egli ha detto,
Cosa griderò? Tutta la carne è erba (Isaia 40:5­6)

Carne qui significa ogni uomo che è corporeo.

   [3] Nello stesso profeta:

Nel fuoco Signore combatterà, con la sua spada contro tutta la carne, e i caduti per mano del
Signore, si moltiplicheranno (Is. 66:16)

dove fuoco significa la punizione per le cupidità; spada, la punizione per le falsità; e carne le
cose corporee dell'uomo. In Davide:

Dio si ricordò che erano carne, un soffio che passa via, e non ritorna (Salmi 78:39)

parlando del popolo nel deserto che desiderava la carne, perché erano corporei. Il loro
desiderio per la carne significava che desideravano solo cose corporee (Num. 11:32­34).

     575.  Che per i  giorni dell'uomo sono centoventi  anni  si intende che vi sarebbero stati dei


resti della fede, emerge da quello che è stato detto nel capitolo precedente (Genesi 5:3­4)
dei giorni e agli anni che rappresentano periodi di tempo e stati; e anche dalla circostanza
che le genti più antiche, dai numeri variamente composti intendevano stati e cambiamenti
di stato nella chiesa. Tuttavia, la natura del loro calcolo è ormai completamente perduta.
Qui allo stesso modo, sono menzionati i numeri degli anni, con un significato impossibile
da   comprendere   per   chiunque,   a   meno   che   non   sia  prima   acquisita   la  conoscenza   del
significato nascosto di ogni singolo numero da  uno  a  dodici, e così via. È chiaro che essi
contengono al loro interno qualcosa d'altro che  è segreto; perché il fatto che gli uomini
dovessero vivere per  centoventi anni  non ha alcun legame con la parte che precede dello
stesso versetto; né essi vissero per centoventi anni come è evidente dai popoli che vissero
dopo il diluvio (capitolo 11), dove si narra di Sem che visse, dopo aver generato Arphaxad, per
cinquecento anni; e che Arphaxad visse, dopo aver generato Selah, per quattrocentotre anni; e che
Selah visse, dopo aver generato Eber per quattrocentotre anni; e che Eber visse, dopo aver generò
Peleg per quattrocentotrenta anni; e che  Noè visse, dopo il diluvio per trecentocinquanta anni
(Gen.   9:28)  e   così   via.   Ma   ciò   che   è   coinvolto   nel   numero  centoventi,   appare   solo   dal
significato  di  dieci  e  dodici, i quali essendo  moltiplicati tra loro  danno  centoventi, E dal
significato di questi numeri componenti può comprendersi che  centoventi  significa i resti
della fede. Il numero dieci nella Parola, come anche i decimi, significano e rappresentano i
resti,   che   sono   conservati   dal   Signore   nell'uomo   interno,   e   che   sono   santi,   perché
appartengono al Signore solo. Il numero dodici significa la fede, o tutte le cose relative alla
fede nel suo insieme; il numero pertanto composto da questi, significa i resti della fede.

   576. Che il numero dieci, e anche i decimi, significano i resti, è evidente dai seguenti passi
della Parola:

Molte case, grandi e belle, saranno nella desolazione, senza un abitante; perché dieci acri di
vigna daranno un bat, e un homer di semi daranno un efa (Is. 5:9­10)

riferendosi alla distruzione delle cose spirituali e celesti:  dieci acri di vigna daranno un bat
significa che i resti delle cose spirituali erano pochi; e un homer di semi darà un efa significa
che vi erano resti minimi delle cose celesti. Nello stesso profeta:

E molte cose sono abbandonate in mezzo al paese, ma in esso ci sarà una decima parte, che
tornerà, e tuttavia essa deve essere consumata (Isaia 6:12­13)

dove   in  mezzo   al   paese  significa   l'uomo   interno;   la  decima   parte  significa   la   minima
consistenza dei resti. In Ezechiele:

Amministrate rettamente la giustizia, abbiate un efa giusto, e un bat giusto: l'efa e il bat devono
essere della giusta misura, un bat per contenere un decimo di un homer, e un efa un decimo di
un homer; la loro misura sarà rapportata all'homer; e un bat di olio, un decimo di un kor, dieci
bat sono un homer (Ez 45:10­11, 14);

in questo passo si fa riferimento alle cose sante del Signore attraverso le misure, con le
quali sono intesi i generi delle cose sante.  Dieci  qui indica i resti delle cose celesti e di
quelle spirituali che ne derivano. Se tali santi arcani non fossero contenuti nel presenti
passo, quale potrebbe essere l'uso o l'intento di descrivere tante misure determinate da
numeri, come si fa in questo e nei precedenti capitoli nello stesso profeta, dove il soggetto
è la Gerusalemme celeste e il nuovo tempio?

   [2] In Amos:
La vergine Israele è caduta, e non si rialzerà. Così dice il Signore Jehovih, nella città da cui sono
fuggiti in mille ne rimarranno cento, e in quella da cui sono fuggiti cento, ne rimarranno dieci
alla casa d'Israele (Amos 5:2­3)

dove, parlando dei resti, si dice che molto poco sarebbe rimasto, essendo solo una  decima
parte, o resti di resti. Nello stesso profeta:

Detesto l'orgoglio di Giacobbe e i suoi palazzi. La città, e il sua splendore cesseranno, e avverrà
che se rimarranno dieci uomini in una casa, anche essi moriranno (Amos 6:8­9)

riferendosi ai minimi resti che rimarrebbero. In Mosè:

L'Ammonita e il Moabita non entreranno nella congregazione del Signore, anche la loro decima
generazione non entrerà nella congregazione di Signore per l'eternità (Dt. 23:3)

L'Ammonita e il Moabita significano la profanazione delle cose celesti e spirituali della fede,
dei cui resti si fa riferimento in ciò che precede.

   [3] Quindi emerge anche che i decimi rappresentano i resti. E così in Malachia:

Portate tutte le decime nel tesoro del tempio, affinché ci possa essere ricchezza nella mia casa;
poi   mettetemi   alla   prova   in   questo,   se   non   si   apriranno   per   voi   le   cateratte   del   cielo,   per
colmarvi di benedizioni (Mal. 3:10)

Affinché ci possa essere ricchezza nella mia casa significa i resti nell'uomo interno, che vengono
paragonati   alla  ricchezza,   perché   sono   insinuati  in   modo   impercettibile   tra   tanti   mali   e
falsità;   ed   è   da   questi   resti   che   ogni   benedizione   arriva.   Che   tutta   la   carità   dell'uomo
provenga dai resti che sono nell'uomo interno,  è stato anche rappresentato nella chiesa
ebraica dalla presente legge: che quando si fosse provveduto a prelevare tutte le decime, si
sarebbe dovuto beneficiare il Levita, lo straniero, l'orfano e la vedova (Deut. 26:12 ss.).

   [4] In virtù del fatto che i resti sono del Signore solo, le decime sono chiamate la santità
del Signore; come in Mosè:
Tutte   le   decime   del   paese,   delle   granaglie   del   suolo,   dei   frutti   dell'albero,   appartengono   al
Signore, la santità del Signore. Tutte le decime della mandria e del gregge, di ogni capo che
passa sotto il bastone del pastore, il decimo sarà la santità del Signore (Levitico 27:30­31)

Che il Decalogo consisteva di  dieci  precetti, o  dieci  parole, e che il Signore li ha scritti su


tavole  (Deut.  10:4), significa i  resti;  e  il  loro  essere   stati scritti  dalla  mano   del  Signore
significa che ciò che rimane appartiene al Signore solo; il loro essere nell'uomo interno era
rappresentato dalle tavole.

   577. Che il numero dodici significa la fede, o le cose dell'amore e la fede che ne deriva in
un unico insieme, potrebbe anche essere confermato da molti brani della Parola, come i
dodici  figli   di   Giacobbe   e   il   loro   nome,   le  dodici  tribù   di   Israele,   e   i  dodici  apostoli   del
Signore. Ma in merito a questo argomento, per misericordia Divina del Signore, si tratterà
di seguito, specialmente in Genesi 29 e 30.

     578.  Soltanto da questi numeri è evidente cosa contenga la Parola del Signore nel suo
seno e nei suoi intimi recessi, e quanti arcani sono ivi nascosti che non appaiono affatto a
occhio nudo. E così è ovunque: ci sono simili cose in ogni termine.

   579. Che presso le genti vissute prima del diluvio, di cui qui si tratta, vi erano pochissimi
resti, sarà manifesto da ciò che, per misericordia Divina del Signore, si dirà di loro in
seguito; e poiché i resti non potevano essere conservati presso di loro, è qui predetto della
nuova chiesa chiamata  Noè  che sarebbe stata dotata di resti. Anche riguardo a ciò, per
misericordia Divina del Signore, si dirà di seguito.

   580. Versetto 4. C'erano i Nephilim nella terra a quei tempi; e specialmente dopo, quando i figli
di Dio si univano alle figlie degli uomini, e queste partorivano loro dei figli; gli stessi diventarono
uomini potenti e di fama, di indole simile a quella delle genti antiche.  Per Nephilim si intende
coloro che attraverso una persuasione della propria preminenza e del proprio rango hanno
fatto   luce   su   tutte   le   cose   sante   e   vere.   E   specialmente   dopo,   quando   i   figli   di   Dio   si
univano alle figlie degli uomini, ed esse partorivano loro dei figli, significa che questo si è
verificato quando essi hanno immerso la dottrina della fede nelle loro cupidità, dando vita
a false persuasioni. Sono chiamati uomini potenti per via del loro amore di sé. Di fama e di
indole simile a quella delle genti antiche, significa che erano come le generazioni che li
hanno preceduti.

     581. Che per Nephilim si intendono coloro che attraverso una persuasione della propria
preminenza e del proprio rango hanno fatto luce su tutte le cose sante e vere, appare da
ciò che precede e da ciò che segue, vale a dire, che hanno immerso la dottrina della fede
nella loro cupidità, rappresentata dai figli di Dio che si univano alle figlie degli uomini, e questa
partorivano loro dei figli. La persuasione concernente l'ego e le sue fantasie aumenta di pari
passo con la moltitudine delle cose che entrano in essa, finché alla fine diviene indelebile.
E   quando   la   dottrina   della   fede   si   aggiunge   ad   essa,   allora   in   forza   della   più   ferma
convinzione fanno luce su tutte le cose sante e vere, e diventano Nephilim. Questa genere
umano, che è vissuto prima del diluvio, è di indole tale che uccide e soffoca tutti gli spiriti,
attraverso  le proprie terribili fantasie (che emanano da loro come una sfera velenosa e
soffocante)   fino   al   punto   che   gli   spiriti   sono   completamente   privati   della   facoltà   di
pensare,   e   si   sentono   mancare.   Se   il   Signore   con   la   sua   venuta   al   mondo   non   avesse
liberato il mondo degli spiriti da quella razza velenosa, nessuno avrebbe potuto esistere lì,
e   di   conseguenza   il   genere   umano,   che   è   governato   dal   Signore   attraverso   gli   spiriti,
sarebbe perito. Essi sono quindi ora relegati in un inferno, sotto una sorta di nebbia fitta e
roccia, sotto il tallone del piede sinistro; né fanno il minimo tentativo di salire sopra di
esso.   Così   il   mondo   degli   spiriti   è   libero   da   questa   orda   eminentemente   pericolosa.
Riguardo ad essa e alla sua velenosissima sfera di persuasioni, per misericordia Divina del
Signore, si dirà di seguito. Questi sono coloro che sono chiamati Nephilim, e che fanno luce
su   tutte   le   cose   sante   e   vere.   Si  fa   ulteriormente   menzione   di   loro   nella   Parola,   i   loro
discendenti   furono   chiamati  Anakim  e  Rephaim.   Che   questi   fossero   chiamati   Anakim   è
evidente da Mosè:

Lì abbiamo visto  i giganti, figli di Anak, dei Nephilim, e sembravamo ai nostri occhi come
locuste e così noi eravamo ai loro occhi (Num. 13:33)

Che furono chiamati Rephaim appare anche da Mosè:

Gli  Emim abitavano prima nel paese di Moab, un popolo grande, e numeroso, alto di statura
come   gli   Anakim.   Erano   anche   annoverati   tra   i   Rephaim,   come   gli   Anakim,   e   i   Moabiti   li
chiamano gli Emim (Deut. 2:10­11)

I  Nephilim  non sono più menzionati oltre; invece i  Rephaim  sono descritti dai profeti in


modo simile, come in Isaia:

L'inferno in basso è in agitazione per te; per venirti incontro, esso ha suscitato Rephaim per te
(Is. 14: 9),

parlando dell'inferno che è la dimora di tali spiriti. Nello stesso profeta:
I morti non vivranno più, Rephaim non risorgerà, perché tu li hai visitati e li hai distrutti, e di
loro non resta memoria (Is. 26:14)

dove   si   fa   riferimento   anche   al   loro   inferno,   dal   quale   non   risorgeranno.   Nello   stesso
profeta:

I morti vivranno, i miei cadaveri risorgeranno. Destatevi e cantate, voi che abitate nella polvere,
perché la rugiada del prato è la tua rugiada; ma tu paese di Rephaim sarai gettato via (Isaia
26:19)

Paese di Refphim è l'inferno cui sopra si è fatto cenno. In Davide:

Compi forse prodigi per i morti? Risorgerà forse Rephaim per renderti lode? (Salmi 88:10)

facendo ugualmente riferimento  all'inferno dei  Rephaim, i quali non possono rialzarsi e


infestare la sfera del mondo degli spiriti con il terribile veleno delle loro convinzioni. Ma è
stato provveduto dal Signore affinché l'umanità non debba più essere intrisa di tali terribili
fantasie e convinzioni. Quelli che vissero prima del diluvio erano di natura e indole tale
che   potevano   essere   permeati   da   tali   persuasioni,   per   un   motivo   ancora   sconosciuto,
riguardo al quale, per misericordia Divina del Signore si dirà in seguito.

   582. Dopo, quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini, e queste partorivano loro dei
figli. Che questo significa che sono diventati Nephilim quando avevano immerso la dottrina
della fede nella loro cupidità è evidente da ciò che è stato detto e mostrato in precedenza
sopra nel versetto 2, cioè che i figli di Dio significano le cose dottrinali della fede, e che figlie
significano le cupidità. La nascita conseguente a una tale unione mette necessariamente
allo scoperto e profana le cose consacrate della fede, perché le cupidità dell'uomo, sono
quelle inerenti l'amore di sé e del mondo, che sono integralmente opposte a ciò che è santo
e vero. Adesso nell'uomo prevalgono le bramosie, in modo che quando ciò che è santo e
vero, è riconosciuto come tale, è precipitato nelle cupidità, insieme all'uomo stesso, perché
le cupidità non possono essere sradicate; aderiscono a ogni idea, e nell'altra vita le idee
vengono comunicate da uno all'altro, in modo che non appena qualsiasi idea di ciò che è
santo   e   vero   è   diffusa,   ciò   che   è   profano   e   falso   si   unisce   ad   essa,   e   ciò   viene
immediatamente   percepito.   Per   tale   ragione   tali   persone   devono   essere   separate   e
confinate all'inferno.
   583. Che i Nephilim sono chiamati uomini potenti a causa dell'amore di sé, è evidente dai
vari passi della Parola, dove essi sono chiamati potenti; come in Geremia:

I potenti di Babele hanno smesso di combattere, si sono ritirati nelle loro tenute, la loro forza
viene meno, sono diventati come donne (Ger. 51:30)

dove per  potenti di Babele  si intendono  quelli  che sono divorati dall'amore  di sé. Nello


stesso profeta:

Una spada è contro i bugiardi, e impazziranno, una spada è contro i prodi, e saranno abbattuti
(Ger. 50:36)

Li ho visti abbattuti, e voltandosi indietro, i loro prodi erano malridotti, e sono stati messi in
fuga, senza guardare indietro. La paura era d'intorno. Il più veloce non fuggirà, né il prode
abbandonerà il suolo. Avanzate con i cavalli e caricate con i carri, in modo che i prodi di Cush,
Put e Lidia escano allo scoperto (Ger. 46:5­6, 9)

riferendosi alla persuasione conseguente ai ragionamenti. Nello stesso profeta:

Che dite, siamo potenti, e uomini di forza, abili alla guerra? Moab è devastata (Ger. 48: 14­15)

La città è capitolata, la fortezza è stata espugnata, e il cuore dei prodi di Moab in quel giorno è
diventato come il cuore di una donna nelle doglie del parto (Ger. 48:41).

Allo stesso modo è detto:

Il cuore dei potenti di Edom (Ger. 49:22)

Il Signore ha riscattato Giacobbe, e lo ha liberato dalle mani di chi era più forte di lui (Ger.
31:11)

Che gli  Anakim, che appartenevano ai  Nephilim, sono stati chiamati  potenti  è evidente da


Mosè:
Tu attraverserai il Giordano oggi, per andare a conquistare nazioni più grandi e più numerose
di te, città grandi e fortificate fino al cielo. Un popolo grande e di statura imponente, i figli degli
Anakim che tu conosci, e di cui hai udito; chi può reggere il confronto con i figli di Anak? (Dt. 9:
1­2).

   584. Versetto 5. E il Signore vide che la malvagità dell'uomo si era moltiplicata sulla terra, e che
le fantasie dei pensieri del cuore erano soltanto disegni malvagi ogni giorno. Il Signore vide che la
malvagità degli uomini si era moltiplicata sulla terra, significa che cominciarono a non
avere alcuna volontà di agire secondo il bene. Tutti i propositi del suo cuore non erano
altro che male quotidiano, significa che non vi era alcuna percezione della verità e del
bene.

   585. Che per la malvagità dell'uomo si era moltiplicata sulla terra si intende che cominciarono
a non avere alcuna volontà di agire secondo il bene è evidente da ciò che è stato detto
sopra, e cioè che non vi era alcuna volontà, ma solo cupidità; e dal significato di uomo sulla
terra. Nel senso letterale terra è dove l'uomo è. Nel senso interiore, terra è dove l'amore è, e
poiché l'amore è dalla volontà, ovvero dalla cupidità, per terra si intende la volontà stessa
dell'uomo.   Perché   l'uomo   è  uomo  dalla   volontà,   piuttosto   che   dalla   conoscenza   e
dall'intelletto, perché questi discendono dalla sua volontà. Egli non è disposto a conoscere
né a comprendere qualsiasi cosa che non discenda dalla sua volontà; anzi, anche quando
parla o fa qualcosa contro la sua volontà, ancora c'è qualcosa della volontà che in modo
remoto governa il discorso o l'azione. Che la  terra di Canaan, o la  terra santa  rappresenta
l'amore,  e  di  conseguenza   la volontà  dell'uomo   celeste,  potrebbe  essere   confermato  da
molti passi della Parola. Allo stesso modo, le terre di varie nazioni denotano i loro amori,
che in generale sono l'amore di sé e l'amore del mondo; ma siccome questo soggetto è così
ricorrente, non è necessario soffermarsi ora su di esso. Quindi, emerge che per la malvagità
dell'uomo sulla terra è significato il suo male naturale, che è la volontà, di cui si dice essere
moltiplicata perché non era in uno stato di completa abiezione, ma che desiderava il bene
degli altri, anche se per il bene di sé. E il completamento della perversione è significato dai
propositi del suo cuore.

   586. Le fantasie dei pensieri del cuore erano soltanto disegni malvagi ogni giorno, significa che
non vi era alcuna percezione della verità e del bene, per la ragione, come prima detto e
dimostrato, che essi avevano immerso la dottrina della fede nelle loro sudice cupidità, e
quando ciò si è verificato tutta la percezione è andata perduta, e ha ceduto il posto ad una
terribile persuasione, che è una fantasia mortale, profondamente radicata, che è stata la
causa   della   loro   estinzione   e   soffocamento.   Questa   mortale   persuasione   è   qui
rappresentata dalle  fantasie dei pensieri del cuore; ma per  fantasie del cuore, senza la parola
pensieri, si intende il male dell'amore di sé, o le cupidità, come nel capitolo seguente, dove
Signore ha detto, dopo che Noè ebbe offerto l'olocausto,  Non maledirò più il suolo a causa
dell'uomo, perché la fantasia del cuore dell'uomo è malvagità dalla sua infanzia (Genesi 8,21). Una
fantasia, è ciò che l'uomo concepisce per se stesso, e di cui egli persuade se stesso; come in
Abacuc:

A che giova un idolo, che lo scultore ha scolpito, un'immagine fusa e un oracolo falso, nei quali
lo scultore confida sebbene abbia fabbricato idoli muti? (Ab. 2:18)

Idolo scolpito significa false persuasioni originate da principi concepiti e covati da se stessi.
Lo  scultore  è colui che è quindi auto­persuaso, alla cui immaginazione  si fa riferimento. In
Isaia:

O la vostra perversione! Il vasaio sarà forse reputato alla stregua dell'argilla. Un'opera può dire
del suo autore, Egli non mi ha fatto; e il vaso può dire del vasaio, Egli non comprende? (Is.
29:16)

l'opera qui significa il pensiero concepito nel proprio dell'uomo e la persuasione di ciò che
è falso che ne deriva. Un'opera o una fantasia in generale, è ciò che un uomo concepisce dal
cuore o dalla volontà, e anche ciò che concepisce dal pensiero o dalla persuasione, come in
Davide:

Il Signore conosce la nostra indole, egli si ricorda che siamo polvere (Salmi 103:14)

In Mosè:

Conosco la sua immaginazione che egli mette in opera questo giorno, dapprima che lo portassi
in questo paese (Deut. 31:21)

   586 bis1. Versetto 6. E il Signore si pentì di aver fatto l'uomo sulla terra, e se ne addolorò in cuor
suo.  Che  si   pentì  significa   la   misericordia.   Che  se   ne   addolorò   nel   cuore,   ha   un   simile
significato. Il pentirsi fa riferimento alla sapienza. Addolorarsi nel cuore, all'amore. 

1 Questo paragrafo è duplicato nella versione originale in latino (NdT.).
   587. Che il Signore si pentì di aver fatto l'uomo sulla terra significa la misericordia, e che se
ne addolorò in cuor suo ha un simile significato, è evidente da questo, che il Signore giammai
si pente, perché prevede tutte le cose in eterno, sia in generale, sia in particolare; e quando
ha fatto l'uomo, cioè, lo ha creato  di nuovo, e lo  ha perfezionato  fino a farlo divenire
celeste,   ha   anche   previsto   che   nel   decorso   del   tempo   sarebbe   diventato   come   qui   è
descritto   e,   in   virtù   del   fatto   egli   previde   questo   non   poteva   pentirsi.   Questo   appare
chiaramente in Samuele: 

L'invincibile di Israele non mente, né si pente, perché egli non è uomo da pentirsi (1 Sam. 15:29).

E in Mosè:

Dio non è un uomo che debba mentire, o il figlio dell'uomo che debba pentirsi. Forse che egli
dice e poi non fa? Forse che gli parla e poi non adempie? (Num. 23:19)

Allora  pentirsi  significa essere misericordioso. La misericordia del Signore, include tutto


ciò che viene fatto dal Signore verso gli uomini, che sono in uno stato tale che il Signore ha
pietà di loro, ciascuno secondo la propria condizione. Così egli ha pietà dello stato di colui
al quale permette sia inferta una pena, e ha anche pietà per coloro ai quali concede il
godimento del bene. È dalla misericordia che ha origine la pena, perché la misericordia
trasforma tutto il male della pena in bene. Ed è dalla misericordia concedere il godimento
del bene, perché nessuno merita tutto ciò che è bene; perché tutti gli uomini sono nel male,
e da se stesso ciascuno si precipiterebbe verso l'inferno, per cui è dalla misericordia che
egli è sottratto di là. Non si tratta di altro che di misericordia, in quanto il Signore non ha
bisogno di alcun uomo. Misericordia deve il suo nome al fatto che libera l'uomo dalle
miserie e dall'inferno; quindi è denominata misericordia in relazione all'umanità, perché
essa è in un tale stato di sofferenza, ed è l'effetto dell'amore verso tutti, perché tutti sono
così.

   588. Ma si dice del Signore che egli si pente ed è addolorato in cuor suo, perché sembra che
vi sia un tale sentimento nella pietà umana, in modo che ciò che si dice qui del pentimento
del Signore e della  afflizione  è detto secondo l'apparenza, come in molti altri passi nella
Parola. Nessuno può conoscere la misericordia del Signore, perché trascende infinitamente
la comprensione dell'uomo. Ma quale sia la misericordia umana è a tutti noto, che si possa
essere pentiti e afflitti; e se l'uomo avesse concepito una sua idea di misericordia secondo il
proprio apprezzamento, non avrebbe avuto alcuna idea di essa, e quindi non potrebbe
essere istruito. E questo è il motivo per cui le caratteristiche umane sono spesso riferite o
attribuite al Signore, come che il Signore punisce, conduce in tentazione, distrugge, ed è
adirato.   Invero   egli   giammai   punisce   alcuno,   non   conduce   alcuno   in   tentazione,   non
distrugge   nulla,   né   è   mai   arrabbiato.   Ma,   poiché   queste   condotte   fanno   riferimento   al
Signore, ne consegue che il pentimento e l'afflizione possono essere a lui riferiti; perché il
riferimento  a questi segue da quegli altri, come appare chiaramente dai seguenti passi
della Parola.

   [2] In Ezechiele:

La mia ira sarà consumata, darò sfogo della mia collera, e sarà causa di pentimento (Ez. 5:13)

Qui, perché ira e collera sono citate, si fa anche riferimento al pentimento. In Zaccaria:

Come decisi di affliggervi quando i vostri padri mi provocarono all'ira, dice il Signore Zebaoth,
e non mi pentii di ciò, così ancora in questi giorni beneficerò Gerusalemme e la casa di Giuda
(Zacc. 8:14­15)

Qui si dice che il Signore  decise di affliggere, e invero egli non ha mai pensato di fare del
male ad alcuno, ma soltanto il bene a tutti ed a ciascuno. In Mosè, quando pregò tolleranza
del volto del Signore:

Allontana  l'irruenza  della  tua  collera  e  desisti  dal  proposito   di  affliggere  il tuo   popolo;   e  il
Signore si pentì del male che avrebbe fatto al suo popolo (Es. 32:12, 14)

Anche qui l'irruenza della tua collera è attribuita al Signore, e di conseguenza il pentimento.
In Giona, il re di Ninive, dichiara:

Chissà che Dio non desista e si ravveda, allontanando da sé l'ardore della sua ira, in modo che
noi non abbiamo a perire? (Giona 3:9)

Qui allo stesso modo ravvedimento è citato unitamente a ira.

   [3] In Osea:
Il mio cuore si commuove; il mio intimo si accende di compassione. Non darò sfogo all'ardore
della mia ira (Os 11:8­9)

dove allo stesso modo si dice del cuore che  si accende di compassione,  proprio come nel


verso   che   stiamo   esaminando,   ove   si   dice   che   egli   è  addolorato   nel   cuore.   Il  pentimento
chiaramente rappresenta una sconfinata misericordia. Così in Gioele:

Volgiti verso il Signore tuo Dio; perché egli è misericordioso e compassionevole, lento all'ira e
generoso nell'amore, e sollecito nel ravvedersi del male (Gioele 2:13);

dove anche ravvedersi rappresenta palesemente la misericordia. In Geremia:

Se essi daranno ascolto, e devieranno dalla loro cattiva strada, mi pentirò del male (Ger. 26: 3)

volendo intendere l'avere misericordia. Nello stesso profeta:

Se quella nazione desisterà dalla sua malvagità, mi ravvedrò del male (Ger. 18:8)

dove anche ravvedersi significa avere misericordia a condizione che essi avessero desistito
dal male. Perché è l'uomo che allontana da se stesso la misericordia del Signore: il Signore
non distoglie mai la misericordia dall'uomo.

   589. Da questi e molti altri passi è evidente che la Parola si esprime secondo le apparenze
presso l'uomo. Chi voglia dunque confermare falsi principi dalle apparenze secondo le
quali   la   Parola   si   esprime,   può   farlo,   attraverso   innumerevoli   passi.   Ma   una   cosa   è
confermare per falsi principi desunti dalla Parola; altro è credere con semplicità, in ciò che
è scritto nella Parola. Colui che conferma falsi principi, prima assume un principio dal
quale non intende recedere, ed estrapola conferme ovunque, anche dalla Parola, fino a
persuadersi   cosi   saldamente   che   non   può   più   vedere   la   verità.   Chi   invece   crede
semplicemente, ovvero con semplicità di cuore, non assume principi, ma pensa che ciò che
il Signore dice è senz'altro la verità e, se istruito attraverso altre affermazioni della Parola,
circa il modo in cui la Parola deve essere compresa, egli acconsente e   gioisce nel suo
cuore.   Anche   l'uomo   che   crede   semplicemente   che   il   Signore   sia   adirato,   punisca,   si
ravveda e si affligga, e così credendo teme il male e si adopera per il bene, non incorre in
alcun pericolo. Perché la sua fede lo induce anche a credere che il Signore vede ogni cosa,
ed essendo  in tale fede egli  è poi illuminato in altre materie  della fede,  se non prima,
nell'altra vita. Completamente differente è il caso di coloro che, a causa di un folle amore
di sé o del mondo, sono persuasi nel credere in cose che hanno desunto dai principi che
inizialmente hanno assunto.

   590. Che pentimento si riferisca alla sapienza, e afflizione del cuore, all'amore, esorbita dalla
umana   comprensione,   salvo   che   il   soggetto   venga   illustrato   con   concetti   conformi   alla
natura dell'uomo, cioè, mediante delle apparenze. In ogni idea del pensiero umano c'è
qualcosa   dell'intelletto   e   della   volontà,   ovvero   del   suo   pensiero   e   del   suo   amore.
Qualunque idea che non abbia nulla dalla sua volontà ovvero del suo amore non è un'idea,
perché al di fuori della sua volontà l'uomo non può pensare affatto. C'è una specie di
matrimonio, perpetuo e indissolubile, tra pensiero e volontà, tale che le idee del pensiero
umano ineriscono o aderiscono alle cose che appartengono alla sua volontà, ovvero al suo
amore. Da questo stato di cose nell'uomo può essere conosciuto, o meglio, appare possibile
formare un'idea di ciò che è contenuto nella misericordia del Signore, cioè, sapienza e
amore. Così nei profeti, soprattutto in Isaia, ci sono quasi ovunque duplici espressioni
riguardanti  ogni cosa. Una attinente a ciò che è spirituale, l'altra, ciò che è celeste.  Lo
spirituale della misericordia del Signore è la sapienza; il celeste è l'amore.

     591.  Versetto 7.  E Signore disse, Annienterò l'uomo che ho creato sulle facce del suolo, e gli


animali,   i   rettili   e   gli   uccelli   del   cielo;   perché   sono   pentito   di   averli   creati.  Il   Signore   disse,
annienterò l'uomo, significa che l'uomo distruggerà se stesso. Che ho creato sulle facce del
suolo,   significa   la   discendenza   dell'uomo   appartenente   alla   più   antica   chiesa.   Uomini,
animali   e   rettili,   significa   che   tutto   ciò   che   appartiene   alla   volontà   si   estinguerebbe
nell'uomo. Gli uccelli dei cieli, rappresentano  l'intelletto  ovvero  ciò che appartiene alla
capacità d'intendere o al pensiero. Perché sono pentito di averli creati, significa come si è
detto prima, la compassione.

     592. Il Signore disse, Annienterò l'uomo. Che ciò significhi che l'uomo avrebbe annientato
se stesso è evidente da ciò che è stato spiegato prima, e cioè che si dice del Signore che
punisce, che tenta, che infligge il male, che annienta o uccide e che maledice. Come per
esempio, che uccise Er, primogenito di Giuda; e Onan, un altro figlio di Giuda (Genesi 38:
7, 10). Che il Signore fece strage di tutti i primogeniti d'Egitto (Es. 12:12, 29). E così in
Geremia:

Di quelli che ho ucciso nella mia ira e nel mio furore (Ger. 33:5)

In Davide:
Egli scagliò su di loro il furore della sua collera; rabbia veemente, ira e sdegno, e inviò gli angeli
del castigo (Salmi 78:49)

In Amos:

Può una sciagura piombare su una città, senza che il Signore l'abbia causata? (Amos 3:6)

In Giovanni:

Sette coppe d'oro colme dell'ira di Dio, che vive in eterno (Ap. 15:1, 7; 16:1)

Tutte queste cose sono attribuite al Signore, e nondimeno, sono del tutto contrarie alla sua
natura. Queste cose sono a lui ascritte per il motivo spiegato prima; e anche al fine che gli
uomini possano concepire un'autentica idea generale del fatto che il Signore governa e
dispone tutte le cose, sia in generale, sia in particolare; e affinché possano successivamente
imparare che nulla del male viene dal Signore, né che egli uccide; bensì che è l'uomo a
portare su di sé il male, la rovina e la distruzione di se stesso. E tuttavia, non è l'uomo, ma
gli   spiriti   maligni   che   promuovono   e   veicolano   in   lui   queste   pulsioni   maligne;   e
nondimeno, tali condotte sono imputabili all'uomo, perché egli è persuaso di agire da se
stesso. Così ora qui si dice del Signore che annienterebbe l'uomo, quando in realtà era uomo
che voleva annientare ed estinguere se stesso.

   [2] Tale stato appare in modo evidente da coloro che nell'altra vita sono nel tormento e
nell'inferno, e che si lamentano continuamente e attribuiscono tutto il male della loro pena
al Signore. Così nel mondo degli spiriti maligni ci sono quelli che raggiungono il loro
massimo   diletto   nel  danneggiare   e  affliggere  gli  altri;  e   coloro   che  sono  feriti   e  puniti
pensano che ciò venga dal Signore. Ma gli viene detto, ed è mostrato loro, che neppure il
più lieve dei mali viene dal Signore, ma sono loro stessi che lo  portano su di sé; perché
tale è lo stato e tale l'equilibrio di tutte le cose nell'altra vita, vale a dire che il male torna su
colui   che   ha   agito   male,   e   diventa   il   male   della   punizione.   E   per   la   stessa   ragione,   è
inevitabile.  Si dice  che  questo   è  consentito  al fine di emendarsi  dal male. E  il Signore
trasforma tutto il male della pena in bene; in modo che non vi può essere altro che il bene
dal Signore. Ma finora a nessuno è stato svelato cosa sia tale permesso. Ciò che è permesso
si   crede   sia   fatto   da   colui   che   permette,   in   quanto   egli   permette.   Ma   la   questione   è
piuttosto differente, e riguardo alla stessa, per Divina misericordia del Signore, si tratterà
di seguito.
     593.  Che   ho   creato   sulle   facce   del   suolo.   Che   ciò   significa   l'uomo   dalla   generazione
successiva alla più antica chiesa, è evidente non solo dall'affermazione, l'uomo che aveva
creato,  cioè,   che   aveva   rigenerato;   e   successivamente   che   aveva  fatto,   cioè,   aveva
perfezionato, o rigenerato finché egli divenne celeste; ma anche dal suo essere  fatto sulle
facce del suolo. Il suolo è dove la chiesa è, come è stato mostrato prima. Lo stesso è evidente
dal fatto che la generazione cui si riferisce questo passo è quella che ha sprofondato le cose
dottrinali   della   fede   nella   loro   cupidità.   E   quelli   che   non   padroneggiavano   le   cose
dottrinali della fede non avrebbero  potute agire così. Coloro che sono al di fuori della
chiesa sono nell'ignoranza della verità e del bene, e quelli che sono nell'ignoranza possono
trovarsi in una sorta di condizione di innocenza ove parlassero e agissero in contrasto con
le verità e il bene della fede. Perché essi possono agire in virtù di un certo zelo per il culto
che   hanno   appreso   fin   dall'infanzia,   e   che   quindi   credono   essere   vero   e   bene.   Ma   è
completamente   diverso   presso   chi   possiede   la   dottrina   della   fede.   Questi   possono
mescolare verità con falsità, e le cose sacre con quelle profane. A causa di ciò la loro sorte
nell'altra vita è molto peggiore della sorte di coloro che sono chiamati gentili, riguardo ai
quali, per Divina misericordia del Signore, si dirà di seguito.

     594.  L'uomo, gli animali e i rettili.  Che questo significa che tutto ciò che appartiene alla


volontà egli lo estinguerebbe, è evidente dal significato di uomo, e di rettili. L'uomo è uomo
esclusivamente dalla volontà e dall'intelletto, in forza dei quali, si distingue dai bruti. In
tutti gli altri aspetti è molto simile ad essi. Nel caso di questi uomini ogni volontà del bene
e ogni verità  dell'intelletto  erano perite. Al posto della volontà del bene emersero  folli
cupidità e in luogo della capacità di intendere la verità, folli fantasie. Questi sono stati
mescolati con le loro cupidità, e così facendo, sono andati perduti i resti. Che tutte le cose
della   volontà   sono   chiamati  animali  e  rettili  è   evidente   da   quanto   è   stato   detto   in
precedenza   riguardo   agli   animali   e   ai   rettili.   Ma   qui,   poiché   si   tratta   del   carattere
dell'uomo,   le   affezioni   maligne   sono   rappresentate   dagli  animali,   e   di   conseguenza   le
cupidità.   I  rettili  rappresentano   il   piacere,   materiale   e   sensuale.   Che   tali   cose   sono
significate da bestie e rettili non necessita di ulteriori dimostrazioni dalla Parola, perché se
ne è trattato in precedenza (vedi n. 45­46, 142­143).

     595.  Che   gli   uccelli   dei   cieli   significa   tutto   ciò   che   appartiene   all'intelletto,   cioè   al
pensiero, può anche essere visto più sopra (n. 40).

     596. Versetto 8. E Noè trovò grazia agli occhi di Signore.. Per  Noè  è significata una nuova


chiesa. Che egli  trovò grazia agli occhi di Signore  significa che il Signore ha previsto che il
genere umano poteva essere salvato.

   597. Per Noè è significata una nuova chiesa, che sarà chiamata l'antica chiesa, allo scopo
di distinguerla dalla più antica chiesa, che fu prima del diluvio, mentre questa sorse dopo
il diluvio. Lo stato di queste due chiese era completamente diverso. Lo stato della chiesa
più antica era tale che era stata dotata dal Signore della percezione del bene e della verità
che ne deriva. Lo stato della chiesa antica, o Noè, divenne tale che essi avevano coscienza
del bene e della verità. Così come è la differenza tra avere la percezione e avere coscienza,
tale era la differenza di stato tra la più antica chiesa e la chiesa antica. La percezione non è
la coscienza: il celeste gode della percezione; lo spirituale ha la coscienza. La chiesa più
antica era celeste; la chiesa antica era spirituale.

   [2] La chiesa più antica godeva di una percezione immediata, dal Signore, attraverso la
comunione con gli spiriti e gli angeli, come anche dalle visioni e dai sogni; di qui è stato
dato loro di avere una conoscenza generale di ciò che è bene e vero. E dopo aver acquisito
una conoscenza generale,  questi principi guida, per  così dire,  sono stati confermati  da
innumerevoli cose, mediante la percezione; e queste innumerevoli cose erano i particolari
dei principi generali. Così i principi guida sono stati corroborati di giorno in giorno; tutto
ciò che non era in accordo con i principi generali essi lo percepivano come tale; e tutto ciò
che era conforme lo percepivano come tale. Questo è anche lo stato degli angeli celesti.

     [3] I principi generali della più antica chiesa erano verità celesti ed eterne quali, che il
Signore governa l'universo, che tutto il bene e la verità sono dal Signore, che tutta la vita è
dal Signore, che il proprio dell'uomo non è altro che il male, e in se stesso è morto, insieme
a   molte   altre   cose   di   simile   tenore.   E   hanno   ricevuto   dal   Signore   una   percezione   di
innumerevoli cose che confermavano e sostenevano queste verità. Presso di loro l'amore
era il fondamento della fede. Dall'amore è stato dato loro, dal Signore, di percepire tutto
ciò   che   era   della   fede,   e   quindi   presso   di   loro   la   fede   era   l'amore,   come   si   è   detto   in
precedenza. Ma la chiesa antica divenne completamente diversa, riguardo alla quale, per
misericordia Divina del Signore, si tratterà di seguito.

     598.  Egli trovò grazia agli occhi del Signore  significa che il Signore aveva previsto che il


genere umano poteva essere salvato. La misericordia del Signore coinvolge e guarda alla
salvezza di tutto il genere umano; ed è lo stesso per la sua grazia con la quale si intende la
salvezza del genere umano. Con Noè è rappresentata non solo una nuova chiesa, ma anche
la   fede   di   quella   chiesa,   che   era   la   fede   della   carità.   Così   il   Signore   ha   previsto   che
attraverso la fede della carità il genere umano sarebbe stato salvato (in merito a tele fede,
qui di seguito).

   [2] Ma c'è una differenza nella Parola tra misericordia e grazia, e ciò in conformità con la
differenza che esiste in coloro che le ricevono; la misericordia è destinata a coloro che sono
celesti, e la grazia a coloro che sono spirituali. Perché il celeste non riconosce altro che la
misericordia, e lo spirituale nient'altro che la grazia. Il celeste non sa cosa sia la grazia; e lo
spirituale   ha  una   scarsa   cognizione   della   misericordia,   e   la   associa   alla   grazia.  Questo
deriva   dalla   loro   differente   condizione   di   deferenza;   coloro   che   sono   in   uno   stato   di
deferenza, col cuore, implorano la misericordia del Signore; e coloro che sono in uno stato
intellettuale   di   deferenza   implorano   la   sua   grazia.   E   se   questi   ultimi   implorano
misericordia, ciò ha luogo in uno stato di tentazione o avviene solo dalla bocca e non dal
cuore. Poiché la nuova chiesa denominata  Noè  non era celeste ma spirituale, non è detto
che trovò misericordia, ma grazia, agli occhi di Signore

     [3]  Che vi sia una distinzione nella Parola tra  misericordia  e  grazia  è evidente da molti


passi in cui il Signore è chiamato misericordioso e clemente (come in Salmi 103:8; 111:4; 145:8;
Gioele 2:13). La distinzione viene altresì fatta in altri luoghi, come in Geremia:

Così dice il Signore, il popolo sfuggito alla spada ha trovato grazia nel deserto, quando sono
andato a dargli riposo, a Israele. Il Signore gli è apparso da lontano, Ti amo di un amore eterno;
perciò nella misericordia ti ho attirato (Ger. 31:2­3)

dove grazia si riferisce allo spirituale, e misericordia, al celeste. In Isaia:

Eppure  il Signore  è disposto ad usarvi clemenza. Perciò si leverà  per avere pietà di voi (Is.


30:18)

Anche qui grazia concerne lo spirituale, e misericordia, il celeste. Così nel capitolo seguente,
dove Lot dice all'angelo:

Ecco, io tuo servo ho trovato  grazia ai tuoi occhi, e tu sei stato misericordioso  con me, per


salvare la mia anima (Genesi 19:19)

Che  grazia  si   riferisca   alle   cose   spirituali,   che   sono   della   fede   ovvero   dell'intelletto,   è
evidente anche qui, in quanto si dice,  ho trovato grazia ai tuoi occhi.  E che  misericordia  si
riferisca  alle  cose celesti  che  sono  dell'amore,  o della  volontà,  è  evidente  dal  fatto  che
dell'angelo si dice che abbia operato misericordia e salvato l'anima.
Genesi 6, versetti 9­22
 9. Questa è la discendenza di Noè. Noè era un uomo giusto e integro nelle sue generazioni: Noè
camminava con Dio.

 10. Noè generò tre figli: Sem, Cam e Jafet.

 11. E la terra era corrotta davanti a Dio. E la terra era piena di violenza. 

 12. E Dio vide la terra, ed ecco era corrotta, poiché ogni uomo aveva corrotto la propria condotta
sulla terra.

 13. E Dio disse a Noè, La fine di ogni uomo si è presentata dinanzi a me, perché la terra è piena di
violenza, dai loro volti, ed ecco, li distruggerò insieme alla terra.

14. Costruisciti un'arca di legno di cipresso; la doterai di scompartimenti e la cospargerai di pece, dentro e
fuori.

  15. E la farai di queste dimensioni: trecento cubiti di lunghezza, cinquanta cubiti di larghezza e
trenta cubiti di altezza.

 16. Farai all'arca una finestra fino all'altezza di un cubito dal tetto. Farai la porta dell'arca sulla
fiancata, per accedere a tre ponti, uno inferiore, uno intermedio e uno superiore. 

 17. Manderò una grande inondazione sulla terra, per distruggere ogni carne in cui vi è alito di vita
sotto i cieli; tutto ciò che è sulla terra perirà.

 18. E stipulerò il mio patto con te; e tu entrerai nell'arca, tu i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei
tuoi figli.

 19. E di ogni specie vivente di ogni carne, una coppia di ciascuno di essi farai entrare nell'arca, per
mantenerli in vita con te; e siano maschio e femmina. 

  20.  E   di   ogni   specie   di   uccelli,   animali   e   rettili,   una   coppia   di   ciascuno  di   essi   farai   entrare
nell'arca, per mantenerli in vita.

 21. Ti procurerai ogni genere di viveri e scorte che saranno di nutrimento per te e per loro.

22. E Noè fece tutto ciò che Dio gli aveva comandato. Così egli fece.

Contenuti
     599.  Il   tema   qui   trattato   è   lo   stato   della   chiesa   denominata  Noè  prima   della   sua
rigenerazione. 
     600.  L'uomo   appartenente   a   questa   chiesa   qui   descritta,   era   tale   che   poteva   essere
rigenerato (versetto 9); ma di lì sorsero tre generi di dottrina, rappresentate da Sem, Cam e
Jafet (versetto 10).

     601.  Che l'uomo vissuto nel periodo seguente alle genti appartenenti alla più antica
chiesa non poteva essere rigenerato, a causa delle sue persuasioni e folli cupidità (versetti
11­12); di qui avrebbe distrutto se stesso (versetto 13).

     602.  Ma   l'uomo   della   chiesa   detta  Noè,   che   è   rappresentato   dall'Arca,   non   era   così
(versetto 14); e i  resti  presso di lui sono rappresentati dalle  misure  (versetto 15); le cose
inerenti il suo intelletto, dalla porta e dagli scompartimenti (versetto 16).

     603.  Che   essa   sarebbe   stata   conservata   quando   il   resto   sarebbe   perito   a   causa   di
un'inondazione del male e della falsità (versetto 17).

     604.  Che le verità e i beni che erano presso di lei si sarebbero salvati (versetto 18); e
quindi   ciò   che   apparteneva   all'intelletto   e   alla   volontà,   per   mezzo   della   rigenerazione
(versi 19­20). Perché in quanto ricevente, doveva essere preparata (versetto 21); e che così
fu fatto (versetto 22).

Significato interiore
     605. Il soggetto qui trattato è la formazione di una nuova chiesa, denominata Noè; e la
sua formazione è descritta dall'arca in cui sono stati accolti gli esseri viventi di ogni specie.
Ma come accade usualmente, prima che la nuova chiesa pot\esse sorgere era necessario
che l'uomo della chiesa soffrisse molte tentazioni, che sono rappresentate dal sollevamento
dell'arca, dalla sua fluttuazione, e dal suo stazionamento sulle acque del diluvio. E infine,
che è diventata un autentico uomo spirituale ed è stato resa libera, è descritto dal ritiro
delle acque, e le molte cose che seguono. Chiunque si soffermi sul solo senso letterale,
(segnatamente in questi passi) e conseguentemente su tutte le cose che sono storicamente
collegate,   secondo   l'idea   di   una   sequenza   di   eventi,   non   può   scorgere   quanto   sopra
descritto.   E   nondimeno,   tale   era   lo   stile   degli   uomini   di   quel   tempo,   e   la   parte   più
interessante di essi era che tutte le cose dovevano essere avvolte in figure rappresentative,
disposte   in   forma   di   storia;   e   più   coerente   era   la   sequenza   storica,   migliore   era
l'adattamento del soggetto al loro pensiero. Perché in quei tempi antichi gli uomini non
erano tanto inclini allo studio delle scienze come nel tempo presente, ma si soffermavano
su pensieri profondi, il cui frutto era tale come è stato descritto. Questa era la sapienza
degli antichi.

     606.  Che il  diluvio,  l'Arca, e quindi le cose descritte in relazione a queste significhino


rigenerazione, e anche le tentazioni che precedono la rigenerazione,  è in qualche modo
noto tra gli eruditi nel tempo presente, i quali anche paragonano la rigenerazione e le
tentazioni alle acque del diluvio.

   607. Ma il carattere di questa chiesa sarà descritto qui di seguito. Affinché un'idea di essa
possa essere esposta qui, deve essere brevemente premesso che la chiesa più antica era
celeste, come già mostrato; questa chiesa invece divenne spirituale. La chiesa più antica
aveva una percezione del bene e della verità; questa, ovvero l'antica chiesa, non aveva tale
percezione, ma una sorta di dettato interiore, che può essere definito coscienza.

     [2]  Ma ciò che è ancora sconosciuto nel mondo, e forse difficile da credere,  è che gli


uomini   della   chiesa   più   antica   avevano   una   respirazione   interna,   ed   una   mutua
respirazione esterna. Cioè essi, al pari degli angeli, comunicavano con le idee piuttosto che
con le parole, come avvenne in seguito e come avviene nel tempo presente. E potevano
esprimere   tali   idee   attraverso   innumerevoli   mutamenti   nello   sguardo   e   nel   volto,   e   in
particolare nelle labbra. Nelle labbra vi sono innumerevoli serie di fibre muscolari che nel
tempo presente sono bloccate, ma essendo libere presso gli uomini di quel tempo, essi
potevano  effettivamente  rappresentare   le  loro  idee  ed   esprimere  in  un minuto  ciò   che
attualmente   richiederebbe   un'ora   per   articolare   suoni   e   parole.   E   in   ogni   caso,   essi
potevano   farlo   più   compiutamente   e   chiaramente   di   quanto   sia   possibile   attraverso   le
parole e le combinazioni di parole. Questo può forse sembrare incredibile, eppure è vero.
E ci sono molti altri, non di questa terra,  che si esprimevano, e nel tempo presente  si
esprimono in un modo simile; riguardo  a tale argomento, per misericordia  Divina del
Signore, si tratterà di seguito.

   [3] Mi è stato dato di conoscere la natura di quella respirazione interna, e come nel corso
del tempo è cambiata. Poiché le genti più antiche godevano di una respirazione, come
quella degli angeli, essi erano in profonde idee del pensiero, ed erano in grado di avere
una percezione tale che non può essere descritta. E quand'anche potesse essere descritta
come   era   realmente,   non   sarebbe   creduta,   in   quanto   non   sarebbe   compresa.   Ma   nelle
generazioni  successive  questa  respirazione  interna a poco  a poco  si  è spenta;  e presso
coloro che erano in preda a terribili persuasioni e fantasie, divenuta tale che non potevano
più formare alcuna idea del pensiero tranne ciò che è completamente degradato, il cui
effetto fu che essi non poterono sopravvivere, e quindi si estinsero tutti.

     608.  Quando  la  respirazione  interna  cessò,  la respirazione   esterna  a  poco   a poco  le
succedette,  quasi come quella dei  nostri giorni; e insieme  alla respirazione  esterna, un
linguaggio di parole, o di suoni articolati in cui erano determinate le idee di pensiero. Così
lo stato dell'uomo fu del tutto cambiato, e divenne tale che egli non poteva più avere la
percezione, ma in luogo  di essa, una sorta di dettato  interiore  che può essere  definito
coscienza,   perché   era   qualcosa   di   intermedio   tra   la   percezione   e   la   coscienza   nota   nel
tempo presente. E quando tale determinazione delle idee del pensiero ha avuto luogo, vale
a dire, in parole pronunciate, essi non poterono più essere istruiti, come l'uomo più antico,
attraverso l'uomo interno, ma attraverso l'esterno. E quindi al posto delle rivelazioni della
chiesa più antica, succedettero le cose dottrinali, che prima dovevano essere ricevute dai
sensi   esterni,   e   attraverso   questi   le   loro   idee   materiali   della   memoria   potevano   essere
formate, e da queste, le idee del pensiero, con le quali erano istruiti. Quindi questa chiesa
aveva un'indole del tutto diversa da quella della chiesa più antica, e se il Signore non
avesse   portato   il   genere   umano   verso   questa   indole,   ovvero   in   questo   stato,   nessuno
avrebbe potuto essere salvato.

     609.  Poiché   lo   stato   dell'uomo   della   chiesa   denominata  Noè  era   del   tutto   cambiato
rispetto  a quello dell'uomo della chiesa più antica, non poteva più, come detto  prima,
essere istruito e illuminato nello stesso modo come l'uomo più antico; perché il suo interno
erano chiuso, in modo che egli non aveva più comunicazione con il cielo, eccetto per ciò
che era inconscio. Né, per la stessa ragione, poteva essere istruito ad eccezione di quanto si
è detto prima, dall'esterno, cioè attraverso i sensi. Per questo motivo, per provvidenza del
Signore, le questioni dottrinali della fede, insieme ad alcune delle rivelazioni della chiesa
più   antica,   sono   state   conservate   per   l'uso   di   questa   posterità.   Queste   cose   dottrinali
furono raccolte prima da  Caino, e sono state custodite affinché non andassero perdute.
Perciò si dice di  Caino  che un  marchio è stato apposto su di lui, perché nessuno lo uccida  (in
merito,   si   veda   quanto   è   stato   detto   in   Gen.   4:15).   Tali   questioni   dottrinali   sono   state
successivamente ridotte in dottrina da Enoch; ma poiché questa dottrina non era in uso a
quel tempo, ma era per i posteri, si dice che Dio l'aveva preso. (Si veda anche Gen. 5:24). Tali
questioni dottrinali della fede sono ciò che è stato preservato dal Signore per l'uso dei
posteri ovvero di questa chiesa. Perché era previsto dal Signore che la percezione sarebbe
andata persa, e quindi è stato provveduto affinché queste cose dottrinali rimanessero.

     610. Versetto 9. Questa è la discendenza di Noè. Noè era un uomo giusto e integro tra le sue
generazioni: Noè camminava con Dio.  Per la discendenza di Noè, si intende la descrizione
della riforma o rigenerazione della nuova chiesa. Che Noè era un uomo giusto e integro
tra i suoi contemporanei, significa che era tale che poteva essere dotato di carità. Giusto, è
in relazione  con il bene della carità, e integro, con la verità della carità. Generazioni, sono
quelle  della fede.  Per  camminare  con Dio, si intende  qui come sopra, in riferimento  a
Enoch, la dottrina della fede. 

   611. Che per la discendenza di Noè si intende la descrizione della riforma o rigenerazione
della nuova chiesa è evidente da ciò che è stato detto in precedenza (Gen. 2:4; Gen. 5:1).

   612. Noè era un uomo giusto e integro nelle sue generazioni. Che ciò significa che egli era tale
che poteva essere dotato della carità è evidente dal significato di giusto e integro. Giusto, fa
riferimento al bene della carità, e integro alla verità della carità. E anche dal fondamentale
di quella chiesa che era la carità, in merito alla quale, per misericordia Divina del Signore,
si tratta qui di seguito. Che  giusto  fa riferimento al bene della carità, e  integro  alla verità
della carità, è evidente dalla Parola, come in Isaia:

Essi mi cercheranno tutti i giorni e vorranno conoscere le mie vie, come un nazione che pratica
la giustizia, e non abbandona il giudizio del suo Dio; essi invocheranno sentenze di giustizia, e
desidereranno essere in prossimità di Dio (Is. 58:2)

Qui  giudizio  rappresenta le cose inerenti la verità, e  giustizia  quelle inerenti il bene.  Fare


giudizio e giustizia è diventata per così dire una formula consolidata per, fare ciò che è vero
e ciò che è bene (come in Isaia 56:1; Ger. 22:3, 13, 15; 23:5; 33:14, 16, 19). Il Signore ha detto:

Il giusto risplenderà come il sole nel regno del Padre mio (Matteo 13:43)

giusto  significa colui che è dotato di carità. E riguardo alla consumazione dei tempi, ha
detto:

Verranno gli angeli e separeranno i malvagi dai giusti (Matteo 13:49)

Qui anche giusto significa colui che è dotato del bene della carità.

   [2] Integro significa la verità che è dalla carità, perché vi è verità da molte altre origini; ma
ciò che è dal bene della carità del Signore si chiama integro e un uomo integro, come Davide:

Chi   abiterà   nella   tua   tenda?   Chi   dimorerà   sul   monte   della   tua   santità?   Colui   che   cammina
integro, opera rettamente e pronuncia la verità nel suo cuore (Salmi 15:1­2)

L'uomo integro è qui descritto. Nello stesso libro:

Con l'uomo retto tu mostri la tua santità; con l'uomo integro tu mostri la tua perfezione. (Salmi
18:25)
dove  l'uomo integro  è colui che è così dalla santità, o dal bene della carità. Nello stesso
libro:

Il Signore non sottrarrà alcun bene a coloro che camminano nell'integrità (Salmi 84:11)

     [3]  Che   un  uomo   integro  è   colui   che   è   autentico   dal   bene,   o   che   parla   e   agisce
autenticamente dalla carità, è evidente dalle parole camminare e via, spesso in relazione con
ciò che è integro, cioè interezza o completezza, e anche dalle parole onestà e rettitudine che
appartengono alla verità. Come in Davide:

Istruirò l'uomo integro finché egli verrà a me. Camminerò nella mia casa nella perfezione del
mio cuore (Salmi 101:2)

e nel sesto versetto:

Chi cammina nella via della perfezione, sarà al mio servizio (Salmi 101:6)

Beati sono gli integri nella condotta, che camminano nella legge di Signore (Salmi 119:1)

Integrità e  rettitudine mi proteggano (Salmi 25:21)

Osserva l'uomo integro, e guarda  il giusto, perché il fine di quell'uomo è la pace (Salmi 37:37)

È evidente da questi passi che è chiamato giusto colui che fa ciò che è bene, ed è chiamato
integro  colui  che agisce  autenticamente  di lì, vale a dire  che opera  secondo  giustizia e
giudizio. Santità e giustizia sono il celeste della fede; perfezione e giudizio, sono lo spirituale
che ne deriva.

     613. Che le generazioni sono quelle della fede, non affiora dal significato letterale, che è
storico; ma siccome qui si tratta unicamente di cose interiori, le generazioni della fede sono
qui intese. Ugualmente  in altri passi della Parola, come in Isaia:
Quelli che sono da te ricostruiranno le antiche rovine; ricostruirai le fondamenta di generazione
in generazione; e saranno chiamati riparatori di di brecce e restauratori di strade che torneranno
ad essere percorse (Isaia 58:12)

Tutte queste cose significano ciò che è della fede; le antiche rovine significano le cose celesti
della fede;  fondamenta di generazione in generazione  sono le cose spirituali della fede, che
erano perdute dai tempi antichi. Nello stesso profeta:

Essi  ricostruiranno   gli  antichi  e   ruderi,  riedificheranno   l'antica  desolazione,   rinnoveranno   le


città in rovina, le desolazioni di generazione in generazione (Isaia 61:4)

con un simile significato. Ancora nello stesso profeta: 

Non   lavoreranno   invano,   né   genereranno   per   una   morte   precoce;   perché   essi   sono   il   seme
benedetto del Signore, e la loro prole con loro (Is. 65:23)

Anche qui generare si riferisce alle cose della fede; lavoro alle cose dell'amore. In relazione a
quest'ultimo si dice che sono  il seme benedetto del Signore; rispetto al primo termine, che
sono la prole.

     614.  Che  camminare con Dio  significa la dottrina della fede, si può vedere da ciò che è


stato detto prima riguardo a Enoch (v. 22, 24), di cui anche si dice che camminò con Dio; e
ivi significa la dottrina della fede conservata per l'uso dei posteri. E poiché questa è la
discendenza, per il cui uso è stata conservata, il soggetto è ora qui ripreso.

   615. La qualità dell'uomo di questa chiesa è qui descritta in generale; non come egli fosse
– perché della sua formazione si tratta di seguito ­ ma come poteva diventare, vale a dire,
che attraverso le conoscenze della fede poteva essere dotato della carità, e così agire dalla
carità, e dal bene della carità, conoscere ciò che è vero. Per questo motivo il bene della
carità ovvero la  giustizia  precede la verità della carità ovvero  l'integrità. La carità, come
prima   detto,   è   l'amore   verso   il   prossimo   e   la   misericordia;   ed   è   di   un   minor   grado
dell'amore   della   chiesa   più   antica,   che   era   l'amore   verso   il   Signore.   Così   l'amore   ora
decresce ed è diventato più esteriore, e deve essere chiamato carità.

     616. Versetto 10. Noè generò tre figli: Sem, Cam e Jafet. Noè generò tre figli, significa che
sorsero tre tipi di dottrina, rappresentati da Sem, Cam e Jafet.
   617. Noè generò tre figli. Che questo significa che sorsero tre tipi di dottrina è evidente da
tutto ciò che è stato mostrato prima sui nomi per i quali non si intende altro che le chiese,
o, il che è lo stesso, le dottrine. Così è qui; ma qui sono semplicemente menzionate per la
loro   connessione   con   le   cose   che   precedono,   cioè   che   è   stato   previsto   dal   Signore   che
l'uomo di questa indole poteva essere dotato della carità. E tuttavia, ancora tre differenti
dottrine   dovevano   succedere,   rappresentate   da  Sem,   Cam   e   Jafet.  delle   quali,   per
misericordia Divina del Signore, si tratta qui di seguito.

     618.  Che  Noè era giusto e integro, che  camminava con Dio,  che  generò tre figli  è detto al


passato, e tuttavia queste espressioni riguardano il futuro. Deve essere noto  che  il senso
interiore   è   tale   che   esso   non   è   in   relazione   con   il   tempo;   e   questo   favorisce   la   lingua
originale, dove a volte la stessa parola si riferisce a qualsiasi periodo, senza usare ulteriori
parole; per questo mezzo le cose interiori appaiono più evidenti. La lingua deriva questo
dal senso interiore, che è più molteplice di quanto si possa credere; e come tale non subisce
le distinzioni e limitazioni del tempo.

     619. Versetto 11. E la terra era corrotta davanti a Dio. E la terra era piena di violenza. Per la
terra è significato il genere umano, come si è detto sopra. Si dice che era corrotta a causa
delle loro persuasioni terribili; e che era  piena di violenza  a causa delle loro folli cupidità.
Qui   e  nei   seguenti  versi  di  questo   capitolo  si  dice  Dio,  perché  allora  non  c'era  alcuna
chiesa. 

   620. Che per  terra è significato il genere umano è evidente da quanto già detto in merito
al significato di terra e suolo. Terra è un termine usato molto spesso nella Parola; e con esso
si intende la regione in cui è la vera chiesa del Signore, come la terra di Canaan; e anche una
regione dove non c'è una chiesa, come la  terra d'Egitto, e dei gentili. Quindi significa il
genere umano che ivi dimora. La chiesa  è denominata  terra  dall'amore celeste, come la
terra di Canaan. E la terra dei gentili, dall'amore impuro. Ed è chiamata suolo dalla fede che è
impiantata; perché, come si è detto, la terra o il paese è il contenitore del suolo, è il suolo è
il contenitore del campo, proprio come l'amore è il contenitore della fede, e la fede è il
contenitore   delle   conoscenze   della   fede   che   sono   impiantate.   Qui   per  terra  è   inteso   il
genere umano nel quale tutte le cose dell'amore celeste e della chiesa erano estinte.

     621. Che la terra era corrotta a causa della loro persuasioni terribili, e piena di violenza a
causa delle loro folli cupidità è evidente dal significato dei termini  corrotto e violenza. Nella
Parola   ogni   termine   ha   una   sua   precisa   collocazione,   ed   è   impiegato   per   esprimere
efficacemente il soggetto cui si riferisce; e ciò è fatto in un modo così accurato che nel
senso   interiore   appare   immediatamente,   come   in   questo   caso   dalle   parole  corrotto  e
violenza. Corrotto fa riferimento alle cose dell'intelletto che sono andate in rovina. Violenza
alle cose della volontà, quando sono devastate. Così corrompere si riferisce alle persuasioni;
e violenza alle cupidità.
   622. Che corrompere si riferisca alle persuasioni è evidente in Isaia:

Essi non faranno il male né opera di corruzione, in tutta la montagna della mia la santità.
perché la terra sarà ripiena della conoscenza del Signore (Is. 11:9)

e   così   in   65:25,   dove  fare   il   male  è   in   relazione   con   la   volontà,   ovvero   le   cupidità,   e
corrompere con l'intelletto, ovvero le false persuasioni. Nello stesso profeta:

Guai   alla   nazione   peccatrice,   popolo   carico   di   iniquità,   seme   di   malfattori,   generazione   di
corruttori! (Is. 1:4)

Qui,   come   in   altri   luoghi,  nazione  e  seme   di   malfattori  denotano   i   mali   che   sono   della
volontà, o le cupidità;  Popolo  e  generazione di corruttori  le falsità che sono dell'intelletto,
ovvero le persuasioni. In Ezechiele:

Tu ti corrompesti più di loro in tutta la tua condotta (Ez. 16:47)

Qui  corrotto  si   riferisce   alle   cose   dell'intelletto,   della   ragione,   o   del   pensiero;   perché
condotta è una parola che significa verità. In Davide:

Tu hai fatto ciò che è corrotto, e hai fatto azioni abominevoli (Salmi 14: 1).

Ciò che è corrotto indica persuasioni terribili; e abominevoli, le folli cupidità che sono nelle
loro opere, o che emergono dalle loro opere. In Daniele:

Dopo sessantadue settimane il Messia sarà soppresso senza sua colpa, e la gente del principe
che dovrà venire corromperà la città e il santuario, e la sua fine verrà con un diluvio (Dan. 9:26)

Anche qui corrompere indica le persuasioni di ciò che è falso, cui fa riferimento il diluvio.

     623.  La   terra   era   piena   di   violenza.  Che   questo   si   riferisca   alle   loro   folli   cupidità,   e
soprattutto a quelle che provengono dell'amore di sé, o dalla estrema superbia, è evidente
dalla   Parola.   Si   chiama  violenza  quando   gli   uomini   fanno   violenza   alle   cose   sante
profanandole, come fecero  questi  popoli antidiluviani che  immersero  le  cose  dottrinali
della fede in tutti generi di cupidità. Come in Ezechiele:

I miei volti allontanerò da loro, ed essi profaneranno il mio segreto luogo, e i ladri entreranno in
esso e lo profaneranno. Prepara una catena; perché la terra è piena di delitti, e la città è piena di
violenza (Ez. 7:22­23)

La violenza qui descritta è tale come è stata descritta sopra. Nello stesso profeta:

Mangeranno il loro pane nell'angoscia, e berranno la loro acqua nella desolazione, poiché la loro
terra è completamente devastata, a causa della violenza di tutti quelli che vi abitano (Ez. 12:19).

Il  pane  che   mangeranno   nell'angoscia  sono  le  cose   celesti,   e  l'acqua  che   essi  berranno   nella
desolazione  sono   le   cose   spirituali,   alle   quali   hanno   fatto   violenza,   ovvero   che   hanno
profanato.

   [2] In Isaia:

La loro tela non servirà per indumento; né saranno vestiti nelle loro opere; le loro sono opere
d'iniquità, e l'atto della violenza è nelle loro mani (Isaia 59:6)

Qui  tela  e  indumenti  si   riferiscono   alle   cose   dell'intelletto,   cioè   del   pensiero.  Iniquità  e
violenza alle cose della volontà, cioè, alle opere. In Giona:

Che si ravvedano tutti dalla cattiva condotta, e dalla violenza che è nelle loro mani (Giona 3:8)

dove la  cattiva condotta  fa riferimento alle falsità, che sono dell'intelletto; e la  violenza  ai


mali, che sono della volontà. In Geremia:

Una voce verrà in un anno, e la violenza nel paese (Ger. 51:46)

Una voce significa le cose inerenti l'intelletto. Violenza, quelle inerenti la volontà. In Isaia:
Egli non ha fatto alcuna violenza, né vi era alcun inganno nella sua bocca (Isaia 53:9)

Anche   qui  violenza  significa   le   cose   inerenti   la   volontà.  Inganno   nella   sua   bocca,   quelle
inerenti l'intelletto.

     624.  Che qui non si tratta di uno stato della chiesa è evidente dal fatto che qui e nei
seguenti   versi   di   questo   capitolo   è   usato   il   nome  Dio,   mentre   nei   versetti   precedenti,
Signore.  Quando  non  c'è  una  chiesa  è  usato   il termine  Dio,  e  quando   vi  è  una chiesa,
Signore; come nel primo capitolo della Genesi, quando non c'era alcuna chiesa,  è detto
Dio; ma nel secondo capitolo, quando c'è una chiesa, si dice Signore Dio. Il nome Signore è
santissimo, e appartiene soltanto alla chiesa; mentre il nome  Dio  non è altrettanto santo,
perché non vi è nazione che non abbia dei, e quindi il nome  Dio  non era così santo. A
nessuno era permesso pronunciare il nome  Signore,  a meno che non fosse a conoscenza
della vera fede; ma chiunque poteva pronunciare il nome Dio.

     625. Versetto 12. E Dio vide la terra, ed ecco era corrotta, poiché ogni uomo aveva corrotto la
propria   condotta   sulla   terra.  Dio   vide   la   terra,   significa   che   Dio   conosceva   l'uomo.   Era
corrotta,  significa che  non vi era altro  che  falsità. Perché  ogni uomo  aveva corrotto  la
propria condotta sulla terra, significa che la natura esteriore dell'uomo aveva distrutto
tutta la capacità d'intendere la verità.

     626.  Dio   vide   la   terra.  Che   questo   significa   che   Dio   conosceva   l'uomo   è   evidente   a
chiunque;   perché   Dio,   che   conosce   tutto   e   ogni   cosa,   dall'eternità,   non   ha   bisogno   di
vedere se l'uomo è tale. Perché vedere è umano, e quindi, come si è detto al sesto verso e
altrove,   la   Parola   è   scritta   in   conformità   dell'apparenza   delle   cose   rispetto   all'uomo;   e
questo a tal punto che di Dio si dice anche che vede con gli occhi.

   627. Poiché ogni uomo aveva corrotto la propria condotta sulla terra. Che questo significa che
la natura esteriore di quell'uomo aveva distrutto tutta la capacità d'intendere la verità è
evidente dal significato di  carne  (riguardo al quale si veda il versetto 3), che in generale
significa ogni uomo, e nel particolare l'uomo corporeo, o tutto ciò che è del corpo. E dal
significato  di  condotta  cioè, la capacità d'intendere  la verità, che  è la verità  stessa. Che
condotta si riferisca alla capacità d'intendere la verità, cioè, alla verità, è evidente dai passi
che sono stati addotti in diversi luoghi prima, e anche dal il seguente. In Mosè:

Il Signore disse: Levati, scendi prontamente di qui, perché il tuo popolo si è corrotto; hanno
deviato improvvisamente dalla via che avevo comandato loro; e si sono fatti un idolo (Deut.
9:12, 16) 
il che significa che si erano allontanati dai comandamenti, che sono le verità.

[2] In Geremia:

I tuoi occhi sono aperti su tutte le vie dei figli dell'uomo, per dare a ciascuno secondo le sue vie,
e secondo il frutto delle sue opere (Ger. 32:19)

Le  vie  significano una vita conforme ai comandamenti; il  frutto delle sue opere, è una vita


dalla carità. Quindi una  via  fa riferimento alle verità, che sono quelle dei precetti e dei
comandamenti. E il significato di  figli dell'uomo  e di  uomo  è conforme a ciò che è stato
esposto in precedenza. Così in Geremia 7:3, e 17:10. In Osea:

Visiterò le sue vie, e rendere a lui secondo le sue opere (Os. 4:9)

In Zaccaria:

Retrocedete dalle vostre vie empie, e dalle vostre opere malvagie. Questo è quanto il Signore ha
in proposito di fare a noi secondo le nostre vie, e secondo le nostre opere (Zacc. 1:4, 6)

Qui il significato è analogo, ma al contrario di prima, perché sono vie empie e opere malvagie.
In Geremia:

Darò loro un cuore, e una via (Ger. 32:39).

Cuore significa il bene, e via la verità. In Davide:

Fammi   conoscere   la   via   dei   tuoi   comandamenti;   rimuovi   da   me   la   via   della   menzogna;   e
concedimi la tua legge misericordiosa. Ho scelto la via della verità. Percorrerò la via dei tuoi
comandamenti (Salmi 119:27, 29­30, 32)

Qui  la  via dei comandamenti  sta per  la via della  verità, opposta alla quale  è  la via della


menzogna.

   [3] Nello stesso libro:
Fammi conoscere le tue vie, o Signore, insegnami i tuoi sentieri. Conduci la mia strada nella tua verità,
e insegnami (Salmi 25:4­5)

Qui allo stesso modo via significa palesemente verità. In Isaia:

A chi il Signore ha chiesto consiglio, chi lo istruisce, e gli insegna il sentiero della giustizia, e gli
insegna la conoscenza e lo istruisce sulla via della comprensione (Is. 40:14)

 
volendo intendere la comprensione della verità. In Geremia:

Così dice il Signore, state sulle vie e guardate, e chiedete dei vecchi sentieri, dove è la buona
strada, e percorretela (Ger. 6:16)

Anche qui via sta per la capacità d'intendere la verità. In Isaia:

Io guiderò i ciechi in una via che non conoscevano, in sentieri che non hanno conosciuto li
condurrò (Is. 42:16)

I termini via, percorso, sentiero, strada e vicolo fanno riferimento alla verità, perché portano
alla verità; come anche in Geremia:

Essi sono inciampati nelle loro vie, negli antichi sentieri, per camminare in sentieri secondari, in
una via non tracciata (Ger. 18:15)

Così nel libro dei Giudici:

Ai tempi di Jael le vie erano deserte, e i viandanti camminavano su sentieri tortuosi. Le strade
erano deserte in Israele (Giudici 5:6)

   628. Il senso interiore è che ogni uomo, nella terra in cui era la chiesa aveva corrotto la sua
via  in modo che non poteva più comprendere la verità. Perché ogni uomo era diventato
corporeo, non solo quelli di cui al versetto precedente, ma anche quelli chiamati Noè, di cui
qui si tratta specificamente e nel versetto seguente, perché così essi erano prima di essere
rigenerati. E poiché era rimasto poco della chiesa, si fa riferimento a Dio e non al Signore.
Ciò significa che non c'era nulla della verità, e nel verso seguente, che non c'era nulla del
bene, fatta eccezione per i resti che essi avevano, denominato Noè (perché senza resti non
vi può essere alcuna rigenerazione), e per le materie dottrinali che conoscevano. Ma non
c'era alcuna capacità d'intendere la verità, come mai vi può essere, tranne dove c'è una
volontà   dal   bene.   Quando   manca   tale   la   volontà,   non   c'è   intelletto;   perché   come   è   la
volontà, tale è l'intelletto. Le genti più antiche aveva una volontà dal bene, perché avevano
l'amore per il Signore; e in virtù di ciò avevano una capacità d'intendere la verità; è tale
intelletto perì completamente insieme alla volontà. Tuttavia, una sorta di verità razionale,
e   di   bene   naturale,   sono   rimasti   presso   quelli   denominati  Noè,   perciò   questi   potevano
essere rigenerati.

   629. Versetto 13. E Dio disse a Noè, La fine di ogni uomo si è presentata dinanzi a me, perché la
terra è piena di violenza, dai loro volti, ed ecco, li distruggo insieme alla terra. Dio disse, significa
che così era. La fine di ogni uomo si  è presentata dinanzi a me, significa che il genere
umano   non   poteva   che   perire.   Perché   la   terra   è   piena   di   violenza,   significa   che   non
avevano più una volontà dal bene. Ecco, io li distruggo insieme alla terra, significa che
l'umanità sarebbe perita insieme alla chiesa.

   630. Che Dio disse significa che così era, è evidente dal fatto che nel Signore non c'è altro
che l'essere.

   631. Che la fine di ogni uomo si è presentata dinanzi a me significa che l'umanità non poteva
che perire è evidente dalle parole stesse, e dal significato di carne, che significa ogni uomo,
in generale, e in particolare l'uomo corporeo, come già mostrato.

   632. Che la terra è piena di violenza significa che essi non aveva più una volontà dal bene è
evidente   da   quanto   è   stato   detto   e   mostrato   in   precedenza   riguardo   al   significato   di
violenza  (al   versetto   11).   Nel   versetto   precedente   si   parla   della   capacità   d'intendere   la
verità, e qui della volontà dal bene, perché  entrambe  erano  perite  insieme all'uomo di
quella chiesa.

     633.  In nessun uomo vi può essere alcuna comprensione della verità e la volontà dal
bene,   neanche   presso   quelli   che   appartenevano   alla   chiesa   più   antica.   Ma   quando   gli
uomini diventano celesti sembra come se abbiano una volontà dal bene e una capacità
d'intendere la verità, e nondimeno, queste vengono unicamente dal Signore, come anche
essi sanno, riconoscono e percepiscono. Anche per gli angeli è così. Tanto è vero che chi
non conosce, riconosce e percepisce che così è, non ha alcuna comprensione della verità, né
alcuna  volontà  dal  bene.   Presso   ogni uomo, e  ogni  angelo,  anche  il più  celeste,  il  suo
proprio non è altro che falsità e male; poiché è noto che i cieli non sono immacolati al
cospetto del Signore [Giobbe 15:15], e che tutto il bene e tutta la verità sono unicamente dal
Signore. Ma nella misura in cui un uomo o un angelo è suscettibile di essere perfezionato,
per   misericordia   Divina   del   Signore   si   perfeziona,   e   riceve   per   così   dire,   una   capacità
d'intendere la verità e una volontà dal bene. Ma che egli possieda e padroneggi queste
facoltà è solo un'apparenza. Ogni uomo può essere perfezionato e di conseguenza ricevere
questo dono per misericordia del Signore secondo la reale condotta della sua vita, e in
modo adatto al male ereditario impiantato dai suoi genitori.

     634.  Ma   è   estremamente   difficile   dire   in   modo   intellegibile   cosa   sia   la   capacità


d'intendere la verità e la volontà dal bene nel significato suo proprio, per la ragione che un
uomo suppone che tutto quello che pensa appartenga all'intelletto, in quanto lo chiama
così. E tutto ciò che desidera egli suppone essere della volontà, poiché così lo definisce. E
ciò   è   più   difficile   da   spiegare,   perché   la   maggior   parte   degli   uomini   contemporanei
ignorano il fatto che le cose inerenti l'intelletto sono distinte da quelle inerenti la volontà.
Perché   quando   pensano   ad   una   determinata   cosa,   essi   dicono   di   volerla;   e   quando
vogliono una determinata cosa, dicono di pensare ad essa. Questa è una delle cause della
difficoltà, e un altro motivo per cui questo argomento può difficilmente essere compreso è
che gli uomini sono esclusivamente in ciò che è del corpo, cioè, la loro vita è confinata
nelle cose più esteriori.

     [2]  E per queste ragioni non sanno che c'è in ogni uomo qualcosa che  è interiore, e


qualcosa che è ancora più intimo a ciò; e che la sua parte corporea e sensuale è solo la più
esterna. I desideri, e le cose inerenti la memoria, sono interni; le affezioni e le cose razionali
sono ancora più interiori; e la volontà dal bene e la capacità d'intendere la verità sono le
più   intime.   E   queste   sono   così   distinte   tra   loro   che   nulla  può   mai   essere   più   distinto.
L'uomo corporeo fa tutt'uno di queste cose, e le confonde. È per questo che egli crede che
quando il suo corpo muore tutto perisca; sebbene in realtà egli inizi a vivere, esattamente
allora, rispetto a ciò che in lui è interiore, ed è disposto in serie nel suo ordine. Se le sue
parti interiori non fossero così distinte, e ordinate in successione, l'uomo non avrebbe mai
potuto essere spirito nell'altra vita, spirito angelico, e angelo, che sono quindi distinti in
base ai loro interni. Per questo motivo ci sono tre cieli, distinti l'uno dall'altro. Da queste
considerazioni può ora essere in qualche misura evidente cosa sono, in senso proprio, la
comprensione della verità  e la volontà dal bene; e che  di esse  sono  dotati soltanto  gli
uomini celesti, o gli angeli del terzo cielo.

   635. Ciò che è detto nel versetto precedente e in questo, significa che alla fine dei giorni
della chiesa prima del diluvio, tutta la capacità d'intendere la verità e volontà dal bene
erano  perite,  in modo  che  tra gli antidiluviani che erano  stati imbevuti  di  persuasioni
terribili e cupidità immonde, non appariva di esse neppure una traccia. Ma presso quelli
denominati  Noè  vi   erano   dei   resti,   dai   quali   però   non   poteva   sortire   alcuna   capacità
d'intendere la verità né la volontà dal bene, ma solo la verità razionale e il bene naturale.
Perché   il   funzionamento   dei   resti   è   conforme   alla   natura   dell'uomo.   Attraverso   i   resti
questo popolo poteva essere rigenerato; né le persuasioni ostacolano l'opera del Signore
con i resti. Le persuasioni, o principi di falsità, quando radicate nell'uomo impediscono
ogni   operazione;   e   se   queste   non   sono   prima   sradicate   l'uomo   non   può   mai   essere
rigenerato; riguardo a questo soggetto, per misericordia Divina del Signore, si tratterà di
seguito.

     636.  Li distruggerò insieme alla terra.  Che ciò significa che insieme alla chiesa l'umanità


sarebbe perita è evidente dal fatto che si dica insieme alla terra; perché la terra in senso lato
significa   amore,   come   detto   in   precedenza,   e   quindi   il   celeste   della   chiesa.   Qui,   dal
momento che nessun amore e nulla di celeste è rimasto, la terra significa l'amore di sé, e
tutto ciò che è in contrasto con il celeste  della chiesa. E nondimeno, c'era un uomo di
chiesa, perché essi avevano cose dottrinali della fede. Infatti, come detto prima, la terra è il
contenitore del suolo, e il suolo è il contenitore del campo. Allo stesso modo l'amore è il
contenitore della fede, e la fede è il contenitore delle conoscenze della fede. 

     637.  Che  li distruggerò insieme con la terra  significava che insieme alla chiesa il genere


umano   sarebbe   perito,   concerne   il   fatto   che   se   la   chiesa   del   Signore   doveva   essere
interamente estinta sulla terra, l'umanità non avrebbe potuto esistere in alcun modo, ma
tutte e due sarebbero perite. La chiesa, come detto in precedenza, è come il cuore: fino a
quando il cuore vive, i visceri e le membra possono vivere. Ma non appena il cuore muore,
tutte   le  altre  parti  periscono.  La chiesa  del   Signore  sulla  terra   è  come  il  cuore,  da  cui
l'umanità,   anche   quella   parte   di   essa,   al   di   fuori   della   chiesa,   ha   la   vita.   Il   motivo   è
alquanto   sconosciuto   a   tutti,   ma   affinché   qualcosa   di   esso   possa   essere   noto,   si   può
affermare che tutto il genere umano sulla terra è come un corpo con le sue parti, in cui la
chiesa è come il cuore. E a meno che non ci sia una chiesa che, come con un cuore, possa
essere unita al Signore attraverso il cielo e il mondo degli spiriti, vi sarebbe separazione. E
se   ci   fosse   disgiunzione   dell'umanità   dal   Signore,   questa   immediatamente   perirebbe.
Questo è il motivo perché sin dalla creazione dell'uomo c'è sempre stata qualche chiesa, e
ogni volta che una chiesa ha iniziato ad andare in rovina, essa  è tuttavia sopravv