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IL DIBATTITO INTORNO ALLA DEFINIZIONE DI TERRORISMO A FRONTE DEL SUO

CONTINUO MODIFICARSI.

Le definizioni che nel corso degli anni e nei diversi contesti sono state date del termine “terrorismo”
differiscono significativamente tra loro e sono spesso state frutto di lunghi e articolati dibattiti. La
questione della definizione è particolarmente rilevante dal punto di vista politico e giuridico poiché
da essa dipende quali soggetti possano essere considerati terroristi e di conseguenza, dal momento
che l'uso di questo termine implica una condanna, il giudizio che si dà di queste organizzazione e le
misure che possono essere prese in risposta alle loro azioni.
In particolare, è interessante mettere a confronto le definizioni date dai politologi negli anni Settanta
con quelle utilizzate da alcune istituzioni statali e internazionali e osservare poi che sia le prime sia
le seconde si siano rivelate inadeguate a descrivere le nuove forme assunte dal terrorismo dopo il
2001.
Negli anni Settanta, nell’ambito degli studi di scienze politiche, si ha la necessità di individuare
quali azioni, in un contesto di uso diffuso della violenza politica, potessero essere considerate
terroristiche e quindi automaticamente illegittime. Se ci furono dei tentativi piuttosto riusciti
nell’ambito degli studi teorici, si rivelò invece quasi impossibile stabilire una definizione da
applicare a livello internazionale nei provvedimenti preventivi e repressivi del terrorismo senza
partire da un posizionamento politico condiviso. Nel dibattito interno all’ONU si scontrarono due
posizioni difficilmente conciliabili: da un lato, il timore che le insurrezioni anticoloniali potessero
essere classificate come terrorismo, dall’altro la ferma volontà di individuare come principale forma
di terrorismo la violenza rivolta al danneggiamento di uno Stato, escludendo così le forme di
violenza praticate dagli apparati statali contro la popolazione.
Intorno alla fine del secolo, il diffondersi di attentati di enorme portata e caratterizzati da una
compresenza delle dimensioni politica e religiosa ha portato ad un cambiamento forzato nei termini
del dibattito sulla definizione di terrorismo. Gli studi sul tema hanno iniziato a utilizzare anche un
approccio socio-psicologico, chiamando in causa questioni quali il processo di secolarizzazione
della società occidentale, la marginalità sociale, la ricerca di un senso di appartenenza nell’impegno
in una missione.

La definizione data dalla scienza politica nel contesto dell’Italia degli anni ‘70.
Dal momento che definire terroristica un’azione o un’organizzazione, screditandone le ragioni
dell’agire politico, implica necessariamente un giudizio, nelle scienze politiche ci si è posti
l’obiettivo di trovare una definizione non «ideologicamente compromessa» 1, nonostante si
riconoscesse l’impossibilità di individuare una definizione applicabile ad ogni contesto. Nessun atto
1 G. Pontara, Violenza e terrorismo. Il problema della definizione e della giustificazione, in L. Bonanate, Dimensioni
del terrorismo politico (a cura di), Franco Angeli Editore, Milano, 1979, p. 25.
è di per sé intrinsecamente terroristico, ma viene considerato tale dal soggetto cui è rivolto o dalle
vittime in base alle circostanze. Ad esempio, per lo Stato è terroristica la lotta contro le sue
istituzioni, per i rivoluzionari sono proprio queste istituzioni a commettere atti di terrore.
Dal punto di vista teorico, una definizione, per essere utilizzabile, deve rispondere ad alcune
condizioni: la condizione di adeguatezza normativa, per la quale la definizione dovrà essere tale da
rendere l’affermazione che il terrorismo è un atto esecrando massimamente plausibile; la condizione
di adeguatezza descrittiva, per cui il significato individuato non deve scostarsi troppo dall’uso
comune; la condizione di adeguatezza teorica, che prevede che la definizione debba rendere
possibile tenere distinto il terrorismo politico da altre forme di violenza politica 2. Una definizione
che rispetti adeguatamente queste premesse è «ogni atto compiuto come parte di un metodo di lotta
politica (cioè volta ad influenzare o conquistare o difendere il potere statale), che comporta l’uso di
violenza estrema (l’inflizione di sofferenze o morte fisiche o psichiche) contro persone innocenti
(non combattenti, ovvero che non usano la violenza in un contesto di conflittualità)»3.
Da una prospettiva più strettamente storica, fino alla fine degli anni Settanta, il termine terrorismo è
stato attribuito all’uso non bellico della violenza in tre contesti: tra il 1793 e il 1794 da parte del
governo rivoluzionario francese; tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento nella forma del
terrorismo individualistico anarchico; dal 1967 nella fase che Bonanate definisce come coeva e che
racchiude quel complesso ciclo di insurrezione politica che ha colpito prevalentemente l’Europa
democratica, ma che trova esempi in quasi tutto il mondo 4. Questi non sono gli unici periodi in cui
sono stati presenti atti terroristici, ma in queste fasi si sono affermate le caratteristiche fondamentali
del fenomeno: la continuità e l’organicità. Entrambe queste caratteristiche, che si contrappongono a
eventi estemporanei o relativamente casuali, presuppongono l’esistenza di un gruppo politico
organizzato, con una strategia di azione, che può poi essere volta a consolidare un governo o
viceversa abbatterlo o ancora a sovvertire la struttura delle relazioni internazionali5.

Il dibattito interno all’ONU sul terrorismo.


Negli anni Settanta, il terrorismo internazionale è stato all’ordine del giorno di molte sedute
dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Nel 1972 è stata istituita la VI Commissione per la
prevenzione e la repressione del terrorismo, nella quale, al termine del dibattito, furono presentati
un progetto di risoluzione da parte dei paesi occidentali e uno dai paesi non allineati. Questi due
documenti erano radicalmente diversi tra loro poiché vi era molta varietà in ciò che era definito
2 G. Pontara, Violenza e terrorismo. Il problema della definizione e della giustificazione, in L. Bonanate, Dimensioni
del terrorismo politico (a cura di), Franco Angeli Editore, Milano, 1979, pp. 36-37.
3 G. Pontara, Violenza e terrorismo. Il problema della definizione e della giustificazione, in L. Bonanate, Dimensioni
del terrorismo politico (a cura di), Franco Angeli Editore, Milano, 1979, p. 58.
4 L. Bonanate, Dimensioni del terrorismo politico, in L. Bonanate, Dimensioni del terrorismo politico (a cura di),
Franco Angeli Editore, Milano, 1979, p. 106.
5 L. Bonanate, Dimensioni del terrorismo politico, in L. Bonanate, Dimensioni del terrorismo politico (a cura di),
Franco Angeli Editore, Milano, 1979, p. 130.
terrorismo. In particolare, la risoluzione proposta dai paesi non allineati individuava come problema
principale il terrorismo di Stato praticato dagli imperi coloniali con varie forme di violenza sulla
popolazione e per tanto insisteva sulla necessità non di reprimere il terrorismo individuale, da cui
pure si dissociava, ma di intraprendere uno studio sulle cause profonde del terrorismo. Al contrario,
i paesi occidentali si erano concentrati solo sull’urgenza di prendere misure repressive contro il
terrorismo internazionale. Grazie all’appoggio dei paesi socialisti e dei paesi arabi, fu approvato la
risoluzione presentata dai paesi non allineati6.

Alcune definizioni presenti nei provvedimenti di istituzioni statali o internazionali 7.


Una vera e propria definizione del termine terrorismo si trova solo nella Risoluzione
dell’Assemblea Generale dell’ONU 49/60 del 1994: «Criminal acts intended or calculated to
provoke a state of terror in the general public, a group of persons or particular persons for political
purposes»8. Nella risoluzione 1566 del 2004 del Consiglio di Sicurezza è presente una definizione
diversa, particolarmente significativa per le diverse alternative comprese che la rendono ambigua e
fortemente interpretabile: «criminal acts, including against civilians, committed with the intent to
cause death or serious bodily injury, or taking of hostages, with the purpose to provoke a state of
terror in the general public or in a group of persons or particular persons, intimidate a population or
compel a government or an international organization to do or to abstain from doing any act» 9. Una
definizione così vaga è indicativa della necessità di poter individuare come terrorismo, dopo il
2001, una più ampia varietà di atti, dovuta sia all'effettivo modificarsi e moltiplicarsi delle forme
del terrorismo sia al bisogno di misure repressive e preventive applicabili contro uno spettro più
ampio possibile di organizzazioni e azioni.
È rilevante che nel United Kindom Terrorist Act del 2000 siano compresi anche attacchi informatici
«acts designed seriously to interfere with or seriously to disrupt an electronic system» 10, ad ulteriore
conferma della volontà di agire in risposta al differenziarsi degli atti terroristici negli ultimi decenni.
Anche nella definizione data dall'Unione Europea nel Decision on Combating Terrorism del 2002
non si fa più riferimento allo scopo politico ma ciò che sembra essere determinante perché si possa
parlare di terrorismo è quella che potremmo definire come logica triangolare, ovvero la distinzione
tra i soggetti materialmente colpiti dall'azione e i soggetti destinatari della stessa: «terrorist offences
are certain criminal offences set out in a list comprised largely of serious offences against persons
and property which: given their nature or context, may seriously damage a country or an

6 L. Migliorino, Il terrorismo internazionale nei dibattiti alle Nazioni Unite, in L. Bonanate, Dimensioni del
terrorismo politico (a cura di), Franco Angeli Editore, Milano, 1979.
7 Le definizioni sono in inglese poiché la loro traduzione, come ogni traduzione, comporterebbe necessariamente uno
slittamento semantico.
8 Risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU 49/60, 1994.
9 Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU 1566, 2004.
10 United Kingdom Terrorist Act, 2000.
international organization where committed with the aim of: seriously intimidating a population; or
unduly compelling a Government or international organization to perform or abstain from
performing any act; or seriously destabilizing or destroying the fundamental political,
constitutional, economic or social structures of a country or an international organization»11.
Nella convenzione araba per la Soppressione del Terrorismo del 1998 il terrorismo è definito come
«Any act or threat of violence, whatever its motives or purposes, that occurs in the advancement of
an individual or collective criminal agenda and seeking to sow panic among people, causing fear by
harming them, or placing their lives, liberty or security in danger, or seeking to cause damage to the
environment or to public or private installations or property or to occupying or seizing them, or
seeking to jeopardize national resources.12". Un elemento peculiare di questa definizione è il
riferimento al pericolo per la libertà delle persone, che fa pensare ad una volontà di comprendere
anche le forme di terrore praticate da apparati statali. Appaiono evidenti tanto la necessità di
smarcarsi dalle accuse di appoggio al terrorismo islamico quanto l’accusa ad Israele le cui azioni
contro i palestinesi, in una lettura antisionista, rientrerebbero nella definizione. Nel codice penale
italiano, l’articolo 270 sexies, introdotto nel 2005, afferma che «sono considerate con finalità di
terrorismo le condotte che, per la loro natura o contesto, possono arrecare grave danno ad un Paese
o ad un'organizzazione internazionale e sono compiute allo scopo di intimidire la popolazione o
costringere i poteri pubblici o un'organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere
un qualsiasi atto o destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali,
economiche e sociali di un Paese o di un'organizzazione internazionale, nonché le altre condotte
definite terroristiche o commesse con finalità di terrorismo da convenzioni o altre norme di diritto
internazionale vincolanti per l'Italia»13. È interessante il fatto che si citi esplicitamente che il danno
deve essere arrecato a un Paese o a un'organizzazione internazionale, escludendo così dalla
definizione di terrorismo forme di violenza praticate dalle istituzioni statali sulla popolazione.
Inoltre, dal momento che questo articolo è successivo ai provvedimenti di ONU e UE, si
riconoscono le definizioni date dalle organizzazioni internazionali.
È particolarmente interessante, per il contesto in cui è stata formulata, la definizione inserita nell'US
Patriot Act del 26 ottobre 2001: «terrorist activities include: threatening, conspiring or attempting to
hijack airplanes, boats, buses or other vehicles; threatening, conspiring or attempting to commit acts
of violence on any protected persons, such as government officials; any crime committed with the
use of any weapon or dangerous device, when the intent of the crime is determined to be the
endangerment of public safety or substantial property damage rather than for mere personal

11 EU Decision on Combating Terrorism, 2002.


12 Arab Convention for the Suppression of Terrorism, 1998.
13 Codice penale art. 270 sexies, 2005.
monetary gain»14. È evidente, rispetto alle altre definizioni prese in considerazioni, una maggiore
precisione nell'identificare le forme in cui la violenza terroristica si manifesta, probabilmente
dovuta al fatto che questo atto è la risposta a un preciso attentato, quello delle Twin Towers, e non in
generale al fenomeno del terrorismo.

Il terrorismo islamico dell'inizio del III millennio.


Come emerso dalle definizioni prese in esame, dall'inizio del nuovo millennio le forme in cui il
terrorismo si è manifestato hanno messo in discussione le caratteristiche che si ritenevano
determinanti per definire questo termine.
L'attacco dell'11 settembre 2001 è stato frequentemente considerato, sia negli studi sia nelle risposte
politiche al terrorismo, un evento periodizzante15. Secondo Heisbourg, l'attentato alle Torri Gemelle,
per il livello di organizzazione e per la sua portata, è qualificabile come atto di guerra, poiché per la
prima volta un'organizzazione non statale ha raggiunto la stessa forza di distruzione degli Stati. Una
simile interpretazione è alle spalle della scelta dell'amministrazione Bush di presentare l'operazione
militare in Iraq del 2003 come diretta conseguenza dell'attentato. Questi elementi, che rendono
problematico distinguere il terrorismo dalla guerra, portano Heisbourg a formulare la categoria di
«iperterrorismo»16, che consente di superare questa questione assegnando un nuovo nome e quindi
nuove caratteristiche alla forma che il terrorismo ha assunto. Gli elementi che caratterizzano
l'iperterrorismo sono l'aumento esponenziale della portata degli attentati, possibile grazia alla
maggiore disponibilità di armi di distruzione di massa, e l'assenza di vincoli politici all'azione
terroristica17. La convinzione dell'impossibilità di ottenere qualcosa da parte del nemico fa sì che
non sia più presente la dimensione della contrattazione, che imponeva di limitare la portata degli
attentati per assicurarsi che il destinatario fosse disponibile a fare concessioni. Al contrario,
l'obiettivo del terrorismo, attraverso l'uso di categorie non politiche ma metafisiche, come
"paradiso" e "inferno", è dimostrare il proprio potere provocando il maggior danno possibile al
nemico18.
L'islamismo radicale può essere interpretato come forma di autodifesa di una comunità che si sente
attaccata dalla modernità e dall'Occidente e cerca un'alternativa politica al potere dello Stato,
considerato totalizzante e corrotto. In un contesto in cui il potere politico non consente l'apertura di
spazi di opposizione, la violenza, anche terroristica, diventa una forma di espressione politica
pubblica comune. L'aggiungersi dell'elemento religioso, con la figura del martire, ha radicalizzato
questa pratica. Il fallimento dell'islamismo come progetto politico, manifestatosi nella sua

14 US Patriot Act, 2001.


15 F. Heisbourg, Iperterrorismo: la nuova guerra, Booklet, Milano, 2002, p. 11.
16 F. Heisbourg, Iperterrorismo: la nuova guerra, Booklet, Milano, 2002., p. 11.
17 F. Heisbourg, Iperterrorismo: la nuova guerra, Booklet, Milano, 2002., p 15.
18 F. Heisbourg, Iperterrorismo: la nuova guerra, Booklet, Milano, 2002. p.13.
incapacità di produrre cambiamenti significativi, ha provocato una crescita del valore della
dimensione religiosa a scapito di quella politica del terrorismo, seppure entrambi gli aspetti siano
presenti e indissolubilmente legati, e ha creato una situazione in cui, nella convinzione
dell'impossiblità di cambiare la realtà, la ricerca dell'annientamento di sé e dell'avversario sembra
l'unico obiettivo perseguibile19.

Il terrorismo tra religione e politica.


Negli ultimi anni è stato osservato il diffondersi di una forma di terrorismo diversa, praticata da
singole persone non direttamente legate ad un'organizzazione e con azioni non iscritte in un
progetto politico unitario, ma che si limitano a far riferimento ad un certo orizzonte ideologico,
politico o religioso. Per studiare questo fenomeno emergente non è sufficiente servirsi di strumenti
strettamente politologici, ma bisogna analizzare la condizione socio-culturale e psicologica dei
cosiddetti lupi solitari.
Roger Griffin dà un'interpretazione complessiva di questi atti terroristici, che pure si rifanno ad
orizzonti molto diversi tra loro, dal suprematismo bianco, all'islamismo radicale, al
fondamentalismo cattolico, utilizzando la distinzione tra «chronos» e «dream time» 20. Il primo
termine definisce il tempo ordinario, lineare, secolare; il secondo il tempo superiore, sacro,
sincronico.
Per Griffin, la disponibilità al sacrificio che caratterizza il terrorismo contemporaneo ha un suo
analogo già nel culto della morte presente nei movimenti di estrema destra europei. Già nel
nazismo, come nel fascismo e franchismo, il sacrificio non rappresentava solo l'estrema possibilità,
la necessità di vincere o morire, ma era effettivamente parte dello scopo dell'azione politica21.
In Occidente le persone sono spesso prive di spazi di spiritualità e tempo da dedicarvi, ma tuttavia
hanno ancora un'innato bisogno di esperienze trascendentali, da cui derivano i diversi modi di
ottenere barlumi di dream time, tra i quali uno dei più rilevanti è l'impegnarsi in cause utopiche per
uscire dal tempo ordinario.
In un contesto in cui si ha la sensazione che i propri riferimenti culturali e il proprio sistema di
valori stiano scomparendo, si può trovare una via di fuga e dare un significato alla propria esistenza
attribuendosi la missione di salvare il proprio mondo. La convinzione di agire a qualsiasi costo per
una causa superiore apre l'accesso ad una forma di trascendenza, ovvero all'esperienza di un tempo
non ordinario, appunto il dream time, anche se la causa in questione non è direttamente religiosa ma
politica.

19 F. Heisbourg, Iperterrorismo: la nuova guerra, Booklet, Milano, 2002, p. 26.


20 R. Griffin, Shattering crystals: The role of 'dream time' in extreme right-wing political violence, in Terrorism and
Political Violence, volume 15, 2003, p. 57.
21 R. Griffin, Shattering crystals: The role of 'dream time' in extreme right-wing political violence, in Terrorism and
Political Violence, volume 15, 2003, p. 76-80.
Per analizzare questo fenomeno è utile partire dall'ipotesi che «ogni atto di estremismo politico che
porta al sacrificio, anche il più apparentemente secolare, include una dimensione "micro-
millenaristica"»22. I movimenti più rilevanti da questo punto di vista sono quelli generati da
religioni politiche e politicizzate, ovvero che si pongono l'obiettivo di salvare un mondo in
decadenza attraverso la morte, necessaria per una rinascita. L'esistenza dell'individuo che partecipa
a questi movimenti è sacralizzata e innalzata a una potenza superiore dal senso di appartenenza ad
una comunità destinata a innaugurare una nuova era. Questo senso di appartenenza non si manifesta
solo nei confronti di un gruppo organizzato ma anche di una comunità immaginaria, ad esempio, nel
caso del terrorismo di matrice islamica, la neo-umma.
Griffin individua, inoltre, tre forme di fanatismo politico del mondo contemporaneo che possono
portare a comportamenti kamikaze. Il primo è il fanatismo delle «religioni politicizzate» 23: le
religioni tradizionali, messe in crisi dai processi di secolarizzazione e globalizzazione, in conflitto
con comunità etniche o religiose storicamente rivali, oppresse dallo Stato o da condizioni di povertà
endemica, tendono a politicizzarsi e possono portare alcune persone a farsi martiri nella
convinzione di battersi per salvare la propria comunità. Un’altra forma è quella delle «religioni
politiche»24, espressione utilizzata per riferirsi ai movimenti totalitari guidati da un mito di rinascita
e caratterizzati da un culto della morte e del sacrificio proprio come elementi necessari a quella
rinascita. Infine, esiste una forma di fanatismo dell’individuo, risultato di un intenso processo di
frammentazione e della conseguente ricerca di un senso di appartenenza. Il terrorismo dei lupi
solitari nasce quindi da una sensazione di profonda crisi del mondo contemporaneo che porta a
incaricarsi di una missione di purificazione della società che si manifesta con forme violente e
distruttive di sé e di chi si identifica come nemico o responsabile della decadenza25.

22 R. Griffin, Shattering crystals: The role of 'dream time' in extreme right-wing political violence, in Terrorism and
Political Violence, volume 15, 2003, p. 84 (trad. mia).
23 R. Griffin, Shattering crystals: The role of 'dream time' in extreme right-wing political violence, in Terrorism and
Political Violence, volume 15, 2003, p. 86 (trad. mia).
24 R. Griffin, Shattering crystals: The role of 'dream time' in extreme right-wing political violence, in Terrorism and
Political Violence, volume 15, 2003, p. 86 (trad. mia).
25 R. Griffin, Shattering crystals: The role of 'dream time' in extreme right-wing political violence, in Terrorism and
Political Violence, volume 15, 2003, p. 86 (trad. mia).
BIBLIOGRAFIA

L. Bonanate, Dimensioni del terrorismo politico, in L. Bonanate, Dimensioni del terrorismo politico
(a cura di), Franco Angeli Editore, Milano, 1979.

R. Griffin, Shattering crystals: The role of 'dream time' in extreme right-wing political violence, in
Terrorism and Political Violence, volume 15, 2003.

F. Heisbourg, Iperterrorismo: la nuova guerra, Booklet, Milano, 2002.

L. Migliorino, Il terrorismo internazionale nei dibattiti alle Nazioni Unite, in L. Bonanate,


Dimensioni del terrorismo politico (a cura di), Franco Angeli Editore, Milano, 1979.

G. Pontara, Violenza e terrorismo. Il problema della definizione e della giustificazione, in L.


Bonanate, Dimensioni del terrorismo politico (a cura di), Franco Angeli Editore, Milano, 1979.