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Mélanges de l'Ecole française

de Rome. Moyen-Age

La Sicilia islamica : riflessioni sul passato e sul futuro della


ricerca in campo archeologico
Alessandra Molinari

Riassunto
Intento del saggio è stato, in primo luogo, quello di tracciare la storia degli studi e lo stato delle conoscenze nel campo
della cultura materiale della Sicilia islamica. Si è inoltre tentato di individuare i principali nodi di ricerca, che possano
costituire un fecondo punto di incontro tra storici, architetti, archeologi e filologi : la storia delle città, l’agricoltura ed il
mondo rurale, le tecniche ed i tipi edilizi, il ritmo delle conversioni e la trasformazione dei modi di vita, l’economia ed il
commercio. Per quanto riguarda in modo particolare le indagini archeologiche si è sottolineata la necessità di stabilire con
precisione quali siano gli obbiettivi conoscitivi, al fine di mettere in atto un’adeguata strategia di ricerca. A nostro parere,
infine, l’approccio migliore alla conoscenza del mondo islamico siciliano è quello che tiene conto della complessità delle
forze in campo, nella lunga durata e nel contesto mediterraneo.

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Molinari Alessandra. La Sicilia islamica : riflessioni sul passato e sul futuro della ricerca in campo archeologico. In:
Mélanges de l'Ecole française de Rome. Moyen-Age, tome 116, n°1. 2004. La Sicile à l’époque islamique. pp. 19-46;

http://www.persee.fr/doc/mefr_1123-9883_2004_num_116_1_8840

Document généré le 01/06/2017


ALESSANDRA MOLINARI

LA SICILIA ISLAMICA
RIFLESSIONI SUL PASSATO E SUL FUTURO
DELLA RICERCA IN CAMPO ARCHEOLOGICO

UNA BREVE STORIA DEGLI STUDI

Non è nostra intenzione proporre un repertorio sistematico di tutti gli


autori, che a vario titolo ed in modi diversi si sono occupati nel corso degli
ultimi due secoli dell’archeologia post-classica ed in particolare del periodo
islamico in Sicilia. Vorremmo però ripercorrere le grandi linee e le grandi
direttrici delle ricerche passate, per migliorare la comprensione dello stato
attuale degli studi e delle conoscenze. Certamente nel tentare un abbozzo
della storia delle ricerche nel nostro campo di interesse bisogna chiarire, lo
faremo meglio anche in seguito, quali siano i settori della documentazione
materiale rispetto ai quali ci riconosciamo competenti ed interessati. L’ar-
cheologia medievale italiana ha, ormai da qualche anno, anche se forse
non sempre in modo esplicito, adottato un concetto di cultura materiale
molto ampio, che comprende l’universo degli oggetti, come testimonianza
di tutte le classi sociali e delle dinamiche al loro interno. Nel tentare quindi
una storia degli studi terremo conto di chi ed in quale modo abbia conside-
rato i dati materiali (ivi inclusi i dati topografici) come fonti per ricostruire
la storia della Sicilia medievale, con particolare riferimento al periodo isla-
mico.
La ricerca archeologica del periodo medievale in Sicilia ricalca, a gran-
di linee, le più generali vicende della disciplina in campo nazionale. Biso-
gna poi ricordare come, soprattutto lo studio dell’altomedioevo, abbia avu-
to, in tutta Europa, una forte valenza ideologica nella costruzione del-
l’identità nazionale o, nel nostro caso, regionale1. Il quadro per la Sicilia si

1
Per una sintesi sull’archeologia medievale in Italia si rimanda a P. Delogu, Ar-
cheologia medievale : un bilancio di ventanni, in Archeologia medievale, 13, 1986,
p. 493-505; S. Gelichi, Introduzione all’archeologia medievale, Roma, 1997; C. La
Rocca, Uno specialismo mancato. Esordi e fallimento dell’archeologia medievale italia-

Alessandra Molinari, Università degli studi di Siena, Facoltà di lettere e filosofia-II, Viale Cittadi-
ni 33, I-52100 Arezzo.
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MEFRM, t. 116 – 2004 – 1, p. 19-46.


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complica per l’esistenza di un periodo, relativamente lungo, caratterizzato


dalla presenza musulmana. Se consideriamo infatti la Sicilia di questo pe-
riodo dobbiamo constatare come all’arrivo di popolazione alloctona si sia
aggiunta anche la profonda diversità di religione. Inoltre la islamizzazione
della Sicilia ne rende peculiare la storia rispetto alla penisola italiana. Per
quanto riguarda questa fase storica possiamo pertanto constatare un atteg-
giamento duplice da parte soprattutto degli studiosi di origine siciliana. Se
da un lato troviamo coloro che esaltano l’epoca islamica come massimo pe-
riodo di indipendenza, autonomia e quindi di floridezza dell’Isola (primo
fra tutti, naturalmente, Michele Amari), dall’altro rinveniamo chi tende a
considerarla una semplice parentesi nell’ambito dell’evoluzione di un fan-
tomatico «popolo siciliano», autoctono e sostanzialmente indenne a tutte
le invasioni (in questa linea si colloca anche, ad es., Biagio Pace 2, che per
altro ha sottolineato a più riprese come il benessere della Sicilia, sia dipeso
dall’integrazione con il resto della Penisola).
Prima dell’Ottocento, ci preme ricordare soltanto le principali figure di
studiosi. È quindi doveroso partire dall’opera di Tommaso Fazello (1498-
1570) 3, domenicano, originario di Sciacca e legato ad alcune importanti fi-
gure di umanisti, come ad es. Paolo Giovio. Seppur interessato principal-
mente ai resti di età classica, egli non mancò di descrivere anche siti me-
dievali (soprattutto castelli), reperendone spesso anche la documentazione
scritta relativa. Quello che, ai nostri occhi, aggiunge valore all’opera di que-
sto studioso è il fatto che egli visitò di persona molti dei luoghi che descris-
se, precursore in qualche misura di molte generazioni di topografi. Sempre
nell’ambito dei dizionari topografici non si può quindi non citare il sette-
centesco Lexicon topographicum siculum 4 di Vito Amico (1697-1762), mo-
naco benedettino di cultura enciclopedica, ancor più sistematico nel censi-
mento dei siti siciliani di tutte le epoche.
Giungendo alla seconda metà del Settecento, dobbiamo ricordare co-
me anche l’Amari 5 riconoscesse, tra i suoi predecessori, dignità di studioso

na alla fine dell’Ottocento, in Archeologia medievale, 20, 1993, p. 16-43; Ead. Archeo-
logia e storia. Medioevo, in R. Francovich e D. Manacorda (a cura di), Dizionario di
archeologia, s.v., Bari, 2000, p. 305-311.
2
B. Pace, Arte e civiltà della Sicilia antica. IV. Barbari e Bizantini, Roma-Napoli,
1949.
3
T. Fazellus, De rebus siculis decades duae, Palermo, 1558 (trad. it. Palermo,
1628).
4
Pubblicato in sei volumi, a Palermo, tra il 1757 ed il 1760.
5
Ad es. nell’introduzione della Storia dei musulmani (1854-1872) e della raccolta
delle Epigrafi arabiche di Sicilia (1874).

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LA SICILIA ISLAMICA 21

quasi esclusivamente a Rosario Gregorio (1753-1809), storico e giurista di


stampo illuminista. Come sappiamo, la sua Rerum arabicarum, quae ad
historiam siculam spectant, ampla collectio, uscita nel 1790, rappresentava
una risposta alla celebre impostura del maltese Giuseppe Vella ed oltre al-
l’edizione di alcuni documenti, conteneva la riproduzione di alcune epigra-
fi. L’opera di falsario del Vella, alla quale dobbiamo forse riconoscere il
merito di aver suscitato l’interesse per gli studi di arabistica in Sicilia, si ac-
compagnò anche ad un’ampia collezione di monete ed alla contraffazione
di oggetti 6. In termini generali, possiamo riconoscere nel collezionismo set-
tecentesco 7 di monete, epigrafi ed in generale di oggetti iscritti le radici di
quella «archeologia arabica» 8, che tra la fine di quel secolo e la prima metà
del successivo vide anche l’attività del Morso (1766-1828) e del Mortillaro.
A questo filone storico-erudito va affiancato quello relativo allo studio
di quei monumenti siciliani, che ora sappiamo interamente di età norman-
na. Sorvolando, per brevità, sulla vasta letteratura di viaggio, che includeva
la Sicilia nel tour italiano 9, possiamo ricordare come gli studiosi di archi-
tettura della prima metà dell’Ottocento appuntassero il loro interesse su
problematiche principalmente di tipo stilistico, come ad esempio l’origine
dell’arco acuto o della pianta a croce latina nell’architettura europea. Si co-
minciò inoltre a discutere sulle caratteristiche culturali del «romanico sici-
liano», risolvendosi il più delle volte per una definizione eclettica del-
l’architettura isolana del XII secolo10.
Giungiamo quindi all’opera monumentale di Michele Amari (1806-
1889), che nel suo approccio «enciclopedico», illuministico ed empiristico,
al passato siciliano, non trascurò di affrontare, non senza acume, l’univer-
so degli oggetti ed anche problemi di topografia storica. Ebbe, inoltre, la
capacità di suscitare l’interesse, sugli oggetti e sui monumenti di epoca

6
Per il Vella si rimanda al contributo di A. Nef, in questo volume.
7
Amari nell’introduzione alla Storia dei musulmani, cita ad es. le collezioni di
monete e gettoni di vetro del Vella e del Monsignor Alfonso Airoldi.
8
Il termine è usato sempre dall’Amari (cf. Le epigrafi arabiche di Sicilia. Tras-
critte, tradotte ed illustrate, Palermo, 1971, ed. a cura di F. Gabrieli, p. 8).
9
Cf. ad es. V. Consolo et al., La Sicilia dei grandi viaggiatori, Roma, 1988.
10
Greca, romana, bizantina, saracena, normanna, secondo il Gally Knight
(1838). Gli architetti Hittorf e Zanth (1835) convinti per altro dell’appartenenza all’e-
tà musulmana dei monumenti civili palermitani, come la Zisa e la Cuba, ponevano
in Sicilia l’origine dell’architettura ogivale. Il Serradifalco (1838) fu interessato all’o-
rigine della pianta a croce latina, che attribuiva in Sicilia ad eleborazioni indigene su
influssi bizantini. Il De Prangey (1841) sottolineò invece le vicinanze con l’architettu-
ra islamica egiziana e spagnola, ma considerò anche lui eclettica l’architettura sici-
liana. Per una sintesi su questi temi si rimanda a G. Bellafiore, Architettura in Sicilia
nelle età islamica e normanna (827-1194), Palermo, 1990, p. 187-192.

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islamica, di archeologi a lui contemporanei, come il Salinas11 o il Fraccia12.


Al di là del giudizio sul lavoro di ricostruzione storica dell’Amari, per il
quale rimandiamo senz’altro al saggio di A. Nef, quello che preme sottoli-
neare è come egli considerasse le fonti materiali quali fonti utili a ricostrui-
re la storia, in questo facilitato dalla vastità della sua concezione storica,
che includeva anche i fatti della vita economica, sociale e culturale. Se egli,
con la mente dello storico, privilegiò gli oggetti recanti iscrizioni, non man-
cò di notazioni tutt’altro che banali, ad es. confrontando l’architettura sici-
liana con quella allora conosciuta dell’Egitto e del Maghreb, o facendo una
rapida rassegna degli oggetti di matrice islamica allora conosciuti nei mu-
sei siciliani. Oltre che in diversi capitoli della sua Storia dei musulmani di
Sicilia, Amari si occupò delle fonti materiali nella sua raccolta di epigrafi,
nella quale incluse oltre alle iscrizioni su edifici o steli funerarie, anche
quelle sugli oggetti di uso domestico13. Infine, la Carte comparée de la Sicile
moderne avec la Sicile au XIIe siècle, del 1859, si inserisce a pieno titolo ne-
gli studi di stampo storico-topografico.
Giungendo infine al XX secolo, sostanzialmente fino agli anni settan-
ta, non diversamente da quanto accadeva nel resto d’Italia, l’interesse per i
resti materiali e l’archeologia del medioevo segna decisamente il passo sia
rispetto al periodo precedente sia rispetto alle più avanzate ricerche euro-
pee. In genere la ricerca si è limitata tutt’al più ad includere, quale limite
cronologico estremo, il periodo bizantino, come pendant della «archeolo-
gia barbarica», ma anche per sottolineare l’estrema e finale decadenza del
mondo antico. Inoltre la ricerca sul medioevo materiale non fu più stimola-
ta da una ricerca storica di ampio respiro14.
L’eredità dell’Amari non fu colta da personalità dello suo stesso spesso-
re. Per quanto riguarda lo studio di fonti di carattere materiale/epigrafico il

11
Il Salinas si occupò non occasionalmente dei resti di età islamica e normanna,
come testimoniano alcuni suoi scritti (ad es. alcuni articoli contenuti nella Rassegna
archeologica siciliana, edita nella Rivista sicula del 1871-1872; si veda anche A. Sali-
nas, Studi riguardanti argomenti di epoca medievale e moderna, in Scritti scelti, Paler-
mo, 1976, p. 345-414), il suo carteggio con lo stesso Amari (Lettere di Antonio Salinas
a M. Amari, a cura di G. Cimino, Palermo, 1985) e l’acquisizione nel museo di Paler-
mo di numerosi oggetti di quell’epoca.
12
Il Fraccia, oltre a segnalare all’Amari oggetti inscritti di provenienza archeo-
logica, non mancò di descrivere ed interpretare le fasi medievali, ad esempio di Se-
gesta (cf. ad es. G. Fraccia, Egesta e i suoi monumenti. Lavoro storico-archeologico,
Palermo, 1859).
13
Per la cronologia e le riedizioni delle opere dell’Amari si rimanda al saggio di
A. Nef, in questo volume.
14
Naturalmente con alcune eccezioni come ad es. quella rappresentata dai lavo-
ri I. Peri (si veda ad es. Città e campagne in Sicilia, Palermo, 1956).

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migliore dei suoi successori siciliani, il Lagumina (vescovo di Agrigento,


1850-1931) si occupò specialmente di numismatica (cosa questa che era già
nelle intenzioni dell’Amari)15, per il resto vi fu il netto prevalere di studi di
tipo filologico. Anche un’archeologo dello stampo di Paolo Orsi, che pure si
occupò in modo sistematico dei resti archeologici della Sicilia bizantina,
non pubblicò che un breve articolo su alcuni reperti di età islamica16. La
grande summa archeologica della Sicilia Antica, curata da Biagio Pace17 si
ferma anch’essa all’età bizantina, durante la quale si sarrebbe esaurita, a
detta dell’autore, l’eredità del mondo antico. Come abbiamo già ricordato,
Pace, pur non valutando in termini negativi il periodo islamico, lo conside-
rava di fatto qualcosa di estraneo alla storia del «popolo siciliano».
Soltanto l’architettura di età normanna e, come vedremo in seguito, la
ceramica del pieno medioevo, tennero vivo l’interesse per le fonti materiali
di epoca/matrice islamica. In particolare le importanti scoperte archeologi-
che di Marçais18 e poi di Golvin19 nell’area maghrebina richiamarono nuo-
vamente l’attenzione sull’architettura maghrebina dei secoli centrali del
medioevo e sulle sue analogie con l’architettura di epoca normanna della
Sicilia.
Come abbiamo appena accennato, un filone particolare di studi, anche
in Sicilia, è quello dei collezionisti e studiosi di ceramica, i quali salvarono
dall’oblio questa importante testimonianza materiale. Bisogna in particola-
re citare Guido Russo Perez e quindi, nel dopoguerra, Antonino Ragona,
che facevano peraltro entrambi capo al gruppo dei ceramologi rappresen-
tati dalla rivista Faenza. Al Russo Perez, collezionista e conoscitore di cera-
mica, che anche riordinò per conto del Mingazzini le collezioni ceramiche
del Museo nazionale di Palermo, si deve una delle prime sistemazioni cro-
nologiche della ceramica medievale e rinascimentale siciliana 20. In partico-

15
Si veda in modo particolare : B. Lagumina, Catalogo delle monete arabe esis-
tenti nella biblioteca comunale di Palermo, Palermo, 1892.
16
Cf. P. Orsi, Ceramiche arabe di Sicilia, in Bollettino d’arte, 1915, p. 249-256.
Sappiamo comunque che lo studioso ebbe in generale attenzioni anche per le strati-
ficazioni e la conservazione di oggetti e ceramiche del periodo islamico, come ad es.
quelle raccolte presso il tempio di Apollo di Siracusa e poi confluite nel Museo della
Ceramica di Caltagirone.
17
B. Pace, Arte e civiltà della Sicilia antica, Roma-Napoli, 1945-1949.
18
Cf. ad es. G. Marçais, L’architecture musulmane d’Occident (Tunisie, Algérie,
Maroc, Espagne, Sicile), Parigi, 1954.
19
Cf. ad es. L. Golvin, Le Magrib central a l’époque des Zirides, Parigi, 1957; Id.,
Essai sur l’architecture religieuse musulmane, 3 voll., Parigi, 1970-1979.
20
G. Russo Perez, Catalogo ragionato della raccolta Russo-Perez di maioliche sici-
liane di proprietà della Regione Siciliana, Palermo, 1954.

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24 ALESSANDRA MOLINARI

lare egli riconobbe la precocità delle produzioni dipinte sotto vetrina sici-
liane (che egli considerava delle «mezze-maioliche e che chiamava siculo-
normanne), rispetto alle maioliche arcaiche dell’Italia centro-settentriona-
le, attribuendole al XII/prima metà del XIII secolo. Sebbene queste
cronologie siano state ora riviste grazie alle possibilità offerte dal metodo
tipologico e stratigrafico, le argomentazioni del Russo Perez non erano pri-
ve di complessità. Egli infatti tenne conto : delle tecniche di esecuzione,
dello stile dei decori, in parte delle forme, di alcuni contesti di rinvenimen-
to soprattutto a Palermo (in particolare edifici di età normanna) e, infine,
del contesto storico nel quale era ancora possibile che si fosse conservata la
matrice islamica.
Antonino Ragona, primo ordinatore del Museo Statale della Ceramica
di Caltagirone (inaugurato nel 1965) ed egli stesso ceramista, ha svolto un
ruolo importante nella raccolta e nella divulgazione delle ceramiche sicilia-
ne medievali e della documentazione scritta ad esse relative, sebbene alcu-
ne sue interpretazioni siano state talvolta forzate da ricostruzioni storiche
non del tutto rigorose e da una loro un pò troppo meccanica applicazione
alla datazione della ceramica 21. Secondo Ragona la ceramica siculo-musul-
mana invetriata avrebbe trovato il suo apice dopo il mille e particolarmen-
te in epoca normanna. Egli inoltre lamentava come non fosse tenuta nel
giusto conto l’influenza islamica nello sviluppo delle tecniche ceramiche
della penisola 22.
Come abbiamo già accennato una vera e propria svolta nella ricerca
archeologica di epoca post-classica si riscontra soltanto a partire dalla fine
degli anni sessanta e con lo stesso clima che caratterizza il resto d’Italia.
Questa fase della ricerca è infatti contrassegnata dal comune interesse di
storici ed archeologici per lo studio dei «villaggi abbandonati» e della «cul-
tura materiale» e dalla importante presenza di équipes di studiosi stranieri,
in particolare francesi. Bisogna qui ricordare soprattutto i nomi di Carme-
lo Trasselli, Henri e Geneviève Bresc e Franco d’Angelo. Venne anche fon-
data una associazione il G.R.A.M (Gruppo Ricerche Archeologia Medieva-
le), che si dotò di un proprio bollettino ciclostilato; a Palermo e ad Erice si
tenne nel 1974 il Colloquio internazionale di archeologia medievale, una
delle prime iniziative importanti della nascente disciplina, e la rivista «Sici-
lia archeologica» cominciò a pubblicare anche articoli relativi al medioevo.

21
Nell’ambito della vasta bibliografia di questo autore si rimanda per brevità
soltanto a : A. Ragona, La maiolica siciliana dalle origini all’Ottocento, Palermo,
1975.
22
Cf. A. Ragona, La maiolica siciliana..., p. 29-50.

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LA SICILIA ISLAMICA 25

Come è noto, lo studio dei villaggi abbandonati si legò presto alla valuta-
zione della lunga durata dei fenomeni ed in particolare della storia del ter-
ritorio. Fondamentali sono a questo proposito i primi articoli di H. Bresc,
in collaborazione anche con altri studiosi 23, che univano alla conoscenza
delle fonti scritte, quella del territorio, accompagnata da ricognizioni di su-
perficie «mirate». Frequenti inoltre i richiami fatti da questo studioso alla
necessità di una stretta collaborazione tra storici ed archeologi, special-
mente per chiarire il periodo di transizione tra il mondo romano bizantino
e quello medievale. Tra i fenomeni maggiormente messi in luce nei lavori
di Bresc si segnala in particolare la registrazione della forte presenza del-
l’abitato sparso (i casali) in età normanna e della sua progressiva scompar-
sa tra XIII e XIV secolo a favore della concentrazione della popolazione in
grossi borghi muniti.
Le ricerche degli storici stimolarono anche le indagini archeologiche
sistematiche, in particolare quelle nel sito di Brucato (Termini Imerese) 24.
La ricerca in questo sito, diretta da J.-M. Pesez, edita nel 1984, si collocava
molto bene nel filone delle indagini sistematiche nei villaggi abbandonati,
che a detta del direttore dell’indagini davano in realtà maggiori informa-
zioni sulla vita che si era svolta al loro interno, piuttosto che sulle motiva-
zioni della loro fine. Purtroppo, rispetto al nostro attuale centro di interes-
se, le indagini a Brucato hanno riguardato prevalentemente le fasi trecen-
tesche di occupazione, mentre le testimonianze di età islamica, vennero
alla luce in un sondaggio casuale (il quadrato H17) sulle pendici del colle,
che non potè essere proseguito. Brucato rimane comunque uno scavo
esemplare, che ha avuto una forte rilevanza nell’archeologia medievale sici-
liana, anche per la sua tempestiva edizione. Possiamo in particolare sottoli-
neare l’importanza della collaborazione tra storici ed archeologi, l’uso del-
l’etnografia per comprendere meglio le abitazioni del villaggio, l’attenzione
data all’analisi della distribuzione spaziale degli oggetti, alla ricostruzione
degli spazi domestici, alla edizione scientifica di tutti i tipi di reperti, ecc.
Di grande rilevanza si possono inoltre considerare gli scavi dell’inse-

23
Cf. ad es. tra i primi contributi : H. Bresc e F. D’Angelo, Structure et évolution
de l’habitat dans la région de Termini Imerese (XIIe-XVe siècles), in MEFRM, 84, 1972,
p. 361-402; M. Aymard e H. Bresc, Problemi di storia dell’insediamento nella Sicilia
medievale e moderna, in Quaderni storici, 8, 1973, p. 945-976; H. Bresc, L’habitat mé-
diéval en Sicile, in Atti del Colloquio internazionale di archeologia medievale (Palermo-
Erice 1974), Palermo, 1976, p. 186-197; H. e G. Bresc, Ségestes médiévales : Calatha-
met, Caltabarbaro, Calatafimi, in MEFRM, 89, 1977, p. 341-369; H. Bresc, Un monde
méditerranéen. Économie et société en Sicile. 1300-1450, Palermo, 1986.
24
J.-M. Pesez, Brucato. Histoire et archéologie d’un habitat médiéval en Sicile,
Roma, 1984.

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26 ALESSANDRA MOLINARI

diamento pluristratificato di Monte Iato (Palermo) 25, iniziati nel 1971, ad


opera di un’équipe dell’Università di Zurigo, diretta da H. P. Isler, e tuttora
in corso. Sebbene gl’interessi di questo studioso e la strategia della sua ri-
cerca siano state sempre orientate alla conoscenza della città di epoca clas-
sica, sono state pubblicate sistematicamente anche le fasi medievali, con
uno spirito che potremmo forse definire neo-positivista. Particolarmente
ricca di dati si è rivelata la fase finale di occupazione di Monte Iato, che
coincide con la prima metà del XIII secolo e con la ribellione dei musulma-
ni a Federico II.
La sintesi sugli Arabi in Italia, curata da F. Gabrieli e U. Scerrato, usci-
ta nel 1979, non teneva conto di questo rinnovato clima, ma si può conside-
rare una importante summa delle acquisizioni del «dopo Amari» in campo
storiografico, ceramologico, storico artistico, numismatico ed urbanistico
sulla Sicilia islamica e sulle meno durature esperienze musulmane del re-
sto della penisola.
Negli anni ottanta la ricerca di tipo scientifico-stratigrafico si è conso-
lidata con gli scavi urbani a Palermo/castello S. Pietro e al castello di Ca-
lathamet (Trapani) 26, sempre diretti da J.-M. Pesez e che hanno anche con-
tribuito a formare una nuova generazione di studiosi siciliani. Sempre in
questi anni si colloca la Monreale survey, diretta da Jeremy Johns, che ha
introdotto, con un interesse specifico per il medioevo, il sistema anglosas-
sone delle ricognizioni di superficie, abbinandole ad una ricerca sulle fonti
scritte medievali ed in particolare su quelle di età normanna dell’Abbazia
di Monreale 27. Come è noto, le ricognizioni sistematiche di superficie, con-
dotte per aree campione, consentono di avere dati quantitativi significativi
sulle dinamiche degli insediamenti umani, nella lunga durata. Rappresen-
tano, inoltre, un importante passo in avanti rispetto alle ricognizioni mira-
te, condotte unicamente sulla scorta delle fonti scritte o toponomastiche,

25
Si rimanda per brevità soltanto a : H. P. Isler, Monte Iato. Guida archeologica,
Palermo, 1991; Id., Gli arabi a Monte Iato, in G. Castellana, Dagli scavi di Montevago
e di Rocca di Entella un contributo di conoscenze per la storia dei Musulmani della
Valle del Belice dal X al XIII secolo. Atti del Convegno nazionale (Montevago 1990),
Agrigento, 1992, p. 105-126.
26
J.-M. Pesez, Calathamet, in C. A. Di Stefano e A. Cadei (a cura di), Federico II
e la Sicilia dalla terra alla corona. Archeologia e architettura, Palermo, 1995, p. 187-
190; Id., Castello S.Pietro, ibid., p. 313-324.
27
Cf. J. Johns, The Monreale survey : indigenes and invaders in medieval west-
Sicily, in Papers in Italian archaeology, IV, Oxford, 1985 (BAR, Int. Series, 246),
p. 215-226 e da ultimo Id., Arabic Administration in Norman Sicily : the Royal Dîwân,
Cambridge, 2002.

.
LA SICILIA ISLAMICA 27

poichè forniscono informazioni ad es. anche su siti non citati dalle fonti e
sono comunque sottoposte a limitazioni differenti, quanto alla rappresen-
tatività dei dati, rispetto alla documentazione scritta.
Venendo infine agli anni novanta del secolo scorso, vediamo all’opera
la generazione sostanzialmente rappresentata nelle pagine di questo volu-
me. Si tratta quindi di tentare un bilancio anche delle proprie ricerche ed
una riflessione sulle loro caratteristiche e motivazioni.
Passi in avanti importanti si sono ottenuti, in primo luogo, nella cono-
scenza e classificazione delle ceramiche siciliane dell’ultimo periodo della
dominazione musulmana fino all’età sveva 28. Si cominciano a distinguere
piuttosto bene le ceramiche siciliane da quelle maghrebine 29, che pur gli
sono strettamente imparentate, ma soprattutto è possibile dividere le cera-
miche di età islamica da quelle di età normanna, con l’opportunità pertan-
to di datare correttamente le fasi di alcuni siti e di raffinare la lettura dei
fenomeni insediativi, ad es. consecutivi all’arrivo dei Normanni. È stato
inoltre possibile ricostruire con precisione l’andamento delle esportazioni
delle ceramiche siciliane e dei loro mercati preferenziali.
Si deve poi a Ferdinando Maurici, studioso di formazione principal-

28
Sono state utilizzate le opportunità offerte dall’analisi tipologica e dalla seria-
zione sia all’interno dello stesso sito sia tra siti diversi, infine fondamentale, anche
per le cronologie assolute, è stato il confronto con i numerosi bacini di accertata ori-
gine siciliana presenti sulle chiese dell’Italia peninsulare. Per i contributi principali
si rimanda a : S. Fiorilla, Considerazioni sulle ceramiche medievali della Sicilia cen-
tro-meridionale, in S. Scuto (a cura di), L’età di Federico II nella Sicilia centro-meri-
dionale. Atti delle Giornate di studio (Gela 1990), Agrigento, 1991, p. 115-170; A. Moli-
nari, La ceramica dei secoli X-XIII nella Sicilia occidentale : alcuni problemi di inter-
pretazione storica, in Atti delle I Giornate internazionali di studi sull’area elima
(Gibellina 1991), Pisa-Gibellina, 1992, p. 501-522; Id., La produzione ed il commercio
in Sicilia tra X e XIII secolo : il contributo delle fonti archeologiche, in Archeologia me-
dievale, 21, 1994, p. 99-119; Id., Momenti di cambiamento nelle produzioni ceramiche
siciliane, in Actes du VIe Congrès international sur la céramique médiévale en Méditer-
ranée (Aix-en-Provence 1995), Aix-en-Provence, 1997, p. 375-382; L. Arcifa e
É. Lesnes, Primi dati sulle produzioni ceramiche palermitane dal X al XV secolo, ibid.,
p. 405-412; F. Ardizzone, Le anfore recuperate sopra le volte del palazzo della Zisa e la
produzione di ceramica comune a Palermo tra la fine dell’XI ed il XII secolo, in
MEFRM, 111, 1999, p. 7-50.
29
Fondamentali a questo proposito si sono ad es. rivelate le analisi in sezione
sottile, che normalmente hanno permesso di verificare l’assenza, nelle ceramiche si-
ciliane, del quarzo eolico, presente invece negli impasti di quelle tunisine. Si riman-
da per brevità soltanto a H. Patterson, Analisi mineralogiche sulle ceramiche medie-
vali di alcuni siti della Sicilia occidentale, in Actes du 5e Colloque sur la céramique mé-
diévale (Rabat 1991), Rabat, 1995, p. 218-223.

.
28 ALESSANDRA MOLINARI

mente storica, il rilancio del dibattito sull’incastellamento in Sicilia, dap-


prima con un contributo sul fenomeno delle ribellioni musulmane contro
Federico II e quindi con un completo censimento delle fonti scritte e dei re-
sti materiali dei castelli siciliani dai bizantini ai normanni 30. Maurici ha in
particolare avanzato e ripreso l’ipotesi di un’accentuarsi dei fenomeni di
incastellamento nell’VIII secolo, ad opera dello stato bizantino.
Due nuove importanti ricerche si sono aggiunte allo scavo di Monte Ia-
to, che è proseguito e prosegue ancora oggi con straordinaria continuità. Si
tratta dei due grandi siti di Segesta (Trapani) 31 ed Entella (Palermo) 32. In
entrambi i casi la spinta iniziale delle indagini è stata la rilevanza delle te-
stimonianze di età classica. La presenza tuttavia di medievisti nelle rispet-
tive équipes, insieme all’analisi congiunta del sito principale (scavi strati-
grafici pluriennali) e del territorio di riferimento (ricognizioni sistematiche
di superficie), ha permesso di elaborare modelli piuttosto raffinati relativa-
mente ad es. alle dinamiche del popolamento rurale dall’antichità fino, in
particolare, al XIII secolo, quando venne a compimento una drastica tra-
sformazione dei modi di abitare ed utilizzare il territorio. Nel caso del ter-
ritorio di Segesta l’ampiezza delle informazioni è stata data anche dagli
scavi condotti a Calathamet, negli anni ottanta (v. supra).
Un grande incremento hanno inoltre avuto negli ultimi anni le indagi-
ni di tipo territoriale, di archeologia estensiva, condotti tuttavia spesso con
metodologie differenti e che quindi hanno prodotto serie di dati poco con-
frontabili tra di loro. Vi sono infatti ricognizioni sistematiche del tipo «an-
glosassone», ricognizione mirate sulla base delle fonti scritte o dei toponi-
mi o, infine, censimenti di quanto noto da rinvenimenti occasionali o vec-
chi scavi 33. In tutti i casi al centro dell’attenzione e del dibattito è, come
vedremo, l’apparente o reale continuità di occupazione di molti siti aperti,
tra l’età bizantina e quella islamica, nonchè l’impatto dell’invasione nor-
manna. Di grande importanza a questo proposito sono stati alcuni scavi di
«casali», purtroppo non abbastanza estesi e inoltre solo parzialmente editi,

30
Nell’ambito della vasta produzione di questo autore si veda : F. Maurici,
L’emirato sulle montagne, Palermo, 1987; Id. Castelli medievali in Sicilia dai Bizantini
ai Normanni, Palermo, 1992.
31
Cf. A. Molinari, Segesta II. Il castello e la moschea, Palermo, 1997, con bibl.
32
Cf. ad es. A. Corretti, Entella, in C. A. Di Stefano e A. Cadei (a cura di), Federi-
co II, cit., p. 93-110, inoltre il contributo di A. Corretti e A. Vaggioli, in questo vol.
33
Si veda ad es. E. Fentress, D. Kennet e I. Valente, A Sicilian villa and its land-
scape (Contrada Mirabile, Mazara del Vallo, 1988), in Opus, 5, 1986 [1990], p. 75 e s. e
il contributo di S. Fiorilla, in questo volume, con ampia bibl.

.
LA SICILIA ISLAMICA 29

ci riferiamo ad es. agli scavi di Calliata, Casale Saraceno 34, Casale Nuovo 35,
Casale S. Crucis de Rasacambra 36 e, di recente, Hykkara 37.
In termini generali possiamo dire che negli ultimi anni si è accresciuto
notevolmente l’interesse ed il rispetto per le stratificazioni e i manufatti
medievali, anche all’interno delle Soprintendenze siciliane 38. Tuttavia dob-
biamo forse stigmatizzare l’assenza di specialisti di questo periodo tra i
funzionari delle Soprintendenze ed anche in qualche misura tra i docenti
delle Università siciliane. La pur meritoria edizione di resti medievali da
parte di specialisti di altri periodi si risolve quindi spesso, seppure con le
dovute eccezioni, in semplici descrizioni, che poco fanno avanzare la disci-
plina nel suo complesso e comunque non producono sintesi appetibili an-
che agli studiosi di altri settori.
Come anche ha già sottolineato Annliese Nef nella sua introduzione,
questo seminario vuole rilanciare il dibatitto tra storici, archeologi e filolo-
gi, che dopo la grande euforia degli anni settanta segna decisamente il pas-
so 39. Dal punto di vista archeologico la definizione di domande storiografi-
che alle quali le fonti materiali possano rispondere, una chiara coscienza
metodologica e infine una strategia duratura delle ricerche sono il solo mo-
do per fare avanzare le conosce sulla Sicilia islamica.

34
Cf. G. Castellana, Il Casale di Calliata presso Montevago, in Id. (a cura di), Da-
gli scavi di Montevago e di Rocca di Entella un contributo di conoscenze per la storia
dei Musulmani della Valle del Belice dal X al XIII secolo. Atti del Convegno nazionale
(Montevago 1990), Agrigento, 1992, p. 35-50; G. Castellana e B. E. McConnell, A ru-
ral settlement of imperial and byzantine date in Contrada Saraceno near Agrigento, Si-
cily, in American Journal of Archaeology, 94, 1, 1990, p. 25-44.
35
A. Molinari e I. Valente, La ceramica medievale proveniente da Casale Nuovo
(Mazara del Vallo)(seconda metà del X/XI secolo), in Actes du 5e Colloque sur la céra-
mique médiévale (Rabat 1991), Rabat, 1995, p. 416-420
36
Cf. G. Di Stefano e S. Fiorilla, S. Croce Camerina (Ragusa). Saggi di scavo nel
casale medievale, in G. P. Brogiolo (a cura di), II Congresso nazionale di archeologia
medievale, Brescia, 2000, p. 242-248.
37
Cf. C. Greco, I. Garofano e F. Ardizzone, Nuove indagini archeologiche nel ter-
ritorio di Carini, in Kokalos, 43-44, 1997-1998, p. 645-677.
38
Cf. ad es. Di Terra in terra. Nuove scoperte archeologiche nella provincia di Pa-
lermo, Catalogo della mostra, Palermo, 1993; C. A. Di Stefano e A. Cadei (a cura di),
Federico II e la Sicilia dalla terra alla corona. Archeologia e architettura, Palermo
1995; Archeologia e territorio, Palermo, 1997.
39
È questa una tendenza registrabile anche a livello nazionale. Per quanto ri-
guarda la Sicilia in particolare, desta un certo stupore il fatto che in alcune impor-
tanti sintesi, ad es. sul periodo normanno, non si faccia alcun cenno alle nuove ac-
quisizioni dell’archeologia.

.
30 ALESSANDRA MOLINARI

QUALE ARCHEOLOGIA PER LA SICILIA ISLAMICA ?

Vogliamo innanzitutto suggerire quale sia il nostro punto di vista me-


todologico nell’affrontare l’archeologia della Sicilia islamica. Nell’ambito
di un settore disciplinare, che scarsamente si interroga sulle premesse me-
todologiche e le finalità delle sue ricerche, possiamo infatti segnalare posi-
zioni profondamente diverse ed estreme. Facciamo solo alcuni esempi, ri-
feribili per altro ad anni anche molto distanti tra di loro. Lo storico del-
l’arte islamica Oleg Grabar 40, nei primi anni settanta, suggeriva in primo
luogo di considerare l’Islam come una fase nella crescita di un vasto nume-
ro di regioni disparate, ma nel contempo considerava come una delle po-
tenzialità migliori dell’archeologia islamica quella di poter contribuire a
chiarire la questione cruciale del rapporto tra le idee dell’uomo e la loro
realizzazione concreta. Per il resto le finalità principali di questo settore di
indagini erano, per questo studioso, in sostanza legate allo studio ed alla
scoperta dei resti materiali delle élite del mondo islamico (monumenti an-
cora in piedi, residenze principesche abbandonate, città, i frutti del com-
mercio internazionale, ecc.). Miquel Barceló, in diversi studi apparsi tra gli
anni ottanta e novanta 41, all’opposto ha suggerito come per capire a fondo,
ad esempio, la società andalusina, la ricerca archeologica debba centrare il
suo interesse sul mondo contadino, sui sistemi di produzione agricola e sui
modi di appropriazione del surplus generato da questo lavoro. In sostanza
non si potrebbe comprendere Madı̄nat al-Zahrā}, senza riuscire ad indivi-
duare con quali risorse sia stata costruita. Crediamo poi che sia da respin-
gere l’approccio proposto di recente da Timothy Insoll 42, che è in sostanza
finalizzato a riconoscere, nella diversità di esperienze storiche definite, le
costanti comportamentali indotte da una religione, come quella islamica,
profondamente normativa anche negli aspetti della vita quotidiana. Questo
approccio risulta tuttavia, a nostro parere, sostanzialmente antistorico, im-
poverisce le potenzialità informative dei dati materiali ed inoltre è molto
spesso frustrante. È a nostro avviso assai preferibile un’archeologia del
«periodo islamico», che tenga conto della molteplicità delle forze in campo
e delle profonde trasformazioni subite dalla società siciliana nel corso dei

40
Cf. O. Grabar, Islamic archaeology : an introduction, in Archaeology, 24, 3,
1971, p. 197-199.
41
Cf. ad es. M. Barceló, Quina arqueología per al-Andalus, in Coloquio hispano-
italiano de arqueología medieval (Granada 1990), Granada, 1992, p. 243-252; Id., Por
qué los historiadores académicos preferien hablar de islamizacion en vez de hablar de
campesinos?, in Archeologia medievale, 19, 1992, p. 63-74.
42
T. Insoll, The Archaology of Islam, Oxford, 1999.

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LA SICILIA ISLAMICA 31

quasi due secoli e mezzo della dominazione islamica. Condividiamo invece


con Insoll la constatazione di come, in tutto il mondo, l’archeologia islami-
ca rimanga molto spesso (con alcune importanti eccezioni) e ancora oggi
ancillare rispetto alla storia dell’arte e al di fuori delle più recenti correnti
del pensiero archeologico. Sottolineiamo, infine, come sia comunque im-
portante una profonda conoscenza del mondo islamico sia sotto il profilo
materiale sia sotto il profilo storico, ossia di come sia centrale il confronto
tanto con una rinnovata storiografia islamistica, quanto con altre esperien-
ze archeologiche, quali ad esempio quella spagnola, decisamente avanzata.
Un’ulteriore precisazione riguarda il periodo storico sul quale voglia-
mo concentrare particolarmente la nostra attenzione in questa sede, che è
quello per l’appunto della dominazione islamica «prima» dell’arrivo dei
Normanni. Come è noto e più volte è stato sottolineato 43 le nostre informa-
zioni sui musulmani di Sicilia (in tutti i settori delle azioni umane) sono
fortemente sbilanciate verso il periodo normanno-svevo, quasi che questa
società abbia dato i suoi migliori frutti quando non era più egemone e
quando in realtà era già in veloce e profonda trasformazione e destruttura-
zione. Molto, certamente, dipende dai modi di conservazione della docu-
mentazione, sempre fortemente messi in crisi al momento dei cambiamen-
ti di dominazione, ma potrebbe anche essere legato alla natura socio-
politica della Sicilia propriamente islamica. In ogni caso è decisamente pe-
ricoloso considerare il periodo normanno una semplice continuazione del
periodo precedente, anche il solo l’arrivo di nuove aristocrazie può aver ge-
nerato nuovi comportamenti sociali, anche tra gli autoctoni/musulmani.
Relativamente al periodo della dominazione musulmana della Sicilia
abbiamo più volte indicato come sia importante valutarne gli sviluppi, che
si possono ad esempio utilmente confrontare con le grandi fasi della storia
di al-Andalus : emirale, califfale e dei reinos de taifas. Il periodo che segue il
primo sbarco a Mazara nell’827 sembrerebbe caratterizzato da una forte
instabilità politico-sociale, da un incompleta sottomissione dell’Isola, dalla
complessità delle forze in campo (arabi, berberi, persiani, neoconvertiti,
cristiani sia indipendenti sia sottomessi) e dalla necessità di costruire su
basi completamente nuove un sistema efficiente di potere. In questo senso
sembrerebbe di grandissimo interesse il dato rilevato da J. Johns 44, secon-
do il quale le prime testimonianze scritte di un sistema fiscale si avrebbero

43
Si vedano da ultimi : Del nuovo sulla Sicilia musulmana. Atti della Giornata di
studio (Roma 1993), Roma, 1995; J. Johns, Arabic administration... cit. n. 17; A. Met-
calfe, Muslims and Christians in Norman Sicily. Arabic speakers and the end of Islam,
Londra-New York, 2003.
44
J. Johns, Arabic administration..., p. 24.

.
32 ALESSANDRA MOLINARI

non prima del X secolo. L’avvento della dinastia degli emiri kalbiti, intorno
alla metà del X secolo, sembrerebbe invece evidentemente caratterizzato
da una forma di potere statale piuttosto stabile, probabilmente nell’ambito
di una società che si andava facendo più omogenea. Infine, il periodo che
precede l’arrivo dei Normanni è certamente caratterizzato da una frantu-
mazione dei poteri, che tuttavia sembrerebbe far emergere alcune impor-
tanti centri cittadini e realtà politiche subregionali; inoltre, non sembre-
rebbe avere comportato la distruzione delle forme periferiche di ammini-
strazione pubblica 45. Infine, non si può ignorare il fatto di come fosse in
evoluzione il contesto internazionale per quanto riguarda sia i regni cristia-
ni sia quelli islamici.
Queste poche notazioni dovrebbero, come vedremo, avere importanti
risvolti nella documentazione materiale e dovrebbero prevenire dall’appiat-
tire i giudizi sulla Sicilia islamica ad esempio estendendo anche al IX seco-
lo valutazioni positive sullo stato delle città e dei commerci.

LE DOMANDE APERTE

Le città

Cominciamo senz’altro dalle città, che sono forse il settore rispetto al


quale sappiamo di meno (la situazione non è molto cambiata dal 1994 e
dalla sintesi che ne fece Pesez 46). Il primo problema è l’eredità bizantina.
Come hanno ormai dimostrato le ricerche recenti a livello mediterraneo, la
semplice constatazione che molte delle città sedi vescovili in età bizantina
continuarono ad essere abitate nel periodo islamico, non dice nulla sulla
conservazione delle caratteristiche e delle prerogative propriamente ur-
bane. Sappiamo inoltre di una miglior tenuta, nel VI secolo, delle città bi-
zantine, rispetto a quelle dell’Occidente romano-barbarico, ma nel VII se-
colo la stessa Costantinopoli si trovava in una forte crisi e destrutturazio-
ne 47 . Inoltre per la Sicilia sembrerebbe che gia in età romana e

45
Ibid., p. 27-30.
46
J.-M. Pesez, La Sicile au haut Moyen Âge. Fortications, constructions, monu-
ments, in R. Francovich e G. Noyé (a cura di), La Storia dell’alto Medioevo italiano
(VI-X secolo) alla luce dell’archeologia. Atti del Convegno internazionale (Siena 1992),
Firenze, 1994, p. 379-385. Anche nell’unica città dove si attua da anni un programma
sistematico di archeologia urbana, Termini Imerese, i dati sull’altomedioevo sono
decisamente scarsi, cfr. O. Belvedere (a cura di), Termini Imerese : ricerche di topo-
grafia e di archeologia urbana, Palermo, 1993.
47
Per un panorama sintetico si rimanda a E. Zanini, Introduzione all’archeolo-
gia bizantina, Urbino, 1994.

.
LA SICILIA ISLAMICA 33

tardoromana lo stato di colonia dovette influire sulla debolezza delle ari-


stocrazie locali e dei fenomeni urbani. La persistenza dei grandi latifondi
ecclesiastici ed imperiali anche in età bizantina non dovette modificare so-
stanzialmente la situazione 48.
Sappiamo quindi veramente poco sui livelli di partenza, ma, con l’ec-
cezione parziale di Palermo, sappiamo anche assai poco delle strutture ur-
banistiche che si misero in atto durante l’età islamica 49.
Il dibattitto recente sulle città islamiche ci trattiene del resto dal consi-
derare valido ed universale il modello della città islamica elaborato princi-
palmente sulla base delle città nord-africane pre-moderne e dall’usare con
cautela l’abusato modello della città «caotica», costituita da una ridotta
viabilità principale e da un intreccio di vicoli ciechi 50. Non vogliamo nep-
pure addentrarci nella complessità dei problemi definitori del tipo : cosa
caratterizza una città islamica rispetto ad una non-islamica; o ancora che
cosa distingue una città islamica da un villaggio islamico? Come anche il
dibattitto sulla definizione dell’urbanesimo medievale in occidente ha sot-
tolineato 51, è soprattutto un’insieme di funzioni a definire una città nei di-
versi periodi storici e nelle diverse aree geografiche : la consistenza demi-
ca, le funzioni religiose ed amministrative, la concentrazione di attività
economiche non primarie, ecc. Mentre può essere riduttivo (ma non inuti-
le) distinguere un insediamento islamico da uno ad es. cristiano, semplice-
mente dalla presenza o meno di una moschea congregazionale e da sepol-
ture che rispettino il rituale islamico (si rimanda per questo all’articolo di
A. Bagnera ed E. Pezzini), può essere interessante tentare di cogliere ele-
menti che ci permettano di distinguere le differenti strutture sociali e i mo-
di diversi di rappresentarsi dei rispettivi poteri. Nel caso ad esempio di Se-
gesta/Calatabarbaro, che si pone cronologicamente al di fuori del periodo

48
Per la Sicilia tardo-romana e bizantina si rimanda sinteticamente a :
R. M. Carra Bonacasa (a cura di), Bizantino-Sicula IV. Atti del I Congresso inter-
nazionale di archeologia della Sicilia bizantina, Palermo, 2002 ed agli Atti del
IX Congresso internazionale di studi sulla Sicilia antica, in Kokalos, 43-44, 1997-1998.
Proprio le città di età bizantina sono tuttavia quelle sulle quali sappiamo di meno e
per le quali meno si è evoluta la ricerca archeologica.
49
Si vedano tra i contributi più recenti : F. Ardizzone, Sicilia : epoca islamica, in
Enciclopedia dell’arte medievale, X, p. 594-598; V. Zoriç, Palermo. Urbanistica e Ar-
chitettura, in Enciclopedia dell’arte medievale, IX, p. 108-117; A. De Simone, Palermo
araba, in Storia di Palermo. II. Dal tardoantico all’Islam, Palermo, 2000.
50
Rimandiamo ad es. ai saggi contenuti in P. Cressier e M. Garcia-Arenal (a
cura di), Genèse de la ville islamique en al’Andalus et au Maghreb occidental, Madrid,
1998.
51
Cf. ad es. M. Ginatempo e L. Sandri, L’Italia delle città. Il popolamento urbano
tra Medioevo e Rinascimento (secoli XIII-XVI), Firenze, 1990.

.
34 ALESSANDRA MOLINARI

considerato e che comunque nella seconda metà del XII secolo raggiunse
dimensioni quasi urbane, il carattere islamico dell’insediamento è garanti-
to dalla presenza di una moschea del venerdì e da sepolture islamiche. Tut-
tavia quello che più interessa è la profonda diversità riscontrabile tra le
strutture che presumibilmente ospitavano il personaggio più eminente nel-
la fase islamica (XII secolo) : la dimora di un primus inter pares, e in quella
successiva : il castello di un signore, che si differenzia fortemente dalle abi-
tazioni del resto della popolazione 52. Sulla tipologia delle abitazioni private
torneremo tra breve. Per il periodo propriamente islamico per la Sicilia po-
trebbe essere interessante registrare, nelle variazioni della forma urbana,
l’affermazione di un sistema statale efficiente a dispetto della prevalenza
delle formazioni tribali. A Palermo questo successo dovrebbe ad es. regi-
strarsi nella costruzione nel 937, della Halisah, la cittadella fatimida nota
˙
dalle fonti. Le recenti ricerche archeologiche a Palermo 53 stanno poi evi-
denziando un’indubitabile espansione urbana tra fine X e XI secolo, espan-
sione che sembrerebbe avvenire per altro in modo programmato.
In termini generali ci interessa capire le ragioni economico-sociali e
l’articolazione dell’insieme del «sistema di città» dell’Isola nell’altomedioe-
vo. In primo luogo, bisognerebbe tentare di capire le dimensioni e la consi-
stenza demica relative dei diversi nuclei urbani 54, quindi le ragioni econo-
mico-politiche alla base della loro eventuale rivitalizzazione e rinascita. Ol-
tre al ruolo di città capitale di Palermo, quale peso ebbe l’inserimento o
meno delle diverse città costiere nelle reti del traffico internazionale? A
questo proposito si è ad es. sottolineato come in età islamica sarebbero sta-
te soprattutto favorite le città dell’area occidentale, come ad es. Mazara,
che senz’altro sviluppò particolarmente in questo periodo caratteristiche
propriamente urbane 55. I dati ceramici che stanno tuttavia emergendo ad
es. per città come Taormina, ce la mostrano già attiva tra la fine del IX ed il
X secolo negli scambi con le altre aree bizantine del Mediterraneo 56. Un al-
tro aspetto da considerare è in quale misura l’urbanesimo fu sostenuto dal-

52
Cf. A. Molinari, Segesta II... cit. n. 31.
53
Cf. nota 35, inoltre, F. Ardizzone e L. Arcifa, Saggi archeologici nell’area della
nuova Pretura di Palermo, in C. A. Di Stefano e A. Cadei (a cura di), Federico II... cit.
n. 26, p. 293-299; J.-M. Pesez, Castello S. Pietro, ibid., p. 313-319, inoltre i contributi
di F. Spatafora, E. Pezzini e A. Bagnera, in questo volume.
54
I sistemi di valutazione relativa possono essere : le dimensioni della moschea
congregazionale, la distribuzione e la quantità degli oggetti e delle strutture delle va-
rie cronologie, ecc.
55
Cf. ad es. M. Sanfilippo, Le città siciliane dal VI al XIII secolo : note per una
storia urbanistica, in Storia della Sicilia, III, Napoli, 1980, p. 450-467.
56
Si rimanda all’importante contributo di Lucia Arcifa in questo volume.

.
LA SICILIA ISLAMICA 35

l’eventuale introduzione e dal successo della nuova agricoltura irrigua (per


la quale v. infra).
Indicazioni importanti potranno anche venire dalla dislocazione delle
attività artigianali e dalla differenziazione dei consumi tra città e mondo
rurale. Attualmente bisogna dire che le attività artigianali più specializzate,
come possono essere considerate le ceramiche rivestite con decorazione
policroma, non sembrerebbero essere prerogativa esclusiva delle città (ad
es. fornaci o scarti di fornace del X-XI secolo sono stati rinvenuti a Maza-
ra, Palermo, ma anche, sembrerebbe, nel casale di Piazza Armerina).
In termini generali possiamo infine dire che ci sembra probabile, che
le condizioni favorevoli (crescita demografica ed economica, affermazione
dello Stato centralizzato, rilevanza degli scambi interregionali, ecc.) alla ri-
nascita urbana non si siano create prima del X secolo.

L’agricoltura ed il mondo rurale

È stato sottolineato da più studiosi come l’arrivo dei musulmani nell’a-


rea mediterranea dovette comportare una vera e propria rivoluzione agri-
cola e come la differenza fondamentale tra il mondo musulmano e quello
dei regni cristiani fosse essenzialmente una differenza «ecologica» 57. Alla
base dell’agricoltura islamica ci sarebbe stata l’applicazione sistematica di
tecniche irrigue (canali dai fiumi, norie, qanat), che avrebbero permesso
anche l’acclimatazione di nuove piante e il miglioramento delle rese agrico-
le. C’è naturalmente un grande dibattito su cosa e chi abbia favorito queste
innovazioni, che comportarono profondi cambiamenti ad es. negli usi ali-
mentari, ma soprattutto nella organizzazione del lavoro contadino : l’affer-
mazione di aristocrazie urbane che avrebbero promosso la creazione di
«huertas» intorno alle città; le corti emirali e califfali; le tribù berbere, ecc.
Certamente anche in Sicilia dovettero giungere le nuove tecniche agri-
cole , ma vorremmo saperne di più sui tempi ed i modi di questa trasfor-
58

57
Cf. ad es. A. Watson, Agricultural innovation in the early Islamic world, Cam-
bridge, 1983; T. F. Glick, Cristianos y musulmanes en la España medieval (711-1250),
Madrid, 1991 (trad. sp.), p. 66-142; M. Barcelò, H. Kirchner e C. Navarro, El agua
que no duerme. Fundamentos de la arqueología hidráulica andalusí, Granada, 1996.
58
Nel X secolo ci sono ad es. le testimonianze esplicite di Ibn Hawqal, per la zo-
na intorno a Palermo (cf. Biblioteca arabo-sicula, I, cap. IV, p. 21-23), mentre
l’evidenza archeologica riguarda soprattutto i qanat sempre della zona di Palermo,
nei quali sono anche stati rinvenuti frammenti ceramici di cronologia medievale e
per i quali è stato ipotizzato sia l’uso agricolo, sia quello legato all’approvvigiona-
mento idrico della capitale, cf. V. Biancone e S. Tusa, I qanat dell’area centro-setten-
trionale di Palermo, in Archeologia e territorio, Palermo, 1997, p. 375-389.

.
36 ALESSANDRA MOLINARI

mazione e sul ruolo, l’estensione, la collocazione geografica, che l’agricol-


tura irrigua dovette avere rispetto ad es. alla coltivazione del grano, che
sappiamo comunque importante anche per l’esportazione 59. Come anche
ribadiremo più tardi è fondamentale poter scavare un casale/rahal (si cono-
sce oramai la collocazione di un numero elevato di questi siti aperti), nel-
l’ambito di una ricerca su di un intero territorio, con il tentativo di identifi-
care e scavare anche impianti idraulici e applicando in modo sistematico la
bioarcheologia 60.
Sull’organizzazione, la collocazione e le caratteristiche degli insedia-
menti rurali si aggiungono continuamente nuovi dati 61, che tuttavia come
abbiamo già ricordato non sono sempre confrontabili in termini quantita-
tivi, perchè raccolti con sistemi differenti. In questa sede vorremmo soltan-
to sottolineare alcuni dei nodi critici che stanno, a nostro parere, emergen-
do dalla ricerca archeologica, che pure non copre in modo uniforme tutto
il territorio isolano. Come è noto 62, molti autori sostengono che le scorrerie
saracene, che si verificarono a partire dalla metà del VII secolo, dovettero
determinare una riorganizzazione complessiva dell’insediamento rurale,
causando la scomparsa dell’insediamento sparso a favore della concentra-
zione precoce in siti di altura. Questo sarebbe stato un movimento sia
spontaneo da parte della popolazione rurale sia voluto dallo Stato bizanti-
no. La lunga fase della conquista musulmana a partire dall’827 avrebbe ul-
teriormente influito su questa riorganizzazione degli abitati. Si può tutta-
via almeno supporre che le scorrerie non dovettero avere lo stesso impatto
su tutto il territorio dell’Isola e che differenze consistenti potrebbero ad
esempio verificarsi tra le zone della costa e quelle dell’interno, tra la Sicilia
occidentale e quella orientale, ecc. La ricerca archeologica sta poi metten-
do in luce, anche se in modo non uniforme su tutto il territorio isolano,

59
Su questi temi si veda da ultimo H. Bresc, Le paysage de l’agriculture sèche en
Sicile (1080-1450), in A. Bazzana (a cura di), Castrum 5. Archéologie des espaces
agraires méditerranéens au Moyen Âge. Actes du colloque de Murcie (8-12 mai 1992),
Roma, 1999 (Collection de l’École française de Rome, 105/5), p. 265-276.
60
Qualcosa di simile in sostanza alla grande esperienza dello scavo della villa
romana di Settefinestre, in Toscana, cf. A. Carandini (a cura di), Settefinestre : una
villa schiavistica nell’Etruria romana, Modena, 1985.
61
Cf. ad es. molti dei saggi contenuti in R. M. Carra Bonacasa (a cura di), By-
zantino sicula... cit. n. 48, ed anche i contributi di S. Fiorilla, A. Correti e A. Vaggio-
li, I. Neri e A. Molinari, in questo volume.
62
Per una sintesi sugli estremi del dibattito si rimanda a A. Molinari, Segesta
II... cit. n. 31, p. 23-29 e a F. Maurici, L’insediamento medievale in Sicilia : problemi e
prospettive di ricerca, in Archeologia medievale, 22, 1995, p. 487-500 e da ultimo
A. Metcalfe, Muslims and Christians... cit. n. 43, p. 10.

.
LA SICILIA ISLAMICA 37

una certa tenuta dell’insediamento aperto di età bizantina, sebbene non


senza un progressivo abbandono ed una selezione dei siti aperti nel corso
del VII e dell’VIII secolo, ma non a favore di villaggi di altura 63. L’altro dato
fondamentale è, a nostro avviso, che molti degli insediamenti con ceramica
riconoscibile della fine del X-XI secolo, si collocano su siti che hanno trac-
ce evidenti di frequentazione tardo-bizantina 64. Partendo da questi dati si
possono quindi a nostro parere cominciare a fare alcune ipotesi, che an-
dranno verificate con lo scavo accurato di siti aperti, facendo attenzione a
valutare se i cambiamenti nella cultura materiale eventualmente registrabi-
li siano legati a mutamenti socio-economici, piuttosto che all’arrivo di nuo-
ve popolazioni o a entrambe le cose. In età islamica, in ambito rurale, il
grosso della popolazione dovette essere costituito dalla popolazione di ori-
gine autoctona. Questo dato ad es. conforterebbe la cattiva impressione
avuta da Ibn Hawkal, nella seconda metà del X secolo, sulla lingua ed il ri-
spetto delle norme della religione islamica 65 dei siciliani. Naturalmente
questo non vuol dire che non arrivarono anche nuovi contadini, ad es. dal
Nord-Africa, come esplicitamente testimoniato ad es. in al-Dāwudı̄, ma va
certamente sfumato o sospeso il giudizio sul «ripopolamento» della Sicilia
a seguito dell’invasione islamica. Per quanto riguarda i tempi ed i modi del-
l’arabizzazione ed islamizzazione delle campagne, si può, come è stato fat-
to, ipotizzare esiti differenti nelle diverse zone della Sicilia, con un più for-
te tenuta del greco e della religione cristiana nell’area del Valdemone 66. Da-
ti importanti potranno naturalmente venire e in parte sono già noti dallo
scavo delle necropoli connesse agli insediamenti rurali 67.
Un altro dato che sembrerebbe emergere dalla ricerca archeologia ed
in modo particolare dalle pluriennali ricerche nei territori di Segesta e En-
tella, da sottoporre comunque ad attenta verifica, è che il famoso rescritto
del 967 del califfo fatimida al-Mu{izz 68, sembrerebbe essere stato efficace,

63
Questo sarebbe ad es. registrabile, con le dovute cautele, nel territorio di Se-
gesta e sembrerebbe un indizio di contrazione demografica.
64
Naturalmente le recenti acquisizioni sulle ceramiche di IX e X secolo amplie-
ranno notevolmente le nostre possibilità di valutazione, si rimanda ancora quindi al
contributo di L. Arcifa.
65
Cf. A. Metcalfe, Muslims and Christians... cit. n. 43, p. 15-20.
66
Sui greci in Sicilia, cf. da ultimo V. von Falkenhausen, La presenza dei Greci
nella Sicilia normanna. L’apporto della documentazione archivistica in lingua greca, in
R. M. Carra Bonacasa (a cura di), Byzantino sicula... cit. n. 48, p. 31-72.
67
Si rimanda ai saggi di A. Bagnera, E. Pezzini, R. Di Salvo in questo volume.
68
«}Al Mu{izz, dando avviso della pace all’emiro }Ahmad, gli comandò di rifab-
˙
bricar le mura della capitale e di ben afforzarla, avvertendolo che fosse meglio fare il
lavoro oggi che domani. Gli comandava ancora di edificare in ciascuno }iqlîm (dis-

.
38 ALESSANDRA MOLINARI

non tanto nel determinare la scomparsa degli insediamenti sparsi, quanto


a fare emergere dei siti eminenti, come capoluoghi di distretto. Questo sa-
rebbe registrabile archeologicamente per la evidente rioccupazione di siti
elevati, ben difesi naturalmente, a partire soprattutto dalla seconda metà
del X secolo 69. Sebbene i dati archeologici non siano ancora sufficiente-
mente chiari a questo proposito, tuttavia sembrerebbe che non siano stati
costruiti in questa occasione nè nuove fortificazioni in aggiunta alle anti-
che o alle naturali, nè edifici di particolare prestigio destinati a rappresen-
tanti o delegati del potere centrale. Tuttavia, ad esempio nel caso di Ca-
lathamet, gli edifici posti nel punto più alto del sito, pur non essendo molto
più prestigiosi delle case del villaggio, ne erano chiaramente separati 70. Se
ne ricava quindi l’impressione di una società rurale debolmente o per nulla
«signorilizzata», ma non del tutto priva di gerarchia interna. I Normanni al
loro arrivo, dovettero tentare di controllare i capoluoghi di distretto, attra-
verso anche la costruzione di castelli feudali, ma non sempre sembrerebbe-
ro avere avuto successo. In ogni caso al momento del loro arrivo, i dati ar-
cheologici sembrerebbero indicare una popolazione, almeno nella Sicilia
occidentale, profondamente islamizzata 71.

Le tecniche ed i tipi edilizi

Anche in questo settore, il quadro delle conoscenze è decisamente in-


completo. I tipi e le tecniche edilizie e la loro articolazione sono invece di-
ventati, soprattutto negli ultimi anni e negli studi sull’altomedioevo, il mi-
glior indicatore della complessità dell’organizzazione sociale 72. In partico-

tretto) una città fortificata, con una moschea ǵâmi{ ed un minbar, e di obbligar la
popolazione di ogni }iqlîm a soggiornare nella città (capoluogo), non permettendo
che vivessero sparpagliati nelle campagne. L’emiro }Ahmad si affrettò ad eseguire
˙
così fatte disposizioni; messe mano alla edificazione delle mura della capitale e
mandò per tutta l’isola degli śayh che vegliassero a far popolare e munire (le città di
˘
provincia)», cf. }An-Nuwayrî, tradotto da M. Amari in Biblioteca arabo-sicula, II,
p. 135. Su questo brano, cf. da ultimo A. Metcalfe, Muslims and Christians... cit.
n. 43, p. 21-22.
69
Nel caso del territorio di Entella il sito-capoluogo dovette divenire Entella
stessa, mentre in quello di Segesta divenne eminente il sito di Calathamet, cf. i testi
di A. Correti e A. Vaggioli, I. Neri e A. Molinari, in questo volume.
70
Da ultimo si veda J.-M. Poisson, Calathamet. Dal hisn arabo al castello nor-
˙ ˙
manno : una vera cesura?, in Atti delle II Giornate internazionali di studi sull’area eli-
ma, (Gibellina 1994), Pisa-Gibellina, 1997, p. 1223-1233.
71
Ne fanno fede i numerosi cimiteri musulmani scavati negli ultimi anni ed
anche ad es. la moschea di Segesta del XII secolo.
72
Cf. ad es. G. P. Brogiolo, Aspetti economici e sociali delle città longobarde del-

.
LA SICILIA ISLAMICA 39

lare ci sembra di centrale importanza la conferma dell’esistenza e la


verifica della diffusione, sin dall’età islamica, della tecnica dell’opera qua-
drata. Questa tecnica prevede infatti una serie così complessa di operazioni
e di figure professionali (riattivazione delle cave, trasporto della pietra,
cantieri costituiti gerarchicamente, presenza di cavatori, ma soprattutto di
scalpellini, ecc.) da essere pensabile solo in una società sviluppata demo-
graficamente ed economicamente, tanto da prevedere la specializzazione
artigianale ed aristocrazie o comunque committenti sufficientemente ric-
chi 73. È inutile sottolineare quanto sarebbe ad esempio importante identifi-
care con sicurezza edifici commissionati dalla corte emirale, per verificar-
ne anche la capacità economica. Purtroppo gli studi recenti hanno dimo-
strato come sostanzialmente nessun edificio ancora in piedi si dati con
certezza all’epoca islamica 74, possiamo quindi solo congetturalmente affer-
mare la continuità delle maestranze della Sicilia islamica nell’architettura
di età normanna, che mostra conoscenze costruttive molto perfezionate 75.
Non bisogna tuttavia neppure del tutto escludere la possibilità che determi-
nate tecniche possano essere state introdotte o reintrodotte dalla potente
committenza normanna 76.
Negli ultimi anni, dagli scavi palermitani stanno emergendo tratti rela-
tivamente leggibili e generalmente inquadrabili tra X e XI secolo di mura-
ture attribuibili ad abitazioni private 77. Queste sembrerebbero essere costi-
tuite da pietre sommariamente sbozzate, con terra come legante e con ele-
menti maggiormente rifiniti soprattutto nelle zone angolari. Purtroppo in
nessun caso è stato possibile leggere la pianta completa delle abitazioni.
In ambito rurale, solo qualche frammento di abitazione, probabilmen-
te del tipo a corte centrale, si segnala : al casale di Calliata, a Entella e a Ca-

l’Italia settentrionale, in Id. (a cura di), Early medieval towns in the western Mediterra-
nean, Mantova, 1996, p. 77-88.
73
Cf. T. Mannoni, Il problema complesso delle murature storiche in pietra. 1.
Cultura materiale e cronotipologia, in Archeologia dell’architettura, 2, 1997, p. 15-24.
74
Cf. F. Ardizzone, Sicilia... cit n. 49; Zoriç, Palermo... cit. n. 49; inoltre R. Di
Liberto, Il castello di Calatubo. Genesi e caratteri di un inedito impianto fortificato si-
ciliano fra l’XI ed il XII secolo, in MEFRM, 110, 1998, p. 607-663, in partic. la nota 63,
con bibl.
75
Indicazioni di grande interesse si ricavano dagli studi di V. Zoriç, sui lapicidi
della cattedrale di Cefalù e sul Palazzo di Maredolce a Palermo (cf. Zoriç, Palermo...,
con bibl.). Gli scalpellini operanti nei due importanti cantieri parlavano le tre lingue
allora usate in Sicilia : il latino, il greco e l’arabo.
76
Cf. ad es. J. Johns, I re normanni e i califfi fatimiti. Nuove prospettive su vecchi
materiali, in Del nuovo sulla Sicilia musulmana. Atti della Giornata di studio (Roma
1993), Roma, 1995, p. 9-50.
77
Si rimanda alla bibliografia delle note 34 e 38.

.
40 ALESSANDRA MOLINARI

lathamet, con cronologie anche qui orientativamente tra X e XI secolo.


Questo stesso tipo edilizio si ritrova poi, come è noto, associato ad una ur-
banistica del tipo «a vicoli ciechi», a Monte Iato e Segesta, con cronologie
tra il XII ed il XIII secolo. Le tecniche costruttive delle abitazioni private di
ambito rurale del periodo islamico sembrerebbero prevedere anche qui l’u-
tilizzo della pietra appena sbozzata e della terra come legante, mentre i tet-
ti erano coperti con coppi di nuova produzione. Sembrerebbe estendibile
anche al periodo propriamente islamico il sistema costruttivo rilevato per
Segesta, ossia quello della costruzione delle abitazioni con l’aggiunta pro-
gressiva di corpi di fabbrica. Questo modo di procedere potrebbe far pen-
sare che la famiglia contadina provvedesse autonomamente alla costruzio-
ne della propria casa, aumentando gli ambienti man mano che si espande-
va il nucleo familiare.
In generale l’interrogativo che ci poniamo è di quanto sia finito sepolto
e quanto sia invece inglobato in edifici ancora in uso. Ci sembra quindi
che : una più stretta collaborazione tra architetti ed archeologi, una più si-
stematica applicazione dei principi della stratificazione archeologica alle
murature ancora in piedi e la creazione di un atlante delle murature, che
valorizzi anche piccoli spezzoni di muro, siano alcune delle vie da seguire
specialmente in questi anni di restauri, in qualche caso, forsennati. Un
buon esempio delle potenzialità di questi metodi è l’analisi del castello di
Calatubo, che in attesa di conferme derivanti da scavi sistematici, avrebbe
permesso di individuare una consistente fase di XI secolo nella sua com-
plessa storia edilizia 78.

Il ritmo delle conversioni e la trasformazione dei modi di vita

Nello studio delle altre formazioni socio-politiche islamiche il ritmo


delle conversioni è un argomento centrale, in quanto, come è noto, è fonda-
mentale il peso politico non tanto delle popolazioni cristiane, quanto quel-
lo dei neoconvertiti. Ad es. per la Spagna T. Glick, riprendendo le ipotesi
fatte da Bulliett sulla base di dati onomastici, considera necessario un tem-
po piuttosto lungo (oltre due secoli), perché la popolazione diventi maggio-
ritariamente musulmana 79. Secondo P. Guichard invece, a giudicare ad es.
da alcune fonti scritte relative ai disordini sociali del IX e X secolo, queste
trasformazioni sarebbero state in alcune zone relativamente più veloci ed

78
Cf. il contributo di R. Di Liberto in questo volume.
79
T. F. Glick, Cristianos y musulmanes... cit. n. 57, p. 43-47.

.
LA SICILIA ISLAMICA 41

in altre (ad es. nelle montagne dell’Andalusia centrale e orientale) più gra-
duali 80.
Per gli archeologi 81 i compiti a questo proposito non sono semplici,
specie per quanto riguarda gli indicatori materiali da considerare. In pri-
mo luogo bisogna riflettere in quale misura il cambiamento di status giuri-
dico, religioso e fiscale connesso con la conversione, si accompagni ad altri
cambiamenti nella vita quotidiana, nella struttura sociale, nelle tecniche
agricole, negli usi linguistici ecc. e di come tutti questi fenomeni possano
avere velocità differenti. Inoltre è possibile che modi di vita delle popola-
zioni islamizzate siano stati adottati anche dai non convertiti. Si tratta
quindi ancora di costruire un «sistema» di dati complesso (con cronologie
precise, dati quantitativi e distributivi) che vada dall’età bizantina alla fine
almeno dell’epoca islamica. Certamente esistono indicatori materiali più
espliciti rispetto ad altri, per quanto riguarda l’islamizzazione, come posso-
no essere moschee e necropoli datate con precisione. Anche qui tuttavia
non si deve dimenticare che si possono adattare edifici presistenti a mo-
schea, senza che questo lasci tracce materiali particolarmente esplicite.
Il tipo delle abitazioni può essere un indicatore interessante della
struttura familiare ed abbiamo più volte sottolineato 82 come vi sia una dif-
ferenza sostanziale tra le case a corte (famiglia allargata) ad es. di Segesta,
Entella e Monte Iato (XII-XIII sec.) e quelle monofamiliari di Brucato
(XIV sec.). Tuttavia vorremmo sapere di più sulle abitazioni del periodo
tardoromano e bizantino e ad esempio le case di Kaukana 83 sembrerebbero
meno distanti da quelle di Segesta, di quanto non lo siano quelle di Bruca-
to.
Un altro indicatore di cambiamento interessante e da maneggiare con
cautela è ovviamente la ceramica, considerata dal punto di vista sia dei
procedimenti tecnici sia del repertorio di forme. Difficilmente il nesso tra
invasioni di popolazioni alloctone e nuovi tipi di ceramica è semplice ed
automatico (si veda ad es. il caso della distribuzione della ceramica longo-
barda in Italia e dell’impatto quasi nullo che ha sulle produzioni locali).

80
P. Guichard, La trajectoire historique des mozarabes d’Espagne, in H. Bresc e
C. Veauvy, Mutation d’identités en Méditerranée : Moyen Âge et époque contempo-
raine, Saint-Denis, 2000, p. 111-122.
81
Per il contributo degli storici delle fonti scritte su questo tema per la Sicilia si
rimanda a A. Metcalfe, Muslims and Christians... cit. n. 43, p. 15-20 e al saggio di
A. Nef in questo volume.
82
Cf. A. Molinari, Segesta II... cit. n. 31, p. 109-111.
83
Cf. G. Di Stefano, Il villaggio bizantino di Kaukana. Spazi urbani, momumenti
pubblici ed edilizia privata, in R. M. Carra Bonacasa (a cura di), Byzantino sicula...
cit. n. 48, p. 173-190.

.
42 ALESSANDRA MOLINARI

Nel caso della Sicilia, come in molte altre aree del Mediterranneo passate
sotto il dominio islamico 84, le ceramiche sembrerebbero situarsi per forme
e tecniche di fabbricazione nel solco della tradizione mediterannea tar-
doantica fino alla metà/seconda metà del X secolo 85. È solo a partire da
questo periodo che sembrerebbe rinnovarsi profondamente sia il reperto-
rio formale e decorativo, sia quello tecnico, specialmente per quanto ri-
guarda la ceramica fine da mensa. Il rinnovamento, allo stato attuale delle
conoscenze, non sembrerebbe il frutto di lente sperimentazioni tecniche al-
l’interno dell’Isola, ma parrebbe, a nostro giudizio, giungere già perfezio-
nato dall’esterno. L’area più probabile di origine delle maestranze immi-
grate sembrerebbe l’attuale Tunisia, dove forse con piccolo scarto cronolo-
gico queste tecniche sarebbero state introdotte prima che in Sicilia.
Come si possono interpretare questi fondamentali cambiamenti del
X secolo? Attribuirli alla islamizzazione sarebbe decisamente semplicistico
e forse decisamente sbagliato (come interpretare allora ad es. gli analoghi
cambiamenti tecnico-formali avvenuti in Italia all’inizio del XIII secolo?).
Bisogna prima di tutto considerare che, per quanto riguarda il IX secolo,
probabilmente una parte consistente dei nuovi immigrati (v. Berberi) non
doveva avere tradizioni ceramiche così profondamente diverse dalle popo-
lazioni autoctone. I cambiamenti del X secolo potrebbero quindi essere le-
gati ad una concomitanza di fattori socio-economici e culturali. Un primo
fattore fondamentale da considerare è come vi sia stata un’ondata di
«orientalizzazione» nelle tecniche ceramiche, nel X secolo, dall’Egitto alla
Spagna. Il secondo elemento che si può tenere in considerazione è quello
dello sviluppo economico dell’Isola, per il quale vi sarebbero le condizioni,
a nostro parere, a partire appunto da questo periodo e che dovrebbe com-
portare una specializzazione artigianale più accentuata. Infine la possibile
spinta sociale al cambiamento : le aristocrazie urbane cosmopolite e stret-
tamente legate al resto del mondo musulmano avrebbero adottato nuovi ti-
pi di ceramiche 86 e poi sarebbero state imitate dal resto della popolazione.

84
Su questo tema si rimanda all’ampia bibliografia citata da F. Ardizzone in
questo volume. Per la Spagna si veda anche ad es. A. Malpica Cuello (a cura di), La
ceramica altomedieval en el sur de Al-Andalus. Primer Encuentro de arqueología y pa-
trimonio, Granada, 1993.
85
Sulla Sicilia cf. ad es. A. Molinari, Momenti di cambiamento... cit. n. 28,
p. 375-382; L. Arcifa e É. Lesnes, Primi dati sulle produzioni ceramiche palermitane
dal X al XV secolo, ibid., p. 405-412, inoltre i contributi di L. Arcifa e F. Ardizzone in
questo volume.
86
Un possibile indizio potrebbero essere le ceramiche dipinte sottovetrina forse
di importazione rinvenute a Palermo, cf. L. Arcifa e É. Lesnes, Primi dati..., p. 409-
411.

.
LA SICILIA ISLAMICA 43

Si sarebbero create quindi le premesse per un nuovo mercato e per la im-


migrazione di nuovi artigiani specializzati, con il loro bagaglio di nuovi sa-
peri tecnici.
Ricchi di potenzialità ci sembrano poi gli studi sulla distribuzione e la
cronologia dei diversi tipi delle ceramiche comuni per la cottura e la con-
servazione degli alimenti, più legate a tradizioni profondamente radicate
come gli usi di cucina 87.
Qualche riflessione richiede infine il problema della arabizzazione lin-
guistica ed anche dell’uso delle scritture esposte, delle epigrafi. Il fatto che
la maggior parte delle iscrizioni arabiche attualmente conservate siano
iscrizioni funerarie e che queste siano nella quasi totalità di età normanna,
non induce necessariamente a postulare un basso grado di alfabetizzazione
in età propriamente islamica. Potrebbe ad es. trattarsi di quel tipo di prati-
che (l’uso delle steli funerarie iscritte), considerate per altro non perfetta-
mente ortodosse in ambito islamico, che sarebbero state introdotte dai
nuovi ceti dominanti ed imitate anche tra quanti parlavano in arabo 88. L’ar-
cheologia può contribuire invece in questo campo con la scoperta ad es. di
oggetti iscritti legati alla vita quotidiana, all’esercizio professionale o a pra-
tiche religiose. Di grande interesse sono ad es. le annotazioni in arabo fatti
da un ceramista ad Agrigento 89 (su di un piatto forse del X-XI secolo) o a
Segesta (su di un tubo per l’acqua, databile alla fine del XII-p.m. del
XIII sec.) 90.

L’economia ed il commercio
I principali interrogativi relativamente all’economia della Sicilia isla-
mica riguardano : a) il suo inserimento in un sistema internazionale di
scambi ed in particolare a partire da quale periodo; b) in quale forma ab-
bia partecipato a questo sistema : come produttrice di generi alimentari e
materie prime o anche di artigianato di lusso; c) se si ponga come media-

87
Si vedano di nuovo i contributi di F. Ardizzone e L. Arcifa, in questo volume
88
Sulle iscrizioni arabe si rimanda al contributo di V. Grassi in questo volume.
Per quelle in greco si veda invece : A. Guillou, Recueil des inscriptions grecques mé-
diévales d’Italie, Roma, 1996, in particolare le p. 211-225. Le iscrizioni funerarie in
greco di età normanna sono soprattutto epitaffi di personaggi di alto rango legati al-
la corte di Palermo.
89
Cf. R. M. Bonacasa Carra, F. Ardizzone e R. Macaluso, Due nuove fornaci me-
dievali ad Agrigento, in S. Scuto (a cura di), L’età di Federico II nella Sicilia centro-
meridionale. Atti delle Giornate di studio (Gela 1990), Agrigento, 1991, tav. XXI,
p. 347.
90
M. A. De Luca, Reperti con iscrizioni arabe, in A. Molinari, Segesta II... cit.
n. 31, p. 205-212, in part. fig. 216, p. 209.

.
44 ALESSANDRA MOLINARI

trice tra mondo musulmano e mondo cristiano peninsulare; d) il ruolo del-


lo Stato e delle città nell’economia. Naturalmente gli indicatori archeologi-
ci non possono rispondere a tutti i quesiti, ma vediamone le potenzialità.
Un primo indicatore fondamentale per il primo quesito è senz’altro la
disponibilità e la coniazione nell’Isola di monete d’oro e quindi d’argento 91.
Sembrerebbe chiaro che la Sicilia si doveva procurare questi metalli attra-
verso il commercio con altre zone del mondo islamico. L’altro aspetto inte-
ressante rispetto alle monete è l’aumento progressivo del volume delle co-
niazioni, specialmente sotto il regno della dinastia kalbita. A questo propo-
sito è bene ricordare che la funzione della moneta oltre che per gli scambi è
fondamentale a fini fiscali (riscossione delle tasse e funzionamento del-
l’apparato statale) e che questo dato sull’aumento delle coniazioni può es-
sere un ulteriore indicatore del rafforzamento del sistema statale. Un dato
simile potrebbe inoltre evincersi dalla circolazione dei gettoni di vetro co-
me moneta spicciola (per la quale Balog ha fornito buoni argomenti) : lo
Stato garantiva interamente del valore di scambio di oggetti che ne erano
intrinsecamente privi. Un ulteriore problema riguardo alle coniazioni sici-
liane di età islamica ed al loro significato nella vita economica, lo ha già
sollevato Balog e conviene qui ricordarlo. La presenza di una monetazione
solo di denominazioni piccole, ossia quarti di dinar (i cosiddetti tarì) e se-
dicesimi di dirham (le cosiddete karrube), che nonostante il prestigio inter-
nazionale del quale sembrerebbero aver goduto i tarì, getta alcuni dubbi
sul volume e la natura degli scambi sostenuti da queste monete. Sarebbe
inoltre interessante poter mettere in relazione questo dato sulle coniazioni
siciliane con quanto ipotizzato da J. Johns sul sistema di tassazione del
X-XI secolo, che sarebbe stato «primitivo», nel senso che si sarebbe limita-
to ad un canone fisso per terreno arato 92. Infine, una prova evidente delle
relazioni di scambio della Sicilia con l’Italia meridionale è il fatto che il tarì
sia stato la moneta d’oro di riferimento forse già dagli inizi del X secolo e
che in seguito sia stato anche imitato ad es. da Amalfi e da Salerno.
Dati importanti sugli scambi possono derivare, come abbiamo già ri-

91
Si rimanda per brevità ai saggi di sintesi : P. Balog, La monetazione della Sici-
lia araba e le sue imitazioni nell’Italia meridionale, in F. Gabrieli e U. Scerrato, Gli
Arabi in Italia, Milano, 1979, p. 611-628 e P. Grierson e L. Travaini, Medieval Euro-
pean coinage with a catalog of the coins in the Fitzwilliams Museum, Cambridge, 14.
Italy III. South Italy, Sicily, Sardinia, Cambridge 1998; inoltre al contributo di
L. Travaini, in questo volume.
92
Cf. J. Johns, Arabic administration in Norman Sicily... cit. n. 27, p. 26; si rife-
risce in particolare al regno dell’emiro Ja far ibn Yusuf, che avrebbe tentato di cam-
biare il sistema di tassazione, introducendo canoni più flessibili e sofisticati legati ai
raccolti ed in generale ai profitti.

.
LA SICILIA ISLAMICA 45

cordato più volte, dalla distribuzione della ceramica sia di quella fine da
mensa sia dei contenitori da trasporto 93. Relativamente a questi ultimi esi-
stono dati specialmente sulla distribuzione verso l’Italia peninsulare, che in
alcuni casi (ad es. Pisa e Salerno) sembrerebbero antedatare l’età norman-
na, ma, sulla base dei dati tipologici, non sarebbero anteriori alla fine del
X/inizi XI secolo. La varietà delle forme anforiche prodotte a partire da
quest’ultimo periodo, inoltre, fa intravedere un commercio di derrate diffe-
renziate. Le anfore della prima metà del X secolo prodotte dalla fornace di
Agrigento, invece, non avrebbero al momento un mercato 94.
Per quanto riguarda poi la ceramica fine da mensa si può ricordare
brevemente come venga esportata dalla fine del X secolo, in concomitanza
con l’avvento delle nuove tecniche di produzione (ceramica dipinta sotto
vetrina). I mercati preferenziali sembrerebbero quelli dell’Italia peninsula-
re tirrenica ed in particolare Pisa e quindi l’area amalfitano-salernitana e
calabrese. Nel corso dell’XI secolo, la ceramica «tipo pavoncella», legata ad
un tipo di produzione più centralizzata (area di Palermo?) e con un mag-
gior volume di oggetti prodotti, oltre a coprire interamente il mercato re-
gionale veniva esportata principalmente verso l’attuale Libia.
Le importazioni in Sicilia da altre aree del momdo islamico, sono co-
nosciute in misura modesta e sembrerebbero (sulla base degli impasti ar-
gillosi) prevalentemente dell’area nord-africana. Rarissime sono comunque
le importazioni dall’Egitto : probabilmente il ruolo di mercato intermedio
tra al-Andalus e l’area siro-egiziana era svolto di preferenza dai porti del-
l’area tunisina.
In sintesi, per quanto riguarda i problemi legati alla specializzazione
economica (produzione di derrate o di prodotti artigianali di pregio), come
emerge anche più chiaramente ad es. dai testi della geniza del Cairo 95, ci
sembra che per questo periodo non si possa ancora parlare di una vera e
propria divisione nell’ambito delle aree mediterrannee e di volta in volta,
grazie ad una buona circolazione delle informazioni, si sceglieva cosa e do-
ve esportare. Inoltre, l’archeologia e la numismatica attestano di relazioni
precoci con l’Italia peninsulare, ma relazioni più intense non sembrerebbe-

93
Cf. ad es. A. Molinari, La produzione ed il commercio in Sicilia... cit. n. 28;
F. Ardizzone, Le anfore recuperate sopra le volte del palazzo della Zisa... cit. n. 28.
94
Cf. R. M. Bonacasa Carra, F. Ardizzone e R. Macaluso, Due nuove fornaci...
cit. n. 89.
95
Cf. ad es. S. D. Goitein, A mediterranean society, Berkeley-L.A., 1967; Id. Sicily
and Southern Italy in the Cairo Geniza documents, in Archivio storico per la Sicilia
orientale, 67, 1971, p. 9-33; A. Udovitch, New materials for the history of Islamic Sici-
ly, in Del nuovo sulla Sicilia musulmana. Atti della Giornata di studio (Roma 1993),
Roma, 1995, p. 183-210.

.
46 ALESSANDRA MOLINARI

ro anteriori al X secolo. Del resto i diversi fattori considerati parlano di svi-


luppo specialmente nella seconda metà di questo secolo.
Concludendo, ci sembra evidente come per la Sicilia islamica ci sia an-
cora la necessità di costruire un «sistema di dati», di produrre e reperire
nuove informazioni. Tuttavia, senza un’idea chiara di quello che si vuole ri-
cercare si producono solo inutili elenchi. Ci auguriamo che gli atti di que-
sto seminario possano servire a queste necessità.

Alessandra MOLINARI