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Indice

1 Linee di trasmissione 3

1.1 Concetto di campo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 3


1.2 Equazioni in forma integrale nel vuoto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 3
1.2.1 Le equazioni di Maxwell . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 3
1.2.2 Equazioni di Maxwell nel vuoto in forma differenziale per campi
variabili nel tempo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7
1.2.3 L’operatore ∇ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7
1.2.4 L’equazione di continuità della corrente . . . . . . . . . . . . . . . 8
1.3 Relazioni costitutive . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 9
1.3.1 Campi statici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10
1.3.2 Conduttori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 11
1.3.3 Campi variabili nel tempo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 11
1.3.4 Mezzi dispersivi spazialmente . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12
1.4 Continuità dei campi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12

2 15

2.0.1 Derivazione delle equazioni delle linee . . . . . . . . . . . . . . . 15


2.0.2 Le equazioni delle linee nel dominio del tempo . . . . . . . . . . . 18
2.0.3 Il concetto di tensione e corrente per linee TEM . . . . . . . . . . . 21
2.0.4 Costanti primarie e secondarie : capacità e induttanze specifiche,
costante di propagazione e impedenza caratteristica . . . . . . . . . 21
2.0.5 Linee con perdite . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 21
2.1 Propagazione quasi TEM . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 23
2.1.1 Derivazione delle equazioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 23
2.1.2 Epsilon efficace . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 23
2.1.3 Caratteristiche dispersive . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 23
2.1.4 Esempio: la microstriscia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 23
2.2 Studio delle soluzioni delle equazioni delle linee . . . . . . . . . . . . . . . 24
2.2.1 Soluzione progressiva . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24
2.2.2 Soluzione stazionaria . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24
2.2.3 Confronto tra i due tipi di soluzioni . . . . . . . . . . . . . . . . . 25
2.2.4 Impedenza lungo una linea . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 25
2.2.5 Formula del trasporto di impedenza . . . . . . . . . . . . . . . . . 25
2.2.6 Coefficiente di riflessione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 25
2.2.7 Rapporto d’onda stazionario (ROS) . . . . . . . . . . . . . . . . . 26
2.2.8 Linea terminata su un corto circuito . . . . . . . . . . . . . . . . . 26
2.2.9 Adattamento con uno stub . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 27

1
2 INDICE
Capitolo 1

Linee di trasmissione

1.1 Concetto di campo


• Campo scalare (ad esempio il campo di temperatura)

• Campo vettoriale: dall’azione a distanza, all’azione mediata, al concetto di campo


(ad esempio campo gravitazionale, campo elettromagnetico)

1.2 Equazioni in forma integrale nel vuoto


1.2.1 Le equazioni di Maxwell
Z Z
∂h b
e · bil dl = −µ0 · in dS (1.1)
∂t
∂S S
Z Z   Z
∂e ∂e b
h · bil dl = ε0 + J · bin dS = ε0 · in dS + I (1.2)
∂t ∂t
∂S S S
Z Z
ε0 e · bin dS = ρdV = Q (1.3)
∂V V
Z
µ0 h · bin dS = 0 (1.4)
∂V

dove bin è la normale uscente e bil si sceglie con la legge del cavatappi.
Convenienza nel passare dalla forma integrale alla forma differenziale:
caso del campo elettrostatico
Z
e · bil dl = 0 ∀c (1.5)
∂S=c

ha come conseguenza che qualsiasi sia la linea aperta di estremi (A, B), l[A, B]
Z
e · bil dl (1.6)
l[A,B]

3
4 CAPITOLO 1. LINEE DI TRASMISSIONE

dipende solo dagli estremi A e B, e quindi esiste una funzione potenziale ψ tale che

Z ZB
e · bil dl = e · bil dl = ψ (B) − ψ (A) (1.7)
l[A,B] A

Il legame tra e e ψ può essere espresso anche in forma differenziale ed assume una
forma particolarmente semplice in coordinate cartesiane per campi espressi in componenti
cartesiane. Supponiamo che la linea sia un segmento di retta parallelo all’asse x di estremi
A ≡ (x0 , y0 , z0 ) e B ≡ (x1 , y0 , z0 )

ZB ZB Zx1
e · bil dl = e (x, y, z) · bix dx = e (x, y0 , z0 ) · bix dx = ψ (x1 , y0 , z0 ) − ψ (x0 , y0 , z0 )
A A x0
(1.8)
Dividendo per x1 − x0 e facendo tendere x1 a x0 si ottiene

RB
e (x, y, z) · bix dx
A ψ (x1 , y0 , z0 ) − ψ (x0 , y0 , z0 ) ∂ψ
lim = lim = (1.9)
x1 →x0 x1 − x0 x1 →x0 x1 − x0 ∂x |(x0 ,y0 ,z0 )

Rx1
D’altronde e (x, y0 , z0 ) · bix dx = ex (ξ, y0 , z0 ) (x1 − x0 ) con ξ ∈ (x0 , x1 ) , per cui
x0

Rx1
e (x, y, z) · bix dx
x0
lim = ex (x0 , y0 , z0 ) (1.10)
x1 →x0 x1 − x0

e dalla (1.9)
∂ψ
ex (x0 , y0 , z0 ) = (1.11)
∂x |(x0 ,y0 ,z0 )

Ripetendo la stessa procedura su segmenti paralleli all’asse y e z si ottiene


 
∂ψ ∂ψ ∂ψ
e= , , = gradψ (1.12)
∂x ∂y ∂z

In effetti, per ragioni storiche e di comodità fisica, invece di usare la funzione potenziale
ψ definita dalla (1.8), si preferisce utilizzare il suo opposto

ϕ = −ψ (1.13)

e porre quindi
e = −gradϕ; (1.14)

anche noi seguiremo in genere questa convenzione.


Utilizziamo ora la seconda equazione integrale per il campo elettrico per giungere ad
un’equazione che colleghi ϕ alle cariche. Si scelga come volume V un prisma con facce
parallele alle superfici coordinate di un sistema di riferimento come in figura ??. Deve
valere Z
ε0 e · bin dS = Q (1.15)
∂V
1.2. EQUAZIONI IN FORMA INTEGRALE NEL VUOTO 5

dove Q è la carica interna al prisma. D’altronde

Z z0Z+∆z y0Z+∆y z0Z+∆z y0Z+∆y

ε0 e·bin dS = ε0 ex (x0 + ∆x, y, z) dydz− ε0 ex (x0 , y, z) dydz+


∂V z0 y0 z0 y0
z0Z+∆z x0Z+∆x z0Z+∆z x0Z+∆x

+ ε0 ey (x, y0 + ∆y, z) dxdz − ε0 ey (x, y0 , z) dxdz+


z0 x0 z0 x0
x0Z+∆x y0Z+∆y x0Z+∆x y0Z+∆y

ε0 ez (x, y, z0 + ∆z) dxdy − ε0 ez (x, y, z0 ) dxdy (1.16)


x0 y0 x0 y0

Consideriamo il primo integrale nella (1.16) e valutiamolo utilizzando il teorema del


valor medio (supponiamo sempre e continuo)
z0Z+∆z y0Z+∆y
 0 0

ε0 ex (x0 + ∆x, y, z) dydz = ∆y∆zε0 ex x0 + ∆x, η , ζ (1.17)
z0 y0

0 0
con η ∈ (y0 , y0 + ∆y) e ζ ∈ (z0 , z0 + ∆z) . Ripetendo le stesse operazioni per gli altri
integrali si ottiene
Z
ε0 e · bin dS = ∆y∆zε0 ex x0 + ∆x, η I , ζ I − ex x0 , η II , ζ II +
  

∂V
+ ∆x∆zε0 ey ξ I , y0 + ∆y, ζ III − ey ξ II , y0 , ζ IV +
  

∆x∆yε0 ez ξ III , η III , z0 + ∆z − ez ξ IV , η IV , z0


  
(1.18)

Dividendo ora per il volume V = ∆x∆y∆z e facendo il limite per ∆x → 0, ∆y → 0,


∆z → 0, si ottiene
R
ε0 e · bin dS   
∂V ε0 ex x0 + ∆x, η I , ζ I − ex x0 , η II , ζ II
lim = lim +
V →0 ∆x∆y∆z V →0 ∆x
  
ε0 ey ξ I , y0 + ∆y, ζ III − ey ξ II , y0 , ζ IV
+ +
∆y
  
ε0 ez ξ III , η III , z0 + ∆z − ez ξ IV , η IV , z0
+ =
 ∆z 
∂ex ∂ey ∂ez
= ε0 + + = ε0 dive|(x0 ,y0 ,z0 ) (1.19)
∂x ∂y ∂z |(x0 ,y0 ,z0 )

Utilizzando ora la (1.15) otteniamo


Q
ε0 dive = lim =ρ (1.20)
V →0 V

e le equazioni del campo statico divengono


ρ
e = −gradϕdive = (1.21)
ε0
e sostituendo la prima nella seconda
ρ
divgradϕ = − (1.22)
ε0
6 CAPITOLO 1. LINEE DI TRASMISSIONE

L’operatore divgrad viene indicato col simbolo ∇2 e quindi ∇2 ϕ = − ερ0 . In coordi-


nate cartesiane è facile verificare che

∂2ϕ ∂2ϕ ∂2ϕ


∇2 ϕ = + + (1.23)
∂x2 ∂y 2 ∂z 2

Abbiamo cosı̀ definito l’operatore divergenza e l’operatore gradiente, nonchè la com-


posizione dei due. Diamo ora un’analoga definizione per l’operatore rotore. Come è noto,
se una funzione è differenziabile due volte, allora le derivate seconde miste fatte rispetto
alle stesse variabili devono essere uguali; supponendo quindi ϕ due volte differenziabile,
deve risultare

∂2ϕ ∂2ϕ
= (1.24)
∂x∂y ∂y∂x
∂2ϕ ∂2ϕ
= (1.25)
∂x∂z ∂z∂x
∂2ϕ ∂2ϕ
= (1.26)
∂z∂y ∂y∂z

In virtù della (??), possiamo dunque scrivere, in termini di campo elettrico,

∂ey ∂ex
= (1.27)
∂x ∂y
∂ez ∂ex
= (1.28)
∂x ∂z
∂ey ∂ez
= (1.29)
∂z ∂y

che, in forma simbolica può essere posta

rote = 0 (1.30)

dove
∂ey ∂ez
rote · bix = − (1.31)
∂z ∂y
∂ex ∂ez
rote · biy = − (1.32)
∂z ∂x
∂ey ∂ex
rote · biz = − (1.33)
∂x ∂y

In effetti, anche l’operatore di rotore può essere definito in termini integrali valutando
nel limite di S → 0 l’integrale I
e · bil dl (1.34)
∂S

Cominciamo con lo scegliere la superficie S in un piano parallelo al piano (x, y) del


solito sistema di riferimento cartesiano ortogonale. Concordemente

I ZB ZC ZD ZA
e · bil dl = e · bil dl + e · bil dl + e · bil dl + e · bil dl =
∂S A B C D
− ey (x0 , η, z0 )∆y + ex (ξ, y0 , z0 )∆x + ey (x0 + ∆x, η, z0 )∆y − ex (ξ, y0 + ∆y, z0 )∆x
(1.35)
1.2. EQUAZIONI IN FORMA INTEGRALE NEL VUOTO 7

Dividendo per S = ∆x∆y e passando al limite si ottiene


H
e · bil dl
∂S
lim =
∆x→0,∆y→0 ∆x∆y
ey (x0 + ∆x, η, z0 ) − ey (x0 , η, z0 ) ex (ξ, y0 + ∆y, z0 ) − ex (ξ, y0 , z0 )
lim − =
∆x→0,∆y→0 ∆x ∆y
∂ey ∂ex
− (1.36)
∂x ∂y

È dunque dimostrata l’equivalenza dell’eqauzione rote = 0 con la (1.5).

1.2.2 Equazioni di Maxwell nel vuoto in forma differenziale per campi


variabili nel tempo
Sulla base di quanto esposto per i campi statici, il passaggio dalle espressioni integrali a
quelle differenziali per campi variabili nel tempo è immediato. Consideriamo ad esempio
l’equazione (1.2) e, come per il caso statico, particolarizziamola ad una superficie rettan-
golare di lati ∆x e ∆y giacente in un piano parallelo al piano (x, y) con i lati paralleli a
tali assi.
Il primo membro di tale equazione ci dice che
R  ∂e 
ε0 ∂t + J · biz dS
∂hy ∂hx S ∂ez
− = (roth) · biz = lim = ε0 + Jz (1.37)
∂x ∂y ∆x→0,∆y→0 ∆x∆y ∂t

e quindi ripetendo lo stesso ragionamento per una superficie ortogonale all’asse x e per una
otrogonale all’asse y si ottiene
∂e
roth = ε0 +J (1.38)
∂t
e analogamente

∂h
rote = −µ0 (1.39)
∂t
divh = 0 (1.40)
div (ε0 e) = ρ (1.41)

1.2.3 L’operatore ∇
Nel precedente paragrafo è stato mostrato che le equazioni di Maxwell possono essere
scritte in forma locale introducendo alcune rilevanti combinazioni di derivate prime dei
campi. Una analisi di queste espressioni ci porta a individuare un operatore vettoriale
unico atto a poter rappresentare tutte le forme differenziali sinora introdotte.
In effetti, posto formalmente

∂ ∂ ∂
∇ = bix + biy + biz (1.42)
∂x ∂y ∂z

è facile verificare che


∂ϕ b ∂ϕ b ∂ϕ
gradϕ = ∇ϕ = bix + iy + iz (1.43)
∂x ∂y ∂z
∂ex ∂ey ∂ez
dive = ∇·e= + + (1.44)
∂x ∂y ∂z
8 CAPITOLO 1. LINEE DI TRASMISSIONE


bix biy biz
∂ ∂ ∂

rote = ∇ × e = ∂x ∂y ∂z =
e ey ez
x
     
bix ∂ey − ∂ez + biy ∂ex − ∂ez + biz ∂ey − ∂ex (1.45)
∂z ∂y ∂z ∂x ∂x ∂y

∂2ϕ ∂2ϕ ∂2ϕ


divgradϕ = ∇ · (∇ϕ) = ∇2 ϕ = + + (1.46)
∂x2 ∂y 2 ∂z 2
L’operatore ∇ in coordinate cartesiane e per componenti cartesiane si comporta for-
malmente come un vettore nel senso che ad esso si applicano le regole dei prodotti scalare,
vettore e per uno scalare (ad eccezione della proprietà commutativa).
In definitiva, quindi, le equazioni di Maxwell si scrivono
∂h ∂e ρ
∇ × e = −µ0 ∇ × h = ε0 + J∇ · e = ∇ · h = 0 (1.47)
∂t ∂t ε0

1.2.4 L’equazione di continuità della corrente


Le equazioni di Maxwell (1.47) non sono tra loro indipendenti; in particolare, prendendo
la divergenza della prima equazione si ottiene
∂hx
−µ0 ∇ · =∇·∇×e=0 (1.48)
∂t
Scambiando poi derivate spaziali e temporali si ha

(∇ · h) = 0 (1.49)
∂t
la quale può essere facilmente integrata rispetto al tempo ottenendo

∇ · h = costante ∀t (1.50)

e quindi, supponendo h = 0 per t → −∞ otteniamo ∇ · h = 0. L’ultima delle (1.47)


assume quindi il significato di una condizione iniziale su h piuttosto che di una equazione
effettivamente da soddisfare. In altre parole, come equazione è contenuta nella prima. Se
ora analogamente prendiamo la divergenza della seconda equazione, e invertiamo derivate
spaziali e temporali, otteniamo
∂∇ · e
ε0 +∇·J =0 (1.51)
∂t
Se in questa equazione sostituiamo la terza delle (1.47) si ottiene l’equazione di conti-
nuità della corrente
∂ρ
∇·J =− (1.52)
∂t
ovvero, in forma integrale,
I Z
∂ρ ∂Q
J · in dS = −
b dV = − (1.53)
∂t ∂t
∂V V

la quale ci dice che per esserci un flusso di corrente attraverso una superficie chiusa, ci
deve essere una variazione della carica interna al volume delimitato da tale superficie. Di
conseguenza, non è possibile assegnare arbitrariamente J e ρ in quanto devono essere
legate dall’equazione di continuità (non possono assumere valori indipendenti).
1.3. RELAZIONI COSTITUTIVE 9

1.3 Relazioni costitutive


Passiamo ora all’analisi dei fenomeni elettromagnetici nei mezzi materiali. Come è noto
ogni mezzo materiale è costituito da particelle cariche di segno opposto in moto reciproco
quanto meno a causa dell’agitazione termica. L’analisi dei fenomeni elettromagnetici deve
quindi partire dal considerare le equazioni di Maxwell in presenza sia delle cariche e cor-
renti impresse, sia delle cariche che costituiscono il mezzo materiale stesso. D’altronde,
risolvere le equazioni di Maxwell per determinare l’effettivo campo presente all’interno di
un mezzo materiale è un’impresa alquanto complessa e va ben oltre gli scopi dell’ingegnere
che desidera utilizzare i campi elettromagnetici a fini immediatamente pratici.
In effetti, più che la descrizione microscopica del campo all’interno di un mezzo, ciò
che interessa sono i valori medi di tali campi. Valori mediati su volumetti grandi rispetto
alle dimensioni atomiche, ma piccoli rispetto alla scala di variazione dei fenomeni che si
intende analizzare, e mediati anche rispetto al tempo, su intervalli di tempo sufficientemen-
te grandi da eliminare le fluttuazioni statistiche come quelle termiche,ma piccoli rispetto
alle scale temporali legate alle sorgenti impresse. Tali valori medi sono ciò che definiamo
campo macroscopico.
In tal modo, ad esempio, in assenza di sorgenti impresse un mezzo materiale risulta
elettricamente neutro e possiamo dire che in esso il campo elettromagnetico macroscopi-
co è nullo (nel senso ovviamente del valor medio appena definito). In presenza invece di
sorgenti esterne, la presenza di un mezzo materiale modifica i campi elettromagnetici, in
quanto il campo prodotto da tali sorgenti esterne polarizza il mezzo, nel senso che le cari-
che, risentendo di tale campo, modificano il loro moto e le loro posizioni “medie” e quindi
il valor medio del campo macroscopico.
Per poter considerare l’effetto dei mezzi materiali sui fenomeni elettromagnetici è ne-
cessario modificare le equazioni di Maxwell e introdurre degli ulteriori vettori d e b oltre a
e e h e scrivere le equazioni di Maxwell nella forma

∂b
∇×e = − (1.54)
∂t
∂d ∂d
∇×h = +J = + Jc + J0 (1.55)
∂t ∂t
∇·d = ρ (1.56)
∇·b = 0 (1.57)

dove J c è la densità di corrente di conduzione e J 0 è la densità di corrente impressa.


Tali equazioni legano quantità macroscopiche1 (nel senso delle medie già specificate). Nel
vuoto, evidentemente, d = ε0 e e b = µ0 h.
Per capire la genesi di tali equazioni, consideriamo l’equazione di Maxwell nel vuoto
relativa alla divergenza di e, scritta però in presenza delle cariche costituenti un mezzo
materiale:
∇ · ε 0 e = ρ + ρm (1.58)
e di questa facciamone il valor medio

∇ · ε0 hei = ρ + hρm i (1.59)

Poniamo ora
−∇ · p = hρm i (1.60)
e sostituiamo

∇ · ε0 hei + p = ρ (1.61)
1 Nel seguito, pur riferendoci a campi “medi” ometteremo di indicare esplicitamente l’operazione di media, a

meno di non ingenerare confusione.


10 CAPITOLO 1. LINEE DI TRASMISSIONE

Posto infine
ε0 hei + p = d (1.62)
si ottiene proprio
∇·d=ρ (1.63)
che appunto spiega il significato del vettore d. Procedendo in modo analogo, si introduce il
vettore b. A questo punto, si noti che le equazioni di Maxwell da sole non sono più suffi-
cienti a determinare i campi in quanto esse ci forniscono sette equazioni in sedici incognite.
In effetti, per procedere è necessario determinare i legami tra d, b e J, ed e e h.

1.3.1 Campi statici


Dielettrici
I dielettrici sono quei materiali nei quali J c = 0, ovvero nei quali gli elettroni sono vincolati
ai nuclei. Le relazioni costitutive devono quindi legare d e b a e e h. Nel caso in cui tutte
le cariche sono ferme, non vi è campo magnetico e le equazioni di Maxwell divengono
divengono le equazioni dell’elettrostatica

∇ × e = 0∇ · d = ρ (1.64)
dove ovviamente e, d e ρ non dipendono dal tempo e l’unica relazione costitutiva deve
legare d a e. In tali mezzi di solito i campi macroscopici sono molto più piccoli dei campi
microscopici dovuti all’interazione tra elettroni e molecole. In tal caso le relazioni costi-
tutive sono lineari ovvero ad una combinazione lineare di campi deve corrispondere una
combinazione lineare di induzioni con gli stessi pesi:

e1 → d1 , e2 → d2 , e = a1 e1 + a2 e2 → d = a1 d1 + a2 d2 (1.65)
e il legame costitutivo tra d ed e è

d = εe (1.66)
ε11 ε12 ε13
ε = ε21 ε22 ε23 (1.67)
ε31 ε32 ε33
La relazione costitutiva è quindi espressa tramite una matrice 3 × 3 che prende il nome di
matrice di permittività dielettrica, i cui elementi sono costanti rispetto al tempo, nel caso
statico tale matrice è simmetrica.
Un altra situazione in cui i campi sono indipendenti dal tempo è quella delle correnti
costanti. In tale caso le correnti sono dovute ad un flusso di elettroni attraverso una matrice
di cariche positive, in modo che la carica totale macroscopica rimanga costante nel tempo

∇ × h = J0 (1.68)
∇·b = 0 (1.69)

per il campo magnetico. Le relazioni costitutive devono quindi legare d a e e b a h. Ci si


rende facilmente conto che se il mezzo è lineare, ovvero se ad una combinazione lineare di
cause corrisponde una combinazione lineare di effetti valutata con gli stessi pesi, allora le
relazioni costitutive più generali possibili sono

d = εe (1.70)
b = µh (1.71)

dove ε e µ sono delle matrice 3 × 3 con elementi costanti rispetto al tempo (e prendono
il nome di matrice di permittività dielettrica e di permeabilità magnetica, rispettivamente):
1.3. RELAZIONI COSTITUTIVE 11

infatti tali elementi non possono essere funzioni del tempo perchè siamo in una situazione
statica. ε e µ possono però essere funzioni del punto; se cosı̀ non è, il mezzo è detto
omogeneo nello spazio.
In molti casi però queste matrici si riducono a scalari

ε = εI (1.72)
µ = µI (1.73)

e le relazioni costitutive divengono quindi

d = ε eb = µ h (1.74)

analoghe alle relazioni che si hanno nel vuoto. Quando valgono le 1.74 il mezzo viene
detto isotropo, mentre nel caso più generale viene detto anisotropo.

1.3.2 Conduttori
Nei conduttori sono presenti cariche non vincolate al nucleo; rilevante è quindi il legame
tra densità di corrente e campi: la relazione costitutiva per tali materiali è infatti

J = σe (1.75)

1.3.3 Campi variabili nel tempo


Mezzi temporalmente non dispersivi
Nel caso di segnali variabili nel tempo non tutte lerelazioni costitutive sono del tipo sem-
plice valide per campi statici. Certamente esiste una vasta gamma di materiali per i quali
le relazioni costitutive rimangono del tipo 1.74 e 1.75 (tali mezzi vengono detti non di-
spersivi o senza memoria). In effetti se analizziamo meglio i campi elettrostatici dobbiamo
pensare a questi come l’esito di regime di una situazione dinamica che parte da un campo
nullo per arrivare dopo un tempo sufficientemente lungo alla situazione statica appunto di
regime. Durante questo tempo tutti i fenomeni di polarizzazione si stabilizzano portando
l’induzione al suo livello definitivo.
In un mezzo non dispersivo i fenomeni di polarizzazione hanno una scala temporale
molto più veloce di quella del fenomeno elettromagnetico che stiamo assumendo (dell’an-
damento temporale del campo macroscopico), per cui le variazioni delle induzioni appiono
istantanee con quelle dei campi.

Mezzi dispersivi
Al crescere della frequenza del campo macroscopico le scale temporali legate ai fenomeni
di polarizzazione possono diventare paragonabili a quelle dei campi. Ciò significa che le
induzioni dipenderanno dai valori assunti dal campo in tutti gli istanti precedenti e il legame
tra induzioni e campi, per mezzi lineari, potrà essere espresso come

Zt
d (r, t) = g (r, t − τ ) e (r, τ ) dτ (1.76)
d
−∞

anche in quanto spesso il legame tra d e e è di tipo scalare anzicchè tensoriale.

Zt
d (r, t) = gd (r, t − τ ) e (r, τ ) dτ (1.77)
−∞
12 CAPITOLO 1. LINEE DI TRASMISSIONE

Tali mezzi sono detti isotropi, al contrario dei mezzi con relazioni costitutive del tipo
1.76 che sono detti anisotropi. La 1.77 mostra come il legame di una componente di d
e quella omologa di e sia quello tra ingresso e uscita di un sistema lineare invariante nel
tempo.
L’integrale va esteso sino all’istante t in quanto d non può dipendere dai valori rag-
giunti da e in istanti successivi a quello di osservazione. Il legame 1.76 è invariante nel
tempo in quanto non dipende, come legame tra d e e, dall’istante di osservazione, ma solo
dall’intervallo di tempo trascorso da un istante di riferimento preso come origine dei tempi
(traslando t e τ dello stesso intervallo d non varia). Esistono mezzi in cui ciò non è vero in
quanto variano nel tempo: ad esempio l’atmosfera che cambia di densità e composizione
nell’arco della giornata anche a causa di eventuli variazioni climatiche. In tali casi potremo
sempre scrivere per mezzi lineari

Zt
d (r, t) = g (r, t − τ, t) e (r, τ ) dτ (1.78)
d
−∞

in cui l’ultimo argomento di g tiene appunto conto della variabilità nel tempo2 . Un
d
discorso analogo vale per b e h.

1.3.4 Mezzi dispersivi spazialmente


Anche se meno frequentemente si possono comunque incontrare mezzi in cui il legame tra
campi e induzioni non è più locale, nel senso che le induzioni dipendono anche dai valori
di campo nell’intorno del punto di osservazione. Ad esempio si hanno mezzi per i quali

Z Zt
d (r, t) = f (r − r0 , t − t0 ) e (r0 , τ 0 ) dr0 dt0 (1.79)
d
V −∞

Questa è la relazione costitutiva di un mezzo temporalmente e spazialmente dispersivo


omogeneo nel tempo e nello spazio (r e t compaiono solo come differenze rispetto a r0 e
t0 ).
Si noti che un mezzo non può essere spazialmente dispersivo e temporalmente non
dispersivo in quanto l’effetto in un punto può dipendere dalla causa in punti circostanti, ma
questa è da intendersi comunque in istanti antecedenti quello di osservazione a causa della
velocità sempre finita con cui si sposta qualunque perturbazione.

1.4 Continuità dei campi


Le equazioni di Maxwell in forma integrale consentono dunque di avere indicazioni sul
comportamento dei campi in presenza di discontinuità. Consideriamo dunque una superfi-
cie di separazione tra due mezzi ed un cilindretto delimitato dalla superficie ∆Σ a cavallo
tra i due mezzi come in figura. La (1.3) fornisce dunque
I ZZ ZZ ZZ
∆q = d · bin dS = − d1 · n
bdS + d2 · n
bdS + d · bin dS (1.80)
∆Σ ∆S1 ∆S1 ∆Sl

Facendo tendere ∆l a zero, l’integrale esteso alla superficie laterale tende a zero; lo
stesso accade alla carica ∆q, a meno che non sia presente una carica superficiale ∆qS . In
2 È evidente che in tal caso il legame tra d ed e può anche essere scritto come d (r, t) =
Rt
g (r, t, τ ) e (r, τ ) dτ in quanto t e τ vengono considerate due diverse e indipendenti variabili di g .
−∞ d d
1.4. CONTINUITÀ DEI CAMPI 13

tal caso, applicando il teorema della media, si ha


        
−d1 ξ 1 , t · nb∆S1 + d2 ξ 2 , t · n b∆S2 = −d1 ξ 1 , t + d2 ξ 2 , t · n b∆S = ∆qS
(1.81)
Dividendo ambo i membri per ∆S e facendolo tendere a zero, si ottiene infine
∆qS
(d2 − d1 ) · bin = lim , ρS (1.82)
∆S→0 ∆S
dove il termine ρS indica la densità di carica superficiale, e si misura in [C/m2 ]. La 1.82
esprime dunque il fatto che in presenza di una discontinuità spaziale le componenti nor-
mali del vettore induzione elettrica si mantengono continue, a meno che non sia presente
un’eventuale densità di carica superficiale.
Procedendo in modo analogo, a partire dalla ?? si ottiene invece

(b2 − b1 ) · bin = 0 (1.83)

ovvero le componenti normali del vettore induzione magnetica si mantengono in ogni caso
continue.
Per avere informazioni sulle componenti tangenziali, consideriamo stavolta una curva
chiusa Γ che racchiude una superficie ∆S a cavallo di una discontinuità tra due mezzi
(figura). La ?? allora diventa
ZZ ZZ I Z Z Z
d
d·b
ndS + j ·b
ndS = h· il dl =
b h2 · tdl−
b h1 · tdl+ h·bil dl (1.84)
b
dt ∆S ∆S
Γ ∆l2 ∆l1 δ

Facendo ora tendere δ a zero, l’integrale esteso al tratto di lunghezza δ tende a zero, e
cosı̀ pure il flusso di d attraverso ∆S, in quanto quest’ultima tende a zero. Il flusso di j,
invece, tende a zero se c’è solo corrente di volume, mentre dà un contributo se è presente
una densità di corrente superficiale j S = ∆qS v, nel qual caso si ha, applicando ancora il
teorema della media
    
h2 ξ 2 , t − h1 ξ 1 , t · b
t∆l = j S · nb∆l (1.85)

dividendo per ∆l e facendolo tendere a zero si ottiene

(h2 − h1 ) · b
t = jS · n
b (1.86)

b ×bin e applicando la regola di permutazione del prodotto


t=n
Sfruttando poi il fatto che b
misto si ha

jS · n
b = (h2 − h1 ) · n
b × bin = n
b · bin × (h2 − h1 ) = bin × (h2 − h1 ) · n
b (1.87)

D’altra parte, data l’arbitrarietà di n


b, deve necessariamente risultare
bin × (h2 − h1 ) = j (1.88)
S

che esprime il fatto che in presenza di una discontinuità le componenti tangenziali del cam-
po magnetico sono continue, a meno che non sia presente un densità di carica superficiale.
In modo del tutto analogo, a partire dalla ?? si ottiene
bin × (e2 − e1 ) = 0 (1.89)

ovvero le componenti tangenziali del campo elettrico sono sempre continue.


In definitiva, in ogni regione di spazio in cui i campi sono differenziabili, cioè in assenza
di discontinuità spaziali, si possono risolvere le equazioni di Maxwell in forma locale, per
poi raccordare le varie soluzioni mediante le condizioni di continuità dei campi.
14 CAPITOLO 1. LINEE DI TRASMISSIONE

Notiamo infine che le relazioni di continuità individuate non sono tra loro indipenden-
ti per campi variabili nel tempo. In particolare, può essere facilmente verificato che la
continuità delle componenti tangenziali dei campi implica la continuità delle componenti
normali delle induzioni. Con riferimento alla continuità delle componenti normali di b, ad
esempio, scegliamo due superfici molto piccole uguali, una posta immediatamente al di so-
pra della discontinuità, ed una immediatamente al di sotto. La continuità delle componenti
tangenziali di e ci garantisce che le circuitazioni di e sulle frontiere delle due superfici sono
∂ (b·b
in )
uguali e di conseguenza saranno uguali anche i flussi di ∂b ∂t e quindi ∂t è continuo.
In definitiva b · in è continuo a meno di un campo costante, che abbiamo supposto nullo.
b
Analogamente si procede per quanto riguarda d.
Capitolo 2

2.0.1 Derivazione delle equazioni delle linee


Lo scopo principale di questo corso è di analizzare il collegamento tra carichi e generatori
mediante dei conduttori; anzi mediante particolari strutture conduttive che chiameremo
linee di trasmissione.
Le linee di trasmissione che studieremo sono strutture conduttive che possiedono una si-
metria di traslazione, ciò significa che lungo tali conduttori è possibile individuare una dire-
zione (direzione longitudinale) lungo la quale la sezione trasversale (la sezione ortogonale
alla direzione longitudinale) rimane invariata (vedi esempi di linee di trasmissione).
Nei collegamenti che studieremo non è più possibile pensare che tutte le dimensioni sia-
no piccole rispetto alla lunghezza d’onda, ad esempio alla frequenza di 1GHz = 109 Hz
la lunghezza d’onda è 30 cm che può essere anche molto piccola rispetto al collegamento
che si sta studiando (vedi esempio: collegamento tra stazione base ed antenna trasmittente).
D’altronde se la sezione trasversa della linea è piccola rispetto alla lunghezza d’onda po-
tremmo pensare di applicare i ragionamenti dei circuiti a parametri concentrati almeno in
tale sezione. Anzi supponiamo proprio di poter introdurre nel piano trasverso un potenziale
RB
tale che la tensione V tra i conduttori esprimibile come V = A E·bil dl sia indipendente dal
percorso purchè questo rimanga nel piano trasverso. In tal caso, notando che E·bil =E t · bil ,
dove, con riferimento alla figura 2 E t =E−Ezbiz = Exbix + Eybiy deve verificarsi che

E t = −∇t φ (2.1)
∂ ∂ b ∂b
dove ∇t = ∇ − biz ∂z (in coordinate cartesiane ∇t = ∂x ix + ∂y iy ), e

V = φA − φB (2.2)

e quindi
∇t × E t = 0. (2.3)
Riguardo al campo magnetico supponiamo, coerentemente con le approssimazioni dei
circuiti a parametri concentrati, che
I Z
H · ic dc = J · bin dS
b (2.4)
∂S S

Anche in questo caso notiamo che H·bic =H t · bic , bin = biz e J·bin = Jz e quindi
I Z
H t · bic dc = Jz dS (2.5)
∂S S

ovvero
∇t × H t = Jzbiz . (2.6)

15
16 CAPITOLO 2.

Analizziamo ora le implicazioni che tali assunzioni hanno sulle equazioni di Maxwell.
Riscriviamo quindi le equazioni di Maxwell evidenziando le componenti trasverse all’asse
z e quelle longitudinali. A tal fine scomponiamo anche l’operatore ∇ nella sua parte tra-
sversa ∇t e in quella longitudinale. Con tali sostituzioni e supponendo di trovarci in una
regione dove sono nulle le densità di corrente e di carica, si ha
  
∂   
∇t + biz × E t + Ezbiz = −jωµ H t + Hzbiz (2.7)
∂z
  
∂   
∇t + iz
b × H t + Hzbiz = jωε E t + Ezbiz (2.8)
∂z
  
∂ 
∇t + biz · εE t + εEzbiz = 0 (2.9)
∂z
  
∂ 
∇t + izb · µH t + µHzbiz = 0 (2.10)
∂z
da cui
∇t × E t = −jωµHzbiz (2.11)

biz × ∂E t = −jωµH t − ∇t × Ezbiz


 
(2.12)
∂z
∇t × H t = jωεEzbiz (2.13)

biz × ∂H t = jωεE t − ∇t × Hzbiz


 
(2.14)
∂z

∇t · (εE t ) = − (εEz ) (2.15)
∂z

∇t · (µH t ) = − (µHz ) (2.16)
∂z
Confrontando le ?? con le 2.3 e 2.6 in assenza di sorgenti, ricaviamo che deve essere
Ez = Hz = 0; supponendo inoltre ε e µ indipendenti dal punto1 si ottiene

∇t × E t = 0 (2.17)

∇t × H t = 0 (2.18)
∇t · E t = 0 (2.19)
∇t · E t = 0 (2.20)

biz × ∂E t = −jωµH t (2.21)


∂z
biz × ∂H t = jωεE t (2.22)
∂z
Moltiplicando vettorialmente a destra le ?? e ?? si ottengono le equazioni per le com-
ponenti trasverse
∂E t ∂H t
= −jωµH t × biz = −jωεbiz × E t (2.23)
∂z ∂z
Integrando la prima su una linea trasversale che vada da un conduttore all’altro, essendo
∇t ×E t = 0 l’integrale del primo membro non dipende dal percorso e risulta

ZB ZB
∂ d d dV
E t · bil dl = E t · bil dl = (VA − VB ) = . (2.24)
∂z dz dz dZ
A A
1 In realtà è sufficiente che al più ε = ε (z) e µ = µ (z) .
17

Analizziamo il secondo membro


ZB   ZB   ZB
µ H t × biz · bil dl = µ biz × bil · H t dl = µbin · H t dl (2.25)
A A A

Ma la quantità
z+∆z
Z ZB ZB
∆z→0
µbin · H t dldz = ∆z µbin · H t dl (2.26)
z A A
RB
è il flusso di B= µH attraverso la superficie indicata in figura e quindi Φ = A µbin · H t dl
è il flusso per unità di lunghezza. Tale flusso, per la linearità del problema, è legato alla
corrente che circola nei conduttori dalla relazione Φ = LI con L induttanza per unità di
lunghezza della linea; in tal modo, la ?? diventa
dV
= −jωLI. (2.27)
dz
Passiamo ora alla ?? che integriamo su un circuito semplice nel piano trasverso. Tale
integrale non dipende dalla linea scelta in quanto ∇t ×H t = 0 (sulla linea) purchè questa
giri una sola volta intorno a un conduttore. Il primo membro ci fornisce
Z Z
d d dI
H t · bic dc = ∇t × H t · biz dS = (2.28)
dz dz dz
C S

Analizziamo ora il secondo membro


Z   Z   Z
ε biz × E t · bic dc = ε bic × biz · E t dc = ε E t · bin dc (2.29)
C C C

Ma in questo la quantità
z+∆z
Z Z Z Z
∆z→0
εE t · bin dcdz = ∆z εE t · bin dc = ∆z ∇ · (εE) dV =
z C C V
Z Z
= ∆z ∇t · (εE t ) dV = ∆z ρdV (2.30)
V V
R
è la carica interna al volume, per cui Q = εE t ·bin dc è la carica su un conduttore per unità
C
di lunghezza. Sempre per la linearità Q = CV dove C è la capacità per unità di lunghezza,
e di conseguenza la ?? diviene
dI
= −jωCV. (2.31)
dz
Abbiamo quindi introdotto una tensione e una corrente lungo la linea legate dalle
equazioni
dV dI
= −jωLI = −jωCV (2.32)
dz dz
dette equazioni delle linee.
Tali tensioni e correnti forniscono anche l’ampiezza dei campi elettrici e magnetici
trasversi. In effetti, come abbiamo detto, la distribuzione trasversa dei campi non varia con
z a meno di un fattore di ampiezza. Possiamo quindi porre

E t = V (z) et (x, y) H t = I (z) ht (x, y) (2.33)


18 CAPITOLO 2.

dove et e ht sono tali che

ZB Z
et · bil dl = 1 ht · bic dc = 1 (2.34)
A C

in tal modo le 2.23 si possono riscrivere


dV dI
et = −jωµIht × biz ht = −jωεV biz × et (2.35)
dz dz
Confrontando tali equazioni con le 2.34 otteniamo

et (−jωLI) = −jωµIht × biz (2.36)

ovvero
µ 
et = ht × biz (2.37)
L
e
ht (−jωCV ) = −jωεV biz × et (2.38)
ovvero
ε b 
ht = iz × et . (2.39)
C
Sostituiamo la 2.37 nella 2.39, ovvero moltiplichiamo vettorialmente la 2.37 per biz ,
ottenendo
biz × et = µ ht (2.40)
L
da cui
ε µ
ht = h ⇒ εµ = LC. (2.41)
CL t
Inoltre, sostituendo et e ht nelle espressioni del flusso e della carica, otteniamo

ZB ZB
Φ = LI = I µht · bin dl ⇒ L = µht · bin dl (2.42)
A A
Z Z
Q = CV = V εet · bin dc ⇒ C = εet · bin dc. (2.43)
C C

Infine, l’equazione ∇t ×E t = 0 diviene

∇t × et = 0 ⇒ et = −∇t φ (2.44)

e ∇t · E t = 0 diventa
∇t · et = 0 ⇒ ∇2t φ = 0. (2.45)
Tale equazione è un’equazione di tipo statico non coinvolgendo quantità dipendenti dal
tempo o dalla frequenza e di conseguenza statici sono i campi et e ht e infine L e C risultano
essere costanti indipendenti dalla frequenza, ovvero delle induttanze e capacità.

2.0.2 Le equazioni delle linee nel dominio del tempo


Nel paragrafo precedente sono state ricavate le equazioni delle linee nel dominio della
frequenza
dV dI
= −jωLI = −jωCV (2.46)
dz dz
Se L e C non dipendono da ω o se la banda del segnale (V o I) è tanto stretta da
poter ritenere costanti L e C in tale banda, è immediato passare nel dominio del tempo e
19

studiare l’evoluzione spaziale e temporale della tensione e della corrente lungo una linea di
∂ d ∂
trasmissione. Basta infatti sostituire formalmente a jω ∂t e a dz ∂z , ottenendo

∂v ∂i ∂i ∂v
= −L = −C (2.47)
∂z ∂t ∂z ∂t
Questo è un sistema di due equazioni differenziali alle derivate parziali in due incognite
scalari e può essere risolto per sostituzione. Deriviamo la prima equazione rispetto a z

∂2v ∂2i
= −L (2.48)
∂z 2 ∂t∂z
permutiamo l’ordine di derivazione e sostituiamo la ??, ottenendo

∂2v ∂2v
 
∂ ∂v
= −L −C = LC (2.49)
∂z 2 ∂t ∂t ∂t2

ovvero la forma più semplice di equazione delle onde:a


La soluzione di tale equazione è

v (z, t) = v1 (z − ct) + v2 (z + ct) (2.50)


1
dove c = √LC , ovvero è la somma di due funzioni arbitrarie, una di (z − ct) l’altra di
(z + ct) . Per verificarlo, essendo la 2.50 lineare, sostituiamo in essa prima v1 e poi v2 .

Verifica per v1 (z − ct)


Poniamo z-ct=ξ1 (z, t) e quindi v1 (ξ1 (z, t)) ; si ottiene

∂v1 (ξ1 (z, t)) dv1 dξ dv1


= = (2.51)
∂z dξ dz dξ
∂(z−ct)
essendo ∂z = 1, e quindi
∂ 2 v1 ∂ 2 v1
2
= (2.52)
∂z ∂ξ 2
mentre
∂v1 (ξ1 (z, t)) dv1 dξ dv1
= = (−c) (2.53)
∂t dξ dt dξ
∂(z−ct)
essendo ∂t = −c, e quindi

∂ 2 v1 ∂ 2 v1 2
2 ∂ v1
= (−c) (−c) = c (2.54)
∂t2 ∂ξ 2 ∂ξ 2

Sostituendo le derivate cosı̀ ottenute in 2.49 otteniamo


d2 v1 2
2 d v1
− LCc =0 (2.55)
dξ 2 dξ 2

che è verificata se c2 = √1 .
LC

Verifica per v2 (z + ct)


Si procede allo stesso modo, ponendo ξ2 = z + ct; l’unica differenza è che ora

∂v2 (ξ2 (z, t)) dv2 dξ2 dv2


= =c (2.56)
∂t dξ2 dt dξ2
20 CAPITOLO 2.

e ancora
∂ 2 v2 ∂ 2 v2
2
= c2 2 (2.57)
∂t ∂ξ2
1
e quindi sostituendo nella 2.49 otteniamo nuovamente la 2.55 che è verificata se c2 = √LC .
Analizziamo ora il significato di tali soluzioni. Esse rappresentano la propagazione di
due segnali nella direzione longitudinale della linea (l’asse z di figura) in sensi opposti;
infatti la funzionev1 (z − ct) assume lo stesso valore in tutti i punti ed istanti di tempo per
i quali z − ct assume un prefissato valore. Ad esempio, se nel punto z1 e nell’istante t1
v1 (z − ct) = v 1 , questo sarà il valore che v1 assume anche nel punto z1 + ∆z nell’istante
t1 + ∆t purchè
z1 − ct1 = z1 + ∆z − c (t1 + ∆t) (2.58)
ovvero se ∆z−c∆t = 0. In altre parole v1 assume il valore v 1 nel punto z1 +∆z nell’istante
di tempo t1 + ∆z c . Il segnale v1 si “sposta” rigidamente con velocità c nel senso positivo
delle z.
Per v2 vale un discorso analogo. Se v2 (z1 + ct1 ) = v 2 anche
  
∆z
v2 z2 + ∆z + c t1 − = v2 (2.59)
c
e quindi v2 è un segnale che si “sposta” rigidamente con velocità c nel senso negaivo delle
z.
Riguardo la corrente i (z, t) si può procedere in modo analogo derivando la seconda
delle 2.47 rispetto a z e sostituendo la prima, ottenendo

∂2i ∂ 2i
2
− LC 2 = 0 (2.60)
∂z ∂t
la cui soluzione è ancora nella forma

i (z, t) = i1 (z − ct) + i2 (z + ct) . (2.61)

D’altra parte i (z, t) e v (z, t) sono legate dal sistema 2.47 e si può ricavare la corren-
te dalla tensione e viceversa, anzi v1 (ξ1 ) è legato a i1 (ξ1 ) e v2 (ξ2 ) a i2 (ξ2 ) in quanto
funzioni delle stesse variabili. Sostituiamo prima v1 e i1 in ?? ottenendo
dv1 di1
= −L (−C) (2.62)
dξ1 dξ1
e quindi, a meno di una inessenziale costante
L
v1 (z − ct) = Lci1 (z − ct) = √ i1 (z − ct) (2.63)
LC
r
L
v1 = i1 . (2.64)
C

Analogamente sostituendo v2 e i2 otteniamo


L
v2 (z + ct) = −Lci2 (z + ct) = − √ i2 (z + ct) (2.65)
LC
ovvero r
L
v2 = − i2 . (2.66)
C
q
L
Il rapporto Z0 = C è detto impedenza caratteristica della linea. Tensione e corrente
su una linea possono quindi essere rappresentate dalla sovrapposizione di due funzioni
21

rappresentanti il segnale (onda progressiva) che si propaga nel senso positivo dell’asse z, e
il segnale (onda retrograda) che si propaga nel senso negativo dell’asse z

v (z, t) = v1 (z − ct) + v2 (z + ct) (2.67)


v1 (z − ct) v2 (z + ct)
i (z, t) = − (2.68)
Z0 Z0
L’onda progressiza di tensione è legata all’onda progressiva di corrente da

v1 (z, t) = Z0 i1 (z, t) (2.69)

e l’onda retrograda di tensione a quella retrograda di corrente da

v2 (z, t) = −Z0 i2 (z, t) . (2.70)

Notiamo che l’apparente differenza tra i due legami è legata solo alla diversa conven-
zione scelta per le due onde.

2.0.3 Il concetto di tensione e corrente per linee TEM


2.0.4 Costanti primarie e secondarie : capacità e induttanze specifi-
che, costante di propagazione e impedenza caratteristica
2.0.5 Linee con perdite
Il circuito equivalente di un elementino di linea di trasmissione senza perdite è

Se sono presenti delle perdite nei dielettrici possiamo tenerne conto introducendo una
conduttanza in parallelo al condensatore, mentre se i conduttori non sono perfetti (σ finito)
possiamo introdurre una resistenza in serie all’induttore. Di conseguenza il circuito si
modifica in

dal quale si deducono le equazioni

dV
= −jωLI − RI (2.71)
dz
dI
= −jωCV − GV (2.72)
dz
Queste equazioni possono essere rese formalmente uguali a quelle di una linea di
trasmissione senza perdite ponendo

R
Leq = L+ (2.73)

G
Ceq = C+ (2.74)

che sostituite nelle equazioni precedenti forniscono

dV
= −jωLeq I (2.75)
dz
dI
= −jωCeq V (2.76)
dz
22 CAPITOLO 2.

Tale sistema è formalmente identico a quello delle linee senza perdite per cui le sue
soluzioni si possono ottenere sostiuendo Leq a L e Ceq a C negli andamenti di tensione e
corrente delle linee senza perdite. Quindi in una linea con perdite

V (z) V + e−jkz + V − e+jkz


= (2.77)
+ −
V −jkz V +jkz
I (z) = e − e (2.78)
Z0 Z0
r  
R G
p
dove però ora k = ω Leq Ceq = ω L + jω C + jω = β − jα è una quantità
complessa. Notiamo esplicitamente che la radice che compare in k ha due determinazioni e
bisogna scegliere quella con parte immaginaria negativa in quanto ler
onde devono attenuar-
L+ R
q
Leq
si nella direzione di propagazione. Analogamente Z0 = Ceq = C+ jω G = R0 + jX0

è generalmente complessa e nel valutare la radice bisogna scegliere la determinazione con


parte reale positiva (linea passiva).
2.1. PROPAGAZIONE QUASI TEM 23

2.1 Propagazione quasi TEM


2.1.1 Derivazione delle equazioni
Come indicato all’inizio del paragrafo precedente, è possibile introdurre una tensione dif-
ferenza di potenziale e una corrente che abbiano gli usuali significati introdotti nella teoria
dei circuiti a parametri concentrati anche nello studio delle linee di trasmissione, ma li-
mitatamente alle sole sezioni trasverse. Ciò è possibile in modo rigoroso se ∇t ×E t =
∇t ×H t = 0. Va però notato che non è sempre possibile soddisfare tale requisito. Anzi tali
proprietà sono sempre da intendersi come situazioni limite. Consideriamo ad esempio due
conduttori paralleli immersi in un mezzo omogeneo e supponiamo di trovarci nell’ipotesi di
propagazione TEM. Effettuiamo la circuitazione di Ht intorno ad un condutore, ottenendo
I Z
H t · ic dc = I = J · biz dS
b (2.79)
∂S S

essendo I la corrente che circola nel conduttore e J · biz = Jz la densità di corrente normale
alla sezione del conduttore. A tale densità di corrente deve però corrispondere un campo
elettrico Ez = Jσz che contraddice l’ipotesi di propagazione TEM a meno del caso limite
di σ → ∞ (conduttore elettrico perfetto).
D’altronde anche considerando σ → ∞ vi sono situazioni in cui le caratteristiche del-
la propagazione non possono essere TEM. Il caso più frequente è quello di una linea di
trasmissione in cui il dielettrico è trasversalmente inomogeneo (µ costante, ε = ε (x, y)).
In effetti abbiamo visto che per linee TEM LC = εµ, ma L e C sono definite dagli inte-
grali ... e ... e quindi non possono dipendere dalle coordinate trasverse; di conseguenza,
l’uguaglianza LC = εµ può verificarsi solo se ε non dipende dalle coordinate trasverse.

2.1.2 Epsilon efficace


2.1.3 Caratteristiche dispersive
2.1.4 Esempio: la microstriscia
24 CAPITOLO 2.

2.2 Studio delle soluzioni delle equazioni delle linee


Nel capitolo precedente abbiamo ricavato le equazioni delle linee nel dominio della fre-
quenza, che qui riportiamo per comodità
dV
= −jωLI (2.80)
dz
dI
= −jωCV (2.81)
dz
Questo sistema di equazioni differenziali può essere agevolmente risolto derivando, ad
esempio, la prima equazione rispetto a z, e sostituendovi la seconda equazione, ottenendo
d2 V
+ ω 2 LCV = 0 (2.82)
dz 2
Quest’ultima è la ben nota equazione dell’oscillatore armonico, la cui soluzione può
essere rappresentata in diversi modi equivalenti.

2.2.1 Soluzione progressiva


Posto k 2 = ω 2 LC un primo modo di esprimere la soluzione della 2.82 è
V (z) = V + e−jkz + V − e+jkz (2.83)
dove V + e V − sono quantità complesse indipendenti da z da determinare, che prende il
nome di soluzione progressiva. In effetti essa è espressa come somma di due funzioni che
rappresentano onde viaggianti rispettivamente nella direzione positiva e negativa dell’as-
se z, che prendono il nome di onda progressiva e onda retrograda. L’espressione per la
corrente si può ottenere sostituendo quella della tensione nella prima delle 2.80, da cui si
ottiene
j 
−jkV + e−jkz + jkV − e+jkz =

I(z) =
ωL r
k  + −jkz C  + −jkz
− V − e+jkz = − V − e+jkz (2.84)
 
= V e V e
ωL L
q
C
Posto L = Z0 , impedenza caratteristica della linea, l’espressione della corrente
diviene dunque
V + −jkz V − +jkz
I(z) = e − e (2.85)
Z0 Z0

2.2.2 Soluzione stazionaria


Un altro modo per esprimere la soluzione della 2.82 è la cosiddetta soluzione stazionaria
V (z) = A cos kz + B sin kz (2.86)
con A e B da determinare. Analogamente a quanto fatto prima, si può esprimere la corrente
jk
I(z) = [−A sin kz + B cos kz] (2.87)
ωL
Valutando l’espressione della tensione in z = 0 è immediato verificare che A = V (0);
analogamente, valutando l’espressione della corrente in z = 0, si ottiene B = −jZ0 I(0),
da cui le espressione di tensione e corrente in forma stazionaria
V (z) = V (0) cos kz − jZ0 I(0) sin kz (2.88)
V (0)
I(z) = I(0) cos kz − j sin kz (2.89)
Z0
2.2. STUDIO DELLE SOLUZIONI DELLE EQUAZIONI DELLE LINEE 25

2.2.3 Confronto tra i due tipi di soluzioni


Le due coppie di espressioni trovate sono del tutto equivalenti. Anzi è immediato trova-
re i legami tra le relative quantità che vi compaiono, infatti uguagliando le espressioni e
valutandole in z = 0 è facile verificare che

V (0) = V++V− (2.90)


V+−V−
I(0) = (2.91)
Z0
Essendo equivalenti, esse possono essere usate indifferentemente per descrivere l’an-
damento di tensione e corrente lungo una linea. Poichè però l’onda retrograda è legata alla
presenza di una discontinuità lungo una linea, è conveniente adottare la forma progressiva
in una linea indefinita o adattata (in tal caso, in assenza di onda retrograda, la tensione è
semplicemente V (z) = V + e−jkz ), e la forma stazionaria negli altri casi.

2.2.4 Impedenza lungo una linea


Il rapporto tra tensione e corrente ad una generica ascissa della linea rappresenta l’impe-
denza della linea a tale ascissa, ovvero

V (0) cos kz − jZ0 I(0) sin kz Z(0) − jZ0 tan kz


Z(z) = = Z0 (2.92)
I(0) cos kz − j VZ(0)
0
sin kz Z0 − jZ(0) tan kz

È importante non confondere l’impedenza all’ascissa zero, Z(0), con l’impedenza


intrinseca della linea, Z0 .

2.2.5 Formula del trasporto di impedenza


Spesso si è interessati a conoscere l’impedenza ad una certa sezione della linea, nota che
sia l’impedenza di carico della linea. In tal caso, scegliendo come sempre un sistema di
riferimento orientato dai generatori verso il carico, e ponendo l’origine proprio sul carico,
diciamolo ZC , è evidente che nella 2.92 risulta Z(0) = ZC . L’impedenza ad una distanza
l dal carico, è l’impedenza all’ascissa z = −l, dal momento che allontanarsi dal carico,
verso i generatori, per il sistema di riferimento scelto vuol dire muoversi nel verso delle z
negative. E quindi, la 2.92 diventa

ZC + jZ0 tan kl
Zl = Z0 (2.93)
Z0 + jZC tan kl
che prende il nome di formula del trasporto di impedenza. La differenza tra

2.2.6 Coefficiente di riflessione


Il coefficiente di riflessione lungo una linea una funzione complessa della posizione defi-
nita come rapporto tra l’onda retrograda e l’onda progressiva:

V − e+jkz V − +2jkz
Γ(z) = = e (2.94)
V + e−jkz V+
Valutando l’espressione precedente in z = 0, la (2.94) diventa

Γ(z) = Γ(0)e+2jkz (2.95)

E’ importante osservare che il modulo del coefficiente di riflessione costante lungo una
linea omogenea, mentre sar discontinuo in corrispondenza di una discontinuit.
26 CAPITOLO 2.

2.2.7 Rapporto d’onda stazionario (ROS)


Come abbiamo visto sia il modulo della corrente sia quello della tensione variano lungo una
linea di trasmissione. Addirittura se la linea è chiusa su un corto circuito o su un circuito
aperto tensione e corrente si annullano in certi punti e in altri raggiungono un valore doppio
rispetto all’ampiezza dell’onda incidente. Il solo caso in cui il modulo della tensione e della
corrente rimane costante su una linea senza perdite è quelo in cui la linea è infinitamente
lunga ovvero è terminata sulla sua impedenza caratteristica (linea adattata, cioè Γ = 0).
Ineffetti mostreremo che la variabilità del modulo della tensione e della corrente è una
misura del disadattamento della linea ovvero di quanto siamo lontani dalla condizione di Γ
= 0.
Cominciamo con lo studiare l’andamento della tensione e della corrente lungo una linea
terminata su un carico ZL al quale associamo un coefficiente di riflessione

ZL − Z0
ΓL = (2.96)
ZL + Z0

La tensione può dunque essere scritta come

V (z) = V + e−jβz 1 + ΓL e2jβz



(2.97)

il cui modulo vale |V (z)| = |V + | 1 + ΓL e2jβz . Il modulo di V (z) è quindi proporzio-
nale al modulo del numero complesso 1 + ΓL e2jβz che possiamo rappresentare sul piano
di Gauss. Per z = 0 abbiamo il numero complesso 1 (figura 2) a cui va sommato il numero
complesso ΓL = |ΓL | ejϕL (figura 3), la cui somma è rappresentata in figura 4, dove il
0
segmento orientato OL per V + rappresenta la tensione V (0) . Al variare di z la fase di
Γ (z) varia da ϕL a ϕL + 2βz; se quindi ci spostiamo di una lunghezza l dal carico verso
il generatore Γ ruota in senso orario di un angolo ϕ (l) = 2βl (la sua fase passa da ϕL
a ϕL − 2βl). In tal caso Γ (−l) è riportato in figura e 1 + Γ (−l) è costruito come in fi-
gura. È evidente che vi è un’ascissa per la quale 1 e Γ (z = −l1 ) sono in fase; ciò vuol
dire che Γ (−l1 ) è reale positivo e di conseguenza Γ (−l1 ) = |Γ (−l1 )| . A tale ascissa
V (z = −l1 ) = V + (1 + |Γ|) e |V (z = −l1 )| = |V + | (1 + |Γ|) = |V |max assume il suo
valore massimo. (i due contributi alla tensione, )

2.2.8 Linea terminata su un corto circuito


Una linea di trasmissione chiusa in corto circuito è una pura reattanza; il suo valore è
facilmente calcolabile utilizzando la formula del trasporto d’impedenza

Zc + jZ0 tan kl
Z (l) = Z0 (2.98)
Z0 + jZc tan kl

che posto Zc = 0 diventa


Z (l) = jZ0 tan kl = jX (l) (2.99)
e quindi X (l) assume tutti i valori possibili di reattanza sia positivi che negativi; in parti-
colare è di tipo induttivo per l¡ λ4 , mentre diviene capacitiva per λ4 < l < λ2 ed è ovviamente
periodica di λ2 .
Per l < λ4 e più in generale per n λ2 < l < λ4 + n λ2 X (l) assume i valori di reattanza
induttiva compresi tra 0 e ∞, pur non essendo mai una pura induttanza in quanto il suo
andamento in frequenza non è mai lineare con ω (la reattanza di un’induttanza è XL =
jωL
q 0 con L0 costante rispetto ad ω). In effetti se l  λ, tan kl ' kl e Z (l) ' jZ0 kl =
L

j C ω LCl = jωLl dove Ll è un’induttanza e quindi in questo caso l’impedenza dello
stub è effettivamente quella di un’induttanza.
2.2. STUDIO DELLE SOLUZIONI DELLE EQUAZIONI DELLE LINEE 27

2.2.9 Adattamento con uno stub


Supponiamo di voler adattare un’impedenza generica ZL = RL + jXL ad un generatore
con impedenza interna Zg = Rg + jXg mediante stub in serie (si veda figura). La con-
dizione da ottenere è Zc = Zg∗ . Trasportando ZL lungo il tratto di linea di lunghezza l, si
deve imporre che Re (Z (l)) = Re (Zg ) = Rg . D’altra parte, con semplici passaggi si ha

ZL + jZ0 tan (βl) t=tan(βl)


Z (l) = Z0 =
Z0 + jZL tan (βl)
(RL + jXL + jZ0 t) (Z0 − XL t − jRL t)
Z0 2 2 t2
=
(Z0 − XL t) + RL
  
RL Z 0 1 + t2 RL Z0 1 − t2 + t Z02 − XL2 − RL
2
Z0 2 2 t2
+ jZ0 2 2 t2
(2.100)
(Z0 − XL t) + RL (Z0 − XL t) + RL

La condizione di adattamento, scritta per le parti reali, dunque, si riduce a



RL Z0 1 + t2
Z0 2 2 t2
= Rg (2.101)
(Z0 − XL t) + RL

Per poter moltiplicare per il denominatore primo e secondo membro, bisogna verificare
che esso non si annulli nè tenda all’infinito.D’altra parte, il denominatore non si annulla
mai, in quanto somma di due quadrati che non si annullano mai contemporaneamente;
tende invece all’infinito quando vi tende la tangente, ovvero per l = (2n + 1) λ4 e in tal
Z02 Z02
caso Z (l) = ZL e dunque bisogna verificare se Re (Z (l)) = 2 +X 2 RL
RL
= Rg . Se cosı̀
L
è, si è trovata la prima soluzione. Passiamo ora al caso l 6= (2n + 1) λ4 : l’equazione da
risolvere diviene

RL Z0 + RL Z0 t2 = Rg Z02 + XL2 t2 + RL
2 2

t − 2Z0 XL t (2.102)

ovvero
 
2
t2 RL Z02 − |ZL | Rg + 2Rg Z0 XL t + Z02 (RL − Rg ) = 0 (2.103)

cioè un’equazione di secondo grado in t. Il discriminante di tale equazione è


D 
2

= Z02 |ZL | Rg RL + RL Rg Z02 − RL
2 2 2 2
Rg − RL Z0 (2.104)
4
e deve essere non negativo affinchè l’equazione ammetta soluzioni reali. In caso contrario
la procedura non ha soluzione e bisogna procedere in modo diverso.
Innanzitutto cominciamo col dimostrare che, in assenza di perdite, è equivalente adat-
tare il carico al generatore Zc = Zg∗ o il generatore al carico (Zg = Zc∗ ); più in generale


ancora, il massimo trasferimento di potenza si ottiene indifferentemente dalla sezione di


adattamento. Ciò non è banale in quanto, variando la sezione, il generatore equivalente
varia sia come impedenza sia come tensione a vuoto (corrente di corto circuito). Per di-
mostrare questo fatto, poniamoci innanzi tutto alla sezione del generatore e procediamo ad
adattare ottenendo Zc = Zg∗ . Poniamoci ora a una generica sezione, se per assurdo in que-
sta sezione l’impedenza a destra e quella a sinistra non fossero coniugate, potrei procedere
ad un adattamento aumentando la potenza dissipata sul carico e ciò sarebbe in contrasto
con quanto assunto in precedenza.
Detto questo, un modo per adattare nelle condizioni precedenti è quello di scegliere una
sezione in cui le due impedenze trasportate abbiano la stessa parte reale e compensiamo le
parti reattive con uno stub. Un’altra possibilità è quella di adattare separatamente carico e
generatore all’ipedenza delle linee.