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Università degli Studi di Udine

Corso di laurea magistrale in


Storia dell’arte e conservazione dei
beni storico-artistici

TESI DI LAUREA

PROPOSTE PER UN CANALE NAVIGABILE IN


FRIULI TRA QUATTROCENTO E OTTOCENTO

Relatrice Laureanda
Prof.ssa Donata Battilotti Marina Bertolini

Correlatrice
Prof.ssa Giuseppina Perusini

Anno Accademico 2017/18


INDICE

Introduzione p. 1

PARTE PRIMA – L’ambito storico e territoriale p. 7

Capitolo 1 – Il dominio veneziano in Terraferma p. 7

Capitolo 2 – Il Magistrato alle Acque e la figura del proto p. 11

Capitolo 3 – Il territorio friulano e il suo rapporto con Venezia p. 17

PARTE SECONDA – Il canale navigabile in Friuli p. 23

Capitolo 1 – Dal Quattrocento al Seicento p. 23

1.1 – Giulio Savorgnan p. 23

1.2 – Le prime proposte per un canale navigabile in Friuli p. 29

Capitolo 2 – Dal Seicento al Settecento p. 39

2.1 – Giuseppe Benoni p. 39

2.2 – L’intervento di Giuseppe Benoni p. 47

Capitolo 3 – L’ottocento p. 55

3.1 – Giovanni Battista Bassi p. 55

3.2 – La realizzazione dell’opera p. 61

Bibliografia p. 71

Illustrazioni p. 77
TAVOLA DELLE ABBREVIAZIONI

ASVe = Archivio di Stato, Venezia.


BCUd = Biblioteca Civica, Udine.
BMCVe = Biblioteca Museo Correr, Venezia.
Introduzione

La presente ricerca intende ripercorrere, attraverso lo studio dei documenti, la complessa


vicenda che ha portato alla realizzazione del canale Ledra-Tagliamento.
Nel corso dei secoli l’attuazione di una simile opera in territorio friulano è sempre stata
argomento di discussione in ambito sia privato che istituzionale e ha visto diverse personalità
diventare protagoniste con la presentazione di proposte e progetti atti a tale scopo. Purtroppo,
vicende ed eventi ostili non hanno reso possibile la concretizzazione dell’opera fino
all’Ottocento, ma la sua storia è fortunatamente rimasta sulla carta.
Questo ha reso possibile ripercorrere le fasi storiche dei vari progetti, indagandone l’ambito
territoriale di appartenenza, la politica che spesso ne ha influenzato le sorti e le personalità più
importanti che, con i loro progetti, hanno fatto in modo che l’attenzione riguardo a questo tema
rimanesse costante nel tempo.
In mancanza di un quadro di riferimento completo e dettagliato di questa vicenda, l’obiettivo
principale è stato quello di ricostruire la cronaca della costruzione del canale analizzando e
ordinando le diverse fasi e le trasformazioni che si sono susseguite dal Quattrocento
all’Ottocento. Questo studio ha reso possibile inquadrare tre diverse fasi storiche e progettuali
che fanno capo ognuna ad una particolare personalità che ne è stata protagonista.
Le varie fasi che compongono la storia di questo canale si sono mostrate fin da subito complesse
e hanno richiesto un attento studio dei documenti appartenenti a diversi archivi. Grazie ad alcuni
saggi, come ad esempio lo scritto di Antonio Battistella e Valentino Magnani I precedenti
storici del canale Ledra-Tagliamento1, ho potuto seguire una precisa linea storica analizzando
poi nel dettaglio i documenti riguardanti i fatti.
Purtroppo, gran parte del materiale documentario, in particolare le scritture sui progetti e i
disegni ad essi collegati, soprattutto del Cinquecento e del Seicento, non è stato conservato e
questo ha limitato la ricerca a relazioni di rettori o periti, testimonianze di studiosi che hanno
raccolto materiale riguardante il territorio friulano nei propri archivi privati, saggi di alcuni
studiosi del settore. Per quanto riguarda l’Ottocento, invece, il materiale conservato è più
consistente e ho avuto quindi la possibilità di visionare sia i progetti che i disegni ad essi
collegati.

1
Antonio Battistella, Valentino Magnani, I precedenti storici del canale Ledra-Tagliamento: con Brevi notizie dei
primi cinquant’anni di vita consorziale, Udine, Tipografia G. B. Doretti, 1931.

1
Mi sono quindi concentrata sulla ricerca negli Annales Civitatis Utini, dove ho potuto
riscontrare riferimenti diretti agli eventi che si sono susseguiti negli anni per quanto riguarda le
proposte di alcune personalità sulla realizzazione del canale, oltre che alcune adunanze del
Consiglio udinese in cui si faceva riferimento a tale opera.
La ricerca si è svolta anche nell’Archivio di Stato di Venezia, in particolare nel fondo dei Savi
ed Esecutori alle Acque, in cui sono risultate fondamentali le relazioni dei periti coinvolti
nell’impresa. Inoltre, le relazioni dei rettori veneti che si sono succeduti nel tempo hanno reso
possibile inquadrare la situazione generale della Patria del Friuli nei diversi periodi storici oltre
che fornire riferimenti puntuali sull’attuazione dei lavori per il canale.
Lo studio ha quindi seguito la logica temporale dei diversi progetti presentati, soffermandosi in
particolare su tre personalità, Giulio Savorgnan, Giuseppe Benoni e Giovanni Battista Bassi,
che hanno lasciato un contributo fondamentale.
Per contestualizzare e meglio comprendere la vicenda di cui ho trattato, il lavoro è diviso in due
parti principali.
La prima, divisa in tre capitoli, riguarda la contestualizzazione dei fatti nell’ambito storico e
territoriale.
Inizialmente ho analizzato il contesto generale del Dominio veneziano di Terraferma, con
particolare riguardo al rapporto che intercorreva tra Venezia e i territori assoggettati per ciò che
riguarda la difesa, il commercio e soprattutto le opere di miglioramento delle terre coltivabili e
della salvaguardia della laguna.
A questo ambito è collegato il secondo capitolo riguardante le iniziative intraprese dal governo
veneziano per l’amministrazione della Terraferma e la tutela dell’ambiente lagunare attraverso
l’istituzione di apposite magistrature con lo scopo di avere un controllo più efficace e diffuso
su tutto il Dominio. Il tema è incentrato sul rapporto governo-ambiente, sulle problematiche
che dovevano essere affrontate e sulle imprese realizzate. A questo proposito, all’interno del
Magistrato alle Acque un ruolo particolare è rivestito dalla figura dei proti pubblici, personalità
poliedriche con adeguate conoscenze tecniche e idrauliche con il compito di monitorare ed
eventualmente intervenire sulle problematiche ambientali che si verificavano nella laguna.
Il terzo capitolo riguarda invece più specificatamente l’ambito geografico in cui si svolge la
vicenda del canale durante il periodo del dominio veneziano. Esso riguarda infatti la conquista
della Patria del Friuli da parte della Repubblica di Venezia nei primi decenni del Quattrocento,
e in particolare l’amministrazione del nuovo territorio conquistato, il sistema difensivo
attraverso la costruzione della fortezza di Palmanova e le testimonianze sulla situazione sociale
ed economica della Patria da parte dei rettori che ivi governavano.

2
La seconda parte della ricerca è incentrata sulla vicenda storica della realizzazione del canale,
previsto prima con l’obiettivo di introdurre la navigazione nel territorio friulano, per poi
trasformarsi in mezzo irriguo nell’Ottocento, secolo in cui ha visto piena realizzazione.
Questa parte è struttura in tre capitoli, corrispondenti a periodo storici diversi che fanno capo
ognuno ad una particolare personalità, della quale viene fornita la biografia.
Il primo capitolo tratta della vicenda nella sua fase iniziale, dalla metà del Quattrocento ai primi
anni del Seicento. L’idea di introdurre in Friuli un canale per la navigazione inizia nel momento
in cui si diffonde la necessità di aumentare le derivazioni d’acqua da fiumi e torrenti esistenti
per scopi domestici o industriali. In questo ambito è documentata la proposta del nobile Nicolò
da Maniago del 1451, già conosciuto per alcune opere di derivazione nella zona di Aviano per
uso domestico, che propone la derivazione delle acque del Tagliamento e del Ledra a beneficio
della città di Udine. Da questa iniziativa si diffonde, soprattutto nel corso del Cinquecento,
l’interesse per questo tema e l’opinione comune che un canale a beneficio di Udine e dei territori
circostanti avrebbe portato enormi vantaggi all’economia friulana. Questo interesse si manifesta
in modo particolare tra i Luogotenenti presenti in Friuli che presentano essi stessi progetti su
esortazione della Repubblica di Venezia, convinta che l’introduzione di un sistema idrico atto
alla navigazione poteva facilitare il trasporto delle merci, incrementando il commercio e quindi
migliorando l’economia di quella parte del Dominio. Dalla fine del Quattrocento iniziano a
succedersi le visite e i sopralluoghi da parte di commissioni per la scelta degli interventi più
adatti da attuarsi allo scopo. Le prime proposte riguardavano lo scavo di un canale che potesse
collegare la città di Udine con la località di Marano, trovando così lo sbocco direttamente in
laguna. Iniziarono quindi i primi lavori per il primo tratto del canale tra la stessa Marano e la
località di Castions. Purtroppo, la mancanza di fondi per le ingenti spese che l’opera richiedeva,
le incursioni dei Turchi alla fine del Quattrocento e la perdita della stessa Marano conquistata
dagli Imperiali nel 1513 causarono l’interruzione dei progetti per molti anni. In questo periodo
l’interesse per un canale navigabile rimaneva vivo solamente tra i membri del Consiglio
udinese, mentre Venezia era impegnata a trovare il giusto sistema per dotare il territorio friulano
di una forte difesa come conseguenza alle continue incursioni nemiche. Alcuni cenni sulla
necessità di continuare i lavori nel tratto Castions-Marano sono documentati nella seconda metà
del Cinquecento e furono approvati anche dalla cittadina di Udine in vista di un successivo
collegamento del canale con essa.
La svolta progettuale dell’impresa si ha nel momento in cui viene progettata l’opera difensiva
più importante in ambito friulano, la fortezza di Palmanova. Qui entra in scena il primo dei
protagonisti su cui mi sono soffermata nella mia ricerca, Giulio Savorgnan, esperto in

3
architettura militare e da sempre al servizio della Repubblica, in primo piano nella progettazione
della fortezza. Egli, nelle sue relazioni e in particolare nella Scrittura di Giulio Savorgnano nel
1592 sull’incanalamento del Ledra2, espone i vantaggi che un collegamento di Palmanova con
il mare avrebbe garantito, seguendo l’esempio delle iniziative da lui conosciute intraprese nel
territorio veronese e bresciano. Oltre a facilitare i commerci, la navigazione sarebbe stata di
grande aiuto durante la costruzione della fortezza grazie alla facilitazione nel trasporto del
materiale. Egli progetta la derivazione delle acque del Tagliamento e del Ledra per convogliarle
in pianura attraverso l’uso di alvei di torrenti o canali già esistenti, come nel caso del torrente
Corno, considerato da lui la via più economica e di facile attuazione. Inoltre, Savorgnan è uno
dei pochi in questo periodo a pensare all’utilità del canale anche per uno scopo irriguo, con
l’obiettivo di migliorare la precaria situazione agricola friulana. Purtroppo, l’improvvisa morte
del Savorgnan non consente la concretizzazione del suo progetto, ma grazie alle sue idee
contraddistinte da una grande perizia tecnica, l’interesse per questa impresa aumentò, e di
conseguenza le proposte si fecero sempre più frequenti.
Importante fu l’iniziativa del Luogotenente Giovanni Mocenigo nel 1596, che in alternativa al
progetto di Savorgnan, propose l’utilizzo delle acque del fiume Imburino che, scendendo diretto
fino alla località di Strassoldo, trovava sbocco nel fiume Ausa, che da Cervignano in poi era
già navigabile. Il progetto, ritenuto valido, fu approvato dalla Signorina che, nonostante il
parere contrastante dell’ingegnere Buonaiuto Lorini, diede il via ai lavori.
Dopo alcuni anni, il proseguimento dello scavo si interruppe: le critiche mosse dal Lorini
riguardo alla pendenza troppo marcata del terreno e alla tortuosità del percorso che rendevano
la navigazione impossibile si mostrarono veritiere.
Con la svolta del secolo inizia anche il secondo capitolo, incentrato sulle vicende del canale nel
Seicento, in particolare, e nel Settecento. Con le nuove proposte dei primi decenni del Seicento
riguardo ad un possibile collegamento di Palmanova con il mare, entra in scena il secondo
protagonista della vicenda, Giuseppe Benoni. Proto alla fortezza di Palma, egli presenta un
personale progetto nel 1652, dove espone la necessità di unire le acque che scorrevano vicino
alla località di Privano con quelle della Roggia di Palma unendole al fiume Castra fino allo
sbocco nel fiume Ausa. Viste le sue capacità in campo idraulico, Benoni venne chiamato nel
1666 anche a Udine per presentare un progetto di continuazione fino a questa città del canale

2
BCUd, Scrittura di Giulio Savorgnano nel 1592 sull’incanalamento del Ledra, in Joppi Vincenzo, Nozze Occioni
Bonaffons-Crisicopulo, 1876.

4
ideato precedentemente per Palmanova: la sua relazione 3, ricca di dettagli tecnici, presentava,
come egli stesso dice, anche un disegno, che però pare sia andato perduto. Il canale illustrato
da Benoni aveva come punto di partenza un sito sotto il Forte di Osoppo ed era formato dalle
acque del torrente Orzelat unite a quelle del fiume Ledra che avrebbero poi seguito l’alveo
naturale del torrente Corno. Confluito poi nel torrente Cormor avrebbe facilmente raggiunto
Udine, aggirata la quale sarebbe confluito nella roggia di Cussignacco fino a raggiungere
Palmanova.
A causa dell’ingente spesa richiesta per la realizzazione dell’opera e per difficoltà di ordine
politico date dal passaggio del canale in località dominate dagli Imperiali, il progetto non trovò
approvazione ma ebbe un’importante risonanza nei secoli successivi.
Per tutto il Settecento, a parte un discreto intervento progettuale richiesto al professore
Geminiano Montanari, che riporta per la prima volta precisi dati tecnici riguardo alla portata
d’acqua necessaria, e un'altra successiva proposta che prende in considerazione l’alternativa del
fiume di risorgiva Stella, non sono segnalati interventi particolarmente importanti.
Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento si manifesta un importante svolta riguardo
all’obiettivo da ottenere con la realizzazione del canale: questo cambio di rotta si manifesta in
particolare all’interno del mondo delle Accademie, quella di Udine nel nostro caso, dove alcuni
eruditi nelle loro orazioni iniziano a diffondere l’importanza e la necessità di incrementare
l’economia friulana attraverso un miglioramento delle tecniche agricole e soprattutto attraverso
l’espansione dell’irrigazione.
Queste dissertazioni saranno fondamentali nell’Ottocento, periodo temporale preso in
considerazione nel terzo ed ultimo capitolo di questa ricerca, quando in un’adunanza
dell’Accademia del 1829 Giovanni Battista Bassi, il terzo protagonista di questa vicenda,
espone la sua personale memoria4. Egli, ripercorrendo la vicenda storica dei progetti che hanno
visto lo sviluppo di questa idea, riprende in esame il progetto del 1666 di Giuseppe Benoni,
ritenuto da lui il più valido, ma puntando lo scopo principale dell’opera all’irrigazione delle
terre, un obiettivo che d’ora in avanti sarà fondamentale e diverrà la funzione primaria del
canale concretamente realizzato. La sua memoria suscita subito approvazione e l’ingegnere
Cavedalis viene incaricato di procedere alla stesura del progetto esecutivo basato sul precedente

3
Narrazione fatta dall'egregio signor Iseppo Benoni ingegnere alle acque di S. Serenità circa il disegno dell'alveo
navigabile del Tagliamento e Ledra, BCUd, Annales Civitatis Utini, vol. LXXXIV.
4
Giovanni Battista Bassi, Memoria sull’antico divisamento di costruire un canal-navigabile da Udine al mare,
Udine, Tipografia Pecile, 1829.

5
di Benoni. Ritenendo la spesa dell’esecuzione del progetto troppo elevata, viene richiesto
all’ingegnere Giovan Battista Locatelli un parere e un nuovo progetto.
Vista la difficoltà a trovare un percorso adatto e soprattutto funzionale allo scopo, iniziano a
susseguirsi diversi ingegneri che presentano ognuno un proprio parere. Nel 1858, l’ingegnere
Gustavo Bucchia decide di lavorare ad un nuovo progetto di revisione dei precedenti
proponendo l’unione delle proposte di due ingegneri, Locatelli e Luigi Duodo, con l’obiettivo
di trarre tutti i vantaggi che essi avevano previsto.
Dopo alcune difficoltà legate alle spese sempre troppo alte per dare definitiva approvazione al
progetto e altre varie richieste ad altri ingegneri per trovare un percorso che richiedesse un costo
minore, si giunge ad un nuovo disegno del Bucchia, che prevedeva una spesa minore rispetto a
quello presentato in precedenza. Egli prevedeva di utilizzare solamente le acque del Ledra
facendole confluire nel letto naturale del Corno presso la località di Pers e percorrendolo fino
alle località di Rodeano e Rivarotta dove sarebbero state collocate delle prese d’acqua in modo
da portare l’irrigazione in quelle terre sterili che si trovavano ai lati del suddetto torrente, tra il
Tagliamento e il Cormor. Lavorando insieme agli ingegneri Locatelli e Luigi Tatti si arrivò
infine all’approvazione del progetto.
I lavori iniziarono nel 1881 e si conclusero nel 1889.
Finalmente, dopo quattro secoli di proposte si giunse alla realizzazione del tanto ambito canale,
con uno scopo nuovo, ma che corrispondeva all’esigenza principale di quel periodo, trovare
cioè nell’acqua il mezzo per uno sviluppo agricolo e, quindi economico che da sempre, in Friuli,
mancava.

6
PARTE PRIMA - L’ambito storico e territoriale

Capitolo 1 - Il dominio veneziano in terraferma

La Repubblica di Venezia, uno tra i più potenti e ambiziosi stati italiani, inizia la sua espansione
territoriale in terraferma all’inizio del XV secolo riuscendo in breve tempo ad ottenere il
controllo su un vasto territorio che veniva definito il “Domino di terra”, suddiviso per ragioni
geografico-militari in due aree principali: una si estendeva dalle coste adriatiche al fiume
Mincio e l’altra da quest’ultimo al fiume Adda, comprendendo i territori di Istria, Friuli, Marca
Trevigiana e Lombardia5.
Secondo Giuseppe Gullino la conquista della terraferma può essere suddivisa in due fasi
cronologiche distinte: la prima tra la fine della guerra di Chioggia nel 1381 e la conquista del
Friuli nel 1420 e la seconda tra la guerra contro Filippo Maria Visconti nel 1426 e la battaglia
di Agnadello nel 15096.
L’obiettivo di conquista di Venezia riguardava una molteplicità di interessi: il controllo sulle
rotte commerciali verso oltralpe (quindi attraverso il Friuli e il Brennero); la sicurezza dello
Stato contro le mire espansionistiche dei Visconti, da una parte, e dell’Impero asburgico,
dall’altra; la salvaguardia della laguna attraverso il mantenimento del capitale idrico
dell’entroterra e la salvaguardia della sua potenza marittima e, ora, anche territoriale 7 dal
pericolo dell’invasione turca che minava la stabilità raggiunta nel Mediterraneo.
In questo contesto, l’assoggettamento del patriarcato friulano aveva l’obiettivo di estrometterlo
dall’ottica di altre aspirazioni espansionistiche ed avere pieno controllo sul commercio verso
oltralpe8. Alla fine del Trecento infatti l’avanzata austriaca, a causa anche dell’influenza che
stava operando su diverse zone del Nord Italia, era diventata sempre più oppressiva sul
patriarcato aquileiese e sulla signoria carrarese, quest’ultima, tra l’altro, interessata anch’essa
ad espandersi proprio verso il patriarcato9.

5
Gaetano Cozzi, Ambiente veneziano, ambiente veneto. Governanti e governati nel dominio di qua del Mincio nei
secoli XV-XVIII, in Ambiente veneziano, ambiente veneto: saggi sulla politica, società, cultura nella Repubblica
di Venezia in età moderna, a cura di Gaetano Cozzi, Venezia, Marsilio, 1997, pp. 291-292.
6
Giuseppe Gullino, La politica veneziana di espansione in terraferma, in Il primo dominio veneziano a Verona
(1405-1509), estratto, atti del convegno (Verona, 1988), pp. 7-9.
7
Ibidem, pp. 10-13.
8
Gaetano Cozzi, Michael Knapton, Storia della Repubblica di Venezia: dalla guerra di Chioggia alla riconquista
della terraferma, Torino, UTET Libreria, 1986, pp. 205-206.
9
Roberto Cessi, Storia della Repubblica di Venezia, Milano, Principato, 1968, pp. 341-345.

7
Venezia poneva molta attenzione alla salvaguardia degli scambi commerciali, ritenuti
fondamentali. Per fare questo la Repubblica adottava un’abile politica diplomatica di neutralità
ed equilibrio con lo scopo di evitare conflitti con i domini vicini. Questa politica però non venne
sempre applicata, come nel caso della campagna militare intrapresa proprio contro la signoria
carrarese, che valse la conquista di Padova e Verona. Oltre ad indebolire la vicina potenza
viscontea, ciò rese possibile l’unione territoriale dell’entroterra sotto il dominio della
Repubblica10.
Nel momento in cui si trova a controllare un ampio territorio Venezia pone particolare interesse
a migliorarne la difesa. Soprattutto dall’inizio del XVI secolo, durante e dopo la guerra di
Cambrai, la Repubblica avvia l’opera di ammodernamento delle fortificazioni esistenti e ne
costruisce di nuove, in modo particolare nei centri maggiori o nei punti chiave e anche nella
stessa area lagunare, con lo scopo di creare un vasto ed efficace programma difensivo
dell’intero stato che avrà il suo apice nella realizzazione alla fine del secolo della città-fortezza
di Palmanova, in difesa dei confini del Friuli11. A questo scopo agiscono le magistrature militari
supervisionate dal Senato. Esse controllano l’attività dei rettori, i quali hanno il compito di
amministrare il territorio di loro competenza accanto a provveditori straordinari eletti in caso
di particolari situazioni12.
Oltre al riordinamento in ambito difensivo, la Repubblica agisce anche sul piano governativo.
Il controllo delle provincie e delle località del nuovo dominio di terraferma viene affidato alle
figure dei rettori, appartenenti al patriziato veneziano ed eletti dal Senato o dal Maggior
Consiglio, che rimangono in carica normalmente per sedici mesi. Per consentire un efficace
lavoro in ogni ambito, ad essi sono affiancati altri rettori o provveditori, che agiscono su
particolari materie come la sanità, i confini o la giustizia e sono sottoposti alla supervisione del
Provveditore Generale in Terraferma13.
La situazione veneziana nel Dominio di terra è ben delineata in una relazione del 1591
presentata da tre Sindaci e inquisitori in Terraferma dopo un sopralluogo in 84 luoghi governati
da patrizi veneti comprendenti il Dogado e l’Istria. All’interno delle quindici provincie della
Terraferma risulta che 58 località vengono governate direttamente da un membro del patriziato

10
Ibidem, pp. 345-348.
11
Donata Battilotti, Guido Beltramini, Edoardo Demo, Walter Panciera, Uno sguardo d’insieme: il Veneto del
rinascimento (1509-1630), in Battilotti Donata, Beltramini Guido, Demo Edoardo, Panciera Walter, Storia
dell’architettura nel Veneto, Il Cinquecento, Venezia, Marsilio, 2008, pp. 28-29.
12
Amelio Tagliaferri, Ordinamento amministrativo della Terraferma, in Venezia e la Terraferma attraverso le
relazioni dei rettori, atti del convegno (Trieste 1980), Milano, Giuffrè, 1981, pp. 21-25.
13
Ibidem, pp. 15-16.

8
veneziano; in alcune il rettore acquista pieni poteri e viene affiancato un da Podestà e da un
Capitano che hanno speciale facoltà su diverse materie14.
Già prima della loro conquista Venezia aveva stretto rapporti con i territori della terraferma,
soprattutto con quelli vicini come Padova e Treviso dove i veneziani avevano già stabilito
rapporti commerciali, avevano acquistato terre o avevano investiture di feudi 15.
In alcune zone i feudatari mantenevano il potere ed erano in lotta tra loro. Venezia impose delle
regole, come la fedeltà intrinseca nel vassallaggio, e istituì i Provveditori sopra feudi. La
feudalità però, penetrata all’interno della stessa aristocrazia veneziana, era destinata ad
emergere sfociando nel più ampio fenomeno dell’ascesa della nobiltà, già manifestatosi in Italia
ed Europa. A Venezia il mecenatismo delle famiglie nobili trasformerà la città dal punto di vista
architettonico ed urbanistico intorno alla metà del Cinquecento, innescando una vera e propria
fioritura artistica con la costruzione o ammodernamento di palazzi pubblici, piazze, monumenti
nell’ottica del recupero dell’antichità classica, che vede al lavoro personalità artistiche ed
esperienze derivanti da ogni parte del Dominio16. Nei secoli successivi questa nuova nobiltà
porterà cambiamenti anche nel paesaggio agrario, investendo di grande importanza la residenza
di campagna e le terre di proprietà che, oltre a garantire la sicurezza economica grazie al metodo
dell’affittanza, consentivano di affermare il proprio lustro sociale17.
La diffusione e l’ampliamento di queste nuove acquisizioni raggiunsero dimensioni
considerevoli anche grazie alla politica agricola attuata dalla Repubblica che via via rendeva
fonte di reddito anche le opere di bonifica, irrigazione e messa a coltura di nuove terre grazie
agli investimenti terrieri da parte dei patrizi veneti18. Nello specifico, la necessità di avere a
disposizione sempre più terreno coltivabile richiese la bonifica di molte zone paludose,
un’operazione che si diffonde grazie all’esempio dell’iniziativa di Alvise Cornaro, artefice della
bonifica di una vasta area tra Padova e la laguna19.
L’espansione dei terreni coltivabili, dovuta anche ad una crescita della popolazione nel corso
del Cinquecento e quindi ad una conseguente maggiore richiesta di cibo, in particolare di
cereali, portò ad un aumento dell’attenzione verso l’agricoltura che divenne sempre più
importante come mezzo di sicurezza economica20. Ad esempio, nel corso del XVI secolo nel
Veronese si assiste alla diffusione dello sfruttamento irriguo da parte di patrizi locali con lo

14
Ibidem, pp. 16-20.
15
Cozzi, Ambiente veneziano… cit., pp. 300-312.
16
Ibidem, pp. 317-320.
17
Ibidem, pp. 321-328.
18
Battilotti, Beltramini, Demo, Panciera, Uno sguardo… cit., pp. 21-22.
19
Cozzi, Ambiente veneziano… cit., pp. 313-316.
20
Battilotti, Beltramini, Demo, Panciera, Uno sguardo… cit., pp. 11-17.

9
scopo di incentivare la produzione agricola, che genera in questo modo una radicale
trasformazione del territorio grazie alla sempre minor presenza di campi incolti, dei boschi e
delle paludi e all’introduzione delle risaie21.
Accanto al territorio veronese, anche nel Vicentino si assiste ad un simile sviluppo agricolo
dato anche qui principalmente dall’introduzione della messa in cultura delle risaie e dal maggior
peso dato ai problemi irrigui più sentiti però dal patriziato locale che da quello veneziano.
Quest’ultimo sarà più presente, invece, nella zona del Padovano dove si registra un maggior
numero di concessionari d’acqua veneziani rispetto ai patrizi locali22.
Accanto all’agricoltura acquista particolare importanza il controllo idrografico del Dominio. Si
tratta di terre ricche di fiumi ai quali Venezia affida un ruolo fondamentale non solo per
l’agricoltura ma anche per il commercio. La navigazione delle acque, meno costosa e più rapida
rispetto ai trasporti su terra, diviene il principale collegamento tra la laguna e l’entroterra in
quanto è un mezzo per favorire l’economia dello stato attraverso la circolazione delle merci23.
Questo rende indispensabile per la Repubblica attuare un’opera di costante manutenzione dei
tratti navigabili esistenti oltre che realizzare nuove opere per diffondere la navigazione in tutto
il dominio di terraferma.

21
Salvatore Ciriacono, Investimenti capitalistici e colture irrigue. La congiuntura agricola nella Terraferma
veneta (secoli XVI e XVII), in Venezia e la Terraferma attraverso le relazioni dei rettori, atti del convegno
(Trieste 1980), Milano, Giuffrè, 1981, pp. 123-131.
22
Ibidem, pp. 142-146.
23
Battilotti, Beltramini, Demo, Panciera, Uno sguardo… cit., pp. 18-19.

10
Capitolo 2 - Il Magistrato alle Acque e la figura del proto

Fin dal Medioevo Venezia sentì la necessità di creare apposite istituzioni atte al governo del
suo territorio e al controllo dei suoi cittadini. Con il passare del tempo queste istituzioni
crebbero di numero conseguentemente all’espansione del dominio veneziano.
La base del sistema politico della Repubblica era il Maggior Consiglio, titolare del potere
legislativo con pertinenza in ambito esecutivo ed amministrativo. Tra i suoi vari compiti c’era
quello di eleggere i candidati che facevano parte degli altri organi istituzionali. Riuniva inoltre
l’Assemblea che era presieduta dalla Signoria. Al suo interno inizialmente i membri venivano
inizialmente eletti, ma con il tempo si diffuse la pratica di accesso anche per diritto ereditario 24.
La carica più prestigiosa dello Stato veneziano era quella del Doge, capo militare e politico
assoluto, con dapprima funzione anche giudiziaria, e detentore del potere esecutivo; era
accompagnato da Consiglieri Ducali con cui formava il Minor Consiglio. Questo organo
comprendeva anche i Tre Capi della Quarantia e insieme formavano la Signoria. Essa era a
capo del Maggior Consiglio, del Senato e del Collegio e, inoltre, prendeva parte al Consiglio
dei X25.
Chi deteneva la funziona deliberativa era invece il Senato, chiamato anche Consiglio dei
Pregadi, nato a inizio Trecento dapprima con lo scopo di essere d’aiuto al lavoro del Maggior
Consiglio e affiancare il Doge in ambito decisionale. Ne facevano parte 60 membri ordinari,
che erano eletti dal Maggior Consiglio, i membri cooptati dal Senato e altri 50 membri senza
diritto di voto. Era diviso in tre Commissioni con a capo le figure dei Savi i quali avevano il
compito di organizzare il lavoro del Senato e duravano in carica sei mesi. Dal XV secolo il
Senato accrebbe la sua sfera di influenza divenendo man mano il centro della direzione del
Governo e della politica dello Stato veneziano. Date le numerose e varie materie delle quali
doveva occuparsi, il Senato iniziò a creare delle Magistrature provvisorie 26.
Nel corso del XIV secolo questa necessità fu sentita anche per quanto riguardava la salvaguardia
dell’ambiente lagunare, in particolare per ovviare alle problematiche scaturite dall’ingresso
delle acque dei fiumi nella laguna. Visti i gravi danni che essi causavano, nel 1324 venne
istituita una commissione di quattro Savi sopra le paludi con lo scopo di provvedere a tale
problema27.

24
Emiliano Balistreri, Prontuario delle Istituzioni e delle Magistrature di Venezia: con una cronologia storica in
sintesi dalle origini alla caduta della Repubblica Serenissima, Roma, Aracne, 2013, pp. 45-46.
25
Ibidem, pp. 47-51.
26
Ibidem, pp. 59-64.
27
Piero Bevilacqua, Venezia e le acque: una metafora planetaria, Roma, Donzelli, 2000, p. 90.

11
Con il tempo vennero istituite diverse altre commissioni di Savi atte a mantenere e
sovrintendere alla salvaguardia della laguna. Nel complesso però gli interventi eseguiti da
questi organi risultarono inefficaci. Inoltre, in questo periodo la Repubblica stava estendendo il
suo dominio sulla terraferma, motivo per cui si rese necessario un maggiore sforzo operativo.
Si iniziò a porre maggiore attenzione alla componente tecnica dei sistemi di tutela della laguna,
attraverso organi istituzionali specializzati in questo settore e questa esigenza si diffuse anche
in altri ambiti riguardanti la terraferma con l’obiettivo di garantire un maggiore controllo e
stabilità governativa.
L’ampio territorio della terraferma richiedeva una istituzione in grado di dare stabilità e
sicurezza all’ambiente lagunare; fu così che il 7 agosto 1501 il Consiglio dei Dieci elesse tra i
membri del Senato tre Savi con un mandato di due anni e con il compito di controllare lo stato
dei bacini dei fiumi che giungevano in laguna. Nel 1505 essi vennero affiancati dal Collegio
alle Acque, comprendente inizialmente quindici senatori, poi ampliati nel numero, chiamati a
deliberare ed intervenire su particolari problemi e materie. Con il tempo i poteri e il raggio
d’azione della magistratura si rafforzarono fino a divenire una istituzione centrale del governo
veneziano. Tra i compiti che poteva esercitare c’era l’imposizione di dazi e tributi e il controllo
dei Lidi e a partire dal 1678 venne affiancata dalla nuova figura dell’Inquisitore per la gestione
delle pratiche giudiziarie28.
Nel corso del Cinquecento iniziarono le importanti opere di salvaguardia della laguna come
quelle riguardanti la deviazione del Brenta29.
L’efficace opera portata avanti dalla magistratura fu resa possibile grazie a chi proprio nella
laguna e sull’acqua viveva, i pescatori, figure importanti su cui lo Stato veneziano poteva
contare per il controllo diretto delle acque: essi erano chiamati a dare informazioni e a fornire
segnalazioni sullo stato della laguna e in cambio ricevevano vantaggi economici che ne
garantivano rilievo sociale30.
Con la conquista della terraferma e le nuove acquisizioni terriere, emersero nuove
problematiche a cui lo Stato doveva fare fronte. In particolare, nel corso del XVI secolo,
l’aumento della popolazione e la conseguente richiesta di generi alimentari resero necessario
uno sguardo più attento verso la tutela e la valorizzazione della terra e della sua lavorazione.
Per favorire la possibilità di avere nuove terre da coltivare, nel 1545 venne istituito il magistrato

28
Ibidem, pp. 92-93.
29
Donata Battilotti, Guido Beltramini, Edoardo Demo, Walter Panciera, Uno sguardo d’insieme: il Veneto del
rinascimento (1509-1630), in Battilotti Donata, Beltramini Guido, Demo Edoardo, Panciera Walter, Storia
dell’architettura nel Veneto, Il Cinquecento, Venezia, Marsilio, 2008, pp. 18-19.
30
Bevilacqua, Venezia… cit., pp. 93-94.

12
dei Provveditori sopra i Beni Inculti, composto da tre nobili con il compito di regolamentare le
operazioni di bonifica e le irrigazioni in terraferma, concedere l’uso delle acque e di nuovi
terreni per l’agricoltura. Su un piano più specifico, nacquero e si diffusero i Consorzi che
riunivano i proprietari terrieri, grazie ai quali il Senato poteva avere maggiore controllo sulle
diffuse azioni di sfruttamento e occupazione delle terre da parte dei privati 31.
La cooperazione tra i privati e la magistratura dei Provveditori sopra i Beni Inculti era
considerata fondamentale per il buon governo del territorio: era infatti molto importante che i
privati cittadini vigilassero sull’operato di tutti, denunciando le violazioni e consentendo quindi
un utilizzo condiviso della terra32.
Un grande problema che minava la salvaguardia della laguna era causato dai fiumi che,
soprattutto a causa delle opere di disboscamento in vista della diffusione delle terre coltivabili,
riversavano in laguna materiale sabbioso e fango, dannosi per la salvaguardia della stessa. Era
quindi necessario operare costantemente sui corsi d’acqua attraverso l’intervento di figure
specializzate in materia che potevano monitorare e intervenire sui danni esistenti; inoltre, erano
richieste continue operazioni di scavo della laguna stessa per la pulizia dai canali dal materiale
rovinoso che però acquisiva una funzione utile nell’innalzamento degli argini. Quest’ultima
operazione veniva già praticata da molto tempo, soprattutto per il buon mantenimento dei canali
navigabili interni, fondamentali per il commercio veneziano. Già nel corso del Quattrocento il
problema degli argini dei fiumi veniva affrontato dichiarandoli proprietà dello Stato in modo
da evitarne la vendita o l’affitto e quindi azioni di manomissione su di essi33.
Tutte queste operazioni erano riservate ai periti, meglio denominati proti-ingegneri, ai quali era
peraltro richiesta un’ottima conoscenza dei fiumi che scorrevano in territorio veneto, oltre che
dell’ambiente circostante34.
Anche nell’entroterra diffuse l’esigenza di intervenire in questo ambito. In particolare, si rese
necessaria la sistemazione di alcuni tra i più importanti sistemi idrici, come il Sile-Piave a est e
il Brenta a ovest. Su quest’ultimo si concentrarono i maggiori sforzi da parte degli esperti di
idraulica che portarono nei primi anni del Cinquecento alla costruzione di uno sbarramento a
Dolo e alla deviazione del fiume fino a Conche in modo tale che si riversasse nel canale di
Montalbano. Con l’instaurarsi, in seguito a questa operazione, di nuovi problemi nelle acque
interne al lido di Chioggia, si rese però necessario provvedere al progressivo, definitivo

31
Ibidem, pp. 95-96.
32
Ibidem, pp. 99-101.
33
Ibidem, pp. 113-115.
34
Ibidem, pp. 111-112.

13
allontanamento dei fiumi che prima sfociavano nella laguna di Venezia, con l’ausilio di grandi
argini e con l’obiettivo di separare completamente l’acqua lagunare da quella fluviale.
L’operazione, chiamata “conterminazione lagunare”, ha una genesi lunga e complessa, iniziata
solo nei primi anni del Seicento, che porterà alla costruzione di uno sbarramento da Chioggia
fino al confine settentrionale della laguna.
Nel XVII secolo, quindi, vengono attuati i più grandi lavori di arginamento e deviazione dei
corsi d’acqua attraverso molteplici progetti che, oltre al Brenta, riguardarono il sistema
idrografico del Piave-Sile e un vecchio ramo del Po che avevano causato diverse alluvioni e
alterazioni nel paesaggio lagunare35.
Una situazione particolare era costituita dal corso dell’Adige, per il quale nel 1677 vennero
istituiti i Provveditori all’Adige per il mantenimento e controllo dello stesso36.
La figura professionale dei tecnici al servizio della Repubblica a partire dal Cinquecento era
riconosciuta dall’amministrazione veneta come perito pubblico dotato di competenze pratiche
e tecniche nella matematica e nella geometria oltre che a competenze di tipo architettonico e
ingegneristico. L’attività dei periti pubblici era fondamentale per la gestione territoriale della
Repubblica, attraverso la rappresentazione di terreni e edifici e soprattutto gli interventi utili al
mantenimento della laguna37.
Il Magistrato alle Acque aveva alle sue dipendenze tre proti: alla laguna, ai fiumi e ai lidi. La
loro azione di monitoraggio della laguna e delle sue problematiche e il continuo contatto con la
magistratura era fondamentale38.
Indispensabile nella figura del proto era l’esperienza e la conoscenza; il proto alla laguna ad
esempio doveva conoscere perfettamente l’ambiente nel quale operava, doveva avere
dimestichezza con i canali, con il livello delle acque e con le cause delle problematiche per
poter dare consigli sulle soluzioni da attuare 39.
I proti prendevano parte alle sedute del Collegio delle Acque fornendo pareri attraverso le loro
relazioni e prendendo decisioni sulle modalità di intervento che, oltre all’ambito più vasto della
laguna e del mantenimento dei fiumi, riguardavano anche piccoli interventi di ordine quotidiano
nel tessuto urbano veneziano come le opere di manutenzione continua dei bordi degli edifici

35
Ibidem, pp. 117-122.
36
Ibidem, p. 124.
37
Stefano Zaggia, Ruoli e competenze dei “periti pubblici” in ambito veneto. Nota su alcune fonti (secoli XVI-
XVIII), in Architetto sia l’ingegniero che discorre: ingegneri, architetti e proti nell’età della Repubblica, a cura
di Giuliana Mazzi, Stefano Zaggia, Venezia, Marsilio, 2004, pp. 330-331.
38
Elena Svalduz, Al servizio del magistrato. I proti alle acque nel corso del primo secolo d’attività, in Architetto
sia l’ingegniero che discorre: ingegneri, architetti e proti nell’età della Repubblica, a cura di Giuliana Mazzi,
Stefano Zaggia, Venezia, Marsilio, 2004, pp. 233-249.
39
Ibidem, pp. 250-251.

14
per contenere l’erosione dell’acqua40. Nel corso del XVI secolo, grazie ad un maggiore interesse
per il decoro urbano e alla conseguente messa a punto di nuove opere pubbliche, questa
tipologia di interventi si diffuse e i proti furono spesso chiamati a lavorare e a confrontarsi con
gli architetti.
Essere proto e avere quindi una carica pubblica significava anche prestigio sociale e spesso la
carica era tramandata da padre in figlio; in questo modo si aveva una naturale trasmissione
dell’esperienza e delle conoscenze anche se la vera formazione attiva dei proti avveniva
all’interno del magistrato. Inizialmente i nuovi tecnici lavoravano gratuitamente come aiutanti
dei più anziani per poi entrare in apprendistato con il ruolo di vice proto e solo successivamente
avevano la possibilità di ricoprire la carica di proto, per la quale erano eletti sulla base del sapere
e della pratica, insieme all’esperienza, acquisite nel tempo41.

40
Ibidem, pp. 254-256.
41
Ibidem, pp. 266-268.

15
16
Capitolo 3 - Il territorio friulano e il suo rapporto con Venezia

La conquista veneziana del territorio friulano avvenne nei primi decenni del Quattrocento, con
la vicenda lunga e complessa della fine del potere patriarcale iniziata già nella seconda metà
del Trecento e culminata con l’occupazione veneziana nel corso delle spinte espansionistiche
di Venezia e Austria42.
Venezia si interessò al territorio friulano in modo particolare per questioni sia militari sia
commerciali, soprattutto nel momento in cui la minaccia dei turchi dal mare si faceva sempre
più vicina e si profilava quindi la necessità di dotarsi di una forza territoriale anche sulla
terraferma. Il territorio friulano poteva quindi assicurare a Venezia una prima e importante
difesa dei suoi possedimenti grazie ai nuovi confini posti sulla linea delle Alpi e dell’Isonzo
che diventavano lo scudo orientale contro il pericolo turco e asburgico-austriaco43. Inoltre,
trovandosi in una posizione intermedia tra Venezia ed Austria, la Patria diventava il luogo
ideale per la lotta contro l’Impero, una vera e propria linea di confine dove costruire importanti
baluardi di difesa, come Gradisca prima e in seguito, soprattutto, Palmanova 44 .
Tra 1413 e 1420 Venezia riuscì, come prima accennato, a conquistare il territorio friulano 45.
Un primo esercito veneziano entrò in terra friulana nel 1413 e, dopo pochi anni, il 13 luglio
1419 riuscì a ottenere la città di Cividale, capitolata volontariamente data l’impossibilità di
sostenere una guerra; subito dopo altre cittadine si arresero, come Sacile e le terre vicine al
Tagliamento, mentre la città di Udine cercò di resistere agli assedi fino a che i veneziani
entrarono nella città il 6 giugno 1420, conquistando in poco tempo tutta la restante provincia e
sancendo il tramonto del potere patriarcale 46.
In questo periodo a causa della minaccia turca si iniziò a dare sempre più importanza alle opere
di difesa nel territorio friulano e lungo i confini orientali. Inizialmente furono erette
fortificazioni a Gradisca, Gorizia, Fogliano e Mainizza che però caddero rovinosamente sotto
gli assalti turchi, una prima volta nel 1477 e poi nel 1499, quando i nemici riuscirono ad
oltrepassare il fiume Tagliamento47.
La crescente difficoltà di mantenere una solida difesa al confine verso l’Isonzo e le inutili
trattative con l’Austria per stabilire una frontiera conveniente ad entrambi gli stati, portarono

42
Gian Carlo Menis, Stato patriarcale e stato veneto: due culture a confronto, in Venezia e il Friuli: problemi
storiografici, a cura di Amelio Tagliaferri, Milano, Giuffrè, 1982, pp. 15-17.
43
Amelio Tagliaferri, Il dominio veneto (1420-1797), in Friûl, Udine, Società Filologica friulana, 1981, p. 84.
44
Menis, Stato patriarcale… cit., pp. 16-17.
45
Amelio Tagliaferri, La Patria… cit., p. XXXIV.
46
Leicht, Breve storia… cit., pp. 182-187.
47
Pio Paschini, Storia del Friuli, Udine, Arti Grafiche Friulane, 1990, pp. 759-765.

17
infine Venezia ad affrontare un importante sforzo per la sicurezza dei confini esistenti. Nella
relazione al Senato presentata il 1° giugno 1525 dal luogotenente Andrea Foscolo si legge di
come la città di Udine, pur presentandosi in un’ottima posizione in mezzo alla campagna,
risultasse priva di fortificazioni atte alle difese e quindi debole nei confronti di possibili
invasioni48. Questa situazione richiedeva un’importante opera di fortificazione per la città e tale
richiesta fu presentata al Senato più volte nel corso degli anni ma cadde in un nulla di fatto49.
Dopo i piani di difesa susseguitisi per tutto il XVI secolo e il fallimento della proposta di
fortificazione della città di Udine, si decise infatti di intraprendere la costruzione nella zona del
basso Friuli di una fortezza contro le invasioni straniere e il 7 ottobre 1593 fu posta la prima
pietra di quella che l’allora provveditore generale della nuova fabbrica, Marcantonio Barbaro,
denominò Palma50.
Oltre alla difesa, anche l’ambito commerciale trovava grande attenzione da parte della
Repubblica. Il Friuli, infatti, risultava geograficamente in una posizione ideale per quanto
riguardava i traffici con l’Europa centrale. In particolare, le città di Udine, Gemona e Venzone
godevano di una situazione commerciale ed economica vantaggiosa; Gemona, ad esempio,
ricavava benefici economici già dal XIII secolo dal diritto del Niederlech, esteso
successivamente anche alla vicina Venzone, che garantiva il soggiorno obbligato di una notte
all’interno delle mura cittadine dei mercanti provenienti dal Nord e il pagamento di un dazio 51.
L’apertura di nuove strade commerciali, come ad esempio la nuova strada austriaca di Plezzo
o quella più veloce e diretta di Pulfero, che portava grandi vantaggi a Cividale, portarono al
declino economico della stessa Gemona52.
Un’altra questione cruciale che la Repubblica doveva affrontare con la conquista della Patria
era quella che riguardava l’esistenza di solide istituzioni al suo interno.
L’organo di governo centrale era il Parlamento, nato nel 1269 e detentore del potere
rappresentativo e deliberativo, accanto al quale operava il Consiglio, con potere direttivo ed
esecutivo. All’interno del Parlamento vi erano tre diversi ordini, i nobili, i castellani e la
comunità, e il Patriarca che presiedeva le assemblee. Nel corso del tempo questa istituzione
divenne sempre più importante per la Patria accrescendo il suo potere, il controllo politico-

48
Amelio Tagliaferri, La Patria del Friuli (luogotenenza di Udine), in Relazioni dei rettori veneti in terraferma,
vol. I, Istituto di storia economica dell’Università di Trieste, Milano, Giuffrè, 1973, pp. 1-5.
49
La necessità di migliorare la fortificazione della città di Udine si trovano nelle relazioni di: Giovanni Moro il 14
febbraio 1527; Gabriele Venier il 18 dicembre 1539; Vito Morosini il 23 febbraio 1570; Vincenzo Capello il 12
giugno 1615; Tagliaferri, La Patria… cit..
50
Ibidem, pp. 829-831.
51
Gellio Cassi, Notizie sul commercio friulano durante il dominio veneto, Udine, Tipografia Giuseppe Vatri, 1910,
pp. 30-34.
52
Ibidem, pp. 35-36.

18
amministrativo e il prestigio anche in politica internazionale. Dalla fine del Trecento però nel
Parlamento iniziò a manifestarsi una situazione frammentaria con la formazione di piccoli
gruppi divisi tra loro portatori di lotte e rivalità interne. I contrasti riguardavano soprattutto le
spese che il Comune udinese voleva sostenere per il recupero di antichi possedimenti fuori dal
territorio friulano e per l’apertura di nuove vie commerciali con l’Austria, cui si sommavano
dissidi tra i vari feudatari che non vedevano di buon occhio i favori elargiti dai patriarchi ai
propri familiari. In questo modo importanti famiglie o intere cittadine si allearono con o contro
Venezia. I Savorgnan per esempio erano vicini alla Serenissima, tanto che successivamente
assumeranno un ruolo chiave nella conquista veneziana del Friuli. Cividale, invece, era più
vicina al conte di Gorizia e a Francesco di Carrara, avversari dei veneziani53.
Data questa instabilità interna Venezia aveva la necessità di provvedere alla conduzione politica
e amministrativa del territorio friulano entrato a far parte della sua giurisdizione. Il 19 luglio
1420 il doge Tommaso Mocenigo ne affidò il governo a Roberto Morosini, primo luogotenente
di tutta la Patria del Friuli e rappresentante della Repubblica, che si stabilì a Udine, designata
capitale, con un mandato di 16 mesi, affiancato da un vicario, un capitano, due provvisori e un
maresciallo specializzati in diversi compiti e materie54. Venne comunque mantenuta
l’istituzione Parlamento a cui spettava l’attività amministrativa e legislativa e che fu affiancato
dalla figura del luogotenente e dal Consiglio della città di Udine; furono conservate anche le
autonomie locali.
Il Parlamento, però, assoggettato al volere di Venezia ed escluso dalle decisioni in merito alla
politica estera, vide i suoi poteri limitati in quanto tutte le deliberazioni dovevano essere
approvate dal governo centrale, inoltre, il patriarca ne fu estromesso (gli verrà concessa la
giurisdizione ecclesiastica come vescovo). L’istituzione perdette quindi la sua precedente
rilevanza55.
Questo “congelamento delle istituzioni friulane”, come è definito da Gian Carlo Menis56,
comportò l’emarginazione sociale della stessa regione, proiettandola completamente nell’ottica
veneziana: da questo momento, infatti, e per lungo tempo, nessun cittadino friulano assumerà
alcun incarico politico nella Repubblica o entrerà nella classe dirigente57, e, con il tempo, la
stessa carica di patriarca fu assegnata a cittadini veneziani58.

53
Pier Silverio Leicht, Breve storia del Friuli, Udine, Libreria Editrice Aquileia, 1970, pp. 169-171.
54
Tagliaferri, La Patria… cit., pp. XXXIV-XXXV.
55
Paschini, Storia… cit., pp. 749-750.
56
Menis, Stato patriarcale… cit., p. 18.
57
Gino di Caporiacco, Il Dominio veneziano e la mancata formazione di una classe dirigente friulana, in Venezia
e il Friuli: problemi storiografici, a cura di Amelio Tagliaferri, Milano, Giuffrè, 1982, pp. 31-33.
58
Paschini, Storia… cit., pp. 757-759.

19
Su un altro piano invece fu introdotta un’importante istituzione voluta dal Senato veneziano
nell’ordinamento friulano, quella che verrà chiamata Contadinanza o corpo villatico, composta
da 8 sindaci in rappresentanza davanti a Venezia e al luogotenente di tutte le ville rurali della
provincia e degli interessi dei contadini. Trovandosi in opposizione al Parlamento, in quanto
esclusa dai tre ordini di nobili, castellani e comunità presenti nello stesso 59, la Contadinanza
operò con maggiore libertà perché sostenuta dalla Repubblica assumendo il ruolo di
interlocutore per problemi di natura fiscale delle terre e di mediazione nelle controversie con i
feudatari60.
Per quanto riguarda le cittadine sparse sul territorio friulano l’amministrazione delle comunità
più importanti fu affidata ai rettori, personalità facenti parte del patriziato veneziano e
dipendenti dal luogotenente, eletti dal Senato o dal Maggior Consiglio, mentre altre comunità
erano poste sotto diretto controllo della capitale, come Latisana, Pordenone o Cividale. Accanto
ai rettori è possibile trovare la figura dell’assessore specializzato nella risoluzione di particolari
problematiche, oppure un provveditor anch’egli chiamato ad esercitare controllo su particolari
materie. Ogni carica era comunque vigilata dal Provveditore generale in Terraferma 61. I rettori
in Terraferma terminavano il loro mandato presentando in Senato una relazione in cui davano
conto sia della propria amministrazione sia della vita sociale del territorio e dei suoi problemi,
della situazione politica, economica e militare62.
Data la sua conformazione fisica e geografica, la vita economica e sociale del Friuli era perlopiù
legata alle attività della campagna e all’agricoltura. Le città erano poche e la scarsa popolazione
era formata da pochi nobili e proprietari terrieri che vivevano nel palazzo urbano e nelle
residenze di campagna e dal clero che risiedeva nei numerosi conventi sparsi sul territorio,
mentre la maggior parte degli abitanti erano piccoli lavoratori e artigiani. Il commercio interno
non era molto proficuo ed avveniva principalmente nelle fiere o mercati, mentre l’attività
dell’industria era ancora lontana da svilupparsi, limitandosi alla lavorazione tessile e del ferro63.
La situazione friulana è descritta perfettamente nelle relazioni presentate dai rettori al Senato:
ad esempio, la relazione presentata al Senato nel 1591 dai Sindici Piero Zen, Francesco Falier
e Filippo da Molin, mostra una terra desolata e incolta, con pochi centri urbani, con frequenti

59
Ibidem, pp. 796-799.
60
Tagliaferri, La Patria… cit., pp. XLIII-XLV.
61
Amelio Tagliaferri, Venezia e il Friuli: problemi storiografici, Milano, Giuffrè, 1982, pp. 75-76.
62
Amelio Tagliaferri, Rettori veneti e governo della cosa pubblica in terraferma, in Studi Forogiuliesi in onore di
Carlo Guido Mor, a cura di Giuseppe Fornasir, Udine, Deputazione di storia patria per il Friuli, 1983, pp. 197-
202.
63
Tagliaferri, Il dominio… cit., pp. 91-93.

20
carestie per cui molti preferiscono emigrare a Venezia o in Germania64. La relazione precedente
del luogotenente Francesco Michiel, datata 1553, descrive invece in modo dettagliato la Patria:
egli enumera infatti 46 castelli, 17 comunità, 4 abbazie (Rosazzo, Moggio, Summaga e Sesto)
e tre capitoli (Aquileia, Udine e Cividale); cui si aggiungono 816 ville (ad eccezione di alcune
dislocate in territorio montano)65. Vengono inoltre descritte le località e i luoghi più importanti
del territorio sia montano che marittimo, tra questi, in ambito montano, la cosiddetta Chiusa,
una fortezza importante perché si trovava sulla strada chiamata “Imperiale”, fondamentale per
il transito delle merci dalla Germania, e che anche se si trovava in una posizione strategica
(addossata ad un monte e accostata da un torrente) risulta mal tenuta e con scarse opere di
fortificazione. La fortezza di Osoppo, di proprietà dei Savorgnan, sempre nelle vicinanze della
strada “Imperiale”, viene invece considerata un’ottima rocca, lontana dai monti e vicina al
fiume Tagliamento; essa è descritta nel dettaglio dal Michiel che ne annota le misure, i
materiali, gli usi degli spazi e le opere militari 66. In ambito marittimo vengono indicate
Monfalcone, per la quale si consiglia la fortificazione della rocca in quanto ritenuta
fondamentale nella zona tra Trieste ed Aquileia, e Marano67.
La presenza di terre per l’agricoltura nel territorio friulano fece sì che anche le famiglie
aristocratiche ne acquistassero in grande quantità: vaste proprietà erano possedute ad esempio
dalla famiglia Manin, la quale lascerà come testimonianza il grande complesso della villa Manin
nel comune di Passariano, nelle vicinanze di Codroipo68.
La natura rurale del territorio friulano pose Venezia nella necessità di affrontare diversi
problemi riguardanti l’organizzazione degli spazi agricoli e la loro sistemazione idraulica,
adottando però di fatto, nel corso del tempo, una politica non favorevole ad un vero rilancio
economico della regione, essendo perlopiù interessata alla tutela della laguna. I principali ambiti
di intervento territoriale riguardarono, come già è stato detto, il controllo del corso dei fiumi e
la loro deviazione per la salvaguardia della laguna, iniziative per la messa in coltura di nuove
terre incolte e la creazione di apposite istituzioni (come il Magistrato ai Beni Inculti) per
l’amministrazione e la manutenzione delle iniziative agricole69.

64
Ibidem, pp. 95-97.
65
Tagliaferri, La Patria… cit., pp. 35-37.
66
Ibidem, pp. 38-40.
67
Ibidem, 40-41.
68
Ibidem, p.94.
69
Antonio de Cillia, La Patria del Friuli: una anomalia nel panorama delle bonifiche venete, in <<Bonifica e
società in Friuli tra ‘800 e ‘900>>, atti del convegno (Udine, 1990), Accademia di Scienze, Lettere ed Arti,
Udine, 1990, pp. 12-13.

21
Nel territorio friulano, esteso fino a comprendere Portogruaro e Concordia, i Consorzi, istituiti
a partire dalla seconda metà del Cinquecento, erano undici ma la maggior parte si trovavano tra
Tagliamento e Livenza e riguardavano, come nei vicini territori del Padovano e del Veronese,
la bonifica per la messa in coltura delle risaie. Nella Patria, quindi, l’attività del Magistrato ai
Beni Inculti era scarsa, probabilmente a causa alla fragile situazione in cui si trovava a quel
tempo, ben delineata nelle relazioni dei Luogotenenti. Il calo della popolazione, le carestie, le
epidemie di peste e la migrazione hanno sicuramente avuto nel Cinquecento un peso non
indifferente nella mancanza di un sistema efficiente di agricoltura rispetto alle altre zona della
terraferma70.
A causa di questo scarso interesse per il sistema idrico e agrario fallirono anche i numerosi
tentativi e progetti per la realizzazione di canali irrigui e le numerose proposte per canali
navigabili necessari per favorire gli scambi commerciali. Se i luogotenenti erano spesso ben
disposti a trovare delle soluzioni, altrettanto non si può dire del governo centrale, che per
problemi di spesa o perché era concentrato quasi esclusivamente sulle questioni difensive della
zona, fece sì che tali soluzioni restassero sulla carta71.

70
De Cillia, La Patria… cit., pp. 13-15.
71
Polese, Azioni… cit., pp. 248-252.

22
PARTE SECONDA - Il canale navigabile in Friuli

Capitolo 1 - Dal Quattrocento al Seicento

1.1 - Giulio Savorgnan

Giulio Savorgnan nacque ad Osoppo l’11 novembre 1510, figlio di Girolamo e della sua quarta
moglie Orsina Canal, nobildonna veneziana72. La famiglia Savorgnan faceva parte del patriziato
veneziano già dal 1385 e il padre Girolamo aveva avuto modo di servire la Repubblica
respingendo le truppe imperiali durante l’assedio di Osoppo nel 1514 garantendosi fama e
importanti legami con Venezia che saranno fondamentali per l’ascesa del figlio73.
Giulio trascorse la giovinezza tra la casa di Osoppo e la residenza di Venezia, dove la famiglia
si spostava nell’incertezza degli eventi politici che si susseguivano tra Imperiali e la
Repubblica74.
Dalle poche notizie pervenuteci sulla sua formazione, sappiamo che fu educato in casa allo
studio delle scienze e dei classici, come era tradizione nella famiglia, con l’apporto di
personalità erudite come Marcantonio Amalteo75, studi che vennero ben presto accompagnati
dalla formazione militare e diplomatica richiesta dal padre.
Questa formazione ebbe inizio già negli anni dell’adolescenza grazie ai contatti che il padre
aveva con i Gonzaga, signori di Mantova, presso cui ebbe modo di intraprendere un’esperienza
diretta sul campo militando con il condottiero d’arme Paolo Luzzasco76.

72
Emilio Salaris, I Savorgnano, una famiglia di militari italiani dei secoli XVI e XVII, Roma, Tipografia editrice
“Roma”, 1913, p. 67.
73
Walter Panciera, Giulio Savorgnan e la costruzione della fortezza di Nicosia (1567-1570), in Evangelia
Skoufari, La Serenissima a Cipro: Incontri di culture nel Cinquecento, Roma, Viella Editore, 2013, p. 131.
74
Laura Casella, voce Savorgnan, Giulio, in Nuovo Liruti II – L’età veneta, Dizionario biografico dei friulani,
Udine, Forum Editore, 2009.
75
Marcantonio Amalteo fu un erudito friulano. Nato nel 1474 a Pordenone, dedicò tutta la sua carriera
all’insegnamento umanistico tra il territorio pordenonese e ad Osoppo servizio di Girolamo Savorgnan,
trasmettendo i più profondi valori dell’umanesimo. Di lui si ricorda la sua opera più famosa, il componimento
poetico del 1513 dal titolo “Pauliades”, sulla vita di San Paolo eremita di S. Girolamo. Ferracin Antonio, voce
Amalteo, Marcantonio, in Nuovo Liruti II – L’età veneta, Dizionario biografico dei friulani, Forum Editore,
Udine, 2009.
76
Fulvio Bonati Savorgnan d’Osopo, Palmanova e il suo ideatore: Giulio Savorgnan. Estratto da: Memorie
storiche forogiuliesi, 1965, v. XLVI. - Memoria letta in occasione del Congresso della Deputazione di storia
patria per il Friuli, Palmanova, 13 ottobre 1963, p. 182.

23
Durante la permanenza alla corte di Mantova ebbe anche modo di partecipare alle guerre di
Lombardia, tra 1528 e 1529, e instaurare un rapporto d’amicizia con il Capitano generale
dell’esercito veneziano e duca di Urbino Francesco Maria della Rovere77.
Girolamo Savorgnan78 aveva alle spalle una gloriosa carriera dedicata alle armi e desiderava
quindi per i figli lo stesso destino. Negli ultimi anni della sua vita, infatti, il padre rese note le
precise disposizioni militare alla Repubblica da destinare ai figli, con precise annotazioni circa
la fortezza di Osoppo alla cui cura difensiva Giulio doveva provvedere insieme al fratello
Costantino79.
La carriera di Giulio non si limitò però al solo ambito militare locale ma le sue capacità
ingegneristiche lo videro protagonista nella progettazione della difesa veneziana. Le sue doti
furono infatti fondamentali già in Dalmazia dove nel 1539 riuscì a sconfiggere i Turchi. Grazie
a questa vittoria venne eletto Governatore di Zara, dove si occupò con grande impegno al
problema delle fortificazioni, divenendone un esperto80. Questo lo porterà, con lo stesso titolo,
anche nella vicina Corfù nel 1551 assumendo il comando della fortezza81.
Grazie alla sua crescente esperienza tecnica e progettuale nell’ambito dell’architettura militare,
ricevette sempre più spesso richieste di pareri riguardo a problematiche sulle fortificazioni con
lo scopo di apportare migliorie alla resistenza delle stesse, soprattutto in previsione dei progressi
militari che accompagnavano le incursioni dei Turchi82.
Grazie ai risultati ottenuti, nel 1562 Giulio fu mandato dallo Stato veneziano a Candia in veste
di Governatore Generale sopra le Fortificazioni. Qui egli riuscì a trasformare la città in una vera
e propria fortezza, accrescendo la sua fama di ingegnere militare83.
In Dalmazia si occupò anche della costruzione del forte della città di Lissa e successivamente
si spostò a Nicosia nell’isola di Cipro con la carica di Governatore Generale della Milizia84.
L’opera di fortificazione di Nicosia, dalla storia lunga e complessa, risulta molto importante
nella carriera del Savorgnan. Per essa, vista l’urgente necessità della Repubblica di migliorare
le difese nella zona in questione, furono interpellati diversi esperti. Rispetto agli altri, che si

77
Casella, Savorgnan, Giulio … cit..
78
Girolamo Savorgnan (1466-1529) fu un uomo d’armi e ingegnere militare. Si distinse soprattutto per gli sforzi
nella difesa dei territori friulani nella guerra tra gli Imperiali e Venezia e nella difesa della sua città, Osoppo.
Operò per la difesa e la valorizzazione della sua casata a servizio della Repubblica, alla quale destinò le
carriere militari dei discendenti. Laura Casella, voce Savorgnan, Girolamo, in Nuovo Liruti II – L’età veneta,
Dizionario biografico dei friulani, Udine, Forum Editore, 2009.
79
Casella, Savorgnan, Giulio, cit..
80
Salaris, I Savorgnano… cit., pp. 68-69.
81
Panciera, Giulio Savorgnan… cit., pp. 132-133.
82
Salaris, I Savorgnano… cit., pp. 68-69.
83
Ibidem, p. 69.
84
Ibidem, pp. 69-70.

24
limitavano ad un miglioramento delle difese già esistenti, egli proponeva la costruzione di una
fortificazione del tutto nuova, un modello di perfezione tecnica a pianta stellata che avrebbe poi
riproposto per la fortezza di Palmanova85. Le raccomandazioni in campo militare fornite da
Giulio e la difesa che questa fortezza poteva garantire non valsero però a fermare il nemico, che
a causa della carenza logistica, riuscì ad abbattere la resistenza di Nicosia.
Nel 1571 Giulio Savorgnan fu richiamato a Venezia e investito del ruolo di Amministratore
generale sopra i Lidi, mentre nel 1587 gli fu conferito il titolo di Soprintendente generale delle
artiglierie e delle fortezze della Repubblica, carica che gli permise di sovrintendere alla
sistemazione di fortezze già esistenti, come Verona, Bergamo, Peschiera, e alla creazione di
nuove come Palmanova86. Importante fu infatti il suo contributo alle difese del territorio
friulano.
La debolezza del confine orientale della Repubblica era ben nota e in merito ad essa si era
espresso nel 1587 Carlo Cornaro in una relazione indirizzata al doge 87. Giulio Savorgnan
pensava da tempo a possibili soluzioni e aveva inviato più volte alla Repubblica relazioni
sull’urgenza da lui riscontrata di salvaguardare i confini friulani aumentandone la protezione e
la fortificazione: innanzitutto proponeva una ritrattazione con l’Austria per arginare il problema
e definire un confine più regolare che seguisse il corso del fiume Isonzo, cedendo la città di
Monfalcone in cambio di Gradisca e altri centri a destra del corso d’acqua, così che esso potesse
essere ben utilizzato per la salvaguardia e la sicurezza della Terraferma veneziana88.
Inoltre, si era espresso anche in merito all’esigenza di costruire delle fortezze per meglio
salvaguardare punti strategici del territorio friulano, progetti ostacolati dalle ristrettezze
finanziare della Repubblica impegnata nella difesa del confine occidentale89.
La costruzione della fortezza di Palmanova vide la collaborazione di Giulio Savorgnan con
Buonaiuto Lorini90 e Marcantonio Martinengo. Questo fu l’ultimo progetto di Giulio, da lui
stesso considerato il più importante come testimoniano le sue stesse parole inviate al Doge nel
1594: “Sia pur certa Vostra Serenità che ho posto e ponerò studio in quest’opera in Friuli, non

85
Panciera, Giulio Savorgnan… cit., pp. 135-142.
86
Casella, Savorgnan, Giulio, cit..
87
Pierlorenzo La Penna, La fortezza e la città: Buonaiuto Lorini, Giulio Savorgnan e Marcantonio Martinengo a
Palma 1592-1600, Firenze, Olschki, 1997, pp. 16-17.
88
Casella, Savorgnan, Giulio, cit..
89
Ibidem.
90
Buonaiuto Lorini (Firenze 1540 circa - Venezia 1611) fu ingegnere militare e operò sia nei territori di Firenze
che in quelli della Repubblica veneta per la quale entrò a servizio all’interno di un gruppo di responsabili delle
fortificazioni, tra cui lo stesso Giulio Savorgnan allora Soprintendente alle fortezze. Negli ultimi anni della sua
vita gli fu conferito il titolo di Primo ingegnere della Serenissima. Gerardo Doti, voce Buonaiuto Lorini,
Dizionario biografico degli italiani, vol. 66, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2006, pp. 138-141.

25
per altro che per dover quella servire al fine della difesa universale, et della mia patria et miei
luoghi propri insieme”91.
La sua idea di costruire di una nuova e grande fortezza andava contro il parere di altri militari
e ingegneri chiamati a ispezionare il territorio92 e vedeva la scelta di un punto strategico tra due
fiumi, Isonzo e Tagliamento, e il mare93.
La Repubblica si fece carico di nominare una commissione incaricata di compiere i sopralluoghi
sul sito dove si sarebbe costruita la fortezza94. Il luogo definitivo (Fig. 3), tra San Lorenzo e
Palmada, venne scelto da una apposita commissione nel gennaio del 1593.
Il 17 settembre 1593 si diede il via all’esecuzione del progetto95.
Si è a lungo dibattuto sulla reale paternità del progetto della fortezza di Palmanova, spesso
riferito proprio a Buonaiuto Lorini (Fig. 5). I documenti della famiglia Savorgnan e soprattutto
la testimonianza di Ettore di Strassoldo, presso il cui castello alloggiò nel 1593 la commissione
inviata per la scelta del luogo di costruzione, informano delle trattative che si susseguirono in
quel periodo e fanno riferimento al disegno della stessa fortezza eseguito proprio da Giulio
Savorgnan: “la Signoria di Venezia mandò l’Ill.mi Signori Marc’Antonio Barbaro, Giacomo
Foscarini, Zaccaria Contarini, Marin Grimani e Lunardo Donato tutti Procuratori, qui in Friuli
per far una Fortezza, e arrivarono in Strassoldo il 4 8bre del 1593 alloggiando essi SS.ri qui in
Casa mia, e avendo visti detti Signori assai lochi e siti alla fine, […] deliberarono di fare la
Fortezza di Palma data in dissegno dall’Ill.mo Sig.re Giulio Savorgnano General d’Artiglieria
di questa Serenissima Signoria”96.
Il Savorgnan però non riuscì a vedere concluso il suo progetto per la fortezza di Palmanova a
causa della morte che lo colse improvvisamente nel 159597.
La sua carriera fu dedita soprattutto alle difese della Repubblica di Venezia ma questo non
ostacolò l’interesse e l’attenzione per la cura e il mantenimento in buono stato degli affari della
famiglia. Trascorse infatti anche lunghi periodi nella casa ad Osoppo dove si dedicò ad interessi
personali come la costruzione di macchine militari e dove intrattenne rapporti con architetti e

91
Casella, Savorgnan, Giulio, cit..
92
Era stata proposta, ad esempio, la fortificazione della città di Udine, a cui Giulio fu però contrario preferendo
un contesto non urbanistico come era già stato proposto nel 1580 da Jacopo Foscarini al Senato veneto. La
Penna, La fortezza e la città… cit., p. 16.
93
Bonati, Palmanova e il suo ideatore… cit., pp. 181-182.
94
Le relazioni inviate alle Signoria riguardo alla fortezza di Palmanova sono diverse, le più importanti e complete
risultano quelle del 18 giugno 1594 dal titolo “Scrittura in matteria di Palma” e la successiva “Scritture-dissegni-
profili et modelli presentati a V. Serenità in precedenza”. Ibidem, pp. 188-190.
95
La Penna, La fortezza e la città… cit., pp. 37-38.
96
Cfr. Bonati, Palmanova e il suo ideatore… cit., pp. 188-189.
97
Salaris, I Savorgnano… cit., p. 71.

26
scienziati come il già citato Buonaiuto Lorini o Filippo Pigafetta98 con i quali condivideva teorie
e studi.
Giulio Savorgnano fu stimato da importanti personaggi dell’epoca, come testimoniano le parole
di Pietro Duodo ambasciatore in Francia in occasione della sua morte: “Questa perdita
particolare si deve stimar poco in comparazione del pregiudizio che ne verrà perciò a sentire la
Repubblica avendo perduto un Ministro così virtuoso, intelligente, innocente ed ardente nel suo
servizio, onde la perdita si può ben deplorarla, ma non sperare già di ristorarla” 99.

98
Filippo Pigafetta (Vicenza 1533 – Longare 1604) fu ingegnere militare e combattente nelle lotte religiose in
Francia. Nel corso della sua carriera intraprese diversi viaggi a Creta e in Egitto dei quali rimango le relazioni
in cui sottolinea i suoi diversi interessi archeologici, religiosi e politici. Dall’amicizia con Giulio Savorgnan e il
conseguente soggiorno ad Osoppo Pigafetta lasciò il piccolo trattato Notizie militari e stradali tolte dai
ragionamenti con Giulio Savorgnan. Daria Perocco, voce Filippo Pigafetta, in Dizionario Biografico degli
Italiani, vol.83, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2015, pp. 578-582.
99
Salaris, I Savorgnano… cit., p. 72.

27
28
1.2 - Le prime proposte per un canale navigabile in Friuli

L’idea della realizzazione di un canale da utilizzare per scopi economici e sociali in terra
friulana si presenta già dal Quattrocento conseguentemente al quadro generale negativo che si
sta in questi anni delineando riguardo alla situazione di queste terre. Sono diverse, infatti, le
testimonianze che riportano l’immagine di un’area desolata, con molti terreni incolti aggravati
da una tipologia di suolo ghiaioso e interrotti da fitti boschi e da corsi d’acqua di natura
torrentizia che non garantivano una costante portata d’acqua nel corso dell’anno; a questi
problemi si aggiungeva anche una totale mancanza di piani e opere per garantire l’irrigazione
dei campi. La situazione era resa ancora più negativa dal fatto che l’agricoltura di queste zone
era ancora affidata a una tecnica arcaica e i contadini vivevano in un contesto di oppressione da
parte dei feudatari e dei proprietari terrieri veneziani: a risentirne era lo sviluppo demografico
e industriale e il commercio, reso difficile anche dalla scarsità e inadeguatezza delle vie di
comunicazione100.
Il territorio friulano, ricco di fiumi, conosceva già fin dal XII secolo l’utilizzo delle acque per
l’esercizio privato e produttivo: erano già presenti, infatti, sistemi per la derivazione di torrenti
e rogge che potevano garantire in particolari periodi dell’anno un uso sia domestico che
industriale come forza primaria per la messa in funzione dei mulini e dei battiferro ma mancava
ancora totalmente l’interesse per l’utilizzo dell’acqua a scopi commerciali e soprattutto irrigui.
Uno dei problemi principali del sistema idrico in territorio friulano era dato dalla scarsità
d’acque costanti, scarsità della quale in alcuni periodi dell’anno risentivano anche le stesse
rogge e l’attività sociale ed economica in generale; inoltre, si trattava di interventi di mediocre
qualità e per i quali non era prevista una manutenzione ordinaria a causa della mancanza di
un’efficiente gestione, che era perlopiù affidata ai lavoratori delle terre o ai proprietari delle
industrie dei mulini101.
Una di queste rogge era quella che era stata derivata dal torrente Torre e condotta fino alla città
di Udine: viene menzionata per la prima volta in un documento di concessione d’acqua del
1171, stipulato dal patriarca Vodolrico II per le necessità delle ville di Cussignacco e
Pradamano102.

100
Antonio Battistella, Valentino Magnani, I precedenti storici del canale Ledra-Tagliamento: con Brevi notizie
dei primi cinquant’anni di vita consorziale, Udine, Tipografia G. B. Doretti, 1931, pp. 5-7.
101
Antonio de Cillia, La Patria del Friuli: una anomalia nel panorama delle bonifiche venete, in “Bonifica e
società in Friuli tra ‘800 e ‘900”, atti del convegno (Udine, 1990), Accademia di Scienze, Lettere ed Arti,
Udine, 1990, pp. 10-11.
102
Battistella, Magnani, I precedenti storici… cit., p.8.

29
Una prima idea di derivazione delle acque per la creazione di un vero e proprio sistema di
utilizzo domestico ed industriale viene fornita a metà Quattrocento da Nicolò di Maniago, figlio
di Galvano II e Caterina di Strassoldo, che si distinse soprattutto per le sue conoscenze di
idraulica103. Vista la grande scarsità di acqua nella zona di Aviano che rendeva la vita e
l’economia ancora arretrata, pensò di progettare a proprie spese un canale per derivare l’acqua
dal fiume Cellina (Fig. 6). Dopo diversi sopralluoghi e lo studio meticoloso dell’orografia del
territorio e del percorso che il canale avrebbe dovuto seguire, il 7 giugno 1445 ottenne dal
luogotenente veneto la concessione per la costruzione del canale di derivazione delle acque,
dove si accorda al “Nobil Homo Nicolò quondam Galvano di Maniago la facoltà di condurre
l’acqua della Cellina per li territori e luoghi della Gastaldia di Aviano” 104, ottenendo il diritto
esclusivo di tale derivazione e della costruzione di edifici industriali lungo il suo corso. Durante
l’opera di escavazione furono inoltre derivate ulteriori rogge dal canale, probabilmente pensate
per usi domestici105.
Nel 1452 fu concesso al Maniago di derivare anche l’acqua del torrente Colvera per raggiungere
le ville di Tesis e di Basaldella e, successivamente, le acque del fiume Meduna.
Questi interventi modificarono la vita e l’economia della zona attorno a Maniago permettendo
il suo sviluppo economico, sia per quanto riguarda l’agricoltura, dato lo sfruttamento irriguo
delle acque, sia per l’industria e in particolare per il funzionamento dei mulini utili all’arte
fabbrile, divenuta una produzione fondamentale ed unica della zona.
Nicolò di Maniago avanzò anche la prima proposta per un canale navigabile derivato dalle
acque del Ledra per beneficio della città di Udine, sul quale tornerò a breve 106.
Queste proposte e lavori, come si è visto, riguardavano appunto un utilizzo delle acque per
scopi privati e industriali mentre nel corso degli anni seguenti si svilupparono anche proposte
di canali atti alla navigazione per incrementare il commercio107.
Esse costituiscono gli antefatti di quel canale, chiamato Ledra, che verrà costruito e terminato
solamente in tempi a noi recenti: le proposte furono molte nel corso degli anni, insieme a diversi
progetti alcuni dei quali vennero approvati e poi interrotti, per questioni di spesa o controversie
di altra natura.

103
Luigini Zin, Uomini e acque – Il Cellina, Pordenone, Consorzio di bonifica Cellina-Meduna, 1997, pp. 57-58.
104
Ibidem, p. 57.
105
Ibidem, pp. 62-64.
106
Padovan David, voce Di Maniago, Nicolò, in Nuovo Liruti II – L’età veneta, Dizionario biografico dei friulani,
Forum Editore, Udine, 2009.
107
Battistella, Magnani, I precedenti storici… cit., pp. 9-10.

30
Il fiume Ledra è uno di quei rari corsi d’acqua del territorio friulano che presenta una portata
costante durante l’anno, ha un letto profondo e accoglie diversi affluenti che permettono quindi,
nell’ipotesi di una sua derivazione, di avere garanzia e sicurezza d’acqua. L’idea originaria di
derivare le sue acque non è nota dai documenti, anche se in alcuni atti comunali del 1445 e del
1446 si trovano brevi accenni sull’utilità di una tale opera, probabilmente in seguito al
diffondersi delle notizie di ciò che era stato fatto nel 1436 nel Trevigiano, precisamente con il
canale della Brentella108.
Documentato è invece il già citato parere di Nicolò da Maniago, illustrato nel 1451 al
luogotenente Jacopo Loredan, che prevedeva di derivare privatamente le acque del Tagliamento
e del Ledra portandole a beneficio della città di Udine: il progetto, mostrato ai deputati udinesi
proprio dal luogotenente, venne discusso in Consiglio dal deputato Ettore di Brazzacco il 5
marzo 1451. Nello specifico, il disegno prevedeva di condurre l’acqua del Ledra fino al fiume
Corno e farla successivamente giungere fino al torrente Cormor e alla città. Come si evince dal
documento conservato negli Annales Civitatis Utini109, il Consiglio elesse una commissione di
sei cittadini perché provvedesse a organizzare un sopralluogo nelle zone interessate insieme ad
alcuni esperti in materia. La commissione presentò una relazione nel successivo Consiglio
mettendo in rilievo l’esistenza di un punto in cui precedentemente c’era già stata una deviazione
del Tagliamento nel Ledra; i lavori per la sua realizzazione avrebbero tuttavia comportato una
grande spesa e il Consiglio quindi decise di rinunciare all’opera110.
La proposta del Maniago non fu però del tutto vana in quanto si stava diffondendo sempre più
l’idea dell’utilità di un sistema idrico all’interno dell’amministrazione udinese ma anche nel
governo veneziano. In alcuni documenti si può trovare traccia di una sopravvivenza della sua
proposta e, probabilmente, anche di un inizio dei lavori: il 6 settembre 1485, durante
un’adunanza del Parlamento della Patria, il dottor Cittadino della Frattina pose opposizione allo
scavo del suddetto canale, disquisendo sui danni che avrebbe arrecato e sull’enorme spesa che
sarebbe gravata sulla Patria. Questi pareri discordanti e le controversie che sorgevano spesso
tra Comune e Parlamento, rendevano vano lo sviluppo progettuale del canale111.
Una breve ripresa del progetto si ebbe nel momento in cui Tommaso Lippomano succedette
nella carica di luogotenente a Girolamo Contarini. Probabilmente esortato dal governo
veneziano a riprendere i lavori e appoggiato dal Consiglio udinese, il nuovo luogotenente nel

108
Battistella, Magnani, I precedenti storici… cit., pp. 13-15.
109
BCUd, ACA, Annales Civitatis Utini, Annales, vol. XXX.
110
Vincenzo Joppi, Notizie storiche sul canale Ledra-Tagliamento, in Illustri Nozze di Colloredo Mels-Manin,
San Daniele, Tipografia Pellarini, 1877, pp. 8-9.
111
Battistella, Magnani, I precedenti storici… cit., pp. 18-19.

31
1487 inviava l’ingegnere Lodovico da Crema insieme ad altri cinque esperti a compiere un
sopralluogo nelle aree interessate dallo scavo del canale. Costoro, nella loro relazione,
dichiaravano possibile l’attuazione dell’opera, per cui i lavori ripresero fin da subito, iniziando
lo scavo del nuovo canale presso la villa di Sottocolle112. Il Comune aveva provveduto a
nominare un alto numero di addetti al controllo, alla vigilanza e all’esecuzione dei lavori, ma
le spese per gli stipendi dei lavoratori e per l’opera iniziarono ben presto a pesare sulle casse
udinesi. Oltre a ciò, i membri del Parlamento continuavano il loro dibattito contro la costruzione
del canale, preoccupati, forse, dalla perdita dei vantaggi che traevano attraverso i dazi o le mude
che già incassavano. Il 1° novembre 1487 confermarono la preoccupazione espressa due anni
prima esortando la Repubblica a far interrompere i lavori113.
Alla fine, le richieste di aiuto alla Repubblica da parte del Comune udinese per le spese da
sostenere e le continue opposizioni del Parlamento fecero sì che il doge Agostino Barbarigo,
con una lettera del 27 marzo 1488 rivolta al luogotenente Luca Navagero, sospendesse i lavori
di scavo che a quella data risultavano essere stati eseguiti per circa 800 metri tra il fiume Corno
e il canale Ledra. Il doge, però, conscio della grande utilità per la Patria di avere un canale
navigabile, ordinò l’inizio dei lavori di un nuovo canale da farsi tra i paesi di Castions e Marano,
procedendo anche allo scavo dei canali del Tagliamento e di Baseleghe per permettere alle
imbarcazioni di raggiungere facilmente Venezia114.
Contro la decisione di sospendere i lavori del progetto del Ledra è documentato un intervento
di un anonimo, la cui lettera senza data faceva parte di alcuni scritti di Barnaba di Buia e fu
successivamente pubblicata da Vincenzo Joppi nel 1877. In essa viene illustrata l’idea di
continuare con lo scavo di unificazione del Ledra al fiume Corno portandolo così fino alla città
di Udine da dove poi poteva continuare la sua corsa fino a Castions facilitando e migliorando i
commerci e dando un notevole impulso alla città115.
La proposta non provocò alcun cambio di rotta nella decisione presa, e il progetto di questo
canale rimase in sospeso. Gli avvenimenti degli anni seguenti, inoltre, non favorirono di certo
la sua ripresa: le incursioni dei Turchi tra 1490 e 1499, le lotte tra imperiali e veneziani e la
guerra con la lega di Cambrai, insieme alle varie lotte interne nel corso del primo Cinquecento,
cui si aggiunse la peste che colpì gravemente gli abitanti della Patria, portarono il pensiero e gli
sforzi delle autorità veneziane lontani dalla volontà di riprendere in mano tale dispendioso

112
Battistella, Magnani, I precedenti storici… cit., pp. 18-21.
113
Joppi, Notizie storiche… cit., pp. 10-11.
114
Battistella, Magnani, I precedenti storici… cit., pp. 23-25.
115
Ibidem, pp. 27-28.

32
progetto. Anche i lavori per il canale tra Castions e Marano furono sospesi, soprattutto a causa
della perdita della stessa Marano, conquistata dagli Imperiali nel 1513116.
Il pensiero della comunità udinese e soprattutto del governo veneziano era in quel periodo volto
a migliorare la difesa del territorio friulano e quindi si faceva strada l’esigenza di fortificare
Udine. A questo scopo nel 1527 si pensò di far arrivare in città un canale derivato da un alveo
del Tagliamento117 sotto Gemona allo scopo di agevolare il trasporto di materiale e legname per
poter iniziare l’opera di fortificazione. La richiesta alla città di Gemona delle concessioni per
poter procedere con i lavori ebbe però esito negativo inducendo così il luogotenente Giovanni
Moro a chiedere direttamente al governo veneziano di intervenire. Un nuovo rifiuto da parte
della cittadina montana, la scarsa volontà della Repubblica di contribuire economicamente al
progetto e la continua richiesta di sopralluoghi, misurazioni e disegni fecero naufragare anche
questo progetto.
Secondo Antonio Battistella, il Comune udinese vedeva nel canale navigabile una via per
incrementare il già carente commercio friulano, mentre l’attenzione della Repubblica era rivolta
principalmente alla difesa della città di Udine e se proprio si doveva provvedere alla costruzione
di un canale, questo doveva essere quello tra Castions e Marano ritenuto maggiormente
vantaggioso per Venezia118. È proprio in quest’ottica che, con la riconquista di Marano nel
1543, si provvide a riprenderne i lavori e in questa circostanza anche il Comune udinese si trovò
d’accordo, perché considerava il canale di Castions la prima parte di un progetto più ambizioso,
e cioè il successivo collegamento con il canale Ledra convogliando così gli interessi
commerciali di tutta la Patria.
I ritardi e le interruzioni dei lavori proseguirono fino a quando, il 15 gennaio 1588, Cornelio
Frangipane, membro del Consiglio udinese, con un solenne discorso esortò i colleghi alla
ripresa dei lavori, considerato che l’opera avrebbe giovato assai alla Patria.
Certamente era ancora ben presente nelle mente degli udinesi l’idea di condurre poi un canale
fino a Udine per godere del benessere economico e commerciale che questo avrebbe portato119.
Del canale di congiunzione tra Castions e Marano non si hanno altre notizie da parte della
Signoria, tranne alcuni accenni di operazioni di scavo fuori dalla città di Udine. Il 26 gennaio
1588 il proto Antonio Glisenti riferisce infatti al luogotenente Bernardo Nani sulle livellazioni
inerenti lo scavo nei pressi di Porta Grazzano e, poco tempo dopo, lo informa su un sopralluogo

116
Ibidem, pp. 29-30.
117
Joppi, Notizie storiche… cit., p. 12.
118
Battistella, Magnani, I precedenti storici… cit., pp. 31-33.
119
Ibidem, pp. 35-36.

33
fatto tra i paesi di Mortegliano e Bicinicco dove risultava acqua a sufficienza per procedere con
i lavori del canale fino a Udine. Il proto presenta poi al Senato una relazione in cui illustra la
spesa dei lavori da Udine fino a Baseleghe trovando grande soddisfazione da parte del comune
udinese. A Venezia però arriva di nuovo l’opposizione delle località di Gemona e Portogruaro
a causa della perdita dei vantaggi commerciali di transito 120.
Sospesi nuovamente i lavori anche per il canale di Castions bisogna attendere l’intervento di
una forte personalità per tornare a parlare di navigazione in Friuli. Ciò avvenne nell’ambito
della progettazione di quello che diverrà uno degli interventi più importanti attuati da Venezia,
cioè la fortezza di Palmanova. Con la perdita della fortezza di Gradisca a causa degli
avvenimenti della Lega di Cambrai, il confine nordorientale della Serenissima si ritrovava
esposto alle minacce dei Turchi e degli Asburgo ed era quindi necessario trovare un modo per
salvaguardare questa parte del Dominio. Dopo numerose proposte susseguitesi nel corso del
XVI secolo, il progetto di Palmanova fu definito dal Soprintendente generale alle fortezze
Giulio Savorgnan, esperto in architettura militare e da sempre al servizio della Repubblica, e
iniziato il 1° ottobre 1593121.
Morto nel 1595, Giulio Savorgnan non poté assistere ai lavori per la nuova fortezza, ma vi è
traccia delle sue idee in una memoria indirizzata al doge dove si evince la sua attenzione anche
ai problemi idraulici. Sottolinea infatti l’importanza di poter condurre per via d’acqua tutto ciò
che sarebbe stato utile per tale opera perché “a voler condur il tutto con carri, et animali del
Friuli, essendo debolissimi, non si finirebbe di farla in cento anni, che oltra il tempo sarebbe di
doppia spesa”122.
Anche in precedenza il Savorgnan, in una scrittura datata 15 maggio 1592, aveva messo in
rilievo la grande utilità che avrebbe avuto la conduttura di un canale da Udine al mare123: un
vero e proprio progetto, in tre varianti e soprattutto da sostenere a sue spese, con lo scopo di far
“diventare una gran parte del Friuli fertile et abbondante di fieni, e d’arbori et d’ogni altra cosa,
si come è stato fatto del Bresciano, del Veronese, et d’altri lochi, che erano sterili e secchi.
Perilchè son certissimo che in poco tempo si tornerà a riabilitare il Friuli mezo disabitato” 124.
In particolare, il progetto del Savorgnan riguardava la deviazione delle acque del Tagliamento
e della Ledra presso Osoppo per portarle in pianura, utilizzando canali già presenti e costruiti

120
Battistella, Magnani, I precedenti storici… cit., 1931, pp. 38-39.
121
Antonio De Cillia, I fiumi del Friuli Venezia Giulia. Dalla Livenza al Timavo, dalla Carnia alle lagune, Udine,
Paolo Gaspari Editore, 2000, pp. 159-161.
122
Ibidem, p. 161.
123
Battistella, Magnani, I precedenti storici… cit., p. 42.
124
Giulio Savorgnan, Scrittura di Giulio Savorgnano nel 1592 sull’incanalamento del Ledra, in Joppi Vincenzo,
Nozze Occioni Bonaffons-Crisicopulo, 1876, p. 19.

34
in tempi precedenti che potevano far giungere l’acqua fino alla cittadina di San Daniele; da
questo punto in poi, il Savorgnan proponeva tre soluzioni e tre percorsi diversi: la prima,
considerata da lui la più semplice in quanto sfruttava un canale preesistente, si serviva del letto
del torrente Corno; la seconda oltrepassava alcune ville tra Spilimbergo e Udine per poi
proseguire attraverso Codroipo fino a Muzzana e sfociare a Marano Lagunare; la terza, invece,
giunta a San Daniele deviava per Pantianicco, vicino Codroipo125. Il Savorgnan, che ben
conosceva la situazione del Tagliamento e del Ledra nei pressi del Monte di Osoppo, e quindi
nel punto in cui il canale avrebbe avuto inizio, si prodigava per esporre i punti in cui le acque,
a volte abbondanti, avrebbero potuto creare problemi al canale stesso, proponendo quindi dei
sistemi di ponti canali e porte con lo scopo di assicurare la tenuta del canale anche nei momenti
di piena portata dal Tagliamento126. Auspicava inoltre la costruzione di un canale navigabile
che potesse fare da collegamento con la nuova fortezza di Palmanova in quanto, data la
necessità costante di legname utile per la cottura della calce e delle pietre nelle fornaci, poteva
semplificarne il trasporto. Oltre a ciò, era ben chiara nella mente del Savorgnan la grande
importanza che poteva avere per tutta la regione disporre di un canale con portata d’acqua
costante da utilizzare per l’irrigazione dei campi migliorando così la situazione agricola del
territorio, su esempio di ciò che era stato fatto nella vicina Lombardia 127: “Val più un campo in
Bresciana adacquato, che non fanno dieci in Friuli. Li paesi che sono adacquati ogni giorno si
vanno popolando più, siccome il Friuli da cinquanta anni in qua è disabitato più della metà;
perché le terre così secche hanno consumato quel poco di buono, che haveano, et da
disperatione che la maggior parte delle terre non fruttano, li contadini se ne fuggono in
Alemagna, o in altri paesi per poter vivere”128.
Tra i vari progetti presentati fino ad ora, questo si può dire sia il primo in cui si parla
concretamente di un’opera di derivazione dell’acqua che abbia anche come obiettivo
l’irrigazione delle terre per lo sviluppo agricolo friulano, un uso che il Savorgnan conosceva
molto bene e che aveva avuto modo di vedere durante i suoi viaggi nelle terre bergamasche e
bresciane129.

125
Ibidem, pp. 11-14.
126
Ibidem, p. 14.
127
Ibidem, pp. 17-18.
128
Ibidem, p. 18.
129
Cesare Grinovero, Il canale Ledra-Tagliamento e la trasformazione fondiaria della pianura friulana in
relazione alle vicende storiche, sociali ed economiche del Friuli, in Assemblea Straordinaria del 25 giugno
1931 in occasione del cinquantesimo anniversario della inaugurazione delle opere consorziali, Consorzio
Ledra-Tagliamento, Udine, Tipografia Doretti, 1931, p. 11.

35
Nonostante l’esigenza di un uso irriguo delle acque si rafforzasse sempre più, l’importanza di
avere un canale navigabile non si esauriva con l’avanzamento dei lavori per la costruzione di
Palmanova. Nel 1596 il Provveditore Giovanni Mocenigo in una sua relazione sottolineava
nuovamente il giovamento che avrebbe portato alla Patria un canale navigabile fino alla
fortezza, sia per il miglioramento della vita che per facilitare l’arrivo delle merci e, di
conseguenza, attirare anche il commercio dalla Germania (Fig. 8). Mocenigo prevedeva
l’utilizzo delle acque di risorgiva del fiume Imburino che, scendendo a Strassoldo e a Muscoli,
confluiva nel fiume Ausa. Questa proposta sembrava la più vantaggiosa per Venezia in quanto
avrebbe evitato di passare attraverso il ponte di Cervignano, dove tutta la riva destra del fiume
era parte del territorio arciducale e le merci veneziane sarebbero quindi dovute essere sottoposte
a dazio130. La proposta fu accettata e portata a realizzazione dal nuovo Provveditore
Marcantonio Memmo, il quale era convinto sostenitore del grande vantaggio commerciale che
la nuova fortezza avrebbe avuto grazie alla deviazione dei traffici dalla Germania proprio
attraverso Palmanova131. Durante il suo mandato il Provveditore riferiva che la navigazione era
già possibile sul fiume Ausa e bisognava quindi trovare una soluzione per un suo collegamento
rapido con Palmanova (Fig. 9)132. Nel 1599 gli ingegneri Orazio Guberna e Girolamo Fontana
iniziarono i lavori di scavo dell’Imburino fino a Muscoli e poi fino a Strassoldo, incontrando
diversi problemi, il più importante dei quali era dovuto alla pendenza del sito che causava una
forte rapidità delle acque. Questo problema portò il provveditore ad apportare delle modifiche
al progetto inziale aggiungendo quattro anse lungo il tratto più problematico con lo scopo di
allungarne e addolcirne il percorso133; modifiche che però risultarono vane per consentire una
navigazione facile e sicura.
Il Senato veneziano, deciso a trovare una soluzione per rendere possibile la navigazione di
questo canale, decise allora di ascoltare il parere dell’architetto fiorentino Buonaiuto Lorini, già
impegnato nei lavori della fortezza134. Egli, seguace delle idee di Giulio Savorgnan ed esperto
nel settore militare, mosse diverse critiche al progetto del Memmo contestando innanzitutto la
pendenza e la tortuosità del canale che rendeva la corrente troppo veloce e pericolosa per la
navigazione135. Nel 1600 Lorini presentò quindi una proposta alternativa a quella del Memmo,
secondo la quale veniva tralasciato il tratto di canale che passava per l’Imburino in quanto, pur

130
Relazione di Giovanni Mocenigo, 10 maggio 1596, in Relazioni dei rettori veneti in Terraferma, XIV –
Provveditorato generale di Palmanova, Milano, Giuffrè, 1979, pp. 19-21.
131
Relazione di Marcantonio Memmo, 26 aprile 1599, in Relazioni… cit., pp. 56-57.
132
Ibidem, p. 58.
133
Ibidem, pp. 63-64.
134
Relazione di Alvise Priuli, 27 giugno 1600, in Relazioni… cit., pp. 77-80.
135
De Cillia, I fiumi… cit., pp. 163-164.

36
non attraversando la cittadina di Cervignano, si sarebbe comunque collegato con il fiume Ausa
in territorio arciducale, dove gli imperiali avrebbero sicuramente reso difficile il commercio
con Venezia136. Secondo Lorini la scelta migliore era quella di costruire un nuovo canale che
collegasse direttamente Palmanova e il fiume Ausa attraverso una linea retta con partenza da
Strassoldo, passando attraverso la roggia di Castions che sfociava nell’Ausa ad una distanza
sicura da Cervignano e con un percorso più semplice e di lunghezza minore137.
La Signoria però, contraria a sostenere le maggiori spese che avrebbero richiesto questi lavori,
rinunciò alla proposta di Lorini e decise di proseguire attraverso l’Imburino secondo il già
iniziato progetto di Memmo, correggendone però la pendenza nel tratto di Muscoli tramite la
costruzione di una conca. Con il passare del tempo le critiche mosse dal Lorini si mostrarono
veritiere: il materiale portato nel fiume con le piogge rese ben presto il canale impraticabile e
le continue spese per la sua manutenzione causarono un blocco della navigazione così che esso
venne abbandonato138.
Trovò invece attuazione l’introduzione dell’acqua all’interno della fortezza di Palmanova,
come risulta dalle parole del Provveditore generale Andrea Minotto, il quale, sottolineando
l’importanza dell’acqua per il benessere degli abitanti, nel 1609 progettò la deviazione di una
roggia poco distante derivata dal torrente Torre, conducendola all’interno della fortezza
attraverso il borgo chiamato “di Udine” e poi fino alla piazza principale da dove si sarebbe
divisa per attraversare gli altri due borghi della cittadina139. Questa proposta convinse il Senato
veneziano che vedeva nel progetto un’opportunità per accrescere la fortezza anche
demograficamente ed ebbe la sua attuazione grazie all’operato del Provveditore Antonio
Grimani nel 1617. Egli ideò un canale che percorreva i tre borghi principali dell’abitato
circondando poi la piazza centrale in un percorso ad anello per trovare la sua uscita in quel
canale ideato anni prima dal Provveditore Marcantonio Memmo con direzione Strassoldo140.
In questi anni, come si è visto, di un canale navigabile parlano i Provveditori di Palmanova
nelle loro relazioni dove sono tutti d’accordo sul grande vantaggio che esso avrebbe potuto
avere per la nuova fortezza. Se inizialmente l’obiettivo era quello di facilitare l’arrivo del
materiale da costruzione, con il tempo diventò sempre più forte l’opinione che il canale
navigabile avrebbe portato prosperità economica e sociale conseguente alla maggiore facilità

136
Pierlorenzo La Penna, La fortezza e la città: Buonaiuto Lorini, Giulio Savorgnan e Marcantonio Martinengo a
Palma, 1592-1600, Firenze, Olschki, 1997, pp. 141-143.
137
La Penna, La fortezza… cit., p. 143.
138
De Cillia, I fiumi… cit., p. 164.
139
Relazione di Andrea Minotto, 08 gennaio 1609, in Relazioni… cit., pp. 161-179
140
De Cillia, I fiumi… cit., p. 159.

37
nei commerci e alla deviazione dei traffici dalla Germania. Lo dichiara apertamente il già citato
Provveditore Giovanni Mocenigo nella sua relazione del 1596, affermando: “Non è dubbio
alcuno che dal farsi la navigatione venirebbe quella fortezza a ricevere si può dire il spirito,
perché non solo servirà per farla habitare più facilmente […], ma per facilitare ancora la
condotta delle molte robbe che le sono necessarie […]le mercantie che vengono d’Allemagna
in Italia, […] quando fosse fatta la navigatione fino alla fortezza volterebbono il loro camino
da quella parte di Palma”141.

141
Relazione di Giovanni Mocenigo, 10 maggio 1596, in Relazioni… cit., pp. 19-20.

38
Capitolo 2 - Dal Seicento al Settecento

2.1 - Giuseppe Benoni

Giuseppe Benoni si inserisce all’interno di quel gruppo di personalità poliedriche a servizio


della Repubblica di Venezia dedite a diverse attività che richiedevano conoscenze
ingegneristiche, tecnico-idrauliche e architettoniche.
Come architetto è conosciuto quasi esclusivamente per il suo progetto della Dogana da Mar e
le informazioni a noi giunte sul suo conto per quanto riguarda la vita privata e la carriera come
proto alle Acque sono poche e risalgono prevalentemente allo scritto del 1840 dell’architetto
Francesco Lazzari, che raccolse notizie a lui pervenute attraverso due ricercatori di memorie
patrie, l’abate Giuseppe Cadorin e l’ingegnere Giovanni Casoni142.
Giuseppe Benoni nasce a Trento nel 1618, figlio di un Domenico, mentre il nome della madre
rimane sconosciuto. La sua educazione comprende probabilmente lo studio della matematica,
che gli sarà utile nella sua futura attività a servizio della Repubblica e che gli consentirà di
avvicinarsi a questioni tecnico-idrauliche e anche architettoniche143.
La sua carriera, dopo un iniziale periodo in patria, si svolge principalmente a Venezia e in Friuli
tra 1645 e 1684, anno della sua morte144.
In ambito friulano, una delle prime notizie documentarie su Benoni si ha nel 1645, anno in cui
si trova a Palmanova con la carica di proto della fortezza. Inizialmente la sua attività riguarda
prevalentemente l’ambito idraulico145, importante risulta infatti il suo primo progetto del 1652
per la costruzione di un canale navigabile per collegare Palmanova al mare, una necessità che
era stata precedentemente espressa dal provveditore generale Marcantonio Barbaro nel 1594
con lo scopo di accrescere, grazie allo sfruttamento della rete idrografica del territorio,
l’importanza economica e commerciale della cittadina146.

142
Giandomenico Romanelli, Dalla Dogana alla Punta. “Un imponente effetto pittoresco”, in La Dogana da Mar:
la Punta dell’arte, a cura di Romanelli Giandomenico, Milano, Electa, 2010, pp. 19-20.
143
Francesco Lazzari, Notizie di Giuseppe Benoni architetto e ingegnere della Veneta Repubblica, Venezia,
Alvisopoli, 1840, p. 34.
144
Ibidem, pp. 8-9.
145
Silvia Moretti, “Fondamenti sodi et non pensier vani”: Giuseppe Benoni ingegnere e architetto tra Venezia e
Friuli nella seconda metà del XVII secolo al servizio della dominante, in «Architetto sia l’ingegniero che
discorre». Ingegneri, architetti e proti nell’età della Repubblica, a cura di Mazzi Giuliana, Zaggia Stefano,
Venezia, Marsilio, 2004, pp. 156-157.
146
Ibidem, pp. 156-157.

39
Durante gli anni in cui si trova a Palmanova, Benoni effettua alcuni interventi nella villa Manin
di Passariano, testimoniati da alcuni documenti ritrovati da Francesca Venuto e avvalorati dal
fatto che in questo luogo è anche documentato l’acquisto da parte di Benoni stesso di un podere
nel 1669147.
La storia della villa si presenta lunga e complessa, e vede come promotrice della sua costruzione
la famiglia Manin148, alleata politicamente ai veneziani. Giunta a Persereano nel corso del XV
secolo149, iniziò già dal XV secolo l’opera di accorpamento delle proprie proprietà terriere
(motivo di innalzamento sociale) e delle varie case situate in varie zone del territorio friulano,
fino ad arrivare a raccogliere un vasto patrimonio che necessitava di un centro per
l’amministrazione del potere assunto dalla famiglia: la scelta cadde su una casa dominicale già
esistente al centro del borgo di Persereano e che aveva nelle vicinanze diversi fondi e fabbricati;
uno spazio quindi ampio e ideale per la costruzione di un complesso come quello auspicato e
in un punto strategico, vista la vicinanza della fortezza di Palmanova che garantiva
protezione150.
Personalità forti e importanti della famiglia contribuirono al progetto attraverso, ad esempio,
matrimoni con nobili signore di importanti famiglie friulane, nonché attraverso l’accrescimento
di potere della famiglia stessa, come quando, nel 1576, Antonio Manin acquistò l’intera
gastaldia di Sedegliano, di cui proprio il borgo di Persereano faceva parte151.
Importante figura per quanto riguarda la realizzazione della villa fu il conte Lodovico Manin,
aggregato al patriziato veneziano, che unì i possedimenti nei dintorni di Persereano inserendoli
nel contesto urbanistico attraverso la sistemazione della rete viaria e agricola e creando un
quadro territoriale unitario e vasto. In particolare, la rete viaria riguardò la realizzazione di due
grandi strade di lunghezza di un miglio circa con lo scopo di unire i possedimenti assicurandosi
così una vasta giurisdizione che comprendeva Sedegliano (già sua proprietà), Codroipo e altri
otto villaggi vicini152. Nonostante questo suo intento non sia stato portato a compimento a causa
di denunce per essersi impossessato impropriamente di alcune strade, Lodovico riuscì

147
Ibidem, pp. 172-173.
148
Il nome antico, Manini, è originario dalla toscana e si trasforma in Manin con il radicarsi nel territorio friulano.
I membri della famiglia erano dapprima operatori finanziari dei patriarchi e ben presto entrarono a far parte
della nobiltà cittadina grazie all’espansione del patrimonio terrario e agricolo: Francesca Venuto,
Un’esemplare residenza barocca in Friuli: villa Manin a Passariano, in “Arte lombarda”, n. 141(2), 2004, pp.
46-48.
149
Francesca Venuto, La villa di Passariano: dimora e destino dei nobili Manin, Passariano, Associazione fra le
Pro Loco del Friuli Venezia Giulia, 2001, pp. 33-35.
150
Ibidem, pp. 71-72.
151
Ibidem, pp. 41-43.
152
Ibidem, pp. 63-64.

40
comunque nell’opera di bonifica dei terreni in suo possesso, rimodellando il territorio
circostante153.
Lodovico fu l’artefice della costruzione della villa che iniziò nella prima metà del XVII secolo.
Con l’obiettivo di evidenziare la propria venezianità, chiamò ad operare alcuni tecnici della
Repubblica come appunto Giuseppe Benoni e Giovan Battista Spinelli, personalità emergenti
che univano capacità architettoniche ed ingegneristiche e che bene conoscevano le opere
veneziane più all’avanguardia154.
Lodovico aveva intanto già elaborato un personale disegno del progetto ma necessitava di
interventi specifici su singoli elementi architettonici: Benoni venne chiamato nel 1656 ad
intervenire sulla progettazione di dieci pilastri per il complesso: “dieci pilastri interi, altezza
piedi n. 12 è grossezza conforme al disegno consegnatoli, fatto dal signor Iseppo Benoni protto
di Palma”155 in collaborazione con l’architetto Pietro Bagatella156.
L’intervento di Benoni a Passariano si inserisce in un contesto più ampio delle imprese
commissionate da Lodovico: egli infatti, come tecnico idraulico, rispondeva in modo ottimale
ad un progetto di collegamento via acqua della laguna con l’alta valle del Tagliamento,
necessità che nasceva dalla grande difficoltà di modificare e mantenere la rete viaria esistenti e
che avrebbe reso il borgo dei Manin e tutta Persereano il centro dei commerci veneziani157.
Con la morte del conte Lodovico nel 1659 i lavori di costruzione della villa si interruppero alla
fase iniziale e vennero ripresi dal figlio Francesco IV (Fig. 12), il quale apportò delle modifiche
al progetto paterno limitandosi non più solamente alla ristrutturazione della vecchia casa
padronale ma avviando la costruzione di un nuovo edificio. Di questo progetto c’è traccia in un
disegno a penna dello stesso Manin che mostra un fabbricato lungo e stretto con una loggia sul
fronte (Fig. 13). A causa della scala sbagliata del disegno dell’edificio, ne inserì un altro di
proporzioni minori capovolgendo lo stesso foglio e delineando un fabbricato centrale loggiato
protetto da due corpi laterali simmetrici e aggettanti, sul modello di altre ville che si trovavano
nel territorio circostante158. L’idea di Francesco IV segue comunque alcune linee del progetto
paterno come ad esempio per la loggia, che pare derivare dall’idea proposta da Benoni 159.

153
Ibidem, pp. 64-65.
154
Ibidem, pp. 49-50.
155
Moretti, L’attività di Giuseppe Benoni in Friuli nel Seicento. Storia di un funzionario della Repubblica di
Venezia, in Artisti in viaggio 1600-1750 Presenze foreste in Friuli Venezia Giulia, a cura di Frattolin Maria
Paolo, atti del convegno (Passariano, 2004), Venezia, Cafoscarina, 2005, p. 378.
156
Pietro Bagatella era un architetto-tagliapietre attivo a Venezia e noto come progettista di altari in Friuli, in
Venuto, La villa…cit., p.70.
157
Ibidem, pp. 70-71.
158
Ibidem, pp. 87-89.
159
Ibidem, p. 89.

41
Il completamento della villa avvenne nel 1738 proprio ad opera di Francesco IV grazie
all’architetto Domenico Rossi160.
Nel 1657 Benoni è documentato a Venezia, dove viene nominato proto al Magistrato delle
Acque, grazie probabilmente agli anni di esperienza acquisiti a Palmanova. In questo ruolo
inizia fin da subito a stendere relazioni richieste dal Senato riguardo lo stato della laguna: tra le
molte, si ricorda una del 1657 che riguarda un’ispezione generale della laguna, mentre al 1659
e 1662 risalgono relazioni nelle quali espone consigli e rimedi su vari problemi da lui riscontrati,
volti al miglioramento e al monitoraggio dei lavori di scavo e arginamento che venivano
eseguiti in quegli anni161. Viene inoltre incaricato di compiere rilievi allo scopo di redigere un
nuovo disegno della laguna162 insieme al vice-proto Bagatella. È in questo ambito che ottiene
da subito notorietà e fama come ingegnere, soprattutto in campo idraulico, anche al di fuori
della città di Venezia.
Negli anni sessanta Benoni si trova di nuovo in Friuli e precisamente a Udine, dove viene
chiamato nel 1663 dal Consiglio cittadino che gli affida l’incarico di rivedere il progetto di
ampliamento del Monte di Pietà elaborato dall’architetto Bartolomeo Rava in seguito
all’acquisto e accorpamento di proprietà confinanti. L’intervento di Benoni riguarda la facciata
dell’edificio163.
La vicenda del Monte di Pietà è analoga ad altri esempi in terraferma veneta che vedono un
nucleo iniziale successivamente ampliato grazie ad acquisizioni di locali vicini attraverso un
progetto che si modifica e si amplia nel tempo. A Udine l’idea dell’istituzione di un Monte di
Pieta, impresa di grande vanto per la città e che avrebbe garantito prestiti ai bisognosi, risale al
1496 su proposta del nobile Antonio Savorgnan164; a causa di difficoltà finanziare e per la
mancanza di una sede, la struttura entrò però in funzione solo nel 1503165. Viene dapprima
chiesta una stanza all’interno dell’ospedale della Misericordia e alcuni locali vengono presi in
affitto in Mercatovecchio, utilizzandoli come uffici (Fig. 14); successivamente lo stesso
Consiglio decide di rendere autonoma la sede del Monte, approfittando dell’acquisizione della

160
Moretti, L’attività di Giuseppe Benoni… cit., p. 378.
161
Alcune delle iniziali relazioni importanti risalgono al 1659 sui problemi di cedimento degli argini e al 17 marzo
1662 sul ristringimento degli ingressi portuali, in Lazzari, Notizie di… cit., pp. 8-10.
162
La prima parte del suddetto disegno venne redatta solamente nel giugno 1664 e interessa la parte della laguna
verso il mare dal porto di Venezia a Pellestrina e da Fusina a Porto Canal, mentre la seconda parte del disegno
venne iniziata nel 1665; si veda Camillo Semenzato, voce Benoni, Giuseppe, in Dizionario Biografico degli
italiani, vol. 8, Roma, 1966, pp.569-570 e Lazzari, Notizie di… cit., pp. 12-13.
163
Moretti, «Fondamenti sodi et non pensier vani»… cit., pp. 174-178.
164
Liliana Cargnelutti, Istituti di pegno e comunità: guida dell'archivio del Monte di Pietà di Udine, 1496-1942,
Udine, Arti Grafiche Friulane, 1994, pp. 21-22.
165
L’attività iniziale non necessitava di una sede specifica ma la cassa era conservata presso l’abitazione di uno
dei conservatori, Ibidem, p. 49.

42
bottega di spezieria di Dorotea Dobra in contrada Pelliccerie verso Mercatonuovo. La prima
pietra dell’edificio viene posata il 28 marzo 1566 dal luogotenente Duodo e dal patriarca
Giovanni Grimani166, ma la costruzione è complessa e il cantiere vede rallentamenti e
sospensioni soprattutto a causa dell’indecisione del Consiglio tra l’ampliamento della fabbrica
nell’ex spezieria e la ristrutturazione dei locali originari presso l’ospedale. Deciso infine
l’ampliamento verso Mercatonuovo, vengono acquisiti nuovi spazi adiacenti e si procede alla
costruzione, affidata all’architetto Francesco Floreani. Poco tempo dopo viene progettato un
ampliamento anche verso via Mercatovecchio, in modo da porre l’edificio in posizione centrale
e importante (Fig. 15). Nel 1616 viene restaurata la piccola chiesa, voluta come segno di pietà
e luogo di aggregazione anche per gli esterni167.
Nel 1660 si stabilisce il modello completo dell’edificio che vede il raccordo della parte vecchia
con quella nuova su progetto del già citato Bartolomeo Rava, per un ampliamento della parte
vecchia sull’angolo di Mercatonuovo con lo scopo di dare proporzione all’insieme168.
Nel 1663 a Benoni viene richiesto un parere sul progetto di Rava, secondo la Moretti con
l’obiettivo di dare un’impronta più aggiornata e vicina ai modelli veneziani. Benoni rivede
quindi il progetto mettendo in risalto il fronte verso via Mercatovecchio, la strada principale al
cui termine era anche collocato il palazzo del potere municipale169. L’edificio ampliato risulta
di vaste dimensioni e presenta un fronte porticato con cinque arcate su pilastri in bugnato che
reggono un piano superiore con due grandi trifore balaustrate cinte da un timpano spezzato che
danno alla struttura monumentalità170.
È durante il periodo di permanenza a Udine che Benoni, nel 1666, viene invitato dal Consiglio
cittadino a redigere il progetto per un canale navigabile fino al mare, che è oggetto di questa
tesi, eseguendo anche le dovute ispezioni sul territorio.
Il progetto di Benoni rimase sulla carta a causa di alcuni eventi di cui parleremo in seguito, ma
ebbe grande risonanza soprattutto nell’Ottocento quando fu ripreso dall’architetto Giovanni
Battista Bassi171.
Negli anni 1671 e 1674 Benoni fornisce ai Savi Esecutori alle Acque la sua opinione sulla linea
di conterminazione della laguna veneziana che va da Fusina a Marghera, fino all’argine di San
Marco e al lido di Cavallino, proponendo tre diverse soluzioni172.

166
Ibidem, pp. 51-53.
167
Ibidem, pp. 54-56.
168
Ibidem, p. 56.
169
Moretti, L’attività di Giuseppe Benoni… cit., pp. 380-381.
170
Ibidem, pp. 381-382.
171
Lazzari, Notizie di… cit., pp. 15-16.
172
Ibidem, pp. 16-17.

43
L’attività di architetto, già praticata in Friuli, lo vede per pochi anni protagonista anche a
Venezia, dove entra in competizione con Baldassare Longhena per il rifacimento di un’opera
prestigiosa, quale la Dogana da Mar.
L’edificio preesistente, importante luogo economico e commerciale della città, articolato in
spazi atti a diverse finalità (come ad esempio magazzini, uffici), risaliva al primo
Quattrocento173, ma è nel Seicento che si rende necessario il suo rifacimento di cui proprio
Benoni è protagonista, in particolare per la parte più importante, la Punta (Fig. 17).
Il Senato, committente dell’opera, ha come obiettivo principale mostrare ai visitatori che
giungono in città l’importanza dell’edificio, quale simbolo del potere della Repubblica di
Venezia: per questo vi è la necessità di dotarlo di monumentalità e teatralità.
Inizialmente il progetto è affidato all’architetto e proto dei Procuratori di San Marco Baldassare
Longhena. Egli presenta più di cinque progetti che vengono però rifiutati dai Procuratori
preposti alla fabbrica e dal Senato. Le diverse proposte dell’architetto si ponevano in linea di
continuità con l’edificio precedente e prevedevano il rifacimento completo della Punta.
Il Senato, tuttavia, che mirava a fare della Punta della Dogana un luogo di risalto urbanistico
da mettere in relazione con la chiesa della Salute, dello stesso Longhena, non era del tutto
soddisfatto174. La soluzione da lui proposta di abbassare la torre della Punta portava infatti ad
uno stacco troppo marcato tra i due edifici con la conseguenza che la chiesa della Salute
prevaleva sulla Dogana. Vennero pertanto interpellati altri esperti, come Giuseppe Sardi,
Andrea Cominelli e Giuseppe Benoni avviando così un vero e proprio concorso che terminò il
28 maggio 1677 quando venne scelto il progetto di quest’ultimo, messo ai voti insieme al
progetto finale presentato da Longhena175.
La proposta di Benoni si distinse soprattutto per la maggiore importanza data dall’architetto
alla visione d’insieme dell’opera che vede una fronte più dilatata che va ad imporsi sull’insieme
e sull’ambiente circostante. Inoltre, l’edificio viene esaltato dalle tre logge sui tre lati liberi della
torre oltre che dalle volute, dal piedestallo e dal gruppo degli Atlanti che sorreggono la sfera
dorata del mondo insieme alla Fortuna rotante176.

173
Visibile nella xilografia di Venezia di Erhard Reuwich del 1486 (nel libro Sanctarum peregrinationum in
montem Syon di Bernard con Breydenbach) e successivamente nella veduta del 1500 di Jacopo de’ Barbari.
Romanelli, Dalla Dogana… cit., pp. 19-20.
174
Ibidem, pp. 23-28.
175
Ibidem, pp. 30-31.
176
Ibidem, pp. 31-32.

44
Ne risulta un edificio definito scenografico e “pittoresco” come il Senato auspicava: un’opera
che si collegava in modo armonico con gli edifici vicini (come la Salute) e la cui immagine è
pensata in modo equilibrato per la sua vista da lontano e da vicino177.
Oltre alla Dogana de Mar, in campo architettonico Benoni interviene anche su altri edifici
veneziani come la chiesa di Santa Maria del Giglio per la quale presenta un disegno per un
intervento di ristrutturazione che viene iniziato nel 1678178. Grazie al lascito del Provveditore
generale d’armata Antonio Barbaro, si poté provvedere alla costruzione della nuova facciata
che doveva esaltare le glorie familiari e il cui progetto fu affidato a Giuseppe Sardi. Nello stesso
tempo il pievano, il Capitolo e i procuratori di Santa Maria del Giglio decisero per la
ricostruzione di tutta la chiesa sul modello presentato da Benoni. Il modello presenta una
rotazione dell’edificio che pone il campo, prima dietro la chiesa, in posizione privilegiata. I
lavori di ristrutturazione restituiscono un edificio a navata unica con cappelle laterali; un arco
trionfale a fornice unico, cui corrisponde un altro in controfacciata, conduce al presbiterio
rettangolare. I modelli a cui Benoni fa riferimento secondo la Moretti vanno ricercati nella
chiesa di San Nicola da Tolentino di Scamozzi e nella vicina chiesa di San Moisè. Nel 1683
Benoni venne sostituito dall’architetto padovano Alessandro Tremignon179.
Pochi sono i documenti che attestano la vita privata e familiare di Benoni. Dal suo testamento
del 18 gennaio 1684 sappiamo che era sposato ed aveva diversi figli: in particolare si conoscono
i nomi dei due figli maschi, Andrea ed Antonio180. Si ha inoltre notizia, come già anticipato, di
due poderi acquistati da Benoni in terra friulana, uno presso Sivigliano e il secondo vicino a
Palmanova181.
Egli morì di malattia a Venezia nel dicembre del 1684182.

177
Ibidem, p. 34-39.
178
Moretti, «Fondamenti sodi et non pensier vani»… cit., p.188.
179
Per approfondire l’iter costruttivo della chiesa vedi Moretti, «Fondamenti sodi et non pensier vani»… cit., pp.
188-195.
180
Come risulta dal testamento. Semenzato, Dizionario Biografico… cit., pp. 569-570.
181
Cfr. Lazzari, Notizie … cit., p. 31-32.
182
Ibidem, p. 31.

45
46
2.2 - L’intervento di Giuseppe Benoni

Come emerso nel precedente capitolo, diversi progetti e proposte si sono susseguiti soprattutto
nel corso del Cinquecento per la costruzione di un canale navigabile che potesse dare uno
slancio positivo allo sviluppo economico, commerciale e industriale, ad una regione che, come
si può leggere nelle diverse relazioni dei luogotenenti, viene considerata povera e isolata.
Alla fine del Cinquecento la costruzione della nuova fortezza di Palmanova concentrò tutti gli
sforzi economici della Repubblica veneziana, da sempre interessata alla difesa del suo Dominio,
ma è proprio con questa nuova opera militare che emerge, come si è visto, anche la necessità di
inserirla all’interno di una rete viaria che potesse trovare un diretto collegamento con il mare e,
quindi, con Venezia.
Anche i membri del Consiglio di Udine non perdono le speranze di vedere un giorno attuato
quel disegno proposto a metà Quattrocento da Nicolò da Maniago per un canale navigabile che
giungesse fino alla città, di cui si è discusso nel capitolo precedente.
Dopo la travagliata vicenda che aveva visto l’inizio del collegamento di Palmanova con il fiume
Ausa ed era terminata con il suo abbandono a causa dei problemi tecnici relativi al canale
Imburino, e dopo un progetto del 1627 dell’ingegnere Canciano Colombicchio183, non successe
nulla fino alla seconda metà del Seicento.
L’idea di collegare la nuova fortezza con il mare continuava tuttavia a rimanere viva nella mente
dei Provveditori che si succedevano a Palmanova che chiamarono diversi esperti ad intervenire
sulla questione. È così che entra in scena Giuseppe Benoni.
Rispettando l’esigenza già espressa nel 1594 dal Provveditore Generale Marcantonio Barbaro
di fare di Palmanova il centro della vita economica friulana, nel 1652 Benoni presenta un suo
progetto di collegamento della fortezza con la laguna basato sull’utilizzo delle acque che
scorrevano nei pressi della località di Privano e quelle della roggia di Palma, unendole al fiume
Castra ‒ creando anche uno spazio per la sosta delle barche ‒ e collegando quest’ultimo con il
fiume Ausa184. Di tale intervento parla anche il Provveditore Alvise Priuli nella sua relazione
del 10 giugno 1654, convinto che la navigazione fino alla fortezza sarebbe stata fondamentale
per i commerci in quanto questi avrebbero deviato il loro percorso dalla Germania passando per
Palmanova e portando quindi ad uno sviluppo economico e demografico della stessa 185.

183
Antonio De Cillia, Il Medio Friuli e il canale Ledra-Tagliamento, Udine, Consorzio Ledra-Tagliamento, 1988,
p.102.
184
Giuseppe Benoni Proto alle acque. Scrittura sulla navigazione di Palma, BMCVe, Cod. Cicogna 3249.
185
Relazione di Alvise Priuli, 10 giugno 1654, in Relazioni dei rettori veneti in Terraferma, XIV – Provveditorato
generale di Palmanova, Milano, Giuffrè, 1979, pp. 280-281.

47
In questo progetto era già prevista anche la continuazione del canale fino alla città di Udine,
per la quale si dovrà però attendere ancora qualche anno. La questione venne infatti riproposta
il 26 maggio 1666 al Consiglio udinese dal luogotenente Alvise Foscari che, richiamandosi alle
precedenti idee sulla conduzione delle acque del Tagliamento e quindi del Ledra fino alla città,
ribadì la necessità di poter disporre dell’acqua per le attività economiche e industriali186.
Il luogotenente chiamò quindi lo stesso proto alle acque Giuseppe Benoni che si adoperò subito
con i sopralluoghi e le misurazioni della zona. Basandosi sulla precedente esperienza di
Palmanova, anch’egli ritenne vantaggiosa la realizzazione di questo collegamento che, come
scrive nella relazione del 14 agosto 1666, “popolarà la Patria; industriarà la medesima, facilitarà
li comercii, avantaggierà le condotte, e renderà multiplicati e li pubblici, e li particolari
interessi”187.
Nella suddetta relazione al Luogotenente e al Consiglio udinese Benoni presenta il suo progetto
per “sortir la navigazione da Udine per Palma sino a Muscoli, mediante l’acqua della Ledra”
(Fig. 18)188. Coadiuvato dall’ingegnere Giuseppe della Chiave, iniziò con le misurazioni e il
disegno del percorso che avrebbe dovuto seguire il canale189. Il punto di inizio del progetto si
trovava sul Tagliamento, sotto la fortezza di Osoppo, un sito considerato da Benoni il più adatto
allo scopo, in quanto si presentava abbondante di acqua e in una posizione sicura. Da questo
luogo si poteva facilmente far partire una roggia che doveva poi essere unita al torrente Orzelat
e successivamente al fiume Ledra190. In un punto tra le località di Pers e Colloredo le acque
andavano poi a congiungersi con il torrente Corno sfruttando il suo letto apportandovi però
alcune modifiche per allargarlo o rimaneggiarlo nei punti in cui si presentava troppo tortuoso o
ripido191. Dopo aver seguito il corso del Corno, l’acqua sarebbe confluita nel fiume Cormor con
il quale avrebbe raggiunto Udine. Dopo aver aggirato la città e aver alimentato un sistema di
rogge interne, il canale si sarebbe unito alle acque della roggia di Cussignacco per raggiungere
successivamente Palmanova. Attraversata la fortezza, il canale avrebbe incontrato il già citato
Taglio (precedentemente Imburino) tramite il quale sarebbe sceso fino a Muscoli, seguendo il
percorso già realizzato diversi anni prima192.

186
Battistella, I precedenti storici… cit., pp. 45-46.
187
BCUd, Annales Civitatis Utini, vol. LXXXIV, c. 208v.
188
Ibidem, c. 207r.
189
Benoni nella sua scrittura si riferisce più volte al disegno del progetto che però non risulta tra i documenti,
Ibidem, c. 207r.
190
Ibidem, c. 207r.
191
Ibidem, cc. 207r-207v.
192
Ibidem, c. 208r.

48
Benoni suggerisce anche come sfruttare al meglio industrialmente la presenza del canale
navigabile: progetta diverse deviazioni per assicurare sufficiente acqua ai mulini e alle industrie
che già si trovavano sulla sua strada193, prevede la costruzione di nuovi edifici industriali
azionati proprio grazie alla forza dell’acqua, oppure la possibilità per le ville che si trovano sul
percorso di usufruire della costante portata di acqua del canale per l’irrigazione 194, una necessità
che, come abbiamo già visto con le proposte di Giulio Savorgnan nel 1592, stava diventando
sempre più forte.
Importante, nel progetto di Benoni, risulta la suddivisione delle spese, riportate in una tabella 195,
che elenca nel dettaglio tutti gli interventi necessari alla realizzazione del progetto:

Per pert.ͤ 3800 di cavam.ͭ ͦ dal Tagliamento all’Orzelato a Duc. 1 ½ la pertica Ducati 5700
Per far la Rosta in Tagliamento Ducati 300
Per far la Rosta alla Ledra con Pianconi Ducati 500
Per pertiche 60 di cavamento della Ledra alla Roggia Duc. 4 Ducati 240
Per pertiche 100 dalla Roggia al Paese Ducati 600
Per pertiche 280 di Paludo Ducati 840
Per pertiche 160 di maggior fondo a D.ͭ ͥ 15 Ducati 2400
Per pertiche 1000 nel Paludo sino al Corno Ducati 3000
Per allargar il Corno da Pers sino a S. Zuanne pertiche 2000; compreso drizzar Ducati 2000
doi Volte
Per far un cavamento novo nel Paludo pert.ͤ 1500 a D.ͭ ͥ 3½ Ducati 5250
Per allargar il Corno sino al Ponte di S. Daniele pert.ͤ 1200 Ducati 1200
Per far la Rosta al Corno Ducati 400
Per far il cavamento dal Corno sin sopra le Rive di Silvella Ducati 5000
Per far una muraglia che sostenti il Canale alla parte di sotto pert.ͤ 400 Ducati 4000
Per il cavamento sin al Cormor pert.ͤ 6660 a D. 6 la pertica Ducati 39600
Per far doi ponti Canali uno sopra l’acqua vien da Fagagna; e uno sopra la Ducati 2000
Lavia
Per far un ponte canale, che passa il Cormor con doi archi Ducati 4000
Per far le muraglie d’ambe le parti Ducati 4000
Per far li Terrapieni d’ambe le parti Ducati 2000
Per far il cavamento dal Cormor sino alla Porta di Grazzano pertiche 1150 Ducati 6900

193
Ibidem, cc. 207v-208r.
194
Ibidem, c. 208r.
195
Ibidem, cc. 208v-209r.

49
Ponti, che anderà fatti sopra le strade pubbliche Ducati 1000
Allargar la Roggia, e profondarla pertiche 11200 a D. 2½ la pertica Ducati 28000
Pertiche n.ͦ 1650 dalla Roggia al Taglio a Du. 6 la pertica Ducati 9900
Per sostegni n.ͦ 20 a Duc. 3500 l’uno Ducati 70000
Per il ponte canale a Biccinins Ducati 600
Ponti per passar le strade pubbliche Ducati 2000

L’ammontare della spesa, di circa 200.000 ducati, la complessa rete di interventi che richiedeva,
oltre al fatto che avrebbe potuto causare conflitti politici a causa di alcuni passaggi in territorio
arciducale, sono tutti fattori che portarono anche questa volta ad un nulla di fatto196.
Nonostante ciò, il progetto ebbe grande risonanza negli anni successivi ed in particolare nel
XIX secolo quando, come vedremo, si tornerà a parlare di quel fiume, il Ledra, già trattato fin
dalla metà del Quattrocento da Nicolò da Maniago197.
Come era già successo per il progetto di Giulio Savorgnan, anche in questo caso negli anni
successivi si continuano ad avanzare proposte, cercando delle alternative a quello di Benoni:
dal 1670 si succedono i progetti dell’ingegnere Filippo Verneda, e di Giovan Battista Spinelli,
proto di Palmanova, relativi a interventi per la navigazione dalla fortezza al mare 198.
Del progetto di Spinelli rimane testimonianza nella memoria scritta il 4 maggio 1670. Anche
egli pensa sia utile evitare Cervignano, cittadina imperiale, e propone di giungere fino alla
località di Privano e fino al fiume Castra, come suggerito dallo stesso Benoni nel 1652, per poi
utilizzare il letto del fiume Corno199.
Anche da parte delle istituzioni l’idea di realizzare un canale navigabile che avrebbe giovato
all’economia della Patria non tramontava: nel 1685, infatti, il luogotenente Pietro Grimani,
esortato anche dal doge Marcantonio Giustinian, si fece promotore di un’idea alternativa e meno
dispendiosa per la navigazione in Friuli200. Il progetto venne affidato a Geminiano Montanari,
professore di matematica dell’Università di Padova, che dopo aver provveduto al sopralluogo
del territorio, stilò la sua relazione che presentò al Senato il 25 novembre dello stesso anno 201.
Tale progetto, che per la prima volta presenta una serie di calcoli e verifiche della portata
dell’acqua del canale, è diviso in tre parti: la prima parte riguarda il tratto tra Muscoli e
Palmanova, la seconda il suo prolungamento fino a Udine, la terza propone una stima sulla

196
Battistella, I precedenti storici… cit., pp. 47-49.
197
Ibidem, pp. 14-15.
198
Ibidem, p. 49.
199
Scrittura di G. B. Spinelli, 4 maggio 1670, BMCVe, Cod. Cicogna 3249.
200
De Cillia, Il Medio Friuli… cit., p. 102.
201
Battistella, I precedenti storici… cit., pp. 50-51.

50
quantità di acqua necessaria al progetto. In totale era prevista una lunghezza di 20 miglia da
Udine fino a Muscoli e si stimava una spesa di circa 40.000 ducati, cifra molto inferiore rispetto
a quella calcolata da Benoni202.
Il Comune di Udine, entusiasta che finalmente si potesse dare il via ai lavori, approvò il progetto
facendosi carico della spesa del prolungamento del canale progettato dal Montanari fino a
Palmanova, ma chiedendo alla Signoria di occuparsi del tratto Palmanova-Muscoli203.
La storia sfortunata di questi progetti si ripete però ancora una volta, così che la mancanza di
soldi nelle casse udinesi e in quelle del governo veneziano e le nuove rotte commerciali che
avevano deviato i traffici e quindi diminuito quelli che attraversavano il Friuli fecero sì che
anche questo proposito rimase solo sulla carta.
Nonostante ciò, il desiderio di attuare la navigazione in Friuli continuò a rimanere accesso
producendo con il passare del tempo qualche nuovo progetto.
L’idea di rendere navigabile il tratto, tanto ambito nel Cinquecento, che va da Castions a
Muzzana riaffiora nel 1731, quando il Provveditore Generale di Palmanova Ferigo Tiepolo
sottolinea la grande importanza di questa opera a vantaggio della fortezza per poterla così
collegare con quella di Marano senza passare per il problematico fiume Ausa204. Per tale
progetto fu chiamato il matematico Bernardino Zendrini e il governo veneziano, con ducale di
Alvise Pisani del 23 maggio 1737, esortò il luogotenente Niccolò Cappello a informare il
Comune e il Parlamento udinese affinché collaborassero alle spese che l’opera avrebbe
richiesto205. La richiesta però trovò risposta negativa in quanto le casse comunali erano ormai
agli sgoccioli e il Comune non era più disposto a pagare per progetti che già in passato si erano
risolti in un nulla di fatto; inoltre riteneva quel tratto di canale totalmente inutile in quanto la
presenza della strada detta “Levada” era considerata sufficiente per la quantità dei traffici
commerciali presenti206.
Dopo alcuni anni di silenzio una nuova personalità, il matematico Pietro Rossi, si presenta con
una nuova proposta, che prevedeva di scavare un alveo con partenza dal fiume Stella in località
Palazzolo fino alla località di Lonca, vicino a Codroipo. Dopo aver fatto visionare la proposta
da alcuni ingegneri e visti i numerosi difetti che essa aveva, si optò per una soluzione diversa,
che comportava lo scavo di un canale diretto per Portogruaro che potesse garantire una portata

202
Ibidem, pp. 52-54.
203
De Cillia, Il Medio Friuli… cit., p. 102.
204
Battistella, I precedenti storici… cit., pp. 55-56.
205
De Cillia, Il Medio Friuli… cit., 1988, p. 102.
206
Battistella, I precedenti storici… cit., pp. 56-57.

51
d’acqua costante, cosa che non era possibile utilizzando il solo fiume Stella 207. Questa
alternativa, testimoniata da una scrittura del procuratore Lodovico Manin datata 25 settembre
1775, prevedeva di partire dalla località di Persereano e arrivare al Ponte di Palazzolo nel fiume
Stella, che da questo punto in poi era già navigabile, e comportava anche la costruzione di
diverse rogge di deviazione per portare l’acqua ai vari molini che si trovavano sul percorso del
canale208.
Per il finanziamento delle spese si proponeva che chiunque avrebbe tratto vantaggio da tale
opera, quindi i Comuni e i proprietari dei beni che si trovavano sul tratto progettato, dovesse
contribuire. A tal proposito si parla per la prima volta della creazione di una sorta di consorzio
da farsi tra tutti i corpi pubblici impegnati e coinvolti nella realizzazione del progetto209. L’idea
della creazione di un consorzio iniziava a trovare diffusione nel corso del Settecento e aveva
già visto attuazione in un progetto per la difesa delle sponde del torrente Torre 210.
Come si è visto fino ad ora, tutti i progetti presentati avevano come obiettivo la creazione di un
canale navigabile che trovava tutti d’accordo sui grandi vantaggi economici che quest’opera
avrebbe portato. Nessuno, però, a parte quello di Giulio Savorgnan del 1592, aveva pensato a
quanto potesse essere di gran lunga più importante trovare una soluzione per rendere le terre
friulane più fertili e coltivabili attraverso una rete di canali di irrigazione.
Questo problema viene affrontato perlopiù nelle Accademie, come ad esempio nella Società
d’agricoltura pratica, facente parte dell’Accademia di Udine, dove il 25 agosto 1765 il
Presidente Fabio Asquini tiene un discorso in cui sostiene l’importanza della agricoltura nel
Friuli e per questo richiama l’attenzione sulla necessità di rendere queste terre sempre più
feconde211. In questi anni proprio l’Accademia udinese propone la consegna di premi e
medaglie a chi presenta soluzioni ai problemi di sterilità delle terre attraverso metodi di
irrigazione.
Questa nuova necessità inizia quindi a farsi strada tra alcune personalità accademiche friulane:
è il caso di Gottardo Canciani che in una sua dissertazione del 1773 sottolinea come
l’irrigazione della campagna friulana dovesse diventare prioritaria e individua proprio nel
canale del Ledra un possibile inizio per la creazione di una rete di canali irrigui per tutta la
regione212.

207
Ibidem, pp. 57-58.
208
ASVe, Savi ed Esecutori alle Acque, regg. 533 (1760).
209
Battistella, I precedenti storici… cit., pp. 58-59.
210
De Cillia, Il Medio Friuli… cit., p. 103.
211
Battistella, I precedenti storici… cit., p.61.
212
Ibidem, p. 62.

52
Le vicende politiche della fine del Settecento e dei primi anni del secolo successivo non
consentono di porre attenzione ad interventi come questo. Sarà, come vedremo, solo nel 1829
che si tornerà a parlare della realizzazione di un canale navigabile in Friuli. Sarà Giambattista
Bassi, in un’adunanza dell’Accademia di Udine, a ripercorrere tutta la vicenda storica di
suddetto canale per poi proporre la sua idea di un canale navigabile e irriguo che segnerà l’inizio
della vicenda che porterà alla realizzazione concreta dell’opera nella seconda metà
dell’Ottocento213.

213
Ibidem, pp. 65-68.

53
54
Capitolo 3 - L’Ottocento

3.1 - Giovambattista Bassi

Giovambattista Bassi fu, insieme ad altri protagonisti dell’architettura friulana del XIX secolo,
come Ludovico Rota, Valentino Presani e Andrea Scala, testimone di quella corrente
settecentesca basata sulle proporzioni armoniche derivate dal veneto Francesco Riccati e
influenzata dall’attenzione locale per l’architettura classica legata al mondo accademico
veneziano e trasmessa da intellettuali come Quirico Viviani, responsabile della traduzione e
pubblicazione del De architectura di Vitruvio nel 1830214.
Nacque a Pordenone il 3 giugno 1792215 e la sua inziale formazione umanistica e scientifica si
svolse nella città di Treviso, dove apprese lo studio del disegno e della matematica (che gli
consentirono una buona base per la successiva pratica ingegneristica) 216 presso Francesco
Amalteo e dove iniziò nel 1816 la sua carriera come insegnante di matematica prima nel Liceo
e successivamente nell’Ateneo della città217.
I suoi interessi nel campo dell’architettura derivano sia dagli insegnamenti acquisiti dal già
citato professor Amalteo, sia dalla conoscenza delle opere dell’architetto Giordano Riccati218.
Nel 1822 è attestata la sua presenza all’interno dell’Accademia di Udine, ma nel corso della sua
carriera fece parte di numerosi altri Istituti e Società, guadagnandosi la stima dell’ambiente
intellettuale del tempo. Nella città friulana fu allievo dell’architetto Michele Zuliani, da cui
apprese gli studi di ingegneria, e continuò la carriera di insegnante di disegno tecnico presso le
scuole elementari di San Domenico219. Importante fu il suo metodo di insegnamento, che
accostava la teoria a rilievi pratici, come testimoniano le parole dell’amico pittore Antonio
Picco: “Quando si recava coi discepoli alla campagna per operazioni e studi di rilievi, lo si
vedeva camminare con passo frettoloso; beato e contento fra quella allegra brigata di giovanetti,
muniti di paline, livelli, squadre”220.

214
Paolo Pastres, L’Ottocento friulano: nuove arti per una nuova società, in Paolo Pastres, Arte in Friuli
dall’Ottocento al Novecento, Udine, Società Filologica Friulana, 2010, pp. 3-4.
215
Gabriella Bucco, voce Bassi, Giovambattista, in Nuovo Liruti III – L’età contemporanea, Dizionario Biografico
dei friulani, Udine, Forum Editore, 2011, p. 326.
216
Antonio Picco, Alcuni cenni biografici del cav. e prof. Gio. Batt. Bassi e di altri distinti contemporanei, in
“Giornale di Udine”, n. 20-22, 1883 p. 217.
217
Bucco, Nuovo Liruti III…cit., p. 326.
218
Manuela Schileo, Giambattista Bassi architetto friulano, in “Il Noncello”, 56, 1983, p. 61.
219
Bucco, Nuovo Liruti III…cit., p. 326.
220
Picco, Alcuni cenni biografici… cit., p. 218.

55
Come evidenziano gli studi di Manuela Schileo, Giovambattista Bassi rivestì un ruolo
importante per la ripresa del neoclassicismo friulano, attestato dai contatti con personalità del
calibro di Valentino Presani, con il quale collaborò durante i lavori del cimitero di San Vito nel
1818 e a cui subentrò nella Commissione d’Ornato a Udine nel 1826; Gio Batta Locatelli, con
il quale collaborò in opere udinesi e montane e che ereditò suoi libri e carte varie221; Giuseppe
Jappelli, considerato il più importante architetto italiano del primo Ottocento 222, Antonio
Canova, a cui dedicò lo scritto Il tempio di Antonio Canova e la villa di Possagno del 1823, e
altri importanti artisti e letterati del tempo223.
Oltre che per le diverse arti, Bassi coltivava interessi di meteorologia e idraulica, come attesta
il suo progetto per il canale navigabile derivato dal Tagliamento nel 1829 dove, come si vedrà,
riprese alcune idee dal meteorologo Girolamo Venerio224.
L’attività architettonica di Bassi è testimoniata da diverse opere eseguite tra Pordenone e Udine
ma i suoi numerosi contatti lo portarono a lavorare anche a Palmanova, Portogruaro e nelle
cittadine montane di Paularo e Ovaro, mantenendo costante l’adesione al gusto neoclassico
tramandato dall’Accademia e diffondendo la ripresa dell’uso dell’ordine dorico antico di cui è
testimonianza la sua pubblicazione Il tempio di Antonio Canova e la Villa di Possagno del
1823225.
La sua prima opera fu il Teatro della Concordia a Pordenone, realizzato tra 1826 e 1831, un
edificio di gusto moderno che doveva essere inserito nel tessuto urbano del centro storico.
L’edificio ideato dal Bassi presenta un’evoluzione della tipologia del “teatro all’italiana”
proponendo una facciata tripartita che prendendo a modello quelle dell’architetto neoclassico
Giacomo Quarenghi, ne semplifica le linee adattandola alle esigenze urbanistiche locali che la
volevano porticata. La parte centrale della facciata è leggermente aggettante e si compone di
una serie di colonne doriche; le due zone laterali presentano invece archi a bugnato. il piano
superiore della zona centrale della facciata si eleva da un fregio a triglifi e presenta una parete
liscia con sette finestre allineate, di cui quella centrale sormontata da un timpano triangolare226.
La disposizione interna, perduta, presentava una pianta distribuita in tre nuclei comprendenti
l’atrio, la sala a ferro di cavallo e il palcoscenico, una disposizione che riprenderà nel 1844 nel

221
Gabriella Bucco, Giovambattista Bassi, architetto del neodorico tra Udine e Pordenone. In Bergamini,
Giuseppe, Tra Venezia e Vienna: le arti a Udine nell’Ottocento, Cinisello Balsamo, Silvana, 2004, p. 94.
222
Ibidem, p. 94.
223
Bucco, Nuovo Liruti III… cit., p. 326.
224
Ibidem, p. 326.
225
Schileo, Giambattista Bassi architetto… cit., pp. 61-63.
226
Ibidem, pp. 67-68.

56
Teatro di Società di Aviano e anche nella Stazione ferroviaria di Pordenone, attribuitagli dalla
Schileo227.
Data la diffusione in questo secolo degli ambienti teatrali, si profila la formazione di diverse
personalità specializzate in questa tipologia, favorendo quindi la diffusione di un modello
comune a cui fare riferimento. Anche Bassi si impegna in questa tipologia architettonica
studiando le opere di Palladio e Quarenghi228. Dopo aver lavorato come abbiamo visto al teatro
di Pordenone, tra 1841 e 1843 Bassi progetta il nuovo teatro di Palmanova (Fig. 20) dove si
accosta allo schema tradizionale ottocentesco confrontandosi con le opere dell’architetto
Giannantonio Selva. La facciata, in stile neopalladiano, presenta un ordine gigante di
semicolonne doriche che sostengono un fregio, il cornicione e un attico sormontato da sculture.
Sotto il fregio scorrono bassorilievi narrativi229. Originale risulta l’interno con il susseguirsi di
ambienti curvilinei che seguono il perimetro irregolare (Fig. 21). Bassi pone attenzione alle
esigenze ed ai servizi del pubblico nella disposizione dei vari ambienti in tre nuclei: il primo è
destinato all’atrio ovale coperto da cupola e decorato con colonne doriche binate e bassorilievi,
biglietteria e caffè; il secondo ambiente, a cui si accede dall’atrio attraverso tre porte, è la sala
a ferro di cavallo che comprende i palchi in legno, la platea e il palcoscenico; il terzo ambiente
è destinato all’orchestra230.
Nel 1835 è attestato anche un progetto di Bassi per un teatro a Udine, commissionato da una
società creata appositamente dai proprietari del vecchio teatro, che tuttavia fu realizzato e andò
perduto. Nel 1846 fu proposto un nuovo progetto di cui rimane la descrizione contenuta in una
relazione. Il teatro doveva sorgere in piazza del Fisco (attuale piazza XX Settembre),
inserendosi nel tessuto urbano attraverso l’aggiunta di negozi e spazi pedonali e per carrozze 231.
Nella città friulana Bassi interviene anche in edifici privati come è il caso della palazzina
Tomada Del Fabbro, attribuito a Bassi da Antonio Picco ma con firma sul progetto di Giovanni
Menis232, di proprietà del negoziante Giuseppe Tomada, progettata in stile neoclassico
palladiano, con un basamento in bugnato rustico su cui si innalzano lesene ioniche di ordine
gigante, aggettanti nella parte centrale per dare slancio ed eleganza, scandita nel secondo piano

227
La studiosa Manuela Schileo suggerisce paralleli con l’opera dell’architetto Giacomo Quarenghi e con lo stile
palladiano dei fratelli Robert e James Adam. Bucco, Giovambattista Bassi… cit., p. 95.
228
Schileo, Giambattista Bassi architetto… cit., pp. 69-70.
229
Ibidem, pp. 70-71.
230
Ibidem, pp. 72-75.
231
Ibidem, pp. 75-76.
232
Bucco, Giovambattista Bassi… cit., p. 97.

57
da finestre con balaustre schiacciate e terminante con un attico, quest’ultimo su disegno di
Giuseppe Jappelli 233.
Nel 1833 soprintende ai lavori nel palazzo neoclassico Antivari-Kechler234, su disegno di
Giuseppe Jappelli che prevedeva un edificio con una loggia in stile palladiano (Fig. 22)235.
Al 1838, inoltre, risale il progetto, non realizzato, della nuova Porta Poscolle (Fig. 23)236, che
prevedeva anche la sistemazione della rete viaria circostante, molto trafficata, nell’incrocio
della nuova strada napoleonica con le vie dei borghi cittadini e della circonvallazione esterna
attraverso la creazione di un piazzale alberato circolare sul quale si innestava la suddetta porta.
L’edificio ideato da Bassi sviluppato in lunghezza doveva correggere la mancanza di
ortogonalità tra le strade che andavano qui ad incrociarsi: per questo motivo ideò un fabbricato
strutturato in due nuclei, arco e porticato, in modo tale che la porta principale si trovava in asse
alla direzione interna della strada, mentre il portico laterale corrispondeva alla sua direzione
esterna237. La facciata della nuova porta presenta tre archi bugnati collegati tra loro da due
portici con colonne doriche che sorreggono un architrave con fregio e triglifi; negli atri sono
disposti dei bassorilievi e delle semplici aperture238.
Sempre tra 1830 e 1836 fu impegnato nei lavori di completamento del cimitero udinese insieme
al già citato Valentino Presani, apportando delle modifiche al progetto iniziale e destinando i
campi dietro la chiesa alle sepolture degli acattolici239.
La sua attività si svolge anche nella vicina Portogruaro dove viene chiamato nel 1834 per
progettare la ristrutturazione del Seminario, un antico monastero con chiostro, in alcune parti
ricostruito nel Settecento. Il nuovo progetto prevedeva un ampio cortile chiuso da tre lati,
mentre quello aperto consisteva in semplici pilastri. L’edificio seminariale presenta due
prospetti lungo le vie pubbliche, quello principale dà l’accesso al cortile ed è porticato con
semplici colonne doriche prive di base240. Il modello a cui Bassi fa riferimento è quello
derivante da Paestum ed è utilizzato nelle opere degli architetti Quarenghi, Selva e Jappelli.
Viene ripreso anche nel porticato di casa Giacomelli a Udine del 1836 241 con le massicce

233
Bucco, Nuovo Liruti III… cit., p. 328.
234
Ibidem, p. 329.
235
Bucco, Giovambattista Bassi… cit., p. 94.
236
L’intenzione del consiglio udinese era quella di abbattere l’antica torre di Poscolle per costruire una nuova
porta intitolandola Ferdinandea, in ricordo della visita dell’imperatore Ferdinando d’Austria. Schileo,
Giambattista Bassi architetto… cit., p. 84.
237
Ibidem, p. 84.
238
Ibidem, pp. 83-84.
239
Bucco, Nuovo Liruti III… cit., p. 328.
240
Schileo, Giambattista Bassi architetto… cit., pp. 77-79.
241
Bucco, Nuovo Liruti III… cit., p. 329.

58
colonne che sostengono un architrave continuo e i piani superiori che presentano fasce sotto
l’imposta delle finestre che dividono orizzontalmente l’edificio242.
Negli edifici religiosi Bassi riprende e impiega in facciata il modello palladiano a timpano
sorretto da quattro colonne. La facciata della chiesa del Redentore a Udine, progettata nel 1833,
presenta un atrio colonnato poi semplificato (Fig. 24); analoga è quella di San Giorgio a
Pordenone, progettata nel 1835243, che presenta quattro semicolonne che sorreggono la
trabeazione e il frontone triangolare con cornice a dentelli244.
Tra il 1846 e il 1853 Bassi è attivo in terra carnica, precisamente a Paularo245, dove, in
collaborazione con Gio Batta Locatelli, realizza il pronao della chiesa parrocchiale 246,
progettandolo voltato a botte con quattro colonne ioniche e pilastri interni.
Antonio Picco attribuisce al Bassi la costruzione nel 1836 di un palazzo per la famiglia Micoli247
ad Ovaro. L’edificio presenta un basamento in bugnato il cui tipo di pietra viene utilizzato anche
per la realizzazione di sottili lesene, per le cornici delle aperture del piano superiore e per il
portone di ingresso248.
Nel 1855 Bassi fu nominato cavaliere e collaborò con il Reale Istituto Veneto di Scienze,
Lettere e Arti249.
Morì il 19 maggio 1879 nel piccolo paese di Santa Margherita del Gruagno, vicino a Udine,
dove si era stabilito negli ultimi anni della sua vita250.

242
Schileo, Giambattista Bassi architetto… cit., pp. 80-81.
243
La chiesa prevedeva anche la costruzione di un campanile disegnato da Bassi a forma di colonna dorica
scanalata. Bucco, Nuovo Liruti III… cit., pp. 328-329.
244
Schileo, Giambattista Bassi architetto… cit., pp. 85-86.
245
Bassi visse in questa cittadina nel periodo tra 1846 e 1853. In Bucco, Giovambattista Bassi… cit., p. 98.
246
Voluto dal parroco Nicolò Sellenati e dal cappellano Michele Blanzano. La modifica apportati da Bassi cambiò
l’orientamento della chiesa originaria costruita nel 1785 dall’architetto Girolamo Schiavi fornendo una vista
panoramica sulla vallata. Ibidem, p. 98.
247
Palazzo Micoli Toscano viene attribuito a Bassi da Antonio Picco. Picco, Alcuni cenni biografici… cit., p. 219.
248
Bucco, Giovambattista Bassi… cit., p. 97.
249
Bucco, Nuovo Liruti III… cit., p. 331.
250
In segno di gratitudine per il rispetto e l’importanza ricevuta dal paese di S. Margherita del Gruagno, prima di
morire lasciò in testamento ad ogni cittadino una lira italiana. Ibidem, p. 331.

59
60
3.2 - La realizzazione dell’opera

Le vicende politiche e sociali che si susseguono nei primi anni dell’Ottocento, quali i fatti
napoleonici, la crisi fiscale e una grave carestia, causano un periodo di recessione per il Friuli
dal punto di vista economico. Se mancano idee rilevanti da parte delle istituzioni per cercare di
migliorare questa situazione, si diffonde invece, come abbiamo visto nel capitolo precedente,
la voce del mondo culturale, e accademico in particolare, che anche in questo secolo giocherà
una parte importante nella divulgazione dell’importanza dell’irrigazione per l’agricoltura
friulana.
L’attenzione verso questo tipo di intervento si ha in particolar modo dopo il periodo di carestia
che aveva colpito la Patria dal 1814 al 1817; a partire dal 1825, infatti, sarà proprio l’Accademia
di Udine a portare avanti lo studio e la diffusione delle scienze naturali, da utilizzare soprattutto
in ambito agricolo251.
Si è visto nei capitoli precedenti come l’utilizzo dell’acqua come mezzo di trasporto sia da
sempre al centro dell’attenzione in questo territorio, data l’inadeguatezza della rete stradale e i
suoi alti costi di manutenzione. Ora però, l’acqua inizia ad essere ritenuta un’importante
ricchezza anche per quanto riguarda l’ambito igienico, energetico e, ovviamente, agricolo.
Un ruolo fondamentale in questo senso è svolto da Giovanni Battista Bassi che, ripercorrendo
in modo dettagliato i progetti per un canale navigabile, sia fino a Palmanova che fino a Udine,
presentati fino a quel momento, propone una sua personale idea allo scopo principale di
rilanciare l’economia friulana, basandosi soprattutto sul progetto di Giuseppe Benoni del 1666,
ritenuto dal Bassi un piano valido e attuabile252.
Il 12 maggio 1829, durante un’adunanza dell’Accademia di Udine, egli legge una memoria su
“l’antico divisamento di condurre le acque del fiume Ledra, detto latinamente Idra, e parte di
quelle del Tagliamento in Udine, per costruir con esse un Canal navigabile da questa città al
mare Adriatico, e per irrigare con utili derivazioni molte terre inacquose di questa Provincia”253.
Si tratta di un duplice obiettivo che vede porre per la prima volta l’attenzione anche
sull’importanza che l’irrigazione avrebbe avuto per le terre friulane, terre che, proprio come
dice il Bassi, sono sempre state considerate povere dal punto di vista agricolo e industriale. Egli
imputa questa povertà alla particolare conformazione geografica del territorio nel punto in cui

251
Antonio De Cillia, I fiumi del Friuli Venezia Giulia. Dalla Livenza al Timavo, dalla Carnia alle lagune, Udine,
Paolo Gaspari Editore, 2000, p. 222.
252
De Cillia, I fiumi… cit., p. 222.
253
Giovanni Battista Bassi, Memoria sull’antico divisamento di costruire un canal-navigabile da Udine al mare,
Udine, Tipografia Pecile, 1829, p. 10.

61
il Tagliamento sbocca dalle Alpi Carniche: qui, infatti, le molte deviazioni di fiumi e torrenti di
cui fa parte lo stesso Ledra, invece di scorrere liberamente verso la pianura, si scaricano nello
stesso Tagliamento dal quale erano nate diversi chilometri più a monte, redendo le correnti del
fiume impraticabili alla navigazione254. Dalle colline che impediscono alle acque dei torrenti di
scorrere liberamente nascono però due corsi d’acqua che potrebbero essere sfruttati
vantaggiosamente e che scorrono paralleli tra il Tagliamento e la città di Udine: il fiume Cormor
e soprattutto il Corno. Secondo Bassi, potrebbe essere di grande vantaggio deviare le acque del
Ledra direttamente nell’alveo naturale di quest’ultimo attraverso lo scavo di un piccolo taglio
e da qui giungere fino a Udine facilmente255. Questa deviazione porterebbe enormi vantaggi
agli abitanti delle terre che hanno da sempre avuto problemi a causa del Tagliamento, spesso
instabile. Bassi calcola che basterebbe un decimo della portata d’acqua dell’abbondante fiume
Ledra per rifornire la popolazione.
Bassi propone a questo scopo anche la deviazione di un ramo del Tagliamento nel Ledra sopra
la rocca di Osoppo in un punto in cui l’acqua è costante e perenne; da questo punto in poi la
realizzazione dell’opera sarebbe facilitata dalla pendenza del terreno fino al mare e dalla
tipologia del suolo facilmente lavorabile256. Secondo il Bassi la buona riuscita del suo piano
sarebbe dimostrata dalla storia travagliata ma ricca di idee e proposte che si sono succedute dal
Quattrocento257. Durante l’excursus storico dei precedenti progetti il Bassi pone particolare
attenzione su quello di Giuseppe Benoni che egli reputa “seducente e ragionato”258. Dopo averlo
esaminato nei suoi aspetti tecnici e progettuali e aver rilevato i difetti politici che a suo tempo
si erano evidenziati, in particolare il fatto che alcuni tratti del canale, come abbiamo visto, si
trovavano su territorio arciducale e avrebbero creato ostacoli tra i due Stati, Bassi lo adotta
proponendo però alcune modifiche. Tra queste l’inizio della deviazione del ramo del
Tagliamento al di sopra del forte di Osoppo, in un punto in cui, diversamente dal sito ipotizzato
da Benoni, la portata d’acqua risulta costante tutto l’anno, e la creazione di un attraversamento
del torrente Cormor tramite la costruzione di un ponte-canale259.
Nella memoria Bassi fa anche una stima di spesa di circa 900.000 fiorini comprendente diverse
voci, come la stesura del disegno progettuale, l’acquisto dei materiali, lo scavo del terreno, i
vari sostegni necessari al canale in alcuni punti, i ponti e i ponti-canali, l’amministrazione dei

254
Ibidem, pp. 11-12.
255
Ibidem, pp. 13-14.
256
Ibidem, pp. 15-17.
257
Ibidem, pp. 18-29.
258
Ibidem, p. 23.
259
Ibidem, pp. 24-25.

62
lavori e altri interventi straordinari. Si tratta di una somma importante ma che a detta del Bassi
sarebbe stata totalmente ripagata dai vantaggi che sarebbero derivati dalla realizzazione
dell’opera. Per questo egli esorta con insistenza le istituzioni ad approvare il progetto in quanto
sicuramente riceveranno la gratitudine dalla popolazione e un considerevole vantaggio
economico. Viene anche stimato infatti il ritorno economico per il Governo, considerata la
rendita ricavabile da comuni e distretti dislocati lungo il canale, i tributi che potrebbero derivare
dalle merci che transitano dall’Alemagna e dalla Carnia, un possibile canone sull’irrigazione
proporzionale alla quantità di acqua richiesta oltre che un canone per l’acqua utilizzata a scopi
industriali260. Per una così dispendiosa opera Bassi propone anche la costituzione di una società,
in modo da poter al meglio amministrare le entrate ricavate dal canale, società che potrebbe
essere utile già nella fase di realizzazione dei lavori in quanto porterebbe a una riduzione dei
tempi di attuazione, previsti da Bassi in soli due anni261.
La proposta del Bassi trovò subito modo di essere attuata con la nomina di una società per
gestire i capitali dell’impresa e attraverso la richiesta dell’Accademia all’ingegnere G. B.
Cavedalis di presentare il progetto esecutivo. Egli, basandosi sul progetto di Giuseppe Benoni
del 1666, propose la derivazione dell’acqua dal Tagliamento e dal Ledra e la costruzione di un
canale navigabile a conche da Udine fino a San Giorgio di Nogaro. La spesa per la realizzazione
di tale progetto era stimata 1.700.000 lire, cifra troppo esosa per la società, che non accolse la
proposta262.
Venne quindi affidata nel 1842 all’ingegnere Giovan Battista Locatelli la stesura di un nuovo
progetto esecutivo basato sull’idea di rendere irrigua solo quella parte del Friuli che più
necessitava dell’acqua, cioè la zona tra i fiumi Tagliamento e Cormor, sfruttando il letto del
fiume Corno (Fig. 25). L’idea della navigazione veniva messa da parte in quanto considerata,
in quel momento storico, non più così utile come lo era invece l’irrigazione. Questo piano
risultava più facilmente realizzabile e soprattutto il costo era stimato di sole 550.000 lire,
cosicché la società dell’Accademia lo approvò e chiese al Governo l’investitura dell’acqua e la
costituzione di una società per l’esecuzione dell’opera263. Alcuni però si opposero a tale
proposta, ritenendo che lo sfruttamento del letto del Corno avrebbe potuto portare ad un
peggioramento della sua portata d’acqua, creando problemi idrici al territorio circostante.
Cercando una via alternativa, si prese in considerazione l’idea di deviare le acque del Ledra

260
Ibidem, pp. 30-34.
261
Ibidem, pp. 34-36.
262
Antonio Battistella, Valentino Magnani, I precedenti storici del canale Ledra-Tagliamento: con Brevi notizie
dei primi cinquant’anni di vita consorziale, Udine, Tipografia G. B. Doretti, 1931, pp. 67-69.
263
Ibidem, pp. 69-70.

63
unite a quelle del Rio Gelato che, attraversato il fiume Corno, avrebbero continuato la loro corsa
verso la valle dei Lini, fino alla località di Fagagna, proseguendo poi verso la pianura e traendo
vantaggio anche dal Tagliamento che avrebbe facilitato l’arrivo del legname dalla Carnia e dalla
Carinzia. Tale piano era previsto anche in un progetto presentato nel 1854 dall’ingegnere capo
del Genio Luigi Duodo dove si introduceva una alternativa che avrebbe però aumentato la spesa
in modo consistente.
Le opposizioni e le critiche mostrate verso l’uno o l’altro progetto rischiavano di ripetere la
sequenza di rifiuti dei secoli precedenti264.
L’attenzione per la realizzazione dell’opera tanto voluta dall’accademico Bassi aveva
fortunatamente consolidato il desiderio di attuarla. Sarà il viceré del Regno lombardo-veneto,
l’arciduca Massimiliano d’Austria a chiamare in aiuto nel 1858 il professore Gustavo Bucchia
per studiare il problema e risolvere definitivamente la questione (Fig. 26)265.
Nella sua relazione del 29 aprile 1858, Bucchia riprende le fila del discorso partendo dalla storia
dei progetti concentrandosi su quelli più recenti del Cavedalis, del Locatelli e di Luigi Duodo
ai quali doveva cercare di apportare dei miglioramenti. Per poter svolgere al meglio il lavoro
che lo attendeva, Bucchia chiamò in suo aiuto l’ingegnere Giovanni Corvetta e lo stesso
Locatelli, ritenuti da lui i più qualificati a svolgere le varie indagini 266. Il lavoro dei tre ingegneri
inizia con lo studio attento dei progetti del Cavedalis e del Locatelli, cercando di trovarvi i
difetti maggiori: in particolare si riscontra che la portata d’acqua stimata in tali piani non
sarebbe sufficiente a coprire le necessità delle industrie e dell’irrigazione delle terre circostanti.
Nel punto in cui l’acqua viene deviata dal Ledra, inoltre, la pendenza del terreno calcolata nei
progetti è tale da non permettere un uso irriguo dell’acqua. Oltre a ciò rimane il pericolo delle
piene del fiume Corno, che aumenterebbero con l’aggiunta delle acque deviate dal Ledra
causando periodiche alluvioni nei terreni vicini267. Come abbiamo visto, dalle critiche a questi
due progetti, era nato quello dell’ingegnere capo Luigi Duodo, che viene anch’esso esaminato
da Bucchia, Corvetta e Locatelli. Il tracciato delineato nel progetto viene considerato
positivamente ma, dopo aver rifatto le misurazioni e i calcoli della portata e del percorso del
canale, si stima che gli interventi che esso avrebbe richiesto sarebbero risultati consistenti,
molto più costosi e di difficile esecuzione di quanto stimato dal Duodo268.

264
Ibidem, pp. 70-71.
265
Ibidem, p. 71.
266
Gustavo Bucchia, Relazione informativa sui progetti intesi a derivare dal fiume Ledra acque irrigue e potabili
a benefizio di un vasto territorio inacquoso nella provincia del Friuli (Udine, 29 aprile 1858), Udine,
Tipografia Trombetti-Murero, 1858, pp. 10-12.
267
Ibidem, pp. 15-16.
268
Ibidem, pp.18-21.

64
Secondo Bucchia la soluzione migliore da adottare sarebbe quella di seguire il tracciato più
agevole del progetto di Locatelli, con le dovute modifiche e tenendo in considerazione i
vantaggi del progetto del Duodo. Si propone, in definitiva l’unione di due progetti diversi, che
sarebbe stata vantaggiosa per tutto il Friuli269.
Nel nuovo progetto viene mantenuto il punto di partenza proposto da Locatelli alla confluenza
del Rio Gelato con il Ledra, ma alle acque di questi due fiumi viene aggiunta quella della Roggia
dei Consorti in modo tale che la portata d’acqua totale arrivi a circa 9 metri cubi per minuto
secondo, quantità che potrebbe anche aumentare, a detta di Bucchia, a causa della incostante
portata del Ledra, ma anche nel caso che si rendesse necessario usufruire di una parte maggiore
di acqua da ricavarsi dal Tagliamento per le irrigazioni270. Si intende poi seguire il percorso
pensato sempre dal Locatelli, attraverso quindi la valle del Corno fino alla località di Pers, ma
con una pendenza che deve essere diminuita. Giunti a questo punto però il canale non confluisce
nel letto del Corno ma lo attraversa passando sulla sua sponda sinistra: per questo
attraversamento, scartata l’idea di un ponte-canale, si propone di far passare il fiume Corno
sotto il letto del nuovo canale, utilizzando una botte a sifone oppure mediante l’ampliamento in
quel punto del suo alveo per fare in modo che le sue acque possano passare senza problemi
sotto gli archi di un ponte-canale271. Da qui esso continua verso la pianura, attraverso la Valle
del Lini, piegando poi verso Oriente per giungere fino al torrente Cormor, trovando così modo
di sfruttare i vantaggi suggeriti dal progetto di Duodo. L’unione dei due progetti e alcune
modifiche apportate da Bucchia fanno sì che il canale, seguendo una linea più alta rispetto a
quella ipotizzata nel progetto di Locatelli, possa proseguire il suo percorso senza incontrare
l’afflusso di torrenti e rogge del Corno che causerebbero un problema di portata d’acqua e di
materiale occlusivo che ne minerebbe la navigazione272.
Dopo la valutazione del percorso del nuovo canale, Bucchia calcola che l’opera avrebbe
richiesto un totale di L. 1.800.000, da lui considerata una spesa moderata, tenendo conto di tutti
i vantaggi dell’opera e i suoi molteplici scopi. L’acqua sarà infatti utilizzata per usi domestici
da tutti i paesi che si trovano sul territorio in cui il canale verrà realizzato e sarà inoltre deviata
nei terreni coltivati per uso irriguo ma servirà anche ad uso industriale, accrescendo quindi
l’economia friulana273. Oltre al costo Bucchia fa anche una stima della rendita annua che il

269
Ibidem, pp. 22-23.
270
Ibidem, pp. 23-24.
271
Ibidem, p. 25.
272
Ibidem, pp. 26-27.
273
Ibidem, pp. 29-38.

65
canale avrebbe potuto dare per ogni scopo per cui era stato progettato, calcolando un totale di
circa L. 115.000274.
La relazione, così dettagliata, incontrò l’entusiasmo della Imperiale Regia Delegazione che ne
spedì una copia ad ogni comune e alla Congregazione provinciale in modo che potessero
accordarsi sulla realizzazione dell’impresa, cosa che si rivelò da subito possibile dato che il 30
maggio 1858 era stata concessa con sovrana risoluzione l’investitura gratuita dell’acqua del
Ledra275.
Come si è già visto più volte nel corso di questa storia, anche questa volta la questione cadde
in un nulla di fatto a causa dello scoppio della Seconda guerra d’indipendenza nel 1859 e del
conseguente momento di stallo che si protrasse fino alla Terza guerra d’indipendenza del 1866
quando l’annessione di parte del Friuli al Regno d’Italia si rivelò fondamentale per la ripresa
dei progetti.
Fu proprio il nuovo commissario regio a Udine Quintino Sella che prese a cuore l’iniziativa
accogliendo le richieste della Società Promotrice e incaricando gli ingegneri G. B. Locatelli e
G. Corvetto di stilare un nuovo disegno sulla base dei progetti precedenti. Contemporaneamente
all’ingegnere G. C. Bertozzi fu affidato il compito di esaminare e calcolare le portate d’acqua
necessarie, che vennero stimate in circa 31 metri cubi al secondo. Egli non si limitò solamente
al calcolo delle portate idriche ma stilò un suo personale progetto che richiedeva una spesa
totale di circa 4.800.000 lire e consegnò la sua relazione al Sella che la trasmise al Ministero276.
Per la realizzazione dell’opera venne richiesta la collaborazione della Provincia, la quale
costituì una commissione speciale per lo studio dei metodi più adeguati ai lavori; nel 1867 in
associazione alla suddetta commissione si costituì anche una nuova Società, detta “esecutrice”.
La commissione provinciale richiese un parere sull’opera all’ingegnere Luigi Tatti il quale
dapprima, nel 1868, presentò un suo personale parere sulla convenienza di estendere
l’irrigazione a tutto il territorio friulano attraverso la derivazione di un canale dal Ledra e dal
Tagliamento277; mentre l’anno seguente, il 30 maggio 1869, presentò la relazione sul progetto
già approvato.
Questo scritto, dopo una descrizione topografica del territorio friulano con l’analisi del fiume
Ledra e la storia dei progetti precedenti, illustra il progetto dividendolo in due parti: la prima
parte riguardante il canale principale con la derivazione delle acque del Tagliamento da Osoppo

274
Ibidem, pp. 51-52.
275
Battistella, I precedenti storici… cit., p. 73.
276
Ibidem, pp. 74-75.
277
Luigi Tatti, Relazione sulla convenienza della irrigazione della pianura friulana: fra il Tagliamento ed il Torre
colle acque del Ledra e del Tagliamento, Milano, Tipog. e litog. degli ingegneri, 1868.

66
fino all’Andreuzza, punto da cui si derivano le acque del Ledra per raggiungere la città di Udine;
la seconda parte con i canali secondari dedotti da quello principale in sette derivazioni distinte
in base alla loro importanza278.
Il punto di inizio vero e proprio del canale principale si trova secondo il progetto Tatti sotto il
colle di Andreuzza dove le acque derivate dal Tagliamento presso Osoppo si incontrano con il
fiume Ledra attraverso la costruzione di un edificio detto “di portata” 279. Questo primo tratto
del canale principale è chiamato dal Tatti “sussidiario” in quanto serve per portare nel Ledra
parte delle acque del Tagliamento e anche nel punto di derivazione di queste ultime, sopra ad
Osoppo, è progettata la costruzione di un edificio di estrazione studiato dall’ingegnere
Locatelli280. Da Andreuzza il canale prosegue fino a raggiungere la Valle del Corno dove
attraversa l’omonimo torrente e successivamente il torrente Lini per mezzo di un ponte-canale
e prosegue fiancheggiato dal letto del Corno la stretta valle tra le località di San Daniele e Rive
d’Arcano seguendo il suddetto torrente che si presenta però in questo tratto ripido e tortuoso
richiedendo quindi maggiori interventi281. Allo sbocco della Valle del Corno sotto Rive
d’Arcano il percorso del canale cambia direzione verso i colli di Fagagna, Martignacco e
Torreano fino a raggiungere la vallata del Cormor e quindi la città di Udine. Qui il canale si
collega con il fossato di circonvallazione della città trovando poi arrivo nella Roggia di
Udine282.
Come sopra anticipato, dal canale principale Tatti progetta di derivare i canali secondari con lo
scopo di diffondere l’acqua su tutto il territorio circostante per gli usi domestici e industriali e
per l’irrigazione dei campi283. L’ingegnere studia in modo dettagliato il territorio a cui portare
beneficio tramite questo canale allo scopo di facilitare l’arrivo dell’acqua nei vari comuni o
casali. In totale la rete di diffusione dei canali secondari è lunga circa 370 chilometri 284.
La spesa totale del progetto è prevista in circa L. 4.957.800 per la realizzazione del canale
principale, del sussidiario e dei canali secondari, a cui si devono aggiungere le spese per la
costruzione degli edifici di estrazione e di portata e i canali raccoglitori per quelli secondari,
raggiungendo così la cifra di L. 6.100.000. Tatti calcola anche in circa L. 827.000 annui il

278
Luigi Tatti, Progetto di un canale da ricavarsi dal Ledra e dal Tagliamento per l'irrigazione e per gli usi
domestici nella pianura del Friuli tra il Tagliamento ed il Torre, Milano, Tipografia e litografia degli ingegneri,
1869, pp. 6-7.
279
Ibidem, p. 10.
280
Ibidem, pp. 16-17.
281
Ibidem, pp. 13-14.
282
Ibidem, pp. 14-15.
283
Ibidem, pp. 15-16.
284
Ibidem, p. 20.

67
previsto profitto della Società derivato dagli affitti dell’acqua per usi domestici e irrigui e dalla
forza dell’acqua sfruttabile grazie ai dislivelli del canale285.
Il progetto venne accettato e, su consiglio dello stesso Tatti, venne costituita una commissione
composta da cittadini, comuni e corpi rurali così che tutti insieme si potesse provvedere ai mezzi
per la realizzazione dell’opera. La nuova commissione presentò il progetto alla Prefettura e il 2
febbraio 1873 fu autorizzato286.
La considerevole spesa che il progetto Tatti richiedeva influì sul reperimento dei capitali
necessari causando un ritardo nell’inizio dei lavori. Era però fuori discussione che progetto
fosse abbandonato per l’ennesima volta: la commissione chiamò così il già incontrato ingegnere
Gustavo Bucchia per avere un parere sulla proposta del Tatti e indicazioni sulla possibilità di
trovare un’alternativa meno dispendiosa.
Nella relazione del 27 luglio 1874 Bucchia dichiarava la sua stima per il collega Tatti che,
spinto dalla convinzione che bisognasse ad ogni costo introdurre l’irrigazione nel territorio
friulano, aveva presentato un progetto tecnicamente impeccabile. Si rendeva tuttavia conto che
il progetto Tatti comportava una spesa che in quel momento risultava eccessiva e soprattutto
che gli affitti per l’uso dell’acqua del canale sarebbero stati troppo elevati e avrebbero causato
malcontento nei proprietari terrieri287. Secondo Bucchia una buona alternativa sarebbe stata
quella di riprendere il progetto di Bassi del 1829, che risultava più contenuto sia negli interventi
che nelle spese e che non poneva eccessive modifiche agli alvei dei fiumi presi in
considerazione anche dal Tatti, sperando in una futura realizzazione dell’oneroso progetto di
quest’ultimo288.
Secondo questo nuovo piano di Bucchia si prevedeva di utilizzare solamente le acque del Ledra
facendole confluire nel letto naturale del Corno presso la località di Pers e percorrendolo fino
alle località di Rodeano e Rivarotta dove sarebbero state collocate delle prese d’acqua in modo
da portare l’irrigazione in quelle terre sterili che si trovavano ai lati del suddetto torrente, tra il
Tagliamento e il Cormor289. Gli interventi richiesti da questo progetto ristretto erano scarsi e di
poca spesa, calcolata in 650.000 lire290.
Il progetto trovò l’approvazione anche degli ingegneri Locatelli e Tatti che a loro volta
aggiunsero altre considerazioni e auspicarono la possibilità di proseguire questo canale fino alla

285
Ibidem, pp. 21-22.
286
Battistella, I precedenti storici… cit., p. 77.
287
Gustavo Bucchia, Nuovo progetto ristretto (27 luglio 1871), Udine, Tipografia Giuseppe Seitz, 1874, p. 19.
288
Ibidem, pp. 20-21.
289
Ibidem, pp. 21-22.
290
Ibidem, pp. 23-25.

68
città di Udine. I tre ingegneri si trovarono così a rivedere il progetto e a ricalcolare gli interventi
e la spesa finale in 1.942.000 lire con una portata d’acqua calcolata in 17.50 metri cubi al
secondo, permettendo la diffusione dell’irrigazione in circa 42.000 campi tra Torre e Cormor,
dell’acqua potabile in 29 comuni e la possibilità di aumentare la forza idrica della città di Udine
attraverso un nuovo canale che doveva immettersi nella fossa urbana di porta San Lazzaro291.
Finalmente, a settembre del 1876, la commissione promotrice approvò il progetto trovando
l’adesione di molti comuni. Questo permise il 19 dicembre 1876 la costituzione legale del
consorzio tra gli enti interessati all’opera, tra cui la Provincia, il Comune di Udine e altri 28
comuni. Si nominò un comitato esecutivo estraneo al consorzio a cui fu aggregata la
commissione promotrice per l’attuazione e il completamento dei lavori 292.
I lavori di realizzazione del tanto desiderato canale, anche se nella nuova veste di canale irriguo,
iniziarono nel febbraio del 1881 e terminarono nel 1889293.
L’opera, che ha visto quattro secoli e mezzo di progetti, ostacoli, e difficoltà, trovò finalmente
compimento e si poté finalmente beneficiare di quei vantaggi tanto rimarcati durante questa
vicenda da coloro che ben comprendevano le problematiche del territorio friulano.

291
Battistella, I precedenti storici… cit., pp. 79-80.
292
Ibidem, p. 80.
293
Ibidem, p. 81.

69
70
BIBLIOGRAFIA GENERALE

FONTI ARCHIVISTICHE

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- Zin Luigino, Uomini e acque – Il Cellina, Pordenone, Consorzio di bonifica Cellina-
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76
ILLUSTRAZIONI

Fig. 1 - Mappa del Friuli di Giovanni Andrea Valvassori detto il Guadagnino, realizzata a Venezia nel 1553.

Fig. 2 - Pianta topografica del domino veneto (stampa da incisione su rame di Giacomo Leonardis, XVIII
secolo, in G. Del Frate, Tracce e segni: Palmanova nella cartografia antica, Palmanova, 2009).

77
Fig. 3 - Carta Topografica della zona in cui venne costruita la fortezza di Palmanova
(da P. Damiani, Storia di Palmanova, vol. 1, Udine, 1969).

Fig. 4 - Le prime costruzioni all'interno della fortezza di Palmanova, particolare


da una carta dei territori di Gorizia e Gradisca stampata da Giovanni
Giusto, 1617 (in Nuovo Liruti II – Dizionario biografico dei friulani).

78
Fig. 5 - Pianta della fortezza ideale da Buonaiuto Lorini, Delle fortificazioni, Venezia 1592.

Fig. 6 - Ricostruzione del sistema delle rogge del Cellina prima del 1445
(in L. Zin, Uomini e acque – Il Cellina, Pordenone, 1997).

79
Fig. 6 – Sistema roggiale del Cellina prima del 1445

Fig. 7 - Fausto Brascuglia, disegno riproducente il fossato della fortezza di Palmanova con
l’immissione della roggia, 1746 (in M. Martinis, Le rogge di Udine e Palma: storia,
economia, ambiente, e tradizioni degli antichi canali estratti dal Torre, Udine, 2002).

Fig. 8 - Le soluzioni proposte dal Provveditore Giovanni Mocenigo nel 1596


(in A. De Cillia, Palmanova: gli aspetti idraulici nella storia della
fortezza, Udine, 1991).

80
Fig. 9 - Progetto di navigazione del 1597 dalla Laguna di Marano a Palmanova
(in P. Damiani, Storia di Palmanova, vol. 1, Udine, 1969).

Fig. 10 - I progetti per un canale di collegamento tra Palmanova e il mare stilati dai periti tra il
1594 e il 1670 (elaborazione di V. Mezzelani sulla base del catasto austriaco e della carta
tecnica regionale, in S. Moretti, Palmanova e la via del mare nel XVII, Firenze, 2014)

81
Fig. 11 – Mappa del XVII secolo del territorio di Palmanova dal fiume Torre alla laguna di Marano
(Archivio di Stato di Venezia, Raccolta Terkuz, dis. 37).

Fig. 12 - Disegno ricostruttivo vi villa Manin a Passariano al tempo di Francesco IV Manin


(in F. Venuto, La villa di Passariano: dimora e destino dei nobili Manin,
Passariano, 2001).

82
Fig. 13 - Schizzo di Francesco IV Manin della pianta di villa Manin (in F. Venuto, La
villa di Passariano: dimora e destino dei nobili Manin, Passariano, 2001).

Fig. 14 - Particolare con il vecchio ospedale, prima sede del Monte di Pietà, a fianco della
chiesa di S. Francesco, dalla Pianta di Udine di Giovanni Antonio de Gironcoli,
1727 (Udine, Civici Musei).

83
Fig. 15 - Particolare con il palazzo del Monte di Pietà di via Mercatovecchio nella Pianta di Udine di
Giovanni Antonio de Gironcoli, 1727 (Udine, Civici Musei).

Fig. 16 - Pianta e prospetto della Dogana da Mar di Venezia (in L. Cicognara, A. Diedo, G. A.
Selva, Le fabbriche e i monumenti cospicui di Venezia, Venezia, 1840).

84
Fig. 17 - D. Lovisa, G. Valeriani, C. Zucchi, Veduta della Dogana di Mare in Venetia, seconda
metà del XVIII secolo (Venezia, Civico Museo Correr).

Fig. 18 - Il progetto di Giuseppe Benoni per il collegamento tra Osoppo, Udine, Palmanova e
il mare (elaborazione di V. Mezzelani sulla base del catasto austriaco e della carta
tecnica regionale, in S. Moretti, Palmanova e la via del mare nel XVII, Firenze, 2014)

85
Fig. 19 - Disegno rappresentante la Chiusa di Muscoli (Archivio di Stato di Venezia,
Rettori, Palma, filza 31, dis. 1, 1638).

Fig. 20 - Giovanni Battista Bassi, Progetto per il teatro di Palmanova (in G. Bucco, Giovambattista
Bassi, architetto del neodorico tra Udine e Pordenone, Cinisello Balsamo, 2004).

86
Fig. 21 - Planimetria del progetto per il teatro di Palmanova di G. B. Bassi (in G. Bucco, Giovambattista
Bassi, architetto del neodorico tra Udine e Pordenone, Cinisello Balsamo, 2004).

Fig. 22 - Giuseppe Jappelli, - Progetto per la facciata di Palazzo Antivari Kechler, Udine (in P. Pastres,
L’Ottocento friulano: nuove arti per una nuova società, Udine, 2010).

87
Fig. 23 - Giovanni Battista Bassi, Progetto per Porta Poscolle “Ferdinandea” di Udine, 1838
(F. di Maniago, Guida di Udine e Cividale, 1839).

Fig. 24 - Giovanni Battista Bassi, Progetto della facciata della chiesa del Redentore a Udine (in G. Bucco,
Giovambattista Bassi, architetto del neodorico tra Udine e Pordenone, Cinisello Balsamo, 2004).

88
Fig. 25 - Progetto del canale Ledra-Tagliamento di Giovanni Battista Locatelli del 1842 (in De Cillia,
Il canale Ledra e la difficile gestazione tra speranze, proposte e polemiche, Centro Friulano
di studi "Ippolito Nievo", 1989).

89
Fig. 26 - Progetto di Gustavo Bucchia del 1858 (allegato alla Relazione informativa sui progetti intesi a
derivare dal fiume Ledra acque irrigue e potabili a benefizio di un vasto territorio inacquoso nella
provincia del Friuli - Udine, 29 aprile 1858).

90
Fig. 27 - Il canale Ledra Tagliamento (in De Cillia, I fiumi del Friuli Venezia Giulia. Dalla Livenza
al Timavo, dalla Carnia alle lagune, Udine, 2000).

91