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APPUNTI DI DOTTRINA DELLO STATO.

G. H. SABINE “STORIA DELLE DOTTRINE POLITICHE” – ETAS LIBRI – MILANO 1996

LA CITTA' STATO (Atene).

Territorio dominato da un'unica città (300.000 persone c.a.)


TRE classi sociali:
1) SCHIAVI (1/3 della popolazione)
2) STRANIERI RESIDENTI (METECI): Non partecipano alla vita politica ma sono uomini liberi.
3) LA MASSA DEI CONTADINI: I membri della città, cittadini per privilegio di nascita e chiamati a prender parte alla
vita politica.

ISTITUZIONI POLITICHE (Atene).


Tutta la massa dei cittadini formava l'ASSEMBLEA o ECCLESIA riunione civica (dieci volte l'anno) a cui partecipavano i
cittadini di almeno vent'anni. Il controllo popolare al governo era rappresentato da 2 corpi:
1) IL CONSIGLIO DEI 500
2) LE CORTI con le loro giurie popolari.
Per i bisogni locali gli Ateniesi erano divisi in c.a 100 DEMI ( o circondari). essi erano le unità di governo locale dove si
era iscritti a 18 anni.
3) I 10 STRATEGHI magistrati eletti direttamente e rieleggibili (PERICLE).
Gli Ateniesi erano divisi in 10 tribù, ognuna forniva 50 membri (il consiglio dei 500) che rotavano 50 alla volta nella
sessione annuale.
Il controllo popolare sul consiglio avveniva attraverso le CORTI, collegi formati da c.a 501 uomini.

ORAZIONE FUNEBRE DI PERICLE per i soldati caduti contro Sparta (orgoglio di cittadino - onore per la città -
significato morale alto della democrazia e della partecipazione alla vita civile) per destare negli animi la consapevolezza
della città come bene supremo e il più alto interesse a cui votarsi.
LA REPUBBLICA DI PLATONE - LA COSTITUZIONE DI SOLONE (425 A.C.)

CONTRASTO TRA NATURA E CONVENZIONE (5° SEC. A..C.)

SOCRATE distolse la filosofia dalla natura fisica volgendola alla psicologia, alla logica, all'etica, alla religione e alla
politica. L'ETICA: LA VIRTU' E' CONOSCENZA e può essere appresa e insegnata nel metodo della definizione precisa
(una scienza politica, razionale e dimostrabile).

I SOFISTI (maestri ambulanti) non avevano una filosofia, ma alcuni sostenevano una filosofia umanista (il dirigersi
della conoscenza verso l'uomo come suo centro).

PLATONE (La Repubblica) 400 A.C.


Riprese il pensiero di Socrate, suo maestro, che la virtù è conoscenza. La Repubblica tratta la vita umana dell'uomo
buono e della vita buona vissuta in uno stato buono e dei mezzi per conoscere cosa sono e per raggiungerli. Per cui
l'uomo che conosce (filosofo-studioso) dovrebbe governare in base alla sua conoscenza (dispotismo illuminato). Lo
specializzarsi della funzione dipende da 2 fattori: Attitudine naturale (innata) e addestramento (materia di esperienza e
di educazione).
La dottrina di Platone si divide in 2 parti fondamentali:
1) L'ARTE DEL GOVERNO VA FONDATA SULL'ESATTA CONOSCENZA.
2) LA SOCIETA' E' UNA MUTUA SODDISFAZIONE DI BISOGNI DA PARTE DI PERSONE LE CUI CAPACITA' SI
INTEGRANO A VICENDA.
La lealtà verso la città era virtù precaria alla quale si preferivano certi tipi di governo di classe. Per rimediare alla lotta di
classe, Platone propose l'abolizione della proprietà privata o almeno la riduzione degli squilibri tra povertà e ricchezza.
Tanto l'uomo che lo Stato (città-stato) hanno un unica struttura fondamentale che impedisce che il bene dell'uno sia
diverso dal bene dell'altro(parallelismo).
Lo stato ideale di Platone è diviso in 3 CLASSI:
I LAVORATORI, I CUSTODI divisi a loro volta in GUERRIERI o GOVERNANTI (Re Filosofo).
Tre facoltà vitali o anime:
1) LA SEDE DEGLI ISTINTI APPETITIVI e NUTRITIVI (diaframma)
2) L'ANIMA ATTIVA E GENEROSA (petto)
3) L'ANIMA CHE PENSA O RAGIONEVOLE (testa).
La giustizia costituisce l'elemento coordinatore delle tre funzioni.
Il bene deve essere conosciuto attraverso lo studio metodico - divisione del lavoro e specializzazione. Il Re filosofo
coordina tutto. Essendo la natura umana istintivamente sociale il massimo vantaggio per lo stato è anche il massimo
bene per i cittadini. META: una perfetta adesione della vita umana alla possibilità d'impegno che lo stato richiede.
Abolizione della famiglia e della proprietà privata (Comunismo platoniano) soltanto per i guerrieri e i governanti.

LE LEGGI (Platone). Un governo in cui la legge è sovrana essendone governanti e governati ugualmente soggetti. Lo
stato misto delle "Leggi" è la combinazione del principio monarchico della saggezza con quello democratico della
libertà. Religione di Stato - proibito l'ateismo (STATO DI 2° ORDINE) (La corda d'oro della legge).
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IL POLITICO (Platone). Quì lo stato ideale o monarchia pura governato dal Re-Filosofo è "Divino"; si distingue da tutti
gli altri stati perchè in esso regna la "conoscenza" e non c'è bisogno della legge.

ARISTOTELE: (LA POLITICA) Lo stato è una relazione tra cittadini liberi, moralmente uguali che si conducono
secondo la legge e si fondano più sulla discussione e sul consenso che non sulla forza.
L'autosufficenza dell'individuo, il bene vissuto personalmente e non solo nei confronti della città stato segnano il vero
crepuscolo di questa (350 a.C.).
La città stato era troppo piccola e litigiosa anche per governare il solo mondo greco, cosi che Alessandro fuse insieme i
suoi sudditi greci ed orientali contro ogni etica della filosofia di Aristotele.

GLI EPICUREI (e gli SCETTICI).


Scuola fondata da Epicuro ad Atene nel 306 a.C. Intento dell'epicureismo fu di dare uno stato di autosufficienza
individuale. Il ben vivere consiste nel godimento del piacere interpretato negativamente: La felicità consiste nell'evitare
le pene, le noie e le ansietà (la politica). MATERIALISMO ASSOLUTO. Critica di credenze e religione.
NATURA= Egoismo, desiderio della felicità individuale. Non esistono virtù morali ne valori eccetto la felicità. La moralità
coincide con l'utile. Stato e legge sono un CONTRATTO che facilita i rapporti tra gli uomini non inclini alla società ma
basati sul loro egoismo (Hobbes),

I CINICI.
Scuola fondata da ANTISTENE (suo allievo fu Diogene di Sinope). Rinuncia a tutti i beni della vita, livellamento di tutte
le distinzioni sociali e abbandono del decoro e delle convenzioni.
Insegnanti girovaghi, si dedicavano ad una vita di povertà. Solo ciò che è in potere del saggio (pensiero e carattere) è
sufficiente al ben vivere, ogni altra cosa è indifferente.
Tutti sono uguali perché tutti sono ridotti ad un unico denominatore comune di indifferenza (Nichilismo). Il saggio, come
dice Diogene, è un cosmopolita "cittadino del mondo". La scuola cinica costruì la matrice dalla quale emerse lo
STOICISMO.

LA LEGGE DI NATURA (Creata dallo Stoicismo).


Tutte le filosofie posteriori ad ARISTOTELE ebbero una funzione di istruzione etica, di consolazione e assunsero via
via le caratteristiche di religioni che culminarono nel cristianesimo e nella formazione della chiesa cristiana. La scuola
STOICA fondata da ZENONE nel 300 a.c.
Gli uomini dovrebbero vivere come un solo gregge senza famiglia, averi, distinzione di razza, grado, denaro e tribunali.
Tale scuola nel tempo si adatta ai costumi romani (Crisippo).
Si sviluppò nell'età Ellenistica una dottrina della deificazione del sovrano (importata dall'oriente).
L'insegnamento degli stoici era la convinzione religiosa della perfezione della natura e di una vita conforme ad essa,
rassegnazione al volere di Dio, cooperazione al bene, fortezza, devozione al dovere e indifferenza al piacere. Tutti gli
uomini sono fratelli e cittadini del mondo; la giusta ragione è la legge di natura che insegna cosa fare e non fare: la
legge di Dio. PANEZIO trasformò lo Stoicismo in una specie di filosofia umanitaria.
JUS NATURALE= Termine filosofico del termine stoico greco in latino.
JUS GENTIUM= Concetto generale non filosofico (Praetor peregrinus)
Questi 2 termini si confusero influendo l'uno sull'altro.

SENECA. (150 d.C.)


Seneca da un nuovo aspetto all'antica dottrina stoica che ciascuno è membro di 2 governi: dello stato civile e dello
stato più grande composto da tutti gli esseri viventi in virtù della sua umanità.
Lo Stato più grande è per Seneca una società dove i vincoli sono morali e religiosi più che giuridici e politici. Il suo
stoicismo era una fede religiosa. Gli effetti di questo senso umanitario erano evidenti nella legge classica romana.
"Nell'età dell'oro" gli uomini erano semplici, innocenti e vivevano secondo natura. La concezione cristiana del governo
implica sempre la teoria del diritto divino, giacché il reggitore è un ministro di Dio. La distinzione tra spirituale e
temporale era essenziale nella concezione cristiana, ciò fece nascere il problema di chiesa e stato con una diversità di
fedeltà e di giudizio che non rientravano nell'antica idea di cittadinanza.
L'aiuto che la chiesa poteva dare allo stato fu la ragione della sua accettazione da parte di Costantino.

S. AMBROGIO (350 d.C.) Autonomia della chiesa in materia spirituale con giurisdizione su tutti i cristiani compreso
l'Imperatore il quale è dentro la chiesa, non sopra di essa.

S. AGOSTINO (400 d.C.) "La Città di Dio" L'uomo è cittadino di 2 città, quella dov'è nato e la città di Dio. L'uomo ha
una duplice natura, egli è spirito e corpo insieme perciò contemporaneamente cittadino di questo mondo e della città
celeste. La città terrena è il regno di Satana, la città celeste è il regno di Cristo. Per Agostino fine dello stato è
realizzare giustizia e diritto, ma lo stato deve anche essere una chiesa, giacché la forma dell'organizzazione sociale era
religiosa. La chiesa era per Agostino la marcia di Dio nel mondo (frase usata impropriamente da Hegel per definire lo
Stato). Un vero stato deve essere cristiano. I poteri esistenti sono ordinati da Dio. L'uso della forza nel governo era
reso necessario come rimedio scelto da Dio contro il peccato.
Per Agostino le due società (terrena e celeste) si confondono nella vita terrena per essere separate nel giudizio finale.

S. GREGORIO (550 d.C.) Fu il padre del papato medioevale. Egli pensa che anche un cattivo reggitore abbia diritto
all'obbedienza passiva e che i sudditi non debbano giudicare ne' criticare la vita dei loro capi (santità del governo). Le
azioni del sovrano restano tra Dio e la sua coscienza. La "Dottrina delle due spade" è la divisione dei poteri tra stato e
chiesa (temporale e spirituale).
Difese l'Italia contro i longobardi, aumentò il prestigio della sede romana; vista la debolezza dei reggitori secolari
dovette assumere i doveri di un reggitore politico.
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Questa concezione della santità del governo maturò in un'età in cui l'anarchia era un pericolo maggiore che non il
controllo degli imperatori sulla chiesa.

PER I PADRI DELLA CHIESA questa era universale come l'impero e comprendeva tutti gli uomini. Il cristiano veniva
ad essere sottoposto ad una doppia legge e un doppio governo.
Gli interessi spirituali sono affidati alla chiesa, quelli temporali o secolari e il mantenimento dell'ordine della pace e della
giustizia al governo civile con l'opera dei magistrati.
Tra i 2 ordini dovrebbe prevalere uno spirito di mutua assistenza.

MEDIOEVO.

La riscoperta delle opere di Aristotele portava al medioevo una visione nuova della vita intellettuale greca: La chiave
per la conoscenza del mondo naturale è data dalla ragione. Le concezioni Aristoteliche riferite all città stato
richiedevano una revisione che le adattasse alle necessità storiche contingenti (LA POLITICA).

LA DOTTRINA DELLE DUE SPADE enunciata in modo autorevole alla fine del 5° secolo da papa GELASIO I
divenne tradizione accettata nel primo medioevo. Era un appiglio nella controversie tra papa e imperatore sugli
interessi temporali e spirituali. Per Gelasio, sulle tracce di S. Ambrogio, in materia di fede l'imperatore deve
subordinare il suo volere al clero e deve imparare più che insegnare. Da ciò la chiesa deve avere la giurisdizione su
tutti gli ecclesiastici, perché in nessun altra maniera può essere un'istituzione indipendente e autonoma. Come per
Agostino la distinzione tra spirituale e temporale costituisce parte essenziale della fede cristiana e deve essere perciò
norma di ogni governo che segua la legge cristiana, secondo la quale è illegale che un uomo sia allo stesso tempo re e
sacerdote. E' vero che ciascun potere ha bisogno dell'altro, ma in nessun caso un potere può esercitare l'autorità che è
propria dell'altro.

GIOVANNI DI SALISBURY (1150).


"Il Policratico" (1159): un popolo governato da un'autorità pubblica che agisce per il bene comune ed è moralmente
giustificata dalla sua legalità. "Chi usurpa la spada deve perire di spada" (difesa del tirannicida). La legge costituisce un
legame onnipresente in ogni relazione umana, inclusa quella tra governante e governato. Il concetto della universalità
della legge era un principio basilare.

S. TOMMASO D'AQUINO (Domenicano). 1200


La funzione del reggitore in terra è la felicità umana, pace ed ordine rimuovendo gli ostacoli che si frappongono al buon
vivere. Un'autorità limitata ed esercitata solo in conformità alla legge. Egli cercò di ricongiungere la legge umana a
quella divina per l'idea che vi sia uno scopo più ampio che quello di regolare i rapporti tra gli uomini. La legge umana
era una parte del sistema di governo divino che regge sia in cielo che in terra ogni cosa (riscoperta di un Aristotele
cristianizzato)
Ci sono 4 tipi di legge: 1) ETERNA - 2) NATURALE - 3) DIVINA - 4)UMANA.
La rivelazione aggiunge potenza alla ragione, non la distrugge. Fede e ragione costituiscono il tempio della conoscenza
e non sono mai in conflitto ne mai tendono a fini contraddittori.
La fede è il compimento della ragione.
Come la natura, la società è un sistema di fini e di scopi in cui l'inferiore serve al superiore.
Come Aristotele Tommaso definisce la società un sistema di scambi reciproci, cui contribuiscono diversi tipi di funzioni,
lavori e compiti, al fine di ottenere una vita buona.
Il governo è una funzione a cui è interessata l'intera comunità; come l'ultimo dei suoi sudditi il reggitore è giustificato
nelle sue azioni solo in forza del suo contributo al bene comune (un ministero dato da Dio). La sedizione è peccato
mortale, ma non la resistenza giustificata ad un tiranno.
Per Tommaso la legge umana deriva dalla legge naturale. Nessuno è obbligato ad un'obbedienza totale e persino
l'anima di uno schiavo è libera; perciò opporsi al tiranno non è solo un diritto, ma anche un dovere (influenza
aristotelica).
Il potere del Re deve essere limitato; per Tommaso, come per Loke, il re è vincolato come i suoi sudditi dalla ragione e
dalla giustizia e il suo potere deriva dalla necessità di conciliare la legge positiva con quella naturale. La legislazione
non è un atto di volontà, quanto un adattarsi al tempo e alle circostanze. Tommaso può definirsi un papista moderato e
considerava il sacerdotium un genere di autorità superiore a quella dell'imperium.

DANTE (1300).
Come Tommaso e Giovanni Di Salisbury Dante concepì l'Europa come un unica comunità cristiana governata da 2
autorità volute da Dio: IL SACERDOTIUM e L'IMPERIUM rappresentate dalla Chiesa e dall'Impero. L'imperialismo di
Dante fu solo un ideale di pace universale dato che la politica papale era fonte di discordia infinita.
Il potere imperiale deriva da Dio ed è quindi indipendente dalla chiesa, quello spirituale è del papa. Siccome i due poteri
sono riuniti solo in Dio, l'Imperatore non ha in terra nessuno che gli sia superiore. Per Dante l'impero romano fu l'unico
destinato al dominio e al governo del mondo per volere di Dio. Dante dimostra come il potere temporale sia contrario
all natura della Chiesa il cui regno non è di questo mondo. L'autorità deriva da dio e dal popolo. Il potere del re è
superiore a quello del suddito, ma inferire a quello del complesso sociale.
Nel 1356 con la "Bolla d'oro" la procedura per le elezioni Imperiali non accennava neppure alla conferma papale ed
Innocenzo IV dovette accettarla.

MARSILIO DA PADOVA (Neo protestante) 1320.


Il "Defensor Pacis" era dedicato a Lodovico il Bavaro. Egli non scrisse per difendere l'impero, ma per abbattere il
sistema imperialistico papale (da Innocenzo III).
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Le sue basi filosofiche derivavano da Aristotele col principio della comunità autarchica che sa soddisfare tanto i bisogni
fisici che quelli morali. Egli in base al principio "Averroistico"(che ammetteva la rivelazione cristiana staccandola però
dalla filosofia)dichiarò la separazione tra ragione e rivelazione (nessun filosofo potrebbe provare l'immortalità dell'anima
per dimostrazione). La felicità terrena si raggiunge anche senza l'aiuto di Dio (per salvarsi basta vivere secondo
morale). Le società umane sono pienamente autonome. Tutti gli eventi spirituali che toccano la vita terrena, cadono
sotto il controllo della comunità umana (contrasto con S. Tommaso che tendeva ad armonizzare ragione e fede). La
legge umana non deriva da quella divina, ma è in contrasto con essa.
LO STATO è una specie di essere vivente composto di più parti, ciascuna con una propria funzione vitale. La salute o
la pace consiste nella partecipazione di ciascuna di queste parti; il contrasto nasce una di queste non compie bene la
propria funzione o interferisce con un altra (aristotelismo). La ragione mostra che il governo civile è necessario come
mezzo di pace e di ordine. C'è anche bisogno della religione che serve in questa vita ed è mezzo di salvezza nella vita
futura. Per quanta sia la riverenza dovuta alla fede quale mezzo di salvezza, da un punto di vista secolare essa ha
perduto ogni valore. Essendo irrazionale non può essere considerata a fini razionali, per cui le questioni secolari
debbono essere risolte razionalmente prescindendo dalla fede. Politicamente il clero è solo una classe a fianco di altre.
La legge è di natura duplice: Divina ed Umana. La legge umana non deriva da quella divina, ma è in contrasto con
essa. Fonte dell'autorità legale è il popolo o chi lo rappresenta (netto contrasto con Tommaso che le 2 leggi un tutto,
derivando la legge umana dalla legge di natura).
Il clero non ha alcun potere coercitivo, è soggetto alle norme delle altre classi e risponde innanzi alle corti civili delle
violazioni della legge umana. La Legge Canonica non è giurisdizione distinta, essendo legge divina le sue sanzioni
sono solo ultraterrene.
Per Marsilio il papa non era successore di Pietro e la sua autorità era uguale a quella di altri vescovi.

GUGLIELMO D'OCCAM (Teologo Francescano) 1320.


La sovranità papale è un'eresia. Egli afferma l'indipendenza dei cristiani di fronte alle pretese di un papa eretico. La
differenza tra bene e male dipende dalla volontà di Dio. Attribuiva all'imperatore il potere d'intervenire in riforme della
chiesa, ma soltanto in via eccezionale. IL papa è diventato un tiranno. Limitazione dell'assolutismo papale, ma mutua
cordialità tra il potere spirituale e temporale purché ciascuno agisca nei limiti posti dalla legge divina e quella naturale
(non era interessato alle definizioni legali delle 2 giurisdizioni, quanto alle questioni teologiche).
Nega che il potere dell'imperatore derivi dal papa, ma dagli esponenti del popolo.
Il complesso della legge comprende: la volontà rivelata da Dio, la ragione naturale, i dettami dell'equità naturale, la
prassi comuni delle nazioni civili, la consuetudine e la legge positiva dei popoli particolari. Tutto ciò formava un unico
sistema flessibile nei suoi dettagli che permetteva mutamenti di tempo senza sensibili violazioni dei principi
fondamentali.
L'autorità deve essere giustificata dal bene comune.

MACHIAVELLI (1513).
Intorno al 1450 ci fu una ripresa dell'assolutismo papale e, tranne che in Inghilterra (con i Tudor) il potere monarchico
progredì enormemente nell'Europa occidentale.
La concezione del sovrano fonte suprema del potere politico diventò nel 1500 una forma comune del pensiero politico.
Crollavano le istituzioni medioevali mentre si imponeva la monarchia assoluta.
Il papa divenne tra i sovrani Italiani. Non c'era in Italia una potenza così forte da dare unità alla intera penisola.
Machiavelli ritenne la chiesa responsabile di questo stato di cose: "troppo debole per unificare, troppo forte per
impedirlo ad altri e con la sua posizione internazionale invitava le altre potenze straniere ad intervenire".
OPERE: "Il Principe" (tratta delle monarchie e dei governi assoluti)
"Discorsi sulla prima deca di Tito Livio" (L'espansione della Repubblica di Roma).
Indifferenza nell'uso di mezzi immorali per fini politici e la convinzione che il governo si fondi sulla forza e sulla violenza.
Egli sanziona l'immoralità da parte dei reggitori per i loro fini, ma non dubita mai che la corruzione morale renda
impossibile un buon governo. Ammira le virtù civiche degli antichi romani e degli svizzeri, ma ciò non implica che il
sovrano debba credere nella religione del popolo o praticare le stesse virtù. L'empirismo di Machiavelli è quello del
buon senso e dell'intuizione pratica, il suo metodo consiste nell'osservazione guidata dalla sagacia e dal buon senso.
Gli uomini sono generalmente cattivi, egoisti, aggressivi ed acquisitivi, con la conseguenza di essere sempre in una
condizione di lotta e di competizione che minaccia l'anarchia, impedita solo dalla forza della legge, da cui la sicurezza è
possibile solo se il governo è forte. Gli obblighi morali debbono perciò derivare dalla legge e dal governo (Hobbes).
Machiavelli era favorevole al governo popolare quando possibile e alla monarchia quando necessaria.
Il governo felice deve mirare alla sicurezza della proprietà e della vita (filosofia ripresa da Hobbes). Machiavelli
raccomanda il DISPOTISMO solo in 2 casi speciali : nella costituzione di uno stato, e nella riforma di uno stato corrotto.
Una volta fondato è stabile solo se il popolo è ammesso al governo e si conduce secondo la legge e il rispetto della
proprietà e dei diritti dei sudditi.
Desiderio di Machiavelli era l'unità d'Italia e sperava in un principe che avesse un'ampia visione per vederla unita e
fosse ardito abbastanza per tramutarla in realtà.
Il governo che avrebbe voluto era la città-stato espansiva del tipo di Roma. Il pensiero di Machiavelli era quello di un
uomo "pratico" senza un sistema generale al quale ricondurre tutte le sue osservazioni: "un politico puro". Egli più di
ogni altro creò il significato del termine "STATO" nell'uso politico moderno. Egli non considerò affatto la religione anche
se in Inghilterra, nello stesso periodo, M. Lutero aveva già iniziato la riforma protestante.

RIFORMATORI PROTESTANTI (1500).

Spezzata l'unità della chiesa, in modo che ne nascessero molte, dovette passare c.a. un secolo perché anche i
protestanti liberali potessero considerare la scissione come un fatto compiuto. La decisione circa la "vera fede" fu
affidata, ingrato compito, ai governi secolari.
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La RIFORMA accentuò il consolidamento del potere monarchico associandosi a forze politiche già in atto. el 14° SEC.
e nel 15° i riformatori avevano reclamato il diritto di resistere ad un papa eretico, nel 16° dovevano reclamare quello di
opporsi ai re eretici, i quali, più che non facesse il papa, "devastavano la chiesa". Si trattava ancora della riforma
religiosa, ma la questione era almeno altrettanto politica che religiosa.
Nacquero 2 dottrine politiche: 1) Che i sudditi avessero il diritto di opporsi ai loro sovrani per la conservazione della
fede cristiana, 2) Che avessero un dovere di obbedienza passiva, perché la resistenza è sempre ingiusta (Dottrina
Antimonarchica e Monarchica).

MARTIN LUTERO (1520)


Tanto Lutero quanto Calvino sostennero che l'opposizione ai governanti è sempre male.
Lutero era più propenso alla libertà personale e quindi contrario, a differenza di Calvino, alla costrizione in materia di
fede. La chiesa è l'assemblea sulla terra di tutti coloro che credono in Dio. No ai privilegi e alle immunità ecclesiastiche,
il clero deve rispondere come i laici in materia temporale. Con riluttanza egli concluse che l'eresia doveva essere
soppressa; questa conclusione portava alla violenza riponendo ciò nei reggitori secolari. Egli istituì le chiese di stato
luterano che erano quasi organi dello stato.
La sua dipendenza dai principi per il successo della riforma fece si che egli aderisse all'idea che i sudditi hanno verso i
sovrani un dovere di obbedienza passiva. La sottomissione della chiesa luterana e il loro misticismo è in netto
contrasto con le chiese calviniste nelle quali l'attività e persino il successo terreno fecero la loro apparizione come
doveri cristiani.

CALVINO (1540)
Il calvinismo venne a trovarsi in opposizione ai governi che non riusciva a convertire, perciò il principio di "obbedienza
passiva" fu annullato dai suoi seguaci (Knox).
Calvino si opponeva ad una combinazione tra stato e chiesa; una chiesa libera con l'appoggio del governo per
obbligare i recalcitranti. La dottrina calvinista della predestinazione era la fede in un sistema cosmico di
disciplina quasi militare. La sua morale era la disciplina, il controllo, tutte le virtù morali del puritanesimo, etica che
fece delle chiese calviniste le militanti del protestantesimo. Il calvinismo cercò di dare al clero un grande potere. Le
istituzioni secolari sono anch'esse mezzi di salvazione.
La "dottrina della predestinazione" era il mandato dei santi a governare; privo del misticismo luterano diede
maggior valore alle istituzioni secolari che dovevano mantenere integro il culto di Dio, sradicando il peccato e l'eresia
ma in una forma di dipendenza dalla chiesa.
La tendenza del pensiero sociale di Calvino fu aristocratica. Knox rifiutò la disciplina dell'obbedienza passiva (Scozia).
Lo stesso accadde in Francia; conclusione prevedibile per una chiesa calvinista esistente in uno stato che rifiutava sia
la sua dottrina che di imporre la sua disciplina; ciò scioglieva il dovere di obbedienza e affermava il diritto
all'opposizione la quale avrebbe avuto maggior possibilità di successo.

GIOVANNI BODIN (1576).


Con la "Repubblica" Bodin, sulle orme di Aristotele, volle togliere il potere sovrano dal limbo della teologia (diritto divino)
giungendo ad un'analisi della sovranità ed alla sua inclusione nella dottrina costituzionale. Il re come centro dell'unità
nazionale sopra le sette religiose e i partiti politici, considerando la possibilità di tollerare diverse religioni in un solo
stato, mantenendo l'unità nazionale anche se quella religiosa era perduta. Critico di tutte le sette religiose egli era
tuttavia profondamente religioso.
Fu legato ad un gruppo di pensatori moderati chiamato "I Politici", i quali, sebbene in massima parte cattolici, furono i
primi a considerare la convenienza politica della tolleranza religiosa, formando anche una base razionale per una
politica illuminata circa le principali questioni pratiche che si presentavano in quell'età sconvolta. La sua "Repubblica"
doveva offrire i principi di ordine ed equità sui quali ogni stato ordinato deve fondarsi.
Egli non aveva una teoria chiara del fine dello stato che definiva un "governo legale di parecchie famiglie e dei loro
beni comuni con potere sovrano.
Lo stato è formato da una associazione di famiglie riunite da una autorità sovrana.
La proprietà appartiene alla famiglia, la sovranità allo Stato e ai suoi magistrati.
PRINCIPIO DI SOVRANITA': La presenza di un potere sovrano è il contrassegno distintivo dello stato di fronte a tutti
gli altri raggruppamenti in cui rientrano le famiglie.
Bodin definisce la cittadinanza come la soggezione ad un sovrano.
Le concezioni che definiscono lo stato sono quelle di Sovrano e Suddito, ponendo fuori dalla dottrina politica i rapporti
sociali, etici e religiosi. Possono esistere tra i cittadini molti altri rapporti, ma soltanto la soggezione a un comune
sovrano ne fa’ cittadini: solo in questo caso esiste lo stato.
La sovranità è un potere supremo perpetuo non limitato dalla legge, perché il sovrano è fonte della legge e non è
tenuto a rispondere avanti ai suoi sudditi, ma è soggetto alla legge naturale e risponde dinanzi a Dio. Se un re è
vincolato nel suo agire da atti o da ordini, la sovranità risiede allora nell'assemblea e il governo è un'aristocrazia; così
come se il potere decisionale risiede sopra un corpo popolare allora il governo è democratico: insomma lo stato misto
non esiste.
Lo stato consiste nel possesso del potere sovrano. Il potere del sovrano è supremo, inalienabile, non limitato dalla
legge, ma esse è soggetto alla legge naturale e risponde innanzi a Dio.
Bodin è favorevole all'esistenza delle corporazioni e ad una politica di decentramento, ma ribadisce che queste
esistono unicamente perché il re lo permette e derivano i loro poteri dal suo consenso.
Nell'imporre tasse ci deve essere l'approvazione della famiglia. Il diritto di proprietà inerente alla famiglia pone un limite
definito anche al potere del sovrano, anche se combinare un diritto familiare inalienabile ad un potere sovrano assoluto
costituiva una difficoltà logica insormontabile.
La sovranità è limitata solo dalla legge naturale la cui osservanza distingue il vero stato dalla mera violenza.
E' obbligo del sovrano tener fede ai patti e alle alleanze; in questi casi il sovrano è senza dubbio vincolato. E Bodin, nei
casi in cui il sovrano infrangesse la legge naturale, ammette la disobbedienza a questi (affermazione in contrasto con
la sovranità illimitata).
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LEGES IMPERII: leggi connesse con la sovranità che neppure questa può mutare; la violazione di queste
significherebbe la fine della sovranità stessa (altra confusione: sovrano fonte della legge, ma soggetto a leggi che non
ha fatto e che non può mutare).
Lo stato di Bodin contiene 2 assoluti: Il potere legislativo assoluto del sovrano e i diritti irrevocabili della famiglia.

IL RINNOVAMENTO DELLA DOTTRINA GIUSNATURALISTICA (1600).

Tendenza a liberare la dottrina politica e sociale dalla teologia e considerarla come fenomeno naturale.

ALTUSIO. 1600 (Calvinista).


Elaborò la dottrina antirealista dei calvinisti francesi. Sviluppò una dottrina politica naturalistica fondata sulla sola idea
del contratto e libera da qualsiasi autorità religiosa. Il contratto aveva 2 aspetti:
1) un ruolo politico tra il reggitore e il suo popolo: un contratto di governo.
2) un ruolo generale sociologico nel chiarire l'esistenza di qualsiasi gruppo: un contratto sociale in senso ampio. Per
quest'accordo gli individui diventano conviventi e quindi partecipi dei beni, dei servigi e delle leggi create e mantenute
dall'associazione.
Altusio distingue 5 tipi di associazioni: Famiglia; corporazione volontaria (Collegium); comunità locale; provincia; stato.
Esistono perciò una serie di contratti sociali per gruppi sociali diversi, alcuni politici, altri no. Lo Stato è una di queste
serie, suo contrassegno è il potere sovrano, ma la sovranità risiede nel popolo. Le relazioni politiche erano tutte
disciplinate dal consenso e dal contratto.
Il potere è conferito ai funzionari di uno stato dalla legge dello stato. Questo è il secondo dei 2 contratti di Altusio: un
accordo per mezzo del quale il complesso corporativo da ai suoi amministratori il potere di rendere effettivi i suoi fini.
Questo potere torna al popolo se chi lo detiene ne abusa.

GROZIO (1600) (Giurista olandese, fondatore del moderno Diritto Internazionale)


LA LEGGE NATURALE.
Soggetto comune della sovranità è lo stato stesso; soggetto speciale è una persona o un gruppo di persone, secondo
la legge costituzionale di ciascuno stato. Il sovrano è perciò o l'ente politico stesso (lo Stato di Altusio) o il governo.
Grozio creò la concezione di una legge che regolava i rapporti tra gli stati sovrani non basata sui rapporti di forza, ma
su una trattazione sistematica delle norme che regolano i rapporti internazionali.
Per la sua trattazione di una legge internazionale dovette appellarsi all'idea di una legge fondamentale o legge di
natura che costituiva la base civile della legge di ogni nazione e che vincolava, con la sua intrinseca giustizia, tutti i
popoli, sudditi e reggitori. Per Grozio gli uomini sono istintivamente esseri sociali per cui il mantenimento della società è
di utilità maggiore dei benefici individuali.
Questa legge naturale da origine alla legge positiva degli stati, che fonda la sua validità sui principi fondamentali di tutti
gli obblighi sociali come quello della buona fede, della giustizia e del mantenimento dei patti. Le ingiunzioni di natura
sarebbero le stesse anche se Dio non esistesse.
In tutte le questioni si credeva che il sistema della legge naturale offrisse la linea scientifica adatta per avvicinarsi alle
discipline sociali e a quella per la prassi sociale.
Egli applicò alla legge il procedimento matematico-geometrico; tale metodo usato dagli studiosi in genere (nel XVII
sec.) forniva gli ideali dell'analisi, della semplicità e della chiarezza; oltre ad opporsi al dogmatismo e la fede cieca nella
tradizione. La legge naturale è un'idea, un modello come la figura geometrica perfetta: per questo il JUS GENTIUM
nell'antico significato della prassi comune, poteva essere definito come LEGGE INTERNAZIONALE dato che la prassi
comune era al massimo solo un indice e necessariamente un ottimo indice di ciò che è ragionevole.
IL CONTRATTO E IL CONSENSO INDIVIDUALE.
Una teoria politica fondata sulla legge naturale contiene 2 elementi:
IL CONTRATTO (per cui una società o un governo vengono ad esistere).
LO STATO DI NATURA (che esisteva prescindendo dal contratto).
Questo si applica nelle relazioni tra individui privati e in quelle tra sovrani (Legge Municipale e Legge Internazionale)
soggette alla legge di natura ed entrambe derivano dall'accordo e sono vincolanti perché auto imposte.
Legge e governo cadono nel campo generale della morale; esse non sono pure espressioni di forza, ma soggette alla
critica etica. Perciò, nel complesso, la teoria propendeva generalmente verso il "liberalismo politico".
L'uomo come membro di una comunità era considerato "assioma", per la legge naturale la qualità di membro esigeva
una spiegazione. La società è fatta per l'uomo, non l'uomo per la società. La priorità dell'individuo come carattere più
marcato della dottrina della legge naturale.

TOMMASO HOBBES (1651)


"Il Leviatano". (Organizzazione statale e politica assolutistica e opprimente).
Scrisse durante le guerre civili. Credeva che la monarchia fosse la forma di governo più stabile ed ordinata, anche se i
suoi principi spesso erano più vicini a quelli dei rivoluzionari, tanto che furono usati nel 1800 ai fini del liberalismo
borghese.
Egli concepì un sistema filosofico in 3 parti:
1) La prima doveva trattare del corpo e doveva comprendere la geometria e la meccanica (fisica).
2) La seconda la filosofia e la psicologia degli individui.
3) La terza del complesso di tutti i corpi, del corpo artificiale chiamato società o stato.
La filosofia di Hobbes voleva assimilare la filosofia e la politica alle scienze fisiche esatte.
Per Hobbes la causa (non il fine) che controlla la vita umana è il meccanismo psicologico dell'animale-uomo. Le società
derivate dalla vita in comune di tali animali, risultano dalle loro azioni e reazioni reciproche. Condizione per la loro
stabile unione non sono giustizia o altri ideali morali, ma le cause che possono evocare una specie di condotta
generalmente cooperativa (teoria scientifico-meccanicistica).
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Hobbes non abbandonò la legge di natura, ma diede ad essa un ruolo considerevole, asserendo che essa stabilisce le
condizioni ipotetiche su cui i tratti fondamentali degli uomini permettono la fondazione di un governo stabile.
Le leggi di natura non stabiliscono dei valori, ma determinano casualmente e ragionevolmente cosa è valido nel
sistema legale e in quello morale.
Secondo i suoi principi materialistici la realtà, attraverso il movimento dei corpi, viene trasmessa come un "moto vitale"
al cuore (più che al cervello). A seconda che il moto vitale è esaltato o represso appaiono 2 tipi primitivi di sentimento:
il desiderio e l'avversione.
Le emozioni sono sempre accoppiate e provocano 2 reazioni: DESIDERIO e AVVERSIONE; uno procura gioia, l'altro
dolore.
Il principio che si cela dietro ogni condotta è l'autoconservazione (conservazione dell'esistenza biologica individuale):
BENE è ciò che conduce a tale fine, MALE l'effetto opposto.
Hobbes cercò di fare dell'egoismo una regola di condotta su basi scientifiche.
Il desiderio di sicurezza è bisogno fondamentale della natura umana, al quale è correlato il desiderio perpetuo di
potere.
Date queste premesse nessuno può essere mai sicuro e senza il potere politico che ne regoli la condotta sarebbe la
guerra di tutti contro tutti e tale condizione è incompatibile con ogni specie di civiltà.
Nella natura umana ci sono 2 principi: DESIDERIO E RAGIONE.
Il primo li mette l'uno contro l'altro, il secondo insegna loro a fuggire una distruzione contro natura.
Il benessere sociale è costituito da una somma di egoismi separati.
La società è un corpo artificiale che gli uomini trovano vantaggioso per lo scambio di beni e di servizi individuali.
Questo netto individualismo fece della filosofia di Hobbes la dottrina più rivoluzionaria del suo tempo.
Lo stato è un "Leviatano" che nessuno ama, ha un fine utilitario ed è buono solo in quanto serve alla sicurezza privata.
La sicurezza dipende dall'esistenza di un governo che, per mantenere la pace, abbia il potere di applicare le sanzioni
necessarie a limitare le tendenze istintivamente asociali dell'uomo. Egli identificava il governo con la forza e, per
giustificarla, conservò l'antico espediente del contratto definito come un patto tra individui i quali rinunciano ad aiutarsi
da se e si sottopongono ad un sovrano.
Non è il consenso, ma l'abitudine che fa una corporazione o uno stato e unione significa sottomissione di tutti alla
volontà di uno; se non esiste sovrano non esiste società.
Tutti i poteri sono inerenti al sovrano. L'opposizione ad esso non è mai giustificata.
Qualsiasi governo è migliore dell'anarchia. In ogni governo deve esserci un potere sovrano e le leggi naturali non
costituiscono limiti all'autorità del sovrano.
Hobbes chiama il sovrano il Dio mortale e mette nelle sue mani la spada ed il pastorale. Per Hobbes la spiritualità è
un'invenzione dell'immaginazione, la chiesa non è che una corporazione e il capo ne è il sovrano senza alcun conflitto
con la legge umana, ma ricade nel suo ambito.
La scelta è tra governo e anarchia (utilitarismo). I vantaggi del governo sono tangibili e debbono tornare a beneficio
degli individui sotto forma di pace , benessere e sicurezza: "Questa è la sola ragione per cui un governo può essere
giustificato o esistere".
Una volontà pubblica è una finzione: sono soltanto gli individui che desiderano di vivere e godere protezione per vivere
(individualismo) mossi soltanto da interessi privati.

HALIFAX E LOCKE

La rivoluzione incruenta del 1688 in Inghilterra affermò la supremazia della religione protestante sul cattolicesimo e la
monarchia controllata dal parlamento sul governo repubblicano.
Tale forma di governo seppur di classe era a suo modo rappresentativo e liberale.
Fu instaurata una tolleranza religiosa. Sebbene religioso ed eticamente cristiano LOCKE fu profondamente razionale
ed antidogmatico. Assieme ad HALIFAX fecero fronte alle dispute teologiche con l'arma più mortale: l'indifferenza.

HALIFAX. (1680) Statista.


Per Halifax i principi applicabili al governo sono pochi. Esso è una cosa volgare messa insieme con espedienti e
compromessi e non c'è in esso quasi nulla che non sia fallace.
Legge e governo dipendono dall'intelligenza e la buona volontà di quelli che le attuano. Il governo deve essere il
compito di una classe dirigente animata da spirito pubblico, la sua virtù un compromesso tra forza e libertà: forte per
mantenere la pace, ma liberale abbastanza da evitare la repressione.
Dietro il governo sta la nazione e questa fa il governo, non viceversa.
C'è in ogni nazione un potere supremo che muta la costituzione tutte le volte che il suo bene lo esiga. simili principi di
autoconservazione nazionale sono fondamenti politici.
Per Halifax il miglior compromesso tra potere e libertà è una via di mezzo tra la monarchia assoluta e la repubblica:
UNA MONARCHIA MISTA, un governo costituzionale diviso tra il Re ed il Parlamento.
Il miglior compromesso tra potere e libertà è una via di mezzo tra la monarchia assoluta e la repubblica.

LOCKE (1690) Filosofo.


Il governo è responsabile verso il popolo; il suo potere è limitato sia dalla legge morale sia dalle tradizioni e dalle
convenzioni costituzionali inerenti alla storia del regno; esso esiste per il benessere della nazione.
I governi, come le società esistono per difendere i diritti individuali; la irrevocabilità di tali diritti è il limite all'autorità di
entrambi; la proprietà privata ne costituisce un caso tipico.
L'individuo e i suoi diritti figurano come principi costitutivi in una parte della dottrina di Locke, nell'altra è la società
stessa che ha questa parte: non c'è niente che spieghi come entrambi possano essere assoluti.
Le norme morali sono sempre valide, le osservino o meno i governi. I diritti i doveri morali sono intrinseci e precedenti
al diritto . I governi hanno l'obbligo di dare legislativamente effetto a ciò che è naturalmente e moralmente giusto.
Locke asserì che "'individuo ha naturalmente il diritto a quello cui egli ha mescolato il lavoro del suo corpo" (es.
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concimando e lavorando la terra) "estendendo col suo lavoro la sua personalità agli oggetti che produce" (derivazione
del diritto di proprietà privata).
Ciò condusse alle teorie del Valore-Lavoro nell'economia classica e socialista.
La società esiste come un diritto naturale, senza bisogno dell'accordo dei componenti la comunità.
La società quindi non crea il diritto e può solo regolarlo entro limiti determinati.
Società e governo esistono in parte per proteggere il precedente diritto privato alla proprietà.
VITA, LIBERTA', PROPRIETA': Egli concepì questi diritti naturali all stessa stregua: nati con l'individuo e quindi come
richieste irrevocabili sia alla società che al governo. Essi possono essere limitati solo per rendere effettive le esigenze,
agli stessi diritti, ugualmente valide di altre persone.
Questa dottrina era tanto egoistica quanto quella di Hobbes. Entrambi imposero alla dottrina sociale il presupposto che
l'interesse egoistico è chiaro ed impellente, mentre l'interesse pubblico e sociale è debole ed inconsistente.
Le tendenze a considerare la legge naturale nella scienza legale e morale come gli assiomi della geometria, fu come,
dopo Grozio, il pensiero del 17° secolo; anche se si può ammettere che certi valori morali sono evidenti è tutt'altro che
ovvio che essi debbano essere dei diritti innati individuali.
Per Locke le idee non sono innate, ma derivano dai sensi. Le norme di condotta pretendono la validità desunta
dall'esperienza (empirismo).
IL CONTRATTO ORIGINARIO per mezzo del quale gli uomini si incorporano in una società è il patto che esiste tra
individui che fondano uno stato il cui il potere deriva dal consenso dei membri ed è finalizzato alla protezione dei diritti
individuali (vita, libertà, proprietà).
Locke considerava la costituzione del governo meno importante del contratto originario che crea una società civile. La
maggioranza della comunità forma un governo.
La forma del governo dipende dal modo di disposizione del potere deciso dalla comunità e può essere di una forma od
un'altra.
Locke ammetteva che il potere supremo fosse quello legislativo, quantunque ammettesse anche a quello esecutivo di
aver parte nella legislazione.
Per Locke è importante per la libertà che i poteri legislativo ed esecutivo non siano nelle stesse mani ed entrambi sono
limitati. Il suo è un potere di fiducia, giacché il popolo ha il potere di mutare la legislazione quando essa agisca
contrariamente alla fiducia riposta in essa.
La società e il governo inglesi sono 2 cose distinte; il secondo esiste per il benessere della prima ed è giusto mutare un
governo che minacci gli interessi sociali.
L'ordine morale è permanente e si perpetua da se ed i governi sono soltanto fattori dell'ordine morale.

ROUSSEAU (1750).
Trasformò il contrasto tra natura e realtà in un attacco alla ragione (illuminismo). Il valore della vita deriva dai
sentimenti comuni e dagli istinti, rispetto ai quali gli uomini non differiscono, essi esistono in forma più pura nell'uomo
semplice, non educato che in quello illuminato e raffinato (l'Emilio).
Un uomo che pensa è un animale depravato. L'intelligenza è pericolosa perché minaccia la riverenza, la scienza
distrugge la fede, la ragione è cattiva perché contrappone la prudenza all'intuizione morale. Senza riverenza, fede ed
intuizione morale non esiste carattere ne' società. Rousseau riuscì a trascinare la filosofia dalla sua parte contro la
tradizione (illuministica) che le era propria. Kant riconobbe in Rousseau il valore superiore della volontà morale in
confronto alla ricerca scientifica. La sfiducia nell'intelligenza divenne caratteristica della filosofia del 19° sec. Tanto
Rousseau che Kant negarono che l'interesse egoistico razionale sia un movente morale accettabile.
Egli attaccò la filosofia dell'individualismo sistematico attribuibile ad Hobbes e Locke; obiettò ad Hobbes che lo stato di
guerra attribuito agli individui nello stato di natura appartiene alle persone pubbliche o ai sovrani. Gli uomini non
combattono come individui distinti, ma come cittadini o sudditi. Lo scrittore che influì maggiormente nel suo distacco
dall'individualismo di Platone.
Rousseau desunse da Platone il presupposto implicito nella filosofia della città-stato, cioè la soggezione politica sia
essenzialmente un fatto etico e che la comunità stessa sia la massima rappresentante della moralità esprimendo
quindi il più alto valore etico.
L'individualismo, la libertà, l'interesse personale, il rispetto dei patti, possono esistere solo nella società; fuori dalla
società non esiste morale, da essa gli individui traggono la loro felicità e diventano umani; la categoria morale
fondamentale non è l'uomo, ma il cittadino.
Rousseau non ha mai pensato all'abolizione della proprietà privata, ma la sua idea era quella che tutti i diritti, compreso
quello di proprietà, sono diritti nell'ambito della comunità e non contro di essa.
La base della sociabilità non è la ragione, ma il sentimento, la sofferenza è sempre penosa per chi non sia perverso. In
questo senso gli uomini sono naturalmente buoni. L'egoista calcolatore non esiste in natura, ma in una società corrotta.
Il "CONTRATTO SOCIALE (1762) ove Rousseau tratta della volontà generale e critica il diritto naturale. La piccola
comunità (città-stato) era per lui il miglior esempio di volontà generale e questo gli rese impossibile discutere in modo
efficace la politica contemporanea.
Il suo contratto non ha niente a che fare con i diritti e i doveri del governo, poiché il governo altro non è che il
rappresentante del popolo, talmente privo di poteri indipendenti da non costituire parte contraente.
La volontà generale rappresentava un fatto unico riguardo a una comunità, vale a dire che vi è un bene
collettivo della comunità che non coincide con gli interessi privati dei suoi membri.
La comunità vive la sua vita, essa ha una sua volontà: la volontà generale.
I diritti degli individui che la legge naturale attribuisce agli uomini come tali, sono in realtà i diritti dei cittadini. Gli uomini
diventano uguali per "convenzione e diritto legale" e non, come diceva Hobbes, poiché il loro potere fisico sia
sostanzialmente uguale.
Il paradosso della libertà di Rousseau arriva al punto di dire che un uomo che abbia convinzioni morali opposte a quelle
della comunità è capriccioso, non sa riconoscere il suo bene e i suoi desideri e andrebbe soppresso. Forzare un uomo
ad essere libero è un eufemismo per renderlo ciecamente obbediente alla massa o al partito più forte.
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La volontà generale è sempre giusta, perché vuole il bene sociale che costituisce in se la norma del diritto.
Ciò che non è giusto non è volontà generale.
La filosofia di Rousseau contro il razionalismo, col suo schema di valori individuale, esaltò il gruppo sociale, la
partecipazione e la coltivazione dell'irrazionale. Con la volontà popolare diminuiva l'importanza del governo in
quanto la sovranità appartiene al popolo con una democrazia diretta ove i cittadini prendono parte alle riunioni
civiche.
La dottrina della volontà generale sminuiva l'importanza del governo escludendone ogni forma
rappresentativa, perché la sovranità popolare non può essere rappresentata.
Durante tutto il 18° sec. la tradizione del razionalismo filosofico e del sistema giusnaturalistico andarono via via
decadendo, negandoli Rousseau vi aveva sostituito l'autonomia del sentimento.
Il sentimento che egli destò, anche se non era nelle sue intenzioni, fu una idealizzazione del patriottismo nazionale.

CONVENZIONE E TRADIZIONE: HUME E BURKE.

In Inghilterra il sistema giusnaturalistico aveva perduto la sua utilità. L'utilitarismo inglese eliminò le idee incongrue
come quelle di giustizia e diritto naturali.

HUME: RAGIONE, FATTO, VALORE (1740 Filosofo scozzese) .


Con il "Trattato sulla natura umana" (1740) Hume distrusse tutte le pretese di validità scientifica del diritto naturale.
Dato il rapporto di causa-effetto c'è soltanto tra essi un rapporto di correlazione empirica, questi fatti sono
fondamentalmente diversi dalla matematica e dal ragionamento deduttivo che dimostra soltanto che una proposizione
deriva dall'altra.
La legge di natura dichiarava sempre che esistono principi razionali di diritto o giustizia o libertà che si possono
dimostrare necessari ed inevitabili. Per Hume questa era un'altra confusione.
La legge di natura non può dimostrare certi principi necessari ed inevitabili, visto che non ci si riferisce alla ragione, ma
ad inclinazioni umane. La ragione in se non detta un modo di agire particolare, il fatto che un risultato piaccia o non
piaccia non è in se ragionevole o irragionevole, essa è e deve essere solo la schiava delle passioni e obbedir loro.
Ci sono 3 operazioni fondamentali diverse, tutte confuse sotto il nome di ragione:
1) La deduzione o ragione in senso astratto. 2) La scoperta della relazione empirica o causale.
3) L'attribuzione di un valore, come quando si parla di diritto, di giustizia o d'utilità.
Se queste 3 operazioni si distinguono, tutta la supposta razionalità della legge naturale si spezza. Siccome le ultime 2
non sono strettamente razionali, contengono fattori non dimostrabili; per la parte non dimostrabile della ragione Hume
adottò il nome di "convenzioni", presenti nelle scienze empiriche e sociali. Esse sono inevitabili ed appaiono valide per
l'uso abituale che gli uomini ne fanno per creare norme d'azione più o meno stabili. Non si può dimostrare che siano
necessarie: si potrebbe sempre ammettere il contrario. Hume attaccò le 3 grandi branche del sistema giusnaturalistico:
LA RELIGIONE NATURALE - L'ETICA RAZIONALE - LA DOTTRINA POLITICA DEL CONTRATTO O DEL
CONSENSO.
L'utilitarismo di Hume non diede speciale valore all'egoismo, ne attribuì pretese indebite all'intelligenza umana. Il
dovere di obbedienza civica derivato dalla dottrina del consenso, più che derivare dall'obbligo di mantenere un patto è
più simile ad una convenzione tra quelle utili ai bisogni umani in genere; se esse diverranno troppo sconvenienti gli
uomini le cambieranno anche con la violenza.
Qualsiasi norma è meglio di nessuna norma, sperando che esse agiscano bene. Non sono verità eterne radicate nella
natura, ma modi di condotta giustificati dalle loro conseguenze e fissati dall'abitudine(convenzioni). Hume distinse 2
complessi di convenzioni:
1) Quelle che regolano la proprietà (le norme di giustizia). Il possesso dei beni deve essere stabile, può essere
trasferito pere consenso. I patti debbono vincolare.
2) Quelle che riguardano la legittimità dell'autorità politica. Un governo legittimo si fonda su un complesso di
norme convenzionali che lo distinguono dall'usurpazione.
Al posto dei diritti irrevocabili o della giustizia e libertà naturali, resta l'utilità personale e sociale che si risolve in norme
convenzionali di condotta per i fini umani.
Queste convenzioni diffuse tra gli uomini mutano nella loro forma lentamente, non si possono però dire universali o
leggi di natura.
Le convenzioni sociali non possono pretendere una loro validità se non nel senso che sono generalmente convenienti e
conformi al giudizio di utilità degli uomini.
Ammesso il principio di utilità, tutto il sistema giusnaturalistico può essere eliminato. Paradossalmente il positivismo di
Hume produsse una reviviscenza religiosa ed una fede più ferma nei valori etici assoluti (Ruosseau).
Ci fu una nuova stima del valore della consuetudine e della tradizione. Anziché considerarle in antitesi con la ragione,
la nuova filosofia preferì vedere in esse lo sviluppo di una ragione implicita nella coscienza della stirpe o della nazione.

BURKE: LA COSTITUZIONE PRESCRITTIVA (1790) Statista irlandese.


Si avvicinò alla tradizione politica con un senso di riverenza religiosa. Seppure accettando le negoziazioni di Hume
sulla legge naturale egli afferma che "l'arte è la natura dell'uomo, le regole sociali che si sviluppano sono natura
umana, senza di esse, i codici e le istituzioni morali in cui esse si esprimono si può essere una bestia o un Dio, ma non
un uomo"(Aristotele).
Burke rappresentò la reazione necessaria alla distruzione di Hume delle eterne verità della ragione e della legge
naturale. Sentimento, tradizione e storia idealizzata subentravano al posto dei diritti immediatamente evidenti e il culto
della comunità si sostituiva al culto dell'individuo.
Le istituzioni politiche formano un sistema di diritti prescrittivi e di osservanze consuete, esse derivano dal passato e si
adattano al presente.
La tradizione costituzionale dovrebbe essere oggetto di riverenza quasi religiosa, perché costituisce il deposito
dell'intelligenza e della civiltà collettiva.
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Si scagliò contro gli eccessi della rivoluzione francese ripudiando la teoria dei diritti naturali - il governo rivoluzionario,
rovesciando la monarchia, era diventato un nemico della società francese e ne andava distruggendo la civiltà. Accettò
la dottrina di Locke che la costituzione è un equilibrio di poteri, di corona, di Lords e di comuni. Per Burke l'equilibrio
esiste tra gli interessi acquisiti nel regno, e la sua base è semplicemente la prescrizione, non l'inviolabilità dei diritti
individuali.
Fu d'accordo con Hume nel pensare che i sistemi di una società politica siano convenzioni santificate dall'uso e dalla
consuetudine.
Egli pensava che la rappresentanza virtuale in un governo parlamentare dovesse essere rappresentata da una
minoranza compatta (partiti) animata da forte spirito pubblico con un parlamento dove i capi di questa minoranza
potessero essere tutti chiamati a rendere conto del loro agire da parte del loro partito, nell'interesse però di tutto il
paese.
La regola della maggioranza è una convenzione sociale, un sistema pratico stabilito per accordo comune e corroborato
dalla consuetudine, della tradizione e della partecipazione alla vita sociale assolutamente ignoto alla natura.
Una grande tradizione politica contiene le chiavi del suo sviluppo che non avviene per una servile continuazione dei
fatti precedenti, ma per l'adattamento della prassi consueta a situazioni nuove. L'arte dello statista consiste in questo:
conservare trasformando. La qualità morale della natura umana non è data tanto dalla ragione, quanto dalla
consuetudine, dalla tradizione e dalla partecipazione alla vita sociale.
L'atteggiamento reverenziale di Burke rispetto allo stato come portatore dei più alti valori della civiltà umana divenne
una caratteristica del pensiero Hegeliano e dell'idealismo inglese.
Egli fuse politica e religione.

BURKE, ROUSSEAU ED EGHEL.

Burke è considerato il fondatore del conservatorismo politico. La sua reazione contro la rivoluzione francese condusse
ad una filosofia sociale che dette un nuovo valore alla stabilità e alla forza della consuetudine. Con Hegel, che riprese il
pensiero di Burke si segnava il principio di un età in cui le forze rivoluzionarie erano pronte a congiungersi con quelle
conservatrici. La nostalgia di Rousseau per la città stato e la reverenza di Burke per la tradizione nazionale
rappresentavano entrambe il nuovo culto della società che si stava sostituendo all'antico culto dell'individuo.
Hegel cercò di dimostrare che l'apparente frammentarietà della tradizione sociale può essere compresa in un sistema
generale dell'evoluzione sociale e che dalla forma razionale di questa evoluzione si traeva un metodo applicabile alla
filosofia e agli studi sociali in genere.

HEGEL: LA DIALETTICA E IL NAZIONALISMO (1800).


Caratteristica predominante della filosofia di HEGEL fu il grande valore che egli attribuì allo stato nazionale. Lo spirito
della nazione (Wolksgeist), che agisce attraverso gli individui indipendentemente dalla loro volontà, era per lui il vero
creatore dell'arte, della legge, della moralità e della religione.
Lo stato perciò guida lo sviluppo della nazione e ne è il fine. Esso include tutto ciò che la nazione produce e che
ha un valore morale e spirituale per la civiltà.
Così Hegel toglieva al nazionalismo gli elementi radicali, egalitari e individualistici dell'era rivoluzionaria.
Nella filosofia hegeliana ci sono 2 elementi: la dialettica e una dottrina dello stato nazionale come incarnazione della
potenza politica.
Nella sua filosofia si combinavano 2 linee di pensiero che più tardi si opposero una all'altra. C'era una dottrina
conservatrice ed antiliberale dello stato come potenza nazionale e c'era la dialettica che offrì il punto di partenza ad un
nuovo radicalismo proletario.

IL METODO STORICO.
Il metodo storico doveva mostrare gli stadi necessari dello sviluppo sociale e morale.
La base era la convinzione che la dialettica avesse scoperto una legge di sintesi inerente sia alla natura dello spirito
che alla natura delle cose.
Studiata bene la storia offre i principi per una critica obiettiva che distingue il vero dal falso, il reale da ciò che è
puramente "apparente". Tale studio richiedeva uno speciale apparato e questo era fornito dalla "dialettica".

LO SPIRITO DELLA NAZIONE.


Egli si convinse che la civiltà occidentale è il prodotto di due grandi forze: la libera intelligenza della Grecia e la più
profonda intuizione morale e religiosa del cristianesimo.
Tutti gli elementi di una cultura formano un'unità in cui religione, filosofia, moralità si influenzano l'un l'altro esprimendo
lo spirito del popolo che li crea; e che la storia di un popolo è il processo attraverso il quale si realizza il progresso della
civiltà umana. HEGEL scoprì in questo processo 3 momenti: 1) Un periodo di spontaneità naturale, ma inconsapevole.
2) Un periodo di delusione e autocoscienza in cui lo spirito si "rivolge al suo intimo" e perde la sua spontanea creatività.
3) Un periodo in cui esso ritorna a se stesso ad un piano superiore immettendo l'esperienza tratta dalla delusione in
una nuova era che unisce la libertà all'autorità e all'autodisciplina.
Questi stadi che si ripetono in mille contesti furono razionalizzati nei 3 stadi della dialettica:
TESI - Antitesi - Sintesi, il cui processo totale si chiama Pensiero.
La civiltà greca rappresenta il primo stadio. Socrate e il Cristianesimo il secondo. Il periodo del protestantesimo e
delle nazioni tedesche che hanno inizio con la riforma il terzo.
Lo spirito nazionale è una manifestazione di quello universale in uno stadio particolare del suo sviluppo storico. Le idee
e le istituzioni sono come parti di un tutto culturale e la loro storia è il mezzo per intendere il loro valore presente ed il
loro ruolo futuro nello sviluppo della cultura universale.

LO STATO TEDESCO ("La Costituzione tedesca" del 1802).


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Hegel identificava il particolarismo tedesco con un anarchico amore per la libertà erroneamente interpretata come
assenza di disciplina e di autorità. A ciò opponeva la vera libertà, sottraendosi "all'anarchia feudale" e creando un
governo nazionale. Inoltre Hegel supponeva una opposizione tra diritto privato e diritto pubblico e costituzionale (del
tutto estranea al pensiero politico inglese).
Questo corrisponde al contrasto tra stato e società civile che divenne una particolarità tipica della sua dottrina.
Lo stato è il potere "de facto" espressione dell'unità nazionale e aspirazione nazionale all'autogoverno e il potere di
attuare la volontà nazionale all'interno e all'estero.
La forma precisa del governo era per Hegel indifferente prescindendo dal fatto che egli considerava come condizione
necessaria per l'esistenza di uno stato una monarchia nazionale costituzionale.
Per HEGEL due figure eroiche della politica moderna erano Machiavelli e Richelieu.
Le norme della moralità privata non limitano l'azione degli stati, uno stato ha il dovere di conservarsi e di rafforzarsi.
Egli identificava la libertà dell'individuo con la sua volontaria dedizione alla realizzazione nazionale che è nello stesso
tempo realizzazione individuale.
La monarchia nazionale era la forma più alta di governo costituzionale, l'unico ove c'è idealmente sintesi di autorità e
libertà ove obliare le forme antiquate del particolarismo feudale in funzione della vita nazionale.
Fino a questo punto egli accettava le conseguenze della rivoluzione francese, ma dissentiva dall'individualismo della
dottrina rivoluzionaria.
Ciò che deve essere è una nazione tedesca moderna. Il "deve" è un imperativo morale, una cosa a cui gli uomini
debbono devozione e fedeltà, la quale da pregio ai loro modesti fini personali identificandoli con il destino della civiltà
stessa. Questo insieme di necessità morale, fisica e logica era la stessa della dialettica.

LA DIALETTICA E LA NECESSITA' STORICA.


("La Filosofia del diritto" 1821). Le istituzioni economiche, politiche, giuridiche, morali, sono di fatto socialmente
interdipendenti e lo stato è moralmente superiore alla società civile.
Scopo della dialettica era di fornire un apparato logico tale da rivelare la necessità della storia. La storia di un
popolo documenta lo sviluppo di una singola mentalità nazionale che si esprime in tutti gli aspetti della natura. Le
filosofie, le religioni e le istituzioni sono "invenzioni consapevoli create a fini pratici".
Gli individui contano poco nel risultato finale, sono dei mezzi e i loro desideri vanno sacrificati al successo dei fini più
alti delle nazioni.
La storia è progresso ciclico o a spirale. I processi storici vanno per opposti: ogni tendenza portata al massimo del
suo sviluppo nutre un opposta tendenza che la distrugge (democrazia in licenza, monarchia in assolutismo).
Dappertutto le forze si trasformano nei loro opposti e l'equilibrio non è mai permanente. L'abbattimento di una
situazione non è mai totale, quando il torto e il giusto di entrambe sono pesati, emerge una terza posizione che unisce
la verità contenuta in entrambi.
Hegel credeva che questa fosse l'intuizione espressa da Platone nei suoi "Dialoghi" e perciò adottò, come nome del
processo, la parola "dialettica".
Contraddizione è la feconda opposizione tra i sistemi che costituisce una critica obiettiva di ciascuno e conduce
continuamente ad un sistema più vasto e più coerente. La dialettica era un metodo applicabile agli studi sociali .
La società stessa e le parti essenziali della sua struttura (civiltà, morale, istituzioni) progrediscono sotto la tensione
continua di forze interne, ed il loro continuo riassestamento attraverso il pensiero. Per questo si tratta di un vero
metodo storico.
La dialettica suggeriva che la storia sociale si dovrebbe concepire come una successione di periodi di sviluppo
punteggiata da periodi di rivoluzione. Le forze e le tensioni inerenti ad una determinata situazione costruiscono fino a
un punto di rottura in cui tutto il sistema è sottoposto ad un violento cambiamento di fase.

CRITICA DELLA DIALETTICA.


La dialettica combina insieme un giudizio morale ed una legge causale di sviluppo storico. La Germania deve diventare
uno stato non perché i tedeschi lo vogliono e non perché così sarà nonostante ciò che essi vogliono, ma perché così
deve essere, visto che i supremi interessi della civiltà e della vita nazionale esigono un tale risultato ed anche perché ci
sono forze "causali" che spingono in quella direzione.
Per Hegel il senso di dovere individuale si concreta nella vocazione dell'individuo come membro della sua nazione; sui
presupposti della dialettica la comunicazione stessa diventa difficile perché nessuna proposizione è mai del tutto vera o
del tutto falsa. La pretesa della dialettica era di fondere il relativismo con l'assolutismo.

L'INDIVIDUALISMO E LA DOTTRINA DELLO STATO.


Il culmine dell'evoluzione politica, consiste nella nascita dello stato e nella sua accettazione da parte dei cittadini, come
un piano di evoluzione politica al di sopra della società civile. Come nuova emanazione dello spirito del mondo, lo stato
nazionale è veramente divino.
La rivoluzione francese aveva chiuso un era intellettuale e politica. La dottrina giusnaturalista invecchiò in un tempo
brevissimo. La sua plausibilità era dipesa dai grandi sistemi razionalistici del 600 che nell'800 non avevano più autorità.
In Francia l’idealizzazione radicale della cittadinanza di Rousseau e in Inghilterra l'idealizzazione conservatrice della
tradizione di Burke avevano già suggerito le linee del pensiero che la filosofia hegeliana rese sistematico.
L'individuo totalmente razionale che persegue fini posti da propensioni native e personali era una concezione che
difficilmente poteva reggere all'esame storico o psicologico.

LIBERTA' E AUTORITA'.
Hegel identificava negativamente l'individualismo; per essere correttamente compreso, l'individuo deve essere
considerato come membro della società e dello stato.
La libertà è un fenomeno sociale che sorge attraverso lo sviluppo morale della comunità, assegnato all'individuo dalle
istituzioni legali ed etiche della comunità, per cui non può essere paragonata all'egoismo o alle inclinazioni private.
La libertà consiste piuttosto nell'adattamento dell'inclinazione e della capacità individuale al compimento di un lavoro
socialmente significativo, oppure nel trovare il proprio posto e i doveri che esso comporta.
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Anche la felicità privata richiede la dignità che si conviene allo stato sociale e alla consapevolezza di aver parte in un
opera socialmente utile. Nessuna esigenza di libertà o felicità può essere moralmente sostenuta, a meno che il
desiderio non coincida con qualche aspetto del bene comune e sia difeso dalla volontà generale.
La dottrina hegeliana della libera cittadinanza, come quella platonica ed aristotelica, non si esprime in termini di diritti
privati, ma di funzioni sociali.
Nello stato la libertà negativa dell'egoismo è sostituita dalla vera libertà della cittadinanza.
Lo stato deve essere assoluto, dato che solo esso rappresenta i diritti etici, per cui l'individuo consegue libertà e dignità
morale solo in quanto si dedica al servizio dello stato.

LO STATO E LA SOCIETA' CIVILE.


Stato e società civile stanno su due piani dialetticamente distinti. Lo stato non è un mezzo, ma un fine. Esso
rappresenta l’elemento di sviluppo spirituale della civiltà e, come tale, usa o crea la società civile per il compimento dei
propri fini. Lo stato è assolutamente razionale, la divinità che conosce e vuole se stessa, l'essenza eterna e necessaria
dello spirito, "la marcia di Dio nel mondo"(S. Agostino).
La proprietà non è creata dallo spirito o dalla società, ma è una condizione indispensabile della personalità umana
(come per Locke). La potenza dello stato è assoluta, ma non arbitraria, essa deve sempre esercitare i suoi poteri nelle
forme della legge.
La legge, essendo generale, deve pesare egualmente su tutte le persone cui viene applicata.
L'essenza del dispotismo è l'illegalità, quella di un governo libero e costituzionale è di escludere l'illegalità e produrre
sicurezza. Il monarca, secondo Hegel, non ha poteri considerevoli, il suo potere dovrebbe derivargli dalla sua posizione
legale di capo dello stato, una specie di simbolo visibile di astrazioni come lo spirito della nazione, legge nazionale,
stato nazionale.

IL SIGNIFICATO POSTERIORE DELL'HEGELISMO.


Nella seconda metà dell'800 la filosofia politica di Hegel rifletteva la Germania del secondo impero che fondata su ideali
di forza, poneva la nazione al di sopra del diritto internazionale e della critica morale. Nelle conseguenze politiche era
uno stato antiliberale, ma non anticostituzionale, il suo aforisma era "non un governo di uomini ma di leggi".
La società diventava un sistema di forze più che una comunità di persone e la sua storia uno svolgimento di istituzioni
che appartengono alla comunità come entità collettiva.
La storia istituzionale parte dominante degli studi sociali. Per l'azione di queste forze sociali il giudizio morale
dell'individuo ed il suo interesse personale diventavano quasi irrilevanti, poiché chi agisce nella società sono forze che
si giustificano da se, essendo il loro corso inevitabile. Marx considerò mistificazione il nazionalismo hegeliano che
corrompeva la dialettica, trasformandolo nel materialismo dialettico e considerando la dialettica come
l'interpretazione economica della storia come mezzo scientifico per spiegare l’evoluzione sociale.

LIBERALISMO: IL RADICALISMO FILOSOFICO (1800).

Fondamentali furono i mutamenti che avvennero nella borghesia commerciale ed industriale, man mano che si
consolidavano. Questa classe formò in ogni parte la punta della riforma politica liberale dell'800 e la tendenza allo
sviluppo dell'industria e del commercio rendevano prevedibile l'espansione del suo potere politico. La dottrina andava
trasformandosi da rivoluzionaria in utilitaria. Il liberalismo ebbe il suo massimo sviluppo in Inghilterra anche se toccò
tutti i paesi dell'Europa occidentale e l'America (tranne la Germania).
Si sviluppò in Europa un movimento operaio proletario socialista e radicale che fu subito incorporato nella dottrina
marxista della lotta di classe.
Il liberalismo inglese fu diviso in 2 periodi: il primo dove era ideologia prevalente degli interessi borghesi, il secondo
nella sua trasformazione di una comunità nazionale il cui ideale era la protezione e la conservazione degli interessi di
tutte le classi (Liberalismo dei radicali - Liberalismo moderno).
Il liberalismo si trasformò in un ponte intellettuale tra l'individualismo del suo stadio primitivo, eredità della filosofia
dell'era rivoluzionaria, e l'ammissione del valore di interessi sociali comuni che tendevano a presentarsi in forme
antiliberali.
Così scopo del successivo liberalismo fu contemporaneamente la conservazione delle libertà civili e politiche
individualiste ed il loro adattamento alle trasformazioni dell'industrialismo e del nazionalismo.
La linea di distinzione liberalismo radicale e quello moderno fu tracciata da Mill.

IL PRINCIPIO DELLA MASSIMA FELICITA'.


La filosofia sociale dei radicali era il principio della massima felicità del maggior numero (Bentham, "Frammento
sul governo", 1776) come misura di valore, la sovranità legale come presupposto necessario per una riforma
attraverso il procedimento legislativo ed una giurisprudenza che si dedicasse all'analisi e alla censura della legge alla
luce del suo contributo alla felicità generale.
Piacere e dolore per Bentham offrono il valore tipico richiesto dalla giurisprudenza censoria, ma anche le cause della
condotta umana, dalle quali il legislatore sapiente può controllarla e dirigerla.
Dal punto di vista di Bentham ogni complesso corporativo quali la società o lo stato è fittizio.
Qualsiasi cosa fatta in suo nome viene fatta da qualcuno ed il suo bene è la somma degli interessi dei vari membri che
lo compongono. L'utilità del principio di massima felicità consiste perciò nel fatto che esso è il grande solvente delle
finzioni, perché esso vuol dire che il vero significato di una legge o di una istituzione si deve giudicare dai suoi risultati
pratici e dalla sua azione rispetto agli individui singoli.
Dato che il valore si identifica col piacere e questo è dato soltanto dall'esperienza di certi individui, la bontà
del governo e della legge si misura negli effetti sulla vita degli uomini. Tale principio è il postulato di ogni filosofia
liberale.
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LA DOTTRINA GIURIDICA DI BENTHAM (1800 Fondatore dell'utilitarismo).
Il principio della massima felicità metteva nelle mani del legislatore uno strumento di valore pratico universale. Il
legislatore ha bisogno solo di conoscere le circostanze di tempo e di luogo che hanno prodotto usanze e consuetudini
peculiari per dirigere la condotta con l'assegnazione di punizioni o penalità atte a produrre i risultati più desiderabili.
Consuetudini e istituzioni non sono altro che abitudini che possono ostacolare un intelligente adattamento dei mezzi ai
fini: sono la parte del tecnicismo e delle finzioni cui il principio di massima felicità dovrebbe ovviare (sfiducia nella
consuetudine e la sua totale subordinazione alla legislazione).Questa concezione veniva applicata da Bentham a tutti i
rami della legge civile e penale e al sistema giudiziario.
Il diritto di un singolo implica che la sua libertà d'azione sia garantita da una penalità che impedisca ad un altro di
violarla. L'utilità della legge deve essere sempre commisurata alla sua efficacia, all forza delle sanzioni e alle sue
conseguenze nel produrre un sistema di scambi che sia vantaggioso al massimo numero di membri della comunità.
L'utilità è il solo motivo ragionevole per rendere obbligatoria l'azione. La sicurezza della proprietà è una condizione
importante per ottenere la massima felicità. La santità del contratto si giustifica solo perché contribuisce alla fiducia
delle transazioni commerciali. Nel campo penale la punizione è sempre un male perché produce dolore ed è giustificata
solo in quanto previene un male futuro e ripara ad un male già fatto.
Norma generale è che la pena debba superare il profitto ottenuto arrecando l'offesa ma superi quanto meno possibile il
danno causato dall'offesa
L'ideale di Bentham fu "Ciascuno si a avvocato di se stesso" per deformalizzare la rigida normativa della difesa
nelle corti di giustizia con arbitrati di conciliazione, l'ammissione di ogni specie di prova e disponibilità di poteri
discrezionali piuttosto che rigide norme.
Fu comunque attuata, seppur con lungaggini, una riforma della legge e delle corti inglesi secondo le linee benthaniane.

LA DOTTRINA ECONOMICA DEL PRIMO LIBERALISMO.

La filosofia liberale del diritto fu quasi tutta ispirata da Bhentam. La sua dottrina economica – la cosiddetta economia
classica o del lasseiz faire – costituì un altro filone del pensiero liberale con scopi e punti di vista analoghi.
Il presupposto che economia e governo siano reciprocamente indipendenti, o siano soltanto indirettamente in rapporto
attraverso la psicologia individuale, fu uno degli elementi più caratteristici del primo pensiero liberale.
L’Inghilterra divenne la prima della nazioni industriali moderne affidata alla politica tipicamente liberale del libero
scambio, l’estensione di un governo rappresentativo in patria con un accordo tra le altre potenze ugualmente liberali in
politica e perseguenti il loro interesse nazionale in una divisione internazionale del lavoro. L’economia di Ricardo
caratterizza gli anni in cui le teorie vennero formulate (teoria del valore – lavoro (prezzo naturale): in un mercato
libero il valore della merce è fissato dall’ammontare del lavoro necessario a produrla).
L’armonia sociale per Bentham è prodotta dalla coercizione legislativa, secondo gli economisti dall’assenza della
legislazione. Nelle leggi dinamiche di Ricardo (rendita, salari, profitti) la natura figura soltanto come l’istinto anomale
di procreazione, incurante delle conseguenze.
L’economia classica offrì a Marx un quadro già pronto dello sfruttamento del lavoro da parte del capitalismo.

LA DOTTRINA POLITICA DEL PRIMO LIBERALISMO.

Era evidente che, perché fosse possibile la riforma giuridica era necessario abbattere il monopolio politico
parlamentare goduto dagli interessi fondiari. Il governo inglese era un organo di interessi di classe. Entrambi i partiti
rappresentavano la proprietà fondiaria, con una piccola infiltrazione di interessi capitalistici, dovuta alla corruzione.
La prima dottrina politica utilitaria fu suggerita dalla giurisprudenza di Bentham. Il principio fondamentale è che un
governo liberale non può essere un governo debole. La sovranità politica doveva risiedere nel popolo, perché solo così
gli interessi dello stato possono coincidere con l’interesse generale. L’espressione del popolo doveva avvenire
attraverso il suffragio universale e perché il parlamento corrispondesse al corpo elettorale, la sua vita legale doveva
essere di un anno. Giacomo Mill, come Hobbes, era convinto che tutti gli uomini siano trascinati da un insonne
desiderio di potenza che le limitazioni istituzionali non possono frenare. Mill considerava importantissima
l’emancipazione della classe media industriale “la parte più saggia della comunità” e supponeva che le classi inferiori
ne sarebbero state guidate. Egli non pensò mai che la borghesia potesse servirsi del potere politico a proprio
vantaggio.
Il liberalismo dei filosofi radicali fu importantissimo nella politica dell’800. Senza essere un partito politico, le loro idee
spazzarono via un mucchio di ciarpame politico antiquato, e la legislazione, l’amministrazione e i procedimenti giudiziari
divennero più efficienti e più democratici.
Il radicalismo filosofico fu il portavoce di un particolare sistema sociale che esso identificava con il benessere dell’intera
comunità.

IL LIBERALISMO MODERNO.

Gli effetti sociali dell’industrialismo inglese non regolato (condizioni sanitarie e morali inumane nelle fabbriche)
iniziarono a produrre intorno al 1875 una serie di leggi a tutela di dette classi, le quali restrinsero la politica del lasseiz
faire a beneficio di politiche sociali volte a tutelare le classi più deboli. La legislazione passata nell’interesse del
benessere sociale, e perciò della massima felicità, andava in senso opposto alle idee accettate come liberali.
Tali restrizioni si attuarono in tutti i paesi anche dove vigevano filosofie politiche ben diverse.
Il liberalismo non poteva trascurare l’umanitarismo, pur avendo scarso riconoscimento da parte dei radicali.
L’emancipazione di un gruppo notevole di operai inglesi, compiuta da un governo conservatore nel 1867, segnò il
principio di un mutamento politico di importanza duratura. Appariva un gruppo di elettori il cui interesse era la
protezione dei salari, delle ore di lavoro e delle condizioni d’impiego e che capivano che la loro forza non consisteva
nella libertà di contratto, ma nel contratto collettivo: o il liberalismo andava incontro a queste istanze o la classe operaia
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non sarebbe stata liberale; e per fare questo doveva attuarsi una revisione della sua politica e della sua dottrina
liberale.
La revisione avvenne in 2 ondate. La prima fu costituita dalle filosofie di Giovanni Stuart Mill ed Erberto Spencer. La
seconda dalla filosofia degli idealisti di Oxford, e di Tommaso Hill Green.
Spencer portò la sua filosofia nel contesto dell’evoluzione organica e le scienze naturali.
Mill rielaborò l’utilitarismo e il concetto di libertà personale.
L’idealismo di Oxford si fondò sulla filosofia tedesca postkantiana.
Green demolì il sensismo e l’edonismo su cui si fondava il precedente liberalismo, eppure egli si liberale in modo più
chiaro e più coerente di Giovanni Stuart Mill.

GIOVANNI STUART MILL: LA LIBERTA’ (1850).


L’importanza della filosofia di Mill consiste nel suo distacco dal sistema che pur dichiarava di difendere e quindi nella
revisione che essa fece della tradizione utilitaria.
Mill non accettava il principio della massima felicità di Bentham per ciò che era effettivamente, un puro e semplice
criterio per giudicare l’utilità della legislazione. L’etica di Mill abbandonava l’egoismo, ammetteva che il benessere
sociale è oggetto di interesse per tutti gli uomini e considerava la libertà, l’integrità il rispetto di se e la distinzione
personale come beni intrinseci, prescindendo dal loro contributo alla felicità (Saggio della libertà – 1859).
Gli utilitari della generazione di suo padre avevano desiderato il governo liberale non per la libertà, ma perché
pensavano che sarebbe stato un governo efficiente, infatti Bentham non cambiò che i particolari passando da un
benevolo dispotismo al liberalismo. Per Mill la libertà di pensiero, di discussione , di giudizio morale cosciente e
d’azione erano beni di loro proprio diritto. Per Mill un governo liberale deve poggiare su una società liberale. La società
diventa un terzo fattore nei rapporti tra individuo e governo e nell’assicurazione della libertà individuale.
All sua dottrina della libertà mancò la considerazione approfondita della dipendenza della libertà personale dai diritti e
dai doveri sociali e legali. Fu questo che Green aggiunse al liberalismo. Mill lasciò il dogma del primo liberalismo che la
legislazione è cattiva in se e deve essere ridotta al minimo ed accettò il fatto che ci sono parecchie forme di
coercizione oltre quelle esercitate dalla legge.

GLI INIZI DEGLI STUDI SOCIALI.


Sulle linee del piano generale per una scienza sociale tratto da Comte, Mill pensò che il principale risultato di una tale
scienza fosse la scoperta di una legge che governa il progresso e lo sviluppo delle società. Su queste idee il “metodo
comparativo”( le culture seguono una linea normale di sviluppo o in base a ciò che si conosce circa le cause della
trasformazione sociale ci si aspetta un comportamento simile ”Evoluzione biologica”) divenne un procedimento
comunemente accettato in quasi tutti i rami degli studi sociali anche se il risultato sul piano pratico fu piuttosto
sconfortante.
La consapevolezza della società e il senso che il comportamento individuale è sempre socializzato, furono
un’importante caratteristica del suo pensiero. La sua seconda idea, che la psicologia è la scienza fondamentale della
condotta sociale (e non la biologia) non corrispondeva alla filosofia di Comte.
La sua conclusione generale fu che esistono 2 modi di procedimento per gli studi sociali: il metodo deduttivo diretto
(deduzione dalla psicologia) e in metodo deduttivo indiretto (stabilire induttivamente certe leggi dallo sviluppo storico)
che egli attribuiva a Comte.

ERBERTO SPENCER.
I massimi esponenti della filosofia del liberalismo politico inglese del 1875 furono Mill ed Erberto Spencer.
Entrambi traevano le loro origini filosofiche dal radicalismo, ma Spencer, a differenza di Mill, pose al centro della sua
filosofia la nuova concezione dell’evoluzione organica.
La “Statica sociale” fu pubblicata nove anni prima della “Origine della specie “ di Darwin, e la sua etica
evoluzionistica successiva consistette nella costruzione di legami psicologici speculativi tra il piacere e la selezione
biologica.
Mill era soprattutto l’erede di Bentham, un empirista che poneva poche limitazioni a priori alle funzioni sociali della
legislazione.
Spencer proseguì la tradizione razionalistica degli economisti classici e si servì dell’evoluzione per ricostruire il sistema
di una società naturale con confini naturali tra economia e politica. Mise in rapporto il liberalismo con la biologia e la
sociologia (evoluzione sociale e biologica).
Per Spencer la nuova versione della natura era l’evoluzione. La teoria dell’evoluzione offriva il concetto di società
naturale e ciò diveniva una nuova versione del vecchio sistema della libertà naturale.
La massima parte della legislazione è cattiva perché corrompe la perfezione che la natura tende a produrre con la
selezione del migliore e dovrebbe virtualmente scomparire man mano che l’evoluzione si avvicina a raggiungere un
perfetto adattamento dell’individuo alla società.
Spencer si oppose quindi ad ogni regolamento industriale e a tutte le forme di assistenza pubblica (carità, scuole)
proponendo una completa privatizzazione di innumerevoli settori statali (zecca, poste).

Con davanti i risultati di un industrialismo sregolato i nuovi liberali non volevano che il governo avesse un ruolo solo
negativo nell’emancipazione degli uomini per cui nonostante le deficienze della sua filosofia formale Mill fu il più
convincente liberale del periodo di mezzo Ottocento.

LA REVISIONE IDEALISTICA DEL LIBERALISMO.

La revisione della dottrina liberale fu compiuta tra il 1880 e il 1900 dagli idealisti di Oxford, il cui maggior esponente fu
Tommaso Hill Green.
I problemi filosofici del liberalismo erano la natura della personalità e della comunità sociale e il rapporto tra le due. Suo
fine era dimostrare che la personalità si realizza trovando parte significativa nella vita della società.
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Alla base degli scritti di Green si ricava un forte senso dell’ingiustizia morale di una società che rifiutava ad una parte
dei suoi membri i beni materiali e spirituali che la cultura di quella società creava. Nel suo idealismo c’era un elemento
religioso non riscontrabile nell’utilitarismo. Per Green la piena partecipazione morale alla vita della società costituiva il
massimo dello sviluppo personale e creare la possibilità di una simile partecipazione era il fine della società liberale.
La politica era un mezzo alla creazione di condizioni sociali tali da rendere possibile il progresso morale. Per Green la
libertà è il potere di fare o godere qualcosa per cui ne valga a pena, implicando nel concetto non solo la possibilità
legale, ma quella reale, onde sviluppare le capacità umane e dare all’individuo il potere di partecipare dei beni prodotti
dalla società e contribuire al bene comune.
La libertà di contratto può essere un mezzo a tal fine ma non è un fine in se.
La funzione di un governo liberale è di appoggiare l’esistenza di una società libera, rimuovendo molti degli ostacoli che
sono sulla via del progresso morale.
Il principio generale dell'etica di Green era la reciprocità di rapporto tra l'individuo e la comunità sociale di cui egli è
membro ("la persona è una persona sociale"). Essere membro di un gruppo, condividerne il lavoro ed avere in esso
parte di rilievo, è la condizione per raggiungere la piena personalità e la massima soddisfazione possibile per un
uomo.
Il governo si fonda sulla volontà, non sulla forza, perché il LEGAME CHE UNISCE GLIUOMINI ALLA SOCIETA' E' LA
COSTRIZIONE DELLA LORO STESSA NATURA., non la penalità della legge o il calcolo di ulteriori benefici. Perciò la
coercizione dovrebbe essere ridotta al minimo.
Per Green, come per Kant, una comunità di persone è un "Regno di fini", in cui ognuno è trattato come fine e non
puramente come mezzo.
Una società veramente liberale ha lo scopo di dare a tutti gli uomini il diritto all'autodeterminazione morale e alla dignità
morale che è insieme la condizione e il diritto della personalità.
Una comunità morale è, come diceva Rousseau, una forma di associazione che proteggerà e difenderà, con tutta la
forza comune, la persona ed i beni di ciascun associato, ed in cui ognuno, pur unendosi a tutti, può ancora obbedire
soltanto a se stesso.
Il diritto e il dovere della comunità si accoppia al diritto e al dovere dei suoi membri.
Green rifiutava la definizione di Bentham dei diritti come "creature della legge", per la ragione che un governo liberale
è impossibile eccetto che in una società dove legge e politica pubblica siano tenute sempre a rispondere ad
un'opinione pubblica che sia insieme illuminata e moralmente sensibile. Questa verità era per lui contenuta nella
legge naturale.
La legge guarda l'esteriorità della condotta e non lo spirito e l'intenzione dietro di essa.
La fede di Green era nella realtà di una scienza sociale che regolasse la legge e ne fosse sostenuta.
Questa libertà morale che nasceva dalla personalità era per lui la base del liberalismo politico.
La giustificazione della coercizione morale consiste in ciò che equilibra e neutralizza altre forme di costrizione che
sono meno tollerabili. Ogni uomo, senza distinzione di rango o di ricchezza, ha il diritto di libertà, di giudizio, e di
azione. Egli considerava l'educazione la più importante funzione sociale. La guerra è sempre la confessione di una
deficienza morale.

LIBERALISMO, CONSERVATORISMO E SOCIALISMO.

La rienunciazione del liberalismo di Green eliminò la rigida divisione di politica ed economia per la quale i vecchi liberali
avevano escluso lo stato dall'interferire nel libero mercato, in quanto per lui economia e politica sono intrecciate e
contribuiscono entrambe ai fini etici di una società liberale.
Il liberalismo di Green accettava lo stato come un mezzo positivo da usarsi sempre ove si dimostri che la legislazione
contribuiva alla libertà positiva e al benessere generale, senza arrecare malanni peggiori di quelli che eliminava.
Lo stato doveva occuparsi della pubblica istruzione, dei servizi sanitari, delle case, delle condizioni di vita, del rispetto
dei contratti di lavoro. Il liberalismo di Green implicava una combinazione di linee di condotta diverse per la difesa dei
veri interessi sociali che contribuivano tutti al comune benessere (utilitarismo ampliato ed idealizzato) come
ampliamento del concetto della massima felicità.
La dottrina politica idealistica poteva dar luogo a due costruzioni; una più autoritaria e conservatrice, l'altra liberale in
modo più definito.
Ciò che Green non chiarì fu il rapporto etico tra individuo e comunità e il rapporto tra società e stato
Riprese questo punto Bosanquet, il quale ascriveva alla società una "volontà effettiva" con la quale quella individuale
dovrebbe identificarsi se l'uomo fosse perfettamente intelligente ed educato nel rapporto morale.
Letteralmente la coscienza privata dovrebbe conformarsi ed obbedire all'autorità.
Tale conclusione corrisponde in gran parte al pensiero di Hegel, non a quello di Green.
Il liberalismo di Green si adattava anche ad una forma di socialismo liberale che non si fondasse sulla dottrina della
lotta di classe come quella del gruppo di giovani che nel 1884 fondarono "La Società Fabiana", i quali si servirono della
"libertà positiva" di Green. La loro politica si fondava sulla giustizio e sul desiderio di recuperare, a scopi sociali, il
plusvalore.

IL SIGNIFICATO ATTUALE DEL LIBERALISMO.

In un significato ristretto del termine, liberalismo è usato per indicare una forma intermedia tra il conservatorismo e il
socialismo: favorevole alle riforme, ma contrario al radicalismo.
Posizione politica congeniale alle classi medie contrapposte ad un'aristocrazia interessata allo "status quo" o ad una
classe operaia orientata a controllare o rimpiazzare l'impresa privata.
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In un significato più esteso, liberalismo è "la democrazia" contrapposta tanto al fascismo che al comunismo. Esso
indica istituzioni politiche che riconoscono ceri principi generali di filosofia sociale e di moralità politica.
Sia il comunismo che il fascismo furono nemici del liberalismo. Entrambi fondarono un'entità collettiva (la razza e la
società o comunità) come depositaria di un valore superiore a quello dell'individuo descrivendolo come agente o
organo della collettività.
Le filosofie politiche liberali sono dipese da due postulati: Uno è l'individualismo, l'altro sta’ nella convinzione che i
rapporti morali tra individui di una comunità (regno di fini) siano "rapporti morali" (l'uomo come fine e non
come mezzo).
A questi andrebbe aggiunto un terzo postulato, come disse Green, che la natura di un individuo è tale da farne
intrinsecamente un "essere sociale".
E' la tendenza ad immaginare le società come combinazioni di astrazioni personificate a rendere illiberali le teorie di
Hegel e di Marx.
Essi descrivono ogni tipo di opposizione come contraddizione, con una soluzione che può solo giungere da una lotta,
tra nazioni per Hegel, tra le classi sociali per Marx.
Agli effetti del liberalismo politico la società è una cosa, mentre lo stato è un'altra.
La società comprende tutto senza avere bisogno di autorità sovrapposte per mantenere la coesione.
Lo stato è una delle molte forme di associazione a cui gli uomini appartengono, con funzioni e poteri limitati.
Dal punto di vista liberale un governo è innanzitutto una serie di istituzioni dirette a fornire regolarità al dibattito
pubblico, confrontare pretese contrastanti con il fine di elaborare una linea politica operante.
Un'organizzazione di un potere esercitato soppesando razionalmente le pretese senza l'uso della forza pura, poiché la
saggezza umana più che di certezza, consiste di interiore disponibilità a correggersi.

MARX E IL MATERIALISMO DIALETTICO (1850).

Pur considerando, nella sua storia successiva, elementi della valida critica hegeliana, il liberalismo non accettò mai i
due presupposti fondamentali di questa:
1) La società è un equilibrio instabile di forze antitetiche che, attraverso la loro tensione e la loro lotta, generano la
trasformazione sociale.
2) La storia sociale è un'evoluzione interna e quasi logica delle forze stesse.
Tuttavia questi elementi ebbero larga parte nella dottrina politica dell'800 e più tardi.
Ciò si dovette soprattutto alla trasformazione della filosofia hegeliana effettuata da Carlo Marx.
Marx tolse alla dottrina di Hegel il presupposto che le nazioni siano le unità effettive della storia sociale e sostituì alla
lotta delle nazioni quella delle classi sociali.
Così, togliendo all'hegelismo nazionalismo, conservatorismo e il suo carattere controrivoluzionario, lo trasformò in un
nuovo tipo di "radicalismo rivoluzionario".
Esso divenne il progenitore delle forme più importanti di socialismo di partito dell'800 ed infine nel comunismo di oggi.
Come Hegel, egli credeva che la dialettica fosse un potente strumento logico, l'unico in grado di rivelare una legge di
sviluppo sociale. La sua era perciò una filosofia della storia.
In Marx, come in Hegel, la forza propulsiva del mutamento è la lotta ed il fattore determinante è il potere. La lotta è tra
le classi sociali anziché tra le nazioni e il potere, anziché politico, è economico
Marx non aveva alcuna fede nella capacità della legislazione di rimediare ai mali economici.

LA RIVOLUZIONE PROLETARIA.

La filosofia sociale di Marx era basata sul sorgere della consapevolezza ed infine del potere politico della classe
operaia. Egli presentava il capitalismo come un'istituzione che aveva prodotto una classe di uomini che, vivendo solo
del loro salario, erano legati ai datori solo da un rapporto economico. Il loro lavoro è merce che si compra in un libero
mercato ove unico obbligo è pagare il prezzo corrente. Il rapporto tra lavoratore e datore si sveste del significato
umano divenendo un rapporto di potenza.
Per Marx il capitalismo era un'istituzione e come tale una fase dell'evoluzione sociale moderna.
Il passo in avanti dopo la rivoluzione politica francese era una più profonda rivoluzione sociale ad opera della nascente
classe operaia che doveva sostituire la borghesia al potere così come questa aveva sostituito l'antica classe feudale.
La filosofia proletaria doveva essere una rivendicazione socialista dei diritti umani dei non possidenti. Questa classe
proletaria, senza alcuna classe sociale sotto di essa, non avrebbe potuto trasferire lo sfruttamento, ma lo avrebbe
abolito, costituendo il primo passo verso una società senza distinzioni di classi sociali.
Marx credeva che la storia sociale dovesse culminare nell'ascesa del proletariato (come Hegel aveva previsto l'ascesa
della Germania). Per Hegel il meccanismo del progresso era la guerra tra le nazioni; per Marx l'antagonismo tra le
classi sociali.
Entrambi vedevano il corso della storia come razionalmente necessario, un modello di stadi che si sviluppano secondo
un piano logico avanzando verso un fine predeterminato.
Il materialismo dialettico o economico era la dottrina secondo cui l'evoluzione sociale dipende dallo sviluppo della
produzione economica ("Manifesto del partito comunista" 1848).
La filosofia sociale del marxismo è dipendente dalla validità della sua tesi principale: che lo sviluppo della produzione
economica in una società determina la sua sovrastruttura istituzionale ed ideologica.

IL MATERIALISMO DIALETTICO.

La dialettica era per Marx, come per Hegel, una legge della logica. Essa forniva una teoria "a priori" del progresso .
Marx tendeva ad identificare il materialismo con la scientificità, perché le reali forze motrici della storia di una società
sono le sue condizioni materiali; un rifiuto radicale della religione come una della grandi forze conservatrici. La religione
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fornisce soddisfazioni immaginarie che sviano ogni sforzo razionale diretto a raggiungere le vere soddisfazioni (il
Cristianesimo = l'oppio del popolo).
Il materialismo aveva per Marx significato etico: la radice della diseguaglianza sociale è economica; solo abolendo la
proprietà privata l'intera struttura muterà di colpo.
La società senza classi è l'obiettivo dello sviluppo sociale.

IL DETERMINISMO ECONOMICO.

La tesi che le forze motrici della storia sociale sono materiali, significava per Marx che tali forze sono economiche.
Economico per lui era il metodo della produzione economica perché qualsiasi sistema di produzione porta con se un
modo di distribuzione del prodotto sociale, l'unico che può mantenere in funzione il sistema; a sua volta la distribuzione
crea le classi sociali, ciascuna delle quali è determinata dalla sua posizione nel sistema.
I mutamenti nel sistema di produzione spiegano quelli corrispondenti che si verificano nella politica e nella cultura:
Questa è la teoria marxista del "determinismo economico", che è il significato che egli attribuiva al "materialismo
dialettico".
Il corso normale dello sviluppo sociale è: feudalesimo, capitalismo, socialismo con una forma di organizzazione politica
confacente a ciascun sistema.
Il materialismo di Marx era in contrasto con l'idealismo hegeliano.
La società civile, non lo stato, è il fattore primario dell'evoluzione sociale.
I rapporti legali che costituiscono lo stato e tutte le idee morali e religiose sono solo sovrastrutture costruite sulla base
economica della società civile. L'ordine economico produce, mentre la mente non fa che riflettere.
In Hegel la dialettica "sta sulla testa", il materialismo dialettico la "rimetteva in piedi" rimuovendo le mistificazioni
dell'idealismo e sostituendovi le realtà del sistema industriale.
Marx, come Hegel, considerava gli ideali e i desideri personali come capricci.
L'ideale è soltanto attribuito alla spinta interna del sistema stesso che è buono perché è inevitabile; è cioè l'obiettivo
finale dell'evoluzione del sistema.
La legislazione è indotta a mutare il sistema industriale ed è solo un passo verso la rivoluzione.
Il sistema capitalistico deve essere alla fine annientato per creare un sistema migliore.

L'IDEOLOGIA E LA LOTTA DI CLASSE.

Nel 1848 Marx ed Engels nel "Manifesto comunista" , che divenne uno dei più grandi testi rivoluzionari, si servirono
della lotta di classe come di una chiave per "ogni società sino ad ora esistente".
Marx omise del tutto di valutare le possibilità di evoluzione insite nel sistema capitalistico.
La classe aveva per Marx l'unità collettiva che la nazione aveva per Hegel.
L'individuo conta soprattutto per la sua appartenenza alla classe perché le sue idee sono in gran parte un riflesso delle
idee generate dalla classe.
Le forze della produzione di Marx, come lo spirito del mondo di Hegel, creano illusioni e mistificazioni per realizzare il
loro scopo, e le classi di Marx producono le ideologie a loro confacenti similmente al modo in cui Hegel pensava che lo
spirito della nazione avesse prodotto una cultura nazionale.
La concezione di Marx del capitalismo derivava soprattutto dalla storia dell'industria inglese.
Le classi tra le quali si sviluppa la lotta di classe erano per Marx una classe media urbana e commerciale fedele alle
libertà civili e politiche della rivoluzione, contrapposta ad un proletariato urbano più interessato alla sicurezza
economica che alla libertà politica.
I contadini e la piccola borghesia erano per Marx classi politicamente inerti.
La genericità del concetto di classe sociale fu all'origine di alcuni dei suoi più gravi errori di previsione. I contadini sono
divenuti operai dell'industria solo sotto coazione, come è impossibile attribuire ad artigiani indipendenti ed impiegati
d'ufficio le stesse esperienze di lavoro: l'aspettativa di un'unificazione di ogni tipo di lavoratore dipendente nella classe
dei salariati era infondata.

IL COMPENDIO DI MARX.

La dottrina marxista dello sviluppo culturale comprendeva 4 preposizioni fondamentali:


1) Lo sviluppo sociale consiste in una serie di stadi, ciascuno dei quali è dominato da un sistema tipico di produzione e
di scambio dei beni.
2) Tutto il processo è dialettico; la sua forza motrice è costituita dalle tensioni interne create dalle disparità tra il nuovo
sistema produttivo in evoluzione e l'ideologia del preesistente che ancora resiste.
3) Le forze produttive sono sempre primarie in confronto alle loro secondarie conseguenze ideologiche. Per Marx non
è sostanziale l'idea, ma piuttosto la materia.
4) Lo sviluppo dialettico è un processo interno di dispiegamento o di realizzazione vitalistica. Le forze produttive sociali
si sviluppano completamente prima che si verifichi la trasformazione dialettica o la nuova cristallizzazione di forze.
E' il terzo elemento (il primato delle forze di produzione) il più tipicamente marxiano e cruciale per ogni utilizzo empirico
della teoria.
Questa tesi è ciò che da al sistema il nome di "MATERIALISMO" e sostiene la convinzione che la teoria fornisca un
criterio scientifico di analisi dei problemi sociali.
La distinzione marxista tra base e sovrastruttura non era empirica; il suo modello è la descrizione hegeliana fra
"apparenza e realtà" , come è evidente dalla sua singolare conclusione che ogni problema sociale deve essere
solubile.

ENGELS: DELLA DIALETTICA.

La teoria del materialismo dialettico era compiuta intorno al 1850.


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Lo sviluppo della cultura storica tra i socialisti, specialmente in Germania, fece si che l'interpretazione economica della
dialettica fosse applicata e ripresa in esame.
Morto Marx (1883) l'ulteriore esposizione della sua dottrina toccò ad Engels che elaborò i testi di Marx ma lasciò quasi
immutate le oscurità che vi erano.
Engels, come Marx, rifiutò l'interpretazione hegeliana idealistica della dialettica come di un autosviluppo della natura
stessa riflesso nel pensiero. Essi sostituivano ad una metafisica idealistica una metafisica materialistica. Per Engels
come per Hegel, "reale" non vuol dire esistente, ma importante o significativo (la monarchia francese esistente ma non
reale).
La trattazione della filosofia moderna di Engels fu estremamente sommaria; egli non disse altro che questo: una
filosofia dev'essere o idealistica o materialistica .
Egli sosteneva che la civiltà progredirà sempre, o più specificamente, che il socialismo sarà miglioramento rispetto al
capitalismo.
Se la dialettica, come ammise anche Marx, non è che un'ipotesi a fine di lavoro, essa non può garantire l'asserzione
che la rivoluzione proletaria sia inevitabile.

MATERIALISMO DIALETTICO E POLITICA.

I concetti di ideologia, determinismo economico e della lotta di classe dovevano fornire una guida per la strategia
dei partiti rivoluzionari e lo stimolo per la rivoluzione operaia, perché l'obiettivo di una filosofia, come diceva Marx, non
è di interpretare il mondo, ma di cambiarlo.
Caratteristica di questa filosofia è la costante genericità, cioè l'impossibilità di distinguere chiaramente fra la base
economica e la sovrastruttura; ciò inficia la pretesa della scientificità del suo socialismo. Ogni ragionamento serio in
politica deve semplicemente basarsi sul presupposto che è possibile distinguere il vero dal falso. Questa capacità non
è più tipica di una classe sociale che di un altra.
Il determinismo economico è stato un fattore, non certo l'unico, che ha reso lo studio della politica più realistico di
quanto non fosse possibile con la divisione degli utilitaristi tra politica economica, o con una prospettiva completamente
legalificata dell'argomento.
Il diritto è un corpo di norme che sostiene ciò che la classe sfruttatrice chiama "i suoi diritti".

IL CAPITALISMO COME ISTITUZIONE.

Ciò che Marx aveva tentato di fare era di trattare il capitalismo come un'istituzione sociale.
Il suo programma comportava uno studio approfondito delle origini economiche delle classi sociali esistenti ed
un'analisi esauriente della natura dell'antagonismo tra le classi: Questi due indirizzi d'indagine formarono l'argomento
principale de "Il Capitale".
Egli credeva erroneamente che il capitalismo dipendesse da una progressiva riduzione del tenore di vita dei lavoratori.
Il Capitale fu il primo poderoso attacco etico alla mera bruttura morale di una società acquisitiva priva della giusta
protezione per la sua forza operaia industriale.
Fu questo appello che formò gli eserciti di lavoratori del socialismo marxista.

IL CROLLO DEL CAPITALISMO.

L'obiettivo principale del Capitale era quello di mostrare che il capitalismo, distruggendo se stesso, doveva partorire il
socialismo che ne era l'antitesi..
La teoria scientifica del capitalismo era per Marx quella del "valore - lavoro" (Ricardo); il concetto fondamentale
dell'analisi di Marx era quello del "plusvalore" volto a dimostrare dialetticamente l'incoerenza logica della teoria
capitalista.
VALORE - LAVORO = in un sistema di libero scambio, ognuno riceve alla fine un valore equivalente a quello che ha
dato al mercato, percependo così una parte equa del prodotto sociale.
PLUSVALORE = in un sistema industriale ove i capitalisti detengono i mezzi di produzione, il lavoro sarà sempre
costretto a produrre di più di quanto percepisce. I salari si avvicineranno al minimo di sussistenza a causa del sistema
della proprietà privata, soprattutto quella dei mezzi di produzione e la posizione di monopolio del capitalista nell'ambito
del sistema lo metterà in grado di accaparrarsi ciò che avanza sotto forma di profitti e rendite.
In realtà sebbene, come si attendeva Marx, il capitalismo abbia raggiunto proporzioni internazionali, la classe operaia
non ha dimostrato alcuna tendenza ad unirsi in una lotta di classe internazionale (come credeva Lenin nel 1914).
Le rivoluzioni sociali si sono verificate in Russia e in Cina, non in Inghilterra e in Germania.

LA STRATEGIA DELLA RIVOLUZIONE SOCIALE.

Vi sono stati due grandi movimenti politici che hanno entrambi preteso di rappresentare la versione autentica del
marxismo, e questi sono ad un tempo così simili e così inspiegabilmente diversi che il loro rapporto con Marx è
importante per capire la sua filosofia.
Il primo è il socialismo di partito come esiste nell’Europa occidentale fino alla prima guerra mondiale.
Il secondo è il comunismo come è esistito dalla rivoluzione russa del 1917 in avanti.
Il secondo si è sviluppato dal primo, perché Lenin era dirigente di un partito marxista russo.
La rivalità tra comunisti e socialisti fu sempre aspra. Diversamente da quelli comunisti, i partiti socialisti nel 1914
ebbero posizioni di potere politico in diversi paesi dell’occidente europeo, specialmente in Germania. Il loro potere si
accrebbe con i voti in libere elezioni, da che il suffragio era stato esteso alla classe operaia.
Il partito di Lenin non fu mai un partito popolare che raggiungeva i suoi obiettivi con l’appoggio delle masse. Tuttavia
entrambi derivavano le loro diverse concezioni dalla strategia di Marx.
Una società socialista come Marx s’era immaginato era divenuta un ideale a cui avvicinarsi attraverso modi politici
liberali ed un lunghissimo processo.
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L’ideale comunista: “Da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”.
Nella transizione dal capitalismo al comunismo lo stato non può essere altro che una dittatura rivoluzionaria del
proletariato.

IL COMUNISMO.

La filosofia del comunismo è una versione riveduta del marxismo in gran parte ad opera di Lenin, chiamato spesso per
questo marxismo-leninismo.
“ Il leninismo è il marxismo dell’epoca dell’imperialismo e della rivoluzione proletaria” (Stalin, 1924).
Ciò che Lenin conseguì in Russia fu il portare il marxismo al successo in un paese con un industria poco sviluppata,
un’economia prevalentemente agraria e una popolazione in gran parte contadina.
Un tipo di paese che era sempre stato impervio al marxismo dell’Europa occidentale.
Si può definire il leninismo come un adattamento del marxismo a un economia non industrializzata ed a una società
prevalentemente contadina; la sua importanza mondiale dipende dal fatto che il mondo è pieno di tali società.
Il marxismo di Lenin fu estremamente flessibile; egli unì la più rigida ortodossia della dottrina marxista alla più grande
flessibilità nella prassi, la quale veniva spesso prima delle sue teorie.
Sia Lenin che Trotskji, nel loro ruolo di rivoluzionari russi, furono spesso ostacolati dalla loro fedeltà alle tradizioni del
marxismo occidentale.
La formazione del leninismo avvenne gradualmente cercando linee politiche efficaci ed adattandole nel modo migliore
possibile allo schema generale del marxismo.

IL MARXISMO RUSSO.

Un partito socialista marxista fu organizzato in Russia nel 1880. Fu un socialismo indigeno con una filosofia rurale e
umanitaria.
Principio era che una società socialista poteva svilupparsi dal comunismo primitivo della campagna russa, scavalcando
la fase dell’industrializzazione, ma questo tentativo fallì e i marxisti russi conclusero che la propaganda doveva essere
rivolta alla classe operaia industriale (in Russia come altrove) anche se questa era in Russia una piccola minoranza.
Lenin fu sempre convinto che il successo della rivoluzione dipendesse almeno dalla acquiescenza dei contadini. Così
nel 1917 se la assicurò, rimandando la soluzione socialista della produzione agricola, utilizzando la “fame di terra” dei
contadini, per neutralizzarli in una passività temporanea in attesa del ripristino della produzione industriale.
La rivoluzione russa del 1905 dimostrò che una rivoluzione borghese era possibile e pose il problema di quale dovesse
essere la linea politica di un partito socialista rivoluzionario in una società arretrata dove la borghesia era dalla parte del
progresso impedendo ai socialisti di perseguire i loro obiettivi.
Nessun marxista russo credeva sino e dopo il 1917 che la rivoluzione russa sarebbe stata duratura senza l'appoggio di
altre rivoluzioni nei paese industriali dell’Europa occidentale.
Lenin creò il partito socialdemocratico del lavoro (1902) e fu capo dell’area bolscevica (=maggioranza; menscevica =
minoranza).
I bolscevichi vedevano il movimento come una cospirazione clandestina con un nucleo di rivoluzionari professionali
fanaticamente fedeli alla rivoluzione, avanguardia degli elementi potenzialmente rivoluzionari tra sindacati e operai.
I menscevichi individuarono lo scopo del movimento nell’organizzazione della classe operaia ai fini dell’attività politica
legale.
Il marxismo di Lenin era tipicamente russo e più vicino agli scritti rivoluzionari di Marx del 1850 che non alla linea
seguente della tradizione marxiana d’occidente.

LA TEORIA LENINISTA DEL PARTITO.

Lenin diceva che la classe operaia non ha per natura una forte inclinazione rivoluzionaria ed ha una capacità limitata di
pensare al proprio posto nella società o come migliorarlo.
Tutto ciò andava contro la tradizione di Marx che sia l’esperienza dell’industria che crea un proletariato e gli da la
sostanza rivoluzionaria. Il pensiero di Lenin era fortemente antidemocratico, come se non si fidasse realmente del
proletariato. Il suo proletariato ha bisogno di essere diretto da dirigenti che non sono proletari ma sanno ciò che questo
dovrebbe volere.
L’implicazione pratica era fortemente manipolativa: IL PROLETARIATO HA BISOGNO DI ESSERE GUIDATO A
COMPORTARSI COME TALE.
Lenin contrapponeva la coscienza alla spontaneità:
Coscienza significava in generale intelligenza, calcolo, organizzazione.
Spontaneità, al contrario, è impulso, istinto, desiderio.
Le masse incarnano la spontaneità, così come il partito incarna la coscienza. Esso è un’Élite intelligente e priva di
potere proprio, ma capace di un potere immenso se riesce a controllare la spinta del malcontento sociale e l’azione
della masse.
Il suo partito, per la sua superiorità intellettuale, doveva essere una élite scelta per la parte più avanzata della classe
operaia e quindi la sua avanguardia.
La democrazia aveva per Lenin scarsa importanza. Non significava che un leader democratico dovesse attuare la
volontà popolare, perché questa è sempre miope e sbagliata.
Il partito aveva 2 caratteristiche principali tipiche di tutti i partiti comunisti:
1) un’eccezionale conoscenza e penetrazione del marxismo unito al metodo della dialettica.
2) Il partito non era creato per divenire un’organizzazione di massa. Il suo ideale era un’organizzazione quasi militare
che assoggettasse i suoi membri a una rigida disciplina e i dirigenti ad una gerarchia dall’alto verso il basso
(Centralismo democratico).
Lenin prese il potere nel 1917.
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LENIN SUL MATERIALISMO DIALETTICO.

Lenin era un uomo freddo, astuto, privo di scrupoli, pronto a manipolare il suo marxismo come i suoi alleati in vista dei
propri obiettivi.
Prese alla lettera il pensiero di Marx per cui i filosofi hanno solo interpretato il mondo, mentre il problema è quello di
cambiarlo.
La dialettica per Lenin era come la scienza o la magia; essa sta tra il passato e il presente e fornisce la conoscenza di
ciò che è stato e la visione di ciò che deve essere.
Nel suo libro “Materialismo ed empiriocriticismo” , egli discusse la dialettica, ma il movente del libro fu quello di
sedare una disputa di partito. Da Engels Lenin trasse il dogma secondo cui solo due tipi di sistema filosofico sono
possibili: il materialismo e l’idealismo.
L’inclinazione mentale di Marx era quella di un uomo che rispettava i fatti; quella di Lenin di un uomo che aveva una
fede: Se i fatti vanno contro la fede, tanto peggio per i fatti.
L’imparzialità scientifica è non solo impossibile, ma anche indesiderabile.
Il massimo che una teoria veramente scientifica della società può scoprire è uno schema generale dell’evoluzione
economica e storica e la logica che la realizza: tutto questo il materialismo dialettico lo fornisce. Nel suo materialismo
dialettico sono possibili due sistemi di scienza sociale: uno creato nell’interesse della borghesia, e uno nell’interesse del
proletariato.
Per Lenin la scienza sociale proletaria è superiore perché è l’espressione di una classe in ascesa.

LE RIVOLUZIONI BORGHESE E PROLETARIA.

Regola del marxismo era che tutte le società debbono passare attraverso i tre stadi del feudalesimo, del capitalismo e
del socialismo e che la transizione doveva avvenire mediante una rivoluzione. Nel fine secolo l’Europa occidentale
aveva trovato una soluzione: i socialisti avrebbero sostenuto le riforme liberali ma non sarebbero entrati in governi di
coalizione con partiti borghesi. Questa soluzione era priva di senso per un marxista russo. Con la teoria della
“rivoluzione permanente” Trotskji risolse il problema della priorità della rivoluzione borghese su quella proletaria
dicendo: in un paese economicamente arretrato, il proletariato può prendere il potere prima che non nei paesi in cui il
capitalismo è sviluppato. Le due rivoluzioni si fonderanno, il potere passa nelle mani di chi ha guidato la lotta: la classe
operaia; e il governo rivoluzionario sarà una dittatura proletaria. Trotskij chiamò la fusione delle due rivoluzioni “la legge
dello sviluppo combinato”.
La rivoluzione del 1917 iniziò sulla base della concezione di Trotskji formulata nel 1906.
Lenin voleva nazionalizzare la terra, trasformando i contadini in affittuari dello Stato, compiendo un passo verso
l’economia borghese e la relativa rivoluzione, mantenendo una alleanza provvisoria con la classe contadina in attesa di
un’alleanza con il proletariato dell’Europa occidentale.

L’IMPERIALISMO CAPITALISTICO.

La defezione dei marxisti occidentali amareggiò Lenin che scoprì che il proletariato, che secondo Marx era
rivoluzionario, in realtà non lo era affatto. L’industrialismo capitalistico non aveva prodotto un proletariato rivoluzionario
proprio in quei paesi dove maggiore era il capitalismo.
A spiegazione di tali fatti creò una teoria per la quale l’imperialismo politico è uno sviluppo logico del capitalismo
monopolistico e la guerra è uno sviluppo logico dell’imperialismo. Per questo l’imperialismo “lo stadio più avanzato dello
sviluppo capitalistico” ed è uno stadio transitorio che conduce ad una superiore economia e a società comuniste.
Il proletariato occ. Si è alleato con la borghesia per sfruttare i popoli coloniali.
La guerra avrebbe rovesciato questo orientamento e fatto del proletariato occ. La guida contro gli oppressori capitalisti
ed imperialisti.
Lenin modificò i fondamenti del marxismo per fare causa comune fra comunismo e popoli coloniali, contro le potenze
imperialiste.
Una teoria neomarxiana dell’evoluzione sociale invece di distinguere tra classi sociali e spiegare i mutamenti attraverso
la tensione tra queste tracciava la sua distinzione tra popoli e società: società capitalistiche altamente industrializzate
da una parte e società sottosviluppate preindustriali dall’altra.

L’ACCOSTAMENTO ALLA RIVOLUZIONE.

Nell’aprile del 1917 Lenin credeva che il momento per prendere il potere era venuto.
La democrazia come “stadio necessario” verso il socialismo fu un concetto che Lenin rivisitò dicendo che essa può
avere solo un valore strumentale. Nella sua scala di valori c’era solo fare la rivoluzione, per il resto i suoi criteri morali
erano generalmente manipolatori.
Lenin riconobbe l’importanza dei soviet come organi della lotta diretta delle masse.
Nell’ottobre del 1917 il partito aveva assunto il controllo dei soviet. Nelle ultime elezioni libere alla fine del 1917 i
bolscevichi raccolsero circa ¼ dei voti.

LA RIVOLUZIONE IN PROSPETTIVA.

Lo stato borghese deve terminare in una rivoluzione violenta che esproprierà i capitalisti proprietari dei mezzi di
produzione ed istituirà uno stadio intermedio in grado di evolvere verso il comunismo.
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Nessuno stato può essere libero; lo stadio intermedio è ancora uno stato, quindi una dittatura, la dittatura rivoluzionaria
del proletariato organizzato come classe di governo per imporre con violenza i propri obiettivi agli elementi non proletari
che rimangono nella società.
La dittatura del proletariato deve controllare la classe sfruttatrice o per prevenire una controrivoluzione ed organizzare
il nuovo ordine economico e sociale.
Quest’ultimo è compito del partito che è il maestro, la guida e il capo delle classi sfruttata.
In “Stato e rivoluzione” affermava che la dittatura del proletariato sarà la dittatura del partito.
Il tentativo, dopo la rivoluzione, di affidare ai lavoratori le fabbriche portò quasi in rovina l’economia.
Il principio di Lenin era “da ciascuno secondo la sua capacità, a ciascuno secondo il suo lavoro” che identificava la
società comunista finale.

IL PROBLEMA DEL SUCCESSO.

Il successo della rivoluzione bolscevica del 7 nov. 1917 mise Lenin e il partito di fronte ad un nuovo problema: un
gruppo di rivoluzionari doveva essere trasformato in un governo.
Incoraggiò i contadini ad espropriare i proprietari terrieri, ma questo rischiò di creare una classe ancor più potente di
contadini proprietari, un settore borghese non assimilabile alla società socialista. I soviet perdettero di importanza, il
solo strumento che doveva produrre un governo era il partito; esso era l’unico gestore del potere e al suo interno,
anche se con notevole divergenza sui metodi, il dominio di Lenin rendeva il gruppo compatto con una ferrea disciplina
di partito.

L’AVANGUARDIA DEL PROLETARIATO.

Lenin e Trotskji con la loro politica misero fuori legge, come controrivoluzionari, i partiti borghesi e poco dopo quelli
socialisti compresi i menscevichi marxisti che furono interdetti.
Verso il 1931 ogni forma di opposizione era stata costretta alla clandestinità.
L’unico centro di potere era il partito che governava come unico portavoce ammesso dal proletariato. Nel 1919 Lenin
riunì insieme i gruppi della sua ideologia nella terza internazionale o internazionale comunista.
I partiti membri dovevano, per essere ammessi, copiare la tattica e l’organizzazione del partito russo, che divenne un
modello per i partiti comunisti di ogni paese, tutti legati dalle decisioni dell’internazionale.
L’avanguardia del proletariato significa quindi che il partito, mediante l’infiltrazione e la sovversione, occuperà posizioni
di controllo o di influenza nel governo e nelle istituzioni di massa, finché non si potrà sostituire questi metodi con la
forza.
Lenin stava sostituendo il partito alla classe operaia motivandolo così: il socialismo è governo operaio; i lavoratori
debbono essere guidati da un partito; esso deve essere una minoranza; la minoranza deve essere la parte più
organizzata della classe operaio; e questo è quello che è il partito comunista.
L’avanguardia del proletariato è governo di un élite auto e3lettasi che comprende la parte più qualificata del popolo. un
governo privo di limiti costituzionali, privo anzi di limiti di merito salvo quelli imposti dal successo.
L’elise possiede una scienza di governo superiore che da una visione chiara secondo la pretesa della definizione del
partito.
Nella prima costituzione del 1936 il partito era definito come quello che rappresenta il nucleo guida di tutte le
organizzazioni del mondo lavoratore.
Presentando la costituzione Lenin chiarì che questa non toccava in alcun modo la posizione del partito. Spiegò anche
la razionalizzazione che giustificava il sistema del partito unico: nella Unione Sovietica la lotta di classe era stata
abolita.

IL CENTRALISMO DEMOCRATICO.

La caratteristica del partito fondato da Lenin (1902) fu il “centralismo democratico”.


Il centralismo significava che ogni organo del partito era vincolato alle decisioni di qualsiasi organo di un gradino
gerarchico superiore. La parte democratica stava nel diritto degli iscritti di discutere le condotte politiche sulle quali il
partito non si fosse pronunciato con una decisione; dopo le quali il dissenso non poteva più essere espresso.
Alla morte di Lenin successe Stalin che manteneva il controllo del partito servendosi dell’intrigo, aizzando l’uno contro
l’altro i suoi concorrenti, incitandoli ad eliminarsi vicendevolmente.
Le decisioni di partito, mediante deliberazione, si dissolsero; la sua struttura divenne gerarchica con un dittatore che
controllava il comitato centrale e questo che controllava il partito il quale, come “avanguardia” controllava il governo.
Il partito divenne ciò che Lenin aveva voluto: una “cinghia di trasmissione” per trasmettesse gli ordini dall’alto fino alle
loro destinazioni ultime.
Col passar del tempo il partito mutò profondamente, sviluppando un’imponente burocrazia nella quale i segretari
controllavano le posizioni chiave; fu questa la strada per la quale Stalin e Kruscev raggiunsero le vette della gerarchia.

IL SOCIALISMO IN UN SOLO PAESE.

Il socialismo in un solo paese divenne il fattore operativo del leninismo. Su questa parola d’ordine la Russia emerse
come una grande potenza industriale e militare, dando inizio, nel 1928, al primo dei “piani quinquennali”, i quali
divennero – legando il comunismo al motore del nazionalismo russo – il primo esperimento di un'economia totalmente
pianificata. E con il successo il comunismo russo divenne un modello per le società contadine di tutto il mondo che
avevano aspirazioni nazionali.
L’accettazione da parte del partito del socialismo in un solo paese significò l’adorazione dell’industrializzazione forzata
che Stalin iniziò nel 1928 e la collettivizzazione forzata dell’agricoltura.
In poco più di un decennio il partito creò in Russia una forza militare capace di resistere al massacro tedesco della
seconda guerra mondiale.
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Creò un sistema industriale con un’espansione illimitata e un ritmo di crescita annuo elevatissimo.
Creò un governo abbastanza stabile da dirigere le forze militari e il sistema industriale.
Il socialismo in un solo paese tagliava l’ultimo legame con il “determinismo economico” già reso tenue da Trotskij con la
teoria della rivoluzione permanente e dalla teoria dell’imperialismo di Lenin.
L’appello di Stalin al patriottismo russo era perché restava una mera differenza verbale tra la costruzione della patria
socialista e quella della patria russa.
Il regime era socialista solo nel senso che la nazione possedeva i mezzi di produzione; le sue realtà erano
l’assolutismo politico e gli imperativi dell’industrializzazione.
Esso pretendeva di aver abolito lo sfruttamento con questa argomentazione: ”Gli operai sono “proprietari” delle
fabbriche e non possono sfruttare se stessi.”
Il concetto di uno stato nazionale che è anche socialista era dal punto di vista della filosofia marxista una mostruosità
logica, in quanto il marxismo non aveva alcun concetto positivo di stato o di nazione e aveva sempre concepito il
socialismo come incompatibile con ambedue.
Il “Manifesto del partito comunista” aveva posto il principio che “i lavoratori non hanno patria” posto come una forza che
emancipasse i lavoratori da un’illusione paralizzante.
In Russia sia il partito che il governo abbandonarono ogni pretesa di rappresentare la classe operaia, in quanto unico
obiettivo era quello di costituire un sistema industriale su larga scala.
Il regime coartò gli operai come ogni altro gruppo per favorire la classe sociale dei nuovi manager e dei tecnici che
stava creando. Il socialismo in un solo paese ha prodotto un cambiamento importante nell’orientamento internazionale
della Russia.
L’adozione della linea di Stalin significava l’abbandono della dottrina che il comunismo dipendeva dal sostegno della
classe operaia dell’Europa occidentale, in quanto non c’era alcuna ragione perché questi lavoratori, con un tenore di
vita superiore, sindacati indipendenti, governi liberali, fossero attratti dal comunismo.
La conseguenza internazionale del comunismo in un solo paese è stata la divisione tra due blocchi di potenze descritti
in vario modo come capitalistici - comunisti; imperialisti - amanti della pace; o semplicemente oriente –
occidente.
All’interrogativo: perché, dato che non esistono più classi sfruttatrici, lo stato non comincia a “dissolversi”? Stalin - con
la risposta consueta del teorico marxiano quando le predizioni non si verificano – motivava che ancora esistevano “nidi
di spionaggio” diffusi dalle potenze imperialiste. Per cui lo stato sarebbe rimasto anche nel periodo del comunismo a
meno che, nel frattempo, tutto il mondo diventasse comunista.

IL CARATTERE DEL COMUNISMO.

Ciò che Lenin lasciò in eredità al comunismo fu un atteggiamento morale assai più importante del suo contenuto
intellettuale. Fu questo che fece del comunismo una fede militante, una dedizione ai principi e alla difesa di essi.
La somiglianza con il calvinismo del 17° secolo è evidente, ma cambia il contenuto delle due morali. Il calvinismo era
dedizione all’integrità personale e alla libertà. Il comunismo era dedizione a un partito e ad una causa.
Entrambe le morali avevano una comune debolezza, poiché il rimedio morale alla concentrazione di tutta la vita in un
unico fine è l’ipocrisia.
Caratteristica dell’etica comunista era che la moralità è sostanzialmente strumentale e manipolativa (legata agli
interessi della classe e alla lotta per il potere).
Lenin assegnò al marxismo, e al suo partito, il duplice ruolo di morale e di religione, col potere di dirigere non solo il
governo ma anche la letteratura e le arti.

SCHEMA APPUNTI

LA LEGGE DI NATURA (Creata dallo Stoicismo).


La scuola STOICA fondata da ZENONE nel 300 a.c.
Gli uomini dovrebbero vivere come un solo gregge senza famiglia, averi, distinzione di razza, grado, denaro e tribunali.
Tale scuola nel tempo si adatta ai costumi romani con Crisippo (215 a.C. Stoa). L'insegnamento degli stoici era la
convinzione religiosa della perfezione della natura e di una vita conforme ad essa, rassegnazione al volere di Dio,
cooperazione al bene, fortezza, devozione al dovere e indifferenza al piacere. Tutti gli uomini sono fratelli e cittadini del
mondo; la giusta ragione è la legge di natura che insegna cosa fare e non fare: la legge di Dio. PANEZIO trasformò lo
Stoicismo in una specie di filosofia umanitaria introducendolo a Roma (lo seguitò POLIBIO). Gli uomini sono tutti figli di
Dio perciò fratelli tra loro: “la città del mondo dove regna la legge di natura”. JUS NATURALE= Termine filosofico del
termine stoico greco in latino.
JUS GENTIUM= Concetto generale non filosofico (Praetor peregrinus)
Questi 2 termini si confusero influendo l'uno sull'altro.
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SENECA. (150 d.C.)
Seneca da un nuovo aspetto all'antica dottrina stoica che ciascuno è membro di 2 governi: dello stato civile e dello
stato più grande composto da tutti gli esseri viventi in virtù della sua umanità.
Lo Stato più grande è per Seneca una società dove i vincoli sono morali e religiosi più che giuridici e politici. Il suo
stoicismo era una fede religiosa. "Nell'età dell'oro" gli uomini erano semplici, innocenti e vivevano secondo natura.
Poiché l’umanità è malvagia la proprietà privata è utile e la legge sostenuta dalla forza indispensabile. Il governo è il
mezzo scelto da Dio per guidare gli uomini ed ha diritto all’obbedienza. L'aiuto che la chiesa poteva dare allo stato fu la
ragione della sua accettazione da parte di Costantino.

S. AMBROGIO (350 d.C.) Autonomia della chiesa in materia spirituale con giurisdizione su tutti i cristiani compreso
l'Imperatore il quale è dentro la chiesa, non sopra di essa. Non discusse il dovere dell’obbedienza civile.

S. AGOSTINO (400 d.C.) "La Città di Dio" L'uomo è cittadino di 2 città, quella dov'è nato e la città di Dio. (Seneca). La
città terrena è il regno di Satana, la città celeste è il regno di Cristo. Fine dello stato è realizzare giustizia e diritto, ma lo
stato deve anche essere una chiesa, giacché la forma dell'organizzazione sociale era religiosa. La chiesa era per
Agostino la marcia di Dio nel mondo. Un vero stato deve essere cristiano. I poteri esistenti sono ordinati da Dio.
L'uso della forza nel governo era reso necessario come rimedio scelto da Dio contro il peccato.
Per Agostino le due società (terrena e celeste) si confondono nella vita terrena per essere separate nel giudizio finale.

S. GREGORIO (550 d.C.) Anche un cattivo reggitore ha diritto all'obbedienza passiva (santità del governo). Le azioni
del sovrano restano tra Dio e la sua coscienza. Questa concezione della santità del governo maturò in un'età in cui
l'anarchia era un pericolo maggiore che non il controllo degli imperatori sulla chiesa.
La "Dottrina delle due spade" (Papa Gelasio I) è la divisione dei poteri tra stato e chiesa, riuniti in Dio.

GIOVANNI DI SALISBURY (1150).


"Il Policratico" (1159): un popolo governato da un'autorità pubblica che agisce per il bene comune ed è moralmente
giustificata dalla sua legalità. "Chi usurpa la spada deve perire di spada" (difesa del tirannicida). La legge costituisce un
legame onnipresente in ogni relazione umana, inclusa quella tra governante e governato. Il concetto della universalità
della legge era un principio basilare.

S. TOMMASO D'AQUINO (Domenicano). 1200


La legge umana era una parte del sistema di governo divino che regge sia in cielo che in terra ogni cosa (Aristotele
cristianizzato)
Ci sono 4 tipi di legge: 1) ETERNA - 2) NATURALE - 3) DIVINA - 4)UMANA.
Come Aristotele Tommaso definisce la società un sistema di scambi reciproci, cui contribuiscono diversi tipi di funzioni,
lavori e compiti, al fine di ottenere una vita buona. Il governo è una funzione a cui è interessata l'intera comunità; come
l'ultimo dei suoi sudditi il reggitore è giustificato nelle sue azioni solo in forza del suo contributo al bene comune (un
ministero dato da Dio). La sedizione è peccato mortale, ma non la resistenza giustificata ad un tiranno. La legge
umana deriva dalla legge naturale opporsi al tiranno non è solo un diritto, ma anche un dovere .Il potere del Re deve
essere limitato; per Tommaso, come per Loke, il re è vincolato come i suoi sudditi dalla ragione e dalla giustizia e il suo
potere deriva dalla necessità di conciliare la legge positiva con quella naturale, considerava il sacerdotium un genere di
autorità superiore a quella dell'imperium

DANTE (1300).
L'imperialismo di Dante fu solo un ideale di pace universale dato che la politica papale era fonte di discordia infinita. Il
potere imperiale deriva da Dio ed è quindi indipendente dalla chiesa, quello spirituale è del papa. Siccome i due poteri
sono riuniti solo in Dio, l'Imperatore non ha in terra nessuno che gli sia superiore. L'autorità deriva da dio e dal popolo.
Il potere del re è superiore a quello del suddito, ma inferire a quello del complesso sociale

MARSILIO DA PADOVA (Neo protestante) 1320.


Il "Defensor Pacis" Lodovico il Bavaro. scrisse per abbattere il sistema imperialistico papale (da Innocenzo III). Le sue
basi filosofiche derivavano da Aristotele. In base al principio "Averroistico” dichiarò la separazione tra ragione e
rivelazione. La felicità terrena si raggiunge anche senza l'aiuto di Dio (per salvarsi basta vivere secondo morale. La
legge umana non deriva da quella divina, ma è in contrasto con essa. LO STATO è una specie di essere vivente
composto di più parti, ciascuna con una propria funzione vitale. Fonte della legge è il popolo. La ragione mostra che il
governo civile è necessario come mezzo di pace e di ordine. C'è anche bisogno della religione che serve in questa vita
ed è mezzo di salvezza nella vita futura

GUGLIELMO D'OCCAM (Teologo Francescano) 1320.


La sovranità papale è un'eresia. L'imperatore ha il potere d'intervenire in riforme della chiesa, ma soltanto in via
eccezionale. Limitazione dell'assolutismo papale, ma mutua cordialità tra il potere spirituale e temporale purché
ciascuno agisca nei limiti posti dalla legge divina e quella naturale. Nega che il potere dell'imperatore derivi dal papa,
ma dagli esponenti del popolo.
Il complesso della legge comprende: la volontà rivelata da Dio, la ragione naturale, i dettami dell'equità naturale, la
prassi comuni delle nazioni civili, la consuetudine e la legge positiva dei popoli particolari. Ciò forma un sistema
flessibile nei suoi dettagli che permette mutamenti senza sensibili violazioni dei principi fondamentali. L'autorità deve
essere giustificata dal bene comune

MACHIAVELLI (1513).
Il papa divenne tra i sovrani Italiani. Non c'era in Italia una potenza così forte da darle unità. Machiavelli ritenne la
chiesa responsabile di questo stato di cose OPERE: "Il Principe" (tratta delle monarchie e dei governi assoluti)
"Discorsi sulla prima deca di Tito Livio" (L'espansione della Repubblica di Roma). Gli uomini sono generalmente cattivi,
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egoisti, aggressivi ed acquisitivi, con la conseguenza di essere sempre in una condizione di lotta e di competizione che
minaccia l'anarchia, impedita solo dalla forza della legge, da cui la sicurezza è possibile solo se il governo è forte. Gli
obblighi morali debbono perciò derivare dalla legge e dal governo (Hobbes).

MARTIN LUTERO (1520)


Era più propenso alla libertà personale e quindi contrario alla costrizione in materia di fede. La chiesa è l'assemblea
sulla terra di tutti coloro che credono in Dio; il clero deve rispondere come i laici in materia temporale. Con riluttanza
concluse che l'eresia doveva essere soppressa; questa conclusione portava alla violenza riponendo ciò nei reggitori
secolari. Egli istituì le chiese di stato luterano che erano quasi organi dello stato.
La sua dipendenza dai principi per il successo della riforma fece si che egli aderisse all'idea che i sudditi hanno verso i
sovrani un dovere di obbedienza passiva.

CALVINO (1540)
Il calvinismo venne a trovarsi in opposizione ai governi che non riusciva a convertire, perciò il principio di "obbedienza
passiva" fu annullato dai suoi seguaci (Knox).
Calvino si opponeva ad una combinazione tra stato e chiesa; una chiesa libera con l'appoggio del governo per
obbligare i recalcitranti. La dottrina calvinista della predestinazione era la fede in un sistema cosmico di
disciplina quasi militare. Il calvinismo cercò di dare al clero un grande potere. Le istituzioni secolari sono anch'esse
mezzi di salvazione. La "dottrina della predestinazione" era il mandato dei santi a governare

GIOVANNI BODIN (1576).


Il re come centro dell'unità nazionale sopra le sette religiose e i partiti politici, considerando la possibilità di tollerare
diverse religioni in un solo stato, mantenendo l'unità. La sua "Repubblica" doveva offrire i principi di ordine ed equità
sui quali ogni stato ordinato deve fondarsi. Lo stato è formato da una associazione di famiglie riunite da una autorità
sovrana. La proprietà appartiene alla famiglia, la sovranità allo Stato e ai suoi magistrati.
PRINCIPIO DI SOVRANITA': La sovranità è un potere supremo perpetuo non limitato dalla legge, perché il sovrano è
fonte della legge ma è soggetto alla legge naturale e risponde dinanzi a Dio. Nell'imporre tasse ci deve essere
l'approvazione della famiglia LEGES IMPERII: leggi connesse con la sovranità che neppure questa può mutare Lo
stato di Bodin contiene 2 assoluti: Il potere legislativo assoluto del sovrano e i diritti irrevocabili della famiglia.

ALTUSIO. 1600 (Calvinista).


Sviluppò una dottrina politica naturalistica fondata sulla sola idea del contratto e libera da qualsiasi autorità religiosa.
Il contratto aveva 2 aspetti:
1) un ruolo politico tra il reggitore e il suo popolo: un contratto di governo. 2) un ruolo generale sociologico nel
chiarire l'esistenza di qualsiasi gruppo: un contratto sociale in senso ampio. Per quest'accordo gli individui diventano
conviventi e quindi partecipi dei beni, dei servigi e delle leggi create e mantenute dall'associazione. Altusio distingue 5
tipi di associazioni: Famiglia; corporazione volontaria (Collegium); comunità locale; provincia; stato. La sovranità
risiede nel popolo torna al popolo se chi lo detiene ne abusa.

GROZIO (1600) (Giurista olandese, fondatore del moderno Diritto Internazionale)


Soggetto comune della sovranità è lo stato stesso; soggetto speciale è una persona o un gruppo di persone, secondo
la legge costituzionale di ciascuno stato. Il sovrano è perciò o l'ente politico stesso (lo Stato di Altusio) o il governo.
Una legge che regolava i rapporti tra gli stati sovrani su una trattazione delle norme che regolano i rapporti
internazionali. Le ingiunzioni di natura sarebbero le stesse anche se Dio non esistesse. Il JUS GENTIUM come LEGGE
INTERNAZIONALE. Una teoria politica fondata sulla legge naturale contiene 2 elementi: IL CONTRATTO (per cui una
società o un governo vengono ad esistere). LO STATO DI NATURA (che esisteva prescindendo dal contratto). Legge
e governo cadono nel campo generale della morale; esse non sono pure espressioni di forza, ma soggette alla critica
etica. Perciò, nel complesso, la teoria propendeva generalmente verso il "liberalismo politico". La priorità
dell'individuo come carattere più marcato della dottrina della legge naturale.

TOMMASO HOBBES (1651)


"Il Leviatano". (Organizzazione statale e politica assolutistica e opprimente). La monarchia è la forma di governo più
stabile ed ordinata.Per Hobbes la causa (non il fine) che controlla la vita umana è il meccanismo psicologico
dell'animale-uomo. La legge di natura stabilisce le condizioni ipotetiche su cui i tratti fondamentali degli uomini
permettono la fondazione di un governo stabile.
Le emozioni sono sempre accoppiate e provocano 2 reazioni: DESIDERIO e AVVERSIONE; uno procura gioia, l'altro
dolore. Il principio che si cela dietro ogni condotta è l'autoconservazione. Identificava il governo con la forza e, per
giustificarla, conservò l'antico espediente del contratto definito come un patto tra individui i quali rinunciano ad aiutarsi
da se e si sottopongono ad un sovrano. Tutti i poteri sono inerenti al sovrano. L'opposizione ad esso non è mai
giustificata.
Per Hobbes la spiritualità è un'invenzione dell'immaginazione, la chiesa non è che una corporazione e il capo ne è il
sovrano senza alcun conflitto con la legge umana, ma ricade nel suo ambito. I vantaggi del governo sono tangibili e
debbono tornare a beneficio degli individui sotto forma di pace , benessere e sicurezza: "Questa è la sola ragione per
cui un governo può essere giustificato o esistere".

HALIFAX. (1680) Statista.


Legge e governo dipendono dall'intelligenza e la buona volontà di quelli che le attuano. Il governo deve essere il
compito di una classe dirigente animata da spirito pubblico, la sua virtù un compromesso tra forza e libertà: forte per
mantenere la pace, ma liberale abbastanza da evitare la repressione. La nazione fa il governo, non viceversa. C'è in
ogni nazione un potere supremo che muta la costituzione tutte le volte che il suo bene lo esiga. Il miglior compromesso
tra potere e libertà è una via di mezzo tra la monarchia assoluta e la repubblica: UNA MONARCHIA MISTA, un
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governo costituzionale diviso tra il Re ed il Parlamento. Il miglior compromesso tra potere e libertà è una via di mezzo
tra la monarchia assoluta e la repubblica.

LOCKE (1690) Filosofo.


Il governo è responsabile verso il popolo; il suo potere è limitato sia dalla legge morale sia dalle tradizioni e dalle
convenzioni costituzionali inerenti alla storia del regno; esso esiste per il benessere della nazione. “L’individuo ha
naturalmente il diritto a quello cui egli ha mescolato il lavoro del suo corpo estendendo col suo lavoro la sua personalità
agli oggetti che produce" (derivazione del diritto di proprietà privata). Società e governo esistono in parte per
proteggere il precedente diritto privato alla proprietà. VITA, LIBERTA', PROPRIETA': Egli concepì questi diritti naturali
all stessa stregua: nati con l'individuo e quindi come richieste irrevocabili sia alla società che al governo. IL
CONTRATTO ORIGINARIO per mezzo del quale gli uomini si incorporano in una società è il patto che esiste tra
individui che fondano uno stato il cui il potere deriva dal consenso dei membri ed è finalizzato alla protezione dei diritti
individuali (vita, libertà, proprietà). La forma del governo può essere di una forma od un'altra.
Per Locke è importante per la libertà che i poteri legislativo ed esecutivo non siano nelle stesse mani ed entrambi sono
limitati. La società e il governo inglesi sono 2 cose distinte; il secondo esiste per il benessere della prima ed è giusto
mutare un governo che minacci gli interessi sociali.

ROUSSEAU (1750).
Senza riverenza, fede ed intuizione morale non esiste carattere ne' società. Rousseau riuscì a trascinare la filosofia
dalla sua parte contro la tradizione (illuministica) che le era propria. Egli attaccò la filosofia dell'individualismo
sistematico attribuibile ad Hobbes e Locke. Rousseau desunse da Platone il presupposto implicito nella filosofia della
città-stato, cioè la soggezione politica sia essenzialmente un fatto etico e che la comunità stessa sia la massima
rappresentante della moralità esprimendo quindi il più alto valore etico; fuori dalla società non esiste morale, da essa
gli individui traggono la loro felicità e diventano umani; la categoria morale fondamentale non è l'uomo, ma il cittadino.
Gli uomini sono naturalmente buoni. L'egoista calcolatore non esiste in natura, ma in una società corrotta. Il
"CONTRATTO SOCIALE (1762) ove Rousseau tratta della volontà generale e critica il diritto naturale. Il governo altro
non è che il rappresentante del popolo, talmente privo di poteri indipendenti da non costituire parte contraente. La
volontà generale rappresentava un fatto unico riguardo a una comunità, vale a dire che vi è un bene collettivo della
comunità che non coincide con gli interessi privati dei suoi membri. La comunità vive la sua vita, essa ha una sua
volontà: la volontà generale. La volontà generale è sempre giusta, perché vuole il bene sociale che costituisce in se la
norma del diritto. Ciò che non è giusto non è volontà generale. La sovranità appartiene al popolo con una democrazia
diretta ove i cittadini prendono parte alle riunioni civiche.

HUME: RAGIONE, FATTO, VALORE (1740 Filosofo scozzese) .


Con il "Trattato sulla natura umana" (1740) La legge di natura non può dimostrare certi principi necessari ed
inevitabili, visto che non ci si riferisce alla ragione, ma ad inclinazioni umane. La ragione in se non detta un modo di
agire particolare, il fatto che un risultato piaccia o non piaccia non è in se ragionevole o irragionevole. Qualsiasi norma
è meglio di nessuna norma, sperando che esse agiscano bene. Non sono verità eterne radicate nella natura, ma modi
di condotta giustificati dalle loro conseguenze e fissati dall'abitudine(convenzioni). Hume distinse 2 complessi di
convenzioni: 1) Quelle che regolano la proprietà (le norme di giustizia). Il possesso dei beni deve essere stabile,
può essere trasferito pere consenso. I patti debbono vincolare. 2) Quelle che riguardano la legittimità dell'autorità
politica. Un governo legittimo si fonda su un complesso di norme convenzionali che lo distinguono dall'usurpazione. Al
posto dei diritti irrevocabili o della giustizia e libertà naturali, resta l'utilità personale e sociale che si risolve in norme
convenzionali di condotta per i fini umani. Queste convenzioni diffuse tra gli uomini mutano nella loro forma
lentamente, non si possono però dire universali o leggi di natura.

BURKE: LA COSTITUZIONE PRESCRITTIVA (1790) Statista irlandese.


Burke rappresentò la reazione necessaria alla distruzione di Hume delle eterne verità della ragione e della legge
naturale. Sentimento, tradizione e storia idealizzata subentravano al posto dei diritti immediatamente evidenti e il culto
della comunità si sostituiva al culto dell'individuo. La tradizione costituzionale dovrebbe essere oggetto di riverenza
quasi religiosa, perché costituisce il deposito dell'intelligenza e della civiltà collettiva. Si scagliò contro gli eccessi della
rivoluzione francese ripudiando la teoria dei diritti naturali. I sistemi di una società politica sono convenzioni santificate
dall'uso e dalla consuetudine.
Egli pensava che la rappresentanza virtuale in un governo parlamentare dovesse essere rappresentata da una
minoranza compatta (partiti) con un parlamento dove i capi di questa minoranza potessero essere tutti chiamati a
rendere conto del loro agire da parte del loro partito, nell'interesse però di tutto il paese. La regola della maggioranza è
una convenzione sociale, un sistema pratico stabilito per accordo comune e corroborato dalla consuetudine, della
tradizione e della partecipazione alla vita sociale assolutamente ignoto alla natura. L'arte dello statista consiste in
questo: conservare trasformando. La qualità morale della natura umana non è data tanto dalla ragione, quanto dalla
consuetudine, dalla tradizione e dalla partecipazione alla vita sociale. Egli fuse politica e religione.

HEGEL: LA DIALETTICA E IL NAZIONALISMO (1800).


Caratteristica predominante della filosofia di HEGEL fu il grande valore che egli attribuì allo stato nazionale. Lo spirito
della nazione (Wolksgeist), che agisce attraverso gli individui indipendentemente dalla loro volontà, era per lui il vero
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creatore dell'arte, della legge, della moralità e della religione. Lo stato perciò guida lo sviluppo della nazione e ne è
il fine. Così Hegel toglieva al nazionalismo gli elementi radicali, egalitari e individualistici dell'era rivoluzionaria. Il
metodo storico doveva mostrare gli stadi necessari dello sviluppo sociale e morale. La storia offre i principi per una
critica obiettiva che distingue il vero dal falso, il reale da ciò che è puramente "apparente". Tale studio richiedeva uno
speciale apparato e questo era fornito dalla "dialettica". 3 stadi della dialettica: TESI - Antitesi - Sintesi, il cui
processo totale si chiama Pensiero. Egli identificava la libertà dell'individuo con la sua volontaria dedizione alla
realizzazione nazionale che è nello stesso tempo realizzazione individuale. La monarchia nazionale era la forma più
alta di governo costituzionale. Scopo della dialettica era di fornire un apparato logico tale da rivelare la necessità
della storia. La storia di un popolo documenta lo sviluppo di una singola mentalità nazionale che si esprime in tutti gli
aspetti della natura. Le filosofie, le religioni e le istituzioni sono "invenzioni consapevoli create a fini pratici". Gli individui
contano poco nel risultato finale, sono dei mezzi e i loro desideri vanno sacrificati al successo dei fini più alti delle
nazioni. La storia è progresso ciclico o a spirale

LA DOTTRINA GIURIDICA DI BENTHAM (1800 Fondatore dell'utilitarismo).


Il principio della massima felicità metteva nelle mani del legislatore uno strumento di valore pratico universale. Il
legislatore ha bisogno solo di conoscere le circostanze di tempo e di luogo che hanno prodotto usanze e consuetudini
peculiari per dirigere la condotta con l'assegnazione di punizioni o penalità atte a produrre i risultati più desiderabili.
Consuetudini e istituzioni non sono altro che abitudini che possono ostacolare un intelligente adattamento dei mezzi ai
fini: sono la parte del tecnicismo e delle finzioni cui il principio di massima felicità dovrebbe ovviare (sfiducia nella
consuetudine e la sua totale subordinazione alla legislazione).Questa concezione veniva applicata da Bentham a tutti i
rami della legge civile e penale e al sistema giudiziario.

GIOVANNI STUART MILL: LA LIBERTA’ (1850).


L’importanza della filosofia di Mill consiste nel suo distacco dal sistema che pur dichiarava di difendere e quindi nella
revisione che essa fece della tradizione utilitaria. Mill non accettava il principio della massima felicità di Bentham per ciò
che era effettivamente, un puro e semplice criterio per giudicare l’utilità della legislazione. L’etica di Mill abbandonava
l’egoismo, ammetteva che il benessere sociale è oggetto di interesse per tutti gli uomini e considerava la libertà,
l’integrità il rispetto di se e la distinzione personale come beni intrinseci, prescindendo dal loro contributo alla felicità
(Saggio della libertà – 1859). Per Mill la libertà di pensiero, di discussione , di giudizio morale cosciente e d’azione
erano beni di loro proprio diritto. Per Mill un governo liberale deve poggiare su una società liberale. La società diventa
un terzo fattore nei rapporti tra individuo e governo e nell’assicurazione della libertà individuale.

ERBERTO SPENCER. 1870


I massimi esponenti della filosofia del liberalismo politico inglese del 1875 furono Mill ed Erberto Spencer. Entrambi
traevano le loro origini filosofiche dal radicalismo, ma Spencer, a differenza di Mill, pose al centro della sua filosofia la
nuova concezione dell’evoluzione organica. La “Statica sociale” fu pubblicata nove anni prima della “Origine della
specie “ di Darwin, e la sua etica evoluzionistica successiva consistette nella costruzione di legami psicologici
speculativi tra il piacere e la selezione biologica. Spencer proseguì la tradizione razionalistica degli economisti classici e
si servì dell’evoluzione per ricostruire il sistema di una società naturale con confini naturali tra economia e politica. Mise
in rapporto il liberalismo con la biologia e la sociologia (evoluzione sociale e biologica). Per Spencer la nuova versione
della natura era l’evoluzione. La teoria dell’evoluzione offriva il concetto di società naturale e ciò diveniva una nuova
versione del vecchio sistema della libertà naturale.

T.H. GREEN
La revisione della dottrina liberale fu compiuta tra il 1880 e il 1900 dagli idealisti di Oxford, il cui maggior esponente fu
Tommaso Hill Green. I problemi filosofici del liberalismo erano la natura della personalità e della comunità sociale e il
rapporto tra le due. Suo fine era dimostrare che la personalità si realizza trovando parte significativa nella vita della
società.
La politica era un mezzo alla creazione di condizioni sociali tali da rendere possibile il progresso morale. La funzione di
un governo liberale è di appoggiare l’esistenza di una società libera, rimuovendo molti degli ostacoli che sono sulla via
del progresso morale. Il principio generale dell'etica di Green era la reciprocità di rapporto tra l'individuo e la comunità
sociale di cui egli è membro ("la persona è una persona sociale"). Il governo si fonda sulla volontà, non sulla forza,
perché il LEGAME CHE UNISCE GLIUOMINI ALLA SOCIETA' E' LA COSTRIZIONE DELLA LORO STESSA
NATURA., non la penalità della legge o il calcolo di ulteriori benefici. Perciò la coercizione dovrebbe essere ridotta al
minimo. Per Green, come per Kant, una comunità di persone è un "Regno di fini", in cui ognuno è trattato come fine e
non puramente come mezzo. Questa verità era per lui contenuta nella legge naturale. La legge guarda l'esteriorità
della condotta e non lo spirito e l'intenzione dietro di essa. La fede di Green era nella realtà di una scienza sociale che
regolasse la legge e ne fosse sostenuta. Questa libertà morale che nasceva dalla personalità era per lui la base del
liberalismo politico.

APPROFONDIMENTI SU AUTORI

Bodin, Jean (Angers 1530 - Laon 1596), storico, giurista ed economista francese, difensore della monarchia, che
contribuì in modo rilevante alla filosofia politica nel XVI secolo. Studiò a Tolosa e divenne avvocato a Parigi nel 1561.
Tra il 1584 e il 1588 esercitò la funzione di luogotenente generale del baliato di Laon, dove divenne procuratore del
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re. Protestante, accusato di eresia, fu autore di un Methodus ad facilem historiarum cognitionem (Metodo per
l'apprendimento facilitato della storia, 1566) nel quale sottolineava come la conoscenza della storia e del diritto
consente la deduzione dei principi della politica. L'opera più importante di Bodin è il trattato I sei libri della repubblica,
pubblicato nel 1576: un'inchiesta sulla natura dello stato con lo scopo di individuare il miglior regime politico possibile,
ricusando l'approccio utopistico adottato, tra i suoi predecessori, in particolare da Thomas More. Bodin propose una
teoria della sovranità come fondamento dello stato, manifestando una netta preferenza per il regime monarchico.
Occorre notare che Bodin non introdusse la questione della religione nel suo trattato: quest'ultima, secondo lui, è
indipendente dal diritto e dalla politica.

Grozio, Ugo Nome italianizzato di Huig de Groot (Delft 1583 - Rostock 1645), giurista e teologo olandese, fondatore
del moderno diritto internazionale. Autore di poesie in latino già all'età di otto anni, Grozio si iscrisse all'università di
Leida all'età di dodici; unitosi nel 1598 alla missione inviata presso Enrico IV di Francia, rimase a Orléans per
continuare gli studi. Ritornato in Olanda nel 1599, esercitò la professione di avvocato.

Nel 1625 pubblicò la sua opera più importante, De jure belli ac pacis (Sul diritto di guerra e di pace), in cui
denunciava la guerra come violazione del diritto naturale. Secondo Grozio la guerra sarebbe infatti ammissibile solo
per una giusta causa, una volta fallito ogni tentativo di conciliazione. In Francia, dov'era fuggito per motivi politici,
completò l'opera De veritate religionis christianae (La verità della religione cristiana, 1627), un'affermazione non
settaria delle verità del cristianesimo, che fu ampiamente tradotta e gli fruttò un grande successo. Morì al suo ritorno
da un viaggio in Svezia, paese di cui era stato ambasciatore a Parigi, quando la nave su cui viaggiava naufragò sulle
coste della Pomerania.

Diritto naturale In filosofia morale, teologia e diritto, un sistema di principi sul quale si presume si fondino le
caratteristiche immutabili della natura umana, che può fungere da modello per la valutazione della condotta
individuale e delle leggi dello stato. La legge naturale è reputata essenzialmente immodificabile e universalmente
applicabile. A essa si oppone il diritto positivo, che viene promulgato dalla società civile.
Formulazioni antiche del diritto naturale

Gli antichi filosofi greci elaborarono per primi una dottrina del diritto naturale. Nel VI secolo a.C. Eraclito parlò di una
comune saggezza che pervade interamente il cosmo, "poiché tutte le leggi umane procedono da una sola legge,
quella divina". Aristotele individuò due tipi di giustizia: "Esistono norme di diritto naturale che possiedono ovunque la
medesima validità e non dipendono dal fatto che le accettiamo o meno e norme giuridiche [convenzionali] la cui
peculiarità risiede nel loro poter essere stabilite indifferentemente in un modo o in un altro".

Gli stoici, in particolare il filosofo Crisippo di Soli, elaborarono una teoria sistematica della legge naturale; secondo lo
stoicismo il cosmo è razionalmente regolato da un principio, il logos, talora identificabile con Dio, talora con la
ragione, talora con il destino. Ogni essere naturale è parte del cosmo, e vivere virtuosamente significa vivere in
armonia con la propria natura, vivere secondo ragione; dal momento che passione ed emozione sono reputate moti
irrazionali dell'anima, il sapiente cerca di estirpare le passioni e di abbracciare consapevolmente la vita razionale.

Questa dottrina fu resa popolare tra i romani da Cicerone, che nel De Republica elaborò una formulazione, poi
divenuta celebre, della nozione di legge naturale: "La vera legge è la retta ragione conforme a Natura; essa è
applicabile universalmente, immutabile ed eterna; tale legge intima l'osservanza dei suoi comandi e scoraggia la
trasgressione dei suoi divieti. Non esisteranno leggi diverse a Roma e ad Atene, o leggi diverse per il tempo
presente e per quello futuro, ma un'unica legge, eterna e immutabile, sarà valida per tutte le nazioni di tutti i tempi".
Nel Corpus iuris civilis, una compilazione e codificazione del diritto romano steso nel 534 durante il mandato
dell'imperatore Giustiniano, viene menzionato uno ius naturale, ma non c'è alcun riconoscimento del primato della
legge naturale su quella positiva, né alcuna rivendicazione dei diritti umani (lo schiavismo, ad esempio, era previsto
dalla legge).
Le concezioni cristiane

I cristiani trovarono molto vicina al loro pensiero la dottrina stoica della legge naturale. San Paolo affermò che i
pagani, non possedendo la legge mosaica, "per natura agiscono secondo la legge" (Romani 2:14). Il teologo
spagnolo del VI secolo Isidoro di Siviglia asserì che la legge naturale è osservata ovunque in virtù di un istinto
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naturale; egli citò come esempi le leggi che prescrivono il matrimonio e la procreazione. I testi di Isidoro riprodotti
dallo studioso italiano Graziano (1140 ca.), all'inizio del Decretum, il manuale di diritto canonico del Medioevo,
stimolarono una vivace discussione tra i filosofi scolastici. L'insegnamento di san Tommaso d'Aquino sulla legge
naturale è quello più largamente conosciuto. Nella Summa Theologiae (1265-1273) Tommaso definì "legge eterna" il
governo razionale che Dio esercita sul creato. La legge eterna fa in modo che tutti gli esseri viventi siano
costitutivamente inclini a compiere le azioni e a soddisfare i desideri che sono loro appropriati. Le creature razionali
partecipano così della medesima ragione divina, denominata "legge naturale", i cui dettami corrispondono alle
inclinazioni fondamentali della natura umana. Secondo l'Aquinate, è quindi possibile distinguere il bene dal male
grazie al lume della ragione naturale.
Le teorie moderne del diritto naturale

Il giurista olandese Ugo Grozio è considerato il fondatore della moderna teoria del diritto naturale. La sua definizione
di "diritto naturale" come il corpus di norme che è possibile scoprire valendosi della sola ragione è tradizionale, ma
nell'esporre l'ipotesi secondo la quale la legge sarebbe valida anche se non esistesse alcun Dio, o nel caso in cui Dio
non interferisse con le vicende umane, egli ripudiò ogni presupposto teologico e preparò il terreno alle teorie
razionaliste dei secoli XVII e XVIII.

I filosofi britannici del XVII secolo Thomas Hobbes e John Locke teorizzarono uno stato di natura primordiale da cui
traeva origine un contratto sociale, e fusero questa teoria con quella del diritto naturale.

Nel XIX secolo lo spirito critico dominò il dibattito sul diritto naturale. In genere si guardò all'esistenza di un diritto
naturale come a qualcosa di indimostrabile, ed esso venne ampiamente soppiantato nella teoria giuridica
dall'utilitarismo, inteso come il conseguimento della "felicità maggiore per il maggior numero", e dal positivismo
giuridico, secondo il quale il diritto si fonda semplicemente sull'"autorità del sovrano".

Le atrocità commesse dalla Germania nazista nel corso della seconda guerra mondiale riaccesero l'interesse per un
fondamento del diritto che possedesse un valore etico superiore a quello della legge positiva. I paesi che
sottoscrissero la Carta delle Nazioni Unite dichiararono che si sarebbero impegnati a "garantire" i diritti umani; il 10
dicembre 1948 l'assemblea generale delle Nazioni Unite adottò la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, la
quale, tuttavia, ha lo statuto di un riconoscimento morale piuttosto che di un documento giuridicamente valido. Vedi
anche Etica.

Hobbes, Thomas (Westport, Malmesbury 1588 - Hardwick 1679), filosofo e pensatore politico inglese. Studiò
all'università di Oxford e nel 1608 divenne precettore di Lord William Cavendish; in seguito si recò in Francia e in
Italia con il suo allievo, incontrando alcuni tra i più grandi scienziati e pensatori dell'epoca, come Galileo, René
Descartes e Pierre Gassendi. Nel 1637, tornato in Inghilterra, si interessò alla disputa costituzionale tra il re Carlo I e
il Parlamento cominciando a lavorare a un "trattatello in inglese" in difesa della prerogativa regia. Questo lavoro
circolò privatamente già dal 1640 con il titolo di Elementi di legge naturale e politica, ma venne pubblicato solo nel
1650. Hobbes, temendo di venire arrestato per il suo scritto fuggì a Parigi, dove rimase undici anni in esilio
volontario.

Nel 1642 finì il De Cive, un'esposizione della sua teoria sul governo dello stato. Dal 1646 al 1648 fu precettore di
matematica del futuro re Carlo II, anch'egli in esilio a Parigi. Il suo lavoro più noto è il Leviatano (1651), una vigorosa
affermazione della sua teoria contrattualista della sovranità. L'opera fu male interpretata dai sostenitori del principe
esiliato e destò i sospetti delle autorità francesi per l'attacco che portava al papato; temendo questa volta di essere
arrestato dai francesi, Hobbes tornò in Inghilterra.

Dal 1660 ebbe la protezione del suo ex allievo, quando questi venne incoronato; ma nel 1666 il re approvò una legge
che includeva il Leviatano tra i libri da esaminare perché sospetti di ateismo. Ciò costrinse Hobbes a bruciare molti
suoi scritti e a posticipare la pubblicazione di tre opere: Behemoth, il Dialogo tra un filosofo e uno studioso del diritto
comune d'Inghilterra e una Historia Ecclesiastica in versi. All'età di 84 anni scrisse un'autobiografia in distici latini,
traducendo in inglese nei tre anni seguenti l'Iliade e l'Odissea di Omero.

La sua filosofia politica è da interpretare come una reazione contro la libertà di coscienza propugnata dalla Riforma,
che a suo parere aveva condotto la società all'anarchia. Ruppe con la tradizione filosofica della scolastica e gettò le
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fondamenta della moderna sociologia scientifica applicando agli individui, considerati sia come soggetti che come
oggetti sociali, i principi della scienza fisica che descrivono il mondo materiale e il rigore dimostrativo della geometria.
Hobbes elaborò la sua dottrina politica ipotizzando uno stato di natura in cui gli uomini hanno paura gli uni degli altri e
debbono pertanto affidarsi alla neutrale, ma assoluta autorità dello stato nelle questioni sia secolari sia religiose.

Locke, John (Wrington 1632 - Oates 1704), filosofo inglese, uno dei fondatori dell'empirismo. Studiò presso
l'università di Oxford; vi ottenne incarichi accademici e fu amico di Robert Boyle e dei più eminenti scienziati del suo
tempo, di cui condivideva gli interessi. Dal 1667 visse nella residenza londinese di Anthony Ashley Cooper, futuro
conte di Shaftesbury, uomo politico di cui fu amico, consigliere e medico. Nel 1675, in seguito alla sconfitta politica di
Shaftesbury, Locke riparò in Francia, dove studiò la filosofia di Cartesio e Gassendi; tornò per un breve periodo in
Inghilterra ma dovette ancora fuggire in Olanda per motivi politici. In seguito alla Gloriosa rivoluzione del 1688,
ritornò in Inghilterra, dove ottenne nuovamente cariche pubbliche.

Empirismo

Nella sua opera principale, Saggio sull'intelletto umano (1690), Locke sistematizzò la dottrina empirista, già illustrata
da Francesco Bacone all'inizio del secolo. Contrario alle teorie dell'innatismo, Locke considerava l'intelletto
dell'individuo alla nascita come una tabula rasa sulla quale l'esperienza scrive tutti i contenuti della conoscenza. Per
Locke l'esperienza sensibile è alla base di ogni conoscenza umana, poiché, tramite la sensazione e la riflessione,
fornisce all'intelletto i contenuti del pensiero (le idee), cioè le rappresentazioni della mente. Le idee possono essere
di due tipi: semplici, derivanti direttamente dalla sensazione, e complesse, combinazione di molteplici idee semplici.
Teorie politiche

Grande importanza ebbero anche le analisi politiche contenute nei due Trattati sul governo (1690), nei quali Locke
attaccò la teoria del diritto divino e respinse la teoria assolutista dello stato propugnata dal filosofo Thomas Hobbes.
Per Locke, infatti, la sovranità non è dello stato, ma del popolo, a cui lo stato deve garantire tutti i diritti naturali. Se lo
stato usurpa la sovranità popolare, i cittadini hanno il diritto di rimuovere, anche attraverso una rivoluzione, il potere
costituito. Una forma di controllo dell'operato dello stato è la separazione dei poteri, distinguendoli in potere
legislativo, esecutivo e giudiziario, e il loro equilibrio. Il suo liberalismo lo portò anche a riconoscere la separazione
tra chiesa e stato e a promuovere la tolleranza e la libertà di culto.

Rousseau, Jean-Jacques (Ginevra 1712 - Ermenonville 1778), filosofo svizzero di lingua francese, teorico delle
scienze sociali e politiche, uno fra gli scrittori più influenti dell'epoca illuministica. Nacque da una famiglia calvinista di
origine francese; morta la madre di parto, Rousseau venne trasferito lontano da Ginevra presso uno zio.
Adolescente irrequieto, dopo aver ricevuto i rudimenti di istruzione da un pastore, tornò da uno zio a Ginevra nel
1724, dove divenne praticante presso un incisore e un notaio; fuggito dopo tre anni, incontrò Madame Louise de
Warens, che lo convinse a convertirsi e lo fece educare in un collegio cattolico, dal quale Rousseau si allontanò ben
presto vivendo ramingo per qualche anno ed esercitando le professioni più disparate. Rifugiatosi nuovamente presso
Madame de Warens a Chambéry, divenne suo segretario e compagno e visse con lei alcuni anni. Nel 1742 si trasferì
a Parigi, dove si guadagnò da vivere come segretario particolare, tutore e copista di musica. Dopo un'esperienza di
lavoro a Venezia, presso la segreteria dell'ambasciata francese, tornò a Parigi, dove entrò in contatto con gli
enciclopedisti, divenendo amico in particolare di Denis Diderot, che gli commissionò alcuni articoli di musica per
l'Encyclopedie.
Gli scritti filosofici

Nel 1750, Rousseau vinse il concorso bandito dall'accademia di Digione con il Discorso sulle scienze e sulle arti
(1749), diventando famoso nonostante la rinuncia a ogni riconoscimento pubblico connesso al premio. Nel primo
Discorso e nel Discorso sulle origini della disuguaglianza fra gli uomini (1754) illustrò la tesi della corruzione del
genere umano a opera della scienza, dell'arte e delle istituzioni sociali, e della superiorità morale dello stato di natura
rispetto a quello civile (vedi Naturalismo). Dopo essere tornato a Ginevra nel 1754 ed essersi nuovamente convertito
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al calvinismo, Rousseau tornò a Parigi. Protetto dai nobili, dal 1756 al 1762 alloggiò presso il duca di Montmorency e
terminò la stesura del romanzo epistolare Giulia o la nuova Eloisa (1761), una sorta di versione letteraria della sua
teoria, che esalta i benefici di un ritorno alla vita naturale. Nel celebre trattato politico Il contratto sociale (1762) egli
argomentò a favore della libertà civile e, assumendo le difese della volontà popolare contro il diritto divino, contribuì a
preparare il terreno ideologico sul quale fiorì la Rivoluzione francese.
Gli scritti successivi

Nel celebre romanzo Emilio (1762) Rousseau illustrò una nuova teoria pedagogica che poneva l'accento
sull'importanza della libera espressione piuttosto che della repressione, al fine di formare un individuo equilibrato e
indipendente.

Entrò presto in contrasto con gli enciclopedisti, suscitando in particolare gli strali di Voltaire, e si procurò, con le sue
opere polemiche e anticonformiste, l'ostilità dei potenti di Francia e poi di Svizzera, dove si era rifugiato. Nel 1762
fuggì prima in Prussia e poi in Inghilterra, dove fu accolto dal filosofo scozzese David Hume. Ben presto, tuttavia,
anche questo legame si deteriorò e i due filosofi si accusarono vicendevolmente in lettere pubbliche; nel 1768
Rousseau fece ritorno in Francia e nel 1770 portò a termine il manoscritto della sua opera più introspettiva, le
autobiografiche Confessioni (pubblicate postume nel 1782). Si tratta di un acuto esame di coscienza che rivelava gli
intensi conflitti emotivi e morali della sua vita; lo scrittore morì presso il marchese di Girardin, due anni dopo.
Critica

Benché Rousseau abbia contribuito in larga misura a quell'indirizzo di pensiero dell'Europa occidentale che si era
pronunciato a favore della libertà individuale e contro l'assolutismo della Chiesa e dello Stato, alcuni storici ritengono
che la moderna ideologia totalitaria si sia ispirata proprio alla sua concezione dello stato come incarnazione
dell'astratta volontà degli individui. La teoria pedagogica di Rousseau favorì invece metodi educativi più permissivi e
più attenti all'aspetto psicologico, ed ebbero ripercussioni su riformatori come lo svizzero Pestalozzi e altri pionieri
della pedagogia contemporanea. La Nuova Eloisa e le Confessioni inaugurarono un nuovo stile estremamente
emozionale, permeato di un'intensa esperienza personale nell'indagare il conflitto tra valori morali e terreni. Con
queste opere Rousseau influenzò profondamente la letteratura e la filosofia del romanticismo, e risultò importante
anche per lo sviluppo di teorie psicologiche, letterarie e psicoanalitiche contemporanee. Fu anche importante per
l'esistenzialismo del XX secolo, grazie soprattutto al rilievo dato al libero arbitrio, al rifiuto della dottrina del peccato
originale e alla difesa dell'educazione tramite l'esperienza più che la teoria. Lo spirito e le idee di Rousseau
condividono lo spirito dell'illuminismo, con la sua appassionata difesa della ragione e dei diritti degli individui, e quello
del romanticismo, che difese la profondità dell'esperienza soggettiva contro l'impero del pensiero razionale.

Hume, David (Edimburgo 1711-1776), filosofo scozzese che influenzò l'evoluzione dello scetticismo e
dell'empirismo. Dopo aver studiato giurisprudenza presso l'università di Edimburgo si trasferì a La Flèche, in Francia,
dove scrisse il Trattato sulla natura umana (3 voll., 1739-1740), opera che venne però ignorata dal pubblico. Tornato
in Scozia, Hume si interessò di etica e di economia politica. I suoi Saggi morali e politici (2 voll., 1741-1742),
riscossero, diversamente dal Trattato, un successo immediato. In seguito, pubblicò la Ricerca sull'intelletto umano
(1748) e la Ricerca sui principi della morale (1751), entrambe frutto di una rielaborazione dei temi del Trattato.

Nel 1752, dopo la pubblicazione dei Discorsi politici, Hume ottenne un posto di bibliotecario a Edimburgo e poté
dedicarsi alla stesura della Storia d'Inghilterra, cominciata nel 1754 e ultimata nel 1761. Nel 1763 si recò
nuovamente in Francia, a Parigi, dove venne apprezzato dai philosophes, particolarmente da Jean-Jacques
Rousseau, con il quale fece ritorno in Inghilterra; tuttavia, soprattutto a causa della nevrotica instabilità di carattere
del filosofo ginevrino, l'amicizia fra i due si ruppe in breve tempo. Negli ultimi anni Hume visse a Edimburgo
dedicandosi agli studi e alla cura editoriale delle sue opere. L'autobiografia venne pubblicata postuma nel 1777,
come pure i Dialoghi sulla religione naturale (1779).
Epistemologia ed etica

In campo epistemologico Hume negò la necessità logica del nesso di causalità, sostenendo che non è sufficiente
aver osservato la presenza di una relazione di causalità tra due eventi in circostanze reiterate per trarre la
conclusione che la relazione causale sia logicamente necessaria e universalmente valida. In altri termini, la presunta
percezione di una relazione di causa ed effetto fra due eventi del mondo consiste in realtà nella proiezione sul
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mondo dell'attesa prodotta dall'associazione mentale di una sequenza temporale tra l'idea del primo evento e l'idea
del secondo. Pertanto è impossibile conoscere in modo certo dati di fatto che oltrepassino le singole percezioni,
benché Hume ammetta per la vita quotidiana il valore psicologico dell'abitudine a pensare in termini di causa e di
effetto e a credere alla validità delle percezioni. Infine Hume dissolse anche il soggetto-sostanza del pensiero
metafisico tradizionale sostenendo che, dal momento che non è possibile avere esperienza di sé al di là di un idea
(derivata dal continuo reiterarsi delle sensazioni), anche il concetto di "Io" è solo costituito sulla base di un "fascio di
percezioni" senza che vi sia alcuna sostanza a suo fondamento immutabile ed essenziale.

In campo etico Hume applicò la medesima forma di scetticismo, negando la possibilità di una fondazione razionale
della morale.

Egli affermò che, quando riteniamo oggettivamente corretta o scorretta un'azione, stiamo soltanto proiettando entro
un sistema di valori i nostri sentimenti di approvazione o disapprovazione. Tali sentimenti scaturiscono dal fatto che
ogni individuo, benché egoista, è anche legato agli altri da una certa "simpatia", una tendenza a porsi in sintonia con
i loro stati d'animo, come ad esempio felicità e infelicità. Se si pensa che un'azione renderà felici molte persone, la
simpatia si esprimerà nella forma di un sentimento positivo verso l'azione, il sentimento dell'approvazione.

Burke, Edmund (Dublino 1729 - Beaconsfield, Buckinghamshire 1797), statista, teorico politico e critico della
Rivoluzione francese. Dopo aver studiato al Trinity College di Dublino e a Londra, pubblicò nel 1756 Una
rivendicazione della società secondo natura, satira sul pensiero dello statista britannico Henry St John Bolingbroke e
il saggio Indagine filosofica sull'origine delle nostre idee sul sublime e sul bello (1756). Nel 1766 fu eletto al
Parlamento e in un suo pamphlet del 1770, Pensieri sulle cause dello scontento presente, intervenne nel dibattito
politico caldeggiando la riconciliazione con le colonie americane e criticando i tentativi del re Giorgio III di rinforzare il
proprio potere sul Parlamento. Dopo aver perduto il seggio parlamentare a causa dell'impegno contro le
discriminazioni verso l'Irlanda, indagò sull'amministrazione coloniale in India e sui metodi corrotti della Compagnia
delle Indie Orientali, convincendosi delle responsabilità dell'amministratore coloniale Warren Hastings, di cui chiese
invano l'impeachment nel 1789. Con la pubblicazione del libro Riflessioni sulla Rivoluzione francese (1790), prese
infine posizione contro la rivoluzione francese affermandosi in tutta Europa come il più strenuo difensore dell'ordine
costituito e il più severo critico dell'ideologia rivoluzionaria che voleva imporre principi astratti alla lenta evoluzione
sociale guidata invece dalle leggi della natura.

Hegel, Georg Wilhelm Friedrich (Stoccarda 1770 - Berlino 1831), filosofo idealista tedesco, fu uno dei pensatori
più influenti del XIX secolo. Dopo gli studi classici superiori, incoraggiato dal padre venne ammesso al seminario
dell'università di Tubinga, dove divenne amico del poeta Friedrich Hölderlin e del filosofo Friedrich Schelling.
Completati gli studi di filosofia e teologia, Hegel divenne precettore privato, dapprima a Berna nel 1793 poi a
Francoforte nel 1797. Due anni dopo morì il padre, lasciandogli una rendita che gli permise di sospendere l'attività di
precettore.

Nel 1801 si trasferì a Jena, dove portò a termine la Fenomenologia dello spirito (1807; trad. it. 1933-1936; ed. più
recente 1995), un'opera tra le più importanti nella filosofia moderna. Si trattenne a Jena fino all'ottobre del 1806,
quando l'occupazione francese lo costrinse alla fuga. Dopo aver soggiornato per un breve periodo a Bamberga, dove
lavorò come giornalista presso la "Bamberger Zeitung", divenne professore di filosofia al ginnasio di Norimberga.

Negli anni di Norimberga pubblicò La scienza della logica (1812, 1813, 1816; trad. it. 1924-1925; ed. riveduta 1968).
Nel 1816 accettò la cattedra di filosofia presso l'università di Heidelberg, dove pubblicò un'esposizione completa e
sistematica della sua filosofia, l'Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio (1817; trad. it. 1907). Nel 1818 gli
venne offerta la cattedra di filosofia che era stata di Johann Fichte all'università di Berlino, dove rimase fino alla
morte.

L'ultima grande opera pubblicata da Hegel furono i Lineamenti di filosofia del diritto (1821; trad. it. 1913); dopo la
morte videro la luce, a cura di alcuni dei suoi studenti, gli appunti delle lezioni: l'Estetica (1835-1838; trad. it. 1963),
le Lezioni sulla storia della filosofia (1833-1836; trad. it. 1930-1945), le Lezioni sulla filosofia della religione (1832;
trad. it. 1974-1983) e le Lezioni sulla filosofia della storia (1837; trad. it. 1941-1963).
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In possesso di una prfonda conoscenza della filosofia greca, Hegel incentrò dapprima i suoi studi e le sue analisi
sulle opere di Baruch Spinoza, Jean-Jacques Rousseau, Immanuel Kant, Fichte, Friedrich Heinrich Jacobie
Schelling. L'influenza di questi filosofi è evidente nelle opere di Hegel, benché egli non ne condividesse
l'orientamento filosofico.
Intenti filosofici

Era intento di Hegel elaborare un sistema filosofico che potesse comprendere in sé le idee dei suoi predecessori,
formando una cornice concettuale al cui interno potesse essere filosoficamente compreso il divenire storico. Un tale
intento non poteva che sortire una comprensione completa della realtà, concepita quale totalità identificabile come
l'oggetto della filosofia; a questa totalità egli si riferì come all'Assoluto, o Spirito assoluto. Secondo Hegel, il compito
della filosofia è tracciare l'itinerario di sviluppo dello Spirito assoluto. Ciò implica in primo luogo il chiarimento della
struttura intrinsecamente razionale dell'Assoluto; in secondo luogo una dimostrazione delle modalità con cui
l'Assoluto si manifesta nella natura e nella storia; in terzo luogo, un'illustrazione del carattere teleologico
dell'Assoluto, che esibisca il finalismo intrinseco alla dinamica, al "movimento" dell'Assoluto nella storia.
Dialettica

Riguardo alla struttura razionale dell'Assoluto, Hegel affermò che "ciò che è razionale è reale e ciò che è reale è
razionale". Quest'affermazione può essere interpretata considerando l'assunto hegeliano secondo cui l'Assoluto deve
essere concepito come pensiero puro, o Spirito puro, coinvolto nel processo della sua stessa crescita. La logica che
è sottesa a questo processo di sviluppo è la dialettica. Il metodo dialettico implica che il movimento, il processo, sia il
risultato del conflitto tra opposti. Questa dimensione del pensiero hegeliano è analizzabile secondo le categorie di
tesi, antitesi e sintesi. La tesi, che può essere ad esempio un'idea o un movimento storico, ha in sé un'incompiutezza
che genera il suo opposto, l'antitesi, un'idea o un movimento opposti. Il risultato della contraddizione, del movimento
degli opposti, è un terzo momento, la sintesi, che supera e risolve il conflitto a un livello superiore conciliando in una
verità più comprensiva la verità dei due poli opposti (tesi e antitesi). La sintesi è una nuova tesi che innesca un
ulteriore movimento dialettico, generando in questo modo un processo di sviluppo storico e intellettuale continuo. Lo
stesso Spirito assoluto si sviluppa con un movimento dialettico verso il fine ultimo.

Per Hegel, quindi, la realtà è intesa come l'Assoluto che si dispiega dialetticamente in un processo di sviluppo di sé.
In questo processo lo Spirito assoluto si manifesta sia nella natura sia nella storia. La natura è l'Idea assoluta o
l'Essere che oggettiva se stesso in forma materiale. Le coscienze finite e la storia dell'uomo sono il movimento in cui
si manifesta l'Assoluto stesso in ciò che gli è più affine, cioè la coscienza o spirito. Nella Fenomenologia dello spirito
Hegel contrassegnò i momenti successivi di questo manifestarsi, dal livello di coscienza più semplice
all'autocoscienza assoluta, fino alla ragione.
Autocoscienza dell'Assoluto

La meta del divenire dialettico può essere compresa più chiaramente nello stadio della ragione: mentre la ragione
finita progredisce nella comprensione, l'Assoluto progredisce in direzione dell'autocoscienza. L'Assoluto infatti giunge
a conoscere se stesso mediante l'accrescersi della capacità di comprensione della realtà da parte dell'intelletto
umano. Hegel analizzò i tre stadi di questo progresso del pensiero: arte, religione e filosofia. L'arte coglie l'Assoluto
nelle forme materiali, esprimendo la razionalità nelle forme sensibili del Bello. L'arte viene superata dalla religione,
che coglie l'Assoluto per mezzo di immagini e simboli; la religione più filosofica è per Hegel il cristianesimo, poiché in
esso il manifestarsi dell'Assoluto nel finito è riflesso simbolicamente nell'incarnazione. La filosofia, tuttavia, è lo stadio
speculativo supremo, poiché coglie l'Assoluto razionalmente. Quando si è realizzato questo momento, l'Assoluto è
pervenuto alla piena autocoscienza e il processo ha raggiunto il proprio fine. Solamente a questo punto Hegel
identificò l'Assoluto con Dio. "Dio è Dio", Hegel affermò, "solo nella misura in cui conosce se stesso".
Filosofia della storia

Nel corso dell'analisi delle manifestazioni dello Spirito assoluto, Hegel contribuì significativamente a molte discipline
filosofiche, che comprendono la filosofia della storia e l'etica. Per la storia le due categorie-chiave sono ragione e
libertà. "L'unico pensiero", sostenne Hegel, "che la filosofia reca alla riflessione sulla storia è il semplice concetto di
'ragione'; che la ragione è sovrana del mondo, che la storia del mondo, quindi, si presenta a noi come un processo
razionale". In quanto sviluppo razionale, la storia documenta della crescita della libertà umana, poiché la storia
umana è un processo dalla schiavitù alla libertà.
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Etica e politica

Il pensiero etico e politico di Hegel emerge con chiarezza nella discussione sulla moralità (Moralität) e l'eticità
(Sittlichkeit). Al livello della moralità, ciò che è giusto o sbagliato riguarda la coscienza individuale. Si deve tuttavia
procedere oltre, fino al livello dell'eticità, poiché il dovere, secondo Hegel, non è nella sua essenza un risultato del
giudizio individuale: gli individui si completano solo all'interno di un contesto sociale; di conseguenza, la sola cornice
entro la quale il dovere può esistere davvero è lo stato. Hegel considerava la partecipazione alla gestione dello stato
uno dei doveri civili supremi. Idealmente, lo stato è la manifestazione della volontà generale, che è l'espressione più
alta dello spirito etico: l'obbedienza alla volontà generale è pertanto l'atto di un individuo libero e razionale.
Fortuna del pensiero hegeliano

Alla sua morte, Hegel era il filosofo più importante in Germania. Il suo pensiero era diffuso e studiato e i suoi allievi
godevano di un'alta reputazione. Gli hegeliani, tuttavia, si suddivisero presto in due correnti note come destra e
sinistra hegeliana: teologicamente e politicamente l'interpretazione che gli hegeliani di destra fornirono dell'opera del
maestro ne accentuò gli aspetti conservatori: essi evidenziarono il ruolo del cristianesimo nella filosofia hegeliana e
l'ortodossia politica del pensiero di Hegel. Molti hegeliani di sinistra, invece, approdarono a posizioni atee e
politicamente rivoluzionarie. Dalla sinistra hegeliana emersero figure come Ludwig Feuerbach, Bruno Bauer, Arnold
Ruge, Moses Hess e Karl Marx. Marx in particolare approfondì la concezione hegeliana secondo la quale lo sviluppo
storico è un movimento dialettico, ma rifiutò l'idealismo di Hegel in favore di un deciso materialismo.

La metafisica idealistica di Hegel ebbe un forte impatto sulla filosofia italiana, francese e inglese del XIX e del XX
secolo, influenzando filosofi come Benedetto Croce, Giovanni Gentile, Francis Herbert Bradley e persino americani
come Josiah Royce. Seppure nell'ambito di un deciso rigetto delle sue posizioni filosofiche, Hegel ebbe grande
influenza sul filosofo danese Søren Kierkegaard e, attraverso questi, sull'esistenzialismo; la fenomenologia riprese e
sviluppò il concetto hegeliano di coscienza. Il notevole impatto dell'opera di Hegel sulla filosofia successiva è fedele
testimonianza della straordinaria fecondità e profondità del suo pensiero.

Bentham, Jeremy (Londra 1748-1832), filosofo, economista e giurista inglese, fondatore della dottrina
dell'utilitarismo. Fu un bambino prodigio: venne ammesso all'università di Oxford a dodici anni, dove studiò diritto.
Dopo la laurea venne abilitato alla professione legale, che tuttavia non praticò; attese invece all'elaborazione di una
proposta di riforma del sistema giuridico e a uno studio teorico sui rapporti tra etica e legislazione, pubblicando alcuni
scritti sull'argomento e conquistando un'ampia fama nel 1789 con l'Introduzione ai principi della morale e della
legislazione.

Caposcuola dei "filosofi radicali" di tendenza riformista e favorevole al suffragio femminile, insieme a James Mill e a
suo figlio John Stuart Mill fondò e curò la pubblicazione della "Westminster Review", rivista su cui scrissero pensatori
di idee liberali. Contrario alla teoria del contratto sociale e all'idea del diritto di natura, nell'Introduzione ai principi
della morale e della legislazione Bentham pose l'utilitarismo a fondamento sia dei suoi programmi di riforma sociale
sia del suo progetto di scienza della morale. A suo avviso era possibile verificare scientificamente, grazie a una sorta
di "calcolo", quale azione fosse moralmente giusta e quale misura politicamente auspicabile applicando il principio di
utilità: le azioni sono utili se tendono a produrre conseguenze che fruttano il massimo di felicità per il maggior
numero di persone. Anche il diritto e le scienze politiche dovevano fondarsi sul principio dell'utile, che a sua volta si
basava su una concezione dell'uomo come essere mosso unicamente dal desiderio di conseguire il piacere e
rifuggire il dolore.

Il pensiero di Bentham influenzò profondamente le riforme della fine del XIX secolo nell'amministrazione del governo
britannico, nel diritto penale, e nella procedura sia civile che penale. Tra le sue opere si ricordano anche Saggio sulla
tattica politica (1816) e Deontologia, o scienza della moralità (postumo, 1834).

Mill, John Stuart (Londra 1806 - Avignone 1873), filosofo ed economista britannico, figlio di James Mill, esercitò una
notevole influenza sul pensiero inglese del XIX secolo, non solo in filosofia ed economia ma anche nelle scienze
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politiche, in logica e in etica. Venne educato dal padre, e nel 1822 trovò un impiego presso la Compagnia delle Indie,
dove lavorò fino al 1858, anno dello scioglimento della Compagnia. Si ritirò a vivere in Francia, presso Avignone, e
ritornò in Inghilterra solo per i tre anni (1865-1868) che lo videro membro della Camera dei Comuni.

Mill costituisce un trait d'union tra la visione della libertà, della ragione e della scienza del XVIII secolo e la tendenza
empirista e collettivistica del XIX secolo. In filosofia sistematizzò le dottrine dell' utilitarismo di suo padre e di Jeremy
Bentham in opere come Utilitarismo (1863); il suo lavoro più noto rimane probabilmente il saggio Sulla libertà (1859).
In parlamento Mill venne considerato un radicale perché sostenne proposte come l'uguaglianza delle donne,
l'educazione obbligatoria e il controllo delle nascite: la sua difesa del suffragio femminile durante il Reform Bill diede
vita al movimento delle suffragette. Mill studiò inoltre la causalità, cercando di spiegarla secondo principi empirici. Tra
i suoi maggiori lavori si ricordano Sistema di logica deduttiva e induttiva (2 voll., 1843), Principi di economia politica
(2 voll., 1848), Sulla servitù delle donne (1873) e Tre saggi sulla religione (postumo, 1874).

Spencer, Herbert (Derby 1820 - Brighton 1903), sociologo britannico annoverato fra i padri fondatori della sociologia
per i suoi studi evoluzionisti sul mutamento sociale. Come autodidatta, Spencer si avvicinò all’evoluzionismo del
naturalista francese Jean Lamarck, del quale fece propria la teoria, oggi del tutto superata, secondo cui le
caratteristiche acquisite da un organismo sarebbero trasmissibili ereditariamente. Nel 1855 pubblicò così I principi di
Psicologia, in cui riprese la teoria evoluzionista lamarckiana sostenendo che tutta la materia organica nasce in modo
indifferenziato, differenziandosi solo successivamente in seguito all’evoluzione. In quegli anni iniziò inoltre a
occuparsi della classificazione di tutti i campi del sapere all’interno di un sistema filosofico, basato sulla prospettiva
evoluzionista, che riassunse nel Sistema di Filosofia Sintetica (1860). Nel 1862 scrisse i Principi fondamentali, a cui
seguirono nel 1864-1867 i due volumi dei Principi di biologia, i tre volumi dei Principi di Sociologia (1876-1896) e i
due volumi dei Principi di etica (1892-1893).

Per quanto le opere di Spencer non abbiano mai goduto di grande considerazione, il suo ambizioso progetto di
classificare in modo sistematico tutto il sapere all’interno di una prospettiva evoluzionista gli ha garantito un posto
duraturo fra i pensatori della seconda metà del XIX secolo.

Marx, Karl (Treviri 1818 - Londra 1883), filosofo, economista e politico tedesco, fondatore con Friedrich Engels del
socialismo scientifico.

Marx studiò nelle università di Bonn, Berlino e Jena. Nel 1842 divenne dapprima collaboratore e poi direttore della
"Rheinische Zeitung" (Gazzetta renana) di Colonia. I suoi articoli, incentrati sulla critica delle condizioni sociopolitiche
dell'epoca, gli crearono problemi con le autorità: il giornale fu, infatti, soppresso nel 1843. Marx si recò quindi a
Parigi, dove instaurò contatti con i movimenti socialisti, completò la sua formazione teoretica in filosofia e si dedicò ai
primi studi di economia politica. Nel 1844 incontrò Engels; entrambi si accorsero di essere pervenuti per strade
differenti alla medesima concezione della necessità storica di una rivoluzione e collaborarono (fino alla morte di
Marx) alla sistematizzazione dei principi teoretici del comunismo, oltre che all'organizzazione di un movimento
operaio internazionale fondato su tali principi.

Il Manifesto del Partito comunista

Espulso dalla Francia nel 1845, Marx si stabilì a Bruxelles dove organizzò una rete internazionale di gruppi
rivoluzionari definiti "comitati di corrispondenza comunista". Nel 1847 la Lega dei comunisti chiese a Marx e a Engels
di formulare un manifesto di principi del comunismo; nacque così il Manifesto del Partito comunista. Nella sezione
centrale del Manifesto Marx presenta la teoria del materialismo storico, formulata in seguito in Per la critica
dell'economia politica (1859) che individua nel sistema economico dominante di ogni epoca ciò che determina la
forma di organizzazione sociale e la configurazione storica e politica dell'epoca stessa; inoltre il Manifesto evidenzia
la nozione di lotta di classe come processo dialettico che plasma il corso della storia. Da queste premesse teoriche
Marx concluse che, nell'epoca dominata dalla forma di produzione capitalista, la classe dei capitalisti sarebbe stata
eliminata da una rivoluzione organizzata dal proletariato, che avrebbe distrutto interamente la società esistente per
costituire una società senza classi.
Esilio politico
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Dopo la pubblicazione del Manifesto scoppiarono le rivoluzioni in Francia e in Germania e il governo belga, temendo
che l'ondata rivoluzionaria potesse giungere anche in Belgio, bandì Marx, che tornò a Parigi e poi nuovamente a
Colonia, dove fondò e diresse il periodico comunista "Neue Rheinische Zeitung" (Nuova gazzetta renana) e si dedicò
all'attivismo politico. Nel 1849 fu arrestato e processato con l'accusa di incitamento all'insurrezione armata; fu
assolto, ma costretto a lasciare il paese e a chiudere il giornale. In seguito, nel medesimo anno venne nuovamente
espulso dalla Francia; si trasferì quindi a Londra, dove rimase fino alla morte.

In Inghilterra scrisse Il Capitale (vol. 1, 1867; voll. 2 e 3, a cura di F. Engels e pubblicati postumi nel 1885 e 1894;
trad. it. 1946-47), un'analisi sistematica e storica dei meccanismi di produzione e di distribuzione della ricchezza, in
particolare entro il sistema capitalistico, effettuata con l'intento di enuclearne le contraddizioni e di individuare il
significato dei processi economici. In questa opera Marx presenta la teoria dello sfruttamento della classe operaia da
parte dei capitalisti: questi ultimi pagherebbero agli operai solo una parte del valore prodotto nel ciclo di produzione
delle merci, realizzando un plusvalore e oggettivando in merce il lavoro dell'operaio (vedi Capitale).

Nell'opera La guerra civile in Francia (1871) Marx analizzò l'esperienza del governo rivoluzionario istituito a Parigi
durante la guerra franco-prussiana, noto come la Comune di Parigi, interpretando la Comune come una conferma
storica della necessità per i lavoratori di impadronirsi del potere politico con un'insurrezione armata e distruggere poi
lo stato capitalistico. Queste idee sono presentate anche nella Critica del programma di Gotha (1875); in Inghilterra
Marx collaborò anche con quotidiani sia europei sia americani, come il "New York Tribune", con articoli sugli eventi
politici e sociali.
Ultimi anni

Dopo la scioglimento della Lega comunista nel 1852, Marx mantenne i contatti con centinaia di rivoluzionari con i
quali fondò a Londra nel 1864 la Prima internazionale (vedi Internazionale socialista), di cui tenne il discorso
inaugurale, redasse lo statuto e diresse il consiglio generale; in seguito, dopo la soppressione della Comune, anche
l'Internazionale andò in declino. Altre opere importanti di Marx sono i Manoscritti economico-filosofici (1844;
pubblicati postumi nel 1932); La sacra famiglia, il primo lavoro compiuto in collaborazione con Engels (1842);
L'ideologia tedesca (1845-46); Miseria della filosofia (1847).

Fortuna delle teorie di Marx

La fortuna delle dottrine di Marx si accrebbe dopo la sua morte con l'affermarsi del movimento operaio. Le sue
teorie, conosciute in seguito con il nome di marxismo o socialismo scientifico, costituirono una delle principali correnti
del pensiero contemporaneo. La sua analisi dell'economia capitalista e la sua teoria del materialismo storico, della
lotta di classe e del plusvalore sono alle fondamenta del socialismo moderno. Rilevanti rispetto all'azione
rivoluzionaria sono le teorie dello stato capitalista e della dittatura del proletariato, riprese in seguito da Lenin. Queste
idee costituirono il cuore del bolscevismo e della Terza internazionale.

Lenin, Vladimir Ilic Pseudonimo di Vladimir Ilic Uljianov (Simbirsk 1870 - Gorkij, Mosca 1924). Attivista
rivoluzionario e uomo politico russo, fu il fondatore dell'Unione Sovietica, di cui divenne il primo capo di governo.
Figlio di un funzionario statale, ebbe il primo tragico impatto con il mondo politico nel 1887, quando la polizia arrestò
e fece impiccare il fratello maggiore con l'accusa di aver ordito un complotto per assassinare lo zar Alessandro III. In
quello stesso anno, Lenin si iscrisse all'università di Kazan, ma, considerato un sovversivo radicale, ne fu presto
espulso.

In seguito, si dedicò allo studio delle teorie rivoluzionarie dei socialisti europei, in particolare Il Capitale di Marx, e
cominciò a delineare una propria concezione del processo rivoluzionario, prendendo le distanze dai populisti che
imperniavano la loro strategia su azioni terroristiche dimostrative, che avrebbero dovuto incitare alla rivolta
antizarista le masse contadine. Ottenuta l'autorizzazione necessaria, si laureò in giurisprudenza a San Pietroburgo
nel 1891, fu ammesso all'esercizio dell'attività forense e lavorò come avvocato dei poveri nella città di Samara, sul
Volga; infine, nel 1893, si trasferì a San Pietroburgo.
Organizzatore sindacale
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Entrato a far parte del circolo marxista, nell'autunno 1895, contribuì a fondare il circolo Emancipazione del lavoro,
che si proponeva di organizzare in un unico movimento tutti i gruppi rivoluzionari. Nel dicembre dello stesso anno, la
polizia arrestò i leader dell'associazione e dopo quattordici mesi di prigionia, insieme con un'altra attivista
dell'organizzazione, Nade"da Krupskaja – sua futura moglie – Lenin fu confinato in Siberia e costretto a rimanere in
esilio fino al 1900. Al termine di questo periodo si trasferì all'estero, dove si unì a Plechanov, Martov e ad altri
marxisti per fondare il giornale "Iskra" (scintilla), che divenne strumento di coesione tra le varie correnti
socialdemocratiche. In esilio Lenin scrisse il pamphlet Che fare? (1902), nel quale delineò la propria strategia
rivoluzionaria. Il progetto prevedeva la costituzione di un partito fortemente centralizzato, diretto da rivoluzionari di
professione e regolato da una rigida disciplina: il partito avrebbe così costituito "l'avanguardia del proletariato",
conducendo le masse operaie alla vittoria sull'assolutismo zarista.

Le tesi di Lenin provocarono una rottura all'interno del Partito operaio socialdemocratico russo che, al suo secondo
congresso (1903), si spaccò in due. La maggioranza dei membri del congresso aderì alla corrente capeggiata da
Lenin, che prese il nome di gruppo bolscevico (dalla parola russa che significa "maggioranza"), mentre l'opposizione
divenne nota come fazione menscevica (dal termine russo per "minoranza"). I contrasti tra i due gruppi dominarono
la politica di partito fino alla prima guerra mondiale.

Dopo aver trascorso all'estero molti anni, Lenin tornò in Russia quando scoppiò la Rivoluzione del 1905, ma la
reazione del governo lo costrinse di nuovo a espatriare nel 1907.

Nel 1909 scrisse il suo più importante trattato filosofico, Materialismo ed empiriocriticismo. Tre anni dopo, durante
una conferenza del partito a Praga, la spaccatura tra bolscevichi e menscevichi divenne definitiva.

Allo scoppio del primo conflitto mondiale, nel 1914, Lenin condannò la guerra sostenendo che i lavoratori avrebbero
combattuto gli uni contro gli altri a vantaggio della borghesia. Al contrario, incitò i socialisti a "trasformare la guerra
imperialista in guerra civile". Ampliò e sistematizzò la dottrina marxista sulla guerra in Imperialismo, fase suprema
del capitalismo (1916), affermando che solo attraverso la rivoluzione si poteva abbattere il capitalismo e assicurare
una pace duratura.
Capo rivoluzionario

La Rivoluzione del febbraio 1917, che rovesciò il regime zarista, colse Lenin di sorpresa. Partito immediatamente da
Ginevra, riuscì ad arrivare in Russia attraversando la Germania su un treno speciale autorizzato dal governo
tedesco, ma il suo rocambolesco arrivo a Pietrogrado (come era stata rinominata la città di San Pietroburgo)
avvenne un mese dopo che l'insurrezione dei lavoratori e dei militari aveva deposto lo zar. I membri del Soviet
(Consiglio) degli operai e dei militari erano favorevoli alla collaborazione con il governo provvisorio borghese di
Kerenskij, e i bolscevichi di Pietrogrado, tra cui vi era anche Josif Stalin, avevano appoggiato la loro decisione. Lenin,
invece, ripudiò immediatamente quella linea politica e nelle sue "tesi di aprile" sostenne che solo il Soviet poteva
rispondere alle speranze e alle esigenze dei lavoratori e dei contadini russi. Allo slogan "tutto il potere ai Soviet", il
partito accettò il programma di Lenin.

Dopo un'insurrezione di lavoratori nel mese di luglio, terminata in un nulla di fatto, Lenin trascorse l'agosto e il
settembre del 1917 in Finlandia, per sfuggire all'ordine di arresto del governo provvisorio. Lì formulò le sue teorie su
un governo socialista, che raccolse in un famoso opuscolo dal titolo Stato e rivoluzione, il suo più significativo
contributo alla filosofia politica marxista. Bersagliò il Comitato centrale del partito di richieste di un'insurrezione
armata nella capitale, finché il suo piano venne accettato e reso operativo il 6 novembre successivo (il 24 ottobre,
secondo il calendario giuliano russo).
Capo del governo

Alcuni giorni dopo la Rivoluzione d'ottobre, Lenin fu eletto presidente del Consiglio dei commissari del popolo, la
massima carica governativa, e operò attivamente per consolidare il potere del nuovo stato sovietico.

Il suo principale obiettivo fu la difesa della rivoluzione dagli attacchi dei nemici all'estero e in patria. In linea con
questi orientamenti, Lenin accettò le onerose condizioni dettate dai tedeschi nel trattato della pace di Brest-Litovsk,
per porre fine all'impegno russo nella guerra mondiale. Tuttavia il paese sprofondò nel baratro di una sanguinosa
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guerra civile (1918-1921), che si risolse infine a favore del giovane governo sovietico principalmente per l'intervento
di Lev Trotzkij, che organizzò in modo magistrale i soldati dell'Armata Rossa. Nel 1919, per diffondere il messaggio
della rivoluzione boscevica all'estero e rafforzarlo con il sostegno degli intellettuali comunisti stranieri, Lenin indisse la
terza Internazionale socialista o Comintern.

Dopo la guerra, per risollevare la situazione economica del paese, varò un programma di riforme noto come Nuova
politica economica (NEP); nello stesso tempo, Lenin invocò il bando di ogni settarismo politico e insistette sul
principio del partito unico.

Lenin fu colpito da apoplessia nel maggio 1922. Continuò a seguire la vita politica dalla casa di cura di Gorkij,
cercando di lottare contro la crescente burocratizzazione del partito. Resta famoso il suo testamento, in cui segnalò
la pericolosità di Stalin, all'epoca segretario del partito. Nel 1923, una paralisi lo privò dell'uso della parola e pose
definitivamente termine alla sua carriera politica.

SCHEMA SINOTTICO DOTTRINA DELLO STATO

LA CITTA'  SOCRATE - PLATONE 450 A.C.


STATO  EPICUREI (306 a.C.) - CINICI (350 a.C.) Antistene (Matrice dello stoicismo)

LA LEGGE NATURALE ⇒ STOICI (300 - 100 A.C.) Zenone –215 Crisippo (Stoa) Panezio e Polibio (Roma 150
a.C.)

SENECA ⇒ (50 D.C.) (Membro di 2 governi- età dell’oro)

I PADRI  S. AMBROGIO (350 D.C.) autonomia spirituale giurisdiz su tutti i cristiani + l’imperatore
DELLA CHIESA  S. AGOSTINIO (400 D.C.) Cittadini di 2 città. Lo stato come una chiesa. Ipoteri sono dati da
Dio.
 S. GREGORIO (550 D.C.) Santità del governo anche cattivo accetta il controllo dei re sulla
chiesa
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1200 RINASCITA  GIOVANNI DI SALISBURY 1150 (difesa del tirannicida)
DELLA CULTURA GRECA  S. TOMMASO D'AQUINO 1200 (Lex eterna –natur.-divina-umana)

MEDIOEVO 1300  DANTE (2 autorità Chiesa/stato – il potere imperiale deriva da Dio e dal popolo)

1350 - CRISI DEL  MARSILIO DA PADOVA (Defensor Pacis– Averroista Stato comoposto da più parti –Aristotele)
DOMINIO PAPALE GUGLIELMO D'OCCAM (papa eretico –il potere deriva dal popolo- Mitigazione tra
Stato/Chiesa)

ASSOLUTISMO MODERNO  MACHIAVELLI Sicurezza con un governo forte-Italia divisa per colpa della
Chiesa
RINASCIMENTO1500 

1500 - LA RIFORMA  1520 LUTERO – Chiese di stato – no privilegi eccles.- eresia soppressa
PROTESTANTE  1540 CALVINO – Dottina della,Predestinazione

1576 ⇒BODIN "La Repubblica" Tolleranza relig.-famiglie, proprietà, Potere sovrano assol. Diritti irrevocab.della
famiglia.

RINNOVAMENTO DELLA DOTTRINA  ALTUSIO (il contratto sociale 1) di governo 2) sociale in senso ampio
GIUSNATURALISTICA - 1600  GROZIO (Jus Gentium ⇒ legge internazionale –Contratto – Stato di natura

1650 - DOTTRINE MATERIALISTICHE ⇒ TOMMASO HOBBES (potere assoluto del re "Il Leviatano")

1700 - ILLUMINISMO  HALIFAX (monarchia mista-gov.costituz.Re e Parlamento)


 LOCKE ( Contratto originario: Vita - Libertà - Proprietà)

NAZIONALISMO ⇒ ROUSSEAU 1750 Il contratto sociale.La volontà generale d. comunità – sovran. D. popolo
Democr. diretta

1740 - DISTRUZIONE  1740 HUME (ragione-fatto- valore causa effetto; convenzioni che regolano la proprietà;
che legittimano
DEL  il governo) distruzone dell legge naturale
SISTEMA  1780 BURKE (utilitarismo - tradizione nazionale - padre del conservatorismo moderno)
GIUSNATURALISTICO  culto della comunità "politica etica") costituz.prescrittiva – contro la Riv.
Francese

1800 - HEGEL ⇒ Dialettica – Nazionalismo – Metodo storico

LIBERALISMO  1780 BENTHAM  utilità della legge per il max num. di persone
RADICALE   piacere - dolore; proprietà; principio max felicità (utilitarismo-egoismo)

LIBERALISMO MODERNO ⇒ 1850 MILL “Saggio della libertà”revisione utilitarismo-abbandono egoismo-legalià x tutti
1870 SPENCER Società naturale (evoluz.sociale e biologica “Darwin”) Legge negativa
Naturalismo

IDEALISMO LIBERALE ⇒ 1900 GREEN (IDEALISTI DI OXFORD) Uomo come fine e non come mezzo. Legge
naturale

MATERIALISMO DIALETTICO ⇒ MARX 1850 – ENGELS Determinismo economico, lotta di classe.

IL COMUNISMO ⇒ LENIN 1917 Materialismo ed empiriocriticismo (materialismo dialettico) Imperialismo -


avanguardia proletaria
Comunismo in un solo paese