Sei sulla pagina 1di 56

V

NOMOS - BOLLETTINO DI STUDI E


ANALISI
FEBBRAIO 2013
WWW.MILLENNIVM.ORG

INDICE

EDITORIALE LE NUOVE SFIDE DELL'EURASIA 3 EURASIATISMO E I SUOI PERCORSI STORICI 30


IL CONFINE DELLA SOGLIA 31
OSSERVATORIO GLOBALE
L'UNIONE EURASIATICA 5 LA NOZIONE DI FILOSOFIA CRISTIANA IN JACQUES MARITAIN 35
I LEGAMI TRA RUSSIA E IRAN NELLO SPAZIO EURASIATICO 7 UNA RIFLESSIONE STORICO-FILOSOFICA SUL CONCETTO DI
L'AFRICA CONTESA 8 DEMOCRAZIA 37
LA SIRIA, PERNO DEGLI EQUILIBRI GLOBALI 9 L'OPERAIO 39
UN ORDINE MONDIALE TRIPOLARE? 10 PER UN'INTESA TRA LE ORTODOSSIE 40
MILLENNIUM AL CONVENGO INTERNAZIONALE CRISTIANESIMO INTEGRALE E RICONCILIAZIONE 41
DELL'UNIVERSITÀ FEDERALE DI PARAIBA 11
DELEGAZIONE POLITICA DI MILLENNIUM IN VISITA POLITICA ARTE ICONA PREGHIERA DI LUCE 44
IN LIBANO 11
INSERTI INTERVISTA ALLA SEGRETERIA DEL PARTITO COMUNISTA
GEOECONOMIA I DERIVATI 12
DI SERBIA 48
IL MERIDIONALISMO COME PARADIGMA LATINO
TEORIA GEOPOLITICA EUROPA, EURASIA, EUROSIBERIA 15
AMERICANO - INTERVISTA A ANDRÉ MARTIN 50
BRASILE, TRA INTEGRAZIONE REGIONALE E ASSETTI
DIRITTO INTERNAZIONALE
CRISI SIRIANA E INGERENZA TURCA 16
MULTIPOLARI - INTERVISTA A EDU SILVESTRE DE ALBUQUERQUE 51

LA CRISI SIRIANA, TRA SOLUZIONI DIPLOMATICHE E SCENARI
POLEMOLOGIA
PROFILO STORICO-STRATEGICO DELLA BATTAGLIA DI DEGENERATIVI - INTERVISTA A ORAZIO MARIA GNERRE 52
EL ALAMEIN 23 RESOCONTO DEL CONVEGNO "TRADIZIONE E ORTODOSSIE" 53

STORIA I COSACCHI, DALLE ORIGINI ALL'ERA POST-SOVIETICA 25 RECENSIONI LIBIA CAMPO DI BATTAGLIA TRA OCCIDENTE ED EURASIA 54
L'ESILIO DI PIO IX A GAETA 26

FILOSOFIA E TEOLOGIA FËDOR MICHAILOVIC DOSTOEVSKIJ 28

8 23 41 50 53

DIRETTORE EDITORIALE: Orazio Maria Gnerre


CREATIVE DIRECTOR//DESIGN: Fabio D’Apote, wickedArt

OSSERVATIORIO GLOBALE:: Natella Speranskaya, Emmanuel Riondino, Daniele Ciolli,


Vincenzo Giaccoli, Francesco Trinchera
GEOECONOMIA:: Salvatore Tamburro
TEORIA GEOPOLITICA: Gianluca Vevoto, Daniele Cocice
DIRITTO INTERNAZIONALE: Mario Forgione
TECNOLOGIE: Carmine Giangregorio
POLEMOLOGIA: Giuseppe Esposito
STORIA: Gianandrea De Antonellis (docente presso l’Università Europea di Roma), Ignatios Sotiriadis
(Rappresentante della Chiesa di Grecia presso l’Unione Europea), Luca Bistolfi
FILOSOFIA E TEOLOGIA: Giovanni Covino, Andrea Virga
ARTE: Gianmarco Marotti

COVER: Orazio Maria Gnerre

NOMOS - Bollettino di Studi e Analisi ©2012 - è distribuito con licenza Creativa Commons. Non commerciale.
LE
NUOVE
SFIDE
DELL'EURASIA

Di Orazio Maria Gnerre

L’Eurasia – nella sua accezione specifica di grande spazio centro-asiatico – è definitivamente


sulla strada dell’integrazione progressiva e dell’autodeterminazione quale primario attore ge-
opolitico globale. Momentaneamente condotto lungo il binario dell’integrazione economica,
questo fenomeno, che ha portato alla formazione della Comunità Economica Eurasiatica
(EurAsEc), sta per sviluppare la sua prossima fase, l’Unione Economica Eurasiatica, già rib-
attezzata con l’acronimo EEU. L’EurAsEc, la comunità dei Paesi eurasiatici, nasce nel ’96 con
l’intento di incoraggiare una coesione più stretta tra i paesi della CSI, sotto la cui egida sono
riuniti, oltre che la Federazione Russa, prima promotrice del progetto e dei suoi sviluppi futuri,
la Bielorussia e gli stans (Kazakhstan, Tagikistan, Kyrgyzstan, con una momentanea sospen-
sione dell’Uzbekistan avvenuta ad opera del suo stesso governo nel novembre del 2008).

Tra i suoi vari obiettivi, quelli della formazione dell’unione doganale e di un mercato comune
sono quelli che stanno spingendo i vertici degli Stati membri verso la ridefinizione della struttu-
ra in una prospettiva di maggiore cooperazione, che supera di gran lunga qualsiasi accordo
commerciale regionale, e che punta direttamente alla coesione strategica di tutto il settore
centro-asiatico, implementando le varie tessere del multiforme puzzle geopolitico ed etnico
russo-eurasiatico in un gigantesco progetto di ridefinizione dell’area quale superpotenza –
non più globale, ma “imperiale” nell’accezione multipolare del termine – e grande spazio. Lo
spazio eurasiatico, già riconosciuto come polo di civilizzazione autonomo da Oswald Spen-
gler e come grossraum da Karl Hashofer, ritrova nel progetto multipolare la propria vocazione
all’integrazione, come non mai dai tempi della Santa Rus’ di Kiev. Il suo fatale posizionamento
al centro della World Island di Halford Mackinder rende il suo consolidamento necessario per
qualsiasi processo di cooperazione tra grandi spazi e civiltà sul nostro continente, portandoci
a ripensarlo quale fattore primario per ogni qualsivoglia strategia macrospaziale comune.
Non è avventato dire che il futuro del mondo, che si gioca sul filo della transizione al sistema
multipolare, dipenda primariamente dalle sorti del consolidamento del grande spazio eurasia-
tico, non solo in senso economico, quanto anche in senso militare e strategico.

Un’Eurasia forte rappresenterebbe la sicurezza di un’Europa prospera, stabile e libera, e di


una mediazione pacifica con il mondo arabo e l’universo cinese in ascesa progressiva. Quelle
che vengono sistematicamente definite – attraverso un’interpretazione erronea, frutto di una
mancata comprensione del grande cambiamento paradigmatico che sta investendo il modo
di concepire le relazioni e gli assetti internazionali – mire di potenza devono essere ripensate
alla luce degli obiettivi primari che un grande spazio deve conseguire per garantire la pro-
pria sopravvivenza al mondo multipolare, pena l’essere precipitati nell’abisso dell’instabilità
completa durante il travagliato periodo della transizione, futuro sempre più plausibile per
un’Europa sull’orlo del precipizio. E quella che in Europa va profilandosi sempre più chi-
aramente come emergenza sociale, nel settore Eurasiatico diverrebbe guerra civile, senza
mezzi termini: l’unica alternativa all’ecumenismo etno-culturale di un nuovo modello di coop-
erazione internazionale quale quello del grande spazio eurasiatico sarebbe il caos, i conflitti
interetnici, la sperequazione economica ed il disastro umanitario.

In buona sostanza, la prospettiva che si spalancava di fronte ad esso nel periodo immediata-
mente successivo all’implosione dell’Unione Sovietica. Per quanto l’emorragia derivata dal
più grande crollo nella storia del XX secolo sia stata contenuta al meglio, la sfida che il settore
eurasiatico a guida russa sta affrontando (e vincendo) oggi è quella del consolidamento inter-
no e del ripensamento dei propri scopi alla luce della pax multipolare, dell’amicizia dei popoli
e della messa in sicurezza della World Island dalle mire nordatlantiche, sia sull’Heartland che
sul Rimland.

L’unica strategia quindi da opporre all’agenda nordatlantica modellata sulla base degli as-
siomi della geopolitica classica e del pensiero di Mackinder e Spykman è quella di difen-
dere l’Heartland e ricompattarlo, procedendo alla messa in sicurezza del Rimland. Questo
dovrebbe significare: ostacolare il tentativo nordatlantico di utilizzare l’India nel processo di
contenimento della Cina, proponendosi come mediatore continentale tra la Cina e gli altri
attori, dettare una propria linea intransigente sugli assetti del mondo arabo, difendendo a
spada tratta il blocco sciita ed opponendosi alle mire neo-imperiali turche, proporre un nuovo
modello di cooperazione con l’Europa, chiedendo come prerequisito la sua unità politica,
spingendo attraverso i canali dei Paesi europei aperti al dialogo con l’Eurasia (primo tra tutti,
l’Ungheria). È soprattutto dalla comprensione dell’impellenza di questi obiettivi che dipende il
futuro dell’Eurasia, dell’Isola-Mondo, e dell’ordine multipolare.

3
L'Unione Eurasiatica
Un quadro generale dell'attuale

confiffiigurazione politica russa e dei paesi

contigui verso un graduale potenziamento

Di Daniele Cocice

E ntro i prossimi cinque anni la situazione geopolitica del grande


continente eurasiatico, spazio vitale per il controllo del nuovo
assetto mondiale, si delineerà secondo uno di due differenti scenari
L'Unione Eurasiatica
curandone ogni aspetto, dalle questioni economiche alle crisi etniche
e confessionali interne. La Russia, che corre sotto il terzo mandato di
Putin, può riuscire in questa impresa, così come lo stesso presidente ha
non è dunque un pro-
possibili, a seconda che le attuali dinamiche politiche ed economiche affermato nei suoi discorsi post-elettorali, attraverso il rafforzamento
della fascia di giunzione tra il continente asiatico ed europeo getto russo che ha per dell'esercito e dell'industria, attraverso l'avanzamento in campo
propenderanno per un'apertura od una chiusura. Tale collo di scopo la riproposizione tecnologico, oppure estirpando l'intolleranza che ha imperversato tra
bottiglia separa o unisce l'Europa dall'Asia e rappresenta una zona pedissequa della vecchia le varie etnie per tutto il ventennio successivo al crollo dell'URSS; e
geostrategicamente importante poiché trovandosi tra due estremi Unione Sovietica. può riuscirci soltanto attraverso un’economia ed un apparato statale
geografici opposti di notevole importanza e potenza designa un luogo saldi ed imperituri. La Russia di oggi è in forte ripresa economica e
di convergenza tra due civiltà che potenzialmente potrebbero unire pertanto è in grado di ricreare un'armonia interetnica preservandone
le forze per favorire lo sviluppo futuro delle intere aree di interesse. il particolarismo culturale accogliendo tutte le varie popolazioni sotto
Al momento, comunque, è la Russia a tentare concrete modificazioni un’unica grande realtà nazionale, dalla comune ed indelebile identità
dell'attuale scenario geopolitico cercando di attrarre a sé i territori storica. Sempre l'ingerenza statunitense, nel tentativo di emarginare
confinanti di modo da favorire l'economia sia interna che dei paesi la Russia, vorrebbe ostacolare la collaborazione economica che essa
interessati, in visione di un futuro stabile in grado di rilanciare sfide alla conserva con la Cina, attraverso la Shangai Cooperation Organization
concorrenza. L'apertura e quindi la cooperazione sono strategie basilari (SCO).
della politica russa, il da poco inaugurato SEC servirà a stimolare il Il progetto dell’Unione Eurasiatica nasce da un accordo entrato
mercato comune trasformando lo spazio eurasiatico in un'opportunità ufficialmente in vigore l'1 gennaio 2012 al quale aderiscono tre stati
irrinunciabile: così si trovano a concordare Aleksandr Dugin, filosofo e principi quali la Russia, il Kazakistan e la Bielorussia. Tale progetto
politologo russo, ed il Console Generale della Federazione Russa, S.E. si instaura su un'impalcatura già piantata il primo luglio 2011 e che
Alexej Vladimirovich Paramonov, che di recente hanno partecipato ad prende il nome di Unione Doganale che fu pensata per ridare vigore ed
un seminario patrocinato dal Comune di Modena1. energia alla Russia post-sovietica ed ai suoi ex stati membri, dopo che
la lunga e lenta depressione avvenuta in seguito alla disfatta sovietica
L'EurAsEc, l'Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, aveva prostrato l’intero Paese. In tale alleanza l'unico anello debole
l'Organizzazione di Shangai per la Cooperazione, sostiene il Console può sembrare la Bielorussia, la quale, essendo sprovvista di giacimenti
russo, sono esempi di vera collaborazione tra i paesi che vi aderiscono. energetici, dipende economicamente da Mosca. Una collaborazione
Sì è pertanto ad un livello avanzato nella comprensione e realizzazione tra i due Paesi può però essere determinante dal momento che la
del nuovo disegno geopolitico che renderebbe la zona eurasiatica un Bielorussia si è soprattutto concentrata sullo sviluppo tecnologico,
attore capace di influenzare le nuove dinamiche economiche mondiali, ma la svolta economica dell'Unione, soprattutto per la Bielorussia,
sebbene nella sua progressiva integrazione restino da soppesare le future dipende strettamente dal ruolo che giocherà l'Ucraina nei prossimi
scelte dell’Ucraina, che si rivelerà essenziale per gli sviluppi economici anni. Come anticipato, saranno due gli scenari possibili, così come
futuri di cui si parlerà più avanti. ha previsto Zbigniew Brzezinski, massimo esperto statunitense di
Questa appena accennata configurazione geografica rappresenta quasi politica internazionale, a seconda se l'Ucraina, paese dalle ingenti
un segno del destino o, per meglio dire, racchiude la logica del processo risorse energetiche, entrerà a far parte o meno dell'Unione Eurasiatica.
storico che la contraddistingue e che interpretata positivamente può Se ciò non dovesse avvenire, e dunque si optasse per una chiusura
suggerire la creazione di una ancora più grande area unificata, un e non per un'apertura, non ci sarebbe più alcun epilogo globale
progetto che si sta a tutti gli effetti concretizzando per mezzo dell'Unione multipolare, la Russia cesserebbe di essere un impero eurasiatico,
Eurasiatica stessa. Tale alleanza consentirà alle arterie eurasiatiche di perderebbe la sua stabilità geostrategica, verrebbe continuamente
essere operative senza intoppi, garantendo completa funzionalità pressata dall'Occidente, ne risentirebbero inoltre i suoi attuali accordi
all'intero organismo sovrannazionale e soprattutto senza che vi siano con Pechino e, sebbene possa continuare a lottare per la sovranità,
ostacoli da parte dell'ingerenza statunitense che in tutti i modi cerca di tutt'al più diventerebbe un grande stato asiatico, ma emarginato dallo
sfavorire la sua storica controparte, ad esempio emarginandone il ruolo scacchiere globale e distanziato dall'Occidente. Nella migliore delle
di attore politico internazionale e tentando di smagnetizzare il suo Polo ipotesi si ripercorrerebbero i destini dell'ex Unione Sovietica: infatti,
del potere, il quale ha la capacità di ridefinire un quadro territoriale uno dei fattori principali della disfatta dell’URSS fu la stagnazione
1 “Verso l’Unione Eurasiatica. Il ritorno della potenza russa?”, seminario organizzato presso il
Palazzo dei Musei dall’Associazione culturale "Pensieri in Azione" in collaborazione con la rivista
di studi geopolitici Eurasia, il 24 Marzo 2012.

5
economica interna che portò al debacle dell'unico garante della stabilità migliore di quello del Vecchio Continente, a cui però non nascondiamo
nazionale – il Komitet Gosudarstvennoj Bezopasnosti (KGB: Comitato di esserci ispirati”.
per la sicurezza dello Stato) – ed al crollo di tutto l'apparato gerarchico
statale; ben si possono scorgere le svolte future, tutt'altro che favorevoli Il grande mercato del gas è quell'elemento che permette l'esistenza di
allo sviluppo dell'integrazione dell’intera massa eurasiatica, in questa una tale alleanza. L’Ucraina, se entrasse a far parte dell'Unione, per
catastrofica prospettiva di collasso dell’Unione Eurasiatica a guida mezzo dei suoi giacimenti energetici apporterebbe all'economia di
russa. Al contrario, se l'Ucraina, così come ha previsto Putin, nel giro questi paesi un capitale pari a dieci miliardi di dollari, una svolta per
dei prossimi tre anni entrerà a far parte dell'Unione Eurasiatica, allora, Minsk ed un ulteriore sviluppo per Mosca ed Astana. Kiev dovrà dunque
la Russia, così come ogni stato membro dell'Unione, diventerebbe scegliere da che parte stare sapendo che non potrà comunque entrare a
abbastanza forte da determinare quegli effetti futuri certamente far parte dell'Unione Europea e che probabilmente la scelta più scaltra
auspicabili per tutti coloro che supportano la teoria multipolare. Inoltre sarebbe rivolgersi ad oriente. Molti sostengono questa possibilità: il
si instaurerebbero dei legami più forti tra Europa da una parte e Cina presidente della Duma (camera bassa dell'Assemblea Federale), Boris
dall'altra, in un clima favorevole alla collaborazione. Gryslov, ritiene che senza l'Ucraina all'interno dell'Unione questa sia
Dunque due le possibilità nel rapporto Russia-Ucraina: una di apertura incompleta; il presidente dell'Ucraina Viktor Janukovic appoggerà
e convergenza, l'altra di chiusura e divergenza, con esiti diametralmente una tale alleanza soltanto nella formula 3+1; il filosofo e politologo
opposti per le situazione economica e la stabilità future dell'intero Aleksandr Dugin concorda con quanto previsto da Putin, cioè che
globo. entro tre anni e non prima l'Ucraina entrerà a far parte dell'Unione
Eurasiatica, spiegando con parole simili a quelle di Putin che questo è
Nella strategia americana ed europea ad indirizzo nordatlantico non un imperativo della storia per la Russia e per lo sviluppo.
manca occasione per ostacolare questo processo di unificazione tra
Kiev ed il resto dell'Unione, proprio a causa della possibilità sopra Il 18 novembre 2011 i tre presidenti dei rispettivi stati aderenti
descritta; esse vorrebbero che l'Ucraina aderisse al Patto Atlantico, all'Unione Eurasiatica, D. Medvedev, A. Lukashenko e N. Nazarbaev
seppur la costituzione del Paese eurasiatico lo impedisca fermamente, firmarono la Dichiarazione di Integrazione Economica Eurasiatica
dato che ogni tipo di adesione a blocchi militari, come appunto la e la Dichiarazione della Commissione Economica Eurasiatica e
NATO, è espressamente vietata. È un rischio che non manca però,
dal momento che l'Alleanza Atlantica sta già interessandosi alla
Georgia senza rispettarne gli ordinamenti giuridici. Se infine la
NATO dovesse riuscire nel suo intento, con le successive evoluzioni
si potrebbe degenerare in uno scontro militare tra Stati Uniti e Russia,
e forse, peggio, in un conflitto globale, se non si riuscisse a contenere
lo scontro. Ciò potrebbe accadere, in quanto il territorio ucraino si
vedrebbe impiantate basi missilistiche americane che favorirebbero le
operazioni militari degli USA nell’area, incrementandone i la velocità
d'azione e reazione, il tutto preservando i territori americani dal grosso
dei rischi conflittuali per via della grande distanza così interposta, senza
garanzie per l'incolumità dell'inter-zona europea.
Per quanto l'Unione Eurasiatica sia finalizzata all'esumazione spaziale
della massa territoriale dell'ex Unione Sovietica, progetto che si prevede
verrà finalizzato intorno all'anno 2015, Putin non è intenzionato
a fotocopiarne la struttura e, benché nei suoi recenti discorsi in
seguito alla sua rielezione abbia illustrato come la strategia russa sia
lungimirante ed apra ampie panoramiche, esaltando la forza del Paese,
l'attuale potenziale sia economico che militare, descrivendo diversi ed
importanti progetti finalizzati all'accrescimento culturale, scientifico e
tecnologico del paese, illustrando gli sviluppi del proprio potenziale
di deterrenza strategica2 (il quale rappresenta l’elemento essenziale per
il mantenimento dell'integrità nazionale), egli intende effettivamente
aggiungere una componente estera sostanziosa all'interno della sua
politica attraverso una fitta rete di relazioni internazionali, senza
trincerarsi all'interno del seppur vasto territorio della Federazione. In
questi ultimi decenni, in cui gli USA sono stati molto impegnati nelle
guerre in Iraq e in Afghanistan, la Russia ha potuto ricostruire la propria
economia interna, ricucire vecchi rapporti e riorganizzare l'intero Parlamentare per la regolamentazione del progetto SEC, il nuovo Spazio
apparato statale prendendo accordi con la Cina e mobilitandosi per Economico Comune che dovrebbe essere in grado di livellare l’economia
una grande revisione geostrategica, elaborando una teoria multipolare. dei paesi che vi aderiscono. I tre stati dell'Unione Eurasiatica hanno un
Per questo motivo tra gli interessi russi vi è quello di sostenere una PIL equivalente a 2000 miliardi di dollari ed un settore industriale
stabilità mediorientale contrapposta al caos controllato dalle direttive valutato 600 miliardi di dollari. L’Unione prevede inoltre di allargarsi
statunitensi. introducendo altri due paesi, oltre l'Ucraina, che sono il Kirghizistan
ed il Tagikistan. La Banca dello Sviluppo Eurasiatico e l'Istituto di
L'Unione Eurasiatica non è dunque un progetto russo che ha per scopo Previsione Economica Nazionale (RAN) prevedono che entro il 2030
la riproposizione pedissequa della vecchia Unione Sovietica, come vi sarà un notevole aumento del PIL per tutti gli stati membri. Per la
lo stesso Vladimir Putin ha affermato nel descriverne le proprietà: Bielorussia, che non produce ricchezza, ci sarà l'opportunità di saldare
“Cercare di restaurare o di copiare ciò che è confinato nel passato è vecchi debiti e di rilanciare la propria economia. Gli sviluppi futuri
da ingenui, ma una stretta integrazione su basi economiche e su nuovi dell'intero scenario globale saranno dunque fortemente condizionati sia
valori è un imperativo dei tempi”. Infatti gli stati che vi aderiscono dalle scelte di Kiev che dagli esiti dell'Unione Eurasiatica nel prossimo
sono del tutto indipendenti e non sottoposti al controllo egemone della decennio.
Russia, né tanto meno rischiano di incappare in scenari futuri che ne
strozzerebbero la libertà e l'autonomia. I paesi che vi aderiscono vogliono
avere voce in merito alle questioni politiche: ciò dimostra la volontà
di questi stati di operare secondo l'assetto geopolitico multipolare.
Mosca vorrebbe addirittura estendere la propria collaborazione con
l’Europa, aiutandola ad uscire dall'impasse economica nella quale si
trova, integrando le proprie politiche economiche e finanziarie. “Siamo
molto meglio dell'Unione Europea, in quanto russi, bielorussi e kazaki
si conoscono già – ha dichiarato Medvedev – hanno simili economie,
e comune appartenenza all'Unione Sovietica. L'Europa, al contrario,
ha integrato economie diverse tra loro, facendo ricadere il prezzo dei
nuovi ingressi su una moneta unica oggi in forte crisi – ha continuato –
noi, invece, non compreremo a scatola chiusa ed il nostro progetto sarà

Fonti:
2 Da RG.ru. Link: http://www.rg.ru/2012/02/20/putin-armiya.html
A. Francesca Malizia, L’Unione Eurasiatica, proiezioni e potenzialità di un nuovo polo
geopolitico,
da Eurasia – Rivista di studi geopolitici. http://www.eurasia-rivista.org/lunione-eurasiat
ica-proiezioni-e-potenzialita-di-un-nuovo-polo-geopolitico/12846/.

B. Yuri Andreev, Eurasian Union and Russia’s Geostrategic Stability, da Strategic


Culture Foundation.
http://www.strategic-culture.org/news/2012/01/19/eurasian-union-and-russia-geostrate
gic-stability.html

C. Ekaterina Peško, L’Ucraina entrerà a far parte dell’Unione Eurasiatica a prescindere


dalla presenza di Putin, da Eurasia – Rivista di studi geopolitici.
http://www.eurasia-rivista.org/lucraina-entrera-a-far-parte-dellunione-eurasiatica-a-
prescindere-dalla-presenza-di-putin/13908/

D. Giuliano Luongo, Russia e Ucraina: verso la fine della Guerra del gas?, da Geopolitica
(Rivista dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie).
http://www.geopolitica-rivistaorg/16186/russia-e-ucraina-verso-la-fine-della-guerra-del-
gas/

6
è da considerarsi come un corollario o una evoluzione di quella di
ispirazione inglese, risalente al 1904, riguardo al “territorio centrale”,
ovvero lo “Heartland”.

Quest’ultima zona, delimitata oggi tra la Russia meridionale e l’Iran


settentrionale è un passaggio fondamentale per il dominio dell’Eurasia
da parte dell’Occidente, in particolare per via delle ingenti riserve di
idrocarburi presenti nel Caucaso, nel mar Caspio e nell’Asia centrale.
Come non interpretare la guerra e l’invasione dell’Afghanistan in
un’ottica geopolitica? L’avventura della NATO in Asia centrale non
è altro che il tentativo di destabilizzare l’area che unisce l’Iran, la
Russia e la Cina, per il dominio di una regione strategica in ottica
geoeconomica. Alcuni intellettuali parlano di una guerra dei gasdotti,
per tagliare e troncare il potenziale transito, dalle ex Repubbliche
sovietiche come Turkmenistan e Kazakhstan verso l’Oceano indiano,
I legami tra Russia e Iran nello passando per l’Iran. In un colpo solo si metterebbe fuori gioco l’Iran
e si isolerebbe la Russia. Un rafforzamento della fascia meridionale
spazio eurasiatico dell’Eurasia, con un ruolo centrale dell’Iran, garantirebbe alla Russia la
possibilità di non rimanere schiacciata dal peso di Paesi filoamericani
Di Ali Reza Jalali ai propri confini, dai membri della NATO (Europa orientale e
Turchia), fino al Giappone e alla Corea del Sud, senza dimenticare il
ruolo destabilizzante nel Caucaso di Paesi come l’Azerbaijan, ormai
L o spazio eurasiatico può essere visto da due prospettive principali.
Una di queste è squisitamente geografica, con evidenti risvolti
storici e culturali: esso sarebbe la massa continentale eurasiatica, che si
nell’orbita occidentale. Passando invece ad una diversa interpretazione
del concetto di “spazio eurasiatico”, ovvero di una visione improntata
a definire lo “spazio vitale” russo, definito come “estero vicino”,
estende dalle coste atlantiche europee fino all’Asia orientale. In un’altra apparentemente i legami di Mosca con Tehran potrebbero sembrare
accezione, l’Eurasia è la zona di influenza “naturale”, o lo “spazio vitale” più blandi rispetto all’interpretazione precedente (Eurasia come
russo. Quindi l’Eurasia sarebbe lo spazio geografico comprendente continente, frutto della somma tra Asia ed Europa). Infatti, i Paesi
attualmente la Federazione Russa e gli Stati che una volta facevano parte interessati dallo spazio russo-eurasiatico sono: Bielorussia, Paesi baltici,
dell’URSS. Gli analisti russi definiscono questa zona a ovest e a sud Ucraina, Georgia, Armenia, Azerbaijan, Kazakhstan, Kirghizstan,
della Russia, come “estero vicino”, per sottolineare il legame esistente Tajikistan e Turkmenistan.
tra il proprio Paese e questi Paesi neonati, affrancatisi dall’Unione
Sovietica all’indomani del crollo del comunismo. A seconda della Al massimo l’Iran può essere considerato come un Paese confinante
prospettiva e del senso che per noi può avere il concetto di “Eurasia” con questa macroarea russo-eurasiatica; infatti la Repubblica Islamica
e di “spazio eurasiatico”, cambia il rapporto che può avere il mondo dell’Iran confina con Armenia, Azerbaijan e Turkmenistan. Chi conosce
islamico in generale e l’Iran in particolare con la Russia e l’Eurasia. la storia di questa regione del mondo però, rifiuta la tesi secondo cui
La questione che dobbiamo analizzare è quindi il rapporto tra l’Iran, non vi sia alcuna connessione diretta tra l’Iran e lo “spazio vitale” della
uno dei principali esponenti del mondo musulmano, e il principale Federazione Russa. Il rapporto tra Tehran e Mosca è storicamente e
Paese dell’Islam sciita, con la Russia e lo spazio eurasiatico, in base culturalmente ricco di sfumature e di periodi contrastanti. Non poche
al punto vista riguardante il concetto di Eurasia. Infatti, se partiamo volte le regioni comprese tra questi due Paesi sono state contese dal
dal presupposto che l’Eurasia è un continente, in pratica la somma Regno di Persia e dalla Russia zarista. L’incontro, e perché no, anche
dell’Europa e dell’Asia, in una prospettiva definita “neo-eurasiatista”, lo scontro tra la componente iranica e quella russa è uno dei leitmotiv
il ruolo dell’Iran e del mondo islamico è quello di parte integrante del della storia eurasiatica. Anche volendo confermare la tesi dell’Eurasia
processo finalizzato all’unità dei popoli del Vecchio Continente, dalle come uno spazio prevalentemente russo, non si potrà negare l’influenza
isole britanniche al Giappone. dell’Iran nel cuore di questo “estero vicino”, e non solo come Stato ai
margini del contesto russo-eurasiatico. L’influenza e il legame profondo
L’Iran rappresenta in questo scacchiere, una parte strategica e tra mondo iranico e mondo russo si concretizza principalmente su tre
fondamentale del bordo meridionale della massa eurasiatica, livelli: religioso, linguistico e culturale. Il luogo prediletto di questo
importantissima per un Paese come la Russia, vista la volontà del governo confluire di due delle principali nazioni della regione è principalmente
nordamericano di attuare la cosiddetta “strategia dell’anaconda”, volta a l’area caucasica e l’Asia centrale, senza dimenticare il collante naturale
chiudere ogni spazio vitale all’URSS ieri, e alla Russia oggi, grazie a una tra Russia e Iran, ovvero il bacino del Caspio. A livello religioso,
rete di vigilanza russofoba installata nell’Europa orientale, nel Vicino l’influenza principale che ha l’Iran nel contesto russo-eurasiatico è
Oriente e nell’Asia sud-orientale. Inoltre, alleandosi con l’Iran, la data dal fattore islamico, visto che gli abitanti delle ex Repubbliche
Russia risolverebbe il suo vecchio problema legato allo sbocco sui mari sovietiche, oggi emancipate e collocate nella parte meridionale della
caldi. Volendo poi analizzare la questione da una visuale tipicamente Federazione Russa, sono in prevalenza musulmani. Ma volendo
geopolitica, si potrebbe aggiungere che l’obiettivo dichiarato degli approfondire il tema, è innegabile che la principale influenza che ha
americani è il controllo di quella fascia costiera meridionale dell’Eurasia l’Iran in ambito religioso riguarda lo Stato del Caucaso meridionale
(intesa come continente) che parte dal Mediterraneo occidentale, dell’Azerbaijan, visto che gli Azeri sono in prevalenza musulmani
ovvero dalla Penisola iberica, prosegue per tutto il mare “Nostrum”, sciiti, come gli Iraniani. L’Azerbaijan d’altronde, pone dal punto di
comprende nella sua parte centrale il Vicino Oriente e l’area strategica vista geopolitico e geoeconomico non pochi problemi, sia alla Russia
e fondamentale per gli equilibri economici del mondo, ovvero il golfo che all’Iran, essendo un concorrente di questi due Paesi per ciò che
Persico, per poi proseguire verso l’India, l’Indonesia e l’Estremo oriente concerne le forniture di energia alla Turchia e all’Europa, senza
(Penisola coreana, coste cinesi e Giappone). Questa teoria è stata alla dimenticare l’orientamento atlantista del governo di Baku. La Russia,
base della “Guerra fredda”, ma sembra avere seguito, in forma diversa, L’Iran rappresenta giocando anche sull’influenza iraniana nei confronti dell’opposizione
ancora oggi. Il primo a proporre una lettura del genere fu il geopolitico islamista sciita, può puntare a destabilizzare il governo di Elham Aliyev,
Nicholas J. Spykman, nel suo famoso libro “The Geography of Peace”, in questo scacchiere, che ha controllato l’Arzerbajan insieme al padre (considerando anche
pubblicato nel 1944. una parte strategica e la sua presidenza) per oltre un ventennio. Un altro fattore importante
fondamentale del bordo da considerare nel ruolo dell’Iran nello spazio eurasiatico, è quello
Egli apertamente sosteneva la seguente tesi: “Chi controlla il territorio meridionale della massa linguistico. L’influenza della lingua persiana, di origine indoeuropea, è
costiero controlla l’Eurasia; chi controlla l’Eurasia può dominare le eurasiatica. ad oggi viva in Tajikistan, laddove il tagiko, lingua ufficiale del Paese,
sorti di tutto il mondo”. La definizione di “territorio costiero” (in non è altro che un dialetto persiano. Non a caso i legami tra Tehran e
inglese “Rimland”), rende bene l’idea di una zona che delimita la Dushanbe (notare come questa parola in persiano voglia dire “lunedì”)
massa continentale eurasiatica, il controllo della quale, secondo gli sono molto buoni, e il Tajikistan è governato da Imamali Rahman,
analisti americani, è vitale per indebolire la Russia e ridimensionare presidente con un orientamento filorusso. Ma il fattore in assoluto
l’influenza di Mosca nelle dinamiche globali. Questa teoria geopolitica più importante che l’Iran può giocare nello spazio russo-eurasiatico è

7
l’influenza culturale. Negli ultimi anni Tehran ha cercato di puntare al
dialogo tra le culture affini nel Caucaso e in Asia centrale, concentrandosi
sulla “diplomazia del capodanno”. Con questo concetto gli intellettuali
iraniani vogliono definire quel processo di aggregazione, portato avanti
con forza dal presidente Ahmadinejad, volto a riunire, con la “scusa”
delle celebrazioni del capodanno persiano (“Nowruz”, letteralmente
“nuovo giorno”), i popoli che festeggiano questa ricorrenza, che
cade il primo giorno di primavera. Questa festa infatti, oltre a essere
celebrata in Iran, è molto diffusa anche in Paesi come l’Azerbaijan,
l’Armenia, la Georgia e in tutta l’Asia centrale, senza dimenticare
tracce vive anche in Russia, prevalentemente in Cecenia e Daghestan.
Questo processo di aggregazione culturale, che possiamo definire come
processo geoculturale, è finalizzato a creare unità nella regione, contro
la minaccia dell’espansionismo nordamericano nell’area, concretizzato
con la presenza di basi militari occidentali nel Caucaso meridionale
e nell’Asia centrale (vedi la base di Bishkek in Kirghizstan), comune
preoccupazione di Mosca e Tehran.
Come abbiamo visto, il legame tra Russia e Iran è potenzialmente
strategico, anche se fino ad oggi si è limitato a questioni tattiche, come
per la crisi siriana, dove la Repubblica Islamica e la Federazione Russa
sostengono, per motivi diversi, il governo di Bashar Al-Assad. Una
ulteriore convergenza tra Mosca e Tehran sarebbe un colpo durissimo
per i piani egemonici occidentali: le basi per una maggiore cooperazione
ci sono, come abbiamo visto, sia che si voglia procedere all’unità
dell’Eurasia come continente, sia come spazio Russo-eurasiatico, che
è realizzabile in modo compiuto per Mosca solo attraverso una solida
funzione geopolitica Iraniana, volta a neutralizzare le contraddizioni
tra la Russia e le regioni a maggioranza musulmana del Caucaso e
dell’Asia centrale.

L'Africa contesa
Il conffllitto Sino-Statunitense sullo spazio

africano

Di Daniele Ciolli

U na delle sfide cruciali del terzo millennio si sta giocando nel con-
tinente più ricco di risorse energetiche e minerarie del mondo,
cioè l’Africa. In un momento epocale come quello che stiamo vivendo
ole, ospedali, case (con l’eccellente livello tecnologico garantito dalla
manodopera cinese) e formazione di tecnici ed operai locali che aiutino
oggi, ovvero il passaggio dalla fase unipolare ad indirizzo statunitense lo sviluppo degli stessi Paesi. Le compagnie cinesi hanno costruito in
alla fase multipolare, l’accaparramento delle risorse è fondamentale Africa all’incirca 60.000 chilometri di strade e collegamenti che hanno
per lo sviluppo delle nuove potenze economiche, interessate ad affer- favorito enormemente il commercio e il trasporto su gomma, dando
marsi sullo scacchiere geopolitico mondiale con ruoli di prim’ordine. impulso notevole alle economie locali. Nessuna occupazione e base
I paesi BRICS in crescente ascesa economica necessitano sempre più militare quindi, nessun ingresso di truppe, ma solo infrastrutture e aiuti
di risorse per procedere nel loro sviluppo e per mantenere il loro con- economici. È facile capire cosa preferiscano gli Stati africani, quindi…
tinuo crescente fabbisogno energetico, e chiaramente anch’essi si rivol- Un terzo aspetto poi è quello delle risorse valutarie della Bank of Chi-
gono all’Africa andando a scontrarsi con gli interessi occidentali che dal na, la quale offre ottime condizioni di prestiti a lungo termine a tassi
1700 fino al 2000 hanno detenuto il monopolio del Continente Nero. agevolati, con interessi prossimi allo zero. La Cina ha cancellato a fine
È facile immaginare quindi quanto incida e inciderà l’Africa sui pros- 2009 oltre 300 debiti senza interesse, per i quali erano impegnate 35
simi decenni, in cui sempre più nuovi attori geopolitici si affermeranno nazioni colpite dai debiti e tra le meno sviluppate dell’Africa.
sul globo, reclamando la propria fetta economica ed energetica. Oggi Inoltre la Cina accetta di pagare le famose royality (tasse) che i governi
Paesi come la Cina, l’India, il Brasile, la Russia non si accontentano africani chiedono per accedere alle proprie risorse, tasse che le multina-
più delle briciole lasciate da Washington e Bruxelles, ma pretendono zionali occidentali non vogliono pagare, se non a tassi ridicoli imposti
giustamente di esercitare il loro ruolo di potenze economiche al pari di con modalità neo-coloniali (l’attacco alla Libia nel 2011 è relazionabile
quelle occidentali. Ne deriva quindi uno scontro titanico con i vecchi anche alle alte tasse che Gheddafi imponeva per estrarre l’oro e il gas dai
padroni, maldisposti ad abbandonare il proprio dominio incontrastato suoi ricchissimi giacimenti).
sul mondo.
In tutto questo c’è da aggiungere l’atteggiamento di profondo rispetto
Analizziamo ora il confronto più importante tra questi attori, cioè delle popolazioni locali da parte dalle centinaia di migliaia di operai,
l’avvento della Cina come antagonista degli Stati Uniti nella contesa di tecnici e di imprenditori cinesi che lavorano ai grandi progetti di
economica mondiale, che proprio in Africa ha i suoi maggiori risvolti. sviluppo destinati a portare definitivamente l’Africa fuori dalla fame,
La Cina difatti, negli ultimi anni, con diversi Stati africani sta realiz- dalla povertà e dalle devastanti epidemie che ancora mietono milioni di
zando accordi strategici in materia energetica, commerciale, tecnolog- vite di esseri umani. Dominati e massacrati da eserciti stranieri e bande
ica, sostituendo e spodestando le grandi multinazionali occidentali in mercenarie, gli Africani stanno finalmente ritrovando dignità nel rap-
difficoltà a competere con il gigante asiatico. porto di sincera amicizia e di scambio equo con il gigante cinese, assai
Cerchiamo di capire come mai gli Stati africani preferiscano come part- rispettoso delle differenti culture e politiche dei Paesi in cui opera.
ner la Cina rispetto alla Francia, all’Inghilterra, agli Stati uniti ecc. In- Tutto questo sta facendo mutare gli equilibri dell’Africa, in cui la Cina
nanzitutto, l’approccio Cinese nel trattare con i singoli Paesi africani è e gli altri paesi BRICS si stanno affermando come alternativa al mo-
regolato come un rapporto tra pari. Gli Stati africani si sentono trat- nopolio precedente. Sono numerosi i Paesi Africani che hanno stipu-
tati per la prima volta da partner con uguali diritti, e non da popoli lato accordi strategici con Pechino: l’Angola oggi è il primo fornitore
dominati. La scelta di non effet- africano di greggio della Cina,
tuare nessuna ingerenza negli af- che con la costruzione di in-
fari interni dei Paesi africani da frastrutture e prestiti agevolati
parte della Cina è un fattore non sta aiutando il rapido sviluppo
da poco, che influisce notevol- di Luanda. Altri stretti legami
mente in tal senso. Questa non- uniscono la Cina al Sudan,
ingerenza da parte della Cina è alla Namibia, alla Guinea, al
interpretata dagli Stati africani Mali, al Ciad, alla Somalia,
come un riconoscimento di all’Uganda (in cui la essa è di-
una pari dignità tra le nazioni. ventata il secondo più grande
L’approccio Cinese è rivoluzi- investitore straniero dopo la
onario, rispetto a quello di vec- Gran Bretagna), al Sud Afri-
chio stampo colonialista ed ar- ca (aggiuntosi ai BRIC, oggi
rogante dell’Occidente, che nei BRICS proprio per questo),
confronti dei Paesi africani ha all’Algeria, e ultimamente si
sempre avuto un rapporto di as- stanno aprendo ai Cinesi altri
soggettamento e sottomissione, Stati come la Nigeria, lo Zim-
attraverso aggressioni militari o babwe e il Congo.
presenza straniera permanente Nel 2000, in questa direzi-
nei rispettivi territori. Una sec- one di accordi strategici Sino-
onda motivazione del successo Africani, è nato il Forum per
cinese è relativa a ciò che viene la Cooperazione tra la Cina
dato in cambio dell’accesso alle e l’Africa (Focac), che ogni
risorse. La Cina in sostanza pro- anno ripete annualmente. Nel
pone scambi alla pari nei quali, 2006 Pechino ha ospitato più
in cambio di risorse, offre la cos- di 40 capi di Stato africani,
truzione di grandi infrastrutture con i quali ha realizzato ac-
come strade, dighe, ponti, cen- cordi su larga scala sul piano
trali elettriche, ma anche scu- della cooperazione economi-

8
ca. A tutto ciò è seguito un gran numero di visite di Stato di Pechino
in tutta l’Africa, con le compagnie petrolifere e le varie industrie cinesi
che simultaneamente hanno firmato diversi accordi miliardari con i
governi africani. Il volume degli scambi fra Cina e Paesi africani nel
2011 si aggirava sui 50 milioni di dollari (un aumento rispetto al 2010
di oltre il 70%).

Ovviamente Washington non rimane a guardare, e sta operando in


tutti i modi possibili per evitare l’ascesa africana di Pechino. Si pensi
all’AFRICOM, struttura militare creata nel 2008 e subordinata al Di-
partimento Americano della Difesa, impegnata totalmente sull’Africa,
che ad oggi non ha ancora trovato un Paese Africano disposto ad ospi-
tarne il quartier generale. Attualmente ha infatti sede a Stoccarda. La
funzione ufficiale di AFRICOM, secondo Washington, sarebbe quella
di sviluppare nei partner Africani amici degli Usa la capacità di affron-
tare le sfide per la loro sicurezza e dell’intero Continente. Al di là delle
dichiarazioni è chiaro che AFRICOM è stata creata con l’obbiettivo di
potenziare la proiezione strategica statunitense, instaurando un legame
di dipendenza militare fra le autorità locali e il Pentagono. In tal modo
Washington sarebbe in grado di controllare e condizionare le politiche
dei singoli Stati Africani a vantaggio dei propri interessi. Non è un caso
che tra gli oppositori di tale progetto Statunitense vi fu Gheddafi che,
nel 2008, presso l’Unione Africana, riuscì a comporre un vasto fronte
in opposizione all’insediamento di AFRICOM sul Continente.
D’altronde, i recenti attacchi imperialisti in Libia si inseriscono
nell’ottica di contrastare l’ascesa cinese nell’area. In Libia lavoravano
oltre 30.000 Cinesi, costretti alla fuga dalla guerra e dalle violenze xen- Creando e fomentando la crisi del Darfur si è perseguito l’obbiettivo, ar-
ofobe dei fanatici del Consiglio Nazionale di Transizione, sostenuto rivando al punto di provocare la secessione, proclamata il 9 luglio 2011,
dall’Occidente. Oppure si pensi al colpo di stato in Costa d’Avorio, del Sudan del sud dal governo centrale di Khartoum. L’indipendenza
avvenuto sempre nel 2011, grazie alla regia di Parigi, che ha depos- del Sud Sudan, che possiede ben l’80% del petrolio estratto in Sudan, è
to il legittimo Presidente Laurent Gbabo, rimpiazzandolo con l’ex stata ovviamente subito riconosciuta dagli USA e dall’Unione Europea,
dipendente dell’FMI, Alassane Ouattara . che l’avevano supportata sin dal 2005, in prospettiva anti-cinese.

Il tutto è principalmente derivato dal tentativo di Gbabo di smarcarsi È evidente come la Cina sia divenuta il principale antagonista degli
dal monopolio Francese avvicinandosi a Pechino, per stipulare una col- Stati Uniti in Africa. Washington, dal canto suo, sta reagendo con il
laborazione che per Parigi era inammissibile. Un altro caso eloquente è mezzo che più le si addice: creare deliberatamente caos con lo scopo di
stato quello in Sudan del generale Omar Al Bashir, il quale ha scambi- minare l’integrità degli Stati africani, i quali in una situazione di insta-
ato il petrolio e minerali del proprio Paese con tecnologie civili e mili- bilità, ingovernabilità e settarismo sono facilmente vulnerabili e sfrut-
tari e infrastrutture cinesi, divenendo uno dei principali interlocutori tabili dalle multinazionali occidentali. La Libia è il caso più recente ed
africani di Pechino. Per questo motivo il Presidente sudanese è stato emblematico: un paese sovrano e con un governo stabile da oltre 40
raggiunto da un mandato di cattura internazionale spiccato il 4 marzo anni, ricchissimo di enormi giacimenti di gas e petrolio, è stato portato
2009 dalla Corte Penale Internazionale, con l’ accusa di aver perpetrato fino alla sua distruzione, precipitandolo nel baratro della guerra civile
una pulizia etnica in Darfur, regione a sud del Paese, nella quale vi è e delle divisioni tribali, religiose ed etniche. Questo ha portato due
stata una guerra civile provocata dalle milizie fondamentaliste islam- conseguenze fondamentali per l’impero Statunitense: in primo luogo,
iche, con la funzione di destabilizzare l’ordine costituito, e finanziate la fuoriuscita della Cina dal territorio libico, in secondo luogo i ricchi
da CIA e Shin Bet. Milizie inviate attraverso il confine del Ciad, che giacimenti sono finiti sotto il totale controllo della NATO. Oggi le
hanno commesso diverse stragi e scorribande per tutto il sud del Paese, multinazionali petrolifere occidentali accingono gratuitamente e indis-
provocando un’emergenza umanitaria e migliaia di sfollati, che sono turbate alle risorse energetiche libiche.
stati soccorsi dall’esercito lealista sudanese. Nell’incendio della polv- Di fronte a questo, il gigante asiatico deve riflettere se la sua strategia di
eriera sudanese vi è stata anche la mano di Israele, confermata anche non interferenza negli affari interni di altri Stati in situazioni simili sia
dall’ammissione dell’ex direttore dello Shin Bet, Avi Dichter, che ha davvero utile ai suoi interessi e allo sviluppo dell’Africa, o se piuttosto
sostenuto ed addestrato le forze indipendentiste del sud con il pre- non vada riformulata per garantire l’integrità degli esperimenti politici
ciso scopo di impedire al governo di Bashir l’iniziativa di costruire uno più stabili, orientati verso i propri interessi e verso un nuovo ordine
Stato forte unitario. multipolare.

politico mediorientale osserviamo che la Siria confina con la Turchia,


sempre pronta a giostrarsi pur di incorrere nel benestare degli alleati
euro-atlantici, con l’Iraq ormai preda del caos e della sopraffazione, con
la pentola a pressione libanese, con il pilastro NATO in oriente, ovvero
Israele, e soprattutto con il principale obiettivo occidentale, l’Iran.
Controllare la Siria, ultimo paese mediorientale apertamente socialista
e con un governo in mano al partito Baath, vuol dire dare la stangata
finale alla resistenza antimperialista in Medio Oriente. Vuol dire avere
sempre più sottocontrollo la situazione mediorientale, in particolare
quella libanese. Vuol dire avere un’ottima testa di ponte per un
eventuale attacco all’Iran. Non è errato da parte nostra vedere la Siria
come l’anticamera al paese degli Ayatollah. Ma a frenare la NATO da
un intervento apertamente offensivo come quello libico sono gli unici
due colossi che la essa effettivamente teme: la Cina e la Russia, che ogni
volta hanno posto il veto in sede ONU all’aggressione indiscriminata.
La Russia può tenere sotto scacco l’Europa controllandone i rubinetti
del gas, e la Cina detiene come spauracchio buona parte del debito
pubblico statunitense. Insomma, non si può rischiare di far perdere il
precario equilibrio alla bilancia: scherzare con Cina e Russia è il modo più
sicuro per un fallimento economico totale del sistema nordamericano
capitalistico. Eppure queste problematiche continuano a pendere come
una spada di Damocle sulla testa del legittimo presidente siriano Al-
Assad. E se la guerra non gliela si può fare direttamente con l’uranio,
La Siria, perno degli equilibri la si può fare con la temibile strategia mediatica. Gli spezzoni della
pellicola offensiva verso l’Islam, “L’innocenza dei Musulmani”, diffusi
globali fi in rete, senz’altro fungono da benzina appositamente gettata sui focolai
ancora bollenti del caos mediorientale. E mentre la Russia fa passare
Di Francesco Trinchera armi alla frontiera per munire la resistenza Siriana, il Papa interviene
dal Libano per placare gli scontri ed avversare un intervento armato
Q uella che viene definita “Primavera araba” si dimostra essere
un vero e proprio autunno per i popoli liberi, autunno che
anticipa un inverno fatto di sfruttamento e oppressione. È ancora
internazionale, ma ormai in un mondo non più ideologizzato come
quello degli anni ‘70 le parole del pontefice non hanno efficacia. Ora ad
aver peso sono i conti dei debiti pubblici, e a ben poco possono servire
fresca nella memoria la capitolazione di Gheddafi, che ha lasciato gli inviti alla tolleranza e alla pace del Santo Pontefice. La situazione,
un paese sviluppato e prolifico in mano a capitribù che stanno sarà ben chiaro, è quanto mai instabile. L’inizio del nuovo millennio
facendo ripiombare la Libia nel più oscuro periodo di sottosviluppo. si è manifestato, invece che con lo “scontro di civiltà” preconizzato
Situazione analoga è quella che avviene nella Siria di Bashar Al- da Francis Fukuyama, con i colpi di coda del capitalismo finanziario
Assad. Fantomatiche rivolte dal basso, eclatanti manifestazioni in crisi. È qui che gli States giocano una delle loro partite decisive:
liberal nel nome di una presunta democrazia e centinaia di sedicenti cedere dinanzi alla Siria vuol dire inchinarsi definitivamente a Russia e
stragi, bombardamenti ed eccidi. La solita ricetta già vista spesso: Cina e mettersi da parte, schiacciare al-Assad invece significa lanciare il
era ieri che in Romania le forze americane rovesciavano per le strade guanto di sfida definitivo alle potenze dell’Orso e del Drago. Ma Dio ci
i cadaveri degli obitori spacciandoli per fucilati dalla Securitate di scampi da questa alternativa, perché un conflitto mondiale diverrebbe
Ceausescu. Ma la questione Siriana è ben più bollente e complicata spaventosamente inevitabile.
di quella Libica o Romena. Se in Libia si trattava principalmente di
una corsa al petrolio con la Francia in testa, e in Romania era solo
questione di arginare gli ultimi colpi di coda del defunto impero
sovietico, in Siria assistiamo a quello che può essere tranquillamente
il preludio di un attacco all’Iran. Analizzando il mappamondo

9
Un ordine mondiale tripolare?
Traduzione a cura di Luca Manelli.

Di Natella Speranskaya

C onsulente per questioni geopolitiche presso il Comando


Operazioni Speciali degli Stati Uniti, direttore del progetto “Global
Governance” presso la fondazione “New America” di Washington,
l'autorevole politologo Parag Khanna propone una nuova definizione
di “Secondo mondo”. Notando l'emergere di una mentalità non
ideologica, nel Secondo mondo Khanna include Paesi a metà strada
tra Primo e Terzo mondo.
Questi Paesi hanno le caratteristiche di entrambi, e il loro scopo,
dice Parag Khanna, è il miglioramento reciproco delle relazioni con
forti unità politiche come l'Unione Europea, gli Stati Uniti e la Cina.
Secondo Parag Khanna, questi sono tre “imperi” che combattono per
il dominio globale. Per quanto riguarda la Russia, non la considera
come una superpotenza, ma di certo, come uno degli Stati più potenti,
la pone infatti allo stesso livello di Giappone e India.
Dice Khanna: “Una superpotenza ha portata globale, influenza globale
e ambizioni globali. Lo status di superpotenza comporta che il decision-
making influisca simultaneamente su tutto il mondo.”
Khanna mette la Russia nel gruppo dei Paesi del Secondo mondo.
Seguendo Brzezinski, vede tale Paese come un premio, ma non
come l'attore principale e, condividendo le teorie di alcuni politologi
occidentali, afferma che la Russia verrà o sottomessa o integrata,
posizione sostenuta da molti esperti di relazioni sino-russe. La visione
della Russia da parte dell'Occidente non è incoraggiante: gli analisti
della politica internazionale predicono il dominio cinese sulla Russia
per i prossimi 50-60 anni.
Qual è il ruolo dei Paesi del “Secondo mondo” nell'imminente ordine
multipolare? Lo stesso Khanna crede che l'umanità si stia avviando Parag Khanna.
inesorabilmente proprio verso un modello multipolare e che ciò per
gli USA significhi una fondamentale perdita di influenza, in quanto in
questo modello sono solamente un polo tra altri poli, il che significa che
dovranno fare inevitabilmente i conti con l'influenza degli altri, come
il Giappone, l'India, la Russia, la Cina o l'Europa. Affinché possano
essere attori politici sovrani, a nessuno di questi serve l'approvazione
degli Stati Uniti. del sistema finanziario incentrato sul dollaro è quasi inevitabile, tutto
dipende dal loro coraggio. Procederanno verso un progetto comune
«Il “Secondo mondo” diventa una zona antimperialista indipendente Qual è il ruolo dei Paesi di integrazione o lasceranno che gli Stati Uniti prendano il controllo
entro la quale si rafforzano le relazioni interregionali. La Russia ha dell'Eurasia attraverso la “geopolitica del caos”? La sicurezza di tutta
offerto di costruire reattori nucleari in Iran e Libia, il Kazakhstan del “Secondo mondo” l'umanità nel XXI secolo dipende dalla risposta a questa domanda.”
e la Malesia organizzano conferenze sullo sviluppo delle relazioni nell'imminente ordine Engdahl spera nelle soluzioni che saprà dare l'elite politica russa a questa
commerciali, Iran, Indonesia e Venezuela costituiscono un cartello del multipolare? sfida, su cui dipende l'alleanza russo-cinese. Comunque, conoscendo
petrolio. I Cinesi volano direttamente in Brasile, i Brasiliani in Africa, l'attuale classe politica in Russia, non possiamo condividere le speranze
gli Indiani investono dappertutto, dalla Siria al Vietnam, e il fondo del pur sempre rispettabile William Engdahl, e piuttosto arriviamo alla
d'investimento di Abu Dhabi investe il patrimonio dell'Emirato sia a conclusione della necessità della creazione ed educazione di una nuova
Wall Street sia nella “Nanjing Road” di Shangai, simbolo del miracolo elite, vale a dire una “contro-elite”, o, come viene detto nel Manifesto
economico cinese. » della “Global Revolutionary Alliance”, di una “contro-elite globale e
rivoluzionaria”.
È da tempo che Parag Khanna ha smesso di considerare l'Occidente Il Professor Adam Roberts, esperto nel campo delle relazioni
come un'unità indivisibile. Egli sostiene la tesi che esistano due poli internazionali, nota anche la perdita del ruolo di guida degli Stati
nello spazio occidentale: l'Unione Europea e gli Stati Uniti (secondo il Uniti nell'ordine mondiale attuale. Alla domanda su chi sarà l'erede,
suo punto di vista, la guerra in Iraq ha privato il concetto di “alleanza ci dà una chiara risposta: nessuno. Ora la Russia è vicina al periodo
occidentale ” di qualsiasi significato). Nel suo libro “The Second di interregno, ossia l'intervallo di tempo che nell'antica Roma
World”, scrive che nel mondo futuro ci saranno solo tre poli, ossia intercorreva tra la morte di un imperatore e la comparsa dell'altro. È
i due sopraccitati e la Cina. In questo modo, si comporta come un uno stato di instabilità, incertezza, imprevedibilità, in cui è evidente la
fautore di un mondo tri-polare. Alla domanda riguardante il posto distruzione del vecchio ordine così come la progressiva affermazione
del mondo islamico, della Russia e dell'India in questo futuro ordine di quello nuovo. Ma quale sarà questo nuovo ordine non ci è dato
mondiale, il politologo ci dà la seguente risposta: “L'espressione saperlo. L'interregno è una pausa, un ritardo metafisico, un doloroso
“mondo tri-polare” non esclude l'esistenza di queste entità. Tuttavia “non ancora”. In questo contesto di cambiamento verso un nuovo
resta il fatto che Usa, Unione Europea e Cina rappresentano più del ordine, possiamo parlare di una transizione paradigmatica dal
20% dell'economia mondiale. La loro potenza militare cresce. Hanno “momento unipolare” (Charles Krauthammer) verso l'instaurazione
la capacità universale di cambiare la politica del mondo intero: ciò di un ordine multipolare. In altre parole, il centro dell'attenzione
non può essere detto delle altre potenze. Si può parlare finché si vuole dovrebbe essere sulla fine dell'era dell'unipolarismo, poiché ci sono già
sul fatto che si voglia che la Russia sia una superpotenza, ma ciò è tutti i prerequisiti per la realizzazione di un progetto alternativo. Ciò
fuorviante. L'economia russa è paragonabile a quella della Francia, che che ora sta accadendo nella politica mondiale è l'agonia dell'imperatore
di certo non è una superpotenza economica; ed è impossibile essere morente, ossia gli Stati Uniti. Il vero interregno verrà con la finale
una superpotenza senza esserlo anche nell'economia. La Russia è sì un perdita di potere degli USA come potenza mondiale egemone, e la
centro di attrazione, ma a livello regionale, quindi non può fare parte cancellazione del “momento unipolare”. È qui che appare il pericolo
del gruppo dei tre (USA, Unione Europea, Cina). L'unica potenza che che nel periodo di interregno e di costante attuazione delle fasi della
può essere aggiunta a questa serie – esclusivamente dal punto di vista creazione dell'ordine mondiale multipolare sopraggiunga la “variabile
economico – è il Giappone.” geometria” della non-polarità e tutto venga immerso nel melting pot
Stando a Parag Khanna, ci stiamo dirigendo verso “un mondo a più della globalizzazione e della “modernità liquida” (Zygmunt Bauman).
poli e a più civiltà, in cui tre diverse superpotenze competono per il
controllo di un numero di risorse in continua diminuzione”.
Qual è il punto di vista del politologo William Engdahl, favorevole ad
un riavvicinamento tra Russia e Cina, sulla relazioni tra questi due Paesi?
Cito: “Solo la Russia, la Cina e l'Europa posso fermare il folle “cowboy
americano”. Ma oggi, quando il collasso del “Secolo Americano” e

10
MILLENNIVM
M
illennium ha partecipato al convegno in-
ternazionale svoltosi dal 4 al 6 settem-

AL CONVEGNO bre 2012 presso l'Università Federale


di Paraíba, nella città di João Pessoa (Brasile).

INTERNAZIONALE Al convegno, incentrato in particolar modo sui fon-


damenti della teoria geopolitica, sulla relazione che

DELL'UNIVERSITÀ intercorre tra essa e l'ambito filosofico, sulla neces-


sità di un ordinamento globale multipolare e sullo

FEDERALE DI sviluppo della "quarta teoria politica", ha preso parte


il fondatore e presidente di Millennium, Orazio Ma-

PARAIBA ria Gnerre, al fianco del filosofo e teorico Aleksandr


Dugin, del professore dell'Università di San Paolo,
André Martin, dello studioso e saggista Mateus Soares
de Azevedo, e dell'esperto di geopolitica Edu Silvestre de Albuquerque.
L'argomento trattato da Orazio Maria Gnerre è stato "La concezi-
one sacrale degli spazi": dall'interpretazione simbolica ed ar-
chetipica della geografia verso le massime categorie geopolitiche.
L'incontro ha portato alla luce la convergenza di obiettivi di Mil-
lennium, dell'Eurasiatismo e del Meridionalismo Sudamerica-
no nella promozione della transizione all'ordine globale multipo-
lare e nella creazione di una quarta teoria politica, adatta al
contesto storico e capace di una riformulazione radicale dello stesso.

DELEGAZIONE
U
na delegazione di Millennium è stata

POLITICA DI impegnata dal 3 al 17 novembre in


Libano, nel difficile periodo che è

MILLENNIVM IN intercorso tra il dispiegarsi del conflitto civile


in Siria e il bombardamento indiscriminato

VISITA POLITICA IN tutt’ora in corso di Israele su Gaza. La


delegazione ha svolto come da programma le

LIBANO visite di rappresentanza presso i campi profughi


palestinesi e le sedi del Fronte Popolare di
Liberazione della Palestina di Balbeck e Beirut.
La delegazione italiana ha incontrato anche la rappresentanza politica di Millennium in Libano.

Hassan Abou Nasseh, rappresentante di Millennium in Libano, e Francesco Piscitelli,


coordinatore regionale di Millennium in Friuli.
I DERIVATI

LA PROSSIMA BOLLA PRONTA ALLO SCOPPIO

Di Salvatore Tamburro

W
arren Buffett1, uno dei più grandi investitori della Alfa Spa che spera di poter incassare alla scadenza delle
finanziari nonché tra gli uomini più ricchi obbligazioni stesse. Dopo qualche mese cominciano a girare
del pianeta, ha definito in una famosa frase i voci che la Alfa Spa possa fallire e il sig. Rossi teme di perdere
derivati come armi finanziarie di distruzioni di la cifra investita.
massa. Nel report annuale agli azionisti Buffet scriveva: "Se
i contratti derivati non vengono collateralizzati o garantiti, Ecco allora che si fa avanti il sig. Assicuratore che propone
il loro reale valore dipende anche dal merito di credito una polizza (un CDS) che funziona in modo molto semplice:
delle controparti. Allo stesso tempo, comunque, prima che
il contratto sia onorato, le controparti registrano profitti Se la Alfa Spa fallisce il sig. Assicuratore paga 1000

1
e perdite -spesso di enorme entità- nei loro bilanci senza euro al sig. Rossi in un’unica soluzione.
che un singolo centesimo passi di mano. La varietà dei
contratti derivati trova un limite solo nell'immaginazione
dell'uomo (o talvolta, a quanto pare, del folle)". Si chiamano
derivati perché derivano da qualcosa altro, non vivono di
vita propria: sono scommesse a termine sull'andamento di
un'attività sottostante, ossia un titolo, una obbligazione
o qualsiasi altra cosa. Esistono derivati di qualsiasi genere
su ogni tipo di sottostante: options su azioni, future sul Finché, invece, l’Alfa Spa resta in vita, il sig. Rossi

2
petrolio e sul grano, swap su valute e mille altre cose. Sono pagherà mensilmente 50 euro al sig. Assicuratore per
considerati gli strumenti in grado di attuare la massima tutta la durata delle obbligazioni, il quale incasserà il
speculazione finanziaria. premio mensile, speculando sul rischio e guadagnando.

Il derivato creditizio più usato in assoluto è il Credit Default


Swap (abbreviato in CDS), strumento concepito per ridurre
i danni derivanti da un fallimento creditizio2. Si tratta di
un accordo tra due parti, in cui da un lato c’è un acquirente Detto così non sembra nulla di tanto grave, ma cerchiamo
(detto CDS buyer) e dall’altro un venditore (detto CDS di comprendere le conseguenze di questa contrattazione
seller): mediante tale accordo il venditore si impegna, in prettamente speculativa. In primis si tratta di un accordo che
cambio di un premio rateale versato dall’acquirente, a pagare si può formulare su qualunque cosa: su un’azienda, sul debito
una determinata cifra nel caso che ci si trovi di fronte a di uno Stato, insomma su qualsiasi cosa possa fallire, anche a
un credit event, ovvero l’impossibilità di pagare da parte prescindere dal fatto che il sig. Rossi possieda effettivamente
del debitore terzo. In termini molto semplici i CDS sono le obbligazioni dell’Alfa Spa o meno. Chi ci guadagna in
una sorta di assicurazione sull’insolvenza di un emittente e questo gioco? Gli speculatori, ossia il sig. Assicuratore.
infatti sono spesso usati proprio con la funzione di polizze Gli speculatori, con la complicità dell’agenzie di rating (le
assicurative o coperture per chi sottoscrive un’obbligazione. prostitute del sistema bancario) e gli organi di informazione
Proviamo a fare un esempio pratico per capirci meglio. Ci diffondono il panico urlando ai quattro venti che la società
sono tre soggetti in gioco: la società Alfa Spa, l’investitore il Alfa o lo Stato Beta sono a rischio default. Gli investitori
Sig. Rossi e colui che emette i CDS, che chiameremo il Sig. temono di perdere le cifre investite e ricorrono alle “polizze”
Assicuratore. Il sig. Rossi compra 1000 euro di obbligazioni CDS.

1 Warren Edward Buffett è uno dei più gradi investitori statunitensi. Nel 2009, con un
patrimonio stimato di 47 miliardi di dollari, era, secondo la rivista Forbes, il terzo uomo più ricco
del mondo, dopo Bill Gates, e il quarantesimo uomo più ricco di tutti i tempi. Proprietario della
Berkshire Hathaway, ossia la più grande compagnia assicurativa mondiale, dopo la svizzera Swiss Re
e la tedesca Munich Re.
2 Credit default swaps. Caratteristiche contrattuali, procedure gestionali e strategie
operative; di Paolo Tradati, editore Franco Angeli (2011).

12
Mario Monti sia stato un loro dipendente non si fidano, non
Il prezzo dei CDS schizza quindi all'insù, i possessori delle ci credono e svendono i nostri titoli di Stato per assicurarsi
obbligazioni corrono a comprare i CDS che nel frattempo sul rischio fallimento Italia. Per essere precisi nel corso del
sono lievitati di prezzo. secondo trimestre dell’anno Goldman Sachs ha venduto il
Contemporaneamente molti investitori cercheranno 92% dei titoli che deteneva e la rincorsa alla vendita non si è
di disfarsi di quelle obbligazioni svendendole; quando fatta attendere. Tutti gli esempi passati sui derivati conclusi
poi l'allarme rientra gli emittenti dei CDS avranno già in malo modo non sono serviti da lezione, visto il continuo
guadagnato una marea di soldi e magari si ritroveranno in uso che si fa di questi strumenti strettamente speculativi.
portafoglio quei titoli che l’investitore ignaro ha svenduto in Basti pensare che il mercato mondiale dei derivati vale oltre
situazione di panico, ma che nel frattempo si sono rivalutati. 580.000 miliardi di dollari. Quanto all’Italia ad oggi ci sono
attivi oltre 10.800 contratti di Credit default swap, con
Ma cosa succederebbe se invece quella società Alfa o lo Stato 20,7 miliardi di dollari di scommesse contrarie, come si può
andasse sul serio in bancarotta? Lo speculatore che ha emesso notare dalla tabella stilata dalla DTCC6.
CDS dovrà onorare l’assicurazione fatta e qui si complicano
le cose: lo speculatore sperava che la società X non sarebbe Inoltre non è un caso che celebri comuni italiani (Milano,
mai fallita e ha continuato a vendere CDS a milioni di Torino, Rimini) siano entrati nel vortice dei derivati. Nel
investitori, ma adesso non ha i soldi necessari per onorare la complesso, secondo le ultime cifre diramate dalla Banca
polizza. Un esempio storico è stato il caso dell’AIG, American d’Italia, si parla di circa 50 miliardi di euro di perdite
International Group Inc.3, che fino al 15 settembre 2008 era il provenienti dai derivati, su 110 complessivi per gli enti
primo gruppo assicurativo al mondo, prima locali italiani. Dalla metà del 2008 a oggi sono, secondo le
stime del Tesoro, oltre 130 i Comuni che hanno preferito
chiudere le proprie posizioni sui derivati e liberarsi di questi
strumenti tossici della “finanza creativa”. Ogni giorno sui
mercati non regolamentati (Over-the-counter) si scambiano
circa 575 milioni di dollari in protezione sul debito italiano
(arrivato quasi a quota 2.000 miliardi di euro). E, sempre
secondo la DTCC, sono 17 i soggetti che vendono questa
immunizzazione: Bank of America Merrill Lynch, Barclays,
BNP Paribas, Calyon, Citibank, Credit Suisse, Deutsche
Bank, Goldman Sachs, HSBC, JPMorgan, Morgan Stanley,
Natixis, Nomura, Royal Bank of Scotland, Société Générale,
UBS e UniCredit.
Viviamo quindi in un’economia che poggia su castelli di
carta, in cui la finanza è diventata la vera padrona in grado
di succhiare tutta la linfa vitale all’economia reale, con reali
conseguenze negative sulla vera crescita economica, che
di fatto non c’è. La finanza (speculativa) ha dimostrato di
essere più forte di ogni tentativo di riforma istituzionale,
poiché è ormai chiaro che sono in gioco profitti enormi
che danno potere enorme alle lobbies finanziarie, un potere
che non vuole essere ceduto dai guru di Wall Street, anzi,
addirittura dopo lo scoppio dell’ultima crisi economica
l'oligopolio finanziario si è rafforzato perché alcune banche,
Salvatore Tamburro prevalentemente le più piccole, sono sparite, mentre le
banche troppo grandi per fallire (le cosiddette too big to
fail) sono state salvate con iniezioni di denaro pubblico .
che fosse intervenuta la Federal Reserve (con il sostegno Dopo lo scoppio della crisi sui mutui sub-prime partita nel
del Dipartimento del Tesoro americano) per salvarla dalla 2007 si è giunti solo oggi, nel 2012, a considerare la crisi
bancarotta, grazie a un conto finale a carico dei contribuenti dei debiti sovrani. Ma vista l'assenza di regole in questo
americani di 187 miliardi di dollari. A determinare il collasso settore altamente speculativo della finanza e appurato l'uso
di AIG era stata la tragica esposizione della stessa nel mercato improprio fatto da entità anche pubbliche che acquistano
dei derivati “assicurativi” sul fallimento (CDS). L’AIG aveva CDS in quantità massicce, lo scoppio di una bolla sui
fatto investimenti sbagliati nel settore dei mutui calcolando il derivati appare prossima, preannunciando come sempre più
rischio in modo errato e ciò aveva poi eroso la sua liquidità; vicina una nuova crisi economica di portata internazionale,
per la compagnia divenne impossibile pagare gli interessi sui che danneggerà soprattutto i Paesi europei.
derivati emessi sul mercato. Purtroppo il mercato dei CDS
funziona così: chi ne compra uno sulla Grecia o sull’Irlanda
(tecnicamente fallite), o sui subprime americani, acquista
una polizza d’assicurazione nel caso queste entità facciano
insolvenza sui loro debiti. A vendere (in privato) queste 6 La DTCC, Depository trust & clearing corporation, è la principale centrale di compen-
“polizze” sono banche, compagnie assicurative o fondi sazione e garanzia dei derivati mondiali, in sostanza il depositario di quanto accade ogni giorno su
d’investimento ai quali non viene mai chiesto di mostrare mercati non regolamentati (Over-the-counter).
le proprie riserve in caso debbano davvero coprire i danni.
Ovvio che più il rischio è considerato elevato, più la polizza
è cara: all’inizio del 2009, assicurare un milione di dollari
di debiti di General Motors4 costava 800 mila dollari, ma
siccome quasi nessuno nel 2005, nel 2006 e ancora nel
2007 si aspettava il crollo della multinazionale americana,
comprare CDS riferiti al colosso automobilistico costava
diecimila dollari per milione, ossia appena l’1%. Quando poi
nel 2009 GM dichiarò bancarotta ecco che chi aveva emesso
CDS non era in grado di pagare i contratti stipulati e toccò
come sempre allo Stato, e quindi alla collettività, scongiurare
il fallimento di banche e assicurazioni e capitalizzarle con
finanziamenti pubblici.

Come si misura il valore di un CDS? Mettiamo caso che il


CDS di un Paese abbia toccato i 500 punti base su 10.000,
vuol dire che se vogliamo assicurare 1 milione di euro di
bond di quel Paese, dobbiamo pagare 50.000 euro; quindi
la banca, l’assicurazione o chi emette il CDS, incassa subito
i 50.000 euro e s'impegna a pagarti 1 milione di euro se e
solo se il Paese dichiarasse bancarotta; il che vuol dire che
per assicurarmi dalla perdita dell'intero capitale investito in
titoli del debito pubblico, che potrebbe essere causata dal
fallimento dello Stato in questione, devo spendere il 5% del
valore nominale dei titoli acquistati. Comprare CDS al posto
dei titoli di Stato significa scommettere sulla bancarotta di
quel Paese. In Grecia l'esposizione totale ai CDS sul debito
greco è arrivata ad oltre 3,2 miliardi di euro; in Italia invece
la situazione non è meno preoccupante: il 10 agosto scorso,
Goldman Sachs ha venduto 2,3 miliardi di titoli di Stato
italiani, facendo subito cambio con Credit Default Swap,
sempre italiani5.

Classifica Depository trust & clearing corporation (DTCC):


http://www.isdacdsmarketplace.com/exposures_and_activity/top_10_cds_positions

3 L’American International Group, Inc. (AIG) è una grande società di assicurazioni statu-
nitense con sede a New York.
4 La General Motors Corporation, nota anche come GM, è un'azienda statunitense
produttrice di autoveicoli. La GM dichiarerà la bancarotta il 1 giugno 2009, passando così sotto
l'amministrazione controllata del governo americano.
5 La Repubblica, “Goldman Sachs vende i titoli di Stato tricolore portafoglio giù del 92%”
del 10/08/2012.

13
EUROPA,
EURASIA, EUROSIBERIA

Di Andrea Virga

Q
uesto articolo intende fare un po’ di chiarezza intorno a tre termini,
che in una cornice filosofico-politica di matrice anti-atlantista, sono
spesso stati considerate poco più che sinonimi, designanti un grande
spazio (Großraum) geopolitico, esteso dall’Atlantico al Pacifico e
dall’Artico al Mediterraneo.
Ad estendere artificialmente l’Europa dai suoi confini geografici propri, fino
al Mar del Giappone e allo Stretto di Bering, fu Jean Thiriart , negli anni ’50,
con la sua fortunata formula “da Dublino a Vladivostok” quale delimitazione
dell’Europa Nazione. Si trattava certo di un meritorio rifiuto della divisione
dell’Europa in due blocchi rivali – quello atlantico e quello sovietico –, ma
all’atto pratico, è una definizione che presenta i suoi difetti.
Più complesso è il termine Eurasia che, da nome geografico della più grande
massa continentale terrestre, è passato ad indicare una parte più ridotta di
essa, ossia i grandi spazi che si estendono a nord dell’Anatolia, dell’Iran, del
Tibet e della Cina, dunque il grande mondo delle steppe al di fuori dei territori
intensivamente popolati dell’Europa, del Medio Oriente, del subcontinente
indiano e dell’Estremo Oriente. In questo senso, è stato inteso dai filosofi e dai
teorici russi – ma anche europei, come Spengler –, che si sono interrogati,
negli ultimi due secoli, sulla natura della loro civiltà, ed è in questo senso che
lo intende il presente volume. Tuttavia, in senso più esteso, anche l’Eurasia
è stata spesso “tirata” ad includere anche la penisola europea o altre parti
del supercontinente eurasiatico, unite da un posizionamento geopolitico
tellurocratico ed anti-atlantista.
Il termine Eurosiberia, infine, è stato coniato da Guillaume Faye in senso
etnopolitico, volendo includere i popoli di razza bianca dell’Europa e della
Russia, e dunque uno spazio simile a quello di Thiriart, ma con connotazioni
politiche ben differenti, ossia anti-islamiche e anti-cinesi, e volte ad escludere
le popolazioni indigene eurasiatiche di razza mongolica.
Vediamo ora, però, di raffrontare queste definizioni con la realtà storica. Da
una parte, chi insiste per una divisione netta tra Eurasia ed Europa, sia da
parte atlantista che da parte eurasiatista , dimentica come il mondo russo sia
nato proprio all’interno del contesto culturale europeo: i primi centri urbani
furono fondati da mercanti vichinghi, così come dalla Grecia bizantina
vennero la religione, l’alfabeto e la cultura, financo la dignità imperiale;
ancora in tempi recenti, poi, la dinastia Romanov, di origine tedesca, era
strettamente imparentata con le altre casate reali europee e invischiata nella
loro politica. La stessa conquista della Siberia e del Turkestan, da cui ebbe
a nascere l’Eurasia propriamente detta, fu avviata contemporaneamente al
colonialismo delle potenze atlantiche, ossia in più fasi dal XVI al XIX secolo,
e vide milioni di slavi stabilirsi tra gli Urali e l’Amur.
D’altro canto, però, è altrettanto discutibile pretendere che vi sia
un’omologazione culturale tra Europa ed Eurasia, e che un tedesco possa
trovarsi altrettanto a casa a Vladivostok come a Lisbona. Una tale equivalenza
non regge né sul piano politico-culturale, né tantomeno su quello etnico.
Altrimenti, non si vede perché dovrebbe esserne escluso il resto della Magna
Europa, nelle Americhe e in Oceania. Anzi, così come l’America Latina e
l’Angloamerica, pur abitate in maggioranza da popolazioni di sangue
europeo e di cultura europea, hanno ormai sviluppato una propria Kultur
autoctona, che non può non tenere conto dell’apporto del substrato indigeno,
dell’influenza del territorio e della propria storia particolare, lo stesso vale
per l’Eurasia.

15
Il rapporto con lo sterminato territorio eurasiatico, la forte
compresenza delle popolazioni indigene uralo-altaiche, la storia
dell’Impero Russo – prima zarista, poi sovietico, poi presidenziale
– come potenza mondiale autonoma, hanno contribuito tutti a
dividere Europa ed Eurasia. Ad oggi, possiamo rintracciare il
confine storico-culturale tra le due in una linea immaginaria che
passa subito ad oriente della Finlandia, dei Paesi Baltici, della
Polonia, della Galizia – non a caso Leopoli è la più europeista e
occidentale delle città ucraine –, della Bessarabia.
Tuttavia, ci sono numerosi fattori che fanno sì che il rapporto tra
le due culture non possa che essere stretto: forti affinità storico-
culturali; opportunità politico-strategiche nella mutua difesa
dall’imperialismo atlantico, che occupa l’una e minaccia l’altra;
contiguità territoriale; persino ragioni di carattere economico,
per l’interdipendenza tra le materie prime e le fonti energetiche
eurasiatiche e i beni di consumo europei. Per tutte queste ragioni,
prima ancora che non il mondo estremo-orientale o islamico,
è l’Europa a poter costituire l’alleato privilegiato per il polo
eurasiatico. Il fatto che non potrà esserlo, finché rimarrà sotto
la pantofola di velluto di Washington, è il punto di partenza per
tutta un’altra serie di considerazioni.

CRISI
Di Mario Forgione

Riportiamo l’intervento di Mario Forgione al convegno “Il perno siriano. La guerra civile sullo

SIRIANA E
scacchiere internazionale”, organizzato da Millennium a Benevento, il 23 luglio 2012.

Crisi siriana e ingerenza turca

INGERENZA
Il premier turco Recep Tayyip Erdoğan si trova attualmente al terzo mandato politico e può essere

agevolmente affermato che si tratta di un leader esperto che ha maturato una grande esperienza

nei suoi anni alla guida della Turchia (l’AKP ha ottenuto circa il 50% dei consensi nelle elezioni del

TURCA
12 giugno 2011 - conquistando 326 seggi su 550; in calo di 15 seggi rispetto alle elezioni del 2007)1.

Del resto, il paradosso degli ultimi sviluppi geopolitici nel Mediterraneo orientale è che la Turchia ha

acquisito grande capacità strategica proprio mentre l’UE ha di fatto congelato il dossier (nel giugno

2010) sull’inclusione di Ankara proprio nell’Unione Europea. In effetti, se ci si concentra su questo

aspetto, risulta evidente che proprio l’esclusione (anche se non ufficiale) della Turchia dal grande
“gioco europeo” ha spinto il consigliere per i sogni universalistici del vecchio Califfato.

la politica estera (e poi Ministro degli Esteri) Ovviamente, risulta evidente che un

Ahmet Davutoglu ad elaborare una vera e approccio politico-strategico di questo tipo

propria piattaforma strategica in grado – ha favorito enormemente i governi dell’area

almeno in una prospettiva di medio-lungo atlantica perché ha permesso agli stessi

periodo – di fare della Turchia una potenza di controllare e “stimolare” le repubbliche

capace di porsi come centro propulsore caucasiche (sotto il controllo sovietico)

delle trasformazioni socio-politiche che verso processi indipendentisti e democratici:

stanno interessando il Medio Oriente2. la classica strategia del “divide et impera”

Sostanzialmente, la piattaforma strategica (oggi tanto cara alla “scuola geopolitica”

elaborata dal governo di Ankara punta ad di Zbigniew Brzezinski e Edward Luttwak).

un vero e proprio ribaltamento del ruolo Tutto questo cambia con la fine della Guerra

“tradizionalmente” affidato alla Turchia fredda: la Turchia si rende conto che deve

da parte delle potenze occidentali (e non necessariamente elaborare una propria

semplicemente del blocco atlantico – visto e autonoma strategia politica per evitare

che Ankara ha formalmente aderito alla l’umile ruolo di semplice stato satellite

1
NATO nel 1952). Ma, ci si chiede, quali sono le dell’Occidente. Tuttavia, Ankara si rende
Il Chp di Kilicdaroglu non supera il 25%, gli
ragioni ideologiche di questo approccio alla ultranazionalisti Lupi Grigi del Mhp sono al 10%, conto che i suoi piani geopolitici devono

politica e alla strategia? Un dato importante i curdi del Bdp al 6%. Il leader dell’AKP si muove comunque ottenere il placet di Washington
fin d'ora per blindare l'elezione del 2014; Erdogan
su cui occorre riflettere è che, soprattutto ha aperto le porte del partito a formazioni satelliti per dispiegarsi con valide modalità operative.
del centrodestra, ha fatto sapere che sarà candidato a
nell’ultimo decennio, la Turchia è emersa un quarto e ultimo mandato alla presidenza dell’Akp. Sul piano pratico, quindi, il cambio di

come una nazione capace di ritagliarsi un Inoltre, il leader turco ha ordinato il restauro del favoloso strategia non è radicale visto che l’interesse
palazzo ottomano di Mabeyn a Istanbul, per farne la
ruolo “autonomo” rispetto a quello che le seconda residenza del presidente turco nella megalopoli degli USA è quello di limitare l’influenza della
del Bosforo, la città che Erdogan più ama e di cui è stato
era stato assegnato dopo la Seconda Guerra sindaco e che probabilmente se potesse rifarebbe capitale Federazione Russa nei Balcani e nel Caucaso.

Mondiale dalle potenze occidentali. In del Paese. Cinque anni, dal 2014 al 2019, cruciali per il Lo scenario è destinato a mutare nuovamente
Paese, in mezzo a un'area sempre più agitata, fra Iran,
pratica, durante la guerra fredda la Turchia Siria, Iraq, Armenia, Israele, con la crisi cipriota sempre negli anni 2002-2003 (subito dopo l’attacco
aperta, la porta dell'UE da sbloccare, la proiezioni neo-
si è limitata ad essere un semplice cerniera ottomana del paese in Mediterraneo, Asia, Balcani da dell’11 settembre 2001 – con il conseguente

di sicurezza tra Europa, Asia, Africa e Medio consolidare, il conflitto curdo da chiudere. Inoltre, non disegno del “Grande Medio Oriente”
è sicuramente un dato marginale il fatto che la Turchia
Oriente senza dotarsi di un vero e proprio si trovi al 16 posto dei paesi economicamente più forti elaborato dai neorepubblicani): proprio in
(l’obiettivo è quello di inserirsi tra i primi dieci entro il
piano geopolitico. 2023). questo contesto inizia a circolare nei circuiti
In realtà, l’interesse ad un ingresso nell’UE è venuto meno politici il c.d. “neo-ottomanesimo”. Il disegno
da parte della stessa Turchia – oltre che per l’opposizione
Questo modus operandi, se in un della Francia (sotto la presidenza di Sarkozy), anche per neorepubblicano è chiarissimo: abbattere
la debolezza strutturale in cui versa l’Unione Europea.
prospettiva di lungo periodo non ha (anche con la forza) i governi tradizionali

prodotto risultati ottimali sul piano della del Medio Oriente ed elaborare modelli

strategia, ha comunque consentito alla politici ispirati all’islamismo filo-occidentale

Turchia di concentrarsi sui problemi interni di impronta turca. Nella visione americana,

e, nello stesso tempo, di garantire alla quindi, la Turchia si sarebbe trovata al centro

nazione l’integrità territoriale. Possiamo – geopolitico, ideologico e religioso – di

parlare di un approccio realista alla politica, questo “grande progetto” di ristrutturazione

squisitamente “machiavellico”. In definitiva, del Medio Oriente. Tuttavia, l’attacco militare

la Turchia ha seguito per lunghi anni il da parte dagli Usa, nel marzo 2003, all’Iraq di

piano politico elaborato da Kemal Ataturk Saddam Hussein non piacque al governo di

(membro dei Giovani Turchi e artefice Ankara e il nuovo Presidente Erdoğan (leader

dell’indipendenza della Turchia nel 1923 dell’AKP – eletto per la prima volta proprio

– di qui il c.d. kemalismo) per far sì che la nel dicembre 2002) condanna, seppur

Turchia restringesse il divario economico, debolmente, l’unilateralismo di Washington.

militare e tecnologico con l’Occidente, Erdoğan, in pratica, si rende conto che deve

che aveva determinato l’estinzione rimodellare le relazioni internazionali (anche

dell’Impero Ottomano durante la Prima sulla spinta di una opinione pubblica sempre

Guerra Mondiale. Il kemalismo, in pratica, più attratta dall’identità islamista – il blocco

ha ristretto l’orizzonte geopolitico della elettorale dell’AKP) con Iraq, Siria, Libia,

Turchia allineando la nazione agli interessi Libano e Iran. Infatti, negli anni successivi al

atlantici nella regione: l’islamismo radicale 2003 Erdoğan cerca di stabilire valide alleanze

viene meno e con esso si estinguono anche politico – militari con i governi dell’area e,

17
nello stesso tempo, si impegna anche sul fronte la Federazione Russa. ragione politica
economico con la stipulazione di vantaggiosi Questa modalità sottesa al “cambio
accordi economici (libera circolazione di operativa, quindi, ha di strategia”
persone, abolizione dei visti, investimenti in spinto gli opinionisti nei confronti
infrastrutture e centri culturali con lo scopo di di politica estera e gli del Presidente
“accattivare” l’opinione pubblica dei paesi vicini). studiosi di geopolitica Bashar al-Assad)
Erdoğan si impegna con decisione anche sul ad interrogarsi occorre precisare
fronte della questione palestinese cercando di sulla possibilità che, in un primo
scalzare nelle trattative con Israele le potenze di configurare la momento, la
tradizionali dell’area. Si tratta, infatti, di un piattaforma strategica piattaforma
rinnovato dinamismo che risponde a precise elaborata da Ankara strategica c.d.
logiche politiche: evitare di rimanere isolato come “neo-ottomana”. I neo-ottomana ha
dal blocco sciita costituito da Siria e Iran – punti essenziali da quali prodotto risultati
rimanendo confinato ad un’alleanza con un occorre partire sono positivi per la
Iraq (paese a tradizione sunnita come la stessa due: stabilizzazione
Turchia) profondamente instabile e a relazioni 1. Abbandono del “fronte caldo”
diplomatiche non ottimali con Tel Aviv. Del resto, della relazione con con i ribelli
in questo contesto, basti accennare all’uccisione Israele (per certi versi del Kurdistan
(nel 2004) dello sceicco Yassin, leader di Hamas, “peccaminosa”) per acquisire la credibilità (attraverso rapporti importanti con l’Iraq e il
da parte delle forze israeliane; all’operazione necessaria per porsi come punto di riferimento Kurdistan Regional Government) e nei confronti
“Piombo fuso” lanciata da Israele sulla striscia per gli stati del Nord Africa e del Medio Oriente della stessa Siria (con l’avvio di una interessante
di Gaza nel dicembre 2008; al famoso scontro in – a tal proposito basti citare la grave crisi politica collaborazione politico-militare). In questo
diretta tv a Davos (forum economico del 2009) e diplomatica seguita dall’attacco alla nave senso, la strategia di Erdogan (vedi punto 2)
tra Erdoğan e Peres proprio sull’operazione Mavi Marmara (appartenente alla Freedom ha conquistato le piazze del Medio Oriente
“Piombo fuso”; alla nota vicenda dell’attacco Flottilla) nella primavera del 2010, un convoglio ponendosi come valida alternativa ai governi
alla Mavi Marmara. Sul piano propriamente umanitario diretto a Gaza e colpito dai reparti “tradizionali” dell’area – fortemente ancorati al
interno, quindi, queste vicende hanno rafforzato della Marina israeliana. modello del “partito unico”.
l’opinione pubblica (ormai sempre più spinta 2. Spinta decisiva verso la propaganda La c.d. strategia neo-ottomana, quindi, non
“sull’identità islamista”) della Turchia e, nello politico-militare (logica conseguenza della si risolve in una mera strategia geopolitica,
stesso tempo, hanno permesso ad Ankara di presa di posizione contro Tel Aviv) per ma presenta una dimensione ideologica che
guadagnare credibilità presso le stesse masse rafforzare l’immagine di Stato forte e compatto non può non essere analizzata per capire gli
arabe dei paesi confinanti (con la conseguente nell’immaginario dell’area mediorientale. attuali sviluppi della politica internazionale. In
possibilità di influenzare i rapporti bilaterali Tuttavia, al di là degli aspetti strategici particolare, il neo-ottomanesimo si sostanzia
tra la Turchia e le elaborati nei salotti della in una efficace sintesi politica tra un nostalgico

2
potenze della regione). politica, il governo di populismo islamista e uno statalismo di netta
In realtà, l’interesse ad un ingresso nell’UE
I problemi non è venuto meno da parte della stessa Turchia Ankara si è trovato nella derivazione kemalista. Il partito dell’attuale
finiscono qui: le rivolte – oltre che per l’opposizione della Francia necessità di “gestire” le leader turco (AKP – Partito per la Giustizia e lo
(sotto la presidenza di Sarkozy), anche per la
arabe (ribattezzate debolezza strutturale in cui versa l’Unione Europea. c.d. primavere arabe per Sviluppo), quindi, ha saputo creare una sintesi
enfaticamente sotto consolidare la propria armonica tra le istanze “modernizzatrici” legate
l’appellativo di “Primavera araba”) del biennio posizione di Stato-guida nella stabilizzazione alla necessità dello sviluppo industriale (e
2010-2011 hanno imposto un ulteriore cambio dell’aera mediorientale. Ed è proprio in questo tecnologico) e la tradizione islamica. Sul piano
di strategia alla piattaforma politica “neo- nuovo contesto socio-politico, quindi, che la internazionale, questo di tipo di modello politico
ottomana”. Ora, vediamo quali sono i punti piattaforma strategica neo-ottomana deve (almeno in un primo momento), ha portato
essenziali per individuare la linea di confine essere valutata e compresa. Del resto, il terzo ad una strategia che possiamo agevolmente
tra la prima fase del neo-ottomanesimo (fase mandato di Erdoğan rappresenta il punto definire “a doppio binario”:
che si è esaurita proprio negli ultimi mesi d’arrivo di una lunga strategia politica (iniziata 1. Consolidamento dei rapporti con i Paesi del
– come vedremo) e quella nuova che si sta nel 2002) che si è pienamente dispiegata già mondo arabo.
dispiegando proprio in questi giorni sotto gli nelle prime esternazioni successive alla vittoria 2. Influenza sulle piazze e sulle opinioni
occhi dell’opinione pubblica. Il governo turco, elettorale del 2011: “la Turchia offre integrazione pubbliche dei medesimi. Del resto, a guisa
in definitiva, punta ad avere un ruolo centrale e sviluppo a tutti i territori che un tempo di tale considerazione, possiamo adottare
per la stabilizzazione dell’aera medio-orientale; gravitavano nell’orbita dell’Impero Ottomano”. come esempio il sostegno offerto al governo
si tratta, principalmente, di definire la politica Tuttavia, prima della presa di posizione del dell’Iran nel corso delle manifestazioni
da adottare con i “vicini storici” (Siria, Iran, Iraq) governo di Ankara sulla crisi siriana (come organizzate dalla c.d. “Onda verde” nell’estate
– ma anche con gli stati caucasici, i Balcani e vedremo tra poco – cercando di individuare la del 2009. In primo momento, quindi, il

18
governo di Ankara (pur essendo in grado di influire (a cui abbiamo accennato prima) può essere
concretamente sulle masse del mondo arabo) ha individuato nel ruolo che ha avuto (anche se
adottato una linea conservatrice e tradizionale che enfatizzato dai circuiti mediatici “ufficiali”) la
possiamo esemplificare in questo modo: massima “piazza” nel determinare la caduta dei governi
mobilitazione sul fronte interno e non ingerenza di Tunisi e Cairo (a Tripoli è stato determinante
(nel senso di rispetto della sovranità dei singoli paesi l’attacco NATO). La Turchia – per semplificare –
del mondo arabo) sul piano della politica estera. si è trovata dinanzi ad un vero e proprio bivio:
Tuttavia, la c.d. Primavera araba ha profondamente a) sostenere le rivolte e consolidare il proprio
mutato il quadro della regione mettendo a dura ruolo di “faro guida” presso le masse arabe; b)
prova i paradigmi operativi della piattaforma neo- sostenere i governi della regione con i quali
ottomana. Infatti, in un arco di tempo brevissimo, la aveva sapientemente disegnato la propria
Tunisia, l’Egitto, la Libia e la Siria (in quest’ultimo caso strategia operativa (la piattaforma strategica
gli scenari sono apertissimi) sono stati attraversati neo-ottomana). In definitiva, sembra che il
da una crisi socio-politica (a cui non sono estranei i governo di Ankara (che intendeva colmare una
governi del blocco atlantico – vedi l’attacco militare sorta di vuoto geopolitico) non si sia accorto di
ai danni della Libia) che ha di fatto disintegrato aver stretto della relazioni con governi deboli
i governi tradizionali dell’area. L’alterazione del e fragili sul piano interno (il discorso vale per
quadro socio-politico dell’aera ha di fatto messo in Tunisia e Egitto – su Libia e Siria il discorso è
crisi la strategia turca (faticosamente elaborata in più complesso viste le forti ingerenze politico-
circa di dieci anni – 2002, prima elezione di Erdogan) militari del blocco atlantico). La Primavera araba,
e gli stessi principi teorici del neo-ottomanesimo. Un in effetti, ha destrutturato la rete degli stati con
discorso che può essere esteso a Yemen e Barhein, cui la Turchia intendeva attuare il piano politico-
anche se qui si tratta di stati satelliti dell’Arabia strategico neo-ottomano e ha determinato
Saudita e degli Emirati Arabi (anche qui gli scenari violenti cambiamenti politici per Tunisia, Egitto
sono apertissimi – ricordiamo, per completezza, che e Libia – e sull’altro fronte ha “indebolito”
nello Yemen il 42% della popolazione vive al di sotto fortemente Siria e Iran. I cambiamenti politici
della soglia di povertà e che il principale gruppo che hanno coinvolto il Medio Oriente (nel
ribelle contro Saleh è costituito da guerriglieri sciiti biennio 2010-2011) hanno determinato un
detti Houthis – In Barhein, invece, Arabia Saudita, virata squisitamente “atlantica” della politica
Emirati Arabi, Qatar e Oman hanno sostenuto estera di Ankara: Erdoğan si è reso conto che
militarmente il governo sunnita del Presidente deve ridisegnare la propria strategia operativa
Khalifa nella repressione contro i manifestanti sciiti; cercando di stabilire relazioni amichevoli con i
tutto questo, ricordiamolo, in uno stato dove è nuovi governi di Tunisi, Cairo e Tripoli (anche se
presente il quartier generale della V Flotta delle navi i processi politici non sono ancora chiarissimi –
da guerra statunitensi3). vedi Libia ed Egitto) senza alterare l’equilibrio

3
Sostanzialmente, politico sul piano interno (visto che il blocco
Il Barhein si trova in una posizione strategica
sono due i fattori che elettorale dell’AKP guarda con favore ad un
tra Iraq, Kuwait e Iran – Lo Yemen, invece,
confina con l’Arabia Saudita e ha un ruolo hanno messo in crisi i certo tipo di istanze di “modernizzazione”
importantissimo per la sicurezza della
regione (soprattutto in funzione anti-iraniana, di paradigmi della strategia emerse durante le rivolte che hanno coinvolto
qui la repressione contro dei ribelli sciiti e il silenzio
neo-ottomana: i Paesi arabi). In questo senso, risulta evidente
“forzoso” del circuito mediatico).
1. Il rischio di che la primavera araba ha rappresentato (mi
permanenti focolai si passi l’espressione un po’ azzardata) una
di rivolta in grado di destabilizzare la regione e sorta di “autunno” del neo-ottomanesimo
creare notevoli problemi di sicurezza ad Ankara; (almeno quello di prima generazione). Erdoğan,
2. L’incapacità da parte della Turchia di assumere quindi, in attesa che Tunisia, Egitto e Libia
un ruolo chiaro e definito nel corso delle crisi recuperino la propria stabilità politica non
politiche (e nei successivi eventi militari) che hanno può non concentrarsi sugli attuali sviluppi
portato ad un cambiamento politico in Tunisia, politico-militari della crisi siriana. Infatti, il caso
Egitto e Libia. La Turchia, quindi, nel corso della siriano è emblematico per individuare quella
c.d. primavera araba si è assestata su un linea di linea di confine (a cui accennavamo prima) tra
neutralismo inefficace che ha di fatto sancito il neo-ottomanesimo di prima generazione e
fallimento dei piani operativi precedentemente neo-ottomanesimo di seconda generazione.
elaborati da Davutoglu e Erdoğan. Il fattore che ha Inizialmente, il governo di Ankara ha evitato
messo in crisi la c.d. strategia del “doppio binario” di interferire nelle questioni interne siriane

(relative alla violenta contrapposizione tra

19
ribelli-terroristi e forze governative) limitandosi La regolazione dello spazio aereo nel diritto internazionale

ad un sostegno meramente ideale, cioè privo

di un concreto piano logistico per sostenere Lo scorso 22 giugno è

attivamente il Presidente Bashar al-Assad. Gli piombata

eventi successivi sono sotto gli occhi di tutti: sull’opinione pubblica

le pressioni “occidentali” (guidate dalla Sig.ra mondiale come un

Clinton – paladina e promotrice di una nuova fulmine la notizia

stagione di interventi militari nominalmente dell’abbattimento del

definiti “umanitari” per riecheggiare la politica jet turco (in fase di

di Jimmy Carter) su Damasco hanno spinto la sorvolo del territorio

Turchia ad una profonda revisione della propria siriano) da parte delle

strategia operativa. Infatti, nel momento in cui forze di sicurezza

numerosi profughi siriani si sono rifugiati sul siriane. La notizia ha

confine turco, Ankara ha mutato radicalmente scosso non solo

rotta cominciando a condannare la reazione l’opinione pubblica

siriana e iniziando a ospitare sul suolo turco gli (perché ha intravisto i bagliori di una possibile guerra), ma anche gli analisti di politica internazionale. In

incontri dell’opposizione al Presidente Assad particolare, gli esperti di storia militare e gli studiosi di geopolitica hanno iniziato a parlare subito di “casus

capeggiata dai Salafiti. Del resto, la Turchia ha belli” rievocando tutta una serie di eventi – incidenti simili a questo che in passato sono stati all’origine di una

adottato la stessa modalità operativa in Libia: serie di importanti conflitti. Vediamo i più importanti: l’affondamento del Transatlantico Lusitania nel 1915 da

appoggio (anche se blando – cioè privo di un parte degli U-Boot tedeschi (che determinò l’entrata degli Stati Uniti nella Prima Guerra Mondiale – almeno

piano politico e militare) iniziale alla Jamahiriya dal punto di vista del supporto logistico all’Inghilterra); l’incidente nel Golfo del Tonchino (lo scontro navale

e successivo riconoscimento (con un Gheddafi tra due cacciatorpediniere statunitensi e alcune torpediniere del Nord-Vietnam che nel 1964 spinse il

ormai sconfitto) del CNT (Consiglio nazionale di Presidente Johnson a chiedere il placet del Congresso per dichiarare guerra ai Vietcong); lo sbarco alla Baia

transizione). In pratica, Erdoğan si è trincerato dei Porci (finanziato dagli USA per rimuovere Castro, nel 1961, anche se i settori conservatori non riuscirono a

in uno sterile attendismo e nel momento in cui spingere Kennedy ad attaccare militarmente Cuba); l’abbattimento dell’U-2 sui cieli di Cuba nel 1962 (un

si è reso conto che Gheddafi non era in grado aereo da ricognizione della Lockheed Martin – aereo abbattuto in piena crisi missilistica, ma nemmeno

di assumere il controllo del paese si è spostato questo spinse Kennedy a dichiarare formalmente guerra a Castro); l’attentato dell’11 settembre alle Twin

sull’asse atlantico (un vero e proprio “salto Towers (causa dell’attacco ad Afghanistan e Iraq – rispettivamente nel 2001 e nel 2003). Si tratta, come è noto,

della quaglia”) preoccupandosi di riconoscere di una serie di casi dai contorni politici ambigui e controversi per creare uno stato di crisi tra gli Stati al fine di

e legittimare politicamente i ribelli libici. Alla legittimare (dal punto di vista “politico” e del diritto internazionale) un intervento militare ai danni del

fine, dal contesto che si è delineato, risulta presunto “responsabile” della violazione. La notizia dell’abbattimento del jet turco, quindi, ha spinto subito gli

evidente che la piattaforma neo-ottomana si è esperti di storia militare (e di diritto internazionale) a parlare di “casus belli” e di legittimità/illegittimità

risolta più in un elegante esercizio retorico, che dell’attacco militare della Turchia ai danni della Siria. La questione però, e questo è un punto essenziale, è

in una valida alternativa politica al controllo complessa, perché la Turchia (dal 1952) fa parte della NATO e questo porta con sé una conseguenza

atlantico del Medio Oriente. Erdoğan non ha devastante. In effetti, ai sensi dell’articolo 5 del Trattato Nato: “Le Parti convengono che un attacco armato

saputo dare risposte valide (ma soprattutto contro una o più di esse, in Europa o nell'America settentrionale, costituirà un attacco verso tutte, e di

non si è reso conto della “debolezza politica” di conseguenza convengono che se tale attacco dovesse verificarsi, ognuna di esse, nell'esercizio del diritto di

alcune potenze dell’area – in primis Tunisia ed legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto dall'art.51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la

Egitto) alla c.d. Primavera araba e si è trovato parte o le parti così attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre

in una situazione che non gli ha permesso di parti, l'azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l'impiego della forza armata, per ristabilire e mantenere

adoperare i consueti “tatticismi” a cui ha abituato la sicurezza nella regione dell'Atlantico settentrionale. Qualsiasi attacco armato siffatto, e tutte le misure prese

l’opinione pubblica mondiale nel corso del suo in conseguenza di esso, verrà immediatamente segnalato al Consiglio di Sicurezza. Tali misure dovranno

lungo mandato. Insomma, l’impasse politica in essere sospese non appena il Consiglio di Sicurezza avrà adottato le disposizioni necessarie per ristabilire e

cui si è trovato Erdoğan (scegliere tra l’appoggio mantenere la pace e la sicurezza internazionale.” In poche parole: gli stati facenti parte della NATO hanno

ai governi contestati nelle piazze e sostegno l’obbligo in intervenire qualora taluno di essi si trovi ad essere attaccato militarmente da una potenza

agli stati nel reagire proprio alla piazza – senza straniera. Le dichiarazioni di Erdoğan e del Comando NATO successive all’incidente sono state permeate da

dimenticare il timore di indebolirsi sul piano una violenza verbale che non si sentiva da qualche anno (attacchi USA a Afghanistan e Iraq nel 2001 e nel

interno) ha fatto virare il governo di Ankara 2003). Negli ambienti NATO, nella prima settimana successiva all’incidente, si è assistito ad uno stato di euforia

verso una politica che può definirsi una sintesi che lasciava presagire una guerra imminente contro la Siria già sconvolta da un anno di guerra civile. Ora, la

(mal riuscita) tra populismo e affari di Stato: qui situazione (almeno sulle cause dell’incidente) sembra essersi normalizzata dopo il duro intervento di Vladimir

si compie il salto tra la retorica neo-ottomana Putin, che ha parlato di “indebita ingerenza” negli affari della Siria e “volontà delle potenze NATO di giustificare

degli inizi e l’approccio debole del neo- a tutti i costi un intervento militare” (spacciandolo per intervento “umanitario”). Tuttavia, al di là degli sviluppi

ottomanesimo intriso di Realpolitik dei primi politici della vicenda, a noi interessa soprattutto capire i contorni giuridici della vicenda. In pratica, dobbiamo

mesi del 2012. soffermarci sulle norme internazionali che regolano lo spazio aereo e poi (eventualmente) possiamo farci

un’idea chiara sull’incidente del 22 giugno. Iniziamo subito con una domanda: quale è il regime giuridico

20
dello spazio aereo? In realtà, nella sistematica del diritto romano, “la condizione giuridica” dell’aria rientra

esclusivamente nell’alveo del diritto privato. La tecnologia e lo sviluppo cambiano il quadro di riferimento: i

primi voli determinano uno spostamento di competenza dal diritto privato a quello pubblico. In pratica, la

potestà (e quindi la sovranità) di un stato si esprime anche nella regolamentazione dello spazio aereo.

Ovviamente, è pleonastico precisare che lo spazio aereo non è un bene (nel senso civilistico del termine) alla

stregua dell’aria e, quindi, assume importanza soltanto in riferimento alle attività che vengono compiute in

esso (con le relative conseguenze sul territorio sottostante). Da questo emerge un primo dato: l’attività aerea

dà luogo ad una nuova serie di rapporti tra lo stato e gli individui sul piano interno e, nello stesso tempo, tra

gli stati stessi nell’ambito dell’ordinamento giuridico internazionale. Tuttavia, le prime esperienze di

navigazione aerea spingono i giuristi a definire lo spazio aereo come libero “da ogni forma di sovranità

statuale” (alla stregua del regime giuridico di libertà “dell’alto mare”). La ragione di una tale scelta normativa,

quindi, deve essere individuata nella volontà di rendere più agevole il traffico aereo internazionale. Tuttavia,

nonostante le buone intenzioni degli inizi, il quadro giuridico è destinato a mutare definitivamente con lo

scoppio della Prima Guerra Mondiale. In questo contesto, infatti, assume un ruolo decisivo lo sviluppo

vertiginoso della tecnologia militare che porta gli stati ad un vero e proprio dominio dei cieli.

Sostanzialmente, dopo la fine del conflitto, gli stati sentono la necessità di proclamare espressamente il

“principio di sovranità dell’aria”. Si tratta, in definitiva, di una nuova correlazione che viene stabilita tra le

attività che vengono compiute nello spazio aereo e il territorio sottostante. Gli Stati si rendono conto, quindi,

che la regolamentazione dello spazio aereo non è di ostacolo al traffico aereo così come la regolamentazione

delle acque territoriali non è di ostacolo al traffico marittimo. In realtà, gli Stati tentano già del 1910 (alla

Conferenza di Parigi) di regolamentare lo spazio aereo alla stregua di quello marittimo senza raggiungere

risultati positivi. Il quadro è destinato a mutare

radicalmente con tre fondamentali conferenze:

quella di Parigi nel 1919, quella di Madrid del 1926,

quella dell’Avana del 1928 e quella di Chicago del

1944. Con la Conferenza di Parigi del 1919 l’obiettivo

degli stati è chiaro: cercare di regolamentare lo

spazio aereo dopo aver preso coscienza dell’ottimo

grado di sviluppo della tecnologia militare raggiunto

nel corso della Prima Guerra Mondiale. Vediamo

quali sono i punti più importanti emersi dalla

Conferenza di Parigi: istituzione della C.I.N.A.

(Commissione Internazionale della Navigazione

Aerea – obbligo per i Paesi contraenti di istituire un

registro nazionale unico per l’immatricolazione degli

aeromobili e elaborazione di un protocollo, a livello

internazionale, per i certificati di navigabilità e i

brevetti di pilotaggio; già nel 1938 ne facevano parte

38 stati); affermazione della piena potestà dello

Stato sullo spazio aereo sovrastante il proprio territorio (art. 1); libertà di passaggio inoffensivo nello spazio

aereo sovrano per gli aerei degli Stati contraenti ( art. 2) – per gli stati non contraenti vengono previste

autorizzazioni speciali e temporanee (art. 5); si tratta della prima regolamentazione “effettiva” dello spazio

aereo (ratificata da 12 stati nel 1922 – Stati Uniti e Russia non aderiscono). Un’altra conferenza importante è

quella di Madrid del 1926: si tratta di una convenzione firmata da Spagna, Portogallo e altre 19 paesi

dell’America Latina (Convenzione ibero-americana per la navigazione aerea – i principi sono gli stessi della

Conferenza di Parigi). Successivamente, un altro tentativo di regolamentazione dello spazio aereo viene fatto

con la Convenzione dell’Avana nel 1928: si tratta della Convenzione sull’aviazione commerciale Panamericana

firmata dagli Stati Uniti e altri sei stati dell’America Latina (esclusa l’Argentina già aderente a quella di Parigi

– differisce dai principi generali della Convenzione di Parigi perché si concentra su aspetti tecnici e rimanda a

negoziati bilaterali per gli altri aspetti). Alla fine, la Convenzione dell’Avana si concentra sulla

regolamentazione delle “libertà commerciali” prevedendo la possibilità per gli stati contraenti la libertà di

scalo aereo per favorire i traffici commerciali. Tuttavia, una regolamentazione tendenzialmente definitiva

dello spazio aereo viene raggiunta soltanto nel 1944 a Chicago. Sostanzialmente, ci si rende conto che è

necessario elaborare un quadro normativo stabile per favorire la ripresa economica al termine del conflitto

(anche a causa della distruzione delle altre infrastrutture). Infatti, alla Conferenza di cui sopra partecipano

21
circa 54 stati e, proprio in virtù di questo aspetto, può essere annoverata tra le Conferenze che hanno

contribuito a gettare le basi del diritto internazionale della navigazione aerea. I precetti elaborati durante la

Conferenza di Chicago, quindi, sono ancora oggi validi per tutto il sistema internazionale dell’Aviazione Civile.

Vediamo quali sono gli elementi più importanti: viene ribadito ancora una volta il principio di “sovranità

dell’aria sullo spazio sovrastante il territorio dello stato”; vengono formalmente riconosciute le c.d. “libertà

dell’aria”. Le libertà dell’aria, in sostanza, vengono distinte in libertà tecniche e libertà commerciali: le prime

afferiscono ad aspetti tecnici del volo e riguardano il diritto di sorvolo, scalo, rifornimento ed assistenza sul

territorio per tutti gli stati contraenti; le libertà commerciali, invece, riguardano (ricalcando lo schema della

Convenzione dell’Avana) le libertà mercantili e di trasporto di merci e persone. Nella Conferenza di Chicago, in

ogni caso, gli stati non rivendicano alcuna pretesa di sovranità nei confronti dello spazio aereo dell’alto mare

o delle terre senza sovranità. Anzi, proprio contro questa possibilità durante i lavori della Conferenza si verifica

una vera e propria alzata di scudi per questioni attinenti alla sicurezza militare dei singoli stati. In definitiva,

dall’esame delle Convenzioni che abbiamo esaminato possiamo tirar fuori un principio fondamentale (una

sorta di assioma del regime giuridico dello spazio aereo): la condizione giuridica dello spazio aereo segue, in

ogni caso, la condizione giuridica della superficie ad esso sottostante. Tuttavia, un altro aspetto importante

(anzi, decisivo per il tema di cui ci stiamo occupando) è lo sviluppo tecnologico che, a partire dalla Seconda

Guerra Mondiale, ha interessato tutto il settore connesso alla navigazione aerea. Proprio a questo proposito,

infatti, gli enormi successi raggiunti dall’industria militare (per quanto attiene alla produzione missilistica)

hanno portato gli Stati alla configurazione delle c.d. “Air Defence Identification Zone”: si tratta di quelle zone

aeree contigue soprastanti l’alto mare costituite dagli Stati per identificare preventivamente il traffico aereo e

difendere i rispettivi territori da attacchi a sorpresa provenienti dall’alto mare. Inoltre, oggi si parla di

regolamentazione dello spazio cosmico (ma questo è un tema ancora più complesso – si ricordi l’Outer Space

Teatry del 1967, il Moon Agreement del 1979, il National Space Policy voluto da G. Bush nel 2006). Ora, dopo

aver analizzato la cornice giuridica entro la quale si svolge la navigazione aerea dobbiamo chiederci se (in

ossequio al principio della sovranità dello spazio aereo sovrastante il territorio dello Stato) uno Stato è

legittimato a difendere la propria integrità territoriale contro eventuali attacchi aerei: insomma, se un velivolo

militare (per quelli civili abbiamo parlato di “libertà dell’aria”) tramite i sistemi radar e le moderne tecnologie

in tema di telecomunicazioni omette di fornire indicazioni circa la propria presenza sul territorio di uno Stato,

esiste o meno la legittimità da parte di quest’ultimo di adoperare tutte le contromisure necessarie? – non

escludendo quelle militari, ovviamente. Evidentemente, nei salotti della politica si conosce poco il diritto

internazionale. O meglio, ci si limita a conoscere e valutare gli eventi da un solo angolo prospettico: quello di

giustificare sic et simpliciter un attacco militare – e per renderlo legittimo, infatti, nulla è più “politicamente

valido” di un casus belli.

22
PROFILO STORICO-STRATEGICO
DELLA BATTAGLIA DI El ALAMEIN

Di Alessio Scocca

El Alamein, 1942. Sono passati settant'anni


dalla battaglia che consegnò l'Africa in mano
agli Alleati. Una località fino a quell’epoca
sconosciuta, una stazione ferroviaria
diroccata in prossimità della costa con alle
spalle la depressione di Qattara, a soli 102
chilometri da Alessandria, è diventata il
simbolo dell'eroismo di quei soldati europei
che combatterono fino all'ultimo senza
rimpianti.
Durante la Seconda Guerra Mondiale,
le strategie belliche dell'Asse permisero
innumerevoli manovre ben riuscite, ma
in Africa Settentrionale venne commesso
un grande errore strategico che si rivelerà
fatale per le sorti dello schieramento italo-
tedesco: la mancata conquista di Malta,
che diventò la vera e propria spina nel
fianco dei bastimenti italiani che partivano
da Napoli e dalla Sicilia, diretti in Libia.
Lo stato maggiore italiano aveva infatti
prontamente elaborato sin dai primi giorni
del conflitto l’operazione Hercules, che
prevedeva l’invasione dell’isola posta tra
Tripoli e la Sicilia. L'operazione avrebbe
impiegato la divisione paracadutisti Folgore,
ritenuta ben armata ed equipaggiata
per quell'azione, insieme ai marò del
battaglione San Marco. Tuttavia il comando
tedesco ritenne che fosse sufficiente
tenere sotto bombardamento l’isola, per
renderla inoffensiva. Il primo sostenitore
di questa strategia fu lo stesso Hitler. Gli
italiani cercarono invano di persuaderlo ad
occupare Malta, ma ogni tentativo fu vano.
Di conseguenza la Folgore fu spedita in
Libia e utilizzata come truppa di fanteria nel
deserto. Nonostante non fossero un corpo di
fanteria, i paracadutisti italiani dimostrarono
al nemico tutto il loro valore, riuscendo
a respingere le truppe corazzate inglesi e
costringendole alla ritirata più volte, cedendo
solo per essere giunti allo stremo delle forze.
Ma andiamo con ordine.

Dal giugno del 1940 fino al luglio del


1942 il fronte dell’Africa Settentrionale
era stato caratterizzato da una serie di
rovesci improvvisi, che aveva portato le
truppe italo-tedesche fino a Sidi El Barrani,
località posta appena al di là del confine
tra la Libia, colonia italiana, e l’Egitto
alleato degli inglesi e da questi presidiato
militarmente. Questi ultimi a loro volta si
erano spinti nell’interno della Cirenaica, fino
a raggiungere Marsa Brega tra il 1940 e il
1941. Mai la linea del fuoco aveva superato
fino ad allora Sidi El Barrani. spettro di un possibile annientamento della
Dopo la riconquista della piazzaforte di 1° Divisione Corazzata inglese da parte
Tobruk (in territorio libico) aveva preso della 21° Panzerdivision tedesca, decise
vigore la spinta offensiva dell’Afrika Korps di dare inizio all'Operazione Supercharge,
del maresciallo Erwin Rommel e delle ovvero la concentrazione verso nord sia
divisioni italiane. Una dopo l'altra erano della 7° Divisione Corazzata che della 9°.
cadute le località egiziane di Marsa Matruth, Il comandante britannico, che pensava
Maaten Bagush, Fuka, El Daba e Sidi Abd di sfondare in una decina di ore a nord,
el Rahman: sulla strada per Alessandria di fronte alla tenacia dei soldati dell'Asse
(distante poco più di cento chilometri) stava capendo che i suoi calcoli si erano
restavano, in fila l’una dietro l’altra, soltanto rivelati sbagliati. Nel frattempo Rommel, di
le località di El Alamein, El Hamman e fronte a questa massiccia concentrazione di
Buyrg el Arab. Le truppe dell'Asse quindi truppe Inglesi a nord, il 31 ottobre pensò di
si trovavano ad El Alamein, poiché stavano ripiegare su Fuka, a 20 km dalle prime linee,
seguendo il piano stilato da Rommel, che ma comprese che le sue truppe correvano
prevedeva la prosecuzione dell'offensiva il rischio di essere completamente disfatte.
verso l'Egitto, in modo da sferrare proprio Tuttavia la sera del 2 novembre, con i
lì il colpo di grazia agli Inglesi. Ai primi di carri armati a disposizione del maresciallo
luglio tuttavia Rommel si trova bloccato ridotti soltanto a 30, sembrava necessario
proprio in questa piccola stazione dagli un ripiego immediato. Eppure il giorno
inglesi stessi, che avevano acquisito nuova dopo arrivò l'ordine di Hitler di non cedere
fiducia in seguito al cambio di guida (il 7 un metro alle truppe nemiche, anche a
agosto Churchill aveva deciso di sostituire costo della vita. Rommel, obbediente agli
il comandante dell'8° Armata, Richie, con ordini, consegnò a tutti i reparti l'ordine
Bernard Law Montgomery, che aveva dato un di resistere ad oltranza. Hitler tuttavia non
nuovo entusiasmo alle truppe). aveva compreso che il piano di ripiegamento
elaborato da Rommel non era una
dimostrazione di codardia, ma una mossa per
Alla vigilia dello scontro, l'Asse disponeva tentare di capovolgere le sorti della battaglia.
di ottantamila uomini, fra cui ventisettemila Rommel infatti, molto abile in campo aperto,
tedeschi, di 200 carri armati e 345 aerei con questa azione voleva tentare di stanare il
fra italiani e tedeschi. Dall'altro lato nemico in modo da affrontarlo viso a viso.
invece Montgomery aveva a disposizione
duecentotrentamila uomini, con mille Il giorno seguente le truppe britanniche
unità sia di carri armati che di aerei in erano in piena avanzata, ed avevano aggirato
servizio. L'asse si schierava a Nord con ormai lo sbarramento anticarro italo-tedesco.
le divisioni di fanteria Trento, Bologna Il generale Von Thoma era caduto nelle mani
e Brescia, a sud invece si trovavano i delle truppe inglesi e a Rommel giunse la
paracadutisti della Folgore, e alle loro spalle notizia che la Divisione Corazzata italiana
la divisione – sempre italiana – Pavia. Le Ariete non esisteva più, immolatasi per
forze tedesche erano invece schierate in tenere le posizioni.
prima linea: si trattava della 164° divisione
e della Brigata Paracadutisti agli ordini
del generale Ramcke. In seconda linea vi Quando una nuova brigata corazzata
erano invece posizionate, da nord verso inglese raggiunse il litorale sbarcando dal
sud, in ordine, la divisione corazzata mare, Erwin Rommel decise quindi di fare
Littorio, la Panzerdivision, la divisione l'unica cosa possibile: ritirarsi. Anche la
corazzata Ariete. Montgomery di contro ritirata fu comunque un capolavoro dello
aveva schierato a nord il 30° Corpo D'Armata stratega, poiché Montgomery, dopo la
e a sud il 13°, posizionando in seconda vittoria conseguita, voleva accerchiare le
linea il 10° Corpo D'Armata corazzato, restanti truppe dell'Asse per distruggerle
ben attrezzato ed equipaggiato. Il piano definitivamente, ma il feldmaresciallo non
del comandante inglese prevedeva una glielo permise. I superstiti infatti percorsero
finta di attacco a sud e subito dopo un oltre tremila chilometri nel deserto, invano
assalto vero, in forze massicce, a nord. A inseguiti dal nemico fino alla Tunisia. A
questo scopo, nei giorni precedenti l'inizio questo punto Rommel venne messo al
della battaglia, Montgomery aveva fatto corrente dello sbarco di centomila americani
mimetizzare un gran numero di truppe in Algeria e in Marocco, e comprendendo
a nord e contemporaneamente aveva di non avere più via d'uscita, i superstiti
predisposto un altro contingente inferiore a consegnarono le armi nel maggio dell'anno
sud, disordinatamente disposto sul terreno di seguente. Gli ultimi a cedere ad El Alamein
battaglia. Quest'ultimo schieramento aveva furono i paracadutisti italiani della Folgore,
tratto in inganno Rommel, che ritenendo che si trovavano a sud, con di fronte quel
sarebbero occorsi molti giorni agli Inglesi 13° Corpo D'Armata che secondo gli inglesi
per ordinare le truppe, decise di prendersi avrebbe dovuto impegnarsi solo in un finto
trentasei ore di licenza, volando a Berlino attacco, ma che in realtà combatté una
dai suoi famigliari. La strategia inglese era delle più dure battaglie del conflitto. Infatti
quella di attaccare il centro del settore nord, quelli della Folgore resistettero per oltre 12
tentando di sfondare nel tratto tenuto dagli giorni senza cedere un metro. Ecco qui una
italiani, ritenuti peggio armati dei tedeschi, testimonianza di un superstite, paracadutista
aprendo poi due corridoi nei pressi dei campi Italiano della Folgore, il signor Martinello:
minati, facendovi passare la fanteria coperta
dai carri.
«Ci diedero cinque pallottole ciascuno per
i nostri fucili e ci imbarcammo sui Savoia
La battaglia dunque iniziò con l'assenza di Marchetti soltanto con il paracadute principale.
Rommel, durante la notte del 23 ottobre, Niente emergenza, o si apriva subito o ci
con le fanterie inglesi ben presto entrate schiantavamo al suolo. Molti dei nostri morirono
in azione, ma che trovarono una resistenza a terra o prima di arrivare a terra colpiti dal
decisamente inaspettata da parte delle nemico, alla faccia della Convenzione di
truppe avversarie, superiore a quanto Ginevra. Ma nessuno di noi ci pensava.
previsto. Così, pur avendo raggiunto gli Eravamo in guerra, sapevamo di andare
obiettivi strategici, Mongomery si trovò a a morire. Non ci interessava vincere, ma
disporre di fanti estremamente affaticati, morire con onore. Non comprendevamo del
decimati dalla reazione dei soldati dell'Asse. tutto quello che ci stava accadendo intorno,
Gli inglesi non poterono quindi in alcun e non sapevamo neppure dove eravamo,
modo assicurare il passaggio dei carri armati ma capivamo che dovevamo arrangiarci. Io
nel varco aperto a nord degli schieramenti. avevo 18 anni. Finite le pallottole, restammo
Intanto il generale Rommel, avvisato di a combattere soltanto con qualche mina
quanto accaduto, partì immediatamente anticarro, che presto finirono a loro volta. Così
da Berlino per arrivare in Africa, giungendo attaccavamo i carri inglesi con le bottiglie
il 26 ottobre e trovando una situazione incendiarie e ogni tanto, riuscivamo, con un po’
gravissima. Il generale Frederich Stumme, di fortuna, a trafugare qualcuna delle loro armi,
al quale aveva lasciato provvisoriamente con le cassette delle munizioni, che trovavamo
il comando, era morto in circostanze non dentro ai carri stessi o abbandonate dopo
chiare la notte stessa del primo attacco, uno scontro. Così cominciammo a sparare
lasciando gli ufficiali senza ordini precisi. addosso, con le loro stesse armi, agli inglesi,
Il 28 ottobre le truppe inglesi tentarono che si vedevano tornare indietro le loro stesse
una nuova avanzata nel varco aperto, ma i pallottole. Quando dovemmo arrenderci e
cannoni anticarro tedeschi aprirono un fuoco fummo catturati, i nostri nemici rimasero colpiti
rapido e letale, tanto che la sera dello stesso nel vedere che a tenerli in scacco con le unghie
giorno si poterono contare più di 300 carri e con i denti erano rimasti soltanto un pugno
nemici distrutti. Montgomery, scorgendo lo di soldati italiani. Nel mio avamposto eravamo

24
STORIA
rimasti in 12. Qualcuno di quei soldati ci chiese
poi: “Why?”. “Per l'onore” rispondevamo noi
“Soltanto per l'onore”. Alla fine ci resero l'onore
delle armi.»

I paracadutisti della Folgore erano partiti


dall'Italia in cinquemila; alla fine ne
sopravvissero in tutto 334. Alla loro resa,
ebbero l'onore delle armi, come leggiamo
I COSACCHI, DALLE ORIGINI anche dalla testimonianza. La BBC inglese
alla fine della battaglia commentò: “I resti
della divisione Folgore hanno resistito oltre
ALL'ERA POST-SOVIETICA ogni limite delle possibilità umane». Pochi
giorni dopo la battaglia, Adolf Hitler dispose
l'invio di un forte contingente di truppe e
di mezzi per difendere la Tunisia. In tal
modo il generale Eisenhower non riuscì a
contrastare l'occupazione della Tunisia da
parte di Rommel. Ma era ormai troppo tardi,
Di Pasqualina Nives Gnerre l'occupazione influì ben poco sull'esito finale
del conflitto mondiale. William Shirer, storico
statunitense, scrisse: «Se il Führer avesse
“Quando un Cosacco è sul suo cavallo, solo Dio è più grande di lui!” Così recita un mandato qualche mese prima soltanto
proverbio Russo: nati da comunità libere, occupanti territori Russi ed Ucraini, i Cosacchi un quinto di quelle truppe e di quei carri
con il passare del tempo hanno dato prova di grande abilità militare, tanto da con- armati a Rommel, probabilmente la “Volpe
quistarsi una fama imperitura come i migliori cavalieri dell’intera Russia. August von del deserto” in quel momento si sarebbe
Haxthausen, nel suo Studies on the Interior of Russia, definisce il cosacco come “il russo trovata al di là del Nilo, lo sbarco anglo-
più turbolento e più intrepido”: gelosi della loro identità, i Cosacchi hanno avuto tal- americano nell'Africa del Nord non avrebbe
volta rapporti burrascosi con la stessa Russia, sebbene sia nel passato che nel presente avuto luogo e il Mediterraneo sarebbe stato
rappresentano certamente una delle più grandi glorie di tutto il continente eurasiatico. irrimediabilmente perduto per gli Alleati,
e così sarebbe stato salvaguardato il punto
vulnerabile del corpo dell'Asse».
Sono pochi i documenti antichi sulla storia cosacca (i più, peraltro, sono testimonianze
di seconda mano e cronache dei monasteri): le origini dei Cosacchi risalgono al XIV se- Fu così dunque che si concluse la battaglia
colo, ma la loro provenienza è incerta. Le molteplici di El Alamein, uno degli episodi più epici
ipotesi li hanno ritenuti discendenti degli antichi del secondo conflitto mondiale, costato
Sciti, degli Alani, dei Kazari, arrivando addirittura Quando i Cosacchi si stabilirono nelle terre del Don intrapresero vari rapporti la vita a tredicimilacinquecento inglesi,
diplomatici con Mosca che porteranno ad una conveniente alleanza tra
a considerarli di origine turca, kirghiza, carcassa e
l’Impero e le loro comunità: i Cosacchi, infatti, avevano un ruolo non
diciassettemila italiani e novemila tedeschi.
tartara. La stessa origine del nome è misteriosa: per trascurabile lungo le frontiere e per questo gli zar li compensavano
alcuni deriva dal mongolo, per altri dal turco, ma le con oro, doni e nuove terre. Fu decisiva per la nuova dinastia dei
ipotesi più probabili sembrano essere il russo (con Romanov la loro presenza all’elezione dello zar Michele I nel 1613.
il termine kazak) e l’ucraino (con il termine kozak).
Sappiamo però che il termine cosacco appare per
la prima volta in un manoscritto russo del 1444 per
definire i guerrieri di ventura non sottoposti ad alcun obbligo feudale.
Le prime comunità cosacche si ebbero nel territorio ucraino, arrivando persino a costi-
tuire un proprio governo con sede a Zaparozhe; ma oltre le comunità libere non man-
cavano al tempo singoli casi di Cosacchi che accettavano di servire presso i sovrani. La
loro economia era basata sulla caccia, sull’allevamento, sulla pesca; non praticavano
l’agricoltura, attività disprezzata e ostacolata da alcune loro comunità. L’attività militare
era per loro fondamentale: vivendo in aree confinanti con popoli avversi, non disdeg-
navano mai la guerra, giungendo addirittura a migrare ogni qual volta le zone in cui si
erano stabiliti erano state pacificate. Il loro capo militare, denominato atamano, veniva
eletto democraticamente.
Quando i Cosacchi si stabilirono nelle terre del Don
intrapresero vari rapporti diplomatici con Mosca
che porteranno ad una conveniente alleanza tra
l’Impero e le loro comunità: i Cosacchi, infatti, ave-
vano un ruolo non trascurabile lungo le frontiere e
per questo gli zar li compensavano con oro, doni e
nuove terre. Fu decisiva per la nuova dinastia dei Ro-
manov la loro presenza all’elezione dello zar Michele
I nel 1613: questi ultimi privilegiarono il loro ruolo
militare, ottenendo la loro fedeltà al trono alla fine
del XVII secolo. Da allora i Cosacchi divennero veri e
propri sudditi dell’Impero, rivestendo una funzione
militare non trascurabile: pacificavano e sottomette-
vano le terre di nuova conquista e servivano anche
in funzione repressiva verso i popoli di dubbia fed-
eltà all’Impero stesso. L’autogoverno di Zarapozhe
cessò di esistere nel 1775 con Caterina II.
Ma una tra le loro glorie più grandi fu scritta du-
rante la campagna napoleonica in Russia quando
l’atamano Platov costrinse le truppe francesi alla
ritirata inseguendole oltre la frontiera occidentale:
oramai la loro presenza nell’esercito russo non pote-
va che essere consolidata. Difatti dal XIX secolo alla
fine del servizio militare il cosacco veniva premiato
con la concessione di alcune terre, così che la loro
comunità si trasformò in una piccola nobiltà terriera.
Ma fu nel secolo successivo che si crearono varie
spaccature tra di loro: già dalla rivoluzione di Ot-
tobre, inizialmente alcuni Cosacchi si schierarono a
favore di Lenin per poi, invece, costituire il fulcro più
importante dell’Armata Bianca. Ciò fu dovuto anche
per via del processo di decosacchizzazione portato
avanti dal Partito Comunista fino al 1936.
Nella Seconda Guerra Mondiale i Cosacchi combat-
terono contro le truppe dell’Asse; vi furono però
anche alcuni che si schierarono a favore di Hitler arruolandosi direttamente nelle
Waffen SS: si andò a creare così un’intera armata cosacca che combatté in Jugoslavia
contro i partigiani titini, per poi arrendersi agli Inglesi in Carnia il 9 maggio del 1945.
Le modalità di restituzione con cui gli inglesi rimpatriarono forzatamente i Cosacchi
alleatesi con la Germania sono tutt’oggi discusse: in parte, i rapporti tra i Cosacchi e
l’URSS ne risentirono, fin quando, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, il Parlamento
Russo approvò il 12 giugno 1992 la risoluzione “Circa la Riabilitazione dei Cosacchi”. Ad
essa seguirono leggi che intendevano formare nuovamente unità cosacche all’interno
delle forze armate russe. Ma fu nel 2004, con una legge voluta da Putin, che i cosacchi
sono stati ufficialmente riabilitati nell’esercito, così che le comunità cosacche di pro-
vata fedeltà allo stato russo potranno servire nelle forze armate, anche in operazioni
anti-terrorismo o in interventi di natura umanitaria. Per essi rappresenta, dopo un
periodo difficile per la loro autonomia come fu il XX secolo, una importante conquista
all’alba del Terzo Millennio.

25
non furono seguite dai fatti, nessuna potenza europea rispose
alla richiesta di decisi interventi contro i sovversivi, eccetto la
Spagna che il 21 dicembre 1848 invitò i governi a fissare un
luogo per un congresso internazionale con l’intendo di “fare
ogni cosa a favore del Papa, la quale fosse creduta neces-
saria per ristabilire il capo visibile della Chiesa in quello stato
“Maestà! Il Sommo Pontefice, il vicario di Gesù Cristo, il sovrano di libertà, di indipendenza, di dignità ed autorità che esige
degli Stati della Chiesa fu costretto ad abbandonare la capitale imperiosamente l’esercizio delle sacre sue attribuzioni”.
de’ suoi dominii per non mettere a repentaglio la sua dignità e Francesi e Austriaci avviarono, così, prudenti contatti, mentre
non aver l’apparenza di approvare col suo silenzio gl’indicibili i Portoghesi aderirono senza indugio come i Napoletani che
eccessi che furono e sono tuttora commessi in Roma. Egli è a provarono ad estendere l’invito ai rappresentanti di Russia,
Gaeta, ma non vi dimorerà che per poco tempo, poiché non è Prussia e Inghilterra. Ad opporsi erano i Piemontesi ed i Tos-
sua intenzione di mettere in pericolo V.M. e la tranquillità de’suoi cani. Fu, però, l’ambasciatore austriaco a Parigi il 31 dicembre
sudditi, quando la sua presenza potesse far correre alla me- del 1848 ad andare oltre lanciando l’idea di un intervento
desima qualsiasi rischio. Il conte Spaur avrà l’onore di presentare comune franco-austriaco su Roma. Si passò, allora, alla
a V.M. questo foglio. Egli le dirà il resto, che la brevità del tempo formulazione di un piano dettagliato d’intervento con uno
non permette di aggiungere intorno al luogo ave il Papa pensa sbarco a Civitavecchia assistito dall’esercito napoletano men-
di recarsi fra poco. Nella pace dell’animo, nella rassegnazione tre Gioberti propose, invece, che Pio IX fosse riportato a Roma
ai divini decreti, egli impartisce a V.M., alla sua reale sposa e da un corpo di spedizione piemontese, progetto ovviamente
famiglia la benedizione apostolica. respinto dai diplomatici degli Asburgo.
Mola di Gaeta, il 25 Novembre 1848 Pius P.P. Nonus”. L’11 febbraio all’ambasciatore austriaco venne comunicata
una richiesta ufficiale di aiuto militare estesa a Francia,
Con questa breve missiva, Pio IX comunicò a Ferdinando II la Spagna e Regno delle Due Sicilie, ma l’invito di Pio IX non
sua fuga da Roma ed il riparo entro i confini delle Due Sicilie. coinvolse i Piemontesi che continuavano ad agire in antitesi
Roma, in mano ai sovversivi, aveva già visto l’assassinio di alla corte pontificia3. Il 19 febbraio venne pubblicata la nota
Pellegrino Rossi e sua Santità aveva, così, deciso di lasciare la
città e di raggiungere, nella notte del 24 Novembre, la vicina
città di Gaeta per poi salpare verso le coste francesi. 3 In data 15 Febbraio Gioberti scriveva: “Il Parlamento piemontese non permetterà mai
che l’Austria intervenga negli affari di Roma. Noi abbiamo centomila uomini, che potranno combattere
La carrozza pontificia uscita dal Quirinale, si diresse al Colos- contro il tedesco nello Stato romano così bene come sulle rive del Mincio e dell’Adige. La Corte di Gaeta
seo; nei pressi della Chiesa dei Santi Pietro e Marcellino, della pensi bene ai suoi interessi. Il Piemonte potrà protestare, potrà impedire che l’Austria intervenga nel cuore
dell’Italia, e disonori con le sue armi la causa santa del pontefice”.
quale Pio IX era stato Cardinale protettore, il Santo Padre salì
su quella del Conte Spaur e con questi imboccò la porta di
San Giovanni in Laterano per raggiungere Albano dove ad
attenderli v’era la contessa Teresa Spaur, con suo figlio minore
Massimo, il suo precettore Padre Sebastiano Liebl ed un sol-
dato. Un cambio di cavalli venne effettuato a Genzano e alle L’ESILIO DI PIO IX A GAETA
cinque e mezza del mattino i sei giunsero a Terracina; dopo
poco, a Fondi, fu riparata una ruota disfatta e verso Mola di Di Angelo D’Ambra
Gaeta ai viaggiatori si unirono anche l’ambasciatore spagnolo
Gonzales d’Arnao ed il Cardinale Antonelli. La carrozza raggi-
unse alle dieci del mattino Mola di Gaeta dove, in incognito, il
Papa alloggiò presso l’albergo Villa di Cicerone per poi trasfer-
irsi dopo pranzo a Gaeta presso la locanda del Giardinetto.
L’accoglienza dei Borbone fu così amorevole che il Pontefice
decise di restare nel Regno delle Due Sicilie e abbandonare
l’idea di soggiornare in Francia. Ferdinando II aveva, infatti,
accolto con grande letizia l’annunzio dell’arrivo del Papa e si
era recato subito a Gaeta con tutta la famiglia reale dichiar-
ando la sua totale disponibilità. L’accoglienza dei Borbone, in
effetti, non poteva essere migliore, Pio IX venne alloggiato nel
palazzo reale, il suo seguito adeguatamente sistemato nelle
più ricche case gaetane e lo stesso Ferdinando II si trasferì in
breve tempo a Gaeta con tutta la famiglia.
Pio IX, costretto ad abbandonare il proprio popolo, era ar-
rivato nella città costiera travestito come un comune prelato
e profondamente cambiato negli orientamenti politici perché
tradito, dopo soli due anni di pontificato, da chi aveva usato le
sue concessioni per fomentare la ribellione irrazionale ed an-
ticlericale. A Gaeta Pio IX assunse una linea politica rigorosa,
tesa a isolare la Repubblica. Rifiutò di ricevere le delegazioni
del consiglio dei Deputati, dell’Alto Consiglio e del Municipio
di Roma e strinse una fitta rete di relazioni diplomatiche per
stroncare la sovversione. Ricordiamo al riguardo il Monitorio
dell’1 Gennaio 1849 col quale il Papa condannò la Costituente
romana come “atto di mascherato tradimento e di vera ribel-
lione, meritevole dei castighi comminati dalle leggi e divine
e umane” e fece divieto per cittadini di Roma di prendere
parte nelle riunioni per le nomine degl’individui da inviarsi
alla condannata Assemblea; ricordiamo inoltre la Nota del 18
Febbraio, firmata dal Cardinal Antonelli, con cui si invitavano
i governi di Francia, Austria, Spagna e delle Due Sicilie ad
“accorrere colle loro armi a ristabilire nei domini della Santa
Sede l’ordine manomesso da un’orda di settarii”, ed ancora
l’Allocuzione del 20 Aprile che rinnovava la condanna alla
Repubblica Romana, gli appelli ai sovrani europei ed, infine,
il Motu-proprio di Portici del 12 Settembre, col quale Pio IX
concedeva un parte delle riforme previste dal Memorandum
ai territori dello Stato romano restituiti al suo dominio da
francesi ed austriaci.
Sua Santità Pio IX, appena giunto a Gaeta, aveva contattato
ogni trono europeo e da ogni dove aveva ricevuto risposte di
attenta solidarietà1. Commossi erano i messaggi giunti dalla
Francia 2, ma le belle parole delle lettere e delle ambasceria

1 Scrive Farini: “L’esultante Pontefice frattanto, fissata la sua dimora in Gaeta, aveva resi
consapevoli i Governi dell’Europa delle ragioni per cui esulava ed aveva chiesto in generale aiuto a tutti
i principi e a tutte le nazioni. E tutte le nazioni si commovevano alla voce di lui. Il generale Cavaignac il
28 novembre 1848 significava all’Assemblea nazionale di Francia che, ricevuta notizia dei casi di Roma,
aveva, per via telegrafica, comandato che s’imbarcassero 35000 uomini sopra tre fregate a vapore e
veleggiassero a Civitavecchia per assicurare la persona e la libertà del Pontefice; né da questo pietoso suo
proposito potevano rimuoverlo le dichiarazioni e le proteste che faceva contro di lui il Governo romano
in data 8 dicembre 1848. Il re di Sardegna mandava oratori a Gaeta il marchese di Montezemolo e
monsignor Riccardi, vescovo di Savona; i quali ricevuti dal cardinale Antonelli e presentati al Pontefice,
mostravano lettere del piissimo loro sovrano Carlo Alberto, che offriva al Santo Padre asilo degno nella
città di Nizza o in qualunque altra del regno gli fosse piaciuta, e armi altresì per ristorare gli ordini cos-
tituzionali dello Stato romano…Prussia e Russia, l’una protestante, l’altra scismatica, offrivano il loro soc-
corso all’esule Pontefice, e l’imperatore delle Russie protestava solennemente ‘che il Santo Padre avrebbe
trovato in lui un leale aiuto per farlo ristabilire nel suo potere spirituale e temporale”.


2 Riporta Margotti: “In Francia, appena si seppe la partenza di Pio IX da Roma, fu una gara
in tutte le città per possederlo. Ed essendo corsa voce che la Santità Sua si recherebbe in Parigi, tosto il
signor Chapot, rappresentante del popolo pel Gard, insieme con 84 deputati dell’Assemblea, presentavano
un progetto di decreto, in virtù del quale una deputazione di rappresentanti si dovesse recare presso il
Sovrano Pontefice, affine di portargli l’omaggio dell’Assemblea nazionale e del popolo francese. Il Con-
siglio generale di Vaucluse, rappresentante il bel paese che altre volte formava il contado di Avignone, l’1
dicembre 1848 ‘ deponeva ai piedi dell’esule Pontefice l’espressione di un rispettoso dolore e lo supplicava a
fissare la sua residenza nell’antica metropoli de’ suoi successori’.
Il Consiglio municipale della città di Avignone il 2 dicembre 1848 pregava il Papa ‘a ricordarsi, in mezzo
alle misteriose tribolazioni accumulate sul suo capo da Colui che dispone degli imperi, che egli aveva in
Aivgnone dei figli, il cui amore non gli poteva essere tolto giammai. Che se la Francia tutta sospirava
il favore di possederlo sulla terra sua ospitale, Avignone lo sospirava più specialmente in memoria dei
vincoli che l’avevano unita coi Sovrani Pontefici, memoria di cui la Santità Sua avrebbe trovato tracce in
tutti i cuori’.Marsiglia desiderava di avere il Santo Padre nel suo seno. E ‘la terra di Francia, gli scriveva
quel vescovo il 5 dicembre 1848, giubilerebbe santamente e i suoi abitanti la crederebbero benedetta da
Dio come voi toccaste le nostre sponde’; e il principe di Chinay diceva a Pio IX il 5 dicembre 1848: ‘Io
so che la nobil terra di Francia sarà lieta di potervi offrire il palazzo medesimo degli antichi suoi re, ma
se gli avvenimenti consigliassero a Vostra Santità di preferire la calma e l’isolamento di un soggiorno
particolare, io vi supplico di disporre, come di cosa vostra, del castello di Menars’”.
diplomatica relativa alle decisioni prese nel concistoro del 7 e Chiesa, aprendo così per sua parte la strada al sovrano di poter confer-
il giorno dopo Gioberti lasciò il ministero4. Il 30 marzo 1849, mare l’opera sua al bene dei sudditi e molto più al Pontefice il libero e
il giorno dopo l’insediamento del Triumvirato a Roma, si aprì indipendente esercizio del suo mandato”.
la prima seduta della Conferenza di Gaeta e si riunirono, su Sin dalla quarta sessione della Conferenza, però, i Francesi avevano
invito del Cardinale Antonelli, neo pro segretario di Stato di chiesto a Pio IX un proclama che annunciasse le sue intenzioni liberali,
Pio IX, i plenipotenziari d’Austria, di Spagna, di Francia e del lo fecero con maggiore intensità all’indomani della sconfitta.
Regno delle Due Sicilie. Seguirono altre tredici, tutte svolte a Il 28 aprile, nella quinta sessione della Conferenza di Gaeta, si diede
Gaeta, tranne l’ultima, quella del 22 Settembre del 1849, che il via libera all’esercito di Ferdinando II che, forte di seimila uomini,
si tenne a Portici. prese Terracina, Velletri e Frosinone. Eppure, nonostante tale enorme
Nel trambusto generale un lieto evento segnava la vita di casa dispiegamento di forze, il 30 aprile l’esercito di Oudinot, bombardato
Borbone. dalle artiglierie e dalle fucilerie sistemate sulle fortificazioni di Porta
Ferdinando II aveva ben chiaro che gli interessi dello stato Angelica, fu costretto a ripiegare su Castel di Guido. Intanto, il 29
pontificio collimavano con quelli borbonici, la difesa della aprile, l’esercito napoletano, affiancato dagli Spagnoli, aveva passato il
Chiesa era la difesa della sua politica, il consolidamento del confine per Portella e puntava su Terracina penetrando fino a Palestri-
Regno scosso dalla sedizione interna esplosa il 12 gennaio na, da dove però il 9 Maggio fu costretto a ripiegare. Gli Austriaci, in-
in Sicilia ed il 18 maggio a Napoli e chiaramente animata vece, passato il confine, avevano occupano Ferrara, Bologna e Ancona.
dai protagonisti della politica internazionale. Contribuì poi Il 20 maggio si aprì la sesta sessione della Conferenza di Gaeta, la più
senza dubbio alcuno a rafforzare i legami amichevoli tra il lunga, i Napoletani, fiancheggiati dagli Austriaci, accusano i francesi
Re e il Pontefice, la nascita della principessina Maria delle di contrasti nelle operazioni militari, li criticarono perché impediscono
Grazie Pio di Borbone, proprio da Pio IX battezzata5, ed di alzare la bandiera dello stato pontificio nei territori conquistati. I
ancora più importante fu l’incontro del con gli Alcantarini del Francesi risposero che la bandiera da alzarsi è quella di Francia perché
Santuario della Montagna Spaccata da cui scaturì l’enciclica le popolazioni romane non volevano l’antico vessillo e perché Parigi
Ubi Primum, nella quale il Pontefice chiese all’episcopato di voleva “l’indipendenza del Papa come la libertà del popolo romano”. Di
fargli conoscere il suo pensiero e quello dei fedeli riguardo fronte all’ostracismo francese e alla sconfitta di Velletri del 19 Mag-
all'Immacolata Concezione6. gio, il Ministro degli Esteri Napoletano Targioni consigliò al plenipo-
Fu dunque a Gaeta che Pio IX decise di iniziare l’iter tenziario napoletano, il Conte Ludolf, di ritirarsi dalla Conferenza, ma
che lo avrebbe portato a proclamare nel 1854 il dogma Ferdinando II vi si oppone.
dell'Immacolata Concezione, proprio a Gaeta dove il pont- Il primo giugno Oudinot riprense la guerra, nello stesso mese gli Spag-
efice amava pregare davanti all'immagine dell'Immacolata noli raggiunsero Priverno, gli Austriaci occuparono Ascoli, i Napoletani
di Scipione Pulzone conservata nella splendida Cappella Ferentino. Così a fine mese, perse pure le porte San Pancrazio, Portese,
d'Oro del complesso dell'Annunziata. Dinanzi al mare agitato San Paolo, Cavalleggeri e del Popolo, l’Assemblea repubblicana adottò
il Pontefice meditò sulle parole del cardinale Luigi Lambrus- la seguente decisione: “In nome di Dio e del popolo, l’assemblea cos-
chini: “Beatissimo Padre, Voi non potrete guarire il mondo che tituente cessa una difesa divenuta impossibile e sta al suo posto”.
col proclamare il dogma dell’Immacolata Concezione. Solo
questa definizione dogmatica potrà ristabilire il senso delle Il giorno dopo i Francesi entrarono in Roma10.
verità cristiane e ritrarre le intelligenze dalle vie del natural- Il 15 Luglio furono rialzate le bandiere pontificie sulla torre del Cam-
ismo in cui si smarriscono”. Quattro anni dopo apparirà la pidoglio e su Castel Sant’Angelo e di li a poco nelle strade dell’Urbe fu
Vergine Santissima, presso la grotta di Massabielle-Lourdes, affisso un proclama di Pio IX: “PIUS P.P. IX a Suoi fedelissimi sudditi, Iddio
affermando: “Io sono l’Immacolata Concezione”7. ha levato in alto il suo braccio ed ha comandato al mare tempestoso
dell’anarchia e dell’empietà di arrestarsi. Egli ha guidato le armi cattoliche
Torniamo invece sul versante politico militare dove ognuna per sostenere i diritti dell’umanità conculcata, della fede combattuta, e
delle quattro potenze giocò la sua partita con estrema arguzia quelli della Santa Sede e della nostra sovranità. Sia lode eterna a Lui, che
per espandere il proprio peso sullo scacchiere europeo. Il 20 anche in mezzo alle ire, non dimentica la misericordia.
aprile il generale francese Oudinot, ricevuto il mandato di rag- Amatissimi sudditi, se nel vortice delle spaventose vicende il nostro cuore
giungere Roma, si apprestò a partire8. si è saziato di affanni sul riflesso di tanti mali patiti dalla Chiesa, dalla
Lo sbarco francese fu salutato dal Papa con parole di encomio religione e da voi, non ha però scemato l’affetto col quale vi amò sempre e
per le quattro potenze cui aveva rivolto la sua richiesta di vi ama. Noi affrettiamo coi nostri voti il giorno che ci conduca di nuovo fra
aiuto9. Il primo vascello francese giunse nella rada di Gaeta il voi, e, allorquando sia giunto, noi torneremo col vivo desiderio di appor-
23 Aprile: “Martedì 24. – il Signor Capitano Duquesne, Coman- tarvi conforto, e con la volontà di occuparci con tutte le nostre forze del
dante del Jena, si è questa mane recato con tutti gli Ufficiali vostro vero bene, applicando i difficili rimedi ai mali gravissimi, e consoli-
componenti lo Stato Maggiore del Vascello, presso del S. dando i buoni sudditi, i quali, mentre aspettano quelle istituzioni che ap-
Padre per tributargli i dovuti omaggi, e baciare il Sacro piede; paghino i loro bisogni, vogliano, come noi lo vogliamo, vedere guarentite
ed è stato benignamente accolto dalla S.S. Indi ei è recato con la libertà e l’indipendenza del Sommo Pontificato, così necessarie alla
gli stessi suoi Uffiziali a fare gli omaggi medesimi al Re (S.N.) tranquillità del mondo cattolico.
che lo accolse con la bontà e gentilezza propria del suo animo Intanto pel riordinamento della cosa pubblica andiamo a nominare una
grande e dignitoso”. Commissione che, munita di pieni poteri e coadiuvata da un ministro,
Le speranze di Pio IX erano tutte riposte in Oudinot: “Siamo regoli il governo dello Stato. Quella benedizione del Signore che vi ab-
persuasi che questa armata sarà l’istrumento col quale verrà biamo sempre implorata anche da voi lontani, oggi con maggior fervore
quanto prima ripristinato l’ordine pubblico nello Stato della la imploriamo, affinché penda copiosa verso di voi; ed è grande conforto
all’animo nostro lo sperare che tutti quelli che vollero rendersi incapaci
di goderne il frutto pei loro traviamenti possano esserne fatti meritevoli
mercé di un sincero e costante ravvedimento”.
4 Il Regno sabaudo di lì a poco romperà l’armistizio di Salasco e, battuto dagli austriaci,
capirà quali siano le sue reali capacità militari.
5 “A 2 Agosto 1849 ad ore 11 ¾ della sera è partorita nella città di Gaeta Sua Maestà la
Regina Maria Teresa d’Austria Augusta Consorte di Sua Maestà il nostro Re Ferdinando 2° (D.G.) ed ha
data alla luce una Reale Principessina. Il S. Battesimo li è stato conferito il giorno 3 Agosto 1849, nella
Basilica Arcivescovile della Città, dal Regnante Sommo Pontefice Pio Pp. IX assistito dagli Eminentis-
simi Cardinali Riario Camerlengo di S.R.C., ed Antonelli Pro-Segretario di Stato. I nomi imposti alla
R. Neonata sono Maria delle Grazie, Pio, Vincenzo Ferreri, Michele Arcangelo, Ferdinando, Franc- 10 Il proclama francese recita: “Abitanti di Roma! L’esercito comandato dalla repubblica francese sul vostro
esco d’Assisi, Luigi Re, Alfonso, Gaetano, Giuseppe, Pietro Paolo, Gennaro, Luigi Gonzaga, Gaspare, territorio ha per fine di restituire l’ordine desiderato dalle popolazioni. Pochi faziosi e traviati ci hanno costretto a dare
Melchiorre, Baldassarre, Alberto, Giorgio, Vincenzo, Sebastiano, Rocco, Andrea Avellino, Francesco di l’assalto alle vostre mura. Ci siamo impadroniti della città, adempiremo al debito nostro.
Paolo, Felice, Emmanuele, Anna, Filomena Sebazia, Lucia, Apollonia, Luitgarda. Era tenuta nelle braccia Fra le testimonianze di simpatia che ci hanno accolto dove erano incontestabili i sensi del vero popolo romano, sonosi
della prima Dama d’onore di S.M. la Regina, D. Mariantonia Serra de’ Duchi di Cassano Principessa di levati alcuni rumori ostili che ci hanno condotti in necessità di reprimerli immediatamente.
Bisignano. Stavano presenti in Chiesa S.M. il Re N.S. colla R. Famiglia, moltissimi Cardinali, il Ministero Ripiglino animo le genti dabbene ed i veri amici della libertà, i nemici dell’ordine e della società sappiano che, se mai si
Napolitano, i Grandi della R. Corte, il Cerimoniere Maggiore (della M.S.) Sig. D. Alfonso D’Avalos rinnovassero dimostrazioni oppressive provocate da una fazione straniera, sarebbero severamente punite. Per garantire
Marchese di Pescara e Vasto. Presenziavano ancora tutti i Ministri, ed Ambasciatori Esteri presso la S. efficacemente la pubblica sicurezza, io faccio le provvisioni seguenti:
Sede, che avevano seguito in Gaeta il Pontefice. Tutte le Autorità Civili, e militari di Gaeta, e le Ufficialità Ogni podestà è temporaneamente concentrata in mano della autorità militare, la quale immediatamente invocherà
de’ diversi Corpi Militari, quivi stanziati: i Comandanti ed Uffiziali della Corvetta Cristina, e Vapori il concorso dell’autorità municipale. L’Assemblea ed il governo, dei quali il regno violento e oppressivo incominciò
Napolitani; infine il Reetro-Ammiraglio della Squadra Spagnuola con tutti gli Uffiziali de’ Leni, e Vapori dall’ingratitudine e finì con un’empia guerra contro una nazione amica delle popolazioni romane, hanno cessato di
al suo comando, ed i Comandanti con Uffiziali de’ Vapori Francesi, tutti ancorati nel Golfo di Gaeta” esistere. I circoli e le società politiche sono chiusi, sono proibite temporaneamente ogni pubblicazione per le stampe,
6 Secondo alcuni studiosi invece Ferdinando II avrebbe chiesto al Pontefice come contraccam- ogni affissione non permessa dall’autorità militare. I delitti contro le persone e le proprietà saranno conosciuti e puniti
bio per l’ospitalità la definizione dogmatica dell'Immacolata, patrona delle Due Sicilie. dai tribunali militari. Il generale di divisione Rostolan è nominato governatore di Roma; il generale di brigata Sauvan,
comandante; il colonnello Sol, maggiore di piazza”.
7 Il dogma concepito a Gaeta fu introdotto da Pio IX nel 1854 con la bolla Ineffabilis Deus
che affermerà non soltanto che Maria è l’unica creatura ad essere nata priva del peccato originale, ma
aggiunge altresì che la Madre di Dio per speciale privilegio non ha commesso nessun peccato, né mortale
né veniale, in tutta la sua vita: “Nel primo istante della sua concezione Maria è stata preservata intatta
da ogni macchia di peccato originale, per singolare grazia e privilegio di Dio, in considerazione dei meriti
BIBLIOGRAFIA:
di Gesù Cristo Salvatore”.
8 Oudinot lanciò il seguente proclama: “SOLDATI! Il presidente della repubblica mi ha af-
fidato il comando in capo del corpo di spedizione del Mediterraneo. Quest’onore impone grandi doveri,
A. R. Moscati, Ferdinando II nei documenti
che il vostro patriottismo mi aiuterà a compiere. Il governo, risoluto di mantenere dovunque la nostra diplomatici austriaci, Napoli 1947
antica e legittima influenza, non ha voluto che i destini del popolo italiano possano restare in balìa di
una potenza straniera, o di un partito in minoranza. Ci affida la bandiera della Francia per inalberarla
sul territorio romano quale luminoso attestato delle nostre simpatie.
Soldati di terra e di mare, figli della stessa famiglia, ponete in comune la vostra devozione ed i vostri B. L.C. Farini, Lo Stato romano dal 1815 al 1850,
sforzi, questa con fratellanza vi farà sopportare con gioia i pericoli, le privazioni e le fatiche.
Sul suolo ove vi disponete a discendere incontrerete ad ogni passo monumenti e memorie, che potente-
Torino 1853
mente stimoleranno i vostri istinti di gloria. L’onore militare vuole ed esige disciplina e prodezza, non
l’obliate mai. I vostri padri ebbero il raro privilegio di far prediligere il nome francese dovunque combat-
terono. Come essi, rispetterete le proprietà ed i costumi delle amiche popolazioni; nella sua premura per C. Giacomo Margotti, Le vittorie della Chiesa
le quali il governo ha prescritto che tutte le spese dell’esercizio fossero loro immediatamente pagate in
danaro; in ogni occasione prenderete per regola di condotta questo principio di alta moralità.
nel primo decennio del pontificato di Pio IX,
Colle vostre armi, coi vostri esempi farete rispettare la dignità dei popoli, che tollera meno la licenza che Milano 1857
il dispotismo.
L’Italia ne andrà così debitrice di ciò che la Francia seppe conquistare per se stessa, l’ordine nella libertà”.

9 “Dopo aver invocato l’aiuto di tutti i principi, chiedemmo tanto più volentieri soccorso
D. G. Martina, Pio IX (1846-1850), Roma 1974
all’Austria confinante a settentrione col nostro Stato, quanto ch’essa non solo prestò sempre l’egregia sua
opera in difesa del temporale dominio della Sede apostolica, ma dà ora certo a sperare che, giusta gli
ardentissimi nostri desiderii e giustissime domande, vengano eliminate da quell’impero alcune massime E. A. Mencucci e M. Brunetti (a cura di), Atti
riprovate sempre dalla Sede apostolica, e perciò a bene e vantaggio di quei fedeli ricuperi ivi la Chiesa la
sua libertà. Il che, mentre con sommo piacere vi annunziamo, siamo certi che arrecherà voi non piccola
senigallesi nel Bicentenario della nascita di
consolazione. Pio IX, Senigallia 1992
Simile aiuto domandammo alla Francia, alla quale portiamo singolare affetto e benevolenza, mentre
il clero e i fedeli di quella nazione posero ogni studio nel attempare e sollevare le nostre amarezze ed
angustie con dimostrazioni amplissime di filiale devozione ed ossequio.
Chiedemmo ancora soccorso alla Spagna, che, grandemente premurosa e sollecita delle nostre afflizioni, F. G. Andrisani, Pio IX a Gaeta, Gaeta 1974
eccitò per la prima le altre nazioni cattoliche a stringere tra loro una filiale alleanza per procurare di
ricondurre alla sua sede il padre comune dei fedeli, il supremo pastore della Chiesa.
Finalmente siffatto aiuto chiedemmo al regno delle Due Sicilie, in cui siamo ospiti presso il suo re, che, G. D’Ambra, La Controrivoluzione in
occupandosi a tutt’uomo nel promuovere la vera e solida felicità de’ suoi popoli, cotanto rifulge e pietà
da servire d’esempio a’ suoi stessi popoli. Sebbene poi non possiamo abbastanza esprimere a parole con Terra di Lavoro e la Riconquista di Roma
quanta premura e sollecitudine quel principe stesso ambisce con ogni maniera di officiosità e con chiari
argomenti di attestarci e continuarci continuamente l’esimia sua figliale devozione che ci pota, pur tutta-
(1848-1849) in Vicum rivista di studi storici,
via gl’illustri suoi meriti verso di noi non andranno giammai in oblio. Né possiamo altresì in alcun modo mar.-giu. 2012
passare sotto silenzio i contrassegni di pietà, di amore e di ossequio che il clero e il popolo dello stesso
regno, fin da quando vi entrammo, non cessò mai di porgerci”.
FËDOR MICHAILOVIC
DOSTOEVSKIJ: IL PIƯ GRANDE
METAFISICO RUSSO

Di Francesco Miolli

I
nsigne maestro della prosa, abilissimo scrutatore dell’animo
umano, scandagliatore di quel “sottosuolo” che pochi hanno
saputo indagare altrettanto abilmente, Fëdor Dostoevskij si
rivela, secondo il filosofo russo Nikolaj Berdjaev, anche “il più
grande metafisico russo”. Una definizione che sembrerebbe,
istintivamente, calzare meglio ad un filosofo, piuttosto che ad un
romanziere. Eppure, l’opera di Dostoevskij, e questo è ben evidente,
non si ferma ad uno sterile descrittivismo psicologico, piuttosto, si
pone interrogativi universali, di carattere autenticamente filosofico,
sebbene il suo campo d’azione sia la finzione letteraria – eccezion
fatta per qualche saggio e per il suo diario, nel quale le sue idee
trovano espressione in forma concettuale – e non la trattazione
scientifica. È per mezzo della forma dialogica che le sue idee si
delineano, in un continuo scambio tra i personaggi dei suoi romanzi
e racconti. Cardine della visione filosofica che ne traspare è il
concetto di libertà. Esso emerge con forza tragica alla luce di una
lettura cristiana – ortodossa – dell’esistenza umana: è il tema della
libertà, intesa non come meta confusa ed astratta, come aspirazione
liberal-borghese – e, dunque, intrinsecamente anarchica e moderna
– quanto come mezzo, tragicamente grande e potente, affidato da
Dio all’uomo, attraverso il quale scegliere tra Bene e male. La libertà
non è un punto d’arrivo, ma, addirittura, secondo l’interpretazione di
Berdjaev, il fondamento di una visione metafisica, non più incentrata
sul concetto non contraddittorio dell’Essere. Non è certo, questa,
una concezione propria del primo Dostoevskij, ad esempio quello
di Povera Gente, dai tratti umanitaristici e di simpatia socialista. Il
tema “metafisico” prende il sopravvento dopo una serie di esperienze
personali molto forti: lo scrittore viene condannato a morte appunto
per motivi ideologici – le sue idee, allora, erano pregne di quel
socialismo utopico teorizzato da Fourier e Saint Simon – ma la pena
è commutata ed egli è sottoposto a quattro anni di lavori forzati in
Siberia. È proprio in quel periodo che Dostoevskij riscopre la fede
ortodossa e si avvicina al pensiero slavofilo. Al suo ritorno, grande
è la verve con cui accusa i nichilisti russi, rei di destabilizzare la
patria sia sul versante politico e culturale, propugnando l’idea di
una rivoluzione che rovesciasse l’ordine esistente, sia su quello
spirituale, ferendo il senso religioso del popolo russo e demolendo
i principi della tradizione ortodossa. È il 1864 quando, nella rivista
Epocha, trova la pubblicazione a puntate Memorie dal sottosuolo, che
costituisce la svolta “metafisica” dello scrittore. Al centro del racconto
è il “sottosuolo”, quella zona d’ombra, principio di ogni pulsione
umana, che fu poi definito inconscio. Dostoevskij, attraverso la
forma della confessione, scava nell’animo dell’uomo del sottosuolo,
mettendone in risalto i lati più degradanti. Ed è proprio in una
delle sue elucubrazioni, che si trova una prima, interessantissima
riflessione sul concetto di libertà. La sintetizza perfettamente
Nabokov: “L’uomo non aspira a un tornaconto personale, ma
semplicemente a scegliere autonomamente – qualunque cosa
scelga – anche a costo di distruggere le strutture della logica, della
statistica, dell’armonia e dell’ordine. […] Ma l’uomo dostoevskiano
può scegliere qualcosa di folle, di stupido o di nocivo – distruzione e
morte – perché se non altro è una sua scelta.” L’idea che ne scaturisce
è ben evidente: la libertà può portare alla dissoluzione e al fallimento.
Essa può essere una forza caotica ed entropica. Ed è dunque qui che
si consuma la tragicità della visione dostoevskiana dell’esistenza:
l’uomo deve farsi carico del fardello della libertà, del suo peso
enorme, che solo può conferirgli una dignità, perché dono specifico
di Dio, segno della natura divina dell’uomo, del suo essere creatura
ad immagine e somiglianza del Creatore. Tali idee trovano maggiore
profondità tragica e maggior spessore concettuale nelle sue successive
opere. Delitto e castigo, due anni più tardi, attraverso il personaggio
di Raskolnikov, mostra meglio le conseguenze dell’abuso di libertà,
quando egli, convinto di avere facoltà eccezionali, decide di mettersi
alla prova, per mezzo di un atto che crede eroico: uccidere una
vecchia usuraia, odiata da tutti. Il giovane studente, che mette in atto
i suoi propositi, colpendo la vecchia con la scure, ma di dorso, quasi a
voler rendere meno brutale il gesto, una volta arrestato e condotto in
Siberia, viene annullato dal rimorso che mai lo abbandona, neppure
quando tocca quel Vangelo che tiene sotto il cuscino e che non legge.
L’errore è stato quello di negare l’esistenza ad una creatura che,
per quanto degradata, è pur sempre stata creata ad immagine e
somiglianza di Dio, che ha pur sempre quel sacro diritto alla vita
che non può essere strappato da altri uomini. Dostoevskij ricorre
alla figura di un’anima semplice, una pura di cuore, Sonija, per
redimere Raskolnikov. Ed ella lo redime attraverso la compassione,
la pietas cristiana, quell’amore e quella capacità di comprendere le
sofferenze altrui e compatire il prossimo propri solo dei semplici. Un
altro dato essenziale è il fatto che il delitto scaturisca da ciò che Gide
definisce “il ruminare del cervello”. Il concetto si fa più evidente se
prendiamo in considerazione I demoni e, nello specifico, la figura di
Kirillov, estremo razionalista, che vuole negare la propria mortalità
dimostrando di “essere Dio”. Egli attua un “suicidio logico”: “Se
Dio esiste, tutto dipende da Lui e io nulla posso al di fuori della
sua volontà. Se non esiste, tutto dipende da me ed io son tenuto ad
affermare la mia indipendenza. È con l’uccidermi che affermerò la
mia indipendenza nel modo più completo. Sono tenuto a bruciarmi
il cervello.” Il suicidio è, in questo caso, l’esito ultimo di un delirio
razionalistico, di quel “ruminare del cervello”. È ancora Andrè Gide
a cogliere nel segno, quando scrive che “attraverso tutti i suoi libri,

28
per poco che li leggiamo con uno sguardo attento, constateremo la legge dell’umanesimo, e nella fusione entrambi gli elementi, l’io e il
un deprezzamento non sistematico, ma quasi involontario, tutto (evidentemente, due contrapposizioni estreme), reciprocamente
dell’intelligenza: un deprezzamento evangelico dell’intelligenza. annullandosi l’uno a favore dell’altro, nello stesso tempo raggiungono
Dostoevskij non stabilisce mai, ma lascia capire, che quello che si anche lo scopo supremo del proprio sviluppo individuale, ciascuno
oppone all’amore non è tanto l’odio quanto il ruminare del cervello. per proprio conto.” E questo sembra essere l’apice del messaggio
L’intelligenza, per lui, è precisamente quello che si individualizza, che è possibile derivare dall’opera di Dostoevskij. Egli ci parla, così,
che si oppone al regno di Dio, alla vita eterna, a quella beatitudine di una felicità assai lontana da quella modernamente intesa, una
fuori dal tempo che non si ottiene che per la rinuncia dell’individuo, felicità che non passa per la conquista di molte libertà, quanto per
per tuffarsi nel senso di un’indistinta solidarietà.” Pare, calandoci nel l’utilizzo più assennato dell’unica libertà possibile, quella derivataci
contesto storico entro il quale si pone la sua vita e la sua opera, che da Dio. Un utilizzo che sia autenticamente altruistico, e che,
il nemico più o meno consapevole di Dostoevskij sia il razionalismo dolorosamente, abbia il coraggio di rinnegare l’individuo, in un
positivistico, più che l’intelligenza in sé. Egli identifica l’inferno oceano di individualismo. E, dunque, non appare poi così strano che
dell’anima umana con la sfera intellettuale, proprio perché in nome e Berdjaev, un suo compatriota, definisca Dostoevskij “il più grande
per mezzo di essa in Europa si stava negando il metafisico, la sacralità metafisico russo”, né che nel nono capitolo del suo La concezione di
della vita umana, la sua origine divina. Come il delirio razionalistico Dostoevskij trovi spazio una tanto forte affermazione: “Dostoevskij è
porta Kirillov ad una autodeterminazione superomistica per mezzo il valore immenso col quale il popolo russo giustifica la sua esistenza
dell’atto estremo del suicidio, così fa il razionalismo nell’Europa nel mondo: ciò a cui potrà richiamarsi nel Giudizio universale dei
di fine Ottocento. La sua visione tragica, certamente peculiare, popoli.”
dell’esistenza e del periodo storico in cui viveva, ha fatto sì che lo
si associasse a filosofi ugualmente avversi al razionalismo, quali,
ad esempio, Nietzsche. A ben vedere, le somiglianze si fermano
solo alla critica al razionalismo ed alla visione tragica dell’esistenza,
dato che gli esiti ultimi delle loro visioni filosofiche potrebbero
essere giudicati agli antipodi. Se il pensiero del filosofo tedesco si
muove entro i confini della classicità, rimanendo essenzialmente
estraneo alla Rivelazione, d’altra parte, quella di Dostoevskij è
una percezione cristiana del mondo che, nonostante la presenza
anche notevole dell’elemento tragico, trova alfine una soluzione,
un riscatto, proprio nella figura salvifica di Cristo. Così, se per
Nietzsche l’essere non ha un senso ontologicamente dato e l’uomo
è figlio del caos, la cui massima aspirazione è il darsi senso da sé,
il creare valori autonomamente a partire dalla propria volontà di
potenza, affermandosi quale superuomo e passando, evidentemente,
per la negazione di Dio e di ogni principio, originando un estremo
individualismo, in Dostoevskij, viceversa, il superuomo è anti-uomo,
condannato al fallimento ed alla dissoluzione, e l’individuo può
affermarsi davvero solo nella negazione dell’orgoglio soggettivistico.
Da una parte, cioè, l’individuo si attribuisce un senso da sé,
dall’altra, invece, esso trova senso solo nel contesto comunitario.
Ma l’individuo, nel negare Dio, altro non fa che divinizzarsi,
sostituendosi a Dio stesso, con effetti tragici. Tale sostituzione è così
tratteggiata ne I fratelli Karamazov: “Secondo me, non c’è nulla da
distruggere, fuorché l’idea di Dio nell’umanità; ecco di dove occorre
cominciare! È di qui, di qui che si deve partire, o ciechi, che non
capite nulla! Una volta che l’umanità intera abbia rinnegato Dio
(e io credo che tale epoca, a somiglianza delle epoche geologiche,
verrà un giorno), tutta la vecchia concezione cadrà da sé, senza
bisogno di antropofagia, e soprattutto cadrà la vecchia morale, e
tutto si rinnoverà. Gli uomini si uniranno per prendere alla vita
tutto ciò che essa può dare, ma unicamente per la gioia e la felicità
di questo mondo. L’uomo si esalterà in un orgoglio divino, titanico,
e apparirà l’uomo-dio. Trionfando senza posa e senza limiti della
natura, mercé la sua volontà e la sua scienza, l’uomo per ciò solo
proverà ad ogni istante un godimento così alto da tenere per lui il
posto di tutte le vecchie speranze di gioie celesti.” È ciò che muove
Ivan Karamazov, ma anche il già citato Kirillov ne I demoni: soltanto
rinnegando la natura divina della vita umana e, dunque, la centralità
dell’esempio di Cristo nella convivenza sociale, è possibile fondare
una società utopica entro la quale l’uomo basti a sé, con la tragica
conseguenza, tuttavia, che la vita umana perda quella sua sacralità e
diventi, all’occorrenza, una risorsa utilizzabile per il raggiungimento
dei propri scopi. Sul versante opposto, entro l’opera di Dostoevskij,
fa capolino, invece, la figura emblematica del principe Myskin,
protagonista de L’idiota. Sprovveduto nel vivere, ignorante delle
cose di questo mondo, riesce, tuttavia, a penetrare nel mistero
dell’animo umano, vedendo tutto, amando tutto, perdonando
tutto. Egli ama disinteressatamente, di quell’amore libero che lascia
liberi. Si muove nel mondo non come mistico, astraendo, ma anzi
attraversandolo anche a rischio di non essere compreso, di essere
deriso, scacciato. Sperimenta quella trascendenza che passa per
l’immersione autentica nel mondo. Luigi Pareyson fa riferimento, a
proposito del principe, all’intelligenza del cuore, così come Aglaja
ad una intelligenza fondamentale: è sintesi, ossia, di mente e cuore,
capace di comprendere ad amare al contempo. Myskin capisce e
penetra tutto, pur essendo un semplice. Questa sua profondità non
lo porta a svalutare la vita terrena, anzi, a svelarne i più remoti
segreti, a degnificarla esaltandone la meravigliosità ed il mistero.
Si fa esempio per tutti, richiamando l’uomo ad uno sguardo altro,
col quale rapportarsi al mondo. Berdjaev sostiene che il principe
viva in una sorta di “estasi tranquilla” mentre fuori è la tempesta.
Egli è portato naturalmente a soccorrere il prossimo, a venire in suo
aiuto. Anche Bachtin nota come la presenza di Myskin porti alla
relativizzazione di tutto ciò che separa gli uomini ed anche le barriere
gerarchiche diventino, a un tratto, penetrabili. Tanto grande è la forza
di questo personaggio, che Pareyson lo vede come una raffigurazione
di Cristo. Myskin soffre di una forma acuta di epilessia, che in
particolari momenti di tensione gli provoca lo svenimento. Talvolta
l’estrema sofferenza sembra trasformarsi in estasi paradisiaca. È
questo carattere peculiare del personaggio che lascia trasparire una
particolare concezione che Dostoevskij aveva di Cristo: essendo
assimilato in tutto a Dio, doveva essere uomo di profondissima
sofferenza. Il dolore di Cristo non è solo quello della passione e della
croce, ma anche quello che è prima della croce.
Secondo Dostoevskij, Egli possedeva un “io” che era al tempo stesso
un “noi”, comprendente tutti gli uomini e l’intero Universo, essendo
Verbo incarnato. Ciò comportava non solo il farsi carico delle
sofferenze di tutti, ma anche il farle autenticamente proprie. Solo
il Cristo avrebbe potuto sopportare una tanto enorme sofferenza.
Ma proprio tale sofferenza doveva, in taluni momenti, trasformarsi
in un’estasi senza pari. Così scrive Dostoevskij nei suoi appunti: “E
questa è la massima felicità. In tal modo, la legge dell’io si fonde con

29
L'EURASIATISMO E I SUOI
PERCORSI STORICI

Di Lorenzo Roselli

L
’Eurasiatismo è, senza dubbio alcuno, il movimento di
pensiero che più si è reso protagonista dell’approfondimento
geopolitico fiorito negli ultimi decenni. Esso è tornato alla
ribalta, principalmente, attraverso lo studio e la proposta
geopolitica di Aleksandr Gel'evič Dugin, uno dei più famosi
teorici contemporanei della geopolitica stessa. Tuttavia non si deve
ad Aleksandr Dugin la concettualizzazione di Eurasia, e della
consequenziale struttura politica che essa andrebbe ad assumere nel
contesto multipolare.
È difatti il russo Konstantin Nikolaevič Leont'ev, un monaco
ortodosso con una forte impostazione tradizionalista, a parlare per
primo di un’Eurasia in senso metafisico e politico. Nel suo saggio
L’Est, la Russia e gli Slavi (1885-86), infatti, Leont'ev portava avanti
una feroce invettiva contro i governi dell’Europa occidentale,
colpevoli di aver favorito l’avanzare della decadenza e del degrado
morale, individuati dal monaco nell’affermazione del liberalismo.
Leont'ev immagina una lega di tutti i popoli dello spazio eurasiatico
ancora “incontaminati” dal germe del materialismo liberale, che
avessero potuto operare un’intesa sul fronte comune della difesa
dell’ordine tradizionale, inteso anche come principio fondante delle
identità di ogni popolo e che trova ispirazione nel cristianesimo
ortodosso e nel retaggio bizantino. Per Leont'ev, a capo di questa Konstantin Nikolaevič Leont'ev Nikolaj Sergeevič Trubeckoj
lega non poteva che trovarsi la legittima discendente dell’impero di
Costantinopoli: la Russia. In tal senso, a Leont'ev era particolarmente
a cuore il legame con l’Impero Ottomano, che egli considerava
“l’ultima realtà tradizionale in grado di resistere oltre quella
ortodossa”. Non a caso egli criticava aspramente l’operato tedesco nei
conflitti slavo-turchi dei Balcani.
Nel religioso è possibile già riscontare aspetti che farà proprio lo
stesso Dugin, il quale del resto non fa mistero dell’influenza operata
sul suo pensiero dall’esperienza storica del movimento tedesco della
Konservative Revolution, di cui Leont'ev rappresenta un’analogia
russa. Il senso della Tradizione e la preservazione del retaggio
culturale sono infatti assunti comuni anche alla concezione neo-
eurasiatista di Dugin; elementi che possono essere preservati nel
contesto della civiltà umana soltanto grazie a quella multipolarità
delle potenze posizionate sullo scacchiere geopolitico che metta
in discussione il predominio egemonico del liberalismo. Egli
stesso afferma che “se una persona si crede solo un individuo, la
globalizzazione e l’unipolarismo possono dargli questa possibilità
(ma questo non è assolutamente garantito). Se per egli etnos,
cultura, Stato, società, tradizioni, confessioni religiose, ecc. … hanno
un’importanza, l’unipolarismo non è adatto a lui. Il multipolarismo
permette alle società di conservare la propria unicità, per la maggior
parte dell’umanità tutto ciò ha un valore.”1
È comunque soltanto con il Principe Nikolaj Sergeevič Trubeckoj
(1890-1938) che possiamo iniziare a parlare di Eurasiatismo in chiave
contemporanea. Filologo e linguista di grande erudizione, dovette
fuggire dalla madrepatria dopo la Rivoluzione d’Ottobre a causa delle scuola eurasiatista partisse da assunti legittimisti e monarchici, essa
sue posizioni politiche. Nel suo saggio L’Europa e l’Umanità (1920), influenzò non poco l’operato sovietico nell’enfatizzazione dell’unicità
Trubeckoj pose il problema dell’autodeterminazione della Russia russa, con le parole secondo cui la Rivoluzione d’Ottobre “veniva a
come stato nazionale, ma anche e soprattutto come attore politico spostare verso l’Oriente l’asse della storia universale” (Pëtr Savickij).
nel panorama europeo pre-bellico. Il principe russo vedeva nella
conformazione culturale europea “romano-germanica”, una civiltà In definitiva, per l’Eurasiatismo di Trubetzkoy, l’Eurasia è una
estranea a quella russa, sebbene non obbligatoriamente opposta. “necessità storica” il cui manifestarsi risulta funzionale ai principi
Interessatosi agli studi slavistici di Vienna, Trubetzkoy (ben inserito primi dell’esistenza della Russia stessa. Proprio Trubetzkoy descrive
nel circolo linguistico di Praga e in contatto con vari esuli politici l’Eurasia come “una totalità unica, sia geografica sia antropologica.
russi) si avvalse della collaborazione di altri intellettuali compatrioti (…) Per la sua stessa natura, l’Eurasia è storicamente destinata a
nel porre le basi del progetto eurasiatista: lo storico Vernadskij costituire una totalità unica. (…) L’unificazione storica dell’Eurasia fu,
(1887-1973) e il geografo ed economista Pëtr Savickij (1895-1965). fin dall’inizio, una necessità storica. Contemporaneamente, la natura
Sulla base delle considerazioni di Trubetzkoy sulla matrice culturale stessa dell’Eurasia ha indicato i mezzi di questa unificazione.”
“meta-europea” della Russia, i tre pensatori attribuirono all’influsso
mongolo molto del retaggio storico-culturale russo, definendo la loro L’ultimo esponente della corrente eurasiatista di Trubetzkoy è
Russia un “impero delle steppe”. considerato essere Lev Gumilëv (1912-1992). Antropologo e storico,
Savickij arrivò addirittura a sostenere che, senza l’apporto culturale acquisì un ruolo preponderante nell’ambito accademico russo,
dato dai clan tartari, la Russia non sarebbe nemmeno esistita. Il nonostante il rapporto non idilliaco con il governo sovietico (arrestato
lavoro di Trubetzkoy, Savickij e Vernadskij – supportato più tardi ben tre volte, trascorse più di dieci anni di carcere oltre ad essere
anche dal teologo ortodosso Georgij Florovskij (1893-1973) e dal spedito forzatamente a Berlino per l’assedio del ‘45), diventerà un
musicologo Pëtr Suvčinskij (1892-1985) – diede vita a quello che esponente di primo piano del pensiero eurasiatista, diffondendo su
potremmo considerare l’embrione del futuro movimento eurasiatista, larga scala i suoi scritti, nell’URSS e non solo. Apologeta irriducibile
palesato nella stesura del trattato politico La via d’uscita ad Oriente del modello sovietico, gli sopravvisse per un solo anno e, poco
(1921), dove si esponeva la necessità russa di emancipazione prima della sua morte nel ’92, ribadì in un’intervista la sua totale
culturale e politica dalla panoramica occidentale, per riscoprire il suo aderenza alla causa eurasiatica: “Quando mi chiamano eurasiatista,
ruolo di “potenza eurasiatica”, volta a riunire i popoli dell’Est in nome io non rifiuto questa definizione, e per diverse ragioni. Innanzitutto,
di un’antica omogeneità etno-culturale. Si auspicava quindi una l’eurasiatismo è stato una grande scuola storica, sicché posso solo
nuova entità politica fondata sull’impronta della tradizione greco- sentirmi onorato se qualcuno mi assegna a tale scuola. In secondo
bizantina, divergente tanto dal mondo romano-germanico, quanto da luogo, ho studiato a fondo l’opera degli eurasiatisti. Terzo, concordo
quello slavo (Trubetzkoy imputava alla corrente slavofila la volontà di fondamentalmente con le principali conclusioni storico-metodologiche
uniformare la Russia all’universo occidentale). Sebbene anche questa alle quali gli eurasiatisti sono pervenuti.”

1 Andrea Fais, Federico della Sala, Rivoluzione Eurasiatica: la Quarta Profezia di Aleksan-
dr Dugin; Da Centro Studi L’Arco e la Clava: http://www.centrostudilarcoelaclava.it/sito/?p=1802

Lev Gumilëv
IL CONFINE DELLA SOGLIA
Di Andrea Marini

Perché non possiamo mai


mai
essere amati?
(M. Houellebecq)

In Ricordo della Differenza

A
bitiamo o passiamo? Siamo radicati in un moto continuo
o avvinghiati alla fredda staticità del possesso? Viviamo la
proprietà come limite o siamo confinati in una proprietà?
Da queste domande possiamo partire per interrogarci su
di un problema assai pregnante e arduo, come i più irti
sentieri di montagna o le più difficoltose ferrate – quale è il problema
del confine.
Gli interrogativi che abbiamo posto non pretendono una risposta
immediata, sono questioni che ne generano altre: sono come iceberg,
che sciogliendosi realizzano nuove forme, nuovi stadi d'essere.
Ogni “o” interna al quesito non è esclusiva, ma una scelta con-
prensiva, nel senso che, quando proviamo a dare una soluzione,
sveliamo subito la meta a cui volge l'altra e quindi ne cogliamo la
presenza nella via che abbiamo intrapreso. La “o” null'altro è che
un confine che delimita nella sua semplicità due o più percorsi,
strade, radure, vite, mondi. Di conseguenza possiamo pensare,
o immaginare cosa sia un confine: una linea reale o mentale, di
varie forme, che delimita un qualcosa, che rende qualcosa ciò che
è, e quindi, il suo non-essere-altro. Ma questo non-essere-altro
è comprensivo della possibilità di essere tutto ciò che un confine
include nel suo essere esclusivo: l'altro.
L'altro è il tema che caratterizza il confine e il suo essere tale, perché
ogni di-visione è, come dice l'etimo della parola stessa, una doppia
visione, un contemplare la diversità insita in ogni alterità che sorge
ogni qualvolta che un limite o un confine viene tracciato. Tracciare
un confine è segnare, donare esistenza alla differenza, cioè creare una
distanza pura e viva, pulsante nel suo creare e di-videre. Ogni segno
è un rimando quindi, in quanto simbolo o allegoria di qualcosa che
richiama continuamente e più volte all'altro. Il segno ci mette di
fronte all'Altro-da-noi, a ciò che ci viene in-contro.
Nella nostra epoca questa di-versità – la differenza – è messa in un
recinto, in un confine quindi, in quanto limitata. Il nostro tempo non
cerca di esaltare l'individualità e potenza delle cose e delle persone,
ma al contrario vuole semplicemente unità e univocità; costruite su
un terreno solido creato da una speranza comune e da un magma
indistinto in cui non c'è linea o limite, in cui non c'è alcun tipo di
ordinamento, o per dirla con le parole di Carl Schmitt, non v'è alcun
tipo di Nomos1.
L'uomo ha sempre vissuto sulla linea e sul confine; è sempre stato
oggetto di dibattito il suo reale o apparente dualismo, il suo duplice
modo d'essere, la sua molteplice personalità, le sue varie capacità2.
Nelle parole di Franco Rella: “A queste vie, che erano in prima istanza
labili come la traccia della bava di una lumaca su di un muro, gli
uomini consegnano la loro vita, il loro destino. E così esse acquistano
una resistenza, individuale e collettiva, come fossero divenute le
maglie d'acciaio che finalmente possono contenere il reale nelle sue
metamorfosi e così dominare il “disordine” in cui le cose divengono e
periscono”3.
Alla molteplicità e alla differenza chiamata dalle linee - dal confine
nel quale si ode il ri-chiamo dell'Altro -, l'uomo affidava la sua vita,
quando era ancora “animale simbolico”, quando ancora era in grado
di accettare e vivere la differenza che da sempre lo ha fatto essere
quello che era, e non è più.
I Greci, alla loro nascita come Europei, hanno da sempre accettato
e capito il concetto di confine, come linea di demarcazione ed
esaltazione della differenza, del valore intrinseco e costitutivo di
ogni singolo essere. Infatti i Greci sono popolo figlio della libertà,
e quindi della linea di confine, della frontiera. Sono i pargoli eterni
di Eleutería, la libertà viva, mobile e in divenire nata dal confronto

1 Carl Schmitt abbozza ad una definizione del termine Nomos appellandolo come “ordina-
mento naturale che sorge su di un terreno”. La nostra epoca, attraversata “dall'ospite inquietante”
– il nichilismo –, secondo il pensatore ha bisogno di un nuovo Nomos, quindi ordinamento, dato
che la vampata nichilista ha annientato completamente l'ordine originario e quindi le differenze
necessarie alla costituzione di un mondo e di un equilibrio mondiale. Lo stato mondiale che
arriva a delinearsi nel nostro tempo, data questa mancanza di ordo, è un'immagine distorta e
degenerata della terra Utopia di Thomas More o della Nuova Atlantide di Francis Bacon, dove
regna la scienza ed è assente la differenza e la natura. La diversità è un qualcosa di costitutivo
per l'identità mondiale e se viene meno o se viene data solo nella sua accezione negativa, questa
priva della vita l'oscillare e il divenire dell'esistenza, rendendo tutto una massa indistinta. Da qui
la necessità di un Nomos - un ordine - e di confini, così da generare una nuova base di crescita.
Su tutto questo cfr. C. Schmitt, Il Nomos della terra nel diritto internazionale dello “Jus Publicum
Europeum”, trad. it e postfazione di E. Castrucci, a cura di F. Volpi, Adelphi, Milano 2006; inoltre
cfr. C. Resta, Stato mondiale o Nomos della terra. Carl Schmitt tra universo e pluriverso, Diaba-
sis, Reggio Emilia 2009.
2 Possiamo qui pensare al dualismo cartesiano, alla duplicità della persona narrata da Ste-
venson o Hesse, all'Io ed Es di Freud – giusto per fare alcuni esempi evidenti.
3 F. Rella, Miti e figure del moderno; Letteratura, arte e filosofia, Feltrinelli,
Milano 2003, p. 22.

31
e dalla scoperta dell'Alterità, dell'Altro, quello che un tempo era
l'Asiatico4. Ma ora il mondo ha scordato e accantonato tutto questo
per vivere nella a-differenza e non nella in-differenza, perché in
quest'ultima maniera sarebbe ancora legato al concetto di differenza.
Così com'è ora no, se ne dimentica, la tralascia nell'esaltazione della
forza illimitante, che priva ogni istanza di ciò che è. L'in-dividuo
diventa così a-dividuo.
Il confine era sempre stato abitato con forza e sentimenti, vivendo
il profondo terrore. Il crinale che è il “momento dell'angoscia, in
cui tutto sembra essere percorso dal profondo brivido di terrore
che chiude Cuore di Tenebra, oppure concentrandosi nel volto
enigmatico di una felicità possibile ma inafferrabile”5, come lo è
l'Altro – la venuta dell'Altro quando noi siamo nell'-essere-aperti,
ovvero quel terreno di confine che ci garantisce la differenza e il suo
segreto. Il suo profondo e vero rispetto.
Cerchiamo ora di andare più a fondo nel concetto e nell'etimologia
di “confine” per coglierne alcune sfumature e capirne ancora più in
profondità il valore simbolico e allegorico e perché questa linea così
sottile e immensa crea l'altro e il suo segreto.

Il Confine: un termine aperto

“Il lungo filo dell'oblio si svolge e si tesse


ineluttabilmente. Grida, pianti e lamenti.
Rifiutando di dormire, sento la vita che scivola via
come un battello bianco, tranquillo e irraggiungibile”.
(M. Houellebecq)

Nella storia della nostra civiltà, della cultura mondiale si è sempre


posta l'importanza su quella parola che il dizionario Devoto-Oli
definisce così: “Linea costituita naturalmente o artificialmente
a delimitare l'estensione di un territorio o di una proprietà, o la
sovranità di uno stato. […] Pietra, sbarra, steccato, che delimita una
proprietà da quella attigua. Limite, termine (talvolta con sfumatura
d'incertezza o lontananza): sterminato, illimitato”. Ma questa linea
è propriamente tale? Dalla definizione capiamo di no, è una linea
nella sua accezione più simbolica perché è un tronco da cui partono
infiniti rami. Questa “linea” è il limite che può essere simboleggiato
da infinite cose, “pietra, sbarra, steccato”. È un solco nella molteplicità
dello spazio che crea la differenza, l'Altro.
I miti raccontano sempre di questo confine con immagini diverse
e svariate, possiamo scavare tra le sabbie della memoria e rinvenire
il mito biblico creazione, quando Dio divise, limitando, il cielo e la
terra; quando pose il veto di cogliere la Mela, limita la possibilità
e così da possibilità di espressione al libero arbitrio; quando scisse
Paradiso e Inferno.
Se pensiamo a fatti storici ci può venire in mente facilmente la
famosa vicenda di Cesare e il Rubicone, limite che non poteva
varcare; o tutte le invasioni altro non sono che il trapassare un limite
che scinde due realtà.
Il limite designa quindi una proprietà, un' individualità de-finita dal
limite stesso; come ci ricorda Piero Zanini: “Disegnare un confine
diventa allora il modo per ottenere qualcosa dagli altri: uno spazio
proprio dove stabilire le proprie regole, un'autonomia visibile
anche dall'esterno, il riconoscimento di una diversità. Fin dalla sua
prima apparizione, il confine mostra quello che sembra essere il suo
carattere fondamentale: segnalare il luogo di una differenza, reale o
presunta che sia”6.
Il confine è quindi sempre una limitazione, una legge lui stesso,
perché le crea o ne separa alcune da altre; le polis greche avevano
dei confini visibili, perché all'interno vigeva la loro legge e al di
fuori quella dei barbari, gli stranieri in quanto non radicati in quella
norma e in quell’oikos7.
La stessa città di Roma fu fondata su una linea, un solco nella terra
e della terra, una scissione che creò così una legge interna ed una
esterna, infatti chi viola il confine senza il permesso viene messo
di fronte alle regole che vigono in un certo luogo de-limitato; basti
pensare alla vicenda di Romolo e Remo.
“Il confine è radicato fortemente nella terra”8, quindi. Il solco che
viene tracciato nel terreno, lascia appunto una traccia visibile di se
e della regula che esso limita. “Questa traccia, chiusa su se stessa o
ripetuta in sensi diversi, delimita per la prima volta uno spazio, lo
toglie dal nulla, dall'infinito – e lo rende finito –, gli attribuisce una
dimensione. Lo rende allo stesso tempo vivibile e inconfondibile.
Inoltre permette a colui che ne descrive il limite di prenderne
possesso, di stabilirvi un diritto”9.
Il limite può essere sia naturale che artificiale – anche se spesso
il naturale diventa politico – ci basta pensare a cosa significano per
l'Italia, la Francia, la Svizzera e l'Austria le Alpi, quella corona che sta
in cima allo stivale italico, che contorna con tanta bellezza e sicurezza
gli stati; possiamo guardare anche al Mediterraneo o agli Oceani,
limiti naturali su di uno spazio che si è fatto libero e poi limitato nel
corso della storia umana10. Quando ci dirigiamo in qualche luogo,
solitamente, usciamo dalla nostra casa tramite una porta che ne
delimita la proprietà e l'estensione, ci richiama in quanto noi nel
nostro ambiente e in quanto esseri pronti a salpare per nuove terre,
nuove “forze arcane” – come direbbe Francesco Guccini; un mettersi

4 Cfr. M. Cacciari, Geo-Filosofia dell'Europa, Adelphi, Milano 1994.


5 F. Rella, Miti e figure del moderno, op. cit., p. 23.
6 P. Zanini, Significati del conine, Bruno Mondadori, Milano 1997, p. 5.
7 Sul significato di oikos, cfr. M. Cacciari, Op. cit..
8 P. Zanini, Op. cit., p. 5.
9 Ivi, p. 6.
10 Cfr. C. Schmitt, Op. cit.; cfr. P. Matvejevic, Il Mediterraneo e l'Europa; lezioni al Collège
de France, a cura di G. Vulpius, Garzanti, Milano, 1998.
in gioco nel mare11 dell'Alterità e della differenza che intercorre tra
mondi e ambienti e paesaggi12 di tipo diverso e altro.
La vita dell'uomo è un passaggio sul limitare dell'Io e dell'Altro,
quel confine che come il Porto Sepolto per Giuseppe Ungaretti può
essere sì ricercato e visto, ma quando vi si torna indietro non rimane
nulla se non “quell'inesauribile segreto”. Non a caso si chiama con-
fine, è dove entrambi hanno la loro fine per incontrarsi, dove si sta di
fronte l'uno all'altro. Quindi il limite viene qui ad assumere il nome
di frontiera, il luogo dove gli sguardi dell'altro si incrociano per
cogliere dolcemente sé stessi e chi ci sta d'innanzi13.
“La frontiera rappresenta […] la fine della terra, il limite ultimo oltre
il quale avventurarsi significata andare al di là della superstizione
contro il volere degli dèi, oltre il giusto e il consentito, verso
l'inconoscibile che ne avrebbe scatenato l'invidia. Varcare la frontiera,
significa inoltrarsi dentro un territorio fatto di terre aspre, difficili,
abitato da mostri pericolosi contro cui dover combattere. Vuol dire
uscire da uno spazio famigliare – l'Io –, conosciuto, rassicurante,
ed entrare in quello dell'incertezza” 14– dell'orrore ci viene da dire.
L'orrore si cela dove c'è l'ignoto, parafrasando H. P. Lovecraft, ed è li
che noi tremiamo sull'orlo del limitare, sull'estrema linea del nostro
mondo, là dove solo gli intrepidi osano, là dove c'è il mare ignoto
affrontato da Colombo, verso la scoperta di una cosa famigliare, un
“l'Io”, e qualcosa di oscuro e sconosciuto, misterioso, L'Altro, come
fu per il navigatore genovese la scoperta dell'America. Il confine, la
frontiera diventa così un qualcosa di non definito, ma che nel suo
definire apre e si apre, si trasforma in un Altro a Sé, dove il contorno
c'è ma non si vede, e diventa così ambiguo. Come il confine che
separava Achille dalla tartaruga si faceva sempre più incolmabile,
così la nostra frontiera diventa sempre più liquida e porosa, pronta a
far passare le schiume degli altri mari. Si pone come spazio di libertà
dove giace l'Individualità, cioè tra l'uno e il molteplice. La linea si
fa Soglia, contorno che finché ci siamo sopra15 c'è ma non si vede.
Tutto diventa così una soglia se noi ci apriamo alla venuta dell'altro
e del suo segreto per cui noi dobbiamo avere rispetto. Un viaggio tra
il mare aperto e l'Arcipelago, attraverso lo specchio di mare tanto
caro all'uomo come ci ricorda Baudelaire: “Sempre amerai, uomo
libero, il mare! \ È il tuo specchio: contempli dalla sponda \ in quel
volger infinito dell'onda \ la tua anima, abisso anch'esso amaro.
[…] E tuttavia da tempo immemorabile \ vi combattete rischiando
la sorte, tanto vi esalta la strage e la morte: nemici eterni, fratelli
implacabili”16.

La Frontiera sulla Soglia

“ma noi camminiamo verso di esso”.


(M. Houellebecq)

Il mare, abbiamo detto, è quel con-fine che segna il limite di una


terra, che determina la differenza tra culture e popoli, tra persone.
Il mare è la linea dell'orizzonte che ci dipinge dinnanzi colori e
immagini, delinea figure sempre diverse e nuove nelle loro infinite
sfumature, uniche e sublimi. Un gabbiano che vola, radente e
suadente, solitario tra le correnti dell'aria e del mare, verso il confine
che si ri-crea continuamente. Si ricostituisce, si sposta di un po' ogni
volta verso l'infinito. È tramite quella linea che noi, uomini in attesa,
cogliamo con volo pindarico, con ali d'albatro, quel luogo tanto
simile alla soglia nella sua immensa apertura, nel quale ci ricorda
Leopardi è dolce il naufragare – l'infinito.
Ápeiron, lo chiamava Anassimandro, il senza limiti, in quanto è un
limite lui stesso, quello più lontano e profondo nel suo essere in-
finito – pone e si pone nella finitezza. Il mare è quindi la frontiera
che ci pone davanti una molteplicità di limiti infinita. È il luogo
in cui l'altro ci viene incontro a ritmi incerti, a tratti discontinui,
amplia la possibilità di orizzonti. Simbolo della modernità e della sua
libertà in-condizionata, senza territorio; là dove troviamo il non-
limitato è il nulla che ci aspetta, “quel nulla di inesauribile segreto”
a cui accennavamo più sopra. L'orizzonte marittimo – frontiera – è
quello schermo su cui si “accampano alberi case e colli, per l'inganno
consueto”, la dove noi vaghiamo lasciandoci “il nulla alle spalle”, con
“terrore d'ubriaco”. Ma chi incontriamo non sempre si volta, e così
rischiamo di andarcene zitti tra questi uomini, con il nostro segreto17.
Segreto che abbiamo potuto incontrare solamente oltrepassando la
frontiera, che è soglia. Questa è il luogo abitato dal poeta o artista
nella sua poieticità18; “c'è una duplice ragione che consegna il poeta
a questa terra di mezzo: da qui il suo sguardo può spaziare oltre il
chiuso orizzonte della patria, «verso ciò che è straniero [Fremde] e
lontano [Ferne]», ed è ancora qui che può accogliere la venuta degli
dei per il suo paese natale. Solo abitando il confine e la frontiera è
possibile infatti che l'accadere accada: esso è perciò il luogo della
de-cisione riguardo alle frontiere o alla loro essenza: «il poeta deve
avere il suo soggiorno alla frontiera [Grenze], affinché possa venire
a lui ciò che avviene. Soltanto alle frontiere accadono le decisioni,

11 Sul concetto di “mare” cfr. M. Cacciari, Op. cit., dove l'autore prende come esempio della
tensione “faustiana” all'infinito il mare, sfida continua ed eterna. Grande metafora della libertà
umana. Il mare è il luogo dove l'uomo sogna, viaggia e desidera, è l'elemento che ricorda la hýbris
filosofica, il salto nel non conosciuto, nell'indeterminato da dis-velare. Il mare è il doppio che ricrea
l'androgino originario con la gemella terra; è una delle due parti che si scontrano nel pólemos mai
soluto che rappresenta il tendere verso la metamorfosi continua della storia, non elemento dialettico
ma dinamico e creativo.

12 Cfr. L. Bonesio, Geofilosofia del paesaggio, Mimesis, Milano 1996; cfr. L. Bonesio, Paesag-
gio, identità e comunità tra locale e globale, Diabasis, Reggio Emilia 2007.
13 Cfr. J. Derrida, L'animale che dunque sono, M. Zannini Jaca Book, Como 2006; cfr. C.
Resta, L'evento dell'altro. Etica e politica nel pensiero di Jacques Derrida, Bollati Boringhieri, Torino
2003.
14 P. Zanini, Op. cit., pp. 10, 11.
15 Cfr. E. Junger, M. Heidegger, Oltre la linea, a cura di F. Volpi, Adelphi, Milano 1989, dove i
due filosofi discutono e argomentano sulla possibilità di abitare o superare la linea del nichilismo.
16 C. Baudelaire, I fiori del male, a cura di A. Prete, Feltrinelli, Milano 2003, p. 59.
17 Cfr. E. Montale, Ossi di seppia, Mondadori, Milano 2006.
18 Cfr. F. Rella, Interstizi tra arte e filosofia, Garzanti, Milano 2011, in cui il filosofo svolge il
pensiero a riguardo del luogo dell'arte e del luogo degli artisti, o poeti in senso platonico e heideg-
geriano; inoltre cfr. M. Cacciari, Geo-Filosofia dell'Europa, cit..

33
che riguardano sempre le frontiere e la mancanza di frontiere
[Grenzelosigkeit]»”19.
La frontiera è il luogo del nulla, è il mare nella sua immensità
orizzontale; dove dimora il poeta che è il “luogotenente del nulla”,
ma anche “pastore dell'essere”. È il “custode di questa frontiera” che
chiude aprendo allo straniero – alla venuta dell'oltre –, in quanto
questa patria deve essere un “essere-a-casa”, senza farla diventare
però uno “spazio claustrofobico”20. “Così la linea della frontiera non
chiude e de-finisce soltanto, ma apre alla relazione con l'altro, senza
tuttavia volerlo ridurre a sé”21, perché i segreti si accompagnano
senza la possibilità di essere annullati, “è necessario pensare la linea
come quel tratto che separando unisce e de-finisce i differenti,
consegnandoli alla loro in-finita differenza. Colui che come il poeta
soggiorna in prossimità della frontiera, chi vive ai margini, sa meglio
di chiunque altro che solo attraverso lo s-confinamento nell'estraneo
si può fare esperienza di ciò che è proprio”22.
Solo aprendoci, vagando, viaggiando, sperimentando con la
curiosità dei fanciulli possiamo soggiornare e abitare la soglia, porci
nell'ascolto libero e puro dell'Altro, averne così rispetto e donandogli
il nostro rispetto. É necessario diventare, come lo Zarathustra di
Nietzsche, dei vagabondi, degli astri lucenti, degli astri d'oro com'è
il profeta dell'oltreuomo23, imitando l'esempio della cometa per
Carlo Michelstaedter, che risponde alla Terra che le da, con tono
dispregiativo, della vagabonda: “Meglio non guardare dove si va
che andare solo fin dove si può vedere” e ancora: “Meglio non far
attenzione che attender sempre ciò che non vien mai”24. Imparare
ad essere un po' più comete che pianeti. Avere la propria casa nel
nostro essere-a-casa, ma non una dimora claustrofobica. Imparare
dai greci, perché “il limite […] non chiude più di quanto non apra,
è esposizione ad un'alterità che contribuisce a segnare il tracciato.
Linea di confine in quanto chiusura/apertura, dentro/fuori, identità/
differenza da pensarsi insieme. L'altro, lo straniero non abita
altrove, oltre il confine. Io non abito qui, al di qua di esso. Nessuno è
veramente mai 'a casa' quando soggiorna «alle porte / della foresta»25.
L'uomo che abita la soglia si fa soglia lui stesso in quanto limite
– segreto – però, allo stesso tempo, frontiera verso l'altro, aperta
all'incontro e alla differenza; si fa tollerante perché la soglia –
frontiera – è il luogo della tolleranza e rispetto del segreto. “L'uomo
facendosi soglia, può fondare una società in cui la passione e il
conflitto cessino di essere distruttivi e si trasformino in una energia
positiva”26. L'uomo così divenuto si fa calice colmo di potenza ed
energia creative, in grado di fondare e mettere le basi per una nuova
civiltà dell'altro-segreto-a-venire. La soglia – frontiera – è il luogo
dell'Orrore, dove si incontra il mistero e il misterioso, l'Altro e la
sua Alterità, le forme nella loro infinità di possibilità e stato d'essere,
è dove noi ci poniamo in ascolto della sublimità violenta del canto
della differenza e della natura, è la via di città, il Passage, in cui
dobbiamo imparare ad abitare per vivere e ri-con-struire la nostra
frantumata e macerata Modernità.
È “il luogo in cui i nostri gesti si svolgono e si inseriscono
armoniosamente nello spazio e suscitano la loro cronologia, il
luogo in cui tutti i nostri esseri sparsi camminano affiancati e in
cui è abolito ogni divario, il luogo magico dell'assoluto e della
trascendenza in cui la parola è canto, in cui l'andatura che è danza
non esiste sulla Terra, ma noi camminiamo verso di esso”.
Aprirci per porre nuovi mattoni sulle fondamenta della storia umana
affinché si possa innalzare una nuova Casa da abitare, che noi
comunemente chiamiamo Mondo, vivendo un nuovo Nomos.
Un dolce navigare / naufragare tra le isole dell'Arcipelago.

19 C. Resta, Il luogo e le vie; geografie del pensiero in Martin Heidegger, Franco Angeli,
Milano 1996, pp. 98,99. Si tenga ben presente per il proseguo dello svolgimento della riflessione
questa opera della Resta.
20 Cfr. C. Resta, ibidem.
21 C. Resta, ivi, p, 99.
22 Ibidem.
23 Ricordiamo che la parola “Zarathustra” in italiano è comunemente tradotta con “stella
d'oro”.
24 C. Michelstaedter, Il dialogo della salute e altri dialoghi, a cura di S. Campailla, Adelphi,
Milano 1988, p. 113.
25 C. Resta, Il luogo e le vie, cit., p. 101.
26 F. Rella, Miti e figure del mondo moderno, cit., p. 130.

34
LA NOZIONE DI FILOSOFIA
CRISTIANA IN JACQUES
MARITAIN

Di Giovanni Covino

I
l piccolo, ma denso scritto Sulla filosofia cristiana del filosofo
Jacques Maritain (1882-1973) è il frutto di una conferenza
tenuta all’Università di Lovanio, e si apre con due domande
che investono i più importanti problemi speculativi, quelli
riguardanti la natura della filosofia e il valore intellettuale della
fede.
Il filosofo francese si chiede infatti: esiste la filosofia cristiana? È
concepibile? Innanzitutto, per risolvere tale questione, bisogna tener
presente due differenti soluzioni: la prima tende a non riconoscere
alla filosofia un carattere autonomo nei confronti della fede religiosa,
e cioè «la filosofia, nella misura in cui è dottrina di verità, postuli di
per sé la fede cristiana, o almeno qualche anticipazione della vita di
fede, e che, anzi, la distinzione fra una sapienza puramente naturale
e una sapienza dello Spirito Santo sia una specie di bestemmia1»
; la seconda soluzione invece giudica che «la filosofia, in quanto
distinta dalla fede, non abbia nulla a che vedere con questa, se non
in maniera del tutto estrinseca, sicché la nozione di filosofia cristiana
sarebbe una nozione non solo complessa, ma bastarda»2. Per uscire
da questo imbarazzo circa il rapporto tra filosofia e cristianesimo e
dare legittimità alla nozione di filosofia cristiana, con il solito aiuto
di Tommaso d’Aquino, Maritain precisa il principio da cui farà
discendere la sua soluzione: «è la distinzione classica tra l’ordine dello
specifico e l’ordine della condizione in atto, o ancora, ed è a questi
termini che noi ci atterremo, tra la natura e lo stato.3» Per quanto
riguarda la natura, essa è determinata dall’oggetto a cui la filosofia
si rivolge e poiché la specificazione della filosofia dipende tutta dal
suo oggetto, e poiché questo oggetto è di ordine del tutto naturale,
la filosofia presa in sé stessa deriva dai medesimi criteri intrinseci
strettamente naturali o razionali, e che pertanto la denominazione di
cristiana applicata a una filosofia non si riferisce a ciò che costituisce
questa nella sua essenza di filosofia. Questa considerazione sulla
filosofia, ovviamente, si sofferma sulla sua pura essenza astratta,
ma non bisogna, tuttavia, dimenticare che chi fa filosofia è sempre
un uomo e che lì dove non c’è più l’uomo, non c’è più la filosofia. In
questo senso è chiaro, dunque, che la considerazione della filosofia
nella sua pura essenza astratta, non basta più, ma necessita la
considerazione dello stato, ovvero del fatto che la filosofia è esercitata
da un individuo. Infatti se la scienza, in senso stretto, non conosce
stati differenti, al contrario la filosofia, in quanto sapienza, da cui,
in parte, dipende il nostro stesso destino sulla terra, non può non
tenerne conto: «non occorre essere cristiani (benché il cristiano
sappia meglio queste cose, perché sa che la natura è vulnerata), per
essere persuasi che la nostra natura è debole, e che nel regno della
sapienza – proprio perché essa è difficile – l’errore è
per noi più frequente che mai»4, e proprio per questo è
ragionevole che la filosofia e la persona che filosofa sia L’attività filosofica, nello
dall’interno (rafforzamenti soggettivi), sia dall’esterno stato cristiano, riceve
(apporti obiettivi) venga aiutata, ma non per questo la rafforzamenti soggettivi, e in
filosofia è negata nella sua essenza. Quindi da un lato ci primis l’amore per la verità
troviamo, nello stato cristiano della filosofia, dinanzi a che evita l’assolutizzazione
degli oggetti che fanno parte del campo naturale, ma che della ragione, propria del
i filosofi non avevano riconosciuto in maniera esplicita, razionalismo moderno,
come nel caso della nozione di creazione, di natura, di evitando la riduzione della
Dio come l’Essere stesso sussistente, «a loro riguardo c’è filosofia ad ideologia. In
veramente un apporto positivo che la ragione ha ricevuto questo senso la filosofia
dalla rivelazione, e noi diremo con Gilson: rivelazione trova il suo giusto posto,
generatrice di ragione»5. Dall’altro lato, invece, l’attività non sapienza separata ma
filosofica, nello stato cristiano, riceve rafforzamenti in comunicazione con
soggettivi, e in primis l’amore per la verità che evita gli ordini superiori della
l’assolutizzazione della ragione, propria del razionalismo teologia e della sapienza
moderno, evitando la riduzione della filosofia ad mistica.
ideologia. In questo senso la filosofia trova il suo giusto
posto, non sapienza separata ma in comunicazione con
gli ordini superiori della teologia e della sapienza mistica.
«L’avvento del cristianesimo ha spostato dal suo seggio la
sapienza dei filosofi, per esaltare sopra di essa la sapienza
teologica e la sapienza dello Spirito Santo. Se la filosofia riconosce
quest’ordine, la sua condizione nel soggetto resta fondamentalmente
cambiata. Noi pensiamo che in ogni grande filosofia ci sia
un’aspirazione mistica, assai capace peraltro di spostarla dal suo asse.
Nell’ordine cristiano, la filosofia sa di potere e di dovere approfondire
questo desiderio, ma non sarà esso ad appagarlo, essa è tutta orientata
verso una sapienza superiore, e ciò la stacca da sé stessa e le toglie un
poco della sua pesantezza.»6 In questo senso

1 J. Maritain, Sulla filosofia cristiana, Vita e pensiero, Milano 1978, pp. 23-24. Il dibattito
vedeva oltre alla presenza di Maritain, anche quella di Henri Bréhier, Léon Brunschvicg, Etienne
Gilson e Blondel. Per una sintesi delle diverse argomentazioni si rimanda a A. Livi, J. Maritain,
filosofo cristiano in Studi cattolici 1979, pp. 883-884.
2 Ivi, pag. 24
3 Ivi, pag. 34
4 Ivi, pp. 40-41
5 Ivi, pag. 42
6 Ivi, pag. 51

35
la fede guida o orienta la filosofia, veluti stella retrix, senza per
questo ledere la sua autonomia, e che quindi conduce l’uomo ad
una conoscenza purificata, per quanto riguarda gli oggetti naturali,
e ad un ampliarsi della conoscenza grazie alla rivelazione di
verità inaccessibili alla semplice ragione umana. In questo senso è
possibile comprendere la vitalità della fede, il suo apporto noetico
e soprattutto la legittimità del parlare di una filosofia cristiana,
espressione che non designa semplicemente un’essenza ma un
complesso: un essenza presa sotto un certo stato che, sicuramente –
osserva Maritain – reca con sé una certa imprecisione – in seguito
(nella sua ultima opera Approches sans entreves) l’espressione
filosofia cristiana verrà sostituita – ma ha comunque un riferimento
reale, riferimento che non è concretizzato in una dottrina
determinata (anche se trova sicuramente in Tommaso d’Aquino
la sua più alta espressione), ma «è la filosofia stessa in quanto
posta in quelle condizioni di esistenza e di esercizio assolutamente
caratteristiche in cui il cristianesimo ha introdotto il soggetto
pensante, sicché essa vede certi oggetti, stabilisce validamente
certe asserzioni che in altre condizioni sfuggono più o meno.» E
così Maritain può dire, con Gilson, «i due ordini restano distinti,
benché la relazione che li unisce sia intrinseca.».7 La relazione che
li unisce è intrinseca perché è proprio della filosofia aspirare a
conoscere meglio possibile i suoi oggetti: è l’amore per la verità che
conduce la filosofia a poter accogliere, senza negarsi, il contributo
noetico della fede. È proprio questo desiderio di conoscere la
verità alla radice di ogni esperienza filosofica, desiderio che non
può mancare, pena la caduta della filosofia stessa in ideologia. È
per tale ragione che la filosofia, nello stato cristiano, raggiunge le
vette più alte del sapere, e si avvicina sempre più al vero evitando
quel dramma di cui Maritain parla nelle ultime pagine del testo;
infatti – dichiara il filosofo – non è difficile per una filosofia «essere
drammatica, è sufficiente che si abbandoni al suo peso umano. Ma
ci sono due modi per una filosofia per non essere drammatica:
quello di misconoscere il dramma della vita umana, e quello di
conoscerlo troppo bene.» E a questo punto Maritain esalta ancora
una volta il tomismo come esempio più alto della filosofia cristiana,
affermando: «Il secondo [il secondo modo che ha una filosofia per
non essere drammatica] è a nostro avviso il caso del tomismo. Non
è stato solo a prezzo di un’ascesi rigorosa che il pensiero educato
dal medioevo ha imparato a situarsi nell’ordine della verità sola e
immacolata, ma anche grazie ad un amore propriamente cristiano
del carattere santo della verità.” Dunque “quando diciamo che lo
stato cristiano della filosofia è uno stato superiore o privilegiato, è
anzitutto e soprattutto perché solo in tale stato la filosofia può avere
un rispetto plenario e universale – e così riconoscergli una origine
sovraumana – della santa verità.»8

Giovanni Covino

7 Ivi, pag. 54
8 Ivi, pp. 74-75
UNA RIFLESSIONE STORICO-
FILOSOFICA SUL CONCETTO DI
DEMOCRAZIA

Di Francesco Colaci

I
l termine “democrazia” è probabilmente uno dei più abusati al
giorno d’oggi, se non uno dei più antichi al mondo. Esso, com’è
risaputo, deriva dal greco e significa “governo del popolo”(da
δῆμος e Κρατος) , e spesso rievoca un sentimento positivo
di solidarietà, di uguaglianza. L’idea che siano le masse a
dettar legge, e non un solo sovrano, ha sempre affascinato il popolo
stesso. Ma, al di là del generico sentire comune, cos’è veramente
la democrazia? Quali meccanismi la rendono tale? Quando,
effettivamente, è possibile dire che essa vi sia? Per affrontare la
questione prendiamo in esame gli “esempi democratici” susseguitisi
nel corso della storia e le teorie filosofico-politiche di alcuni
pensatori.
La storiografia ufficiale individua, a partire dal VI secolo a.C., un
primo modello di società a carattere popolare in Atene e altre poleis
dell’Attica. Per la prima volta un numero considerevole di cittadini
aveva la facoltà di prender parola nell’assemblea (Ἐκκλησία),
organo più importante dal punto di vista decisionale. Dunque si
potrebbe asserire che vi fosse, in quel contesto, una sorta di modello
egualitario, fondato sul rispetto dei diritti civili e su una politica
aperta a tutti, dal momento che, per la prima volta nella storia, fu
applicato il metodo elettivo. Tuttavia, Socrate criticò la democrazia
ateniese, in quanto basata, per quanto concerne le cariche più
importanti, sul sorteggio e non sulla competenza del singolo
individuo, sostenendo che il potere debba essere affidato ai più saggi.
Da qui Platone trasse lo spunto e teorizzò un governo formato da
filosofi, i quali, conoscendo le idee, dunque il bene e le virtù, sono
naturalmente portati ad applicarle nella sfera dello Stato. Tutto ciò,
infatti, è descritto in una delle sue opere più note, La Repubblica,
nella quale egli immaginava la città ideale, una collettività in cui, se
pure idealmente, veniva abolita, per la prima volta, la concezione
dell’indissolubilità del legame tra politica e potere economico. Per il
filosofo, dunque, era di vitale importanza che il Reggitore, il Saggio,
insieme alla classe dei Guardiani (l’esercito), sia tenuto lontano da
qualsiasi forma di avidità pecuniaria o materiale (proprietà privata
compresa), poiché la sua unica nobile occupazione e preoccupazione
avrebbe dovuto essere necessariamente l’amministrazione
della cosa pubblica. Si potrebbe attribuire a Platone la prima
teorizzazione politica di una società dai tratti “socialisti”. Un’ultima
fondamentale anomalia, individuata nella polis democratica, era
la mancata partecipazione alla vita politica, oltre che delle donne,
della stragrande maggioranza del “sottoproletariato” urbano: gli
schiavi, i meteci (gli stranieri residenti in città) e gli iloti (i cittadini
semiliberi).
Un altro esempio fondamentale di democrazia nell’antichità è
rappresentato dal periodo della Roma Repubblicana (509-30
a.C.), nel quale venne a formarsi e a consolidarsi una forma
di governo in cui i cittadini prendevano parte attivamente alle
decisioni della res publica, determinando la scelta delle varie
cariche politiche (consoli, censori, tribuni, questori, pretori)
che rappresentavano i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario.
Si trattava, però, di un sistema che nell’assegnazione dei ruoli
di prestigio favoriva il patriziato romano a scapito della plebe
(venivano tenuti in considerazione le proprietà e il reddito del
singolo). Solo successivamente vennero introdotte riforme che
attribuivano uguali diritti di partecipazione civile (si pensi che
fino al 351 a.C. solo i patrizi potevano diventare censores).
Inoltre, pur lasciando ampia autonomia governativa alle regioni
assoggettate, i popoli subordinati all’Impero non avevano voce in
capitolo nell’amministrazione dello stesso.
Con i comuni europei (tra cui quelli italiani) che rivendicavano
la propria autonomia politica rispetto al potere imperiale
o ecclesiastico, abbiamo un vero e proprio scontro di una
borghesia mercantile con i poteri preesistenti: ciò fu dovuto
all’intensificarsi dei commerci e alla nascita di un ceto medio su
scala continentale, che intendeva esercitare un maggiore potere
sia nella sfera politica, sia nella sfera economica. L’opposizione
“democratica” all’autorità religiosa o imperiale era eterodiretta dagli
interessi della borghesia.
Se dall’antichità fino al medioevo vigeva un concetto di democrazia
legato a una concezione egualitaria, si assiste, nel ‘600, a una fase di
transizione verso lo Stato moderno occidentale. L’inizio di questo
processo è facilmente individuabile negli eventi della Rivoluzione
Puritana, della Rivoluzione Inglese (1688), per cui fu aperta la
strada a tutte le idee di libertà borghesi, (si pensi all’allargamento
del suffragio), e fu proclamata la superiorità del Parlamento sul
Re: erano tutti principi ispiratori delle future democrazie liberali.
Da qui, infatti, derivava il pensiero costituzionalista settecentesco
di Montesquieu, basato sulla divisione dei tre poteri legislativo,
esecutivo e giudiziario. Tuttavia, il fattore che probabilmente
caratterizzò di più il periodo di questa mutazione della concezione
democratica europea, è il cosiddetto processo di accumulazione
primitiva; il XVII secolo, infatti, segna l’età d’oro dei commerci
coloniali, per cui ingenti quantità di oro, argento e altre risorse
minerarie, provenienti dalle Americhe, raggiunsero il Vecchio
Continente, coadiuvando lo sviluppo delle basi di una società
capitalistica. Ciò, ancora una volta, portò all’allargamento consistente
di un emergente ceto sociale borghese, già da tempo detentore
di punti nevralgici delle economie nazionali (si pensi alle grandi
compagnie per il trasporto delle merci). Ecco, dunque, come
l’elemento sociale si intreccia nuovamente con quello produttivo,

37
dimostrando come, successivamente, vista l’esigenza di nuove
legislazioni per una maggiore liberalizzazione del mercato
internazionale, lo strapotere delle “antiche corone” iniziò a
risultare scomodo ai grandi magnati del commercio, come nel
caso dell’Inghilterra, primo esempio di “democrazia liberale”
nella storia europea (seguita dalla Francia dopo il 1789). Iniziò,
da allora, a forgiarsi quell’immaginario collettivo, tipico delle
società occidentali, che ha portato all’implacabile vizio di associare
a un governo di volontà popolare (propriamente democratico),
l’immancabile sistema economico capitalista. Un sistema che
economisti quali Adam Smith hanno elaborato e sostenuto, sia a
livello teorico, sia a livello politico.
Occorrerà aspettare la metà del XIX secolo, quando il più
grande teorico dell’economia, Karl Marx, smaschererà le grandi
contraddizioni che caratterizzavano la società democratica del
libero mercato: una società espressione della volontà di una classe e
non del popolo nella sua interezza, fondata sullo sfruttamento delle
masse lavoratrici a vantaggio di pochi industriali. Il progetto dello
studioso tedesco fu colossale quanto innovativo; la confutazione
dell’infallibilità del dogma democrazia-mercato (frutto
dell’insuperata analisi economica redatta nell’opera Il capitale del
1867), in nome di una nuova teoria economica e politica che, per
la prima volta nella storia, poneva al centro del suo programma
la lotta del proletariato per l’abolizione delle classi e del modello
di sviluppo capitalista: il comunismo ( il cui Manifesto del Partito
Comunista vedrà la luce nel 1848).
Opere queste che senza dubbio cambieranno il corso della storia,
con l’avvento della Rivoluzione d’Ottobre e delle successive
repubbliche socialiste; nel 1917, per la prima volta nella storia
dell’umanità, con la presa del Palazzo d’Inverno, il rovesciamento
del vecchio ordine e la presa del potere ad opera dei bolscevichi,
veniva messo in discussione il concetto classico di democrazia:
Lenin, teorico e rivoluzionario, aveva dimostrato che un nuovo
mondo era possibile, un mondo in cui il principio socialista e
democratico (in una prospettiva di radicale rottura col significato
occidentale) traeva la propria linfa vitale da classi autenticamente
popolari (operai e contadini), rovesciando le concezioni
imperialiste della guerra con il trattato di Brest-Litovsk (1918), ma
soprattutto i rapporti di lavoro servo-padrone. Dinanzi a queste
novità, l’Europa “progredita” e “progressista” dei primi del ‘900
veniva tradita dall’ipocrisia delle sue stesse parole, tremando per
le reazioni che gli eventi avrebbero scatenato nella classe operaia e
proletaria del continente. In effetti, ciò che ne conseguì, se non una
rivoluzione, fu la conquista di maggiori diritti in ambito lavorativo,
sociale ed economico (si pensi alle grandi mobilitazioni dei
lavoratori e degli studenti avvenute tra gli anni ‘50 e ‘70), dovuta
alla nuova fermentazione ideologica che caratterizzava i movimenti
sociali. È qui che finalmente si affermava la ferrea contrapposizione
tra la “democrazia borghese, capitalista e imperialista” e la
“democrazia operaia, socialista e internazionalista”. Un dato di
fatto che si consolidò con l’avvento delle repubbliche popolari
dell’Europa dell’Est, del Sud America e del Sud-Est Asiatico,
nonostante le difficoltà economiche e politiche attraversate da
queste ultime.
Dagli anni ‘80, invece, con la crisi del sistema bipolare che
vedeva USA e URSS contendersi l’egemonia globale, iniziarono
a riscontrarsi i primi mutamenti dell’ordine mondiale, con il
crollo prossimo dell’Unione Sovietica (1989) e degli altri sistemi
socialisti. Ciò ebbe un’inevitabile ricaduta a livello
politico, dunque ideologico. Il movimento operaio
internazionale usciva sconfitto in numerose battaglie
Dovremmo, dunque, importanti e iniziava ad alimentarsi un dibattito interno
avere il coraggio alle maggiori forze d’ispirazione marxista a livello
di affermare che globale. Un caso emblematico è quello italiano, in cui si
la democrazia è ebbe la “transizione” o trasformazione identitaria del ben
autentica quando essa noto Partito Comunista Italiano. Questa metamorfosi
sia incompatibile con comportò, tra l’altro, l’adesione a principi democratico-
il capitalismo. liberali, dunque a una politica economica apertamente
liberista, fortemente in contrasto con quelli che erano
stati i valori del socialismo italiano (si chiameranno
infatti Democratici di Sinistra). Anche nel contesto
est-europeo, tra l’‘89 e il ‘91, si ebbe questo processo di
riconversione ideologica, che condusse a un drastico
cambiamento nell’opinione pubblica mondiale, sempre più tesa
a sostenere un modello di sviluppo di stampo americano più che
sovietico. Ed ecco che, negli anni ‘90, crollato il mondo bipolare,
il sistema capitalistico, attraverso le pressioni statunitensi, poté
prepotentemente affermarsi nel mondo, imponendo forme
economiche e di governo più confacenti al suddetto modello,
attraverso quelle “democrazie” che conosciamo tutt’oggi: nuovi
governi, come quelli balcanici ex sovietici, retti da personaggi
politici fortemente invischiati con la finanza internazionale e la
mafia locale. Nuove realtà dove un’elite borghese è fautrice della vita
politica, e dove gli operai e le classi sociali più povere non hanno
voce in capitolo. Realtà in cui sono le multinazionali a imporre
sistemi legislativi agli stati nazionali, e non viceversa. Fatto,
questo, che sta accadendo oggi in Europa, un continente in cui
sono organismi come la BCE e l’FMI a dettare legge sulle agende
politiche dei rispettivi paesi, a influenzare la crescita o la debolezza
del consenso popolare di determinate forze. Tutto frutto di una
plutocrazia occulta che mira a una globalizzazione capitalistica
delle risorse umane ed economiche.
Sulla base di quest’analisi storica delle fasi dell’evoluzione
democratica non si può che riscontrare un dato di fatto: la
democrazia è diventata, oggi, una parola intesa comunemente in
senso positivo, ma che cela un dogma; il dogma della presunzione
occidentale di ritenere che un mondo dominato dall’economia di
mercato sia l’unico possibile, un mondo dove i diritti e la dignità
dell’uomo sono ridotti alla produzione e al consumo dei beni, e non
riguardano la vita stessa. Dovremmo, dunque, avere il coraggio di
affermare che la democrazia (intesa come governo socialista del
popolo, non come difesa degli interessi di una classe privilegiata),
è autentica quando essa sia incompatibile con il capitalismo, che
invece non fa che condurre alla mercatocrazia e alla cancellazione
della politica come espressione diretta della comunità.
Marc Chagall, La Rivoluzione d'Ottobre.

38
L'OPERAIO
Di Aleksandr Dugin

Traduzione a cura di Daniele Cocice

E
rnst Jünger è un prominente scrittore tedesco
contemporaneo, il cui destino politico e letterario
rappresenta un classico simbolo di tutto ciò che nella
cultura Europea del XX secolo fu avanguardista, vivace e
non conformista. Partecipante e spettatore delle due guerre
mondiali, uno dei maggiori teorici della Rivoluzione Conservatrice
Tedesca degli anni 1920-30, ispiratore del socialismo nazionale,
dopo che Hitler andò al potere resto mutò come “dissidente di
destra”, sopravvivendo alla disfatta ufficiale durante il governo
totalitario Nazista, solo per essere ostracizzato dai vincitori durante
la campagna di “de-nazificazione”, il cui talento e la profondità di
pensiero gli concessero di superare la parzialità dei “democratici”.
Oggi, Jünger è considerato giustamente l'emblema del XX secolo, un
portavoce non solo della “generazione perduta” ma anche del “secolo
perso”, che fu pieno di lotte appassionate e drammatiche degli ultimi
spasmi sacri della vita nazionale contro la soffocante profanità della
contemporanea universalità tecnocratica.
Jünger è autore di molte novelle, saggi, articoli e racconti brevi.
Egli è diverso, versatile, complesso e ad un tempo contraddittorio e
paradossale. Ma il soggetto principale dei suoi lavori rimane sempre
lo stesso – l’Operaio, centrale, pressoché un personaggio metafisico,
di cui l'evidente e latente presenza è sentita in ognuno dei suoi scritti.
Non è una coincidenza che il più conosciuto e concettuale dei suoi
libri, su cui ha lavorato e che ha riscritto più volte nel corso della sua
vita, si chiami “L’Operaio”.
L’Operaio, Der Arbeiter, è il modello centrale di tutte quelle tendenze
politiche, artistiche, intellettuali e filosofiche che, nonostante
la loro diversità, sono collegate con il concetto di “Rivoluzione
Conservatrice”. L’Operaio è l'eroe principale della Rivoluzione, il
suo soggetto, il suo perno esistenziale ed estetico. Stiamo parlando
di un particolare modello di uomo moderno che in una delle
esperienze più critiche della realtà profana, trovandosi nel cuore di
un meccanismo tecnocratico senza anima, nelle viscere di ferro della
guerra totalitaria o dell'infernale lavoro industriale, al centro del
nichilismo del XX secolo, trova in sé stesso un fulcro misterioso, che
lo porta verso l'altra parte del “nulla”, verso gli elementi di sacralità
interiore risvegliatisi spontaneamente. Attraverso l'intossicazione del
nuovo mondo, l’Operaio di Jünger percepisce l'immobilità raggiante
del Polo, cristallo freddo di obbiettività, nel quale la Tradizione e lo
Spirito appaiono non come qualcosa di antico e superato, ma Eterno,
come l'eterno ritorno dell’Origine senza tempo. Il lavoratore non è
né un conservatore né un progressista. Egli non è un difensore del
vecchio né un apologeta del nuovo. Egli è il Terzo Eroe, Terzo Eroe
Imperiale (così come sostiene Niekiesch), il nuovo Titano, in cui,
attraverso l'estrema concentrazione del modernismo nella sue forme
più velenose e traumatiche, attraverso il caos industriale e frontale,
si apre ad un aspetto speciale e trascendente che lo mobilità per un
atto metafisico ed eroico. Gli Operai sono persone delle trincee, delle
fabbriche, “nomadi dell’asfalto”, deprivati dell’eredità nella civiltà
tecnocratica, accettano la sfida di spaccare la realtà e di ammassare
nelle loro anime energie speciali per una grande ribellione, tanto
brutale ed oggettiva quanto la natura aggressiva dell’ambiente
industriale-borghese. Ernst Jünger è il creatore del concetto politico-
ideologico della “mobilitazione totale”, che divenne la base teoretica
e filosofica per molti movimenti conservatori e rivoluzionari. La
“mobilitazione totale” è la necessità di un risveglio generale della
nazione allo scopo di costruire una nuova civiltà, nella quale Eroi e
Titani, portatori della fiamma della Rivoluzione Nazionale, nascano
volontariamente dagli abissi dell'alienazione sociale.
Ma, in accordo con Jünger, la “mobilitazione totale” delle masse, delle
nazioni e delle persone è basata su di un'unica e speciale esperienza
esistenziale, senza la quale la Rivoluzione o si trasformerebbe in una
forma materialista e degenerata o altrimenti verrebbe rianimata dagli
inerziali e farisaici conservatori. Ecco perché l'aspetto esistenziale
ha la priorità nei lavori di Jünger, i quali mostrano un'intera
galleria di “terzi eroi” (come in “Nelle tempeste d’acciaio”, “Il cuore
avventuroso”, “Sulle scogliere di marmo”, “Il trattato del ribelle”,
“Heliopolis”, ecc.) che seguono la via della Rivoluzione interna,
esplorando le forme più estreme e rischiose – guerra, misticismo,
droghe, erotismo, stati psichici di confine. La formula di Nietzsche
“ciò che non mi uccide, mi fortifica” è il credo di Ernst Jünger, sia
nella sua letteratura che nella vita. Proprio come i suoi personaggi, lui
beve tranquillamente champagne.
Nel 1995, Ernst Jünger compì 100 anni. Ma il tempo non è imperioso
nei confronti del suo intelletto cristallino e del suo abbagliante
talento. In una lettera indirizzata all'editore della rivista belga
"Antaios", Christopher Gerard, Jünger scrisse: “il XXI secolo sarà il
secolo dei Titani, e il XXII - il secolo degli Déi”.
Queste parole contengono un breve riassunto del lavoro creativo di
un grande scrittore, Operaio, ed eroe contemporaneo, Ernst Jünger.

39
della sua natura egocentrica che si riflette anche nell’esclusivismo
dell’appartenenza confessionale.
Naturalmente alcuni avvenimenti storici possono non coincidere con
quelli previsti da altre teologie, ma il Logos che le ha generate è Dio
stesso che si pone al di sopra della storia; è cioè “metastorico” cosi
come è propriamente “metafisico”, è “il punto di Vista di Dio stesso”
PER UN'INTESA TRA LE al di sopra di ogni logica, perfino quella “teologica”, nella quale si è
manifestato nel tempo e nello spazio che, per dirla con René Guénon,
ORTODOSSIE del quale mi onoro di portare il primo nome islamico, rappresentano
insieme le dimensioni del simbolismo della Croce.
Per rifarci a questo stesso simbolismo vorremmo considerare la croce
Dello Shaykh ‘Abd al-Wahid Pallavicini ortodossa, che nella sua accezione di rappresentare la verità insita in
ogni rivelazione rivelata e pertanto “relativa”, comporta non due ma
tre dimensioni, e a quelle della lunghezza e della larghezza aggiunge
Dagli atti del convegno “Tradizione e ortodossie” organizzato da quella dell’altezza, o meglio quella della “profondità”, richiamando
Millennium a Torino il 26 ottobre 2012. così quella Pax Profunda, o “Grande Pace”, che un “Santo Sufi

L
del XX secolo” auspicava per chi volesse ancora in questi tempi
ultimi penetrare il senso della “tridimensionalità” presente anche
a nostra presunta civiltà occidentale moderna – non più nell’universalità dello stesso monoteismo abramico.
teocentrica o teocratica come tutte quelle tradizionali del
passato – sembra caratterizzata dalla perdita del senso delle Per concludere vorrei rifarmi a quanto richiesto da questo
parole, e non certo soltanto del loro significato etimologico, stesso Santo musulmano, a chi fra i soliti “dottori della legge” lo
ma anche di quello inerente a una effettiva comprensione rimproverava perché il suo tasbih, il suo rosario, sembrava assumere
della realtà che ci circonda. la forma di una croce: “E noi”, disse, allargando le braccia all’altezza
delle spalle, “a quale forma vi sembriamo assomigliare?”.
Oggi, la verità che si nasconde dietro il velame delli versi strani,
diceva il nostro sommo poeta Dante, può forse ancora essere
intesa tramite l’etimologia delle parole di cui si è perso il senso:
così “cattolico” vuol dire “universale”, da versus unum, quell’Uno
verso il Quale si rivolgono le “Persone”, pros-opon in greco, della
Trinità cristiana, e “ortodosso” è colui che segue la regola dei precetti
religiosi di una rivelazione di Dio, mentre la vera religione, dal latino
religo, è quella che può ancora ricollegare l’uomo a Dio.
Per non parlare poi di parole derivate da lingue dette
“incomprensibili” come l’arabo, ignorando, per esempio, che islâm
oltre che “pace” significa “sottomissione alla volontà di Dio”; Dio, e
non, come si legge a volte ancora nei giornali italiani, “Allâh”, dove
quest’ultima parola non viene volutamente tradotta per suggerire la
falsa concezione di un “dio arabo”, mentre, si tratta della contrazione
dell’articolo “il” e della parola “dio” (nomen-numen), di al, il nostro
“il” e da ilaha, “Dio”, che l’etimologia tradizionale riconduce fra l’altro
a ila-hu, che vuol dire “verso di Lui”.
Non diversamente si opera quest’ultimo sdoppiamento nel caso del
termine greco pros-opon, che significa “sguardo rivolto verso [di
Lui]”, ma che è stato tradotto in latino con la parola persona, quella
“maschera” che permetteva agli attori di ampliare il suono della voce
(per-sonare).
Parola questa che verrà a indicare in Occidente gli aspetti, le
“ipostasi”, della Trinità cristiana e che costituisce il metodo della
confraternite sufi ortodosse per far risuonare in sé (per-sonare) il
nome di Dio, del Dio, Allah, cosa che corrisponde alla preghiera di
Gesù nell’ambito delle comunità cristiane ortodosse dell’Esicasmo.
E Colui che ne rappresenta la seconda Persona e l’aspetto centrale e
“cruciale”, Gesù, dopo aver chiesto a Dio: “Allontana da me questo
amaro calice”, si è rivolto a Lui, (“pros-opon”, “ila-hu”) per dire: “Sia
fatta la Tua volontà” (Lc XXII, 42), frase che per noi musulmani
italiani dà proprio il senso di ciò che è il vero Islâm.
Ed è invece proprio questo rivolgersi dello “specchio” umano verso
la luce che fa di lui un riflesso, la “maschera del Suo Volto”, la sola
creatura “fatta a immagine e somiglianza di Dio”, ‘alâ sûratiHi,
“secondo la Sua Forma”, come dice il Sacro Corano.
Ancora etimologicamente, piuttosto che di un dialogo che richiama
preoccupanti assonanze con “colui che divide”, bisognerebbe parlare
di “trialogo”, dato che tre sono le Rivelazioni del monoteismo
abramitico, e oggi ricorre proprio la “festa del Sacrificio” di Abramo,
ma io preferisco parlarvi di un monologo, quello che è stato
indirizzato in luoghi, tempi, forme e popoli diversi dall’Unico Dio, lo
stesso per noi tutti.
L’Islam infatti non è la terza rivelazione del monoteismo abramico e
lo stesso Monoteismo “abramico” non risale ad Abramo, ma è sempre
stato tale, e cioè “monoteista”, anche prima di lui, in quanto Dio non
ha mai cessato di essere “Uno”, per tutti gli uomini della terra, o per
lo meno per coloro che vogliono accettare di essere a Lui sottomessi.
È questo il significato della parola “Islam”, che indica la sottomissione
al Dio Unico, così come “musulmani” sono letteralmente tutti coloro
che a Lui si sottomettono, anche se possono essere chiamati “Ebrei
o Cristiani”, o, ancora, appartenere a una delle religioni ortodosse
precedenti.
«Io ero Profeta quando Adamo era ancora tra l’acqua e l’argilla»,
afferma infatti il Profeta, cosa che riecheggia le parole di Gesù Cristo:
«Prima che Abramo fosse, Io sono», perché l’immortale “Spirito di
Dio”, come noi musulmani chiamiamo Gesù, non può non essere
stato presente ancora prima della creazione del mondo, per infondere
negli uomini la coscienza che anch’essi sono stati fatti «a immagine e
somiglianza di Dio».
È proprio questa somiglianza a permettere agli uomini di potersi
identificare con l’assoluta Presenza Divina tramite le ritualità
prescritte dalle varie religioni che si sono succedute nello scorrere dei
tempi, in modo da rinnovare la possibilità di quella Conoscenza che
resta l’unico scopo della vita umana su questa terra.
Ma quale conoscenza? La Conoscenza di Dio! Perché «Se Dio si
è fatto uomo», come ci ricorda un detto del Cristianesimo delle
origini, mantenutosi ancora nella dottrina della Chiesa Orientale
Ortodossa, è proprio perché «…l’uomo si faccia Dio», non certo con
l’affermazione dell’individualità umana, ma con l’estinzione

40
CRISTIANESIMO INTEGRALE E
RICONCILIAZIONE

Di Andrea Virga

Dagli atti del convegno “Tradizione e ortodossie” organizzato da


Millennium a Torino il 26 ottobre 2012.

«
Perciò il santo Concilio esorta tutti, ma specialmente quelli
che intendono lavorare al ristabilimento della desiderata piena
comunione tra le Chiese orientali e la Chiesa cattolica, a tenere
in debita considerazione questa speciale condizione della
nascita e della crescita delle Chiese d'Oriente, e la natura delle
relazioni vigenti fra esse e la Sede di Roma prima della separazione, e
a formarsi un equo giudizio su tutte queste cose. Questa regola, ben
osservata, contribuirà moltissimo al dialogo che si vuole stabilire.»
(Unitatis Redintegratio, § 14).
Separati alla nascita
Per comprendere appieno il rapporto tra il cristianesimo orientale,
in particolare quello ortodosso, e il cristianesimo occidentale,
in primo luogo il cattolicesimo, è bene ripercorrere la storia di
questa separazione. Essa affonda le sue radici già in epoca romana,
addirittura prima della Nascita di Cristo. L’Impero Romano era
diviso in due grandi aree culturali: una orientale più popolosa, più
ricca, di antica civiltà, dove la lingua greca metteva in comunicazione
greci, asiatici, siriani, egiziani, arabi, armeni, ecc.; una occidentale
più spopolata, più barbarica, di recente colonizzazione romana, dove
prevaleva la lingua latina. Nelle metropoli orientali erano emersi i
quattro patriarcati di Costantinopoli, Antiochia, Gerusalemme e
Alessandria, mentre ad occidente, nella capitale imperiale, Roma, il
Papa guidava il Patriarcato d’Occidente. Questa distinzione culturale
fu inasprita dalla divisione politica introdotta da Diocleziano e
Costantino, e poi divenuta definitiva dopo la morte di Teodosio (395
d.C.).
Qui le strade cominciarono a separarsi: i primi Imperatori cristiani
avevano già un grande potere all’interno della Chiesa, al punto da
convocare i Concili. Questo potere fu mantenuto dagli Imperatori
bizantini, i quali erano in una posizione di superiorità nei confronti
del Patriarca di Costantinopoli, che nominavano e destituivano a loro
piacimento. (Nel frattempo, Alessandria, Gerusalemme e Antiochia
erano caduti in partibus infidelium). Viceversa, nell’Occidente
disgregato, era il Papa ad assumere una posizione di autorità nei
confronti dei litigiosi sovrani romano-barbarici. Fu sempre il Papa a
benedire e consacrare gli Imperatori romano-germanici, a partire da
Carlo Magno. D’altro canto, la risorgenza dell’Impero in Occidente
apparve sempre a Bisanzio come un’usurpazione bella e buona,
più che una translatio imperii. La lotta per l’egemonia formale
sull’Ecumene cristiana tra Bisanzio e Roma, portò dopo una serie
di fratture, allo scisma definitivo del 1054, con la separazione tra
Chiesa Cattolica e le Chiese Ortodosse.
Qualche Roma di troppo
Già pochi decenni dopo, l’Impero bizantino sentì la necessità
di ricevere aiuto dall’Occidente per fronteggiare la minaccia
dei Turchi, prima Selgiuchidi e poi Ottomani. Fu così che
nacquero le Crociate, come spedizioni di soccorso ai Cristiani
d’Oriente. Tuttavia, lo spirito di competizione tra gli stessi
Crociati e la divisione tra cattolici e ortodossi diedero presto i
loro amari frutti. La Quarta Crociata, deviata su Costantinopoli
per sostenere un pretendente al trono bizantino, si risolse in
un orrendo saccheggio della Roma d’Oriente (1204). Questo
evento alienò ogni simpatia verso il cattolicesimo da parte della
popolazione ortodossa bizantina. Tant’è che quando al Concilio
di Lione del 1274, l’Imperatore Michele VIII acconsentì a sanare
lo scisma, venne subito sconfessato dalla sua Chiesa e dal suo
popolo. Esito analogo ebbe il Concilio di Firenze del 1439,
anch’esso firmato dai legati del Patriarcato d’Oriente, ma rifiutato
poi a posteriori. Anzi, in quell’occasione, la Chiesa Russa si
distaccò da quella Greca, colpevole di eccessive aperture verso
l’Occidente.
Di lì a poco, con la caduta di Costantinopoli, il testimone passò
proprio a Mosca, il cui principe, Ivan III, genero dell’ultimo
Imperatore bizantino, si proclamò Imperatore (Czar) a sua volta,
proclamando la Russia come Terza Roma. Sulla scia dell’espansione
russa, anche l’ortodossia si espanse nel mondo slavo e in tutta l’Asia
settentrionale, sino alla Cina e all’Alaska. Contemporaneamente il
mondo cattolico portava i propri missionari in tutto il mondo, sulla
scia del colonialismo europeo. Insomma, le due Chiese presero due
direzioni diverse, l’una sempre più legata al mondo slavo orientale
e balcanico, l’altra, con la Controriforma e il Concilio tridentino,
affermava sempre più la sua vocazione universale.
In questo contesto, si verificò il fenomeno dell’uniatismo, ossia di
intere comunità ortodosse che tornavano ad essere in comunione
con Roma, e per le quali venivano create nuove Chiese Cattoliche
di rito orientale. È il caso ad esempio del Vicino Oriente, a partire
dall’epoca delle Crociate, con il Patriarcato latino di Gerusalemme; o
della Romania; o ancora della Polonia orientale, dove con l’Unione
di Brest (1596), la Chiesa Greco-Cattolica Ucraina tentò di adunare
i sudditi ucraini del Commonwealth polacco-lituano, intorno al loro
sovrano cattolico. Queste nuove Chiese, specie nell’Europa orientale,
entrarono subito in grave contrasto con le Chiese ortodosse d’origine,

41
a cui pretendevano di affiancarsi e sostituirsi, usurpando, agli occhi
degli ortodossi, la regolare successione apostolica.
La primavera conciliare darà frutto?
In epoca moderna (cioè dall’Ottocento), cominciarono a formarsi
Chiese Ortodosse anche in Occidente, sia per l’afflusso di emigranti
di religione ortodossa nelle Americhe e in Europa occidentale,
sia per le sporadiche iniziative di alcuni cristiani locali, che, per
diversi motivi, vedevano nel modello ortodosso un’alternativa sia
al cattolicesimo che al protestantesimo. Contemporaneamente,
il declino e la caduta dell’Impero Ottomano fecero sì che i
Cristiani d’Oriente tornassero ad alzare la testa. Un altro forte
impulso a questo fenomeno fu dato dalla massiccia emigrazione
dovuta all’affermarsi del comunismo in Russia e in altri Paesi
orientali. Tutti questi fattori portarono a riallacciare i rapporti tra
cattolicesimo e ortodossia e all’instaurarsi di un dialogo ecumenico
tra le parti.
Il Concilio Vaticano II diede maggiore impulso a questo processo,
con la pubblicazione del documento Unitatis Redintegratio, in cui
si affermava che la Chiesa Ortodossa, al di là delle sue particolarità
spirituali, teologiche, liturgiche ed ecclesiali, era in comunione,
seppure imperfetta, con la Chiesa Cattolica, e che tutti i suoi
Sacramenti erano validi. Da parte cattolica, è riconosciuta perciò
sia la successione apostolica, sia la possibilità per i fedeli, in caso
di necessità, di ricevere i Sacramenti (Eucaristia, Confessione,
Estrema Unzione, Matrimonio) da un sacerdote ortodosso. Si tratta
quindi di una situazione radicalmente diversa rispetto a quella del
protestantesimo, che si fonda su eresie gravi e conclamate.
Anche le scomuniche di 900 anni prima, tra il Papa Paolo VI e il
Patriarca di Costantinopoli Atenagora I furono reciprocamente
rimesse, il 7 dicembre 1965. Su queste basi, nel 1979, fu creata
da Papa Giovanni Paolo II e dal Patriarca Demetrio I, una
commissione internazionale che portasse avanti questo dialogo.
Da allora, ci sono state dodici sessioni, tenute sia in Paesi ortodossi
che in Paesi cattolici. Le più importanti sono state a Balamand, in
Libano, nel 1993, poco dopo la caduta dell’URSS, e a Ravenna nel
2007. In quest’occasione, è stata riconosciuta da parte ortodossa,
la qualifica di “protos”, ossia “primo”, al Papa, in quanto Patriarca
d’Occidente. Questo titolo è stato però lasciato cadere da Benedetto
XVI, perché non si equivochi che, da parte cattolica, non si tratta di
un mero primato onorifico, ma di un primato d’autorità.
Tuttavia, le discussioni procedono piuttosto a rilento, e risentono di
un’ineguale disposizione da parte delle varie Chiese. Ad esempio,
mentre il Patriarcato di Costantinopoli, la Chiesa Ortodossa
Romena sono piuttosto bendisposti, al di là dei malumori di parte
del clero e dei fedeli, lo stesso non si può dire per il Patriarcato
di Mosca, e per la Chiesa Ortodossa Serba e Ucraina. Certo, i
rappresentati della Chiesa Russo Ortodossa partecipano al dialogo
ecumenico, ma restano piuttosto scettici sulla possibilità di una
reale conciliazione, diversamente dai greci, il cui attuale Patriarca,
Bartolomeo I, in carica dal 1991, si è distinto per la sua buona
volontà in questo senso, oltre che per lo sforzo missionario nei
confronti delle comunità greco ortodosse in tutto il mondo.
La politica ci mette la coda
Anche in Russia, la Sul cammino verso la riunificazione, infatti, si
Chiesa Cattolica è frappongono anche ostacoli di carattere storico-politico,
conseguentemente che fanno sì che i rapporti tra la Chiesa Cattolica ed
incolpata dalla Chiesa alcune Chiese ortodosse siano difficoltosi. Abbiamo già
Ortodossa locale e da citato il Sacco di Costantinopoli del 1204, forse il più
parte della popolazione grave dei vulnus tra Occidente e Oriente. In tempi più
russa di giocare un ruolo recenti, la Chiesa Ortodossa Serba resta pesantemente
geopolitico a favore avversa al Vaticano, per via del ruolo politico di
dell’Occidente liberale a quest’ultimo a favore di una Croazia indipendente e
egemonia statunitense. cattolica, sia negli anni ’40 che negli anni ’90. In più,
sacerdoti cattolici parteciparono al genocidio dei serbi
compiuto dagli Ustasha tra 1941 e 1944, e la cui ferocia
scandalizzò persino i loro alleati nazionalsocialisti. Alla
fine della guerra, la Chiesa croata provvide a mettere in
salvo molti di questi criminali.
Un altro caso aperto è quello degli uniati greco-cattolici
dell’Ucraina occidentale (Galizia e Volinia). Dopo la spartizione
del Regno di Polonia, questa regione fu governata dall’Impero
d’Austria, per poi essere assegnata alla Polonia nel primo
dopoguerra, dopo l’effimera esistenza dell’Ucraina Occidentale.
Quando, nel 1939, questa regione fu invasa e occupata dall’Armata
Rossa, la religione cattolica divenne un forte elemento identitario
nella resistenza politica contro l’invasore ateo e bolscevico. La
guerriglia polacca e nazionalista ucraina continuò a battersi fin
per alcuni anni dopo la sconfitta militare dell’Asse. Nel frattempo,
Stalin aveva scelto di allentare la morsa sulla Chiesa Ortodossa
Russa, per favorire il sentimento patriottico panrusso. Nel 1946,
quindi, la Chiesa Greco-Cattolica Ucraina fu messa fuori legge.
Oggi, con la caduta dell’URSS, questa stessa regione è diventata il
fulcro dei movimenti ultranazionalisti, perpetuando lo scontro tra
una maggioranza ortodossa filorussa e una minoranza cattolica
uniate in ampia parte occidentalista e antirussa.
Anche in Russia, la Chiesa Cattolica è conseguentemente incolpata
dalla Chiesa Ortodossa locale e da parte della popolazione russa
di giocare un ruolo geopolitico a favore dell’Occidente liberale a
egemonia statunitense. Negli ultimi vent’anni, la Chiesa cattolica, la
cui presenza precedentemente era limitata alle minoranze etniche
polacche o lituane o tedesche, si è espansa sia con l’evangelizzazione
sia con una serie di iniziative sociali e assistenziali, riempiendo
il vuoto spirituale e materiale lasciato dal crollo del regime
sovietico. Di qui, le accuse di proselitismo, così motivate dalla
Chiesa Ortodossa: se davvero sussiste una comunione tra le
due Chiese, perché cercare di convertirne i membri, come se
fossero atei o infedeli? Va detto che recentemente (Balamand,
1993) anche da parte cattolica, salvo restando il diritto di esistere
delle attuali Chiese Cattoliche di rito orientale, l’uniatismo non
è più considerato un metodo accettabile nell’ottica dei rapporti

42
interconfessionali tra cattolicesimo e ortodossia. europea occidentale, la quale affonda le sue radici già nella
classicità e, sulla scia del colonialismo, è ormai maggioritaria
Problemi di respirazione nelle Americhe, in Africa e in Oceania. Essi devono capire che
la teologia cattolica non è affatto inferiore rispetto a quella
Per descrivere la grande diversità teologica tra Cristianesimo ortodossa, ma semplicemente diversa, e che entrambe affondano
d’Occidente e Cristianesimo d’Oriente, il Beato Giovanni Paolo II le radici nei medesimi Padri della Chiesa. Affermando il contrario,
usò la metafora di una sola Chiesa che respira «con due polmoni». mostrerebbero di essere loro a sostenere una sorta di “imperialismo
La teologia ortodossa presenta alcuni aspetti in comune con altre teologico”, dato che Roma rispetta invece le loro particolarità,
religioni orientali. Si basa sulla theoria, ossia sulla “contemplazione” e ha anche sconfessato una strategia di tipo uniatista. Infine,
intuitiva delle Scritture e di Dio ricevuta per ispirazione. Questa dal punto di vista ecclesiale, va rilevato che la Chiesa Cattolica
ispirazione si acquisisce attraverso la meditazione, la preghiera ha riconosciuto i meriti e il ruolo che possono avere strutture
e l’ascesi. In particolare, c’è tutta una dottrina e una pratica collegiali e sinodali nella Chiesa cristiana. Tuttavia, è evidente
ascetica, chiamata esicasmo e sviluppata dai monaci orientali che il modello ortodosso presenti alcune lacune: innanzitutto una
fin dal IV secolo, che ha, a tutt’oggi, un ruolo centrale nella tendenza alla disunione dovuta alla loro struttura confederativa.
meditazione cristiano ortodossa. Attraverso la theoria e la katharsis In secondo luogo, una debolezza delle autorità religiose sul piano
(“purificazione”) del corpo e della mente, il teologo ortodosso dell’autonomia politica rispetto alle autorità statali.
mira a raggiungere la theosis, ossia l’unione dell’uomo con Dio.
Quest’approccio teologico, in sintesi prescinde dagli aspetti Infine, nonostante gli ortodossi affermano che la tradizione
intellettuali e argomentativi, per concentrarsi su quelli mistici ed ecclesiale è sempre stata policentrica, dovrebbero comprendere
ascetici. che, a prescindere da questioni scritturali, la Tradizione perenne
è sempre stata monocratica: si pensi all’Imperatore romano, allo
Anche le apparenti differenze dogmatiche sono più formali Shahinshah persiano, al Califfo islamico o Çakravarti indiano.
che non sostanziali. Ad esempio, gli Ortodossi credono nella Dunque, ha perfettamente senso, anche da un punto di vista laico,
transustanziazione, ma rifiutano il termine, in quanto indice di un che una sola sia la guida suprema della Chiesa di Cristo.
tentativo di razionalizzare il Mistero divino. Oppure l’Immacolata
Concezione e l’Assunzione di Maria, recentemente dogmatizzate Riconoscendo l’autorità papale, allo stesso modo (e con modalità
dalla Chiesa Cattolica, che sono tenute per vere dagli Ortodossi, simili) delle altre Chiese orientali in piena comunione con Roma,
ma non sono considerate dei dogmi di fede. Anche la dottrina i fratelli ortodossi porterebbero in dote alla Chiesa Cattolica una
cattolica del Purgatorio trova il suo corrispettivo in quanto stabilito grande ricchezza di riti, tradizioni, santi, testi, ma acquisterebbero
dal Sinodo di Gerusalemme del 1672, che parla di una punizione quella piena unità, quella piena indipendenza e quella piena
temporanea per certe anime. Un caso particolarmente famoso è autorità, che sole si confanno alla Sposa di Cristo.
quello del “filioque”. In breve, gli ortodossi ritengono che la divinità
promani dalla Persona di Dio Padre, e da lì alle altre Persone
della Trinità, mentre i cattolici affermano che la divinità promani
dall’unica sostanza divina di cui sono parte tutte e tre le Persone,
e quindi lo Spirito Santo proceda anche dal Figlio. L’aggiunta del
filioque al Credo niceno doveva inoltre sfatare ogni rischio di
ricaduta nell’arianesimo.
Tuttavia, questa respirazione, di cui abbiamo parlato, è a dir poco
asincrona. Infatti, un atteggiamento di chiusura contraddistingue
nettamente le Chiese Ortodosse, le quali ritengono che la
teologia occidentale si sia distaccata da quella orientale, a causa
del massiccio ricorso alle categorie e ai sillogismi della filosofia
classica pagana, e quindi abbia avuto uno sviluppo, tramite lo
scolasticismo, di tipo prettamente razionalista e formalista. Perciò,
la teologia occidentale, in quanto “razionalista”, speculativa,
positiva, «catafatica», sarebbe inferiore rispetto a quella orientale,
di tipo mistico, empirico, negativo, «apofatico». Invece, da parte
cattolica c’è pieno riconoscimento per l’approccio teologico usato
dagli orientali, fatti salvi i dogmi della Chiesa Cattolica, che come
abbiamo visto non sono in reale discussione. Fa eccezione però la
questione dell’infallibilità papale, sancita dal Concilio Vaticano I, e
mai accettata da ortodossi, protestanti e veterocattolici.
Due diversi modelli di Chiesa
Passiamo ora in rassegna le differenze ecclesiali tra la Chiesa
Cattolica e la Chiesa Ortodossa. Innanzitutto, salta agli occhi
l’evidenza di diversi riti, diverse liturgie e diverse misure
disciplinari, come una più severa disciplina delle astinenze, oppure
l’ordinazione di uomini sposati a presbiteri. In particolare, c’è una
distinzione tra il clero secolare sposato, parte integrante della
comunità parrocchiale, e il clero regolare, celibe e monastico, da
cui sono tratti anche vescovi e patriarchi. Tutto ciò però vale già
anche per numerose Chiese Cattoliche di rito orientale, a partire da
quelle uniate, i cui capi sostengono – per inciso – che l’ordinazione
di uomini sposati, pur non essendo negativa, non è neanche questo
toccasana che viene spacciato da certi progressisti nostrani. Fin qui,
si tratta quindi prevalentemente di questioni accidentali.
Tuttavia, il punto fondamentale di divisione tra cattolicesimo e
ortodossia rimane proprio di tipo ecclesiale, e concerne il mondo
in cui i rapporti tra le Chiese e all’interno di esse sono concepiti.
Innanzitutto, ogni Chiesa ha un suo territorio, coincidente in
genere con una comunità nazionale, di pertinenza, di contro
all’universalismo della Chiesa Cattolica Romana. Poi, queste Chiese
sono organizzate secondo il criterio della collegialità, piuttosto che
della gerarchia. Il Patriarca è quindi un primus inter pares, che
prende le sue decisioni insieme al sinodo dei Vescovi, mentre la sua
stessa autorità episcopale non si estende al di fuori della sua diocesi.
Da questo punto di vista, con le riforme del Concilio Vaticano II,
si è deciso di dare maggiore spazio alla collegialità anche in seno
alla Chiesa Cattolica. Nondimeno, in essa, permane una chiara
gerarchia, a capo della quale è il Papa. Il Santo Padre, inoltre,
ha autorità non solo sulla Chiesa Latina, ma anche sulle Chiese
Cattoliche Orientali. Questo è un punto su cui, apparentemente,
nessuno dei due ha intenzione di cedere.
Considerazioni cattoliche
Venendo ora al dunque, è chiaro che la nostra posizione, da
cattolici non può che essere di parte. Questo non significa
disprezzare le potenzialità e il valore del cristianesimo ortodosso.
Anzi, esso, col raccogliere molto delle tradizioni spirituali asiatiche
e orientali, può costituire un approdo sicuro per quelle persone
e quei popoli, la cui forma mentis e cultura li distanzia dalla
mentalità europea ed occidentale. A chi serve ad esempio lo yoga,
sia pure cristianizzato, quando la tradizione cristiana offre la pratica
dell’esicasmo? La religione cattolica già incorpora in sé Chiese di
rito orientale, in cui questo patrimonio teologico e liturgico è ben
vivo e diffuso. Anzi, la sua stessa natura eurocentrica, accusata
dai cristiani orientali, sta venendo meno di fronte all’aumento dei
cattolici africani, americani e asiatici, portando quindi la Chiesa ad
essere veramente universale.
Per questo motivo, spetta ai cristiani d’Oriente, agli ortodossi,
mostrare altrettanta comprensione ed accoglienza, verso la teologia
razionale, speculativa e accademica, propria della tradizione

43
Di Barbara Spadini

L’epoca nostra, ove tutto “cala” e cambia in fretta, valori, speranze,

икона motivazioni, consumi, mode, verrà – forse – ricordata come “opaca”.


Nulla, di fatto, brilla al sole, nemmeno i visi dei nostri bambini, diafani
e a volte spenti nello sguardo fisso sui mezzi tecnologici più vari. Ecco
che, oggi, parlare di icone trova senso, un senso intimo ed interiore, per

PREGHIERE DI LUCE
cercare di rivalutare una forma artistica del passato tutt’ora coltivata
da validi “artigiani di Luce e Preghiera”, che chiamare “artisti” parrebbe
riduttivo. Rivalutare il linguaggio iconico significa anche riflettere sul
Tempo, sul Divino, sul Simbolo, come vedremo più avanti.
Cos’è un’icona?1 Un pezzo di legno dipinto a formare un quadro,
apparentemente nemmeno troppo “bello” agli occhi di chi coltiva
il senso estetico odierno in tre dimensioni. A prima vista è piatta,
dal fondo dorato, sul quale risaltano figure affusolate di Vergini dalle
lunghe dita, di Volti di Gesù barbuti e baffuti, di Santi drappeggiati
con tuniche dalle pieghe impossibili: no, l’icona è assai “lontana” dal
gusto estetico oggi prevalente. Per comprendere l’essenza di un’icona
è, quindi, necessario aprire occhi, mente e spirito in direzioni antiche
e lontane dal mondo occidentale, iniziando ad esplorare immagini e
disegni come strumenti di un “linguaggio unitario”, che silenziosamente
racconta, spiega, descrive e – soprattutto – prega, incentivando il
raccoglimento, l’arte della memoria, la devozione personale, l’ascesi e
l’adorazione del Divino. Nulla, proprio nulla entro un’icona è casuale;
leggerla significa penetrare nel Mistero, e questa dimensione sappiamo
bene essere territorio di scontro con noi stessi: quante domande, quanti
perché davanti all’inconoscibile, quanta frustrazione crea a noi stessi la
mancanza di accettazione dell’ignoto, dell’inspiegabile. Forse, l’icona è
“Tu, Signore divino di tutto ciò che esiste, illumina e dirigi l'anima, proprio questo, o almeno in parte: l’emanazione del Mistero in forma di
Luce. Coloriamo sempre l’incomprensibile di nero, ammantiamo spesso
il cuore e lo spirito del tuo servo; guida le sue mani perché possa con cappe scure tutto ciò che non ci è chiaro. L’icona, invece, brilla, di
Sole, di colori, e ci insegna ad aprirci con altro spirito all'ineffabilità di
rappresentare degnamente e perfettamente la tua immagine, quella Dio.
della Tua Santa Madre e quella di tutti i Santi, per la Gloria, la gioia È terreno per pochi specialisti l'addentrarsi nella storia, nel simbolismo,
nella tradizione e nella tecnica dell'icona: possiamo affermare comunque
e la bellezza della Tua Santa Chiesa.” che essa assuma i propri caratteri definitivi attorno al V secolo d.C.,
“copiando” o riproponendo i prototipi offerti dalla Tradizione cristiana,
Preghiera del pittore di Icone. cioè il volto di Cristo ed i ritratti della Vergine Maria attribuiti a San Luca
Evangelista. San Luca, medico, formatosi in ambiente culturale greco
e presumibilmente pittore, è considerato dagli studiosi come primo
iconografo: “(...) possiamo tuttavia dire che il principio dell’iconografia
risale effettivamente ai tempi apostolici perché i primi monumenti
dell’arte cristiana appaiono nelle catacombe e nelle immagini verbali
dei Vangeli. È per questo che si può parlare di san Luca come del primo
iconografo della Madre di Dio: è infatti il suo Vangelo che dà il maggior
numero di dettagli sulla Santa Vergine.” 2
Parlando della tradizione iconica , non va dimenticato che essa si
evolve in un arco di tempo tra il VI sec. d.C. e il XVIII sec., ossia dalla
prima icona del Cristo arrivata fino a noi (il Pantokrator del monastero
di santa Caterina al Sinai) fino alla scuola russa di Stroganov, con la
quale ha inizio una contaminazione stilistica occidentale, italiana
in particolare. Gli studiosi fissano gli antenati delle icone nei simboli
protocristiani e nelle sequenze pittoriche narrative di scene bibliche
presenti nelle catacombe ed anche nelle tavolette funerarie già in uso
nella Roma paleocristiana che ritraevano il volto del defunto. La libertà
religiosa promossa da Costantino nel 313 d.C. e la proclamazione
del Cristianesimo quale religione di Stato nel 380 d.C., diede un
forte impulso alla creazione artistica religiosa ed anche alle icone. La
devozione cristiana delle immagini alimentò tuttavia il malcontento di
Ebrei e Musulmani che condannavano come idolatra la raffigurazione
umana di Dio e l’adorazione di queste immagini. L'imperatore Leone III
l'Isaurico, determinato a mantenere un concorde equilibrio religioso,
sostenuto da alcuni Vescovi (Costantino di Nacolia, Tommaso di
Claudiopolis, Teodoro di Efeso), ordinò nel 726 d.C. la confisca e la
distruzione totale delle Icone sia nelle chiese che nelle case. Contro
l'imperatore iconoclasta si scagliò con decisione Papa Gregorio III e San
Giovanni Damasceno, futuro Padre della Chiesa, che affermò: “(…) non
si adora un'immagine, ma Colui che mediante essa si rende presente”;
ed anche: “se noi facessimo un’immagine del Dio invisibile, noi saremmo
certamente nell’errore (…), ma non facciamo nulla di ciò. (…) Un tempo
Dio, non avendo corpo né forma, non si poteva rappresentare in nessun
modo. Ma poiché ora è apparso nella carne ed è vissuto fra gli uomini,
posso rappresentare ciò che di Lui è visibile. Non venero la materia, ma
il creatore della materia.” La “caccia all'icona” durò fino all'anno 843 d.C.,
quando il settimo Concilio Ecumenico di Nicea ne sancì la legittimità. Il
Concilio chiarì finalmente la differenza tra latria (adorazione) e dulia (o
proskynesis ,venerazione). Tra le delibere conciliari una è fondamentale:
“Noi deliberiamo, con ogni cura e diligenza, che come la preziosa e
vivificante Croce, le venerande e sacre immagini, in pittura, in mosaico
o in qualsiasi altra materia, vengano esposte nelle sante chiese di Dio,
sulle sacre suppellettili, sulle vesti, sulle pareti e sulle tavole, nelle case
e nelle strade, si tratti dell’immagine del Signore Dio nostro Salvatore
Gesù Cristo o della Santa Madre di Dio, o degli angeli degni di onore,
o dei santi e pii uomini. Infatti, quanto più esse vengono viste nelle
immagini, tanto più coloro che le guardano sono portati al ricordo e
al desiderio di quelli che esse rappresentano e tributare loro rispetto e
venerazione. Non si tratta certo, secondo la nostra fede di un culto di
adorazione, che è riservato solo alla natura divina, ma di un culto simile
a quello che si rende all’immagine della preziosa e vivificante croce, ai
santi vangeli e agli altri oggetti sacri, onorandoli con l’offerta di incenso
e di lumi, come era uso presso gli antichi. L’onore reso all’immagine,
infatti, passa a colui che essa rappresenta e chi adora l’immagine, adora
la sostanza di chi in essa è riprodotto.”
Le icone, nel mondo orientale, hanno analoga funzione sacra delle
nostre immagini religiose, o “santini”, che spesso teniamo racchiusi nel
portafoglio, o conservati con devozione tra le pagine di una Bibbia o
di un libro di preghiere. Non è il foglietto di carta che la pietà cristiana

1 Il termine icona deriva dal russo “икона”, a sua volta derivante greco bizantino “εἰκόνα”
(éikóna) e dal greco classico “εἰκών, -όνος” derivanti dall'infinito perfetto "eikénai", traducibile in “essere
Madre di Dio del Roveto Ardente, icona russa di fine simile”, “apparire”, mentre il termine “éikóna” può essere tradotto con “immagine”.
XVI secolo. 2 G. Drobot, La lettura delle icone, EDB, Bologna 2000, p. 58

44
venera, ma ciò che di “ulteriore” esso rappresenta. Mentre l'uso del
“santino” si evolve in Occidente insieme alle tecniche su carta (nel 1500
ancora disegnato a mano o intagliato su cara pergamena, poi a stampa),
circa dall'anno 1440 d.C. si diffuse in Russia, invece, l'uso di Icone in legno
ricoperte da metalli, in porcellana o in carta pressata: queste Immagini
di piccole dimensioni e di modesto peso, relativamente economiche e
di lunga durata, in poco tempo divennero icone da collo e da viaggio,
dalle quali il credente poteva non separarsi mai. Fino a tutto il 1600 i
metalli più usati furono bronzo e rame, mentre dal 1700 vennero usati
anche ottone e argento. Le forme delle icone erano il Crocifisso, la
tavoletta singola, il dittico, il trittico ed il polittico, mentre i soggetti più
richiesti erano il Cristo, i Santi, la Santissima Trinità e la Vergine.
Nella tradizione figurativa della Chiesa bizantina l'icona aveva un
significato simbolico preciso, che interessava non solo l'aspetto
pittorico, ma anche la preparazione, il materiale ed i colori utilizzati,
oltre alla disposizione ed ubicazione dell'opera terminata. In particolare,
la tradizione russa ha tramandato tre tipologie iconiche relative a
Maria: la Madre di Dio “Deesis” 3 (orante) senza Bambino; la Madre di
Dio “Odighitria”4 (Colei che indica la via), e la Madre di Dio “Eleusa”
(Madre della Tenerezza), entrambe col Bambino e note come “icone
dell'Incarnazione”.
La tradizione iconica fa, invece, risalire le prime tipologie del Cristo
all’impressione del Sacro Volto sul velo della Veronica (vera-icona),
da cui deriva l’icona conosciuta come acheropita (non fatta da mano
d’uomo), mentre il mandylion (sacro lino) riproduce l’impressione
miracolosa del volto di Cristo che egli inviò al re Abgar di Edessa, in
seguito al suo desiderio di tenere sempre con sé un dipinto che ne
riproducesse i tratti, guarendolo dalla sua malattia.
Brevemente, riassumendone in cenni la tecnica, l'icona era dipinta
su tavola lignea, ricavata dalla parte centrale del tronco d'albero,
prevalentemente di tiglio o di pino. Le tavolette erano stagionate per
anni ed anni, onde eliminare l'umidità residua, che avrebbe potuto
incurvare il legno e, prima dell'operazione di pittura, venivano lavate
e trattate con antiparassitari, per prevenire la tarlatura. La parte
posteriore veniva successivamente rinforzata, applicate con tecniche
e metodologie differenti per epoche e scuole. Sul lato interno della
tavola era praticato un’incavatura (detto “scrigno” o “arca”), in modo da
creare una cornice in rilievo sui bordi della tavola stessa. Sulla superficie
veniva stesa e fissata una tela di lino ricoperta da strati di colla d'origine
animale (storione) e di gesso derivato dalla polvere d'alabastro che era
poi levigata con carte vetrate o pelle essiccata di pesce, fino ad ottenere
un piano liscio ed uniforme di colore bianco, il levkas. A questo punto si
passava alla fase del disegno, detta “apertura”, un vero e proprio rito per
l'iconografo, assimilato al gesto di aprire il testo sacro per iniziarne la
lettura. Sopra ad esso si delineava uno schizzo del disegno, con incisione
leggera o a carboncino ed in seguito si preparavano le zone da dorare,
evidenziate con uno sfondo rosso. Si effettuava la doratura attraverso
l'applicazione di lamine stese sopra tutti i particolari (bordi, drappeggi,
pieghe, sfondi, aureole) per mezzo di una pietra agata appuntita o un
dente di lupo, affinché le zone assumessero una lucentezza metallica
che veniva protetta da un sottile velo di gommalacca. Si passava quindi
alla stesura di un colore verde bruno per le figure, per gli sfondi, per
i paesaggi, rifiniti a biacca. Grazie all'alternanza di colori chiari e scuri,
veniva creato un certo effetto tridimensionale, dando il massimo rilievo
ai volti, in genere illuminati da pennellate d'ocra su fronte, naso, zigomi
e capelli e da tocchi di vernice rossa per labbra, guance e naso.
A questo processo seguiva la graphia, cioè la revisione del disegno,
grazie ad effetti di vernice marrone chiaro per gli occhi, le ciglia, le
eventuali barbe e baffi. Prima di dipingere i volti il pittore si preparava
con un periodo di preghiera e digiuno, per poter trasmettere
all'immagine ed all'espressione dei visi la forza vitale della luce. Alla fine
venivano aggiunte le didascalie, scritte in greco o cirillico, indicanti i
nomi dei personaggi effigiati. Alcuni mesi dopo, opportunamente
seccata, l'icona veniva trattata con una speciale verniciatura, con olio
di lino, resine e sali minerali, un composto di nome olifa che, una
volta asciugata, rendeva brillanti i colori e ne impediva l'alterazione.
L'icona era quindi pronta per essere benedetta e, attraverso quest'atto,
diventare consacrata, segno divino di grazia. Tutti i colori utilizzati erano
ricavati da sostanze naturali, vegetali o minerali pestate al mortaio e
macinate, oppure dall’ossidazione dei metalli. Le scuole più antiche
utilizzavano una scala cromatica minima di quattro, cinque colori, che
divennero venti attorno al 1800. Per ottenere le diverse sfumature di
colore, i pigmenti e le polveri naturali venivano disciolti nell'acqua e
mescolati al tuorlo d'uovo, utilizzato come legante, insieme ad aceto
o kvas ( mistura derivata dalla distillazione di pane, ribes ed uva passa).
La teologia riteneva l'icona opera di Dio stesso, che agiva attraverso
le mani dell'iconografo: per questo motivo le icone non erano mai
datate né firmate dall'autore, pur potendo riconoscere l’opera di mastri
iconografi come il Maestro Andrej Rublev, attivo tra il 1360 ed il 1430.
In questo modo l'opera appariva completamente entro un “tempo”
differente, un oltre che si coglie a prima vista anche dai volti di Maria,
di Cristo e dei Santi, detti liki, privi di alcun espressività emozionale
mondana. È necessario ricordare che, dietro l'icona, vi è una precisa
teologia dello Spirito, legata ad una concezione temporale ben
differente da quella evolutasi nella cultura occidentale moderna: in
quest'ultima, eventi e persone, sacre o terrene, sono collocate in un
preciso spazio e tempo, un tempo che scorre. Nell’Europa orientale, e
in particolare nella Russia e a Bisanzio, la concezione del tempo non
mutò e rimase profondamente legata alla Tradizione indicata dai Padri
della Chiesa. La storia è dunque divisa in due tempi: quello precedente
alla venuta di Gesù Cristo e quello successivo. Il tempo era un concetto
inesistente prima della creazione del mondo ed è concetto che mal si
adatta a Dio, per i suoi attributi perfetti d’ineffabilità, di onnipresenza,
di eternità.
Dio per definizione è ingenerato e imperituro. Ecco perché nelle icone
bizantine sono presenti le tre lettere greche (OΩN), la cui traduzione
può essere: “essente”, “è sempre stato”, “è” e “sempre sarà”.
Il mondo, pertanto, trova senso nell’essere un progetto divino con un
inizio (alfa) e una fine (omega), ove ogni evento è una manifestazione

3 Parola greca che significa “supplica”; è una particolare composizione generalmente distribuita su
tre tavole dove al centro appare la figura del Cristo in trono ed al lato sinistro la Vergine Maria mentre a
quello destro c'è San Giovanni Battista.
4 Da “odigos”, “guida”; la Madonna sostiene con un braccio il Bambino Gesù mentre con l'altra
mano lo addita alla venerazione dei fedeli.

45
dell’onnipotenza divina. Le immagini iconiche sono così raffigurate
fuori dal tempo, perché Cristo, la Vergine e i Santi sono nella vita eterna,
immersi nello stato ultra-temporale della contemplazione di Dio.
In merito alle icone, Giovanni Paolo II scrisse che: “L’arte per l’arte, la
quale non rimanda che al suo autore, senza stabilire un rapporto con
il mondo divino, non trova posto nella concezione cristiana dell’icona.
Quale che sia lo stile adottato, ogni tipo di arte sacra deve esprimere la
fede e la speranza della Chiesa5”.
Non a caso l'icona è stata da sempre inserita dalla Chiesa Ortodossa
in una specifica tradizione ecclesiale, divenendo “sacramentale”,
strumento e segno di Grazia. Essa, sia nel culto liturgico e comunitario
che nella devozione privata, era mezzo per conoscere Dio, la Vergine ed
i Santi, confessione delle verità di fede, parte integrante del linguaggio
delle Sacre Scritture. L'icona quindi era considerata via semplice e
diretta per penetrare il Mistero divino. Per questo motivo l'icona non
è né rappresentazione pittorica né arte figurativa intesa in puro senso
estetico, ma piuttosto preghiera, atta a sostenere e fortificare la fede del
credente attraverso la vista, così come si riteneva che il canto religioso
agisse parimenti attraverso l’udito.
Le icone quindi non sono segno grafico rappresentativo, ma
testimonianze dell'Invisibile, alimenti per Fede e Speranza, ponti verso
la Carità. Apparirà chiaro, quindi, attraverso queste note riguardo la
teologia oltre l'immagine, che l'icona non si disegna o dipinge, ma si
scrive, e che non la si guarda né la si ammira, ma la si legge.
In ambito russo, il filosofo e mistico Pavel Aleksandrovič Florenskij (1882-
1937) fu tra i principali teorici dell'arte delle icone, individuandone
i significati simbolici e le preziose valenze spirituali- teologiche.
L'esoterista italiano Tommaso Palamidessi (1915-1983), convertitosi
al cristianesimo e approfondendo la mistica cristiana occidentale ed
orientale, svolse un tentativo esegetico in chiave ermetica ed alchemica
per svelare l'essenza spirituale dell'icona, in un testo ove descrisse
tanto il simbolismo dei colori, delle forme e delle proporzioni, quanto
le tecniche, dimostrando che l'icona è strumento sacro in grado di
trasmutare la coscienza umana (L'icona, i colori e l'ascesi artistica, 1986).
Prima di addentrarci in qualche nota specifica sule icone russe, è
necessario richiamare due riflessioni più generali: la prima riguarda
la simbologia legata ai materiali ed ai colori delle icone, la seconda
riguarda la tripartizione dell'essere umano nel pensiero paolino.
Nell’icona tutto parla il linguaggio del simbolo: la tavola lignea allude
alla nascita di Cristo dalla famiglia di un falegname ed alla sua morte sul
legno della Croce; il leukas è simbolo della pietra angolare che è Cristo,
sulla quale si basa la salvezza, ma allude anche alla tabula rasa ove tutto
sarà scritto ed alla luce, primo elemento creato da Dio; la tela rappresenta
il sacro lino su cui fu impresso il volto del Cristo, prima icona; il tuorlo
d'uovo richiama il principio cosmico della Vita e la Pasqua, nuova vita in
Cristo; il vino che si mischia all’uovo è simbolo del sangue eucaristico di
Cristo; l'oro del fondo richiama la luce divina entro la quale tutto e tutti
vivono, trovando il loro senso; i colori materializzano la luce increata ed
ognuno ha il suo preciso significato.
Il blu rappresenta il colore della trascendenza, mistero della vita divina.
Il rosso è simbolo dell’umano e del sangue versato dai martiri. Il verde
è simbolo della natura, della fertilità e dell’abbondanza. Il marrone
simboleggia l'elemento terrestre, l'umiltà e la povertà. Il bianco è il
colore dell’armonia, della pace, il colore della luce divina. Il giallo spesso
sostituisce l’oro nel fondo della tavola, in una tonalità calda, quasi
arancione, si trova nel clavo, la stola di Gesù, o nelle vesti dell’Emmanuele,
il Cristo in gloria. Il nero indica le tenebre, l’assenza di luce, gli inferi.
I maestri iconografi producevano i propri colori: i pigmenti naturali
conservavano caratteristiche di luminosità e di cromatismo uniche. I
cristalli minerali presenti nei colori rifrangevano la luce che li colpiva.
L’antropologia cristiana antica, sulla scorta del pensiero di San Paolo,
definisce l’essere umano come costituito di tre dimensioni: corpo,
anima, spirito. Il cammino ascetico, così simile al viaggio paolino, non
in terre lontane, quanto piuttosto all'interno di sé stessi, spinge l’uomo
dall’esterno all’interno, dalla periferia al centro, dalla superficie alla
profondità, dal corpo all’anima, dal materiale allo spirituale, dalla vita
fisica a quella metafisica. Entro questa concezione, il corpo è tempio
di Dio e ne riflette le caratteristiche in “immagine” e “somiglianza”.
Nell’icona questa tripartizione diviene pura tridimensione: in essa viene
rappresentato non solo l’aspetto estetico- esteriore dell’uomo, ma
soprattutto la sua interiorità, che diviene luce.
A questo fine, la tecnica segue un procedimento tripartito che è
anch'esso un “viaggio” simbolico entro le tre dimensioni umane:
• Corpo: campiture di colore, struttura di base dell'icona.
• Anima: pennellate di luce (le luci danno anima e vita alla materia)
sulle immagini.
• Spirito: illuminazione dei volti, secondo il concetto di “somiglianza”,
inteso come vedremo in seguito.
È in Russia che troviamo le icone tradizionali. La tradizione russa, infatti,
non ha solo assimilato la tradizione greca, ma ha anche contribuito a
rinnovarla attraverso un’interpretazione originale. Numerose furono
le scuole di icone nella storia russa; ricordiamo quelle di Tver, Pskov,
Novgorod, Palekh, Mosca. Nella Chiesa Ortodossa russa le icone hanno
assunto nel corso dei secoli un valore mistico, e grande è la venerazione
dei Russi per tutte le icone, e particolarmente per alcune ritenute
miracolose (la Vergine di Vladimir o la Vergine di Kazan, ad esempio).
In tempi meno recenti, in ogni casa russa, al di là della condizione
sociale, veniva allestito il cosiddetto “angolo bello”, un angolo della
casa, visibile a chi vi entrava, in cui restava esposta, divenendo quasi
altare domestico, l’icona protettrice davanti alla quale si segnava tanto
l'ospite quanto il padrone. Nelle chiese russe è tuttora presente l’usanza
di pregare davanti alle icone: per evitare che il fumo delle candele
o i baci dei fedeli danneggino le tavole, molte icone sono ricoperte
dalla riza, un rivestimento metallico in rame, argento o oro, che lascia
visibili solo volti, mani e piedi delle sacre immagini. Diversi sono i tipi di
copertura che vengono tradizionalmente utilizzati: oltre alla riza anche
il bazma (cornice metallica con sbalzi a copertura laterale della tavola),
l'okhlad (copertura parziale dell'immagine in un unico pezzo che lascia
intravedere almeno due terzi dell'icona) e il tzata (pettorale a forma di
mezzaluna applicato direttamente sull'icona o sulla riza). Sempre in
Russia venne introdotto, verso la fine del secolo XVIII, l’uso dell'icona
in porcellana, dipinta interamente a mano, e i cui colori mantenevano
nel tempo le loro caratteristiche migliori. Questo tipo di icona veniva
definita con il nome di Finift.

5 Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Duodecimun Saeculum, n. 11

46
Osservando le iconostasi delle chiese cristiane ortodosse, ovvero le
pareti rivestite di icone che separano lo spazio destinato ai fedeli da
quello ove il sacerdote officia il rito, si può ben comprendere che la
funzione principale dell’icona è proprio quella di “epifania del divino”,
nascondere e contemporaneamente manifestare il Mistero. È possibile
cogliere il senso escatologico delle icone che si trova tra “già” e “non
ancora” all'interno della storia della salvezza, ed anche il suo essere
ponte fra umano e divino, rendendo immanente la trascendenza divina,
rendendo visibile l'archetipo della vera bellezza, la Luce. Per questo
l'icona diviene tramite di un processo conoscitivo che potremmo
chiamare “esperienza contemplativo-estetica” (da experior: attraversare).
Per comprendere appieno il valore attuale e l’insegnamento per il
nostro oggi derivante dalla lettura di un’icona, non basta appenderla al
muro di casa, o farne oggetto da collezione: bisogna necessariamente
interpretarla, a partire dal Mistero dell'Incarnazione e dal principio
di diversità fra “immagine” e “somiglianza”. Difficilissimo, per chi
scrive l’articolo, far partecipi i lettori di questa sottile duplice chiave
interpretativa, che possiamo assimilare tenendo ben presente l'idea di
spisok, “copia” in russo. Così come nell'arte iconica le copie sono del tutto
autentiche, esattamente come il modello originale, poiché la tipologia
dell'immagine è immutabile, identica a sé stessa e quindi risponde al
carattere della “somiglianza” con l'archetipo, allo stesso modo leggere
un’icona per il fedele è avvicinarsi all'eternità immutabile di Dio, sapendo
che le sacre immagini sono modelli senza tempo di perfezione, la
stessa perfezione a cui il fedele deve giungere e che lo condurrà alla
trasfigurazione, alla Luce divina. Ecco che vengono in mente le parole
del Vangelo di Giovanni, riferite a Gesù: “E il Verbo si fece carne”. Questo
passo mostra al cristiano la via della salvezza, Cristo incarnato, “copia” e
“somiglianza” di Dio, non meno autentico dell'originale ed unico Verbo,
pur incarnato. Ritornano così anche le parole del Genesi: “E Dio creò
l'uomo a sua immagine e somiglianza”. L'uomo, nonostante il peccato
originale, è e resta per sempre immagine di Dio, pur avendone persa la
“somiglianza”, cioè l'adesione in grazia e virtù.
Ecco che le immagini dei Santi, della Vergine, di Cristo, in realtà hanno
volti simili, trasfigurati dall’essere in eterno entro la Luce divina di
verità, sapienza e grazia, quella cui deve aspirare anche il credente che
si dispone davanti all’icona per trarne l’autentico messaggio salvifico.
I santi effigiati nelle icone, uomini mortali e macchiati dal peccato
originale, nella teologia orientale erano chiamati “i somigliantissimi”,
coloro che in vita, per aver vissuto nella retta via, avevano recuperato la
“somiglianza” con Dio.
In questo si fissa l'idea di icona, intesa come “preghiera di Luce”: entro
un’icona risplende il lavoro spirituale di mortificazione e purificazione
svolto dall'iconografo, che – attraverso la Luce, il Sole della Verità,
trasmesso dalle sante immagini – ci rivolge l’invito alla salvezza, che
risiede nel trovare senso e significato solo in Dio, cui tutto appartiene.

Bibliografia essenziale:

AA. VV., Bisanzio e la Russia ,Storia dell'icona in Russia (vol. 1), La Casa di Matriona, Milano 1999.
AA. VV., In Te si rallegra ogni creatura. Storia dell'icona in Russia (vol. 2), La Casa di Matriona, Milano
2000.
AA. VV., Le capitali del Nord. Storia dell'icona in Russia (vol. 3), La Casa di Matriona, Milano 2001.
AA. VV., Zar e mercanti. Storia dell'icona in Russia (vol. 4), La Casa di Matriona, Milano 2001.
AA. VV., Icona e pietà popolare. Storia dell'icona in Russia (vol. 5), La Casa di Matriona, Milano 2001.
AA. VV., Le Icone, Mondadori, Milano 2000.
Benemia Antonio G., Il sacro nell'arte, genesi e sviluppo dell'immagine sacra nell'arte cristiana,
peQuod, Ancona 2010.
Boschetti Giovanni, Quando l'arte racconta la fede, Ediz. Academia, Montichiari 2011.
Irina Jazykova, Io faccio nuova ogni cosa. L'icona nel XX secolo, La Casa di Matriona, Milano 2002.
Irina Jazykova, Се творю все новое. Икона в XX веке, La Casa di Matriona, Milano 2002.
Passarelli G., Icone delle dodici grandi feste bizantine, Jaca Book S.p.A., Milano 1998.
Pavel Aleksandrovič Florenskij, Le porte regali. Saggio sull’icona (1921-1922), a cura di E. Zolla,
Adelphi, Milano 1977.
Pavel Aleksandrovič Florenskij, Il rito ortodosso come sintesi delle arti (1918), in La prospettiva
rovesciata e altri scritti, trad. it. a cura di C. Muschio e N. Misler, Casa del libro, Roma 1983.
Pavel Aleksandrovič Florenskij, La prospettiva rovesciata (1919), in La prospettiva rovesciata e altri
scritti, trad. it. a cura di C. Muschio e N. Misler, Casa del libro, Roma 1983.
Pavel Nikolaevič Evdokimov, Teologia della bellezza, l'arte dell'icona, San Paolo, Torino, 1990.
Viktor Nikitič Lazarev, L'arte russa delle icone, Editoriale Jaca Book S.p.A., Milano 1996.

Iconografia.com. Link: http://www.icongrafia.com

47
INTERVISTA ALLA
SEGRETERIA DEL PARTITO
COMUNISTA DI SERBIA
A cura di Mario Forgione

P roponiamo un’intervista a Vojislav Radojević e Ivica Kostić, i due membri della


Segreteria del Partito Comunista di Serbia. Il Partito Comunista di Serbia, che ha
stretto rapporti di collaborazione e intesa con Millennium, ne rappresenta il suo
principale alleato politico nel settore balcanico.

Mario Forgione Prima di addentrarci nell’analisi delle vostre proposte politiche, anche Vojislav Radojević e Ivica Kostić Il popolo serbo nelle elezioni precedenti non ha
alla luce dell’intesa con il movimento Millennium, sarebbe interessante comprendere avuto la possibilità di scegliere tra differenti opzioni politiche, ma solo di scegliere tra
la genesi del vostro partito e i rapporti di forza con la vecchia classe dirigente della Lega differenti servi dello stesso padrone. La scelta tra cose uguali non è un’opzione. La
dei Comunisti di Serbia: Esiste o meno una soluzione di continuità tra queste due forze Serbia ha imposto il più atroce sistema di governo, un governo kleptocratico. Oggi, nel
politiche ed entro quale raggio di azione politica si inscrive il vostro partito? Parlamento serbo risiede l’opzione politica unipolare che esegue ciecamente le richieste
dell’imperialismo plutocratico occidentale, e per il suo servizio essa è premiata con la
Vojislav Radojević e Ivica Kostić Il Partito Comunista di Serbia (PCS) è stato creato possibilità di essere libera dalle interferenze o dalle conseguenze legali per saccheggiare
verso la fine del 2007, come risultato di un vuoto politico lasciato in Serbia. Durante illimitatamente il loro stesso Stato. Il cambio del partito dominante in Serbia è solo
questo periodo, in Serbia vi erano molti partiti registrati con il prefisso “comunista”, un cambio di cosmetici, destinato a rappresentare un nuovo inganno per il popolo,
ma nessuno di questi svolgeva un ruolo attivo. In aggiunta alla passività poi, molti mentre l’essenza della politica estera e interna del governo di Tomislav Nikolić, con
di questi appartenevano alle più varie correnti revisioniste, come gli stalinisti, i ogni probabilità, rimarrà immutata da quella del governo di Boris Tadić. La Serbia non
titoisti e gli hodzisti, ma non vi era nessun partito che rappresentasse l’idea originale è un Paese indipendente, ma un territorio indefinito occupato dentro e fuori. Sono
marxista-leninista. L’appena formatosi PCS ha subito sostenuto la fonte del marxismo incomprensibili per la Serbia le aspirazioni di entrata nell’Unione Europea, sapendo
e del leninismo, arricchita con le esperienze positive dei lavoratori sviluppatesi che essa è occupata dai Paesi occidentali ed è economicamente devastata. Ciò serve
nella precedente unione statale della Yugoslavia. In accordo con gli impegni del suo solo a dimostrare la disposizione dei collaborazionisti locali a diventare una colonia
programma, il PCS non è una continuazione dell’azione della Lega dei Comunisti di dell’Occidente. Il più grande “merito” in questa situazione è della politica di tradimento
Serbia e della Lega Comunista Yugoslava, ma è il Partito Comunista la cui azione è dell’ex Presidente serbo Boris Tadić e dei suoi partner di coalizione fino al 2000, quando
basata sull’esperienza positiva dei partiti precedenti, traendo gli insegnamenti da questa hanno condotto i cittadini serbi verso la schiavitù occidentale moderna. La proprietà
esperienza e creando una moderna, efficiente e chiara affiliazione partitica marxista. pubblica è stata prima di tutto sequestrata al Popolo per trasferirla nelle mani dello Stato
Le attività del PCS sono basate sui principi della democrazia diretta e imperativa, quindi (parliamo di circa 150 bilioni), quindi rubata per sé stessi o per le imprese occidentali
non vi è alcun presidente. Il Segretario Generale è eletto solo per 2 anni, ed egli cambia attraverso una privatizzazione che ammontava all’incirca a 800 milioni di euro. Tutti
il Vice-Segretario, sempre in questi 2 anni. Il PCS è guidato dalla Segreteria, dove tutti coloro che hanno partecipato al furto perpetrato ai danni del popolo dovrebbero
i membri sono pienamente uguali in diritti e doveri. Noi crediamo che il principio della comparire davanti alla Corte e restituire tutto al loro legittimo proprietario – il Popolo.
leadership collettiva riflette la vera essenza del marxismo dove tutti i membri della
Segreteria sono contributori e non competitori. Mario Forgione L’operato politico di Boris Tadić si è caratterizzato per un’accettazione
Noi crediamo che la più alta forma di organizzazione dei lavoratori consista nella supina dei dettami politici di Washington e, la stessa candidatura ufficiale della
concezione marxista di produzione sociale, e con alcune modifiche minori essa Serbia per l’ingresso nell’Unione Europea presentata il 22 dicembre 2009, è stata
può essere un esempio per il mondo intero. La maggiore differenza tra il sistema accompagnata da forti pressioni politiche per fa sì che la Serbia perdesse la sua
di produzione socialista e quello capitalista è che sotto il capitalismo la produzione specificità culturale. La vittoria del leader del Partito progressista serbo, anche alla luce
è subordinata alla massimizzazione del profitto, mentre nel socialismo essa deve della sua esperienza politica con Slobodan Milosevic, può ridare vigore politico alla
soddisfare i bisogni sociali. Il nostro obiettivo primario è quello di cambiare le menti Sebia?
delle persone in Serbia, per ottenere un chiaro obiettivo che perseguiamo, che è
l’instaurazione di un sistema socio-economico socialista basato sui principi della Vojislav Radojević e Ivica Kostić La nostra opinione è che Slobodan Milosević, anche
democrazia diretta. Cambiare le coscienze equivale ad aprire gli occhi ai cittadini serbi se prima era un ufficiale dell’ex Partito Comunista, cambiò velocemente posizione e si
su dove essi vengano portati dal modello capitalista che è stato imposto alla Serbia accordò apertamente con il capitale occidentale, e che, grazie alla servile politica di
dall’Occidente. Milosević, nei primi anni della transizione 3500 persone vennero in possesso delle più
ricche e più forti compagnie serbe in via totalmente gratuita o a costi ridicoli, tanto
Mario Forgione I Balcani, per loro particolare conformazione storica e geografica, sono che alla popolazione non era possibile acquistare nemmeno un chilo di pane. L’arrivo
un centro nevralgico per la costituzione di un assetto geopolitico capace di integrare al potere di Slobodan Milosević è anche l’inizio della contro-rivoluzione in Serbia e del
i paesi che gravitano o hanno interessi politico/economici nel Mediterraneo con i rovesciamento del socialismo. La maggior parte del lavoro è stata effettuata, e continua
paesi dell’Est Europa. Dopo i noti rivolgimenti storici che hanno interessato la penisola il saccheggio dell’appena create strutture DOS del 2000. Il culmine del collasso del
balcanica, esiste ancora la possibilità di fare dei Balcani una cerniera geografica e governo si è raggiunto mettendo al potere Tomislav Nikolić. L’unica soluzione per la
culturale capace di rafforzare il blocco geopolitico europeo? Serbia consiste nei cambi necessari nel sistema socio-politico, nell’arrestare l’erosione
dello Stato, nel preservare l’esistenza fisica dei cittadini e finalmente nel ritornare
Vojislav Radojević e Ivica Kostić I Balcani, a causa del loro peculiare assetto geografico e a standard di vita normali. Guardiamo come promemoria i risultati del precedente
storico, sono centro nevralgico per la costituzione di una struttura geopolitica capace di sistema socialista oltre il presente capitalista: è mendace affermare che il socialismo
integrare i Paesi che circondano il Mediterraneo, che, insieme ai Paesi est-europei, hanno fu un sistema inefficace, perché basterebbe guardare le statistiche del PIL del 1989 e
interessi politici ed economici in quest’area. Una volta conosciuti gli sconvolgimenti quelle di oggi. L’ammontare del PIL del 2011 consisteva nel 64% di quello del 1989. Il
storici che hanno afflitto la penisola balcanica, pensate sia possibile che questa regione PIL ammontava a 32 bilioni di euro, quando nel 1989 equivaleva a 50 bilioni. Se non
sia geograficamente e culturalmente più capace di rafforzare la regione geopolitica fosse stato per l’imposizione della guerra, le sanzioni e i collaborazionisti del governo,
europea? il PIL serbo – considerando la media più bassa – avrebbe un tasso di crescita del 4%
La storia recente dei Balcani – proprio come quella più antica – è stata estremamente annuo, e nel 2011 sarebbe stato all’incirca di 120 bilioni di euro. Segnaliamo che
difficoltosa per la sua intera popolazione. Questo fato è stato impossibile da sfuggire l’industria costituiva il 30% del PIL nel 1989, e ora, nel 2011, solo il 13%. Questo è un
per il popolo serbo. Con la decisione dell’Occidente di distruggere la Yugoslavia, i Serbi ottimo “successo” della transizione dal socialismo al capitalismo. Tutti noi siamo caduti
furono lasciati alla mercé degli Stati recentemente indipendenti dell’ex Yugoslavia. credendo ingenuamente che sotto il capitalismo avremmo vissuto meglio. Ora, con tutte
L’ex Yugoslavia ha generato tre nuove nazioni quali i Montenegrini, i Macedoni e i le prove numeriche, possiamo dire che il capitalismo si è dimostrato inefficace in Serbia,
Musulmani. Senza entrare nei motivi della loro creazione, tutti insieme non erano idonei e solo un cambio di sistema economico potrebbe sarebbe un bene per noi tutti. Questo
a diventare una nazione. Questo è vero in particolar modo per i Musulmani, che sono sistema ci porterà tutti alla rovina. Le cause dell’abbassamento del PIL non possono
diventati sempre di più a causa dei Serbi islamizzati, e durante i secoli hanno sempre essere spiegate in altro modo se non con il saccheggio dell’economia, la mancanza
contrastato i Serbi. Pressocché in nessuna guerra contro i Musulmani i Croati e i Serbi di sviluppo a lungo termine, la dominazione del consumo distruttivo e l’accumulato e
sono stati d’accordo. Lo stesso vale per gli Albanesi, che non sono mai stati dalla stessa l’acquisito dei mezzi di ricchezza sociale. Il risultato è la mancanza di novità e la drastica
parte dei Serbi. Le ferite profonde che il popolo serbo indossa, e che hanno lasciato riduzione delle vere fonti esistenti di crescita economica. La produzione industriale nello
un marchio indelebile sulla sua volontà, hanno determinato la posizione dei Serbi nei stesso periodo lo illustra davvero bene e dimostra che la tendenza punta chiaramente
confronti delle altre nazioni della ex Yugoslavia quando essa è iniziata a cadere a pezzi. verso il basso – dai 100 del 1989 ai 45 punti percentuali nel 2009. Non abbiamo
A tutte le persone della ex Yugoslavia è stato permesso di votare sul proprio futuro, intenzione di annoiare i lettori fornendo altre statistiche, ma vorremmo indicare il PIL
solo al popolo serbo è stata negata questa possibilità. Con l’aiuto dell’Occidente, I dei Paesi limitrofi, comparandoli con quello serbo, così da rendere chiaro a tutti dove si
Serbi, che erano uno dei popoli costituenti, sono diventati una minoranza nel nuovo posiziona la Serbia. La Croazia ha raggiunto un PIL di 60.9 bilioni di dollari, 40.9 bilioni
Stato. Questa è la ragione principale dello scoppio del conflitto civile. Tutte le soluzioni la Slovenia, la Serbia 38.4 nel 2010. In ciò può essere visto tutto il furto, e possiamo
imposte dall’Occidente, che non erano né giuste né intelligenti, rimasero cose irrisolte dimostrare ai cittadini serbi quanto siano state genocide le politiche economiche
che potevano sempre degenerare in un sanguinoso conflitto nell’ex Yugoslavia. dello scorso governo Tadić. Il ridicolo PIL pro capite serbo è causato dalla distruzione
Pertanto, il territorio dell’ex Yugoslavia sarebbe un bariletto di polvere da sparo sul suolo dell’industria e dell’agricoltura. La Serbia ha 7.3 milioni di abitanti, la Croazia ne ha 4.4,
dell’Europa, e non sarà mai un ponte di cooperazione. Dubitiamo sia possibile qualsiasi la Slovenia 2. Ovviamente, il risultato della distruzione dell’economia è la disoccupazione
sincera cooperazione tra i popoli dell’ex Yugoslavia, poiché nessuna nazione mantiene la di massa dei cittadini serbi, che ha raggiunto la quota di un milione di disoccupati, oltre
propria politica indipendente. che il più basso salario medio d’Europa, di circa 300 euro.

Mario Forgione L’intellighenzia del blocco atlantico è stata sempre storicamente Mario Forgione Tomislav Nikolić, nelle sue prime esternazioni, ha chiarito che “non
contraria alla creazione di una valida armonia tra le sfumature etnico-culturali che abbandonerà il cammino intrapreso da Boris Tadić verso l’Unione Europea, ma questo
caratterizzano la penisola balcanica. La stessa Europa – si pensi alla partecipazione cammino non avverrà ad ogni costo”. Qual è sul punto la posizione del Partito Comunista
attiva dell’Italia all’attacco Nato ai danni di Serbia e Kosovo nel marzo del 1999 e al di Serbia e quale ruolo intende ritagliare al suo partito nell’attuale sistema di forze che
forte sostegno dato dai paesi europei alla Croazia e alla Slovenia per lo smembramento governa il paese?
della Federazione balcanica – si è sempre caratterizzata per una politica di totale
asservimento agli interessi di Washington. Oggi, anche alla luce dell’elezione di Tomislav Vojislav Radojević e Ivica Kostić Il PCS crede che l’Unione Europea è un’unione del
Nikolić, esiste per la Serbia la possibilità di svincolarsi dalle ingerenze atlantiche capitale, non un unione del popolo, e questo è totalmente inaccettabile per noi. In
pienamente accettate dal suo predecessore Boris Tadić? questa Europa comanda la dominazione del capitale tedesco e l’indiscussa politica

48
della Germania. L’Unione Europea è diventata la tomba delle nazioni europee, e si
sta esaurendo mettendo in totale dipendenza economica la maggioranza dei suoi
Stati membri, e in modo ancora peggiore quelli dell’Europa dell’Est. La Serbia è stata
anch’essa in questa condizione, perdendo ogni anno circa 110.000 suoi cittadini, con
il tasso del 47% di denatalità, il 50% che si spostavano in altri Stati e il 3% per i suicidi,
rapimenti o morte per fame. Sono questi i valori europei imposti sulla Serbia? Il PCS
è innanzitutto per l’indipendenza (politica e economica) ma, in caso debba scegliere
un lato, sceglierà sempre un’alleanza con quei Paesi che non hanno mai compiuto
aggressioni contro la Serbia o che in nessun modo abbiamo mai ucciso cittadini serbi.

Mario Forgione Nonostante il “moderatismo” che ha caratterizzato l’operato politico


di Boris Tadić la relazione tra Serbia e Kosovo – soprattutto dopo l’indipendenza
proclamata unilateralmente dal governo di Prizren il 17 febbraio 2008 – non è stata
aliena da tensioni e contrapposizioni frontali. Tomislav Nikolić acutizzerà il contrasto o
concentrerà la sua azione politica più sul piano interno? Quale è sul punto la posizione
del Partito Comunista di Serbia?

Vojislav Radojević e Ivica Kostić Tomislav Nikolić, in quanto vassallo dell’imperialismo


occidentale, non è autorizzato a prendere qualsiasi decisione sul problema del Kosovo e
della Metohija, né lo farà, eccetto forse una futile e mite azione politica per calmare le
tensioni del popolo serbo. Noi crediamo anche che, in linea con l’agenda dell’apparato
neoliberale, riconoscerà infine l’indipendenza del Kosovo e della Metohija.
La posizione del PCS sul Kosovo e la Metohija è: il Kosovo e la Metohija hanno occupato
parte del territorio serbo e, di conseguenza, la Serbia ha il diritto legittimo di liberare
il territorio e ri-annetterlo alla madrepatria. Quando questo sarà fatto dipende da vari
fattori, ma è indiscutibile che verrà fatto. Ogni accordo, contratto o documento che
sia stato firmato dal corrente o precedente governo, e che colpisce negativamente la
popolazione serba, non è considerato valido dal PCS.

Mario Forgione Sul piano interno, tenuto conto della complessa congiuntura
economica che attraversa l’Europa, la Serbia vive una situazione non ottimale. Il tasso
di disoccupazione è al 25%, l’inflazione è all’11% ed esiste una forte corruzione politica.
Quali sono le proposte di politica economica del Partito Comunista di Serbia?

Vojislav Radojević e Ivica Kostić Solo per correggerla, in Serbia il livello di disoccupazione
supera il 30% della popolazione, ed è un record europeo. Né il precedente né l’attuale
governo sono interessati al problema, dato che secondo i postulati del liberal-capitalismo
la disoccupazione non è un problema. La disoccupazione causa il più grande potenziale
problema in una società, perché la stessa società affonda nella disperazione, nella
criminalità e la rottura delle giunture sociali. Ogni riparazione del modello capitalista
in Serbia non darà alcun risultato positivo, ma la Serbia scomparirà come Stato e il
popolo serbo verrà distrutto o, al meglio, potrà divenire una versione moderna dei
Curdi, un popolo senza Stato.solo un cambio radicale nell’ordinamento socio-politico e
l’instaurazione del socialismo possono permettere prima di tutto la rivitalizzazione dei
Serbi e la sopravvivenza dello Stato serbo, e poi il rapido sviluppo economico del Paese
che garantirà a tutti i cittadini una vita umana. Solo un genuino Partito Comunista può
guadagnare la fiducia dei cittadini, permettendo la sopravvivenza della Serbia, e questo
è il PCS. Cambiare l’ordine socio-economico può liberare la Serbia dai crimini e dalla
corruzione che hanno ferito il capitalismo, e sono direttamente connessi alla testa dei
partiti politici che hanno governato la Serbia. Nessun cambio cosmetico nel sistema
porterà nulla di buono ai cittadini della Serbia. La Serbia è una colonia dell’Occidente, e
noi sappiamo bene che nelle colonie non si può vivere bene. Il socialismo quindi diviene
una necessità esistenziale per la sopravvivenza dello Stato e dei suoi cittadini.

Mario Forgione La Serbia è un’enclave del cristianesimo ortodosso e il dialogo


privilegiato con Mosca è una costante della politica serba. L’Europa, nel momento
attuale, oltre a vivere una crisi finanziaria di vastissima portata non è ancora capace di
dar vita ad un blocco geopolitico forte, prima che monetario. La Federazione Russa,
tenuto conto delle forti affinità culturali con Belgrado, può essere una valida alternativa
per stimolare gli investimenti economici?

Vojislav Radojević e Ivica Kostić La Serbia deve dismettere l’idea veramente stupida di
Boris Tadić secondo la quale l’UE non ha alternative. Solo la Serbia non ha alternative.
La Serbia deve rivolgersi alle unioni ed ai Paesi che non l’hanno ricattata, che non sono
in guerra contro di essa e contro il suo popolo, e che non riconosco l’indipendenza del
falso Stato del Kosovo. La Serbia deve trovare nuovi mercati e fonti energetiche, e questi
non sono sicuramente nei paesi dell’Unione Europea. Piuttosto questi sono in Russia,
che dispone di un larghissimo mercato e di risorse energetiche. Nonostante la Serbia
abbia eccezionalmente buoni accordi commerciali con la Russia, può essere usata solo
una minima parte di questi accordi perché non vi è nulla da esportare in Russia. La
produzione serba è distrutta, e ci vorrà del tempo per ripristinarla e trarre vantaggio
dai benefici degli accordi economici con la Russia. Introducendo la Serbia nell’Unione
Europea, essa perderebbe tutti i benefici che sono stati concordati con la Russia, e
probabilmente perderebbe per sempre il Kosovo e la Metohija, dato che la condizione
chiave per l’entrata della Serbia nell’UE sarebbe il riconoscimento del Kosovo come stato
indipendente. Costi alti per piccoli benefici.

Mario Forgione Millennium e il Partito Comunista di Serbia si pongono come movimenti


capaci di dar vita ad un fronte articolato contro le derive connesse all’unilateralismo
politico. Il discorso culturale occupa, nei due movimenti, un posto centrale e si pone
come un corollario della piattaforma politica dell’Eurasia. Il Partito Comunista di Serbia
intende continuare a stringere alleanze programmatiche con movimenti affini per
giocare un ruolo da protagonista nelle dinamiche geopolitiche?

Vojislav Radojević e Ivica Kostić Il PCS intende stabilire una più stretta collaborazione
con tutti gli Stati, i partiti e i movimenti del mondo che abbiano gli stessi interessi, così
da poter risolvere i problemi con l’aiuto reciproco, non interferendo negli affari interni
dello Stato, del partito politico o del movimento in questione. Intendiamo stabilire l’unità
d’azione con loro per creare un fronte comune contro il capitalismo e scambiando le
esperienze di questa lotta, poiché tutti noi abbiamo un comune nemico. Una eccezionale
vicinanza di mentalità tra i popoli italiano e serbo fa sì che sia possibile capirvi davvero
bene. La globalizzazione in Europa impone problemi davvero simili, che richiedono
veramente simili soluzioni, e un’azione unitaria contro il capitale globale, poiché tutti noi
viviamo sotto la stessa dittatura del grande capitale. Il combattimento richiede un’azione
unitaria coordinata di tutte le forze progressiste dell’umanità. Il PCS è pronto per l’azione
unitaria e per l’unità d’azione a livello globale con tutte le forze con simile orientamento
ideologico.

Segreteria del Partito Comunista di Serbia

49
IL MERIDIONALISMO
COME PARADIGMA
LATINO-AMERICANO

Intervista a André Martin.

A cura di Orazio Maria Gnerre e Emmanuel Riondino

P ubblichiamo l’intervista a André Martin, docente di Geopolitica presso l’Università di


San Paolo e teorico del Meridionalismo, ottenuta durante il convegno internazionale
svoltosi dal 4 al 6 settembre 2012 presso l’Università Federale di Paraíba, nella
città di João Pessoa (Brasile), al quale ha partecipato una delegazione di Millennium.
L’intervista, inserita nel contesto del dibattito sulla formulazione dei paradigmi per la
interessante potrebbe essere il fatto che il Brasile è tutt’oggi il Paese al mondo con
maggior traffico telefonico portatile: è un esempio lampante di strumentazione moderna
utilizzata per finalità tradizionali, quali la comunicazione intesa in senso comunitario.
transizione al multipolarismo dei grandi spazi, propone diversi spunti di riflessione,
spaziando dalla geopolitica alla storia delle civiltà Nomos Quali sono secondo lei le prospettive di integrazione del grande spazio
sudamericano? Cosa ne pensa delle coalizioni politiche come l’ALBA?
Nomos Nel contesto della transizione uni-multipolare, qual è la prospettiva
paradigmatica che il Meridionalismo dovrebbe sviluppare? Quali sono i punti di contatto André Martin Personalmente, non credo che il modello dell’ALBA promosso da Chávez sia
con il paradigma eurasiatista russo? ampliabile. Sebbene proponga un’integrazione del mondo bolivariano, il mondo andino
repelle questa visione. A mio avviso l’ALBA, sebbene anti-unipolare, è ancora legata ad
André Martin Noi meridionalisti, come gli eurasiatisti russi, difendiamo una concezione una visione del mondo ideologicamente bipolare. Questo purtroppo non le permetterà
multipolare del futuro assetto geopolitico. Parimenti, siamo anche noi alla ricerca di un di fare molta strada. Ad ogni modo, vi sono vari progetti che stanno garantendo un
quarto indirizzo ideologico, che sappia superare sia il liberalcapitalismo che l’obsoleta processo inarrestabile di integrazione sudamericana, e tra questi si potrebbe ricordare il
dicotomia destra-sinistra. Ciò che è necessario reimpostare, sia nella prospettiva Mercosur, il mercato comune dell’America Meridionale.
meridionalista che in quella globale, è la concezione del tempo: necessitiamo di
disaccellerare, abbiamo bisogno di una nuova temporalità. Sebbene queste siano Nomos Qual è la relazione tra il Meridionalismo ed il pensiero di Gramsci in merito alla
visioni comuni sia al Meridionalismo che all’Eurasiatismo, una prima differenza con questione meridionale?
l’Eurasiatismo potrebbe essere considerata l’eccessiva conflittualità che esso nutre nei
confronti dell’Occidente. Noi non abbiamo sviluppato
in modo analogo una nostra prospettiva multipolare.
La nostra strategia per la transizione al multipolarismo
procede per via indiretta, in maniera inclusiva. Più
importante della contrapposizione Est-Ovest noi
consideriamo quella Nord-Sud. Uno dei nostri obiettivi
principali, non a caso, è l’inclusione dell’Australia nella
prospettiva meridionalista.

Nomos Quanto ritiene importante la riscoperta di


un’identità brasiliana nell’ottica della transizione al
multipolarismo?

André Martin Il Brasile è tutt’oggi ben indirizzato


verso il multipolarismo grazie anche al fatto che non
si sia mai trovato ad affrontare direttamente nell’era
bipolare lo schieramento nordatlantico. Eppure,
la cultura brasiliana inclusiva lo rende il Paese con
le più alte capacità di fronteggiare culturalmente
gli Stati Uniti. Il Brasile difatti si distingue per la
sua peculiare derivazione culturale. Entrambi gli
schieramenti americani, sia il Nord che il Sud, sono
stati culturalmente influenzati dall’esperienza europea
ma, nel caso nordatlantico, vi sono delle radicali
differenze. La prima delle quali è che, laddove il
Brasile è stato legato ad una tradizione europeo-
meridionale cattolica, il Nord America è nato
dall’amalgama culturale protestantico-calvinista. Il
Brasile, a differenza degli Stati Uniti, ha sviluppato
una prospettiva internazionale che potremmo
quasi definire “pacifista”: in virtù di ciò, sarebbe un
attore internazionale credibile, e dovrebbe imporsi
nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Per tornare alla
contrapposizione culturale tra il Brasile ed il Nord
America, basti ricordare che, laddove gli statunitensi, importando gli schiavi dall’Africa André Martin Sebbene il Meridionalismo, come paradigma culturale e geopolitico,
distrussero loro tutti gli strumenti musicali privandoli non solo della loro libertà ma prenda le mosse dalle concettualizzazioni di Antonio Gramsci, esso ne costituisce
anche della loro cultura, nel nostro Paese la componente africana è tutt’oggi molto forte, un ampliamento a partire da questa considerazione: esistono molteplici meridioni.
insieme a quella amerindia ed europea, sintomo di un approccio totalmente diverso nelle Il Meridionalismo è una soluzione pratica per il mondo intero. Una progettualità
relazioni interculturali. geopolitica meridionalista è, ad esempio, consolidare una causa comune tra Brasile ed
India: entrambe sono potenze che aspirano ad una posizione nel Consiglio di Sicurezza
Nomos In tal senso, quali “meccanismi di difesa” dovrebbe sviluppare la scuola dell’ONU. Paradossalmente però, gli Stati Uniti sono favorevoli all’India ma non al
Meridionalista nei confronti dell’egemonia nordatlantica? Brasile. Essi sperano di utilizzare l’India nel processo di contenimento della Cina. Se
il Brasile e l’India si proponessero unitariamente per ottenere un posto nel Consiglio
André Martin Sostanzialmente, vi sono due modi d’intendere la prospettiva di Sicurezza dell’ONU, come un’unica forza, secondo un’unica strategia, non solo si
meridionalista. Il primo potrebbe essere definito “sudamericanista”, il secondo consoliderebbero le relazioni di partenariato tra i nostri due Paesi, ma si scongiurerebbe
“latino-americanista”. Io sostengo fermamente la seconda via al Meridionalismo, un grave pericolo per il mondo multipolare.
laddove ritengo che l’unico modo corretto per intendere lo stesso non sia puramente
in una prospettiva di contrapposizione geopolitica, quanto soprattutto culturale e di
civiltà. Il primo passo verso la difesa nei confronti dell’egemonia statunitense è nella
preservazione dell’identità latino-americana. Un secondo obiettivo è quello di sostenere
il Messico in contrapposizione agli Stati Uniti, essendo ad essi più prossimo.

Nomos Come definirebbe la tradizione culturale brasiliana? Da che elementi crede sia
composta?

André Martin Definire con precisione gli elementi previi che hanno composto l’identità
culturale brasiliana è difficile, ma possiamo individuare sicuramente il substrato
amerindio che, sebbene non completamente espresso e non totalmente visibile, esiste, e
si esprime specialmente nelle modalità che i brasiliani adottano per relazionarsi con gli
stranieri: una vera e propria psicologia del Popolo del Sud, che si esprime attraverso il
rapporto con la collettività. Un’altra identità evidente è sicuramente quella africana, che
si esprime attraverso l’allegria della festa. Anche le proteste e le battaglie politiche per
la giustizia sociale in Brasile si trasformano in feste. Insieme poi alla profonda identità
cattolica del brasile, quella amerindia e quella africana ne costituiscono l’ineliminabile
religiosità. Possiamo affermare quindi che il brasile non è stato infettato dalla razionalità Emmanuel Riondino, André Martin e Orazio
economica moderna, ma è ancora legato ad una vera attitudine spirituale. Un esempio Maria Gnerre.

50
BRASILE, TRA
INTEGRAZIONE REGIONALE
E ASSETTI MULTIPOLARI
Intervista a Edu Silvestre de Albuquerque

A cura di Emmanuel Riondino

P roponiamo l’intervista a Edu Silvestre de Albuquerque, professore di Geopolitica


dell'Università Federale del Rio Grande Del Nord (Brasile).

Emmanuel Riondino Qual'è la sua opinione in merito alle prospettive di integrazione del Emmanuel Riondino Quali retaggi influenzano maggiormente il patrimonio indentitario
Brasile nello spazio indiolatino e di un eventuale ruolo di leadership? Brasiliano?

Edu Silvestre de Albuquerque Dopo una lunga storia di espansionismo regionale, il Edu Silvestre de Albuquerque Il Brasile è una nazione cattolica e multietnica, anche se
cui ultimo evento è stata l'annessione di una frazione della Bolivia nel 1903, il Brasile via via sempre più "evangelista", qualunque cittadino può fondare una chiesa evangelica.
ha dimostrato ai propri vicini che ad oggi vi è l'intento di un'egemonia benefica; un Il Paese è inoltre caratterizzato da una pronunciata differenza regionale, con alti tassi di
ambizioso proposito di supporto ed integrazione, oltre alla creazione di infrastrutture povertà nelle regioni del Nord e del Nord-Est. La mescolanza etnica differisce in modo
comuni di trasporto ed energia. Le migliaia di agricoltori brasiliani che vivono al confine sostanziale, l'incrocio tra indios, neri e bianchi differisce da regione a regione; è in ogni
con l'Uruguay, la Bolivia, il Paraguay ed il Perù potrebbero rappresentare una perfetta caso sorprendente che le differenze economiche e culturali non abbiano compromesso
scusa diplomatica per giustificare l'annessione al Brasile, tuttavia questa fase appartiene l'integrità territoriale brasiliana nei secoli, senza dubbio un lascito dell'amministrazione
definitivamente al passato. Inoltre la creazione di compagnie multinazionali in America centralizzata ereditata durante la colonizzazione portoghese.
Latina è ancora poco stimolata dal governo brasiliano. Malgrado l'orgoglio dell'esuberanza tropicale del proprio Paese e la volontà di un
dialogo alla pari con i principali attori dell'arena internazionale, alle elezioni il voto del
Emmanuel Riondino Secondo una prospettiva multipolare, quali potrebbero essere gli popolo brasiliano non è andato ai candidati dei partiti nazionalisti. Il sogno di grandezza
spazi di interazione favoriti? ricalca questa rinuncia nazionale, a dispetto dei discorsi teorici dei governi. È la
medesima situazione di tutti gli altri paesi latinoamericani, incluso il Venezuela di Hugo
Edu Silvestre de Chávez.
Albuquerque Nella
Costituzione brasiliana
è espresso l'intento Emmanuel Riondino Quali ritiene siano stati i pro e i contro del passaggio dal regime
della creazione di una militare alle successive forme di democrazia?
Comunità delle Nazioni
Latino-Americane. Edu Silvestre de Albuquerque La democrazia presuppone che il governo sviluppi politiche
Tuttavia il Messico è di redistribuzione del reddito. Tuttavia, perplessa, la sinistra brasiliana, ed il governo
parte delle dinamiche federale tutto, realizza a poco a poco che l'agenda di sviluppo richiede il progetto
geoeconomiche nazionale di ripresa creato durante il regime militare: il settore dei trasporti marittimi ed
Americane, che il complesso militare-industriale.
limitano il progetto
di integrazione Emmanuel Riondino In Brasile, quali sono le odierne correlazioni che intercorrono tra
con il Sud America. strategia economica e difesa nazionale?
Sin dall'avvento
dei "grandi spazi" Edu Silvestre de Albuquerque Al tempo del regime militare il Brasile era tra i dieci
dell'economia maggiori esportatori di armi nel mondo. Ma a causa dell'instabilità economica e politica
statunitense e ancor dei mercati del terzo mondo, il mercato è andato via via diminuendo. L'Iraq di Hussein e
più nettamente con la Libia di Gheddafi furono tra i nostri maggiori acquirenti.
il "grande spazio"
economico sino- Emmanuel Riondino
americano, la scala Quali sono le opportunità
di competizione del Brasile nel mercato
economica globale energetico?
trascende i confini nazionali per situarsi in aree regionali più ampie. L'integrazione
regionale è certamente l'ispirazione ad oggi, ma anche il vero limite, della diplomazia Edu Silvestre de
brasiliana. Anch'essa scommette nel BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), Albuquerque Per circa
tuttavia ogni giorno diviene sempre più chiaro che ogni paese ha i propri progetti di settanta, ottanta anni
sviluppo economico e la propria proiezione geopolitica. Solo in alcuni ambiti della il Brasile è stato un
cooperazione vi è stato sviluppo parallelo, come tra Brasile e India nell'industria importatore di petrolio,
farmaceutica indirizzata alle cure delle malattie tropicali o nello sviluppo di satelliti di tuttavia negli ultimi anni
rilevamento remoto tra Brasile e Cina. Ma è ancora troppo poco per le dimensioni delle ha saputo trasformarsi in
economie coinvolte. un esportatore. Le riserve
marittime possono rendere
Emmanuel Riondino Qual è la situazione attuale e quali sono le prospettive future il Paese uno dei principali
dell’Unasur e del Mercosur? fornitori del mondo, il
problema è che i costi di
Edu Silvestre de Albuquerque L'Unasur è un blocco politico che aiuta a difendere le estrazione sono elevati
comuni visioni degli stati sudamericani nell'arena internazionale. Data l'intransigenza a causa delle profondità
dell'Organizzazione degli Stati Americani, un'entità creata al tempo della Guerra Fredda oceaniche, la soluzione
in situazioni come quella di Cuba, l'Unasur s'è dimostrato un importante canale di potrà esser determinata da
comunicazione per il Sud America senza il coinvolgimento diretto di Washington. un'escalation del prezzo al
L'attuale situazione del Mercosur è curiosa, l'Argentina e il Brasile hanno approfittato del barile.
colpo di stato in Paraguay per favorire l'entrata del Venezuela nel Mercosur. Il Paraguay Il Brasile possiede tutte
era il maggior ostacolo per l'ascesa del Venezuela nel blocco regionale a causa delle le condizioni naturali per
continue accuse di gestione anti-democratica mosse al governo Chávez. Pensando in un'agricoltura su larga
termini pratici il Venezuela è un attore commerciale e politico assai più espressivo del scala: terreno fertile, sole
Paraguay e la sua adesione è la formula migliore, ma non dovremmo sopravalutare il e acqua. Per questo motivo l'etanolo, carburante ricavato dalla canna da zucchero, è
ruolo del Mercosur, perché è una zona di libero commercio che non muove interamente emerso nel futuro mercato dell'energia globale. Sembrava che gli Stati Uniti volessero
verso un'unione doganale organizzata. finanziarne l'incremento produttivo, ma visto che vi è ancora abbastanza petrolio,
I paesi membri sono ancora dipendenti da capitali e tecnologie straniere, con valute l'etanolo viene visto solamente come una fonte energetica alternativa che non intende
ancora troppo deboli e ricalcare il successo del percorso europeo non sarà facile. sostituire il petrolio nei decenni a venire.

Emmanuel Riondino Quali presupposti e condizioni auspica nel dialogo tra Mercosur e Emmanuel Riondino Quali potrebbero essere le opzioni per il concorso brasiliano nella
Unione Europea? ridefinizione dei conflitti mediorientali?

Edu Silvestre de Albuquerque Secondo l'odierna organizzazione di queste economie Edu Silvestre de Albuquerque Teorie come lo "scontro di civiltà" di Samuel Huntington
regionali, la prospettiva di associazioni strategiche sono ancora molto limitate e come non sono di utilità alcuna per il Brasile, Paese multietnico in cui confluiscono cultura
sembrerebbe ristrette a dimensioni nazionali, come nel caso del partenariato ucraino- africana e indigena con la cultura occidentale. Per inciso sono d'accordo con il professor
brasiliano per il trasferimento di tecnologie di propulsione a razzo ed il partenariato Marcelo José Ferraz Suano quando dice che l'obiettivo principale del paradigma
franco-brasiliano per le tecnologie di costruzione il sottomarino nucleare brasiliano. di Huntington è di preservare l'identità occidentale tra Europa e Stati Uniti, con il
Le esportazioni delle nazioni del Mercosur riguardano principalmente prodotti agricoli, proseguire della partenariato NATO alla fine della guerra fredda e che a tal fine niente è
uno dei pochi settori maggiormente competitivi rispetto alle corrispettive proposte meglio del prospettare un comune nemico: la connessione confuciano-islamica.
dei mercati europei; tuttavia l'Europa, specialmente la Francia, non è interessata Il governo Lula ha sostenuto molto più efficacemente l'autonomia del programma
all'apertura del proprio mercato agricolo. A sua volta l'andamento della crisi europea ha nucleare iraniano; Dilma Rousseff ha optato per un supporto molto discreto, il tutto per
certamente significato la ripresa degli sforzi industriali, il che significa che il Mercosur evitare tensioni con Washington. È un peccato, personalmente ritengo che l'Iran abbia
viene ancora visto come un mercato di consumo per le produzioni industriali dell'Europa. assolutamente ragione nel proporre prospettive non allineate in merito alla questione

51
nucleare.
La realtà è che il Nord intende nuovamente compromettere lo sviluppo del Sud, di là delle
argomentazioni circa la "follia" del governo iraniano; quando mai nella storia, il Nord del
mondo, non ha visto i governi periferici come folli?

LA CRISI SIRIANA, TRA


SOLUZIONI DIPLOMATICHE
E SCENARI DEGENERATIVI
Intervista a Orazio Maria Gnerre, Fondatore e Presidente di Millennium, Direttore

Editoriale di Nomos – Bollettino di studi e analisi

A cura di Natella Speranskaya,


Direttrice del Dipartimento di Pianificazione Strategica del Movimento Eurasia
(Russia).

R iportiamo l’intervista sottoposta al nostro Direttore Editoriale, Orazio Maria Gnerre,


e pubblicata sul sito della Global Revolutionary Alliance (granews.info).

Natella Speranskaya I media occidentali dicono fiduciosamente che la caduta dell’attuale nonostante il fatto che la Russia stessa abbia ricevuto un’esperienza alquanto difficile
regime Siriano è inevitabile. Secondo lei, quanto può essere fondata questa predizione, dalla situazione libica?
e c’è qualche potere politico che può portare ordine in questa situazione?
Orazio Maria Gnerre La posizione russa appare sempre
Orazio Maria Gnerre La prima arma nelle mani più intransigente nei confronti delle lusinghe occidentali.
dell’Occidente è chiaramente il potere mediatico, Quello che è stato l’esito dell’attacco in Libia sicuramente è
attraverso il quale si combattono e vincono veri e servito come lezione per correggere il tiro, e ridimensionare
propri conflitti virtuali. Molto spesso una notizia la propria linea strategica. Non dimentichiamoci dopotutto
artificiosa risulta molto più vantaggiosa di una vittoria che la Siria ha rappresentato per lungo tempo e tutt’ora
reale, e chi conosce questa legge aurea, nei tempi rappresenta uno dei migliori interlocutori della Russia
dell’informazione liquida e del Regno della Quantità, in Medio Oriente. Perdere la Siria significherebbe, per la
la sfrutta a suo favore fino all’esaurimento delle sue Federazione Russa, la cessione di un vantaggio storico ed
possibilità. Ma l’ambivalenza che caratterizza certi una deprivazione strategica. Dubito che la Russia commetta
fenomeni sociali si dimostra oggi più che mai: è per l’errore interpretativo di lasciare aperta la possibilità di
questo che l’informazione dissenziente, promossa normalizzare il settore Siriano sotto l’egida dell’Occidente.
attraverso canali alternativi ai portali ed ai notiziari Piuttosto, dovrebbe valutare l’opportunità di impiegare il
mainstream, nel dischiudersi del disordine post- proprio esercito per risanare il conflitto e ricondurre l’area
moderno, riesce a filtrare con maggiore facilità alla stabilità.
attraverso le maglie del dogma mediatico. La presunta
debolezza della Siria nei confronti del tentativo di Natella Speranskaya Secondo lei che piega prenderà la
destabilizzazione operato da parte del terrorismo situazione dopo il rovesciamento di Bashar al-Assad?
organizzato per conto dell’Occidente, dei Paesi Secondo le informazioni diffuse attraverso i media, vi sono
del Golfo e di Israele si rivela essere null’altro che già decine di scenari catastrofici.
un’ennesima fallace pretesa dell’informazione faziosa.
La Siria conta a suo vantaggio – oltre che un esercito Orazio Maria Gnerre Come già detto precedentemente, non
ben addestrato, una struttura istituzionale incrollabile, dobbiamo dare per scontata la caduta del legittimo governo
una salda alleanza regionale con l’Iran (che ha siriano. L’unica domanda che dovremmo porci, in tal senso,
comunicato di aver già stanziato proprie truppe è: al di là dell’esito della problematica siriana, l’attacco
sullo scenario del conflitto) e, non ultima, la fiducia all’Iran già progettato da lungo tempo sarà effettuato o
del popolo che si manifesta nella solida coesione meno? La risposta più plausibile è affermativa. Le manovre
nazionale attorno al Presidente – l’alleanza di superpotenze al pari di Russia e Cina, per l’accerchiamento dell’Iran durano da anni. Lo stesso lider maximo Fidel Castro,
che in sede ONU fanno valere il proprio peso politico, opponendosi strenuamente alla nei suoi interventi per CubaDebate, denunciava la cessione di un corridoio aereo ad
possibilità di qualsiasi intervento militare esterno di normalizzazione. L’unica soluzione Israele, da parte dei Paesi del Golfo, nell’ottica di un’aggressione militare. È chiaro che
che si prospetta, a questo punto, prevede l’appoggio internazionale di Russia e Cina, comunque una capitolazione della Siria accelererebbe la macchina politica, diplomatica
due dei perni della svolta multipolare impegnati nella difesa dei diritti dei Popoli, e una e militare globale, portandola al massimo grado di ebollizione. La situazione è talmente
possibile mediazione tra le fazioni in lotta assegnata all’Iran, che si è già proposto per delicata da aver indotto anche Z. Brezinski a prendere le distanze dalle fazioni politiche
questo ruolo. nordatlantiche che insistono sulla necessità dell’intervento militare. Ad ogni modo,
la difesa della Siria ha acquistato un’importanza sia strategica, per gli schieramenti
Natella Speranskaya Quanto è probabile un intervento energico degli Stati Uniti nel trainanti la svolta multipolare, che etica, per tutti i sostenitori dei diritti dei Popoli,
conflitto Siriano e un tentativo di rovesciare violentemente il regime di Bashar al-Assad delle religioni tradizionali e della giustizia sociale. Per noi sostenitori della coesione
(o che gli Stati Uniti mantengano invece una certa distanza e non oseranno rischiare)? continentale, questi due obiettivi si fondono e si compenetrano.
Nel caso di una tale possibilità, quale conseguenze porterà tutto ciò alla stessa America?
Natella Speranskaya Un possibile scenario è la divisione territoriale della Siria in tre
Orazio Maria Gnerre La Siria rimane innanzitutto un obiettivo Israeliano, da considerare parti. Chagry Erhan, direttore del Centro di ricerca strategica dei Popoli europei, ritiene
come tappa precedente ad un probabile attacco all’Iran. Gli Stati Uniti hanno interessi che il regime Baath, rimosso dal potere, proverà a creare un nuovo stato sulla base
“indiretti” nel conflitto, che non rispondono a necessità o urgenze strategiche, ma dell'appartenenza a un madhhab attraverso Latakia-Tartus, cosa che può sfociare in una
possono essere considerati “obiettivi secondari”. Tra questi, innanzitutto quello decisione di distruzione o assimilazione della popolazione sunnita. Inoltre, un tale passo
di eliminare uno Stato non allineato dallo scacchiere geopolitico. Le vere urgenze (creazione di un nuovo stato) può impegnare anche i Curdi. E qui sorge una domanda
statunitensi si chiamano rispettivamente Cina e Russia. Anche in tal senso, la riuscita difficile: come prevenire la partizione del paese? Erhan ritiene che una volta che il
della destabilizzazione siriana significherebbe per gli Stati Uniti un indebolimento governo interverrà nel processo con mezzi violenti, ciò porterà a più spargimento di
notevole della stabilità continentale, quindi un vantaggio strategico nei confronti dei sangue. Quanto pensa che sia probabile questo scenario?
primi nemici della sfida globale. È difficile prevedere cosa faranno effettivamente gli
Stati Uniti, e come sarebbero in grado di giustificare davanti all’opinione pubblica Orazio Maria Gnerre Non c’è bisogno di un analista per comprendere che ogni
l’ennesima dichiarazione di guerra del premio Nobel per la pace, Barack Obama. O, frazionamento artificiale di un’unità nazionale conduce verso spirali infinite di sangue e
più probabilmente, l’attacco verrebbe condotto dopo le elezioni incombenti. In tal caso, violenza. Gli equilibri etnici sono qualcosa di così delicato che, quando non sedimentatisi
potremmo solo osservare gli eventi precipitare verso scenari apocalittici. naturalmente, tendono a essere brevi, instabili e degenerativi. Non esiste nessuna
soluzione migliore per prevenire il caos del settore Siriano che difendere il legittimo
Natella Speranskaya Come valuta la posizione della Russia verso questa problematica? La governo che, nel corso degli anni durante i quali ha consolidato il proprio potere, ha
Russia sarebbe capace di accettare il compromesso, cedendo alle insidie dell’Occidente difeso tutte le culture, le etnie e le diversità mediorientali come solo il grande progetto
(per esempio, alla proposta di Hillary Clinton di stabilire una zona demilitarizzata), panarabo ha saputo fare. La parola d’ordine dev’essere: baathismo o barbarie.

52
RESOCONTO DEL
S
i è svolto il 26 ottobre 2012, a Torino, il con-
vegno “Tradizione e Ortodossie”, organizzato

CONVEGNO dall’associazione culturale e politica Millen-


nium, nei locali del Centro Culturale Italo-Arabo

"TRADIZIONE E Dar al-Hikma di Via Fiocchetto 15. La conferenza


vera e propria, preceduta e seguita da momenti

ORTODOSSIE" conviviali di confronto e discussione tra gli inter-


venuti, ha visto la presenza di relatori di fama in-
ternazionale, ed è stata moderata da Alberto Lodi,
dell’Università di Pavia. C’è stata una discreta parte-
cipazione di pubblico, specie da parte dei membri della Comunità Religiosa Islamica.
Il primo intervento (“Tradizione e postmodernità”) è stato affidato a uno dei più influen-
ti filosofi russi contemporanei, il Prof. Aleksandr Dugin, docente all’Università Nazion-
ale del Kazakistan "Lev Gumilëv" e principale esponente dell’eurasiatismo. Rifacendosi
al pensiero tradizionalista, egli ha parlato del ruolo della Tradizione religiosa e spirituale
come linea di resistenza nei confronti della modernità. Quest’ultima avrebbe superato or-
mai la sua fase rigida, materialista e atea – chiamata con il termine alchemico “coagula”
–, e si troverebbe ora nella fase liquida, dissolutiva e libertaria – il “solve”, in termini al-
chemici – ossia il cosiddetto periodo postmoderno. In quest’epoca, si assiste ad un ris-
veglio religioso, la cui apertura però spesso non avviene verso l’alto, verso il divino, ben-
sì verso il basso e le forze infere. Perciò occorre il discernimento degli spiriti, per saper
distinguere tra le forme tradizionali di religiosità, invece quelle deteriori e diaboliche.
Successivamente, ha preso la parola Orazio Maria Gnerre, Presidente di Millennium e Di-
rettore Editoriale di “Nomos - Bollettino di studi e analisi”. La sua relazione “L’opportunità
multipolare”, di argomento geopolitico, ha voluto mettere in luce il ruolo reale e potenziale
delle religioni tradizionali come fattore di mobilitazione popolare e nazionale, nel contesto di
un mondo multipolare. Ovvero, del fatto che i blocchi di potere emergenti (legati alla forza
regionale di Russia, Cina, Brasile, India), hanno bisogno di una forte caratterizzazione, anche
religiosa, per poter affrontare l’unipolarismo dell’imperialismo statunitense. D’altra parte, così
come lo stesso imperialismo statunitense ha una forte componente messianica, al tempo
stesso c’è una forte riscoperta dell’identità comunitaria religiosa in Paesi come Russia e Cina.
Religione e geopolitica sono quindi due elementi che s’intrecciano. Inoltre, in un contesto
simile, i rapporti positivi tra le religioni possono diventare rapporti positivi tra blocchi culturali
continentali, attraverso il dialogo di civiltà, e favorire quindi un equilibrio geopolitico mondiale.
La terza relazione, da parte dello Shaykh Abd al-Wahid Pallavicini, maestro sufi e guida
della Comunità Religiosa Islamica, ha discusso il tema “Per un’intesa tra le ortodossie”.
La prospettiva esposta dallo Shaykh s’iscrive nell’ambito del sufismo, corrente esoterica is-
lamica di matrice neoplatonica, fondata sulla conoscenza mistica di Dio da parte del fe-
dele. Questo approccio avrebbe il merito di superare le differenze essoteriche e dogmat-
iche che normalmente sussistono tra le religioni, e consentire di giungere ad una più intima
vicinanza tra le varie confessioni. Naturalmente, ciò non sminuisce affatto l’importanza
delle religioni, sul piano essoterico, per condurre l’uomo alla salvezza. Piuttosto, il fine
del sufismo islamico, così come dell’esicasmo ortodosso e di altre forme, cristiane e non,
di ascetismo e misticismo, è quello di condurre l’uomo ad un'intima vicinanza con Dio.
Infine, il Dott. Andrea Virga, dell’Università di Pisa, Rappresentante di Millennium per il Pie-
monte e Redattore di Filosofia e Teologia per “Nomos - Bollettino di studi e analisi”, ha trattato
il tema “Cristianesimo integrale e riconciliazione”. Dopo un excursus storico-ecclesiastico, ha
delineato in maniera sintetica ma esaustiva le principali differenze ecclesiali e teologiche tra cat-
tolicesimo e ortodossia, senza trascurare quei punti dolenti ancora aperti (come l’uniatismo).
Infine, ha espresso alcune considerazioni personali riguardo alle modalità di superamento di
queste divisioni, le quali a loro volta riecheggiano le differenze profonde tra Occidente e Oriente.
Il Prof. Dugin è poi ritornato sul tema dei rapporti interconfessionali tra cattolicesimo
e ortodossia, mostrandosi contrario all’ecumenismo e favorevole piuttosto ad un di-
alogo lento e delicato, fondato sulla comune riscoperta da parte cattolica e ortodossa
della Patristica e del cristianesimo tardo-antico. In particolare, ha difeso dell’ortodossia
l’aspetto comunitario, con la sua organizzazione ecclesiale sinodale anziché mono-
cratica, e quello pluralistico, nella lingua liturgica e nel culto, ma anche nella teologia.
In generale, sia nel suo discorso che in quello dello Shaykh Pallavicini è emersa, da una
parte, la preoccupazione per le tendenze esclusiviste e universaliste del cristianesimo
moderno, assimilate ad analoghe spinte imperialiste e mondialiste dell’Occidente con-
temporaneo. Dall’altra, un forte rispetto per le religioni, in opposizione quindi alle de-
generazioni moderniste e liberali, e ancor di più per quelle esperienze mistiche ed eso-
teriche, volte ad avvicinare le diverse fedi. Si tratta quindi di una prospettiva che si
distingue sia dal “dialogo” ecumenicamente inteso, sia dal sincretismo, ma che, nel
solco della philosophia perennis, può portare a stabilire un rapporto veramente pro-
ficuo tra le religioni tradizionali, come auspicato dall’autentico ecumenismo cattolico.

53
RECENSIONI
Di Alessandro Lattanzio

io-finanziaria, autonoma e indipendente dal direttamente con lo speaker Giuliano Giu-


sistema finanziario anglo-statunitense, che bilei che, candidamente, diceva al pubblico
avrebbe dovuto avviare un grande program- che i “migranti-prigionieri” intervenivano
ma di sviluppo agricolo e infrastrutturale grazie alla disponibilità di un telefono satel-
dell'Africa. litare. Ovviamente Giubilei si guardò bene
Ma ciò non doveva accadere. Gli scontri dallo specificare come fosse possibile che dei
nell'Africa del Sahel, tra l'avanzante influ- 'prigionieri' incatenati in un lager, avessero a
enza economico-politica della Jamahiriya e disposizione, e chissà grazie a chi, addirittura
il declinante controllo geopolitico di Parigi, un telefono satellitare con cui poter screditare
aveva acceso le ire e la vendetta della Francia il sistema libico parlando, ripeto in diretta,
neo-coloniale e delle sue industrie degli ar- con i giornalisti del TG 3.
mamenti, del petrolio e del nucleare. Parigi, Ovviamente, il TG 3 si era prestato ad
che ospita il salotto ideologico della sinistra un'operazione di disinformazione strategica
occidentale, compresa quella italiana, che sia e di preparazione all'aggressione bellica alla
legata al PD, o al Manifesto o alle varie frange Jamahiriya, e questo ben sei-sette mesi prima
settarie 'anti-imperialiste', 'ultramaoiste' o che si sentisse parlare di “Primavera Araba”.
'trotskiste', esercita una forte influenza, che Questo fatto dimostra che l'intervento con-
sia ideologica o finanziaria, poco importa. Sta tro la Libia Popolare era in preparazione da
di fatto che la sinistra ha preso e seguito chi- molto tempo, anni, e come si leggerà nel li-
aramente delle direttive esterne, interessate a bro, perfino decenni prima del 2011. Come si
che si adottasse un atteggiamento di ostilità vedrà, la presunta 'Primavera Araba' in Libia
verso il socialismo libico e di sostegno ac- è sempre stata seguita, coccolata e protetta fin
ritico, menzognero e sfacciatamente fazioso dal primo giorno della “rivolta” di Bengasi.
riguardo la tragedia libica. Altrimenti, cosa ci facevano la Portaeromobi-
Basti ricordarsi che nell'estate 2010 accade li Garibaldi e la nave-spia Elettra della marina
un evento che sebbene svoltosi sotto gli oc- militare italiana, nelle acque al largo di Ben-
chi di un pubblico di milioni telespettatori, gasi, proprio nei giorni dell'esplosione della
“Libia: Campo di battaglia tra Occidente ed
sfuggì totalmente all'attenzione. Ebbene, il rivolta Gheddafi? Oppure, la nave da carico
Eurasia” TG 3, il telegiornale di sinistra, gestito dal utilizzata dalla nota ONG Emergency per
PD in base alla spartizione partitocratica (e prestare soccorso ai golpisti islamisti di Misu-
privatistica) delle risorse pubbliche, trasmise rata (e solo a loro), che veniva regolarmente
Anteo Edizioni per alcuni giorni una notizia allarmante: un utilizzata per trasportare armi, mercenari,
gruppo di migranti eritrei lanciava l'allarme terroristi e consulenti occidentali, addirittura
sulle brutali condizioni vigenti nei 'campi di dei droni canadesi, per supportare la sangui-
concentramento' di Gheddafi, dove milioni, naria rivolta islamista e atlantista contro la
dicevano, di africani venivano brutalizzati Libia socialista e popolare.
e perfino lasciati morire. Questo gruppo di Molte altre cose sono spiegate e presentate
Nel mio testo Libia: Campo di battaglia tra oc- migranti eritrei denunciava i maltrattamenti nel libro Libia: Campo di battaglia tra occi-
cidente ed Eurasia, Anteo Edizioni, ho tentato subiti dalla polizia di Gheddafi: torture, bas- dente ed Eurasia, Anteo Edizioni; ma questa
di tracciare la dinamica degli eventi libici del tonature, incatenamenti, isolamento, denu- breve e sintetica presentazione è sufficiente
2011 sul piano strategico, geopolitico militare trizione, maltrattamenti, malattie e fame in- per indicare quale sia il tracciato seguito dal
e d'intelligence, poiché è su quel piano che si flitte ai poveri migranti. Sembrava che tutte le libro e quale sia la natura, l'origine e lo sco-
trovano le vere ragioni dell'aggressione e distru- storie horror delle varie agenzie antirazziste, po dell'aggressione alla Libia, un’aggressione
zione della Libia, camuffata dalla propaganda oggi scopertesi al soldo della NATO, del so- così apertamente e sfacciatamente camuffata,
atlantista-islamista quale rivoluzione popolare cial-colonialismo parigino e dei petro-emira- travisata e occultata dal sistema massmediati-
per la democrazia. ti del Golfo Persico, venissero verificate e di- co della disinformazione strategica occiden-
La Gran Repubblica Popolare e Socialista delle mostrate. Ma la cosa strana, che ai giornalisti tale e filo-occidentale.
Masse (Jamahiriya) di Libia, costituiva un grave del TG-3 sfuggì, o che semplicemente igno-
ostacolo per le faccende anglo-israelo-franco- rarono contando sulla dabbenaggine del tel-
statunitensi nello scacchiere mediterraneo-me- espettatore medio delle trasmissioni di 'sin-
diorientale e nel continente africano. Nei mesi istra', era dato dal fatto che i poveri migranti
precedenti al golpe fallito di Bengasi, del feb- eritrei, 'internati e torturati' nei lager ghed-
braio 2011, Tripoli aveva avviato una serie di dafiani, potessero tranquillamente spargere
iniziative strategiche di notevole importanza; questa disinformazione intervenendo in di-
quale la costituzione di una struttura bancar- retta, durante il telegiornale stesso, parlando

54