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Filosofia Politica di Roberto

Escobar
Filosofia Politica
Università degli Studi di Milano
30 pag.

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FILOSOFIA POLITICA

La Filosofia è un’attività che nasce dallo stupore, che è il principio di ogni filosofare,
il vedere l’ovvio in un altro senso. Mary Douglas dice che il filosofo ritrova le
domande che il pensiero istituzionale nasconde. Georg Simmel diche invece che la
filosofia non esiste ma esistono i filosofi e non vi è un progredire storico nei problemi
perché il filosofo è quel tale che ha la propensione a vedere il mondo da un unico
punto di vista, escludendone altri. La filosofia non viene mai superata ma continua a
vedere il mondo da un unico punto di vista. Questo è l’elogio del relativismo in cui
non esiste una prospettiva assolutamente vera. Non esiste un assoluto, non conta il
singolo in quanto ricompreso in un ordine universale. Il relativismo è negativo
quando si pensa che non c’è un assoluto, è positivo quando si pensa che ci sono i
vivi.
Per Carl Shmitt il politico può essere definito così come può essere definita la
dimensione estetica cioè il politico è tutto ciò che ha senso in funzione della parola
“nemico”. Per Escobar il politico è lo spazio simbolico, culturale e materiale entro cui
nascono le istituzioni e i confini. La paura viene trasformata in riti, confini e identità,
trasfigurando il disordine in ordine.
Friedrich Nietzche è un proto-nazista, è sfondo della cultura occidentale nonostante
venga considerato demoniacamente distruttivo. Giustizia, stato e individuo le analizza
fino alla distruzione. Parte da un’idea di uomo non metafisica, non parte quindi da
una figura astratta per capire chi è e che cos’è l’uomo.
Canetti scrive “Massa e potere” che è un gran raccoglitore di storie ma non è un
filosofo. Nel testo espone come nasce e cos’è una massa, fa un’analisi di Freud,
massa come dimensione dell’essere uomini e si chiede cos’è il potere? Omicidio. Per
Canetti la vita degli esseri umani è strutturata secondo un pulsare di masse che poi
esplodono. Lui divide la massa in massa naturale che è quella aperta dove non c’è
limite alla sua crescita, appena smette di crescere vi è la disgregazione. La sua
apertura quindi oltre a permetterle di crescere, la mette in pericolo. Un altro tipo di
massa è quella chiusa che non si preoccupa tanto della crescita ma della durata. La
massa chiusa si insedia e forma un confine. Il confine impedisce un incremento
sregolato, ma in compenso ostacolo e ritarda il deflusso.
Istituzione: Mary Douglas dice che l'istituzione è un gruppo sociale la cui autorità è
legittimata. In cosa consiste la legittimazione? Ci vuole qualcuno che riconosce
l'autorità e la superiorità. L'istituzione è quindi un gruppo sociale la cui autorità
appare legittimata, viene attribuita quindi autorità da parte di qualcuno. Per Elias
Canetti l'istituzione è una massa che si chiude in confini e che pone al suo centro una
serie di rituali. Per Perè Girard l'istituzione è fondativa in tutto ciò che è umano ed è
il rito con cui si uccide un uomo. Per lui i gruppi umani tendono ad essere in crisi,
stanno insieme ma ognuno vorrebbe avere il ruolo dell’altro, allora si uccide un
soggetto. Dopo l'uccisione ci si sente più uniti e più buoni e la vittima può anche

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diventare un dio. Per Girard gli dei nascono da vittime morte e le istituzioni nascono
da questo evento.
Ist da latino sisto, imperativo del verbo sto. L'istituzione appare e deve apparire ferma
anche se in realtà viene sempre ricostruita. Non c'è mai niente di fermo, non c'è mai
una società che non sia in crisi perché le società sono continuamente in cambiamento.
Le uniche società non in crisi sono quelle morte.
AUTORITÀ: autorità e potere sono la stessa cosa? Il potere è la capacità di far fare
agli altri qualcosa. L’autorità è un’attribuzione di superiorità e deriva dalla capacità di
immaginazione che abbiamo. Ognuno di noi è insicuro e ha bisogno di conferme. Noi
vediamo qualcun'altro e immaginiamo che lui non abbia bisogno di queste conferme.
L'autorità non è un rapporto perché è un'attribuzione unilaterale. Il potere è la
capacità di indurre gli altri a fare o non fare qualcosa sulla base dell'autorità. Nel
potere l'uso della forza è sempre possibile ma non deve essere sempre necessario
perché altrimenti manca autorità. L'uso reiterato della forza però può produrre
autorità. Ciò che ci induce ad obbedire sta più nei nostri occhi che nella dimensione
del potere. Esempio favola di Esopo del "leone malato". La volpe è l'unica che
capisce ma è davvero così? Viene da pensare che gli animali volessero essere
mangiati dal leone rinunciando a se stessi. Consegnarsi al potere ha però i suoi
vantaggi: il potere uccide e quindi se mi consegno al potere uccido con lui. Rischio di
morire perché così posso uccidere, penso che non morirò davvero e se anche morirò
lo farò con il capo.
CONFINE: per capire il significato bisogna analizzare il termine PAURA. La paura
è il luogo della politica. Hobbes sostiene che nello stato di natura ogni uomo voglia e
abbia diritto a tutto. Questo porta ad una situazione in cui nessuno è sicuro di niente
e ha paura e teme per la sua vita. L'uomo però è un animale razionale e quindi riesce
ad escogitare leggi razionali. Con il contratto, tutti rinunciano a tutto tranne uno solo,
a cui però in cambio si chiede protezione. Il Sovrano ha diritto a tutto tranne che a
uccidere.
Storia del contadino di Marcellinara. Il fuori inizia quando sono ancora in casa e sto
per uscire. È lì che inizia la paura, quando si immagina di andare incontro al niente. Il
contadino ha paura quando sta per uscire dal suo paese: dopo il bivio, il mondo
continua ma il contadino ha paura e torna indietro. La paura produce una rincorsa
folle verso la sicurezza. Noi abbiamo pochi istinti e stiamo continuamente sui confini,
sempre preoccupati di non farcela. Questo fa si che ogni volta creiamo un nuovo
campanile, un nuovo ordine. Metamorfosi della paura: è impossibile interromperla, si
trasforma ma rimane il mare in cui nuotiamo. La pura è priva di oggetto, si ha paura
del niente.
Paura e libertà: il confine è una linea simbolica, non materiale, lungo la quale la paura
diventa sicurezza, il disordine ordine e il niente tutto. Confine tra simbolico e
diabolico: simbolico descrive tutta la parte della nostra esistenza che sta al di qua del
confine. Diabolico è tutto ciò che sta fuori, che non ha senso.

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Nella chiusura dei confini, l'altro che viene da fuori è escluso o perseguitato. Il
pregiudizio persecutorio descrive la società sacrificale. L'ordine è costituito e
ricostituito tramite l'uccisione dell'altro. La politica dell'odio si basa sul linguaggio
della paura. Invece di affrontare i problemi si alienano, generando come risultato una
catastrofe.
Politica degli occhi: ES gatto e topo (metafora di Canetti) guardando con gli occhi del
tipo si scoprono altre cose, controcampo. L'occhio viene incanalato dal pensiero del
potere in una certa direzione, viene abituato a vedere certe cose e non altre. Bisogna
capovolgere l'occhio perché è uno strumento di libertà. Il potere è narrato come
onnivedente, si dimentica così che il potere è potere non perché vede noi ma perché
noi vediamo lui. L'idea che il potere sia onnipotente alimenta il potere stesso.
Grujel: cose onnipotenti passano inosservate, se vedo una cosa che è ignorata ho un
sentimento di rivolta. Per Camuss la rivolta non è violenta poiché questa sarebbe la
rivoluzione, che spesso rinnega e annulla la rivolta. La paura è un sentimento
fondante della politica e del nostro essere uomini. La nostra specie è diventata uomo
tramite il processo di ominaazione proprio elaborando la paura. Prima l'uomo era
simile agli altri animali. Dall'insieme delle specie animali si distacca una specie con
delle particolarità, quella peggiore, che imbocca una via evolutiva maggiore e
culturale e che si trova in un mondo di cui ha paura e in cui si trova male. Molte
specie di animali scompaiono, non inventano nulla o inventano male. Una di queste
specie ce l'ha fatta, noi. Ha sviluppato strumenti di controllo simbolico del mondo
che gli ha permesso di sopravvivere.
La paura crea la nostra cultura. Verso il 1989 il mondo cambia forma, fino all''89
diviso era tra est e ovest. Nell’'89 crolla il regime sovietico e finisce la pace nel
mondo. Durante la guerra fredda noi abbiamo avuto una sensazione di equilibrio, il
centro della nostra paura era la zona atomica. Intorno al '60 USA e URSS stavano per
far partire i missili ma c'era un equilibrio molto stabile, nonostante la paura per la
bomba atomica. La paura era ben strutturata, aveva e dava una forma. La paura è
l'origine stesso dell'ordine come la paura per la fine del mondo trasformata in
sicurezza. All'interno dei due imperi ognuno sapeva chi era il nemico. Con l’87-89
questo contrasto è caduto, ci fu un lungo periodo in cui l’ex URSS non ha avuto peso
politico. Con la caduta della Russia, l’identità occidentale è venuta meno perché
mancava il nemico. Ci fu un momento di crisi perché la mia identità è solida nel
momento in cui la posso contrapporre. Ma dal sud del mondo iniziarono le
migrazioni dei più poveri e così si ebbero un nuovo nemico e una forte paura. Il caso
italiano è particolare perché non emigrano persone dall’africa ma dal sud al nord
dell’Italia. L’esodo dal mondo povero minaccia l’economia e il sistema del nostro
paese.
Una massa regge l’altra se sono di uguale entità. L’identità delle masse consiste nel
rispecchiamento nella massa opposta. La massa doppia si eregge perché le due metà
si scontrano. L’identità per contrapposizione del secolo scorso è precaria perché non
c’è più un vero nemico. Poveri del sud non sono una massa uguale alla nostra ma

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piccoli esseri velenosi. Si sviluppa così un quasi nemico chiamato extracomunitario.
È uno straniero interno. Volevamo un nemico così abbiamo iniziato con il mondo
islamico, nostro nemico di sempre. Si parla di scontro di civiltà ecc.
“Altro colpo di fortuna”: hanno attaccato le Torri Gemelle. Sono un vero pericolo e
hanno un nome: Osama Bin Laden.
Massa: Canetti riferisce questo paragrafo alla massa aperta, sbagliando, perché si
riferisce meglio ad una massa chiusa. La massa è assediata da tutto ciò che non è
massa. Quando la non massa minaccia di oltrepassare le mura, il gruppo si consolida.
Ma ogni massa ha nelle sue cantine un nemico maggiore, cioè il piccolo traditore.
Tutti hanno la volontà di non combattere e farsi i fatti propri ma siccome si
vergognano davanti alla massa, l’io si chiude in cantina. Il “vantaggio” è che c’è
qualcuno che vuole entrare e che come noi ha il piccolo traditore, noi additiamo il
loro piccolo traditore e ritorniamo compatti, persecuzione.
Il nemico quando non esiste, si inventa perché è molto confortante per l’unità del
gruppo. Di solito il nemico è lo straniero (estraneo, uno che sta fuori). Nel latino
arcaico c’è una parola che li comprende entrambi: hostis=straniero, nemico, ospite.
Questa cosa avvenne pensando alla forma sociale di Roma e dei villaggi latini, queste
sono popolazioni con uguale lingua e cultura ma in continuo contrasto che hanno
però la necessità di rapportarsi. I sottogruppi hanno bisogno di scambi commerciali e
quindi la necessità che uno esca dalla città da cui uno proviene per andare in un’altra
città. Ecco perché hostis è sia nemico/straniero che ospite. La cosa funzionava fino a
che le città che avevano rapporti con Roma erano piccole. Quando Roma cresce,
smette di essere una città segmentale e diventa uno stato con una identità molto forte
che si contrappone a tutto ciò che sta fuori. A questo punto lo straniero che viene a
Roma è prevalentemente nemico. La contrapposizione diviene evidente perché i
popoli che sono fuori non sono uguali a Roma ma sono stranieri. Rimane comunque
la necessità che venga qualcuno da fuori per il commercio estero. Ci vollero così una
serie di norme che garantiscano questa attività.
Ora lo straniero è sempre più simile al nemico contro cui si innescano tutte le paure e
tutte le angosce del gruppo. Il nemico è colui che ci fa la guerra e ci uccide, ci deruba,
è il colpevole, il portatore di ogni colpa, è malvagio.
Per quanto Schmitt sostenga che si possa definire la politica sulla base della parola
nemico come “estetica”, nella nozione di nemico c’è sempre un’idea di colpevolezza,
è colui che traccia la nostra morte. Il nemico è colui che viene a farci del male, su di
lui scarichiamo tutte le angosce delle nostre paure, noi non moriremo ma se anche
dovessimo morire lo faremo insieme. Il gruppo pensa che ogni paura sia scatenata
perché il nemico ha ucciso qualcuno.
Il primo morto è fondamentale per lo scoppio della guerra, non è determinante il
ruolo che il morto aveva nel gruppo, conta solo il fatto che il nemico ne sia
responsabile. La guerra che scoppia per un morto, porta altri moltissimi morti e si
piangeranno meno i successivi rispetto al primo perché il primo serve a giustificare la
colpevolezza del nemico.

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A Roma c’era una cultura giuridica formalistica, cioè le regole del diritto sono
sostanza del diritto. Nel medioevo vi è una nozione di GUERRA GIUSTA, la Chiesa
formula un’ipotesi in cui è consentito far la guerra per trovare una soluzione alle
discordie tra signorotti. Il problema è che in ogni libro di ogni popolo si dirà che la
guerra di quel popolo è stata una guerra di difesa. I principi che dichiaravano una
guerra giusta, autogiustificavano la guerra che volevano fare, la guerra è, infatti,
sempre ingiustificata in sé, il fatto che io la debba fare è già una sconfitta. Non devo
quindi giustificare quello che sto per fare, ammetto solamente che sto facendo una
cosa sbagliata. Per i romani del periodo arcaico la guerra giusta non esisteva, ciò che
rende una guerra giusta è la sua dichiarazione.
C’è uno di Albalanga che ci ha fregato le pecore e noi le rivogliamo indietro. Il
Senato incarica il sacerdote di andare ad Albalanga a riprenderle, con in testa un
cappellino di lana. Lui va ed espone le ragioni di Roma: avete 30 giorni per ridarci le
pecore, Albalanga però non accetta e il sacerdote torna a Roma e dice la risposta.
Allora il Senato lo incarica di dichiarare guerra, così lui va al confine e lancia al di là
una lancia. In questo modo si ha una guerra giusta. Fornari studia il mito: lancia viene
gettata in avanti, proiettata, insieme alla lancia si scaglia anche tutto il senso di colpa
del gruppo. Ad oggi non c’è nemmeno più la concezione rituale ma solo ideologica.
Noi siamo buoni perché siamo democratici, tutto quello che non è democrazia è un
mostro. Simile al paranoico: uomo si convince che tutto il mondo ce l’abbia con lui.
In realtà la paura di essere perseguitato riflette la voglia di comandare ed essere il
primo.
Ad oggi noi giustifichiamo ogni guerra dicendo che è per il loro bene, come si faceva
ai tempi di Colombo per esportare cristianesimo e civiltà in centro America.
Il nemico è il colpevole e lo straniero non è un uomo. In tedesco “unmensch”
significa “non uomo”, così anche i selvaggi sono diversi, non uomini, mostri. Quando
un gruppo si ritiene in dovere di affermare la propria superiorità e identità, significa
che non ne è certo. L’alta opinione che ho di me non deriva da una semplice mia
opinione ma dal fatto che ho creato un mostro. L’ebreo garantisce l’ariano ecc.
Diverso: partiamo dal rivale. Etimologia da “riva”, l’altra riva. Due città divise da un
fiume sono simili ma essendo su sponde opposte sono rivali perché vi è il rischio di
confondersi e di non sapere più chi si è. Devo allora rendere diverse le città così
confermo la mia identità.

Nell’Amleto di S. vi è un’ultima elaborazione di un antico mito nordico che si


riferisce a un fatto catastrofico: nel nord dell’Europa vi è un gorgo, gioco di correnti
che si chiama “maelstrom” intorno a cui si è creata una serie di racconti.
In fondo al mare c’è il mulino di Amlodi (da cui Amleto) la cui asse si è deviata.
Macina enormi masse di acqua muovendo tutto ciò che c’è sopra. Questo mito si
ritrova in tutte le culture. Il sole nasce in certe costellazioni in certi periodi dell’anno.
Gli uomini hanno sempre osservato gli astri fin dalla preistoria. Ogni 2000 anni il
sole cambia però posizione, da qui l’idea che qualcuno ha spostato l’asse del mondo.

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In questo caso il mito è una storia che spiega lo strano spostamento delle
costellazioni. Questo perché altrimenti nasce l’angoscia perché immaginiamo che nel
mondo non ci sia ordine.
Edgard Allan Poe parte da questo mito e inizia il suo racconto mostrando un vecchio
e un viaggiatore. Il viaggiatore racconta che questo uomo sceso da una muraglia sul
mare gli mostra il gorgo spaventoso e gli diche che prima di aver avuto un’avventura
lì dentro non era così vecchio. Prima aveva dei fratelli con cui andare a pescare ed
altri pescatori che stavano al di qua del gorgo. Loro conoscevano gli orari di quiete
del gorgo e lo superavano. Un giorno però l’orologio smise di funzionare e quindi
l’ordine finisce perché l’orologio è ciò che dà prevedibilità al tempo umano, dandogli
un significato. Cresce il panico, inizia a riprodursi la corrente e ad aprirsi il gorgo.
Non c’è più nessun riferimento che da senso al loro mondo. Erano tre fratelli, il primo
si butta subito in acqua e muore. L’altro fratello va in panico ma reagisce: di fronte ad
un bisogno dà una risposta “naturale”, fa come il contadino di Marcellinara che
scappa indietro, prende delle corde e si attacca saldamente alla nave, convinto che se
si attacca alla cosa più solida si salverà. Il vecchio invece fa qualcosa di
assolutamente non immediato e cioè pensa che quello che vede è proprio bello. Si
guarda intorno, si distacca da quello che gli sta intorno come se non fosse lui quello
che sta per morire. Comincia a fare ipotesi di salvezza ma ogni ipotesi non è valida.
Ad un certo punto gli viene in mente che può trovare delle cose piccole e
tondeggianti. Pensa che non sia la cosa grande che tende a risalire ma la cosa piccola,
prende una piccola botte ci si attacca e si butta in acqua salvandosi. Riesce a tornare
nella zona sicura dove i suoi compagni lo aiutano ma senza riconoscerlo perché è
cambiato. Quest’uomo viene da un altro tipo di mondo. Lui arrivava da un mondo
che gli dava sicurezza e che è crollato perché l’orologio non andava più. Invece di
correre verso il campanile, è andato avanti rielaborando tutto e ipotizzando nuovi
significati, non cercando la verità ma elaborando ipotesi, teorie e ogni volta le ha
corrette arrivando a quella giusta. Ha ricostruito una rete simbolica, il maelstrom è il
simbolo e l’avere intuito una via di salvezza ha creato un nuovo ordine. Il vecchio ha
avuto coraggio, ha messo un piede fuori e i suoi compagni non lo accettano. Il
vecchio è come un eroe. Campbell sostiene che dal punto di vista formale l’avventura
dell’eroe si sviluppa così: città in cui tutto non ha senso, uomo diverso arriva,
affronta il disordine e si scontra, muore, risorge e nelle favole viene acclamato.
Quindi quello di Poe è un racconto eroico. Questo racconto descrive come noi, esseri
umani mal riusciti, siamo diventati padroni del mondo.
Momenti di filosofia: caduta nell’insensato; capacità di sospendere la reazione e
prendere tempo, interporre un nuovo iato. Esco dal divenire, elaboro, prendo
decisioni. Il primo grande artificio è il tempo che è una produzione umana in cui si
elaborano altri artifici che producono teorie. Quando un uomo raggiunge una certa
opinione, non reagisce ma agisce. Produzione di significati e azione.
L’istinto è la capacità di far fronte ad un bisogno mettendo in atto atteggiamenti
adeguati, l’animale è istintivo e quindi reagisce. L’uomo no, l’uomo agisce, fa

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qualcosa per ottenere qualcos’altro. Il primo fratello muore subito perché inutile dal
punto di vista filosofico. I due sopravvissuti sono i due modi umani per rapportarsi
all’esistenza. Nell’antica Grecia Prometeo era colui che vedeva prima ed Epimeteo
colui che vedeva vicino. Prometeo ed Epimeteo erano fratelli, Prometeo si ribella a
Dei olimpici, soprattutto a Zeus. Efesto e Kratos incatenano Prometeo ad un palo.
Kratos lo incatena perché si è ribellato al potere di Zeus per dare il fuoco agli umani.
Ha voluto abbattere un antico ordine. Porta il fuoco agli uomini tramite la ferula cava.
L’uomo diventa padrone del fuoco. Epimeteo invece è quello che scompare. Essi
sono parti dell’essere umano, l’uomo vuole campare ma per farlo deve essere
previdente. Ci deve quindi essere armonia tra questi due fattori.
LA CATEGORIA DELL’IDENTITA’
Cos’è l’identità?
• Dimensione individuale: qualcosa in cui mi riconosco
• Dimensione collettiva: qualcosa in cui altri si riconoscono
• Dimensione simbolica: rappresentazione
• Dimensione della circolarità: relazione tra noi e gli altri
• Rappresentazione
• Riconoscimento
• Distinzione: non è solo un fatto che l’identità produca differenze, ma è il fatto
che io riconosca queste differenze, l’identità è qualcosa di costruito.

La sociologia studia l’identità in due filoni: primordialista che interpreta l’identità


come un dato originario, legato a qualcosa di dato, di stabile, immutabile che viene
assegnato alla nascita e da cui non posso separarmi. Mentre la visione costruttivista
che interpreta l’identità come costruzione in riferimento a qualcosa che cambia, che
costruisco, che si modifica durante il percorso della mia vita.
Manuel Caster: simbolico, frutto di attributi che danno un significato al nostro essere.
È un processo, l’identità non è un esito di questo processo ma è il processo stesso.
Ruolo dell’individuo: nella dialettica io/noi si può creare una tensione. Se
consideriamo l’identità come un dato è il noi che definisce l’io. In base a dove nasco
ho quindi la mia identità. Se invece consideriamo l’identità come costruzione, è il noi
che nasce dalla pluralità degli io. Le due cose nella pratica si uniscono, non esiste un
gruppo sociale in cui prevale la dimensione comunità-individuo e un altro in cui
prevale individuo-comunità. C’è sempre un compromesso. Ogni gruppo sociale è
fatto di interazioni e di tensioni tra individuo e collettività che usano volontà per dare
senso all’appartenenza. Un movimento di rivendicazione dell’identità può diventare
un moto individuale o collettivo.
Carlo Tuglio-Alcan è antropologo. Dice che l’identità è composta da elementi
costitutivi durevoli e dimensione di processo. Per far si che un dato originario si
mantenga tale deve essere dotato di una certa elasticità e deve essere aiutato da
meccanismi che lo ripropongono costantemente.
Elementi costitutivi durevoli:

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1. Epos
2. Ethos
3. Logos
4. Genos
5. Topos

1. Trasfigurazione simbolica della memoria storica in quanto celebrazione di un


comune passato, epica.
2. Esito della trasfigurazione simbolica in valori delle istituzioni che regolano
interazione e convivenza nel gruppo, etica.
3. Lingua, modo di esprimersi e di comunicare di una precisa comunità, non solo
è diversa da nazione a nazione ma anche all’interno della nazione stessa. La
lingua è fondamentale nella collettività perché comporta la comprensione. Il
logos è lo strumento che rende possibile la trasmissione alle future generazioni,
il mito e il valore.
4. Genos è la dimensione biologica, genetica dell’appartenenza. Ho dei tratti
comuni dal punto di vista biologico e genetico che provano una parentela, una
comunità, un’appartenenza ad una stirpe, genera una sorta di comunità di
sangue.
5. Trasformazione simbolica della necessità umana di possedere e controllare un
determinato territorio. Legame con la terra che diventa limitato, io sono
italiano perché vivo in Italia non per origine.

Ghelen: tra noi e gli altri animali c’è una frattura che si chiama cultura. A noi sembra
che la nostra sia infinitamente superiore a quella degli altri animali, ma delle ricerche
testimoniano che anche gli animali si tramandano le cose. Comunque noi pensiamo
che gli uomini siano esseri che agiscono perché sono animali mancati.
Nell’antica Grecia c’erano due concezioni antropologiche, quella ottimistica che dice
che l’uomo tra gli animali è quello venuto meglio e quella negativista che dice che gli
uomini sono gli esseri venuti peggio. Promoteo fa parte della concezione negativista,
è un tiranno che ha a cuore la causa umana. Compie una serie di crimini, come rubare
il fuoco a Efesto, e per questo Zeus lo fa incatenare al Caucaso che è in qualche modo
il centro del mondo. Rispetto a quest’asse quello che sta sopra è il cielo e quello che
sta sotto sono gli inferi. Prometeo quando viene incatenato dice: “Io prima di portare
il fuoco agli uomini ho portato loro l’opaco sperare. “Prima di me gli uomini erano
formiche sul filo del vento”. L’opaco sperare è lo sperare nonostante le disillusioni
continue. Secondo il mito di Pandora gli uomini come unico dono hanno la speranza.
Se fossero davvero razionali, basandosi sul fatto di essere formiche sul filo del vento,
smetterebbero di vivere. Ma continuano a sperare, è tramite questo che Zeus li tiene
ancora più schiavi alla loro condizione. Uomo vive in una condizione in cui non ha

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nulla, nel mondo tutto è degli dei, niente è degli uomini. Come si può dare qualcosa
agli uomini? Rubando, così fa Prometeo per due volte.
La prima volta quando deve sacrificare un toro. Secondo il rito dovrebbe darne una
parte a Zeus e il resto tenerlo per sé. Zeus ovviamente vuole la carne che è ciò di cui
si cibano gli uomini. Prometeo allora inganna Zeus prendendo la pelle del toro e
mettendoci dentro ossa e grasso. Zeus si adira e condanna gli uomini a non avere più
il fuoco.
La seconda volta quando ruba il fuoco per darlo agli uomini. Zeus allora lo fa
inchiodare al Caucaso e gli fa divorare il fegato da un’aquila. La pena descrive la
condizione: quando Prometeo è incatenato al palo, è come se fosse incatenato
all’Axis mundi, ad un principio ordinativo. L’unico modo che hanno avuto gli uomini
per uscire da questa inferiorità è stato produrre simboli e artifici che però non gli
permettono più di tornare indietro, devono stare legati. Gli uomini godono di una
libertà incatenata. Perché gli uomini si affranchino del bisogno cieco di sopravvivere,
hanno la necessità dell’istituzione che è qualcosa che li domina. Solo dominati dalle
regole dell’istituzione, possono essere liberi.

CIVETTERIA: non dire mai né si né no. Simmel scrive un saggio sulla civetteria di
inizio ‘900. Per lui è evidente che le donne civettano perché non hanno potere. La
donna, infatti, è comandata dal padre e non può fare altro e quando si sposa passa al
potere del marito. Questo le ha indotte ad un sotterfugio per avere il potere. La donna
ha potere quando è “sposabile”. Dice nì, sìsì, nono, e in quel momento ha potere. I
maschi fanno lo stesso nei confronti di tutti quelli che gli capitano, non dire né sì né
no è l’unico modo per non essere schiacciati dallo strapotere naturale, così si produce
il modello umano. Il civettare sposta il tempo del sì e del no.
Nietzsche nell’aforisma 354 della gaia scienza parla del genio della specie. La
coscienza (io so) è diversa dall’autocoscienza (io so di sapere). Noi potremmo
tranquillamente agire senza l’autocoscienza però la abbiamo perché è in rapporto con
la nostra capacità di comunicazione, a sua volta in rapporto con il bisogno di
comunicare. Ogni uomo deve dipendere dagli altri. L’autocoscienza non è una
qualità, è il saper rappresentare il proprio bisogno in modo da poterlo dire. Noi
riusciamo a sapere di sapere solo poco di quello che ci capita, lo sviluppo della lingua
e dell’autocoscienza procedono di pari passo. C’è in noi il sapere, quello che viene a
galla è un sapere leggero che posso comunicare. Se fosse qualcosa di molto più
profondo non potrei comunicarlo. La comunicazione artistica va al di là
dell’autocoscienza. Nasce dalla necessità di comunicare, portando la mediazione in
superficie, quello che abbiamo dentro, trasformando in parole e gesti quello che
sentiamo.

Pensiero di Gehlen

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Pubblica l’“uomo” nel ’50, lui era nazista. Il suo pensiero è di estremo interesse e
nega la possibilità dell’ordine politico sulla base della natura. Per Gehlen l’uomo
diventa tale quando abbandona la natura e la sopperisce con l’artificio.
L’antropologia filosofica consiste nell’arrivare ad una definizione dell’essere umano
che non sia metafisica ma che derivi dalle scienze dell’uomo. L’uomo è l’essere che
agisce, che utilizza qualcosa per ottenere qualcos’altro. L’uomo è un essere ritardato,
lo sviluppo dell’essere umano è incompleto. Quando nasce, è un feto uscito troppo
presto e, infatti, ha bisogno più di qualsiasi altro animale di un lungo periodo di
tempo per essere autosufficiente. L’uomo è affetto da neotenia, è incompleto e il più
debole di tutti. Questa visione porta ad uno stravolgimento della tradizionale visione
dell’uomo come apice dello sviluppo. Doveva essere spazzato via dal corso degli
eventi perché non era adeguato ma è riuscito a sopravvivere grazie a condizioni
ambientali favorevoli, che hanno consentito lo sviluppo anche ad un essere così
precario.
Secondo Gehlen questa specie inadatta aveva istinti insufficienti. Altra ipotesi è che
questa specie gli avesse persi nel tempo insieme al fisico adeguato. Poteva andare in
due modi: scomparsa o adeguamento con strumenti culturali simbolici. L’uomo
invece di soffrire per la sua debolezza ha usato l’ingegno, trasformando la natura in
qualcosa che avesse significato. Tutto ciò non è accaduto per volontà o necessità, è
avvenuto e basta senza nessuna logica.
La debolezza lo fa aprire al mondo, esponendolo alla potenza negativa e pericolosa
del mondo. Vi è anche però un risvolto positivo perché, mentre negli altri animali
tutta l’energia è incanalata verso ciò che naturalmente fanno, noi abbiamo un gran
capitale inutilizzato, questa apertura ci fa uscire dal disordine e ci fa costruire il
nostro mondo. Un essere aperto al mondo negativo è schiacciato dallo stesso mondo,
“velastung” (oppressione). Per liberarci usiamo ciò che non è in noi. “Mondo” parola
nordica, Gehlen usa tre parole: unghemung (ciò che è dato attorno, materialità senza
senso in cui ogni essere vivente è immerso), unvelt (ambiente che ha senso dentro
l’unghemung, per l’uomo non esiste alcun luogo simile) e velt (mondo creato
dall’uomo all’interno dell’unghemung).
A questo punto come sostiene Nietsche, noi essere umani che usciamo dal caos con la
costruzione di un mondo, siamo costretti a ricominciare in questo mondo. Per quanto
Gehlen sia un SS, non c’è pensiero più anti razzista del suo.
L’uomo crea le istituzioni che insieme ai riti ci permettono di sopravvivere e di
sopperire ai nostri istinti mancati. L’istinto è la capacità di un essere vivente che ha
bisogno di rispondere ad uno stimolo corporeo che deriva da un bisogno. Ciò che ci
rende veramente uomini sono le parole e il pensiero.
Per Gehlen la metamorfosi della paura avviene quando l’uomo costruisce una
dimensione artificiale in cui possa vivere dentro una dimensione naturale in cui non
potrebbe vivere. Il mondo artificiale è formato da significati e simboli. Il simbolo non
è niente di metafisico. È qualcosa di più semplice e umano. Noi usiamo la parola
simbolo per più di un significato: simbolo naturale (in base alla mia esperienza so che

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da qualcosa deriva qualcos’altro) e simbolo convenzionale come i numeri. La
capacità simbolica dell’uomo consiste nel dire qualcosa per indicare qualcos’altro.
Essendo artificiale il simbolo non è valido universalmente, vive nel mercato. La
dimensione fondamentale del simbolo è il linguaggio, ogni parola è un simbolo,
anche se noi abbiamo abbandonato la consapevolezza che lo sia.
Di simboli e parole è costituito il mito, dal greco mythos, “la parola che comanda”. È
un racconto che indica modelli di comportamento, è il simbolico in azione, il
condensato di ciò che il gruppo pensa a proposito di ciò che è giusto e ciò che non è
giusto fare. Nelle società politeiste c’è pluralità di miti. In quelle monoteiste c’è un
unico mito intollerante nei confronti degli altri, quello del potere.
Il mito è un racconto di una serie di azioni, quindi è diverso dalla poesia, è
trascrivibile e può essere elaborato nel tempo mantenendo però il senso iniziale.
Quando un mito è scritto non è più un vero mito. Di variazione in variazione il mito
si diffonde fino a diventare la sfera rappresentativa del mondo. Il mito scritto è
diverso da quello orale perché ha una fine e quindi un significato.
L’altra dimensione che regola i comportamenti è il rito che è una serie di atti e
comportamenti che devono essere tenuti in una particolare maniera e che innesca nel
gruppo che lo compie un senso di doverosità. Non è un racconto ma un
comportamento che implica un cambiamento di stato, dalla dimensione quotidiana si
passa a una dimensione sacra.
Dio Ianus è un dio di 2 due forme, quindi è anche deforme perché non ha la forma
ordinaria. Di solito si dice che sia il dio della guerra ma in realtà è il dio che in guerra
assicura qualcosa cioè che il passaggio da disordine della guerra a ordine della pace
sia tutelato. Questo passaggio è garantito dal dio dai due volti, uno che guarda il caos
del passaggio e uno che guarda l’ordine del futuro. È il dio del rito. I riti sono molto
importanti anche in politica. La doverosità è molto importante perché il gruppo pensa
che si debba fare così. L’uomo deve costruire i suoi riti e il senso del dovere che è
invece naturale per gli animali. Per Gehlen questo succede perché negli uomini gli
istinti sono deboli e inadeguati, ma esiste ancora un meccanismo d’innesto per cui di
fronte ad un fatto rilevante sentiamo una spinta a far qualcosa.
L’istituzione ha quindi due strumenti il mito e il rito.
Il sacro è invece qualcosa di intoccabile. Nel gruppo sociale ci sono verità sottratte
alla discutibilità, siccome sono indiscutibili, ogni volta che ho bisogno di energia
entropica per mantenere l’istituzione mi rivolgo a questa strettissima cerchia di
simboli indiscutibili. Anche il sacro è umano e quindi si modifica e se ne va.
Per mantenere la coesione sono necessari i miti e i riti.
La nascita dei confini è ciò che da senso ad uno spazio che di per sé non ha. Il
confine è una linea che separa il diabolon dal symbolon, il senso dal non senso. Tutti
i confini hanno simboli ed hanno a che fare con la creazione di senso, è come una
cornice per un quadro. Per Simmel il confine dà senso al rappresentato. Il confine non
sociologico è un confine che esiste di per sé, ha una fortissima dimensione simbolica.
Il confine sociologico si regge su un altro confine (massa doppia di Canetti,

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indifferenza tra due sfere sociali). Piccolo traditore interno pericoloso viene rimosso.
Chi sta fuori dalla massa chiusa vuole partecipare e chiede di entrare, noi però il
piccolo traditore lo sentiamo e lo respingiamo. L’opera di fondazione della religiosità
è questa coesione per fronteggiare il nemico interno. Straniero: piccolo traditore
interno è lo straniero in ognuno di noi (Camus), poi c’è un altro tipo di straniero e
cioè quello che è tra noi, interno al gruppo.
Abbiamo bisogno di vedere l’istituzione, di sapere che c’è, che ci sarà e non finirà.
L’ordine è quindi un valore, meglio un ordine qualunque che nessun ordine. Le
rivoluzioni non le fanno i più che non hanno niente da perdere ma i meno, le elites
che sanno immaginare un altro ordine. Quando salta l’ordine inizia l’odio per il
diverso (malattia dei confini).
Per Canetti la massa è dove non c’è distinzione fra i singoli. La massa per lui ha un
valore sociale né positivo né negativo e può essere aperta o chiusa. C’è una paura
fondamentale che si trasforma in passiona e ci si comincia ad addensare. La massa
toglie spazio e dà senso ad individui che di per sé non hanno senso, man mano
l’individuo scompare e diventa un unicum: la massa. Quando si scioglie, vi è la
tristezza. Massa aperta: massa che non riesce a crescere, ogni singolo è importante.
Massa chiusa: compattissima ma precaria.
La massa è determinata dalla meta. Per farla durare la meta è lontana nel tempo, forse
addirittura al di là del tempo. Si inventa l’ordine e la gerarchia, la precarietà diventa
duratura, la formazione continua. La coesione è però nettamente inferiore. Per
mantenere la coesione si ha bisogno di miti e riti per convincere che è un dovere stare
nella massa. Periodicamente viene ripetuto il rito della fondazione sperando o
illudendosi che possa accadere ciò che non è accaduto. Questo perché la massa teme
la dispersione.
La nascita dei confini avvenne per dare un senso ad uno spazio che di per sé non ne
ha.
Per Simmel l’invidia è diversa dalla gelosia. La gelosia nasce con la paura di perdere
qualcosa che qualcuno può potenzialmente sottrarti. L’invidia è invece ciò che prova
chi vorrebbe sottrare qualcosa nei confronti di chi la possiede.
Il desiderio invece per Girard è senza oggetto, ognuno desidera di essere l’altro. Ogni
eroe nel romanzo moderno è profondamente desiderante, mimesi. La crisi di
differenziazione provoca la violenza, si uccide qualcuno più debole e si ha un
atteggiamento ambiguo nei suoi confronti, lo si odia per ucciderlo (capro espiatorio)
ma è anche fonte di compattezza per il gruppo.
Per Freud l’orda primordiale era dominata dal maschio che teneva sotto scacco le
donne. I figli uccidono il padre e con questo si fonda l’ordine sociale perché per
elaborare il lutto si decide che il padre diventi un totem, acquietandosi il disordine.
Come ci si rapporta con alterità? Identificandosi come una parte nel tutto e con
relazioni con differenze. Se l’estremizzazione è letta in termini negativi, porta
all’affermazione di un altro assoluto, l’assolutizzazione della dignità umana. Un’altra
possibile reazione la troviamo in un libro: un venditore di uccelli interrogato dalla

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polizia sulla sua razza, risponde che la sua razza è lui e ogni uomo è una razza.
Risposta simile a quella di Einstein che dice che non c’è un’unica razza umana ma
una rivendicazione non individualista, in riferimento alla persona, al soggetto interno
e alla rete di relazioni che lo costituisce.
Nel ’40-’45 l’espressione di Einstein diventa simbolica in un contesto speculare dove
l’identificazione etnica produce danni di segno opposto, dove il diverso viene
schiavizzato e ad essi non vengono accordati diritti.
Due miti a confronto:
1. Torre di Babele (genesi): gli uomini si riuniscono tutti nello stesso posto e
decidono di costruire una torre e una città. La spiegazione è che da quel
momento nascono i popoli, descrizione simbolica, che diventa poi sacra, delle
diversità culturali nel mondo dando alla divinità la responsabilità di aver
avviato questo processo. La risposta del divino alla superbia dell’uomo che
vuole innalzarsi fino a lui è di distruggere la torre e fa disperdere tutti gli
uomini creando i popoli.
Un’altra lettura del testo è quella che dice che l’intervento divino è visto come
la capacità della divinità di far fare all’uomo quello che è nella sua natura, cioè
evitare la concentrazione in un territorio ma diffondere la presenza umana
ovunque per diffondere la parola di Dio.
Tutta l’attenzione del racconto si incentra nella torre che si innalza fino al cielo
ed entra in competizione con la divinità. In realtà gli uomini vogliono costruire
la città. La città è la dimensione collettiva dell’uomo che esce dal concetto di
comunità e crea interazione tra le differenze. Concetto di libertà/liberazione
passa dall’occupazione di un luogo, una terra.
2. Mito cosmogonico maya: nel ‘500 un frate francescano dice di aver ritrovato
un manoscritto del popolo Vuh nella selva del Guatemala. Racconta la nascita
dell’uomo mantenendo alcuni elementi della tradizione cristiana. Individuo in
quanto tale non esiste perché l’uomo nasce già inserito in una rete di azioni. In
questo libro si dice che una pluralità di dei ha creato una pluralità di uomini.

La persecuzione all’interno dell’istituzione.


Senza artificio gli essere umani vivrebbero in una situazione di povertà, di totale non
libertà per questo vi fu l’invenzione dell’istituzione, della politica che dovrebbe dare
una libertà dal bisogno. In questo modulo procediamo come se l’istituzione fosse una
sola cosa. In realtà le istituzioni sono molteplici. Essa mi dice cosa fare in
determinate situazioni e che devo obbedire, le norme di comportamento che sono
indipendenti dalla mia autocoscienza io le seguo meccanicamente. Essere liberi
significa poter scegliere senza condizionamenti. Se esiste l’istituzione, l’identità
diventa identicità perché all’interno dell’istituzione siamo tutti uguali. Chi non ha
questa identicità non esiste, esiste il diverso, che non viene riconosciuto e diventa una
vittima. Il silenzio delle vittime vi è perché le vittime non hanno parola, sono
costrette al silenzio. Hanna Arendt diche che la vittima è ridotta al silenzio perché

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quando dice “sono una vittima” e il persecutore dice “non è vero”, tutti gli
appartenenti alla classe del persecutore gli danno ragione. È difficile far credere di
essere una vittima.
Stangl tira fuori questo metodo di elaborazione del lutto. In un’intervista pone in
silenzio le sue vittime dicendo che forse gli ebrei devono passare questo per essere un
popolo. La moglie dice alla Sereny che ci deve essere per forza una ragione per tutto
quello che è successo, un senso. C’è un disegno, un senso storico, quasi
provvidenziale. Sono morti ma la loro morte ha creato un nuovo ordine quindi è un
bene che siano morti, questo ragionamento è seguito non solo dai persecutori ma
anche dalle vittime. Le vittime stesse si mettono a tacere. Quando uno stato si regge
su quest’idea sacrificale può essere considerato uno stato persecutorio ed ha bisogno
di vittime per continuare ad esistere. La vittima può essere ridotta al silenzio, ma la
stessa vittima può decidere di confondersi nel silenzio.
Nell’Ungheria nazista del ’44, il diciottenne Oliver Rustyk si vede obbligato a vestire
la stella gialla, lui come tutti gli altri. Se fosse stato da solo si sarebbe ribellato, ma
essendo una situazione estesa a tutti non lo fa, si confonde tra tutti, non si è eroi
quando si è uguali, non si ha la forza di chiedere aiuto perché si è tutti uguali. La
stessa vittima si assuefà al suo ruolo di vittima. Quando per anni additiamo i rom
come rom, i rom diventano rom. La vittima fa in modo di scomparire e di non farsi
notare formando una schiera anonima. Betraim è stato in un lager dal ’38 al ’99,
viene poi liberato e si trasferisce negli USA. Dopo una lunga vita si uccide, forse per
il senso di colpa di essere sopravvissuto. Racconta questo episodio: le SS costringono
lui e altri a stare in piedi al gelo. Dopo ore alcuni si ribellano decidendo di stringersi
l’uno all’altro. Non importa se le guardie sparano perché ora si sentono un unico
individuo. Questi internati non vennero uccisi. Tutto questo è il silenzio delle vittime,
il persecutore non è mai uno ma sono tanti. Faurison (negazionista) dice che non ha
ancora trovato un solo ex deportato in grado di provare di aver visto una camera a
gas. Probatio diabolica: non ci sono vittime che non sono morte, quindi chi è una
vittima? Il processo è un gioco con delle regole in cui ci sono giocatori posti allo
stesso livello. Si cerca la verità processuale non la verità, può succedere che a chi ha
ragione venga attribuito il torto. Sono una vittima se non sono considerato avente
diritto a esprimere un giudizio e non a non potermi difendersi. L’attore è colui che ha,
insieme ad altri, diritto di impersonare un ruolo sul palcoscenico. L’attore è il
cittadino. In prospettiva liberal-democratica ognuno ha dovuto svolgere un ruolo in
una scena pubblica, in cui ognuno è attore come un altro. Basta negare a qualcuno il
diritto di essere attore per farlo diventare vittima.
Quando si considera qualcuno come appartenente ad un gruppo in modo totale, lo si
rende vittima, è una visione in cui ognuno vale l’altro, si perde l’identità. Da questa
dimensione totale non è possibile discostarsi, non per motivi teorici, ma per motivi di
carne e sangue. Per essere persecutori bisogna condividere qualcosa che ci impedisca
di vedere l’altro. Si passa quindi al silenzio dei persecutori che è all’origine del

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silenzio della vittima. Io non vedo e non sento più perché c’è una dimensione alla
quale partecipo che chiamo silenzio.
Filastrocca dei Grimm: non si dice altro che “va bene andiamo insieme” e perché
andiamo insieme? “Perché io con te, tu con me”. La persecuzione oltrepassa la
dimensione del totalitarismo, la persecuzione può anche esserci in democrazia.
Quella dei Grimm comunque non è una società (società è quando ognuno rimane se
stesso. Comunità è invece una relazione calda di rapporti, il gruppo non è la somma
dei membri. L’uguaglianza della filastrocca non ha alcun significato per il singolo ma
denota un appiattimento unico.
Per Hanna Arendt il totalitarismo mette in marcia le masse.
In un documento leghista vi è la concezione dello spazio atemporale, del legame
sociale, l’idea che le relazioni vere non sono quelle che stabiliscono con i singoli, ma
quelle che si possono stabilire con gli antenati e i figli futuri. Io ho la sensazione di
valere qualcosa perché appartengo ad una grande Tradizione, ma in realtà non valgo
niente. In questa dichiarazione leghista si parla di terre padane, “legate da legami
molto profondi come quelli delle stagioni”. Ciò vuol dire che non c’è una dimensione
argomentativa. Tutti coloro che hanno a fondamento l’idea che la politica sia una
dimensione dell’insieme e della comunità, hanno come modello Hitler, che ha portato
agli estremi quello che è solo implicito nel pensiero di tutti questi movimenti. Hitler
è l’esponente massimo dell’idea “io come te, tutti come me”. Un atteggiamento
interessante è il suo amore per il dialetto: a Vienna era disorientato perché non
parlavano il suo dialetto ma era un “miscuglio di popoli”, ritrova invece il suo
dialetto in Bassa Baviera. Vienna appare a Hitler come “incarnazione dell’incesto”
perché vi è un miscuglio di popoli. Qui vi è una contraddizione perché l’incesto è
“tra noi e noi”. Hitler avendo paura dei rapporti di qualsiasi tipo, applica questa paura
assimilandola all’incesto.
La storia del leone e della volpe ci insegna che gli altri animali si sono consegnati per
interesse (delegare la libertà). C’è però il rischio di morire ma la morte si aggiunge
agli interessi e non spaventa. Non spaventa, perché si è già morti, quando ci si
consegna, si rinuncia alla libertà e alla responsabilità, quindi si è simbolicamente
morti. Inoltre quando la morte fisica avviene insieme al capo, è confortante.
Storia di Flavio Giuseppe: nel ’67 d.C. gli ebrei erano in lotta coi romani. Gli ebrei
uccidono 6000 romani e Roma reagisce. Flavio Giuseppe, sacerdote ebreo molto
giovane, si rende conto che Roma vincerà e quindi sostiene che ci si debba arrendere.
Cerca di comunicarlo ai suoi compagni ma non ce la fa. Decide allora di uscire per
organizzare la resistenza da fuori ma i suoi lo circondano e decide allora di rimanere
lì e rimanda tutti all’attacco. Vespasiano costruisce un terrapieno, entra nelle mura e
massacra gli ebrei. Giuseppe allora scappa ed entra in un pozzo, dove trova altri che
lo acclamano perché è il leader. Di notte si rende conto che non può scappare. I
romani gli dicono che se lui e i suoi escono, avrà salva la vita. Lui cerca di
convincere i suoi ma non c’è verso, di fronte alla sua proposta questi quasi si
ribellano. Giuseppe allora cambia ancora idea e gli dice che hanno ragione. Decidono

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quindi, per onore, di suicidarsi. Giuseppe si salva perché dice che il suicidio è
sgradito a Dio e quindi decide di tirare a sorte così che nessuno si uccida da solo.
Ovviamente è lui a gestire la cosa e quando arriva all’ultimo non vuole macchiarsi
del sangue di un compatriota e, rimasti soli, riesce a convincerlo ad uscire. Racconta
però che i suoi erano tutti contenti perché era un onore morire per il capo.
Ideologia “differenzialistica”: noi riteniamo che ogni etnia sia differente, però noi (di
questa etnia) siamo particolarmente legati a questa etnia e non siamo razzisti.
Differente è diverso da diverso, se io mi rifiuto di conoscere una relazione con
un'altra differenza, non c’è relazione. La differenza è relativa, implica un confronto.
Se viene meno il confronto, la differenza diventa assoluta e cioè diventa diversità.
Philip Zimbardo alla fine degli anni ’60 inizia un esperimento su cui lavorerà per
tutta la vita. Vuole studiare fino a che punto gli esseri umani arrivino nel caso di
violenza contro gli altri. Pubblica su un giornale l’annuncio che pagherà chi avrebbe
partecipato a questo esperimento: un gruppo doveva fare il carceriere e un gruppo i
carcerati. I carcerieri dovevano far rispettare la legge senza violenza. Dopo 5 giorni,
l’assistente di Zimbardo, interviene per interrompere l’esperimento perché erano
successe cose crudeli. I buoni, infatti, diventavano facilmente cattivi.
Semplificatori, macchina della paura: insieme degli operatori del settore informativo
che in buona/mala fede diffondono lo stereotipo dell’odio dominante.
L’omicidio è ingiustificabile, c’è un paradosso che dice che la vita di ognuno vale più
di quella di tutti gli altri. Ha senso dire così piuttosto che la vita di un uomo è uguale
a quella di tutti gli altri altrimenti si rischia di sacrificare uno per salvare gli altri.
La comunità è una categoria centrale, può essere vista sotto diversi aspetti che
possono mettere in risalto lati positivi o negativi. Il racconto della genesi ci porta alla
creazione dell’uomo individualista, da un singolo uomo viene creato il resto. In tutta
la bibbia, i protagonisti non sono individui ma comunità, in particolare le stirpi,
comunità di sangue. Si narra sempre di discendenti di, figli di,… quello che lega la
comunità è la parentela, essendo soggetti creati dalla divinità mantengono così il
legame con il creatore. Il sangue ha un ruolo centrale. Sono comunità di tipo chiuso
perché solo chi entra a far parte di queste comunità, entra in contatto con il creatore.
Questa idea di comunità viene contrapposta nella bibbia ad un’altra idea, che è quella
della società civile, che prende forma nel contesto della città. Abbiamo visto Babele
e la volontà del divino di intervenire contro un atto di superbia dell’uomo. L’idea
della città può creare condizioni per cui venga meno la comunità di sangue perché c’è
una dimensione di apertura. Racconto distruzione Sodoma e Gomorra. Racconto
figlie di Lott (che segue distruzione di Sodoma), discendente di Abramo, per accordo
con Dio scappa da Sodoma con le figlie prima della distruzione, rifugiandosi in una
grotta. Se la città è distrutta come può proseguire la discendenza? Tramite l’incesto.
In realtà vicino alla grotta c’era una città non distrutta. Il problema è che non erano
della stessa stirpe. Chi è fuori, è diverso. Per vivere bene l’uomo deve stare in una
comunità, dove la comprensione è immediata.

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“No”, il persecutore non sa usare questa parola, la teme, se la usasse, dovrebbe
affrontare una crisi interiore. Millgram, qualche anno dopo Zimbardo, deve affrontare
la questione dell’obbedienza che in Germania aveva portato migliaia di uccisioni. Per
questo fece diversi esperimenti per spiegare questa esperienza. Uno di questi è
adorno: formulazione di una personalità autoritaria cioè si è nazisti se si è malati
perché queste persone hanno bisogno psicologico di autorità. È una visione
pericolosa perché sembra la teoria che “i tedeschi sono cattivi, sono un popolo che
chiede ordine”. I tedeschi sono anche i più antisemiti tra gli europei perché il nazismo
è uguale all’antisemitismo. Ma, Millgram non crede in questo e la sua ricerca consiste
nel trovare dei volontari per una sperimentazione psicologica per capire quanto gli
uomini sono disposti a fare male. Sceglie persone normali senza precedenti penali. Il
singolo volontario viene messo di fianco ad uno scienziato col camicie bianco e
dall’altra parte del vetro c’è un soggetto che deve ripetere una serie di numeri,
quando sbaglia, il volontario deve premere un bottone e gli viene detto che la persona
dall’altra parte non sentirà dolore. Nonostante che dall’altra parte del vetro la persona
soffra il dolore il volontario continua a schiacciare il pulsante ad ogni errore. La
propensione al male aumenta quando meno si è in rapporto con la vittima e quando
più si è soli. Nella spirale del silenzio si dimostra che i singoli hanno paura a pensare
diversamente dagli altri. L’esperimento viene fatto in un contesto universitario e
viene a loro detto che è a fin di bene e c’è anche un uomo col camicie bianco che
rappresenta l’autorità. Il singolo si trova in un racconto condensato, faccio del bene e
la vittima non corre rischi. Vi è il processo della corruzione morale. Per esempio
Stanghler passa da poliziotto ad aguzzino. Alla fine era considerato un mostro nei
campi di concentramento e dire di no, era diventato impossibile perché sarebbe stato
come distruggere la sua personalità. Quello che Milligan scopre in un esperimento, in
Stanghler è successo.
Platone, nella “Repubblica”, spiega come deve essere costruita una polis, c’è la
necessità che i governanti mentano. I governanti, come lo sono i medici o i
comandanti di una nave, dato che loro conoscono il bene, hanno quindi il diritto, se
occorre, di mentire per raggiungere il bene. I pazienti e i marinai invece no, se il
paziente mentisse al medico, egli non potrebbe curarlo. Questo si chiama dovere di
sincerità unidirezionale. Il diritto/dovere di mentire non esiste solo a livello di
relazioni concrete ma anche nelle storie. Nell’Iliade e nell’Odissea vi sono molti eroi
che muoiono, gli eroi sono soldati e la polis ha bisogno di soldati. Per Platone
bisogna migliorare le storie perché è bene per i giovani che si tolga ogni riferimento
alla morte degli eroi. In quest’opera vi è un importante dialogo tra Socrate e il suo
allievo Glaucone. La questione è se serve, per il bene di uno stato, raccontare una
menzogna e se è lecito farlo. Nell’ottica di Platone la Polis è ordinata in tre classi: i
produttori (mercanti, artigiani e contadini), i guardiani (guerrieri, quelli a cui bisogna
raccontare l’epica) e i governanti (filosofi che conosco la verità).
Una cosa del genere può essere raccontata tramite una vecchia storia fenicia. Il
problema vero è convincere tutti i cittadini della fondatezza di questa tripartizione, se

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non tutti almeno i sottoposti. Glaucone chiede a Socrate in cosa consiste questa storia
fenicia e Socrate racconta: gli uomini sono stati creati in modo diverso, alcuni
impastati col bronzo, altri con l’argento e altri con l’oro. Socrate è imbarazzato a
raccontare questo mito non perché era una menzogna, mentire è lecito, ma è possibile
avere la faccia tosta per raccontare questa cosa? Come facciamo a farla credere?
Socrate chiede a Glaucone come farebbe e lui risponde: “ Raccontiamo questa storia
a lungo, perché se continuiamo a raccontarla, anche se gli ateniesi non ci crederanno,
lo faranno i loro figli”. C’è comunque qualcuno che non crede alla storia e, cioè chi la
racconta. È probabile quindi che Platone pensasse di essere solo lui il governante. Ci
sono quindi due sfere, quello che Platone racconta ai filosofi e quello che i filosofi
raccontano ai loro sottoposti. E Platone come fa a credere a una menzogna? Ci sarà
un’altra sfera che Platone racconta a sé stesso. Tutto ciò avviene perché noi siamo
animali crudeli. Noi crediamo al mondo così come ci viene presentato. Il mondo è un
prodotto artificiale, somma di significati difficili da credere come semplici significati.
Vengono inseriti in storie, in miti che stabilizzano il mondo. Davanti ad una storia il
mondo migliora e si accetta ciò che altrimenti sarebbe difficile accettare.
Questa crudeltà può essere utilizzata in vari modi, anche per indurci a fare cose che
altrimenti penseremmo assurde. Alexander Koyshev, neo hegeliano, ha
corrispondenza con Leo Strauss, maestro di alcuni intellettuali che sosterranno Bush:
dibattito relativo alla questione di come fare a tutelare i giovani, a insegnare loro le
cose in modo tale che non vengano conosciute da altri. La risposta è che si usa un
linguaggio esoterico, che comincia cioè all’interno del gruppo. Ci sono due livelli di
comprensione quella palese (conosciuto anche al di fuori del gruppo) e quello interno.
Così si può fuggire alla persecuzione e parlare a persone intelligenti.
Ma in una dimensione più liberale, come è possibile parlare ai gruppi? Strauss
sostiene che è bene fare così. Perché gli uomini credono? Giuliano deve riformare lo
stato romano in crisi, in cui il cristianesimo è la religione dominante. Giuliano è certo
che per uscire dalla crisi si debba tornare all’ordinamento precedente e per questo è
meglio la religione classica. Torna dunque a far raccontare altri miti e si domanda
perché gli uomini credano ai miti. Suddivide gli uomini in due classi: miti falsi che
raccontano cose false come se fossero vere e questo è il caso dei miti religiosi e la
gente ci crede perché è ingannata. E poi vi sono i miti che raccontano storie false in
maniera che sia palese che siano false come per esempio i miti teatrali o epici.
Perché crediamo a storie false raccontate in maniera che sia palese che siano false? Ci
credono i bambini, i sacerdoti ma i filosofi no, il governante ha il diritto/dovere di
mentire ma senza offendere gli dei.
Perché persone intelligenti credono a storie false? Giuliano pensa ad Alessandro
Magno, filosofo e persona intelligente. Da dove viene? Alessandro Magno voleva la
fama e desiderava non morire. Gli uomini credono alle storie perché hanno paura di
morire. La storia dà significato alla vita. Siamo disponibili a credere perché vogliamo
un’idea di noi che vada al di là della nostra crudeltà. Noi siamo in balia della nostra
crudeltà perché ci può sempre essere qualcuno che se ne approfitta.

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Chi è indigeno? Per la storia della Torre di Babele l’indigeno è chi è dentro, non chi
è fuori, per il diritto internazionale è chi ha vissuto sempre con la propria etnia.
Se consideriamo l’identità collettiva più importante di quella individuale, c’è il
rischio di oppressione della comunità sull’individuo. Gli indigeni sono legati ai
territori e alle terre. Rivendicano una propria autonomia e richiedono istituzioni e
norme che rispettino l’autorità, le tradizioni degli antenati e la vita. Se si toglie ad un
popolo la possibilità di avere una propria autonomia, ecco che l’autorità diventa il
diritto fondamentale. Per esempio, in Guatemala, vi è un’erosione dell’autorità statale
che viene spazzata via da un colpo di stato militare. A distanza di vent’anni, gli
indigeni chiedono ancora di poter avere una propria autorità.
L’identità si usa per colmare un gap: dobbiamo essere riconosciuti come popoli. La
risoluzione potrebbe essere un dialogo interculturale, idea che sembra molto distante
dalla nostra ma nell’antica Grecia “eleuteria” significava “libertà di appartenere ad
una gente, partecipare, svolgere la propria attività in una pluralità di cerchie sociali”.
Ciò si oppone alla nostra idea in cui i diritti sono sinonimo di società, e i diritti sono
contro la collettività. Insieme queste due prospettive danno la cittadinanza. Se non ci
limitassimo ad una visione superficiale di libertà e diritti è possibile aprire un tavolo
di dialogo in chiave dialogica. Per esempio nella nuova costituzione boliviana, lo
stato si riconosce nelle diversità dei popoli che lo compongono. Si riconoscono infatti
trenta lingue ufficiali.
LIBERTÀ
Mito greco: Procuste è un farabutto che si trova sulla strada tra Atene ed Eleusi. Egli
ha due letti, uno lungo e uno corto. Quando un viaggiatore passava, lo prendeva e lo
adagiava sul letto lungo se il viaggiatore era corto e lo allungava fino alla giusta
lunghezza e in quello corto se il viaggiatore era lungo e lo tagliava.
Descrizione della libertà da diversi punti di vista.
Per Ghelen gli uomini che Prometeo aiuta sono liberi da, ma non liberi di. Promoteo
è libero da tutti ma non dal palo in cui è stato legato, tutta la libertà è dentro ad una
struttura simbolica. Essere libero significa essere libero nei limiti, nei confini. Non
c’è libertà se non dentro le strutture artificiali e simboliche. All’infuori di esse non
c’è senso.
Per Mary Douglas la libertà sta all’interno delle istituzioni. L’istituzione è composta
da rapporti materiali che incontrano una struttura di pensiero adeguata. I pensieri
sono molto più di quello che reggono un’istituzione. Talvolta accade che da un
rapporto materiale nasca un pensiero che diventa istituzione. Di per sé l’istituzione
tiene ad essere per gli individui totale. Con una sola istituzione, l’individuo tende a
pensare secondo quella linea. Vi è una mancanza di possibilità di scelta, è
l’istituzione che sceglie. Davanti ad un problema importante, l’individuo si affida alla
decisione istituzionale. Tanto più circolano pensieri alternativi, tanto meno
l’istituzione è riuscita a totalizzarsi. La libertà va descritta nella sua concretezza: il
singolo si trova di fronte a un problema di vita o di morte e decide all’interno del
pensiero dell’istituzione. Il singolo però si trova a dover scegliere tra diverse

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istituzioni, libertà di decidere quale istituzione. La libertà in una dimensione
totalitaria/comunitaria/etnica è molto ridotta perché il singolo non ha diverse
possibilità tra cui scegliere. Essere liberi non è mancanza di legami ma è
sovrabbondanza di legami. Libertà non è fare quello che si vuole perché altrimenti si
tornerebbe alla situazione pre-umana.
Simmel si occupa invece di cerchie sociali che sono ambito di appartenenza. Quando
l’individuo nasce, entra a far parte di cerchie sociali come la famiglia. Poi va
all’asilo, poi a scuola, poi all’università, si sposa e lavora. Ognuna di queste cerchie
è una limitazione alla possibilità di decidere. Man mano che mi inserisco nel cerchio
la mia identità diventa complessa, quanto più si moltiplicano le appartenenze e tanto
più la mia identità cresce, tanto più sono io. L’identità è sana determinazione, più ho
appartenenze e più sono libero di scegliere tra di esse. In una società monocentrica la
libertà di, non esiste ma esiste solo la libertà da. La multiculturalità è diversa da
interculturalità infatti, la prima vi è quando ci sono diverse culture su uno stesso
territorio senza che ci sia un centro, spesso vi sono conflitti. La seconda invece è un
incontro di diverse culture.
Racconto mille e una notte è la descrizione di un trionfo di libertà.
Film “La generazione rubata”
Nell'Australia degli anni Trenta, per volontà del governo, i bambini di sangue misto
sono sottratti con la forza alle famiglie aborigene per essere deportati in appositi
centri di rieducazione come quello di Moore River. Ed è qui che giungono tre
ragazzine - due sorelle, Molly, e Daisy, e la loro cuginetta Gracie -, dopo essere state
prelevate dall'insediamento nativo di Jigalong. Ma la più grandicella, Molly,
convince quasi subito le altre due a fuggire per cercare di far ritorno al loro villaggio.
Il film è la cronaca di questa straordinaria fuga a piedi nudi, di oltre 1.500 miglia,
attraverso sterminate pianure e deserti: un'autentica odissea durata nove settimane e
affrontata dalle tre bambine con incredibile coraggio e risolutezza, avendo come
unico riferimento la lunghissima rete di protezione che anni prima i colonizzatori
bianchi avevano costruito per difendere i pascoli e i terreni coltivati dai conigli
selvatici (lo "steccato a prova di coniglio" del titolo originale della pellicola si
riferisce appunto a questa barriera che corre da un capo all'altro del continente
australiano). Nonostante i vari tentativi delle autorità governative di riacciuffare le
piccole fuggitive (il signor Neville, responsabile del programma di tutela dei
mezzosangue, sguinzaglierà sulle loro tracce un'abilissima guida indigena, Moodoo),
solo Gracie sarà ripresa. Molly e Daisy riusciranno a ritornare a casa. In seguito,
Molly sposerà un aborigeno da cui avrà due figlie. Una di queste, Doris Pilkington
Garimara, è l'autrice del libro da cui il film è tratto.
Il protagonista è convinto di far del bene e lo rimane fino alla fine. Chiave altruistica:
facciamo del bene anche a loro portandoli a diventare australiani a tutti gli effetti.
Aspetto agghiacciante: è una cosa avvenuta poco tempo fa, è molto subdolo e
incentrabile in concetto di democrazia. Si impone una forma di integrazione violenta,
una inclusione forzata.

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Tema: adesione, qualsiasi forma di sottomissione volontaria è dettata dall’evitare la
sanzione e dal canale dell’adesione. La speranza della fuga è instillata nelle bambine.
Il tema non è solo biologico ma si vuole annientare appartenenza e identità. È bello
come le bambine aborigene percorrano il loro percorso di identità attorno a questo
confine.
Film “L’onda”
Riprende come una pratica anti-democratica entri in un contesto democratico. È un
film basato su un esperimento sociale chiamato “La terza onda” avvenuto negli USA.
Durante la settimana a tema, un insegnante di una scuola superiore tedesca, Rainer
Wenger, si trova a dover affrontare il tema dell'autocrazia, benché egli avesse
preferito quello dell'anarchia, più vicino ai suoi ideali. Gli studenti, inizialmente
annoiati dall'argomento, non credono possibile che una nuova dittatura possa essere
instaurata nella moderna Germania, poiché la gente ha imparato dagli errori del
passato. L'insegnante decide allora di organizzare un esperimento, in modo tale da
dimostrare agli allievi come le masse possano essere facilmente manipolate.
L'esperimento coinvolge la classe stessa e ha inizio con la scelta di un leader, il quale
viene individuato nell'insegnante, e l'imposizione di alcune regole basilari. Wenger
per far sì che la classe cominci ad essere più unita, cambia la disposizione dei banchi,
in modo tale che i gruppetti di amici vengano stravolti e gli studenti meno bravi
possano trovarsi vicino a quelli più preparati, insegnandosi l'un l'altro e migliorando
nel complesso i risultati della classe. Infine, quando gli studenti vogliono dire
qualcosa ad alta voce, devono alzarsi in piedi e dare risposte brevi e concise. Wenger
mostra inoltre ai suoi studenti come l'effetto di marciare all'unisono possa farli sentire
un'unica entità.
Il passo successivo all'identificazione del gruppo, è quello di dargli un nome, scelto
tra varie proposte degli studenti e selezionato tramite votazione. Viene scelto
"L'onda" ("Die Welle"). Viene ideato anche un apposito logo. Ogni studente dovrà poi
indossare una sorta di divisa, costituita da camicia bianca e jeans, in modo tale da
rimuovere le distinzioni individuali e di classe. Inoltre viene inventato un saluto,
ovvero la simulazione, fatta con il braccio destro, di un'onda. Due ragazze, Karo e
Mona, non accettano le decisioni del gruppo e abbandonano l'esperimento, disgustate
da come la classe abbia abbracciato in modo acritico gli ideali dell'Onda.
I ragazzi del gruppo iniziano a diffondere nell'intera città il logo dell'Onda per mezzo
di adesivi e bombolette spray, verniciando addirittura le impalcature che nascondono
il municipio. Iniziano, inoltre, a tenere feste in cui solo i membri del movimento sono
autorizzati a partecipare, osteggiando e discriminando tutti gli altri. Un giovane in
particolare, Tim, un ragazzo che sin dall'inizio del film si capisce essere insicuro,
sottomesso al più forte e anche psicolabile, inizia a identificarsi in modo ossessivo
col gruppo, visto che soltanto al suo interno riesce a sentirsi finalmente accettato. Egli
si propone perfino di diventare la guardia del corpo di Wenger.
La forza dell'Onda è sempre più dirompente e ben presto il progetto sembra sfuggire
di mano al suo stesso ideatore, il quale non riesce a porvi fine (Wenger, infatti,
soffrendo di un complesso di inferiorità rispetto agli altri professori, si sentirà
estremamente coinvolto dal gruppo, rendendosi "cieco" a quello che il gruppo sta in
realtà diventando) prima che esso conduca a tragiche conseguenze. Alla fine, quando

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il professore deciderà di sciogliere il movimento, Tim, vedendo distrutta l'unica cosa
in cui credeva, prima spara ad un membro dell'Onda, poi si uccide. L'iniziale
convinzione degli studenti sull'impossibilità della nascita di una nuova dittatura in
Germania risulta così clamorosamente e dolorosamente smentita dai fatti. Wenger,
responsabile dell'accaduto, viene arrestato dalla polizia.
La personalità del maestro è quindi corruttibile come tutte le altre, nessuno è immune.
Se il soggetto ha bisogno di sicurezza, aderirà ai totalitarismi con maggior forza e
immediatezza. Passaggi: uniformità (marciare allo stesso ritmo, vestirsi allo stesso
modo), individuazione dell’obiettivo e del nemico, massa doppia cioè il leader è
come noi.
Modulo 3
Controcampo: spostare la macchina fotografica in prospettiva opposta. In Fahrenhit
9/11 si vedono le persone che vedono crollare le torri, più che guardare le torri che
crollano, è interessante vedere gli occhi che osservano il crollo. Spaventati ma non
terrorizzati, stupiti. Stava per scomparire un campanile che è il centro dell’occidente,
si corre verso il riferimento come il contadino di Marcellinara che è la risposta di
Bush contro l’islam. Lo sguardo quando sai dell’11 settembre è smarrito, sa qualcosa
che noi non sappiamo. Imperscrutabilità del potere: dato che ho problemi politici do
subito un nuovo campanile. Punto tutto contro Saddam, poco conta se Saddam non
abbia alcun rapporto con Al Quaeda. Gli attentatori si rivolgevano ai loro amici:
“Guardate chi fa i vostri interessi, non i governi occidentali ma noi”. Volevano
accreditarsi come difensori della causa araba. Vi è un disorientamento e una
conseguente risposta che riorienta la paura e vi è la nascita dei securitarismi
persecutori. Finalmente salta fuori il nemico, finalmente quegli occhi del film
possono tornare a vedere, la politica torna legata alla fede. La televisione propone e
ripropone le immagini delle torri e di Bin Laden. Questo provoca una dimensione di
obbedienza ma anche di libertà. Le guerre non si dichiarano più, semmai si esporta la
democrazia. Vi è un assurdo e cioè che si dichiara guerra al terrorismo.
Odisseo nella Terra dei Ciclopi vede e descrive forme di abbondanza (acqua, campi,
ecc) ma nota anche che è tutto lasciato a sé stesso. I Ciclopi sono così forti da essere
figli di Zeus ma, nella loro potenza ciclopica, non conoscono. Questi Ciclopi non
rispettano i dettami dell’ospitalità. Odisseo va verso l’ingresso di una grotta dei
Ciclopi ma trova un pietrone e vede recinti per agnelli e strumenti per fare i formaggi
e se ne stupisce perché sono le stesse cose che fanno gli umani.
Per Burkert il Ciclope è un essere mostruoso che protegge gli animali mentre Odisseo
ne ha una concezione fantasmatica dell’orco primordiale e ne proietta la sua idea di
furto, di morte. L’orco è il doppio di Odisseo ma è molto simile. È perturbante perché
è come me ma dato che io sono io è terribilmente terrificante e spaesante. Come
possono accecarlo? Lo fanno ubriacare e, quando si addormenta, gli conficcano
un’ascia nell’occhio. Questo sottolinea la superiorità dei greci sui ciclopi e gli
rubano le capre. L’obiettivo è la conclusione e cioè rubargli le pecore. La storia di
Cristoforo Colombo è molto simile, la reazione all’arrivo è uguale a quella di
Odisseo, dice di vedere uomini cannibali, con la testa dei cani che mangiano il
membro ma non ammette che abbiano la loro lingua.

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Perché Odisseo pur avendo la spada non la usa? Perché il mito è tutto un simbolo, i
ciclopi sono il caos e io gli sconfiggo incarnando l’Axis mundi. Odisseo ha
l’angoscia del guardare e teme di essere guardato. Metafora del gatto e del topo: il
gatto deve sorvegliare ed è totalmente padrone della sua preda. La preda non prova
più paura ma fascino, può guardare la potenza del gatto. Bentham si chiede come
controllare gli uomini senza galere in modo che vi sia un progresso nella società.
Quello che inventa è una sorta di lager, profondamente disumano, cioè una struttura
in cui un secondino riesca sempre a vedere tutti quelli che deve sorvegliare. Il
controllore è al centro e le finestre e le celle sono a spicchi in cui stanno i detenuti.
Per un numero limitato di controllati vi sono costi alti. Bisogna mantenere un
inganno: chi sta al centro può vedere ma non deve essere visto e così si mantiene
l’illusione del controllo ma occorre qualcosa in più, l’osservato può farsi furbo e
capire il trucco. Occorrono delle griglie così che il controllore possa o meno
osservare ma gli osservati si illudono di essere sempre visti. Il Panopticon è
synopticon, non sono i pochi che vedono i molti, sono i molti che vedono i pochi
controllori o si illudono che gli stiano osservando così si frena come con gli
autovelox. O come la corte dove i gruppi sentono che è un luogo di superiorità, alto e
centrale. Occorre però che ci sia una cerchia di sudditi che la guardino e la ammirino,
poi ci deve essere un’altra cerchia che guarda e ammira questa cerchia ecc.
Ma può un sistema essere controllato con Panopticon? No, perché è solo autorità e
non potere. Però si può fondarne uno sul synopticon perché se abbiamo individui che
si illudono di essere controllati c’è un rapporto di potere. La dimensione panottica
interviene per le minoranze, si orienta verso gli esclusi. Le griglie sono lì per noi,
dobbiamo illuderci di essere visti. Quanto più ci si illude tanto più si obbedisce e
soprattutto ci si può fidare. Lo stato mi assicura difesa, ogni ordine sociale è
governato da una dimensione sinottica, mi fido, sono visto e non sgarro. Non siamo
liberi. Il panopticon è fasullo perché dovrebbe sorvegliare tutti in tutti i momenti ma
se la popolazione aumenta questo non è più possibile. Quindi si fa finta che il
controllo sia su ogni persona. Il paradosso è che siamo controllati perché siamo visti
ma in realtà siamo noi che vediamo e ci facciamo controllare.
Si pone un altro problema e cioè chi sorveglia i sorveglianti. Un controllore non deve
essere un pelandrone e quindi ho bisogno di qualcuno che lo sorvegli. Sembra una
catena infinita ma per Bentham non lo è perché per lui basta appaltare ad un
contractor tutta la struttura. Il contractor è uno che gestisce in maniera privatistica.
L’ordine sociale non ha bisogno di essere controllato perché è schiavo dei suoi stessi
interessi. Perché il controllato non si ribella? Perché comunque non può uscire.
Bentham dice che finché i sorvegliati sono divisi possiamo rompere la loro
individualità, sono soli e abbandonati e non hanno ragione di ribellarsi. Vengono
ridotti da massa a folla anonima.
Quindi per Bentham ci sono due tipi di sguardi, uno è quello dei sorvegliati che
guardano le persone cieche e per questo obbediscono e l’altro è quello dei
sorveglianti che li guardano. Sembrerebbe che i due sguardi sono opposti e in parte lo
sono ma in fondo hanno lo stesso orientamento e cioè l’ordine. L’elemento che li
distingue è che una parte soffre e l’altra no. C’è lo sguardo di chi soffre e lo sguardo

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di chi si compiace guardando l’altro che soffre. In questo contesto, quando si parla di
tortura è qualcosa invocato da più parti come uscita del problema.
Ignatiev parla della tortura come male minore. Di fronte all’invasione del mondo
arabo bisogna difendersi in maniera adeguata, riducendo i diritti civili e umani entro
i limiti compatibili con la democrazia. La tortura non deve quindi essere eccessiva.
Per decidere se la tortura è di grande entità o meno servirà l’opinione pubblica. È
però un circolo vizioso perché se in una società diminuiscono i diritti, sta anche
modificando l’opinione pubblica. In Italia, Angelo Panebianco, riprende la stessa
teoria dicendo che per salvare un milione di vite si può torturarne una.
Il 29 aprile 2004 accade qualcosa di inaspettato, la CBS manda in onda delle
immagini di una prigione in Iraq. In particolare ve ne sono due che mostrano due
giovani soldati di 31 e 26 anni e per tema di queste foto c’è un prigioniero in un sacco
e i due si fotografano a vicenda in atteggiamenti vittoriosi. Perché si sono fotografati
in questa posa? Jisek sostiene che ci sia dello scherno. Per Escobar questi sono
convinti del loro “good job”.
L’8 maggio 2004 nello schieramento opposto viene sgozzato un marine, e l’11
maggio viene mandato in onda il filmato. Non c’è differenza morale tra i due soldati
e i musulmani. Qualunque cosa si pensi in relazione alla ragione di una o dell’altra
parte è comunque difficile che l’occhio non abbia repulsioni davanti a tutto questo.
Canetti parla del pubblico dei moderati assassini cioè quelli che guardano in tv o sui
giornali ma non c’entrano, godono solo dei vantaggi.
Camus parla invece di assassini innocenti.
Da un lato lo sguardo può indurre a conseguenze spaventose, dall’altro il rifiuto di
quei comportamenti. Perché nell’occhio c’è questa simbologia? L’occhio funziona
come gli arcobaleni o i ponti verso l’alto. Simmel fa un esempio: sono in bici e sto
pedalando, vengo attratto da un bosco per la sua estetica. L’occhio apre al bello, entro
nel bosco e vedo da vicino quello che prima mi ha solo attratto per estetica, ora lo
conosco. Questo fa l’occhio e lo sguardo di due esseri umani è reciproco. Per essere
guardato devo guardare.
L’occhio ha capacità di sintesi, cerca nel contesto, il significato. L’occhio racconta
che non può essere visto da un altro se non lo guarda. Non capita così con l’orecchio,
non è reciproco, io parlo e tu ascolti. Orecchio e bocca sono organi non reciproci e
che si autoescludono. In più la bocca consente di mentire. La parola è lo strumento
del potere, la parola non ha memoria. Il viso invece racconta tutta la storia del
soggetto. L’occhio paradossalmente è un organo che racconta, che ha una sua storia.
È un organo che dice una verità profonda. E l’occhio nell’altro vede l’uguale. Non
vede particolari ma vede il senso generale, l’occhio dell’uno coglie nell’altro ciò che
è uguale a lui, coglie nell’altro qualcosa di cui condivide il senso.
Il sorvegliato non ha modo di sottrarsi allo sguardo perché in ogni momento può
essere visto. Io non posso sottrarmi dallo sguardo del potere. Girando lo sguardo
posso sottrarmi da questo sguardo, i nostri occhi si possono chiudere interrompendo
così le immagini.
Bertham, per minimizzare i costi, propone di far abitare nel centro dello spazio di
Panocticon, i suoi parenti così che per ingannare il tempo questi guardino i poveracci
che vivono tutto il loro tempo in quei pochi metri quadri. Tanto più questi si

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agitassero tanto più lo spettacolo sarebbe stato divertente. Si potrebbero fare altri
esperimenti come separare maschi e femmine ecc. Questa è una macchina spaventosa
che mira all’obbedienza in funzione dell’ordine.
The quite american è un romanzo che racconta dell’Indocina (Vietnam), quando gli
americani non erano ancora presenti in forze, i francesi stavano perdendo e si stava
passando dal controllo francese a quello USA. Green racconta la storia di un
giornalista, Fowler, che manda le sue cronache in UK. È un uomo senza valori e con
un bene da difendere ma non è comunque un criminale, è un cinico che vuole stare
lontano dalla moglie e quindi non vuole tornare in patria. Ha trovato Fuong,
vietnamita molto povera con cui si trova molto bene. Lui, essendo molto ricco, la
sottrare da una situazione di miseria. Ad un certo punto entra in scena un giovane
americano che vuole salvare il mondo dal comunismo. Costui si innamora di Fuong
e vuole salvarla da Fowler e dal destino di mantenuta. C’è una scena centrale del
libro che si svolge in una piazza: Pyle è al tavolino di un bar, sente un’esplosione e
trova la piazza piena di cadaveri e con fare indifferente si pulisce i calzoni dal sangue.
Fowler chiede cosa sia successo e lui dice che non sa niente ma che ora dovrà andare
dal console coi pantaloni sporchi. Fowler intuisce cos’è successo: Pyle ha messo una
bomba per fare una strage e far pubblicità sui giornali e dare la colpa ai Vietcong.
Spettacolo del dolore. Ma cosa importa uccidere un po’ di essere umani per
raggiungere il bene? Il male è l’ombra del bene. Nel film Fowler non parla con Pyle,
vede solo che si allontana, vede anche una donna con in braccio un bambino morto e
lo copre. Questa scena smuove Fowler verso il dovere di prendere una posizione. Nel
libro dal dialogo compare che Pyle non si vergogna per niente. Fowler lo definisce un
innocente, che ha la convinzione di agire per il bene e quindi di avere il diritto/dovere
di fare ogni cosa per questo bene. Nel libro c’è scritto che è importante far guarire un
innocente perché è una malattia.
The truman show: True-man si accorge ad un certo punto di essere un topo
controllato dal gatto, ma a differenza di tutti i topi, lui si ribella. Truman non è
padrone della sua vita. Indipendentemente dal fatto che sia sorvegliato o sorvegliante,
non vive una vita sua. Truman deve prendere una posizione: costruisce la sua fuga.
Vuole andare via dalla messa in scena, ma dove va? L’istituzione nella quale Truman
vive è tutta la sua vita, però lui non si pone la domanda, vuole andare agli antipodi,
vuole negare tutto ciò in cui è.
Storie di Don Giovanni: nasce da un incrocio di due storie tradizionali che raccontano
la cultura europea del ‘500. La prima parla di un giovane aristocratico spagnolo che
fa quello che vuole, soprattutto con le donne, fino a che gli altri si vendicano e lo
fanno a lui. La seconda racconta di un giovanotto ricco che è seduto in un cimitero e
dà un calcio ad un teschio. Il calcio è oggettivamente blasfemo perché è il corpo del
morto. Giovanni invece di scusarsi offende il teschio e lo invita a cena. Lo accoglie e
gli dà da mangiare e alla fine della cena lo scheletro lo rinvita a cena. Il giorno dopo
il giovane va e scopre che questo posto è una tomba, entra, mangia ed alla fine viene
ucciso dallo scheletro che lo tiene per sempre presso di sé.
Le due storie ad un certo punto si intrecciano perché quello che interessa ai narratori
è dimostrare quanta mancanza di rispetto ci sia nei confronti del cristianesimo e
questo è pericoloso. La prima parte (Don Giovanni che va a donne) serve per caricare

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di colpe il Don Giovanni della seconda parte che va all’inferno. Ma se è un criminale
perché lo spettatore ne è affascinato? Evidentemente c’è qualcosa che ci tocca, ed è
la stessa cosa che c’è dentro a Truman e Promoteo. Zeus condanna agli inferi
Promoteo ed Ermes gli dice di pentirsi ma Prometeo non si pente e termina tra fuoco
e fiamme.
Don Giovanni dopo una delle sue malefatte pensa di notte, di fianco ad un cimitero.
La statua del Commendadore si muove e Don Giovanni si spaventa ma poi ordina al
suo servo di andare e invitarlo a cena e la statua risponde: “Verrò”. Don Giovanni va
a casa, apparecchia, mangia e beve vino. Intanto aspetta e ad un certo punto entra
“l’uomo di sasso” ma lui continua a mangiare. La statua gli dice di pentirsi ma lui
dice di no. L’uomo di sasso allora lo prende per mano e lo porte negli inferi. Don
Giovanni dice un no simile a quello di Truman: davanti allo strapotere dell’assoluto,
l’uomo (il relativo) può o subire e accettare oppure dire di no. A quel punto è finito,
ma è meglio vivere una vita da servo o tentare la disobbedienza? Il pubblico non sta
dalla sua parte perché è normale obbedire. Il no è vuoto, Don Giovanni dice no
all’uomo di sasso ma non lo fa, per esempio, dicendo che sta dalla parte del diavolo,
in questa maniera ci sarebbe comunque un assoluto. Il no è vuoto.
Camus: “L’uomo in rivolta”
Rivolta è diverso da rivoluzione. Uno schiavo che ha sempre subito, ad un certo
punto vede il suo padrone infierire su di lui ancora una volta. Lo schiavo dice NO, tu
non andrai oltre perché al di qua di questo limite c’è qualcosa che chiede di
prendermene cura. Cura è quello che si prende la madre di un figlio, il medico di un
paziente. Ci si prende cura di qualcosa di valore. Quando dico NO dico che oltre quel
limite c’è quello a cui non posso rifiutare. L’uomo che reagisce al dolore che gli viene
inferto. Ma non è solo questo, può anche succedere che un uomo veda lo schiavo che
sta soffrendo e dice NO. Il padrone vede un altro che soffre e dice NO che contiene
comunque un sì. Che sì è? Esistono diversi sì. Il sì di Millgram è un sì con adesione
a quello che è il bene in sé e che prevede una serie di sì.
Il sì di Camus è un sì che non nasce prima della rivolta ma dentro alla rivolta, è un sì
relativo. È un sì che si scopre dentro al NO perché soffro la sofferenza dell’altro. È un
valore relativo che si fonda su una relazione. Nella morale, un ordine politico, una
società basata sull’assoluto è una società che uccide.
Quelli che guardano sono gli spettatori, diversi invece dai testimoni che davanti al
dolore mai direbbero che ne sono loro stessi la causa e mai direbbero che potrebbero
essere la fine di questo dolore. Stati di negazione, ciò che vedo è più grande di me, ha
origine dal sistema e io cosa posso farci? Strategie di disimpiego. Il consenso è il dare
l’adesione e l’attribuzione di legittimità a ciò che accade. Se non posso contrappormi
ai grandi sistemi dò il mio consenso. Da solo però posso ancora fare qualcosa,
vergognarmi. Non tollero più, distolgo lo sguardo e opero una rivolta, dentro al mio
basta, inizia a nascere un movimento morale. C’è una nuova collocazione del singolo
dentro le relazioni.
Fowler in “The quiete American” incontra il capitano che gli propone di
accompagnarlo a fare un bombardamento. La mattina dopo Fowler si presenta e il
capitano gli dice che sarebbe stata un’operazione non orizzontale ma verticale.
Fowler vede ad un certo punto un uomo pieno di forme che corre e gli ricorda il

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droghiere del suo paese. Vi è un avvicinamento di biografie che però non lo
disturbano, quasi si annoia. Ad operazione finita stanno tornando alla base e vede
degli uomini su una barca, anche se l’operazione è finita il capitano si avvicina e
sgancia del napal.
Fowler ha una folgorazione, ma perché proprio quella barca? Ne erano bruciate
centinaia, perché quella era diversa da tutte le altre? Fowler, sconvolto, torna a casa e
decide che avrebbe fatto in modo i Vietgong prendessero Pyle che aveva combinato
tutto questo. Il motivo accessorio è anche riavere Phoung.
Flags of our fathers (controcampo di “Lettere da Iwo Jima”): all’inizio del film,
quando la flotta americana sta partendo, si notano tutti i marines contenti di andare a
morire. Uno cade in acqua e intorno ridono e uno dice: “tranquillo, ora la nave si
ferma e ti prende”. La nave però non si ferma. Loro immaginano che quello che
succede abbia loro come protagonisti, in realtà il protagonista è Iwo Jima, non loro.
Oden scrive una poesia su un quadro di Peter Brugel che intitola “Paesaggio con la
caduta di Icaro”. Nel quadro tutto è aumentato, Icaro però non si vede. Cerco: dietro
la poppa della nave si vedono uscire dall’acqua due gambe di qualcuno che è caduto.
Le cose importanti accadono nell’indifferenza. Questa poetica nasce dall’idea che i
nostri occhi non vedono ciò che è importante.
Se io fossi nel quadro andrei ad aiutare Icaro. Il paradosso è che aiuto Icaro ma aiuto
anche me, perché distolgo lo sguardo da dove era orientato. Modifico anche la mia
idea di me stesso e mi sento protagonista della mia vita, vedendo il dolore dell’altro.
Comincio a essere libero. Libertà negli occhi, la rivolta è l’inizio della libertà. Dopo
la rivolta c’è però la costruzione di una nuova messa in scena.
La rivolta è il momento in cui il dettaglio prende la parola. In Icaro di Brugel, Icaro
che affoga diventa il protagonista della storia nel momento in cui viene visto. La
prima cosa che il rivoltoso dice è “voglio tutto”. Non conosce limiti, non ha
programma quindi vuole tutto. O tutto o niente, il che significa niente. Il primo urlo
della rivolta è un urlo vuoto e cieco.
In 1000 e una notte Shalazard diche “io ho un piano”, questo vuol dire che non va
alla cieca, la sua azione non è puramente dimostrativa ma è il singolo individuo che
calcola ed immagina una procedura politica di liberazione. La rivolta non è l’apologia
del sacrificio e della morte, l’uomo in rivolta è protagonista di una biografia.
Camus in una conferenza a NY nel ’96 parla dell’assoluto della vita e della morte. La
politica è un luogo deputato a creare per ognuno di noi un agio per interrogarsi
sull’assoluto. La politica deve lasciare al singolo la piena autonomia di riflessione
sull’assoluto. Se lo ritengo necessario, posso spendere la mia vita per gli altri. Se
invece non lo ritengo necessario nessuno potrà impormi nessuna prospettiva morale.
La mia vita appartiene solo a me, la mia morte appartiene solo a me, questa è la
libertà. Per essere libero quindi occorre che: la politica non controlli l’assoluto, posso
decidere di impegnarmi e la mia morte appartiene solo a me.
LA MIA AFRICA (Karen Bixen)
Un tizio che sente rumore e alla fine disegna una capra. Mentre l’uomo vive, non sa
cosa sta disegnando. Lo vede solo quando la mattina dopo si sveglia.
Pasolini fa un confronto tra il cinema e i film. Il cinema è l’insieme di tutte le
immagini possibili, è tutto ciò che viene ripreso dalla telecamera, la dimensione

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dell’esistente è immaginata come rappresentabile. Se sono tutte immagini del mondo
però non sto raccontando niente. Devo dunque fare un’operazione dolorosa: “Decido
i fiori”. Fare un film è come comprare un vaso di fiori, taglio i fiori, escludendone
altri. Così si interrompe la vita, ciò che prima era possibile si traduce in qualcosa di
finito e potuto. Dopo aver tagliato i fiori, devo disporli nel vaso, scelgo cosa tenere e
come disporlo, cosa che si fa nel montaggio di un film. Nella vita di un uomo è la
morte che dà un significato a tutta la vita del singolo. Prima della fine non conosco il
senso. Per vivere, dice Canetti, l’uomo ha bisogno di una visione: io voglio fare di me
questa cosa. Quando un autore cinematografico sceglie cosa fare, ha più o meno in
mente cosa vuole realizzare. Poi però la vita è complicata, si inciampa, io devo
cavarmela lo stesso. Ogni inciampo mi porta a modificare. Modifico cosa voglio dire
ma ogni volta ce l’ho in mente.
Il montaggio è fondamentale, ma io parto della morte vista dalla parte della vita, io
immagino mentre vivo. Per tutto lo scorrere della vita modificherò questa immagine.
Cosa diventeremo non lo sapremo mai, ma mentre vivo so cosa voglio diventare. La
costruzione del mio senso e il termine della mia vita lo decido io. Se questa visione
finale della mia vita che avrò in mente per tutto il mio percorso è veramente mia,
allora sono libero.
La nostra società è una società individualista ma senza individui. Come nasce la
libertà in occidente? Nasce con una serie di imposizioni di privilegi e si sviluppa fino
a quando con l’industrializzazione nascono i sindacati. Fino a qualche decennio fa per
essere liberi i singoli e le associazioni di singoli dovevano entrare in conflitto tra loro,
la dimensione della libertà era variabile, libertà contrastante. Quello che oggi ci
vendono come libertà è la libertà del consumo, siamo liberi di consumare. Il
problema non è consumare, è quando la mia libertà è ridotta al consumo, quando da
cittadino sono ridotto a consumatore. Io non sono un consumatore, sono un cittadino,
e come tale godo di libertà politiche e sociali, non solo commerciali. In questa messa
in scena perdo la mia biografia.
La rivolta non libera, vincola, non mi dà la libertà di fare tutto ma presuppone che
alcune cose non vadano fatte. L’uomo in rivolta non è un nuovo dio, non è un
superuomo ma è un uomo che si pone in relazione, è un uomo liberato dalle catene
della morale perché non ne ha più bisogno. L’uomo in rivolta non afferma sé stesso
nel mondo, ma la relazione nel mondo. Cosa fa l’uomo in rivolta quando si rivolta?
Metafora di Sisifo: l’uomo in rivolta trascende. Trascendente è ciò che è al di là
dell’essere, trascende il dato, arriva a solidarietà metafisica che induce alla solidarietà
che non c’è nella situazione ma che viene raffigurata. L’uomo in rivolta tende a
qualcosa che è il superamento dell’ingiustizia. Sisifo è un eroe, mortale, ed è un
uomo che fonda Corinto. È un costruttore, che un giorno è su una collina a Corinto e
vede passare una fanciulla che scappa, inseguita da Zeus che la rapisce. Il padre,
Asopo, cerca disperato la figlia. Incontra Sisifio che però non vuole offendere Zeus
facendo la spia. Lui però ha una cosa che sta a cuore, Corinto, che è senza acqua.
Allora giunge ad un compromesso con Asopo (Dio dell’acqua) e fa la spia. Sisifo si
ribella a Zeus perché ha una buona ragione, simile a Prometeo, però è diverso perché
Prometeo è immortale mentre Sisifio sa che può morire. Zeus, infatti, appena conosce
l’accaduto manda Tanato a prendere Sisifo. La morte tira fuori i ceppi con cui vuole

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legarlo agli inferi. Lui dice che se gli fa vedere come si mettono lo farà lui. La morte
allora se li mette e lui li serra intrappolandola. Sisifo sfida e inganna la morte, la cosa
più potente. Zeus allora manda Ares a prendere Sisifo e lui gli chiede di poter andare
a salutare la sua signora per l’ultima volta. Ares lo lascia fare e Sisifo dice a sua
moglie di non seppellire il suo corpo. In cultura greca se un corpo non viene
seppellito non riesce a stare nell’Ade come si deve. Persefone chiede a Sisifo il
motivo del suo disturbo. Sisifo diche che è colpa della moglie che non ha seppellito il
corpo e chiede di tornare sulla terra per autoseppellirsi. Inganna ancora la morte. Per
decenni non si fa più vedere e vive. Prima o poi però gli tocca morire, anche se ha
vinto due volte la morte. Quando torna giù, gli dei non lo perdonano. Come
Prometeo, viene incatenato ma lui deve spingere una grossa pietra fino alla vetta della
collina, quando arriva in cima la pietra tornerà giù e lui dovrà portarla ancora su.
Sisifo è un uomo, non ha poteri, sa che tutto quello che fa dovrà finire, la dimensione
umana non è assoluta ma relativa. Quando viene condannato a questa pena gli viene
descritta la sua condizione, è un essere che non raggiungerà mai un punto fermo, il
suo desiderio verrà sempre rinnovato, dovrà sempre ricominciare. La rivoluzione
vuole raggiungere un nuovo ordine che diventerà assoluto e oppressivo. È diverso
dalla rivolta che non si immagina come definitiva, è continua, ricomincia. Un
elemento della pena di Sisifo è l’impegno, grande fatica che per essere sostenuta ha
bisogno dell’immaginare la vetta come assoluto. È necessaria l’assolutizzazione di
ciò per cui si sta combattendo. Quando si raggiunge la cima si può tornare a pensare,
magari quello per cui ho combattuto non è assoluto, penso, valuto. Sisifo torna giù e
diventa filosofo. Ci si muove verso qualcosa che sta in centro, ci si rivolta in
montagna non in pianura.
Immaginiamo che gli uomini in rivolta siano più di uno, questi costituiscono un luogo
comune, comunità che vorrebbe un luogo dove i valori relativi trionfano. Questa
comunità non esiste, tutto questo appartiene alla dimensione dei singoli.
Adam Smitt è un teorico del liberismo e filosofo, che si interessa dei sentimenti
morali, si occupa della simpatia. Nella rivolta c’è l’identificazione dei destini tra chi
soffre e chi vede soffrire. Smitt osserva che indipendentemente da considerazioni di
altro tipo, quando osserva qualcuno che in una situazione di sofferenza, soffre anche
lui. Simpatia, oggi si chiama empatia che è però diverso (sentire dentro). Smitt la
nega, se a me sembra di sentire la sofferenza dell’altro, me lo sto immaginando,
perché la sofferenza è sua e non mia. Io immagino la sua sofferenza, i miei occhi
guardano chi soffre. Ma anche questo non sta in piedi, immaginiamo di vedere uno
che picchia un bimbo per strada. Io posso provare simpatia per il bimbo ma anche
vergogna per chi picchia. Lui non soffre, sono io che soffro quello che lui non soffre.
L’uomo non può partorire ma prova simpatia. Gli occhi ci ingannano, suppongono
qualcosa di non vero, la simpatia è un’illusione.
La compassione è un momento triangolare, da singolo superiore attraverso Dio verso
singolo inferiore. Sennet mostra le diversità tra l’atteggiamento di compassione e
simpatia. Bisogna produrre politiche tali che permettano a chi è povero di sviluppare
la sua autonomia e non che sia una parte necessaria alla società compassionevole. Di
fronte alla sofferenza dell’altro non mi interessa sapere se sono ingannato o no.

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Quando il bambino nasce, si identifica con la mamma e qui vi è l’inganno perché lui
è altro. Quando scoprirà questo inganno, troverà la sua identità.
Nella simpatia c’è questa illusione che mi permette di distanziarmi e costruire una
mia identità. Chi vive questo processo sa che l’altro è altro, ha una sua dimensione,
non lo riduco ad una parte di me, mi fermo alla soglia dell’altro.

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