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Tesina per l'esame di Antropologia Culturale di

Tema: la violenza del Nazismo

Libri di testo:
C.R. Browning - Uomini comuni
S. Milgram - Obbedienza all'autorità
E. Traverso - La violenza nazista

"Per il resto, devo sottolineare con il massimo dispiacere che quest'azione fu assai prossima al sadismo...la città stessa
offriva uno spettacolo orribile...gli ebrei venivano prelevati con indescrivibile brutalità dalle loro case e venivano
ammassati...c'erano fucilazioni d’appertutto, in strada si ammucchiavano cadaveri di ebrei fucilati...non si può parlare di
un'azione contro gli ebrei: sembrava assai più una rivoluzione..."
Slutsk, 30 Ottobre 1941
Commissario regionale di Slutsk
Al Commissario generale di Minsk
Oggetto: Azione ebraica

Introduzione - Shoah
La vicenda della Shoah – il genocidio razziale degli ebrei – costituisce un oggetto di studio e riflessione fortemente
problematico, nel momento in cui di essa se ne intendano resocontare modalità ma, soprattutto, natura e ragioni. Se di
ragioni si può parlare, esse si scontano immediatamente contro un dato, nella sua prepotente autoevidenza: il genocidio
degli ebrei, ancorché così tragicamente esplicito nella sua fattualità, sembra essere privo di una ragione. Neanche le
precedenti vicende antisemite, talora violentissime, reggono il confronto con la Shoah. Né peraltro ha senso un
affiancamento puramente nominale tra lager nazista e gulag sovietico, in quanto, prima ancora di altre considerazioni, il
lager di Auschwitz-Birkenau conteneva strutture dedicate allo sterminio (camere a gas), ove veniva condotta la maggior
parte degli arrivati (e progressivamente gli altri), mentre nei gulag non erano previste né camere a gas né comunque
funzioni di sterminio sistematico. Essa toccò direttamente un’amplissima parte del continente europeo, con l’eccezione
centrale della Svizzera e quelle periferiche di Spagna, Portogallo, Gran Bretagna, Irlanda, Svezia, Russia europea nella parte
compresa tra la linea Leningrado-Mosca-Stalingrado e gli Urali, Turchia europea. Per la maggior parte degli storici, il
complicato calcolo delle vittime della Shoah si conclude intorno all’imponente cifra di sei milioni, corrispondente a due
terzi dell’ebraismo europeo negli anni Trenta.

Capitolo 1 - Persone normali


Il Nazismo è sempre stato famoso per la violenza che lo ha accompagnato e contraddistinto negli anni della II Guerra
Mondiale. In questa sede si vuole analizzare però l'aspetto antropologico di tale violenza, ovvero gli esecutori di questa. Chi
erano? Sul grandissimo numero di documenti riportati nel libro di C.R. Browning "Uomini comuni" tale domanda può
trovare risposta per quanto riguarda la composizione di quello che forse è stato il più spietato e feroce corpo militare della
storia del Nazismo: il Battaglione 101. Tali documenti ci riportano infatti che per riempire i suoi ranghi, la Polizia d'Ordine
tedesca fu autorizzata a reclutare 26000 giovani tedeschi (nati fra il 1918 e il 1920, e anche fra il 1909 e il 1912), più 6000
Volksdeusche ovvero cittadini di razza tedesca che erano vissuti fuori dai confini della Germania prima del 1939. Per
allargare ulteriormente le sue file l' Orpo coscrisse anche 91500 riservisti nati tra il 1901 e il 1909, che non erano per età più
soggetti alla leva militare. Con tutto questo le file dell' Orpo contavano a metà del 1940, 244500 unità; se quindi all'inizio

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poteva contare su appena ventuno battaglioni, a metà del 1940 i battaglioni erano rapidamente diventati 101. In genere la
composizione di queste squadre di sterminio è difficile da ricostruire, ma per quanto riguarda quella del Battaglione 101, era
nota agli investigatori. La raccolta degli interrogatori (210 su 500 stimati membri del corpo) forniva un determinante
campione statistico sull'età, sull'appartenenza al partito e alle SS, e dell'ambiente sociale di provenienza.
L'aspetto agghiacciante di tutto ciò è che l'Olocausto si è reso possibile perché alcuni uomini ne hanno ucciso altri per un
lungo periodo di tempo in modo sistematico e continuativo, tali esecutori di ordini (come gli uomini del Battaglione 101) si
sono rapidamente trasformati in spietati assassini di professione, gli eccidi erano diventati routine convertendo praticamente
l'omicidio in "lavoro di ufficio", creando una normalità deviata. Il tentativo di immedesimazione dello storico Browning
negli uomini che i documenti riportano (lavoro che ogni storico deve affrontare per poter fare veramente la storia, o in
questo caso una microstoria), lo porta alla rapida conclusione che gli esecutori del battaglione erano uomini comuni, esseri
umani come lui, esseri umani come quelli che si erano tirati indietro desistendo da tali ordini di morte, e che quindi, essendo
essere umano anche lui, poteva benissimo, se avesse vissuto in quel periodo e se fosse stato un membro del battaglione,
essere stato un esecutore o un disertore. La documentazione inoltre fornisce la prova di un grosso coinvolgimento della
polizia d'ordine sui massacri degli ebrei russi e di quelli polacchi, in quella che è stata una vera e propria "escalation" di
violenza: da quando gli scrupoli che si ponevano erano molto forti e il conflitto con la coscienza molto grande, a quando
ormai gli ebrei erano solo bestie da uccidere, e li si uccideva con freddezza e indifferenza. Se prendiamo come esempio
iniziale di questo processo il massacro al villaggio polacco di Jozefow (1942), che fu il primo incarico del Battaglione 101,
vediamo questa scena:"Trapp (o <<Papà Trapp>> il comandante, uomo di cinquantatre anni) appariva pallido e nervoso,
parlava con voce soffocata e le lacrime agli occhi [...] lottava palesemente con se stesso per dominarsi" (cfr. Browning
"Uomini comuni"). Se analizziamo il rapporto della deportazione di ebrei da Vienna a Sobibor (1942), possiamo notare
invece passi come questo:"Il caricamento degli ebrei sui treni speciali in attesa nella Aspang-bahnhof è iniziato a
mezzogiorno e si è svolto senza intoppi [...] sono stati deportati in totale 1000 ebrei [...] A causa della carenza di materiale
ferroviario il commando ha dovuto accontentarsi di un vagone di terza classe anziché di seconda." (Vienna, 20 Giugno
1942). Il comandante non si preoccupa delle condizioni disumane in cui viaggiavano stipati e col caldo 1000 ebrei, bensì si
preoccupava del fatto che il commando si doveva accontentare di un vagone di terza classe invece che di seconda,
denotando un graduale aumento d'indifferenza e disumanità verso gli ebrei, e anche una graduale trasformazione a lavoro
normale di un crudele massacro.
Come già detto prima, molti uomini del Battaglione 101 derivavano dagli strati più bassi della società, erano: operai,
impiegati, commercianti, artigiani, e giovani reclute, non erano estremisti del partito, non erano assassini, eppure furono in
grado di uccidere 1500 persone in un solo giorno (Jozefow (Polonia), 1942). La <<soluzione finale>> li aveva trasformati in
assassini spietati.

Capitolo 2 - Obbedienza
Uno degli interrogativi mossi anche da Browning sul perché tali persone normali abbiano in modo così spietato
successivamente eseguito i loro ordini di morte è: per fede all'autorità? Il libro di S. Milgram "Obbedienza all'autorità"
fornisce dei dati sperimentali piuttosto angoscianti proprio su questo argomento. Come lo storico per darsi una risposta deve
immedesimarsi nei soggetti che studia e farseli amici, così il ricercatore empirico deve passare dalla discussione astratta
all'osservazione sistematica di casi concreti: l'esperimento preso in esame nel libro di Milgram, fatto nell'Università di Yale,

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ha come cardine proprio il tema dell'obbedienza. L'esperimento era così organizzato: due persone venivano invitate
all'Università col pretesto di un esperimento su <<La memoria e l'apprendimento>>, a uno veniva assegnato il ruolo
dell'<<insegnante>> all'altro quello dell'<<allievo>>; l'esperimento studiava gli effetti della punizione nell'apprendimento.
L'allievo era collegato tramite il polso con un elettrodo, e doveva fare delle associazioni verbali, ad ogni errore l'insegnate
doveva mandargli, tramite una macchina, delle scosse in modo graduale e crescente dai 15 ai 450 volt con stacchi sempre di
15 volt. L'allievo non riceveva veramente le scosse, simulava la sofferenza partendo da piccoli mugugni, a proteste verbali,
a imprecazioni pesanti, fino a rantoli angoscianti con le scosse più potenti... il vero soggetto dell'esperimento era
l'insegnante, convinto di partecipare realmente ad un esperimento scientifico. Quanto si sarebbe spinto in là con le scosse? E
quando si sarebbe ribellato all'istruttore che gli ordinava di mandare le scosse?
Ovviamente il fatto che l'insegnante non sapesse della finta dell'esperimento, rendeva subito palese il suo conflitto interiore,
e poi l'autorità dell'istruttore era legittima, e anche questo è un elemento importante al fine dell'analisi. Ciò che deve
meravigliare è il limite che individui normali sotto ogni punto di vista hanno raggiunto nell'eseguire gli ordini ricevuti. La
maggior percentuale dei soggetti esaminati, seppur vistosamente emozionati e contrariati, ha continuato a premere fino
all'ultimo pulsante e quindi a somministrare fino all'ultima scossa elettrica; la volontà di questi soggetti a raggiungere il
grado più alto di obbedienza all'autorità, si può spiegare in diversi modi, ma solo uno è quello più significativo. Gente
normale, che si occupa soltanto del suo lavoro e che non è motivata da nessuna particolare aggressività, può, da un
momento all'altro, rendersi complice di un processo di distruzione, proprio come è successo ai componenti del Battaglione
101. L'obiezione che chiunque può muovere contro questa tesi, è il fatto che qualunque persona con dei principi morali si
tirerebbe indietro e non infliggerebbe ad un innocente delle scosse elettriche molto dolorose... questa cosa però è smentita
dal fatto che quasi tutti i soggetti presi in esame sono d'accordo nel giudicare questo immorale...ma sono andati avanti lo
stesso! Questo succede perché nella logica della realtà dei fatti i valori morali non sono che un filo nella gamma dei fattori
che determinano il comportamento di una data persona, il senso morale è in realtà debole, e gli ordini di un superiore sono
sufficienti a trasformare un placido cittadino in un assassino senza scrupoli (come esempio storico, forse nel superiore
possiamo individuare figure come Hitler e Himmler). Ristrutturazione articolata di rapporti sociali e di informazione
eliminano ben presto i valori morali (o li modificano) di una persona normale. A questo si aggiunge una serie di fattori
vincolanti che eliminano gradualmente la libertà d'azione del soggetto: la promessa data, la vergogna della desistenza, e
sopratutto i meccanismi mentali di adattamento alla situazione che gradualmente fanno sparire il conflitto di coscienza
durante l'esperimento: persone normali tendono a sottomettersi più o meno facilmente all'autorità (l'istruttore nel caso
dell'esperimento, i generali nel caso della <<soluzione finale>>). Gli esecutori, non certo per magia, diventano dei
dipendenti salariati che si concentrano sugli aspetti tecnici del loro "lavoro", che esercitano una certa diligenza in questo, e
che scaricano i risentimenti morali sul proprio "datore di lavoro" (ovvero l'autorità) discolpandosi e rendendosi, come già
detto prima, dei semplici esecutori senza colpa; e così il loro criterio etico non si priva totalmente del senso morale, ma lo
trasforma nella diligenza con cui si conformano alle aspettative del loro "capo".
La volontà dell'autorità diventa per i soggetti in esame uno schema che esercita una forza maggiore rispetto ai rapporti
interpersonali, l'esecutore si sente parte di un'opera benefica, utile alla sua comunità. La conclusione: il problema
dell'obbedienza non è di natura puramente psicologica ma è strettamente legato al modo di sviluppo della società e della sua
organizzazione. L'estendersi della divisione del lavoro, le cose sono cambiate dal passato, il frammentarsi dell'attività
umana in compiti limitati e altamente specializzati ha avuto come risultato il deterioramento della qualità del lavoro e

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dell'esistenza degli uomini. L'individuo che è incapace di giudicare le situazioni (e di ribellarsi, rimanendo magari solo al
pensiero di farlo, ma mai tramutando questo in azione reale) nel loro insieme, perché ne scorge solo una piccola parte, è
costretto a sottomettersi ad un'autorità esterna, diventando estraneo alle sue azioni.

"Bisogna andare avanti. Bisogna andare avanti."


"Era talmente stupido e ostinato che meritava di ricevere la scossa..."
Alcune frasi dette dai soggetti dell'esperimento.

Capitolo 3 - La disumanizzazione della morte


Abbiamo quindi chiarito che gli esecutori delle crudeli e spietate ordinanze naziste erano dei lavoratori, degli impiegati,
operai che facevano il loro lavoro specializzato perché influenzati da un'autorità e da essa assoggettati. Il Nazismo è sempre
apparso agli occhi di tutti, come è scritto anche nel primo capitolo, come un orrore senza precedenti nella storia, una cosa
unica e chiusa a quel periodo. In realtà Enzo Traverso nel suo libro "La violenza nazista" dimostra come il Nazismo abbia in
realtà delle radici affondate nella storia precedente: colonialismo, imperialismo, sopratutto, hanno costituito una specie di
"laboratorio" del Nazismo. Tale processo ha portato a una graduale disumanizzazione della morte, integrando la razionalità
produttiva e amministrativa del mondo moderno (la fabbrica, la prigione, la burocrazia, ovvero tutti quei lavori di morte che
le persone normali dei capitoli precedenti eseguivano come lavori specializzati senza scorgere il loro reale motivo, estranei
alle loro azioni, perché sottomessi dall'autorità che forniva tali lavori).
Un primo esempio di disumanizzazione della morte, Traverso lo trova nel XVIII secolo, con l'introduzione della ghigliottina
per le pene capitali, che fu salutata come un progresso di umanità e ragione. Perché uno strumento di morte così, ai nostri
occhi, "brutto" veniva salutato con tanto entusiasmo dalla gente del tempo? La ghigliottina eliminava di fatto la figura del
carnefice, anzi, la trasformava in un semplice funzionario addirittura eleggibile dal 1790; non era diverso da un ufficiale
giudiziario che eseguiva la sua sentenza. Il carnefice diventava un professionista che esaltava le capacità tecniche del suo
strumento di morte, era un manutenzionista; la morte diventava indiretta, senza soggetto, eliminando l'orrore della violenza
visibile. Questo processo col tempo investì appunto tutti quegli eventi che nella storia sembrano unici, vuoi il Nazismo, vuoi
la Grande Guerra; la guerra moderna era ormai una <<fabbrica di morte>> i paesi in gioco producevano 24 ore su 24 armi
in serie da consegnare ai fronti, che i soldati usavano per produrre morte facendo quindi il gioco del mercato. La morte era
diventata "anonima" e i soldati il "milite da lavoro" (cfr. Traverso "La violenza Nazista"). A sua volta la guerra così fatta
aveva generato una nuova concezione della gloria, producendo esseri scissi, assuefatti a una coesistenza schizofrenica di
normalità e omicidio (la normalità deviata citata nel primo capitolo). I soldati si trasformavano in operai del massacro.
Da aggiungere a questo, un altro fattore importante per la "coniazione" dei militi da lavoro era la visione che si dava del
nemico. La guerra moderna aveva annientato quei principi che con fatica i Lumi avevano portato agli occhi della civiltà: la
messa a bando della tortura, il rispetto della vita dei prigionieri, e delle popolazioni civili; il Nazismo arriverà a definire le
vite dei nemici come:"vite indegne di vivere". L'orrore continuato che la guerra aveva generato si ripercosse anche sul
mondo e sulla civiltà, creando caos, e sopratutto una società malata. La disumanizzazione del nemico era promossa non solo
dalla propaganda politico/militare, ma anche dalla letteratura e dalla scienza, il nemico era un mostro da abbattere, quasi
sempre un barbaro senza dignità; la politica era totalmente cambiata, la guerra invadeva l'immagine pubblica.
La disumanizzazione della morte "partita" dalla ghigliottina e "finita" con Auschwitz era quindi il parto della storia
occidentale, il Nazismo era l'assassino, le vittime erano ebrei, zingari, slavi, antifascisti, e il movente l'antisemitismo, la
conquista, lo sterminio industriale. Tutto quanto detto finora è una dimostrazione ed una illustrazione dell'autorità che

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esercitava potere nella Germania nazista, dei modi e dei processi che la avevano formata, e dei fattori, degli ingegni, che
utilizzava per creare uomini come quelli del Battaglione 101.

Capitolo 4 - Solo una dozzina di uomini


Quella mattina a Jozefow solo pochi uomini, una dozzina, fecero un passo avanti dopo l'opportunità di ritirarsi dalla
missione che il generale Trapp aveva dato. Le motivazioni che vent'anni dopo gli uomini del Battaglione 101 diedero agli
investigatori sono non tanto numerose quanto interessanti. Prima di tutto ci fu l'elemento sorpresa, in tanti furono colti alla
sprovvista dalla domanda del generale e quindi istintivamente non se la sentirono di <<perdere la faccia>> di fronte agli
altri compagni di missione, aspetto che si unisce anche al fatto del non volersi dividere dal gruppo, di non essere considerati
codardi...oppure di non avere il coraggio di tirarsi indietro. Altri membri del battaglione dissero invece che non era possibile
descrivere negli anni '60 la situazione in cui si trovavano vent'anni prima in Polonia; altri pensavano di poter padroneggiarla
tale situazione, rendendosi conto dopo di aver commesso qualcosa di orribile. Il fatto curioso è che da questi interrogatori
l'aspetto dell'antisemitismo passa incredibilmente inosservato, una cosa che può giustificare questo fatto è che in guerra la
polarizzazione tra i soldati e il nemico è "normale"; altrimenti i riservisti del battaglione hanno assorbito inconsciamente i
principi del regime, arrivando naturalmente al punto di considerare gli ebrei come nemici. D'altra parte il discorso
motivatore di quella mattina fatto dal generale Trapp diceva proprio quello, verteva sul fatto che i membri del battaglione
dovessero considerare gli ebrei come veri e propri nemici di guerra, annientando i loro rimorsi di coscienza.
Inoltre non è insignificante il numero di uomini che abbandonarono l'operazione in un secondo momento, dopo aver fucilato
pochi o molti ebrei, resta comunque il fatto che l'80% degli uomini del battaglione continuarono a sparare fino alla fine, fino
a quando 1500 ebrei non furono uccisi. A vent'anni di distanza molti di quelli che avevano abbandonato il massacro
adducono una repulsione fisica a quello che stavano facendo, repulsione che aveva origine dai quei sentimenti umani che il
Nazismo con i suoi dogmi cercava di cancellare dall'animo umano, e per questo si mostrano in contraddizione,
contraddizione che nasce fra i loro sentimenti e l'essenza del regime che servivano. Questo aspetto fu si un problema per la
<<produttività>> del battaglione, ma non mise di fatto mai in crisi l'autorità del regime; la riprova di questo fu il discorso
tenuto da Himmler ai capi delle SS nel 1943 in cui lui mostrava una dolce tolleranza verso chi non ce la faceva a sostenere
tali situazioni, consigliandogli di andarsene tranquillamente in pensione. Altra riprova: nei documenti dei processi i rifiuti
per contrasto politico erano rarissimi. Interessante un'altra spiegazione data da altri riservisti, che indica i problemi
economici come motivo di rifiuto. Erano, dicono, più liberi di comportarsi come volevano perché non interessati a far
carriera all'interno della polizia, perché a casa avevano già una indipendenza economica, contrariamente a questo i capi
della polizia erano giovani e volevano fare carriera all'interno della loro professione, perciò non potevano tirarsi indietro.
Il problema più grande per Trapp ed i suoi superiori non era quindi l'opposizione per motivi etici o politici, ma la
demoralizzazione che tanti provavano nel fare quel tipo di missioni: l'amarezza e il risentimento rispecchiavano l'anima di
molti componenti del Battaglione 101. Se il battaglione doveva continuare a fare quel tipo di missioni, occorreva alleggerire
il peso psicologico che gravava sugli uomini, e così per le missioni che seguirono furono adottati due cambiamenti di vitale
importanza:
Primo --> Il Battaglione 101 si sarebbe occupato sopratutto di evacuazioni di ghetti e di deportazioni, non più di massacri
sul posto;
Secondo --> Gli Hiwi (truppe ausiliare delle SS reclutate nei campi di prigionia in territorio sovietico) si occupavano

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durante le deportazioni, e anche nei ghetti, dei compiti più macabri e orribili.
(cfr. Browning "Uomini comuni")
In sintesi per coinvolgere il Battaglione 101 nella campagna dei massacri bisognava alleggerire il peso psicologico di questa
attuando una divisione dei compiti, cosicché il grosso del massacro veniva fatto all'interno del campo di sterminio, e durante
evacuazioni e deportazioni il <<lavoro sporco>> era affidato agli Hiwi. Risultato: tali cambiamenti funzionarono eccome,
gli uomini del 101 divennero più avvezzi al metodo della <<soluzione finale>> e quando ci fu nuovamente da uccidere
nessuno mosse più obiezioni o remore, i poliziotti si trasformarono in sempre più efficienti esecutori senza scrupoli.

"Tentati di uccidere solo bambini, e ci riuscii. Siccome le madri tenevano i bambini per mano, il mio vicino uccideva la
madre e io il figlio, perchè ragionavo tra me che dopotutto, senza la madre, il figlio non avrebbe più potuto vivere. Il fato di
liberare i bambini che non potevano più vivere senza le madri mi pareva, per così dire, consolante per la mia coscienza."
Una delle giustificazioni, precisamente quella dell'operaio metallurgico Bremerhaven.

Capitolo 5 - La vergogna
Un buon esempio di quanto detto finora sull'obbedienza, sulla vergogna, sull'autorità, lo possiamo trovare in "Uomini
comuni" di Browning, in cui si prende ad esame il caso del capitano della Terza Compagnia del Battaglione 101: Wolfgang
Hoffmann. La terza compagnia del battaglione, comandata da Hoffmann, era un'<<isola felice>> all'interno dell'Orpo, in
quanto nelle azioni più truci e sgradevoli era sempre stata in seconda fila, senza quasi mai prendere parte a massacri
sistematici che invece erano l'attività principale del 101; anche a Jozefow avevano avuto il ruolo di formare un cordone
attorno al villaggio.
La musica cambiò quando proprio a questa compagnia fu affidato il rastrellamento del ghetto di Konskowola che conteneva
all'incirca 1500-2000 ebrei, Hoffmann illustrò alla sua compagnia che gli ordini erano da tempo una procedura ricorrente,
ordini che stabilivano anche la fucilazione sul posto degli ebrei che non riuscivano a camminare. L'azione fu di una brutalità
indicibile, il ghetto era infatti stato colpito da un'epidemia di dissenteria, molti ebrei erano in situazioni pessime, molti
vecchi immobili sul letto, che aspettavano solo di morire, che erano pelle e ossa; l'azione si portò anche all'interno di un
ospedale (se così lo si può definire) in cui i poliziotti, non in grado di sopportare il clima che c'era all'interno, sparavano
all'impazzata uccidendo a raffica malati sui propri letti. Un poliziotto, dai documenti, ricorda di essere stato talmente
disgustato della cosa, da non aver ucciso nessuno e di aver sparato tutti i suoi colpi a vuoto; un generale unitosi alla
sparatoria lo additò come vigliacco e traditore, minacciando di denunciarlo al capitano, ma non lo fece. L'azione fu quindi
molto brutale e morirono all'incirca 1100 ebrei. A vent'anni di distanza il capitano Hoffmann affermava di non ricordarsi
proprio di quell'azione tanto sanguinosa, dando la colpa della sua amnesia alla malattia che lo disturbava proprio in quel
periodo, che attribuiva ad un vaccino fatto contro la dissenteria. I suoi uomini però avevano una visione diversa della cosa: i
suoi presunti attacchi di mal di pancia e di crampi allo stomaco coincidevano abbastanza sorprendentemente con le azioni
più sgradevoli; se l'azione veniva progettata la sera, gli uomini prevedevano con facilità che il loro capitano la mattina
seguente sarebbe stato ammalato. Hoffmann era un capitano severo, distante, e pretendeva di essere sempre trattato con
impeccabile deferenza (per questo la sua timidezza nell'azione fu interpretata come "fifoneria" dai suoi uomini), inoltre,
anche da malato, pretendeva di comandare tutto dell'azione, infatti i sottufficiali molto spesso si recavano nella sua camera
dove lui dava direttive per la missione.
Successivamente le accuse di Trapp di avere uno scarso senso del dovere dannoso per il battaglione lo fecero bollire di
rabbia, e si definì un soldato dall'animo ferito. Per questo Hoffmann chiese ed ottenne il permesso di poter dimostrare il suo

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valore in un'altra unità, venne trasferito sul fronte russo dove si guadagnò la Croce di Ferro di seconda classe. Ebbe, di lì in
poi, una bella carriera segnata anche da diversi aumenti di grado e da riconoscimenti; proprio per questo motivo pensare alla
vigliaccheria e alla "non voglia di lavorare" non era veramente il modo per definire i malesseri di Hoffmann.
Hoffmann era davvero malato, e accusava i tipici sintomi di una malattia psicosomatica (<<colon irritabile>>). Anche se
non è possibile appurare se le stragi del Battaglione 101 siano state la causa scatenante dei disturbi, è comunque indubbio
che le mansioni di Hoffmann aggravavano la sua condizione. Ma è anche vero che egli fece di tutto per nascondere la sua
malattia ai superiori e per evitare di essere ricoverato. Il fatto che i massacri gli facessero venire il mal di stomaco gli
procurava un'intensa vergogna, che cercò in tutti i modi di vincere.

Capitolo 6 - Judenjagd
A metà novembre del 1942 gli uomini del Battaglione 101 avevano contribuito alla fucilazione di almeno 6500 ebrei
polacchi e alla deportazione di altri 42000 nei campi di concentramento. Un nuovo ordine era all'orizzonte per i poliziotti:
quello di liberare il territorio da tutti gli ebrei scampati alle precedenti retate; ogni compagnia aveva il compito di mantenere
di li in futuro il suo territorio judenfrei. Le perlustrazioni nelle foreste che iniziarono di li a poco erano chiamate dai
poliziotti judenjagd ovvero <<caccia all'ebreo>>; i fuggitivi venivano infatti braccati e uccisi come bestie. Documenti
d'epoca riportano cose interessanti su questa "pratica", intanto gli ebrei talvolta erano armati, si erano infatti uniti con alcuni
ex prigionieri di guerra russi (Browning in "Uomini comuni" mostra infatti un paio di casi in cui il soldato tedesco venne
colpito), molte persone (sopratutto polacchi) per salvarsi la pelle facevano la spia sui nascondigli degli ebrei, e così il
battaglione organizzò anche una rete di informatori in grado di svelare anche i nascondigli più difficili da trovare.
Ma quello che interessa in questa sede è il comportamento dei poliziotti tedeschi con questa pratica, quella che loro
definivano il loro <<pane quotidiano>>; infatti non si trattava più di deportare o di "stare a guardare" un massacro in un
villaggio facendo il cordone: con la <<caccia all'ebreo>> si tornava ai tempi di Jozefow, uccidere tornava ad essere un fatto
personale, bisognava di nuovo guardare in faccia l'ebreo e fucilarlo a sangue freddo. Se per le deportazioni i poliziotti
avevano ormai sviluppato una totale indifferenza ed un freddo distacco per il destino degli ebrei, cosa avevano sviluppato, a
mesi dopo Jozefow, in una situazione del tutto simile? Nei mesi seguiti al massacro del piccolo villaggio polacco, molti
uomini erano diventati esecutori freddi e indifferenti, in taluni casi persino accaniti; altri cercavano di limitare la loro
partecipazione ai massacri, ma erano veramente pochi. Un esempio davvero importante lo troviamo ancora nel libro di
Browning, nella citazione di un documento d'epoca, in cui la moglie di un tenente tedesco ricorda un episodio spiacevole
avvenuto durante la sua visita in Polonia:
"Un mattino, mentre facevo colazione con mio marito nel giardino del nostro alloggio, arrivò un poliziotto
semplice del plotone, che si mise rigidamente sull'attenti e disse:<<Signor tenente, non ho ancora fatto
colazione>>. Siccome mio marito lo guardava con aria interrogativa, quegli proseguì:<<Non ho ancora
ammazzato nessun ebreo>>. Tutto ciò mi parve così cinico che ripresi quell'uomo con sdegno e asprezza
e lo chiamai, se ricordo bene, "canaglia". Mio marito mandò via il poliziotto e poi mi rimproverò, e disse
che mi sarei messa nei guai parlando in quel modo." (cfr. Browning "Uomini comuni")
Questo è un chiaro esempio di come i poliziotti avevano cambiato il loro atteggiamento nei confronti del loro lavoro, di
come si erano trasformati grazie alle politiche del regime. Anche al ritorno da un'azione violenta, il comportamento dei
poliziotti era cambiato radicalmente: se prima, al ritorno da Jozefow, rientravano in caserma confusi, amareggiati, e scossi,
ora il susseguirsi dei massacri e la loro "fabbricazione in serie" aveva velocemente spazzato via la sensibilità. Un soldato
ricorda che dopo essere tornati da un'azione di judenjadg a cena i suoi compagni scherzavano sui fatti accaduti il

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pomeriggio in modo anche pesante...e lui fu l'unico che non rise a tali battute.
Inoltre c'era un altro aspetto molto interessante che venne fuori proprio durante il periodo della <<caccia all'ebreo>>, se
durante il massacro di Jozefow il generale Trapp fece anche la proposta di potersi tirare indietro, ora i sottufficiali e gli
ufficiali non avevano nessuna difficoltà a trovare volontari per un massacro, anzi spesso c'erano troppi volontari. Quelli che
erano contrari a tali operazioni non venivano portati e venivano rifilati ai lavori d'ufficio, oppure ai turni speciali o di
Domenica. E' il caso di Adolf Bittner, che aveva sin dall'inizio avversato le azioni contro gli ebrei:
"[...] disapprovavo quelle misure, e non mi proposi mai come volontario. In un rallestramento diedi
un pugno in faccia ad un commilitone che aveva bastonato una donna ebrea in mia presenza [...]
Non venni mai ufficialmente punito. Ma chi sa come funziona il sistema sa anche che, oltre alle
sanzioni ufficiali, è possibile escogitare dei cavilli che sono più che una punizione. Infatti mi toccavano
i servizi di domenica e i turni speciali di guardia." (cfr. Browning "Uomini comuni")
Questo esempio, come quello della moglie del tenente, sono esempi di come ogni comportamento contrario all'orrore era
punito dal regime stesso. Per la cronaca Bittner non venne mai più portato in un'azione di rastrellamento di ebrei. La
judenjagd "produsse" da Maggio a Ottobre del 1943 circa 1695 morti, con una media mensile di 283 morti; culmine della
produttività della <<caccia all'ebreo>>.
La judenjadg non era solo una fase importante e statisticamente pesante della <<soluzione finale>>, è anche e sopratutto
importante perché fornisce una chiave per la comprensione della mentalità degli aguzzini. Non era un episodio ma una
campagna continua e tenace, nella quale i <<cacciatori>> braccavano e uccidevano le loro <<prede>> in un confronto
diretto e personale. Non si trattava di una fase transitoria, ma di una condizione esistenziale di costante prontezza e
disponibilità a uccidere tutti gli ebrei che si potessero trovare.

"...adesso mangiamo i cervelli degli ebrei ammazzati!"


Un poliziotto ad una cena dopo la <<caccia all'ebreo>> pomeridiana.

Capitolo 7 - Conclusioni a confronto


Mettendo a confronto le conclusioni di Traverso e di Milgram possiamo trovare delle similitudini. Prima è d'obbligo chiarire
alcune cose riguardo ai libri dei due autori presi in esame, rispettivamente: "La violenza nazista" e "Obbedienza
all'autorità". Il primo è una genealogia, il secondo è invece un resoconto dell'esperimento (cfr. Capitolo 2 - Obbedienza) in
tutti i suoi particolari ed i suoi risultati. E da questo possiamo iniziare a creare un punto d’arrivo unico, dalla conclusione
che Milgram dà ai suoi esperimenti, dal risultato che ottiene, che verrà poi confrontato con l'analisi storica e sociale fatta da
Traverso nel suo saggio. Questa è la conclusione di Milgram: il dilemma posto dal conflitto fra coscienza e autorità affonda
le sue radici nella natura stessa della società ed esiste indipendentemente dalla Germania nazista. Affrontarne il problema in
una prospettiva puramente storica significherebbe volerne ignorare il carattere d'attualità. Traverso invece conclude così il
suo saggio: tra i massacri dell'imperialismo e la <<soluzione finale>> non ci sono soltanto alcune <<affinità
fenomenologiche>>, o analogie lontane. Vi è una continuità storica che fa dell'Europa liberale un laboratorio delle violenze
del Novecento e di Auschwitz un prodotto autentico della civilizzazione occidentale (come anche detto nel Capitolo 3 - La
disumanizzazione della morte). Milgram, con la conclusione del suo libro, dice che l'autoritarismo può sicuramente anche
lasciare posto alla democrazia, ma l'autorità (e di conseguenza l'obbedienza e la sottomissione ad essa) non sarà mai
eliminata nella forma di società che noi oggi conosciamo; chi ha raggiunto il potere in un paese con mezzi democratici non
ha certo meno autorità di chi l'ha raggiunto con altri mezzi. Anche se molte volte gli ordini di un'autorità entrano in forte
contrasto con i principi morali, molti sono gli esempi di ordini dati da paesi democratici e ugualmente cruenti come quelli

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del Nazismo: la tratta dei neri, la distruzione degli indiani d'America, il Vietnam, e tutti questi ordini e fatti sono stati
eseguiti con puntualità ed impeccabile disciplina.
Il discorso è che il Nazismo non può essere trattato come un fatto isolato, un orrore unico, una cosa rivoltante chiusa nel suo
stretto periodo, è in realtà sia un parto della storia della civilizzazione europea, sia un evento di guerra come altri in futuro e
altri in passato nella quale un'autorità dava ordini sottomettendo i suoi uomini e rendendoli ingranaggi del sistema, nel caso
del Nazismo, di massacro sistematico di ebrei. Non è un caso che l'esperimento fatto all'Università di Yale e analizzato da
Milgram abbia dato quei risultati che, sì ad una prima occhiata possono lasciare perplessi, ma non sono nient'altro che lo
specchio della società odierna. Quegli uomini che andavano fino in fondo a spingere i pulsanti del macchinario elettrico che
dava le scosse erano tutti prodotti della società di oggi, persone che, più o meno facilmente, sottomesse all'autorità,
eseguivano il loro compito distaccandosi e rendendosi gradualmente freddi rispetto all'analizzato che riceveva le scosse.
Nella seconda parte dell'esperimento, dopo che il soggetto aveva concluso, gli veniva riferito che l'allievo non aveva subito
nessuna scossa pericolosa, e veniva tranquillizzato perché in realtà tutti avevano tenuto più o meno lo stesso comportamento
durante l'esperimento; esperimento che mette a fuoco la tendenza all'obbedienza, al seguire le richieste dello sperimentatore
seppellendo gradualmente il rifiuto coscienzioso che deriva dalle suppliche dell'allievo. E queste persone vivono in un
contesto sociale post-Nazismo, un contesto sociale creato dalla storia precedente, perché tutto affonda le radici nella storia,
come è successo per il Nazismo e come sta succedendo anche per il mondo di oggi: la parola chiave di tutto questo è
l'attualità; l'obbedienza è un problema attuale e non affondato nel passato con il Nazismo.
Per questo non è sorprendente che uomini comuni si siano trasformati in spietati assassini al tempo del Nazismo, il loro era
un sistema con origini precedenti (fino all'Ottocento) in cui si erano integrati grazie alle manovre dell'autorità, ingranaggi di
un sistema a cui erano ormai legati. E questo è un problema del tutto attuale...anche oggi è così.

Capitolo 8 - Persone normali


"Mentre sto scrivendo, esseri umani altamente civilizzati volano sopra di me, cercando di uccidermi. Essi non provano
nessuna ostilità particolare nei miei confronti, come non la provo io nei loro, compiono soltanto il loro dovere, come si
suol dire. Non ho alcun dubbio che la maggior parte di loro siano persone gentili, rispettose della legge, che mai si
sognerebbero, nella loro vita privata, di compiere un omicidio. D'altra parte, se uno di loro riesce a farmi saltare in aria
con una bomba ben diretta, non soffrirà mai di insonnia per questo." George Orwell
Il cambiamento dei poliziotti del Battaglione 101 che da persone normali si trasformarono in spietati assassini dipende da
diversi fattori. Abbrutimento dovuto alla guerra, razzismo, divisione del lavoro e routine, selezione speciale degli esecutori,
carrierismo, obbedienza agli ordini, deferenza verso l'autorità, indottrinamento ideologico e conformismo. Tuttavia nessuno
di questi fattori è stato dominante rispetto agli altri. Intanto è d'obbligo puntualizzare un aspetto, e cioè quello dei crimini di
guerra. E' vero che <<gli odi di guerra provocano i crimini di guerra>> (John Dower), e che quindi in certe guerre spietate
come quella in Vietnam sono stati commessi crimini disgustosi perché individui esasperati dalla situazione, cioè i soldati,
nutrivano verso un nemico tenace e brutale un risentimento e una disperazione molto grande. Tali atrocità sono tuttavia
“giustificate” dall'<<esaltazione in campo di battaglia>> e certi crimini sono classificati anche come "normali" all'interno di
una guerra, come si dice, "ci stavano". E' qui che scatta la differenza fra le guerre come quella del Vietnam e lo sterminio
degli ebrei, la differenza fra i soldati americani e i poliziotti del 101. Se per i soldati americani tali crimini non erano
assolutamente una procedura corrente, per i poliziotti del 101 assolutamente sì: i poliziotti non erano spinti da disperazione,
frustrazione, o risentimento...ma dal calcolo. E' vero che entrambe le cose fanno parte del contesto brutalizzante della

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guerra, ma l'abbrutimento da guerra per gli uomini del 101 non fu una causa bensì un effetto, poiché dopo Jozefow tali
uomini furono sempre più avvezzi alla brutalità.
Un altro fattore chiave del comportamento del 101 è di carattere più generale: la guerra è infatti il contesto più ampio nel
quale un governo può applicare una <<strategia di atrocità>>, portando ad una grande <<disumanizzazione dell'altro>>
(come ha anche detto Traverso, Capitolo 3 - La disumanizzazione della morte). Per cui questo fattore è il senso di distacco
verso l'altro rafforzato dal contesto bellico e dagli stereotipi razziali. Altri studiosi hanno invece individuato il fattore
principale di tale comportamento nell'aspetto burocratico e amministrativo del sistema di sterminio nazista. Tale precisa ed
impeccabile burocrazia favorirebbe infatti l'aspetto di prima, il distacco; le figure in questione sono i così detti <<assassini a
tavolino>>. Queste persone avevano infatti il ruolo burocratico dello sterminio, compiti limitati per questo, che eseguivano
in modo routinario senza mai vedere ovviamente le vittime del loro lavoro. Questo compito era regolarmente parcellizzato,
e questi <<assassini a tavolino>> non ebbero mai davanti agli occhi gli ebrei morti. Questa fortuna non toccò subito il
Battaglione 101, ma di sicuro lo toccò in seguito, dopo Jozefow, per alleviare il peso psicologico di tali azioni; azioni
seguenti e più importanti venivano infatti eseguite da più corpi di polizia in un lavoro che vedeva la sua divisione e la sua
specializzazione. L'indifferenza dei membri del 101 dopo l'orrore di Jozefow, la loro sensazione di non essere effettivamente
partecipi o responsabili delle azioni commesse durante l'evacuazione dei ghetti o i servizi di guardia, sono una chiara
testimonianza degli effetti desensibilizzanti indotti dalla divisione del lavoro. Milgram alla fine del suo libro "Obbedienza
all'autorità" arriva ad una conclusione analoga a quella di Browning esposta in questo capitolo, anche secondo lui la
divisione del lavoro in compiti limitati e altamente specializzati ha avuto come risultato il deterioramento della qualità del
lavoro e dell'esistenza degli uomini. L'individuo che è incapace di giudicare le situazioni nel loro insieme, dal momento che
ne scorge solo una piccola parte (cioè uomini ingranaggi nel sistema), non può agire senza una qualche direttiva esterna. E'
obbligato a sottomettersi all'autorità, e, in quel medesimo momento, diventa estraneo alle sue stesse azioni, proprio come gli
<<assassini a tavolino>>.
Browning in "Uomini comuni" analizza anche un altro fattore molto interessante rispetto al Battaglione 101 e al suo
comportamento, e cioè quanto abbia influito su questo una selezione volta ad individuare gli uomini più adatti all'attuazione
dello sterminio. I documenti hanno, come già detto anche in precedenza, rivelato che la composizione del battaglione era
nella stragrande maggioranza fatta di uomini di mezza età, artigiani, lavoratori insomma, del tutto persone normali, quello
che si distacca più fortemente dalla figura di un corpo specializzato! Erano gli unici uomini disponibili a fare quel lavoro, il
residuo, le riserve, e i generali tedeschi avevano pensato che chiunque col tempo sarebbe stato in grado di compiere i
massacri. E col tempo infatti i fatti diedero ragione a questa teoria. Il cardine di questo era il concentrarsi su quegli aspetti
psicologici di solito del tutto ignorati in una persona normale. Questi aspetti erano: rigida adesione ai valori convenzionali,
sottomissione alle figure che incarnano l'autorità, aggressività nei confronti dei gruppi esterni, ostilità verso l'introspezione,
la riflessione, e la creatività, inclinazione alla superstizione e ai giudizi stereotipati, ossessione per il potere e la durezza,
distruttività e cinismo, proiettività, preoccupazione esagerata per i contatti sessuali. Questo era come un substrato di
brutalità nelle persone normali che aspettava solo di essere stimolato, e a farlo ci pensarono le SS che quindi risvegliarono
questo aspetto all'interno di tali uomini. La maggioranza degli individui è infatti capace di atti di estrema violenza e di
distruzione della vita umana altrui. Il male che scaturisce dalle persone normali non è un'eccezione ma la norma (Capitolo 4
- Solo una dozzina di uomini), è il rifiutarsi, il non risveglio della brutalità che invece individua l'eccezione. Questa crudeltà
ha quindi un aspetto e un'origine più sociale che caratteriale, la rigida adesione nei valori convenzionali e l'atteggiamento

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sottomesso e acritico nei confronti dell'autorità fa fiorire la brutalità della persona normale, come è chiaramente anche
dimostrato dall'esperimento dell'Università di Yale analizzato da Milgram. Ecco come si può quindi riassumere il
Battaglione 101: un nucleo di aguzzini sempre più fanatici che si offrivano volontari per i plotoni di esecuzione e le
pattuglie di <<caccia all'ebreo>>; un più ampio gruppo di poliziotti che eseguivano le fucilazioni e le evacuazioni dei ghetti
se glielo si ordinava, ma che non andavano alla ricerca di occasioni per uccidere; e infine, un gruppo più ristretto di
poliziotti (20% ca.) che rifiutarono di eseguire gli ordini, o che vi si sottrassero in vari modi.
Altro discorso importante è quello della carriera. Abbiamo già detto che molti non erano interessati a fare carriera perché
avevano altre attività all'infuori della polizia. Ma chi non le aveva? La Germania nazista offriva un grande cammino di
carriera che premiava gli atti violenti; se molti uomini interessati alla carriera (come anche abbiamo detto il capitano
Hoffmann che è un classico esempio) avevano commesso atti di estrema violenza lo avevano fatto per la carriera e per non
disobbedire, per paura anche delle ritorsioni dei vertici. Ma questo non è riprovato dai documenti dei processi, perché non
compare mai uno stretto legame fra la disobbedienza ed una presa di misura immediatamente drastica contro il
disubbidiente. L'obbedienza agli ordini per paura della punizione estrema non è dunque una spiegazione valida per il 101.
A questo punto Browning si confronta con Milgram prendendo in esame l'esperimento sull'obbedienza di quest'ultimo
(Capitolo 2 - Obbedienza). Le molte varianti che Milgram aggiunge al suo esperimento analizzano poi tutta quella gamma
di comportamenti che abbiamo ritrovato anche nel Battaglione 101, e si arriva alla conclusione che la socializzazione
sommata alle varie punizioni o ai vari premi dati dalla società, rinforzano o indeboliscono l'obbedienza all'autorità. I
concetti di <<lealtà, dovere, disciplina>>, che richiedono una prestazione competente di fronte all'autorità, diventano
imperativi morali che travalicano qualsiasi identificazione con la vittima. Per cui gli individui normali si trasformano negli
strumenti del volere altrui, non si sentono più responsabili delle loro azioni ma del modo in cui le eseguono. Browning non
crede che si possa considerare il massacro di Jozefow come un enorme esperimento di Milgram, e capisce che un
esperimento empirico non può spiegare bene una tale situazione di guerra, ma riconosce che le intuizioni di Milgram sono
comunque pertinenti alla situazione di Jozefow: Milgram ha dimostrato senza dubbio e anche secondo Browning che
autorità e conformità si rafforzano a vicenda. La riprova di questo sta nel fatto che a Jozefow molti poliziotti non eseguirono
gli ordini quando non erano direttamente sorvegliati, proprio come i soggetti dell'esperimento di Milgram; alcuni mitigarono
il loro comportamento se ciò non comportava alcun rischio personale, ma non riuscirono a rifiutarsi apertamente di
partecipare alle azioni del battaglione.
Un altro punto importante dell'analisi, infatti, è il ruolo dell'indottrinamento e della conformità. Partiamo
dall'indottrinamento. Milgram conclude che la <<giustificazione ideologica sovrastante>> è causa di una fede tacita e
incondizionata fondamentale nella deferenza data all'autorità. Indubbiamente Himmler ce la mise tutta per inculcare i
principi nazisti nella testa dei suoi uomini, la propaganda era molto pressante; doveva formare dei "crociati" del Terzo
Reich. E di conseguenza ovviamente anche gli uomini del 101 si conformarono a tali ideologie; il materiale dato alle truppe
per indottrinarle esaminato da Browning non volgeva tanto alla volontà di Himmler quanto a una propaganda della razza
ariana come superiore, quindi era quasi un materiale di propaganda demografica che non bellica, supremazia della razza e
conquista dei territori. Per cui la guerra di fatto è una cosa contraria rispetto alle leggi di <<fertilità>> e <<selezione>>
promossi nei vari opuscoli per l'indottrinamento. Dice Browning: in tutti i materiali di indottrinamento della
Ordnungspolizei che ci sono pervenuti, non esistono indicazioni analoghe che tentino di preparare i poliziotti a uccidere
donne e bambini inermi. I membri del 101, come il resto della società tedesca, erano immersi in un diluvio di propaganda

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razzista e antisemita. Inoltre, l'Ordnungspolizei provvedeva all'indottrinamento tramite l'addestramento iniziale e la normale
attività pratica all'interno di ogni unità. La continua propaganda contribuì indubbiamente ad alimentare il senso di
superiorità razziale tedesca e una certa avversione verso gli ebrei. Tuttavia, gran parte del materiale propagandistico non era
destinato ai riservisti più anziani; in alcuni casi era addirittura inadatto o estraneo a loro. Inoltre, la documentazione che ci è
pervenuta non contiene alcun testo specificatamente ideato per preparare i poliziotti ad uccidere gli ebrei. Tali documenti
non potevano togliere facilmente ai poliziotti ogni capacità di giudizio. Il fattore più importante è quindi la conformità nei
confronti del gruppo. Solo una dozzina di uomini si fece vedere anti-conformista rispetto al gruppo a Jozefow, questo
perché solo poche persone trovavano (e trovano tutt'oggi) il <<coraggio>> di tirarsi fuori dal gruppo; era molto più
semplice uccidere. Rifiutare di uccidere era un atto asociale verso i compagni. Di conseguenza riconoscersi deboli e non
uscire dal gruppo era un atto di forza verso i compagni che elevava l'uomo ad una qualità superiore. Il loro mondo sociale
era quello, distruggere i loro legami di camerata era una cosa che richiedeva troppo coraggio per le conseguenze che poteva
comportare a livello sociale. Questo spiega i molti tentativi di "modificare" la brutalità, ad esempio di non giustiziare i
bambini subito ma di portarli insieme ai genitori al punto di raccolta, o fare attenzione agli "spioni" che potevano riferire
che un poliziotto aveva sparato tutti i suoi colpi a vuoto per evitare di uccidere un innocente. Ma giustifica anche il fatto che
solo un ristrettissimo gruppo di persone aveva accettato di essere considerati <<non uomini>> dai compagni.
Primo Levi nel libro "I sommersi e i salvati", analizza questo problema parlando di una <<zona grigia>>, una zona in cui
c'erano dentro sia vittime che esecutori, poiché secondo lui la storia del Nazismo non era riconducibile ad una mera
divisione fra questi due blocchi. Questa zona secondo Levi contiene entrambi i blocchi, ed è una teoria che può ben
persistere anche con la situazione del Battaglione 101: è vero infatti che tanti si contrariarono, che tanti ebbero momenti di
debolezza, e che tanti furono invece spietati, ed è vero anche che molti ebrei all'interno dei lager, per qualche mese di vita in
più, contribuivano al massacro dei loro compagni di sventura. Possiamo individuare nella parte centrale di questa <<zona
grigia>> personaggi come Trapp e Hoffmann, l'uno con le lacrime agli occhi prima del massacro di Jozefow, l'altro col mal
di stomaco per le orribili immagini che però non voleva rinunciare a fare, nella parte limite invece personaggi da sempre
spietati che davanti a casi molto provanti per la propria coscienza ebbero un attimo di risentimento; e all'altro estremo
personaggi che avevano trovato quel coraggio di tirarsi indietro di fronte a tale massacro.

Conclusione
Non si possono sicuramente assolvere gli uomini del Battaglione 101, e comunque tutti coloro che presero parte alla
<<soluzione finale>>, la loro storia non è storia di tutti, commisero orribili crimini e, seppur difficili, avevano davanti delle
scelte che potevano essere fatte in modo da evitare di uccidere innocenti. La coscienza è sempre stata una cosa
assolutamente personale, così come le responsabilità che si prendono facendo certe scelte. E' altresì vero che ovunque la
società spinge gli individui a rispettare l'autorità, non può, o è molto difficile, che funzioni altrimenti. Infatti ovunque le
persone (o la maggioranza schiacciante di esse) aspirano a fare carriera. Nella società moderna, la burocratizzazione e la
specializzazione che ne fanno parte, attenuano il senso di responsabilità personali di coloro che realizzano le direttive
ufficiali. All'interno della collettività sociale, il gruppo di riferimento esercita pressioni sul comportamento stabilendo anche
delle norme morali. Se gli uomini del 101 divennero assassini in quelle circostanza, nessun uomo può quindi reputarsi
immune a questo rischio.

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Integrazione per la tesina di Antropologia Culturale
Matteo Bottari

Libri di testo:
A cura di Fabio Dei - Antropologia della violenza

Introduzione - Perchè l'integrazione?


La tesina di antropologia culturale da me fatta coi testi di Browning, Traverso, e Milgram metteva in luce tutte quelle
problematiche umane del più grande genocidio di massa di tutti i tempi: l'Olocausto. Con Browning, attraverso un'attenta
ricerca storica capillare sui documenti dei processi al Battaglione 101, si è cercato di comprendere sopratutto il "perchè" tali
uomini comuni abbiano potuto diventare spietati assassini, in un modo graduale veramente velocissimo; con Traverso
abbiamo visto come l'Olocausto (identificato con la sua "apoteosi" ovvero Auschwitz) può essere visto come un parto della
sua storia precedente, attraverso una genealogia che partiva dall'introudizione della ghigliottina per le esecuzioni nella
Francia settecentesca; con Milgram abbiamo invece visto il lato più scientifico ed empirico di tutto questo, collegando il
tutto con il tema dell'obbedienza all'autorità, analizzata appunto empiricamente dall'esperimento nell'Università di Yale.
Manca quindi uno sfondo antropologico a questi tre "rami" presi in considerazione, ovvero come l'antropologia possa
studiare e affrontare i temi della violenza etnica di massa, della quale l'Olocausto è sicuramente l'esempio più brutale e
grande. Attraverso il manuale curato dal professor Fabio Dei "Antropologia della violenza", una raccolta di saggi di famosi
antropologi sul tema della violenza, ho cercato di costruire un cammino che spiegasse cosa significava, ora cosa significa, la
violenza per la disciplina etnografica, come si è evoluta nel tempo, come è cambiata, quali temi ha approfondito in modo
più capillare, e a quali conclusioni alla fine essa è arrivata. Nel primo capitolo sono stato attento a descrivere il
cambiamento che l'antropologia ha subito, appunto, nel corso della storia, un rapporto fra quella che era considerata
antropologia "classica" e una violenza che mano mano si stava sviluppando proprio nei campi di analisi della suddetta
disciplina; interessante è notare come tanti famosi antropologi (da Levi-Strauss a Malinowski) abbiano mano mano
acquisito una certa sensibilità verso questi temi e abbiano quindi posto le basi per un cambiamento della disciplina che la ha
portata a riconsiderare la violenza come un elemento fondamentale e non un "disturbo" per la ricerca etnografica. Nel
secondo capitolo ho approfondito questa presa di coscienza basandomi sul saggio contenuto nel manuale dell'antropologa
Nancy Scheper-Huges, e quindi ancora dello sviluppo dell'antropologia a fronte di una escalation di violenza di massa,
mostrando la conflittualità di sentimenti che spesso colpivano famosi antropologi. Nel terzo capitolo ho invece analizzato il
rapporto fra le conflittualità etniche e il concetto di identità razziale e come in tutto questo abbiano inciso le politiche
nazionalistiche e la loro propaganda di odio etnico, prendendo in considerazione i saggi di J. R. Bowen e di R. M. Hayden.
Nel quarto e ultimo capitolo sono rimasto su questo argomento trovando altre due posizioni, quelle di Appadurai e di
Malkki, che danno una chiave di lettura originale a questo tema.

Capitolo 1 - Antropologia classica e violenza


La ricerca etnografica ha manifestato negli ultimi quindici o venti anni un diffuso interesse per il tema della violenza di
massa, causando dibattiti e proiettandola non solo come nuova "parte" dello studio antropologico ("nuovo oggetto",
"antropologia speciale" cfr. Antropologia della violenza), ma come una vera e propria scienza di ambito decisivo per gli
scenari della disciplina stessa. Il Novecento è il secolo sicuramente più "fornito" di questi avvenimenti, visto che si sono

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verificati alcuni degli stermini di massa più tremendi e più importanti della storia dell'umanità, e sono proprio gli anni in cui
la disciplina non solo è nata ma è anche cresciuta.
Interessante è vedere il legame fra l'antropologia di questi anni (classica) con tali fenomeni, curioso notare l'assenza di
precisi riferimenti, se non sommari, a politiche etnocide, a stermini e quant'altro: il "moderno assalto globale degli stati-
nazione contro popolazioni tribali di piccola scala e autosufficenti", un fenomeno sotto gli occhi degli antropologi ma mai
voluto vedere e mai tematizzato nei lavori di questi. Tale fenomeno si contrapponeva anche con l'obiettivo antropologico,
che era quello di "salvare" le culture diverse e primitive che rischiavano di scomparire proprio per questi motivi, l'avanzare
del progresso, ma sopratutto le politiche che spesso sono state volte al vero e proprio sterminio sistematico. Tale mancanza
di tematizzazione di questi aspetti nel lavoro antropologico novecentesco, si deve riferire alle principali condizioni pratiche
del lavoro antropologico stesso: molto spesso gli antropologi lavorano in zone pacificate e abbandonano il campo appena la
situazione si fa difficile, proprio per questo motivo è molto raro che condizioni per cui il territorio di ricerca si è fatto
difficilmente analizzabile appaiano in un lavoro etnografico.
Sono elementi affrontati a parte, marginalmente, dagli antropologi, proprio perchè riconosciuti come estranei al nucleo di
studio principale della disciplina, ovvero quello di analizzare la popolazione senza particolari condizioni che la rendano
ostile, o insomma "non naturale"; esempio illustre è Evans-Pritchard nel suo lavoro fra i nuer, in quel momento in tensione
con il governo del Sudan anglo-egiziano, proprio lui commenta di essersi trovato in una "situazione equivoca" ed ha
abbandonato di li a poco il campo (1940, cfr. Antropologia della violenza). Dal punto di vista di Evans-Pritchard
l'antropologia ha il compito di analizzare le strutture "normali" di cultura, di organizzazione, di comportamento, di una
popolazione, e per questo motivo la tensione politica, la guerra, lo sterminio, ecc sono visti come "disturbi" alla disciplina
stessa dall'antropologo, non c'è distacco con questi elementi, e il lavoro sul campo etnografico ne risulta inevitabilmente
deviato. In definitiva, sono state le condizioni della produzione antropologica del "realismo etnografico" (cfr. Antropologia
della violenza) a ostacolare la visibilità dei fenomeni della violenza, e a impedire un loro riconoscimento come problemi
centrali della rappresentazione culturale e del dibattito teorico.
Il riconoscimento nei lavori antropologici di questi avvenimenti è iniziato proprio quando le strutture del classico "realismo
etnografico" si sono incrinate, e più precisamente negli anni '80 del Novecento: è cambiata la ricerca, il rapporto fra
soggettività dell'esperienza di campo e l'oggettività della rapprestentazione culturale (cfr. Antropologia della violenza).
Quando gli antropologi si sono trovati a lavorare in contesti dominati dalla violenza non hanno più potuto ignorare gli effetti
di tali eventi sul loro studio, e quindi il problema della violenza etnica e politica è diventato un problema di primo piano.
Elemento che è servito indubbiamente a questo cambiamento, è anche la memoria della Shoah, che proprio in quegli anni
veniva fuori per le prime volte, e che ha cambiato il pensiero di generazioni e generazioni di antropologi cresciuti invece
con la concezione classica della loro disciplina: ci fu quindi un mutamento del modo stesso di concepire il compito della
rappresentazione etnografica.

Capitolo 2 - Conflittualità di sentimenti


La stessa posizione del primo capitolo è presa anche nel saggio dell'antropologa Nancy Scheper-Huges (Questioni di
coscienza. Antropologia e genocidio.), dove essa stessa afferma che:"L'antropologia moderna si è sviluppata di fronte (...) a
forme di distruzione di massa" (cfr. Antropologia della violenza). Anche lei afferma che la violenza non è affatto un
argomento naturale per la sua disciplina, e che anzi è una forma che devasta il campo di studio etnografico, dicendo anche

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che il contributo dell'antropologia per capire la violenza di massa è stato pressochè nullo, per gli stessi motivi già citati nel
primo capitolo. In questo saggio si vuole analizzare proprio l'incapacità di affrontare direttamente le prime scene di violenza
di massa all'interno di nicchie etnografiche da parte degli antropologi che ci si sono trovati, e per fare questo l'antropologa
ha concentrato i suoi studi su tanti aspetti di violenza quotidiana all'interno di varie regioni etnografiche.
L'antropologia di oggi, secondo Nancy Scheper-Huges, è cambiata considerevolmente. Gli etnografi che osservano da
vicino e a lungo gli eventi umani sono al corrente di quei segreti locali, comunitari, che di solito restano (restavano ad
esempio nell'antropologia classica) nascosti per molto tempo; si inizia ad accettare una nuova posizione etica, cercando di
identificare la violenza di massa, e si fa un profondo esame di coscienza. Levi-Strauss nel suo recente lavoro, saggio
fotografico, "Saudades do Brasil", ha iniziato con un avvertimento verso il lettore:"il lettore non deve farsi trarre in inganno
dalla lirica e dalla bellezza delle immagini della foresta "vergine" che ritraggono gli indigeni del Brasile, le immagini sono
illusorie e il mondo che ritraggono non esiste più (le foto furono scattate fra il 1935 e il 1939, cfr. Antropologia della
violenza). Difatti i nambikwara (la popolazione indigena fotografata) erano stati decimati dal lavoro salariato, dai cercatori
d'oro, e quant'altro prodotto della civiltà moderna. Importante è anche questo passo di Levi-Strauss, dove ammette che
l'antropologo deve andare oltre un tipo di ricerca solamente accademica:

"L'antropologia non è una scienza imparziale come l'astronomia, che prevede un'osservazione a distanza. E' la
conseguenza
di un processo storico che ha reso la maggior parte dell'umanità sottomessa ad un'altra parte e durante il quale milioni di
innocenti hanno visto le loro risorse depredate, le loro istituzioni e le loro fedi distrutte mentre loro stessi venivano uccisi
senza pietà ridotti in schiavitù, contaminati da malattie a cui non erano in grado di reagire. L'antropologia è figlia di
questa era di violenza (...)" cfr. Antropologia della violenza

Nonostante questo, come già detto nel primo capitolo, l'antropologia per molti anni ha fatto finta di non vedere tali fenomeni
considerandoli come un disturbo alla ricerca etnografica. A questo punto anche un altro famoso antropologo, Malinowski,
che nel suo "forzato" lavoro sul campo nella Nuova Guinea (dal 1914 al 1918) mostrava la sua conflittualità di sentimenti
con queste parole:

"Il compito dell'antropologo è quello di essere un interprete giusto e onesto del nativo e (...) di registrare che gli europei,
nel passato hanno a volte sterminato intere popolazioni delle isole; che hanno espropiato molte ricchezze alle razze
selvagge; che hanno introdotto la schiavitù in una forma particolarmente crudele e dannosa." cfr. Antropologia della
violenza

Anche Malinowski, quindi, criticava aspramente la concezione classica di antropologia, che vedeva l'antropologo come
spettatore oggettivo di fronte alla storia, a quella storia fatta in parte di genocidi come quella contemporanea.
Recentemente è stato stabilito che molti cittadini tedeschi, gente comune, ha preso parte all'Olocausto a volte anche con
entusiasmo spinti sopratutto dal forte odio razziale. Quello tedesco è un esempio che ha quindi scosso generazioni future di
studiosi sul problema della conformità e della mancanza del dissenso in una società; questo fa si che le origini del genocidio
siano si complesse, ma non imprevedibili.

Capitolo 3 - Nuove guerre e identità


Se consideriamo i due concetti di guerre dell'età contemporanea e di identità, non possiamo che notare un legame, poichè le
politiche che hanno utilizzato l'identità lo hanno fatto per rivendicare il potere dello Stato. Quelli che oggi sentiamo
chiamare come conflitti etnici o tribali hanno la base questo legame, cioè appartenenza a vincoli pre-politici basati sulla

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razza, sull'etnia, ecc, e fanno scoppiare i conflitti con motivi analoghi basati su odii appunto razziali. L'antropologia si è
sempre battuta per ridare (e in alcuni casi dare) una dignità paritaria a tutte quelle culture che non facevano parte di
un'omologazione, per salvaguardare culture compatte, autonome, e distintive, patrimonio di diversi popoli. Le "nuove
guerre" hanno poi strumentalizzato queste culture, considerate pre-politiche, immutabili, e naturali, ponendole come
fondamenta di politiche totalitarie di pregiudizio ed intolleranza; è quindi chiaro che politiche volte a mantenere un
privilegio, a imporsi in un contesto socio-politico particolare, sono state sì accompagnate dai concetti di identità e cultura,
ma questi ultimi non sono stati determinanti per la nascita dei conflitti.

"Quando gli uomini entrano in conflitto non è perchè hanno costumi o culture diverse, ma per conquistare il potere
e quando lo fanno seguendo gli schieramenti etnici è perchè quello dell'etnicità diventa il mezzo più efficace per farlo."
cfr. Fabietti 1995, p.151 (Antropologia della violenza)

Ora, se le politiche dell'identità sono uno strumento della violenza, e se l'antropologia ha sempre vissuto cercando di salvare
le differenze d'identità fra popoli, ne viene fuori che l'antropologia è in qualche modo complice delle politiche d'identità, e
quindi uno strumento della violenza; d'altro canto anche le teorie naziste avevano avuto il supporto di scienze sociali e
umane. E' la stessa epistemologia della disciplina, volta a classificare nettamente, a fare un "censimento" di tutte le culture
"altre", che presuppone la politica di dominio violento, anche per l'idea che la disciplina dava di una primitivizzazione
continua dell'altro.
Tuttavia dare questa definizione del rapporto fra antropologia e politiche d'identità è un comportamento piuttosto
generalista, poichè tali denunce di complicità antropologia non tengono conto di altri aspetti importanti, necessari per non
generalizzare troppo sull'argomento. Non si tiene conto infatti di come l'antropologia si sia oltremodo battuta per una
sensibilità anti-etnocentrica a fronte di istituzioni e contesti politici aspramente razzisti, come abbia sostenuto dialogo e
comprensione quando i sentimenti dominanti erano odio e conflitto razziale, e dominio economico-militare, denunciando la
strumentalizzazione che era stata fatta della loro disciplina, e dei concetti etnografici a base di guerre di stampo razziale. A
importante sostegno di ciò stanno due saggi antropologici di J. R. Bowen, e di R. M. Hayden, che sostengono entrambi (in
situazioni diverse) che i conflitti etnici non sono parto di odii etnici e culturali pre-esistenti, ma di decisioni politiche prese
dall'alto; i due saggi capolvogono la defizione comune che si dà del rapporto fra i conflitti etnici e l'antropologia. Infatti non
abbiamo a che fare con realtà antropologiche che rendono impossibile la convivenza e/o l'accordo politico, la violenza è
l'unico modo in cui i regimi nazionalistici possono imporre la loro uniformità di pensiero su modelli sociali ormai
multietnici: le appertenenze etniche, quindi, producono conflitti solo quando sono spinte dall'alto, dove per alto si intende
leader politici, e campagne di propaganda che fanno leva su odio e paura, il controllo dei mezzi di comunicazione, la
propaganda (in primis), sono fattori chiave per il successo del nazionalismo e per l'aprirsi dei conflitti.
Tutto questo però non sarebbe bastato se il nazionalismo non avesse trovato un terreno fertile per le sue operazioni di
propaganda, un terreno in cui erano già presenti forti sentimenti di appartenenza e di contrapposizione etnica: in questo
senso il genocidio era fin dall'inizio una possibilità concreta. Non basta quindi la "bravura" di un leader politico nel
persuadere il proprio popolo, ma ci vuole anche un profondo radicamento etnico nel territorio, un sentimento etnico che
aspetta solo di essere scatenato; ed è quest'ultimo che ha il carattere più forte all'interno di un genocidio.
In conclusione, l'antropologia ha la funzione di integrare l'universalismo della teoria politica pura con una sensibilità per le
peculiarità locali, aprendo la teoria politica al lessico eterogeneo e impreciso delle differenze culturali, di fronte alla
complessità del mondo contemporaneo e della sua violenza.

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Capitolo 4 - Furia psichica e incarnata
In conclusione possiamo prendere in considerazione le teorie dell'antropologo indiano Arjun Appadurai nella sua opera
"Modernity at large". Appudarai fornisce infatti una nuova ed originale chiave di lettura sul rapporto fra identità e
genocidio, o meglio fra identità e violenza:

"La sfida è riuscire a catturare la frenesia della violenza etnica senza ridurla al nucleo universale e banale dei sentimenti
profondi e primordiali. Dobbiamo preservare la sensazione della furia psichica e incarnata così come l'intuizione che i
sentimenti coinvolti nella violenza etnica (...) acquistano senso solo entro vasti conglomerati di ideologia, immaginazione e
disciplina."
cfr. Antropologia della violenza

Appadurai non solo critica il primordialismo, ma sottolinea la comprensione che il lavoro antropologico deve dare al senso
della "furia psichica e incarnata"; un'esigenza cruciale è il senso di questa quando si esprime nella violenza. L'originalità
dell'antropologo indiano sta nell'assegnazione di questa "furia" non alle certezze primordiali e radicate di un gruppo etnico,
bensì alle sue incertezze, quelle che il mondo contemporaneo ha incrinato, quelle basi classificatorie dei nazionalismi che si
sono andate via via incrinando divenendo sempre meno precise, sopratutto in un contesto di guerra. Secondo Appadurai,
infatti, la violenza e l'orrore sono costituiti nei loro domini, dall'incertezza che si ha dell'altro, dalla paura che quello che
sembra possa essere diverso da quello che è, in un certo senso si può dire che l'orrore sia dominato da una confusione
categoriale. La chiave di lettura del problema per Appadurai sta proprio in questa sensazione per quanto riguarda i conflitti
etnici contemporanei. La violenza che si compie molto spesso è fra persone che prima vivevano fianco a fianco, anche in
situazioni di amicizia, e che porta ad una brutalità quasi "rituale"; questa "ritualità" degli atti brutali verso il nemico, è il
modo per estrarre certezza da una situazione di incertezza, per dare ordine in modo forzato ad una realtà dove l'anomalia è
diventata una regola.
Una riprova di questo concetto è dato dall'antropologa Liisa Malkki nel suo lavoro sui gruppi di hutu rifugiati in Tanzania
dal Burundi a seguito dei massacri del 1972. Secondo Malkki, i significati simbolici e specifici si strutturano in una sorta di
mitologia di questi atti, per questo significative nella loro messa in atto. Tali conclusioni sono riprese da Appadurai che le
collega al tema della incertezza d'identità; infatti è come una situazione in cui tutti i corpi sono ingannevoli e possono
nascondere qualcosa, per questo vengono immagazzinati, massacrati, marcati, in un certo senso Appadurai vede la violenza
come un modo per immaginare una comunità. L'antropologo apre quindi una nuova strada di analisi della sintassi simbolica
di specifiche pratiche di sopraffazione e crudeltà, governate da codici che possono essere colti solo con un grande approccio
antropologico.
Una critica che si può muovere a questa teoria, è il senso generale che Appadurai da all'orrore per la confusione categoriale
come unica forza che spinge la violenza etnica, che contrasta con le informazioni che abbiamo sugli esecutori di tale
violenza. Esempio lampante sono di sicuro gli uomini del Battaglione 101 analizzati da Browning in "Uomini comuni", in
cui si vedeva bene come tali esecutori spietati fossero catapultati fuori da qualunque ordine in una situazione che a
posteriori non riconoscevano nemmeno come rale, perlomeno per i primi tempi. La violenza qua non era creata solo dalla
confusione categoriale e dall'incertezza angosciosa che essa porta ad un gruppo etnico, ma anche ad una effervescenza
emotiva, una coesione ad un gruppo, e la ricerca di stati continui di alterazione della coscienza. Comunque sia i temi
importanti posti da Appadurai e Malkki sono fondamentali in un'analisi antropologica della violenza, poichè quella della
"deturpazione" dei corpi dei nemici etnici, intepretati come simboli di una violenza etnica radicata, è come già detto un

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ramo che si è sviluppato nel corso degli anni, e anche qui alla fine si torna alla solita conclusione: è chiaramente la
propaganda di leader politici ad accendere l'odio razziale e una violenza estrema legittimata come giustizia storica, ma
l'ideologia non potrebbe innestarsi se non trovasse un terreno fertile tradizionale già presente in un territorio che è quindi in
grado di accettarla eticamente.
Il problema più grande sta nel capire come le regole che usualmente mediano la convivenza civile possano trasformarsi nel
loro perfetto opposto, dando via alla violenza di massa.

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