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Da Mosca a Parigi e ritorno.

Gli emigrés, i cabaret e il jazz

Nel cimitero di Sainte-Geneviève riposano i russi che si rifugiarono a Parigi un po' prima o un po' dopo del
1920. Quelli che erano fuggiti dalla Russia attraverso la Finlandia e i paesi Baltici già nel ' 17-' 18, agli inizi
della guerra civile; e gli altri che avevano seguito l' Armata Bianca di Wrangel sino in Crimea, per poi
imbarcarsi nei giorni convulsi della sconfitta verso Costantinopoli o i Balcani. Da quelle fughe uscì l'
emigration russe: uno degli episodi più patetici, e in fondo meno conosciuti del ‘900. Chi erano, gli emigrés?
I resti degli eserciti di Denikin e di Wrangel, i gagliardi ufficiali dell'armata con le loro mogli fedeli (sartine,
ricamatrici, modiste, un tempo infermiere dell' Esercito volontario oppure figlie di ufficiali) socialisti-
rivoluzionari, socialisti-democratici, poeti, parassiti d' ogni genere, il giovane corpo di ballo della scuola
Preobrazenskaja, filosofi, ex principi e granduchi, artisti dei vecchi teatri imperiali, pittori famosi o sconosciuti,
canzonettisti di cabaret, giornalisti disoccupati. Tutte queste personalità si riunivano nella Cattedrale ortodossa
di rue Daru, dove li si vedeva pregare con fervore, e la sera nei ristoranti russi. I ristoranti e cabarets
costituirono una delle poche risorse dell'emigrazione. Dalla metà degli anni Venti in poi erano diventati molto
di moda, una tappa obbligata per i nottambuli eleganti. Descritte in molti romanzi degli anni tra le due guerre,
le serate nei cabarets russi traboccavano di nostalgia: i violini, le balalaike, Vertinskij che cantava le sue
canzoni strazianti; la Dimitrievic e Poliakov che scuotevano la sala con le romanze tzigane; i danzatori cosacchi
con la vita stretta stretta e il colbacco d' astrakan e ovunque molta vodka, che i russi chiamavano "vinello
natio”, ubriachezza, lacrime, e verso l'alba, bicchieri scagliati sul pavimento. Questa era l’atmosfera che anno
dopo anno conquista posizioni di rilievo nella cultura di massa europea. Ed è proprio dai cabaret che la musica
tradizionale russa, divenuta popolare, prende piede anche tra alcuni jazzisti che decidono di inserirla dentro il
loro repertorio.
Tra le canzoni popolari divenute standard jazz sicuramente primeggia Oci Cernye conosciuta in Italia come
Occhi Neri. La canzone nasce nel 1843 come poesia del poeta ucraino Hrebinka, viene musicata l’anno
seguente ma purtroppo si perdono gli spartiti. Bisogna attendere fino al 1910 quando un musicista italiano
emigrato a Mosca, il novarese Adalgiso Ferraris, già compositore di melodie celebri come “ Deux Guitares” o
“Balalaika” metterà mano alla musica di Oci Cernye. Adalgiso come molti altri artisti fugge dalla Russia
durante gli anni della rivoluzione e porta le sue musiche in Francia. Tra queste musiche c’è anche Oci Cernye
che verrà incisa nel 1931 con il titolo “ Les Yeux Noirs “ da quel momento il successo è inarrestabile. Si
contano decine di versioni da quella di Al Jolson nel 1934 fino a quella di Tommy Dorsey nel 1937 e poi a
seguire Django Reinhardt, Jack Teagarden, Frank Sinatra e Jimmy Durante, anche Louis Armstrong ne incide
una versione nel 1954 e ancora Jimmy Smith, Wynton Kelly e il successo non finisce qua perchè con l’avvento
del rock and roll la musica prende nuove strade e nuovi stili fino al 2018 dove una nuova versione viene usata
come musica di sottofondo per lo spot pubblicitario dei mondiali di calcio.
Seguendo la linea dei grandi successi è d’obbligo parlare di Podmoskovnye večera, meglio conosciuta in Italia
come Mezzanotte a Mosca, celebre canzone russa scritta nel 1955 dal compositore Vasilij Solov'ëv-Sedoj e
dal poeta Michail Matusovskij, che insieme a Kalinka e Oci Cernye una delle canzoni russe più famose di tutti
i tempi e nel mondo. Nata per un documentario sulle Spartakiadi ( l’olimpiadi dei paesi dell’URSS ) nel 1957
la canzone vince il primo premio al Festival Mondiale della Gioventù guadagnando così una certa fama
internazionale prima in Cina e poi nel resto del mondo. Non passa molto e il jazz la fa sua con una versione
spumeggiante di Kenny Ball e i suoi Jazzmen, band inglese, che in piena guerra fredda la spediscono al secondo
posto nelle classifiche USA nel 1962. La canzone verrà incisa in molte versioni jazz tra le quali segnalerei
quella di Wild Bill Davis e quella dell’orchestra di Billy Vaughn.
Quando si parla di lunghi viaggi nella musica si parla storie incredibili e di melodie dimenticate e ritrovate.
Questo è il caso della canzone Dorogoi dlinnoyu di Boris Fomin autore di numerose canzoni fino al 1929
quando il regime russo con a capo Stalin proibì e censurò le musiche dai contenuti pessimistici, che avessero
influenze borghesi o che non fossero nel filone del cosiddetto “ romanticismo rivoluzionario “. Nel 1937 Fomin
fu quindi per questo incarcerato e nonostante la ripresa dell’attività durante i primi anni ’40 morì
prematuramente per indigenza e povertà nel 1947. Ma la storia non finisce qui perchè nel 1968 una giovane
gallese dal visetto rotondo e dalla voce un po’ infantile irrompe nelle classifiche di tutto il mondo con Those
were days, un successo colossale, la versione inglese di Dorogoi dlinnoyu. Lei è Mary Hopkin scoperta e
lanciata da Paul McCarteney che al momento della scelta di una canzone per questa sua nuova scoperta si
ricorda di questo antico brano russo e affida perciò l’arrangiamento a strumenti acustici folk. Il risultato fu
incredibile e in men che non si dica raggiunse la vetta delle classifiche USA. Those were the days sarà
reinterpretata da decine di cantanti e da orchestre e nel 1969 verrà pure incisa da Dexter Gordon all’interno del
disco “The tower of power”. In Italia ce ne sono quattro versioni: quella della Cinquetti, di Dalida, di Sandie
Shaw e della stessa Hopkin in versione italiana.
Questa breve carrellata di canzoni non puo’ certo tralasciare Katjuša, una canzone scritta nel 1938 da Matvey
Blanter uno dei più grandi compositori di canzoni popolari e musica da film dell’Unione Sovietica. La canzone
nasce come brano in repertorio della Orchestra Jazz dell’USSR e la prima versione fu della cantante Valentina
Batishcheva. Nonostante l’appellativo Jazz usato per l’orchestra la canzone avrà fin da subito un andamento
molto folk e sarà incisa da numerosi cantanti di musica popolare russa. Scritta poco prima dell'inizio della
guerra, la canzone riprende un tema praticamente eterno: quello della ragazza che soffre le pene dell'inferno
perché il giovane marito è sotto le armi. Ed essere sotto le armi nel '38 poteva comportare effettivamente
qualche lieve apprensione, puntualmente confermata qualche mese dopo. Va da sé che la canzone divenne
immediatamente “di massa” e con la guerra divenne una canzone planetaria. Una marea di successo
inarrestabile, anche con conseguenze non facilmente prevedibili. La più celebre di queste “conseguenze”
diverge un po' dalle finalità della canzonetta, quando l'Armata Rossa iniziò a servirsi dei micidiali lanciarazzi
installati sugli autocarri, non passò molto prima che fossero chiamati Katjuša e non c'è nulla da fare: furono
chiamati così proprio per la canzone, che era cantata da tutti i soldati russi, ma proprio tutti. Nel 1943 il medico
ligure e partigiano Felice Cascione scriverà sulle note di Katjuša il celebre testo di Fischia il vento che diverrà
la canzone più nota e più importante nella lotta italiana di Liberazione. Nel 1945, prima dell'inizio ufficiale
della Guerra Fredda, una pregevole versione jazz in inglese di Katjuša fu incisa da Nat King Cole che in
qualche modo la riporta alle intenzioni iniziali di canzonetta swing d’intrattenimento.
Chiudiamo questo articolo con una curiosità.
E’ il 1972 quando Stan Kenton esce con un disco doppio alquanto bizzarro dedicato agli inni nazionali del
mondo in versione jazz. Le trentanove tracce del disco sono un vero e proprio esercizio di stile
sull’arrangiamento per big band. Tra i vari inni inseriti spicca la scelta di inserire l’inno nazionale dell’Unione
Sovietica. La data è indicativa poiché il 1972, ed è proprio l’anno della distensione tra le due superpotenze e
questo omaggio all’URSS quantomai inaspettato da un artista americano sembra sottolineare l’esigenza di una
pacificazione.
La musica non conosce confini e malgrado tutto i veri artisti riescono sempre a rendere questo piccolo mondo
un luogo migliore dove vivere, cogliendo l’ideale di bellezza attraverso gli eventi e la storia.