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1.

INTRODUZIONE 2
2. RICHIAMI TEORICI 2
2.1. TRAVE DI EULERO – BERNOULLI 2
2.2. ELEMENTI ASSIAL – SIMMETRICI 3
2.3. TEORIA DELLE PIASTRE 5
2.4. METODO DEGLI ELEMENTI FINITI 6
2.4.1. ELEMENTI FINITI MONODIMENSIONALI – MODELLO DI TRAVE 6
2.4.2. ELEMENTI FINITI BIDIMENSIONALI 7
2.4.3. ELEMENTI FINITI TRIDIMENSIONALI – BRICK 8
2.5. ANALISI DELLE NON LINEARITÀ COSTITUTIVE 9
2.5.1. CERNIERE PLASTICHE DI ESTREMITÀ 9
2.5.2. MODELLAZIONE A FIBRE 9
2.6. METODI DI ANALISI 9
2.6.1. ANALISI MODALE 9
2.6.2. METODO DI NEWTON – RAPHSON 10
2.7. INSERIMENTO DATI INPUT 12
2.8. DISCRETIZZAZIONE DELLA STRUTTURA 12
2.9. CONDIZIONI DI VINCOLO 14
2.10. MATRICE DELLE MASSE E DI RIGIDEZZA 16
2.11. ANALISI DI CONVERGENZA 18
2.12. ANALISI MODALE 18
2.12.1. CASO A) – MATRICE DELLE MASSE CONSISTENT 19
2.12.2. CASO A) – MATRICE DELLE MASSE LUMPED 20
2.12.3. CASO B) – MATRICE DELLE MASSE CONSISTENT 21
2.12.4. CASO B) – MATRICE DELLE MASSE LUMPED 22
2.12.5. FREQUENZE MODALI 23
2.13. MODELLAZIONE CON SAP2000 23
2.13.1. CONFRONTO ANALISI MODALE TRA MATLAB E SAP2000 23
2.13.2. ANALISI PUSHOVER 24
3. ESERCIZIO 2 – ANALISI STRUTTURALE SEMPLIFICATA DEL PANTHEON 27
3.1. OGGETTO DELL’ELABORATO 27
3.2. DEFINIZIONE DEI MODELLI 27
3.3. MODELLI CON ELEMENTI FINITI ASSIAL – SIMMETRICI 29
3.3.1. CUPOLA INCASTRATA ALLA BASE – MODELLO A1 29
3.3.2. CUPOLA + ROTONDA INCASTRATA ALLA BASE – MODELLO A2 31
3.3.3. CUPOLA + ROTONDA INCASTRATA ALLA BASE – MODELLO A3 34
3.4. MODELLO CON ELEMENTI FINITI SHELL – MODELLO B 37
3.5. MODELLO CON ELEMENTI FINITI SHELL (CUPOLA) + BRICK (ROTONDA) – MODELLO C 39
3.6. CRITERIO DELLA TENSIONE NORMALE MASSIMA 42
3.7. ANALISI DI CONVERGENZA 45
3.8. ANALISI MODALE 47
3.9. CONCLUSIONI 48

1
1. Introduzione
La seguente relazione è finalizzata alla descrizione dell’analisi strutturale di due problemi:

 Analisi modale di un telaio piano tramite l’implementazione di un codice in Matlab e tramite Sap2000
e l’analisi pushover tramite Sap2000, variando il numero di elementi finiti
 Analisi della risposta strutturale del Pantheon utilizzando modelli semplificati agli elementi finiti
tramite Sap2000

2. Richiami teorici
Le strutture vengono trattate come “Sistemi naturalmente discreti”, ovvero sistemi che sono descrivibili
tramite una serie di parametri al fine di ottenere sistemi risolutivi algebrici lineari. L’analisi strutturale si
svolge considerando i tre aspetti governanti il problema elastico: la cinematica, la statica e il legame
costitutivo. Le ipotesi alla base dell’analisi strutturale nel caso in esame sono:

 Geometria linearizzata del problema (piccoli spostamenti e piccole deformazioni);


 Equilibrio calcolato nella configurazione indeformata, assunta coincidente con quella iniziale;
 Legame costitutivo elastico lineare del materiale;
 Materiale omogeneo e isotropo
 Vincoli bilateri, lisci e indipendenti dal tempo

Nei seguenti paragrafi verranno trattati dei brevi richiami teorici dei metodi e modelli utilizzati.

2.1. Trave di Eulero – Bernoulli


Gli elementi del telaio sono stati formulati basandosi sulla teoria della trave di Eulero – Bernoulli; questo
modello è un caso particolare della trave di Timoshenko. L’ipotesi fondamentale è che lo scorrimento
angolare delle sezioni è nullo e quindi le sezioni ruotano mantenendosi ortogonali alla linea d’asse della trave.
In questo modo lo sforzo di taglio non è una caratteristica di sollecitazione “attiva”, ma diventa una reazione
vincolare. L’ipotesi di Bernoulli si traduce quindi in:

𝑑𝑣 𝑑𝑣
𝛾=𝜃− =0 → 𝜃=
𝑑𝑥 𝑑𝑥

L’ipotesi di indeformabilità a taglio è veritiera quando la rigidezza a taglio è molto più grande della rigidezza
𝐺𝐴
a flessione della trave 𝑡 → ∞.
𝐸𝐼
Le equazioni governanti della cinematica, della statica e del legame costitutivo nella trave di Eulero –
Bernoulli sono le seguenti:

Cinematica
𝑢(𝑥)
𝒖(𝑥) = { } 𝑠𝑝𝑜𝑠𝑡𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑑𝑖 𝑠𝑒𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒
𝑣(𝑥)

𝜀 (𝑥)
𝜺 𝒔 (𝑥) = { 𝐺 } 𝑑𝑒𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑑𝑖 𝑠𝑒𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒
𝜒(𝑥)

𝑑⁄ 0
𝑑𝑥
𝑫𝒔 = [ 2 ] 𝑚𝑎𝑡𝑟𝑖𝑐𝑒 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑔𝑟𝑢𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑖 𝑠𝑒𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒
0 𝑑 ⁄
𝑑𝑥 2
2
Dove 𝜀𝐺 = 𝑑𝑢⁄𝑑𝑥 è la deformazione assiale e 𝜒 = 𝑑𝜃⁄𝑑𝑥 = 𝑑 𝑣⁄ 2 = 𝑣 ′′ è la curvatura.
𝑑𝑥

2
Statica
𝑁(𝑥)
Le tensioni di sezione sono 𝝈𝒔 (𝑥) = { }; imponendo l’equilibrio rispetto agli assi della trave e alla
𝑀(𝑥)
rotazione:

𝑑𝑁
+ 𝑝𝑢 = 0
𝑑𝑥
𝑑𝑇
− 𝑝𝑣 = 0
𝑑𝑥
𝑑𝑀
{ 𝑑𝑥 − 𝑇 = 0

Legame costitutivo
Il legame costitutivo locale può essere espresso nella forma diretta o inversa:

𝝈𝒔 = 𝑲𝒔 𝜺𝒔 𝑙𝑒𝑔𝑎𝑚𝑒 𝑑𝑖𝑟𝑒𝑡𝑡𝑜
𝜺𝒔 = 𝑭𝒔 𝝈𝒔 + 𝜺𝒔,𝟎 𝑙𝑒𝑔𝑎𝑚𝑒 𝑖𝑛𝑣𝑒𝑟𝑠𝑜

𝑲𝒔 è la matrice di rigidezza di sezione, mentre 𝑭𝒔 = 𝑲𝒔 −𝟏 è la matrice di flessibilità di sezione.

2.2. Elementi Assial – simmetrici


È un problema 3D che grazie a particolari simmetrie può essere trattato e modellato come un problema piano
2D e le strutture in esame possono essere caricate con carichi assial-simmetrici.

Si stabilisce un asse z (di rivoluzione), successivamente la sezione ruota attorno all’asse e si forma il solido.
Quindi data una figura piana, essa ruotando intorno a z genera un elemento 3D.

Le ipotesi da considerare sono:

1) Assial-simmetria geometrica: ogni punto della figura ruotando intorno a z con una traiettoria
circolare, genera un solido.
L’obiettivo è di considerare una figura piana per ricondursi ad un solido 3D. Abbiamo un “solido di
rivoluzione”: si ottiene dalla rotazione di una figura piana intorno all’asse.

2) Assial-simmetria meccanica: si fa l’ipotesi sul materiale 𝝈 = 𝑬𝜺.


Voglio che E possa variare sulla mia figura e in ogni punto del piano ammetto anisotropia, ma voglio
che il legame resti costante al variare dell’anomalia θ in una qualsiasi sezione che contiene l’asse di
rotazione (lungo θ si ha l’asse di ortotropia).

3) Assial-simmetria dei carichi.

Per studiare tale problema usiamo un sistema di riferimento in coordinate cilindriche (r, z, θ).

Come componenti di spostamento useremo:

𝑢 // 𝑟 (𝑟 𝑑𝑖𝑠𝑡𝑎𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑎𝑙 𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑖𝑐𝑜 𝑝𝑢𝑛𝑡𝑜 𝑃 𝑎𝑙𝑙 ′ 𝑎𝑠𝑠𝑒 𝑧)


{ 𝑤 // 𝑧 (𝑧 𝑎𝑠𝑠𝑒 𝑑𝑖 𝑟𝑖𝑣𝑜𝑙𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒)
𝑢 // 𝑠 (𝑠 𝑎𝑠𝑐𝑖𝑠𝑠𝑎 𝑐𝑢𝑟𝑣𝑖𝑙𝑖𝑛𝑒𝑎)

Dove v è parallela alla tangente alla circonferenza, r (costante) è perpendicolare a z, θ è l’anomalia del piano
contenente P rispetto ad un asse di riferimento nel piano di normale z.

3
Poi si attua una partizione:
𝑢 (𝑟, 𝑧, 𝜃)
𝐮𝟏
𝑤 (𝑟, 𝑧, 𝜃)
𝒖 (𝑟, 𝑧, 𝜃) = { } = {− −}
−−−− 𝐮𝟐
𝑣 (𝑟, 𝑧, 𝜃)
Agli spostamenti sono associate delle ε compatibili e delle σ tramite il legame:
σ𝑟
σ𝑧
σ𝜃 𝛔𝟏
Tensioni: σ (r, z, θ) = 𝜏𝑟𝑧 = { − −}
−−− 𝛔𝟐
𝜏𝜃𝑟
{ 𝜏𝜃𝑧 }
Si considera un elemento di cilindro con apertura angolare d𝜃, largo dr e di spessore dz:
ε𝑟
ε𝑧
ε𝜃 𝛆𝟏
Deformazioni: ε (r, z, θ) = 𝛾𝑟𝑧 = {− −}
−−− 𝛆𝟐
𝛾𝜃𝑟
{ 𝛾𝜃𝑧 }
Dove i primi tre termini riguardano la dilatazione delle fibre poste longitudinalmente alle direzioni indicate
dai pedici mentre i restanti tre termini rappresentano le variazioni angolari tra la fibra tangente e quella
normale.

Per quanto riguarda il legame costitutivo esso resta 𝝈 = 𝑬𝜺 ma per l’assial-simmetria geometrica, meccanica
e per θ asse di ortotropia, si suddivide in partizioni risultando E disaccoppiato e diagonale a blocchi:
𝑬𝟏 𝟎 𝛔 = 𝑬𝟏 𝜺𝟏
E=[ ] { 𝟏 }
𝟎 𝑬𝟐 𝛔𝟐 = 𝑬𝟐 𝜺𝟐
Infine si definiscono i carichi assial-simmetrici, perdendo la dipendenza da θ; il problema diventa piano,
quindi si ha tutto in funzione di r e z. Si considerano come ipotesi 𝒃𝟐 = 𝟎, 𝒇𝟐 = 𝟎
𝐛 (𝑟, 𝑧)
b (r, z) = { 𝟏 } 𝑛𝑒𝑙 𝑝𝑖𝑎𝑛𝑜 𝑟 − 𝑧, 𝑖𝑛 𝑑𝑖𝑟𝑒𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑧
𝟎
𝐟 (𝑟, 𝑧)
f (r, z) = { 𝟏 } 𝑛𝑒𝑙 𝑝𝑖𝑎𝑛𝑜 𝑟 − 𝑧, 𝑖𝑛 𝑑𝑖𝑟𝑒𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑟
𝟎
Estendendo tali ipotesi al campo degli spostamenti si ha:
𝐮 (𝑟, 𝑧)
u (r, z) = { 𝟏 }
𝟎
𝐮 (𝑟, 𝑧)
u1 (r, z) = { }
𝐰 (𝑟, 𝑧)
In realtà però si ha un problema 3D e la soluzione si potrà rappresentare attraverso un’integrale di area.

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2.3. Teoria delle piastre
Le piastre sono strutture 3D con una dimensione minore (lo spessore) rispetto alle altre due: 𝒉 ≪ 𝑫.

Dal punto di vista geometrico sono analoghe alle lastre ma con delle differenze che riguardano le condizioni
di carico: la lastra è caricata parallelamente al piano medio, mentre la piastra è caricata perpendicolarmente
al piano medio (sono presenti anche coppie).
La piastra può essere pensata come costituita da due ordini di travi dirette lungo x e y.

La piastra è la generalizzazione 2D del problema trave: nella trave il problema assiale e flessionale si studiano
disaccoppiati a seconda del carico agente; qui si ha la stessa cosa: a seconda del carico si attiva un
comportamento membranale o flessionale.

Per quanto riguarda il carico si hanno le forze di volume b applicate all’interno della piastra (appare solo il
contributo // a z) e le forze di superficie f che agiscono sul bordo.

b𝑥 0 f𝑥
b (x, y, z) = {b𝑦 } = { 0 } f (x, y, z) = {f𝑦 }
b𝑧 b𝑧 f𝑧

Invece di assumere la dipendenza da z, si fa riferimento al piano medio e le forze si considerano come


risultanti:

q (x, y) = ∫2ℎ 𝑏𝑧 𝑑𝑧

2

q è un carico variabile sul piano medio, è il carico per unità di superficie ed è funzione solo di x e y perché la
z la integro.

I due modelli di piastra più diffusi sono:

1. Piastra di Kirchoff: modello adatto per lo studio di piastre sottili nelle quali si può ritenere nulla la
deformazione per scorrimento nel piano verticale;
2. Piastra di Mindlin: modello adatto per lo studio di piastre spesse nelle quali risulta non trascurabile la
deformazione per scorrimento nel piano verticale.

PIASTRA DI KIRCHOFF

La piastra di Kirchoff risulta più rigida rispetto a quella di Mindlin e ha come vincolo cinematico 𝜸 ≃ 𝟎, ovvero
le deformazioni taglianti sono trascurabili rispetto alle deformazioni flessionali.

Si ha la condizione di “bastoncini” vincolati al baricentro del piano medio: quando la piastra si deforma il
bastoncino ruota andandosi a mettere in posizione perpendicolare al piano tangente il piano medio nel punto
deformato; si limita cioè la capacità deformativa.

L’ unica componente indipendente di spostamento è:

𝒖 (𝑥, 𝑦) = 𝒘 (𝑥, 𝑦)
Le sezioni inizialmente normali al piano medio rimangono piane e ortogonali ad esso dopo la deflessione. Di
conseguenza gli scorrimenti angolari in direzione z, γxz e γyz, sono nulli e la deformazione della piastra è dovuta
sostanzialmente a deformazioni flessionali.

𝛾𝑥𝑧 = 𝛾𝑦𝑧 = 0

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PIASTRA DI MINDLIN

Lo spessore delle piastre di Mindlin è tale che non è più accettabile trascurare le deformazioni di taglio (𝜸 ≠
𝟎) poiché moderatamente spesse.

Qui i campi di spostamento indipendenti sono tre, a differenza della piastra di Kirchoff dove si ha un solo
campo cinematico indipendente, ovvero w.

2.4. Metodo degli Elementi Finiti


Il metodo degli elementi finiti consiste nella suddivisione della struttura in un certo numero di porzioni, dette
appunto elementi finiti, e nella definizione di un modello di spostamento individualmente per ognuno di essi,
chiamando in causa l’Approccio agli Spostamenti. Viene quindi definito il comportamento di ogni singolo
elemento e si ricostruisce il comportamento dell’intera struttura assemblando gli elementi di cui è composta.
La procedura può essere riassunta nei seguenti passaggi fondamentali:

 Discretizzazione del dominio: si definisce il numero di elementi e di nodi (e quindi dei gradi di libertà
della struttura)
 Analisi di elemento: di definiscono le funzioni di forma e si calcolano la matrice di rigidezza di
elemento e il vettore dei carichi nodali equivalenti di elemento
 Assemblaggio delle risposte: si definiscono la matrice di rigidezza globale e il vettore globale dei
carichi nodali equivalenti
 Calcolo della soluzione

Le equazioni governanti vengono scritte in forma debole e si utilizzano due approcci:

 Approccio integrale – si usa il Principio dei Lavori Virtuali; tale approccio deriva dal Metodo dei
Residui Pesati e ha una validità generale perché non dipende dal tipo di legame tenso – deformativo
 Approccio energetico – si usa il Principio del Minimo dell’Energia Potenziale Totale; questo approccio
vale solo se il problema è elastico

Nella scelta della discretizzazione bisogna porre particolare attenzione al modo in cui questa viene definita,
si vuole avere una convergenza monotona della soluzione. Per ottenere tale risultato, l’elemento finito deve
essere completo e compatibile. Le proprietà appena citate vengono soddisfatte scegliendo in maniera idonea
le funzioni di forma. Un elemento si definisce completo quando è capace di compiere moti rigidi e di garantire
uno stato di deformazione costante quando le dimensioni degli elementi finiti tendono a zero. Invece per
garantire il requisito di compatibilità se gli spostamenti sono continui sia all’interno dell’elemento che sul
bordo, ovvero lungo i bordi di elementi contigui. Ciò significa che non ci possono essere discontinuità del
campo di spostamento tra un elemento e un altro.

Una volta definito il modello, è opportuno quindi svolgere un’analisi di convergenza per vedere se
all’aumentare del numero di elementi finiti la soluzione si avvicina a quella esatta. Quando il problema è
elastico si può sfruttare l’Energia Potenziale Elastica e vedere quando tende al valore minimo.

2.4.1. Elementi Finiti Monodimensionali – Modello di trave


Nella teoria della trave il legame elastico stabilisce una relazione tra sforzi e deformazioni generalizzati,
funzioni della sola ascissa x. Ogni elemento di trave viene suddiviso in un certo numero di elementi finiti e ad
ognuno di essi vengono associate le funzioni di forma. Queste, nel caso della trave di Eulero – Bernoulli, per
il problema assiale vengono definite in base ai soli spostamenti nodali (interpolazione lagrangiana, le funzioni
sono di classe C0), mentre per il problema flessionale si utilizzano anche le derivate del campo di spostamento
(interpolazione hermitiana, le funzioni sono di classe C1). Considerando elementi a due nodi, si ricavano
quindi delle funzioni lineari per il caso assiale:

6
𝑥 𝑥
𝑁1 (𝑥) = 1 − , 𝑁2 (𝑥) =
𝐿0 𝐿0

Figura 1 – Funzioni di forma del caso assiale

e cubiche per il problema flessionale:

3𝑥 2 2𝑥 3 3𝑥 2 2𝑥 3 2𝑥 2 𝑥 3 𝑥2 𝑥3
𝑁3 (𝑥) = 1 − + 3 , 𝑁4 (𝑥) = − 3 , 𝑁5 (𝑥) = 𝑥 − + 2, 𝑁6 (𝑥) = − +
𝐿20 𝐿0 𝐿20 𝐿0 𝐿0 𝐿0 𝐿0 𝐿20

Figura 2. – Funzioni di forma del caso flessionale

2.4.2. Elementi Finiti Bidimensionali


Questi elementi finiti fanno parte della famiglia degli elementi finiti lagrangiani, ovvero elementi finiti in cui
le funzioni di forma sono descritte da polinomi lagrangiani. Gli elementi finiti rettangolari sono forme rigide
e si prestano bene a modellare geometrie regolari, mentre non sono in grado di modellare adeguatamente
geometrie con contorni curvilinei.

Figura 3 – Elemento 2D

Per definire la forma del campo degli spostamenti si utilizza una combinazione lineare di funzioni e parametri
nodali.
𝑒

𝑢 𝑒 (𝑥 𝑒
,𝑦 𝑒)
= ∑ 𝑁𝑖 (𝑥 𝑒 , 𝑦 𝑒 )𝑢𝑖𝑒
𝑖=1
𝑒

𝑣 𝑒 (𝑥 𝑒
,𝑦 𝑒)
= ∑ 𝑁𝑖 (𝑥 𝑒 , 𝑦 𝑒 )𝑣𝑖𝑒
𝑖=1

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Le funzioni di forma devono rispettare i seguenti requisiti:

1. Completezza
2. Congruenza interna
3. Congruenza inter-elemento: devo garantire la cucitura
4. Isotropia geometrica: devo modellare nello stesso modo in entrambe le direzioni
5. Accuratezza della soluzione

Bisogna poi attuare una procedura di mappatura, ovvero eseguo una procedura che mappa il rettangolo
generico (dominio reale) in un quadrato di lato pari a 2 detto dominio master.
𝑥 − 𝑥𝑐
𝜉=
𝑎
𝑦 − 𝑦𝑐
𝜂=
𝑏
Con a e b coordinate del centro del rettangolo nel SR del dominio reale

Le funzioni interpolanti per un singolo EF retangolare si scrivono nella forma:

1
𝑁𝑖 (𝜉, 𝜂) = (1 + 𝜉𝜉𝑖 )(1 + 𝜂𝜂𝑖 )
4

Per risolvere questo problema, dagli elementi finiti rettangolari si può passare agli elementi finiti
isoparametrici attraverso un’opportuna distorsione di forma. Questo tipo di elementi finiti approssima
meglio le geometrie curvilinee.

2.4.3. Elementi Finiti Tridimensionali – Brick


Si tratta di elementi i cui nodi possiedono tre gradi di libertà corrispondenti alle tre traslazioni (lungo x, y e
z). Questo tipo di elemento finito viene utilizzato per modellare oggetti in cui non c’è una dimensione
trascurabile rispetto alle altre. Il dominio fittizio in cui vengono definite le funzioni di forma è un cubo
regolare di lato pari a 2. Le funzioni interpolanti del primo ordine si presentano nella forma:
1 1
𝑁𝑖𝑒 = 𝑒
(1 + 𝜉𝜉𝑖 )(1 + 𝜂𝜂𝑖 )(1 + 𝜁𝜁𝑖 ) = (1 + 𝜉𝜉𝑖 )(1 + 𝜂𝜂𝑖 )(1 + 𝜁𝜁𝑖 )
𝑉 8

Figura 4 – Elemento 3D

8
2.5. Analisi delle non linearità costitutive
2.5.1. Cerniere plastiche di estremità
Si tratta di una non linearità concentrata, cioè si ipotizza il comportamento elastico lineare lungo tutto
l’elemento e un comportamento elasto – plastico non lineare nei nodi, in corrispondenza dei quali si verifica
la formazione delle cerniere plastiche. È stato adottato un legame costitutivo è elasto – plastico incrudente.

Analizzando il nodo i risulta che:

𝑠𝑒 𝑀𝑖 < 𝑀𝑖𝑦 → 𝜑𝑖𝑐 = 0 → 𝜑𝑖 = 𝜑𝑖𝑒 𝑙𝑎 𝑐𝑒𝑟𝑛𝑖𝑒𝑟𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖 𝑎𝑡𝑡𝑖𝑣𝑎

𝑀𝑖 − 𝑀𝑖𝑦
𝑠𝑒 𝑀𝑖 > 𝑀𝑖𝑦 → 𝜑𝑖𝑐 = 𝑙𝑎 𝑐𝑒𝑟𝑛𝑖𝑒𝑟𝑎 𝑠𝑖 𝑎𝑡𝑡𝑖𝑣𝑎
𝐾𝑐𝑖

L’attivazione della cerniera comporta una variazione della pendenza della retta tangente all’interno del
ciclo di Newton – Raphson.

2.5.2. Modellazione a fibre


Si tratta di un modello più accurato rispetto a quello con le cerniere plastiche di estremità, si considera infatti
in maniera puntuale l’effettivo comportamento di ogni fibra. La sezione viene quindi suddivisa di tante aree
a nel baricentro di ciascuna area viene posizionata la fibra. La procedura viene formulata applicando il
Principio dei Lavori Virtuali. Per inserirlo nel ciclo di Newton – Raphson si considera un legame costitutivo
generalizzato di tipo incrementale, scritto nella forma:

𝜕𝝈𝒙
𝝈̇ 𝒔 = ∫ 𝒂𝑻 𝜺̇ 𝑑𝐴
𝐴 𝜕𝜺𝒙 𝒙

dove 𝒂 è la matrice che governa il comportamento del materiale nel processo incrementale.

Utilizzando questo modello i risultati che si ottengono sono più accurati perché all’interno della sezione si
possono individuare sia la parte plastica e il nucleo elastico: si riesce quindi a seguire l’andamento della
plasticizzazione. L’accuratezza chiaramente dipende dal numero di fibre utilizzate.

2.6. Metodi di analisi


2.6.1. Analisi modale
Attraverso l’analisi modale si cercano i modi naturali di vibrare della struttura; tali modi si ottengono
risolvendo le equazioni di equilibrio dinamico del sistema non forzato e non smorzato. Le equazioni di
Newton in campo dinamico si scrivono in forma debole:

∫ 𝛿𝜺𝑻 𝝈 𝑑Ω = − ∫ 𝛿𝒖𝑻 𝜌 𝒖̈ 𝑑 Ω + ∫ 𝛿𝒖𝑻 𝒃 𝑑Ω + ∫ 𝛿𝒖𝑻 𝒕 𝑑Γ


Ω Ω Ω Γ

I campi di spostamento vengono interpolati sugli elementi finiti e per ottenere una forma matriciale delle
equazioni governanti si applica il Principio dei Lavori Virtuali. Le equazioni che si ottengono hanno la seguente
forma:
𝑴𝒖̈ + 𝑲𝒖 = 𝒑𝟎

𝑴 = 𝑨𝑴𝒆 è la matrice delle masse globale, i singoli elementi della matrice rappresentano le masse associate
ai nodi nel sistema di riferimento globale. La matrice delle masse di elemento Me può assumere varie forme:
nel caso in esame sono state prese in considerazione le tipologie consistent e lumped. La prima viene definita

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𝐿𝑒
in maniera “coerente” come 𝑴𝒆 = ∫0 𝑵𝒆𝑻 𝑴𝒔 𝑵𝒆 𝑑𝑥 𝑒 e comporta un accoppiamento tra le masse riferite al
problema assiale e quello trasversale. Le proprietà della matrice consistent sono che è simmetrica, definita
positiva e non diagonale. La matrice delle masse lumped si ottiene calcolando il vettore 𝑴𝒆 =
𝐿𝑒 𝜌𝐴
∫0 𝑵𝒆𝑻 [𝜌𝐴] 𝑑𝑥 𝑒 e posizionando tale vettore sulla diagonale della matrice. La parte rotazionale viene
annullata per non avere termini negativi; in questa maniera i problemi diventano disaccoppiati.

Per calcolare i modi di vibrare ci si riconduce ad un problema agli autovalori. Una volta vincolato il sistema si
calcolano le soluzioni non banali che assumono la forma 𝒒(𝑡) = 𝒒𝑠𝑖𝑛𝜔𝑡 e si ottiene l’equazione scritta nella
forma:

(−𝜔2 𝑴 + 𝑲) 𝒒𝑠𝑖𝑛𝜔𝑡 = 𝟎

(−𝜔2 𝑴 + 𝑲) è la matrice di rigidezza dinamica la quale tiene conto degli effetti inerziali. (−𝜔2 𝑴 +
𝑲) 𝒒𝑠𝑖𝑛𝜔𝑡 è pari a zero quando la matrice di rigidezza dinamica è singolare, ovvero quando il determinante
della matrice si annulla. Definendo gli autovalori come quadrati delle pulsazioni naturali della struttura, 𝜔2 =
−𝟏 −𝟏 1
𝜆, e premoltiplicando per 𝑲 si ottiene (𝑲 𝑴 − 𝜆 𝑰) 𝒒 = 𝟎.

Si definisce 𝒒 = 𝚽 ∙ 𝒒𝑠𝑖𝑛𝝎𝑡, 𝚽 raccoglie gli autovettori che esprimono le forme modali naturali, ciascuno di
essi regola la forma della deformata. Le soluzioni trovate in questa maniera non sono però uniche perché le
equazioni del sistema sono linearmente dipendenti; a questo consegue che ciascun autovettore è definito a
meno di una costante arbitraria. Quindi la forma di un modo di vibrare è unica ma rimane indeterminata
l’ampiezza.

Trovate le forme modali si premoltiplicano per 𝚽 le matrici delle masse e delle rigidezze. Dato che i modi
sono ortogonali si si ottengono delle matrici diagonali. Viene inoltre adottato il criterio di normalizzazione
rispetto alla massa, ovvero si fa in modo che le masse generalizzate associate a ciascun modo di vibrare siano
unitarie.

2.6.2. Metodo di Newton – Raphson


Si tratta di un metodo iterativo per effettuare l’analisi al passo; il metodo viene chiamato anche il Metodo
delle tangenti, infatti consiste nella sostituzione della curva “reale” con la tangente della curva stessa
partendo da qualsiasi punto della curva. Nell’analisi non lineare l’equilibrio tra le forze interne ed esterne
diventa 𝑝𝑖𝑛𝑡 + 𝑝𝑒𝑠𝑡 = 𝑅, dove R è un residuo non nullo.
Noto il carico orizzontale 𝑝 gli step da effettuare sono:
 Calcolo della tangente iniziale della struttura indeformata (quindi la matrice di rigidezza Kt0)
𝑝
 Calcolo spostamento 𝑞1 = ⁄𝐾
𝑡0
 Valutazione generica risposta 𝑆(𝑞1 )
 Calcolo del residuo 𝑅1 = 𝑝 − 𝑆(𝑞1 )
 Test di tolleranza per vedere se il residuo è sufficientemente piccolo per avere l’equilibrio tra forze
interne ed esterne. Se R > Rtoll si continua con iterazioni successive
Appena si giunge alla condizione per cui R < Rtoll il processo iterativo si interrompe.

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Esercizio 1 – Analisi modale e analisi pushover di un telaio in acciaio
L’oggetto dell’elaborato è un telaio in acciaio di otto piani; il piano del telaio è il piano di inflessione forte sia
per le travi che per le colonne. Le travi sono realizzate con profili IPE 400, mentre le colonne utilizzate ai primi
quattro piani sono HEB 800 e quelle ai piani superiori HEB 600. Entrambi gli elementi hanno una lunghezza
pari a 4 m. Il modulo di Young dell’acciaio è pari a E = 210000 MPa, il coefficiente di Poisson vale ν = 0.3 e la
tensione di snervamento è fy = 235 MPa.
Inoltre la struttura è soggetta a seguenti carichi:
 Carico uniformemente distribuito q agente sulle travi pari a 50 kN/m;
 Peso proprio degli elementi strutturali; la densità dell’acciaio è pari a 7850 kg/m3.
In Figura 5 viene riportato lo schema del telaio:

Figura 5 – Telaio in acciaio

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Per la valutazione della risposta strutturale sono state considerate le seguenti assunzioni:

 La formulazione di ciascun elemento di trave è basata sulla teoria della trave di Eulero-Bernoulli
 Il comportamento non lineare del materiale è tenuto in conto introducendo cerniere plastiche alle
estremità di ciascun elemento di trave e tramite la formulazione a fibre;
 le cerniere di estremità sono caratterizzate da un legame momento-rotazione Mc – φc rigido –
plastico, mentre non si attivano per la parte assiale.

2.7. Inserimento DATI INPUT


Sono stati inseriti i parametri necessari per descrivere la geometria della struttura. Vengono definiti tre
differenti elementi, uno per le travi e due per le colonne.

Figura 6 – Geometria e caratteristiche meccaniche degli elementi

2.8. Discretizzazione della struttura


Per applicare il metodo degli Elementi Finiti è stato necessario discretizzare la struttura. Come primo passo,
sono state definite la matrice delle coordinate nodali nel SRG (X0) e la matrice delle incidenze (INC), ovvero
la matrice che ad ogni elemento attribuisce il valore del nodo i-esimo e del nodo j-esimo.

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Per ottenere queste matrici al variare del numero di elementi finiti in maniera automatica è stato
implementato un ciclo for su tutti gli elementi.

% % Matrice delle incidenze (INC)


Lef1 = Le/nef; %lunghezza elementini
Lef = round (Lef1);
X = round (X);
for k=1:nn2
for z=1:nn2
if (abs(X(1,k) - X(1,z) == (Lef)) || abs(X(1,k) - X(1,z) == (Lef+1)) ||
abs(X(1,k) - X(1,z) == (Lef-1))) & abs(X(2,k) - X(2,z) == 0)
INCel=[z;k];
INC = [INC,INCel];
elseif (abs(X(2,k) - X(2,z) == (Lef)) || abs(X(2,k) - X(2,z) == (Lef+1)) ||
abs(X(2,k) - X(2,z) == (Lef-1))) & abs(X(1,k) - X(1,z) == 0)
INCel=[z;k];
INC = [INC,INCel];
end
end
end
ne_finale = size(INC,2);
gdl = gdln*nn2;

13
Per ogni tipologia di elemento, tramite una cell array, sono state definite le sue caratteristiche. In particolare,
la proprietà massType indica la tipologia di calcolo per la matrice delle masse di elemento Me.

2.9. Condizioni di vincolo


Alla base la struttura è stata vincolata tramite incastri; la procedura è stata automatizzata tramite il ciclo for
su tutti i nodi del sistema.

Per simulare la condizione di orizzontamenti infinitamente rigidi, gli spostamenti orizzontali dei nodi di
ciascun piano sono stati assunti uguali tra loro. Per ogni piano è stato preso come nodo di riferimento quello
centrale, il quale non è stato vincolato mentre negli altri nodi di quel piano sono stati vincolati i gradi di libertà

14
relativi allo spostamento orizzontale. Per realizzare questo vincolo di diaframma sono state manipolate le
equazioni di vincolo (e quindi la matrice A). Si riporta come esempio il calcolo per il primo piano.

15
2.10. Matrice delle masse e di rigidezza
La matrice di rigidezza di elemento è stata definita come segue:

Per quanto riguarda la matrice delle masse sono state considerate due condizioni:

a) La massa dovuta ai carichi distribuiti q viene trascurata (si considera solo quella propria degli
elementi);
b) La massa dovuta ai carichi distribuiti q viene considerata applicando masse concentrate aggiuntive ai
nodi dei rispettivi piani.

Per entrambe le condizioni è stata calcolata la matrice delle masse consistent e la matrice delle masse lumped
di ogni elemento.

16
La matrice delle masse di elemento Me del caso a) si presenta nella seguente forma:

Nel caso b) invece, la matrice delle masse di elemento Me cambia solo per le travi, poiché ad esse viene
aggiunto il contributo delle masse concentrate dovute al carico distribuito q.

17
2.11. Analisi di convergenza
L’obiettivo dell’analisi è cogliere la soluzione più accurata possibile. Prendendo in considerazione lo
spostamento del nodo in sommità, si nota che all’aumentare del numero degli elementi finiti per ogni
elemento si ottiene una soluzione migliore poiché il valore dello spostamento tende in maniera monotona al
massimo.

Figura 7 – Analisi di convergenza

2.12. Analisi modale


Successivamente per entrambe le condizioni a) e b) è stata effettuata l’analisi modale considerando i primi
otto modi di vibrare della struttura. Si riportano di seguito le forme modali e i valori delle frequenze riferite
ad una discretizzazione con 2 elementi finiti.

18
2.12.1. Caso a) – Matrice delle masse consistent

19
2.12.2. Caso a) – Matrice delle masse lumped

20
2.12.3. Caso b) – Matrice delle masse consistent

21
2.12.4. Caso b) – Matrice delle masse lumped

22
2.12.5. Frequenze modali
Confrontando i vari casi si nota che nel caso b) le frequenze sono più basse; questo deriva dal fatto che è
presente una massa maggiore dovuta alla massa aggiuntiva concentrata nei nodi. Invece la differenza tra il
caso consistent e lumped è trascurabile. Di seguito si riportano i valori delle frequenze dei primi otto modi
di vibrare relativi ai quattro casi precedentemente analizzati.

Caso a) Caso b)
Consistent Lumped Consistent Lumped
2.70 2.70 0.68 0.68
8.91 8.91 2.28 2.28
18.09 18.09 4.58 4.58
30.24 30.23 7.61 7.61
38.67 38.67 8.80 8.80
43.22 43.21 11.65 11.65
46.88 46.86 12.34 12.34
48.81 48.81 16.25 16.25

Tabella 1 – Frequenze modali


2.13. Modellazione con Sap2000
Il telaio in esame è stato modellato agli elementi finiti con Sap2000. Gli elementi (travi e colonne) sono stati
definiti con elementi frame, discretizzando ogni elemento in dieci elementi finiti. Per simulare il
comportamento di trave alla Eulero – Bernoulli nelle proprietà della sezione degli elementi l’area di taglio è
stata moltiplicata per un fattore pari a 10000; si ottiene così un elemento indeformabile a taglio.

È stata fatta sia un’analisi modale che un’analisi pushover della struttura. Per ottenere gli orizzontamenti
infinitamente rigidi è stato introdotto il vincolo di diaframma per ogni piano.

2.13.1. Confronto analisi modale tra Matlab e Sap2000


Di seguito si riporta un confronto tra le frequenze, valutando sia il caso in cui viene considerata la massa
dovuta al solo peso proprio degli elementi (caso a), sia il caso in cui viene considerata una massa aggiuntiva
dovuta al carico distribuito q (caso b). Poiché Sap2000 utilizza la matrice delle masse di elemento lumped, il
confronto è stato effettuato soltanto considerando questo tipo di matrice. Per considerare le masse è stata
modificata la proprietà mass source, considerando nel caso a) le masse dovute al solo peso proprio (load
pattern – DEAD) e nel caso b) sia le masse dovute al peso proprio che quelle dovute al carico distribuito q
(load pattern – DEAD + carico q).

Caso a) Caso b)
Matlab Sap2000 Matlab Sap2000
Frequenza Frequenza
Cicli/sec errore % Cicli/sec errore %
Modo 1 2.70 2.67 1% 0.68 0.64 5%
Modo 2 8.91 8.84 1% 2.28 2.16 5%
Modo 3 18.09 17.99 1% 4.58 4.35 5%
Modo 4 30.23 30.12 0% 7.61 7.23 5%
Modo 5 38.67 38.75 0% 8.80 8.49 4%
Modo 6 43.21 43.19 0% 11.65 11.03 5%
Modo 7 46.86 46.74 0% 12.34 11.78 5%
Modo 8 48.81 48.65 0% 16.25 15.29 6%

Tabella 2 – Confronto frequenze modali

23
2.13.2. Analisi pushover
L’analisi pushover del telaio è stata effettuata assumendo una distribuzione di forze corrispondente ad un
andamento di accelerazioni proporzionali alla forma del primo modo di vibrare nella direzione orizzontale.

Figura 7 – Assegnazione distribuzione di forze

Per tener conto delle non linearità costitutive sono stati definiti due modelli:

a) Modello in cui le non linearità costitutive vengono definite come cerniere plastiche concentrate alle
estremità degli elementi strutturali, caratterizzate da un legame momento – rotazione Mc – φc rigido
perfettamente plastico;
b) Modello in cui le non linearità costitutive vengono definite utilizzando una modellazione a fibre della
sezione

24
Modello a)

Le cerniere plastiche di estremità sono state introdotte nel modello con la proprietà Hinge – M3, definendo
un diagramma Mc – φc.

Pushover Cerniere Plastiche


800

700

600 Step 94
Step 42
Taglio alla base

500

400

300
Step 8
200

100

0
0 0.2 0.4 0.6 0.8 1
Spostamenti

Figura 8 – Pushover modello con cerniere plastiche

STEP 8 STEP 42 STEP 94

25
Modello b)

In questo caso è stata considerata la proprietà Hinge – Fiber P-M2-M3; sono state inserite 23 fibre per ogni
elemento e, successivamente, sono state introdotte le coordinate e le aree corrispondenti ad ogni fibra.

Figura 9 – Definizione delle fibre

Pushover Modellazione a FIBRE


800

700

600
Taglio alla base

500

400

300

200

100

0
0 0.2 0.4 0.6 0.8 1
Spostamenti
Figura 10 – Pushover modello a fibre

26
3. Esercizio 2 – Analisi strutturale semplificata del Pantheon
L’edificio è composto da una struttura cilindrica, detta rotonda, da una cupola semi-sferica e da un portico in
colonne corinzie. La cupola presenta al suo apice un’apertura circolare, detta oculo, avente diametro pari a
6.0 m. La rotonda, di spessore pari a circa 6.0 m, ha diametro interno pari a 43.4 m, che coincide con la
distanza verticale tra il pavimento e l’oculo della cupola. Quest’ultima è per quota parte della sua altezza
(8.4m dal piede della cupola) coperta dalla rotonda, che agisce da contrafforte.

Figura 12 – Rappresentazioni grafiche della pianta e di una sezione verticale del Pantheon.
3.1. Oggetto dell’elaborato
Per valutare la risposta strutturale del Pantheon sono stati utilizzati modelli semplificati agli Elementi Finiti
realizzati in SAP2000. In particolare, è stata trascurata la presenza del portico, ovvero è stato preso in
considerazione l’insieme cupola + rotonda. Per quanto riguarda i materiali, per entrambi gli elementi è stato
assunto un materiale omogeneo.
Quindi, sono stati considerati i seguenti dati:
 peso per unità di volume del calcestruzzo pari a 15 kN/m3 per la cupola e 17.5 kN/m3 per la rotonda;
 spessore equivalente della rotonda pari a 5.5 m (che tiene conto della presenza delle nicchie e delle
varie intercapedini) e della cupola pari a 1.5 m;
 comportamento costitutivo del calcestruzzo elastico lineare con modulo di Young pari a 1000 MPa
per la cupola e 7000 MPa per la rotonda; coefficiente di Poisson pari a 0.2 per entrambe;
 carico verticale q uniformemente distribuito (lungo il piano orizzontale) agente sulla cupola pari a 1.0
kN/m2.

3.2. Definizione dei modelli


Sono state considerate tre geometrie semplificate di calcolo:

1. La sola cupola pensata incastrata alla base;


2. La cupola e la rotonda disposte secondo la geometria indicata in Figura 13. e assumendo la rotonda
incastrata alla base;
3. La cupola e la rotonda disposte secondo la geometria indicata in Figura 13 e assumendo la rotonda
incastrata alla base;

27
1) 2) 3)
Figura 13 – Geometrie semplificate di calcolo

Sono stati definiti diversi modelli:

 Tre modelli realizzati con elementi finiti assial – simmetrici che considerano le tre geometrie
appena descritte;
 Un modello basato sulla geometria 2), ma realizzato con elementi finiti shell;
 Un modello basato sulla geometria 3), ma realizzato con elementi finiti shell per la cupola ed
elementi brick per la rotonda.

28
3.3. Modelli con elementi finiti assial – simmetrici
Per simulare il comportamento assial – simmetrico, la sezione degli elementi è stata definita attraverso la
proprietà asolid e la geometria è stata definita utilizzando le coordinate cilindriche (r, θ, z). Poiché ai nodi che
si trovano sulla cupola in corrispondenza del foro è consentito soltanto lo spostamento verticale, è stato
vincolato quello orizzontale.

3.3.1. Cupola incastrata alla base – Modello A1


Nel seguente modello si considera la sola cupola impedendo gli spostamenti dei nodi alla base. È stata
effettuata una discretizzazione con 19 elementi finiti 2D a quattro nodi.

Figura 14 – Modello cupola incastrata alla base

In questo modello non è stato possibile applicare il carico distribuito q direttamente sul bordo superiore
dell’elemento asolid, ma è stato necessario proiettarlo lungo quel bordo ottenendo 𝑞. In seguito tale carico
è stato trasformato in carico nodale equivalente attraverso la seguente relazione:

𝒑𝒆𝟎 = 2𝜋 ∫ 𝑞𝑟 𝑑𝐴
𝐴

In questo modo si trovano i carichi che agiscono su tutti gli anelli della cupola.

29
Si riportano di seguito i risultati ottenuti dall’analisi in termini di tensioni principali.

σMAX σMIN

Per quanto riguarda σMAX, ovvero la tensione in direzione circonferenziale, c’è una maggiore trazione in
corrispondenza delle reni mentre le compressioni si concentrano alla base della cupola.

Valutando invece la σMIN, ovvero la tensione in direzione radiale, la cupola risulta tutta compressa con valori
maggiori alla base.

30
3.3.2. Cupola + rotonda incastrata alla base – Modello A2
Nel seguente modello si considera l’insieme cupola + rotonda, dove quest’ultima viene incastrata alla base.
La cupola è stata discretizzata come nel caso precedente attraverso 19 elementi finiti 2D, mentre per la
rotonda è stata applicata una mesh con 100 elementi finiti rettangolari 2D a 4 nodi.
Per ottenere una discretizzazione corretta, è stata prestata una particolare attenzione ai nodi comuni tra la
cupola e la rotonda, facendoli coincidere.

Figura 15 – Modello cupola + rotonda (geometria 2)

In questo modello non è stato possibile applicare il carico distribuito q direttamente sul bordo superiore
dell’elemento asolid, ma è stato necessario proiettarlo lungo quel bordo ottenendo 𝑞. In seguito tale carico
è stato trasformato in carico nodale equivalente attraverso la seguente relazione:

𝒑𝒆𝟎 = 2𝜋 ∫ 𝑞𝑟 𝑑𝐴
𝐴

In questo modo si trovano i carichi che agiscono su tutti gli anelli della cupola.

31
Per quanto riguarda l’applicazione del carico q sulla rotonda, sulla faccia superiore degli elementi in alto è
stato applicato un carico di tipo Surface Pressure.

32
Si riportano di seguito i risultati ottenuti dall’analisi in termini di tensioni principali.

σMAX σMIN

Per quanto riguarda la cupola il comportamento è analogo al caso precedente, mentre analizzando la rotonda
si nota che sia le tensioni circonferenziali che quelle radiali sono di trazione nella parte superiore ed esterna.
Questo perché si genera un momento flettente dovuto all’eccentricità tra i baricentri della cupola e della
rotonda. Le compressioni sono concentrate alla base della rotonda.

33
3.3.3. Cupola + rotonda incastrata alla base – Modello A3
Nel seguente modello si considera l’insieme cupola + rotonda, dove quest’ultima viene incastrata alla base.
La cupola è stata discretizzata attraverso 20 elementi finiti 2D, mentre per la rotonda è stata applicata una
mesh con 123 elementi finiti rettangolari 2D a 4 nodi.
Analogamente al caso precedente, è stata prestata una particolare attenzione ai nodi comuni tra la cupola e
la rotonda, facendoli coincidere.

Figura 16 – Modello cupola + rotonda (geometria 3)

In questo modello non è stato possibile applicare il carico distribuito q direttamente sul bordo superiore
dell’elemento asolid, ma è stato necessario proiettarlo lungo quel bordo ottenendo 𝑞. In seguito tale carico
è stato trasformato in carico nodale equivalente attraverso la seguente relazione:

𝒑𝒆𝟎 = 2𝜋 ∫ 𝑞𝑟 𝑑𝐴
𝐴

In questo modo si trovano i carichi che agiscono su tutti gli anelli della cupola.

34
Per quanto riguarda l’applicazione del carico q sulla rotonda, come nel caso precedente sulla faccia superiore
degli elementi in alto è stato applicato un carico di tipo Surface Pressure.

35
Si riportano di seguito i risultati ottenuti dall’analisi in termini di tensioni principali.

σMAX σMIN

Si nota come le tensioni circonferenziali, che nei modelli precedenti si concentravano alle reni, ora si
scaricano sulla porzione aggiuntiva di rotonda. Infatti sulla parte superiore della rotonda sono presenti valori
di trazione maggiori, mentre la base è compressa.

Per quanto riguarda le tensioni radiali, si ha compressione in gran parte della struttura, eccetto per la
porzione superiore della rotonda dove è presente trazione.

36
3.4. Modello con elementi finiti shell – Modello B
Il seguente modello è definito considerando la geometria 2; è quindi costituito dall’insieme cupola + rotonda.
Si tratta di un modello tridimensionale, i cui elementi sono definiti attraverso la proprietà shell – thick. Per
definire la geometria sono state utilizzate le coordinate cilindriche (r, θ, z). La struttura è stata vincolata alla
base della rotonda tramite incastri. Per quanto riguarda il vincolo interno tra la cupola e la rotonda, per ogni
nodo alle imposte della cupola e il corrispondente nodo della rotonda è stato definito un link rigido. È stata
effettuata poi una discretizzazione per un totale di 720 elementi finiti.

Figura 17 – Modello cupola + rotonda (geometria 2)

Per applicare il carico q sulla cupola è stato necessario proiettarlo; per fare ciò è stata utilizzata la proprietà
Uniform – Z projected. Infatti il carico diminuisce dall’oculo verso la base della cupola. Per la rotonda invece,
sulla faccia superiore degli elementi in alto è stato applicato un carico di tipo Surface pressure.

37
Figura 18 – Assegnazione carico distribuito sugli elementi

Si riportano di seguito i risultati ottenuti dall’analisi in termini di tensioni principali.


σMAX σMIN

In questo modello la risposta strutturale è coerente con i modelli assial – simmetrici.

38
3.5. Modello con elementi finiti shell (cupola) + brick (rotonda) – Modello C
Il seguente modello è definito considerando la geometria 3; è quindi costituito dall’insieme cupola + rotonda.
Si tratta di un modello tridimensionale, in cui la cupola viene definita attraverso la proprietà shell – thick,
mentre la rotonda con la proprietà brick. Per definire la geometria sono state utilizzate le coordinate
cilindriche (r, θ, z). La struttura è stata vincolata alla base della rotonda tramite incastri. È stata effettuata poi
una discretizzazione per un totale di 468 elementi finiti.

Figura 19 – Modello cupola + rotonda (geometria 3)

Per applicare il carico q sulla cupola è stato necessario proiettarlo; per fare ciò è stata utilizzata la proprietà
Uniform – Z projected. Infatti il carico diminuisce dal foro verso la base della cupola. Per la rotonda invece,
sulla faccia superiore degli elementi brick in alto è stato applicato un carico di tipo Solid load – Surface
Pressure.

Figura 20 – Assegnazione carico distribuito sugli elementi

39
Si riportano di seguito i risultati ottenuti dall’analisi in termini di tensioni principali.

Per quanto riguarda il comportamento della cupola, si nota come alle reni sia presente una compressione
(σMAX) dovuta al fatto che la cupola tende ad espandersi, mentre la rotonda la contiene. Per il resto, il
comportamento è analogo al caso assial – simmetrico.
σMAX

σMIN

40
Per quanto riguarda il comportamento della rotonda, si nota la tensione di trazione (σMAX) sulla faccia esterna,
in corrispondenza del collegamento con la cupola. Invece per le tensioni radiali, si ha compressione in gran
parte della struttura, eccetto per la porzione superiore della rotonda dove è presente trazione.

σMAX

σMIN

41
3.6. Criterio della tensione normale massima
Per ogni modello sono stati presi in considerazione i punti più sollecitati e si è verificato se lo stato tensionale
in questi punti è interno o esterno al dominio elastico, definito sulla base del criterio della tensione normale
massima, considerando un valore di tensione limite elastico a trazione di 0.1 MPa e a compressione di 5 MPa.
Si tratta di un dominio rettangolare in cui le ascisse e le ordinate rappresentano le tensioni principali.

Dominio Elastico - Modello A1


0.5 0.5

0
-0.5
-1
-1.5 0
-2
σθ [MPa]

σθ [MPa]
-2.5
-3
-3.5
-0.5
-4
-4.5 Reni cupola
-5 Base cupola
-5.5
-5.5 -5 -4.5 -4 -3.5 -3 -2.5 -2 -1.5 -1 -0.5 0 0.5 -1
σr [MPa] -1 -0.5 σ [MPa] 0 0.5
r

Nel modello A1 i punti alle reni della cupola non rispettano il criterio.

Dominio Elastico - Modello A2


0.5 0.5
0
-0.5
-1
-1.5 0
σθ [MPa]

-2
σθ [MPa]

-2.5
-3
-3.5 -0.5
-4
Reni cupola
-4.5
Base rotonda
-5
-5.5 -1
-5.5 -5 -4.5 -4 -3.5 -3 -2.5 -2 -1.5 -1 -0.5 0 0.5 -1 -0.5 0 0.5
σr [MPa] σr [MPa]

Anche nel modello A2 alle reni della cupola il criterio non viene rispettato.

42
Dominio Elastico - Modello A3
1 0.5
0.5
0
-0.5
-1
0
-1.5
σθ [MPa]

σθ [MPa]
-2
-2.5
-3
-0.5
-3.5
-4
-4.5 Parte superiore rotonda
-5
Base rotonda
-5.5 -1
-5.5 -5 -4.5 -4 -3.5 -3 -2.5 -2 -1.5 -1 -0.5 0 0.5 -1 -0.5 0 0.5
σr [MPa] σr [MPa]

Di seguito si evidenziano le zone critiche.

43
Dominio Elastico - Modello B
0.5 0.5
0
-0.5
-1
-1.5 0
-2

σθ [MPa]
σθ [MPa]

-2.5
-3
-3.5 -0.5
-4
Base cupola
-4.5
-5
Reni cupola

-5.5 -1
-5.5 -5 -4.5 -4 -3.5 -3 -2.5 -2 -1.5 -1 -0.5 0 0.5 -1 -0.5 0 0.5
σr [MPa] σr [MPa]

Nel modello B alle reni della cupola il criterio non viene rispettato.

Dominio Elastico - Modello C


0.5 0.5
0
-0.5
-1
-1.5 0
-2
σθ [MPa]

σθ [MPa]

-2.5
-3
-3.5 -0.5
-4 Reni cupola
-4.5 Parte superiore rotonda
-5 Base rotonda
-5.5 -1
-5.5 -5 -4.5 -4 -3.5 -3 -2.5 -2 -1.5 -1 -0.5 0 0.5 -1 -0.5 0 0.5
σr [MPa] σr [MPa]

Nel modello C, dato che si tratta di un modello più accurato, le tensioni diminuiscono e rientrano nel dominio.

44
3.7. Analisi di convergenza
L’analisi di convergenza è stata svolta al variare del numero di elementi finiti per i modelli A3 e B.

Modello A3
Il modello A3 è stato discretizzato 4 volte; la mesh è stata infittita soprattutto nel collegamento tra la cupola
e la rotonda per valutare meglio il comportamento della struttura. Si riportano di seguito i modelli e il grafico
della convergenza.

Per l’analisi di convergenza è stato preso in considerazione lo spostamento verticale del nodo in
corrispondenza dell’oculo. All’aumentare del numero dei nodi la soluzione converge.

Analisi di convergenza - A3
0
0 50 100 150 200 250 300 350 400
Spostamento verticale (m)

-0.002

-0.004

-0.006

-0.008

-0.01

-0.012
Numero di nodi

45
Modello B
Il modello B è stato discretizzato 3 volte. Si riportano di seguito i modelli e il grafico della convergenza.

Per l’analisi di convergenza è stato preso in considerazione lo spostamento verticale del nodo in
corrispondenza della base della cupola. All’aumentare del numero dei nodi la soluzione converge.

Analisi di convergenza
0
0 1000 2000 3000 4000 5000 6000 7000 8000 9000
Spostamento verticale (m)

-0.0002

-0.0004

-0.0006

-0.0008

-0.001

-0.0012

-0.0014
Numero di nodi

46
3.8. Analisi modale
Utilizzando i modelli A3, B e C e trascurando le masse dovute al carico q, sono stati calcolati e confrontati i
primi 5 modi di vibrare della struttura. Per considerare la massa dovuta al solo peso proprio nella proprietà
Mass Source è stato inserito il Load Pattern DEAD (peso proprio).

È stato fatto un confronto tra i modelli in termini di frequenze. Si nota che nel modello A3 i valori delle
frequenze dei primi modi significativi sono molto più alti rispetto agli altri due modelli. Ai modi superiori i
valori sono confrontabili.

Modello A3 Modello B Modello C


MODO Frequenza MODO Frequenza MODO Frequenza
1 8.71 1 3.45 1 4.50
2 11.32 2 7.19 2 6.15
3 11.56 3 8.75 3 9.14
4 12.51 4 14.15 4 13.94
5 16.56 5 16.66 5 17.00

Confronto primi 5 modi di vibrare


18

16

14

12
Frequenza

10

6
Modello A3
4 Modello B
Modello C
2

0
1 2 3 4 5

Modi

47
3.9. Conclusioni
Confrontando i vari modelli si nota che il modello assial – simmetrico riesce a cogliere la risposta strutturale
in termini di tensioni principali. Quindi tali modelli possono essere utilizzati in alternativa agli altri, riducendo
l’onere computazionale.

A2 B

A3 C

48