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Enrico Denifle. Lutero e luteranesimo nel loro primo sviluppo esposti secondo le fonti.

Roma:
Desclèe&C – Editori Pontifici. 19142, LII - 461 págs.

/VI/ (...)
NOTA DEL TRADUTTORE
Postscriptum. — Dieci giorni dopo che io avevo scritto le righe precedenti, era chiamata ai premi
eterni l'anima bella di Enrico Denifle, che era in viaggio per Cambridge, ove doveva essere
proclaMato dot-/VII/tore honoris causa di quella celebre Università! È degna di nota la frase
contenuta nel discorso di presentazione dell'Orator: «non odie prolixius prosequemur neque
Martinum Luther, ab eodem ad fidem documentorum nuper depictum» (Cambridge University
Repórter, n. 1563, p. 1113). Sulla tomba dell'esemplare religioso, dell'eruditissimo indagatore, del
profondo studioso, dello storico geniale e poderoso la religione e la scienza depongono l'omaggio
della ammirazione e della gratitudine, omaggio che non morra, né diminuirá, come rimarranno
monumento imperituro di fede e di scienza le innumerevoli opere e articoli del lagrimato defunto.
Per quanto riguarda la continuazione del Lutero, so da fonte sicura che il compimento della seconda
edizione del I volume é giá affidato ad altro valente scrittore. Speriamo che da parte dell'Ordine, a cui
appartenne l'illustre A., si fará poi anche il possibile per condurre a felice termine l’opera intiera. E va
inteso senz'altro che io mi farò un dovere di presentarla pure intiera ai miei compatriotti, se Dio
buono mi dá vita e se a questa prima parte del I volume arrideri il favore del!' Italia colta.
31 luglio 1905.

/VIII/
PREFAZIONE ALLA SECONDA EDIZIONE DELLA PRIMA PARTE DEL VOLUME PRIMO

C ONTRO ogni aspettativa ho dovuto ben presto por mano ad elaborare una nuova edizione del primo
volume dell'opera mia, proprio in un tempo, in cui credevo giá dovermi occupare del compimento
del secondo volume. Appunto perchè - e lo sottolineo a bella posta qui súbito nella prefazione per
rompere la punta a delle false voci e quietare certi paurosi politici - n o n v o l l i , fin dal principio,
gettare n e l p o p o l o a l c u n o s e r i l l o i n c e n d i a r i o , m a u n i c a m e n t e scrivere con
s e m p l i c e , g e n u i n o , o n e s t á u n l i b r o p e r i d o t t i , sup- ponevo, e lo dissi apertamente, che
sarebbe passato un bel pezzo prima che l'edizione fosse esaurita. Ma doveva andare altrimenti.
Grazie all' interesse, che cattolici e protestanti si presero con eguale ardore delle mie ricerche e
dell'oggetto loro, nello spazio d'un mese il primo volume era giá smaltito.
Dato lo svolgimento della polémica impegnatasi pro e contro il mio libro, ripetere la prefazione della
prima edizione è divenuto cosa superflua. Basta che finalmente con tutta franchezza sia stato messo
in chiaro e che dal punto di vista scientifico sia stata elevata la protesta che fin qui da parte
protestante, riguardo a Lutero e alia sua figura storica, si è tenuta tutt' altra condotta che rispetto alia
Chiesa cattolica, anzj rispetto a Cristo e al Cristianesimo stesso. I protestanti non sono i primi a far
questo giuoco. Giá i Donatisti 1* hanno fatto proprio come loro, sicchè S. Agostino si sentí indotto ad
asserire: “Donatum Donatistae pro Christo habent. Si audiant aliquem paganum detrahentem
Christo, forsitan patienter ferant, quam si audiant detrahentem Donato » (Sermo 1 9 7 , n . 4 ) . Ai
/IX/ professorí protestanti fu ed è lecito trattare Gesu Cristo a loro placimento, possono fin
bandirlo impunemente per un puro nomo; ma Lutero non puó esser toccato: in quella stessa misura
che si abassa Cristo, viene sempre più esaltato e glorificato Lutero.
Tuttora non rimane che troppo vero come da parte protestante nell’insegnamento e altrove, la
dottrina cattolica, le istituzioni cattoliche vengono sistemáticamente travisate. E fu essa questa triste
realtà a farmk porre nella penna quel tono pungente, che s’è tanto biasimato nella mia prefazione.
Ma nei nostri tempi schizzinosi conviene non irritare i deboli nervi di molti lettori, e ciò tanto più
quando, senz’altro, i fatti parlano abbastanza alto da sè. Intanto l’accoglienza del mio libro
riconferma appunto in una maniera classica la partigioneria acritica della parte di granlunga
maggiore dei nostri avversari.
L'enorme eccitazione, che li fece addirittura uscir dai ganghcri, gIí insulti senza ritegno e le
gratuite affermazioni, con cui i loro giornali e campioni, non riuscivano che a stento a coprire il
loro imbarazzo e la loro angustia, i mezzi ai quali s' attaccarono, gli eccitamenti ai quali ricorsero
presso dei loro lettori, rischiarano d' una luce abbastanza viva con quanta piena di pregiudizi 1
ponno occuparsi di tali questioni quei giornali e quei dotti che han si spesso in bocca la libertá della
scienza. Ma ciò non reca loro danno. Essi possono bene, come giá Lutero e compagni, fare così
quanto vogliono; sanno infatti che agli occhi dei loro compagni di fede rimangono tanto più in
venerazione, quanto più nella lor cieca ira sbraitano contro il mio libro. Anche sui loro più grossi
spropositi 2 si chiude senz' altro un occhio perchè commessi /X/ contro di esso. II loro fine di
glorificare Lutero, e quindi di bandire dal mondo con ogni mezzo l’opera mia, li scusa ¿a solo del
loro indegno procedere, e li dispensa dall' obbligo di rispondere alie mie repliche o spiegazioni.
Arditamente debbono sempre e poi sempre gittarmi addosso le medesime rampogne.
In tutte le Universitá luterane si sono innalzate grida di sdegno, da tutti i propugnacoli del
protestantesimo è echeggiato ed echeggia il grido d' allarme per la difesa del calunniato fondatore
della loro confessione. Harnack, in Berlino, che apri il coro, il suo collega Seeberg, che lo seguí sul
campo di battaglia, poi il Haussleiter in Greifswald, Lósche in Vienna, Walther in Rostock, Kolde e
Fester in Erlangen, Kohler in Giessen, Kawerau in Breslavia, Hausrath in Heidelberg, Baumanm in
Goettingen, tutti fecero chi più, chi meno, quanto poterono e si sbracciarono ad abbattere l’opera
mia: anzi anche i minori ingegni portarono il loro modesto obolo alia nobile impresa.
Ne la lista sembra chiusa. II signor Althoff, direttore ministeriale, ha dichiarato nel Parlamento di
Prussia, seduta po- meridiana del 14 aprile 1904 (Secondo la Post, n. 175): « L'effetto del libro è
stato che un ottimo ministro evangélico sta preparando un lavoro su questo soggetto». Ma questo
«ottimo ministro evangélico» non si puó ricercare fra i sopranominati, perchè il signor Althoff
aggiunge súbito: « E cosí la freccia rimbalza addosso al tiratore ». Ciò finora non è per anche
accaduto, poichè ai sunnominati posso anzi rispondere col mio compatriotta Andrea Hofer: « Oh,
come tírate male!»3 Quegli il quale dovrá scagliarmi addosso la freccia tirata contro Lutero deve
ancora venire. Io lo aspetto. /XI/
Anche delle assemblee di protesta si sono sollevate con risoluzioni contro l’opera mia. Non ero
solo, trovandomi sempre in buona compagnia, cioè coi gesuiti e col vescovo Benzler: che poi queste
raccolte riescano a qualcosa più delle confutazioni che la pretendono a scientifiche, ne dubito assai.
Da una generazione almeno non s' eran visti tanti arrabbiati critici attaccarsi all' opera d' un autore,
esplorarla con tali occhi d'Argo, nell'intento di scoprirvi lati deboli, errori e spropositi, anzi
d'annientarla addirittura: ben raramente s' era a tale scopo gonfiato in si inaudita maniera un mo-
scerino in un elefante che gettasse súbito Tintero libro a monte e lo stritolasse, come s'è visto ora con
Topera mia da parte degli scienziati protestanti e da «inferiori scribacchini» della stampa
protestante.
In ogni osservatore imparziale è dovuta dopo ciò insinuarsi la convinzione che l’apparire dell’opera
mia segnasse un avvenimento pei protestanti. Vero è che essi vogliono poi ad ogni costo diminuire
questa impressione colla vergognosa scappatoia che il mio lavoro va giudicato col criterio: curar-
sene poco, darsene poco, Lutero e il protestantesimo non ne son toccati per nulla.
Gli assalti impetuosi da parte dei protestanti me li aspettavo; e di questa previsione non feci segreto
anche prima che uscisse l’opera. Anche il silenzio - salvo pochisime eccezioni - dei più competenti
rappresentanti cattolici della storia ecclesiastica e della teología in Germania non mi giunse

1
Nell'originale sta appunto voraussetzungsvoll, parola che l’A. indirizza qui ai protestanti i quali vogliono che la
scienza sia assolutamente voraussetzungslos (scevra da pregiudizi), negando che tale sia la scienza cattolica. (Nota del
traiuttore)
2
Tra questi debbo annoverare ad es. il biasimo che mi fa W. Kohler nel « Cbristliche Welt » 1904, n. 10, p. 227 citando le
p. 293 ss. della mia opera, d'aver detto che Lutero ruppe ripetutamente il matrimonio con la sua Caterina! L'autore del
resto, nel modo e nella maniera con cui fa certe simili accuse, manifesta quel basso livello che ho messo in luce nel mio
opuscolo contro il Seeberg, p. 60 ss.
3
Parole che Andrea Hofer rivolse ai soldati francesi che per ordine di Napoleone I fucilarono in Mantova l'eroe tirolese il
20 febbraio 1810. (Nota del traduttore).
inaspettato, ma tanto più improvviso mi giunse il biasimo di alcuni signori del tutto incompetenti.
Credo bene che ogni lettore cattolico, il quale conosca le « Keuschheitsideen » e la « Renaissance »
(specialmente del 1904, p. 96 ss.) del sacerdote cattolico I. Müller, non baderá se io non m'occupo
oltre di lui. Anche le sue invettive contro S. Tommaso non mi possono indurre a difendermi contro
un critico, il quale, anche pochi anni fa, nel suo scritto: Der Reformkatholizismus die Religion der
Zukunft für die Gebildeten aller Bekenntnisse »/XII/ (1899), a pag. 77, cita con incredibile ignoranza
e superficialitá l'obbiezione che S. Tommaso (1 p. qu. 1, a. 2. obj.i) fa sopra la teología come
scienza, siccome dottrina di S. Tommaso, scambiando obbiezione e risposta! Si capisce con questo,
come ai suoi occhi la Scolastica possa apparire « il capitale baluardo dell'oscurantismo cattolico ».
Un certo punto ha bensì di comune questo così detto « Reformmüller » (macina - riforme)4 con
parecchi cattolici formati nelle Universitá tedesche, cioè la mania delle concessioni. A quali eccessi
questa possa condurre a lungo andare un ingegno immaturo, lo mostra con spaventosa evidenza un
articolo del periodico « Die Fackel» (n. 145, Vienna 28 ottobre 1905) sopra la questione
dell'Università di Salisburgo. Esce questo da una penna che si dice pubblicamente cattolica e che,
all’apparire dell'opera mia, ha trovato necessario prendere altrove posizione contro di essa. L' autore
dell'articolo della « Fackel » è un figlio autentico del nostro moderno tempo eclettico, il quale si
crede autorizzato, con sovrana elevatezza partendo dalla sua comprensiva visione « storica» delle
cose, a sedere « pro tribunali » su tutto e su tutti, anche sui rapporti del’uomo con la divinitá, come
se queste leggi positive avesse a stabilirle l'uomo, non Dio. Chi legge questo articolo dalle frasi
schiumanti, ondeggiante in oscurissime idee, balzato fuori da una fantasía sconfinata, gettando
severissime censure sui suoi compagni di fede, si chiede meravigliato, a che punto siamo davvero,
dove sia il punto di confine, ove la scienza cessa d' esser cattolica.
Di tutti gli storti giudizi di quell’articolo voglio soltanto citar qui il più caratteristico. Secondo
l'autore di esso (pag. 3) « l’elemento cattolico come il protestante della vita religiosa dell'Europa
media germanica sono egualmente autorizzati ». Così che a pag. 8 egli chiama il protestantesimo e il
« cattolicismo » «le due religioni cristiane » dunque due membri di egual valore egualmente
autorizzati del cristianesimo uno /XIII/ In realtá poi sarebbero « due religiose convinzioni, le quaíi si
completano nella loro intima essen^a, o al massimo rappre- sentano due lati diversi della vita
cristiana » ! O non è questo spezzare tutte le barriere dommatiche ? Si puó dire che questo dotto stia
ancora sul terreno cattolico? E nonostante il prof. Martino Spahn, autore di quell' articolo, in cui il
punto di vista cattolico è intieramente rinnegato, fu trattato da certi periodici cattolici assai più
benignamente di me. Anzi si è perfino tenuto riguardo al citato articolo un silenzio sbalorditoio,
invece di richiamar l’ attenzione sul peri- colo religioso, cui sono continuamente esposti gli uditori
cattolici d' un tal professore, che ha dato giá anche prima prove lampantissime in questo stesso senso.
E il pericolo è tanto maggiore in quanto che il medesimo, anche dopo lo apparire di quell' articolo, è
stato celebrato come « scienziato cattolico » e accolto come collaboratore in giornali e periodici
cattolici.
Questo fatto prova una comunanza d' idee con quegli ambienti cattolici, nei quali il signor Spahn è
corteggiato o favorito: e difatti io stesso nel settembre dell'anno passato trovai in un periodico
cattolico suo amico espresse all'incirca le medesime idee sul protestantesimo e « cattolicismo » come
le or ora rífente. In forza dell' odierna formazione universitaria, o per conseguire reali vantaggi
pratici, o per rassodare la pace civile tra cattolici e protestanti, o per altre ragioni, non puó una certa
corrente resistere alia tentazione, se non ancora di sacrificare, certo di attenuare i principii cattolici, e
di gettare un ponte sopra l'abisso si storico che dogmatico, il quale deve separare la Chiesa cattolica
dal luterane- simo. Da questo punto di vista, ma specialmente da quello dello Spahn, naturalmente è
sbagliare su tutta la linea, importa deviare ed uscire dall' oggettivitá d' uno storico, fare un affronto a
Lutero e all'opera sua, il parlare di eresia luterana e bollare Lutero d' eresiarca, come fo io da
scienziato cattolico. Se infatti protestantesimo e « cattolicismo» sono due convinzioni religiose
egualmente autorízate, le quali si /XIV/completano nella loro intima essenza, e tutt’al più

4
L'A scherza sui nome del contraddittore (Müller = mugnaio).
rappresentano due diversi lati della vita cristiana, certo se uno è eretico, anche l'altro è eretico, e
viceversa. Dunque nessuno dei due è tale. Certo che no: piuttosto noi abbiamo che fare con un
matrimonio misto nella testa confusa di certi storici cattolici moderni, i quali lasciano «agire su di sè
le due religioni cristiane » (naturalmente più il protestantesimo). II «cattolicismo », il quale possiede
«un carattere spiccatamente femminino» (Spahn p. 4) conclude l’ alleanza col protestantesimo che lo
completa, il quale per conseguenza deve offrire un carattere spiccatamente mascolino! E questa
concezione è la sola degna dei moderni storici oggettivi!
Da queste idee interamente erronee e confuse è conseguentemente influenzato anche il giudizio che
si porta su Lutero ed il protestantesimo, e quindi anche la critica del mio lavoro, nel quale, secondo
tali criterii, « si spinge il soggettivismo ad un bailo nient' affatto permesso dal lato del mètodo
scientifico ».5 Questo punto di vista vuole che si riconosca in Lutero il massimo tedesco del suo
tempo, come lo Spahn l'aveva giá detto nel 1898, e in genere il grandissimo uomo, poichè egli, anzi
primo egli, come Padre « della riforma evangélica », ha completato il « cattolicismo » e scoperto
l'altro, egualmente autorizzato, lato dell' único cristianesimo. Dominati da siffatte idee erronee, si
prorompe poi in ammirazione sulla « grandezza » di Lutero, e per i solidi vantaggi de' quali noi siamo
in debito verso il protestantesimo. Da storici unilaterali, senza profonda erudizione filosófica, - di
teología non voglio parlare, poichè alcuni storici si vantano di non esser affatto teologi, - da tali
storici non si osserva in quali sofismi s'impigliano. È forse la « Riforma » buona e pregevole, perchè
/XV/ essa, p. es., fu occasione che si togliessero dalla Chiesa parecchi abusi dominanti ? Ma dov' è
qui la lógica ? Anche in ciò vale quel che S. Agostino dice riguardo alio studio della Scrittura, al
quale i cattolici sono spinti dagli eretici: « La divina Provvidenza permette che nascano eretici e
molteplicemente erranti, onde, se essi si faccian giuoco di noi, e ci chieggano ciò che non sappiamo,
noi almeno scuotiamo la nostra pigrizia, e cerchiamo di apprendere le sante Scritture. Molti sono
troppo pigri a studiare, se per l'importunitá e le derisioni degli eretici non fossero a un tempo scossi
dal sonno, e costretti ad arrossire della loro ignoranza, e convinti del pericolo della loro inesperienza»
(De Gen. cont. Manichaeos, I, n. 2). « Per mezzo delle eresie, come di spine, i figli della Chiesa
cattolica, sono scossi dal sonno, onde facciano progressi nella conoscenza delle S. Scritture » (Enarr.
in ps. 7, n. 15). « C' è molto bene nel mondo », insegna S. Tommaso, «che non esisterebbe se non ci
fosse del male. Non ci sarebbe, p. es., la pazienza dei giusti, ove non ci fosse la malvagitá dei
persecutori » (Cont. Geni. III c. 71 e 1 p. qu. 22, a. 2, ad 2.). Dobbiamo perciò vantare il male, o
lodare la Riforma », perchè fu l’occasione di molti beni nella Chiesa?
Del resto si noverano spesso molti vantaggi della « Riforma », dei quali o è assai dubbio se siano
vantaggi e non piutosto svantaggi, o dei quali è assai contestabile se si debano alla « Riforma » come
tale. Il post hoc, ergo propter hoc tiene una gran parte anche qui. Certo è soltanto che Dio “ il quale
di molte specie di mali si giova a vantaggio dei buoni” (Augustin., Cont. Jul. IV, n. 38) non
avrebbe'permesso il tremendo turbine del protestantesimo, come ogni altra eresia anteriore se egli
non fosse capace e buono abbastanza per trarne qualche vantaggio pei suoi (cfr. Augustin.,
Enchiridion, c. II).
Questa è la risposta che dó alla critica dell'opera mia, inserita dallo Spahn nel « Tag » di Berlino, n.
31, del 24 febb. di questo anno. Giá per questo che è in un giornale protestante, è dessa più
protestante che cattolica. C' è in quella critica una /XVI/ sola sentenza vera: « Giá Agostino notó
negli eretici il con- trassegno della grandezza». Questa sentenza, che egli riporta contro di me, l’ ha
tratta tácitamente dall'opera mia a p. 836. - E tanto serva di risposta anche alia osservazione fatta dal
sig. di- rettore ministeriale Althoff nel Parlamento prussiano, che cioè contro il mio libro, dal mezzo
dei dotti cattolici, « s' è levato soltanto con la sua disapprovazione un giovanissimo assai valente
accademico, il prof. Spahn, in Strasburgo, non del tutto ignoto a voi».6

5
Ciò scrive in un pomposo articolo del mensiie « Hochland » (I ann. p. 221) un giovane storico cattolico, per altro,
almeno esterior- mente, non tanto progredito quanto lo Spahn, A. Meister. Tra indegne incensature al nientaffatto
oggettivo Ranke, capo degli storici protestanti, e un' invettiva tirata pei capelli contro Iq storico E. Michael, il Meister
parla del mio « deviamento ».
6
Cioé ai membri del Parlamento.
È un segno dei tempi che lo «scienziato cattolico» M. Spahn nel «Tag» scriva forse con piu
odiositá e ingiustizia, ma certo con più parzialitá, che non alcuni fra i giá nominad professori
protestanti, cioè il KOHLER in Giessen e KAWERAU in Breslavia. Notarlo è per me un dovere di
giustizia.
II primo, quantunque non meno d'altri eccitato ed irritato contro me e Topera mia, scrive: «Con
sovrana superbia (?) il Denifle ci sfoggia dinanzi la sua conoscenza della scolastica e mistica del
medio evo: egli ci inonda spesso con un diluvio di citazioni, anche se la cosa non ne ha bisogno gran
fatto. Ció è spiegabile: qui sta il forte del Denifle, ed il lato debole della luterologia fino al presente.
Oni possiamo imparare dal Denifle... La questione: Lutero e il medio evo (finora) è stata
energicamente sollevata da persone del più diverso pensare e discussa con buon esito in indagini di
dettaglio; peró il libro del Denifle mostra quanto c' è ancora da fare su questo campo e confonde con
una serie di sottili osservazioni » (seguono in nota le indicazioni). « Gli riesce (al Denifle), in grazia
alia sua stupefacente conoscenza della letteratura medioevale, di rintracciare a Lutero in vari passi
particolari l'originale medioevale e di dare con ció alia critica letteraria preziose indicazioni. Se egli
insiste nel rivolgere sempre a noi protestanti l'apostrofe: "Voi non conoscete il medio evo!", noi
siamo abbastanza leali, prescindendo dall'immoderatezza di questa polémica, di riconoscere in essa
un nocciolo giusto.

/XVII/

II Denifle ha qui infatti oferto del nuovo » Die christliche Welt, 1904, 11. 9, p. 202).

Köhler ammette di più una serie di tesi, e per lo più di sommo valore, le quali sono d'
un'importanza fondamentale o certo grave nella mia dimostrazione contro Lutero: ne tratteró nella
seconda parte di questo volume. La mia critica letteraria dell'edizione weimariana il Köhler l'accetta
in sostanza e nota in proposito: « Anche la sua (del Denifle) acuta discussione sulle pretese lezioni
del libro dei Giudici, a mio credere, troverá, in sostanza, plauso. Qui egli ha avuto la fortuna di
scoprire che interi tratti, creduti di paternitá luterana, sono trascrizioni letterali da S. Agostino, assai
più che non si sapesse finora! Di veramente " genuino " non resta troppo in realtá, e che questo poco
appartenga proprio a Lutero, appare assai dubbio dinanzi agli argomenti apportati dal Denifle,
sebbene non tutti egualmente persuasivi. Pos- sibilmente, come il Denifle stesso accenna, ci
troviamo dinanzi al rifacimento di appunti di scuola » (i. c. p. 203).
Queste ultime osservazioni ebbero, per parte mia, il loro effetto nel’allestimento della seconda
edizione. Era mio proposito aumentare in dettaglio le annotazioni critiche all'edizione weimariana e
aggiungerle come appendice alia fine del primo volume. Ma poichè ho veduto che un si esperto lute-
rologo qual è il Köhler, accettava in sostanza quelle poste nella prima edizione, e asseriva in
proposito: « E a sperare che il libro del Denifle sará uno sprone per i collaboratori dell’edizione
weimariana, a rendersi conto delle altissime esigenze riguardo all'indicazione delle citazioni e
simili», mi son sentito mancare ogni ragione di persístere nell'addurre quelle note critiche. Perchè, e
il Köhler e gli altri lutero- logi possono ben credermelo, io non ho scritto ne scrivo mai nulla
nell’opera mia per farli arrabbiare a bella posta.
E nel proposito or ora fermato di omettere del tutto quelle note nella seconda edizione, mi
confermarono più che mai le osservazioni, venute dopo, del prof. Kawerau, uno dei curatori
dell'edizione weimariana, nella recensione del mio /XVIII/ libro (Theol. Studien und Kritiken, 1904,
p. 450 ss.). II lettore della prima edizione sa bene che di spesso ho esercitato la crítica sul detto
professore. Ognuno ha il diritto di difendersi meglio che puó dai miei appunti. E il Kawerau fa
lealmente, pigliando insieme la parte del Knaake e del Buchwald, da me fortemente incalzati.
Ciononostante egli ammette in blocco i miei risultati critici riguardo all'edizione weimariana, il che
fa grande onore a lui, al suo carattere e alia sua scienza. Egli è inoltre riconoscente e giusto. A pag.
452 scrive che si trova sparsa nell'opera « una quantitá di notizie meritevoli, dovute all'
incomparabile cognizione che ha il Denifle della letteratura ecclesiastica antica e medievale, dove dá
indicazioni per altre citazioni di Lutero difficilissime a ritrovarsi o riconoscersi (ed in generale quasi
ad ogni pagina ci si rivela il Denifle come erudito profondo), così che per la nostra indagine su
Lutero nei dettagli si trovano qui molte contribuzioni di pregio». « Se io saluto con gioia qualcosa
nel libro del Denifle», scrive a pag. 460, « è certo servizio ch'egli ha reso alla Luterologia, con
l'indicazione d'una considerevole serie di citazioni da Agostino, Beda, Bernardo, dal breviario, dalla
liturgia, ecc. ». Dinanzi a tale stato di cose io rinunzio a disputare col Kawerau intorno alle scuse da
lui apportate pei suoi sbagli, alcune delle quali sono di vero valore, e ometto in questa seconda
edizione le mie note critiche sull'edizione weimariana. A quest'altezza di relativa imparzialitá verso
Topera mia, non s' è potuto innalzare col Köhler e con Kawerau nessun altro critico protestante, e
meno di tutti il Harnack, sul quale torneró tosto, preso sotto la sua protezione e celebrato dal
direttore ministeriale Althoff. Ma occupa un posto quasi único il Kolde, professore di storia
ecclesiastica in Erlangen, colle sue alte strida nell'opu- scolo cubblicato contro di me: « P. Denifle,
Unterarcbivar des Papstes, seine Beschimpfung Lutbers und der evangeüschen Kirche, van Dr. Th.
Kolde», 1904. Naturalmente non posso estendermi in molti particolari in una prefazione. Ma come
prova dell’ignoranza e leggerezza, anzi della boriosa arroganza con /XIX/ cui alcuni fra i miei critici
hanno concepito la loro missione, voglio solo esporre i numerosi spropositi, accumulati in meno di
una pagina, in sei semplici periodi di questo scritto del professore dell' Universitá di Erlangen.
II Kolde si sforza a p. 65 s. di sostenere contro di me l'asserzione da me rifiutata del dispregio
della donna nel medio evo, anzi di corroborarla continuando (p. 66), dopo la citazione di parecchi
passi di S. Bernardo intesi da lui a rovescio, così: « Perchè tace il Denifle la lunga digressione del
medesimo S. Bernardo sopra la maledizione gravante su Eva e tutte le donne maritate, sopra le
catene di schiavitù e il giogo importabile dello stato matrimoniale con cui egli cerca di perorare a
favore della vita monastica? » Omesso pure, che quei passi letti spregiudicatamente e nel contesto,
dánno un senso tutt'altro da quello che Kolde vi vede, avrebbe dovuto egli conoscere, come storico
ecclesiastico, ció che già sapevano il Bellarmino e il Mabillon (quest'ultimo proprio nell'edizione
usata dal Kolde: Migne, Paír. L, t. 184, p. 635^, che cioè lo scritto Vitis mystica, in cui si trova quel
passo, non ha affatto S. Bernardo per autore, bensi S. Bonaventura, come il Kolde avrebbe dovuto
vedere nelle Opp. S. Bonaventurae (Qua- racchi) XIII, 159. Li pure questo storico presuntuoso
avrebbe avuto sott'occhio che il detto scritto di S. Bonaventura è inoltre fortemente interpolato e
alterato, e che appunto il tratto in questione non è affatto di S. Bonaventura, ma di un incognito
posteriore (ibid., p. 209 s.).
II protestante storico ecclesiastico seguita: « Perchè mai il lettore non trova per nulla (nell'opera
del Denifle) che lo stesso Bernardo - e questo è ovunque il rovescio della medaglia - non vede nella
donna, se non è chiusa nel chiostro come consacrata a Dio, che il veicolo dell'incontinenza, e dice
persino: " Esser sempre con una donna, e non conoscer donna, lo credo più difficile che risuscitare i
morti"?» Ognuno vede che Kolde vuole insinuare nel lettore l'opinione ch'egli sia ben a fondo con le
opere di Bernardo. Dunque in quale opera del medesimo si trova il passo citato da lui? Lo storico
ecclesiastico non lo sa. Bene, sig. Kolde, glielo diró io: si trova nel Sermo 65 in Cant., n. 4 (Migne,
Paír. L, t. 183, p. 1091). Ma da qual fonte il Kolde conobbe tal passo? Con una faccia addirittura
superiore, me lo /XX/ dice in nota: «lo piglio il passo dal Metbodus confessionis etc. Dil. 1586, p.
zoi, del noto gmdta Petrus de Soto (-j- 1583), certamente ritenuto degno di fede dal Denifle stesso ».
Ma io non- do, signor storico ecclesiastico, affatto per degno di fede il « noto gesuita Petrus de
Soto»! Perchè? Forse perchè è gesuita? Tutt'altro, poiche non lo è! Ogni storico, che abbia anche una
qualsiasi confidenza con l'epoca della Riforma, deve sapere qualcosa del noto domenicano Pietro de
Soto, il quale è anche l'autore dello scritto citato dal Kolde (v. Qoétif-Echard, II, 183-184).7
Fosse il Kolde almeno più fondato riguardo a Lutero! Infatti che valore ha il passo di Bernardo ?
Esso contiene semplicemente un dato d'esperienza, ch'è -antico quanto il mondo, e che sará vero sino
alla fine del mondo: cioè che secondo l'andamento naturale delle cose la compagnia delle donne, per
un celibe, è come unir paglia e fuoco e volere che non brucino. E chi s'esprime così ? Senta bene, sig.
Kolde, è proprio il suo padre Lutero, il quale in un suo scritto del 1520 alla nobiltà cristiana motiva la

7
Questo storico ecclesiastico d'Erlangen sfoggia in simili questioni storiche un' ignoranza favolosa. Così chiama per es.
a p. 57 Corrado di Marburgo mío « famoso confratello dell'antichitá », mentre é stato solo prete secolare, come Kolde, se
avesse voluto non contentarsi del Quétif- Echard, I, 487, avrebbe potuto sapere dalla Geschichte des deutschen Volkes di
E. Michael, S.J., II, p. 210, nota 1, dove avrebbe trovato altre prove.
sua idea che il párroco, dovendo avere una donna di casa, debba condurre in moglie una donna
dicendo «lasciar donna e uomo l’uno accanto all'altra e comandare che non debbano cadere » non è
altro « che unire paglia e fuoco e comandare che non debban fumare nè bruciare » (Weim, VI, 442).
Se dunque Bernardo, secondo l'interpretazione che da Kolde del luogo suddetto, « vede nella donna
solo il veicolo dell'incontinenza, ove essa non voglia esser difesa nel chiostro come consacrata a
Dio», bisogna che il Kolde mi conceda che anche Lutero vede lo stesso nella donna per l'uomo se
questi non la sposa. Che rapporto ci sia tra l'ipotesi di Lutero e quella attribuíta dal Kolde a S.
Bernardo, ora non c'importa. Ma una cosa è vera contro il Kolde, che cioè nel luogo citato si accenna
solo al pericolo che la coabitazione illegittima dell'uomo con la donna apporta di per sè ad ambedue.
Del « medioevale dispregio della donna » quale Kolde afferma, contro del quale egli si difende nel
periodo seguente, in quel passo non v'è la mínima traccia: se si /XXI/ dovesse trattar di disprezzo,
questo toccherebbe, secondo Bernardo come Lutero, più all'uomo che alla donna. È di regola l'uomo
che, piú debole della donna in quest'occasione, soccombe alla tentazione e trascina seco la donna
nella caduta.
Ed il Kolde prosegue (p. 67) enfáticamente: «Ma naturalmente bisogna bene che il lettore (del
Denifle) non sappia come un contemporáneo di Bernardo, Ildeberto di Tours (1125-1x34), canta la
donna come compendio di tutte le mostruositá ». E Kolde cita qui la poesía « Carmen quam
periculosa mulierum familiaritas» dal Migne, t. 172, p. 1429. Si tacuisses! Io non voglio parlare del
fatto che la stessa citazione è falsa (dovrebbe essere t. 171, p. 1428), ma chi, sempre come storico
ecclesiastico, usa oggi le poesie di Ildeberto de Lavardin nelle vecchie edizioni, deve sapere che per
non sbagliare strada ha da confrontare Les Mélanges poétiques di Hildebert de Lavardin par B.
Haureau (Paris 1882), perchè ivi sono trattate criticamente e divise le autentiche dalle spurie. Lo
storico ecclesiastico erlanghese naturalmente non ne aveva alcun sentore. Ma avrebbe potuto trovare
citato il titolo dell'opera nello stesso mio libro a p. 240, nota 2, e piú spesso ancora nell'Inventarium
codicum manuscript. Capituli Dertusensis confecerunt H. Denifle et Aem. Chatelain (Parisiis 1896),
dove noi a p. 53 ss. ci occupiamo di parecchie poesie e versi di Ildeberto, le correggiamo e
rimandiamo spesso al lavoro dell'HAUREAU. In quest'ultimo, p. 104, n. 4., avrebbe allora trovato il
Kolde, che il Carmen da lui arrecato non è di Ildeberto, non spira menomamente il suo genio, e
proviene da uno scrittore posteriore(nient'affatto contemporáneo di Bernardo), « certainement nè
sans esprit et sans délicatesse ».
Eppure questa brutta sorpresa non è la peggiore. II Kolde ha il coraggio, anzi la sfacciataggine di
troncare il tratto del detto Carmen, proprio dove si vede bene che l'autore della poesía parla di una
determínata mala femminal. 8 Questo sí che naturalmente /XXII/ deve essere taciuto al lettore!
Perchè solo da quanto è taciuto si comprende chiaramente, che anche le parole portate dal Kolde, le
quali debbono designare la donna in genere come il compendio d'ogni mostruositá, son dirette
dall'autore a una certa mala femmina, a una pubblica meretrice, che lo ha anteriormente raggirato.
Come andrebbe bollato un si indegno procedere, specie in un uomo dell'arroganza del Kolde?

8
II Kolde cita dalla detta fonte:
Femina pérfida, femina sórdida digna catenis,
Mens male conscia, mobilis, impia, plena venenis,
Vipera pessima, fossa novissima, mota lacuna;
Omnia suscipis, omnia decipis, ómnibus una;
Hórrida noctua, publica janua, semita trita.
Igne rapacior, áspide saevior est tua vita.
Qui egli chiude con etc.; ma il Carmen prosegue:
Credere qui tibí vult, sibi sunt mala, multa peccata.
O miserabilis, insatiabilis, insatiata !
Desine scribere, desine mittere carmina blanda.
Cartniiia turpia, carmina mollia, vix memoranda.
Nec tibí mittere, nec tibí scribere disposui me,
Nec tua jam colo, nec tua jam voto, reddo tibi te.
E cosí procede oltre, come ognuno puó vedere. Ed ora si capiscono anche le parole sottolineate da me nella prima parte.
Anche meno scusabile è che egli ripete questo modo d'agire un flato dopo. Immediatamente
appresso a ció scrive: «(naturalmente bisogna che il lettore non sappia neanche, come) giá prima
Anselmo di Canterbury (+ 1109) qualifica la donna, questo dulce malum, di faex Satanae ».
Naturalmente (notiamolo solo di passaggio) lo scritto a cui s'appella lo storico ecclesiastico non ap-
partiene esso pure a quell'autore cui l'attribuisce. Egli avrebbe potuto vedere nella Hist. lit. de la
France, t. VIII, 421 ss., IX, 442, che il Carmen de contemptu mundi, in cui si parla dei doveri d'un
benedettino e dei motivi che ve lo determinano, non è stato composto da Anselmo, ma da Rüggiero
di Caen, monaco beccense.
Ció è indifferente, dirá il Kolde arrossendo, la cosa sta lo stesso. Precisamente! Infatti di che
donna parla dunque Rüggiero nel luogo citato da lei, sig. Kolde? Dal tratto arrecato da lei in nota non
si capisce: ci si scorgono diverse lineette sospensive. Debbono forse segnare ciò che naturalmente al
lettore deve essere taciuto, che il suo Anselmo parla d'una mala femmina seduttrice? Appunto!9 E
anche naturalmente il Kolde non sa nulla del bello e nobile scambio di lettere del vero Anselmo con
donne. /XXIII/
Eppure non basta ancora di questo inqualificabile procedere. Il Kolde prosegue: « Dovette esser
taciuto (dal Denifle) che il principale esegeta del basso medio evo, Niccoló di Lyra (+ 1340), cui si
appella per un'idea simile alla sua Giovanni di Paltz, ben noto al Denifle, commentando Sirac. 42, 13
s., - il passo fondamentale pel disprezzo romano della donna - nota: «La relazione (conversatio) con
uomini malvagi è meno pericolosa che quella con buone donne ». È vero ció? Che cosa dice
realmente Niccoló Lirano ? Sopra Sirac. 42,14 (Melior est iniquitas viri, quarn mulier benefaciens)
egli scrive quanto a: Melior est enim iniquitas viri «i.e. minus mala»; a mulier benefaciens «se.. ad
cohabitandum. Unde istud refertur ad id quod premittitur (v. 12): in medio mulierum noli
commorari. Magis enim periculosum est homini cohabitare cum muliere extranea etiam bona, quam
cum viro iniquo », e cosí si trova non solo nel testo stampato, ma anche nei manoscritti, p. es. Cod.
Vat. I. p, fol. 364: 164, fol. 44. II Lirano dice dunque: per un uomo la coabita\ione (non la sola
relazione = conversatio) con una estranea, per quanto buona donna, è piú pericolosa che con un
uomo malvagio. Il Kolde ha dunque daccapo la sfacciataggine di citare contro il suo avversario la
glossa del Lirano, sema averia nemmeno controllata; egli anzi inganna adducendo come fosse del
testo originale una parola latina e porta il detto del Lirano con tutt'altro suono di parole e un senso del
tutto cambiato!
Io spero che il lettore si fará da sè il giusto, cioè annientante giudizio, sul professore di storia
ecclesiastica d' Erlangen, il Kolde. E tutto il suo lavoro è scritto con tale stupefacente ignoranza.
Eccone qui ancora qualche esempio. Come nel suo Martin Luther (I, 52) mostra non conoscere la
differenza /XXIV/ che c' è nello stato religioso tra chierici e fratelli laici, cosicchè in conseguenza fa
stare Lutero « con gli altri fratelli laici » separato dai Padri in coro e invece del breviario gli fa
recitare « quietamente da sè i prescritti Pater noster ed Ave María»,10 così allo stesso modo nel suo
scritto a pag. 39, confondendo il Sacramento del battesimo col patto battesimale, in conseguenza

91
II Kolde cita dal Migne, t. 158, 696 (non 636 com'egli scrive):
Femina, dulce malum, mentem robusque virile
Frangit blanditiis insidiosa suis.
Femine, fax (il Kolde faex) Satanae,
Qui il Kolde pone _ _. Ma l'autore séguita:
gemmis radiantibus auro
Vestibus ut possit perdere, coopta venit,
Quod natura sibi sapiens dedit, illa reformat,
Quidquid et accepit dedecuisse putat.
Pungit acu, et fuco liventes reddit ocellos;
Sic oculorum, inquit, gratia maior erit.
E Ruggiero prosegue la sua descrizione, come tal donna s' imbelletta, come si studi di abbellire il suo corpo, e dice:
Mille modis nostras impugnat femina mente*,
Et mullos illi perdure grande lucrum est.
In complesso allude a una donna civettuola, che non é né casta né vereconda {púdica), e cerca di sedurre dei monaci.
10
Questo assurdo glielo copiano A. Berger, Martin Luther,I (1895), 64, e ultimamente A. Hausrath, Martin Luther, I, 23,
sebbene giá G.Oergel, Vom jungen Luther (1899) a p. 88, avesse fatto notare questo errore.
tira le piú meravigliose conclusioni e deve addirittura intendere a rovescio la dottrina sul « secondo
battesimo» (frase questa, lo ripeto ancora una volta, che S. Tommaso non usa mai): egli si sciupa in
sonori colpi nel vuoto.
Qui si fa il Kolde a provare contro di me, fra altro, che al tempo di Lutero nel chiostro di Erfurt si
conosceva il « secondo battesimo », sebbene io provi esaurientemente da Lutero stesso che
l'attenzione di questi vi fu richiamata sopra la prima volta in tutt'altro luogo per mezzo d'un
francescano, su che io tengo fermo. L'unico argomento del Kolde contro Lutero ed Usingen è il
Suppl. Celifodinae del Paltz, vero cavallo di battaglia pel Kolde, dove si parla del secondo
battesimo. Ma se tale dottrina era giá passata nella pratica del convento, o (su che soltanto si fa la
questione) se era nota nel noviziato e chiericato, il Kolde naturalmente non ce lo dimostra. Insomma
egli cita a p. 38, nota 2, un lungo tratto del F opera nominata, in cui il Paltz ci indica le note frasi di
Bernardo e Tommaso,11 e le chiude con le parole: «Idem patet ex autentica de monachis, ubi dicitur,
quod ingressus monasterii omnem maculam abstergit». A proposito di che lo storico ecclesiastico di
Erlangen fa questa osservazione degna di lui. « Qui si allude bene a un tratto (a me ignoto) delle
Vitae patrum, ma non quello cui accenna Tommaso al citato luogo ». Dunque autentica de monachis
deve accennare alle Vitae patrum? A qual punto puó arrivare l'ignoranza! Ma non avrebbe il Kolde
dovuto accorgersi dalla parola Autentica col titolo De monachis che si poteva /XXV/ trattar solo di
un libro di diritto? E se egli non era si savio come quel tale, cui vuol riveder le buccie, il quale,
sebbene solo autodidatta in materia di diritto, pure capi súbito che qui si trattava delle Novellae,
perchè non ha chiesto consiglio a qualche suo dotto collega nell'Universitá? Via, sig. Kolde, voglio
avere la bontá di insegnarglielo: il passo si trova nel Líber Novellarum sive Authenticarum D.
Justiniani, Const. V, De monachis-, lo legga, e vedrá bene, specie dal confronto col testo greco, che
il suo cavallo di battaglia, il Paltz, non cita esattamente, e che il luogo non fa punto al suo scopo.
Nè meno infelice è questo incapace professore d'Universitá nella sua difesa di Lutero riguardo
alia santitá del matrimonio e alia « formola dell'assoluzione monastica » (p. 46 ss.). A p. 320 ss. di
questa nuova edizione potra apprendere altre cose su questo soggetto, e poi seguitare a spandere al
solito la sua scienza.
Intanto ho reso giá troppo onore al Kolde: chiudiamo dunque col suo argomento capitale (p. 46)
che « il monachismo è 1' ideale cattolico della vita, come stato della perfezione ». Egli scrive:
«Anche più che non faccia Lutero, va notato bene, che monaci e preti sono in uno stato migliore che
la comune dei cristiani», perchè, secondo il catechismo romano, i vescovi romani vengono « a buon
diritto chiamati, non solo angeli, ma dei e c' è da stupire soltanto che non si rendano loro onori divini
». - Ma che roba scrive mai costui! Luí, che ha occupato tutta la vita nello studio di Lutero, è si poco
fondato e dotto in luteranesimo, che non sembra sapere come il suo padre e idolo chiama spesso l'au-
toritá, i superiori e giudici secolari «Dei» «dii». Qui solo qualche esempio: Erl. 41, 209, i superiori
sarebbero detti « dei in considerazione del loro ufficio, poichè essi fanno le veci di Dio, e son servi di
Dio». Cfr. Weim. XXVIII, 612; Erl. 64, 19: «Dei sono detti i governanti perchè essi reggono e
governano invece di Dio, secondo la legge e la parola di Dio, e non secondo il proprio capriccio,
come attesta Cristo in Ioh. 10 ». Così pure Erl. 39, 228, specialmente 229 s., 260 s., dove Lutero
parla proprio delle autoritá come /XXVI/ di «dei». Cfr. anche Weim. XVI, io6; Erl. 35, 130 s. Ha
forse per ció Lutero reclamato per essi gli onori divini?
II Kolde si lagna fin sul titolo del suo scritto, e poi anche pag. 23 in nota, della « mia
diffamazione » contro Lutero e la « Chiesa evangélica». Ma non si cura per nulla questo signore che
egli medesimo, parecchi anni addietro, ha posto la Chiesa cattolíca allo stesso livello del
paganesimo (Der Methodismus und seine Bekämpfung, 1886, p. 6),12 con che solo l' ha insultata
assai peggio che io non ho fatto con Lutero e il luteranesimo?

11
A proposito di una citazione da S. Tommaso, p. 39, nota 2ª, il Kolde non sa convincersi che puó darsi un 'opinio
rationabili!l Con ció afferma tácitamente questo storico ecclesiastico che tutte le opinioni sono irragionevoli!
12 1
« II giudizio di tutti gli imparziali conviene in ció, che l'utilitá e 1' importanza del Metodismo per 1' Inghiherra e
l'America non si puó ridire: é infinita. A umano giudizio, senza di esso e il movimento che esso ha irradiato,
l'organizzazione della Chiesa di Stato inglese sarebbe caduta giá da un pezzo nel perfetto paganesimo, o (secondo me non
Il punto più interessante e insieme il più caratteristico del libello del Kolde è la chiusa. Vi sono in
Germania due sole facoltá protestanti nelle quali s' insegni la divinitá di G. C., quella d' Erlangen e
quella di Rostock. Orbene come si regola il Kolde a proposito ? Alla mia verace affermazione che di
fronte all' única Chiesa cristiana non si puó parlare d'altra Chiesa cristiana, l'evangélica, nè d'altra
Chiesa sorella, il Kolde risponde che « l'evangelica sola è fondata su Cristo ». Ora si senta bene: «II
nostro avversario (il Denifle) s'è alzata da sè la visiera, e ci s' è fatto vedere nel suo volto bollente di
passione; la necessitá della lega evangélica e dell'unione delle Chiese evangeliche (quante dunque,
signor Kolde? tuttte fondate su Cristo?) non si poteva meglio dimostrare di come è stato fatto dal
libro del Denifle!». Dunque il professore «evangélico», il quale, come insegnante di teología in Er-
/XXVII/ angen, doveva uscire in campo a favore della confessione della divinitá del Dio-Uomo G.
Cristo, finisce con la lega « evangélica »,13 in cui domina solo l'odio e la rabbia contro la vera Chiesa
cristiana, la cattolica, e la detta confessione è giudicata un'opinione che ha fatto il suo tempo!
La confutazione del Walther « Denifles Luther eine Ausgeburt römischer Moral» (1904) è
giudicata di giá dal suo titolo odioso e insulso e si caratterizza come un pamphlet o una pasquinata.
Ne terró dunque conto quando verró a parlare dei pamphlets luterani al tempo della Riforma. Nè
occorre che mi preoccupi della fragilità fondamentale dell'opuscolo di R. Fester « Religionskrieg
und Geschichtswissenschaft. Ein Mahnwort an das deutsche Wolh aus Anlass von Denifles " Luther
" » (1904) (Fester, Guerra religiosa e scienza storica - Una parola al popolo tedesco a proposito del "
Lutero " del Denifle »). - La polèmica del Haussleiter nell’ Allgemeine Zeitung (1904, n. 4 e 5, ora
uscita in opuscolo separato col titolo « Luther im romischen Urteil. Eine Studie» 1904) è stata
affrontata, oltre che da me nel mió opuscolo, p. 70, anche dal Paulus (Wissenschaftl. Beilage alia «
Germania» 1904, n. 10, p. 77 seg.; n. 12, p. 94 seg.).
Anche riguardo all' accoglienza della mi a replica posso spicciarmene in breve, grazie al
contegno degli avversarii dai quali mi difendevo. Avevo aspettato, a questo proposito, di dovere
ridiscender qui sul terreno contro le risposte dei due professori di teología Harnack e Seeberg. Non
mi potevo infatti aspettare che essi non avrebbero avuto cuore di raccogliere il guanto di sfida che
avevo gittato loro dinanzi a tutto il mondo in uno scritto speciale, in uno scritto nel quale erano
esattamente dimostrati in molti luoghi delle loro difese i più gravi errori, in uno scritto che forse non
rivangava soltanto il giá detto, ma conteneva numerosi pensieri nuovi. La dichiarazione di
bancarotta che lanciavo nella chiusa dell'opuscolo contro la luterologia protestante, /XXVIII/ e
specialmente contro quella del Harnack e del Seeberg, ora vale quindi in misura maggiore.
Una tal quale risposta l'hanno bensì data tanto l'un che l'altro signore. Harnack scrive nella sua
Theolog. Literaturztg, n. 7, la seguente dichiarazione: «II Denifle ha pubblicato proprio ora una
brochure dal titolo " Luther in rationalistischer und christlicher Beleuchtung. Prinzipielle
Auseinandersetzung mit A. Harnack und R. Seeberg ". Dal momento ch'egli non solo non ritira, ma
ribadisce in una frase infame (p. 46) l'accusa di menzogna che m'ha fatto, la è finita tra me e quel
signore. Una risposta alle questioni scientifiche, ch'egli mi rivolge, gliela daró quando avrá ritirata
espressamente quell'accusa ».
Molti giornali protestanti comunicavano tale dichiarazione accompagnandola coll'avvertenza:
«Una seria battaglia tra due dotti attira su di sè l'attenzione del mondo scientifico». Ma puó darsi
realmente una seria battaglia, se si crede possibile sottrarsi dall'obbligo di scienziato con una voltata
si comoda? Pero non mi sfuggirá a si buon mercato, sig. professore. Quando ella poneva in iscritto
queste cose, mio stimatissimo, ha proprio dimenticato del tutto ch'ella aveva giá dettato una replica
contro quel mio libro che conterrebbe l'accusa di menzogna contro di lei, e che il mio opuscolo era

c'é gran divario) nel romanesimo ». Dunque pel Kolde non c'é gran differenza se uno sia cattolico o pagano. E lo stesso
Kolde lamenta (Luther in Worms: l'ortrag gehalten in Würzburg am 6 Marz 1903, München 1903, p. 3): « Che se noi
(protestanti) facciamo ancora in santa pace il nostro cammino, la lotta verrá poi rinnovata coll'antica malvagitá » e
adduce a proposito lo Schiller (in G. Tell.):
Non puó il più santo godersela in pace
se ció al maligno vicino non place.
13
II Koide é infatti un valoroso oratore nelle feste della lega evangélica!
solo una risposta a quella sua replica ? Ha ella dimenticato che in questa V. S. affatto senza
condizione ci ha messo nell'aspettativa di una più particolareggiata risposta scientifica ai miei
attacchi? Io le domando, perchè lá non s'è lasciato spaventare da quell'accusa di «menzogna»?
Poichè se allora la sua « dichiarazione » sarebbe stata suficiente, forse, a trarla dal suo impaccio e
dispensarla dalla risposta, oggi, che è giá disceso nell'arena, non più di certo!
Non dimentichi inoltre che, se anche ella per la mia presunta sgarbatezza si credesse sciolto da
ogni relazione scientifica con me, ella è debitore al pubblico, a lei stesso, alia sua riputazione di
scienziato, di una risposta ai miei gravi appunti. Ma più ancora ne è in debito alla memoria di Lutero,
di cui si vanta adoratore, dacchè è voluto scendere (se a suo pro o danno lascio decidere ad altri) sul
terreno sdrucciolevole della difesa di questo « grande » uomo. E se ella vuole sbandire la mia
persona, che c'entrano i fatti impersonali attestati nel mio opuscolo? /XXIX/ Del resto, stimatissimo
sig. professore, ov'è mai la «.frase infame che l’ha tanto irritato? Vediamo a p. 46. Alla sua bolsa
lógica, che introduce di contrabbando 14 la parola «menzogna» nella mia argomentazione, io
rispondevo lá stesso anzitutto in pura forma ipotetica, che una tale menzogna per uno che riguarda
ancora Lutero quale «riformatore» non sarebbe propriamente alcun peccato. E ció è verissimo:
infatti che Lutero almeno non si pigliasse pena per una falsitá, ella stesso non vorrá negármelo e che
dopo la sua apostasia conceda la liceitá delle « bugie necessarie » ella lo sa egualmente e ben presto
ne sentirá anche dei particolari più specifici. E allora dacchè mi si era ripresentata l'occasione di
svelare la serietá d'una delle sue operazioni dialettiche, le domandavo nella mia replica se le avrei
recato un si gran torto, nutrendo « qualche dubbio » sulla sua sinceritá. Io almeno scorgo in ció
piuttosto una mitigaiione che un inasprimento della supposta accusa fattale. E che era il caso di «
qualche dubbio » lo dimostro súbito dopo da un « falso giuoco » della sua polémica. Per quanto io
pure sia curioso di sapere ció che ella ha da produrre contro i miei appunti e la mia argomentazione e
come ella tagli i nervi alla mia constatazione dell'opinione interamente storta ch'ella ha della
Scolastica specie di S. Tommaso, purtroppo giusta il detto non mi trovo nel caso di poter ritirare cosa
alcuna.
Anche il Seeberg s'è lasciato frattanto sentire. Ció accadde /XXX/ nel secondo supplemento
della Kreuzseitung, n. 157, del 3 aprile, per introduzione a un articolo sopra le « zampogne romane
di pace ». Nessuna parola sopra la mía confutazione a fatti delle sue obbiezioni. Parla solo del mio «
noto sudicio scritto contro Lutero e il Luteranesimo » e dice che io « non posso apportare sufficienti

14
Del resto, stimatissimo sig. professore, ov'é mai la «.frase infame che P ha tanto irritato? Vediamo a p. 46. Alia sua
bolsa lógica, che introduce di contrabbando 1 la parola «menzogna» nella mía argomentazione, io rispondevo lá stesso
anzitutto in pura forma ipotetica, che una tale menzogna per uno che riguarda ancora Lutero quale «riforraatore» non
sarebbe propriamente alcun peccato. E ció é verissimo: infatti che Lutero almeno non si pigliasse pena per una falsitá, ella
stesso non vorrá negármelo e che dopo la sua apostasia conceda la liceitá delle « bugie necessarie » ella lo sa egualmente
e ben presto ne sentirá anche dei particolari più specifici. E allora dacché mi si era ripresentata l'occasione di svelare la
serietá d'una delle sue operazioni dialet- tiche, le domandavo nella mia replica se le avrei recato un si gran torto, nutrendo
« qualche dubbio » sulla sua sinceritá. Io almeno scorgo in ció piuttosto una miiigaiione che un ina- sprimento della
supposta accusa fattale. E che era il caso di « qualche dubbio » lo dimostro súbito dopo da un « falso giuoco » della sua
polémica. Per quanto io puré sia curioso di sapere ció che ella ha da produrre contro i miei appunti e la mia argomenta-
zione e come ella tagli i nervi alia mia constatazione dell'opinione ¡meramente storta ch'ella ha della Scolastica specie di
S. Tom- maso, purtroppo giusta il detto non mi trovo nel caso di poter ritirare cosa alcuna.
Anche il Seeberg s'é lasciato frattanto sentire. Ció accadde
14
Infatti io non uso punto a p. xxx della 1ª ediz. la parola « menzogna »; io domandavo: « Se egli sapeva che l'espressione
splendida vitia non si trova in S. Agostino, perché l'usó egli come agostiniana? » Questa frase interrogativa importa due
eguali possibilitá: O non lo sapeva il Harnack, ed egli non era onesto; o lo sapeva, ed egli non era metodico. - Per qual
caso stavo io? Per nessuno: io non decido, domando soltanto. Per primo il Harnack stesso dá lo scioglimento e proprio
per la prima possibilitá nella sua forma più crassa di « menzogna ». Dunque la freccia ch'egli mi scaglia, rimbalza
addosso a lui. - Come poi il direttore ministeriale Althoff, nella famosa seduta pomeridiana, abbia potuto fondarsi tanto
solo sulla dichiarazione Harnackiana, da dire: « Se avessi conosciuto il Denifle, dacché é apparsa l’opera sua e dacché
non ha avuto ritiólo di accusar di menzogna un uomo di cui la scienza é superba, non vorrei più pregare per la sua
ulteriore conoscenza » (Jenaische Ztg. a. 92, del 20aprile), per me é un vero enimma. La Triersche Landeszeitung, 3. 93.
del 23 ap., ha del resto caratterizzato in modo perfettamente giusto questo sfogo del direttore ministeriale, come quello
relativo allo Spahn.
immondizie da insudiciare il volto e 1' abito del Riformatore » : essere ció un « ruggito del leone » e
io un « maeslro di diffamazione ».
Ecco come si schiaffeggia da sè nella sua cieca rabbia l'uomo adirato! Per ció stesso che egli si
strugge in un tono si furioso, ei si toglie ogni diritto di lagnarsi per la diffamazione. Chè se volesse
oppormi ch'io pure l'ho schernito nella mia replica, ci sarebbe sempre una gran differenza: perchè
mentre egli copre di insulti me e l’opera mia senza aver prima arrecate le dovute prove di fatto, e
quindi il suo insultare è del tutto immotívato, al contrario nel mio opuscolo il giudizio sfavorevole
che dó sull'opera e capacitá di lavorare del Seeberg segue necessariamente, come credo, dalla
precedenle dimostrazione. Che se insultare si dice il pubblicare veri e innegabili lati deboli d'un
avversario, allora ho ben insullato anch'io, anzi penso di seguitare a insultare!15
Peró anche dei critici di miglior pensare che non il Harnack e il Seeberg m'hanno frainteso
molteplicemente. La ragione comune di ció è a ricercarsi nel disconoscimento dello scopo dell'opera
mia. Così la smoderatezza di Lutero nel bere la tratto, come si poteva vedere anche nella prima
edizione, solo di passaggio e non le ho dato mai una importanza speciale: assai volentieri concedo
ch'essa sia, sotto certi aspetti, e specialmente in Germania, una debolezza di quello e in parte anche
dei tempi precedenti; sopra la quale peró Lutero, come «fondatore di una confessione» supposto
inviato da Dio e « predestinato strumento nelle mani di Dio » avrebbe dovuto elevarsi. Ma contro tali
epiteti, ben altri fatti parlano anzichè /XXXI/ quello che egli era nel bere un figlio del suo tempo.
Non sapessimo altro di Lutero, senonchè teneva, come ho dimostrato da p. 778 a p. 804, un parlare si
inauditamente osceno, e che fu l'ispiratore delle nove per lo più altrettanto oscene caricature, e
l'autore dei versi che le accompagnavano (su che tutti i critici hanno osservato uno scrupoloso
silenzio, et pour cause!) anche solo per questo Lutero da ogni uomo ragionevole sarebbe da rifiutarsi
come «Riformatore», «uomo di Dio » ecc.
Per prevenire altri malintesi sará utile indicare chiaramente e lealmente il processo delle mie
ricerche e la formazione del mio giudizio su Lutero.
Poichè fui giunto al punto di cui parlo nell' introduzione a p. 28, la massima mia attenzione era
rivolta ad aferrare ed esporre con la maggiore oggettivitá possibile la vera e sana dottrina della
Chiesa prima di Lutero nei suoi rapporti con ció che di essa n'ha fatto Lutero. E così fin da principio
ebbi a fare con la mendacità di Lutero, la quale, come m'accorsi nell'andare innanzi, occupa tanta
parte nella esposizione che egli fa della dottrina cattolica ed è una delle chiavi per comprender bene
Lutero.16 E fu proprio lo scritto sui voti, che io Iessi per primo, quello che mi condusse a un tal pen-
siero, e che mi vi confermó sempre più continuandone la lettura. Era questo un buon passo sotto
molti rispetti. Ap- /XXXII/ punto dalla polémica contro l’opera mia mi convinsi, più forse che dal
resto, che finora i teologi protestanti si trovano sempre al punto di vista del Lutero posteriore tutto
pieno d'odio. Non si fa caso che i detti di questi contraddicano a quelli del Lutero anteriore: A priori
si ammette che i detti di Lutero sono giusti. Perció nessun' idea della perfezione e dello stato di
perfezione, dei voti, dell' ideale cattolico della vita. Tutti quanti ignorano assolutamente il punto
essenziale dal quale, secondo gli antichi dottori e sentenze, devono esser giudicati l'entrata nello

15
Solo durante la revisione mi é giunta sott'occhio la replica del Seeberg (Die nmesten Offenbarungen des Pater Denifle)
nella Kreuzzeitung, n. 203,205. Io veggo che il suo autore é inconvincibile e incorreggibile, e che da essa non c' é da
imparare che il principio di Lutero (v. sotto p. 136): « Io ben so cavarmi fuori, quando mi metto a scrivere ». Ma con ció
gli sforzi verso la veritá e l'oggettivitá vanno in fumo.
16
Sopra si parla della prassi propria di Lutero. Procedendo io vidi che giá nel suo Commentario sulla lettera ai Romani
(1515-1516) egli s'é servito della bugia necessaria a favore del suo modo di vedere, poiché falsificó passi di S. Agostino,
come ho esposto nella prima edizione e spiegherò di più nella seconda parte di questa. In teoría Lutero riteneva tuttora
nell'anno 1517 illecita la bugia utile e necessaria e per un peccato veniale, come ha dimostrato últimamente N. Paulus
nell'articolo « Luther und die Lüge » (Wissenschaft. Beilage alla Germania, 1904, n. 18). Ma dopo l'apostasia Lutero
sostenne anche in teoria la liceitá della bugia necessaria almeno a partire del 1524, come mette in chiaro il Paulus con
prove tolte dalle opere di Lutero. Sappiamo parimente abbastanza che di giá nel 1520 egli riteneva «tutto lecito contro la
malizia e malvagitá del papato a salute delle anime», pel bene della chiesa ma anche «una buona grossa bugia» (V. sotto
p. 461).
stato religioso, la professione dei voti, e il cosiddetto « secondo battesimo » vale a dire l'intera do-
nazione di se a Dio. E come avrebbe potuto essere altrimenti se tale era pure il caso del loro «
Riformatore » ? Se questi avesse avuto un concetto di ció e di fatto avesse posseduto la completa
dónazione di sè a Dio, non ci sarebbe ni un Lutero nel senso moderno, ni un luteranesimo.
Invece sempre ci si deve sentir dire che l'abito ha fatto il monaco, « a che altrimenti tanta
diversitá di abiti religiosi?» proprio come se l’uniforme militare facesse i soldati per la semplice
ragione che ci son tante specie di queste divise! Il colmo lo raggiunge qui uno dei miei del resto più
ragionevoli avversarii, il Köhler (l. c. p. 208) quando alia mia osservazione che il punto capitale
nella professione è questa interna donazione completa, risponde: « Proprio questa solo ? Allora
perchè c’è bisogno in genere d'un abito monástico, perchè la deposizione volontaria di questo è
considerara come un gravissimo delitto ? La cosa va ben altrimenti; grazie alla forza espiatrice del
monachismo, se n' è fatto quasi un carattere sacramentale, e questo inerisce, come avviene in tutti i
sacramenti cattolici, all'istituzjone come tale, indipendentemente da ogni donazione personale !
Sicchè ex opere operatol E tutto questo assurdo insulto alla Chiesa cattolica lo fonda assai
ingenuamente il professore universitario sul fatto che anche i laici eran sotterrati in cappuccio
monacale!17 E vedremo poi nella /XXXIII/ seconda parte di questo volume in qual guisa il Köhler si
sforzi di attenuare e d'alterare i detti di Lutero per salvarlo.
Ció posto, il detto scritto sui voti forma la migliore introduzione all'opera mia. Ne esposi la
ragione a p. 382 ss. dove anche ho messo in evidenza la connessione con la seguente sezione, il che
non si vedeva tanto ben chiaro nella prima edizione. Il collegamento fino entro il secondo volume si
fonda generalmente sulla rampogna lanciata da Lutero circa la giustificazione per le opere e la
schiavitü delle opere; perchè in fondo tutto proviene in Lutero da questa calunnia o, se si vuole, da
questa falsa concezione.
Nel mio lavoro quindi non c' è una Vita di Lutero: io non son punto un suo biógrafo. Ció vorrei
finalmente sapere accentuato anche più fortemente contro tante rinnovate affermazioni fatte sul
conto mio. Non sarebbe nemmeno possibile scrivere una tal vita. Fino ad oggi gli storici di Lutero
ante lapsum si sono fondati assai sulle sue posteriori attestazioni. Ma queste dovrebbero prima esser
esaminate criticamente, e non si puó ancora ben determinare quanta borra inservibile vi sia. Io ho giá
rammentato ripetutamente nella prima edizione che la vita religiosa di Lutero, quale piú tardi egli la
descrisse, le confessioni da lui fatte circa il suo voto, le sue penitenze, il suo punto di mossa ecc.,
appartengono in gran parte al regno delle favole. Ma la prova non è semplice, /XXXIV/ e richiede
l'esame delle attestazioni di Lutero e il loro confronto col tempo precedente, richiede insomma ben
lunghi studi. E qui, pensó, sará da riconoscere il forte dell'opera mia.
Le erronee esposizioni e i falsi giudizi dei teologi e luterologi protestanti esigono anche ben
ampie digressioni che interromperanno il filo della esposizione. Forse esse sembreranno al profano
fuori di posto e inutile, ma non se ne puó fare a meno in un'opera scientifica. Assai poco, pochissimo
anzi recano in proposito per es. le due storie dei dogmi del Harnack e del Seeberg per quanto sia lor
solito sedere pro tribunali in tono di conoscitori su tutto.
Certo a nulla pensavo meno che al proposito presuntuoso di trattar tutto ció che abbia una
qualunque relazione con lo sviluppo del protestantesimo, e anche di produrre tutti i testimoni
cattolici anteriori, e tutte le prove che ricavansi dalle opere di Lutero. Quanti mai volumi non dovrei
allora scrivere ? Si è detto ch' io sono soltanto uno scolastico, non uno storico. Rispondo a ció che a
proposito del primo volumen debbo naturalmente pormi di fronte a Lutero come teologo e che lo

17
Questo solo caratterizza tutto l'uomo. Non ci meravigliamo più se egli parla della «inesorabilitá dei voti monastici»,
della costrizione dei voti, se concepiva la prassi di individui quale effetto della teoria (come avveniva nel luteranesimo),
se dal passo citato a p. 206 della Kirchenpostille del 1521, vuol far credere che Lutero anche dopo abbia di regola distinto
fra perfezione e stato di perfezione, prescindendo dal fatto che gli sfuggi affatto 1'intelligenza della frase «tendere alla
perfezione”. Ma basti qui. Gli articoli del Köhler manifestano in proposito la stessa superficialitá colla quale ha lavorato
talora nell'opera sua, del resto pregevole: Luther und die Kirchengeschichte, I, come quando a p. 267 cerca vanamente
nelle prediche di Taulero un passo citato da Lutero come tauleriano, trascurando invece di ricercare il libretto Theologia
deutsch di 118 pagine, edito da Lutero come fosse di Taulero, nel quale il passo ricorre anzi due volte, nel testo (ed.
Pfeiffer, 1855, p. 30) e nell’indice (p- xxvm). É la medesima superficialitá colla quale egti a p. 247 parla del purgatorio e
dell’inferno, a p. 227 della parola « tomista » presso Lutero quasi voglia dire « compilatore » ecc.
storico deve qui entrare assai di meno. La prova che dó della contraddizione di Lutero con la
precedente dottrina ecclesiastica ha suscitato un vero stupore fra i teologi protestanti, ai quali si
scopriva qui una vera terra incógnita.18 Quindi vengono a dire che il Denifle tratta solo una corrente
anteriore, mentre ce n'erano anche delle altre. Ve ne erano certo altre, ed anzi per quanto entra in
questione il contenuto di questa prima parte, tale era la prassi dei cattivi o scempii e ignoranti
religiosi. Ma prescindendo da ció, il Lutero posteriore nella sua esposizione della dottrina eccle-
/XXXV/ siastica, non è solo in contraddizione con questa, ma ben anche col suo proprio precedente
concetto della medesima, la quale non s'era dovuta mutare nel volgere di soli pochi anni. anche di
questo i luterologi non avevan fatto caso finora.
S' è anche detto che Lutero non è esposto in quest'opera nel suo ambiente storico. Assolutamente
lo nego. lo ho concepito Lutero come doveva essere concepito in questo volume nell'ambiente della
teologia anteriore e contemporánea, terreno delle istituzioni dell'ordine suo. Lo studio su altri e
ulteriori problemi appartiene al secondo volume, dove si parlerà della formaxione del luteranesimo,
ma non entra nel tema del primo volume, e tanto meno vi rientra per la stessa ragione il rilievo delle
doti di Lutero, e di alcune sue buone qualitá naturali che io pure ben conosco e so stimare. Quando
però, come fa il professore Hausrath dell'unione protestante, nel suo bellicoso e infelice proemio alia
biografía di Lutero a p. XIV, in un volume che ha per oggetto principale l’evoluzione psicológica
dell' animo di Lutero, s' esige che mi occupi delle persecuzioni fatte dall' Inquisizióne contro gli
eretici e mi si fa il biasimo di aver passato sotto silenzio la tendenza dei miei confratelli « a metter gli
uomini in ceppi, ad annegarli, arrostirli, strappar loro la lingua, bollarli a fuoco, farli inginocchiare
sulle calde ceneri delle loro bibbie brucíate » si perde davvero ogni dirit'to di esser presi
scientificamnte sul serio. Ma è giá un' impresa che compensa tali pene animare cattolici e protestanti
a lavorare ulteriormente nel senso che indico loro, e rivolgere la loro attenzione alle questioni aperte
con zelo rinnovato e con occhi non offuscati da nebbia alcuna. Vi sarebbe ancora qui assai da fare.
In quanto alla diversità di questa edizione dalla prima, sono ben rimaste ambedue
sostanzialmente eguali: ma si trova qui a posto delle note critiche su 1' edizione Weimariana, delle
quali ho parlato innanzi, un paragrafo sopra le idee di Lutero riguardo allo stato religioso, durante la
sua vita mo- /XXXVI/ nastica; i brevi accenni della prima edizione sopra le precedenti penitenze di
Lutero son qui cresciute in un piú lungo paragrafo. Inoltre ho in questa edizione unito meglio le cose
affini, ho aumentato documenti e indicazioni, tolto cose superflue, ampliatene altre, migliorato
alcuni punti, senza nessun danno del complesso: all' opposto Lutero appare in questa edizione ancor
piú condannabile che nelle relative parti della prima.
In fine ringrazio tutti i miei amici - e non son pochi - i quali m'hanno incoraggiato e aiutato con le
loro preghiere, parole e contribuzioni. lo posso assicurarli che resteró sempre al mió posto, finchè
Dio mi dará forza e salute.

Roma, 30 aprile 1904.


P. Enrico Denifle, O. P.

Enrico Denifle. Lutero e luteranesimo nel loro primo sviluppo esposti secondo le fonti. Versione
italiana del Sac. Dott. Prof. Angelo Mercati. Roma : Desclée & C. –Editori Pontifici. 19142

18
Lo si vede specialmente dalle repliche di Harnack, Seeberg, Köhler e últimamente dal « Denifles Luther und Luthertum
vom allgemein-wissenschaftlichen Standpunht aus » del Baumann (Langensalza 1904). Come nella prima edizione, cosí
in questa del primo volume, chiuderó con alcuni accenni alla cognizione tomistica del Harnack ed estenderó l'osserva-
zione alle relative produzioni di Baumann, Seeberg e d'altri. Alla fine del volume sono riservate pure parecchie
discussioni, che il lettore sperava forse di trovare in questa parte.
/XXXVII/
INDICE
Pag.
IL TRADUTTORE .................................. ...................................... III-VII
PREFAZIONE ALLA SECONDA EDIZIONE ...................................... VIII-XXXVI
SÜPPLEMENTI E CORREZIONI ..................................................... LI
Spiegazione DI ALCDNE ABBREVIAZIONI ..................................... LII
IXTRODOZIONE ..................................................................................... 1-28

LIBRO PRIMO

LE BASI ED INSIEME ESAME CRITICO DEI LUTEROLÓGI E TEOLOGI PROTESTANTI


Enrico Denifle, O. P.
SEZIONE PRIMA
insegnamento contrad di torio di lotero intorno ai voti monastici
Discussione preliminare (pag. 51-381) Capitale importanza dell' opera De votis monasticis judi- cium, 31
- Difetto di critica nell'edizione curatane da Kawerau-Müller, 31-32.

I- Breve sguardo sulle idee di Lutero intorno allo stato religioso, durante la sua vita monastica 32-43
Testimonianze contemporanee di Lutero che differiscono moho dalle posteriori, 32 - Egli non è mai
contrario alla sostanza dello stato religioso, 33 - sta a favore dell'ammissione d'un novizio vegnente
da un altro ordine di cui presuppone l'intenzione salutare nell'ingresso, 34 - manda ad Erfurt un
confratello studente in Wittenberga (G. Zwilling) perchè impari a meglio conoscere in quel convento
gli usi dell'ordine giacchè a Wittenberga non c'era disciplina regolare, 34 - Lutero stesso è occupato
quasi totalmente in doveri d'ufficio e studi cosí che raramente gli rimane tutto il tempo necessario per
recitare le ore canoniche e celebrare, 35 - tuttavia egli allora non era uno spregiatore della vita
monastica ed ammetteva come evidente la liceitá dei voti, presupposto che il voto avvenga nella
maniera giusta (per amore di Dio e con libera volontà), 36 - e non che /XXXVIII/ s'entri in convento
per disperazione, giudicando che solo cosÌ possa trovarsi la propria salute, 38 - II disprezzo versato
da molti latI sullo stato religioso non dovrebbe scoraggiare alcuno dall'entrare in religione: giammai
essere stato meglio che allora diventare religioso, 39 - Lutero invece se la piglia colle singolarità e
caparbietà di parecchi religiosi siccome contrarie all'obbedienza, ma dichiara gravissimo sacrilegio
la lesione del voto di castità, 40 - dice i consigli evangelici certi mezzi per adempire più fácilmente i
precetti, 41 - perció da un ammiratore (Corrado Pellicano) vien invocato come l’avvocato più adatto
della vita religiosa, 42 - fu 1' odio contro la Chiesa, di cui i religiosi erano le più forti truppe ausiliari,
che lo mosse alla lotta contro ordini e voti, 43.
2 - Asserzione di Lutero che S. Bernardo avrebbe riprovato i voti e la vita monastica 43—5 3
Per dimostrare che i voti monastici contraddicono alla dottrina di Cristo falsa due sentenze di S.
Bernardo, 43 - il quale una volta essendo malato a morte non avrebbe avuto altra confessione da
questa in fuori: « ho perduto il tempo avendo vissuto malamente » ; con queste parole egli avrebbe
condannato tutta la sua vita monastica ed appiccato la cappa a un chiodo, 44 - verifica del passo; esso
non fa che esprimere l'umile confessione dell'anima contrita al cospetto di Dio, 45 - e ciò è cosa
cattolica genuina: autorità in proposito, 48 - ulteriore confermazione, 49 - anche dopo quelle sentenze
S. Bernardo ha encomiato lo stato monástico e fondato monasteri, 51.

3 - Asserzione -di Lutero che il superiore dell'ordine possa, giusta S. Bernardo, dispensare da tutto, e
che egli stesso, come tutti gli altri religiosi, abbia fatto voto di tutta la regola 5 3—61
S. Bernardo insegna precisamente il contrario, 53 - anche l'altra asserzione che si faccia voto di
(tutta) la regola si fonda esclusivamente su alterazione e svisamento; si fa voto invece di vivere «
secondo la regola», 55 - se ne di la prova colla prassi deí singoli ordini, 56 - Come per la regola, cosí
stanno le cose pegli statuti dei varii ordini, 59 - per cui Lutero mediante questa asserzione appare in
luce molto equivoca, 60.

4 - Scopo dell'anno di prova secondo Lutero . . . 61-66


Sarebbe quello di esperimentare su sè stesso se si possa vivere casto, 61 - Vi si oppone la
dichiarazione di Innocenzo III, 62 - e tutta la prassi degli ordini, 63. /XXXIX/

5 - Asserzione di Lutero che pei voti si verrebbe di- stolti da Cristo e che nell'ordine si pigli una guida
diversa da Cristo 66-76
A questa sua asserzione contraddicono le sue stesse afferrmazioni anteriori, 66 – così pure la prassi
del suo ordine, 67 - perciò è senza fondamento affatto la sua posteriore asserzione, 69 - per cui lo
Staupitz, già suo superiore a lui tanto proclive, giustamente lo biasima, 70 - Lutero stesso altrove
rileva che per abusi particolari non va rigettata la cosa in tutta la sua interezza, 71 - e quanto fuor di
proposito è il suo rimprovero col suo ordine, altrettanto poco colpisce gli altri ordini, 72 - in ispecie il
francescano, 73.

6 - Sofismi ed enormitá di Lutero relativamente ai voti dei monaci, specialmente a quello di castità —
Malizia di Lutero e suo eccitamento alla bugia 76
1 A) Lutero inganna i lettori intorno al fine dello stato religioso e dei voti 76-145
Come secondo lui è certo che i religiosi cercano la loro eterna salute nelle loro opere e voti e non
nella fede, 76 - così ciò è falso in realtà per quanto i luterologi cerchino di sostenere il loro eroe, 78 -
essi non rilevarono il suo falso giuoco, 79 - Quantunque Lutero a sua detta fosse incerto con quale
sentimento avesse emesso i voti, pure pretendeva sapere come facesse voto comunemente il grosso
della gente, 81 - nel senso cioè che il voto dovesse sostituire la fede giustificante, alla quale non si
penserebbe neanche, 82 - e sostiene che in ogni voto ed in ogni ordine è esclusa, come la fede, così
pure la carità, 84 - Critica di questa affermazione, 84.
1 B) Contraddizioni e sofismi di Lutero a proposito dei consigli evangelici 85
Riguardano specialmente la castità, 85 - esposizione dei medesimi, 85 - Lutero non osserva che se,
seguendo un consiglio, si fa voto di qualche cosa, s'è poi obbligato a soddisfarlo, 89 - eppure doveva
saperlo e lo seppe di fatto fin dalla sua entrata nell'ordine e specialmente dalla pro- fessione in poi, 91
- Sentenze relative di Bartolomeo von Usingen e dei santi Agostino e Bernardo, 92.
1 C) Lutero istiga all'ipocrisia ed alia menzogna . 94
Consiglio sul celibato a coloro che dovevano venir ordinati suddiaconi, 94 - L'incitamento da lui dato
al matri- /XL/ monio dei preti appare troppo malvagio agli stessi fratelli boemi, 96 - Suoi tentativi per
accalappiare colla sua dottrina i religiosi come i preti secolari, 97.
D) Voto di castità e castità matrimoniale di fronte all’ « impossibilitá » 98
Secondo Lutero il voto non lega più tosto che ne è reso impossibile l'adempimento, 98 - Egli non fa in
proposito differenza alcuna se 1' impossibilità sia puramente estrinseca, violenta o interiore,
imputabile al soggetto, 99 - cerca di porre in quest' ultima condizione i monaci e le suore, 101 - e con
ciò egli non seppellisce soltanto il voto di castità, ma anche la castità matrimoniale, 101 - causa di ciò
non fu se non la sua massima d'esperienza: « la concupiscenza è affatto invincibile », 104.
E) Via verso 1'« impossibilità » : noncuranza, trasandamento del commercio con Dio,
intemperanza 106
Noncuranza e trasandamento del commercio con Dio, cosa che si verifica specialmente in Lutero,
106 - Smoderatezza nel bere in Lutero e nella parte di gran lunga maggiore dei suoi seguaci giuniori,
109.
F) Lutero schernisce la preghiera nella tentazione piú violenta 113
Sarebbe un balordo colui il quale volesse pregar Dio per uscire dalla concupiscenza carnale, 113 -
Lutero mette allo stesso livello l'accontentamento delle brame carnali e l'eroismo degli apostoli e dei
martiri, 1 1 4 - egli e coloro che a lui si diedero assomigliano quanto alla lotta contro la carne a soldati
vili, 116 - Detto di S. Agostino sulla diversità che v'è nel matrimonio qualora si sia liberi oppure si sia
legati da voto contrario, 116 - Travisamento fatto da Lutero della sentenza dell'apostolo: « melius est
nubere quam icri », 117 - All'esortazione « papistica » di supplicare Dio perchè conceda l'aiuto della
sua grazia nella tentazione, Lutero oppone il dilemma: «E che dunque, se Iddio non volesse venir
pregato? oppure, se lo si prega ed Egli poi non voglia udire? », 118.
G) Maniera con cui Lutero cerca di persuadere le monache. Anche i cani e le troie potrebbero
pregare e mortificarsi 121
Bisogna pensare a farle uscire dai loro conventi, ma prima persuaderle con scritti, 121 - bisogna
ritenere che /XLI/ le monache siano caste e facciano senza dell'uomo solo contro volontá, 122 - le
donne andrebbero usate soltanto o pel matrimonio o per la fornicazione, 123 - le tentazioni
quotidiane sarebbero un segno sicuro che Dio non ha dato nè vuol dare il nobile dono della castità,
124 - la preghiera, il digiuno, la mortificazione, in cui i papisti riconoscevano la loro santitá,
sarebbero una santitá « che quasi tutta puó esercitare quotidianamente un cane ed una troia», 126.
H) Contegno di Lutero in rapporto colla poligamia : consiglio di confessione, dispensa e men-
zogna: la concubina matrimoniale 127
Colla sua dottrina sull'impossibilità della continenza sia nello stato verginale sia nel coniugale egli
prepara la strada alla concessione del duplice matrimonio, almeno pel langravio Filippo d'Assia, 127
- Con Melantone e Bucero Lutero dà un consiglio confessionale che mira lá, 128 - pel rumore
suscitato da questo doppio matrimonio si consiglia il langravio a negarlo, 129 - egli dovrebbe tenere
presso di sè segretamente la « meretrice » come concubina matrimoniale, 129 - in linea di principii
Lutero ha espresso queste massime a partire dalla sua apostasia interna dalla Chiesa, 133 - con ciò
egli dimostra la sua inclinazione e capacità quanto alla menzogna, alla malizia, all'inganno, 134.
I) Scurrilitá di Lutero 138
È biasimata da Melantone, 139 - ed è dimostrata specialmente dall'alterazione e mala interpretazione
di nomi e denominazioni, 140.

7 - Principii fondamentali della dottrina cattolica intorno alia perfezione cristiana ed all'ideale della
vita 145-150
Contrariamente alia dottrina cattolica, Lutero dopo 1'apostasia regolarmente non distingue più fra
stato di perfezione e la perfezione stessa o spiega falsamente la differenza, 14; - Idee dei dottori
cattolici fino a S. Tommaso d'Aquino. Il Crisostomo, il sinodo d'Aquisgrana, S. Pier Damiano,
Cassiano, le regole di S. Agostino, di S. Benedetto, S. Bernardo, Brunone d'Asti, Riccardo da S.
Vittore, Ruperto di Deutz sulla perfezione in generale, sull'ideale della vita in particolare, 146 - le
sante Elisabetta ed Edvige, 150. /XLII/

8 - Dottrina di S. Tommaso d'Aquino e di altri dottori fino a Lutero intorno all' ideale della vita ed
ai consigli 150-19
A) Da S. Tommaso d'Aquino fino ai mistici tedeschi
150
Anche secondo S. Tommaso il nostro ideale della vita sta soltanto in ciò che eziandio quaggiù ci
unisce a Dio, vale a dire nella carita, 151 - Il precetto dell'amor di Dio non è circoscritto da alcun
limite, si che una certa misura cada sotto il precetto, e quanto supera questa misura cada sotto il
consiglo, 152 - i consigli aiutano ad adempire meglio e più perfettamente il precetto, 153 - Essi
pertanto sono semplici strumenti della perfezione e lo stato religioso è stato di perfezione solo in
quanto che obbliga a tendere alla medesima, 156 - Altrettanto insegnano Alberto Magno, S.
Bonaventura, Davide d'Augusta, Goffredo di Fontaines, Enrico di Gand, Enrico di Friemar, 159.
B) I mistici tedeschi chiamati a confronto con Lutero 164
Taulero, lo scrittore preferito di Lutero, non propone quanto alio stato religioso dottrina differente da
S. Tommaso, 164 - condanna quei religiosi che hanno solo ap- parenza esteriore, 166 - ed esorta a
non regolarsi secondo questo o quello, ma a conoscere anzitutto quale sia la propria vocazione, 170 -
la vita cristiana nel secolo si fonda su una chiamata di Dio tanto quanto la vita nel chiostro, 170-
parlano símilmente Enrico Susone, Ruus- Iprook ed il libro dellTmitazione di Cristo, 171.
C) I dottori seguenti fino a Lutero 174
Gerardo Groote, Enrico di Coesfeld, Pietro d'Ailli, Giovanni Gersone, Matteo Grabow, Dionigi il
Cartu- siano, S. Antonino, Pietro Du Mas, Guido Jouveneaux, Charles Fernand, Giovanni Raulin,
Marco di Weida, Geiler Ton Kaisersberg, Gabriele Biel, Bartol. d'Usingen, Gaspare Schatzgeyer,
Giovanni Dietenberger, Iodoco Clichtove, S. Ignazio di Loiola, tutti conoscono un solo ideale della
vita, quello comune a tutti gli uomini, 174 - in particolare l'idea dell'ultimo è espressa nei suoi eser-
cizi spirituali, 191 - egli non sapeva per nulla che mediante « abito e chierica » solo si diventasse
beati, e perció non prescrisse ai suoi neppure un determinato abito religioso, 194 - risultato generale,
196. /XLIII/

9 - Sofismi e travisamenti di Lutero relativamente alla perfezione cristiana ........ 198-213


Nell'affare piü importante della vita, quello della salute dell'anima, Lutero si comporta spesso come
l'obiettante nelle dispute filosofiche e teologiche, 198 - così particolarmente nelle seguenti
proposizioni:
A) I voti monastici sarebbero distribuiti in essenziali ed accidentali 198
B) Lo stato dei cristiani sarebbe diviso dai dottori in perfetto ed imperfetto 201
Nessun provato dottore della Chiesa cattolica l'ha fatto, 202 - Allo stato di perfezione (stato religioso)
non puó opporsi come stato d'imperfezione il laicale, 203 - Si tratta . semplicemente di diversità di
gradi, non di opposizioni. Ai rabbuffi di Lutero fa da fondamento 1'idea, che diventi senz'altro
cattivo, mediante ciò che è riconosciuto ed ammesso come migliore, ciò che gli viene contrapposto,
205 - Si dà una sola perfezione della vita cristiana, alla quale tutti debbono tendere, 207.
C) Nella Chiesa cattolica la somma perfezione si vedrebbe nella castità. Conseguenze. Il
Lutero Della prima maniera contro il Lutero della seconda. . 208
Agostino fin dal suo tempo disse: « è meglio un umile matrimonio che una virginitá superba », 208 -
così pure si esprimono S. Tommaso e S. Bonaventura, 209 - a torto Lutero getta su l’intero stato di
vita il guasto di individui, 210 - egli stesso per l'addietro condannó simile procedere, 2:1.

10 Melantone e l'Augustana intorno allo stato religioso. I teologi protestanti moderni 213-240
A) Melantone e l'Augustana 213
Quanto all'esposizione dei voti e dello stato religioso Melantone segue ciecamente il Lutero invasato
d' odio, 213 - nei suoi loci communes va anzi più avanti, 213 - ed ha insinuato fin nella famosa
confessione del protestantesimo la sua ignoranza, 214 - Critica della confessione, specialmente del
capitolo 27, 216.
B) I teologi protestanti moderni 222
Concezione del monacato di Ritschl, 222 - L'ideale cristiano della vita secondo Seeberg, 223 - Idee in
proposito di Harnack, 224 - e loro critica, 225. /XLIV/
C) Errori di Harnack circa l'ideale della vita nelle varie epoche monastiche 227
Ció specialmente in riguardo ai Cluniacensi ed al loro papa (Gregorio VII), 227 - poi relativamente a
S. Francesco d'Assisi, 230 - alla mística degli ordini mendicanti generante la certezza della salute,
235 - ai gesuiti, 236.

11 - Affermazioni di Lutero intorno al « battesimo monástico »: S. Tommaso d'Aquino preteso


suo inventore 240-253
Secondo Lutero l'ingresso in convento sarebbe generalmente equiparato al battesimo, 240 - Critica di
questa asserzione. Eftetto della completa dedizione a Dio, 241 - Lutero non ne parla: critica
dell'appello che fa ad una dichiarazione epistolare d'una monaca scappata, 244 - e ad un passo in una
predica d'un domenicano, 246 - Confutazione dell'affermazione che S. Tommaso abbia equiparato e
pel primo l'ingresso in religione al battesimo,248.

12 - Il «battesimo monástico» cattolico secondo l'esposizione luterana sarebbe « un'apostasia dal


battesimo di Cristo». . 253-259
Lutero appioppa al «battesimo monástico» un senso pienamente erroneo per poi sollevare il
rimprovero che per esso si sia apostatato dal battesimo di Cristo, 253 - Critica di questo rimprovero,
255 - e delle varie dichiarazioni di Lutero circa il sentimento col quale emise i suoi voti, 256.

13 - Menzogna di Lutero quando dice che lo stato coniugale sia condannato dal Papa come
peccaminoso: sue massime deleterie circa il matrimonio . . . 259-326
A) Il matrimonio sarebbe proibito, ma non condannato dal Papa 260
B) Il matrimonio sarebbe condannato dal Papa come stato peccaminoso, impuro 262
Sofisma di Lutero che il religioso col voto di castità rinunzi al matrimonio come fosse la disonestá,
262 - Critica di queste contraddizioni, 263 - riconoscere una cosa per superiore e migliore non vuol
dire condannare le altre: contro Ziegler e Seeberg: rinvio a S. Agostino, S. Girolamo, S. Ambrogio, S.
Tommaso, 265 - Fin dall'inizio, fondandosi sulle sentenze del Salvatore e dell'Apostolo, la verginitá
fu ritenuta più nobile e più atta /XLV/ al servizio di Dio, 266 - Sofisma di Lutero che la Chiesa
cattolica abbia ritenuto impuro e peccato lo stato conjúgale perchè vieta ai preti le nozze, 268.
C) Menzogne di Lutero intorno alie precedenti sue idee sul matrimonio 271
Egli si sarebbe altamente meravigliato dell' idea di S. Bonaventura non essere peccato se alcuno
cerca mo- glie, 271 - da giovanetto aver lui creduto che non si possa pensare senza peccato alia vita
dei coniugati, 272 - invece quand'era moñaco e professore avanti la sua apostasia egli ha svolto sul
matrimonio principii dottrinali veramente belli e buoni, 272 - allora egli colla Chiesa cattolica
riconosceva il tríplice bene del matrimonio, 276.
D) La prassi e la tradizione ecclesiastica confutano le calunnie lanciate da Lutero sul
matrimonio. . 277
II matrimonio istituito nel paradiso, 277 - Rito della messa nuziale, 277 - sentenze in proposito di
predicatori, quali Bertoldo di Ratisbona, Pellegrino e molti altri, 281 - passi tolti da manuali pratici e
da postille tedesche, 282 - Dichiarazioni di Pío II e Niccoló di Cusa, 285 - dei grandi monaci
Bernardo e Basilio, 286.
E) Precisamente secondo i principii di Lutero il matrimonio è uno stato peccaminoso e
illecito. . 287
Ciò è specialmente per le sue affermazioni intorno al debito coniugale, 287 - che sarebbe in sè
peccato tanto quanto la fornicazione, salvo che Iddio non lo imputi, 289.
F) Concezione affatto materiale, sensuale, che Lutero ha del matrimonio: denigrazioni che
Kolde fa della dottrina cattolica 293
Per necessitá l'uomo deve attenersi alia donna, la donna all'uomo, 294 - Lutero spoglia il matrimonio
del carattere sacramentale e lo degrada fino ad essere una cosa esteriore, corporale, 296 - Secondo
Kolde ai riformatori mancano le prime cognizioni della vera natura morale del matrimonio e ciò « era
un'ereditá del cattolicismo », 298 - e sarebbe semplicemente « un'eco del dispregio medioevale per la
donna » il fatto che i riformatori per togliere dall'angustia di coscienza la parte maschile, at-
tribuiscono alla femminile la funzione di concubina. Confutazione, 301. /XLVI/
G) Dispregio della donna e depravazione della gioventü femminile, conseguenze dei principii
di Lutero 301
Esso comincia colla degradazione della Benedetta fra tutte le donne e colla parte attribuita alle
femmine di istrumento per accontentare l'istinto sessuale « irresistibile » dell'uomo, 302 - così
andarono perduti il pudore femminile e gli onesti costumi, 304 - i riformatori stessi lamentano il
dilagato guasto nei costumi, 304.
H) La vita libidinosa ed adultera, il dispregio dello stato coniugale in quell'época sono conse-
guenze del contegno e della dottrina di Lutero . 306
Vanamente egli allontana da sè la colpa, 306 - Per aver egli calpestato il celibato, il giuramento fatto
a Dio, ne derivó che anche i matrimonii divennero torture, e non fu rispettata per nulla la promessa di
matrimonio, 307 - Si lumeggiano alcuni matrimoni di predicatori luterani di quel tempo: cambio
delle mogli, 308 - leggerezza di Lutero, 309 - la vinolenza d'allora una delle cause delle molte
fornicazioni ed adulterii, 312 - anche l'insegnamento di Lutero circa la fede contribuí all'adulterio,
314 - parimenti l'odio suo contro la Chiesa lo spinse a fare precisamente il contrario di ció che le leggi
ecclesiastiche prescrivevano relativamente al matrimonio ed al celibato, 317 - e così doveva venire in
dispregio non solo la continenza, ma anche la virtü della castità, 319 - anzi ogni timor di Dio dovette
uscire dal cuore degli sposi, 321 - Lutero rigetta gli impedimenti matrimoniali, 3 22.
I) Come le cose si volsero in meglio. L'anima per natura è cattolica, non luterana 323
Intervento del’autoritá secolare, 324 - avvicinamento incosciente dei teologi piü serii a principii e
dottrine cattoliche circa il matrimonio, 325.
14 - Sguardo retrospettivo e risultato. Bassezza di Lutero nel giudicare e combatiere lo stato religioso
ed i religiosi 326-381
Lutero svisa e rende spregevole la dottrina cattolica intorno ai consigli e voti, 326 - Popera sua sui
voti monastici non è che la verificazione della proposizione: ogni apostata è un diffamatore del suo
ordine, 328. /XLVII/
1 A) Licenza e volgaritá di Lutero nel giudicare religiosi e preti
Spiegazione che dá delle parole « monaco » e « suora », 329 - d'ora in avanti i preti vanno detti
semplicemente portachieriche, 330 - solo per far arrabbiare il clero (superiore) essersi lui sposato ed
avere in mente di irritarli ancor piú, 332.
1 B) Contegno di Lutero per indurre all'apostasia i religiosi
Vi riesce mediante falsificazioni e contraddizioni, malizie e sofismi, 334 - nel 1516 invece a sua
stessa confessione lo stato religioso era tuttavia capace di dare vera soddisfazione e pace d'anima,
338.
1 C) Tattica di Lutero per alienare il popolo dai religiosi
Rappresenta i religiosi come mangioni, bevitori, disonesti e poltroni, 339 - in altre occasioni invece si
scaglia contro la loro santitá per le opere e la loro vita eccessivamente rígida, 343 - per cui essi non
fanno che tirarsi addosso la condanna, 345.
1 D) Calunnia di Lutero relativa alia formula dell'assoluzione monastica
Perchè si ritenesse che i monaci venissero assolti dai peccati soltanto sulla base delle loro opere, egli
riporta una formóla d' assoluzione che non è tale mentre tace la vera: ne incolpa i zoccolanti, 350 -
Lutero stesso ha conservato la formóla cattolica dell'assoluzione, 351.
1 E) II furbo grande condanna il piccolo. Mezzi riprovevoli di Lutero
Egli attacca la vita dei religiosi in quel punto, nel quale le cose peggio stavano presso di lui e del suo
codazzo (specialmente di quello venuto dalla sua con- gregazíone), 356 - la dottrina di Lutero circa
l'impossibilitá di resistere alia voglia carnale fu la principale forza d'attrazione, 362 - ma per distrarne
l'attenzione del pubblico egli ne rivolge gli sguardi sugli errori del clero regolare e secolare, 365 -
Invettive sue e dei suoi usate al riguardo, 367 - libelli, 368 - figure (il papa-asino, il vitello-monaco),
372 /XLVIII/
F) Malizia di Lutero e suo odio mortale contro monasteri e religiosi
Sua contraddizione perchè mentre assale la loro vita malvagia ed amraette la loro retta dottrina,
un'altra volta voleva chiudere un occhio sulla loro vita malvagia, solo che insegnassero rettamente,
373 - perchè una volta incita contro il clero secolare e claustrale e poi esorta alla caritá, 374 - dopo
l'apostasia è sua idea fondamentale che dovrebbero annientarsi tutti i monasteri e cattedrali, 375 -
tuttavia egli non avrebbe desiderato male alcuno ai papisti, 378 - il suo coraggio cresce pel contegno
dei vescovi; trapasso dalla prima alla seconda sezione, 379.

SEZIONE SECONDA
IL PONTO DI PARTENZA NELLA EVOLUZIONE DI LUTERO ED IL SUO NUOVO
EVANGELO (pag. 382-461)
Coesione colla prima sezione: in conseguenza della sua dottrina sulla giustificazione e remissione dei
peccati per la sola fede Lutero dovette rigettare non solo tutta la vita cristiana in generale, ma in essa
anzitutto la vita religiosa come giustizia e mèrito per le opere, 382 - la giustizia per le opere e le opere
proprie furono il cavallo di battaglia di Lutero, 383 - Come è pervenuto egli alla sua dottrina?
Soluzioni protestanti, 383.
1 - Studio preliminare su le smoderate macerazioni di Lutero prima del suo « mutamento » al fine di
placare il giudice severo 385-437
Confessioni posteriori di Lutero sul suo « eccessivo » ascetismo nella vita monastica e sull'erroneo
scopo che in esso avrebbe avuto, 385.
A) Affermazioni di Lutero sulle sue macerazioni nel chiostro, saggiate sulla rigiditá
dell'ordine . . 386
Egli le avrebbe fatte ora per 20, ora per 15 anni, 386 - tutt'al piü potrebbero essere 10, 388 - piü esatta-
mente solo 5, 388 - preteso patimento di freddo e gelo ed esercizio della veglia notturna, 389 - «
rigoroso » digiuno, 392 - mitigazioni relative nella costituzione dello Staupitz, 393. /XLIX/
B) Idee dei dottori cattolici fino a Lutero intorno alle penitenze ed alla discrezione 395
Nessuno di essi sa che vengano esercitate per placare il giudice severo, e tutti ne riconoscono lo
scopo nella mortificazione della carne ed esigono anzitutto la discrezione. II sapiente maestro
Cassiano, 395 - I Ss. Basilio, Girolamo e Benedetto, 396 - Pier Crisologo, Ugo da S. Vittore,
Bernardo, 397 - L'ordine cartusiano, Guglielmo di St.-Thierry, 399 - Tommaso d'Aquino e la racco-
mandazione che fa della discrezione, 399 - Davide d'Augusta e S. Bonaventura, 401 - Esercizio
nell'ordine agostiniano, 402 - i mistici tedeschi e la commendazione che fanno della discrezione, 403
- Gersone e L’Imitazione di Cristo, 405 - Gerardo di Zütphen, 406 - Raimondo Jardapis (Idiota) e S.
Lorenzo Giustiniani, 407 - S. Ignazio di Loiola, Raulin e gli avvertimenti di predicatori medievali,
407 - Eco della poesía popolare del medioevo, 409 - Sentenze d'Ugo di S. Caro, 411 - La sana
dottrina dell'Ambrosiaster s'è trasfusa nelle glosse, anche in quelle di Pier Lombardo e di Niccoló di
Lira che fino a Lutero fece da autoritá come di legge, 411.
C) Lutero prima del 1530 intorno alie mortificazioni ed alla discrezione 412
S'accorda coi dottori circa lo scopo e la discrezione. Prova tolta da una predica sua anteriore al 1519,
412 - sua confessione nel marzo dell'anno seguente, 413 - entra in campo a favore della necessitá
relativa del digiuno e della mortificazione; importante osservazione, 413 - interessante suo detto di
4-5 anni dopo l'apostasia, 415 - egli raccomanda il digiuno, ma in esso bisogna attenersi non
all'obbedienza ecclesiastica, bensi al proprio capriccio, 416.
D) Il Lutero posteriore in contraddizione coll'anteriore, colla dottrina del suo ordine e della
Chiesa 417
I luterologi hanno mancato di controllare le posteriori asserzioni relative di Lutero, 417 - istituzione
dell'esame: i primi cinque anni, 419 - II suo maestro dei novizi non esigeva irragionevoli rigidità
esagerate, 420 - Lutero stesso pensava di esercitare obbedienza esteriore anche se nell'interno fosse
tormentato dall'amor proprio, 421 - oltraccio dal suo protettore Staupitz egli fu liberato da parecchi
servizi bassi; è impossibile che egli gli abbia imposto simili eccessive penitenze, 423 – Lutero /L/
stesso nel 1509 scrive che si trova bene, 424 - perchè tali espressioni compaiono presso di lui solo
dopo il 1530?, 426.
E) Soluzione della questione 427
A detta di Lutero nel 1533 gli esercizi esteriori e penitenze claustrali avrebbero lo scopo di ritrovare
mediante esse Cristo e di arrivare al cielo, 427 - per diventare un santo monástico, egli, come
s'esprime due anni dopo, si sarebbe data somma cura di esse, 428 - contro tale caricatura del santo
monástico protestó mille anni prima un dottore cristiano, 429 - se Lutero effigió sè stesso di tal
maniera, ció fu solo per furberia, 430 - e non è altro che una seconda simile commedia anche la sua
pretesa posteriore finale cognizione raggiunta che l’ad Rom. I, 17, sia da intendersi non della
giustizia vendicativa di Dio, ra a della passiva, per la quale egli ci giustifica colla fede: raccordo colla
precedente asser- zione, 431 - in questo senso egli tuttavia si era sempre espresso peí passato, 434 - le
posteriori asserzioni di Lutero fanno parte del capitolo « bugie necessarie», di cui difende la liceità,
436 - Conseguenze pei biografi di Lutero, 436.

2 - Indagine preliminare circa l'insegnamento della Chiesa nelle sue orazioni intorno al Dio
misericordioso ed alia sua grazia in rapporto colla nostra impotenza 438-461
Documenti tolti per lo piü dal messale, breviario ed Ordinarium dell'ordine eremitano, dei quali si
serví il Lutero anteriore: in essi quasi mai parlasi del giudice rigoroso, continuamente si rimanda alia
misericordia di Dio, 438 - continuo ricorrere della propria impotenza, - Dio, Cristo, la croce salute e
speranza del niondo, - il vero Dio dice: non voglio la morte del peccatore ecc. Il Lutero posteriore
colpisce sè stesso, 445 - Magnificenze della grazia di Dio, 446 - la Chiesa nostra gallina, noi suoi
pulcini, 453 - I meriti di Gesü Cristo único fondamento della nostra salute in vita e in morte, 454 -
Lutero pronunzia il verdetto su sè stesso, 460. /LI/
SUPPLEMENTI E CORREZIONI
Pag. 50. La confessione di S. Bernardo nel momento in cui si credeva vicino a morire e la mia
interpretazione di fronte al contorcimento di Lutero viene magníficamente illustrata dalla Admoniíio
morienti di Anselmo Cantuariense morto qualche anno prima che S. Bernardo tenesse la predica in
questione. Al monaco moribondo va fatta la dimanda: «Gaudes quod morieris in habitu
monachico?» ed egli deve rispondere: «Gaudeo».Fateris te tam male vixisse, ut meritis tuis poena
aeterna debeatur? » « Fateor». « Poenitet te hoc?» «Hales voluntatem emendandi, si spatium
haberes ? » ... « Credis, te non posse nisi per mortem Jesu Christi salvar i ? » ... «Age ergo, dum su-
perest in te anima; in hac sola morte (Christi) totam fiduciam tuam constitue, in nulla alia re
fiduciam habeas » ecc. Migne, Patr. l.y t. 158,685. Cfr. A.Franz, Das Rituale von St. Florian aus dem
12. Jahrh. (1904), p. 199.
» 110 Se alcuno vorrá contestare il passo: « Ora io non sono ubbriaco », lo faccia pure, io non
m'oppongo. Con ciò egli non tergerà da Lutero questo lato debole.
» 128, n. 1. La data 1527 si riferisce, come nell'edizione di Weimar, all' edizione, non all'anno in cui
fu composta (1523). V. Weim. XIV, 250 ss. Così in altri casi.
» 128, 1, 15. « Questi due ultimi » deve riferirsi a Melantone ed Eberardo.
» 245. Cfr. H. Ermisch, Ursula v. Münsterberg nel Neues Archiv für sachs. Gesch., vol. 3 (1882),
290-333.
» 265 n. 2,1.3. Invece di « da tutti » leggi « anzi tutto ».
» 269. Ci furono in vero alcuni che applicarono il Mundamini etc. anche all'astensione dal
matrimonio.
» 428. Circa la « santitá monastica » in senso di pregare, digiunare, lavorare, macerarsi, dormire
duro ecc. v. anche il detto di Lutero nel 1551 a p. 126.
» 429. Con quel dottore antico è da confrontarsi il mistico nelle prediche di Taulero, ediz. di
Francoforte, I, 90.
SPIEGAZIONE DI ALCUNE ABBREVIAZIONI

Lettera ai Romani o commentario sulla Lettera ai Romani significa Commentarius D. M. Lutheri in


epistulam Pauli ai Romanos ex autographo descriptus nel Cod. Palat. lat. 1826 della Vaticana.
Quest'importante commentario è del 1515-1516 e, come ripetutamente si è annunziato, verrá
pubblicato nell'edizione weimariana dal professore di Strasburgo Ficker, che per primo ha richiamato
l'attenzione su esso.
Il Cod. Palat. lat. 1825 contiene il commentario di Lutero sulla lettera agli Ebrei del 1517, come pure
sulla prima lettera di S. Giovanni ecc.: nel testo è sempre indicato il contenuto.

Weim. significa l'edizione di Weimar che vuol essere edizione critica completa delle opere di Lutero
(1883-1903). Con interruzioni ar- riva fino al 1529. Finora uscirono i voll. 1-9, 11-16, 19, 20, 23-25,
27, 28.

Erl. significa l'edizione di Erlangen delle opere tedesche, che abbracciano 67 volumi. Cito i voll.
1-15 nella 2ª edizione. Qualora ció avvenga in via d'eccezione per altri volumi, lo noto sempre.
Si computano in parte come pertinenti all'edizione di Erlangen anche 28 volumetti di Opera
exegetica latina, il Commentarius in ep. ad Galalas ed. Irmischer (3 volumetti) e 7 volumetti di
Opera varii argumentí.

De Wette = D.r Martin Luthers Briefe, Sendschreibtn und Bedenken mit Supplement von Seidemann,
6 voll. (1825-1856).

Enders = D.r Martin Luthers Brieftvechsel in der Erlangen-Frankfurt- Calwer Ausgabe (1884-1903),
finora 10 voll., che arrivano sino al 17 luglio 1536, cosí che pegli anni seguenti va usato il De Wette,
che solo contiene anche le lettere in tedesco.

I titoli delle altre opere sono sempre dati all'occasione che se ne presenta.
INTRODUZIONE

Da anni insieme ai miei lavori sull' Universitá di Parigi e la desolazione delle chiese e monasteri di
Francia durante la guerra dei cent'anni fu una delle mie ulteriori occupazioni quella di seguire
l'indagine del materiale documentario per uno studio intorno alLa decadenza del clero secolare e
regolare nel secolo xv. Come in tutte le mie investigazioni fatte sinora, così anche in questa, nulla più
di Lutero e del Luteranesimo era lungi dal mio pensiero: scevro di pregiudizi io mi interessavo
esclusivamente dello studio delle due direzioni, che si appalesano, almeno in Francia e in Germania,
dal secolo xiv in poi, quella della decadenza e ruina presso una gran parte del clero secolare e rego-
lare e la corrente di rinnovamento e riscossa morale presso l'altra parte. La mia attenzione era rivolta
di preferenza alia prima. Per tal guisa io non feci che riprendere le ricerche, poscia interrotte, da me
dedicate un 25 anni fa alla riforma dell' Ordine domenicano nel secolo xv.
Quanto piú procedevo seguendo nel suo corso la corrente della decadenza, tanto piú mi sentivo
sorgere la domanda, dove propriamente stia il suo carattere ed in che dapprima essa si manifesti. La
risposta non era difficile dopochè furono trovati gli elementi comuni ad ambedue le direzioni. L'una
e l'altra corrente, della decadenza e del rinnovamento, procedono dalla nostra natura, cioè dalla parte
nostra inferiore e dalla superiore, di cui san Paolo nella lettera ai Romani descrisse giá la reciproca
lotta, poichè questa guerra infuria come in ogni individuo, cosí in tutta l'umanitá.
La caratteristica della decadenza era: abbandonarsi ai propri capricci, l’orrore per ogni sforzo e la
confessione di io non posso resistere. La legge veniva sentita come /1/ peso e barriera, ma anzitutto
sembró affatto ineseguibile il precetto non concupisces e si agiva in conformitá. Questi principi più
che formulad come dottrina furono espressi nella pratica. Chi apparteneva a questa corrente
secondava senza opporre resistenza la sua natura corrotta specialmente in proposito del precetto
surricordato, non ostante i voti pronunciati, non ostante la fedeltà giurata a Dio ed alla sua Chiesa.
Ciò però non interveniva come per parola d'ordine, non per sprezzo della dottrina di Cristo e della
Chiesa o sulla base di una teoría, come presso i liberi pensatori, ma per debolezza, in conseguenza del
non aver scansato l'occasione, per mancanza di cristianesimo pratico, in forza di un' abitudine
diventata seconda natura. Parecchi si rialzavano, ma bene spesso ricadevano. In questa corrente
erano quasi senza significara le parole vittoria di sè stesso, dominio e disciplina di sè medesimo. Nel
secolo xv, come di giá anche prima, si trovano qua e là ora maggiori ora minori corporazioni
ecclesiastiche, la maggior parte di parecchie diocesi, inclusivi non di rado i loro pastori, che
presentano i suindicati contrassegni.19
Impersonano l'altra direzione, che corrisponde alia parte superiore dell'uomo, quelle schiere del clero
secolare e regolare le quali, soddisfacendo alla loro vocazione e vivendo nell’imitazione di Cristo,
sospiravano una riforma della cristianitá, e mediante la parola, gli scritti e l'esempio cercavano, talora
con tutta l'energia, di arrestare la ruina. E si ebbe anche buona riuscita qua e là, ma non in generale: la
fiumana invece, alia quale essi opponevano resistenza, continuó tranquilamente il suo corso, anzi
s'allargó ancora più, così che più di una volta io mi domandai: può il male andare più avanti ? Ove n'
è la fine ? Dovetti però convenire che nella forma con cui la decadenza si presentava ai miei occhi,
non ne era ancora stato raggiunto l’apice e che poteva scendersi anche più basso. Solo quando s'è
fatto getto di tutto, /3/ quando è rotta ogni diga ed ogni ritegno, e, dopo aver ridotta al silenzio la
coscienza, il male non viene più riconosciuto come tale, ma invece esaltato come fosse il bene, allora
siamo al termine ultimo dell’evoluzione, allora è recisa ogni speranza di rinnovamento e riforma.
Ma ció realmente non s'era ancora verificato, almeno nel secolo xv, poichè nella loro malvagità il
prete ed il religioso esteriormente rimanevano tuttora uniti alla loro autorità ecclesiastica, non
trattandosi di una rottura con essa in linea di principi. Che se la Francia a varie riprese, ed anche nel
secolo xvi, si sollevó contro il papa romano, ciò avvenne meno per liberarsi dalla suprema autoritá

19
Se n'attenda una minuta esposizione al suo giusto posto nel II volume di quest'opera. Relativamente alle diocesi renane
nella prima metá del secolo xrv cfr. ora Sacjkrland, Urhunden uná Regesten zur Gescbichte der Rheinlande aus dem Vat.
Archiv (Bonn 1902), I, p. xvi-xix. V. anche Landmann, Das Predigtwesen in Westfalen in der letzten Zeit des Mittelalters
(1900), p. 195 ss.
ecclesiastica, che per riuscire a rinvenirla. Del resto la mia investigazione non s'occupava della
política dei vari Stati. Poteva il prete e religioso malvagio di quel periodo tralasciare la celebrazione
della santa messa o celebrare spensieratamente o indegnamente, egli tuttavia non rigettava la messa,
nè ciò gli veniva nemmanco in mente per quanto ne potesse abusare. Se non recitava il breviario, per
lo più aveva la coscienza di peccare gravemente contro uno stretto dovere. Teneva egli una o più
concubine, che insieme ai loro figli contemplava nei suoi testamenti o per altre vie; ma ben di spesso
svegliavansi in lui dei rimorsi di coscienza sapendo egli che il voto giurato a Dio non è un inganno
diabolico, mentre invece è un sacrilegio la violazione che se ne faccia.
Di non pochi si legge che si riscossero e si sciolsero dai legami; ben più spesso pero l'occasione
prossima li fè ricadere. «Nel mio interno», scrive uno di questi preti infelici al fratello monaco, «
regna continua guerra. Spesso propongo ravvedermi, ma ritornando a casa e venendomi incontro la
donna ed i figli, allora l'amore per essi avvampa più forte che quello di Dio e mi riesce impossibile
vincermi ».20 Tuttavia un miglioramento non era assolutamente escluso, poichè ove sono rimorsi di
coscienza ivi c'è sempre speranza. Se un tale uomo si confessava in simile stato, certamente la
confessione non gli giovava qualora non si fosse seriamente deciso /4/ a fuggire l'occasione ed a
sciogliere i legami peccaminosi: sapeva però che egli solo era il colpevole e non lanciava sassi sulla
confessione stessa. Esso non considerava il suo stato siccome un modo di onorare Dio ma bensì
siccome una vita di peccato avanti a Dio ed agli uomini. Faceva poche opere buone od anche
nessuna, ma non per principio o quasi fossero inutili per la salute eterna, bensì per debolezza,
abitudine e noncuranza: la vera e propria ragione era sempre la sua natura corrotta lasciata libera da
ogni freno. Peggio ancora di tutto questo era il cattivo esempio, la caccia ai benefizi e la trascuratezza
relativamente alla cura delle anime ed all'istruzione.
Questa condizione, sebbene tutt'altro che edificante, non era del resto il colmo del male, poichè non
era morta ad ogni speranza. Nè manco allora fu creduta tale: a che infatti gridavano tutti alla riforma,
coloro benanco che erano malvagi fra il clero secolare e regolare, se non avessero ritenuta possibile
una riforma?21 Ed in realtà le congregazioni religiose sorte di nuovo, come pure membri degli ordini
antichi e qualche vescovo a partire dai primi decenni del secolo xv salvarono dalla corrente ruinosa e
rimisero in buon ordine con Dio e colla loro coscienza parecchi di questi caduti, anzi delle intere
comunitá.
Con ciò però non s'era fermata la fiumana, poichè, come già si disse, ciò che perdeva in un sito, essa
lo guadagnava in un altro. Questa è l'immagine che ne abbiamo alla fine del secolo xv ed all’ inizio
del secolo xvi. Le satire degli umanisti italiani e tedeschi sul clero degenerato del loro tempo
facevano piu male che bene, nè contribuvano in minima parte alla riforma poichè gli autori stessi, e
per la maggior parte ancor più degli altri, erano quanto alla condotta nella corrente della rovina
morale. Diversamente invece si comportarono degli umanisti francesi come Guy Jouveneaux,
Charles Fernand, Giovanni Raulin, che non meno dei precedenti lamentarono il decadimento e
scrissero contro di esso, ma non di rado scelsero una nuova carriera, la vita religiosa, e rinnovando in
essa sè stessi, influirono sopra i loro confratelli e contemporanei. /5/
Nei due primi decenni del secolo xvi le cose erano ridotte a si mal partito in Germania che nel libro
Onus ecclesiaecorrente sotto il nome di Bertoldo di Chiemsee si legge questo lamento: «tutta la
nostra inclinazione tende alla vanitá: cosa malvagia venga in mente ad alcuno che questi ardisce
commetterla impunemente ».22 L'autore deplora che la chiesa sia deturpata nei suoi membri e che
clero e popolo siano perversi in Germania temendone un castigo divino.23 Con ciò egli senza dubbio
non ha detto che tutti fossero cattivi. Altri osservatori dell' época, come Geiler von Kaisersberg 24 e

20
Nel Cod. lat. mon. 3332, fol.I presso Riezler, Geschichte Bayerns, III. 844. Trovasi nel prologo del Lavacrum
conscientiae che é alle stampe.
21
Cfr. Joh. Nider, De reformatione religiosorum líber, Parisiis, Jean Petit, 1512, II, 9, fol. 53.
22
Onus ecclesiae, c. 40, n. 2: Tota nostra inclinatlo ai vanitatem tendit; quidquid mali unicuique in mentem venerit, hoc
impune perpetrare audet.
23
Ibid. n. 1 e 3.
24
Cfr. L. Dacheux, Un réformateur catholique a la fin du xve siécle, 'Jean Geiler de Kaisersberg, 1876, p. 141 s.
Wimpfeling25 trovano in Germania, come già Gersone in Francia al principio del secolo xv,26
insieme al molto male da essi coraggiosamente messo a nudo, non poche eccezioni in singole diocesi
presso il clero ed il popolo.27 E proprio anche nel momento peggiore da testimoni oculari imparziali
si accennó al bene di fatto esistente.28 Ma la corrente del male era forte e di essa si parla nel libro or
ora citato. Quelli del clero che la seguivano non avevano più per molti rispetti coscienza alcuna del
loro stato, dei loro doveri, della loro missione, difettavano assolutamente di ascetica e di di-/6/
sciplina morale, per dirla in breve, dello spirito interiore e davano ragione di temere il peggio.
Nei 1516, un anno e mezzo prima della controversia per le indulgenze, quindi in un'epoca in cui egli
era totalmente alieno dal pensiero di staccarsi dalla Chiesa, Lutero, indubbiamente generalizzando ed
esagerando in virtù del suo pessimismo, scriveva a proposito dei preti e regolari di Germania: «Se ad
ognuno venisse tolto l'obbligo e si lasciasse in suo arbitrio di osservare i digiuni, di recitare le
preghiere, di eseguire i doveri ecclesiastici ed il culto divino, se tutto ciò fosse lasciato alla sua
coscienza e soltanto l'amore di Dio dovesse essere il motivo di tutto il suo operare, io credo che entro
un anno tutte le chiese ed altari sarebbero perfettamente vuoti. Se uscisse un decreto, per cui nessun
prete, salvo chi vuole liberamente, debba essere senza donna e con tonsura ed in abito ecclesiastico,
per cui nessuno sia obbligato alle ore canoniche, quanti credi tu che ne troveresti i quali
sceglierebbero quel modo di vita in cui ora si trovano? Essi si trovano in ufficio forzati e cercano la
loro liberta quando la desidera la loro carne. Temo che oggidi tutti andremo in malora ».29
Solo quattro in cinque anni piu tardi questo detto si avverò per una gran parte di questi preti. Infatti a
partire dal principio del terzo decennio del secolo xvi la corrente della decadenza cominciò, almeno
in Germania, a dividersi in due rami: uno di essi porta tuttora intiero il carattere della societá
decadente del secolo xv; l'altro molto più forte, somiglia più ad una cloaca, ad una palude che non a
una fiumana, e presenta una fisonomia nuova, caratteristica tutta sua. Da quel momento incontriamo
ad ogni passo schiere di monaci scappati, di preti apostati, i quali come dietro ad una parola d'ordine
hanno fatto getto di quanto fino allora era sacro pel cristiano e per essi, hanno mancato alla fedeltá
giurata a Dio ed alia sua Chiesa, hanno abbandonato monasteri, chiese ed altari, i quali a gara
mettono in dispregio santa madre Chiesa, la messa, il breviario, il confessionale, i digiuni, in breve
qualunque istituzione ecclesiastica; con prediche, satire /7/ e libelli pongono in ridicolo i monaci e
preti rimasti fedeli e li assalgono nella strada ed anche in chiesa, con discorsi e scritti svillaneggiano
il Papa come anticristo, i vescovi ed i ministri della chiesa come servi del diavolo. Per essi i voti
solennemente pronunciati avanti a Dio sono un rinnegamento di Cristo, un inganno diabolico,
contrari al Vangelo e quindi da essi vengono diffamati come apostati anche i religiosi rimasti fedeli a
Dio.30 Il concubinato dei preti e dei religiosi presso di loro non è qualificato come concubinato, ma
bensi è lodato come matrimonio valido davanti a Dio poichè la natura vuole che vivano assieme
uomo e donna. Matrimonio dei preti, matrimonio dei monaci fu la parola magica usata per potere
continuare il concubinato inviso a tutti, specialmente al popolo. Matrimonio suona meglio che
concubinato e perció stava loro molto a cuore « non apportasse mai scandalo o pericolo, bensi fosse
encomiabile ed onorato agli occhi del mondo ».31 Loro massima suprema era: non può resistersi agli

25
Diatriba Iacobi Wimphelingii Seletstatini, Hagenhaw 1514, c.11,fol. 9b; Riegger, Amoenitates litterariae,. Friburg.,
1775, p. 280 s.; 364.
26
Opp. Gerson., Antwerpiae 1706, II, 632, 634.
27
Un quadro complessivo del bene e del male alla fine del medio evo é dato da L. Pastor nella Geschichte des deutschen
Volkes dello Jansen I, ed. 17a e 18a (1897), p. 674-754.
28
Cosí, p. es., il grave agostiniano Bartolomeo d' Usingen in Erfurt contro le calunnie dei predicanti richiamó l'attenzione
sopra i molti buoni preti secolari e numerose persone regolari che allora ivi vivevano: Ecce quot sunt honesti viri
sacerdotes per ambo huius oppidi collegia ecclesiastica, quot denique per parochias et coenobia, quos nebulones isti
pessimi pessime diffamant, nugacissime conspurcant. Taceo virgines vestales, quas moniales vocamus, quae omnes
virulentiae et petulantiae censuraeque linguarum istorum subjici cernuntur ». Libellus F. Barthol. de Usingen, De mérito
bonorum operum. Erphurdie 1525, fol. Jb. Cfr. Paulus, Der Augustiner Barthol. v. Usingen, p. 58.
29
Lettera ai Romani, fol. 276 b
30
Weim. VIII, 604.
31
Weim. XII, 242.
appetiti della natura, bisogna soddisfarli. Non piü soltanto praticamente si fa tutto ció che presso i
concubinari avveniva nel secolo precedente, o come nell' altro gruppo, ma viene esposto in prediche
e convertito in massima.
«Scandalo di qua, scandalo di lá », si dice ora, « la necessitá non ha legge e non fa scandalo ».32
«Mediante il voto della castità si rinnega di esser uomo », così ognuno di essi viene esortato ad
infrangere i sacri voti; « su, coraggiosamente avanti, tenendo dinanzi agli occhi Dio nella fede retta e
rivolgendo le spalle al mondo col suo chiasso, scalpitio e strepito, nulla udire nè vedere se
sprofondino dietro noi Sodoma e Gomorra o dove rimangano ».33 Sodoma non sono essi, ma coloro
che si scandalizzano della loro trasgressione di voto. Anzi in modo blasfemo sono applicate alla
rottura del voto di castità le parole dell'apostolo:34 non ricevere in vano la grazia, poichè sta scritto: io
t' h o esaudito35 nel tempo /8/ accetto e t'ho aiutato nel giorno della salute. Ecco, ora è il tempo
accetto, il giorno di salute.36 « Si tratta di brevissima ora di vergogna, verranno poi begli anni
gloriosi. Cristo dia la sua grazia affinchè queste parole pel suo Spirito diventino vive ed attive nel tuo
cuore »,37 cioè eccitino le persone in questione a rompere il voto. Sono questi stimoli e dottrine non
giá di un concubinario dell'antica direzione (che, non ostante 1'operare suo malvagio, non giunse si
avanti), ma esalano piuttosto lo spirito dei liberi pensatori, che tali preti e monaci profondamente
depravati del terzo decennio del xvi secolo s'erano appropriato. Per tal gente il fatto compiuto valeva
come dispensa da tutti i voti e da tutte le promesse avanti a Dio. « Si trova più di un parroco pio »,
così sentesi dire di mezzo a tale societá,38 « al quale non può farsi alcun rimprovero fuorchè gli è
fragile e s' è disonorato con una donna. Pero questi due nel fondo del loro cuore nutrono la
disposizione che volentieri vorrebbero rimanere sempre insieme in legittima fedeltà matrimoniale se
potessero farlo con buona coscienza, sebbene debbano portare pubblicamente il disonore. Questi due
davanti a Dio sono certamente coniugati. Acquietata la loro coscienza, allora il parroco la pigli come
donna legittima, la tenga presso di sè e viva poi come uomo onorato, voglia il papa o no, sia ciò
contro la legge dell'autorità sia spirituale sia temporale. Tostochè uno ha iniziato lo stato
matrimoniale contro la legge del papa, per la legge e bell' è fatta e non vale più: poichè il
comandamento di Dio che prescrive non potere alcuno separare l'uomo e la donna la prevale di molto
sulla legge del papa. Cristo ci ha fatti liberi da tutte le leggi quando sono contrarie al precetto divino».
Questa è la filosofía della carne, che non bada a sofismi. Completa emancipazione della carne è il
motto di questo nuovo gruppo di uomini. Siamo arrivati all' ápice della mal-/9/ vagitá della parte
decadente nel clero, malvagitá la quale dal secolo xv si scaricó come un fiume nel xvi con quella
pienezza che è rappresentata dal braccio di questo fiume diventato palude.
Di fatto puó forse arrivarsi più in là di quel frate mendicante, il quale all' inizio del terzo decennio del
secolo xvi disse dal pulpito: « quanto poco è in mio potere che io non sia di sesso maschile, così poco
è in mio potere che mi stia senza donna ?»39 Il medesimo monaco aveva per l' addietro solennemente
pronunciato il voto di continenza: « ma», così prosegue egli nella sua predica,40 « nessun voto di mo-
naco vale davanti a Dio: preti, monaci, monache invece sono obbligati a lasciare i loro voti quando
sentono d'essere capaci di fecondare e moltiplicare le creature di Dio». Ed allora essi, egli dice
ripetutamente, passano dallo stato dell'impudicizia a quello della castità. Quindi a dispetto del voto
veniva considerato come cosa gradita a Dio l'accompagnamento dei preti e monaci con donna.
Poteva darsi cosa più scandalosa? Oh! con quale vantaggio si distingue da questi preti e regolari quel

32
Weim. XI, 400.
33
Weim. XII, 243 s.
34
2 Cor. 6, 1, 2.
35
Is. 49, 2. (?)
36
Weim. XII, 244.
37
De Wette, II, 640. Quel medesimo, che scrisse questa cosa, pochi anni prima diceva con disprezzo: « Nebulones
proverbio dicunt: es ist utrib eine bose síund tun » (si tratta di una sola ora brutta!). Weim. VI, 120, 2, ad an. 1520.
38
Weim. VI, 442 s.
39
Erl. 20, 58.
40
Ibid. p. 59.
concubinario del secolo xv, cui noi qui sopra udimmo deplorare di preferire l'amore delle creature a
quello di Dio! Ora per accontentare gl' istinti sensuali si esalta come amore di Dio precisamente la
lesione della fe-deltà giurata a Dio!
Noi vediamo una moltitudine di religiosi rigettare ogni freno ed ogni briglia, la loro parola d'ordine è
illimitata libertá. Da nulla erano piü alieni che dalla mortificazione. « Essi », scrive WERSTEMIO, «
incaricano le donne di raffrenare la loro carne e la febbre del peccato ».41 Ad essi il voto di castità non
solo sembrava insopportabile, ma anzi un inganno del diavolo. « Chi giura castità fa come chi
giurasse adulterio od altre cose proibite da Dio »42 si diceva. « Il corpo /10/ reclama la donna e n'ha
bisogno ».43 « La castità non è in nostro potere. Tutti sono fatti peí matrimonio, Dio non per- mette
che uno stia solo».44 Anzi nel loro catechismo « pei fanciulli ed i semplici » mettono: « col sesto
comandamento viene condannato il voto di castità extramatrimoniale e si dà liberta, anzi si fa
precetto a tutte le povere coscienze prigioniere, che furono ingannate dai loro voti claustrali, di en-
trare nella vita matrimoniale dallo stato di impudicizia » (così chiamavano la professione
religiosa).453 Quindi « coraggio, e si esca fuori dal vizioso ed anticristiano stato passando nel beato
del matrimonio e Dio si fará trovare benigno ».46
Ma come arrivarono essi a cosi orribili dottrine? Ma non sempre avranno insegnato così? Certo che
no. Pero chi aveva già appartenuto alla corrente pratica della decadenza - e da essa veniva il gruppo
principale della nuova direzione ed intuizione del mondo - costui aveva dietro di sè un buon no-
viziato: bastava un salto maggiore o minore per raggiungere la nuova ramificazione ed entrare nel
totale impaludamento morale. « Coloro che appartengono a questa masnada », scriveva nel 1524 il
valoroso francescano Agostino di Alfeld, « sono pieni sera e mattina e poco temperanti nelle ore
intermedie e si rotolano come porci nell'impurità. Ouelli che sono stati della stessa risma anche fra
noi, adesso, grazie a Dio, sono usciti quasi tutti dai capitoli e conventi».47 Il cisterciense Wolfango
Mayer scriveva poco dopo: « Dio ha mondato la sua aia e separato la loppa dal grano ». 48 Per l’antico
concubinario come pel nuovo la massima direttiva della vita è la medesima: la concupiscenza è
invincibile, non può resistersi alla natura e per ciò l’antico concubinario trovavasi bentosto come a
casa sua nella nuova società. Per far getto di tutto non doveva fare alcun sforzo poichè non costava
fatica l’abbandonarsi fin dove arriva il regno della natura corrotta. Ciò aveva già formato per
parecchi l’ultimo desiderio, mentre parecchi ave-/11/ vano atteso soltanto una favorevole occasione,
dei precursori e degli esempi, che ora avevano a iosa davanti agli occhi.
Però in quel braccio impaludato dell'incallimento nel vizio e del cristianesimo degenerato si
scoprirono tuttavia elementi - ecco il secondo gruppo - che per l'addietro erano stati messi in
movimento colla corrente della riforma. Che ne é di loro ? Come entrarono essi nella corrente
contraria, precisamente nel braccio più diametralmente opposto alla riforma ? Avvenne ciò che suole
avvenire: dapprima trascuratezza, specialmente in occasioni pericolose, poi finalmente caddero, ed
insieme abbandonarono pian piano il cristianesimo pratico, trasandarono il commercio con Dio: la
preghiera, sia l'ecclesiastica, sia la privata - di meditazione non era neanco il caso di parlare - come la
confessione diventò per essi una tortura e così, mancando di ogni energia ed appoggio,
sprofondarono, per usare una frase di Taulero, nella parte più bassa, nè più ebbero alcun sostegno
contro le altre tentazioni che allora impetuosamente vennero ad assalirli e contro i dubbi in fatto di
fede, che s'affollavano in una condizione d'animo si desolata. Lutero stesso fin dal 1515
ammonendoli, lo aveva loro presagito colle seguenti parole: « Se un giovane non ha divozione e

41
Joannis Werstemii Dalemensis... De Purgatorio et aliis quibusdam axiomatis Disputatio longe elegantissima.
Coloniae 1528, fol Diijb: «Isti ut rectius expeditiusque serviant Evangelio, ut toti sint in spiritu, carnem suam domandam
committunt mulierculis ».
42
Weim. XII, 242.
43
De Wette II, 639.
44
De Wette II, 637 s.
45
Erl. 2t, 71
46
De Wette II, 675.
47
Lemmexs, Valer Augustin voti Alfeld. Freiburg 1899, p. 72.
48
Votorum monast. Tutor nel Cod. I. Mon. 2886, fol. 35 b.
fervore verso Dio, ma si abbandona liberamente, senza curarsi di Dio, a pena credo che sia casto.
Poiché essendo necessario che viva o la carne o lo spirito, è pure necessario che arda o la carne o lo
spirito. E non si da vittoria più sicura sulla carne della fuga ed avversione del cuore rivolgendosi
devotamente a Dio. Giacchè, se arde lo spirito, immediatamente si rattiepidisce e raffredda la carne e
viceversa a.49 Regola aurea, degna d'un santo padre, voce questa che risuonava dalla opposta corrente
del rinnovamento, ma che non fu più intesa dai preti e monaci viziosi. Se si rammentava ad essi che
avevano pur potuto contenersi per 10, per 15 anni ed anche più a lungo, e che /12/ pertanto era loro
colpa se al presente sentivano la castità come qualche cosa di impossibile50 e come dovessero ridarsi
a quella forza immensa che è la preghíera, e supplicare la grazia da Dio, mettevansi a ridere dicendo:
«Pulchre! ma bello! E se Iddio non vuole essere pregato di queste cose? O se pregato non ascolta?»51
Anzi si davano una grave aria morale sbrigandosi dell’ invito loro fatto alla preghiera col dire: « ma
questo é scherzare in fatto di cose si serie! »52 Però, onde usare un detto di Lutero,53 vi si riconosce il
birbante che non puó nascondere la sua ribalderia.
Nessuna meraviglia quindi che loro desse tanto da fare l'ardore della concupiscenza causato dalla
mancanza di rapporto con Dio. «Io », così chi parla per essi, « io brucio della voluttà carnale, mentre
dovrei ardere nel mio spirito. Ardo della grande fiamma della mia indómita carne e me ne vivo
ozioso ed infingardo, trascurando la preghiera ».54 Naturalmente alcun tempo dopo udiamo da lui
un'ancor più turpe confessione, che non vogliamo riprodurre.55 Quelli fra i contemporanei che
avevano vista acuta, compresero perfettamente lo stato delle cose d'allora: « Quanti Vostra Dilezione
ha trovato di monaci e monache usciti più di convento », scrive un principe ad un altro, « che non
siano ordinariamente diventati donnacce pubbliche e bricconi?»56 Tali arnesi consideravano l’ardore
della concupiscenza proprio come un avviso di Dio, quasi che per esso Iddio li chiamasse al
matrimonio57 mentre, dimentichi del solenne giuramento fatto /13/ a Dio, essi poi abusavano della
sentenza di san Paolo: « é meglio ammogliarsi che ardere».58 Puranche nel marzo 1520 risuonò al
loro orecchio la voce di Lutero che dichiarava: « la più valida difesa è la preghiera e la parola del
Signore, che cioè l'uomo, allorchè si muove la rea voluttá, ricorra alla preghiera, impetri la grazia e
l'aiuto di Dio, legga e mediti il Vangelo, considerandovi la passione di Cristo ».59 Relativamente a
quest'ultimo punto nel 1519 così scriveva: « Se ti assale impuritá e lussuria pensa quanto amaramente
fu flagellata, trafitta e trapassata la delicata carne di Cristo ».60

49
Lettera ai Romani, fol. 93: « Quaecumque persona iuvenis non habet devotionem et igniculum ad Deum, sed libere
incedit, sine cura Dei, vix credo, quod sit casta. Quia cum sit necesse carnem aut spiritum vivere, necesse est etiam aut
carnem aut spiritum ardere. Et nulla est potior victoria carnalis, quam fuga et aversio cordis per devotionem eorum.
Quia fervescente spiritu mox tepescit et frigescit caro et econtra ».
50
Cosi, per es., Bartol. d' Usingen al suo confratello apostata Giovanni Lang, insieme al quale aveva vissuto nel
medesimo monastero : « Sed quaero a te, si tibi possibilis fuit continentia carnis ad quindecim annos in monasterio, cur
jam tibi impossibilis sit facta nisi tua culpa?» Defalsis prophetis. .. Erphurdie 1525, fol. H.
51
Weim. VIII, 6-1.
52
Weim. VIII, 631: « iste est modas ludendi in rebus tam seriis ».
53
Erl. 43, 335.
54
Enders III, 189
55
Ibid. V, 222
56
Lettera del duca Giorgio di Sassonia al landgravio di Assia, Fi- lippo, dell'n marzo 1525 fra le leltere di Giorgio nella
Zeitschr. f. hist. Theol., 1849, p. 175.
57
Der Briefwechsel des Justus Jomas, ed. Kawerau ; nel novembre 1521 questo prete e professore scrive a Giov. Lang I,
77: « Dici nequit, quam me hic exagitet tentatio carnis. Nescio an Dominus vocet ad ducendam uxorem. Hactenus quid
carnis ignes sint, nescivi, ut in aurem tibi dicam, nam serio cupio ut pro me ardentissime ores. . . Dominus servabit,
spero, quod in me peccatore misérrimo plantavit... concerpe litteras et perde ». Un paio di settimane più tardi, dopo
d'avere accennato che parecchi preti avevano preso moglie, scrive al medesimo: « Quid mihi faciendum putas? - quod
tamen mi frater celabis - diaboli casses et catenas, quibus nos in secretis cubiculis, nocturnis illusionibus, cogitationibus
spurcissimis captivos et saucios duxit, perrumpere et tum in aliis tum forsan etiam in me ostendere, quam cupiam
extinctam diabolicam hypocrisim? Tu ora Dominum, ut det sacerdotibus uxores christianas ». I, 83..
58
1 Cor. 7, 9.
59
Weim. VI, 209.
60
Weim. II, 141
Ma quei preti e religiosi completamente degenerati erano di già scesi troppo in basso perchè
potessero fare loro impressione tali consigli come nel secolo xv, per esempio, Giovanni Busch colle
sue esortazioni alia preghiera assidua ed al raccoglimento interno aveva convertito non pochi concu-
binari. Ma tuttavia fu molto più fecondo nel secolo xvi il movimento di riforma nell'altro ramo di
preti cattivi che non era giunto fino al volontario indurimento poiché finì non già
nell’impaludamento, ma nel rinnovamento dello spirito, che, iniziato dal concilio di Trento,
continuato da nuove congregazioni, fu effettuato in innumerevoli soggetti. Certamente non in tutti,
poichè insieme ai buoni ci furono sempre nella Chiesa dei cattivi, anzi di frequente dei molto cattivi
(come ce ne saranno fino alla fine) i quali in nulla la cedevano ai concubinari dello stampo antico e
per vario rispetto anche ai nuovi.61 /14/
Ma ció avveniva non in conseguenza dell' insegnamento dei loro corifei, come era per questi ultimi,
bensi in contrasto colla loro fede.
Nella nuova societá, in una lettera ad un arcivescovo per indurlo al matrimonio, il più tristo arrivó
persino a parole, sulle quali anche il pessimo uomo del secolo xv avrebbe crollato il capo: « É
terribile cosa se un uomo dovesse venire trovato in morte senza moglie; almeno che sia seriamente
intenzionato e disposto ad ammogliarsi. Di fatto che cosa risponderá quando Dio gli chiederá: io t'ho
fatto uomo, che non deve essere solo, ma avere una donna, dov'è la tua donna ?»62 « Ecco, come ti
inganna e ti raggira il diavolo, che ti insegna tale cosa si insulsa! »63 gli avrebbe certamente risposto
un concubinario. Del resto se pel passato s'era parlato soltanto di battesimo di desiderio, ora entra in
scena anche il matrimonio di desiderio. E ciò con piena lógica, giacchè la sentenza della sacra
Scrittura: « il mio giusto vive di fede»64 presso quella scuola aveva evidentemente in pratica il senso
recondito: il mio giusto vive con una donna perché «Dio vuole non la si abbia fuori del matrimonio ».
« Ove Dio non faccia miracoli, per necessità l'uomo deve attaccarsi alla donna e la donna
all'uomo».65
Andarono si avanti che quegli elementi della societá - formano essi il terzo gruppo - i quali, tratti in
inganno dall'illusione che il loro capo effettuerebbe la riforma da si lungo tempo attesa e l'abolizione
degli abusi, si lasciarono sulle prime trascinare dalla corrente, vennero poi a poco a poco nell'idea di
trovarsi in una Sodoma e perció in gran parte voltarono le spalle al movimento o per ritrovare la
madre Chiesa o per battere una loro strada particolare. Ma altri - ed é la quarta categoría - i
razionalisti e liberi pensatori, laici per lo piü, non ostante le accennate brutte esperienze, /15/
perseverarono perché pur di essere staccati dalla Chiesa chiudevano più o meno un occhio su tutto.
Da essi anzi ebbe origine la professione di fede di questa societá.
Ció nondimeno quei monaci scappati e preti apostati, che in sé ed altri annientarono onestá, pudore
ed onoratezza, avevano il coraggio di mettersi fuori come predicatori di morale, anzi di dichiararsi
per gli evangelici e di coprire la loro propria vergogna mediante maligna esagerazione delle tristi
condizioni in cui versava la Chiesa. Parecchi anni prima Lutero stesso aveva detto: «Gli eretici non
ponno apparire belli se non foggiano la Chiesa come cattiva, falsa e bugiarda. Essi vogliono essere
reputati i soli buoni, mentre la Chiesa deve comparire cattiva in tutto».66 Fin dal suo tempo diceva
Sant’Agostino:67 « chiudono gli occhi verso il bene ed esagerano soltanto il male che vi é o vi pare ».
Ed insieme, come anche altre volte, presero un certo brutto tono "mai udito pel pasato, neppure nel
periodo piü selvaggio dello scisma, e che forse era usuale soltanto nella feccia più bassa del popolo.

61
Richiamo di proposito l'attenzione sull'articolo di A. Kluckhohn, Urkundlicbe Beitrage zur Geschichte der kirchlichen
Zustände, insbesondere des sittlichen Lebens der katbolischen Geistlíchen in der Diozese Konstanz wáhrend des 16.
Jahrhunderts nella Zeitschrift f. Kirchengesch. XVI, 590 ss. Le conclusioni del Kluckhohn si fondano su pregiudizj.
62
De Wette II, 676.
63
Erl. 25, 371.
64
Rom. 1, 17.
65
Weim. XII, 113 s.
66
Dictata in Psalterium. Weim. III, 445. Cfr. inoltre IV, 363.
67
Enarr. in Ps. 99, n. 12. Parla di coloro che sono nello stato monastico: « Qui vituperare volunt, tam invido animo et
perverso vituperant, ut claudant oculos adversus bona et sola mala, quae ibi vel sunt vel putantur, exaggerent ».
Anche della parola fecero una cloaca. Voglio risparmiarne degli esempi ai lettori dal momento che
nel corso dell'opera si offre largamente l'occasione di parlarne.
Aveva proprio ragione Lutero quando chiudeva colle seguenti parole il suo giudizio intorno ai preti e
monaci malvagi del suo tempo: « Temo che andremo tutti in malora ». Sapeva egli dove miravano i
loro desiderj, temeva a ragione che la corrente della decadenza o la maggior parte di essa dovesse
presto o tardi finire in una profonda cloaca ed ora non c'era più salvezza essendoché « giunto nel
profondo peccato, l'empio sprezza».68 Che se poi é un religioso che pecca per disprezzo, così insegna
san Tommaso, egli diventa allora pessimo e sommamente incorreggibile.69
/16/
Ma che avrebbe detto Lutero se fin dal 1516 avesse visto ciò che successe soli pochi anni più tardi,
cioè questi preti e religiosi caduti (non contenti di essere diventati essi stessi infedeli a Dio), coll'aiuto
di laici, dopo di averle corrotte colle loro scritture furtivamente introdotte, strappare dai conventi le
vergini consacrate a Dio e formalmente costringerle alla violazione del voto ed al matrimonio? Li
avrebbe rimproverati come barbari pagani e lascivi, poichè fino allora di tali cose avevasi notizia
soltanto presso i barbari. É bensi vero che talora nel secolo xv, come ci narra Nider, dei concubinari
decantarono dal pulpito lo stato matrimoniale in confronto della verginità e che impedirono a
parecchie giovanette l'ingresso nel monastero, e più d'una volta era capitato che monache fossero
state violate fra le mura claustrali, ma rubarle dai chiostri, talvolta a schiere, era riservato ai con-
cubinari del terzo decennio del secolo xvi. Dai medesimi veniva glorificata come un'azione divina la
rottura del voto nelle monache e l'uscita dal convento: è di fra di loro che usci fuori l’opera intitolata:
«Motivo per cui le vergini possono abbandonare divinamente i conventi e loro apología». 70 Anzi
ammogliandosi volevano precisamente delle vergini intatte e tali essi credevano di trovarle nei
chiostri quantunque publicamente ne dicessero tutto il male possibile. Compiuto il misfatto
scendevano a cose inaudite, facevano come un mercato delle monache profanate e formalmente le
offrivano in vendita. « Ce ne sono pervenute nove », cosi scrive un prete apostata ad un altro, « sono
belle, leggiadre e tutte nobili; fra le quali non ne trovo alcuna cinquantenne. A te, caro fratello, ho
destinata come legittima moglie la più vecchia. Ma se vuoi averne una più giovane, tu avrai la scelta
fra le più belle!»71 Certamente qui siamo al punto culminante della corrente di decadenza e ruina.
Si comprende bene che, se per amore del piacere carnale s'era proceduto in tale guisa a riguardo dei
voti monastici e si presentava il sacrilegio come opera gradita a Dio, fosse poi tentato l'attacco
all'indissolubilitá del matrimonio, né ve-/17/nisse piü considerato come peccato o scandalo
1'adulterio. E cosí avvenne. Furono talmente spalancate le porte agli adulteri che nel 1525 ci perviene
all'orecchio il lamento diretto al corifeo di quella depravata societá: « Quando mai s'é veduto maggior
numero di adulteri se non dacché tu hai scritto: " se una donna non puó esser resa feconda dal marito
suo, essa deve andaré da un altro e generare figli che dovrebbe nutrire il marito. Ed altrettanto fa alla
sua volta l’uomo"».72 Insino uno degli apostati dirigeva ad un suo simile il grido d'allarme: «Pel Dio
immortale! quale prostituzione ed adulteri ci tocca vedere!»73 I nuovi dottrinari andarono fino

68
Prov. 18, 3.
69
2, 2, qu. 186, a. 10, ad 3: « Religiosus peccans ex contemptu fit pessimus et máxime incorrigibilis Cfr. S. Bernardus, De
praecepto et dispens. c.8
70
Weim. XI, 394 ss.
71
Così Amsdorf presso Kolde, Analecta Lulherana (1883), p. 442.
72
Lettera di Giorgio duca di Sassonia appo Enders, V, 289 ed in proposito la nota 13, ove é citata la fonte della sentenza
del corifeo.
73
Billicanus a Urbano Regius, presso Räss, Konvertitenbilder, I, 56. Perfino un Nicoló Manuel dovè confessare nel 1528
Vil gitigkeit und hurery Molta cupidigia e fornicazione, grande scandalo e
Gross schand und laster, büebery, vizio, bricconeria, mangiare, bere ed empietá
Fressen, sufen und gotteslesterung . spingono al presente giovani e vecchi.
Tribend jetzund alt und jung. ......................................................
………………………………………. L'adulterio ora é comunissimo, nessuno gode solo
Ehebruch ist ietzund so gemein Niemants sins wibs la propria donna
gelebt allein.
all'estremo límite e ciò proprio in prediche. Sempre il corifeo in una di esse istruiva i suoi uditori
colle seguenti parole: «Si danno certamente donne ostinate ed incaponite che se anche dovesse il
marito cadere dieci volte in disonestà, non se ne curano affatto. Allora é tempo che l’uomo dica: se tu
non vuoi, lo vuole un'altra, non vuole la moglie, venga la fanciulla. Se neppur allora la moglie vuole,
allontanala da te e pigliati una Ester lasciando andaré Vasti ».74 Ciò è perfettamente logico, poichè
sotto certe circostanze il matrimonio non esige minore continenza dello stato monastico. Ma il
principio epicúreo di questa tendenza era che la continenza é una pretesa impossibile, che non si puó
resistere all'appetito di natura, anzi essere una specie di ribellione all'ordine fissato da Dio la
resistenza. Quale meraviglia che colui per l'appunto, il quale ha lanciato nel mondo tutte queste
dottrine, dopo pochi anni, allorché fece la rivista /18/ di tutta lá sua societá, dovesse confessare: « La
lussuria non puó venire sanata per nulla, nè manco dal matrimonio, poichè la maggior parte dei
coniugati vive in adulterio ».75
Data simile condizione di cose non c'era che un passo alla poligamia. E di fatto alcuni di questi
apostoli della carne scesero fino a questo grado permettendosi alle volte, in conformitá coi loro
principi, due, tre donne: anzi parecchi di questi preti e monaci apostati tennero nello stesso tempo
parecchie donne. Il loro corifeo più tardi doveva annoverare la poligamia fra le più sublimi e perfette
cose della libertà cristiana: egli non proibisce « che uno pigli più d'una moglie, poichè», dice, «non è
contrario alla sacra Scrittura». Unicamente per evitare scandalo e per convenienza non lo si deve
fare.76
Questi apostoli della carne, dopo d' essersi avvoltolati a sazietà nel fango della sensualità, apparvero
poi ai loro occhi stessi siccome i più degni della remissione dei peccati, essendoché non ci devono
essere già dei peccati figurati o piccoli, bensi dei grossi. Ma come ottenere remissione? Nella con-
fessione? Oibò! Confessione, pentimento, proposito, penitenza dei cattolici non avevano più
significato pei sostenitori di queste idee, per i quali il confessarsi era un martirio ancor più grave
della preghiera. Avevano invece trovato un mezzo molto più semplice per passare sopra tutto, la
fiducia esclu-/19/ siva in Cristo. « Non è egli una buona novella », insegnava i! loro maestro, « se uno
è pieno di peccati e viene il Vangelo e dice: confida soltanto e credi e tutti i tuoi peccati ti sono
rimessi ? Toccato questo registro ed i peccati sono bell'e perdonati, nè occorre più attendere».77
I concubinari del secolo xv non avevano toccato questo registro, nè s'era insinuata in essi la sentenza
del medesimo uomo: « Sii peccatore e pecca fortemente, ma confida ancor più vigorosamente ed
allietati in Cristo, che é vincitore del peccato, della morte e del mondo. Non figurarti che questa vita
sia l’abitazione della giustizia: bisogna invece peccare. Ti basti riconoscere l'agnello che porta i
peccati del mondo ed allora il peccato non può staccarti da Lui quando anche commettessi mille
fornicazioni al giorno o perpetrassi altrettanti omicidi ».78 Se i concubinari del secolo xv avessero
udito questo discorso io credo che fin da allora la malvagità avrebbe raggiunto il culmine e non già
avrebbesi dovuto aspettare il secolo xvi. Poichè se la religione viene ridotta alla mera fiducia e viene
trascurato, anzi proibito il compito etico, le aspirazioni etiche degl' individui, allora non può aversi
altro risultato che la ruina completa di ogni moralità.

.
Presso J. Baechtold, Niklaus Manuel (1878) p. 245 (v. 255-262).
74
Erl. 20, 72.
75
Il passo é scandaloso e perciò non lo riproduco tutto in versione. Trovasi nelle Opp. exeg. lat. I, 212, in Genes, c. 3, 7.
Nel 1536 il riformatore insegnava: « An non sentiemus tándem, quam foeda et horribilis res sit peccatum ? Si quidem sola
libido nullo remedio polest curari, ne quidem coniugio, quod divinitus infirmae naturae pro remedio ordinatum est.
Maior enim pars coniugatorum vivit in adulteriis et canit de coniuge notum versiculum: nec tecum possum vivere, nec
sine te. Haec horribilis turpitudo oritur ex honestissima et praestantissima parte corporis nostri. Praestantissimam
appello propter opus generationis, quod praestantissimum est, siquidem conservat speciem. Per peccatum itaque
utilissima membra turpissima facta sunt ». Oltracció cfr. in c. 5 ad Gal. III, 11, dell'anno 1535 (ed. Irmischer) : « Quisquís
hic (loquar iam cum piis coniugibus utriusque sexus) diligenter exploret seipsum, tum procul dubio inveniet sibi magis
placere formam seu mores alterius uxoris quam suae (et econtra). Concessam mulierem fastidit, negatam amat». Quindi
anche i « pii » ?
76
M. Lenz, Briefwecbsel Landgraf Philipp's des Grossmütigen von Hessen mil Bucer, I, 342 s., nota. V. più sotto.
77
Erl. 18, 260.
78
Enders III, 208.
Ed infatti qual cosa poteva incuorare a peccare fortemente, a perdurare senza scrupoli in concubinato,
per sprofondare in fine nell'abisso, più della dottrina: a che ti sforzi? Tu già ti trovi fuori della
capacità di compiere il precetto: non ccncupisces: Cristo lo ha soddisfatto con tutti gli altri in vece
tua. Se hai fiducia in Lui, tutti i tuoi peccati passano in Lui, egli è veramente l'agnello, che porta i
peccati del mondo e tu più non li porti. « Cristo è diventato il coperchio che cuopre le vergogne di
tutti noi».79 La partita è già vinta: Cristo, il vincitore, ha fatto tutto sicchè noi nulla abbiamo da fare,
nè cancellare peccati, nè battere il demonio, né superare la morte, perché tutto è già buttato a térra »
:80 essendochè « chi crede, che Cristo ha tolto il peccato, quegli é senza /20/ peccato come Cristo ».81
«La vera pietà che vale al cospetto di Dio, consiste nelle opere di altri, non nelle nostre». 82 E non è
questo una vera distruzione della religione e della più elementare morale, per usare parole di
Harnack;83 una religione, che, per servirmi di un'espressione di W. Herrmann, professore a
Marburg,84 conduce al mascalzonismo morale, o non piuttosto il mascalzonismo morale in persona ?
Chi si meraviglierà ora se questi cosidetti dottori e predicatori evangelici facevano passare l'attività
in produrre buone opere siccome santità apparente ed a poco a poco anzi come impedimento
all'eterna felicità? Se predicavano: dormire e nulla fare è l'opera dei cristiani,85 se deridevano tutti i
pii sacerdoti, religiosi e laici e li condannavano anzi solo perchè facevano opere buone, questi
maestri potevano dirsi ancora « mezzi cristiani »?86 No, perchè questo avrebbe tuttavia avuto ragione
di lode, ed essi erano il rifiuto dell'umanità. Più di così non si poteva andare avanti.
Ciò però che forma la corona di tutto è che questi uomini in conclusione si spacciavano per santi,
degni di prendere in cielo il posto di san Pietro e di san Paolo. I concubinari del secolo xv ben alieni
dal riconoscersi santi erano consci del loro peccato e colpa, cui non spettava davvero il cielo come
ricompensa. Invece i loro compagni del secolo xvi, più audaci, sebbene si professassero, per altri
motivi pero, peccatori, insegnavano colla bocca del loro caposcuola:87 «Noi siamo tutti santi, e
maledetto sia colui, il quale non si dice e glorifica come santo. Questo gloriarsi non é orgoglio, ma
umiltà e riconoscenza. Poichè se tu credi a queste parole: salgo al Padre mio e Padre vostro, tu sei
altrettanto santo quanto san Pietro e tutti gli altri santi. La ragione è che Cristo non mentisce quando
dice: ed al vostro padre e Dio »./21/
Ognuno di quei preti e monaci demoralizzati si sentiva incluso in quel «vostro». Veramente non
sfuggiva ad essi l’audacia di questo modo di comprendere la cosa: «io mi vi applico tuttora», così
continua la dichiarazione precitata, « essendo difficile che un peccatore debba dire: ho un seggio in
cielo vicino a san Pietro», ma la conclusione tuttavia è questa: « ciò non ostante noi dobbiamo
encomiare e glorificare questa santità. Questa poi è l'aurea fraternità ». 88
In poche parole tutto il concubinato del secolo xv e la continuazione omogenea del medesimo nel
secolo xvi con tutti i suoi orrori impallidisce di fronte alla pratica e dottrina dei preti e monaci
apostati, i quali si staccarono dall'antica corrente nel terzo decennio del secolo xvi. ERASMO, che pure
era tutt' altro che edificato delle condizioni precedenti, cosi scrive: « Giace bensì a térra il
monachismo, ma oh! avessero i monaci colla cocolla smesso anche i vizi!... Mi pare sorga una nuova
razza di monaci, molto piú viziosa dei precedenti per quanto questi fossero cattivi. É pazzia cambiare
il male col male, ma é frenesia permutare il male col peggio ». 89 Ora questo appunto fanno in
generale gli eretici a giudizio di LUTERO. « Essi barattano il male che è nella Chiesa con uno maggiore.

79
De Wette II, 639.
80
Erl. 50, 151 s.
81
Erl. ii, 218.
82
Erl. 15, 6o.
83
Lehrbuch der Dogmengeschicbte, 3 a ed., III, p. 528, nota.
84
Romische und evangelische Sittlichkeit, 2a ed., 1901, p. 50.
85
Weim. IX, 407.
86
«Halbschlächtige Christen »: espressione favorita di Harnack, per esempio 1. c., p. 537, nota 2. Das Monchtum, seine
Ideale und seine Geschichte, 5a ed., p. 16.
87
Erl. 17, 96 s.
88
Erl. 17, 96 s.
89
Lettera del 1529 in Opp. Erasmi. Lugd. Batav. 1706, t. X, 1579.
Ben di spesso non vogliamo tollerare un piccolo malanno e diamo origine ad uno piú grave». 90 Con
molti altri anche PIRKHEIMER, che già aveva preso parte al movimento, poco tempo prima della morte
scrisse: « Speravamo che la scellerataggine romana, come pure la cattiveria dei monaci e preti
dovesse correggersi, ma a quanto si vede le cose sono andate talmente peggiorando che i bricconi
evangelici rendono pii quegli altri», 91 cioè in confronto coi moderni predicatori di libertà senza freno
gli altri figurano pii. Il padre stesso del nuovo movimento non aveva egli stesso confessato: «i nostri
sono ora sette volte piú scandalosi che /22/ nol fossero sinora. Noi rubiamo, diciamo bugie,
inganniamo, mangiamo e beviamo, e ci diamo ad ogni vizio?»92 «Noi tedeschi siamo al presente il
ludibrio e la vergogna di tutti i paesi, che ci ritengono porci obbrobriosi ed osceni ».93 Quel
medesimo, che così si esprime, deplora di essere nato tedesco, di aver parlato e scritto in tedesco, e
desidera di andarsene per non soggiacere al castigo divino che sta per cadere sulla Germania. 94
Finalmente la nuova corrente si differenzia dall' antica anche in quanto che i suoi elementi erano uniti
fra di loro e formavano come una società particolare e perciò tanto più pericolosa, i cui membri erano
dominati dalle stesse idee. Ma allora questa societá doveva anche portare un nome - non c'erano a
quei di societá anonime. E quindi come chiamavasi la congregazione di preti e religiosi apostati, in
cui ando a finire la fiumana della decadenza e della ruina morale ? La si chiamó dapprima setta
luterana, i luterani,95 e poi luterismo e luteranismo. Setta luterana ? Luteranesimo ? Impossibile. Una
setta luterana, un luteranesimo senza Lutero non é concepibile - e questo grande monaco mendicante
e dotto, che noi udimmo pronunciare nel 1515 e 1516 dei principi sgorganti dalla corrente opposta,
da quella della riforma, la quale aveva accompagnato la cattiva entro il secolo xvi, poteva forse daré
il suo nome a tal razza ?
Eppure é cosi. Fu egli che diedele 1' intonazione, alle sue parole essa si avviticchió tenacemente: egli
propose quelle dottrine, che in apparenza ne staccarono i membri dalla corrente di decadenza, ma
soltanto per condurli a disastro completo. Lutero, cosi scrive Schwenkfeld al duca di Liegnitz, ha
sciolto una massa di uomini pazzi ed insensati stretti alla catena, pei quali, come pure pel bene
pubblico sarebbe stato meglio che li avesse lasciati alla catena perché ora colla loro pazzia fanno
moho peggio di quel che facessero o potessero /23/far prima.96 Lutero stesso dové confessare fino a
proposito dei suoi primi confratelli scappati e commensali nel 1522: « io veggo che molti dei nostri
monaci hanno lasciato il convento per nessun altro motivo da quello in fuori pel quale vi entrarono,
per amore del ventre e della liberta carnale, per cui Satana solleverá grande puzzo contro il buon
odore della nostra parola ». 97 Pur tuttavia li prese come suoi primi apostoli.
E veramente essi furono ispirati dagli insegnamenti di Lutero, vissero, agirono, predicarono
conformemente ai medesimi. Da luí provengono i testi qui addietro raccolti intorno alla rottura dei
voti, a favore del matrimonio dei preti e monaci; egli introdusse nel grande catechismo le parole
relative alla proibizione del voto di castitá; egli emise la sentenza che Dio ci impone cose impossibili,
che non si puó resistere all' istinto naturale, che bisogna soddisfarlo. Fu egli che narró come ardesse
di voluttá carnale, quantunque alcuni anni prima l'avesse condannata e n'avesse scoperta la genesi
nella mancanza di intimo rapporto con Dio: egli che confessó che s'allontanava da lui il fervore per
Dio e trascurava la preghiera. E come il suo insegnamento spopoló i conventi, cosi egli diede anche
occasione al ratto di vergini sacre, il cui autore egli disse « ladro beato » e lo confrontó a Cristo, che

90
« Heretici mutant mala ecclesie maioribus malis; sepe malum ferre nollumus et maius provocamus, sicut vitare
charibdim etc. Thiele, Luther's Spríchwörtersammlung, p. 24, 410.
91
Lettera di Vilibaldo Pirkheimer del 152; presso Heumann, Documenta literaria, Altdorfii 1758, p. 59
92
Erl. 36, 411.
93
Erl. 8, 295.
94
Erl. 20, 43.
95
Così fin dal 1519 nello scritto: Arliculi per fratres Minores de observantia propositi rcverendissimo episcopo
Brandeburgensi contra Lutheranos... Frater Bernhardus Dappen Ord. Min. II lavoro che é di sei fogli data dal 1519.
96
Presso Weyermann, Neue hist. biograph.-artist Nachrichten von Gelehrten, Künstlern.. . aus der vormal. Reichstadt
Clm. Ulm 1829, p. 519 s.
97
Enders III, 323, del 28 marzo 1522.
tolse il suo al principe del mondo.98 Prese per concubina e disse sua moglie quale testimone del
Vangelo una delle vergini claustrali tolte al convento e messe in vendita. Infranse i legami del
matrimonio e ne distrusse l'indissolubilitá colla sua teoría, che fu tradotta in pratica mediante le
fornicazioni ed adulteri si amaramente deplorati: egli non proibì si prendessero parecchie mogli e
dichiarò che la poligamia a vero /24/ dire non é contraria alla parola di Dio.99 Come panacea contro
tuttii peccati fu egli che prescrisse esclusiva fiducia nel perdono di Cristo, senza esigere l'amore: egli
che condannó dolore, confessione e penitenza della Chiesa cattolica, svillaneggió il papa come
anticristo, rigettó sacerdozio, messa, stato religioso ed ogni opera buona. Egli ha insegnato che le
buone opere, anche fatte nel modo migliore, sono peccati, anzi che anche un uomo giusto pecca in
tutte le sue buone opere. Come i peccati, cosi trasferì in Cristo l'adempimento dei precetti: e ció
facendo si gloriava di essere un santo e credeva di ingiuriare Cristo se così non avesse fatto. Tale
insegnamento doveva, come nessun altro, portare all'apice della malvagitá. Non deve far meraviglia
che ció si manifestasse agli occhi di tutti più che altrove in Wittenberga, residenza di Lutero. Fin dal
1524 un ex-studente di Wittenberga, il grammatico tedesco Valentino Ickelsamer di Rottenburg gli
scriveva: « ció che da tempo Roma ha dovuto sentire, lo diciamo di voi: quanto piú s'avvicina
Wittenberga, tanto peggiori sono i cristiani ».100 L' insegnamento di Lutero ha trascinato in basso la
corrente della decadenza fino ad una condizione che egli pubblicamente riconobbe e confessó molto
peggiore di quella che si avesse sotto il papato. E poiché i fatti parlavano troppo alto, egli non poté
farne segreto quantunque per spiegazione e scusa riportasse tanto ridicole ragioni apparenti.
Non una volta soltanto101 ma bene spesso egli dice che i suoi luterani sono sette volte peggiori di
prima. « Poiché fu da noi cacciato un diavolo, ora ne sono venuti sette peggiori ».102 /25/ Nel 1523
dovette confessare che egli ed i suoi erano diventati più cattivi che nol fossero prima.103 E ció ripete
anche tardi: «il mondo in virtù di questa dottrina quanto piú dura tanto piú diventa malvagio: é opera
e lavoro del diavolo tristo. Si vede come il popolo ora é piú avaro, piú crudele, piú impúdico, piú
sfrontato e malvagio che non prima sotto il papato ».104 Conobbe « che la malvagitá e la petulanza
pigliano rápidamente piede ad esuberanza a e ció «in tutte le condizioni sociali », che « le genti diven
tano veri diavoli » : perÒ scherzando riteneva egli che ció avvenisse: « soltanto i dispetto dell'
insegnamento » !105 «Avarizia, usura, disonestá, crapula, bestemmia, bugia, inganno procedono a
tutta forza 106 ben piú che sotto il papato: tale brutta condizione scredita il Vangelo ed i predicanti
presso tutti così che si dice: se questa dottrina fosse vera, le genti sarebbero piú pie ».107 “Perció
ognuno oggigiorno deplora che il Vangelo rechi molta discordia, alterchi e disordini e che tutto ora
vada peggio dacché esso é venuto che non prima»108 ecc. Non ostante l'assicurazione che la sua
dottrina é il puro Vangelo, deve pur sempre confessare : « i popoli si comportano si scandalosamente

98
Weim. XI, 394 s. I1 rubamento e ratto delle monache avvenne la notte del sabato santo 1523 a mezzo del cittadino
Koppe. Lutero fu si blasfemo da scrivere al ladro: « Come Cristo voi avete tratto anche queste povere anime dalla
prigionia, dalla tirannia umana, giusto nel tempo conveniente di Pasqua, poiché Cristo ha tolto anche la prigionia dei
suoi».
99
Cosi giá all'inizio del 1524 (Enders IV, 283) e nel 1527: « Non c' e la proibizione che un uomo non possa avere piú di
una donna, io ancor oggi non potrei impedirlo, ma nol voglio consigliare » (Weim. XXIV, 305). Cosi puré nel 1528, Opp.
var. arg. IV, 368 e più tardi. Finalmente lo ha anche consigliato. V. sotto, libro I, sezione 1, § 6 (intorno al duplice
matrimonio di Filippo d'Assia). Lutero ed i suoi in qaesto vivevano dello spirito del vecchio Testamento ; qualora peró
1'antico Testamento avesse dato loro impaccio veniva dispregiato, Mosé perfino lapidato, e di questo v. piü diffusamente
in séguito.
100
Klag etlicher Briider an alle Christen. fol. A 4; e presso Jäger, Andreas Bodenstein von Karlstadt (1856), p. 488. V. in
proposito piú avanti.
101
V. sopra, p. 23 s. Cfr. la conclusione della prima sezione.
102
Erl. 36, 411.
103
Weim. XI, 190.
104
Erl. 1, 14.
105
Erl. 45, 198 s. V. in proposito in séguito.
106
Oppure, come dice in Erl. 3, 132 s.: « ira, impazienza, avarizia, gola, concupiscenza, lussuria, odio ed altri vizi sono
grandi orribili peccati mortali, che dappertutto corrono spadroneggiando pel mondo ecrescendo ».
107
Erl. 1, 192. Inoltre Opp. exeg. Ut. V, 37. .
108
Erl. 43, 63
verso di esso, che quanto piú lo si predica, diventano piú cattivi e tanto più fiacca é presso di noi la
fede».109 Egli ed i suoi, così egli,"non riescono col predicare a rendere pia una sola casa;110 invece
«se ora dovessersi battezzare gli adulti ed i vecchi, ritengo probabile che la decima parte non si
battezzerebbe ».111
Prescindendo da Erasmo e Pirkheimer,112 questo giudizio /26/ fu espresso anche da altri, che in
materia erano non meno spassionati di Lutero. Enrico di Kettenbach, francescano apostata ed uno dei
fracassoni, nel 1525 predicava: “Molti ora operano come se tutti i peccati ed iniquitá fossero per-
messi, come se non vi fosse inferno, diavolo e Dio e son più cattivi di prima e tuttavia pretendono di
essere buoni evangelici ».113 Un altro francescano apostata, Eberlin di Günzburg, scriveva egli pure
che gli evangelici, dacché sono liberati dal papa, non facendo che vegetare e crapulare diverrebbero
«peggiori il doppio dei papisti, anzi di Tiro, Sidone e Sodoma». 114 Se la condizione morale del
luteranesimo, a confessione dello stesso Lutero e dei suoi, é molto piú brutta di quella sotto il papato,
ne viene di conseguenza che con quanto più nere tinte si colora l'epoca anteriore a Lutero, tanto piú
nero deve apparire il luteranesimo.
Realmente la condizione era tale che Lutero fin dal 1527 espresse il dubbio se avrebbe fatto nulla
qualora avesse previsto tutti i grandi scandali e disordini.115 « Sì, chi si sarebbe messo a predicare »,
diceva undici anni piú tardi, «se avessimo saputo in precedenza che dovea seguirne tanto male,
bricconeria, scandalo, maldicenza, ingratitudine e malvagitá? ma dacché ci siamo, bisogna pagare il
fio».116
I suoi lai si riferiscono alla Germania, la quale pero é caduta in questo deplorevole stato in
conseguenza « del suo Vangelo». L'apostasia dalla Chiesa e dal papa ha condotto i tedeschi
únicamente a moltiplicare i peccati ed alla libertà della carne. « Noi tedeschi », scrive Lutero nel
1532, « pecchiamo e siamo schiavi del peccato ,viviamo nei piaceri carnali e bravamente ci
affoghiamo nella libertá. Vogliamo fare ció che vogliamo e ció che torna a servizio del diavolo e
vogliamo essere liberi di fare ció soltanto che vogliamo. Sono in pochi a pensare alla grave difficoltá
del modo con cui liberarvi dai peccati. Sono contentissimi d'essersi staccati dal papa, dall'officiale
ecclesiastico e da altre leggi, ma non pensano come dovreb-/27/ vero servire a Cristo e venir liberati
dal peccato. E pero s’andrá anche a finire, che non rimarremo nella casa, come i servi non sempre vi
rimangono, ma ne saremo cacciati e di nuovo perderemo il Vangelo e la libertá». 117 Nessuna
meraviglia pertanto se il riformatore deplorava di essere nato tedesco e lamentava: «se si volesse
dipingere ora la Germania, dovrebbesi farla simile a una troia». 118 Egli stesso ha sentito il male e se la
troppo debole sua parte migliore avesse preso il sopravvento, egli avrebbe « consigliato e dato mano
perché il papato con tutti i suoi orrori ritornasse sopra di noi».119 Sulla sua stessa vita egli poté
esperimentare quanto disse una volta: « se i grandi e gli ottimi cominciano a cadere, diventano poi
pessimi ».120
In veritá Lutero non fu sempre cosí. Non solo egli fu fornito di buone qualitá, sotto certi rispetti, di
qualitá molto eccelenti, ma ebbe un tempo a cuore anche il rinnovamento morale della Chiesa: fu nel
partito della riforma se anche non come Gersone cento anni prima: seguí la corrente opposta a quella,
cui ora dava il suggello del compimento. Come molti suoi contemporanei visse da buon religioso:

109
Erl. 17, 235 s.
110
Erl. 3, 141.
111
Erl. 23, 163 s., all'anno 1530, quindi al tempo in cui fu composta la professione di fede.
112
V. sopra, p. 23.
113
Presso N. Paulus, Raspar Schatzgeyer (1898) p. 56, nota 1.
114
B. Riggenbach, Joh. Eberlin v. Giinzburg (1876), p. 242. Altr. prove nel corso dell'opera.
115
Weim. XX, 674.
116
Erl. 50, 74.
117
Erl. 48,389. Altrettanto diceva fin dal 1529: « Nessuno teme Iddio, .■zo é petulanza. .. ognuno vive a modo suo,
tradisce e inganna gli », ecc. Erl. 36, 300.
118
Erl. 8, 294.
119
Erl. 20, 43.
120
Erl. 8, 293.
almeno dié a vedere un tempo gravitá morale. É certo che lamentó il movimento che andava fuori di
strada, che predicó contro di esso, e per parlare col suo linguaggio, non si mise « un foglio davanti la
bocca ».121 In quel periodo della sua vita Lutero fu l'ultimo, che, per usare ancora le sue frasi, si lasció
crescere una ragnatela avanti la bocca.122 In quella direzione egli non risparmió alcuno fosse alto o
basso. Ma come riuscì alla corrente opposta ? Come si ridusse ad essere l’ispiratore formale e lo
spiritus rector del braccio peggiore di quella fiumana ? La soluzione di questo problema, che insieme
spiegherá, documenterá e di luce ancor piú viva illuminerá il fin qui detto, sarà data nel corso di
quest'opera.
/28/
Come appare manifesto da quanto precede, io nelle mie ricerche non m' abbattei in Lutero anzitutto
nella sua figura individúale, nel suo essere per sé, ma sì invece nel luteranismo che piglia nome da
Lutero, in perfetta corrispondenza col corso della mia investigazione, che, partendo dalla decadenza
di una parte del clero secolare e regolare del secolo xv, intendeva tener dietro alla decadenza fino al
suo termine. Ivi giunto, naturalmente la domanda: in qual punto sono venuti ad incontrarsi Lutero e la
corrente che fa da oggetto alle mie ricerche? mi si affacció molto prima dell' altra riferentesi allo
svolgimento individúale di Lutero, alla quale da principio non avevo neppur pensato. Ma una volta
trovato Lutero nella cerchia di quella societá del terzo decennio, io non potevo piú scansarlo e mi
misi a studiarlo da quel punto risalendo addietro, fino a’ suoi primi studi, all'inizio della sua attivitá
dottrinale. Solo allora, a scopo di controllare i miei risultati, feci la strada inversa e lo seguii anno per
anno nel suo corso di formazione. La mia considerazione era rivolta specialmente ad accertare quel
punto, dal quale Lutero deve essere inteso, a trovare quell'incógnita, che pian piano lo spinse nella
corrente della decadenza e finalmente lo fece creatore e corifeo di quella societá che rappresentó il
culmine della ruina. Così possiamo essere certi ad ogni modo dell'approvazione di quella scuola
moderna, che pone 1'individuo sullo sfondo delle circostanti tendenze sociali, di cui gli individui
sono rappresentanti e sintomi. L' ambiente, in cui in conclusione venne a trovarsi, egli non da solo lo
ha creato. invece esso ha avuto virtù retroattiva anche su di lui.
Per lo studio di Lutero furono mie fonti únicamente le opere di Lutero. In principio non mi servii d'
alcuna delle illustrazioni della vita ed opere di Lutero, da me prese in mano soltanto allorché i miei
risultati erano giá fissati.
II piano dell' opera che parve oscuro a taluni lettori della prima edizione, si trova esposto piü
chiaramente nella prefazione a questa seconda.

121
Erl. 43, 9 e di frequente.
122
Erl. 42, 238.
/382/

_ SEZIONE SECONDA _
IL PUNTO DI PARTENZA NELLA EVOLUZIONE DI LUTERO ED IL SUO
NUOVO EVANGELO
Ho intitolato la sezione precedente « discussione preliminare ». E in realtá difícilmente alcun'altra
cosa potrebbe introdurci meglio nella conoscenza del carattere di Lutero, della sua tattica e del suo
método di fronte alla Chiesa quanto lo studio sopra lo stato religioso nel concetto di Lutero. In pari
tempo pero, la detta sezione costituisce il miglior passagio alla presente, e ció non solo perché giá il
primo paragrafo essa penetra profondamente entro la vita religiosa di Lutero ma principalmente pel
fatto che in questa sezione noi impareremo a conoscere il motivo teoretico per cui Lutero dovè
rigettare lo stato religioso con tutti i suoi voti ed esercizi. L'Evangelo di Lutero col principio
fondamentale giustificazione e remissione dei peccati per la sóla fede portava sì in teoria
che in pratica alla conseguenza: dunque le opere buone e quanto noi medesimi ci imponiamo e
facciamo, sono inutili alla felicitá eterna: anzi quegli che considerasse le opere come fattori
necessarii nella via della salute, le userebbe « senza il sangue di Cristo », rinnegherebbe perció
il Redentore e Salvatore, porrebbe al posto di Cristo le sue opere, e sarebbe sommerso nella
schiavitu delle opere. In forza di ció non solo doveva Lutero condannare tutto il vivere cristiano in
genere ma in esso, in modo speciale, il vivere monástico come giustificazione e santificazione per le
opere: nessun modo di vivere infatti ha tante opere e pratiche quante lo stato religioso. E poiché il
religioso s'obbliga con voti a tal vita, ecco naturalmente questo stato divenuto agli occhi del «
Riformatore» una dimora dell’infedeltá, uno scannatoio, un vivere maledetto, perché coloro che vi
sono vivono, com' ei dice non punto secondo la regola di Cristo, ma secondo statuti /383/ umani, e
vogliono conseguiré la giustificazione per virtu di questi. II sordido cappuccio monacale essi
l'avrebbero esaltato e magnificato molto al disopra del santo battesimo: i religiosi per lui quindi sono
i santi per le opere xax' e^o^v, i pretti idololatrae. Erano a' suoi occhi il prototipo della cattolica «
giustificazione per le opere», sicché egli portava come tipiche espressioni per essi: «cappuccio e
chierica ». Dal suo falso punto di vista tutto ció era interamente logico.
Pariendo da questo medesimo punto di considerazione, doveva Lutero egualmente rigettare Y ideale
cattolico della vita, cioé l'adempimento perfetto al possibile del precetto di amare Iddio e il prossimo,
perché, secondo lui, l'adempimento dell'amor di Dio appartiene alie opere della legge, ed é quindi in
contrasto col suo Vangelo. Adempire quel precetto egli lo dichiarava impossibile per noi e toglieva
con ció la loro radice e corona a tutte le opere buone, si esercitino esse nel chio- stro o fuori di esso: lo
stato religioso specialmente divenne cosí il suo diavolo nero.
Pero, anche concesso da tutti, che le conseguenze indi- cate discendano necessariamente dalla
concezione che Lutero si faceva del suo Vangelo che abbiamo or ora pienamente caratterizzato, puré
noi siamo ancora in principio, perché ci si affaccia tosto la questione : come é giunto Lutero a questa
concezione del Vangelo ? In altre parole: qual' é il punto di partenza nello svolgimento di Lutero ?
Alio svolgimento di tale questione si collega da sé lo studio sopra la origine del Vangelo di Lutero e
su questo Vangelo medesimo, che dovrá essere piu dappresso stabilito e discusso in tutte le sue parti.
La questione or messa in campo interessa ugualmente i luterologi protestanti ed i cattolici: ma in essa
giá fin dal principio gli uni vanno assai distanti dagli altri nelle loro discussioni e conclusioni. Si
tratta appunto delle premesse o preambolo di Lutero alia sua « mutazione ». La leggenda protestante
giá divenuta típica, la ritrova negli orrori della vita claústrale, in altre parole, negli « appoggi
decantan » a Lutero, i quali pero si sarebbero spezzati sotto le sue mani, sicché il terreno vacillava
sotto i suoi piedi. Lutero sarebbe entrato nel chiostro « da sincero cattolico », onde guadagnarsi con
opere moltiplicate il favore del severo Giudice, /384/ placarlo, e incontrare un Dio benigno.123
Avrebbe egli pe: sperimentare tutti i mezzi tradizionali della pietá pratica : ottenerne la salute, «tutte
le specie di ascetismo massic: tutte le maniere della contemplazione, tutti i dati dell'a mística.

123
Cosí Harnack, Dogmengesch.3 p. 737 s.
Osservava la regola deirordine piü che metico"; mente, egli digiunava oltre misura, si macerava, si
applic: a concentrazione senza fine, e durava nella narcosi dell'es: fino a che credesse d'essere tra i
cori angelici. Nessu possibilitd d'opera deH'antica Chiesa per la giustificazione ne". perfezione
rimase inattuata. Ma ció che Lutero propriamer. cercava, non lo trovó. Né lo spossarsi in macerare la
carne, : l’unione estatica temporánea con un vaporoso Dio panteista lo ingannarono riguardo al
bisogno sempre piu potente ¿-. 1’anima sua di avere un rapportopermanente personale con Dio.
Accadde il contrario; si esaurivano tutti i mezzi della Chk anche quelli dei sacramenti e in specie
della confessione in c egli non veniva compreso, e sempre piü spaventosa diver.:- la solitudine e
l'abbandono da parte di Dio della sua pes zione; egli fu spinto nell'abisso della disperazione e del ¿
lirio, ecc.».124
In queste frasi c e espressa la quintessenza di ció c. secondo i luterologi protestanti, ha condotto
Lutero alia 5: « mutazione » e alia sua rottura colla Chiesa. Parecchi r. ricordano le sue « estasi », ma
nessuno dimentica le racc priccianti mortificazioni e supplizi ch'egli avrebbe praticato r placare il
severo giudice, poiché all' infuori di questa Lu:c non avrebbe avuto altra idea di Dio e di Cristo.
Prima c: entriamo propriamente nell'argomento, vogliamo esamin:. in uno speciale paragrafo questa
questione pregiudiziale or.. cavarne il vero. L'accorto lettore vi trovera anche meg l'anello di
congiunzione con la sezione precedente. L'esar: critico di altri elementi inclusi nella suindicata
leggenda terana protestante, risulterá da sé nel corso di queste nostre ricerche.
/385/
1. — Studio preliminare su le smoderate penitenze di Lutero prima del suo « mutamento » per
placare il severo Giudice.
Lutero nei suoi scritti e nelle sue prediche parla assai spesso delle austere, quasi mortali penitenze,
cui si sarebbe sottoposto nel chiostro, per operare la sua salute, per placare il severo Giudice, e
guadagnare il cielo, ma nulla gli avrebbe giovato, restando egli ció nonostante sempre turbato, anzi
cadendo alla fine nella disperazione, finché Iddio medesimo con la sua luce e il suo evangelo non lo
liberó da tutto. Possiamo addurre qui innanzi tratto come prova alcuni dei principali passi di Lutero
su questo punto.
« Il mondo o non vuole affatto mortificare il corpo o lo vuol troppo. Noi pretendevamo e volevamo
con l’astinenza meritar tanto da pareggiar il sangue di Cristo. Cosi ho creduto
Io povero pazzo. Poiché io non sapevo ció che Dio voleva, dover io aver cura del mió corpo e non
porre alcuna fiducia nella temperanza. Invece mi sarei ucciso con digiuni, veglie e geli: nel cuor dell'
invernó non portavo che una cappa sottile, e quasi ghiacciavo, tanto era pazzo e sciocco ».125 «Perché
ho osservato nel chiostro tanta austeritá? Perché ho tormentato il mió corpo con digiuni, veglie e
freddo? Perché allora cercavo assicurarmi di acquistare la remissione dei peccati con tali opere ».126
« Io era a tal punto che per digiuni, astinenze, gravezza di lavoro e di abiti, m'ero quasi ridotto in fin
di vita, si che ne portavo il corpo guastato dal pallore e dalla magrezza ».127 «Noi abbiamo prima di
questo tempo sotto il papismo invocata ad alte grida l’eterna felicità, noi ci siamo strapazzati pel
regno di Dio, anzi abbiamo quasi mortificati i nostri corpi non con spade o ferri dall’esterno, ma con
digiuni e macerazioni della carne: per questo cercammo e bussammo giorno e notte. Ed io stesso,
qualora non fossi stato salvato mediante il conforto di Cristo per 1' Evangelo, non avrei potuto vivere
due anni, tanto mi martirizzavo e fuggivo dall'ira di Dio, e non mancavano davvero lacrime e gemiti.
/386/ Ma a nulla si riusciva ». «Quando eravamo monaci, abbiamo concluso con le nostre
macerazioni: perché non volevamo riconoscere i nostri peccati e il nostro essere empio anzi non
sapevamo nulla del peccato origínale, e non abbiamo mai capito che l’infedeltá era peccato».128 « Io
non mi sono potuto mai consolarmi del mió battesimo, ma sempre pensavo: O quando vorrai farti
santo e soddisfare si che trovi un Dio benigno? E sono entrato per tali pensieri nel chiostro, e mi sono

124
Lamprecht, Deutsche Geschichte, V, 225.
125
Erl. 19 (2a ed.), 419 s., del 2 dicembre 1537.
126
Opp. exeg. lat. V, 267 all'anno 1539.
127
Ibid., XI, 123 all'anno 1545.
128
Opp. exeg. lat., VII, 72 s. dopo il 1540.
martirizzato e tormentato con digiuni, geli e vita austera: ma con tutto ció non sono approdato a
l’altro che a perdere il santo battesimo, anzi a rinnegarlo»129
In simil guisa torna spesso Lutero a parlare delle sue austere macerazioni e mortificazioni nel
chiostro, e noi coglieremo in frequenti occasioni parecchie altre simili asserzioni dalla sua bocca. 130
Ma é degno di nota che Lutero comincia a parlare su questo punto solo nel periodo dopo il 1530
prima d'allora parla si delle mortificazioni e digiuni dei papisti e dei frati, ricorda anche le proprie
opere vane nel chiostro ma riguardo alle proprie mortificazioni piu che esprimersi con molta riserva,
non vi accenna affatto. Per quale ragione? Prima di cercar la risposta esaminiamo le asserzioni di
Luturo su le sue primitive macerazioni, mettendole a confronto col'austeritá del suo ordine, colla
dottrina ecclesiastica e colle stesse sue precedenti idee.
A) Asserzioni di Lutero su le sue macerazioni nel chiostro saggiate sulla rigiditá dell'ordine.
Lutero scrive ripetutamente: « Io stesso sono stato circa 20 anni131 monaco e mi sono martirizzato
pregando, digiunando /387/ vegliando, agghiacciando dal gelo, si che solo pel freddo potrei esser
morto e mi sono si strapazzato che non ne vorrei piu fare ánche se lo potessi », anzi «sì che non avrei
potuto vivere a lungo se avessi seguitato».132 Ma Lutero é facile a transigere: altrove s'esprime cosi:
«Per quasi 15 anni, quand'era monaco, mi sono stancato con messe quotidiane, e indebolito con
digiuni, nottate, órazioni e altre estrenuamente pesanti fatiche».133 « Anch'io sono stato 15 anni
monaco e mi sono martirizzato e tormentato con digiuni, freddo, e vita austera ».134
Qual fede meritano queste asserzioni? Lutero entró nel 1505 nell'ordine, il 1520 apostató dalla
Chiesa. Che quindi per ben 20 anni, mentre che era monaco, si sia martirizzato con preghiere,
digiuni, resta escluso a priori: al massimo puó aver fatto cosi per 15 anni. Ma anche ció [non puó
stare: perché sebbene sia stato frate appunto 15 anni, almeno dal 1516 in poi a motivo delle sue
troppe occupazioni non gli restava tempo neanche per la prece obbligatoria,135 tanto meno dunque
per digiuni e mortificazioni di propria iniziativa. Del resto lo abbiamo giá sentito dire poco fa che in
seguito alle /388/ sue penitenze non sarebbe vissuto piu di due anni, se non me fosse stato liberato dal
Vangelo. Ora la luce nelle lettere ci S. Paolo, Lutero l'aveva trovata almeno giá sul finiré del 1515 :
dunque fin d'allora egli era liberato dalle penitenze.
Al massimo restano quindi 10 anni durante i quali Lutero con digiuni, astinenze, durezza d'abiti e di
lavoro, con veglie. geli ecc., «si sarebbe martirizzato a morte, se avesse durare ancora».136 Ma qual
fine aveva Lutero in vista con queste terribili macerazioni? Lo sappiamo giá: voleva divenire é resta:
certo della remissione dei peccati e placare il Giudice rigoroso.137 «Io pensavo seriamente ad
acquistare la giustificazione per le mié opere».138 Egli ed altri si sarebbero affaticati nel chiostro, « si
sarebbero travagliati e tormentad ed hanno (cor. ció) voluto ottenere, ció che Cristo é, al fine di

129
Erl. 16, 90 all’anno 1535.
130
V. sotto, A ed E.
131
Erl. 49, 27 (anno 1539). Anche altrove Lutero parla della sua vita claústrale ventennale, mortificata; cosi in Erl. 48,
306 : «I monaci, il papa e tutti gli altri ecclesiastici dicono: Cristo solo non basta. Essi non vogliono tollerare che Cristo
da solo sia il nostro conforto e salvatore, ma che vi si aggiunga anche l’opera nostra, si viva in stati di vita spirituale e si
sia piü pérfetti dell'altra gente; si buttano alle opere e vogliono essere santa gente e tuttavia se ne vanno al diavolo. Ma chi
crederebbe che quanti culti di Dio sono tra i giudei, turchi. e papisti, praticati con grande, serietá nel mondo (come anche
per me nel papato non é stato scherzo e insulto) tutti debbano essere vani? Io ero pure un monaco serio, vivevo púdico e
casto, non avrei preso un centesimo senza che il sapesse il mió priore, pregavo diligentemente giorno e notte. . . Orbene,
chi crederebbe che tutto debba essere perduto e che io abbia da diré: i venti anni che sono stato in monastero sono bell' e
perduti, io sono andato in convento per la salute e felicita dell’anima e perla salute del corpo ed io pensavo di conoscere
benissimo il Padre e che fosse volontá di Dio che osservassi le rególe ed obbedissi all'abbate; ció dovrebbe piacere a Dio
e ció sarebbe conoscere il Padre e la volontá del Padre? Ma il Signor Gesù Cristo dice qui il contrario e sentenzia: se non
mi conoscete, voi non conoscete neanche il Padre » (agli anni 1530-1532). V. anche la nota seguente.
132
Erl. 49, 300 (1537): «dopo d'essere stato pió monaco piü che vent’anni, aver detto messa tutti i giorni, ed essermi
indebolito con pregare e digiunare cosi che avrei dovuto non campare a lungo », ecc.
133
Opp. exeg. lat. XVIII, 226. Erl. 17, 139: «anch’io sono stato monaco 15 anni ».
134
Erl. 16, 90.
135
V. sopra, p. 35.
136
Erl. 31, 273.
137
V. sopra, p. 385.
138
Le sopra ricordate. Opp. exeg. lat. XVIII, 226.
diventare felici. A che sono approdati? Lo hanno trovato ?»139 Ora, di quando Lutero s' é fissato che
la remissione dei peccati con quel che v' é annesso, non si puó affatto ottenere con le proprie opere,
ma che vien concessa per pura grazia di Dio, senza mérito? L' Harnack stesso ci deve rispondere.
«Per quanto noi possiamo seguire le traccie del pensiero di Lutero, cioe fin dai primi anni della sua
attivitá accademica in Wittenberga ci risulta che per lui la gracia di Dio é la remissione dei peccati
data da Dio sine mérito ».140 E l’Harnack ha perfettamente ragione. Giá fin dal 1510, nelle note mar-
ginali alle « Sentenze », risalenti al secondo suo soggiorno in Erfurt, e anche piu ne' suoi Dictata in
Psalterium, scritti in Wittenberga nel 1513-1515, si trova questa sua idea. Dunque fin da quel tempo
Lutero non poté avere usato la mortificazione per ottenere la remissione dei peccati. Di più in tutti
quegli anni egli non attribuisce mai alle mortificazioni questo scopo, ma il vero, quello che gli aveva
insegnato la dottrina cattolica.
Gli anni di penitenza diminuiscono dunque da 20, 15, 10 fino a cinque. Ma almeno questi primi
cinque anni della vita /389/ religiosa di Lutero son sicuri? Vediamolo tirando in campo in primo
luogo come termine di paragone il rigore dell'ordine.
Una cosa probabilmente non lo ha troppo strapazzato nel suo ordine: l’abito. Egli parla bensi, come
udimmo, della dureza degli abiti: ma, come é possibile? L'abito eremitano era tutt'altro che rígido: le
costituzioni stabilivano che dovesse esser di tenue costo e di poco valore,141 ma non prescrivevano
affatto un abito duro: era detto cosi in confronto a quello dei secolari, e perché invece di lino si
portavano stoffe di lana al contatto del corpo.142 Ma gli abiti di lana non erano certo tali da render
difficile a Lutero la vita. II senso spiacevole che prova al principio chi non v' é avvezzo, é presto
vinto: e chi ha portato una volta lane, come so per esperienza, non le scambierebbe piu col lino. Per
me sarebbe proprio questo una mortificazione. E gli eremiti in ció si trpvavano piuttosto ad agio che
non duramente. Quanto Lutero dice sulla durezza e asperit á delle vesti, é dunque semplicemente
ridicolo, e ció tanto pi u perché, caso mai, proprio in questa materia non avrebbe potuto fare nessuna
eccezione, e dovette portare il suo abito della stessa stoffa che gli altri suoi confratelli.
Lo stesso é del freddo e gelo, di cui, come udiremo, piu tardi si lagna ripetutámente. Donde mai ha
potuto, almeno per sette mesi, cioé nell'estate, nella fine di primavera e nel principio di autunno,
procurarsi freddo e gelo? Nell' invernó egli poteva, secondo gli statuti, vestir piu pesantemente,
affine di non aver freddo:143 gli stessi statuti han provveduto egual/390/ mente bene contro il freddo
notturno nel giaciglio;144 e non puo essere dubbio che pochi secolari di Erfurt erano provisti a questo
riguardo come gli eremiti del luogo. L’HausRATH scrive che « Lutero dormiva senza cóperte in una
cella fredda ».145 Ma dove lo dice Lutero? Nel passo che cita Hausrath meno che mai.146 E l’avesse
pur detto e fatto Lutero, che proverebbe questo? Nella migliore ipotesi, che questa mortificazione era
c o l p a sua, non della Chiesa» o della rigidezza dell’ordine: che a lui ha fatto difetto la discrezione.
Nessuna meraviglia, che nelle costituzioni, la dove enumerano le austeritá dell’ordine, non s'accenni
affatto al freddo147 mentre non vi son punto trascurate le veglie notturne. Ma che s' intende per

139
Erl. 48, 317.
140
Lehrbuch der Dogmengesch.3, III, 738, n. 1..
141
Constit. Staupitz. 26: « Fra.tres, exceptis femoralibus, iuxta carnem lineis non utantur, sed lanéis tantum. Que tanto
honestati nostre congruunt9 quanto fuerint viliores ». Cosi puré le costituzioni generali, per es. nella stampa Venetiis
1508, fol. 25.
142
Per ció nelle Const. si dice al c. 15: « asperitatem vestium ».
143
Constit. Staupitz, c. 24: « Sint preterea vestiarie in quolibet loco provise pelliceis et calcéis nocturnalibus quantum
cujuslibet conventus admiserit facultasne illis qui assidue divinis vacant desint necessaria, precipue hyemali tempore.
Idcirco astringimus priores et procuratores ut illis tanto intendant diligentius, quo Ordinis honorem et divini cultus
diligunt promotio- nem, ñeque enim fratres absque provisione corporis possunt perseverare in laudibus divinis ». Questo
statuto fu fatto appunto in Germania per ra- gione del!'invernó piu rigido, ed aveva giá il suo fondamento nelle co-
stituzioni generali (c. 24). Se Lutero fosse stato un francescano al tempodi S. Bonaventura, allora si che avrebbe potuto
lamentarsi del freddo:. S. Bonaventura rammenta a giusto titolo 1' « afflictio frigoris et caloris» V. sopra p. 65, n. 4.
144
Ibid.
145
Neue -Heidelberg. Jahrbücher, VI, p. 181. Luthers Leben (190- , 1,34).
146
Erl. 49, 27, che io giá citai a p. 386.
147
V. sopra p. 63, n. 2.
queste? Il coro di nótte. Ora, con qual diritto se ne puó lagnare Lutero, quando lo stesso non solo era
in uso presso tutti gli ordini, ma perfino nei capitoli delle cattedrali, costumé durato in parecchi
capitoli fino al principio del secolo XVIII ? Forse il coro degli eremitani era particcolarmente rígido?
Non piu che altrove: abbracciava Mattutino e Lodi, in certi tempi col breve mattutino e lodi
dell’Officium Marianum. Allora saremmo stati ben peggio noi nel nostro convento di Graz, poiché
alla fine dell’Oficio si faceva seguire una mezz'ora di meditazione, sì che le veglie notturne duravano
in media dalle 12 all'una e mezzo, tanto d' inverno che d'estáte, eccettuate soltanto le tre ultime notti
della settimana santa. E n'era forse il mió corpo e quello degli altri strapazzato e martirizzato si che
quasi ne saremmo morti ? Tanto poco, che io e altri abbiamo sempre riguardato il cor notturno la piu
bella delle osservanze religiose, e ció a motivo del cantar le lodi di Dio in un tempo in cui gli altri dor-
mívano. Che si dovesse trattare di un martirio mortale, o /391/ d'ottenere la remissione dei peccati,
non ci passó mai per la testa; eravamo troppo savi per ció. Quel supposto scopo l'imparai a conoscere
la prima volta parecchi decenni dopo, da Lutero.
Il vero, il precedente Lutero la pensava come noi. Spiegando il verso del 118o salmo « io mi ricordava
nella notte del tuo nome, o Signore » scrive nel 1514: «Chi vive in spirito, serve Iddio notte e giorno,
perché l'uomo interno non dorme di notte piu che di giorno, anzi mena specialmente se veglia allora
anche il corpo: lo spirito è di notte piu pronto alle cose celesti che di giorno, come i Padri che vi
hanno fatto l’esperienza, ci hanno insegnato. Perció salutármente anche la Chiesa si esercita di notte
nelle lodi di Dio »148 e anzi « é nel costume della Chiesa levarsi proprio a mezzanotte ».149 Lutero si
schiera perfino in favore della meditazione mattutina, di cui non era parola nelle consuetudini
dell'ordine suo, e desidera, perché sia resa fruttuosa, che la sera la mente non si svaghi, ma si faccia
invece come preparazione una meditazione vespertina.150 E tutto questo perché? Per meritare forse la
remissione dei peccati ? O no, ma per ricordarci sempre di Dio.151 La remissione dei peccati é pura
grazia di Dio. Dio, dice Lutero poche pagine prima con S. Agostino,152 non aspetta i nostri meriti, ma
la sua bontá per perdonarci le nostre colpe e prometterci la vita eterna. E Lutero stesso aggiunge: É la
fede che ci giustifica.153
Del resto allora come oggi, i deboli ed i sovraccarichi di lavoro (dei malati non é da diré) erano
dispensati dal coro notturno. Le veglie notturne di proprio capriccio invece erano proibite ab antico.
Che se Lutero ha fatto troppo rispetto a ció, é tutta colpa sua, ed ha mancato contro la virtú della
discrezione, di cui ben presto avró a parlare. /392/ Molto piu importante é ció che il secondo Lutero
racconta del rígido digiunare, che non si dimentica mai di recordare, poiché avrebbe dovuto condurre
il primo Lutero quasi alla morte. Ora i digiuni prescritti appo gli eremitani di S. Agostino d'allora, per
quanto riguarda la Germania - particolarmente il vicariato d' Erfurt, dove Lutero passo i primi anni,
erano molto piu leggieri che quelli ordinati frati dalle costituzioni generali giá assai mitígate
dell’ordine. Le costituzioni eremitane erano, riguardo alie prescrizioni di digiuno, una mescolanza
della regola francescana e degli statuti domenicani, il resto fu aggiunto di libero giudizio. La regola
francescana é di fondamento alla prescrizione che la comunitá, dalla festa d'Ognissanti fino a Natale,
osservi uno stretto digiuno, vale a diré non solo l'astinenza dalla carne, ma anche dalle uova,
formaggio e latte: alla sera per la collatio era permesso un sorso con pane o frutta. Egualmente pel
tempo dalla domenica di Quinquagesima fino a Pasqua Dal Natale a Quinquagesima si poteva daré la
dispensa, sicchè poteva cucinarsi di grasso (come nel resto dell'anno eccetto i venerdi e certi giorni di
digiuno), farsi uso di uova, latte e formaggio anche fuori dell' única refezione.154

148
Dictata super PsaltWeim. IV, 334.
149
Ibid, p. 335 al passo: « Medía nocte surgebam ad confitendum tibí: « Nox... satis expresse ad literam hic notat
surgendi morem in Ecclesia in media nocte».
150
Ibid., III, 362. Cfr. IV, 474.
151
Ibid., p. 361: ut ad minus memores simus Dei de ser o et mane, nt sic principium et finis nobis ipse sit».
152
Enarr. in Psalm. 60, n. 9.
153
III,351:”quia fides iustificat nos”
154
Constit., ed. Gabriel Venetus (Venetiis 1508), cap. 22 (e su per giù s'accordano i manoscritti): « A
festo Omnium Sanctorum usque ad Nativitatem Domini, nullo labore vel occasione (excepto
infirmitatis articulo) fratres non nisi semel, in cibariis tantum quadragesimalibus, reficiantur A festo
Veramente la comunitá degli eremiti di un convento (e la base di ció la davano gli statuti domenicani)
doveva astenersi tutto l'anno dall'uso delle carni. Ma giá fin nelle vecchie costituzioni veniva data al
priore la facoltá di dispensare alternativamente coi frati in un luogo fuori del refettorio, purché
almeno la metá della comunitá restasse in refettorio /393/ e vi mangiasse cibi di digiuno. Solo, tale
dispensa non doveva. darsi troppo spesso.155 Ma anche questa mitigazione sembró leggiera, sicché
sotto il generale TOMMASO DI STRASBURGO il capitolo generale di Parigi (1345) lasció all' arbitrio
del priore determinare quanti frati dovevano restare nel refettorio per adempire gli statuti: soltanto
non doveva un frate mangiar carne fuori del refettorio piu di tre volte alia settimana, mentre al
contrario i lettori e i sovroccupati dovevano mangiare tre volte in refettorio con la comunitá. Il
capitolo generale esortava quindi i superiori claustrali a far si da studiarsi d'introdurre nei conventi
una tal maniera di vita « che la potessero sopportare loro e gli altri fratelli, tanto i forti, che i deboli
».156
Giá queste stesse rególe claustrali erano tali da non poter cagionare al giovane Lutero alcuna
afflizione; tanto meno poi quelle costituzioni, alle quali proprio egli era soggetto fin dalla sua entrata
nel chiostro, in Erfurt, cioé quelle dello STAUPITZ del 1504. In queste tutto e mitigato e semplificato.
Infatti, vi leggiamo bensi che era prescritto il digiuno pei frati da Ognissanti a Natale, e da
Quinquagesima a Pasqua, ma il jejunium non era comandato, come nelle costituzioni generali, in
«cibariis quadragesimalibus » cioé non era un digiuno stretto, ma semplice con única refezione, sì
che poteva /394/ farsi uso di latte e uova: e questo s' applicava anche ai venerdi e agli altri digiuni
ecclesiastici dell'anno, Fuori di questi tempi, la comunitá mangiava carne, dalla quale essa doveva
astenersi inoltre il solo mercoledi.157 Lo Staupitz chiude il brevissimo capitolo con 1'esortazione che
i fratelli non dovessero dimenticare durante il mangiare la sentenza della regola: « frenate la vostra
carne con digiuni e astinenze da cibi e bevande, quanto ve lo permette la vostra sahite ». Le
costituzioni staupitziane erano fatte per le región i settentrionali, e s'innestavano alle usanze claustrali
quivi giá invalse come risulta dalla clausula riguardante il digiuno del venerdi santo.158
I digiuni di religione non potevano in alcuna maniera arrecar danno al giovine Lutero durante il suo
noviziato e clericato in Erfurt, tanto meno poi gli avrebbero accorciata la vita. E nella conclusione del
capitolo sul digiuno (che resto gli toccava udire leggendo la regola sé non altro meno una volta alla
settimana) aveva dovuto apprendere insieme che questo non era affatto diretto alla remissione dei

autem Nativitatis Domini usque ad Quinquagesimam possit prior, si quandoque sue discretioni
videbitur, cüm suis fratribus in ieiunio dispensare. Frater vero, qui ieiunium a festo Omnium
Sanctorum usque ad Nativitatem Domini presumpserit violare (quia postpositis Dei reverentia et
timore, tam honestum et religiosum mandatum ordinis infringere non veretur), pro qualibet die qua
ieiunium fregit, tribus diebus continuis infra duas hebdómadas a fractione ipsius ieiunii in pane
tantum et aqua ieiunet in medio refectorii super nudam terram sedens. Priores quidem et visitatores et
provinciales faciant dictam penitentiam ab ómnibus delinquentibus inviolabiter observari» etc.
155
Ibid.: « Fratres extra locum nullo modo vel causa aliqua carnes mandúcente nisi tam gravi et evidenti sint infirmitate
detenti et gravati, quod de consilio medicinae (sic) non possint sine periculo ab esu carnium abstinere. In loco vero
ordinis prior in esu carnium dispensare possit cum debilibus, minutis et quotidianis laboribus occupatis; et si aliquando
sue discretioni videatur cum aliqua parte fratrum sui conventus in esu carnium dispensandum, ita modeste et religióse
cum eis alternative dispenset, quod nulli ex eis ex dispensatione huiusmodi oriatur materia murmurandi. Refectorium
namque saltem a medietate fratrum nulla hora rejiciendi modo aliquo deseratur. Talis tamen dispensatio non sit crebra».
156
Queste Additiones super Constitutionibus del capitolo parigino furono da Gabriel Veneto messe in appendice
all'edizione delle costituzioni antiche (fol. 40-44): Nel fol. 41 si dice fra altro al capitolo 22: « Exhortantes priores et
procuratores locorum, ut ipsi studeant talem vitam facere in conventis, ut eam ipse aliique fratres, tam fortes quam
debiles, valeant supportare ». Questo avvertimento é passato anche nel testo delle costituzioni posteriori, per es. in quella
del 1547 (Romae 1551) con nuove mitigazioni importanti (fol. 14 b, c. 23).
157
Constit, c. 22: « Fratres nostros a festo Omnium Sanctorum usque ad Domini Natalem et a dominica Quinquagesime
usque ad dominicaw Resurrectionis, singulis etiam sextis feriis anni, atque statutis ab ecclesia diebus adjuncta vigilia S.
Augustini jejunio astringimus. Et ne in locis Ordinis (cioè nelle case dell'Ordine) quartis feriis carnes vescant
prohibemus».
158
« In parasceve autem convenías consuetudinibus suis laudabiliter hactenus practicatis relinquimus ». Nelle
costituzioni generali si diceva semplicemente (come negli statuti domenicani): «in pane et aqua tantum reficimur.
peccati, bensi all' «infrenamento della carne » e non doveva essere usato all’impazzata, ma con
discrezione, «per quanto lo permette la salute». L'esposizione poi della rege riconosciuta come
ufficiale in tutto 1'ordine eremitano, que. di Ugo da S. Vittore159 nota espressamente a questo passo
che quivi era raccomandata la virtü della discrezione: poichè senza di essa si perde ogni bene. Chi
affligge immoderatamente la sua carne, v'e scritto inoltre, uccide il suo concit-/395/ tadino;... in ogni
astinenza si deve sempre badare che i difetti vengano estinti, non la carne.160
Sicché, qualora a Lutero quand'era giovine religioso non fossero bastati i digiuni claustrali, tanto da
moltiplicarli di proprio arbitrio senza moderazione, e da credere insieme che con essi si sarebbe
meritata la remissione dei peccati e sarebbe stato giustificato, sarebbe stata tutta e sola sua colpa. O
erano forse in questo punto le idee dell'ordine in contraddizione con la dottrina cattolica, sì che
secondo quest'ultima in generale le mortificazioni, e non soltanto i digiuni, per raggiungere lo scopo
che si pretende inteso da Lutero, dovevano venire úsate senza moderazione, anche a discapito della
sanitá e della vita? Anzi non é possibile che i dottori cattolici fino a Lutero nulla abbian saputo della
virtu della discrezione e del vero scopo delle mortificazioni? Sicché Lutero sarebbe stato indotto da
loro a quelle sue pazze penitenze di cui piu tardi, come vediamo, parla continuamente ? La risposta al
paragrafo seguente.
B). Idee dei dottori cattolici fino a Lutero intorno alle penitenze ed alla discrezione.
Tutta l'antichitá cristiana fino a Lutero fa testimonianza. contro l’idea che le opere di penitenza
debbano farsi allo scopo di cancellare i peccati, per trovare Dio ed il Redentore, in una parola la
propria salute, e per ció appunto vadano eseguite senza misura.
Come in molti altri punti, cosi anche relativamente alle penitenze Cassiano fu un sapiente dottore pei
posteri che avrebbero vissuto in monacato. Sappiamo giá che egli attribuisce soltanto una parte
secondaria alle penitenze sulla via /396/ della perfezione, considerándole puramente come mezzi a
servizio della medesima.161 Fin dalla prima delle sue famose Conlationes lette e citate in tutto il
medioevo, egli insorge contro l’eccesso e la incongruitá nel digiunare, vegliare e pregare come
contro illusioni del nemico maligno,162 ma svolge a lungo la tesi specialmente nella seconda Conlatio
ove tratta anche della virtù della discrezione. Molti, così Cassiano, sarebbero stati delusi da indiscreti
esercizii di penitenza per es. digiuni e vigilie; essi avrebbero trascurata la virtú della discrezione,
detta nel’Evangelo l’occhio e la luce del corpo e che insegna la degna strada del mezzo fra il troppo
ec il poco.163 Cassiano abbraccia la parte più del meno che del troppo perché « produce maggior
rovina l'immoderata astinenza che non troppo accurato nutrimento poiché da questo mediante

159
Appunto per questo nelle raccolte delle costituzioni (per es. Cod. di Verdun n. 41, edizioni del 1508 e 1551) l' «
Expositio Hugonis de S. Victore super Regulam b. Aug. » segue immediatamente al testo delle regole prima delle
costituzioni.
160
Fra altro ivi Ugo scrive: « Ne caro possit praevalere, spirituales viri per virtutem spiritus eandem concupiscentium
debent reprímere, quia quando caro domatur, spiritus roboratur. Sed cum adjungitur: “ quantum valetudo permittit",
virtus discretionis commendatur; pereunt enim ipsa bona, nisi cum discretione fiant. Tantum ergo debet quisquam
carnem suam domare per abstinentiam, quantum valetudo permittit naturae. Qui carnem suam supra modum affligit,
civem suum occidit... In omni abstinentia hoc semper attendendum est, ut vitia extinguantur, non caro » (appo Migne,
Patr. t. 176, p. 893). V. inoltre nel prossimo paragrafo p. 398 i passi corrispondenti di Gregorio M. e S. Bernardo.
161
V. sopra p. 148. Oltracció cfr. anche Cassiano, Conlatio I, 2. : «Habet ergo ea nostra professio scopon proprium ac
fínem suum, pro quo labores cúnctos non solum infatigabiliter, verum etiam gratanter impedimus ab quem nos
ieiuniorum inedia non fatigat, vigiliarum lassitudo delectat, lectio ac meditatio scripturarum continuata non satiat, labor
etiam incessabilis nuditasque et omnium privatio, horror quoque huius vastissimae sólitudinis non deterret » etc.
162
Conlatio I, 20: « diabolus cmn paracharaximis nos conatur illudere..., immoderatis inconpetentibusque jejuniis seu
vigiliis nimiis vel orationibus inordinatis vel incongrua lectione decipiens ad noxium pertrahit finem ».
163
Nella Conlatio II, 2 l'abbate Antonio dice: « Saepenumero acerrími jejuniis seu vigiliis incubantes ac mirifice in
solitudine secedentes... ita vidimus repente deceptos, ut arreptum opus non potuerint congruo exitu terminare,
summumque fervorem et conversationem laudabilem detestabili fine concluserint... Nec enim alia lapsus eorum causa
deprehenditur, nisi quod minus a senioribus instituti nequaquam potuerunt rationem discretionis adipisci, quae
praetermittens utramque nimietatem vía regia monachum docet semper incedere, et nec dextra virtutum permittit extolli,
i. e. fervoris excessu iustae continentiae modum inepta praesumptione transcendere nec oblectatum remissione
deflectere ad vitia sinistra concedit... Haec namque est discretio, quae oeulus et lucerna corporis in Evangelio
nuncupatur».
salutare contrizione é dato sollevarsi alla regola del rigore, ma non da quella ».164 Ognuno quanto
alle mortificazioni deve tenere in vista «la capacita delle sue forze sia del corpo, sia dell’etá».165
Prima di Cassiano il rigido S. BASILIO ha manifestato /397/ gli stessi principii raccomandando la
fronesij (prudenza, discrezione) senza della quale anche ció che appare bene diventa vizio, vuoi per
l’incongruenza del tempo, vuoi perché non si osserva la misura.166 In questo senso il patriarca dei
monaci d'Occidente S. BENEDETTO appella la discrezione “la madre delle virtù” essa insegna a tenere
la misura in tutto ».167
S. GIROLAMO che, com'é noto, s'é esercitato in tutte le mortificazioni, se la piglia contro 1'indiscreto
digiuno: « specialmente nell'etá delicata io non approvo un digiuno troppo lungo ed esagerato per
intere settimane, nel quale sono proibiti l’olio nelle vivande e le frutta. Dall’esperienza ho appreso
che l'asinello, quand' é stanco per istrada, cerca i viottoli laterali».168 Di giá con queste ultime parole
egli esprime una massima generale che applica anche altrove per rendere manifesto il lato pericoloso
dell'esagerazione in questa materia.169 Sarebbe contro la dignitá della natura razionale, scrive Giro-
lamo, danneggiare il senso con digiuno e vigilie od anche diventar matti o tristi per (indiscreto)
cantare di salmi e d'officio.170 Quanto qui vien detto del canto salmodiale prescritto, é espresso in
brevi parole da S. PIER CRISOLOGO relativamente ai digiuni comandati quando predica: « il digiunare
si compia in modo regolare e corrisponda allo scopo per cui fu istituito di disciplinare cioè il corpo e
l’anima. Almeno chi non puó digiunare non introducá un nuovo uso, ma confessi la sua infermitá
siccome ragione della mitigazione e cerchi supplire con elemosine i vuoti che si fanno mediante
digiuni /398/ difettosi, poiché il Signore non cotidannerá ai sospiri co!u che per la propria salute
mitiga i sospiri dei poveri».1711
Or questo stesso scopo dei digiuni prescritti lo hanno tutte opere di penitenza, quelle eziandio fatte di
libera scelta come .imparammo qui addietro (sotto A.) da Ugo da S. Vittore, il quale insieme non fa
che riportare tácitamente Tavvertimento di Gregorio Magno «mediante l'astinenza vanno mortificati
i vizii della carne, non già la carne stessa».172
S. Bernardo, quel grande dottore della vita spirituale, che Lútero talora consideró sopra tutti, ritorna
semplicemente a S. Benedetto quando dice la discrezione madre e guida di tutte le virtu, senza la
quale la virtu diventa vizio.173 Inoltre come non v'ha cosa piú funesta del mortificare la sua carne con
digiuni e vigilie in vista degli altri, cosi é errore il disciplinare troppo la propria carne senza
discrezione (anche se si faccia per Iddio) talmente che ne perdiamo la salute. Dobbiamo, cosi egli,
considerare il nostro corpo e la sua capacita affinche «mentre cerchiamo di soggiogare il nemico, non
ammazziamo il concittadino. Conserva il tuo corpo a servigio de Creatore».174 É lo stesso pensiero
che giá abbiamo riscontrato presso Ugo da S. Vittore. Il santo esce in vivaci parole centro
l'imprudente zelo dei novellini, ai quali non bastavano come troppo leggieri i digiuni e discipline

164
Ibid., C.17. Cfr. C.16
165
Ibid., C.22
166
Constit. Monast.v c. 14. Migne, Patrol. Gr t. 31, p. 1377.
167
Regula, c. 64 in Migne, Patr. L., t. 66, p. 882.
168
Ep. 107, ad Laetam, a. 10: «... Experimento didici, asellum in via, cum lassus fuerit, diversicula quaerere ».
169
Ep 125, ad Rusticum, c. 16: « Sunt qui humore cellarum, immoderatissimisque ieiuniis, taedio solitudinis, ac nimia
lectione, dum diebus ac noctibus auribus suis personant, vertuntur in melancholiam, et Hippocratis magis fomentis,
quam nostris monitis indigent». Símilmente al c. 7, ove avverte che il digiuno va fatto con misura.
170
« Nonne rationalis, homo dignitatem amittit, qui ieiunium vel vigilias praefert sensus integritati; ut propter
Psalmorum atque officiornm decantationem amentiae vel tristitiae quis notam incurrat? » Questo detto fu approvato
anche da S. Tommaso, In Ep. ad Rom., c. 12, lect. 1.
171
Sermo 166 (Migne, Patr L. t. 52, p. 636), sul digiuno quadragesímale.
172
Moral. XX, c. 41, n. 78: « Per abstinentiam quippe carnis vitia sunt extinguenda, non caro»: lo ripete ibid, XXX, c. 18,
n. 63; In Ezech. 1, homil. 7, n. 10 e altrove.
173
Sermo 5 in Circumcis. (Migne, Patr. L., t. 183, p. 142, n. 11): « necesse est lumine discretionis, quae mater virtutum
est, et consummatio perfectionis ». In Cant. Serm. 49, n. 5: « discretio omni virtuti ordinem ponit… Est ergo discretio
non tam virtus quam quaedam moderatio et auriga virtutum, ordinatrixque affectuum et morum doctrix. Tolle hanc et
virtus vitium erit».
174
De diversis Sermo 40 (Migne, 1. c., p. 651, n. 7).
dell'ordine, la misura prescritta nella veglia, nei cibi e negli abiti, preferivano i loro proprii
divisamenti a ció che é generale e volévano fare di più: teme che finiranno nella carne sebbene
abbiano cominciato nello spirito.175 Ben diversamente stanno coloro /399/ che preferiscono il
generale al particolare, al loro proprio: ad essi si riferisce la sentenza del santo spesse volte ripetuta
nel tardo medio evo: «tu puoi ritrovare quasi in tutti i conventi uomini appieno riconsolati, riboccanti
di gioia, sempre giocondi ed ilari, ardenti di spirito, ai quali la disciplina appare cara, accetto il
digiuno, breve la veglia notturna, divertente il lavoro manuale e finalmente solazzevole ogni rigore di
questa santa radunanza ».176
Anche negli altri istituti claustrali, per esempio nel rígido ordine certosino, valeva come massima
quella di accontentarsi delle mortificazioni e veglie generali e soltanto dietro approvazione del priore
era permesso fare di più.177
Non s'allontana d'un capello da S. Bernardo Guglielmo di St. Thierry allorché scrive: « di quando in
quando bisogna mortificare il corpo, ma non rovinarlo, giacché é poco utile l'esercizio corporale,
giova invece a tutto la pietá (1 Tim. 4, 8) ».178
S. Tommaso d'aquino interpretando questo passo scritturale insegna che « l'esercizio corporale del
digiuno e simili di loro natura non sono un bene, ma pena (poenalia), poiché qualora l'uomo non
avesse peccato, non ce ne sarebbe stato alcuno. Tali esercizi sono beni medicinali (bona
medicinaliá). Come cioé il rabarbaro é buono in quanto libera dal fiele, cosí anche quegli esercizi in
quanto reprimono (comprimunt) gli appetiti ».179 In ció starebbe parzialmente la ragione per cui
Cristo non ha digiunato e fatto mortificazioni con tanta energia con quanta il Battista. « Gesú Cristo
ci diede l'esempio della perfezione in tutto ció che per sé appartiene alla salute: /400/ ma la
mortificazione nel cibo e nel bere non appartiene alia salute giusta Rom. 14, 17 ove é detto: «il regno
di Dio non é cibo nè bevanda».180
Cosí comprendesi la necessitá della discrezione e della misura nelle mortificazioni e macerazioni. «Il
bene dell'uomo e la sua giustizia », scrive il medesimo dottore,181 «sta principalmente negli atti
interni, nella fede, speranza e carita, non giá negli esterni. I primi sono come il fine, che é inteso per
sé, gli altri invece, pei quali i corpi vengono offerti a Dio, sono come mezzi al fine. Quanto a ció che
é ricercato come fine non si usa misura; quanto più tanto meglio. In ció invece che é inteso per
ragione del fine si usa misura in proporzione col fine. L'uomo non deve usare misura quanto alla fede,
speranza e caritá: ma negli atti esterni deve applicare la misura della discrezione in proporzione
colla carità».

175
In Cant. Sermo 19, n. 7 (ibid., p. 866).
176
Sermo 5 de ascensione Domini, n. 7 (ibid., p. 318).
177
Statuta antiqua, 2a pars, c. 15, n. 25; Statuta Guigonis Carthus, c. 35: « Abstinentias vero vel disciplinas vel vigilias
seu quelibet alia religionis exercitia, que nostre institutionis non sunt, nulli nostrum nisi priore sciente et favente facere
licet ».
178
Ep. ad fratres de Monte Dei I, c. 11, n. 32 (Migne, t. 184,p-328)
179
In Ep. 1 ad Tim., c. 4, lect. 2. Tommaso vi fa questa giusta osservazione: « Corporalis exercitatio ieiunii et huiusmodi
ad modicum utilis est, quia tantum ad morbum peccati carnalis, non spiritualis, quia aliquando propter abstinentiam
homo iracundiam, inanem gloriam et huiusmodi incurrit».
180
3 P. qu. 40, a. 2 ad 1. Símilmente Birgitta, Extravagantes 6,122.
181
In Ep. ad Rom., c. 12, lect. 1: « Aliter se habet homo justus ad interiores actus, quibus Deo obsequitur, et ad
exteriores; nam bonum hominis et iustitia eius principaliter in interioribus actibus consistit, quibus scil. homo credit,
sperat et diligit unde dicitur Luc. 17, 21: " Regnum Dei intra vos est"; non autem principaliter consistit in exterioribus
actibus. Rom 14 17: "Non est Regnum Dei esca et potus". Unde interiores actus se habent per modum finís, qui secundum
se quaeritur; exteriores vero actus, ad quos Deo corpora exhibentur, se habent sicut ea quae sunt ad finem. In eo autem
quod quaeritur tamquam finis, nulla mensura adhibetur, sed quanto maius fuerit, tanto melius se habet; in eo autem quod
quaeritur propter finem, adhibetur mensura secundum proportionem ad finem, sicut medicus sanitatem facit quantum
potest; medicinam autem non tantum dat quantum potest, sed quantum videt expedire ad sanitatem consequendam, et
similiter homo in fide, spe et in caritate nullam mensuram debet adhibere sed quanto plus eredit, sperat et diligit, tanto
melius est, propter quod Deut 6, 5: «Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo» Sed in exterioribus actibus est
adhibenda discretionis mensura per comparationem ad caritatem ». Cita poi il passo di S. Girolamo riportato a p. 397, n.
5.
Da ció derivano altre sentenze di S. Tommaso intorno alle mortificazioni. "La macerazione del corpo
mediante veglie e digiuni non é accetta a Dio se non in quanto é opera di virtú e tale é la
mortificazione corporale solo se avviene colla debita discrezione, di maniera cioé che la
concupiscenza /401/ venga frenata e la natura non sia soverchiamente oppressa ».182 « La sana
ragione non permette che si sottragga tanto cibo da perirrne la natura».183 Riferendosi alle Conlat.
Patrum di Cassiano insegna che non é superiore quell'ordine che ha maggiore rigidità, si quello che
con maggiore discrezione la mette nella giusta relazione col fine dell'ordine.184 Le rigiditá negli
ordini non sono che un'aggiunta ed hanno per iscopo di tenere lontani gli individui dai vizii e di
facilitare ai medesirni il progresso nella vita virtuosa:185 esse hanno per iscopo di raffrenare sé stessi
(ad refrenandum seipsum)186
Nei passi precedenti S. Tommaso ha espresso la dottrina dell'antichitá cristiana e dell'época sua circa
lo scopo e la discrezione nell'uso delle opere di penitenza, e per ció noi qui non troviamo fra lui ed
altri dottori la mínima diferenza, cosa che, come é noto, non puó affermarsi sopra molti altri punti:
ció nullameno esaminiamo ancora alcuni dei dottori piu importanti sino a Lutero.
Il contemporáneo seniore di S. Tommaso, il francescano Davide d'Augusta, tanto messo a
contribuzione nel medio evo, come gli altri dottori spirituali attribuisce alle macerazioni il loro giusto
posto nella vita monastica. Egli é contro quei religiosi i quali le considerano come l'apice
nell'osservanza claustrale, ma insieme trascurano quello che realmente le è/402/ proprio vale a dire il
progresso spirituale nella virtu. Costoro sono sempre secchi ed amari, e comunemente severi nel
iudicare gli altri.187 Come tutti i suoi predecessori, Davide mette in guardia i novizii contro
l'indiscreta macerazione del corpo «mediante la quale esso vien rovinato, le forze ed i sentimenti
scemano, lo spirito illanguidisce e tutto il progresso spirituale vien distrutto».188 Riferendosi a Rom.
12, 1 (rationabile obsequium vestrum) egli vi riporta la glossa del Lombardo: « i. e. cum discretione,
ne quid nimis sit, sed cum temperantia vestra corpora castigetis, ut non naturae defectu cogantur
dissolvi, sed vitiis mori»189 e la sentenza qui sopra citata di Gregorio Magno.190
Siamo sempre a quella., S. Bonaventura batte le stesse orme quando scrive che nella disciplina
monastica relativa al silenzio, al cibo, all' abito, al lavoro, alla veglia ecc. non consiste tal virtù
salutare «quasi che senza di essa non vi sia salute». 191 Per ció che spetta poi la macerazione del corpo
essa non piace a Dio per sé, ma solo in quanto c é seco la pena del dolore spirituale. Indi pone come
regola la massima espressa dall'antichitá cristiana fino a lui, doversi osservare nella mortificazione

182
2. 2. qu. 88, a. 2 ad 3. « dicendum quod maceratio proprii corporis puta per vigilias et jejunia non est Deo accepta,
nisi inquantum est opus virtutis, quod quidem est, inquantum cum debita discretione fit, ut scil. concupiscentia refrenetur
et natura non nimis gravetur».
183
Ibid., qu. 147, a. 1 ad 2: « Non ratio recta tantum de cibo subtrahit, ut natura conservari non possit» e cita in
proposito S. Girolamo : « De rapina holocaustum offert, qui vel ciborum nimia egestate, vel somni penuria corpus
immoderate affligit». Il passo e tolto da De consécrat. V, Non mediocriter c. 24: del resto il canone relativo deriva nella
maggior parte dalla Regula Monachorum in Migne, Patr. Lt. 30, p. 330 ss., ove al c. 13 (p. 363) si raccomanda pure il « ne
quid nimis » a proposito del digiuno.
184
2. 2. qu, 188, a. 6 ad 5. V. sopra p. 194, n. 3.
185
Contra retrahentes a religionis ingressu, c. 6: « Adduntur etiam in religionis statu multae observantiae, puta,
vigiliarum, jejuniorum et sequestrationis a saecularium vita per quae homines magis a vitiis arcentur, et ad virtutis
profectionem facilius prómoventur».
186
1. 2. qu. 108, a. 4 ad 3.
187
David de Augusta, De exterioris et interioris hominis compositione, « (ed. Quaracchi 1899), p. 80: «... qui duram
vitam in corporali exrcitatione servant, affligentes corpora sua ieiuniis, vigiliis et aliis laboribus corporalibus, et putant
hoc summum in Religionis observantia esse, et interioris dulcedinis ignari, de veris virtutum studiis, quae in spiritu et
mente sunt parum curant. Hi, quia in se sicci sunt et aliis in iudicando severi solent esse, bene amari et amaneantes dici
possunt».
188
Ibid., p. 162.
189
V. Migne, Patr. L, t. 191, p. 1496.
190
Ibid. Raccomando al lettore di leggere l’esposizione si razionale che continua a fare Davide.
191
De sex alis Seraphim, c. 2, n. 7 (Opp. ed. Quaracchi, VIII, 134)
del corpo la via di mezzo, non essere troppo indulgenti affinché non perdurino le cattive voglie della
carne, né troppo rigorosi affinché non ne vada di mezzo la natura.192
L'ordine romitano di S. Agostino non fece che riattaccarsi all'antica tradizione come appare, oltreché
dagli statuti gene-/403/rali di già esaminati, principalmente in due opere moltissimo diffuse e lette
nell' ordine, cioé « Augustini » Sermones ad fratres in eremo e Líber qui dicitur vitas fratrum
compositus per Fr. Jordanum de Saxonia. Come é noto i primi hanno per autore un agostiniano
quantunque Lutero quand'era giovane monaco abbia sostenuto contro Wimpfeling esserne autore S.
Agostino:193 in essi si parla spesso del digiuno, ma sempre viene riportata la sentenza della regola:
«domate la vostra carne astenendovi da cibi e bevande, in quanto lo permetta lo stato di salute».194
Ma ben più ancora era nell' ordine reputato come norma ed in uso il libro di Giordano per ragione
dell'utilitá pratica. Ivi, richiamandosi la stessa sentenza della regola, si ricorda ai frati che gli uomini
spirituali per la virtù dello spirito debbono domare la loro concupiscenza della carne mediante
digiuno ed astinenza.195 Colui al quale il rigore dell'ordine pare troppo mite (come é di fatto), puó
intraprendere speciali macerazioni, per quanto lo permetta lo stato di salute e presupposto « che
avvenga con misura (cum discretione), col permesso del superiore (de licentia superioris) e senza
scandalo dei frati» (sine fratrum scandalo).196 «Se non vi sono queste tre cose», scrive egli poscia, «
la singolaritá nel frate é biasimevole» (reprehensibilis)197 e s'appella al passo citato di S.Bernardo In
Cant. sermo 19. Coi superiori poi Giordano insiste che non inducano a disperazione i frati per
indiscreto rigore.198
Ma che cosa c'insegnano su questo soggetto i mistici tedeschi ed altri dottori loro affini ? Enrico
Susone, che pure /404/ era molto rigoroso con sé, confessa cionondimeno: « il rigore corporale rende
piacevoli le cose (spirituali), se peró viene praticato con moderazione.» vale a dire con
discrezione.199 «Tu devi ammettere in te tanta rigidità quanta tu puoi applicare col tuo debole corpo,
affinchè muoia in te il vizio e tu viva a lungo col corpo. Noi siamo di diversa costituzione: ciò che per
uno va bene, non conviene ad un altro».200 Mentre così insegna il Susone si appoggia semplicemente
a Cassiano ed a San Bernardo. « Parlando in generale », dice, « è molto meglio esercitare rigore
prudente che dissennato. Ma poichè è difficile trovare la via di mezzo così è da consigliarsi si stia
piuttosto alquanto addietro anzicchè ardire d'andare troppo avanti; giacché avviene spesso che se si
toglie fuor d'ordine troppo alla natura, bisogna poi ridarle troppo fuori d'ordine».201
E che cosa insegna il teólogo preferito di Lutero, Taulero? « Sappiate che digiunare e vegliare é un
ben forte aiuto per la vita divina, per quanto l'uomo lo possa; ma poiché un uomo ammalato é di testa
malata - in questo paese la gente ha proprio teste cattive - e l'uomo trova che qualora acciacchi la sua
natura e la voglia rovinare, deve poi sopprimere i digiuni, anche se dovesse digiunare per precetto,
pigiati licenza dal tuo confessore, e nel caso che per mancanza d'occasione non ottenessi la licenza,
pigliala da Dio e mangia qualche cosa, ed il mattino dopo va dal confessore e digli: ero ammalato e
mangiai e ricevine indi il permesso. La santa Chiesa non ha inteso ne pensato che alcuno debba

192
In Sentent. IV, dist. 15, parte 2a, a. 2, qu. 2, ad 1 et 8. Cita all’uopo il passo riportato di Guglielmo di St. Thierry. Nella
sua Legenda S. Francisci, c. 5 (Opp. VIII, 518, n. 7), S. Bonaventura parla come S. Bernardo della discretio quale «auriga
virtutum».
193
Weim. IX, 12.
194
Sermones 23-25 in Opp. S. Augustini (Parisiis 1685), t. 6, p. 327 ss.
195
Vitas fratrum (Romae 1587), 1. 4, c. 9, p. 70: « Quia caro concupiscit adversus spiritum, spiritus vero adversus
carnem, ne concupiscentia carnis possit praevalere, debent spirituales viri per virtutem spiritus carnis concupiscentiam
reprimere. Quod quidem fit per ieiunium et abstinentiam ».
196
Ibid. c. 10, p. 72 s. La cosa viene svolta a lungo nel c. 11, p. 76 s. Ivi scrive inoltre, fondandosi su Conlat. 2, 11, che i
frati debbono sottomettersi al «judicium seniorum ». Anche la discussione sulla discrezione si fonda quasi
esclusivamente sulle Conlationes Patrum.
197
Ibid. c. 12, p. 80.
198
Ibid. 1. 2, p. 70: «Cavere debent praelati, ne sua indiscreta asperitate fratres in desperationem inducant».
199
Líber epistolarum nel Cod. theol. 67 della cívica biblioteca di Stuttgart, fol. 54b. Cfr. inoltre Denifle, Seuses Leben und
Schriften, I.617: « esercizio corporale aiuta un po', purché non sia troppo».
200
Denifle, 1. c., p. 157 s.
201
Ibid., p. 158
rovinarsi".202 E quantunque egli per es. esorti le claustrali ad essere diligenti in tutte le leggi del santo
ordine, pure trova cosí naturale «che una vecchia suora ammalata non debba digiunare o vegliare o
fare opere esteriori oltre le forze ». Chiesa ed ordine non vogliono rovinare alcuno: al contrario
“tutto/405/ ció che onestamente in via ordinaria vi occorre, siano abiti o pelliccia, in quanto n'avete
bisogno, Dio e 1' Ordine vel concede certamente ».203
Perfino Gersone, egli pure tanto stimato da Lutero,204 e che tuttavia si energicamente sostiene la vita
rigorosa dei certosini riportandone il biasimo di Lutero, da relativamente alle penitenze, come pure
per tutti gli altri esercizi, il consiglio: Ne quid nimis, doversi battere l’aurea via di mezzo205 e
finalmente inculca a tutti la virtü della discrezione nell'e- sercizio dell' astinenza: anche i padri fecero
cosl insertando che l' astinenza indiscreta conduce a fine peggiore, cui piu difícilmente puó
ripararsi, che non la smoderata voracitá. Questa discrezione meglio che altrove viene osservata
nell'umiltá ed obbedienza in quanto che si lascia da parte il proprio capriccio e si accetta docilmente
il consiglio degli esperti. Ma questa obbedienza, madre della discrezione, ove mai trovasi più a posto
che presso i religiosi?206 L'eccesso nell'astinenza reca danno ai sensi ed al giudizio.207 Tutto questo
noi qui addietro l'ab- biamo appreso da altri.
L'aureo libretto dell'Imitaxione di Cristo non si distacca d'un ette da queste regole dei dottori di
spirito. « Negli esercizi corporali (vale a dire mortificazioni) bisogna osservare la misura e non
debbono essere assunti e fatti da tutti nella stessa maniera ».208 « Alcuni incauti per amor della grazia
della divozione distrussero sé stessi volendo fare più di quanto potevano, non badando alla misura
della loro piccolezza, sì /406/ invece seguendo piu 1'affetto del loro cuore che non il giudizio della
ragione; e poiché intrapresero piu di quello che piacesse a Dio, perció perdettero la grazia. I giovani e
gl'inesperti sulla via di Dio vengono fácilmente ingannati e fiaccati se non si lasciano guidare dai
consigli dei prudenti: se seguono piu il loro giudizio che gli esperti tanto piu pericolosa sará la loro
riuscita.e fine».209
Ma come, per ragione di brevitá, debbo lasciaré da parte non pochi scritti di quell'epoca, per es. i
minori di Tommaso da Kempis, sorvolerei altresi Gerardo di Zütphen della fine del secólo xív,
quando Lutero non l'avesse fin dalle prime celebrato e pregiato come «sano teologo» (identificandolo
a torto col celebre Gerardo Groote).210 Nell'opera De. spiritualibus ascensionibus, presa appunto in
considerazione da Lutero. Gerardo enumera i mezzi contro la gula, e in generale contra la
concupiscenza: «essa va conculcata col digiuno, le vigilie, le letture e frequente contrizione di
cuore». Se ponendo scopo delle penitenze nella domatura della carne e della concupiscenza si
addimostra concorde colla tradizione ecclesiastica, altrettanto fa Gerardo quando propugna
l'osservanza della misura: «l'uomo spirituale deve arrivare a potersi contenere dal dilettevole e
contentarsi del necessario sia nella qualitá sia nella quantitá: quanto alla prima non cercando cose
delicate e singolari, quanto all'altra non eccedendo la misura. Che se a seconda della capacita degli
uomini e varia la misura (quamvis varia est capacitas mensurae hominum) pure in tutti v'è solo uno
scopo dell'astinenza che cioé nessuno venga tacciato d'intemperanza (ingluvie) giusta la misura della
sua capacita. La sobrietas mira anzitutto a che sia osservato un digiuno moderato ed eguale »

202
Prima predica nella 4a domenica dopo la Trinitá, da una copia del cod. strasburghese bruciato. Cfr. l'ediz. di
Francoforte II, 138s. con testo cattivo.
203
Ediz. di Francoforte I, 207 s. corretta su nel testo dietro il Cod. germ. Mon. 627, fol. 131.
204
Erl. 7, 44. V. sopra p. 346.
205
De non esu carnium apud Carthusienses, Opp. II, 723. Egli cita anche il verso d'Orazio (Sat. I, 1, 106): Est modas in
rebus, sunt certi denique fines, Quos ultra citraque nequit consistere rectum).
206
Ibid., p. 729: « Nolo putet me aliquis per dicta quaecunque praecedentia secludere velle discretionis virtutem in
abstinentia vel servanda vel assumenda. Seto itaque et sic Patres determinant, quod ad deteriorem exitum et cui minus
est remedii, trahit abstinentia indiscreta, quam edacitas immoderata » etc.
207
Ibid.: «... ne sensus efficiantur hebetes ac stolidi per excessivam in jejunio aut fletu abundantiam, et ut non ex
consequenti rationis iudicium evertatur» etc. Seguono altre discussioni relative.
208
Imit. I, 19.
209
Ibid., III, 7.
210
V. sopra p. 174, n. 5, la citazione dal Commentario di Lutero sulla lettera ai Romani (del 1516). Nei suoi Dictata sul
Salterio (Weim III, 648) rettamente lo dice (nel 1514 c.) «Gefardus Zutphaniensís». Su di lui v. dell'altro più sotto.
(aequale moderatumque ieiunium observetur).211 Ma questo basti. /407/ Circa il tempo stesso che
Gerardo di Zütphen in Germania, scriveva in Francia Raimondo Jordanis, noto sotto il nome d'
Idiota. Egli indaga quale sia la vía piu dritta che conduce a Dio quando scrive: «colui il quale fa
pellegrinaggi, imprende mortificazioni della carne, fa elemosine, costui viene spesso assalito
(impetitur) dal vento della vanagloria, e mentre crede d'arrivare a penitenza, cade nell' inferno.
Quindi, o signor Gesú Cristo dispensatore della carita, non il digiuno, non la preghiera, non
l'elempsina sono per nulla (omnino) la via dritta di venire a te, ma la carità e la tua carità é la via piu
retta senza deviazioni, ecc.».212 Unicamente l'amore, scrive, protegge l'uomo da tutte le partí, mentre
ogni altra virtù tiene in vista solo un lato, come, per es., l'astinenza protegge solamente contro la gula.
Ed in generale, per nominare soltanto questi due, non avrebbero "alcun valore elemosine e digiuni se
non fossero diretti e difesi dalla caritá" ».213
É semplicemente un'eco dell'epoca di Ugo da S. Vittore quanto udiamo dirsi in Italia all' inizio del
secolo xv da S. Lorenzo Giustiniani : « é affatto necessario che ognuno osservi l'arte della sobrietá,
sicche uccida i vizi e non la carne, poiché di frequente perseguitando come nostro nemico la carne,
uccidiamo insieme il cittadino che amiamo», massima antica che il santo sviluppa ulteriormente. 214
Questa dottrina vigeva universalmente nella Chiesa e la troviamo nel secondo decennio del secolo
xvi in Ispagna quando S. Ignazio nella 10 aggiunta alla prima settimana degli esercizi permette la
sottrazione del cibo e del sonno come altre mortificazioni solo in quanto «la natura non ne soffra
danno e non ne derivi notevole debolezza o malattia». /408/
Símilmente alcuni anni prima in Francia, Raulin teolog:o a noi giá noto e sì rigoroso verso se stesso,
ha rappresentato la discrezione nell'uso della penitenza siccome una virtu necessaria sia allo zelo
privato dei singoli individui,215 sia per la missione officiale dei confessori, che debbono imporre la
penitenza al penitente.216
É certo che nessun dottore riconosciuto della Chiesa ha mai attribuito alle opere di penitenza un
valore assoluto o uno scopo, pel quale Lutero abbia dovuto mortificarsi sì fuori di misura nel
chiostro: tutti condannavano l'eccesso negli esercizi di mortificazione e raccomandavano la
discrezione. E tanto piu essi insistevano sull'interno perché pegli esercizi esterni si spesso era
trascurato da gente di poco giudizio. Tali avvertimenti noi cogliamo anche dalla bocca di semplici
predicatori che del resto non potevano elevare la pretesa di essere enumerati fra i grandi teologi e
santi. « Disgraziatamente capita in molti spirituali», predica uno di essi a N'orimberga nel sec. xiv,
«che essi ripongono la loro perfezione. esclusivamente in atti esteriori commendevoli, come cantare
e pregare colla bocca, digiunare e stare in ginocchio, dormir poco e giacere duramente. Oueste cose
bisogna esercitarle con sollecita moderazjone. Ma la maggior cura deve essere di preparare con esse

211
Nell'opera su citata, c. 56 (Bibl. max. Patrum, t. 26, p. 281). Al c. 57 Gerardo scrive inoltre circa lo scopo delle
mortificazioni: “cum per macerationem carnis et alia exercitia affectus mundatur et caro ita spiritui subiugatur, nt rarius
tentetur et facili labore tentatio cedat» etc.
212
Contemplationes de amore, divino, c. 17 (op. Sommalii, Venetiis 1718, p. 337). V. S, Tommaso sopra p. 399, n. 4.
213
Ibid., c. 15 (p. 334). V. sotto p. 411 n. 3.
214
De sobrietate, c. 3 (Opp. Basileae 1560, p. 90): « Sic prorsus necesse est, ut artem sobrietatis quisque teneat, quatenus
non carnem, sed vitia occidat. Saepe enim, dum in illa hostem insequimur, etiam civem, quem diligimus, trucidamus». La
sobrietá ragionevole «ita corpus attenuat, ut mentem elevet et regat, ne res humilitatis gignat superbiam et vitia de virtute
nascantur. Nam incassum per abstinentiam corpus atteritur, si inordinatis motibus dimissa mens vitiis dissipatur.
Proinde per abstinentiam et sobrietatem vitia carnis extinguenda sunt, non caro».
215
Itinerarium Paradisí. De penitentia, sermo 31 (ed. Lugdim. 1518). fol 71: Aliquando motns. vitiorum vult aliquis sine
discretione excutere per penitentiam nimiam, adeo quod bona nature et gratie perdit».
« Sermo vom Closter-leben », che comincia « Audi filia » fol. : nel cod. citato a p. 358, n. 1.
216
Ibid. sermo 28, fol. 65 b: « O portet ministrum (Dei) omnia disponere, super penitentem in numero, pondere et
mensura. In eo enim debet esse discretio, que est omnium auriga virtutum in bello ex adverso omnium vitiorum. Ex quo
necesse est, quod iudicium eius precedat discretio sicut auriga bigam; alioquin non esset Deo neque hominibus
acceptus». E sermo 31, fol. 7: « Sacerdos debet esse cautus et discretus in penitentiis iniungendis, ne se mensuret ad
tongas ulnas, subditos ad breves... Discretio in sacerdote summopere querenda est, est enim non tantum virtus, sed
auriga virtutum ».
interiormente il cuore al re di ogni felicita ecc. ».217 Ivi il predicatore non fa che dare rilievo
all'interno, del quale deve essere penetrata ogni azione esterna.
Piu d'un secolo dopo Geiler von Kaisersberg predica a Strasburgo: « se tu non entri in te stesso a
domare te stesso /409/ e ad esercitare e possedere le virtu della carita, dell' umiltá e pazienza e le altre,
tu nulla fai di piu di quegli il quale stringe alle gambe i legacci senza la scarpa, - tutto ció é
un'irrisione, che tu lavori inútilmente: le cose opprimono te, ma tu non domi te stesso. Doma il
digiuno, doma la veglia, doma il dormir duro, doma il portar abiti rozzi, doma il silenzio, lo star
racchiuso; tutto ció doma. - Ma tu non riesci a principiare»,218 vale a diré a domare te stesso ed a
raggiungere le predette virtù: quindi tutti gli esercizi per quanto domino non riescono a nulla.
Essi dunque, secondo la sentenza surriferita del predicatore di Norimberga, vanno fatti
moderatamente, cioè con discrezione, con misura e questo nel medioevo era cosa sì nota ed evidente
che la dottrina della «moderazione» cioé l’arte di colpire in tutto la giusta misura, il giusto mezzo, era
entrata in Germania anche nella coscienza popolare del medio evo.219 Ne é testimone la poesia
popolare tedesca. Ci troviamo in presenza d'un principio fondato sulla esperienza ed insieme d'un
compendioso riassunto di quanto fin qui abbiamo udito dai dottori cattolici anteriori a Lutero intorno
alia necessitá della discrezione, quando Tommasino di Zerclaere canta:
Man sol die máze wohl ersehn Bisogna ben scegliere la misura
An allen Dingen, daz ist. guot; in tutte le cose, ció é bene:
án Máze nicht wohl behuot.220 senza misura niente é ben difeso.

Perfettamente nello spirito della S. Scrittura il poeta dice:

Ein jeder weise Mann gesteht, Ogni uomo saggio ritiene


Dass Bescheidenheit vor Stárke geht.221 che la moderazione va preferita alla forza.

/410/
Come la sregolatezza é madre di tutti i peccati,222 cosi la discrezione é origine di tutte le virtu.223 Chi
non conosceva il detto che segue di Freidank?:

Ich bin genannt Bescheidenheit, Il mio nome è discrezione


Diu aller tugenden krone treit.224 che porta la corona di tutte le virtù

Essa é una virtu che sta fra due vizi,225 cioé fra il soverchio e il troppo poco. Con tutti gli antichi
dottori della vita spirituale e cristiana si riconosceva inoltre che mentre l'eccesso é fratello
dell'instabilitá, «fermezza» e misura sono figlie della medesima virtù.226 Qui poi troviamo pieno
accordo fra la dottrina cristiana e la poesia popolare. Che meraviglia? La fede cristiana da
quest'ultima fu anzi detta:

217
« Sermo vom Closter-leben », che comincia « Audi filia » fol. 109b nel cod. citato a p. 358, n. 1.
218
Der Has im Pfejfer (Strassburg, Knobloch, 1516) fol. Diij.
219
V. estratti della poesía popolare del medio evo sulla necessitá della « moderazione» appo P. A. Weiss, Apologie des
Christentumsl, I, confer. 15, p. 611 ss.; 613 ss.
220
Der welsche Gast 613-615 (edizione di H. Rückert).
221
Ibid. 85 13 s.
222
Ibid. 13802.
223
Rinkenberk 7 appo Hagen, Minnesinger I, 339.
224
Nella sua poesia « Bescheidenheit» 1, 1. 2. Sebastiano Brant procuró nel 1508 una nuova edizione di essa, nella quale
si riconosceva una vera miniera di sapienza popolare.
225
Tommasino 9993 s.
226
Idem 12338 ss.
Der orden vom rechten Masz. 227 L'ordine della giusta misura.

Ma finiamo la nostra discussione. Tutta l'antichitá cristiana fino a Lutero ha insistito sulla virtù della
discrezione, sull'osservanza della misura in tutte le cose e ció specialmente in riguardo delle opere di
penitenza, anzi essa piu ha riprovato l'eccesso nelle medesime che la deficienza, in cui più che
nell'altro caso si addimostra la mancanza di giudizio, col quale l'anima deve vigilare sul corpo
siccome la parte piu debole egualmente premurosa e di non opprimerlo e di non lasciarsi opprimere
da esso. Questo modo di concepire la cosa era voluto senz'altro dal vero e primo scopo che la dottrina
ecclesíastica fissava alle macerazioni, cioé il raffrenamento della carne, del fomite del peccato, in
maniera però che non n'avesse a morire la carne ed in conseguenza ne patisse danno la cosa
principale, vale a diré l'esercizio dello spirito, la pietá. Perche il fomite del peccato, la concupiscenza,
ci é rimasta come conseguenza del peccato, come pena, cosi l'ammorzamento /411/ della
concupiscenza, del piacere carnale mediante il digiuno ed altre mortificazioni piglia anche la forma
di soddisfazione penale per l'accennata conseguenza del peccato origínale, presupposto però che la
penitenza sia accompagnata alla pietà, poichè giusta la sentenza d' Ugo da S. Caro l’esercizio cor-
porale non é che il guscio, mentre invece la pietá, della quale fa parte anche la mortificazione delle
passioni e dell’uomo interiore, é il nocciolo.228
Come lucerna, nel formarsi questa concezione, serví per tutta l’antichità cristiana la sentenza già
citata di S. Paolo nella prima lettera a Timoteo (4, 8): «L’esercizio corporale é utile a poco, la pietá
invece a tutto». Con queste parole l'apostolo non rigetta l’esercizio esteriore, non lo dichiara senza
valore e superfluo, ma pensa che in confronto colla disciplina interiore dello spirito e col sentimento
interno della caritá verso Dio ogni esercizio corporale ha un’utilitá limitata. Su ció formossi nella
Chiesa fino a Lutero una tradizione unanime, specialmente a partire dall'ambrosiaster, il quale scrive:
« Digiuno ed astinenza da cibi giovano poco se non vi si aggiunge la pietá». Quest’ultima merita
Iddio; « gli esercizi del corpo non sono che freni della carne». Se uno non possiede che gli esercizi
del corpo, soffrirá poi le pene dell' inferno.229 In tutti i posteriori commentarii ci risuonano queste
parole e mediante la glossa e la Collectanea di Pier Lombardo230 questa, /412/ concezione, ormai
comune, fu rammentata continuamente ai teologi posteriori. Come abbiamo visto231 Tommaso
d'Aquino non ha fatto che svolgerla scientificamente: tanto egli quanto gli altri dottori ed oltracció la
glossa di Niccoló di Lira232 hanno tramandato ai posteri fino a Lutero quella dottrina ed il Lutero
anteriore al 1530 l'aveva accettata.

C) Lutero prima del 1530 intorno alle mortificazioni ed alla discrezione.

Riferendosi al raffrenamento del fomite del peccato, Lutero nel 1519 predica: « A tal uopo sono
istituite le veglie, i digiuni, le macerazioni corporali e simili, le quali tutte hanno per scopo, e tutta la

227
Parzival 171, 13. Cfr- Weiss, 1. c. p. 615.
228
Comment. in ep. 1 ad Timoth., c. 4 (ed. Venet. 1703, t. 7, fol. 215). Ma ben prima di Ugo, Cassiano aveva riposto la
dottrina relativa a questo nelle sue Instit.V,c. 10 (ed. Petschenig, p. 88 s.): « Ad integritatem mentís et corporis
conservandam abstinentia ciborum sola non sufficit, nisi fuerint quoque ceterae virtutes animae coniugatae » etc.; c. 11:
«Impossibile est extingui ignita corporis incentiva, priusquam ceterorum quoque principalium vitiorum fomites radicitus
excidantur». La mortificazione dei sensi non sarebbe che un mezzo secondario perla mortificazione dell'interno del-
l'uomo. Cfr. anche c. 12.
229
Comment. in ep. 1 ad Timoth. 4, 8 (Migne, Patr. I., t 17, p. 500).
230
In ep. cit. (Migne, 1. c., t. i92,p. 348): «Corporalis exercitato - quasi dicat: ideo de pietate moneo, quia corporalis
exercitatio, in qua te fatigas jejunando, vigilando, abstinendo, quae sunt frena carnis (cosi puré la Glossa interlinearis),
ad modicum est utilis, nisi huic addatur pietas. Ad hoc enim tantum valet, ut quaedam faciat vitari vitia, quibus vitatis
careat poena illis debita, sed non omni. Pietas autem, quae operatur bona fratribus, valet ad promerendum Deutn » etc.
231
Sopra p. 399 s.
232
In ep. cit: A corporalis exercitatio: in ieiuniis et vigiliis huiusmodi; a) ad modicum utilis: scilicet ad repressionem
concupiscentiae carnis; a) Pietas autem etc.: cum lene disponat hominem ad Deum et ad proximum.
sacra Scrittura l'inculca, di mitigare e sanare questa gravissima malattia».233 Lutero, quindi, come S.
Tommaso, prima del 1530 compara il digiuno e le altre mortificazioni ad una medicina, per sanare il
grave guasto della natura inferiore, il fomite del peccato; l'uno e l'altro conoscevano la preghiera
della Chiesa, in cui é espresso tale pensiero.234 In modo ancor più chiaro ed insieme ricordando la
discrezione si esprime Lutero giusta un'altra tradizione a noi giunta della predetta predica: «ciò che
gli apostoli ardirono prescrivere e determinare con certe leggi, anche la Chiesa non l'ha trattato
diversamente, se non per mortificare la carne, in modo però che i deboli ed ammalati non siano
oppressi o posti in pericolo con questi gravami»235 Eppure era egli allora di già contrario al digiuno
uniforme in determinati giorni.
/413/
Nel marzo 1520, allorquando il suo umor nero contro la Chiesa era tanto progredito che, in procinto
di darle addio, non s'atteneva piu ai suoi precetti come tali, confessó nondimeno che digiuno, veglie,
lavoro «sono istituiti per ammorzare e uccidere le brame e piaceri carnali » e quantunque dia ai
singoli il consiglio di digiunare « senza badare se sia contro il precetto della Chiesa o la legge
del'ordine e degli stati di vita», secondo il proprio giudizio per quanto lo permette la salute e gli pare
utile, pure aggiunge: «poiché nessun precetto della Chiesa, nessuna legge d'ordine puó apprezzare ed
inculcare il digiuno, la veglia ed il lavoro piu di quel tanto ed in quanto che servono ad ammorzare e
mortificare la carne e le sue brame. Ove venga valicato questo confine e si compiano digiuni,
diversitá di cibi, dormire e vegliare piu di quanto possa soffrire la carne ed é necessario per
mortificarsi e cosi si rovini la natura e si guasti la testa, nessuno creda di aver fatto opera buona, o di
potersi scusare coi precetti della Chiesa e le leggi dell'ordine. Egli sará stimato come uno che si
trascura, e, per quanto é in lui, si é fatto assassino di se stesso, poiché il corpo non é dato per
uccidergli la sua vita od operazione na turale, ma solo per mortifícarne la baldanza.... perchè al
lascivo Adamo sia tolto il solletico».236
Qui noi abbiamo dalla bocca di Lutero quanto i dottori cristiani fino a lui hanno insegnato intorno
allo scopo delle mortificazioni e che noi udimmo da essi qui addietro.
Ma il Lutero della prima maniera non solo sviluppa in un colla Chiesa lo scopo giusto nelle
mortificazioni ed insegna la discrezione, bensì spezza insieme una lancia per la relativa necessitá
delle medesime ed a vero dire principalmente dopo quel tempo, in cui per lui dovevano essere quasi
mortifere, a partire da quel tempo, in cui egli s'era liberato da esse come dannose. « Tutto ció che
danneggia il senso ed é contrario all'uomo vecchio, come la mortificazione del medesimo e
l'esercizio di buone opere, é il bene visibile dell'uomo nuovo, e la sfrenatezza della carne, la
negligenza dello spirito forma /414/ il suo male visibile».237 «Il digiuno é una delle armi piu potenti
dei cristiani: la gola, alla sua volta, é la macchina più potente del diavolo »,238 scrive egli nello stesso
anno 1516. Due anni piu tardi anzi cosi si esprime: «la nostra ingiustizia va continuamente spenta con
sospiri, veglie, lavoro, preghiere, umiliazioni ed altre porzioni della croce, e finalmente colla
morte».239 Nel primo Commentario sulla lettera ai Galati del 1519, che é giá molto spinto ed in cui

233
« Ad hoc institutae sunt vigiliae, ieiunia, corporum macerationes et id genus alia, quae omnia eo tendunt, immo
universa scriptura hoc agit, ut expietur saneturque morbus hic gravissimus ». Weim. IV, 626.
234
Feria V post dom. Passionis: « Praesta quaesumus omnipotens Deus ut dignitas conditionis humanae per
immoderantiam sauciata, medicinalis parsimoniae studio reformetur ».
235
Weim. IX, 434: «... Quod enim Apostoli praescribere et certis legibus prefinire ausi sunt, nec Ecclesia aliter tentavit
(tractavit?), quam ad mortificandam carnem et quatenus infirmi et imbecilles (ut pregnantes) etiam his oneribus non
premantur, laborent ac periclitentur ».
236
Weim. VI, 246, nel sermone delle buone opere.
237
In ep. ad Rom., c. 12, fol. 256: « Bonum visibile novi hominis est omne quod malum est sensualitati et contrarium
veteri homini, ut sunt castigatio veteris hominis et bonorum operum exercitatio. Sicut e contra malum visibile est omne,
quod bonum est veteri homini et amicum, ut sunt licentia carnis et negligentia spiritus ». Del 1516.
238
In Ep. ad Rom., c. 13, fol. 271: « Jejunium est unum de armis potentissimis christianorum; gula autem potentissima
diaboli machina».
239
Weim. I, 498.
specialmente spicca la sua dottrina circa la giustificazione, Lutero scrive che la carità non é oziosa,
ma che attivamente crocifigge la carne, e si diffonde per purificare tutto l'uomo.240
«All'asino prepotente», predica egli in quel torno, «bisogna levare la biada, perché non si rompa le
gambe in un sito sdrucciolevole: va stancato col lavoro fino a che gli passi il bruciore », 241 pensiero
questo che non é proprio di Lutero. ma fu tolto in maniera libera da S. Agostino.242 « La carne
sbrigliata», cosi Lutero nella medesima predica, «va domata con molto digiuno cioé con minore
nutrimento, con veglie, lavori, allontanamento degli occhi dall'oggetto gradito».243 Nell'anno
seguente predica che «noi dobbiamo mortificare e quietare con digiuni, veglie e lavori la materiale,
cattiva brama della carne».244 Anche quando aveva giá dato di fatto /415/ addio all' obbedienza verso
il papa e la Chiesa, egli tiene tanto a questo che nonostante le sue calorose esortazioni di non uccidere
la carne, ma la sua baldanza, pure ne fa un'eccezione: « e sarebbe qualora la baldanza fosse si potente
e grande che non le si potesse resistere suficientemente senza rovina e danno della vita naturale». 245
E sebbene insegni che ove cessi la baldanza della carne scompare pure la ragione delle macerazioni,
tuttavia mette in avvertenza con piena ragione contro lo scaltro Adamo, il quale maliziosamente va
cercando licenze per sé e «pretesta danno del corpo e della testa, come sostengono alcuni, e dicono
non essere necessario né comandato di digiunare e di mortificarsi, vogliono mangiare questo e quello
senza tema, quasi che si fossero per lungo tempo molto esercitati con digiuni, che essi non hanno
neppure tentati».246
Trascuro qui ulteriori prove e ricordo soltanto che Lutero anche molti anni prima del suo matrimonio,
quindi 4-5 anni dopo l'apostasia, scrive contro i «profeti celesti»: «il terzo é ora il giudizio, l'opera di
mortificare l'uomo vecchio, dicesi nella lettera ai Romani 5, 6, 7, e vi concorrono le opere, i patimenti
e martirii, ed anche che noi con volontaria violenza e digiuno, vigilie, fatiche ecc. o con altre ostilitá
e offese mortifichiamo la nostra carne ».247
Cosi tardi quindi, anzi perfino dopo il 1530,248 Lutero fa testimonianza a favore della giustezza della
dottrina cattolica circa la relativa necessitá delle mortificazioni. Noi però dalla sua bocca udiamo ora
a poco a poco anche la rampogna che gli esercizi di penitenza sotto il papato avrebbero avuto lo
scopo di trovare Dio o Cristo, di placare il giudice severo, di ottenere la remissione dei peccati; tale
concezione egli non la conosceva prima da parte della Chiesa e dei dottori di spirito e teologi. Ugo da
S. Caro, a lui ben noto, parla a nome di tutti, anche di Lutero, quando esclama: « puó forse Iddio
venire placato per la mortificazione dell'uomo esteriore? /416/ No !».249 Allorquando Lutero entró
nell'ordine ad Erfurt, quella sua dottrina era da piu d'un millennio tenuta da tutta la cristianità, ed egli
si guardó bene dall'accusare la Chiesa di un concetto contrario, invece, quanto piu andava
avvicinandosi all'apostasia, sollevó un altro titolo di biasimo, che cioè essa abbia istituito determinati
giorni di digiuno. Per questo egli esortava i fedeli di non attenersi all'obbedienza ecclesiastica, bensì
al loro proprio capriccio.250 Ció componevasi colla posizione da luí presa allora verso la Chiesa ed il

240
Weim. II, 536.
241
Weim. IV, 626.
242
Sermo de Cant. novo, n. 3: «Habes viam, ambula, sollicitus tamen doma jumentum tuum, carnem tuam, ipsi enim
insidet anima tua. Quomodo, si in hac via mortali jumento insideres, quod te gestiendo vellet praecipitare: nonne ut
securus iter ageres, cibaria ferocienti subtraheres et fame dentares, quod freno non posses? Caro nostra jumentum est:
iter agimus in Jerusalem, purumque nos rapit caro et de via conatur excludere: tale ergo jumentum cohibeamus
jejuniis».
243
Weim. IX, 434.
244
Weim. VI, 245.
245
Weim. VI, p. 246.
246
Ibid., p. 247.
247
Erl. 29, 140.
248
Per es. Erl. 1, 108 s.; 19 (2a ediz.), 420, Opp. exeg, XI, 124.
249
« Numquid placari potest Dominus in millihus arietum i. e. macerando hominem exteriorem? Non, sed per istud quod
sequitur: indicabo tibi o homo, quid sit bonum » etc. In.ep. ad Rom., c. 3 (Opp. t. 7, fol. 26b)
250
Cosi per es. nel 1520 nel sermone delle opere buone, Weim. IV, 246: «perció io voglio avvenga. che ognun scelga
giorno, cibo e quantitá per digiunare, come vuole, non nel senso che tralasci il digiuno, ma per questo che abbia occhio
alla sua carne: quanto questa é lasciva prepotente, tanto egli pratichi digiuni, veglie, lavori e niente più, 1'avesse pure
comandato papa, chiesa, vescovo, confessore e chiunque vogliasi!».
papa: che per lui era ormai 1'anticristo. Però la dottrina circa lo scopo delle mortificazioni e circa la
discrezione fu da ció sì poco colpita come da1 suo zelo contro quei «predicatori» per colpa dei quali
«parecchie donne, che sono gestanti», tuttavia «tengono fermo al digiuno con pregiudizio del frutto
delle loro viscere»,251 e cioé se v'erano predicatori da strapazzo che ne fosero in colpa e mai
annunciavano il giusto uso, misuri, effetto, ragione e scopo del digiuno»,252 la colpa non era della
Chiesa. Lutero lo sapeva e perció non ne la rese responsabile.
Del resto - e di questo soltanto qui si tratta - Lutero meno che mai poteva sollevare lamenti sopra il
suo ordine, così facile in sé, quasi che non si pigliasse alcuna pena dei malati e dei deboli o li
trascurasse. Conosciamo giá in proposito alcuni principii generali nella regola, di cui Lutero rileva sì
spesso, come é noto, la discrezione. Nel particolare poi difficilmente un altro ordine aveva
prescrizioni si ragionevoli, umane o meglio espresse intorno al modo con cui debbono trattarsi gl'
infermi che quell' ordine, nel quale Lutero era entrato ad Erfurt: in esso era fatto al priore un dovere
della maggior premura e carità possibile verso dei medesimi: egli /417/ era obbligato a curare che si
servisse loro come a Dio stesso e che nulla mancasse del necessario.253
Se noi ponderiamo ora il risultato al quale ci hanno condotto le indagini disseminate in questi tre
capitoli, ci si affaccia naturalmente e con rimarcata insistenza la domanda: che valore hanno allora le
dichiarazioni di Lutero citate all'inizio di questo parágrafo sulle sue penitenze esagerate e mortifere
nell' ordine, che egli avrebbe compiute per trovare Dio e Cristo e placare il giudice rigoroso, per
ottenere remissione dei peccati, fino a che dopo vane fatiche Dio per mezzo della consolazione di
Cristo non lo liberó mediante il nuovo vangelo, quindi del 1515, e lo indirizzó per la retta via?

D) Il Lutero posteriore in contraddizione coll' anteriore, colla dottrina dell'ordine e della


chiesa.

Non é d' uopo dimostrare che tutti i luterologi protestanti influenzati dalle biografie di Lutero,
adducono le posteriori asserzioni di Lutero sulle sue eccessive macerazioni nel chiostro, fatte per
diventare partecipe della coscienza celeste, della vicinanza di Dio, della figliuolanza divina, siccome
preludio trágico alla finale illuminazione da parte di Dio. Io invece, fin nella prima edizione di questo
volume, p. 389, feci la domanda, ed a quanto so fui il primo a farla:
Non sarebbe stato prima missione d' un indagatore scientifico, formato metódicamente, verificare, e
in varia maniera, la giustezza delle asserzioni luterane? Quali mortificazioni prescrivevano le
costituziooi dell' ordine in uso al tempo di Lutero? Il rigore dell'ordine corrisponde a quanto dice Lu-
tero ? E poiché i teologi protestanti avrebbero dovuto vedere che cosí non é, essi avrebbero potuto
tirare provvisoriamente /418/ soltanto questa conseguenza: dunque Lutero s'é assunto di proprio
capriccio delle penitenze che 1'hanno condotto sull'orlo del sepolcro. Ma allora si sarebbero trovati
davanti ad una nuova indagine da fare: avevano poi nella Chiesa le penitenze lo scopo loro attribuito
da Lutero? annettevavi essa un valore assoluto? Mediante ricerca storica e metodica essi avrebbero
trovato che la Chiesa, i suoi dottori e l'ordine di Lutero in particolare, raccomandano la penitenza allo
scopo di mortificare, di reprimere la concupiscenza, non per uccidere la carne. Senza grande
difficoltá sarebbero riesciti a conoscere come, giusta l'unánime dottrina dei teologi e dottori della
vita spirituale preluterani, alia mortificazione spetta il carattere di virtù solo quando sia esercítata con
discrezione e come quindi siano da evitarsi, anzi da condannarsi, mortificazioni fuor di misura,
indiscrete. Essi tutti accennano al grave danno dell'indiscrezione e consigliano di fare in proposito

251
Ibid., p. 247.
252
Ibid.
253
Giá la regola di S. Agostino ha alcuni consigli relativamente agli infermi. Nelle costituzioni, siano le antiche, siano
quelle dello Staupitz, il lungo capitolo 1.3 tratta dei malati (quanta et qualis cura habeatur circa infirmos) e comincia:
«Circa fratres nostros infirmos tam novillos quam professos seu conversos caveat prior, ne sit negligens, quoniam cura
de eis ante omnia et super omnia est habenda, eo quod soli Deo serviatur in illis». Seguono le prescrizioni. Gli allettati
dovevano venire curati di e notte con ogni caritá, il priore dovea curare che nulla mancasse, agli ammalati dovea darsi
quanto prescrivevano i medici e di cui avessero bisogno ecc.
piuttosto meno che di soverchio. Che ne consegue? Che qualora Lutero colle sue mortificazioni
mirasse agli scopi da lui indicati, se le applicava fino all'eccesso, dovevane la colpa a se stesso, non
alla Chiesa od al suo ordine. Che se poi avesse egli creduto di ottenere mercè l'uso delle penitenze la
certezza della salute, era semplicemente un balordo.
Ed i teologi protestanti? Tutti, dai biografi e teologi, come Harnack, Seeberg ecc. fino ai piu
ignoranti, accolgono i detti di Lutero senza critica alcuna, come si trovano. Annoverano le opere di
penitenza claustrale di Lutero fra i sostegni che la Chiesa avrebbe vantato a lui e che invece gli si
ruppero sotto le mani.254 Certamente l'Harnack credette d'aver pronunziato un'assennata sentenza
quando riferendosi alle «moltiplicate opere di Lutero», disse che costui vi aveva lavorato con
maggior serietá dei suoi compagni.255 Ir. realtáà la è una sentenza assai poco giudiziosa, che Lutero
non ha fatto altro se non dimostrare la sua sconsigliatezza e concezione sbagliata - presupposto che
siano vere le affermazioni di lui circa le sue penitenze. /419/ Ma e le sono poi vere? In qual tempo
cadono esse ? Non sono forse in contraddizione fra di loro e coi fatti che hanno accompagnato la sua
vita claustrale? Non é favola, romanzo quanto egli disse sugli orrori della sua vita monástica?
Naturalmente un teologo evangélico non si sarebbe nemmeno arrischiato a pur semplicemente
pensare così, ma io voglio nondimeno costringerli a pigliare la cosa seriamente e ad applicare la
regola critica rispetto a Lutero.
La nostra indagine si estende alle asserzioni di Lutero intorno l'eccesso delle sue penitenze, intorno
allo scopo che egli aveva nel farle, ed all'época di quelle asserzioni: dopo viene la soluzione.
Per ció che spetta l'eccesso delle mortificazioni imprese da Lutero, anche al protestante più limitato
deve essere chiaro, che esso non gli era imposto né dal suo ordine ne dalla tradizione di esso, né dalla
Chiesa: al contrario e l'ordine e la Chiesa pronunciavansi energicamente contro la sconsigliatezza
negli esercizi di penitenza corporale, così che sotto questo rispetto non vi attribuivano alcun pregio
appunto pel difetto della discrezione: combinano pienamente in proposito anche le confessioni del
Lutero anteriore. La prova di tutto questo sta nei tre capitoli precedenti, nel primo dei' quali anzi
arrivammo alla conclusione, potersi in caso trattare soltanto dei primi cinque anni della vita
monastica di Lutero.
Cbi pertanto insegnó a Lutero, chi gli permise di applicare tutti i mezzi « d'una ascética massiccia »,
di « gelare » a morte, di estenuarsi col digiuno, colle veglie e la macerazione del corpo? Lutero
stesso? E pare incredibile che « l'uomo più grande della Germania », il « genio senza eguali » che
nasce tale e non si sviluppa giá a poco a poco, abbia agito si insensatamente, tanto piu che Lutero ha
preso l'abito solo in età fatta, vale a diré a 23 anni. Oltracciò egli era già maestro di filosofía, che, a
detta di Melantone « aveva fin d' allora tirato su di sé l'ammirazione dell' universitá pel suo spirito
luminoso».256 É impossibile che quest'uomo celebre avesse dovuto lasciarsi confondere dal pagano
Aristotele /420/ che puré sapeva come il bene ed in generale la virtù non é possibile senza la
prüdenza (fronesij) 257
Eppure meno che mai dopo l'ingresso nell'ordine e durante gli anni seguenti Lutero fu lasciato a se
stesso. Dopo la vestizione egli, giusta la prescrizione delle costituzioni fu messo sotto la custodia del
maestro dei novizi; dal quale dipendeva in tutto,258 tanto più relativamente alle penitenze. S. Ber-
nardo fin dal suo tempo riferendosi alla strada mediana da tenersi nel praticarle diceva: «poiché (tale
strada) é un uccello raro nei nostri paesi, così, cari fratelli, la virtu dell' obbedienza supplisca in voi la
discrezione in maniera che non facciate né piu, né meno, né cosa diversa dalle comandate ». 259 Noi

254
Harnack, Lehrbuch der Dogmengeschichte, III, 73 8.
255
Ibid., p. 737, nota 2.
256
V. Kóstlin-Kawerau, I, 44.
257
Eth. ad Nicom. V, 13; X, 8.
258
Trattano di ció il capitolo 17 delle costituzioni antiche e que"? dello Staupitz del 1504: vi richiama sopra l'attenzione
anche lo stesso titolo: Qualis debeat esse magister noviciorum, et de quibus ipsi novicii instruí > tur». II capitolo
comincia: «Prior preponat noviciis unum ex fratribus, doctum, honestum, virum probatum ac nostri Ordinis precipuum
zelatorem».
259
In Circumcis. Dom., sermo 3, n. 11 (Migne, Patr. I., t. 183, p. 142 .
abbiamo giá udito ripetere da Gersone questa massima, 260 che fu un principio fondamentale nelle
corporazioni monastiche.
Quindi anche Lutero durante il noviziato ebbe da ubbidiré al maestro dei novizi o, come era pur detto,
al precettore. Ebbe egli forse la disgrazia di incontrare un maestre piuttosto imprudente, giovane,
esagerato, che tenesse molto in conto l'eccesso nelle penitenze od il servizio delle opere? Tutt'altro.
In quel periodo della sua vita, nel quale Lutero ha trovato da ridire pressoché di tutti, egli dice del suo
precettore: « era un uomo eccellente, e senza. dubbio un vero cristiano sotto 1'abito dannato di
monaco». 261 Secondo il Lutero di quell' época, in cui fa questa confessione, il vero cristiano non fa
calcolo alcuno del servizio delle opere, taccio poi dell'eccesso nel medesimo. Ora questo «accorto
vegliardo» come lo appella un'altra volta,262 avrebbe forse osservato senza scomporsi che il novizio a
lui affidato si esauriva a /421/ morte in mortificazioni? Eppure conosceva le doti di Lutero e quale
utile egli potesse portare all'ordine: gli diede anzi da leggere durante il noviziato « S. Atanasio )). 263
Inoltre, come racconta Lutero un'altra volta, non aveva egregiamemente saputo questo precettore
consolarlo nelle sue tentazioni in maniera da metterlo quieto? 264
Sotto il precettore rimase il giovane fino a che stette chierico; quindi Lutero fu sotto la direzione di
quest5 uomo vecchio, prudente, fino al 1507, vale a diré fino all'ordinazione sacerdotale. Da allora,
cioé nel terzo anno della sua dimora ad Erfurt, Lutero stette sotto l'autoritá esclusiva del priore.
Forseché Lutero vi si sottrasse e, senza che il priore ne sapesse, si mortificó a morte? Ma Lutero dice:
« io non avrei preso un centesimo senza che lo sapesse il mio priore». 265 Io qui gli credo sulla parola,
quantunque si sia posto una trappola. Per una serie d'anni noi lo vediamo nel chiostro esercitare
esteriormente e nelle cose esteriori cieca obbedienza sebbene, a sua confessione, come vedremo nel
prossimo paragrafo, nel suo interno fosse tormentato fortemente dal suo amor proprio. Per quanto noi
possiamo seguire la traccia dei suoi scritti egli vi sostiene sempre la necessitá della cieca obbedienza
claústrale. Eccone alcune prove.
Interpretando il versicolo 2 del salmo 1: nella legge del Signore é la sua volontá, Lutero dice:
«ancora oggidi v'ha di quelli, che col loro sentimento gonfiato ed opere perverse vogliono che la
legge di Dio sia nella loro volontá e non la loro volontá nella legge di Dio. Ció che a loro piace, ció
che essi determinano e propongono vogliono che piaccia a Dio. Di simil fatta sonvi ora specialmente
molti religiosi, che si riservano il giudizio sopra il comando del loro superiore. Ora ció é essere non
sotto, ma sopra il superiore. Al religioso deve bastare un solo motivo di obbedire, quello cioé che ha
promesso obbedienza. Egli non deve chiedere col serpente del paradiso il «perché». Dio non vuole
sacrifici, ma obbedienza, ne guarda alle grandi nostre opere, potendone /422/ Egli fare di ben
maggiori, ma vuole semplicemente obbedienza. Il suo pregio sta anche in un comando mínimo,
spregevole mentre la disobbedienza puzza infinitamente anche in un opera grande, importante».266
L'anno seguente Lutero ripete la stessa cosa: «qualunque opera facciamo senza relazione alla
obbedienza, essa é macchiata».267 «I caparbii credono di essere i piu sapienti e di possedere lo spirito
di tutta la Scrittura: gli obbedienti invece sono pazzi per Iddio e per ciò stesso beati».268 «Nulla
accieca più del proprio sentimento».269
Queste dichiarazioni di Lutero sono del tempo appunto in cui egli non sapeva abbastanza
raccomandare all'ÜSINGEN la vita monastica. Così un fatto conferma l'altro. Le sentenze di Lutero

260
V. sopra p. 405.
261
Al 1532 presso De Wette, IV, 427: « Vir sane optimus et absque dubio sub damnato cucullo verus christianus ».
262
Così lo nomina Lutero nel 1540 V. Lauterbach, Tagebuch auf das Jahr 1338, herausgegeb. v. Seidemann, p. 197, n.
263
Sono i Dialogi IIIdi Vigilio, vescovo di Tapso. Enders IX, 253, n. 1.
264
Opp. exeg. lat. XIX, 100 (1530).
265
Erl. 48, 306, V. sopra p. 386, n. 4.
266
Dictata in Psalterium, Weim. III, 18, aU'anno 1513. Ció che vi é svolto alla lunga, io 1' ho compendiato qui sopra
colle parole di Lutero.
267
Ibid., IV, 306: « Igitur quodcumque opus facimus, sine relatione ad obedientiam est maculatum».
268
Ibid., p. 211: « isti autem stulti sunt propter Deum (all'anno 15:4 o 1515) et in hoc ipso beati ».
269
Ibid., p. 136: « Nihil enim profundius excoecat quam proprius sensus ».
di qüel tempo vanno d'accordo, quelle del Lutero posteriore sul Lutero anteriore sono in
contraddizione con quelle di quest'ultimo.
Quand'anche i protestanti volessero ammettere che Lutero allora si sarebbe esaurito in mortificazioni
per obbedienza, dovrebbero almeno confessare che si trovava beato, che vi rinvenne la pace. Per
amor di Dio egli era diventato pazzo. Ma puó uno che abbia la ragione concedere che un superiore
abbia imposto al bravo giovane delle mortificazioni che dovevano recargli pregiudizio per tutta la
vita? Un tale superiore sarebbe stato immediatamente deposto.270 I superiori d'allora, tanto dell'
ordine domenicano quanto dell'agostiniano, peccavano più per lassezza che per esagerazione e
l'occasione era data dal prologo delle loro costituzioni, ove è detto che il priore ha nel suo convento la
podestà di dispensare i fratelli,271 disposizione questa stabilita principalmente in vista /423/ ed a
favore dello studio, che non doveva venire ostacolato, ed a profitto dell'attivitá spirituale a favore
degli altri.272 Il priore quindi era autorizzato, qualora lo reputasse ben fatto, a dispensare dalla rigiditá
generale dell'ordine i singoli individui (come fu giá ricordato a proposito del digiuno) 273 e qui egli al
giovane, anzi, come si dice pure, malaticcio e angustíato Lutero avrebbe imposto un eccesso oltre i
rigori generali monastici, perché più presto morisse? E avrebbe egli anche solo permesso che
«l'estenuato giovane frate dallo sguardo malinconico, che sempre gira atteggiato a tristezza»,274 si
segregasse dalla comunitá per digiunare a morte, e spesso non gustare per tre giorni neppure un frusto
di pane ?275 No! se v'ebbe eccesso, provenne da Lutero ed in segreto. Del resto lo udimmo da lui
stesso che egli non faceva nulla senza il permesso del priore.
A sentire i biografl di Lutero ed i luterologi, lo Staupitz sarebbe stato il consigliere di coscienza di
Lutero fin dal primo tempo passato da questi ad Erfurt. Ora lo Staupitz promosse talmente gli studi
del giovane Lutero da liberarlo, come narra Seckendorf, dai servizi umili.276 Ma quale cosa è più di
impedimento allo studio del digiuno eccessivo, delle /424/ mortificazioni irragionevoli, del feroce
inveire contro la carne? E colui il quale nelle costituzioni ha raddolcito od almeno approvato gli
statuti anteriori intorno ai digiuni dell'ordine, e che nella disposizione relativa ricorda di suo proprio
ai fratelli l'avvertimento della regola: «domate la vostra carne coll'astinenza di cibo e bevanda per
quanto il permette la vostra salute », quel medesimo, che avrebbe conosciuto la pretesa tendenza di
Lutero alla melanconia e che si sarebbe dato ogni cura per libéramelo, quel medesimo avrebbe per-
messo che il suo pupillo si esaurisse completamente in penitenze, venisse ad avere testa e senso
debole, cadesse cor certezza in preda a maggiore melanconia e tetraggine,277 e così riescisse non solo
incapace allo studio, ma ad ogni serio lavoro?
II vero Lutero primiero, contemporáneo, nulla ha saputo di ció. E quando mai dovremmo noi
imbatterci in lui « frate estenuato» che si martoria a morte sì che non aveva da vivere più a lungo ? Se
mai, ció dovrebbe essere verso la fine dei primi cinque anni, come risulta dalle nostre precedenti
indagini. Ma nel 1507 egli considerava nella vita monástica «una condizione di vita egregiamente

270
Cfr. quanto qui addietro p. 403 riportai da Giordano di Sassonia.
271
Tanto le antiche, quanto le Costituzioni dello Staupitz scrivono: « In convenía tamen suo prior dispensandi cum
fratribus habeat potestai. , cum sibi aliquando videbitur expediref nisi in his casibus, in quibus dispensari expresse aliqua
constitutio contradicit. Priores etiam utantur dispensationibus pro loco et tempore sicut alii fratres ». Queste
determinazioni sono tolte dal prologo delle Costituzioni dei Domenicani. V. Archiv f. Literatur- u. Kirchengesch. des
Mittelalters, V, 534.
272
Perció l'aggiunta nel prologo delle costituzioni domenicane: «In Vis praecipue, que studium vel predicationem vel
animarum fructum videbuntur impedire».
273
V. sopra p. 392 s.
274
Così lo descrive Kolde, Martin Luthér I, 61, che naturalmente lo ha veduto.
275
Mart. Lutheri Colloquia, ed. Bindseil, III, 183.
276
Commentarius hist. et apolog. de Lutheranismo, Francofurti 1692, I, 21. Kolde 1. c., p. 361, a p. 61 non lo ritiene vero
«perché dalla bocca stessa di Lutero sappiamo che egli pur essendo prete dové questuare » (Tischr. ed. Fórstemann, III,
146). Ma e non v'erano in convento bassi servizi: spazzare le celle, i corridoi e l’altre stanze, servizi in chiesa, nel
refettorio, in cucina, servire i padri più anziani, specialmente i magistri ecc.? II questuare era considerato ben poco come
basso servizio, tanto più che i preti vi godevano maggior libertá; i preti dovevano prestar mano nelle chiese ove
capitavano e s'aspettavano ed avevano di fatto tavola migliore che a casa.
277
V. sopra p. 397, n. 4.
calma e divina»:278 il 17 marzo 1509 egli giá studente a Wittenberga scriveva all'amico da lui tanto
stimato Giovanni Braun, vicario ad Eisenach: « se desideri sapere com'io mi trovi: grazie a Dio, mi
sto bene ».279 E si trovava sì bene che egli, fino allora semplicemente lettore di filosofía, aveva il
coraggio giovanile di scambiarla volentieri quanto prima colla teología, che egli però aveva appena
studiata e di sprofondarsi seriamente in questa nuova difficile materia, che studia il fondo ed il
midollo delle cose.280 E così dovrebbe parlare ed agire colui, i cui sensi ed intelletto erano stati
indeboliti da eccessive mortificazioni, che doveva morirne fra breve e che giorno e notte. /425/
sopraffatto dai « terrori claustrali » null'altro poteva fare che urlare? 281
Ancor più sospette diventano le posteriori asserzioni di Lutero sulle sue antecedenti eccessive
mortificazioni nel chiostro, se consideriamo quale scopo si sarebbe prefisso, a sua detta,
nell'applicarle; lo conosciamo di giá da quanto egli n' ha detto. Ma sappiamo anche che di questo
scopo delle mortificazioni esteriori, cioé di trovare Cristo, di placare Lui giusto giudice, e di ottenere
la remissione dei peccati, né l'ordine di Lutero, né i dottori cristiani, nè il Lutero della prima maniera
hanno mai saputo nulla, che tutti invece ascrivono alie penitenze un valore soltanto relativo e
precisamente al fine di domare e raffrenare la concupiscenza, le voglie della carne. Chi dunque,
presupposto che le sue asserzioni in proposito siano vere, chi dunque ha insegnato a Lutero nei primi
cinque anni della sua vita monastica quello scopo della mortificazione fino a lui teoréticamente
affatto sconosciuto? Soltanto la sua inescusabile dissennatezza, anche nel caso che avesse imitato la
prassi di alcuni confratelli: costoro in simile occorrenza sarebbero stati altrettanto dissennati che lui o
meglio alquanto meno, giacché Lutero a sua confessione ha fatto più degli altri. Chiesa ed ordine
pertanto rimangono fuori di questione e non s'ha minor prova di senno mancante nei luterologi
protestanti allorché vogliono far passare quella pretesa penitenza coll'indicato scopo siccome punti
d'appoggio che dalla Chiesa sarebbero stati esaltati a Lutero quando venivasi formando monaco.
Dicevamo, presupposto che le asserzioni di Lutero siano fondate sulla veritá; ma sono veraci ? Per
quanto noi possiamo seguire Lutero risalendo in addietro, egli mai ha attribuito alle penitenze lo
scopo che loro fissa dopo, e sempre /426/ per quanto possiamo seguire le sue piste, le asserzioni di
Lutero, come ci é giá risultato, sulle precedenti sue inumane mortificazioni ci appaiono almeno come
sommámente sospette. Difatti, quand' é che egli ne parla per la prima volta? Solo a partiré dal
1530!282 É possibile? specialmente dal 1515 fino a quell'epoca egli s'appella di spesso alla sua
dolorosa esperienza, ma a quale? forse a quella da lui fatta colle sue straordinarie macerazioni, col
suo eccessivo digiunare e vegliare? Bisognerebbe pensarlo dacché anche nel 1532 riportandosi
precisamente alla sua vita claústrale per «15 anni» in «digiuni, veglie, preghiere ed altre opere
sommamente difficili, colle quali ha seriamente pensato di raggiungere la giustizia», esclama: «io
non credevo fosse possibile che io mi dimenticassi di simile vita».283 Eppure prima di quel periodo da
lui non si sente la mínima parola in proposito mentre non dimenticasi di parlare a molte riprese delle
sue esperienze circa l'amore di Dio sopra tutto, il dolore, l'insuperabile concupiscenza, la tendenza al
male, l'amor proprio e l'inquietudine derivantene ecc. Soltanto su ció, che a sentirlo l'avrebbe

278
G.Oergel, Vom jungen Luther (1899), p. 92; Hausrath, l.c.,p.22, 29.
279
Enders, I, 6: « Quod si statum meum nosse desideras, bene habeo Dei gratia ».
280
Ibid.: « violentum est studium, máxime philosophiae, quam ego ab initio libentissime mutarim theologia, ea inquam
theologia, quae nucleum nucís et medullum tritici et medullam ossium scrutatur».
281
Si stia in guardia - lo noto di passaggio - dal mettere in relazione colla sua spossatezza e sparutezza corporale
un'osservazione di Lutero del 1516, lá dove scrive: « Confíteor tibi, quod vita mea in dies appropinquat inferno, quia
quotidie peior fio et miserior » (Enders, I, 16): ivi egli parla della sua condizione morale. Se alcuno volesse far forza al
testo e cavarne fuori lo stato físico deperito, non avrebbe peró dimostrato nulla, perché della crescente emaciazione si
danno anche altre cause oltre le eccessive mortificazioni.
282
Io vi ho già accennato nella prima edizione a p. 395, ma poichè era pur sempre possibile che mi fosse sfuggito un passo
o l'altro, così chiesi al dott. N. Paulus di Monaco se fosse in caso di indicarmi asserzioni di Lutero anteriori al 1530
intorno alle grandi mortificazioni da lui fatte un tempo, ed egli pure non poté darmene alcuna di quel tempo, insieme
facendomi notare che anche il P. Grisar, il quale avevi rivolto l'attenzione a simili passi, non ne sapeva nulla in proposito.
Opp. exeg. latXVIII, 226: «nec putabam possibile esse, ut unquam obliviscerer eius vitae». Lutero scrive poscia: « At
nunc Dei gratia oblitus sum. Memini quidem adhuc eius carnificinae » etc.
283
Weim. VI, 245. V. sopra p. 413.
condotto sull'orlo del sepolcro, sulle sue eccessive macerazioni, che avrebbero dovuto lasciargli
profondissima impressione, egli tace - ed è strano - anche in quel tempo, in cui spezza una lancia a
favore dello scopo retto e della discrezione. É casuale questo?
Oltracciò a lui si oftrì frequente l'occasione di parlarne come per es. nel sermone delle opere buone,
nel quale fra altro fa parola di coloro i quali tanto si mortificano, si sconsigliatamente digiunano e
vegliano da rovinare per ciò il loro corpo e da far impazzire la loro testa:3 appellarsi alla sua /427/
propria esperienza avrebbe aumentato di molto l'effetto delle sue parole. Quanto spesso non parla
egli anche prima del 1530 della giustizia per virtù propria sotto il papato, anzi delle sue proprie opere
colle quali egli voleva essere giusto e suo proprio salvatore o che avesse trattato con Cristo come col
giudice!284 Ma la cosa principalissima, che egli avrebbe dimenticata soltanto nel 1532 - se ha detto il
vero - egli non la tira in campo e prima del 1530 egli non comprende ancora fra le sue opere
giustificanti le sue mortificazioni, mentre più tardi ne fu tanto il millantatore. Come si spiega la cosa?
Dove sta la soluzione?

E) Soluzione della questione.

Nel 1533 Lutero scrive: « Gli é vero che sono stato un pio monaco e che ho osservato sì
rigorosamente il mio ordine da poter dire: se un monaco è arrivato al cielo pel monacato voglio
esservi pervenuto io pure, me lo attestavano tutti i miei confratelli che m'hanno conosciuto: poichè se
avessi durato più a lungo, io mi sarei martoriato a morte con veglie, preghiere, letture ed altro
lavoro» 285 Che mediante il monacato si volesse venire giustificati è cosa giá spesse volte ripetuta da
Lutero, come abbiamo visto nei primi paragrafi della sezione precedente. Né meno udimmo le sue
calunnie che la Chiesa abbia elevato il monacato sopra il battesimo, sopra i precetti, che mediante il
monacato si defezioni da Cristo. Ma ora egli identifica il monacato cogli esercizi e penitenze
claustrali esterne, che avrebbero avuto per scopo di arrivare a mezzo di esse in cielo, sì che quanto
più uno le avrebbe coltivate seguendo l'idea della Chiesa, tanto più pió monaco sarebbe stato e tanto
più sarebbe stato meritevole del cielo. E poiché egli si sarebbe martoriato a morte qualora avesse
durato più a lungo, naturalmente secondo questa concezione egli fra i suoi soci di chiostro sarebbe
stato /428/ il più santo e più di tutti avrebbe avuto da elevare pretese al cielo. Lutero adunque falsò il
concetto ecclesiastico del monacato, poiché prima sapeva egli molto bene che cosa fosse la vita
religiosa. Lutero falsò lo scopo degli esercizi e penitenze claustrali ed esteriori poiché gli era ben
noto per qual motivo si dovessero fare. Lutero falsò la misura nel farne uso poiché ben sapeva che da
tutti i dottori ecclesiastici, dal suo ordine e da lui stesso perfino l'eccesso era condannato. Che quindi
non abbia Lutero falsamente esposto anche il suo proprio modo di vivere precedente e che
falsamente non si sia attribuito quell'eccesso di mortificazione, di cui parla dal 1530 in poi ? Ma a
qual fine avrebbe egli potuto far ció?
Solo un paio d'anni piú tardi Lutero scrive: «Se mai c'è stato alcuno, fui io certamente, che prima del
sorgere del vangelo abbia pensato píamente dei regolamenti del papa e dei padri e che abbia zelato
seriamente per essi come santi e necessarii a salute. E mi son pure dato somma cura di osservare quei
regolamenti, martirizando il mio corpo con digiuni, preghiere ed altri esercizi più di tutti coloro che
al presente sono i miei peggiori nemici e mi perseguitano perché ad essi (agli esercizi) tolgo l'onore
che giustifichino. Giacchè nel- l'osservanza dei medesimi ero si diligente e superstizioso da imporre
al mio corpo un peso maggiore di quello ch'ei potesse sopportare senza pregiudizio».286 Sarebbe
quindi egli perseguitato dai cattolici perché nega che gli esercizi e penitenze claustrali giustifichino,
vale a dire perché insegna come la tradizione cattolica? Ma di che non é capace un uomo, che si rende
reo di simili snaturamenti voluti?

284
Così per es. nel 1528 : «Olim cum Christo agebam ut cum iudice, ego volebam meis operibus esse iustus et salvator».
Weim. XXVII, 443. Sopra p. 49.
285
Erl. 31, 273. La frase trovasi nel famigerato «Kleine Antwort auf Herzog Georgs nähestes Buch » da noi spesse volte
citato.
286
In Gal. ed. Irmischer, I, 107.
Nè basta. Ancor prima di questo periodo Lutero ha identificato, per es. nel 1525, la santità cattolica
colla monastica: essa starebbe únicamente nelle opere esteriori, in una rigorosa vita di penitenza,
nell'idea di essere con ció santi, mentre s'avrebbe il cuore pieno d'odio, di timore e d' infedeltá.287
Non /429/ gli dava alcun pensiero che l'antico monaco anche qui smentisse il Lutero posteriore.288
Dieci anni più tardi egli si abbozza il seguente ritratto d' un santo. « Quand'ero monaco bene spesso
ardevo dal desiderio che mi fosse dato di vedere il contegno e la vita di un santo, ma pensavo che tale
fosse uno il quale avesse la sua abitazione nel deserto, non mangiasse nè bevesse, ma si nutrisse
soltanto di radici e d'acqua fresca. Tale idea dei santi meravigliosi io l'ho attinta non solo dai libri dei
teologi (sofisti), ma anche da quelli dei padri ».289
Contro tale caricatura del santo monaco ha protestato un miliennio avanti Lutero un dottore cristiano:
«Non la solitudine (locus desertus), né un sacco per abito, né dei legumi per cibo, o digiunare,
dormire sulla terra (chameuniae), fanno il monaco: sotto tali veli talvolta si cela un cuore molto
secolare ». Ció manifestarsi da varii difetti inerenti a simili fatiche. « Quale ne é il motivo? Perché
essi esercitano più il loro corpo che non il loro spirito, mentre pure l'apostolo dice: "che gli esercizi
corporali servono a poco, e la pietá invece é utile a tutto Io non dico cosi quasi che siano da
disapprovarsi coloro i quali in simile guisa mortificano il loro corpo e lo riducono in soggezione, ma
perché Satana, maestro /430/ in mille arti, fa il suo giuoco cogli imprudenti trasformandosi in angiolo
di luce ed in séguito a quelle macerazioni corporali li spinge ad una falsa persuasione di santitá e
mentre nel loro interno sono inzuppati (madeant) di vizi spirituali essi appaiono santi a sé e ad
altri».290 Quanto dice di tali santi farisaici questo antico dottore, noi lo abbiamo qui addietro udito
dire da tutta l'antichità cristiana fino a Lutero insieme a proteste contro di essi. Lutero invece del
santo ora descritto e rigettato dalla Chiesa e dai suoi dottori ne fa il santo monaco della Chiesa sì che
non se ne dia altri in alcun modo.
Ora il Lutero posteriore fece di sé nella prima época un santo cattolico di tale fatta (in veritá la
caricatura del medesimo). A tanto mirava poi il suo detto «ci sono stati pii monaci» ecc., quanto
l'altro che viene dopo. Lutero anzi si presentó al popolo ed ai suoi seguaci colle parole: « io sono stato
uno dei migliori ».291 A tanto miravano altre sue affermazioni: «Allorché ero monaco, io osservai
castitá, ubbidienza e povertá: libero dalle cure della vita presente, ero tutto dedito a digiuni, veglie,
preghiere, alla celebrazione della messa ecc. Pur nondimeno sotto questa santitá e giustizia mia
nutrivo continua diffidenza, dubbio, timore, odio e bestemmia contro Dio, e la mia giustizia non era
se non un letamaio ove il diavolo si scapricciava, giacché il diavolo ha molto cari simili santi e li
reputa il migliore passatempo: essi rovinano i loro corpi ed anima e si spogliano di tutte le
benedizioni dei doni di Dio»,292 quindi precisamente come i santi monastici che noi udimmo da lui
descriverci. Egli si annovera fra «i monaci pii, ben disposti, che presero la cosa sul serio, che più di

287
Erl. 15, 413: «finora la massima santità che potesse pensarsi è stata che s' entrasse in convento, si indossasse una
cocolla, si facesse farsi una chierica, si cingesse una corda, si digiunasse molto, si pregahí molto, si portasse una camicia
di pelo, s'andasse vestiti di abiti di lana, si conducesse una vita rígida, che insomma si assumesse una santita monastica,
sì che procedessimo con una apparenza di splendide opere, con questa e non altra convinzione d'essere cioè santi affatto
dalla testa ai piedi, mentre si badava solo alie opere ed al corpo e non al cuore, essendo noi pieni d'odio, pieni di timore,
pieni di infedeltá, di cattiva coscienza, e nulla abbiamo saputo di Dio. Perció il mondo ha detto: " quell’é un sant'uomo,
quella una santa donna, che s'é lasciata murare (cioé s'é chiusa in convento), di e notte sta ginocchioni ed ha recitato tanti
rosarii. Qui sì che c'è santità, ivi abita Iddio, qui c'è veramente lo Spirito Santo. Ció loda il mondo e ci tiene molto ».
288
Così per es. scrive il Lutero della prima maniera nei suoi Dictata super Psalt., Weim. III, 78: « Notandum quod "
sanctus" in scriptura significat quem theologi scolastici dicunt in gratia gratificante constitutum. Sic Esaie 54 (53)... "
Misericordias David fideles” quia (Deus) multos sanctificavit. Unde Apostolus (Rom. 1, 7) semper nominat christianos
sanctos». Quanto il Lutero primiero qui denota come fondamento della santitá, la gratia gratificans inerente al santo, la
sanctificatio, dal Lutero posteriore viene pensatamente taciuto riguardo a questo punto.
289
In Gal. III, 33 s. Abbiamo or ora udito dai suoi Dictata super Psalterium precisamente il contrario.
290
Inter opp. S. Cypriani, ed. G. Hartel, pars ¿a, p. 242, n. 31, 32.
291
Erl. 17, 140.
292
In Gal. I, 109.
me s'eranó affaticati e dati pena ed ansia ed hanno voluto raggiungere ció che é Cristo, per diventare
beati. E che hanno ottenuto con ció?» 293
In quest' ultima interrogazione si nasconde, come suol dirsi, ció che é sotto la maschera, e la
scaltrezza di Lutero. Egli allora foggiava sé stesso siccome il più grande monaco /431/ santo del
tempo per poter dire: «vedete, io ho raggiunta la massima santitá possibile nella Chiesa papista certo
non meno dei miei confratelli. E che cosa ho io con ció ottenuto?» I nostri inesperti avversarii, scrive
egli, «non credono che io e molti altri abbiamo esperimentato o sofferto ció, noi che colla massima
diligenza abbiamo cercato la pace del cuore che però era impossibile trovare in tale tenebra".294
Mediante quelle macerazioni volevamo andare in cielo a trovar Cristo, « e l'abbiamo trovato? Cristo
dice: rimarrete e morrete nei vostri peccati. Questo noi abbiamo raggiunto!»295 Tali santi sono
prigionieri e schiavi di Satana, e perciò sono costretti a pensare, a dire e fare ciò che egli vuole per
quanto esteriormente paia che superino altri in buone opere e rigiditá e santitá della vita. Tali fummo
noi, in veritá niente meno, sotto il papato, quando (un tempo) disonoravamo Paolo, Cristo ed il suo
vangelo, specialmente io. Quanto piú eravamo santi, tanto piu ciechi eravamo e adoravamo il
diavolo ».296
Tutto questo é perfettamente logico. II monaco e quindi il santo monaco è creatura del diavolo: « É
un proverbio inventato dai preti e penso che il diavolo stesso abbia voluto con esso ridersi di loro.
Quando il nostro Signore Iddio fece un prete, il diavolo lo vide e volle imitarlo, ma gli fece la chierica
troppo larga. Ne risultó un monaco. Quindi essi sono creature del diavolo. Questo è detto bensì per
ridere e scherzare, ma è tuttavia la pura verità... I monaci sono ognora preti del diavolo perché
insegnano vera dottrina diabólica».297
Ora a questa commedia tenne dietro l'altra eseguita da Lutero a partiré dai 1530. Lo udimmo giá
esprimersi, nel 1540, così: « se io non fossi stato liberato da quelle macerazioni mediante la
consolazione di Cristo pel suo vangelo, io non avrei potuto vivere due anni, tanto mi martoriavo e mi
affannavo e fuggivo dall'ira di Dio. Ma nulla concludemmo ».298 Ed a ció due pagine piu avanti
riattacca per la prima volta una /432/ lunga narrazione del come finalmente sia giunto al vangelo e
per mezzo di esso alla quiete ed alla pace. Nella scuola, così, egli, aveva imparato che l'ira di Dio, la
sua giustizia vindicativa, si rivelerebbe nel vangelo. Così tutti i dottori fino a lui avrebbero
interpretato il testo di S. Paolo, Rom. 1, 17. E quale ne fu la conseguenza ? « Tutte le volte che
leggevo il passo io desideravo che Iddio non avesse mai manifestar: il vangelo; poiché chi potrebbe
amare quel Dio che s' adira, giudica e condanna»? Finalmente poi essere lui « giunto per
illuminazione dello Spirito Santo alla confortante idea, che in quella sentenza non si parli della
giustizia vindicativa di Dio, ma della giustizia passiva, per la quale Dio misericordioso ci giustifica
per la fede». « Allora mi fu svelata tutta la Sacra Scrittura, anzi il cielo stesso ».299 Cinque anni piü
tardi scrisse: « mi sentii pienamente rinato e d'essere entrato a porte aperte in paradiso ... Per tal guisa
quel passo di S. Paolo per me divenne veramente la porta del paradiso».300
Chi mai dovrebbe ritenere possibile che dietro l'affermazione di Lutero si celi una gran bugia?
Eppure è cosi. Di fresco io ho richiamato l'attenzione sul fatto che di 60 dottori della Chiesa latina
fino a Lutero, di cui io ho scorso i commentarii stampati o manoscritti sull'interpretazione, da Lutero
apposta a tutti i dottori, e concezione loro del passo ad Rom. 1, 17 e affini (come ad Rom. 3, 21, 22 :
10, 3), nessuno di essi (dei quali puó dimostrarsi che Lutero ne ha conosciuto parecchi, e nessuno
fuori di essi che non sia fra quei 60 ha inteso per giustizia vendicativa, per ira di Dio la frase giustizia
di Dio, ma tutti per quella giustizia, per la quale veniamo giustificati, intesero la gratuita gracia

293
Erl. 48, 317. V. sopra p. 387.
294
Gal. I, 107.
295
Erl. 48, 317. Nel testo c'é «essi» invece di « noi» ma nel contesto egli si mette cogli altri.
296
Gal. 1, 109 s.
297
Erl. 43, 328, all'anno 1532.
298
Opp. exeg. lat. VII, 72. Sopra p. 386.
299
Ibid., p. 74.
300
Opp. var. arg. I, 22.
giustificante di Dio, una giustificazione vera e reale dell'uomo partecipata per la fede (non pero la
fede morta voluta da Lutero).301
Riconosce il lettore la connessione fra la or ora discussa /433/ affermazione di Lutero e la precedente
relativa all'eccesso ed allo scopo delle sue mortificazioni corporali, che risalgono non solo al 1540,
ma astrattamente benanco al 1532?302 L'una e I'altra asserzione hanno l'único idéntico scopo di
decantare il suo evangelo, la giustificazione per la sola fede, siccome l'única cosa necessaria, e di
dimostrare invece che nella Chiesa si voleva venire giustificati senza Cristo únicamente mediante le
proprie opere. La massima possibile santità papistica e monástica, che Lutero esercitó nel convento e
nell estenuare il suo proprio corpo, per venire giustificato e placare il severo giudice (egli non
avrebbe concepito sotto altro aspetto Dio e Cristo) l'avrebbe condotto alla ruina del corpo e
dell'anima, anziché a trovar Dio all'odio di Lui, invece che alla pace del cuore alla disperazione.
Come a lui stesso, il medesimo sarebbe capitato ad altri, i quali pure si son dati pena per trovar Cristo
e Dio. Questa é la sostanza della prima asserzione. La seconda dice: soltanto dopoché sotto
l'illustrazione dello spirito egli comprese che per « giustizia di Dio » in Rom. 1, 17 ed in generale, non
va inteso il Dio e giudice vendicativo secondo l'interpretazione errónea, da lui già succhiata, di tutti i
dottori fino al suo tempo, ma la giustizia per la fede, gli si fece in lui la luce, fu liberato dalle sue
macerazioni e dall'orrore del chiostro, si sentí come rinato e gli furono aperte le porte del paradiso.
Ora egli collega fra di loro le due asserzioni quando esclama, a vendo in mira il vangelo da lui
scoperto: « in questo tempo noi vediamo in modo perfettamente chiaro questa luce e possiamo
largamente goderne». Ma poiché ció non avveniva in misura sufficiente conforme al suo desiderio,
egli /434/ rammenta ai suoi l'infelice sua vita sotto il papato prima che gli fosse spuntata questa luce:
«Vi deve muovere anzi tutto l'esempio mio e di altri, che abbiamo vissuto nella morte e nell' inferno
e non abbiamo avuto si riccamente come come ora la benedizione ».303 Vale a dire giusta il contesto,
a noi nelle tenebre, quando eravamo santi monastici colle nostre sive macerazioni (delle quali ha
parlato due pagine pr:ima) era impossibile ritrovare la pace del cuore, che voi ora godete in piena
misura nella luce del vangelo.
Quante « bugie necessarie» non dovè dire Lutero per amor della sua « Chiesa » al fine di arrivare a
questo risu ltato e potere parlare di esperienze nel senso che abbiamo scoperto nelle due affermazioni
da noi poc'anzi discusse! E per ottenére fede sul punto che la Chiesa prima di lui conoscesse soltanto
il giudice vendicativo, non gli bastò di semplicemente affermarlo come aveva fatto anche prima del
1530, ma dovè inoltre, contro la piena cognizione che lui e aveva, acconciarsi a mentire che tutti i
dottori prima di lui null'altro avrebbero riconosciuto in Dio e Cristo, anche di quello che é rivelato nel
Vangelo, se non il giudice vendicatore. E coerentemente ha dovuto acconciarsi ad un' altra bugia, che
cioé egli stesso aveva abbracciata questa concezione fino a che « per illuminazione dello Spirito
Santo» non gli spuntó la luce sul passo ad Rom. 1, 17 e tutta la Sacra Scrittura, vale a diré fino a che
riconobbe come per giustizia di Dio vada intesa non la giustizia vendicativa, ma la immeritata
giustificazione, in altre parole fino al suo cambiamento, che come dimostreremo avvenne intorno al
1515. Ora invece Lutero, lungo tempo prima di quest'epoca, anzi per tutto tempo che ne possiamo
seguire le tracce, nei luoghi corrispondenti ha riconosciuto ed ammesso sotto il nome di « giustizn di
Dio» non la giustizia vendicativa, non il giudice punitore, ma la grazia giustificante di Dio e Cristo

301
V. il mió opuscolo: « Luther in rationalistischer und christlicher Beleuchtung» (Mainz 1904), p. 30 ss. Nel secondo
volume seguirá l'interessante dimostrazione che illustra molti punti e che darei volentieri qui se non dovessi rimandarla
per riguardo ai possessori della prima edizione, perché occupa troppo posto.
302
Io ho già dimostrato le cose relativamente alle affermazioni di Lutero sulle sue eccessive penitenze d'un tempo.
Quanto alla falsa interpretazione della « giustizia » per « giustizia vendicativa», fin dal 1532 cosi scrive egli: «Porro hoc
vocabulum u justitiae- " magno sudore mihi constitit. Sic enim fere exponebant, justitiam esse veritatem, qua Deus pro
mérito damnat seu iudicat male méritos, et opponebant iustitiae misericor- diam, qua salvantur credentes. Haec
expositio periculosissima est, praeterquam quod vana est; concitat enim occultum odium contra Deum et eius iustitiam.
Quis enim eum potest amare, qui secundum iustitiam cum peccatoribus vult agere? Quare memineritis, iustitiam Dei
esse, qua iustificamur seu donum remissionis peccatorum ». Enarr. in Ps. 51 (Opp. exeg. lat. XIX, 130), a 50, 16.
303
Opp. exeg. lat. VII, 74.
stesso come giustizia nel senso di grazia304 senza che mai neppure nel suo /435/ Commentario sulla
lettera ai Romani 1, 17, come vedremo in questa stessa sezione, abbia consumato pur una parola o si
sia pavoneggiato come di solito di aver raggiunto tale accertamento lui solo o lui per il primo in
contraddizione coi dottori precedenti. Nella presente questione non produce differenza se egli prima
del 1515 ha parlato della giustizia imputata (ne parleremo più avanti), qui si tratta esclusivamente del
concetto della « giustizia di Dio», o nel senso di giustizia vendicativa, o in quello di giustificazione.
Noi lo vediamo, Lutero dopo il 1530 ha agito qui come relativamente alle penitenze monastiche.
Prima egli con tutta l'antichitá cristiana e col suo ordine e con tutti i dottori attribuì ad esse il vero loro
scopo insistendo insieme sulla discrezione nell'esercizio delle medesime: indi a poco a poco parla
d'un ambiente ecclesiastico nel quale le mortificazioni sarebbero state applicate per placare il giudice
punitore, in breve per venire giustificati. A partire dal 1530 egli foggia se stesso come uno, che così
ha fatto in modo severissimo fino a danneggiare la sua salute per ottenere lo scopo predetto e quindi
rappresenta se stesso come se nulla mai avesse udito della relativa contraria dottrina della Chiesa e
del suo ordine; anzi la sfacciataggine e sfrontatezza con cui fa le sue affermazioni, dovevano
suscitare nel lettore o nell'uditore l'idea che Lutero sarebbe stato un tempo formalmente persuaso
d'aver /436/ agito colla sua sconsideratezza perfettamente secondo lo spirito della Chiesa.
Circa lo stesso tempo, dal 1530 in poi, fece altrettanto per ció che spetta la sua mendace dichiarazione
circa l'empia persuasione nella quale un tempo egli avrebbe dovuto professare i voti religiosi, mentre
prima, cioé nel 1521, almeno faceva capire di non sapere con quale sentimento avesse fatto i voti.305 COSÍ
fece dopo il 1530 anche colle sue bugie sulla "formóla d'assoluzione monastica »,306 e che íl papa abbia
condannato come disonesto lo stato matrimoniale,307 e su parecchi altri punti, che noi discuteremo
nel secondo volume insieme alia questione perché ció avvenga appunto a partire dal 1530.
Raccogliendo tutto questo risulta quasi fino alla certezza che le tarde asserzioni di Lutero sulle sue
eccessive mortificazioni nel tempo passato e lo scopo per cui le avrebbe eseguite, sono fra le
volontarie bugie necessarie che egli, non eccettuatene delle grosse, ritiene lecite e difende pel bene
della sua Chiesa e delle sue dottrine. Ció s'accorda col risultato già prima ottenuto che cioé lo storico
é imbarazzato circa il tempo in cui debba porre quelle eccessive macerazioni, non convenendo esse
né alla dimora di Lutero in Erfurt, né, anzi molto meno, a quella in Norimberga.. Che se qualcuno non
vuole accogliere il mió risultato, pure, prescindendo da tutto il resto, egli é obbligato a ritenere il «più
grande fra i tedeschi», il «genio senza eguali» per un ignorante e dissennato incredibilmente grande,
come giá ho osservato, senza che con questa dichiarazione abbia per nulla spiegato la perpetua
contradizione fra le asserzioni posteriori affatto erronee di Lutero sullo scopo delle penitenze della
Chiesa e le giuste che aveva prima.
Ad ogni modo da ogni leggenda di Lutero van tolte per sempre, si accetti o no il risultato cui sono
pervenuto, le asserzioni finora correnti :
1) che le eccessive penitenze che si pretendono fatte dal monaco Lutero fossero secondo lo
spirito della Chiesa e dell'ordine;

304
La prova intiera nel secondo volume; nondimeno io qui ricordo che Lutero giá cinque anni prima del suo cambiamento
intende c 1 justitia Dei, cioé nelle note marginali alie Sentenze, 1, dist. 17, ove il Lom bardo, fondandosi su S. Agostino,
scrive: « Deus dicitur justitia Dei, qua nos instificat, et Domini salus, qua nos salvat et fides Christi, qua nos fideles facit
Lutero nello stesso senso dice che Dio non solo é la carità, ma anche la carità creata, alla stessa guisa che « Cristo è nostra
fede, nostra giustizia, nostra grazia e nostra santificazione » (Weim. IX, 42 s. ; v. anche p. 90). Cfr. 1 Cor. 1, 30. Nei
Dictata super Psalt. spiega quasi sempre justitia Dei nel senso surriferito, cosi già nel 1513 sul primo salmo (Weim. III,
31) e cosi infinite volte proseguendo (per es. cfr. III, 152, 166, 179: iustitiam, seu iustitiam fidei, qua iustificatur anima;
202, 226, 365, 462, 463, ove anzi l’ad Rom. 1, 17, viene spiegato: « iustitia tropologice est fides Christi ». Rom. 1: a"
iustitia Dei revelatur in eo " »; cosi IV, 247: iustitia fidei, que est ex fide. Rom. 1; ció per ora basti). La cosa é sì chiara che
anche Köstlin, Martin Luther p. 105, deve accordarlo, ma non sapeva che Lutero anche qui era in pieno accordo cogli
interpreti anteriori, dei quali io voglio accennare solo i piü tardi, Ugo da S. Caro, S. Tommaso d'Aquino, Turrecremata,
Dionigi Cartusiano, Perez de Valentía, Pelbarto.
305
V. sopra p. 256.
306
Sopra p. 350 ss.
307
Sopra p. 262 ss.
2) che quelle penitenze fossero dalla Chiesa e dall'or-/437/ dine proposte a Lutero come
mezzo e puntello per riconciliare il giudice severo, ottenere Dio benigno, cancellare i
peccati, trovare Dio e il cielo.
Invece i biografi di Lutero sono obbligati o a confutare la mia esposizione o ad ammettere che i
dubbii sulla sinceritá di Lutero riguardo alle sue tarde asserzioni circa le sue antiche eccessive
macerazioni hanno ottimo fondamento.
Ma é almeno vero che Lutero in quel tempo, prima che gli fosse spuntata la luce del Vangelo, ha
conosciuto - e per colpa della Chiesa - Dio o Cristo solo come giudice rigoroso e vendicatore, non
come Dio e padre misericordioso si che solo per mezzo di Lutero si sia giunti a conoscere e ritenere
con fiducia che Dio « é l'essere cui possiamo abbandonarci», «che in Cristo esclama all'anima tapina:
Salus tua ego sum», (io sono la tua salute)?308 É vero inoltre che la Chiesa fonda la riconciliazione
con Dio e la nostra giustificazione soltanto sull'opera dell'uomo, in operazioni umane, qualunque
esse siano, e non sull'opera di Dio o di Cristo, sì che nella conversione tutto si riduca alla giustizia
propria, come finora con Lutero sostengono tutti i teologi e luterologi protestanti ?
Prima di esporre il punto di partenza per Lutero nella sua evoluzione, dobbiamo fare ancora
un'indagine sulle questioni or ora proposte, indagine per la quale pero io tiro in campo soltanto quei
libri, nei quali si appalesa successivamente la vita e il pensiero della Chiesa durante il corso dell'anno
intiero, nei quali giorno per giorno essa parla ai suoi fedeli, specialmente a quelli dello stato
ecclesiastico, cioé il messale e breviario, in particolare quelli dell'ordineeremitano,309 cui
apparteneva Lutero. Essi bastano appieno per smentire il posteriore Lutero e per metterlo ancora una
volta in contraddizione col Lutero anteriore. Il risultato che se n'ottiene conferma insieme quanto
riuscimmo a raccogliere nei paragrafi qui addietro./438/

2. — Indagine preliminare circa l'insegnamento della Chiesa nelle sue preghiere intorno al Dio
misericordioso ed alla sua grazia in rapporto colla nostra impotenza.

Chi scorra il messale e breviario, siano quelli dell'ordine romitano al tempo di Lutero, che si riducono
poi a quelli della Chiesa romana, siano quelli di altri ordini, troverà che la Chiesa dalla prima
domenica dell'Avvento fino all'ultima dopo Pentecoste richiama il fedele quasi senza eccezione al
Dio misericordioso e benigno, nel quale ci incoraggia ad ogni pagina a riporre la nostra fiducia e
confidenza. Con meraviglia scoprirá che quasi mai si parla del giudice irato e che ove si rammenti la
giustizia vendicativa di Dio, non manca mai l'accenno alla misericordia che previene la giustizia.1310
Eppure a sentire Lutero, specialmente dopo l'apostasia, bisognerebbe credere che in tutti i luoghi e
momenti ci si affacci il «giudice sull’arcobaleno» e che mai si parli di un Dio benigno e
misericordioso, al quale possiamo rivolgerci con fiducia e confidenza. Avviene invece il contrario.
Quante invero non sono le preghiere della Chiesa colla invocazione: Omnipotens et misericors
Deus, Exaudí nos Deus salutaris noster, Exaudí nos misericors Deus, Exaudí nos omnipotens et
misericors Deus, e nelle quali stia misericors o propitiusl! Fu il rappresentarsi un Dio benigno e
misericordioso, della cui benevolenza ed esaudimento si é sicuri, e non quella di un giudice severo,
vendicativo che ispiró le invocazioni di preghiere ecclesiastiche senza numero: Da nobis Domine,
da nobis /439/ quaesumus Domine, Da quaesumus, Praesta Domine o Praesta quaesumus, Exaudí

308
Harnack, Lehrbuch der Dogmengesch. III3, p. 729. Wesen dés Christentums 4, p. 169.
309
Cito il Messale agostiniano sulla rara edizione Venetiis 1501: il Breviario giusta il Cod. Vat. lat. n. 3515 della fine del
sec. xv. L' Ordinarium nell'edizione delle Constitutiones (del 1508) viene dopo queste. Altre indicazioni, che per amor di
brevitá do raramente, sono segnate volta per volta in particolare.
310
Offre un bell'esempio la messa nell’ultima domenica dopo Pentecoste, cioé nell’ultima dell'anno ecclesiastico.
L'Evangelo ci mette avanti gli orrori del giudizio finale (Matth. 24, 15-33), ma la Chiesa fin dal principio della Messa
intende prevenire che si comprende erróneamente essere di giá Cristo il severo giudice, poiché 1'Introito comincia: « dice
il Signore: io ho pensieri di pace e non d' ira; se voi mi invócate v'esaudiró e ritrarró da tutti i luoghi la vostra cattivitá ».
Ierem. 29, 11 ss. serví da modello (Messale degli eremiti agostiniani, fol.153). La Chiesa prende 1'epistola da Col. 1,
9-14, in cui siamo esortati a confidare in Cristo, ringraziando Dio padre «che ci ha salvati dalla podestá delle tenebre e ci
ha collocati nel regno del figlio del suo amore, nel quale noi abbiamo redenzione peí suo sangue, cioé remissione dei
peccati» Altrettanto é della messa nella prima domenica d'Avvento.
Domine preces nostras ecc.; Respice Domine o Respice Domine propitius, Respice propitius
Domine; le numeróse orazioni della Chiesa cogli incipit: Adesto Domine, Annue Domine o Annue
misericors Deus, Concede, Exaudí Domine, Propitiare Domine, Protector o Protector noster,
Protege, Protegat, Suscipe Domine? Tribue, Tuere Domine: l'inizio della dossologia recitata varie
volte al giorno da Lutero: Praesta Pater piissime (Da, o padre misericordiosissimo!).
In altri casi, ove manchi all'inizio, l'allusione alla misericordia di Dio ricorre nella chiusa
dell'invocazione od al principio della seconda parte della orazione ecclesiastica, per es.: Pateant
aures misericordiae tuae; Subiectum populum... propitiatio coelestis amplificet; Populum tuum...
propitius respice; Deus..., miserere supplicibus tuis. E quanto spesso per tutto l'anno, specialmente
nel breviario, non veniva elevata a Dio od a Gesù Cristo, sia nelle orazioni, sia nei versicoli o
comunque siasi l'invocazione miserere!Ma con ció, come anche il Lutero primiero interpreta, si fa
testimonianza che in Cristo a noi é largita la misericordia di Dio.311 Di giá le preghiere a Dio
considérate per se sole fanno fede di Dio misericordioso, come sì bene esprime la Chiesa stessa in
una delle sue orazioni: «Onnipotente eterno Iddio, al quale mai si rivolge supplice senca speranza
di misericordia ».312
Scendiamo ora da queste osservazioni di indole generale ai particolari esponendo insieme che la
Chiesa non confida nelle opere umane colle quali, come calunnia il Lutero posteriore, si sarebbe
dovuto placare il giudice irato, vendicatore, ma sulla misericordia, la grazia di Dio, alla quale si
rivolge con piena fiducia.
Nel suo messale e breviario Lutero trovava l'oremus tanto spesso ricorrente durante l'anno: « accogli,
o Signore, le nostre suppliche che ti offriamo nella solennitá dei tuoi santi af- /440/ finché noi che non
abbiamo fiducia nella nostra giustizia ecc.313 Per tutto il corso dell' anno egli leggeva che siamo
destituiti di qualsiasi forza,314 che perció non confidiamo su nessuna nostra operazione315 e che ci
puntelliamo soltanto sulla speranza della grazia divina,316 poiché senza di lui, che é la fortezza di
coloro che sperano in lui, nulla puó la debolezza dei mortali,317 alla quale soccombiamo,318 della
quale siamo per-/441/ suasi e confidiamo pertanto nella sua fortezza.319 Anche nel 1520320 Lutero si
richiama alla orazione della Chiesa: «Signore, non giudicarmi secondo le mie azioni: nulla feci di

311
Dictata super Psalterium, Weim. IV, 407: « Donec misereatur. nostri, misericordiam, Christum filium mittendo.
Miserere nostri, mitte Christum, qui est misericordia, domine, Deus pater, miserere nostri; in Christo enim misericordia
Dei data est nobis, que hic petitur».
312
« Omnipotens sempiterne Deus, cui nunquam sine spe misericordiae supplicatur: propitiare» etc. Missa pro
defunctis, Messale, fol 231b.
313
Questa orazione (« ... ut qui propriae iustitiae fiduciam non habemus ») si trova giá nel Sacramentarium Leonianum
(p. 7, 25) e si tro-vava anche (come oggi pure) non solo nel Breviario e Messale romano, ma sì pure in quelli dell'ordine
eremitano) Messale, fol. 189; Breviario, fol. 409) nel Commune Confessoris, in una Secreta plurimorum martyrum, in
diverse feste delFanno. Base dell'orazione é il passo ad Rom. io, 3, secondo il quale v' ha gente che farebbe pompa della
propria giustizia e non vorrebbe star soggetta alia giustizia di Dio.
314
Seconda domenica di Quaresima: « Deus qüi conspicis, omni nos virtute destituí». Messale dell'ordine eremitano, fol.
31. Molte delle orazioni che citeró ricorrono anche nel Breviario, ma osservo che la mag- gior parte degli oremus si
trovano eziandio negli altri Messali e Breviarii.
315
Sessagesima: « Deus qui conspicis, quid ex pulla nostra actione con- fidimus ». Messale, fol. 19.
316
Domenica quinta dopo 1'Epifanía: « Familiam tuam . . . continua pietate custodi, ut quae in sola spe gratiae
coelestis innititur » (Breviario, fol. 7913). Altrettanto nelF Oratio super populum del sabato dopo la seconda domenica di
Q.uaresima. Messale, fol. 37b. Che Dio riceva benignamente, cosí in una orazione, il neo-defunto «non habentem
fiduciam nisi in misericordia tua». Breviario, fol. 425.
317
La prima domenica dopo Pentecoste: «Deus in te sperantium fortitudo, adesto propitius invocationibus nostris, et quia
sine te nihil potest mortalis infirmitas, praesta auxilium gratiae tuae». Messale, fol. 133. II francescano Stefano Brulefer,
fine del sec. xv, riporta questa orazione per provare che il peccatore non puó prepararsi suficientemente alla grazia
santificante: « Sine aliqua gratia gratis data non potest homo se sufficienter disponere ad gratiam gratum facientem, ut
patet in ista collecta: “Deus in te sperantium ... et quia sine te nihil potest humana infirmitas " ». In II Sen. tdist. 28, qu.4,
fol. 258 (ed. Basilee 1507). Del resto simili orazioni si ripetono, come per es. nel sabato 14 o dopo Pentecoste: «quia sine
te labitur humana mortalitas » (Messale, fol. 143) ; nel 150:«Ecclesian tuam, Domine, miseratio continuata mundet et
muniat, et quia sine te non potest salva consistere » etc. (ibid., fol. 143b). L'una e l’altra anche nel Breviario, fol. 175.
318
La festa di S. Callisto (14 ottobre): «Deus qui nos conspicis ex nostra infirmitate deficere ». Breviario, fol. 38ib. Nella
festa di S. Martino (11 novembre): «Deus qui conspicis, quia ex nulla nostra virtute subsistimus ». Breviario, 1. c.
319
Oratio super populum il venerdi dopo la quarta domenica di Quaresima: « Da nobis quaesumus... ut, qui infirmitatis
nostrae conscii de tua virtute confidimus ». Messale, fol. 51. Le orazioni super populum trovansi anche nel Breviario ai
Vespri.
320
Weim. V, 400.
degno al cospetto tuo» ed al frammento: «affinché noi, i quali non possiamo piacerti per le opere
nostre», ecc.321 E la Chiesa a Pentecoste cantava: «ove non risiede la tua divinitá, niente di bene v'ha
nell'uomo, niente in lui é puro da peccati» .322
Nel suo breviario e nel suo messale leggeva Lutero per tutto il corso dell'anno la novella annunziata a
tutta la cristianitá che Dio non solamente é l'essere a cui possiamo abbandonarci, ma che anzi non si
da altra speranza, altra salute fuorché Dio, fuorché il redentore. Quante volte Lutero nel tempo di
passione cantava la strofa
o santa croce, salve - tu se'i l'unica speranza nostra,323
egli coi confratelli buttavasi in ginocchio a fine di riconoscerla come tale. Per tutto il tempo
quadragesimale egli cantava: /442/ « Spes qui es unica mundi».324 Nel venerdi santo allo scoprimento
della croce cantava: «ecco il legno della croce dal quale pendi la salute del mondo. Venite,
adoriamo».325 II sabato santo sentiva pregare dopo la profezia 12a; «Onnipotente eterno Iddio única
speranza del mondo»326 dopoché immediatamente prima aveva sentito nello splendido cántico
dell'Exultet le parole consolanti: «é veramente degno e giusto celebrare Gesù Cristo, che per noi ha
pagato all'eterno Padre il debito d'Adam e col suo pio sangue ha terso la corruzione dell'antico
peccato».327 La domenica di Pasqua egli leggeva le parole iniziali della sequenza :
Mane prima sabbati
Surgens Dei filius
Nostra spes et gloria.328
Ma fin dall'inizio dell'anno ecclesiastico, specialmente nella festa di Natale, Lutero aveva sentito:
tu perenne speranza di tutti — venisti salute del mondo,329
dopo d'avere udito nel capitolo la parola dell'apostolo (Tit. 3, 4, 5): «apparve la bontá e la umanitá di
Dio nostro salva-/443/tore; non per le opere di giustizia che facemmo noi, ma secondo la sua
misericordia egli ci ha salvati».330 E giá nella prima domenica dell'anno, al principio della prima
parte del messale egli aveva letto nell'introito: « a te sollevo 1'anima mia, in te confido, non avró da

321
Ufficio dei morti, responsorio 8o. Breviario, fol. 431b. (V. sopra, p. 49 s.): oremus a nona nell'Officium parvum B. M.
V. Breviario, fol. 409.
322
Sequenza nel giorno della Pentecoste, Messale, fol 217:
Sine tuo numine
Nihil est in homine,
Nihil est innoxium.
Anche Taulero si appelló a questi versi non nell'edizione di Basilea (1521) o in quella di Francoforte (1864), II, 32 ss., ma
nell'antico códice di Strasburgo.
323
« O crux! ave, spes única », penúltima strofa dell’inno al vespro della domenica di Passione: Vexilla regis, che era
recitato o cantato fino al venerdi santo. Breviario degli eremiti agostioiani, fol. 273. Nell'Ordinarium degli stessi eremiti
al c. 6 si legge: « Flectant genua in ferialibus diebus, quando dicitur ver sus hymni: O crux ave, spes única». Edi-
zioneVenetiis 1508, fol. Giijb. S. Tommaso (5, qu. 25, a. 4) cita il verso come autoritá per stabilire «in cruce Christi
ponimus spem salutis». Per ció Lutero anche nella festa dell'invenzione della Croce la salutava colla sequenza (Messale,
fol. 256b): «O crux lignum triumphale, mundi vera salus, vale » e nella festa delP esaltazione della Croce: « Ave salus
totius seculi arbor salutífera », fol. 261.
324
Inno Summi largitor praemii al mattutino di quaresima, Breviario, fol. 272.
325
« Ecce lignum crucis, in quo salus mundi pependit. Venite adoremus». Messale, fol. 79. Cfr. anche la Praefatio de S.
Cruce; Messale, fol. 104.
326
« Omnipotens sempiterne Deus, spes única mundi»: Messale, fol. 93.
327
Messale, fol. 83. II Praeconium paschale attribuito a S. Agostino si trova in ogni messale. Come é noto in esso ricorre
lo spendido passo (Messale, fol. 84b): « O felix culpa, quae talem ac tantum meruit habere Redemptorem » !, che si trova
completamente rifuso nella molto diffusa sequenza natalizia Eia, recolamus di Notkero Balbulo: «O culpa nimium beata,
qua redempta est natura » (J. Kehrein, Lat. Sequenzen des M. A.: p. 28). Pertanto é inesatta l'osservazione di Mathesius,
Historien v. Luther (1566), fol. 5 b, che Lutero avrebbe un tempo cantato il verso: «O beata culpa, quae talem meruisti
redemptorem della sequenza natalicia, ed altrettanto quella di A. Berger. Martin Luther, I, 98, poiché le predette parole
non corrispondono alia sequenza, ma all'Exultet. Del restó nel messale eremitano (fol. 254 s.) non trovasi notata la
sequenza di Notkero né per Natale, né per la Circoncisione ed Epifania, né altrove.
328
Messale, fol. 255 b.
329
Inno appo gli agostiniani in ambo i vespri ed a mattutino: Tu spes perennis omnium ... Mundi salus adveneris.
Breviario, fol. 271.
330
Ibid., fol. 43.
patire vergogna ».331 La Chiesa sa che Dio è piuttosto disposto ad avere misericordia per coloro che
in lui confidano, anzichè ad adirarsi.332 Quanto di frequente durante l’anno rivolse a Dio Lutero le
parole : «o Dio, vita dei viventi, speranza dei morenti, salute di tutti quelli che in te sperano! » « Tu
sei la salute eterna di tutti coloro che in te credono! »333 Quante volte gli risuonó all'orecchio la
sentenza che Cristo é il Salvatore del mondo (Salvator mundi)!334 Anche nell'introito della domenica
19a dopo Pentecoste egli leggeva: «io sono la salute del popolo, così dice il Signore; da qualsiasi
necessitá chiamino a me, io li esaudiró, voglio essere in eterno il loro Signore»; e nella 22a: «Se tu, o
Signore, ti ricordassi dei peccati, chi sussisterebbe più? Ma appo te è riconciliazione » e súbito dopo
udiva la orazione: « o Dio, nostro rifugio e fortezza».335 Da un'altra orazione egli apprendeva che Dio
stesso fa sì che abbiamo la confidenza nella misericordia /444/ sua propria che è da sperarsi.336 Le
anime dei fedeli riposano nel seno della misericordia di Dio,337 e che questa fosse senza misura e
limiti Lutero lo leggeva nella segreta della messa pei confratelli defunti.338 Si riesce allo stesso punto
quando in una orazione la misericordia di Dio è celebrata altrettanto immensa quanto la sua
maestà:339 Dio poi manifesta nel miglior modo la sua onnipotenza col perdonare ed avere
misericordia.340 Per questo la Chiesa nelle sue invocazioni mette tanto di frequente insieme
l'onnipotenza di Dio colla sua misericordia (Omnipotens et misericors Deus): per questo essa
chiamava e chiama Dio il «signore della misericordia»341 e lo riconosce per « Dio di misericordia,
Dio di pietà, Dio d'indulgenza ».342 E quanto spesso allora invocava Lutero colla Chiesa questa
misericordia di Dio! Anche nelle litanie dei santi recitate con tanta frequenza egli pregava: « abbi
misericordia: perdonaci /445/ o Signore! abbi misericordia: esaudiscici, o Signore». Lutero che più
tardi non vuole conoscere fuorché il Dio benigno ed inventa per la Chiesa il giudice irato, conservò

331
Introito ala Ia dom. di Avvento: «Ad te levavi animam meam, in te confido, non erubescam». Messale, fol. 1.
332
Sabato avanti la domenica di Passione: «Deus qui sperantibus misereri potius eligís, quam irasci». Messale, fol. 51 b.
333
Orazione finale nella Missa pro defunctis: «... salus omnium m te sperantium ». Messale, fol. 232, e nella Translat. S.
Monicae, fol. 237. Missa pro infirmis, Messale, fol. 222: «... salus aeterna credentium». Dopo che era morto un
confratello pregavasi cosi: «Suavissime Domine Jesu Christe, beatorum requies et omnium in te sperantium salus
iucundissima ». Seconda antifona nella benedizione delle palme: «Hic est salus nostra... salve rex. .. qui venisti redimere
nos». Messale, fol. 60b.
334
Del resto non soltanto nelle orazioni ereditate dall'época precedente, ma anche in inni nuovi, composti anzi per feste di
santi. Cosí per es. cominciava la sequenza nella festa di S. Nicola da Tolentino. (Messale, fol. 240):
Tibi Christe redemptori, nostro vero salvatori, sit laus.et gloria.
Tibi nostro pio duci, et totius mundi luci, plaudat omnis spiritus.
335
Amendue nel messale degli eremiti. L'orazione: « Deus refugium nostrum et virtus » stava anche nella messa « In
quacunque necesitate ».
336
Mercoledì della settimana di Passione, Super populum: « Quibus fiduciam sperandae pietatis indulges, consuetae
misericordiae tribue benignus effectum ». Messale, fol. 55. Altrettanto il lunedì dopo la 2 a dom. di cuaresima, ibid., fol.
37b; nella festa di S. Agostino, fol. 185b 253.
337
«Deus in cuius miseratione animae fidelium requiescunt ». Pro in cimiterio sepultis. Speciale etc., fol 136. Nel
Messale, fol. 231, senza l'«in» . Nell'ordine eremitano giusta l’Ordinarium, c. 27, questa orazione dovrebbe recitarsi
tutte le volte che si passa per il cimitero. E nel medesimo Ordinarium dell'ordine di Lutero troviamo inoltre, c. 24, lo
statuto: « in fine omnium horarum dicatur : "Fidelium animae per misericordiam Di requiescant in pace" ». Era ed è
questo anche altrove uso generale.
338
Messale, fol. 231: « Deus, cuius misericordiae non est numerus ». Ricorre anche nella Missa pro commendatis nello
Speciale missarum sec. chorum Herbipolen. (1509), fol 135b.
339
« Deus infinitae misericordiae et maiestatis immensae » etc. Cfr. A. Franz, Das Rituale voti St. Florian aus dem 12.
Jahrhundert (1904), p. 115. Perciò la misericordia di Dio è ineffabile: «ineffabilem nobis ... misecordiam tuam
clementer ostende». Breviario, fol. 434.
340
La domenica 10a dopo Pentecoste: « Deus qui omnipotentiam hum parcendo maxime et miserando manifestas,
multiplica super nos misericordia tuam » etc. Messale, fol. 140. Tanto Ugo di S. Caro (in Psalmos, ed. Venetiis 1703, fol.
289b), quanto altresì S. Tommaso (I. 2. qu. 113, a.9) e Niccolò de Niise (Opus super sent., Rothomagi 1506, tr.5, parte2ª,
portio 3, qu. 1), si appellano a questa orazione.
341
« Deus, indulgentiarum Domine », orazione In anniversario defunctorum. Messale, fol. 231 b.
342
Pro se sacerdoti (Secreta) : «Deus misericordiae, Deus pietatis, De indulgentiae, indulge quaeso et miserere mei».
Messale, fol. 222b.
queste parole della Chiesa.343 Nelle stesse litanie egli prima ha ripetuto eziandio la preghiera : « che
tu ci perdoni, che tu sii indulgente con noi, te ne preghiamo, ascoltaci ecc.».
In quell'epoca, che ci preoccupò nel paragrafo precedente, nella quale cioè udimmo Lutero
esprimersi in contraddizione colle sue precedenti vedute e colla dottrina ecclesiastica intorno alle sue
terribili penitenze d'un tempo e vani tentativi di placare il rigido giudice, noi l'udiamo insieme
sbraitare contro «la falsa teologia» (la papistica), giusta la quale «Dio s'adira coi peccatori che
confessano i loro peccati, poiché un tale Dio non è nè in cielo, nè altrove, ma è un idolo del cuore
malvagio. Il vero Dio invece dice: "non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva" »
(Ezech. 35, 11).344 Ora da chi imparò a conoscere Lutero questo vero Dio? Non forse dalla Chiesa,
nel cui breviario egli durante la Quaresima lesse a partire dal suo ingresso nel chiostro lo splendido
responsorio: «mi troverei in angustia e desolazione se non conoscessi la tua misericordia, Signore.
Tu hai detto : "non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva" » adducendone poi come
prova la cananea ed il pubblicano ?345 Ed egli udì inoltre il vero Dio parlare così anche in un altro
responsorio della prima domenica di Quaresima ed in una antifona di terza in tutti i giorni feriali del
tempo quadrage-/446/simale. E dopo che fu prete trovò le predette parole del vero Dio anche come
inizio delle preci ecclesiastiche nelle messe Pro amico peccatore, così pure Pro quacunque
tribulatione, Pro mortalitate et peste, nella benedizione delle ceneri il mercoledì relativo, nella quale
egli come prete facea l'orazione: «Onnipotente, eterno Iddio, risparmia i penitenti, sii benigno ai
supplicanti», mentre come chierico egli già cantava il verso «esaudisci, o Signore, perchè benigna è
la tua misericordia: secondo la pienezza della tua indulgenza rimiraci, o Signore ». 346
Divenuto prete Lutero ripeteva in modo ancor più significativo tutti i giorni l'ultima frase nella
segreta dopo il canone: «A noi pure peccatori, tuoi servi, che speriamo nella moltitudine delle tue
misericordie (de multitudine miserationum tuarum sperantibus) dègnati di largire la partecipazione e
comunione coi tuoi santi apostoli e martiri». Non gli è qui la vera teologia, secondo la quale il
peccatore, che per tale si riconosce, non invoca già il Dio irato, ma quel vero Dio «di cui è proprietà
avere sempre misericordia e perdonare »,347 «il quale comanda di essere pregato dai peccatori »,348
che da sè non rigetta alcuno, i peccatori inclusi,349 giacché come «largitore del perdono ed amante
dell'umana salute » ,350 in breve «come Dio misericordioso ama piuttosto che perdere emendare ogni
anima che a lui confessa i suoi peccati »? 351

343
Eri. 56, 360.
Responsorio del mattutino, presso gli eremiti agostiniani al tempo di Lutero, nella ia settimana di quaresima: « Tribularer,
si nescirem mi- sericordias tuas Domine : tu dixisti : nolo mortevi p eccatoris, sed ut magis convertatur et vivai, qui
Cananaeam et publicanum vocasti ad poenitentiam ». Ciò consola il cuore e perciò viene subito dopo il versicolo : «
Secundum multitudinem dolorum meorum in corde meo consolationes tue letificaverunt animam meam ». Breviario, fol.
96. Già Ugo di S. Caro fa appello a questo responsorio ricorrente in tutti i breviarii di quel tempo, quando sul salmo 84, 8
(Ostende nobis Domine misericordiam titani), scrive: « i. e. fac nos perfecte cognoscere magnam misericordiam tuam, ut
non prò peccatis desperemus, sed in misericordia speremus .. . Unde- cantat Ecclesia in Quadragesima: " Tribularer, si
nescirem" e te. ». In Psalmos, Venetiis 1703, fol. 222b.
344
Enarr. in Psalm. 51 (Opp. exeg. lat., XIX, 35).
345
Responsorio del mattutino, presso gli eremiti agostiniani al tempo di Lutero, nella 1a settimana di quaresima:
«Tribularer, si nescirem misericordias tuas Domine : tu dixisti : nolo mortem p eccatoris, sed ut magis convertatur et
vivat, qui Cananaeam et publicanum vocasti ad poenitentiam ». Ciò consola il cuore e perciò viene subito dopo il
versicolo : « Secundum multitudinem dolorum meorum in corde meo consolationes tue letificaverunt animam meam ».
Breviario, fol. 96. Già Ugo di S. Caro fa appello a questo responsorio ricorrente in tutti i breviarii di quel tempo, quando
sul salmo 84, 8 (Ostende nobis Domine misericordiam titani), scrive: « i. e. fac nos perfecte cognoscere magnam
misericordiam tuam, ut non pro peccatis desperemus, sed in misericordia speremus .. . Unde cantat Ecclesia in
Quadragesima: " Tribularer, si nescirem" etc. ». In Psalmos, Venetiis 1703, fol. 222b.
346
Messale, fol. 20b s.
347
«Deus cui proprium est misereri semper et parcere ». Messale, fol. 230 e 232, Breviario, fol. 434.
348
«Deus, qui te precipis a peccatoribus exorari ». Secreta nella Missa pro seipso sacerdote. Messale, fol. 222b.
349
Missa pro remiss, peccatorum: «Deus qui nuìlum respuis» ètc. Messale, fol. 224.
350
«Deus veniae largitor et humanae salutis amator ». Messale, fol. 231.
351
Postcommunio nella Missa prò confitente peccata sua: « Omnipotens et misericors Deus, qui omnem animam
penitentem et confitentem tibi magis vis emendare quam perdere ». Messale, fol. 228b. .
Giovane monaco Lutero apprese inoltre dal breviario che la Chiesa attende la remissione dei peccati
non dalle nostre opere, ma unicamente dalla misericordia e grazia. In Quaresima orava egli così: «
Chi, se Iddio si rifiutasse di purgarci dai peccati, potrebbe farlo?» La Chiesa vuol dire: nessuno: ed
appunto perchè nessuno lo può, essa poi s'innalza a Dio /447/ colla preghiera : « perdona, perchè sei
potente».352 Perciò Lutero, quando seppellivasi un suo confratello, pregava colla Chiesa: «non
entrare, o Dio, in giudizio col tuo servo, chè nessun uomo verrà giustificato al tuo cospetto, ove da te
non gli venga concessa la remissione di tutti i peccati 353 È Dio che giustifica il peccatore.354 Dio
mostra agli erranti la luce della verità affinchè possano ritornare nella via della giustizia ,355 Ed anche
le opere preparatorie delle quali Lutero parla, eziandio nel commentario sulla lettera ai Romani, cioè
tutte quelle opere buone che precedono la giustificazione, non possono aver luogo senza la grazia di
Cristo, che senza di questa nulla possiamo fare per la nostra salute. « O Dio », prega la Chiesa, «che
sei protettore di tutti quei che sperano in te, senza del quale nulla vale, nulla è santo, moltiplica sopra
di noi la tua misericordia, affinchè sotto la tua guida e direzione passiamo fra i beni terreni in maniera
che non perdiamo gli eterni ».356 Questa orazione della Chiesa piaceva tanto a Lutero che, già
apostatato da essa, ne tradusse la prima parte fino ad «affinchè» e l' uni a formare una sola orazione
colla seconda parte d'un'altra orazione ecclesiastica, da lui monaco recitata almeno sette volte l'anno
nel suo /448/ messale e breviario.357 La orazione dalla quale desunse la seconda parte («che per tua
ispirazione») suona: « o Dio, dal quale procede ogni bene, concedi alle nostre suppliche che per tua
ispirazione pensiamo ciò che è giusto e lo facciamo eziandio per tua direzione. Per Gesù Cristo »,
ecc.358
Quanto spesso lesse Lutero simili pensieri nel suo messale e breviario! Mi piace sviluppare ancora
questa teologia ecclesiastica e così fare un lavoro preparatorio pei paragrafi successivi.
Anche conoscere il bene, cosi veniva addottrinato Lutero, è effetto della grazia, ma tanto più quindi
amarlo o compierlo.359 Anche solo domandare tal grazia, avviene per grazia di Dio.360 Non può

352
Nell'inno del mattutino in quaresima (Breviario, fol. 272):
Nostra te conscientia
Grave offendisse monstrat
Quam emundes, supplicamus
Ab omnibus piaculis.
Si renuis, quis tribuet?
Indulge, quia potens es etc.
353
« Non intres in iudicio cum servo tuo, Deus, quia nullus apud te iustificabitur homo, nisi per te omnium peccatorum ei
tribuatur remissio ». Breviario, fol. 427 b.
354
Nel messale eremitano alla Missa Pro amico peccatore, fol. 224b: « Deus qui iustificas impium, et non vis mortem
peccatoris ».
355
Orazione nella 3a domenica dopo Pasqua: « Deus, qui errantibus, ut in viam, possint redire iustitiae, veritatis tuae
lumen ostendis ». Messale e breviario. Si trova anche nel Sacrament. Leonianum, p. 9.
356
Nel messale eremitano, come ovunque, la 3ª domenica dopo Pentecoste: « Protector in te sperantium Deus, sine quo
nihil est validum, nihil sanctum: multiplica super nos misericordiam tuam, ut te rectore, te duce sic transeamus », etc.
Breviario, fol. 158 b.
357
In questa forma presso Lutero suona così (Eri. 56, 347): « Onnipotente Iddio, tu che sei protettore di tutti gli speranti in
te, senza la cui grazia nessuno può cosa alcuna, e nulla vale appo te, facci esperimentare largamente la tua misericordia
affinchè per la tua santa ispirazione pensiamo ciò che è giusto e lo effettuiamo per opera tua per amore di Cristo tuo figlio
nostro Signore».
358 a
5 dom. dopo Pasqua: «Deus, a quo bona cuncta procedunt, largire supplicibus tuis, ut cogitemus te inspirante, quae
recta sunt, et te gubernante eadem faciamus, Per doni, nostrum Jesum Christum » etc. Tanto nel Messale, fol. 122b, che
nel Breviario romitano, fol. 145b. Riesce alla stessa cosa l'orazione del Sacramentarium Leonianumy p. 130: «Deus qui
bona cuncta et inchoas et perficis, da nobis, sicut de jnitiis tuae gratiae gloriamur, ita de perfectione gaudere».
359
Martedì dopo la 2a domenica di quaresima: «... ut quae te alidore facienda cognovimus, te operante impleamus ».
Breviario, fol. 100. Mercoledì dopo la 1a domenica di quaresima, Super populum: « Mentes nostras.. . lumine tuae
claritatis illustra, ut videre possimus quae agenda sunt, et quae recta sunt agere valeamus ». Messale, fol. 28. La do-
menica 13ª dopo Pentecoste: « ut mereamur assequi quod promittis, fac nos amare quod praecipis ». Ibid., fol. 142.
360
Martedì dopo la 4a domenica di quaresima, Super populum: «quibus supplicandi praestas affectum, tribue defensionis
auxilium ». Messale fol. 46b. Sabbato delle tempora di settembre: «... ut salutis aeternae rimedia, quae te inspirante
requirimus, te largiente consequamur ». Messale, fol. 147 b.
ricorrersi ad alcuna interpretazione poiché Lutero stesso, dopo d'aver già emessi molti dei suoi errori
fondamentali e cominciato la lotta contro gli scolastici, su questo punto si appella alla Chiesa.361
«Perchè», così apostrofa co-/449/ loro che credevano di esercitare da sè buoni pensieri, « perchè
prega l'apostolo: il Signore diriga i vostri cuori ed i vostri corpi?». L'apostolo non dice questa frase
precisamente così,362 bensì la Chiesa, ma quella maniera era usuale a Lutero per mezzo
dell'assoluzione a Prima,363 e prosegue: « perchè prega la Chiesa: per fare la tua giustizia procedano
sempre le nostre parole, siano guidati i nostri pensieri ed opere?». Lutero recitava questa preghiera a
Prima.364 Con non minor ragione egli avrebbe potuto appellarsi alla preghiera che diceva
quotidianamente al Pretiosa di Prima.365 Egli stesso poi, già eresiarca, tradusse la preghiera quasi
quotidiana nella Chiesa: « Deus a quo sancta desideria, recta Consilia et justa sunt opera» così:366
«Signore Iddio, padre celeste, che crei il santo sentimento, santo consiglio e rette opere, dà ai tuoi
servi la pace che il mondo non può dare, affinchè i nostri cuori siano attaccati ai tuoi comandamenti
pella tua prote-/450/zione e passiamo quieta e sicura dai nemici la nostra vita per Gesù», 367 ecc. La
Chiesa sa che i nostri cuori sono vacillanti ed abbisognano dell'aiuto e guida divina.368
Certo che il nostro amor proprio potrebbe ognora prevenirci e vedremo anche come Lutero, a sua
stessa confessione, ne soffrisse e richiamasse l'attenzione degli altri sui suoi pericoli : lo fa realmente
anche nel commentario sulla lettera ai Romani. Non invano egli udiva la Chiesa del suo tempo
pregare: «Ti preghiamo, o Signore, che la efficacia del celeste dono prenda in possesso le nostre
anime e corpi affinchè in noi non sia prima il nostro senso ma il suo effetto".369 Per questo essa prega
una settimana dopo: «sempre. o Signore, ci prevenga ed accompagni la tua grazia e ci faccia zelanti
nelle buone opere ».370 Ogni giorno, talvolta ripetutamente, Lutero pregava : «ti preghiamo, Signore,
a volere colla tua eccitante grazia prevenire le nostre azioni ed accompagnarle col tuo aiuto
acciocché ogni nostra preghiera e lavoro cominci da te e per te venga al fine quello che fu
cominciato».371 La Chiesa quindi è d'idea che Iddio debba prevenire la nostra volontà! 372

361
« 0 Deus, quanto ludibrio sumus hostibus nostris. Non ita facilis est bona intentio, nec in tua (bone Deus) o homo
potestate constituta, sicut no centissime vel docet vel discitur Scotus. Ea enim praesumptio est hodie perniciosissima,
quod ex nobis jormamus bonas intetitiones, quasi sufficientes simus cogitare aliquid ex nobis, contra expressam
sententiam Apostoli. Inde securi stertimus, freti (cod. fretri) libero arbitrio, quod ad manum habentes, quando volumus,
possumus pie intendere. Ut quid ergo Apostolus orat: " Do minus autem dirigat corda et corpora vestra" ? Et Ecclesia:
"Sed semper ad tuam institiam faciendam, nostra procedant eloquia, dirigantur cogitationes et opera"? Hae sunt
insidiae iniquorum, de quibus ps. 5: Interiora eorum insidiae; et proverb. 11: In insidiis suis capientur iniqui. Non sic
impii, non sic. Sed opus est, ut prostratus in cubiculo tuo totis viribus Deum ores, ut etiam intentionem quam
praesumpsisti, ipse tibi det, non in securitate a te et in te concepta vadas, sed a misericordia eius petita et expectata».
Lettera ai Romani, c. 14, fol. 277.
362
Nella 2 Thessal. 3, 5, l'Apostolo dice soltanto: « Dominus dirigat corda vestra in caritate Dei et patientia Cbristi». La
Chiesa intercalò: «et corpora». V. la nota seguente.
363
Breviario, fol. 73 b: « Dominus autem dirigat corda et corpora vestra in caritate Dei et patientia Christi ».
364
Ibid., fol. 72 b: «... tua nos hodie salva virtute, ut in hac die ad nullum declinemus peccatum, sed ad tuam iustitiam
faciendam nostra procedant eloquia, dirigantur cogitationes et opera».
365
Ibid., fol. 73: « Dirigere et sanctificare, regere et gubernare dipare domine Deus, rex celi et terre, hodie corda et
corpora nostra, sensus, sermones et actus nostros in lege tua et in operibus mandatorum tuorum ut hic et in eternum te
auxiliante salvi et liberi esse mereamur, salvator mundi, qui vivis et regnas in secula seculorum ».
366
Ibid., fol; 434.
367
Erl. 56, 345.
368
Secreta della 5a dom. dopo l'Epifania e del mercoledì dopo li ia domenica di quaresima: « nutantia corda tu dirigas ».
Messale, fol.18 e 28.
369
Ultima orazione nella domenica 15a dopo Pentecoste. Messala» fol. 144: «ut non noster sensus in nobis, sed jugiter
eius (doni coelestis operatio) preveniat effectus».
370
La domenica 16a dopo Pentecoste. Messale, fol. 144. Così pure nella Secreta della Missa pro serenitate : « Praeveniat
nos, quaesumus Domine, gratia tua semper et subsequatur ». Ibid., fol. 225 b. Così fin nel secolo IX nell’Auctarium
Solesmense, Series liturgica, I, p. 156.
371
Breviario, fol. 434b.
372
Di fatto Marsilio di Inghen per es. cita la preghiera così: «Et supplicat ecclesia: " Voluntates nostras, quesumus
Domine, aspirando preveni”, quia sine speciali Dei preventione nihil possumus boni ». In II Sent., cu.
a. 4 (Argentine 1501, fol. 296). L'orazione della Chiesa comincia con actiones anziché con voluntates.
La volontà è anzi quella che ricalcitra alla legge di Die. come reiteratamente s'esprime Lutero nella
sua dichiarazione dei salmi ed ancor più nella lettera ai Romani. Perciò la /451/ Chiesa prega, «colla
tua grazia spingi a te le nostre volontà sebbene ribelli»,373 quasi che Dio debba fare uno sforzo per
trarre a sé la nostra volontà. « Sorgi, Cristo ed aiutaci »,374 cioè come supplica la Chiesa fin dal
principio dell'anno ecclesiastico, dalla prima domenica d'avvento: «eccita i nostri cuori a preparare la
via al tuo Unigenito », « scuoti, o Signore, la tua potenza e vieni ed affrettati a venirci in aiuto colla
tua grande virtù».375 Come pure nell'ultima domenica dell'anno ecclesiastico non trovasi preghiera
meglio conveniente della seguente : « sveglia, o Signore, la volontà dei tuoi fedeli»,376 poiché Dio
solo può concedere di volere ciò, che Dio ci ha comandato, e di farlo.377 E questa storta volontà,
anche se ha cominciato sotto l'influsso della grazia preveniente, ha bisogno lo stesso di grazia
concomitante non sólo per continuare l'opera, ma anche perchè nella medesima non trascorra a
compiacersi di sé stessa.378 Non una volta sola all'anno, ma,/452/ tutti i giorni Lutero doveva recitare
al mattino Y orazione: «dirigi le nostre azioni nel beneplacito tuo», ecc.379
Secondo la dottrina della Chiesa pertanto la conversione si fonda non su opera d'uomo, ma su opera
di Dio : perfino l' essenziale nella confessione dei peccati, cioè il cuore contrito, è opera di Dio,
poiché a qual fine prega la Chiesa: "Et poenitens cor tribue»?.380 In tutti i giorni feriali Lutero
leggeva il capitolo a terza: «salva l'anima mia poiché ho peccato".381 E Lutero ogni giorno
nell'introito della messa diceva: "o Signore, se tu ti rivolgi a noi, vivificaci e noi saremo lieti ed ilari
in te» .382 È Dio che deve dare l'allontanamento del peccato ed il rivolgimento a Dio. Perciò la Chiesa
all'inizio della compieta chiede tutti i giorni: «convertici, o Die, nostra saIute»383 e ripete varie volte
tale invocazione 384 Per questa e per altre ragioni essa supplica sette volte al di : «o Dio bada ad

372
Secreta della 5a dom. dopo l'Epifania e del mercoledì dopo li ia domenica di quaresima: « nutantia corda tu dirigas ».
Messale, fol.18 e 28.
373
Secreta del sabato nella 4a settimana di quaresima e nella 4a domenica dopo Pentecoste: «ad te nostras etiam rebelles
compelle propitius voluntates ». Messale,; fol. 51b e 137.
374
Così pregava Lutero tutti i giorni a prima: « Exurge, Christe, adiuva nos, libera nos propter nomen tuum». Breviario,
fol. 25; 72 b.
375
La 2a domenica di avvento : « Excita, Domine, corda nostra ad praeparandas Unigeniti tui vias». Messale, fol. 1b. La
1 domenica d'avvento: « Excita, quaesumus Domine, potentiam tuam et veni », e la Chiesa aggiunge nella 4a domenica:
a

« et magna nobis virtute succurre, ut per auxilium gratiae tuae, quod nostra peccata praepediunt, indulgenti a tuae
propi- tiationis acceleret», fol. 6b. Il mercoledì dopo la 3a domenica di avvento: «Festina, ne tardaveris, et auxilium nobis
supernae virtutis impende». Messale, fol. 3 b. Lutero dopo la sua apostasia tradusse quasi alla lettera la prima orazione.
Erl. 56, 326.
376
«Excita, quaesumus Domine, tuorum fidelium voluntates». Messale, ' fol. 152b.
377
Orazione dopo la 10a profezia nel sabato santo: « Da nobis et velle et posse quae praecipis ». Messale, fol. 91b.
Altrettanto in una preghiera nella processione che si tiene nei vespri la domenica di Pasqua.
378 a
1 domenica dopo Pentecoste: « praesta auxilium gratiae tuae, ut in exequendis mandatis tuis et voluntate tibi et
actione placeamus». Messale, fol. 133. La domenica 18a dopo Pentecoste: « Dirigat corda nostra, quaesumus Domine,
tue miserationis operatio, quia tibi sine te piacere non possumus ». Ibid., fol. 149. Nella domenica 12a dopo Pentecoste:
«... de cuius munere venit, ut tibi a fidelibus tuis digne et laudabiliter serviatur ». Breviario, fol. 174; Messale, fol. 141b.
379
La domenica fra l'ottava di Natale: « dirige actus nostros in beneplacito tuo». Breviario, fol. 55. Dall'Ordinarium, c.
36 fol. Hiiij, risulta che questa bella colletta si recitava ogni giorno dopo la messa.
380
Verso nell'inno: Jam Christe sol iustitiae, alle lodi in quaresima. Breviario, fol. 272 b. Anche nel 1518 Lutero vi si
appella quando Weim. I, 321, 25, scrive: « Fac (Deus) poenitentem, quem jubes poenitere. Et sic cum b. Angustino ores:
"Da quod jubes, et jube quod vis" et cum Ecclesia: " et cor poenitens tribue" ».
381
Breviario, fol. 76.
382
«Deus, tu conversus vivificabis nos ; et plebs tua laetabitur in te ». Messale, fol. 111. Nella sua spiegazione dei salmi,
Weim. IV, 8, Lutero interpreta bellamente il versicolo così: « Ergo, mortui sumus ante conversionem tuam, et mors
nostra est aversio tua, sed conversio tua fiat vita nostra. Quomodo enim anima potest vivere, a qua Deus aversus est,
quia est vita animae, sicut anima corporis?».
383
« Converte nos Deus salutaris noster ». Breviario, fol. 69b.
384
Per es. il lunedì dopo la 1a domenica di quaresima. Messale, fol. 25b. L'ultima domenica dopo Pentecoste, Secreta :
«Omnium nostrum ad te corda converte». Ibid., fol. 153.
aiutarmi, afirèttati a soccorrermi»,385 il qual primo versicolo del salmo 69 Lutero stesso, nel 1514,
interpreta nel senso che /453/ la Chiesa senta fiducia nelle proprie forze invoca la mano di Dio in suo
soccorso.386
Appunto per ragione di questo verso iniziale del salmo 69, che « i preti tanto spesso hanno in bocca
notte e giorno », Lutero raccomanda a tutti i medesimi questo salmo: essi non dovrebbero
mormorarlo sì freddamente e superficialmente, ma bensì con tutta attenzione sostenere la Chiesa di
Dio in questa preghiera, «poiché se la Chiesa viene aiutata, allora anche noi saremo salvati;
essendoché essa è la nostra gallina e noi i suoi pulcini. Non invano lo Spirito Santo ha stabilito
questo primo versicolo del salmo come principio d'ogn ora ecclesiastica». E qui Lutero enumera i
frutti ed effetti di questo versicolo o meglio preghiera contro i tiranni, eretici, scandalosi, in poche
parole contro i nemici della Chiesa: contro i vizi e peccati passati «affinchè essi non inducano
qualcuno in disperazione»: contro l'impeto della concupiscenza della carne e le sue opere : contro le
lusinghe del mondo e le suggestioni del diavolo «perchè non ottengano il sopravvento su te, ma tu
perseveri nella speranza, fede, grazia e unione con Cristo. Dio Signore Dio, pensa al mio aiuto",
poiché questa preghiera è uno scudo, un dardo, una folgore ed un mezzo di protezione contro ogni
assalto del timore, dell' orgoglio, della tiepidezza, della sicurezza ecc., che oggi specialmente domi-
nano ».387 Chi penserebbe mai che queste auree parole scrive a difesa della Chiesa quel medesimo, il
quale più tardi incessantemente e quanto più a lungo tanto più rinfaccia alla Chiesa che essa nulla ha
saputo di Dio, nulla di Cristo, che l' ha conosciuto soltanto come giudice rigoroso ed irato, il quale è
da placarsi unicamente colle nostre opere e mortificazioni? E pure gli è quel medesimo: ei diventò un
altro, uno che non rifuggì da mezzo alcuno per calunniare la Chiesa e renderla odiata allo scopo di
tenere in alto la sua dottrina!/454/
In quanto ha preceduto è espressa la persuasione che i nostri nemici sono bensì forti, ma che Iddio è
ancor più forte e che da lui appunto la Chiesa aspetta la liberazione.388 Quindi alla fine dei salmi
penitenziali che al tèmpo di Lutero erano tanto di frequente recitati assieme alle litanie dei santi, essa
supplica a Dio: «Ci sia tu, o Signore, una torre forte contro i nostri nemici»,389 dei quali, come
confessa più sopra Lutero non oscuramente, i peggiori sono nell'interno dell' uomo stesso. Anche
relativamente ad essi la Chiesa si rivolge al Dio misericordioso quando nell' inno del vespro feriale
del venerdì prega che egli cacci dal nostro petto tutto ciò che di immondezza si mescola nei nostri
costumi ed azioni:390 che egli, come essa prega nell'inno del vespro feriale del martedì, colla rugiada
della sua grazia, mondi le ferite dello spirito guasto, affinchè questo mediante il pianto, cioè la
penitenza, aggiusti i trascorsi e domi gli istinti malvagi.391 La Chiesa ha la fiducia che Dio aiuterà
appunto perche ha mandato al mondo il Figliuolo suo per la nostra salute allo scopo di abbassarsi
fino a noi e di richiamare noi a Dio.392

385
«Deus in adjutòrium menni intende : Domine ad adjuvandum me festina ». Nel breviario ricorre prima di ogni parte
della preghiera ecclesiastica, prima di ogni ora ed oltracciò altre tre volte insieme nella Pretiosa a Prima. Nei molti giorni,
in cui recitavasi eziandio l'Officinm Marianum, vi s'aggiungevano altre otto simili invocazioni sì che Lutero in quei
giorni doveva dire tale versicolo non meno di 19 volte.
386
Weim. III, 444.
387
Weim. III, 446 s. Voglio citare soltanto l'inizio del testo latino:
« Unde omnibus sacerdotibus commendandus est psalmus iste, cuius principium tam frequenter die nocteque volvunt, ut
non tam frigide et perfunctorie ipsum demurmurent, sed tota intentione Ecclesiam Dei in ista oratione iuvent. Ouoniam si
Ecclesia adiuta fiterit, nos quoque salvi, erimus, cum ipsa sit gallina nostra, nos pulii eius. Non enim frustra Spiritus. S.
sic ordinavit in omni hora pro principio hoc principium huius psaìmi».
388
Orazione nel lunedì dopo la 3ª domenica di quaresima: 5: subveniat nobis Domine misericordia tua, ut.. . te mereamur
protegente eripi, ; liberante salvare. Breviario, fol. 105. Cfr. anche l'orazione nella 1ª domenica di avvento. Messale, fol.
1.
389
«Esto nobis Domine, turris fortitudinis». Breviario, fol. 435b
390
« Repelle a servis tuis - Quidquid per inmunditiam - Aut moribus se suggerti - Aut actibus se interserit ». Breviario,
fol. 267b.
391
«Mentis perustae vulnera - Munda virore gratiae - Ut facta fletu diluat - Metusque pravos atterat ». Breviario, fol.
263.
392
Preghiera nella benedizione delle palme: « Deus, qui filium tuum .... prò salute nostra in hunc mundum misisti, ut se
humiliaret ad nos, et nos revocaret ad te .... ». Messale, fol. 60.
La Chiesa spera tutto da Dio e ciò pei meriti di GesùCristo, in virtù della sua passione. Perciò la
Chiesa nel messale o breviario non indirizza nessuna, nessunissima orazione a un santo, e neanche
alla Madre di Dio, cosa riconosciuta da Lutero eziandio nel 15 18393 :"la Chiesa spera di ottenere
tutto in virtù dei meriti di Cristo e gli è per questo che chiude le sue orazioni così: "per Gesù Cristo
nostro Signore» cosa che /455/ Lutero doveva conoscere fin dallo statuto dell'ordine suo.394 Mai dalla
Chiesa sono messi la Madre di Dio od i santi in posto di Dio, che è quei che dà, od invece di Cristo,
pel quale e pei suoi meriti si ottiene, sì invece in nostro luogo, allato a noi affinchè siano aiuto alla
nostra prece e la rendano più efficace avanti a Dio. Con tutto questo la Chiesa riesce ad esprimere la
sua fede che né le nostre opere, nè i santi, ma Gesù Cristo soltanto è nostro redentore, e che noi
unicamente in virtù dei suoi meriti acquistati da lui per noi nella sua vita, passione e morte, possiamo
fare del bene, venire esauditi e salvati. Per questo essa prega affinchè « nel nome del diletto f iglio
meritiamo di abbondare in opere buone ».395 Perciò essa nelle litanie dei santi solite a recitarsi dal
Lutero d'un tempo solleva verso Dio ed alle persone della divinità ed a Gesù Cristo la preghiera : abbi
misericordia di noi, o esaudiscici, ai santi invece : pregate per noi. Perciò è che essa non prega Dio
che ci liberi fondato sulle nostre opere, sulle nostre penitenze o per la vita monastica ecc. (come
rinfaccia alla Chiesa il Lutero posteriore) ma « in virtù del mistero della tua santa incarnazione,
liberaci, o Signore ! In virtù della tua venuta, nascita, battesimo e del santo tuo digiuno, liberaci, o
Signore ! In virtù della tua croce e passione, liberaci o Signore ! In virtù della tua morte e sepoltura,
liberaci,0 Signore»!396 ecc. Anche il Lutero posteriore sapeva tuttavia la cosa poiché ha conservato
queste invocazioni.397 /456/
Noi abbiamo di già veduto che il Lutero della prima maniera unitamente alla Chiesa appellava la
croce l'unica speranza e Cristo sulla stessa la salute del mondo: in conformità con ciò egli pregava
eziandio insieme alla Chiesa che Iddio salvasse i suoi pel mistero della croce,398 dicendo pertanto che
non non siamo i nostri salvatori, come il Lutero posteriore fa dire alla Chiesa. Per smascherare
esaurientemente simili asserzioni come bugie dovrei ricopiare più della metà dei libri liturgici. Qua e
là Lutero si appalesa per quel tale che io ho sempre dipinto: qui però io rammento una cosa soltanto,
cioè che appunto nella confessione che fa la Chiesa, sulla croce essersi a noi partecipata la
redenzione, la riconciliazione con Dio e la remissione dei peccati,399 sta la ragione per cui la Chiesa
fece rappresentare ai fedeli ovunque la croce, in chiesa e fuori, nei libri e sui muri, nelle case e nei
campi, sulle piazze, sui tetti, sulle torri. La figura del Crocifisso con Maria e Giovanni sotto la croce
prima del canone della Messa non mancava in alcun messale, neanche nei più piccoli, per es. in quelli

393
Weim. I, 420: « In omnium Sanctorum festis Ecclesia orationes dirigit non ad sanctos, sed ad Deum cum nominibus
sanctorum, eorum merita ex deo venisse protestata, deinde per eadem preces suas deo commendans».
394
L’Ordinarium dell'ordine di Lutero (Venetiis 1508) ha il capitolo 31 :« Qualiter orationes debeant terminari» : e vi si
dice: in tutte le preghiere Gesù Cristo deve essere nominato per primo nella conclusione, di regola così: per dominum
nostrum Jesum Christum etc. Solo le (poche) orationes quae ad ipsam trinitatem diriguntur, sic concluduntur : Qui vivis
et regnas deus per omnia secula seculorum : Gesù Cristo v' è compreso, ma altrove Egli compare sempre espressamente,
naturalmente in modo diverso a seconda dell'invocazione.
395
Breviario, fol. 55; Ordinarium, c. 36: «ut in nomine dilecti filii tui mereamur bonis operibus abundare ». E nella
sequenza O crux lignum della festa dell'invenzione di S. Croce Lutero pregava (Messale, fol. 256b): « Medicina
Christiana - Sanos salva, egros sana, - Quod non valet vis humana, - Fit in tuo nomine ».
396
« Per mysterium sanctae Incarnationis tuae, Libera nos Domine... Per crucem et passionem tuam, Libera etc. Per
mortem et sepulturam tuam, Libera etc. Per sanctam Resurrectionem tuam, Libera etc. ».
397
Erl. 56, 360, 362.
398
Conclusione dell'inno Vexilla regis nel tempo di passione, Breviario, fol. 273 : « Quos per crucis mysterium - Salvas
(cod. salva), rege per saecula ».
399
Più tardi, ma molto tempo però prima di Lutero, si recitavano Messe proprie De passione Domini, De quinque
vulneribus, De lancea Domini ecc. In quella De passione Domini questa orazione era del seguente tenore: « Domine Jesu
Christe fili Dei vivi, qui de celo ad terram descendisti de sinu Patris, et in ligno crucis quinque vulnera et plagas susti-
nuisti, et sanguinem tuum pretiosum in remissionem peccatorum nostrorum fudisti.. . ». Missale specialium missarum
pro itinerantibus sec. rubricam Patavien, ecclesie, Vienna 1513, fol. 24. Speciale Missarum sec. chorum Hertipolen.
(Basilee 1509), fol. 150b. Cfr. su ciò A. Franz, Die Messe im deutschen Mittelalter (1902), p. 155 ss.
per coloro che viaggiavano, come Lutero potea vedere in quello del suo stesso ordine,400 passando
sotto silenzio i grandi. Il prete, chiunque fosse, doveva pure ricordarsi che nella Santa Messa si
ripeteva incruentemente la stessa cosa che cruentemente era avvenuta sulla croce, alla quale è legata
ora e in futuro tutta la sua speranza. /457/
Per questo la Chiesa richiama l'attenzione dei preti nella loro ordinazione sacerdotale all'effetto della
redenzione di Cristo sulla croce e del medesimo sacrificio nella Messa, perchè sentano quell'effetto
sia nei ministeri della grazia sia nei costumi401 oppure, come prega un'altra volta, perchè mantengano
nella loro vita quel sacramento che ricevettero colla fede.402 Essa vede le ferite anche nel Redentore
risorto, quelle ferite che Egli ricevette per la nostra redenzione, e pei cui meriti oggi pure vengono
rimessi i nostri peccati.403 Colle ferite sul suo corpo essa lo saluta nel tempo di passione come il re
clementissimo, e lo prega a prendere possesso dei nostri cuori:404 lo appella anzi «nostra redenzione,
amore e desiderio ».405
E per arrivare alla conclusione, la Chiesa conseguentemente fa dipendere non dalle nostre opere e
meriti ma dalla misericordia del Redentore il conseguimento dell'eterna felicità, come il Lutero della
prima maniera sapeva da tante preghiere ecclesiastiche in proposito e pregava tutti i giorni nella
segreta dopo la consacrazione 406 e, per ricordare soltanto questa /458/ orazione, udiva nella
benedizione delle palme: « O Dio, amare il quale è giustizia, aumenta in noi i doni colla tua grazia
ineffabile, e tu che hai fatto che noi in virtù della, morte del tuo figlio speriamo quanto crediamo, fa
eziandio che in virtù della sua risurrezione arriviamo là ove aspiriamo».407 E questa non la era una
dottrina segreta. ma fin dal tempo antico408 ai preti invece si fece dovere di raccogliere dai moribondi
la confessione che essi arriverebbero alla beatitudine non pei loro propri meriti, ma in virtù della
passione di Cristo e pel merito di lui: che Gesù Cristo è morto per la nostra salute, e che nessuno può
salvarsi pei meriti proprii ed in qualunque altra maniera fuorché pel merito dì Gesù Cristo. Se il
morente ha questa fede ringrazi Iddìo di tutto cuore e si raccomandi alla sua passione, e pensi spesso

400
Cioè nel Missale itinerantium seu misse peculiares valde devote, stampato in Germania nel 1504, 8° picc. di soli 40
fogli per l'ordine eremitano. Così anche nel Sacrificale itinerantium (Oppenheim, Jac. Koebel, 1521) : inoltre nel Messale
or ora citato della diocesi di Passavia, ecc.
401
Postcommunio : « .. . ut tuae redemptionis effectum et mysteriis capiamus et moribus » (Pontif. Rom.).
402
« Ut sacramentum vivendo teneant, quod fide perceperunt ». Orazione del martedì di Pasqua. Messale, fol. 116 e
Breviario, fol, 133.
403
Ciò è bene espresso nella Missa de quinque vulneribus (Speciale Missarum sec. chorum Herbipolen. fol. 152): « Deus
qui hodierna die sacratissimorum vulnerum tuorum solemnia celebramus (?), concede propitius ut a peccatorum
nostrorum vulneribus eorumdem pretiosorum stigmatum tuorum intervenientibus meritis expiati perpetue beatitudinis
premia consequamur ». Cfr. Franz, 1. c., p. 157 s.
404
Nell' inno alle laudi del tempo pasquale : Sermone blando angelus, che era recitato in molte diocesi ed ordini (cfr U.
Chevalier, Repertorium hymnol., II, n. 18831), nell'ordine eremitano con 5 strofe precedenti (incipit: Aurora lucis).
L'ultima strofa dopo ricordare le vulnera in carne Christi fulgida comincia (Breviario, fol. 274): « Rex Christe clemen-
tissime, - Tu corda nostra posside ».
405
Inno sommamente diffuso pei vespri e mattutino dell'Ascensione (Breviario, fol. 274b) che comincia: « Jesu nostra
redemptio, - Amor et desiderium ». Era in uso ancor più dell'or ora ricordato (v. Chevalier, I, 9582); J. Kehrein,
Kirchenlieder, p. 67 ne indica una versione tedesca che è del sec. XII, mentre nell'altra opera Kathol. Kirchenlieder,
Hymnen, Psalmen, I, 524, trovasi un'altra versione tedesca antica.
406
« Intra quorum (apostolorum et martyrum) nos consortium non aestimator meriti, sed veniae largitor admitte».
Messale, fol. 112.
407
Messale, fol. 6o: «Deus quem diligere et amare iustitia est» etc.
408
V. cose relative dall'epoca immediatamente precedente a Lutero sopra p. 49 s. La fonte più prossima è l’Admonitio
morienti di S. Anselmo di Cantorbery (Migne, fair. t. 158, 686 s.), della quale, come pure di reminiscenze anteriori e
posteriori amplificazioni tratta la bell'opera del Franz, Das Rituale von St. Florian, p. 196 ss. Come per altri punti, così
anche per la prassi superiormente esposta ebbe influenza nel medio evo declinante l’Opus tripartitum di Gersone, 3ª
pars: De scientia mortis (Opp. I, 447, ed. Antwerpiae 1706), donde Geiler von Kaisersberg tradusse il passo relativo in
questa forma: «In te, dolcissimo Gesù, è la mia unica speranza... Signore, bramo il tuo paradiso, non pel valore del mio
merito, ma in virtù della tua santissima passione, pella quale tu hai voluto liberare me miserabile e comprarmi il paradiso
a prezzo del tuo sangue prezioso » ( Wie man sich halten sol bei einem sterbenden Menschen. Herausgegeb. von Dacheux
1878).
alla medesima,409 desumendo egli la ferma speranza da ciò che Dio « è fedelissimo promettitore dei
beni eterni e sicurissimo pagatore»410/459/ La Chiesa pertanto nelle sue preci e cantici liturgici ài
tempi di Lutero ci presenta Dio Signore sempre siccome il Dio misericordioso, benigno, non come il
severo giudice : per tutto l'anno ecclesiastico ci fa vedere che la venuta di Gesù Cristo è realmente la
venuta delle grazie e della misericordia e che Egli stesso è la gioia del mondo, la pietà immensa, che
ci ha liberati dalla morte col suo sangue.411 Come vedremo procedendo, i dottori ecclesiastici fino a
Lutero non insegnarono cosa differente, e Lutero stesso, il quale più tardi non potea rimproverare
abbastanza alla Chiesa ed ai suoi teologi che avessero condotto gli uomini e lui stesso alla
disperazione, avendo conosciuto ed insegnato Dio soltanto come giudice severo ed irato, nei primi
tempi, quando non aveva ancora bisogno di simili menzogne, non ardi formulare tale asserzione : su
questo punto insegnava in accordo colla Chiesa.412
Fino ad oggi i teologi protestanti non hanno fatto attenzione alla fonte di cui mi sono servito in questo
paragrafo. Altrimenti come mai avrebbe potuto Harnack vergare la sua frase citata a p. 437 sulla lieta
novella, che Lutero avrebbe portato alla cristianità? Eppure quanto poco ho io tratto da questa fonte!
Ma Lutero la conosceva, ha attinto ad essa, qua e là anzi ha intessuto da essa dei passi, come faceva
talora pei passi scritturali.413 In tali frasi liturgiche egli /460/ riconosce « parole della Chiesa» che
non vanno affatto considerate come vane.414 Anzi quando era già sull'orlo dell'apostasia egli si
appella ancora (nè solo nei passi surriportati questa fonte pensando di non allontanarsene
prescindendo dal fatto che anche da eresiarca egli non solo, come è noto, loda gli antichi inni della
Chiesa, ma tradusse anche in tedesco e conservò in latino415 parecchie orazioni ecclesiastiche, delle
quali qualcuna io ho qui addietro comunicata.

409
Sacerdotale ad consuetudinem S. Romanae ecclesiae, Venetiis 1537 (prima stampa), fol. 117 (Venetiis 1554, fol.
113b): « Credis, non propriis meriti sed passionis dom. nostri Jesu Christi virtute et merito ad gloriam pervenire? Credis
quod dominus nosterJesus Christus pro nostra salute mortuus sit, et quod ex propriis meritis vel alio modo nullus possit
salvari, nisi in merito passionis eius? Redde ei gratias toto corde, quantum potes, et de ipsius passione recommenda, et
ipsam corde cogita, et ore quantum potes nomina ». Altrettanto troviamo nei numerosi manuali tedeschi pei moribondi di
quel tempo. Cfr. Falk, Die deutschen Sterbebüchlein von der altesten Zeit des Buchdruckes bis zum J. 1520(1890).
410
Sacerdotale; 1537, fol. 211; (1554), fol. 207b: «Deus eternorum bonorum fidelissime promissor et certissime
persolutor » etc.
411
Lutero lo leggeva le domeniche di quaresima nell'inno Aures ad nostras (Breviario, fol. 272 b) a vespro: « Christe lux
vera, bonitas et vita, - Gaudium mundi, pietas immensa, - Qui nos a morte roseo salvasti - Sanguine tuo.
412
Cosi scrive nei suoi Dictata del 1513-1514: « Lex vetus primum adventum Christi prophetavit, in quo Christus in
iudicio benigno et salutari regnat, quia adventus gratie et benignitatis est... Nova autem lex de futuro iudicio et iustitia
prophetat, quia secundum Christi adventum prophetat, qui erit in iudicio severitatis et vindicta eterna, ut patet in multis
autoritatibus Job 5 : " potestatem dedit ei iudicium tuum facere " ; 2 Tim. 4: "Qui iudicaturus est vivos et mortuos"; Rom.
2: "in revelatione iusti iudicii Dei" » Weim. III, 462.
413
Così per es. scrive su Rom. 8, 14, nel commentario sulla lettera ai Romani, fol. 200b: « Spiritu Dei agi, i. e. libere,
prompte, hilariter carnem, i. e. veterem hominem mortificare, i. e. omniia contemnere et abnegare, quae Deus non est,
etiam seipsos, ac sic nec mortem, nec amica mortis genera poenarum saeva pavescere ». Le parole sottolineate sono
prese dall'inno per la festa unius virginis et martyris. (Breviario, fol. 411b). In Rom. 10, fol. 234, Lutero scrive: «...soli
Deo vivit, cui omnia vivunt etiarn mortua ». Il passo sottolineato non è tolto da Luc. 20, 38, ma dall'invitatorio della
commemorazione dei defunti (Breviario, fol. 385 b: « Regem, cui omnia vivunt etc. ») o dall' Oratio in sepultura: « Deus
cui omnia vivunt, et cui non pereunt moriendo corpora nostra, sed mutantur in melius » (ibid., fol. 429). E così molte
altre volte, ma basta il fin qui detto.
414
Weim. I, 558: « nec vana esse verba ecclesiae credo ». Nel 1514 attribuiva allo Spirito Santo l'ordinamento della
liturgia. V. sopra p. 453.
415
Lutero riporta l'orazione della Missa pro tribulatis: « Deus qui contritorum non despicis gemitum » due volte, una in
tedesco (Erl. 56, 352), l'altra in latino (p. 365): naturalmente « in ecclesia tua sancta » è tradotto da lui con «nella tua
comunità». L'Oratio nella 4ª domenica dopo l'Epifania: «Deus qui nos in tantis periculis co nstitutos » sta ivi pure p. 353
in tedesco, a p. 366 in latino. La bella Oratio : « Deus qui delinquentes perire non pateris », che trovasi già nel
Sacramentarium Leonianum, p. 109, è ivi a p. 365, cambiatavi però la conclusione. La preghiera di Lutero sulla passione
di Cristo (ibid. p. 332) è messa assieme dalla Oratio del mercoledì della settimana santa (« Deus qui pro nobis filium tuum
crucis patibulum subire voluisti ») e dall' Oratio nel martedì della stessa settimane («Da nobis ita dominicae passionis »
etc.). Parimente le preghiere di Lutero al Sacramento dell'altare (p. 318), per la Pasqua ed Ascensione (p. 320), per la
Trinità (p. 335), hanno per base le relative orazioni cattoliche ecc. per non parlar degli inni.
Come tanto di frequente altrove, così qui pure Lutero pronuncia il verdetto sulle sue posteriori
calunnie quasi che la Chiesa prima di lui ed egli con essa avessero conosciuto Dio soltanto come
giudice rigoroso, che debba venire placato colle opere proprie. Oltracciò Lutero fin quasi alla sua
apostasia, quando già aveva trovato da lungo tempo il suo vangelo, cita parecchie di queste orazioni
liturgiche contro il merito delle opere, contro il modo di vedere che fossimo noi o le nostre opere
quali che fossero la causa della nostra /461/ salute. Se egli allora su questo punto combatte contro
scolastici o la pratica di certuni, lascia tuttavia fuori di questione la dottrina della Chiesa espressa
nella liturgia, la riconosce giusta. Non si sentiva neanche indotto a sostenere che in frasi come
«Cristo è l'unica speranza, è l'unica salute, non noi», la Chiesa abbia lasciato il «solo» dopo «noi»416
e che essa insegni di fatto come anche noi, anche le nostre opere operino la salute. Ciò disse il Lutero
posteriore, quando egli, nella lotta ed odio colla Chiesa, senza scrupolo si fece reo di incredibili
svisamenti della dottrina cattolica e delle più gravi calunnie contro l'antichità cristiana: ciò egli fece
quando « contro la malizia e malvagità del papato a salute delle anime» riteneva «lecito tutto»417
anche le bugie necessarie, che egli, specialmente sotto questo punto, permette e difende.

416
Così W. Köhler, Denifles Luther nel periodico Die christliche Welt, 1904, n. 9, p. 208. V. su ciò più avanti nel corso di
questo volume.
417
V. sopra p. 137.