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Il principale difetto di Valli, dal quale dipendono quasi tutte le insufficienze che notiamo nel suo lavoro,

diciamolo subito molto chiaramente, è costituito dal fatto che egli non possiede la mentalità «iniziatica»
necessaria per trattare a fondo un tale argomento. Il suo punto di vista è, in maniera troppo esclusiva, quello
dello storico: e non basta «fare della storia» (p. 421) per risolvere certi problemi; d’altronde, ci si può
chiedere se, in un certo senso, questo non equivalga ad interpretare le idee medioevali per mezzo della
mentalità moderna, cioè la stessa cosa che, molto giustamente, l’autore rimprovera ai critici ufficiali; gli
uomini del Medioevo hanno mai fatto «della storia per la storia» (p. 421)? Per queste cose è necessaria una
comprensione di un ordine più profondo; se si è mossi da spirito ed intenzioni «profane» non si riuscirà a
fare altro che accumulare del materiale che bisognerà sempre mettere a profitto con tutto un altro spirito; e
noi non riusciamo a vedere bene che interesse potrebbe avere una ricerca storica che non fosse in grado di
esprimere qualche verità dottrinale.
È veramente spiacevole che l’autore difetti di alcuni dati tradizionali: di una conoscenza diretta e, per così
dire, «tecni-ca» delle cose di cui tratta. È questo che gli impedisce, in particolare, di riconoscere la portata
propriamente iniziatica del nostro studio su l’Esoterismo di Dante (p.19); ed è per questo che egli non ha
compreso che, dal punto di vista in cui noi ci poniamo, poco importa che tali «scoperte» siano dovute a
Rossetti, ad Aroux o a chiunque altro, poiché noi li citiamo solo come dei «punti d’appoggio» per delle
considerazioni di un ordine ben diverso: per noi si tratta di dottrina iniziatica non di storia letteraria.
A proposito di Rossetti, troviamo alquanto strana l’asserzione che egli sarebbe stato un « Rosacroce» (p.
16): i veri Rosacroce, che d’altronde non erano per niente di «discendenza gnostica» (p. 422), erano spariti
dal mondo occidentale molto tempo prima dell’epoca in cui questi visse; anche se egli fu collegato a qualche
organizzazione pseudo- rosacruciana, come ve ne sono tante, questa sicuramente non poteva avere, in nessun
modo, alcuna tradizione autentica da comunicargli; del resto, la sua maggiore preoccupazione, che lo
induceva a vedere dappertutto solo dei significati politici, si scontra con una simile ipotesi nella maniera più
netta possibile. Valli ha del Rosacrucianesimo un’idea abbastanza superficiale e del tutto «semplicistica» e
non sembra neanche sospettare l’esistenza del significato simbolico della Croce (p. 393), così come pare non
abbia compreso bene il significato tradizionale del cuore (pp. 153-154), che è relativo all’intelletto e non al
sentimento. A proposito del cuore, ricordiamo che il cor gentile dei «Fedeli d’Amore» è il cuore purificato,
cioè libero da tutto ciò che concerne gli oggetti esteriori e per ciò stesso reso idoneo a ricevere
l’illuminazione interiore; è considerevole il fatto che una dottrina identica la si ritrovi nel Taoismo.
Segnaliamo ancora degli altri aspetti che abbiamo notato nel corso della nostra lettura: vi sono, per
esempio, alcuni riferimenti assai spiacevoli che sviliscono un lavoro serio; così, si sarebbero potuti trovare
facilmente degli autori migliori di Mead, per lo gnosticismo (p. 87), di Marc Saunier, per il simbolismo dei
numeri (p. 312) e soprattutto... di Leo Taxil, per la Massoneria (p. 272)! Quest’ultimo, d’altronde, è citato per
una questione del tutto elementare: gli anni simbolici dei diversi gradi, che in effetti si possono trovare
ovunque. Nello stesso passo, l’autore cita anche, rifacendosi a Rossetti, la «Recueil précieux de la
Maçonnerie Adonhiramite», ma la citazione è fatta in maniera completamente errata, cosa che di-mostra
come egli non conoscesse il libro direttamente.
Del resto, vi sarebbero molte riserve da fare su tutto quello che Valli dice sulla Massoneria, che egli, in
maniera bizzarra, qualifica come «modernissima» (pp. 80 e 430): una organizzazione può aver «perduto lo
spirito» (o quello che in arabo si chiama barakah) a causa dell’intrusione, in essa, della politica, o per altri
motivi, e tuttavia può conservare intatto il suo simbolismo, né che abbia un’idea molto chiara della filiazione
tradizionale: parlando delle diverse «correnti» (pp. 80-81), egli mescola l’esoterico all’exoterico e considera
come fonte di ispirazione dei «Fedeli d’Amore» qualcosa che rappresenta solo delle anteriori infiltrazioni di
una tradizione iniziatica nel mondo profano, mentre invece i «Fedeli d’Amore» si ricollegavano a
quest’ultima direttamente. Le influenze discendono dal mondo iniziatico al mondo profano e non viceversa,
così come un fiume non risale mai alla sua fonte; questa fonte è la « fontana d’insegnamento» di cui spesso si
parla nei poemi di cui si tratta, ed essa è generalmente descritta come posta ai piedi di un albero, il quale,
evidentemente, è l’«Albero della Vita» [Presso i «Fedeli d’Amore» quest’albero è generalmente un pino, un
faggio o un lauro; l’«Albero della Vita» è rappresentato spesso per mezzo di alberi sempreverdi]; è in questo
contesto che trova applicazione il simbolismo del «Paradiso terrestre» e della «Gerusalemme celeste».