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Pasquale Ionata

diventa ciò che sei


il potere curativo delle parole

Città Nuova
INDICE

INTRODUZIONE

LA VITA
Il male e la fonte della sofferenza
Il successo e la felicità
La speranza e il segreto del dolore
Il sorriso e la libertà interiore

L’AMORE
Il dare amore e come impararlo
L’amore paterno e come realizzarlo
L’amore di coppia e come viverlo
L’amore cosmico e come riconoscerlo

L'IMMAGINAZIONE
Visualizzare e agire
Lo stato potenziale e la credenza
L'autoimmagine e come costruirla
La gratitudine e come coltivarla
GLI ALTRI
Il farsi uno con gli altri e con l'ambiente
L'uguaglianza neuropsichica e il perdono
vicendevole
L'altruismo gratuito e l'obiettività psichica
Le parole come "dono" in psicoterapia

FONTI DELLE METAFORE TERAPEUTICHE

NOTE
INTRODUZIONE

La psicoterapia è l’argomento principale di questo


libro, un libro alla portata di chiunque, all’insegna della
semplicità ma anche della profondità, in apparenza
leggero ma non privo di saggezza, che tende a esaltare
il buon senso.
In estrema sintesi, lo scopo del libro è quello di
accompagnare il lettore a focalizzare meglio,
attraverso l’uso delle parole, alcuni aspetti esistenziali
che dopo anni di pratica psicoterapeutica ho
sperimentato essere molto importanti nella nostra
quotidianità: capire il senso e il significato della vita
nei suoi aspetti più diversi; cogliere la molteplicità
esistenziale della dimensione dell’amore; acquisire una
capacità di immaginazione improntata all’ottimismo;
sottolineare l’importanza igienico-mentale del
rapporto con gli altri.
Tali aspetti esistenziali saranno trattati nei quattro
capitoli, dedicati rispettivamente alla vita, all’amore,
all’immaginazione e agli altri.
Nello sviluppo del libro si è scelto di presentare
numerose metafore terapeutiche, con l’intenzione di
suscitare nel lettore un momento di riflessione,
un’occasione per sviluppare un atteggiamento positivo
e ottimistico nei confronti di sé, degli altri e del mondo.
Le metafore sono l’essenza del pensare: possiamo
pensare alla vita come a un “giardino di rose”, al lavoro
come a una “guerra”, al nostro tempo libero come a
una “tavola riccamente imbandita”; uno dei miei
pazienti, parlando di sé, disse di sentirsi “tra l’incudine
e il martello”. Quale che sia la metafora, essa emerge
nelle parole e nelle espressioni che usiamo e influenza
la nostra e l’altrui esperienza. Le metafore pervadono
la nostra vita. Sono il simbolo di ciò che pensa la nostra
mente inconscia. Quando non prestiamo ascolto, il
nostro inconscio aumenta l’intensità dei segnali fino al
punto di far materializzare il messaggio sotto forma di
sintomi fisici o malattie. I nostri sogni sono metafore,
uno dei mezzi di cui dispone l’inconscio per
comunicare con noi. Le nostre parole sono metafore:
talvolta racchiudono il messaggio che volevamo
trasmettere, altre volte comunicano ciò che davvero
pensiamo e che avremmo preferito non comunicare.
Più sapremo dare ascolto alle metafore che pervadono
la nostra vita, più potremo attingere al potere della
mente inconscia.
Tra le diverse metafore terapeutiche provenienti
dalle più varie culture, in queste pagine saranno citate
soprattutto quelle di un maestro sufi: il mullah turco
Nasreddin, molto famoso nel mondo musulmano e non
solo. Nasreddin visse nel XIII secolo a Konja, in
Turchia, e le storielle che lo vedono protagonista si
diffusero rapidamente in tutta Europa e in
Medioriente. Sono storielle piene di arguzie e facezie,
oltre che impregnate di quel sano stile autoironico
tanto necessario in un contesto particolare come
quello della psicoterapia. Per me, sono l’occasione di
rendere un doveroso omaggio alla cultura islamica,
perché, come ricorda lo psicoterapeuta iraniano
naturalizzato tedesco Nossrat Peseschkian, è ormai
storicamente accertato che si deve ad un medico
persiano sciita di nome Rhazi (850-953 d.C.) il primo
uso documentato del termine El Ilaj Ennafsani, che
significa appunto “psicoterapia”.

Viveva a Bukhara un emiro che non si muoveva più


dalla sua sedia, bloccato a causa di una misteriosa
malattia articolare che nessun medico riusciva a
guarire.
All'inizio anche Rhazi fallì, poi, un bel giorno,
condusse l'emiro in un luogo sicuro.
Qui, dopo aver preparato un cavallo e un mulo per la
fuga, minacciò con un coltello l’emiro, insultandolo
sempre più pesantemente. A un certo punto, l’uomo
cercò di aggredirlo, accecato dall’ira, e si alzò dalla
sedia... Rhazi a questo punto fuggì e si allontanò dal
regno dell’emiro.
Saputo l’accadimento, in città si gridava al miracolo.
Ma non era così.
Rhazi aveva semplicemente capito che l’emiro non
era affetto da malattie organiche che potessero
impedirgli di camminare, e facendogli provare
un’emozione intensa riuscì a ottenere l’effetto
desiderato.

Dopo Rhazi, è la volta di Ibn Sina, più noto come


Avicenna, un grande precursore della psicoterapia.
All’incirca nell’anno 1000 d.C., Avicenna, che era
medico, si trova di fronte a una ragazza che sta
morendo di inedia. Avicenna, insospettito, la fa sedere
su un lettino, la fa parlare della sua vita e nota un
aumento delle pulsazioni cardiache quando parla di
una certa città e di un certo quartiere, poi di una certa
casa, finché non svela di essere innamorata di un
ragazzo... A questo punto il caso si avvia a soluzione. La
ragazza non poteva confessare a nessuno la sua
passione d’amore, perché avrebbe disonorato se stessa
e la sua famiglia.
Freud ha applicato lo stesso metodo quasi mille
anni dopo: distendere un paziente sul divano, in una
camera tranquilla, e farlo parlare, cercando di cogliere
il “non detto” nascosto dietro le parole e facendo
lavorare il proprio intuito.
La psicoterapia intesa come cura attraverso le
parole affonda le sue radici nella notte dei tempi: gli
sciamani del neolitico, i sacerdoti-astronomi sumeri, i
sacerdoti-maghi egizi che curavano scacciando
malocchi e fatture con gli incantesimi e i sortilegi, gli
ispirati profeti del popolo d’Israele, i talmudisti, i
cabalisti, gli indovini oracolari greci, gli asceti eremiti
Padri del deserto... tutti avevano colto il potere
trasformante della parola.
Anche Platone esalta l’efficacia terapeutica della
parola nei suoi Dialoghi. Gorgia dice: «La parola è un
potente sovrano, perché con un corpo piccolissimo
conduce a opere profonda mente divine, infatti essa ha
la capacità di cancellare la paura, di infondere la gioia e
di intensificare la compassione»1. E sempre Gorgia si
vanta: «Più di una volta, insieme a mio fratello e altri
medici, andato a casa di qualche malato che non voleva
bere la medicina, o rifiutava di farsi tagliare o
cauterizzare dal medico, mentre il medico non riusciva
a persuaderlo ci riuscii io, con nessun’altra arte se non
con la retorica»2.
E prima ancora di Platone, la “parola” ha
conosciuto un’alta considerazione presso i
presocratici, con la retorica e la sofistica.
Fra tutti i pensatori dell’epoca, Antifonte di Atene
(480-411 a.C.) può essere considerato il più vicino alla
moderna psicoterapia intesa come cura attraverso le
parole, un vero e proprio precursore. Antifonte faceva
parlare il malato della sua sofferenza e lo aiutava poi
con un tipo di retorica che utilizzava, sia nella forma
che nel contenuto, le asserzioni dello stesso malato, e
che dunque, in senso del tutto moderno, si poneva al
servizio di una ristrutturazione di ciò che il malato
riteneva “reale” o “vero”, e dunque del cambiamento
dell’immagine del mondo per la quale egli soffriva.
Di lui ci narra Plutarco: «Mentre si dedicava alla
poesia compose anche “un’arte del non soffrire” cioè
una cura come quelle che i medici prescrivono agli
ammalati; messo su un ambulatorio a Corinto accanto
alla piazza, bandì che egli riusciva con le parole a
curare gli afflitti, e, sentite le cause del male, consolava
i sofferenti. Ma ritenendo poi quest’arte non degna di
lui, si volse all’arte retorica»3.
Nel contesto culturale occidentale, per la nascita
(anche se non ufficiale) della psicoterapia moderna
bisogna aspettare la seconda metà del Settecento, con
le teatrali baquets parigine piene di magneti del
medico viennese Franz Anton Mesmer (1734-1815)
che credeva di guarire utilizzando un fantomatico
“fluido vitale” che egli definiva «magnetismo animale»,
rivelatosi poi inesistente.
Il termine stesso di “mito” deriva dal greco mythos,
la cui radice my- si riallaccia al significato di
“mormorare”, “emettere suoni con la bocca”, “parlare”:
mythos in greco equivale, nello stadio più antico, a
“discorso”, o meglio ad un “discorrere” con le parole.
«In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio» (Gv 1,1): così si esprime il Vangelo
di Giovanni, ma prima ancora, nell’Antico Testamento,
Dio crea il cielo e la terra usando la “Parola”: «Dio
disse: “Sia la luce! ”. E la luce fu» (Gen 1,3).

Ricordando un saggio proverbio, «Fa’ in modo che


le tue parole siano dolci, nel caso tu dovessi
mangiarle», vi auguro di saper cogliere in queste
pagine tutte le parole che sentite dolci per potervene
così alimentare.
LA VITA

Il male e la fonte della sofferenza


Quando pensiamo alla morte, quasi sempre la
contrapponiamo alla vita, mentre invece la morte
andrebbe contrapposta alla nascita: in fondo, la vita è
ben altro, comprende sia la nascita che la morte, nel
senso che entrambe le appartengono.
In una storiella medievale un nobile cortigiano
inglese si rivolge al suo re, dicendogli:

La vita degli uomini sulla terra, o sire, confrontata


con la vastità del tempo a noi sconosciuto, mi sembra
essere simile a questo: come se, mentre sedete alla
vostra mensa in presenza di capitani e ministri
durante l’inverno... uno dei passeri, da fuori, volando
attraversasse rapidamente la sala, come se fosse
entrato da una porta e, immediatamente, fosse
uscito da un’altra. In quegli istanti che trascorre
nella sala, il passero non è toccato dalla tempesta,
ma il breve attimo di pausa subito finisce e com’è
arrivato dall’inverno, presto all’inverno ritorna e
sfugge alla vostra vista. La vita degli uomini sembra
essere più o meno così, e ciò che la precede, o che la
segue, lo ignoriamo totalmente.

La vita, dunque, è un breve episodio tra due grandi


misteri, che poi sono uno soltanto: è come quel passero
che viene dal l’oscurit{ e torna verso la stessa oscurit{.
Queste due oscurità sono la nascita e la morte che
dal punto di vista metaforico possiamo considerare
come dei “tuffi”: la nascita è un “tuffo nell’aldiqua”,
mentre la morte è un “tuffo nell’aldil{”.
L’immagine della vita come una luce immersa
nell’oscurit{ mi riporta alla mente la descrizione di un
sogno personale fatta dal grande psicoanalista Cari
Jung.

Ho fatto un sogno che mi ha al tempo stesso


spaventato e incoraggiato. Stava calando la notte e mi
trovavo in un posto sconosciuto. Avanzavo a fatica
contro un vento molto forte. Una nebbia densa
ricopriva tutto. Nelle mani a coppa tenevo una luce
fioca che minacciava di spegnersi da un momento
all’altro. La mia vita dipendeva da quella luce fioca che
proteggevo gelosamente Improvvisamente ebbi
l’impressione che qualcosa avanzasse dietro di me. Mi
voltai e vidi la forma gigantesca di un essere che mi
seguiva. Ma, in quello stesso istante, mi resi conto che,
nonostante il terrore, dovevo proteggere la mia luce
attraverso le tenebre e contro il vento. Al risveglio mi
accorsi che la forma mostruosa era la mia ombra
formata dalla fiammella che tenevo accesa nel mezzo
della tormenta. Sapevo anche che quella fragile luce
era la mia coscienza, l’unica luce che possedevo.
Confrontata alla potenza delle tenebre era una luce, la
mia unica luce4.

A tutti, durante la vita, accadono quotidianamente


cose belle e cose brutte. Tutti noi possiamo constatare
che nella vita esistono contemporaneamente il bene e
il male: certamente la vita è bella, ma spesso è infarcita
di tragedie, e il mondo è quello che è.
Prima o poi, dunque, tutti ci poniamo la domanda
sulla necessit{ o sull’utilit{ della presenza del male
nella vita, e non sempre la risposta viene o non è poi
così soddisfacente: istintivamente il male viene
rifiutato.
Eppure, per il nostro equilibrio psichico il male
non andrebbe rifiutato a priori, anzi sarebbe utile
confrontarsi con esso ogni tanto, almeno questa era
l’idea di Carl Jung: può accadere che avendo a che fare
col male si corra il rischio di esserne soggiogati.
Secondo lo psicoanalista svizzero, perché ciò non
accada non è sufficiente la semplice considerazione
che il bene ha la forza di un imperativo categorico e
che il cosiddetto male può essere evitato: il
riconoscimento della realtà del male relativizza sia il
bene che il male, tramutandoli nelle due parti di un
contrasto, i cui termini formano un tutto paradossale.
Perciò, continua Jung, chi desidera avere una risposta
psicologica al problema del male così come si presenta
nel mondo, ha bisogno, per prima cosa, di conoscere
senza reticenze se stesso, la propria totalità, quanto
bene può fare, e anche di quale infamia è capace,
guardandosi dal considerare reale il primo e illusoria
la seconda.
Sia il bene che il male sono veri in potenza e non si
può sfuggire interamente né all’uno né all’altro, se si
vuole vivere senza mentire a se stessi e senza illusioni.
Se guardiamo la realtà nella sua complessità, ci
accorgeremo che ogni elemento è importante, anche
quelli negativi. Dio, il Tao, il Potere Superiore,
l’Intelligenza Universale... sa servirsi di tutto.
Pensiamo a un chimico che nel suo laboratorio,
pur avendo a disposizione veleni, virus, esplosivi, non
se ne serve per avvelenare o distruggere gli esseri
umani, bensì per trovare elementi utili e curativi, a
loro beneficio.
Allo stesso modo, Dio ha bisogno di tutti quei
materiali, di tutti quegli elementi che giudichiamo
cattivi e nocivi: essi sono misteriosamente utili
nell’economia universale. Se le persone non sanno
servirsene, non significa che il mondo sia “fatto male”:
forse, piuttosto, è pieno di misteri che dobbiamo
impegnarci a svelare, proprio come dice Amleto
all’amico Orazio nella nota tragedia di William
Shakespeare: «Ci sono più cose in cielo e in terra,
Orazio, di quante non ne sogni la tua filosofia» (atto
primo, scena quinta).
A noi è dato il compito di scoprirle.
Il vissuto del male può rivelarsi, più spesso di
quanto si immagini, portatore di un grande
insegnamento di vita.

Agli inizi del 1800, durante l’invasione francese della


Russia, le truppe di Napoleone stavano combattendo
in una delle tante cittadine di quella sterminata
terra invernale, quando l’imperatore si venne
accidentalmente a trovare separato dai suoi uomini.
Un gruppo di cosacchi russi lo individuò e cominciò a
in seguirlo fra le strade tortuose. Napoleone corse a
più non posso e si infilò in un negozietto di pellicce in
una stradina laterale. Entrando nel negozio, col
respiro affannato, Napoleone vide il pellicciaio e urlò
pietosamente: «Mi salvi, mi salvi! Dove posso
nascondermi?».
Il pellicciaio disse: «Presto, sotto questo mucchio di
pellicce nell’angolo», e coprì Napoleone con molte
pellicce. Aveva appena finito che i cosacchi irruppero
dalla porta urlando:
«Dov’è? L’abbiamo visto entrare!».
Malgrado le proteste del pellicciaio, misero a
soqquadro il negozio per trovare Napoleone.
Conficcarono le spade nel la catasta di pellicce, ma
non lo trovarono. Poco dopo si arresero e se ne
andarono. Dopo un po’ Napoleone scivolò fuori dal
mucchio delle pellicce, illeso, proprio mentre le sue
guardie del corpo entravano dalla porta.
Il pellicciaio si rivolse a Napoleone e disse
timidamente:
«Chiedo scusa se pongo questa domanda a un
grand’uomo, ma come si sentiva sotto quelle pellicce,
sapendo che ogni momento poteva essere l’ultimo?».
Napoleone si erse in tutta la sua altezza e disse
sdegnato al pellicciaio: «Come osa fare una tale
domanda a me, l’imperatore Napoleone! Guardie,
prendete quest’uomo impudente, bendatelo e
fucilatelo. Io stesso darò l’ordine di sparare!».
Le guardie afferrarono il povero pellicciaio, lo
trascinarono all’esterno, lo misero contro un muro e
lo bendarono. Il pellicciaio non riusciva a vedere
niente, ma udiva i movimenti delle guardie mentre si
disponevano lentamente in linea e preparavano i
fucili, e udiva il lieve suono dei propri abiti che
ondeggiavano nel vento freddo. Avvertiva il vento
che gli tirava delicatamente gli abiti e gli
infreddoliva le guance, e sentiva il tremolio
incontrollabile delle gambe.
Quindi udì Napoleone schiarirsi la gola e
pronunciare lentamente: «Pronti... mirate...». In quel
momento, sapendo che perfino queste poche
sensazioni stavano per essergli negate per sempre,
una sensazione che non avrebbe potuto descrivere
traboccò in lui mentre le lacrime gli scorrevano
lungo le guance.
Dopo un lungo silenzio, il pellicciaio udì dei passi che
gli si avvicinavano e la benda gli fu strappata dagli
occhi. Ancora parzialmente accecato dal sole
improvviso, vide gli occhi di Napoleone guardare in
profondità e con intensità nei suoi, che sembravano
vedere in ogni angolo polveroso del suo essere.
Allora Napoleone disse dolcemente: «Adesso lo sa».

Ma qual è la fonte di tutte le sofferenze umane?


A questa che possiamo considerare la “madre” di
tutte le domande in campo psicologico, in molti, nel
passato, hanno tentato di rispondere.
Epicuro, filosofo greco vissuto 2.300 anni fa,
osservava che tutto ciò che è necessario a soddisfare le
esigenze vitali degli uomini è già a loro disposizione.
Eppure, assillata incessantemente dalle sofferenze, la
mente degli uomini è incapace di calmarsi, costretta a
sfogarsi in ostinate lamentele.
A queste medesime conclusioni pessimiste arriva
Shakespeare quando fa dire a Macbeth:

Non puoi tu provvedere a una mente malata,


estirpare dalla memoria un dispiacere radicato,
cancellare gli indelebili tormenti della mente,e con il
dolce antidoto dell’oblio, liberare il petto ingombro
di quel fardello gravoso che pesa sul cuore? (atto
quinto, scena terza).

Ecco come Richard Bandler, lo psicoterapeuta


statunitense inventore della Programmazione Neuro-
Linguistica (PNL) insieme a John Grinder, prova a
descrivere la fonte delle sofferenze umane.

Era una delle più grandi tragedie di tutti i tempi.


Erano stati imprigionati per un crimine che non
avevano commesso. I loro carcerieri si rifiutavano di
far sapere loro di quale crimine fossero accusati e,
ciononostante, li tenevano comunque prigionieri.
Certo, i loro bisogni più elementari venivano
soddisfatti, ma la loro vita era un vero inferno. Per la
maggior parte del tempo venivano torturati e
trattati orribilmente. Venivano insultati
continuamente e accusati di essere dei buoni a nulla.
Ogni cosa li riempiva di paure e di angosce.
Erano vittime di incessanti angherie e venivano dati
loro cosi tanti messaggi contradditori e conflittuali
che divennero insicuri, non sapendo più chi fossero e
di che cosa fossero capaci. Alcuni di loro venivano
separati, mentre altri erano costretti a vivere in
compagnia di persone che li facevano costantemente
uscire dai gangheri.
Alcuni volevano morire. Alcuni continuavano a
lottare contro le difficoltà della vita. Anche se in
misure diverse, ciascuno di loro era tenuto
prigioniero e a taluni andava peggio che ad altri.
Venivano continuamente criticati per ciò che
facevano. I loro carcerieri facevano in modo che
stessero molto male ogni volta che commettevano
uno sbaglio.
Qualsiasi cosa desiderassero o avessero mai
desiderato, veniva loro negata. Giorno dopo giorno
diventavano sempre più scontenti e privi di
speranza. Passavano il tempo ad autocommiserarsi e
a sfogare le loro frustrazioni gli uni sugli altri. Nel
frattempo, il trattamento che subivano si faceva via
via peggiore e i prigionieri cominciarono a chiedersi
se sarebbe mai finita.
Erano oppressi da tutte le cose che erano costretti a
fare. Soffrivano, inermi. Anche quando venivano loro
concessi momenti di libertà, non si trattava mai di
libertà vera. In fondo in fondo sapevano che presto
avrebbero dovuto tornare a soffrire per mano dei
loro carnefici e che quella breve parentesi non
significava nulla.
Soffrivano per la maggior parte del tempo. La loro
salute peggiorava progressivamente, a causa del
pessimo trattamento. Molti non riuscivano più a
dormire. Le loro vite si svuotarono del senso che un
tempo avevano avuto. Si aggiravano depressi,
ansiosi, spaventati, stressati e frustrati da ogni cosa.
Agognavano la libertà. E dunque, chi erano costoro?
E chi erano i loro carcerieri? Loro erano il genere
umano e i carcerieri le loro menti5.

Che i carcerieri della metafora proposta da


Bandler siano le nostre menti è confermato dal fatto
che tutte le nostre sofferenze mentali hanno una sola
causa psicologica: il meccanismo di difesa della
“proiezione”.
Cosa accade? Accade che proiettiamo
continuamente il nostro vissuto fuori di noi, cioè
vediamo negli altri ciò che non ci piace di noi:
spostiamo all’esterno il nostro interno, proiettiamo il
nostro passato o il nostro vissuto, più o meno
inconsapevolmente, sugli altri.
La soluzione? È molto semplice. Lasciare andare.
Mollare la presa. Abbandonarsi con peso leggero...
Una volta, un discepolo chiese a Buddha quale
fosse la condizione per accedere alla saggezza, ed egli
rispose: «Che il tuo intestino sia libero da ostacoli ed
elimini correttamente».
A prima vista questa risposta così “terra terra” da
parte del maestro spirituale che ha ispirato l’Oriente
può stupirci, ma dietro a questa metafora fisiologica si
nasconde una condizione psicologica molto
importante: la capacità di mollare la presa, di liberarsi
dalle esperienze di vecchia data dopo averne estratto
l’essenza.
L’osservazione di Buddha ha dunque un senso
profondo che riassume in poche parole il valore
metaforico della proiezione. Più banalmente, possiamo
dire che, se non vogliamo soffocare nell’immondizia
del passato, abbiamo bisogno di spazzini che lavorino
continuamente nel presente.
Insomma, il messaggio di Buddha è molto chiaro:
evitare il ritorno del passato, eliminare le proiezioni
del proprio passato nel presente per vivere solo la
realtà del momento, evacuare ciò che è inutile per
riconoscere ciò che è, ma senza aggiungere niente. Solo
così si accede alla saggezza.
Questo discorso è ulteriormente comprensibile se
lo collochiamo all’interno del riconoscimento di una
“volont{ superiore”, proprio come scriveva lo
psicoanalista junghiano Ernst Bernhard nel suo diario
dell’8 marzo 1964:

Tutto ciò che ci accade, o attraverso noi accade


nella vita, è giusto, poiché accade - malgrado
tutta la nostra partecipazione - per una volontà
superiore, che tutto abbraccia e contiene.
Consapevoli di questo, dobbiamo perciò
cercare sempre di decidere non secondo la
nostra, ma secondo una volontà superiore, o
meglio essere consapevoli che abbiamo deciso
secondo una volontà superiore, per quanto
d’altra parte ci sembri che la decisione sia da
attribuirsi al nostro io; in qualsiasi modo noi
intendiamo la volontà superiore, essa si
manifesta sempre nel singolo in maniera più o
meno individuale. Nel riconoscimento e nella
considerazione proprio di tale partecipazione
individuale alla volont{ “superiore” riposa il
senso e il valore della sin gola esistenza umana,
poiché è qui che opera la vera e propria
“volont{ di Dio” (volont{ superiore), cioè la sua
presenza creatrice, che nel momento presente
contiene “tutto”, quindi anche passato e futuro
[...]. Dopo ogni decisione non può dunque
esservi alcun dubbio sulla sua “giustezza”,
perché essa va riconosciuta e presa per quella
che è, quale “volont{ di Dio” (volont{
superiore). In cambio essa esige
inesorabilmente che noi schiudiamo e
portiamo avanti il suo inesauribile significato...
Il rapporto misterioso tra volontà personale e
volontà divina lo definirei concisamente un
rapporto dialettico6.

Ma la proiezione si combatte soprattutto


allenandosi alla pazienza.
Ci sono periodi in cui sperimentiamo una dolorosa
impazienza: verso noi stessi, quando siamo sempre di
fretta e di corsa, pieni di pensieri e di preoccupazioni;
verso gli altri, quando siamo ipersensibili anzi
suscettibili di fronte alle critiche altrui, come anche
alle osservazioni più innocue.
Quando questa difficoltà ci colpisce con sintomi
fisici (disturbi del sonno, ipertensione...), oppure
disturbi psichici (rabbia, ansia...), è senz’altro utile
rivolgersi a una consulenza specialistica. Ma senza
entrare nell’analisi clinica dell’impazienza, mi preme
utilizzare il metodo delle metafore, delle storie
curative, proponendovi due scritti letterari del più
grande genio dell’umanit{, Leonardo da Vinci.
Il primo è una favola dal titolo II bruco, e può
aiutarci a lavorare sull’impazienza verso noi stessi.

Fermo su di una foglia, il bruco guardava intorno:


chi saltava, chi cantava, chi correva, chi volava; tutti
gli insetti erano in continuo movimento. Lui solo,
poveretto, era senza voce, non correva e non volava.
Eppure non invidiava nessuno. Sapeva di essere un
bruco, e che i bruchi debbono imparare a filare una
bava sottilissima per tessere la loro casetta. “A
ognuno il suo destino”, pensava. Perciò, con molto
impegno, intraprese il suo lavoro. In breve si trovò
rinchiuso in un tiepido bozzolo di seta, isolato dal
resto del mondo. “E ora - si chiese -, che cosa
avverr{?”. «Ora sta’ quieto e aspetta - gli rispose una
voce -. Ancora un po’ di pazienza, e vedrai...». E al
momento giusto, il Bruco si destò, e non era più un
bruco. Uscì fuori dal bozzolo con due ali bellissime,
dipinte di vivi colori e subito si levò alto in cielo7.

Il secondo è un consiglio, un’indicazione.

La pazienza si comporta contro le ingiurie come i


panni contro il freddo: se aumenterai i panni
secondo l’aumentare del freddo, il freddo non ti
potrà nuocere. Allo stesso modo, davanti alle grandi
ingiurie aumenta la pazienza: le ingiurie non
potranno offendere la tua mente8.

Pazientare, più di ogni altro atteggiamento, aiuta a


vivere bene la cosiddetta “capacit{ di sperimentare”,
che è fondamentale per il perseguimento della salute
mentale: l’esperienza non è quello che ci accade, bensì
quello che facciamo con ciò che ci accade. D’altra parte,
gli eventi della vita ci influenzano solo attraverso
l’interpretazione che ne diamo, per cui, se riusciamo a
controllare l’interpretazione, riusciremo a controllare
anche la nostra vita.

Nasreddin va ad attingere acqua al pozzo.


Guarda nel pozzo e vi vede riflessa la luna. “Poverina,
è caduta dentro”, riflette.
Prende il secchio, lo attacca alla carrucola, lo fa
scendere nel pozzo, e sapendo di dover tirare su un
grande peso dà uno strattone così forte che cade a
terra riverso sulla schiena.
Guarda in alto: la luna brilla serena nel cielo. «Ce
l’ho fatta a liberarti!», dice contento Nasreddin.

Il modo migliore per interpretare il mondo e


quindi controllare la vita è vivere il mondo così
intensamente fino a goderlo, aderire consapevolmente
alla realtà momento per momento, vedere e
riconoscere le cose per come sono e non per come
dovrebbero essere. In fondo, la “capacit{ di
sperimentare” significa salute mentale e la salute
mentale è vivere la “realt{” perché la “realt{ è
terapeutica” diceva lo psicoterapeuta Fritz Perls,
mentre la malattia mentale è fuga dalla realtà, anzi è
fuga nella “fantasia”.

Un giorno un uomo sentì che doveva recarsi nella


città di Kammir.
Aveva imparato a prestare sempre attenzione alle
sensazioni provenienti da una regione sconosciuta di
se stesso, per cui lasciò tutto e partì.
Dopo due giorni di marcia lungo sentieri polverosi
scorse in lontananza Kammir. Appena prima di
entrare in paese, una collina sulla destra del sentiero
attirò la sua attenzione.
Era tutta ricoperta di un verde meraviglioso e
c’erano tanti alberi, uccelli e fiori incantevoli; era
interamente circondata da un piccolo recinto di
legno tirato a lucido... Una porticina di bronzo lo
invitava a entrare.
All’improvviso, sentì che stava dimenticando il paese
e cedette alla tentazione di riposare un momento in
quel luogo. Varcò la soglia e prese a camminare
lentamente in mezzo alle pietre bianche che
parevano distribuite casualmente in mezzo agli
alberi. Lasciò che i suoi occhi si posassero come
farfalle su ciascun dettaglio di quel paradiso
variopinto.
I suoi erano gli occhi di un ricercatore, e forse per
questo motivo scoprì, sopra una di quelle pietre,
l’iscrizione: Abdul Tareg visse 8 anni, 6 mesi, 2
settimane e 3 giorni.
Ebbe un leggero sussulto rendendosi conto che
quella pietra non era una semplice pietra, ma una
lapide. Provò pena al pensiero che un bambino così
piccolo fosse seppellito in quel luogo. Guardandosi
intorno l’uomo si rese conto che anche sulla pietra a
fianco cera un iscrizione. Si avvicinò per leggerla.
Diceva: Yamir Kalib, visse 5 anni, 8 mesi e 3
settimane.
L’uomo avvertì una grande commozione. Quel luogo
era un cimitero, e ogni pietra era una tomba. Una
per una, prese a leggere le lapidi. Recavano tutte
iscrizioni simili: un nome e il tempo di vita esatto del
defunto. Ma la cosa più sconvolgente fu scoprire che
la persona che aveva vissuto più a lungo aveva
superato a malapena gli undici anni...
Si sentì pervadere da un grande dolore, si sedette e
scoppiò in lacrime. Il custode del cimitero stava
passando di lì e gli si avvicinò. Rimase a guardarlo
piangere in silenzio e poi gli chiese se stesse
piangendo per qualche familiare. «No, no, nessun
familiare - disse l’uomo - ma che cosa succede in
questo paese? Che cosa c’è di così terribile in questa
città? Perché tanti bambini sono morti e sono stati
seppelliti in questo posto? Quale terribile
maledizione grava su questa gente, tanto da
costringervi a costruire un cimitero per bambini?».
L’anziano sorrise e disse: «Stia sereno. Non esiste
nessuna maledizione. Semplicemente, qui seguiamo
un’antica usanza. Ora le racconto... Quando un
giovane compie quindici anni, i suoi genitori gli
regalano un quadernetto, come questo qui che tengo
appeso al collo. Ed è tradizione che a partire da quel
momento, ogni volta che uno di noi gode
intensamente di qualcosa, apre il quadernetto e vi
annota, a sinistra, che cosa ha assaporato e, a destra,
per quanto tempo è durato il piacere. Quando
qualcuno muore, è nostra abitudine aprire il
quadernetto e sommare il tempo in cui ha goduto
per scriverlo sulla sua tomba, perché secondo noi
quello è l’unico, vero tempo vissuto».

Il successo e la felicità
Tutto sta nella mente, dunque. La nostra libertà
interiore dipende da come coltiviamo la nostra
salute mentale, come afferma Adam Philliphs,
psicoanalista inglese:

Le nostre vite dipendono da come si concepisce la


sanità: essa ha infatti finito per significare
remissivit{, sottomissione, “successo” sociale e
professionale, mentre dovrebbe essere più in
armonia con il nostro sé interiore “più profondo”,
“più vero” ed essere meno estraniati da ciò che dà
realmente valore alle nostre vite. Laing insiste nel
dire che dovremmo farci sentire, non integrarci.
Dovremmo essere meno educati9.

Un primo passo per avviarci, come dice Adam


Philliphs, a essere “meno integrati” o “poco educati”,
sta nel rispondere a una domanda che sicuramente
ognuno di noi prima o poi si è fatto: è meglio essere
felici o avere successo?
Per rispondere, cominciamo a fare una netta
distinzione tra il significato di “successo” e il significato
di “felicit{”; una distinzione che ruota intorno a due
semplici verbi: “ottenere” e “desiderare”. Mentre il
successo è ottenere ciò che si è desiderato, la felicità è
desiderare ciò che si è ottenuto.
Da questa chiara distinzione si intuisce come la
felicit{ sia sempre in “pole position” rispetto al
successo, e il rischio di rimanere delusi e insoddisfatti
nel rincorrere ossessivamente il successo sia dietro
l’angolo.
Il successo ha sempre a che fare con l’ambizione,
con l’esterno, con il mondo fuori di noi, con la cultura
del tempo, ed è quindi continuamente mutevole nella
storia dell’uomo: ogni epoca ha avuto la propria idea di
successo. Mentre l’idea di felicit{ è qualcosa di
immutabile, non variabile dalla cultura del tempo,
perché ha a che fare con il senso e il significato della
vita, con l’interiorit{ e con il mondo dentro di noi dove
l’obiettivo ultimo è la pace dell’anima. Pangloss, nel
Candido di Voltaire, dopo una lunga rincorsa affannosa
e inutile a cercare di realizzare il “migliore dei mondi
possibili”, alla fine trova la quiete coltivando l’orticello
di casa propria.
Il concetto di successo, però, non va né rifiutato né
demonizzato, anzi, se considerato in una giusta
prospettiva di equilibrio, è qualcosa da ammirare e
ricercare.
Cos’è il successo? - si chiede il poeta statunitense
Ralph Waldo Emerson - Ridere spesso e amare
molto; guadagnarsi il rispetto delle persone
intelligenti e l’affetto dei bambini; ottenere
l’approvazione di critici onesti e sopportare i
tradimenti dei falsi amici; apprezzare la bellezza;
trovare il meglio nel prossimo; donarsi; lasciare un
mondo un po’ migliore con un bambino sano in più;
un fazzoletto di giardino o una vita socialmente
riscattata; aver giocato e riso con entusiasmo; e
cantato con esultanza; sapere che grazie alla nostra
esistenza almeno una vita ha potuto respirare
meglio. Questo è il successo10.

E la felicità?
All’Universit{ Statale di New York è stato condotto
un esperimento in cui veniva chiesto a un gruppo di
persone di completare la frase: «Sono contento di non
essere...».
Dopo avere ripetuto questo esercizio cinque volte,
più del novanta per cento delle persone sperimentò un
chiaro aumento della sensazione di soddisfazione
personale. All’uscita si dimostrarono più amabili,
collaborative e solidali tra loro, anche con alcuni
sconosciuti, che aiutarono spontaneamente. Un paio
d’ore dopo, gli sperimentatori invitarono lo stesso
gruppo a completare la frase opposta: «Mi piacerebbe
essere...».
Stavolta i soggetti uscirono più insoddisfatti della
loro vita. Spesso trasciniamo la nostra vita dietro frasi
del tipo: Mi manca questo... Quello mi è dovuto...
Nessuno mi ama... Nessuno pensa a me...
Lo sentiamo dire ovunque, ma non è con questo
genere di lamentele e di pretese che gli esseri umani
conquisteranno la felicità: al contrario, in questo modo
si preparano un’esistenza di delusioni e di sofferenze.
In fondo, si tratta di riconoscere ciò che è, di
imparare a di re di sì alla realtà e di accoglierla senza
inutili e sterili resistenze, come ricorda lo psicoanalista
Jung:

Fu solo dopo la malattia che capii quanto sia


importante dir di sì al destino. In tal modo forgiamo
un Io che non si spezza quando accadono cose
incomprensibili; un Io che regge, che sopporta la
verità, e che è capace di far fronte al mondo e al
destino. Allora, fare esperienza della disfatta è
anche fare esperienza della vittoria. Nulla è turbato
- sia dentro che fuori - perché la propria continuità
ha resistito alla corrente della vita e del tempo. Ma
ciò può avvenire solo quando si rinuncia a
intromettersi all’opera del destino11.

Come dice il saggio orientale Omraam Mikkaèl


Aìvanhov:

Quando si ha la possibilit{ di abbracciare l’universo


intero col pensiero, e di comunicare con tutte le
creature luminose che lo popolano, cosa occorre ancora
per comprendere che si è ricchi e appagati, e che si
possono anche aiutare gli altri? Finché non vi verrà
l’idea di rendere felici gli altri, voi stessi non sarete mai
felici12.

La felicità non è qualcosa che si conquista, non è


una “cosa” da raggiungere.
La felicità non è un nome ma un verbo: capiamo
“cosa sia” la felicit{ solo se ci mettiamo a “vivere felici”.
La vita va vissuta come un processo e non come
una sequenza di risultati materiali. La felicità ha poco a
che fare con il piacere e molto con lo sviluppo dei
propri punti di forza e del proprio carattere.
Le persone davvero felici si distinguono sia da
quelle mediamente soddisfatte sia da quelle infelici,
per il fatto di avere una vita sociale vivace e
gratificante. Le persone particolarmente felici passano
pochissimo tempo da sole e molto in compagnia di
altre persone; inoltre ritengono di essere brave a
mantenere rapporti interpersonali, come confermano i
loro amici.
Si è accennato al fatto che la felicità dipende molto
dal carattere. Ebbene, il carattere è un misto di
saggezza e conoscenza, di coraggio e giustizia, di
amore e umanità, di temperanza e spiritualità.
Raggiungiamo queste virtù coltivando e alimentando i
nostri punti di forza personali: l’originalit{, il valore,
l’integrit{, la lealt{, la gentilezza, il rispetto e l’onest{.
L’idea del carattere è stata da molto tempo messa da
parte, poiché ritenuta antiquata e poco scientifica,
eppure sembra che i tratti del carattere o i punti di
forza personali sono sia misurabili sia acquisibili, cosa
che li rende adatti allo studio da parte della psicologia,
così come sembra essere un errore passare la propria
vita a cercare di correggere i propri punti deboli,
mentre il successo nella vita e la vera felicità vengono
dallo sviluppare (come si è già detto) i propri punti di
forza.

Una donna che abitava in un quartiere alla periferia


di Aksehir si recò da Nasreddin per chiedergli
consiglio: «Mullah, mio marito, io e i nostri cinque
figli siamo molto poveri e viviamo in una miserabile
stanza. Che cosa possiamo fare per migliorare la
nostra condizione?».
Nasreddin rifletté qualche istante, poi disse: «Torna
a casa e fa’ entrare le tue galline nella stanza».
Il giorno dopo la donna ritornò e disse: «La nostra
situazione peggiora».
«Non ti preoccupare - disse Nasreddin -, metti dentro
anche i conigli».
Poco dopo la donna tornò: «Ho fatto quanto mi hai
consigliato, mullah, ma stiamo ancora peggio».
«A tutto c’è un rimedio - la confortò Nasreddin - fa
entrare in casa anche il cane e, se non basta, anche il
bue».
Il mattino seguente la donna si presentò a Nasreddin
con l’aria disperata: «Mullah, non possiamo resistere
tutti insieme in quell’inferno!».
«Allora fa’ uscire le galline», disse Nasreddin.
L’indomani la donna tornò, sembrava più sollevata:
«Le cose vanno migliorando, mullah. Quale altro
consiglio puoi darmi?».
«Fa’ uscire anche i conigli», disse Nasreddin.
Puntualmente, l’indomani la donna si affacciò alla
porta di Nasreddin: «In casa si respira meglio senza
le galline e i conigli».
«Allora fa’ uscire anche il cane - disse Nasreddin - e,
se non basta, allontana il bue».
L’ultimo giorno la povera donna tornò da Nasreddin
e, baciandogli la mano, disse: «Dio mantenga a lungo
la tua vita e la tua saggezza, mullah. Grazie ai tuoi
consigli ora la nostra casa è diventata un paradiso».

Una volta qualcuno ha detto: «Forse credi che,


lungo il percorso della vita, ti capitino un sacco di cose.
La verità è che, lungo quel percorso, sei tu che capiti a
un sacco di cose».
Da anni, ormai, gli psicologi vanno sostenendo che
avere numerose possibilità tra cui scegliere è meglio di
non avere alternative: se hai una sola scelta, sei nei
guai; se ne hai due, devi risolvere un dilemma; se ne
hai almeno tre, quella è flessibilità comportamentale.
Ma questo non significa che disporre di un’ampia
gamma di opzioni è meglio di averne soltanto alcune.
I ricercatori sembrano concordare sul fatto che un
numero eccessivo di opzioni può condurre
all’immobilit{, come ad esempio lo psicologo Barry
Schwartz, docente all’Universit{ di Swarthmore, il
quale ha coniato l'espressione Paradosso della Scelta
per spiegare in che modo un numero apparentemente
infinito di opportunità possa portare a una
diminuzione, anziché a un aumento, del senso di
soddisfazione: un’eccessiva possibilit{ di scelta
potrebbe diventare una fonte di stress.
Schwartz cita una ricerca nella quale a due gruppi
di studenti del college è stato chiesto di fare la prova
d’assaggio di una confezione di cioccolatini. Al primo
gruppo è stata data una scatola piccola, contenente 6
cioccolatini diversi, al secondo gruppo, invece, una
scatola contenente 30 cioccolatini diversi. Risultato:
chi aveva ricevuto la scatola più piccola era, in media,
più soddisfatto dei cioccolatini (erano, letteralmente,
“più buoni”) rispetto a chi aveva avuto una scelta più
ampia, tant’è che gli studenti del primo gruppo
preferirono farsi pagare in cioccolatini, anziché in
denaro, per il tempo dedicato alla ricerca13.
Schwartz fa accortamente notare il costo sempre
più elevato che comporta il fatto di dover prendere
sempre più decisioni, ed evidenzia tre effetti del
moltiplicarsi delle scelte e delle opzioni: 1) ogni
decisione richiede più impegno; 2) è più probabile
commettere errori; 3) le conseguenze psicologiche di
quegli errori sono maggiori.
Considerata la frequenza con cui prendiamo
decisioni sbagliate e il numero di decisioni che
dobbiamo prendere, non sarebbe più sensato
accontentarsi di ciò che è “buono quanto basta”, invece
di rincorrere continuamente “il meglio”?
Schwartz traccia un’affascinante distinzione tra
“massimizzatori” (maximizers) e “soddisfattori”
(satisficers).
I massimizzatori sono quelli che non sono felici
finché non hanno ottenuto “il meglio”, in qualunque
circostanza, quindi considerano ogni opzione possibile
prima di giungere a una decisione, che si tratti di
provare quindici maglioni o dieci potenziali partner.
I soddisfattori sono quelli disposti ad
accontentarsi di ciò che ritengono buono a sufficienza,
senza sentire il bisogno di assicurarsi che non ci sia
nessun’altra opzione migliore.
I soddisfattori hanno determinati criteri o
standard che, se raggiunti, li inducono a prendere la
decisione senza indugio. Non hanno un bisogno
ideologico di ottenere sempre “il meglio”.
In breve, gli studi compiuti mostrano che i
massimizzatori, in genere, sono meno felici, meno
ottimisti e più inclini alla depressione dei loro cugini
soddisfattori.
Dunque, se si vuole più tranquillità mentale e
soddisfazione nella vita, conviene essere un
soddisfattore14.
Il Signore Visnu era così stufo delle continue richieste
del suo devoto che un giorno gli apparve e disse: «Ho
deciso di concederti tre cose che mi domanderai.
Dopo di che non ti darò più niente».
Il devoto, felice, fece immediatamente la prima
richiesta. Chiese che la moglie morisse per poter
sposare una donna migliore.
Il suo desiderio fu esaudito all istante. Ma quando
amici e parenti si radunarono per il funerale e
iniziarono a ricordare tutte le buone qualità di sua
moglie, il devoto capì di essere stato avventato. Si
rese conto allora di essere stato assolutamente cieco
a tutte le sue virtù. Sarebbe mai riuscito a trovare
una donna altrettanto buona?
Così chiese al Signore di riportarla in vita! E rimase
con una sola richiesta. Ed era deciso a non fare
errori questa volta, perché non avrebbe potuto
correggerli.
Chiese consiglio a tutti. Qualcuno dei suoi amici gli
suggerì l'immortalità. Ma a che gli sarebbe servita
l'immortalità, dissero altri, se non godeva di buona
salute? E a che gli sarebbe servita la salute se non
aveva soldi? E a che gli sarebbero serviti i soldi se
non aveva amici? Gli anni passavano e lui non
riusciva a decidere cosa chiedere: la vita o la salute o
la ricchezza o il potere o l’amore.
Alla fine disse al Signore: «Per favore, consigliami
che cosa chiedere». Il Signore rise nel vedere
l'imbarazzo dell'uomo e disse: «Chiedi di essere
soddisfatto qualunque cosa la vita ti porti».
Il soddisfattore vive con ciò che ha e non si rovina
la vita con ciò che vorrebbe avere, egli sa dunque
godersi la vita perché sa soprattutto decidersi;
l’analfabeta del XXI secolo non è colui che non sa
leggere e scrivere, ma colui che non sa scegliere e
decidere, nel senso che è incapace a imparare,
disimparare e reimparare, come già il genio di Goethe
prevedeva nel XVIII secolo:

Perdi questa giornata a indugiare, e domani sarà la


stessa storia, e il giorno dopo porterà ancora nuove
dilazioni; ogni indecisione ha in sé il ritardo, e i giorni si
perdono, gemendo sui giorni perduti. Sei saggio? Prendi al
volo questo istante. La determinazione ha in sé genio,
potere e magia. Non devi far altro che impegnarti, e quindi
la mente si riscalderà. Intanto comincia: poi il lavoro si
completerà15.

Solo gli insicuri vogliono la sicurezza perché i veri


sicuri sono coloro che convivono con l’insicurezza.
Provate a immaginare una strada che si biforca: in
una direzione si trova la sicurezza e nell’altra il grande
ignoto. Quale direzione prendereste?
Il poeta americano Robert Frost nel 1920 ha dato
una risposta a questa domanda nella poesia La via che
non ho preso:

Due vie si aprivano in un bosco, e io


io presi la meno frequentata,
e fu questo a cambiare tutto16.
Sta a noi la scelta. La paura dell’ignoto attende di
essere sostituita da attività interessanti che possono
allietare la vita. Non è necessario sapere dove si sta
andando, a patto di essere sulla propria strada.
Il miglior modo per scegliere è evitare i pensieri
che ci indeboliscono, e quindi è molto utile valutare
ogni nostro pensiero stabilendo se ci indebolisce o ci
rafforza.
C’è un semplice test fisico a cui si può sottoporre
qualunque pensiero abbiamo in ogni momento.
Funziona così:

Si invita una persona (A) a stare in piedi tenendo il


braccio destro teso con il pugno chiuso. Un altra
persona (B) cerca di spingere il braccio verso il basso
dopo due esercizi di immaginazione.
Nel primo esercizio si invita la persona A a
immaginare una situazione di insuccesso in cui non
riesce a portare a termine un compito qualsiasi, e a
rivolgere a se stesso frasi del tipo”non ce la faccio”
che creano uno stato depotenziante. La persona B ha
gioco facile a spingere il braccio verso il basso.
Nel secondo esercizio si invita la persona A a
immaginare una situazione di successo in cui riesce
a portare a termine un compito qualsiasi e a
rivolgere a se stesso frasi del tipo “ce la faccio” che
creano uno stato potenziante. La persona B, questa
volta, avrà non poche difficoltà a spingere il braccio
verso il basso.
Oppure, più semplicemente:

Stendete il braccio e lasciate che qualcuno cerchi di


abbassarlo mentre voi vi opponete. Pensate di dire
una menzogna e vi accorgerete che siete molto più
deboli di quando pensate a una verità. Potete
applicare questo principio a qualunque pensiero che
stimoli una reazione emotiva.

Quali sono i pensieri che ci indeboliscono? Il primo


e più diffuso è la vergogna, che produce umiliazione, e
dopo, a ruota, la paura, la collera, il senso di colpa e
l’apatia che producono emozioni di tensione, di rabbia,
di biasimo e di disperazione.
E quali sono quelli che ci rafforzano? Sono pensieri
di pace, gioia, amore, gentilezza, accettazione,
disponibilità, servizio, rispetto...
Non bisogna dirsi che non è possibile o che è più
facile dirlo che farlo: sta a noi controllare la nostra
mente, ricordando che tutto ciò che pensiamo è
energia, dato che nell’universo tutto è una frequenza
vibrante. I pensieri che ci indeboliscono so no basse
frequenze che possono essere vanificate solo portando
alla loro presenza le energie più rapide ed elevate dello
Spirito.
Affermano due leggi psicologiche che più avanti
approfondiremo:
1) “noi diventiamo ciò che pensiamo
ripetutamente”;
2) “se cambiamo il modo di guardare le cose, allora
le cose che guardiamo cambieranno”.

La speranza e il segreto del dolore


La descrizione proposta da Carl Jung per la
sindrome nevrotica dovuta alla crisi della mezza-età
(mid life-crisis) associa il successo alla prima parte
della vita e la felicità alla seconda, utilizzando la
metafora del corso del sole. Secondo lui, cioè, si può
paragonare la vita al percorso del sole dall’alba al
tramonto: il sole nasce dall’oscurit{ e, oltrepassato lo
zenit, si avvia nuovamente a inabissarsi nell’oscurit{.
Così è nella vita psichica: il bambino nasce
dall’inconscio, sviluppando sempre più la propria
coscienza, durante la crescita, fino allo zenit della
maturità, per poi tendere dolcemente di nuovo verso
l’inconscio nel periodo della piena maturit{. Ed è
proprio questa maggiore vicinanza all’orizzonte
dell’inconscio, nell’infanzia come nella vecchiaia,
similmente al sole all’alba e al tramonto, a determinare
la straordinaria somiglianza psichica fra il bambino e
l’anziano. Opporsi a questo percorso della vita psichica
equivale a voler interrompere, falsandolo, il cammino
del sole che si avvia al tramonto.
Psicologicamente parlando, accettare la morte, per
una persona matura, significa essere in pace con il
proprio inconscio, cosa che rende più facile anche
accettare la vecchiaia ormai vicina.
Non dobbiamo però aspettare passivamente, ma
anzi essere più che mai aperti alla vita proprio nel
momento in cui giunge alla sua massima espressione.
Tutti apprezzano la bellezza del colore del tramonto.
Qualcosa di simile accade nel tramonto della vita. La
bellezza della seconda fase sta soprattutto nel
contributo unico e insostituibile dell’esperienza e della
saggezza donata agli altri, specie ai giovani. Con la loro
lungimiranza le persone mature possono fornire un
prezioso aiuto nell’arte di vivere, nel superare
situazioni difficili, nel saper cogliere l’essenza di ogni
realtà. Possono contribuire a un sereno
ridimensionamento dei dubbi angosciosi dei giovani e
offrire un moderato freno alle loro reazioni negative
verso le difficoltà della vita.
Quindi, tratteggiando l’arco di vita con la metafora
del cammino semicircolare del sole, ciò che
caratterizza la prima metà della vita è il successo, lo
sviluppo intellettivo, la crescita fisica, l’ambizione di
avere, la coscienza del “da dove veniamo”, cioè dal
concepimento, mentre ciò che caratterizza la seconda
metà della vita è la felicità, la saggezza, il decadimento
fisico, il significato di essere, la coscienza del “verso
dove stiamo andando”, cioè verso la morte.
Diceva Carl Jung che «Ciò che la giovinezza troverà
al di fuori, l’uomo nel suo meriggio deve trovarlo
nell’interiorit{»17.

Intorno ai 40-50 anni le persone, con più facilità,


entrano in crisi esistenziale, perdono la speranza nei
confronti della vita e cercano di essere più libere e
disinvolte a livello comportamentale, a detrimento
purtroppo della libertà interiore.
Le scelte che compiamo nella nostra vita sono
limitate unicamente dalla nostra immaginazione: «Lo
voglio tutto, lo voglio tutto e lo voglio adesso»,
cantavano i Queen (“Regina”, per l’appunto). E tuttavia,
in un modo o nell’altro, continuiamo ad attraversare le
nostre vite con un senso di insoddisfazione.
Ci siamo conquistati la libertà di fare quello che
vogliamo e poi abbiamo scoperto di non sapere
esattamente cosa vogliamo fare. Perché? Perché la vita
non è una semplice lotta fra predestinazione e libero
arbitrio. Esiste un’altra forza che lavora per imprimere
la sua forma alla vita: la forza dell’abitudine.
Già nel lontano 1890 lo psicologo statunitense
William James diceva:

Quando osserviamo le creature da un punto di vista


esterno, una delle cose che ci colpiscono è che sono
un insieme di abitudini... Se i giovani sapessero che
prestissimo diventeranno semplici fasci di
abitudini, farebbero più attenzione a quello che
fanno quando il loro futuro è ancora plasmabile...
Come si diventa alcolisti cronici bevendo un
bicchiere dopo l’altro, allo stesso modo si diventa
virtuosi nel campo della morale, o esperti in ambito
scientifico o nelle cose pratiche, attraverso il
ripetersi di singoli atti o di singole ore di lavoro18.

In sintesi: prima abbiamo delle abitudini, e poi


sono le abitudini ad avere noi. Come dice il Talmud:
«In un primo tempo le abitudini sono leggere come
una ragnatela, ma ben presto diventano forti come
funi».
L’abitudine domina la nostra vita, tranne che in
due periodi-chiave, l’adolescenza e la crisi della mezza
età, in cui siamo travolti dagli ormoni e dalle nevrosi.
Sono i periodi in cui ci ribelliamo alle nostre abitudini
con il fervore e l’irragionevolezza di rivoluzionari
sfegatati...
Quando abbiamo vagato abbastanza a lungo
attraverso l’andirivieni della vita, la crisi della mezza
età diviene inevitabile. Siamo troppo vecchi per
ribellarci ai nostri genitori, così ci ribelliamo contro
ogni cosa che, in condizioni diverse, ameremmo. Da
adolescenti, ci siamo ribellati per diventare adulti.
Arrivati alla mezza età, ci comportiamo male per
essere ancora giovani.
Shakespeare diceva: «Ti detesto, vecchiaia; ti
adoro, giovinezza»19.
Mentre una volta provavamo eccitazione e
trovavamo nuove identità grazie alla musica che
ascoltavamo e ai vestiti che indossavamo, ora tentiamo
di dare sapore alla nostra vita cambiando partner,
lavoro, macchina o addirittura naso...
E poi, l’illusione del godimento del libero arbitrio.
Non è vero. Abbiamo delle abitudini. Il trucco consiste
nel saper scegliere quelle buone. Dice il proverbio:
«Semina un’azione e raccoglierai un’abitudine. Semina
un’abitudine e raccoglierai un carattere. Semina un
carattere e raccoglierai un destino».
Ma come fare? come migliorarsi? soprattutto,
come migliorarsi con calma, onde evitare l’ansia da
automiglioramento?
Ovviamente, migliorarsi sempre non è disdicevole,
anzi. Però purtroppo, vivendo in una società che ci
inquadra e ci impone mode e gusti, una società in cui ci
sentiamo continuamente obbligati a dimostrare la
nostra unicità, la nostra eccezionalità, il nostro essere
speciali, siamo spinti a cercare sempre di migliorarci in
qualche modo, a non lasciare indietro niente che ci
faccia sentire superati rispetto agli altri, a diventare
più belli, più ricchi, ad avere più successo oppure a
evolverci spiritualmente.
Il nostro imperativo è quello di diventare migliori
di ciò che siamo. La soddisfazione non è mai completa
e la nostra ansia diventa sempre più grande: non ci
bastiamo mai, non ci accontentiamo mai dei nostri
progressi, più facilmente cogliamo i fallimenti.
Qualcosa dentro di noi ci dice che i passi che facciamo
non sono mai sufficienti a raggiungere quell’ideale
personaggio nel quale vogliamo trasformarci.
Sarebbe scioccante scoprire che in realtà la nostra
vera natura è gi{ dentro di noi e che l’unico passo da
fare è lasciar dischiudere la nostra vera bellezza, il
nostro vero Sé. Proviamo a dirci che in realtà siamo già
qualcosa di completo, proprio come un seme o un
bulbo. Tutto ciò che cerchiamo: qualità, idee, stati
mentali..., è già racchiuso in noi.
Le piante non hanno bisogno di diventare migliori,
una rosa è meravigliosa proprio così com’è.
Una volta Ralph Waldo Emerson ha detto:

Queste rose sotto la mia finestra non si riferiscono


alle rose precedenti o a rose più belle; sono quelle
che sono; esistono con Dio oggi. Non c’è tempo per
loro. C’è semplicemente la rosa; è perfetta in ogni
momento della sua esistenza... ma l’uomo rinvia e
ricorda...
Non può essere felice e forte finché anch’egli non
vive, come la natura, nel presente al di là del
tempo20.

Insomma, cercando la rosa ideale, non vediamo


che ogni rosa rappresenta la massima perfezione di se
stessa. Per paura di non trovare la rosa, rimaniamo
attaccati al concetto di “rosa” e non impariamo che
“una rosa è una rosa è una rosa...”.
In fondo, si tratta di diventare ciò che si è, e quindi
sperare di realizzarlo. Dal punto di vista psicologico, la
speranza si traduce in ottimismo.
L’ottimista è una persona colma di speranza,
mentre il pessimista è disperato, cioè senza speranza.
Come è noto, avere fede e fiducia è molto importante
per raggiungere un obiettivo, e solo l’ottimista, cioè
colui che crede di poter fare una cosa, di norma ci
riesce; chi parte invece senza credere di poter arrivare,
molto probabilmente non ce la farà.
La speranza è voglia di vivere che scaturisce dal
piacere di esistere anche in presenza di ambiguità e
incertezze, anche quando nel presente manca il
benessere, anche quando la vita fa sperimentare
dolore, malattie, perdite. La speranza è potenza attiva
e proattiva nonostante afflizioni, sofferenze e
consapevolezza dei propri limiti. E della morte. La
speranza ha la funzione di progettare il futuro
dell’uomo, di esercitare l’inalienabile libert{ positiva di
scegliere la propria strada: la vita di ciascuno non è
altro che un progetto da portare a termine, ognuno
seguendo il proprio cammino di esperienze irto di
difficoltà, senza fermarsi troppo a contare le prove da
superare e a rimuginare sui dolori patiti. Quando c’è la
speranza, le fatiche pesano meno; quando manca, il
traguardo appare, e diventa irraggiungibile.

Una volta due ranocchie caddero in un


recipiente pieno di panna.
Si resero conto che sarebbero affogate: era
impossibile nuotare o rimanere a galla per tanto
tempo in quella massa densa come le sabbie
mobili. All’inizio le due rane si mise ro a
sgambettare nel tentativo di raggiungere il
bordo del recipiente. Ma era inutile: riuscivano
soltanto a sguazzare sul posto e ad affondare.
Diventava sempre più difficile risalire in
superficie e respirare.
Una di loro disse ad alta voce: «Non ce la faccio
più. E impossibile uscire di qui. Non si può
nuotare in mezzo a questa roba viscida. E dato
che devo morire, non vedo perché prolungare la
mia sofferenza. Non riesco proprio a capire che
senso abbia morire di sfinimento per uno sforzo
inutile».
Detto questo smise di scalciare e affondò
rapidamente, inghiottita dal denso liquido
biancastro. L’altra rana, più costante o forse più
cocciuta, disse fra sé: “Non c'è verso di salvarsi!
Non si può fare nulla per andare avanti in
mezzo a ‘sta roba. Eppure, anche se la morte si
avvicina, preferisco lottare fino all’ultimo
respiro. Non voglio morire neanche un secondo
prima che sia giunta la mia ora”.
Continuò a sguazzare sempre sul posto, senza
muoversi di un millimetro, per ore e ore. E a un
tratto, con tutto quello zampettare e
ancheggiare, agitare e tirar calci, la panna si
trasformò in burro. Meravigliata, la ranocchia
spiccò un salto e pattinando raggiunse il bordo
del recipiente. Lo scavalcò e se ne ritornò a casa
gracidando allegramente18.

In psicologia la “speranza” è un costrutto mentale


molto complesso, perché si presenta come un
elemento importante sia sul piano cognitivo che su
quello emotivo e si collega direttamente ai risultati
desiderati. È grazie ad essa che impariamo a verificare
e quantificare le risorse che la natura ha messo a
nostra disposizione e a muoverci di conseguenza, per
ottimizzare al meglio i nostri mezzi e raggiungere il
nostro obiettivo finale.
Si tratta, a grandi linee, della Teoria della Speranza
proposta dallo psicologo Charles R. Snyder (Snyders
Hope Theory) intorno alla metà degli anni ’90 del
secolo scorso, che non è altro che una rivisitazione e
un approfondimento, se vogliamo, del concetto di
ottimismo21.
La speranza, infatti, come l'ottimismo, è in grado di
generare fiducia in se stessi, migliorando l’autostima e
producendo equilibrio interiore e benessere
psicologico.

Un bel giorno dei ranocchi decisero di fare una


gara.
L’obiettivo era arrivare in cima a un alta torre.
Richiamata dall’insolito spettacolo, si radunò
molta gente per vedere e fare il tifo.
Cominciò la gara, ma in realtà la gente
probabilmente non credeva possibile che i
ranocchi raggiungessero la cima:
«Ma che pena! Non ce la faranno mai!», si
commentava.
Così alcuni ranocchi, che avevano sentito questi
commenti, cominciarono a desistere, sfiduciati,
tranne uno, che continuava a cercare di
raggiungere la cima.
Ma la gente continuava: «Che pena! Non ce la
faranno mai!...».
Molti ranocchi si diedero per vinti, tranne il
solito ranocchio testardo che continuava a
insistere.
Alla fine, tutti desistettero tranne quel ranocchio
testardo che, solo e con grande sforzo, raggiunse
alla fine la cima. Quindi, com'è naturale che
fosse, gli altri vollero sapere come avesse fatto.
Uno dei ranocchi più curiosi si avvicinò per
chiederglielo, ma non ottenne risposta.
E così si scoprì che quel ranocchio vincitore era
sordo!

Morale: non ascoltare le persone che hanno la


pessima abitudine di essere negative... derubano le
migliori speranze del tuo cuore! Ricorda sempre il
potere che hanno le parole che ascolti o leggi. Per cui,
preoccupati di essere sempre positivo e pieno di
speranza!
La bella notizia è che essere sempre positivi e
pieni di speranza è possibile grazie a un segreto:
trasformare creativamente il dolore, tanto presente
nella nostra vita.
Immaginate il dolore come un passaggio faticoso
ed estenuante attraverso un varco abbastanza stretto:
il feto nello stretto canale vaginale si trasforma in
neonato, il seme nel buio della terra si trasforma in
frutto, il verme nella soffocante crisalide si trasforma
in farfalla... Attraverso una strettoia che procura dolore
si esce dalla propria limitata coscienza ordinaria per
accedere a un’illimitata coscienza collettiva.
Queste trasformazioni, però, sono possibili solo
grazie a questo segreto che tende a indebolire
l’impalcatura psicologica che sostiene l’Io, che riduce
nell’individuo la sensazione di essere un agente
autonomo, che permette di vedere il mondo in una
prospettiva completamente diversa da quella abituale,
perché la condizione di estrema difficoltà può facilitare
la nascita di una nuova identità.
E questa creatività trasformativa del dolore la
ritroviamo ben descritta (come ricorda J. Grotstein) da
un anonimo, a proposito della realtà ultima del suo
trattamento di psicoanalisi:
Fu per il dolore che entrai in analisi.
Fu attraverso il dolore che si dispiegò l’analisi.
Fu con l’accettazione del dolore che finì l’analisi22.

In fondo, quando Freud definiva la depressione


una «ferita del narcisismo», non era poi molto lontano
dai mistici di tutti i tempi e di ogni luogo, che
contemplando il dolore lo hanno definito «uno
squarcio dell’Io dove entra Dio».
Grazie a questo segreto, dunque, ecco presentarsi
la possibilit{ di uscire dal proprio piccolo “Ego
personale” infarcito di paura per accedere al più vasto
“Ego non-personale” dove vige l’amore.
Certo, Freud era molto acuto nel lontano 1895,
quando (in un libro poi pubblicato postumo) scriveva:
«l’impotenza iniziale degli esseri umani è la fonte
originaria di tutte le motivazioni morali» 23, per cui la
fuoriuscita dall’Ego personale è possibile soltanto se si
riconosce e si accoglie l’impotenza nella propria
esistenza: «Diventiamo ciò che accettiamo di patire»24,
riteneva lo psicoanalista inglese Wilfred Bion.
L’esperienza realizzativa e trasformativa della
sofferenza è sotto gli occhi di tutti, anzi è forse l’unica
opportunit{ concessa all’uomo di andare oltre il
proprio narcisismo esistenziale, di compiere
addirittura il definitivo passo per il superamento del
suo egocentrismo più profondo. Un passo che porta
paradossalmente a scoprire nella sofferenza la strada
maestra per la vera realizzazione esistenziale.
Freud paragonava la psicoanalisi alla svolta
copernicana. Il sole e le stelle non girano attorno alla
terra, bensì è la terra che gira, e la nostra tranquilla
sicurezza su di essa è stata solo apparenza
ingannevole, l’uomo non è al centro del mondo bensì
abita un insignificante pianeta di un altrettanto
insignificante sistema solare che si trova ai margini di
una galassia confusa tra miliardi e miliardi di galassie.
Con Copernico, per la prima volta, l’umanit{
sperimentò la crisi del proprio egocentrismo.
Poi, venne l’“umiliazione”, quando Darwin asserì
che l’uomo non deriva dalle stelle o dagli dèi, bensì da
una scimmia antropomorfa: un secondo colpo per il
nostro smisurato orgoglio.
La psicoanalisi freudiana ci mostra che neppure
nella nostra coscienza siamo liberi di decidere
autonomamente, bensì dipendiamo da potenze
inconsce in misura molto maggiore di quanto
possiamo immaginare. «L’Io non è padrone a casa
sua»: con questa frase Freud getta le premesse per il
terzo smacco all’egocentrismo dell’umanit{.
«Ora bisogna fare un quarto passo», commenta
Viktor von Weizsacker (medico, antropologo e
psicoanalista, pioniere del la medicina psicosomatica),
negli anni ’30 del secolo scorso. E prosegue:

Comporter{ anch’esso uno scoraggiamento come


gli altri? Dobbiamo renderci conto che la nostra
sofferenza non è un aereo che possiamo pilotare,
bensì è essa stessa una specie di psiche, un uomo
nell’uomo, spesso nemica, ma anche amica, spesso
ostica a ogni apprendimento, ma anche istruttiva
per noi. E spesso sembra sciocca; ma poi di nuovo
saggia, astuta, ragionevole e passionale.
Quest’ultimo passo non è quindi una riduzione,
bensì questa volta una speranza. La svolta che si
realizza fa nascere nella malattia, come l’embrione
nella madre, un “alter ego”, un Io nell’Io, un essere
che non sono io e che tuttavia sono proprio io, si
potrebbe anche dire: un rafforzamento del
principio femminile25.

Sulla capacità realizzativa del dolore o meglio sulla


capacit{ trasformativa, anzi “illuminativa”, del dolore,
mi ha colpito un recente passaggio autobiografico di
Alice Erickson, figlia del famoso ipnotista Milton
Erickson:

Dirmi semplicemente che sarei stata felice


ripensando a un compito difficile, invece di
dirmi che dovevo fare qualcosa perché sarebbe
stato positivo per me, incoraggiò la mia
indipendenza e mi permise di nutrire me
stessa dall’interno. Questo è ancora il modo
con cui affronto le sfide, perché voglio
superarle. Ho sentito che ci sono dei maestri
spirituali molto accreditati e ammirati, tra cui
Madre Teresa, che dicono che tutte le
circostanze, incluse quelle che arrecano
confusione e sofferenza, come attacchi brutali,
calamità finanziarie o malattie gravi, sono doni
della vita. Tutte le cose terribili che possono
accadere sono, al livello di significato più
elevato, dei doni e, magari, la lezione perfetta
per quella persona in quel momento
particolare. Questa saggezza è molto vicina a
quella di papà. Jeffrey Zeig pubblica una
citazione di papà sulla prima pagina di molti
suoi libri: «In ogni vita dovrebbe arrivare un
po’ di confusione... e anche un po’ di
illuminazione». La sofferenza accade e basta.
M,Dire semplicemente: «Fattene una ragione»
sminuisce il valore di quello che ha da offrire.
Di fronte a delle sfide, tu “arrivi a imparare”,
diventi illuminato26.

Secoli fa, già il poeta sufi Jalal al Din Rumi cantava:

Vide la sofferenza che bevevo una coppa di


dolore e gridai:
«E dolce, non è vero?».
«Mi hai preso in castagna - rispose la sofferenza
- e mi hai rovinato la piazza.
Come farò a vendere dolore se si viene a sapere
che è una benedizione?»27.

Il sorriso e la libertà interiore


Milton Erickson riteneva che in psicoterapia la
cosa fondamentale che si dovrebbe imparare è che
nella vita non deve trovare posto il dolore.
E la cosa è molto singolare, perché se c’era
qualcuno che sapeva non fuggire ma anzi convivere
con il dolore, questi era proprio Milton Erickson, il
quale soffriva di lancinanti dolori muscolari per via di
due paralisi che lo colpirono in gioventù e nella
maturità e che lo costrinsero per gran parte della vita
sulla sedia a rotelle.
Qualcuno addirittura ritiene che la geniale capacità
di Erickson nell’ipnosi gli derivava proprio dalla
conoscenza estrema del suo corpo in sofferenza
cronica, che sapeva gestire con un eccezionale
autocontrollo mentale.

Quando provate dolore correte, non dico


camminate, ma correte al più vicino bidone
della spazzatura, e sbarazzatevene, e vivrete in
modo molto più felice...
E chiunque voglia insultarvi... benissimo.
Mi viene in mente quella storiella dell’irlandese
e del rabbino.
L’irlandese odiava gli ebrei. Un mattino
incontrò il rabbino... e cominciò a insultarlo,
dicendogli tutte le cose più offensive che
poteva.
Quando ebbe esaurito tutti gli insulti, il rabbino
gli disse gentilmente: «Scusi, quando qualcuno
le dà un regalo che lei non vuole, lei che fa? Se
lo prende?».
«Io no di certo!», disse l’irlandese.
Allora il rabbino disse: «Lei mi ha fatto il regalo
di molti insulti, ma io non lo voglio, se lo tenga
per sé»28.

L’esperienza clinica mi ha insegnato che essere


sempre positivi e pieni di speranza è più facile e
praticabile se lo facciamo con un atteggiamento
sorridente verso la vita. Perché?
Prima di tutto perché il sorriso ha un’azione
benefica diretta sul nostro corpo: le rapide contrazioni
ritmiche delle fibre muscolari del diaframma
producono un massaggio salutare degli organi
addominali, stimolandone le funzioni, attivando le
secrezioni digestive e in special modo quelle epatiche.
Inoltre, modificano il ritmo respiratorio, attivano
la funzione polmonare e l’azione del cuore,
producendo una migliore ossigenazione. È quindi
scientificamente corretto il detto «il riso fa buon
sangue».
Ma oltre al beneficio corporeo, ben maggiore è
l’utilit{ psicologica del sorriso. Allentamento della
tensione psichica che dà grande sollievo, il sorriso
produce un benefico rilassamento interno, sostituendo
all’attivit{ di facolt{ affaticate quella di altre fresche,
poco, troppo poco, usate. Quando si è stanchi ed
eccitati è più facile ottenere il riposo così, anziché
mediante l’inazione, durante la quale la mente
continua a svolgere “a vuoto” il suo febbrile lavoro.
Altra funzione utile del sorriso è quella di
costituire uno sfogo innocuo e opportuno di tendenze
represse. Anzitutto di quella ludica, come sottolinea
Fritz Perls, l’ideatore della Gestalt-terapia, con il suo
famoso detto: «E tutto un gioco, ma solo i saggi lo
sanno» e quindi anche se la tendenza a giocare è assai
viva in noi, forse però non ne teniamo abbastanza
conto. Troppo presto e troppo duramente viene
represso in noi “il bambino”, con la sua fresca gaiezza,
con la sua tendenza a giocare agilmente, lietamente.
Ma, grazie all’umorismo, la voglia di giocare può venire
risvegliata, può riaffiorare e ravvivarci, come un sorso
di acqua fresca e pura di una fontana di montagna.

Il vero umorismo non sta nel “fare dello


spirito” - osservava Roberto Assagioli -, ma nel
mettere in evidenza l’umorismo gi{ insito nei
fatti. La vita ha aspetti umoristici. Dunque in
realtà Dio è il primo, il vero umorista. Ecco un
attributo di Dio che non si trova nei trattati di
teologia, ma che pure è innegabile. Altrimenti
l’uomo umorista che ride e che fa ridere,
possederebbe una facoltà che Dio non avrebbe,
cosa assurda, poiché, in quello, l’uomo sarebbe
superiore a Dio!29.

Spesso l’esperienza clinica mi ha insegnato che in


psicoterapia i successi più rapidi sono quelli che
prevedono un coinvolgimento delle risorse del
paziente, quando si riesce a sollecitare un distacco
terapeutico attraverso il sorriso senza cambiare la
struttura profonda della persona, ma semplicemente il
suo orientamento nei confronti della vita.
Tra i numerosi studi sul sorriso e sul suo valore
terapeutico, uno in particolare, scritto da Frank
Farrelly, passa in rassegna i molti possibili modelli di
ruolo dello psicoterapeuta (per esempio quello di
guaritore), soffermandosi su quello del buffone di
corte30.
Nel buffone di corte - che faceva commenti
scherzosi sul re, sul suo seguito, sugli affari di Stato;
che beffeggiava gli arroganti, insomma guardava gli
avvenimenti umani “a testa in giù” -, nel giullare,
saggezza e stoltezza erano legate in maniera stretta,
quasi indissolubile. Spesso non si riesce a discernere
con chiarezza se un uomo sia saggio o invece
incredibilmente sciocco, e bisogna riconoscere che
nella stoltezza è presente un bel po’ di saggezza...
Talvolta lo stolto ha incarnato il tipo del saggio che
grazie a scherzi o affermazioni provoca un completo
rivolgimento delle prospettive consuete e condivise. In
epoca tardomedievale il buffone di corte ebbe il suo
periodo d’oro: il Till Eulenspiegel del folklore tedesco,
il nostro Bertoldo o Giufà, e tanti altri, in ogni cultura,
con sfumature di volta in volta diverse, dal santo idiota
al cinico, dal sapiente dissimulato al burlone, dal
saggio popolare al comico demenziale.
Tutti rappresentano la natura del trickster e di ciò
che Jung definiva Archetipo del Briccone, e possiamo
considerarli “gemelli” di Nasreddin, perché tutti hanno
in comune la consapevolezza del potere delle parole.

Nasreddin va al mercato a comperare dei


pantaloni. Ne indossa un paio per provarli, e
dice al venditore: «Ho cambiato idea. Non voglio
dei pantaloni, comprerò un mantello». Sceglie
un mantello, se lo mette addosso e se neva.
«Mullah - dice il venditore -, non hai pagato il
mantello».
«D’accordo - dice Nasreddin -, in cambio del
mantello ti darò il paio di pantaloni».
«Ma non hai pagato nemmeno i pantaloni»,
obietta il venditore.
«Sei davvero uno strano uomo - dice Nasreddin -
, vorresti che ti pagassi per dei pantaloni che
non ho comperato».
«Riesco a vedere al buio senza luce», dice
Nasreddin alla moglie.
«Allora perché giri di notte con la lanterna?»,
ribatte la moglie.
«Per evitare che gli altri mi vengano addosso»,
sottolinea Nasreddin.

Il sultano ordina a Nasreddin di accompagnarlo


durante una battuta di caccia all’orso.
Alla sera, quando torna al villaggio, tutti gli
chiedono: «Com’è andata la caccia?».
«Meravigliosamente», risponde Nasreddin.
«Quanti orsi hai incontrato?». «Nessuno».
«Ma allora, perché dici che la caccia è andata
meravigliosamente?».
«Se hai paura degli orsi, non incontrarne
nessuno è meraviglioso».

Dicevamo dell’importanza dell’umorismo in


psicoterapia. Si potrebbe dire che spesso il paziente
risente eccessivamente della forza di gravità. La vita è
per lui un peso, la sua personalità un enigma: e
tuttavia, visto dal di fuori, tutto può sembrare
evidente, e i suoi problemi, niente di speciale. E
proprio perché soffre, e ha un così acuto senso
dell’insuccesso, egli deve alla fine riuscire a ridere tra
le lacrime cui è abituato, e vedere la propria assurdità.
Sia detto senza irriverenza: sia lui che il terapeuta
sono spesso impantanati in un’eccessiva seriet{. In
psicoterapia, invece, si iniziano a ottenere risultati
quando si insegna ai pazienti a ridere dei dolori e a
godere dei piaceri, evitando di passare anni nell’inutile
esame del proprio passato: la migliore consegna
terapeutica è quella di dimenticare il passato e di
guardare avanti, al futuro... ma soprattutto mettere
dell’umorismo in tutto ciò che si fa.
Quando non riusciamo a trovare il senso
dell'umorismo, è perché non sappiamo prenderci alla
leggera. Guardiamo le cose senza vedere quanto siano
sciocche.
Richard Bandler ha scritto:

Talvolta si sente dire: Un giorno ti guarderai


indietro e riderai di tutta questa storia.
Quello che mi chiedo io, è: Perché aspettare?31.

Appunto: perché aspettare? Perché perdere tempo


quando già da adesso possiamo realizzare qui e ora,
nella nostra vita, quella dimensione di libertà interiore
tanto desiderata e ricercata che ci garantisce la felicità
nella vita, e che ci aiuta a “lasciare andare”?
E se nel quotidiano continuiamo a sentirci privi di
libertà interiore e pieni di inibizioni nei confronti della
vita, ricordiamoci sempre di vedere nell’inconscio un
potente alleato che ci viene in soccorso tutte le volte
che lo interpelliamo.
È prassi consolidata utilizzare in un trattamento di
psicoterapia delle metafore mirate, per esempio, a
superare varie patologie, metafore che utilizzano
parole poco chiare sul piano logico, ma con una forte
impostazione analogica, in grado di dialogare
direttamente con la mente inconscia senza filtri e
senza resistenze logico-critiche da parte della mente
conscia del paziente. Una metafora rispetta il potere
della mente inconscia, consentendole di giungere alle
proprie conclusioni. È come un rompicapo: la mente
inconscia ci si arrovella, finché non giunge a una
soluzione che sia adatta per noi in considerazione del
complesso intreccio di ricordi, esperienze, conoscenze,
abilità, convinzioni, desideri e bisogni, della percezione
di noi e dello scopo che ci guida. Solo la mente
inconscia è in grado di opera re a un tale livello di
complessità.
A questo proposito, e a solo scopo dimostrativo,
ecco uno squarcio di una seduta d’ipnositerapia in cui
l’ipnotista utilizza una metafora dal titolo Imparare a
cavalcare con un paziente in trance per aiutarlo ad
affrontare le inibizioni comportamentali che gli
impediscono di realizzare la propria dimensione di
libertà interiore.

Ci sono molti modi diversi per fare ciò che vuoi


fare, ma c’è un solo modo per farlo per te, perché
ci sono molte cose che non sappiamo fare e così
possiamo imparare a fidarci e lasciare che si
compiano.
Saranno fatte quando lascerai che si compiano,
come quando si impara ad andare a cavallo.
All inizio può essere difficile soltanto rilassarsi e
cavalcare, ma il cavallo ha un suo ritmo e un suo
potere, e una volta che hai trovato quel ritmo e
ti rilassi in esso, quel cavallo ti porterà ovunque
tu voglia andare.
Proprio come la tua mente inconscia,
ha il potere e l’abilità di fare quelle cose
automaticamente, nonostante all inizio possa
essere piuttosto spaventoso, e vorresti tenerti
stretto, concentrandoti su ogni movimento, su
tutto ciò che succede...
chiedendoti quanto sia corretto o quanto puoi
fidarti di quel cavallo.
Ma dopo un po’ impari...
come rilassarti
e a godere di quanto accade, piuttosto
automaticamente, quel movimento senza sforzo,
quel flusso automatico... e la mente si rilassa,
abbandonandoti, gustando pensieri e immagini,
come quando sei su un autobus
guardando fuori dal finestrino,
gustando le scene e le attrazioni,
sapendo che l’autista sa dove andare e quando,
sapendo di essere al sicuro ad osservare
soltanto,
che è sicuro guardare e basta
o abbandonarsi a un sogno,
un sogno in cui, forse, ti unisci ad un circo,
per camminare su una corda sospesa,
che sembra più difficile di quanto sia, per il solo
fatto che è molto in alto.
Inizi a provare, ma provare a farlo lo rende
difficile,
e facendolo senza pensarci,
lasciando fare al tuo inconscio,
lo rendi sempre più facile.
Così come battere a macchina o suonare un
pianoforte,
quando le dita restano sui tasti seguendo il
ritmo senza alcuno sforzo
finché qualcuno non ti chiede quale dito hai
usato per il Fa o il Sol.
Il corpo sa, ma tu no,
e quindi quello che vuoi fare è continuare a
cavalcare,
lasciando che sia fatto al tuo posto,
mentre la tua mente inconscia ti consente di
dimenticarti di ricordare,
di provare a fare ciò che non puoi fare, poiché tu
puoi dimenticare,
o la tua mente inconscia può dimenticare di
ricordartelo,
così che in poco tempo puoi rilassarti,
assorbito dalle attrazioni e dai suoni dell’occhio
della tua mente,
mentre il cavallo procede e cavalchi al suo
ritmo,
ti lasci trasportare ovunque e dovunque32.

Al di là di un trattamento professionale, però, la


dimensione della libertà interiore può facilmente
essere colta da chiunque, semplicemente
concentrandosi con molta attenzione su delle storielle
come la seguente, dal titolo II segreto della felicità.

C’era una volta una povera orfanella che non


aveva né famiglia né qualcuno che le volesse
bene. Un giorno, sentendosi particolarmente
triste e sola, si mise a camminare per i boschi e
vide una bellissima farfalla imprigionata in un
rovo.
Più la farfalla si dibatteva per riconquistare la
libertà, più le spine si conficcavano nel suo
fragile corpo. La giovane orfanella, con
delicatezza, riuscì a liberarla. Ma invece di
volare via, la farfalla si tramutò in una
bellissima fata.
La ragazzina si sfregò gli occhi perché pensava
di aver avuto un’allucinazione. «Per
ricompensarti della tua straordinaria bontà -
disse la fatina buona -, esaudirò qualunque tuo
desiderio».
La ragazzina si fermò a riflettere, e poi disse:
«Voglio essere felice!».
La fata rispose: «Molto bene». Si chinò su di lei e
le sussurrò qualcosa in un orecchio. Poi svanì.
La ragazzina, divenuta ormai grande, appariva
felice come nessun altro sulla terra. Tutti le
chiedevano il segreto della felicità. Ma lei si
limitava a sorridere e rispondeva: «Il segreto
della mia felicit{ consiste nell’aver dato ascolto
a una fatina buona quando ero piccola».
Poi divenne vecchia e quando fu in punto di
morte i vicini le si fecero attorno, temendo che il
segreto della felicità svanisse con lei. «Per
piacere - la pregarono -, rivelaci ciò che ti ha
detto la fatina buona».La cortese vecchina
sorrise ed esclamò: «Mi disse che tutti, per
quanto sicuri di sé, e non importa se giovani o
vecchi, ricchi e poveri, tutti hanno bisogno di
me».
L’AMORE

Il dare amore e come impararlo


Nella mia più che trentennale esperienza
psicoterapeutica mi sono chiesto più volte che
fondamento scientifico possa avere il fatto che persone
anche molto diverse tra loro, quando si tratta della
realtà dell’amore, tutte indistintamente dicono che
dare amore è più appagante e soddisfacente che
riceverlo.
Per approfondire meglio questo arcano, mi sono
rivolto alle ultime novità provenienti dalla psicologia e
in primis alle neuroscienze.
Nel 2000 le ricerche neuroscientifiche di Andreas
Bartels e di Semir Zeki (dell’Università di Londra)
hanno dimostrato che i sentimenti di innamoramento
riescono a disattivare diverse regioni cerebrali
deputate all’elaborazione di emozioni negative, per
esempio certe aree nella parte anteriore destra del
lobo temporale e certe parti dell’amigdala, che si
attivano normalmente in caso di rabbia, tristezza e
aggressività.
Insomma, grazie all’aiuto della risonanza
magnetica funzionale i neuropsicologi hanno verificato
come l’amore capovolga la nostra vita emozionale: per
esempio, essere innamorati rende ottimisti e teneri. In
altre parole, l’amore romantico in particolare, ma
anche l’amore in generale, come quello altruistico,
rende felici. E sembra che venga disattivata anche la
parte anteriore del lobo frontale destro, che è invece
fortemente attiva in individui depressi. Se è vero che
individui fortemente depressi traggono vantaggio da
terapie in cui l’attivit{ di queste regioni cerebrali viene
inibita con forti impulsi magnetici, purtroppo questa
prescrizione terapeutica non permette di passare dalla
depressione all’amore, proprio come i farmaci
antidepressivi che sono sì, in grado di eliminare i
pensieri negativi, ma non riescono ad attivare i
pensieri positivi. Per attivare i pensieri positivi è
necessario fare psicoterapia, ma soprattutto mettersi
ad amare, dare amore, come gi{ negli anni ’60
affermavano alcuni psicologi statunitensi.
Uno di questi, lo psichiatra Hugh W. Missildine, nel
1963 affermava che il problema dell’amore, una volta
divenuti adulti, è che la maggior parte di noi sente di
non averne avuto abbastanza quando era bambino33.
Il bisogno di amore è spesso maggiore della
capacit{ di amare. Se nell’infanzia non siamo riusciti ad
imparare ad amare il nostro bambino interiore perché
gli altri non hanno amato il bambino che eravamo,
nella vita adulta cercheremo qualcuno che finalmente
ami il bambino che è al nostro interno, ma spesso
resteremo delusi. Il problema dell’amore, secondo
questi psicologi, è scoprire in noi stessi il bambino
trascurato, e dargli ciò che non ha avuto. Poi, saremo
capaci di amare gli altri come noi stessi. L’amore è la
capacità di ricercare e affermare le nostre potenzialità
per una vita nuova. Ogni pacca sulla spalla, ogni
carezza, ogni gesto che ci dà gioia è anche un richiamo,
un segnale che siamo sensibili e vivi nei confronti di
noi stessi e degli altri.
Per amare l’altro, fai semplicemente ciò che
comporta amore per te stesso.
Se, ad esempio, da bambino desideravi che i tuoi
genitori si comportassero diversamente da come
facevano, adesso, da adulto, comportati in quel modo
tanto desiderato. Da adulti abbiamo sempre la
possibilità di diventare genitori del nostro bambino
interiore e lui allora sarà contento perché finalmente
otterrà quello che ha sempre desiderato, e ci invierà
attraverso l’inconscio serenit{, pace e gioia.

Due bambini dispettosi strappano il turbante dalla


testa di Nasreddin e se lo lanciano a vicenda senza
lasciarglielo riprendere.
Stanco degli inutili tentativi, Nasreddin torna a casa.
«Dov’è il tuo turbante?», chiede la moglie.
«Si è ricordato della sua infanzia ed è rimasto a
giocare con i bambini», risponde Nasreddin.
Quando un paziente entra in uno studio
psicoterapeutico, a prescindere dalla sua età, dal sesso,
dalla professione, dalla cultura..., sta chiedendo allo
psicoterapeuta di curare la sua parte più profonda e
più vulnerabile, ovvero il proprio Sé più intimo, che
Sigmund Freud chiamava “inconscio”, o “Es”, una sorta
di “calderone” che contiene tutti i vissuti originati
nell’infanzia.
Lo stesso Freud soleva ripetere che «il bambino è
il genitore dell’adulto», ammettendo di essersi ispirato
ai versi dell’Ode del poeta inglese Wordsworth: «Il
bimbo è padre dell’uomo; e vorrei quasi che i miei
giorni fossero legati l’uno all’altro da piet{ naturale».
Vista la natura infantile dell’inconscio, o meglio
viste le radici infantili dell’inconscio, che in qualche
modo condizionano la nostra vita quotidiana, è
importante conoscere meglio questa realtà psichica
tanto presente in noi quanto oscura e misteriosa.
Una volta Freud disse una frase sconvolgente a
proposito dell’equivalenza tra inconscio e infanzia che
continuamente cerca di condizionarci in età adulta
come continuo «ritorno del passato», con la sua natura
regressiva e invadente. Per Freud, tutti noi cerchiamo,
seppure inconsapevolmente, di ripristinare le
condizioni e le situazioni che ricordano e assomigliano
alla nostra infanzia: bella o brutta, l’importante è
riviverla, replicarla: «Sopra ogni cosa - sentenziava
Freud -, amiamo noi stessi come eravamo da bambini».
E quindi risulta imprescindibile entrare in dialogo
con questo “bambino genitore”, non solo per
conoscerlo meglio, ma soprattutto per acquisire una
maggiore libertà interiore da vivere nel quotidiano.
Proprio per aiutare l’incontro dei suoi pazienti con
il loro bambino interiore, nelle sue sedute ipnotiche
Milton Erickson ripeteva frasi simili a queste.

Voglio che tu scelga un momento nel passato in cui


eri una bambina piccola piccola.
E la mia voce ti accompagnerà.
E la mia voce si muterà in quelle dei tuoi genitori,
dei tuoi vicini, dei tuoi amici, dei tuoi compagni di
scuola e di giochi, dei tuoi maestri.
E voglio che ti ritrovi seduta in classe, bambina
piccolina che si sente felice di qualcosa, qualcosa
avvenuto tanto tempo fa, qualcosa tanto tempo fa
dimenticato34.

Un grande studioso dei condizionamenti


comportamentali, John Bradshaw, commosse il mondo
quando sviluppò il concetto di «bambino ferito».
Semplificando al massimo, l’idea consiste nel ritenere
che ciascuno di noi lascia l’infanzia con un registro di
danni ricevuti dagli adulti (violenze, disprezzo, odio,
maltrattamenti) che vengono archiviati in una
struttura che Bradshaw chiama «bambino interiore»,
ovvero il fanciullo che ero e che continua a soffrire per
quelle ferite e cerca di guarirle35.
A questo proposito lo psicoanalista britannico
Christopher Bollas sottolineava che «L’infanzia è un
doloroso periodo dal quale il Sé cerca di riprendersi
per tutta la vita»36.
Dobbiamo dunque imparare l’arte di “diventare
genitori di noi stessi”, un’arte che comporta tre aspetti
principali: guardare con benevolenza tutto ciò che
abbiamo ricevuto durante l’infanzia e l’adolescenza;
avere ben chiare tutte le privazioni, le delusioni e il
dolore subiti durante l’infanzia; sforzarci di avere un
buon rapporto con il bambino che è in noi per
garantirgli ciò di cui ha bisogno per crescere.
Quest’arte di “diventare genitori di noi stessi” può
essere più facilmente imparata se teniamo bene in
mente il comportamento educativo che i genitori
dovrebbero avere verso i bambini, perché, non
dimentichiamolo mai, i bambini imparano quello che
vivono, come ci ricorda Dorothy L. Nolte:

Se i bambini vivono con le critiche, imparano a


condannare.
Se i bambini vivono con l’ostilit{, imparano a
combattere.
Se i bambini vivono con la paura, imparano a
essere apprensivi.
Se i bambini vivono con la pietà, imparano a
commiserarsi.
Se i bambini vivono con il ridicolo, imparano a
essere timidi.
Se i bambini vivono con la gelosia, imparano cosa
sia l’invidia.
Se i bambini vivono con la vergogna, imparano a
sentirsi colpevoli.
Se i bambini vivono con la tolleranza, imparano a
essere pazienti.
Se i bambini vivono con l’incoraggiamento,
imparano a essere sicuri di sé.
Se i bambini vivono con la lode, imparano ad
apprezzare.
Se i bambini vivono con l’approvazione, imparano a
piacersi.
Se i bambini vivono con l’accettazione, imparano a
trovare amore nel mondo.
Se i bambini vivono con il riconoscimento,
imparano ad avere un obiettivo.
Se i bambini vivono con la partecipazione,
imparano a essere generosi.
Se i bambini vivono con l’onest{ e la lealt{,
imparano cosa siano verità e giustizia.
Se i bambini vivono con la sicurezza, imparano ad
avere fede in se stessi e in coloro che li circondano.
Se i bambini vivono con l’amichevolezza, imparano
che il mondo è un posto bello in cui vivere.
Se i bambini vivono con la serenità, imparano ad
avere tranquillità di spirito.
Con cosa vivono i vostri figli?37.

Se in un modo qualsiasi “dai” amore, perché tu


stesso hai bisogno di amore, tutto ciò che farai,
offrendo affetto o attenzione, avrà come fine ultimo
non tanto l’affermazione della tua stessa persona,
quanto l’appagamento del bisogno d’amore presente
nel tuo bambino interiore, ma anche e soprattutto in
quello degli altri. «Impara ad amare il bambino che è in
te e insieme amerai l’adulto»: questo era lo slogan di
quegli psicologi statunitensi degli anni ’60 poc’anzi
citati.
Quando le persone attuano questa indicazione e si
mettono reciprocamente a donarsi amore, succede
qualcosa di incredibile: presentano addirittura un
uguale funzionamento cerebrale.
Sembra, infatti, che sia possibile rilevare
sperimentalmente esempi di sincronicità di tipo
prettamente psichico e neurofisiologico misurando il
tracciato cerebrale EEG di persone che in qualche
modo manifestano simpatia, sintonia o
interconnessione tra loro. Si è rilevato che i loro
tracciati elettroencefalografici tendono a diventare
identici, ovvero le onde cerebrali prodotte dai loro
emisferi si sincronizzano tra loro. Questo è il
meccanismo della cosiddetta “sincronicit{
neuropsichica”, che sembra dimostrare
sperimentalmente che il legame intimo che lega certe
persone al di là del tempo e dello spazio che le separa,
pur essendo di origine psichica, ha un suo diretto
corrispettivo nella fisiologia del cervello. I neuroni, pur
non essendo la stessa cosa della psiche, possono essere
considerati “mediatori di informazione”,
un’informazione estratta da quel “campo di forma” che
nella fisica quantistica lega tra loro tutte le particelle e
tutte le menti dell’universo.
Il fisico Massimo Teodorani a questo proposito è
dell’idea che:

In questo specifico caso neurofisiologico il campo


quantico unisce tra loro le persone per semplice
“affinit{” al punto tale che questo si ripercuote sulla
loro attività cerebrale, sintonizzata su un comune
pattern. Misurare la sincronizzazione degli emisferi
cerebrali è (seppure sul piano neurofisiologico)
un’ulteriore dimostrazione dell’esistenza di un
profondo iceberg fotografandone la parte emersa. Il
legame di simpatia non significa che due o più
persone si uniscono (effetto) perché si sono
piaciute (causa), ma significa che queste persone (o
meglio, queste “isole psichiche”) hanno
improvvisamente ricordato di essere sempre state
la stessa cosa. È probabilmente così che nascono
l’innamoramento tra due persone (in primo luogo)
o la particolare predilezione di gruppi di persone
per un particolare guru, politico o star del rock. È
un meccanismo che crea unità, anche se a volte
quando non c’è un equilibrio mediato
dall’insostituibile potere dell’intelletto, esso porta
al fanatismo…38.

Spesso in terapia mi sento rivolgere dai pazienti la


richiesta di imparare ad amare. È una domanda
legittima: in fondo, imparare a dare amore è proprio
uno degli obiettivi non dichiarati di tutte le scuole di
psicoterapie.
Senza entrare in dettagli teorici, ci può insegnare a
dare amore non tanto una teoria psicologica, quanto
un personaggio letterario: Ebenezer Scrooge, nato
dalla penna del genio di Charles Dickens.
Nella prima parte della sua vita, alcuni episodi (la
morte della madre e l’essere spedito in collegio da un
padre indifferente) portano Ebenezer Scrooge a una
vita di misantropia e isolamento. Ancora giovane, la
sua fidanzata lo lascia con queste parole: «Tu hai
troppa paura del mondo. Tutte le tue speranze si sono
fuse in una sola: quella di essere sopra i suoi meschini
rimproveri».
Quando lo incontriamo, dopo decenni di
isolamento, solitudine e indigenza, Ebenezer Scrooge
viene visitato dallo spiri to del suo amico e collega
Jacob Marley, morto da tempo, e da altri tre fantasmi.
Che cosa gli mostrano questi fantasmi?
Il primo gli svela le cortesie che ha ricevuto dagli
altri nel passato, il secondo la sofferenza e la bontà
d’animo di coloro che ora lo circondano e il terzo la
cruda inevitabilità della sua morte. Ebenezer Scrooge
allora capisce di aver indurito il proprio cuore in
risposta al dolore che ha dovuto sopportare e che
questo indurimento lo rende cieco tanto all’amore
quanto alla sofferenza che lo circondano.
In qualche modo, nel corso di una notte, gli spettri
del Natale passato, presente e futuro, riaccendono in
lui un senso di vicinanza e di amore per i suoi
compagni umani: e allora Ebenezer Scrooge viene
meravigliosamente trasformato!

Si recò in chiesa, passeggiò per le strade, guardò la


gente che si affrettava in tutti i sensi, accarezzò i
bambini sulla testa, rivolse la parola ai mendicanti,
guardò dentro le cucine e le finestre, e trovò che
tutto quanto gli procurava piacere. Non aveva mai
sognato che una passeggiata, che una cosa
qualunque potesse dargli tanta felicità. Non sono
l’uomo che ero prima e non sarò l’uomo che sarei
stato se non vi avessi incontrato... Voglio vivere nel
Passato, nel Presente e nel Futuro!
Gli Spiriti di tutti e tre vivranno dentro di me... Sono
qui, e io sono qui. Le ombre delle cose che
sarebbero accadute possono essere disperse.
Saranno disperse, so che lo saranno39.

Si può dire che gli psicoterapeuti si sforzano di


incarnare questi tre spiriti a beneficio dei loro pazienti:
esplorano il passato, saggiano la realtà del presente e
immaginano un possibile futuro. Compiono questo
viaggio con i loro pazienti, sostenendoli e accudendoli
mentre mettono in dubbio assunti e sfidano difese. In
definitiva, la condivisione di questo viaggio è il cuore
di tutte le relazioni in cui si impara ad amare. Ma tutto
ciò è possibile solo se lo psicoterapeuta mette in gioco
una dote che è sicuramente “l’arma segreta” per
svolgere al meglio il suo lavoro: l’ascolto, una dote che
tutti possono far propria.
Quando frequentavo la facoltà di psicologia avevo
un amico di nome Francesco, il più anziano del nostro
gruppo, che sapeva ascoltare come pochi. Molti
studenti più giovani di lui cercavano la sua compagnia
perché era capace di stabilire un contatto attraverso
un ascolto intenso, senza cercare di cambiare
argomento o suggerire un modo diverso di vedere le
cose.
Francesco non montava in cattedra e non
interpretava quel che aveva sentito: ascoltava e basta.
Il suo modo di fare mi riempiva di stupore. Io, invece,
cercavo sempre di dare consigli, di proporre modi
alternativi di vedere le cose, a volte ancor prima di
aver sentito quel che l’altro aveva da dire. Raramente
Francesco commetteva questo errore. Era per me un
esempio, un grande maestro nell’ascolto, un vero e
proprio mentore. Da lui ho imparato che ascoltare con
attenzione significa arrivare a saperne di più, e far sì
che tutte le occasioni diventino una possibilità di
rapporto. Più avanti negli anni universitari ho capito
che tre sono i punti per un ascolto corretto: accettare,
riconoscere e partecipare.
Accettare significa non giudicare.
Riconoscere significa riformulare quel che si è
ascoltato, anche se solo con se stessi.
Partecipare significa ricordare proprie esperienze
analoghe. Non occorre parlare di tali esperienze,
talvolta basta semplicemente ricordarle a se stessi.
Chiunque ha la possibilità di sperimentare la
dinamica del dare ascolto, e persino un incontro
casuale in ascensore può fornire l’opportunit{ di un
rapporto, se siamo aperti e ascoltiamo attentamente.
Insomma: dare ascolto è amore in atto.
E quando ci si trova al tramonto della vita, solo
allora ci si accorge che l’unica cosa che resta e che vale
è quanto si è amato, è l’amore.
Sono convintissimo che se scoprissimo di avere
ormai soltanto cinque minuti per dire tutto ciò che
vogliamo dire, ogni telefono fisso, fax, computer,
cellulare, ipad, iphone, sarebbe occupato per
balbettare un «ti voglio bene».
Del terribile giorno dell’11 settembre 2001 mi
sono rimaste impresse proprio le chiamate dai
cellulari effettuate dai passeggeri di quegli aerei.
Ogni telefonata era diretta a una persona cara, per
ristabilire un contatto e pronunciare le ultime parole
d’amore. Nessuno ha chiamato l’ufficio o ha chiesto al
suo agente di borsa un’ultima valutazione della
situazione finanziaria: le relazioni che non erano
basate sull’amore non hanno neppure sfiorato i
pensieri di chi sapeva di essere destinato ad
abbandonare il mondo fisico.
La loro priorità era la certezza di concludere la
loro vita nell’amore.
«Di’ ai bambini che voglio loro un mondo di bene».
«Ti amo George».
«Abbraccia mamma e papà da parte mia».

L’amore paterno e come realizzarlo


4 anni: Il mio papà sa fare tutto.
5 anni: Il mio papà sa tante cose.
6 anni: Il mio papà è più bravo del tuo.
8 anni: Mio papà non sa proprio tutto.
10 anni: Ai vecchi tempi quando è cresciuto mio
papà le cose erano sicuramente diverse.
12 anni: Oh, bè, naturalmente papà non sa niente di
questo. È troppo vecchio per ricordarsi della sua
infanzia.
14 anni: Non badare a mio padre. È così all’antica !
21 anni: Lui? Oddio, è inguaribilmente antiquato.
25 anni: Papà ne sa qualcosa, ma per forza, è da
tantissimo che è al mondo.
30 anni: Forse dovremmo domandare a papà cosa
ne pensa. Dopo tutto, ha molta esperienza.
35 anni: Non farò niente prima di averne parlato
con papà.
40 anni: Chissà come si sarebbe comportato papà.
Era così saggio e aveva un’esperienza enorme.
50 anni: Darei qualunque cosa perché papà fosse
qui adesso per parlarne con lui. Che peccato non
aver capito quanto fosse in gamba. Avrei potuto
imparare molto da lui40.

Al di là di queste battute iniziali, in cosa consiste


psicologicamente essere padri? o meglio, qual è la
funzione psicologica della paternità?
Nella mia professione di psicoterapeuta
frequentemente verifico l’ignoranza diffusa
sull’essenza della psicologia dell’amore paterno
rispetto a quello materno, molto più noto. Sulla
psicologia della maternit{ e quindi sull’importanza
dell’amore della madre nei confronti del bambino,
specie nei primi anni di vita, si sono scritti fiumi di
parole, mentre sulla psicologia dell’amore del padre
poco o niente. Mi trovo quindi spesso a spiegare a
entrambi i genitori in cosa consiste psicologicamente
essere padri o meglio qual è la funzione psicologica
della paternità. La psicologia della paternità consiste
essenzialmente in due funzioni psichiche:
rassicurazione e incoraggiamento.
All’inizio della vita del bambino la figura del padre
appare generalmente più distante e meno incisiva, ma
gradualmente si fa sempre più importante
nell’educazione del figlio. L’efficacia e la positivit{ della
sua influenza è in relazione alla sua disponibilità a
essere un buon amico per la moglie, i figli e la società.
Deve, in altre parole, avere risolto positivamente i tre
grandi problemi della vita: il lavoro, l’amore e la
socializzazione. Importante è, per il figlio maschio, la
figura paterna per il modello di personalità che può
offrire, mentre per la bambina il padre può
rappresentare un esempio sintetico di virilità che
potrà influenzare il suo futuro rapporto con l'uomo sia
sul piano affettivo-sessuale che sociale-relazionale.
Se la relazione padre-figlio può essere ritenuta
meno importante della relazione madre-figlio nei
primi anni di vita, in quanto i legami diretti di
nutrizione e di cure fisiche sono in genere vissuti in
tale periodo prevalentemente dalla madre, non si può,
d’altra parte, trascurare il fatto che il padre costituisce
un modello importante, importanza che cresce con la
crescita del figlio.
Alcuni psicologi hanno addirittura rilevato che la
privazione paterna è più importante della separazione
materna nel determinare i problemi sociali e
relazionali dei figli. E ciò la dice lunga sul fatto che la
normale evoluzione psicologica richiede un equilibrio
tra la funzione materna e quella paterna.
La “funzione indiretta” del padre è quella che
esplica come marito, in quanto offre alla moglie
l’amore e la sicurezza affettiva di cui essa ha bisogno
per essere una madre valida. La “funzione paterna
indiretta” si esercita quindi attraverso le modificazioni
affettive ed emozionali prodotte nella madre dal
comportamento del marito: un bambino cova nel suo
inconscio non tanto il desiderio di essere amato, bensì
quello di vedere mamma e papà che si vogliono bene.
La “funzione diretta” del padre, invece, deve essere
tesa a favorire nel figlio il passaggio da una
rassicurazione di tipo statico, acquisita dalla madre, a
una rassicurazione di tipo dinamico, in cui il bambino
si trova costretto a misurare e a esercitare le proprie
forze nascenti di fronte al mondo esterno. Ciò significa
aiutarlo a sganciarsi dalla dipendenza rassicurante
della madre e accettare i rischi che il processo di
maturazione presume, incoraggiandolo.
Rassicurare e incoraggiare sono, appunto, le due
direttrici educative essenziali della funzione
psicologica del padre nel suo rapporto col figlio.
C’è un gioco che tutti i pap{ hanno fatto con i
propri figli piccoli: li si lancia in aria e li si riprende
saldamente tra le braccia. È un gioco in cui si
incarnano gli aspetti del contenimento e della
protezione, aspetti specifici sia della rassicurazione
che dell’incoraggiamento. Il figlio, quando vive queste
due realtà psicologiche, alla fine non può non puntare
a superare il padre, anzi l’obiettivo di tutte le buone
paternità è proprio quello di riuscire ad aiutare il figlio
a farsi superare.
Poco tempo fa venne a chiedermi una consulenza
psicologica un signore di 58 anni che era un bravo
imprenditore di successo: aveva creato dal nulla una
florida azienda di famiglia. Per vari motivi faceva fatica
a dare fiducia al figlio che avrebbe dovuto subentrargli
nella conduzione dell’azienda.
Gli chiesi soltanto di ascoltare con gli occhi chiusi e
con molta attenzione la seguente storia, una favola
scritta da Jung nel suo diario segreto.

C’era una volta un re che non aveva figli. Gli sarebbe


però piaciuto avere un maschietto. Si recò perciò da
una saggia donna che viveva come una strega nel
bosco e le confessò tutti i suoi peccati, come se lei
fosse un sacerdote ordinato da Dio.
Allora la donna disse: «Maestà, voi avete fatto quel
che non avreste dovuto. Ma ormai quel che è stato è
stato, e vediamo come potete rimediare per il futuro.
Prendete una libbra di strutto di lontra, seppellitelo
sotto terra e lasciate passare nove mesi. Voi scavate
di nuovo al solito posto e guardate che cosa vi
troverete».
Il re tornò a casa pieno di vergogna e di tristezza per
essersi umiliato davanti alla strega nel bosco.
Tuttavia ascoltò il consiglio che lei gli aveva dato:
nella notte scavò una buca in giardino e vi seppellì
un vaso con lo strutto di lontra, che aveva penato a
procurarsi. Lasciò poi passare nove mesi.
Allo scadere del termine, tornò di notte nel luogo
dov’era sepolto il vaso e lo disseppellì. Con suo
massimo stupore, vi trovò dentro un bimbetto
addormentato, mentre lo strutto era scomparso.
Trasse fuori il bimbo e con immensa gioia lo portò a
sua moglie. Lei lo accostò subito al seno e - oh
meraviglia - il latte cominciò a fluirle copioso. Il
bambino prosperò e divenne grande e forte. Divenne
un uomo più grande e più forte di tutti altri.
Quando il figlio del re ebbe compiuto vent’anni, si
presentò al padre e disse: «So bene che mi hai
generato per magia e che non sono nato come
qualunque altro uomo. Mi hai creato dal pentimento
dei tuoi peccati e questo mi ha reso forte. Non sono
nato da donna e questo mi ha reso accorto. Sono
forte e intelligente e per questo pretendo da te la
corona del regno».
Il vecchio re rimase spaventato da quel che sapeva il
figlio, ma ancora di più dal suo veemente desiderio
del potere regale. Rimase in silenzio e pensò: “Che
cosa ti ha generato? Strutto di lontra. Chi ti ha
portato a compimento? Il grembo della terra. Da un
vaso ti ho tirato fuori, una strega mi ha umiliato”. E
decise di farlo uccidere in segreto. Ma poiché suo
figlio era più forte di tutti quanti, egli lo temeva e
volle ricorrere a uno stratagemma.
Tornò dalla maga nel bosco per chiederle consiglio.
Lei disse: «Maestà, questa volta non mi confessate un
peccato, perché lo volete ancora commettere. Vi
consiglio di seppellire nuovamente un vaso pieno di
strutto di lontra e di lasciarlo per nove mesi sotto
terra. Poi scavate di nuovo e guardate che cosa è
successo». Il re fece come la maga gli aveva detto. E
da quel momento suo figlio divenne sempre più
debole, e quando, nove mesi dopo, il re tornò sul
luogo in cui era stato seppellito il vaso, poté scavare
la tomba al figlio. E depose il morto nella fossa,
accanto al vaso vuoto. Ma il re era rattristato e,
allorché non riuscì più a dominare la sua mestizia,
tornò a recarsi nottetempo dalla maga, per chiederle
consiglio. Lei gli disse: «Maestà, voi desideravate un
figlio, ma quando il figlio bramava di essere re lui
stesso e ne aveva anche la forza e l’intelligenza, non
l’avete più voluto. Perciò avete perduto vostro figlio.
Perché vi lamentate? Avete avuto, o re, tutto quello
che volevate?».
Il re però disse: «Hai ragione. L’ho voluto. Ma non
volevo questa malinconia. Non conosci un rimedio
contro i rimorsi?». La maga replicò: «Maestà, andate
alla tomba di vostro figlio, riempite di nuovo il vaso
con lo strutto di lontra, e dopo nove mesi guardate
che cosa vi troverete». Il re fece come gli era stato
comandato, e da quel momento si sentì felice, senza
saperne il perché.
Quando i nove mesi furono passati, tornò ancora una
volta a dissotterrare il vaso; il cadavere era
scomparso, ma nel vaso c’era un bambino
addormentato, e in quel bimbetto lui riconobbe il
figlio che gli era morto. Lo strinse a sé e da
quell’istante il bambino iniziò a crescere; in una
settimana crebbe quanto gli altri bambini crescono
in un anno intero. Dopo che furono trascorse venti
settimane, il figlio si ripresentò al padre per
chiedergli il regno. Il padre però, ammaestrato
dall’esperienza precedente, sapeva gi{ da tempo
come sarebbero andate le cose. Prima che il figlio
esprimesse il suo desiderio, il vecchio si alzò dal
trono, lo abbracciò con lacrime di gioia, per
incoronarlo re lui stesso. Ma il figlio, una volta
diventato re, si dimostrò grato al padre e, finché al
genitore fu concesso di vivere, lo tenne in grande
onore41.

Anche Freud visse l’esperienza del “figlio che va


oltre il padre”.
A 49 anni, durante una vacanza fatta con il fratello
Alexander in Grecia, il padre della psicoanalisi
moderna si trovò ad ammirare il Partenone
sull’Acropoli di Atene.
Freud era molto contento ma anche molto turbato:
non credeva ai propri occhi per quello che stava
ammirando, e non capiva il motivo di quel turbamento,
poi comprese di avere un leggero disturbo di memoria.
In pratica, stava rimuovendo dalla coscienza ciò
che fin dagli anni del liceo classico aveva sempre
sognato e desiderato: viaggiare per conoscere le
antichità greco-romane e in particolare il cuore
dell’antica civilt{ greca, e quando si era reso conto di
aver realizzato qualcosa che suo padre (con meno
mezzi economici, oltreché culturali) non aveva vissuto,
e quindi di averlo in qualche modo surclassato e
superato, ne era sorta una tensione inconscia.
Certamente, facendo il padre si commettono non
pochi errori, eppure l’esperienza professionale mi dice
che sono sempre errori rimediabili.
Sarà che nel mio lavoro di psicoterapeuta cerco di
vivere il motto: «ottimismo, sempre e comunque,
nonostante la smentita degli avvenimenti», ma quando
ascolto le considerazioni non positive sul padre attuale
che vengono da tanti miei colleghi psicologi, in
particolare sul padre assente per troppo lavoro, sui
padri separati, “a cottimo”, nei week-end, ebbene,
anche in queste circostanze la funzione paterna può
essere sempre salvaguardata da figure sostitutive
positive come il direttore spirituale, il catechista, lo zio,
il nonno, il patrigno, il professore di liceo, il maestro
elementare, l’allenatore di calcio..., figure che possono
offrire e garantire le due funzioni paterne della
rassicurazione e dell’incoraggiamento.
A grandi linee, il processo delle interazioni efficaci
tra un padre e i suoi figli avviene secondo quello che
John Gottman definisce «allenamento emotivo»42. Se i
padri diventano «allenatori-emotivi», cioè se sono
consapevoli delle emozioni dei propri figli, e riescono a
empatizzare con loro, a rasserenarli, a guidarli,
potranno far crescere figli emotivamente intelligenti,
cioè capaci di controllare i propri impulsi, rimandarne
il soddisfacimento, motivare se stessi, interpretare i
segnali sociali che provengono dalle altre persone,
affrontare gli alti e i bassi della vita.
I padri che non riescono a svolgere questo ruolo
possono essere definiti “noncuranti” (quelli che
sminuiscono, ignorano o sottovalutano le emozioni
negative dei figli), “censori” (quelli che criticano le
espressioni di sentimenti negativi e che possono
rimproverare o punire i figli per queste manifestazioni
emotive), e “lassisti” (quelli che accettano le emozioni
dei figli e si dimostrano empatici, ma non riescono a
offrire loro una guida o a porre limiti al loro
comportamento).

L’amore di coppia e come viverlo


Quando si parla dell’amore, non si può non parlare
dell’amore di coppia.
Ma qual è la “misura piena” dell’amore di coppia?
Ciò che rende solido un matrimonio o una
relazione di coppia non è un mistero, le ricerche
psicologiche hanno la risposta, ma prima di
presentarla... un piccolo esercizio di fantasia.

S’immagini una moglie che è riuscita a mettere


assieme uno splendido pranzo per il principale del
marito, invitato all’ultimo momento, e nonostante il
preavviso minimo ha fatto pure trovare la casa
perfettamente in ordine, i bambini già a letto, e ha
ricevuto l’ospite vestita e truccata in modo
impeccabile. Se il mattino dopo il marito, per
ringraziarla, si alza prima di lei e le porta a letto la
colazione, si tratta soltanto di un bel gesto d’amore.
Ma quando un marito rientra dal lavoro e trova la
casa in un disordine spaventoso, la moglie sciatta e
malvestita, disperata perché ha appena fatto
bruciare l’arrosto, mentre i bambini stanno
imperversando senza tregua, se il mattino dopo si
alza prima di lei e, per farle capire che la ama per
quello che è, cioè la compagna della sua vita, le porta
la colazione a letto... questa è la misura piena
dell’amore di coppia.

Qualcuno potrebbe obiettare che il secondo marito


è fuori dalla realtà perché sta assumendo un
comportamento forzato se non falso. A questa
obiezione risponderà II marito bugiardo, favola del
musulmano Al-Qusciairi.

Una giovane sposa fu colpita dal vaiolo prima di fare


il suo ingresso nella casa del marito. Questi le disse:
«Mi dolgono gli occhi». E più tardi: «Sono diventato
cieco». La sposa gli fu condotta in casa.
Quando, dopo vent’anni di matrimonio, ella venne a
mancare, il marito riaprì gli occhi.
Quando gli chiesero il motivo, rispose: «Non ero
cieco, ma mi sono finto tale perché mia moglie non si
addolorasse pensando che io la vedevo deturpata dal
vaiolo».

Questa favola, con poche ma potenti immagini, non


fa altro che confermare le conclusioni di diverse
ricerche psicologiche, come quelle originali
dell’Università di Washington condotte da John
Gottman.
Per lo psicologo statunitense, ciò che può far
funzionare una coppia è sorprendentemente semplice:
le coppie felici non sono più intelligenti, più ricche o
psicologicamente più astute delle altre, ma sono quelle
che nella loro vita quotidiana hanno trovato una
dinamica che impedisce alle sensazioni e ai pensieri
negativi che provano per il partner (li hanno tutte le
coppie...) di soffocare le sensazioni e i pensieri positivi.
Hanno ciò che si definisce un rapporto emotivamente
intelligente, basato su una profonda amicizia, dove per
amicizia si intende il rispetto reciproco e il piacere di
passare il tempo insieme43.

Nasreddin e la moglie sono a letto.


A un certo punto la moglie gli dice: «Va’ più in
là, fammi posto».
Nasreddin si alza, si veste, si infila le scarpe, esce
di casa e cammina fino alla piazza del mercato.
Qui incontra un amico che va nella direzione
opposta.
Lo ferma e gli dice: «Fammi un favore. Quando
arrivi a casa mia, entra e chiedi a mia moglie se
sono andato abbastanza in là o se vuole che mi
sposti ancora».

Vorrei ora proporre una serie di considerazioni


psicologi che utili per la coppia che desidera essere
felice nella vita coniugale.
Una prima considerazione importante è che spesso
risulta utile stemperare i potenziali conflitti presenti in
un rapporto coniugale in un modo concreto ed efficace,
attraverso una semplice domanda che risolve per
magia quasi tutti i conflitti all’stante: «Posso sapere di
cosa hai bisogno?». Già rispondendo a questa domanda
spesso le cose cominciano a ricomporsi, in quanto il
partner, non sentendosi attaccato o giudicato, può più
facilmente esprimere il bisogno del momento.
Secondo lo psicologo Willard F. Harley Jr sono
dieci i bisogni fondamentali che ogni coppia dovrebbe
sempre tenere presente: cinque bisogni per lui e
cinque bisogni per lei44.

I bisogni di lui
Soddisfazione sessuale
Compagnia ricreativa
Una compagna attraente
Sostegno domestico
Ammirazione

I bisogni di lei
Affetto
Conversazione
Sincerità e apertura
Supporto finanziario
Dedizione alla famiglia

Questi bisogni emergono con frequenza anche nel


mio lavoro di psicoterapeuta a sostegno di coppie che
cercano di migliorare i loro difficili matrimoni. Anche
se ogni individuo percepisce i suoi bisogni in modo
differente, sono impressionato dalla regolarità con cui
queste due serie di fattori affiorano ogni volta che si
vuole risalire ai motivi delle difficoltà coniugali.

Una notte Nasreddin viene svegliato dalla moglie.


«Nasreddin, il bambino sta piangendo. Dato che è
figlio di tutti e due, vai a cullare la tua metà».
«Facciamo così - dice Nasreddin tu vai a cullare la
tua metà e lascia piangere la mia».

Lo psicologo John Gray ha invece elencato quelle


che a suo parere sono le differenze psicologiche e
comportamentali più comuni e più frequenti tra
l’uomo e la donna45.

Uomo
L’errore più grave: interrompe proponendo
soluzioni
Parla poco
Deve capire quanto sia importante ascoltare
Per lui, le grandi manifestazioni d’amore fanno una
grande differenza
Per stare meglio, si rifugia nella caverna (meno
cortisolo, più testosterone)
Se lei non chiede di più, è convinto di darle
abbastanza
Ama soprattutto sentirsi accettato, apprezzato e
degno di fiducia

Donna
L’errore più grave: dispensa consigli non richiesti
Parla molto
Deve smettere di voler cambiare lui
Per lei, le piccole manifestazioni d’amore fanno una
grande differenza
Per stare meglio accudisce (meno cortisolo, più
ossitocina)
Per lei, non è romantico dover chiedere amore e
affetto
Ama soprattutto sentirsi capita, rispettata e
coccolata.

In sintesi, la coppia funziona quando si riesce a


gestire bene lo stress, ovvero l’eccessiva produzione
dell’ormone cortisolo che serve ad affrontare le sfide
emergenziali della vita in chiave di “lotta e fuga”. Ma
quando l’emergenza scompare e la sfida del momento
viene meno, non si è più in grado di fermare la
produzione di cortisolo e allora le cose si complicano.
Come intervenire?
L’uomo ha bisogno di testosterone per rilassarsi e
recuperare energia leggendo un giornale,
sprofondando in una comoda poltrona, guardando la
televisione facendo zapping, giocando a calcetto con gli
amici, coltivando un hobby, trovando continuamente
soluzioni, occupandosi delle riparazioni di emergenza
in casa...
La donna ha bisogno di ossitocina per rilassarsi e
recuperare energia attraverso l’accudimento in
generale, cenando una volta a settimana con le amiche,
curando la propria immagine fisica andando dal
parrucchiere, dal manicure, facendo shopping in
compagnia delle amiche, occupandosi di figli o di
parenti, tenendo in ordine la casa, facendo
giardinaggio, frequentando una palestra...
Secondo lo psicologo Gary Chapman ogni
componente della coppia deve imparare a conoscere
cinque linguaggi emozionali dell’amore: è importante
imparare a parlare il linguaggio d’amore del partner, in
quanto ciò può influenzare in modo radicale il proprio
comportamento46. Spesso essere innamorati o essere
sinceri non basta: bisogna parlare il linguaggio
emozionale del partner, altrimenti le situazioni di
attrito non tarderanno a manifestarsi. Lui ti manda dei
fiori ma quello che vuoi è un po’ di tempo per parlare,
oppure lei ti abbraccia ma quello che vorresti è un
buon piatto fatto in casa; così scopri che il vero
problema non è l’amore, ma il linguaggio dell’amore,
cioè il modo in cui lo comunichiamo.
In sintesi, ecco i cinque linguaggi dell’amore:
Parole di incoraggiamento
Momenti speciali
Doni
Gesti di servizio
Contatto fisico
Ma una volta individuato il linguaggio dell’amore
che riguarda il partner, è importantissimo metterlo in
pratica e sapere soprattutto come esprimerlo,
evitando, se possibile, le arguzie linguistiche.

Nasreddin torna a casa e dice tutto contento alla


moglie: «Moglie mia, bere tifa diventare bellissima».
«Io non ho bevuto affatto», ribatte la moglie.
«Ma io sì», risponde Nasreddin.

È molto importante saper esprimere il linguaggio


utilizzato dal partner o, ancora meglio, capire con
quale tonalit{ offrire questo linguaggio dell’amore, e se
non sempre si riesce, l’importante è insistere. Chi ha
scopi nella vita non teme di sacrificarsi, semmai teme
di non raggiungerli, invece chi teme di sacrificarsi non
ha scopi.

Moses Mendelssohn, nonno del notissimo


compositore tedesco, era tutt’altro che bello. Oltre a
una statura bassa, aveva una grottesca gobba.
Un giorno fece visita a un mercante di Amburgo che
aveva una bellissima figlia di nome Frumtje. Moses si
innamorò perdutamente di lei. Ma a Frumtje
ripugnava l'aspetto deforme dell’uomo.
Quando giunse il momento dipartire, Moses si fece
coraggio e salì le scale fino alla stanza di lei per
sfruttare l’occasione di parlarle. La ragazza era una
visione di bellezza celestiale, ma suscitava in lui
grande tristezza per il suo rifiuto di guardarlo. Dopo
vari tentativi di conversazione, Moses domandò
timidamente: «Ritieni che i matrimoni si facciano in
cielo?».
«Sì - rispose lei, sempre guardando il pavimento -. E
tu?».
«Sì, anch’io - replicò -. Vedi, in cielo, alla nascita di
ogni maschio, il Signore annuncia quale ragazza
sposerà. Quando nacqui io, mi fu indicata la mia
futura sposa. Poi il Signore aggiunse: “Ma la tua
sposa sar{ gobba”. Immediata-mente protestai: “Oh,
Signore, date a me la gobba e fate che lei sia bella”».
Allora Frumtje lo guardò negli occhi e fu scossa da
qualche ricordo profondo. Allungò la mano e strinse
quella di Mendelssohn e in seguito divenne la sua
moglie devota.

Entrando più in profondit{ nell’amore di coppia, la


psicoanalista Melanie Klein, basandosi sulla propria
esperienza professionale, ritiene che l’istinto più
profondo nell’inconscio dell’uomo sia l’angoscia di
castrazione, mentre l’istinto più profondo
nell’inconscio della donna sia l’angoscia di rimanere
sola.
Per quanto riguarda l’angoscia di castrazione
dell’uomo, va intesa non solo e non tanto in chiave
sessuale, cioè come incapacità a relazionarsi con una
donna, o peggio come impotenza psichica, che
impedisce la realizzazione fisica di ogni coppia, ma
soprattutto in chiave esistenziale, cioè come fallimento
dell’identit{ genitoriale, insuccesso nella carriera
professionale, crisi economica e finanziaria, e
soprattutto fallimento nell’essere guida per la propria
donna (“guidare” non significa comandare, bensì
proteggere).
L’angoscia di rimanere sola della donna va intesa
non solo e non tanto in chiave di coppia e
matrimoniale (nubilato, nido vuoto), ma anch’essa
soprattutto in chiave esistenziale, e cioè come
fallimento nell’accudire i propri figli, i parenti, e in
genere nell’accudire il proprio ambiente familiare a
cominciare dalla casa, nell’avere poche qualit{
relazionali con relative scarse amicizie femminili, e
soprattutto nel non essere in grado di seguire il
proprio uomo (“seguire” non significa sottomettersi,
ma essere complici).

L’amore cosmico e come riconoscerlo

Una volta Virginia Satir, grande esperta di


psicoterapia del la famiglia, chiese a un suo giovane
allievo quale fosse per lui l’istinto più profondo nella
psiche umana. Il giovane allievo (si trattava di Richard
Bandler) rispose che era l’istinto di conservazione, cioè
l’istinto di sopravvivenza della specie. Virginia Satir gli
ribatté che, invece, l’istinto più forte nella psiche
umana è l’attaccamento alle cose familiari, cioè il
bisogno di mantenere lo status quo: secondo lei, tutti
abbiamo il terrore delle cose nuove, dello sconosciuto,
dell’ignoto, e in tutti c’è l’istinto ad affidarci a cose
note, collaudate, scontate e che non mettono ansia,
come la tendenza a frequentare solo persone
conosciute o simili a noi evitando di incontrare
sconosciuti, o diversi da noi. Forte è la paura del
cambiamento, grande il turbamento di fronte al fatto
che le cose cambiano continuamente: il coniuge, gli
amici, il lavoro, la salute, i figli, i parenti... Tutto, prima
o poi, cambia.
Già duemila anni fa il filosofo e imperatore romano
Marco Aurelio diceva che «L’universo è cambiamento e
la nostra vita è il risultato dei nostri pensieri»47.
La buona notizia è che la moderna ricerca
psicologica sta dimostrando che è possibile affrontare
il cambiamento in modo proficuo anche per il nostro
umore soltanto se, come consiglia l’ipnotista
statunitense di origine italiana Ernest L. Rossi, ci
lasciamo esporre a tre fattori psicosociali che a suo
avviso ottimizzano l’espressione genica, la
neurogenesi, la memoria e la guarigione: novità,
arricchimento ambientale, esercizio fisico48.
Quindi è utile, ai fini della salute mentale, essere
curiosi, attivi fisicamente e sperimentare cose nuove
che ci mettano continuamente in gioco, non temere il
cambiamento. Niente può avvenire senza
trasformazione. «Il cambiamento è l’unica cosa certa
della vita», diceva Buddha ai suoi discepoli.
Guardiamo la natura. Tutto è all’insegna del
cambiamento: l’alternarsi delle stagioni, il clima
mutevole, lo scorrimento della placca terrestre... In
vacanza in aperta campagna, lontani dalle comodità
della città, possiamo forse fare un bagno caldo se la
legna non si trasforma in calore? È forse possibile
nutrirsi se il cibo non si trasforma, una volta ingoiato,
oppure se non cambia per essere assimilato dal nostro
organismo? E che altro, tra tutte le cose utili, può
realizzarsi senza cambiamento?
Anche la trasformazione corporea nel corso degli
anni, la trasformazione sul lavoro, la trasformazione
della propria fami glia con i figli che crescono o i nonni
che muoiono..., insomma anche la nostra
trasformazione personale è uguale a tutte le altre e
ugualmente necessaria alla natura dell’universo, così
come descritto dalla seconda legge della
termodinamica: «Nulla si crea, nulla si distrugge ma
tutto si trasforma».
La scienza ritiene comunemente che l’universo sia
all’insegna del caso e della pura coincidenza: di
“miracoloso” non c’è nulla.
Di parere contrario sembra essere un medico e
psicoanalista statunitense di nome John Lilly il quale,
attraverso affascinanti studi di ricerca nel campo della
biofisica, della neurofisiologia, dell’elettronica,
dell’informatica, della neuroanatomia, degli stati
alterati di coscienza, delle droghe psichedeliche, della
vasca di deprivazione, della comunicazione fra uomini
e delfini..., è pervenuto a interessanti conclusioni:
«Nella provincia della mente, ciò che si crede vero o lo
è oppure lo diventa entro limiti stabiliti per via
empirica e sperimentale. Tali limiti sono convinzioni
da trascendere». Cosa vuol dire? Che qualunque
convinzione non è che un limite che è possibile
superare. La mente umana non ha limiti, essendo essa
stessa intimamente frutto di un evento a dir poco
miracoloso, secondo John Lilly: «Il miracolo è che
l’universo ha creato una parte di se stesso per studiare
il resto di sé, e questa parte scopre il resto
dell’universo nelle sue realt{ più profonde studiando
se stessa»49.

Si provi a immaginare un area di rottamazione con


milioni di oggetti sparsi: cavi, pezzi di metallo,
copertoni, cuscini, apparecchiature elettriche, viti e
bulloni, tavolette di water e qualsiasi altra cosa che
venga in mente.
Tutto è ammucchiato alla rinfusa.
Improvvisamente comincia a soffiare un vento
fortissimo e tutti i pezzi vengono sollevati in aria,
urtandosi, volando e cadendo qua e là.
Altrettanto improvvisamente il vento cessa e, dove
prima giacevano milioni di rottami, si forma un
Boeing 747 pronto al decollo.
Per combinazione o per fortuna, tutte le parti si sono
ricomposte perfettamente.
Da rottami a precisa perfezione per opera del caso.

Questa piccola storia ci fa capire che esiste un


potere superiore, un’intelligenza cosmica, un campo
energetico, una connessione universale che chiamiamo
con molti nomi, ma che è essenzialmente “amore”, e
che era già noto al poeta fiorentino Dante Alighieri
quando cantava: «L’amor che move il sole e l’altre
stelle...», e al pensatore nolano Giordano Bruno quando
insegnava: «C’è un’unica forza che unisce infiniti
mondi e li rende vivi: l’Amore».
Qualcuno un giorno ha detto che «Dio è l’anti-
caso».
In un momento di particolare franchezza David
Attemborough, noto naturalista britannico, in una
trasmissione della BBC disse a un giornalista perché
egli non poteva negare l’esistenza di Dio:

Spesso quando apro un nido di termiti e vedo


migliaia di organismi ciechi che lavorano, privi
dell’organo sensoriale necessario per vedermi, non
posso fare a meno di pensare che forse anche a me
manca un organo sensoriale, che c’è qualcuno
intorno a me che ha creato tutto questo e che io
non riesco a percepire50.

Questo “amore” fatto di cooperazione, armonia,


pace, flusso..., e che Jung definiva «inconscio
collettivo», sta ricevendo non poche conferme in
ambito scientifico.
L’inconscio collettivo sembrerebbe la prova del
fatto che la nostra mente non è un’entit{ isolata, ma è
costantemente in contatto con altre menti, oltre che
con il mondo intorno a noi. In questo senso non siamo
mai completamente distaccati dal mondo esterno, non
siamo mai interamente limitati e racchiusi nella nostra
pelle. La nostra mente e il nostro corpo “risuonano” col
nostro ambiente, comprese le persone in esso
contenute.
A questo proposito il neuropsicologo Daniel Siegel
scriveva: «Il cervello ha nella sua struttura una
capacità innata di trascendere i confini del... proprio
corpo integrandosi con... il mondo di altri cervelli»51.
La nostra mente è coerente col mondo: quando
siamo attenti alle coincidenze significative e non
reprimiamo le intuizioni che ci collegano alle altre
persone e alla natura, possiamo renderci consapevoli
della nostra unione con l’universo.
Mistici e saggi di ogni epoca hanno sostenuto
l’esistenza, alle radici della realt{, di un campo di
interconnessione cosmica che conserva e trasmette
ogni evento avvenuto in ogni tempo. Le recenti
scoperte nell’ambito della fisica quantistica, della
biologia, della cosmologia e degli studi sulla coscienza
trovano un equivalente scientifico di questo campo,
che è alla base dello spazio stesso.
Immaginiamolo come un mare sottile di onde di
energia da cui nascono tutte le cose: atomi e galassie,
stelle e pianeti, esseri viventi, e persino la coscienza,
insieme ai pensieri e ai sogni. Memoria costante e
duratura dell’universo, registra tutto ciò che è
accaduto e accade sulla Terra e nel cosmo, ed è
connesso a tutto ciò che deve accadere.
Il propugnatore di questa Teoria Integrale del
Tutto che sta avendo sempre più conferme scientifiche
è il prof. Ervin Laszlo, convinto assertore del Campo
akashico, ovvero del campo energetico che deriva il
suo nome da akasha, una parola sanscrita che significa
“etere”, spazio onnipervadente.
Impiegata in origine per esprimere i concetti di
“irraggiamento” o “brillantezza” nella filosofia indiana,
akasha indica il primo e più fondamentale dei cinque
elementi; gli altri sono vata (aria), agni (fuoco), ap
(acqua) e prithvi (terra).
Akasha comprende in sé le proprietà di tutti e
cinque gli elementi: è l’utero da cui emerse tutto ciò
che percepiamo con i nostri sensi e in cui infine tutto
sarà riassorbito. I Registri akashici (detti anche
Cronache dell’akasha) sono le registrazioni eterne di
tutto ciò che accade e che è accaduto nell’intero
universo52.
Nel I secolo d.C., durante uno dei suoi frequenti
viaggi, il filosofo Apollonio di Tiara incontrò in Tibet
dei sapienti indiani e dal più saggio di tutti, il loro capo,
Iarca, si sentì rivolgere la seguente domanda: «Di
quanti elementi credi, Apollonio, che sia composto il
mondo?».

«Di quattro», rispose subito Apollonio. Ma Iarca


precisò:
«No, di cinque; dopo l’acqua, l’aria, la terra e il
fuoco, esiste l’etere come quinto elemento. Gli dèi
sono nati da questo etere luminoso, perché tutto ciò
che è etere è immortale». E Apollonio incalzò
curioso: «E qual è il più antico di questi cinque
elementi?». Sicuro di sé Iarca rispose: «Hanno tutti
la stessa anzianità, perché nessun essere vivente si
genera da singole parti». Quindi Apollonio: «Devo
dunque considerare il mondo come un essere
vivente?». «Sì, perché è lui che produce tutto ciò che
ha soffio e vita». «Li chiameremo maschio e
femmina, o diremo che ha i due sessi insieme?».
E Iarca si lanciò in una lunga risposta definitiva:
«Diremo che ha i due sessi, perché fecondandosi da
sé, è contemporaneamente il padre e la madre di
tutti gli esseri viventi. E così come ogni essere
vivente ha il suo principio interiore di movimento e
di vita, anche il mondo deve avere un’anima che lo
vivifica e che mantiene la giustizia e l’accordo tra le
parti che nascono e quelle che muoiono. Per grande
che sia, questo essere vivente si lascia docilmente
comandare come un’immensa nave. Dio ne è il
pilota, e tutti gli altri dèi sono incaricati da lui di
governarne sotto il suo ordine la diversità di tutte le
parti. Sotto la guida di uno solo, vi è dunque nel
mondo una moltitudine di dèi, e questi dèi, che i
poeti hanno posto nel cielo, nella terra, nel mare, nei
fiumi, nelle sorgenti, con la loro rispettiva azione
uniscono a se stessi il grande Tutto, e ne assicurano
la custodia e il mantenimento»53.

L’etere di Iarca, il Campo akashico di Ervin Laszlo,


l’amore di Giordano Bruno, come l’inconscio collettivo
di Carl Jung, potrebbero essere considerati tutti alla
stregua di una medesima realtà, che va approfondita.
In fondo, è curioso costatare come siano scritte nel
più profondo di ciascuno di noi la spinta a cercare gli
altri, la sollecitudine a vivere le relazioni sociali, la
ricerca istintiva a sperimentare l’orgoglio di
appartenere a un gruppo.
Siamo come le rondini: ciascuna ha il proprio
corpo individuale, ma quando volano in gruppo, tutte
insieme formano un unico, grande e possente corpo.
Il gruppo dà alle persone la consapevolezza che,
sebbene ciascuno abbia la propria individualità, la
propria personalità e la propria originalità, prima o poi
arriva il momento in cui, se si ha un unico fine, un
unico obiettivo, e si “vola” tutti insieme, le menti unite
divengono molto più che la somma individuale delle
medesime: si forma ciò che Carmen Meo Fiorot
chiamava una “sovramente”, che può arrivare a vette
altissime54.
Quando tengo corsi per studenti di psicologia o per
persone che operano in gruppo, lavoro molto sul tema
del sentirsi gruppo, sentire l’orgoglio di gruppo, fare in
modo di essere amici, volti tutti a un’unica meta,
desiderosi e capaci di incoraggiarsi e di sostenersi
vicendevolmente, pronti a fare un’esperienza di ciò che
Emile Durkheim chiamava «effervescenza collettiva».
Una volta un paziente mi confidò preoccupato che
tutte le volte che assisteva a un concerto di musica
classica in una chiesa, oppure che seguiva una funzione
religiosa con canti gregoriani, si ritrovava a
sperimentare fortissimi sentimenti spirituali di
marcata impronta collettiva che lo turbavano non
poco.
Lo tranquillizzai dicendogli che non c’era niente di
strano, anzi: non doveva dimenticare che l’uomo fa
parte di una catena di individui tra loro interconnessi
all’interno di un universo più grande, e il processo di
dare e ricevere informazioni reciproche, meglio
conosciuto con il termine di feedback, è una
manifestazione comportamentale delle convinzioni e
dei valori relativi all’importanza di questo legame.
Per cui anche lui, esercitandosi e sviluppando la
capacità di dare e ricevere feedback, avrebbe
alimentato e fatto crescere le connessioni tra sé e gli
altri e si sarebbe reso libero, così da diventare chi
veramente è, e cioè un “io” che diventa un “noi”.
Creando una connessione con gli altri, ci si libera della
propria prigione interiore, sviluppando un forte senso
di appartenenza.
Diversi psicologi che hanno studiato e
approfondito i sentimenti di grande attesa, di forte
concentrazione e di misterioso senso di legame che le
persone vivono, ad esempio come il mio paziente, nelle
funzioni religiose con canti gregoriani, così come anche
nei concerti religiosi e spesso anche durante semplici
concerti musicali, affermano che vi sono poche altre
occasioni in cui un così grande numero di persone che
assiste allo stesso evento in contemporanea pensa e
sente le stesse cose ed elabora le stesse informazioni.
Se si ascoltano insieme a tanti altri, dal vivo, i Concerti
brandeburghesi e le Toccate e Fughe di Bach, oppure la
Gran Partita e il Requiem di Mozart, o ancora la
Pastorale e l’Inno alla gioia di Beethoven, così come
tante altre opere musicali immortali, è possibile che
questa compartecipazione produca negli spettatori la
condizione di «effervescenza collettiva», il sentimento
di appartenere a un gruppo con una concreta e reale
esistenza.
È il medesimo sentimento che è alla base
dell’esperienza religiosa, ovvero un sentimento di
indivisibilità di sé dagli altri, dove ci si eleva al di sopra
del livello della conoscenza, transitoriamente ma
incessantemente.
Scriveva William James:

Volendo descrivere la religione nei termini più


ampi e generali possibili, si potrebbe dire che essa
consiste nel credere alla presenza di un ordine
indivisibile delle cose, e nella convinzione che il
nostro massimo bene consista nell’adattarci
armoniosamente a tale ordine55.

Non tutti credono in un particolare Dio, ma la


maggior parte di noi arriva a concludere che esista una
qualche sorta di forza intelligente che muove
l’universo. Forse per questo motivo il passo iniziale di
un cammino spirituale impregnato fortemente del
sentimento di «effervescenza collettiva» consiste nel
riconoscere che la vita si svolge meglio e ha maggior
significato quando siamo in armonia con questo
“ordine invisibile”. Un ordine invisibile che ingloba e
va oltre la nostra coscienza individuale.
A cavallo tra XIX e XX secolo, un rinomato
psichiatra canadese, Richard Bucke, trascorreva il suo
tempo libero immergendosi nella poesia e nella
letteratura, a volte trascorrendo intere serate con gli
amici a recitare le opere di Whitman, Wordsworth,
Shelley, Keats e Browning.
Dopo una serata trascorsa in questo modo durante
una visita in Inghilterra, a bordo della sua carrozza che
percorreva la lunga strada verso casa, Bucke si sentì
particolarmente ispirato dai versi di Whitman ed ebbe
un’illuminazione, un lampo di quella che lui chiamò
«coscienza cosmica».
In quell’istante si rese conto che il cosmo non è
materia morta, ma qualcosa di completamente vivo;
che gli esseri umani hanno un’anima e sono immortali;
che l’universo è costruito in maniera tale che tutte le
cose tendono al bene; che la felicità ultima è per tutti
una certezza; e che l’amore è il principio di base
dell’universo. E si rese conto che la coscienza cosmica
è un’acuta percezione della vera vita e dell’ordine
dell’universo, che comporta un’esperienza di unit{ con
Dio o con l’energia universale. Questa percezione
intellettuale, o intuizione della verità, porta con sé
un’incredibile felicit{, in quanto dirada le nebbie degli
errori percettivi della normale coscienza individuale56.
Negli stessi anni, William James, dopo decenni di
studi scientifici sui fenomeni parapsicologici, arrivò a
dire:

In base alla mia esperienza emerge


dogmaticamente una conclusione ben chiara: nelle
nostre vite siamo come isole nel mare, o come
alberi nella foresta. L’acero e il pino possono
scambiarsi sussurri con le loro fronde, e
Connecticut e Newport possono udire l’una la
sirena antinebbia dell’altra. Ma gli alberi
intrecciano le radici nell’oscurit{ sotterranea, e le
isole sorgono dal fondo dello stesso oceano. Così
pure vi è un continuum della coscienza cosmica,
nella quale le nostre menti si immergono come in
un mare o in una cisterna. La nostra coscienza
“normale” è circoscritta per adattarsi al nostro
ambiente esterno terrestre, ma la palizzata ha
molti punti deboli, e all’esterno filtrano influenze, e
sprazzi, che mostrano la connessione altrimenti
non accettabile57.

Il misterioso concetto di «coscienza cosmica»


viene ulteriormente avvalorato da Carl Jung quando,
poco prima di morire, disse:

L’uomo deve sentire che egli vive in un mondo che


per certi aspetti è misterioso; che in esso
avvengono e si sperimentano cose che restano
inesplicabili, e non solo quelle che accadono
nell’ambito di ciò che ci si attende. L’inatteso e
l’inaudito appartengono a questo mondo. Solo
allora la vita è completa. Per me, fin dal principio, il
mondo è stato infinito e inafferrabile..58.

Per Jung, in fondo, l’inconscio non è soltanto la


psiche. I fattori ignoti che in esso agiscono non sono
tutti riconducibili alle pulsioni represse e infantili,
come pensava Freud, anzi il mistero fa parte della
nostra esistenza. Come psicologo, come scienziato e
come uomo, Jung intraprese una lotta contro questo
mistero, contro l’ignoto che sembra rivelarsi proprio
dall’inconscio e nascondersi in esso: «Preferisco il
termine inconscio, pur sapendo che potrei ugualmente
parlare di Dio e di un demone». A suo avviso è
necessario far dialogare «la fede con l’esperienza e la
scienza con l’anima», ed era ben consapevole di aver
sperimentato in sé ciò che una volta descrisse: «Una
persona integra è quella che ha sia camminato con Dio,
sia combattuto con il demonio»59.
Essendo affascinato dall’aspetto apparentemente
esoterico della psiche, Jung ne tentò una spiegazione
nei termini di ciò che egli definì Unus Mundus, cioè un
“mondo unitario” consistente in una realt{ più elevata
o profonda che risiede al di là dello psichico e del
fisico, collegando le menti umane le une alle altre e con
la natura.
Mettendo a confronto i processi inconsci delle
singole persone con miti, leggende e racconti popolari
di una varietà di culture in vari periodi storici, Jung si
accorse che i ricordi degli individui e il materiale
collettivo contengono elementi comuni: questi
elementi costituiscono l’“inconscio collettivo” del
genere umano. L’inconscio collettivo ha sia un aspetto
storico che uno archetipico. L’aspetto storico consiste
nelle esperienze accumulate dagli esseri umani nel
corso della storia, che sono entrate e vengono
conservate nell’inconscio collettivo del genere umano.
Gli archetipi sono i principi dinamici che ne
organizzano i multiformi elementi. Non sono
rappresentabili in sé, ma hanno effetti che rendono
possibili le visualizzazioni.
Le idee archetipiche non risiedono soltanto nella
dimensione storica dell’inconscio collettivo, ma
possono diventare parte della coscienza delle persone
in stato di veglia: Persona, Ombra, Animus, Anima,
Grande Madre, Vecchio Saggio, Briccone, Eterno
Bambino..., fino ad arrivare al Sé raffigurato dal
Cerchio, dal Rotondo, dal Mandala, dal Quadrato, dal
Quaternario... Oggi, a distanza di mezzo secolo dalla
morte di Jung, queste idee archetipiche, cioè queste
capacit{ plastiche di raffigurare l’inconscio collettivo,
stanno trovando conferme a vari livelli scientifici, in
particolare quello neurologico.
In recenti ricerche neuropsicologiche sui sogni di
persone non vedenti fin dalla nascita, infatti, è emerso
che questi sogni risultano essere uguali a quelli delle
persone vedenti, nel senso che vi sono presenti le
stesse visioni immaginifiche e le stesse forme
rappresentative-plastiche. Pur senza aver
sperimentato o percepito certe esperienze visive che
sono il substrato del contenuto dei sogni in generale, i
non vedenti dalla nascita sognano con modalità
oniriche che il professor Raffaele Menarini ha de finito
«le icone nel buio»60.

Approfondendo il discorso dell’inconscio collettivo


e in particolare dell’archetipo del Sé rappresentato dal
Cerchio, dal Rotondo, dal Mandala, dal Quadrato, dal
Quaternario..., si può notare che si tratta di uno
scoprire il mondo, quello esterno, quello interno, come
è raffigurato nella xilografia II Pellegrino dell’ Anima,
dipinta nel XVII secolo da un anonimo:

Jung la commenta così:

A destra c’è il mondo a noi noto. Il pellegrino, che


sta compiendo evidentemente un pèlerinage de
l’âme [pellegrinaggio dell’anima], s’è aperto un
varco nel confine notturno del suo mondo e
osserva un altro universo sovrannaturale con
stratificazioni di nubi, montagne (?) e altri
elementi. Vi compaiono le ruote di Ezechiele e
forme rotonde a disco, delle specie di arcobaleni
che rappresentano evidentemente “sfere celesti”.
In questi simboli ci imbattiamo in un prototipo
della visione [...] di corpi celesti, che appartengono
al mondo empirico; sono i rotunda, proiettati
all’esterno, del mondo interiore,
quadridimensionale . 61

Quando viviamo un’esperienza di consapevolezza


collettiva, accade che i confini dell’Io-pelle cadono e
facilmente entriamo in connessione con gli altri,
sprigionando gioia e felicità dentro e attorno a noi.
Se si desidera spiegare ad amici o conoscenti
valori come quelli della solidarietà, della cooperazione
e dell’interdipendenza fra i popoli, e non si sa come
fare per trasmetterne la bellezza, è consigliabile
passare attraverso il tema della libertà e del senso di
connessione che proviene dall’abbandonare gli
attaccamenti.
Parlando del volo del modulo lunare Apollo 9 nel
1969, l’astronauta americano Rusty Schweickart
raccontò di aver vissuto, mentre tornava sulla Terra,
un’esperienza profonda di amore cosmico.
La prima parte del volo aveva tenuto i membri
dell’equi paggio talmente occupati con una moltitudine
di compiti e di esperimenti, che nessuno aveva avuto il
tempo di guardare “fuori dai finestrini”. Solo mentre
stavano orbitando attorno al nostro globo in attesa del
ritorno, Schweickart aveva gettato fuori un’occhiata.
Il risveglio sopra il Medioriente e l’Africa, la
colazione sopra il Mediterraneo, il passaggio sopra
l’India, l’Asia sud orientale, l’Oceano Pacifico, gli Stati
Uniti e oltre: dall’alba al tramonto gli astronauti
avevano circumnavigato l’intero pianeta, ogni volta in
un’ora e mezza. Mentre volavano nello spazio,
Schweickart si era ritrovato a identificarsi con ogni
regione, pensando all’unicit{ della sua storia e ai
contributi dati all’umanit{. Ma dopo qualche tempo
qualcosa era cambiato: «Cominci a renderti conto che
la tua identità si espande nel tutto... Guardi giù e non
puoi immaginare quanti confini e quanti limiti stai
attraversando... Centinaia di persone si uccidono in
guerra per una linea immaginaria di cui non riesci a
essere consapevole e che non vedi nemmeno. Dal
luogo dove sei ora vedi il pianeta come un tutto unico
ed è così meraviglioso; desideri prendere ciascun
individuo per mano e dirgli: “Guarda la Terra da questa
prospettiva. Osserva ciò che è importante”».
Ogni volta che ripenso a questo episodio mi
commuovo: descrive in modo così diretto la condizione
umana...
A causa degli attaccamenti e della paura,
dell’avidit{ e del dolore che essi provocano, restiamo
limitati e imponiamo agli altri le nostre sofferenze
emotive. Fino a che rimaniamo imprigionati nei
desideri, reprimiamo in noi le possibilità di creatività e
di benevolenza, e restiamo separati e nascosti.
Abbandonando gli attaccamenti sia in quanto
individui sia in quanto comunità o nazioni, riduciamo
le nostre limitazioni e le nostre inflessibilità, e allora ci
muoviamo verso la riscoperta degli altri, siamo “una
sola umanit{”, pieni interiormente di amore cosmico.
Il nostro quotidiano, allora, si riempirà di piccoli
episodi significativi.

Un autobus viaggiava sobbalzando su una strada


secondaria nel Sud degli Stati Uniti.
Su un lato era seduto un vecchietto minuto che teneva in
mano un mazzo di fiori freschi.
Di fronte a lui cera una ragazza i cui occhi cadevano di
continuo sui fiori dell’uomo.
Per l’uomo giunse il momento di scendere.
Impulsivamente mise i fori in grembo alla ragazza.
«Vedo che ti piacciono questi fiori - spiegò - e penso che a
mia moglie non dispiaccia se li prendi tu. Le dirò che li ho
regalati a te».
La ragazza accettò i fiori, quindi osservò il vecchio
scendere dall’autobus e varcare il cancello di un piccolo
cimitero.
L'IMMAGINAZIONE

Visualizzare e agire
Una volta allo psicologo statunitense William
James chiesero quale fosse secondo lui la più grande
scoperta nel campo dello sviluppo umano:

C’è una legge della psicologia secondo la quale se tu


formi nella tua mente l’immagine di quel che
vorresti essere, e riesci a conservare
quell’immagine abbastanza a lungo, presto
diventerai esattamente come quello che pensi62.

Questa legge è straordinaria nella sua semplicità e,


se la comprendiamo veramente fino in fondo,
scopriamo che si tratta di uno dei più grandi segreti
che ci vengono rivelati per diventare esattamente quel
tipo di persona che vorremmo essere. Eppure, proprio
a causa della sua semplicità, è spesso ignorata: a volte,
preferiamo attribuire la nostra infelicità a fattori
esterni, come la cattiva fortuna, il caso, le circostanze,
l’economia, la genetica, la nostra storia familiare... Una
litania infinita di scuse che non fanno altro che
giustificare errori e fallimenti.
James, spiegando meglio, aggiunge: «Fino a questo
momento si pensava che per agire fosse necessario
sentire. Oggi si sa che cominciando ad agire apparirà
anche il sentimento»63.
È proprio così: di solito si pensa che per fare
qualcosa abbiamo bisogno di una spinta interiore, di
essere motivati ad agire. In realtà le cose non stanno
così, anzi: è importante agire, anche senza
motivazione, comportarsi da subito in un modo da noi
desiderato perché di sicuro la motivazione segue a
ruota: «L’uccellino non canta perché è felice, ma è
felice perché canta», conclude James.
Anche se siamo di cattivo umore, se cominceremo
ad agire in modo felice ci sentiremo più felici, perché il
comportamento modifica il sentimento, e il sentimento
modifica il pensiero.
Quante volte ci capita di sentire promesse del tipo:
«Il giorno in cui mi sentirò così, farò...», ma non è
questa la strada giusta. Bisogna cominciare a fare, il
sentimento apparirà e le cose cambieranno, fuori e
dentro di noi.
L’intenzione senza azione è illusione. Osiamo fare,
e il potere ci sarà dato.
Nella Programmazione Neuro-Linguistica (PNL) si
dice che non ci sarà mai un cambiamento, se
l’acquisizione psichica non diventa un comportamento.
Lo psicoanalista Erich Fromm in un suo famoso
libro in cui tratta della realtà dei sogni, scrive: «Ciò che
pensiamo o sentiamo, subisce l’influenza di ciò che
facciamo»64.
Il “fare” è frutto di un processo che porta alla
formazione di un’immagine mentale: la
“visualizzazione”.
Noi pensiamo per immagini, così come sogniamo
per immagini.
Non si tratta di parole, né di frasi, ma di immagini
mentali.
Le parole sono simboli che ci permettono di
comunicare o di descrivere quelle immagini.
È questo il processo di raffigurazione che William
James ci esorta a controllare per essere liberi. Se si può
imparare a conservare queste immagini abbastanza a
lungo nella mente, senza permettere a nessuno di
indebolirle, allora sarà possibile trasformarle in realtà.
Ognuno di noi, allora, diventerà il responsabile
principale della sua stessa esistenza e di tutto ciò che si
manifesta nella sua vita. La vera libertà, infatti, si
accompagna sempre alla responsabilità, e senza la
responsabilità la libertà è solo libero arbitrio.

Una vicina di Nasreddin non gli è molto simpatica.


Un giorno Nasreddin bussa alla sua porta e dice:
«Vicina, potresti prestarmi una pentola?».
«Certamente», dice la donna, e gliela dà. Il giorno
dopo Nasreddin torna e le dice: «Ecco la tua pentola,
ed ecco anche quella più piccola che ti appartiene».
«Ti sbagli - dice la vicina -, la più piccola non è mia».
«Vedi - dice Nasreddin -, è accaduto che questa notte
la pentola più grande ha partorito una pentolina. Se
la madre ti appartiene, ti appartiene anche la
figlia».
La vicina si stupisce della stupidità di Nasreddin, ma
per avidità prende anche la pentola più piccola.
Qualche tempo dopo, Nasreddin si ripresenta con la
stessa richiesta. «Certamente, caro vicino - dice la
donna -. Questa volta ti presterò la pentola più
grande e più bella che ho».
Nasreddin la prende e se ne va. Passano due giorni,
ne passano quattro, e Nasreddin non la restituisce.
La vicina comincia a inquietarsi. Alla fine si decide e
bussa alla sua porta: «Caro vicino, hai dimenticato
di restituirmi la pentola». «Non l’ho dimenticato -
dice Nasreddin -, è che non sapevo come darti la
brutta notizia. La tua bella pentola è morta tra
atroci sofferenze». «Mi prendi per stupida? - urla la
vicina - Quando mai si è sentito di pentole che
muoiono?».
«Come? - ribatte Nasreddin - Hai creduto che le
pentole facessero figli, e adesso non credi che
possano morire?».

Nel lontano 1934, durante un seminario


psicoanalitico, anche Jung parlò dell’immaginazione:

Quando si dice che una cosa non è nient’altro che


immaginazione, in realtà si afferma qualcosa di ben
stupefacente, poiché, di tutte le cose che la nostra
immaginazione può essere, il nostro mondo è la
prima, purtroppo. Se la gente s’immagina che siate
l’arcinemico, allora vi uccideranno: di qualsiasi
pura e semplice immaginazione potesse trattarsi,
la conclusione è un cadavere. L’immaginazione, che
in apparenza non possedeva la benché minima
consistenza, ha avuto come proprio esito un
omicidio bello e buono. Bisognerebbe dire: «Bada,
questa è immaginazione!», proprio come quando si
dice: «Fa’ attenzione a prendere in mano quella
pistola! Ha un colpo in canna». Ogni
immaginazione, infatti, è una potenzialità. La sedia
sulla quale sono seduto e la casa in cui mi trovo
sono state un tempo l’immaginazione di un
costruttore, il quale dapprima ne ha fatto un
disegno e poi ha costruito l’edificio; se questo mi
crolla in testa, io ne sarò schiacciato. Non vi è nulla,
nel nostro mondo civilizzato, che non sia stato in
precedenza immaginazione. Le immaginazioni,
pertanto, sono realtà potenziali, proprio come un
revolver carico, un colpo che non è ancora partito,
ma basterebbe che un qualche pezzo d’asino
premesse il grilletto, e io mi ritroverei a terra
morto stecchito...
Nella vita, vedete, c’è un numero enorme di
situazioni in cui ciò che immaginate è molto più
importante della situazione in se stessa. Di solito il
mondo è quel che voi immaginate che sia, e non
sappiamo fino a che punto ciò sia vero: il nostro
mondo sarebbe molto diverso, magari, se ne
avessimo un’immagine diversa65.

L’immaginazione, però, può presentare anche


aspetti controversi.
Ricordo una madre che mi parlò di un problema
del figlio sedicenne. Dopo aver rivisto in TV il film
Casper, il ragazzo le aveva confidato che quando era
piccolo qualche volta di notte nella sua stanza appariva
un piccolo fantasma che gli faceva compagnia. Una
volta cresciuto, il fantasma non era più apparso, e
adesso avrebbe voluto sapere che cosa aveva
veramente visto.
La parapsicologia ha due possibilità per spiegare il
fenomeno delle apparizioni di fantasmi. La prima, è la
cosiddetta teoria “spiritica”, che considera i fantasmi
esseri che esistono di per sé, indipendentemente dalla
psiche umana. La seconda, è una teoria psicoanalitica
avanzata da Carl Jung, meglio conosciuta come “teoria
animistica”, la quale sostiene che le apparizioni di
fantasmi sono contenuti psichici proiettati verso
l’esterno e divenuti quindi visibili: in altre parole,
conflitti interiori proiettati fuori di noi sotto forma di
allucinazioni.
Allo psicologo interessa, in rapporto con
quest’ultima teoria, soprattutto sapere quando e
perché i contenuti psichici si manifestano in maniera
così impressionante. Per evitare malintesi, vale la pena
di sottolineare che le proiezioni non possono essere
prodotte, o interrotte, volontariamente. Esse
semplicemente “si producono”, ed è importante ed
essenziale riconoscerle come tali: in questo modo si è
vicini all’integrazione e alla consapevolezza.
In generale i contenuti psichici si manifestano
come proiezioni quando il contenuto proiettato non
può essere integrato, in quanto è ancora troppo
lontano dalla coscienza. Più ampie sono questa
lontananza e la necessit{ dell’integrazione, tanto più
vivido sarà il contenuto della proiezione, sia esso un
sogno (anche un sogno ad occhi aperti) sia esso
un’apparizione o più semplicemente un’allucinazione.
Quell’adolescente sicuramente deve aver
attraversato, nel l’infanzia, un periodo in cui aveva
diverse paure da cui sentiva il forte desiderio di
difendersi: la paura della solitudine, oppure del buio...
Queste paure avevano preso la “forma” di un fantasma
che era poi sparito, insieme alla scomparsa delle paure.
Diverso il caso delle cosiddette “infestazioni”.
Ci sono luoghi (case, castelli, giardini...) famosi per
la presenza di fantasmi.
Anche Carl Jung si imbatté in uno di questi casi, e
la sua tesi iniziale - in base alla quale i fantasmi
sarebbero esteriorizzazioni o proiezioni di complessi
psichici - vacillò: arrivò a dire che era un problema
misterioso e non interamente risolvibile dalla scienza,
e però aggiunse: «Se da un lato le nostre
argomentazioni critiche mettono in dubbio ogni
singolo caso [di apparizione di fantasmi], d’altro lato
non esiste un sol caso che possa provare la non
esistenza dei fantasmi»66.
Ma cos’era accaduto?
Nel 1920 Jung trascorse diversi finesettimana
nella casa che un amico aveva affittato da poco nella
campagna inglese. Di notte fu testimone di fenomeni di
infestazione che diventavano di volta in volta sempre
più violenti (colpi, cattivo odore, sussurri,
gocciolamento...). Questi fenomeni producevano in lui
una sorta di senso di paralisi e culminarono
nell’apparizione, o nell’allucinazione, di una mezza
testa femminile posata sul cuscino a circa 40 cm da lui.
L’occhio era ben aperto e lo fissava. La testa sparì
quando Jung accese una candela. Trascorse il resto
della notte seduto in poltrona. In seguito lui e il suo
amico vennero a sapere quello che in paese era noto a
tutti, cioè che la casa era “infestata” e veniva
abbandonata dopo brevissimo tempo da tutti gli
inquilini.
Jung anche quella volta si limitò a interpretare
singoli elementi della sua esperienza come
esteriorizzazioni di contenuti psichici dell’inconscio.
Rimase però per lui un enigma insoluto il fatto che i
fenomeni gli si fossero manifestati unicamente in una
determinata stanza, mentre durante il resto della
settimana, trascorso in città, a Londra, nonostante
svolgesse un’attivit{ stressante, aveva dormito
benissimo.
Si trattava di un’infestazione legata al luogo,
fenomeno per il quale fino ad oggi non è stata trovata
adeguata spiegazione scientifica. La casa fu abbattuta
poco dopo la visita di Jung.

Il re Tamerlano incarica Nasreddin di scoprire che


cosa sia l’esoterismo.
Nasreddin cerca, chiede, fruga e indaga, e dopo un
bel po’ torna a riferire.
«Allora? - chiede Tamerlano -, che cose
l’esoterismo?».
«Carota», risponde Nasreddin.
«Come?», chiede Tamerlano.
«Carota» - risponde Nasreddin -. Sull’esoterismo ho
scoperto solo questo: che è nascosto, e che ne
parlano gli asini».

Il re Tamerlano ordina a Nasreddin: «Dimostrami le


tue elevate facoltà spirituali, o ti faccio mettere a
morte».
Nasreddin prende un’aria ispirata e dice: «Vedo
angeli di tutti i colori attorniare giubilanti il trono di
Dio, la cui invisibile magnificenza illumina tutti i
mondi, e vedo tutte le genti di tutti i tempi che si
inchinano riverenti».
Tamerlano è sorpreso. «Ma come fai?», gli chiede.
«La paura è più che sufficiente», risponde Nasreddin.
Lo stato potenziale e la credenza
Avrete forse sentito parlare, nei talk-show
televisivi, di una particolare “potenza psichica” di cui
tutti, a nostra insaputa, saremmo portatori. Ma cosa
significa esattamente avere una “mente potente”?
Significa diverse cose, e non ci si meravigli troppo
se pare avere ripercussioni addirittura sul piano
puramente biologico e cellulare, come stanno
dimostrando le ricerche del californiano Institute of
HeartMath.
In uno di questi esperimenti, a un campione di
persone è stato chiesto di tenere in mano una provetta
contenente dna umano e al contempo di evocare nella
mente pensieri dolorosi. All’analisi genetica il dna
contenuto nella provetta è risultato letteralmente
danneggiato. Poi, si è proceduto come nella prima fase
dello studio, ma questa volta è stato chiesto al
campione coinvolto di pensare a qualcosa di bello e
gradevole. L’analisi genetica ha verificato che il dna
aveva subito una “guarigione”.
Sappiamo che le molecole del dna sono molecole
molto speciali a forma di spirale, presenti nelle cellule
di ogni essere umano, animale, pianta, batterio e virus.
Contengono informazioni sul nostro patrimonio
genetico, determinano il nostro aspetto e influenzano il
nostro stato di salute. Ogni persona ha un DNA unico e
questa è la ragione per cui abbiamo tutti un aspetto
diverso e siamo individui diversi.
L’Institute of HeartMath ha scoperto che la spirale
di cui è composto il dna umano non ha una struttura
rigida ma abbastanza flessibile, e che è influenzata dal
nostro stato emotivo.
Quando una persona è stressata, irritata,
arrabbiata, frustrata o spaventata, le spirali del suo
dna si contraggono e diventano più rigide, e alcuni dei
codici che permettono la comunicazione con le cellule
circostanti si spengono. Ma quando una persona è
rilassata e prova le emozioni opposte, come l’amore, la
gioia o la gratitudine, anche le spirali del dna si
rilassano, diventano più lunghe, “si lasciano andare” e
fanno partire di nuovo l’intero spettro di
comunicazione dentro la cellula.
Cosa significa questo?
Vuol dire che l’attivazione di determinate memorie
sembra danneggiare il dna, mentre l’attivazione di
memorie sane può letteralmente “guarirlo”.
A questi esperimenti hanno fatto seguito studi su
pazienti sieropositivi. Si è scoperto che sentimenti
positivi come l’amore, la gioia, la gratitudine
accrescono notevolmente la resistenza del paziente al
virus.

Ma tornando alla psicologia, vediamo come un


desiderio, insieme alla determinazione di realizzarlo,
produca uno stato energizzante o potenziante (gli
psicologi americani lo chiamano Power State).
Chiunque può sperimentarlo.

L’undicenne Angela abitava sulla costa atlantica


degli Stati Uniti ed era affetta da una malattia
debilitante del sistema nervoso che limitava i suoi
movimenti, fino a impedirle di camminare.
I medici non nutrivano molte speranze in una sua
ripresa. Prevedevano che avrebbe trascorso il resto
della vita su una sedia a rotelle. Dissero che a pochi,
o a nessuno, riusciva di tornare alla normalità dopo
avere contratto questa malattia. La ragazzina non si
lasciò scoraggiare. Lì, distesa sul suo letto
d’ospedale, annunciava a chiunque l’ascoltasse che
sicuramente un giorno sarebbe tornata a
camminare. Dopo un po’ fu trasferita sulla costa
occidentale, in un ospedale specializzato in
riabilitazione che si trovava nella baia di San
Francisco.
Furono utilizzate tutte le terapie applicabili al suo
caso. I medici erano affascinati dallo spirito
indomito di Angela. Le parlavano di
“visualizzazione”, le suggerivano di vedersi
camminare. Se non altro, questo le avrebbe dato
almeno la speranza e qualcosa di positivo da fare
nelle lunghe ore passate a letto. Angela ce la
metteva tutta nella fisioterapia, nell’idromassaggio
e nelle sedute di esercizi. Ma ce la metteva tutta
anche nella visualizzazione, immaginando con
convinzione di muoversi, muoversi, muoversi!
Un giorno, mentre con tutta la volontà immaginava
le sue gambe in movimento, sembrò avvenire un
miracolo: il letto si mosse! Cominciò a muoversi per
la stanza! Angela urlò: «Guardate cosa sto facendo!
Guardate! Guardate! Mi sono mossa, mi sono
mossa!».
Nello stesso momento tutti nell’ospedale urlavano e
corre vano, cercavano riparo.
La gente gridava, le attrezzature cadevano e i vetri
si rompevano.
Era uno dei terremoti che si verificano
frequentemente a San Francisco a causa della Faglia
di Sant Andrea, ma nessuno lo disse ad Angela,
perché la ragazzina era più che convinta di essere
stata lei a far tremare la terra. E pochi anni più
tardi è tornata a scuola, ma in piedi e sulle sue
gambe, senza stampelle e senza sedia a rotelle.

Per capire meglio la storia di Angela, occorre


considerare la realt{ della “credenza”.
In psicologia è ormai acquisito il concetto che ogni
convinzione, una volta stabilita, cerca di perpetuarsi.
D’altra parte, ogni nuova informazione, quando
penetra nella nostra mente, tende a sostituire
un’informazione vecchia collegata al medesimo
argomento. In tal modo, è l’ultima informazione ad
avere la tendenza a fissarsi.
Se siete neopatentati e tamponate una macchina
che vi precedeva e vi è rimasta la paura di guidare,
sarà la paura di andare in macchina a fissarsi. Se
invece, dopo aver tamponato, vi rimettete alla guida
anche se avete paura, quello che tenderà a permanere
sarà la capacità di guidare la macchina.
La visualizzazione è una risorsa fondamentale per
l’installazione delle esperienze nel sistema nervoso.
Quando una visualizzazione è ben fatta, il cervello non
si preoccupa di sapere se quella certa cosa è accaduta
veramente nel mondo fisico o solo in quello della
immaginazione, e una visualizzazione ben fatta
comporta l’instaurazione di una “credenza”.
Una volta ho letto un articolo che parlava proprio
di credenza a proposito di percezione e falsa
percezione.
Nella zona di Miami, in Florida, molte persone che
vanno in giro in barca bevono birra e, malgrado sia
proibito, gettano in mare le lattine vuote, in particolare
lattine della birra Budweiser, una delle marche
preferite negli USA, che ha una caratteristica banda
rossa al centro.
L’articolo riportava i risultati di un’indagine fatta
fra i subacquei, nella quale si chiedeva loro cosa
vedessero in fondo al mare. Oltre a descrivere i pesci
della regione, parlavano delle lattine di Budweiser e,
alla domanda su come identificassero le lattine,
rispondevano che era a causa della forma e della banda
rossa. Eppure, è risaputo che l’occhio umano è
incapace di visualizzare l’onda della luce rossa al di
sotto dei 45 metri di profondità. Se facessimo lo stesso
test a persone che non conosco no quella birra, non
riconoscerebbero il colore della lattina; ma quei sub,
che hanno nella loro memoria l’immagine della birra
Budweiser, riescono a “percepire” la banda rossa.
L’articolo terminava dicendo che con
quell’indagine fra i subacquei veniva dimostrata la
fondatezza psicologica dell’affermazione: «se non
credi, non vedi».
Un detto tipicamente occidentale afferma: «Ci
crederò quando lo vedrò», ma sarebbe opportuno
considerare l’idea di riformularlo in questi termini:
«Lo vedrò quando ci crederò». Al cervello umano
piacciono le immagini. Se aspetto di vedere per
credere, sarò sempre in ritardo rispetto a chi, invece,
grazie all’immaginazione ha creduto e quindi è riuscito
a vedere.
E c’è un’altra legge psicologica che merita di essere
sviscerata meglio, perché in essa si cela il segreto del
potere delle parole: «Ciò che io credo vero, è più vero
di ciò che è vero».
Le parole, specialmente quelle che evocano
immagini plastiche, sono talmente potenti che fanno
vivere vere e proprie esperienze. Per l’inconscio c’è
poca o nessuna differenza tra vivere un’esperienza
nella realtà o immaginarla (in modo dinamico ed
emotivo, con l’aiuto del linguaggio immaginifico ad
esempio): si soffre e si gode per come si immagina se
stessi e la realtà. Ma tutto questo è possibile solo
quando, grazie alla suggestione, la parola si fa carne.

Pensiamo a una seduta di ipnosi, in cui è possibile


indurre un particolare stato di coscienza e stimolare
idee creative attraverso un appropriato linguaggio
immaginifico e metaforico.
Il potere delle parole, o meglio il linguaggio
immaginifico utilizzato durante un trattamento
ipnotico, può essere compreso già durante la fase
iniziale di una singola seduta, quella dell’induzione.
Nella tecnica della suggestione ipnotica, infatti,
quest’ultima viene rafforzata da immagini che
trasportano il paziente, con il pensiero, in quelle
condizioni ambientali in cui normalmente egli è
abituato a percepire le sensazioni che si vuole
suscitare in lui.
Per ottenere, ad esempio, analgesia in una mano, si
suggerisce che il paziente abbia toccato a lungo con
quella stessa mano un pezzo di ghiaccio; per produrre
iperalgesia, si suggerisce che abbia toccato un oggetto
rovente; per fargli sentire caldo in un ambiente freddo
e costringerlo ad aprire le finestre della stanza, gli si
dice che, in questa, l’aria è irrespirabile per un eccessi
vo calore dei termosifoni. Si suscitano cioè riflessi
condizionati suggestivi, in cui all’ambiente
“condizionante” è sostituita l’immagine di esso.
E l’effetto è identico.
Una passeggiata al mare.
Si invita una persona seduta su una comoda
poltrona a immaginare due scene di una
passeggiata sul lungomare: una piacevole e una
disturbante.
Nella prima scena tutto è sereno e tranquillo:
nessuna nuvola, il sole sta per tramontare su un bel
cielo rosso-cremisi, qualche gabbiano svolazza
dolcemente, dei bambini giocano ancora sul
bagnasciuga, un leggero venticello tira su l’umore...
Nella seconda scena improvvisamente il cielo si
annuvola e oscura completamente il tramonto,
comincia ad alzarsi un vento antipatico che porta
sabbia negli occhi e arruffa i capelli, il mare inizia
ad agitarsi e a mugghiare, si alzano dei cavalloni, la
spiaggia si spopola di colpo e tutti scappano per
cercare riparo da una pioggia improvvisa...

Quali sono le sensazioni sperimentate?


Probabilmente la persona risponderà di aver
avuto prima una sensazione bella, sentendosi calma e
rilassata, e poi una sensazione brutta, di agitazione, in
cui il cuore ha iniziato a battere di colpo...
Come è possibile provare sensazioni fisiche di quel
tipo se non ci si è mai mossi materialmente dalla
poltrona?
Perché dentro di noi è nascosto un potere psichico,
una potenzialit{ interiore, la nostra “libert{ personale”.

Vi svegliate e guardate fuori dalla finestra.


Il cielo è nuvoloso e l’aria carica di umidit{: il vostro
morale ne risente.
Il primo impegno della giornata è un appuntamento
di lavoro. Conoscete già la persona che incontrerete
e provate un senso di pesantezza mentre pensate a
come si svolger{ l’incontro.
Poi pensate alla strada che dovrete percorrere e agli
imprevisti che potrebbero verificarsi lungo il
tragitto. Vorreste che fosse ancora domenica e vi
angustia il pensiero della settimana a venire.
Per strada vi trovate imbottigliati nel traffico e
iniziate a sentirvi tesi e irritabili. Sentite l agitazione
che cresce, mentre aspettate che il traffico ricominci
a scorrere.
Arrivate sul luogo dell’appuntamento appena in
tempo. L’incontro va esattamente come vi
aspettavate.
Poi raggiungete il vostro luogo di lavoro, dove vi
aspettano una valanga di messaggi, molti dei quali
urgenti. Iniziate a sentirvi stressati. Il telefono
squilla: come temevate, è quel collega che
regolarmente vi scarica addosso i suoi grattacapi.
La giornata prosegue così e la sera rientrate esausti
e con un gran cerchio alla testa.

Adesso considerate quest’altro scenario.

Vi svegliate e guardate fuori dalla finestra.


Il cielo è nuvoloso e l’aria carica d’umidit{: fortuna
che nel finesettimana c’è stato il sole; ora potete
concentrarvi sul lavoro.
Il primo impegno della giornata è un appuntamento
di lavoro. Conoscete già la persona che incontrerete
e decidete di prestare particolare attenzione,
affinché l’incontro vada esattamente come
desiderate. Le possibilità che si apriranno per voi vi
fanno già sentire su di giri. Poi pensate alla strada
che dovrete percorrere e a come intendete gestire gli
imprevisti che potrebbero capitarvi lungo il tragitto.
Inoltre pensate a come sfruttare al meglio il tempo
che impiegherete per giungere a destinazione.
Per strada vi trovate imbottigliati nel traffico: vi
rendete conto che non ci potete fare nulla, così
impiegate questo lasso di tempo per pensare ad
altro, come da programma. Pensate allo splendido
finesettimana che avete trascorso e a quanto questo
vi aiuti ad affrontare la giornata al meglio. Arrivate
sul luogo dell’appuntamento appena in tempo.
L incontro va esattamente come vi aspettavate. Anzi,
sembra proprio che riuscirete non soltanto a
realizzare gli obiettivi che vi eravate posti, ma anche
a cogliere altre occasioni presentatesi nel frattempo.
Poi raggiungete il vostro luogo di lavoro, dove vi
aspettano una valanga di messaggi. Decidete di
rispondere immediatamente a quelli più urgenti e di
ignorare tutto il resto, finché non avrete risolto le
questioni prioritarie. La cosa vi aiuta a concentrarvi.
Il telefono squilla. È quel collega che regolarmente vi
scarica addosso i suoi grattacapi: trovate buffo
come una persona possa concentrarsi così tanto
sugli aspetti negativi della vita. Ascoltate comunque
con empatia e di lì a qualche minuto il vostro collega
sembra farsi più ottimista. Vi sentite molto fortunati
a svolgere il vostro lavoro, circondati come siete da
persone che arricchiscono le vostre giornate,
rendendole più vivaci.
Alla sera rientrate a casa stanchi ma soddisfatti di
quel che avete fatto e pronti a godervi la serata.

Ai miei pazienti consiglio sempre di essere


flessibili sia a livello mentale che a livello
comportamentale, invitandoli a sfidare tutti gli assunti
per realizzare la propria libertà personale. Li aiuto a
fare tutto ciò utilizzando il potere delle parole.
Una tecnica psicoterapeutica che sfrutta a pieno il
potere delle parole è il Metamodello Linguistico della
PNL, che, da un lato, consente di specificare, indagare,
chiarire e ampliare informazioni sul modo di
interpretare la realtà da parte del paziente (la sua
mappa del mondo) e, dall’altro, serve soprattutto a
cambiare lo stato d’animo del paziente volgendolo al
positivo.
L’esperienza clinica mi dice che un terapeuta è
efficace quando propone tante parole sotto forma di
domande che cambiano le convinzioni limitanti del
paziente, convinzioni con cui egli tende solitamente a
generalizzare, cancellare e distorcere la realtà che vive.
Non si chiede, cioè, al paziente il “perché” delle
cose, ben sì “come” sono avvenute le cose, “come”
stanno avvenendo e “come” avverranno.
Chi l’ha detto? Secondo chi? Tutti? Tutti chi?
Sempre? Mai? Cosa intendi per...? Rispetto a chi?
Rispetto a cosa? Come? Cosa? Chi? Dove? Quando?
Quale? Quale esattamente? Quale di preciso? Quale in
particolare? Come fai a saperlo? Come fai a sapere
quando farlo? Cosa te lo fa pensare? Cosa ti impedisce
di farlo? Cosa succederebbe se ci riuscissi? Cosa
succederebbe se tu potessi? E se tu imparassi a fare
questa cosa come sarebbe la tua vita? Cosa saresti in
grado di fare che adesso non sei in grado di fare?

L'autoimmagine e come costruirla


Ora - consapevoli del potenziale personale che
genera in noi una vera e propria libertà interiore che ci
permette di gestire efficacemente la nostra
“autoimmagine”, ovvero di capire meglio come ci
sentiamo e come ci presentiamo agli altri -, vediamo
nel dettaglio come ci presentiamo agli altri e come ci
sentiamo noi stessi, cioè come ci immaginiamo.
Ciascuno di noi rappresenta un certo tipo e lo
esprime col modo di porsi: il tipo sorridente, il tipo
serio, quello che incute timore, quello allegro...
Abbiamo un’immagine ben precisa di noi stessi, e
ci rapportiamo a noi, agli altri e alle situazioni della
vita secondo tale immagine: se di noi abbiamo
l’immagine di perdenti, saremo, purtroppo, sempre
perdenti, anche se abbiamo tutte le opportunità del
mondo; se di noi abbiamo l’immagine di vincenti,
saremo sempre vincenti, qualsiasi difficoltà
incontreremo nel nostro cammino.
Tutti noi conosciamo persone che sono partite dal
niente, che non hanno ereditato nulla, e si sono fatte
strada lottando, lavorando e credendo nelle proprie
capacit{. Avevano in sé l’immagine di persone forti,
sicure, decise, entusiaste, felici, sane, oneste e amabili,
l’immagine di persone di valore, piene di creativit{ e di
coraggio, che certamente volevano realizzarsi.
L’autoimmagine è la più grande conquista della
psicologia moderna. È interessante sapere che per
primo se n’è occupato un chirurgo estetico, Maxwell
Maltz, il quale, in un suo libro che è stato un best-seller
per anni, tratta in maniera esauriente tutto ciò che
riguarda la realizzazione personale e soprattutto il
tema dell’autoimmagine67.
Chi ha di sé un’immagine inadeguata, magari
perché quando era piccolo si è sentito dire: «Sei un
bambino cattivo», continua a sentirsi cattivo e realizza
in sé il bisogno di punirsi, di obbedire a questo ordine
quasi ipnotico. Si autopunisce ammalandosi, o facendo
sempre scelte sbagliate o facendo male tutto ciò che fa.
Lo psicologo brasiliano Lair Ribeiro aggiunge che
l’autostima è fondamentale nella vita:

Se voi non vi piacete, come potrete piacere agli


altri? È inutile che vi coprite d’oro o indossate
vestiti firmati se la vostra autostima è bassa. In una
ricerca realizzata negli Stati Uniti con bambini fra i
3 e 4 anni d’et{, è stato sistemato un microfono
dietro l’orecchio dei piccini per registrare tutto
quello che udivano nell’arco delle 24 ore. A partire
dai dati così ottenuti i ricercatori hanno concluso
che un bambino, da quando nasce fino a 8 anni,
riceve approssimativamente 100 mila no! Non fare
questo! Non fare quello! Non mettere le mani lì! No,
no e no! I ricercatori hanno concluso anche che un
bambino riceve nove rimproveri per ogni
complimento68.

Cosa succede nel nostro cervello di fronte a tante


negazioni?
Esso crea delle limitazioni, affinché possiamo
essere accettati dai nostri genitori e dalle altre
persone. E la genialità di un bambino poco a poco
svanisce. Questo fatto si perpetua di generazione in
generazione e l’umanit{ non si sviluppa quanto
potrebbe.
Dobbiamo quindi fare molta attenzione alle
inibizioni che ci poniamo da soli in ogni campo. Se
siamo stati rimproverati, puniti, buttati fuori di casa o
di scuola, bocciati..., diamoci da fare: ci attende un
grande lavoro se vogliamo riconquistare la fiducia in
noi stessi.
Ma a parte la psicoterapia, che è cura attraverso
l’uso potente delle parole, in generale sono le parole di
tutti i giorni ad avere un grande potere intrinseco. Ce
ne rendiamo conto quando le cose vanno male. Vi sarà
di certo capitato di dire a voi stessi, in un momento di
scoraggiamento: perché non me ne va bene una?
perché non riesco a ottenere ciò che voglio?
Questo processo mentale è denominato AIN, cioè
auto-ipnosi negativa, e consiste in asserzioni negative
e immagini mentali disfattiste che interferiscono con il
nostro umore, la nostra motivazione e il nostro
comportamento.
Lo scrittore americano Richard Bach nel suo libro
Illusioni ripete spesso: «Se parlate dei vostri limiti,
sicuramente diverranno tali».
Tutte le volte, quindi, in cui ci accorgiamo che la
nostra mente rimane fissata su comportamenti,
atteggiamenti, credenze, paure, reazioni, schemi,
impulsi, mete, pensieri e affetti dei quali non siamo più
soddisfatti, è salutare impegnarci a “rieducarla”.
Per farlo, la via maestra consiste nel riconoscere
l’impatto che le parole che usiamo hanno su di noi:
spesso usiamo parole che contribuiscono a mantenere
vivo nella nostra mente un passato pieno di sensi di
colpa e un futuro denso di paure. Come risultato, le
nostre tendenze conflittuali non possono che uscirne
rafforzate.
Più ci rendiamo conto che l’uso di queste parole
interferisce con la nostra serenità mentale e più facile
sarà eliminarle dai nostri pensieri e dalle nostre
immagini. Ogni volta che si usa una di queste parole,
può essere d’aiuto visualizzarsi mentre la si mette
dentro un sacco e poi la si sotterra. Se ci si accorge che
si continua a usare una di queste parole, è bene
limitarsi a notare che è un semplice errore da
correggere e scegliere di non sentirsi in colpa per il
fatto che si è sbagliato.
Ecco un elenco indicativo di parole da utilizzare
con parsimonia e riluttanza nella nostra
comunicazione quotidiana: impossibile, non posso,
tenterò, proverò, limitazione, se soltanto, ma, difficile, bè
speriamo, devo, però, dovrei, forse, farò, dubbio, chissà
se...
A queste parole, come è facile notare, fa difetto la
sicurezza, la certezza, la fede, l’ottimismo. Sono parole
che costruiscono, come mattoni, il nostro dialogo
interiore negativo, il muro invalicabile di quelle
condizioni di cui ci lamentiamo.
Come disse il saggio orientale Lao Tze: «Siete
prigionieri della rete delle vostre parole».
E di questa rete di parole era più che consapevole
Carl Jung quando nel suo diario segreto, il Libro Rosso,
il 18 gennaio 1914 scriveva:

Si tratta di una ragnatela di parole? Se è così, allora


una ragnatela di parole è l’inferno per chi vi resta
impigliato. Esistono infernali ragnatele di parole,
mere parole, ma che cosa sono le parole? Sii cauto
con le parole, sceglile bene, prendi parole sicure,
parole prive di appigli, non tesserle l’una all’altra,
affinché non ne nasca una ragnatela, perché tu
saresti il primo a restarvi impigliato. Infatti le
parole non sono semplici parole, ma hanno
significati per i quali sono impiegate. Attraggono
significati come ombre demoniache. Con le parole
trasporti in alto il mondo infero. Poiché le parole
implicano dei significati. Con le parole sollevi il
mondo infero. La parola è quel che vi è di più futile
e di più potente. Nella parola confluiscono il vuoto
e il pieno. La parola è perciò un’immagine di Dio.
La parola è quanto di più grande e di più piccolo
l’uomo abbia creato, proprio come ciò che opera in
modo creativo attraverso l’uomo è esso stesso
quanto di più grande e di più piccolo69.

Per abbattere questo muro invalicabile o strappare


questa ragnatela, iniziamo a sostituire la frase: «Se solo
avessi fatto...» con: «La prossima volta farò...».
Impariamo a sostituire la parola “problema” con
“opportunit{”.
Concretamente bisogna fare attenzione alle parole
che pronunciamo, ma soprattutto a certe nostre
espressioni abituali come «faccio fatica a...» oppure
«non riesco a...». Il semplice fatto di ripetere spesso
«faccio fatica a...» finisce per crearci affaticamento, e
ripetere spesso «non riesco a...» finisce per generare
situazioni di insuccesso.
Dopodiché, annulliamo queste espressioni
preconfezionate dicendo «l’annullo» e sostituiamole
con altre espressioni più efficaci.
Per esempio, anziché dire «faccio fatica» oppure
«non riesco» è più utile dire «mi risulta un po’ meno
facile» oppure «mi è sempre più facile», a seconda
della situazione. Oppure, se mi dico «sono una nullità»
mi fermo, annullo questa espressione e mi correggo
dicendo «posso migliorare». O ancora, se mi dico «non
ne uscirò mai», subito l’annullo e la sostituisco con
«non so come, ma ne uscirò», ecc.
Ciò che importa è l’immagine formata dalla parola
che uso: quando la parola o l’espressione nuova,
favorevole, diventa abitudine, è necessario lasciarla
diventare automatica.
Inoltre è conveniente prendere l’abitudine di usare
espressioni del tipo: magnifico, straordinario,
fantastico, sono sempre più in forma, vado sempre
meglio..., invece di: che inferno, spaventoso, sono una
schiappa...
Formule come «sempre più» e «sempre meglio»
sono favorevoli, e ci aiutano a credere in quello che
diciamo, oltre che influenzare il nostro inconscio.
Gi{ all’inizio del XX secolo un geniale
psicoterapeuta francese, Emile Couè, era convinto che
non si tratta di volere la guarigione, ma di
immaginarla, perché, ripeteva spesso, è sempre
l’immaginazione che vince sulla volont{, senza alcuna
eccezione.
La tecnica semplice ma efficace del cosiddetto
“metodo Couè”, che chiunque può applicare su se
stesso, consiste nel ripetere per venti volte la seguente
frase:

Ogni giorno che passa,


da tutti i punti di vista,
io vado di bene in meglio70.

E farlo tutte le mattine, al risveglio, prima di


alzarsi, e tutte le sere, appena ci si è messi a letto, con
gli occhi chiusi, senza sforzarsi di concentrare la
propria attenzione su ciò che si sta per dire, muovendo
appena le labbra, ma in tono leggermente alto da poter
sentire la propria voce, contando meccanicamente i
venti nodi di una cordicella.

Ora sappiamo dunque, e questo dato è assai


consolante, che possiamo ricostruire la nostra
personalità, rimetterci in piedi, ricominciare a vivere
positivamente, diventare forti, sicuri e coraggiosi.
Basta volerlo, accettarlo, desiderarlo, basta
imparare a decidere di prendere in mano la nostra vita,
decidere di essere noi a guidarla e smettere di sentirci
travolti dalle situazioni della vita.
E con i nostri figli, i nostri allievi, gli amici e le
persone che amiamo, ricordiamoci che la pacca sulla
spalla, il «dai che ce la fai!» o l’amorevole elogio sono il
più gran dono che possiamo fare.
Un buon genitore è tale quando trasmette con
orgoglio ai propri figli quella fiducia e quell’amore
assoluto che sono assai migliori di qualsiasi altra
forma di ricchezza, perché questi incitamenti li
seguiranno in tutto il corso della loro vita, aiutandoli a
realizzarsi totalmente. Un buon insegnante è tale
quando crede nelle possibilità dei suoi allievi e punta a
sviluppare in loro un elevato sentimento di autostima,
facendo scrivere nelle pareti della sua classe, sotto le
foto di uomini e donne illustri: «Si isti et istae, cur non
ego?» (Se questi e queste, perché non io?).
E già! Quante volte ci siamo detti: «Se gli altri ce la
fanno a fare certe cose, perché non posso farcela
anch’io?», e questo vale soprattutto per il superamento
delle cattive abitudini, come ad esempio quelle del
fumo o del sovrappeso.
Una volta un paziente tabagista che trattavo con
l’ipnosi mi disse candidamente che, dopo diversi e
passati tentativi infruttuosi, aveva raggiunto qualche
risultato e ne era più che contento, ma gli restava il
timore che non avrebbe smesso definitivamente di
fumare, e chiedeva un ulteriore suggerimento
terapeutico.
Intanto mi complimentai con lui per i risultati che
era riuscito a ottenere e soprattutto per la tenacia, poi
lo invitai sotto ipnosi senza trance ad ascoltare
attentamente due fatti accaduti realmente.
Il primo riguardava un’accanita fumatrice che
aveva provato a smettere in mille modi senza alcun
risultato. Un giorno, forse per gioco, iniziò a dire in
giro di aver smesso. Tutti allora si congratulavano con
lei: «Che brava!», «Oh, che carattere!»... Così la donna
cominciò a vergognarsi di essere vista in giro con la
sigaretta tra le dita e smise veramente!
Il secondo riguardava lo psicoanalista e neurologo
William Dement, un pioniere nelle indagini sul sonno
REM, il quale una volta fece un sogno guaritore,

Qualche anno fa ero un gran fumatore di sigarette:


fino a due pacchetti al giorno. Poi una notte feci un
sogno straordinariamente intenso e realistico in
cui avevo un cancro non operabile al polmone.
Ricordo come fosse ieri che guardavo l’ombra
sinistra sulla mia lastra e mi rendevo conto che
l’intero polmone destro aveva infiltrazioni. In un
successivo esame, un mio collega scopriva estese
metastasi nei miei noduli linfatici: era tutto molto
reale e drammatico. Infine provai un’incredibile
angoscia quando venni a sapere che la mia vita era
alla fine, che non avrei mai visto crescere i miei
figli, e invece nulla mi sarebbe mai accaduto se
avessi smesso di fumare non appena avevo saputo
del suo potenziale cancerogeno. Non dimenticherò
mai la sorpresa, la gioia e il meraviglioso sollievo
che provai al risveglio. Mi sentii rinascere. È inutile
dire che questa esperienza bastò a farmi smettere
l’abitudine del fumo all’istante. Il sogno aveva
anticipato il problema, e lo aveva risolto in modo
straordinario, come solo i sogni possono fare71.

Ricordo una paziente che dopo il secondo figlio era


ingrassata. Pur volendo dimagrire, i risultati erano
scarsi, ma ciò che la preoccupava di più era che quel
problema stava mettendo in crisi il suo matrimonio.
Una primissima e semplice strategia psicologica
che mi sentii di consigliarle per un’alimentazione
“naturalmente magra” fu l’autoipnosi. La invitai a
concentrarsi su un’immagine: quanto sarebbe stato
pieno lo stomaco al seguente boccone di cibo, anziché
quanto sarebbe stata sazia dopo aver mangiato troppo.
Si tratta ovviamente di un passaggio da
un’esperienza passata a una futura, o meglio da
un’esperienza di sensazioni a cui la paziente prestava
attenzione a un’altra esperienza: adesso non badava
più al gusto del cibo, che per molti è la causa della
sovralimentazione, ma alla sensazione di pienezza,
segnale attendibile per smettere di mangiare.
Se la paziente avesse considerato il digiuno come
un negarsi il piacere del cibo o una punizione per aver
mangiato troppo in passato, questo tipo di
concettualizzazione avrebbe aggiunto sgradevolezza
alle già sgradevoli sensazioni della fame e avrebbe reso
assai più difficile la perdita di peso. Tuttavia, le
sensazioni di fame possono essere concettualizzate
anche in molti altri modi che facilitano il
dimagrimento. Usare le concettualizzazioni piacevoli
rende molto più facile continuare a perdere peso.
Il problema del soprappeso rischiava di minare il
rapporto matrimoniale della mia paziente. Parlai,
allora, con lei di un’amplissima indagine interculturale
sulle caratteristiche del partner ideale: la stragrande
maggioranza degli intervistati aveva indicato la bontà,
l’intelligenza e la comprensione (in antitesi con la bella
presenza fisica, il denaro e le altre cose che quasi tutti
cercano di procurarsi per rendersi attraenti). I
seminari, i libri e le attività che promettono il
conseguimento della ricchezza, della bellezza e perfino
dell’intelligenza sono all’ordine del giorno, ma
raramente vengono pubblicizzati seminari o libri che
insegnano a diventare più buoni e comprensivi! Se
abbiamo una marea di corsi per imparare a fare soldi e
a diventare più avvenenti, ma pochissimi per imparare
la bontà e la tolleranza, vuol dire che molte persone
non riescono a capire cosa le renderà davvero felici.

Già 2500 anni fa Buddha diceva: «Quel che siamo


oggi deriva dai nostri pensieri di ieri, e i nostri pensieri
di oggi edificano la nostra vita di domani. La nostra
vita è una creazione della nostra mente»
(Dhammapada, verso I).
Bisogna cioè dare vita alle proprie immagini,
perché esse sono il futuro che aspetta di vedere la luce,
ovviamente senza cedere al timore della stranezza che
possiamo sentire, lasciando invece che il futuro penetri
dentro di noi molto prima di quanto accada.
In terapia si usa (di solito durante la prima seduta,
ma anche in quelle successive) un intervento-chiave
che mira a identificare soluzioni già in corso, le risorse,
e a chiarire gli obiettivi del paziente in termini
realistici. È la “domanda del miracolo”, una domanda
orientata al futuro che tenta di aiutare il paziente a
descrivere il più chiaramente e dettagliatamente
possibile come sarà la sua vita quando avrà risolto il
problema o sarà riuscito a gestirlo meglio.
La “domanda del miracolo”, ideata nel 1988 da
Steve de Shazer, segue una formula standard:

Immagini che una notte, mentre dorme, accada un


miracolo e il problema di cui abbiamo parlato scompaia.
Poiché stava dormendo non si è accorto di nulla; però, una
volta sveglio, da che cosa si accorgerebbe che tutto è
cambiato?72.

Questa domanda è simile alla domanda


fondamentale dello psicoanalista Alfred Adler che già
dal 1925 chiedeva ai suoi pazienti: «Che cosa
cambierebbe nella sua vita se all’istante, per magia,
scomparissero tutti i suoi problemi?», ed è anche
simile alla tecnica della “palla di cristallo” creata negli
anni ’40 del secolo scorso da Milton Erickson, nella
quale il paziente è invitato a immaginare il proprio
futuro e quindi a spiegare come sia potuto accadere.
Erickson usava, inoltre, una tecnica con cui si
invitano i pazienti a pensare a un ipotetico giorno
dell’anno in cui le cose miglioreranno, andando poi a
ritroso per scorgere ciò che è ac caduto nei diversi
momenti di questo tragitto inverso.
La “domanda del miracolo” dovrebbe essere
presentata con calma, rispettando delle pause
all’interno del dialogo per consentire al paziente di
entrare nello spirito della domanda e aiutarlo a
chiarire i suoi obiettivi e i mezzi necessari per
raggiungerli. Può inoltre mettere in evidenza possibili
soluzioni e risorse, creando un clima di cambiamento
attraverso l’uso dell’immaginazione.

L’immaginazione ipnotica o autoipnotica è


utilissima nelle disfunzioni fisiche spesso generate da
ciò che si definisce “stress da lavoro”.
Tutti, prima o poi, attraversiamo un periodo in cui
viviamo il lavoro in modo molto stressante: non
riusciamo a staccare la spina, e addirittura ci
ritroviamo a portare in casa i pensieri e le
preoccupazioni del lavoro. Lo stress da lavoro è
diventato un problema di enorme importanza nel
mondo moderno.
Consiglio sempre di non lavorare con lo stress
perché, come sappiamo, si ottengono risultati
lavorativi migliori senza. Credo che la soluzione
ottimale non sia tanto quella di imparare a tirarsi fuori
dallo stress, ma di imparare a evitarlo del tutto.
Il guaio è che si pensa troppo e si pensa troppo
spesso, per cui il segreto per evitare lo stress è
imparare a pensare a se stessi come a persone
rilassate che affrontano le situazioni senza battere
ciglio; imparare a ridere delle situazioni come i comici
o i personaggi dei cartoni animati, in modo da rendere
tutto ciò che ci stressa il più divertente possibile;
imparare a vedere le situazioni da diversi punti di
vista, così da capire che non sono tanto importanti
quanto possono sembrare. Allora, sarà più facile
pensare di meno e fare di più, ci si sorprenderà a
organizzare le giornate più efficacemente e a vivere di
più nel presente.
Una volta, una collega psicoterapeuta mi ha
raccontato una sua esperienza personale.

Ho assunto un falegname perché mi aiutasse a


restaurare una vecchia casa in campagna. Al termine della
prima, dura giornata di lavoro, che aveva iniziato con un ora
di ritardo a causa di una gomma a terra, la sua motosega
aveva smesso di funzionare e il suo vecchio furgoncino si
rifiutava di mettersi in moto,
Mentre lo riaccompagnavo a casa, lui sedeva avvolto in
un gelido silenzio. Arrivati da lui, mi invitò ad entrare per
conoscere la sua famiglia. Mentre ci avvicinavamo alla porta
d’ingresso, fece una breve pausa presso un alberello,
toccandone i rami con entrambe le mani.
Quando aprì la porta, il falegname ebbe una
trasformazione che aveva dell’incredibile: il suo viso
abbronzato venne illuminato da un sorriso raggiante, mentre
abbracciava i suoi due figli e baciava la moglie.
Più tardi, mentre mi riaccompagnava alla macchina,
passammo nuovamente di fianco all’alberello e la mia
curiosità ebbe il sopravvento: gli chiesi di spiegarmi che cosa
stesse facendo prima.
«Oh, è il mio albero dei pensieri - rispose -. So di non
poter evitare di avere guai al lavoro, ma una cosa è certa:
quei pensieri non appartengono alla mia casa, dove vivono
mia moglie e i miei figli, così li appendo qui, a questo ramo,
ogni sera al mio rientro. Poi, la mattina, me li riprendo. La
cosa buffa - sorrise - è che quando al mattino vengo a
riprendermi i miei pensieri, ce ne sono molti meno di quanti
ne ho appesi la sera precedente».

La gratitudine e come coltivarla


Diceva il poeta inglese William Blake: «La
gratitudine è il paradiso», e non aveva torto, perché chi
è immerso nel sentimento della gratitudine sente ogni
cellula del proprio essere dire “grazie”, e anziché
recriminare e protestare si diventa un tutt’uno con ciò
che è dato.
Si è colpiti dall’intensit{ emotiva della gratitudine,
dalla bellezza di questo sentimento. Ma il sentimento è
solo l’aspetto più visibile della gratitudine. In realt{
essa è, prima di tutto, un’operazione della mente:
consiste nel riconoscere il valore di ciò che la vita ci
offre. Ciò che prima non aveva valore adesso ce l’ha e
le emozioni sono libere di esprimersi.
Spesso trasciniamo la vita ignorando ciò che di
bello essa presenta, vivendo all’insegna dell’evidenza
nascosta.

Nasreddin è noto per fare del contrabbando. Ogni


volta attraversa la frontiera con una fila di muli
carichi di paglia.
Le guardie sanno che contrabbanda qualcosa, e ogni
volta frugano la paglia in tutti i modi possibili: la
bucano con i pugnali', la voltano e la rivoltano, la
spargono per terra, le danno fuoco. Niente: solo
paglia. Non possono arrestarlo, e Nasreddin si
arricchisce con il suo traffico.
Anni dopo, quando sono ormai vecchi e si sono
ritirati dalle rispettive attività, il capo delle guardie
dice a Nasreddin: «Adesso puoi dirmi finalmente che
cosa contrabbandavi». «Asini», risponde Nasreddin.

Anche noi supereremo la nostra evidenza


nascosta, se riconosceremo il valore di ciò che
abbiamo, e allora ci sentiremo ricchi e fortunati. Se non
lo riconosceremo, ci sentiremo, invece, poveri e
infelici.
Non è raro sentire che non ce ne va bene una. Lo
scontento ci rode, il brontolio è il rumore di fondo che
accompagna le nostre giornate. Secondo alcuni
psicologi, la depressione si sviluppa non per ciò che
accade, ma per ciò che diciamo a noi stessi giorno dopo
giorno, nel nostro monologo interiore. Se critichiamo
di continuo noi stessi e gli altri, o non facciamo che
trovare ciò che va male e ci commiseriamo, non
possiamo poi pretendere di essere allegri.
La capacità di discernere il valore anche in
situazioni umili è essenziale per essere felici. Ci sono
persone che sembrano aver avuto tutto dalla vita, ma
che sono scontente perché non vedono la bellezza di
ciò che hanno e si concentrano su ciò che vorrebbero o
sulla propria insoddisfazione.
Invece altri, magari meno fortunati, apprezzano le
cose semplici - un sorriso, una bella giornata, la
salute... - che molti danno per scontate. I loro occhi
sono aperti al valore di ciò che vedono. La situazione in
cui vogliono essere è proprio quella in cui sono. In quel
momento, invece di essere divisi fra ciò che sono e ciò
che vogliono, sono lì tutti interi a vivere uno stato di
unità interiore. E questo li fa stare bene.
La possibilità di essere grati ci è aperta in ogni
momento della nostra vita, però spesso perdiamo
questa opportunità, e ciò accade perché per essere
grati bisogna essere senza difese. Bisogna rinunciare a
ogni forma di orgoglio, riconoscendo che la nostra
felicità dipende da qualcun altro. E a molti questo non
fa per nulla piacere.
Ho avuto un paziente che non era capace di
ricevere regali: ogni volta che qualcuno gli regalava
qualcosa, una penna o una cravatta per esempio, lui la
dimenticava, come se non volesse riconoscere di
essere debitore. Così, però, non soltanto non poteva
apprezzare la penna o la cravatta, ma neanche riusciva
ad aprirsi a un’altra persona.
La gratitudine fa in modo che gli altri ci conoscano
per quello che siamo: quando siamo grati le nostre
difese cadono e ci mostriamo per quello che siamo. La
gratitudine è per definizione antieroica.
Non dipende da quanto sono bravo o forte o
speciale. È anzi basata sulla mia mancanza e sulla mia
capacità di ricevere aiuto. Se non nascondo a me stesso
quanto sono vulnerabile e incompleto, allora posso
ricevere il beneficio che la vita mi offre, ed essere
grato. Il sollievo che la gratitudine può dare deriva
proprio da questo: mi rendo conto che da solo non
posso farcela; non devo più sforzarmi di essere un
superuomo o una superdonna, ma va bene così com’è.
Insomma, più gratitudine proviamo per le persone
o per le cose che fanno parte della nostra vita,
maggiore è il benessere che sentiamo.
Martin Seligman, psicologo dell’Universit{ di
Philadelfia, fondatore del Movimento per la Psicologia
Positiva, in una sua ricerca psicologica chiese a un
gruppo di suoi studenti di svolgere un compito molto
singolare. Si trattava di una “serata della gratitudine”
nella quale ciascuno invitava una persona che voleva
ringraziare, davanti a tutti gli altri, per ciò che aveva
fatto per lui o per lei. Mediamente, tutti coloro che vi
partecipavano rimanevano di buon umore e ottimisti
per giorni o settimane73. Ma in cosa consiste
espressamente la gratitudine ottimista?

Un uomo aveva due figli gemelli non ancora


adolescenti.
Il primo era un inguaribile ottimista e il secondo un
pessimista cronico.
In occasione di un Natale il padre ideò un piano per
bilanciare la situazione e, mentre i ragazzi
dormivano, si infilò nelle loro stanze per deporre i
doni che aveva scelto per loro con grande cura.
Riempì la stanza del figlio pessimista con i giocattoli
più belli e costosi che avesse trovato, mentre nella
stanza del figlio ottimista lasciò un carico di letame
di cavallo.
Il mattino seguente, si avvicinò trepidante alla
stanza del figlio pessimista, ma lo trovò che
giochicchiava con i suoi nuovi balocchi senza alcun
entusiasmo, lamentando il fatto che si sarebbero
rotti, o che avrebbero presto esaurito la carica,
quindi tanto valeva non cominciare neanche a
giocarci. Alquanto deluso, il padre entrò nella
camera del figlio più ottimista, certo che almeno lui
avrebbe imparato la lezione e ridimensionato
quell'eccessiva positivit{, circondato com’era dallo
sterco di cavallo. Invece, trovò il ragazzo immerso
nel letame fino al ginocchio, che fischiettava felice
mentre si faceva largo con una pala. Accortosi del
padre, il ragazzo guardò verso di lui e al colmo della
felicità esclamò: «Ehi, papà, guarda quanta cacca...
ci dev’essere per forza un pony!».

Ma bisogna essere sempre ottimisti e grati per


tutto ciò che ci circonda?
Devo essere grato al vicino di casa molto
rumoroso, o al figlio che viene bocciato a scuola, o al
vigile che mi ha appena fatto una multa...? E come la
mettiamo con i mali del mondo con i quali conviviamo
(magari a distanza, se siamo fortunati), così terribili da
non abbandonarci mai: i bambini violentati, i
prigionieri politici torturati, le guerre senza fine, la
fame e la sete, tutte le infamie e le infelicità che
abbondano nel nostro pianeta?
Come la mettiamo allora con la gratitudine
ottimista?
Non è forse uno sport superficiale ed egoista che
ignora tutto ciò che accade realmente intorno a noi?
In realtà, la gratitudine non significa godersi i
propri piaceri dimenticando tutti gli altri.
La gratitudine vera nasce solo dove c’è la coscienza
del male, dove c’è compassione e partecipazione.
Altrimenti non è gratitudine, ma consumismo.
Strano ma vero: se ogni cosa va sempre per il
verso giusto, finiamo col dare per scontato ciò che c’è
di bello, e non apprezziamo più, come potremmo, i
regali che la vita ci fa. Diventiamo come bambini viziati
che hanno ricevuto tanti regali e si annoiano. Mentre
spesso sono proprio i drammi della vita ad aprirci alla
gratitudine.
Ecco il paradosso: guarire da una malattia ci fa
apprezzare la salute, fare pace dopo un litigio con un
amico ce lo fa apprezzare di più, sentirsi vicini alla
morte ci fa amare la vita. Diciamolo a bassa voce e non
auguriamolo a nessuno, ma sembra che gli scossoni a
volte ci facciano bene.
Il passo successivo è capire “come essere grati”,
come imparare a vivere il sentimento della gratitudine,
e possibilmente sempre.
Intanto diciamo subito che il sentimento della
gratitudine si dimentica con facilità, però è altrettanto
facile da evocare. Proviamo a pensare a tutte le
persone della nostra vita a cui possiamo essere grati.
La difficoltà sta nel fatto che le persone per cui
sentiamo gratitudine spesso sono le stesse verso cui
proviamo risentimento, per esempio i genitori, perché
magari ce ne hanno fatte di tutti i colori. Il
risentimento di solito occulta la gratitudine, ma
l’abilit{ consiste nel mettere fra parentesi rancori,
rimproveri, ripicche, per quanto grandi, e concentrarsi,
per quanto minuscoli possano essere, sui benefici.
Dunque pensiamo alle persone della nostra vita a
cui siamo grati.
Possiamo cominciare con quelle che ci hanno fatto
un favore disinteressato. Basta cominciare così, e ce
n’è d’avanzo. Perché nella vita di tutti noi ci sono molte
più persone che ci hanno fatto del bene di quanto non
crediamo, e magari non ce ne siamo accorti, che ci
hanno dato la vita, che si sono prese cura di noi: i
maestri che hanno creduto in noi o che ci hanno
semplicemente insegnato a leggere e scrivere; gli amici
che ci hanno voluto bene e sono interessati a noi per
ciò che siamo, senza volerci cambiare; gli amori, pochi
o tanti, che hanno trovato in noi la pienezza del piacere
e della felicità (poi magari le cose si sono complicate,
ma quei momenti ci sono stati). E poi ci sono tutti
coloro che hanno fatto qualcosa di buono o di utile: il
postino che ci porta le lettere ogni giorno o il tassista
che con le sue battute ci tira su di morale.
Se ci fermiamo a riflettere, troveremo molto più di
quanto non avremmo creduto in un primo momento.
Perché la vita è fatta di piccoli e grandi favori, di
solidarietà e gentilezze. Non solo di sgarbi e
prepotenze.
Certo, ognuno di noi porta in sé le ferite di mille
ingiustizie e offese, lo sappiamo bene. Ciò che è più
facile dimenticare, perché è fin troppo ovvio, è che,
anche per coloro che si reputano più sfortunati e soli,
la vita è intrecciata con quella di tutti gli altri, e non
potrebbe esistere senza il sostegno altrui.
Se penso alle persone della mia vita a cui posso
essere grato, a poco a poco mi accorgo che tutto ciò che
ho (beni, capacità, tratti del carattere, idee...) mi viene
dagli altri. Oppure, se è proprio mio, è stato attivato
dalla loro presenza. Dai genitori ho avuto il sostegno e
la sicurezza dell’affetto; i maestri mi hanno dato
strumenti essenziali per il lavoro, idee, ispirazione; gli
amici mi hanno fatto sentire bene con me stesso;
alcuni colleghi mi hanno insegnato i trucchi del
mestiere; altre persone mi hanno aperto a mondi e a
individui di cui non sospettavo neppure l’esistenza, e
altre ancora mi hanno insegnato l’importanza di
occuparsi del prossimo.
Allora, come mi sento? Aiuto, il mio orgoglio è
umiliato, la mia autosufficienza è minacciata, mi sento
in debito con tutti! No, niente di tutto questo: cambia
solo la mia idea di ciò che io sono, di ciò che tutti noi
siamo.
Siamo stati educati a pensare che siamo individui
con confini ben delimitati, che occorre rimboccarsi le
maniche e darsi da fare per migliorare se stessi e
produrre qualcosa di utile. Vediamo noi stessi come
palle da biliardo: individui a sé stanti circondati da
altri individui. Ma è un’immagine fallace: siamo più
simili a cellule, dotate di membrane permeabili, che
vivono di scambi continui e dipendono dalle altre
cellule per vivere.
La gratitudine è una visione realistica di ciò che
siamo, una prospettiva in cui non c’è più debito o
credito, e lo scambio è continuo e costituisce ciò che
siamo e come viviamo. Noi siamo gli altri e gli altri
sono noi.
Se cominciamo a ragionare in questo modo, ci
sentiamo molto più rilassati. La gratitudine non è più
un avvenimento eccezionale, ma un sentimento di
base. E mentre la mancanza di gratitudine è freddezza,
chiusura, distanza, la gratitudine è calore, apertura,
intimità.
Così la vita diventa molto più facile. La nostra
psiche non è più un’agenzia di pubblicit{ che si affanna
per dimostrare quanto siamo bravi. E non è neanche
l’ufficio reclami dove si sentono lamentele su ogni
cosa. Ci dobbiamo sforzare meno.
Non dobbiamo intraprendere battaglie cruente né
cercare vittorie impossibili.
Scopriamo che la felicit{ c’è gi{, insospettata,
dentro di noi, e che dire “stop” a tutti i pensieri
negativi che potrebbero affacciarsi alla nostra mente
non presenta poi una grande difficoltà, anzi è
abbastanza semplice. Come?
Basta che ogni volta che riconosci una frase che si
ripete spesso dentro di te o che ritorna nella mente e ti
procura dolore, disagio o paura, provi a fare questo
semplice esercizio.
Dopo avere individuato la frase, immagina di
afferrarla con le mani, proprio come fosse qualcosa di
materiale, di tangibile.
Ora immagina di buttarla in un cestino, di gettarla
via.
Questo piccolo e semplice esercizio ti aiuterà a
limitare quel fastidioso frastuono che costringe la tua
voce più autentica ad alzare il volume per essere
finalmente ascoltata. Ogni volta che fai questa
operazione ripeti a te stesso la famosa frase della
scimmia-stregone del film cartone II Re Leone:
«Hakuna Matata», una frase in lingua swahili che
significa: «Nessun pensiero, nessun problema».
Un’altra tecnica immaginativa, utile per
contrastare i pensieri negativi, consiste nel formulare
bene il pensiero disturbante, come se lo vedessi scritto.
Immaginati mentre prendi le singole parole del
pensiero e le metti in un pallone.
Poi guardati mentre gli dai un forte calcio al
pallone e lo fai scomparire dalla vista.
Il pallone è scomparso e con esso anche i tuoi
pensieri negativi.
Una volta in psicoterapia ad un paziente a cui era
venuta a mancare la moglie da poco per un incidente
stradale, suggerii degli esercizi di immaginazione per
contrastare gli effetti negativi del dolore che stava
vivendo.
Quando si è afflitti per la perdita di una persona
cara, spesso si ricorda la conclusione della relazione,
anziché le esperienze preziose che non si possono più
avere.
Il primo passo per risolvere il lutto consiste nel
rimpiazzare l’immagine della conclusione del rapporto
con quella della sua fase migliore. Senza questo
cambiamento di contenuto la risoluzione è impossibile.
Nella pratica, ho invitato il paziente a evitare di
ricordare a proposito della moglie tutto ciò che aveva a
che fare con la malattia, la sofferenza, la morte, il
funerale..., insomma ricordi brutti e dolorosi, e
ricordare invece solo esperienze belle e positive
vissute con lei, il viaggio di nozze, arredare casa
insieme, le vacanze al mare, la nascita dei figli, i pranzi
di Natale... Così, puntualmente, l’umore tornava buono.
Coloro che vivono il cordoglio per la perdita di una
persona cara sono dissociati dalle esperienze positive
che hanno vissuto con lei e, avvertendo tale mancanza,
provano un senso di vuoto. Nel momento in cui si
riassociano a quei ricordi positivi il cordoglio
scompare e viene rimpiazzato dalla sensazione del la
persona perduta, che viene percepita come ancora
presente e vivente.

Le neuroscienze lo confermano: ciascun emisfero


del nostro cervello si è ampiamente specializzato per
svolgere diverse funzioni, manifestare diverse abilità e
generare diversi stili di pensiero. Già alla fine degli
anni ’90 del secolo scorso, le prime ricerche condotte
con l’ausilio della risonanza magnetica hanno
dimostrato che l’attivit{ cerebrale delle persone che
provano ansia, tristezza, insicurezza, rabbia, paura...,
tende a concentrarsi in un solo emisfero. Questo è
stato successivamente confermato da ricerche che
dimostrano come le emozioni positive siano
prevalentemente localizzate nell’emisfero sinistro,
mentre quelle negative che disturbano risiedano in
quello destro.
Esistono potenti esercizi di immaginazione in
grado di attivare i pensieri positivi nell’emisfero
sinistro, allo scopo di eliminare il disturbo.
Si tratta di pensare a qualcosa o a qualcuno che ci
irrita e iniziare a tamburellare ritmicamente con la
mano destra sul gi nocchio destro, oppure muovere il
braccio destro insieme alla gamba destra, oppure
muovere gli occhi verso destra legger mente in alto,
oppure tenere il ritmo con il piede destro... I
movimenti di ciascun lato del corpo, infatti, sono
controllati dall’emisfero opposto, che da essi viene
influenzato e appunto la parte destra del corpo è
controllata dall’emisfero sinistro.
Se il disturbo non si riduce sensibilmente, si tratta
di continuare a ripetere i movimenti che riguardano
sempre e solo la parte destra del corpo finché non si
riesce a pensare a quella persona o a quella situazione
che causa l’irritazione rimanendo tranquilli e rilassati.
Questi esercizi di immaginazione sono
straordinariamente efficaci in diversi ambiti e
situazioni che non riguardano solo la psicoterapia.
Ricordo a questo proposito una bambina di 11 anni,
vicina di casa, la quale era un pochino insicura e si
preoccupava di tutto, salvo poi rendersi conto che le
andava sempre tutto bene. La madre mi chiese cosa
poteva fare per tranquillizzarla.
Le spiegai che l’ansia era una “presentificazione
del futuro”, per cui era importante capire cosa creava
l’inquietudine nella figlia e relativizzarla, per poi
concentrarsi a vivere bene il tempo presente.
Le spiegai anche che quel tipo di ansia era del tutto
normale: la figlia si trovava in un passaggio puberale
da una fase sicura come quella infantile a una
problematica come quella adolescenziale.
Mi sono quindi permesso di darle un consiglio
spassionato. La invitai a raccontare lentamente e
sommessamente alla figlia una storiella, per una
settimana, tutte le sere, prima di coricarsi (ovviamente
bisognava conquistare il consenso della figlia e
possibilmente chiederle di ascoltare con gli occhi
chiusi).

C’era una volta un passerotto beige e marrone che


viveva la sua esistenza come una successione di
ansie e di punti interrogativi...
Era ancora nell’uovo e si tormentava: «Riuscirò mai
a rompere questo guscio così duro? Non cadrò dal
nido? I miei genitori provvederanno a nutrirmi?...».
Questi timori passarono, ma altri lo assalirono,
mentre tremante sul ramo doveva spiccare il primo
volo: «Le mie ali mi reggeranno? Mi spiaccicherò al
suolo? Chi mi riporterà quassù? Potrò costruire un
nido?...».
Anche questo accadde, ma il passerotto si
angosciava ancora: «Le uova saranno protette?
Potrebbe cadere un fulmine sull’albero e incenerire
tutta la mia famiglia. E se verrà il falco e divorerà i
miei piccoli? Riuscirò a nutrirli?...».
Quando i piccoli si dimostrarono belli, sani e vispi e
cominciarono a svolazzare qua e là, il passerotto si
lagnava: «Troveranno cibo a sufficienza?
Sfuggiranno al gatto e agli altri predatori?... ».
Poi, un giorno, sotto l’albero si fermò il Maestro,
additò il passerotto ai discepoli e disse: «Guardate
gli uccelli dell’aria: essi non seminano, non mietono
e non mettono il raccolto nei granai, eppure il Padre
vostro che è nei cieli li nutre!».
Il passerotto beige e marrone improvvisamente si
accorse che aveva avuto tutto... e non se n’era
accorto.

Invitai infine la madre, dopo il racconto della


storiella, a dare alla figlia il saluto della buonanotte con
un bacio e ad accomiatarsi da lei in silenzio senza dire
o chiedere commenti sulla storiella.

Un vicino vede Nasreddin che sparge grandi


manciate di sale attorno alla casa.
«A che cosa serve?».
«A tenere lontano le tigri».
«Ma qui non ci sono mai state tigri!».
«Vedi che funziona?», dice Nasreddin.
GLI ALTRI

Il farsi uno con gli altri e con l'ambiente


La psicologia, e in particolare la psicoterapia,
sottolineano di sovente l’importanza del “sentimento
comunitario”, cioè dell’essere in relazione con gli altri,
dell’essere “uno” con gli altri.
Si definisce “farsi uno” l’abilit{ di instaurare una
connessione con gli altri tale da creare un clima di
fiducia e di reciproca comprensione, ma anche l’abilit{
di apprezzare l’uno il punto di vista dell’altro (il che
non significa necessariamente condividerlo), di essere
cioè sulla stessa lunghezza d’onda e di comprendere e
accettare il sentire altrui.

Alcune persone tentavano disperatamente di salvare


un uomo caduto nel lago.
«Dammi la mano!», gridava un giovanotto allo
sventurato in procinto di annegare.
Nasreddin si fece largo tra la piccola folla e
domandò: «Chi è che rischia di affogare?».
«È Yusuf l’uomo più ricco e taccagno di Aksehir. Se ci
porgesse la mano potrebbe salvarsi».
«Lo conosco bene, so io come salvarlo», esclamò
Nasreddin.
Si spinse sulla battigia, allungò la mano verso
l’uomo e gridò: «Yusuf, vieni a prendere la mia
mano!».
Il poveretto fece uno sforzo terribile, afferrò la mano
e raggiunse la riva salvo.
«Visto? - commentò Nasreddin - Non siete davvero
esperti. Quando gli dicevate “dacci la mano” egli si
rifiutava di farlo; ma quando gli ho detto “prendi la
mia mano”, grazie alla sua indole, si è affrettato a
farlo».

Gandhi, il profeta della “non-violenza”, visse il


“farsi uno” sempre, assunse la posizione dell’altro per
tutta la sua vita.
Un giorno, mentre il suo treno lasciava la stazione,
gli si sfilò un sandalo che andò a cadere sui binari.
Gandhi si tolse immediatamente anche l'altro sandalo
e lo lanciò in modo che andasse a finire accanto al
primo: così chiunque li avesse trovati avrebbe potuto
utilizzarli.
Anche nelle sue lotte per l’indipendenza dell’India
assunse la posizione dell’altro. Imitava spesso la
postura e i movimenti dei governatori britannici per
scoprire quale fosse la loro esperienza, allo scopo di
comprenderla meglio e utilizzarla in favore del suo
obiettivo.
Diceva Confucio: «Dite agli altri ciò che vorreste
che gli altri dicessero a voi». Tutti i rapporti con gli
altri, secondo il grande saggio cinese, andrebbero
filtrati attraverso la realt{ della “cortesia”: «La cortesia
delle parole crea confidenza, la cortesia del pensiero
crea profondit{, la cortesia nel donare crea l’amore».
Il “farsi uno” è essenziale in qualsiasi forma di
comunicazione. Il grande psichiatra e filosofo tedesco
Karl Jaspers diceva: «Io sono soltanto attraverso la
comunicazione con gli altri».

Molti anni or sono, nelle valli della Patagonia, gli


abitanti di un villaggio stavano morendo di fame, ma
erano talmente terrorizzati da un drago che avevano
avvistato nei loro campi, che non osavano uscire per la
mietitura.
Un giorno giunse al villaggio un viaggiatore in cerca
di cibo. Gli spiegarono che non c’era nulla da mangiare,
perché avevano paura del drago. Il viaggiatore era un
uomo coraggioso e si offrì di ucciderlo per loro.
Quando giunse nei campi, però, non riuscì a vedere
nessun drago, soltanto un gigantesco cocomero. Perciò
fece ritorno al villaggio e disse agli abitanti: «Non avete
nulla da teme re: nel campo non c’è nessun drago,
soltanto un enorme cocomero». Gli abitanti, furiosi con
lui per essersi rifiutato di comprendere le loro paure, lo
fecero a pezzi.
Alcune settimane dopo, giunse al villaggio un altro
viaggiatore. Anche questa volta, quando chiese del cibo,
gli raccontarono la storia del drago. Anche lui era forte
e valoroso e si offrì di uccidere il drago.
Gli abitanti del villaggio ne furono entusiasti e
sollevati. Giunto nei campi, anche lui notò che non cera
altro che un cocomero gigante, al che fece ritorno al
villaggio per spiegare agli abitanti che si erano
sbagliati: non cera alcun bisogno di temere quel
cocomero gigante. Lo fecero a pezzi. Passarono altre
settimane e gli abitanti erano ormai disperati. Arrivò
dunque un terzo viaggiatore e, notata la loro
disperazione, chiese loro quale fosse il problema. Gli
abitanti gli spiegarono la situazione e lui fece un solenne
giuramento: avrebbe ucciso il drago per permettere loro
di raccogliere le messi.
Quando giunse nei campi, anche lui notò il
cocomero gigante. Rifletté per un istante, poi sfoderò la
spada: con un balzo fu sul cocomero e lo fece a pezzi.
Tornò al villaggio e disse loro di avere ucciso il drago.
Gli abitanti si misero ad esultare dalla gioia.
Il viaggiatore rimase al villaggio per molti mesi,
abbastanza a lungo da poter spiegare agli abitanti la
differenza tra un drago e un cocomero.

Che cosa ha da dire lo psicoterapeuta a chi ha


difficoltà ad aprirsi agli altri? Che cosa direbbe a chi
sente di essere insicuro e poco disinvolto, ma desidera
essere aperto e sciolto per entrare in contatto con gli
altri?
Per rispondere, rispolvero un episodio personale
accaduto quando ero studente delle scuole superiori.
È la storia di Roberto, che frequentava una sezione
diversa dalla mia e portava un’ondata di vitalit{ ed
energia ovunque andasse. Dedicava tutta la sua
attenzione a chi gli stava parlando, facendolo sentire
estremamente importante. Tutti gli volevano bene.
Un caldo giorno d’autunno, Roberto e io stavamo
studiando in biblioteca. Stavo guardando fuori dalla
finestra quando vidi uno dei miei professori che
attraversava il parcheggio.
«Non ho voglia di incontrarlo», dissi tra me a voce
alta.
«Perché no?», chiese Roberto.
Gli spiegai che l’anno precedente il professore ed
io avevamo avuto un alterco. Mi ero offeso per alcune
osservazioni che aveva fatto sul mio conto e per ripicca
avevo deciso di togliergli il saluto. «Inoltre - dissi -, non
gli piaccio».
Roberto guardò la figura che passava per il
posteggio.
«Forse lo hai affrontato nella maniera sbagliata -
disse -, forse sei tu che lo rifiuti, e lo fai perché hai
paura. Probabilmente lui pensa di non piacerti, e
quindi non si comporta in maniera amichevole nei tuoi
confronti. La gente ama chi li ama. Se tu ti occupi di lui,
lui si occuper{ di te. Va’ a parlargli».
Le parole di Roberto mi colpirono. Decisi di
scendere dalle scale e di avviarmi verso il parcheggio.
Salutai calorosamente il professore e gli chiesi come
avesse trascorso l’estate. Lui mi guardò, sinceramente
sorpreso. Ci incamminammo e chiacchierammo, e
intanto immaginavo lo sguardo compiaciuto di
Roberto che ci stava osservando dalla finestra della
biblioteca.
Roberto mi aveva spiegato un concetto molto
semplice, così semplice che non potevo credere di non
esserci arrivato da solo. Come molti adolescenti, mi
sentivo insicuro e quando affrontavo gli altri avevo
paura di come mi avrebbero giudicato, mentre, in
effetti, gli altri erano preoccupati di come io potessi
giudicare loro. Da quel giorno, invece di cercare il
giudizio negli occhi degli altri, vi leggo solo il bisogno
che hanno di comunicare e di raccontare qualcosa di
loro stessi.
In questo modo ho scoperto un mondo fatto dei
vissuti delle persone che incontro, un mondo che
altrimenti rimarrebbe a me sconosciuto. Ho imparato
una lezione che non ho mai più dimenticato: la lezione
di come gestire al meglio l’amicizia, una lezione che in
seguito ho spiegato più volte ai miei pazienti, come ad
esempio a quel giovane uomo di 29 anni che,
nonostante due lauree, era una persona
tendenzialmente solitaria, aveva poche amicizie e
quelle poche addirittura le coltivava male.
Carl Jung una volta disse che la solitudine non
deriva dal fatto di non avere nessuno intorno, ma
dall’incapacità di comunicare le cose importanti, o dal
dare valore a certi pensieri che gli altri giudicano
inammissibili. E spesso, quando un uomo è molto
istruito e ne sa più degli altri, rischia di diventare un
solitario. Ma la solitudine, continuava Jung, non è
necessariamente nemica dell’amicizia, perché nessuno
più del solitario è sensibile alle relazioni, e l’amicizia
fiorisce soltanto quando un individuo è memore della
propria individualità e non si identifica con gli altri.
Invitai dunque il paziente ad “andare a scuola di
ottimismo” riflettendo su questo esempio di dialogo
interiore.
Ogni volta che siamo tentati di rispondere a dei
contrattempi in modo catastrofico e negativo,
proviamo ad adottare una tecnica cognitiva di
correzione delle proprie voci interiori.

Scenario A.
Avversità: un amico mi ha prestato un paio di
libri molto costosi e ne ho perso uno mentre ero
in metropolitana. Credenza: sono un
irresponsabile. Erano i libri preferiti di Luca e io
ne ho perso uno. Sarà furioso con me e ha
ragione.
Se fossi in lui anch’io mi odierei. Non mi
sorprenderei se non mi volesse più vedere.
Conseguenze: mi sento avvilito. Mi vergogno e
non riesco a telefonargli per dirgli ciò che è
accaduto.

Scenario B.
Discussione: è veramente una sfortuna che io
abbia perso il libro. Era il preferito di Luca e lui
probabilmente sarà molto deluso. Tuttavia
capirà che è stato un incidente e dubito che mi
odierà per questo. Non penso che sia giusto
definirmi un totale irresponsabile solo perché
ho perso un libro.
Energizzazione: sto ancora male per aver perso
il libro, ma non mi vergogno quasi più per
quello che è successo e non ho paura di perdere
l’amicizia di Luca. Riesco a rilassarmi e a
telefonargli.

Dopo un periodo di addestramento terapeutico


questo giovane paziente poté cogliere la verit{ che “la
gioia è relazione” e la possibilit{ di sperimentare gioia
nell’andare con disinvoltura verso gli altri, riuscendo a
combattere quella solitudine che lo attanagliava da
diverso tempo.

Ogni essere umano conosce l’esperienza della


solitudine: essa è radicata in profondità nella vita
stessa. Per certi aspetti, la solitudine è la “malattia”
fondamentale dell’esistenza.
L’uomo si sente solo tutte le volte che sperimenta
un acuto senso di “separativit{”: non riesce a
comunicare, a comprendere e a farsi comprendere,
non riesce a condividere i suoi sentimenti almeno con
un’altra persona.

È venerdì', e Nasreddin deve tenere un sermone


nella moschea, ma non sa cosa dire. Pensa un po’, e poi
dice: «Gente di Aksehir, sapete che cosa vi dirò?». «No»,
rispondono tutti.
«Razza di ignoranti! - dice Nasreddin - A che cosa
serve parlare a gente che non sa niente?», e se ne va.
Il venerdì successivo deve di nuovo parlare
all’assemblea dei fedeli: «Gente di Aksehir, sapete che
cosa vi dirò?». Questa volta tutti rispondono «Sì».
«Bene - dice Nasreddin se lo sapete già, è inutile che
ve lo dica».
Il venerdì successivo tocca di nuovo a lui: «Gente di
Aksehir, sapete che cosa vi dirò?». Questa volta, alcuni
rispondono «Sì» e altri rispondono «No».
«Ah, ah! - dice Nasreddin - Qualcuno lo sa e qualcun
altro non lo sa. Allora, quelli che lo sanno lo dicano a
quelli che non lo sanno».

Da sola, una persona non può essere


autosufficiente: prova un senso di mancanza e di
incompletezza e può ritrovare la totalità della sua
intimità soltanto mediante la riunificazione, in amore,
con la parte mancante.
L’essere umano è essenzialmente e intimamente
“relazione”: non siamo entit{ isolate e separate dagli
altri e dalla vita, anzi siamo parte integrante del
contesto ambientale dove viviamo, perché è la psiche a
essere influenzata enormemente dall’ambiente.
Luciana Marinangeli fa notare che il famoso
psicoanalista statunitense James Hillman parla della
«bellezza ambientale materiale» come fattore
d’influenza fondamentale sull’igiene mentale,
soprattutto quando parla dello squallore, della
bruttezza degli edifici moderni, che fanno ammalare74.
Per mantenere la salute mentale abbiamo bisogno di
un ambiente, oltre che stabile, anche bello; abbiamo
bisogno di avere intorno la bellezza naturale degli
animali e delle piante. Forse non sappiamo ancora
misurare il dono che ci offre non solo vedere il gatto e
il cane di casa, ma anche il passero che zampetta sul
ciglio della strada, o il ciuffo di fiori selvatici che
dondola al vento sul cornicione di un vecchio edificio o
spunta eroicamente sul ciglio del marciapiede.
Gli amministratori pubblici che abbattono senza
un pensiero gli alberi delle città non sanno quanta
bellezza e quale fonte di salute psichica stanno
sottraendo ai loro concittadini ed elettori: tra i primi
beni che hanno il dovere di proteggere e conservare ci
sono gli alberi, ossia l’aria, la bellezza, la regolazione
della temperatura, la frescura, la poesia, il legame con
la vita naturale, la testimonianza così rassicurante
dello svolgersi ciclico del tempo, il senso di maternità
della natura: beni preziosissimi, indispensabili anche
per la salute psichica. Pochi libri danno la gioia e una
sensazione quasi fisica di rigenerazione come Walden
di H.D. Thoreau, che racconta due anni di vita
dell’autore, in solitudine, nella foresta, vicino a un lago.
Le vecchie cliniche psichiatriche erano luoghi di
orrore tranne che per i bei parchi in cui erano
generalmente poste, che offrivano sollievo con la loro
silenziosa compagnia ai malinconici ospiti. Oggi certe
Residenze Sanitarie Assistite, ultimo camuffamento dei
vecchi manicomi, non hanno posto neanche per un
vaso di fiori, non parliamo di un cane o un gatto per la
pet therapy, e i pazienti che un tempo trovavano uno
sfogo almeno in giardino devono passare il tempo su
sedili di plastica messi in fila in salette larghe come un
corridoio di tram. Si sente forte, perciò, il bisogno che
la natura (parchi e giardini, piante e animali) torni o
entri a far parte delle migliori risorse per aiutare a
vivere chi soffre abitato da una mente oscura.

L’essere umano, quindi, è in relazione vitale con


l’ambiente e con il mondo intero.
La sua natura, in profondità, coincide con una rete
di collegamenti. Ogni singola persona non è un’entit{
precisa, un punto con un suo contorno delimitato,
bensì un filo di relazione, un tramite, un canale. Non è
un Io come semplice individuo, ma un Sé come essere
umano. E il Sé non è un Io fortificato, ma, al contrario,
un “allentamento” dell’Io, un’espansione dei suoi
confini.
Il Sé è un passaggio al fluire delle energie del
mondo e dell’universo, di cui il poeta George Bernard
Shaw era più che persuaso:

Ecco la vera gioia nella vita: venir usati per uno


scopo di cui voi stessi riconoscete il valore.
Essere una forza della natura, invece di un piccolo
agglomerato di fibre, eccitato ed egoista, pieno di
disagi e lamentele, che brontola per il fatto che il
mondo non si dedica abbastanza alla causa della
sua felicità.
Io sono dell’opinione che la mia vita appartiene a
tutta la comunità e, fin quando vivo, è un mio
privilegio fare per la comunità tutto quello che
posso.
Voglio essere utilizzato totalmente fin quando
morirò, anche perché più duramente lavoro, più a
lungo vivo.
Io gioisco per la vita in sé per sé.
La vita non è una “candela corta”, per me.
È una specie di splendida torcia della quale io sono
padrone per il momento, e che voglio far ardere il
più brillantemente possibile prima di consegnarla
alle generazioni future75.
L'uguaglianza neuropsichica e il perdono
vicendevole
Questa esperienza di gioia che travalica i confini
del proprio Io porta inevitabilmente a una sensazione
di “uguaglianza psichica” con gli altri, ovvero alla
constatazione che gli esseri umani dal punto di vista
psicologico sono tutti uguali.
Senza dubbio una parte della nostra sensibilità ci
distingue gli uni dagli altri; certamente tutti abbiamo
idiosincrasie e unicità caratteriali. E a questa parte di
noi ci riferiamo quando raccontiamo e confrontiamo le
emozioni. A ben guardare, tuttavia, si tratta del dieci
per cento di ciò che proviamo. Per il novanta per cento,
i nostri sentimenti e le nostre emozioni ci rendono
uguali e ci accomunano.
Questa natura universale che il genere umano
condivide è stata da molti dimenticata, occultata in una
messe di opinioni, differenze individuali e conflitti
alimentati da certi governi, certe religioni, da diversi
uomini politici, non pochi accademici, molte celebrità
e, naturalmente, dagli onnipresenti e onnipotenti
mass-media.
Queste voci di disarmonia e disunione ci hanno
separato gli uni dagli altri e hanno indurito i nostri
cuori. Dobbiamo ignorarle e tornare a celebrare e
rispettare questo immenso oceano, questo novanta per
cento di emozioni che ci rende tutti uguali. E forse, così
facendo, realizzeremo la visione profetica del grande
genio di Albert Einstein.

Un essere umano è parte di quel tutt’uno chiamato


“Universo”, una parte limitata nel tempo e nello
spazio. Fa esperienza di se stesso, dei propri
pensieri e delle proprie emozioni come qualcosa di
separato dal resto, una specie di inganno ottico
della propria coscienza. Questo inganno è per noi
una sorta di prigione che ci limita ai nostri desideri
personali e all’affetto delle persone più vicine a noi.
Il nostro compito deve essere quello di liberare noi
stessi da questa prigione ampliando la sfera della
compassione per abbracciare tutte le creature
viventi e la natura intera nella sua bellezza76.

La questione dell’uguaglianza dal punto di vista


psicologico trova conferma e approfondimento negli
studi di numerosi ricercatori che si sono interrogati
sulle cause che hanno determinato una crescita
progressiva della corteccia cerebrale nell’homo sapiens
sapiens.
Poiché questa tendenza è iniziata più di 100.000
anni fa, non sembra dipendere dai più recenti
cambiamenti delle nicchie ecologiche (legati ad
esempio alla civilizzazione), ma, secondo il
neuropsicologo Franco Fabbro: «Pare piuttosto che
dipenda dai processi di socializzazione»77.
In parole semplici: gli esseri umani, per vivere (o
sopravvivere) in mezzo ad altri esseri umani, hanno
bisogno di un cervello sempre più grande. Lo sviluppo
di aree associative della corteccia umana è quindi
necessario per prevedere e immaginare ciò che stanno
prevedendo e immaginando i nostri simili. Questi
processi di “lettura della mente”, o delle intenzioni
altrui, costituiscono forme di interazione sempre più
complesse che richiedono un progressivo
ampliamento delle strutture nervose che le
sottendono. Una delle modalità non verbali più
importanti di decodificazione delle intenzioni dell’altro
è costituita dal controllo e dall’interpretazione dello
sguardo. Per questo compito, nella specie umana si
sono evolute specifiche aree della corteccia cerebrale
(nella corteccia prefrontale laterale) e la sclera è
diventata bianca in modo da rendere facilmente
identificabile la direzione dello sguardo.
L’interpretazione dello sguardo permette di
decodificare le intenzioni degli altri; è noto infatti, che
gli occhi sono lo specchio dell’anima!
La capacità di leggere la mente degli altri ha reso
estremamente complesso il comportamento degli
esseri umani accentuando la potenza immaginativa
della psiche e della simulazione. Di fronte agli altri, che
si chiedono costantemente che cosa proviamo,
pensiamo o desideriamo, abbiamo imparato a
presentare una maschera. Spesso in forma automatica,
altre volte di proposito, presentiamo un’immagine di
noi che corrisponde a ciò che desideriamo essere per
gli altri e, nel vortice delle diverse immagini proposte,
spesso dimentichiamo il nostro vero Sé. Tutto ciò è
possibile grazie all’enorme sviluppo della neo-
corteccia.
A proposito di questa maschera, Jung utilizzava il
termine latino di Persona per designare l’insieme delle
caratteristiche che costituiscono l’immagine pubblica
ed esteriore di un individuo, e metteva sull’attenti
quando vedeva il pericolo dell’identificazione
dell’individuo con la Persona: se ci convinciamo di
essere quello che la società dice che siamo, perdiamo
di vista ciò che siamo realmente al di sotto della
vernice delle convenienze sociali e del nostro ruolo
collettivo, e ci esponiamo al rischio che a determinare
le nostre scelte siano le aspettative altrui.
Quanto più il nostro senso di sé, il nostro Io, si
identifica con la Persona, tanto più trascuriamo la
nostra vita vera, quella interiore, un rischio che i Padri
del deserto conoscevano benissimo.

Un giudice provinciale e il suo seguito vennero


dall’abate Simone e il vecchio prese la cintura che
indossava e salì in cima ad una palma, come se fosse
un raccoglitore di datteri.
Ma essi, avvicinatisi, gli chiesero: «Dové l’eremita
che vive in questa parte del deserto?». Al che egli
rispose: «Non c’è nessun eremita qui intorno». A
queste parole essi se ne andarono.
Un ’altra volta un giudice diverso venne a trovarlo, e
i suoi compagni corsero avanti e dissero: «Padre,
preparati. Un giudice che ha sentito parlare di te sta
venendo qui a chiedere la tua benedizione».
Damiano disse: «State certi che mi preparerò». E
coprendosi con tutti i suoi indumenti, prese in mano
del pane e del formaggio e si sedette davanti alla
porta della sua cella e cominciò a mangiare. Il
giudice e il suo seguito arrivarono e lo videro
mangiare e lo salutarono con disprezzo. «È questo il
monaco eremita di cui abbiamo tanto sentito
parlare?», chiesero. Fecero subito dietrofront e
tornarono da dove erano venuti78.

Il rischio che avvertivano i Padri del deserto era


quello di vestirsi, dopo essersi svestiti dell’orgoglio
secolare e mondano, di qualcosa di forse ancora più
pericoloso, che è poi la trappola dei “cercatori dello
spirito”: l’orgoglio spirituale.

Una volta un giudice provinciale sentì parlare


dell’abate Mosè e partì per Scete per andare a fargli
visita. Qualcuno disse all’anziano che stava
arrivando il visitatore ed egli si, alzò e fuggì verso le
paludi. Lungo la strada si imbatté nel giudice e nei
suoi compagni. Il giudice gli chiese: «Dicci, anziano,
dov’è la cella dell’abate Mosè?». L’anziano rispose:
«Che cosa volete da lui? Quell’uomo è uno stolto e un
eretico».
Il giudice proseguì, arrivò alla chiesa di Scete e disse
ai sacerdoti: «Ho sentito parlare di questo abate
Mosè e sono venuto a vederlo. Abbiamo incontrato
un vecchio che andava in Egitto ed egli ci ha detto:
“Che cosa volete da lui? Quell’uomo è uno stolto e un
eretico!”». Ma i sacerdoti, udendo questo si
rattristarono e dissero: «Che razza di vecchio era
quello che vi ha detto queste cose su quel santo
uomo?». Essi risposero: «Era un uomo molto vecchio
con una lunga veste nera». Allora i sacerdoti
replicarono: «Ma quello era l’abate Mosè in persona.
E siccome non voleva farsi vedere da voi ha detto
quelle cose su di sé».
Molto edificato, il giudice se ne tornò a casa79.

Un argomento molto sentito in psicoterapia è il


superamento di un trauma. Ecco cosa scrive in
proposito nel suo Diario clinico, il 13 agosto 1932, lo
psicoanalista ungherese Sàndor Ferenczi:

Soltanto la simpatia guarisce. La comprensione è


necessaria per poter utilizzare la simpatia nel
momento giusto (analisi) e in modo appropriato.
Senza simpatia non c’è guarigione. (Tutt’al più una
comprensione della genesi della sofferenza)...
Essere soli porta alla scissione. La presenza di
qualcuno con cui si può dividere e a cui si può
comunicare gioia e dolore (amore e comprensione)
guarisce il trauma. La personalità viene riunificata,
“guarita”... Perdono vicendevole! ! Successo
finale80.
La psicoanalista Françoise Dolto ribadisce questo
concetto negli anni ’70 del secolo scorso:

«La nostra anima è l’altro». Ognuno, preso


individualmente, non può conoscere niente della
propria anima.
Mai sapremo se abbiamo un’anima. Quell’anima
che sentiamo confusamente, il punto focale ultimo,
vibrante, della nostra supposta identit{, l’anima
insomma che “abbiamo”, è nell’altro. Sennò non
esisterebbero nemmeno né parole né
comunicazione. Se “io” e la sua misteriosa
partecipazione all’essere cui “io” pretendo non
fosse venuto da qualcun altro, padre e madre per
cominciare, compagni di strada poi, “io” non sarei
più partecipe dell’essere... Ognuno vuol salvare la
sua piccola anima, il suo piccolo avere, mentre ciò
che abbiamo è l’altro81.

Tutto ciò permette di andare oltre il proprio


narcisismo esistenziale, di compiere il definitivo
superamento dell’egocentrismo più profondo,
attraverso la ferencziana esperienza del “perdono
vicendevole”.
A conferma dell’estrema importanza igienica
mentale del perdono in un trattamento di psicoterapia,
Melanie Klein scrive testualmente nelle ultime righe di
un suo libro del 1937 intitolato Amore, colpa e
riparazione:
Se siamo stati capaci, nel profondo del nostro
inconscio, di eliminare in una certa misura i nostri
sentimenti di rancore verso i genitori, e di
perdonarli per le frustrazioni che abbiamo dovuto
sopportare, allora possiamo essere in pace con noi
stessi e possiamo essere capaci di amare gli altri
nel vero senso della parola82.

In estrema sintesi, troviamo confermata la validità


psicologica del famoso comandamento evangelico di
amare il prossimo come se stessi, validità psicologica
di cui mi sono trovato a parlare più volte con i pazienti
che mi chiedono come capire se una nuova relazione
merita di essere proseguita.
All’inizio di una relazione, personale o
professionale che sia, l’altra persona spesso ci tratter{
bene, ci accorderà ogni considerazione, ci esprimerà
apprezzamento e ci farà anche dei regali. Ma per
scoprire quanto abbiano radici profonde queste
attenzioni nei nostri confronti, è necessario prestare
attenzione a come l’altra persona tratta se stessa. Potr{
trattarsi del capo o di un collega, di un innamorato o di
un amico, ma prima o poi “faranno a noi ciò che fanno
a se stessi”.
Seguendo i suggerimenti dello psicoterapeuta Mel
Gill, osservate il loro comportamento e i loro
atteggiamenti: sono disciplinati o incontrollati? sono
inflessibili o tolleranti? si assumono la responsabilità
delle loro azioni? sono illuminati dalle loro doti e dai
loro risultati? sanno perdonare i loro errori? cercano
di comprendere se stessi? sono generosi nei loro stessi
confronti83?
Una persona autocritica finirà per criticare anche
voi. Una persona disciplinata che si pone limiti rigidi
non sarà indulgente con voi. Se qualcuno non si
assume la responsabilità delle sue azioni, è su di voi
che finirà per riversare la colpa. In positivo, una
persona che sappia celebrare la vita celebrerà anche la
vostra. Qualcuno che sappia essere gentile con se
stesso sarà gentile anche con voi.
La massima secondo la quale si possono amare gli
altri solo nella misura in cui si ama se stessi, è sempre
valida.
Quindi, continua Mel Gill, assicuratevi che gli altri
nutrano amore e rispetto nei loro stessi confronti,
prima di affidargli il vostro cuore, il vostro denaro o i
vostri segreti. Essere un perspicace osservatore al
primo incontro con qualcuno crea un’isola di realt{
oggettiva in quello che può essere un mare di
affascinanti illusioni. Sarete così meglio attrezzati per
decidere quanto desiderate entrare in intimità con
l’altra persona. Prendere queste precauzioni è anche
un segno di amore e di rispetto per voi stessi, e vi
permette di continuare ad amarvi e a rispettarvi
pienamente.
Addirittura, secondo Richard Bandler è possibile
dare una netta svolta positiva alle proprie relazioni
mediante un’unica semplice domanda, “la domanda
magica”.
Se veramente volete sapere come migliorare il
vostro rapporto con una persona, fategliela, non
abbiate timori: «Cosa deve accadere perché tu possa
sentirti davvero amato (apprezzato, rispettato e così
via)?», oppure, «Come sai di piacere davvero a una
persona?».
Prestate attenzione alle risposte che ricevete: vi
diranno esattamente cosa fare. Concentratevi sulle
risposte che descrivono un processo. Quindi pensate a
come potete modificare il vostro comportamento per
venire incontro a questa persona, soddisfare i suoi
bisogni e trarre il meglio dal tempo che tra scorrete
insieme.
Se invece abbiamo esigenze che vorremmo vedere
soddisfatte dall’altra persona, diciamoglielo. È bene
essere specifici e positivi, è meglio usare il linguaggio
assertivo dell’Io e dire: «Mi piace davvero quando mi
abbracci di ritorno dal lavoro», anziché usare il
linguaggio aggressivo del Tu e lamentarsi: «Non mi
presti più attenzione».
Non tutti sanno (o sanno intuire) che cosa è
importante per noi84.
L'altruismo gratuito e l'obiettività psichica
Ma anche quando sperimentiamo la giusta
socializzazione attraverso il perdono vicendevole, nel
rapporto con gli altri, e nonostante le buone intenzioni,
quando c’è di mezzo il denaro, invece di essere
generosi, aperti e altruisti ci si ritrova chiusi nel
proprio egoismo. Come spiegare psicologicamente
questa idiosincrasia comportamentale?
Sembra che esistano due zone cerebrali che si
attivano soltanto se si escludono a vicenda, nel senso
che una è presente solo se l’altra è assente, e quindi
non contemporaneamente come altre zone
neurologiche tipo quella motoria, quella del linguaggio,
ecc.
Queste due zone cerebrali sono il “centro
dell’altruismo” e il “centro del piacere”,
rispettivamente il solco temporale posteriore
superiore e il nucleus accumbens. Per essere più
precisi, il centro dell’altruismo è la stessa parte del
cervello responsabile delle interazioni sociali, del
modo in cui percepiamo gli altri, di come ci
relazioniamo e di come stringiamo legami, mentre il
centro del piacere è una delle parti più primitive del
cervello, e in genere viene associata alla nostra “natura
selvaggia”, è infatti l’area del cervello che si attiva
quando si associano le sensazioni forti date dalle
droghe, dal sesso e dal gioco d’azzardo, tanto che,
quando raggiunge il culmine dell’eccitazione, il centro
del piacere spinge alla dipendenza.
Una droga come la cocaina, per esempio, spinge il
nucleus accumbens a rilasciare la dopamina che genera
una sensazione di appagamento ed estasi. La cocaina
dà dipendenza in quanto il centro del piacere si attiva
in modo frenetico e la soglia per raggiungere
l’eccitazione si sposta progressivamente verso l’alto.
Le ricerche neuropsicologiche hanno inoltre
rivelato che il centro del piacere è anche la zona con la
quale reagiamo al compenso in denaro: più alta è la
posta in gioco, più il centro del piacere si attiva. Una
ricompensa in denaro, dal punto di vista biologico, è
come una striscia di cocaina.
Nel nostro cervello, quindi, è come se ci fossero
due “motori” in funzione che non possono operare
contemporaneamente, e quindi possiamo affrontare
una prova o con spirito altruista o per interesse
personale. I due motori necessitano di alimentazioni
diverse e, per andare su di giri, hanno anche bisogno di
differenti quantità di carburante.
Non ci vuole molto per esaltare il centro
dell’altruismo: è sufficiente la sensazione di poter
aiutare qualcuno o avere un impatto positivo. Ma
sembra che il centro del piacere abbia bisogno di molto
di più.
Immaginate che un amico vi chiami e vi dica che ha
bisogno di aiuto per un trasloco. Forse mugugnerete
un po’, ma è molto probabile che di sabato vi
presentiate per dare una mano. Ma come vi
comportereste se l’amico in questione vi chiedesse lo
stesso favore offrendovi dieci euro per il disturbo?
Probabilmente decidereste che per quella modesta
somma non vale la pena di affrontare un giorno di
fatica estenuante e forse ricordereste all’amico che ci
sono persone che fanno i traslocatori di mestiere.
Nel 1920 Carl Jung racconta così una scena a cui ha
assisti to durante uno dei suoi tanti viaggi di studi.

In Nord Africa, a sud di Tunisi, mi è capitato una


volta di osservare una scena interessante. In quel
paese esiste la figura del marabutto, un sant’uomo
che di solito si occupa dei poveri, provvedendo al
loro nutrimento. Secondo il suo titolo, egli è “colui
che d{ nutrimento al povero”. Non potendo
naturalmente dare da mangiare a tutti di tasca
propria, gli viene affidata della terra da coltivare a
tal fine, lavorata a turno con prestazioni volontarie:
un anno tocca a un villaggio, l’anno successivo a un
altro e così via. Gli uomini lavorano per due o tre
giorni sulle proprietà del marabutto, e lo fanno
come se si trattasse di un rituale. Li ho visti
radunarsi, la sera prima, con i loro cammelli, in
centinaia, con stendardi verdi; poi, alla mattina è
iniziato un frastuono di tamburi e canti, e tutta
quella folla si è messa a ballare. Avevano delle
specie di cestini o di sacchi, e al posto di pale e
vanghe avevano delle zappe, ma più corte.
Riempivano quei sacchi di sabbia, e ballando
trasportavano quel carico, il cui peso sarà stato di
cento libbre o anche più, presso un altro sito in cui
stavano costruendo delle chiuse e scavando dei
piccoli canali per fertilizzare quelle zolle così aride.
E tutto quel lavoro così pesante veniva portato a
termine a passo di danza! Com’è naturale, giunto il
mezzogiorno, erano quasi morti in quella grande
calura, ma io sono stato lì a osservarli per ore:
erano assolutamente efficienti. In poche ore
avevano costruito un argine di dimensioni enormi.
Tuttavia sono certissimo che, se avessi assunto alle
mie dipendenze, quella folla per tre o quattro
scellini, quasi nessuno avrebbe mosso un dito;
sarebbero stati troppo stanchi, accaldati e affamati
per fare alcunché85.

Perché accade questo?


Perché quando il centro del piacere e quello
dell’altruismo si trovano a “fronteggiarsi”, sembra che
il primo abbia la capacità di dominare il secondo, nel
senso che la prospettiva di una ricompensa eccita il
centro del piacere ancor più dell’ottenimento della
ricompensa stessa, per cui l’entrata in scena del denaro
spesso ridimensiona la motivazione altruistica.
Non è un caso che spesso, per colpa dei soldi, i
rapporti con gli altri non sono facili e sereni, soggetti a
continue sollecitazioni ed esposti a dissidi o litigi.
Un mio paziente non riusciva a ricucire con suo
fratello che, a suo dire, sentiva di essere stato trattato
male per una vicenda di eredità, ma durante il funerale
di un loro comune e carissimo amico d’infanzia, morto
in un incidente stradale, vedendo il fratello molto
sofferente e fragile, sentì di essere pronto a recuperare
il rapporto con lui, anche se trovava ancora difficoltà a
perdonare.
Quando in una seduta di psicoterapia affronto le
obiezioni di un paziente a perdonare, quasi sempre mi
sento dire con rabbia che l’altro non lo merita. Se
questa obiezione non viene risolta, l’esperienza clinica
purtroppo mi dice che essa finisce per impedire alla
persona di giungere al perdono e alla risoluzione del
problema. Ma so anche che tale obiezione può essere
risolta assai velocemente e facilmente mediante un
semplice cambiamento di contenuto: «Senz’altro lei ha
ragione quando dice che l’altro non merita il perdono.
Ma il perdono non è per lui, bensì per lei (il cliente), in
modo che lei possa essere libero dal risentimento, dai
pensieri ossessivi di vendetta... Come disse Nelson
Mandela dopo aver trascorso ingiustamente ventisette
anni in prigione: “Provare risentimento è come bere un
veleno e attendersi che muoiano i propri nemici”».
Ho, allora, invitato il mio paziente a raccontare a
suo fratello le tantissime esperienze felici con questo
amico comune - in fondo si trattava di assumere in sé
la posizione dell’altro -, e la riconciliazione tra loro due
è avvenuta nel giro di poche ore.
Certamente non sempre i rapporti con gli altri
volgono al positivo. Una delle cause più frequenti di
tali fallimenti è quando ci si accorge di essere diventati
oggetto di critiche e di maldicenze altrui.

Nasreddin e il figlio vanno al mercato.


Il figlio sale sull’asino, e Nasreddin tira l’animale per
la cavezza.
«Che figlio sciagurato! - mormora la gente - Se ne
sta comodamente seduto sull’asino e lascia che il
vecchio padre vada a piedi».
«Hai sentito?», dice Nasreddin al figlio.
L’indomani tornano al mercato. Nasreddin siede
sull’asino, e il figlio tira l’animale per la cavezza.
«Che padre sciagurato! - mormora la gente - Se ne
sta comodamente seduto sull’asino e lascia che il
figlio vada a piedi».
«Hai sentito?», dice Nasreddin al figlio.
Il giorno dopo salgono tutti e due sull’asino.
«Che padre e figlio sciagurati! - mormora la gente -
Se ne stanno comodamente seduti in groppa a quella
povera bestia».
«Hai sentito?», dice Nasreddin al figlio.
Il giorno dopo, nessuno dei due monta sull’asino e
camminano entrambi a piedi accanto all’animale.
«Che padre e figlio stupidi! - mormora la gente -
Hanno un asino e se ne vanno a piedi».
«Hai sentito? - dice Nasreddin al figlio - Impara:
qualunque cosa tu faccia, ci sarà sempre qualcuno
che ti critica».
Alle provocazioni delle critiche e delle maldicenze
altrui non bisogna mai cedere, innanzitutto perché le
critiche e le maldicenze sono molto frequenti proprio
come la pioggia, e poi perché per reazione si rischia di
diventare a nostra volta critici e maldicenti, a conferma
di una verit{ psicologica: «L’origine di ogni negativit{ è
giudicare qualcosa negativamente»86.
Quindi, attenzione al giudizio, che non è altro che
ogni parola che mette noi stessi o qualcun altro in una
categoria ben precisa, ogni parola che porta a valutare
o a misurare noi stessi o gli altri, ogni parola che porta
a giudicare o a condannare noi stessi o gli altri.
L’urgenza e la necessit{ di mettere in pratica
queste considerazioni sul giudizio vengono da una
riflessione personale: facciamo quasi tutti parte di
un’“associazione umanitaria” non registrata da nessun
notaio, ma tanto reale quanto dannosa: Lamentalia, la
terra dei lamenti. Come soci abbiamo una missione
ammirevole e costruttiva che viene eseguita con molto
zelo: quella di giudicare gli altri e di lamentarci
sempre, senza muovere un dito per migliorarci e
quindi passare all’azione.
Per ovviare a tutto ciò, esiste una tecnica
psicologica molto efficace per smettere di giudicare,
una tecnica che si rifà proprio alla potenzialità delle
parole.
Per evitare di giudicare in modo efficace basta
ripetere a se stessi con voce bassa e tra sé e sé, come se
si stesse rimuginando, le parole che l’altro ci rivolge
mentre parla con noi.
In questo modo si ha la mente occupata dalle
parole che l’altro ci sta rivolgendo e con ciò la nostra
mente è gi{ “impegnata” e quindi impedita a partorire
giudizi che riguardano l’altro.
Quando parliamo male degli altri, danneggiamo
tutti, inclusi noi stessi, anzi soprattutto noi stessi, e
forse per questo motivo è stato detto: «Se non potete
parlare bene di qualcuno, non ne parlate affatto». Ma
perché giudicando l’altro si fa un danno soprattutto a
se stessi? Semplice: perché, quando parlo, il primo
ascoltatore di ciò che dico sono io stesso. E come se le
parole uscendo dalla bocca rientrassero
immediatamente nelle orecchie, e siccome l’inconscio
non è in grado di distinguere la realtà dalla fantasia,
non è neanche in grado di distinguere la fonte delle
parole che diciamo, nel senso che le reputa rivolte
direttamente a sé come provenienti dall’esterno solo
perché le stiamo ascoltando con le nostre orecchie, e
quindi le elabora come se fossero vere e personali. Se
lancio un giudizio verso qualcuno, il mio inconscio
attraverso le mie orecchie lo vive come un fatto
personale.
Ma la cosa più preoccupante, se ci si lascia
schiacciare dalle critiche e dalle maldicenze altrui, e si
diventa a nostra volta pieni di giudizi, è soprattutto
quella di mettere a rischio la cosiddetta “obiettivit{
psichica”, che invece è una dote essenziale, anzi
indispensabile, per essere sani mentalmente.

Un uomo aveva perduto del denaro, e pensò che


l’avesse rubato il figlio del suo vicino.
Lo guardava e gli sembrava che il suo
atteggiamento fosse quello di un ladro, che la sua
mimica fosse quella di un ladro, che tutti i suoi gesti
e i suoi movimenti assomigliassero a quelli di un
ladro.
Subito dopo, ritrovò il suo denaro in una canna da
drenaggio di bambù.
Guardò ancora il figlio del vicino, e né i suoi
movimenti né i suoi gesti erano più quelli di un
ladro.

La tendenza a prendere tutti i motivi di irritazione


altrui sul personale, cioè come se fossero insulti diretti
alla propria persona, può indicare un’inconscia o
inconfessata (perfino a se stessi) mancanza di
autostima e mancanza di contatto con la realtà. Niente
di grave. Anche a questo si può rimediare.
Se si scopre di fare supposizioni di tipo
persecutorio o di avere pensieri “paranoicali”, si provi
a mettere in dubbio la loro logica.
Il capo mi ha risposto in modo sbrigativo e seccato
perché ho fatto un grave errore o semplicemente
perché è oberato di responsabilità?
Il muratore che picchia sul muro del vicino di casa
sta facendo rumore solo per darmi fastidio oppure sta
semplicemente portando avanti il suo lavoro?
Quell’amica non mi ha risposto al cellulare perché
ha del risentimento verso di me o perché stava
preparando la maionese?
Quando allarghiamo la nostra visuale e
cominciamo a metterci in discussione, scopriamo
qualcosa in più su di noi e sugli altri.
I paraocchi, i pregiudizi, i pensieri ossessivi vanno
colti di sorpresa.
Per stanarli, bisogna porsi come osservatori e
provare a confutarli mettendoli in discussione allo
scopo di realizzare, appunto, “l’obiettivit{ psichica”,
grazie alla quale si è in grado di distinguere che
un’idea non è un fatto, che un pensiero disturbante
solo perché viene vissuto non significa che sia la verità,
o meglio pensare qualcosa che ci fa stare male non
vuol dire automaticamente credervi.
Che fare dunque? Ricordiamo che il più delle volte
è la nostra percezione degli altri a farci accumulare
malessere.
È sempre qualcun altro a non fare le cose che ci
aspettiamo. Eppure, se vogliamo diventare più
interessanti agli occhi degli altri ed essere quindi più
obiettivi psicologicamente, dovremmo dare
l’impressione di essere più interessati agli altri:
praticato quotidianamente, questo semplice esercizio
di attenzione alle azioni, ai pensieri e ai sogni degli
altri, genererà un flusso di amore e di amicizia nei
nostri confronti che potrà durare una vita, ma
soprattutto un flusso di gentilezza nei confronti degli
altri.

Un giorno un viaggiatore stava percorrendo


una strada per andare da un villaggio a un
altro. Lungo la via notò un monaco, tutto
intento a dissodare un campo nei pressi della
strada. Il monaco augurò il buongiorno al
viaggiatore che, a sua volta, rispose con un
cenno del capo.
Poi il viaggiatore si rivolse al monaco e disse:
«Mi scusi. Le spiace se le faccio una domanda?».
«Affatto», rispose il monaco.
«Sto viaggiando dal villaggio in montagna fino
al villaggio nella vallata e mi chiedevo se
sapesse come sono le persone del villaggio più a
valle».
«Mi dica - rispose il monaco -: Che esperienza ha
avuto nel villaggio in montagna?».
«Orribile! - esclamò il viaggiatore - A essere
sincero, sono lieto di essermelo lasciato alle
spalle. Gli abitanti erano davvero inospitali. Al
mio arrivo non ho ricevuto che una fredda
accoglienza e, per quanto mi si sia sforzato, non
mi hanno mai fatto sentire come uno di loro. Gli
abitanti di quel villaggio sono molto chiusi e
non provano certo simpatia per gli stranieri.
Perciò mi dica, che cosa dovrei aspettarmi dal
villaggio più a valle?».
«Mi dispiace darle questa notizia - disse il
monaco -, ma credo che avrà un esperienza
molto simile».
Il viaggiatore, abbattuto, chinò il capo e riprese
il cammino. Alcuni mesi più tardi, un altro
viaggiatore, mentre percorreva la stessa strada,
incontrò il monaco.
«Buongiorno», esordì il viaggiatore.
«Buongiorno», disse il monaco.
«Come sta?», chiese il viaggiatore.
«Bene, grazie - rispose il monaco -. Dov’è
diretto?».
«Sto andando al villaggio della vallata - rispose
il viaggiatore e aggiunse - Sa dirmi com’è?».
«Certo! - fece il monaco - Ma prima, mi dica, da
dove arriva?».
«Vengo dal villaggio in montagna».
«E come stata l’esperienza?».
«Fantastica! Sarei rimasto, se solo avessi potuto,
ma degli impegni mi hanno costretto a
rimettermi in cammino. In quel villaggio mi
sono sentito parte della famiglia. Gli anziani mi
hanno dato molti consigli, i bambini giocavano
e scherzavano con me, e le persone erano
generalmente cordiali e generose. Sono assai
dispiaciuto di essermene andato. Serberò
sempre molti cari ricordi di quel luogo. E del
villaggio più a valle, che mi dice?».
«Penso che lo troverà molto simile - disse il
monaco -. Ancora buona giornata». «Buona
giornata a lei e grazie mille», rispose il
viaggiatore e con un ampio sorriso riprese il
cammino.

I tratti che vediamo meglio negli altri sono quelli


presenti in noi con più forza. Non appena riusciamo a
rifletterci nello specchio delle relazioni, iniziamo a
vedere in maniera completa noi stessi. Per riuscirci
dobbiamo però accettare le nostre ambiguità, senza
provare alcun disagio, abbracciando tutti gli aspetti del
nostro essere. A un livello più profondo abbiamo
bisogno di capire che non siamo da condannare solo
perché abbiamo qualche tratto negativo. Nessuno
possiede solo tratti positivi, tutti abbiamo qualche
problema, anche se non è visibile in superficie.
Dovremmo ricordarci di essere gentili, pazienti e
comprensivi con gli altri, perché non sappiamo quali
fardelli devono portare. Proprio come diceva il grande
pensatore greco Platone: «Quando incontri qualcuno,
sii gentile con lui, perché sicuramente egli sta
conducendo una battaglia più difficile della tua».
Una bellissima testimonianza viene dalla Seconda
guerra mondiale, da parte di un anonimo prigioniero
in Siberia che in tre righe descrisse su una cartolina la
sua esperienza in questi termini toccanti:

Cercai la mia anima, ma non riuscii a vederla.


Cercai il mio Dio, ma Dio mi sfuggì.
Cercai il mio fratello, e trovai tutti e tre.

Le parole come "dono" in psicoterapia


Per sottolineare che il fratello, o meglio l’altro da
sé, è di un’importanza enorme per il nostro equilibrio
mentale, basta ricordare quanto dice la psicologia dello
sviluppo a proposito del rapporto madre-bambino
quando considera imprescindibile la presenza della
madre o di una figura sostitutiva (caregiver) per la
normale crescita affettiva ed evolutiva del bambino:
per esempio, con il concetto di “attaccamento” dello
psicologo John Bowlby, secondo cui il bambino è sano
quando vive la madre come una “base sicura”; oppure
con i concetti di “holding” di Donald Winnicott e di
“contenitore-contenuto” di Wilfred Bion, entrambi
allievi della psicoanalista infantile Melanie Klein da cui
mutuarono l’idea della madre che fa da “contenitore” a
tutti i “contenuti” psichici del bambino, in particolare
quelli angosciosi.
Meravigliosa è l’immagine proposta da Winnicott:
«il bambino si riflette nello specchio del volto
materno». Il bambino vede se stesso nello sguardo
della madre.
Non solo la psicologia dello sviluppo, ma tutta la
psicologia arriva a sostenere che «è la capacità di stare
con gli altri che modella il nostro cervello»87.
Diverse scuole psicologiche accostano il rapporto
madre bambino, per estensione, al rapporto terapeuta-
paziente, e non a torto perché in entrambi i rapporti
assistiamo al potere delle parole grazie alla presenza
sicura dell’altro.
Se pensiamo alle ipnotiche ninne-nanne o alle
incantatrici favole della buonanotte, non si può non
notare che il potere delle parole è già in azione molto
presto nella vita.

La psicoterapia è sempre esistita come realtà


umana, anche se espressa in diverse modalità culturali
spesso l’una in contrasto con l’altra, ma tutte
accomunate dall’uso della parola intesa come
fondamentale strumento della coscienza umana, con
uno speciale potere di trasformazione. Sigmund Freud
scriveva a questo proposito:

Le parole e la magia erano in principio una sola


cosa, e anche oggi le parole conservano gran parte
del loro magico potere. Usando solo parole uno di
noi può dare a un altro la più grande felicità o
causare la più profonda delle disperazioni; con le
parole l’insegnante trasmette la propria
conoscenza agli studenti; con le parole l’oratore
cattura il pubblico e ne determina i giudizi e le
decisioni. Le parole evocano emozioni e sono lo
strumento universalmente utilizzato per
influenzare i nostri simili .
88

Ci sono parole che feriscono e parole che


guariscono. Ovviamente è più conveniente per la
nostra salute mentale, ma anche fisica, scegliere queste
ultime, perché in ogni parola c’è un potere creativo che
può migliorare la nostra vita e quella de gli altri. A
questo proposito mi piace ricordare un caso insolito
riferito dallo psicologo americano Gordon Allport.
Un malinteso su una parola ha mutato una
profezia di morte in una guarigione.

In un ospedale austriaco, un uomo gravemente


malato è in punto di morte. I medici l’hanno
informato che non sono in grado di diagnosticare la
sua malattia, ma che probabilmente potrebbero
aiutarlo se conoscessero la diagnosi.
Inoltre gli hanno comunicato che uno specialista
famoso avrebbe fatto visita all’ospedale nei giorni
successivi e che forse sarebbe stato in grado di
riconoscere la malattia.
Pochi giorni dopo arriva effettivamente lo
specialista e fa il suo giro di visite nel reparto.
Arrivato al letto del malato getta su di lui un rapido
sguardo mormorando: «moribundus...», e
prosegue. Alcuni anni dopo l’uomo fa visita allo
specialista: «E da molto che volevo ringraziarla per
la sua diagnosi.
I medici mi avevano detto che avrei potuto farcela
se lei fosse stato in grado di diagnosticare la mia
malattia: nel momento in cui lei ha detto
“moribundus”, ho sa puto che ce l’avrei fatta»89.

Inutile aggiungere che l’uomo non conosceva il


latino... !
L’esperienza clinica suggerisce anche che le parole,
oltre ad avere un “potere”, hanno un aspetto molto
singolare: quello del “dono”.
La scuola ipnoterapeutica ericksoniana considera
veri e propri “doni” le parole provenienti dai pazienti,
sia quando parlano della loro storia, sia quando
mostrano la propria capacità a condividerla. La
psicoterapeuta Michele Ritterman concepisce il
sintomo del paziente come «una perla prodotta
dall’irritazione» e lo caratterizza di connotazioni
positive poiché adempie a molteplici funzioni, secondo
la particolarit{ dell’individuo90.
In generale, in tutte le scuole psicoterapeutiche,
grazie ad un’atmosfera di mutua e reciproca influenza,
anche lo psicoterapeuta si trova in un atteggiamento di
“dono”, non solo e non tanto per le parole curative che
utilizza, ma soprattutto per il modo di porsi nei
confronti del paziente: in ultima analisi, è la
conversazione terapeutica, e non lui, la vera causa
della trasformazione del malessere in benessere nel
paziente.
Alla fine dell’Ottocento, agli inizi della psicoterapia
moderna, una delle primissime pazienti di Sigmund
Freud, forse la più famosa fra tutte, la signorina Anna
O., confidava al suo giovane medico viennese, già
promettente genio, che ciò che stavano facendo si
poteva definire Talking Cure, cioè una “cura attraverso
le parole”.
Ma “cura con le parole” non significa “cura con le
chiacchiere”.
A molti, all’epoca (e per non pochi ancora oggi),
sembrava assurdo trattare qualcuno con disturbi
psichici soltanto grazie all’utilizzo delle parole.
Un aneddoto indiano racconta di tre ciechi che si
imbatterono in un elefante. Uno di loro toccò la
proboscide e si convinse che fosse un rettile, un altro
andò a sbattere contro una zampa e credette di aver
urtato un albero, il terzo afferrò la coda e insisteva che
fosse una corda. Ne derivò una disputa senza fine.
E come quei ciechi davanti all’elefante, purtroppo
davanti alla psicoterapia si entra talvolta in una
disputa senza fine.
La lettura di un libro o di un articolo, l’abitudine
alla critica sommaria, la paura... sono fattori che
possono tenere lontani dalla psicoterapia.
Pensiamo però al proprietario di una biblioteca
ricca di volumi ma estremamente disordinata, per cui
non trova mai il libro che cerca e che sa di avere. È
necessario mettere un po’ d’ordine, ma non spostando
un libro per volta: occorre buttare giù tutto, dare una
bella spolverata agli scaffali e poi rimettere i libri a
posto, nell’ordine voluto.
La psicoterapia è proprio così: c’è una gran
confusione in testa e un gran bisogno di mettere
ordine. La paura del futuro che spesso accompagna un
trattamento di psicoterapia può essere fugata: la
biblioteca avrà gli stessi volumi di prima; cioè
l’individuo rester{ quello che è, senza perdere niente -
salvo che non voglia disfarsi lui stesso di qualche libro
inutile -, però sarà in grado di trovare il libro che gli
interessa.
E questo ordine mentale si realizza tramite una
conversazione professionale in cui le parole utilizzate
hanno un’enorme importanza.
Sia la parola offerta dal paziente quando dona la
sua storia in cerca d’aiuto, sia la parola offerta dallo
psicoterapeuta quando dona le sue strategie a scopo
curativo, non devono essere concepite solo come
semplici modalit{ espressive dell’uno o come semplici
strumenti tecnici dell’altro, ma come un’unica realt{
“donativa”, come un vero e proprio “dono” costruttivo
e formativo a quella conversazione terapeutica, a quel
dialogo tra paziente e terapeuta che è poi, in fondo, il
solo e autentico agente terapeutico.
Milton Erickson, considerato per antonomasia
“l’uomo che guariva con la parola” (il suo utensile
giornaliero, il suo strumento chirurgico), nei suoi
interventi ipnotici ripeteva spesso:

La parola è la mia voce che ti segue e ti


accompagna, perché tu possa proseguire con
fiducia e senza timore. Voglio portarti a scoprire
cose nuove e positive che non conoscevi, ma che ti
appartengono, accompagnarti fin là dove devi
arrivare e poi lasciarti proseguire con tutto quello
che è emerso dentro di te.

Erickson credeva fermamente nello spirito


positivo di ogni individuo e aveva una fiducia
incrollabile nella bont{ di fondo dell’essere umano: era
più che mai convinto che lo stato naturale di un essere
umano fosse quello di essere “sano, ricco e saggio”
(healthy, wealthy, and wise), di vivere la vita come un
evento gioioso.
Con entusiasmo Erickson ispirava le persone a
combattere e raggiungere i loro personali vertici di
completezza utilizzando solo la parola: «Quando
guardi un giardino puoi guardare i fiori o le erbacce»,
ripeteva ai suoi pazienti in trance ipnotica.

Una delle incredibili qualità di papà -- ha scritto


Betty Alice Erickson - era la sua abilità di invitare
in modo sincero le altre persone a connettersi con
lui. Questa presenza, questo legame, non è
propriamente psicoterapia, ma è alla base della
guarigione. Si trattava di papà che accedeva al suo
amore puro e incondizionato per le persone e alla
sua fiducia in loro, mettendo questo amore e
questa fiducia, per dirla così, tra lui e loro.
Se accettavano questo da lui, la connessione si
stabiliva. Se non lo facevano, andava bene lo stesso,
perché la connessione esisteva comunque. Papà
sapeva bene che la vera gioia è nel dare.
Non c’era alcun “Devi prenderlo, voglio che tu lo
prenda”, e nemmeno “Mi accorgerò se lo
prenderai”. Questo faceva sì che per l’altra persona
fosse perfettamente sicuro prendere, sentire,
provare e toccare quell’amore puro e quella
fiducia.
Era come se dicesse: “Ecco qui. Voglio darti questo.
Se lo prendi, è meraviglioso. Ma se non lo prendi,
va bene ugualmente, perché è qui, sul tavolo. Provo
gioia nel dare. Magari lo prenderai la prossima
settimana, il mese prossimo, l’anno prossimo, o
magari mai. Ma è qui, e lo dono liberamente”...
Papà faceva sì che fosse facile per le persone
prendere decisioni che le aiutassero ad avvicinarsi
di più a quello che volevano raggiungere per
quanto riguarda l’indipendenza.
Egli riusciva a connettersi in modo tale che loro ci
riuscivano dall’interno... egli guariva, piuttosto che
curare...
Papà vedeva di cosa c’era bisogno all’interno
dell’altro e riusciva, grazie alla sua connessione con
quella sua parte più profonda, ad aiutarlo ad
accedere e a far emergere quell’elemento dal suo
interno.
Questo è guarire: aiutare dall’interno.
Curare è dare aiuto dall’esterno.
Papà guariva91.

Se volessimo riassumere in una formula, la


disciplina della Psicologia, potremmo dire che: K=V+A.
Cosa significa?
Significa che la nostra condizione psicofisica,
rappresentata dalla lettera “K” (inglese kinesthesis, la
nostra cinestesia fisiologica, la “pancia” per
intenderci), è la sommatoria di tutto ciò che è visivo,
nel senso di immaginare o di vedere (“V”), con tutto ciò
che è auditivo, nel senso di ascoltare le parole che sono
esterne a noi o le parole che diciamo a noi stessi o agli
altri (“A”).
Già duemila anni fa Epitteto diceva che «non sono
le cose in sé a farci ammalare bensì le opinioni che
abbiamo sulle cose», e le opinioni, come i giudizi, non
sono altro che pensieri o autodichiarazioni, cioè tutto
ciò che immaginiamo visivamente e diciamo a noi
stessi su qualsiasi cosa. Quindi il nostro benessere
dipende da ciò che vediamo o immaginiamo (V) e da
ciò che ascoltiamo o diciamo (A).
«Tutta l’ipnosi è comunicazione ma non tutta la
comunicazione è ipnosi», recita un detto. E aggiungerei
che: «Tutta la psicoterapia è parola ma non tutta la
parola è psicoterapia».
La parola che garantisce la psicoterapia, infatti, è
imprescindibile dal dono di sé o dal sacrificio di sé,
stando a quanto scrive Carl Jung:

.. .il poter sacrificare se stessi dimostra il possesso


di sé. Nessuno può dare quel che non ha... Con il
sacrificio dimostriamo di possederci, poiché il
sacrificare non è un lasciarsi prendere, bensì una
conscia, voluta cessione che dimostra che
possiamo disporre di noi stessi, cioè del nostro Io...
questa perdita intenzionale considerata da un altro
lato, non è una vera perdita bensì un guadagno...
per mezzo di questo sacrificio noi conquistiamo noi
stessi, perché possediamo soltanto quello che
diamo92.

Un paziente non può donare la propria vita


parlandone in psicoterapia se prima non la possiede,
nel senso che l’ha sperimentata e la ricorda bene, e così
ogni terapeuta, a prescindere dall’indirizzo formativo-
scolastico che lo caratterizza, è continuamente
sollecitato a essere congruente, cioè a possedere nella
sua vita quelle parole che egli dona alla psicoterapia,
ed entrambi - il paziente e il terapeuta -, grazie a questi
rispettivi “doni di sé”, caratterizzano le loro specifiche
“identit{”.
Due identità che ci dicono che non è tanto lo
psicoterapeuta con la sua competenza tecnica ma è il
dialogo che si instaura con il paziente, attraverso una
fiduciosa alleanza, un saldo rapporto, un transfert
analitico, un legame di empatia, una partecipazione
emotiva, che fa guarire.
È il rapporto che guarisce, solo il rapporto e
nient’altro, solo una relazione di reciprocit{ ha
funzioni terapeutiche.
Jung e Freud ebbero modo di discutere
lungamente sulla relazione che si stabilisce durante
una “terapia con le parole”.
In una lettera del 6 dicembre 1906 Freud scrisse a
Jung: «è in sostanza una cura mediante l’amore ed è il
transfert che ne fornisce la prova più solida».
Così è nata la psicoterapia moderna.

Se è vero che le parole in psicoterapia sono “dono”,


è altrettanto vero che questo accade anche nella vita
relazionale di tutti i giorni. È quindi cosa saggia
domandarsi se le parole che usiamo con gli altri sono
in linea con questo atteggiamento “donativo”, e per
capirlo basta domandarsi sempre se ciò che stiamo
dicendo o vivendo migliora, oppure no, il mondo di cui
facciamo parte.

Nel 1927 Werner Heisenberg, fisico tedesco


fondatore del la meccanica quantistica, definì il
“principio di indeterminazione”, grazie a cui vinse il
premio Nobel nel 1932.
Heisenberg dimostrò con questo principio un
limite fondamentale della nostra conoscenza della
realtà subatomica: è impossibile avere una percezione
di tale realt{ indipendente dall’osservatore, il quale,
essendo parte integrante del fenomeno osservato, ne
modifica il comportamento.
Così commentò Carl Jung il 14 novembre 1934
durante un seminario psicoanalitico:

Sì, alla nuova fisica è riuscito il gioco di prestigio,


ha fatto deflagrare interamente la materia, e i più
recenti sviluppi vengono descritti in un articolo di
un fisico le cui vedute sono molto all’avanguardia:
egli dimostra come la fisica moderna divenga
psicologia... grazie al fatto che, quando si osservano
i fenomeni che avvengono all’interno dell’atomo, si
scopre che questa osservazione turba ciò che si sta
esaminando. E andando avanti, si osserva la causa
di questa alterazione, si scopre la psiche93.

Sappiamo dalla fisica classica che un raggio di luce


elettromagnetica ha una duplice natura, essendo
costituito da “corpi” (i fotoni corpuscolari) e da “onde”
(le frequenze ondulatorie). La fisica quantistica, grazie
al principio di indeterminazione, ha dimostrato che se
si analizza un raggio di luce elettromagnetica in
laboratorio, l’osservatore-scienziato determina egli
stesso ciò che vede: vede la luce fatta solo di corpuscoli
se sta pensando ad un fotone oppure vede solo onde se
sta pensando ad una frequenza ondulatoria.
Se estendiamo questo fenomeno a particelle
sempre più grandi e consideriamo noi stessi come
particelle di un corpo ancora più grande che
chiamiamo umanità (o addirittura più vasto: la vita),
allora non è più così anomalo immaginare che il modo
con il quale osserviamo il mondo possa influenzare il
mondo stesso.
Quando Nietzsche fa dire al profeta Zarathustra
che la vita è una scelta tra «La divina leggerezza dello
spirito uccello e la diabolica pesantezza dello spirito di
gravità»94, ci sta invitando a scegliere di vedere la
realtà tra due prospettive: una di leggerezza
ondulatoria e un’altra di pesantezza corpuscolare.
Sembra che lo stesso Albert Einstein abbia
dichiarato che la decisione più importante che si possa
prendere sia credere in un universo benevolo o in un
universo ostile, nel senso di vedere il mondo come un
luogo “amico” o “nemico”, perché secondo il grande
fisico tedesco ci sono due modi di vivere la vita: uno è
pensare che niente è un miracolo e l’altro è pensare
che ogni cosa è un miracolo.
Quindi, in ultima analisi, nei confronti della realtà
che accade dentro o fuori di noi abbiamo due
possibilità di scelta: si tratta di capire quale sia la
scelta che ci fa stare bene ed evitare quella che ci fa
stare male. E sarà più semplice comprenderlo se ci
ricordiamo di una legge psicologica già accennata:
«Cambia il modo in cui guardi le cose e le cose che
guardi cambieranno».
Anche in questo caso resta immutato il ruolo
centrale della parola, dato che il linguaggio modifica il
modo di percepire la realtà: ciò che pensiamo di noi
stessi è ciò che pensiamo del mondo e il mondo viene
visto sempre attraverso le parole.
La parola è alla base del pensiero e il pensiero non
è che un’estensione delle emozioni. Si può dunque, per
esempio, ridimensionare in modo sostanziale la
reazione di un individuo di fronte a una data
situazione semplicemente scegliendo le parole giuste
dentro la cornice del dono.

Un nonno, parlando con il nipotino, gli dice: «È


come se avessi due lupi che ululano dentro di me. Il
primo è arrabbiato, inferocito e cerca la vendetta, il
secondo invece è pieno di amore, tenerezza,
compassione e desiderio di per donare».
«Quale dei due lupi pensi che vincerà?», gli
chiese il nipotino.
Il nonno rispose: «L’unico a cui deciderò di dare
da mangiare».

Uno dei modi più efficaci per alimentare il “lupo


buono” dentro di noi è stare attenti a cogliere nella
nostra vita la presenza di quel fenomeno curioso e
singolare che va sotto il nome di “sincronicit{”,
secondo cui le coincidenze non sono frutto del caso e
nulla accade per caso, ma tutto è collegato da un
significato.
Le coincidenze costellano la nostra giornata, ci
stupiscono, talvolta sconvolgono i nostri piani e ci
cambiano la vita, ma ci ostiniamo a ignorarle. Se invece
ci fermassimo a riflettere, scopriremmo che tanti
avvenimenti apparentemente fortuiti e casuali sono in
realtà fenomeni sincronistici, anzi piccoli miracoli,
perché, come diceva Doris Lessing, la scrittrice inglese
premio Nobel 2007: «Le coincidenze sono lo
stratagemma di Dio per restare anonimo»95.
Tecnicamente il termine “sincronicit{” fu coniato
da Carl Jung nel 1925 per spiegare tutti quei fenomeni
come appunto le “coincidenze” che non rientrano nella
legge scientifica di “causa ed effetto”, bensì sono legati
da una “significativit{ acausale”.

Edwin Booth, nella seconda met{ dell’Ottocento, fu


uno dei primi attori teatrali americani a diventare
famoso a livello mondiale, soprattutto per le sue
interpretazioni di Shakespeare.
Un giorno accadde qualcosa che lo fece scomparire
dalle scene: ricevette la notizia che il presidente
Abraham Lincoln era stato ucciso, e che l’assassino
era suo fratello, John Wilkes Booth.
Edwin ne rimase sconvolto e si lasciò andare a
un’esistenza buia, derelitta, e sempre più infelice,
fino al punto che il suo pubblico iniziò a dimenticarsi
di lui.
Dopo qualche anno, un giorno Edwin si trovava su
una banchina affollata ad aspettare il treno in una
stazione del New Jersey.
All’improvviso sentì un urlo. Un giovane elegante era
caduto sui binari, probabilmente spinto dalla folla, e
il treno stava arrivando a tutta velocità. Edwin ebbe
una reazione istintiva. Si gettò in avanti e,
aggrappandosi a una ringhiera con la mano, si
allungò per afferrare il giovane. Riuscì a prenderlo e
a tirarlo di nuovo sulla banchina, illeso.
Poco tempo dopo ricevette una lettera dal generale
Ulysses S. Grant che lo ringraziava, e gli esprimeva
anche la gratitudine della madre del giovane a cui
aveva salvato la vita.
Il ragazzo era Robert Todd Lincoln, ed era il figlio di
Mary e Abraham Lincoln. Edwin Booth aveva salvato
la vita al figlio dell’uomo che suo fratello aveva
ucciso.

Fu tutto un caso? No. Fu una coincidenza


significativa, anzi un’esperienza di “sincronicit{”, che
un proverbio sufi aiuta a capire meglio:

Dio dorme nelle pietre,


sogna nelle piante,
si muove negli animali
e si sveglia nell’uomo.
FONTI DELLE METAFORE TERAPEUTICHE

AA.VV., Felicità, un anno di pensieri positivi, Giunti


Demetra, Firenze 2010.

Bucay J. Raccontami, Rizzoli, Milano 2005.

Canfield J. - Hansen M.V., Brodo caldo per l’anima, vol.


1, Armenia, Milano 1995. // Brodo caldo per l’anima,
vol. 2, Armenia, Milano 1996.

Canfield J. - AA.VV., Brodo caldo per l’anima per i


ragazzi, Armenia, Milano 2003.

Knight S., PNL al lavoro, Alessio Roberti, Urgnano


2009.

Nasreddin, Astuzie e facezie, a cura di A. Masala, Semar,


Roma 2002.

Nasreddin, Storie, a cura di G. Fiorentini - D. Chioli,


Libreria Editrice Psiche, Torino 2010.

Owen N., Le parole portano lontano, Ponte alle Grazie,


Milano 2004.

Peseschkian N., Oriental stories as tools in


psychotherapy, Sterling, New Delhi 1996.
NOTE

1
Platone, Gorgia, in Opere, voi. 1, Laterza, Bari 1974, p. 1131.

2
Ibid., p. 1246.

3
Plutarco, I Presocratici. Testimonianze e frammenti, vol. 2,
Laterza, Bari 1975, p.985.

4
A. Jaffè, Ricordi sogni e riflessioni di C.G. Jung, Rizzoli, Milano
1978, p. 61.

. R. Bandler, PNL è Libertà, Alessio Roberti, Urgnano 2006, p. 41.


5

6
E. Bernhard, Mitobiografia, Adelphi, Milano 1992, p. 194.

7
Leonardo da Vinci, Scritti letterari, Rizzoli, Milano 1980, p. 82.

8
Ibid., p. 73.

9
A. Philliphs, NormalMente, Ponte alle Grazie, Milano 2005, p. 27.
10
R.W. Emerson, Saggi, Boringhieri, Torino 1962, p. 144.

11
A. Jaffè, Ricordi sogni e riflessioni di C.G. Jung, cit., p. 353.

12
O.M. Aivanhov, Potenze del pensiero, Casa Editrice Prosveta,
Moiano 1994, p. 79.

13
B. Schwartz, The Paradox of Choice, Chapter One, But Is
Expanded Choice Good or Bad?, 6%, Amazon-Kindle 13 ottobre
2009.

14
B. Schwartz, The Paradox of Choice, Chapter Four,
Distinguishing Maximizers from Satisficers, 26%, Amazon-Kindle
13 ottobre 2009.

15
J.W. von Goethe, Faust - Prima Parte, in Opere, Sansoni, Firenze
1970, p. 29.

16
R. Frost, Sosta presso un bosco. Una sera di neve. Poesie,
Acquaviva, Roma 2012.

17
C.G. Jung, Gli stadi della vita, in Opere, voi. 8, Bollati Boringhieri,
Torino 1989, p. 432.

18
W. James, Principi di Psicologia, Società Editrice Libraria,
Milano 1900, p. 56.

19
W. Shakespeare, Sonetto 22, in Sonetti, Mondadori, Milano
2004, p. 18.
20
R.W. Emerson, Saggi, cit., p. 39.

21
C.R. Snyder, in A. Carr, Positive Psychology, Brunner-Routledge,
New York 2004, p. 88

22
J. Grotstein, Il modello kleiniano-bioniano, vol. 1, Raffaello
Cortina, Milano 2011, p. 1.

23
S. Freud, Progetto di una Psicologia, in Opere, vol. 2,
Boringhieri, Torino 1968, p.223.

24
W. Bion, in J. Grotstein, Un raggio di intensa oscurità, Raffaello
Cortina, Milano 2010, p. 356.

25
V. Weizsacker, L’intento principale nella mia vita, in S.
Spinsanti, Guarire tutto l’uomo, Paoline, Milano 1988, p. 143.

26
B.A. Erickson - B. Keeney, Milton Erickson: un guaritore
americano, Dialogika, Milano 2011, p. 65.

27
J.a.D. Rumi, Poesie mistiche, Rizzoli, Milano 1980, p. 126.

28
M. Erickson, in D. Gordon - M. Meyers Anderson, Phoenix,
Astrolabio, Roma 1984, p. 32.

29
R. Assagioli, in I. Assagioli, Dal dolore alla pace, Nuova Era,
Roma 1979, p. 256.
30
F. Farrelly, La Terapia Provocativa, Astrolabio, Roma 1982.

31
R. Bandler, PNL è Libertà, cit., p. 159.

32
R. Havens - C. Walters, Hypnotherapy Scripts: A Neo-Ericksonian
Approach to Persuasive Healing, Brunner-Routledge, New York
2002, p. 179.

33
H. Missildine, Il bambino che sei stato, Erickson, Trento 2007.

34
M. Erickson, La mia voce ti accompagnerà, Astrolabio, Roma
1983, p. 15.

35
J. Bradshaw, Come Ritrovarsi, Sperling-Kupfer, Milano 1993.

36
C. Bollas, Isteria, Raffaello Cortina, Milano 2001
(retrocopertina).

37
D.L. Nolte, in J. Canfield - M. V. Hansen, Brodo caldo per l'anima,
vol. 1, Armenia, Milano 1995, pp. 83-84.

38
M. Teodorani, Sincronicità, Macro, Diegaro di Cesena 2006, p.
101.

39
C. Dickens, Racconti di Natale, Ediprint, Città di Castello 1998,
p. 150.

40
A. Landers, in J. Canfield - M.V. Hansen, Brodo caldo per
l’anima, voi. 2, Armenia, Milano 1996, p. 97.

41
C.G. Jung, Il Libro Rosso, Bollati Boringhieri, Torino 2010, pp.
328-329.

42
J. Gottman - J. De Claire, Intelligenza emotiva per un figlio,
Rizzoli, Milano 2001.

43
J. Gottman - S. Nan, Intelligenza emotiva per la coppia, Rizzoli,
Milano 1999.

44
W.F. Harley Jr, His Needs Her Needs, Revell Fleming H. Baker,
Grand Rapids (MI) 2001.

45
J. Gray, Gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere,
Rizzoli, Milano 1995.

46
G. Chapman, Il cuore dei cinque linguaggi dell’amore, Elledici,
Roma 2010.

47
Marco Aurelio, A se stesso: pensieri-meditazioni, Garzanti,
Milano 1999.

48
E.L. Rossi, A Discourse with our Genes, Editris, Morcone 2004, p.
119.

49
J. Lilly, in L. Cozolino, Il cervello sociale - Neuroscienze delle
relazioni umane, Raffaello Cortina, Milano 2008, p. 3.
50
D. Attemborough, in R. Moody - P. Perry, Schegge di eternità,
Corbaccio, Milano 2011, p. 166.

51
D. Siegel, La mente relazionale, Raffaello Cortina, Milano 2001,
p. 146.

52
E. Laszlo, La scienza e il Campo akashico, Urra Apogeo, Milano
2009.

53
M. Meunier, Apollonio di Liana, Mediterranee, Roma 2011, p.
78.

54
C. Meo Fiorot, Energia mentale e pensiero positivo, Demetra,
Firenze 1993.

55
W. James, Le vane forme dell’esperienza religiosa, Fratelli
Bocca, Roma-Milano 1903, p. 12.

56
R. Bucke, La coscienza cosmica, Crisalide, Spigno Saturnia
1998.

57
W. James, Le forme dell’esperienza religiosa, cit., p. 208.

58
W. McGuire, Jung parla, Adelphi, Milano 1995, p. 187.

59
A. Jaffè, Ricordi sogni e riflessioni di C.G. Jung, cit., p. 395.

60
R. Menarmi, L’anima del sogno, Borla, Roma 2009, p. 150.
61
C.G. Jung, Un mito moderno: le cose che si vedono in cielo, in
Opere, vol. 10, Bollati Boringhieri, Torino 1981, p. 257.

62
W. James, Principi di Psicologia, cit., p. 24.

63
Ibid, p. 26.

64
E. Fromm, Il linguaggio dimenticato, Bompiani, Milano 1962, p.
34.

65
C.G. Jung, Seminari: Lo Zarathustra di Nietzsche, vol. 1, Bollati
Boringhieri, Torino 2011, p. 364.

66
C.G. Jung, in A. Jaffè, Sogni profezie e apparizioni, Mediterranee,
Roma 1987,p. 82.

67
M. Maltz, Psicocihernetica, Astrolabio, Roma 1965.

68
L. Ribeiro, Il successo non capita per caso, ItaliaNova, Milano
2006, p. 38.

69
C.G. Jung, Libro Rosso, cit., pp. 298-299.

70
E. Couè, Il dominio di se stessi, BIS, Borgofranco d’Ivrea 1993, p.
54.

71
W. Dement, in S. Krippner - F. Bogzaran - A. Percia de Carvalho,
Sogni straordinari, Astrolabio, Roma 2002, p. 97.
72
S. de Shazer, in B. O’Connell, La Terapia centrata sulla
soluzione, Ecomind, Salerno 2002, p. 79.

73
M. Seligman, Imparare l’ottimismo, Giunti, Firenze 1996.

74
L. Marinangeli, Risonanze celesti, Marsilio, Venezia 2000.

75
G.B. Shaw, Schizzi autobiografici, Archinto, Milano 1999, p. 48.

76
A. Einstein, Pensieri di un uomo curioso, Mondadori, Milano
1999, p. 108.

77
F. Fabbro, Neuropsicologia dell’esperienza religiosa, Astrolabio,
Roma 2010, p. 80.

78
R. Hopcke, La saggezza dei santi, Mondadori, Milano 2010, p.
82.

79
Ibid., p. 83.

80
S. Ferenczi, Diano clinico, Raffaello Cortina, Milano 2004, pp.
303-305.

81
F. Dolto, Psicanalisi del Vangelo, Rizzoli, Milano 1978, p. 156.

82
M. Klein, in M. Klein - J. Rivière, Amore odio e riparazione,
Astrolabio, Roma 1969, p.112.
83
M. Gill, Il senso non comune della vita, Macro, Diegaro di Cesena
2010.

84
R. Bandler - G. Thomson, The Secrets of Being Happy, Chapter
Ten, Meeting your Needs, The Magic Question, 56%, Amazon-
Kindle 11 marzo 2011.

85
C.G. Jung, Seminari: Lo Zarathustra di Nietzsche, cit., p. 50.

86
J. Léonard - P. Laut, Rebirthing, Astrolabio, Roma 1988, p. 25.

87
L. Cozolino, Il cervello sociale, cit., p. 9.

88
S. Freud, La mia vita - La psicoanalisi, Mursia, Milano 1982, p.
4.

89
G. Allport, in P. Watzlawick, II linguaggio del cambiamento,
Feltrinelli, Milano 1980, p. 76.

90
M. Ritterman, L ipnosi nella terapia familiare, Astrolabio, Roma
1986, p. 77.

91
B.A. Erickson - B. Keeney, Milton Erickson: un guaritore
americano, cit., p. 26.

92
C.G. Jung, Il simbolo della trasformazione della messa, in Opere,
voi. 11, Bollati Boringhieri, Torino 1979, pp. 247-252.
93
C.G. Jung, Seminari: Lo Zarathustra di Nietzsche, cit., p. 298.

94
E Nietzsche, Così parlò Zarathustra, vol. 2, Adelphi, Milano
1981, p. 235.

95
D. Lessing, in J. Cederquist, Le coincidenze non esistono, Rizzoli,
Milano 2010 (retrocopertina).