Sei sulla pagina 1di 10

Scuola di Dottorato in Scienze Storiche in Età Contemporanea

Pro.M. La modernizzazione italiana in prospettiva comparata


Pro.M. Conoscere il territorio
Centro Interuniversitario per la Storia del Cambiamento Sociale e dell’Innovazione - Ciscam

Ambiente, rischio sismico e prevenzione nella storia italiana


Convegno di Studi

Siena, Scuola Superiore Santa Chiara


Aula Refugio, via del Refugio 4
2 dicembre 2010

Disastri e paure collettive


di Gianni Silei*

«A nessuno piacerebbe sentir raccontare solamente di case che crollano l’una dopo l’altra, del terrore
per l’incendio che si propaga o della paura per l’acqua, dell’oscurità, dei saccheggi, dei lamenti dei feriti e
di chi cerca i propri cari. E d’altro canto, sono proprio queste cose che ricompaiono – pressoché identiche
– in qualsiasi catastrofe naturale».

Così, il 31 ottobre del 1931, Walter Benjamin ai microfoni del Berliner Rundfunk.
Benjamin era stato chiamato a tenere un ciclo di trasmissioni radiofoniche di venti
minuti dedicate ad alcuni grandi disastri della storia: Ercolano e Pompei, l’incendio del
teatro di Canton e il terremoto di Lisbona. Le parole che ho citato si riferivano proprio a
quest’ultima catastrofe.

I disastri, era il punto di partenza del suo ragionamento, sembrano tutti uguali.
Tuttavia, Benjamin si soffermò in particolare sul terribile terremoto del novembre 1755

*Testo dell’intervento presentato al convegno privo di note e di riferimenti bibliografici. Da non citare senza il consenso dell’autore.
perché lo considerava – a ragione - uno spartiacque epocale. Lisbona infatti non fu una
catastrofe come tutte le altre. Fu, a detta di tutti, qualcosa di «unico e sorprendente».

Per Benjamin questa peculiarità non risiede dalla forza distruttiva sprigionata dalla
natura né dagli impressionanti racconti di coloro che sopravvissero miracolosamente al
sisma. Il terremoto di Lisbona fu uno spartiacque per via della sua vicinanza. Per usare le
sue parole, esso non era avvenuto infatti in qualche località sperduta dell’Asia o del Sud
America né «all’ombra dei grandi vulcani come il Vesuvio e l’Etna, che, complice l’ampia
tradizione classica sull’argomento, da Aristotele a Plinio, [lo] rendevano […] una
componente in una certa qual misura familiare per chi, da oltre le Alpi, intraprendeva il
viaggio in Italia, sperimentando nelle scosse e nel panorama diroccato delle rovine una
sorta di espressione, terrificante ma anche pittoresca, del genius loci mediterraneo». No.
«Lisbona […] era l’Europa oceanica della nascita del mercato e della grande espansione
verso il Nuovo Mondo, apparteneva al centro atlantico della civiltà e dei commerci».
Insomma: «Dire Lisbona distrutta», ricordò Benjamin ai radioascoltatori «era per
quell’epoca, un po’ come dire oggi, per noi, Chicago o Londra distrutte».

Ma come si raccontano le catastrofi e in che modo la loro narrazione influenza le


paure collettive?
Tralasciando per ragioni di tempo le cronache antiche e quelle di epoca moderna,
forse le più studiate, almeno dalla prospettiva della “storia culturale dei disastri”, vorrei
soffermarmi su quelle a noi relativamente più vicine. In particolare, proprio in quanto
evidenziano delle chiavi di lettura utili alla comprensione della sensibilità contemporanea,
vorrei accennare al modo di raccontare i disastri che si sviluppò a partire dalla seconda
metà dell’Ottocento e che seguì di pari passo il progressivo affermarsi della società
dell’informazione e la nascita delle opinioni pubbliche nazionali.

Fu l’avvento della stampa popolare a segnare l’inizio dell’epoca d’oro della cronaca dei
disastri. Al pari dei più efferati delitti di cronaca nera, le catastrofi furono al centro di una
crescente produzione che le ricostruiva nei minimi dettagli, spesso romanzando o
distorcendo la realtà, indugiando nella descrizione degli atti eroici, dei dettagli più
truculenti o sottolineando i risvolti più toccanti. Il loro successo derivò in massima parte
dal fatto che, a differenza dei romanzi a puntate o della letteratura fantastica o di
evasione, non si trattava di finzione ma di storie vere, sia pure, come detto,
opportunamente drammatizzate.

2
La “mediatizzazione” della catastrofe naturale avveniva prevalentemente ricorrendo a
linguaggi che attingevano alla tradizione del passato più o meno recente (penso ai canard
francesi, precursori dei grandi fogli illustrati popolari) ma anche veicolata da alcune
figure relativamente nuove come quella dell’inviato speciale.

Un paio di esempi.

Il primo. Un terremoto. Quello di San Francisco del 1906.


Appena diffusasi la notizia del disastro, la redazione del Collier’s Weekly telegrafò a Jack
London, che viveva a soli quaranta chilometri dalla città californiana «chiedendogli di
andare sulla scena del disastro e di scrivere ciò che vedeva». «Il signor London» - si
leggeva sul Collier del 5 maggio 1906 - «è partito immediatamente, e ha inviato la
seguente drammatica descrizione dei tragici eventi ai quali ha assistito nella città in
fiamme»:

«Mercoledì mattina alle cinque e un quarto» – scrisse London – «c’è stato il terremoto. Un
minuto dopo si sono levate alte le fiamme. In una decina di quartieri a sud di Market Street, nei
bassifondi della classe operaia e nelle fabbriche sono divampati gli incendi. Non c’è stato niente che si
opponesse alle fiamme. Non c’è stata organizzazione, non c’è stata comunicazione. Tutti gli accorti
ingranaggi di una città del XX secolo erano stati annientati dal terremoto. Le strade si erano deformate,
inarcandosi e infossandosi, e si erano riempite di mucchi di detriti caduti dai muri. Le rotaie d’acciaio si
erano piegate ad angolo retto o torte su se stesse. Erano crollate le linee del telefono e del telegrafo. Ed era
esplosa la rete idrica. Tutte le ingegnose invenzioni e dispositivi di sicurezza creati dall’uomo erano stati
messi fuori uso da una contrazione della crosta terrestre durata trenta secondi».

La corrispondenza proseguiva con la descrizione di come il fuoco si fosse fatto strada


per le vie della città trasformandola in una «fornace rovente», con la fuga dei
sopravvissuti, laceri e sotto choc (la «carovana dei bauli»), con l’immane sforzo dei
soccorritori, le scene di morte e la disperazione dei vivi. E con una parola ricorrente:
orrore.

Un altro esempio. Un altro terremoto. Quello di Yokohama del settembre 1923 (circa
100.000 morti).

«Fate frasi brevi. Fare paragrafi iniziali brevi. Usate un inglese energico. Fate
affermazioni non negazioni». Fu attenendosi a queste semplici ma efficaci regole
3
giornalistiche che Ernest Hemingway raccolse per i lettori del Toronto Daily Star la
testimonianza di una sopravvissuta. In quell’articolo le domande del cronista (e che
cronista) sono semplici («che cosa faceva la gente?» «Come si comportava?») non banali
come quelle pronunciate da qualche inviato televisivo o radiofonico di oggi in cerca di
sensazionalismo (la più scontata e agghiacciante pronunciata in questi casi è: «che cosa
sta provando in questo momento?»). In questo pezzo l’inviato è come invisibile («non ci
sono giornalisti in questa storia», scrive Hemingway). Il reporter non cede al
protagonismo, è soltanto lo strumento che consente al testimone di dialogare con il
lettore. Di raccontargli la sua storia.

Tuttavia, le grandi firme del giornalismo o della letteratura più che a raccontare
l’evento catastrofico in sé sono chiamate a commentare l’accaduto, a presentarlo al
lettore mediato non solo dal mezzo espressivo utilizzato ma anche dalla loro particolare
sensibilità.

Per il semplice cronista, sia esso della carta stampata, della radio e poi della televisione,
chiamato invece prima di tutto ad informare, le cose sono più complicate. Il rischio di
cedere alla retorica del disastro è costantemente dietro l’angolo, dal momento che «il
caso eccezionale si presenta [sempre] come anomalia informativa, iperbole ed innovazione al
tempo stesso, assumendo il carattere di evento spiazzante, anche rispetto ai tradizionali
stereotipi sensazionali». In questi casi, «il problema principale diventa quello di
ricontestualizzare l’evento il più rapidamente possibile e di orientarne la valenza politica
e culturale».

A rafforzare e sottolineare il pathos suscitato dalla narrazione degli eventi catastrofici, e


dunque a veicolare le paure contribuirono poi le immagini. Se un tempo erano le
incisioni o i dipinti, è in questa fase che la fotografia, grazie al miglioramento della
tecnica, cominciò a ritagliarsi uno spazio crescente. Anche qui il linguaggio utilizzato fu
una commistione di vecchio e di nuovo. In occasione di grandi sconvolgimenti naturali
l’evento risulta talmente impressionante e spettacolare da indurre colui che lo
rappresenta, l’illustratore, l’incisore il pittore ieri, il fotografo, l’operatore, il cameraman
oggi, a lasciarsi soggiogare e cedere al fascino sensazionale e alla terrificante bellezza
sprigionata dalla forza della natura.

L’iconografia dell’età moderna, che si rivolgeva non tanto ad un pubblico di lettori


quanto piuttosto di scienziati o di eruditi, tendeva a fornire una rappresentazione
4
d’insieme dell’evento naturale (e quindi abbondavano le visioni dall’alto, i panorami, gli
scorci prospettici). Ne abbiamo un esempio nell’immagine che abbiamo scelto per
questo convegno, una tela del pittore scozzese tardo settecentesco Jacob More che si
intitola L’Etna e il mito dei Pii Fratres.

Le illustrazioni della stampa popolare e le immagini fotografiche seguirono questi


stessi canoni salvo progressivamente esaltare i particolari, soffermarsi su di essi,
inaugurando una tendenza che sarebbe stata portata alle estreme conseguenze con
l’avvento della televisione.

Emerge progressivamente una tendenza alla scomposizione, alla frammentazione


dell’avvenimento nel quale parrebbero riecheggiare le parole di McLuhan laddove
attribuisce all’uomo alfabetizzato e civilizzato la tendenza a racchiudere lo spazio e a
separare le funzioni diversamente dalle società tribali, che tendono a porre sempre ciò
che le circonda in rapporto al proprio corpo.

Sempre in questi anni, alla fotografia si affiancò il cinematografo, antesignano a sua


volta della televisione. San Francisco, ad esempio, fu una delle prime catastrofi naturali
ad essere documentata non solo dalla fotografia ma da immagini in movimento. La
compagnia di produzione Thomas Edison, come già aveva fatto per il ciclone di
Galveston del settembre 1900, approntò una specie di unità mobile e girò varie sequenze
filmate del disastro che furono proiettate tra lo sgomento del pubblico che vide quindi
materializzarsi gli scenari infernali che aveva letto sugli articoli dei giornali.

«Gli eventi di grande portata che toccano il destino di tutti gli uomini» - scrisse Kant
un anno dopo il terremoto di Lisbona - «suscitano a buon diritto quel genere
apprezzabile di curiosità che è destata da tutto ciò che è straordinario e che si volge a
indagare le cause che lo hanno prodotto». Ogni volta che assistiamo al grandioso e nel
contempo terrificante spettacolo della forza della natura proviamo stupore, timore
reverenziale (se non terrore) e curiosità.

Ma quando l’emergenza è finita, nel momento poi in cui cioè la polvere delle macerie
si è posata, lo sbigottimento si attenua ed entrano in gioco altre variabili emozionali.
Emergono altri interrogativi. Uno su tutti: perché? Come può essere accaduto?

5
Ecco allora che si rende necessaria la figura dell’esperto. Così come la sensibilità delle
civiltà antiche e preindustriali si rivolgeva allo sciamano, al mistico-guaritore, al
sacerdote, la sensibilità moderna, che per quanto tecnologizzata è in realtà alla ricerca
delle medesime risposte, si affida al filosofo, allo psicologo, all’intellettuale perché
interpretino (e quindi esorcizzino) l’arcano che si cela dietro certe manifestazioni naturali
estreme.

«A differenza del primitivo, che era frastornato dall’imprevedibilità degli eventi


naturali» l’uomo del ventunesimo secolo «possiede una mentalità scientifica che gli
consente di cogliere i rapporti di causa ed effetto tra gli accadimenti e di attendersi delle
spiegazioni logiche ogniqualvolta si addentra in un ambito esperienziale che non
conosce. La nostra civiltà ci ha forniti di un’attesa razionale e di un senso pressoché
continuo di sicurezza intellettuale che ci consentono non soltanto di capire le cause
naturali di un gran numero di situazioni, ma anche di non preoccuparci troppo di fronte
a eventi di cui non abbiamo ancora acquisito una conoscenza definitiva. In presenza di
qualcosa di cui sfuggono le cause, l’uomo del [ventunesimo] secolo sa, poiché possiede
una mentalità scientifica, che la sua ignoranza è provvisoria, che le cause esistono e che,
presto o tardi, potranno essere individuate. L’ignoto spaventa meno di un tempo perché
la natura in cui l’uomo contemporaneo vive è intellettualizzata in anticipo».

La natura intellettualizzata spaventa meno. In condizioni normali, però. In caso di


catastrofe, cioè di un evento che rovescia completamente ogni prospettiva e rompe
equilibri dati per certi, questo atteggiamento viene meno. A quel punto la natura, che
non è né madre né matrigna, pare riacquistare tutte quelle valenze soprannaturali che la
sensibilità moderna pareva avere definitivamente esorcizzato.

Questo perché una catastrofe scuote nel profondo le più elementari certezze, attiva
meccanismi fisiologici (l’amìgdala, il nostro “cervello di lucertola”) che riportano alla
luce le paure più nascoste e gli istinti più antichi rendendo spesso inutili le spiegazioni o i
comportamenti razionali.

Il più delle volte, durante e dopo le catastrofi, la gente prega o comunque cerca
conforto nella religione. L’irrazionale, il trascendente riemerge. Anche nelle società più
secolarizzate e razionalistiche. Anzi, in questi contesti il recupero di una dimensione
spirituale può essere persino letto come una sorta di reazione al “tradimento” della

6
scienza e della tecnologia verso le quali si era fino a quel momento nutrito una fiducia
eccessiva.

C’è poi quello che potremmo definire il risvolto negativo della «cultura del controllo»
che caratterizza le nostre società. Una cultura che, sovrastimando la scienza e la tecnica,
molto spesso pretende «il rischio zero, anche se il rischio zero non esiste». Si tratta di un
approccio sbagliato, egualmente irrazionale, addirittura pericoloso, di porsi in rapporto ai
disastri. La cieca fiducia nella scienza può insomma crollare improvvisamente nel
momento in cui questa, caricata di eccessive aspettative, sembra non soddisfarle. Pensate
alle polemiche, anche giudiziarie, che sono seguite al terremoto in Abruzzo e che hanno
coinvolto esperti e protezione civile ma che sono le stesse ogni qual volta si ha a che fare
con un sisma. Le domande sono ricorrenti: gli “scienziati”, i tecnici hanno sottovalutato
lo sciame sismico che ha preceduto la scossa più devastante? Le autorità hanno adottato
fino in fondo il principio di precauzione? Ma soprattutto: il terremoto poteva essere previsto?

Aggiungo, a margine, un’altra brevissima notazione che meriterebbe un ulteriore


approfondimento: in presenza di un particolare clima sociale, soprattutto in fasi di
particolare incertezza o di relativismo culturale, i drammi di portata catastrofica tendono
ad essere amplificati e, talvolta, ad essere usati strumentalmente. È già successo, ad esempio,
tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento cioè negli anni compresi tra le eruzioni
del Krakatoa (1883), di Saint-Pierre in Martinica (1902) e il terremoto di Messina (1908).
Un fenomeno analogo – fatti ovviamente tutti i debiti distinguo – si sta verificando con
l’avvento di quella che Ulrich Beck ha chiamato la «società del rischio» (inaugurata però
non da un disastro naturale ma da uno tecnologico, l’incidente di Chernobyl).

Abbiamo visto le reazioni emotive suscitate dall’evento catastrofico in sé e le paure di


fronte al mistero delle cause possono averlo provocato e detto della necessità di
razionalizzarlo e prenderne coscienza. Vorrei adesso parlare di un’altra paura legata ad
eventi catastrofici, ovvero del timore che essi possano, in futuro, accadere di nuovo. È il
nodo della resilienza, cioè delle modalità con cui un corpo sociale, dopo aver affrontato
l’emergenza, si pone di fronte alle conseguenze del disastro e si propone di superarle. Si
tratta in altre parole, di quella che potremmo chiamare l’eredità delle catastrofi.

Lisbona – lo abbiamo detto poco fa – fu la prima grande catastrofe dell’Europa


moderna. Tuttavia, essa «fornì una preziosa opportunità allo Stato per assumere e
cercare di assolvere al nuovo compito di tutore dello sviluppo e del benessere della
7
collettività». Il marchese di Pombal, ministro di re José I, non solo ricostruì la città
lusitana (tra la l’altro con una filosofia urbanistica e con tecniche architettoniche
innovative) ma ne approfittò per riorganizzare, modernizzare la vita politica e sociale
della nazione (riforma del sistema fiscale, rilancio dei commerci, abolizione della
schiavitù, cacciata dei gesuiti e laicizzazione del nascente sistema educativo). Una serie di
riforme che costituirono un esempio al quale nazioni ben più potenti del piccolo
Portogallo (Francia e Spagna, ad esempio) si ispirarono negli anni successivi.

Coincidenze? Forse. Quel che è certo è che, direttamente o indirettamente, quella


catastrofe fu l’occasione per ripartire. Ma allora le catastrofi, al di là del loro tragico
bilancio di morti e distruzioni, sono dunque un’opportunità?

Sappiamo che le paure collettive possono rappresentare un drammatico corto circuito,


riportare le lancette della storia indietro di secoli, indurre a comportamenti sociali
irrazionali ed aberranti. Ma così come la paura individuale rappresenta un’emozione
innata necessaria per la sopravvivenza stessa della specie, è indubbio che certe paure
collettive, nel momento in cui vengono spiegate e si traducono in comportamenti o
azioni volti a fronteggiarle in modo razionale, hanno rappresentato e possono
rappresentare anche un motore, in positivo, della storia.

C’è però un rischio, dietro l’angolo. Quello dell’oblìo. Perché le paure sociali nascono,
raggiungono il loro culmine, magari alimentando a loro volta un «corteo» di altre paure, e
poi spariscono. Salvo poi riemergere a distanza di tempo, magari di qualche generazione.
Ecco che allora diventa importante, forse decisiva, proprio la questione del come le
società tramandano il ricordo di una catastrofe.

«La Natura non conosce catastrofi» ha detto Max Frisch, a significare che le catastrofi,
in quanto tali, non esistono se non in rapporto all’uomo e alla sua società. La percezione
di un disastro dipende dal grado di sviluppo di una società ma è anche e soprattutto un
fattore culturale.

Non è questa la sede, ma prima o poi sarebbe interessante parlarne, di discutere delle
competenze che dovrebbe possedere, dei modi attraverso i quali dovrebbe operare e
degli strumenti e delle fonti a cui dovrebbero attingere figure – tutte nuove e tutte da
inventare – come quelle del “disastrologo” o del “chindunologo”. Quello che vorrei
porre come possibile tema di discussione è che anche in questo come in altri ambiti,
8
l’approccio comparativo e l’interdisciplinarietà risultano probabilmente due vere e
proprie pietre angolari.

Chi si cimenta in questo settore di studi deve inoltre tenere presente il fatto che eventi
particolarmente estremi possono rendere improvvisamente labile «il confine tra fantasia
e realtà» e risvegliare quei meccanismi psicologici infantili di autodifesa che di fronte al
riemergere di fantasie e di paure ancestrali inducono, in un estremo tentativo di
proteggersi dal loro stesso ricordo, alla rimozione individuale e collettiva.

C’è poi un altro fattore che, come dire, congiura contro la memoria delle catastrofi e
che è di nuovo una sorta di inconscia reazione di difesa alle paure che queste catastrofi
accendono.

In un bel libro di qualche anno fa dedicato ai temi del rischio e della sicurezza,
Wolfgang Sofsky parla della «voglia di normalità» che segue ogni evento catastrofico e di
come, a ben guardare, «l’affermazione secondo cui la gente impara molto dalle catastrofi»
non sia altro che «un pio desiderio»:

«La disgrazia dei padri è dimenticata dai figli. Ogni generazione deve fare la propria esperienza di
sventura».

A quest’opera di rimozione, in taluni casi dovremmo dire di sedazione, contribuisce


paradossalmente in misura sempre più rilevante proprio quel mezzo di comunicazione
che, facendo leva sull’istinto voyeuristico del pubblico, costruisce di volta in volta molte
delle sue fortune mostrando le scene dei disastri: la televisione. Infatti, «mentre la
catastrofe è un evento unico, la moltiplicazione delle immagini, instancabilmente
ritrasmesse a ciclo continuo, è una maniera di edulcorare e addomesticare poco a poco il
terrore».

Che dire, allora? L’ottimismo della volontà va sempre coltivato e promosso, specie in
riferimento ad eventi catastrofici. Se però questa predisposizione mentale viene esercitata
senza che segua una meditata riflessione sull’accaduto e senza un costante richiamo alla
memoria come primo strumento di prevenzione – insomma: senza che si ricorra anche al
proverbiale pessimismo della ragione – sono guai.

I disastri naturali, capitano. E capiteranno in futuro.


9
Rimuovere o (peggio ancora) banalizzare o negare il rischio (per giunta non per una
scelta precisa e consapevole ma per superficialità o per interessi contingenti) significa di
fatto lasciare colpevolmente sulle spalle delle generazioni future una pesante,
pesantissima eredità. Una dissennata pratica dilatoria, sia detto per inciso, che le nostre
società hanno purtroppo dimostrato – anche in altri settori – di sapere esercitare molto
bene.

Ma questo è un altro discorso.

10