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Saggi

Irwin Wall

L’amministrazione Carter e
l’eurocomunismo

The Carter Administration and Eurocommunism


Eurocommunism was a rather complex phenomenon, being paradoxically both permit-
ted by détente and as well as a factor of its destabilisation. Even if there was some
ambivalence in the Carter administration about the best way of dealing with it, overall
the administration seemed to be rather unconcerned about the phenomenon. Carter
had other priorities, and felt the West European countries to be mature democracies,
able to deal with their own internal problems. However, whether Eurocommunism was
to serve the interests of the US, or rather to be detrimental to them, ultimately un-
dermining NATO by causing a «finlandization» of the West European foreign policies,
was an issue that neither the President nor his administration were obliged to solve.
Even if the Pci entered the parliamentary majority supporting the government, neither
it nor the PCF gained direct access to power during the 1970s. Nonetheless, an endur-
ing result of Eurocommunism was the definitive evolution of the Western communist
parties toward social democracy and the acceptance of pluralism.

Keywords: Eurocommunism, Carter Administration, Détente, Western European Com-


munist Parties

L’eurocomunismo è stato un prodotto della distensione, che ha reso possibile


l’evoluzione dei partiti comunisti dell’Europa occidentale verso la piena partecipazione ai rispet-
tivi sistemi politici. Grazie al fatto che la NATO dichiarò di essere compatibile con la distensione,
ad esempio, il Pci poté accettare l’alleanza NATO e la CEE. L’eurocomunismo, però, operò anche nel
senso di indebolire la distensione. Rischiò di costituire un fattore destabilizzante per la politica
interna dell’occidente, soprattutto qualora i partiti comunisti di Italia e Francia avessero avuto
successo nei loro tentativi di partecipare al governo dei rispettivi paesi e turbò la vita politica
delle nazioni dell’Europa orientale, incoraggiando i movimenti dissidenti, le critiche all’Unione
Sovietica e le spinte verso una separazione da essa1. Ciò spiega l’opposizione di Henry Kissinger
all’eurocomunismo: la sua visione statica della distensione, come congelamento dello status quo,
era concepita al fine di stabilizzare la vita politica di est e ovest. In questo egli si trovava d’ac-
cordo con il Cremlino, che a sua volta, dal 1977 in avanti, attaccò aspramente l’eurocomunismo.
Per Kissinger l’ipotesi che i comunisti fossero davvero cambiati non aveva molta importanza; in

1
Pierre Hassner, Eurocommunism and Détente, in «Survival», 19, 6, Nov./Dec. 1977, pp.
150-154.

181 Ricerche di Storia Politica 2/2006


ogni caso non voleva i comunisti nei governi occidentali, né sfide all’URSS da parte dell’Europa
orientale, temendo che un’altra Cecoslovacchia avrebbe indotto la reazione dell’occidente e solle-
vato lo spettro di una nuova guerra.
L’eurocomunismo condivideva questa caratteristica destabilizzante con la Ostpo-
litik di Willy Brandt, a sua volta contrastata da Kissinger. Questi, tuttavia, cercò di limitare la sua
opposizione a Brandt in quanto la politica del cancelliere tedesco appariva come un’estensione
europea della distensione fra sovietici e americani. L’Ostpolitik però era tesa, nel lungo periodo, a
provocare un’evoluzione interna al regime della Germania dell’est, portandolo a rafforzare sempre
di più i vincoli con la Repubblica Federale, in una relazione che, data la disparità fra le due, non
poteva che essere di subordinazione. Per estensione, la rimozione della minaccia revanscista della
Germania occidentale verso l’est e lo spettro di una Germania dell’ovest pacifica, simbolizzato
da Brandt in ginocchio di fronte al monumento del ghetto di Varsavia, minacciavano similmente
di destabilizzare il resto dell’est sovietico. Jimmy Carter pensò di proseguire la distensione e,
anzi, fece affidamento proprio su quella. Introdusse però anche un aspetto problematico nella
sua interpretazione della distensione, associandola ad una vigorosa politica dei diritti umani che
immediatamente sollevò i sospetti sovietici di essere diretta alla destabilizzazione dell’URSS.
L’amministrazione Carter, in effetti, mise fine alla distensione come l’aveva intesa Kissinger e
abbracciò la concezione europea di distensione che era alla base della Ostpolitik, le cui fonda-
menta non erano costituite dallo status quo ma dal cambiamento. Curiosamente, i leader francese
e tedesco del momento, Giscard d’Estaing e Schmidt, erano più vicini alla concezione statica di
Kissinger che al dinamismo di Brandt.
La politica dei diritti umani di Carter divenne, agli occhi dei sovietici, allineata
all’eurocomunismo come parte di un’offensiva complessiva tesa specificatamente a destabilizzare
l’URSS. L’amministrazione Carter, nel suo iniziale entusiasmo per la distensione, trovò sostegno
spontaneo da parte del partito comunista italiano, che riconosceva quanto la sua politica di
compromesso storico fosse condizionata dall’esistenza di buoni rapporti fra Washington e Mosca.
Berlinguer aveva assistito personalmente alla crescita progressiva della Ostpolitik di Brandt, con
la quale si identificava, nel periodo in cui aveva fatto da intermediario fra la Spd e il regime della
Germania dell’est, quando Brandt era stato ministro degli Esteri, dal 1968 al 19692.
Negli Stati Uniti, molti di coloro che analizzarono il fenomeno dell’eurocomuni-
smo percepirono e accolsero con entusiasmo il suo aspetto destabilizzante; Cyrus Vance pensò che
sarebbe potuto venire a vantaggio dell’occidente, mentre il consigliere per la sicurezza nazionale
di Carter, Zbigniew Brzezinski, inizialmente era incerto circa il modo in cui si sarebbe dovuto
reagire. L’incertezza di Brzezinski era condivisa dal presidente, che altrimenti non appariva troppo
interessato alla questione, in quanto convinto che fosse un problema europeo e non americano.
L’amministrazione Carter decise alla fine di opporsi alla diretta partecipazione comunista al potere

2
Sulla distensione e le relazioni fra l’Unione Sovietica e il PCI si veda Silvio Pons, L’Italia
e il PCI nella politica estera dell’URSS di Brezhnev, in L’Italia Repubblicana nella crisi della anni settanta: tra
Guerra fredda e distensione, a cura di Agostino Giovagnoli e Silvio Pons, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003,
Vol. I, pp. 69-85.
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nell’Europa occidentale, ma dichiarò che non sarebbe intervenuta nella politica interna italiana,
mostrando invece di gradire l’appoggio dei comunisti al governo italiano ma senza partecipazio-
ne; cominciò quindi un dialogo con i partiti comunisti dell’Europa occidentale, in particolare col
Pci, nel tentativo di incoraggiarli ad evolversi fino ad accettare pienamente i valori occidentali.
L’eurocomunismo non era una questione prioritaria per l’amministrazione Carter
in tema di politica estera. Non era abbastanza importante, ad esempio, da far pensare a Cyrus
Vance, segretario di Stato durante la presidenza Carter, che valesse la pena di menzionarlo nel-
le sue memorie. In effetti, non si trova molto di rilevante riguardo all’Europa nelle memorie di
Vance: l’argomento più significativo, infatti, è la questione dell’impiego della bomba al neutrone,
che raggiunse l’apice durante la crisi dell’eurocomunismo (se di crisi si trattò) e che costituì una
«crisis of confidence in the NATO alliance» e un test per la leadership del presidente. Eppure Vance
ammise di aver seguito persino la crisi della bomba al neutrone solo superficialmente poiché era
impegnato da altre priorità, come i negoziati SALT con l’URSS, il Medio Oriente, le incursioni so-
vietiche in Africa, il trattato del canale di Panama, e così via3. La letteratura sull’amministrazione
Carter e sulla sua politica estera difficilmente potrebbe definirsi cospicua. Tuttavia negli studi che
abbiamo, un rapido esame non rivela quasi nessun riferimento all’eurocomunismo, né gli analisti
prestano molta attenzione alle relazioni statunitensi con l’Italia e nemmeno con l’Europa a questo
riguardo. L’unica eccezione parrebbe confermare la regola. La biografia di Carter scritta da Peter
Bourne menziona che Zbigniev Brzezinski spedì al presidente un memorandum nel marzo 1977,
avvisandolo di come il rischio di una partecipazione del Pci al governo in Italia avrebbe potuto
costituire il «gravest political problem in Europe». Il memorandum però non suscitò grandi reazio-
ni in Carter, secondo Bourne, riflettendo la scarsa considerazione del presidente per l’ossessione
di Brzezinski verso il comunismo e la propria mancanza di interesse verso quest’area. Carter prese
le distanze dagli affari europei, convinto che i paesi europei fossero democrazie mature, in grado
di occuparsi di se stesse, e si interessò prevalentemente del Medio Oriente, anche perché la sua
religiosità lo spingeva a guardare a questa zona con grande passione, tanto che il raggiungimento
della pace in Medio Oriente divenne virtualmente una sua crociata personale4.
Olav Njolstad ha studiato l’amministrazione Carter e la sua politica verso l’Italia
e ha concluso che essa percepiva l’eventualità di crisi seria ma restava confusa riguardo al modo
migliore di reagire ad essa, bloccata fra l’opposizione alla partecipazione comunista e il desiderio
di non dare l’impressione di interferire nella politica interna italiana5. Più che di reazione ad una
crisi, tuttavia, nelle carte di Brzezinski presso la Carter Library è possibile trovare solo ulteriori
prove del posto subordinato che l’eurocomunismo e gli affari italiani occupavano nelle priorità
dell’amministrazione Carter. Così, in un Memorandum of Conversation fra l’ambasciatore italiano

3
Cyrus Vance, Hard Choices: Critical Years in America’s Foreign Policy, New York, Simon
and Schuster, 1983, pp. 68-69.
4
Peter G. Bourne, Jimmy Carter: A Comprehensive Biography from Plains to Postpresidency,
New York, Scribner, 1997, p. 98.
5
Olav Njorstad, The Carter Administration and Italy: Keeping the Communists Out of Power
Without Interfering, in «Journal of Cold War Studies», 4,3, Summer 2002, pp. 56-94. Questo non è il più
esauriente fra gli studi disponibili. La prospettiva offerta qui è diversa da quella di Njorstad; dove questi
vede confusione, io vedo tendenzialmente una mistura di relativa indifferenza e di ambivalenza.
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Gaja e Brzezinski, datato 31 marzo, si nota come l’ambasciatore cominciò con il sottolineare il de-
teriorarsi della situazione italiana. L’Italia stava avviandosi verso una crisi di grandi proporzioni,
la cui soluzione poteva dipendere dai segnali statunitensi: qualora gli Stati Uniti avessero dato
l’impressione di accettare il partito comunista nel governo, «then you would have them in the
government tomorrow». Eppure, nonostante questa grave minaccia, l’ambasciatore si lamentò del
fatto di non riuscire ad ottenere un appuntamento col presidente Carter, e che neppure il ministe-
ro degli Esteri italiano era in grado di procurarsi un incontro con il segretario di Stato Vance. C’era
una ragione in particolare per questo? Non contava nulla l’Italia agli occhi americani? Brzezinski
assicurò l’ambasciatore che l’importanza dell’Italia era evidente, lo era a tal punto che gli USA
non avevano bisogno di ribadirlo. Brzezinski continuò assicurando l’ambasciatore che «we do not
favor participation of the Pci in the Italian government». Brzezinski, però, sottolineò anche come
«trends in the Communist movement are to our advantage and should be abetted» e che queste
tendenze erano «most advanced in the Pci». Questo non era un argomento in favore della parteci-
pazione, affermò Brzezinski, e gli Stati Uniti non intendevano incoraggiare un ingresso del Pci nel
governo. Al contrario, dunque, era un argomento contro tale partecipazione? In tal caso non era
certo molto forte. Brzezinski proseguì affermando che il primo ministro Andreotti sarebbe stato
invitato per una visita ufficiale a Washington durante l’estate, un chiaro segno dell’importanza
dell’Italia agli occhi americani. Molti gesti erano stati fatti in favore dell’Italia, ma l’ambasciatore
doveva rendersi conto «that you cannot build a stable relationship on constant cries of “disaster”
and “crisis”». L’Italia non doveva esagerare l’importanza di «things that did not happen», un rife-
rimento all’abitudine dell’amministrazione di incontrarsi con inglesi, francesi e tedeschi insieme
ma non con gli italiani6.
Richard Gardner, all’epoca ambasciatore di Carter, aveva provato a correggere
tale impressione di disinteresse per l’Italia da parte degli americani. A voler credere all’amba-
sciatore, l’Italia non era in nessun modo un’area periferica in quel periodo, anzi era cruciale.
Nel costruire una barriera contro la partecipazione comunista in Italia, Gardner sostiene di aver
retto gli argini contro un’inondazione di neutralismo e «finlandizzazione» che minacciava di
sommergere tutta l’Europa. Convincendo il governo italiano ad accettare l’installazione dei missili
nel 1979, per contrastare l’effetto dell’installazione degli SS-20 sovietici, l’ambasciatore rese
possibile l’installazione tedesca dei missili, una forte politica di difesa che continuò anche sotto
Reagan, il conseguente collasso del comunismo e la fine della guerra fredda. Non posso affrontare
qui quest’ultima pretesa, se non per sottolineare come il comunismo sia probabilmente crollato
nell’Europa dell’est e nell’URSS nonostante, e non a causa, l’aumento delle spese militari in occi-
dente. Tuttavia l’affermazione di Gardner di aver bloccato la partecipazione dei comunisti italiani
al governo è un’altra questione che merita di essere considerata7.

6
Memorandum of Conversation, Ambassador Gaja and Special Assistant to the President
Brzezinski, March 31, 1977, Jimmy Carter Library (d’ora in avanti JCL), Brzezinski Materials, Subject File,
Memcons, Box 33.
7
Richard Gardner, Mission: Italy. Gli anni di piombo raccontati dall’ambasciatore america-
no a Roma 1977-1981, Milano, Mondadori, 2004. Ho avuto la fortuna di lavorare sulla versione inglese, che
mi è stata fornita dall’ambasciatore.
184 Irwin Wall
Le memorie di Gardner, in effetti, rivelano quanto fermamente fosse contrario
alla partecipazione governativa del Pci prima di assumere la sua «missione», un atteggiamento
che si indurì ulteriormente dopo il suo arrivo a Roma. Un ampio dibattito accademico stava aven-
do luogo negli Stati Uniti riguardo all’eurocomunismo, stimolato dall’influsso, durante gli anni
Sessanta, di una grande quantità di giovani docenti di storia e scienze sociali la cui formazione
era venuta a coincidere con il movimento per i diritti civili e le battaglie contro la guerra del
Vietnam, e che erano molto a sinistra rispetto all’opinione pubblica del loro paese (confesso: sono
uno di loro, e per primo fui stimolato all’epoca a scrivere un libro sui comunisti francesi)8. Non
posso occuparmi qui di questo dibattito, né ci provai nel saggio che ho pubblicato sugli Stati
Uniti e l’eurocomunismo: il mio intento era piuttosto quello di esaminare l’opinione non degli
studiosi ma dell’opinione pubblica, come veniva espressa dai giornali più letti e dalla stampa9.
È chiaro che il dibattito accademico aveva dei riflessi sull’opinione pubblica, e Gardner, le cui
credenziali accademiche precedevano gli anni Sessanta, non condivideva, nonostante fosse un
democratico, le opinioni di sinistra in voga all’epoca. L’articolo di Peter Lange, ad esempio, che fu
ampiamente letto e segnalato, What is to Be Done About Italian Communism, apparso su «Foreign
Policy» nel 1975, arrivava alle conclusioni che gli interessi americani e italiani potevano essere
meglio serviti lasciando che il Pci entrasse nel governo italiano10. L’articolo venne pubblicizzato
dalla stampa italiana, dove molti commentatori esagerarono l’influenza e l’importanza di Lange.
Gardner era fortemente in disaccordo con le sue idee: non credeva che il Pci si fosse evoluto ab-
bastanza da potergli affidare le leve del potere in una democrazia, e quando arrivò in Italia trovò
il partito non in evoluzione ma in regressione, sotto l’influenza di una militanza di base che ri-
masta legata allo stalinismo. E non era neppure del tutto soddisfatto della leadership del partito,
costatandone l’ostilità alla politica dei diritti umani di Carter, l’opposizione alle basi americane in
Italia e all’aumento delle spese militari italiane, in particolare quello del 3% richiesto dalla NATO,
e il persistente entusiasmo per l’importanza storica della rivoluzione bolscevica in Russia. Il Pci
era, secondo Gardner, molto lontano dall’essere abbastanza degno di fiducia da essere invitato al
governo.
Di conseguenza Gardner spese molto tempo a sollecitare i suoi superiori ad
esprimere con sempre più forza la loro opposizione all’accesso al potere del Pci. Che egli fosse fru-
strato durante il suo primo anno è evidente: quando arrivò a Roma non aveva alcuna dichiarazione
ufficiale a guidarlo e quando Carter parlò, il 5 di aprile, dicendo di opporsi solo ad un «dominio»
comunista sui governi occidentali, Gardner trovò che tale dichiarazione, nella sua debolezza, fosse
un disastro. Non ottenne quello che poteva considerare un intervento soddisfacente da Jimmy
Carter fino al gennaio 1978, quando era ormai troppo tardi: quasi con amarezza rileva nelle sue
memorie che era molto triste il fatto che il solo fattore a bloccare la partecipazione dei comunisti

8
Irwin Wall, French Communism in the Era of Stalin: The Quest for Unity and Integration,
1945-1962 Westport, Greenwood Press, 1983.
9
Irwin Wall, Les Etats-Unis et l’eurocommunisme, in «Relations Internationales», n. 119,
automne 2004, pp. 363-380.
10
Peter Lange, What is to Be Done About Italian Communism?, in «Foreign Policy», 21,
Winter 1975-76, pp. 224-240.
185 L’amministrazione Carter e l’eurocomunismo
al governo italiano all’inizio del 1978 fosse, in effetti, l’opposizione degli Stati Uniti. Gardner
sembra anche avere avuto esperienza della frustrazione del suo omologo, l’ambasciatore italiano a
Washington, che aveva le stesse difficoltà ad ottenere un appuntamento col presidente Carter.
Carter certo ricevette molto presto pressioni per prendere una posizione ferma
contro la partecipazione dei comunisti al governo italiano, ma era deciso a non interferire negli
affari interni dei suoi alleati europei e ripeteva ad ogni occasione che questi alleati erano nazio-
ni sovrane i cui elettorati godevano del diritto di determinare come essere governati. All’inizio
del mandato presidenziale, il senatore Clayborne Pell e il membro del Congresso Frank Annunzio
scrissero identiche lettere al presidente, avvertendolo che il Pci aveva la sua migliore opportunità
in venticinque anni di «gain control of the government». Entrambi raccomandavano all’ammini-
strazione di sostenere l’economia italiana nella fase di crisi che stata attraversando e di ricevere il
primo ministro Andreotti a Washington il prima possibile, al fine di sostenerlo nella sua decisione
di opporsi alla partecipazione dei comunisti11. La visita di Andreotti nella capitale americana nel
luglio 1977 sembrò sortire l’effetto contrario a quello desiderato. Da un lato, le spiegazioni della
situazione da parte del primo ministro al presidente apparentemente garantivano che i comunisti
stavano perdendo sostegni nel cammino di moderazione intrapreso, mentre l’Italia rimaneva fer-
mamente ancorata all’orbita occidentale e leale alla NATO. Andreotti tracciò un quadro del raffor-
zamento dei legami NATO dell’Italia e di un indebolimento del patto di Varsavia, entrambe le cose,
paradossalmente, in qualche misura legate al sostegno comunista al governo italiano12. Questo
era in linea con ciò che altri democristiani in Italia, incluso Aldo Moro, dicevano all’ambasciatore
Gardner: che lo scopo della Dc era quello di logorare il Pci assicurandosi il suo sostegno per poli-
tiche economiche di stampo conservatore che avrebbero allontanato i militanti di base13.
È legittimo, tuttavia, dubitare che Moro stesse raccontando a Gardner tutta la
storia. In qualità di presidente della Dc, Moro stava cercando di costruire un’alleanza stabile con
il Pci, nel tentativo di realizzare una solida base democratica in opposizione alle minacce simul-
tanee poste dal terrorismo dell’estrema sinistra e dell’estrema destra italiane, tanto dalle brigate
rosse quanto dai fascisti. Moro sembrava convinto che un periodo come parte della coalizione di
maggioranza con la Dc avrebbe preparato l’opinione pubblica italiana ad accettare, più tardi, il
Pci come partito di governo, dando vita così ad una versione italiana della Grossekoalition tedesca
fra i cristiano-democratici e la socialdemocrazia. L’Italia avrebbe così, a un certo punto, raggiunto
una stabile democrazia a due schieramenti, con alternanza al potere fra i partiti moderati di destra
e di sinistra. Appare chiaro, in retrospettiva, e gli storici italiani sembrano concordare, che questo

11
Letters from Senator Pell and Congressman Annunzio to President Carter, March 15,
1977, JCL White House Central File, Subject File, Countries, Box CO-36.
12
JCL, Andreotti, July 27, 1977, Handwriting File, Staff Offices, Office of the Staff Secre-
tary, Box 40. Ciò è quanto al momento può essere decifrato della scrittura e delle note di Carter.
13
Questa è stata vista come una delle rivelazioni più significative del libro di Gardner.
Tuttavia io non trovo sorprendente che un cristiano-democratico potesse sentire che la migliore opzione
fosse il sostegno comunista senza partecipazione, finché tale opzione fosse rimasta aperta. Ciò pone la
questione se Moro o gli altri interlocutori di Gardner gli stessero dicendo tutta la verità o piuttosto cosa
pensavano egli volesse sentirsi dire, e se Moro avrebbe anche lui cambiato idea più tardi, come fecero Fan-
fani e lo stesso Andreotti, se non fosse stato ucciso.

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all’epoca era lo scopo anche di Berlinguer14. Questi si imbarcò nella ricerca dell’integrazione nel
sistema italiano e nel tentativo di diventare un partito di governo già dal 1973, se non prima,
ed era cosciente che il Pci non avrebbe potuto governare nemmeno se avesse ottenuto il 51% dei
voti. L’alleanza con i socialisti non sarebbe stata sufficiente; l’unica strada per il potere passava
attraverso l’alleanza con la Dc15.
Non dovrebbe sorprendere, dunque, che l’enfasi della stampa italiana sulla visita
di Andreotti dipendesse dal fatto che Carter aveva apparentemente appoggiato un governo ita-
liano sostenuto dai comunisti. Ovviamente Carter era stato informato che i comunisti non erano
ancora nella maggioranza, ma piuttosto che Andreotti era a capo di un governo di minoranza che
era vincolato alla loro «astensione benevola» per la sua sopravvivenza16. Gli italiani, sempre in
cerca di formule complesse, la definivano «non sfiducia». Tuttavia, come l’agenzia informativa
statunitense subito riportò, la novità di questa situazione non sfuggì alla stampa italiana, che
vide nella visita di Andreotti la convalida e l’accettazione americane dell’esperimento politico
italiano, un chiaro plauso ad Andreotti personalmente e un supporto al suo governo. Il «Paese
Sera» citò «The Wall Street Journal» che aveva trovato la collaborazione comunista con Andreotti
«positive and praiseworthy», mentre «l’Unità» sostenne che la visita rendeva l’Italia un «symbolic
country» per il resto dell’Europa, ora che il sostegno comunista al suo governo era stato ricevuto
favorevolmente a Washington17. Carter, da parte sua, non informò Andreotti delle sue eventuali
preoccupazioni riguardo alla partecipazione comunista al governo italiano. Gardner trova che
questo sia inspiegabile, se non ammettendo che il presidente avesse dimenticato di farne men-
zione. Ma non è più probabile che Carter e Vance semplicemente non provassero lo stesso panico,
di fronte alla possibilità di una partecipazione dei comunisti, che invece avevano Gardner e, più
tardi, Brzezinski? Il più importante intervento del segretario di Stato Vance sulla questione sem-
bra essere un discorso in cui disse che l’eurocomunismo rappresentava un pericolo maggiore per
il blocco sovietico che per l’occidente.
Nelle sue memorie, Brzezinski si arroga il merito di avere informato il presidente,
in marzo, della grave crisi politica italiana e, più tardi, di aver strappato a Carter la dichiarazione,
resa il 12 gennaio 1978, in cui si opponeva alla partecipazione comunista al governo italiano. Le
sue dichiarazioni prima di diventare consigliere per la sicurezza nazionale di Carter erano più am-
bigue, come ho sottolineato nel mio articolo in «Relations Internationales». Brzezinski era stato
citato dalla stampa italiana, prima dell’elezione di Carter, come critico di Kissinger, nel sostenere
che «[…] una politica estera intelligente non può ignorare l’esistenza di un partito che raccoglie
i consensi di un terzo dell’elettorato»18. Il fatto che l’avvertimento di Brzezinski al presidente del

14
Si veda G. Mammarella, La Prima Repubblica dalla fondazione al declino, Roma, Laterza,
1993, pp. 126-37, e Agostino Giovagnoli, Il Caso Moro. Una tragedia repubblicana, Bologna, Il Mulino, 2005,
pp. 9-13.
15
Antonio Rubbi, Il Mondo di Berlinguer, Roma, Roberto Napoleone, 1994, pp. 53-57.
16
JCL, Memo for the President on the Occasion of the Andreotti Visit, July 21, 1977, White
House Central Files, Subject File, Countries, Box CO-36.
17
JCL, Memorandum, E. J. Friedman to Jody Powell, July 27, 1976, White House Central
Files, Subject File, Countries, Box CO-36.
18
Antonio Rubbi, Il Mondo di Berlinguer, cit., p. 53.
187 L’amministrazione Carter e l’eurocomunismo
marzo 1977 non avesse avuto un seguito viene attribuito da Gardner a un intervento di François
Mitterrand, che chiese a Carter di non fare nulla che potesse mettere a repentaglio i suoi sforzi
personali di sottrarre voti ai comunisti francesi perseguendo una politica di alleanza con loro.
Questo comportò un vero dilemma per l’amministrazione Carter: si riteneva che una dichiarazione
anticomunista sarebbe stata benefica per la politica italiana, ma avrebbe rischiato di sortire un
effetto contrario in Francia dove la suscettibilità dinanzi a interventi americani si sarebbe ritorta
in favore del Pcf. Al contempo però Brzezinski, che per mancanza di concorrenti sembrava aver
monopolizzato, all’interno dell’amministrazione, la questione di come gestire l’eurocomunismo,
stava ricevendo una quantità considerevole, seppure variegata, di consigli da fonti di ricerca acca-
demica e politica da lui rispettate. È interessante esaminare questi consigli, sebbene sia rischioso
tentare di racimolare da essi indicazioni della direzione verso cui Brzezinski, e in misura molto
minore Carter, stavano propendendo. Tutto sommato i consiglieri di Brzezinski non erano disposti
a chiarire i suoi dubbi; anzi, piuttosto, li complicarono. George Urban, specialista di Europa orien-
tale e capo di Radio Free Europe, si può considerare una buon fonte dell’avvertimento iniziale di
Brzezinski a Carter riguardo al pericolo eurocomunista. Urban era assai bene informato sugli affari
italiani e sul Pci e pubblicò un’intervista con l’influente membro del comitato centrale del Pci,
Lucio Lombardo Radice, nella celebre rivista «Encounter» nel maggio 1977. Quella stessa inter-
vista divenne in un certo modo oggetto di una contesa politica. Gardner la citò come una prova
dei persistenti legami del Pci con l’URSS, poiché Radice non aveva, a seguito delle provocatorie
domande di Urban, dichiarato inequivocabilmente che l’Italia, nel caso in cui il Pci fosse stato
al governo, avrebbe dato il suo sostegno alla NATO nell’eventualità di un conflitto con l’Unione
Sovietica. La risposta di Radice all’assurda domanda di Urban fu «it depends». Ciò che voleva
dire, tuttavia, a voler leggere l’intervista con attenzione, era che l’Italia avrebbe potuto decidere
di non sostenere un’azione degli USA o della NATO se avesse pensato che essa costituisse una
«aggressione» contro l’URSS. D’altro canto, era difficile per Radice immaginare che l’URSS potesse
intentare un’aggressione contro la NATO. Poiché in ogni caso la NATO era un trattato difensivo,
ogni richiamo ad esso sarebbe risultato da una decisione comune alla quale il governo italiano
avrebbe obbligatoriamente partecipato19.
Nel suo rapporto a Brzezinski, datato 19 marzo 1977, Urban lo mise in guardia
verso un diffuso senso di rassegnazione, in Italia, di fronte all’inevitabile, e verso l’opportunismo
della classe politica che era presente allora tanto quanto lo era stato all’epoca di Mussolini. Da
qui derivavano il generale appeasement del Pci che giudicava essere prevalente, e l’autocensura
riguardo al partito nella stampa italiana. Urban era sicuro che i partiti politici e la popolazione,
tuttavia, fossero pronti a rispondere positivamente ad un’iniziativa americana in senso contra-
rio; di più, che non potevano sopravvivere con una «abdicazione» americana e che gli italiani si
aspettavano di ricevere indicazioni sulla direzione verso cui indirizzare il loro opportunismo. Ur-
ban, però, era sensibile agli argomenti che contraddicevano il suo punto di vista. Era consapevole
che il Pci era in conflitto con l’URSS e contemporaneamente con se stesso e che in conseguenza di

19
George Urban, Communism with an Italian Face? A Conversation with Lucio Lombardo
Radice, in «Encounter», May 1977, pp. 8-23.
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ciò la leadership stava virando a destra, mentre il supporto della base si stava erodendo. Infatti,
i suoi detrattori speravano che il Pci sarebbe giunto al potere, nel qual caso ci sarebbe stata una
campagna unificata delle forze borghesi italiane per smantellarlo. Urban tuttavia riteneva che
quest’ipotesi fosse troppo rischiosa per l’Europa, e pensava che l’idea di Vance che il Pci costi-
tuisse il pericolo maggiore per il blocco sovietico non si potesse inferire dai fatti. Al contrario,
i sovietici credevano che avrebbero ottenuto dei vantaggi dalla partecipazione governativa del
Pci in Italia: i suoi ministri, una volta al potere, avrebbero minato le basi del sostegno alla NATO
nel paese. Di certo il Pci non spaventava nessuno, poiché «a country that does both Fascism and
Communism badly cannot be all bad». La partecipazione del Pci, in se stessa, avrebbe potuto non
costituire una catastrofe. Ma l’impatto psicologico avrebbe potuto essere enorme, specialmente
per la Francia, dove il Pcf al potere avrebbe potuto scardinare la NATO e privarla della sua raison
d’être. Urban ebbe una buona parola, però, anche per i comunisti francesi; la loro campagna in
favore dei dissidenti sovietici era positiva per Radio Free Europe. Tuttavia avvertì che il loro obiet-
tivo restava «the destruction of NATO as we know it»20.
Richard McCormack, assistente del segretario di Stato per gli affari economici,
era convinto che la paura del comunismo e le nazionalizzazioni in Italia e in Francia avrebbero
causato una fuga di capitali dall’Europa e strangolato il settore privato europeo, cruciale per le
economie miste del continente. Se gli USA avessero permesso la partecipazione dei comunisti
avrebbero messo a rischio gli interessi americani e, peggio ancora, avrebbero dato spazio alle ac-
cuse dei repubblicani circa l’imminente «perdita» di Italia e Francia, un disastro in politica estera
che sarebbe caduto ai piedi di Carter costandogli probabilmente la rielezione. È interessante
rilevare come McCormack pensasse che il dipartimento di Stato di Vance avesse «depennato» la
democrazia italiana, concludendo che la stessa Dc era totalmente corrotta e che dunque il paese
avrebbe potuto trarre dei benefici dalla partecipazione dei comunisti; essa infatti avrebbe per-
messo le necessarie riforme in ambito economico, con l’ulteriore vantaggio di costituire una spina
nel fianco per i sovietici. La prospettiva del dipartimento di Stato era rafforzata dalle National
Intelligence Estimates della CIA, che tendenzialmente prendeva molto sul serio il cambiamento,
ampiamente sbandierato, del Pci nella direzione della democrazia e di un’autonomia dall’URSS21.
Questo spiegherebbe le visite negli Stati Uniti di leader comunisti e l’accoglienza di visitatori co-
munisti presso ambasciate americane all’estero, prima fra queste la residenza di Gardner in Italia,
e il perseguimento di un certo «dialogo» diplomatico con il Pci. McCormack tuttavia rimase per-
suaso che, tutto sommato, il comunismo al potere in Italia avrebbe servito gli interessi dell’URSS,
indebolito la NATO, causato un aumento dei livelli di spese militari da parte degli USA, determi-
nato una fuga di capitali e destabilizzato l’Europa. L’amministrazione Carter doveva rendere chiara
la propria resistenza e finanziare l’opposizione ai partiti comunisti europei22.

20
JCL, George Urban to Zbigniew Brzezinski, March 19, 1977, White House Central Files,
Subject File, Countries, CO-37.
21
Antonio Rubbi, Il Mondo di Berlinguer, cit., pp. 53-57. Michael Ledeen è caustico ri-
spetto al dipartimento di Stato e alla CIA per il loro atteggiamento indulgente verso l’eurocomunismo in West
European Communism and American Foreign Policy, New Brunswick, NJ, Transaction Books, 1987, pp. 143-46.
22
JCL, Richard McCormack to Zbigniew Brzezinski, White House Central Files, Subject File,
Countries, CO-37.
189 L’amministrazione Carter e l’eurocomunismo
Da ciò si può ricavare una visione generale del contrasto fra il consigliere per la
sicurezza nazionale e il segretario di Stato durante l’amministrazione Carter e della natura bifronte
della politica estera americana. Essa era stata istituzionalizzata sotto Kissinger, sebbene esistesse
già in nuce con Kennedy. Nel suo ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale, Kissinger perseguì
i propri obiettivi politici attraverso i suoi «back channels», tramite i quali furono negoziati gli
accordi SALT e l’iniziativa verso la Cina, per non menzionare la risoluzione del problema di Ber-
lino che stava alla base della Ostpolitik di Willy Brandt23. Rogers era spesso lasciato all’oscuro e
informato delle decisioni prese ex post facto. Egli aveva ricevuto da Nixon istruzioni di occuparsi
del Medio Oriente, dove il presidente temeva che le origini ebraiche di Kissinger avrebbero potuto
costituire un ostacolo per le politiche americane. Kissinger però, un abile combattente corpo a
corpo contro la burocrazia, alla fine riuscì a monopolizzare la politica americana anche rispetto al
conflitto arabo-israeliano. Sottese a questa spaccatura vi erano differenze non solo istituzionali,
ma anche politiche: Rogers era un entusiastico sostenitore della Ostpolitik di Brandt, mentre Kis-
singer aspirava a frenarla, se non a impedirla.
La stessa dicotomia si manifestò sotto Carter: Vance sembrerebbe totalmente di-
sinteressato all’eurocomunismo, se non un suo sostenitore, mentre Brzezinski, inizialmente com-
battuto, arrivò alla fine a condividere l’idea di Kissinger che esso avrebbe destabilizzato la NATO.
Vance restò similmente ottimista rispetto al proseguimento della distensione con l’URSS, mentre
Brzezinski divenne sempre più sospettoso delle intenzioni sovietiche e spinse con forza in favore
di una politica più severa del presidente rispetto ai sovietici. L’amministrazione Carter, quando
arrivò al potere, pensava a se stessa come intimamente legata alla distensione. Nei suoi ultimi
anni era tornata alle modalità della guerra fredda, praticando la politica del contenimento quando
il caso dell’Iran le scoppiò fra le mani e l’Unione Sovietica invase l’Afganistan. L’atteggiamento
dell’amministrazione verso l’eurocomunismo era un capitolo della sua evoluzione verso un’attitu-
dine da guerra fredda e un passo nella direzione della vittoria finale di Brzezinski su Vance.
Fra le valutazioni del fenomeno dell’eurocomunismo a comparire nei documenti
di Brzezinski, sicuramente le più interessanti sono quelle dell’analista francese Pierre Hassner.
Hassner riteneva che la situazione italiana fosse a un punto di svolta, giacché il «creeping com-
promise» del Pci aveva raggiunto i suoi limiti. Più il partito si spingeva in avanti nel tentativo
di partecipare al governo, tanto più correva il rischio di indietreggiare. Apparentemente si era
raggiunto un punto morto fra le forze politiche italiane: la destra era al limite della sua sopporta-
zione del Pci, mentre quest’ultimo, se fosse entrato nel governo, avrebbe rischiato una spaccatura
con la sua ala più radicale. Il risultato di questa situazione era lo stallo. Dal canto suo Andreotti
stava portando, con grande intelligenza, il partito dove voleva; più che usare il Pci per ottenere
un aiuto nella gestione della crisi economica, stava usando la crisi economica per controllare il
Pci. La collaborazione fra Dc e Pci aveva raggiunto il suo culmine e, sebbene la Dc avesse tutto
da guadagnare nel proseguire su questa strada, si profilava la cruda alternativa di nuove elezioni
e di un governo guidato dalla Dc o dal Pci, in coalizione o da soli. Hassner riteneva che il partito

23
Si veda Jussi Hanhimäki, The Flawed Architect: Henry Kissinger and American Foreign
Policy, New York, Oxford University Press, 2004.
190 Irwin Wall
avesse compiuto passi reali per allontanarsi dal leninismo, che avesse accettato il pluralismo de-
mocratico e che avesse come obiettivo quello di diventare un partito di governo. Aveva anche rot-
to con l’URSS. Tuttavia la riforma della sua struttura interna si delineava come il successivo passo
necessario, in effetti, nel senso di una «desacralizzazione» dei concetti di partito di avanguardia
e di partito della classe operaia. La distensione stessa era in discussione, secondo Hassner, poiché
più l’Unione Sovietica si avvicinava all’occidente, più il Pci sembrava allontanarsi dall’Unione So-
vietica. Hassner sollecitò Brzezinski a intraprendere discussioni discrete e specifiche direttamente
con il Pci su quali fossero gli interessi essenziali per la NATO e per gli USA, interessi che il partito
avrebbe dovuto rispettare per rendere accettabile al governo di Washington la sua partecipazione
al governo italiano24.
Hassner ricompare nei documenti di Brzezinski; egli fornì un’analisi della rot-
tura comunista con i socialisti in Francia che avrebbe portato alla fine del Programma Comune e
di qualsiasi possibilità di vittoria della sinistra alle elezioni del 1978. Inoltrò anche un articolo
scritto per la rivista «Survival», del novembre-dicembre 1977, in cui aveva intelligentemente
notato il paradosso secondo cui la distensione aveva reso possibile l’eurocomunismo, laddove
l’eurocomunismo minacciava di distruggere la distensione. Hassner riteneva che la crisi del bloc-
co sovietico fosse molto più seria rispetto a quella in corso nel blocco occidentale, una visione
premonitrice nel 1977, e mise in guardia sul fatto che, mentre l’eurocomunismo portava i partiti
comunisti occidentali più vicini al potere, comportava anche la possibilità che uno sforzo ame-
ricano per fermarli avrebbe in se stesso minacciato il proseguimento della distensione. D’altro
canto, Hassner scrisse che sarebbe stato del tutto plausibile che gli ipotetici regimi di sinistra in
Francia e in Italia avrebbero teso ad una «finlandizzazione» delle loro politiche estere. Hassner
riteneva che molto sarebbe dipeso dall’economia. Una rapida ripresa occidentale, con i comunisti
in posizione di potere condiviso, avrebbe condotto più rapidamente alla loro social-democratizza-
zione; e l’eurocomunismo avrebbe così legittimato il comunismo riformista nel blocco sovietico,
destabilizzando quest’ultimo e minacciando l’URSS di una possibile rottura coi partiti occidentali
qualora avesse deciso di rispondere con la linea dura25. Ciò implicava che l’occidente aveva molto
da guadagnare se l’esperimento dell’eurocomunismo fosse continuato in Italia, anche se il Pci
avesse proseguito nella sua evoluzione verso la condivisione del potere.
Negli archivi non ci sono indicazioni del fatto che l’amministrazione Carter o
Brzezinski abbiano preso in seria considerazione questo consiglio, ma è chiaro che l’atteggia-
mento del presidente verso l’eurocomunismo rimase ambiguo nel corso del 1977; Vance non se
ne curava affatto e Brzezinski stava conoscendo un’incerta evoluzione delle sue attitudini; era

24
JCL, Pierre Hassner to Zbigniew Brzezinski, February 23, 1977, White House Central
Files, Subject File, Countries, CO-37.
25
JCL, NSC Memorandum from Gregory Treverton to Zbigniew Brzezinski, December 15,
1977, White House Central Files, Countries, CO-25, Folder 51, France. I pezzi scritti da Hassner furono
inoltrati a Brzezinski da Treverton, che li descriveva come «vintage Hassner» e osservava che con un miglio-
ramento della situazione economica i partiti eurocomunisti si sarebbero probabilmente mossi verso la social-
democrazia, mentre in caso di recessione avrebbero cercato di restaurare il proprio ruolo di protettori della
classe operaia nelle società polarizzate. È interessante, come ha notato Treverton, che il PCI stava seguendo
il primo sentiero, socialdemocratico, mentre il PCF era già tornato alle iniziali posizioni settarie.
191 L’amministrazione Carter e l’eurocomunismo
timoroso di fronte all’eventualità della partecipazione diretta del partito al potere, ma sensibile
ai vantaggi della situazione del momento, rispetto sia alla crescente probabilità che l’Italia po-
tesse uscire dalla crisi economica, sia all’eventualità che in questo processo il Pci avrebbe potuto
disperdere consensi alla base. Ciò spiega la mancanza di una dichiarazione ferma proveniente
dall’amministrazione Carter durante il corso del 1977. Nel contempo il dibattito all’interno del-
l’opinione pubblica americana proseguiva; Kissinger, ora fuori dai giochi di potere e avviato a
farsi un nome come personalità mediatica, vi si inserì, pronunciando cupi avvertimenti contro
il fenomeno eurocomunista. Anche il presidente Ford tornò sulla questione, annunciando foschi
presagi sull’eurocomunismo in un discorso tenuto presso il Westminster College, a Fulton, nel
Missouri, in una parodia del linguaggio che Winston Churchill aveva utilizzato nel celebre inter-
vento tenuto, in quello stesso luogo, nel 1946, quando aveva messo in guardia contro la «cortina
di ferro» caduta sulle capitali dell’Europa dell’est26. Kissinger e Ford erano spalleggiati da una
stampa che si ritrovava conservatrice e a guidare l’assalto era l’influente rivista «Commentary»,
in cui Michael Ledeen, un neoconservatore specialista di rilievo delle questioni italiane, scrisse
numerosi e durissimi articoli che censuravano la mollezza liberale verso il comunismo. I conser-
vatori erano scandalizzati da quella che sembrava un’attitudine eccessivamente indulgente verso
l’eurocomunismo da parte di settori dell’establishment liberale; erano scandalizzati dal fatto che
la prestigiosa rivista «Foreign Affairs» contenesse articoli scritti dall’esperto di politica estera del
Pci, Sergio Segre che spiegava la posizione del Pci negli affari internazionali, e da Jean Kanapa,
un preminente leader comunista francese, che illustrava le nuove posizioni moderate del Pcf.
Contemporaneamente, la colonna di politica estera scritta da C.F. Sulzberger sul «New York Times»
offrì uno spazio a Berlinguer in cui il leader comunista potè esprimere la sua convinzione che la
NATO era il necessario scudo dietro cui il Pci poteva rimanere libero di continuare le sue critiche
dell’URSS. Fu al fine di contrastare questa tendenza che l’«American Enterprise Institute for Public
Policy Research» organizzò a Washington una conferenza sul Pci, nell’estate del 1977, durante la
quale si udirono cupi avvertimenti riguardo ad un Pci che conduceva una gramsciana «guerra di
posizione» contro la classe dirigente italiana, grazie a cui esercitava già una virtuale «egemonia»
sui media e sulla vita intellettuale del paese. Kissinger in persona concluse la conferenza con uno
squillo di tromba per l’opposizione all’eurocomunismo il quale, a suo avviso, minacciava di sbilan-
ciare l’equilibrio di potenza in favore dell’est, mentre erodeva le fondamenta della NATO27.
L’ondata neo-conservatrice riuscì facilmente a risvegliare l’opinione pubblica
americana di fronte al presunto pericolo. L’eurocomunismo non godeva di un clima politico fa-
vorevole in America, in nessun luogo fuorché fra gli accademici liberali e nell’ala radicale del
partito democratico, dove si erano radunati i socialisti di Michael Harrington. Questi gruppi non
esercitavano, tuttavia, una grande influenza. Nel valutare l’«incubo rosso» di Kissinger nel maggio

26
«The New York Times», October 30, 1977.
27
Gli atti della conferenza furono pubblicati da Austin Ranney e Giovanni Sartori, Euro-
communism: The Italian Case, Washington, American Enterprise Institute for Public Policy Research, 1978.
Il discorso di Kissinger fu pubblicato anche separatamente come Henry A. Kissinger Speaks on Communist
Parties in Western Europe, in Communist Parties in Western Europe: Challenge to the West, Stanford, Hoover
Institution Press, 1978. Si veda anche Irwin Wall, Les Etats-Unis et L’Eurocommunisme, cit.
192 Irwin Wall
1976, Harrington scrisse di essere in disaccordo con coloro che sostenevano che il Pci non fosse
cambiato. Era un partito di massa, non un partito rivoluzionario, e aveva dimostrato la sua indi-
pendenza da Mosca. Le condizioni per una presa di potere da parte di una minoranza, comunque,
non esistevano in Italia, e la Dc era corrotta e incapace di portare a termine le riforme necessarie
alla stabilizzazione del paese, aprendo la strada all’estrema destra. Il Pci avrebbe potuto costi-
tuire lo strumento per un autentico e democratico cambiamento sociale in Italia. È interessante
sottolineare come Norman Birnbaum, scrivendo su «Democratic Left», l’organo dei socialisti di
Harrington, osservò che Brzezinski, nel novembre 1977, era «on four sides of the question» sul
da farsi riguardo agli eurocomunisti. Dopo la dichiarazione di Carter del gennaio 1978 contro la
partecipazione al potere dei comunisti in Italia, Harrington espresse il suo disappunto sul fatto
che la classe dirigente nazionale non solo era contraria all’eurocomunismo, ma perfino inorridita
davanti al potere crescente dell’eurosocialismo, in particolare in Francia, Italia e Spagna28.
Tuttavia gli intellettuali socialdemocratici guidati da Irving Howe, nella rivista
«Dissent», da cui Harrington si era allontanato, rimasero molto più ambigui. «Dissent» pubblicò
una valutazione simpatetica dell’eurocomunismo, scritta da Sidney Tarrow nel 1977; Tarrow rite-
neva che l’epoca stalinista fosse finita e che le rivendicazioni di sostegno al pluralismo e al gover-
no costituzionale da parte del Pci non potessero essere respinte con leggerezza. Nondimeno, in un
simposio dedicato alla questione dell’eurocomunismo, Howe si mantenne scettico rispetto ai cam-
biamenti nel Pci, mentre articoli di Leszek Kolokowski e Henry Pachter restarono ostili al partito:
Kolokowski rilevò come il governo comunista, ovunque era stato tentato, fosse poi scaturito in
regimi totalitari, mentre Pachter non vedeva niente di nuovo nel «compromesso storico»; partiti
stalinisti avevano sostenuto con gioia governi democratici in passato, qualora avessero ritenuto
che ciò fosse potuto tornare a loro vantaggio. Lo stalinismo era sempre stato opportunista.
Lo scompiglio portato nel mondo comunista dal fenomeno dell’eurocomunismo
poteva essere osservato, negli USA, molto da vicino; il partito comunista americano era rimasto
uno dei più stalinisti nel movimento internazionale. «Political Affairs», la rivista teorica del CPU-
SA, attaccò l’eurocomunismo spietatamente, definendo le idee di Santiago Carrillo simili a quelle
del trotzkista Jay Lovestone e del «revisionista» Earl Browder. Carrillo si muoveva nell’ambito del-
l’imperialismo, nelle sue parole echeggiava il linguaggio dello sciovinismo e dell’anti-sovietismo.
Jay Winston attaccò nello specifico gli articoli di Segre e Kanapa su «Foreign Affairs», accusan-
doli di «ceasing to be communist», di prendere parte al «Browder-revisionism» e di indulgere in
«slanderous lies» contro l’Unione Sovietica e il partito comunista americano. Herbert Aptheker
scrisse che l’eurocomunismo aveva tante cose in comune con il comunismo, quante il nazional-
socialismo ne aveva con il socialismo29. Questi articoli coincisero con, e persino anticiparono, la
bordata sovietica contro Santiago Carrillo, il leader comunista spagnolo, e la condanna categorica
dell’eurocomunismo espressa dai sovietici all’inizio del 1977. Brzezinski deve essersi divertito di
fronte all’armonia di opinioni fra il partito comunista americano e la destra USA, ma era anche

28
Newsletter of the Democratic Left, IV, 5 (May 1976); V,9 (May 1977), VI, 2 (February
1978). Newsletter of the Democratic Left, IV, 5 (May 1976); V,9 (May 1977), VI, 2 (February 1978).
29
«Political Affairs», LV, 6 (June 1976), LVI, 4 (April 1977), LVI, 7-8 (July-August 1977).
193 L’amministrazione Carter e l’eurocomunismo
consapevole di come il CPUSA riflettesse fedelmente le opinioni sovietiche, mentre il Pci aveva
reso nota da tempo la sua opposizione alle politiche dell’URSS. Il partito comunista americano
dava anche un’eco dell’accordo dell’Unione Sovietica con Kissinger riguardo a una concezione
statica della distensione, privata delle minacce poste dalla Ostpolitik, dalle campagne in favore
dei diritti umani e dall’eurocomunismo.
Gardner dà credito alla dichiarazione di Carter del 12 gennaio 1978 (e a se
stesso) per aver resistito alla corrente della partecipazione comunista in Italia, sebbene la dichia-
razione fosse stata pronunciata poco prima che Moro negoziasse un nuovo, ulteriore accordo col
partito comunista italiano; un accordo che assicurava al Pci un accesso diretto alla maggioranza
parlamentare di sostegno al governo, mentre gli negava ancora qualunque posto ministeriale. Si
apriva così la strada che avrebbe permesso al Pci di essere pienamente consultato e di decidere
congiuntamente alla Dc su tutti gli aspetti delle politiche governative. Di più, in seguito al rapi-
mento di Moro, il Pci divenne la principale forza di governo a insistere contro la linea negoziale
verso le Brigate Rosse, e a premere in favore di una politica di fermezza. Sotto questo aspetto
il Pci venne integrato ancora di più nel sistema di governo; effettivamente, secondo Agostino
Giovagnoli, esso arrivò a identificarsi virtualmente con lo stato italiano30. La difesa adamantina
del Pci di una politica di «fermezza» rifletteva la sua persuasione che lo Stato democratico do-
vesse in ogni caso mantenere il monopolio dell’uso della forza: non poteva compromettere tale
principio negoziando con i terroristi. Andreotti, nel nuovo governo, in effetti non avrebbe agito
senza l’accordo dei partiti componenti la sua maggioranza, fra cui il partner principale era il Pci.
L’amministrazione Carter non diede segno di voler fare qualcosa di più riguardo a tale situazione.
In effetti, cosa avrebbe potuto o dovuto fare, se fosse stata più interessata di quanto in realtà
era, è lontano dall’essere chiaro. Tuttavia, l’integrazione dei comunisti nella maggioranza, seppu-
re ancora non nel gabinetto, dimostrò come la dichiarazione di Carter del 12 gennaio 1978 non
avesse sortito grandi conseguenze. Inoltre, i comunisti stavano sostenendo politiche economiche
di stampo conservatore che l’amministrazione approvava, e invocando una politica ferma contro
le Brigate Rosse, che era anche la posizione dell’amministrazione americana nel caso Moro.
Brzezinski, che regolarmente scriveva NSC summaries settimanali sulla situa-
zione mondiale per il presidente, menzionò la situazione italiana solo una volta durante tutto il
1977, rilevando, il 2 dicembre di quell’anno, come la situazione italiana si stesse facendo più gra-
ve, e che la determinazione della Dc di tenere i comunisti fuori dal potere si stava apparentemente
sfaldando. Brzezinski avrebbe riunito un gruppo che coinvolgeva diverse agenzie per valutare
«what we can do». Si potrebbe pensare che il risultato di un tale gruppo sia stato il richiamo di
Gardner alle consultazioni e la dichiarazione fatta dal presidente Carter il 12 gennaio 1978. Le
cose, nondimeno, continuarono ad apparire peggiori in Italia, spingendo Brzezinski a scrivere a
Carter un summary estremamente allarmista l’8 febbraio 1978. Tre sviluppi, scrisse, richiedevano
l’attenzione dell’amministrazione: crescenti segnali d’instabilità nell’Europa occidentale, le po-
tenziali conseguenze di un successo cubano-sovietico in Etiopia, che si stava sbilanciando verso
il blocco sovietico, e «our relative failure to exploit politically our relatively favored position in

30
A. Giovagnoli, Il Caso Moro, cit., pp. 161-165.
194 Irwin Wall
the U.S.-Soviet-Chinese triangle». L’Europa occidentale, secondo Brzezinski, rischiava di essere
destabilizzata dall’interno: «The Italians have in effect cut a deal with the Communist party that
will bring them into the parliamentary coalition. The French left coalition of the Socialists and
Communists is the favorite to win the March elections». La Germania stava assumendo posizioni
neutraliste e anti-americane. «In sum, by the end of March we could see major Communist advan-
ces in Europe, and then an important backlash at home with the Administration being criticized
for doing too little and too late». È interessante sottolineare come, di fronte a questo memoran-
dum, Carter scrisse «I agree» a fianco del commento sull’Etiopia. Non reagì all’osservazione sulla
Cina. Il presidente però pose un punto di domanda accanto all’avvertimento di Brzezinski di una
prossima instabilità europea conseguente alla partecipazione comunista nei governi31.
Andando di male in peggio, l’ambasciatore Gardner, al suo ritorno a Washin-
gton nel febbraio 1978, dovette accettare di incontrare il vicepresidente Mondale al posto del
presidente, mentre i punti all’ordine del giorno, preparati per l’ambasciatore dal dipartimento di
Stato (e non da Brzezinski), mostravano che Washington non era affatto in preda al panico circa
il contesto italiano. E la situazione non sarebbe cambiata durante la crisi successiva al rapimento
e all’omicidio di Moro. Il vicepresidente venne informato dell’ingresso del Pci nella maggioranza,
ma fu avvisato che il nuovo governo non aveva molte probabilità di essere più efficace del prece-
dente nel prendere le essenziali misure economiche. Se il governo fosse riuscito a restare in carica
fino al dicembre del 1978, la questione sarebbe stata decisa dalle elezioni dell’anno successivo.
Era possibile che i guadagni del Pci venissero rovesciati? La dichiarazione Carter stava ricevendo
grande credito presso l’opinione pubblica per aver fatto chiarezza su un passato che «la stampa»
(e non l’amministrazione) aveva infangato. Tuttavia non c’era mai stato alcun reale cambiamento
nella posizione dell’amministrazione riguardo alla partecipazione dei partiti comunisti, sebbene
gli avvenimenti in Italia avessero «increased the level of our concern». Gli alleati erano paesi
democratici e sovrani e la decisione di come dovessero essere governati spettava unicamente ai
loro cittadini. Gli USA avevano l’obbligo di rendere note le proprie opinioni e così avevano fatto.
«We do not favor Communist participation in West European governments and we would like to
see Communist influence in any West European country reduced». Ma il modo migliore di ottenere
questo risultato continuava ad essere che i partiti democratici rispondessero alle aspirazioni dei
loro popoli per un governo efficace, giusto e compassionevole. Il presidente sperava che i leader
democratici degli altri paesi avrebbero mostrato fermezza nel resistere alla tentazione di trovare
delle soluzioni nell’alleanza con forze non democratiche32. Ma cos’altro poteva fare se i leader
degli altri paesi non avessero resistito a quella tentazione?
Fortunatamente il Pcf e il Pci risolsero il problema per il presidente. Il Pcf rup-
pe la sua alleanza con il Ps, e non viceversa, portando alla sconfitta della sinistra unitaria alle
elezioni del marzo 1978. E il Pci ruppe l’alleanza con la Dc in seguito alla risoluzione della crisi
scaturita dal rapimento e omicidio di Aldo Moro. Ma anche se tornarono all’opposizione negli anni

31
JCL, Brzezinski Donated Material, NSC Weekly Reports, NSC Report 46, February 9, 1978.
32
JCL, Memorandum from Denis Clift to Christine Dodson, February 27, 1978, White House
Central Files, Subject File, Box FO 8.
195 L’amministrazione Carter e l’eurocomunismo
Ottanta, dominati in Italia dall’esponente del partito socialista Bettino Craxi, caldamente soste-
nuto da Washington, i comunisti, durante tutto il decennio e oltre, dimostrarono agli osservatori
che la transizione verso una nuova socialdemocrazia maturata negli anni dell’eurocomunismo era
definitiva. Nel 1981, quando il partito comunista arrivò al potere in Francia sotto il governo di
François Mitterrand, l’amministrazione Reagan espresse debolmente la propria preoccupazione
e poi lasciò cadere il problema. A quel punto sofisticati analisti dell’eurocomunismo negli Stati
Uniti si stavano chiedendo se esso fosse mai esistito.

Irwin Wall, University of California, Riverside – New York University


(Traduzione dall’inglese di Silvia Pietrantonio)

196 Irwin Wall