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GEOGRAFIA UMANA

Dal volume: Fellmann J.D., Getis A., Getis J., 2007, Geografia Umana, McGraw-Hill, Milano.

I - Nozioni di base

Evoluzione della disciplina. La geografia è la scienza dello spazio e si occupa del suo utilizzo da parte
dell’uomo. Il termine sembra essere stato coniato da Eratostene 2200 anni fa (gea o gh: terra, grajw: scrivo). I
geografi del mondo antico idearono meridiani e paralleli, esaminarono le correlazioni tra clima e latitudine,
descrissero terre e mari conosciuti, studiarono le cause di alcuni mutamenti morfologici dell’ambiente e persino
alcuni aspetti di geografia umana. Strabone, ad esempio, diffidava dell’assunto secondo il quale il comportamento
umano è determinato dall’ambiente fisico, ritenendo che l’uomo fosse piuttosto un elemento attivo nel rapporto
con l’ambiente. Anche i cinesi, in modo indipendente, giunsero ad analoghi progressi nella conoscenza
geografica. Nel Medioevo la Geografia fu oggetto di studio da parte degli arabi, che conservarono molte delle
opere greco-romane. Nei tempi moderni la Geografia si è giovata del rapido sviluppo delle scienze naturali ed
umane, del sempre più ampio utilizzo di censimenti e rilevazioni statistiche, ed infine delle rilevazioni satellitari.

La geografia umana.
Si occupa del rapporto fra esseri umani e spazio e dei paesaggi antropici che emergono da tale rapporto. I suoi
modelli e le sue analisi ci rendono edotti della crescente complessità delle interazioni umane nello spazio e delle
conseguenti problematiche, cercando di indicare le possibili soluzioni.

Nozioni di base
Concetto di spazio. Per il geografo lo spazio, inteso in senso assoluto, è quell’area geografica, misurabile e dai
confini determinabili. Inteso in senso relativo, è un prodotto sociale, mutevole nel tempo in funzione della
mutazione delle attività che in esso si svolgono e delle loro interrelazioni.
Diverso è il concetto di luogo, che è comunemente inteso come sinonimo di ubicazione, ma che per il geografo
fa riferimento agli attributi e al senso che ogni essere umano associa ad una certa ubicazione.
Il luogo ha un’ubicazione, una direzione ed una distanza in relazione ad altri luoghi, una dimensione, una struttura
fisica, un contenuto culturale, con caratteristiche variabili nel tempo ed in correlazione con quelle di altri luoghi. I
luoghi, inoltre, possono essere raggruppati in unità definibili regioni, in base ai loro tratti comuni e distintivi. Per
valutare lo spazio che ci circonda, utilizziamo i concetti di ubicazione, direzione e distanza.
L’ubicazione può essere assoluta, se identifica un luogo in base ad un sistema preciso e riconosciuto di
coordinate (latitudine e longitudine – vedi sotto - : ubicazione matematica). Esistono anche sistemi diversi da
quello tradizionale, come il sistema UTM (Universal Transverse Mercator), basato su 60 fusi longitudinali,
utilizzato nelle applicazioni del sistema informativo geografico (GIS: vedi sotto). È relativa quando la posizione è
valutata in rapporto a quella di altri luoghi, importanti anche per una valutazione economica dell’ubicazione
stessa. I geografi distinguono pure tra sito e situazione di un luogo. Il sito è un concetto di ubicazione assoluta,
ma è più comprensivo di una ubicazione matematica in quanto suggerisce qualcosa sulle caratteristiche del luogo.
La situazione si riferisce alle relazioni del luogo con altri luoghi: è perciò un concetto di ubicazione relativa.
La direzione può essere assoluta o relativa. La direzione assoluta si basa sui punti cardinali, la direzione
relativa è invece relazionale e varia a seconda della prospettiva: l’Asia orientale è per noi Estremo Oriente, ma il
termine è utilizzato anche negli USA occidentali (che sono in buona misura un’estensione della nostra civiltà), da
dove invece l’Asia orientale è più facilmente raggiungibile procedendo verso ovest.
La distanza. Anche essa può essere considerata in senso assoluto, se si riferisce ad una misurazione secondo
unità standard (es.: chilometri), o relativo, se è misurata mediante unità meno oggettive ma più significative per
l’individuo (es.: distanza in termini di tempo occorrente per coprirla con un certo mezzo di trasporto, o in termini
di costo, o di rischio). La valutazione della distanza relativa è connessa anche ad elementi psicologici e pertanto
uno stesso percorso può dar luogo a valutazioni diverse a seconda dell’individuo e del momento (giorno o notte,
estate o inverno, percorso esplorativo o abituale).
Dimensioni e scala. Un luogo ha una sua grandezza (dimensione). Esso può essere rappresentato su una carta
secondo una certa scala, o rapporto di riduzione (indicata di solito anche graficamente mediante un segmento sul
quale è riportata la distanza effettiva rappresentata sulla carta). L’utilizzo di una scala più o meno grande
suggerisce l’idea che un fenomeno può interessare un territorio più o meno vasto, ed essere conseguentemente
studiato su scale diverse: scala globale, regionale, locale. Anche in questo senso la scala fa riferimento al livello di
generalizzazione.
Caratteristiche fisiche e culturali dei luoghi, interazioni spaziali. Ogni luogo si distingue per attributi fisici
(clima, idrografia, morfologia, eccetera) e culturali. I primi condizionano i secondi, soprattutto per quanto
concerne le attività più legate al territorio, ma i secondi, a loro volta, hanno un impatto sui primi, in un continuo

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processo di feedback. Tali attributi mutano pertanto nel tempo (muterebbero anche senza il concorso dei fattori
umani, ma molto più lentamente). I luoghi interagiscono tra loro. Per studiare tale fenomeno i geografi
aggiungono all’ubicazione e alla distanza i concetti di accessibilità e di connettività. Tobler, in particolare, a tal
proposito ha formulato la “prima legge della geografia”: ogni cosa è correlata a ogni altra cosa, ma le cose vicine
sono più correlate tra loro di quelle lontane”. Si tratta in sostanza di una formulazione dell’idea di decadimento
con la distanza. L’idea dell’accessibilità può essere associata a quella della connettività, che misura il grado di
connessione fra più luoghi. Le moderne tecnologie di trasmissione delle informazioni hanno abbattuto le barriere
di tempo e di spazio, rendendo peraltro spesso meno necessari gli spostamenti fisici (ma incentivando comunque i
flussi di merci e servizi) e dando origine alla cosiddetta globalizzazione.
La diffusione spaziale è il processo tramite il quale un’idea o un elemento si diffonde dal centro di origine ad
altri, collegati direttamente o indirettamente. Velocità e ampiezza della diffusione dipendono da vari fattori:
densità di popolazione, mezzi di comunicazione, vantaggi offerti dall’innovazione, importanza del nodo di
origine.
La distribuzione spaziale degli elementi sulla superficie terrestre può essere analizzata sotto vari aspetti: densità,
dispersione, modello di distribuzione.
Densità. Misura, per un territorio, la quantità media di determinati elementi presenti su una data unità di
superficie. È una densità assoluta e prende il nome di densità numerica. Può però essere più utile rapportare gli
elementi non a tutto il territorio, ma a uno specifico tipo di area. La densità fisiologica, ad esempio, è la misura
del numero di persone per unità di superficie di terreno coltivabile.
Dispersione e concentrazione. Termini di significato opposto che indicano il livello di diffusione o
concentrazione di un fenomeno in un territorio. Gli elementi osservati possono infatti concentrarsi in una porzione
ristretta di un territorio, e in tal caso si dicono accentrati o agglomerati. Nel caso contrario si dicono sparsi o
dispersi.
Modello di distribuzione. È la disposizione geometrica degli elementi sul territorio (pattern). Come la
dispersione fa riferimento alla presenza nello spazio, ma più che sulla distanza tra gli elementi, pone l’accento
sulla loro disposizione, che può essere lineare (es.: lungo un fiume, strada o ferrovia), accentrata (es.: intorno ad
una piazza, lago, chiesa) o casuale.
Concetto di regione. Sulla superficie terrestre non esistono luoghi identici, in quanto non solo le ubicazioni sono
necessariamente diverse, ma cambiano le combinazioni e le disposizioni di caratteristiche in essi presenti. Sono
comunque rilevabili delle somiglianze spaziali e sono perciò possibili delle generalizzazioni. La regione
rappresenta per il geografo ciò che è l’età per lo storico: essa non è prestabilita in natura, ma è un espediente
artificiale che, focalizzando alcuni elementi chiave, ordina il territorio in modo da permettere uno studio atto a
individuarne caratteristiche, relazioni e dinamiche essenziali.
Tipi di regione. Le regioni possono essere formali, funzionali e di percezione. Una regione formale o
uniforme è caratterizzata da una sostanziale uniformità di una o più caratteristiche fisiche, politiche (ad es. la
Puglia è una regione politica formale all’interno della quale vigono leggi regionali uniformi) o culturali. La
regione funzionale o nodale è un sistema spaziale che opera, sotto certi aspetti, come una unità dinamica e
organizzativa, essendo le sue parti interdipendenti. Le sue caratteristiche peculiari si manifestano più chiaramente
in una zona centrale, perdendo di intensità verso la periferia. Le regioni percettive riflettono invece sensazioni
piuttosto che dati oggettivi, ma possono influenzare le azioni delle persone che hanno tali percezioni. Le
percezioni circa un’area possono essere condivise dagli abitanti di tale territorio. Le aree vernacolari locali così
individuate esistono nelle menti di tali abitanti, riflettendosi sui nomi utilizzati e sul senso di identità degli abitanti
stessi.
Le carte geografiche. Sono strumenti per identificare e analizzare le regioni. Tramite esse i fenomeni possono
essere ridotti in una scala osservabile. La scala (vedi sopra) è il rapporto tra le dimensioni lineari di un fenomeno
rappresentato sulla carta e quelle reali (se la scala è 1: 1000, ad un millimetro sulla carta corrisponde un metro
sulla superficie terrestre). Più piccolo è tale rapporto, più grande è l’area rappresentata e minori sono i dettagli
riportati, mentre è maggiore la distorsione causata dal fatto che si rappresenta su un piano una superficie curva
come quella terrestre. Attraverso specifiche proiezioni cartografiche (procedimenti adottati per rappresentare una
superficie curva su un piano) si può scegliere di minimizzare la distorsione di almeno una delle quattro principali
proprietà di una carta geografica: area, forma, distanza e direzione.
Tutte le ubicazioni fanno riferimento al reticolato geografico di longitudine e latitudine. I punti di riferimento
sono i poli Nord e Sud, l’equatore (cerchio massimo nel senso del movimento rotatorio terrestre), il meridiano
di Greenwich (primo meridiano, semicerchio congiungente scelto convenzionalmente). I meridiani sono
semicerchi congiungenti i poli, i paralleli sono cerchi paralleli all’equatore e fra loro, di lunghezza decrescente in
funzione della latitudine (nord o sud), ovvero della distanza angolare dall’equatore. La longitudine è la distanza
angolare a est o a ovest del primo meridiano. Essendo meridiani e paralleli idealmente tracciati sul globo terrestre,
la loro proiezione su una carta li distorce e alcune o tutte le loro proprietà vengono meno.

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Esistono vari tipi di carte geografiche. Distinguiamo le carte geografiche generiche o di riferimento o
ubicazione, aventi lo scopo di mostrare le più varie caratteristiche di un territorio, e le carte tematiche, che
presentano distribuzioni spaziali di elementi specifici e che possono essere qualitative (se mostrano solo la
distribuzione di certi elementi) o quantitative (se ne esprimono anche la quantità). Nelle carte tematiche
quantitative, per esprimere dette quantità, si possono utilizzare, ad esempio, cerchi più o meno grandi (carte
geografiche a cerchi gerarchici), o punti più o meno fitti (cartogrammi a punti) eccetera. Le mappe
isometriche presentano linee (isolinee) che collegano i punti in cui si registrano valori uguali del fenomeno
rilevato. Esempi sono le isoterme (stessa temperatura) e le isoipse (stessa altezza dal livello del mare). Sulle
mappe isopletiche il calcolo non si riferisce ad un punto ma ad un’area (es.: densità per km2). Una mappa
coropletica presenta ombreggiature o colori diversi a seconda della densità del fenomeno su ciascuna unità di
superficie rappresentata sulla carta, laddove invece una mappa statistica registra le cifre effettive del fenomeno.
Tali cifre possono essere utilizzate per creare un cartogramma che ingrandisca o riduca le unità di superficie
prescelte (es.: comuni, province o regioni) in proporzione all’ampiezza del fenomeno (ad esempio, rapportando la
superficie rappresentata al numero di abitanti, l’India diventa più grande dell’Africa).
Oggigiorno per la stesura di carte geografiche si ricorre spesso al telerilevamento. Utilizzato subito dopo
l’invenzione della fotografia già in passato, usando mongolfiere e alianti, è oggi effettuato tramite aerei e riprese
satellitari. Le possibilità di rilevamento sono ampliate dall’utilizzo di pellicole sensibili ai raggi infrarossi,
scansioni termiche e radar. Grazie all’informatica si sta diffondendo l’uso dei sistemi informativi geografici
(GIS), che permettono l’elaborazione di data base relativi a vari fenomeni collegati con il territorio e la loro
rappresentazione immediata su carte geografiche distinte e sovrapponibili, molto più facilmente interpretabili dei
data base stessi.
Le carte mentali, infine, sono le rappresentazioni che ciascuno fa di un ambiente, sulla base di informazioni o
impressioni ricevute, e che utilizza nei processi decisionali. Sono spesso incomplete e limitate, escludendo intere
porzioni del globo o di una regione, che così non entrano nell’area di consapevolezza del singolo.
Sistemi, carte geografiche e modelli. Una carta geografica è un modello della realtà, e come ogni modello è
una sua rappresentazione semplificata, che però cerca di coglierne gli elementi e le dinamiche essenziali. Tali
dinamiche configurano gli elementi stessi come parti di un sistema, ovvero di un soggetto geografico (es.: città e
suo interland) funzionante come un’unità, della quale le carte aiutano ad evidenziare problemi e prospettive.

II - Radici e significato della cultura

Concetto di cultura. Il termine “cultura” designa, per uno studioso di scienze sociali, il complesso di
comportamenti, credenze, conoscenze, adattamenti (e di conseguenza di sistemi sociali) che caratterizzano il
modo di vivere di una popolazione e che vengono trasmessi da individuo ad individuo per effetto di educazione
(tra una generazione e l’altra), di imitazione o, talvolta, imposizione. Essa, derivando essenzialmente da
adattamenti all’ambiente e non essendo composta da comportamenti istintivi (sebbene la natura umana abbia
comunque un rilievo nelle espressioni culturali), varia nel tempo e nello spazio. Persino le semplici comunità di
cacciatori – raccoglitori sono costrette a differenziarsi a causa dell’ambiente: gli strumenti e le tecniche per
cacciare, per ripararsi, eccetera, variano in funzione delle risorse e delle insidie ambientali, molto diverse a
seconda del contesto climatico e geografico. D’altra parte la tecnologia, quando è in grado di abbattere le barriere
determinate dalla distanza, soprattutto a livello delle comunicazioni, può comportare processi di convergenza
culturale, per mezzo di processi di diffusione (vedi infra).
La cultura può assumere diverse configurazioni, o sfaccettature, all’interno di una stessa società, dividendosi in
sub-culture che si riferiscono ai diversi ruoli che i singoli individui recitano, ruoli che cambiano in base a sesso,
età, classe sociale, lavoro, eccetera.
La cultura è composta da tratti culturali, ovvero unità di comportamento acquisito (tra cui la lingua e la
religione), che possono ricorrere anche in più culture. Molti tratti culturali sono fra loro interrelati e formano così
una struttura culturale. Ad esempio l’uso di un particolare animale o di un mezzo di trasporto può determinare
una serie di conseguenze (attività correlate, sacralizzazione o idealizzazione di quel mezzo) che finiscono per
caratterizzare una società. Tratti e strutture culturali possono individuare un sistema culturale, realtà spaziale più
ampia e generalizzata, che può comprendere al suo interno anche popolazioni differenti (per lingua, religione o
altro), ma accomunate da alcune caratteristiche che le rendono riconoscibili agli altri e a se stesse. Di solito i
geografi umani fanno riferimento alla regione culturale, ovvero porzioni della superficie terrestre occupate da
popolazioni condividenti caratteristiche culturali riconoscibili. Ci sono tante regioni culturali quanti sono i tratti e
le strutture culturali individuate. Al loro interno, comunque, i gruppi umani possono cooperare e/o competere. Se
più regioni culturali sono correlate, possono formare un complesso culturale regionale. Secondo vari autori
l’attuale processo di globalizzazione sta mettendo in discussione l’esistenza di tali complessi. Tuttavia
l’omologazione non è mai completa ed anche la diffusione di prodotti ed idee finisce per adattarsi ai contesti
locali, che spesso anzi reagiscono esasperando caratteristiche locali.

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Interazione tra uomo e ambiente. L’uomo interagisce con l’ambiente e ne è influenzato. La sua azione
modificatrice dà luogo al cosiddetto paesaggio culturale. Il determinismo ambientale (l’ambiente fisico da solo
plasma gli esseri umani e le loro società) è stato respinto dai geografi e sostituito dal possibilismo (sono gli
individui, piuttosto che gli ambienti, a determinare lo sviluppo culturale). Recentemente, comunque, una nuova
versione di determinismo è stata proposta (Diamond, 1997) ed anche confortata da ricerche empiriche (Olsson,
Hibbs Jr., 2005). Secondo tale teoria le condizioni ambientali, quali l’ampiezza dei continenti, l’orientamento del
loro asse maggiore, il clima, il numero delle piante e degli animali domesticabili, sono i principali fattori dello
sviluppo di società agricole. La loro influenza sembra dispiegarsi persino sulle moderne società industriali, sia
direttamente sia indirettamente (le stesse istituzioni sarebbero strettamente connesse all’ambiente).
L’influenza dell’ambiente è comunque più incisiva nelle prime fasi dello sviluppo culturale, meno nelle
successive, quando la tecnologia consente all’uomo di modificare l’ambiente stesso, pur mantenendo un ruolo non
trascurabile (si pensi al rapporto tra densità di popolazione e fattori climatici o morfologici).
L’impatto dell’uomo sull’ambiente può anche essere distruttivo (un mezzo largamente usato fin dai primordi è il
fuoco). Persino le popolazioni più primitive di cacciatori – raccoglitori sono riuscite a provocare l’estinzione di
innumerevoli specie, tra cui il 90 % delle specie avicole dell’Oceania e gran parte degli animali di grossa taglia di
America ed Oceania, comprese alcune domesticabili, limitando così fortemente la possibilità di attivare in tali
continenti una rivoluzione agricola (chiaramente dipendente dalla disponibilità di animali e piante domesticabili).
Nel continente eurasiatico si sono determinate le condizioni più favorevoli per il passaggio da un’economia di
caccia e raccolta ad una agricola e/o di allevamento, nonché per la formazione di un focolaio culturale (centro di
formazione e di irradiazione di una cultura). Non tutti i focolai culturali hanno dato luogo ad una civiltà (società
strutturata secondo modelli di specializzazione e divisione del lavoro e fornita di mezzi di trasmissione della
cultura come la scrittura, nonché di tecnologie evolute, come la metallurgia, e conoscenze, come la matematica e
l’astronomia, necessarie per la calendarizzazione dei lavori agricoli). L’ampiezza del continente ed il suo
orientamento da Est ad Ovest hanno favorito sia la competizione sia le comunicazioni (l’espansione lungo i
paralleli è più agevole di quella lungo i meridiani, grazie alla mancanza di significative barriere climatiche). I
principali focolai culturali del periodo neolitico (che non inizia dappertutto nello stesso momento) sono: la
Mezzaluna fertile, la valle dell’Indo, la Cina settentrionale, il Messico, il Perù, alcune aree dell’Africa occidentale
e dell’Asia sud-orientale (Nuova Guinea). Il più antico ed importante (per l’influenza esercitata su regioni
limitrofe e lontane) è la Mezzaluna fertile, dove sono state domesticate gran parte delle piante più produttive e
degli animali di grossa taglia. Un esempio per certi versi opposto è fornito dai focolai del Messico e delle Ande,
separati da barriere climatiche e comunicanti solo attraverso uno stretto istmo: la ruota inventata nel Messico non
fu lì mai usata per facilitare i trasporti, probabilmente per mancanza di animali da traino, mentre l’unico animale
utilizzabile a tale scopo (il lama) si trovava nelle Ande, dove la ruota non comparve mai.

Struttura della cultura. Secondo White la cultura può essere considerata come una struttura tripartita:
1) sottosistema ideologico, insieme di credenze e conoscenze (mitologie, teologie, leggende, letteratura,
filosofia, sistema dei valori ecc.);
2) sottosistema tecnologico, insieme di tecniche e oggetti materiali (definiti da Huxley manufatti) utili per la
sopravvivenza;
3) sottosistema sociologico, somma dei modelli di comportamento accettati per le relazioni interpersonali,
sfocianti nella formazione di associazioni economiche, politiche, militari, eccetera.
Il mutamento culturale. La cultura, pur essendo una struttura auto-conservativa, è comunque soggetta a
mutamenti adattativi. Il mutamento può derivare da innovazioni autonome, o introdotte grazie a processi di
diffusione o acculturazione. Le innovazioni possono essere tali da trasformare profondamente una società. Più
spesso provocano mutamenti impercettibili che però, se abbastanza numerosi, portano comunque ad una
trasformazione abbastanza profonda, anche se più lenta.
L’innovazione può consistere in un cambiamento della tecnologia o anche della struttura sociale.
La diffusione è il processo tramite il quale una innovazione viene trasmessa da un individuo o da un gruppo ad
un altro. Essa può attuarsi secondo le seguenti modalità1:
1) spostamento (o rilocalizzazione) degli individui suoi portatori, che migrano da un luogo ad un altro;
2) espansione, quando l’elemento diffuso persiste nell’area di origine, e magari risulta ivi intensificato.
La diffusione per espansione, a sua volta, può assumere le seguenti forme:

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Generalmente i processi di diffusione (con l’esclusione di quello per spostamento) sono descrivibili da una curva sigmoide (con il
tempo sull’asse delle ascisse e il numero di individui coinvolti sull’asse delle ordinate), caratterizzata da una pendenza prima
crescente, poi, dopo un flesso collocato intorno ad un’ordinata che è la metà di quella massima raggiungibile, decrescente. Si parla
inoltre di decadimento con il tempo-distanza, nel senso che la diffusione è spesso progressivamente rallentata dall’aumento della
distanza dalla fonte di propagazione.

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a) contagio (o epidemiologico), forma di diffusione per espansione particolarmente intensa che interessa quasi
uniformemente le aree interessate. Il termine suggerisce l’importanza del contatto diretto tra portatori
dell’innovazione e ricettori della stessa, che ricorda il processo di diffusione delle malattie;
b) gerarchica, forma di diffusione che interessa prima i centri più importanti, per poi propagarsi a quelli ad essi
subordinati e via via meno importanti (esempio: diffusione del Cristianesimo nell’Impero romano);
c) diffusione degli stimoli. Tale forma di propagazione si ha quando non una tecnica, ma la semplice idea
dell’esistenza di essa si diffonde, inducendo le popolazioni recettrici a ricercare una soluzione autonoma ad un
dato problema. Un esempio classico è fornito dall’invenzione autonoma di un sistema di scrittura da parte dei
pellirosse Cherokee, indotti a ciò dalla consapevolezza che i colonizzatori bianchi erano in grado di registrare in
forma scritta i loro discorsi (comportamento imitativo).
L’acculturazione è il processo mediante il quale popolazioni immigranti acquisiscono costumi e lingua del paese
ospitante, che a sua volta subisce delle trasformazioni. Se gli immigranti sono dominanti (colonizzatori), la parlata
e i costumi che si impongono possono essere quelli di questi ultimi. Tale processo è stato particolarmente spinto
durante la rivoluzione agricola, che ha consentito alle popolazioni innovatrici di crescere ed inglobare (e talvolta
sterminare) le esigue popolazioni di cacciatori-raccoglitori, nel caso in cui resistessero all’innovazione. A partire
dalle grandi scoperte geografiche del XV secolo esso è stato pure molto intenso, soprattutto nelle Americhe prima
e in Oceania poi. In molti casi (es.: Africa) non ha comportato un cambiamento sensibile della struttura etnica
della popolazione, ma solo della sua cultura.
Quando invece l’acculturazione nasce dall’incontro di due popoli di cui nessuno è in grado di prevalere sull’altro,
lo scambio bidirezionale è più equo e può nascere una cultura sostanzialmente diversa da quelle originarie, dando
luogo alla cosiddetta transculturazione.
In tutti i tipi di diffusione culturale la distanza, come già accennato sopra in nota, funge da barriera assorbente,
che ostacola cioè la propagazione delle innovazioni. Possono essere presenti inoltre vere e proprie barriere di
interruzione (oceani, catene montuose molto elevate, deserti o foreste impenetrabili, barriere climatiche). Esse,
comunque, sono spesso parzialmente permeabili (più o meno a seconda della tecnologia disponibile). Le barriere
possono essere anche di tipo politico e/o culturale (es.: religioni). In ogni caso una popolazione che assume una
innovazione esterna tende a modificarla per renderla accettabile al proprio sistema di valori (sincretismo
culturale).

III - Interazione spaziale e comportamento spaziale

Basi dell’interazione spaziale. L’interazione spaziale è la risposta alle diverse dotazioni di risorse delle varie
aree. Il geografo Ulman (1912-1976) ha proposto un modello esplicativo di tali interazioni, osservando che esse
sono governate da tre fattori: complementarietà, trasferibilità e opportunità interposta.
Complementarietà. Due luoghi interagiscono se sono complementari, nel senso che alcune attività di uno di essi
possono essere svolte o svolte meglio se effettuate in interazione (tramite scambi commerciali o cooperazione)
con attività effettuate nell’altro luogo.
Trasferibilità. Naturalmente l’interazione fra attività complementari attuate in luoghi diversi è possibile se i costi
dell’interazione sono accettabili. In altre parole il costo del trasferimento di beni e servizi tra i due luoghi non
deve annullare il vantaggio offerto dalla complementarietà (la mobilità è quindi anche una questione economica).
La trasferibilità varia in funzione delle caratteristiche (compreso il valore) di un prodotto, della distanza (in
termini di tempo e/o denaro occorrente per coprirla), e dell’attitudine del prodotto ad essere trasportato.
Opportunità interposta. Indica l’esistenza di una complementarietà a più breve distanza che rende quindi
inopportuna l’interazione spaziale con luoghi meno vicini (quindi con costi di interazione più elevati).
Misurazione dell’interazione. L’interazione tra luoghi non è descritta eloquentemente dal movimento di un
singolo bene (una rondine non fa primavera), quanto piuttosto dalla sua intensità e dalla sua frequenza. Le attività
degli individui sono influenzate dall’attrito della distanza. Le interazioni sono infatti più probabili e frequenti su
distanze brevi: l’interscambio diminuisce all’aumentare della distanza, e ciò, come ha notato Carey (1793-1879), è
ben descritto dal modello gravitazionale newtoniano. Reilly (1831), seguendo tale linea, ha elaborato la legge di
gravità del commercio al dettaglio, che afferma che due città richiameranno commercio da località intermedie in
proporzione diretta alle proprie popolazioni e inversa rispetto al quadrato delle loro distanze dai centri intermedi.
Il punto di rottura segna il limite delle aree gravitazionali delle due città, più vicino alla più piccola. Studi
successivi hanno rilevato che il modello gravitazionale può spiegare molti fenomeni di flusso in geografia umana,
comprese le migrazioni. Un modello di potenziale, anch’esso basato sulla fisica newtoniana, fornisce una stima
delle opportunità di interazione a disposizione di un centro situato in una rete con diversi altri centri.
Fattori di movimento. I modelli newtoniani permettono la comprensione dell’interazione in un’area idealizzata,
senza barriere naturali o culturali. Esistono però, oltre alla distanza, altri fattori che possono influenzare il
modello spaziale seguito dalle interazioni umane, ed in particolare la direzione. Si può rilevare infatti come gli
spostamenti non siano uniformi in tutte le direzioni, in quanto alcuni luoghi hanno una maggiore capacità di

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attrazione di altri oppure la viabilità in alcune direzioni è migliore che in altre, magari proprio grazie alla presenza
di attrattori. Il fattore della direzione è quindi spesso un riflesso del cosiddetto fattore di rete, espressione che sta
a indicare la presenza o l’assenza di canali di connessione.
Mobilità è il termine che indica tutti i tipi di movimento dell’uomo sul territorio. Tra questi tutti quelli che non
comportano il trasferimento della sua residenza si indicano con circolazione. Se c’è trasferimento di residenza si
parla di migrazione. Naturalmente ambedue i tipi di movimento richiedono tempo (hanno una dimensione
temporale). Il campo di azione di un individuo è quindi delimitato. I limiti quotidiani spazio-temporali possono
essere rappresentati da un prisma le cui dimensioni sono determinate dal grado di mobilità. Per rappresentare il
prisma su un piano cartesiano (bidimensionale) si riporta sulle ascisse la distanza coperta negli spostamenti
giornalieri (a partire da una ascissa centrale che rappresenta l’abitazione), sulle ordinate il tempo (dalla
mezzanotte a quella successiva). Se i mezzi di trasporto sono inadeguati e le esigenze lavorative sono molto
pressanti e poco produttive, l’estensione nello spazio è molto limitata ed il prisma spazio-temporale assume una
forma stretta e allungata, dato che l’attività stessa prende molto tempo e così pure gli spostamenti. Se invece c’è
grande mobilità, la figura assume una forma sensibilmente più allargata. La frequenza degli spostamenti
diminuisce drasticamente oltre la distanza critica di un individuo, quella cioè oltre la quale costo e fatica
incidono fortemente.
Interazione spaziale e accumulo di informazioni. Le distanze critiche sono diverse da individuo a individuo, in
dipendenza di fattori come lo stadio di vita, la mobilità e l’opportunità. Le decisioni di spostamento sono
incentivate dall’accumulo di informazioni sulle opportunità offerte dall’interazione spaziale. I flussi di
informazioni, tuttavia, oggigiorno tendono ad essere pressoché istantanei e a non risentire della distanza, neppure
a livello dei costi. Tale convergenza spazio-temporale verso il punto di annullamento dello spazio provoca
l’alterazione della struttura spaziale dei processi decisionali. I flussi informativi rilevanti sono gli scambi
individuali (da persona a persona) e la comunicazione di massa (dalla fonte ad una massa di riceventi). I primi
sono solitamente su breve distanza e aumentano con la crescita urbana e della complessità della società. Ciascun
individuo sviluppa un suo campo di comunicazioni personali. Ogni scambio interpersonale costituisce un
legame e ogni persona è un nodo nel campo di comunicazioni di coloro con i quali stabilisce un contatto. La
comunicazione di massa è essenzialmente univoca (dalla fonte ad un’ampia area di ricezione), è per sua natura
pervasiva e la sua efficacia dipende anche dalle caratteristiche culturali dei potenziali utenti. L’area di copertura
è determinata dalla natura del mezzo, dall’obiettivo dell’emittente e, per certi mezzi (es.: TV), dalla natura del
territorio (tuttavia la moderna tecnologia satellitare tende ad eliminare gli ostacoli posti dall’orografia). I centri di
trasmissione possono essere ordinati gerarchicamente. In molti Paesi (es.: Francia, Argentina, Russia) sono
concentrati nelle capitali, in altri (es.: Italia, Germania) la distribuzione è più variegata e concorrenziale.
La percezione dell’ambiente. L’informazione è alla base delle decisioni di spostamento. Essa può essere più o
meno razionale e dà luogo alla percezione che ognuno ha dell’ambiente circostante2. Esistono barriere al flusso di
informazioni, tra cui la stessa distanza (anche se a costo zero, la superficie aumenta secondo il quadrato della
distanza e diventa quindi più arduo, per la mente umana, assumere informazioni definite e puntuali, se non
limitate ad aree sempre più frammentate). D’altra parte, nell’ambito di luoghi immediatamente circostanti, se
affollati, i singoli erigono barriere proprio per frenare il flusso altrimenti eccessivo di informazioni. Oltre,
comunque, le classiche barriere geografiche (catene montuose, oceani, deserti, foreste), esistono i fattori della
direzione, relativi cioè alla tendenza ad avere una maggiore conoscenza di luoghi collocati in una direzione
piuttosto che in altre (ad es. per rapporti di parentela con abitanti di una certa zona).
Meno chiara sembra essere l’influenza (negativa) sulle decisioni di spostamento e di insediamento da parte dei
rischi naturali, che possono comunque essere suddivisi in rischi cronici, ma di basso livello, e rischi gravi (es.:
uragani e terremoti), ma a bassa probabilità (o frequenza). Riguardo a questi ultimi, la scarsa considerazione ad
essi accordata è probabilmente frutto di un ottimismo causato dalla loro rarità (la mancata esperienza spinge a
credere che non accadranno nel corso della propria vita e proprio in quel posto). Inoltre vanno considerati altri
fattori, e cioè: i) spesso i siti soggetti a tali calamità offrono buone opportunità economiche o sono particolarmente
ameni, ii) non sempre ci sono alternative praticabili, iii) anche qualora ci siano alternative, molti sono restii a
cambiare la propria residenza e, con essa, le proprie relazioni sociali e affettive. La residenza viene infatti
cambiata principalmente a seguito di due ordini di fattori: di spinta (ad emigrare) e di attrazione (che inducono ad
immigrare).
La migrazione si sostanzia in un cambiamento di residenza che ha conseguenze non solo per l’emigrante, ma
anche per i luoghi lasciati o raggiunti dal migrante. Le migrazioni avvengono su diverse scale, potendo essere
intercontinentali, intracontinentali, interregionali o anche solo locali. Hanno interessato il genere umano fin dalle
sue origini, in quanto gli esseri umani, già quando erano solo cacciatori-raccoglitori, hanno popolato tutti i
continenti ad eccezione dell’Antartide. Con l’avanzare della tecnologia, comunque, le migrazioni sono divenute

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Uno studio condotto dall’U.S. Census Bureau indica che il clima, dopo la vicinanza al luogo di lavoro e alla famiglia, è il motivo
più spesso addotto per i movimenti migratori fra i vari Stati USA.

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più imponenti e rapide. Mentre negli ultimi secoli si è assistito ad una avanzata dei popoli europei in America,
Oceania, Sudafrica e Siberia, oggi sono i popoli del Terzo Mondo a migrare verso i Paesi sviluppati. All’inizio del
2000 circa 175 milioni di persone vivevano in un Paese diverso da quello di nascita.
Tipi di migrazione. Le migrazioni possono essere forzate, quando la decisione è presa da un individuo diverso
da quello migrante (l’esempio più notevole è quello di 10-12 milioni di africani trasferiti come schiavi in America
dal XVI al XIX secolo), e volontarie, nel caso contrario (il più comune). Un caso intermedio è quello della
rilocalizzazione indotta. Le migrazioni volontarie sono la risposta individuale ai fattori che influenzano le
decisioni di interazione spaziale. La povertà è il maggiore incentivo. Le condizioni negative del luogo di origine
costituiscono i fattori di spinta, mentre le presumibili condizioni positive del luogo di destinazione sono i
fattori di attrazione. La valutazione dell’opportunità di migrare dipende anche dal livello di aspirazione
dell’individuo (se egli è soddisfatto delle sue condizioni di vita, non migrerà). Obiettivi del migrante sono evitare i
pericoli e la riduzione dell’incertezza. Strategie per conseguire tali obiettivi sono la migrazione graduale e la
migrazione a catena. Con quest’ultima il migrante si inserisce in una comunità di connazionali, compaesani,
parenti o amici già stabilitisi in una certa località. Le successive ondate di migranti finiscono così con il costituire
enclavi etniche nei Paesi di arrivo. Le coppie di luoghi di origine e di destinazione, una volta stabilitisi, tendono
pertanto a riproporsi e le aree che dominano i modelli di immigrazione e di emigrazione di un luogo costituiscono
il suo bacino migratorio. Poiché i fattori di spinta e di attrazione possono essere equiparati alla
complementarietà e i costi (anche emotivi) di uno spostamento sono espressioni della trasferibilità, si può
rilevare che le migrazioni sono influenzate negativamente dalla distanza (quando prevalgono i fattori di attrazione,
comunque, la distanza sembra giocare un ruolo minore, soprattutto per soggetti risoluti e con obiettivi chiari) e
che le grandi città esercitano un’attrazione maggiore dei piccoli centri (vale naturalmente la legge
dell’opportunità interposta). Si è infatti osservato che gli individui, nelle migrazioni all’interno dei confini
nazionali, tendono a risalire la gerarchia urbana. Nei periodi di crisi economica sono invece frequenti spostamenti
gerarchici inversi. Esiste infatti anche il fenomeno inverso della migrazione, ossia della contromigrazione (o
migrazione di ritorno), che riguarda quegli individui che decidono di fare ritorno al luogo di origine proprio o
della propria famiglia.
I migranti non costituiscono uno spaccato del popolo dal quale provengono. Secondo Ravenstein tra essi
prevalgono i giovani maschi, ma tale affermazione è oggi meno valida: tra gli attuali migranti le donne sono tra il
40% ed il 60% del totale. Esse sono numerose soprattutto nei flussi campagna-città. Spesso le famiglie povere
incoraggiano le donne giovani a migrare, nell’ambito di una strategia di sopravvivenza del nucleo familiare. Oggi,
inoltre, è sempre più frequente l’emigrazione di persone mediamente più istruite di quelle che invece restano nei
Paesi di partenza.
IV - La popolazione

Variazione demografica. Per poter studiare l’andamento di una popolazione nel tempo si ricorre ad una serie di
indici, di seguito riportati.
1) Tasso generico di natalità (crude birth rate), detto anche tasso di natalità; generico perché rapporta il
numero di nati vivi in un anno al totale della popolazione di riferimento, senza considerare la sua
composizione per sesso e per età. Il risultato della frazione viene moltiplicato per mille (come la maggior
parte degli indici che vedremo), fornendo così il numero di nati vivi per ogni mille individui. È
considerato elevato se supera il 30‰ (tipicamente in aree rurali e poco sviluppate), medio se è compreso
tra il 18‰ e il 30‰, basso se è al di sotto del 18‰ (tipicamente in aree fortemente urbanizzate e/o
industrializzate. La sua riduzione sembra connessa allo sviluppo economico, pur variando in funzione di
fattori religiosi e politici.
2) Tasso di fecondità totale (total fertility rate), esprimente la capacità riproduttiva media delle donne in età
fertile di una popolazione. Affinché la popolazione sia stabile occorre un tasso di fecondità pari a 2,1 (in
Italia), maggiore di 2 in quanto occorre compensare la mortalità precedente il periodo riproduttivo e i casi
di infertilità. Tale tasso di sostituzione è pertanto più elevato nelle aree dove è più alta la mortalità,
soprattutto infantile. Su scala globale era pari a 2,8 nel 2004. Il tasso di fecondità totale è attualmente in
fase di riduzione in gran parte del pianeta (nel 2005 gli 88 Paesi ospitanti il 50% della popolazione
mondiale hanno esibito un tasso di fecondità minore di 2,1).
3) Tasso di mortalità (crude mortality rate). Tale tasso è stato a lungo correlato all’arretratezza economica.
Dopo la seconda guerra mondiale, tuttavia, si è ridotto di molto anche nei Paesi in via di sviluppo, grazie
alla diffusione in tali aree di medicinali e servizi igienici. Particolarmente importante è il tasso di
mortalità infantile (morti di età pari o inferiore a 1 anno / 1000 nati vivi), che è proprio quello che,
piuttosto elevato nelle aree arretrate (fino al 300‰), si riduce di più al migliorare delle condizioni
igienico-sanitarie, facendo così elevare sensibilmente la speranza di vita (durata media della vita). La
diffusione dell’AIDS, comunque, sta di nuovo riducendo grandemente la speranza di vita, soprattutto
nell’Africa sub-sahariana.

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4) Tasso di incremento naturale (rate of natural increase). Si ottiene sottraendo il tasso di mortalità dal
tasso generico di natalità (non si tiene conto delle migrazioni). Solitamente viene espresso riferendolo a
100 e non a 1000. Su scala globale il tasso di variazione della popolazione coincide con esso.
5) Tempo di raddoppio (doubling time). È il tempo occorrente affinché una popolazione raddoppi, dato un
certo tasso di crescita, ed ha una proporzionalità inversa con quest’ultimo. Se quest’ultimo si mantiene
stabile, la popolazione cresce secondo una progressione geometrica. Inizialmente dell’ordine di millenni,
il tempo di raddoppio si è andato riducendo fino a raggiungere un minimo nel 1990, quando il tasso di
crescita mondiale ha cominciato a ridursi.
La transizione demografica. È un modello, basato sull’esperienza occidentale, che sintetizza la relazione che
sembra sussistere tra crescita demografica e sviluppo economico. Le fasi sono le seguenti: 1) elevato tasso di
mortalità e di fecondità, con crescita lenta o stazionarietà della popolazione; 2) riduzione del tasso di mortalità a
causa dell’introduzione di misure igienico-sanitarie, a loro volta conseguenti o associate al progresso economico,
e rapido aumento della popolazione; detta anche transizione epidemiologica, perché attivata soprattutto da una
riduzione dell’incidenza delle malattie infettive; 3) graduale riduzione del tasso di fecondità (per lenti mutamenti
culturali indotti dalla crescita economica e per l’accettazione di un modello di famiglia meno numerosa, in quanto
i figli in una società urbanizzata e con assicurazioni sociali diventano un peso piuttosto che un’opportunità); 4)
stabilizzazione della popolazione. Un’eventuale quinta fase si ha nel caso la riduzione del tasso di fecondità porti
ad un tasso di variazione negativa della popolazione.
Il modello di transizione demografica appena illustrato non si presenta necessariamente nello stesso modo in ogni
tempo e in ogni luogo. In particolare nei vari Paesi in via di sviluppo la seconda fase è stata attivata
dall’introduzione di misure igienico-sanitarie importate da altrove, con scarso sviluppo economico, e ciò ha
prolungato la fase stessa provocando fenomeni di sovrappopolazione. In tempi più recenti, comunque, molti Paesi
in via di sviluppo ed anche alcuni arretrati, come si è già accennato, mostrano un significativo calo della natalità.
La piramide demografica. La struttura di una popolazione e la sua dinamica possono essere facilmente
visualizzati per mezzo di una piramide demografica, diagramma a canne orizzontali costruito specularmente
rispetto all’asse delle ordinate, sulle quali sono riportate le classi di età, mentre le ascisse indicano la consistenza
della popolazione, maschile sul semiasse negativo, femminile sul semiasse positivo, per ciascuna classe. Si
chiama piramide perché nel caso, un tempo quasi generale, di elevati tassi sia di fecondità sia di mortalità, assume
una forma piramidale, con la maggior parte della popolazione concentrata nelle classi di età più giovani. Durante
la seconda fase della transizione demografica la parte bassa della piramide assume un profilo più ripido (per la
riduzione della mortalità nelle fasce di età più basse), che tende a estendersi alle fasce di età superiori durante la
terza e la quarta fase, in quanto a causa della riduzione della natalità la popolazione delle classi di età inferiori
tende a non superare significativamente quella delle classi superiori (con esclusione di quelle vicine al limite
biologico della vita umana). Una base più stretta della parte superiore indica che il Paese è entrato nella quinta
fase, di regresso demografico. Strozzature possono indicare riduzioni della natalità e/o aumenti della mortalità
dovuti a eventi eccezionali. Le guerre di solito comportano una strozzatura soprattutto sulla parte sinistra
(popolazione maschile).
L’equazione demografica. È la variazione della popolazione di un’area, e oltre che dai movimenti naturali
(fecondità e mortalità), è determinata anche dai movimenti migratori. Essa è quindi data dalla somma algebrica di
cambiamento naturale e migrazione netta (immigrati - emigrati). Le migrazioni (rilocalizzazione della
popolazione) sono state in passato una valvola di sfogo per la sovrappopolazione delle aree di partenza. Oggi,
nonostante interessino milioni di individui, almeno per i Paesi in via di sviluppo non assolvono più a tale scopo, in
quanto interessano comunque una frazione marginale della popolazione di origine. I migranti, inoltre, non sono un
campione rappresentativo della nazione dalla quale provengono, in quanto solo quelli che sono in qualche modo
motivati a migrare migrano (vedi Fattori della migrazione, Unità III, Interazione spaziale).
Impatto delle migrazioni. Può essere rilevante sull’equazione demografica, sia per il luogo di destinazione sia
per quello di origine. La prevalenza di un sesso o di alcune classi di età può determinare un mutamento nelle loro
piramidi demografiche. In passato fra i migranti prevalevano i giovani maschi, oggi invece le donne (per lo più
giovani), rappresentano dal 40 al 60% dei migranti internazionali.
Distribuzione demografica mondiale. La distribuzione della popolazione nel mondo è piuttosto irregolare. Quasi
il 90% vive a nord dell’Equatore (data la minore estensione delle terre emerse nell’emisfero australe). Inoltre più
del 50% si concentra sul 5% delle terre emerse. La popolazione si concentra nei territori pianeggianti e non troppo
lontani dalla costa (più del 50% vive sotto i 200 metri dal livello del mare, circa l’80% sotto gli 800 metri),
sebbene non manchino casi di pianure poco abitate a causa del clima (desertiche, troppo fredde) e/o delle
condizioni igienico-sanitarie (es.: malaria). Il popolamento dei territori montani è ostacolato dal loro clima,
dall’erosione e dai problemi legati alla pendenza, tuttavia in alcune aree (America del Sud, Messico) gli altopiani
sono preferiti perché, a quelle latitudini, offrono migliori condizioni climatiche.

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Le aree demograficamente più importanti sono: Asia orientale (Cina, Taiwan, Corea, Giappone), Asia meridionale
(India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka), Europa, America del Nord-Est. Importanti sono pure l’Indonesia
(Giava), le coste del Brasile, il Messico e alcune aree dell’Africa (in particolare Nigeria ed Egitto nilotico).
Densità di popolazione. È il numero di abitanti per unità di superficie (chilometro quadrato). Viene calcolata con
riferimento ad una unità territoriale amministrativa. Maggiore è la superficie di tale unità, minore è la
significatività dell’informazione fornita dalla sua densità. La densità numerica di popolazione, comunque, non ci
dice se un territorio è sovrappopolato o meno. Più utile, al riguardo, è la densità fisiologica, cioè il rapporto tra la
popolazione e il terreno coltivabile. La densità agricola, invece, esclude dal calcolo le popolazioni urbane e
riporta solo il numero di abitanti rurali per unità di terreno produttivo dal punto di vista agricolo.
La sovrappopolazione. Non è la conseguenza necessaria di una elevata densità. Il suo opposto è la
sottopopolazione (numero di individui troppo esiguo per sfruttare adeguatamente le risorse di un territorio). Un
territorio è sovrappopolato se la sua popolazione supera la sua capacità di carico (numero di abitanti che può
sostenere, dato un certo livello tecnologico ed organizzativo). Molti Paesi sostengono popolazioni maggiori di
quelle autonomamente sostenibili grazie al ruolo assunto all’interno del commercio internazionale come fornitori
di prodotti tecnologicamente avanzati (es.: Giappone), o di servizi finanziari (es.: Montecarlo).
Urbanizzazione. Passaggio dallo status rurale a quello urbano. Coinvolge una porzione sempre più ampia, ormai
tendenzialmente maggioritaria, dell’umanità. Essa distrugge milioni di ettari di terreno agricolo ogni anno.
Dati demografici. Vengono forniti dall’United Nations Statistical Office, dalla Banca Mondiale, dal Population
Reference Bureau, dai censimenti nazionali e da indagini a campione. Per molti Paesi e aree i dati sono molto
approssimativi.
Proiezioni demografiche. Sono ipotesi di scenari futuri sviluppate sulla base dei dati attuali, risultato di calcoli
basati sulla fecondità, mortalità, tassi di migrazione applicati alle attuali classi di età. Non sono previsioni, in
quanto tendono a presupporre che tali tassi non mutino o che mutino secondo modalità preordinate, fatto che,
almeno per tempi molto lunghi, non è affatto sicuro che si verifichi.
La popolazione, in assenza di freni, tende a crescere esponenzialmente. Poiché i freni esistono, la crescita assume
un andamento a S, o sigmoide, fermandosi in corrispondenza del cosiddetto plateau omeostatico. Malthus (1766-
1834) riteneva che la crescita della popolazione avviene secondo una progressione geometrica, ma è limitata dalla
disponibilità di mezzi di sussistenza, che crescerebbero secondo una progressione aritmetica, e pertanto finisce
con l’essere frenata da carestie. Altri freni sarebbero le guerre, le pestilenze (tutti freni esterni, come le carestie)
nonché la castità e il celibato (freni interni). Si è visto però che la fecondità è condizionata anche da fattori sociali
e culturali e che pertanto la popolazione umana non cresce inevitabilmente in maniera geometrica. Nella seconda
metà del XX secolo, comunque, Ehrlich (con The population Bomb) e il Club di Roma, sulla scorta
dell’andamento demografico del Terzo mondo, hanno tracciato un quadro fosco sulle conseguenze dell’impatto
ambientale della crescita demografica. Altri, detti cornucopiani, a partire soprattutto dagli anni Ottanta (ma già
altri, come Boserup nel 1965, avevano anticipato le loro tesi) hanno invece notato che l’aumento della
popolazione, invece di vanificare gli effetti dello sviluppo economico sul reddito pro-capite, lo precede e lo
favorisce. Un terzo filone di pensiero, intermedio, pur non sminuendo il ruolo della crescita demografica nello
sviluppo economico e tecnologico, sottolinea che il progresso non è automatico e molto dipende dalla struttura
culturale e politica del Paese interessato dall’aumento di popolazione.
Il momentum demografico (o inerzia demografica). La riduzione della natalità non implica necessariamente,
almeno sul breve o medio termine, il rallentamento della crescita demografica o la sua inversione. La fecondità
può scendere sotto il tasso di sostituzione e ciononostante la popolazione può continuare ad aumentare, anche
senza il concorso dell’immigrazione. Ciò può avvenire se le classi più giovani sono sensibilmente più numerose
delle altre. La loro fecondità, infatti, deve ancora manifestarsi e perciò le nascite da esse determinate saranno
comunque più numerose delle morti delle sparute generazioni precedenti. Ad ogni modo il calo della natalità, che
ormai interessa tutto il mondo, tranne alcuni Paesi dove il fondamentalismo (soprattutto islamico) è molto radicato
ed ostacola tale tendenza, comporterà l’invecchiamento della popolazione, anche e soprattutto nel Terzo mondo
che, a differenza dei Paesi sviluppati, è meno preparato ad affrontare tale problema.

V - Lingua e religione
Lingua
La lingua è un metodo sistematico per comunicare, attraverso suoni, segni e gesti, trasmettendo la cultura e, più
in generale, le informazioni. Alcuni studiosi ritengono persino che essa possa strutturare le percezioni dei suoi
fruitori.
Classificazione delle lingue. Le lingue oggi parlate, molto differenziate per importanza relativa (numero di
fruitori), sono stimate in circa 7000. Esse vengono raggruppate in famiglie linguistiche, gruppi di lingue che
hanno caratteristiche comuni perché derivanti da un unico idioma originario, detto protolingua, stimate in un
numero che va da 30 a 100. La classificazione delle lingue in basi all’origine dicesi classificazione genetica. Le
famiglie (es.: f. indoeuropea) possono dividersi in gruppi, o sottofamiglie (g. slavo, germanico, romanzo o

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neolatino, indiano, ecc.), che comprendono al loro interno lingue più strettamente imparentate. In molti casi (es.:
spagnolo e italiano) le somiglianze possono essere notevoli e talvolta possono essere ancora tali (es.: portoghese e
portoghese-brasiliano) da non potersi parlare propriamente di lingue diverse. Per la famiglia indoeuropea
(attualmente la più diffusa), il fatto che termini indicanti animali domesticati siano simili in tutte le lingue di quel
ceppo, fa pensare che l’espansione (e la differenziazione) linguistica siano avvenute dopo e in seguito alla
rivoluzione agricola. Famiglie linguistiche importanti sono anche quella semitica (ebraico e le varie forme di
arabo), sino-tibetana (con il mandarino-cinese, la lingua più parlata in assoluto), austro-asiatica, bantu, dravidica
(diffusa soprattutto in India meridionale).
La propagazione linguistica (diffusione nello spazio). Può avvenire secondo diverse modalità:
- per migrazione;
- per espansione, se la lingua viene adottata da soggetti parlanti un altro idioma, comportante solitamente
una acculturazione di costoro;
- diffusione gerarchica, quando l’adozione avviene prima presso le elite, per poi propagarsi alle classi più
basse, in uno stesso ambito spaziale, o prima nei centri urbani, poi nelle periferie e campagne (esempio
per ambedue i casi: lingue coloniali in Africa).
La diffusione può essere ostacolata da barriere fisiche (monti, mari, grandi fiumi, deserti) o culturali
(nazionalismi) ed agevolata dalle vie di comunicazione (percorsi di minore resistenza).
Mutamenti linguistici. Le lingue mutano (di solito lentamente) nel tempo e si differenziano nello spazio.
L’attuale abbattimento delle barriere spaziali tramite i moderni mezzi di comunicazione favorisce l’introduzione
di termini delle lingue dominanti (soprattutto inglese) nelle altre lingue e l’estinzione di quelle meno diffuse.
Talvolta però, in presenza di un forte attaccamento alle proprie tradizioni, proprio i moderni mezzi di
comunicazione possono favorire la sopravvivenza di idiomi parlati da individui altrimenti scarsamente interagenti
perché troppo sparsi. Anche le lingue dominanti ed in espansione si arricchiscono di nuovi termini e forme
linguistiche, grazie al contatto con minoranze o altri popoli (il greco antico, ad esempio, conservava molti termini
delle precedenti parlate mediterranee; l’inglese, lingua germanica, ha assorbito svariate espressioni latine, italiane,
francesi, ispaniche e amerindie).
Dialetti e lingue standard. Una stessa lingua può presentare differenze in lessico, pronuncia, ritmo e velocità a
seconda delle diverse aree nelle quali è diffusa o anche a seconda dei diversi ceti che la parlano. Uno stesso
individuo può usare diversi registri linguistici a seconda del contesto sociale nel quale viene a trovarsi. Tali
varietà di una stessa lingua si chiamano dialetti o gerghi (quest’ultimo termine appare più appropriato per i
registri linguistici di determinate categorie sociali). Ogni dialetto ha una sua dimensione territoriale, il cui limite
esterno si chiama isoglossa. Il termine isogona si usa quando il confine è tra due aree i cui dialetti differiscono a
livello fonetico e non lessicale.
Lingua standard. Un dialetto diventa lingua standard se assunto dai detentori del potere di uno Stato o dai
membri più prestigiosi di una nazione. La sua adozione come lingua ufficiale, usata nell’amministrazione ed
insegnata nelle scuole, riduce la sua variabilità, soprattutto spaziale. Più Stati nei quali si parlano varietà molto
simili di una stessa lingua possono adottare un medesimo standard linguistico (esempio: lo spagnolo standard, che
differisce dalle varietà dei singoli Stati). Uno Stato può adottare più lingue ufficiali (multilinguismo) per tutto il
suo territorio o anche solo a livello regionale (es.: India).
Pidgin. È una parlata risultante dall’unione di più lingue. Ha una struttura semplificata ed un lessico essenziale.
Non è una lingua madre, ma una seconda lingua usata per comunicare tra gruppi di lingua diversa (es.: il lingala
congolese, misto di francese e dialetti congolesi). Quando un pidgin diventa prima lingua di una popolazione
(peraltro arricchendosi in lessico e struttura), si parla di lingua creola. Esempi sono lo swahili (in Africa orientale,
nato dalla mescolanza di dialetti bantu ed arabo) e varie forme di creolo francese (Louisiana, Haiti) o inglese.
Lingua franca (da lingua dei franchi, un tempo usata come lingua veicolare in Terrasanta). Anche in questo caso
si tratta di una seconda lingua usata per le comunicazioni tra diverse comunità linguistiche, normalmente più
complessa del pidgin. Attualmente la lingua franca globale è l’inglese. Il latino, un tempo usato per la
trasmissione della cultura, è tuttora utilizzato per formulare i nomi scientifici delle specie animali e vegetali.
Lingua, territorialità e identità. La lingua contribuisce grandemente alla costruzione dell’identità di un gruppo
ed è spesso divenuta il fulcro delle rivendicazioni di gruppi indipendentisti. Esempi sono offerti dai baschi di
Spagna (il basco è una lingua sopravvissuta all’invasione indo-aria), dai curdi in Medio Oriente, dai tamil in India
e Sri Lanka. Nei paesi di cultura europea, tranne alcune eccezioni, si è di recente affermata la tendenza a favorire
la sopravvivenza delle minoranze linguistiche. Il Italia esse sono espressamente tutelate dalla Costituzione
(articolo 6).
La toponomastica (o toponimia). L’influenza della lingua sul rapporto tra uomo e territorio è evidenziata dai
toponimi, nomi di luogo che testimoniano delle popolazioni insediate in un territorio. Essi tendono spesso a
sopravvivere, seppure modificati, alle lingue che li hanno originati. Negli USA, ad esempio, molti toponimi sono
di origine francese, sebbene tale lingua sia pressoché scomparsa in tale stato, mentre in Italia sopravvivono
toponimi delle lingue soppiantate dal latino.

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Religione
È un altro elemento culturale fortemente aggregante. A differenza della lingua, non accomuna tutti i popoli in pari
grado, essendo centrale in alcuni, marginale in altri. È un sistema di valori, pratiche, credenze. Il credo religioso è
un elemento del sottosistema ideologico, mentre la religione formalizzata e istituzionalizzata ne è l’espressione
istituzionale. Non tutti i sistemi di valori sono religiosi: in taluni casi alcune società si sono uniformate ad
ideologie che prescindono da una eventuale dimensione ultraterrena. Spesso però le stesse ideologie hanno le loro
radici in precedenti forme di culto. Le religioni lasciano tracce sul paesaggio, talvolta notevoli (cattedrali,
monasteri, cimiteri per le religioni che prevedono la sepoltura piuttosto che la cremazione), talaltra meno evidenti
(es.: alberi e luoghi sacri).
Classificazione delle religioni. Le religioni vengono classificate in vari modi. Frequente è la distinzione tra
monoteismo (fede in un solo dio) e politeismo (fede in più dei), anche se tali definizioni sono meno realistiche di
quanto si creda, o fra religioni rivelate (caratterizzate dall’esistenza di un libro sacro) e non rivelate. Per i geografi
è più importante la distinzione fra religioni universali (buddismo, cristianesimo, islam), che si rivolgono cioè a
tutti gli uomini e tendono perciò ad espandersi anche tramite proselitismo, etniche (induismo, ebraismo), che si
identificano con un particolare gruppo umano, per quanto vasto (è il caso dell’induismo), e tribali o tradizionali
(sciamanesimo e affini), che sono forme di religione simili a quelle etniche, ma più vicine a forme primitive di
animismo, con profondi legami con la natura (in sostanza propugnano la tesi che ogni cosa sia dotata di anima).
Pur essendo molto variegate, hanno tratti comuni universali, tanto che si parla spesso di sciamanesimo per
identificarle tutte. Lo sciamano è un uomo, esperto di medicina naturale e di arti magiche, ritenuto in grado di
interloquire con il mondo degli spiriti e con le forze della natura.
Le religioni, pur dinamiche e soggette a mutamenti, tendono ad essere conservatrici. La loro diffusione avviene
per conversione spontanea di nuovi individui, per conquista di territori e conseguente imposizione, più o meno
forzata, per diffusione gerarchica (conversione di un re e, conseguentemente, dell’intero popolo, oppure dalle città
alle campagne). Spesso i mutamenti e le innovazioni religiose assumono la forma di scismi e ribellioni al
precedente sistema, comportando anche guerre di religione. Esiste anche l’ateismo (negazione dell’esistenza di
Dio), in alcuni casi reso obbligatorio da alcuni Stati ad economia pianificata. Le principali religioni sono
succintamente descritte qui di seguito.
Ebraismo. Religione etnica (il popolo ebraico sarebbe il popolo eletto, grazie ad un patto diretto con Dio), ha dato
però origine al cristianesimo e all’islam, le due religioni attualmente più diffuse nel mondo. Origina nel Vicino
Oriente intorno al II millennio a.C., ed è basato sulla Torah, libro che si intende rivelato direttamente da Dio.
Luogo di culto è la sinagoga. Nel 70 d.C. i romani distrussero il tempio di Gerusalemme e dispersero il popolo
ebraico (inizio della diaspora). Gli ebrei hanno però mantenuto la fede e, sia pure spesso solo per usi sacri, la
lingua, a prezzo di ghettizzazioni, persecuzioni e, nel migliore dei casi, divieto di esercitare molteplici attività
economiche, eccezion fatta per il credito ed il commercio. Si distinguono gli ebrei sefarditi, occupanti
originariamente la penisola iberica, poi espulsi, e gli ebrei ashkenaziti, che sono circa l’80% del totale ed erano
diffusi nell’Europa centrale ed orientale, donde sono in parte emigrati negli USA, mentre quelli restanti hanno
subito una forte riduzione a causa dello sterminio nazista. Molti degli ebrei europei fino al XX secolo hanno
conservato l’uso della lingua yiddish (idioma ebraico-ispanico). Nel 1948 è stato ricostituito, grazie al movimento
sionista, lo Stato di Israele, subito osteggiato dalle popolazioni palestinesi e dai paesi arabi e musulmani, e perciò
in stato di guerra semi-permanente.
Cristianesimo. Prende il nome da Cristo (l’unto del Signore). Il messaggio di fratellanza di Cristo, anche grazie a
Paolo di Tarso (Saulo), nonostante l’iniziale matrice ebraica, si rivolge a tutti gli uomini, connotando il
cristianesimo come religione universale. La sua diffusione fu favorita dalla discreta mobilità dell’Impero romano
e almeno inizialmente fu di tipo gerarchico, interessando prima le maggiori città e per ultimo le campagne, anche
se a convertirsi inizialmente furono soprattutto gli umili (urbanizzati). Inizialmente perseguitata, con l’editto di
Costantino del 313 divenne libera e nel 380 fu riconosciuta da Teodosio come unica religione di Stato. Dopo un
regresso dovuto alle invasioni arabe, grazie alle grandi scoperte geografiche e al successivo fenomeno coloniale
ha conosciuto una grande espansione. Attualmente conta oltre due miliardi di seguaci, ma i praticanti assidui sono
molto meno. Si divide in varie confessioni. Le principali sono il cattolicesimo (diffuso nei paesi latini, in
Germania meridionale, nella Repubblica Ceca, in Polonia e Irlanda, ma anche nell’America anglosassone, Africa,
Asia ed Oceania), il protestantesimo (paesi germanici, ma in espansione anche in taluni paesi tradizionalmente
cattolici, come il Brasile), la chiesa ortodossa (Grecia, maggioranza dei paesi slavi, Romania). In alcuni paesi, e
segnatamente negli USA, a causa dell’immigrazione il cristianesimo presenta una grande varietà confessionale ed
è sempre più affiancato anche da altre religioni. Il segno lasciato sul paesaggio dal cristianesimo è importante: il
territorio è stato organizzato in parrocchie, diocesi, arcidiocesi e gli edifici sacri, spesso edificati su luoghi di culto
pagani, sono stati il centro della vita sociale. Le tombe erano inizialmente ubicate nelle chiese o nelle immediate
vicinanze. I cimiteri sono normalmente ubicati all’esterno dei centri urbani e tendono a deviarne lo sviluppo.
Islam (sottomissione alla volontà di Dio, detto Allah, da parte dei componenti della Umma, i musulmani). Allah
si rivela agli uomini tramite i profeti, l’ultimo dei quali è Maometto, autore del Corano, testo che riporta la parola

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rivelatagli da Dio e che contiene anche un insieme di norme sociali e giuridiche. Mentre i musulmani sciti (Iran,
Iraq e pochi altri paesi), che rifiutano la legittimità dei primi tre califfi, considerano solo il Corano come fonte del
loro credo, i sunniti (oltre i quattro quinti dei fedeli, diffusi dal Marocco al Pakistan e prevalenti anche in
Bangladesh ed Indonesia) si rifanno anche alla Sunna (atti e detti del profeta). Gli islamici seguono un calendario
lunare che inizia il conteggio degli anni dal 622 d.C., anno dell’Egira, fuga di Maometto da La Mecca a Medina. Il
credo islamico si è diffuso prevalentemente per espansione. Luogo di culto è la moschea, che insieme ai minareti
(torri dall’alto delle quali il muezzin richiama i fedeli alla preghiera: funzione centrale è quella del venerdì)
caratterizza il paesaggio. Le moschee, con la loro caratteristica cupola, hanno assorbito elementi architettonici
bizantini, romani e indiani e non presentano, perché vietate, immagini di uomini o animali.
Induismo. Religione etnica, professata però da larga parte della popolazione indiana. È la più antica fra le
religioni principali, con origini risalenti ad oltre 4000 anni fa. Originata nella valle dell’Indo (oggi in gran parte
musulmana), si è propagata mediante diffusione per contagio verso sud ed est, fino a comprendere, oltre all’India,
l’Indocina e l’Indonesia (oggi rispettivamente buddista e musulmana). Non consta di un credo comune e di una
organizzazione ecclesiastica centrale. Caratteristiche sono però l’organizzazione della popolazione in caste,
formate da individui che per nascita appartengono a determinate categorie, organizzazione che frena la mobilità
sociale, nonché la credenza nell’esistenza di animali sacri. L’induismo è essenzialmente poliedrico, in quanto
raccoglie filosofie per certi versi avanzatissime, accanto a pratiche e culti che possono sembrare talvolta primitivi,
talaltra molto elaborati e profondi (es.: yoga). Viene considerata una religione politeista, per la presenza di
innumerevoli divinità, ma anch’essa postula l’esistenza di un dio del quale le altre divinità costituiscono aspetti
particolari (è perciò un dio inclusivo e non esclusivo). Basi della sua dottrina sono la non violenza, la credenza
nella trasmigrazione delle anime, che attraverso la reincarnazione perseguono l’obiettivo della purificazione
karmica (il karma è l’insieme di meriti e colpe che nel corso delle varie incarnazioni condizionano l’evoluzione
dell’anima) per giungere infine all’unione con il Brahman. Tra i suoi riti rilevanti sono il pellegrinaggio a
Varanasi (Benares) sul Gange (fiume sacro) per il bagno purificatorio. Da esso sono originati il buddismo, il
giainismo (VI secolo a.C.) e, nell’era volgare, la religione Sikh (nata dalla sua fusione con l’Islam nel XV secolo
nel Punjab). Soppiantata in India dal buddismo nei primi secoli della sua diffusione, è poi riemersa come religione
dominante.
Buddismo. Religione nata nel seno dell’induismo per la predicazione del principe Siddharta Gautama, il Buddha
(illuminato). Nega l’esistenza delle caste ma conserva il concetto di karma. Si è diffusa in tutta la regione indiana
per contagio e per contatto, dove è divenuta religione di Stato durante l’impero Maurya (III secolo a.C.) e da dove
è poi progressivamente scomparsa, tranne che in alcune zone periferiche come lo Sri Lanka. La sua diffusione è
comunque andata oltre i confini della regione indiana ad opera di varie missioni. Attualmente è professato in
Indocina, in Cina, Giappone, Mongolia ed alcune sue forme si stanno diffondendo in Occidente. È diviso in
scuole, o veicoli: il buddismo theravada (scuola degli anziani: Sri Lanka, Indocina), mahayana (grande veicolo,
che considera il Buddha come essere divino: Bhutan, Tibet, Cina, Corea, Giappone, Vietnam, Mongolia),
vajrayana (veicolo di diamante: Bhutan, Tibet, Mongolia, Giappone). Abbastanza noto è lo Zen, forma di
meditazione di matrice buddista diffusa in Giappone. Il buddismo, che ha sofferto molto per la propaganda ateista
dei regimi comunisti che hanno dominato gran parte del suo areale, ha caratterizzato il paesaggio con pagode,
monasteri e statue di Buddha, spesso gigantesche. Ha avuto grande risalto la distruzione di due grandi statue in
Afghanistan, oggi musulmano ma un tempo buddista.
Confucianesimo. Dottrina moralista tipicamente cinese che non prevede templi ed ecclesiastici. Il fondatore
Confucio (551-479 a.C.) credeva in un paradiso dai connotati naturalistici e incoraggiava il rispetto ed il culto
degli antenati. Dopo la sua morte, comunque, furono edificati templi in suo onore.
Taoismo (la Via). I primi elementi di questa religione cinese (che è piuttosto una filosofia intrisa di pratiche
alchemiche e più in generale magiche) risalgono a Lao Tse (nato nel 571 a.C.). Secondo il taoismo la felicità
risiede nell’identificazione con la natura e nell’equilibrio delle forze contrapposte, lo yin (principio passivo) e lo
yang (principio attivo), il cui rapporto dialettico è rappresentato dal Tao. Ha influenzato profondamente le arti
marziali e la medicina tradizionale cinese.
Shintoismo (Via degli dei). Religione tradizionale giapponese, caratterizzata dalla credenza in numi, spiriti
familiari e, più recentemente, dalla devozione verso l’imperatore (deificato fino ad alcuni anni fa). Ha subito
l’influenza del buddismo, l’altra religione dominante nell’arcipelago.

VI - Geografia etnica

La geografia etnica si occupa degli spostamenti, migrazioni, diffusioni e mescolanze dei popoli.
La cultura è una miscela di elementi che costituiscono il modo di vivere e la visione del mondo di un gruppo
umano. Di essa fanno parte elementi di diversa complessità, quali credenze, lingua, religione, abitudini.
Etnicità è invece un termine sintetico che fa riferimento al senso di riconoscimento di un gruppo, basato sulla
comunanza di uno o più elementi legati all’origine del gruppo stesso. Alla radice del concetto di etnicità c’è lo

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spazio: i gruppi etnici sono associati a territori chiaramente riconosciuti. L’etnocentrismo è la tendenza a
giudicare le altre culture in base agli standard della propria (sottintendendone la superiorità). Può essere motivo di
divisione e rivalità all’interno di società multietniche, ma può anche fornire sostegno agli individui inseriti nei
rispettivi gruppi etnici. Laddove i gruppi si mescolano, i confini territoriali divengono più indeterminati. I conflitti
possono divenire drammatici e portare a fenomeni come la pulizia etnica, al fine di eliminare i gruppi concorrenti
(arrivando anche al genocidio) o semplificarne la distribuzione territoriale. Naturalmente l’esito può anche essere
quello della creazione di un sincretismo etnico e culturale. Negli USA sono andate creandosi, all’interno delle
città, numerose enclave etniche, molte delle quali hanno assolto alla funzione di supporto e protezione dei nuovi
arrivati, di riduzione dello shock culturale da loro subito. Più di recente si è assistito in tutto il mondo ad una
crescente richiesta di riconoscimento dell’autonomia etnica, diversamente recepita a seconda del contesto politico
e sociale34.
Acculturazione e assimilazione. La teoria dell’amalgamazione propugna il concetto di melting pot (crogiolo
culturale), ovvero l’unione di varie culture all’interno di una cultura americana composita. Diffusa tra fine
Ottocento e primo Novecento, è stata poi rifiutata, alla luce delle persistenti tensioni culturali e sociali negli USA.
La realtà attuale sembra poter essere descritta in termini di multiculturalismo, cui contribuisce la facilità con cui,
grazie ai moderni mezzi di comunicazione, è possibile mantenere i contatti con le comunità di origine. Tuttavia il
processo di acculturazione (adozione di valori, atteggiamenti, lingua della società ospitante) tende comunque ad
attuarsi. Nella misura in cui l’acculturazione resta parziale, invece che di melting pot, si deve parlare di salad
bowl (insalatiera), ossia di una mescolanza nella quale gli ingredienti si insaporiscono reciprocamente, rimanendo
però distinti5. La creazione di imprese a conduzione familiare ha favorito la conservazione dei caratteri etnici delle
comunità di immigrati. L’acculturazione può inoltre essere reciproca, quando almeno alcune caratteristiche del
nuovo gruppo minoritario vengono assorbite da quello dominante. Si ha l’assimilazione quando il processo di
integrazione nella nuova comunità è completo. Si ha assimilazione culturale o comportamentale quando si
raggiunge la condivisione di valori, lingua e altri tratti culturali, anche attraverso matrimoni misti, assimilazione
strutturale quando non solo gli immigranti accettano i valori dominanti ma, di converso, sono ammessi a
occupare posizioni di potere. Assimilazione non significa necessariamente perdita della consapevolezza delle
differenze razziali e culturali, che anzi, come suggerisce la teoria competitiva, possono accentuarsi man mano
che l’integrazione va avanti, e ciò soprattutto in società altamente competitive come quella americana. In altre
regioni del mondo, d’altra parte, si è talvolta assistito all’ascesa numerica di minoranze etniche, fino al loro
prevalere.
Espressioni territoriali dell’appartenenza etnica. I gruppi etnici autoctoni hanno consolidato nel tempo
specifiche ubicazioni, determinando il proprio status di popoli distinti e strettamente associati ad un determinato
territorio. Per quanto riguarda il Nord-America, l’associazione etnia-territorio vale solo per alcuni gruppi di nativi
americani, per i franco-canadesi e, in parte, per gli ispano-americani. Essa è invece molto più frequente nel resto
del mondo.
Tale fenomeno (impronta territoriale) può essere spiegato dalla teoria detta dottrina del primo insediamento
effettivo, di Zelinsky, secondo la quale ogniqualvolta un territorio disabitato viene colonizzato o una popolazione
viene soppiantata e scacciata dagli invasori, le caratteristiche del primo gruppo in grado di creare una società
effettiva risultano di importanza cruciale per la successiva geografia culturale e sociale dell’area in questione,
indipendentemente da quanto piccolo possa essere il gruppo di colonizzatori iniziali. Negli USA, ad esempio, gli
inglesi hanno creato la prima società, permeando così la cultura del territorio, nonostante le immigrazioni non
anglofone successive. Un fenomeno analogo è ravvisabile nelle aree sud-occidentali degli Stati Uniti, dove invece
la prima colonizzazione è stata ispanica e dove, nonostante il successivo dominio culturale britannico, molti usi ed
istituzioni hanno continuato la tradizione neolatina.
I flussi migratori, molto intensi anche in Eurasia, hanno determinato concentrazioni di popolazioni, chiamate isole
etniche, che possono derivare dai nuovi afflussi o essere ciò che rimane della cultura preesistente (es.: baschi).
Anche nelle Americhe sono frequenti isole etniche, solitamente determinate da migrazioni di persone della stessa
lingua (o religione; es.: mormoni) che tendevano a concentrarsi in alcune regioni, tramite i meccanismi della
migrazione a gruppi e della migrazione a catena.

3
Emblematico è il caso degli USA, la cui popolazione deriva in massima parte da tre ondate migratorie:
1) una prima ondata, fino al 1870, costituita da bianchi, provenienti in prevalenza dalle isole britanniche e dalla Germania, e
da neri africani trasferiti con la forza (che nel 1790 rappresentano il 20% della popolazione USA);
2) una seconda ondata, dal 1870 al 1921, contraddistinta dalla presenza di europei orientali e meridionali, e terminata con
l’adozione di un sistema di quote che ne regolava l’accesso;
3) una terza ondata, più recente, costituita da individui provenienti soprattutto da nuove regioni di origine, che ha prodotto un
aumento del numero di comunità etniche, e alla quale si cerca di porre comunque dei freni.
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Mentre in molti paesi occidentali le culture minoritarie vengono oggi preservate, pur cercando di integrarle, in altri paesi
l’integrazione è spesso forzata e non rispettosa delle diversità culturali.
5
Per quanto riguarda la lingua, la conservazione di quella originaria è attualmente incoraggiata dalla normativa USA.

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Geografia etnica del Nord-America. Gli USA forniscono un buon esempio di interazioni tra gruppi etnici
diversi. La mescolanza etnica, razziale e culturale in tale paese è stata tale da non consentire, tranne alcune
eccezioni, la formazione di “patrie” come nel continente europeo. Per gli afro-americani si rileva una generale
tendenza alla dispersione, nonostante una iniziale maggiore presenza negli stati meridionali degli USA. Non
esiste, di fatto, una cultura specifica e comune tra i neri d’America, in quanto i loro antenati, all’arrivo nel Nuovo
Mondo, erano in condizione di totale asservimento e provenivano da varie regioni etniche dell’Africa, delle quali
pertanto non poterono conservare quasi nessun tratto culturale.
Gli ispanici, invece, sono maggiormente concentrati. Anche essi, in realtà, sono abbastanza eterogenei, sia da un
punto di vista razziale (bianchi, per il 60%, ma anche molti nativi americani o meticci), sia riguardo alla
provenienza, anche se la maggior parte è di origine messicana (più dei due terzi). La massima concentrazione
(particolarmente di messicani) si ha nei cinque stati sud-occidentali che costituiscono la provincia etnica
denominata “zona di confine ispano-americana”, e che va dal Texas alla California. I portoricani (già cittadini
statunitensi) si sono invece concentrati a New York, i cubani in Florida. Tuttavia è ora in atto una tendenza alla
dispersione degli ispano-americani su tutto il territorio USA. Si nota anche che gli ispano-americani sono più
urbanizzati delle popolazioni non ispaniche degli Stati Uniti. La popolazione degli asiatici (compresi gli individui
ibridati) nel 2004 ha raggiunto (grazie all’abolizione dei limiti di ingresso nel 1965) i 14 milioni di unità. La
provenienza è sempre più eterogenea, e prevale il meccanismo della migrazione a catena, con una conseguente
tendenza alla concentrazione (come del resto è avvenuto, almeno inizialmente, anche per gli altri gruppi), e
ciò soprattutto negli stati occidentali. Tale modello di immigrazione, caratterizzato da una iniziale concentrazione
etnica in enclave urbane, è comune anche in altre parti del mondo oggetto di immigrazione, come l’Europa
occidentale. I quartieri popolati da immigrati sono un indicatore della distanza sociale che separa il gruppo
minoritario da quello fondatore. Più grande è la distanza, più a lungo sopravvivrà la comunità etnica, come luogo
sia di rifugio sia di segregazione imposta. Per segregazione si intende la tendenza dei componenti di un gruppo
etnico a non distribuirsi uniformemente in relazione al resto della popolazione. Essa può essere quantificata
tramite l’indice di segregazione o indice di dissimilarità residenziale, che con un valore che va da 0 (nessuna
segregazione) a 100 (segregazione totale) esprime la differenza percentuale nella distribuzione di due gruppi.
L’analisi dei dati disponibili evidenzia che gran parte delle minoranze etniche di tutto il mondo tende a essere
nettamente segregata e che la segregazione basata su linee di demarcazione etnica o razziale è maggiore di quella
basata su livelli socio-economici. Esempi della prima sono le banlieues francesi abitate da immigrati musulmani.
Critica è pure la situazione inglese, mentre appare un po’ più fluida quella italiana. Il fenomeno va diffondendosi
anche nei paesi in via di sviluppo (es.: Mumbai in India).
In generale, la percentuale di assimilazione di una minoranza etnica da parte della cultura ospitante dipende da
due gruppi di fattori: esterni (atteggiamento del gruppo fondatore e più in generale delle altre etnie) e interni
(atteggiamento del gruppo stesso).
Fattori esterni. Se il gruppo è percepito come una minaccia, vengono attuate tattiche di blocco. Se ciononostante
la minoranza etnica si compatta e cresce fino a raggiungere una percentuale critica di occupazione degli spazi
abitativi, detta tipping point, può determinarsi un esodo dell’ex popolazione maggioritaria. Generalmente la
minoranza etnica rifiutata di più recente acquisizione, dedita alle attività meno gradevoli e retribuite, viene
relegata nelle dimore più povere. Negli Usa, diversamente da quanto accade in Europa, sono le aree più prossime
al central business district delle città, ovvero i centri storici, con le loro case fatiscenti, ad ospitare gli immigrati
(c’è tuttavia una tendenza analoga, più di recente, anche in alcune città dell’Europa meridionale, particolarmente
nel Mezzogiorno italiano). Nell’America latina, invece, sono le periferie ad ospitare le classi meno abbienti.
Fattori interni. La segregazione autoimposta può assolvere a quattro funzioni principali: difesa (in quanto
riduce il perimetro esposto ad attacchi), supporto (in quanto il quartiere aiuta ad orientarsi nella nuova realtà e
offre istituzioni etniche religiose, posti di lavoro presso aziende nelle quali si usa la propria lingua, legami di
amicizia), conservazione (dei propri tratti culturali, e cioè usi, tradizioni, religione e lingua) e attacco
(opportunità di rivendicare una rappresentanza politica).
Le comunità etniche non sono sempre permanenti. In generale i quartieri abitati da immigrati di seconda
generazione, a causa della elevazione sociale, che porta a trasferimenti, presentano una maggiore mescolanza
razziale, anche se ciò non implica necessariamente l’attenuazione del bisogno di identificarsi con la comunità
originaria. Talvolta si hanno trasferimenti di comunità dai quartieri etnici verso la periferia, conservando però le
proprie specificità culturali (ethnoburb, o ethnic suburb, periferia etnica).
Le segregazioni degli afro-americani negli USA sembrano essere maggiormente stabili (rispetto a quelle di altre
etnie, come ispanici ed asiatici), anche perché gli afro-americani hanno incontrato una forte resistenza alla loro
espansione territoriale da parte del gruppo fondatore anglosassone. Nel complesso nei nuovi quartieri americani
popolati da immigrazioni recenti è presente una maggiore varietà etnica di quella riscontrabile nel passato.
Il transfer culturale. Gli immigranti portano con sé un insieme di manufatti, relazioni sociali, tradizioni e visioni
del mondo che in seguito al contatto con la nuova cultura possono modificare o abbandonare, ma anche
trasmettere alla cultura ospitante. Le influenze possono pertanto essere reciproche. Fra le determinanti di tali

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influenze citiamo: il background del nuovo gruppo, la sua distanza sociale dal gruppo fondatore, la disparità
ambientali tra il nuovo insediamento e quello di provenienza, l’importanza assegnata dai migranti alle ragioni
economiche, politiche o religiose che li hanno spinti al trasferimento, i vincoli incontrati all’arrivo nella nuova
patria e gli aggiustamenti da essi imposti ai migranti. Si può affermare che i tratti culturali che vengono più
facilmente conservati, e talvolta diffusi, sono quelli più funzionali per il nuovo ambiente. Vengono spesso
mantenuti anche quelli che risultano essenziali per l’identità del gruppo, a meno che non siano di grande ostacolo
per l’accettazione (ad esempio i mormoni hanno rinunciato alla poligamia).
Ogni comunità trapiantata altrove è soggetta in definitiva a forze di attrazione (favorenti l’assimilazione) e di
repulsione (favorenti la conservazione e l’autoidentità). Il processo di acculturazione, comunque, risulta accelerato
se gli immigrati hanno affinità con la società ospitante e se godono di un livello di istruzione e di benessere
economico adeguati. L’isolamento, di contro, può essere perseguito con l’elevazione di barriere fisiche (ritirandosi
in aree poco accessibili) o sociali e culturali (es.: pratiche religiose). Talvolta si può verificare anche il cosiddetto
ritorno culturale, ovvero la riadozione di una consapevolezza di gruppo e di tratti culturali distintivi.
Il paesaggio etnico. A livello territoriale l’impatto dell’etnicità può esprimersi in maniera evidente (costruzioni
particolari o costumi particolarmente caratterizzanti) o sottile. Tali caratteristiche possono talvolta diffondersi
oltre i confini della comunità portatrice.
Metodi di suddivisione del territorio e regionalismo etnico. L’organizzazione del territorio risente dell’assetto
dato dai gruppi fondatori. Gran parte del Nord-America è caratterizzato dall’impronta anglosassone (suddivisione
a scacchiera), mentre permane la suddivisione francese in long-lot (lunghe strisce di terreno con i fronti stretti su
un fiume e/o su una strada) non solo nel Canada francese, ma anche nella valle del Mississippi, mentre il modello
spagnolo (simile a quello francese) permane negli stati del Sud-Ovest. La mobilità che distingue gli Stati Uniti
ostacola comunque la formazione di paesaggi culturali specifici. In altre parti del mondo ricordiamo la tipica casa
a un piano degli slavi settentrionali, con ingresso coperto e stalle sotto lo stesso tetto, e la fattoria spagnola con
cortile, di influenza moresca. In Europa, infine, è spesso riconoscibile nelle città più antiche una pianta
tipicamente romana (a scacchiera, con un cardo e un decumano), mentre i centri medievali presentano una pianta a
raggiera o irregolare. In molte città questi due modelli si combinano, presentando l’organizzazione romana nel
centro più antico, quella medievale nei borghi aggiuntisi durante la Rivoluzione commerciale del tardo Medioevo
(es.: Firenze).

VII - Attività economiche

Le attività economiche sono effettuate dai soggetti economici (famiglie, imprese, Stato ed enti pubblici) in
vista del soddisfacimento di bisogni. I soggetti di cui sopra formano il sistema economico, insieme coordinato di
elementi interagenti. Un quarto attore è il resto del mondo, a sua volta suddiviso in famiglie, imprese e Stati, che
interagiscono con i soggetti del sistema economico nazionale.
Evoluzione dei sistemi economici. Le prime comunità umane vivevano della raccolta di frutti spontanei, di
caccia e di pesca (cacciatori-raccoglitori). Si potrebbe però affermare che già allora esisteva una rudimentale
attività di trasformazione (secondaria), volta alla produzione di strumenti per la caccia e per l’uso quotidiano.
Persino i servizi erano presenti (ad esempio il baratto, prima forma di commercio, tra comunità diverse). Con la
domesticazione di piante e animali inizia, in alcune aree del mondo e in momenti diversi, essenzialmente in
dipendenza della disponibilità di specie domesticabili, la rivoluzione agricola. Con essa l’attività primaria
accresce notevolmente la sua produttività. Le popolazioni che adottano tali innovazioni progressivamente si
espandono e inglobano o distruggono quelle di cacciatori-raccoglitori che non si convertono al nuovo sistema di
produzione. Il sistema economico si caratterizza comunque, in prevalenza e per lungo tempo, come una economia
di sussistenza, dove beni e servizi vengono prodotti per essere utilizzati direttamente dai produttori e dai loro
familiari. Il commercio trasforma i sistemi economici in economie di mercato, caratterizzate da una sempre più
spinta specializzazione produttiva che, come ha rilevato A. Smith, determina una consistente crescita della
produttività. Il passaggio all’economia di mercato è reso possibile dall’invenzione della moneta, che agevola gli
scambi, e tuttavia esso non è rapido né completo, né necessariamente definitivo. Tuttora esistono infatti economie
basate sulla sussistenza, in luoghi non toccati dai traffici commerciali e la Storia ci insegna inoltre che società
evolute, come quella romana, possono, in seguito a profonde crisi, regredire verso forme di economia di
sussistenza.
In tempi moderni i sistemi economici si sono organizzati essenzialmente secondo tre modelli: liberista,
collettivista, ad economia mista. Il primo si caratterizza per la proprietà privata dei mezzi di produzione, per la
libertà di iniziativa economica privata e per la centralità del mercato nel determinare prezzi e produzioni, il
secondo per peculiarità esattamente opposte (proprietà pubblica dei mezzi di produzione, iniziativa privata vietata,
prezzi e produzione decisi dallo Stato), il terzo vede un bilanciamento tra forze del mercato e intervento dello
Stato in economia. Il modello liberista è entrato in crisi nel 1929, quello collettivista nel 1989. Dopo quest’ultima
data, invece di prevalere definitivamente il modello misto (detto anche Welfare State o Stato sociale), ci si è

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orientati verso un neoliberismo (economia mista, ma prevalentemente liberista, accompagnata da una
liberalizzazione dei mercati internazionali, soprattutto finanziari), che ha però mostrato una spiccata tendenza ad
essere soggetto a crisi ricorrenti.

L’attività economica può essere distinta in tre settori:


1) settore primario (raccolta o produzione di beni esistenti in natura, senza trasformarli): agricoltura,
selvicoltura, allevamento, attività mineraria, caccia e pesca;
2) settore secondario (lavorazione di una materia prima o di un prodotto allo scopo di ottenere un prodotto
nuovo): artigianato e industria;
3) settore terziario (produzione di servizi, tra cui il commercio).
Spesso si usa introdurre un settore quaternario (o terziario avanzato), composto da imprese dedite alla
produzione di servizi tramite tecnologie avanzate, di tipo informatico e telematico, ed un settore quinario,
relativo ad attività direttive e decisionali di alto livello. Tuttavia qualsiasi settore, anche il primario, può usufruire
di tecnologie avanzate. Lo stesso settore secondario, ad esempio, potrebbe essere suddiviso in artigianato ed
industria propriamente detta. Oggi, tra l’altro, assistiamo ad una sua parcellizzazione, ovvero al trasferimento ad
unità esterne alla fabbrica di parti del processo produttivo (esternalizzazioni). In realtà è l’intero sistema che si
giova delle tecnologie avanzate, accrescendo così produttività ed efficienza. D’altra parte i centri decisionali,
anche se di alto livello (settore quinario) non sono, di per sé, un settore produttivo, pur essendo interconnessi e
integrati con il mondo della produzione.
Vero è, comunque, che con il progredire della tecnologia, del sapere scientifico e delle tecniche organizzative,
cresce la complessità di un sistema economico, evidenziata dapprima da una riduzione dell’incidenza del settore
primario sul totale delle attività economiche umane, a vantaggio soprattutto del settore secondario,
successivamente anche da una riduzione dell’incidenza dello stesso settore secondario (deindustrializzazione), a
vantaggio del terziario, e soprattutto dei suoi comparti più avanzati (quaternario). Prima di esaminare nel dettaglio
le attività economiche, occorre premettere che, in generale (tenuto cioè conto dei limiti della razionalità umana e
della possibilità che i comportamenti umani siano condizionati anche da finalità diverse da quella del self-
interest), esse obbediscono alla logica del perseguimento del massimo risultato con il minimo sforzo. Un qualsiasi
bene è offerto e domandato in funzione, rispettivamente diretta e inversa, del suo prezzo. Quest’ultimo è a sua
volta influenzato dalla domanda e dall’offerta, nel senso che tende a crescere se la prima è maggiore della
seconda, a calare nel caso contrario. Dovrebbe pertanto esistere un prezzo di equilibrio che eguaglia domanda e
offerta, e tale equilibrio dovrebbe essere stabile6.

Attività primarie
Come accennato, sono costituite da raccolta o produzione di beni già esistenti in natura. Si tratta quindi di caccia,
pesca, selvicoltura, agricoltura, allevamento, attività estrattive. L’agricoltura può essere di sussistenza, volta cioè
all’autoconsumo piuttosto che alla commercializzazione dei prodotti. Distinguiamo un’agricoltura di sussistenza
estensiva da una intensiva. Della prima fanno parte il nomadismo pastorale, caratterizzato dall’allevamento di
animali resistenti, adatti alla mobilità e poco esigenti, sfruttando la vegetazione spontanea di vaste aree marginali
(la transumanza, ad esempio, è una forma di trasferimento stagionale delle greggi), e l’agricoltura itinerante
(slash and burn o swidden in inglese, brûlis in francese). Quest’ultima, compatibile solo con popolazioni non
dense, consiste nella deforestazione di terreni che vengono sfruttati fino all’esaurimento per poi essere
abbandonati, per passare ad un analogo sfruttamento di altri terreni. Se il rapporto popolazione – territorio non è
elevato, i terreni abbandonati ricostituiranno la loro fertilità grazie ad un processo naturale di riforestazione. È
praticata da meno del 3% della popolazione mondiale su un settimo della superficie delle terre emerse.
L’agricoltura di sussistenza intensiva (che è accompagnata dall’allevamento di animali che si nutrono dei suoi
sottoprodotti, integrando la dieta degli agricoltori e fornendo concimi) è praticata dal 45% della popolazione
mondiale in terreni irrigui e fertili (valli del Gange, Mekong, ecc.), ed è caratterizzata da un uso intensivo del
fattore lavoro, ma anche di fertilizzanti (solitamente biologici), nonché dalla policoltura che, pur riducendo la
produttività totale, assicura una maggiore costanza della stessa (in quanto fenomeni meteorologici imprevedibili
sortiscono effetti diversi sulle varie colture). Caratterizza notevolmente il paesaggio (ad esempio con
terrazzamenti dei declivi). In un numero crescente di casi il carattere di sussistenza di tale agricoltura viene meno,
con una commercializzazione di parte della produzione.
Agricoltura di sussistenza urbana. In rapido sviluppo, utilizza i terreni non del tutto urbanizzati delle città
(soprattutto periferici) e talvolta degradati (come le discariche). Fornisce un settimo delle derrate alimentari
mondiali ed è spesso commercializzata. Un terzo delle persone ad essa dedita non ha altri redditi. Ha effetti
positivi in quanto ricicla rifiuti (per esempio, a Kolkata, India, i liquami riforniscono tremila ettari di lagune che

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Si può però notare che non è sempre così. Prezzi crescenti, se generano aspettative di ulteriori aumenti, possono determinare un
aumento della domanda e viceversa. Ciò può determinare un’instabilità del sistema, particolarmente evidente nel mercato borsistico.

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producono 6000 tonnellate di pesce all’anno), negativi perché espone a malattie infettive ed è spesso
accompagnata da furti di acqua potabile e dall’immissione indiscriminata di pesticidi in aree abitate.
Espansione della produzione agricola e “rivoluzione verde”; agricoltura di mercato. La produzione agricola
può essere accresciuta estendendo l’area coltivata e/o incrementando il raccolto nei campi già esistenti. Il primo
sistema è oggi poco attuabile, in quanto solo il 30% del suolo mondiale è adatto all’agricoltura (senza gravi
conseguenze sull’ambiente, come quelle derivanti dalla deforestazione di suoli tropicali, che perdono rapidamente
e spesso irreversibilmente la loro fertilità) ed è in gran parte utilizzato e anzi, a causa di vari fenomeni di origine
antropica, si va riducendo. Il secondo sistema è quello più praticabile, ed è attuato mediante irrigazione,
concimazione, meccanizzazione, ingegneria genetica (la coltivazione degli OGM è passata, nonostante una serie
di resistenze, da 1,7 milioni di ettari nel 1996 a 81 milioni di ettari nel 2004). La cosiddetta rivoluzione verde ha
fornito nei primi anni del XXI secolo, nonostante il sensibile aumento della popolazione, una dieta adeguata
all’80% della popolazione dei paesi in via di sviluppo, contro il 55% del 1950 7. C’è però un rovescio della
medaglia: l’irrigazione ha portato alla salinizzazione di molti terreni, ha impoverito le falde acquifere, mentre
molte varietà indigene di piante e animali sono state abbandonate, con riduzione della biodiversità (cui si cerca di
rimediare con le banche del seme) e aumento del rischio di crisi alimentari, che era ridotto dalla policoltura. Non
mancano comunque segnali di controtendenza, come la crescita dell’agricoltura biologica e il rilancio di prodotti
tipici.
L’agricoltura all’interno delle moderne economie sviluppate (agricoltura di mercato) è caratterizzata dalla
specializzazione, dalla commercializzazione e dall’interdipendenza. I prezzi e le produzioni non sono sempre
determinati sul mercato in quanto in vari paesi i governi fissano prezzi diversi (forme di protezione di certe colture
sono diffuse anche tra i paesi che si schierano a favore del libero commercio) ed inoltre, per fronteggiare i
molteplici rischi connessi all’agricoltura, vengono stipulati accordi e realizzate integrazioni verticali, con
produzioni standardizzate. L’agricoltura a contratto si va diffondendo anche nei PVS, dando luogo talvolta a
forme di sfruttamento, talaltra a vantaggi derivanti dal superamento dell’agricoltura di sussistenza.
Modelli di localizzazione agricola. Von Thünen nel XIX secolo ha sviluppato un modello di localizzazione
delle colture in base al quale esse si distribuiscono secondo anelli concentrici attorno ad un mercato (città), in
dipendenza dei costi di trasporto: dove essi sono minori, cioè nei terreni più vicini al mercato, si localizzano le
produzioni (intensive) che permettono di pagare ai proprietari una rendita più elevata, mentre nelle fasce più
esterne si localizzano quelle (estensive) in grado di pagare rendite via via minori. Nel mondo moderno
l’applicazione del modello di von Thünen è meno lineare: fattori quali la tendenza a non coltivare i terreni più
vicini alle città, in previsione di una loro lottizzazione, possono infatti ribaltare localmente la successione degli
anelli di von Thünen.
Anche l’agricoltura di mercato può quindi essere intensiva o estensiva, sebbene questa seconda accezione non sia
paragonabile a quella di sussistenza. È intensiva quando usa grandi quantità di capitale e/o di lavoro per ettaro
(l’agricoltura di sussistenza intensiva non dispone invece di grandi capitali e di tecnologie avanzate), estensiva
quando, operando su terreni più lontani dai mercati e per questo meno costosi, non necessita di elevati rendimenti
per ettaro al fine di coprire i costi. La prima riguarda alimenti deperibili (frutta, ortaggi, prodotti caseari),
cerealicoltura per allevamenti, che forniscono il prodotto finale e che ospitano molti animali in spazi ristretti. La
seconda è praticata su grandi appezzamenti di terreno, con cospicui investimenti in macchinari, ma con un basso
rapporto capitale / ettaro, solitamente dedicati alla cerealicoltura, all’allevamento di bestiame allo stato brado, e
posti in aree poco abitate, dove l’agricoltura intensiva, per caratteristiche del suolo e/o per lontananza dal mercato,
non sarebbe remunerativa.
Colture specializzate. Circostanze particolari, soprattutto climatiche, possono incentivare lo sviluppo agricolo
anche lontano dai mercati. Nel Mediterraneo, per esempio, mentre in passato prevaleva un utilizzo estensivo del
territorio (pascoli o cerealicoltura estensiva), oggi si nota un forte incremento di quella intensiva. Ciò è stato
possibile grazie a investimenti massicci: il clima secco in estate e piovoso in inverno, con giornate di gelo quasi
del tutto assenti, consente infatti colture molto redditizie, purché si investa in sistemi di irrigazione.
Un altro esempio di coltura specializzata è offerto dall’agricoltura di piantagione. Si tratta di colture tropicali
specializzate (grandi estensioni con un’unica essenza), poste solitamente in prossimità delle coste, in modo da
facilitare l’esportazione del prodotto. Molto spesso l’essenza vegetale non è autoctona (es.: caffé, di origine
africana, coltivato in America), anche se si nota una tendenza a valorizzare anche varietà locali. I principali
prodotti di piantagione sono, oltre al caffé, il cacao (originario dell’America ma coltivato soprattutto in Africa), il
tè (regione indiana e cinese), la juta (regione indiana), lo zucchero di canna (origine asiatica, ma coltivato
soprattutto in America), tabacco e gomma, americani, coltivati in Asia sud-orientale.
All’interno del mare Mediterraneo un caso particolare è rappresentato dall’Italia. L’estensione dell’Italia in
latitudine, la varietà altimetrica del suo territorio, la vicinanza o meno di mari e laghi, unitamente a vicende
storiche complesse, hanno determinato una grande varietà di ambienti agrari. Una linea di demarcazione,

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L’effetto serra sta però provocando una inversione di tendenza.

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comunque, può essere tracciata tra Centro-Nord e Mezzogiorno, il primo di tradizione comunale e quindi con
un’agricoltura che è stata plasmata dai ceti cittadini e mercantili, con un grande varietà di contratti, il secondo
caratterizzato, fino a tempi recenti, da aree irrigue altamente elaborate alternate ad ampi latifondi contadini, nei
quali né i capitalisti né gli agricoltori avevano un interesse ad investire. La realtà odierna, comunque, vede
dappertutto l’emergere di un sistema definibile come agro-industriale, accompagnato però, piuttosto che da una
standardizzazione dei prodotti, da una sottolineatura delle loro tipicità.
L’agricoltura pianificata, tipica dei paesi comunisti, è quasi scomparsa, ma essa ha influenzato profondamente il
paesaggio agrario di detti paesi, anche se le imprese una volta collettive agiscono ora confrontandosi con il
mercato. In Cina gran parte dei loro prodotti sono acquistati da enti governativi a prezzi prestabiliti.
Risorse. L’agricoltura e le attività primarie in genere sfruttano le risorse naturali. Territori diversi offrono
differenti dotazioni di risorse naturali. Le risorse naturali sono però tali solo in relazione alle caratteristiche
culturali e tecnologiche delle comunità che possono usufruirne. In certi casi un medesimo oggetto può essere
percepito come impedimento piuttosto che come risorsa.
Le risorse, come ogni bene, per essere definite tali, devono essere ritenute utili e devono essere accessibili ad un
costo sostenibile. Esse possono essere rinnovabili e non rinnovabili. Esempi delle prime sono l’acqua, le foreste,
l’energia eolica. Esempi delle seconde sono il petrolio e il gas naturale, che hanno tempi di ricostituzione
lunghissimi, dell’ordine di milioni di anni. Anche le risorse rinnovabili, comunque, possono in certi casi diventare
inutilizzabili, ad esempio per il degrado ambientale, o addirittura esaurirsi, per l’eccessivo sfruttamento.
Pesca. Principale fonte proteica per un miliardo di persone. Il 25% del pescato vene trasformato in mangimi e
fertilizzanti. La pesca viene effettuata nelle acque interne (fiumi, laghi, stagni, paludi: 6% del pescato) e in quelle
marine (62%). Sempre più rilevante (32%) è il contributo dell’allevamento ittico, sia in acque dolci sia in acque
marine (acquacoltura). La gran parte della pesca marina è effettuata nelle acque sovrastanti la piattaforma
continentale (mediamente fino a circa 150 chilometri dalla costa), e quindi soprattutto nell’emisfero nord, in
special modo nel Pacifico nord-orientale e nell’Atlantico nord-occidentale. Le zone più pescose sono quelle dove
si incontrano le correnti fredde e quelle calde. In tali acque poche specie si riuniscono in grossi banchi, facilmente
pescabili. Le specie presenti nelle acque tropicali, invece, sono più numerose ma meno note e meno gregarie e
pertanto meno sfruttabili su larga scala. Lo sfruttamento delle risorse ittiche è stato però eccessivo, come spesso
accade per i beni comuni (fruibili da chiunque). Tale sfruttamento, insieme all’inquinamento, ha spesso
pregiudicato la ricostituibilità di talune specie, rendendo improrogabili misure e accordi internazionali.
Selvicoltura. Attività molto importante nell’antichità, è tuttora un’attività integrativa per alcune popolazioni. Lo
sfruttamento delle foreste come fonte di materie prime industriali riguarda soprattutto le foreste di conifere del
Nord (soprattutto taiga siberiana e foresta canadese), che forniscono legno dolce utilizzato per produrre carta e
fibre derivate dalla cellulosa, e quelle di legno duro dei tropici (Amazzonia, Congo, Indonesia e altre aree),
utilizzato, oltre che per fabbricare mobili, anche come fonte di energia. Lo sfruttamento delle foreste tropicali, che
hanno al loro interno la maggiore biodiversità del pianeta, è marcatamente eccessivo e poco razionale (il ritmo di
disboscamento è dalle 10 alle 15 volte quello del rimboschimento), essendo dettato dal bisogno impellente di
popolazioni troppo povere e da interessi privati di ditte spesso non autoctone.
Caccia e allevamento degli animali da pelliccia. Attività molto antica, la caccia degli animali da pelliccia è oggi
praticata soprattutto nel Nord dell’emisfero boreale, ma anche nell’America meridionale, e costituisce l’attività
prevalente di alcune popolazioni indigene. Le campagne europee animaliste hanno ridotto l’incidenza di tale
attività (in certi casi particolarmente cruenta). Attualmente l’85% delle pellicce è prodotto mediante allevamenti.
Miniere e cave. Le attività estrattive non sono uniformemente distribuite sul pianeta, in quanto la disponibilità di
minerali è assai varia. I minerali metallici si trovano soprattutto in terre geologicamente antiche. I paesi più
grandi, come è ovvio, detengono la maggiore disponibilità di tali minerali, mentre alcuni paesi meno estesi hanno
particolari minerali (ad esempio l’Afghanistan dispone di uranio). I fattori che condizionano le possibilità di
sfruttamento di un giacimento (metallico o anche non metallico) sono la distanza dal mercato, il tenore del
minerale (percentuale di sostanza utile) e la quantità totale dello stesso. Determinante è anche la presenza di
giacimenti concorrenti (nei paesi sviluppati molte miniere sono state chiuse per la concorrenza di altre attivate in
paesi emergenti, che beneficiano di minori costi del lavoro).

Attività secondarie
Mentre nelle attività primarie la localizzazione è molto spesso condizionata dalla natura (offerta), nelle attività
secondarie sono solitamente determinanti altri fattori, tra cui la domanda (distribuzione della popolazione e della
capacità di acquisto). È importante considerare che alcuni costi dell’attività di trasformazione sono spazialmente
fissi, indipendenti cioè dalla localizzazione, mentre altri, come le spese di trasporto, sono spazialmente variabili.
L’obiettivo dell’imprenditore è accrescere i profitti. Uno dei mezzi è la compressione dei costi. La localizzazione
sarà pertanto tale da ridurre al minimo i costi di trasporto. Si deve però tenere conto di altri fattori che possono
influenzare la scelta localizzativa, come le economie e diseconomie di aggregazione (importante è la disponibilità
di manodopera, più o meno specializzata). I costi di trasporto, comunque, riguardano tanto le materie prime (che

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possono essere anche prodotti di altre industrie) quanto i prodotti finali. Pertanto, ceteris paribus, l’impresa si
ubicherà nei pressi delle fonti di materie prime se nel processo produttivo queste perdono molto peso e/o volume,
nei pressi del mercato di sbocco nel caso contrario (è possibile anche che nel processo produttivo peso e ingombro
aumentino: in tal caso ci si posizionerà presso i consumatori finali). Il trasporto è l’elemento unificante di tutti i
fattori. I suoi progressi hanno permesso l’ampliamento dei mercati, condizione imprescindibile, secondo A. Smith,
per lo sviluppo del capitalismo. A seconda della loro natura, i mezzi di trasporto possono essere utilizzati più o
meno efficientemente su distanze brevi, medie o lunghe. I trasporti su vie d’acqua sono molto economici ma lenti,
adatti pertanto al trasporto di merci ingombranti e non deperibili su lunghe distanze. Se le merci sono deperibili,
possono utilizzare le vie d’acqua se opportunamente conservate: ciò però fa lievitare i costi, sopportabili solo per
merci di valore sufficientemente alto. La ferrovia consente trasporti economici su distanze ragguardevoli, mentre
il trasporto su camion è adatto a distanze relativamente minori, soprattutto nelle aree non servite da ferrovie. Esso
è più flessibile di quello ferroviario e tende pertanto a soppiantarlo in molti casi. Il mezzo aereo, molto rapido ma
anche costoso, è infine adatto al trasporto di persone, ma anche di merci costose. La diffusione di container
standardizzati ha comunque spesso reso tutti questi mezzi di trasporto complementari piuttosto che concorrenti
Teorie della localizzazione industriale. Sono stati proposti vari modelli. Ne riportiamo qualcuno.
Teoria del minor costo. Si fonda sul lavoro di A. Weber. Si considerano tre costi base: trasporto, manodopera e
agglomerazione (che può produrre sia economie sia diseconomie). Per Weber sono determinanti i costi di
trasporto. Assunta l’uniformità del territorio (principio della pianura uniforme o isotropica), l’esistenza di un
unico prodotto, di un unico mercato di sbocco, di più materie prime ubicate in luoghi diversi, di una manodopera
illimitata ma immobile e la possibilità di collegare i vari punti del territorio secondo la via più breve, Weber
deduce la localizzazione con il minimo costo tramite il cosiddetto triangolo localizzativo (caso di due materie
prime e di un mercato di sbocco). Con il metodo della tavoletta pretoriana il sito prescelto sarà una sorta di
baricentro individuato assegnando a mercato di sbocco e mercati delle materie prime dei pesi corrispondenti alle
quote di materia prima o prodotto sul totale delle stesse. Come si è accennato sopra, una localizzazione nei pressi
della fonte di una materia prima riflette una notevole perdita di peso della stessa nel processo produttivo e
viceversa.
Teoria dell’interdipendenza delle localizzazioni. Con tale teoria si focalizza l’attenzione sull’analisi variabile
dei ricavi piuttosto che su quella dei costi. Il caso più semplice riguarda naturalmente due sole imprese
concorrenti. L’esempio classico è quello di due gelatai che vendono la stessa marca di gelati al medesimo prezzo
su una spiaggia: se la domanda è rigida (indipendente dalla distanza dal gelataio) e uniformemente distribuita
lungo la spiaggia, ognuno dei due gelatai intercetterà la metà degli acquirenti situati tra lui e l’altro e tutta la
domanda esprimibile dagli acquirenti posti sull’altro lato della spiaggia. La conclusione, non considerando i costi
di trasferimento dell’attività, è che i due gelatai finiranno con il situarsi uno accanto all’altro, al centro della linea
di spiaggia. Naturalmente tale analisi non considera la possibilità che giungano altri gelatai. In considerazione di
tale eventualità, A. Hotelling ha concluso, generalizzando, che la reattività al prezzo (includente le spese di
trasporto) della domanda favorirà la dispersione industriale.
Approcci alla massimizzazione del profitto. Vari studiosi, ritenendo semplicistici i precedenti approcci,
propongono un’analisi basata sul principio di sostituzione, secondo il quale si può ottenere il medesimo output
per mezzo di combinazioni differenti dei fattori produttivi. Si può cioè sopportare un aumento dei costi di
trasporto, se compensato da una diminuzione delle rendite o altri costi. Secondo tali studiosi la decisione
localizzativa viene presa avendo come obiettivo non la minimizzazione dei costi, ma la massimizzazione del
profitto. Si può così individuare sul territorio un’area delimitata da una linea chiamata margine spaziale di
profittabilità, all’interno della quale è possibile operare con profitto. Si tratta di ubicazioni comunque quasi
sempre sub-ottimali, in quanto, data anche l’imperfetta conoscenza di tutte le variabili in gioco, è arduo stabilire il
sito di massimo profitto (e del resto se tutti si ubicassero lì non sarebbe più tale a causa del rialzo del costo dei
terreni).
Quelle aziende per le quali i costi di trasporto sono marginali sono definite libere o delocalizzate.
In ogni caso, sia l’approccio della minimizzazione dei costi sia quello della massimizzazione dei profitti
sottolineano l’importanza delle economie di aggregazione, derivanti dalla condivisione di infrastrutture, dalla
vicinanza di imprese clienti o fornitrici, dalla presenza di bacini comuni di manodopera specializzata. Ogni nuova
impresa ha un effetto moltiplicatore sulle infrastrutture, che spingerà altre aziende ad ubicarsi in quell’area,
almeno fino a quando una eventuale congestione non renderà antieconomico un ulteriore sviluppo della stessa.
Le localizzazioni odierne, comunque, non possono sempre essere inquadrate con l’ausilio dei modelli suesposti, in
quanto il fordismo, ovvero la tendenza a concentrare una produzione standardizzata e destinata ad un consumo di
massa, è divenuto meno dominante, sostituito da modi di produzione più flessibili. La produzione viene oggi
sempre più spesso attivata su sollecitazione della domanda (manifatture just-in-time), evitando così la necessità di
tenere costose scorte. Le imprese passano da una produzione all’altra, e non si limitano a delocalizzare le
produzioni laddove sono minori i costi e le garanzie per i lavoratori, che diventano flessibili, ma esternalizzano
anche una serie di servizi prima effettuati all’interno dell’azienda. Sempre più frequenti sono quindi le

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delocalizzazioni e le esternalizzzioni, definite outsorcing, ma anche l’offshoring, cioè l’esternalizzazione di
servizi complessi, appannaggio di lavoratori altamente specializzati. È noto (Ricardo) che nella divisione
internazionale del lavoro ciascun paese ha convenienza (economica)8 a specializzarsi in quelle produzioni che gli
richiedono un minore utilizzo di risorse e fattori, ricorrendo al commercio internazionale per le altre merci.
Tuttavia, soprattutto quando il fattore che si cerca di sfruttare al meglio è il lavoro, ne consegue, almeno per
periodi di tempo relativamente lunghi, un generale peggioramento delle condizioni lavorative ed anche un
impoverimento degli Stati le cui imprese delocalizzano. Si ha cioè una globalizzazione della ricchezza, ma anche
della povertà, almeno per la componente lavoro, con una Nuova Divisione Internazionale del Lavoro, con una
suddivisione del processo produttivo in segmenti sempre più ridotti, e non solo nel settore secondario 9.
Le localizzazioni industriali, infine, possono anche essere imposte, nel senso che possono essere decise da uno
Stato per finalità politiche o sociali che però, almeno sul lungo termine, non possono prescindere del tutto da
considerazioni economiche. Le imposizioni degli Stati collettivisti, come per l’agricoltura, hanno comunque
modificato il paesaggio economico, creando agglomerazioni che sussistono e continuano a crescere anche una
volta che è crollato il potere politico che le ha istituite.
Un’altra manifestazione della sempre più complessa struttura internazionale delle manifatture è la società
transnazionale che, operando sempre più come un’entità globale, oltre che su un ampio spettro di servizi e settori
industriali, tende a perdere la sua identità nazionale originaria. Le società transnazionali tendono ovviamente a
costituire degli oligopoli (quando non dei veri e propri monopoli): l’industria farmaceutica, ad esempio, è
dominata da nove aziende, ed è sotto gli occhi di tutti il processo di concentrazione in atto nell’industria
automobilistica.
Regioni manifatturiere. Le principali regioni manifatturiere (insieme coprono il 60% della produzione mondiale)
sono quattro: Stati Uniti orientali, Europa occidentale e centrale, Europa orientale, Asia orientale. Le prime tre
aree sono le più antiche (soprattutto la seconda), la quarta fa parte di un nuovo modello di industrializzazione
mondiale, emerso come risultato di aperture politiche, trasferimenti tecnologici e finanziari. Tale modello ha
coinvolto anche paesi come il Messico, il Brasile, e persino africani, grazie anche ad incentivi, facilitazioni ed
esenzioni fiscali dei governi che hanno creato numerose zone di sviluppo delle esportazioni (EPZ). Va pertanto
mutando la divisione tra mondo sviluppato e paesi in via di sviluppo ed il primato del primo non può più
intendersi come definitivamente acquisito.
Negli Stati Uniti e nel Canada, oltre all’ampia zona orientale, che comprende la costa, i monti Appalachi e la
regione dei Grandi Laghi, con le sue agevoli vie acquatiche di comunicazione, esistono le industrie del Sud-Est e,
più ad ovest, le aree industriali di San Francisco (Silicon Valley) e Los Angeles, nonché importanti centri come
Salt Lake City e Denver. Nel Messico spiccano l’area di Città del Messico e tutta la zona di confine con gli Stati
Uniti (la frontera), che è l’area in più rapido sviluppo di tutto l’America settentrionale. L’Europa è la culla
dell’industria, sorta inizialmente nel tardo Settecento in Inghilterra, nei pressi delle miniere di carbone, ma anche
in Belgio. Attualmente il bacino carbonifero della Ruhr è il centro della più vasta e attiva area industriale europea,
che ha supplito al declino della siderurgia con la rifondazione del suo apparato industriale nella direzione dell’alta
tecnologia. Anche in Italia sono stati chiusi o ridimensionati molti impianti chimici e siderurgici ubicati presso
coste e centri urbani. L’outsorcing sta però riducendo la forza lavoro anche presso le imprese medie e piccole dei
nostri distretti industriali. I distretti industriali sono una peculiarità del nostro sistema economico. Essi sono
costituiti da insiemi di imprese piccole e medie concentrate in un territorio ristretto del quale caratterizzano il
paesaggio industriale e nel quale viene a costituirsi un insieme di relazioni, sinergie, infrastrutture particolari e
capitale umano e organizzativo. Esempi sono l’industria agro-alimentare di Imperia, la cantieristica di La Spezia,
gli strumenti musicali di Castelfidardo, i confettifici di Sulmona, le calzature di Casarano.
L’Europa orientale, dominata dalle aree industriali dell’Ucraina, della Polonia, della Russia e della Repubblica
Ceca, hanno dovuto subire negli anni Novanta una dura ristrutturazione per potersi confrontare con il mercato.
L’Asia orientale, per lungo tempo rappresentata quasi esclusivamente dal Giappone, oltre che da Corea del Sud,
Hong Kong, Singapore e Taiwan (le tigri d’Oriente), vede ora l’emergere della Cina (la fabbrica-mondo) e di altri
paesi, come la Malesia e la Thailandia. Nell’Asia meridionale sta emergendo l’India (quest’ultima però soprattutto
nel campo dei servizi.

Servizi
Della ripartizione dei servizi tra il tradizionale settore terziario e i più moderni quaternario e quinario si è già
detto sopra. La loro importanza è andata crescendo in misura quasi esponenziale negli ultimi decenni, grazie

8
Non sempre però la convenienza economica è l’unico obiettivo di uno Stato, che può, ad esempio, puntare all’autosufficienza per
ragioni politico-militari.
9
Si parla ormai non solo della Cina come della fabbrica-mondo, ma anche dell’India come dell’ufficio-mondo, in quanto, sfruttando
il retaggio culturale inglese e la posizione geografica, è in grado di fornire servizi complessi proprio negli orari nei quali gli uffici
americani chiudono per il riposo notturno.

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essenzialmente a due fattori: la liberalizzazione estrema dei mercati e il progresso tecnologico avutosi nel campo
dell’elaborazione e della trasmissione dei dati, fattori che hanno permesso trasferimenti di informazioni e,
soprattutto, di capitali a costi del tutto irrilevanti. Come accennato sopra, i servizi, in particolar modo quelli
altamente professionali, vengono effettuati anche a distanze considerevoli ed il mondo è in tal senso sempre più
integrato e l’attività, grazie alla localizzazione dei centri di servizi in quasi tutti i fusi orari e in aree culturali
diverse, non conosce più sosta.

VIII - Modelli di sviluppo

Concetto di sviluppo. Il grado di sviluppo di un paese o di una regione è solitamente riferito al livello di
mobilitazione delle sue risorse a fini produttivi. In generale è associato anche alla modernità ed efficienza delle
strutture economiche e sociali. Importanti indicatori sono il reddito pro capite, il consumo di energia, il livello
nutrizionale e altri. Si tratta naturalmente di valori medi, che non rivelano quindi l’effettiva distribuzione della
ricchezza, potendo così occultare situazioni anche di forte disagio. Una certa rilevanza assume la struttura
produttiva di un paese, potendosi rilevare che normalmente uno Stato arretrato presenta una prevalenza del settore
primario, caratterizzato da un’agricoltura di sussistenza scarsamente produttiva.
Geografia dello sviluppo e modelli interpretativi. L’espressione paese arretrato è stato sostituito dalla meno
cruda paese in via di sviluppo dal presidente Truman nel 1949. A questa espressione se ne sono aggiunte di più
dettagliate, quali paese moderatamente sviluppato, o che cercano di vedere il sottosviluppo da diverse angolature,
spesso meno eurocentriche. Tra esse degne di nota sono soprattutto la sigla NIC (paese di recente
industrializzazione), e l’espressione paese emergente, quando si tendo a convergere verso i modelli più avanzati.
Un’altra suddivisione è quella tra Primo, Secondo, Terzo e Quarto Mondo, che è però nata (per le prime tre
definizioni) con riferimento alla posizione politica dei vari paesi negli anni della Guerra Fredda (rispettivamente,
paesi a libero mercato, a economia pianificata e non allineati). Per Terzo Mondo, comunque, si intendono i paesi
in via di sviluppo, mentre fanno parte del Quarto mondo quelli che versano in condizioni economiche
drammatiche. Una suddivisione un po’ troppo schematica, ma molto in voga, è quella del Rapporto Brandt, che
divide il mondo tra un Nord industrializzato e sviluppato e un Sud povero. Il Nord, cui vanno aggiunti paesi
australi come l’Australia e la Nuova Zelanda, coincide essenzialmente con le latitudini temperate, dette anche
fascia della neve, ed in effetti sembra che, anche a livello locale, il reddito pro-capite sia più elevato laddove il
clima è temperato. Secondo tale approccio il clima tropicale comporterebbe maggiori difficoltà sebbene, come
dimostra lo sviluppo di taluni paesi tropicali (Malesia, Singapore), la posizione geografica non costituisce un
limite invalicabile. Altre spiegazioni del sottosviluppo sono state ravvisate nell’eccessiva crescita demografica
(interpretazione maltusiana), nel passato coloniale, cui sarebbe seguita una strutturazione dell’economia
funzionale ai paesi ex-dominatori, nella mancanza di sbocchi marittimi. L’Harvard Institute ha rilevato invece che
determinante per lo sviluppo sembra essere la bontà delle istituzioni. Il rapporto Nord-Sud è al centro
dell’attenzione dei modelli centro-periferia, che vedono lo sviluppo, a tutti i livelli (dal locale al globale) come il
risultato di uno squilibrio territoriale crescente, almeno nel termine breve e medio. Il processo di causazione
cumulativa secondo Gunnar Myrdal porta anzi ad una divisione permanente tra i centri prosperi e le periferie
povere e sfruttate. Nella versione detta teoria della dipendenza, il modello centro-periferia sostiene che le regioni
arretrate sono tenute in scacco da quelle ricche, che devono anzi la propria ricchezza proprio al mantenimento
della povertà nelle prime (neocolonialismo). Contrariamente alle apparenze, è questo, in verità, un rovesciamento
della posizione degli stessi Marx ed Engels, che ritenevano che il sottosviluppo derivasse dalla stagnazione delle
società povere, cui proprio il mercato mondiale poteva porre rimedio. Su questa linea Kenneth Galbraith si chiede
se davvero il colonialismo abbia determinato la povertà di paesi come quelli dell’Asia meridionale o dell’Africa, e
Joan Robinson osserva che “la miseria di essere sfruttati dai capitalisti non è niente al confronto della miseria di
non essere sfruttati affatto”. Lo stesso Myrdal, del resto, ammette che i paesi con il più basso reddito individuale
sono proprio quelli con il minor tasso di commercio estero.
Gli economisti del mainstream, di contro, hanno invece a lungo ritenuto che lo sviluppo fosse un esito spontaneo
e certo delle dinamiche economiche del libero mercato. Il modello di riferimento è quello di Rostow, che prevede
che ogni sistema economico debba attraversare le seguenti sei fasi: 1) società tradizionale (economia di
sussistenza); 2) emergere delle condizioni per il decollo (formazione di una élite intraprendente, organizzazione in
unità politiche piuttosto che parentali, investimenti in trasporti e infrastrutture); 3) decollo, che è lo stadio più
critico, caratterizzato da investimenti crescenti; 4) spinta verso la maturità, con applicazione della tecnologia
moderna a ogni fase dell’attività economica; 5) fase del consumo di massa, quando diventano dominanti le
industrie di beni di consumo. È stato individuato un sesto stadio, post-industriale, nel quale il settore principale
diventa quello dei servizi, caratterizzati da una crescente specializzazione e varietà. Tuttavia si è pure notato che il
processo evolutivo non è certo, in quanto molti paesi non sembrano in grado di superare, e talvolta neppure
raggiungere, la seconda fase (nell’Africa sub-sahariana tra il 1975 e il 2000 il reddito pro-capite si è ridotto di
quasi l’1% annuo).

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Ai fini dello sviluppo appare molto importante la diffusione della tecnologia, intesa come insieme di strumenti
tecnici e di metodi atti ad incrementare la produzione. L’innovazione (tecnologica), anche se è spesso il frutto di
individualità, è comunque correlata al livello di interazioni culturali che si stabiliscono all’interno (ma anche
all’esterno) di una comunità, interazioni che sono direttamente proporzionali ai flussi commerciali. Il gap
tecnologico tra paesi ricchi e poveri è ben lungi dall’essere colmato, nonostante il crescente flusso di
informazioni, e ciò perché non tutte le comunità sono in grado di applicare i moderni ritrovati della tecnologia, per
ragioni economiche, politiche, culturali e ambientali.
Dinamiche dello sviluppo e suoi indicatori. Sembra che il contrasto centro-periferia si sia ridotto negli ultimi
decenni. Nel 1913 i venti Stati più industrializzati producevano l’80% dei manufatti del mondo, mentre oggi il
70% delle esportazioni dai paesi in via di sviluppo è costituita proprio da manufatti. Se si considera la più forte
incidenza in tali paesi dell’economia sommersa e del reddito, non registrato, derivante dall’economia di
sussistenza, nonché il reale potere di acquisto delle monete locali, si arriva alla conclusione che la quota
produttiva dei paesi in via di sviluppo sul totale mondiale è significativamente maggiore di quella apparente. Il
F.M.I. e la Banca Mondiale si avvalgono ora della parità dei poteri di acquisto (PPA in italiano, PPP in
inglese)10. Tuttavia l’aumento della popolazione, ancora troppo rapido (sebbene in fase di rallentamento),
mantiene in varie regioni moto basso il reddito pro-capite (il Sud del mondo conta, nel 2004, l’80% della
popolazione mondiale)11. Inoltre un medesimo reddito pro-capite, anche misurato in PPA, può non dare
un’immagine completa dello standard di vita (oltretutto medio) di un paese, in quanto molti servizi (sanità,
istruzione eccetera) possono essere a carico dello Stato o meno.
Tra gli indici utilizzati, dei quali si è già accennato, citiamo il reddito nazionale lordo (Gross National Income),
che tuttavia, anche se espresso in PPA, non è esente da critiche. Per alcuni esso sovrastima il reddito reale in
quanto non tiene conto dei costi ambientali della produzione; secondo altri, al contrario, lo sottostima perché, oltre
a non tener conto, come già evidenziato, dell’economia non monetaria (ovvero di sussistenza), trascura i
miglioramenti che vengono apportati nel tempo a prodotti il cui valore apparentemente non muta. Importante è
anche il consumo di energia pro-capite. Si rileva una dicotomia tra i paesi industrializzati, consumatori di energia,
e quelli meno sviluppati, che al più la producono. Lo sviluppo dei primi è stato permesso proprio dalla
disponibilità di grandi quantità di energia a costi contenuti. Occorrono però grossi investimenti per arrivare ad
un’ampia disponibilità di energia a basso costo, investimenti non sempre alla portata dei paesi poveri. Tali paesi
presentano un basso consumo di energia pro-capite, normalmente ottenuta dal lavoro umano e animale, nonché da
prodotti dell’agricoltura di sussistenza. Il circolo vizioso della povertà è spesso rafforzato dalla presenza di
numerosi contadini senza terra, tali per la sovrappopolazione delle campagne (regione indiana) ma anche per le
disparità all’interno della popolazione (es: America latina).
Un altro indice dello sviluppo economico è l’apporto calorico pro-capite. Il fabbisogno calorico varia a seconda
del sesso, dell’età, dell’attività lavorativa e delle condizioni climatiche: la FAO ritiene che l’apporto calorico non
debba scendere al di sotto di 2350 calorie quotidiane. Nel 2003 842 milioni di persone (di cui 10 milioni nei paesi
sviluppati) erano denutrite. Il numero complessivo non tende a diminuire sensibilmente, pur riducendosi in termini
relativi.
Sono state tentate anche valutazioni composite dello sviluppo economico, utilizzando cioè indici che tengano
conto contemporaneamente di più grandezze, non solo strettamente economiche (indici combinati).
Tra gli indici non economici di sviluppo particolarmente degno di nota è il livello di alfabetizzazione e
istruzione, strettamente correlabile allo sviluppo, sia come sua causa sia come suo effetto. La diffusione
dell’istruzione, soprattutto di alto livello, risente anche delle condizioni sociali e culturali, soprattutto con riguardo
alle differenze di genere. Importanti indicatori sono anche l’accesso all’acqua potabile e lo smaltimento
igienicamente corretto dei rifiuti, soprattutto perché correlati alle condizioni sanitarie, nonché l’accesso ai servizi
sanitari (nelle regioni industrializzate il rapporto tra medici e popolazione è di 1 / 350, nei paesi in via di sviluppo
è di 1 / 5800, per l’Africa sub-sahariana 1 / 18500). Nel complesso si è avuto negli ultimi anni un certo
progresso nella lotta contro malattie infettive e mortalità infantile, ma si segnala anche la diffusione di nuove
malattie (soprattutto AIDS, con il 90% dei casi nei paesi poveri) e l’aumento della resistenza agli antibiotici di
vecchie malattie.
Tra gli indici combinati, che tengono conto dei molteplici dati raccolti e pubblicati da organismi come l’ONU e
la Banca Mondiale, va segnalato l’Indice della qualità fisica della vita, a tre indicatori (mortalità neonatale,
speranza di vita, alfabetizzazione, ai quali viene assegnato un punteggio da 0 a 100), e soprattutto l’ISU (Indice di
Sviluppo Umano, o Human Development Index: HDI). L’ISU stima la qualità della vita sulla base di tre elementi:
il reddito pro-capite reale (potere di acquisto in moneta locale), speranza di vita alla nascita, livello medio di

10
Con tale sistema di valutazione, la quota di reddito dei paesi industrializzati passa, nel 2003, dall’80% (secondo il vecchio sistema
di misurazione) al 53%.
11
La distanza rimane molto grande soprattutto tra i paesi del Quarto mondo e quelli maggiormente sviluppati: i cinquanta Stati meno
sviluppati nel 2001 producevano meno dell’1% della ricchezza globale.

22
istruzione (reputando che siano questi gli obiettivi più comuni nel genere umano). È stato elaborato anche un
indice inverso (Indice di Povertà Umana o IPU; in inglese: Human Poverty Index, HPI), che considera i seguenti
fattori: probabilità di morire prima dei 40 anni di età, analfabetismo (con conseguente inadeguatezza dei rapporti
sociali), carenza di un livello decente di vita, misurata dalla mancanza di acqua e dalla percentuale di bambini
sottopeso. Va rilevato, comunque, che molti indicatori di sviluppo non tengono conto di un fattore molto
importante: la parità di opportunità tra i due sessi. Le donne, che nelle egualitarie comunità di cacciatori-
raccoglitori avevano un ruolo rispettato, sono state discriminate già nelle società agricole, dove spesso svolgono le
mansioni più gravose. Con la meccanizzazione, che elimina proprio le operazioni più umili, la donna tende,
almeno inizialmente, ad uscire dal mondo del lavoro. Nei paesi occidentali, che hanno un passato di società
contadine, solo negli ultimi decenni la posizione della donna è migliorata in modo sostanziale. In generale,
comunque, ovunque nel mondo le donne, tenendo conto anche del lavoro domestico, lavorano più degli uomini e
sono meno retribuite. Complessivamente le donne che svolgono un lavoro retribuito sono quasi quanto gli uomini.
Sono più numerose degli uomini in America latina, mentre in varie aree dell’Africa sono in netta minoranza a
causa delle scarse opportunità. Nel mondo islamico la percentuale di lavoratrici è mediamente bassa ma essa è
decisamente più elevata nei paesi islamici dell’Asia meridionale e sud-orientale. È stato anche elaborato un indice
della distribuzione del potere in base al genere.

IX - Strutture e sistemi urbani

L’uomo ha un istinto che lo spinge a socializzare e cooperare. Già i cacciatori-raccoglitori vivevano in gruppi
(tendenzialmente comunitari). Soprattutto nella savana (dove l’uomo ha mosso i primi passi) l’unione garantiva
sicurezza e rendeva possibile e al tempo stesso conveniente la caccia a grandi animali. Non mancano, tuttavia, in
particolari ambienti e circostanze, insediamenti isolati (anche se, comunque, solo molto raramente mancano del
tutto contatti con altri soggetti). Abitazioni isolate sono comuni nell’America anglosassone e in alcune aree
dell’Europa (per l’Italia nel Trentino-Alto Adige, nella Pianura Padana e in qualche altra zone). Anche nelle
economie di sussistenza la gente vive solitamente in villaggi il cui territorio è destinato, oltre che ad usi
residenziali, anche ad usi sociali. Quando poi si sviluppano commerci tra più insediamenti, i villaggi cominciano
ad assumere caratteristiche urbane (diventano cioè polifunzionali e meno autosufficienti) e si integrano in un
sistema di comunità. Le prime città risalgono ad almeno 6000 anni fa e sono sorte nelle aree in cui si sono
sviluppate le prime forme di agricoltura stanziale (Mesopotamia). Una città, per esistere, ha infatti bisogno di una
base economica. Essa è un centro di attrazione per l’area non urbana circostante (hinterland: area commerciale) e
ha legami con altre città. Il suo territorio interno è ripartito tra gruppi sociali e funzioni economiche. L’assetto e
l’uso di tale territorio può essere pianificato da un’autorità centrale, determinato da decisioni individuali e forze di
mercato o, più spesso, da entrambe le forze, pubblica e privata. Affinché la città possa svolgere le sue funzioni è
essenziale l’interconnessione tra le sue parti e con l’esterno. Caratteristica comune delle unità urbane è il fatto di
essere insediamenti non agricoli. Per città si intende un insediamento polifunzionale (cittadina se piccola)
sviluppatosi intorno a un nucleo centrale (CDB, central business district, nell’America anglosassone). Il sobborgo
è invece un centro, non autosufficiente, che gravita su una città centrale. Per area urbanizzata si intende un
paesaggio caratterizzato da un’edificazione discontinua che, se costituisce un sistema economico integrato ed è
molto estesa, prende il nome di area metropolitana.
Elementi importanti di una città sono il sito e la situazione. Il primo si riferisce alle caratteristiche fisiche del
terreno su cui la città è ubicata, oltre che alla sua ubicazione assoluta (sul reticolo geografico). Alcune ubicazioni
sono peculiari perché corrispondono a punti di rottura di carico o punti estremi di navigazione o di estremità
di baia, dove merci e persone devono interrompere un viaggio per cambiare mezzo di trasporto. La situazione,
spesso molto importante per l’economia di una città, è invece l’ubicazione relativa, rispetto a elementi fisici e
culturali delle aree circostanti e, data la sua variabilità geografica, non si presta a facili generalizzazioni. Talvolta
il sito e/o la situazione che hanno determinato la nascita di una città smettono di essere il fattore essenziale del suo
sviluppo, che può continuare grazie a un processo di causazione circolare e cumulativa (Myrdal, 1957).
L’urbanizzazione. Caratteristica fondamentale della società moderna è l’urbanizzazione, cioè la concentrazione
della popolazione in grandi centri dotati solitamente di varie funzioni, con grande sviluppo della attività
secondarie e terziarie. Le città con più di un milione di abitanti erano 12 nel 1900, 411 nel 2000. Di recente sono
emersi il fenomeno delle megacittà (centri con più di 10 milioni di abitanti), che comunque mostrano ora nel loro
sviluppo una tendenza al rallentamento, e il fenomeno della fusione di metropoli fra loro (conurbazioni) in
seguito a urbanizzazione delle aree prospicienti le vie che le mettono in comunicazione. La conurbazione più
grande (megalopoli) è situata a sud dei Grandi Laghi (USA) e si estende anche sulla costa atlantica da Boston a
Washington. In Europa c’è la cosiddetta banana blu (regione del Reno, con espansioni verso Parigi, Londra e
Pianura Padana). Altre grandi conurbazioni sono in Giappone (Tokio-Kiushu), in Canada a nord dei Grandi Laghi,
in Brasile (San Paolo-Rio) e altrove.

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Le funzioni della città. Non tutte le attività cittadine sono effettuate in risposta a interazioni con l’esterno
(attività di base). Alcune (attività non di base) servono infatti ai cittadini stessi e non generano flussi monetari
da o verso l’esterno. La somma dei due generi di attività costituisce la struttura economica dell’area urbana. In
genere l’unità urbana diventa più multifunzionale al crescere delle sue dimensioni (e viceversa).
Il rapporto lavoratori dei settori di base / lavoratori dei settori non di base è generalmente simile in unità
urbane di dimensioni analoghe e tende a diminuire al crescere dell’unità urbana (è circa 0.5 per città di un milione
di abitanti). La crescita dei settori di base genera un effetto moltiplicatore sulla popolazione della città, dovuto
alla corrispondente crescita dei settori non di base, effetto che inoltre, data la riduzione del rapporto su indicato,
diventa più evidente al crescere della città. Naturalmente le città possono anche declinare; sussiste tuttavia una
certa resistenza al ridimensionamento che rende il processo involutivo meno rapido di quello evolutivo.
Sistemi di insediamenti urbani. Gli insediamenti urbani possono essere distinti in tre categorie:
1) centri di trasporto (lungo coste, fiumi, canali, ferrovie e altre vie di comunicazione);
2) centri con funzioni speciali (attività minerarie, specifiche produzioni industriali) la cui localizzazione è
legata alla presenza di materie prime, economie di agglomerazione eccetera;
3) città polifunzionali, o località centrali, che forniscono una quantità di beni e servizi ad un’area
circostante.
Il compito di fornire beni e servizi ad un’area circostante, in realtà, è assolto anche dai centri di trasporto e dalle
città con funzioni speciali, ma in misura alquanto minore.
Le città interagiscono fra loro e può pertanto essere individuata una gerarchia urbana: al vertice ci sono poche
città grandi e complesse, mentre, scendendo di grado, troviamo centri via via più numerosi ma caratterizzati da
dimensioni minori e strutture più semplici, che forniscono beni e servizi ad aree sempre più ridotte. Il sistema
urbano mondiale gravita su alcune città mondiali che accentrano funzioni finanziarie, direttive e di consulenza di
altissimo livello, e che sono sedi di società transnazionali. Le città mondiali dominanti sono New York, Londra e
Tokio. Altre città mondiali, sia pure non dominanti, sono Parigi, Hong Kong, Singapore, Milano ed altre.
In molti paesi la gerarchia urbana è sintetizzata dalla legge rango-dimensione, secondo la quale la dimensione di
una città di ordine n sarà 1/n di quella della città di ordine 1. In vari paesi, tuttavia, il sistema urbano è dominato
da una città primate, di grandezza molto più che doppia rispetto a quella delle città di ordine 2 (ma forse, più
semplicemente, mancano gli ordini immediatamente successivi, essendo le loro funzioni assorbite dalla città
primate). Esempi notevoli sono Parigi, Buenos Aires, Città del Messico. Il fenomeno è comune nei paesi in via di
sviluppo, nei quali le potenze coloniali europee hanno fondato città capitali in un contesto urbano inconsistente.
Un altro caso è quello di città, come Vienna, capitali un tempo imperiali, oggi solo di piccoli Stati. Alle
dimensioni della città, e quindi alla sua posizione nella gerarchia urbana, è associata la sua area di influenza
urbana, ovvero il territorio al quale fornisce servizi e prodotti e che su di essa gravita. Le aree di influenza sono
complesse: per alcuni servizi e prodotti semplici esistono numerose aree gravitanti su piccoli centri, incluse, per
prodotti e servizi più complessi, in aree più grandi, e così via fino ad arrivare, per i prodotti e servizi di più alto
livello, a poche grandi aree gravitanti sulle città mondiali.
Nel 1933 Christaller tentò di spiegare le regolarità presentate in termini di dimensioni e distanze reciproche dalle
località centrali mediante la teoria delle località centrali. Ipotizzando uno spazio (pianura) uniforme, con una
popolazione agricola (omogenea) distribuita uniformemente e tendente ad acquistare beni e servizi (offerti solo
per una domanda superiore ad una soglia minima) presso l’offerente più vicino, dedusse che la pianura si
suddivide in aree di mercato non concorrenziali di forma esagonale che la ricoprono interamente e dove le relative
località centrali hanno il monopolio delle vendite. Tali aree hanno una superficie proporzionale al numero di beni
e servizi offerti dalla località centrale e inoltre sono inglobate in aree, sempre esagonali, più grandi, gravitanti su
località centrali che offrono beni e servizi più complessi e costosi. Le distanze, che tra centri di pari grado sono
costanti, crescono quindi al crescere del valore dei beni e servizi forniti. Il modello delle località centrali sembra
oggi meno rispondente alla realtà, a causa dei progressi nei trasporti e dell’avvento di Internet. Le attività
produttive sono state scomposte e distribuite su territori molto più vasti, connettendo le città, divenute
complementari, in strutture urbane reticolari.
Struttura delle città. Come accennato, lo spazio interno delle città è ripartito tra gruppi sociali ed organizzato
secondo funzioni specifiche, fra loro coordinate grazie a vie di comunicazione interne. Con l’avvento dei moderni
mezzi di trasporto, l’area urbana ha potuto estendersi grandemente. Finché è restato dominante il trasporto
pubblico, comunque, solo i terreni raggiungibili a piedi dalle stazioni e fermate dei mezzi di trasporto potevano
essere integrati facilmente nella struttura urbana e l’elevata domanda faceva aumentare il loro prezzo. Le città
erano pertanto ancora abbastanza compatte e tendevano ad assumere una struttura radiale, con un centro più
appetibile occupato da attività economiche intensive (negozi e uffici) ed aree, progressivamente più lontane dal
centro e dalle vie di comunicazione, occupate da persone ed attività via via meno dotate da un punto di vista
economico. Tale struttura urbana è tuttora riconoscibile nelle città americane della costa orientale, ma è meno
evidente in quelle occidentali, sviluppatesi maggiormente nel periodo dell’avvento del trasporto privato
individuale (automobile). La diffusione di tale forma di trasporto ha determinato una minore densità edificatoria e

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uno sviluppo più ampio e rapido. A ciò ha contribuito pure la riduzione dell’orario lavorativo, che ha reso
disponibile più tempo per gli spostamenti. L’espansione urbana, fortemente rallentata durante gli anni successivi
alla crisi del Ventinove, riprese con vigore nel Dopoguerra. Tra il 1950 e il 1970 sono emersi i processi della
metropolizzazione e della suburbanizzazione.
Valore dei terreni e densità di popolazione. Teoricamente dovremmo aspettarci un decadimento con la
distanza dal centro sia del valore dei terreni sia della densità di popolazione. Per i prezzi, in effetti, si osserva un
rapido calo iniziale, seguito da una diminuzione via via più graduale man mano che ci si allontana dal centro.
Qualcosa di simile avviene anche per la densità abitativa, ma essa raggiunge il suo valore massimo non nel centro,
ma ad una certa distanza da esso: abbiamo cioè un profilo a cratere, determinato proprio dai prezzi elevati del
centro, spesso sostenibili solo da attività di servizi alquanto qualificati. Inoltre, grazie al progresso nei trasporti,
con l’espansione della città il ceto più benestante preferisce collocarsi negli ampi spazi disponibili nelle aree
periferiche. Soprattutto nell’America anglosassone ciò ha determinato il degrado delle zone peri-centrali, che sono
state occupate molto intensivamente dai ceti non abbienti. Di recente si osserva però una tendenza ad una nuova
valorizzazione dei centri cittadini tramite, ad esempio, svariate iniziative culturali, che attraggono così di nuovo i
ceti medio-alti. Si ha in sostanza una struttura urbana ad anelli concentrici, che è stata descritta, a partire dal CBD,
da uno dei primi modelli relativi all’uso del territorio urbano (negli anni Venti e Trenta del Novecento), e cioè dal
modello a struttura concentrica (o ad aree): una zona di transizione degradata, una di piccole residenze
decorose occupate da lavoratori del settore industriale, una di abitazioni migliori occupate da persone abbastanza
ricche, una piuttosto esterna abitata da pendolari. Il modello è dinamico perché ipotizza una continua espansione
delle aree interne a spese di quelle più esterne. Il modello a settori, invece, prevede uno sviluppo della città lungo
le principali arterie di comunicazione. Lungo tali arterie si concentrano i cittadini più facoltosi, mentre quelli
meno fortunati alloggiano a distanze via via maggiori dalle arterie stesse. Col crescere della città le zone più
centrali vengono comunque abbandonate dai più ricchi, come nel modello precedente. Diverso è l’approccio del
modello a nuclei multipli, che prevede uno sviluppo attorno non ad uno, ma a più nuclei originari, ognuno dei
quali assolve a specifiche funzioni. In misura crescente, tuttavia, assistiamo all’emergere di un nuovo modello di
struttura urbana, detto degli ambiti urbani, caratterizzato dalla coesistenza di più modelli classici, e nel quale le
edge cities, o città di margine (sobborghi), diventano sempre meno dipendenti dalla città centrale. All’inizio del
XXI secolo, comunque, l’espansione incontrollata sta determinando la nascita della spread city (città
sparpagliata), un ammasso urbano che manca di un vero centro e di sobborghi, le cui zone più esterne sono il
prodotto di una contro-urbanizzazione, ovvero di una fuga dai centri urbani. La suburbanizzazione ha inoltre
danneggiato la base economica delle città centrali, con tutte le conseguenze relative. Tuttavia, come già accennato,
dall’inizio degli anni Duemila si assiste ad una ristrutturazione e rivitalizzazione dei centri cittadini e delle città
centrali (gentrification).
Aree sociali delle città. Quanto più la città cresce, tanto più i suoi abitanti tendono ad aggregarsi in gruppi più
omogenei per status sociale, familiare o per appartenenza etnica, che diano loro maggiore sicurezza e supporto.
Tale fenomeno è favorito anche dall’andamento dei costi abitativi, che tende a concentrare nello stesso luogo
soggetti economicamente omogenei. Lo status sociale in Occidente è identificato dal reddito, dal livello di
istruzione, dalla posizione lavorativa e dall’ampiezza e qualità dell’abitazione. Normalmente uno status sociale
elevato è associato ad un basso rapporto persone/vani. Si osserva anche una distribuzione dei ceti in linea con il
modello a settori, nonché una riduzione dell’età media ed un aumento della numerosità dei nuclei familiari al
crescere della distanza dal centro. Per alcuni gruppi, particolarmente legati alla loro cultura, l’etnicità è un
elemento più importante dello status sociale o familiare ai fini della scelta abitativa. Per certi gruppi etnici la
segregazione è invece sostanzialmente imposta (es.: neri d’America, ebrei nell’Europa pre-bellica).
L’assetto interno delle città può essere sottoposto a pianificazione centrale (zoning negli USA). Le restrizioni
poste dalle pianificazioni sono state spesso criticate, tuttavia, almeno per alcuni servizi essenziali (es.: istruzione,
sanità), è norma comune ubicare le strutture ad essi relative secondo criteri che non tengono conto delle regole del
mercato.
Diversità urbana nel mondo. L’urbanizzazione è un fenomeno globale ma si presenta secondo modalità
differenti a seconda del contesto culturale, economico e politico locale.
Delle città dell’America anglosassone si è già detto. Oltre alle differenze tra le città statunitensi della costa Est,
più antiche e costruite soprattutto ai tempi del prevalere del trasporto pubblico, e quelle della costa Ovest,
edificate in funzione del trasporto automobilistico, vanno segnalate le analogie e le differenze tra le città USA e
quelle canadesi. Le città canadesi sono generalmente più compatte, dipendendo maggiormente dal trasporto
pubblico, e sebbene la percentuale di nati all’estero sia ivi maggiore, non presentano distinzioni interne per razza,
reddito e status sociale marcate come negli USA. La stabilità sociale è pertanto maggiore e i centri cittadini
conservano più facilmente le loro funzioni e non sono esposti alla concorrenza delle edge cities delle aree
suburbane.
Europa occidentale. Le città dell’Europa occidentale sono molto più antiche di quelle americane. Molte sono
sorte nell’Evo antico, persino in età pre-romana. I primi antichi insediamenti avevano soprattutto uno scopo

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difensivo e sorsero pertanto in aree facilmente difendibili. Di qui la sacralità (dal latino sacer = inviolabile,
appartenente al Dio) delle loro mura, ribadita da riti religiosi specifici (es.: i Lupercoli di Roma). La struttura
interna era caratterizzata da alcune strade che si diramavano dal centro, lungo le quali sorgevano edifici a pianta
ortogonale. Durante il dominio romano le città furono collegate tra loro da un evoluto sistema viario e pervennero,
pur con le loro specificità, ad una comune organizzazione urbanistica ed economica. Le invasioni e il generale
regresso dei traffici commerciali smantellarono tale sistema integrato. Le città si spopolarono, alcune
scomparvero, altre furono invece edificate (es.: Venezia) o riedificate (es.: Orvieto) in luoghi più difendibili,
essendo venuta a mancare la protezione di Roma. All’interno delle mura si estendevano ampi spazi agricoli,
necessari in caso di assedio. Nel Basso Medioevo i traffici gradualmente riprendono, e così pure la vita cittadina
che da essi dipende e che a sua volta li alimenta. La ripresa parte dalla Sicilia musulmana, posta al centro dei
traffici tra i bacini occidentale e orientale del Mediterraneo e tra Africa ed Europa, per poi propagarsi verso nord.
Soprattutto dopo la riconquista del Tirreno da parte di Pisa e Genova, le città marinare del Nord crescono,
rivitalizzando porzioni sempre più ampie del territorio italiano (età dei Comuni) ed europeo. Le esigenze di difesa
restano prioritarie, influenzando le strutture urbane, che conservano all’interno delle mura ampi spazi verdi. I
centri cittadini si rendono indipendenti dalle autorità centrali e anzi conquistano e valorizzano il contado.
Gradualmente emerge in Italia una gerarchia urbana: i comuni più grandi assorbono quelli minori e diventano
capitali di Stati regionali. Accanto ad essi altri centri assumono ruoli speciali (difensivi, portuali). La popolazione
cresce e alla fine del Medioevo si stabilizza su valori che saranno superati solo con la rivoluzione industriale e
l’unità d’Italia. Con l’unità (tardiva rispetto a quella di altri Stati nazionali, quali la Francia e la Spagna) la
gerarchia urbana preesistente viene modificata: emerge un’unica capitale, che inizialmente cresce solo per
assolvere a tale funzione, mentre le attività industriali si concentrano nel triangolo Milano-Torino-Genova. Molte
città perdono il ruolo che avevano all’interno degli Stati regionali. In generale il progresso nei trasporti e la caduta
delle barriere politiche consentono una nuova connettività fra le città italiane che cessano così di essere solo il
centro delle loro limitate aree di influenza urbana. Appaiono i primi interventi normativi di pianificazione
urbanistica, che troveranno pieno sviluppo nel periodo fascista. In tale periodo, oltre che per esigenze igieniche e
di zonizzazione delle funzioni cittadine, i piani regolatori serviranno a dare alle città e al loro hinterland una
struttura gerarchizzata che le renda più funzionali ma che soprattutto trasmetta la visione politica del regime.
Saranno inoltre operati sventramenti di aree centrali troppo fittamente edificate. L’espansione delle città, iniziata
dopo l’unità (inizialmente con un addensamento degli alloggi all’interno delle mura) e proseguita nel ventennio
fascista, diventa davvero rapida a metà del Novecento, procedendo lungo gli assi di comunicazione, per poi
espandersi man mano che vengono assicurate le infrastrutture e i servizi essenziali. I piani regolatori, per i ritardi e
per la loro lacunosità, non riescono a regolare l’espansione urbana, che nelle grandi città diviene talvolta caotica.
Dopo gli anni Settanta, con il superamento del modello fordista e con la crescita del terziario avanzato, si sviluppa
il fenomeno della contro-urbanizzazione. Tuttavia, diversamente dal Nordamerica, nelle città italiane ed europee
i centri storici generalmente non perdono il ruolo di riferimento per la collettività urbana, e la gentrification tende
a compensare la contro-urbanizzazione.
Europa orientale. Tale forma urbana condivide molte tradizioni con l’Europa occidentale, ma risente della
pianificazione centralizzata dei regimi comunisti, che si sono preoccupati di suddividere le aree urbane, più
compatte di quelle occidentali, in quartieri autonomi dotati di tutti i servizi essenziali, in modo da evitare la loro
dipendenza dal centro. Quest’ultimo (CCD, central cultural district) raccoglie i palazzi del potere e della cultura
intorno a una grande piazza centrale. Il recente passaggio all’economia di mercato sta però cambiando tale
struttura, spingendola a conformarsi a modelli più simili a quelli occidentali.
Paesi in via di sviluppo. Sono le aree che sono state interessate dall’urbanesimo, così come lo conosciamo oggi,
più di recente, ma anche più intensamente. Essendo tali paesi abitati da popoli di differenti culture, le città
presentano peculiarità che rendono ardua ogni generalizzazione. Alcune città sono il prodotto del colonialismo
(porti o avamposti creati per lo sfruttamento di risorse locali), sebbene la loro struttura attuale dipenda anche dai
ruoli successivamente assunti. Esempi sono Kolkata, Mumbai, Dakar, Giacarta, Kinshasa. Non mancano città
edificate secondo i canoni socialisti, né casi di città sorte per assolvere alla funzione di capitale (es.: Brasilia,
Abuja). Alcuni centri assolvono a funzioni religiose e sono caratterizzati dalla presenza di complessi
monumentali, altri sono sorti già in tempi lontani per ragioni commerciali (es.: Timbuctu). Nonostante tale varietà,
le grandi città dei PVS presentano alcune caratteristiche comuni: la carenza di infrastrutture, aggravata dalla
rapida inurbazione di grandi masse di soggetti che spesso sopravvivono solo grazie a lavori informali, una
struttura urbana invertita rispetto a quella delle città nordamericane, caratterizzata cioè da una relazione inversa tra
reddito e distanza dal centro, che dà luogo a slum periferici che accolgono attualmente quasi un miliardo di
persone. La più rapida urbanizzazione si osserva nell’Africa sub-sahariana, che è proprio l’area meno sviluppata
del pianeta. Le megacittà sono comunque un fenomeno soprattutto del continente asiatico (dove la popolazione
urbana è passata dal 9% del totale nel 1920 al 48% nel 2000) e di quello latino-americano (dove la tradizione di
vivere in città, spesso in città primate, è più antica). Delle 28 città più grandi del mondo nel 2015, si prevede che
sei saranno situate nell’America latina (nel caso del Brasile si assisterà alla fusione di Rio e San Paolo). Nelle città

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latino-americane, come in quelle europee, i centri tendono a conservare la loro vitalità, sviluppandosi
ulteriormente lungo un’arteria principale, fino ad un raccordo anulare che divide l’area più vivibile da quelle
periferiche, più degradate.
X - Politica e territorio

La Geografia politica studia le caratteristiche e la distribuzione dei fenomeni politici sul territorio, ovvero
l’organizzazione dello stesso, e della popolazione che in esso vive, in un sistema coordinato di istituzioni che
hanno per fine il soddisfacimento di alcuni bisogni tipici della collettività.
Attualmente tutti i continenti stabilmente abitati sono suddivisi in Stati, e tuttavia tale completa suddivisione è
piuttosto recente nella storia umana. Elementi costitutivi necessari di uno Stato sono il territorio, il popolo (che
su esso vive stabilmente) e la sovranità. In altre parole lo Stato è un’organizzazione stabile di una popolazione
(che diventa così un popolo) su un territorio sul quale l’organizzazione stessa esercita una sovranità esclusiva e
riconosciuta, anche da altri Stati. Uno Stato può far parte di una federazione, e in tal caso l’esercizio della
sovranità è, per alcune funzioni (difesa, politica estera) riservata alla federazione stessa, che è pertanto uno Stato
complesso. Occorre distinguere il termine popolazione, che indica il complesso di individui che vivono su un
territorio, dal termine popolo, complesso di individui coesi in funzione di fini comuni. In tal senso si può parlare
anche di nazione, insieme di individui che popolano un territorio, uniti da sentimenti di identità comuni, quali
lingua, religione, usi. Spesso si usano i termini Stato e nazione indifferentemente, tuttavia alla nazione non
corrisponde necessariamente uno Stato (es.: nazioni curda e basca). Esistono Stati-nazione (pochi), nei quali
l’intera popolazione (o quasi) appartiene ad un’unica nazionalità, Stati binazionali (es.: Finlandia) e
multinazionali (es.: Svizzera). In alternativa, una nazione può dare vita a più Stati (es: nazione araba, suddivisa in
molti Stati). In tal caso si parla di Stato-nazione con estensione parziale. Forme statuali esistono dai tempi più
remoti (Egitto, Mesopotamia, Roma, Imperi romano, persiano, indiani, cinese, incaico eccetera), tuttavia la
nozione moderna di Stato è stata sviluppata dai filosofi politici europei del XVIII secolo. Le forme statuali
europee, grazie al colonialismo, si sono diffuse in tutto il mondo. Nelle aree colonizzate esistevano già
organizzazioni tribali e talvolta veri e propri Stati, ma gli europei imposero suddivisioni territoriali che
prescindevano da confini etnici o fisici. Gli Stati emersi dopo la fine del periodo coloniale ricalcano, soprattutto in
Africa, i confini imposti dalle potenze coloniali, cosicché essi hanno al loro interno etnie spesso in conflitto tra
loro, con la conseguenza che il loro problema è ora quello di “creare la nazione”, ovvero i sentimenti di coesione e
di fedeltà verso lo Stato senza i quali quest’ultimo tende a disgregarsi. Il numero di Stati è molto aumentato dopo
la Seconda guerra mondiale (da circa 70 a circa 200). Una caratteristica fondamentale dell’attuale processo di
globalizzazione è tuttavia la riduzione del potere degli Stati, soprattutto in campo economico, di fronte
all’emergere di imprese multinazionali e transnazionali. Proliferano inoltre le istituzioni internazionali e
sopranazionali, le organizzazioni non governative (ONG).
Caratteristiche geografiche degli Stati.
Dimensioni. Gli dimensioni degli Stati possono essere le più svariate. Maggiore è la loro superficie, più grande è
la possibilità che includano risorse minerarie e suoli fertili, anche se la possibilità di sfruttamento delle stesse
dipende molto dalla loro ubicazione e distribuzione. Per quanto concerne le aree agricole, molto dipende,
comunque, dalla latitudine dello Stato: la proporzione di terreni agricoli sul totale della superficie, in grandi paesi
come la Russia, il Canada e soprattutto l’Australia non è poi così elevata, come è segnalato dalle basse densità
abitative. Ricordiamo che, a parità di forma, superfici più grandi implicano un minore rapporto confini / superfici,
e quindi minori costi di sorveglianza e difesa dei confini stessi.
Forma. La forma di un paese può avere una influenza notevole sulle sue potenzialità. Distinguiamo Stati
compatti, con estensioni, a forma allungata, frammentati. In uno Stato compatto, in assenza di barriere
orografiche significative, le comunicazioni sono agevolate, soprattutto se la capitale (sede del Governo centrale,
espressione della sovranità) è in posizione centrale. Inoltre più la forma è compatta (più si avvicina ad un cerchio)
minore è l’estensione di confini da controllare. Certi Stati compatti hanno però delle estensioni (es.: Thailandia,
Myanmar) che comportano confini più lunghi e maggiore isolamento dei territori compresi nelle estensioni (che
però possono avere una notevole importanza economica o strategica). Uno Stato a forma allungata (es.:
Norvegia, Cile) è lungo e stretto. Può avere problemi di coesione, in quanto è più probabile una eterogeneità
culturale, è più difficile il controllo dei confini e sono maggiori le distanze medie dalla capitale. Se esteso lungo i
meridiani, è spesso notevole anche la varietà climatica. Ancora più problematico può essere il controllo degli Stati
frammentati (es.: Filippine, Indonesia)12. Casi particolari di frammentazione si hanno quando una parte dello
Stato (exclave) è all’interno di un altro paese (es.: Campione d’Italia). L’exclave di un paese costituisce
un’enclave per il paese conglobante. L’enclave può anche costituire la totalità di uno Stato conglobato, invece
che una sua exclave (es.: Lesotho in Sudafrica, San Marino e Vaticano, che è pure frammentato, in Italia).

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Emblematico è il caso del Pakistan, la cui parte orientale, oggi indipendente (Bangladesh) era separata da quella occidentale
dall’India.

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Ubicazione. Come si è già accennato sopra, nella sezione relativa alle dimensioni, l’ubicazione assoluta
(soprattutto relativamente alla latitudine), può influenzare grandemente le potenzialità, particolarmente agricole,
di uno Stato. Anche l’ubicazione relativa, ovvero la posizione rispetto ad altri Stati, è importante: Stati senza
sbocco al mare sono svantaggiati non solo per lo sfruttamento delle sue risorse, ma anche perché meno interessati
da correnti commerciali. Alcuni Stati fondano la loro prosperità sulla loro posizione nodale nei traffici marittimi
(es.: Singapore).
Aree centrali e capitali. Molti Stati si sono sviluppati a partire da un’area centrale alla quale si sono aggiunti via
via nuovi territori. Tale area, che solitamente ospita la capitale, rimane spesso privilegiata nella distribuzione del
reddito rispetto alle aree periferiche. I profitti, quando sono realizzati nelle ultime, tendono a confluire nell’area
centrale, che domina sempre più lo scenario nazionale. La capitale diviene così la città primate (si veda l’unità
IX), ed è questa una caratteristica degli Stati unitari (es.: Francia), paesi solitamente con una forte identità
nazionale. Una situazione analoga si presenta anche in Stati giovani, nei quali la capitale fu creata dalle potenze
coloniali in un ambiente fino ad allora non urbanizzato. Negli Stati federali, invece, la capitale, spesso creata per
assolvere a tale funzione, non è necessariamente la città più grande o importante del paese (es.: Ottawa,
Washington, Camberra). Una nuova forma di organizzazione statale è il governo regionale o federalismo
asimmetrico, con la quale Stati prima unitari riconoscono larghe autonomie, con capitali regionali, assemblee
legislative e uso di lingue locali (es.: Galles, Catalogna). La posizione centrale della capitale può agevolare le
comunicazioni e il controllo del territorio. Una capitale può anche essere di frontiera (es.: Brasilia, Abuja)
quanto è edificata in territori ancora vergini o non sviluppati, per favorire un riequilibrio economico del paese.
Confini. La linea di confine indica dove finisce la sovranità di uno Stato e inizia quella di un altro (tuttavia a volte
gli Stati proiettano il loro potere anche oltre i confini, imponendosi su Stati vassalli). Nel passato si parlava
piuttosto di zona di frontiera, a delineare aree, spesso fluttuanti e talvolta pressoché disabitate, dove la sovranità
di uno Stato sfumava in quella di un altro (non tutte le terre emerse erano inglobate in Stati). Non delimita solo
una superficie, in quanto la sovranità si estende nel sottosuolo e nello spazio aereo soprastante (si ritiene escluso
lo spazio oltre l’atmosfera, dove orbitano i satelliti). Anche le acque marine sono parzialmente sotto la sovranità
dello Stato rivierasco: un tempo fino a 3 o 4 miglia marine13 (la gittata di un cannone di allora), oggi, secondo la
Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, 12 miglia. Per i golfi (es.: golfo di Taranto), normalmente le
12 miglia si estendono a partire da una linea immaginaria congiungente i capi delimitanti il golfo. C’è poi una
zona contigua fino a 24 miglia, dove lo Stato può far applicare le proprie leggi in materia di dogana,
immigrazione e misure sanitarie, e la zona economica esclusiva, fino a 200 miglia, per lo sfruttamento delle
risorse marittime. L’alto mare, invece, è patrimonio comune dell’umanità, anche se sono ormai numerosi gli
accordi internazionali sul suo uso e non mancano rivendicazioni degli Stati rivieraschi (es.: Federazione russa
nell’Artico).
I confini sono naturali, o fisici, quando sono basati su caratteristiche fisiche riconoscibili, come monti, fiumi e
laghi. Possono sorgere però controversie in quanto si può decidere di seguire, per i monti, la linea spartiacque o
quella delle creste, non sempre corrispondenti a causa della natura più o meno permeabile dei terreni. Anche per
fiumi e laghi possono sorgere problemi. Le vie d’acqua, diversamente dai monti, incentivano gli scambi e
costeggiano territori spesso densamente popolati. Controversie possono sorgere sul fatto che il confine debba
seguire una costa o l’altra o una linea intermedia, e inoltre il tracciato dei fiumi è soggetto a cambiamenti.
I confini geometrici, o artificiali, seguono paralleli o meridiani e si trovano soprattutto al di fuori dell’Europa,
essendo stati tracciati dalle potenze coloniali in aree allora pressoché disabitate.
I confini possono essere antecedenti, se tracciati prima che un’area si popolasse assumendo determinate
caratteristiche culturali, o susseguenti, nel caso contrario. Tra i confini susseguenti sono quelli conseguenti, o
etnografici, tracciati per assecondare le differenze linguistiche, religiose o economiche già esistenti. Sono invece
sovrapposti quando sono tracciati con la forza, non tenendo in alcun conto tali differenze. In tali casi è facile che
sorgano controversie territoriali perché ciascuno Stato può sentirsi in diritto di rivendicare l’intero territorio
abitato dal gruppo etnico diviso dal confine (fenomeno detto irredentismo). Le controversie possono riguardare
risorse (un esempio è il giacimento petrolifero di Rumaila, tra Iraq e Kuwait) o anche la funzione stessa dei
confini, riguardo alla politica da tenere verso i movimenti di persone e merci attraverso gli stessi (politiche di
immigrazione, regolamenti doganali o simili).
Coesione dello Stato. La coesione di uno Stato è determinata da forze centripete e minacciata da forze
centrifughe. Tra le prime troviamo il nazionalismo, tendenza a identificarsi con lo Stato e ad accettare come
propri i suoi obiettivi. Nelle società multiculturali contribuisce all’integrazione di gruppi diversi (es.: USA e
Svizzera). Viene incentivato con l’uso di simboli (inni nazionali, bandiera, squadre sportive nazionali, riti,
festività). Importante è la presenza di una Costituzione, di una famiglia reale o di un Presidente che siano super
partes. I simboli sono componenti del sottosistema ideologico. Istituzioni importanti per la coesione sono le scuole
(particolarmente le elementari), dove si insegna la storia del paese, la lingua comune e dove si trasmettono i valori

13
Un miglio marino = km. 1,852.

28
dello Stato, nonché le forze armate e un’eventuale religione di Stato. Forze armate e religione, comunque, possono
a volte divenire forze destabilizzanti. Il nazionalismo, inoltre, se portato all’eccesso può degenerare in razzismo o
in xenofobia. Una forza coesiva di primaria importanza è la fiducia nell’azione dello Stato volta a risolvere i
problemi della gente e a favorire una soluzione pacifica delle controversie. Anche trasporti e comunicazioni
efficienti favoriscono la coesione, promuovendo l’integrazione politica, economica e culturale. Le comunicazioni
con l’estero, invece, vengono spesso tenute sotto controllo: esse, pur favorendo lo sviluppo economico e culturale,
possono ridurre il senso di identità e coesione di un popolo.
Tra le forze centrifughe rientra proprio la difficoltà di trasporti e comunicazioni all’interno di un paese (ad
esempio perché frammentato). Anche la religione, come accennato, può agire da forza centrifuga quando i suoi
principi non coincidono con quelli dello Stato (normalmente perché minoritaria). Se una minoranza (linguistica,
religiosa o anche economica) si identifica con un territorio, può portare all’autodeterminazione, fino ad arrivare
alla secessione (separatismo, o nazionalismo autonomo). In vari paesi europei o occidentali tali istanze sono state
secondate con la devolution (trasferimento di alcuni poteri ai governi locali) e con il federalismo asimmetrico (si
veda sopra). Il crollo dell’URSS ha invece portato alla nascita, accanto alla Federazione russa, di vari nuovi Stati,
e all’interno della stessa federazione non mancano le richieste, anche violente, di autonomia o indipendenza.
Solitamente sono le regioni periferiche, che ritengono di essere sfruttate o trascurate da quelle centrali, a
imboccare la strada della secessione, soprattutto se dotate di una specifica identità culturale.
Geopolitica. Branca della Geografia politica, esamina il peso strategico di Stati e aree (terrestri e marine) e
fornisce talvolta giustificazioni razionali a scelte politiche14. Mackinder inizia il filone della Geopolitica moderna
esaminando l’equilibrio del potere ai tempi dell’espansione britannica, sviluppando una teoria nota come “Teoria
dell’Hearthland”, secondo la quale chi padroneggia l’entroterra (Hearthland) dell’Isola mondiale (Eurasia),
dominerà il mondo. Cuore dell’Earthland è l’Europa orientale. Già Mahan aveva rilevato la centralità della Russia,
prevedendo un conflitto tra tale potenza terrestre e quella marittima inglese. Verso la fine della Seconda guerra
mondiale, Spykman, pur concordando sull’importanza strategica dell’Eurasia, asserisce che le sue aree chiave
sono quelle periferiche (Rimland), più ricche di risorse e in grado di controllare i mari. Tuttavia il Rimland è
sempre stato politicamente frammentato, e secondo Spykman il perdurare di tale situazione è nell’interesse sia
degli USA sia dell’URSS. Dopo la Seconda guerra mondiale gli USA equiparano l’Heartland all’URSS: di qui la
loro politica di contenimento, perseguita con alleanze all’interno del Rimland (NATO, CENTO, SBATO). La
teoria del domino (la caduta in mano nemica di un paese favorisce la caduta di molti altri) viene invocata per
giustificare interventi in paesi come la Corea o il Vietnam, allo scopo di evitare il dilagare della potenza sovietica.
In contrasto con tali modelli geopolitici è la “Teoria dello Stato organico” (F. Ratzel), che equipara lo Stato ad
un organismo che deve crescere e occupare nuovi territori (lo spazio vitale) per non venire meno, teoria che,
sviluppata ulteriormente da Haushofer, è stata fatta propria dal nazismo, gettando così un’ombra sulla Geopolitica,
di cui quest’ultima solo recentemente si è liberata.
La realtà geopolitica è ora vista meno in termini militari e più come riflesso di altre forme di competizione
(soprattutto economica). Tra le forze all’opera nello scenario mondiale un posto di rilievo è stato assunto dal
terrorismo, organizzato in strutture spesso indipendenti, anche se talvolta usufruisce dell’appoggio di alcuni Stati.
Le innovazioni tecnologiche, abbassando grandemente i costi di interazione anche su grandi distanze, hanno
favorito la formazione di società private sempre più grandi e globali, come le transnazionali, nonché di numerose
organizzazioni non governative, che possono anche condizionare i singoli Stati. La crescente consapevolezza che
le nuove sfide politiche, economiche ed ambientali non possono più essere fronteggiate dai singoli Stati ha spinto
gli stessi a riunirsi in associazioni sopranazionali. Una di esse, l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), che
succede alla vecchia Società delle Nazioni, ha ambizioni planetarie e universali, accogliendo quasi tutti i paesi del
mondo. Pur non disponendo di un proprio esercito e di un vero potere legislativo internazionale, promuove la
soluzione pacifica dei conflitti. A essa sono collegate numerose agenzie che perseguono obiettivi specifici, come
l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), la FAO (Food and Agricultural Organization), l’UNESCO
(United Nations Educational Scientific and Cultural Organization), la WTO (World Trade Organization).
Quest’ultima promuove il libero commercio internazionale (accordo GATT).
A tali organizzazioni universali se ne contrappongono altre di importanza regionale, che tendono a integrare aree
più ristrette. L’integrazione può essere militare, politica o, più spesso e con maggiore successo, economica. La
cooperazione economica può instaurarsi sia tra paesi diversi, per sfruttare delle complementarietà, sia tra paesi
simili, per avere più forza contrattuale nelle negoziazioni commerciali con altre aree. Normalmente alla nascita di
una organizzazione segue la nascita di un’altra che le si contrappone, in modo da riequilibrare i rapporti di forza
fra gruppi di Stati. Tra le organizzazioni militari spicca la NATO, a cui si contrappose il Patto di Varsavia. Dopo
l’implosione dell’URSS alcuni paesi del Patto sono passati alla NATO. Numerose le organizzazioni economiche:
citiamo il NAFTA (Canada, USA, Messico), il MERCOSUR (Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay) e
soprattutto la CEE, o MEC, fondata da sei Stati europei (Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Germania

14
Ad esempio la dottrina del “Manifest Destiny” dava una giustificazione razionale all’espansionismo USA nell’Ovest.

29
Federale e Italia) nel 1957, che ha assorbito in sé le funzioni della CECA (Comunità Europea del Carbone e
dell’Acciaio) e dell’EURATOM e si è poi trasformata in Unione Europea, composta a tutt’oggi da 27 Stati e con
ambizioni politiche, e che ha varato l’Euro. Importante per il ruolo del petrolio nell’economia globale è anche
l’OPEC.
Tra le organizzazioni prettamente politiche ricordiamo l’OAS (Organizzazione degli Stati Americani), l’Unione
Africana e la Lega degli Stati arabi.
La Geografia politica si occupa soprattutto di Stati, data la loro importanza storica, oltre che geografica. Va
tuttavia precisato che, almeno a livello dei cittadini comuni, molto importanti sono, almeno nella generalità dei
casi, quelle istituzioni e quelle organizzazioni politiche a loro più vicine, come Regioni, Province e Comuni.

XI - Impatto ambientale
L’uomo altera, talvolta profondamente, i paesaggi naturali, ma non per questo cessano le interazioni con
l’ambiente, inteso come insieme di elementi che hanno un’influenza su un organismo.
L’ambiente, anche senza il concorso dell’azione umana, è dinamico, soggetto cioè a continui mutamenti. La
biosfera (o ecosfera) è un sottile involucro, costituito da aria (atmosfera), acqua (idrosfera) e suolo (litosfera), che
avvolge il pianeta e che è sede di tutti i processi della vita. Tutti i suoi elementi sono interdipendenti ed in
equilibrio dinamico. Fenomeni di breve periodo, come la rotazione e la rivoluzione della terra, e di lungo periodo,
come le variazioni assiali del pianeta, determinano continue variazioni climatiche locali e globali. La re-
irradiazione dell’energia ricevuta dal sole è condizionata inoltre dalla composizione dell’atmosfera e da eventuali
effetti albedo dovuti a nubi e ghiacci. La biosfera, pur nella sua sostanziale unitarietà, può essere suddivisa in
biomi, caratteristiche associazioni di vegetali e animali che occupano ampie zone della superficie terrestre. Biomi
sono la prateria, il deserto, la steppa, la foresta pluviale, la savana, le foreste di conifere del Nord. I biomi possono
a loro volta essere suddivisi in ecosistemi più piccoli, ovvero comunità che si autoregolano e interagiscono,
adattandosi alle condizioni locali. L’azione perturbatrice e spesso distruttiva dell’uomo sugli ecosistemi si è
esercitata fin dal tempo dei cacciatori-raccoglitori che, migrando nei vari continenti, portarono all’estinzione
numerose specie di grandi animali, non avvezzi alla presenza umana e perciò incapaci di difendersi. Inoltre molte
foreste furono distrutte con il fuoco, soprattutto dopo la rivoluzione agricola, per far posto a pascoli e coltivazioni.
Ma è con l’industrializzazione che gli effetti perturbatori dell’azione umana diventano globali, coinvolgendo, a
livello atmosferico, almeno tre diversi fronti: il mutamento climatico, le piogge acide e la distruzione dell’ozono.
Il riscaldamento globale. L’effetto serra è un fenomeno determinato dai cosiddetti gas serra (metano, biossido
di carbonio) che trattengono parte delle radiazioni solari riflesse dal suolo e dal mare, impedendo la loro
dispersione nello spazio. I gas serra, in natura, recitano l’importante ruolo di mantenere la temperatura a livelli
accettabili per la vita. Il loro aumento determinato dalle attività antropiche provoca però un innalzamento della
temperatura terrestre, più accentuato man mano che dall’equatore si procede verso i poli, che a sua volta
determina uno sconvolgimento del clima, con pesanti effetti sui biomi. Inoltre, anche qualora le attività umane
produttrici di gas serra cessassero (e si prevede invece, con lo sviluppo di paesi come la Cina e l’India, un loro
accrescimento), la temperatura media globale continuerebbe a salire per un certo tempo, dato il ritardo con cui si
sviluppa l’effetto serra. Per il 2100 si prevede un aumento della temperatura media, rispetto al 2000, di 2,5° C, che
secondo le valutazioni più pessimistiche potrebbe essere di ben 10,4°C. La realtà dell’effetto serra di origine
antropica non è accettata da tutti gli scienziati, alcuni dei quali pensano ancora che l’attuale trend faccia parte di
un normale ciclo naturale15. I più pensano comunque che un eventuale ciclo naturale ascendente della temperatura
sia per lo meno esacerbato dall’attività umana, in quanto è un fatto incontrovertibile che la concentrazione dei gas
serra sia sempre aumentata a partire dall’inizio della Rivoluzione industriale. In realtà, comunque, le previsioni
della scienza non sono univoche al riguardo: secondo alcuni modelli, ad esempio, il continente europeo, a seguito
del prevedibile smorzamento della Corrente del Golfo, provocato dallo scioglimento dei ghiacci dell’Artide e
dalla conseguente dolcificazione delle acque del Mar Glaciale Artico, potrebbe conoscere una nuova glaciazione.
Certo è comunque lo sconvolgimento dell’attuale assetto dei biomi, e probabile anche un innalzamento dei mari,
con conseguenze devastanti sull’economia di regioni oggi molto popolate, che potrebbero dar luogo a imponenti
fenomeni migratori. La crescente consapevolezza di tali problemi ha spinto gli Stati del mondo a varare vertici e
conferenze sui cambiamenti climatici, a partire dal 1992 (Vertice sulla Terra di Rio). La Convenzione di Rio,
sottoscritta da 166 paesi, invitava a riportare entro il 2000, come primo passo, le emissioni di CO2 al livello del
1990. Nel 1997 al Vertice di Kyota l’Unione Europea proponeva, per le nazioni industrializzate, una riduzione
delle emissioni (entro 12 anni) fino all’85% di quelle del 1990. Il Protocollo di Kyoto non è stato però ratificato
dagli USA di Bush.
Piogge acide. I satelliti hanno rilevato la presenza di una coltre di vari agenti inquinanti, spessa almeno tre
chilometri, sovrastante le regioni cinese e indiana. Tale coltre riduce del 10% la luminosità del cielo, provocando

15
Oltre all’alternanza, su tempi molto lunghi, di ere glaciali e periodi più caldi, sono stati rilevati cicli più brevi, della durata di circa
1500 anni, come evidenziato dal riscaldamento del tardo Medioevo e dalla “Piccola glaciazione” successiva.

30
una sensibile riduzione della produzione di riso. L’inquinamento atmosferico, inoltre, uccide annualmente 1,4
milioni di persone in tali regioni. Il fenomeno delle piogge acide, che stanno devastando ampie aree forestali,
sembra derivare proprio da provvedimenti presi per ridurre l’inquinamento locale nelle aree industriali:
l’innalzamento delle ciminiere ha ridotto infatti il problema in tali aree spostandolo, grazie ai venti degli strati
atmosferici più elevati, a grandi distanze. Combinandosi con il vapore acqueo, gli agenti si trasformano in acido
solforico e nitrico, dando luogo alle precipitazioni acide: il PH della pioggia, normalmente pari a 5,6, è talvolta
sceso fino a 2,4 (grado di acidità pari a quello dell’aceto e del succo di limone). Le aree più interessate dal
fenomeno sono in Europa, Nordamerica e Giappone. Non solo le foreste ma anche i manufatti vengono deteriorati
dalle piogge acide, che danneggiano inoltre le risorse ittiche ed anche il suolo (lisciviazione) con conseguenti
riduzioni delle rese di molte colture.
L’ozono. Nei livelli superiori dell’atmosfera esiste un sottile strato di ozono che ha l’importante ruolo di ridurre la
penetrazione nella biosfera dei cancerogeni raggi ultravioletti16. La distruzione dell’ozono provocata dai CFC
(clorofluorocarburi) è destinata a perdurare, nonostante il loro recente bando, data la loro lunga persistenza negli
alti strati dell’atmosfera17.
Suolo. L’uso antropico del suolo, soprattutto a partire dall’inizio del XIX secolo, ha alterato e spesso distrutto
ecosistemi e biomi. Specialmente nel caso dell’abbattimento delle foreste e dell’eliminazione di aree umide si è
anche alterato il regime pluviometrico e più in generale il clima a livello locale, talvolta anche con conseguenze
globali. La perdita di detti biomi, inoltre, priva il pianeta di importanti assorbitori di gas serra. La deforestazione
è particolarmente drammatica nelle aree tropicali, sia perché le popolazioni ivi presenti sono spesso molto povere
e quindi non resistono alle pressioni locali e internazionali volte ad uno sfruttamento delle foreste di tipo
predatorio, che non tiene conto delle conseguenze di lungo termine, sia perché il bioma della foresta pluviale è
particolarmente complesso e delicato. È delicato in quanto un taglio a raso della foresta è spesso seguito dalla
laterizzazione del suolo che, esposto alle piogge tropicali e al sole cocente, si isterilisce rapidamente. La foresta
pluviale è inoltre caratterizzata da un’incredibile biodiversità, probabile fonte di notevolissime risorse, anche
mediche, che va perduta per sempre a causa della deforestazione. Essa inoltre, grazie alla sua rapida crescita,
determinata dal felice incontro di temperature costantemente elevate e grande umidità, è il maggiore assorbitore di
CO2 delle terre emerse.
Desertificazione. Il fenomeno della desertificazione interessa vaste aree aride e semi-aride, ma in qualche caso,
come si è visto, persino il bioma della foresta pluviale. Per quest’ultimo, oltre al fenomeno della laterizzazione dei
suoli, un ruolo particolarmente malefico potrebbe essere assunto dal riscaldamento globale, che sembra poter
alterare, ad esempio, il regime delle piogge in Amazzonia, riducendole drasticamente. Il sovrappascolamento, la
deforestazione e le altre attività hanno già provocato una drastica riduzione delle terre utilizzabili dall’uomo. Non
mancano comunque segnali positivi: il processo di espansione verso sud del Sahara si è fermato ed invertito a
partire dagli anni Ottanta, lasciando pensare che, almeno in questo caso, non sia l’uomo la causa di certi
mutamenti.
La desertificazione dovuta all’uomo è comunque ben documentata, anche in paesi non particolarmente popolati e
dotati di un livello tecnologico che farebbe sperare in buone capacità di gestione del fenomeno. L’Australia, ad
esempio, che presenta un ecosistema povero e delicato, ha sperimentato un forte degrado dei suoli, dovuto
all’introduzione di specie vegetali e animali non autoctone e alla salinizzazione di aree sempre più vaste,
determinata da pratiche irrigue che, giungendo a inumidire gli strati interposti tra la superficie e i sottostanti
depositi salini, hanno favorito l’emersione del sale. Paesi densamente popolati come la Cina hanno pure visto
ridursi, per fenomeni analoghi, soprattutto di tipo erosivo, l’estensione dei coltivi.
L’erosione del suolo, che interessa il sottile strato di topsoil da cui dipende la vita, è infatti molto accentuata
dalle attività umane. Il topsoil, strato superficiale del terreno ricco di sostanze organiche, è normalmente soggetto
a fenomeni erosivi che però sono compensati da processi rigenerativi, grazie alla decomposizione di organismi
morti e di materiale roccioso. Le attività agricole, quando non ben condotte, accelerano di molto il processo
erosivo. Il fenomeno può essere frenato da accorgimenti come il terrazzamento dei pendii e la rotazione delle
colture. Il deterioramento del suolo è rilevabile dappertutto ed è particolarmente evidente in certi paesi. Ad Haiti,
per esempio, il territorio è completamente degradato, ed altrettanto si è verificato in ampie porzioni del territorio
di paesi molto popolati, come l’India e la Cina, gettando un’ombra drammatica sul loro futuro e, dato il loro peso
relativo, su quello dell’intero pianeta18. Gravi fenomeni erosivi hanno interessato anche in passato vaste regioni,
come è attestato dal caso dell’Islanda, il cui interno è oggi quasi privo di vegetazione a causa del
sovrappascolamento che denudò il suolo, particolarmente leggero, esponendolo all’azione del vento.

16
Ai livelli inferiori dell’atmosfera, invece, l’ozono di origine antropica costituisce un problema per la crescita delle piante: il grano,
ad esempio, in conseguenza della presenza di ozono può ridurre la propria resa del 30%.
17
È ben noto il “buco nell’ozono”, rilevato in Antartide e, in misura minore, anche nell’emisfero boreale.
18
Il fenomeno della distruzione del suolo agricolo è stato definito “la crisi silenziosa”.

31
Approvvigionamento idrico. Solo una piccola parte dell’idrosfera è adatta agli usi umani. La domanda di acqua
per usi antropici, a fronte di una triplicazione della popolazione mondiale negli ultimi 75 anni, è sestuplicata. In
molte aree del mondo le riserve idriche sono in calo o in via di deterioramento (inquinamento di fiumi, laghi e
falde freatiche). Le risorse vengono rinnovate con le precipitazioni e si riducono invece (naturalmente) per
deflusso verso il mare e per evaporazione (che incide maggiormente nelle regioni tropicali). A livello mondiale il
73% dell’acqua dolce utilizzata dall’uomo è destinata all’agricoltura irrigua (90% nei paesi poveri), che fornisce il
40% del raccolto mondiale utilizzando il 17% dei coltivi esistenti, il 21% all’industria, il 6% ad usi domestici e
ricreativi. Il 50% della popolazione mondiale vive però in aree nelle quali, a causa dell’eccessivo
sovrapompaggio, le falde freatiche si stanno abbassando. L’inquinamento delle acque dolci è pure un grosso
problema, reso ancora più grave dal fatto che nei paesi in via di sviluppo il 90% delle acque reflue non è
sottoposto a depurazione.
Rifiuti. L’inquinamento ambientale è provocato anche dai rifiuti solidi, sempre più imponenti in conseguenza
dello sviluppo industriale. L’uomo ha sempre prodotto rifiuti, e l’esame dei loro depositi ha anche permesso di
lumeggiare sulle condizioni di vita di società storiche e preistoriche, ma il volume e la pericolosità di quelli attuali
sono di gran lunga maggiori. Oltre ai rifiuti ordinari, organici e non, ne esistono di tossici e di pericolosi. Alcuni,
costituiti da vecchi elettrodomestici, computer e telefonini, pur non essendo in sé particolarmente pericolosi,
contengono spesso sostanze nocive. Lo smaltimento dei rifiuti è stato prevalentemente effettuato tramite
discariche, spesso a cielo aperto, dalle quali esalano gas nocivi e percolano acque fortemente inquinate. Esse
vengono oggi gradualmente sostituite da discariche controllate, dove i rifiuti vengono compattati e
quotidianamente coperti con uno strato di suolo. La raccolta differenziata, volta al riciclaggio di tutti quei
materiali suscettibili di tale pratica, interessa in Italia ancora una percentuale non maggioritaria dei rifiuti,
soprattutto nel Sud. Molti rifiuti speciali, inoltre, particolarmente pericolosi, sono in tale area gestiti dalla malavita
che li stocca in siti abusivi senza nessun controllo o protezione ambientale. Una alternativa alle discariche è
l’incenerimento dei rifiuti (almeno di quelli non riciclabili), con produzione di energia ma anche di sostanze
inquinanti come la diossina, che i filtri, quando sono in regola con la normativa, possono abbattere ma non
eliminare del tutto.
Molte comunità costiere hanno a lungo scaricato i loro rifiuti nel mare, ritenendo che esso fosse in grado di
smaltirli senza difficoltà. Le conseguenze sull’ecosistema marino e sulla pesca sono state disastrose: laddove le
correnti si fermano (es.: coste, Mar dei Sargassi) si sono accumulate ingenti quantità di spazzature quasi
ineliminabili (materiali plastici).
Tra i rifiuti tossici un posto di rilievo spetta a quelli radioattivi, distinti in rifiuti radioattivi a bassa attività, la
cui radioattività scende a livelli non pericolosi in 100 anni o meno (radiofarmaci, rifiuti speciali ospedalieri e
altri), e in rifiuti radioattivi ad alta attività, la cui radioattività perdura per millenni (nel caso del plutonio per
240.000 anni), costituiti essenzialmente dalle scorie delle centrali nucleari. In Italia sono attualmente presenti
60.000 metri cubi di tali materiali. Si spera che le centrali nucleari di quarta generazione, ancora non realizzate,
possano utilizzare tali materiali, bruciandoli e rendendoli inerti. Fino ad allora essi, stoccati in terreni
geologicamente stabili e asciutti ma ciononostante soggetti a dispersioni, costituiranno un serio problema, anche
per la possibilità che finiscano in mano a criminali e terroristi.
Un altro sistema di eliminazione dei rifiuti è la loro esportazione verso paesi compiacenti, pratica oggi
giustamente osteggiata dalle organizzazioni internazionali.
Prospettive. Ogni cultura ha impresso il proprio segno sull’ambiente, talvolta (es.: Nuova Guinea) riuscendo a
gestire oculatamente le risorse e riducendo al minimo l’impatto delle attività umane sull’ambiente, talaltra (es.:
isola di Pasqua, Groenlandia vichinga) sfruttando l’ambiente in misura eccessiva, fino all’autodistruzione. I
problemi ecologici attuali generano ormai conseguenze di portata planetaria. La crescente consapevolezza di ciò
sta spingendo gli Stati ad un sempre maggiore coordinamento delle politiche ambientali, senza il quale non si può
sperare in una soluzione effettiva di detti problemi.

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