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JANARE E JANAS: LE SCIAMANE NOSTRANE

“Le superstizioni sono forme religiose che sopravvivono alle idee perdute.
Tutte hanno avuto come ragione di essere una verità che non conosciamo più o che si è
trasformata. Il loro nome dal latino Superstes vuol dire ciò che sopravvive:
sono resti materiali di scienze e antiche opinioni!”
Eliphas Levi

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JANARE E JANAS: LE SCIAMANE NOSTRANE Marisa Menna
“La respirazione è il ponte d’arcobaleno fra la nostra superficie sensoriale e la profondità
interiore.”
Gipsy Eagle

Le origini delle Janare

L’Irpinia è la terra delle Janare. Per capire meglio chi sono e cosa facevano queste donne dai poteri
magici non occorre andare molto indietro nel tempo, infatti in questa terra sono ancora vive, nella
memoria collettiva di molti, storie, leggende e fatti di cui ancora oggi si parla.
Ma chi sono queste donne che secondo la tradizione popolare nascevano proprio nella notte della
vigilia di Natale?
Per capirlo bisogna partire dall’origine della parola Janare.
“Janua” deriva dal nome Giano, divino consorte di Diana e spesso identificato con Giove e
confermato dallo stesso studio della parola Janua.
Giano era il Dio romano degli inizi e dei passaggi, da lui prendeva il nome il primo mese dell'anno
Ianuarius – Gennaio e ogni invocazione e ogni sacrificio incominciavano con il suo nome.
Era il dio che risolveva le crisi degli inizi. Il primo momento di ogni atto è sentito come critico
presso ogni cultura, questo è dimostrato dalla fenomenologia dei riti di passaggio.
Giano è raffigurato con due volti in direzione opposta, poiché il dio può guardare il passato e il
futuro e, essendo il dio della porta, può guardare sia all'interno e sia all'esterno.
In realtà Giano ha un terzo volto quello che guarda il presente ed è invisibile a chi lo osserva
proprio perché il presente è un istante inafferrabile.
Da queste poche considerazioni comprendiamo che Giano rappresenta non soltanto il Signore del
Triplice Tempo ma anche il signore dell’eternità.

Frazer a proposito dell’origine della parola Janua legata alle Janare, scrive:
La parola regolare per porta è la stessa in tutte le lingue ariane dall’India all’Irlanda. E’ dur in
sanscrito, thura in greco, tür in tedesco, door in inglese, dorus in irlandese antico e foris in latino.
Eppure oltre a questa parola ordinaria per porta, i latini avevano anche il nome di janua che non
ha alcun termine corrispondente in alcuna lingua indo-europea. La parola ha tutta l’aria di essere
una forma aggettivale derivata dal nome Janus. Suppongo che possa essere stata abitudine di
mettere un’immagine o simbolo di Giano alla porta principale della casa per mettere l’entrata
sotto la protezione di un grande dio. Una porta così custodita si poteva chiamare janua foris, cioè
una porta di Giano, e il termine poté, col tempo, abbreviarsi in janua. Da questo a chiamare janua
ogni porta in generale il passo è facile e naturale.”

La storia delle Janare ha origine con il culto di Diana e di Iside e successivamente anche con i
Longobardi e le loro usanze pagane. Alla base vi è quindi la venerazione per il principio femminile
e ogni aspetto della sua espansione. Il nome Janare deriva da Dianare ovvero le seguaci di Diana.
Le Janare erano, e sono tutt’ora, donne di antica sapienza che attraverso anche preghiere particolari
e l’utilizzo di erbe medicamentose donavano un miglioramento in termini di salute fisica o
psicologica a chi lo richiedeva. Non solo. Per alcune vi erano anche stati alterati di coscienza che le
permettevano di intuire dove poter andare ad agire.

A tal proposito è opportuno leggere questo breve passo di Gipsy Eagle:

“Sono decenni che la Scienza ci dice che noi utilizziamo solo una parte minima delle nostre risorse
mentali. Mai una voce, però, si è levata da quel settore, una voce che dica come fare, come riuscire
ad attingere alla pienezza regale del nostro intelletto; mai un iter sembra essere stato tracciato
verso una metodologia dell’Eureka, mentre ci sono corpose vie per entrare nei fiotti dell’intuizioni.
Gli uomini dell’evo arcaico scoprirono, in una corretta prassi psichedelica, la via all’utilizzo della
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profonda trance che ne conseguiva per elevare lo sguardo dell’intelletto, riuscendo così non solo a
rispondere a tutte le loro necessità pratiche, ma anche a riappropriarsi del senso stesso delle loro
esistenze, in intima e profonda connessione con il Tutto”.

Charles West Cope - The Night Alarm: The Advance! 1871

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Medicina e magia popolare

“Non c’è bisogno di essere laureati in psicologia per comprendere che è proprio il credere
nell’atto a predisporre il soggetto a farsi condizionare sino al punto di far abbassare il suo livello
di vigilanza e quindi patirne le conseguenze.”
Francesco De Sanctis “Viaggio Elettorale”, 1875

“Perché la magia esista bisogna che la società sia presente.”


Marcel Mauss, 1903

La medicina popolare risale a una società antica in cui le classi popolari per tutelare la loro salute
avevano messo in atto dei sistemi difensivi specifici eseguiti dalla figura carismatica dell’operatore.
Per interpretarla e capirla occorre eliminare i nostri pregiudizi e ciò che crediamo siano le nostre
conoscenze e approcciare il tutto con un’impostazione completamente diversa. Accettare ciò che
leggiamo e vediamo, e seguirlo negli accadimenti.
Come altre tradizioni la medicina popolare si basa su un’operosità magico - rituale e comprende la
magia, la divinazione e la guarigione.
Le scienze psicosociali e le neuroscienze cognitive affermano che le capacità extrasensoriali sono
per lo più una particolarità del cervello femminile, ciò non vuol dire però che non esistano guaritori
di genere maschile. Secondo alcuni studiosi all’origine delle capacità delle cosiddette streghe ci
sarebbe un’alterazione dei livelli di coscienza, Giovan Battista Della Porta fu uno dei primi a
ipotizzare questa considerazione.
Georges Lapassade scrive a proposito di stati alterati di coscienza e della transe in particolare:
“La transe è innanzitutto un comportamento motorio diverso dal solito. Per l’osservatore
occidentale, essa è un sintomo psicopatico. Ma altrove, razionalmente, nella cultura religiosa e
popolare, essa è o l’estasi del corpo, oppure l’intervento di un dio, di uno spirito, di un “demone”
che cavalca il corpo dei posseduti. E’ un fenomeno normale la cui base è neurofisiologica,
corporale. Su questa base, ogni cultura impone un contenuto ed un significato. Di più, la cultura, e
più precisamente l’immaginario sociale, può provocare la transe, può mettere il corpo in transe.”

L’operatore individua l’origine della malattia spesso in elementi esterni alla persona che si è
ammalata o in cause che tende a personificare, con un’intuizione straordinaria, attribuisce
l’instaurarsi del male alla caduta delle proprie difese.
Di tipo rituale sono anche le numerosissime terapie preventive cui la medicina popolare ricorre
come amuleti, abitini, erbe, portafortuna, rimedi contro fatture e malocchio e altro ancora.
Tutte queste azioni e ritualità, molto suggestive, mettono in moto dei meccanismi psicosomatici
nella persona di oggi sempre più viene riconosciuta l’importanza del processo guarigione.
Dobbiamo inoltre prendere in considerazione anche eventuali effetti paranormali del guaritore che a
volte senza nemmeno saperlo è un sensitivo e l’utilizzo di erbe di oggi si riscopre la validità, in
maniera un po’ troppo commerciale.
In alcune popolazioni la figura dello sciamano unisce due giustamente la funzione religiosa, come
mediatore tra i mondi e quella di terapeuta, egli ha la funzione di avere il contatto con mondi altri e
richiedere aiuto e supporto per far guarire.
Nella tradizione popolare la capacità di far guarire viene trasmessa a un’altra persona ritenuta
idonea. Il passaggio avviene durante la notte di Natale per via orale, comunicando i segni e le
parole. Naturalmente il guaritore dovrà mantenere il giuramento di impegnarsi, essere generoso
nell’aiutare chi necessita e mantenere il segreto sulle parole da dirsi durante il rito.
Nessun vero guaritore chiede denaro in cambio, non ci sono parcelle quindi, ma solo eventualmente
doni liberi. Il guaritore prescelto è ricco di forza d’animo e ottimismo, deve essere in grado di
infondere fiducia e rasserenare. State lontani da chi vuole vendere un qualcosa o promette miracoli.
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Nella teoria generale della magia l’agente magico e il gruppo entro il quale opera condividono la
medesima tensione ideologica, la stessa ‘fede’.
La magia popolare ha come fulcro centrale la protezione dalla presenza dai rischi della crisi
esistenziale di fronte alle manifestazioni del negativo, finché sussiste infatti il bisogno di protezione
il conflitto tra i membri della società non ha luogo. La magia rappresenta quindi la stabilità e al suo
interno sono presenti miti, forze magico rituali, gesti potenti, parole cerimoniali, fascinazioni,
possessioni, fatture e esorcismi e l’operatore/guaritore diventa una figura istituzionalizzata
all’interno della società.

Mircea Eliade nel 1966 dichiarava:


“Tocchiamo ora un problema della massima importanza…cioè la questione della realtà delle
capacità extrasensoriali e dei poteri paranormali attribuiti agli sciamani e agli uomini medicina.
Sebbene la ricerca a proposito sia ancora agli inizi, un numero piuttosto grande di documenti
etnografici ha ormai stabilito l’autenticità di tali fenomeni oltre ogni dubbio”.

Bisogna ammettere che esiste una scarsezza delle rassegne etnografiche riguardante le osservazioni
di apparenti fenomeni paranormali ed è sottolineata da Wolman che cita nel suo testo “L’Universo
della Parapsicologia”: alcuni articoli di Humprey del 1944 e Pobers del 1956, le rassegne
etnografiche più precisate sono quelle di Lang del 1900 e di Vesme del 1931. Tre capitoli di
Oesterreich del 1966 descrivono la possessione e la trance fra i gruppi primitivi e l’autore discute la
loro possibile rilevanza parapsicologica. De Martino e Bozzano hanno pubblicato delle rassegne
estese di resoconti etnografici suggerenti l’operare di un possibile fattore psi. Alcuni interessanti
descrizioni di eventi psichici in Australia di Elkins del 1944, in Africa di Trilles del 1914, in
Giamaica di Williams del 1934, e ad Haiti di Huxley del 1969.

Gli studi di oggi sulle Janare


“La stregoneria non ha discendenza. Essa è antica come la vita”
Emily Dickinson

Lo studioso, giornalista e scrittore Antonio Emanuele Piedimonte le definisce come: “Buone


donne eredi delle fate delle tradizioni nordiche poi tragicamente demonizzate”. Ma perché?
La tradizione popolare successivamente all’arrivo del cristianesimo le ha trasformate in streghe
cattive capaci di entrare nelle case attraverso le porte anche con un lieve spiffero di vento, saltare
sul torace delle persone durante il sonno per soffocarle provocando nel dormiente la forte
sensazione di oppressione sul torace. Provocavano aborti e palpitazioni, spiccavano il volo a cavallo
della scopa e si accoppiavano con i demoni sotto un albero di noce. Insomma sono state trasformate
in tutto ciò che richiama antiche paure occulte del profondo umano.
La gran parte delle credenze delle tradizioni popolari ha legami con il mondo antico.
Il nome di queste streghe cattive in realtà era Megere, nome legato alla mitologia greca.
Megera era una delle tre vendicative Erinni, divinità infernali nate dal sangue di Urano colate sulla
terra dopo l’evirazione da parte di Crono, e note nel mondo latino come Furie. La triade di queste
sorelle aveva il compito di vendicarsi dei delitti contro parenti e genitori e dei reati di sangue.
Sono spesso rappresentate con capelli di serpenti, fruste tra le mani e ali per scatenare appunto le
loro furie. Sono le protettrici dell’ordine morale e incarnano la propensione dell’uomo a vendicare
delitti rimasti impuniti. Aletto – è colei che non lascia mai, Tisifone – è la vendicatrice della morte,
Megera – è l’infida. Megera in particolare era preposta all'invidia, alla gelosia e induceva a
commettere delitti e infedeltà matrimoniale.
Nella cultura popolare si narra che le Megere si recavano nelle stalle a intrecciare le crine dei
cavalli e avevano il potere di tramutarsi in animali. Il popolo sapeva, e sa tutt’ora, che per fermarle
era necessario afferrarle per i capelli per poterle cacciare via.
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Per difendersi si posizionava, e molti lo fanno ancora, una scopa di saggina o un mucchietto di sale
all’ingresso dell’abitazione. La Megera che voleva accedervi si fermava a contare i rametti o i
granelli e spesso perdeva il conto costretta ricominciare d’accapo fino al sorgere del sole, dopodiché
fuggiva. La luce infatti era una nemica mortale.
Ma come agivano le Janare per donare la guarigione a chi la richiedeva? Spesso la loro magia
confina con il culto cattolico, con i sacramenti e la liturgia incrociandosi con la tradizione popolare.
Gli scrittori protestanti fanno riferimenti alla vita religiosa del mezzogiorno di un paganesimo in
atto e di una chiesa cattolica che sarebbe pagana. Ernesto De Martino cita l’opera di Th. Trede sul
paganesimo della chiesa romana, che sarebbe quella più significativa che riflette appunto questo
criterio: la tesi è che la Chiesa non ha vinto il paganesimo greco-romano ma, al contrario, il
paganesimo ha vinto la Chiesa: “nell’otre è rimasto il vino vecchio, solo l’etichetta è cambiata”.
In tutti casi riguardanti la guarigione in cui agivano le Janare il rito ripete, narrando e mimando,
miti esemplari.
Alcuni esempi sono l’eliminazione della ciste sublinguale attraverso una chiave d’argento
accompagnato da uno scongiuro ben preciso. L’argento è un metallo nobile, simbolo di benessere e
capace di proteggere dai demoni e da ciò rappresentava la malattia. Altro caso è l’eliminazione dei
vermi intestinali in cui il gesto della croce che veniva fatto con la mano dall’operatore sulla pancia
del sofferente era accompagnato da uno scongiuro e ripetuto il tutto più volte per neutralizzare il
male. La croce è il più universale tra i simboli elementari e l’unione degli apparenti opposti.

Legami e nodi
“La divinità si compiace del numero dispari”
Virgilio Egloga VIII

Streghe e Janare nei loro rituali utilizzano spesso i nodi e i maggiori studiosi di Tradizione sanno
bene l’importanza che essi svolgono nel rituale.
René Guénon in Simboli della Scienza Sacra scrive a proposito del simbolismo dei nodi:
“Ogni nodo rappresenta il punto in cui agiscono le forze determinanti, la condensazione e la
coesione di un ‘aggregato’ che corrisponde a questo o a quell’altro stato di manifestazione, di
modo che si potrebbe dire che è il nodo a mantenere l’essere nello stato considerato e che il suo
scioglimento provoca la morte immediata a tale stato; d’altronde ciò risulta espresso molto
chiaramente dal termine ‘nodo vitale’. Nel simbolismo della tessitura i punti di incrocio dei fili
dell’ordito e di quelli della trama, da cui è formato l’intero tessuto, hanno anch’essi un
significato simile, dato che questi fili sono in certo qual modo le ‘linee di forza’ che definiscono
la struttura del Cosmo.”
Il nodo rappresenta ciò che fissa l’essere in un determinato stato. La peculiarità del nodo è l’unione
di due elementi e la sua funzione è quella di tenerli insieme. Nodi e intrecci venivano ad esempio
utilizzati per realizzare incantesimi d’amore unendo simbolicamente un uomo e una donna.
Un altro esempio era il nodo che veniva fatto ai pantaloni degli uomini sposati e significava
renderli impotenti.
Nell’antico Egitto il nodo compare come “nodo di Iside”e simbolo di eternità.
Per la realizzazione di nodi, legami, incantesimi, per i lavori di tessitura e altre attività manuali
artigianali l’utilizzo del canto all’interno del rituale è di fondamentale importanza, infatti senza il
canto non si possono realizzare intrecci funzionali.
Il canto rituale fatto di parole e suoni antichi rende armonico il movimento imprimendo nell’azione
e nel materiale lavorato emozioni, energia e molto altro di non visibile.

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Origine del culto

I culti egizi raggiunsero finanche le terre irpine. Anche qui veniva


adorata Iside, la Grande Madre, padrona delle arti magiche e del mondo
ultraterreno. L'imperatore Domiziano fece erigere un tempio in suo
onore a Benevento e all'interno del Museo del Sannio è presente una sala
dedicata esclusivamente a questa Dea. La sua simbologia si sovrappone
a quella Diana e successivamente alle divinità longobarde.
Questi ultimi durante il loro dominio nonostante l’arrivo del
Cristianesimo mantennero vive le tradizioni pagane a lungo, adorando
gli alberi, le divinità femminili legate alla terra, alla fertilità, alla pace e
anche un animale particolare: la vipera a due teste. Il legame con l’Egitto
è evidente anche qui, infatti Iside tra i suoi tanti poteri controllava anche
i serpenti. Una statuina che rappresenta questa Dea, è stata ritrovata nel
1903 dall’archeologo inglese Sir Arthur Evans nella camera
sotterranea del tesoro del santuario centrale del palazzo di Cnosso Statuina rappresentante la Dea
(Isola di Creta) e risalente all’incirca al 1.500 a.C. – 1.600 a.C. Iside, Museo Archeologico di
La figura rappresenta una donna con seno scoperto per indicare Iraklio, Creta.
l’abbondanza e la fertilità connessa ai due animali che l’adornano. Un
chiaro riferimento alla creazione e alla generazione. Le braccia sono aperte, rivolte verso l’esterno e
tra le mani ha due serpenti e sul copricapo ha un gatto, simbolo di amore e di fertilità. Entrambi gli
animali collegano ai culti egizi. A Benevento, in pieno centro, si trovano i due obelischi provenienti
dal grandioso tempio dedicato a Iside fatto erigere dall’Imperatore Domiziano fra l’88 e l’89 d.C. Il
luogo dove sorgeva il tempio non è stato ancora precisamente identificato. Secondo l'egittologo
tedesco Hans Wolfgang Müller nel capoluogo sannita vi era il più grande centro di rinvenimenti
egizi, fuori dall’Egitto. Egli elaborò anche una ricostruzione di come si evolsero nel tempo il culto e
il tempio di Iside. Tali ipotesi sono state poi rivedute ed arricchite da altri studiosi.
Tornando ai Longobardi, nel tempo, iniziarono ad adorare anche divinità maschili d’ispirazione
guerriera come Odino. Nella mitologia nordica infatti una delle due stirpi divine, i Vanir, sono
legati alla terra, alla fecondità e all’accrescimento delle ricchezze.
L’adorazione quindi da parte Janare per gli alberi e tutto ciò che appartenesse alla terra ha una storia
molto antica.

L’Albero di noce

“La scelta tra pensiero magico e pensiero razionale non si è ancora conclusa.”
Ernesto De Martino

Nella cultura popolare l’albero di noce veniva rappresentato come un luogo di incontro tra streghe e
demoni in cui veniva svolto il banchetto accompagnato da riti orgiastici.
Chi aveva assistito a questi riti poteva essere vittima di malocchio e per sfuggirvi doveva utilizzare
come antidoto le erbe di S. Giovanni.
Ma dove era situato questo famoso noce? Tutte le testimonianze scritte fanno riferimento alle rive
del fiume Sabato.
Alcune ricerche e studi effettuati hanno supposto fosse a pochissimi chilometri da Altavilla Irpina,
nello “stretto delle barbe” (strada provinciale 88, ex ss88) che si snoda tra il territorio irpino e
quello del beneventano. La scelta della zona non è casuale, infatti le rive del fiume Sabato erano
ricche di erbe medicamentose che provocavano stati di trance e allucinazioni.

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Il dibattito sul luogo esatto in cui era situato il noce continua tutt’oggi, secondo altre teorie era
situato a Benevento o zone limitrofe, vista l’esistenza della nota formula: ”Unguento, unguento
mandame alla noce di Benevento”; il medico Pietro Piperno (siamo nel ‘600) sostiene che l’albero
sia situato nelle a due miglia dalla città nella proprietà di Francesco De Gennaro.
Ma perché l’albero di noce è così importante? Rappresenta il legame tra la magia e il mondo antico.
In molte favole e leggende svolge il ruolo di contenitore che racchiude beni misteriosi e ha un
profondo significato simbolico perché difende con forza il suo contenuto prezioso.
L’adorazione verso un albero come il noce risale alla cultura druidica e celtica, era la casa delle fate
e delle streghe in cui si rifugiavano in situazioni di pericolo.
I poteri di quest’albero sono sempre stati di fondamentale importanza per le Janare. Alle donne che
desideravano un bambino ad esempio veniva consigliato di recarsi durante la notte di San Giovanni
vicino all’albero del noce e bagnarsi le parti intime con la rugiada presente sull’erba.
Nella zona irpina il culto non si ferma esclusivamente all’albero di noce. A Torella dei Lombardi vi
è un enorme castagno chiamato “il Castagno di Spolecastroleca”. Il nome sarebbe legato alla storia
di una contadina che andando a vendere il latte al paese venne uccisa da briganti di passaggio e per
mantenere segreto il delitto decisero di seppellirla ai piedi del castagno.
Da quel giorno iniziarono a diffondersi racconti su questa storia, nelle notti di Natale si dice che si
possa udire la contadina lamentarsi e cantare insieme a delle streghe che si riuniscono sotto l’albero.

Sotto a l’acqua
Sott’ a lo vient
Sott’ a lo castagno
Re li turrienti…

L’Irpinia ha un vasto repertorio di tradizioni e racconti e per la sua importanza una rete di
ricercatori operò in questo territorio a partire dall’Ottocento cercando racconti mitici, religiosi,
scioglilingua e fiabe. Scoprirono una letteratura orale, distante da quella colta, che conteneva un
deposito enorme di conoscenze locali e storie di vita.

Le Erbe di S. Giovanni

La notte tra il 23 e il 24 giugno è definita la notte di San Giovanni o anche la notte di mezza estate e
rappresenta il giorno magico per eccellenza.
Questo giorno racchiude antiche tradizioni esoteriche, religiose e popolari visto anche il forte
legame con il ravvicinato solstizio estivo del 21 giugno, giorno più lungo dell’anno.
Il termine "solstizio" deriva dal latino "solstitium", parola composta da "sol", cioè "sole", e "sistere"
ovvero "arrestarsi", ed infatti sembra che il Sole si fermi in questa posizione prima di riprendere il
suo cammino discendente, sorgendo e tramontando sempre nello stesso punto sino al 24 giugno,
giorno in cui cade la ricorrenza di San Giovanni.
È l'inizio dell’estate e di un periodo di incredibile fertilità. E’ simbolicamente la vittoria della luce
sulle tenebre invernali. E’ il momento di agire dopo il momento di stasi e di preparazione avuto
durante i mesi freddi.
Questi giorni sono giorni in cui il Sole raggiunge il punto più alto ed è risaputo in tutte le tradizioni
che questa notte tra il 23 e il 24 è la notte in cui le erbe raggiungono il massimo dei loro effetti
fitoterapici. E’ la notte dei prodigi, delle streghe, è la notte in cui l’aria ci regala la sensazione che
tutto può accadere e che tutto può avverarsi. Ecco perché le erbe raccolte durante questa notte
assumono il ruolo di potenti erbe magiche.

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Nell’opera La figlia di Iorio di Gabriele D’Annunzio, Ornella dice ad Aligi:

E domani è Santo Giovanni,


fratel caro: è San Giovanni
Su la Plaia me ne vo’ gire
per vedere il capo mozzo
dentro il Sole all’apparire,
per vedere nel piatto d’oro
tutto il sangue ribollire.

Questo passo si riferisce a un’antica tradizione abruzzese: le ragazze si svegliavano all’alba per
guardare il sorgere del sole e la prima che avesse visto nel disco luminoso e ‘sanguigno’ il volto di
San Giovanni, entro l’anno si sarebbe felicemente sposata.
Durante questa notte veniva prodotta anche un’acqua particolare, l’acqua di San Giovanni o
rugiada degli Dei. Si raccoglievano erbe e fiori e si lasciavano macerare al tramonto fuori casa e
per tutta la notte in modo che la rugiada magica vi si potesse depositare sopra. La mattina
successiva ci si lavava viso e corpo in un rito tramandato da anni con il risultato di preservare il
corpo dalle malattie, curare e rafforzare la pelle, favorire la fecondità e scacciare il malocchio.
Tutte le erbe bagnate dalla rugiada durante la notte di San Giovanni aumentavano il loro potere
medicamentoso, spesso venivano raccolte e legate in un mazzetto con una cordicella o un nastro con
7 nodi (il numero come sempre non è a caso) e posizionate all’ingresso delle abitazioni per
difendersi dal malocchio e dagli incantesimi.
Durante la magica notte è solito raccogliere anche le noci per la tradizionale produzione di nocino
fatto in casa. Il liquore è chiamato ovviamente anche liquore delle streghe.

Eric Neumann nel suo libro La Grande Madre scrive:

“Presso quasi tutti i popoli primitivi è il gruppo femminile che prepara le bevande inebrianti; la
donna anziana depositaria di erbe terapeutiche e veleni vive ancora oggi nella concezione della
realtà della strega erborista e della donna che prepara pozioni velenose”.

- Le erbe di Giugno

Di seguito un elenco delle erbe di giugno accompagnato da un breve estratto con alcune delle
rispettive proprietà. Lo scopo di questo elenco è quello di stimolare chi vorrà ad avvicinarsi e
approfondire l’antica arte erboristica.
Aglio Utilizzato già nell’Antico Egitto è uno dei più potenti battericidi naturali, oltre che
espettorante, antisettico e ipotensivo. Facilita la circolazione e la depurazione del
sangue. E’ utile contro i veleni, i parassiti intestinali.
Secondo la tradizione popolare tiene lontani i vampiri, fattucchiere e anche la follia.
In sanscrito la parola “aglio” significa “uccisore di mostri”.
Artemisia Si narra che fu Artemide a scoprire questa pianta. Plinio nelle sue opere esortava a
portarla con sé nei viaggi contro la fatica.mIl principio attivo dell’artemisinina è
studiato attualmente come potenziale anticancro.
Basilico Il suo nome in greco significa “degno della casa del re”, un chiaro riferimento al suo
gradevole aroma. Ha proprietà antinfiammatorie. Utile in caso di digestione difficile,
alitosi, ansia e emicranie.
Borragine La presenza di mucillagini la rende una pianta dalle proprietà emollienti e
antiflogistiche, oltre che toniche e diuretiche. Agevola l’abbassamento della febbre e
aggiunta all’acqua del bagno decongestiona e pulisce la pelle.
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Dragoncello Ha proprietà antisettiche, anestetiche e digestive. Incrementa l’attività epatica e
renale. Masticare una foglia fresca aiuta a superare eventuali crisi di singhiozzo.
Iperico Chiamato anche scaccia diavoli, veniva considerata un’erba santa.
Cicatrizza piaghe ed è un ottimo rimedio alle ustioni. Nel Medioevo era utilizzato per
curare le ferite da spada. L’olio è utile per massaggi e frizioni contro sciatica, artrite e
reumatismi. Alcuni ricercatori dell’Università di Pisa hanno constatato che il
principio attivo della pianta protegge le cellule del pancreas che producono insulina
dal diabete giovanile e dalle infiammazioni.
Lavanda Il fiore veniva utilizzato per profumare l’acqua, infatti i Romani collocavano i
mazzetti nell’acqua delle terme. L’infuso aggiunto all’acqua del bagno è
antidepressivo e dona aiuto in caso di eccessiva emotività. I fiori contengono
proprietà terapeutiche, antispasmodiche, diuretiche e calmanti.
Maggiorana Ricca di vitamina C, è espettorante e sedativa. L’infuso e la tintura sono un ottimo
rimedio per nervosismo, emicranie, mal di denti, mestruazioni dolorose e catarro.
Malva Ricca di mucillagini, contiene potassio, ossalato di calcio, vitamine e pectina. Ha
funzioni lassative, emollienti e oftalmiche. Utile in caso di irritazioni della bocca,
dello stomaco, dell’intestino e in caso di mestruazioni dolorose.
I lavaggi e gli impacchi vengono utilizzati per occhi infiammati e congiuntivite.
Mandragora Insieme alla belladonna e alla datura stramonium nel medioevo era considerata l’erba
dalle “streghe” perché dotata di potere allucinogeno. Con questa pianta infatti si
realizzavano pozioni di ogni tipo. Ha potere narcotico e sedativo.
Melissa Ricca di olio essenziale, tannini e mucillagini. L’infuso viene utilizzato in caso di
vertigini, per stimolare l’appetito e come rimedio alla stanchezza eccessiva.
E’ uno stimolante cutaneo, per questo viene consigliato di aggiungerla all’acqua del
bagno. L’essenza pura viene ritenuta stupefacente e poco tossica. Ha proprietà
antinervine.
Menta E’ espettorante, carminativa e digestiva. Essiccata e sparsa sul cibo ne agevola la
digestione. L’infuso è adatto per nervosismo, dolori ventrali, mestruazioni irregolari.
Il the alla menta è tonico e rinfrescante.
Noce Il “magico” noce è ricco di vitamine A, PP, e gruppo B, oli e tannini.
L’infuso, lo sciroppo o il vino sono utilizzati per stanchezza, rachitismo e
depurazione dell’organismo. Il succo di mallo è utilizzato contro le verruche.
Gli impacchi e i lavaggi sono utili per la crosta lattea, le irritazioni della pelle e
infiammazione degli occhi.
Origano E’ tonico, stomachico, antisettico ed espettorante. L’infuso o il vino viene utilizzato
per stimolare le funzioni dello stomaco, risolvere mal di testa e raffreddore.
Rosmarino Ha proprietà antisettiche, balsamiche e battericide.
Si bruciava il mazzetto per disinfettare l’aria e allontanare le malattie e le epidemie.
La tintura in risciacqui viene utilizzata per il mal di denti, e frizioni contro i dolori dal
mal di testa. L’infuso unito all’acqua del bagno ha un effetto stimolante (per alcuni
afrodisiaco se mescolato a menta e salvia).
Ruta Il fiore porta con sé il simbolo della croce. Veniva utilizzato infatti per gli esorcismi.
Nella tradizione irpina si posizionava un sacchetto con l’erba sul petto per evitare che
le Megere si avvicinassero. Allontana vipere, insetti e topi perché ha un odore
pungente. Per gli alchimisti aveva il potere di controllare la mente. L’olio utilizzato
in frizioni riduce dolori articolari, nevralgie e crampi.
Va somministrata sotto controllo data la sua tossicità.
Salvia Veniva utilizzata dagli Egizi nelle pratiche di imbalsamazione insieme ad altre erbe.
Ha proprietà antibatteriche, antivirali, antisettiche, astringenti.
Le Janare la utilizzavano contro gli incubi notturni. Utile in caso di laringiti e
raffreddore.
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Timo Balsamico, antisettico, antifungino, stimolante, tonico del sistema nervoso e
digestivo. Ha proprietà antibiotiche. L’infuso può essere utilizzato in lavaggi per
piaghe e piccole ferite e in gargarismi per infiammazioni alla gola. L’infuso viene
utilizzato anche per sciacquare i capelli deboli.
Verbena Il decotto e l’infuso viene utilizzato per nevralgie, insufficienza epatica e per
stimolare la secrezione del latte. Utile in caso di anemia e in caso di accumulo di
acidi urici. E’ considerata l’”erba di tutti i mali”e utilizzata anche per fare auspici
d’amore.

Il Nocino

Con le noci raccolte il giorno di San Giovanni possiamo produrre un ottimo nocino fatto in casa.
Le noci naturalmente vanno raccolte i giorni precedenti a San Giovanni e il nocino prodotto i giorni
immediatamente successivi.
Qui di seguito la ricetta di una Janara a me molto cara e che mi ha gentilmente permesso la
pubblicazione.

Per ogni litro di alcool unire:


- 24 noci tagliate a pezzi
- 2 pezzi di cannella
- 4 chiodi di garofano
- 20 cicchi di caffè
- 2 scorzette di buccia d’arancio
- 1 noce moscata

Il tutto va lasciato in infusione almeno 40 giorni e bisogna agitare di tanto in tanto il tutto.
Quando i giorni di attesa saranno terminati possiamo passare alla preparazione dello sciroppo
facendo sciogliere mezzo chilo di zucchero in mezzo litro di acqua e poi farlo raffreddare.
Il nocino poi va filtrato e versato nello sciroppo intiepidito mescolando bene. Il nocino va travasato
nelle bottiglie e conservate al buio fino a Natale.

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Terra Atlantidea del Mediterraneo

Area archeologica di Tharros, San Giovanni di Sinis, Cabras (Or)

Ci sono buchi in Sardegna che sono case di fate, morti che sono colpe di donne vampiro, fumi sacri
che curano i cattivi sogni e acque segrete dove la luna specchiandosi rivela il futuro e i suoi
inganni. C’è una Sardegna come questa, o davanti ai camini si racconta che ci sia, che poi è la
stessa cosa, perché in una terra dove il silenzio è ancora il dialetto più parlato, le parole sono
luoghi più dei luoghi stessi, e generano mondi. Qui esiste tutto ciò che viene raccontato, e quello
che viene taciuto esiste perché un giorno qualcuno lo racconterà.”
Michela Murgia

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Ho avuto la fortuna, qualche anno fa, di fare il mio
primo viaggio in Sardegna per visitare luoghi lontani
dal circuito turistico. In realtà fui quasi convinta a
partire, la mia attenzione in quel momento era
dedicata alla storia e al simbolismo dei paesi nordici.
Catapultata in questa avventura, affrontai il viaggio
lasciando le porte aperte della mia mente senza
aspettarmi nulla cercando di documentarmi al meglio
sulla loro storia.
Talismani e amuleti. Foto scattata presso Museo Non si è mai pronti psicologicamente a partire per
Nazionale Archeologico ed etnografico G. A. Sanna quei luoghi che non si erano presi in considerazione,
di Sassari
c’è una sorta di resistenza e di attrito dovuti a strani
motivi dettati dalla logica. Puntualmente arriva il
momento in cui quel luogo che avevi scartato, volutamente o inconsciamente, ti chiama e per un
qualche strano motivo e per ironia del destino l’incontro avverrà nel momento meno atteso.
Dopo qualche giorno sul posto la nostra logica ammette che il luogo non è poi così male, che forse
si può trovare qualcosa di interessante. Una logica fin troppo frenante.
Se sappiamo ascoltare e vedere bene dall’alto le geometrie degli eventi questi posti in cui ci
ritroviamo “per caso” ci regalano la sensazione di essere collegati con un filo invisibile a una
persona, a un quadro, una chiesa antica, a un reperto archeologico del posto, una danza, una
sensazione che proveremo o vedremo. Riscoperto il legame la sensazione che la logica sia
abbastanza limitata per l’espansione delle nostre emozioni è ovvia.
Se si affrontano certi viaggi con gioia, rispetto e un pizzico di ingenuità la terra ospitante
ricompensa il viaggiatore mostrandosi in tutta la sua potenza regalando esperienze particolari.
Nei giorni in Sardegna ho avuto la sensazione di essere presa per mano da questa terra e portata in
giro a visitare luoghi particolari in un itinerario a volte sconosciuto. Posti impervi, scoscesi, nascosti
e altri che sembravano irraggiungibili perché situati nella Barbagia più profonda ma tutti mi hanno
regalato un legame con la mia terra.
Ogni luogo è stato capace di farmi sentire a casa, ho imparato dalla gente la sensazione di sentirsi
un popolo con la responsabilità di difendere l’antica storia, spesso tenuta nascosta dalle sabbie del
tempo e da chi non può comprendere.
I posti visitati sono stati molti, alcuni dalle geometrie
perfette che l’attuale umana ingegneria non sarebbe
capace di riprodurre e far durare nel tempo, altri dal
sentore del rito e della Tradizione profondi.
In tutti questi luoghi mi sono avvicinata bussando e
senza far rumore, come mi è stato insegnato, e
l’accoglienza è stata evidente persino alla persona
più scettica. Inizialmente pensare a me come
un’irpina in terra sarda potrebbe essere quasi buffo e
invece studiando questa terra mi ha regalato delle
sorprese. Ho ritrovato delle analogie profonde con la
mia terra, infatti tra le molte testimonianze di architettura preistorica della antica Ichnusa vi sono le
Domus De Janas (in foto Domus De Janas nei dintorni di Sassari), che in italiano è stato tradotto in
“Casa delle Fate”.
Quando ho sentito il suono di questo nome per la prima volta è stato naturale collegarlo alle
conterranee Janare, già solo per la radice del nome in comune.
Le Janas sono creature della tradizione popolare sarda, sono fate, per metà umane e per metà divine.
Divine perché sacro e grande è il loro sapere. Erano inoltre esperte nell’uso di erbe e unguenti per
guarire e raggiungere stati alterati di coscienza. La radice del nome Janas richiama anche qui Giano,
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il dio bifronte, guardiano dei viventi e dell’aldilà, ma è possibile anche la corrispondenza con la
parola Gianna che in sardo vuol dire “porta”, perché le Janas sono aperture che connettono a più
mondi.
L’aspetto minuto di queste grandi donne le permetteva di vivere negli alloggi costruiti nelle rocce,
le Domus, appunto. Possedevano un rigore geometrico nella tessitura di stoffe e tappeti, e un
utilizzo esperto di nodi e nastri.

Gino Bottiglioni nel suo testo Leggende e tradizioni di Sardegna scrive:

“Le Gianas vivevano non molto lontano da Aritzo in certe buche in mezzo a certe rocce. Esse erano
alte non più di 25 cm di statura. Misera era la vita che queste passavano, poiché erano timide
molto e vestivano di pelli crude e fuggivano da uomini alti, mangiavano frutta selvatica e carne
cruda certe volte, quando le inseguivano, si facevano la tana in mezzo al bosco e in luoghi selvatici,
per non essere viste.”

In alcuni paesi si crede che avevano anche il dono della profezia e determinavano il destino degli
uomini.
E ancora, sempre citando Bottiglioni, nella leggenda di Nuragus si dice che le gianas uscivano solo
di notte per timore che il sole le annerisse; alcuni pastori intervistati affermavano che le fate nane
uscivano dalle loro buche soltanto dopo la mezzanotte, cucivano e ricamavano.
L’origine di queste costruzioni pare risalga secondo gli storici a più di 5000 anni fa e in tutto il
territorio sardo esistono circa duemila Domus de Janas.
Attualmente sono designate negli itinerari turistici come caverne funerarie e alcune sono
posizionate una accanto all’altra a formare una necropoli. Seguendo particolari riti, il defunto
veniva trasferito dalla sua casa alle Domus e pitturato con l’ocra rossa, colore simile al sangue, per
donare una continuità eterna del suo essere.
Tutte queste aree sepolcrali un tempo erano luoghi magici e sacri abitati dalle Janas ma dopo
l’avvento del Cristianesimo si ritirarono in luoghi isolati e sperduti.
Verranno poi descritte nei racconti popolari come donne orrende e mostruose che popolavano le
rocce. Anche qui altro punto in comune con le donne Janare irpine.
La memoria delle Janas tra i sardi è sempre viva e li collega con la loro più antica tradizione, infatti
queste donne vengono definite come Donne guaritrici, creative, abili tessitrici e regine dei segreti
del mare.
Presenti nella cultura popolare anche i miti legati alle streghe, le cogas e le strias, che testimoniano
il passato sciamanico di questa terra. Per proteggere l’entrata della propria casa da questi esseri era
necessario posizionare una scopa di saggina o un rastrello rovesciato. La strega attratta dai fili di
paglia o dai denti metallici, e incapace di contare oltre il numero sette, avrebbe trascorso la notte
perdendo il conto e ricominciando fino al sorgere dell’alba che l’avrebbe uccisa se non fosse
fuggita. Ma oltre alla celebre figura “sa femina accabadora” è presente anche “sa pratica” la
donna medico e sacerdote allo stesso tempo che conosce i misteri e segreti della natura, guaritrice,
sciamana e soprattutto chiamata per guarire la persona in preda a una particolare forma di
tarantismo sardo.

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Janas moderne

«Il mio sogno è che all’ingresso di ogni museo e scuola possa esserci la scritta ‘non importa se non
capisci, segui il ritmo’»
Maria Lai

A Sant’Antioco, a sud-est della regione, ho avuto il piacere di


conoscere l’unica maestra di bisso al mondo, Chiara Vigo.
Una donna dallo sguardo magnetico capace di scrutarti dentro
in ogni angolo più nascosto dell’anima.
Grazie alla sua arte, tramandata oralmente da generazioni
dalla sua famiglia, sopravvive l’arte di tessere il bisso, una
fibra ricavata dalla Pinna Nobilis, un animale attualmente
protetto.
Il bisso è chiamato anche la seta del mare ed è il frutto di una
complessa lavorazione rituale che associa ai gesti le preghiere,
i canti e le formule segrete tramandate da madre in figlia
Chiara Vigo, Maestra di Bisso attraverso il giuramento dell’acqua che ne vieta la vendita
assoluta.
Il bisso infatti non è di chi lo lavora, resta del mare e lo si utilizza come mezzo per unire le persone.
Non si vende e non si compra, quando viene terminata un’opera viene donata a uno dei musei della
terra perché sia patrimonio di tutti.
Questa seta è antichissima e indossata fin dai tempi dei faraoni.
La Maestra all’inizio di ogni suo lavoro ringrazia il mare, tesse a memoria tutte le trame dei disegni
con le sue unghie ed è custode di saperi antichi che grazie alla tradizione orale hanno percorso
secoli.
Sulla porta del suo museo un cartello molto chiaro “LA
FRETTA NON ABITA QUA”. Attualmente il museo è
stato trasferito in un altro luogo a causa dello sfratto da
parte del Comune. Accade soprattutto in Italia che la vera
arte venga sottovalutata e che secondo alcuni tutti possano
avervi accesso, anche da persone non preparate o
interessate solamente allo sfruttamento commerciale,
cancellando così il messaggio che l’Arte porta in sé.
Un Maestro ha la funzione di conservare quello che era,
quello che è e quello che sarà e anche per questo motivo i veri Maestri vanno difesi e supportati.
Chiara Vigo è uno dei personaggi del territorio sardo che potrebbe essere definito come una Janas
moderna. Tramanda e fa conoscere con onore, rispetto, fermezza e riguardo particolare ai bambini,
a cui stiamo lasciando un mondo sull’orlo del baratro.
Per chi vuole approfondire ecco un breve estratto della sua arte “L’Anima dell’Acqua”
https://www.youtube.com/watch?v=P_hgNP43uIw

Altro personaggio affascinante che ho potuto studiare è Maria Lai, artista e donna di grande
intelligenza.
Per comprendere a pieno la magia e la forza di questa donna trascrivo alcune parti dell’articolo di
Arianna Di Genova pubblicato sul Manifesto “I fili scuciti del Mondo”:

“Da bambina, Maria Lai aveva imparato a camminare sospesa nel vuoto insieme a un gruppo di
zingari acrobati che si erano fermati nel paese dove viveva per lunghi periodi con gli zii. Solitaria,
non frequentava le elementari, passava i pomeriggi a disegnare col carbone.

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Fino al giorno in cui arrivarono i gitani. Le piaceva molto volteggiare guardando il cielo terso
della sua terra, tanto che quando i giocolieri decisero di partire, lei si unì a loro, accucciandosi
dentro il carrozzone che andava via. Fu quella solo la prima delle sue fughe: nel corso della vita ne
seguirono molte altre perché, diceva, bisogna sempre mantenere la giusta distanza dagli altri per
rimanere se stessi («niente mi avrebbe distolto dal mio pozzo»).”

E ancora, a proposito di nodi e legami:

“Maria Lai, chiamata per disegnare un monumento ai caduti, rifiutò la commissione pubblica e
propose invece la sua azione: un nastro (26 chilometri di stoffa di jeans) avrebbe legato le case e i
loro abitanti uno a uno fino ad arrivare alla montagna. Per realizzare l’impresa, bisognava parlare
con le persone e convincerle a superare antichissimi rancori, inimicizie radicate negli anni. Lei ci
riuscì, inventando un linguaggio del nastro: sarebbe passato dritto dove le famiglie non si
parlavano, annodato dove vi fosse condivisione di affetti, con un pane da festa appeso se vi fosse
amore. Nessuno, affacciandosi fra quelle rocce sarde, lassù, dimenticò più quella giornata speciale
che finì con balli e canti a notte fonda, venne filmata da Tonino Casula e rimase impressa nella
pellicola di Piero Berengo Gardin.”
Merita di essere visto il video performance di Maria Lai “Legare–Collegare” del 1981, ecco il
riferimento al link: https://www.youtube.com/watch?v=0rVoN64Fz-o

Riguardo alle Janas Maria Lai affermava: “Le Janas sono porte, le fate ci portano un po’ di
universo perché non ci sfugga”.
Mi auguro che l’antica Ichnusa sia difesa come merita. Questo popolo ha in sé una forte identità e la
si percepisce ascoltando la storia di ogni abitante che si incontra lungo il cammino. Nei loro occhi
c’è l’energia della storia, del rito e della tradizione che non può essere scritta ma deve essere sentita
e vissuta, insieme a loro.

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Pensieri sulla tradizione e conclusioni

“La nostra essenza profonda è ben differente da quello che crediamo che sia.”
Gipsy Eagle

Le Janare e le Janas non sono streghe cattive ma portatrici sane delle nostre tradizioni, sono coloro
che attraverso la loro arte reinterpretano il tutto, a volte anche in modo istintivo e intuitivo, e lo
offrono al popolo, spesso in maniera libera e gratuita o richiedendo al massimo una donazione
volontaria del bisognoso. Sono coloro che non pretendono ma sono concentrate esclusivamente
sulla loro arte, la guarigione, la danza, la lavorazione del tessuto e tutto che può essere utile
all’uomo per migliorarsi. I loro gesti sono il mezzo per tramandare antiche conoscenze.
Reinterpretano simboli, codici, movimenti e lo fanno in maniera onesta mantenendo saldo il loro
cordone ombelicale con il passato e il volto proiettato al futuro, proprio come Giano.
Nonostante i fatti demotivanti della vita moderna, dalla burocrazia ai personaggi gelosi che
vorrebbero rubare metodi e tecniche per appropriarsene solo per vanità o denaro, loro vanno avanti
senza farsi corrompere, seguono una linea ben precisa che pochi riescono a riconoscere, perché
sana.

Perché questo articolo? Perché sono la pronipote di una Janara che ha guarito e aiutato tante
persone, soprattutto bambini ed è giusto che contribuisca a portare chiarezza alla storia di tutte
queste donne che sentivano lo scopo di aiutare, senza sentire la necessità di ricevere nulla in
cambio.
Operatrici del benessere attraverso la natura e le potenzialità dell’essere umano per migliorare le
condizioni di vita di chi si rivolgeva loro.
Sentivano e sentono un legame forte con l’invisibile e la Madre terra e la necessità di proteggere i
segreti della loro arcaica tradizione.
I gesti ancestrali, ripetitivi ed ipnotici, richiamano la potenza nascosta di ciò che è energia reale che
unisce gli esseri umani oltre l’apparente visibile.
Queste donne tramandano e scrivono la storia delle nostre terre e sono fugaci come il vento.
La Campania ha dei territori profondi e nascosti e a volte che credo questi luoghi siano stati creati
proprio per mantenere vivi e difendere i saperi e i rituali della tradizione orale antica dalla
confusione e dai ritmi frenetici di perdizione delle grandi città. Il messaggio dell’arte deve restare
puro, inalterato e tutelato, infatti è arroccato sulle montagne.
E’ necessario che certi segreti vengano difesi.
Si chiudono naturalmente le porte per proteggere i segreti dalla confusione in nome di un
giuramento.
Quasi due anni fa decisi di scrivere un articolo dedicato alla mia terra e alle sue abitanti. E’ passato
molto tempo prima che potessi sedermi e compilare questo lavoro. Sono stati due anni intensi di
letture e approfondimenti sui maggiori autori che hanno trattato l’argomento e agli studi dei
fenomeni a esso correlati. Non ho potuto inserire tutto. Continuerò ad approfondire l’argomento, per
cui se tra chi mi leggerà ci sono autori e scrittori saggi in materia vi invito a segnalarmi eventuali
studi e riferimenti importanti a riguardo in modo da arricchire questo documento.
Dedico questo scritto alla mia bisnonna e alla mia nonna materna, ringraziandole per avermi
accudita e cresciuta con storie, canti, leggende e ricette per un approccio sano alla vita e a me
stessa.
Ringrazio la mia terra, dura e silente. La mia più grande maestra.

Marisa Menna

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Bibliografia:

Calendario lunare delle semine e dei lavori, Giunti Editore;


Dallo sciamano al raver, Georges Lapassade, Edizioni Urra;
Erbe che curano, Giunti Editore;
Fiabe e racconti d’Irpinia, La Ginestra, Avellino 1995;
Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità della Campania, Claudio Corvino,
Edizioni Newton & Compton;
I guaritori di campagna, Paola Giovetti, Edizioni Mediterranee;
Il Ramo d’oro, James G.Frazer, Bollati Boringhieri;
Il Vangelo delle streghe, Charles Godfrey Leland;
Ischia Esoterica, Ugo Vuoso, Edizioni il Tirso;
L’Universo della Parapsicologia, Benjamin B. Wolman, Armenia Editore;
La Grande Madre, di Eric Neumann, Edizioni Astrolabio;
Leggende e tradizioni in Sardegna, Gino Bottiglioni, Edizioni Ilisso;
Nella terra delle Janare, Antonio Emanuele Piedimonte, Edizioni Intra Moenia;
Poesie esoteriche, Fernando Pessoa, Guanda, Parma 2000;
Psichedelia. Un ponte verso l’infinità, Gipsy Eagle, Venexia Editrice;
Simboli, Garzanti Editore;
Simboli della Scienza sacra, René Guenon, Gli Adelphi;
Storia della Magia, Eliphas Levi, Edizioni Atanòr;
Storie Irpine, Claudio Corvino, Franco Muzzio Editore;
Sud e Magia, Ernesto De Martino, Feltrinelli Editore.

Sitografia:

www.sardegna.com
www.donnasarda.it
http://www.ottopagine.it/av/cultura/81087/le-streghe-in-irpinia-ecco-riti-luoghi-e-ricette-
magiche.shtml
https://ilmanifesto.it/i-fili-scuciti-del-mondo/

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