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Erbe delle Streghe nel Medioevo;

Farmacopea delle Streghe;


celidonia

Caratteristiche:

Pianta erbacea perenne con rizoma ramificato lungo circa 10 cm con fusto bruno rossiccio,
l’interno è giallo, il fusto è eretto, ramificato con nodi ingrossati e provvisto di peli. La pianta
contiene un lattice ad azione caustica. Le foglie sono alterne con 2-5 paia di foglioline di color
verde cinereo, mentre la superficie inferiore è più chiara. I fiori opposti alle foglie sono riuniti in
ombrelli e sono di un bel giallo oro. Il frutto è una capsula allungata di circa 5 cm che contiene
semi ovoidali neri lucenti, punteggiati di chiaro e con un ingrossamento carnoso bianco, la pianta è
velenosa.

Habitat:

Cresce comunemente nei ruderi, lungo le strade, nei terreni incolti e ombrosi.

Proprietà:

Il lattice che sgorga dalla pianta fresca spezzata è caustico sulla pelle e viene comunemente
impiegato per la cura di porri e vesciche, è chiamata anche erba dei porri.

Storia, mito, leggenda e magia:

Anticamente si credeva che, i rondinini tardassero ad aprire gli occhi e che la loro madre
raccogliesse un erba speciale che mangiata a poco a poco, aiutasse i rondinini a vedere. La
celidonia, in greco chelidon, che significa rondine. Così scriveva Plinio il Vecchio: “con questa erba
le rondini curano gli occhi dei loro piccoli e restituiscono loro la vista anche se gli occhi gli sono
stati cavati”. Si era diffusa una credenza popolare secondo la quale la rondine, prima di
allontanarsi dal nido accecava i piccoli che volessero uscirne e al ritorno rendeva loro la vista
grazie a questa erba miracolosa.

Per gli alchimisti del Medio Evo era un ingrediente indispensabile per la fabbricazione della pietra
filosofale, la chiamavano il dono del cielo (coeli donum), perchè ritenuta dotata di poteri
soprannaturali fa parte delle erbe magiche di S. Giovanni con la quale si preparavano talismani,
oli e il sale per essere usati nei riti magici nelle notti di luna piena. Messa sotto lo zerbino
allontana per sempre i falsi amici e gli invidiosi. Si crede anche che una goccia del suo latte
lasciata cadere in un dente cariato calmi il dolore, in Friuli è chiamata erba di S. Apollonia la
santa che protegge dal mal di denti. In passato si riteneva potesse curare gli occhi. Aiutasse la bile
e le occlusioni di fegato e milza, curasse il cancro, le fistole e le piaghe ulcerose. Alcuni poeti hanno
cantato e celebrato la bellezza e la delicatezza di questa pianta, Ezra Pound scrive: “… volò da
questo monte il seme – e ogni pianta è piena di seme sinchè – la donnola mastica la ruta – e la
rondine la celidonia…”

William Wordswort scrive: “… c’è un fiore, la minuscola celidonia che si ripiega su se stessa –
come molti altri per il freddo e per la pioggia – e al primo raggio di sole – brilla come lo stesso sole,
si riapre, torna fuori – di nuovo si rianima.

Aconito, tra storia e leggende

L’aconito è noto sin dall’antichità per la sua velenosità. L’aspetto particolare dei fiori associato
alla tossicità della pianta ha dato spunto a miti e leggende che da sempre lo indicano come il fiore
della vendetta e dell’amore colpevole. Il potente veleno, contenuto in maggior quantità nelle
radici, era già noto ed usato dalle antiche popolazioni Cinesi e Indiane. Altrettanto facevano in
tutta Asia, Europa e Nord America. Galli e Germani estraevano il succo dalla pianta intera
mentre in India venivano usate solo le radici.

Il succo della pianta serviva ad intingere e rendere mortali frecce, lance, spade e pugnali per
affrontare le battaglie con i nemici.
Nell'antica Grecia era usato come veleno giudiziario.

La Mitologia

La fama di questa pianta, considerata malvagia e tossica, è tale da essere citata anche nella
mitologia greca e latina.

Ovidio narra che il custode degli inferi Cerbero, cane a tre teste di Ecate, regina dell’Ade, portasse
nella bava i semi di aconito. Quando Eracle (o Ercole, nome latino), durante la sua dodicesima
fatica, rapì la bestia dall’inferno per portarla sulla Terra, la rabbia del cane era tale che la saliva
sbavata, al contatto con il suolo, si trasformava in aconito. Fu in questo modo che la pianta,
tipica degli Inferi, arrivò sulla Terra.
Perciò l’aconito sarebbe una delle piante che Medea, capostipite delle streghe occidentali, avrebbe
portato con sé dalla Scizia, dove era germogliata dalla bava di Cerbero, trasformato in
costellazione, ricaduta dal cielo sulle pietre.

In realtà “akonè” in greco significa “pietra”, ed è presumibile che il suo nome dipenda dalla
caratteristica della pianta di crescere su suoli rocciosi.

Un altro mito greco racconta che la vittima più illustre del veleno dell’aconito fu il centauro
Chirone, padre della medicina: venne raggiunto da una freccia avvelenata lanciata da Eracle
durante la sua quarta fatica, il dardo si conficcò nel ginocchio del Centauro e nessun rimedio potè
alleviare l’angoscia e il dolore, tanto che, essendo immortale, pregò Zeus di farlo morire. Nove
giorni dopo la sua morte, Zeus pose la sua immagine nel cielo come costellazione del Centauro.

Secondo un altro mito l’aconito sarebbe nato dal sangue di Prometeo:


Prometeo plasmò gli uomini e donò loro il fuoco di nascosto da Zeus, che quando se ne accorse
ordinò a Efesto di inchiodare Prometeo al monte Caucaso, montagna della Scizia. Così Prometeo
rimase immobilizzato per molti anni e ogni giorno un’aquila volava sopra di lui e gli rodeva il
fegato, che ricresceva durante la notte. Dal sangue fuoriuscito dal fegato di Prometeo si sviluppò
l’aconito, simbolo del rimorso.

Il Medioevo

La forma ad elmo del fiore ha ispirato credenze e superstizioni in tutta Europa.


Simbolo del cavaliere errante nella mitologia nordica, rappresentava l’Elmo di Odino, il più
valoroso guerriero teutonico nella tradizione norvegese. Tale speciale copricapo conferiva a
chiunque lo indossasse il potere magico di rendersi invisibile agli uomini. Tale effetto si otteneva
anche portando un ramo di aconito sul corpo.

La religione cristiana lo ritiene il cappuccio dei monaci mentre in Francia è popolarmente detto
Carro di Venere perché l’apparato riproduttivo assomiglia a quello femminile. Soprannominato
Elmo di Giove in Italia, Elmo di Troll in Danimarca, Cappello di Ferro in Inghilterra. A causa
della sua velenosità, il nome più appropriato è forse quello tedesco di Erba del Diavolo.

I contadini lo hanno soprannominato “strozzalupo”, come già osservava Dioscoride: in passato si


gettavano intorno agli ovili alcuni brandelli di carne mescolata con radici di aconito così i lupi e
gli altri predatori, mangiando la carne, morivano avvelenati.

Oltre a rendere invisibili, quest’erba “magica” aveva anche altre proprietà: si dice che riponendo
qualche fiore di aconito in un sacchetto sotto il cuscino, verrà stimolata l'intelligenza e la
saggezza di chi avrà la fortuna di dormirci.

Era usato nel Medioevo da maghi e streghe per compiere i loro malefici: i maghi si mettevano
intorno al collo una pelle di serpente in cui avevano introdotto segatura di radici di aconito per
diventare immediatamente invisibili.

Dai verbali dei processi di stregoneria, risulta impiegato dalle presunte streghe per la preparazione
di filtri e unguenti di cui si sarebbero cosparse per rendersi invisibili e volare ai Sabba cioè alle loro
“riunioni” con il diavolo: le streghe si spogliavano e si cospargevano il corpo con gli unguenti
magici, poi, a cavallo di una scopa, una panca, uno sgabello o un animale, anch’essi cosparsi di
unguento, uscivano dalla porta o dal camino e volavano al Sabba dove incontravano le altre
streghe.

Questo volo immaginario era provocato dalle preparazioni erboristiche che le streghe usavano,
infatti l’unguento delle streghe conteneva numerose droghe vegetali provenienti da: Solanaceae, in
particolare Atropa belladonna, Datura stramonium, Hyoscyamus niger, Mandragora officinalis,
ricche di alcaloidi tropanici come atropina, iosciamina e scopolamina con effetti allucinogeni.
Inoltre venivano aggiunti l’aconito (Aconitum sp.), il colchico (Colchicum autumnalis) e numerose
altre specie vegetali.

Tutte queste piante provocano allucinazioni e offuscamento dei sensi, seguiti da sonno popolato
da incubi così, quando cessa l’effetto delle droghe vegetali, rimane una forte confusione mentale
con la tendenza a colmare i vuoti di memoria con racconti di fantasia. Ecco perché le “streghe” si
convincevano di aver incontrato il diavolo e aver volato su una scopa.

Sempre allo scopo di volare, l’aconito sarebbe stato usato dai tempestari che ne estraevano l’olio
con cui si spalmavano il corpo per salire sopra le nubi e scatenare grandinate e nubifragi sulle
persone che li avevano contrariati. Per tutti questi motivi, l’aconito ispirò il simbolo della
vendetta e del maleficio.

L’erba del diavolo

Il soprannome che più si addice all’aconito è quello di “erba del diavolo”. E’ infatti una pianta
tanto bella quanto velenosa, anzi, contiene uno dei veleni più potenti che si conoscano, che può
essere assorbito anche direttamente attraverso la pelle tenendo ad esempio un mazzo di aconito in
mano. Questa pianta contiene vari alcaloidi, il più importante è l’aconitina, tali sostanze agiscono
sul sistema nervoso determinando la morte per paralisi cardiaca o respiratoria.

Plinio il Vecchio scriveva che l’aconito poteva essere usato anche come farmaco, come insegnavano
gli antenati secondo i quali “non esiste nessun male da cui non derivi qualcosa di buono: ha la
caratteristica di provocare la morte dell’uomo se non trova qualcosa da distruggere all’interno
dell’uomo stesso. Allora combatte con questa sola cosa, come sentendosi più forte di ciò che ha
trovato ed è incredibile come i due veleni, i quali pure da soli sono entrambi mortali, si annientino
reciprocamente all’interno dell’uomo, col risultato che l’uomo sopravvive.”

Questa credenza, riferita anche dagli studiosi del Cinquecento, tra cui Castore Durante,
sopravvisse fino a qualche secolo fa causando, com’è facile immaginare, molte vittime.
Oltre ad essere considerato un rimedio, il succo estratto dall’aconito veniva anche usato per
avvelenamenti.

Solo verso la fine del 1700 l’aconito fu introdotto come analgesico nella medicina scientifica per
utilizzarne le cime fiorite e le foglie fresche o essiccate.

Oggi si usano soprattutto le radici tuberose, la cui produzione spontanea è sufficiente per il
consumo.
La somministrazione terapeutica provoca rallentamento dei battiti cardiaci e del ritmo
respiratorio, oltre a diminuzione della pressione arteriosa. L’uso terapeutico è oggi limitato: in
omeopatia lo si prescrive per curare le malattie da raffreddamento, i disturbi cardiaci e le
nevralgie.

Belladonna

Il nome scientifico di questa specie è Atropa belladonna. Il primo ricorda Atropo, la più temuta
delle Parche, quella che aveva il compito di tagliare il filo della vita.

Il riferimento alla spiccata velenosità è lampante. Il secondo, da cui il nome italiano, è dovuto al
suo uso in cosmesi, da parte delle dame di corte del ‘700, che la impiegavano in alcuni prodotti di
bellezza.

L’azione della Belladonna è rilassante e spasmolitica. I medici del passato la indicavano come
Solanum somniferum.

In dosi molto limitate la Belladonna viene ancora usata come preanestetico e antidolorifico.

Un suo componente, l’atropina, è impiegato per dilatare la pupilla.


Cicuta
(Pianta Velenosa da non usare)*

Importante: i preparati galenici di questa monografia, sono riportati esclusivamente a titolo


didattico o conoscitivo, poichè trattandosi di pianta molto velenosa, i suoi preparati sono di
esclusiva competenza del farmacista (Adriano Sonnini)

Conium maculatum L. Nomi volgari: Cicuta, Cicuta maggiore. — È una pianta erbacea, biennale,
con radice fusiforme fibrosa, carnosa di colore bianco. Il fusto eretto, cilindrico, fistoloso, striato,
ramoso, è alto 1-2 metri e chiazzato di macchie rosso-vinose. Le foglie inferiori, molto grandi,
hanno il picciolo lungo, fistoloso con guaina striata a margine membranacea: sono ripetutamente
pennate e suddivise in un gran numero di foglioline a bordi dentati, superiormente di colore verde
cupo e lucenti, più chiare nella parte inferiore. Le foglie superiori hanno il picciolo ridotto alla sola
guaina.

I fiori piccoli, di colore bianco sono raccolti in ombrelle composte di 10-20 raggi, con brattee
involucrali lanceolate-lineari, acuminate e reflesse. Il frutto è ovoide, si divide a maturità in due
acheni, muniti di 5 cestole prominenti, ondulate-crenate. Tutta la pianta, specialmente se
stropicciata emana un odore viroso, sgradevole.

HABITAT — Cresce nei luoghi erbosi e umidi, dal mare alla zona submontana in tutta la
penisola e le isole. Fiorisce in giugno-luglio.

CENNI STORICI — Le proprietà tossiche e medicamentose della Cicuta sono conosciute fin dai
tempi più antichi. Era impiegata come narcotica, antispasmodica, antitetanica, contro i dolori
cancerosi, come antirabbico. Gli Ippocratici la usavano sia per via esterna che per via interna. I
Greci preparavano con i frutti immaturi il veleno da somministrare ai condannati a morte.

I sintomi di questo avvelenamento sono descritti magistralmente da Platone nel Fedone (morte di
Socrate). Durante il Medio Evo si indicavano con lo stesso nome e si confondevano la Cicuta
maggiore e la Cicuta vi- rosa. I grandi botanici del secolo xvi come Mat- tioli, Bock De l'Ecluse,
Bauhim, distinguevano bene le due specie e attribuivano il nome di Cicuta al Conium maculatum.
Mattioli ha fatto interessanti osservazioni su avvelenamenti dovuti a questa specie, visti e curati
personalmente da lui.

PRINCIPI ATTIVI — Tutta la pianta è fortemente tossica. In medicina si usano le foglie ed i


frutti. Contiene 5 alcaloidi: la coniina, la conidrina, la pseudoconidrina, la metilconicina e la
coniceina. La coniina è l'alcaloide più attivo, svolge un'azione curarica paralizzando le
terminazioni dei nervi motori, e successivamente i centri midollari. L'azione esercitata dagli altri 4
alcaloidi non è ancora ben conosciuta. Le foglie contengono inoltre esperidina. carotina, un olio
essenziale, potassio e magnesio, i frutti contengono acido acetico, malico, caffeico. amido, resine,
sostanze peptiche ed un olio essenziale differente da quello delle foglie.

AZIONI FARMACOLOGICHE — Le proprietà calmanti della Cicuta erano considerate utili in


moltissime malattie. È stata consigliata nelle nevralgie, tetano. epilessia, tosse canina, corea,
asma, tossi convulsive. spermatorrea, ninfomania e per calmare i dolori del cancro. Per via esterna,
sotto forma di cata- plasmi, di empiastri o pomate; era prescritta contro i tumori del seno, le
ulcerazioni fungose, le adeniti cervicali, l'impetigo, l'erisipela, le ulceri sifilitiche, ecc.

MODI D'IMPIEGO — È una droga da usare con la massima cautela per la sua tossicità. La
tintura si consigliava alla dose di 10-40 gocce e l'alcolaturo di 0,05-0,30 g. Per via esterna si
applicano cataplasmi di foglie fresche contuse o la pomata preparata con 5 g di estratto e 60 g di
sugna.

NOTA — Un'altra ombrellifera velenosa, che s medici del Medio Evo confondevano con la Cicuta
maggiore è la Cicuta virosa L. chiamata volgarmente Cicuta acquatica o Cicuta minore, pianta
acquatica con il fusto cilindrico cavo, non pruinoso come quello della Cicuta maggiore, alto 0.50-
1,50 m. Le parti aeree hanno odore e sapore simile a quello del sedano e del prezzemolo. Le foglie
sono grandi con un lungo picciolo tubolare divise in foglioline lanceolate, dentate, mucronate. II
rizoma grosso, fusiforme è cavo e diviso in vane concamerazioni; geme al taglio un latice
giallastro, acre. Il suo avvelenamento differisce da quello della Cicuta maggiore perché comincia
con crisi epilettoidi e tetaniche.

È una pianta piuttosto rara. cresce nei luoghi acquitrinosi, nelle risaie della Lomellina, nel lago di
Alserio, nel Mantovano ecc. Anche l'Aethusa cynapium L., chiamata volgarmente Cicuta aglina o
Erba aglina, pianta erbacea annua. fetida, con fusto alto 20-60 cm striato rossiccio. con foglie
molli, bi-tripennatosette a segmenti ovali lanceolati, incisi in lobi lanceolati-lineari, con fiori
bianchi raccolti in ombrelle di 5-12 raggi, gode fama di pianta velenosa. La sua tossicità è
alquanto dubbia e non ancora bene dimostrata.

Giusquiamo Nero

Nome scientifico: Hyoscyamus niger L..


Sinonimi: Hyoscyamus pallidus Waldst. & Kit. ex Willd.; Hyoscyamus auriculatus Ten.;
Hyoscyamus bohemicus F.W.Schmidt.
Nome comune: (IN VARIE LINGUE E/O DIALETTI): Giusquiamo nero, Henbane (eng),
Jusquiame noire(fr), Black Henbane (USA), Chupa mieles (esp), Schwarzes Bilsenkraut (deu)..

Famiglia:

Solanaceae
Descrizione Botanica: Pianta erbacea annuale o perenne alta dai 40 ai 70 cm, peloso-vischioso e
fetida. Le foglie sono flaccide, dentato-sinuate, picciolate alla base e sessili lungo il fusto, spesse e
pelose. I fiori pentameri sono imbutiformi, di colore giallastro con una fine reticolatura violetta
che li rende inconfondibili, riuniti in breve racemo all'apice del fusto, all'ascella di una brattea ben
sviluppata.

Il frutto è una pisside.


Nella regione mediterranea è presente anche la specie Hyoscyamus albus L. che si distingue dal
precedente per avere foglie tutte picciolate e fiore giallo senza reticolo violaceo.
Habitat: Zone ruderali, diffusa in tutta l'Europa, l'Africa Settentrionale e l'America
Settentrionale.
Fioritura: Estate (Giugno, Agosto).

Parte utilizzata: In medicina le foglie, in magia foglie e semi.

Raccolta:

A maturazione del frutto per i semi, in qualsiasi momento le foglie.


Principio attivo principale: Scopolamina o Ioscina (alcaloide): come l'Atropina (vedi Mandragora),
impedisce l'interazione tra l'acetilcolina e i recettori muscarinici. A dosi efficaci provoca
sonnolenza, amnesia, allucinazioni, blocco della secrezione, blocco della vasodilatazione,
simpaticolisi, tachicardia, nausea, vomito e, a dosi eccessive, coma e morte.

Altro composto presente in quantità è la Hyoscyamina, alcaloide isomero levogiro dell'Atropina,


ha praticamente gli stessi effetti sopra descritti.

Le droghe citate sono contenute in quantità non significative ai fini dell'estrazione. Gli utilizzi,
ormai in disuso, prevedevano effetti sedativi e antispasmodici, efficaci nella cura dell'asma.
Il Giusquiamo trova ancora uso nelle preparazioni omeopatiche come antitussivo, nelle infezioni
di occhi e orecchie, mal di denti, convulsioni e isterismo.
Curiosità:
Il nome Giusquiamo significa letteralmente “fava di porco”, per il fatto che il suo veleno non ha
effetto sui maiali.

Tra le solanacee già trattate, il Giusquiamo è quella con la concentrazione minore in alcaloidi,
quindi in tempi antichi era più facilmente dosabile e trovava largo impiego in farmaci analgesici;
quello che lo rendeva prezioso, tuttavia, era il suo utilizzo come antiasmatico, sottoforma di
sigarette.

Nel tardo medioevo si preparavano pozioni e unguenti che se usati davano allucinazioni e la
sensazione di volare, per questo il giusquiamo è ritenuto ingrediente del famoso unguento delle
streghe.

I Celti la consideravano sacra al dio Belenus, divinità della luce, uno dei maggiori e più influenti
tra gli Dei antichi; questo la lega fortemente alla festività di Beltane. Sacra a Giove, se utilizzata
il giovedì nell'ora diurna di Giove nelle operazioni occulte, apporterebbe illuminazione (qui il
collegamento con Belenus) e prosperità.

Curiosi incantesimi sono stati scritti nella farmacopea cinquecentesca: un filtro composto da
giusquiamo, Hermodactylus tuberosa e solfuro di arsenico naturale era creduto capace di uccidere
istantaneamente un cane rabbioso, o di far esplodere un calice d'argento se versato al suo interno;
se mischiato al sangue di lepre, e posto nella pelle della lepre stessa, poteva essere usato per
attirare e catturare altre lepri.
Usi Magici: Attenzione! E' una pianta tossica e non va MAI ingerita. Maneggiare con cautela!
Gli usi si limitano alla pura simbologia, non va mai bruciata, pestata al mortaio, tenuta sulla
pelle. Essendo sacra alle divinità della luce e della prosperità, nonostante il potere velenoso, può
essere usata nei rituali di prosperità e di crescita spirituale, sottoforma di sacchettino o talismano.

Noce moscata

La noce moscata è una delle spezie più note ed apprezzate, dato che il suo caratteristico sapore
caldo acre si sposa alla perfezione con pietanze a base di latte e formaggio, puré, selvaggina, salse,
brodi, verdure (soprattutto spinaci, asparagi e funghi) e pasta.

La noce moscata è data dai semi di Myristica fragrans, un albero sempreverde originario delle isole
Molucche, oggi ampiamente coltivato nella stessa Indonesia, nelle Antille, nella Malesia, nell'isola
di Grenada ed in varie regioni tropicali. I frutti di quest'albero hanno forma simile ad albicocche e
racchiudono un seme che - per il suo aroma simile al muschio - è stato chiamato ed è tuttora noto
come noce moscata. In commercio è possibile reperire sia i semi interi, da grattugiare al momento
dell'uso per non disperderne l'aroma, che la polvere, meno preziosa anche dal punto di vista
organolettico. Il tegumento che avvolge i semi viene allontanato e costituisce il macis, una spezia
con simili usi gastronomici.

Proprietà, usi ed effetti collaterali della noce moscata

A dosi elevate, superiori ai 2-8 grammi (in relazione alla sensibilità individuale, alla taglia
corporea e all'età), la noce moscata provoca febbre, nausea e vomito, notevole eccitazione nervosa,
fino a gravi disturbi psichici. Questa spezia presenta infatti un'attività inibente le
monoaminossidasi (enzimi coinvolti nella degradazione di neurotrasmettitori eccitatori come la
serotonina) e le prostaglandine (mediatori della risposta infiammatoria). Gli effetti allucinogeni
vengono ricondotti alla presenza di due composti attivi: la miristicina e l'elemicina, le cui strutture
chimiche sono molto simili a quelle delle amfetamine di sintesi, anche se gli effetti ricalcano più da
vicino quelli dell'LSD. Particolare cautela nell'uso di noce moscata durante la gravidanza
(concessa a piccole dosi) e negli individui in terapia con psicofarmaci (come gli Inibitori delle
Mono-Amino-Ossidasi).

A causa dei numerosi effetti collaterali che si manifestano ad alti dosaggi, la noce moscata non
trova grosso spazio nella moderna fitoterapia. Secondo la medicina popolare, invece, la spezia - per
le sue proprietà stimolanti, astringenti, sedative e carminative - è utile come stimolante
dell'appetito, incluso quello sessuale, e come tonico contro la stanchezza e l'astenia fisica. Se ne
descrivono anche proprietà antisettiche - utili contro le infezioni intestinali ed alcune forme di
diarrea - mentre l'azione carminativa della noce moscata la renderebbe utile per evacuare l'aria
accumulata nello stomaco e nell'intestino.
Claviceps purpurea
Ergot è il nome comune dato ad un ascomiceta denominato Claviceps purpurea. Il termine è lo
stesso usato in francese[1], lingua nella quale, letteralmente, vuol dire sperone. Infatti questa
specie del genere Claviceps (che ne conta circa una cinquantina) è parassita delle graminacee e
forma degli sclerozi simili a speroni o cornetti che conferiscono alla pianta infetta – spesso la
segale – il nome comune di "segale cornuta".

Questa specie è la più studiata e conosciuta per i suoi importanti effetti nella contaminazione di
alimenti confezionati con cereali attaccati da questo fungo. I cornetti che spuntano dalle spighe
infestate da ergot sono costituiti dai corpi fruttiferi (sclerozi) del fungo stesso, in cui sono
contenuti molti alcaloidi velenosi del gruppo delle ergotine (tra cui l'acido lisergico), che hanno
gravi effetti su persone e animali che ne mangiano. Questi alcaloidi, essendo dei vaso-costrittori,
compromettono la circolazione; inoltre interagiscono con il sistema nervoso centrale, agendo in
particolare sui recettori della serotonina.

Ergotismo
Questa terribile malattia era conosciuta nel medioevo con il nome di Fuoco di Sant'Antonio, fuoco
sacro o male degli ardenti. Sotto questo termine veniva compreso anche il sicuramente meno
pernicioso herpes zoster, che in alcuni sintomi coincideva con gli effetti delle intossicazioni da
ergot. L'ergotismo era spesso fatale, ed aveva sempre effetti devastanti sulle comunità che ne
erano colpite. Questo morbo poteva presentarsi in due forme: "Ergotismus convulsivus"
caratterizzato da sintomi neuroconvulsivi di natura epilettica, o "Ergotismus gangraenosus"
caratterizzato da cancrena alle estremità fino alla loro mummificazione. Tra gli effetti di questa
intossicazione vi erano anche le allucinazioni. Questo portava la gente a mettere in relazione la
malattia con il demonio o con forze maligne, non essendo conosciuta al tempo la causa di queste
alterazioni. Ad esempio alcuni studiosi sono portati a credere che dietro i fenomeni di stregoneria
registrati a fine seicento a Salem negli USA (Caccia alle streghe) vi sia un consumo alimentare
della segale cornuta, i cui alcaloidi sono resistenti anche alle alte temperature dei forni di cottura
del pane.

Una possibile ipotesi circa il nome "Fuoco di Sant'Antonio" è che nel Nord Europa, dove il pane
veniva fatto con la segale, spesso si contraeva questa malattia, dovuta al fungo che infettava la
segale. I malati, recandosi in pellegrinaggio verso i santuari di sant'Antonio in Italia, man mano
che scendevano verso Sud cambiavano alimentazione mangiando pane di grano, e ciò attenuava o
eliminava i sintomi dell'intossicazione. Tale effetto veniva attribuito ad un miracolo ad opera di
sant'Antonio.

Recenti ricerche hanno messo in discussione questa prima ipotesi. Nelle regioni meridionali italiane
i cereali più diffusi per il consumo domestico furono la segale (Secale cereale e prima del II
millennio Secale strictum), l'orzo e altri cereali secondari, soprattutto in Basilicata, Calabria e
nelle zone interne della Sicilia e della Puglia. Il grano era destinato all'esportazione e alla tavola
dei proprietari terrieri. Documenti sanitari, veterinari e agricoli attestano la presenza
dell'ergotismo tra le comunità rurali povere ed emarginate, numerose sono le tracce della malattia
nel folklore e nella religiosità popolare. L'ordine antoniano, deputato alla cura delle "epidemie", è
presente con una notevole diffusione capillare in tutto il meridione italiano fin dal XIII secolo.[2]

Nel 1853 Louis René Tulasne chiarisce il complesso ciclo riproduttivo del fungo e nel 1943 il
chimico svizzero Albert Hofmann scopre gli importanti effetti allucinogeni di alcuni alcaloidi
contenuti nell'ergot, in particolare dell'acido lisergico e del composto di sintesi suo derivato, la
dietilamide dell'acido lisergico (LSD). Casi di ergotismo sono documentati a Milano nel 1795 a
Torino nel 1798; l'ultimo caso documentato in Europa risale al 1951 nella città francese di Pont-
Saint-Esprit, dove più di duecento persone furono affette da strane allucinazioni, sonnolenza e
altri disturbi per aver mangiato pane contaminato, e cinque di esse morirono. Il caso di Pont-
Saint-Esprit comunque non è stato definitivamente imputato ad avvelenamento da ergot in
quanto alcuni esperti hanno sollevato l'ipotesi suffragata da dati scientifici che l'avvelenamento
sia invece imputabile a contaminazione da mercurio.

Oggi un severo controllo delle farine impedisce il ripetersi di casi del genere; non infrequente invece
è il caso di intossicazioni da parte di animali, essendo i foraggi meno controllati.

Nel 1818, la segale cornuta è stata introdotta nella pratica ostetrica e da allora gli studiosi hanno
catalogato i cinquanta alcaloidi presenti, in tre gruppi fondamentali: il primo è quello
dell'ergotamina, che è utilizzabile per la cura dell'emicrania; il secondo è quello ergotossina; il
terzo è invece quello dell'ergometrina, che stimola la muscolatura uterina e che viene indicata per
regolare le contrazioni uterine post-partum e nelle endometriti

Salvia e l'aceto dei 4 ladri

Caratteristiche:

il genere salvia appartiene alla famiglia delle Lamiaceae ed è particolarmente ricco di specie sia
annuali che perenni, usate sia per scopi alimentari che terapeutici. La specie comunemente usata è
la salvia officinalis. E’ originaria dell’Europa Meridionale ed in particolare delle regioni del
bacino del Mediterraneo ed è stata introdotta nel Nuovo Mondo nel XVII° sec. è diffusa nelle
aree temperate dell’intero continente americano.

Suffruticosa perenne, dal forte e inconfondibile aroma canforato, sempreverde, alta fino a 50 cm
con radici fusiformi, robusta e fibrosa ha fusti legnosi alla base. Ha foglie oblungo-lanceolate
verdastre e rugose sulla parte superiore e biancastre nella parte inferiore. I fiori tubolosi, azzurro
violacei, sono raccolti in spicastri apicali che compaiono tra aprile e maggio, sono ermafroditi e
vengono impollinati dagli insetti. In Italia è spontanea e ampiamente coltivata in tutto il
territorio.

Habitat:

Cresce nei luoghi aridi e fra le pietraie fino ai 500 m slm.

Proprietà:

Le proprietà aromatiche sono date dall’olio essenziale che le conferisce anche il particolare odore.
E’ un ottimo tonico, è antispasmodica e diuretica, si usa nei casi di astenia, per i disturbi epatici,
per le infezioni delle vie respiratorie, nei casi di asma e ipotensione. Per le sue doti antisettiche
cura stomatiti, laringiti e affezioni della bocca.
Storia, mito, magia:

Il suo nome deriva dal latino “salvus = salvo” o “salus = salute” che stanno ad indicare le sue
innumerevoli virtù. Un celebre detto dei medici medievali della Scuola di medicina salernitana così
recita: cur moriatur homo, cui salvia crescit in horto? Come può mai morire l’uomo nel cui giardino
cresce la salvia? E fu proprio la Scuola medica di Salerno, la più famosa nel Medio Evo
depositaria della conoscenza medica ad aver dato a questa pianta il nome di Salvia Salvatrix (
salvia che salva).

Un famoso proverbio inglese consiglia: chi vuol vivere a lungo deve mangiare la salvia in maggio.
La leggenda narra che durante la terribile peste che colpì Tolosa nel 1630, quattro ladri, non
tenendo conto del rischio di contagio, entravano nelle case degli appestati, moribondi o morti per
depredare le loro ricchezze.

Arrestati furono condannati all’impiccagione. Un giudice intelligente e curioso si era però chiesto
come facevano a non essersi contagiati, nessuno dei quattro. Li interrogò promettendo loro la
grazia se avessero rivelato l’interessante segreto. I ladri risposero che due volte al giorno si
bagnavano i polsi e le tempie con un macerato di varie erbe, tra cui salvia, rosmarino, timo e
lavanda. Che da quel giorno prese il nome di aceto dei quattro ladri.

Ma i registri del parlamento della città riportano che dopo aver appreso la ricetta, i 4 ladri furono,
comunque, impiccati. Un secolo dopo, nel corso di un’altra epidemia, sempre causata dalla
Yiersinia Pestis, nell’anno 1720 a Marsiglia, altri ladri depositari del segreto, ma più fortunati dei
colleghi tolosani, furono sorpresi, sottoposti a giudizio e liberati in cambio della formula segreta
che fu trascritta nel museo della vecchia Marsiglia.

Il Codice Ufficiale Francese del Corpo Medico ufficializzò nel 1758 l‘ACETO DEI 4 LADRI,
aggiungendo: cannella, acoro aromatico ed aglio dato che alcuni guaritori conoscevano altre
composizioni, era utilizzato con successo per preservarsi dai contagi considerato un disinfettante,
detergente ed utilizzato anche in caso di sincope, ma scomparve dal Codice nel 1884 con l’avvento
della Medicina Moderna. La ricetta, elaborata poi con l’aggiunta di altri ingredienti dall’erborista
Ermanno Valli è la seguente: mettere in un vaso un cucchiaio di foglie di salvia triturate; un
cucchiaio di foglie di rosmarino triturate; un cucchiaio di foglie di timo o serpillo (timo selvatico)
triturate; un cucchiaio di foglie di fiori di lavanda triturati; uno spicchio d’aglio schiacciato.

Queste le erbe usate già nel medioevo. Si possono aggiungere: un cucchiaio di foglie di noce
triturate; un cucchiaio di foglie di alloro triturate; un cucchiaio di chiodi di garofano schiacciati;
una stecca di cannella schiacciata; un cucchiaio di lichene islandico triturato; un cucchiaio di
ginepro (ramoscelli e bacche) triturato. Si ricopre il tutto con 1 litro di buon aceto bianco o rosso, si
macera per sette giorni e infine si filtra. Questo aceto ha proprietà antisettiche, da solo contiene
sette proprietà di antibiotici. Se preparato a freddo può essere conservato a lungo.

E’ utile per prevenire le malattie virali ed epidermiche (due gocce ai polsi e alle tempie mattino e
sera come i famosi ladri). Nel caso di malattia si può assumere un cucchiaino di aceto diluito in
acqua 3 volte al giorno. Sono indicati anche i pediluvi diluendo ½ bicchiere di aceto antisettico in
due litri d’acqua. Oggigiorno, le capacità curative di tutti i componenti sono riconosciute:
antisettiche, antibatteriche, antivirali, antimicotiche, antinfiammatorie, vermifughe, carminative,
calagoghe, febbrifughe, insettorepellenti, antiveleno, stimolanti, vulnerarie e bechiche. Una
leggenda cristiana invece, narra perché a questa pianta venissero attribuite tante virtù: quando la
Sacra Famiglia fuggì in Egitto, solo la umile piantina di salvia accettò di nascondere Gesù
Bambino dalla vista dei soldati, allora la Madonna la benedì e gli fece dono delle sue qualità
terapeutiche.

Essa rientrava tra le erbe che gli antichi Egizi usavano per l’imbalsamazione e le attribuivano la
proprietà di rendere fertili le donne e la usavano contro la peste. Era considerata afrodisiaca tanto
che la regina Cleopatra ne avrebbe fatto uso per conquistare gli uomini. I Greci vietavano
l’assunzione di vino, estratti e bevande a base di salvia per evitare l’effetto”doping”. Teofrasto
della pianta diceva che respinge i mali della malattia e della vecchiaia.

Presso i romani era considerata sacra e simbolo di vita, veniva utilizzata come panacea universale
e la usavano anche per regolare i cicli mensili delle donne (credenza in seguito fondata dalla
scoperta di un estrogeno che regola la fecondità). Essi organizzavano un evento importante al
tempo della raccolta, che avveniva sempre con attrezzi di metallo più nobili del ferro. Plinio la
raccomanda contro i morsi di serpente e scorpioni purchè non fosse infettata. Alla salvia sono
sempre stati riconosciuti poteri particolari: le sue foglie secche bruciate come incenso purificano gli
ambienti e le persone che vi dimorano e proteggono da influssi negativi, gli indiani d’America la
usano durante le cerimonie sacre.

Nel Medio Evo si credeva avesse il magico potere di donare all’uomo la longevità e la saggezza. Si
usa per tutte le attività che riguardano la fortuna, la buona salute, la saggezza, la longevità, la
protezione la guarigione e la realizzazione dei desideri; occorre polverizzarla e mescolarla alle
candele gialle preferibilmente di mercoledì e di luna crescente. Le foglie di salvia elaborate secondo
precisi rituali venivano utilizzate per difendersi dagli incubi notturni.

Alcuni detti popolari vogliono che nelle case dove la salvia cresce bella e forte sia la moglie a
spadroneggiare, mentre se la pianta di salvia che si ha nel giardino muore gli affari andranno male.
Nel Veneto si dice che quando muore la salvia nell’orto muore anche il padrone di casa se non è già
morto. Si ritiene che come il rosmarino stimoli la memoria e sia utile per il cervello, un tempo era
anche usata per alleviare le emicranie. Ai fiori della salvia è attribuito il significato di salvezza
ispirato ovviamente dalle molteplici proprietà medicinali.

Piccole perle:

Vino di salvia: mettere in un lt di vino rosso 30 gr di foglie di salvia e lasciar macerare per 7 giorni
, dopo di che filtrare e conservare in bottiglia. Si consiglia di berne due bicchierini al giorno come
digestivo, tonico e antireumatico.

Infuso: un gr di foglie di salvia in 100 ml di acqua bollente, lasciare in infusione per dieci minuti,
berne una tazzina al giorno, se si vuole si può aggiungere miele e scorzetta di limone, contro
l’asma e la tosse.

Per le gengive arrossate e per le affezioni della gola fare sciacqui e gargarismi con l’infuso.

Grappa alla salvia: alcuni rametti di salvia freschi, un (1) litro di grappa e 50 grammi di miele.
Macerare per 20 giorni i rametti di salvia in 1/4 (250ml) di grappa dentro un vaso di vetro chiuso
agitando di tanto in tanto. Trascorso questo tempo si filtra e si unisce il filtrato alla grappa
rimanente nella quale, precedentemente, sarà stato disciolto il miele.

Le foglie fresche, sfregate sui denti, li puliscono e purificano l’ alito.

Per preparare un ottimo dentifricio: mescolare 6 gr. di salvia polverizzata con 10 gr. di carbonato
di calcio in polvere e 5 gr. di bicarbonato di sodio in polvere. Il miscuglio viene infine amalgamato
con argilla verde.
lo zafferano
Caratteristiche: è una pianta erbacea perenne, che appartiene alla Fam. Delle Iridacee. Alta dai
20 ai 50 cm possiede un bulbo tubero da cui si sviluppano in autunno le foglie e i fiori violetti.

La spezia si ottiene dagli stimmi filiformi del fiore, che vengono raccolti a mano. Originario
probabilmente di Creta e coltivato inizialmente in Asia Minore, oggi lo zafferano viene prodotto
in Spagna, Francia, Italia, Turchia, Iran, Marocco e Kashimir.

Habitat: E’ una pianta bulbosa precocissima che cresce nei boschi radi e molto fertili, i prati
concimati e i pascoli, dove può godere di un po’ di sole. Fiorisce già a febbraio e produce fiori
violacei e bianchi con la gola gialla.
Storia, Leggenda, mito, magia:

Apprezzato come aromatizzante e colorante da oltre 4000 anni, lo zafferano è la spezia più
costosa che esiste al mondo: occorrono 150.000 fiori e 400 ore di lavoro per produrre 1 kg di droga
secca.

Il suo nome deriva dall’arabo za’ faran (che è giallo), in relazione al colore che dava ai cibi e alle
stoffe.

Il croco, fiore infero è collegato alla sfera funeraria fin dall’epoca micenea, esso veniva impiegato
per utilizzi sacri, come ci è testimoniato da Stazio, che documenta l’uso di bruciarlo nel rogo dei
personaggi pubblici più eminenti. In relazione ad Ecate, esso viene nominato come uno dei fiori
raccolti dalla già citata Kirke nel giardino incantato della dea. Questa maga appartiene alle
tradizioni mitiche delle primitive culture mediterranee: essa è figlia del Sole e signora delle piante,
dalle quali trae gli elementi per la preparazione dei suoi filtri portentosi. Il fiore in questione,
infatti, può sortire anche effetti afrodisiaci e addirittura letali, diventando un potente venenum,
termine proverbialmente associato alla magia assieme a quello di philtrum e a quello di carmina, le
parole magiche, come quelle (hecateia carmina) ricordate da Ovidio.

Riguardo al suo uso sacrale, c’è da ricordare infine l’associazione del croco al culto di Artemide e
di Apollo (entità che, come abbiamo già sottolineato, erano in stretta relazione simbolica con
Ecate), di cui adornava gli altari durante i riti celebrati in suo onore a Cirene. Qui è importante,
tuttavia, mettere in evidenza il suo legame con la morte o, per meglio dire, lo stretto rapporto terra
– morte- vegetale, tipico delle culture agrarie. La stessa origine mitica del crocus sativus si
ricollega alla sfera semantica della morte: secondo la tradizione più accreditata, esso è nato dal
sangue di Krokos, “l’eroe del Croco”, ucciso involontariamente da Hermes mentre giocava al disco.
A conferma di quanto appena detto, esso si associa anche a un culto tombale che aveva luogo nel
corso dei misteri eleusini. Il suo colore si lega invece al mondo femminile: Ovidio descrive come
giallo zafferano la veste del dio Hymen che presiede ai riti nuziali. Sarà dello stesso colore il
drappo degli officianti delle cerimonie funerarie: si riconferma nuovamente il legame tra l’unione-
generazione (matrimonio) e la morte (funerale).

Proprietà:

Lo zafferano possiede particolari proprietà analgesiche, digestive, sudorifere, calmanti e


carminative. Svolge una benefica attività contro la depressione, stimola la circolazione, cura i
disturbi urinari e digestivi, in Cina viene usato per curare le malattie del fegato.

Utilizzo:
Per fare un profumo allo zafferano occorre mettere in una bottiglia di vetro con tappo 50 ml di
alcool etilico e 44 gocce di olio essenziale di bergamotto, 15 gocce di olio essenziale di limone, 4
gocce di olio essenziale di curali, 1 goccia di olio ess di lavanda, 1 goccia di olio essenziale di
rosmarino e 2 pizzichi di zafferano. Agitare prima dell’uso.

il ciclamino
Caratteristiche:

originario della Grecia, del Medio Oriente e dell’Africa, il ciclamino deve il suo nome dal greco
kyklos, che significa cerchio, per il particolare movimento dello stelo.

Habitat:

Cresce nei terreni ricchi di humus dei boschi, nei luoghi freschi, vicino ai torrenti e tra le rocce. Li
puoi trovare nei boschi di lecci delle nostre regioni meridionali Il ciclamino è una pianta che cresce
allo stato spontaneo in tutti i Paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo, ed anche in
Paesi molto lontani come la Somalia e l’Iran.

Il tubero di questa pianta è tossico.

Fiorisce alla fine di gennaio e febbraio.

Storia, leggenda e magia:

secondo un’antica leggenda (così narra Plinio il Vecchio), i luoghi in cui viene piantato il ciclamino
sarebbero immuni da malefici e filtri nefasti. Così si attribuì a questo fiore la proprietà di guarire
dal morso dei serpenti. Secondo alcuni era sacro ad Ecate, divinità dell’oltretomba, che presiedeva
ad incantesimi e magie. Il ciclamino vivo influenza i centri di energia vitale; tenendo questa
pianta nella propria casa si avranno grandi benefici per l’ispirazione e la sicurezza di sé.

In epoca cristiana la pianta divenne attributo di Maria, dove le macchioline rosse che spesso sono
all’interno del fiore simboleggiano il suo dolore per la morte del Figlio sulla croce.

ll profumatissimo ciclamino, analogamente alla Mandragora, è detta “Pianta di Ecate” o “Pianta


del diavolo”, sottolineando come Ecate sia spesso vista, erroneamente, collegata ad un’entità
negativa come Satana che è stata inventata dal cristianesimo e, quindi, molto successiva alla
nascita di Ecate. E’ una pianta nota fin dall’antichità. La sua bellezza e le sue forme avevano già
colpito la fantasia degli antichi, i quali elaborarono su di esso molte leggende, che si sono
tramandate fino ai nostri giorni.

Gli antichi greci attribuivano al ciclamino una valenza magica per la forma tondeggiante del
tubero e per la tendenza del gambo del fiore ad attorcigliarsi a spirale quando il fiore è fecondato.
Gli antichi greci “leggevano” in queste forme “circolari” una affinità con il cerchio, inteso come
figura magica perchè rappresenta l’universo, nel suo eterno ciclo di rinnovamento. Dunque, una
pianta con quella forma diventava una pianta dalle virtù magiche. Il nome stesso del ciclamino si
ispira a questo aspetto “magico”, deriva dalla parola greca kyklos, cerchio.

La leggenda più famosa sul ciclamino ci è stata tramandata da alcuni scritti di un famoso
naturalista greco, Teofrasto, vissuto nel III secolo a.C. Secondo Teofrasto, il ciclamino propiziava
l’amore e la sensualità. Probabilmente Teofrasto aveva ricondotto la forma rotondeggiante e
compressa ai poli del tubero all’utero femminile, associando così la pianta al concepimento. Questa
credenza risultava inoltre rafforzata da una antica usanza, quella di adornare la camera dei
giovani sposi con piccoli mazzi di questo fiore, in chiaro augurio di fertilità.

Il ciclamino aveva colpito l’attenzione dei suoi antichi osservatori anche per un altro motivo: è
una pianta velenosa. Nel tubero del ciclamino è presente un glicoside chiamato ciclamina, velenoso
per l’uomo, ma non per alcuni animali. Anzi, il tubero di ciclamino è noto anche con il nome di
pamporcino perchè è particolarmente appetito dai maiali. La presenza del veleno ha contribuito ad
alimentare la leggenda del ciclamino come pianta dalle virtù magiche. Infatti, nell’antica Grecia il
ciclamino era sacro ad Ecate, divinità lunare delle magie e degli incantesimi. Si era soliti piantare
questi fiori intorno alle abitazioni perchè si credeva che proteggessero dai malefici, e si usava
l’estratto di ciclamino come rimedio contro il morso dei serpenti velenosi.

Questa doppia valenza del ciclamino, pianta di indiscutibile bellezza ma velenosa, pianta di vita e
di morte, ha fatto sì che il ciclamino, nel linguaggio dei fiori, simboleggiasse la diffidenza.

Una volta i contadini mettevano a cuocere sulla brace il tubero del ciclamino incavato e riempito
d’olio, che poi usavano per calmare il mal d’orecchie. Il tubero torrefatto perde la sua tossicitá,
fornisce fecola usata come sostanza alimentare per animali. Questa un tempo era utilizzata
perfino dall’uomo, per questo la pianta era anche detta pan terreno.

Caratteristiche:

è un albero di media grandezza (10-15 metri al massimo), le foglie sono variabili, perché esiste in
diverse specie (montano, domestico, degli uccellatori), ma i fiori sono invariabilmente bianchi e
profumatissimi, le bacche rosso corallo a forma di minuscole mele maturano a settembre, ma
restano intatte fino ad inverno inoltrato e per questo il sorbo simboleggia la rinascita della luce
dopo le tenebre del solstizio… un’aurora invernale!

Habitat:

cresce nei boschi di latifoglie caldi, asciutti ed assolati dalla pianura alla fascia montana;

Proprietà:

gli erboristi d’un tempo lo usavano contro le coliche, per l’elevato contenuto di acido malico,
inoltre combatteva efficacemente lo scorbuto. Anche la corteccia, raccolta in primavera e seccata al
sole, era usata come febbrifugo, antireumatico ed astringente. Oggi si usano soltanto i frutti.

Storia, mito, leggenda e magia:

il suffisso “aucuparia” deriva dal termine latino “aucupio” ovvero uccellagione in quanto i
cacciatori usano i frutti del Sorbo per attirare gli uccelli che ne sono ghiotti. Infatti, in autunno, il
sorbo diventa meta di passeri, tordi e merli che vengono a “riempire” i loro stomaci.

Nell’alfabeto Ogham il sorbo è simbolo di rinascita e protezione contro la negatività. Aiuta contro
gli attacchi magici e la negatività, l’invidia e la gelosia e protegge anche dalla paura. E’ utile per
ricavare discernimento ed ispirazione per le nostre azioni. L’animale totemico a lui collegato è il
MERLO. Conosciuto già in epoca romana e descritto da Plinio il sorbo è una pianta caratteristica
dell’ambiente mediterraneo. E’considerato efficace contro gli spiriti del male, dice un antico
proverbio: “sorbo selvatico e filo rosso fan correr le streghe a più non posso”.

Nella costruzione delle zangole si usava legno di sorbo per essere sicuri che fate e streghe non
sorvegliassero il burro. I cavalli stregati si possono sempre domare con una frusta di sorbo. Il più
efficace è considerato il sorbo volante, una pianta le cui radici non crescano nel terreno ma per
esempio nelle spaccature di una roccia o sui rami di un altro albero.

Esso occupava un posto speciale negli oracoli dei druidi, impiegavano fuochi del suo legno per
evocare spiriti che poi obbligavano a rispondere alle domande sparpagliando bacche di sorbo su
pelli di toro appena scuoiati. Era conosciuta anche una forma di divinazione che interpretava il
significato di rametti rovesciati su una pelle di toro ben tesa, da cui il detto irlandese “camminare
sui rami della conoscenza” per significare che si è tentato il possibile per ottenere un’informazione.

Nel calendario dei Celti il Sorbo dava il nome al mese che andava dal 21 Gennaio al 17 Febbraio e
che in gallese era chiamato “Cerdinene” oppure “Luis” in irlandese. I Celti lo consideravano
l’albero dell’Aurora dell’anno, in cui cadeva la “festa del latte” (Imbolc), poiché la celebrazione
coincide con il primo fiorire del latte nelle mammelle delle pecore, circa un mese prima della
stagione della nascita degli agnelli. Questo sottile segnale di ritorno della fertilità era il primo di
una serie di eventi che annunciavano il rifiorire della vita sulla terra e, per la tribù, segnava
l’urgenza di cominciare un nuovo ciclo di attività. Questa è la festa più intima e raccolta
dell’intero anno sacro: all’interno delle palizzate che circondano il villaggio, chiusi nelle capanne
coperte di neve, raccolti intorno al fuoco caldo e crepitante, i Celti ascoltavano le storie del proprio
clan, rendevano omaggio alla Dea e si preparavano al risveglio del mondo. Tornando al nostro
sorbo va detto che Celti Germani lo univano alla mela come nutrimento per gli dei e secondo i
Finni era l’albero della vita ed ospitava la ninfa Pihlajatar. In rapporto con le potenze invisibili,
il sorbo poteva anche proteggere efficacemente da quelle malvagie e quindi era usato come amuleto
contro i fulmini ed i sortilegi. Nel romanzo irlandese “La razzia della mandria di Fraoch” le
bacche di un sorbo magico, custodite da un drago, hanno la virtù nutritiva di nove pasti, risanano
le ferite ed aggiungono un anno alla vita d’un uomo. Nell’antica Irlanda prima di combattere i
druidi accendevano fuochi con legno di sorbo, appunto ed invitavano così gli antichi spiriti del
gruppo a prendere parte alla battaglia. Col suo legno si scolpiva una piccola mano, detta di strega,
che serviva a scoprire i metalli nascosti sotto terra, ma anche manici di fruste, atte a dominare
persino i cavalli stregati, e bastoni da pastori, che proteggevano il bestiame anche dalle epidemie. I
suoi frutti dolci e leggermente astringenti sono ricchi di acidi organici (tra cui l’acido sorbico è solo
il più famoso), tannini, pectine e mucillagini; si possono far seccare e durano per tutto l’inverno.
Un tempo si mangiavano, si mescolavano alla pasta del pane, se ne ricavava una salsa da
accompagnare alla selvaggina e servivano anche a preparare una bevanda a bassa fermentazione,
simile al sidro, che in Europa centrale si produce ancora adesso. I Romani la chiamavano
“cerevisia”

Un antico proverbio così recita: “ con il tempo e con la paglia, maturano le sorbe e la canaglia”.

Fino alla fine dell’Ottocento i frutti del Sorbo, dopo un appassimento al sole, venivano aggiunti
all’impasto del pane per ottenere una specie di dolce.

Era un albero sacro perché gli dei si nutrivano dei suoi frutti.

Un pezzetto di legno di Sorbo, tenuto in tasca, è un ottimo talismano che ci protegge dai fulmini e
dai sortilegi.
I marinai attaccavano dei blocchi del suo legno sulla chiglia della nave perché li difendesse dalla
furia delle tempeste marine.

Piccole perle:

“fare un infuso con un po’ di foglie di Sorbo in un litro di acqua bollente; dopo 10 minuti filtrare e
bere. E’ un ottimo espettorante in caso di tosse”

“togliere i semi da alcuni frutti di Sorbo ben maturi, macinateli con un passaverdura oppure
schiacciateli bene con i rebbi di una forchetta; la “pappetta” ottenuta è un’ottima maschera per le
pelli stanche”

“fate bollire per circa un’ora alcuni frutti tagliati a quarti e non privati dei semi; filtrate il liquido
ottenuto che vi servirà per sciacqui e gargarismi in caso di gola arrossata ed infiammata”.

Uso cosmetico: si produce una maschera di bellezza fatta con polpa di sorbe ben mature setacciate
e commiste a farina usata quale blando astringente e turgescente per i visi precocemente
invecchiati e con piccole rughe.

bucaneve

Caratteristiche:

pianta erbacea che appartiene alla famiglia delle Amarillidacee. E’ una pianta spontanea, che ha
fusto eretto fino a venti cm, le foglie lineari, nastriformi, glauche, di colore verde bluastro si
sviluppano solo nella parte basale della pianta. Il fiore solitario ha petali bianchi con sfumature
verdi all’interno. Generalmente spuntano tra la neve a gennaio-marzo. I frutti sono costituiti da
legumi lineari e subcilindrici.

Habitat:

si trova facilmente nei prati umidi, negli incolti erbosi e nei boschi di latifoglie aperti dalla
pianura fino alla zona montana.
Proprietà:

come altre specie bulbose viene usato di rado a scopo medicinale anche se possiede particolari
proprietà officinali. Svolge azione cardiotonica, ma può essere sfruttata raramente, per uso esterno
favorisce la maturazione di ascessi, foruncoli e pustole ed è molto utile per eliminare le cipolle dei
piedi.

Storia, leggenda, mito e magia:

il nome del genere deriva dal greco e significa “latte e fiore”

La leggenda narra che Adamo ed Eva nei loro primi giorni sulla Terra camminavano oramai da
molto tempo nel pieno gelo dell’inverno. Eva era ormai scoraggiata al pensiero di passare tutta la
sua vita in quelle condizioni. A nulla valsero le attenzioni di Adamo, né la promessa di stagioni
migliori fattale da un Angelo: Eva era più sconsolata che mai. Fu allora che l’Angelo mandato dal
Signore soffiò su di lei dei fiocchi di neve comandando loro di trasformarsi in boccioli di speranza;
questi giunti a terra, si mutarono in bucaneve. Eva finalmente rincuorata riprese il cammino al
fianco di Adamo. Da quel giorno si dice che basta raccogliere un bucaneve nella prima notte di
luna dopo la fine di gennaio per essere felici tutto l’anno.

Il bucaneve è anche chiamato “bicchiere della Madonna”, perché si dice che un giorno di febbraio
Gesù avesse sete. La Madonna andò alla fontana ma la trovò gelata e disse: “ come farò a dare
l’acqua al mio bambino?” la terra udendo le sue parole, fece spuntare dalla neve un bel fiore bianco
dal quale la Madonna prese l’acqua e fece dissetare Gesù.
l'elleboro

Caratteristiche:

L’elleboro, della famiglia delle Ranuncolacee, è anche chiamata Rosa delle nevi o Rosa d’inverno e
ha come vero nome “Helleborus niger”. In Inghilterra è considerata il fiore natalizio per eccellenza.
L’elleboro è una pianta erbacea perenne rizomatosa, alta circa 30 cm; presente allo stato
spontaneo nei boschi ombrosi calcarei, è diffusa come pianta da giardino a fioritura invernale. È
costituita da foglie picciolate basali che permangono fino a dicembre. In questo periodo e fino a
marzo circa, compaiono i fiori, grandi (diametro di 6-8 cm), di colore variabile dal bianco al rosa o
al rosso vinoso. A fine marzo, alla scomparsa dei fiori e delle foglie vecchie, appaiono le nuove
foglie che danno origine nel periodo estivo-autunnale a piccoli cespugli.

Habitat: cresce nelle zone collinari, fino al piano montano, nei boschi di latifoglie e nei cespuglieti
Proprietà:

Per il contenuto in composti cardioattivi (elleborina ed elleborigenina) la cui azione danneggia il


cuore, questa pianta è ritenuta molto tossica sia per gli uomini che per gli animali. Il rizoma di
questa pianta contiene una sostanza narcotizzante che può essere efficace nei casi di crisi di follia,
tuttavia la sua somministrazione esige uno stretto controllo medico.

Storia, leggenda, mito e magia:

La leggenda narra che durante l’offerta di doni al Bambino Gesù, una pastorella vagasse in cerca
di un dono da offrire, ma l’inverno era stato freddo e la poveretta non riuscì a trovare neanche un
fiore da offrire. Mentre si disperava, vide passare un angelo che intenerito dalle sue lacrime si
fermò, spolverò un po’ di neve davanti a lei e apparvero delle candide rose, che la ragazza raccolse
e portò in dono al Bambinello. Secondo un mito greco, Melampo, utilizzando l’elleboro, guarì
dalla follìa le figlie di Preto, re di Tirino. ‘”Era bisogno dell’elleboro” era un modo proverbiale per
indicare un matto. La pianta è velenosa ed era usata dagli adepti nei riti esoterici e nelle notti del
sabba. La reale azione anestetica e narcotica del rizoma, dovuta alla presenza di un glucoside,
l’elleborina, è simbolicamente associata alla capacità della pianta polverizzata di rendere invisibili
le persone.

I contadini riconoscevano virtù profetiche a questa pianta. Credevano infatti di poter quantificare
il raccolto in base al numero dei ciuffi che essa presenta.
il mughetto
Caratteristiche:

pianta fiorita erbacea perenne con rizoma sotterraneo, strisciante, sottile, con due foglie ovato-
lanceolate e fiori penduli profumati, bianchi e campaniformi, disposti in racemi unilaterali su di
un lungo stelo angoloso; i frutti sono rossi e globosi. Può essere coltivato sia in interni sia in
esterni. In primavera, si sviluppa. uno scapo alto 15-20 centimetri che termina in un racemo per lo
più unilaterale di sei-dodici fiori penduli, campanulati, bianchi, dal profumo intenso e molto
gradevole; il frutto è una bacca globosa rossa-arancio.

Per la delicatezza dei fiori, per il soave profumo, perché sbocciano in maggio, i mughetti, insieme
alle zagare, sono considerati i fiori delle spose.

Habitat:

Spontanea nelle zone prealpine italiane, alta fino a 20 cm, diffusa in Europa Nord America e
Asia.

Cresce nei boschi freschi di latifoglie, ai piedi di alberi e arbusti, ma prospera tranquillamente in
giardino e, grazie alle sue ridotte dimensioni, anche in vaso. La pianta è resistente sia alle alte sia
alle basse temperature e sia ai freddi intensi.

Proprietà:

Sembrano usciti da un libro di fiabe ma ingannano. Il candido mughetto dal profumo intenso è
velenoso in ogni sua parte anche se contiene, tre glucosidi impiegati in medicina: la convallarina,
la convallamarina, e la convallatossina; quest’ultima presente quasi esclusivamente nei fiori,
costituisce un energico cardiotonico, contiene glicosidi cardioattivi, infatti, è usato in fitoterapia
per le sue proprietà cardiotoniche, in preparati contro leggere debolezze del muscolo cardiaco. La
polvere dei suoi fiori agisce come stimolante per gli starnuti. Le saponine esercitano un’azione
stimolante sugli organi della digestione. I preparati devono essere usati solo dietro prescrizione
medica o il controllo di esperti. L’aroma di mughetto è molto usato in profumeria, anche se viene
utilizzato prevalentemente quello di sintesi.

Storia, mito, magia:

Il nome botanico deriva dal latino lillium convallium, giglio delle valli; invece convallaria majalis
significa di maggio. Il nome Mughetto deriva dal francese Muguet. E’un fiore caro a Mercurio, il
suo profumo ha il potere di rinforzare il cervello. Secondo una leggenda cristiana i primi mughetti
sarebbero nati dalle lacrime della madonna sparse ai piedi della croce, per questa ragione , con il
loro colore verginale simboleggiano la purezza.

E’ un fiore che, con il suo inebriante profumo, ha il potere di acuire la memoria. Nel linguaggio dei
fiori può alludere alla verginità, , all’innocenza, alla felicità.

In Francia il primo maggio si porta all’occhiello per festeggiare la primavera, infatti, se


passeggiate per Parigi in questo periodo dell’anno, vi verranno offerti per strada. Il suo fiore
bianco, sempre in Francia, è sinonimo di un vero uomo che ostenta troppo la sua raffinatezza,
simile all’inteso effluvio che esso emana.

Sempre un’antica leggenda francese racconta che più di mille anni fa viveva un uomo chiamato
Leonardo, talmente buono che fu poi fatto santo. Un giorno egli regalò tutto il suo denaro e i suoi
beni e si ritirò a vivere in solitudine in una valle nel folto della foresta. In quella valle viveva
anche un drago di nome Tentazione, un mostro terribile, che assalii il santo ma questi lo scacciò.
San Leonardo e il drago combatterono battaglie terribili, ma ogni volta il drago ebbe la peggio,
finchè lasciò definitivamente la valle. Ma sul luogo di ogni battaglia successe una cosa strana, sul
terreno dove erano cadute le gocce di sangue di San Leonardo spuntarono dei fiori. Questi fiori,
noti come mughetti, vennero chiamati gigli delle convalli a ricordo delle battaglie di San Leonardo
nella valle contro il drago.

Si dice che l’usignolo a primavera aspetti le fioriture del primo mughetto per volare nel bosco a
celebrare i suoi amori, i monaci, invece, usavano adornare l’altare con il mughetto che chiamavano
“scala per il paradiso” per la particolare forma delle sue campanelle disposte come pioli di una
scala.

Regalo azzeccato per festeggiare guarigioni, riconciliazioni, nuovi incontri con vecchi amici, amori
ritrovati.

l'agrifoglio
Caratteristiche:

albero a chioma stretta e conica, presenta ramificazioni regolari da giovane che diventano
disordinate con l’età, può raggiungere i 20 m di altezza. Le foglie sono lucide, lucenti persistenti
in inverno, lunghe fino a 10 cm con apice e margini spinosi. I frutti sono bacche rosse larghe e
polpose, molto appetite dagli uccelli ma velenose per l’uomo.

Habitat:

originario dell’Asia Occ. e dell’Europa vive nei boschi foggio e di quercia. L’agrifoglio è una specie
spontanea dell’Europa centroccidentale con un vasto areale che va dalle coste atlantiche e
mediterranee alle regioni costiere dell’Asia Minore. Si trova preferibilmente nelle regioni con clima
oceanico, caratterizzate da piovosità accentuata, limitata siccità estiva ed escursione termica
moderata, dove cresce in boschi umidi di latifoglie, con preferenza per i terreni acidi. In passato si
trovava spesso associato al tasso (Taxus baccata) a costituire una fascia quasi continua sulle Alpi
e sull’Appennino al limite della faggeta. Ora l’agrifoglio si concentra nei boschi medio montani
delle nostre regioni centromeridionali e nelle isole, specialmente in querceti, boschi misti di leccio e
caducifoglie e faggete. Ha tronco diritto rivestito da corteccia verde-bruno scura. I fiori
unisessuali, cioè solo maschili o solo femminili, sono portati da piante separate: l’agrifoglio è
dunque una specie dioica e solo le piante femminili portano le drupe. E’ una pianta molto
apprezzata per la sua eleganza e gli splendidi colori tanto che la raccolta eccessiva a scopo
ornamentale sta mettendo in serio pericolo la specie. La fioritura avviene a maggio-giugno e la
fruttificazione in agosto-settembre.

Storia, mito, magia:

Il nome latino della pianta, Ilex aquifolium (famiglia Aquifoliaceae), deriva da acrifolium:
acer=acuto e folium=foglia, in riferimento alle foglie spinose. Come i rametti di pungitopo (Ruscus
aculeatus), anche quelli di agrifoglio venivano posti sulle corde alle quali si appendeva la carne
salata, per proteggerla dai topi: di qui il nome comune di “pungitopo maggiore”.

L’Agrifoglio è un albero dalla simbologia maschile, legato all’amore fraterno e alla paternità. Era
considerato, insieme all’Edera e al Vischio, un potente simbolo di vita, per le sue foglie annuali e i
suoi frutti invernali. Nelle quotidianità celtica si pensava che l’Agrifoglio fosse di aiuto e sostegno
in ogni sorte di battaglia spirituale.

Una volta tanto Celti, Latini, Greci ed Etruschi si ritrovano perfettamente d’accordo: l’agrifoglio
protegge dal male e garantisce fecondità e continuità della vita. In parte è un presagio ricavato
facilmente dalle foglie spinose e coriacee e dai frutti rossi che maturano nel cuore dell’inverno, per
cui è sempre stato al centro delle feste invernali appunto, dai Saturnali romani al Natale cristiano.
Gli Etruschi però, come sempre, erano più precisi e la consideravano una pianta potente e
pericolosa, vera e propria protagonista del bosco di confine della città, la famosa zona sacra che si
stendeva tra le mura e l’abitato propriamente detto, ma per nessun motivo coltivata all’interno dei
giardini domestici, forse anche perché i suoi frutti son velenosi per l’uomo anche se costituiscono
un vero e proprio cibo invernale per gli uccelli. L’Agrifoglio è simbolo di paternità e amore fraterno
ed è sempre stato considerato simbolo di vita. Il suo legno veniva usato per costruire ottime lance
facilmente bilanciabili nelle mani di un guerriero e precise nella direzione in cui venivano
scagliate. Contornate da cristalli di brina, le pungenti foglie dell’agrifoglio non hanno perduto il
loro verde scuro e lucidissimo, e le bacche scarlatte fanno capolino nel diffuso biancore,
trasmettendo calore, vitalità e allegria. Queste particolarità hanno fatto di questo splendido albero
un simbolo del Solstizio d’Inverno, un inno alla rinascita imminente del Sole caldo e luminoso, un
augurio di gioia e buona fortuna per l’anno che deve venire. Le sue bacche soprattutto,
anticamente erano viste come piccole eco del grande astro di cui si attendeva trepidanti il ritorno.
Per questo, qualche giorno prima del Solstizio si usava regalare dei rametti di agrifoglio alle
persone amate: essi rappresentavano l’immortalità, la sopravvivenza oltre la morte apparente, e
avrebbero portato una piccola luce nel buio e un po’ di calore nel gelo, insieme alla fortuna che
proviene dai regni della natura sottili. I druidi appendevano rami di agrifoglio nelle loro
abitazioni per onorare con amore gli spiriti della foresta, e dopo di loro questa usanza continuò ad
essere rispettata, con l’intento di allontanare sortilegi e fulmini, di propiziare la fertilità degli
animali e della terra, e soprattutto la protezione dalle presenze malevole e dalla sfortuna. Le spine
appuntite delle sue foglie, infatti, mostrano senza alcun dubbio la sua funzione di difesa naturale,
di combattività verso ciò che è pericoloso o ostile, di reazione attiva agli stati d’essere negativi. I
fiorellini bianchi dell’agrifoglio, appesi alla maniglia della porta di casa, si credeva ostacolassero
l’entrata di persone o entità dannose, e questa forza magica si pensava fosse ancora più forte e
potente se la porta stessa fosse stata costruita con il suo legno duro e resistente. Soprattutto
durante le feste del Solstizio e del Natale una simile protezione sarebbe stata auspicabile, dato che
in tal periodo i folletti del bosco si sbizzarriscono e sono molto più dispettosi del solito e si
sbizzarriscono con i loro scherzi e le loro malefatte. Un’altra proprietà magica dell’agrifoglio era
quella di ammansire gli animali selvatici e imbizzarriti, nonché quella di rendere più dolce e
sopportabile il gelo dell’inverno, proprio come un piccolo Sole che agiva in modi misteriosi, forse
scaldando e rallegrando l’anima più che il corpo.
Come albero simbolo del Solstizio d’Inverno, l’agrifoglio è anche legato alla parte calante
dell’anno, quella che dal momento di maggior splendore del Sole porta al momento più buio e
freddo. Esso rappresenta il Vecchio dell’anno passato, il Re Agrifoglio dalla lunga barba bianca e
dal sorriso radioso che porta i suoi regali a chi ha conservato in sé uno spirito bambino. Egli, che a
seconda delle tradizioni assume nomi diversi, non è altri che il dolce e caro Babbo Natale, che
proprio per non dimenticare le sue antichissime origini, ancora oggi porta tradizionalmente un
rametto di agrifoglio sul berretto. In Irlanda, se si ricevevano rami d’agrifoglio prima del Solstizio,
questi venivano spazzati fuori subito dopo il Solstizio stesso, poiché non era di buon auspicio
conservare le cose dell’anno vecchio, ed inoltre in tal modo si spazzava via tutto ciò che
apparteneva al passato, potendo poi cominciare un nuovo ciclo più leggeri e con lo sguardo rivolto
non indietro, ma avanti a se. Come accennato, l’agrifoglio era connesso anche alla Fortuna che
poteva pervenire dai regni sottili. Questa sua magica caratteristica compare in una delle antiche
leggende irlandesi appartenente al Ciclo di Finn Mc Cumhail, nella quale si racconta che le tre
figlie di Conanan possedevano tre fusi costruiti con il suo legno. Su di essi le tre Donne avevano
posto matasse di filo fatato ed avevano filato la sorte di Finn e dei suoi guerrieri, provocando il
loro imprigionamento e forse, con esso, una delle prove che essi avrebbero dovuto superare.
In questo senso, l’agrifoglio risulta essere vicino alle sacre Filatrici del Destino, nonché loro stesso
strumento per determinare la sorte degli uomini posti sotto la loro protezione.
Sempre tra i celti, con il legno dell’agrifoglio si costruivano le lance e gli scudi dei guerrieri. Anche
in questo caso appaiono chiaramente le funzioni di attacco alle forze ostili e, al contempo, difesa
da esse, esercitate dalla pianta e probabilmente resi ancor più potenti ed efficaci dai suoi influssi
sottili.

Anche i neonati potevano essere protetti da questo magico arbusto; per questo venivano spruzzati
con l’Acqua di Agrifoglio, preparata come infuso delle foglie oppure come distillato.
Infine, pare che un antico incantesimo usasse l’agrifoglio per attirare i desideri del cuore. Se ne
dovevano raccogliere nove foglie da una pianta non troppo spinosa, dopo la mezzanotte di un
venerdì, nel più completo silenzio. Le foglie dovevano essere avvolte in un panno bianco, alle cui
due estremità si dovevano fare nove nodi. Il sacchettino andava quindi riposto sotto al cuscino e
ciò che si sarebbe intensamente desiderato, poggiandovi sopra la testa, si sarebbe presto avverato.

Nel Medioevo era associato al diavolo, per via delle foglie spinose, ma in ogni altro periodo e
presso ogni popolo è sempre stato amato da tutti, perché le allegre bacche colorano i boschi in pieno
inverno. Già per i Celti l’agrifoglio era una pianta sacra, ma in Italia la tradizione di usare
l’agrifoglio a scopo augurale è arrivata grazie ai Romani che, conquistata la Bretagna, scoprirono
che i sacerdoti celti usavano la pianta per proteggere le persone dai disagi dell’inverno e per
ammansire gli animali; i Romani iniziarono a donarne i rami agli sposi novelli, come augurio e,
durante i Saturnali, ne tenevano ramoscelli come talismani, e li piantavano vicino alle case per
tener lontani i folletti che, secondo la tradizione, amavano architettare molti scherzi in questo
periodo, ne decoravano la casa nel periodo dei Saturnali. L’agrifoglio era la pianta sacra di
Saturno e veniva usato durante i Saturnalia per rendere onore al dio. I romani erano soliti fare
delle ghirlande di agrifoglio per decorare le statue di Saturno. Secoli dopo, in Dicembre i primi
cristiani iniziarono a celebrare la nascita di Gesù. Per evitare persecuzioni continuarono ad ornare
le loro case con l’agrifoglio durante i Saturnalia. Una leggenda racconta di un piccolo orfanello
che viveva con alcuni pastori quando gli angeli araldi apparvero annunciando la lieta novella
della nascita di Cristo. Il bambino si mise in cammino verso Betlemme con gli altri pastori e sulla
via intrecciò una corona di rami da portare in dono a Gesù Bambino. Ma quando pose la corona
davanti al Bambinello gli sembrò così indegna che si vergognò del suo dono e si mise a piangere.
Allora Gesù Bambino toccò la corona e le sue foglie brillarono di un verde intenso e trasformò le
lacrime dell’orfanello in splendide bacche rosse. Con l’avvento del Cristianesimo l’Agrifoglio
divenne l’Albero Santo a rappresentare la Croce di Spine.

Piccole perle:

In caso di allergie consultare sempre il medico e assumere sempre sotto il controllo del medfico.

infuso per contrastare l’influenza: mettere 1 o 2 cucchiaini di foglie d’agrifoglio fresche,


spezzettate, in una tazza d’acqua, lasciando riposare per una notte. La mattina seguente far
bollire brevemente il composto, zuccherare, preferibilmente con del miele, e bere durante la
giornata, anche due tazze al giorno.

Vino d’agrifoglio contro la febbre: far macerare 25 grammi di foglie fresche, pestate nel mortaio, in
mezzo bicchiere di alcool a 60° per una settimana. Aggiungere poi una tazza di vino bianco e
lasciar riposare ancora per una settimana, al termine della quale il preparato andrà filtrato.
Assumere due cucchiai di vino d’agrifoglio per tre volte al giorno.
Vino d’agrifoglio per calmare la diarrea: in un litro di vino rosso bollente mettere 30 grammi di
foglie fresche d’agrifoglio, facendo bollire il tutto per circa 10 minuti. Assumere durante la
giornata, in cucchiai da tavola, senza però mai superare i 70 grammi.
Decotto per combattere la bronchite: bollire a fuoco basso 30 grammi di foglie d’agrifoglio
essiccate in un litro d’acqua, per 10 minuti. Sciogliere del miele, far raffreddare e bere due tazze al
giorno.

sambuco nero

Caratteristiche:

è un arbusto alto fino a 7 m, con chioma globosa, espansa di colore verde intenso, con tronco
sinuoso e ramificato, con corteccia fessurata e di colore grigio-brunastra. Fiorisce a primavera e i
suoi fiori bianchi profumatissimi sono raccolti in grandi ombrelli. Al termine della fioritura che
avviene ad agosto si formano delle bacche nero bluastre usate per preparare sciroppi e marmellate.
Ricordarsi sempre che le bacche devono essere raccolte quando sono molto mature e cioè a fine
agosto, altrimenti possono risultare lassative.

Habitat: originario dell’Europa, della Siberia Occ. Del Caucaso e dell’Asia Min. è una specie
comune in tutta Italia. Cresce nella zona montana, nei luoghi ruderali, lungo le siepi e i fossi, nei
boschi radi fino a 1000 m slm.

Proprietà:

Una delle tradizioni contadine legate al sambuco e alle sue proprietà medicinali era quella di
inginocchiarsi sette volte di fronte alla pianta, perché sette sono le parti del sambuco utilissime per
la cura dell’uomo: i germogli, le foglie, i fiori, le bacche, la corteccia, le radici e il midollo. I
germogli sono utili per calmare la nevralgia, preparati in decotto consumato caldo.Le foglie curano
le malattie della pelle, se applicate come impacchi, ma possono anche calmare il dolore e
l’infiammazione di scottature e ferite. Insieme ai fiori curano le emorroidi e gli ascessi.

I fiori, invece, sono un ottimo depurativo e diuretico, possono essere adoperati per contrastare il
raffreddore e le malattie invernali quali influenze e febbri lievi (sono febbrifughi, rilassanti e
stimolano la sudorazione), e sono un buon rimedio contro i geloni e la bronchite. Inoltre sono
disintossicanti, curano gli occhi (irritazioni e orzaiolo) e, se usati in lozione, rendono la pelle
morbida.
Le bacche curano le infiammazioni di bronchi e polmoni, se consumate in sciroppo; sono ricche di
vitamine e quindi utili per prevenire raffreddamenti invernali, rinforzano il sistema immunitario e,
sempre consumate in sciroppo, curano le infezioni. Inoltre sono lievemente lassative, e quindi
ottime contro la stitichezza.

La corteccia, similmente alle bacche, è lassativa, ma può essere anche emetica (favorisce il vomito),
a seconda della quantità ingerita. Posta fresca sugli occhi cura le irritazioni.

La radice bollita e pestata cura la gotta e, infine, il midollo, ridotto in pappa e unito a farina e
miele, lenisce il dolore provocato dalle lussazioni.

Storia, mito, magia:

il nome greco del sambuco “Actè” significava “nutrimento di Demetra”, evidentemente per
l’utilizzo che veniva fatto delle sue bacche (nere per il Sambucus nigra, rosse per il Sambucus
racemosa).

Il significato latino del nome di questa pianta ha invece un’altra origine: da sambucus, che
richiama la sambuca, una macchina da guerra triangolare (una sorta di ponte levatoio che veniva
utilizzato durante gli assedi) – ancora in uso nel Medioevo. La parola “sambuco” indicava anche
un piccolo flauto, ancora oggi facilmente realizzabile con un ramoscello di questa pianta priva del
midollo interno.

In Bretagna, Danimarca, Russia e altri paesi, questa pianta veniva utilizzata per proteggere le
case dai malefici;

D’altra parte il sambuco poteva anche attirare i poteri maligni, per esempio se veniva bruciato
dall’uomo.

Il sambuco è un albero molto amato dalle fate e dalle luminose entità che abitano il magico mondo
al di là del velo del visibile.

In molti paesi e culture, soprattutto celtiche e nordiche, esso era considerato una delle maggiori
rappresentazioni della Grande Madre perché si diceva che il suo divino potere femminile scorresse
nelle dure vene legnose della pianta, e la rendesse quasi un essere animato che incuteva non poco
timore.

I suoi colori mostravano soprattutto la Dea nel suo triplice volto, in cui i fiorellini delicati,
profumati e bianchi rappresentavano la Fanciulla Vergine, il verde dei rametti e delle foglie la
Madre rigogliosa e le bacche nero violacee la Strega oscura. Ma nonostante questo, secondo le
tradizioni, era l’aspetto più potente e incontrollato della Strega a prevalere nel sambuco, a tal
punto che si credeva che l’albero non fosse realmente un albero, ma una strega trasformata in
albero, o un qualche simile essere inquietante e pericoloso.

Per questo il sambuco era associato all’oscurità, alla magia, alla divinazione, ma anche al viaggio
verso le profondità della terra bruna e, in particolar modo, alla morte.

Il profumo dei fiori si diceva che portasse nell’Altromondo, e dormire sotto le sue fronte poteva
voler dire non svegliarsi mai più: l’anima sarebbe stata rapita dalle creature fatate e non sarebbe
più tornata ad abitare il corpo, abbandonato al sonno eterno.

Il sambuco era considerato, quindi, una Porta di Morte, ma anche di rigenerazione e nutrimento,
dato che ogni sua parte recava aiuto all’uomo contro malesseri e malattie, e le sue bacche erano
fonte di cibo per gli antichi.

Nel calendario arboricolo celtico, il sambuco è l’albero del tredicesimo mese, l’ultimo del ciclo, il cui
apice corrispondeva al Solstizio d’Inverno e quindi al buio peggiore, alla sterilità e al freddo,
portati dall’orrenda Megera dal volto mortifero.

Lo stesso numero tredici simboleggia la fine di un ciclo, la morte, ma anche l’Iniziazione e la


rigenerazione.

Tutti poteri insiti nello spirito del sambuco e connessi alla sua natura oscura.

I nomi con cui veniva chiamato rispecchiano tutti l’amore e il rispetto reverenziale che si provava
nei confronti di questo splendido essere vegetale.

“Nostra Signora” o “Madre Sambuco”, tra i celti, e “Albero di Holle” (holun tar) tra i germani.

Quest’ultimo richiamava la leggenda nordica secondo cui una magnifica fanciulla dai capelli color
dell’oro abitasse l’albero di sambuco. Ella amava questo albero soprattutto se cresceva vicino a
sorgenti e fiumi, cascatelle e ruscelletti, in cui poteva bagnarsi come una ninfa dei boschi.

La misteriosa fanciulla non era altri che Holle (Holda/Holla), la Regina delle Fate e Dea nordica,
la quale poteva apparire in queste vesti affascinanti, ma poteva anche mostrarsi nella guisa di una
strega terribile, con lunghe e pericolose zanne e lineamenti alquanto selvatici. Ella, infatti, era sì
la splendente e luminosa Madre, ma era anche Signora del regno sotterraneo ed infero, ed era
quindi legata al potere ctonico e alla Morte.

Nell’aspetto di una bizzarra donnina con lunghe e pericolose zanne, Holle appare nella dolcissima
fiaba Frau Holle (Signora Holle), trascritta dai fratelli Grimm, in cui ella (chiaramente più simile
ad una strega che ad una fata) rappresenta la madrina nutrice e la Maestra che aiuta le fanciulle
meritevoli nel loro cammino iniziatico verso la conoscenza dei mondi sottili.

Ma non solo la bellissima Regina delle Fate abitava il sambuco…

Miriadi di elfi e coboldi si nascondevano al suo interno, e mentre i primi prediligevano i suoi
cespugli, i secondi preferivano di gran lunga accoccolarsi nel tenero midollo dei suoi ramoscelli.

Nella bella festa di Mezz’Estate, tra gli abitanti degli antichi paeselli pagani, si usava andare
alla ricerca dello spirito del sambuco, danzando intorno alla pianta con coroncine fatte con i suoi
fiori tra i capelli, e si può presumere che le fate stesse si divertissero a danzare insieme alle donne e
agli uomini, in una splendida gioia condivisa.

In Svezia si diceva addirittura che, durante questa magica festa, se ci si fosse nascosti sotto ad un
sambuco, si sarebbe potuto assistere alla processione fatata del Re degli Elfi e della sua corte.

Inoltre si credeva che il succo verde interno alla corteccia di questa magica pianta, se usato
esternamente, avrebbe donato la Vista (o seconda vista), potere ottenibile anche soltanto
cingendosi la fronte con le sue foglie e la sua corteccia.

I contadini tedeschi, che nutrivano infinito rispetto per il sambuco, quando avevano bisogno di
tagliarne un pezzetto si inginocchiavano davanti al suo fusto con le mani giunte in preghiera e
invocavano: “Signora Sambuco, dammi un po’ del tuo legno e io te ne darò un po’ del mio, quando
crescerà nella foresta”.

Essi credevano anche che lo Spirito materno dell’albero avrebbe lenito i loro dolori, e quando
avevano un fastidioso ascesso, si recavano al sambuco per invocare l’aiuto della Signora e per
prelevare una scheggia dalla corteccia dell’albero. Tornati a casa, si incidevano le gengive con
questa e la sporcavano di sangue. Poi tornavano al sambuco, camminando all’indietro, e
riponevano la scheggia laddove l’avevano presa. In questo modo la Fata li avrebbe guariti.

Proprie del sambuco erano anche alcune proprietà divinatorie. Se in estate i suoi fiori fossero stati
di un bel colore giallo, o meglio ancora, ruggine, sarebbe arrivato un bimbo; se avesse mostrato,
invece, fiori piccoli e sottili, il raccolto sarebbe stato povero, ma se i fiori erano corposi e forti il
raccolto sarebbe stato ottimo.
Nelle leggende germaniche il flauto magico era un ramoscello di sambuco svuotato del midollo, che
si doveva tagliare in un luogo dove non si potesse udire il canto del gallo che lo avrebbe reso roco: i
suoni che se ne traevano proteggevano dai sortilegi, come testimonia l’opera di Mozart “Il Flauto
Magico”, probabilmente richiamava l’attenzione degli spiriti silvestri, tutte le malie sarebbero
scomparse, insieme alla sfortuna, alle negatività e alla tristezza.

La devozione nei confronti del sambuco era dimostrata anche dai molti doni che venivano posti ai
suoi piedi.

In Scozia si portavano dolci e latte all’ombra del sambuco e anche in altri paesi nordici si usava
portare il latte, ma anche pane e birra.

Tra i celti il sambuco veniva piantato vicino a case, stalle e castelli, perché avrebbe protetto la
famiglia da malefici e serpenti velenosi. Le fate che lo abitavano avrebbero mostrato benevolenza
se fossero state coccolate con amore e cure costanti, ma se fosse capitato il contrario avrebbero
portato sfortuna e incidenti. La cura inoltre doveva procedere di generazione in generazione, come
una tradizione tramandata di madre in figlia, di padre in figlio, a cui tutti dovevano partecipare
attivamente.

Naturalmente era vietato sradicare o tagliare la pianta, e bruciare la stessa avrebbe recato una
grave offesa alla Dea, che tra tutti gli alberi desiderava che questo fosse preservato dal fuoco.

Un’altra precauzione nei confronti del sambuco consisteva nell’evitare che i bimbi piccoli
dormissero in culle fatte con il suo legno. Avrebbero, infatti, patito i dispetti delle fate, che
potevano prenderli a morsetti e pizzicotti fino a far loro uscire il sangue.

Molte tradizioni e leggende furono rivisitate dai primi cristiani che, non riuscendo ad estirparle
non potevano far altro che volgerle a proprio vantaggio.

Così, se prima il succo del sambuco aiutava ad acquisire la Vista dei popoli fatati, ora si diceva che
spalmandolo sugli occhi (o usandolo come collirio) si sarebbero potute vedere le streghe, per
scovarle ed ucciderle; se prima bruciarne il legno avrebbe offeso la Dea, ora bruciarlo avrebbe
portato il Diavolo in casa.

Nel XIII secolo, in Francia, un monaco lamentava il perdurare, nonostante i divieti, dell’usanza
secondo cui le donne portavano i loro bambini ai piedi del magico sambuco per recarvi doni e
offerte, mentre le fanciulle incinte continuavano a baciarne la corteccia per ottenere un parto
facile.

E nonostante tutti i tentativi, ciò che si voleva eliminare continuò a vivere, giungendo fino a noi.

Interessantissima, infine, è la leggenda russa legata al sambuco, secondo la quale tutte le malattie
mortali si credeva fossero personificate dalle Dodici Vergini (ma a volte erano Nove). Queste
giungevano dall’oceano come spiriti e salivano la montagna sacra fino a giungere dai Tre
Sambuchi Anziani, dai quali ottenevano la conferma che ogni essere vivente che appartenesse alla
terra era soggetto alla morte.

Questa storia veniva raccontata dalle donne quando i loro villaggi erano minacciati da epidemie e
malattie mortali, e mentre raccontavano tracciavano con l’aratro un profondo solco intorno al loro
abitato, perché così, dicevano, sarebbe stato il più possibile protetto dalla sciagura e dagli spiriti
del male.

Esiste una credenza contadina secondo la quale Giuda si sarebbe impiccato a un albero di
sambuco: da allora le sue bacche diventarono così amare da non poter essere mangiate.

L’essenza del sambuco è mutevole, inafferrabile.

È un’essenza in cui il volto della Strega oscura e quello della Fata luminosa si uniscono in un
unico essere dalla magia ambivalente, pericolosa da un lato e estremamente benevola dall’altro.

La Strega che lo abita ricorda i rapaci notturni, la cui vista è in grado di penetrare il buio più
nero, e l’albero stesso forniva, con la sua linfa, una magica sostanza che avrebbe mostrato la
verità oltre il visibile. Il sambuco cela tra le sue venature e i solchi della sua ruvida corteccia gli
Occhi Nascosti, quelli in grado di vedere oltre il velo della materia.

Il suo Dono è la Visione Divina, la magia che fa scostare i veli della nebbia e fa intravedere il
Mondo al di là di essi e le eteree creature che lo abitano.

Piccole perle:

Ricette curative (e golose!)

(in caso di allergie consultare sempre il medico)

Cataplasma per lenire gli ascessi: sminuzzare e pestare foglie fresche e fiori di sambuco e
aggiungere del sale al composto. Applicare una piccola quantità direttamente sull’ascesso.

Infuso per abbassare la febbre: in un litro di acqua bollente lasciare in infusione 40 g di fiori di
sambuco, per 10 minuti. Addolcire con un po’ di zucchero o miele, a seconda dei gusti, e bere caldo.
Questo infuso provoca la sudorazione e abbassa, così, la febbre.

Cura per i geloni: lasciare in infusione 30 g di fiori di sambuco in un litro di acqua bollente per 10
minuti. Lasciar raffreddare un poco e immergere le dita o tutte le mani nel liquido caldo, per
diversi minuti.

Decotto contro la stitichezza: porre 80 g di bacche mature di sambuco in un litro d’acqua fredda e
portare il tutto ad ebollizione. Lasciar bollire per 3 minuti e spegnere il fuoco. Consumare mezzo
bicchierino di questo decotto prima di andare a letto.

Acqua di sambuco per occhi irritati o arrossati: lasciare in infusione in un litro di acqua bollente
50 g di fiori di sambuco per 15 minuti. Lasciar raffreddare e nel frattempo lavare accuratamente
gli occhi con acqua fresca. Imbevere due compresse (panno o cotone) nel preparato e porre su
ciascun occhio per 15 minuti. L’acqua di sambuco è anche utile per lenire le bruciature e come
tonico per la pelle.

Succo di bacche di sambuco: questo succo è un ottimo curativo e ostacola le infezioni. Per
prepararlo lasciar cuocere per qualche minuto (5 circa) 80 g di bacche mature. In seguito pestare
bene le bacche e filtrare. Addolcire la bevanda calda con zucchero o miele e berne un bicchierino.

Frittelle di sambuco: preparare una normale pastella per frittelle e, dopo averli accuratamente
lavati e privati degli steli, immergere i fiori nell’impasto (una ombrella di fiori per ogni frittella, o
meno a seconda dei gusti).

Cuocere le frittelle con un poco di burro per non farle aderire alla padella. Il profumo dei fiori si
diffonderà in tutta la cucina.

Bevanda rinfrescante di sambuco: porre sette grandi ombrelle di fiori di sambuco e due o tre fette
di limone in sette litri d’acqua fredda per tutta la notte. Il giorno seguente far bollire la bevanda
per qualche minuto e addolcirla con circa un kg di zucchero o con miele, a seconda dei gusti.
Imbottigliare e bere nei mesi caldi.
Anacardo

Albero originario del Nord-Est brasiliano (Anacardium occidentale), (chiamatocajueíro in lingua


portoghese, ing cashew nut, cashew apple, caju) botanicamente imparentato al pistacchio, al
mango e al sommacco (tutti appartenti alla famiglia delle Anacardiaceae, specie arboree spontanee
nelle regioni tropicali). La pianta è ricca di un succo lattiginoso che si rapprende a formare una
gomma, usata come vermifugo. Produce un “falso frutto” piriforme, l’acagiù, o mela d’acagiù,
detto in portoghese cajù, o acajou o acajù o pomo d’acajou, rappresentato dal peduncolo ingrossato
in modo sproporzionato; questa mela, di colore rosso o giallo e di sapore agrodolce, data la sua
notevole succulenza, viene consumata solo localmente, allo stato fresco o zuccherata, ed è molto
apprezzata per i suoi molteplici usi. Il suo nome “ana = simile” e “cardia = cuore”, deriva dal fatto
che il suo falso frutto somigliava ad un cuore. All’estremità di questo falso frutto che rappresenta
il peduncolo, è presente il frutto vero e proprio, una noce cuoriforme (chiamata in Brasile noce di
acagiù o mandorla di acagiù), conosciuta anche come nocciola o mandorla d’anacardio, che
contiene una buona percentuale di olio commestibile. Il guscio di questa noce è marrone, coriaceo,
ricco di oli caustici (cardolo); di quest’ultima viene utilizzata la mandorla (detta pure mandorla
indiana), biancastra, a forma di fagiolo, di circa 2 cm di lunghezza, ricca di sostanze grasse, che,
tostata e salata, si trova in commercio in tutto il mondo come snack. Oggi si può trovare anche
nelle insalate di verdure o in macedonie di frutta. Esistono tipi di mandorla grande, media e
piccola, ma è quest’ultima la più pregiata. Il nome di “mandorla indiana” deriva dal fatto che
questo albero verso il XVII secolo è stato trapiantato in India, dove si è diffuso notevolmente
anche in altre regioni asiatiche.
Dietetica La noce dell'anacardo (cajù) contiene un 22% di glicidi, un 21% di protidi e un 47% de
lipidi. Questi grassi, formati dall'acido oleico (55-64 %) e linoleico (7-20 %), essendo insaturi,
aiutano a ridurre il colesterolo. È una eccellente fonte di Magnesio (267 mg. per 100 gr. de frutto
secco) ed è ricco di Potassio, Calcio, Ferro e Fosforo. Contiene Selenio con il quale ottiene un
effetto antiossidante, dà origine all'enzima glutatione perossidasi che previene lo sviluppo di
alcune forme di cancro. Come nel caso di tutti i frutti secchi, anche l'anacardio è una importante
fonte di vitamine B, specialmente B1, B2 e B5.
In cucina L'anacardo, come abbiamo detto, produce nello stesso tempo un frutto fresco (falso
frutto) e un frutto secco (la mandorla), però mentre il frutto fresco non viene utilizzato, è il frutto
secco che gode di grande interesse commerciale, e che può essere gustato semplicemente come snack,
dal momento che si trova in commercio tostato e salato, come le noccioline americane, rispetto alle
quali è più dolce e gradevole, anche se più costoso. Le ricette a base di anacardo, infatti,
appartengono quasi tutte alla cucina cinese. In America, dove queste noci sono molto usate al
posto delle mandorle e delle noci nostrane, non di rado si vedono anacardi che contornano carni
arrostite, oppure, tritati finemente come guarnizione di tartine o quale ingrediente nei dolci
lievitati sul genere dei famosi “cakes”. Al pari dei pinoli, sempre in America le “noci”
dell’anacardio vengono aggiunte a verdure varie come spinaci, biete da taglio, ed altre ancora: in
questo caso sono tagliate in filetto sottile; da noi, invece le industrie le usano al posto dei pinoli
per fare il “pesto alla genovese". Una ricetta particolare è il “pollo all’anacardio

Basilico

Ita. anche detto erba reale; Fr. grand


basilie; Ingl. [sweet] basil; Sp. albahaea

Habitat: è originario dell'India e


dell'Indonesia, dove cresce spontaneo,
ma ècoltivato nelle regioni temperate
di tutto il mondo.

Descrizione: pianta erbacea annua della


famiglia delle Libiateae, ha fusto eretto
quadrangolare alto da 15 a 60 cm; le sue
foglie sono di color verde chiaro, ampie
e di forma ovale; i suoi fiori sono piccoli,
profumati, di colore biancastro, e sono
riuniti in spighe poste sopra una
coppia di piccole foglie.

Parti utilizzate:

le foglie e i fiori.

Principio attivo: l'olio essenziale,


contenente metilcavicolo, eugenolo,
cineolo, linalolo e pinene.

Proprietà e indicazioni:

• antispastica: l'infuso di fiori e foglie


di basilico èin grado di calmare
tutti i disturbi legati alla digestione,
come per esempio gli spasmi
addominali, la nausea, l'aerofagia,
ma anche l'emicrania dovuta,
o associata, a problemi intestinali;
• tonificante: il basilico utilizzato per via
interna, come infuso, o per via esterna,
tramite bagni e frizioni che si effettuano
con la sua essenza, tonifica il sistema
nervoso e cardiovascolare ed è consigliato
in caso di astenia e di ipotensione arteriosa;

• rinfrescante e purificante: i bagni effettuati


aggiungendo all'acqua, nelle dosi consigliate
l'essenza di basilico rinfrescano e puliscono
la pelle grazie all'azione equilibratrice
esercitata sulle secrezioni grasse
prodotte dai follicoli sebacei.

Curiosità

Il nome del basilico deriva dal


graco "basilikos", che significa
"regale", e ciò indica come già
nell'antichità fosse considerata la
regina delle erbe.
Presso alcune culture si attribuiscono
al basilico proprietà magiche.
I contadini messicani, infatti,
credendolo un potente talismano
in grado di attrirare denaro o
l'affetto della persona amata,
ne portano sempre una foglia
con sè.
canna da zucchero

Genere: Femminile

Pianeta: Venere

Elemento: Acqua

Poteri: Amore, Lussuria, Purificazione

Uso Magico:

E’ da sempre usato in pozioni per l’amore e la lussuria.

Masticane un pezzo (di canna, non di zucchero di canna!!!!) mentre pensi all’amato/a.

Viene anche sparsa polverizzata per disperdere il male e purificare le aree prima di rituali ed
incantesimi.
Il potere del limone nella magia d’amore
Rituali di magia rossa

Ben pochi sono a conoscenza della potenza e della magia che si nasconde dietro un semplice e
innocuo limone, esso viene usato di solito per scopi curativi, per scopi culinari, per la cura della
pelle, ma il limone può essere usato anche nell’abito magico, sia per magia positiva che negativa.
Oggi vi proporrò quindi una magia per legare la persona amata anche se essa non vi vuole, questo
incantesimo è molto potente quindi badate bene se l’amore della persona lo volete ottenere
davvero.

Occorrente
Limoni
Spilli
rito d'amore

rituale magico per legare a noi la persona amata

Procedimento

La prima notte di Luna nuova prendete un limone, incidete con la punta di uno spillo il nome
della persona che si vuole legare, benedite il limone come vi è solito fare (con una preghiera o con
un segno di benedizione che usate solitamente, anche il segno della croce va bene) poi infliggete
tredici spilli e nascondete tutto in un angolo buio della casa.

Passati undici giorni andate a prenderlo e guardate la trasformazione avvenuta, se è nerissimo la


persona non è assolutamente, per ora, interessata a voi, di conseguenza lo stesso giorno preparate
tre limoni nel medesimo modo e nascondeteli nuovamente, al settimo giorno portateli alla luce e
controllate la trasformazione, se li troverete ammuffiti è già un buon segno, vorrà dire che la
persona che desiderate è indeciso se volervi o meno. La notte stessa preparate altri cinque limoni
eseguendo lo stesso procedimento e nascondeteli, riprendeteli al settimo giorno e se li troverete con
un liquido attorno vorrà dire che tutto sta andando per il meglio.

Insoddisfatti?

Se non siete soddisfatti del comportamento della persona, e volete ancora più attenzioni, prendete
in luna nuova cinque limoni sopra di ognuno incidete i dati della persona interessata, piantate
ventidue spilli, e dopo sette giorni preparatene altri cinque e dopo sette giorni gli ultimi tre. Il
risultato positivo di questo incantesimo è assicurato
La farmacopea delle Streghe
Da un punto di vista generale, la storia delle streghe, dove da sempre paiono intrecciarsi concetti
magici e religiosi con pratiche mediche e farmaceutiche, ci conduce dai miti greci, passando per il
mondo latino, al Medioevo, fino ai processi alle streghe condotti con gran risonanza in tempi
relativamente recenti.
Der Liebeszauber (L'incantesimo d'amore). Autore fiammingo del Basso Reno, Museum der
bildenden Künste di Lipsia. La fattucchiera è rappresentata nuda, nell'atto di aspergere un cuore
conservato in un forziere. La donna, in un gesto pudico che nulla toglie all'erotismo, distoglie lo
sguardo dallo spettatore, ma viene osservata da dietro, da un giovane dallo sguardo rapito. Nella
parete di fondo uno stipetto a muro lascia intravedere preziosi vasi, forse contenenti gli
ingredienti del filtro. Sparse a terra, le piante usate nel sortilegio (a destra in basso,
riconoscibilissimo il mughetto, a sinistra sotto il forziere, l'Erba di San Giovanni, le rose e forse
l'aquilegia, dietro il cane).

In latino le streghe erano dette lamie dal nome Lamia, la formosa regina con la quale, secondo la
mitologia, amoreggiò Giove, incurante della gelosia della sua sposa Giunone. L’ira di costei,
inesorabile e terribile, non si fece attendere. Giunone uccise i figli di Lamia che perse vista e senno
a furia di piangere. Lamia ottenne a parziale consolazione dal suo divino amante, di potersi
trasformare a proprio piacimento. Divenne così il terrore delle puerpere perché, o per rivalsa o
perché unico rimedio capace di lenire il suo dolore, andava succhiando il sangue dei loro bambini.
Dalla mitologia classica deriva dunque la figura della lamia usata anticamente per spaventare i
fanciulli, il cui ricordo forse, permane nelle leggende occidentali collegate al vampirismo.
Singolarmente questo vocabolo si ritrova anche nella Bibbia ibi cubav litamia et invenit sibi
requiem (Isaia, XXXIV, 14) dove San Girolamo più che al testo ebraico, si attenne alla versione dei
Settanta e si servì di questo nome della tradizione mitica classica ritenendo che ad esso
corrispondesse il nome Lilith del testo ebraico.
Nel rabbinismo anche questa parola designa un’entità notturna, ossia una specie di demone
femminile che si credeva vagasse nelle tenebre per molestare i mortali tendendo soprattutto insidie
ai bambini.
In Astrologia Lilith è simbolo della luna nera e della sua faccia nascosta, cosa che ha
corrispondenza con le pulsioni profonde ed istintive dell’uomo, per cui per estensione era chiamata
a rappresentare le streghe che facevano vita notturna.
Alle streghe si è dato anche il nome di sagae, sapienti che ambivano ad ampliare le loro conoscenze,
dal verbo antiquato sagire che possiamo far corrispondere a quello che compone il nostro presagire.
Ritroviamo questo verbo e questo concetto nel De divinatione di Cicerone.

Propriamente l’odierno vocabolo strega deriva dal latino strix, trasformatosi nel vocabolo latino-
medioevale stria, adoperato anche in molti dialetti italiani. La parola strix significa barbagianni o
civetta e più in generale ha dato origine al termine strigiforme che indica genericamente l’uccello
notturno. In Sardegna con il termine sa striadura si indica una malattia provocata dal
barbagianni. Presumibilmente i latini credevano che le civette si trasformassero in donne, le quali
perciò presero il nome di strigi o streghe. Ma la civetta è anche l’animale totemico di Atena-
Minerva, la dea della sapienza partorita con un colpo di scure da parte di Efesto dalla testa di
Zeus e quindi ritorniamo, sembra, come in sagae, all’idea della donna sapiente.

I romani dei secoli posteriori, ignorando l’etimologia della parola, e separando quindi l’idea
dell’uccello notturno da quella delle streghe, né conoscendo il rapporto che esisteva tra loro, hanno
continuato a dare a questo termine un significato sinistro o temibile, dimenticando, sembra,
l’ambivalenza con quello della saggezza.

In Francia l’ostetrica si chiama sage femme e sappiamo che le streghe medievali si occupavano
elettivamente dei problemi legati al concepimento, all’aborto ed al parto.
La Strega di Albrecht Dürer. Incisione su rame, 1500 c.ca.
In diverse lingue la strega si indica con il nome della capra, come ad esempio in tedescohexe che si
può confrontare con il greco aix, capra. Questo termine ci ricorda anche la ninfa Egeria del re
Numa, evidentemente una maga o una profetessa in veste di capra. E’ forse trovando questi
vocaboli e non sapendoli collocare, o utilizzandoli coscientemente, che l’iconografia medievale,
costruita tutta dagli ecclesiasti esperti di demonologia, dipinge la strega che vola sul dorso di un
capro.

Una componente importante dell’attività delle streghe sembra essere stata quella della
preveggenza attuata senza la mediazione di tecniche divinatorie, ma partecipando con la propria
persona al processo e quindi vedendo il futuro e sentendo ciò che stava per accadere.
Un’indicazione in questo senso è fornita dal termine francese che indica la strega, sorcière, colei
che fa la sorte, che si avvicina come già visto al verbo sagire. Quindi per fare la sorte occorre sapere
e il presagio di solito compare tramite una visione, una sensazione o un avvenimento naturale al
quale si partecipa, anche se le streghe medievali praticavano spesso la divinazione attraverso
strumenti divinatori, ad esempio gettando delle leguminose, diverse a seconda della zona di
residenza, come le fave o i ceci.

Non è però questa la sede per approfondire in modo esauriente un argomento così complesso e
vasto e per quanto affascinante possa essere, rimando ad altre letture per una eventuale disamina.

Dobbiamo comunque rilevare che negli studi su questa materia, si tende a generalizzare con troppa
facilità, probabilmente perché appare veramente difficile fare chiarezza in un ambito che è restato,
per scelta o per forza, nell’ombra. Con troppa leggerezza si usa il termine strega a tradurre parole
come masca, fara, malefica, sortílega, lamia, pythonissa,stria, incantatrix, herbaria, fascinaria, zo
biana, arlia, ciascuna delle quali ha una sua precisa derivazione etimologica ed ha avuto origine,
collocazione, ruolo e destino diversi.

Da un punto di vista storico-cronologico moderno la nascita della figura della strega si può far
risalire al 590 d.C., poco dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, ma la storia che può
interessarci in questa sede diventa chiara più tardi.

Il 1484 è l’anno della grande costellazione, la molto temuta congiunzione di Giove con Saturno
nel segno dello Scorpione, ritenuta da molti l’inizio di una nuova era. Un periodo difficile a
partire da questo anno era stato annunziato da profezie e da pronostici. Anche la situazione
politica iniziava a fermentare. Qualche anno dopo, nel clima profetico della Firenze di Gerolamo
Savonarola, Giovanni Nesi un seguace di quest’ultimo, amico anche di Pico della Mirandola,
guardava l’alba del nuovo secolo come quella di un mondo nuovo, segnato dalla conversione di
tutti gli infedeli, e quindi anche degli eretici, nel quale si sarebbe realizzato finalmente il sogno di
unità del mondo: un solo ovile, un solo pastore.
Il Malleus maleficarum in un'edizione tarda del 1669
Possiamo considerare il 1484 anche come l’anno in cui raggiunge la piena realizzazione il progetto
di caccia alle streghe con la formulazione teorica della bolla Summis desiderantes di Innocenzo
VIII a cui segue il Malleus maleficarumdel 1487, il famigerato “Martello delle streghe”, nelle due
elaborazioni dello Sprenger e del Kramer, manuale dell’inquisitore che insegnava a porre le
domande, ad estorcere le confessioni, a spiegare i rapporti tra il demonio e le streghe.

A partire da quell’anno, per più di due secoli, l’Europa fu illuminata dai roghi, gli autodafè che
dovevano purificare il mondo dalle malattie dell’eresia e della stregoneria.
Il nodo non ancora sciolto sulle streghe riguarda il fenomeno nel suo insieme. Non si sa ancora con
certezza, o almeno ancora non è stata accreditata definitivamente un’ipotesi, se sia esistito
realmente un movimento organico di seguaci dediti a queste pratiche, esponenti di un’antichissima
tradizione di derivazione sciamanica, tramandata di famiglia in famiglia o se, più che altro, si
trattasse di un fenomeno sporadico e spontaneo, a carattere tradizional-popolare. Di sicuro la
stregoneria fu omologata come organizzazione dalla violenta dalla repressione ecclesiastico-
istituzionale che stigmatizzò in regole fisse alcuni caratteri comuni.

Il fenomeno delle streghe è stato molto spesso interpretato come una disciplina tenebrosa che ha
concretizzato operativamente un legittimo sentimento di rivolta contro le condizioni di vita
inumane imposte da una organizzazione classista estremizzata. La strega è così innalzata a
simbolo della rivolta sociale, capace di minacciare l’ordine costituito.
In realtà da un punto di vista sociologico le streghe avevano ed esercitavano un “potere” non
controllabile in seno alle piccole comunità rurali e ciò non poteva che essere malvisto dalla classe
dominante, religiosa o politica che fosse.
L’attività farmacologo-terapeutica delle streghe, che solo per necessità di esemplificazione non mi
sento di inserire genericamente nelle pratiche di stregoneria, si può ritenere verosimilmente e per
una buona parte, una branca della magia operativa, dalla quale sembra attingere a piene mani per
ottenere capacità interpretative e tecniche.
In tutte le pratiche delle streghe la legge di base più usata è quella della similitudine, delsimilia
similibus curantur (o curentur ad interpretationem). Ne è un caso particolare il ricorso
all’immaginazione, impiegata come strumento di alterazione non solo dell’immagine (o visione)
della realtà, ma anche delle leggi che la regolano.
Questo pensiero era diffuso e generalmente accettato durante il Medioevo anche da gente colta,
prima che la campagna contro la stregoneria e la terapeutica popolare, spingesse queste idee nel
mondo dell’illecito e quindi dell’occulto. All’inizio del quattordicesimo secolo Henri de Mondeville
scriveva che secondo lui l’azione terapeutica delle sostanze esercitata solo per contatto, come nel
caso degli amuleti, va posta sullo stesso piano degli incantesimi, degli scongiuri, dei sortilegi e dei
malefici che, inefficaci di per sé, possono tuttavia portare alla guarigione:
(…) perché, dato che la forza (virtus) dell’anima modifica la complessione del corpo (…) se lo
spirito umano ritiene che una cosa, la quale in se stessa non gli è di alcun aiuto, gli sia utile,
accade che grazie alla sola immaginazione questa cosa soccorre il corpo.

Ma l’immaginazione, questa capacità di rappresentarsi cose non presenti in atto alla sensazione,
in uno stato di coscienza spesso artificialmente alterato (cosa che l’accomuna ai riti di origine
sciamanica), non era usata soltanto a fini terapeutici immediati, bensì ad ottenere anche le
attività caratteristiche, pur se non esclusive delle streghe: la dilatazione del tempo e il “volo” al
sabba.
Il sabba, incisione tedesca del 1510
Il termine sabba fu usato per la prima volta nel Flagellum Maleficarum, scritto dal teologo di
Poitiers Pietro Mamoris e pubblicato nel 1490, negli anni in cui è stata disegnata la figura della
strega con le sue attività e con i suoi strumenti operativi.
D’altro canto l’affermazione di poter volare è riscontrabile in tempi di molto anteriori al fenomeno
delle streghe. Se ne riscontrano tracce nei miti più antichi. Il Libro dei morti egizio ad esempio
riporta diverse ricette che permetterebbero all’uomo di mutarsi in falco. Le religioni totemiche
abbondano di tecniche per tramutarsi in uccelli. Ma ciò che più importa, e che appare tanto
distante dal nostro modo di pensare occidentale, è che il volo, questa esperienza
così sensibilmente e materialmente reale non era nè “in somnis” nè “corporaliter”. Si è anche
pensato ad una sorta di trance sunnambolica, ma anche questa è una interpretazione carente. In
questo senso sono gli studiosi della stregoneria presso popoli “primitivi” a dare una spiegazione che
è la più vicina alla realtà.
Leggende asiatiche ed elleniche concordano nell’affermare che il segreto principale della capacità di
volare andrebbe ricercato in una pianta che cresce sui monti e che andrebbe trattata insieme ad
altri ingredienti; più di qualche studioso ha creduto di poter identificare questa pianta con
l’aconito, una ranuncolacea contenente un alcaloide estremamente velenoso, l’aconitina, che agisce
sull’uomo paralizzando tra l’altro le terminazioni sensitive del corpo.

L'aconitina, un alcaloide diterpenoidico, è stata isolata per la prima volta dal chimico tedesco
Albert Hesse nella seconda metà dell'800. È il secondo veleno vegetale più attivo al mondo dopo la
nepalina, con una dose letale dai 2 ai 5 mg
Diversi miti riportano che le foglie dell’aconito erano fatte macerare insieme ad altri ingredienti,
incorporate nel grasso e quindi spalmate, in unguento, su tutto il corpo. La perdita superficiale
della sensibilità tattile stimola nell’immaginazione la sensazione di dilatazione del corpo
permettendo contemporaneamente di avere la sensazione di camminare su qualcosa di impalpabile,
di muoversi tra le nuvole. Questa sensazione può essere coltivata dalla strega, canalizzata ed
essere usata attraverso la legge di similitudine per alterare la realtà.
Ma attenzione, il credere che l’acquisizione di questi “poteri” derivi dagli effetti di piante ad
azione psicotropa, è una supposizione errata, fuorviante e pericolosa. Nella stregoneria, nella sua
accezione più vera le piante, i filtri, ma anche gli amuleti, le parole, le orazioni sono solo dei mezzi
controllabili per “vedere” ed “agire” ma non sono gli unici e neanche in fin dei conti, i più
importanti. Per le streghe, la realtà del quotidiano consiste in un flusso continuo di
decodificazioni percettive che noi, appartenenti ad un determinato milieuculturale abbiamo sin da
piccoli imparato ad assumere fino a farla diventare come l’unica interpretazione possibile. Queste
persone per la loro particolare costituzione psichica, che sia acquisita attraverso un’iniziazione o
innata, si pongono al di fuori, considerando la nostra realtà semplicemente una delle tante
descrizioni possibili. Tale capacità di “vedere” le pongono nelle migliori condizioni per “agire” ed è
in ciò che risiede il loro “potere”; tuttavia questa consapevolezza non è priva di inconvenienti.
Spesso le streghe sono persone solitarie, escluse dalla comunità e relegate in abitazioni a margine
dei centri abitati, vengono consultate solo in caso di effettiva necessità e di malavoglia.

Quanto riportato è soltanto un esempio, così come va precisato che l’aconito è soltanto una delle
molteplici droghe impiegate nelle operazioni di stregoneria. La tradizione ha lasciato in proposito
più documentazione di quanto si possa credere.

L’atropina e la scopolamina, alcaloidi di base dell’attività farmacologica della belladonna, hanno


fatto di questa pianta un altro ingrediente principale delle ricette delle streghe che con essa sembra
ottenessero l’eccitazione e le allucinazioni necessarie alle operazioni che volevano eseguire. Anche
lo stramonio, ancora oggi conosciuto a livello popolare come erba delle streghe o erba del diavolo e
ancora il giusquiamo venivano usati come allucinogeni. La bufotenina contenuta principalmente
nella cuticola dell’Amanita muscaria veniva fatta accumulare dalla pelle del rospo nella quale il
fungo si poneva a riposare prima di essere impiegato nelle ricette delle “stregherie”.

Come testimoniano questi albarelli in ceramica del XVIII sec., destinati alla conservazione del
grasso umano (Axungia hominis), conservati nel Deutschen Apothekenmuseum di Heidelberg,
mentre le streghe erano accusate di impiegare parti del corpo umano per comporre malefici, nelle
spezierie si vendevano sostanze tratte dai cadaveri (immagine da Wikimedia Commons)

Ma queste stesse sostanze erano impiegate anche a puro scopo terapeutico, per cui il giusquiamo si
usava come distensivo della muscolatura liscia, la belladonna come antispastico e rimedio sicuro
per fermare le contrazioni uterine nell’aborto, lo stramonio come antiasmatico, la digitale per i
disturbi cardiaci, la segale cornuta per calmare i dolori del parto. La stessa segale cornuta, che
scatenò nel corso di tutto il basso Medioevo il terribile flagello del fuoco sacro o fuoco di S.
Antonio, era un’altra delle piante più usate dalle streghe.

Della Belladonna diceva il Mattioli: "Mangiandosi il suo frutto fa diventare gli huomini come
pazzi e furiosi, simili agli spiritati, alle volte ammazza facendo dormire fino alla morte".
L’uso terapeutico di piante altamente tossiche da parte delle streghe, ad un occhio attento appare
ragionato e non avventato; infatti era utilizzato anche quando l’esercizio della medicina era già
ben controllato e ciò vuol dire che non si temevano effetti indesiderati e pericolosi o che perlomeno
che i “pazienti” pur essendo consci dei pericoli, si fidavano.
Scrive frate Francesco Maria Guaccio nel suo Compendio della stregoneria pubblicato nel 1608:

Le Streghe ed i Maghi abitualmente addormentano le persone con pozioni e malvagie formule, con
determinati riti, per poter somministrare i veleni, rapire i bambini, uccidere, rubare, stuprare,
commettere adulteri (…) si ottiene ciò con veleni soporiferi naturali (…). E non sono favole,
perché sono molte le sostanze che infuse o avvicinate ad esempio alle narici producono
naturalmente non soltanto sonno, ma anche insensibilità ai tormenti più acuti; sono sostanze che i
chirurghi conoscono assai bene e usano quando vogliono tagliare qualche arto del corpo umano
senza far provare alcuna sensazione di dolore (…). Molte sono le sostanze a questo uso conosciute
dai farmacisti, come il loglio, l’erba mora, il giunco, detto volgarmente euripice, la mandragora, il
castorino, il papavero e tutte quelle che hanno la facoltà di indurre sonno profondo in virtù della
forza e del potere che la natura ha dato loro.

Continua frate Guaccio scrivendo che i preparati delle streghe sono:

La "Mumia" è un altro caratteristico esempio di utilizzo di parti di cadavere nella galenica


ufficiale del XVIII sec. Deutschen Apothekenmuseum di Heidelberg (immagine da Wikimedia
Commons)

(…) fatti con composizione e mescolanze di veleni di genere diverso; ad esempio foglie, erbe,
fuscelli, radici, animali, pesci, rettili velenosi, pietre e metalli, che talvolta vengono ridotti in
unguento oppure in polvere. Bisogna sapere che le Streghe avvelenano introducendo internamente
il veleno o applicandolo esternamente mediante contatto. Nel primo modo attraverso il cibo e le
bevande, perché il più delle volte si mescolano veleni tritati in polvere. Nel secondo modo
attraverso l’unzione del maleficando, che è addormentato, per mezzo di umori, acque, olii o grasso
o altre sostanze analoghe, contenenti veleni di diverso tipo. La forza e la potenza di quell’unzione
è tale che a poco a poco, persistendo il calore del dormiente stesso, penetra nelle carni e si insinua
nei più profondi visceri e provoca forti dolori nel corpo, come dice Spineus. Avvelenano anche in
un terzo modo, per inalazione: questo veneficio è il peggiore di tutti perché la sostanza venefica
viene aspirata dal naso e giunge al cuore.
Ha gran significato da questo punto di vista il fatto che Paracelso, il quale nel 1527 diede alle
fiamme i testi ufficiali del mondo medico accademico, dichiarasse pubblicamente di essere debitore
alle streghe ed alle fattucchiere di una parte importante del suo sapere medico. Egli stesso ci ha
lasciato una ricetta per l’unguento magico che provoca sogni con la sensazione di partecipare al
sabba:
100 grammi di sugna, 5 grammi di hashish, aggiungi un pizzico di fiori di canapa, di rosolaccio, di
radice di elleboro polverizzata ed un pugno di girasole pestato.

Questa preparazione è chiamata il 1° unguento satanico di Paracelso.

A leggere i resoconti dei processi per stregoneria del ‘500 emergono in modo evidente due elementi
tipici nell’attività delle streghe, la pratica della magia e la pratica della medicina.
Si nota in modo pressoché costante un trasformarsi dei processi per stregoneria in una indagine
sulle attività terapeutiche della donna inquisita. Talvolta invece è la guaritrice, riconosciuta tale e
con licenza di svolgere la sua limitata attività terapeutica, che vede inquisita la propria attività
alla ricerca di atti magici che permettano l’edificazione di un processo per stregoneria. E’ questo il
caso evidente di molti dei processi celebrati nell’area di competenza della illuminata Serenissima,
che comunque è da considerare la zona franca per le streghe, poiché non fu eseguita mai una
condanna al rogo per stregoneria e le pene comminate non giunsero mai alla pena di morte.

Henry Fuseli, The Witch and The Mandrake (La strega e la mandragora), china e gessetto rosso,
428 x 545 mm , 1812 c.ca - Ashmolean Museum, Oxford. Seguendo una antica tradizione, la
mandragora, la cui radice è stata a lungo associata con la stregoneria a causa dei potenti effetti
farmacologici, è raffigurata come una piccola creatura di fattezze umane.
Queste persone, che conosciamo attraverso i resoconti dei processi, non furono condannate perché
operavano guarigioni, ma perché, con i loro metodi, si ponevano di fatto, fuori e in contrasto con
l’autorità religiosa, che avocava, ai soli sacerdoti il diritto di “segnare”, alla classe medica di
curare e agli apotecari di allestire farmaci.

Ma le streghe-guaritrici, che conoscono e si spiegano perfettamente la ragione dell’ostilità dei


medici, sembra che talvolta si illudano di poter essere ritenute innocenti dalla Chiesa, alla quale si
mostrano pronte a rivelare i segreti appresi talvolta in modo soprannaturale.
Purtroppo la curiosità dei giudici non è stimolata dal desiderio di conoscere, bensì dalla necessità
di evidenziare quanto di diabolico entrasse nelle loro operazioni. Il tribunale condanna le
imputate in quanto ritenute colpevoli di eresia e non si preoccupa affatto di accertare l’efficacia o
la pericolosità delle loro ricette. Cosa del resto pressoché impossibile dato il livello della scienza
medica di allora, secondo la quale la malattia era opera di influenze malefiche e di umori corrotti.
Scriveva Bernardo Rategno nel suo trattato De strigis, pubblicato nel 1505, riportato anche da
Marisa Milani nel suo Antiche pratiche di medicina popolare nei processi del S. Uffizio:

(…) quando medici competenti giudicano, da talune congetture o circostanze, che quella malattia
non è avvenuta per una debolezza naturale, né per una qualche causa naturale interna, ma è
giunta dall’esterno, e, se dall’esterno, quando non proviene da infezione velenosa, in quanto il
sangue o lo stomaco erano a tal punto infettati di umori maligni; allora, dopo un sufficiente
esame, giudicano l’effetto della malattia di origine malefica.

Il maleficio si palesa quando medici competenti ed esperti si accorgono che la malattia è incurabile,
che il malato non si può ristabilire con alcun medicamento o rimedio naturale, anzi, piuttosto, i
medici lo vedono deperire senza apparente ragione, di giorno in giorno.
Per cui il curare e magari guarire malattie che i medici dichiaravano incurabili significava invadere
il campo del soprannaturale e di conseguenza peccare di eresia.
Ma questi interventi delle guaritrici erano connaturati da tempi immemorabili, con la società
rurale. La Chiesa stessa, preoccupata di altri problemi, li aveva ignorati per secoli, ma a partire dal
tredicesimo secolo ne rivede l’importanza volendo estendere il suo dominio anche ai ceti sociali più
bassi, secondo i disegni di Innocenzo III. D’altro canto sorgeva in quell’epoca il nuovo pericolo
determinato dalla crescente urbanizzazione che vede i ceti subalterni trasferire nelle città tutte le
vecchie superstizioni contadine ancora vive e non integrate nel cristianesimo.
Nel volgere di pochi decenni, gli stessi fatti, ritenuti in un primo tempo di scarso o nessun valore,
acquistano per i giudici sempre maggior importanza e dove prima potevano esserci dei non luogo a
procedere, ora si va dritti alla tortura e alla condanna quasi certa.

Nell’esame delle pratiche di guarigione si presentano molti problemi. Oltre alla difficoltà di capire
le pratiche che risultano certamente estranee alla nostra formazione culturale, esiste spesso la
difficoltà di identificare il quadro patologico sovente racchiuso in una espressione che può esserci
anche familiare, ma che nel migliore dei casi è estremamente vaga. E’ difficile interpretare i termini
dialettali con i quali si indica l’infermità e che spesso racchiudono secondo la moderna
schematizzazione più tipi di malattie. Non sempre si riescono ad identificare tutti i componenti
dei rimedi e non si ha quasi mai l’indicazione delle quantità.
Dioscoride, De Materia Medica ,Cod. Med. Gr. I - Napoli, Biblioteca Nazionale

La cosa stupefacente sono le guarigioni ottenute e spesso dimostrate. Che vi fossero delle
guarigioni è fuori di dubbio, ma capire secondo gli schemi della medicina moderna, come e perché i
malati guarissero, è impossibile.

Spesso nella professione medica, come anche tra i guaritori, contano più i successi che gli
insuccessi, perché sono i primi che procurano notorietà, per cui il valore del terapeuta è dato dal
numero e dal valore dei successi, anche se questi sono minimi rispetto agli insuccessi, ma nel caso
delle streghe in particolare il discorso è diverso.
Curiosamente non risultano molte denunce per il fallimento, fatto che sarebbe stato con molta
facilità propagandato dagli avversari, dei loro trattamenti terapeutici; le denunce semmai
venivano sporte perché la strega si rifiutava di prestare la sua opera, o perché si presumeva che
avesse operato dei malefici, ma di rado per gli insuccessi, malgrado molti dotti si peritassero di
mettere in guardia la gente dalla falsità e dalla malafede delle streghe che per poter guadagnare
denaro promettevano cose impossibili o si arrogavano capacità che non possedevano.
Nel Congresso notturno delle lammie, Girolamo Tartarotti ricorda il caso riportato dal teologo
Gerson di una spigolistra (ciarlatana) francese del 1424:
(…)la quale per far danaro senza fatica, imboccava novelle alla gente credula, dando ad intendere
di essere una delle cinque femmine mandate da Dio per redimere innumerabili persone, di conoscere
alla cera l’interno, e le colpe d’ognuno, e di liberare ogni giorno tre anime dall’Inferno alle quali
cose procurava di dar credito con estasi, visioni e marche.
Un altro caso riguarda una tale Caterina Donati, processata a Trento nel 1710, che:

(…)pretendeva di sapere per rivelazione lo stato de’ defunti, quanto l’anime dovessero stare nel
Purgatorio, e di che suffragio abbisognassero. Si vantava d’aver sudori eccessivi, che dalle persone
di pasta dolce venivano raccolti e conservati per divozione, et assicurava molti della gratia di Dio
e d’altri privilegi particolari.
Questo genere di streghe corrisponde alle nostre santone, capaci di guarire identificando il male
attraverso delle visioni.
Le streghe conoscono molto bene l’impiego dei semplici e lo stesso che troviamo riportato nei
processi è spesso descritto negli erbari ad uso di farmacisti e medici. Ad esempio troviamo riportate
sia sul Mattioli che sul Durante molte delle virtù terapeutiche attribuite alla malva nell’uso
terapeutico delle streghe, le quali non potevano avere imparato la loro arte dai libri perché quasi
sempre analfabete. Il recente libro l’Erba delle donne mette in evidenza l’uso delle rose rosse, che
una certa Lucretia Mariani, strega inquisita nel Lucchese, impiegava in empiastri nella regione
cardiaca. Il Mattioli dice:
(…)ristringono e infrigidiscono e maggiormente riescono allo scopo quelle secche (…) la decottione
delle secche fatta nel vino e poi spremuta, vale à i dolori delle orecchie, della testa, delle gengive,
degli occhi (…) e della matrice, unto con una penna (…) Le rose secche senza spremere il succo,
medicano, empiastrate, le infiammazioni dei precordj, l’humidità dello stomaco e il fuoco sacro. Le
secche trite in polvere si spargono in su le scorticature delle cosce e mescolami negli antidoti delle
ferite, e in quelle composizioni che chiamano anthere. I fiori, che sono in mezzo delle rose, secchi e
polverizzati sopra le gengive proibiscono i flussi del corpo e lo sputo del sangue.
Riporta il Viola in Piante medicinali e velenose della flora italiana a proposito della Rosa gallica
(Rosa rossa, Rosa maggese, Rosa mistica):

I petali della Rosa gallica, parte usata attualmente in medicina ed iscritta nella farmacopea
ufficiale contengono una sostanza colorata, la cianina, legata ad un sale organico, tannino, acido
gallico e quercitannico, zucchero, materie grasse ed una essenza formata da stearoptene solido e da
una parte liquida, che è un miscuglio di geraniolo, citronellolo, linalolo, nerolo, ecc.
A proposito delle azioni farmacologiche:

La Rosa viene attualmente usata come astringente e tonico gradevole. All’interno si usa l’infuso
ed il vino di Rose contro i catarri, le diarree croniche, la leucorrea e come tonico alimentare. E’
usata anche nelle lesioni polmonari iniziali. All’esterno si usa l’infuso come collutorio, come
collirio astringente, come risolutivo contro ulcere atoniche, tumori freddi, oftalmie croniche. Il
miele rosato è impiegato specialmente per le affezioni della bocca e delle gengive.

Naturalmente tutti i semplici a seconda della zona o delle stagioni, venivano utilizzati come
rimedi e quindi tutte le erbe, sia le selvatiche che le alimentari, avevano un loro impiego. All’uso
dei semplici spesso si aggiungevano sostanze di derivazione animale, come ad esempio il sangue
(molto usato quello di piccione), l’urina, la polvere di ossa e il grasso anche umani.

Spesso le cure erano complesse e con una posologia articolata che comprendeva più rimedi. Ecco un
esempio di prescrizione di una strega processata nel mantovano, per aver guarito una ragazza
affetta da dimagrimento progressivo diagnosticato come malia: decotto di diverse erbe, un
bicchiere di succo di ruta e di finocchio, un biscottello mangiato con succo di malvagia, la malva.
La assunzione di tutti questi ingredienti provoca il vomito alla ragazza permettendole di buttare
via la malia e di guarire. Molto spesso il ricorso al vomito permetteva di risolvere le situazioni
giudicate come malie o malefici e comportava la guarigione immediata della malattia.
Ancora da L’erba delle donne apprendiamo che la strega Jacoba, detta Baldracha fu processata
dall’inquisizione modenese nel 1536 con l’accusa di aver stregato una donna, certa Elisabetta, con
un grappolo d’uva selvatica. La donna dice di non aver avuto più pace da quel momento fino a
quando non vomita:
(…) certe festuge, due agugie de mazola, uno pezo de cordella, una croxeta de stagno, uno
cordoncello de seta negra involuppata un cordone cum cinque groppi, uno lazo, una pezola e certi
capelli involuppati cum arte simile.

Lo stesso libro nota che il vomitare oggetti non è pura superstizione creduta dal popolino
ignorante e riporta in una nota un caso descritto da Gregory Zilboorg nel suo Storia della
psichiatria:
John Lange uno dei clinici più famosi, descrive il caso di un suicida su cui venne fatta un’autopsia
e nello stomaco del quale furono trovati un pezzo di legno, quattro coltelli, due pezzi di ferro e un
ciuffo di capelli. Cita pure il caso di una donna che aveva vomitato davanti ai suoi occhi due
chiodi di ferro, due aghi e un ciuffo di capelli.

Ancora oggi la stessa fenomenologia, si ripresenta in molteplici casi descritti da studiosi, anche
estranei al mondo religioso, di possessione diabolica.
Molto difficilmente i rimedi erano impiegati come pura prescrizione medica, essi erano sempre
accompagnati da atti magici oppure la loro virtù guaritrice era esercitata per contatto semplice o
mediato. A volte non era neanche necessario usare medicamenti “fisici” ma bastavano alcune
parole seguite da particolari segni, come nel caso dei secretvaldostani. Questi secret erano
trasmissibili con l’obbligo di mantenere il silenzio sul “dono” verbalmente ricevuto al momento del
trapasso dal precedente depositario.
La tradizione prettamente contadina dei secret si può ritrovare con esigue variazioni in tutta la
penisola.

Domenica de Boari inquisita nella curia vescovile di Treviso cura la mala ora e cioè le conseguenze
della malia e del malocchio gettati in vari modi: direttamente sulla persona, sulla biancheria
lasciata fuori la notte ad asciugare oppure per mezzo di incantamenti. Le malattie curate dalla
Boari risultano essere: stati di deperimento per carenza di assimilazione, l’epilessia e le
convulsioni infantili. Singolare risulta il trattamento. Innanzitutto segna la camicia, la spiega e
vi fa sopra una croce dicendo:
Torna in drio, molla ora, non ghe franzer le sue osse, non ghe suzzar il suo sangue!

poi segna direttamente il malato allo stesso modo sul petto, quindi fa cogliere delle foglie di ruta,
le fa scaldare nell’olio e con la ruta stessa unge il dorso del malato disegnando una croce dalla
spalla destra al calcagno sinistro e dalla spalla sinistra al calcagno destro. Ogni volta ripete la
formula ed infine raccomanda di porre il malato a letto ben coperto con un drappo caldo. Se il
malato ha il capo gonfio di vesciche lo segna sul viso con la stessa formula, quindi prepara delle
fumigazioni per il viso con foglie d’olivo, cera ed assenzio, fumigazioni che possono essere
terapeutiche o preventive.
Questo trattamento completo fu eseguito su un’ anziana mendicante storpia di una mano da tanto
tempo, che guarì completamente. Il trattamento andava eseguito per tre mattine consecutive.
Domenica de Boari aveva licenza di segnare rilasciata dalla curia. Periodicamente doveva
rinnovare la sua licenza eseguendo un trattamento al cospetto del vicario e quindi sottoponendosi
ad interrogatorio.

Un’altra guaritrice inquisita a Modena nel 1519 spiega come opera per diagnosticare un maleficio
in un bambino. Chiede alla madre del bambino di prendere della herbam bonam e prepararne un
decotto con acqua di canale, con il quale la guaritrice lava con cura il bambino pronunciando le
formule prescritte sub silentio. Il liquido deve quindi essere posto sotto la culla del bimbo in un
catino con immersa una croce di legno. Se dopo poco tempo l’acqua in superficie si rapprende, ciò è
indice della presenza del maleficio.
Degna di nota è la guarigione operata su un bambino che tutti giudicavano morto. L’imputata
aveva succhiato una per una tutte le giunture del corpo del bambino mentre gli cospargeva il corpo
di sale. Aveva continuato questa operazione fin quando il bambino non prese a lamentarsi
gridando: oimè state ferma’.

Racconta al Sant’Uffizio una certa Elena, chiamata la Draga Indemoniata perché è posseduta e
guidata da uno spirito che si chiama Drago:

L'artemisia abrotanum in un erbario dell'800 conservato presso il Dipartimento di Botanica del


Museo di Storia Naturale di Londra

Io vivo filando qualche pugno di lino, sono paralizzata dal lato destro e quasi cieca da 33 anni, ho
la capacità di diagnosticare il male di un bambino da un suo vestitino. Riesco a capire se è
consunto per colpa delle streghe o se ha lo spasimo, convulsioni o spavento. Se è stregato prendo
cinque cuori di ruta, cinque di abrotano, cinque di assenzio, cinque di erba stella e cinque spicchi di
aglio. Mentre eseguo il trattamento dico cinque pater nostri e cinque ave marie ad onore delle
cinque piaghe di messer Gesù Cristo. Prendo inoltre del carbone della notte di Natale. Faccio
pestare tutte queste cose tra due pietre di marmo e vi faccio spargere sopra due soldi di olio di
alloro. Con quell’impiastro faccio ungere il bambino disegnando una croce dalla spalla, giù, sul
corpo, dicendo: Al nome di Cristo e della gloriosa Vergine Maria e della Santa Trinità, che il
Signore sia quello che ti libera da questa infermità. Questa unzione si fa il terzo o l’ultimo giovedì
della luna. La domenica successiva faccio il bagno al bambino con acqua contenente della liscivia e
le foglie rimaste della ruta che erano intorno ai cuori, lo lavo disegnando la croce come è stato già
fatto per l’unzione. Finito di fare il bagno, quando l’acqua del mare scende per la bassa marea,
faccio gettare l’acqua del bagno nel canale dicendo: Così come va via quest’acqua nel mare, così
vada via et scampa ogni tua infìrmità. Lo stesso trattamento è valido per lo spasmo.
Esaminiamo i componenti dell’operazione come si fa di solito nelle opere che si occupano di questi
argomenti: la ruta è da sempre un’erba officinale usata a scopi terapeutici. I suoi frutti sono usati
contro le malattie delle vene ed hanno proprietà antispastiche e tranquillanti. L’olio essenziale
agisce sull’utero e risulta velenoso a dosi elevate, è irritante se usato esternamente. La radice di
ruta introdotta nell’utero provoca l’aborto.

L’abrotano, come la ruta, si coltiva negli orti, contiene un alcaloide (abrotanina) e trova impiego
nelle forme di deperimento organico, nell’anemia e nella clorosi, nelle forme reumatiche e gottose e
nelle scrofole. L’assenzio in olio essenziale o in infuso è usato contro l’anoressia e i disturbi del
fegato, si impiega infine contro le verminosi dei bambini. L’erba stella usata in cataplasmi con la
piantaggine è efficace contro le ulcere varicose, nelle piaghe e nelle pustole. L’aglio possiede
numerose proprietà medicamentose.
Il numero cinque è usato chiaramente con valenza magica, infatti viene ripetuto anche per
spiegarne l’effetto, le 5 piaghe di Cristo, che evidentemente hanno sostituito un emblema
precedente.
Il carbone ottenuto dalla legna bruciata la notte di Natale è magico per simpatia, poiché quella è
la notte in cui si trasmettono i segreti e la notte in cui gli animali parlano.
Impiegare due pietre per fare la poltiglia significa infondere all’olio la forza della terra.
L’olio di alloro, che si ottiene dalla spremitura delle bacche, è impiegato in fitoterapia per i dolori
ed i gonfiori di origine reumatica e gottosa.

Ma queste spiegazioni, comuni per gli studiosi del fenomeno della magia, derivano da associazioni
di significati di tipo antropologico e forse accrescono la confusione senza chiarire nulla di
significativo e di utile alla sua comprensione, noi crediamo che il tutto vada osservato in un’altra
ottica. Ma affrontare direttamente il problema può non essere facile, in alcuni casi si può provare
in modo abbastanza certo che le inquisite nel rispondere alle domande davano ricette e metodi
terapeutici falsi o perlomeno falsati, specialmente quando entravano nei particolari e facevano
questo evidentemente per mantenere il segreto del vero trattamento. Sempre Elena la Draga, che
appare tanto disposta a collaborare dicendo tutto ciò che sa, alla domanda su quali infermità
sappia curare risponde tra l’altro:
E se una donna avesse eccessivo scolamento bianco e rosso, prescrivo dì prendere un’oncia di senna
e tre bezzi di uva passita, che si pongano in infusione in un pentolino con un bicchiere e mezzo di
sciroppo, la sera si fa bollire e si lascia che si consumi di un terzo. Ciò che rimane si conserva al
caldo fino al mattino, quindi si cola e si somministra al malato, quindi segna il malato ben pulito e
lavato.(…) Et è cosa mirabile.
Uno degli elementi che appaiono più frequentemente e con usi e significati diversi nella medicina
dell’epoca dei processi alle streghe e nei processi stessi è l’uso del sangue.
In questa stampa tedesca del XVI sec. vediamo rappresentato il caso emblematico di Simonino di
Trento (1472-1475), canonizzato come "martire fanciullo trucidato crudelmente dai Giudei" e tolto
dal martirologio nel 1965. Chiaro esempio di antisemitismo, rientra nella casistica dell' "accusa del
sangue", incriminazione antisemita diffusa a partire dall'XI secolo, secondo la quale gli ebrei
userebbero sangue umano per motivi rituali. Tale infamante accusa, spesso del tutto gratuita,
veniva rivolta anche alle streghe
Analizzando alcuni verbali d’accusa rileviamo che le presunte streghe usavano largamente il
sangue e spesso, come accade di solito nelle loro attività, con finalità opposte. Già in età alto
medievale non era stato raro, da parte dei redattori di testi giuridici, come anche nelle iconografie
precristiane, l’impiego dei termini lamiae, strigae e striges per indicare demoni femminili, accusati
di succhiare il sangue ai bambini.
Nei processi è verità accettata che le streghe si trasformino in gatte e la notte si rechino nelle case
per succhiare il sangue ai bambini, soprattutto in fasce. Le streghe stesse sotto tortura, con chissà
quale attendibilità, confessavano i misfatti. Una confessione del ‘600 nel tribunale di Udine
recita:

Andavamo in forma di gatto e con un’ongia di gatto li levavano un poco di pelle dalla sommità di
tutte le dita delle mani, poi con la bocca succhiando queste aperture foravano le mie compagne
tutto il sangue delle creature e l’inghiottivano, poi rimettevano quella pelle nel suo luogo, e si
rinsaldava in modo che non si conosceva macchia veruna, solo che quelle creature restavano senza
sangue e senza carne tutte consumate solo con pelle e ossa, così bisogna che mòino.
Nei trattati del ‘500 leggiamo:
Vanno anche nelle case di quegli infanti che vogliono assalire, introducendosi e balzando,
trasformate in gatti, attraverso le finestre e camini. Salite sul letto di questi piccoli, succhiano loro
il sangue dalle dita delle mani e dei piedi, dalla bocca dello stomaco, dalle fontanelle e dalle altre
parti tenere di questi corpicini, i quali da ultimo, per questo motivo, si spengono di consunzione
dopo alcuni giorni.

Molto spesso il sangue succhiato dai bambini veniva mescolato a cenere e quindi impastato con
una focaccia o un biscottino che il bambino doveva mangiare, l’effetto poteva essere, a seconda dei
casi, il maleficio o la guarigione dalla malia.
Il sangue poteva anche essere usato nelle malie d’amore. Il sangue della donna, estratto o
mestruale, dato da mangiare con inganno al marito o all’uomo amato lo legava indissolubilmente.
In realtà il sangue umano era impiegato come rimedio farmacologico anche nella medicina
ufficiale. Ne ritroviamo descritto l’impiego con le relative preparazioni nei trattati degli speziali.
Anche il Mattioli lo raccomanda come antidoto per i morsi degli animali velenosi.
Ma una cosa interessante è che alcune pratiche terapeutiche delle streghe prevedevano che si
succhiasse sulla pelle di alcune zone del corpo dei bambini, senza far fuoriuscire il sangue. E’ il
caso già visto, del metodo di succhiare le giunture per far riprendere coscienza nei casi forse di
coma profondo, ma si trovano anche altri impieghi, facenti parte di un rituale complesso:
Et mi portò alcune herbe strocolate [pestate] in una scudela, che sapevano da aglio, et mi disse che
dovesse segnar questa putina cominciando da la man zancha [parte sinistra] tirando fin al piede
destro, et dicessi Nel nome di Dio e della Santissima Trinità, et dicessi: o Adriana, le strighe t’han
magnato, li Tre Maggi ti guarirano. Et mi disse che nel tempo che signava, cioè in quelli giorni,
non si desse cosa alcuna ad altri. Et lecava quella putina nella fronte e nelle tempie e poi spudava,
et facea la croce sopra quelli spudi, e diceva non so che, che io non intendevo.

Ed un altro teste:

Questa Camilla ha segnato duo o tre volte una mia fantolina de tre anni, che io me ritrovai
presente una volta, quando la segnava, che la liccava con la sua lengua il fronte della creatura, et
poi spudava in terra, et diceva alcune cose piano, che non se intendeva.
Molto probabilmente il vero gesto non era quello di leccare, ma quello di succhiare qualcosa
dall’interno della testa e gettarlo via sputandolo. Da questo gesto simbolico di succhiare il
principio della malattia può essere stato molto facile far derivare la pratica di succhiare il sangue a
fini malefici

Alexandre Marie Colin, The Three Witches from Macbeth, olio su tela del 1827 - collezione
privata. Notare il "bastone di Asclepio" anche chiamato impropriamente "caduceo a un serpente".
La mitologia ci narra di come Glauco, figlio di uno dei Minosse, inseguendo un topo, sia scivolato
entro una giara colma di miele. Asclepio, subito intervenuto, mentre esaminava il corpo del
fanciullo privo di vita, si accorse che un serpente gli si stava avvicinando: percosse con il bastone
il rettile e lo uccise. Subito, comparve un secondo serpente con in bocca un ciuffo di erba, che pose
sul capo del compagno morto. Il serpente tornò in vita e scappò via, lasciando a terra il ciuffo
d’erba con il quale Asclepio risuscitò il giovane Glauco. Da allora il bastone ed il serpente furono
considerati sacri ad Asclepio e alla Medicina. Quando Asclepio morì e fu assunto tra gli dèi, anche
il serpente fu posto tra gli immortali nel cielo, con la costellazione del Serpentario.
Dall’esame anche superficiale delle fonti storiche, siano esse tutte attendibili o meno, emerge una
figura di strega totalmente diversa da quella tradizionale, della fattucchiera infarcita di
superstizioni. Ciò che risalta è la medichessa, la guaritrice, l’ostetrica, l’amministratrice di una
medicina popolare talvolta empirica, spesso ma non sempre, in contrasto latente o esplicito con le
regole del cristianesimo. Come grande conoscitrice dei filtri, la strega può far recuperare la potenza
o il desiderio sessuale perduti, può far rinverdire e rinsaldare i matrimoni, può garantire la fertilità
e completare il matrimonio con i figli, ma può anche insegnare la contraccezione impedendo le
gravidanze non volute, può procurare l’aborto con rimedi e con mezzi magici o meccanici.
C’è anche chi ha voluto avvalorare le accuse di infanticidio giustificandole con l’assegnazione alla
strega di una funzione di regolazione demografica. Questa valutazione mi sembra azzardata e del
tutto gratuita: le streghe erano dette infanticide perché uccidevano i bambini prima di nascere, ma
soprattutto perché dovevano essere screditate agli occhi della popolazione.
La contraccezione, l’aborto e perfino l’infanticidio sono stati praticati con naturalezza e
continuità nei costumi pre-cristiani. Ogni popolazione si è sempre preoccupata di mantenere un
equilibrio accettabile tra la necessità di procreare ed il controllo dell’aumento numerico della
comunità, rapportandolo alle condizioni economiche, ambientali, storiche e politiche dell’epoca. Le
misure andavano dal celibato e dalla posticipazione del matrimonio all’allattamento prolungato,
alla contraccezione ottenuta con mezzi artificiali e con l’intervento della magia.
Nelle varie zone della terra le pratiche contraccettive erano diverse, da quelle puramente magiche
quali potevano essere l’intrecciare cortecce di piante selvatiche, a quelle che prevedevano
l’astensione dai rapporti sessuali nei periodi fecondi. In America tra gli indiani Cherokee le donne
masticavano la cicuta acquatica, usavano tamponi composti di foglie, radici ed erbe e diete
appropriate che permettevano di evitare l’ovulazione. In altre zone si praticavano lavande con
succo di limone oppure con l’acqua della decozione di piante adatte. L’antropologia
contemporanea può fornirci una enorme quantità di esempi che nessun seguace della moderna
scienza medica ha mai pensato di porre sotto verifica e studiare in modo adeguato. Nelle società
greca e romana si perfezionarono le conoscenze sulla contraccezione e sull’aborto che furono ben
distinti da un punto di vista medico. Ne danno testimonianza molti autori come Aristotele,
Lucrezio, Plinio, Dioscoride, Sorano, Ezio. Tutti questi autori collocarono la tecnica
anticoncezionale nell’ambito della medicina preventiva.
Se Empedocle e Platone erano pronti a prendere in seria considerazione il problema del controllo
demografico e quindi a considerare normale e più che lecito l’aborto, non è altrettanto chiara
l’esigenza di Ippocrate nell’inserire nel suo giuramento il passo destinato a divenire famoso e ad
essere strumentalizzato per ben più di un millennio e che recita:similmente non darò ad una donna
un pessario abortivo. Ippocrate era contrario agli abortivi? Possiamo supporre, deducendolo da
studi antropologici sul periodo delle streghe, che l’uso del pessario fosse accompagnato da pratiche
magiche e che queste pratiche fossero in contrasto con le regole o con i presupposti della religione
praticata dalla setta di Ippocrate. Quest’ultimo infatti non doveva essere contrario in linea di
principio all’aborto se in un’altra sua opera Sulla natura del bambino, consigliava alla donna di
procurarselo con il saltare sollevando i piedi il più in alto possibile.

Per il cristianesimo l’uso di pratiche antifecondative o abortive è stato sempre un peccato, in


quanto considerato atto contrario alla vita, salvo alcune deroghe nei primi secoli che, continuando
la tradizione delle concezioni del giudaismo ellenistico, giustificava l’aborto nei casi di indigenza
che avrebbe impedito la sopravvivenza del bambino. Dopo i primi secoli chi procurava l’aborto era
da considerare al di fuori della Chiesa e fino al 1074, quando si tenne il Concilio di Rouen, era da
esecrare anche la donna che morendo avesse impedito la nascita del bambino che aveva in grembo.
Infatti le donne morte in gravidanza o le donne morte di parto non potevano essere sepolte in
terra benedetta. Su questo terreno vissero le streghe fino a quando furono portate alla ribalta dai
tribunali dell’Inquisizione. Quei processi, che sempre includono nei capi d’accusa l’aborto
procurato e la preparazione di filtri contro la fecondità, dimostrano chiaramente che i sistemi
anticoncezionali erano comunque molto diffusi durante il Medioevo.
Questa è l’opinione di Sprenger ne Il martello delle streghe:
La verità esposta sopra viene provata al tempo stesso da quattro orribili atti compiuti sia sui
bambini ancora nell’utero materno sia sui neonati. Siccome i diavoli devono eseguirli per mezzo
delle donne e non degli uomini, quell’omicida si dà da fare per trovare alleati fra le donne più che
fra gli uomini. E di tal fatta sono le opere.
I canonisti, che trattano dell’impedimento ottenuto per stregoneria più di quanto non facciano i
teologi, dicono che la stregoneria fa sì non solo che qualcuno, come è già stato detto, non riesca a
compiere l’atto carnale, ma anche che la donna non concepisca o, qualora concepisca, in seguito
abortisca. A questi si aggiungono un terzo e un quarto modo: qualora non riescano a provocare
l’aborto, uccidono poi il bambino oppure lo offrono al diavolo.
Intorno a questi primi due metodi non sussiste alcun dubbio perché l’uomo con mezzi naturali e
senza l’aiuto dei diavoli, per esempio con erbe e con altri impedimenti, può fare in modo che la
donna non possa generare o concepire. Ma di questo si è già trattato. A proposito degli altri due
metodi occorre esaminare se possano essere praticati anche dalle streghe e certo non sarà necessario
dedurre argomentazioni qualora i giudizi e gli esperimenti di estrema evidenza rendano le cose più
credibili.
Quanto al primo dei due metodi, certe streghe, che vanno contro l’inclinazione della natura
umana, anzi contro le condizioni proprie di tutte le bestie, eccettuata solo la specie del lupo, sono
solite divorare e mangiare i bambini. A questo proposito l’inquisitore di Como, di cui si fa
menzione altrove, ci ha raccontato che per questo motivo era stato chiamato a fare l’inquisitore tra
gli abitanti della contea di Barbia. Infatti, un tale, cui era stato rapito un bambino dalla culla,
mentre spiava un convegno notturno di donne, aveva visto e constatato che il bambino veniva
ucciso e divorato, dopo che ne era stato bevuto il sangue. Così, in un solo anno, quello
immediatamente scorso, mandò al rogo quarantuno streghe, mentre altre si erano rifugiate presso
l’arciduca d’Austria Sigismondo. A conferma di questo vi sono alcuni scritti di Qiovanni Nider nel
suo Formicarius. Il ricordo del recente libro e di ciò che egli scrisse è ancora vivo, per cui non
risulta incredibile come può sembrare. Sono proprio le streghe ostetriche a causare i danni peggiori,
come hanno raccontato a noi e ad altri le streghe pentite, le quali dicevano che nessuno nuoce alla
fede cattolica più delle ostetriche. Infatti quando non uccidono il bambino, lo portano fuori dalla
camera come se dovessero fare qualcosa, ma sollevatolo in aria lo offrono ai diavoli. Nella seconda
parte del settimo capitolo si parlerà dei metodi che osservano le streghe in queste cose vergognose.
Ma prima di affrontare questo argomento occorre una premessa a proposito del permesso divino.
Infatti fin dall’inizio è stato detto che tre cose concorrono necessariamente all’effetto stregonesco:
il diavolo insieme con la strega e il permesso divino.

Di fronte a questo quadro vi erano invece delle guaritrici, spesso l’unica o l’ultima risorsa per le
donne medievali, capaci di dosare la belladonna contro le minacce d’aborto e la segale cornuta o la
cantaride per procurare l’aborto. Vi erano anche ostetriche che non prendevano neanche in
considerazione il parto cesareo perché sapevano studiare ed eventualmente modificare
manualmente la posizione del feto e facilitarne l’espulsione con fumigazioni, pozioni ed impacchi.
Tutte queste pratiche mantenevano il parto all’interno delle funzioni fisiologiche senza assegnare
la maternità alla competenza della patologia.
Nell’arco di diversi secoli, a seconda del contesto in cui vennero considerate, le guaritrici furono
ridicolizzate o combattute come medichesse senza istruzione, cariche di superstizioni che si
arrogavano il diritto di curare le malattie, diritto che si voleva monopolio dei medici accademici.
Ciò accadeva anche se i medici e gli apotecari stessi, talvolta impotenti di fronte alla malattia,
erano costretti per i loro familiari o per la propria professione, a ricorrere alla tradizione popolare,
al consiglio o all’operato di quelle stesse che erano inquisite per herbarìe, incanti e striggamenti.
Alla fine del ‘500, quando le streghe avevano già subito forti colpi e quando la campagna
diffamatoria era stata già portata avanti con impegno, c’era chi proclamava sotto processo:

Signori, io piglio oglio di aneo, camamilla et màsticci et altri ogli secondo le malarie, et piglio anco
dell’oglio commun, dove metto dell’aglio et della ruta et imbronio et faccio bollir, che è bon per li
vermi et per la renella brutta, che è una cosa che nasce alli fantolini. Et queste cose le ho imparate
da Maritana Malanona, che è morta, che era comare in Murano et a Venetia. Era una donna
sufficiente, che andava a far collegio con li medici.

Viene detto a chiare lettere che i medici chiamavano a consulto le fattucchiere, ma la cosa più
significativa è che gli inquisitori non se ne stupiscono, non replicano, evidentemente non lo
trovano affatto strano.
In un altro caso è la moglie di un medico che ha paura che la sua malattia dipenda da una fattura
ed invia una cuffia da notte alla strega, è un teste che lo racconta e non l’accusata:
(…) ritrovandomi in Venetia per distrigarmi d’alcune mie liti contra mio fratello, io hebbi amicitia
con una gentildonna moglie del’Eccellente medico fisico Parisano, che sta in Venetia, chiamata
signora Helisabetha, la qual mi pregò che gli dovesse trovare una massara in Friuli. Così dunque io
venni in Friuli, et qui a Latisana trovai quella Francischina, cognata di Brezzanai, et la persuase
a dover andar per massara con questa gentildonna. La qual andò et, quando stete alquanto con
detta gentildonna, essa gentildonna s’amalò et stete amalata gran tempo. La qual desiderava che
fusse conosciuta la sua infirmità, dubitando d’esser fatturada. Un giorno questa Francischina gli
disse che si ritrovava una Apollonia di lacò in Latisana, che benissimo conosceva coloro che erano
fatturati. Finalmente questa Francischina venendo a Latisana, la sudetta gentildonna ordenò che
dovesse parlar con questa Apollonia a veder se conosceva la sua infermità, et li dette una scuffia.

Addirittura i religiosi, malgrado tirasse forte aria di scomunica non erano completamente esenti
dall’influenza delle streghe e si hanno situazioni ancora più scottanti del caso dei confessori che
per lungo tempo non vietarono a queste ultime di operare, dice una inquisita con aria abbastanza
insolente al procuratore che la interroga:
Doppò che il nostro Piovan me disse che questa non era bona oration da dir, io non l’ho più detta.
Che diresti se un prete se ha fatto segnar da mi con mandarmi le cordelle! Il qual ha nome don
Zuane da Precenise, pocco lontan della Tisana, che fu già tre anni.

Anche stavolta nessun commento e nessun moto di stupore, l’interrogatorio continua


normalmente.
Malgrado fossero state isolate, messe al bando, costrette ad abiurare, esiliate e molto spesso
eliminate fisicamente, le guaritrici continueranno la loro opera in condizioni sempre più difficili e
rischiose. Tanto che a tutt’oggi, nell’era del computer, alcune di quelle pratiche ancora
sopravvivono. Ancora oggi al margine della legalità e ancora oggi, come al tempo dell’inquisizione,
vivono nel sottobosco dei pochi guaritori popolari rimasti.
Esaminando oggi alcune delle antiche pratiche e confrontandole con gli atti dei processi in cui esse
sono descritte, abbiamo la conferma che esisteva da parte delle streghe la coscienza di essere in una
posizione contrapposta al sistema di pensiero dominante. Una teste, chiamata a descrivere
l’operato di una guaritrice racconta l’operazione:

Io li diedi una cordella o cimossa, d’una banda io la tenivo et lei teniva dall’altra banda, et sopra
detta cordella piano diceva alcune parole, et con la cordella mi misurava il brazzo destro, et la
prima volta trovava la cordella ch’era slongata, al fin con le sue superstitioni fece scurtar la detta
cordella. Poi mi ordenò che dovesse detta cordella metter sotto la testa, così feci.
So un’altra volta ancora che, sendo amalato un fiol del sudetto Antonio mio padrone, lo condusse
a casa di donna Fior Carratiera, la qual segnò detto puto con la cordella, che ‘l puto era cinto
[fasciato]. Lei lo dislegò, et misurava il brazzo destro al puto, dicendo alcune parole secretamente.
Doppò dette le parole et misurato, m’ordenò che metesse la cordella sotto la testa alla creatura. Et
tre matine fu segnato, et le parole, che diceva, io non intendeva.
Ancora un’altra donna racconta:
Cominciò sopra questa schuffa [cuffia] a segnar, et con la spana [palmo] della mano misurava per
vedder se la schuffa si slongava o schurtava. Il che fece anco sopra una cordella.

In un’altra confessione è detto:

Quando mi venivano portate delle cordelle, io le spannava [misuravo col palmo] con la mano, et
alcune volte me le mesurava sul brazzo, et li dicevo secondo che me pareva a me, che havevano più
o manco male. Et questo lo consideravo da me, perché li interrogavo come si sentivano. Loro me lo
dicevano, et così io consideravo da me et li davo quelli remedii secondo le infirmità.
Interrogata se si faceva dare cordelle o altri vestimenti dell’infermo, et a che l’adoperava:
respondit: Signor sì, che molte volte me si portava a casa delle cordelle o altri panni de infermi,
quando erano lontani che io non potesse andar da loro, et sopra detta cordella io facevo el segno
della croce dicendo: In nome del Padre, del Fio et del Spirito Santo. Amen. Et li dicevo una
oration sopra, che è questa:
Al nome de Dio et della Verzene Maria, che metta la sua man inanzi la mia. Cinque Santi sta in
terra, che non t’aida, et tre sta in cielo, che t’aiderà, Qasparo, Marchio et Baldissera, sì te chiama,
(et li dicevo il nome dell’infermo), Catherina sì te chiama, et ti segna da mal de strigadura, de mal
de scontradura, de mal de occhiadura.
Et poi li facevo il segno della croce: In nome del Padre, del Fio et del Spirito Santo: Amen.

Poco dopo, nello stesso interrogatorio, la stessa inquisita dice:

Io li dicevo delle bugie per haver del pan et del vin et per guadagnar qualcosa per viver. Et sopra
quella cordella io diceva quella prima oration, che comincia Al nome de Dio etc. Et io, per dir la
verità, col spanar la cordella la faceva slongar et scurtar secondo che pareva a me, ma mi pareva
una buffonaria questa, ma dicevo alli infermi che dovessero pregar Iddio et dir chi sette et chi
quindici pater nostri et quindici ave marie, acciò che la Divina Providentia provedesse al suo mal.
E’ evidente il tentativo di dichiararsi imbrogliona per non incorrere nell’accusa di eresia, cosicché
questa parte della dichiarazione ci fa dubitare dell’intera confessione.
Nella ricerca fatta negli anni ’70 da Luisa Selis sulla presenza delle streghe in Sardegna oggi, è
riportato di una guaritrice settantacinquenne sarda che, tra altre numerose cose che pratica, tratta
l’itterizia:

Per diagnosticare s’istriadura (l’itterizia) Antonia misura con un filo di lana sarda il malato,
scalzo e con le braccia distese, dalla testa ai piedi e dal dito medio sinistro al dito medio destro. Se
la persona è affetta da itterizia l’altezza è inferiore alla larghezza. Antonia, per curarla, taglia a
pezzi il filo e lo brucia assieme a rosmarino, incenso, cera benedetta e qualche piuma bianca di
barbagianni dentro una tegola che fa passare per tre volte sulla testa del malato facendo segni di
croce e recitando formule magiche; poggia per terra la tegola sulla quale il malato deve saltare per
tre volte inspirando i fumenti.
Un’altra guaritrice che impiega il metodo della cordicella risiede attualmente nel Casentino, a
Verna di Poppi, e tratta lo sforzo e cioè le malattie dello stomaco che una volta si dicevano
originate da sforzi fisici particolarmente intensi. Per la sua operazione, la guaritrice impiega una
cordicella non più lunga di un metro legata ad un chiodo infisso nel muro. La cordicella, a partire
dalla sua estremità libera, riporta, segnata con un nodo, la lunghezza dell’avambraccio della
guaritrice, dal gomito alla base del pollice.
Di fronte al malato che vuol essere curato, la guaritrice prende la misura del proprio avambraccio
e, in caso di malattia di sua competenza, la cordicella risulta inspiegabilmente, ma in modo
visibile, più lunga dell’avambraccio. La guaritrice, recitando sottovoce parole sue, continua a
misurare la cordicella che, inspiegabilmente si accorcia fino a tornare della lunghezza
dell’avambraccio. A quel punto il malato, che può anche non essere presente, è guarito.
La stessa pratica è descritta in un processo del ‘500:
Madonna Helisabetha, mia padrona, (…) mi mandò là di donna Fior Carratiera a far segnar
Lucieta, sua figliuola, (…) et mi dete una fassa, sopra la qual essa Fior con le mani tre volte disse:
In nomene Patris, Filii et Spiritus Sancii. Amen. Et ordinò a me che dovesse dir cinque pater
nostri et altro tante ave marie. Et così portai la fassa alla mia padrona, et guarì la creatura. Et
misurava la fassa con il brazzo, cominciando dal gomito (…) fino al deto polece.
Come abbiamo visto nelle citazioni riportate nei processi, le streghe, alla richiesta di quali fossero
le formule magiche, recitano sempre formule religiose. La guaritrice del Casentino ingenuamente
racconta che la sua formula prevede la recitazione della nota preghiera Ave Maria, ma recitata al
contrario, a partire dall’ultima parola fino alla prima. Alla richiesta se lo ritenesse un peccato, ha
risposto che non può essere peccato fare del bene, e guarire dei malati è certamente fare del bene, il
modo ha poca importanza.
Dobbiamo notare che nelle pratiche di iniziazione alla stregoneria è prevista la recitazione del
Pater Noster al contrario, al fine di liberarsi del legame del battesimo. Questo porterebbe a
confermare l’ipotesi che il fenomeno delle streghe sia da ricondurre ad un movimento segreto
organizzato, tendente a destabilizzare l’organizzazione di potere esistente allora. Per acquistare
uno spazio a livello di massa, il movimento avrebbe fatto leva, con le capacità guaritrici delle
pratiche magiche, sulla necessità di combattere la malattia, una necessità molto sentita in una
realtà nella quale non vi erano altri mezzi per ricercare la guarigione.
Comunque sia, anche se oggi è difficile dire cosa sia rimasto di questo insieme di antiche
conoscenze ed esperienze, abbiamo visto anche se molto brevemente, che di tanto in tanto sorgono
degli sprazzi di luce, talvolta alimentati da proverbi in dialetto, altre volte da storielle o da alcune
abitudini ancora presenti a livello popolare. Questa poca luce lascia indovinare una imponente e
forte tradizione di stampo pre-cristiano, distinta e legata alla realtà, ma al di sopra del vivere
quotidiano, nella quale confluivano capacità ed esperienze vigorose e preziose, vissute forse
individuaimente, ma sempre ricondotte all’interesse e all’uso collettivo, come è tipico nel mondo
della medicina tradizionale.
John William Waterhouse (Roma, 1849 – Londra, 1917) - Magic Circle, olio su tela, 1886
(immagine Wikimedia Commons)
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L’Erba del Diavolo: la verità sulle stupefacenti piante delle Streghe

A scuola mi spiegavano che le streghe venivano considerate tali perché usavano erbe medicinali,
pratica considerata pagana. Non solo la spiegazione non è molto convincente: è falsa, o meglio,
omette tutta la verità. I rimedi naturali venivano largamente usati da chiunque, e infatti famosa è
l’erboristeria medievale – specialmente quella dei conventi. Cosa differenziava allora le streghe,
rendendole esseri del demonio?
La risposta è “una famiglia di piante”. Mandragora, belladonna, datura stramonium, evocano
immediatamente il calderone delle streghe. Appartengono tutte e tre alla famiglia delle solanacee,
di cui fanno parte anche le patate, i pomodori e le melanzane, ma non sono esattamente innocue
come verdure. La caratteristica fondamentale di queste piante è che sono potenti allucinogeni, o
più precisamente, data l’entità degli effetti, potenti delirògeni.
La datura viene chiamata Erba del diavolo. Il nome dell’atropa belladonna, conosciuta in inglese
anche come devil’s cherries, è composta da due parti degne di nota: “Atropos”, che nella mitologia
greca è quella delle tre Parche che taglia il filo della vita; “bella donna”, perché nel rinascimento le
donne italiane si versavano alcune gocce di tale pianta negli occhi, facendo dilatare le pupille,
rendendo così gli occhi più languidi. La mandragora (o mandragola), da sempre considerata una
pianta magica anche a causa della forma antropomorfa delle radici, era conosciuta presso i popoli
germanici come Alraun, che significa “mistero”.

Guarda caso, tutte e tre fanno parte delle “ricette” per la preparazione dell’”unguento per
volare”[1]. Difatti, da quel che ci è stato tramandato a riguardo, le streghe preparavano un
unguento che si spalmavano su tutto il corpo, e che avrebbe loro permesso di “volare”, o
trasformarsi in animale, per andare al sabba.

L’unguento delle streghe: Hans Baldung “Grien”, 1510, The Metropolitan Museum of Art.
A questo punto, vorrete sapere che effetti hanno queste piante. Qui è infatti sempre intervenuta la
censura della Chiesa e dell’istruzione pubblica, che hanno steso un velo di disinformazione su
tutte le (numerosissime) pratiche popolari che coinvolgevano piante psicoattive. Per avere
informazioni affidabili bisogna quindi rivolgersi a erowid, uno dei più completi siti sulle “droghe”
e i loro effetti. Alla pagina dedicata alla datura stramonium si possono leggere alcuni effetti
comunemente registrati: allucinazioni, elaborate interazioni con le allucinazioni, perdita della
cognizione del tempo, delirio, amnesia, interazioni surreali con il mondo, da un minimo di una
giornata a un massimo di 2-3 giorni. Se questo non vi impressiona, provate a leggere (alla voce
“experiences”) le testimonianze di chi, nonostante il pericolo – la dose a cui il principio attivo fa
effetto è vicinissima alla dose mortale – ha provato a mangiare i semi di datura. Tutti,
perfettamente convinti di non aver preso nulla e di stare vivendo la realtà, hanno incontrato
persone che non erano lì, persone morte, vecchi amici, animali domestici deceduti, e hanno
chiacchierato e interagito fisicamente con loro come se nulla fosse. Convinti di essere usciti di casa
ed aver camminato in giro in lungo e in largo, non si erano invece mai mossi dallo stesso posto.
“Elaborate interazioni con le allucinazioni”. Per questo la datura è un cosiddetto delirògeno: a
differenza di altre sostanze come LSD, funghetti e compagnia bella, è impossibile distinguere la
realtà dall’immaginazione. In più, la natura delle allucinazioni è spesso macabra e terrificante,
specialmente per chi è impreparato. Infatti, tutte le testimonianze finiscono dicendo qualcosa del
tipo “non provate MAI la datura”. Questo consiglio è sensato, considerando inoltre che molti
aspiranti testimoni sono finiti male.

Belladonna e mandragora, così come altre piante della stessa famiglia tra cui il giusquiamo, hanno
effetti simili, ma differenti l’una dall’altra. Un’altra pianta comunemente usata era l’aconito. Un
fatto interessante è che queste erbe, se misturate tra di loro e con altre, si comportano in modo
sinergico. In altre parole, la qualità e l’intensità dell’effetto cambiano a seconda della proporzioni
delle varie erbe. Ecco quindi la vera abilità delle streghe: sapere le dosi giuste per ottenere
l’unguento efficace (sbagliare, tra l’altro, può portare alla morte). Pare inoltre che esistessero molti
tipi di unguenti o pozioni, con effetti diversi adatti alle varie situazioni [1].
Mandragora (o mandragola)
Ma perché si parla di unguento e non di pozione? Anche in questo caso le streghe dimostravano di
essere esperte di queste sostanze: spalmandole sulla pelle e sulle mucose, infatti, si evitavano
effetti collaterali e si massimizzava l’assorbimento dei principi attivi. Probabilmente per questo
motivo, le streghe venivano spesso dipinte nude. Alcuni sostengono addirittura che la scopa,
oggetto tipicamente associato alle streghe, altro non fosse che uno “strumento” che veniva cosparso
di unguento per raggiungere le parti più intime. Un altro dettaglio per completare il quadro: avete
presente la famosa risata da strega? Ebbene, molti sperimentatori contemporanei hanno riferito di
essere stati vittima di risata isterica incontrollata. In ultima istanza, nonostante la mancanza di
testimonianze scritte certe, non vi è alcun dubbio che lo “status” di strega derivasse proprio
dall’utilizzo di questo tipo di piante [2].

Secondo Terence McKenna e molti altri, infatti, le streghe non erano altro che le continuatrici
della tradizione, presente fin dall’alba dei tempi, che manteneva il collegamento tra la natura e la
vera realtà delle cose, così come fecero gli sciamani e i detentori dei Misteri di Eleusi. Spesso le
streghe abitavano nella parte esterna del villaggio, al confine con i boschi, a cavallo tra la realtà
umana e quella “selvatica”, fungendo da contatto con gli spiriti degli animali e della natura [3].
La loro abilità “soprannaturale” era la confidenza con le sostanze psicoattive, che come abbiamo
visto può produrre effetti terrificanti in sperimentatori sprovveduti. Nei nostri boschi e campi,
numerosi erano gli elementi “magici” potenzialmente a disposizione delle streghe: le solanacee,
ricche di atropina e scopolamina; le ranuncolacee, tra cui l’aconito, contenente aconitina; il
papavero da oppio; l’amanita muscaria, ovvero il classico fungo rosso a puntini bianchi che –
sorpresa! – è psicoattivo; i famosi funghetti allucinogeni, contenenti psilocibina, con forti effetti
psichedelici… Potrebbero benissimo aver utilizzato anche la segale cornuta, ricca di ergotamina,
precursore dell’LSD, il cui uso si ritiene fosse il cuore dei Misteri di Eleusi.
Albrecht Dürer, Strega che cavalca una capra al contrario, 1500 ca.
Le solanacee vengono normalmente usate dagli sciamani di tutto il mondo. I sabba,
tradizionalmente descritti come orge con Satana (come nel bellissimo libro Il Maestro e
Margherita), non erano altro che rituali legati all’utilizzo di queste ed altre piante. Con la
demonizzazione dei culti pagani, la Chiesa fece ben presto l’equazione “streghe uguale diavolo”, e
da qui la connotazione negativa che giunge fino a noi. Secondo alcuni, l’omissione storica
riguardante le piante “demoniache” sarebbe da ascriversi alla difficoltà di ammettere il potere
soprannaturale di semplici piante: sicuramente, Satana era un avversario più degno da combattere
[3]. Inoltre, anche per le streghe stesse era difficile dubitare dei propri poteri, visti gli effetti
realistici dello stramonio e delle altre piante: completamente convinte di poter “volare” in altri
luoghi e incontrare i morti, difficilmente ritrattavano ciò che avevano effettivamente vissuto, se
accusate di stregoneria.

Bibliografia:

[1] CANTELMI ANNA LISA, 2002, Herbaria e le piante per volare, Altrove, vol. 9, pp. 17-32
[2] CAMILLA GILBERTO, 1995, Le erbe del diavolo I. Aspetti antropologici, Altrove, vol. 2,
pp. 105-115
[3] McKENNA TERENCE, Il nutrimento degli dei, Apogeo Editore, 2001. [pdf in inglese]

Altre risorse utili:


– Sito di Giorgio Samorini (etnobotanico), contenente moltissimi documenti sull’utilizzo
delle piante psicoattive. Comprende una sezione dedicata alle streghe.

– Documentario di Vice sulla famosa droga sudamericana che rende le persone controllabili
come automi: è una solanacea.
http://viverecomedonnenelmedioevo.blogspot.it/2009/12/la-conoscenza-della-botanica-nel.html
Vivere come donne nel Medioevo

La conoscenza della botanica nel Medioevo, la sapienza femminile e il mito della Strega

Pubblicato da Vivere il Medioevo


Introduzione

Il Medioevo è stato un periodo in cui le conoscenze sulle piante si fermarono e quelle conoscenze
che si erano accumulate nelle epoche precedenti furono gelosamente custodite nei cosiddetti
“Giardini dei semplici”, ossia i giardini botanici dei monasteri dove i soli monaci avevano il
“monopolio” delle conoscenze sulle piante e sui loro impieghi.

La conoscenza delle piante era riservata in quest’epoca ad alcune categorie del sesso maschile,
specie per quanto riguarda l’uso e la conoscenza delle erbe medicinali. Alle donne, invece, questa
conoscenza era moralmente e socialmente preclusa a causa dei luoghi comuni che hanno reso
famoso questo periodo storico.
La donna non poteva curare pur avendo il sapere medico, un sapere tante volte maggiore di quello
dei maschi, e la donna che aveva tale sapere era vista male dalla società, era la strega.

Di fatto ci si trova davanti ad un enorme paradosso, perchè mentre da un lato ci è pervenuta


l’immagine di una donna condannata all’ignoranza totale, è più che mai noto quanto detto prima,
ossia che la donna in molti casi dimostrava nella realtà dei fatti, nella vita quotidiana un sapere
sulle erbe e le loro proprietà, i loro impieghi, assai maggiore di quello maschile. Nella realtà dei
fatti era la donna il medico nella famiglia del popolo, nella piccola comunità famigliare e spesso
anche in quella che era la comunità di un borgo o di una piccola città. Era la donna che sapeva
riconoscere le specie medicamentose, quelle velenose e spesso sapeva anche diagnosticare quella che
oggi è nota come intossicazione o avvelenamento, nei casi meno gravi. Non a caso la donna del
Medioevo, si preferiva tenerla lontana dalle conoscenze mediche poiché secondo la mentalità
dell’epoca, quelle conoscenze erano nelle sue mani un’arma pericolosa e infatti essa avrebbe potuto
abusare della conoscenza delle specie velenose per curare una ferita all’animo orgoglioso di sè o di
un’amica contro l’insulto di un cavaliere poco galante o di una pericolosa rivale. Il Medioevo da
un lato è il maestro degli avvelenamenti e nella maggior parte dei casi operati da donne. In realtà
quindi, la figura di una donna ignorante in tutto è più un mito, un’ombra che non realtà. La
conoscenza di queste donne fu però duramente punita e lo vedremo nei paragrafi successivi, dove si
riprenderà anche la tesi sulla strega di alcuni illuministi francesi e delle controparti clericali.
La conoscenza dimenticata

Il fatto che la donna, quell’essere immondo e portatore del peccato stando alla mentalità
medievale, avesse più conoscenze in materia medica di un uomo, era per questi il peggior insulto
pubblico e privato, un insulto che nemmeno la natura difendeva e che davanti ad essa era
costante, perpetuo. Lo storico francese Michelet [1], nella sua opera La strega, spiega come la
donna in ogni epoca fu in un certo senso la strega, la strega che condivideva le sue conoscenze con
nessuno tranne sé stessa. Il Medioevo fu poi per la donna-strega quella che possiamo chiamare
anche “Epoca dell’Oro” e al tempo stesso “L’Epoca del Terrore” perché mai come nel Medioevo la
donna fu tanto protagonista e regista della storia, in ogni episodio ed in ogni ruolo, nel Bene e nel
Male e mai fu tanto per questo perseguitata, condannata e giustiziata.

« Per le religioni, la donna è madre, amorosa custode e nutrice fedele. Gli dèi sono come gli uomini;
le nascono e muoiono in grembo » dice il Michelet, «Quanto la fedeltà le costa! ». Contrariamente a
quanto molti pensano, non fu la religione cristiana ad inventare la figura della strega, non fu
nemmeno la Chiesa, né furono le religioni precedenti a quella cristiana; la vera Dea, si oserebbe
dire, che generò la prima strega, fu l’Ignoranza, indipendentemente da chi la manovrasse. Ah
questa Dea dai poteri veramente illimitati e sconosciuti, questa benefattrice tanto generosa, non
dà mai torto a nessuno, accontenta tutti fin per il più piccolo umano capriccio, di lei c’è bisogno da
sempre, perché senza di lei c’è la guerra, c’è astio tra torto e ragione, ma quando lei arriva anche se
c’è il caos si sta bene, perché solo con il caos ormai da sempre può regnare la pace, una pace che
però di fatto non esiste, la storia ha avvisato tutti: è una finta pace che non può durare per
sempre.
Tuttavia dura tutt’ora e la sola creatura che in un qualche modo, a volte un po’ impacciato e
confuso, lotta per venirne fuori, è proprio lei: la donna. La donna divinizzata, temuta, adorata di
nuovo e poi di nuovo cacciata, sottomessa, respinta, condannata, bruciata su fascine nel nome di
Dio perché strega, anche oggi a suo modo. Certo non possiamo fare un rogo oggi come settecento
anni fa, non possiamo più appellarci a nulla per condannare la donna perché in un modo o in un
altro è noto da secoli che ce la farà sempre. Invidia maschile? Diciamo che si tratta di un’invidia
generale e senza volto, perché sia bella o brutta, ricca o povera, triste, felice o disperata, depressa,
pazza, la donna rimarrà sempre un essere superiore nella società e proprio l’uomo che ha fatto di
tutto per sottometterla da quando il mondo ha memoria, le è sottomesso e per un semplice ma
fondamentale fatto: che l’uomo ha per sua natura un complesso di inferiorità che nel Medioevo ha
raggiunto in Occidente la cronicità. Mentre fuori dall’Occidente cristiano, in epoca medievale, la
donna socialmente e psicologicamente era un essere sottomesso, ma rispettato, nell’Occidente
cristiano fu messa sotto una campana di vetro che aveva al suo interno il mondo e la donna poteva
fare quindi di fatto tutto quello che le pareva e soprattutto anche sotto questa campana poté
recuperare la conoscenza perduta, specie quella medica, quella delle piante. L’uomo cercò di
precluderle la conoscenza, ma fu vano, perché essa trionfò e acquisì la conoscenza. Bastò sapere
alla donna per essere etichettata, per essere strega e se per una religione era strega perché seguace
di Bacco per un’altra religione come quella cristiana era strega perché era seguace del diavolo. Non
è un caso che solo in Occidente siano stati consumati i roghi più grandi della storia.
Mentre in epoca classica la donna non era vista come una strega nel senso medievale del termine,
ma come un’incantatrice, un’amante di rara bellezza che conosceva filtri e veleni di varia natura,
nel Medioevo, « mille anni più tardi, la si caccia come fosse una bestia selvaggia, è inseguita agli
angoli delle strade, umiliata, straziata, lapidata, piegata sui carboni ardenti. Non bastano i roghi
al clero, né al popolo le villanie né i sassi al fanciullo, contro la disgraziata. Ma i crudeli processi
mostrano il contrario. Molte morirono proprio perché giovani e belle » [2] e oserei aggiungere
anche, perché sapevano.
« Dagli dèi antichi,» la strega « ha fatto degli dèi. Accanto al diavolo del passato, vediamo nascere
in lei un diavolo del futuro. Il solo medico del popolo, per mille anni, fu la strega. Gli imperatori, i
re, i papi, i baroni più ricchi avevano qualche dottore di Salerno, qualche moro, qualche ebreo, ma
la gente di ogni condizione, e si può dire tutti, non consultava che la saga o saggia donna. Se non
guariva, la insultavano, la dicevano strega. Ma in genere, per rispetto e paura insieme, la
chiamavano buonadonna o belladonna [3], dal nome che si dava alle fate. Le capitò quel che
ancora capita alla sua pianta prediletta, la Belladonna, e a benèfici altri veleni che usava,
antidoti dei grandi flagelli del Medioevo. Il bambino, il passante ignaro, maledice quest'erbe grigie
senza conoscerle. I loro colori ambigui lo colmano di terrore. Arretra, passa alla larga. Eppure non
sono che "consolanti" (Solanee [4]), che somministrate con discrezione, hanno guarito spesso,
calmato tanti mali. » [5]
Si vede ancora una volta la grande contraddizione di cui non solo la donna è vittima, ma anche la
società, che però non fa nulla per combattere l’ignoranza che alita vita in questa contraddizione,
un vero e proprio circolo vizioso. Probabilmente se nel Medioevo avessero lasciato la donna più
libera di guarire e conoscere, innovare, ora la medicina sarebbe più avanti, ma il senno di poi ora è
inutile, quel che è fatto è fatto.

Nel Medioevo coloro che per la società detenevano legalmente il sapere delle piante erano i monaci
che usavano quelle erbe per curare i mali, le piaghe, per quanto riguardava le donne era meglio che
esse ignorassero. Ma in realtà cosa dovevano esattamente ignorare se proprio in un’epoca come il
Medioevo, alla pari di oggi, la popolazione umana viveva quasi esclusivamente dei frutti della
terra? Quesito sterile dal momento che mentre gli uomini in una famiglia contadina si occupavano
dell’aratura e della preparazione del terreno, alla donna spettava più spesso di quanto si creda, il
compito della semina e quindi essa doveva conoscere i semi e la pianta che ne sarebbe nata e
siccome essa si occupava anche del raccolto, sarebbe stato un bene che avesse saputo distinguere la
radice di una mandragora da quella di una carota che seppur diverse possono apparire ad un
ignorante come casualmente diverse ma della stessa razza e nel primo caso il minestrone che ne
sarebbe venuto fuori avrebbe potuto far vedere a chi l’avesse mangiato i demoni e i sorci verdi!
Fare una selezione delle specie che la donna poteva conoscere o no era un lavoro che nel Medioevo
nessuno ebbe mai in mente di fare perché era molto più comodo tenere una creatura pericolosa come
una donna nell’ignoranza e nel caos piuttosto che cercare di fare chiarezza, che avrebbe portato
solo danni e magari avrebbe spinto la donna ribellarsi. Finché la donna era ignorante si poteva
tenere sottomessa senza troppi problemi. Qualora però il figliolo del buon contadino si fosse
gravemente ammalato di un male ignoto o di un febbre troppo alta, a chi ricorrere se alla donna era
stato dato il divieto di conoscere e se essa era ignorante? Al monaco? Era troppo lontano e il mulo
del buon contadino era zoppo, non avevano i telefoni e quindi il figliolo era spacciato, sarebbe
morto di febbri. Se invece la donna avesse saputo che intorno a casa, nemmeno troppo lontano, si
trovavano le piante che guarivano la febbre forse il loro figliolo si sarebbe potuto salvare.
Bisognerebbe essere stati nel Medioevo per avere davvero chiara la situazione in cui si trovavano
davvero le donne in merito alla conoscenza delle
specie botaniche medicinali.

Quello che è certo è che una conoscenza comunque


dovevano averla, rudimentale e che veniva
trasmessa oralmente di generazione in generazione,
dal momento che la maggior parte della popolazione
era analfabeta e le sole conoscenze scritte in materia
di botanica si ritrovano negli erbari dei monasteri.
Possiamo quindi notare che la conoscenza della
botanica era qualcosa di precluso alla popolazione,
specie alla componente femminile della popolazione
almeno apparentemente perché di fatto si è detto
prima che non era così.
Se nel Medioevo le donne in quanto streghe furono punite per le loro conoscenze di erbe mediche e
bruciate sui roghi, furono ricompensate nel Rinascimento quando Paracelso bruciò a Basilea tutti i
testi di medicina dichiarando di non sapere nulla e di dovere tutto il sapere medico proprio a loro:
alle streghe, alle donne [6]. Fu un gesto folle, non ci sono dubbi, perché se egli avesse messo per
iscritto le cosiddette conoscenze delle streghe, avrebbero dato a lui il merito magari di tante cose e
scoperte innovative e il sapere medico non avrebbe subito un tale grave insulto, piuttosto sarebbe
progredito e oggi forse avremmo maggiori conoscenze perché la tradizione orale era diventata
scritta.

Il Trecento fu uno dei periodi storici che più che mai vide la caccia alle donne, la caccia alle streghe
e volpi furono proprio degli ignoranti annoiati [7], sguinzagliati da altri ignoranti più annoiati di
loro e si arrivò ad un punto tale da processare e condannare delle donne in massa. Si giunse così ad
architettare di tutto per storcere loro le conoscenze proibite che avevano indebitamente acquisito
magari con l’ausilio del diavolo, e si giunse a vivere in una epoca del Terrore. Dice Michelet « le
imputate, se possono, prevengono la tortura e si uccidono. Remy, l'insigne giudice di Lorena, che
ne bruciò ottocento, di questo terrore è orgoglioso. "la mia giustizia è tanto buona" dice "che sedici,
arrestate l'altro giorno, non attesero, si strozzarono prima."» [8]
Michelet, ovviamente inasprisce molto le cose quando parla di Medioevo, ma bisogna anche
considerare che Michelet è figlio dei lumi dell’illuminismo, quando la verità e le scienze trionfano e
la sua visione vuole fare luce probabilmente su quello che secondo lui non era mai stato ammesso e
detto. Egli stesso dice nell’opera La strega, « sulla lunga strada della mia "histoire", nei trent'anni
che le ho dedicato, questa orribile letteratura di streghe mi è passata e ripassata spesso tra le mani.
Prima ho esaurito i manuali dell'inquisizione, le asinerie dei domenicani ("flagelli", "martelli",
"formicai", "fustigazioni", "lanterne", eccetera, sono i titoli dei loro libri). Poi ho letto i
parlamentari, i giudici laici che a quei monaci si sostituiscono, e pur nutrendo disprezzo per loro,
quasi li eguagliano in idiozia. Ne accenno altrove. Qui noto soltanto che, dal l300 al 1600, e oltre,
la giustizia è identica. Eccettuata una breve parentesi nel parlamento di Parigi, sempre ed
ovunque è la stessa feroce demenza. L'ingegno non conta. L'acuto de lancre, magistrato bordolese
del regno di Enrico IV, all'avanguardia in politica, quando si tratta di streghe precipita al livello
di un nider, d'uno sprenger, degli stupidi monaci del quattordicesimo secolo. »[9]

Egli ancora aggiunge: « è stupefacente vedere quei tempi tanto vari, quegli uomini di culture
diverse non riuscire ad andare avanti. Poi si capisce bene che gli uni e gli altri furono impediti, di
più, accecati, che il veleno del loro principio li rese ubriachi e selvaggi. Questo principio è il dogma
di una radicale ingiustizia: "tutti perduti, per uno solo, non solo puniti, ma degni d'esserlo, guasti
a priori e corrotti, morti a Dio ancor prima di nascere. Il poppante è un dannato". Chi lo dice?
Tutti, persino Bossuet [10], un importante dottore di Roma, formula il concetto con precisione:
"perché Dio permette che gli innocenti muoiano? Agisce secondo giustizia. Se non morissero dei
peccati commessi, morirebbero comunque per la colpa originale" [11]. Questa enormità ha due
conseguenze, in giustizia e in logica. Il giudice è sempre sicuro del fatto suo; chi gli compare
davanti, non c'è dubbio, è colpevole, e, se si difende, ancora di più. La giustizia non deve faticare,
rompersi la testa, per distinguere il vero dal falso. Si parte sempre da un partito preso. Il logico, lo
scolastico non sottopone l'anima ad analisi, rendersi conto delle sfumature che vive non è affar
suo, ne ignora la complessità, i contrasti intimi e i conflitti. Non ha bisogno, come noi, di spiegarsi
come possa cadere a poco a poco nel vizio. Quanto riderebbe, scuotendo la testa, di finezze e
cautele così, se fosse in grado di capirle! Quanta grazia gli darebbe allora il dondolìo delle orecchie
superbe che agghindano il suo vuoto cranio! » [12]

Michelet condanna duramente l’idea di Bossuet, dal momento che un concetto del genere poteva
essere applicato solo in un’epoca come il Medioevo, quando appunto il giudice era tanto convinto
del fatto suo che una volta che aveva il colpevole davanti si fissava su di lui senza sforzarsi di
cercare la verità, così una donna magari sorpresa a somministrare ad un malato un infuso
ristoratore e febbrifugo sarebbe stata agli occhi di quel giudice come una perfida strega che
somministrava una pozione ad un malato per rubargli l’anima. Il giudice non sapeva niente di
piante medicinali né lo sapeva i giudici che lo affiancavano, ma poco contava, loro erano i giudici
e loro avevano ragione, perché una donna non avrebbe mai dovuto conoscere le erbe, conoscere i
rimedi, poiché secondo la mentalità dell’epoca il sapere femminile era il sapere diabolico. E poi
come aveva quella donna acquisito le informazioni inerenti alle piante, al loro uso e alla loro
attività se non dal diavolo o da una strega?

Inoltre Michelet, alla domanda: « A quando risale la strega? » dice «Rispondo senza esitare: ai
tempi negati alla speranza. Alla profonda disperazione prodotta dal mondo della Chiesa. Senza
esitare dichiaro: "la strega è il suo delitto". Non mi soffermo neppure un attimo sulle sue melliflue
spiegazioni, che fingono di attenuare: "debole, leggera era la creatura, facile alle tentazioni. La
concupiscenza [13] l'ha indotta al male". Come, nella miseria, nella carestia di quei tempi, come
poteva quella passione traviare sino al furore diabolico? Se la donna innamorata, abbandonata e
gelosa, se la ragazza scacciata dalla matrigna o la madre picchiata dal figlio (vecchi soggetti di
leggende), se hanno potuto cadere in tentazione e invocare lo spirito maligno, tutto questo non è la
strega. » [14]
Non erano infrequenti i casi in cui una donna conoscitrice di specie medicinali nel Medioevo fosse
spesso chiamata nei casi in cui era necessario un filtro per richiamare a sé l’amato perduto o per
punire un figlio violento e ovviamente a rimetterci non erano i clienti della donna chiamata poi
strega, ma appunto lei stessa, la strega.

Non avendo mai messo nulla per iscritto è difficile dire a base di cosa fossero le pozioni e i filtri,
probabilmente di solito erano le parti fresche o secche e triturate delle piante velenose delle
famiglie delle Solanacee, delle Ranuncolacee per fare alcuni esempi.
Il Michelet aggiunge inoltre nella sua opera « per capire un po' meglio, leggete gli odiosi registri
che ci restano dell'inquisizione, non negli estratti dl Llorente, Lamothe-Langon, eccetera, ma quel
che resta degli originali di Tolosa. Leggeteli così come sono, nella loro tetra aridità, tanto
spaventosa e feroce. Bastano poche pagine, per sentirsi agghiacciare. Vi prende un freddo crudele.
La morte, la morte, la morte si avverte in ogni riga. Siete ormai nella bara, o in una piccola cella di
pietra dai muri ammuffiti. » [15]
La strega, il medico e la Chiesa: la nascita della strega

Teoricamente condannata all’ignoranza e di fatto più sapiente di


un medico, la donna dei secoli più cruenti del Medioevo divenne
una strega, un’eretica perché spesso sosteneva di poter guarire e
sistemare le cose quando ormai le speranze per un ferito o un
malato erano finite e siccome nel Medioevo era ferma convinzione
che anche le malattie e quindi le guarigioni fossero decise a livello
divino, il fatto che una donna si mettesse in mezzo, era un’eresia,
un’eresia che andava condannata e soppressa. Condannata
all’ignoranza da un lato e libera di sapere dall’altro, la donna
pagava in vero a caro prezzo e spesso con tortura e morte, la sua
vera libertà.

Ma chi era la strega medievale? Dove viveva e cosa faceva? Chi si rivolgeva a lei?
« Quando appare, la strega non ha padre né madre, non ha figli, marito, né famiglia. È un mostro,
un aerolito, non si sa da dove venga. Chi oserebbe, Dio, avvicinarla? Dove vive? Dove non è
possibile, nei boschi di rovi, sulla landa, dove la spina, il cardo intrecciati, impediscono il
passaggio. La notte, sotto qualche vecchio dolmen. Se viene scoperta, è l'orrore della gente a
tenerla ancora isolata: è come circondata da un cerchio di fuoco ». [16]

Eppure, emarginata, isolata, cacciata e disprezzata, la strega è sempre prima del medico e sempre
migliore nel dare le soluzioni, ma questo alla società dell’epoca non andava bene, niente andava
bene. Per quei tempi avevano davvero tutto, ma non era mai abbastanza e così si scatenarono
contro l’unico essere in grado di rendere migliori le cose, per rompere la monotonia. Una triste e
reale, cruda e sanguinante ironia della sorte per la donna che è libera solo in un’utopia. A volte
perfino nel Medioevo veniva detto alle donne di non pensare, di non sognare, che le fantasie erano
un’istigazione diabolica. Se è così, se si potesse conoscere il pensiero di ogni uomo,
rabbrividiremmo, perché potremmo scoprire la vera natura di esseri che all’apparire sono calmi,
pacati, gentili e soprattutto hanno un forte carisma ma che in vero hanno probabilmente i peggiori
intenti.
Nel Medioevo si arrivò al fanatismo del vivere e del morire, non si poteva vivere, la vita era una
sorta di castigo, si sperava nella morte e soprattutto in quella che oggi tutti temono: la fine del
mondo, mille anni, dicevano, poi sarebbe tutto finito, invece siamo ancora qui a raccontarci queste
storielle, ormai noiose e prive di ogni fondamento, ma non importa, bisogna rompere la noia,
ingannare l’attesa del grande evento in un qualche modo. Così se oggi si inventano storie e
leggende sulla fine del mondo, un imminente cataclisma, nel Medioevo inventarono la strega, era
più reale, più sicuro come capro espiatorio e soprattutto offriva una varietà di casi infinita, non si
finiva mai di sbizzarrirsi su come costruire l’accusa, come smontare la difesa e di come punire la
donna, questa eretica, questa pazza creatura che aveva ceduto anima e corpo al principe delle
tentazioni. Non fu forse Eva a lasciarsi convincere, sedurre, stupida donna? Le sue figlie
portavano la sua stessa condanna, il suo stesso marchio indelebile ed ereditario: la colpa di essere
donne. Dio le disse che per la sua grave disobbedienza avrebbe sofferto e sarebbe stata sottomessa
al maschio e così fu ma solo in parte, perché abbiamo visto come invece nella sua prigione fu libera,
libera di fare tutto. Probabilmente nel medioevo calcarono parecchio la mano quando inventarono
la strega andandosi ad appellare anche a questa storia della Genesi, il popolo sapeva come il
mondo fosse stato creato e di come la donna fosse stata responsabile della cacciata, della tremenda
punizione che tutti temevano ma che allo stesso tempo tutti desideravano per andare di nuovo in
paradiso: la morte. Sfortunatamente si parla sempre di popolo, come se il popolo fosse un gruppo
monosessuale, quindi fatto da soli maschi, invece il popolo era fatto di uomini e donne e bambini
che si scannarono contro una donna: la strega.
Il medico dal canto suo ha tutto di guadagno e può avere di nuovo campo libero quando non c’è
più la strega a fare le diagnosi e i rimedi per lui al suo posto, inoltre il medico gode anche di un
certo rispetto, ha una vita sociale e soprattutto è protetto e non è temuto, anzi. Egli è stimato,
ricercato dalle corti e dai re, dai papi e dai presbiteri e inoltre egli è studioso e quindi sa e poi
soprattutto è un uomo, è un maschio e per questo semplice fatto è teoricamente migliore. Mai
sovrani, papi o presbiteri avrebbero messo la loro pelle in mano ad una donna, ad una strega perché
convinti che essa per un semplice e magari immotivato capriccio avrebbe potuto prendergliela e
farci oscuri riti diabolici. Il medico inoltre era pagato, la donna che veniva chiamata strega invece
lavorava in un certo senso gratuitamente, era la sua una forma di volontariato che come unico
compenso chiedeva un tozzo di pane, forse un vestito, nulla di più. infine la strega era una donna
ignorante e analfabeta, non aveva studiato e quindi cosa poteva saperne di malattie e rimedi? Se
avesse saputo, il motivo era uno solo, ben noto a tutti anche se molti ricorrevano a lei per i mali di
ogni genere, dal callo alla piaga, dalla depressione al veleno per il suicidio. Dal momento che la
strega era una donna che si distingueva dalla massa perché sapeva e perché curava e soprattutto
perché era manifestamente più libera, quindi meno sottomessa di quanto non la si faccia, e
soprattutto più razionale (in un’epoca dove la razionalità era assente) di tutti, era più che ovvio
per medici e chierici che essa era quello che era, sapeva quel che sapeva perché aveva stretto un
patto col diavolo, la sapienza in cambio dell’anima e del corpo. Per quell’epoca si era convinti che
la donna non avesse un cervello, non fosse dotata di intelligenza, paragonata ad un animale da
addomesticare, quasi una gallina schiava di un solo gallo e costretta a covare e tenere dietro ai
pulcini. Dicesi che la gallina è l’animale più stupido, è vero, nessuno è mai riuscito ad addestrare
una gallina e per l’uomo questa era la donna: una gallina e visto che questa disgraziata doveva
fare poche cose e quelle poche farle bene, come appunto covare e tenere dietro ai pulcini (i figli), la
sua intelligenza non era richiesta e non era considerata, anzi, si pensava probabilmente che fosse
inesistente. Di fatto il maschio medievale aveva scambiato una puledra selvaggia e indomabile per
una gallina e tutti ben sanno che invece gli equini sono animali straordinariamente intelligenti
anche se maledettamente testardi. Se per l’uomo la donna non aveva intelligenza, figuriamoci
questa povera ignorantona se avesse frequentato una scuola quante risate, non era intelligente,
non sapeva né leggere né scrivere e che figura ci avrebbe fatto se si fosse azzardata e mettersi in
competizione con i maschi; la donne era ed è invece straordinariamente intelligente e soprattutto
indomabile e in questi secoli del Medioevo, che le vietarono di sapere e conoscere, essa seppe e
conobbe lo stesso e la sua sapienza divenne la sua condanna, il suo primo pericolo. Fu indomabile
e testarda e pagò a caro prezzo la sua libertà. Inizialmente la strega è una donna come tutte le
altre che inizia a sviluppare un proprio sapere all’ombra del medico. È inizialmente una donna di
umili origini, giovane, è anche bella [17], sposata e frequenta la chiesa locale del suo paesino. Non
ha ancora figli, teme che il suo grembo sia sterile, nella sua casa si occupa di pulizia, cucina, cuce,
tesse e fila. È una donna di città, cerca di non attirare su di sé le chiacchiere della gente, parla
poco col marito, non si interessa di quello che fa, non deve e non può; quando lui la desidera lo
compiace anche se non se la sente, è sottomessa. Ha tanto da fare questa creatura che quando ha
finito di lavorare prega e quando ha finito di pregare dorme e quando dorme in realtà è sveglia
perché ha paura che il diavolo la tenti. Questa donna che apparentemente non ha pensieri, invece
ne ha, perché anche solo chiedersi e programmare cosa fare tra i lavori di casa, a cosa dare la
precedenza, è già un pensiero.

Michelet dice « se la vergine, la donna ideale, si elevava nei secoli, la donna reale contava
pochissimo presso queste masse rurali, questo miscuglio di uomini e greggi. Miserabile fatalità
d'una condizione che solo la separazione delle abitazioni riuscì a cambiare, quando presero
abbastanza coraggio da vivere per conto proprio, in frazione, o coltivare terre fertili un po'
distanti e costruire capanne nelle radure delle foreste. Il focolare isolato creò la vera famiglia ».
Passa il tempo, i tempi cambiano e comincia a diffondersi il fenomeno che vede formarsi delle
abitazioni in periferia, nelle campagne, sulle colline, anche sui monti. Se le città si sono formate
quando le abitazioni si stringevano sempre più ad un castello o ad una torre, ora il processo si
inverte e la città è troppo piccola per tutti e così questa donna va col marito verso la periferia, in
campagna o magari in una zona collinare dove costruiranno un nuovo nido, una nuova casa in
legno e paglia. « Eccola a casa sua. Può essere pura e santa, finalmente, la povera creatura. Può
concepire un pensiero, e sola, filando, sognare, mentre lui è nel bosco. Questa misera capanna,
umida, piena di fessure, dove d'inverno soffia il vento, però, è silenziosa. Ha certi angoli oscuri
dove la donna annida i propri sogni. Ora, lei ha. Ha qualcosa di suo. Il "fuso", il "letto", il "comò"
[...], poi verrà il tavolo, la panca, o due sgabelli. Povera spoglia casa. Ma un'anima l'arreda. Il
fuoco la rallegra; il bosso benedetto protegge il letto, e qualche volta gli mettono accanto un
grazioso mazzetto di verbena. La signora di questo palazzo fila, seduta sulla porta, guardando
qualche pecora. Non si può ancora comprare una mucca, ma verrà, c'è tempo, se dio benedice la
casa. Il bosco, un po' di pascolo, qualche ape sulla landa, ecco la vita. Si coltiva ancora poco
grano: un raccolto lontano è un raccolto insicuro. Questa vita poverissima, è però meno dura per la
donna; non si logora, non si rovina, come accadrà con la grande agricoltura. Ha anche maggior
tempo libero » [18]
Ora « lei è sola. Non ha vicine. L'orrenda vita malsana delle nere piccole città chiuse, lo spiarsi a
vicenda, il pettegolezzo meschino, pericoloso, non esiste ancora. Nessuna vecchia viene la sera,
quando il vicolo si fa buio, a tentare la giovane, a dirle che c'è chi muore d'amore per lei. Lei ha
solo i sogni per amici, non chiacchiera che con le bestie o l'albero della foresta. Le parlano;
sappiamo di che. Risvegliano in lei quello che le diceva sua madre, sua nonna, cose arcane che, nei
secoli, son passate di donna in donna. E' l'innocente ricordo degli antichi spiriti della contrada,
toccante religione di famiglia che, nella coabitazione chiassosa e caotica, fu senza dubbio debole,
ma ritorna e frequenta la capanna solitaria
». [19]
Le stagioni tornano a cambiare, si alternano
ancora, passano i mesi e la donna ora ha un
lavoro in più insieme al marito, coltivare la
terra. Il terreno ovviamente non è loro, ma del
signore e loro hanno diritto solo ad una minima
parte di questo raccolto che quell’anno è anche
scarso. La vediamo tenere dietro ad un piccolo
orto, anch’esso del signore e anche di questo solo
una minima parte potrà essere tenuta. Un
giorno sta raccogliendo delle foglie che metterà
nel cesto destinato a lei ed al marito ed ecco che
vede una radice che non aveva mai visto prima.
Sarà velenosa? Si chiede, la coglie, che forma
strana ha questa radice, sembra un uomo [20].
Non sa che pianta sia, la prende e la porta in casa. Data la forma, pensa ingenuamente che sia
forse una pianta che aiuta a concepire, è a forma di uomo del resto. Ormai questa donna sta
invecchiando, anche se ha meno di trent’anni e non ha ancora dato un erede al marito, un figlio o
una figlia ed è tanto il desiderio di compiacere il marito e anche il bisogno di essere certa di non
essere sterile che anche a costo di rischiare la vita mangia un pezzetto della radice e nasconde
gelosamente il resto. Il marito torna a casa dopo una lunga giornata faticosa, ha le vesciche nelle
mani e nei piedi per il continuo picchiare la zappa nel terreno, è sudato, sporco, ma non ha acqua
per lavarsi. È estate e vicino a casa c’è un fiumiciattolo dove va a sciacquarsi e la moglie lo va a
coprire infreddolito e lo fa entrare. Adesso quest’uomo è pulito, ma le piaghe gli fanno male, lo
rendono nervoso, isterico e la moglie non sa che fare per alleviare il suo male. Ricorda allora della
pianta che ha trovato al mattino e pensa che forse se anche il marito ne mangia starà meglio,
potrebbe data la sua forma essere una pianta che cura tutti i mali dell’essere umano. Il marito ne
mangia un pezzo, senza fare troppe domande, senza sapere di cosa si tratti e pensando che forse
starà davvero meglio, ma il sospetto gli viene anche se la moglie gli ha dato la radice ingenuamente
o come arriverà a pensare poi questo ignorante, con una falsa ingenuità. Poco dopo il dolore
svanisce perché ha inizio un prurito peggiore: il desiderio carnale e desidera la moglie. Lei
timidamente si concede a lui, facendosi il segno della croce prima e chiedendo a Dio di darle un
figlio. Da quel giorno passa del tempo e al giungere della nuova luna la donna si accorge di non
avere più le sue regole [21], il suo corpo è più grasso, il seno più pesante e sodo, è finalmente
incinta! Lo dice al marito che gioisce tutto contento e lo dice agli altri. Viene poco tempo dopo,
quando ormai la gravidanza di questa donna è evidente, una delle sue amiche di città e le due si
confidano. L’amica confida di non riuscire ad avere un bambino e che il marito ce l’ha con lei per
questo e la donna, questa sciocca, le confida a sua volta di aver trovato una pianta strana, una
radice e di averne mangiato un pezzo e che quella sera di averne dato al marito per alleviargli un
altro male, sempre quella notte confida di essersi concessa al marito e da lì di aver concepito.
Capisce che probabilmente la pianta ha il potere di dare fertilità e ne dà un pezzo all’amica.
Questa ringrazia timidamente e poco tempo dopo, quando ormai l’amica è in procinto di partorire,
torna per dirle che la pianta ha funzionato e che anche lei ora aspetta un bambino quando il
medico del prete aveva detto che era sterile. La voce si sparge e presto altre donne si recano da
questa, segretamente dai loro mariti per avere un pezzettino di questa pianta, in cambio portano
cibo, alcune sementi e qualche vestito per il bambino che è nato. Il tempo riprende il suo corso, e
nel frattempo però la terra si è impoverita e non da più frutti, è la carestia, è la fame. Il figliolo di
questa coppia si è ammalato di febbri e morirà. La donna torna nell’orto a cercare qualche pianta
che abbia la capacità di togliere la febbre e la tosse del suo bambino. Cerca, cerca e poi trova
un’altra radice che sta sotto ad un bel fiore con le foglie simili a quelle della malva, raccoglie la
radice, raccoglie alcune foglie di malva e di menta e le porta in casa, va a prendere dell’acqua e la
mette in un pentolone sul fuoco, la fa bollire e vi getta dentro tutto e poi quando vede formarsi
una schiuma toglie il piccolo calderone e con un telo posto sopra ad un calice versa il contenuto e
lo dà da bere al bambino che obbedisce, starà meglio e guarirà. Tornano le amiche della donna,
anche loro coi figli ammalati e anche stavolta la donna darà la pianta per medicare.

In tal modo si vede come sempre più la figura del medico diventa marginale e la donna lo
sostituisce, quando il fenomeno però diventa troppo evidente cominciano i sospetti prima dei
medici e poi dei chierici e infine della gente stessa.

La donna e lo spirito del focolare


Michelet parla del focolare domestico isolato come
del luogo dove la donna in un certo senso, secondo
l’immaginario popolare medievale, rincontra lo
spirito del focolare, quello spirito che ha diversi
nomi a seconda delle mitologie e che nella
tradizione cristiana però rappresenta il diavolo.
Nei primi secoli del Medioevo, le popolazioni
cristianizzate in un certo senso non avevano in
vero abbandonato le tradizioni dei loro padri e
quindi si ritrovano ancora oggetti riferibili alla
religione pagana, quella celtica o quella romana, ci
fu un periodo in cui erano presenti sacro e profano
al contempo. Nella religione celtica e nelle sue
tradizioni gli spiriti spesso anche noti come Popolo
fatato o folletti, quelli che prima del Cristianesimo
erano gli dei della terra. All’alba del Medioevo
però quando si gridò « Il grande Pan è morto
» [22] la gente capì che era tutto finito. I folletti e
le altre creature dell’immaginario e delle
tradizioni, delle mitologie scomparvero
rintanandosi dietro al focolare o dietro l’orecchio di un gatto in attesa delle streghe. Questo spirito
del focolare che nella tradizione cristiana medievale è il simbolo del diavolo attenderà il momento
per avere la sua vittoria a discapito di una creatura che se pur intelligente più dell’uomo, è
ingenua ed è facile approfittarsene poiché soffre anche più del maschio e inoltre è più divertente,
come dice Michelet, vedere la sua resistenza fino al cedimento, alla disperazione. Ecco da cosa
nacque anche la strega: dalla disperazione propria e del popolo, della gente.

Michelet per parlare della disperazione e di come nacque la strega parte con un esempio come
quello precedente, descrivendo una situazione come se fosse reale. Prima l’esempio descritto era
molto simile a quello di Michelet ed ispirato al suo stile, ma l’autore parte nella sua opera da un
altro esempio, quello dello Ius primae noctis che contrariamente a quanto si pensa era reale, anche
se alcuni sostengono che fosse il mito creato contro la tassa del maritagium. Da quanto dice invece
Michelet sembra che anche il diritto dello Ius primae noctis esistesse davvero e « i posteri faranno
difficoltà a credere che, presso i popoli cristiani, la legge abbia realizzato quello cui non arrivò mai
nella schiavitù antica, abbia messo per scritto come diritto l'offesa più sanguinosa capace di
straziare il cuore dell'uomo. » [23] « Il signore ecclesiastico, e il signore laico, hanno questo sporco
diritto. In una parrocchia nei dintorni di Bourges il curato, signore, pretendeva esplicitamente
l'iniziazione della sposa, ma in pratica tendeva a vendere al marito per denaro la verginità della
moglie. È troppo facile credere, come hanno fatto, che quest'offesa fosse formale, mai reale. Il
prezzo fissato in certi paesi, per esserne esentati, superava di gran lunga le possibilità di quasi
tutti i contadini. In Scozia, ad esempio, volevano "diverse mucche". »

« Un'enormità, impossibile. quindi la


poveretta era in balìa. Del resto, i fori
del béarn affermano a chiare lettere che
il diritto veniva riscosso in natura: "il
primogenito del contadino è presunto
figlio del signore, poiché può essere opera
sua". Tutte le leggi feudali, anche senza
citare quella, obbligano la sposa a salire
al castello, a portarvi le "pietanze di
matrimonio". Com'è odioso obbligarla ad
avventurarsi così, esporre la povera
creatura all'arbitrio di quell'orda di
scapoli, impudenti e scatenati.
Ricostruiamo la vergognosa scena. Il
giovane sposo accompagna al castello la
sposa. Figuratevi le risate dei cavalieri,
valletti, i lazzi dei paggi intorno a questi
disgraziati. "la presenza della castellana
li terrà a freno?". Neanche un po'. La
dama, che i romanzi vogliono farci

credere tanto delicata, ma che comandava gli uomini in assenza del marito, giudicava, puniva,
ordinava torture, che teneva legato lo stesso marito con i feudi della sua dote. Questa dama non
era affatto tenera, specie con una serva, che forse era bella [...]. Non si opporrà alla farsa, allo
svago che si prendono su quest'uomo tremante che vuole riscattare sua moglie. Prima
mercanteggiano, si divertono a torturare il "contadino avaro", gli succhiano fino all'ultima goccia
di sangue. Perché accanirsi tanto? Lui, vestito come si deve, onesto, perbene, è qualcuno nel
villaggio. Lei è gaia, casta, pura, lei lo ama, ha paura e piange. I suoi begli occhi chiedono grazia.
ecco perché. Il poveretto offre inutilmente tutto quello che ha, anche la dote. »
Dicono a questo giovane sposo « "villano geloso, lugubre villano, non la mangiamo la tua donna,
stasera te la renderemo, e per colmo d'onore, grossa. Ringrazia, eccovi nobili. Il tuo primo figlio
sarà barone." Si affacciano tutti alla finestra, a guardare questa figura grottesca, di morto in abito
da nozze. le risate lo inseguono, e la rumorosa canaglia, fino all'ultimo sguattero, dà la caccia al
"cornuto". Quest'uomo sarebbe crepato. Torna a casa solo. È vuota, questa casa desolata? [...]
Ritorna, la poverina, pallida e disfatta, ah, in che stato. Si getta in ginocchio e gli chiede perdono.
Allora il cuore dell'uomo scoppia. Le getta le braccia al collo. piange, singhiozza, ruggisce che ne
trema la casa. Ma con lei torna Dio. Per quanto abbia sofferto, lei è pura, innocente e santa.» [24]

Un episodio del genere oggi farebbe scandalo e se ne parlerebbe per dei mesi, aprirebbero migliaia di
blog e interventi, notiziari e telegiornali calcherebbero la mano molto più di quello che
arbitrariamente facevano i cronisti del Medioevo. Un episodio del genere non faceva ancora
toccare nel Medioevo la disperazione, non scatenava la tremenda vendetta, oggi si arriverebbe
invece facilmente alla vendetta privata.

Ancora, in episodi del genere è difficile anche però credere che un uomo o anche solo la donna che
ricevesse tale insulto non fossero disperati, l’amore in quel caso poco poteva per questi due
disgraziati, umiliati, privati anche della loro dignità di esseri umani. Sia la donna sia l’uomo
avrebbero potuto facilmente allora lasciarsi andare e se la donna avesse avuto una qualche amica o
lei stessa avesse avuto qualche conoscenza in ambito in piante, specie quelle “consolanti” (le
Solanacee) ne avrebbe volentieri fatto uso, quelle piante l’avrebbero consolata, perché staccavano
la mente dal corpo e dallo spirito, davano un’estasi che tante volte era necessaria per dimenticare,
in breve si creava anche una sorta di dipendenza fisica e psichica, ma non importava. Solo perché
non avevano ancora scoperto l’uso improprio della Cannabis, non significa che non avessero anche
loro le loro sostanze stupefacenti o ricreative, nel Medioevo. Nell’articolo del sito sulla
Belladonna e le piante delle streghe se ne parla.

Quando la donna diverrà strega invece sarà lei a dare ad altre creature disperate, umiliate, queste
piante “consolanti” e velenose.
Ma andiamo per gradi, la donna è tornata a casa, umiliata e chiede perdono pur non avendo colpa
alcuna, il marito la perdona. Il tempo passa, « un giorno che la povera donna, in assenza del
marito, ne aveva ancora subite, ravviandosi i lunghi capelli, piangeva e diceva ad alta voce:
"santini di legno, che serve fargli voti? sono sordi? troppo vecchi? Perché non ho uno spirito
protettore, forte, potente (cattivo, non importa)? li vedo, di pietra, sulla porta della chiesa[25].
Che ci fanno? Perché non vanno a casa loro, al castello, a prendersi, a bruciare quei peccatori? Ah,
la forza, la potenza, chi potrà darmela? Mi darei io in cambio. povera me, che darei io? Cos'ho io
per darmi? Nient'altro. Al diavolo il corpo, al diavolo l'anima, ormai è cenere. » [26]
In questi passi si vedono i primi segni di disperazione, di cedimento e il ricorso allo spirito è segno
che l’Europa medievale per quanto cristiana, aveva ancora radici pagane. Lo spirito, la creatura
del focolare compare “magicamente” alla donna e le offre la possibilità di diventare meglio « della
signora lassù. Lei ha impegnato la sua anima al marito, all'amante, ma la offre ancora intera al
paggio, un bamboccio [...] » [27]
Lo spirito rivela la sua identità « Io sono il
genio del focolare. » [28] e la incanta con le
parole, le sole parole per dirle che Dio non
può pensare a tutto e che lascia ai geni il
compito di occuparsi delle piccole cose e le
promette « “ Dunque, tuo marito sarà ricco,
tu potente, e avranno timore di te. [...] Tuo
marito, povero, meritevole lavoratore, si
ammazza di fatica e non guadagna niente.
[...] Mi spiace per lui. Non ne può più, sta
per crollare. Morirà come i vostri bambini,
già morti di miseria. L'inverno scorso è
stato malato. E il prossimo? Allora, lei si
nascose il volto tra le mani, pianse, due, tre
ore, anche di più. quando non ebbe più
lacrime (ma in petto ansimava ancora) lui
le disse: "non voglio niente. Soltanto, ti
prego, salviamolo". Lei non aveva promesso
niente, ma da allora fu sua.» [29]
« Il signore, che ha portato con sé un sogno
dall'oriente, non fa che desiderarne le meraviglie, armi damaschinate, tappeti, spezie, cavalli
preziosi. Ci vuole oro. Quando il servo porta il grano, lo respinge col piede. "non basta; voglio oro."
Quel giorno il mondo è cambiato. Prima, fra tanti mali, c'era, una sicurezza innocente.
Buon'annata, mal'annata, il tributo era legato al corso della natura e alla quantità del raccolto. Se
il signore diceva: "è poco", si rispondeva: "monsignore, Dio non ha dato di più". Ma con l'oro,
perdinci, come si fa? [...] Dove scavare la terra per sottrarle il suo tesoro? Ah, se ci guidasse lo
spirito dei tesori nascosti[30]. Mentre tutti disperano, la donna del folletto sta già seduta sui suoi
sacchi di grano nel paese vicino. Sola. Gli altri, in paese, ancora discutono. Vende al prezzo che
vuole. Ma, anche quando arrivano gli altri, va tutto a lei. Con lei nessuno mercanteggia. Suo
marito, prima della scadenza, porta il tributo in buona moneta sonante all'olmo feudale. » [31]
Lei « É triste, ha paura. Macché pregare la sera. L'agitano strani pruriti, che le turbano il sonno.
Le appaiono strane figure. Quello spirito così piccolo, tanto caro, sembra farla da padrone, aver
preso coraggio. È inquieta, indignata, vuole alzarsi. Rimane a letto, ma si lamenta, le pare di
essere in potere altrui, pensa "non son più padrona di me". "finalmente" dice il signore "un
contadino ragionevole, che paga in anticipo. Mi piaci. Sai contare?" "un po'." "bene, terrai tu il
conto di tutta questa gente. Ogni sabato, seduto sotto l'olmo, riscuoterai il loro denaro. La
domenica, prima della messa, lo porterai al castello." Che cambiamento! Alla donna batte forte il
cuore quando, sabato, vede il suo povero contadino, questo servo, sedere da piccolo signore
all'ombra del signore. L'uomo è un po' stordito. Ma poi si abitua; si dà un po' di tono. Non c'è
niente da ridere. Il signore vuole che lo rispettino. Quando è salito al castello, e gli invidiosi hanno
accennato a ridere, a fargli qualche scherzo: "vedete quel merlo?" ha detto il signore, "non vedete la
corda, ma è pronta. Il primo che lo tocca, lo sbatto là, lungo e disteso." Le parole corrono, di bocca
in bocca. e stendono intorno a loro come una cortina di terrore. Tutti gli fanno tanto di cappello.
Ma si fanno da parte, quando passano, cambiano strada. Per evitarli, prendono le vie traverse, a
occhi bassi, piegando la schiena. La novità prima li rende fieri, presto tristi. Sono soli, in comune.
Lei, arguta com'è, s'accorge benissimo dell'odio ostile di quelli del castello, dell'odio panico di quelli
del villaggio. Si sente tra due fuochi, in un tremendo isolamento. L'unico riparo è il signore, anzi il
denaro che gli danno; ma per trovarlo, questo denaro, per torchiare la lentezza del contadino,
vincere l'inerzia che oppone, per tirar fuori qualcosa anche a chi non ha niente, quante pressioni,
quante minacce ci vogliono, quanta durezza. Il buonuomo non era fatto per questo. Lei lo guida,
lo incalza, gli dice: "dovete essere duro; crudele, se occorre. Colpite. Se no mancherete i termini. E
allora, siamo perduti". Questo la tortura di giorno. Piccolezze in confronto ai supplizi notturni.
Ha come perso il sonno. Si alza, gira. Su e giù per la casa. Tutto è calmo; eppure, com'è diversa la
casa. Ha perduto la sua dolcezza, non è più tranquilla, innocente. [...] Tutto questo non è
naturale. Rabbrividisce e torna accanto al marito. "beato lui. Che sonno profondo. Per me, è finita,
non dormo più; non dormirò mai più." ma alla lunga le forze le vengono meno. Quanto soffre
allora! »
Inizia qui la fase dell’isolamento della donna e della coppia che sale socialmente, la gente che li
invidia e li teme comincia poi a sospettare quale sia il vero prezzo ed il verso mezzo del loro
successo e quando questo accadrà il folletto, lo spirito tanto “benevolo” sarà il padrone, lo
schiavista della povera ingenua. Intanto però le cose sembra che vadano apparentemente bene, ora
la donna è una signora, ma lo sarà per poco e intanto anche da signora soffre, resiste stoicamente e
lo spirito della sua povera mente ignorante la tormenta in mille modi.
« Ecco cosa affligge le anime, per tutto il medioevo: un mare di questioni che noi chiameremmo
vuote, puramente scolastiche, agitano, spaventano, torturano, si mutano in visioni, a volte in
controversie diaboliche, in crudeli dialoghi interiori. Il demonio, per quanto negli indemoniati sia
furioso, resta sempre uno spirito, finché dura l'impero romano, e ancora all'epoca di San Martino,
nel V secolo.» [32] dice Michelet.
« All'invasione dei barbari, si barbarizza e prende corpo. così bene da divertirsi a rompere a sassate
la campana del convento di San Benedetto. Sempre di più e con più forza danno corpo al diavolo,
per spaventare i violenti invasori dei beni ecclesiastici; inculcano quest'idea, che lui tormenterà i
peccatori, non soltanto da anima ad anima, ma nella carne loro del corpo, che patiranno supplizi
materiali, non fiamme ideali, sentiranno per davvero quei dolori raffinati, dei carboni ardenti,
della graticola o dello spiedo rovente. » [33], aggiunge poi Michelet, « finché era Dio a punire, a
calare la sua mano, o a colpire con la spada dell'angelo (secondo la nobile forma antica), l'orrore era
minore; la mano era severa, quella di un giudice, ma pur sempre di un padre. L'angelo colpendo
restava senza macchia, specchiato come la sua spada. Cambia tutto quando all'esecuzione pensano
demoni immondi. [...] E l'inferno che portano è una Sodoma spaventosa dove questi spiriti, più
luridi dei peccatori che gli affidano, traggono dalle torture odiosi godimenti. È l'insegnamento
delle ingenue sculture esposte alle porte delle chiese. Vi imparavano la schifosa lezione delle
voluttà del dolore. Col pretesto dei supplizi, i diavoli soddisfano sulle loro vittime i desideri più
vomitevoli. Concezione immorale (e profondamente colpevole), di una pretesa giustizia, che
favorisce il peggiore, accresce la sua perversità, dandogli una vittima [...] Tempi crudeli. Che cielo
nero e basso, lo sentite?, pesante sul capo dell'uomo. I poveri bambini, fin dalla prima età, riempiti
di queste orrende idee, tremano nella culla. La vergine senza macchia, innocente, si sente dannata
dal piacere che le infligge lo spirito. La donna, nel letto coniugale, martire dei suoi assalti, resiste,
eppure ci sono momenti in cui se lo sente dentro. Orrore che conoscono quelli che hanno il verme
solitario. Sentirsi una vita doppia, distinguere i movimenti del mostro, a volte agitato, a volte
dolcemente molle, sinuoso, che agita ancora di più, da credere di stare in mezzo al mare. Allora, si
corre impazziti, pieni di orrore di sé, si vuole scappare, morire.» [34]
La donna dell’esempio di Michelet è piena « della sua nuova fortuna. Non poggia più i piedi in
terra. Grossa e bella, con tutto ciò, va per la via a testa alta, sdegnosa e spietata. La temono,
odiano, l'ammirano. La nostra signora di paese dice, con lo sguardo e il portamento: "dovrei essere
io la signora. Che ci fa quella lassù, la spudorata, la fiaccona, in mezzo a tutti quegli uomini,
quando il marito è lontano?" la rivalità si stabilisce. Il villaggio, che la detesta, ne va fiero. "se la
castellana è barona, costei è regina... Più che regina, non osano dire che...". Bellezza tremenda e
fantastica, crudele d'orgoglio e di dolore. C'è il demonio, in persona, nei suoi occhi. » [35]
Certamente la povera famiglia che diventa ricca suscita nel Medioevo sospetto tra la gente. La
situazione però sta per precipitare, la donna sta per diventare strega. Il mito sta per avere inizio.
« La notte dopo, non viene. Al mattino (è domenica), l'uomo è salito al castello. Torna stravolto. Il
signore ha detto: "un ruscello che scorre goccia a goccia non fa girare il mulino. Tu mi porti uno
scudo alla volta, non mi serve a niente. Partirò tra quindici giorni. Il re marcia sulla fiandra, ed io
non ho neanche un cavallo da battaglia. Il mio zoppica, dopo il torneo. Arrangiati, ho bisogno di
cento franchi". "ma, monsignore, come faccio?" "metti a sacco tutto il paese, se vuoi. Ti darò
abbastanza uomini. Dì ai tuoi bifolchi che sono perduti se il denaro non arriva, e tu per primo, tu
sei morto. Sono stufo di te. Hai un cuore di femmina; sei un pusillanime, un indolente. Creperai, la
pagherai la tua debolezza, la tua vigliaccheria. Bada, basta un niente perché tu non scenda,
perché io ti tenga qui. È domenica; che risate laggiù, se ti vedessero sgambettare, appeso ai miei
merli." il poveraccio racconta tutto alla moglie, non ha speranze, si appresta a morire, raccomanda
l'anima a dio. Lei, ugualmente terrorizzata, non può coricarsi né dormire. Che fare? Come
rimpiange di aver respinto lo spirito! Se tornasse! Al mattino, il marito si alza, e lei crolla sfinita
sul letto. Quando sente un peso, gravarle sul petto; ansima, pensa di soffocare. Il peso scende, le
opprime il ventre, ed ecco che si sente, alle braccia, come due mani d'acciaio. » [36]

Avviene la prima metamorfosi della donna in strega, il passaggio dal Bene al Male, ma per cosa?
Non si può certo parlare di un bene più grande, perché non esiste il Male per il Bene; anche se la
signora parla di voler salvare il marito perché lo ama, la signora altri non è che quella sposina
deflorata volgarmente con lo ius primae noctis, è lei che ora vuole la vendetta, vuole una giustizia
che cova da tanto ma che non può avere senza un “valido intermediario”. La donna si reca da un
ebreo per avere il denaro e così salvare il marito dalla rovina e così evita la caduta del marito e la
propria, nel giro di un anno diventa più bella e più ricca, più signora della moglie del signore.
Quando il signore torna e la moglie va a riceverlo, dopo un galante e cortese scambio di battute i
due si avviano ad entrare in chiesa quando il nobile si accorge della sua serva che si è fatta signora
e non la riconosce, la saluta riverente mentre invece la moglie la riconosce benissimo "eccola, eccola
la vostra serva. È finita. Tutto è a rovescio. Gli asini insultano i cavalli." [37] dice la donna e un
paggio fidato taglia la veste verde [38] della serva divenuta signora e la smaschera.
« La folla rimase interdetta. Ma capì quando vide tutta la casa del signore darle la caccia. Rapidi
e spietati fischiavano, grandinavano i colpi di frusta. Fugge, ma non molto veloce; è già un po'
pesante. Dopo appena venti passi, inciampa.la sua migliore amica le ha messo sulla strada una
pietra per farla cadere. Ridono. Lei, a quattro zampe, grida. Ma i paggi spietati la tirano su a
colpi di frusta. I nobili e graziosi levrieri danno una mano e mordono dove si sente di più. Arriva
infine, sconvolta, in questo tremendo corteo, alla porta di casa. Chiusa. Con i piedi, con le mani,
batte, grida: "amico mio. Presto, presto, apritemi". Era esposta là, come la povera civetta che si
inchioda all'ingresso della fattoria [39]. E i colpi, in pieno, cadevano. Dentro, silenzio. Non c'era,
il marito? Oppure, ricco e tremante, aveva paura della canea, del saccheggio della casa? Soffrì
tante pene contro quella porta, botte, sonore frustate, che si accasciò, svenne. Sulla fredda pietra
della soglia, si trovò seduta, nuda, mezza morta, a coprirsi la carne sanguinante quasi solo con le
ciocche dei suoi lunghi capelli. Qualcuno del castello disse: "basta.
Non si vuole che muoia". La lasciano. Si nasconde. Ma vede in spirito il gran gala del castello. Il
signore, un po' stordito, diceva: "mi dispiace". Il cappellano, dolcemente: "se questa donna è
indiavolata, come si dice, monsignore, avete il dovere di fronte ai vostri bravi vassalli, a tutto il
paese, di darla alla santa chiesa. » [40]
« [...] La preda sentì il cacciatore: qualche minuto ancora, e se la sarebbero portata via, l'avrebbero
chiusa per sempre, imprigionata sotto la pietra. Si coprì di uno straccio che trovo nella stalla, mise
le ali ai piedi, per così dire, e, prima di mezzanotte, fu già a qualche lega di distanza, lontano dalle
strade, su una landa abbandonata, tutta e solo cardi e rovi. Era ai bordi di una foresta, dove, al
chiarore di una ambigua luna, raccolse qualche ghianda, che inghiottì, come una bestia. Dei secoli
erano passati dal giorno; una metamorfosi era avvenuta in lei. La bella, la regina di paese non
c'era più; la sua anima mutata mutava anche il suo comportamento. Era come un cinghiale su
queste ghiande, o come una scimmia, accovacciata. Rimuginava pensieri per niente umani, quando
sente o crede di sentire un grido di civetta, poi una selvaggia risata. [...] Da dove viene? Non vede
nulla. Si direbbe che esca da una vecchia quercia.» [41]
Lo spirito compare, si rivela e lei cede e lui le offre il mondo e soprattutto la vendetta. Traspare
così anche quello che è il sentimento che si trascinò dal Medioevo fino alla Rivoluzione, almeno in
Francia, la vendetta altro non rappresenta che la rivoluzione, la ribellione del popolo contro la
nobiltà e contro il clero, la vendetta per tanti anni sotto il dominio, sotto la frusta crudele ed
ingiusta del potere e dell’avidità. La donna soprattutto ha la sua vendetta contro lo ius primae
noctis, contro le accuse di stregonerie che hanno bruciato tante vittime nei secoli del Medioevo. Il
malessere nel Medioevo era tale da impedire perfino la ribellione, non era ancora maturo per
scoppiare, per sconvolgere il mondo e soprattutto la mentalità del mondo. Il malessere del
Medioevo però si manifestò in quei tempi a danno della creatura che più di tutte desiderava
ardentemente vendicarsi: la donna, la strega.

« Gonfia da far spavento del vapore infernale, di fuoco e di furore, di (novità) un certo qual
desiderio, fu per un

Momento enorme di questo eccesso di pienezza, e d'una bellezza orrenda. Si guardò intorno. E la
natura era cambiata. Gli alberi avevano una lingua, raccontavano le cose passate. Le erbe erano
dei semplici. Certi arbusti che ieri pestava come fieno, erano ora persone, e parlavano di medicina.
Si svegliò l'indomani tranquilla e sicura, lontano, molto lontano dai suoi nemici. L'avevano
cercata. Non avevano trovato che qualche lembo sparso della fatale veste verde. S'era buttata,
disperata, nel torrente? Il demonio l'aveva rapita viva? Chissà. In ogni caso, dannata, non c'è
dubbio. Che consolazione, per la signora, non averla trovata! L'avessero vista, l'avrebbero
riconosciuta appena. Tanto era cambiata! Solo gli occhi restavano, non brillanti, ma armati di una
stranissima luce, poco tranquillizzante. Lei stessa aveva paura di fare paura. Non li abbassava.
Guardava di lato; nell'obliquità del raggio, ne ostacolava l'effetto. Di colpo scura, si sarebbe detto
che fosse passata sulla fiamma. Ma chi osservava meglio avvertiva che questa fiamma era in lei,
che possedeva un impuro e ardente fuoco. La freccia di fuoco che il diavolo le aveva passata da
parte a parte le restava dentro e, sorta di lampo sinistro, gettava quel riflesso selvaggio, ma
pericolosamente affascinante. Indietreggiavano, ma rimanevano, e i sensi erano scossi. Si vide
sulla soglia d'uno di quei buchi trogloditici, come se ne trovano tanti in certe colline del centro e
dell'ovest. Erano le contrade, allora selvagge, tra il paese di Merlino [42] e il paese di
Melusina [43]. Lande a perdita d'occhio testimoniano Ancor oggi vecchie guerre ed eterne rovine,
terrori, che impedivano al paese di ripopolarsi. Là il diavolo era a casa sua. La maggior parte dei
rari abitanti gli era appassionatamente devota. Per quanto potessero attrarlo le aspre macchie di
Lorena, la nera abetaia del giura, i deserti salati di Burgos, le sue preferenze andavano, credo, alle
nostre contrade dell'ovest. Non c'era soltanto il pastore visionario, la congiunzione diabolica della
capra e del capraio, ma una più profonda congiura con la natura, una conoscenza maggiore dei
rimedi e dei veleni, rapporti misteriosi che non abbiamo saputo che legami avessero con Toledo la
sapiente, l'università diabolica. » [44]

Avvenuta la metamorfosi tutti cercano la strega ma nessuno la trova per beffarla ancora. Essa si è
spostata ed è andata dove sa che qualcuno verrà a lei per chiederle aiuto, perché ora lei ha il
sapere. Il sapere medico.

Le piante delle streghe e i filtri


« Della loro medicina sappiamo soprattutto che si servivano molto, per gli scopi più diversi, per
calmare e stimolare, una grande famiglia di piante, equivoche, pericolosissime, che resero i migliori
servizi. Le si chiama a ragione: "consolanti" (Solanee) famiglia immensa e popolare, quasi tutte le
sue specie si trovano in abbondanza, sotto i nostri piedi, nelle siepi, dappertutto. Famiglia tanto
numerosa che uno solo dei suoi generi ha ottocento specie. Niente di più facile da trovare, niente di
più comune. Ma queste piante sono, quasi tutte, molto pericolose da usare. C'è voluta dell'audacia
per precisarne le dosi, l'audacia forse del genio. Saliamo dal basso la scala delle loro energie. Le
prime sono semplici ortaggi, buoni da mangiare (le melanzane [45], i pomodori [46], detti a torto
pomi d'amore). Altre sono la calma e la dolcezza in persona, i verbaschi [47] (Tasso barbasso),
utilissimi nei cataplasmi. In cima trovate una pianta già sospetta, che in molti credevano un
veleno, mielata prima, amara dopo, che sembra abbia in bocca le parole di Gionata: "ho mangiato
un po' di miele, ed ecco perché muoio". Ma questa morte è utile, è il morire del dolore. La
dulcamara [48], è il suo nome, deve essere stata il primo tentativo dell'audace omeopatia [49], che
a poco a poco salì ai veleni più pericolosi [50]. La leggera irritazione, i pruriti che causa poterono
promuoverla a rimedio delle malattie dominanti a quei tempi, quelle della pelle. La ragazza
graziosa, desolata di vedersi coperta da odiose macchie rosse, foruncoli e croste purulente, andava
a invocare soccorso. Per la donna l'anomalia era ancora più crudele. Il seno, l'oggetto più delicato
di tutta la natura, con i suoi vasi che gli formano sotto un fiore senza rivali, per la facilità ad
ingorgarsi, ad inquinarsi, è il più perfetto strumento di dolore. Dolori atroci e spietati, continui.
Avrebbe accettato con tutto il cuore qualsiasi veleno. Non la tirava in lungo con la strega, le
metteva in mano la povera mammella pesante. Dalla dulcamara, troppo debole, si passava
alle morelle nere, un po' più attive. Calmavano per qualche giorno. Poi la donna tornava a
piangere: "va bene, torna stasera. Ti cercherò qualcosa. Lo vuoi tu. È un grande veleno". La strega
rischiava molto. Nessuno allora pensava che, applicati esternamente, o presi a piccolissime dosi, i
veleni sono dei farmaci [51]. »

« Le piante confuse in un fascio sotto il nome di "erbe delle streghe [52]" passavano per portatrici
di morte. Gliele avessero trovate addosso, sarebbe passata per avvelenatrice, o fattrice di filtri
maledetti. Una massa cieca, tanto più crudele quanto più impaurita, poteva, un mattino,
ammazzarla a sassate, farle subire la prova dell'acqua (l'affogamento [53]). Oppure, molto peggio,
poteva trascinarla, corda al collo, sul sagrato della chiesa, che avrebbe fatta una santa festa,
avrebbe edificato il popolo gettandola nel rogo. Eppure rischia, va in cerca della terribile pianta; di
sera, al mattino, quando ha meno paura d'essere vista.» [54]

Eppure qualcuno invece la vede e lo va dire agli altri « Ha preso un'erba schifosa, la più brutta che
abbia mai visto, d'un giallognolo malaticcio, con delle righe rosse e nere, come dicono delle fiamme
dell'inferno. La cosa orribile è che tutto il gambo era pieno di peli, come un uomo, lunghi peli neri
appiccicosi. L'ha strappata violentemente, grugniva, e di colpo non l'ho vista più. Non ha potuto
correre tanto veloce; si sarà alzata in volo. [...]". Certo la pianta fa paura. È il giusquiamo [55],
crudele e pericoloso veleno, ma potente emolliente, amabile cataplasma, sedativo che scioglie,
distende, addormenta il dolore, spesso guarisce. Un altro di questi veleni, la "belladonna",
chiamata così, senza dubbio, per gratitudine, era potente nel calmare gli spasmi che a volte
prendono durante il parto, e aggiungono pericolo al pericolo, terrore al terrore di questo momento
supremo. Ecco! Una mano materna insinuava questo caro veleno, addormentava la madre e oliava
la porta sacra. Il bambino, proprio come oggi che usiamo il cloroformio, operava da solo la sua
libertà, si gettava nella vita. » [56]
È allora evidente come la donna o la strega fossero il solo rimedio per le altre donne, perché in
quanto donna la strega capiva ogni cosa, ogni animo, ogni male e sapeva come guarire e le sole
medicine di cui si poteva servire erano appunto le piante. Le streghe non sarebbero esistite in
quanto tali se avessero solo fatto del bene, Michelet si riserva di parlare anche del male che fecero.
Dice Michelet, « se fece spesso bene, poté fare molto male. Non c'è grande potere che non abusi. E
lei ebbe tre secoli di vero e proprio regno, nell'intervallo tra due mondi, l'antico che moriva e il
nuovo che stentava a nascere. » [57]
La strega del Medioevo è colei che « guarisce, predice, prevede, evoca le anime dei morti, che può
gettarvi un malocchio, trasformarvi in lepre, in lupo, farvi trovare un tesoro e, molto di più, farvi
amare. Spaventoso potere che riunisce tutti gli altri. Un'anima violenta, quasi sempre esasperata,
a volte molto incattivita, non se ne sarebbe
Servita per l'odio e la vendetta, e a volte per un piacere di malizia, o impuro? Tutto quello che
prima dicevano al confessore, ora lo dicono a lei. Non soltanto i peccati che hanno compiuto, ma
quelli che vogliono compiere. Lei tiene in pugno ciascuno col suo segreto vergognoso, la confessione
dei desideri più abietti. Le confidano i mali fisici e dell'anima nello stesso tempo, le bramosie
ardenti di un sangue amaro e in fiamme, voglie incalzanti, furiose, aculei sottili che pungono
ostinati. Tutti ci vanno. Non si vergognano con lei. Le parlano chiaro e tondo.

Chi chiede la vita, chi chiede la morte, rimedi, veleni. Ci va la ragazza in lacrime, cercando un
aborto. Ci va la matrigna (tipica del medioevo), dicendo che il figlio del primo letto mangia molto e
vive a lungo. Ci va la povera sposa, tutti gli anni carica di figli, che nascono solo per morire. Ne
implora la compassione, impara a gelare il piacere, sul momento, renderlo sterile. Un giovane
invece pagherebbe qualunque prezzo per la pozione ardente capace di mettere sossopra il cuore
d'una signora altolocata, farle dimenticare la distanza per guardare il suo paggetto. » [58]

« È tipico del medioevo mettere sempre di fronte il molto alto e il molto basso. Quello che i poemi
nascondono,

Possiamo vederlo bene altrove. A queste passioni leggere come l'aria si mescolano con tutta
evidenza molte volgarità. Tutto quello che sappiamo delle magie e dei filtri usati dalle streghe è
parecchio frutto di fantasia, e, sembra, spesso malizioso, misture audaci di elementi che,
giureremmo, sono i meno adatti a risvegliare l'amore [59]. Si spinsero anche molto in là, senza che
lui se ne accorgesse, il cieco, che lo rendevano un loro giocattolo.

Questi filtri erano di vario tipo. Parecchi eccitanti [60], dovevano turbare i sensi, come gli
stimolanti che gli orientali adoperano in gran quantità. Altri erano pericolose (e spesso perfide)
pozioni di illusione, capaci di perdere la persona senza più volontà. Alcuni infine furono
esperimenti che sfidavano la passione, per vedere sino a che punto il desiderio avido potesse
smuovere i sensi, spingerli ad accettare come favore supremo e comunione le cose meno gradevoli
provenienti dall'oggetto amato. »
Altre magie
Altre magie che facevano le streghe erano di varia natura, in realtà esse erano perfettamente
consce del grande inganno a caro prezzo cui si sottoponevano coloro che chiedevano il loro aiuto.
Anche la signora che aveva cacciato la serva superba tornò da lei, dalla serva, dalla strega per
chiederle di riaccendere l’amore ed ecco che viene usata la focaccia magica, descritta anche nel
mondo classico. Altri oggetti erano di varia natura, per lo più legati alla persona cui erano
destinati, avevano un valore affettivo, dovevano averlo per essere efficaci nelle magie varie. Di
fatto però, come già detto, si tratta di una grande truffa, un grande inganno, la vendetta più
tremenda che alcune pagarono a prezzo della vita, altre riuscirono a scampare mentre sul rogo
bruciavano delle innocenti.

La strega nelle fiabe

Nelle fiabe la strega ha avuto un trionfo perché è il migliore dei simboli del Male, è il capro a cui ci
si può ampiamente sbizzarrire a darle tutte le colpe possibili, è la nemica da cui guardarsi, è il
Male in tutte le forme seducenti in cui si può proporre.

Conclusioni
Si può concludere dicendo che la strega fu un mito in buona parte che non davvero un pericolo
reale e sicuramente l’invenzione di questa figura contribuì molto a peggiorare la mentalità dei
secoli del Medioevo e la sua ombra rimane anche oggi nelle leggende e nelle fiabe. Questo forse è
stato il unico, vero e più grande incantesimo.
Note

[1] Jules Michelet, è stato uno storico francese vissuto tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX
secolo.
[2] Jules Michelet, La Strega, pp. 2

[3] Il nome comune con cui è conosciuta la specie Atropa belladonna, appunto Belladonna, è
probabilmente di origini medievali. La strega per essere tale non doveva mancare mai della
bellezza, anche se il mito la vuole brutta e cattiva, perché la bellezza era il vero filtro con cui essa
stregava la gente, il filtro della seduzione, il lasciapassare per tutto. Come dice lo stesso Michelet,
le si dava il nome che si dava alle fate, le creature mitologiche dai poteri sovrannaturali, le fate che
popolano le fiabe e le storie e le saghe medievali. La fata in realtà è più una figura mitologica
pagana, celtica, vista come una donna di straordinaria bellezza o fascino e che non invecchia mai.
Il riferimento è più che mai vivo nelle prime narrazioni sul ciclo arturiano
[4] Il nome dell’ordine di cui fanno parte le specie della famiglia delle Solanacee, infatti dal latino
il nome della famiglia botanica significa proprio “consolante” per via degli effetti calmanti e
spesso anche allucinogeni e quindi consolanti dovuti ai principi attivi contenuti nelle piante.

[5] Jules Michelet, La strega, pp. 3


[6] J. Michelet, La strega, pp. 3
[7] Una nebbia infinita, una fitta nebbia grigio piombo, ha avvolto da allora questo mondo. per
quanto tempo, per l'amor di Dio? per mille lunghissimi terribili anni. per dieci secoli interi, un
languore ignoto a tutte le epoche precedenti ha attanagliato il Medioevo, anche in parte gli ultimi
tempi, in uno stato a metà tra la veglia e il sonno, sotto il dominio di un fenomeno desolante,
intollerabile, lo spasmo da noia, lo sbadiglio. [...] La noia certa di domani fa sbadigliare sin da
oggi, e la prospettiva dei giorni, degli anni di noia che verranno, pesa già da ora, sottrae gusto alla
vita. Secondo Michelet, oltre all’ignoranza a creare la strega fu anche la Noia e quale mezzo
migliore di una strega per distrarre il popolo in un’epoca così noiosa e così violenta? (J. Michelet,
La strega, pp. 22-23)

[8] J. Michelet, La strega, pp. 4

[9] J. Michelet, La strega, pp. 4


[10] Jacques Bénigne Bossuet, (Digione, 27 settembre 1627 – Parigi, 12 aprile 1704) è stato uno
scrittore, vescovo cattolico, teologo e predicatore francese.
[11] La dura critica di Michelet a Bossuet è propria di un illuminista. L’illuminismo, periodo
conosciuto come il Secolo dei Lumi (XVIII secolo), l'Europa fu testimone di notevoli cambiamenti
socio-culturali caratterizzati, fra l'altro, da un esame critico della religione e delle strutture del
potere dispotico. Le dottrine religiose istituzionalizzate vennero contrastate con l'esaltazione di
quei valori da esse non riconosciuti; il laicismo, con i suoi principi razionalistici, libertari e
gnoseologici, concorse a determinare quell'ottica illuministica che tende alla progressiva
emancipazione dell'uomo dalle tenebre ideologiche in cui sarebbe stato costretto dai dogmi della
fede, dal dispotismo e dai criteri assiologici di classe. I principi assolutistici, in maniera
perfettamente analoga, iniziarono finalmente ad essere messi in discussione. Non bisogna per
questo pensare che l'illuminismo fosse fondamentalmente anti-monarchico o anti-religioso (basti
pensare a Voltaire), anzi esso attinse molto sia dal mondo aristocratico che da quello cattolico.
Molti illuministi, rifiutando la metafisica, cercarono la conferma di una visione naturalistica e
laica (ma non necessariamente atea: piuttosto diffuso fu invece il deismo, ovvero una credenza
religiosa completamente razionalizzata, caratterizzata dalla credenza nell'Essere Supremo,
chiamato anche Grande Architetto dell'Universo) della realtà, propugnarono la tolleranza e
polemizzarono contro le superstizioni e i pregiudizi. Sulla base di questi presupposti, non pochi
autori e intellettuali teorizzarono un anticlericalismo e un attacco alla Chiesa, soprattutto quella
cattolica, che, in non pochi casi, come ad es. con Voltaire, assunse contenuti e toni molto efficaci e
potenti, in particolare per la polemica contro il dogmatismo e il fanatismo, proprio di tutte le
religioni positive. L'illuminismo fu portavoce del moderno spirito scientifico, che rifiutando la
concezione medioevale della realtà rivendicò la fiducia nell'osservazione diretta dei fenomeni e
nell'uso autonomo della ragione.
[12] J. Michelet, La strega, pp. 4 - 5
[13] Concupiscenza: La concupiscenza è un termine che possiede diverse sfumature a seconda degli
ambiti in cui viene utilizzato. Un primo significato è quello che indica la condizione umana di
brama, desiderio, rivolta in particolare ai piaceri sessuali. Nella teologia cattolica è definita
concupiscenza la brama di possesso e la debolezza intrinseca della natura umana che porta l'uomo
a commettere il peccato, di qualunque natura esso sia. Essa non è considerato un peccato quanto
un'inclinazione verso il male, ed è considerata uno dei segni del peccato originale. Nel
protestantesimo essa costituisce addirittura il peccato originale stesso, per cui l'uomo è già
"condannato" alla nascita.
[14] J. Michelet, La strega, pp. 5 - 6

[15] J. Michelet, La strega, pp. 6

[16] J. Michelet, La strega, pp. 6


[17] Non si pensi che le donne nel Medioevo fossero tutte brutte e vecchie, sformate. Si era belli e
brutti come oggi a seconda del canone di bellezza adottato.
[18] J. Michelet, La strega, pp. 27-28

[19] J. Michelet, La strega, pp. 28

[20] Si tratta della radice della Mandragora

[21] Il ciclo, veniva chiamato così in epoca medievale


[22] J. Michelet, La strega, questa frase viene riportata in diversi punti della prima parte. Pan era
il Dio dei boschi e della terra nelle religioni celtica e nordica oltre che nelle relative mitologie.

[23] J. Michelet, La strega, pp. 38

[24] J. Michelet, La strega, pp. 39-40

[25] Spesso fuori dalle chiese più antiche, quelle specie in stile gotico e romanico come duomi e
cattedrali è possibile osservare spesso nei bassorilievi di marmo le figure tratte dall’Apocalisse e
quindi non è difficile vedere dei mostri e dei draghi. Spesso vengono anche riprese delle figure
mitologiche o della creazione (Genesi) con la cacciata dal paradiso di Adamo ed Eva (come nel
Duomo di Modena o in quello di Milano).

[26] J. Michelet, La strega, pp. 40


[27] J. Michelet, La strega, pp. 41

[28] J. Michelet, La strega, pp. 41

[29] J. Michelet, La strega, pp. 41, questo passo riprende come nell’immaginario popolare, secondo
Michelet, ebbe inizio il rapporto tra la donna e lo spirito del focolare, poi il diavolo.

[30] Lo spirito dei tesori nascosti ancora evidenzia come in realtà l’Europa nascente ancora non
aveva preso coscienza della religione cui si era convertita, spesso Dio viene visto alla pari di altri
dèi e divinità e si crede ancora ai folletti e alle cose magiche e sovrannaturali. Fu probabilmente
anche questa mancanza di convinzione e di fede nelle epoche del Medioevo a portare al fanatismo
da un lato e alla superstizione e alla creazione di uno spauracchio, la strega, dall’altro.

[31] J. Michelet, La strega, pp. 43

[32] J. Michelet, La strega, pp. 45

[33] J. Michelet, La strega, pp. 45-46


[34] J. Michelet, La strega, pp. 46

[35] J. Michelet, La strega, pp. 47


[36] J. Michelet, La strega, pp. 48. In questo passo avviene il cedimento da parte della donna,
sempre però, secondo l’immaginario popolare che Michelet riprende quasi scrivendo una sorta di
romanzo, riproponendo in forma quasi romanzata il rapporto tra la donna e lo spirito del focolare,
il diavolo quando ormai la disperazione e la debolezza sono al culmine.
[37] J. Michelet, La strega, pp. 50

[38] È la veste che indossa la donna che poi diventa la strega nell’immaginario medievale, in
realtà si tratta di una veste vecchia, incantata e stregata, maledetta dal diavolo che avrebbe
consentito alla donna di diventare sempre più potente. Il verde è un colore simbolico, era un colore
importante nella religione celtica associato spesso al dio Pan, che successivamente verrà ripreso e
cambiato dalla religione cristiana, come accadde anche a Cerunno o Cernunno o dio Cervo. Si
tratta di un colore legato alla terra.
[39] Era un’usanza barbara sulle civette che veniva applicata nei secoli del Medioevo per tenere
lontani i rapaci che si consideravano portatori di sfortuna e di Male. le civette venivano catturate
e letteralmente crocifisse alle porte dei granai.
[40] J. Michelet, La strega, pp. 51. È il grande e crudele oltraggio che troviamo in uso a quei
tempi. è nelle leggi gallesi e anglosassoni, la pena dell'impudicizia. Più tardi lo stesso affronto
viene indegnamente inflitto alle donne oneste, alle borghesi già orgogliose, che la nobiltà vuole
umiliare. sappiamo dell'agguato in cui il tiranno Hagenbach fece cadere le signore onorate dell'alta
borghesia alsaziana, probabilmente per mettere in ridicolo la loro ricca e regale tenuta, tutta di
seta ed oro.

[41] J. Michelet, La strega, pp. 55

[42] La Britannia
[43] Melusina, si tratta di una figura mitologica e la sua leggenda fu diffusa per tutto il medioevo
[44] J. Michelet, La strega, pp. 56-57. In questo passo viene descritta la vera e propria
metamorfosi completa della strega, la sua confermazione nel Male, sempre secondo l’immaginario
popolare, non va dimenticato che Michelet descrive le cose come se stesse scrivendo un romando
ambientato nel Medioevo.
[45] La melanzana, Solanum melongena, è una pianta appartenente alla famiglia delle
Solanaceae, coltivata per il frutto commestibile. La melanzana è originaria dell'India ma già
durante la preistoria era coltivata in Cina e in altri paesi dell'Asia centrale. In Europa però
sembra che non fosse conosciuta fino a circa 1500 anni fa: la diffusione in Europa di nomi
derivati dall'arabo e la mancanza di nomi antichi latini e greci indicano che fu portata nell'area
mediterranea dagli arabi agli inizi del Medioevo. In Europa, la prima regione che ha conosciuto la
melanzana pare sia stata l'Andalusia, nel sud della Spagna. In Italia la melanzana viene cucinata
a partire dal Quattrocento.

[46] Il pomodoro, Solanum lycopersicum, della famiglia delle Solanacee. Il pomodoro però giunse
in Europa solo dopo il 1492 e quindi è improbabile che venisse usato nel Medioevo. Dal momento
che l’autore dice che a torto viene chiamato pomo d’amore è possibile che alludesse ad un’altra
specie vegetale. Potrebbe trattarsi della melanzana rossa, detta anche melanzana purpurea per via
del colore viola-rosso scuro. La melanzana rossa (Solanum aethiopicum L.) è una pianta d'aspetto
simile alla melanzana per portamento ma il suo frutto arrotondato si colora di rosso intenso come
un pomodoro (Solanum lycopersicum L.), tanto da essere scambiata per quest'ultimo.

[47] Verbasco: il Verbascum è un genere di piante della famiglia Scrophulariaceae. Originario


dell'Europa e dell'Asia, è presente con alcune specie anche in Italia. Venivano utilizzati i fiori
come rimedio per alcune affezioni polmonari, come sedativo e diuretico. Il fusto tra le varie
sostanze contiene delle saponine, altamente tossiche e ad azione emetica. I fiori invece contengono
alcaloidi simili a quelli del Papavero.
[48] Dulcamara, Solanum dulcamara, della famiglia delle Solanacee è anche nota come Morella
selvatica, è una pianta velenosa. Specie simili sono il Solanum luteum(Morella rossa), e il Solanum
nigrum (Morella comune). Il nome specifico (dulcamara) significa letteralmente “dolce-amaro” ed è
dato dal sapore di alcune parti di questa pianta (i giovani rametti appena germogliati messi in
bocca dapprima sono amari e poi dolci). Per quanto riguarda le sostanze presenti, molte parti della
pianta (le foglie e i frutti in particolare) contengono dei glucoalcaloidi tossici (solanina, solaceina e
altri) usati in farmacia; saponine steroiche e acidi (dulcamarico e altri). Se scissi in modo idrolitico
producono zucchero e solanidina. La parte più velenosa sono le bacche (specialmente immature)
che se ingerite possono causare vomiti, diminuzione della frequenza del respiro e alla fine anche
morte per paralisi respiratoria. La solanina in particolare è una sostanza narcotizzante che
colpisce il sistema nervoso centrale. Le proprietà curative sono molte e conosciute fin da tempi
immemorabili. Le più importanti sono: sudorifera (agevola la traspirazione e favorisce la
sudorazione), depurativa del sangue (facilita lo smaltimento delle impurità), ma ha anche una
leggera azioni ipnotica e anafrodisiaca; è valida anche contro la tosse insistente.

[49] L’omeopatia è un controverso metodo terapeutico i cui principi sono stati formulati dal
medico tedesco Samuel Hahnemann verso la fine del XVIII secolo, e quindi era già esistente questo
metodo ai tempi di Michelet. Alla base dell'omeopatia è il cosiddetto principio di similitudine del
farmaco (similia similibus curantur ossia il simile cura il simile) enunciato dallo stesso Hahnemann
e per il quale il rimedio appropriato per una determinata malattia è dato da quella sostanza che, in
una persona sana, induce sintomi simili a quelli osservati nella malata. La sostanza, detta anche
principio omeopatico, una volta individuata, viene somministrata al malato in una quantità
fortemente diluita, definita dagli omeopati potenza. L'opinione degli omeopati è che diluizioni
maggiori della stessa sostanza non provochino una riduzione dell'effetto farmacologico bensì un
suo potenziamento. Le critiche all'omeopatia vertono sostanzialmente su due punti: la sua
debolezza teorica (cioè l'incompatibilità dei suoi postulati con le odierne conoscenze chimiche e la
mancanza di un meccanismo plausibile che ne possa spiegare il funzionamento), e la mancanza di
prove sperimentali univoche della sua efficacia terapeutica. Per questi motivi l'omeopatia viene
considerata una pseudoscienza, anche se è la sola a potersi definire come medicina alternativa.
[50] Tra le specie botaniche impiegate in omeopatia ci sono anche specie velenosissime come
l’Aconito napello (Aconitum napellus, Ranuncolaceae)
[51] Questa frase di Michelet è la prova più vera del cambiamento che ci fu, rispetto al Medioevo,
durante l’Illuminismo, quando anche le scienze e le materie mediche fecero notevolissimi progressi.

[52] Si tratta delle Erbe di San Giovanni, note con questo nome anche per il periodo del tempo
balsamico, ossia la loro raccolta che avviene appunto tra il 24 ed il 25 giugno, appunto per San
Giovanni.
[53] Si tratta di una prova a cui venivano sottoposti coloro che erano accusati di stregoneria.
L’imputato veniva legato e impossibilitato a liberarsi e gettato con un masso legato, in un pozzo
d’acqua, se fosse morto era innocente.
[54] J. Michelet, La strega, pp. 73

[55] Il giusquiamo nero (Hyoscyamus niger) è una pianta erbacea annuale della famiglia delle
Solanacee. Il fiore giallo, alcune volte reticolato, lo rende inconfondibile. Le foglie sono spesse e
pelose. Spontanea in Europa, questa specie risulta resistente ai climi freddi ma si trova anche nelle
vicinanze del mare. Contiene principi attivi simili alla belladonna, quali la scopolamina e
l'atropina. Dalla pianta viene anche estratta la losciamina, principio attivo usato in medicina
come anticolinergico.
[56] J. Michelet, La strega, pp. 74
[57] J. Michelet, La strega, pp. 77

[58] J. Michelet, La strega, pp. 77-78


[59] Molte piante spesso note come afrodisiache sono nella maggior parte dei casi piante
allucinogene e tossiche. L’effetto afrodisiaco ricercato era in realtà l’estasi dell’allucinazione, della
trance che ne ricavava chi assumeva una determinata pianta o un miscuglio o il filtro. Tante volte
non ci si svegliava dopo l’estasi dell’amore, perché si era morti avvelenati. In taluni casi si possono
paragonare queste piante a delle vere e proprie droghe nel senso moderno del termine, dal momento
che contengono comunque sostanze capaci di provocare la dipendenza psico-fisica di chi le assume.
[60] Vedi voce 59
Fonti bibliografiche

1. Erbario – Wikipedia (ITA)

2. Michelet, Jules – Wikipedia (ITA)

3. Bossuet – Wikipedia (ITA)


4. Illuminismo – Wikipedia (ITA), per meglio capire le idee di Michelet

5. Concupiscenza – Wikipedia (ITA)


6. Solanum melongena (melanzana) – Wikipedia (ITA)

7. Solanum ycopersicum (pomodoro) – Wikipedia (ITA)


8. Tasso barbasso (Verbascum) – Wikipedia (ITA)
9. Dulcamara – Wikipedia (ITA)

10. Omeopatia – Wikipedia (ITA)


11. Hyoscyamus niger – Wikipedia (ITA)
12. La strega, J. Michelet, Librairie de L. Hachette et C.ie, Paris, 1862

http://vivereilmedioevo-erbario.blogspot.it/2016/03/piante-e-streghe-nel-medioevo-qualche.html
https://anticastregoneria.wordpress.com/erbario-magico/