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da AA.VV.

, Scienze moderne & antiche sapienze


© 2003 by Centro Studi del Vicino Oriente

L’ ASTRONOMIA DEGLI EGIZI


Edoardo Detoma

«O Grande Dea che diventasti cielo,


Tu sei forte, tu sei potente,
Tu riempi ogni luogo della tua presenza,
L’intera Terra è sotto di te, tu la possiedi,
Così come includi la Terra e ogni cosa dentro le tue braccia,
Così tu hai posto questo Pepi a te,
Come stella imperitura che è in te!”

(Testi delle Piramidi, Pepi I, Invocazione 432)1

Il mio primo incontro con l’astronomia egizia, al di là dell’interesse


generico che tutti abbiamo per questa antica civiltà, è stato con gli oro-
logi diagonali dipinti all’interno del coperchio di due sarcofaghi del
primo periodo intermedio conservati al Museo di Torino. Mi ricordo
che le prime domande che mi posi davanti alla sequenza di stelle di-
pinte e iscritte sul lato interno del coperchio di questi sarcofagi furono
di pura perplessità:
- A che cosa poteva servire un orologio stellare al defunto, all’in-
terno di un sarcofago sepolto in una camera mortuaria da cui il cielo
era a dir poco scarsamente visibile?
- Il defunto aveva utilizzato l’orologio in vita o del suo uso ne era
stato istruito dai sacerdoti prima della sua morte?
- Perché la maggior parte dei testi astronomici egizi si ritrovano in
un contesto funerario?
- Che cosa significava l’osservazione degli astri per gli antichi Egi-
zi?
Non ho trovato la risposta a queste domande nei canoni dell’astro-
nomia moderna. Certo, alcune particolarità di ciò che gli Egizi ci han-
no lasciato consentono ai metodi moderni dell’astronomia di contri-
buire alla conoscenza, e in special modo alla cronologia, della storia
egizia. Ma ben presto mi sono reso conto che questo è un prodotto se-
condario, anche se è a questo prodotto secondario che devo limitare
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per competenza la mia ricerca, la-


sciando agli archeologi e agli sto-
rici la comprensione più comple-
ta di ciò che per gli Egizi era un
rapporto complesso fra cosmogo-
nia, cosmologia e religione.
Dunque, è possibile, partendo
da una serie decanale in un sarco-
fago del primo periodo interme-
dio, arrivare a datare lo stesso
orologio con un’accuratezza di
circa +/- 20 anni e una ambiguità
di 730 anni, il che corrisponde a
Sfinge a Giza.
una buona datazione per un’epo-
ca così remota. Questo ci torna
molto utile, ma il problema fondamentale è che l’orologio non era sta-
to progettato per questo.
Lo sforzo che è richiesto a un astronomo moderno nell’avvicinarsi
ai documenti astronomici di una civiltà antica consiste principalmente
nel non interpretarli secondo le proprie conoscenze moderne, ma di
utilizzare invece le conoscenze moderne per cercare prima il contesto
conoscitivo proprio di quella civiltà, contesto di cui anche i testi astro-
nomici fanno parte. In genere, lo studio della «scienza» di una civiltà
antica si basa su tre evidenze fondamentali:
- i documenti propriamente detti che la civiltà ci ha lasciato; questi
scritti possono essere contestuali alla scienza stessa (per esempio il pa-
piro Rhind, per quanto riguarda la matematica egizia, può considerar-
si a buon diritto un documento contestuale, in quanto inteso proprio a
raccogliere e propagare conoscenze matematiche) oppure fuori del
contesto propriamente scientifico, per esempio documenti funerari che
si riferiscono a fenomeni astronomici.
- gli strumenti utilizzati per le osservazioni;
- eventuali altre evidenze collaterali, che conducono a inferire co-
noscenze o caratteri di osservabilità astronomica, per esempio l’alli-
neamento di tombe e templi.
A eccezione degli scritti contestuali, tutte le altre evidenze sono
soggette a interpretazione, e di questo occorre rendersene ragione pri-
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ma di iniziare la studio, per evita-


re di considerare assolute «veri-
tà» che non lo sono. I testi ritro-
vati al di fuori del contesto scien-
tifico, e in particolare astronomi-
co, devono essere interpretati in
funzione delle conoscenze reli-
giose, magiche, sociali cui il testo
si riferisce. Qualora non esistano
documenti contestuali, sono gli
unici però a fornire un’evidenza
diretta, sia delle conoscenze
scientifiche sia del contesto in cui
si sviluppano. Gli strumenti
(mancando generalmente di un
manuale d’uso) vanno interpretati
dal puro punto di vista osservati-
vo e l’informazione relativa è in
genere utile per conoscere i limiti
delle misure effettuabili. Le evi-
denze collaterali, come gli alli-
neamenti astronomici di tombe e
templi, sono nuovamente utili per
la conoscenza dei limiti osservati-
vi; possono essere di scarsa utili-
tà, o addirittura di detrimento
dando luogo a improbabili teorie,
qualora manchi un’evidenza di
supporto che leghi l’allineamento
stesso a determinate credenze o
eventi sociali che ne definiscano In alto: piramidi e cielo stellato.
Sotto: papiro Rhind.
univocamente la funzione.
Considererò in questa mia re-
lazione solo l’evidenza testuale, limitando in ciò l’ampiezza della mia
discussione, e ritenendo comunque che una digressione sull’astrono-
mia legata agli allineamenti di templi e piramidi sia possibile solo do-
po aver «posizionato» i contenuti astronomici nella cultura egizia.
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La prima considerazione che viene in mente è che gran parte di ciò


che sappiamo dell’Egitto è il frutto di conoscenze e di studi condotti
nell’àmbito della civiltà occidentale. E considero in questo anche gli
antichi testi greci e romani, da Erodoto a Manetho. L’Occidente ha
sempre avuto un interesse particolare per l’Egitto, e questo ci aiuta a
spiegare l’atmosfera di mistero e di conoscenze nascoste che dai tem-
pi dei Greci si è propagata fino ai giorni nostri.
La più vicina, geograficamente, delle lontane civiltà, l’Egitto, ha
sempre affascinato i viaggiatori che fin dai tempi dei Greci e dei Ro-
mani visitavano le sue rovine. Nessun’altra civiltà scomparsa è stata
così a «portata di mano» dei viaggiatori Europei per secoli: vicina e
pure così misteriosa come le strane lettere di un alfabeto incomprensi-
bile che decoravano i suoi monumenti.
L’ Egitto è sempre stato una terra di meraviglie e di misteri. Visto
dagli antichi come la sede di tutta la saggezza, la scienza e la cono-
scenza del mondo antico a causa dell’antichità della sua terra, dei mo-
numenti e della sua civiltà già in tempi che sono per noi, ora, passato
remoto. Per questo, la civiltà Egizia è stata così tanto ammirata da at-
tribuirle conoscenze e capacità che sono molto al di là dei fatti dimo-
strabili.

«Riguardo invece alle cose umane, sostenevano concordemente che gli Egiziani,
per primi al mondo, scoprirono l’anno, avendo suddiviso le stagioni in dodici parti
per formarlo, scoperta che facevano risalire all’osservazione degli astri»
(Erodoto, Le Storie, Libro II, 4)
«La scienza antica è stata il frutto di pochi uomini: e questi pochi uomini non
furono Egiziani»
(O. Neugebauer,
The exact sciences in antiquity, Dover [1969], p. 91)

Fra l’ammirazione dei primi viaggiatori Greci e il brusco commen-


to di uno dei maggiori esperti contemporanei di scienza antica vi sono
24 secoli, e ancora 20 secoli separavano Erodoto dalle Piramidi che era
andato a osservare, e in tutto questo tempo l’Egitto è sempre stato alle
radici e al centro della civiltà Occidentale. Eppure quando Erodoto
scrisse questa frase piena di ammirazione per le conquiste scientifiche
degli Egizi, il grande regno e la sua civiltà erano già preda del passa-
to, così come lo sono per noi ora, e solo le sue meraviglie erano mute
testimoni nei secoli della passata grandezza. Meraviglia e grandezza
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che i Greci erano in grado di osservare, di cui si meravigliavano, ma


che non erano forse in grado di capire, se la risposta che danno a tutto
ciò corrisponde al mito moderno della «scomparsa super-civiltà», del-
le incredibili conoscenze degli antichi, scomparse in seguito a qualche
cataclisma cosmico che ha ripiombato l’umanità nella barbarie. Non è
un caso che, proprio nel dialogo del Timeo ove introduce il mito di At-
lantide, Platone inserisca un curioso colloquio2 fra un vecchio sacer-
dote Egizio e il greco Solone:

«E un sacerdote molto vecchio gli disse: “O Solone, Solone, voi Greci siete tutti
bambini, e non vi è tra voi alcuno che si possa definire un Greco antico”.
“Cosa intendi dire con ciò?”, chiese Solone. “Voi siete tutti giovani nell’intelletto”
venne la risposta: “né avete conoscenze radicate nelle tradizioni del passato, e nessu-
na conoscenza antica”. “ Questa è la ragione per cui le nostre tradizioni sono le più an-
tiche a essere ricordate”... “Ma nei nostri templi abbiamo conservato fin dai tempi più
antichi una registrazione scritta di ogni grande o splendido successo o di eventi note-
voli che sono giunti alle nostre orecchie sia che fossero avvenuti nella vostra parte del
mondo, o qui, o in altro luogo...».

Riprendiamo ancora il commento di Erodoto per scoprire, da paro-


le per noi già antiche, le basi della scienza astronomica antica...

«Riguardo invece alle cose umane, sostenevano concordemente che gli Egiziani,
per primi al mondo, scoprirono l’anno, avendo suddiviso le stagioni in dodici par-
ti per formarlo, scoperta che facevano risalire all’osservazione degli astri. A mio pa-
rere, il loro sistema di computo è più oculato di quello greco: i Greci, ogni due anni,
inseriscono un mese intercalare nel loro calendario a causa delle stagioni; gli Egizia-
ni invece calcolano dodici mesi di trenta giorni e aggiungono ogni anno cinque
giorni soprannumerari, e così il loro ciclo delle stagioni viene sempre a cadere nel-
le stesse date».
(Erodoto, Le Storie, Libro II, 4)

In questo non vi è ancora nulla di Egizio: è ancora l’uomo greco che


scopre con ammirazione e meraviglia una costruzione calendarica di
gran lunga superiore a quanto la scienza greca del momento era in gra-
do di proporre. E che, come vedremo in seguito, resterà un fatto non
solo di meraviglia ma di pratica utilità proprio all’astronomia fino al
tempo della riforma gregoriana.
Studiare antichi testi astronomici senza considerare come parte in-
tegrante dello studio lo sfondo culturale della civiltà che ha prodotto il
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documento conduce spesso a er-


rori di interpretazione: interprete-
remmo cioè il documento all’in-
terno della nostra cultura, ma sa-
remmo incapaci di leggere ciò
che gli antichi intesero scrivere.
L’astronomia, per gli antichi,
era molto diversa, come contenu-
ti e finalità, dalla scienza che ora
identifichiamo con questo nome.
Il concetto stesso di scienza era
molto diverso: né dunque possia-
mo formalizzare la loro cono-
scenza nei termini della scienza
moderna, semplicemente perché
la base della conoscenza è diver-
sa. Si noti che anche se le modali-
tà della conoscenza sono diverse,
non lo è la finalità; sia la scienza
Tell el Amarna. Amenophis IV (Akhena- moderna sia la scienza antica si
ton) compie l’offerta di Maat, la Verità, al
propone il controllo dei fenomeni
dio Sole Aton. XVIII dinastia, calcare
scolpito a rilievo abbassato. Il Cairo, Mu- della natura: nella scienza moder-
seo Egizio. na in modo più meccanico laddo-
ve la scienza antica opera in mo-
do più metafisico e bada al soprannaturale, sia esso magia o religione.

«Agli Egiziani risalgono le seguenti altre scoperte: a quale Dio appartengono cia-
scun mese e ciascun giorno, e, sulla base del giorno di nascita, quali eventi gli capite-
ranno, come terminerà la sua vita e quale personalità avrà; ...

Da soli hanno individuato effetti miracolosi più di tutti gli altri uomini messi as-
sieme; perché, dopo il verificarsi di un prodigio, osservano con attenzione l’avveni-
mento che ne consegue e lo registrano, sicché, quando poi si verifica qualcosa di si-
mile, ritengono che si ripeterà lo stesso avvenimento».
(Erodoto, Le Storie, Libro II, 82)

Nel testo di Erodoto ritroviamo tutti questi elementi: l’interrelazio-


ne fra astronomia, misura del tempo, religione e astrologia, anche se
quest’ultimo aspetto fu quasi totalmente estraneo alla cultura Egizia fi-
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no all’inizio dell’influenza per-


siana prima ed ellenistica poi.
L’astronomia antica è formata
da documenti e conoscenze che
NOI, sulla base della nostra com-
prensione moderna, raggruppia-
mo in questa disciplina. Ma per
gli antichi non vi fu qualcosa co-
me astronomia o scienza: dappri-
ma vi fu solo la religione3, e poi
applicazioni pratiche delle osser-
vazioni dei corpi celesti, osserva-
zioni registrate solo dopo che fu
inventata la scrittura.
L’astronomia fu inizialmente
un compendio di osservazioni,
non di modelli, né di descrizioni
matematiche o geometriche del La creazione del nuovo disco solare. Te-
moto dei corpi celesti: non vi era- be, tomba di Ramesse VI, camera del Sar-
cofago. XX dinastia, dipinto su rivesti-
no tecniche disponibili per far mento di stucco.
ciò, né probabilmente vi fu la ne-
cessità di inventarle. Ciò che noi chiamiamo astronomia diventa fun-
zionale alla vita sociale di una civiltà antica in quattro aspetti princi-
pali:
- la cosmogonia, e cioè la risposta essenzialmente religiosa alle do-
mande sulla nascita del mondo e sull’origine della vita umana;
- questa evolverà per necessità in una cosmologia, cioè in una de-
scrizione dell’universo apparente, in cui il senso religioso cercherà una
relazione fra l’universo stesso, gli dèi e l’uomo.
- In alcune culture, ma non in quella egizia, la relazione fra l’uni-
verso e l’uomo evolve: in uno stadio più primitivo catastrofi naturali
sono associate a fenomeni celesti intesi come segni premonitori degli
dèi della catastrofe stessa. In questa prima concezione il fenomeno
astrale è solo un messaggio, e dunque non vi si associa un rapporto di
causa-effetto. Solo in epoca più tarda, l’influenza di un astro viene a
esercitare un effetto sulla vita umana, e dunque si prefigura nell’a-
strologia un rapporto di causa-effetto fra l’influenza di un pianeta e le
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vicissitudini umane. Forse questo aspetto origina nell’osservazione


che taluni fenomeni fisici, come le maree, sono legati all’influenza
combinata della Luna e del Sole; certo è che, dall’età ellenistica fino a
Keplero, si darà una grande importanza scientifica non solo alla de-
scrizione di questi influssi, ma anche alle cause prime che ne danno ra-
gione. Questo aspetto astrologico è però totalmente estraneo, per ciò
che ci è dato di sapere, alla cultura egizia, e dunque più non mi soffer-
merò su questo aspetto.
- Ultimo aspetto legato all’osservazione degli astri è l’aspetto ca-
lendarico, su cui varrà la pena soffermarsi più diffusamente.
È importante considerare che tutti questi aspetti, cosmogonico, co-
smologico, religioso e calendarico, con la sola eccezione dell’aspetto
astrologico, sono tra loro fortemente correlati in ciò che continuerò a
chiamare «astronomia egizia».

 Cosmogonia ⇒ La creazione

 Religione ⇒ Gli dèi e gli astri

 Astrologia ⇒ Influenza sull’uomo

Comincerò per praticità dal calendario, perché la relazione tra mi-


sura del tempo e la cosmologia è, in genere, particolarmente impor-
tante nelle antiche civiltà.
Il ciclo principale che regolava la vita umana era il ciclo diurno, ri-
gorosamente definito e limitato dal moto del sole nel cielo: la luce del
giorno e il buio, e terrore della notte. Il buio e il terrore sono sempre
stati accomunati. Le tenebre rappresentano sempre la negazione della
vita. Non fa meraviglia come in tutte le antiche culture il Sole sia sem-
pre un dio benigno. La sua sparizione al tramonto era il preludio al so-
pravvento del regno delle tenebre, alle paure che ancor oggi ci portia-
mo dietro nella nostra civiltà.
Ma nel passato, più di oggi, le tenebre significavano una riduzione
delle capacità di autodifesa dell’uomo: incapace di vedere, di cammi-
nare o correre, era facile preda dei predatori notturni, almeno fino a che
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non fu scoperto il fuoco. E non stupisce che il riapparire del sole fos-
se salutato con gioia, come preludio di una nuova vita risorta dalle te-
nebre e dalla morte della notte.
Il giorno è il regno dei viventi, la notte il regno dei morti. Nella cul-
tura egizia questa dicotomia è ulteriormente temperata dalla funzione
della morte come necessaria preparazione alla vita, un aspetto positivo
che gli antichi Egizi riconoscevano nella natura che li circondava.
Dunque l’aspetto tenebroso della notte viene giustificato da una fun-
zione positiva, di necessaria purificazione e di rigenerazione della vi-
ta, così che anche la notte diventa parte integrante di un ordine cosmi-
co essenzialmente benigno che gli dèi hanno predisposto fin dall’ini-
zio dei tempi.
Quattro grandi cicli segnano il tempo egizio:
- il ciclo cosmico della creazione del mondo e degli dèi;
- il ciclo annuale, determinato dall’inondazione e dal sorgere eliaco
di Sothis e approssimato dal calendario solare vago egizio;
- il ciclo diurno rappresentato dal sorgere, tramontare e risorgere
del Sole in un nuovo giorno, e finalmente
- il ciclo della vita umana che è visto come un parallelo dei cicli
precedenti che a loro volta proiettano sul ciclo umano le stesse finali-
tà di vita, morte e rigenerazione.

Le origini della misura del tempo e il calendario lunare

Per i cacciatori-cercatori all’inizio della civiltà umana, il ciclo diurno


del Sole e il ciclo mensile della Luna erano i due cicli temporali4 di ri-
ferimento, facilmente osservabili anche da tribù nomadi che vagavano
in deserti e steppe.
Il primo calendario di ogni civiltà fu spesso un calendario lunare, e
l’Egitto non fece eccezione. Ma non abbiamo alcun documento prei-
storico o predinastico che testimoni ciò. Resta il fatto che i calendari
lunari, essendo i più antichi, sono sempre alla base della definizione
delle festività religiose, anche quando sono sostituiti dai calendari so-
lari, come avviene anche nelle religioni moderne.
E così troviamo, in documenti tardi nella storia egizia, calendari lu-
nari che segnano le festività religiose in parallelo al calendario civile
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(solare), la fonte principale delle nostre conoscenze in questo campo


essendo il papiro Carslberg 9 di epoca romana.

L’origine del calendario egizio

Eppure, l’origine del calendario civile egiziano può non essere stata di
natura astronomica, ma legata invece all’annuale inondazione della
valle del Nilo.

«Avrei molto desiderato che mi spiegassero per quale motivo il Nilo scorre in pie-
na per 100 giorni a cominciare dal solstizio d’estate, e poi, una volta vicino lo scade-
re di questo periodo, si ritira, abbassando il livello delle proprie acque, tanto da resta-
re in regime di magra per tutto l’inverno e fino al successivo solstizio d’estate; ma in
proposito non ho potuto apprendere nulla dagli Egiziani. Io chiedevo loro in base a
quale proprietà il Nilo abbia un regime contrario a quello degli altri fiumi».
(Erodoto, Le Storie, Libro II, 19)

«Non è qui il momento di tentare una descrizione della storia del calendario Egi-
zio. Il suo carattere fondamentalmente non-astronomico è sottolineato dal fatto che
l’anno è diviso in tre stagioni di quattro mesi ciascuna, di significato puramente agri-
colo».
(O. Neugebauer, The exact sciences in antiquity, Dover, p. 82)

Il carattere non astronomico della determinazione della durata del-


l’anno civile, nelle parole di Otto Neugebauer, deriva dalla sua divi-
sione in tre stagioni di 4 mesi ciascuna, chiaramente non correlate con
il ciclo solare a cui l’anno civile evidentemente si riferiva.

«Il solo concetto astronomico apparente è il sorgere eliaco di Sirio che, comun-
que, ottiene la sua importanza solo dalla sua prossimità al tempo dell’inondazione,
l’evento principale nella vita d’Egitto».
(O. Neugebauer, The exact sciences in antiquity, Dover, p. 82)

L’aspetto astronomico del sorgere eliaco di Sirio è una conseguen-


za osservativa, e dunque non la misura della durata dell’anno, regola-
ta, come già osserva Erodoto, dall’inondazione annua delle acque del
Nilo. Quindi, a partire da un calendario più antico di natura lunare
(probabilmente di 354 giorni), l’inondazione annua del Nilo conduce a
un anno civile «solare» (di 365 giorni), inizialmente definito unica-
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mente dall’evento fisico, e poi determinato astronomicamente sulla ba-


se delle osservazioni del sorgere eliaco di Sothis.

«Possiamo, dunque, riassumere, la teoria comunemente accettata a riguardo del-


l’anno civile, come segue:
- Mentre il conteggio delle lunazioni o un calendario lunare esisteva prima del
calendario civile, quest’ultimo non fu derivato dai primi, ma fu una creazione indi-
pendente;
- La durata dell’ anno fu determinata “astronomicamente” essere di 365 giorni;
- Il primo giorno dell’anno, alla sua inaugurazione, fu il giorno del sorgere eliaco
di Sothis.
- Nonostante il fatto che il primo giorno dell’anno cominciò a cadere sempre più
in anticipo rispetto al sorgere di Sothis, nessun aggiustamento o correzione fu mai
fatta».
(R. Parker, The calendars of ancient Egypt,
Univ. of Chicago, p. 52)

L’origine dell’anno civile egiziano è dunque non-astronomica.


Consideriamo come la durata fra due successivi eventi rappresentati
dal sorgere eliaco di Sirio si scosta di pochissimo, per una fortunata
circostanza, dalla durata dell’anno tropico, e per di più è straordinaria-
mente stabile nel tempo. Dunque l’osservazione del sorgere eliaco di
Sirio conduce casualmente a una buona determinazione della durata
dell’anno tropico. Il sorgere eliaco di Sirio, al di là delle sue implica-
zioni religiose, rappresenta dunque il possibile anello di congiunzione
fra una determinazione della durata dell’anno basata sull’inondazione
(e dunque di natura agricola) e una basata su un fenomeno astronomi-
co, ripetibile e uniforme.

«È Sothis la tua amata sorella5 che prepara il tuo sostenimento


per te nel suo nome di “Anno” e che mi guida quando vengo a te»
(Testi delle Piramidi, 965, Invocazione 477)

Quando questo legame avviene, non lo sappiamo con esattezza. Va-


ghe ma non trascurabili indicazioni conducono a una data intorno al-
l’inizio del terzo millennio. Ma a questo punto ci si sarebbe resi conto
che la differenza di circa 0,25 giorni6 fra l’anno tropico vero e l’anno
«vago»7 egiziano avrebbe condotto al sorgere eliaco di Sothis 1 gior-
no prima ogni 4 anni, 1 settimana egizia in anticipo ogni 40 anni e un
mese prima ogni 120 anni, ritornando allo stesso giorno dell’anno ci-
102 / EDOARDO DETOMA

Disegno da papiro funerario della procreazione della terza generazione degli dèi Elio-
politani. Shu, l’aria, solleva e sostiene Nut, il cielo, sopra il dio della terra, Geb.

vile egizio dopo 1460 anni solari medi, corrispondenti a 1461 anni
«vaghi» egiziani, completando quel grande ciclo a cui solitamente ci si
riferisce come «ciclo di Sothis».
In pratica ci ritroviamo con la dicotomia calendarica rappresentata
da un ciclo annuo basato sul sorgere eliaco di Sothis che rappresenta
in buona approssimazione l’anno solare tropico e un secondo ciclo an-
nuo, un calendario «legale» se vogliamo, basato su un anno «vago» di
soli 365 giorni. L’approssimazione di un ciclo astronomico che contie-
ne una frazione di giorno con una sequenza di giorni interi e possibili
giorni (o mesi) intercalari è una costante nella costruzione di ogni sca-
la di tempo calendarica opposta a una scala di tempo naturale, e la so-
luzione egizia, sia pure cruda in termini di accuratezza, aveva i suoi
vantaggi rispetto a soluzioni anche posteriori8, definendo una settima-
na di 10 giorni in un ciclo di 360 e aggiungendo a questi 5 giorni epa-
gomeni che rappresentavano elegantemente ed esattamente mezza set-
timana.
Non soffermandomi ulteriormente qui sull’aspetto tecnico della
questione, mi preme rimarcare l’aspetto dogmatico di questa conce-
zione. È ovvio che, con l’introduzione dell’osservazione del sorgere
eliaco di Sirio come determinazione astronomica dell’inizio dell’anno
civile egizio, l’errore non poteva più sfuggire9; pure il carattere dog-
matico-religioso dell’anno egizio lo legò così strettamente alla tradi-
L’ASTRONOMIA DEGLI EGIZI / 103

zione e alla religione da diventare


intoccabile per più di 3000 anni.
La prova di ciò ci è offerta dal
testo bilingue del decreto di Ca-
nopo, un testo di epoca tolemaica
datato al 6 marzo dell’anno 237
a.C. È altrettanto chiara dal testo
del decreto la confusione in cui le
feste religiose, legate al calenda-
rio lunare, si trovavano, cadendo
ora in una stagione ora in un’al-
tra. Una situazione che era parti-
colarmente irritante non tanto per
la concezione egizia quanto per la
razionalità greca, che pure non
aveva saputo esprimere un calen-
dario migliore. Ed è altrettanto
chiaro che la soluzione greca sta-
va nell’aggiunta di un giorno in-
tercalare ogni quattro anni10, la
stessa soluzione che l’astronomo
alessandrino Sosigene proporrà
alla base della riforma Giuliana
del calendario nel 45 a.C., 192
anni più tardi.

«Ora, per far sì che le stagioni del-


l’anno possano condursi secondo quanto
è stato loro assegnato in ogni periodo, e
per il modo secondo il quale il cielo è or- In alto: nuova vita, sotto forma di spighe
dinato al giorno presente, e per far sì che di grano, sboccia dal corpo di Osiride
non accada che le festività che si celebra- morto.
no in tutto l’Egitto nella stagione di prt 11 Sotto: la fine della dodicesima ora della
vengano a essere celebrate in un tempo notte, l’alba, la Creazione del Sole, dal
«Libro delle Porte».
della stagione di Smw 12, poiché il sorge-
re di Sothis muta di un giorno ogni quat-
tro anni, e, al contrario, in tempi a venire, quelle festività che oggi si celebrano nella
stagione di prt siano celebrate nella stagione di Smw, anche se ciò avvenne nei tempi
dei nostri antenati. E questo accade ora poiché l’anno consiste in trecentosessanta gior-
104 / EDOARDO DETOMA

ni, più i cinque giorni che si decise di aggiungere a essi, alla loro fine.
E dunque da questo giorno, sarà aggiunto un giorno ogni quattro anni alla fe-
stività dei due Dèi Benefattori, e questo sarà aggiunto ai cinque giorni che sono
aggiunti prima della festività del Nuovo Anno.
E così avverrà che tutti gli uomini riconosceranno che il poco [tempo] che manca-
va nell’aggiustare le stagioni e l’anno, e le cose che [riguardano] le leggi della cono-
scenza delle strade del cielo, sono state ordinate e completate, per gli Dèi Benefatto-
ri».
(Testo del Decreto di Canopo,
traduzione del testo Egizio [Geroglifico])

Pure il decreto non fu mai posto in effetto. Abbiamo qui un interes-


sante corollario astronomico, che renderà la scelta egizia razionalmen-
te preferibile a quella greca, si che il calendario vago egiziano risulte-
rà utilizzato per tutte le osservazioni astronomiche fino alla riforma
Gregoriana, costituendo in principio l’unica scala di tempo continua e
uniforme che poteva permettere di correlare osservazioni distanti fra
loro centinaia di anni. Nelle parole di Copernico13:

«Inoltre, nei nostri calcoli dei moti celesti, impiegheremo gli anni Egiziani, che so-
no soli di identica durata fra gli anni legali. Poiché è necessario per la misura essere in
accordo con ciò che è misurato; ma ciò non si verifica con gli anni dei Romani, dei
Greci e dei Persiani, perché le intercalazioni non sono fatte seguendo una regola, ma
seguono i capricci dei popoli. Ma l’anno Egiziano non contiene alcuna ambiguità a ri-
guardo del numero costante di 365 giorni, suddivisi in dodici mesi uguali – che essi
identificano nell’ordine con questi nomi: Thoth, Phaophi, Athyr, Chiach, Tybi,
Mechyr, Phamenoth, Pharmutbi, Pachon, Pauni, Epiphi, e Meson – in cui, come dissi,
sei periodi di 60 giorni sono inclusi equamente insieme con i cinque giorni che resta-
no, che essi chiamano giorni intercalari. Per questa ragione gli anni Egiziani sono i più
convenienti per calcolare moti regolari. Ogni altro anno è facilmente riconducibile a
questi risolvendone i giorni».
(N. Copernico, De revolutionibus orbium coelestium,
libro III, fine)

I cicli del tempo: il ciclo della creazione, il ciclo annuo,


diurno e della vita

Religione e astronomia erano strettamente legate; il tempo era legato


alle due. Non vi era una divisione netta fra religione, filosofia e scien-
za. Il sole sorgeva ogni mattina, portando calore, luce e vita: dunque il
L’ASTRONOMIA DEGLI EGIZI / 105

Sole era una divinità buona, che agiva a favore dell’uomo. Il Sole in sé
stesso era Dio che dispensava vita all’Egitto: nel suo ciclo diurno ri-
peteva il ciclo senza fine della vita. L’alba era la nascita, le Creazione.
Il tramonto era la morte.
Durante la notte, e la sua stessa morte, il Sole attraversa, come tut-
ti gli esseri umani dopo la morte, le regioni della Duat, l’oltretomba.
La notte è il regno delle tenebre, ma attraverso il viaggio di purifica-
zione nell’oltretomba il Sole riprende le sue energie, pronto a risorge-
re a una nuova vita ogni mattina, sconfiggendo le forze del male rap-
presentate dal serpente primordiale Apep, il caos, e restaurando vita e
ordine sulla Terra.
La morte è necessaria alla rinascita, così come non vi è alba senza
tramonto. La morte è necessaria per purificare l’anima. E la ripetizio-
ne senza fine dei cicli del sole è la miglior garanzia della continuazio-
ne della vita nel tempo, nell’eternità.
La concezione cosmologica egizia è essenzialmente topocentrica,
con l’orizzonte14 sensibile che divide il mondo dei vivi, la valle del Ni-
lo, dal mondo dei morti, la Duat, al di sotto dell’orizzonte stesso. Men-
tre la vita è illuminata dal Sole, il viaggio nel regno della Duat è ne-
cessariamente illuminato solo dal cielo notturno, da Nut. È questa una
naturale conseguenza del fatto che anche il Sole cessa di svolgere la
sua funzione nel momento in cui entra nella Duat al tramonto a occi-
dente. Ed è a occidente che inizia il viaggio nella Duat, traghettando il
defunto attraverso il Nilo su una barca funeraria che è metaforicamen-
te la stessa barca che traghetta Ra nel suo viaggio notturno nella Duat
e che servirà allo stesso viaggio del defunto verso l’orizzonte orienta-
le e la promessa di una resurrezione:

«...e io sono traghettato al lato orientale dell’orizzonte,


e mia sorella è Sothis,
e la mia progenitura è la luce dell’ alba
(Testi delle piramidi, 341, Invocazione 263)

oppure nella variazione:

«...il traversare è la traversata del Faraone di là, verso l’orizzonte orientale,


verso dove gli Dèi lo hanno generato,
il suo essere generato è la nascita là, essendo nuovo e rinnovato,
106 / EDOARDO DETOMA

viene questo momento domani...


(Testi delle Piramidi, 344-345, Invo-
cazione 264)

Il sole e le stelle non sono


esenti da questa purificazione e
rigenerazione insieme, né questa
è limitata al defunto, sia pure esso
il sovrano e già giustificato:

«Orione è incluso nel mondo dei


morti,
puro e vivente nell’orizzonte,
Sothis è inclusa dal mondo dei
morti,
pura e vivente nell’orizzonte,
il faraone è incluso dal mondo dei
In alto: particolare del sarcofago di I qer morti,
(serie decanale). puro e vivente nell’orizzonte
Sotto: particolare del sarcofago di Minho- Egli è stato glorificato per loro,
tep. egli è stato rinfrescato15 per loro,
tra le braccia di suo padre,
tra le braccia di Atum
(Testi delle Piramidi, 151, Invocazione 216)16

Concetto del tempo nell’antichità

Il Sole, il Dio, è il tempo in sé stesso. Il ciclo diurno del sole non è già
una misura del tempo: è il tempo.
In termini fisici, l’orologio è diventato il tempo stesso, lo strumen-
to è indistinguibile dalla quantità fisica che misura.
Il concetto di «fermare il Sole» per fermare il tempo e permettere
una vittoria ci è tramandato dalla tradizione biblica; lo stesso concetto
è presente nella scienza egizia17:

La barca del Sole è ferma e non naviga più,


il Sole è nel suo posto di ieri,
il cibo non viene trasportato18, i templi sono bloccati,
la malattia forzerà il disturbo nella sua condizione di ieri.
Il demone dell’oscurità vaga intorno, il tempo non è più diviso,
L’ASTRONOMIA DEGLI EGIZI / 107

le figure dell’ombra non sono più osservabili.


Le sorgenti sono bloccate, le piante sono seccate,
ciò che fa vivere viene sottratto ai viventi,
fino a che Horus guarisce per sua madre Iside
e anche il mio paziente guarisce.

Si noti la chiarezza dell’espressione «il tempo non è più diviso» a


significare che le ore non scorrono più, né, come conseguenza, funzio-
nano gli orologi solari («le figure dell’ombra non sono più osservabi-
li»).
L’identificare il mezzo di misura con la quantità che è oggetto del-
la misura è un concetto a noi estraneo, ma tale non doveva apparire
agli antichi, come sono testimonianza Platone, Aristotele, fino a sant’
Agostino.

«Infatti, prima della creazione dei cieli, non vi furono né giorni né notti, né mesi
o anni, ma Egli li concepì e li fece esistere allo stesso tempo in cui i cieli furono
creati».
(Platone, Timeo, 7, 37)

«Alcuni dicono che il tempo è il movimento dell’Universo, altri che è la stessa


sfera celeste...»
(Aristotele, Fisica, C.10, a30)

«Ho udito dire, da una persona istruita, che il tempo è, di per sé, il moto del sole,
della luna e degli astri: e non assentii».
(Sant’Agostino,
Le Confessioni, Libro XI, 23)

Cosmogonia: la nascita del mondo

Per capire appieno lo sfondo culturale in cui si pone l’astronomia egi-


zia, dobbiamo ritornare ora alle radici della Creazione, quando i cieli e
la Terra furono creati. Non la nostra idea della Creazione del mondo,
ovviamente, ma la cosmogonia egizia espressa nei testi antichi19.

«In principio, solo il caos esisteva, Nun, le acque primordiali. E da queste acque,
in modo non specificato, il Dio Sole fu creato. Egli fu creato mentre ancora non vi era
cielo, quando ancora non fu formato né rettile né serpente. Egli fu creato nella forma
108 / EDOARDO DETOMA

di Khepre, e non vi era nulla con lui nel luogo in cui era... aleggiante sulle acque di
Nun, ed egli non trovò luogo su cui potesse posarsi».

Nelle parole di Ermann, all’inizio vi era solo il caos, rappresentato


da Nun, le acque primordiali. Ma in Nun vi era già l’essenza della vi-
ta, il Dio Sole, il Creatore, Khepre. Khepre esisteva quando nient’altro
era stato creato: né animali, né rettili, né Terra, dove poter stare dirit-
to, né cielo20. Poi, secondo la tradizione eliopolitana, Khepre, il Crea-
tore, pensò nel suo cuore di creare altri esseri. Attraverso il suo sputo,
la sua parola o altri mezzi che variano da versione a versione, creò il
dio Shu e la dea Tefnet, i due esseri che sorreggono i cieli.

Nun, il chaos primordiale


Khepera (il Creatore)
Dio-Sole
Acqua
(Saliva, parola)

Shu Tefnut
Aria Vapore

Occhio di Ra (Hathor)
Fecondita'

Lacrime di Ra rmyt
Terra
Geb Cielo
Nut
Umanita' rmT

Osiris Isis Seth Nephtis

Un Dio e una Dea, affinché i successivi atti della creazione fossero


più naturali e facilmente spiegabili del primo. Essi procrearono due al-
tri dèi, Geb, il Dio della Terra, e Nut, la Dea del Cielo, che a loro vol-
ta ebbero quattro figli, due coppie: Osiride e Iside, Set e Nephitis.
I primi cinque Dèi sono fortemente correlati agli elementi che co-
stituiscono l’Universo: i primi tre a elementi spirituali, come il fuoco,
l’aria e il vapore, gli ultimi due alla Terra e al Cielo. L’acqua è in Nun,
e da essa tutto fu creato a eccezione di Kephera, il creatore.
L’uomo è creato dalle lacrime21 che scendono dall’occhio di Khe-
L’ASTRONOMIA DEGLI EGIZI / 109

Barca solare di Khufu (Cheope), IV dinastia, Giza.

pera, l’occhio di Ra, più tardi simboleggiato da Hathor, la dea della fe-
condità ma anche della distruzione. Così l’uomo ha di nuovo un’origi-
ne anomala: certamente non discende direttamente dagli Dèi, ma è lo
stesso vicino al Creatore, perché nato dalle sue lacrime.
Da Shu e Tefnut, Geb e Nut sono generati la Terra e il Cielo, sepa-
rati da Shu, l’aria. Così i quattro elementi primordiali, aria, vapore, cie-
lo e terra, sono creati, componendo insieme al fuoco, il Dio Sole, la
concezione Egizia dell’Universo. I quattro pilastri del cielo, rappre-
sentati dalle braccia e dalle gambe di Nut, sorreggono il cielo alto so-
pra la Terra, separata da questa da Shu, l’aria.
Gli ultimi quattro Dèi dell’Enneade, i figli di Geb e di Nut, sono il
legame fra gli dèi primordiali della creazione e l’uomo, rappresentan-
do in sé l’essenza e l’esistenza dell’opposizione fra male e bene. Osi-
ride è il prototipo del faraone, che regna sopra la terra d’Egitto portan-
do felicità e prosperità a una terra che per gli Egizi era già benedetta
dagli dèi.
110 / EDOARDO DETOMA

Ma Osiride muore per mano di Set, come Abele muore per mano di
Caino, e la sua rinascita comincia nelle acque del Nilo dove Set ha get-
tato il suo corpo chiuso in un sarcofago. Iside ricomporrà il cadavere
smembrato del consorte garantendo al corpo umano in putrefazione
una risurrezione che non lo riconduce a questa vita, ma lo farà vivere
in eterno come sovrano di un altro mondo, così come sovrano era sta-
to della terra d’Egitto. La sconfitta di Set è per opera del figlio di Osi-
ride, Horus, che assicurerà per discendenza diretta un legame eterno
fra gli Dèi e le dinastie dei Faraoni.
Il male stesso è sconfitto, ma non cancellato, e il male continuerà a
esistere e a influenzare la vita umana, come una conseguenza naturale
degli eventi, così come l’Egitto è diviso in due terre, anche se gli Dèi
a volte si interrogano se sia giusto concedere a Set il dominio su una
parte della terra d’Egitto pari a quella su cui regna Horus.

«Geb, signore degli Dèi, comandò che si riunissero a lui i Nove Dei. Egli sedette
in giudizio fra Horus e Seth; egli pose fine al loro litigio. Egli fece Seth re dell’Alto
Egitto nella terra dell’Alto Egitto, che si estende fino al luogo dove nacque, che è Su.
E Geb fece Horus il re del Basso Egitto nella terra del Basso Egitto, che si estende fi-
no al luogo dove suo padre fu annegato, che è chiamato “Separazione-delle-due-Ter-
re”...
Poi sembrò ingiusto a Geb che la parte di Horus fosse simile alla parte di Seth. Co-
sì Geb dette a Horus la sua eredità, poiché egli è il figlio del suo primogenito».
(Teologia Menfita, dalla Stele di Shabaka,
Bm498, linee 7-9 e 10C
Testo da M. Lichteim, Ancient Egyptian Literature,
Vol. I, p. 52)

Ma, in questo caso, non sappiamo se questo abbia una connotazio-


ne morale o non sia piuttosto il frutto del diritto di primogenitura che
certamente Horus vantava sui domini del padre o la necessità di assi-
curare comunque la coesistenza dei due Regni dell’Alto e del Basso
Egitto sotto un unico sovrano.

Il ciclo annuo

Il Nilo è la più vicina rappresentazione di Nun, l’Oceano primordiale


da cui nasce la vita. Così come Osiride, sconfitto da Set e gettato nel-
L’ASTRONOMIA DEGLI EGIZI / 111

le acque del Nilo, ogni anno il fiume straripa inondando i campi egi-
ziani. E ogni anno il retrocedere delle acque segna la rinascita della ter-
ra d’Egitto, che germoglia di nuova vegetazione e raccolti copiosi.
Un ciclo di morte e rinascita così predicibile da diventare lo stru-
mento della misura del tempo della vita di ogni giorno, del contare le
stagioni e i mesi dell’anno, prima che un qualsivoglia evento astrono-
mico potesse essere identificato con il ciclo stesso.
Di nuovo, si ritiene che il ciclo annuo abbia inizialmente una base
agricola più che astronomica. Probabilmente all’inizio del terzo mil-
lennio l’inondazione viene associata al sorgere eliaco di Spd(t), la stel-
la che noi chiamiamo Sirio e i greci chiamarono Sothis. Straordinaria-
mente, per un puro caso, il periodo che intercorre fra due successive al-
be eliache di Sirio è tra i più stabili delle maggiori stelle visibili, va-
riando di meno di 1 ora nel corso di 100 anni alle latitudini egiziane22.
Questo fornisce un riferimento temporale molto stabile.
Ma in ciò dobbiamo chiaramente separare la nostra visione del fe-
nomeno da quella egizia. Il sorgere eliaco di Sirio non è un indicatore
temporale di un evento, l’inondazione, da esso non direttamente cau-
sato: per gli Egizi, molto probabilmente, era l’unione fisica di Sirio e
del Sole (di Iside e di Ra) al sorgere eliaco che generava l’inondazio-
ne. Ne era la causa prima.
Ho recentemente ritrovato una nota di carattere astronomico pub-
blicata da Nature nel novembre 1985, secondo la quale documenti me-
dioevali testimoniano di una variazione nel colore osservato di Sirio,
che era considerata nell’antichità come una stella rossa, così come ne
fa riferimento Claudio Tolomeo nell’Almagesto. Se la variazione di co-
lore non è solo di natura osservativa, ma implica una reale variazione
nel colore di Sirio-B, allora la conseguenza è che, se Sirio era più ros-
so nell’antichità, doveva essere anche più brillante, forse altrettanto
brillante di Venere23. E dunque lo spettacolo che avrebbe presentato a
un osservatore dell’epoca avrebbe dovuto essere veramente drammati-
co.

«Il cielo è gravido di vino24, Nut ha dato vita alla luce dell’alba sua figlia. Sorgi,
o Faraone! La mia compagna è Sothis, pura di sedi. Io mi sono immerso nei laghi
delle oranti al mattino, mi sono svestito25 nei laghi degli sciacalli»26
(Testi delle Piramidi, 1082-1083, Invocazione 504)27
112 / EDOARDO DETOMA

Il ciclo diurno

Ma ogni giorno, il sole stesso muore. Scompare a Ovest nella porta che
lo conduce nell’Oltretomba, negli abissi di Nun, a condurre la sua eter-
na battaglia nell’oltretomba contro il suo avversario, il serpente Apep.
Questa morte e battaglia continua è una necessità di purificazione e in-
sieme di rigenerazione, così come per l’uomo la morte è una necessità
e, come tale, parte della vita.
Poiché la Terra è circondata dalle acque di Nun, al Sole occorre una
barca per il suo viaggio nell’Oltretomba, quella stessa barca in cui ogni
Egiziano attraverserà il Nilo diretto a Ovest nel suo viaggio finale ver-
so l’eternità.
Attraverso il suo viaggio notturno28, Ra passa attraverso 12 porte,
che rappresentano le 12 ore della notte, ciascuna ben identificata sul
corpo di Nut esteso fra la Terra e il Nulla. E nella sesta ora della notte,
la più’ buia, Ra, il Creatore, il Dio che non può morire perché mai è
stato creato, si presenta al giudizio finale davanti a Osiride, come ogni
uomo dopo la morte. E solo dopo aver superato il giudizio e ricevuto
la necessaria purificazione dalle acque di Nun, può ristabilire le pro-
prie energie vitali, ringiovanire e risorgere nello splendore di un nuo-
vo giorno. Risurrezione e rinascita: Aton, il disco solare, inghiottito da
Nut, la scrofa che mangia i suoi maialini, esce come Khepera dalla va-
gina di Nut, ricreando l’eterno ciclo della vita e ascendendo al cielo in
piena gloria come Ra, il dispensatore della vita.
Ogni giorno il ciclo si ripete, riconfermando l’immutabile certezza
in ogni Egiziano, che è testimone lui stesso ogni giorno del sorgere del
Sole all’orizzonte orientale. È così manifesta la benevolenza degli Dèi
all’intera terra d’Egitto, che ogni anno la stessa rinascita si applica al-
l’intera Valle del Nilo. Sommersa dalle acque, così come all’inizio del-
la Creazione ogni cosa era, dominata dal caos di Nun, la montagna pri-
mordiale risorge nuovamente dalle acque come nella nascita di Geb e
di Nut. E dalla terra, la vita germoglia ogni anno con meravigliosa ric-
chezza e fecondità.
Poi, come un ulteriore segno della benevolenza degli Dèi, per anti-
cipare la certezza dell’Inondazione e della fecondazione della Terra,
una stella, la più brillante del cielo, sorgerà all’orizzonte orientale un
attimo prima dell’apparire del Sole per congiungersi con lui nel primo
L’ASTRONOMIA DEGLI EGIZI / 113

bagliore del mattino.

«Sothis avanza, vestita della sua brillantezza...».


(Testi delle Piramidi, 1074, Invocazione 502°)29

La rinascita di Sothis appare per un istante, subito inghiottita dal


Sole nascente, per fissare per sempre nel tempo il momento in cui le
acque del Nilo cominceranno a crescere per portare nuova vita alla ter-
ra d’Egitto.
Come Nut inghiotte ogni giorno il Sole per rendere possibile la sua
rinascita come Kephera, il Creatore, ogni mattina, così Khepera in-
ghiotte e feconda Sothis-Hathor-Iside30, dando nuova vita alla terra
d’Egitto. E che questo sia un segno degli Dèi non vi può essere dubbio
alcuno, poiché lo stesso Orione-Osiride, in persona, avrebbe annuncia-
to, risorgendo in gloria a sua volta con Ra, con circa 20 giorni di anti-
cipo lo straordinario evento31.

Ciclo cosmico Nut

Vita Stelle imperiture


(circumpolari) Shu
umana Tefnut
Ciclo
annuo

Ra Ciclo diurno

Atum
Ra-Horachti Inondazione Acqua
Geb
Morte Acqua Tramonto Alba Sorgere eliaco NUN,
di Sothis Nascita creazione
Purificazione Khepera
Khepera

Giudizio
Orione
70 giorni di
Osiride
70 giorni di invisibilita’
purificazione
Nut
Giudizio

Schema delle relazioni che legano la cosmologia egizia ai cicli calendarici, ai riti fu-
nerari e alla religione.
114 / EDOARDO DETOMA

La seconda ora della notte, dal «Libro di ciò che si trova nell’Oltretomba».

Analogia fra cosmogonia, cicli temporali e ciclo della vita

Dunque, per gli Egiziani, la cosmogonia che avveniva per un atto di


volontà all’inizio del tempo non era già un distante atto della Creazio-
ne del mondo, ma si ripeteva ogni anno e ogni giorno. Così naturale da
segnare la vita stessa dell’uomo nei suoi atti principali: nascita, vita,
morte erano i passi necessari per arrivare alla risurrezione e alla vita
eterna in un ciclo senza fine che si ripeteva dall’inizio del tempo e che
sarebbe durato per sempre, come le Piramidi.

«Risorge e torna a esistere sull’orizzonte come Sothis - che è a dire, ciascuna di


loro. E ciò significa: Sothis - avviene che essa passa di solito 70 giorni nella Duat e
poi sorge di nuovo».
(Pap. Carlsberg I, V, 43-44)

«Queste sono le teste degli Dèi. Queste sono le risurrezioni degli Dèi. Un’altra ver-
sione: questi - il che è a dire Orione e Sothis, che sono primi fra gli Dèi - che è a dire:
essi passano di solito 70 giorni nella Duat ed essi sorgono di nuovo».
(Pap. Carlsberg I, VI, 3-4)

«I loro funerali avvengono a similitudine di quelli degli uomini - che è a dire, es-
si sono simili ai giorni dedicati ai funerali che si usano per gli uomini oggi - che è a
L’ASTRONOMIA DEGLI EGIZI / 115

dire, i 70 giorni che essi passano nella Casa d’Imbalsamazione prima che a essi sia
pronunciata parola».
(Pap. Carlsberg I, VI, 38-40)

Tutte le stelle, come gli Dèi, muoiono e risorgono, dopo un perio-


do di purificazione, anch’esse, nella Duat, periodo che Osiride-Orione
e Hathor-Iside-Sothis hanno chiaramente indicato essere di 70 giorni,
la stessa durata in cui sono condotti i riti funerari.
Tutte le stelle conducono in questa direzione, eccetto le stelle im-
periture, le stelle circumpolari, le stelle con cui si ricongiungeranno i
Faraoni dopo la loro morte, poiché a quel punto il loro ciclo sarà com-
pletato, e come veri figli di Ra potranno regnare anche sopra Osiride,
il sovrano dell’Oltretomba.

Unas si rivolge a Nut


Questo Unas viene a te, O Nut,
Questo Unas viene a te, O Nut,
Egli ha gettato suo padre alla Terra,
Egli ha sciolto Horus dietro di sé,
Le sue due ali crescono come quelle di un falco,
Piumato come uno sparviero.
La sua energia lo ha sostenuto,
La sua magia lo ha munito.
Nut risponde
Che tu apra il tuo posto nel Cielo,
In compagnia delle stelle del Cielo,
Poiché tu sei la Stella Unica,
compagno di Hu,
Così che tu veda colui che sta sopra Osiride,
poiché egli comanda ai glorificati,
mentre tu resti lontano da lui.
Tu non appartieni a loro,
Tu non sarai fra di loro.

(Testi delle Piramidi, Unas, Invocazione 245)

Ed ecco, nella morte di ogni uomo, il cammino di purificazione si


svolge simultaneamente nella tomba e nell’ oltretomba. Così come la
barca di Ra compie il cammino notturno segnato dalle 12 ore del libro
delle Porte e del Libro di ciò che vi è nell’Oltretomba, così il defunto
segue lo stesso cammino fra le stelle, rappresentate sulla volta della
sua camera mortuaria o all’interno del coperchio del suo sarcofago. Le
116 / EDOARDO DETOMA

La scena finale dal «Libro delle Porte». Camera funeraria di Tawosret, XIX dinastia.

stelle lo guidano nel suo viaggio di purificazione verso la resurrezione


a una nuova vita. E questo è chiarissimo nei Testi delle Piramidi12:

«Essendo tu assegnato a tua madre Nut nel suo nome di Sarcofago; ella ti ha ab-
bracciato nel suo nome di Sarcofago; tu sei innalzato a lei nel suo nome di Mastaba».
(Testi delle Piramidi, 616, Invocazione 364)

E dunque Nut è insieme il cielo notturno e stellato in cui si svolge


il viaggio di purificazione, è insieme vagina protettrice e procreatrice
di una nuova vita, tomba e sarcofago dove la nuova vita si prepara a ri-
sorgere.
Dopo la morte, il viaggio di Purificazione nella Duat è analogo al
viaggio notturno di Ra nel corpo di Nut, tra le stelle. Nel papiro Carl-
sberg I l’evento è occasione di una descrizione di natura cosmologica.
Che cosa vi è sopra il cielo? Il vuoto dello spazio, le tenebre di un vuo-
to così inospitale che neppure agli Dei è concesso di visitare, un vuo-
to in cui si perde il concetto stesso di spazio e di tempo.

«La regione più distante del cielo è nell’ oscurità, che è totale – che è a dire, rthw-
qbt, che è detto nel (libro) hr: “[che] è il circuito del cielo”. Ra non sorge da esso...».
L’ASTRONOMIA DEGLI EGIZI / 117

Osiride precede Iside nella sua barca celeste, così come Orione precede Sothis nel cie-
lo. Tomba di Senmut, Nuovo Regno.

«I suoi limiti al sud, al nord, all’ovest, all’est non sono noti...».


«Là non vi è risorgere delle anime. Là non vi è risorgere di Ra...».
«Non vi è luce là. Non vi è nessuna luce in esso...».
«E avviene che l’oscurità è là molto di più di ciò che vi è nella Duat ...».
(vari brani dal Pap. Carslberg I, D.II, 20-35)

Le direzioni cardinali, Nord, Sud, Ovest ed Est, non hanno più si-
gnificato, poiché sopra il cielo neppure Ra sorge né tramonta, e il vuo-
to è così buio che neppure gli Dèi osano sfidarlo: le tenebre sono così
fitte che neppure nella Duat il buio è più totale.

Documenti astronomici egizi

I fondamenti più tecnici dell’astronomia egizia sono derivati sulla ba-


se dell’evidenza documentaria in nostro possesso. Un’astronomia che
per gli Egiziani non era così remota come remote sono per noi le stel-
le, ma parte della loro vita ed esistenza quotidiana, il segno e il sim-
bolo di una relazione preferenziale fra gli Dèi e l’umanità, sanzionata
da quel meraviglioso dono che è la Valle del Nilo.
118 / EDOARDO DETOMA

L’evidenza documentaria è peraltro scarsa: dobbiamo leggere at-


tentamente i testi delle Piramidi dell’Antico Regno o i Testi dei Sarco-
fagi del Primo Periodo Intermedio per trovare evidenze astronomiche,
anche se le iscrizioni dei servizi al tempio di Hathor risalenti al tempo
della quarta dinastia ci informano dell’esistenza e dell’uso di un ca-
lendario civile ben stabilito all’epoca del Faraone Menkaure.
Ma per rimanere all’evidenza documentaria, siamo ricondotti a
considerare solo pochi frammenti sparsi di testi astronomici nel corso
dei 3000 anni di storia egizia:
- Gli orologi stellari, noti come orologi diagonali o decanali, dipin-
ti sul coperchio interno dei sarcofagi del Primo Periodo Intermedio e
un frammento33 dell’Osireion ad Abido.
- I soffitti astronomici della tomba di Senmut, le decorazioni del
Cenotafio di Seti I e della tomba di Ramesse IV, tutti datati all’inizio
del Nuovo Regno (XIX e XX Dinastia).
- Gli orologi stellari di età ramesside (tarda) del Nuovo Regno (XX
Dinastia), nelle tombe di Ramesse VI, VII e IX.
- Due importanti papiri romani, datati nel secondo secolo AD, ma
che riportano abbastanza fedelmente i testi e i commentari ai soffitti
astronomici delle tombe di Seti I e Ramesse IV. Questi papiri sono no-
ti come pap. Carlsberg I (e Ia).
- Un papiro, Carlsberg 9, che riporta la correlazione fra un calen-
dario lunare tardo e il calendario civile (solare).
- Il papiro Ebers34 e poi vari papiri di tarda epoca ellenistica, riflet-
tenti l’influenza di natura astrologica introdotta dall’ellenismo (si veda
lo zodiaco di Dendera) e peraltro estranea all’astronomia egizia dei pe-
riodi precedenti.
Con l’influenza persiana ed ellenistica in Egitto, anche l’astrono-
mia egizia fu corrotta da nuove idee, così estranee alla mentalità egi-
zia come l’astrologia può esserlo dalla pura cosmogonia eliopolitana.
I limiti dell’astronomia stanno nel suo rapporto univoco con la re-
ligione e le credenze funerarie della cultura egizia: non furono mai svi-
luppati modelli geometrici o matematici del moto degli astri, come av-
venne per la cultura babilonese, in quanto il modello religioso era suf-
ficiente e il moto degli astri era solo funzionale a questo. Nonostante
questi limiti, nonostante la meraviglia spropositata dei Greci e il com-
mento caustico di un grande studioso moderno, l’eredità che l’astrono-
L’ASTRONOMIA DEGLI EGIZI / 119

mia egizia ci ha lasciato è notevole, e di natura eminentemente prati-


ca: la divisione del giorno e della notte in 12 ore e dell’anno in 365
giorni, realizzando così il primo calendario moderno della storia, così
moderno da sopravvivere con poche modifiche fino ai nostri giorni.

Ringraziamenti

Al termine di questa mia relazione, desidero ringraziare la prof. Terzi


per l’invito a partecipare a questo interessante convegno e il Centro
Studi per il Vicino Oriente per averlo organizzato e ospitato. Un rin-
graziamento particolare va al prof. Alessandro Roccati per l’insostitui-
bile aiuto nelle versioni dei testi egizi e per i preziosi consigli, sugge-
rimenti e incoraggiamenti con cui mi ha seguito in questi anni.

Edoardo Detoma
Alena Spazio, Torino

Note
1 Da M. Lichtheim, Ancient Egyptian Literature, vol. I, p. 44.
2 Plato, Timaeus and Critias, 22-23, Penguin Classics (1977), p. 35.
3 Anche in questo caso, il concetto di religione deve intendersi come relativamen-

te più esteso rispetto al nostro: in molti casi, la religione e la conoscenza della natura
si confondono ed è difficile tracciare una linea di divisione netta fra le due.
4 «Di nuovo Dio ordinò: “Vi siano delle lampade nel firmamento del cielo, per se-

parare il giorno dalla notte; siano segni per feste, per giorni e per anni, e facciano da
lampade nel firmamento del cielo per illuminare la Terra”. E avvenne così. Dio fece le
due lampade maggiori, la lampada grande per il governo del giorno, e la lampada pic-
cola per il governo della notte, e le stelle. Poi Dio le pose nel firmamento del cielo per
illuminare la Terra, per governare il giorno e la notte, e per la separazione fra la luce e
la tenebra. E Dio vide che era buono. E venne sera e poi mattina: quarto giorno...»
(Gn 14-19).
5 Il testo fa parte di un’invocazione del Faraone a Osiride.
6 In realtà, a causa del fatto che la durata dell’anno medio non è esattamente di

365.25 giorni e che il ciclo di Sothis è affetto dal moto proprio della stella e dalla pre-
cessione, il ciclo di Sothis è lievemente variabile e inferiore a 1460 anni solari medi,
nei periodi storici considerati essendo compreso fra 1458 e 1450 anni. Si veda al pro-
posito l’eccellente articolo di M. F. Ingham, The length of the Sothic cycle.
7 Vago = di 365 giorni
120 / EDOARDO DETOMA

8 Fra i calendari ebraici arcaici, si ritrova un anno vago approssimato a 364 giorni
che rende ragione di un numero intero di settimane di 7 giorni nell’anno, facendo sì
che ogni data dell’anno venga a cadere esattamente nello stesso giorno della settima-
na. Il testo relativo (Enoch, Libro dell’Astronomia, LXXII, in P. Sacchi, Apocrifi del-
l’Antico Testamento, Tea 1990, pp. 161 ss.). era noto nella versione in Ge’ez della tra-
dizione etiope. Dopo la scoperta dei manoscritti del Mar Morto, frammenti dello stes-
so libro (relativi al moto della luna) sono stati ritrovati fra i famosi rotoli, attestando
una continuità della stessa tradizione calendarica (che veniva a quel punto a differire
dall’ortodossia ebraica dell’epoca) fra gli Esseni di Qumran (si veda anche S. Talmon,
The new covenanters of Qumran in «Scientific American», November 1971, pp. 72-81
(la descrizione del calendario è a p. 81).
9 Questo aspetto è chiaramente visibile negli orologi diagonali dei sarcofagi del

primo periodo intermedio e nel tentativo di risincronizzazione continua delle tavole


stellari con il calendario egizio; è altrettanto chiara, a mio giudizio, la confusione che
insorge nella sincronizzazione delle sequenze stellari relative ai giorni epagomeni, per
la doppia necessità qui di risincronizzare una sequenza a distanza di soli 5 giorni, pa-
ri alla metà di una settimana del calendario egizio (solare, vago).
10 E. A. Wallis Budge, The Rosetta Stone, Dover 1989, pp. 289-290.
11 Cioè la stagione dell’«emergere dalle acque», successiva alla stagione dell’i-

nondazione Axt.
12 Che è la stagione successiva, o della «siccità».
13 Nicolaus Copernicus, On the Revolutions of the Heavenly Spheres, Prometheus

Books 1995, p. 131.


14 Qui inteso come il piano dell’orizzonte rispetto all’osservatore.
15 Purificato.
16 Il testo citato è interpretato dal Faulkner come la scomparsa del Faraone, come

stella, che scompare all’alba con le altre stelle. Personalmente, mi è più facile la com-
prensione del testo assumendo invece questo come il passaggio all’orizzonte occiden-
tale. Questo anche perché in altri testi l’orizzonte orientale è associato con Harachti
(Testi delle Piramidi, 342-343, Invocazione 264), mentre l’occidentale è tipico di
Atum.
17 Il testo che segue è una formula magica intesa a guarire da morsi di scorpioni e

di serpenti. Il medico minaccia di insabbiare la barca del Sole sui banchi di sabbia di
Apophi e descrive così il risultato dell aver immobilizzato il sole (da Jan Assmann, The
search for God in Ancient Egypt, p. 69).
18 Letteralmente: «Il cibo è senza barca».
19 A. Ermann, A Handbook of Egyptian Religion, Longwood Press 1977, pp. 25-

27.
20 Quanto questa cosmogonia egizia differisce dalla concezione biblica? Non mol-

to... «Nel principio Dio creò il cielo e la Terra. Ma la Terra era deserta e disadorna, e
v’era tenebra sulla superficie dell’Oceano, e lo spirito di Dio era sulla superficie delle
acque». (Gn 1-2). Anche nella Bibbia ritroviamo il concetto di un Oceano primordia-
le, senza luce ma sul quale aleggia già la vita, rappresentata dallo spirito di Dio. Né
tragga in inganno la frase «ma la Terra era deserta e disadorna», ché la separazione del-
la Terra fisica dalle acque avviene solo il terzo giorno, dopo che nel primo si sono se-
L’ASTRONOMIA DEGLI EGIZI / 121

parate luce e tenebre e nel secondo il firmamento dalle acque. «Dio disse ancora: “Vi
sia un firmamento in mezzo alle acque che tenga separate le acque dalle acque”. E av-
venne così. Dio fece il firmamento e separò le acque che sono sotto il firmamento dal-
le acque che sono sopra il firmamento. E Dio chiamò il firmamento cielo. Di nuovo
venne sera, poi mattino: secondo giorno» (Gn 6-8).
21 «Testi dei sarcofagi», Invocazione 1130, 465; per esempio, in R. O. Faulkner,

The ancient Egyptian coffin texts, Aris & Phillips Ltd. 1996, vol. III, p. 167.
22 A 34° di latitudine Nord, Bickerman riporta il sorgere eliaco di Sirio il 23.61 lu-

glio dell’ anno 500 BC e il 23.99 luglio nell’ AD 300 (E. J. Bickerman, Chronology of
the ancient World, Thames & Hudson 1980, p. 113).
23 W. Schlosser - W. Bergmann, An early-medieval account on the red colour of

Sirius and its astrophysical implications, «Nature», 318, pp. 45-46 (7 november 1985).
24 È di colore rosso.
25 Per immergersi e purificarsi.
26 Il tutto si configura in un contesto di purificazione per il Faraone.
27 R. Faulkner, The ancient Egyptian pyramid texts, Aris & Phillips 1969, pp. 179-

180.
28 Vedasi il Libro di ciò che vi è nell’Oltretomba e il Libro delle Porte.
29 R. Faulkner, The ancient Egyptian pyramid texts, Aris & Phillips 1969, p. 178.
30 Sul problema della identificazione di Hathor con Iside/Sothis si veda: A. Ro-

berts, Hathor rising, Inner Traditions Internat 1997.


31 Il sorgere eliaco di Orione avviene circa 20 giorni prima di quello di Sothis, do-

po un periodo di invisibilità di nuovo approssimativamente di 70 giorni.


32 J. Assmann, The search for God in Ancient Egypt, Cornell University Press

2001, p. 85 – Pyr. Text 616. Vi è una lieve differenza di traduzione nel testo di Faulk-
ner, ma il significato non cambia.
33 È questo un frammento di testo iscritto su un architrave nel cenotafio di Seti I

ad Abido: per il testo astronomico e i commenti si veda O. Neugebauer - R. Parker,


Egypyian Astronomical Texts, Brown University 1960, vol. I, pp. 32-35.
34 Il papiro Ebers, datato al tempo del faraone Amenhotep I (XVIII dinastia), è ri-

tenuto presentare la correlazione di dodici festività (intervallate di 30 giorni), datate


nell’anno Sotiaco che inizia con la festa del nuovo anno determinata dal sorgere elia-
co di Sothis, con i giorni corrispondenti dell’anno civile, dal III Smw 9 del nono anno
civile del regno di Amenhotep I al II Smw 9 del decimo anno civile di regno. Per il te-
sto astronomico e i commenti si veda, per esempio, M. Clagett, Ancient Egyptian
Science, American Philosophical Society 1993, vol. II, pp. 193-216.