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TERRITORIO SEMANTICO DEL LINGUAGGIO MASSONICO

Il linguaggio è la struttura fondante di ogni teoretica e in particolare di quella iniziatica. Nel mondo
iniziatico i contenuti esoterici hanno significato e vitalità solo tramite il linguaggio, pensare che i
concetti esoterici non abbiano bisogno del linguaggio per concepirli ed esprimerli è un absurdum
logico e iniziatico.
Anche se è vero che ogni pensiero umano per essere organizzato, espresso e condiviso ha bisogno
del linguaggio, nel caso dei sistemi iniziatici ciò assume un valore superiore e prioritario. Il
linguaggio iniziatico deve avere una semantica di precisione quasi matematica o meglio geometrica
perché dal piano bidimensionale filologico, storicamente determinato, si eleva al piano
extratemporale di rilevanza immanente. È linguaggio che non deve lasciare possibilità d’errore e di
interpretazione esclusiva di quel gruppo iniziatico, nessun soggettivismo è ammesso in ambito
iniziatico, solo la tradizione, che non è individualmente interpretabile se non per una sua
falsificazione, dà senso a quel linguaggio di modo che solo l’interpretazione univoca deve fugare
ogni fraintendimento.
È necessario per una migliore comprensione di questa problematica distinguere tra lemma, parola e
termine. Il lemma è un vocabolo che può avere diversi significati ed etimologie oppure uguale
etimologia ma sensi diversi. La parola è un’unità linguistica non definibile con rigore scientifico, è
il segmento di una frase. Termine invece è l’elemento lessicale di una specializzazione con
linguaggio solo denotativo, cioè che definisce con precisione il significato del vocabolo o della
locuzione.
In ambito iniziatico quindi si deve parlare di termini, poiché i vocaboli e le locuzioni usate fanno
riferimento a uno specialistico sistema comunicativo, a una grammatica e sintassi d’idee univoca
che distingue quel sistema iniziatico da altri sistemi iniziatici e, naturalmente, da quello “profano”.
A ogni termine dunque corrisponde un significato preciso e solo quello e questa rispondenza tra
vocalizzazione e ideazione costituisce la “tradizione” del sistema che quindi si realizza e configura
in un sistema concettuale rigido di cristallina chiarezza per il parlante di quel linguaggio.
La costruzione del pensiero (i concetti) mediante l’uso dei termini che caratterizzano quello
specifico sistema iniziatico è in una certa misura predeterminato, non consentendo i termini
sfumature interpretative diverse da quelle originarie. Ogni interpretazione diversa dall’originale
costruisce una semantica diversa che connota il termine originale come “altro”, un diverso da sé.
È come dire che il pensiero iniziatico si forma e si conclude all’interno del suo sistema connotativo
e denotativo, senza dialogare con altri sistemi diversi, iniziatici o profani che siano. Una diversa
interpretazione semantica del termine iniziatico proveniente da un diverso sistema non modifica ma
sconvolge il termine “nativo” che diventa forestiero al suo originario sistema. Nel caso di sporadici
eventi di questo tipo la rigidità del sistema ha la capacità di ricondurre il termine o i pochi termini
variati alla loro semantica d’origine, ma quando gli eventi modificatori assumono valori di elevata
frequenza e quando tutto il sistema semantico viene rivoluzionato, allora si scompagina tutto il
sistema e questo collassa in qualcosa di diverso dal sistema nativo. Come dire che da una
Tradizione nasce un’altra tradizione, che per il principio di non contraddizione è un absurdum.
Ci sono agglomerati parainiziatici, che non sono sistemi veri e propri poiché sono accorpamenti di
elementi di diversi sistemi e che quindi hanno un linguaggio “composito” privo di una peculiare
grammatica che definisce le forme linguistiche in modo coerente e che non si struttura su una
sintassi altrettanto coerente. I concetti emergenti dall’uso di questo linguaggio parainiziatico sono
frammentari e incapaci di costituirsi in un pensiero dotato d’intrinseca coesione. È un sistema che
appare come collazione più o meno elaborata di dispersi livelli semantici spesso in conflitti logici e
semiologici tra loro. Non potrebbe essere altrimenti considerato che i singoli frammenti di pensiero
sono conseguenti a frammenti di tradizioni che non possono legarsi se non a patto di rinunciare alla
propria natività (tradizione). Tale costellazione di diversi significati estratti dal contesto del loro
“ambiente” è una costruzione artificiosa, non derivante cioè da un formarsi come sole che esplode
in pianeti e satelliti costituendo un sistema unito dalle reciproche relazioni attrattive che danno
coerente unitarietà all’insieme, diventa un “buco nero” che attrae tutto ciò che lo circonda
annullandone ogni sua capacità vivifica. La conseguenza è che un insieme di simboli e allegorie
derivanti da plurime tradizioni iniziatiche vivono in se stessi, sono autoreferenziali e senza rapporti
con ciò che li circonda, non danno luogo dunque a un insieme unitario, cioè a un sistema linguistico
specifico e in ultima analisi non costituiscono un sistema iniziatico armonico e solidale. Se per
assurdo un tale agglomerato riuscisse a trovare una sua unitarietà esso sarebbe un altro da sé rispetto
a tutti i singoli frammenti (simboli e allegorie) di tradizioni diverse e questi stessi addensandosi
perderebbero ogni legame con la propria origine diventando diversi da sé. Un simbolo o
un’allegoria estratto dal contesto originale è necessariamente da interpretare sulla base del nuovo
contesto in cui è inserito assumendo significati diversi. Questo è ciò che è accaduto ai termini della
tradizione muratoria operativa che hanno perso il significato originario assumendo quello designato
dai criteri fondanti la Massoneria teoretica o cosiddetta speculativa. Infatti, quando storicamente la
Massoneria dell’inizio del Settecento elaborò un proprio linguaggio senza più relazioni con le
connotazioni linguaggio della Muratoria operativa, essa divenne nella sua prassi una Massoneria
speculativa cioè che studiava e spiegava a suo modo la realtà circostante. In seguito la Massoneria
incominciò a pensare se stessa elaborando un pensiero teoretico in sé costituito.
Quando sopra si è detto “per assurdo”, si vuole rimarcare l’impossibilità di trovare un nesso tra
linguaggio e suo uso. Tipico è il caso dell’esperanto: esso è la costruzione artificiosa di significati
semantici di parole estrapolate dal loro contesto d’origine, organizzate in una grammatica e una
sintassi altrettanto manipolate e senza origine naturale. Ciò ha comportato la sua inutilità pratica,
malgrado abbia una sua logica e coerenza interna. Proprio il suo carattere di Unnatur lo rende gioco
linguistico privo di reali possibilità applicative, poiché un linguaggio nasce da esperienze naturali,
dall’intreccio tra ambiente naturale e sociale e i parlanti; dunque, tale linguaggio "naturale" non può
assumere valori d’artificiosità, nel senso di estraneità dall’intimo e specifico rapporto tra ambiente e
parlanti. L’idea che l’esperanto sia una lingua universale perché attinge da un ampio numero di
differenti riferimenti linguistici è un'idea ancora una volta artificiosa.
Il linguaggio iniziatico nasce da un naturale rapporto tra l’ambiente, che ha dimostrato l’esigenza
del sorgere dell’esperienza iniziatica, e i parlanti membri di quella specifica esperienza. La nascita
di un gruppo iniziatico non avviene dal nulla, esso è sempre espressione intima di condizioni di
grande complessità sociale e culturale. Nasce dalla società per estraniarsi da essa, per essere
espressione talmente elevata da rompere ogni relazione con le sue origini. Sembra quasi che una
società iniziatica sia una figlia che ripudia i genitori, ma non è del tutto vero poiché è impossibile
sradicarsi dalle proprie origini specialmente quando si usa il linguaggio delle origini, un linguaggio
al quale si vogliono dare sensi e significati differenti da quelli “profani”. Si comprende allora il
fatto che nei sistemi iniziatici esistano quasi sempre delle gradualità di perfezionamento che
sempre, alla base, si basano sull’educazione/formazione (Bildung) del linguaggio iniziatico.
Avendo il sistema iniziatico la precipua caratteristica di essere un sistema chiuso e refrattario agli
apporti di sistemi a lui estranei, anche il suo linguaggio deve essere chiuso e impermeabile ai
linguaggi di realtà diverse. La naturalezza del linguaggio iniziatico quindi si struttura come
linguaggio coerente, unitario e unico, nascendo e formandosi all’interno del sistema iniziatico
stesso. Ogni termine e ogni concetto fa parte di un complesso di regole semantiche, cioè di criteri di
spiegazione, che è monolitico. La stessa parola non può assumere dentro il sistema iniziatico
significati diversi, altrimenti si incrinerebbe l’intera struttura del sistema. È il linguaggio a dominare
le complesse regole che ordinano la dinamica del sistema, se le regole mutano si alterano anche i
significati semantici, ma sempre accade che le regole mutano proprio per l’alterarsi della semantica,
per il dare significati nuovi agli stessi termini.
Quanto detto non ha valore di assolutezza, nella pratica dell'uso del linguaggio iniziatico. Infatti,
l’immutabilità di un sistema iniziatico nel concreto del suo vissuto è relativa, esso vive in ogni caso
dentro una realtà umana socialmente e culturalmente determinata. Solo nelle società più antiche o in
quelle emarginate, con relazioni sporadiche e ininfluenti con altre società e culture, i sistemi
iniziatici e i loro linguaggi si mantengono immutati. In ogni caso, sistema e linguaggio mutano con
l’evoluzione dell’essere umano. I processi di mutamento dei sistemi iniziatici hanno la lentezza
della natura e, come la natura, se sottoposti a drammatici scompaginamenti dell’ambiente che li
circonda vengono anch’essi scompaginati e in certe condizioni distrutti. Questo è il caso di quei
sistemi iniziatici presenti nelle culture sottoposte a processi distruttivi endogeni o esogeni, che
vengono dissolti dallo scomparire della cultura nella quale sono sorti. L'idea che il concetto stesso
di iniziatico, spesso confuso con quello di Tradizione, sopravviva comunque nelle ere umane,
assume il valore di un ente metafisico, un eone nel pensiero gnostico.

Il concetto di immutabilità è nel percorso umano un concetto relativo, ma non lo è nel corso degli
avvenimenti storici. La lenta e naturale mutazione del sistema si rileva dagli impercettibili
cambiamenti del linguaggio e della sua semantica. Da tre secoli, pur nei drastici cambiamenti della
storia, la semantica massonica si è mantenuta identica in certe situazioni, quelle che non hanno
assorbito linguaggi iniziatici diversi dall’originario. Un classico esempio nell’ambito iniziatico
massonico è il concetto di giuramento. Inizialmente il giuramento era assoluto e la sua violazione
era tanto grave da essere simbolicamente rappresentata da sanguinarie pene. Pene simbolicamente
descritte in modo drammatico, ma si viveva in un’epoca nella quale il venir meno alla parola data
era un attacco allo stesso sistema sociale, ai suoi valori primari; per questo fu adottato un
simbolismo estremo. Poi la cultura e la società cambiano, il venir meno ai giuramenti non è più
causa di ostracismo sociale, molte possono essere le giustificazioni “pragmatiche” alla carenza
valoriale; si passa dalla parola giuramento a quella di promessa, pur mantenendo i simbolismi
cruenti che assumono un senso di teatrale drammaticità. Anche perché il giuramento nel suo valore
di assolutezza viene condannato dal potere civile che non ammette che possano esistere giuramenti
diversi o superiori da quelli dati allo Stato. Nel sentire comune le due parole, giuramento e
promessa, sono ben diverse. Ma lo sono nel sentire iniziatico? C’è chi dice che hanno lo stesso
valore iniziatico. Su questo ci sarebbe molto da discutere, anche se in linea generale un iniziato che
promette nel suo cuore sta giurando.
In definitiva, ogni variante semantica del termine costituisce un cambiamento d’indirizzo della
struttura del linguaggio che a sua volta comporta un diverso modo di strutturare il sistema che parla
quel linguaggio e anche nel suo ordinamento interno sia a livello strutturale che sovrastrutturale.
Struttura del linguaggio e struttura del sistema sono in stretta relazione dialettica.
Fra mille anni è più probabile che certi cambiamenti siano avverabili e forse non saranno avvertibili
dagli iniziati del futuro se non con profondi studi ermeneutici.
La Massoneria innanzitutto elabora una grammatica linguistica con i suoi vocaboli di primaria e
assoluta esemplarità cioè i suoi simboli. I simboli in campo linguistico massonico non hanno in sé
la sola funzione di mostrare un qualche cosa che è sotteso e comprensibile ai soli iniziati. Essi sono
vocaboli (termini) e locuzioni in sé definiti una volta per tutte, poiché circoscritti nel loro territorio
semantico. Dunque, i simboli e ancora più le allegorie massoniche sono le pietre fondanti della
costruzione di un pensiero allegorico che non segue le significazioni semantiche del linguaggio
civile o profano. Nel linguaggio massonico ogni termine segue, come in ogni lingua umana, la legge
che lo definisce come pietra fondante della grammatica che a sua volta determina le variabili e le
invariabili dell’intero discorso sintatticamente e logicamente strutturato.
Ogni linguaggio umano è anche espressione dell’abbandono alle emozioni e sentimenti dell’umano
sentire, ma non sono le emozioni e i sentimenti che determinano la creazione di un nuovo
vocabolario. Le novità del linguaggio nascono dall’elaborazione creativa di un vocabolario che
assume altri e diversi significati o che fa sgorgare delle varianti di un vocabolo già esistente; altre
volte soggettivizza un aggettivo o l’inverso soggetto di carattere aggettivante. In ogni caso il
vocabolo rimane e cambia o arricchisce la sua significazione (semantica) che esprime un concetto.
In italiano la grammatica definisce le nove categorie del discorso, ma in altre lingue, cambiando
grammatica e sintassi, le categorie cambiano di numero e forma. Lo stesso avviene nella linguistica
massonica, cambiando i riti e i rituali cambiano le leggi prescrittive dell’essere e dell’agire
massonico. Mutando queste leggi o fattori che dovrebbero essere invariabili e che costituiscono le
mura e le colonne portanti dell’edificio massonico (che può essere anche chiamato loggia in senso
astratto) si modifica tutto il processo di edificazione del costrutto ideale del pensiero massonico. I
gradi, ad esempio, sono i caratteri invariabili della costruzione dell’azione massonica, se questi
assumono la caratteristica di variabilità (ad esempio da 3 a 33 o da 33 a 90), necessariamente
cambia l’azione massonica dando luogo a differenti percorsi dell’agire prima di tutto in campo
iniziatico e poi nelle sue relazioni con il mondo profano o civile.
Storicamente, all’inizio della Massoneria teoretica, esistevano i soli due gradi di Apprendista e
Compagno. Anticamente la definizione di Maestro era esclusiva dell’architetto cioè del progettista e
direttore dei lavori del cantiere, il quale non era quasi mai membro della specifica corporazione che
stava costruendo l’opera, era colui che aveva vinto il bando di concorso del progetto o, nei rari casi
che conosciamo della prima metà del XVII secolo, per editto reale coordinava le attività della
corporazione. Alcune logge teoretiche dalla metà del XVII secolo inserirono questo titolo di
Maestro ma solo per designare colui che guidava e organizzava la loggia, più tardi l’usanza si estese
a molte logge specialmente in Scozia e poi anche in Inghilterra. La nascita della Gran Loggia del
1717 prescrisse nel suo primo statuto le sole due figure di Apprendista e di Compagno
assegnandogli ruoli ben distinti che seguivano idealmente le regole delle corporazioni medioevali.
In alcune logge più vicine alla tradizione scozzese si conferiva il grado di Maestro come grado a sé
stante, oltre che a chi era o era stato capo della loggia, anche a membri di spiccato valore culturale,
ai quali si assegnava il compito di educare alla “Arte Reale” gli altri membri di loggia. Quest’arte
era allora intesa come conoscenza delle arti liberali, specialmente quelle legate alla matematica e
alla geometria, possedute dagli ufficiali esperti di artiglieria o di navigazione, dai mastri esperti
nelle costruzioni di macchinari lignei o di manufatti meccanici e altri ancora. Questi erano i primi
cosiddetti “massoni speculativi”, degni di assumere il titolo di Maestri. Fino a quel momento il
titolo di Maestro non aveva nel linguaggio massonico un valore semantico diverso da quello
utilizzato nella vita civile. Progressivamente, con mutamento naturale del linguaggio, la parola
Maestro assunse significati sempre più complessi che trovarono una loro definitiva denotazione con
l’elaborazione della leggenda di Hiram. Questa inventata leggenda, non si hanno documenti
sull'autore o autori, ebbe il carattere di metonimia allo scopo di designare allegoricamente un titolo
altrimenti non giustificabile dal punto di vista esoterico-iniziatico. In tal modo il linguaggio cambiò
e con esso l’organizzazione e l’idealità della struttura del sistema organizzativo massonico
precisandosi nel conseguente rituale iniziatico del Maestro. Come detto, questo processo fu naturale
cioè tutto interno all’evolversi del sistema massonico, anche se storicamente si svolse in modo
rapido, nel giro di poche decine di anni. L’adozione del titolo di Maestro fu più lenta, ma non
superò i cinquanta anni dall’ultimo decennio del XVII secolo.
Nell’analisi dei processi linguistici, che potremmo chiamare “ermeneutica massonica”, il rituale
assume un valore predominante. Infatti è nel rituale che si iscrivono i criteri fondanti del fare e del
pensare massonico, nel senso che solo ciò che è nel rituale è massonico.
Quando un rituale si carica di un vocabolario ricco di riferimenti semantici derivanti da tradizioni
culturali ed esoteriche, come quelle cavalleresche, diverse e lontane da quelle strettamente
massoniche, cioè muratorie, esso rimanda a costrutti ideativi e per altri versi ideali separati dalla
tradizione storica della Massoneria. In altre parole, questi diversi costrutti semantici implicano
significati verbali propri ma anche processi mentali legati a quei divergenti costrutti. Tale originalità
di costrutti semantici crea una realtà di significanza e significazione distinta da quella della
massoneria originale. Spostando il costrutto tradizionale si crea un campo o regione semantica che
si circonflette in un ambito extramassonico, tradizionalmente inteso, e di conseguenza esso si
realizza in un pensiero massonico diverso, dando luogo a una rottura non conciliabile con la
tradizione originale. Questo accade con gli “Altri Gradi”, che si separano nettamente dalla
Massoneria di tradizione corporativa.
Quando cambia la grammatica e la sintassi di un linguaggio ciò è il sintomo di un cambiamento
della storia e questo a sua volta dà luogo a variabili e invariabili semantiche, cioè di significazione
diverse e distinte da quelle originali. In parole povere si crea un’altra Massoneria che però, se la
parola massoneria ha il suo senso portante dell’azione (pragmaticamente intesa) del costruire un
edificio altro, diverso, comunque inteso rispetto alla muratoria medievale, si fa massoneria di altro
riferimento culturale e ideale, si crea paradossalmente una tradizione ex novo. È una rottura assoluta
e inconciliabile con la storia delle origini pratiche e ideali della Massoneria d’origine. La vexata
questio dei gradi massonici può essere interpretata anche negli aspetti della semantica e della
grammatica. Semanticamente la gerarchia massonica si suddivide in Apprendista Accettato e in tutti
gli altri gradi successivi. La grammatica costituisce la struttura gerarchica dei gradi superiori al
primo che non sono elaborazioni semantiche ma solo delle sussidiarietà che non danno ordine di
significazione strutturale all’insieme o sistema. In altri termini i gradi oltre il primo sono la parte
variabile, quella che linguisticamente è detta flessibile, e infatti ogni rito costruisce la sua variabilità
connaturata di flessibilità, quella che scandisce i numeri, i tempi e i generi, le modalità e l’azione e
più che mai la persona. In questi riti che sovrabbondano di variabili questi quindi sono definiti più
dall’ausiliarietà grammaticale che dall’essenzialità semantica. L’analisi grammaticale del linguaggio
dei primi tre gradi e quello degli Altri Gradi rileva la diversa definizione delle categorie variabili e
invariabili che distinguono i due discorsi, quello dei tre gradi e quello degli Altri Gradi; ma non è
solo la grammatica che definisce la struttura di un linguaggio e quindi della sua comprensibilità.
Esiste anche la sintassi del linguaggio massonico che contribuisce a definire in modo compiuto la
struttura del linguaggio. Conoscere solo la grammatica o solo la sintassi non è sufficiente.
Dunque l'insieme di sintassi e grammatica massonica scandisce i passi del percorso di un pensiero
iniziatico, quel percorso che con le parole di Novalis può essere chiamato originaria aspirazione
dello spirito.

Concludendo, speculare sul linguaggio massonico, nei modi finora fatti, può apparire ai ben-
pensanti una comprensione nella sfera del razionale; in realtà tale sfera nasconde gli elementi
irrazionali, affettivi e sentimentali che vivificano tale linguaggio. L'accezione razionale, al limite,
può svelare che essa non è il tutto, non è il solo dominio da prendere in considerazione, è pars pro
toto. I suoi costituenti simboli e allegorie sono l'insieme linguistico della “trasparenza” del suo
valore di Bildung che non può fare a meno, assieme ad altro, della ragione la quale fa pensare al
massone come homo simbolicus teso alla presa di coscienza dello sviluppo del senso spirituale
umano. È il condiviso sistema simbolico massonico che rappresenta criticamente il modo di vivere
non-massonico. Il suo dicere massonico, anche se espresso nel suo linguaggio materno, è un dicere
simbolico e allegorico, ogni sua parola è divergente dalle parole materne. L'occuparsi del
linguaggio massonico ha il senso del praticarlo, una sorta di sperimentazione sulla possibilità, sulla
differenza, nel senso della alternativa, della trasparenza che ritrova il significato originale di
svelamento. Questo linguaggio con le sue pluralità semantiche svela una pluralità di mondi, a loro
volta veicoli di significati profondi della realtà massonica, della coscienza individuale e collettiva
dentro la sfera sistemica chiamata tradizione. È una tradizione che mediante il linguaggio dà il
senso di “essere dentro” un mondo divergente, ha un profondo senso critico nei confronti degli
stereotipi, delle prescrizioni coatte. Simboli e allegorie hanno uno scopo critico, sono significanti
definibili da altri significanti in una catena significante. Il significante “squadra” in sé non ha senso,
così come il significante “compasso”, è il reciproco rinvio che ha un effetto di significazione. Una
significazione che all'interno del linguaggio speculativo massonico ha una valenza di criticabilità
rispetto alle parole “squadra” e “compasso” come significanti di un'operatività manuale.
Il linguaggio massonico crea la cultura massonica oppure è questa a creare il linguaggio? Un grande
massone, Herder, già nel XVIII secolo diede una convincente risposta. Analizzando la pluralità
delle lingue con metodo antropologico stabilì che i fattori (sociali, ambientali e geografici) del
mutamento storico sul proliferare di queste. Dunque le diverse lingue hanno pari dignità,
contestando le preponderanti ideologie dell’epoca sulla preminenza della cultura e della società
occidentale su tutte le altre; le loro diversità manifestano la storicità degli atti linguistici. La cultura
quindi è intesa come sistema conseguente ai diversi modi di organizzare l’esperienza linguistica: nel
1772 nel suo Saggio sull’origine del linguaggio parlava della «genesi intrinseca e necessaria di una
parola, intesa come contrassegno di una lucida coscienza». Su questa base il linguaggio massonico è
un’esperienza linguistica con carattere di sistema sotto il dominio della coscienza; non si parla
dunque di ragione, ma di un qualcosa che mette insieme ragione, intelletto, sentimenti, emozioni.
Aggiunge che tale esperienza è un modo di evolversi dello spirito umano. Il linguaggio massonico
ha dunque una cifra spirituale che ammanta i suoi simboli e allegorie. Una spiritualità che sorge
dall’idea di moralità dal carattere universale e non da una o più religioni, da uno o più esoterismi. Il
carattere di moralità, l’insieme dei riti e rituali, la tradizionale origine della Massoneria creano
un’elaborazione sistemica diversa da ogni altro tipico linguaggio sia iniziatico sia sociale, dando
luogo a una struttura logica e a una diversa interpretazione del mondo. Il comunicare e il fare
cultura sono elementi indissolubili del vissuto massonico. Con il linguaggio il Massone costruisce
se stesso, il suo mondo massonico, nel senso non di singolarità individuale ma di universalità tanto
massonica quanto umana.