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Nicola Sguera

Il potere del canto


Il potere del canto

Sprezza ogni inganno.


Il canto è potere.
Si bagna come un prato.
Si arrampica sugli alberi.
Fa muovere il giroscopio.
Spezza ogni inganno.
Ha la forza di undici aquile.
Fa smuovere il cuore al faraone.

Franco Battiato

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Il potere del canto

1. In occasu invenire albam (Verde I)

Da quando aveva iniziato a lavorare, giovane in relazione ad


un’epoca che mostrava i primi sinistri segni di adolescenze pro-
lungate fino allo sfinimento, il suo orologio biologico gli impe-
diva di alzarsi dopo le sei, qualunque fossero il giorno della set-
timana e gli impegni mattutini.
Avrebbe preferito che gli uccelli fossero il primo pensiero del
giorno, e invece l’appartamento, collocato in uno snodo di uffici
e scuole, era causa dei primi affanni senza possibili tranquil-
lanti o terapie. Ci sarebbe voluta un’altra vita. Doveva, dunque,
trovare un pensiero che desse senso alla giornata che iniziava.
“Un” senso, avendo vanamente cercato “il” senso, finendo
quasi sempre per rifugiarsi nei sensi, vissuti come un farmaco
capace di rivitalizzare e nello stesso tempo di anestetizzare.
Sin dalla primissima adolescenza quello era stato più che un
basso continuo un fiume carsico, pronto a immergersi quando
le incombenze pratiche dettavano i ritmi, ma a colonizzare la
mente ogni volta che ci fosse disponibilità di tempo vuoto. In
fondo, si diceva, più della metà della sua vita era stata occupata
da questa assillante domanda, almeno da quando l’apparato
mitico in cui era stato cresciuto (e da cui si sentiva marchiato)
era entrato in crisi senza poter essere sostituito da nulla di al-
trettanto potente ed esaustivo. Dal nulla... Mancava il fine,
mancava la risposta ai perché. Ricordava come tra il secondo e
il terzo liceo quella rassicurante impalcatura di valori familiari
condivisi, fede religiosa assiduamente praticata e certezze sul
proprio futuro fosse fragorosamente crollata, non trovandosi
nessuno in grado di puntellarne quantomeno le rovine. Era
partito tutto da un’interrogazione sul dolore degli animali.
Senza avere alcuno strumento all’altezza del quesito, ma solo
esercitando empatia nei confronti di esseri dei quali continuava
a cibarsi ma di cui percepiva in maniera sempre più lancinante
la sofferenza inascoltata da tutti, era giunto alla conclusione
che un mondo con tanto dolore “inutile” era incompatibile con

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Il potere del canto

l’esistenza di un Dio “buono”. Venuto meno l’architrave, tutto


il resto era venuto giù. Nulla si era salvato della sua infanzia,
della sua educazione, della sua formazione. Inutile dire che la
morte di sua madre, avvenuta dopo una breve e devastante ma-
lattia nell’inverno del suo ultimo anno di Liceo, aveva reso gra-
nitico il suo pessimismo, lenito solo nei mesi del lutto dalla let-
tura delle pagine più cupe delle Operette morali e de Il mondo
come volontà e rappresentazione. E odiava sempre più il suo
nome, che gli appariva così stridente: «Dio è salvezza»! In so-
gno, forse nell’eco impalpabile di un altro mondo possibile.
Anarchicamente e guidato da un istinto affinato dall’am-
biente familiare, aveva cercato nella poesia nuove vie da per-
correre. Confuso e vorace, come ogni adolescente che scopre un
universo fino ad allora sconosciuto, aveva sostituito i versi alle
preghiere, le biografie estreme dei poeti a quelle dei santi. E,
dunque, la sua scelta universitaria, oltre che ispirata dal mo-
dello della madre perduta, una docente amatissima dai propri
allievi, era stata conseguenza naturale di questa ingenua sosti-
tuzione. La poesia, si diceva alle prese con un esame di maturità
vissuto senza il suo punto di riferimento esistenziale, gli
avrebbe dato le risposte che cercava o almeno la forza di vivere:
«Dacci oggi il nostro verso quotidiano...». La poesia doveva es-
sere una potente rimedio: balsamo sulla profonda ferita infer-
tagli dal caso, fonte di un possibile senso alternativo. Dio era
morto, sua madre era morta. Lui doveva assolutamente trovare
un modo per stare bene, per non cedere a pensieri che, come il
coro delle sirene di Ulisse, lo chiamavano confusamente nella
profonda notte.
Ester dormiva ancora. Si sarebbe alzato con delicatezza, in-
vidiando la sua beatitudine soddisfatta da cui promanavano
certezze su ogni aspetto dell’esistenza, poggiate sulla fede dei
padri. Era il sonno dei giusti, si ripeteva con una smorfia
amara, a lui negato. Dopo aver messo sul fuoco il caffè, riguardò
l’agenda con le lezioni da fare, malgrado avesse trascorso l’in-
tero pomeriggio del giorno precedente a prepararne i materiali.

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Il potere del canto

La mattinata era piena con tutte e tre le sue classi, e sia italiano
che latino. Pensava spesso con rammarico che la laurea in Let-
tere moderne gli aveva reso ardua la possibilità di insegnare al
Classico e di tornare nella scuola dove divenne ciò che era, co-
stretto a ripiegare, dunque, su un pur prestigioso Scientifico.
Soprattutto riteneva che l’insegnamento del latino divenisse ne-
cessariamente ancillare in quel curricolo, dominato da disci-
pline destoricizzate e trasmesse con pochissimo spazio per la
critica e l’interpretazione. Pativa la scissione tra due culture
viste come antitetiche, e di cui una sola aveva trionfato nell’im-
maginario diffuso, ritenuta dai più unica via di accesso ad una
(presunta?) verità, l’altra considerata, al contrario, una sorta
di orpello estetico, un “deodorante” per l’anima, un lusso da
ostentare al meglio, in ogni caso affatto decisiva per la vita reale
(qualunque cosa questa espressione significasse). Lo spirito del
mondo in cui viveva era levigato, metallico. Non lasciava spazio
a domande di senso ma solo ad una razionalità strumentale che
lui riteneva mortifera. In fondo, insegnare non era stata solo
conseguenza del modello materno e della poesia/preghiera in-
travista nei giorni di dolore della sua giovinezza, ma rispondeva
anche al segreto bisogno di sentirsi in qualche modo salvatore
del mondo. Se Dio non c’è, solo noi possiamo salvare questo
atomo opaco su cui fiorisce una vita multiforme. Non riusciva
però a dirsi, razionalmente, da cosa nascesse questa coazione
soteriologica. Salvarsi l’anima, non credendoci, salvare il
mondo, ritenendolo pezzo insignificante di un universo abban-
donato dagli dei... Ancora una volta in lui agiva altro dalla ra-
gione. Per questo forse detestava lo scientismo, e viveva il suo
insegnamento come una strenua resistenza all’egemonia di una
visione del mondo in cui l’esprit de finesse non aveva dimora.
Era stato fortunato: malgrado l’incidente d’auto in cui il pa-
dre aveva trovato la morte, avvenuto quando era al secondo
anno di università (senza che mai riuscisse a sapere se
quell’uscita da una strada che ben conosceva fosse un modo per

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Il potere del canto

chiudere con una vita insensata o una tragica fatalità), era riu-
scito, sacrificando la media, a laurearsi nei quattro anni e a
partecipare al concorso a cattedra. Neanche venticinquenne,
quando quasi tutti i suoi (rari!) amici di gioventù ancora non si
erano laureati, dunque, era entrato di ruolo, dimostrando così
una forza d’animo inusuale, capace di non lasciarsi travolgere
da eventi luttuosi e senso di irrimediabile abbandono. Aveva
girato per alcuni anni nelle scuole accoglienti e sonnacchiose
della provincia più sana, per poi, alle soglie dei trenta, stabiliz-
zarsi nell’unico Scientifico della città. Portava con sé più che
certezze una speranza: che la poesia e l’arte in genere potessero
aiutare le anime che il caso gli aveva affidato in quei luoghi al-
trimenti concentrazionari che sono le scuole. Se lui era riuscito
a dilazionare sine die il suicidio, che pure gli appariva unica
scelta letteralmente sensata, in un mondo inospitale che gli
aveva sottratto prematuramente le persone più care, forse sa-
rebbe riuscito nell’intento anche con giovani che avevano la sua
stessa età di quando la madre se n’era andata in una notte pio-
vosa e cattiva, lasciandolo solo con un padre smarrito in una
casa desolata e da allora per sempre irrimediabilmente fredda.
Insomma, si sentiva un medico egli stesso malato. Curando ogni
giorno stesso, e procrastinando l’unica scelta che gli appariva
razionalmente coerente in un mondo disertato dagli dèi, curava
anche generazioni ancor più della sua vocate, nella progressiva
corruzione del mondo, ad accogliere sin dall’infanzia
quell’«ospite ingrato» il cui passo le menti più lucide degli ul-
timi secoli aveva chiaramente distinto. La sua vita interiore, la
stessa relazione con Ester e il suo lavoro di “educatore”, come
preferiva pensarsi, erano stati ricostruiti su nuove certezze, so-
lide come quelle della sua prima giovinezza ma di segno oppo-
sto, come se antiche strutture portanti del cuore e dell’anima
sopravvivessero al terremoto prodottosi da domande cui la
fede, nelle sue umane, talvolta troppo umane incarnazioni, non
aveva saputo dare risposte soddisfacenti. Eppure aveva avver-

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Il potere del canto

tito delle crepe in questo muro eretto giorno dopo giorno e ce-
mentato con letture e riflessioni spesso scritte in pagine vergate
a mano senza alcuna ambizione sistematica. Era stato, durante
il Natale dell’anno precedente, quando aveva accompagnato ec-
cezionalmente sua moglie alla Messa di mezzanotte. In quella
chiesa fredda, dove aveva trascorso molte ore della sua giovi-
nezza tra canti e preghiere, aveva avvertito come un richiamo.
Accanto alla consueta, ieratica figura del Dio scolpita nella sua
infanzia, e campeggiante in alcuni degli affreschi barocchi della
chiesa, emergeva, come accompagnata da un lamento, quella di
un Dio debole, morto necessariamente in croce perché incapace
di reggere il peso della sua stessa creazione. Nei mesi successivi
a quel rito di una notte senza stelle, quelle crepe impercettibili,
che la sua parte disillusa aveva guardato quasi con fastidio, si
erano allargate, spingendolo a letture impensabili. Certo, av-
vertiva la fascinazione della “Legge” ma ne conosceva le insidie,
e sapeva, con Paolo, che essa può essere mortifera. Ad affasci-
narlo era altro, era la possibilità di un incontro diretto (solus
ad solum come aveva letto nel Plotino scoperto attraverso Leo-
pardi), senza la mediazione sacerdotale. Incontro con un Dio
non onnipotente. La divinità dai tratti paterni che verga con
volto severo su una rubrica ogni peccato, ogni segreto, era parte
del suo retaggio. Sapeva che mai l’avrebbe estirpato da sé, e che
anzi quanto più avesse voluto farlo tanto più essa avrebbe sca-
vato nel profondo. Ma, nel mentre la sua parte sapiens rigettava
come mito castrante tale eredità, sentiva faticosamente farsi
strada il volto dolente di un figlio abbandonato. Aveva sorriso
al pensiero che fosse la sua parte demens a dare albergo a tali
fantasie, ma, ciò nonostante, questa immagine – sorta improv-
visamente contemplando la Crocefissione di Grünewald un
giorno per caso su uno dei libri d’arte che amava comprare e
sfogliare – gli aveva consentito, per la prima volta dagli anni
tetri dei suoi lutti, di intuire (senza che tale intuizione potesse
avere una delucidazione concettuale soddisfacente) che ci può

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Il potere del canto

essere un Dio buono ma incapace di realizzare il bene nell’uni-


verso, delegandone la possibile attuazione alle sue creature più
complesse. E in cuor suo sillabò le parole di un uomo il cui gesto
estremo, in acque fatali, aveva spesso invidiato e desiderato
emulare, lodando un Nessuno per amore del quale fiorire in un
abbraccio, fosse anche mortale.

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Il potere del canto

2. Quartine dell’ateo infedele (Blu I)

«Che sia impossibile sapere? Ma per-


ché non è possibile cogliere Dio con i
propri sensi? Per quale ragione si na-
sconde tra mille e mille preghiere e pro-
messe sussurrate e incomprensibili mi-
racoli? Perché io dovrei avere fede
nella fede degli altri? E cosa sarà di co-
loro che non sono capaci o non vogliono
avere fede? Perché non posso uccidere
Dio in me stesso? Perché continua a vi-
vere in me sia pure in modo vergognoso
e umiliante, anche se io lo maledico e
voglio strapparlo dal mio cuore e per-
ché nonostante tutto egli continua ad
essere uno struggente richiamo di cui
non riesco a liberarmi? Io vorrei sapere
senza fede, senza ipotesi... voglio la cer-
tezza, voglio che Iddio mi tenda la mano
e scopra il suo volto nascosto e voglio
che mi parli.»

Continuo a rimandare l’incontro


con la tua assenza, come se ci fosse
un’eternità di tempo per decidere
se esisti.

***

I preti con cui parlo mi chiedono


apertura, radura in cui tu possa,
finalmente libero dalla mia ragione,
apparire.

***

Il nostro fu un addio consensuale,

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Il potere del canto

tu tornando al progetto del cosmo


che mai finirà, io ai miei dolorosi
amori.

***

Il mio cuore è un lago dove emergi


nelle notti senza luna, per restare non visto,
come un mostro marino che perpetua
la leggenda.

***

Silente, beato sotto calde penne,


scaldarmi a un alito perenne.
Le piume del letto soffocano
il sogno.

***

La colpa era il segno della tua esistenza.


L’accidia di oggi - che pecco ancora,
malgrado tutto - è il segno della tua
assenza.

***

Nella notte niente navigli


a navigare verso la foce
dell’eternità. Il delta è
il nulla.

***

Pura inesistenza che condiziona

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Il potere del canto

ogni atto miserabile. Scrivi sul libro


che non esiste i miei peccati. Conducimi
al Giudizio.

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Il potere del canto

3. Un grande potere (Rosso I)

Ripensava spesso all’evento che aveva cambiato la sua vita (e


forse quella del mondo e dell’intero universo). Cercava di ram-
memorare un particolare che fosse sfuggito, la chiave per ca-
pire il senso complessivo di qualcosa che, in ogni caso, trascen-
deva le sue capacità. I ricordi più vividi erano quelli della bi-
blioteca, finanche della disposizione dei testi, dove, per pura
curiosità, mentre seguiva il corso di Letterature comparate,
aveva richiesto Praga magica, cui il docente aveva fatto riferi-
mento. Ricordava vividamente il suo fastidio quando il respon-
sabile della biblioteca dalle mani ossute, mai visto prima di al-
lora, e che pareva uscito da Sherlock Time, gli aveva portato
un grande libro impolverato. Alle sue rimostranze, senza batter
ciglio, era sparito, probabilmente, pensava, a cercare il testo di
Ripellino. E lui, incuriosito da quello che sembrava addirittura
un manoscritto di epoca incerta, aveva iniziato a sfogliarlo, sfi-
dando gli acari. Più lingue si intrecciavano nelle pagine accanto
a disegni. La stranezza è che dalla bocca dei personaggi usci-
vano le parole, la maggior parte delle quali per lui incompren-
sibili perché scritte in alfabeti che non sapeva neanche se reali
o di fantasia. In una pagina, però, riuscì a leggere la striscia di
sillabe che uscivano dalla bocca di un uomo con il mantello:
«S’i fossi foco arderei ’l mondo». Era curioso, pensò, che, tra
gli esami che stava studiando, ci fosse anche lo studio della let-
teratura italiana delle origini. Quel verso gli era caro sin dal
Liceo, amato ancor di più dopo averlo scoperto in musica. Dalla
“o” dell’ultima parola si diramavano lingue di fuoco che bru-
ciavano un albero. Ogni pagina aveva uno o più disegni accom-
pagnati da parole, talvolta in una sequenza che ricordava le ta-
vole di un fumetto. Rapito dalle immagini, perse la cognizione
del tempo, e non pensò neanche più a reclamare il libro per il
quale era venuto. Non ricordava quando si fosse imbattuto in
quelle terribili parole che avrebbero cambiato per sempre la
sua vita. E ancora oggi non sa in che lingua fossero scritte né

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come abbia fatto a leggerle. Sa solo che, come posseduto, pro-


nunziò una formula che aveva dentro di sé un ritmo da nenia.
Si era risvegliato l’indomani, tra gli schiamazzi e le risa dei col-
leghi di università, tra cui alcuni suoi compagni di corso. Come
aveva potuto addormentarsi in biblioteca e come non avevano
potuto accorgersi di lui? Inutile dire che nessuna traccia trovò
nei giorni successivi del bibliotecario ossuto né tanto meno del
libro, di cui non ricordava nemmeno il titolo (come aveva po-
tuto dimenticarlo?), malgrado le descrizioni dettagliate che fa-
ceva. Dopo un po’, stanchi della sua insistenza, gli dissero di
evitare eccessi di ogni tipo controproducenti per i suoi studi.
Eppure era certo di ciò che aveva visto: troppo vividi i ricordi
di quelle pagine, di quelle parole. E poi la visione...
In realtà continuava a chiamarla così, ma sapeva bene di non
aver “visto” nulla in quelle lunghe ore di sonno (se non astra-
zioni che sovrapponeva alla memoria di alcuni fotomontaggi di
Kirby sui Fantastici Quattro): aveva ascoltato. All’inizio solo
un bisbigliare, in fischiettare, un canticchiare. Poi voci che si
intrecciavano come in una polifonia. Riconosceva in ognuna di
esse una musica. Talvolta da questo coro emergevano spezzoni
di versi che comprendeva chiaramente. Aveva provato vana-
mente a riscriverli negli anni successivi senza riuscirci. La
“Voce”, nell’unica frase che ricordava (o credeva di ricor-
dare?) chiaramente, aveva detto che da quel momento in poi le
parole sarebbero state strumento di salvezza, e narrava gesta
di mitici cantori che avevano ammansiti animali feroci, ucciso
serpi e trasformato luoghi naturali con il loro canto. Aveva dor-
mito più di un giorno, e così poco aveva trattenuto la sua mente
di un sogno così ricco di storie! Non ne aveva parlato con nes-
suno dei suoi amici né tanto meno lo aveva detto al padre, che
lo avrebbe preso in giro o si sarebbe, al più, preoccupato. D’al-
tronde, le traversie familiari erano già tali e di tale portata da
sconsigliare un coinvolgimento di altri. Ancora aperta la ferita
della scomparsa prematura di sua madre, dopo una malattia
dolorosa per lei e per chi le stava intorno. Ancora non concluso

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il calvario del disastro lavorativo del padre, costretto a chiu-


dere la bottega in cui per anni aveva riparato e messo a nuovo
macchine da scrivere. Figlio unico, non aveva neanche un orec-
chio fraterno cui sussurrare sommessamente quanto credeva di
aver ascoltato.
Nei giorni successivi, esaurita ogni speranza di ritrovare il
bibliotecario (esso sì una visione!) e il libro senza titolo, aveva
ripreso la sua vita consueta, fatta di studio, uscite serale con i
compagni di corso, una relazione nata tra i banchi delle aule
universitarie ma mai vissuta troppo seriamente.
Periodicamente tornava nella sua città natale. La grande me-
tropoli lo affascinava e sfiancava nello stesso tempo. Era stato
abituato sin da piccolo alla vita della provincia, addirittura ad
una dimora collocata appena fuori città, costruita molti anni
prima dal padre su un terreno di famiglia. Nei suoi rari ritorni
amava passeggiare per le vie semideserte della campagna, so-
prattutto dove gli alberi erano riusciti a resistere alla furia sra-
dicante degli uomini. Mentre passeggiava, pensando al pros-
simo esame che avrebbe dovuto sostenere nella settimana suc-
cessiva e ai poeti del Due e del Trecento italiano, vedendo un
albero che gli evocava quello visto nelle pagine del libro impol-
verato, ricordò il verso di Cecco che usciva dalla bocca
dell’uomo col mantello, e lo pronunziò ad alta voce: «S’i fossi
foco arderei ’l mondo». Improvvisamente la giovane quercia di
fronte a lui prese fuoco tutta intera. Rimase per alcuni secondi
sconcertato, poi iniziò a correre verso casa, senza sapere bene
cosa fare. Non c’erano sterpaglie che minacciassero un incendio
di vaste proporzioni, ma certo l’albero andava spento o isolato.
Prese una zappa e, tornato sul luogo, iniziò a scavare un fossato
per impedire che le fiamme si propagassero. Rimase per ore a
guardare le fiamme. Era oramai sera quando gettò acqua sui
tizzoni. Ma che cosa era successo? Non era una giornata tanto
calda né aveva visto intorno tracce di fuoco. Poteva solo pen-
sare che qualcuno per motivi misteriosi avesse cosparso la
quercia di benzina e un mozzicone lanciato da un finestrino

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Il potere del canto

avesse appiccato il fuoco. Non poté fare a meno, però, di ripen-


sare a quanto ascoltato nel sogno della biblioteca: «Le parole
saranno strumento di salvezza». Pronunziò di nuovo il verso,
scandendo l’endecasillabo a minore e rispettandone la cesura:
non accadde nulla. Rise, e penso a quanto fosse stupido, a come
avesse consentito al suo immaginario di confondersi con la
realtà, come ci accade talvolta nei sogni.

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Il potere del canto

4. Later in muro (Verde II)

A scuola andava in bicicletta, tranne nei giorni piovosi.


Certo, il clima era davvero cambiato dalla sua giovinezza. Non
ricordava un marzo così caldo né un aprile così fresco. Ciò no-
nostante preferiva di gran lunga coprirsi per bene affrontando
il gelo della mattina piuttosto che immergersi nell’incomprensi-
bile traffico di una piccola città, che non sarebbe neanche stata
un quartiere di Roma. Sebbene avesse rinunziato alle sue uto-
pie regressive e antitecnologiche da molti anni, in una zona na-
scosta della sua anima giaceva, pronto a riaccendersi ad ogni
contrarietà della vita cittadina, il sogno di una casa nel bosco.
La lettura di Thoreau, scoperto grazie ad un film che lo aveva
cambiato, gonfiandolo di invidia, era stata decisiva: mai sa-
rebbe riuscito a rinunziare alla sua quieta disperazione per an-
dare nei boschi giungendo alla semplicità. Il pensiero ridestato
pungeva come una puntura di spillo e, talvolta, seguendo una
struttura profonda della sua psiche, lo spronava alla tabula
rasa, al nuovo inizio. Sin dall’infanzia, ad ogni fallimento aveva
sognato un giorno in cui sarebbe cominciata per lui una vita
nuova: senza macchia, senza errori, quasi miracolosamente.
Anch’essa era un retaggio della sua educazione cristiana? O
semplicemente il frutto di una vita con poche decisioni e troppi
rinvii, come se ci fosse dato un tempo infinito per compiere la
nostra esistenza e non invece lo spazio di un respiro?
Il suo arrivo in bicicletta nell’ampio spazio antistante la
scuola, recintato, era guardato con curiosità dagli studenti. Li
pensava, ma senza alcun biasimo, colonizzati nel loro immagi-
nario di automobili e moto: andare in bici, ancora una volta,
non era solo un bisogno personale ma anche la segreta speranza
di dare testimonianza di un’altra vita possibile. Quante volte
aveva sognato la bellezza di una città percorsa solo da biciclette
(immaginando una tecnologia in grado di adattarle anche a città
piene di pendii come la sua) e da mezzi pubblici! E, senza mai
diventare invadente o predicatorio, aveva affrontato nelle sue

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Il potere del canto

classi il problema. Lo collegava, ad esempio, al Parini de La


salubrità dell’aria. Cercava sempre di mettere in relazione un
brano del programma di italiano o latino con problemi attuali
per illuminare il passato con il presente e viceversa. Talvolta
aveva, nei momenti laboratoriali che amava sperimentare,
spronato i ragazzi a scrivere versi dedicati a questioni ecologi-
che: dalle polveri sottili all’inquinamento dei fiumi (uno dei
quali per altro scorreva in prossimità dell’Istituto). Era un
modo per far capire loro come la poesia e, in genere, l’arte pos-
sano nascere anche (non necessariamente) da problemi pro-
saici, e che spesso gli artisti si sono attribuiti il gravoso compito
di sollecitare riforme, accettando di contaminarsi, di rifiutare
il “sublime”. D’altronde, l’università in cui si era formato, nella
seconda metà degli anni Ottanta era egemonizzata da grandi
personalità provenienti dalle lotte studentesche. Da loro, cui
serbava riconoscenza, aveva acquisito strumenti di interpreta-
zione non solo dei testi ma del mondo, lui che era cresciuto in
un ambiente dove si votava Democrazia Cristiana per modera-
tismo e retaggio cattolico. Dunque, studiare a Roma aveva si-
gnificato anche liberarsi da quel pesante fardello, flirtare con
l’idea di rivoluzione, pensarsi “comunista” negli anni stessi in
cui l’assalto al cielo avviato nel 1917 si chiudeva rovinosa-
mente. Ciò nonostante, continuava a credere alla necessità
dell’utopia, di un mondo nuovo, mentre trionfavano idee bi-
slacche come quella sulla “fine della storia”. Era il trionfo di
un pensiero unico combattere il quale faceva parte della sua
missione di educatore. Nei momenti di esaltazione riteneva che
la scuola fosse uno dei pochi luoghi immuni dal contagio di una
nuova peste modernizzatrice e totalitaria. Ma aveva vissuto con
sempre maggiore disagio le riforme della scuola ispirate alle
idee tecnocratiche e mercatiste elaborate da maître à penser e
politici europei. Era sempre più complicato contrastare l’avan-
zata delle tre “I”. Scherzando con i ragazzi, ribatteva con le sue
sei “V”: «Vi veri (versusque) vniversum vivus vici». Era un’ori-
ginale commistione delle sue passioni, e l’aveva trovato in uno

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Il potere del canto

dei rarissimi fumetti che aveva letto dopo la morte del padre.
Piaceva ai ragazzi, anche perché spesso ne approfittava per
raccontare loro la storia di un vendicatore solitario in un’ucro-
nia maligna dominata da un nuovo fascismo.
Della scuola amava il rapporto con i ragazzi. Era sua cura
prima di tutto creare un canale comunicativo con loro. Talvolta
prendeva il sopravvento un’altra delle sue strutture psichiche
di lunga durata: quella di piacere. Utilizzava, dunque, inconsa-
pevolmente, strumenti di fascinazione, facendo leva sull’origi-
nalità delle sue lezioni e anche sulla sua età, relativamente gio-
vane in relazione ad un corpo docente mediamente ultracin-
quantenne. Amava ripetere che non si può esserci paideia
senza eros, come aveva insegnato Platone. Era consapevole del
sottile confine che separava l’eros pedagogico dal desiderio, e
cercava di fuggire le tentazioni che i giovani volti potevano in-
durre. Sapeva bene che un educatore vale prima di tutto per
quel che è, poi per quel che fa e solo alla fine per quello che
dice. Era considerato dai più un ottimo professore, amato dai
propri allievi, e capace anche, se sollecitato, di mettersi al ser-
vizio della scuola nel tumultuoso processo di trasformazione in
atto.
Quella mattina iniziò ad introdurre, per la classe che di lì a
pochi mesi avrebbe affrontato l’Esame di Stato, il tema che
forse più gli stava a cuore e conosceva meglio grazie agli studi
universitari e alle letture successive: la poesia italiana del No-
vecento. Raramente gli capitava di sedere dietro la cattedra, ma
per una lezione del genere aveva bisogno di un palco teatrale.
Per tutta l’ora percorse l’aula gesticolando appassionatamente.
Provava a comunicare ad adolescenti – la maggior parte (se non
la totalità) dei quali mai avrebbe comprato o letto un libro di
versi – quanta bellezza, forza e verità ci fosse nei grandi poeti
italiani del XX secolo, e non solo nei più celebrati e noti, come
Montale, Ungaretti e Saba, ma anche in autori come Campana,
Luzi, Betocchi, Caproni, Fortini, Pasolini, Sereni. E come an-

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Il potere del canto

cora oggi la poesia italiana, molto più della narrativa, conti-


nuasse a produrre opere di qualità per quanto ignorate dal
pubblico e destinate ad una nicchia residuale di accaniti lettori.
Mise in collegamento, come aveva fatto sempre nei tre anni pre-
cedenti, l’esperienza italiana con quella europea e mondiale, ri-
cordando come molti dei grandi poeti fossero amici o traduttori
di scrittori francesi o inglesi, come Montale può essere com-
preso meglio leggendo Eliot o come Caproni e Sereni avessero
realizzato emozionati traduzioni di Char e Brecht fosse stato
tradotto magistralmente da Fortini. E leggendo una poesia di
quest’ultimo chiuse la lezione, invitando i ragazzi a commen-
tarla autonomamente per iscritto a casa. Parlava di una gronda
e una casa fatiscente. Un’allegoria.
Ma cos’era la scuola per lui nel suo insieme? Le ore di lezione,
al netto dei momenti valutativi che viveva come un male neces-
sario, erano un’oasi di sensatezza all’interno di una struttura
concentrazionaria o, al contrario, come le chiese malgrado la
Chiesa, l’ultimo residuo utopico di un mondo non dominato
dalle leggi del mercato, capace di tenere insieme e trattare
egualmente il figlio del notabile e il figlio del bracciante agri-
colo, promessa di un mondo più giusto? Certo, nel tempo che
trascorreva con gran parte dei colleghi, per esempio nell’ora di
spacco che trascorreva nella sala professori, propendeva per la
prima ipotesi. Attraverso le loro descrizioni, quella che lui per-
cepiva come una vera e propria missione di una religione senza
Dio ma con la medesima promessa di redenzione e salvezza, gli
appariva come un lavoro burocratico la cui essenza era giudi-
care i ragazzi, rimarcandone continuamente i limiti, l’igno-
ranza, i modi inurbani, l’eccesso di entusiasmo spesso incon-
trollabile o, al contrario, l’accidia. Detestava la competizione
tra colleghi, le piccole invidie, tutto ciò che potesse ricordargli
che, in fondo, operava in una struttura rigorosamente burocra-
tica. Detestava soprattutto il predominio di una chiacchiera
fitta che tendeva ad enfatizzare difetti (sempre in absentia),
cercando il torbido e il pruriginoso nelle vite altrui. Unica

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Il potere del canto

uscita di sicurezza, nei momenti di smarrimento, nei Collegi


spesso spesi vanamente su questioni cavillose che già il giorno
dopo apparivano surreali, era la certezza che, in maniera quasi
miracolosa, alcuni dei semi sparsi nelle ore trascorse con gli al-
lievi, avrebbero portato frutti inattesi. D’altronde, si ripeteva,
non era stata la sua esperienza? Certo, nel suo caso era stato
decisivo il modello materno. Sua madre era stata insegnante
amatissima. Ricordava come negli ultimi mesi della malattia
quotidianamente gruppi di studenti venissero a trovarla, men-
tre lei faticava a respirare finanche sulla grande poltrona, dove
combatteva i lancinanti dolori del cancro che la stava portando
via, poco più che cinquantenne. Talvolta la venerazione che ve-
deva negli occhi umidi dei ragazzi, suoi coetanei sostanzial-
mente, lo ingelosiva, quasi reclamasse il monopolio dell’affetto
per e della madre. Modello irraggiungibile ma nello stesso
tempo necessaria ispirazione della sua missione educativa.
Come avrebbe voluto poter parlare con lei del suo lavoro,
averne i consigli, confrontarsi su testi e autori. Ricordava con
commozione sempre rinnovata come da piccolo, mentre il pa-
dre spesso continuava il suo certosino lavoro a casa in un pic-
colo laboratorio domestico, lei correggesse i compiti di italiano
su una piccola scrivania accanto al suo letto, alla luce di una
lampada dal vetro viola che evocava ancora in lui la beatitudine
eterna. E, bambino, amava quel trapasso tra la veglia e il sonno,
in cui fantasticava rielaborando le storie di cui si nutriva avi-
damente, leggendo e rileggendo: miti meravigliosi di uomini dai
poteri straordinari che combattevano il Male ovunque si mani-
festasse, mettendo a repentaglio la loro vita. La struttura dei
suoi sogni ad occhi chiusi in quei momenti estatici era sempre
la medesima: egli era un giovane dai poteri soprannaturali,
messi al servizio dell’umanità. Il contorno era una fanciulla dai
tratti finissimi (e il volto del primo, tragico amore dell’orfano
divenuto ragno). Talvolta chiedeva a sua madre di leggergli
qualcosa. Spesso si era addormentato ascoltandola recitare a
memoria I Sepolcri. Non ne capiva allora un significato che

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Il potere del canto

avrebbe spiegato con dovizia di particolare eruditi ai suoi al-


lievi diversi anni dopo, ma la musica dell’endecasillabo era un
incanto che conduceva con dolcezza in un sonno beato, sapendo
che la madre gli sarebbe stata ancora accanto, alla luce viola
della sua piccola stanza dove gli eroi lo avrebbero protetto dalle
pareti con i loro martelli incantati o gli scudi di adamantio.
La tensione tra quella che lui ostinatamente voleva pensare
come una piccola comunità, quasi estensione del mondo fami-
liare, e una struttura burocratica, fredda e retta da rapporti
formali, d’altronde, l’aveva compresa guardando rapito e
scosso nel suo ultimo anno universitario, e pochi mesi dopo la
scomparsa della madre, un film dedicato a un docente innova-
tore all’interno di una scuola dalle regole rigide. Amava la ca-
pacità del regista di ricostruire un mondo chiuso, già ammirata
in un altro film dall’aura arcana, o di descrivere il camerati-
smo, mirabilmente narrato in una pellicola dedicata ad un
fronte minore della prima guerra mondiale, ma quel film era
stato uno spartiacque: aveva deciso, insieme al modello ma-
terno, che professore avrebbe dovuto essere. Eppure sentiva in
maniera lancinante due contraddizioni. Una era tutta perso-
nale: come poteva, lui che aveva una visione così tetra dell’esi-
stenza, comunicare lo slancio vitale che il professore del film
metteva al centro delle sue lezioni? Che significato aveva per
lui il “carpe die”? «Se la vita è sventura, perché da noi si
dura?». Queste rime baciate e maledette avrebbe potuto obiet-
tare al professore davanti alla foto dei morti. Cosa avrebbe mai
potuto insegnare ai suoi allievi? Eppure sua madre, fino all’ul-
timo respiro, aveva sparso gioia intorno a sé, anche quando le
persone lasciavano in lacrime la casa, sapendo che forse sa-
rebbe stato l’ultimo incontro. È possibile amare la vita dopo
aver sperimentato precocemente la perdita delle persone per
noi fondamentali nel dolore? Probabilmente gli avrebbero do-
vuto vietare l’insegnamento. Ma nel film coglieva una contrad-
dizione che non aveva ancora risolto. Quand’anche, come ini-
ziava a sperare nell’ultimo anno, fosse stato possibile passare

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Il potere del canto

ad una stazione successiva della sua esistenza, trasformando i


morti in presenze benigne, e vedendo nel dolore e nella morte
un attraversamento necessario per raggiungere la luce, ebbene,
non ci sarebbe stato il rischio di spingere i propri allievi a scelte
sbagliate? Quanto diritto ha un “professore” di ergersi ad
“educatore”, divenendo di fatto vicario del ruolo familiare? In-
somma, viveva in una contraddizione permanente: si voleva
educatore ma temeva le conseguenze spesso imponderabili delle
sue parole sugli alunni, che volevano essere insegnamento di
vita, e sapeva che tale insegnamento affondava in una biografia
sofferta, che non era giusto divenisse modello ed esempio.
Quello che per lui era stato un calvario dalla diagnosi della ma-
lattia della madre, una vera e propria discesa agli inferi, fino
all’inevitabile fine, per la maggior parte dei suoi coetanei (e dei
suoi allievi) era una stagione lieta, piena di una vitale efflore-
scenza, di un trasporto amoroso, di una vigoria fisica a lui sco-
nosciuti.
Avrebbe mai potuto condividere questi pensieri con i suoi
colleghi? Talvolta, estenuato quando gli capitava di partecipare
a piccoli conciliaboli per gentilezza e desiderio di normalità, ri-
maneva affranto dai discorsi che vi ascoltava, quasi tutti rivolti
a persone assenti, scomparse, andate via o presenti e prese di
mira per questa o quella mancanza. Sentiva in quei momenti,
soprattutto quando sapeva senza gridare che tutto questo non
lo riguardava, che la sua utopia, il tempo libero e liberato che
pretendeva fosse spinta ideale e nascosta del suo agire quoti-
diano, andasse in frantumi, come un fragile manufatto di cri-
stallo. In quei momenti, oltre che una prigione burocratica sof-
focata da carte morte, quelle pareti scrostate gli apparivano
una sentina che vanamente cercava di coprire i miasmi con pro-
fumi dozzinali, e gli sovveniva la libertà della sua prima adole-
scenza, e vedeva gli alberi alle finestre come bandiere di nostal-
gia campestre.

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Il potere del canto

5. Grandi responsabilità (Rosso II)

Tornato nella grande città, aveva ripreso la sua vita ordina-


ria: seguiva i corsi universitari, rifiniva la preparazione
dell’esame che lo appassionava molto con l’intreccio di lettera-
ture e altre discipline, alcune delle quali per lui tutte da sco-
prire. Il poco tempo libero lo dedicava a visitare qualche mo-
stra o a concerti di musica classica che si tenevano gratuita-
mente all’interno dell’Università. La relazione con la sua col-
lega, coetanea e autoctona, era rimasta sempre alla superficie
del cuore. Sentiva nel profondo che il grande amore esiste, ma
non era quello. Stavano bene insieme, condividevano tanti in-
teressi, godevano nel parlare di ciò che imparavano. Eppure
era consapevole, anche nei momenti di maggior trasporto e di
fusione carnale, che non avrebbe pianto nel giorno dell’addio.
Tradiva i suoi ideali cavallereschi ed eroici, l’ammonimento in-
teriore ad una relazione che unisse due anime per tutta la vita,
ma si giustificava dicendo a se stesso che si trattava di sogni
infantili inoculatigli dalla madre. Se Dio non esiste, l’amore non
è altro che il perfido inganno di una Natura malvagia al fine di
perpetuare la specie. Erano d’altronde i mesi in cui ricopiava
ostinatamente le pagine ustorie in cui uno scrittore venerato
invitava a recedere dalla procreazione. E sapeva che in questa
idea così radicale echeggiava l’antica gnosi di cui si sentiva in
qualche modo paradossale erede. E, dunque, anche quando era
con lei (o con i suoi amici) viveva all’interno della sua anima, in
perenne colloquio con le voci che vi sentiva echeggiare.
In ogni caso, l’episodio della biblioteca e dell’albero in
fiamme erano stati derubricati a vicende di cui poter sorridere.
Non c’era salvezza, non c’erano segni o parole da interpretare.
Solo la vita nella sua nuda insensatezza. O almeno così credette
nelle settimane successive.
Con qualche soldo che riusciva a risparmiare (per altro non
sapendo fino a quando suo padre sarebbe riuscito a consentir-
gli una casa in fitto), e ricorrendo a prestiti di manuali dagli

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Il potere del canto

amici per gli esami, comprava libri, in edizione rigorosamente


economica. Alimentando la sua vocazione adolescenziale, privi-
legiava testi poetici, incuriosito da ogni tradizione letteraria e
seguendo il suo istinto. Girovagava nella grande libreria a due
passi dalla sua stanza nei pressi dell’Università, sfogliava i testi
e, se colpito da un verso o da un testo, andava alla cassa. Quel
libro lo avrebbe accompagnato nelle settimane successive per
riempire sensatamente gli interstizi tra una lezione e l’altra o le
pause della giornata. Non aveva ancora un canone definito, ma
si sentiva fortemente attratto dall’energia di alcuni autori,
quella che percepiva come il motore di un “romanticismo
eterno” che solo per caso aveva avuto anche una manifesta-
zione storica. Shelley entrò subito nell’ancora scarno pantheon
che andava idealmente costruendo. Si mise a leggere avida-
mente le sue poesie. Aveva scarsa dimestichezza con l’inglese.
In fondo, nel suo Liceo l’aveva studiato poco e male solo al Gin-
nasio ed era convinto che nel giorno della fine non gli sarebbe
servito. Dunque, leggeva i versi nella traduzione, talvolta
dando uno sguardo all’originale, balenandogli anche l’idea di
tradurre qualche verso in maniera originale col supporto di vo-
cabolari e testi grammaticali. Sarebbe potuta essere una buona
palestra per le sue ambizioni poetiche che fino ad allora ave-
vano prodotto radi versi, quasi tutti dedicati alla morte della
madre e al “male di vivere”.
Un pomeriggio, mentre era da solo su un prato dell’univer-
sità, mentre leggeva la terza ottava di Serenata indiana, pia-
cendogli il verso iniziale, volle leggerlo ad alta voce nella lingua
originale, e, dunque, scandì con tono declamatorio: «Oh lift me
from the grass!».1 Si sentì sollevare dolcemente da terra disteso
com’era e guardando con sconcerto da un metro d’altezza il suo
zaino sull’erba. Si guardò intorno, indeciso se gridare, sul
punto di svenire per la paura, temendo che quella forza che lo
stava sollevando lo portasse in alto per poi farlo precipitare.
Preso dal panico, mentre continuava a sollevarsi lentamente,
1
«Oh, sollevami dall’erba!».

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Il potere del canto

ebbe l’intuizione, dimostratasi feconda, di continuare a leggere


l’ottava. Non accadde nulla fino a quando scandì: «where it will
break at last». A questo punto iniziò un’altrettanto lenta di-
scesa verso terra, dopo aver lievitato fino alla sommità di un
tiglio senza che nessuno (questo era il secondo miracolo del po-
meriggio) l’avesse visto (o almeno così pensava) nell’assolato
pomeriggio.
Il suo cuore era in tumulto. Quello che aveva visto e ascoltato
era vero. Quello che era accaduto nel bosco della sua campagna
era vero. La sua voce scandendo versi produceva degli effetti
alcuni dei quali erano revocabili con altri versi. Prese le sue
cose e inizio a scappare verso casa. La testa era in fiamme, il
corpo ancora stravolto dalla sensazione ubriacante di non
avere suolo sotto i piedi. Pensava che molti degli eroi della sua
infanzia, quelli che avevano plasmato a fondo il suo immagina-
rio, erano suoi coetanei quando ricevettero i loro “doni” –
morsi da un ragno o invasi da un potere alieno –, anche loro
increduli all’inizio. Aveva incendiato un albero e volato con la
sola potenza di un verso e della sua voce! Tutta la sua vita fino
ad allora ne usciva stravolta. Erano necessari calma, sangue
freddo, silenzio. Doveva capire. Raccolse rapidamente indu-
menti e, soprattutto, libri di poesia nella sua stanza e senza al-
tre tappe si diresse alla stazione. Dal telefono a gettoni avvisò il
padre che sarebbe tornato in tarda serata con un mutamento
di programma, ma senza allarmarlo.
Le ore in treno furono angoscianti. Da una parte era ansioso
di sperimentare quel potere misterioso che aveva avuto in
dono, dall’altra era terrorizzato dal farlo in un luogo affollato.
E lì, in quel vagone di walkman, giornali e chiacchiera, inizia-
rono le domande che non l’avrebbero mai abbandonato fino ad
oggi.
Perché era successo a lui? Cosa lo aveva reso degno di un
privilegio così grande? C’erano stati altri che lo avevano avuto?
I miti, dunque, conservano tracce di una storia reale? E di chi

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Il potere del canto

era la voce che lo annunziava salvatore del mondo? E cosa si-


gnificava “salvare il mondo”? Da quale minaccia? E come
avrebbe fatto a sapere quali e quanti erano i poteri legati ai
versi? Come avrebbe utilizzato questi poteri? Doveva rivelare
al mondo quanto successo e diventare oggetto di studio? E se la
“Voce” non fosse stata altro che una parte profonda di lui che
annunziava una tappa evolutiva nuova, una mutazione
dell’umanità nei prossimi secoli tutta dotata di nuove risorse?
E, soprattutto, (qui il pensiero gelava) che ne sarebbe stato
della sua vita?
Malgrado l’eccezionalità di quanto stava vivendo, le sue let-
ture giovanili lo aiutavano a inquadrare l’evento. I personaggi
i cui poster campeggiavano ancora nella sua stanza gli permet-
tevano di pensarsi dentro vicende già in qualche modo acca-
dute. Aveva ricevuto un grande potere, non dovuto né al caso
né ad un esperimento andato male. Non era stato la cavia di un
siero che potenziasse il corpo né aveva sfortunatamente urtato
bidoni radioattivi. Ma questo potere imponeva una grande re-
sponsabilità, la prima delle quali era comprendere. I mesi suc-
cessivi al primo folle volo sarebbero stati dedicati a questo com-
pito arduo ma necessario.

25
Il potere del canto

6. Melancholia (Verde III)

A suo agio con l’italiano, soprattutto quando poteva leggere


e commentare gli autori a lui più cari, da Dante a Foscolo, da
Leopardi a Montale, viveva spesso con disagio le ore di latino.
Non che amasse meno alcuni dei grandi poeti romani, con una
predilezione per Lucrezio e Virgilio, o il Seneca delle Epistulae.
Quando doveva raccontare ai ragazzi il Satyricon e l’Asino
d’oro si divertiva insieme a loro, con digressioni appassionanti
sulle tante tracce del culto isiaco presenti nella città, spesso
meta di lezioni extra moenia molto gradite dai ragazzi. Talvolta
si concedeva anche dei piccoli divertissement, traducendo con
i ragazzi scene di film famosi e poi, portando da casa l’occor-
rente (un portatile e un piccolo proiettore), registrando un so-
noro molto infedele all’originale. Oppure assegnando come
compiti ai ragazzi la traduzione in latino di canzoni in italiano
o in inglese. O ascoltando brani in latino. O leggendo insieme
alcuni fumetti tradotti in latino che negli anni aveva moltipli-
cato attraverso fotocopie da poter distribuire a tutti. Mentre,
però, gli era chiara la funzione della lingua e della letteratura
italiana nel processo di formazione dei suoi allievi, e trovava
continuamente il modo di mettere in correlazione le loro bio-
grafie adolescenti con quanto veniva cantato o narrato nei passi
che sceglieva in maniera libera e totalmente svincolata dai libri
di testo, percepiti come una gabbia di cui liberarsi, gli era molto
più complesso fare lo stesso con una civiltà e una letteratura
irrimediabilmente lontane. Per altro, era ben consapevole che,
all’interno degli studi di un Liceo Scientifico, quella disciplina
appariva letteralmente “morta”. Il sapere umanistico non era
scisso da quello scientifico? Cosa poteva mediare di quella cul-
tura vetusta, che faceva riferimento a pratiche, miti, etiche così
lontane nel tempo, a giovani educati per buona parte del loro
tempo ad un sapere computazionale valido solo se immediata-
mente traducibile in “potere”, in applicazione tecnica? Il
mondo valoriale degli antichi non era del tuo inutilizzabile in

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Il potere del canto

una visione del mondo in cui l’utile appariva metro di misura


anche in vista di future scelte universitarie e lavorativa? Tal-
volta queste riflessioni inducevano in lui uno sconforto che
svuotava di senso il lavoro che svolgeva in classe. Esattamente
come il pensiero che, finite le Superiori, la quasi totalità dei
propri allievi non avrebbe mai più letto un testo poetico. In-
somma, nei momenti di stanchezza, che coincidevano quasi
sempre con l’ultima parte della giornata scolastica, guardava
dalla cattedra i volti affidatigli dal caso e che, giorno per giorno,
dopo la prima sensazione di estraneità, imparava ad amare,
percependoli altrove. E se tutte le sue parole fossero state vane?
E se tutta quella fatica spesa nella ricerca di brani che potes-
sero “parlare” ad un adolescente del terzo millennio da poco
iniziato fosse inesorabilmente flatus vocis destinato a disper-
dersi nel vento quando si aprivano le finestre di aule calde
d’estate e fredde d’inverno? In quei momenti, come sempre
nella vita, cercava rifugio nelle oasi di luce della sua stessa vita.
E, quindi, ripensava a quanto avessero inciso su di lui le lezioni
di latino e greco del suo professore di Liceo, di cui ricordava
una ritualità quasi religiosa nell’iniziare spiegazioni che, pur
ispirandosi al manuale, se ne discostavano per enfatizzare un
aspetto, un particolare, una vicenda biografica. Amava finan-
che le pause compiaciute di quel professore, che ricordava per
il rossore del volto qualche comparsa di un quadro olandese del
Seicento. La sua severità non era un modello per lui. Gli sa-
rebbe piaciuto coniugare quella capacità di mediare in maniera
appassionata con un atteggiamento molto più gioviale.
I ragazzi erano ben consapevoli del rapporto complicato che
il loro professore intratteneva con il mondo romano. Più di una
volta gli era capitato di esternare, esondando in qualche modo
dalla sua disciplina, il disprezzo per una civiltà che conside-
rava, sulla scorta di un’autrice scoperta per caso, imperialista
e “sradicante”. E spesso, con un ardito parallelismo, aveva
fatto riflettere sulle profonde analogie tra la civiltà romana e
quella americana. Non a caso del cantore dell’Impero augusteo

27
Il potere del canto

amava i risvolti tragici, quelli presenti in molti passi della Bu-


coliche oppure l’amore tragico di Didone, non certo l’epopea
malriuscita della seconda parte dell’Eneide che francamente
detestava. Inevitabilmente, dunque, viveva nel paradosso di
dover educare i suoi alunni ad amare una civiltà che egli stesso
odiava profondamente nella sua configurazione politica e lata-
mente culturale. Però riteneva che, nel suo dipanarsi, quella
tribù italica destinata a creare il più vasto impero del mondo
antico avesse prodotto delle perle di grande bellezza, e che ad
esse fosse possibile attingere per cercare forme assolutamente
laiche di salvezza. Leggere il De rerum natura, ad esempio, era
esercizio cui si dedicava tutte le estati, fraternamente trovan-
dovi non la liberazione dalla paura promessa da Epicuro ma
l’angoscia destinata a rivivere nelle pagine di Leopardi. Le Epi-
stole a Lucilio erano uno dei suoi livre de chevet, insieme ad
Epitteto e Marco Aurelio. Pur non condividendo la visione di
cosmo retto da un Logos eterno, trovava in quelle pagine scritte
in una lingua essenziale e acuminata un balsamo che rendeva
più sereno l’abbraccio dell’oscurità, invitandolo a limitare le
passioni e utilizzare proficuamente il tempo.
Con gioia, molto raramente, purtroppo, aveva accolto l’an-
nunzio da parte di uno studente di voler continuare lo studio
del latino all’Università. Amava ripetere che scopo delle sue di-
scipline è formare uomini, non specialisti, piccoli critici in erba
(che è invece quanto sembrano presupporre i manuali scolastici
con il loro profluvio di tecnicismi inutili di cui i docenti fini-
scono con l’innamorarsi, scimmiottando altre discipline). Però
era inevitabile che lo inorgoglisse una scelta che appariva con-
testazione di un sapere tutto strumentale, utilitaristico. Il suo
era un “piccolo gregge”, un pugno di ragazzi e ragazze in cui
evidentemente il seme aveva attecchito. Anche questa era
un’oasi luminosa nei frequenti periodi oscuri della sua vita,
quando tutto gli appariva inutile, “vento di vento”. Nello stesso
tempo, però, si chiedeva se in loro, oltre all’amore per la poesia,
non avesse inoculato il virus maligno che sentiva albergare in

28
Il potere del canto

lui, un potente Ariman cui fare il proprio, personalissimo sa-


crificio umano. Insomma, non doveva, giunto a quello che per-
cepiva come un tempo di transito, rivedere tutte le sue cupe
certezze per svolgere integralmente il suo ruolo di educatore?
O, se non ci fosse riuscito, rinunziarvi per sempre, accettando
il meno ambizioso ruolo di insegnante, rimanendo ligio ai pro-
grammi, ai libri di testo, alle pratiche scolastiche tramandate di
generazione in generazione?
Quando suonava la campanella dell’ultima ora, gli capitava
spesso di rimanere assorto in questi pensieri, mentre i ragazzi,
finalmente liberi e vivi, sciamavano vero le loro moto, gli auto-
bus, le macchine dei genitori che li attendevano. Lasciava sem-
pre la scuola quando la voglia di fuga di studenti e colleghi si
era sfogata, con carte e bottiglie di plastica sul terreno di una
battaglia durata cinque ore. Salutava con gentilezza il perso-
nale addetto alle pulizie e, recuperata la bici o a piedi, si av-
viava verso casa, sentendo di essere un solitario combattente
con inni silenziosi che nessuno più cantava.

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Il potere del canto

7. Nell’ombra della morte (Rosso III)

I problemi di ordine pratico da risolvere gli apparivano gi-


ganteschi. Prima di tutto, sapeva di essere completamente solo.
Nessuno degli amici poteva essere coinvolto in questa vicenda
surreale e rischiosa né tanto meno la sua ragazza, con cui, nei
giorni successi, telefonicamente e senza spiegazioni logiche,
troncò ogni rapporto, lasciandola in uno sconforto di breve du-
rata. Era solo. Si chiedeva semmai ci fosse il modo di riconnet-
tersi con l’entità senza forma, con la “Voce” che gli aveva par-
lato nel sonno della biblioteca per enigmi. Non avrebbe mai
avuto risposta neanche negli anni successivi a tale interroga-
tivo.
Il secondo problema era la prosecuzione degli studi. Lascian-
doli, cosa avrebbe detto al padre che tanti sacrifici aveva fatto
per consentirgli di seguire, come desiderava, le orme materne?
E, poi, cosa avrebbe fatto? Avvocati, giornalisti, fotografi, mi-
liardari... Queste erano le maschere che indossavano gli eroi
quando fingevano di non essere tali.
Il caso volle che una tragedia sfiorata gli desse un’insperata
soluzione. Mentre fingeva di studiare nel suo improvviso rien-
tro a casa, un vicino trafelato e sconvolto venne ad annunziargli
un incidente. Suo padre era uscito fuori strada, rientrando a
casa, andando a schiantarsi contro un albero. Mentre si diri-
geva sul luogo, non poté fare a meno di chiedersi se suo padre
si fosse distratto, pur conoscendo a memoria quelle strade
strette, o se una parte profonda di lui, stanca e delusa dalla vita,
avesse reclamato di farla finita. L’impatto era stato fortissimo
e l’uomo, evidentemente con varie costole fratturate e il volto
sanguinante, ansimava, vicino alla fine. Impossibile tirarlo
fuori dalla vettura. Inutili gli sforzi dei vicini, che pure erano
accorsi sentendo lo schianto, mentre qualcuno andava a chia-
mare i soccorsi. Si avvicinò al padre, prendendogli la mano. Il
loro rapporto era sempre stato mediato da una donna straordi-
naria, non era mai stato intimo. Iniziò a piangere, pensando con

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Il potere del canto

rabbia che sarebbe stato un giovane orfano caricato di un im-


menso peso, privo di amore ed affetti. Non avrebbe mai saputo
dopo se alcuni versi, particolarmente potenti, erano remini-
scenze di letture o un dono della “Voce”. In ogni caso, sentì
fluire dalla sua bocca in un sussurro che nessuno poté udire:
«Do not go gentle into that good night».2 Suo padre, che fino ad
allora aveva avuto gli occhi chiusi, li aprì, fissandolo e sorri-
dendo. In modo misterioso seppe che lo aveva salvato, che non
sarebbe morto per le spaventose ferite riportate. Poco minuti
dopo, arrivarono ambulanza e pompieri, che riuscirono a libe-
rare il ferito e a portarlo nell’ospedale cittadino. I vicini, gen-
tili, lo accompagnarono in modo che potesse vegliare su quelli
che pensavano gli ultimi istanti di vita del padre. Nei giorni suc-
cessivi, che trascorse quasi sempre in ospedale, invece, accadde
quello che apparve a tutti come un miracolo. Malgrado fratture
e organi lesionati, quell’uomo che aveva riparato per anni con
pazienza certosina macchine da scrivere sopravvisse.
Fu quasi naturale far accettare al padre, ritornato a casa
dopo alcuni mesi, mentre lui se l’era cavata con i risparmi sem-
pre più grami e un motorino da cui non si era mai voluto sepa-
rare per gli spostamenti, un cambiamento radicale nelle loro
vite. Avrebbe lasciato l’Università, per riprenderla eventual-
mente in futuro. E avrebbe iniziato a cercare un lavoro.
C’erano le medicine e la fisioterapia a cui provvedere. La magra
pensione lasciata da sua madre non sarebbe bastata né si sareb-
bero potute pagare le spese universitarie.
Dopo le prime settimane, trascorse accanto al padre, quando
le condizioni erano decisamente migliorate, aveva potuto, in as-
soluta solitudine, tornare a cercare soluzioni e sperimentare i
suoi poteri, facendo incetta di libri di poesia nella biblioteca
cittadina o comprandoli in edizioni economiche che gli parvero
un segno del destino.

2 «Non andartene docile in quella buona notte».

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Il potere del canto

Esisteva una correlazione tra il contenuto del verso e il suo


potere, come in quello miracoloso e taumaturgico di Dylan Tho-
mas (ma anche in quello di Shelley che l’aveva fatto levitare e
in quello di Cecco che aveva appiccato il fuoco)? I versi, questo
lo aveva intuito, erano efficaci solo se pronunziati nella lingua
in cui erano stati scritti. Gli si dischiudeva di fronte un compito
immane: iniziare a sperimentare la poesia universale, appun-
tando con attenzione le conseguenze di ciascun verso che si mo-
strasse carico di una peculiare forza. Credeva di aver capito
altre due cose: prima di tutto che ogni verso potesse essere
usato soltanto una volta nel corso del giorno e che, per essere
efficace, doveva essere rivolto ad un oggetto (come l’albero) o
ad una persona (come il padre) o pensato rivolto a se stesso
(come era accaduto per il folle volo). Ovviamente avrebbe do-
vuto avere conferme di queste intuizioni che si rivelarono
esatte nei giorni successivi. Sapeva che era assolutamente ne-
cessario iniziare anche la redazione di una sorta di quaderno.
Non sapeva quali e quanti sarebbero stati gli effetti dei versi.
La sperimentazione doveva essere rigorosa e sistematica. Le
conseguenze avrebbero potuto essere devastanti per chi gli era
accanto. Nei momenti bui, sentiva l’angoscia di un potere an-
cora sconosciuto. Negli anni seguenti avrebbe spesso riflettuto,
senza ovviamente venirne a capo, sul paradosso di voler razio-
nalizzare e gestire in maniera metodica ciò che esorbitava da
qualunque razionalità, evocando forze arcane operanti nel co-
smo, azioni miracolose, trasformazioni della materia, appari-
zione sconcertanti. E si chiedeva se non sarebbe stato più “lo-
gico” abbandonarsi totalmente a quel potere sconosciuto che lo
attraversava a mo’ di medium, congedando ogni pretesa di con-
trollo. Ma nei primi tempi della sua vita nuova cercava dispe-
ratamente di prefigurarsi un percorso possibile. Doveva, dun-
que, al riparo da occhi indiscreti e preferibilmente nei boschi
vicini la sua dimora pronunziare versi nelle più svariate lingue,
partendo dagli autori più importanti. Questo presupponeva,

32
Il potere del canto

però, una conoscenza almeno rudimentale di qualche altre lin-


gua, oltre la sua, che avrebbe privilegiato nei primi tempi. Ogni
acquisizione doveva essere trascritta e schedata in qualche
modo. Poi doveva assolutamente prendere di petto la questione
relativa al sostentamento suo e del padre, bisognoso di cure.
Anzi, questa era la priorità non procrastinabile. Non gli balenò
mai l’idea di rivelarsi al mondo né tanto meno di utilizzare i
suoi poteri per arricchirsi. Anche in questo caso, con il senno
di poi, si sarebbe reso conto che la mescolanza casuale di etica
cristiana, spirito cavalleresco succhiato dall’immaginario ma-
terno e gli exempla degli eroi della sua infanzia avevano co-
struito un abito che rendeva impossibile anche solo immaginare
sfruttare un evento miracoloso per il proprio tornaconto per-
sonale. Ma ciò non lo inorgogliva vanamente, avendo imparato
come anche nella pratica del “bene” sia estremamente sottile il
discernimento. Avrebbe più di una volta sperimentato doloro-
samente il conflitto insanabile fra un’etica assoluta e un’etica
della responsabilità. In ogni caso seppe da subito che non i doni
che abbiamo ricevuto ci rendono persone speciali ma l’uso che
ne faremo. Sapeva, dunque, di essere sotto esame, anche se per
tutta la vita non avrebbe visto il volto di che ne giudicava pen-
sieri, opere e omissioni.
Malgrado il suo tentativo di razionalizzare l’inimmaginabile
(per altro rendendosi conto di come fosse paradossale, essen-
dosi sin dalla più tenera età nutrito di mondi ed eroi favolosi
salvo poi soccombere alla strage delle illusioni), ogni esperi-
mento che conduceva con la più grande cautela gli produceva
una tachicardia che solo il tempo gli avrebbe insegnato a con-
trollare. Intanto capì nella pratica che non tutti i versi sono ef-
ficaci, producono trasformazioni nella realtà: soltanto alcuni
poeti avevano il “potere” e soltanto una parte, spesso minu-
scola, induceva il miracolo, la sospensione del funzionamento
ordinario del mondo naturale. Comprese che c’era sempre un
legame tra l’effetto e le parole pronunziate e che c’erano sim-

33
Il potere del canto

metrie e simbolismi significativi, molti dei quali destinati a ri-


manergli oscuri per tutta la vita. «La bufera infernal che mai
non resta», ad esempio, spinse via, avvoltolo di caligine, il vec-
chio tronco secco su cui si esercitava con un soffio potentissimo.
Immaginava, dunque, che molte parole fossero associate ad un
mondo elementare che doveva imparare a dominare. Era asso-
lutamente consapevole sia della necessità che dei limiti di que-
sto periodo di solitario apprendistato. Per caso (o ispira-
zione?), aveva scoperto un verso, che sarebbe divenuto quello
decisivo della sua vita, capace di guarire i malati (con il ram-
marico a volte lancinante di non averlo posseduto quando la
persona a lui più cara se ne andava nella tenebra senza infu-
riare). E se alcune parole avessero efficacia, si chiedeva, solo
sugli esseri viventi? Come sperimentarli senza rischiare di uc-
ciderli? Nel tempo, proprio la consapevolezza del nesso tra pa-
rola ed effetto l’avrebbe portato a cimenti con pochi rischi per
le cavie, umane o animali. Già nei primissimi giorni dell’eserci-
zio dei suoi poteri, quasi istintivamente, si impose di utilizzarli
per quel che poteva. Il potere taumaturgico non poteva, come
un talento nascosto sotto terra, rimanere inutilizzato. Usò il
verso di Thomas per la seconda volta su un cane che spesso si
fermava a casa loro a bere una ciotola di latte per riprendere il
suo girovagare tra case di campagna. Era stato investito con
noncuranza da una macchina anonima, neanche fermatasi.
Quando ascoltò i suoi guaiti, accorse dal bosco, si chinò su di
lui devastato nella parte posteriore del corpo, e pronunziò le
parole in cui scandì in particolare l’aggettivo così consono a
quell’animale docile. E non se ne andò, dunque, nella sua
“buona notte” Argo. Così ribattezzata, dopo essere rimasta in-
nominata per alcuni anni, guarito nel mese successivo, la be-
stiola fedele sarebbe rimasta a casa loro, riconoscente, fino alla
sua morte naturale. Dunque, salvare il mondo significava que-
sto, letteralmente? Salvare esseri viventi da una morte ingiusta
(ma quando una morte lo è e come saperlo?)? E salvando una,
due, tre, cento, così salvare in loro l’intero universo? Non lo

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Il potere del canto

sapeva, non l’avrebbe mai saputo. Nel corso degli anni avrebbe
dato le interpretazioni più varie alla profezia della “Voce”. Sa-
peva, però, che, in assenza di un comando, di una Terra pro-
messa, senza alcun Mar Rosso da attraversare né leggi scolpite
nella pietra, né arcangeli a sussurrargli quali guerre combat-
tere, egli doveva decidere, assumendo sulle sue fragili spalle an-
cora ventenni, l’onere dello sbaglio e senza alcuna mercede in
caso di riuscita (chi gli avrebbe mai certificato che quell’azione
per lui giusta non avrebbe portato in futuro esiti catastrofici?).
Urgeva, però, risolvere, nella convalescenza del padre (e di
Argo), il problema della sopravvivenza. Ma doveva trovare un
lavoro (forte solo di un inutile diploma liceale) che gli lasciasse
il tempo per i suoi esperimenti, il suo tirocinio solitario. Pensò
che lavorare in uno dei pub cittadini, fioriti negli ultimi anni
per dare stura al bisogno di socializzazione di una città povera
di luoghi di ritrovo e attività conviviali, poteva essere una
buona soluzione. Avrebbe avuto quasi l’intera giornata a dispo-
sizione. Certo, avrebbe dormito pochissimo, ma era una rinun-
zia che poteva fare. Fu assunto perché molti in città sapevano
delle vicende sventurate della sua famiglia. Per altro il proprie-
tario del locale era stato allievo di sua madre, cui serbava una
sincera riconoscenza. La paga non era elevata, ma l’avrebbe
fatta bastare, almeno nei mesi che gli sembravano i più duri
vista la montagna da scalare che percepiva di fronte a sé.
Quei mesi li avrebbe ricordati come un sogno, tra la cura del
padre, che solo lentamente riacquistava autonomia, il tempo
trascorso, con ogni condizione atmosferica, nel bosco e l’anno-
tazione degli effetti dei versi, l’accumulazione e la lettura di mi-
gliaia di versi in quattro lingue (all’inglese affiancò il francese
e il tedesco, aiutandosi con grammatiche fattesi prestare da
amici diplomati al linguistico). Purtroppo non aveva il tempo
di riflettere, se non sporadicamente, su quanto queste letture
nutrissero il suo spirito. Aveva lasciato l’Università, non sa-
rebbe mai diventato un insegnante, come aveva sempre deside-
rato, eppure rimaneva fedele alla vocazione poetica che l’avevo

35
Il potere del canto

spinto a quella scelta, attraverso un percorso enigmatico, inde-


cifrabile. E, nel mentre attendeva trepidante le conseguenze
della sua voce sgraziata, amava intensamente la preghiera che
da quelle parole si levava, anche da quelle più maledette ed
atee. Scoprì, ad esempio, che Rimbaud e Lautréamont erano
armi potenti. Provava tenerezza per loro. Non avrebbero mai
saputo che le loro maledizioni, il loro grido di sofferenza erano
strumento nelle mani insondabili di un Dio misterioso che bat-
tezzava le loro eresie avvelenate.
Un giorno, mentre scandiva ad alta voce l’UrFaust, accadde
qualcosa che avrebbe ancora cambiato, per sempre, la sua vita.
«Und sich die goldnen Eimer reichen»:3 erano le visioni estati-
che del vecchio alchimista disilluso. Davanti a lui si materia-
lizzò un secchio ricolmo d’oro, anch’esso d’oro. Per la prima
volta un verso creava ex nihilo, non trasformando o agendo
sull’esistente. Una novità sconcertante che, se adeguatamente
utilizzata, avrebbe potuto risolvere molti dei suoi problemi
pratici. Il buon Apollo era stato generoso e previdente: a parte
il secchio, che sembrava ostentazione inutile del suo Dio, le
cento sterline d’oro, identiche a quelle che talvolta aveva rice-
vuto in dono nella sua infanzia per le ricorrenze importanti,
che vi si trovavano avrebbero consentito di vivere nei mesi suc-
cessivi serenamente. Era fondamentale, però, non dare nell’oc-
chio. Come spiegare un passaggio repentino dall’indigenza al
benessere? Bisognava riflettere senza fare errori. Soprattutto
bisognava che la tentazione e il vizio non allignassero nel suo
animo. Gli era sovvenuto un’inquietante storia che nella sua
mente aveva i tratti tenebrosi di un artista amatissimo: narrava
di uno schlemihl che barattava la sua ombra con la borsa della
felicità da cui ogni giorno poteva estrarre monete d’oro. L’ap-
parizione di tanta ricchezza, moltiplicabile per ogni giorno
della sua vita, la percepiva, dunque, anche come una prova.
Aveva resistito alle immagini di gloria balenategli fugacemente
nella mente quando si era pensato lievitare in pubblico o dare

3
«e i secchi aurei si tendono».

36
Il potere del canto

fuoco ad una catasta di legno in una piazza. Ben più pericolosa


era la tentazione di una vita agiata, di un uso tutto privato e
personale del dono ricevuto senza un perché. Capiva in questi
frangenti che non sarebbe bastato conoscere a fondo e discipli-
nare i poteri e studiare le lingue. Risolto ogni problema di so-
pravvivenza, era necessario uno schermo che evitasse sospetti
su di lui e, soprattutto, una rigorosa vita dello spirito. Capì quel
giorno che i versi, percepiti nella sua adolescenza come medi-
cina al male di vivere, fino ad allora come potere e forza, sareb-
bero dovuti essere, prima di ogni cosa, e a prescindere anche
dalla loro pratica efficacia, la sua personalissima e inaudita
preghiera. Quel Dio così avaro di rivelazioni dopo il giorno fa-
tale tra i libri sarebbe stato santificato, benedetto e ringraziato
in molte lingue e in molti ritmi.

37
Il potere del canto

8. Dal “Quaderno delle meraviglie” (Viola I)4

CARATTERISTICHE GENERALI DEL MULTIPOTERE

a. L’effetto del verso si può produrre solo una volta nelle


ventiquattro ore.
b. Alcuni versi agiscono su oggetti o esseri animati che bi-
sogna fissare intensamente.
c. Altri versi agiscono sulla persona che li pronunzia.
d. Alcuni versi ne hanno uno vicino dello stesso autore che
li annulla.
e. Alcuni versi in lingue diverse hanno effetti simili o asso-
lutamente identici.

ELEMENTI
1. «S’i fossi foco arderei ’l mondo»
Incendio dell’oggetto che si sta fissando
2. «’Tis Said She First Was Changed Into a Vapour» (Si
racconta che prima fu mutata in nebbia)
L’oggetto viene avvolto da una fitta nebbia
3. «La bufera infernal che mai non resta»
Potente vento pieno di caligine capace di spostare oggetti
pesanti
4. «Al fondo della ghiaccia ir mi convegna»

4
Questo “Quaderno” ha una funzione eminentemente pratica: mi serve a
ripetere quotidianamente e imparare a memoria i versi dotati di poteri,
dopo averli sperimentati. Ho iniziato a scriverlo la seconda settimana
dall’episodio della levitazione nella città universitaria. Non so se mai qual-
cuno leggerà queste pagine, ritenendole il parto di una mente malata o
infantile. In fin dei conti, tutta la mia vita, per necessità, è consistita nel
nascondermi, non per paura. Non so neanche se mai potranno essere utili
a qualcuno che dovesse avere lo stesso dono e decidere di rivelarsi al
mondo. In tal caso, spero che gli esperimenti condotti per tutta la mia vita
e gli errori commessi possano aiutarlo a svolgere meglio la missione che,
gli auguro, possa conoscere.

38
Il potere del canto

Congelamento immediato dell’oggetto (o dell’essere vi-


vente)

VERSI DI GUERRA
5. «Cry “Havoc!,” and let slip the dogs of war» (Invoca la
strage! E lascia liberi i cani della Guerra)
Onda d’urto dagli effetti devastanti
6. «Frigidus in pratis cantando rumpitur anguis» (Il
freddo serpente si schianta nei prati al suono dei versi)
L’oggetto (l’essere vivente?) esplode
7. «Mit Regendiamanten bekled ich dich» (Con diamanti di
pioggia ti rivesto)
Pioggia di detriti cristallini

AZIONE SU DI SÉ
8. «Oh lift me from the grass!» (Oh, sollevami dall’erba!)
Levitazione (a circa due metri da terra)
9. «Where it will break at last» (Dove alla fine si inter-
rompe)
Fine (graduale) della levitazione

APPARIZIONE (DI OGGETTI)


10. «Und sich die goldnen Eimer reichen» (E i secchi aurei
si tendono)
Apparizione di un secchio (d’oro) con cento sterline
(d’oro).

GUARIGIONE
11. «Do not go gentle into that good night» (Non andartene
docile in quella buona notte)
Guarigione (anche da ferite mortali)

39
Il potere del canto

9. Urbs tota mea (Verde IV)

Della bicicletta amava il senso di assoluta libertà che gli dava,


ma anche la possibilità di fermarsi a guardare o a parlare. So-
prattutto dopo aver scoperto un libriccino che elogiava questa
tecnologia così evoluta, capace di ampliare le facoltà umane
senza surrogarle così atrofizzandole, sognava per che la sua
piccola città, a stento dell’estensione di un quartiere di una me-
tropoli, potesse con lungimiranza abbandonare una mobilità
distruttiva. Gli pareva assurdo che negli orari di ingresso e
uscita dalle scuole o su alcune arterie ci fossero lunghe file.
Mentre rientrava a casa, come spesso gli capitava, si fermò
sul ponte slanciato su uno dei due fiumi della città. Guardava
le acque inquinate e torbide, i cumuli di sacchetti di plastica,
materassi ed elettrodomestici scagliati da persone incoscienti,
la vegetazione lasciata incolta che riaffermava i propri diritti
sempre più a fatica.
Aveva un rapporto complicato con la città. Vi aveva tra-
scorso l’infanzia, imparando ad amarne pietre, edifici, chiese,
negozi del suo quartiere. Se ci ripensava, vedeva un mondo fa-
voloso: era l’abbraccio caldo di sua madre, i brividi di piacere
nel guardare, nel laboratorio situato in una delle piazze centrali
che si aprivano nel corso cittadino, il padre montare e smontare
macchine da scrivere, sui cui aveva precocemente imparato a
scrivere velocemente. Ricordava le messe domenicali, insieme a
sua madre, in una chiesa in cui aveva provato il primo senso di
sgomento di fronte al numinoso, che aveva le fattezze di una
santa circondata da decine di candele. Per lui il sacro sarebbe
sempre stato quell’immagine, fiamme ardenti e tese verso il
cielo. Quando si erano trasferiti in campagna, nella casa forte-
mente voluta da suo padre su un vecchio terreno di famiglia,
non era stato felice, anche se subito aveva scoperto le gioie
dell’aria aperta, della solitudine nel bosco, dei giri in bicicletta
e in moto alla scoperta delle contrade. Eppure, nel frequentare
le scuole medie e il Liceo, tornava con gioia ad accarezzare le

40
Il potere del canto

pietre antiche incastonate nelle mura e nei palazzi cittadini, e


quando capitava uno sciopero vissuto inconsapevolmente,
spesso preferiva alla comitiva amicale un ritorno ai luoghi della
sua infanzia, per rivedere la “sua” chiesa, per riassaggiare i bi-
scotti che ne avevano allietato le domeniche.
Subito dopo la morte del padre, per poter proseguire gli
studi, aveva venduto la casa in campagna, aiutato da uno zio
che gli fu vicino nel momento più difficile della sua vita, e
presso il quale andò a vivere per qualche mese. Si era immerso,
da subito, in uno studio matto e disperato: doveva bruciare le
tappe, laurearsi e iniziare subito a lavorare. Poiché la fre-
quenza dei corsi non era obbligatoria, studiava e andava a fare
gli esami, spinto da un fuoco che l’aiutava anche a non ripen-
sare a sua madre sulla poltrona, a suo padre incastrato nella
macchina mentre moriva. Iniziò a fare lezioni private, soprat-
tutto di latino, a giovani pigri, e a battere tesi a macchina per
delle copisterie. Era riconoscente ai suoi zii, che lo ospitavano
e gli consentivano di non badare eccessivamente a bisogni pra-
tici, ma nello stesso tempo riteneva urgente emanciparsi, con-
quistare la sua autonomia. Lo fece quasi con ferocia, e ne sa-
rebbe stato sempre orgoglioso. Era la sua forma di protesta
contro un fato iniquo, un ergersi a sfidare il funesto demiurgo
che lo aveva fatto nascere e diventare precocemente orfano.
Mentre faceva esami a ripetizione, unico svago che si consentiva
era la lettura di moralisti che lo confermavano nella sua visione
del mondo, scaturita da vicende biografiche drammatiche, e
poeti che cantavano in lingua stridula l’assenza di Dio. E su uno
di essi, la scoperta più entusiasmante, chiese la tesi di laurea,
avendo privilegio e fortuna di poterlo conoscere, pochi mesi
prima che morisse, quando il lavoro era quasi ultimato. Una
compatta visione di una terra desolata sostituì le certezze della
sua infanzia e della sua prima giovinezza. Eppure, negli anni
della sua formazione romana aveva pure maturato l’urgenza di
un impegno politico e civile che viveva anche come un’emanci-
pazione postuma dai modelli familiari. Non che ai suoi genitori

41
Il potere del canto

fosse mancata coscienza del proprio tempo, ma, dal suo punto
di vista, l’avevano vissuta quasi inerzialmente dentro il sentire
comune di una città del Sud, che dal dopoguerra, dopo essere
stata convintamente fascista, e aver dato il settanta per cento
dei voti alla monarchia nel referendum del 1946, si era scoperta
democristiana. In qualche modo, sentiva che rompere con la
fede materna e con le convinzioni politiche di entrambi i geni-
tori significava, malgrado loro non ci fossero più, diventare
adulto. Eppure, nello stesso tempo, si rendeva conto di come
confliggessero clamorosamente la certezza di un’umanità con-
dannata alla fascinazione della cenere e, di contro, l’urgenza di
battersi per la giustizia. Nelle sue frequenti divagazioni filoso-
fiche, che pure erano sorrette solo da letture rapsodiche e di-
sordinate, intuiva quanto fosse poco giustificabile l’impegno
per un mondo visto come irrimediabilmente dannato, roso dal
male e da una sofferenza scaturente dal profondo del suo essere
e non da contingenze storiche. Allora cercava rifugio nel suo
Leopardi, soprattutto nelle pagine di una meravigliosa edizione
dello Zibaldone, il dono più prezioso che aveva ricevuto dallo
zio per la sua laurea. Un pessimismo tragico ed agonistico gli
pareva unica sintesi possibile di quanto era in quel momento:
il pessimismo di una ragione disincantata e l’ottimismo, o co-
munque l’azione più che della volontà di una speranza che però
non spera alcuna salvezza. Aveva visto, proprio negli anni delle
sue tragedie familiari, sfaldarsi quel sogno grandioso e insan-
guinato che era stato il comunismo novecentesco. Era stato te-
stimone, tra il crollo del corpo di sua madre e lo schianto
dell’auto del padre, di altri crolli, di altri schianti. Aveva vis-
suto un passaggio epocale, acceso una candela di notte spe-
rando che donne e bambini fossero risparmiati da bombe “in-
telligenti”, sentendosi impotente di fronte ad un potere che sce-
glieva nomi magniloquenti per ergersi a paladino di una giusti-
zia divenuta planetaria. Il comunismo per lui era davvero ra-
gionevole e facile: si trattava di fondare nel mondo, ovunque,
la giustizia sociale. Gli sembrava iniquo che l’umanità avesse

42
Il potere del canto

conosciuto uno sviluppo impetuoso, con enormi costi umani,


senza che la fame, la malattia, il bisogno fossero scomparsi. E,
Dio assente o latitante, era l’uomo a doversi fare carico di ri-
stabilire un ordine “umano”. Sapeva che c’erano obiezioni ra-
dicali al suo volontarismo agonistico, sapeva che il suo impegno
era senza fondamento, e che chiunque avrebbe potuto obiettar-
gli che tali pretese erano legittime come mille altre, prive di un
“bene” cui ancorarsi presente nel cuore del reale. Non aveva,
però, mai smesso di coltivare la sua “fede”, convincendosi nei
momenti di esaltazione che la storia, priva di necessità e di fine,
ha dentro di sé dei punti di svolta gravidi di potenzialità, espe-
rendo i quali fosse possibile dare senso anche ai lutti dell’intera
vicenda umana, vendicando gli umiliati, gli sconfitti, i persegui-
tati che avevano lottato vanamente per il pane quotidiano e per
la giustizia in terra.
E, nel rientrare a casa, finalmente, risuonavano in lui i versi
letti in mattinata alla sua classe. Non importa, si diceva girando
la chiave nella serratura, se io non ci sarò. Vendicheranno an-
che me coloro che, lievi, faranno precipitare irreparabilmente
l’edificio decrepito che l’Occidente ha costruito nei secoli. Im-
portante è che la rondine voli via.

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Il potere del canto

10. Quartine dell’anabattista ateo (Blu II)

Compiaciuto guardasti gli schiavi crocifissi sulla strada


di Roma. Sapesti dell’agonia di Müntzer e godesti
dei tuoi privilegi integri. Spiasti tra i filari
delle vigne i contadini presi a calci dai fascisti.

La tua razza è la lebbra della terra.


Un giorno - è già ora - verrà il Dio
dei sofferenti, il Dio eretico
morto a Frankenhausen.

Quel giorno luminoso l’arco


nel cielo non sarà segno di accordo
rinnovato ma sanguinario sigillo
della tua razza, lebbra della terra.

Credevi, incapace d’amare, la vita


meno amara se un uomo - un altro -
fosse stato una cosa (come un drappo di raso,
una rosa, un chicco di riso).

E gli ultimi di allora


sono i primi a ballare sul tuo ignudo,
finalmente muto, cadavere
Per sempre.

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Il potere del canto

11. Casa d’ombre (Rosso IV)

Quando il padre si fu completamente rimesso dall’incidente


ed ebbe riacquistato totale autonomia di movimento, finanche
una leggerezza di spirito e una vitalità a lui sconosciuti da
quella notte piovosa in cui sua moglie l’aveva abbandonato con
un figlio ancora da tirar su, poté annunziargli le grandi deci-
sioni per il futuro. Gli disse che aveva trovato lavoro a Roma,
grazie ad alcuni ex colleghi di università, all’interno di una pic-
cola casa editrice come factotum. Non era vero, ma conosceva
suo padre, sapeva che non avrebbe approfondito la cosa né si
sarebbe impicciato nella sua vita. Gli appariva decisivo poter
vivere camuffandosi in una grande città, studiando alcune
nuove lingue, almeno per essere in grado di pronunziare cor-
rettamente una decina di idiomi e scoprire l’efficacia dei suoi
versi, e curare la preparazione atletica. Nel lungo tirocinio che
si era imposto, in assenza di qualsivoglia maestro o mentore,
immaginava che fosse importante disciplinare il corpo, edu-
carlo alle principali arti del combattimento. Nella sua città
avrebbe dato nell’occhio. Roma gli consentiva massima libertà,
anche nella possibilità, tra gioiellerie e compro-oro di scam-
biare il prezioso dono quotidiano del verso goethiano con de-
naro liquido, non disdegnando, per altro, puntate in altre città,
per maggior prudenza. Era necessario garantire al padre una
rendita mensile, che gli lasciava su un conto ogni volta gli capi-
tava di tornare a casa soprattutto per monitorare lo stato
d’animo di quell’uomo che – ne era sempre più convinto –
avrebbe voluto farla finita con una vita divenuta troppo gra-
vosa, ma che ora, per fortuna, sembrava come rinato, preso
come era dalla cura della casa e della terra, messa a frutto pian-
tando alberi, curando un magnifico orto e sperimentando col-
ture nuove, stante la crisi del tabacco che tutta la zona stava
iniziando a patire. Gli capitava talvolta di pensare che il suicido
mancato era stato il prezzo pagato per essere sopravvissuto alla
moglie sapendosi inadeguato al suo compito di padre solo, e che

45
Il potere del canto

quell’albero contro cui si era schianto era stato il simbolo di


una nuova nascita, come se lui stesso si fosse fatto padre di suo
padre.
Con i primi soldi che si trovò a poter gestire liberamente
prese in fitto un casolare isolato in una zona periferica della
città, con un ampio giardino intorno, e ben collegato con la cam-
pagna romana. Comprò anche una macchina usata e uno scoo-
ter. Alacremente riattò il casolare, molto ampio, badando a che
ci fosse una falegnameria dover poter indisturbato continuare
la sua diuturna sperimentazione dei poteri. Il resto della casa
fu munito di ampie scaffalature dove tenere in ordine tutti i
libri di poesie che iniziò a comperare, sfruttando le possibilità
della capitale per i testi in lingue straniere. Una stanza di media
grandezza fu destinata, in prospettiva, a piccola palestra dome-
stica, con l’acquisto nel tempo di panche e pesi. Appena trasfe-
ritosi a Roma, e risolti i problemi più urgenti dell’abitazione,
iniziò a scandire la giornata in maniera molto rigorosa. Le
prime ore del giorno erano dedicate allo studio delle lingue, con
l’ascolto per lo più di materiale audio che gli desse i rudimenti
della pronunzia del francese, dello spagnolo, del tedesco e del
russo, che, insieme all’italiano, al latino, al greco e all’inglese,
sarebbero state nei primi anni le lingue del suo potere, con l’im-
pegno ad esplorarne altre nel tempo. Quando la città si risve-
gliava, iniziava - in quella che definiva la “Domus vocis” – la
sua sperimentazione. Sapeva di un limite invalicabile per la sua
etica: non avrebbe mai provato versi potenzialmente distruttivi
su esseri viventi. La riflessione giovanile sul dolore degli ani-
mali l’aveva condotto ad un tale radicalismo che l’idea di poter
nuocere ad una creatura, anche se per un nobile scopo quale
quello che si prefiggeva, era per lui inaccettabile. Era consape-
vole, dunque, del fatto che probabilmente non avrebbe mai sco-
perto il potenziale distruttivo di molti versi scritti nel corso dei
millenni da un’umanità fecondamente babelica. Per questo la
seconda parte della mattinata era dedicata all’esercizio fisico.
Alternava le sue pratiche che andavano dalla boxe alle arti

46
Il potere del canto

marziali più estreme. Cucinava da solo, avendo cura del suo


corpo e scegliendo i cibi, esclusivamente vegetali, di cui nutrirsi
in maniera certosina. Dopo il riposo pomeridiano, riprendeva
la sperimentazione dei suoi poteri, con la gioia della scoperta
quotidiana, tra centinaia di versi letti in sette, otto lingue al-
meno, di una sequenza di parole che lasciava accadere un mi-
racolo su un oggetto o su di sé. Gli unici “doni” che utilizzò
sempre furono quelli dell’oro, ma senza mai avvertire dentro di
sé i morsi dell’avarizia, e, soprattutto, quello della guarigione.
Questo potere era troppo prezioso per rimanere inutilizzato
finché si fosse sentito pronto ad agire. Suo rito quotidiano, dun-
que, era la visita, che gli costava tempo e fatica, presso un ospe-
dale cittadino, avendo cura nel ruotarli per evitare di essere
notato. Quasi sempre si recava nel reparto dei malati oncologici
e, preferendo quelli più giovani, pronunziava il verso tauma-
turgico. In questo modo, gli sembrava di salvare negli inconsa-
pevoli beneficiari, destinati a morte certa, che di lì a poco
avrebbero lasciato l’ospedale per vivere di nuovo una vita nor-
male, anche sua madre, ammalatasi quando lui era un semplice
studente ancora bisognoso di cure e di affetto. Quando benedi-
ceva i doni ricevuti dalla “Voce”, un’altra voce, maligna, sem-
brava, tra parole blasfeme, dire: «Perché non hai potuto sal-
vare la persona che più amavi al mondo?» E, nelle rare pause
della giornata, soprattutto negli spostamenti per andare in pa-
lestra o negli ospedali, continuava ad arrovellarsi sulla frase
che aveva segnato il suo destino. Che significava “salvezza”? I
versi stavano salvando lui? Il suo nomen era davvero un omen?
Oppure avrebbero dovuto salvare il mondo? E, in tal caso, da
quale minaccia? Oppure si trattava di salvare singole vite e, in
esse, l’intero mondo? La sua vita da “eroe” era, dunque, prima
di tutto interpretazione, nella delega totale che gli era stata con-
ferita. La sua straordinaria eredità non era stata preceduta da
alcun testamento.

47
Il potere del canto

La sera, dopo aver cenato parcamente ed aver religiosamente


chiamato suo padre, raccontandogli storie inventate sul suo la-
voro e ascoltando pazientemente i suoi racconti minimi
sull’orto e le vicende della campagna, pregava, a suo modo. La
lettura spesso meccanica che faceva dei versi nella “Domus vo-
cis” lasciava spazio ad una lettura silente e concentrata. La poe-
sia era diventata per lui una dimensione totalizzante. Sapeva
che solo una infinitesima parte di essa aveva efficacia palese.
Eppure, quando scandiva alcuni versi di Smart o di Char, di
Bonnefoy e di Luzi, sentiva che essi erano come una segreta im-
palcatura che sorreggeva il mondo. Ogni sillaba era lode, rin-
graziamento per un mondo che pure, sentiva, in modo miste-
rioso, avrebbe dovuto “salvare”. Ogni sera implorava un sup-
plemento di rivelazione, un sogno pur confuso da decifrare per
poter realizzare quella che, incrollabilmente, avrebbe sempre
ritenuta una missione. Nei momenti “eroici”, alla luce della
lampada viola che a mo’ di amuleto aveva portato da casa sua,
ricordo delle sere da brividi trascorse con sua madre che cor-
reggeva i compiti, si pensava come un monaco-guerriero, come
un asceta, capace di domare ogni passione triste per servire una
causa assoluta, e combattere per essa. Questo pensiero, dalle
tinte violacee, zittiva la voce maligna, gli diceva che sua madre,
in modi misteriosi, vegliava su di lui, da un altrove che prima o
poi avrebbe esplorato quando avesse condotto a termine la sua
buona battaglia. E a lei dedicava, ogni sera, gli ultimi versi:

Du, meines Liedes liebstes Ohr,


jetzt fühle ich: Mein Wort verlor
sich in dir wie im Wald.5

5Tu che il mio canto intendi sola: / in te si perde la mia parola / come
nella foresta.

48
Il potere del canto

12. Reditus domum (Verde V)

Sin da quando era bambino, rientrare a casa era come com-


pletare un viaggio di ritorno da un altrove percepito come irri-
mediabilmente estraneo. Finanche la scuola, che pure oramai
era una casa vicaria per il tempo che vi trascorreva, rimaneva
paese di potenziali Lestrigoni e Ciclopi. Ognuna delle sue tre
case era stata un porto sicuro, in cui le minacce del mondo
“esterno” sparivano.
La casa dell’infanzia la vedeva come il giovane protagonista
del film più amato di un regista russo, anch’egli vocato alla poe-
sia, artista tra i più grandi e incompresi del secolo appena fi-
nito. Ogni minimo evento gli appariva trasfigurato in un sogno
con sua madre al centro di meravigliose sequenze in bianco e
nero, molto più bella che nelle foto. Ogni anfratto di quella che,
rivista anni dopo per caso, era stata un’abitazione modesta, in
linea con le finanze di una dipendente statale e di un artigiano,
destinato ad essere travolto dal progresso, era stato scenario di
epiche battaglie di soldatini di plastica tenuti alla rinfusa in un
bidone cartonato di detersivo. O di storie in cui, in una affollata
solitudine, si era finto un eroe dei fumetti che occupavano tutti
gli interstizi del giorno tra lo studio e qualche svogliata attività
sportiva. Figlio unico, non disdegnava la vita di relazione, ma,
potendo scegliere, avrebbe sempre privilegiato la beata soli-
tudo che la sua fantasia popolava di esseri fantastici. Era certo
che questa sola beatitudo avesse plasmato la sua attitudine al
soliloquio, che si sarebbe poi tradotto nella fitta scrittura dia-
ristica quasi quotidiana e nella pratica poetica, nascosta al
mondo. Non era un monologo: era una polifonia di voci, sin
dall’infanzia, in cui parti di lui confliggenti accampavano le
loro ragioni per essere soddisfatte o per vedere semplicemente
la luce. Avrebbe potuto, dunque, essere molte cose. La vita poi
aveva scelto per lui, spazzando via le molteplici maschere che
aveva indossato.

49
Il potere del canto

La seconda casa univa inestricabilmente alcuni vertici di


compimento a sofferenze inaudite: nella dimora di campagna
aveva, alle soglie dell’adolescenza, scoperto il piacere di tra-
scorrere ore e ore nel bosco, disteso accanto ad un torrente che
aveva visto intorbidirsi anno per anno, cullato da suoni natu-
rali che sarebbero per sempre rimasti unica traccia di paradiso
possibile nel suo esilio terrestre. In quella stessa semplice co-
struzione, pensata e in molte parti addirittura realizzata dal
padre, aveva vissuto la discesa agli inferi della malattia di sua
madre, che aveva accompagnato anni in cui avrebbe dovuto co-
noscere l’ebbrezza del corpo innamorato, fino all’ineluttabile
compimento.
Non erano state case né le stanze dove aveva dimorato a
Roma i primi due anni di università né la stanza pur solo per
lui in cui era stato accolto dallo zio dopo la morte di suo padre.
E, probabilmente, aver perso in pochi anni genitori e dimora
gli aveva dato energie, che talvolta a lui stesso apparivano nel
ricordo super-eroiche, per laurearsi subito, vincere il concorso
e iniziare, giovanissimo, a lavorare. Doveva ricostruire un’Itaca
riscoperta deserta e in rovina.
Appena possibile, infatti, aveva comperato, con un mutuo ge-
stibile per un dipendente statale e qualche agevolazione, una
casa ai margini del centro storico. Qui, pensava, avrebbe vis-
suto tutto il resto della sua vita. Nessun nuovo viaggio, nessuna
esplorazione. Qui i “domestici Lari” avrebbero trovato ricetto,
qui avrebbe santificato i diritti degli dèi Mani, intessendo un
silenzioso dialogo con i suoi morti.
La sua terza casa, dunque, quella in cui entrava dopo le fati-
che del giorno, dopo lo scontro amoroso con allievi di cui si sen-
tiva educatore e il tedio della istituzione di cui era parte come
insegnante, era consacrata alla memoria dei suoi genitori che lo
osservavano da foto di ogni dimensione, per lo più in gruppi in
cui tutti e tre sorridevano. Casa erano quelle immagini e un
odore bello, solo suo, e qualche oggetto proveniente dalle di-
more del passato (una lampada, una pipa di terracotta), amuleti

50
Il potere del canto

che, sollecitati da parole adeguate, avrebbero dischiuso porte


della memoria e vite anteriori.
Ester stava cucinando. Come, da sempre, era difficile uscire
dal suo soliloquio e incontrare l’altro! Eppure, si diceva spesso,
conosceva questa donna da dieci anni. Si erano incrociati per
la preparazione del concorso in uno di quei gruppi di mutuo
soccorso che sorgono spontaneamente in tali circostanze dove
nessuno sa bene come affrontare una sfida che si sa dirimente
per la propria esistenza. Dopo averla persa di vista, l’aveva ri-
trovata occupata in tutt’altro, non avendo superato il concorso
e non avendo pazienza di iniziare la trafila delle supplenze.
Aveva iniziato a lavorare come commessa in una delle poche
librerie cittadine dove lui spesso si recava investendo in libri
parte corposa del suo stipendio. In fondo, era un single di ven-
ticinque anni che lavorava nelle scuole della sua provincia. A
parte i soldi del mutuo e l’acquisto di una utilitaria, non aveva
spese importanti. La prima volta che si rividero parlarono a
lungo, nella libreria deserta del secondo mattino, dell’espe-
rienza concorsuale, entusiasmante per lui, disastrosa per lei,
che aveva visto crollare tutti i suoi progetti. Era tanto che non
parlava a lungo con una donna. Dopo la consunzione di una
relazione “romana” con una sua collega di corso, mai vera-
mente amata, le urgenze causate dai lutti e dall’emergenza eco-
nomica lo avevano indotto a mettere da parte qualunque tenta-
zione amorosa (e finanche sessuale). Non la ricordava così bella
come gli apparve invece in quella solitudine abitata da perso-
naggi immaginari e da parole in attesa di essere eseguite e pro-
nunziate ad alta voce. Mentre l’ascoltava, nella mente ricorsi-
vamente tornavano incipit delle poesie di Salinas, il canzoniere
d’amore che più amava, quello che più gli consentiva fedeltà
alla memoria materna nella sua visione astrattamente idealiz-
zata della donna. Quelle parole avrebbero dato la tonalità emo-
tiva alla sua relazione. Era parso naturale nei mesi successivi
non solo vedersi in libreria ma iniziare a frequentarsi nei fine
settimana, sempre più fittamente, e altrettanto naturale per lui

51
Il potere del canto

accoglierla nel suo nido per cercare nel corpo di lei lenimento
al male di vivere che lo rodeva dall’interno silenziosamente, ri-
trovandovi un’eco degli abbracci materni e la promessa di una
pace di là a venire. Dopo un paio di anni trascorsi così, pur con
delle crepe che ad occhio attento sarebbero apparse pericolose,
avevano deciso di sposarsi. Lo avevano fatto in Comune, invi-
tando solo i parenti più stretti quasi per rispetto di lui, che
aveva solo il fratello di suo padre. Avrebbe potuto essere un
matrimonio felice. In fondo, rispetto a tanti coetanei avevano
già superato alcuni problemi di ordine pratico che ad altri ap-
parivano montagne da scalare, dal lavoro alla casa. Eppure,
dopo i primi anni in cui entrambi si erano illusi di aver trovato
l’altra metà in cui gli dèi invidiosi avevano diviso l’umanità ori-
ginaria, con sgomento scoprirono che i bordi non collimavano,
che troppo di loro esondava dagli abbracci notturni in cui si
univano cercando affannosamente di placare il disagio e le sem-
pre più frequenti incomprensioni. Lui aveva imposto una di-
mensione di coppia sostanzialmente totalizzante, in cui ci fosse
pochissimo o nullo spazio per altro, mentre Ester avrebbe vo-
luto continuare a coltivare amicizie e relazioni. Capitava sem-
pre più spesso che lei uscisse con i vecchi amici di giovinezza,
mentre lui ostinatamente rimaneva a casa a vedere i suoi film o
immerso nelle sue letture che spesso si prolungavano fino a
notte fonda. Sempre più spesso a lui capitava di ricordare i luo-
ghi della sua adolescenza, il bosco dove aveva coltivato la gioia
della solitudine. E pensandosi immerso in quelle fronde amate,
gli succedeva talvolta di pentirsi: si era illuso che ci fosse sal-
vezza e guarigione dalla ferita mortale inflittagli, come se un
arto strappato potesse essere sostituito con un braccio mecca-
nico, come se l’amore di sua madre e la presenza del padre po-
tessero essere surrogati da un’altra persona. Ognuno è solo sul
cuore della terra. La solitudine non era una scelta individuale
bensì un destino. Che lui aveva voluto ingannare. E questo lo
spingeva ad un mutismo che feriva Ester. Non lo capiva più
dopo alcuni anni, eppure continuava ad amarlo dolorosamente,

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Il potere del canto

cercando invano di aprire brecce nei suoi silenzi. Parlami, pen-


sava, perché non parli mai? A che stai pensando? A cosa?
La salutò, eludendo il suo sguardo.

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Il potere del canto

13. Stairway to Heaven (Giallo I)

And my spirit is crying for leaving…

Ho finalmente ripreso in mano Schopenhauer per esorciz-


zare quel pensiero negativo che mi accompagna da quando ho
iniziato a pensare con la mia testa, facendo diventare convinci-
menti quella che era solo la mia pigrizia, la mia incapacità di
vivere. Non che ora mi sia convinto che la vita sia bella, ma ho
solo capito che è talmente breve che comunque vale la pena di
viverla, con tutte le gioie e tutti i dolori. È inutile continuare ad
accusare un dio che non c’è. Non c’è e basta: è il desiderio
dell’uomo di dare un senso all’esistenza e al dolore, il desiderio
che non tutto vada perduto. La morte è sempre vicina: è inutile
urlare e maledire. Viviamo, fin quando ci è data questa possi-
bilità, anche se alla fine a nulla sarà servito. Non importa.
Siamo piccoli uomini: amiamoci, aiutiamoci, per morire con un
sorriso.

***

La tragica sensazione di vuoto di Dio ora la vivo come cer-


tezza, e ciò non mi fa più male. Ma non ho sostituito quella pre-
senza con un’altra altrettanto forte.

***

Scrivere per non dimenticare. Noi siamo una memoria dolo-


rosa, una ferita che, mio signore, non è mai guarita. Ma dimen-
ticare... non è un dolore: è un tormento che ci sveglia di notte.

***

54
Il potere del canto

Forse un giorno romperò il cerchio, ma sarà in nome di un


altro cerchio, forse più angusto. In ogni caso non sarà una vit-
toria ma un semplice ripiegamento, una comodità più conve-
niente. Sì, perché alla fine, diciamo la verità, non è che questo:
la comodità. Quanta gente ha sacrificato la felicità propria alla
comodità? Io, tra questi. Perché vivere è difficile: vivere.

***

La morte: vorrei fosse pacifico pensare ai morti che si sono


dissolti nell’aria che noi respiriamo ogni giorno. Ma è più rea-
listico pensarli sigillati nelle loro bare, muti per sempre ai no-
stri cuori induriti.

***

Contano solo i vivi, le loro parole, le loro risate, l’aiuto che


ci possono dare nelle nostre difficoltà. I morti sono inutili. Noi
saremo inutili, e forse qualcuno, un giorno, con la spina del mio
volto disfatto nel cervello, scriverà le stesse parole e poi tornerà
a ridere con gli amici.

***

Vorrei avere un compito grande da adempiere, per morire


felice.

***

Forse il compito grande è scoprire l’armonia al di là del caos,


dare forma all’informe, dare vita alle cose morte.

***

55
Il potere del canto

Rinascita, parola antica: ancora il marchio. Forse è questa


stessa illusione di una vita nuova, di un attimo che cancella il
passato, o meglio lo inserisce in un disegno più grande, che
oscura la positività del quotidiano. L’attesa spasmodica di un
evento giustifica ogni sbaglio dell’oggi: «tanto quel giorno io
sarò un altro uomo... ». E quel giorno, lo sai, non verrà mai, o
meglio, è sempre ora.

***

Accettare la caducità: se la felicità è una caduta, allora quella


che pensiamo come infelicità è ascesa. Tutto si incontra in un
punto che non è fissato da una prospettiva abituale. Accettare
la caducità come il nostro destino: non esiste un Essere eterno
e immutabile rispetto al quale noi siamo caduchi. E se non esi-
ste, allora non possiamo parlare neanche di caducità. Noi siamo
questo, noi passiamo, siamo una carne e una notte (Celan) e non
possiamo maledire nessuno se non è diversamente, se tutto non
è imperituro, eterno. Noi dobbiamo accettare la mortalità. Ma
è possibile addirittura farlo con gioia, senza malinconia? Sa-
rebbe essere disumani. Non potremo mai ridere per una per-
dita. Eppure dobbiamo accettare questo. Dobbiamo - questo è
il punto - farcene una ragione. Non dare una spiegazione reli-
giosa. Non è la follia dell’Occidente che tutto trascorra, non è il
male. È la realtà che possiamo quotidianamente constatare: gli
animali muoiono, gli uomini muoiono, e molti di loro li amiamo
con tenerezza. Eppure muoiono, e maledire un Dio inesistente
è perpetuare la menzogna, ma soprattutto l’illusione. È barare,
è come dire: «se io maledico un Dio perché mi toglie una per-
sona che ama, significa che io nel fondo del cuore continuo a
credere che esista, e che dunque questa persona non si è ina-
bissata per sempre, ma che un giorno la rivedrò».

***

56
Il potere del canto

È come se tutto si stesse preparando per un avvenimento che


non ci sarà: il Suo avvento nel deserto della mia anima.

***

Sprofondo nei miei pensieri. L’idea ossessionante della


morte, della sofferenza inutile, la domanda sul senso della mia
esistenza, della esistenza in genere. Abbasso gli occhi, li chiudo,
Cerco di possedere almeno una certezza a cui aggrapparmi e
non vedo che macerie, discorsi mai portati a termine, progetti
incompiuti, Tutto è inutile, mi sussurra una voce che bene co-
nosco. Voce che sale da anni oscuri, da meandri esplorati per
anni. Qualcosa che mi richiama al fondo oscuro delle mie
paure, mi addita la staticità come unica salvezza. Io non so
nulla, sul far della sera. Aspetto la routine del giorno per ritro-
vare una identità semplice, nella ripetizione degli stessi gesti,
delle stesse parole. Sono ingrassato di nuovo, come se il mio
corpo stesso mi volesse dire che non c’è proprio niente da fare
per cambiare, che tanto tutto è davvero inutile. Che le parole
stesse per scrivere sono sempre le stesse. L’aborto di romanzo
mi ha messo di fronte implacabilmente alla mia povertà. Cosa
resterebbe della mia vita se dovessi morire domani? È già do-
mani, non lo senti? Sono stanco e vorrei piangere: per chi piano
piano muore, per gli ebrei di Sachsenhausen, per i malati, per
i bambini uccisi. Ma non esiste nessun computer che possa re-
gistrare gli stati d’animo. Ci sarebbe bisogno di stile per ri-
creare sensazioni sulla pagina, che possano rivivere. Ma sono
così debole.

***

Il mio perfezionamento, la ricerca di una felicità nuova deve


avvenire consapevolmente dentro la mia situazione esistenziale

57
Il potere del canto

data, caratterizzata da persone, luoghi. Non può essere un pro-


cesso astratto, un tirarsi fuori fino ad un compimento (che non
ci sarà mai). La vita vera non devo mai vederla come un osta-
colo a questo percorso, anzi: essa stessa è elemento essenziale
del processo (una colomba non potrebbe volare senza aria). La
vita è la mia aria. È il motivo stesso del mio perpetuo interro-
garmi sul senso. Non smettere di cercare! E mi è apparso così
ridicolo il mio insieme di nozioni divenute troppo spesso aride,
morte. Noi siamo nel Sabato santo, il giorno del silenzio e della
discesa agli Inferi. Nell’attesa della Pasqua. È il mio corpo che
chiede vibrazioni d’assoluto: non ho mai accettato in fondo le
risposte piatte della ragione e del buon senso.

***

Ogni giorno guardiamo le cose insignificanti, guardo tutto e


tutto il mondo che vive di speranza, e non vivo…

58
Il potere del canto

14. Dove domina il caos (Rosso V)

Dopo pochi mesi, poteva dirsi soddisfatto. Suo padre era ri-
nato. La casa era funzionale ai suoi bisogni. Rispettava con di-
sciplina il rigido programma giornaliero di studio delle lingue,
sperimentazione, cura del corpo, condivisione del dono della
guarigione. In alcuni momenti, si era persuaso che effettiva-
mente la “salvezza” di cui aveva cantato la “Voce” fosse quella
che ogni giorno, nel nascondimento, praticava, dispensando
nuova vita a poveri corpi in attesa della fine. Eppure, nei mo-
menti di maggior lucidità del giorno, percepiva che non poteva
bastare. Non aveva alcun senso che, tra i molti poteri che stava
scoprendo, solo uno avesse valore, quasi gli altri fossero l’or-
pello che una divinità barocca avesse voluto aggiungere.
Una notte, mentre stava sognando, come spesso capitava, al-
tre vite possibili (e il risveglio in quel caso lo richiamò, con ram-
marico, da un’aula dove stava recitando a memoria davanti ai
suoi alunni, che gli sembrava di conoscere da sempre, dei versi
della Gerusalemme liberata), sentì dei rumori provenire dalla
“Domus vocis”, che pure aveva una robusta porta a protezione.
Non poteva essere un animale perché era sua cura chiuderla
bene con cura. Non temeva per il suo tesoro, ben nascosto e
impossibile da trovare per chiunque. Non accese la luce. Prese
una torcia che aveva sempre accanto al comodino e, da una fes-
sura delle imposte, si mise ad osservare. Da una finestra della
“Domus” vedeva una luce agitarsi nel buio e sentiva rumore di
oggetti rovesciati. Si accorse che, davanti alla porta forzata,
c’era un uomo. Erano, dunque, almeno due se non di più i ladri
che stavano violando il suo tempio. In vita sua non aveva mai
combattuto. Neanche una zuffa tra amici. Il massimo di vio-
lenza l’aveva esercitato, in quei pochi mesi di soggiorno a Roma,
nelle ore di palestra, praticando arti marziali e boxe. Ma non si
sentiva pronto. E non lo era neanche nel controllo dei suoi po-
teri. Avrebbe ricordato i versi, lui che aveva avuto doni im-

59
Il potere del canto

mensi e una memoria che non riusciva a stargli dietro, mal-


grado il suo prezioso Quaderno delle meraviglie? Lo riprese in
mano compulsando le poche pagine vergate con bella grafia. Si
vestì attento a non far rumore, e con un occhio all’esterno per
capire il numero preciso dei ladri e i loro spostamenti. Era pas-
sata da poco la mezzanotte. In ogni, caso, si diceva, nessuno
avrebbe dovuto scoprire i suoi poteri. Era ancor fermamente
convinto che essi dovessero rimanere nascosti al mondo, che
avrebbe potuto costringerlo a farne un uso distorto, corrom-
pendolo. Aveva acquistato con cura abiti aderenti e comodi, sti-
vali adatti alle escursioni, guanti per ogni evenienza di lavoro o
sportiva. Si rese conto di non aver mai pensato ad un giubbotto
antiproiettile o, comunque, ad un corpetto rinforzato che lo
proteggesse da colpi ravvicinati di armi da taglio. Era il suo
battesimo del fuoco. Come in tante storie lette, non era lui a
sceglierlo ma la vita che accadeva mentre stava pensando a
tutt’altro. Uscì dalla porta secondaria della casa. Pensò che
avrebbe dovuto munirsi anche di occhiali ad infrarossi per ogni
evenienza e, per quanto poi la cosa gli sarebbe apparsa ridicola
in seguito, tenendo conto del terrore che lo attanagliava, stabilì
che avrebbe dovuto affiancare al Quaderno delle meraviglie il
Quaderno degli strumenti (con in cima alla lista una sorta di
cotta e, appunto, occhiali che gli consentissero visione not-
turna). Certo, in quel caso il terreno di scontro lo conosceva
bene. Si considerava un animale notturno e, quelle volte che
assorto nei pensieri e assillato dalle domande senza risposta,
aveva tardato a prendere sonno, aveva battuto, passeggiando,
palmo a palmo quello spazio verde e alberato che circondava la
casa e la “Domus” di poco distante. Il cielo era terso, la luna
complice. Da dietro una quercia che spesso aveva benedetto
con le sue ombre la sperimentazione dei poteri, fissando il
“palo” con il volto mascherato da un passamontagna e con in
pugno una pistola, pronunziò uno dei pochi versi “di guerra”
che padroneggiava: «Cry ’Havoc!,' and let slip the dogs of

60
Il potere del canto

war».6 Senza capire cosa stesse accadendo, l’uomo dal volto co-
perto si trovo sbattuto violentemente contro la parete della
“Domus”, perdendo i sensi. Tutto tacque e la luce all’interno si
spense improvvisamente. Scattò in questa drôle de guerre, e
prese la pistola, senza sapere se il ladro all’interno fosse armato
e di cosa. Prima di allora non aveva mai impugnato un’arma. E
aggiunse mentalmente agli attrezzi da procurarsi almeno una
pistola ed un fucile, malgrado provasse una istintiva ripu-
gnanza per ogni forma di violenza, e sentendo – come per la
memoria – come la divinità sconosciuta rivelatasigli una volta
sola avesse un invidiabile senso dell’ironia. Quante persone
c’erano lì dentro? Presa la pistola, tornò dietro l’albero nascon-
dendosi. Vide uscire una sola persona a volto scoperto, che
provò a scuotere il collega svenuto. In mano aveva un poderoso
coltello militare. Aveva esaurito l’unico verso “di guerra” non
mortale che per ora aveva scoperto. Non fu tentato dall’usarne
quelli distruttivi. Ebbe una ispirazione (dettata dalla “Voce” o
dono del sogno da cui era stato richiamato controvoglia?).
Chiuse gli occhi e pronunziò: «La sua forma invisibil d’aria
cinse». Vide che i suoi arti sparivano ai suoi stessi occhi. Si av-
vicinò attento a non far rumore, colpendo con un pugno al volto
il ladro di sogni (e pensando in una frazione di secondo che an-
che i guanti andavano modificati e resi efficaci per situazioni
del genere). Dopo un attimo di smarrimento, quello reagì lan-
ciando fendenti nel vuoto e colpendolo ad un braccio. Fu un
attimo. Dal nulla si sentirono parole misteriose: «Più volte il
mondo in caòsso converso». Era la prima volta che sperimen-
tava il verso su un soggetto vivente, non conoscendone le con-
seguenze. Mentre si teneva la mano sulla ferita dolorosa al brac-
cio sinistro, vide il ladro barcollare e iniziare a vomitare. Dopo
una serie di piroette con le mani che mulinavano nell’aria, lo
vide cadere a terra dimenandosi. Prese, allora, utilizzando la
destra nella “Domus” una mazza di legno e lo colpì violente-
mente in testa, mentre era ancora invisibile. Non conosceva il

6 «Invoca la strage! E lascia liberi i cani della guerra».

61
Il potere del canto

verso per annullare il tale potere. Avrebbe scoperto che esso,


se non annullato, era efficace per tre ore. Che fare ora? Il brac-
cio sanguinava copiosamente. Pur non vedendolo, sentiva le
mani bagnate. Allora, decise di sperimentare su di sé per la
prima volta la guarigione, sapendo che una vita quel giorno non
sarebbe stata salvata. Non era probabilmente in pericolo di
vita, ma lo sarebbe stato al risveglio dei malviventi se non
avesse provveduto in qualche modo. Sentì immediatamente ces-
sare il flusso di sangue e in pochi minuti rimarginarsi il solco
profondo prodotto dal coltello. Appena poté usare entrambe le
mani, legò le mani e i piedi dei due complici, li bendò, mise loro
in bocca due pasticche di sonnifero e poi coprì la bocca con
scotch da imballaggio. Ora però si rendeva conto che veniva la
parte più difficile. Probabilmente non avevano capito nulla di
ciò che era accaduto, ma se si fossero fatti domande e fossero
poi tornati? Non poteva portarli alla polizia: troppe cose da
spiegare. Bisognava, dunque, improvvisare. Avrebbe capito in
seguito che in ogni momento di pericolo e necessità, in modi mi-
steriosi, la “Voce”, deus absconditus, lo avrebbe indotto a sco-
perte che il suo rigoroso metodo non sarebbe stato in grado di
fare. Pronunziò un verso che aveva ritenuto inefficace, perché
sperimentato su oggetti inanimati: «che toglie altrui memoria
del peccato». Sentiva, in qualche modo, che il ladro con cui
aveva lottato avrebbe dimenticato ogni cosa, mentre l’altro non
aveva neanche avuto il tempo di capire cosa fosse successo. Nel
Quaderno delle meraviglie avrebbe dovuto appuntare le mol-
teplici e preziose scoperte di quella notte. Caricò, dunque, i due
sulla macchina, nel cuore della notte, dopo averli fotografati
per poterne ricordare i volti nel caso li avesse incontrati di
nuovo (nei portafogli, incauti, avevano finanche le carte d’iden-
tità: avrebbe potuto seguirne l’evoluzione e intervenire se ne-
cessario). Dopo una decina di chilometri nelle campagne ro-
mane, li lasciò in un campo non coltivato. Aveva portato con sé
del vino, con cui imbrattò i loro abiti, lasciando la bottiglia
vuota nelle mani di uno, liberandoli di lacci e bende.

62
Il potere del canto

Mentre tornava a casa, con il cuore in tumulto, quasi come


nel giorno della scoperta dei poteri, ripeteva il da farsi nei
giorni successivi: migliorare la sua attrezzatura pensando ad
ogni evenienza possibile con metodo, trovare una soluzione per
sperimentare anche su materia vivente senza violare il suo co-
dice cavalleresco e morale, aumentare i dispositivi di sicurezza
della casa (e semmai prendere un cane addestrandolo a tal
fine). Ma la domanda vera era un’altra: era un taumaturgo.
Aveva già guarito decine di persone inconsapevoli. Ora aveva
sperimentato nuove potenzialità dei suoi poteri. Avrebbe do-
vuto essere un amichevole eroe silente di quartiere alla caccia
di ladri, stupratori e spacciatori? Questo voleva la “Voce”? I
due ladri non erano stati altro che burattini in una storia prov-
videnziale per illuminare le sue scelte future? Nella sua testa il
caos dominava. Come quasi sempre, nessuna risposta. Avrebbe
voluto reimmergersi nel sogno dove lui recitava liberamente e
senza paura versi sublimi a volti estatici. Sapeva, però, che
quella notte destinale non avrebbe più chiuso occhio. Avrebbe
messo in ordine la “Domus” l’indomani. A ciascun giorno,
pensò, basta la sua pena. Ebbe, però, la forza di ringraziare per
quanto accaduto, perché lui stesso era scampato alla morte,
perché aveva vinto antiche paure, aveva affrontato il pericolo
pur terrorizzato, senza mai avvertire la tentazione di uccidere.
Dunque, benedisse i doni ricevuti, accettando di portare il peso
delle domande prive di risposta che essi avevano in sé. Dedicò
il resto della notte a iniziare, su un Moleskine Cahier Journal
XXL, il Quaderno degli attrezzi, felice di poter usare il braccio
e la mano sinistra, per poi batterli sulla “Lettera 22” donatagli
anni prima dal padre, in buon ordine. Avrebbe dedicato quelle
pagine, destinate a non essere lette da nessuno, ma sicuramente
ascoltate da qualcuno, altrove, al “buon Apollo”.

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Il potere del canto

15. Histrio (Verde VI)

Oramai era una sofferenza condividere spazi e tempi, anche


quei pochi cui li obbligava la finzione matrimoniale, anche sem-
plicemente mangiare insieme per poi rifugiarsi ciascuno nel
proprio mondo fattosi sempre più autonomo. Le loro lunghe se-
cessioni dalla coppia potevano durare per settimane, spesso
rotte dal bisogno quasi animale di sentirsi vivi, amandosi con
una furia distruttiva, l’uno cercando di penetrare quasi fino al
sangue il corpo minuto di lei, che di contro avrebbe voluto di-
vorarlo nella sua virilità impetuosa e smodata, rimasta per sem-
pre adolescente e perennemente insoddisfatta.
Poche parole svogliate spezzavano un silenzio che talvolta
era mesto, talvolta carico di risentimento inespresso. Spesso la
salvezza era accendere il televisore e seguire il notiziario, in
quei giorni saturati dall’ennesima campagna elettorale di un
Paese che aveva fatto della “transizione”, del perpetuo movi-
mento modo d’essere, senza approdi e stabilità possibili. E lui
stesso, che pure continuava a credere nella necessità dell’impe-
gno politico, si rendeva sempre più conto della frattura tra
ideale e reale. Il suo era, in fondo, un comunismo “platonico”,
mosso da ragioni etiche. Quando osservava la politique politi-
cienne o vi si avvicinava, ne rimaneva disgustato profonda-
mente. Gli era capitato finanche di bazzicare la sezione di un
partito che ambiva a rifondare il comunismo, che aveva visto
crollare negli anni in cui era immerso nello studio per salvare
se stesso dal naufragio. Ne era uscito con l’impressione di una
mescolanza casuale di carrierismo, buoni sentimenti privi di so-
lide basi e fedeltà ad un mondo scomparso. Eppure proprio in
quegli anni, come sempre altrove, una nuova generazione sem-
brava essere capace di liberarsi di ogni nostalgia per il passato
e combattere con nuove armi i mali del tempo, la furia devasta-
trice della mercificazione planetaria. La sua, invece, era cre-
sciuta nel disincanto. Odiava gli anni della sua formazione. O
meglio: li aveva amati vivendoli, nutrendo il suo immaginario

64
Il potere del canto

di donne prosperose e comicità dozzinale, immemore di quanto


accaduto pochi anni prima, del piombo, del sangue. Gli anni
Ottanta erano stati un gigantesco giardino di Armida. Solo
dopo, acquisendo consapevolezza nel biennio romano, pur-
troppo breve ma intensissimo, aveva capito cosa fosse successo
nel suo Paese. E come ogni prospettiva di mutamento sociale
fosse stata sconfitta per accecamento di alcuni e pavidità di al-
tri. Certo, si diceva spesso, facile giudicare post eventum. Gli
anni Novanta erano stati un’inevitabile conseguenza di una ca-
tastrofe che era stata insieme politica e culturale (talvolta pen-
sava addirittura antropologica). E lui era stato complice di
tutto questo abominevolmente. Un paese devastato dal dolore,
invece, era il suo. E un imprenditore, sorto quasi dal nulla o da
oscuri poteri innominati, dopo aver edificato teste, le aveva
persuase, con gli stessi strumenti, di essere la cura. Ed era stato
creduto. Ricordava ancora la rabbia che cercava pretesti per
scatenarsi in quella notte del ’94. E ora lo stesso personaggio,
che percepiva come una reale minaccia per la democrazia, con
l’immenso potere corruttivo conferitogli dal denaro, chiedeva
l’ennesima cambiale in bianco. Ce l’avrebbe fatta anche sta-
volta. Lo sapeva. A contrastarla una scialba figura che aveva
emendato ogni macchia del suo passato, facendosi addirittura
codino e baciapile, un ex magistrato che era sceso sul terreno
scivoloso della personalizzazione della politica e un ex sindaca-
lista di cui ammirava sicuramente la raffinata cultura politica
e la fama di intransigente. Disiecta membra di una sinistra che
non era solo, come sempre, divisa in massimalismo e riformi-
smo. Il male era molto più profondo, come se dopo l’89 non ci
fosse stata più uno sfondo comune a rendere pensabile e espe-
ribile un progetto di trasformazione del mondo antitetico ri-
spetto a quello agito senza esitazioni da élite oramai divenute
trans-nazionali e totalmente prive di qualsivoglia controllo. An-
che i migliori che provavano a resistere avevano parole d’or-
dine purtroppo lise, nate in altri secoli, per altre lotte, parole
incapaci di pensare e mutare il proprio tempo. La speranza era,

65
Il potere del canto

dunque, altrove. Nei giovani che contestavano gli iniqui trattati


internazionali e la deregulation dell’economia planetaria. Per
questo guardava con simpatia quelli che, nella sua città, tra dif-
fidenza e repressione scomposta, testimoniavano questo modo
nuovo di fare politica, fuori dai partiti tradizionali.
Non parlava mai con Ester di queste cose. L’aveva sempre
percepita come totalmente disinteressata alla sfera politica.
Pensava che finanche gli interessi che avevano condiviso in lei
fossero superficiali e che, nel profondo, ella mirasse semplice-
mente a vivere, a riprodurre la sfera biologica, prendendosi
cura del suo corpo, rassettando casa talvolta come se combat-
tesse una battaglia decisiva, cucinando, lavando e stirando
panni. D’altronde, da qualche anno la crisi del settore librario
aveva spinto il datore di lavoro di Ester, un personaggio che
oscillava pericolosamente tra nevrosi (decisamente) e visiona-
rietà, a darle il part-time. Il pomeriggio poteva dedicarlo tutta
alla sfera domestica.
Non avevano avuto figli. Lui non aveva fatto nulla perché ciò
non accadesse, ma in cuor suo agivano ancora le parole lette in
giovinezza da uno scrittore amato: generare, in un mondo ma-
ledetto come il nostro, sarebbe stato un atto di pura malvagità.
Lo gnostico che segretamente albergava nel profondo della sua
anima aveva reso sterile il suo seme? Sapeva che Ester avrebbe
voluto figli. Non era accaduto. Non era colpa di nessuno. Per
altro, la sterilità della coppia avrebbe reso meno dolorosa una
sempre più probabile separazione. Erano entrambi alberi de-
stinati a non portare frutti.
Quanto più sentiva fallita la sua vita matrimoniale, tanto più
investiva energie in altro. Tutta la sua carica amorosa, che rag-
gelava nelle pareti domestiche, trovava sfogo a scuola. Ribadiva
spesso, con il Platone (insieme a pochi altri pensatori) che
amava del Simposio, che non può darsi vera conoscenza senza
amore. Erano le anime che voleva far innamorare, riuscendo lì
doveva aveva fallito con Ester. E anche l’impegno politico era
un modo per riempire il vuoto d’amore. Ambiva a ritrovare una

66
Il potere del canto

comunità, una piccola tribù in cui riconoscersi. Ma era consa-


pevole che, in ogni caso, si trattava di surrogati. Per lui amore
avrebbe significato abitare confidenzialmente un nido dome-
stico, come durante la sua infanzia, abbracciato e rassicurato.
Questa speranza era naufragata. A frenare decisioni definitive
era il timore di ritrovarsi in una casa ancora più fredda, defi-
nitivamente e per sempre orfano. Per questo sempre di più ne-
gli ultimi mesi un pensiero tetro, che non l’aveva sfiorato nem-
meno negli anni più cupi della sua giovinezza, tornava periodi-
camente a riaffacciarsi tentandolo con i volti amati di chi aveva
solitario varcato la soglia. È gli sembrava facile abbastanza da
farlo.

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Il potere del canto

16. No one can see you cry (Giallo II)

Come on, come on


No one can see you try
No one can see you cry.

Quieta disperazione per il fallimento del mio rapporto con


Ester. Oramai sperimento in ogni situazione l’incomunicabilità:
siamo due persone che non hanno nulla da dirsi e che riescono,
malamente, ad incontrarsi “solo sulle cose”, per usare
un’espressione di mia moglie. Se non risolvo in qualche modo il
rapporto non potrò fare nulla di “sensato”. Continuo a chie-
dermi come abbia potuto sposarla e che cosa abbia mai potuto
trovare in lei di affascinante. Ora mi appare una persona sgra-
devole, addirittura volgare in certi momenti, incapace di capire
qualcosa di me. Lei è stata la martire di questo rapporto. Per
cosa, alla fine? Per cosa si è sacrificata? Un sordo rancore re-
ciproco e la consapevolezza di essere entrambi infelici. Stan-
chezza del corpo, dei polmoni, del cuore, della mente. Ancora
una volta la salvezza nella routine quotidiana. Ma quanto può
durare? Quanti oppiacei possono rinviare la resa dei conti, ot-
tundere la coscienza?

***

Non la sopporto più. Davvero la nostra coppia è diventata


un’orribile prigionia per entrambi. Non lo nascondo. Glie lo
dico continuamente con i miei sguardi lividi. Che siamo oggi,
senza amore, senza neanche la finzione di un figlio ad unirci.
Chi potrebbe sopportare la gravidanza di Ester, il suo isteri-
smo, le sue ossessioni? Che senso ha continuare a stare insieme?
Credo che questa sarà la domanda dominante dei miei prossimi
mesi. Se non dovessi rispondere entro tempi ragionevoli credo
che sarebbe opportuna mettere fine a questo sodalizio. Non
possiamo vivere la seconda parte della nostra vita senza amore.

68
Il potere del canto

Nell’immediato non vedo molte possibilità di uscita. Il suo


sguardo giudicante mi soffoca in ogni cosa.

***

Dov’è la donna che ho amato? È mai esistita? Era una mia


proiezione o, in fondo, voglio questo? Penso sempre più spesso
alle possibilità inesperite della mia vita.

***

Come potrebbe essermi compagna se di me, in fondo, non ha


mai capito nulla (perché non ha voluto)? Gli abissi e le vette
che ho sempre voluto raggiungere non potevano attrarre il suo
bisogno di una sicurezza media (mediocre, come lei dice nei mo-
menti di autocritica). Ester è un’ottima persona. Probabil-
mente con un uomo “normale” sarebbe stata felice e avrebbe
dato felicità. Il problema sono io. La mia differenza, che persi-
ste sotto scelte apparentemente anch’esse medie e borghesi: il
nichilismo più cupo e, nel contempo, l’ansia di assoluto, il le-
game con il passato “mitico” e l’apertura al nuovo, il bisogno di
un “nido” e, insieme, quello di spazi sconfinati. Il problema non
è lei ma io. Non avrei dovuto sposarmi. Ero io che dovevo ri-
manere solo per poter essere, eventualmente, dono a molti. O
avrei dovuto trovare una donna come me, piena di interstizi ed
“eroico furore”. Che fare ora? Come uscire da questa tristezza
enorme che grava sul mio cuore, sul suo cuore? Non ho risposte.
I momenti belli: la scuola, la preparazione delle lezioni, le let-
ture. Tutto il resto è pieno di pesantezza, in un clima di guerra
fredda che è peggiore, se possibile, del litigio a viso aperto.

***

Ester in ogni cosa che fa mi comunica un senso di pesantezza.


Il suo mondo mi appare sempre più angusto. Ma allora perché

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Il potere del canto

ci siamo sposati. Quale l’importanza che io rivesto per lei? Ma


poi che mi importa essere importante per una persona se non
sono felice con lei? Quando e come sono stato felice con Ester?
Mi sento umiliato dal sapere che lei è l’unica persona che non
comprende il mio valore perché non ne ha gli strumenti. Ora-
mai mi infastidisce tutto di lei. E inizio anche a vederla come
uno spirito plebeo, privo di gusto. E poi il lamento perpetuo
che oramai non sopporto più. Nessuno slancio. Come potrebbe
con un corpo così incapace di empiti vitali, un corpo che non
ha conosciuto né le gioie vere dell’amore né la fatica felice
dell’impresa agonistica? Non so quanto potrà durare così. An-
che perché conosco la repentinità delle mie decisioni.
Noi soli coi nostri fantasmi. Noi incapaci di amarci, troppo
veloci, troppo frigidi, troppo vogliosi, troppo lenti, troppo stan-
chi, troppo disillusi. Niente mondo, intorno. O meglio, il mondo
come ostacolo o come aiuto a termine per attraversare le diffi-
coltà. Comunque sia, so che per i prossimi mesi questo sarà il
centro dei miei pensieri, ogni giorno tentando nuove vie per sal-
vare tutto, per ereditare le cose migliori del mio passato. Spero
che Ester possa esserci, ma per una vita nuova. O per la morte.
Nello specchio vedremo riemergere un volto morto (e caro). E,
finalmente liberi, potremo scegliere di scendere nel gorgo. Can-
tando.

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Il potere del canto

17. Guardate la mia opera, potenti... (Rosso VI)

Suo padre fu felice di averlo a casa un po’ più del solito, e


non chiese, come suo costume, molte spiegazioni. Per lui era
fondamentale, in luoghi cari, poter meditare su scelte oramai
ineludibili, prendendosi una pausa dalla rigorosa disciplina che
si era imposto in mancanza di un maestro o di una guida inte-
riore.
Come ogni volta che tornava a casa, ricercava luoghi, odori e
sapori del passato. In particolare, il bosco, rimasto miracolosa-
mente quasi del tutto illeso dalle devastazioni dell’opulenza, an-
che per la difficoltà di raggiungerlo e il fango che spesso ren-
deva impervio il cammino in alcune zone, era luogo di raccogli-
mento in cui ritrovare il proprio centro. Per qualche giorno
avrebbe potuto sospendere sperimentazione, studio, esercizi. Il
furto sventato, l’uso dei “poteri” in una condizione di necessità,
l’aiuto (così lo aveva interpretato) della “Voce” (pur rimasta,
come sempre, silente) nel momento del pericolo lo spingevano
a credere che il tempo fosse maturo, e che il rischio in caso con-
trario sarebbe stato di un tirocinio ad libitum. Se nessuno
avesse mai parlato, quando sarebbe stato il kairòs? Dunque,
avrebbe continuato a fare tutto ciò che aveva fatto nei mesi pre-
cedenti, ma affiancando l’apprendistato alla pratica, che non
fosse solo quella taumaturgica. Ma in che direzione utilizzare i
suoi doni? Questo era il rovello che sperava di sbrogliare nella
casa avita, protetto da una presenza benigna che continuava a
sperare anch’essa potesse parlargli un giorno da un altrove le
cui porte un giorno (perché no?) un verso avrebbe dischiuso.
Certo, si diceva, sarebbe ben strano uscire di notte e, nell’om-
bra, colpire delinquenti comuni. Non che il problema non gli
apparisse serio, ma sarebbe stato come svuotare il mare con un
guscio di noce. Se il compito era “salvare”, non vedeva alcuna
salvezza in questa fatica di Sisifo. In caso di necessità sarebbe
intervenuto, ovviamente, ma non avrebbe ricercato questo tipo
di situazioni in cui intervenire. Bisognava, allora, combattere il

71
Il potere del canto

grande crimine, vera lebbra del suo Paese? Ma aveva gli stru-
menti per farlo? Procedendo lungo una sorta di “scala crimi-
nis”, pensava che salvezza avrebbe potuto essere affrontare
(ma ancora una volta: in che modo?) le emergenze planetarie.
Il recente episodio della Exxon Valdez aveva aperto gli occhi a
molti, a lui stesso, sulla potenziale catastrofe ecologica. I poteri
non avrebbero conferito alla sua parola autorevolezza spin-
gendo i potenti della terra a scelte radicali in ambito energe-
tico? L’amato bosco e l’acqua sempre più torbida spingevano in
questa direzione. Quando si immaginava a parlare all’ONU,
dopo aver fato testimonianza di quanto poteva in mondovi-
sione, sentiva che le parole ascoltate in quel giorno fatale («Le
parole saranno strumento di salvezza») avevano un senso com-
piuto. È vero: era lui ad aggiungere “per chi” lo sarebbero
state, ma avvertiva che un tale misterioso potere, unico (o al-
meno così credeva) al mondo fosse degno di un fine universale,
che esulasse dalla contingenza di un quartiere, di una città, fi-
nanche di uno Stato. D’altronde, la poesia del “suo” Dio non
aveva avuto, nei suoi momenti più alti, l’ambizione altissima di
ricongiungere uomo e natura? «He prayeth best, who loveth
best / All things both great and small; / For the dear Good who
loveth us / He made and loveth all».7 Questi versi non avevano
poteri, ma sentiva che erano potenti nel dire in maniera defini-
tiva che il patto spezzato doveva essere ricomposto, pena la ma-
ledizione che avrebbe condannato a morte l’intera umanità. La
poesia era un sapere ecosofico ai suoi occhi. Nel massimo peri-
colo cresceva, attraverso di lui, ciò che salva.
In queste sue riflessioni solitarie, oltre a decine di versi in
cui cercava conferma delle sue congetture, facevano capolino
immagini e parole lette in quello che considerava uno “svago”
(l’unico, insieme al cinema) serio, che peraltro lo ricongiungeva
alla sua infanzia (e che riteneva concausa della scelta fatta dalla
“Voce”). Mentre sua madre con dolce ostinazione cercava di

7
«Prega bene colui che meglio ama / tutte le creature, piccole e grandi; /
poiché il buon Dio che ci ama, / ha fatto e ama tutti».

72
Il potere del canto

farne un lettore precoce, nella sua stanza i libri (che solo dopo
avrebbe scoperto come prezioso tesoro), lasciavano il posto ad
albi colorati, molti dei quali purtroppo perduti per incuria in-
fantile. Gli eroi che vi campeggiavano, tutti dotati di poteri che
ora lui stesso aveva, erano stati i modelli etici ed estetici della
sua infanzia. Senza soluzione di continuità, semmai ampliando
lo spettro del dicibile e del raccontabile alle zone più oscure
dell’umano, quel mondo che lo aveva incantato sia per la po-
tenza delle forme che per la capacità mitopoietica, lo accompa-
gnava fedelmente, dandogli parte degli strumenti di interpreta-
zione della realtà ed evolvendosi misteriosamente con lui. E se
al bambino avevano scandito parole scolpite nel bronzo, che
nessuno avrebbe potuto fraintendere, figlie di una visione
pura, luminosa del Bene e del Male, con la sua maturazione,
passata attraverso la fucina della morte e del miracolo inatteso,
al giovane solitario e dubbioso che era forzatamente diventato
parlavano eroi molto più ambigui, in cui si mescolavano ine-
stricabilmente tensione al bene e coazione al male. La dimesti-
chezza con le lingue acquisite (anche qui un aiuto della “Voce”
che aveva ribaltato quella che era sicuro fosse la sua natura?)
gli aveva reso possibile leggere anche ciò che in Italia ancora
non si trovava. In particolare, aveva scoperto un autore inglese
che assumeva posture sciamaniche e flirtava con la magia, uti-
lizzando il fumetto per porsi interrogativi radicali. Insieme ad
un americano che aveva ereditato il meglio dell’immaginario
supereroistico, rendendolo adulto, aveva rinnovato completa-
mente il linguaggio del fumetto, inaugurando un’era oscura,
che gli pareva assolutamente organica a quanto lui stesso, ma-
cerato dal dubbio e privo di quel nitore che aveva spinto uni-
vocamente gli eroi della sua infanzia sulla via del Bene, stava
vivendo. In particolare, era rimasto colpito da una vicenda in
cui, in un mondo ucronico, accanto a vigilantes psicopatici,
emerge la figura di un “salvatore” dell’umanità, il cui modello
soteriologico affondava nell’antico Egitto, che plasticamente in-
carnando un’etica della responsabilità, decideva di sacrificare

73
Il potere del canto

milioni di uomini per salvarne miliardi. E se lui stesso si fosse


trovato di fronte a questa alternativa? Come avrebbe agito? Ur-
geva, dunque, pensare. Doveva essere pronto non solo nel con-
trollo dei suoi molteplici poteri, non solo nel suo armamentario,
non solo nel corpo addestrato alla lotta, ma anche, e soprat-
tutto, nel compiere scelte. Nella notte del furto sventato aveva
scelto il da farsi. Puro istinto. Poteva ogni volta andare così? Si
rendeva conto, con stupore, che un eroe all’altezza del suo
tempo doveva essere anche, in qualche modo, filosofo. Il Si-
gnore delle arti mistiche che tanto l’aveva affascinato, e a cui
per certi versi si sentiva affine, aveva avuto il privilegio di un
Maestro dal nome arcano, studiava su libri magici e accedeva
abitualmente con il suo corpo astrale ad altre dimensioni
dell’essere. Lui, invece, privo di qualsivoglia maestro, senza li-
bri (se non quelli in cui cercava affannosamente poteri e senso
senza l’ausilio di una bussola che lo guidasse), inchiodato ad un
reale in cui pure lasciava accadere eventi stupefacenti, aveva
solo un daimon a guidarlo, una voce che doveva interpretare.
La prima certezza acquisita nei giorni del suo ritorno a casa
era, dunque, che, accanto all’esercizio e al tirocinio, accanto
alla preghiera con i versi al suo Dio sconosciuto, avrebbe do-
vuto iniziare un lungo percorso di consapevolezza in cui si me-
scolassero etica e metafisica. La scrittura avrebbe dovuto es-
sere prezioso ausilio in questo percorso di “illuminazione”. Ac-
canto ad un prosaico Quaderno degli strumenti e al necessario
Quaderno delle meraviglie, avrebbe avviato la stesura di Qua-
derni tout court che ne accompagnassero conquiste e smacchi.
Ad essi, nei momenti della decisione avrebbe dovuto attingere
senza poter contare su nessuna auctoritas che ne legittimasse
l’operare. Gli sovvennero le parole di un poeta che amava ed
ammirava sopra ogni altro per il rigore ascetico e nello stesso
energetico, per le scelte radicali fatte in un tempo tragico,
quando la penna da alcuni fu dismessa per imbracciare il fu-
cile. Dicevano che numerosi sono quelli che aspettano d’essere

74
Il potere del canto

sollevati dallo scoglio, superati dalla meta per definirsi. Si au-


gurava in cuor suo che la meta lo definisse, dunque, che quel
bosco fosse lo scoglio da cui essere sollevato. Sapeva di essere
solo, sperava che la forza che lo utilizzava come un docile stru-
mento ne definisse anche il perché. La prima scelta su cui ad-
divenire ad una certezza riguardava la sperimentazione dei
suoi poteri su esseri viventi. In attesa di un segno, di una pa-
rola, di un canto. Ma intanto urgeva muoversi e schierarsi.

75
Il potere del canto

18. Dal “Quaderno delle meraviglie” (Viola II)

ELEMENTI

«Fit fragor: hinc densi funduntur ab aethere nimbi» («scop-


pia un fragore, e fitta dal cielo scroscia la pioggia»)
Pioggia scrosciante

VERSI DI GUERRA

1. «Corpora dum solvit tabes, et digerit artus» («la putrefa-


zione dissolve i corpi e consuma le membra»)
2. Consunzione dei corpi
3. «Frigidus in pratis cantando rumpitur anguis» («Il
freddo serpente si schianta nei prati al suono dei versi»)
Esplosione dell’oggetto (corpo?)
4. «Noi veggiam come quel ch’ha mala luce»
Accecamento improvviso
5. «Più volte il mondo in caòsso converso»
Labirintite
6. «Und Gewürm füllt Hände dir und Mund» (E vermi ti
riempiono mani e bocca)
Putrefazione della bocca e delle mani
7. Qual ragno che le mosche allaccia
Ragnatela
«Now days are dragon-ridden, the nightmare / Rides upon
sleep» (Ora è tempo di draghi, l’incubo cavalca il sonno)
Allucinazioni

AZIONE SU DI SÉ

«La sua forma invisibil d’aria cinse»


Invisibilità8

8
Non ancora trovato il verso che ne annulla l’effetto (che dura tre ore).

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Il potere del canto

METAMORFOSI

«οἱ δὲ συῶν μὲν ἔχον κεφαλὰς φωνήν τε τρίχας τε» («Ed


essi di porci avevano e testa e voce e peli»)
Trasformazione in maiale

ALTRE AZIONI

1. «Che toglie altrui memoria del peccato»


Amnesia
2. «Languida permulcens medicata lumina virga» («acca-
rezzando con la sua verga magica le palpebre illanguidite»)
Svenimento

77
Il potere del canto

19. Umbra (Verde VII)

Nel primo pomeriggio i rumori, incessanti nel mattino tra vo-


cii confusi, macchine e clacson, si attutivano. Era un momento
di pace necessario non tanto a ristorare il corpo (malgrado le
lezioni per lui fossero sempre una sfida anche fisica, detestando
la cattedra e passeggiando per l’aula mentre gesticolava teatral-
mente) ma soprattutto a fermare, anche se per pochissimo, il la-
vorio della mente senza porte né finestre. Il sonno pomeridiano,
in cui sprofondava, era probabilmente un’immersione ancor
più profonda dentro di sé ma senza alcuna illusione di arrivare
a conoscersi. Ambiva, in realtà, al sogno, a vite alternative
strozzate dai lutti. Come nella sua infanzia, quando beata-
mente, con la madre accanto a lavorare, trascorreva i lunghis-
simi minuti che precedevano il sonno ad immaginare storie fan-
tastiche, ancora oggi, pur privo di una presenza amorosa e av-
volgente accanto, ma alla luce della stessa lampada dal vetro
violaceo, chiave di altri mondi, chiudendo gli occhi, si immagi-
nava altro, augurandosi che il sogno alimentasse le sue fantasti-
cherie rigeneranti. Non riusciva a pensare come caso il suo tra-
sporto viscerale per l’universo cavalleresco, di guerrieri in
splendenti armature, spade dai nomi immaginifici e castelli
maestosi nella prima infanzia che poi, quasi naturalmente,
aveva ceduto il posto alla passione per un mondo altrettanto
meraviglioso, popolato anch’esso di moderni cavalieri al servi-
zio del Bene. Da anni oramai non leggeva più le storie che ave-
vano plasmato il suo immaginario infantile: la morte del padre
e la necessità di risparmiare fino all’ultima lira lo avevano in-
dotto a tagliare ogni spesa superflua. Per anni non aveva com-
prato né libri, se non quelli necessari agli esami e alla tesi, né
fumetti (rarissime le deroghe), malgrado gli stringesse il cuore
a passare davanti alle edicole. Eppure quell’universo conti-
nuava a popolare i suoi sogni, anche ad occhi aperti, consen-
tendogli vite parallele. Il fanciullo che aveva dentro di sé non
era solo il filo rosso che lo legava all’unica stagione lieta della

78
Il potere del canto

sua vita ma, di più, a risarcirlo di un presente percepito come


misero e infelice, la possibilità inesausta e sempre rinnovata di
divenire tutto ciò che voleva, realizzando le sue aspirazioni più
profonde. Divenire un “eroe”! Ogni volta che chiudeva gli occhi
e ripensava a vicende storiche o fantastiche con al centro indi-
vidui capaci del supremo sacrificio il suo corpo veniva percorso
da brividi incontrollabili. Che cosa avrebbe dato perché la sua
stessa vita finisse in un gesto assoluto, senza domani. Si rendeva
conto che gli “altri” c’entravano poco. Era lui, solo lui il centro
della vicenda. Non gli sfuggiva che il vero eroe è colui che an-
nulla se stesso per il bene altrui. Ma, si chiedeva, chi mai po-
trebbe cogliere la differenza? Resterà il martirio, il ricordo im-
perituro di un beau geste, il canto dei poeti, l’onore dei pianti.
Quando il pomeriggio era generoso con lui, i desideri veni-
vano esauditi. Aveva addirittura iniziato, da alcuni anni, un
Quaderno delle meraviglie in cui trascriveva i sogni, molti dei
quali gli sembravano addirittura intrecciarsi. Malgrado anche
lì ci fossero “super-problemi”, la vita appariva sostanzialmente
semplice. L’eroe non doveva interrogarsi sul da farsi: il suo
“dovere” gli si parava davanti nelle vesti di un improbabile vil-
lain che aveva ambizioni le più varie, dal ladruncolo al folle
che ambiva al dominio del mondo. Oppure c’era una vendetta
da compiere che poi avrebbe dato tonalità emotiva e mete a
tutta l’esistenza. Solo negli ultimi scampoli delle sue letture,
prima dell’ennesima, netta cesura impostagli dagli eventi, al-
cuni autori avevano complicato quel mondo sostanzialmente
semplice. Eppure, quando sognava ad occhi aperti l’eroe nelle
cui sembianze preferiva vivere in terre alternative, e non solo
per il meraviglioso costume rosso, era sicuramente il più pro-
blematico, quello che plasticamente incarnava una dualità ori-
ginaria dell’essere umano: avvocato di giorno al servizio della
legge (e cieco, come la Giustizia), giustiziere mascherato nelle
notti perigliose di un malfamato quartiere di cui si ergeva a pa-
ladino, senza ambizioni salvifiche estese al mondo o all’uni-

79
Il potere del canto

verso. Pur amando, le divinità di quell’universo, gli dei nor-


reni, o gruppi che affrontavano minacce galattiche, quella di-
mensione circoscritta dell’impegno eroico, quasi come se difen-
dere il quartiere non fosse altro che un’estensione della difesa
domestica, guerra “partigiana” nella sostanza, e in quanto tale
“giusta”, gli sembrava la più affine al suo animo. E pur guar-
dando con ammirazione soldati fedeli al sogno, difesi solo da
uno scudo, e totalmente integri nella propria moralità, avver-
tiva che solo un essere duplice, ambiguo, costretto ad essere
frontaliere tra dimensioni diverse della vita (la notte e il giorno,
la vendetta e la giustizia) poteva esprimere il suo mondo inte-
riore. E poi cosa c’era di più paradossale di un “diavolo cu-
stode”, cresciuto nella fede cattolica? E, dunque, nei suoi sogni,
non disdegnando di indossare un’armatura rossa e gialla o sol-
care gli spazi interstellari su una tavola da surf, diventare mi-
nuscolo come una formica o sferrare pugni d’acciaio, predili-
geva volteggiare appeso all’esile filo di un bastone da cieco mo-
dificato, ascoltando, con i sensi potenziati, rumori e odori del
quartiere, alla ricerca di delinquenti da consegnare alla giusti-
zia, senza madre né padre, roso continuamente dai dubbi. È
come se la vita reale, penetrando nel sogno, lo reclamasse, di-
cendogli che anche lì era solo, orfano, in perpetuo dubbio tra
luce e oscurità, desiderando una rinascita sempre di là da ve-
nire. Tentato dalle tenebre cui apparteneva nel suo lato demo-
niaco, tutto penetrato dal Nulla, affrancato da ogni preghiera,
e costretto alla luce. Nati come disperato ancoraggio ad una sta-
gione lieta, i sogni ad occhi aperti e ancor più quelli che gli do-
navano il pomeriggio e la melatonina avrebbero potuto, se ret-
tamente interpretati, dischiudere un tempo nuovo della sua vita
che sembrava, in quell’aprile crudele e freddo, precipitarlo
verso decisioni supreme, ed erano ancora una volta antitetiche.
Si ostinava a guardare se stesso, anche nel suo doppio onirico
(a sua volta doppio), come inevitabilmente scisso, senza alcuna
possibilità di conciliazione. Come se l’Ombra dovesse perma-

80
Il potere del canto

nere condannando il cieco alla schizofrenia. Come se la sua ne-


mesi più terribile, un killer psicopatico dalla mira infallibile,
non fosse altro che un suo alter-ego privo di qualunque anco-
raggio morale. Ma solo la vita avrebbe potuto insegnargli questa
possibilità. Non lo poteva la sua mente monadica, non lo pote-
vano i demoni meridiani che popolavano i suoi sogni.
Quel pomeriggio, però, altre immagini lo distolsero. Ne
avrebbe scritto comunque nel Quaderno delle meraviglie. Era
forse nella vecchia casa di campagna, che però aveva una torre
in pietra, incompiuta e semidiroccata, seduto ad un tavolo (ro-
tondo), con le mani poggiate e il pollice e l’indice che si tocca-
vano le punte. Invocava Dio, con una formula che non ricor-
dava con precisione («Vieni ora Dio, forse, e salvami» o qual-
cosa del genere). Gli elementi erano in crescente tumulto, con
un vento fortissimo che scuoteva il grande albero dietro la casa.
Urlava ossessivamente questa formula, e ad un certo punto av-
vertiva con orgasmo che i piedi si staccavano da terra e lenta-
mente all’inizio saliva verso il soffitto, come trascinato dal
vento. Si svegliò per la paura di cadere dalla finestra aperta.
Sentì che gli era mancata la fede per continuare a volare. Ebbe
pena per se stesso, per la sua solitudine popolata di simulacri e
maschere, la sua vita senza né sacro né fede. Guardò Ester co-
ricata accanto a lui. La vedeva unica senza maschera ma capace
di nascondere l’arte dell’esistere... Ma non bastava, non gli ba-
stava più.
Una decisione andava presa. Oggi. Niente più maschere
neanche per lui, niente più ombre dentro di sé. Inferno o Para-
diso.

81
Il potere del canto

20. Il gioco del destino (Rosso VII)

Quando aveva deciso di trascorrere alcuni giorni con il pa-


dre per tracciare la via dei mesi futuri nei suoi luoghi
dell’anima, dove le ombre stesse erano amiche, non aveva di-
menticato il dovere di esercitare quanto meno il potere della
guarigione. Sarebbe stato imperdonabile sprecare più di un
giorno. Per questo l’indomani era andato nell’ospedale indele-
bilmente associato alla malattia della madre. Aveva cercato,
come faceva a Roma, il reparto dei malati oncologici e, con
somma sorpresa, nel corridoio aveva incontrato il suo profes-
sore di latino e greco, roso dalla malattia, emaciato, bianco in
volto. Il professore lo aveva riconosciuto immediatamente. Non
erano passati poi molti anni dall’esame di maturità. Lo aggiornò
senza infingimenti sul suo stato di salute. Gli disse dell’inter-
vento difficile che lo aspettava, della sua rassegnazione al peg-
gio. Per la prima volta vide quello che considerava un maestro
decisivo nella sua vita in tutta la sua fragilità. Ogni tanto il pro-
fessore inseriva dei frammenti latini o greci nel suo eloquio,
sempre forbito: non rinunziava neanche in quel tristissimo ri-
cettacolo di umanità sofferente e destinata a morte quasi certa
alla ricerca della parola esatta. E lui fingeva di cogliere quei
riferimenti raffinati, che lo riportavano agli anni del suo Liceo,
in cui le ore di latino e greco avevano allietato una stagione fo-
riera di lutti. Volle sapere delle sue scelte universitarie. Sembrò
capire i motivi dell’abbandono dell’università. Certo, era un
peccato per lui che sin dal secondo Liceo aveva sempre detto
coram populo di voler seguire le orme materne e insegnare,
però anche lavorare in una casa editrice non era male. Semmai
si sarebbero risentiti, passata la buriana, per discutere di un
suo libro storico dedicato ai Liguri bebiani che i Romani de-
portarono in alcune zone dell’alto Sannio. Lui sorrise, e gli
disse che, certo, dovevano risentirsi. Nel congedarsi, gli disse
che, purtroppo, il suo lavoro lo aveva costretto allo studio di
lingue “barbare”, e pronunziò il verso destinato a guarire

82
Il potere del canto

l’uomo che lo aveva introdotto alle gioie del giambo e ai misteri


della tragedia, che lo aveva ammaliato con gli esametri prodotti
negli «intervalla insaniae», comunicando ogni giorno in aule
scrostate la nobiltà della poesia, la sua intima necessità. Lo sen-
tiva sodale nella sua missione. Capiva che il suo era solo un
ruolo diverso. Agente in incognito, ammirava in lui tutti gli
oscuri maestri che ogni giorno fanno risuonare spesso nel
vuoto, elevandole al cielo, parole intessute tra loro a formare
un canto. Il potere che questa legione di donne e uomini, igno-
rati, esercitavano nel nascondimento gli pareva infinitamente
più efficace del suo. Guarirlo dal male fu un omaggio dovuto a
tutti loro. Dalla cattedra avrebbe potuto ancora guidare riot-
tosi adolescenti verso il bello e il giusto. In futuro, avrebbe an-
che pubblicato a sue spese quella ricerca storica su una vicenda
trascurabile della storia umana. La fatica e la passione su carte
e reperti archeologici andavano premiati. Se la “Voce” lo aveva
prescelto, si diceva, era anche grazie a quell’uomo. Pagava de-
biti.
L’altro impegno che aveva preso era quello di iniziare a di-
stribuire le bacchette d’oro che, meticolosamente e quotidiana-
mente, aveva realizzato dai secchi d’oro in cui appariva la fonte
del suo sostentamento quotidiano. Sepoltane gran parte nel
giardino della sua dimora romana, ne aveva portate con sé al-
cune con l’intenzione di donarle, in maniera ovviamente ano-
nima. Era l’antica educazione cristiana che emergeva prepoten-
temente, e lui ne era ben felice. Anche in questo sentiva di in-
verare un lascito materno. Le lasciò, ben chiuse in una scatola
elegantemente incartata a mo’ di regalo, nella sagrestia della
chiesa attigua all’ospizio cittadino. Bisognava trovare soluzioni
più efficaci, ne era consapevole, ma almeno era un inizio. Forse
quell’oro non avrebbe salvato nessuno ma certamente avrebbe
consentito l’acquisto di letti e materassi nuovi, di cibo meno
scadente.

83
Il potere del canto

Attraverso la sperimentazione quotidiana della guarigione


dei corpi e, ora, mettendo l’oro donatogli dalla “Voce” al servi-
zio degli altri, aveva riscoperto la profonda verità delle parole
ascoltate pigramente nella sua infanzia. Si chiedeva, in momenti
del genere, se il “suo” Dio fosse l’unico Dio. Era surreale che
avesse superato con un balzo la desolazione della sua adole-
scenza in cui ogni pensiero del divino era stato spazzato via,
lasciando il posto alla bestemmia e alla maledizione, per ritro-
varsi sacerdote di un Dio misterioso, senza nessun Libro, con
una sorta di delega in bianco sull’uso dei talenti ricevuti. Glie
ne avrebbe mai chiesto conto, come il padrone esigente di Mat-
teo e Luca? Non rischiava d’essere il servo malvagio e pigro?
Bastava guarire e donare per prender parte alla gioia? Ma, poi,
lo faceva servilmente in attesa di una ricompensa? Non era
piuttosto gratitudine a muoverlo: per sua madre, che sentiva
parlargli come un daimon benigno, per suo padre, redivivo, per
i maestri oscuri incontrati nel corso della sua vita, che lo ave-
vano indirizzato ad essere una persona fondamentalmente
buona, malgrado le tentazioni e le cadute, incapace di far volu-
tamente il male ad essere vivente? Lui era tutte le persone che
lo avevano amato e guidato. In loro nome, e non per una ricom-
pensa terrena e ultraterrena, sentiva di dover agire, di dover
moltiplicare i cinque talenti lasciatigli. Questo sarebbe stato
l’incipit dei suoi Quaderni.
Questo pensava tornando a casa con il motorino della sua
giovinezza, ripercorrendo strade amate, cercando dei versi che
potesse ricopiare in bella scrittura sulla seconda di copertina
amaranto. L’illuminazione gli sarebbe venuta solo sotto la co-
perta di stelle.
Dedicò il resto del giorno a pianificare materiali e azioni
delle settimane successive. Aveva bisogno del porto d’armi, e
dunque urgeva predisporre le carte e individuare un poligono
dove esercitarsi. Aveva già un’arma, la pistola con matricola
abrasa sottratta ai ladri nella sua prima impresa. Non bastava,
però, in vista delle imprese future. Buttò giù anche degli schizzi

84
Il potere del canto

su una divisa ideale da combattimento che ne proteggesse gli


organi vitali e gli desse, a portata di mano, strumenti essenziali.
Disegnò dei guanti da rinforzare nelle nocche con placche d’ac-
ciaio. Individuò gli stivali da acquistare. Urgeva anche uno
zaino semirigido ben suddiviso dove mettere strumenti basilari
come gli occhiali a infrarossi e quanto di volta in volta fosse
stato necessario.
La sera parlò a lungo a tavola con suo padre, mentre man-
giavano i prodotti dell’orto. Ascoltava con gioia i piccoli acca-
dimenti di quel lembo di terra apparentemente privo di impor-
tanza nella storia del mondo. Avrebbe voluto condividere con
quell’adulto ripreso a fatica dal mondo dei morti quanto gli
stava accadendo. Ma sapeva che il peso andava portato da solo.
Anche lui, in ogni caso, era parte della trama: guarendolo aveva
scoperto il potere di cui più era orgoglioso e che continuava a
sperare fosse la vera missione affidatagli. L’intuizione più im-
portante, però, di quel giorno, fu che doveva allargare il suo
sguardo sulla realtà e sul mondo. Il suo percorso di formazione
si era bruscamente interrotto a causa di un miracolo. Doveva
continuare ad esplorare i suoi poteri. Doveva proseguire la sua
personalissima “preghiera del cuore” costituita da migliaia di
versi in molteplici lingue, ma doveva dotarsi di strumenti che
gli consentissero di capire il suo tempo e le sue urgenze. Se il
dono non poteva essere dissipato in piccole risse di quartiere,
ebbene urgeva decidere dove investirlo. Avrebbe, dunque, ini-
ziato uno studio sistematico del presente e della storia che
aveva condotto ad esso, individuato le criticità più dirompenti
e pianificato un possibile intervento. Nel fumetto sui vigilanti
mascherati che tanto lo aveva colpito questa emergenza era una
minaccia atomica incombente. Ma le cose, nel mondo reale, non
erano andate in tale direzione. Una delle due superpotenze
stava vivendo una travagliata stagione di riforme con ripercus-
sioni anche nell’Europa dell’Est, dal dopoguerra sotto il giogo
del gigante sovietico. Ecco, la Russia non doveva più essere la
riflessione esistenziale e teologica di scrittori amatissimi ma,

85
Il potere del canto

più concretamente, oggetto di studio politico ed economico. Sa-


rebbe stata anche l’occasione, si diceva, per integrare la cono-
scenza di una nuova, potente lingua che potesse arricchire di
nuove frecce la sua faretra.
Dopo cena, uscito a contemplare il cielo, spettacolo negatogli
in una Roma troppo luminescente, ringraziò nel suo cuore. Ed
furono donati i versi che avrebbero aperto i Quaderni, segno
di una chiarezza acquisita, in cui, con le parole di un poeta che
ebbe insieme infiniti libri e la cecità, ringraziava per la diver-
sità delle creature, per l’amore, che ci permette di vedere gli
altri come li vede la divinità, per il linguaggio, che può simulare
la sapienza, per l’abitudine che ci ripete e ci conferma come uno
specchio, per il coraggio e la felicità degli altri, per il fatto che
la poesia è inesauribile e si confonde con la totalità degli esseri

86
Il potere del canto

21. Concertus magnus in coelo (Verde VIII)

Si alzò stanco come se resistere in sogno a Dio che lo chia-


mava fosse stata una faticosa lotta. Lo turbava il pensiero di
essere tornato in una casa, seppure deformata, ma che era pur
sempre il luogo delle sue esperienze decisive. Non c’era più
stato da quando l’aveva precipitosamente venduta per pagare i
suoi studi, divenuto adulto ex abrupto. Né più mai rivide quei
sacri luoghi, la contrada, il boschetto che cullò le sue fantasie
adolescenti.
Ester si stava preparando. Come oramai spesso capitava, non
si scambiarono neanche una parola, neanche di servizio. Per
fortuna sarebbe andata al lavoro, e lui si sarebbe potuto dedi-
care alle sue cose.
Doveva preparare le lezioni per l’indomani e rivedere l’in-
tervento che di lì a poco avrebbe dovuto tenere. Era frequente
che venisse invitato da associazioni o scuole. Era un brillante
conferenziere. Lo stesso pathos che caratterizzava le lezioni
migliori riusciva a trasfonderlo negli interventi pubblici che se-
lezionava accuratamente, scegliendo solo quelli che potessero
essere uno stimolo a ciò che continuava a percepire come un
processo di educazione permanente. All’interno di un ciclo di
incontri avviato con la Giornata mondiale della Poesia, istituita
da pochi anni, gli era stato chiesto di fornire un quadro della
poesia contemporanea, che aveva, conclusa l’università, conti-
nuato a seguire. Per altro, proprio nella sua città si era creato
uno stretto un rapporto fecondo di collaborazione con un
gruppo di suoi coetanei e una piccola rivista da loro stampata
dedicata soprattutto alla poesia, e in cui era confluita la sua
passione. Tra i suoi progetti, anche quello di raccogliere quanto
scritto e farlo diventare un volume, ma sentiva sempre mancare
le forze. Scrivere, parlare... il senso era nell'attimo: pretesto per
continuare a vivere. Lo sapeva. Poi diventavano cosa morta,
incapace di diventare “scopo”, “meta”.

87
Il potere del canto

Rapidamente rivide le cose da fare a scuola. Avrebbe dovuto


introdurre in maniera più dettagliata la poesia italiana del No-
vecento, dopo averne illustrato i caratteri generali. Per lui era
ogni anno un momento importante. La sua più grande passione
poteva, finalmente, esprimersi liberamente. Leggere ad alta
voce Montale e Ungaretti, Saba e Sereni, Caproni e Fortini (dif-
ficile andare oltre volendo analizzare alcuni testi in maniera
seria) era ogni volta un’esperienza intensa, anche perché aveva
cura di ruotare i testi anno per anno. In ciascuno di questi poeti
sentiva qualcosa di decisivo per la sua esistenza, e con tutte le
forze avrebbe voluto comunicare ai suoi allievi la bellezza che
sprigionava da queste parole, nella loro assoluta eterogeneità.
E lui diventava Arsenio che cerca vanamente salvezza, amava
Clizia che redimeva il mondo in fiamme, giaceva in religioso si-
lenzio accanto al cadavere di un compagno sotto il fuoco delle
bombe nemiche nel surreale paesaggio carsico, percorreva le
strade di Trieste battute dal vento sferzante, era prigioniero e
disperato mentre gli alleati sbarcavano in Normandia, guar-
dava rapito Annina per le strade di Livorno e, con sguardo cor-
rucciato, giudicava il proprio tempo, nella estatica contempla-
zione di una Sion inesistente. Mentre di norma ci si identifica
con i personaggi romanzeschi, lui riusciva a “diventare” il
poeta che leggeva, a vedere il mondo con il suo sguardo. Era
ben consapevole che il seme sarebbe caduto su una strada dura,
pochissime le speranze che qualcosa attecchisse. Per rincuo-
rarsi si ostinava a sperare che un verso potesse rimanere, evi-
tando di indurire quei cuori ancora vulnerabili. Malgrado da
giovane avesse una memoria pessima, nel corso degli anni aveva
imparato decine di poesie a memoria, ed amava recitarle in
classe: senza enfasi attoriale, ma rispettando la fatica e il lavoro
che presiedevano al canto che promanava dai testi. La sua più
grande disperazione era sapere che prima di tutto coloro che
avrebbero dovuto educare alla poesia erano totalmente sordi a
quel canto potente. I suoi maldestri esperimenti di scrittura
personale avevano un merito: lo rendevano capace di capire

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Il potere del canto

quanto grandezza ci fosse in un verso di Montale o in una rima


di Caproni. Era come un calciatore dilettante che proprio per-
ché si è cimentato in una punizione dal limite sa quanta arte ci
sia nel piazzare la sfera nel sette. Era fiero dei libri che letti,
non di quelli che scritti e che, in fondo lo sapeva, sarebbero
rimasti per sempre sul suo pc, fino a quando qualcuno, incon-
sapevolmente, avrebbe reso atto quell’oblio potenziale. La con-
sapevolezza era una sorta di maledizione. Oltre alla “sordità”
dei colleghi, doveva assistere sgomento al trionfo postumo di
una pratica che negli anni della sua università era stata spaz-
zata via. Quasi a scoppio ritardato rispetto ai dipartimenti in
cui aveva spopolato negli anni Settanta, nelle aule scolastiche si
iniziava a sottoporre i testi a vivisezione, letteralmente ucciden-
doli dopo averli fatti distendere su un letto d’ospedale ed
averne anestetizzato la forza rivoluzionaria. In quella pratica
mortuaria si perdeva tutto ciò che di vitale può esserci in una
composizione. Negli anni, era giunto alla conclusione che la
poesia diventa canto (e incanto) perché nasce da uno sguardo
altro sul mondo. Si è poeti, e dunque capaci di un uso della lin-
gua capace di sospendere (o trasfigurare) il quotidiano proprio
perché si vede il reale con altri occhi. Come in altri ambiti della
vita, anche in questo caso era rimasto sospeso. Da una parte
sentiva il rifugio accogliente di chi cantava la desolazione di una
terra abbandonata da Dio al dolore senza perché, al più spin-
gendosi ad intravedere una possibile via di fuga destinata a sva-
nire senza pietà. Dall’altra aveva scoperto, nel corso degli anni,
l’impegno civile, la contaminazione con il proprio tempo e la
virtù eroica della speranza. Infine, negli ultimi anni, quel Dio
fragile che sembrava scavare gallerie mentre lui pensava ad al-
tro sembrava chiamarlo attraverso versi immaginifici e mistici,
come se oggi la sua stessa voce fosse affidata non più a santi e
uomini di chiesa ma a fragili, smarriti cercatori di versi.
Avrebbe portato tutti questi dubbi non solo nell’aula domani
ma anche all’incontro cui doveva a breve prepararsi, consape-
vole che, ancora una volta, non avrebbe veicolato certezze.

89
Il potere del canto

Fortuna voleva che, con il latino nell’ultimo anno, stessero


affrontando un autore che amava, sia per i fascinosi risvolti pi-
tagorici, evocanti un mondo sottoposto ad incessante muta-
mento, sia per i tumultuosi accadimenti biografici che consen-
tivano ampie riflessioni, anche attualizzanti, sul rapporto tra
intellettuali e potere. Avrebbe commentato, dopo averli letti in
latino, i versi dedicati al povero Atteone, dal terzo libro
dell’opus magnum. Rimase colpito da un verso marginale che
sembrava parlare a lui o di lui, di un uomo che si incammina
«dove la via è impervia o dove via non esiste».
Di lì a poco, invece, senza nessuno sforzo di tenere a bada
adolescenti inquieti, avrebbe dovuto informare un pubblico at-
tento delle vicende recenti della poesia italiana. Sarebbe partito
con un colpo ad effetto, chiedendo quanti poeti viventi i pre-
senti conoscessero, ben conoscendo la risposta. Eppure sapeva
che quel filo di speranza che animava le sue lezioni mattutine lì
non avrebbe avuto dimora. Gli ripugnava l’idea di un sapere
ridotto a mera erudizione. Per lui, negli anni, la poesia era stata
risposta ad urgenze esistenziali, capanna sotto cui proteggersi
da un cielo reso minaccioso dalla scomparsa di Dio, voce fra-
terna nel deserto, anelito alla giustizia in terra. Nelle caselle in
cui individui cristallizzatisi nelle proprie certezze avrebbe tro-
vato posto tutto ciò? I versi, però, si diceva, sarebbero risuonati
lo stesso, senza trasformare nessuno apparentemente, elevan-
dosi, trasformando il mondo silenziosamente. L’altra voce,
quella maligna, quella inquieta e inquietante, al contrario, gli
diceva che sarebbe stata l’ennesima “eresia catara”, che uomini
impagliati avrebbero ascoltato assorti. Solo i morti e i venturi
potevano accendere la sua commozione. Il tempo presente gli
sembrava abitato da anime morte. Si rendeva conto dell’as-
surdo di partecipare a questi rituali stanchi. Lo avrebbe fatto
ancora una volta solo per sé: la poesia non muta nulla ma leggi.

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Il potere del canto

22. Quartine dell’orfano ateo (Blu III)

1.

Quando ero bambino disegnavo agnellini.


Non scorgevo il legame tra quella tenerezza
indifesa e la carne che mangiavo.
Oggi non dipingo e non mangio carne d’agnelli.

2.

Quando ero bambino sognavo di eroiche salvezze.


Oggi non leggo fumetti. Gli eroi
non vestono costumi sgargianti.
Spesso debbono morire perché splenda grandezza.

3.

Quando ero bambino aspettavo


mia madre a letto. Veniva a correggere
i compiti in camera. Io ero felice.
Con lei vicina sognavo imprese.

Oggi mia madre continua a insegnarmi


amore per la vita e il suo mistero.
Sogno ancora ad occhi aperti
nel tepore dei letti.

4.

Quando ero bambino pregavo Dio di farmi buono.


Saggio esibito a modello, mi piaceva quel ruolo.
Oggi non prego, non sono un modello.
Non sono buono ma sono me stesso.

91
Il potere del canto

23. Una scelta difficile (Rosso VIII)

Dopo la salutare parentesi domestica, tornato a Roma, arric-


chì le sue giornate, conservando il rigore precedente. Aveva ca-
pito che era necessario comprendere il proprio tempo, le sue
necessità “storiche”. Fu entusiasmante per altro tornare a “stu-
diare” dopo il repentino e traumatico abbandono dovuto alla
notte in biblioteca. Dunque, accanto agli oramai moltissimi li-
bri in versi, trovarono spazio negli scaffali che arredavano l’in-
tero casolare, libri non solo italiani di geopolitica, scienze poli-
tiche, e riviste. La lettura dei giornali occupava parte impor-
tante della giornata, anche in questo caso con attenzione a mol-
tiplicare le fonti e gli idiomi. Era necessario un punto di vista
plurale, non schiacciato sulla visuale purtroppo limitata della
politica italiana, che pure stava vivendo un periodo travagliato
con la trasformazione del più grande partito comunista occi-
dentale in una “cosa” che andava ancora decifrata. Era disar-
mato in questo campo. Partiva da zero. I pochi anni trascorsi
all’Università avevano iniziato a sgretolare il qualunquismo
che riconosceva come sua cifra dominante ma le urgenze suc-
cessive avevano impedito la formazione di una vera e propria
coscienza politica. L’immersione matta e disperata in una lette-
ratura per lui sconosciuta gli fece guardare con occhi nuovi an-
che ai versi che continuava ovviamente a sperimentare il pome-
riggio e a salmodiare la sera. Si rendeva conto come tanta poe-
sia fosse nata dal bisogno di giustizia in terra, facendosi grido
di dolore vicario, urlato al posto di masse scese mute nel gorgo
della storia.
Maturò la consapevolezza di essere spettatore di un muta-
mento epocale che fino ad allora lo aveva toccato pochissimo.
La sua attenzione si concentrò su quanto stava accadendo nei
paesi dell’Est Europa. Cresciuto nella “normalità” della
Guerra Fredda, ritenendo immutabile il quadro d’insieme,
guardava con stupore come il processo riformatore avviato in

92
Il potere del canto

Unione Sovietica mettesse in moto spinte centrifughe nell’in-


tero assetto nato dalla Seconda guerra mondiale. Non bastava
capire il presente. La sua casa, in un titanico sforzo di ordine e
catalogazione, iniziò ad accogliere testi storici che ripercorre-
vano le vicende del XX secolo. Se nei mesi precedenti era stato
fondamentale disciplinare la giornata, ora bisognava trovare
energie per non trascurare nulla. Aveva l’impressione che più
procedeva in consapevolezza più si ampliasse a dismisura il
campo dell’indagabile con una conseguente sensazione di totale
inadeguatezza.
Intrecciando testi storici, riflessioni politiche, memorie, la
grande e tragica poesia russa del Novecento maturò l’idea di un
sogno tradito ma che già dentro di sé aveva le premesse di quel
tradimento inevitabile. In quei mesi si celebrava il bicentenario
della Rivoluzione francese e ferveva sui quotidiani un dibattito
a volte feroce che rimetteva in discussione giudizi consolidati
con clamorose abiure. Ma se – pensava – la Francia era scivo-
lata nel Terrore anche a causa della miopia delle potenze euro-
pee, che l’avevano spinta nel baratro della guerra, il fallimento
della rivoluzione russa gli appariva figlio di una stortura tutta
interna. Pur non avendo dimestichezza con la filosofia, rite-
neva che ogni politica che si ispiri ad una visione della storia
“necessitata” (in questo caso dalle trasformazioni dell’econo-
mia), coartando la libertà dell’uomo e rendendolo di fatto mero
esecutore di un “destino”, giustificasse ogni deriva totalitaria.
Nello stesso tempo, si era convinto che il socialismo e il comu-
nismo, depurati dalle loro incrostazioni filosofiche, che anda-
vano ripensate, fossero le uniche risposte possibili ad un’eco-
nomia che, lasciata a se stessa, era destinata a produrre inevi-
tabilmente mostruose iniquità planetarie, per altro distrug-
gendo preziose risorse e mettendo a repentaglio la sopravvi-
venza stessa dell’uomo sul pianeta. Lentamente, dunque, e ben
sapendo quanto l’impresa fosse improba, iniziò a coltivare an-
che una filosofia che gli desse quadri ideali di riferimento. E

93
Il potere del canto

iniziò a guardare con crescente simpatia al tentativo del Segre-


tario del PCUS di riformare il pachiderma nato dall’assalto al
cielo del 1917. Gli sembrava che le sorti del mondo si giocassero
lì. L’America, negli anni in cui lui era diventato adulto tra lutti
e meraviglie, aveva mostrato al mondo, nel sorriso falsamente
bonario del suo Presidente, un volto arcigno e belluino, aveva
praticato politiche economiche dissolutrici di ogni legame so-
ciale. L’antica radice cristiana si ribellava in lui, cercando pa-
role nuove per gridare il proprio sdegno contro l’ingiustizia. E
giorno per giorno il suo pantheon si riempì di vicende degne di
tragedie greche con nomi e volti che potessero guidarlo: un ve-
scovo freddato durante la celebrazione della Messa in un paese
latino-americano, un Presidente “ribelle” di un piccolo paese
africano, tradito dal suo miglior amico, un invitto e mite leader
imprigionato da venticinque anni. In modo diverso l’uno
dall’altro, incarnavano tutti quell’anelito religioso ad una terra
giusta e pacificata, che sentiva essere il sogno spesso non detto
contenuto in ogni verso, fosse anche marziale e violento. In-
somma, cercava a fatica di integrare gli ambiti della sua esi-
stenza. Il suo potere non doveva essere dissipato in sterili eser-
cizi. Era necessario un “eroe” all’altezza del proprio tempo, in-
finitamente lontano dai modelli della sua infanzia, consapevole
e responsabile dell’intero mondo e delle sue emergenze politi-
che.
I mesi che intercorsero tra la caduta del muro e l’invasione
irakena del Kuwait furono rapinosi, come se la storia avesse
subito una brusca accelerazione. Non lo aveva convinto la tesi,
scovata in una rivista americana, su una presunta “fine della
storia”. O meglio, temeva questa possibilità, che di fatto
avrebbe coinciso con l’egemonia di un modello (e di un pen-
siero) unico.
Quando l’Iraq, guidato da un dittatore feroce, invase un pic-
colo paese confinante ricchissimo di petrolio e con il quale era
pesantemente indebitato, dopo la guerra con l’Iran, avvertì
tutta la sua inadeguatezza. Cosa avrebbe potuto fare? Volare a

94
Il potere del canto

migliaia di chilometri di distanza, prelevare quell’uomo che, se-


condo alcune fonti credibili, non aveva esitato ad eliminare fi-
sicamente i suoi migliori amici per realizzare le sue ambizioni e
portarlo all’ONU? E, quand’anche ne fosse stato capace, lo
avrebbe potuto fare senza svelare la sua esistenza al mondo? E
tutto ciò che effetti avrebbe prodotto? Sarebbe stato visto con
una nuova super-arma al servizio di questo o quel potere? Era
impotente. Malgrado il tempo dedicato a prepararsi, ad affi-
nare i propri poteri, a curare il corpo perché fosse pronto alla
sfida, a comprendere la realtà complessa in cui era immerso,
non sapeva cosa fare, temendo che ogni scelta potesse rivelarsi
catastrofica. La pioggia, intanto, picchiava su sabbia e ardesia
suggerendogli che il caso e la scelta alla fine sono tutt’uno.

95
Il potere del canto

24. Sine luce (Verde IX)

Mentre raggiungeva a piedi il palazzo sul corso principale


della città dove si sarebbe svolto l’incontro programmato dal
titolo magniloquente, sentiva salire dentro di sé una nausea che
ben conosceva. La realtà circostante, le strade familiari, le pie-
tre dei palazzi, tutto gli appariva in una luce infera: un senso
di sfacelo, fine e incompiutezza senza redenzione, come se tutto
fosse sbagliato, come se tutto questo mondo fosse preda di una
potenza demoniaca. L’unica alternativa – lo sapeva – in quei
momenti sarebbe stata la fuga. L’abitudine funzionava normal-
mente come anestetico, ma ora, fuoriuscendo dai binari quoti-
diani, i nodi irrisolti della sua esistenza diventavano dolorosi,
reclamavano una soluzione. Si sentiva stordito e, negli interstizi
dei palazzi, vedeva in lontananza le colline, come promessa,
sempre disattesa, di un’altra vita possibile.
Malgrado tutto, giunto in sala, con qualche minuto d’anti-
cipo, si sforzò di essere gentile, come sempre, nei rari momenti
sociali della sua vita. Si sentiva addirittura affettato nel fingere
interesse per quanto gli veniva detto, anche se i suoi sforzi
erano tutti protesi a tenere sotto controllo la nausea e le verti-
gini che pure iniziava ad avvertire. Quanta ipocrisia percepiva
in questa sedicente intellettualità di provincia, quanta boria!
Per quasi tutti i presenti si trattava di mettere un po’ di deodo-
rante sulla lordura di uno spirito morente. Non c’era vita nei
loro volti, le loro parole erano esangui, nutrite da altre parole
incapaci di farsi gesto, azione, trasformazione del mondo. Si ve-
niva a questi incontri con spirito greve, sapendo di sottrarlo ad
impegni ben più intriganti nei circoli cittadini o semplicemente
con la promessa di una cena. E lui provava imbarazzo in questi
momenti ad essersi prestato ad una commedia di tal fatta.
Avrebbe ripetuto per l’ennesima volta che la bellezza salverà il
mondo sapendo che una risata avrebbe dovuto seppellire le
anime morte che lo ascoltavano. Ma lui stesso non era parte in-
tegrante della schiera di sciagurati che non furono mai vivi?

96
Il potere del canto

Non dispensava perle a porci per mera vanità? Il dover rima-


nere in vita leggendo ad alta voce amati versi non era solo una
ridicola strategia dilatoria? Poteva la poesia essere una ragione
di vita? Conosceva le risposte a domande che si poneva dalla
sua stagione infernale, quando i demoni avevano divorato il
corpo di sua madre e sussurrato all’orecchio paterno che no,
non ce l’avrebbe fatta a tirar su da solo, senza neanche più un
lavoro, un ragazzo, ed era meglio farla finita, senza neanche
dire addio. Vanamente, dunque, si era aggrappato al potere del
canto.
Ascoltava parole inutili. Aveva sempre pensato che parlare
di poesia fosse quanto di più vacuo si potesse fare. E ancora
una volta si rendeva conto in maniera lancinante della contrad-
dizione che testimoniava.
Quando gli diedero la parola, stravolgendo completamente
l’impianto che aveva costruito meticolosamente nei giorni pre-
cedenti, dopo aver fatto arrossire la platea chiedendo nomi di
poeti contemporanei viventi italiani e non solo, avendone in ri-
sposta un silenzio tombale, citò quasi a memoria i passi di un
libro per lui decisivo nel quale la parola testimoniava, quasi
religiosamente, la “vera presenza” di un’alterità, l’urgenza di
questioni ultime. Percepiva qualcosa di assolutamente nuovo in
lui, come se i cunicoli scavati nei mesi precedenti stessero pro-
vocando uno smottamento di tutto il terreno su cui aveva eretto
le sue certezze. Parlava in uno stato di trance, come se qual-
cuno gli dettasse dentro ciò che doveva dire, come se lui stesso
fosse un altro che il suo io guardava stupito come dall’alto. Non
lesse nulla dai fogli stampati con caratteri ricercati con cura,
emendati da ogni refuso, come se dalla pulizia formale e
dall’eleganza di quelle pagine dipendesse il destino del mondo.
Frammenti fino ad allora totalmente disconnessi si aggregavano
in un corpo organicamente dotato di senso compiuto. Ogni
verso citato sembrava corrispondere mirabilmente a tutti gli al-
tri, come se chi li avesse scritti facesse parte inconsapevolmente

97
Il potere del canto

di una comunità o di una setta segreta o di un ordine cavallere-


sco intergalattico. Se avesse riascoltato quanto disse, si sarebbe
reso conto che il tema previsto dall’incontro era stato affron-
tato solo marginalmente. Eppure, alla fine del fiume di parole
che uscì dalla sua bocca, un applauso scrosciante gli comunicò,
risvegliandolo e riunificando i due io che si erano separati in
quel lasso di tempo, che qualcosa, miracolosamente, era giungo
nel cuore dei presenti. Guardò smarrito la platea, mentre av-
vertiva di nuovo la nausea che lo aveva accompagnato fino a
quel luogo. I volti che per un attimo gli erano apparsi benevoli,
riassunsero le loro maschere. Il gracile stelo della speranza
riarse nuovamente al suolo. Si alzò di scatto, guardato con cu-
riosità dagli altri relatori e dal pubblico, e senza neanche pren-
dere i suoi quaderni e i libri che aveva portato, rimasti inutiliz-
zati, balbettando parole di scuse incomprensibili, fuggì dalla
sala, iniziando a correre verso casa sentendo che per lui non
c’era più domani. Come il sogno, anche la trance ipnotica im-
merso nella quale aveva parlato per quasi un’ora era una chia-
mata? O solo il delirio di un uomo stanco della vita, privo di
amore, lupo della steppa costretto alla vita sociale? Se Dio lo
aveva chiamato, per la seconda volta pronunziava il suo no.
Scavasse in altre anime più bisognose e più deboli. Mai si sa-
rebbe accasciato davanti a chi rendeva possibile quotidiana-
mente da millenni orrori indicibili su uomini e animali, davanti
a chi gli aveva strappato tenerezza e cura, lasciandolo solo in
un mondo ostile. E di un dio debole non avrebbe saputo cosa
farsene. Il silenzio e il buio, mentre rientrava a casa sudato e
stravolto, gli apparivano l’unico approdo ragionevole.
Prese un foglietto, meditando su quanto scrivere ad Ester.
Pensava alle parole estreme dei grandi uomini che avevano reso
sensata la sua vita fino ad allora: parlavano di luce, bellezza.
Dentro percepiva solo lordura e tenebre. Cercava vanamente
un verso di addio a Ester e al mondo, ma si sentiva afasico, Quel
foglietto rimase bianco, pagina di un libro mai scritto. Si sa-
rebbe congedato poco cerimoniosamente, dunque, lasciando ad

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Il potere del canto

altri il compito di capire un perché che neanche lui sarebbe


stato in grado di spiegare in termini razionali. Come suo padre.
Morire, si diceva, sarebbe stato come ricoprirsi di rovi nati in
noi. Poteva accadere, dunque, in un solo luogo. In una solitu-
dine eletta sentiva la sua anima in fuga entrare viva nella sua
bara.

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Il potere del canto

25. So lonely (Giallo III)

In this theater that I call my soul


I always play the starring role...

***

Ho sognato di nuovo stanotte. Venerdì Santo.


Era viva, in una clinica sperduta su montagne innevate e mi
diceva che ce l’avrebbe fatta anche questa volta. Poi la scena
cambiava: mi trovavo in un pub fumoso, con della birra in
mano. Ed era la perdizione, il tradimento.

***

La vita ci sfiora per tutta la vita e noi, con la solita superbia,


pensiamo che sia nostra.

***

Non ci sei più e la tua assenza è una cosa come tante altre: il
mare, gli uccelli. La morte è facile, dopo. Riusciamo a darle un
senso, comunque, Ci giustifichiamo in qualche modo il nostro
continuare a vivere. Ed è solo un ricordo il pensiero ossessivo
di voler morire prima di te.

***

La vita è una lunga agonia, è un cancro che ci divora. La pu-


trefazione è il nostro destino. Ogni attimo di luce lo paghiamo
con sofferenza e terrore. Tutto è iniquo, tutto è ingiusto. Tutto
è mostruoso. La morte ce li strappa, e il mondo li dimentica. Li
uccide un’altra volta.

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Il potere del canto

26. L’orgoglio e il coraggio (Rosso IX)

I mesi che seguirono lo videro impegnato quotidianamente a


scoprire nuovi poteri, curare la sua anima e il corpo con nuove
arti per il combattimento, studiare assiduamente storia e filo-
sofia, comprendere il presente, oltre a praticare la guarigione
quotidiana di un malato e donare, in giro per l’Italia, piccole
placche d’oro in chiese collegate ad istituti di carità.
Continuava a seguire le vicende sovietiche. L’opinione pub-
blica russa era radicalmente divisa (come sempre!) nel giudi-
care le riforme in atto. Si oscillava dall’elogio indiscriminato
alla critica distruttiva che tacciava il Segretario di incompe-
tenza in campo economico e improvvisazione politica. Rileg-
gendo la storia del Ventesimo secolo si era però convinto che
un “socialismo dal volto umano” non solo fosse possibile ma
addirittura necessario.
Sentiva che il sogno a lungo cantato dal poeta, una linea mira-
bile, una brillante gamma di colori, potesse diventare final-
mente realtà. La poesia non è, si diceva, in fondo l'ultimo rifu-
gio dell'utopia, anche quella che parla di Arcadia e utilizza la
rima fiore/amore? Il verso e il ritmo non sono una promessa
da mantenere per la vita di tutti gli uomini? Gli studi appas-
sionati degli ultimi mesi l'avevano persuaso che ovunque si sia
verificato un cambiamento e un rinnovamento travolgente per
l'umanità, si osserva come i fattori decisivi della svolta siano
stati l'impossibile e l'incredibile. E, quindi, la sua vicenda
“meravigliosa” doveva necessariamente incrociare i “destini
generali”. Insomma, il tempo era giunto.
Nell’estate di quell’anno c’era la percezione diffusa che le
spinte centrifughe, partite nell’1989, fossero giunte ad un punto
di non ritorno, e coinvolgessero la stessa unione. Il Segretario
sembrava in un vicolo cieco, stretto in una tenaglia possente da
conservatori e riformisti radicali, sotto lo sguardo interessato
dell’altra superpotenza che vedeva la possibilità di rimanere

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Il potere del canto

unico attore planetario sul campo. Non era amato in patria, ve-
niva considerato, ingiustamente, il responsabile della crisi eco-
nomica e della fine del prestigio internazionale russo.
Quando lesse la notizia del colpo di Stato in atto e della se-
gregazione forzata di Gorbačëv nella sua dacia in Crimea, non
ebbe esitazioni. Sentiva di dover agire. La decisione era senza
fondamento. Non avrebbe mai avuto né una voce a suggerirgli
il da farsi né un sentire condiviso da una comunità. Lui stesso
era il fondamento di un gesto che avrebbe potuto cambiare le
sorti del mondo.
Sentiva tutta la sua insufficienza per un’opera del genere.
Fino ad ora si era limitato ad uno scontro nel giardino di casa
con due ladruncoli.
Si vestì con la tuta che aveva meticolosamente predisposto
negli anni, la cotta in kevlar, il passamontagna, i guanti rinfor-
zati con nocche d’acciaio, gli occhiali da motociclista, mise armi
e il navigatore satellitare nello zaino, calzò gli anfibi. Scrisse un
biglietto per suo padre, nel caso in cui non fosse tornato con
l’impegno di lasciarlo per sempre ben in vista anche in futuro.
Parlava di un viaggio in terra lontana, indicava con precisione
il posto in cui era sepolta la cassa con le verghe d’oro che sa-
rebbero dovute bastare per la sua vecchiaia.
Si rese invisibile e iniziò il volo, esperienza ogni volta mera-
vigliosa. Aveva imparato a controllare negli esperimenti dei
mesi precedenti questa abilità, tra tutte quella che più lo emo-
zionava. Guardava il mondo sottostante, la vita delle persone
comuni che lavoravano, amavano, questionavano. Per la prima
volta provava invidia per loro. Tutti loro avevano dei precisi
obiettivi nella vita, intessevano relazioni d’amicizia e d’amore,
partecipavano ad una rete di relazioni che conferiva senso al
loro esistere. Lui era solo, non avrebbe mai saputo se il suo
agire fosse corretto, non poteva concedersi il lusso né di amici
né un amore, sebbene in certe sere di primavera provasse uno
struggente bisogno di carezze e baci.

102
Il potere del canto

Fu facile individuare la dacia del Segretario, circondata da


mezzi blindati e militari. Si appollaiò vicino ad una finestra di
un balcone, attendendo che l’effetto invisibilità cessasse. Era
sera. Non lo avrebbero visto. Guardò dentro e vide Gorbačëv
con la moglie Raissa. Malgrado avesse iniziato a studiare il
russo, non era in grado di capirlo. Scrisse un biglietto in inglese
e lo lasciò scivolare sotto la finestra. Il Segretario lo vide e im-
mediatamente guardò fuori dai vetri per cercarne l’autore. Lo
lesse. Aveva scritto che era lì per liberarlo, che bisognava sven-
tare il golpe, andare a Mosca. Aggiungeva che avrebbe visto
cose straordinarie che doveva promettere di non divulgare per
il bene del mondo. Chiedeva, alla fine, un cenno di assenso con
la testa e di aprire il balcone. L’una e l’altra cosa furono fatte
senza esitazione. Appena ridivenne visibile, entrò nella stanza,
nel tangibile spavento della donna, che il marito stringeva forte.
Parlarono in inglese. Gli spiegò sommariamente di avere delle
doti speciali derivategli da una tecnologia molto evoluta e an-
cora segreta, ma che le batterie degli apparecchi dovevano ri-
caricarsi per poter diventare invisibili e sollevarsi in volo per
raggiungere Mosca. Nel frattempo, bisognava elaborare un
piano per sventare il tentativo guidato da Krjučkov, Pugo e Ja-
naev. Il Segretario fece molto domande, ma lui cercò di eluderle
o di essere molto vago. Appena fu scoccata la mezzanotte, spiegò
al Presidente che li avrebbe legati saldamente a sé con delle
corde, che sarebbero diventati invisibili e che avrebbero vo-
lato. Non avrebbero dovuto aver paura. Mentre stavano par-
lando un soldato, insospettito dal fitto confabulare in inglese,
entrò improvvisamente nella stanza. La “Voce”, come accaduto
in passato, gli suggerì un potente verso che aveva sperimentato
solo su un gatto randagio, senza danni collaterali. Ordinò al sol-
dato di uscire, di stare fermo e in assoluto silenzio. Prese il bi-
glietto per non lasciare tracce dell’accaduto.
Giunti a Mosca in volo, trovarono ricetto in una casa perife-
rica conosciuta solo dal Segretario proprio in caso di putsch.
Erano tutti e tre invisibili, e bisognava attendere l’indomani.

103
Il potere del canto

Gorbačëv aveva previdentemente munito la casa di un barac-


chino. Iniziò, dunque, a divulgare la notizia della sua libera-
zione scatenando il panico tra i golpisti. Dalla Crimea nessuno
riusciva a spiegare come un uomo e una donna non più giovani
fossero riusciti a fuggire senza lasciare tracce. Un soldato par-
lava confusamente di un uomo in tuta nera che aveva visto nella
stanza con loro ma senza riuscire a spiegare come mai non
avesse lanciato l’allarme.
Janaev diede ordine di mettere sotto assedio la Duma, dove
molti deputati riformatori erano rimasti asserragliati. Il Segre-
tario lanciava messaggi incendiari, che venivano diffusi dai suoi
sostenitori, invitando alla resistenza. La fuga rocambolesca
dalla dacia gli dava un’aura eroica. Il popolo russo sentiva di
poter nuovamente credere in lui, di sostenerlo contro i fautori
della restaurazione.
L’indomani Gorbačëv apparve a via Ochotnyj rjad, subito
circondato da una folla festante postasi a sua protezione. Aveva
di fronte a sé i carri armati pronti a cannoneggiare il Parla-
mento. Aveva in mano una bandiera rossa. Seguito da quello
che era diventato per la prima volta il “suo” popolo, si avviò
verso le truppe schierate, appellandosi all’onore e all’amore
per la patria. Salì su un uno dei carri e sventolò la bandiera
dell’Unione Sovietica. Dalla Duma, intanto, uscivano i parla-
mentari che si erano asserragliati. Eltsin corse ad abbracciare
l’uomo con il quale aveva ingaggiato un duello che durava da
mesi. Le truppe iniziarono a lanciare i loro cappelli in aria e ad
inneggiare ai due. I golpisti erano in rotta.
Lui osservava da lontano. Quando il Segretario lo vide, gli
corse incontro per abbracciarlo. Sorrise, e pronunzio il verso
dell’oblio congedandosi. E quando Eltsin chiese all’uomo con il
quale avrebbero riformato il Paese, chi fosse, balbettò parole
confuse.
Trascorse il giorno in una Mosca in festa, dove sventolavano
bandiere rosse. Bevve vodka, mangiò gelati, rimanendo com-

104
Il potere del canto

mosso dalla Tomba al Milite ignoto e incantato dalla metropo-


litana. Era la prima volta che abbandonava il suo paese. Gli
sembrò giusto concedersi qualche ora di vacanza per immer-
gersi nel farsi della storia di cui era protagonista. Pronunziò
alla fine del giorno un bel verso omerico che lo riportò imme-
diatamente a casa senza i disagi del volo e del freddo notturni.
Iniziò ad ascoltare avidamente tutti i notiziari, rimanendo sve-
glio, e di primo mattino, a compulsare i quotidiani. Sapeva che,
in qualche modo, la storia del mondo era cambiata, e che lui
aveva avuto un ruolo decisivo in tutto questo. Nessuno lo
avrebbe saputo. Era un agente segreto di una forza cosmica
all’interno della piccola e della grande storia del mondo. Si era
arrogato il dritto di decidere cosa fosse giusto. Se gli esiti fos-
sero stati catastrofici a partire dalla vicenda sovietica, sua sa-
rebbe stata la responsabilità. Ma in quel momento, mentre
guardava la foto di Gorbačëv sul carrarmato con la bandiera
rossa, era orgoglioso di ciò che aveva fatto. D’altronde, era con-
segnata sempre agli uomini la vera responsabilità, alla loro
virtù, ai loro cuori. Colui che panificava la sofferenza non do-
veva esser visibile nel suo rosseggiante letargo. Era necessario
fare di ogni calamità una possibile salute, anche se essa avesse
avuto l’arrogante apparenza del miracolo.

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Il potere del canto

27. Dal “Quaderno delle meraviglie” (Viola III)

VERSI DI GUERRA

1. «Au bois il y a un oiseau, son chant vous arrête et vous


fait rougir» (Nel bosco c’è un uccello: il suo canto vi blocca e vi
fa arrossire)
Immobilizzazione
2. «Zerkrachend schwaches Kinn und Nase» (Frantumo
fragili menti e nasi con un colpo solo)
Colpo violento sul volto
3. «Je sais les cieux crevant en éclairs» (Conosco cieli che
esplodono in lampi)
Scarica fulminante
4. «Arrójales moscas de sangre» (Lànciagli addosso mosche
di sangue)
Mosche sanguisughe sull’avversario
5. «Free frin their burning nests the arrow's brood» (Li-
bererà dai loro nidi in fiamme le nidiate dei dardi)
Dardi infuocati
6. Il vostro sangue tappeto reale
Emorragia interna

AZIONE SU DI SÉ

7. «If I were a swift cloud to fly with thee» (S’io fossi una
nuvola rapida che volasse con te)
Volo veloce

8. «Πέμψω δέ τοι οὖ ρον ὄ πισθεν, / ὥς κε μάλ’ ἀ σκηθὴ ς


σὴ ν πατρίδα γαῖ αν ἵ κηαι» («Ti invierò dietro un vento,
/perché possa giungere incolume nella tua terra»).
Teletrasporto a casa

ELEMENTI

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Il potere del canto

9. «Fit fragor: hinc densī funduntur ab aethere nimbī»


(Scoppia un fragore, e fitta dal cielo scroscia la pioggia)
Pioggia torrenziale sull’oggetto o la persona

ALTRE AZIONI

10. «I will not cease from mental fight» (Io non smetterò di
lottare con il pensiero)
Controllo mentale

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Il potere del canto

28. Vocatio ad morte differret (Verde X)

Si fermò con la bicicletta a fare un piccolo rifornimento di


birre e alcolici, che mise nello zaino. Altra tappa fu la ferra-
menta. Chiese una corda di cinque metri. E poi senza fretta,
quasi godendo della frescura serale, mentre i negozi chiude-
vano, si avvio pedalando in luoghi che aveva disertato, rimosso
dove la sua vita era stata decisa. Insieme alla sua morte, eviden-
temente.
Non era mai stato persuaso dalle fredde tesi schopenhaue-
riane contro il suicidio. Non parlavano al cuore. Solo le acco-
rate parole di Plotino all’amato discepolo Porfirio, inventate
dal Leopardi più profondo e sublime, gli stringevano il cuore.
Ma, si diceva, dove sono gli amici che soffrirebbero per la mia
dipartita? Sentiva ancora una volta che la cifra della sua esi-
stenza breve era stata la solitudine, dopo la scomparsa, nei luo-
ghi che stava raggiungendo, delle uniche due persone vera-
mente importanti che avesse conosciuto. Tranne qualche fu-
gace momento di condivisione, Ester era rimasta un’alterità con
cui era impossibile fondersi. Dunque, veniva meno anche
l’unico possibile motivo per differire il suicidio. Pochi l’avreb-
bero pianto. Certo, pensava con una punta di narcisismo, qual-
che alunno verserà lacrime per me, mentre gli scorrevano da-
vanti i volti degli alunni più amati, quelli con i quali la scuola
era diventato realmente un tempo liberato e la promessa di una
redenzione possibile attraverso la bellezza. Qualche lacrima ri-
gava il suo viso, favorita da ombre d’alberi che iniziava ad av-
vertire familiari. Avrebbe potuto pedalare ad occhi chiusi: era
come attraversare una topografia dell’anima che ad ogni luogo
associava un ricordo. Si fermò vicino all’albero dove s’era
schiantato il padre. Il noce portava ancora tracce del terribile
impatto che ne aveva scheggiato la corteccia. Si sedette ai piedi
dell’albero e iniziò a bere le sue birre, rievocando il giorno
dell’incidente. Non venire in questi luoghi aveva significato ali-
mentare giorno per giorno la speranza di esorcizzare i fantasmi,

108
Il potere del canto

di trasfigurare i suoi morti in presenze benevole, in dèi mani.


Ora sapeva che questo progetto era fallito. I suoi morti lo re-
clamavano, imputandogli come colpa l’essergli sopravvissuto.
Per questo doveva morire in quegli stessi luoghi, tra padre e
madre, affinché fosse possibile ricostituire quella relazione ar-
monica che era stata brutalmente infranta. Riprese la bici e si
avviò verso la casa che un tempo era stata sua. L’abbaiare dei
cani lo indusse a non procedere troppo oltre. Non c’era nessuno
fuori. Gli sarebbe piaciuto vederla dentro per l’ultima volta,
ma cosa avrebbe trovato? La ricostruì minuziosamente nella
sua memoria. Ogni anfratto della casa una scoperta. Ogni spa-
zio all’aperto una beatitudine donata dal cielo, da pagare a caro
prezzo con lo sfacelo di un corpo che fu tempio. Come in un
film rivide gli ultimi mesi di vita di sua madre, la sensazione
disarmante di una mano che lentamente abbandona la presa e
si lascia trascinare nel fondo. Il resto era stato un incubo di
volti, parole inutili, riti senza senso. Lei se n’era andata. Aveva
pianto sotto le stelle e maledetto Dio con bestemmie irripetibili.
Sorrideva indulgente ricordando il suo lui di allora, titanica-
mente proteso a sopravvivere alla catastrofe. Tutta la speranza
oramai era perduta. Solo dolore e odio e pena erano sopravvis-
suti alla strage.
Raggiunse il boschetto. La sera avanzata rendeva meno scon-
cia l’offesa che gli anni avevano inflitto ai luoghi, divenuti di-
scariche abusive. Rimaneva, alla luce lunare, lo stesso luogo
magico della sua adolescenza. Finanche il rivo strozzato e in-
quinato cullava i suoi ricordi. Tanto gli rimaneva. Nessun fu-
turo. Riprese a bere, commiserandosi e piangendo per se stesso,
rondinino rimasto indifeso contro un mondo malvagio, privo
del suo nido. Non aveva mai bevuto tanto in vita sua. Si sentiva,
però, pronto. Quelle bottiglie erano servite allo scopo. A fatica
preparò un cappio e lo legò saldamente ad un robusto ramo.
Prese poi un tronco arido, che spesso aveva usato per sedersi,
e lo collocò sotto la corda. Voleva congedarsi con dei versi…
Ma nulla gli sovveniva come suo personalissimo de profundis.

109
Il potere del canto

Era stato un veloce volo. Infilò la testa nel cappio e, mentre


scalciava il tronco e iniziava a penzolare, vedeva davvero una
tenebra azzurra e sentiva, finalmente, i canti di culla cui tanto
anelava, e poi... mentre dondolava quasi incosciente due mani
che afferravano le gambe e lo tiravano su. Inutilmente chiese
rantolando di lasciarlo. La sagoma scura si ostinò nel volerlo
salvare. Lo fece scendere e adagiare a terra. I suoi ricordi su
quanto accadde sarebbero stati sempre confusi. Gli sembrò di
vedere se stesso, ma più giovane e con un fisico integro, non
l’ammasso di carne che lui era diventato negli anni. Quel ra-
gazzo gli diceva che non bisogna mai disperare, anche nei mo-
menti più cupi della nostra esistenza, e che sua madre e suo
padre erano in un altrove che forse sarebbe anche riuscito a
raggiungere prima o poi senza dover rinunziare alla vita. Non
rispose, però, alle domande su chi fosse e su cosa ci facesse lì.
Gli diede dell’acqua e gli inumidì il volto. Tutto girava intorno,
vomitò, mentre piangeva. Il ragazzo lo tirò su e lo abbraccio.
Gli raccontò episodi della sua vita che nessuno poteva cono-
scere. Erano stati momenti di pienezza, assoluti. In nome di
quegli istanti, gli diceva, avrebbe dovuto vivere. Torneranno.
A patto, però, di uscire da sé, di lasciare entrare nelle segrete
del proprio castello luce e aria nuova. Il ragazzo gli chiese di
raccontargli cosa fosse successo da quella notte in cui si era ad-
dormentato nella biblioteca a Roma (come faceva a saperlo?).
E lui raccontò della morte del padre, dello studio matto e di-
sperato, della vendita della casa, del concorso vinto, dell’inse-
gnamento, del matrimonio con Ester, della discesa graduale ne-
gli inferi della solitudine e dell’insensatezza. Il ragazzo sem-
brava sorridere fraternamente a queste parole, commuoven-
dosi. Prese la sua bicicletta e gli chiese se gli andasse di tornare
camminando in città. Lo fecero insieme, parlando per tutto il
tragitto. Il ragazzo vestito in nero volle sapere non solo di lui
ma della città, dell’Italia, del mondo. Rimaneva sconcertato nel
sapere di un discusso imprenditore divenuto Presidente del
Consiglio, del crollo dell’Unione Sovietica e del ruolo avuto da

110
Il potere del canto

Boris Eltsin nella transizione, dell’America divenuta gendarme


globale, delle guerre in Medio Oriente, del terrorismo di ma-
trice islamica. Sembrava venire da un’altra realtà, malgrado
l’assoluta confidenza che ispirava. Ripresosi dal turbamento, il
ragazzo aveva iniziato a parlargli con un sorriso benevolo sul
volto, dicendogli che la realtà è molto più complessa di quanto
ci appaia normalmente, che ci sono interstizi in cui può sempre
accadere un evento miracoloso, che il Messia può giungere da
un momento all’altro, e noi dobbiamo farci trovare vigili.
Chiese di Ester, volle farsi raccontare la loro storia d’amore, e,
alla fine, disse che gli sembrava una donna piena di attenzione,
pudica e sicuramente sofferente dei suoi silenzi ostinati. Do-
veva avere il coraggio di ricominciare daccapo, rompendo il
muro che aveva eretto tra sé e il mondo. Doveva farsi vulnera-
bile. Non avrebbe onorato né il padre né la madre morendo im-
piccato come Giuda. Doveva fare della sua vita un evento unico
e meraviglioso. Non solo era importante per Ester e per i suoi
allievi, ma lo sarebbe diventato per tanti se solo avesse avuto la
forza di far entrare la luce nel suo io precocemente invecchiato.
Molte delle cose dettegli non le ricordava. Quando giunsero
sotto casa si abbracciarono. Aveva detto tante cose il messag-
gero, la sua ombra: su Dio e la poesia, sull’amore e la speranza.
Lui era ancora sotto effetto dell’alcool ingurgitato, e aveva l’im-
pressione di vivere un sogno. O un film che guardava piangendo
a Natale con sua madre. Dio aveva mandato a lui che gli aveva
resistito un angelo a salvarlo. Eppure non gli aveva fatto vedere
come sarebbe stato il mondo senza di lui ma intravedere, al con-
trario, cose che avrebbero potuto accadere rimanendovi. Aveva
scavato un solco nel suo cuore con il vomere affilato della spe-
ranza. Tutte le parole che aveva già dimenticato erano state il
ferro per incidere la terra desolata del suo cuore. In seguito,
avrebbe pensato che, nel deliro alcolico, aveva creato una sorta
di doppio di sé, più giovane. Mistero rimase sempre come avesse
potuto, oramai stordito e già quasi soffocato, trovare la forza
per togliersi il cappio e salvarsi.

111
Il potere del canto

Era quasi mezzanotte. Entrò in casa cercando di non far ru-


more. Ester lo stava aspettando. Gli andò incontro stringendolo
al petto, poi sollevò il viso e disse: «Eliseo, aspettiamo un bam-
bino». Inginocchiatosi, le strinse forte le gambe, baciandole il
ventre. Mentre piangeva, come non aveva più fatto dalla morte
di sua madre, che gli aveva ghiacciato il cuore, per la prima
volta in vita sua benedisse, ringraziando l’angelo che lo aveva
riconciliato con il passato, dischiudendo la possibilità di un fu-
turo che non fosse solo perpetuo struggimento ma apertura,
vita nuova. Sentiva nel grembo il rumore di colui che veniva
oltre il muro sottile, di un essere che abbracciava per la prima
volta. Dio del venire, lì tra le sue mani. Nihil sine Deo, ripeté
ad alta voce, rimanendo in ginocchio di fronte alla sua madonna
come incantato.

112
Il potere del canto

29. Rinascere (Rosso X)

La vicenda russa gli aveva donato una nuova consapevolezza.


Per la prima volta, dal giorno fatale della biblioteca e della
“Voce”, aveva l’impressione di star ottemperando alla sua mis-
sione, di non dissipare il dono unico ricevuto. Per questo iniziò
a dare sempre più spazio, nelle sue meticolose giornate, allo stu-
dio di quanto accadeva nel mondo. Nei momenti di esaltazione
si pensava come una sorta di demiurgo della storia, capace di
indirizzarla verso il buono e il giusto, una sorta di oscuro e be-
nevolo despota illuminato, legittimato da un potere di deriva-
zione divina. Nei momenti di depressione, invece, si sentiva so-
praffatto dagli attuali e potenziali focolai di violenza: davvero
Polemos sembrava padre di tutte le cose! Seguiva, ovviamente,
l’evoluzione della storia russa dopo il suo intervento. Il Segre-
tario, coadiuvato attivamente dai riformatori più radicali,
aveva conquistato la fiducia del popolo e procedeva spedita-
mente nella democratizzazione del paese, dove stavano per
svolgersi le prime libere elezioni dai tempi della Rivoluzione
che aveva incendiato il mondo. Leggeva con piacere che
un’URSS più solida stava temperando il protagonismo ameri-
cano nel Golfo persico. Quello scenario rimaneva preoccu-
pante, e ogni giorno cercava notizie sui quotidiani. Si rendeva
conto che avrebbe avuto bisogno di fonti le più diverse e moni-
torava con attenzione lo sviluppo della rete informatica, ap-
pena avviatosi: sarebbe stato uno strumento potentissimo per
lui.
L’Africa era la zona del mondo che più lo coinvolgeva emoti-
vamente. Nella sua infanzia, aveva partecipato spesso con sua
madre a raccolte per fondi da inviare per la cura della lebbra
alle associazioni diramatesi dall’opera di Follerau. Si era dedi-
cato con passione allo studio della storia dei vari paesi, dive-
nendo consapevole delle responsabilità occidentali, che prose-
guivano ben oltre la fine formale del colonialismo. Nelle sue ri-

113
Il potere del canto

cerche fu colpito in particolare dall’operato dell’Esercito di Re-


sistenza del Signore, capeggiato da Joseph Kony. Leggeva di po-
teri sovrannaturali che il leader militare ugandese attribuiva a
se stesso e alla cugina, posseduta da Lakwena. Non erano, dun-
que, solo le mostruosità commesse da queste bande armate, rei-
terando un’antica storia africana, ad incuriosirlo ma anche la
possibilità di verificare se ci fosse qualcuno che avesse poteri
analoghi a suoi o semplicemente capacità di qualsivoglia natura
non spiegabili razionalmente. Era possibile che qualcuno ne
avesse fatto un uso distorto (anche se in questo caso sarebbe
crollato tutto il suo castello di certezze sulla scelta oculata e
motivata che la “Voce” aveva compiuto con lui). Si preparò,
dunque, al nuovo viaggio, studiando un piano articolato. Sa-
rebbe giunto in Kenya e lì, spacciandosi per giornalista, si sa-
rebbe fatto guidare da Kony, che probabilmente era accampato
in una zona di confine con l’Uganda, con il pretesto di un’inter-
vista per un grande quotidiano italiano. Lì lo avrebbe control-
lato telepaticamente, consegnandolo alla polizia keniota.
Giunto a Kitale mise in giro la voce di una lauta ricompensa in
oro per chi lo avesse accompagnato dal leader dell’LRA. Mentre
attendeva in albergo che qualcuno si facesse avanti, raccoglieva
informazioni su Kony, trovando molta reticenza: fresche le no-
tizie di stragi e stupri. Il suo nome si pronunziava con terrore.
Non dimenticò di esercitare nei giorni di attesa il suo potere
taumaturgico. Guarì due donne ammalatesi di AIDS. L’oro di
quei giorni fu lasciato all’interno di due chiese missionarie di-
verse collegate ad un ospedale. Negli anni seguenti il misterioso
filantropo e il taumaturgo sarebbero diventate figure leggenda-
rie in grado di ispirare storie da raccontare ai bambini.
Finalmente un giovane dall’aspetto rassicurante che biasci-
cava un po’ d’inglese si offrì di accompagnarlo. Il viaggio nella
jeep presa a noleggio non fu particolarmente disagiato. Nessuno
osava avvicinarsi all’accampamento dell’Esercito. Il giovane
spiegò al picchetto armato chi fosse il bianco con lui. Avrebbe
dovuto attendere per vedere Kony. Sapeva che era lì, che era

114
Il potere del canto

solo l’atteggiamento arrogante di un invasato. Gli tolsero la


macchina fotografica che aveva portato con sé per rendere cre-
dibile la sua identità, e gli fu assegnata una capanna abbando-
nata, infestata dalle pulci. Poiché l’attesa si preannunziava
lunga gli fu offerto riso, pane di mais, patate dolci e verdure.
Fu grato a quelli che pur sapeva essere spietati tagliagole e stu-
pratori seriali. Finalmente, a tarda sera, due militari lo condus-
sero nella capanna del leader. Mentre percorreva il tragitto,
vide alcuni soldati ubriachi ridere sguaiatamente intorno a
quattro ragazzine terrorizzate. Non poteva capire cosa si dices-
sero, ma sentì montare dentro di sé una rabbia mai provata
prima. Kony congedò Dominic Ongwen, l’astro nascente del suo
esercito, con il quale amava confidarsi. Rimasero soli. Provò
vanamente a lanciare l’incantesimo del controllo telepatico.
Dunque, era vero! Esisteva qualcuno che, in qualche modo, an-
nullava il suo potere o ne era immune. Tutti i suoi piani salta-
vano. Si rendeva conto di non aver elaborato un piano di ri-
serva, scoprendosi pessimo stratega. In Crimea tutto era filato
liscio. Aveva sottovalutato il caso nelle vicende umane o l’im-
previsto. Eppure, il pensiero delle ragazze che probabilmente
ora erano costrette a subire la violenza di uomini ubriachi dai
denti marci, uomini che avevano ucciso i loro padri e già bru-
talizzato le loro madri, gli impediva di recedere. Ancora una
volta era posto di fronte ad una decisione senza il conforto di
nessuna autorità. Dopo aver censito tutto il dolore che i boia
intravisti poco prima avrebbero potuto cavare dai fragili corpi
di bambine innocenti, col cuore nella morsa, si mosse e schierò.
Per la prima volta utilizzò un potente verso di Lucano, vedendo
il corpo di Kony liquefarsi sotto i suoi occhi e non provando
alcuna pietà per lui. Questa, però, era la parte più facile. Si rese
invisibile e uscì dal retro della capanna, dopo aver preso le
armi rimaste sul pavimento accanto al grasso maleodorante,
unico residuo di un criminale di guerra, e quanto gli sarebbe
potuto servire. Aveva intravisto una sorta di santa barbara

115
Il potere del canto

mentre quando era arrivato all’accampamento. Vi si recò. Pre-


parò un rudimentale esplosivo, mentre sentiva gridare le ra-
gazze tra risa e schiamazzi che avevano attirato gran parte dei
guerriglieri presenti nel campo. Mentre accendeva la miccia,
sentì grida provenire dalla capanna in cui aveva lasciato i resti
di Kony. Era stato scoperto. L’esplosione fu potente. Corse
dalle ragazze. Tre di loro giacevano insanguinate e con gli occhi
sbarrati. Si sentì venir meno. Una di loro, probabilmente la più
giovane, respirava ancora. Lanciò ancora una volta il suo in-
cantesimo. Stava bruciando ogni possibilità di salvarsi se fosse
stato ferito. Non importava. Senza farsi vedere la mise al ri-
paro. Ma non si era accorto che, nell’ombra era rimasto uno dei
seviziatori, che ancora si stava rivestendo dopo lo stupro di
gruppo. Sentì la lama penetrargli nel fianco, mentre urla scom-
poste richiamavano i compagni. Se avesse conosciuto la lingua
acholi avrebbe riconosciuto la parola “ajwaka”. Rimase co-
sciente e reagì, sfruttando la sua invisibilità. Estrasse la pistola
e uccise di nuovo. Intanto accorrevano sparando decine di mi-
liziani. Esplose tutti i colpi dell’automatica sottratta a Kony.
Poi dovette attingere a tutte le sue risorse. Iniziò a pronunziare
tutti i suoi versi di guerra, mentre si riparava nella capanna in
cui aveva trascinato la giovane ancora incosciente, ma presto li
esaurì. Era in balia di un’orda di invasati che pensavano di
combattere contro uno spirito. Entrò in una sorta di trance su
cui si sarebbe interrogato a lungo. Si sentiva attraversato da
una forza potentissima, mai sentita prima. Pronunziava versi
in lingue sconosciute, che non sarebbe mai in futuro stato in
grado di ricordare. Agiva, non pensava di agire, e neppure pen-
sava a quello che avrebbe pensato quando avesse finito di agire.
Vedeva testi e corpi esplodere, sciami di insetti letali avvolgere
braccia mulinanti, lance e coltelli conficcarsi in bocche e occhi,
fiamme dissolvere lingue urlanti. Non si accorse neanche di es-
sere stato colpito alla gamba destra e al braccio sinistro.
Quando, privo oramai di voce, smise di gridare i suoi canti

116
Il potere del canto

guerrieri si accorse che dell’Esercito rimanevano sparse mem-


bra, corpi mutili, grumi di sangue e carne fumante. Invocò con
le energie residue una pioggia purificatrice che accolse alzando
le braccia al cielo e ringraziando. La vicenda sarebbe stata con
timore raccontata di villaggio in villaggio, interpretata come
vendetta degli spiriti primigeni. E si sarebbe favoleggiato di una
giovane di nome Elikya portata via in volo su ali invisibili. In
realtà, dopo averla presa in braccio pronunzio l’incantesimo
omerico del ritorno a casa. La ragazzina era ancora svenuta. La
mise a letto, dopo averle dato un potente sonnifero. Lui, in at-
tesa della mezzanotte, curò alla buona le tre ferite, nessuna
delle quali evidentemente mortale. Aveva perso molto sangue,
era spossato come mai in vita sua. Appena poté pronunziare il
verso di guarigione, cadde in un sonno profondissimo.
Si risvegliò risanato con il sole già alto. La fanciulla, che gli
ispirò immensa tenerezza, dormiva ancora profondamente.
Preparò una colazione robusta, immaginando quanto le
avrebbe detto, ma non sapendo in che lingua avrebbero potuto
comunicare. Quando si risvegliò, la bambina pianse e l’abbrac-
cio. Non chiese nulla. Le importava solo di essere viva. Nei suoi
occhi ancora l’orrore cui aveva assistito, che lui avrebbe rico-
struito mesi dopo. La condusse a mangiare. Lo fece avidamente.
Era magrissima, e ciò nonostante di una bellezza abbagliante,
malgrado la giovanissima età. Si mordeva le labbra mentre sen-
tiva per la prima volta il sapore del cioccolato e della marmel-
lata sul pane bianco. Sanguinava mentre beveva avidamente la
premuta di arance. Sembrava non doversi mai saziare. Lui la
guardava rapito, pensando al giorno prima. Ora però era re-
sponsabile di quest’unica vita scampata alla carneficina. Il suo
battesimo del fuoco come punitore era stato spettacolare: aveva
ucciso tra i trenta e i quaranta uomini, non essendo chiaro,
come avrebbero scritto i giornali, se dei grumi di carne ritrovati
nell’accampamento fossero riconducibili a militanti dell’eser-
cito. Di Kony non si avevano notizie. Alcuni giorni dopo, su un

117
Il potere del canto

giornale statunitense avrebbe letto di un sopravvissuto, dete-


nuto in un ospedale psichiatrico, che parlava ancora con ter-
rore di uno spirito che aveva massacrato l’intero accampa-
mento lanciando incantesimi e affermando convintamente che
lui era sopravvissuto solo perché trasformato in maiale per al-
cune ore.
Tenne Elikya – di cui scoprì il nome il giorno stesso – alcuni
giorni con sé, badando solo ai suoi bisogni primari: mangiare,
lavarsi, dormire. Vegliava accanto al suo letto, alla luce violacea
che rammemorava sua madre. Non sarebbe mai stato padre, ma
stava sperimentando la responsabilità, l’imperativo categorico
che un volto impone all’ethos. Elikya lo riguardava. Uscirono
insieme solo una volta in quei giorni per comprare tanti vestiti
per lei e biancheria. Intanto, telefonicamente, cercava qual-
cuno che potesse aiutarlo a comunicare con lei. Non poteva ri-
manere con lui, almeno da subito. Avrebbe dovuto avviare una
pratica di adozione… Ma glie l’avrebbero mai data? Intanto,
doveva affidarla ad una casa-famiglia, inventando la storia di
una ragazzina trovata a dormire nel proprio giardino, senza fa-
miglia. Quando si separarono Elikya piangeva gridando «ma-
laika mlinzi» ossessivamente. Anche lui pianse, cercando di na-
scondere la commozione. Ma ogni giorno andava a trovarla,
dopo la tappa in ospedale, portandole un piccolo regalo.
Quando iniziò ad imparare le prime parole in italiano la sua
gioia fu immensa.
Sentì, però, il bisogno di rivedere suo padre e la casa della
sua adolescenza. Solo lì riusciva a rimettere ordine nei pensieri.
Il padre lo accolse come sempre inconsapevole di tutto, preso
dalla sua nuova vita di agricoltore felice. Era bello lo stesso.
Nel bosco, seguito dal fedele Argo, pensò amaramente a
quanto si fosse illuso sui poteri demiurgici. La Russia era stata
un caso. È vero, era riuscito ad eliminare un criminale, un po-
tenziale genocida, e con lui una marmaglia di stupratori ed as-
sassini. Ma era una goccia del male, che si sarebbe riprodotto
senza requie. Allora, si diceva, la salvezza di cui parlava la voce

118
Il potere del canto

cos’è? Mentre cantilenava una poesia di Montale che sembrava


ben dirgli cosa fosse o meglio non fosse e non volesse in quel
momento, si ritrovò nello stesso bosco ma in un’ora nera. Capì
che il verso che apriva mondi era stato sempre lì, a portata di
mano, e che finalmente l’aveva pronunziato. Eppure non era
un altro mondo ma lo stesso in cui si trovava. Almeno credeva.
Vide, nell’oscurità, una silhouette che pendeva da un ramo don-
dolando. Istintivamente corse e gli afferrò le gambe, sentendolo
biascicare parole senza senso. Lo tirò giù e, malgrado l’oscurità,
riconobbe un se stesso più vecchio, appesantito, flaccido e
ubriaco. Capì, dunque, di essere in una terra parallela, in un
altro tempo dove lui aveva cercato per motivi che non cono-
sceva di uccidersi in un luogo amato. Dopo aver pronunziato
generiche parole di conforto, lo aiutò ad alzarsi e gli chiese se
volesse tornare a casa, non immaginando che la casa era ben
lontana. Prese la bicicletta, e, sorreggendolo si incamminò, fa-
cendolo parlare di quel mondo. Scoprì con immenso stupore
che la storia del mondo era andata in una direzione completa-
mente diversa. Scoprì che quell’uomo in cui stentava a ricono-
scersi aveva perduto anche suo padre, insegnava lettere, viveva
in città con una donna che credeva di non amare più. Pronun-
ziò parole di speranza e, soprattutto, gli disse che chi fa vivere
ogni giorno la poesia nel mondo segretamente lo salva, che la
bellezza non salverà ma sta salvando qui ed ora. E a lui che
chiedeva cosa ci fosse di buono nella vita rispose: «Che tu sei
qui, che esiste la vita e l’individuo, che il potente spettacolo con-
tinua e tu puoi contribuirvi con un verso!» E, soprattutto, che
non doveva far soffrire le persone che silenziosamente lo ama-
vano e stimavano, sua moglie, i suoi allievi che in cielo e in terra
c’erano più cose di quelle che lui potesse immaginare. Non glie
lo aveva insegnato il suo amato Leopardi, il poeta che lo aveva
consolato nei giorni più cupi del suo lutto? Fu stupito quando
gli chiese se Dio esistesse, e ricordò con tenerezza ciò che era
stato lui, proprio lui a diciotto anni e come la terra e il cielo gli
fossero apparsi vuoti. Gli rispose che la domanda era mal posta:

119
Il potere del canto

non se Dio esista bisogna chiedere ma quale Dio, o quanti Dei


o, ancora, quante forme del divino. E quel Dio enigmatico, che
ci ha lasciato il compito infinito di interpretarne l’opera, ha
creato il mondo attraverso il Verbo, ma un Verbo poetico.
L’universo si regge sul verso. In principio era il Logos, spiegò,
ed era il archipoeta dalla cui lingua piena di potenza si sareb-
bero disseminate tutte le lingue del mondo.
Lo lasciò sotto una casa che gli si sarebbe impressa nel cuore.
Pensò di congedare il suo doppio più anziano e meno saggio con
un dono d’addio, non sapendo che sarebbe stato ricordato come
un angelo. Il koan recitava: «Nihil sine Deo».
Quando rimase solo, in una città come sempre deserta di
notte, meditò, passeggiando su strade pressoché identiche a
quelle del suo mondo se non per minimi particolari, su come
portiamo dentro di noi potenzialità che possono diventare at-
tuali in presenza o meno di circostanze esterne favorevoli. Ciò
che gli era accaduto in una piccola biblioteca aveva dato avvio
ad una vita nuova. Sperava che tale fosse quell’incontro anche
per il lui del futuro, marito frustrato, aspirante suicida. In cia-
scuno di noi, pensò, c’è la possibilità di rinascere. E lo stesso
doveva avvenire per Elikya, che avrebbe rivisto l’indomani, sa-
pendola smarrita se non lo vedeva arrivare per più di un
giorno. E in quelle vie in cui sperimentava il piacere sottile
della confidenza percepì quella che sarebbe stata per molti anni
la corretta interpretazione di quanto gli era stato sussurrato: i
versi erano stati salvezza prima di tutto per lui, poi per Argo e
per suo padre, per centinaia di uomini e donne guariti da mali
incurabili e dolorosi; il suo oro era diventato probabilmente
cibo per gli affamati; i versi avevano salvato Elikya da morte
certa. Non doveva, dunque, più interrogarsi ma agire quotidia-
namente, assumendosi il rischio dell’errore. Un guerriero si as-
sume la responsabilità delle proprie azioni, anche delle più ba-
nali senza dubbi né rimorsi. Non ci sarebbe stata mai, proba-
bilmente, una salvezza definitiva. Un male proteiforme avrebbe
continuato a riprodursi, e lui avrebbe fatto ciò che era in suo

120
Il potere del canto

potere per salvare corpi e anime dalla malattia e dalla morte,


intervenendo nella storia del mondo secondo quanto gli dettava
la sua coscienza che doveva continuare a conoscere e discipli-
nare, affinandone il discernimento. Contemporaneamente, e
questa gli sembrava novità decisiva, gli era stata affidata una
vita da accudire. L’avrebbe protetta da paure, turbamenti, in-
giustizie. Quando fosse cresciuta, se lo avesse voluto, l’avrebbe
presa con sé, a costo di svelare il suo segreto, sapendo che sa-
rebbe stato in buone mani.
Per l’immediato futuro gli si dischiudeva uno scenario entu-
siasmante e, nel contempo, terrificante. Il verso che apriva
mondo lo aveva condotto in una terra parallela. Poteva essere
controllato questo potere o, ancora una volta, lui sarebbe stato
il medium di una forza che lo avrebbe indirizzato dove voleva?
E quante terre esistevano da esplorare? I suoi poteri avrebbero
funzionato lì? Aveva in tal caso il diritto di esercitare una fun-
zione demiurgica plasmando la storia di quelle realtà parallele
o avrebbe dovuto essere un semplice osservatore? Due le do-
mande più assillanti. La prima: gli sarebbe stato possibile di-
ventare un esploratore del tempo, guardare dall’alto le Termo-
pili nel 380 a. C, passeggiare per le strade di Atene intorno al
400 a.C., osservare i tre crocefissi sul Golgota in un anno im-
precisato del primo secolo in Palestina? La seconda: quel verso
gli avrebbe dischiuso prima o poi la realtà in cui era certo abi-
tasse l’anima di sua madre, che pensava come sedi beate di bo-
schi fortunati, consentendogli almeno una volta di parlare con
lei? Avrebbe potuto rivedere il suo volto, ascoltare la voce
amata e avere il conforto per ciò che andava, in solitudine, fa-
cendo?
Un altro scenario fu dagli eventi inattesi di quei giorni. Do-
veva capire, e non solo attraverso uno studio attento delle tra-
dizioni, partendo proprio dalla sua città “magica”, allargandosi
alle tradizioni, soprattutto ancestrali e sciamaniche, ma anche
spostandosi per andare in Messico o Mongolia, ad esempio, a

121
Il potere del canto

Praga e a Lione, quanto del potere che lui deteneva fosse disse-
minato nel mondo. L’incontro con Kony gli aveva insegnato che
ce ne possono essere gradazioni diverse, anche minime. Non po-
teva essere il solo. E, ancora, la parola che dischiudeva mondi
lo avrebbe condotto anche a K’un-Lun e a Kamar-Taj o in altre
località sconosciute dove avrebbe finalmente scoperto l’origine
del suo potere e dialogato con maestri o pari, dimensioni chiuse
che imprigionano anni fuggiti via?
Sentì Argo abbaiare. Era tornato. Il sole appena tramontato
lasciava striature rosate sul profilo delle montagne lontane. Suo
padre lo stava chiamando. Risero insieme ricordando alcuni
episodi della sua infanzia. Prima di andare a letto il padre,
come faceva tanti anni prima, gli baciò la fronte, sussurrando-
gli: «Eliseo, non ti ho mai detto grazie per avermi salvato. Che
Dio ti benedica».

122
Il potere del canto

30. Quartine a due voci

Tu ch’ascolti il mio canto,


vita che nuova mi fu data in dono,
rendi degno ogni giorno del mio tempo.
Il cuore sacro affini il mio verso.

Del bene fammi strumento tuo docile,


dopo l’Angelo e la mia salute.
Insegnami a lottare
benché mai del Male ci sia fine.

Un miracolo accade.
Germoglia inaudito in un grembo, gravido
di cieli e terre mai visti, eventi
mirabili. È la voce cura al Nulla.

Sul mio cammino incerto, sull’errare


veglia, e vivificante spira al petto,
disperdendo chi trama nell'inganno
oscuramente: sei potere e canto.

123
Il potere del canto

Sommario

1. In occasu invenire albam (Verde I) .............................................................................. 2


2. Quartine dell’ateo infedele (Blu I) ................................................................................ 8
3. Un grande potere (Rosso I) ........................................................................................ 11
4. Later in muro (Verde II) ............................................................................................ 15
5. Grandi responsabilità (Rosso II) ................................................................................ 22
6. Melancholia (Verde III) ............................................................................................. 26
7. Nell’ombra della morte (Rosso III) ............................................................................. 30
8. Dal “Quaderno delle meraviglie” (Viola I) ................................................................. 38
9. Urbs tota mea (Verde IV) ........................................................................................... 40
10. Quartine dell’anabattista ateo (Blu II) ..................................................................... 44
11. Casa d’ombre (Rosso IV) .......................................................................................... 45
12. Reditus domum (Verde V) ........................................................................................ 49
13. Stairway to Heaven (Giallo I) ................................................................................... 54
14. Dove domina il caos (Rosso V) ................................................................................. 59
15. Histrio (Verde VI) .................................................................................................... 64
16. No one can see you cry (Giallo II) ............................................................................ 68
17. Guardate la mia opera, potenti... (Rosso VI) ............................................................ 71
18. Dal “Quaderno delle meraviglie” (Viola II) .............................................................. 76
19. Umbra (Verde VII) ................................................................................................... 78
20. Il gioco del destino (Rosso VII) ................................................................................ 82
21. Concertus magnus in coelo (Verde VIII) ................................................................... 87
22. Quartine dell’orfano ateo (Blu III) ........................................................................... 91
23. Una scelta difficile (Rosso VIII) ............................................................................... 92
24. Sine luce (Verde IX) ................................................................................................. 96
25. So lonely (Giallo III) .............................................................................................. 100
26. L’orgoglio e il coraggio (Rosso IX) ......................................................................... 101
27. Dal “Quaderno delle meraviglie” (Viola III) ........................................................... 106
28. Vocatio ad morte differret (Verde X) ...................................................................... 108
29. Rinascere (Rosso X) ............................................................................................... 113
30. Quartine a due voci ................................................................................................. 123

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