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SANTA CHIARA D'ASSISI,

IL FEMMINILE DEL FRANCESCANESIMO

Elementi costitutivi dell’esperienza di Chiara d’Assisi.


E’ evidente che l’esperienza di Chiara d’Assisi si fonda sul "carisma” che è il particolare dono
concesso dallo Spirito Santo con le relative grazie spirituali che gli sono esclusive a tale fine. Chiara
recepisce e assimila il carisma dello Spirito con i suoi elementi in modo personale, tale che ciò
costituisce l'originalità della sua esperienza. Questo pone le basi per costituire la fisionomia
spirituale assunta da Chiara e dalle prime sorelle che con lei hanno voluto condividere lo stile di
vita. Tali elementi sono lo spirito, l’anima, l’identità, radicata in esperienze vissute e trasmesse da
Chiara e moderata dalla Chiesa. L'Autorità ecclesiastica con la sua approvazione dell'esperienza
legittima, sancisce non tanto le esperienze carismatiche personali di Chiara quanto i contenuti
spirituali del carisma originario, radicati nello spirito della fondatrice1.
La scelta di Chiara, è radicale sin dall’inizio quando mossa dall’azione dello Spirito, si presenta
dalle benedettine per vivere l'umile e povera condizione di serva, come è avvenuto per Francesco
allorquando si presenta dai benedettini del monte Subiaco. Infatti, Chiara ha appena venduto tutti i
suoi beni e si presenta, di sua spontanea volontà nel seguire Cristo con tutto lo slancio del suo
cuore, nella povertà e nell'umiltà, ovvero imitare Cristo che "essendo ricco si fece povero per noi"
(2Cor 8,9), nella sua kenosis facendosi serva. Chiara entra quindi in quel vasto movimento
evangelico di penitenti che fiorisce in quell'epoca anche se è andata ben oltre, risponde alla
chiamata del Signore con una totale insicurezza nei riguardi del futuro. Ciò è impensabile per una
donna del suo rango, è uno scandalo, vuole dire incorrere nel disprezzo e nel rifiuto, più di quanto
non abbia sopportato Francesco, vuole dire rompere non solo con la sua famiglia, ma anche con
tutto il suo ambiente in un momento in cui la pressione sociale è assai imperiosa. La reazione della
famiglia non si fa attendere e pieni di rabbia, gli uomini della sua famiglia si precipitano dietro di
lei cercando di farla ritornare, ma Chiara resiste mostrando loro la testa rapata; questi non osano
brutalizzarla per paura della scomunica e si allontanano, mentre poco dopo sua sorella la raggiunge
ed insieme affrontano nuovamente un assalto ancora più violento da parte dei familiari. Infine,
Francesco le conduce a San Damiano, proprio come lui stesso un giorno ha profetizzato:

1
M. OLPHE-GALLIARD, Le charisme des fondateurs, in Vie consacrée XXXIX (1967), 338-352; L. I RIARTE, Vocazione
francescana. Sintesi degli ideali di S. Francesco e di S. Chiara, PIEMME, Casale Monferrato 1991, 17-21.
"verranno qui delle religiose la cui vita santa e la cui fama inciteranno gli
uomini a lodare il nostro Padre celeste in tutta la sua santa chiesa"2.

L’esperienza di S. Damiano è fondante e costituisce un ulteriore passo in avanti nella risposta di


Chiara alla volontà di Dio e alla graduale chiarificazione del carisma. Giunta a S. Damiano Chiara
non lascia più quel luogo, vivendovi quarantadue anni. Lì si unisce a Cristo con tutto il suo cuore, lì
realizza perfettamente la profezia di Francesco, lì dà vita a un nuovo ordine monacale, attualmente
il più numeroso del mondo. La straordinarietà della sua esperienza sta nel fatto che, almeno per le
apparenze, non fa nulla di eccezionale: prega, fa penitenza, adempie i servizi domestici propri della
vita comunitaria. Se ci si aspetta di assistere ad azioni clamorose, si resta delusi, tuttavia, la vita di
Chiara è piena di insegnamenti, è un po' come una miniatura che osservandola bene da vicino, si
scopre un mondo meraviglioso dove ogni dettaglio porta e apre orizzonti nuovi: Chiara ama Cristo
in modo straordinario. Allora si capisce che abbia attirato, che la sua santità abbia affascinato Papi e
Cardinali, che possa essere chiamata "maestra di vita" e che continui a sedurre, non per lei, ma per
condurre verso Cristo, il suo Signore da lei profondamente amato. Infatti è un modo di amare, di
vivere in comunione con Cristo, con le sue consorelle, con il mondo che la circonda che ci lascia
colei che è la perfetta imitatrice di Cristo3.
Nel rapporto con Francesco Chiara non è stata solo una semplice copia di Francesco. Sebbene si
presenti come "la sua pianticella" e lo chiama "il giardiniere" che assicura alla pianta il suo
sviluppo, non ne modifica la sua natura, in quanto l'aria, l'acqua, la linfa che la nutrono non
vengono da lui. Chiara afferma che tutte le grazie vengono da Dio, il Padre misericordioso e che la
sua linea di condotta è tratta da Dio, anche se spesso per mediazione di Francesco. Chiara, la fedele
discepola, ha quindi un insegnamento proprio da offrirci circa la maniera di seguire Cristo, lei è un
essere di comunione, malgrado e forse a causa della rottura iniziale che abbiamo precedentemente
evocato4.
Gli elementi essenziali della spiritualità clariana si riassumono nella fedele imitazione di Cristo,
povero, orante e sofferente, nell'osservanza integrale del Vangelo, nello spirito di orazione e
devozione da conservare sopra tutte le altre cose temporali, nelle attività di lavoro. La povertà intesa
in modo assoluto, individuale e collettiva, vivendo del proprio lavoro senza vergognarsi della
povertà abbracciata da Cristo stesso in questo mondo. La sua attenzione ai segni dei tempi, al
richiamo alla semplicità di vita, come criterio autentico per vivere il Vangelo, conferma la sua
libertà di vivere poveramente rispetto alle sue radici nobili, la rende capace di cogliere e di

2
FF 2827.
3
FF 2832-2834.
4
FF 3165.
accogliere la novità della vita evangelica francescana. Sceglie, quindi, senza esitare, tra tutte le
possibilità di servire Dio, l’esperienza di Francesco trovandosi pienamente a suo agio con queste
nuove forme di vita e di spiritualità. Lei stessa apre cammini nuovi attraverso la maniera in cui vive
la povertà e il lavoro nella società del suo tempo, in quanto è convinta che la scelta dell'altissima
povertà cambia la situazione dei monasteri nei riguardi della società5.
Infatti, in questa nuova modalità si crea una dipendenza della comunità rispetto al mondo che lo
circonda, mentre fino allora, la presenza di una abbazia fa nascere attorno ad essa villaggi, un
artigianato e a volte perfino una città la cui attività dipende in gran parte dalla stessa abbazia.
Pertanto contadini, artigiani, commercianti vi lavorano per necessità, a volte ingenti, delle grandi
abbazie, ora a causa della necessità della questua il monastero si mette in stato di dipendenza nei
riguardi della città: è l'applicazione pratica della minorità. E’ lampante che fino a quel momento
nessuno dei nuovi Ordini ha osato imporre alle donne una vita così precaria, lo stesso S. Domenico,
pur avendo desiderato che i suoi confratelli non possiedano nulla, non corre questo rischio con il
ramo femminile sollecitando per loro alcune proprietà ed incarica un fratello di amministrarle per
assicurare loro una sicurezza materiale. Così il monastero si unisce alla società; anche se la clausura
è stretta, la solidarietà è grande perché la comunità subisce le stesse vicissitudini degli abitanti, cioè
contraccolpi della crisi, le carestie, le guerre e beneficiano anche della generosità dei benefattori in
momenti di abbondanza6.
Per quanto riguarda il lavoro, Chiara, come Francesco, vuole lavorare "con le sue mani", è questa
una novità nella vita monastica dell'epoca in cui monaci e monache di un certo rango non lavorano
manualmente perché le converse assicurano il servizio materiale. "Lavorare con le proprie mani" è
un'espressione di S. Paolo usata all'inizio del secolo XIII da coloro che cercano di promuovere un
nuovo atteggiamento nei riguardi della Chiesa di fronte al lavoro, che è segno di minorità. A San
Damiano, le suore lavorano per la loro sussistenza, ma anche per dare, indossano abiti poco raffinati
e mangiano pane secco, confezionano i corporali con tele preziose che distribuiscono a tutte le
chiese della regione. È questo il paradosso economico di San Damiano, ovvero lavorare per donare
e mendicare per vivere, è antieconomico ma ciò crea un altro tipo di rapporto, un circuito di carità.
Il lavoro non riveste un carattere economico, ma è una scelta di povertà. Chiara, per nascita e per le
scelte da lei operate, rappresenta una svolta nel secolo XIII e scuote la dinamica della società, della
campagna verso la città. Appartiene ai due mondi e ha scelto di situarsi particolarmente nella
condizione dei nuovi poveri che lasciano la campagna e affollano le città per lavorarvi. Chiara
accoglie materialmente e spiritualmente, in pieno il suo tempo e le sue evoluzioni, ma mantiene nel
5
L. IRIARTE, Vocazione francescana. Sintesi degli ideali di S. Francesco e di S. Chiara, PIEMME, Casale Monferrato
1991, 33-38.
6
J. LECLERCQ, Il monachesimo femminile nei secoli XII e XIII, in Movimento religioso femminile e francescanesimo nel
secolo XIII, Atti del VII Convegno della Società Internazionale di Studi francescani, Assisi 1980, 63-92.
cuore stesso delle città borghesi dove il denaro è re, il fermento evangelico della povertà come
richiamo della prima beatitudine. La carità, qualificata più materna, tra i singoli religiosi e tra
superiori e sudditi è il segnale più evidente dell’atteggiamento prettamente evangelico di vita
interiore e in definitiva, le note qualificanti della spiritualità francescana. Esse sono espresse nei
concetti e nelle virtù caratteristiche della minorità, della povertà intesa come mezzo fondamentale di
elevazione ascetica e di libertà interiore, è efficace testimonianza di vita, di fraternità e di carità, di
obbedienza e di soggezione alla Chiesa, intesa come nota di autenticità e di unione con Cristo7.
La forma di vita si esplicita attraverso l’Osservanza dei tre voti di obbedienza, di povertà e di
castità, nella scia della norma antica degli istituti monastici maschili e femminili. La novità portata
da Francesco e vissuto da Chiara è essenzialmente nella “forma di vita” precedentemente
sintetizzata. Evidentemente l’esperienza di Francesco e di Chiara riassume tutte le istanze spirituali
dell'epoca, ovvero evangelismo, pauperismo, eremitismo, cenobitismo, spirito di cavalleria e di
conquista, apostolato itinerante, lavoro manuale e sostentamento. Una forma di vita veramente
nuova, che riguarda soprattutto lo spogliamento per amore a Cristo povero e crocifisso, la salvezza
delle anime attraverso l'annunzio della pace e l'obbedienza alla Chiesa romana, con la libertà da
ogni umana struttura. Questo nuovo stile di vita sono state assunti da Chiara direttamente da
Francesco che “scrisse per noi la forma di vita”8.
Giacomo da Vitry, vescovo di Acri, scrivendo da Genova nell'ottobre 1216 dice ai suoi amici del
suo disgusto per i curiali, ma afferma:

«Ho però trovato in quelle regioni una cosa che mi è stata di grande
consolazione: delle persone d'ambo i sessi, ricchi e laici che, spogliandosi di ogni
proprietà per Cristo, abbandonavano il mondo. Si chiamano frati minori e sorelle
minori (...) Le donne dimorano in alcuni ospizi non lontani dalle città e non
accettano alcuna donazione, ma vivono col lavoro delle proprie mani. Non è
piccolo il loro turbamento, vedendosi onorate più che non vorrebbero da chierici
e laici»9.

E’ dunque una forma di vita nuova e stupefacente, in cui nell’esperienza di Chiara assume un ruolo
primario la vocazione francescana, grazia multiforme dell'unico Vangelo rivelato a Francesco.
Questa vocazione è stata e viene vissuta in modo carismatico da Chiara e dalle sue figlie tale da
realizzare l'unità del variegato carisma evangelico rivelato al Poverello. In questa prospettiva, il
7
Lettera dei Ministri Generali delle Famiglie Francescane alle clarisse in occasione dell’VIII centenario della nascita di
S. Chiara, Chiara d’Assisi, a cura delle Famiglie Francescane, Roma 1991, 23-29.
8
L. IRIARTE, La vocazione nella fede e nell’esperienza di Santa Chiara, in Forma Sororum XVII (1980), 85-92.
9
FF 2205-2207
secondo Ordine sarebbe, nella famiglia francescana, ciò che la vita contemplativa è nella Chiesa.
Per intendere questa unità-diversità, le clarisse realizzano in pienezza ciò che per il primo Ordine
non è altro che una possibile scelta tendenziale. Al primo Ordine non manca il carisma
contemplativo, che tuttavia non lo esprime per intero, allora Francesco ha risolto in Chiara il suo
problema di vita contemplativa. Se per lui il Vangelo è il vivere “nella santa operazione dello
Spirito”, il secondo Ordine ha come carisma il fatto di poterne fare una scelta esistenziale, di vivere
la vita evangelica nella sua profondità femminile, nell'obbedienza di fede, non a partire dall'azione
pastorale ma dalla risposta all'amore di Dio. Chiara e le sue clarisse vivono il carisma del Vangelo
nella sua fonte, nel suo nucleo, nel suo culmine, nel suo cuore, pertanto la vocazione contemplativa,
come cuore della Chiesa, raggiunge così la dimensione escatologica nella sua massima trasparenza
nella lode della gloria e della grazia. Lo specifico clariano è allora la vocazione contemplativa in
clausura che non esige l'opzione della clausura, infatti né nella Regola di S. Chiara, né nelle sue
Lettere troviamo una giustificazione teologica esplicita della clausura, ad eccezione della frase nel
capitolo II della Regola10.
Del resto, se analizzassimo le Lettere rimaste della corrispondenza tra Chiara ed Agnese, una sola
contiene un accenno alla clausura, ma si tratta della clausura interiore, imitazione della Madre di
Dio:

«Stringiti alla sua dolcissima Madre la quale generò un Figlio tale che i cieli non
potevano contenere, Eppure Ella Lo raccolse nel piccolo chiostro del suo santo
seno e Lo portò nel suo grembo verginale»11.

L'assenza del tema è già di per sé eloquente dell'atteggiamento di Chiara, infatti per lei la clausura
non è un valore in sé e per sé e, innanzitutto, non si lega alla verginità e alla castità. La casa, il
chiostro che contiene Gesù non è una casa di pietra, ma lo stesso corpo di ogni sorella, qui si coglie
anche il senso della verginità per Chiara che non vuole dire solitudine, ma al contrario allargamento
del proprio corpo e della propria vita in cui accogliere il Signore. In questo Chiara segue
perfettamente l'invito di Francesco:

«Sempre costruiamo in noi una casa, una dimora permanente a Lui, che è Signore
Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo»12.

10
FF 2759.
11
Nessuno dei termini tecnici indicanti la clausura, ovvero eremo, carcere, romitorio, compare nelle Lettere ad Agnese.
Cf FF 2890.
12
Rnb XXII 2,7: FF61.
E’ nella corrispondenza con Agnese che è presente l'unico accenno che Chiara fa alla clausura, ma
ciò non significa che la vita eremitica che Chiara conduce, non si rifletta nei suoi scritti, piuttosto
preferisce usare altre parole come “honestas” e “remotio”, cioè espressioni meno tecniche, meno
legate al linguaggio monastico-religioso13.
Nella contestualizzazione storica del tempo per qualsiasi giovane donna del tempo l'onestà è
testimoniata ed insieme garantita dall'isolamento, così anche per le donne di S. Damiano l'onestà si
lega all'isolamento: la remotio. L'isolamento e la reputazione, la buona fama sono caratteristiche
fondamentali della comunità di S. Damiano. L'isolamento, previsto da Chiara nel Testamento, però
è ben altra cosa dalla clausura come ideale di vita, dato che la comunità possiede il “Privilegium
paupertatis”, che ne garantisce l'originalità. Il fatto che il Card. Ugolino rediga delle regole per le
comunità femminili dell’Italia centrale non soddisfa spiritualmente Chiara che alla fine si decide a
redigere lei stessa la Regola per la sua comunità, lei è la prima donna a comporre una Regola per
delle donne che tiene presente delle Regole a lei precedenti, non soltanto la Regola di Benedetto e le
Costituzioni di Ugolino, ma soprattutto la Regola di Francesco nelle due versioni. la Regola non
bollata e quella bollata. In essa il problema viene affrontato con minuziosità, in quanto Chiara
dedica diverse parti alla descrizione della porta, delle grate e delle altre caratteristiche tipiche di una
comunità claustrale14.
D’altro canto una delle ragioni che hanno spinto Chiara a scrivere una propria Regola, inserendovi
queste parti dedicate alla clausura, è l'apparire, intorno agli anni quaranta del XIII sec., di gruppi di
donne, chiamate “minoritae”, le quali, richiamandosi allo spirito di Francesco, vivono senza fissa
dimora e predicano come i frati. Queste donne vengono più volte condannate dai Papi e possiamo
supporre che Chiara abbia voluto sottolineare la propria estraneità da questi movimenti ritenuti
eretici accentuando il carattere claustrale della propria esperienza. La Regola di Chiara però è il
superamento delle Regole precedenti per una formulazione meno rigida e meccanica, più flessibile,
viva e umana e ciò è dimostrato chiaramente dalle reticenze di Chiara dinanzi al titolo di abbadessa,
la sua maggiore flessibilità nei confronti dei digiuni e delle astinenze e l'insistenza stessa di avere
un visitatore e dei cappellani del primo Ordine. Chiara continuamente si appella allo Spirito, c'è un
rispetto profondo dell’ispirazione individuale e dell'iniziativa delle suore, un senso accentuato di
comunione fraterna e di ampia partecipazione delle sorelle all'andamento del convento. Per
esempio, la differenza tra la sua Regola e quella di Ugolino si accentua a proposito delle

13
Sono le espressioni con cui caratterizza un eventuale futuro monastero in cui le sorelle si sarebbero dovute trasferire:
«Se poi in qualche tempo dovesse occorrere, per un conveniente isolamento del monastero, di avere un po di terreno
fuori del recinto dell'orto, non permettano d'acquistarne più di quanto richiede l'estrema necessità» (TestsC 54: FF
2844).
14
T. MATURA, Introduzione, in Chiara d'Assisi, Scritti, Vicenza 1986, 36.
La Regola di Chiara appare in un certo senso più stretta di quella di Ugolino, prevede infatti due serrature alla porta:
«La porta sia ben difesa da due differenti serrature in ferro, da imposte e chiavistelli...» (FF2813).
disposizioni sul silenzio. Esso va osservato, ma si badi bene che non è solo una questione di ore, ma
di spiritualità, ovvero il divieto della parola non è un valore in sé. Per il sollievo e il servizio alle
malate è sempre lecito parlare, perché per Chiara la parola è sempre un sollievo, in particolare per
chi è ammalato15.
Questa e altre non sono soltanto delle semplici concessioni che Chiara vuole introdurre, ma sono
l'espressione di una diversa idea della vita contemplativa. Se fino a quel momento, la scelta della
vita religiosa deve essere l'opzione per la reclusione, la mortificazione di sé, l'annientamento delle
proprie funzioni vitali come il vedere e l'udire, per Chiara, certe osservanze sono tipiche di un
“benedettinismo” eccessivo. Dall'insieme degli scritti si deduce che una scelta così determinante
come la clausura non significa separazione dal mondo in senso ascetico, ma forma di vita
evangelica vissuta nel nascondimento, una scelta esistenziale privilegiatamente contemplativa. In
altri termini la clausura non è solamente un contorno, un mezzo, un aiuto sussidiario, una
condizione socio-culturale oggi superabile, bensì un dato profondamente radicato. Essa è forma di
vita e di vocazione, un’opzione di kenosi come morte totale a se stessi, la forma del Servo del
Signore nel mistero del suo annientamento “fino alla morte di croce” (Fl 2,8).

I testi di Chiara non parlano direttamente di clausura, tuttavia la suppongono, essa viene ricordata
espressamente dalla Bolla di Innocenzo IV, che introduce la Regola di Chiara e che a riguardo
dichiara:

«Poiché voi figlie dilette in Cristo, avete disprezzato le vanità e i piaceri del
mondo e seguendo le orme dello stesso Cristo e della sua santissima Madre, avete
scelto di abitare rinchiuse»16 .

Occorre sottolineare che Chiara non si limita ad un’accettazione passiva, ma rinnova e rivitalizza
l'istituzione già antica della clausura. Infatti, sono le sorelle povere quelle che ricevono nei
documenti pontifici il titolo di “recluse” per eccellenza che si estende successivamente alle
agostiniane e domenicane. Ovviamente, le osservanze di allora non possono essere confuse con
quelle di oggi, come non si deve confondere la vocazione claustrale con la sua istituzionalizzazione
storica conosciuta fino a oggi. Tutte le modalità concrete della clausura hanno subito molteplici
vicissitudini storiche, a riguardo è necessario discernere quanto di passeggero ha in sé la cosiddetta
“separazione materiale dal mondo” per scoprire l'intuizione evangelica e contemplativa, che
suppone la separazione dal mondo in forme attuali e pluralistiche. Tale separazione non deve essere
necessariamente intesa in base alle forme giuridiche che ci sono state trasmesse, in quanto dare un
15
FF 2783.
16
FF 2748.
valore carismatico e permanente alle concretizzazioni della clausura della Regola significherebbe
cadere nella schiavitù della lettera, sapendo che queste concretizzazioni appartengono alle
Costituzioni ugoliniane. La solidarietà con tutti davanti a Dio ha un significato nel mondo
secolarizzato che tende a misurare il valore di una persona in base a quello che produce. Considera
sterile una vita dedicata alla preghiera, mentre Chiara invece crede che la sorella di clausura è
“collaboratrice di Dio stesso e sostegno alle membra deboli e vacillanti del suo ineffabile corpo” 17.
Chiara, diventa immagine di Dio per il nostro tempo, anche se a prima vista, ci si può chiedere, con
un po' di scetticismo cosa può dirci una monaca che ha scelto di vivere rinchiusa ottocento anni or
sono. Chiara non fa proclami, non lascia opere tangibili, è una donna di silenzio e di preghiera,
sempre nascosta. È necessario considerarla quindi con attenzione e senza fretta, allora è possibile
contemplare il volto di una donna che è specchio e modello per il suo tempo e per l’oggi. E’ una
donna libera perché si è liberata, non per soddisfazione personale, ma per vivere meglio il Vangelo,
una donna solidale e di comunione e l'opera di solidarietà con la debolezza della Chiesa è una
cooperazione con l'opera stessa di Dio nella storia. Questa densità teologica è quella che dà
all'opzione evangelica della clarissa tutta la ragione di essere ed è la risposta adeguata a qualunque
interpellanza che le possa sopravvenire. La cooperazione con Dio assume un volto concreto e si
rende visibile in un'opera di sostegno del lato debole e vacillante della Chiesa, la cui forza non sta
nell'organizzazione e nell'attivismo, ma nello Spirito del Signore che la sostiene e la rende feconda.
Ora il dono dello Spirito si ottiene soprattutto con la preghiera e il sacrificio. Dio è attento
all'invocazione umile, fiduciosa e solidale, in cui prende voce la radicale povertà dell'uomo davanti
a Lui18.

17
Lettera terza ad Agnese di Praga 8: FF 2886.
18
P. ANZULEWICZ – P. BLAINE, Chiara nostra sorella, Ed. Miscellanea Francescana, Roma 1993, 364-367.