Sei sulla pagina 1di 11

Nicola Spinosi

Lo straniero di Albert Camus


L'étranger fu pubblicato nel 1942 da Gallimard. La Francia da un paio di
anni era in mano alla Germania.
Il titolo del romanzo di Albert Camus è stato tradotto in italiano come Lo
straniero; in spagnolo come El extranjero; in tedesco come Der Fremde;
in inglese come The Stranger, ma anche come The Outsider. Anche la
versione cinematografica di Luchino Visconti (1967) ha come titolo “Lo
straniero”.
La versione italiana, Lo straniero, dovrebbe essere intesa in senso
metaforico, a meno che Mersault, il protagonista, un francese residente
in Algeria, ai tempi colonia francese, non valga come uno straniero per la
sua vittima, che è un arabo per così dire a casa sua; se non è l'arabo
stesso uno straniero per Meursault. Sindrome coloniale? Nel testo però
non c'è traccia esplicita di temi del genere. Per cui, sulla scorta della
proposta di traduzione americana, The Outsider, eccellente, e di quella
tedesca, Der Fremde, perfetta perché indica sia lo “straniero” sia l'
“estraneo”, direi che la traduzione in italiano da preferire è L'estraneo.
In effetti il tema risaltante nel testo è l'estraneità del protagonista e
narratore rispetto al mondo sociale che lo circonda.

Lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun ha asserito una volta, in un


articolo pubblicato da La Repubblica, che la peste di cui tratta un altro
celebre romanzo di Camus intitolato a tale epidemia e ai suoi effetti
sociali, è una “metafora del nazismo”. Affermare che L'étranger sia da
vedere come una “metafora” (di certi effetti) del colonialismo francese
nel mondo arabo, se non come una “metafora” della sconfitta subita
dalla Francia (v. la morte della madre del protagonista) da parte della
Germania (1940), o una “metafora” del “disimpegno” e dei suoi
disastrosi risvolti, a noi parrebbe una forzatura ai danni del testo.

1. Un omicidio volontario, ritenuto poi dai giudici premeditato, riceve la


condanna alla pena capitale, consistente ai tempi nella decapitazione.
L'assassino è un uomo sui trent'anni, Meursault, impiegato in una ditta
privata come contabile, che non ha rapporti personali diretti con la
vittima, fratello della ex amante di un conoscente e vicino di casa di
Meursault stesso, Raymond Sintès. Il romanzo, che ricorda per lunghi
tratti un diario (senza date) del protagonista, ma che consiste anche in
estese sintesi autobiografiche (carcerazione e processo) redatte dal
medesimo, termina rimandando il lettore ad un futuro culminante nel
giorno dell'esecuzione, della quale non si sa altro che, salvo un rinvio o
un provvedimento di “grazia”, prima o poi avverrà.

L'omicidio ha luogo d'estate su una spiaggia vicina ad Algeri. Meursault


insieme alla sua donna, Marie Cardona, a Raymond, a un certo Masson e
alla moglie di quest'ultimo, trascorre una domenica al mare ospite dei
Masson, che hanno una casetta sulla spiaggia. Dopo un bagno e un lauto
pasto ben innaffiato di vino, durante una passeggiata sulla spiaggia,
Meursault, Raymond e Masson incontrano due arabi, dei quali uno è
fratello della ex amante e mantenuta di Raymond, da quest'ultimo
picchiata e umiliata. Anche il fratello della ragazza in precedenza ha
provocato Raymond, secondo quanto costui riferisce, e le ha prese.
Gli arabi hanno seguito al mare i francesi. I cinque uomini si affrontano,
si picchiano, Meursault non partecipa, e il fratello della ex amante di
Raymond ferisce a coltellate Raymond stesso. I francesi fanno ritorno al
capanno dei Masson e il ferito viene medicato da un medico che abita nei
paraggi. Meursault e Raymond tornano però sul luogo della rissa,
trovano i due arabi e Raymond avrebbe intenzione di sparare con la
propria rivoltella al rivale, sennonché Meursault convince l'amico a dargli
l'arma.
Dunque: Raymond è andato al mare armato.
I due tornano alla casetta dei Masson, Raymond entra, invece Meursault,
che molto ha bevuto e molto patisce il caldo e la luce oltre che la
prospettiva di riferire il nuovo episodio alle due donne, non sale in casa;
la scaletta, ripida, lo disgusta, e torna in riva al mare. Da solo; è stordito
sempre più dal caldo e dalla luce. Estate algerina. Attratto dall'idea del
fresco di una sorgente che si trova in prossimità del luogo della rissa, vi
trova di nuovo l'arabo feritore. Disteso. I due, distanti l'uno dall'altro una
decina di metri si guardano senza parlare; Meursault crede di notare nel
volto dell'arabo dell'ironia, se non della derisione. E' stravolto dalla luce e
dal sole. Ha ancora con sé la rivoltella di Raymond; si avvicina all'arabo,
questi estrae il coltello e lo mostra a Meursault, che spara una prima
volta; dopo un attimo spara ancora quattro volte. Uccide l'arabo. Finisce
in prigione accusato di omicidio volontario e premeditato. Dopo circa un
anno ha luogo il processo. Meursault è condannato alla pena capitale.

Il romanzo però inizia con le pagine che il protagonista scrive sulla morte
di sua madre, forse sessantenne, da lui sistemata in un ospizio statale
presso Marengo (Hadjout), e sul funerale di lei, cui lui partecipa, a
Marengo, non senza aver “vegliato” la bara per una notte “insieme” ad
alcuni ospiti dell'ospizio. L'omicidio avviene poco più di una settimana
dopo il funerale. Nel frattempo Meursault inizia una relazione con Marie
Cardona, ex collega d'ufficio ritrovata sulla spiaggia, in Algeri, la mattina
dopo il ritorno da Marengo; ed è coinvolto da Raymond Sintès nella
storia che questi ha con la ragazza araba (“moresque”), sospettata dal
francese di “imbrogli”. Di fatto Meursault accetta di scrivere per
Raymond una lettera alla ragazza allo scopo di indurla a tornare
dall'amante, intenzionato però solo a vendicarsi di lei. Dopo che
Raymond picchia la ragazza, caduta nel tranello, dando luogo
all'intervento di un agente di polizia, deve recarsi in un commissariato
per ricevere un'ammonizione, e Meursault gli fa da testimone “a
discarico”.

Questi fatti (morte della madre, funerale, relazione con Marie,


“complicità” con Raymond) non hanno stretta ed esplicita relazione con
l'omicidio, tuttavia sono chiamati in causa sia durante la fase istruttoria
sia durante il processo. Il giudice istruttore prima, il procuratore
generale poi, sostengono che Meursault non è un uomo come gli altri,
infatti non ha reagito alla morte della madre come di solito avviene ai
più. Non solo ha “messo” la madre all'ospizio (ciò non pare un'efferata
stranezza, lo prova il fatto che sia lo Stato a provvedere a tali istituzioni:
è un argomento dell'avvocato difensore di Meursault); non ne conosce
bene l'età, non ne vuol vedere la salma, non piange, fuma sigarette
all'interno della camera ardente, dove beve anche un “trasgressivo”
caffellatte offertogli per altro dal portinaio dell'ospizio; non si raccoglie in
preghiera di fronte alla tomba e se ne va da Marengo subito. Torna
subito in quel “nido di luci” che è per lui Algeri. Allo scandalizzato giudice
istruttore dirà chiaro del resto di non credere in Dio. L'indomani, sabato,
tornato in città va al mare, durante il bagno ritrova la ex collega Marie; i
due, piacevolmente distesi su una piattaforma galleggiante, si toccano,
poi parlano un poco del funerale in quanto la donna nota che, al
momento di rivestirsi, Meursault indossa una cravatta nera (dunque il
“nichilista” porta il lutto!) e gliene chiede la ragione; la sera vanno al
cinema a vedere un film con Fernandel (attore comico francese a noi
noto per la serie cinematografica “Don Camillo e Peppone”), secondo
Meursault stupido e anzi demenziale, e si toccano ancora. Concludono la
serata a casa di Meursault. Vanno a letto insieme.
Essendo altresì la fama di Raymond Sintès quella di magnaccia, il fatto
che Meursault si sia fatto coinvolgere negli strascichi della storia con la
ragazza araba non gioca certo a suo favore. L'omicidio è avvenuto nel
contesto di un rapporto “vergognoso” com'è quello tra la “losca” araba e
il chiacchierato francese.

I giudici riescono a convincere la giuria che l'innegabile stranezza


dell'omicidio commesso da Meursault ai danni di una persona che gli è
all'incirca ignota, per di più uccisa con cinque colpi di arma da fuoco, si
spiega con la mancanza di principi morali dello stesso omicida. Un
“anticristo”, così - anche ironicamente - il giudice istruttore; un “mostro
morale”, così, serissimo, il procuratore generale.

In carcere Meursault deve affrontare la sua condizione di illibertà. Niente


sesso, niente sigarette, è questa la punizione - lui lo comprende. Noia,
tormento, qualche lettera di Marie, una sua visita senza seguito (non
sono mica sposati!). Meursault trova nell'osservazione del cielo e
nell'ascolto dei rumori della città qualche conforto; si esercita a ricordare
i dettagli di casa sua in modo meticoloso. Dorme infine molte ore. Per
quanto, dopo che è finito il processo, verso l'alba, l'ora in cui “loro”
usano presentarsi ai condannati ai fini dell'esecuzione, lui si sforzi di
decifrare i minimi rumori esterni alla sua cella. Nel testo la pena capitale
implicitamente è deplorata.
Meursault ascolta con fastidio il cappellano della prigione che
intenderebbe dargli “conforto” religioso. Esasperato, alla fine lo prende
per il colletto della tonaca e gli urla in modo confuso l'insieme delle
proprie “riserve” circa il fatto di essere stato condannato a morte. Pensa
di essere destinato alla decapitazione per non aver pianto al funerale di
sua madre e per essere andato la sera seguente al cinema a vedere
Fernandel insieme alla sua conquista femminile! Lo sfogo, che in effetti
sposta Meursault dalla sua solita posizione di non coinvolgimento
emotivo, pare che gli giovi, che lo sciolga. “Come se quella gran collera
mi avesse purgato dal male, vuotato di speranza, davanti a questa notte
carica di segnali e di stelle mi aprivo per la prima volta alla tenera
indifferenza del mondo. Ho sentito di essere stato felice a provare la sua
gran somiglianza con me, in fin dei conti la fraternità, e di esserlo
ancora. Perché tutto fosse compiuto, perché mi sentissi meno solo, mi
restava da augurarmi che il giorno della mia esecuzione ci fossero molti
spettatori e che essi mi accogliessero con grida di odio.”

L'estraneità anonima di Meursault è tollerata dalla società, dal suo


ambiente. Meursault non è odiato, semmai qualcuno lo trova strano, per
esempio il principale, in ufficio – perché a Meursault non interessa
andare a lavorare a Parigi! O Marie, alla quale lui dice di non esserne
innamorato “perché la cosa non significa nulla”.
Altri del resto non lo scansano, anzi: né Marie stessa, cui lui piace, né
Raymond (perché gli conviene), né Masson, né Céleste, il padrone della
trattoria dove Meursault prende di solito i pasti. Né Salamano, un
anziano vicino di casa cui Meursault dà talvolta spago a proposito delle
vicissitudini che Salamano patisce con il proprio cane.
Quando tale estraneità, che è il tema enorme del romanzo, si evidenzia
con l'insensato omicidio, Meursault diviene per la società, per il “popolo
francese”, intollerabile. E acquista lo stato di uomo odioso.

E' però utile cercare qualche coordinata di questa estraneità, magnifica e


malefica, che può essere guardata in svariati modi. Meursault potrebbe
essere come un “caso clinico” psicologico-psichiatrico: è “evitante” in
rapporto alle persone e alle emozioni, ai sentimenti comuni. Potrebbe
esser considerato parzialmente “autistico”. Come affetto a tratti da
“depersonalizzazione”. Come “sociopatico”.
A tratti ricorda lo scrivano Bartleby, il personaggio creato da Melville,
quello che “preferirebbe di no”. “Filosoficamente” sembra uno scettico.
Un nichilista.
E' certo un non conformista: non crede in Dio, non crede nell' “amore”,
nel matrimonio; rifiuta un invito di Raymond al bordello perché è
qualcosa che non gli piace. Afferma altresì che i poliziotti non gli
piacciono. Attenzione: non crediamo che su queste due ultime
idiosincrasie di Meursault si possa “edificare” alcunché di “politicamente”
o “eticamente” schierato. Meursault è un non conformista “eticamente”
disimpegnato. E la paga cara.

Meursault, distante dalle persone e dai sentimenti condivisi, dalle


emozioni, è sensibile invece alla natura, al cielo, al mare, ai colori, ai
suoni ed agli odori della città, cose che ama, e se non le ama ne è
confortato. E' sensibile alle grazie femminili. Del resto la sua sensibilità
alla luce ci pare che sfiori la “fotofobia”.

E l'omicidio? Durante il processo Meursault dà, goffamente ma non a


torto, la colpa alla situazione: sole, caldo, luce accecante. Certo non
trascuriamo la potenza di un primo pomeriggio d'estate in Algeria su un
uomo che “farebbe bene” a starsene all'ombra, per digerire il pranzo, per
smaltire il vino bevuto. Del resto è un giovanotto, in questione, non un
vecchietto. Ma in questione ci pare anche il fatto che Meursault abbia in
tasca una rivoltella di Raymond. La presenza di armi induce di per sé
atti, “scelte”, che altrimenti è ovvio che non si produrrebbero. La
rivoltella aspetta il suo momento, come il pugnale, che, Borges ha scritto
una volta, sta in attesa, magari chiuso in un cassetto, con i suoi “sogni di
tigre”.

Sottolineiamo altresì con forza il fatto che Raymond vada al mare,


apparentemente per passarvi una giornata con gli amici, armato. Ciò
potrebbe indurci a pensare a una sua premeditazione, se non a una
trappola da lui (e da Masson?) tesa a Meursault. Sarebbe tuttavia una
forzatura. Del resto oggettivamente Meursault si trasforma in killer per
Raymond.

E l'ucciso? Questi appare come l'ultimo momento di una serie


“persecutoria”: Meursault non ha trovato motivi per rifiutare a Raymond
la propria ”complicità” in merito alla bega con la ragazza araba; né per
rifiutargli l'apporto “epistolare”; né per non fargli da testimone al
commissariato; poi ecco alcuni arabi che aspettano, la mattina dei fatti,
Raymond davanti a casa, indifferenti, fermi. Diversi! Ciò è testuale. Tra
loro il fratello della ragazza. Due di loro seguono non si sa con quale
mezzo i francesi (Meursault, Marie e Raymond) fin sulla spiaggia. Poi
avviene la rissa e Raymond viene accoltellato. Dopo, lui e Meursault
tornano in riva al mare e affrontano i due arabi. Infine Meursault:
rivoltella in tasca, eccolo di nuovo davanti al feritore.
Ma che cosa vuole quest'arabo? Come si permette? Spariamogli.
E' tuttavia, questa, una pista che nel testo è debole. Implicita, non
esplicita.
2. Per concludere questo omaggio a un'opera davvero eccellente e
multiversa, diamo una scelta di suoi brani, tradotti a cura nostra.

Si avvicinava alla bara, ma io l'ho fermato. Ha detto: “Non volete? <che


la scoperchi>” Ho risposto: “No.” S'è arrestato ed io ero a disagio perché
sentivo che non avrei dovuto dirlo. Dopo un momento lui m'ha guardato
e m'ha chiesto: “perché?” ma senza rimprovero, come per informarsi. Ho
detto: “Non lo so.”

Ho esitato perché non sapevo se potevo <fumare> davanti alla mamma.


Non aveva alcuna importanza, ho pensato. Ho offerto una sigaretta al
portinaio e abbiamo fumato <nella camera ardente>.

<Non sapeva se i vecchi dell'ospizio> mi salutavano o se era un tic.


Credo che mi salutassero. A quel punto mi sono accorto che erano tutti
seduti di fronte a me, attorno al portinaio, e dondolavano la testa. Per
un momento ho avuto l'impressione ridicola che fossero lì per
giudicarmi.

Avevo anche l'impressione che quella morta distesa in mezzo a loro non
significasse nulla ai loro occhi. Ma ora credo che fosse un'impressione
falsa.

Con mio grande stupore, tutti <gli ospiti dell'ospizio> mi hanno stretto la
mano – come se quella notte durante la quale non avevamo scambiato
una parola avesse aumentato la nostra intimità.

“Era vecchia?” Ho risposto: “Abbastanza”, infatti non sapevo il numero


esatto.

<A Marie> ho chiesto se voleva venire al cinema, la sera. Ha riso ancora


e m'ha detto che aveva voglia di vedere un film con Fernandel. Quando
ci siamo rivestiti <in spiaggia> lei è sembrata molto sorpresa di vedermi
con una cravatta nera e m'ha chiesto se ero in lutto. Le ho detto che la
mamma era morta. Volendo lei sapere da quando, ho risposto:
“Dall'altro ieri.” Ha avuto un piccolo arretramento, ma non ha fatto
alcuna osservazione. Ho avuto voglia di dirle che non era colpa mia, ma
non l'ho fatto perché ho pensato che già l'avevo detto al mio principale.
Non voleva dir nulla, ciò. Comunque si è sempre un po' colpevoli.

Era una domenica di meno, la mamma era appena sepolta, stavo per
riprendere il mio lavoro e insomma non c'era niente di cambiato.

Se per caso il cane <del vecchio Salamano, un vicino di Meursault> la fa


in stanza allora viene di nuovo picchiato. E' così da otto anni. Céleste
dice sempre che “è una cosa penosa”, ma in fondo nessuno può saperlo.

Nel rione si dice che <Raymond> sfrutti le donne. Quando gli viene
chiesto il suo mestiere, però, lui <dice che> fa il “magazziniere”. In
genere non è molto amato. Ma mi parla spesso e qualche volta viene a
trovarmi perché lo sto ad ascoltare. Trovo interessante quel che dice.
Del resto non ho alcuna ragione di non parlargli. Si chiama Raymond
Sintès. E' molto piccolo, con spalle larghe e naso da boxeur. E' sempre
vestito molto come si deve. Anche lui, parlando di Salamano m'ha detto:
“Davvero una cosa penosa!” M'ha chiesto se non fossi disgustato e ho
risposto di no.

“Non sono io che l'ho cercato. E' lui che m'ha fatto un torto.” Era vero e
l'ho riconosciuto. Allora <Raymond>m'ha dichiarato che appunto mi
voleva chiedere un consiglio su questa faccenda, che io ero un uomo,
conoscevo la vita, potevo aiutarlo e poi lui sarebbe stato mio compare.
Non ho detto niente e lui m'ha chiesto ancora se volevo essere suo
compare. Ho detto che per me era la stessa.

<Raymond> voleva sapere cosa pensassi di quella storia. Ho risposto


che non ne pensavo nulla, ma che era interessante. M'ha chiesto se
pensavo che ci fosse qualche imbroglio, a me sembrava di sì, se ritenessi
che bisognava punirla e cosa avrei fatto al posto suo, gli ho detto che
non si poteva mai sapere, ma lo capivo che volesse punirla.

<Raymond> aveva pensato a me per redigerla <lettera all'ex amante>.


Non dicendo niente, io, m'ha chiesto se mi seccava scriverla subito e io
ho risposto di no.

Ho scritto la lettera. Un po' generica, ma applicandomi per accontentare


Raymond, infatti non avevo alcuna ragione per non accontentarlo.

“Ora sei un vero compare” sono rimasto colpito. Lo ha ripetuto e io ho


detto: “Sì”. Mi era indifferente essere suo compare e davvero lui ne
aveva voglia.

Raymond m'ha detto che non bisognava lasciarsi andare. Non ho capito
subito. Allora m'ha spiegato che aveva saputo della morte della mamma,
ma che era una cosa che un giorno o l'altro doveva succedere. Lo
pensavo anch'io.

<Marie> m'ha chiesto se l'amavo. Le ho risposto che ciò non significava


niente, ma mi pareva di no.

La donna <l'ex amante di Raymond> continuava a gridare e Raymond a


picchiare. Marie m'ha detto che era terribile e io non ho risposto nulla.
M'ha chiesto di andare a cercare un agente, ma io le ho detto che gli
agenti non mi piacciono.

Gli ho detto che mi sembrava che ora lei <la ragazza araba> fosse
punita e che lui <Raymond> doveva esser contento. Anche lui la
pensava così e ha osservato che quel che l'agente aveva fatto <dando
uno schiaffone a Raymond> non avrebbe cambiato niente delle botte
prese da lei. Ha aggiunto che conosceva bene gli agenti e che sapeva
bene come bisognava agire con loro. Poi m'ha chiesto se mi ero
aspettato che lui reagisse al manrovescio dell'agente. Ho risposto che
non mi aspettavo proprio nulla e d'altra parte che non mi piacevano gli
agenti.

M'ha detto che bisognava che gli facessi da testimone <R. è convocato
in commissariato dopo le botte date all'araba>. Per me era la stessa, ma
non sapevo cosa dire. Secondo Raymond bastava dichiarare che la
ragazza gli aveva fatto un torto. Ho accettato di fargli da testimone.
Siamo usciti e Raymond m'ha offerto un'acquavite di prima qualità. Poi
ha voluto fare una partita di biliardo e ho perso di misura. Poi voleva
andare al bordello, ma ho detto di no perché non mi piace.

… da uno strano rumore attraverso il tramezzo ho capito che


<Salamano> piangeva <per la fuga del cane>. Non so perché ho
pensato alla mamma.

“Siete giovane e mi sembra che sia una vita <lavorare a Parigi> che
dovrebbe piacervi.” Ho detto di sì, ma che in fondo per me era la stessa.
Allora <il principale> m'ha chiesto se non ero interessato a una vita
diversa. Ho risposto che non si cambia mai vita, che comunque tutte si
assomigliano e che la mia qui non mi dispiaceva del tutto. E' sembrato
scontento, m'ha detto che davo sempre risposte non dirette, che non
avevo ambizioni...

La sera Marie è venuta da me e m'ha chiesto se volevo sposarmi con lei.


Ho detto che per me era la stessa e che avremmo potuto farlo, se lei
voleva. Allora ha voluto sapere se l'amavo. Ho risposto come avevo già
fatto una volta, che ciò non significava niente, ma che senza dubbio non
l'amavo. “Perché sposarmi allora?”, ha detto. Le ho spiegato che la cosa
non aveva alcuna importanza e che se lo desiderava ci potevamo
sposare. Del resto era lei che lo chiedeva e a me bastava dire di sì. Ha
osservato allora che il matrimonio era una cosa seria. Ho risposto: “No.”
ha taciuto un momento e m'ha guardato in silenzio. Poi ha parlato.
Voleva solo sapere se avrei accettato la stessa proposta da un'altra
donna cui fossi attaccato nello stesso modo. Ho detto: “Naturalmente.”
Allora s'è chiesta se mi amava, ma io non potevo saperne niente.
Le piacerebbe conoscere Parigi. L'ho informata che ci avevo vissuto per
un periodo e lei <Marie> m'ha chiesto com'era. Le ho detto: “E' una
porcheria. Ci sono piccioni e cortili neri. La gente ha la pelle bianca.”

“Non vuoi sapere che cosa farò?” Sì volevo saperlo ma non ci avevo
pensato ed ecco che lei <Marie> aveva un'aria di rimprovero. <i due
sono a spasso, poi Marie deve andarsene>

In quel momento <insieme a Raymond, davanti ai due arabi> ho


pensato che si poteva sia sparare che non sparare.

Restar lì <ai piedi della scala del capanno, dove Meursault e Raymond
hanno fatto ritorno> o andarsene costava la stessa fatica.

… quando sono stato più vicino ho visto che il tipo di Raymond era
tornato. Era solo. Riposava sulla schiena, le mani sotto la nuca, la fronte
all'ombra della roccia, il corpo interamente al sole. La sua tuta blu
fumava, nel calore. Sono stato un po' sorpreso. Per me era una storia
finita ed ero venuto lì senza pensarci.

Il bollore del sole mi prendeva le guance e ho sentito gocce di sudore


accumularsi nelle sopracciglia. Era lo stesso sole del giorno in cui avevo
sotterrato la mamma e come allora soprattutto mi faceva male la fronte,
di cui tutte le vene battevano insieme sottopelle. A causa di quel bollore
che non potevo più sopportare mi sono mosso in avanti. Sapevo che era
una stupidaggine, che non mi sarei sbarazzato del sole spostandomi d'un
passo. Ma ho fatto un passo, un solo passo in avanti. E stavolta, lui
senza sollevarsi ha tirato fuori il coltello e me lo ha mostrato nel sole. La
luce è sprizzata sull'acciaio, era come una lunga lama scintillante che mi
colpiva alla fronte. Nello stesso istante il sudore accumulato nelle mie
sopracciglia mi è colato sulle palpebre ricoprendole con un velo tiepido e
spesso. Avevo gli occhi accecati da quella cortina di lacrime e di sale.
Non sentivo più altro che i colpi del sole sulla fronte e, indistintamente, il
lampo della lama continuava a sprizzare dal coltello davanti a me. Quella
spada bruciante mi rodeva le ciglia scavando gli occhi, che dolevano. E'
allora che tutto è vacillato. Il mare ha portato un fiato spesso e ardente.
M'è parso che il cielo si aprisse in tutta la sua estensione per far piovere
fuoco. Tutto il mio essere si è teso e ho contratto la mano sul revolver. Il
grilletto ha ceduto, ho toccato la pancia levigata del calcio e lì, con un
rumore secco e insieme assordante, è cominciato tutto. Mi sono scosso il
sudore e il sole. Ho capito che avevo distrutto l'equilibrio del giorno, il
silenzio eccezionale d'una spiaggia dove ero stato felice.

<Il giudice istruttore> mi ha detto come prima cosa che mi si descriveva


come un carattere taciturno e chiuso e ha voluto sapere che cosa ne
pensassi. Ho risposto: ”E' che non ho mai granché da dire. Allora taccio.