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Manuela V.

Colacicco
I anno Teatrodanza

La danza a Roma

“Sit Romana potens Itala virtute propago”, d’Italica forza possente sia la stirpe di
Roma. Possiamo leggere queste parole nel XII libro dell’Eneide, parole che Virgilio
scrive presentandoci un popolo impregnato sin dalle origini di austerità e fierezza,
dedito alla guerra e rispettoso delle leggi. Allevato nel razionalismo e con un’indole
guerrigliera, il popolo di Roma caput mundi non assegnò mai un posto d’onore alla
danza nella propria cultura. Le prime tracce di tradizione coreutica romana ereditata
dagli Etruschi, prevedevano una serie di danze a cui possiamo attribuire un fine
pratico o celebrativo. Troviamo spazio per danze guerriere, o per danze come
il“Tipudium”, definito da Luciano “maestosa danza” eseguita dai sacerdoti in
occasione della fine del periodo di coltivazione delle terre, sacerdoti osservati anche
da Plutarco il quale ne descrive la grazia durante le danze in onore di Marte.
Ma sarà solo nel momento in cui Roma si lascerà affascinare dalla dimensione
ellenica ed orientale che si svilupperanno altri generi di danza più affini all'eleganza
dell'arte, ad una cultura sottile. L’ellenizzazione della cultura Romana spacca in due
la classe aristocratica. Individuiamo da una parte filo-ellenistici e dall’altra
conservatori, famiglie come quella degli Scipioni o personalità come Catone il
Censore, convinte che questo ingentilirsi della tradizione avrebbe corrotto
moralmente i giovani, distraendoli da una vita fondata sui principi del Mos maiorum
(letteralmente “usanze dei padri” quali senso civico, pietas, valore militare...). La
contaminazione Greca prende effettivamente piede nell’educazione dei fanciulli delle
famiglie patrizie. Fondamentali per questo fenomeno sono gli schiavi provenienti
dalle province romane che iniziano a prendere il posto dei pater familias
nell’istruzione dei figli. La figura dello schiavo prima dell’impero di Augusto non
avrebbe mai potuto aspirare ad un’ascesa nella scala sociale, anzi, egli era a tutti gli
effetti parte del patrimonio del suo padrone, era ridotto allo stato di oggetto. Ma la
società che Augusto ha di fronte è reduce di un secolo di disordine e guerre civili. Egli
riesce a guadagnarsi un vasto consenso attraverso molteplici riforme tra le quali
troviamo una divisione in categorie di tutti li schiavi. Coloro che riuscivano a godere
di maggiore libertà vengono quindi reclutati come gladiatori negli spettacoli circensi
o nel migliore dei casi fanno parte di quel gruppo di liberti che ha lasciato
un’importante traccia nel patrimonio coreutico romano che oggi conosciamo. È qui
che compaiono Batillo D’Alessandria e Pilade di Cecilia e con loro la Pantomima. La
Pantomima è un’azione teatrale di argomento comico o tragico senza parole,
accompagnata da musica ed espressa attraverso movimenti ed atteggiamenti del
corpo nonchè dalla danza. L’etimologia del nome ci suggerisce le radici greche e ci fa
capire il suo scopo: πᾶν "tutto" e µιµέοµαι "imito". I Romani avevano già in
precedenza sviluppato il concetto di gesto che accompagna la parola, ad esempio
nella tragedia e nella commedia il canticum dell’attore era accompagnato dal mimo
di un altro. Troviamo anche testimonianza del fenomeno in una lettera in cui Plinio il
giovane domanda a un amico se gli convenga far leggere a un liberto le proprie
poesie, accompagnandolo a bassa voce, con gli occhi e con le mani, murmure, oculis,
manibus. Giovanni Antonio Bianchi, canonista e inquisitore della Chiesa cattolica,
scrive nel “De i vizi, e de i difetti del moderno teatro e del modo di correggergli” che

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Batillo e Pilade “coi soli muovimenti del corpo, non solo intere azioni, ma ancora
diversi personaggi senza parlare, al vivo esprimevano, e molte volte che senza
canto alcun precedesse della favola”. Il popolo era estasiato da questa straordinaria
capacità dei due pantomimi di raccontare con il corpo sentimenti e situazioni tanto
da accrescere la loro fama e innescare competitività tra i due sebbene
rappresentassero generi diversi: Pilade fu tragico e, come dice Plutarco, "lirico
veemente, vario d'espressioni" (Quaest. conviv., 711 f); Batillo, comico e satirico, fu
"simile alla danza comica detta cordace, volto a imitare Eco o Pan o un Satiro che
danza innamorato" (ibid.), infatti “quello toglieva la palma a questo nel
rappresentar favole, e questo a quello nell’esprimere azioni tragiche”.
Caratterizzante della pantomima era la saltatio, continua presenza di salti durate le
rappresentazioni. La saltatio è solo una delle caratteristiche ormai codificate della
pantomima, sempre Plutarco scrive che "i movimenti li chiamano passi (ϕοραί),
chiamano figure (σχηµατα) le posizioni e gli stati nei quali finiscono i movimenti,
ogni volta che, formando la figura di Apollo o di Pan o d'una Menade, si fermino
graficamente nell'aspetto d'un corpo. La figura imita la forma e l'idea e a sua volta il
movimento rivela un sentimento o un'azione o una forza. Con le indicazioni (δείξεις)
invece indicano efficacemente le cose, la terra, il cielo, i vicini, ciò che avviene
nell'ordine e nel numero”. Dettaglio affascinante sono i movimenti delle mani
definite “loquacissimae”.
Nonostante il successo di tale arte e dei suoi esecutori, essa non gode di una fama
lodevole. Le professioni legate al mondo del teatro erano comunque tutte ritenute
sordidae, sporche, al pari delle attività gladiatorie, in quanto comunemente erano
svolte da persone di origine pur sempre schiavile o quanto meno libertina. Le critiche
si inaspriscono a partire dal IV secolo d.C., durante il quale iniziano a prendere parte
alle rappresentazioni anche le donne e si concede sempre maggiore spazio alla
sensualità e all’erotismo, tenuto conto che gli spettacoli nei quali lavoravano
terminavano con una sorta di spogliarello da parte delle stesse, reclamato dal
pubblico, la nudatio mimarum. Orazio accusa gravemente le giovani delle famiglie
per bene che si apprestano ad imparare l’arte della danza poichè non permette loro di
essere delle mogli di rispettabile dignità. Del resto, la linea di divisione fra il mondo
dello spettacolo e la prostituzione doveva essere, in effetti, senz'altro molto vaga, e
non solo nel giudizio comune. Una donna degna di esser moglie e dal
comportamento irreprensibile, doveva riflettersi nelle parole “casta fuit, domum
servavit, lanam fecit” (fu casta, servì la casa, lavorò la lana) almeno secondo la
morale conservatrice di cui ad esempio Sallustio era portavoce. Nel “De Catilinae
coniuratione” egli delinea il ritratto di Sempronia, moglie di Decimo Giunio Bruto
Albino, uno degli appartenenti alla congiura che aveva portato nel 44 a.C alla morte
di  Cesare, della quale dice “spesso aveva commesso molte azioni di virile audacia.
Questa donna fu abbastanza fortunata per la stirpe e l'aspetto, e inoltre per il
marito e i figli; era istruita nelle lettere greche e latine, nel suonare la cetra e nel
ballare in maniera più raffinata di quanto fosse necessario per una donna onesta, e
inoltre in molte altre cose che sono strumenti di dissolutezza (...) la libidine era così
ardente che ricercava gli uomini più spesso di quanto fosse cercata da loro”
Il panorama che abbiamo di fronte se parliamo quindi di danza a Roma, è
caratterizzato dalla contraddizione. Spettacoli e rappresentazioni coreutiche erano
un momento amato dalla folla e sempre presente nei banchetti, strumenti di cui
anche Augusto si era servito per accrescere il consenso popolare. Lo stesso Augusto
che perseguiva una politica restauratrice del mos maiorum, cioè impegnata a

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riportare il rigore e tutti quei valori dei padri nella società romana che non vedevano
affatto di buon occhio chi si apprestava a danzare. Probabilmente, come ci terrà a
sottolineare Petronio, la società romana è solo coperta da un velo di ipocrisia che cela
quanta gioia si possa trovare nel piacere. La danza non è altro che piacere sia per lo
spettatore sia per l’esecutore appartenenti a qualsiasi classe sociale. Emblematico è
l’esempio del banchetto di Trimalchione nel “Satyricon”: Trimalchione, liberto
arricchito con un senso estetico a dir poco discutibile, invita la sua sposa Fortunatata
a guidare il “cordace”, danza derivata dalla commedia antica e certo poco adatta ad
una signora. Il personaggio di Trimalchione e la lunga scena della cena da lui offerta
riflettono molto bene i valori e i disvalori della prima età imperiale. Ostentazione
della ricchezza, esasperati spettacolarismi e superficialità si fondono alla
consapevolezza dell’incombenza della morte. L’ineluttabilità della fine invita gli
uomini a godere senza limiti della vita. L’idea della morte è spesso presente nelle
parole di Trimalchione. Importante è il momento in cui una marionetta d’argento a
forma di scheletro viene lasciata cadere sulla mensa. Essa fa riflettere il padrone di
casa sulla fragilità della vita tanto da fargli esclamare “Ahimè, poveri noi, come si
riduce ad un bel niente, l’omiciattolo tutto intero…perciò viviamo la vita finchè siamo
vivi e vegeti” (Satyricon 34). Nonostante la danza dopo Roma sarà oggetto di forti
condanne da parte dei primi cristiani e percorrerà un percorso travagliato,una lunga
storia e numerose evoluzioni, forse di una cosa potremo sempre essere certi: il corpo
libero di danzare non può che regalare gioia travalicando ogni forma di giudizio.

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