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Luca Pagani – Riassunto Analisi B

I - Serie numeriche e serie di potenze

- Se bisogna dimostrare la convergenza o la divergenza di una serie in cui compare un logaritmo, osservare se questo logaritmo si può smontare utilizzando le proprietà che lo riguardano. Spessissimo salta fuori una serie telescopica.

- Ricordarsi che una sommatoria che contenente un termine generale con una somma o una sottrazione può essere smontata e le sue parti possono essere analizzate singolarmente. In particolare, se tutte convergono, la convergenza della serie intera è uguale alla somma dei termini cui converge ciascuna di loro. Discorso analogo vale per gli eventuali resti.

- Serie geometrica:

n =0

q

n Diverge per q 1, oscilla per q -1, converge per

q
q

<1

1

. A cosa converge? 1q . Qual è il suo resto?

n = m

m

q

1 q

. La serie resto ha lo

stesso carattere della serie da cui è stata generata.

- In base alla condizione di Cauchy, se una certa serie converge, allora il suo termine generale tende a 0. Se il termine generale non è dunque un infinitesimo, la serie non converge. Non vale il contrario!

- Criterio dell’integrale: Se f : [1, +) R è una funzione positiva e decrescente

con limite per x +di f(x) = 0, allora la serie

n =1

f n

(

)

e l’integrale

+∞

1

f

( x ) dx

hanno lo stesso carattere. Molto utile si rivela, a proposito, il criterio del confronto studiato in Analisi I.

- Serie armonica generalizzata:

n =1

1

α . Che diventa armonica per = 1.

n

Converge per > 1, diverge a +per 0 < 1.

- Criterio del confronto: utile quando si può facilmente confinare una certa serie

sopra (o sotto) un’altra di cui si conosce il carattere. Se 0 a n b n allora

converge

se

converge

pure

n =1

a n ,

n =1

a n

diverge

se

diverge

pure

b

n =1

n

n =1

b n .

Ricordarsi che, oltre a poter sfruttare le serie armoniche e geometriche (di cui si conosce bene la divergenza e la convergenza), si possono sfruttare anche gli ordini di potenza. Se dobbiamo dimostrare che una serie converge e in questa serie compare un logaritmo, si può dire che definitivamente (n va a +e ci basta che la relazione valga da un certo punto in avanti) n ε è sicuramente maggiore di log(n). Se il confronto lo permette (se, in maniera opportuna, la serie dove abbiamo n ε converge), si può dunque riuscire a confinare la funzione “da sopra” (vedi es.

1.1.8).

- Armonica vs. geometrica: non fare confusione! Nella geometrica la sommatoria riguarda l’esponente (es. q n ), nella serie armonica la sommatoria riguarda la base (es. 1/n a ).

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- Confronto asintotico: se a n, b n sono tali che, per ogni n, 0 < a n e 0 < b n (serie a

termini positivi), e tali per cui a n ~ b n, per n che tende a +, allora

n =1

a n ha lo

stesso carattere di

n =1

b n . Questo criterio funziona benissimo! Portando n a +si

possono usare tutti gli escamotage riguardanti l’ordine di potenza, gli infinitesimi (es. log(1+x)~x per x 0) o le serie di Taylor (v. promemoria), semplificare di molto il termine generale e facilitarsi i calcoli in maniera evidente.

- Promemoria: s erie di Taylor

calcoli in maniera evidente. - Promemoria: s erie di Taylor - Criterio del rapporto: somiglia molto

- Criterio del rapporto: somiglia molto a quello di Analisi A. Se esiste il limite

), allora se 0 l < 1 la serie

di una serie a termini positivi (così definito: l =

a n + 1

lim

x

→∞

a

n

n

=1

a n converge. Altrimenti, se l > 1, la serie

a n diverge a + . Se l = 1 allora

n =1

questo metodo non funziona!

- Criterio della radice: è l’ultimo applicabile alle serie a termini positivi (e vorrei

, allora se 0 l < 1 la serie

n n a
n
n
a

vedere, c’è la radice!). Se esiste il limite l =

lim

x →∞

n

=1

a n converge. Altrimenti, se l > 1, la serie

se l = 1 allora questo metodo è inefficace.

n =1

a n diverge a + . Anche stavolta,

- Se una serie ha termini di segno non costante, possiamo comunque dire qualcosa sul suo valore assoluto. In particolare, proviene dalla condizione di Cauchy e dalla

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disuguaglianza triangolare il fatto che se

n =1

a n
a
n

converge (convergenza assoluta),

allora anche

n =1

a n converge (convergenza semplice), ma non vale il viceversa!

- Vi sono serie a segno non costante molto particolari, o comunque con un minimo di regolarità: sono le serie a sego alterno (+, -, +, -, +…riconoscibili per la presenza di un termine come -1 n ). In questo caso è applicabile il criterio di Leibniz: queste serie, infatti, possono essere strutturate come prodotto fra il termine -1 n e una serie a n > 0 (e quindi a termini positivi). Se a n è decrescente e convergente a zero,

allora anche la serie

n =1

(-1) n+1 a n converge ad un reale positivo l, che può essere

n

approssimato dalla somma parziale

k = 1

difetto se n è dispari.

(-1) k+1 a k ,

per

eccesso

se

n

è

pari, per

- Se si opera coi numeri complessi (ciò è plausibile: ma le differenze con i reali sono davvero pochissime: valgono infatti tutti i criteri fin’ora esposti) è di ovvia utilità ricordarsi le formule del reciproco ( = coniugato modulo -2 ) e del modulo

2 ( ℜ 2 + ℑ ).
2
(
ℜ 2
+ ℑ
).

- È definita serie di potenze (di punto iniziale x 0 e coefficienti a n ) la così definita

sommatoria:

n = 0

a

n

(

x

x

0

)

n

. Che cos’è il suo dominio? È l’insieme dei punti x in cui

la serie converge. Per esempio, il dominio (di convergenza) della serie geometrica è (-1,+1). Occorre quindi definire quando una serie di potenze converge: a tale scopo

si può utilizzare il teorema che afferma: se la serie di potenze

n = 0

a

n

(

x

x

0

) n

x ( x x 0 ) allora essa converge assolutamente e

semplicemente per ogni x tale che |x – x 0 |< | x - x 0 |; x 0 è dunque il punto centrale (in cui la serie converge semplicemente) di un intervallo (in cui la serie converge sia assolutamente che semplicemente).

converge semplicemente in

- Definiamo il raggio di convergenza: R = sup {| x - x 0 |: la serie converge in x }. Esso può variare da 0 a + (compresi). Si possono quindi distinguere tre casi:

1. R = 0; caso degenere: l’insieme contiene solo il numero zero e la serie converge solo nel centro;

2. R = +; possiamo prendere punti di convergenza arbitrariamente lontani. La serie converge su tutto l’asse reale.

3. 0 < R < +; la serie converge assolutamente per x (x 0 – R, x 0 + R). Nei punti fuori dall’intervallo non converge. E negli estremi? Boh! Il comportamento è dei più svariati.

- Come trovare il raggio di convergenza: data la serie di potenze

n =0

a x

n

n

con a n

0, se esiste il limite

a n + 1 lim = l n →∞ a n
a
n
+ 1
lim
= l
n →∞
a
n

, allora la serie ha raggio di convergenza R = l -1 .

Nota che ci sono i valori assoluti, che si mangiano qualsiasi problema riguardante

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termini come (-1) n . Per capire dunque il carattere di una serie si guarda il termine affianco all’x n , che non è automaticamente detto che sia un Reale in quanto potrebbe anche trattarsi di un Complesso z n .

- Quando si è trovato il raggio di convergenza e si vuole dunque esaminare il comportamento di una serie agli estremi, questi vanno sostituiti alla x, non alla n. Infine, se ci viene chiesto il dominio di convergenza di una serie in cui i termini in

x sono tutti racchiusi dentro una parentesi “elevata” alla n, allora il raggio di

convergenza (trovato col criterio del rapporto) va messo in disequazione con tutto ciò che sta dentro la parentesi. Attenzione al dominio di quest’ultima funzione dentro la parentesi! Certi valori del dominio di convergenza non sono con esso compatibili.

- Se si deriva una serie di potenze, termine a termine, allora si ottiene una derivata espressa attraverso una serie di potenze che ha lo stesso raggio di convergenza di quella assegnata. Stesso discorso per l’integrazione termine a termine.

- Che si può dire negli estremi di una funzione definita attraverso una serie di potenze? Certamente essa non può avere discontinuità, neppure agli estremi:

ovunque è definita, essa e continua (Lemma di Abel). Se R è il raggio di

f ( x ) . Se

ci chiedono dunque di trovare la continuità di una funzione espressa tramite una

serie, dobbiamo cercare il dominio di convergenza e poi includere gli estremi in cui la funzione converge (se uno degli estremi diverge non fa parte del dominio!). In

convergenza e R + x 0 , R – x 0 sono i suoi estremi, allora f (x 0 ± R ) =

lim

x x ± R

tutti questi punti la funzione sarà continua.

- Risultato interessante: ogni serie di potenze è una serie di Taylor. Se infatti deriviamo una qualsiasi serie (partendo da quella con termine noto a 0 ), cambieremo, ad ogni derivazione, il termine non moltiplicato per x [passaggio dopo passaggio: a 1 , 2a 2 , 6a 3 , …, n!a n = f (n) (x 0 )]. Dividendo n!a n = f (n) (x 0 ) per n! troviamo proprio un’espressione familiare che, se sostituiamo alla definizione di serie di

potenze…

- Mica tutte le serie di potenze si possono però scrivere come serie di Taylor: si

necessita che R > 0 e che |x-x 0 |< R (x 0 è detto punto iniziale).

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II – Funzioni a più variabili reali

- Nell’interpretazione geometrica di queste funzioni, di notevole importanza è il concetto di linea di livello. Se la funzione ha un dominio in R 2 (piano) e un risultato in R (una quota), possiamo immaginare che il piano z = 0 (dove sta il dominio) sia la carta topografica della superficie grafico (che sta nelle tre dimensioni). Ogni linea di livello, in questo contesto, può essere trovata tagliando il grafico con piani z = k e proiettando quest’intersezione nel piano del dominio. Capire come sono fatte le linee di livello (sono regolari? Sono circonferenze? Etc…) aiuta tantissimo a capire com’è fatto il grafico della funzione in esame. Se ci viene data una funzione e ci viene chiesto di provare che una tale equazione (o parametrizzazione) è una linea di livello, allora bisogna inserire nella funzione i termini della traiettoria che ci vengono forniti e controllare se viene un risultato costante. Se così è, la nostra parametrizzazione individua una linea di livello. In alternativa, si può usare la regola della catena (v. più avanti).

si può usare la regola della catena (v. più avanti). - Disuguaglianza di Cauchy - Schwarz

- Disuguaglianza di Cauchy-Schwarz: x , y x y . Vale in tutte le dimensioni.

- I teoremi di Bolzano e Weierstrass sulla continuità, sui massimi e minimi, sulla connessione nell’insieme d’arrivo, hanno ancora piena validità.

- Nella ricerca di un limite della funzione a più variabili, teniamo presente che molto spesso questo limite non esiste o non ha senso. Per assicurarci che esista davvero dobbiamo verificare che, procedendo verso il punto di accumulazione, la funzione tenda allo stesso valore limite qualsiasi sia il percorso che si fa per arrivare al punto in questione. Cosa si può fare? Trasformiamo il limite

dove r(t) è un percorso (arco) scelto a piacere

lim

)

(

) f x y

(

,

)

in un altro lim f ( r (t ))

t

t

(

x y x y

,

,

(ad es. retta x = tv1, y = tv2; parabola x = t, y = t 2 etc…) e t è il punto di accumulazione che si ottiene operando un corretto cambio di variabile. I casi sono molteplici: potrebbe accadere che il limite non dipenda da t ma ad esempio da v (che nella parametrizzazione della retta indica la direzione), oppure lo stesso limite può dipendere dal percorso scelto e i rispettivi valori-limite possono non collimare (il limite è unico!). Un mezzo molto potente è il passaggio a coordinate polari. Se, operato il cambio, il limite non dipende da θ (e quindi dall’estremo superiore dei termini che lo contengono), e converge uniformemente allo zero (è “stretto”, in disequazione, tra due cose che vanno a zero) allora significa che esso non dipende dal percorso e quindi esiste e ha senso. Attenzione al cambio di variabile! Dopo non è più il vettore (x,y) a tendere a 0 (o al punto di accumulazione) ma t oppure r (se si è scelta rispettivamente una parametrizzazione o le coordinate polari) che in genere tendono - per la natura del cambio - comunque allo 0. Se così è, può rivelarsi utile usare serie di Taylor oppure regole di infinitesimi.

- Calcolare una derivata parziale non è difficile: basta derivare una funzione rispetto alla variabile richiesta e considerare il resto come una costante. La definizione (limite di rapporto incrementale) è analoga a quella della derivata di Analisi I, solo che questa volta l’incremento infinitesimo interessa soltanto una variabile. Attenzione alle funzioni definite per casi! A molte funzioni a più variabili viene assegnato il valore 0 nell’origine che – altrimenti - spesso non sarebbe definita; usare la definizione (rapporto incrementale) per trovare le derivate parziali nello zero è, in questo caso, un modo per evitare errori. Ciò

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mostra anche che derivabilità non assicura la continuità, nelle funzioni a più variabili! Anzi, una funzione può non essere continua e avere tutte le derivate direzionali: per provarlo, basta calcolare il rapporto incrementale rispetto un generico versore (v 1 , v 2 ) e mostrare che la derivata parziale rispetto a questo versore esiste sempre.

- Nell’Analisi I si diceva che una funzione a una sola variabile reale era ben

approssimabile, al prim’ordine, dalla retta y = f ( x ) + f '( x )( x x ) . Nelle funzioni a più variabili si può fare un ragionamento analogo, ma questa volta non sarà una retta bensì un piano ad approssimare la funzione: più precisamente il piano è

. Se la variazione è di (h,k), allora si dice

differenziale l’incremento f x y h f x y k . Se il differenziale esiste ed ha

z

=

f ( x , y )

+

+

f

x

( x , y )( x

x )

f

y

( x , y )( y

x

(

)

y )

,

+

y

,

(

)

senso, la funzione si dice differenziabile. La differenziabilità è una condizione forte: assicura infatti la continuità e la parziale derivabilità (mentre il contrario non funziona, che sfiga). Una funzione, per essere differenziabile, deve ovviamente avere le derivate parziali! Se ci viene chiesta l’esistenza del differenziabile in un determinato punto, controlliamo innanzitutto se queste derivate esistono; a questo proposito, il passaggio a coordinate polari abbinato

all’uso della definizione

un valido strumento.

⎛ f x ( + h , y + k ) − f ( x
f x
(
+
h , y
+
k
)
f ( x , y
)
f ( x , y ) h
f
(
x , y ) k
x
y
lim
(
h k →
,
)
(0,0)
2
2
h
+ k

=

0

⎟ ⎞

⎟ ⎠

è

- Si definisce vettore gradiente di una funzione (f) il vettore che ha per componenti le derivate parziali della funzione stessa. Ha la grande utilità di facilitare la scrittura del differenziale per le funzioni a n variabili reali (quante se ne vuole). Se h è il vettore-incremento (h 1 , h 2 , …, h n ), lo sviluppo al prim’ordine di f

differenziabile in x si scrive: f( x + h) = f( x ) + 〈∇f( x ),h+ o

( h )
(
h
)

.

- Se una funzione è differenziabile (in un punto), allora esistono tutte le derivate

. Di conseguenza la

funzione è derivabile in ogni direzione e il gradiente non nullo – oltre a essere sempre perpendicolare alla linea di livello - indica la direzione di massima pendenza del grafico rispetto al punto.

- Teorema del differenziale totale: se le derivate parziali di f(x) sono definite per

tutti gli x in un intorno di x (in un “dominio”) e sono funzioni continue della variabile x nel punto (si dice che f di classe C 1 , perché tutte le sue derivate 1 me sono continue), allora f è differenziabile in x (nel dominio). Non vale il viceversa.

- La continuità delle derivate di una funzione e la validità della

solo per alcuni) sono due ottime

condizioni da utilizzare in eventuali esercizi. Il teorema del differenziale totale,

appena visto, è poi il metodo più veloce alternativo all’arida applicazione della definizione.

- In Analisi I una funzione era costante se la derivata prima era zero. Nelle funzioni a più variabili se una funzione ha gradiente nullo in ogni punto dell’insieme D (aperto e connesso), allora è costante al suo interno.

- E se ci troviamo di fronte a una funzione a più variabili composta? Esiste la regola della catena: se x è derivabile nel punto t ed f è differenziabile nel punto corrispondente x(t), allora la funzione composta è derivabile in t con

∂ f x ( ) = ∇ f x v ( ), ∂ v
f x
(
) =
f x v
(
),
v

direzionali e per ogni direzione v si ha che

∂ f x ( ) = ∇ f x v ( ), ∂ v
f x
(
) =
f x v
(
),
v

regola

(per

ogni v

e

non

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d f ( x (t )) = ∇ f ( x ( t )), x
d
f ( x (t ))
= ∇
f ( x ( t )), x '(t )
dt

. Se vogliamo applicare la regola della catena per

scoprire se, in una determinata funzione, una certa parametrizzazione individua una linea di livello, il prodotto scalare sarà fra le derivate parziali e le equazioni della traiettoria parametrizzata. Se il risultato è 0, la traiettoria è linea di livello.

- Rendiamo le cose più complicate: prendiamo una funzione a valori vettoriali. Ecco le analogie con quelle studiate fin’ora:

, dove A

è una matrice che rappresenta un’applicazione lineare e qui fa da differenziale.

1. L’approssimazione al prim’ordine:

+ ) = f x ( ) + Ah o + ( h
+
)
=
f x
(
)
+
Ah o
+
(
h

f x h

(

),

h

0

2. Il gradiente diventa la matrice Jacobiana, così strutturata:

⎛ ⎜ f

x

M

⎝ ⎜

x

1

x

f

2

1

( x

)

(

x

)

)

f

(

(
2

1

x

2

f

2

x

x

)

)

M

f

mx

2

(

x

)

1

x

f mx

1

(

f

f

1

x

3

2

x

3

M

f

mx

3

(

(

x

x

)

)

(

x

)

f

f

1

x

n

2

x

n

M

f

mx

n

(

(

)


⎟ ⎠

)

x

x

(

x

)

= J

f

(x )

Ogni riga corrisponde al gradiente di ogni singola componente.

3. Per le funzioni composte il gradiente diventa una moltiplicazione fra

matrici Jacobiane. J

f

o g

( x )

=

f

J ( y ) J

g

( x )

.

4. Se il determinante Jacobiano di una matrice è diverso da zero, allora si può

localmente invertire la funzione e

J

f

1

(

f x

(

))

=

(

J

f

(

x

))

1

.

- Problema: quante sono le derivate seconde di una funzione da R n R? Sono n 2 , perché posso derivare per prima volta rispetto a una delle n variabili, e una seconda volta per un’altra variabile a scelta (che sia la stessa o un’altra non importa). Le derivate terze – poi - sono n 3 , insomma, il meccanismo è quello. Sarà mai possibile che una funzione con un minimo di regolarità abbia le derivate del

diverse fra loro? Effettivamente non è così e ce l’assicura il teorema

x in cui sono

continue, sono uguali. Possiamo estendere il caso fino alle derivate di ordine n: in

, l’ordine con cui sono considerate le eventuali k variabili

di derivazione è ininfluente. Tornando al caso di k = 2, se mettiamo tutte le derivate (seconde) possibili in una matrice n x n, in cui n è il numero delle variabili che abbiamo in esame, otteniamo la matrice Hessiana così definita

tipo

f

xy

, f

yx

di Schwarz: le derivate di questo tipo, se definite in un intorno di

questo caso, se f

C

k

( D )

f

f

x

1

x

1

x

2

x

1

f

x

n

M

x

1

(

(

(

x

x

)

)

x

)

f

x x

1

2

f

x x

2

2

M

f

x x

n

2

(

(

(

x

x

x

)

)

)

f

x x

1

3

f

x x

2

3

M

f

x x

n

3

(

(

(

x

x

x

)

)

)

K

K

K

f

x x

1

n

f

x x

2

n

M

f

x x

n n

(

(

(

)

)

x

x

x

)

= H

f

(x )

Per quanto abbiamo detto fin’ora e all’interno del caso che stiamo esaminando, non è difficile capire perché la matrice Hessiana sia una matrice simmetrica.

- Il teorema di Schwarz si rivela utile in alcuni esercizi: per esempio, può essere un utile strumento per la verifica dell’esistenza di una non conosciuta funzione f di cui si conoscono le derivate parziali. Se sono soddisfatte le ipotesi del teorema e si

- e si scopre che queste

deriva ancora una volta - in modo da ottenere

f

xy

, f

yx

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ultime sono fra loro diverse, allora la funzione di partenza non può esistere. Perché se la matematica fosse un’opinione, Cicognani allenerebbe il Cesena.

- La matrice Hessiana ci torna utile se vogliamo fare lo sviluppo al

second’ordine:

1 f x + h = f x +∇ f x h + ( )
1
f x + h = f x +∇ f x h +
(
)
(
)
(
),
H
x h h +
)
,
ο (
h
f (
2

2 ),

h 0

.

- Come in ogni studio di funzione che si rispetti, è necessario porsi un problema di massimi e minimi. In Analisi I si cercavano i valori in cui la derivata prima si annullava: qui bisognerà cercare i punti nei quali si annulla il gradiente. Tali punti sono detti critici e i relativi estremanti vengono detti liberi perché interni

al dominio D. I punti critici possono essere di massimo, di minimo o di sella (metodo: se si vuole scoprire se l’origine è un punto di sella in una determinata equazione, controlliamo che succede in intorni circolari che attraversano i vari quadranti: se la funzione assume valori di segno diverso, allora per forza l’origine è un punto di sella). Esaminiamo un po’ di condizioni:

x è un punto critico

interno al dominio, se x è un punto di minimo (risp. di massimo) relativo,

allora la matrice hessiana H f ( x ) è semidefinita positiva (risp. semidefinita

f

NECESSARIA. Se f

C

2

(

D ) ,

se

ha valori scalari e

o

negativa). In particolare, se la matrice hessiana H f ( x ) è indefinita, allora x

è un punto di sella. Reminescenze di Geometria: quando una matrice

simmetrica è semidefinita positiva o negativa? Teorema di Sylvester: sia

S

A formato dalle prime k righe e dalle prime k colonne. Allora A è definita

k N il

N , sia M k il minore

di

A

n ( R ) una matrice simmetrica reale e, per ogni k

k N

n

n

positiva se e solo se

detM k è > 0 per i k pari e < 0 per i k dispari.

il detM k > 0; A è definita negativa se

n

x un punto critico interno al

negativa)

allora x è un punto di minimo (risp. di massimo) relativo. Reminescenze di

Analisi I: è l’equivalente (in più variabili) della positività o negatività della derivata seconda! Nel caso della matrice hessiana indefinita, abbiamo sempre il punto di sella.

- Fin’ora abbiamo esaminato punti critici interni al dominio D. E sulla frontiera? Tenendo conto del fatto che, spesso, nelle applicazioni, tratti di frontiera sono descritti da una o più equazioni, possiamo parlare di massimi e minimi di funzioni vincolati a queste equazioni. Definiamo innanzitutto cos’è una varietà - in R 2 – di una certa funzione g: è una funzione di classe C 1 in A tale che

in tutti i punti tali che g(x,y)=0 ( Vincolo!). Si parla in tal caso di

varietà di dimensione 1 (le dimensioni sarebbero 2, ma vengono ridotte a 1 a causa del vincolo): il grado di libertà pari ad 1 dovrebbe renderci in grado di esplicitare la relazione g(x,y) = 0 o così y = y(x), o così x = x(y) – insomma, con una variabile espressa in funzione dell’altra. Su tutto il dominio non si può fare, ma

SUFFICIENTE. Sia f

dominio;

allora

se

C

2

o

(

D ) , f a valori scalari e

è

definita

positiva

H f ( x )

(risp.

definita

g ( x , y ) 0

localmente

( x , y )

g

y

0, g

sì,

C

e

ce

1

allora

lo

permette

il

teorema

esistono

sicuramente

I

del

e

J

Dini.

intervalli

Se

g ( x , y ) = 0,

reali

dove

x I , y J e una funzione y: I J tale che y( x ) = y , y’(x)=

g

x

(

,

x y

)

g

y

(

,

x y

)

e risultano

equivalenti le relazioni g(x,y) = 0 e y = y (x). In pratica, in un piccolo rettangolino

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-

-

-

-

-

del piano che racchiude un piccolo tratto di frontiera, è possibile ricavare una variabile in funzione dell’altra.

A questo punto vogliamo determinare quali siano questi massimi e minimi

vincolati. C’è un metodo sistematico: quello dei moltiplicatori di Lagrange. Se

( x , y ) è un punto di massimo o minimo vincolato sulla varietà V = {(x,y)A:

allora basta risolvere il

g(x,y)=0},

per

la

funzione

f:

A R,

differenziabile,

sistemone:

f

(

(

g x y

(

f

x , y

x , y

)

)

λ

=

g

x

=

λ

g

x

y

(

x , y

,

) = 0

)

A

(

y

x , y

(

)

x , y

)

. Facile, no?

Estendiamo il caso alle verità di dimensioni 2 (nello spazio). L’analisi locale

riguarda, questa volta, un cubettino che racchiude la frontiera. Se ( x , y , z ) è un punto di massimo o minimo vincolato sulla varietà V = {(x,y,z)A: g(x,y,z)=0}, per

la funzione f: A R, differenziabile, allora il sistemone è:



x

x

x

g x y z

,

f

y

y

(

(

,

,

y

,

,

y

⎪ ⎩ (

z

(

x y

,

,

,

,

, z )

f x

f

(

λ g

x

λ g

z

λ g

=

=

z

) = 0

=

A

z

z

)

)

)

(

y

x y z

(

(

,

)

x y z

,

,

)

,

x y z

,

,

)

.

Il sistemone assicura che f ( x , y , z ) = λ g ( x , y , z ) e che quindi il vettore gradiente appartiene allo spazio ortogonale.

Se le condizioni del vincolo sono più d’una, allora non sarà sufficiente una sola

costante λ, ma dovremo introdurne un’altra; il sistema diventa allora così.




f x

f

y

f

g

g

z

1

2

⎪ ⎩ (

x , y , z

(

( ,

(

( x , y , z

x , y , z

x y z

,

)

)

λ

=

g

1

λ

g

x

1

(

y

)

) = 0

λ g

1

z

(

) = 0

A

x , y , z

(

)

x , y , z

)

)

+

2

μ

g

x

2

μ

g

2

z

x , y , z

(

x , y , z

)

(

x , y , z

)

+

μ

g

(

y

)

=

= +

x , y , z

( x , y , z

)

x , y , z

.

I sistemoni di Lagrange sono utilissimi in problemi di massimo e minimo come, ad esempio, trovare la distanza minima (o massima) di un punto da un

piano o dall’intersezione di più piani, oppure trovare superficie e volume massimi

di oggetti di cui si conoscono certe caratteristiche che fungono da “vincoli”.

Problemi da scuola superiore? Niente affatto. Questo metodo ha potenzialità

enormi, che si estendono oltre il campo dell’analisi di funzione: può essere infatti applicato a problemi geometrici o fisici, insomma, ovunque ci sia un problema in

cui bisogna rispettare delle condizioni (vincoli) e in cui si cercano i valori “limite”,

beh, Lagrange è quel che fa per te. La funzione di cui si dovranno cercare i punti

critici sarà: la distanza espressa con un sistema di coordinate a scelta, nei

problemi di distanza (es. cartesiana nelle tre dimensioni

la

funzione f(x 1 , x 2 , …, x n ) nell’analisi più astratta; la funzione di volume di un solido nei problemi di volume, etc…

Se, poi, si conoscono i massimi e i minimi di una funzione essendo contemporaneamente soddisfatte le ipotesi dei teoremi di Bolzano e di

2

2

x + y + z

2

una funzione essendo contemporaneamente soddisfatte le ipotesi dei teoremi di Bolzano e di 2 2 x

);

Luca Pagani – Riassunto Analisi B

Weierstrass, allora il metodo di Lagrange permette di trovare l’intera immagine [Min, Max], ovvero f(D) dove D è il dominio.

- Attenzione a non confondere le equazioni (e disequazioni) del vincolo (spesso si trovano fra parentesi graffe nell’espressione del dominio A R n R) con quelle della funzione f(x,y,z), che viene data “a parte”! A volte, infine, sarà necessario smontare i sistemi a causa di alcune disequazioni o di qualche equazione verificata in più valori (es x = 0 ∨ λ = 1). Da un sistema di Lagrange possono quindi venire fuori molti punti e non necessariamente uno solo.

- Se il dominio di una funzione comprende connessi disgiunti (spesso a causa di un valore assoluto), allora le cose si complicano: bisognerà unire le immagini di entrambi i connessi, dopo averne trovato le varietà, impostato i soliti sistemi, trovato i punti critici. La soluzione sarà l’unione di più intervalli.

- Può rivelarsi utile ricordare alcune formule di geometria solida analitica:

 

2

2

2

2

2

2

Cono:

x

+

y

z

= 0 ; Ellissoide:

x 1 ; Iperboloide a una falda:

+

y

+

z

=

 

2

 

2

 

2

2

2

2

 

a

b

c

 

a b

 

c

 

2

2

2

2

 

2

2

x

+

y

z

 

= 1 ; Iperboloide a due falde:

 

x

+

y

 

z

− =−

1 ; Paraboloide ellittico:

a

2

b

2

c

2

a

2

b

2

c

2

 

2

2

 

2

2

2

 

x

y

(

 

0)

 

Paraboloide

iperbolico:

 

x y

 

(

 

0) ;

Sfera:

z =

 

+

,

p q >

,

;

 

2

z =

 

,

p q >

,

 

p

q

p q

 

x

2

+ y + z = k .

2

2

 

Le varietà, infatti, sono spesso superfici coniche, calotte sferiche, circonferenze, cerchi, vertici; conoscere la natura del dominio permette quindi di trovare le giuste equazioni da mettere a sistema.

Luca Pagani – Riassunto Analisi B

III – Equazioni differenziali

- PRIMORDINE: Trattasi di equazioni del tipo y’(x) = f(x, y(x)). La soluzione sarà una funzione y(x) di classe C 1 della variabile x, definita in un intervallo reale I. Una soluzione si dice massimale se è definita in un intervallo I tale che non esiste una soluzione prolungamento di y(x) ad un intervallo J che contiene I strettamente. Verranno quindi date soluzioni su intervalli più grandi possibili.

- L’equazione differenziale più semplice in assoluto è y’ [viene sottointeso y’(x)] =

La soluzione sarà

f(x). Non dobbiamo fare altro che applicare l’integrale

y x

(

)

= c +

x

x

0

f t dt

( )

, con c costante arbitraria. Se conosciamo la condizione iniziale

y(x 0 ) = y 0 allora c = y 0 e avremo una soluzione invece che infinite.

- Uno dei metodi per risolvere queste equazioni è quello, ad esempio, ottenere una derivata notevole tramite passaggi algebrici (es. dividendo la funzione differenziale in modo da portare da una parte i termini in y). Ricordiamoci sempre che il nostro scopo è quello di trovare domini massimali: se il risultato di un’equazione differenziale è una frazione, il denominatore potrebbe annullarsi, se è una radice, può non esistere in alcuni punti (che andrebbero eventualmente a restringere il dominio). Ecco un esempio che mostra cosa si è detto fin’ora:

y '= −2 xy

'(

y x

2 [per comodità di notazione non si scrivono tutte le (x)]

)

=

2 x

[derivata notevole!]

1

y

= xdx

2

y

=

1

x

2

+

c

. Il denominatore può

y

2

( x )

annullarsi! Se c > 0: dominio massimale R; c = 0: 2 domini massimali (-, 0), (0, +); c < 0: 3 domini massimali etc…

- Come si vede in questo esempio, abbiamo infinite soluzioni e ci servirebbe una condizione iniziale per determinarne univocamente un’unica. A tal proposito si dice Problema di Cauchy un problema caratterizzato da un’equazione differenziale e una condizione iniziale. Un problema di questo tipo ha un’unica

soluzione massimale se la funzione f(x,y) è continua con derivata f y (x,y) continua [in una parola: classe C 1 ].

- EQUAZIONI LINEARI DEL PRIMORDINE: è una delle poche classi di equazioni differenziali di cui si conosca un procedimento preciso per risolverle. La forma

generale è , con a, b funzioni continue a valori reali; indicando con

y '= a ( x ) y + b ( x )

Ly = y’ – a(x) y [L è un’operazione che si fa sull’incognita], si scopre che L(c 1y1 + c2y2) = c1Ly1 + c2Ly2. Da qui il termine lineari. Come risolverle? Riscriviamo l’equazione sopraccitata nella forma y ( x )' a ( x ) y = b ( x ) e definiamo con A(x)

=

una primitiva fissata del coefficiente a (ricordiamo che i coefficienti qui

son funzioni di grado pure superiore a 0), che è poi quello che moltiplica la y;

e notiamo che a sinistra

moltiplichiamo la nostra funzione differenziale per

compare una derivata notevole, che ha come primitiva la funzione y(x)

;

e otteniamo l’espressione di y che ci consente di

moltiplichiamo ora per

risolvere tutte le equazioni di questo tipo:

soluzione è strutturata come somma fra l’integrale generale dell’equazione

. Questa

Integrando da entrambe le parti otteniamo che:

a ( x ) dx

e

A ( x )

A( x )

y x e

+ e

(

)

A ( x )

e

A ( x )

.

A x

(

=

b x e

(

)

b x e

(

)

A ( x )

dx

)

A X

(

)

dx c

+

e A( x )

y= ce

Luca Pagani – Riassunto Analisi B

-

-

-

-

-

-

-

-

omogenea ( y’ = a(x)y ) e una soluzione particolare (che ovviamente non può

esserci se b(x) = 0: in tal caso la soluzione è semplicissima

In tantissime soluzioni di equazioni differenziali troviamo e elevato a un logaritmo

naturale. Ciò semplifica tantissimo la notazione.

RISOLVERE UNEQUAZIONE DIFFERENZIALE E NON ACCOMPAGNARE ALLA SOLUZIONE IL DOMINIO È UN ERRORE! BISOGNA SEMPRE IL DOMINIO MASSIMALE, ED ESAMINARE

x. IL DOMINIO DA CERCARE È LINTERVALLO PIÙ GRANDE

CHE CONTIENE IL PUNTO INIZIALE E IN CUI a(x), b(x) SONO CONTINUE.

SEMPRE IL DOMINIO DELLA

A

y= ce

( x )

).

Attenzione al Dominio!: se delle volte abbiamo la soluzione del tipo y 2 = f(x), quando facciamo la radice (e mettiamo il nostro bel ±), aspettiamo a dire che sono entrambe soluzioni valide! Devono infatti entrare SIA nel dominio massimale della funzione differenziale, SIA nel dominio della funzione y 2 (x), e devono pure essere derivabili (sennò che senso ha scrivere un’equazione differenziale?). Delle volte capita, soprattutto nel caso delle variabili separabili, che il denominatore si annulli in certi punti: questi possono già contornare un dominio massimale! Andiamo subito a controllare dove sta la soluzione dell’istante iniziale.

Attenzione ai Logaritmi! Se ci troviamo di fronte a cose come log

,

controlliamo se nel punto iniziale x-2 è positivo: sennò dobbiamo invertire di segno! Se non ci vengono dati punti iniziali, che sfiga, ci toccherà differenziare le varie casistiche. A volte questo procedimento risulta davvero intricato: si tenga soprattutto conto di radici, logaritmi, valori assoluti.

Attenzione alle Soluzioni! In equazioni tipo y’ = x(y 3 – y), y = 0 è soluzione, anzi, qui il termine tra parentesi ne genera 3! Non ignoriamola!

C’è poi un simpatico escamotage che ci permette di trasformare equazioni del SECONDO ORDINE ad equazioni lineari del prim’ordine. Un’equazione del secondo ordine del tipo y '' = a ( x ) y '+ b ( x ) , posto z = y’, diventa z ' = a ( x ) z + b ( x ) . Quest’ultima è già un pelo più familiare e possiamo trovare z con il metodo dell’equazioni del prim’ordine. Dobbiamo però ricordarci che a noi serve una primitiva di z (ci viene chiesta y): infatti sarà necessario, una volta trovata z tramite l’usuale formula, re- integrare ulteriormente. A causa di questa seconda re-integrazione avremo, alla fine, due costanti arbitrarie c1 e c2. Dunque un problema di Cauchy, qui, richiede due condizioni iniziali, non una! Una volta trovata z si impone la condizione iniziale con y’ = [qualcosa], poi, solo in seguito, si re-integra e quindi si impone la seconda condizione y = [qualcosa]. Ecco trovate le nostre costanti.

I trucchetti non finiscono qui. Un altro tipo di equazione, riconducibile ad equazioni lineari del prim’ordine, è quello di Bernoulli. La sua forma è questa:

α . Abbiamo a, b continue e reali; supponendo che y non sia zero

(la soluzione nulla però esiste sempre, in questo tipo di equazioni), moltiplichiamo

per

. Ma il termine a sinistra altro non è che

x − 2
x − 2

y '= a ( x ) y + b ( x ) y

y

α

y '

y

α

. Che viene?

1

α

=

a x y

(

)

+

b x

(

)

1

d

d

dx

pari a una nuova incognita z, ci siamo

ricondotti al caso precedente. Siccome a sinistra è comunque presente la derivata

di z, l’equazione si potrà scrivere così z ' = (1 α ) a ( x ) z + (1 α )b ( x ) . Non resta che

risolverla col metodo delle equazioni di prim’ordine.

Altra casistica: equazioni a variabili separabili. Sono fatte così: .

(

y

1 α

)

: se poniamo

(

y

1α

)

1

α

dx

y '= h ( y ) g ( x )

Sono h e g funzioni continue delle proprie variabili; esse, quindi, se anche la

Luca Pagani – Riassunto Analisi B

derivata in y dell’equazione è continua, soddisfano le ipotesi del teorema di esistenza e unicità della soluzione del problema di Cauchy. Beh, se queste

equazioni si chiamano a variabili separabili ci sarà anche un motivo: dividendo tutto per h(y) [sottointeso: h(y(x))] - assicurandoci che questo non sia zero!

e abbiamo così separato la

(scrivere sempre il dominio) - otteniamo

y x

'(

)

h y x

(

(

))

(

= g x

)

y da tutto il resto. Ora introduciamo H(y), primitiva fissata pari a

1

h ( y )

dy , in

d

dx

modo da scrivere tutto così

=

[G(x) primitiva di g(x)]. L’unica soluzione del problema di Cauchy è quindi

0 ) , dove c 0 è H(y0) – G(x0). Per ricordarsi cosa dobbiamo fare c’è un

H

( y ( x ))

g ( x )

e poter integrare: H ( y ) = G ( x ) + c

y = H

1

( (

G x + c

)

trucchetto simbolico:

moltiplichiamo per dx, dividiamo per hy, integriamo.

scriviamo

alla

maniera

di

Leibniz

dy =

dx

h ( y ) g ( x ) ,

- Equazioni riconducibili a variabili separabili: è un’equazione del tipo

. In genere a questa considerazione si arriva per esclusione: si osserva

y ' = f ⎜ ⎛ y ⎞ ⎟

x

che la funzione che abbiamo in mano non è lineare, non è di Bernoulli, non è a

variabili separabili. E mo’? Sarà di questo tipo, per forza. Poniamo

troviamo y(x), deriviamo e troviamo questa nuova espressione:

,

y ( x )

x

z ( x ) =

, sostituiremo da una parte dell’uguale (dall’altra ci sarà un’altra funzione con z e x:

ora possiamo agire attraverso le equazioni a variabili separabili). Ricordiamoci sempre della condizioni iniziali e del dominio massimale!

quelle del tipo

dicono

lineari” perché l’operazione Ly sulle funzioni y(x) di classe C n , pure stavolta ha la caratteristica di far risultare L(c1y1 + c2y2) = c1Ly1 + c2Ly2 (linearità).

, completo di condizioni iniziali

- Il problema di Cauchy

y(x0) = y0 e y’(x0) = y1, per un’equazione lineare del secondo ordine - con coefficienti a1(x), a2(x) e termine noto f(x) funzioni definite e continue in un intervallo reale I – ha un’unica soluzione che risulta definita e di classe C 2 su tutto I. Si tratta della versione “estesa” di quanto si è detto per le equazioni differenziali lineari del prim’ordine.

- Esaminiamo ora il caso di EQUAZIONE OMOGENEA: y’’ + a1(x)y’ + a2(x)y = 0 . Si può

,

dove y 1 e y 2 sono linearmente indipendenti e c 1 , c 2 costanti arbitrarie: la soluzione è dunque uno spazio vettoriale di dimensione 2.

che

y ' = z + xz '

- EQUAZIONI

f x

(

)

=

y

(

n

)

+

LINEARI

a x y

1

(

)

(

n

DI

1)

+

ORDINE

+

a

n

1

SUPERIORE

(

)

'

+

x y a

n

(

)

x y .

AL

PRIMO:

in

ovvero

questo

Anche

caso

si

y + a x y + a x y = f x

''

1

(

)

'

2

(

)

(

)

dimostrare che l’integrale generale ha la seguente forma:

y

(

x = c y x + c y

1

1

2

2

)

(

)

(

x

)

- A tal proposito introduciamo il Wronksiano. Siano y 1 e y 2 due soluzioni dell’equazione lineare omogenea del second’ordine y’’ + a1(x)y’ + a2(x)y = 0

(coefficienti a 1 e a 2 ) definiti e continui nell’intervallo I. Sia poi W

=

y ( x ) y ( x ) 1 2 y '( x ) y
y
( x
)
y
(
x
)
1
2
y
'( x
)
y
'(
x
)
1
2

il

equivalenti:

cosiddetto

determinante wronksiano. Allora queste tre proposizioni sono

Luca Pagani – Riassunto Analisi B

o

y 1 e y 2 sono linearmente dipendenti;

o

W(x) = 0 per ogni x I.

- determinante wronksiano ha la particolarità che o si annulla in tutti i punti

Il

(dipendenza) o è sempre diverso da zero (indipendenza).

- Come trovare le soluzioni linearmente indipendenti dell’equazione omogenea y’’ + a1(x)y’ + a2(x)y = 0 (i coefficienti sono costanti)? Nelle equazioni del primo

e lo spazio delle

soluzioni era quindi uno spazio vettoriale di dimensione 1. La strategia che useremo ora è assolutamente analoga, ma questa volta vogliamo imporre che

ordine cercavamo un integrale generale dato da y = ce

A( x )

λ

x

λ

e

2

λ

e

λ

x

λ

x

y = e

' =

y

y

'' =

generi una soluzione. Ciò porta a dire che λ 2 + a 1 λ + a 2 = 0. Questa

appena scritta viene detta “equazione caratteristica”. Da qui, tre possibili casi:

o

Due radici reali: che sarebbero λ 1 e λ 2 . Il wronksiano è quindi diverso da zero

. soluzioni sono indipendenti e il loro spazio è di dimensione 2. Le costanti si riferiscono ovviamente alle condizioni iniziali y(x 0 ) = y 0 , y’(x 0 ) = y 1 .

per tutti i punti di R. L’integrale generale è facile:

Le

y

=

c e

1

λ

1

x

+

c e

2

λ

2

x

o

Due radici complesse e coniugate: l’equazione caratteristica è di secondo grado e non è quindi sempre risolvibile in R. Se il determinante è negativo

(i

coefficienti sono reali, per forza le soluzioni sono coniugate!). L’integrale

. riferiscono ovviamente alle condizioni iniziali y(x 0 ) = y 0 , y’(x 0 ) = y 1 .

Le costanti si

generale avrà questa forma:

siamo quindi in questo caso e le soluzioni saranno λ = α + i β ,

*

λ

0

= a i β

0

y

=

e

ax

(

c

1

cos(

β +

x

)

c sen x

2

(

β

))

Una sola radice reale: necessariamente questa è λ 0 = –a 1 /2. L’integrale

. Anche questa volta abbiamo due soluzioni

linearmente indipendenti (c’è x davanti a c 2 !). Le costanti si riferiscono ovviamente alle condizioni iniziali y(x 0 ) = y 0 , y’(x 0 ) = y 1 .

- Esaminiamo ora il caso di EQUAZIONE COMPLETA y’’ + a1(x)y’ + a2(x)y = f(x), con a1, a2 e f funzioni definite e continue nell’intervallo reale I. L’integrale generale non si differenzia tanto da quello dell’equazione omogenea: y ( x ) = c y ( x ) + c y ( x ) + u , dove u è una soluzione particolare. Praticamente, quello scritto poco sopra è il risultato cui si giunge dopo aver trovato la soluzione dell’omogenea e si è arrivati al punto in cui è impossibile usare il metodo per somiglianza. Ora capiremo perché

il metodo si chiama “variazione delle costanti”: la stessa formula si può infatti

o

generale

è

y

=

( c

1

+

c x e λ

2

)

o

x

1