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BOMPIANI

IL PENSIERO OCCIDENTALE
Collana fondata da
GIOVANNI REALE
diretta da
MARIA BETTETINI
BASILIO DI CESAREA
OMELIE
SULL’ESAMERONE E DI ARGOMENTO VARIO

Testo greco a fronte

A cura
di Francesco Trisoglio

Revisione dei testi greci, indici e bibliografia


di Vito Limone

BOMPIANI
IL PENSIERO OCCIDENTALE
ISBN 978-88-587-7716-9

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Prima edizione digitale: novembre 2017

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SOMMARIO

Introduzione di Francesco Trisoglio 7


Nota editoriale 35
Omelie sull’Esamerone 37
Omelie varie 369
Note al testo 1127
Bibliografia e indici 1203

Francesco Trisoglio

INTRODUZIONE
1. La vita di Basilio

Basilio nacque a Cesarea di Cappadocia nel 329/330, in una


famiglia socialmente distinta, economicamente facoltosa e
cristianamente fervente. La madre, Emmelia, fu donna di alta
coscienza e di salde convinzioni religiose; il padre, anch’egli
Basilio, fu retore di rinomata fama in Cesarea. Basilio fu il
primo di cinque fratelli, dei quali conosciamo particolarmente
Gregorio, poi vescovo di Nissa, e Pietro, poi vescovo di Seba-
ste; tra le sorelle emerse Macrina, la quale visse in un’intensa
spiritualità che trasfuse anche in Basilio. Gli antenati, durante
la violenta persecuzione di Massimino Daia (imperatore dal
309 al 313), si rifugiarono nel Ponto; Basilio ebbe anche un
nonno martire e alcuni membri della sua famiglia furono cir-
condati da un’accreditata fama di santità.
La famiglia si trasferì poi, per qualche tempo, a Neocesa-
rea, dove Basilio ricevette la prima istruzione dal padre; poi
tornò a Cesarea, nota come una delle metropoli della cultura;
colà Basilio incontrò Gregorio, che vi era confluito da Na-
zianzo. Tuttavia, i due amici, animati da una simpatia e da
una stima vicendevoli, aspiravano a uno stadio più elevato e,
perciò, si recarono a Costantinopoli, dove seguirono le lezioni
del celebre retore Libanio; la loro raffinatezza di linguaggio e
la loro sostanziale purezza linguistica furono certamente frut-
to precipuo anche del suo insegnamento. Eppure, esisteva una
vetta ancora più prestigiosa, la mitica Atene, avvolta in un
prestigio che sapeva di favola. Vi si recarono e vi rimasero per
quattro o cinque anni, approfittando alacremente dell’atmo-
sfera culturale e delle lezioni di retori illustri, tra i quali spic-
cavano il pagano Imerio e il cristiano Proeresio. Intelligenza,
dottrina, dignità di vita fecero presto della coppia cappadoce
un centro di attrazione nella goliardia ateniese.
10 FRANCESCO TRISOGLIO

Terminato il ciclo, Basilio ritornò a Cesarea dove per breve


tempo (355-356) tenne un corso di retorica; propensione per-
sonale e richiesta del pubblico però lo sospingevano a mettere
immediatamente a frutto la ricchezza culturale e le competen-
ze stilistiche che aveva assimilato. Tuttavia, percezione inte-
riore e sollecitazioni della sorella Macrina lo indussero ben
presto a lasciare la cattedra; Macrina già nel 352 aveva fon-
dato un centro ascetico in un possesso di famiglia ad Annesi,
sulle sponde dell’Iris. Basilio iniziò il suo nuovo cammino;
ricevette il battesimo da Dianio, vescovo di Cesarea, che gli
conferì l’ufficio di lettore. Verso il 357 si recò anch’egli ad
Annesi, insieme al fratello Naucrazio, in un proprio monaste-
ro; poi intraprese un lungo viaggio in Egitto, Palestina, Siria
e Mesopotamia, per ben conoscere lo spirito e le forme del
monachesimo che là vi prosperava.
Nel 364 fu ordinato sacerdote dal vescovo Eusebio, suc-
cessore di Dianio. Eusebio, che ne apprezzava debitamente la
valenza teologica, lo invitò a venire da Annesi a Cesarea per
assisterlo in una disputa con l’imperatore Valente, seguace di
un arianesimo alquanto mitigato; gli propose poi di rimanere
per collaborare con lui nell’organizzazione e nell’animazione
della diocesi. Senonché la forte personalità di Basilio, con il
suo fervore e il suo dinamismo pastorale, finirono per attizza-
re in Eusebio qualche moto di gelosia, per cui Basilio si ritirò,
ma il saggio intervento del Nazianzeno riuscì a dissipare la
nube e a riannodare una serena cooperazione.
Nel 370 Eusebio morì, aprendo una successione episco-
pale contrastata. Si anticipava di quattro anni quello che sa-
rebbe avvenuto a Milano alla morte dell’ariano Aussenzio;
soltanto che, nella dura contrapposizione tra ariani e orto-
dossi, mentre Ambrogio aveva usufruito del favore, scher-
mato ma risolutivo, di Valentiniano, Basilio non poteva fare
assegnamento su quello di nessuno, neppure su quello del
fido Gregorio, il quale era trattenuto da ansietà di coscienza
sul decoro di un suo coinvolgimento nella contesa elettorale;
furono scrupoli che, però, non fermarono il suo vecchissimo
INTRODUZIONE 11

padre, il quale da Nazianzo accorse a Cesarea a recare il suo


voto a Basilio.
Il suo episcopato fu tanto breve (8 anni) quanto intenso, sia
sul piano della pacificazione ecclesiale che su quello dell’as-
sistenza caritativa. Oltre all’aggressiva preminenza ariana,
concorreva a inquietare la vita della Chiesa il persistere dello
scisma di Antiochia; Antiochia non era un angolo marginale;
era la capitale dell’Oriente: con i suoi 400.000 abitanti era la
quarta città dell’impero, dopo Roma, Alessandria e Costanti-
nopoli e, quindi, esercitava un’influenza grandissima. Qui dal
362 era in atto un’opposizione accanita tra due partiti ugual-
mente ortodossi: tra quelli di ortodossia antica, rappresentati
da Paolino, che si agganciava alla saldissima figura di Eusta-
zio il quale, per la fede, era morto in esilio (343/345), ed erano
scarna minoranza, e quelli che, in larga maggioranza, aderi-
vano all’ortodossia di Melezio, il quale offriva una piena ga-
ranzia, anche se in passato aveva avuto qualche contatto con
arianeggianti. Basilio simpatizzava per Melezio; intervenne,
quindi, presso papa Damaso per una sua azione pacificatrice,
però senza esito, in quanto Damaso era favorevole a Paolino.
Ugualmente senza successo fu un suo accorato appello ai ve-
scovi occidentali dei quali auspicava un arrivo che facilitasse
la pace nella travagliata chiesa orientale. Mancò la riuscita,
ma confermò la sua magnanimità.
Un altro cruccio gli insorse passando dall’ortodossia dog-
matica all’organizzazione ecclesiale. Valente nel 371, pro-
babilmente per motivi amministrativi, aveva diviso in due la
Cappadocia, la quale apparteneva alla giurisdizione primazia-
le di Cesarea. La Cappadocia seconda ebbe per capitale Tia-
na, il cui vescovo, Antimo, in nome della nuova dignità della
sua città, si arrogò i diritti primaziali, sottraendoli a Cesarea.
Basilio reagì prontamente creando, in sostituzione delle sedi
perdute, nuove residenze episcopali, non motivate da oppor-
tunità pastorali, ma dalla tutela del prestigio di Cesarea. In
questa risistemazione collocò vescovo di Nissa, minuscola
borgatella della quale ignoriamo perfino l’esatta ubicazione, il
12 FRANCESCO TRISOGLIO

fratello Gregorio, il quale accettò, e progettò per Sasima, altro


insignificante villaggio, essenzialmente stazione di transito,
la candidatura di Gregorio, il quale rifiutò sdegnosamente. Il
contrasto aprì una ferita nella loro antica intima amicizia; si
superò poi il dissidio, ma ne rimase una cicatrice che stentava
a scomparire.
Era una risistemazione ad alto livello, che era però ben lon-
tana dall’esaurire la grandezza d’animo di Basilio il quale,
oltre alle strutture amministrative, scorgeva le persone, con i
loro drammi e le loro sofferenze. Organizzò, quindi, in varie
località, provvidenze a conforto e a sostegno di poveri, amma-
lati, immigrati; Valente, pur teologiamente avverso, ne fu così
ammirato che, nel 372/373, delegò Basilio a visitare le comu-
nità degli armeni, nelle quali esistevano delle disfunzioni. Il
centro di questo fervoroso zelo assistenziale Basilio lo pose
accanto alla sua città episcopale, dove sorse un’attrezzatura
complessa nelle sue ramificazioni, che l’opinione pubblica,
nella sua ammirazione, battezzò come ‘Basiliade’.
C’erano, però, anche piaghe morali da sanare; infatti, verso
la metà del sec. IV emerse in Asia Minore Eustazio di Sebaste,
figura singolarissima nel suo rigoroso ascetismo, venato però
da una preoccupante instabilità psicologica, per cui nelle sue
oscillazioni venne anche in urto con la Chiesa, che nel con-
cilio di Gangra (340-341) ne condannò gli eccessi. Tuttavia,
la sua risolutezza ascetica impressionò Basilio, che vide in lui
un modello, con il quale si mantenne in amicizia fino quan-
do, nel 373, giunse alla rottura, perché Eustazio aveva aderito
agli pneumatomachi. Ne seguirono recriminazioni e attacchi
da parte degli eustaziani contro Basilio, che accusavano di
apollinarismo e di sabellianesimo.
Attorno a Basilio si stendeva tutto un intrico di opposizio-
ni logoranti e di sospetti maligni che, a un certo momento,
rischiarono di incrinarne la fibra, per cui nel 373-374 si ritirò
per un anno dalla vita pubblica; aveva necessità di ricaricarsi
psicologicamente, ma nel 375 riprese le sue iniziative di unio-
ne ecclesiale; si recò nel Ponto per neutralizzare l’influsso de-
INTRODUZIONE 13

gli eustaziani sui monaci e nel 377 riaprì, invano, nuovi nego-
ziati con Roma. Mentre si impegnava a rinsaldare l’ortodossia
in Asia Minore, nell’agosto 378 moriva Valente nell’infausta
battaglia di Adrianopoli, sopraffatto dai Goti. Ma Basilio non
poté gustare la vittoria dell’ortodossia nicena che si affacciava
con Teodosio; moriva infatti il 1° gennaio 379. I funerali fu-
rono un trionfo; la ressa di popolo che gli si strinse attorno fu
così densa che alcuni ne rimasero schiacciati. Il suo culto con-
tinuò costante nei secoli, come documenta Daniele Stiernon.1

2. Le opere di Basilio

Le opere di Basilio coprirono un ventaglio d’interessi note-


volmente ampio.

1.1. Trattati dogmatici. Sono essenzialmente due. Il Contra


Eunomium, in tre libri (il IV e il V non sono suoi), è una risposta
all’Apologia che Eunomio di Cizico, corifeo dell’arianesimo
integrale, aveva redatto nel 360/361; Basilio replica citando
singoli passi dell’avversario, sull’esempio del Contra Celsum
di Origene. Suo fulcro è di combattere le creaturalità del Fi-
glio sostenuta da Eunomio. Fu soprattutto la dottrina trinitaria
che attirò l’attenzione di Basilio per l’assolutezza della sua
eccellenza e per la contingenza storica della negazione ariana.
Il De Spiritu Sancto fu composto nel 374/375, dopo la rottura
con Eustazio, che era ormai diventato fautore degli pneuma-
tomachi, per sollecitazione dell’amico e discepolo Anfilochio
d’Iconio. Basilio, nell’impostare la sua dottrina si fonda es-
senzialmente, come era ovvio, sui due basamenti della Scrit-
tura e della tradizione ecclesiale. Ad aprire l’indagine sulla
natura dello Spirito Santo era stato Atanasio, il quale nelle
Epistole II e III, dirette a Serapione di Thmuis, trattò per la

1
D. Stiernon, “Basilio il Grande. Vita, opere, culto, reliquie, iconogra-
fia”, in Bibliotheca Sanctorum, II, Roma 1962, coll. 923-931.
14 FRANCESCO TRISOGLIO

prima volta della divinità dello Spirito Santo, dichiarandola


analoga a quella del Figlio. Basilio questa divinità la crede,
ma non la dice. La lettura del trattato suscita la strana impres-
sione di un sorprendente gioco a rimpiattino: che lo Spirito
Santo sia Dio lo fa dovunque capire, ma il vocabolo è dovun-
que accuratamente evitato come se fosse esplosivo. Basilio
tentò una giustificazione, distinguendo tra il kerygma, che
può essere pubblicato apertamente, e il dogma, che va taciu-
to; era un povero relitto della disciplina arcani, impalcatura
insostenibile: è, infatti, possibile che tre persone custodiscano
un segreto, non lo è che lo mantenga una folla; del resto Pie-
tro aveva comandato ai cristiani della primissima ora: Siate
«pronti sempre a dare una risposta a chi vi chiede il motivo
della vostra speranza» (1 Pt. 3,15): ‘sempre’ implica una tota-
lità che esclude ogni delimitazione di tempi e di temi. Anche
nella predicazione Basilio mostrava un ritegno che non mancò
di irritare anime franche nella fede; Gregorio di Nazianzo non
si trattenne dal rimproverarlo con un riguardo che mirava a ri-
sparmiare la suscettibilità di Basilio, non certo ad avallarne il
metodo (Epistola LVIII). Il pretesto di non eccitare la reazio-
ne degli ariani, che lo avrebbero espulso dalla sede, conqui-
stando la metropoli, presuppone in essi la candida ingenuità
che ignorassero le reali convinzioni di Basilio e che per cono-
scerle avessero bisogno che egli le svelasse ufficialmente con
la parola-chiave ‘Dio’.
Quanto alla dottrina, Berthold Altaner afferma che Basilio,
con la maggior parte dei Padri greci, fa procedere lo Spirito
Santo “dal Padre per il Figlio” e biasima decisamente Eunomio,
che ne aveva indicato la sola sorgente nel Figlio; Basilio nota
che lo Spirito Santo è detto nella Scrittura non solamente Spiri-
to del Padre, ma anche del Figlio (c. Eun. II 34; III 1; De Spir.
18, n. 45); che lo Spirito Santo proceda anche dal Figlio si de-
duce da c. Eun. II 32, anche se ciò non è espresso direttamente.

1.2. Le Omelie I-XLVI che ci sono pervenute costituiscono


il lascito più sostanzioso che abbiamo di Basilio; vi emerge
INTRODUZIONE 15

il blocco delle Omelie I-XXIV (I-XXIII) a carattere mo-


rale e dogmatico, all’interno delle quali si caratterizzano
le cosiddette ‘omelie sociali’ (VI-IX), che risalirebbero al
368/369. Delle 18 omelie sui Salmi solo 13 sono sicura-
mente autentiche e risentono del Commento sui Salmi di
Eusebio di Cesarea, che godette di un notevole favore.
Nell’esegesi Basilio si proclamò risolutamente avverso
all’interpretazione allegorica, intendendo però per tale le
capricciose invenzioni personalistiche, senza avversare le
applicazioni traslate a stretta adiacenza, che sono più sim-
boli che allegorie.

1.3. L’esegesi la applicò in un’ampiezza e con una passione


che tracimano oltre ogni sponda nelle Omelie I-IX sull’Esa-
merone, che furono tenute a Cesarea, attorno al 378 e costitu-
iscono, quindi, il suo ultimo messaggio, quello riassuntivo e
definitivo, che doveva portare il suo volto a contemporanei e a
posteri. Sul pennone sventola un vessillo: ‘Presenza’; nell’o-
pera c’è l’Operatore.

1.4. La Scrittura, se emerge dovunque, forma il tessuto con-


nettivo delle Regole, che si completano nelle due serie di am-
pie (55; PG 31, 905-1052) e di succinte (313; PG 31, 1080-
1305). In esse Basilio indirizza i monaci alla perfezione della
vita spirituale agganciandola direttamente a sentenze bibliche;
invece di sancire norme proprie, presenta quelle genuinamen-
te divine. Nella prefazione alle regole succinte egli sembra
rispondere proprio all’invito di Pietro; dichiara, infatti, di sen-
tirsi obbligato a istruire e a santificare le anime che si rivol-
gono a lui, sia in pubblico che in privato, formandole «alla
retta fede e alla verità del modo di vivere secondo il Vangelo
di Cristo» (PG 31, 1080). La raccolta contiene una vasta casi-
stica, nella quale Basilio si pone a direttore spirituale, sempre
pronto a rispondere a qualsiasi problema morale o teologico e
a qualsiasi ansietà spirituale di chiunque volesse rivolgersi a
lui; mira a pacificare le coscienze.
16 FRANCESCO TRISOGLIO

1.5. Nelle Regole presentò una spigolatura dalla Bibbia e nel-


la Filocalia offrì un’antologia, detratta prevalentemente da
Origene. Fu redatta in collaborazione con il Nazianzeno ad
Annesi nel 358/359. Attorno a Origene serpeggiavano già cer-
te inquietudini, destinate a crescere in maniera abnorme fino
ad appesantirsi nella condanna del V concilio ecumenico, nel
sec. VI, sotto Giustiniano. Non era, però, il caso di proscriver-
lo, in quanto conteneva un’eccellente ricchezza di spiritualità
che era assai gustata dai monaci; una scelta oculata poteva
fornire una opportuna composizione. La Filocalia consta
di 27 capitoli, che tendono particolarmente a introdurre alla
comprensione della Bibbia, a difenderla contro i pagani per
la popolaresca elementarità dello stile e contro i deterministi
nell’affermazione del libero arbitrio.

1.6. Su una giudiziosa solerzia selettiva è anche strutturata


l’Allocuzione ai giovani sul modo di trarre profitto dalle opere
dei pagani; né assunzione acritica né esclusione pregiudizia-
le; concentrò la norma in una similitudine diventata celebre:
imitare le api che suggono selettivamente il polline posandosi
solo su quei fiori dai quali possono poi confezionare il miele.
La sua raffinata cultura lo preservava da ogni rigorismo estre-
mistico.

1.7. A completare i trattati sistematici giungono gli interventi


spiccioli in reazione alle circostanze più svariate: le Epistole
sono state edite da Yves Courtonne in numero di 366, delle
quali 325 sono ritenute autentiche.2 Rivestono un’importanza
fondamentale per la conoscenza della vita personale, sociale e
religiosa dell’epoca che si stende dal 357 al 378.

Tutta la produzione letteraria di Basilio è immersa nel clima


che egli suggerì, in Regole estese 5, 2: «Non si rinunci mai al

2
Saint Basile. Lettres, I-III, ed. Y. Courtonne, Paris 1957-1966 (Collec-
tion des Universités de France).
INTRODUZIONE 17

pensiero di Dio ... portiamoci in giro la santa presenza men-


tale di Dio impressa nelle nostre anime mediante un continuo
e puro ricordo, come un sigillo incancellabile» (PG 31, 921).
Per presentazioni complessive di Basilio sono segnalati
i seguenti contributi: Paolo Allard, “Saint Basile”, in: Dic-
tionnaire de théologie catholique, II/1, Paris 1932, coll. 441-
455; Michele Pellegrino in: Enciclopedia Cattolica, II, Città
del Vaticano 1949, coll. 971-978: Daniele Stiernon, “Basilio
il Grande. Vita, opere, culto, reliquie, iconografia”, in: Bi-
bliotheca Sanctorum, II, Roma 1962, coll. 910-944; Berthold
Altaner, Patrologia, tr. it. di A. Babolin, Casale Monferrato
19686, pp. 300-308; Johannes Quasten, Patrologia, II, tr. it. di
N. Berghin, Casale Monferrato 1980; J. Pauli in: Dizionario
di letteratura cristiana antica, eds. S. Döpp, W. Geerlings, tr.
it. di C. Noce, Roma 2006, pp. 135-142.

3. Fulcri teologici del pensiero di Basilio

A inquadrare l’immensa distesa delle Omelie sull’Esamerone


e a farne cogliere la sostanziale unitarietà, può giovare presen-
tare, in un’essenzialità schematica, le convinzioni teologiche
fondamentali di Basilio, le quali costituiscono lo sfondo da
cui tutto germoglia.
Dio, il Padre. Basilio, in c. Eun. I 5, confuta la tesi di Eu-
nomio (SC 299, 170) per cui l’Ingenito è la sostanza di Dio, se
intesa nel senso che Dio non poté essere prodotto da se stesso
o da un altro, respinge che il Figlio è stato aggiunto al Padre
più tardi e che è stato tratto dal nulla (SC 299, 174) e dichiara
che la definizione di ‘ingenito’ non concerne il ‘cos’è’, ma il
‘com’è’ (I 15: SC 299, 224).
Il Figlio, il Verbo. Basilio definisce ‘mente cieca’ quella
che pensa cose anteriori all’Unigenito, poiché non si può ar-
rivare al di là del Verbo, in quanto egli è la luce che illumina
ogni uomo e non si può capire nulla al di là della generazione
della luce, la cui generazione è però eterna e degna di Dio (c.
18 FRANCESCO TRISOGLIO

Eun. II 16); poiché il Figlio è immagine, mostra tutto il Pa-


dre in se stesso e coesiste con il Padre, dal quale ha la causa
dell’esistere (II 16: SC 305, 66).
Incarnazione. Basilio asserì la necessità che il Signore ve-
nisse nella carne per riscattare l’uomo dalla morte (Epistola
CCLXI, 2, ed. Courtonne, 116.1-3) e dichiarò vanificata la re-
denzione da quanti dicono che il Signore venne con un corpo
celeste (ibid., 117.11-13).
Lo Spirito Santo. Basilio pose subito a postulato fonda-
mentale che lo Spirito Santo non è creatura, in quanto è con-
numerato con il Figlio (Epistola LII, 4, ed. Courtonne, 136.1-
2) e ne giustificò la fuggevole presenza a Nicea con il fatto
che il problema, a quell’epoca, non era ancora stato dibattuto
(Epistola CXXV, 3, ed. Courtonne, 33.3-13). Anche l’orga-
nizzazione della Chiesa è opera dello Spirito Santo (De Spir.
16, 39: PG 32, 14a.1-3). Egli esclude, poi, che sia servo (Epi-
stola CCLI, 4, ed. Courtonne, 92.15-16) e respinge l’opinione
di quelli che lo asserivano non connumerato, ma subnumerato
rispetto al Padre e al Figlio (De Spir. 17, 42: PG 32, 145a.11-
b.1). Non è né ingenerato, poiché c’è un solo principio degli
esseri, né generato, poiché l’Unigenito è uno solo; procede dal
Padre in una divinità estranea alla creazione (Epistola CXXV,
3, ed. Courtonne, 34.28-34).
La Trinità. Basilio sostiene che non c’è una divinità nel Pa-
dre e un’altra nel Figlio, né due diverse nature; affinché risulti
chiara la proprietà delle Persone, vanno contati separatamente
il Padre e il Figlio; non si deve però scindere la Trinità in una
moltitudine di dèi, ma va confessata in entrambi una sola es-
senza (Omelia contro i sabelliani 3: PG 31, 605a.15-b.7). Sulle
connessioni trinitarie Basilio proclamò nocciolo della fede il
confessare il Padre principio di tutte le cose, il Figlio Unige-
nito, generato da lui, vero Dio, e lo Spirito Santo, che deriva
la sua esistenza da Dio (Epistola CV, ed. Courtonne, 6.22-33).
Ineffabilità di Dio. Basilio, dinanzi alla pretesa di Euno-
mio che «l’essenza stessa di Dio non supera ogni intelligenza
e ogni conoscenza umana», dichiara che la nozione comune
INTRODUZIONE 19

ci dice che Dio c’è, ma non che cosa è, e che nemmeno gli
autori biblici ci hanno comunicato qualche cosa sulla sostan-
za di Dio (c. Eun. I 12-13: SC 299, 212-213). Intrattenendosi
poi con Gregorio Nazianzeno, Basilio afferma che «qualsiasi
vocabolo teologico è inferiore al pensiero di chi parla, come
è inferiore rispetto al desiderio di chi chiede, perché la parola
è, per sua natura, un mezzo, in qualche modo, troppo debole
per servire alle idee».
Antropologia. Al riguardo, punto preminente di Basilio fu
la responsabilità della persona umana, che si incentra nel suo
libero arbitrio; dinanzi al problema del male asserì che esso
non esiste come natura, ma che ciascuno ne è egli stesso il
principio genetico (Omelie sull’Esamerone II, 5: SC 26, 161).
Osservando poi lo status rectus, in contrasto con quello prono
degli animali, Basilio annota che, quasi a richiamo, i sensi
più importanti sono collocati nella testa (Omelia ‘Attende tibi’
8: PG 31, 216-217). Inoltre, dall’identità dello status rectus
nell’uomo e nella donna deduce che identica deve essere la
loro virtù, come identica sarà la ricompensa (Omelia sul Sal-
mo 1/2 3: PG 29, 216d.4-6).
Demonologia. Basilio si pone ad assioma fondamentale che
il diavolo è cattivo per sua libera scelta, non per natura (Ome-
lia ‘Deus non est causa malorum’ 8: PG 31, 348a.10-12). Ci
combatte perché ci invidiò il nostro onore e non tollerò che la
nostra vita nel paradiso terrestre fosse esente dal dolore (ibid.,
348a.12-b.1). Combatte poi contro Dio, perché è irritato con
lui per la sua magnificenza verso gli uomini, in quanto non lo
può fare con Dio (Omelia sull’invidia 3: PG 31, 376a.8-11).3
Basilio spaziò per i vasti campi della verità divina e di quella
umana, connessa con quella divina, anche perché ne sentiva la
sublimità e la bellezza; era, infatti, persuaso che «è un canto
ogni forma di alta contemplazione e di speculazione su Dio»
(Omelia sul Salmo 29/30 1: PG 29, 305b.15-c.1).
3
Per questa e per una più ampia documentazione sul pensiero teologico
di Basilio cfr. F. Trisoglio, San Gregorio di Nazianzo. Teologia e dogmati-
ca, Grottaferrata 2009 (Analecta Kryptoferres, 8).
20 FRANCESCO TRISOGLIO

4. La fisionomia delle Omelie sull’Esamerone

La predicazione al pubblico. Le nove omelie sull’Esamerone


hanno un carattere densamente unitario nell’impostazione, fa-
cilitato dalla stretta connessione nel tempo della dizione. Più
che essere nove trattazioni, esse ne costituiscono una sola,
suddivisa soltanto dalla necessità tecnica dell’esposizione,
sono un blocco nel messaggio come lo furono nella presenta-
zione ai fedeli nella cattedrale di Cesarea.
Per S. Giet le quattro prime e le quattro ultime formano
due serie, suddivise ciascuna in due giorni consecutivi; la
quinta occupa tra queste due serie una parte meno nettamente
determinata; si susseguivano al ritmo di due al giorno, una al
mattino e una alla sera (Stanislas Giet, p. 5). Basilio commen-
ta il primo capitolo della Genesi, del quale segue l’ordine, pur
non senza qualche ritorno. Era una tirata oratoria compatta,
che aveva il pregio di agevolare la comprensività organica del
tema, tenendolo tutto sotto lo sguardo, ma anche il rischio di
ingenerare stanchezza.
Dinanzi agli uditori. Basilio esige da loro la frequenza in
nome degli alti valori che tratta, ma si rende conto che la pre-
senza ha anche un aspetto gravoso per cui, a un certo momen-
to, ferma la lunga esposizione dell’omelia per concedere il
tempo di assimilare con la meditazione quanto è stato detto e
di provvedere, con le occupazioni professionali, alle necessità
pratiche della vita. Per istruire si premura di capire e sopra
la sua opera di docente auspica l’illuminazione divina, che
favorisca «in tutte le cose l’intelligenza della verità» (III, 10:
SC 26, 240-242). Si compiace di sentire in quell’assemblea
una mescolanza di voci maschili, femminili, infantili che si
elevano a Dio nella preghiera (IV, 7: SC 26, 274-276).
Dinanzi alla Bibbia. Basilio la guarda come punto di rife-
rimento assoluto; ai suoi uditori richiede un’accettazione inte-
grale del messaggio e, per parte sua, porta un ossequio totale
anche al testo. Infatti, a base della sua trattazione richiama e
riporta, con un’insistenza che risulta perfino oppressiva, il te-
INTRODUZIONE 21

sto biblico; è rivelazione divina; può essere incomprensibile,


ma è sempre infallibile; gli è fondamento saldo e rassicurante
per la sua fede e per la sua predicazione. La Bibbia, infatti,
presenta la verità autentica, in netta distinzione dalle verosi-
miglianze posticce dei filosofi pagani (III, 8: SC 26, 232-234).
Dinanzi al testo biblico. Gli aderisce in stretta fiducia per
quello che dice e per il modo con cui lo dice. Basilio dimo-
stra la sua infrangibile fede in esso con il formidabile impegno
che mette per presentarlo a fondo in tutte le sue implicanze.
Lo prende nel senso e nell’espressione. È, pertanto, ostile a
quell’allegorismo che volatilizza il testo sostituendovi cervel-
lotiche interpretazioni personali. Respinge quelli che nell’ac-
qua vedrebbero delle potenze spirituali e incorporee (III, 9: SC
26, 236); disdegna quelli che «dicono che l’acqua non è acqua,
ma qualche altra sostanza», che interpretano il testo a capric-
cio, come fanno quelli che spiegano i sogni; «per me, quando
sento parlare di erba, penso all’erba ... io ricevo le parole come
vengono dette» (IX, 1: SC 26, 478-480). Al di là dell’esattezza
esegetica, c’è una sana esigenza di serietà umana; si avverte
che, al fondo del suo temperamento, Basilio aveva una chiara
propensione alla scientificità. La verità gli era un valore troppo
vitale, per dissiparla in esibizionismi divaganti.4
Dinanzi al mondo come creazione divina. Basilio nell’o-
pera scorge l’Artefice e, nell’Artefice, scopre a ogni tratto una
sapienza onnipotente e provvidente. Il mondo gli sfila davan-
ti come una processione interminabile di soggetti che, tutti,
mentre passano, rivelano, al di là della loro presenza, quella di
un Altro. Questo commento biblico appare, a tratti, un atlan-
te geografico, zoolologico, botanico; sembra quasi un nuovo
Physiologus, ma mentre quello esponeva, questo interpreta;

4
Basilio dichiarò: «La cosa più preziosa che esista è la verità» (Epistola
CCIV, 3, ed. Courtonne, 175.22) e, parlando sul dovere di seguire gli im-
pulsi della grazia nella difesa della verità, esortò: «Consàcrati totalmente
alla difesa della verità e agli slanci che Dio immette nel tuo pensiero per il
rassodamento del bene» (Epistola VII, ed. Courtonne, 22.14-16).
22 FRANCESCO TRISOGLIO

dietro al primo piano ne garantisce un secondo. Gli passano


sotto lo sguardo, un po’ alla rinfusa, gli esemplari più dispa-
rati: il cristallo e la mica nel loro carattere di inattaccabilità
da ogni erosione (III, 4: SC 26, 208); la remora che, pur così
piccola, blocca a lungo bastimenti sospinti dal vento in poppa,
come se avessero confitto le radici nel fondo del mare (VII, 6:
SC 26, 422); le gru che durante la notte organizzano discipli-
nati turni di guardia in alternanza di successione vicendevole
(VIII, 5: SC 26, 452); l’assistenza che le cornacchie prestano
alle cicogne, durante il volo, contro gli attacchi degli uccelli
predatori (ibid.); la rondine, con il suo ingegnoso accorgimen-
to per portare in alto il fango necessario per la costruzione del
nido (VIII, 5: SC 26, 454-456); le alcioni, con la misteriosa
protezione divina sulle loro uova abbandonate sulla spiaggia
del mare (VIII, 5: SC 26, 456-458); la tortora, come model-
lo di casta vedovanza (VIII, 6: SC 26, 458); l’aquila, il cui
crudele comportamento viene ricuperato dall’amorevolezza
caritatevole del gipeto (VIII, 6: SC 26, 458-460); la feconda
verginità degli avvoltoi (VIII, 6: SC 26, 460- 462); gli uccelli
notturni e diurni, gli usignoli, i pipistrelli e le civette, con le
loro peculiarità caratteristiche, il gallo, che eccita all’alacrità
viandanti e agricoltori, gli avvoltoi che, alla vista di un eserci-
to in marcia, presentono l’imminente carname che sarà presto
a disposizione della loro voglia di saziarsi, le spedizioni di-
sastrose delle cavallette, alle cui devastazioni ovviano i mer-
li, divorandole con una voracità insaziabile (VIII, 7: SC 26,
464-468). Tutto questo non è materiale riempitivo, è struttura
portante; da elenco di curiosità sale a litania celebrativa; sono
cose, ma hanno un significato in quanto recano un’impronta,
emanano una voce; quelle meraviglie esistono in quanto c’è
Dio che parla, senza stancarsi, a risveglio della facile rilassa-
tezza umana; la sequenza è esemplificativa, non vuole essere
catalogo esauriente, si propone di diventare modello e inizio
di una prosecuzione che ciascuno è chiamato ad attuare.
Competenza scientifica. In fatto di geografia Basilio non
è uno specialista, ma è tuttavia ben informato sui laghi, sui
INTRODUZIONE 23

mari, sui golfi con indicazioni che spesso si fanno apprezzare


per l’esattezza (IV, 4: SC 26, 256-260); ha ampie cognizio-
ni in campo botanico che sovente, se non possiamo valutare
quanto profonde, constatiamo che sono valide e lontane da
vanità di ostentazione (V, 2: SC 26, 282-284). L’osservazio-
ne sugli steli del grano, completamente circondati da nodi,
testimonia come l’accuratezza investigatrice dello scienziato
sia ingentilita dalla delicatezza di un’anima sensibile, impres-
sionata dalla sapienza provvidente del Creatore e mossa a un
palpito di adorazione (V, 3: SC 26, 290). Basilio si interessa
minutamente dei processi anatomici grazie ai quali gli storni
possono impunemente ingoiare la cicuta e qui non si abban-
dona a fantasticherie popolaresche, ma procede sulla scia di
Galeno (Stanislas Giet, p. 294) e così ricorda come le quaglie
possano, senza danno, mangiare l’elleboro (sulle tracce di Pli-
nio); richiama i vantaggi che la medicina riesce a trarre dai
veleni, fondandosi ancora sulle asserzioni che furono raccolte
da Plinio (V, 4: SC 26, 294).5 Quanto all’origine delle sue co-
noscenze scientifiche, Giet (pp. 64-69) afferma che Basilio, se
come fonti delle Omelie sull’Esamerone si servì di manuali,
non gli manca tuttavia una qualche conoscenza diretta delle
opere originali, che in essi si trovano riassunte; «Si può essere
sicuri che Basilio non è mai stato l’uomo di un manuale» (p.
69), ed è opinione plausibile, dato il suo temperamento e l’in-
tenso corso di studi che seguì in tutte le capitali della cultura.
E poi, come tutti dovunque, Basilio viveva in un ambiente di
nozioni che l’opinione pubblica aveva accolto e alle quali tutti
si attenevano in spontaneità e naturalezza.
Dinanzi alla natura. Dalla perfezione che riscontrò nel
creato Basilio non poteva non raccogliere un’impressione di
5
Sono meritevoli di un pieno riconoscimento l’impegno e la competenza
con cui Stanislas Giet ha segnalato le fonti effettive, quelle probabili e quelle
possibili, alle quali Basilio attinse le sue informazioni scientifiche. Oltre alle
puntuali citazioni ad locum, Giet ne fornisce una trattazione organica nell’in-
troduzione, passando in rassegna i commenti al racconto mosaico (pp. 49-56)
e le opere dell’antichità classica (pp. 56-63) in precisione di indicazioni.
24 FRANCESCO TRISOGLIO

bellezza; della natura sentì l’ammonimento e percepì il fasci-


no. Si sofferma, pertanto, nella compiaciuta contemplazione
di una pianura fitta di spighe che ondeggiano a guisa di un
mare (V, 5: SC 26, 298); si pone davanti all’opera di Dio con
finezza di gusto estetico e solerte percettività del pittoresco.
Si compiace di riportare sotto gli occhi degli ascoltatori «gli
ornamenti della natura, messi che ondeggiano nelle valli, prati
che verdeggiano d’erba e brulicano di fiori d’ogni colore, pla-
ghe boscose floride nel loro rigoglio, vette di colline dense di
ombre» (II, 3: SC 26, 152). Indugia a contemplare l’incanto
del mare che biancheggia nella calma o s’increspa di delicate
tinte purpuree e azzurrine quando le brezze lo sospingono ad
abbracciare il lido (IV, 6: SC 26, 270). Non c’è mollezza arca-
dica né compiacimento descrittivo, c’è ammirazione estatica
dinanzi alle meraviglie di Dio; era una bellezza che aveva sul
suo sfondo un’altra bellezza, la quale era anche bontà cre-
atrice. Richiama, pertanto, l’incanto degli astri in una notte
serena e le meraviglie che appaiono durante il giorno (VI, 1:
SC 26, 326). Qua e là ritornano queste soste su spettacoli na-
turali attraenti; adora l’Artefice mentre gusta l’opera d’arte,
ed è un’adorazione incrementata dalla curiosità intellettuale.
Così osserva con interesse i branchi di pesci migratori (VII, 4:
SC 26, 410-414), sono meraviglie della natura che suscitano
meraviglia anche in lui; sono problema e sono spettacolo. E la
meraviglia si rinnova per l’originale ‘ancoraggio’ che il riccio
di mare escogita all’avvicinarsi della tempesta (si aggrappa a
una pietra: VII, 5: SC 26, 416) e per l’accorgimento che usa
il riccio di terra, il quale para il soffiare molesto dei venti con
opportuni spostamenti davanti alle due finestre della sua tana
(IX, 3: SC 26, 492); rileva, stupito, lo strano richiamo che la
vipera rivolge alla murena (VII, 5: SC 26, 418); ma di mera-
viglie ne scopre tante che non gli rimane più la possibilità di
esporle, per cui si restringe a elencarle (VII, 6: SC 26, 420), e
commenta: «Le meraviglie della creazione, l’una dopo l’altra,
si sono impadronite di me a guisa di ondate; sopravvenendo
con le loro incursioni continue, in catena le une con le altre,
INTRODUZIONE 25

hanno sommerso il mio discorso ... mi sembra che esso, es-


sendosi imbattuto in innumerevoli motivi di meraviglia, abbia
dimenticato la giusta misura» (VII, 6: SC 26, 424). Salendo
poi dal particolare all’universale, Basilio contempla, in una
raccolta ammirazione, la potenza della parola divina che, ap-
pena pronunciata, prosegue nei suoi effetti immutabili per tut-
ta la serie delle generazioni; è uno spettacolo che, nella sua
calma potenza, lo attrae in un’implicita adorazione (IX, 2: SC
26, 482-484); non ci sono solo le cose, c’è anche la loro insita,
inderogabile ossequienza al comando divino, è un’osservanza
che parte dalla loro stessa natura.
Acutezza di osservazione. Basilio non si accontenta, quin-
di, di contemplare le cose come gli si presentano nella loro
avvincente superficie, ma cerca di penetrare al loro interno.
Dimostra una competenza tecnica specializzata nell’analizza-
re la capacità riproduttiva delle piante che sono, apparente-
mente, prive di semi (V, 6: SC 26, 302). Esplica perspicacia
di osservazione e ricchezza di informazione quando presenta
la varietà degli alberi nelle loro diverse strutture, nella specia-
le distribuzione delle radici, nella corrispondenza tra la loro
quantità e quella dei rami (V, 7: SC 26, 308); nel precisare
non soddisfa solo l’interesse, ma anche il gusto; vede risolto,
in un modo inaspettatamente ingegnoso, un problema inatte-
so. Quando racconta la trasformazione di certi frutti e le bra-
me amorose degli alberi femmine verso quelli maschi (V, 7:
SC 26, 310), la sua esposizione mostra caratteri di obiettività,
ma emana anche un certo sentore di rivelazione; è persuaso
di insegnare all’intelletto, ma anche di solleticare la fantasia.
Dinanzi all’azione corroborante che il fico selvatico esercita
su quello domestico, si chiede che significato abbia questo
«enigma della natura» e vi costruisce un invito alla larghez-
za di spirito: anche dagli estranei si possono trarre sostegni
all’ortodossia, per cui è logico l’impegnarsi per trarli dalla
verità frammentaria a quella totale (V, 8: SC 26, 312). Nei
vari settori della natura (V, 8: SC 26, 314- 316) ha conoscenze
ampie e minute, che non lascia però allo stato di nozione, ma
26 FRANCESCO TRISOGLIO

penetra e vive; nella realtà delle cose riscontra innumerevoli


sistemazioni che, in identità di natura, hanno molteplicità di
esiti; tutto è se stesso e può trasformarsi in un altro.
Fa precise osservazioni sull’illuminazione della luna nelle
sue varie fasi (VI, 3: SC 26, 338) e anche sui segni premonito-
ri di piogge e venti (VI, 4: SC 26, 344-346); possiede precise
conoscenze tecniche sull’astrologia e sulle modalità della sua
applicazione (VI, 5: SC 26, 348-352) e dell’astrologia stende
una brillante confutazione documentandone l’insita assurdità
e l’implicita empietà (VI, 7: SC 26, 358-360). Ha idee esatte
sulla grandezza del sole (VI, 9: SC 26, 372-374); è ben do-
cumentato sulla grandezza, le fasi, gli influssi della luna (VI,
10: SC 26, 376-380) e sulle maree (VI, 11: SC 26, 382). Fa
diligenti annotazioni sulle capacità percettive dei sensi in vari
animali acquatici e terrestri (VIII, 1: SC 26, 430-432) e degli
animali osserva, stupito, lo straordinario intuito per cui si au-
toprocurano un regime alimentare igienico (V, 4: SC 26, 292).
Disquisisce sulla reattività emotiva dell’asino e del cammello
(VIII, 1: SC 26, 432-434); istituisce un’analogia tra il nuoto
dei pesci e il volo degli uccelli (VIII, 2: SC 26, 440-442);
elenca diversità di specie di uccelli (VIII, 3: SC 26, 442); pre-
senta minute, accurate, svariate osservazioni sui costumi degli
uccelli e sulle loro particolarità secondo le varie specie (VIII,
3: SC 26, 444-446) e altrettanto fa per le api (VIII, 4: SC 26,
446-452), dove appare una solerzia di osservazione immedia-
ta: spiega il come e il perché della loro azione.
L’ampiezza del quadro considerativo delle Omelie sull’E-
samerone esponeva alla tentazione della genericità, che è in-
vece abitualmente evitata, con un’incisività estranea a ogni
evasione; nel vedere le cose le penetra. Nelle Omelie sull’E-
samerone c’è un nucleo risplendente, la presenza di Dio, dal
quale si dipartono innumerevoli raggi in tutte le direzioni per
una lunghezza illimitata; perché quel centro è infinito; quei
raggi arrivano lontano, ma non affievoliscono mai la loro
connessione con il centro da cui si diramano. Giet annotò:
«Il piano seguìto da Basilio è principalmente esegetico, ma
INTRODUZIONE 27

ogni parola che cita gli offre il pretesto a spiegazioni – se non


a digressioni – che straripano singolarmente dal quadro di
un semplice commento» (p. 7). Basilio ha una copiosissima
quantità di informazioni sulla natura che vede dall’esterno
nell’intento di coglierla dall’interno; dal punto di vista che
Basilio persegue non importa tanto che le nozioni siano vere
quanto che testimoniano la verità e ce la garantiscono. Basilio
guarda, ma nel suo vivo interesse rappresenta.
Bozzetti. La sua valutazione morale s’incarna volentieri nel
comportamento. Ritrae, pertanto, il ricco borioso che, circon-
dato da uno sciame di adulatori e di sfruttatori, è guardato
con invidia dai passanti (V, 2: SC 26, 286). In campo zoolo-
gico dipinge in vigoroso rilievo la figura del leone, nel suo
temperamento altero e dominatore (IX, 3: SC 26, 490), quasi
più che descriverlo se lo vede davanti; ammira il leopardo nei
suoi balzi e nella sua flessuosità muscolare (ibid.), in contrap-
posto con la pesante lentezza dell’orso e la rudimentale di-
sarticolazione delle sue membra. Nell’elefante rileva la tozza
compattezza del corpo, corretta dalla mobile elasticità della
proboscide, che lo rifornisce di erba e di acqua, a correzione
della rigidezza delle gambe (IX, 5: SC 26, 506-508). Con-
templa, con un’attenzione di simpatia, l’agnello che ruzza sul
prato e corre difilato alle mammelle della madre, forse vizze,
sorpassandone, senza degnarle d’uno sguardo, altre più pro-
sperose (IX, 4: SC 26, 498- 500). Osserva, con sorpreso stu-
pore, il cane, che supplisce alla mancanza di ragione, con una
solerzia d’intuito che gli permette di riconoscere il padrone e
di consacrargli una fedeltà che arriva a lasciarsi morire sulla
sua tomba; il fiuto che lo guida sulle tracce della selvaggina
offre a Basilio il destro per una saporosa ironia sui sussiegosi
ragionamenti sillogistici di certi filosofi (IX, 4: SC 26, 500).
Nel quadretto della formica la sagace alacrità operativa è per-
meata di una provvidenzialità che ha tutte le caratteristiche
dell’intelligenza (IX, 3: SC 26, 494); è un comportamento che
sale a proposizione di un modello. Infine, le api; nella loro
straordinaria organizzazione sociale e nella sapienza del loro
28 FRANCESCO TRISOGLIO

lavoro, tanto nella fase di approvvigionamento che in quelle


di produzione e di conservazione (VIII, 4: SC 26, 446-448);
qui la sapienza negli irragionevoli giunge al suo culmine; c’è
un capolavoro nella natura che travalica la natura. Dio l’in-
telligenza l’ha disseminata dappertutto, se non nel suo stadio
riflessivo e cosciente, in quello operativo e istintivo. In que-
sti quadretti, così incisivi, affiora un’impressione di simpatia,
anche perché vi si scorgono genialità e bellezza, doti che pro-
vengono da molto lontano.
La lingua. Il messaggio è sublime e la lingua che lo procla-
ma è nobilissima. L’esposizione di Basilio è spesso pacata, in
una saldezza che compone chiarezza e dignità; ha l’eleganza
di una perspicuità che vede le idee in un’immediatezza che
trova da se stessa la sua forma; c’è una distinzione che non è
ricercatezza.
Il lessico è signorilmente disinvolto; i vocaboli gli afflu-
iscono spontanei, sembra che non abbia bisogno di cercarli;
spesso sono vividi, in quanto contengono dentro di sé un’im-
magine che al senso fondamentale conferisce un’animazione
per cui in certi momenti più che parlare lui sembra che parlino
le cose. Il suo lessico è trasparente e in trasparenza cerca di
rendere quello biblico, e del testo biblico si sforza di capire
a fondo tutte le parole, talora anche in un certo accanimento
glottologico vuole capire esattamente che cosa ha detto e per-
ché lo ha detto.
A questo culto della parola biblica fa corrispondere la
maestria nell’uso della propria. È disinvolto nel recepire dal
fondo linguistico greco parole composte e, all’occasione, nel
coniarne di nuove. Assai frequenti sono i verbi rielaborati con
un doppio preverbio: dicono un concetto e lo volgono in una
direzione predisposta. Nella loro densità questi supercompo-
sti, che paiono concentrare in se stessi la molteplicità di una
frase intera, sembrano anche afferrare il lettore e convogliarlo
a forza alla mèta che gli propone.
All’agevole dominio del linguaggio e alla formulazione
forbita avevano certo contribuito efficacemente i successivi
INTRODUZIONE 29

soggiorni nei grandi centri culturali; Basilio sentiva che la


dignità della parola era un atto di riguardo che egli doveva
all’argomento e al pubblico, e anche a se stesso. Ma come
usava questo strumento?
Lo stile. Basilio è assai vario nel disporre la sua formu-
lazione: talora la concentra in una schematicità essenziale,
ridotta quasi soltanto a due sostantivi contrapposti, per cre-
are un motto epigrafico che risulti come un punto d’arrivo
definitivo, un assioma conclusivo; più spesso fa seguire frasi
coordinate in un tono calmo, che coinvolge il lettore in un
ragionamento persuasivo; c’è la struttura subordinata, che im-
posta una dimostrazione, e c’è anche la greve costruzione di
un ‘così’ che arriva ad agganciare il ‘come’ corrispondente
soltanto dopo un amplissimo arco, sotto il quale si intrecciano
considerazioni molteplici, che rendono arduo al lettore tenere
chiaro sott’occhio il filo del discorso.
C’è poi l’assidua ripresentazione della frase tematica del-
la Bibbia che sta commentando, forse per tenerla fissa sotto
lo sguardo del lettore, ma che nella sua superfluità risulta un
impaccio fastidioso, probabilmente più tollerabile nella labi-
lità della dizione orale di quanto lo risulti nella visibilità della
redazione scritta. Talora poi la concisione concettosa di certe
asserzioni non esprime con sufficiente perspicuità e immedia-
tezza l’idea, rendendone difficoltosa la percezione; talvolta
quello che egli, dall’interno, giudica chiaramente enunciato,
non arriva tale anche all’esterno. Talora dice oscuro e talora
dice troppo; in qualche caso ripete un’asserzione appena for-
mulata, senza apporvi aggiunte significative di senso e in altri
la ripetizione si trascina più a lungo; ripete per ribadire, ma
non manca di riuscire uggioso, anche perché inutile; la tratta-
zione è statica, l’oratore cammina senza muoversi (cfr. ad es.,
I, 8-9: SC 26, 18-126; I, 11: SC 26, 132; IV,1: SC 26, 245; IV,
5: SC 26, 264-268; VI, 9: SC 26, 372-374).
Sovente, invece, intesse strette serie di ragionamenti de-
duttivi che sostengono efficacemente la sua idea; è teso nella
sua esposizione, che egli vivacizza volentieri con scorci che
30 FRANCESCO TRISOGLIO

richiamano scene detratte dal mondo zoologico. Discute in


accettabilità di considerazioni; è caso unico la sottigliezza
concettuale di apparenza sofistica che si incontra in: Omelie
sull’Esamerone VIII, 1 (SC 26, 428-430).
A conferire rilievo all’espressione, sottraendola al sento-
re di grigio che può venirsi a creare attorno al comune uso
del complemento oggetto, Basilio ricorre con predilezione al
genitivo partitivo; è una fine inflessione sintattica che sem-
bra dare una certa scossa alla monotonia. Soprattutto ad av-
vivare l’ambiente concorrono le similitudini, che tuttavia in
Basilio sono relativamente rare; se descrittive, forse ne teme
l’effetto distraente. Quelle che pure ci sono non tendono al
pittoresco, anche se talora lo contengono. Mirano a conferire
concretezza all’idea inserendola nell’esperienza pratica della
vita; non si aprono volentieri a orizzonti lontani; richiamano
vicino interpellando; non dipingono; al descrittivo è sostitu-
ita la visibilità; come nella palla che, se spinta lungo un de-
clivio, prosegue per forza propria la sua corsa, fino a quando
non incontra una superficie piana; è un emblema della parola
divina che, pronunciata all’inizio, continua la sua efficienza
creativa lungo tutta la serie dei tempi (IX, 2: SC 26, 484). A
illustrare la medesima perenne operatività della parola divi-
na, Basilio aveva prima messo sotto gli occhi la trottola nel
suo persistente roteare (V, 10: SC 26, 322). Per esemplifi-
care l’evaporazione selettiva dell’acqua del mare richiama
quella della caldaia messa sul fuoco (IV, 6: SC 26, 274). Se
le Omelie sull’Esamerone sono un indiscutibile capolavoro
culturale ed esegetico, non lo è tuttavia anche letterario, seb-
bene, pure sotto l’aspetto letterario, del capolavoro non gli
manchino bagliori.
Anima dell’opera: l’obiettività. Basilio ci tiene ad afferma-
re l’assoluta serietà e obiettività della sua interpretazione. In-
fatti, egli proclama la sua sicurezza che nessuno degli esperti
«attaccherà la sua opinione, quasi che egli accetti concezioni
impossibili e fantasiose, contrarie alla ragione» (III, 5: SC 26,
212). Nel trattato c’è densità pacata di ragionamenti in totale
INTRODUZIONE 31

obiettività. Nessuna forzatura dialettica, nessuna capziosità in


favore della propria tesi; ha la saldezza della sicurezza; egli,
infatti, non sostiene una teoria, osserva una realtà; il suo ra-
gionamento si sviluppa su serie successive di argomentazio-
ni connesse; non ci sono incertezze né sul procedimento né
sull’arrivo. Nelle sue dimostrazioni può essere ovvio, ma non
è mai cavilloso; non si attribuisce la vittoria per duttilità dia-
lettiche, ma solo per effettività di constatazioni.
Ha sempre ampiezza di sguardo; mentre percorre una via,
gira gli occhi su tutto il panorama circostante. Punta sulla ve-
rità, respinge l’errore di cui, più che analizzare le deviazioni,
tende a escludere in blocco la presenza; lo considera già su-
bito quasi come un disturbo. Ma la verità egli non è procli-
ve ad accoglierla superficialmente, le vuole scalzare attorno
ogni sospetto equivoco, per cui le appone possibili difficoltà,
che egli si fa recisamente rivolgere sotto forma di obiezioni;
non scarta le asperità per comodità. Osserva tutto perché tutto
gli appare interessante, ma soprattutto perché in tutto scorge
evidente una presenza trascendente. Questo trattato esegetico,
nonostante qualche tratto di minuzia un po’ pedantesca, è un
poema dell’azione sapiente e della provvidenza di Dio.
Fortuna. Le Omelie sull’Esamerone ebbero un successo
durevole: Ambrogio si appoggiò su di esse nel suo commen-
to all’Esamerone; Eustazio ne fece una traduzione latina, che
Agostino dal 401/415 utilizzò nel suo De Genesi ad litteram;
Cassiodoro a Vivarium lo fece mettere a disposizione dei mo-
naci; Giovanni Filopono se ne ispirò; se ne riscontrano tracce
in Isidoro di Siviglia, Beda il Venerabile, Tommaso d’Aqui-
no (cfr. Giet, pp. 70-71). Stiernon di Basilio ha documentato
le fitte celebrazioni e il culto.6 Le Omelie sull’Esamerone si
diffondono nella composizione, ma si concentrano in un solo
respiro: vivono per quella Presenza.

6
“Basilio il Grande”, coll. 923-931.
32 FRANCESCO TRISOGLIO

5. Le Omelie varie

Di Basilio possediamo 23 omelie che costituiscono il suo ca-


polavoro letterario. Stiernon dichiara che «Basilio è il primo
grande oratore che abbia avuto la Chiesa».7 Non sono orga-
nizzate in unità di tema, come lo sono le omelie sulla Genesi;
emergono spontanee al richiamo delle circostanze, dalle quali
attingono genuinità e freschezza; non sono strette al commen-
to di un libro biblico, la cui esegesi precisa lo costringerebbe,
tarpandogli le ali. Qui Basilio può lasciare libero corso alle
idee, al gusto, alla fantasia. La raffinatezza stilistica è quella
acquisita durante una lunga permanenza nelle scuole di re-
torica dei centri più rinomati, ma oltrepassa la perizia quale
bravura per farsi penetrante e limpida espressione dei suoi
impulsi interiori. Ellenismo formale e cristianesimo vivente
aprono a Basilio l’accesso a quell’arte che raffina il suo spirito
e si fa chiave di ingresso allo spirito altrui.8

6. Criteri della traduzione

Si sa che tradurre in perfetta corrispondenza è impossibile;


le lingue non sono strumenti, sono proiezioni delle psicolo-
gie che le hanno prodotte. Al di fuori di concetti basilari e di
oggetti concreti, ciascuna lingua ha delle vibrazioni e delle
sfumature che le sono proprie; l’idea non si rinchiude nella
semantica, si esprime anche nel ritmo e nell’onda vocale, ma

7
Ibid., col. 921.
8
Per una presentazione della figura di Basilio, ricca di interiorità, che,
pur partendo da un solo genere letterario, lo ritrae nella sua complessità
spirituale, cfr. J.-R. Pouchet, “La personalità di Basilio attraverso il suo
epistolario”, in Basilio tra Oriente e Occidente. Convegno internazionale
“Basilio il Grande e il monachesimo orientale”, Cappadocia, 5-7 ottobre
1999, Comunità di Bose 2001, pp. 31-65. Per la sua personalità in quanto
omileta cfr. F. Trisoglio, “Basilio di Cesarea”, in Dizionario di omiletica,
eds. M. Sodi, A.M. Triacca, Leuman-Gorle 1998, pp. 154-169.
INTRODUZIONE 33

questi elementi non dipendono solo dallo scrivente, sono con-


dizionati anche dall’attrezzo che egli ha a sua disposizione;
certe consonanze vocali per le quali le parole si richiamano
sono stabilmente connesse con una morfologia specifica e non
sono trasferibili in un’altra e certe corrispondenze nel peso e
nell’armonia di talune frasi, intenzionali nell’autore, non sono
ricostruibili in un’altra lingua. Taluni vocaboli coloriti che
contengono in se stessi un’immagine allusiva o una risonanza
ironica o ammirativa sono nativi, non hanno corrispondenti.
Molti vocaboli, specialmente nell’ambito dei sentimenti e del-
le sensazioni, in lingue diverse non si sovrappongono.
Esigenza fondamentale che giustifica la traduzione è certo
l’immediata intelligibilità per il nuovo pubblico; in comple-
mentarità è, però, auspicabile che la ripresentazione conservi
anche l’atmosfera nella quale nacque il testo originario. Per
le Omelie sull’Esamerone si è appunto cercato, nei limiti del
raggiungibile, di trasporre l’idea con la sua forma, il pensiero
con i suoi atteggiamenti, le dichiarazioni e gli ammiccamenti;
di presentare Basilio nelle sue convinzioni, ma anche nei suoi
gusti e nelle sue tendenze di scrittore, di farne emergere il
volto nella sua luce d’intelligenza e anche in qualche sua ruga
di stanchezza.
Ci si è, quindi, attenuti a un certo letteralismo, che non
fosse però servilismo, che fosse disinvoltamente scorrevole,
fluido nella formulazione italiana e agevolmente accettabile
da parte dei nuovi lettori, i quali accogliessero con naturalezza
quella voce, sebbene si accorgessero che proveniva da lonta-
no; si è cercato che essi sentissero come proprie le proposte
antiche, pure avvertendo che erano antiche e, d’altra parte,
può anche solleticare ciò che ha un certo sentore di esotico.
Questa traduzione si propone, perciò, di presentare Basilio
riducendo al minimo i filtri, di farlo affacciare quale si pre-
sentò nella sua cattedrale, di farne riudire l’accento nelle sue
inflessioni, nei suoi toni incisivi e categorici e anche nelle sue
eventuali contorsioni stilistiche, nelle quali il pensiero fatica
a schiudersi.
34 FRANCESCO TRISOGLIO

L’edizione critica curata da Giet (→ Nota editoriale) è af-


fiancata dalla sua traduzione francese. Va subito detto che essa
è un capolavoro di acuta penetrazione del testo, di illumina-
zione delle sue non rare oscurità, di felice esplicitazione di
un pensiero talora duro e più alluso che espresso. L’intento di
Giet è, però, stato più che di presentare l’antico Basilio ai mo-
derni, di porgerlo esso stesso, nella dizione, come moderno,
pure nella più misurata e solerte discrezione. Con un ammi-
revole impegno (e fatica) Giet traduce ripensando il testo, lo
tornisce volentieri introducendovi una velatura di disinvolta
agevolezza, gli conferisce una lieve patina di signorilità e mo-
vimenta lo stile rilevandolo con una leggera vivacità. Cerca di
avvicinare Basilio ai lettori, di introdurlo a parlare in mezzo a
loro. La lettura della traduzione di Giet è gradevolissima, oltre
a essere esattissima. L’impostazione di Giet è stata eccellente,
ma non è la sola a esserlo; a costituire un dittico che si com-
pleti ci sta anche l’immediatezza della fisionomia: che cosa ha
detto, come l’ha detto, in che toni l’ha detto.
NOTA EDITORIALE

Il testo greco delle omelie sull’Esamerone qui riprodot-


to segue l’edizione: Basile de Césarée. Homélies sur l’He-
xaéméron, ed. Giet, Paris 1950 (= Sources Chrétiennes 26),
di cui è riportata a margine la paginazione originale. Il testo
greco delle omelie I-XXIV segue, invece, l’edizione Migne
(PG 31, 164a-617b), di cui, anche in questo caso, è riportata a
margine la paginazione originale.
Siccome l’omelia XVII (Εἰς Βαρλαὰμ μάρτυρα, “Sul mar-
tire Barlaam”, PG 31, 483a-490b) è ritenuta spuria dal cura-
tore della presente traduzione, essa non compare fra le omelie
qui raccolte, benché sia conservata la numerazione delle ome-
lie dell’edizione Migne. Inoltre, mentre tale edizione ricorre
al carattere corsivo (in generale, con riferimento alle citazioni
bibliche), qui si è convertito il corsivo in tondo, con lo sco-
po di uniformare il testo delle omelie I-XXIV a quello del-
le omelie sull’Esamerone che, nell’edizione Giet, prevede il
solo tondo.
Infine, l’intervento di revisione è consistito nella verifica
esclusivamente redazionale del testo qui presentato. In pro-
posito, sono da segnalarsi almeno tre criteri formali che sono
stati tenuti in considerazione: le parentesi quadre trasmettono
le osservazioni che il curatore ha ritenuto di posizionare non
in nota, bensì all’interno della traduzione; le indicazioni delle
citazioni bibliche sono riportate nel corpo del testo fra paren-
tesi tonde; le parole greche che sono conservate dal curatore
nella traduzione italiana sono state traslitterate.

V.L.
OMELIE SULL’ESAMERONE
86 ‖ ΤΟΥ ΕΝ ΑΓΙΟΙΣ ΠΑΤΡΟΣ ΗΜΩΝ
ΒΑΣΙΛΕΙΟΥ
Ἀρχιεπισκόπου Καισαρείας Καππαδοκίας
ΟΜΙΛΙΑΙ θʹ
ΕΙΣ ΤΗΝ ΕΞΑΗΜΕΡΟΝ
NOVE OMELIE SULL’ESAMERONE
del nostro Santo Padre Basilio
Arcivescovo di Cesarea di Cappadocia

ΟΜΙΛΙΑ αʹ

̓Εν ἀρχῇ ἐποίησεν ὁ Θεὸς τὸν οὐρανὸν καὶ τὴν γῆν.

1. Πρέπουσα ἀρχὴ τῷ περὶ τῆς τοῦ κόσμου συστάσεως μέλλοντι


διηγεῖσθαι, ἀρχὴν τῆς τῶν ὁρωμένων διακοσμήσεως προθεῖναι
τοῦ λόγου. Οὐρανοῦ γὰρ καὶ γῆς ποίησις παραδίδοσθαι μέλλει,
οὐκ αὐτομάτως συνενεχθεῖσα, ὥς τινες ἐφαντάσθησαν, παρὰ
δὲ τοῦ Θεοῦ τὴν αἰτίαν λαβοῦσα. Ποία ἀκοὴ τοῦ μεγέθους
τῶν λεγομένων ἀξία; πῶς παρεσκευασμένην ψυχὴν πρὸς τὴν
τῶν τηλικούτων ἀκρόασιν προσῆκεν ἀπαντᾶν; Καθαρεύουσαν
τῶν παθῶν τῆς σαρκὸς, ἀνεπισκότητον μερίμναις βιωτικαῖς,
88 φιλόπονον, ἐξεταστικὴν, ‖ πάντοθεν περισκοποῦσαν εἴ ποθεν
λάβοι ἀξίαν ἔννοιαν τοῦ Θεοῦ. Ἀλλὰ πρὶν ἐξετάσαι τὴν
ἐν τοῖς ῥήμασιν ἀκρίβειαν, καὶ διερευνήσασθαι ἡλίκα τῶν
μικρῶν φωνῶν τούτων ἐστὶ τὰ σημαινόμενα, ἐνθυμηθῶμεν
τίς ὁ διαλεγόμενος ἡμῖν. Διότι κἂν τῆς βαθείας καρδίας τοῦ
συγγραφέως μὴ ἐφικώμεθα διὰ τὸ τῆς διανοίας ἡμῶν ἀσθενὲς,
ἀλλὰ τῇ γε ἀξιοπιστίᾳ προσέχοντες τοῦ λέγοντος, αὐτομάτως εἰς
συγκατάθεσιν τῶν εἰρημένων ἐναχθησόμεθα. Μωϋσῆς τοίνυν
ἐστὶν ὁ τὴν συγγραφὴν ταύτην καταβαλλόμενος· Μωϋσῆς ἐκεῖνος
ὁ μαρτυρηθεὶς ἀστεῖος εἶναι παρὰ τῷ Θεῷ, ἔτι ὑπομάζιος ὤν· ὃν
Omelia I

«In principio Dio creò il cielo e la terra»

1. È opportuno che chi si accinge a spiegare la costituzione


del mondo incominci presentando il progetto originario
che regolò la disposizione delle cose visibili. Infatti, la
creazione del cielo e della terra va esposta non come se
si trattasse di un incontro dovuto all’iniziativa sponta-
nea degli elementi, come certuni si sono immaginati; la
loro causa derivò, invece, da Dio. Quale orecchio sareb-
be meritevole di udire degli argomenti così grandi? Con
quale disposizione bisognerebbe che un’anima affronti
l’insegnamento di temi così importanti? Bisognerebbe
che l’anima fosse pura dalle passioni della carne,1 esente
dalle tenebre che proiettano le preoccupazioni della vita
mondana, alacre, incline all’indagine, in ogni circostanza
attenta a osservare se, da qualche parte, possa procurarsi
una degna concezione di Dio. Ma prima di esaminare il
senso preciso contenuto in queste parole e di indagare
con esattezza quale sia il significato di questi vocabo-
li così modesti, facciamoci un’idea di chi sia colui che
parla. Perché, se a causa della debolezza del nostro pen-
siero non arriviamo a cogliere la profondità del concetto
dello scrittore, però, badando alla credibilità di colui che
parla, acquistiamo una concordanza spontanea su quello
che dice. Mosè è, dunque, colui che ha messo per iscrit-
to questa trattazione; quel Mosè di cui abbiamo testimo-
nianza che era simpatico2 a Dio fin da quando succhiava
alla mammella (Es. 2,2; At. 7,20), che fu introdotto in
42 OMELIE SULL’ESAMERONE

εἰσεποιήσατο μὲν ἡ θυγάτηρ τοῦ Φαραὼ, ἐξέθρεψε δὲ βασιλικῶς,


τοὺς σοφοὺς τῶν Αἰγυπτίων διδασκάλους αὐτῷ τῆς παιδεύσεως
ἐπιστήσασα. Ὃς τὸν ὄγκον τῆς τυραννίδος μισήσας, καὶ πρὸς
τὸ ταπεινὸν τῶν ὁμοφύλων ἀναδραμὼν, εἵλετο συγκακουχεῖσθαι
τῷ λαῷ τοῦ Θεοῦ, ἢ πρόσκαιρον ἔχειν ἁμαρτίας ἀπόλαυσιν. Ὁ
τὴν πρὸς τὸ δίκαιον φιλίαν ἐξ αὐτῆς τῆς φύσεως κεκτημένος,
ὅπου γε καὶ πρὶν ἐπιτραπῆναι αὐτῷ τοῦ λαοῦ τὴν ἀρχὴν,
φαίνεται διὰ τὸ τῆς φύσεως μισοπόνηρον μέχρι θανάτου τοὺς
κακοὺς ἀμυνόμενος. Ὁ φυγαδευθεὶς παρὰ τῶν εὐεργετηθέντων,
90 καὶ ἀσμένως μὲν τοὺς Αἰγυπτιακοὺς θορύβους ἀπολιπὼν, ‖ τὴν
δὲ Αἰθιοπίαν καταλαβὼν, κἀκεῖ πᾶσαν σχολὴν ἀπὸ τῶν ἄλλων
ἄγων, καὶ ἐν τεσσαράκοντα ὅλοις ἔτεσιν τῇ θεωρίᾳ τῶν ὄντων
ἀποσχολάσας. Ὃς ὀγδοηκοστὸν ἤδη γεγονὼς ἔτος, εἶδε Θεὸν ὡς
ἀνθρώπῳ ἰδεῖν δυνατὸν, μᾶλλον δὲ ὡς οὐδενὶ τῶν ἄλλων ὑπῆρξε
κατὰ τὴν μαρτυρίαν αὐτὴν τοῦ Θεοῦ, ὅτι Ἐὰν γένηται προφήτης
ὑμῶν τῷ Κυρίῳ, ἐν ὁράματι αὐτῷ γνωσθήσομαι, καὶ ἐν ὕπνῳ
λαλήσω αὐτῷ. Οὐχ οὕτως ὡς ὁ θεράπων μου Μωϋσῆς, ἐν ὅλῳ
τῷ οἴκῳ μου πιστός ἐστι· στόμα κατὰ στόμα λαλήσω αὐτῷ, ἐν
εἴδει, καὶ οὐ δι’αἰνιγμάτων. Οὗτος τοίνυν ὁ τῆς αὐτοπροσώπου
θέας τοῦ Θεοῦ ἐξίσου τοῖς ἀγγέλοις ἀξιωθεὶς, ἐξ ὧν ἤκουσε παρὰ
τοῦ Θεοῦ διαλέγεται ἡμῖν. Ἀκούσωμεν τοίνυν ἀληθείας ῥημάτων
οὐκ ἐν πειθοῖς σοφίας ἀνθρωπίνης, ἀλλ’ἐν διδακτοῖς Πνεύματος
λαληθεῖσιν· ὧν τὸ τέλος οὐχ ὁ τῶν ἀκουόντων ἔπαινος, ἀλλ’ἡ
σωτηρία τῶν διδασκομένων.
OMELIA I 43

casa dalla figlia del Faraone, la quale lo allevò in uno stile


regale (cfr. Es. 2,10), collocando i sapienti egiziani quali
maestri della sua educazione. Era colui che, disdegnando
la sontuosità del potere regale e ritornando all’umiltà dei
suoi compatrioti, scelse di condividere i maltrattamenti
del popolo di Dio piuttosto che godere temporaneamente
dei frutti di un peccato. Egli possedeva, a opera della sua
stessa natura, l’amore per ciò che è giusto, poiché, prima
ancora di aver acquisito il potere sul popolo, si mostra,
per impulso naturale, nemico di ogni malvagità, respin-
gendo, fino alla morte, i cattivi (cfr. Es. 2,11-15). È colui
che, costretto all’esilio da parte dei suoi beneficati, ab-
bandona lietamente gli scompigli dell’Egitto, si reca in
Etiopia, dove si tiene libero da qualsiasi altro impegno e,
per quarant’anni interi, si dedica alla contemplazione dei
problemi che vertono sulle realtà effettive. Egli, giunto
ormai all’età di ottant’anni, vide Dio come è possibile a
un uomo di vederlo (cfr. Es. 33,11) o, piuttosto, come non
capitò a nessun altro, stando alla testimonianza stessa di
Dio, che dice: «Se voi avete un profeta del Signore, è in
visione che io mi farò conoscere a lui ed è in sonno che
io gli parlerò; ma non è questa la situazione del mio ser-
vitore Mosè; in tutta la mia casa egli mi è il più fedele; io
parlerò con lui bocca a bocca, facendomi vedere e non ri-
correndo a enigmi» (Num. 12,6-8). Colui, dunque, che fu
creduto meritevole di vedere direttamente il volto di Dio,
in maniera uguale agli angeli, ci parla di ciò che ha sen-
tito da Dio. Ascoltiamo, dunque, delle parole nelle quali
la verità non si esprime attraverso delle argomentazioni
persuasive della sapienza umana, ma attraverso degli in-
segnamenti pronunciati dallo Spirito; il loro intento non è
di raccogliere la lode degli ascoltatori, ma di procurare la
salvezza di coloro che ricevono l’insegnamento.
44 OMELIE SULL’ESAMERONE

92 ‖ 2. Ἐν ἀρχῇ ἐποίησεν ὁ θεὸς τὸν οὐρανὸν καὶ τὴν γῆν.


Ἵστησί μου τὸν λόγον τὸ θαῦμα τῆς διανοίας. Τί πρῶτον εἴπω;
πόθεν ἄρξομαι τῆς ἐξηγήσεως; Ἐλέγξω τῶν ἔξω τὴν ματαιότητα;
ἢ ἀνυμνήσω τὴν ἡμετέραν ἀλήθειαν; Πολλὰ περὶ φύσεως
ἐπραγματεύσαντο οἱ τῶν Ἑλλήνων σοφοὶ, καὶ οὐδὲ εἷς παρ’αὐτοῖς
λόγος ἕστηκεν ἀκίνητος καὶ ἀσάλευτος, ἀεὶ τοῦ δευτέρου τὸν πρὸ
αὐτοῦ καταβάλλοντος· ὥστε ἡμῖν μηδὲν ἔργον εἶναι τὰ ἐκείνων
ἐλέγχειν· ἀρκοῦσι γὰρ ἀλλήλοις πρὸς τὴν οἰκείαν ἀνατροπήν.
Οἱ γὰρ Θεὸν ἀγνοήσαντες, αἰτίαν ἔμφρονα προεστάναι τῆς
γενέσεως τῶν ὅλων οὐ συνεχώρησαν, ἀλλ’οἰκείως τῇ ἐξ ἀρχῆς
ἀγνοίᾳ τὰ ἐφεξῆς συνεπέραναν. Διὰ τοῦτο οἱ μὲν ἐπὶ τὰς ὑλικὰς
ὑποθέσεις κατέφυγον, τοῖς τοῦ κόσμου στοιχείοις τὴν αἰτίαν τοῦ
παντὸς ἀναθέντες· οἱ δὲ ἄτομα καὶ ἀμερῆ σώματα, καὶ ὄγκους
καὶ πόρους συνέχειν τὴν φύσιν τῶν ὁρατῶν ἐφαντάσθησαν.
Νῦν μὲν γὰρ συνιόντων ἀλλήλοις τῶν ἀμερῶν σωμάτων,
94 νῦν δὲ μετασυγκρινομένων, τὰς ‖ γενέσεις καὶ τὰς φθορὰς
ἐπιγίνεσθαι· καὶ τῶν διαρκεστέρων σωμάτων τὴν ἰσχυροτέραν
τῶν ἀτόμων ἀντεμπλοκὴν τῆς διαμονῆς τὴν αἰτίαν παρέχειν.
Ὄντως ἱστὸν ἀράχνης ὑφαίνουσιν οἱ ταῦτα γράφοντες, οἱ οὕτω
λεπτὰς καὶ ἀνυποστάτους ἀρχὰς οὐρανοῦ καὶ γῆς καὶ θαλάσσης
ὑποτιθέμενοι. Οὐ γὰρ ᾔδεσαν εἰπεῖν, Ἐν ἀρχῇ ἐποίησεν ὁ Θεὸς
τὸν οὐρανὸν καὶ τὴν γῆν. Διὰ τοῦτο ἀκυβέρνητα καὶ ἀδιοίκητα
εἶναι τὰ σύμπαντα, ὡς ἂν τύχῃ φερόμενα, ὑπὸ τῆς ἐνοικούσης
αὐτοῖς ἀθεότητος ἠπατήθησαν. Ὅπερ ἵνα μὴ πάθωμεν ἡμεῖς,
OMELIA I 45

2. «In principio Dio creò il cielo e la terra» (Gen. 1,1).


La mia parola si ferma, trattenuta dalla meraviglia3 che
mi suscita questo pensiero. Quale cosa debbo dire per
prima? Da dove comincerò la mia trattazione?4 Confu-
terò la vacuità dei trattatisti che ci sono estranei o ce-
lebrerò la verità dei nostri? I sapienti dei greci si sono
dati un gran da fare riguardo alla natura, ma neppure uno
dei loro sistemi5 è rimasto fermo, esente da scrolloni, in
quanto sempre ne sopravviene un secondo che abbatte
il precedente; così noi non abbiamo nessun bisogno di
confutare le loro teorie, bastano loro a demolirsi vicen-
devolmente.6 Infatti, quelli che non hanno riconosciuto
l’esistenza di Dio, non hanno ammesso che una causa
intelligente stesse all’inizio dell’origine dell’universo,
ma arrivano a conclusioni consone con l’ignoranza dalla
quale essi erano partiti. Per questo motivo gli uni si rifu-
giarono nei princìpi fondamentali di carattere materiale,
riconducendo agli elementi del mondo la causa del tutto;
gli altri si immaginarono che, a comporre la natura delle
cose visibili, fossero degli atomi, dei corpi indivisibili,
delle molecole, degli esseri transitori; talora unendosi
tra di loro, talora ricombinandosi in maniere variabili,
i corpi indivisibili produrrebbero le nascite e le distru-
zioni; a fornire ai corpi più resistenti la causa della loro
persistenza sarebbe un intreccio più forte degli atomi. In
realtà, quelli che scrivono queste interpretazioni tessono
una ragnatela, in quanto presuppongono per il cielo e per
la terra dei princìpi così gracili e inconsistenti. Essi non
sapevano, infatti, dire: «In principio Dio creò il cielo e la
terra». Per questo motivo supposero che l’universo fosse
senza pilota, senza amministratore e che fosse condotto
a caso; era un errore in cui caddero a causa dell’ateismo
che abitava in loro. Per evitare che noi subissimo questo
46 OMELIE SULL’ESAMERONE

ὁ τὴν κοσμοποιίαν συγγράφων εὐθὺς ἐν τοῖς πρώτοις ῥήμασι


τῷ ὀνόματι τοῦ Θεοῦ τὴν διάνοιαν ἡμῶν κατεφώτισεν, εἰπὼν,
Ἐν ἀρχῇ ἐποίησεν ὁ Θεός. Τί καλὴ ἡ τάξις; Ἀρχὴν πρῶτον
ἐπέθηκεν, ἵνα μὴ ἄναρχον αὐτὸν οἰηθῶσί τινες. Εἶτα ἐπήγαγε τὸ,
Ἐποίησεν, ἵνα δειχθῇ, ὅτι ἐλάχιστον μέρος τῆς τοῦ δημιουργοῦ
δυνάμεώς ἐστι τὸ ποιηθέν. Ὡς γὰρ ὁ κεραμεὺς ἀπὸ τῆς αὐτῆς
96 τέχνης μυρία διαπλάσας ‖ σκεύη, οὔτε τὴν τέχνην οὔτε δύναμιν
ἐξανάλωσεν· οὕτω καὶ ὁ τοῦ παντὸς τούτου δημιουργὸς, οὐχ
ἑνὶ κόσμῳ σύμμετρον τὴν ποιητικὴν ἔχων δύναμιν, ἀλλ’εἰς
τὸ ἀπειροπλάσιον ὑπερβαίνουσαν, τῇ ῥοπῇ τοῦ θελήματος
μόνῃ εἰς τὸ εἶναι παρήγαγε τὰ μεγέθη τῶν ὁρωμένων. Εἰ οὖν
καὶ ἀρχὴν ἔχει ὁ κόσμος, καὶ πεποίηται, ζήτει, τίς ὁ τὴν ἀρχὴν
αὐτῷ δοὺς, καὶ τίς ὁ ποιητής; Μᾶλλον δὲ, ἵνα μὴ ἀνθρωπίνοις
λογισμοῖς ἐκζητῶν παρατραπῇς που τῆς ἀληθείας, προέφθασε
τῇ διδασκαλίᾳ, οἱονεὶ σφραγῖδα καὶ φυλακτήριον ταῖς ψυχαῖς
ἡμῶν ἐμβαλὼν τὸ πολυτίμητον ὄνομα τοῦ Θεοῦ, εἰπὼν, Ἐν ἀρχῇ
ἐποίησεν ὁ Θεός. Ἡ μακαρία φύσις, ἡ ἄφθονος ἀγαθότης, τὸ
ἀγαπητὸν πᾶσι τοῖς λόγου μετειληφόσι, τὸ πολυπόθητον κάλλος,
ἡ ἀρχὴ τῶν ὄντων, ἡ πηγὴ τῆς ζωῆς, τὸ νοερὸν φῶς, ἡ ἀπρόσιτος
σοφία, οὗτος Ἐποίησεν ἐν ἀρχῇ τὸν οὐρανὸν καὶ τὴν γῆν.
3. Μὴ οὖν ἄναρχα φαντάζου, ἄνθρωπε, τὰ ὁρώμενα, μηδὲ,
ἐπειδὴ κυκλόσε περιτρέχει τὰ κατ’οὐρανὸν κινούμενα, ἡ δὲ τοῦ
κύκλου ἀρχὴ τῇ προχείρῳ αἰσθήσει ἡμῶν οὐκ εὔληπτος, ἄναρχον
OMELIA I 47

guaio, il descrittore della creazione del mondo, subito,


fin dalle prime parole, inserendo il nome di Dio, ha il-
luminato il nostro pensiero dicendo: «In principio Dio
creò». Quanta bellezza7 in questa disposizione! Mosè
ha collocato per prima cosa il principio, affinché non ci
fosse alcuno che pensasse che il mondo fosse senza prin-
cipio. Poi aggiunse la parola «creò», perché risultasse
chiaro che quello che è stato fatto è soltanto una par-
te minima della potenza del Creatore. Come, infatti, il
vasaio plasma innumerevoli recipienti servendosi della
medesima arte, senza consumare né la sua arte né la sua
forza, così anche l’artefice di questo universo, che non
ha una potenza creatrice commisurata a un solo mondo,
ma travalica verso un’estensione moltiplicata all’infini-
to, condusse all’essere, con la sola decisione della sua
volontà, le cose visibili in tutta la loro grandezza. Se,
dunque, il mondo ha un inizio ed è stato creato, cerca chi
gli ha dato questo inizio e chi ne è il creatore. O meglio,
per evitare che, cercandolo con dei ragionamenti umani,
tu abbia da deviare, in qualche modo, dalla verità, Mosè
ti ha preceduto con il suo insegnamento, immettendo
nelle nostre anime, a guisa di sigillo e di portafortuna, il
preziosissimo nome di Dio. Ha detto: «In principio Dio
creò». Colui che è la natura beata, la bontà esente da in-
vidia, l’oggetto d’amore per tutti quelli che posseggono
la ragione, la bellezza a cui tende ogni desiderio, il prin-
cipio degli esseri, la fonte della vita, la luce spirituale, la
sapienza inaccessibile,8 Dio è lui che «in principio creò
il cielo e la terra».
3. Non immaginarti dunque, o uomo, che il mondo
visibile sia senza principio; non pensarlo, fondandoti sul
motivo che gli astri che sono in cielo si muovono nella
loro corsa in circolo attorno a noi e sul motivo che l’ini-
48 OMELIE SULL’ESAMERONE

εἶναι νομίσῃς τῶν κυκλοφορικῶν σωμάτων τὴν φύσιν. Οὐδὲ γὰρ


ὁ κύκλος οὗτος, τὸ ἐπίπεδον λέγω σχῆμα τὸ ὑπὸ μιᾶς γραμμῆς
98 περιεχόμενον, ἐπειδὴ διαφεύγει ‖ τὴν ἡμετέραν αἴσθησιν, καὶ οὔτε
ὅθεν ἤρξατο ἐξευρεῖν δυνάμεθα, οὔτε εἰς ὃ κατέληξεν, ἤδη καὶ
ἄναρχον αὐτὸν ὀφείλομεν ὑποτίθεσθαι. Ἀλλὰ κἂν τὴν αἴσθησιν
διαφεύγῃ, τῇ γε ἀληθείᾳ πάντως ἀπό τινος ἤρξατο ὁ κέντρῳ καὶ
διαστήματί τινι περιγράψας αὐτόν. Οὕτω καὶ σὺ μὴ, ἐπειδὴ εἰς
ἑαυτὰ συννεύει τὰ κύκλῳ κινούμενα, τὸ τῆς κινήσεως αὐτῶν
ὁμαλὸν, καὶ μηδενὶ μέσῳ διακοπτόμενον, τὴν τοῦ ἄναρχον τὸν
κόσμον καὶ ἀτελεύτητον εἶναί σοι πλάνην ἐγκαταλίπῃ. Παράγει
γὰρ τὸ σχῆμα τοῦ κόσμου τούτου. Καὶ, Ὁ οὐρανὸς καὶ ἡ γῆ
παρελεύσονται. Προαναφώνησις τῶν περὶ συντελείας δογμάτων
καὶ περὶ τῆς τοῦ κόσμου μεταποιήσεως, τὰ νῦν ἐν βραχέσι κατὰ
τὴν στοιχείωσιν τῆς θεοπνεύστου διδασκαλίας παραδιδόμενα.
Ἐν ἀρχῇ ἐποίησεν ὁ Θεός. Τὰ ἀπὸ χρόνου ἀρξάμενα πᾶσα
ἀνάγκη καὶ ἐν χρόνῳ συντελεσθῆναι. Εἰ ἀρχὴν ἔχει χρονικὴν,
100 μὴ ‖ ἀμφιβάλῃς περὶ τοῦ τέλους. Γεωμετρίαι γὰρ καὶ
ἀριθμητικαὶ μέθοδοι, καὶ αἱ περὶ τῶν στερεῶν πραγματεῖαι, καὶ
ἡ πολυθρύλλητος ἀστρονομία, ἡ πολυάσχολος ματαιότης, πρὸς
ποῖον καταστρέφουσι τέλος; Εἴπερ οἱ περὶ ταῦτα ἐσπουδακότες
συναΐδιον εἶναι τῷ κτίστῃ τῶν ὅλων Θεῷ καὶ τὸν ὁρώμενον
τοῦτον κόσμον διενοήθησαν, πρὸς τὴν αὐτὴν δόξαν ἀγαγόντες
OMELIA I 49

zio del circolo non è facile da essere colto da parte della


percezione dei sensi che noi abbiamo a disposizione; non
pensare, dunque, per questo che sia senza principio la
natura dei corpi che si muovono in circolo. E neppure
questo nostro circolo – e intendo parlare della figura pia-
na che è recinta da una sola9 linea –, poiché sfugge alla
nostra percettività e non riusciamo a trovare né da dove è
cominciato né in che punto cessa, dobbiamo subito sup-
porre che sia senza principio. Ma anche se la percezione
ci sfugge, nella realtà, c’è assolutamente un punto da cui
ha cominciato colui che, servendosi di un centro e di un
raggio,10 ne ha tracciato la circonferenza.11 Così anche tu,
per il fatto che gli oggetti che si muovono in circolo con-
vergono su se stessi, mantenendo una regolarità costante
di movimento senza alcuna interruzione al loro interno,
non lasciare sedimentare in te l’errore che il mondo sia
senza principio e senza termine. Infatti: «Passa la figura
di questo mondo» (1 Cor. 7,31) e: «Il cielo e la terra
passeranno» (Mt. 24,35). Sono preannunzio alla dottri-
na sulla conclusione e sulla trasformazione del mondo
gli elementi essenziali della dottrina ispirata, che abbia-
mo brevemente messo a disposizione: «In principio Dio
creò». Ciò che ha cominciato con il tempo, per una ne-
cessità assoluta, deve anche con il tempo terminare. Se la
creazione ha un inizio temporale, non dubitare riguardo
alla sua fine. Infatti, le indagini geometriche, le scienze
aritmetiche, le trattazioni sui solidi e l’astronomia, sulla
quale si fa tanto parlare,12 sono tutte vanità nelle quali si
profonde un grande tempo, ma a quale termine vanno a
finire?13 L’esito è che quelli che si sono impegnati in que-
sti studi hanno pensato che questo mondo visibile fosse
coeterno con il Creatore dell’universo, lo hanno condot-
to, sebbene avesse un corpo circoscritto e materiale, alla
50 OMELIE SULL’ESAMERONE

τὸν περιγεγραμμένον καὶ σῶμα ἔχοντα ὑλικὸν, τῇ ἀπεριλήπτῳ


καὶ ἀοράτῳ φύσει, μηδὲ τοσοῦτον δυνηθέντες ἐννοηθῆναι, ὅτι οὗ
τὰ μέρη φθοραῖς καὶ ἀλλοιώσεσιν ὑπόκειται, τούτου καὶ τὸ ὅλον
ἀνάγκη ποτὲ τὰ αὐτὰ παθήματα τοῖς οἰκείοις μέρεσιν ὑποστῆναι.
Ἀλλὰ τοσοῦτον Ἐματαιώθησαν τοῖς διαλογισμοῖς αὐτῶν, καὶ
ἐσκοτίσθη ἡ ἀσύνετος αὐτῶν καρδία, καὶ φάσκοντες εἶναι σοφοὶ,
ἐμωράνθησαν, ὥστε οἱ μὲν συνυπάρχειν ἐξ ἀϊδίου τῷ Θεῷ τὸν
οὐρανὸν ἀπεφήναντο· οἱ δὲ αὐτὸν εἶναι Θεὸν ἄναρχόν τε καὶ
ἀτελεύτητον, καὶ τῆς τῶν κατὰ μέρος οἰκονομίας αἴτιον.
102 ‖ 4. Ἦπου αὐτοῖς ἡ περιουσία τῆς τοῦ κόσμου σοφίας
προσθήκην οἴσει ποτὲ τῆς χαλεπῆς κατακρίσεως, ὅτι οὕτως
ὀξὺ περὶ τὰ μάταια βλέποντες, ἑκόντες πρὸς τὴν σύνεσιν τῆς
ἀληθείας ἀπετυφλώθησαν. Ἀλλ’οἱ τῶν ἄστρων τὰ διαστήματα
καταμετροῦντες, καὶ τοὺς ἀειφανεῖς αὐτῶν καὶ ἀρκτῴους
ἀπογραφόμενοι, καὶ ὅσοι περὶ τὸν νότιον πόλον κείμενοι τοῖς μέν
εἰσι φανεροὶ, ἡμῖν δὲ ἄγνωστοι· καὶ βόρειον πλάτος, καὶ ζῳδιακὸν
κύκλον μυρίοις διαστήμασι διαιροῦντες· καὶ ἐπαναφορὰς
ἄστρων, καὶ στηριγμοὺς, καὶ ἀποκλίσεις, καὶ πάντων τὴν ἐπὶ
τὰ προηγούμενα κίνησιν δι’ἀκριβείας τηρήσαντες· καὶ διὰ
πόσου χρόνου τῶν πλανωμένων ἕκαστος τὴν ἑαυτοῦ περίοδον
ἐκπληροῖ· μίαν τῶν πασῶν μηχανὴν οὐκ ἐξεῦρον πρὸς τὸ τὸν
Θεὸν ἐννοῆσαι ποιητὴν τοῦ παντὸς, καὶ κριτὴν δίκαιον, τὴν ἀξίαν
ἀντίδοσιν τοῖς βεβιωμένοις ἐπάγοντα· οὐδὲ τῷ περὶ τῆς κρίσεως
OMELIA I 51

medesima gloria della natura inafferrabile e invisibile e


non sono riusciti a rendersi conto neppure di questo, cioè
che ciò di cui le parti sono soggette alla corruzione e
ai mutamenti, anch’esso, necessariamente, nel suo com-
plesso è soggetto a subire, in qualche tempo, i medesimi
inconvenienti delle sue parti.14 Ma «sono diventati vani
nei loro ragionamenti; il loro cuore, privo di intelligenza,
si è oscurato, e mentre dicono di essere sapienti, sono
diventati stolti» (Rm. 1,21-22) fino al punto che gli uni
dichiarano che il cielo esiste fin dall’eternità insieme a
Dio, gli altri che esso è Dio, senza principio e senza fine,
e che è causa dell’amministrazione che regola le singole
parti del mondo.
4. Certamente la superfluità della sapienza pagana
subirà, in qualche modo, un’aggiunta e un aggravamen-
to di condanna nel fatto che costoro guardano con tanta
acutezza a interpretazioni vane, perché si sono volonta-
riamente accecati per quanto concerne la comprensione
della verità. Sono, sì, in grado di misurare le distanze
degli astri, di elencare quelli che risplendono perenne-
mente nell’emisfero settentrionale e quelli che, trovan-
dosi nelle regioni meridionali, sono visibili a quelli che
si trovano colà, mentre sono a noi sconosciuti; essi sanno
dividere la zona settentrionale e il cerchio dello zodiaco
in innumerevoli intervalli; sanno osservare con precisio-
ne il sorgere degli astri, le loro stasi e i loro abbassa-
menti verso il tramonto, e il movimento che li fa tutti
procedere. E sanno osservare con precisione quanto tem-
po impieghi ogni pianeta per compiere la sua orbita; ma
tra tutti i congegni uno solo non sono riusciti a trovarlo,
ed è quello di concepire nella loro mente Dio, creatore
dell’universo, giusto giudice, che assegna alle azioni che
abbiamo compiuto durante la vita la giusta ricompensa
52 OMELIE SULL’ESAMERONE

λόγῳ τὴν ἀκόλουθον τῆς συντελείας ἔννοιαν ἐπιγνῶναι, ὅτι


ἀνάγκη μεταποιηθῆναι τὸν κόσμον, εἰ μέλλοι καὶ ἡ τῶν ψυχῶν
κατάστασις πρὸς ἕτερον εἶδος ζωῆς μεταβάλλειν. Ὥσπερ γὰρ ἡ
παροῦσα ζωὴ συγγενῆ ἔσχε τοῦ κόσμου τούτου τὴν φύσιν· οὕτω
καὶ ἡ μέλλουσα τῶν ψυχῶν ἡμῶν διαγωγὴ οἰκείαν τῇ καταστάσει
104 ὑποδέξεται τὴν λῆξιν. Οἱ δὲ τοσοῦτον ‖ ἀπέχουσιν ὡς ἀληθέσι
τούτοις προσέχειν, ὥστε καὶ πλατὺν γέλωτα καταχέουσιν ἡμῶν
περὶ συντελείας τοῦ κόσμου τούτου καὶ παλιγγενεσίας αἰῶνος
ἀπαγγελλόντων. Ἐπειδὴ δὲ ἡ ἀρχὴ κατὰ φύσιν προτέτακται τῶν
ἀπ’αὐτῆς, ἀναγκαίως περὶ τῶν ἀπὸ χρόνου τὸ εἶναι ἐχόντων
διαλεγόμενος, ταύτην ἁπάντων προέταξε τὴν φωνὴν, εἰπὼν, Ἐν
ἀρχῇ ἐποίησεν.
5. Ἦν γάρ τι, ὡς ἔοικεν, καὶ πρὸ τοῦ κόσμου τούτου, ὃ τῇ μὲν
διανοίᾳ ἡμῶν ἐστὶ θεωρητὸν, ἀνιστόρητον δὲ κατελείφθη, διὰ τὸ
τοῖς εἰσαγομένοις ἔτι καὶ νηπίοις κατὰ τὴν γνῶσιν ἀνεπιτήδειον.
Ἦν τις πρεσβυτέρα τῆς τοῦ κόσμου γενέσεως κατάστασις ταῖς
ὑπερκοσμίοις δυνάμεσι πρέπουσα, ἡ ὑπέρχρονος, ἡ αἰωνία,
ἡ ἀΐδιος. Δημιουργήματα δὲ ἐν αὐτῇ ὁ τῶν ὅλων κτίστης καὶ
δημιουργὸς ἀπετέλεσε, φῶς νοητὸν πρέπον τῇ μακαριότητι τῶν
φιλούντων τὸν Κύριον, τὰς λογικὰς καὶ ἀοράτους φύσεις, καὶ
πᾶσαν τὴν τῶν νοητῶν διακόσμησιν, ὅσα τὴν ἡμετέραν διάνοιαν
106 ὑπερβαίνει, ‖ ὧν οὐδὲ τὰς ὀνομασίας ἐξευρεῖν δυνατόν. Ταῦτα
τοῦ ἀοράτου κόσμου συμπληροῖ τὴν οὐσίαν, ὡς διδάσκει ἡμᾶς ὁ
Παῦλος, λέγων, Ὅτι ἐν αὐτῷ ἐκτίσθη τὰ πάντα, εἴτε ὁρατὰ, εἴτε
ἀόρατα, εἴτε θρόνοι, εἴτε κυριότητες, εἴτε ἀρχαὶ, εἴτε ἐξουσίαι, εἴτε
OMELIA I 53

o punizione. Non sono riusciti a concepire sulla fine del


mondo un’idea che concordasse con la dottrina del giudi-
zio.15 Bisogna, infatti, che il mondo venga trasformato, se
la situazione delle anime deve cambiarsi in un’altra forma
di vita. Come, infatti, la vita presente era congenere con la
natura di questo mondo, così anche il futuro genere di vita
delle nostre anime riceverà una sorte appropriata alla loro
situazione. Tali individui sono tanto lontani dall’aderire
a queste verità che si abbandonano a risate incontenibili,
quando noi annunziamo loro la fine di questo mondo e
la rigenerazione dei tempi. Ma poiché l’inizio si colloca,
per natura, prima di ciò che ne deriva, era necessario che
Mosè, parlando delle cose che vengono all’essere a parti-
re dal deflusso del tempo, ponesse, prima di tutte le altre,
questa frase: «In principio Dio creò».
5. C’era, infatti, a quanto pare, qualche cosa anche pri-
ma di questo mondo, qualche cosa che il nostro pensiero
può prospettarsi, ma che è stata lasciata fuori da ogni in-
dicazione, poiché non era adatta agli esordienti che sono
ancora bambini per quanto concerne la conoscenza.16
Era una situazione più antica dell’origine del mondo, che
conveniva alle potenze sovramondane; oltrepassava il
tempo, era eterna, perenne. In questa situazione c’erano
delle produzioni che il Creatore e Artefice di tutte le cose
aveva compiuto; c’era una luce spirituale consona alla
beatitudine di quelli che amano il Signore; c’erano le na-
ture ragionevoli e invisibili e tutta l’organizzazione degli
esseri spirituali che oltrepassano la nostra comprensio-
ne, dei quali non ci è neppure possibile scoprire i nomi.
Questi esseri riempiono la sostanza del mondo invisibile,
come ci insegna Paolo dicendo: «In lui [nel Figlio di Dio]
tutti gli esseri sono stati creati, tanto i visibili quanto gli
invisibili; sia i troni, sia le dominazioni, sia i principati,
54 OMELIE SULL’ESAMERONE

δυνάμεις, εἴτε ἀγγέλων στρατιαὶ, εἴτε ἀρχαγγέλων ἐπιστασίαι·


ὅτε δὲ ἔδει λοιπὸν καὶ τὸν κόσμον τοῦτον ἐπεισαχθῆναι τοῖς
οὖσι, προηγουμένως μὲν διδασκαλεῖον καὶ παιδευτήριον τῶν
ἀνθρωπίνων ψυχῶν· ἔπειτα μέντοι καὶ ἁπαξαπλῶς πάντων τῶν
ἐν γενέσει καὶ φθορᾷ ἐπιτήδειον ἐνδιαίτημα. Συμφυὴς ἄρα τῷ
κόσμῳ, καὶ τοῖς ἐν αὐτῷ ζῴοις τε καὶ φυτοῖς, ἡ τοῦ χρόνου
διέξοδος ὑπέστη, ἐπειγομένη ἀεὶ καὶ παραρρέουσα, καὶ μηδαμοῦ
παυομένη τοῦ δρόμου. Ἢ οὐχὶ τοιοῦτος ὁ χρόνος, οὗ τὸ μὲν
παρελθὸν ἠφανίσθη, τὸ δὲ μέλλον οὔπω πάρεστι, τὸ δὲ παρὸν
πρὶν γνωσθῆναι διαδιδράσκει τὴν αἴσθησιν; Τοιαύτη δέ τις καὶ
τῶν γινομένων ἡ φύσις, ἢ αὐξανομένη πάντως, ἢ φθίνουσα, τὸ δὲ
ἱδρυμένον καὶ στάσιμον οὐκ ἐπίδηλον ἔχουσα. Ἔπρεπεν οὖν τοῖς
ζῴων τε καὶ φυτῶν σώμασιν, οἱονεὶ ῥεύματί τινι πρὸς ἀνάγκην
ἐνδεδεμένοις, καὶ τῇ πρὸς γένεσιν ἢ φθορὰν ἀγούσῃ κινήσει
συνεχομένοις, ὑπὸ τῆς τοῦ χρόνου φύσεως περιέχεσθαι, συγγενῆ
108 τοῖς ‖ ἀλλοιουμένοις κεκτημένου τὴν ἰδιότητα. Ἐντεῦθεν οἰκείως
ἐπέβαλε τῷ περὶ αὐτὸν λόγῳ ὁ σοφῶς ἡμᾶς τοῦ κόσμου τὴν
γένεσιν ἐκδιδάσκων, εἰπὼν, Ἐν ἀρχῇ ἐποίησεν· τουτέστιν, ἐν
ἀρχῇ ταύτῃ τῇ κατὰ χρόνον. Οὐ γὰρ δὴ κατὰ πρεσβυγένειαν
πάντων τῶν γενομένων προέχειν αὐτὸν μαρτυρῶν λέγει ἐν ἀρχῇ
γεγονέναι, ἀλλὰ μετὰ τὰ ἀόρατα καὶ νοούμενα τῶν ὁρατῶν
τούτων καὶ αἰσθήσει ληπτῶν τὴν ἀρχὴν τῆς ὑπάρξεως διηγεῖται.
Λέγεται μὲν οὖν ἀρχὴ καὶ ἡ πρώτη κίνησις· ὡς, Ἀρχὴ ὁδοῦ
OMELIA I 55

sia le potenze, sia gli eserciti degli angeli, sia gli arcan-
geli con la loro preminenza» (Col. 1,16; cfr. Rm. 8,38;
Ef. 1,21; 1 Pt. 3,22).17 Ma bisognava anche che questo
mondo fosse introdotto tra gli esseri [terrestri] perché
diventasse principalmente l’ambiente in cui si istruisse-
ro e formassero le anime umane e poi, per dirlo tutto in
una volta, fosse la residenza appropriata di tutto quanto
è soggetto alla nascita e alla rovina. C’è, infatti, una con-
naturalità tra questo mondo, gli animali e le piante che
contiene, e il percorso del tempo, che sempre si affretta
a scorrere via, senza mai cessare dalla sua corsa. Non è
forse così il tempo, del quale il passato è scomparso, di
cui l’avvenire non c’è ancora, e il presente, prima di es-
sere conosciuto, sfugge alla nostra percezione sensibile?
Tale, all’incirca, è anche la natura degli esseri soggetti
al divenire; essa, inevitabilmente, o si accresce o si con-
suma; non ha, evidentemente, nulla di definitivamente
sistemato, di fermo. Era, dunque, conveniente che i cor-
pi degli animali e delle piante, come necessariamente
legati a una sorta di flusso e dominati da un movimento
che li conduce alla nascita e alla dissoluzione, fossero
inclusi nella natura del tempo, che possiede una peculia-
rità imparentata con quella degli esseri mutevoli. Pertan-
to, colui che ci istruisce sapientemente sull’origine del
mondo [Mosè] ha fatto bene a inserire nel suo discorso
sul mondo la frase: «In principio Dio creò», cioè al prin-
cipio che concerne il tempo. Non sostiene certo che il
mondo preceda tutte le cose create per l’anteriorità della
sua origine, quando dice che venne all’essere «in princi-
pio», ma, dopo gli esseri invisibili e spirituali, racconta
il principio dell’esistenza di questi nostri esseri visibili e
percepibili dai sensi. Dunque, si dice “principio” anche
il primo movimento, come nella frase: «Il principio della
56 OMELIE SULL’ESAMERONE

ἀγαθῆς τὸ ποιεῖν δίκαια. Ἀπὸ γὰρ τῶν δικαίων πράξεων πρῶτον


κινούμεθα πρὸς τὸν μακάριον βίον. Λέγεται δὲ ἀρχὴ καὶ ὅθεν
γίνεταί τι, τοῦ ἐνυπάρχοντος αὐτῷ ὡς ἐπὶ οἰκίας θεμέλιος, καὶ
ἐπὶ πλοίου ἡ τρόπις, καθὸ εἴρηται, Ἀρχὴ σοφίας, φόβος Κυρίου.
Οἷον γὰρ κρηπὶς καὶ βάθρον πρὸς τὴν τελείωσιν ἡ εὐλάβεια.
Ἀρχὴ δὲ καὶ τῶν τεχνικῶν ἔργων ἡ τέχνη· ὡς ἡ σοφία Βεσελεὴλ,
τοῦ περὶ τὴν σκηνὴν κόσμου. Ἀρχὴ δὲ πράξεων πολλάκις καὶ
110 τὸ εὔχρηστον τέλος τῶν γινομένων· ‖ ὡς τῆς ἐλεημοσύνης ἡ
παρὰ Θεοῦ ἀποδοχὴ, καὶ πάσης τῆς κατ’ἀρετὴν ἐνεργείας τὸ ἐν
ἐπαγγελίαις ἀποκείμενον τέλος.
6. Τοσαυταχῶς οὖν λεγομένης τῆς ἀρχῆς, σκόπει εἰ μὴ πᾶσι
τοῖς σημαινομένοις ἡ παροῦσα φωνὴ ἐφαρμόσει. Καὶ γὰρ ἀφ’οὗ
χρόνου ἤρξατο ἡ τοῦ κόσμου τούτου σύστασις, δυνατόν σοι μαθεῖν,
ἐάν γε ἐκ τοῦ παρόντος εἰς τὸ κατόπιν ἀναποδίζων, φιλονεικήσῃς
εὑρεῖν τὴν πρώτην ἡμέραν τῆς τοῦ κόσμου γενέσεως. Εὑρήσεις
γὰρ οὕτως, πόθεν τῷ χρόνῳ ἡ πρώτη κίνησις, ἔπειτα, ὅτι καὶ
οἱονεὶ θεμέλιοί τινες καὶ κρηπῖδες προκατεβλήθησαν ὁ οὐρανὸς
καὶ ἡ γῆ· εἶτα, ὅτι ἐστί τις τεχνικὸς λόγος ὁ καθηγησάμενος τῆς
τῶν ὁρωμένων διακοσμήσεως, ὡς ἐνδείκνυταί σοι ἡ φωνὴ τῆς
ἀρχῆς· καὶ τὸ μὴ εἰκῇ μηδὲ μάτην, ἀλλὰ πρός τι τέλος ὠφέλιμον
καὶ μεγάλην χρείαν τοῖς οὖσι συνεισφερόμενον ἐπινενοῆσθαι
τὸν κόσμον, εἴπερ τῷ ὄντι ψυχῶν λογικῶν διδασκαλεῖον καὶ
OMELIA I 57

via buona è praticare la giustizia» (Prov. 16,7). Partendo,


infatti, inizialmente dalle azioni giuste, noi ci muoviamo
verso la vita beata. Ma si dice “principio” anche il punto
da cui deriva qualche cosa, costituisce un suo elemento,
come lo è il fondamento per una casa e la chiglia per
una nave. Ed è in questo senso che si dice: «Il principio
della sapienza è il timore del Signore» (Prov. 1,7); così
la devozione è il fondamento e la base della perfezione.
La competenza tecnica è anche il “principio” delle opere
che esigono capacità operative, come “principio” lo fu la
perizia di Beseleel nell’ornare il tabernacolo (Es. 31,3-
5). “Principio” è anche sovente l’esito vantaggioso del-
le azioni che compiamo, come quello dell’elemosina è
l’approvazione da parte di Dio e quello di tutte le attività
virtuose è l’adempimento finale di quanto ci promettono
gli annunci divini.
6. Siccome, dunque, “principio” viene detto in tanta
varietà di significati, osserva se il vocabolo che abbia-
mo qui non si adatti a tutti questi significati. Infatti, ti è
possibile conoscere a partire da quale tempo incominciò
la sistemazione di questo mondo, se, risalendo dal pre-
sente nel passato, ti metti di buzzo buono per scoprire il
primo giorno in cui nacque il mondo. Tu troverai così
da che punto, in riferimento al tempo, si è effettuato il
primo movimento; poi troverai che, a guisa, potremmo
dire, di fondamenti e di basi, furono gettati in precedenza
il cielo e la terra; poi troverai che un’intelligenza abile
nella capacità produttiva ha guidato la disposizione del-
le cose visibili, come ti mostra la parola “principio” e
che il mondo non è stato progettato a vanvera né a caso,
ma per un fine vantaggioso e per apportare una grande
utilità a quelli che vi si trovano, se è effettivamente una
scuola delle anime razionali e un’istituzione nella quale
58 OMELIE SULL’ESAMERONE

θεογνωσίας ἐστὶ παιδευτήριον, διὰ τῶν ὁρωμένων καὶ αἰσθητῶν


χειραγωγίαν τῷ νῷ παρεχόμενος πρὸς τὴν θεωρίαν τῶν ἀοράτων,
καθά φησιν ὁ ἀπόστολος, ὅτι Τὰ ἀόρατα αὐτοῦ ἀπὸ κτίσεως
κόσμου τοῖς ποιήμασι νοούμενα καθορᾶται. Ἢ τάχα διὰ τὸ
ἀκαριαῖον καὶ ἄχρονον τῆς δημιουργίας εἴρηται τὸ, Ἐν ἀρχῇ
112 ἐποίησεν, ἐπειδὴ ἀμερές ‖ τι καὶ ἀδιάστατον ἡ ἀρχή. Ὡς γὰρ ἡ
ἀρχὴ τῆς ὁδοῦ οὔπω ὁδὸς, καὶ ἡ ἀρχὴ τῆς οἰκίας οὐκ οἰκία, οὕτω
καὶ ἡ τοῦ χρόνου ἀρχὴ οὔπω χρόνος, ἀλλ’οὐδὲ μέρος αὐτοῦ τὸ
ἐλάχιστον. Εἰ δὲ φιλονεικῶν τις χρόνον εἶναι λέγοι τὴν ἀρχὴν,
γινωσκέτω ὅτι διαιρήσει αὐτὴν εἰς τὰ τοῦ χρόνου μέρη. Ταῦτα
δέ ἐστιν, ἀρχὴ, καὶ μέσα, καὶ τελευτή. Ἀρχὴν δὲ ἀρχῆς ἐπινοεῖν
παντελῶς καταγέλαστον. Καὶ ὁ διχοτομῶν τὴν ἀρχὴν, δύο ποιήσει
ἀντὶ μιᾶς, μᾶλλον δὲ πολλὰς καὶ ἀπείρους, τοῦ διαιρεθέντος ἀεὶ
εἰς ἕτερα τεμνομένου. Ἵνα τοίνυν διδαχθῶμεν ὁμοῦ τῇ βουλήσει
τοῦ Θεοῦ ἀχρόνως συνυφεστάναι τὸν κόσμον, εἴρηται τὸ, Ἐν
ἀρχῇ ἐποίησεν. Ὅπερ ἕτεροι τῶν ἑρμηνευτῶν, σαφέστερον τὸν
νοῦν ἐκδιδόντες, εἰρήκασιν, Ἐν κεφαλαίῳ ἐποίησεν ὁ Θεὸς,
τουτέστιν, ἀθρόως καὶ ἐν ὀλίγῳ. Τὰ μὲν οὖν περὶ ἀρχῆς, ὡς ὀλίγα
ἀπὸ πολλῶν εἰπεῖν, ἐπὶ τοσοῦτον.
7. Ἐπειδὴ δὲ καὶ τῶν τεχνῶν αἱ μὲν ποιητικαὶ λέγονται, αἱ
δὲ πρακτικαὶ, αἱ δὲ θεωρητικαί· καὶ τῶν μὲν θεωρητικῶν τέλος
114 ἐστὶν ἡ κατὰ νοῦν ἐνέργεια· τῶν δὲ πρακτικῶν, αὐτὴ ‖ ἡ τοῦ
σώματος κίνησις, ἧς παυσαμένης οὐδὲν ὑπέστη οὐδὲ παρέμεινε
OMELIA I 59

esse imparano a conoscere Dio;18 egli si offre, infatti, alla


nostra mente per guidarla, attraverso gli esseri visibili
e sensibili, alla contemplazione di quelli invisibili19 se-
condo quanto dice l’apostolo: «Le proprietà invisibili di
Dio, a partire dalla creazione del mondo, si rendono vi-
sibili all’intelligenza mediante le sue opere» (Rm. 1,20).
O forse è a causa del carattere istantaneo della creazione,
che non entra nella categoria del tempo, che Mosè ha
detto: «In principio creò», perché il principio è un’en-
tità indivisibile e priva di dimensioni. Infatti, come il
principio di un cammino non è ancora un cammino e il
principio di una casa non è ancora una casa, così anche
il principio del tempo non è ancora tempo e non ne è
neppure una parte minima. Se poi qualcuno, per gusto di
polemica, dicesse che il principio è già tempo, si renda
conto che dovrà dividerlo nelle parti del tempo, che sono
un principio, un mezzo e una fine. Però, immaginare il
principio del principio è totalmente ridicolo. Chi divide
in due il principio, ne farà due invece di uno o piuttosto
ne farà molti, in una quantità illimitata, poiché ciò che è
diviso lo si può sempre tagliare ulteriormente.20 Per inse-
gnarci, dunque, che il mondo coesistette, al di fuori del
tempo, in piena concomitanza con l’atto di volontà di
Dio, viene detta la formula: «In principio creò»; è quello
che altri esegeti hanno detto, esprimendo più chiaramen-
te il senso: «Dio creò in un colpo solo», cioè insieme e in
breve tempo. Per limitarci a dire poche cose tra le molte
possibili, basti dunque questo sul principio.
7. Dunque, fra le arti le une sono chiamate poietiche,
le altre pratiche, le altre poi teoretiche; le arti teoretiche
hanno come fine l’attività che concerne la mente, quel-
le pratiche riguardano direttamente il movimento del
corpo; quando questo cessa non rimane più nulla, non
60 OMELIE SULL’ESAMERONE

τοῖς ὁρῶσιν· ὀρχήσεως γὰρ καὶ αὐλητικῆς τέλος οὐδὲν, ἀλλ’αὐτὴ


εἰς ἑαυτὴν ἡ ἐνέργεια καταλήγει· ἐπὶ δὲ τῶν ποιητικῶν τεχνῶν,
καὶ παυσαμένων τῆς ἐνεργείας, προκείμενόν ἐστι τὸ ἔργον· ὡς
οἰκοδομικῆς καὶ τεκτονικῆς καὶ χαλκευτικῆς καὶ ὑφαντικῆς, καὶ
ὅσαι τοιαῦται, αἳ, κἂν μὴ παρῇ ὁ τεχνίτης, ἱκανῶς ἐν ἑαυταῖς
τοὺς τεχνικοὺς λόγους ἐμφαίνουσι, καὶ ἔξεστί σοι θαυμάσαι
τὸν οἰκοδόμον ἀπὸ τοῦ ἔργου, καὶ τὸν χαλκέα καὶ τὸν ὑφάντην.
Ἵνα οὖν δειχθῇ ὅτι ὁ κόσμος τεχνικόν ἐστι κατασκεύασμα,
προκείμενον πᾶσιν εἰς θεωρίαν, ὥστε δι’αὐτοῦ τὴν τοῦ
ποιήσαντος αὐτὸν σοφίαν ἐπιγινώσκεσθαι, οὐκ ἄλλῃ τινὶ φωνῇ
ἐχρήσατο ὁ σοφὸς Μωϋσῆς περὶ αὐτοῦ, ἀλλ’εἶπεν, Ἐν ἀρχῇ
ἐποίησεν· οὐχὶ ἐνήργησεν, οὐδὲ ὑπέστησεν, ἀλλὰ Ἐποίησεν.
Καὶ καθότι πολλοὶ τῶν φαντασθέντων συνυπάρχειν ἐξ ἀϊδίου
τῷ Θεῷ τὸν κόσμον, οὐχὶ γεγενῆσθαι παρ’αὐτοῦ συνεχώρησαν,
ἀλλ’οἱονεὶ ἀποσκίασμα τῆς δυνάμεως αὐτοῦ ὄντα αὐτομάτως
116 παρυποστῆναι· καὶ αἴτιον μὲν αὐτοῦ ‖ ὁμολογοῦσι τὸν Θεὸν,
αἴτιον δὲ ἀπροαιρέτως, ὡς τῆς σκιᾶς τὸ σῶμα, καὶ τῆς λαμπηδόνος
τὸ ἀπαυγάζον· τὴν οὖν τοιαύτην ἀπάτην ἐπανορθούμενος ὁ
προφήτης, τῇ ἀκριβείᾳ ταύτῃ τῶν ῥημάτων ἐχρήσατο εἰπὼν,
Ἐν ἀρχῇ ἐποίησεν ὁ Θεός. Οὐχὶ αὐτὸ τοῦτο τὴν αἰτίαν τοῦ εἶναι
παρέσχεν, ἀλλ’ἐποίησεν ὡς ἀγαθὸς τὸ χρήσιμον, ὡς σοφὸς, τὸ
κάλλιστον, ὡς δυνατὸς, τὸ μέγιστον. Μόνον γὰρ οὐχὶ τεχνίτην
σοι ἔδειξεν ἐμβεβηκότα τῇ οὐσίᾳ τῶν ὅλων, καὶ τὰ καθ’ἕκαστον
μέρη πρὸς ἄλληλα συναρμόζοντα, καὶ τὸ πᾶν ὁμόλογον ἑαυτῷ
OMELIA I 61

perdura nulla che lo si possa vedere; infatti, l’arte del-


la danza e quella di suonare il flauto non hanno nessu-
no scopo concreto; la loro attività cessa completamente
con se stessa; invece, nelle arti produttrici, anche quan-
do esse cessano dall’attività, resta presente la loro ope-
ra; è quello che avviene nell’architettura, nell’arte dei
muratori, dei fabbri, dei tessitori e in tutte le altre del-
lo stesso genere, le quali, anche se non c’è l’operatore,
manifestano ancora in maniera adeguata, da se stesse, i
concetti ispiratori della loro azione; pertanto, è possibile
ammirare, in base alle loro opere, l’architetto, il fabbro
e il tessitore. Affinché, dunque, apparisse che il mondo
è una realizzazione artistica messa a disposizione di tutti
perché lo contemplino, così che, attraverso lui, possa-
no conoscere la sapienza di colui che l’ha fatto,21 Mosè,
nella sua saggezza, non si è servito di una qualche altra
parola per il suo intento, ma disse: «In principio creò»,
non disse “compì” né “approntò”, ma «creò». E, sicco-
me molti di quelli che si sono immaginati che il mondo
coesistesse con Dio fin dall’eternità, non ammettono che
esso sia venuto all’essere per opera sua, ma sostengono
che sia sorto spontaneamente, come un’ombra della sua
potenza, ammettono, sì, che Dio ne sia la causa, ma una
causa involontaria, come il corpo lo è dell’ombra e una
cosa che risplende lo è della luminosità; allora dunque
il profeta, per correggere un tale errore, ha usato queste
precise parole dicendo: «In principio Dio creò». Non c’è,
però, soltanto che Dio abbia fornito la causa dell’essere,
ma c’è anche che, in quanto buono, creò ciò che fos-
se utile, in quanto sapiente ciò che fosse bellissimo,22 in
quanto potente ciò che fosse grandissimo.23 Mosè si è
soltanto trattenuto dal mostrarti l’artefice divino inserito
nella sostanza delle cose, che armonizza singolarmente
62 OMELIE SULL’ESAMERONE

καὶ σύμφωνον καὶ ἐναρμονίως ἔχον ἀποτελοῦντα. Ἐν ἀρχῇ


ἐποίησεν ὁ Θεὸς τὸν οὐρανὸν καὶ τὴν γῆν. Ἐκ δύο τῶν ἄκρων τοῦ
παντὸς τὴν ὕπαρξιν παρῃνίξατο, τῷ μὲν οὐρανῷ τὰ πρεσβεῖα τῆς
γενέσεως ἀποδοὺς, τὴν δὲ γῆν δευτερεύειν φάμενος τῇ ὑπάρξει.
Πάντως δὲ καὶ εἴ τι τούτων μέσον, συναπεγενήθη τοῖς πέρασιν.
Ὥστε κἂν μηδὲν εἴπῃ περὶ τῶν στοιχείων, πυρὸς, καὶ ὕδατος, καὶ
ἀέρος, ἀλλὰ σὺ τῇ παρὰ σαυτοῦ συνέσει νόει, πρῶτον μὲν ὅτι
πάντα ἐν πᾶσι μέμικται, καὶ ἐν γῇ εὑρήσεις καὶ ὕδωρ, καὶ ἀέρα,
καὶ πῦρ, εἴγε ἐκ λίθων μὲν πῦρ ἐξάλλεται, ἐκ σιδήρου δὲ, ὃς καὶ
118 αὐτὸς ἀπὸ γῆς ἔχει τὴν γένεσιν, πῦρ ‖ ἄφθονον ἐν ταῖς παρατρίψεσι
πέφυκεν ἀπολάμπειν. Ὃ καὶ θαυμάσαι ἄξιον, πῶς ἐν μὲν τοῖς
σώμασιν ὑπάρχον τὸ πῦρ, ἀβλαβῶς ἐμφωλεύει· προκληθὲν δὲ
ἐπὶ τὸ ἔξω, δαπανητικόν ἐστι τῶν φυλασσόντων τέως. Τὴν δὲ
τοῦ ὕδατος φύσιν ἐνυπάρχουσαν τῇ γῇ οἱ φρεωρύχοι δεικνύουσι·
καὶ τὴν τοῦ ἀέρος οἱ ἀπὸ νενοτισμένης αὐτῆς ἀτμοὶ ὑπὸ ἡλίου
θαλφθείσης ἀναπεμπόμενοι. Ἔπειτα μέντοι καὶ εἰ φύσει τὸν
ἄνω τόπον ὁ οὐρανὸς ἐπέχει, ἡ δὲ γῆ τὸ κατώτατόν ἐστι· διότι
ἐπὶ μὲν τὸν οὐρανὸν τὰ κοῦφα φέρεται, ἐπὶ δὲ τὴν γῆν τὰ βαρέα
πέφυκε καταρρέπειν, ἐναντιώτατα δὲ ἀλλήλοις, τὸ ἄνω καὶ τὸ
κάτω· ὁ τῶν πλεῖστον διεστώτων κατὰ τὴν φύσιν ἐπιμνησθεὶς,
καὶ τὰ τὴν μέσην τούτοις ἐκπληροῦντα χώραν συνεκδοχικῶς
OMELIA I 63

le parti tra di loro e dispone regolarmente il tutto in modo


che sia concorde, armonioso e sistemato in un accordo
melodioso. «In principio Dio creò il cielo e la terra»; con
queste due estremità del mondo Mosè ha copertamente
alluso all’esistenza dell’universo, attribuendo al cielo la
primogenitura della creazione e dicendo che la terra ave-
va il secondo posto nell’esistenza. Bisogna, comunque,
però che, se c’è qualcosa di mezzo tra questi due estremi,
esso sia venuto all’esistenza insieme agli estremi. Perciò,
anche se Mosè non dice nulla degli elementi, del fuoco,
dell’aria e dell’acqua, tu però, con la tua propria intelli-
genza,24 devi pensare, per prima cosa, che tutto è mesco-
lato al tutto e che nella terra tu troverai anche dell’acqua,
dell’aria e del fuoco, se è vero che dalla pietra balza fuo-
co e balza dal ferro, il quale, lui pure, trae la sua origine
dalla terra; il fuoco, per sua natura, sotto l’azione degli
sfregamenti, risplende in abbondanza. E ciò che merita
la nostra ammirazione è come mai il fuoco si trovi nei
corpi e vi si nasconda senza recare loro danno; quando,
però, viene chiamato fuori, consuma tutto quello che fino
ad allora lo conteneva.25 Per quanto concerne la natura
dell’acqua, quelli che scavano pozzi la mostrano presen-
te dentro la terra; per quanto riguarda quella dell’aria la
mostrano i vapori che salgono dalla terra bagnata quando
è stata riscaldata dal sole. Ti renderai poi ancora conto
che, se il cielo, per sua natura, occupa lo spazio in alto e la
terra si trova in quello infimo, perché gli elementi leggeri
salgono al cielo e quelli pesanti per natura piegano verso
la terra e che alto e basso sono tra di loro assolutamente
contrari, Mosè, pensando agli elementi che sono per na-
tura nella massima separazione tra di loro, ha trascurato,
attenendosi alla figura retorica che pone ‘la parte per il
tutto’, gli elementi che riempiono lo spazio intermedio
64 OMELIE SULL’ESAMERONE

παρεσήμανεν. Ὥστε μὴ ζήτει τὴν τῶν καθ’ἕκαστον ἐπεξήγησιν,


ἀλλὰ τὰ σιωπηθέντα νόει διὰ τῶν δηλωθέντων.
8. Ἐν ἀρχῇ ἐποίησεν ὁ Θεὸς τὸν οὐρανὸν καὶ τὴν γῆν. Ἡ
περὶ τῆς οὐσίας ἔρευνα ἑκάστου τῶν ὄντων, ἢ τῶν κατὰ θεωρίαν
ὑποπιπτόντων ἡμῖν, ἢ τῶν προκειμένων ἡμῶν τῇ αἰσθήσει,
μακρὸν καὶ ἀπηρτημένον λόγον ἐπεισάγει τῇ ἐξηγήσει,
120 ὡς πλείονας ἐν τῇ περὶ τοῦ προβλήματος τούτου ‖ σκέψει
καταναλίσκεσθαι λόγους τῶν λοιπῶν, ὅσα ἐνδέχεται ῥηθῆναι
περὶ ἑκάστου τῶν ζητουμένων· πρὸς τὸ, μηδὲ προύργου τι εἶναι
εἰς τὴν τῆς Ἐκκλησίας οἰκοδομὴν τὸ περὶ ταῦτα κατασχολεῖσθαι.
Ἀλλὰ περὶ μὲν τῆς οὐσίας τοῦ οὐρανοῦ ἀρκούμεθα τοῖς παρὰ τοῦ
Ἡσαΐου εἰρημένοις· ὃς ἐν ἰδιωτικοῖς ῥήμασιν ἱκανὴν ἡμῖν τῆς
φύσεως αὐτοῦ τὴν διάνοιαν ἐνεποίησεν, εἰπών· Ὁ στερεώσας τὸν
οὐρανὸν ὡσεὶ καπνόν· τουτέστι, λεπτὴν φύσιν καὶ οὐ στερεὰν
οὐδὲ παχεῖαν εἰς τὴν τοῦ οὐρανοῦ σύστασιν οὐσιώσας. Καὶ περὶ
τοῦ σχήματος δὲ ἱκανὰ ἡμῖν τὰ παρ’αὐτοῦ, εἰπόντος ἐν δοξολογίᾳ
Θεοῦ· Ὁ στήσας τὸν οὐρανὸν ὡσεὶ καμάραν. Τὰ αὐτὰ δὲ ταῦτα
καὶ περὶ τῆς γῆς συμβουλεύωμεν ἑαυτοῖς, μὴ πολυπραγμονεῖν
αὐτῆς τὴν οὐσίαν ἥτις ποτέ ἐστι, μηδὲ κατατρίβεσθαι τοῖς
λογισμοῖς αὐτὸ τὸ ὑποκείμενον ἐκζητοῦντας, μηδὲ ζητεῖν τινα
φύσιν ἔρημον ποιοτήτων, ἄποιον ὑπάρχουσαν τῷ ἑαυτῆς λόγῳ,
ἀλλ’εὖ εἰδέναι, ὅτι πάντα τὰ περὶ αὐτὴν θεωρούμενα εἰς τὸν τοῦ
εἶναι κατατέτακται λόγον, συμπληρωτικὰ τῆς οὐσίας ὑπάρχοντα.
Εἰς οὐδὲν γὰρ καταλήξεις, ἑκάστην τῶν ἐνυπαρχουσῶν αὐτῇ
ποιοτήτων ὑπεξαιρεῖσθαι τῷ λόγῳ πειρώμενος. Ἐὰν γὰρ
ἀποστήσῃς τὸ μέλαν, τὸ ψυχρὸν, τὸ βαρὺ, τὸ πυκνὸν, τὰς
OMELIA I 65

tra questi due. Quindi non cercare un’interpretazione che


concerna gli elementi presi singolarmente, ma capisci ciò
che ha taciuto attraverso ciò che ha detto.
8. «In principio Dio creò il cielo e la terra». Esegui-
re un’indagine sull’essenza di ciascuno degli esseri che
cadono sotto la nostra osservazione o che sono esposti
ai nostri sensi introdurrebbe un lungo discorso estraneo
alla nostra spiegazione del testo, poiché nell’indagine su
questo tema si spenderebbero discorsi troppo lunghi in
rapporto a quanto è possibile dire per ciascun oggetto
delle nostre ricerche. A questo riguardo, non apportereb-
be alcun vantaggio all’edificazione della Chiesa26 il pas-
sare vanamente il proprio tempo occupandosi di questo.
Ma sull’essenza del cielo noi ci dichiariamo soddisfatti
di quanto ha detto Isaia, il quale con parole popolare-
sche ci ha dato sulla natura del cielo un’idea sufficien-
te dicendo: «Colui che ha costituito i cieli come fumo»
(Is. 51,6), cioè colui che ha fatto esistere la struttura del
cielo in una natura sottile, non solida né spessa. E sulla
sua forma ci bastano le parole che egli disse glorificando
Dio: «Colui che ha collocato il cielo come una volta»
(Is. 40,22). In maniera analoga, anche riguardo alla terra,
convinciamoci a non affaccendarci troppo su quale sia
mai la sua sostanza né a logorarci in ragionamenti per
ricercare quello che sta al suo interno, non cerchiamo
una qualche natura priva di qualità, la quale esisterebbe
per se stessa senza qualità; sappiamo, invece, bene che
tutto ciò che noi vediamo nella terra è stato stabilito allo
scopo di conferirgli l’esistenza: sono completamenti del-
la sua sostanza. Finirai, infatti, nel nulla se tentassi, con
un’operazione mentale, di sottrarre ogni qualità che si
trova in essa. Se, infatti, tu togli via il nero, il freddo, il
pesante, il denso, le qualità che ci sono in essa in riferi-
66 OMELIE SULL’ESAMERONE

122 ‖  κατὰ γεῦσιν ἐνυπαρχούσας αὐτῇ ποιότητας, ἢ εἴ τινες ἄλλαι


περὶ αὐτὴν θεωροῦνται, οὐδὲν ἔσται τὸ ὑποκείμενον. Ταῦτά
τε οὖν καταλιπόντα σε, μηδὲ ἐκεῖνο ζητεῖν παραινῶ, ἐπὶ τίνος
ἕστηκεν. Ἰλιγγιάσει γὰρ καὶ οὕτως ἡ διάνοια, πρὸς οὐδὲν
ὁμολογούμενον πέρας διεξιόντος τοῦ λογισμοῦ. Ἐάν τε γὰρ ἀέρα
φῇς ὑπεστρῶσθαι πλάτει τῆς γῆς, ἀπορήσεις, πῶς ἡ μαλθακὴ καὶ
πολύκενος φύσις ἀντέχει ὑπὸ τοσούτου βάρους συνθλιβομένη,
ἀλλ’οὐχὶ διολισθαίνει πάντοθεν τὴν συνίζησιν ὑποφεύγουσα,
καὶ ἀεὶ πρὸς τὸ ἄνω ὑπερχεομένη τοῦ συμπιέζοντος. Πάλιν, ἐὰν
ὑποθῇς ἑαυτῷ ὕδωρ εἶναι τὸ ὑποβεβλημένον τῇ γῇ, καὶ οὕτως
124 ἐπιζητήσεις, πῶς τὸ βαρὺ καὶ πυκνὸν οὐ διαδύνει τοῦ ‖ ὕδατος,
ἀλλ’ὑπὸ τῆς ἀσθενεστέρας φύσεως τὸ τοσοῦτον ὑπερφέρον
τῷ βάρει κρατεῖται· πρὸς τὸ καὶ αὐτοῦ τοῦ ὕδατος τὴν ἕδραν
ἐπιζητεῖν, καὶ πάλιν διαπορεῖν τίνι στεγανῷ καὶ ἀντερείδοντι ὁ
τελευταῖος αὐτοῦ πυθμὴν ἐπιβαίνει.
9. Ἐὰν δὲ ἕτερον σῶμα τῆς γῆς ἐμβριθέστερον ὑποθῇ κωλύειν
τὴν γῆν πρὸς τὸ κάτω χωρεῖν, ἐνθυμηθήσῃ κἀκεῖνο ὁμοίου
τινὸς δεῖσθαι τοῦ στέγοντος καὶ μὴ ἐῶντος αὐτὸ καταπίπτειν.
Κἄν τι δυνηθῶμεν ἐκείνῳ συμπλάσαντες ὑποθεῖναι, τὸ ἐκείνου
πάλιν ἀντέρεισμα ὁ νοῦς ἡμῶν ἐπιζητήσει, καὶ οὕτως εἰς
ἄπειρον ἐκπεσούμεθα, τοῖς ἀεὶ εὑρισκομένοις βάθροις ἕτερα
πάλιν ἐπινοοῦντες. Καὶ ὅσῳ ἐπὶ πλεῖον τῷ λόγῳ προΐεμεν,
τοσούτῳ μείζονα τὴν συνερειστικὴν ἀναγκαζόμεθα δύναμιν
ὑπεισάγειν, ἣ πρὸς ὅλον ὁμοῦ δυνήσεται τὸ ὑπερκείμενον
OMELIA I 67

mento al gusto e tutte le altre che si possono vedere in


essa, l’essenza non sarà più nulla. Quando tu abbia trala-
sciato queste indagini, io ti invito a non cercare neppure
quest’altro quesito, su che cosa la terra poggi. Infatti, an-
che in questo ambito il tuo pensiero sarà colto da verti-
gini, poiché il tuo ragionamento non va a finire a nessun
termine sul quale tutti concordino. Se, infatti, tu dici che
l’aria è distesa sotto la larghezza della terra, ti troverai
in imbarazzo nello spiegare come una sostanza molle e
molto porosa resista quando è oppressa da un peso così
grande, ma non scivoli via da tutte le parti, sottraendosi
alla compressione e sempre arrivando al di sopra dell’e-
lemento che la opprime. E, d’altra parte, se tu supponi
che sia l’acqua ciò che è sottoposto alla terra, anche così
dovrai cercare come un elemento pesante e denso non
penetri nell’acqua, ma, pur essendo tanto superiore nel
peso, viene tenuto fermo da una natura più debole. Oltre
a questo, dovrai anche cercare ciò che sorregge la stessa
acqua e verrai a travagliarti, di nuovo, in un altro quesito,
per spiegare su quale elemento impenetrabile e resistente
poggi il sostegno ultimo dell’acqua.
9. Se poi tu supponi un altro corpo più pesante della
terra che le impedisca di scendere in basso, tu penserai
che anche quello ha bisogno di un altro simile che lo sor-
regga e non lo lasci precipitare nel vuoto. Se noi potessi-
mo immaginarcene uno foggiandolo per il suo appoggio,
la nostra mente cercherebbe, di nuovo, un sostegno per
quello, e così cadremmo nell’infinito, escogitando sem-
pre di nuovo altri sostegni per quelli che abbiamo trova-
to.27 E, quanto più procediamo nel nostro ragionamento,
tanto più numerose sono le forze che noi siamo costretti
a introdurre perché servano da sostegno, forze che pos-
sano contrapporsi a tutto quell’insieme che si trova sopra
68 OMELIE SULL’ESAMERONE

ἀντιβαίνειν. Διὰ τοῦτο ὅρους ἐπίθες τῇ διανοίᾳ, μήποτέ σου τῆς


πολυπραγμοσύνης ὁ τοῦ Ἰὼβ λόγος καθάψηται περισκοποῦντος
τὰ ἀκατάληπτα, καὶ ἐρωτηθῇς παρ’αὐτοῦ καὶ σὺ, Ἐπὶ τίνος οἱ
κρίκοι αὐτῆς πεπήγασιν. Ἀλλὰ κἄν ποτε ἐν ψαλμοῖς ἀκούσῃς·
126 ‖ Ἐγὼ ἐστερέωσα τοὺς στύλους αὐτῆς· τὴν συνεκτικὴν αὐτῆς
δύναμιν στύλους εἰρῆσθαι νόμισον. Τὸ γὰρ, Ἐπὶ θαλασσῶν
ἐθεμελίωσεν αὐτὴν, τί δηλοῖ, ἢ τὸ πάντοθεν περικεχύσθαι τῇ
γῇ τὴν τοῦ ὕδατος φύσιν; Πῶς οὖν ῥυτὸν ὑπάρχον τὸ ὕδωρ καὶ
ἐπὶ τὸ πρανὲς πεφυκὸς καταπίπτειν, μένει ἀπαιωρούμενον καὶ
οὐδαμοῦ ἀπορρέον; Σὺ δὲ οὐ λογίζῃ ὅτι τὴν αὐτὴν ἢ καὶ ἔτι
πλείονα ἀπορίαν τῷ λόγῳ παρέχει ἡ γῆ καθ’ἑαυτὴν κρεμαμένη,
βαρυτέρα τὴν φύσιν οὖσα. Ἀλλὰ ἀνάγκη, κἂν γῆν καθ’ἑαυτὴν
εἶναι δῶμεν, κἂν ἐπὶ τοῦ ὕδατος αὐτὴν ἀποσαλεύειν εἴπωμεν,
μηδαμοῦ ἀναχωρεῖν τῆς εὐσεβοῦς διανοίας, ἀλλὰ πάντα ὁμοῦ
συγκρατεῖσθαι ὁμολογεῖν τῇ δυνάμει τοῦ κτίσαντος. Ταῦτα οὖν
χρὴ ἑαυτοῖς τε λέγειν, καὶ τοῖς διερωτῶσιν ἡμᾶς, ἐπὶ τίνος τὸ
ἄπλετον τοῦτο καὶ ἀφόρητον τῆς γῆς ἐρήρεισται βάρος, ὅτι Ἐν
τῇ χειρὶ τοῦ Θεοῦ τὰ πέρατα τῆς γῆς. Τοῦτο ἀσφαλέστατον ἡμῖν
πρὸς νόησιν, καὶ ὠφέλιμον τοῖς ἀκούουσιν.
10. Ἤδη δέ τινες τῶν φυσικῶν καὶ τοιαύταις αἰτίαις τὴν γῆν
ἀκίνητον μένειν κατακομψεύονται. Ὡς ἄρα διὰ τὸ τὴν μέσην
OMELIA I 69

di loro. Perciò, poni dei confini al tuo pensiero, perché


all’irrequietezza del tuo impegno non abbia da venir ap-
plicato quello che fu detto a Giobbe, quando scrutava
minutamente i problemi incomprensibili; che non abbia
da essere rivolta anche a te la domanda fatta da Dio: «A
che scopo sono stati solidamente piantati questi anel-
li?» (cfr. Gb. 38,6).28 Ma se, qualche volta, tu senti dire
nei Salmi: «Io ho rassodato le colonne della terra» (Sal.
74/75,4) giudica che sono chiamate colonne la potenza
che tiene compatta la terra. E la frase: «Sui mari l’ha
fondata» (Sal. 23/24,2), che cosa significa se non che da
tutte le parti è riversata attorno alla terra l’acqua nella
sua natura? Ma come dunque l’acqua, che è scorrevole
e che per natura è incline a cadere verso il basso, rimane
sospesa, senza scorrere via da nessuna parte? Tu, però,
non rifletti che presenta al tuo ragionamento il medesimo
imbarazzo, o uno ancora maggiore, il pensare che la terra
rimanga sospesa per azione propria, sebbene per sua na-
tura sia molto pesante. È, però, necessario, tanto nel caso
che ammettiamo che la terra agisca per forza propria,
quanto in quello che diciamo che ondeggia sull’acqua,
che non ci allontaniamo per nulla da una convinzione
religiosa, ma che confessiamo che l’universo è, tutt’in-
sieme, dominato dalla potenza del Creatore. Dobbiamo,
dunque, dire a noi stessi e a quelli che ci chiedono su
che cosa si appoggi questo immenso peso della terra che
nulla potrebbe sorreggere: «Nella mano di Dio sono gli
estremi confini della terra» (Sal. 94/95,4). Questa affer-
mazione è sicurissima per la nostra razionalità ed è utile
per coloro che la sentono.
10. Ma ecco che ci sono taluni filosofi naturalisti,29
i quali affermano presuntuosamente che la terra rimane
immobile per i motivi seguenti: perché ha preso posto al
70 OMELIE SULL’ESAMERONE

τοῦ παντὸς εἰληφέναι χώραν, καὶ διὰ τὴν ἴσην πάντοθεν πρὸς
τὸ ἄκρον ἀπόστασιν, οὐκ ἔχουσαν ὅπου μᾶλλον ἀποκλιθῇ,
128 ‖ ἀναγκαίως μένειν ἐφ’ἑαυτῆς, ἀδύνατον αὐτῇ παντελῶς τὴν ἐπί
τι ῥοπὴν τῆς πανταχόθεν περικειμένης ὁμοιότητος ἐμποιούσης.
Τὴν δὲ μέσην χώραν μὴ ἀποκληρωτικῶς τὴν γῆν, μηδὲ ἐκ
τοῦ αὐτομάτου λαχεῖν, ἀλλὰ φυσικὴν εἶναι ταύτην τῇ γῇ καὶ
ἀναγκαίαν τὴν θέσιν. Τοῦ γὰρ οὐρανίου σώματος τὴν ἐσχάτην
χώραν ὡς πρὸς τὸ ἄνω κατέχοντος, ἅπερ ἂν, φησὶν, ὑποθώμεθα
βάρη ἐκπίπτειν ἀπὸ τῶν ἄνω, ταῦτα πανταχόθεν ἐπὶ τὸ μέσον
συνενεχθήσεται. Ἐφ’ὅπερ δ’ἂν τὰ μέρη φέρηται, ἐπὶ τοῦτο καὶ τὸ
ὅλον συνωσθήσεται δηλονότι. Εἰ δὲ λίθοι καὶ ξύλα καὶ τὰ γεηρὰ
πάντα φέρεται πρὸς τὸ κάτω, αὕτη ἂν εἴη καὶ τῇ ὅλῃ γῇ οἰκεῖα καὶ
προσήκουσα θέσις· κἄν τι τῶν κούφων φέρηται ἀπὸ τοῦ μέσου,
δηλονότι πρὸς τὸ ἀνώτατον κινηθήσεται. Ὥστε οἰκεία φορὰ τοῖς
βαρυτάτοις ἡ πρὸς τὸ κάτω· κάτω δὲ ὁ λόγος μέσον ἔδειξεν. Μὴ
οὖν θαυμάσῃς εἰ μηδαμοῦ ἐκπίπτει ἡ γῆ, τὴν κατὰ φύσιν χώραν
τὸ μέσον ἔχουσα. Πᾶσα γὰρ ἀνάγκη μένειν αὐτὴν κατὰ χώραν, ἢ
130 παρὰ φύσιν κινουμένην ‖ τῆς οἰκείας ἕδρας ἐξίστασθαι. Τούτων
δ’ἄν σοι δοκῇ τι πιθανὸν εἶναι τῶν εἰρημένων, ἐπὶ τὴν οὕτω
ταῦτα διαταξαμένην τοῦ Θεοῦ σοφίαν μετάθες τὸ θαῦμα. Οὐ
γὰρ ἐλαττοῦται ἡ ἐπὶ τοῖς μεγίστοις ἔκπληξις, ἐπειδὰν ὁ τρόπος
καθ’ὃν γίνεταί τι τῶν παραδόξων ἐξευρεθῇ· εἰ δὲ μὴ, ἀλλὰ τό γε
OMELIA I 71

centro dell’universo e perché è uguale la distanza che da


ogni parte la separa dalle estremità del mondo, perciò non
ha dove inclinarsi, da una parte piuttosto che dall’altra;
è, quindi, necessario che rimanga fissa su se stessa; le è
assolutamente impossibile inclinarsi in una qualche dire-
zione, perché l’avvolge un’uguaglianza di spinte da ogni
parte.30 Questo posto centrale la terra non l’ha ottenuto
né per azione del caso né per propria scelta, ma perché
per la terra è questa la posizione naturale e necessaria.
Siccome, infatti, il corpo celeste occupa l’estremità dello
spazio, gli elementi pesanti che, in base a quanto si dice,
supponiamo che cadano dall’alto, da ogni parte conflu-
iranno al centro. Il punto in cui avvenga che si dirigano
le parti sarà evidentemente31 quello nel quale l’universo
verrà a compattarsi. Allora, se le pietre, i pezzi di legno e
tutti gli elementi terrestri si dirigono verso il basso, que-
sta sarebbe la collocazione propria e conveniente anche
per tutta la terra. Se, invece, un elemento leggero si di-
rige lontano dal centro, è chiaro che si muoverà verso le
regioni più alte. Così, dunque, la spinta propria dei corpi
più pesanti è quella verso il basso; il basso la ragione
dimostra appunto che è il centro dello spazio. Non mera-
vigliarti, dunque, se la terra non cade da nessuna parte, in
quanto occupa, per forza naturale, il centro dello spazio.
È, quindi, assolutamente necessario che essa resti ferma
al suo posto; oppure sarebbe contro natura che si muo-
vesse e uscisse dalla sede che le è propria. Se qualcuna
delle riflessioni che ti ho esposto ti sembra convincente,
trasferisci la tua meraviglia sulla sapienza di Dio, la qua-
le ha così sistemato queste cose. Non si rimpicciolirebbe,
infatti, lo stupore che si prova davanti alle grandissime
realizzazioni, perché si è venuti a conoscere il modo con
cui quelle cose sorprendenti sono state compiute. Se non
72 OMELIE SULL’ESAMERONE

ἁπλοῦν τῆς πίστεως ἰσχυρότερον ἔστω τῶν λογικῶν ἀποδείξεων.


11. Τὰ αὐτὰ δὲ ταῦτα καὶ περὶ οὐρανοῦ εἴποιμεν, ὅτι
πολυφωνότατοι πραγματεῖαι τοῖς σοφοῖς τοῦ κόσμου περὶ τῆς
οὐρανίου φύσεως καταβέβληνται. Καὶ οἱ μὲν σύνθετον αὐτὸν
ἐκ τῶν τεσσάρων στοιχείων εἰρήκασιν, ὡς ἁπτὸν ὄντα καὶ
ὁρατὸν, καὶ μετέχοντα γῆς μὲν διὰ τὴν ἀντιτυπίαν, πυρὸς δὲ, διὰ
τὸ καθορᾶσθαι, τῶν δὲ λοιπῶν, διὰ τὴν μίξιν. Οἱ δὲ τοῦτον ὡς
ἀπίθανον παρωσάμενοι τὸν λόγον, πέμπτην τινὰ σώματος φύσιν
εἰς οὐρανοῦ σύστασιν οἴκοθεν καὶ παρ’ἑαυτῶν ἀποσχεδιάσαντες
ἐπεισήγαγον. Καὶ ἔστι τι παρ’αὐτοῖς τὸ αἰθέριον σῶμα, ὃ μήτε
πῦρ, φησὶ, μήτε ἀὴρ, μήτε γῆ, μήτε ὕδωρ, μήτε ὅλως ὅπερ ἓν τῶν
ἁπλῶν· διότι τοῖς μὲν ἁπλοῖς οἰκεία κίνησις ἡ ἐπ’εὐθείας, τῶν μὲν
κούφων ἐπὶ τὸ ἄνω φερομένων, τῶν δὲ βαρέων ἐπὶ τὸ κάτω. Οὔτε
132 δὲ τὸ ἄνω καὶ τὸ κάτω τῇ κυκλικῇ περιδινήσει ταὐτό· ‖ καὶ ὅλως
τὴν εὐθεῖαν πρὸς τὴν ἐν τῷ κύκλῳ περιφορὰν πλείστην ἀπόστασιν
ἔχειν. Ὧν δὲ αἱ κατὰ φύσιν κινήσεις παρηλλαγμέναι τυγχάνουσιν,
τούτων ἀνάγκη, φασὶ, παρηλλάχθαι καὶ τὰς οὐσίας. Ἀλλὰ μὴν
οὐδὲ ἐκ τῶν πρώτων σωμάτων, ἃ δὴ στοιχεῖα καλοῦμεν, σύνθετον
εἶναι δυνατὸν ἡμῖν ὑποθέσθαι τὸν οὐρανὸν, τῷ τὰ ἐκ διαφόρων
συγκείμενα μὴ δύνασθαι ὁμαλὴν καὶ ἀβίαστον ἔχειν τὴν κίνησιν,
ἑκάστου τῶν ἐνυπαρχόντων ἁπλῶν τοῖς συνθέτοις ἄλλην καὶ
ἄλλην ὁρμὴν παρὰ τῆς φύσεως ἔχοντος. Διὸ πρῶτον μὲν καμάτῳ
OMELIA I 73

altro, almeno la semplicità della tua fede sia più forte


delle dimostrazioni razionali.32
11. Anche riguardo al cielo potremmo ripetere queste
medesime affermazioni, e cioè che i sapienti del mondo
si sono dati un gran da fare, con un profluvio di paro-
le, per mettere sott’occhio quale sia la natura del cielo.
Alcuni hanno detto che esso è composto dai quattro ele-
menti, perché lo si può toccare e vedere; partecipa della
terra per la sua resistenza, del fuoco per la sua visibilità;
partecipa anche degli altri elementi [l’aria e l’acqua] in
quanto essi sono mescolati con la terra e con il fuoco.33
Altri34 hanno respinto questa interpretazione come non
persuasiva e, improvvisando, hanno introdotto, di loro
propria iniziativa, una quinta sostanza corporea nel-
la struttura del cielo. C’è, presso di loro, un corpo ete-
reo il quale, a quanto si dice, non è né fuoco né aria né
terra né acqua né, insomma, quello che è uno dei corpi
semplici. Poiché i corpi semplici hanno, come proprio, il
movimento in linea retta, quelli leggeri si dirigono verso
l’alto, quelli pesanti verso il basso. Però, né il moto verso
l’alto né quello verso il basso sono identici alla rotazione
circolare e, insomma, la linea retta, in rapporto con la
circonferenza, ha una grandissima differenza. Pertanto,
quegli elementi che si trovano ad avere movimenti
naturali diversi, per necessità, essi dicono, diverse
hanno anche le sostanze. Ma non ci è neppure possibile
supporre che il cielo sia composto dai corpi primitivi,
che chiamiamo elementi, per il motivo che i corpi che
constano di componenti diverse non possono avere un
movimento uniforme e libero da coercizioni, poiché
ciascuno dei corpi semplici che vi si trovano ha dalla sua
natura una spinta ben diversa rispetto a quella delle altre
componenti. Perciò, va subito detto che i corpi compositi
74 OMELIE SULL’ESAMERONE

συνέχεται ἐν τῇ συνεχεῖ κινήσει τὰ σύνθετα, διὰ τὸ μίαν κίνησιν


μὴ δύνασθαι πᾶσιν εὐάρμοστον εἶναι καὶ φίλην τοῖς ἐναντίοις·
ἀλλὰ τὴν τῷ κούφῳ οἰκείαν, πολεμίαν εἶναι τῷ βαρυτάτῳ. Ὅταν
μὲν γὰρ πρὸς τὰ ἄνω κινώμεθα, βαρυνόμεθα τῷ γεώδει· ὅταν
δὲ πρὸς τὰ κάτω φερώμεθα, βιαζόμεθα τὸ πυρῶδες, παρὰ φύσιν
αὐτὸ πρὸς τὸ κάτω καθέλκοντες. Ἡ δὲ πρὸς τὰ ἐναντία διολκὴ
τῶν στοιχείων, διαπτώσεώς ἐστιν ἀφορμή. Τὸ γὰρ ἠναγκασμένον
καὶ παρὰ φύσιν, ἐπ’ὀλίγον ἀντισχὸν, καὶ τοῦτο βιαίως καὶ μόλις,
ταχὺ διελύθη εἰς τὰ ἐξ ὧν συνετέθη, ἑκάστου τῶν συνελθόντων
πρὸς τὴν οἰκείαν χώραν ἐπανιόντος. Διὰ μὲν δὴ ταύτας, ὥς φασι,
134 τῶν λογισμῶν τὰς ἀνάγκας, τοὺς τῶν προαγόντων ‖ ἀθετήσαντες
λόγους, οἰκείας ὑποθέσεως ἐδεήθησαν οἱ πέμπτην σώματος
φύσιν εἰς τὴν οὐρανοῦ καὶ τῶν κατ’αὐτὸν ἀστέρων γένεσιν
ὑποτιθέμενοι. Ἄλλος δέ τις τῶν σφριγώντων κατὰ πιθανολογίαν
ἐπαναστὰς πάλιν τούτοις, ταῦτα μὲν διέχεε καὶ διέλυσεν,
οἰκείαν δὲ παρ’ἑαυτοῦ ἀντεισήγαγε δόξαν. Περὶ ὧν νῦν λέγειν
ἐπιχειροῦντες, εἰς τὴν ὁμοίαν αὐτοῖς ἀδολεσχίαν ἐμπεσούμεθα.
Ἀλλ’ἡμεῖς ἐκείνους ὑπ’ἀλλήλων ἐάσαντες καταβάλλεσθαι,
αὐτοὶ τοῦ περὶ τῆς οὐσίας ἀφέμενοι λόγου, πεισθέντες Μωϋσεῖ,
ὅτι Ἐποίησεν ὁ Θεὸς τὸν οὐρανὸν καὶ τὴν γῆν, τὸν ἀριστοτέχνην
τῶν σοφῶς καὶ ἐντέχνως γενομένων δοξάσωμεν, καὶ ἐκ τοῦ
κάλλους τῶν ὁρωμένων τὸν ὑπέρκαλον ἐννοώμεθα, καὶ ἐκ τοῦ
μεγέθους τῶν αἰσθητῶν τούτων καὶ περιγραπτῶν σωμάτων
OMELIA I 75

a fatica sono trattenuti in un movimento ininterrotto,


perché un movimento unico non può adattarsi facilmente
a tutte le componenti né riscuotere simpatia in elementi
contrari; invece, il movimento proprio di un corpo legge-
ro è nemico di quello di un corpo più pesante.35 Quando,
infatti, noi ci muoviamo verso l’alto, siamo appesantiti
da ciò che abbiamo di terrestre e, quando ci dirigiamo
verso il basso, facciamo violenza a ciò che abbiamo di
igneo, trascinandolo verso il basso contro la sua natura.
E poi va osservato che il tirare gli elementi in senso con-
trario è punto di partenza per provocarne il crollo. Infatti,
ciò che è costretto e contro natura per un po’ resiste, ma
con sforzo e a malapena, però rapidamente si dissolve
negli elementi dai quali è composto, poiché ciascuno di
quelli che vi erano confluiti ritorna al suo posto. Proprio
a causa di quelle che chiamano necessità logiche, questi
filosofi disprezzano le trattazioni dei loro predecessori
e si sono trovati ad aver bisogno di una supposizione
propria procurandosi una quinta sostanza corporea, dal-
la quale venissero all’esistenza il cielo e gli astri che vi
si trovano. Però, un altro di quelli che sono rigogliosi
nell’arte di persuadere, balzando su, a sua volta, contro
di loro, ecco che ha scompigliato queste interpretazioni,
le ha dissolte e ha introdotto, in contrasto, la sua propria
opinione personale. Se ora ci accingessimo a trattare di
queste opinioni, cadremmo in una loquacità simile alla
loro. Ma noi, lasciando che essi si demoliscano a vicen-
da tra di loro, personalmente, scartando una discussione
sulla sostanza delle cose, siamo persuasi di quello che
disse Mosè: «Dio creò il cielo e la terra» e dobbiamo glo-
rificare l’eccellente Artefice di quanto è stato prodotto
con sapienza e perizia e dalla bellezza delle cose visibili
dobbiamo immaginarci colui che supera ogni bellezza,36
76 OMELIE SULL’ESAMERONE

ἀναλογιζώμεθα τὸν ἄπειρον καὶ ὑπερμεγέθη καὶ πᾶσαν διάνοιαν


ἐν τῷ πλήθει τῆς ἑαυτοῦ δυνάμεως ὑπερβαίνοντα. Καὶ γὰρ εἰ
καὶ τὴν φύσιν ἀγνοοῦμεν τῶν γενομένων, ἀλλὰ τό γε ὁλοσχερῶς
136 ὑποπῖπτον ἡμῶν τῇ αἰσθήσει τοσοῦτον ‖ ἔχει τὸ θαῦμα, ὥστε καὶ
τὸν ἐντρεχέστατον νοῦν ἐλάττονα ἀναφανῆναι τοῦ ἐλαχίστου τῶν
ἐν τῷ κόσμῳ, πρὸς τὸ ἢ δυνηθῆναι αὐτὸ κατ’ἀξίαν ἐπεξελθεῖν,
ἢ τὸν ὀφειλόμενον ἔπαινον ἀποπληρῶσαι τῷ κτίσαντι· ᾧ πᾶσα
δόξα, τιμὴ καὶ κράτος, εἰς τοὺς αἰῶνας τῶν αἰώνων. Ἀμήν.
OMELIA I 77

e dalla grandezza di questi corpi percepibili dai sensi e


circoscritti dobbiamo congetturare, per analogia, colui
che è infinito, superiore a ogni grandezza e tale che, per
l’immensità della sua potenza, oltrepassa ogni pensiero.
Infatti, anche se noi ignoriamo la natura delle creature,
tuttavia ciò che, in complesso, cade sotto i nostri sensi
suscita un’ammirazione tale che l’intelligenza più scal-
trita appare incapace, dinanzi alla più piccola delle cose
che ci sono nel mondo, sia di riuscire a capirla comple-
tamente come si merita, sia di rivolgere in maniera esau-
riente la lode dovuta al Creatore, al quale sia ogni gloria,
onore e potenza per i secoli dei secoli. Amen.
78 OMELIE SULL’ESAMERONE

138 ‖ ΟΜΙΛΙΑ βʹ.

Περὶ τοῦ ἀόρατος ἦν ἡ γῆ καὶ ἀκατασκεύαστος

1. Μικροῖς ἕωθεν ἐνδιατρίψαντες ῥήμασι, τοσοῦτον ἀποκε­


κρυμμένον τὸ βάθος τῆς διανοίας εὕρομεν, ὥστε τῶν ἐφεξῆς
παντελῶς ἀπογνῶναι. Εἰ γὰρ τὰ προαύλια τῶν ἁγίων τοιαῦτα,
καὶ τὰ προπύλαια τοῦ ναοῦ οὕτω σεμνὰ καὶ ὑπέρογκα, τῇ
ὑπερβολῇ τοῦ κάλλους τοὺς ὀφθαλμοὺς τῆς διανοίας ἡμῶν
περιαστράπτοντα, ποταπὰ τὰ ἅγια τῶν ἁγίων; καὶ τίς ἱκανὸς
κατατολμῆσαι τῶν ἀδύτων; ἢ τίς ἐπόψεται τὰ ἀπόρρητα;
Ἀπρόσιτος μὲν γὰρ αὐτῶν καὶ ἡ θέα, δυσερμήνευτος δὲ
παντελῶς τῶν νοηθέντων ὁ λόγος. Πλὴν ἀλλ’ἐπειδὴ παρὰ τῷ
δικαίῳ κριτῇ, καὶ ὑπὲρ μόνου τοῦ προελέσθαι τὰ δέοντα, οὐκ
εὐκαταφρόνητοί εἰσιν ἀφωρισμένοι μισθοὶ, μὴ ἀποκνήσωμεν
140 πρὸς τὴν ἔρευναν. ‖ Εἰ γὰρ καὶ τῆς ἀξίας ἀπολειπόμεθα, ἀλλ’ἐὰν
τοῦ βουλήματος τῆς Γραφῆς μὴ ἐκπέσωμεν τῇ βοηθείᾳ τοῦ
Πνεύματος, καὶ αὐτοὶ οὐκ ἀπόβλητοι παντελῶς κριθησόμεθα, καὶ
τῇ συνεργίᾳ τῆς χάριτος οἰκοδομήν τινα τῇ Ἐκκλησίᾳ τοῦ Θεοῦ
παρεξόμεθα. Ἡ δὲ γῆ ἦν, φησὶν, ἀόρατος καὶ ἀκατασκεύαστος.
Πῶς ἀμφοτέρων ὁμοτίμως γενομένων οὐρανοῦ καὶ γῆς, ὁ μὲν
οὐρανὸς ἀπηρτίσθη, ἡ δὲ γῆ ἔτι ἀτελής ἐστι καὶ ἀνεξέργαστος; Ἢ
OMELIA II 79

Omelia II

«La terra era invisibile e priva di sistemazione»

1. Questa mattina ci siamo occupati di poche parole e


abbiamo trovato che vi era nascosta una così grande pro-
fondità di pensiero che viene da non avere alcuna spe-
ranza su quanto segue. Infatti, se il vestibolo del Santo
è tale, se l’atrio del tempio è così venerabile e smisura-
to nell’eccesso della sua bellezza, se lampeggiano tanto
agli occhi della nostra intelligenza, di quale sorta sarà il
Santo dei Santi?1 E chi è capace di affrontare coraggio-
samente i penetrali? O chi osserverà i segreti nascosti?
Infatti, anche la loro vista è inaccessibile ed è irto di una
difficoltà assoluta lo spiegare ciò che si è pensato. Tutta-
via, siccome al cospetto del Giusto Giudice anche la sola
scelta di ciò che bisogna fare riceve in dotazione delle
ricompense che non sono davvero spregevoli,2 non in-
dietreggiamo esitanti dinanzi alla ricerca. Anche se rima-
niamo molto manchevoli rispetto a quanto si dovrebbe,
tuttavia se, con l’aiuto dello Spirito,3 non cadiamo fuori
da quello che intende dire la Scrittura, noi personalmen-
te non saremo giudicati meritevoli di venire respinti e,
con la collaborazione della grazia, apporteremo qualche
contributo all’edificazione della Chiesa di Dio. Dunque,
la Scrittura dice che la terra era invisibile e priva di siste-
mazione. Ma come, se tutti e due, il cielo e la terra, sono
stati creati con un medesimo onore, è poi avvenuto che il
cielo sia stato creato perfetto, mentre la terra sia incom-
pleta e incompiuta? O, in sintesi, che cosa vuol dire che
80 OMELIE SULL’ESAMERONE

ὅλως, τί τὸ ἀκατάσκευον τῆς γῆς; καὶ διὰ ποίαν αἰτίαν ἀόρατος


ἦν; Ἔστι μὲν οὖν τελεία κατασκευὴ γῆς ἡ ἀπ’αὐτῆς εὐθηνία·
φυτῶν παντοδαπῶν βλαστήσεις· δένδρων ὑψηλοτάτων προβολαὶ
καρπίμων τε καὶ ἀκάρπων· ἀνθῶν εὔχροιαι καὶ εὐωδίαι· καὶ ὅσα
μικρὸν ὕστερον μέλλει τῷ προστάγματι τοῦ Θεοῦ ἐπανατείλαντα
τῇ γῇ τὴν γεννησαμένην κατακοσμεῖν. Ὧν ἐπειδὴ οὐδὲν οὔπω
ἦν, ἀκατάσκευον αὐτὴν εἰκότως ὁ λόγος ὠνόμασε. Τὰ αὐτὰ δὲ
ταῦτα κἂν περὶ οὐρανοῦ εἴποιμεν· ὅτι οὐκ ἐξείργαστο οὔπω
οὐδὲ αὐτὸς, οὐδὲ τὸν οἰκεῖον ἀπειλήφει κόσμον, ἅτε μήπω
σελήνῃ μήτε ἡλίῳ περιλαμπόμενος, μηδὲ τοῖς χοροῖς τῶν
ἄστρων κατεστεμμένος. Οὔπω γὰρ ταῦτα ἐγεγόνει. Ὥστε οὐχ
142 ἁμαρτήσεις τῆς ‖ ἀληθείας, κἂν τὸν οὐρανὸν ἀκατάσκευον
εἴπῃς. Ἀόρατον δὲ τὴν γῆν προσεῖπε διὰ δύο αἰτίας· ἢ ὅτι οὔπω
ἦν αὐτῆς ὁ θεατὴς ἄνθρωπος, ἢ ὅτι ὑποβρύχιος οὖσα ἐκ τοῦ
ἐπιπολάζοντος τῇ ἐπιφανείᾳ ὕδατος οὐκ ἠδύνατο καθορᾶσθαι.
Οὔπω γὰρ ἦν συναχθέντα τὰ ὕδατα εἰς τὰ οἰκεῖα συστήματα,
ἅπερ ὕστερον ὁ Θεὸς συναγαγὼν προσηγόρευσε θαλάσσας.
Ἀόρατον οὖν τί ἐστι; Τὸ μὲν, ὃ μὴ πέφυκεν ὀφθαλμοῖς σαρκὸς
καθορᾶσθαι, ὡς ὁ νοῦς ὁ ἡμέτερος· τὸ δὲ, ὃ τῇ φύσει ὁρατὸν
ὑπάρχον, διὰ τὴν ἐπιπρόσθεσιν τοῦ ἐπικειμένου αὐτῷ σώματος
ἀποκρύπτεται, ὡς ὁ ἐν τῷ βυθῷ σίδηρος. Καθ’ὃ σημαινόμενον
νῦν ἀόρατον ἡγούμεθα προσειρῆσθαι τὴν γῆν καλυπτομένην ὑπὸ
τοῦ ὕδατος. Ἔπειτα μέντοι, καὶ μήπω τοῦ φωτὸς γενηθέντος,
οὐδὲν ἦν θαυμαστὸν τὴν ἐν σκότῳ κειμένην, διὰ τὸ ἀφώτιστον
OMELIA II 81

la terra era «priva di sistemazione»? E per quale motivo


era invisibile? Esiste, certo, per la terra una sistemazione
perfetta, che è costituita dalla sua abbondanza di risorse:
la germinazione di ogni sorta di piante, lo sviluppo di
alberi altissimi, fruttiferi e non fruttiferi, i bei colori e i
grati profumi dei fiori e tutti i vegetali che, poco dopo,
per ordine di Dio, sarebbero spuntati sulla terra a ornarla,
quando era stata generata.4 Poiché di tutto ciò non c’era
ancora nulla, la Scrittura l’ha denominata giustamente
«priva di sistemazione». Queste medesime osservazioni
noi le potremmo, però, esprimere anche riguardo al cie-
lo, poiché neppure lui era ancora stato fatto al completo;
non aveva ancora ricevuto l’ornamento che gli è pro-
prio, in quanto non era ancora rischiarato dalla luna né
dal sole e non era ancora incoronato dai cori degli astri.
Tutto ciò non c’era ancora. Pertanto, tu non mancheresti
contro la verità se dicessi che anche il cielo era privo
di sistemazione. La Scrittura ha dichiarato che la terra
era invisibile per due motivi: o perché non c’era ancora
l’uomo a guardarla o perché, essendo la terra sommersa,
alla sua superficie appariva soltanto acqua e non poteva
venire contemplata. Le acque non erano, infatti, ancora
state raccolte nelle proprie concentrazioni, nelle quali in
seguito Dio le riunì e chiamò mari. Ma ‘invisibile’ che
senso ha? Indica ciò che per sua natura non è tale da
essere osservato dagli occhi della carne e tale è il nostro
spirito; e anche ciò che, sebbene per sua natura sia visi-
bile, viene nascosto per l’occultamento prodotto da un
corpo che gli si frappone, come è il ferro in fondo a un
abisso. È nel senso che abbiamo or ora indicato che noi
crediamo che la terra sia stata detta invisibile, in quanto
era coperta dall’acqua. E poi bisogna notare che la luce
non era ancora stata creata; non c’è, quindi, da stupirsi
82 OMELIE SULL’ESAMERONE

εἶναι τὸν ὑπὲρ αὐτῆς ἀέρα, ἀόρατον καὶ κατὰ τοῦτο παρὰ τῆς
Γραφῆς προσειρῆσθαι.
2. Ἀλλ’οἱ παραχαράκται τῆς ἀληθείας, οἱ οὐχὶ τῇ Γραφῇ τὸν
ἑαυτῶν νοῦν ἀκολουθεῖν ἐκδιδάσκοντες, ἀλλὰ πρὸς τὸ οἰκεῖον
βούλημα τὴν διάνοιαν τῶν Γραφῶν διαστρέφοντες, τὴν ὕλην
144 φασὶ διὰ τῶν λέξεων τούτων παραδηλοῦσθαι. ‖ Αὕτη γὰρ, φησὶ,
καὶ ἀόρατος τῇ φύσει καὶ ἀκατασκεύαστος, ἄποιος οὖσα τῷ
ἑαυτῆς λόγῳ, καὶ παντὸς εἴδους καὶ σχήματος κεχωρισμένη,
ἣν παραλαβὼν ὁ τεχνίτης τῇ ἑαυτοῦ σοφίᾳ ἐμόρφωσε, καὶ εἰς
τάξιν ἤγαγε, καὶ οὕτω δι’αὐτῆς οὐσίωσε τὰ ὁρώμενα. Εἰ μὲν
οὖν ἀγέννητος αὕτη, πρῶτον μὲν ὁμότιμος τῷ Θεῷ, τῶν αὐτῶν
πρεσβείων ἀξιουμένη. Οὗ τί ἂν γένοιτο ἀσεβέστερον, τὴν ἄποιον,
τὴν ἀνείδεον, τὴν ἐσχάτην ἀμορφίαν, τὸ ἀδιατύπωτον αἶσχος (τοῖς
γὰρ αὐτῶν ἐκείνων προσρήμασι κέχρημαι) τῆς αὐτῆς προεδρίας
ἀξιοῦσθαι τῷ σοφῷ καὶ δυνατῷ καὶ παγκάλῳ δημιουργῷ καὶ
κτίστῃ τῶν ὅλων; Ἔπειτα εἰ μὲν τοσαύτη ἐστὶν, ὥστε ὅλην
ὑποδέχεσθαι τοῦ Θεοῦ τὴν ἐπιστήμην· καὶ οὕτω, τρόπον τινὰ,
τῇ ἀνεξιχνιάστῳ τοῦ Θεοῦ δυνάμει ἀντιπαρεξάγουσιν αὐτῆς τὴν
ὑπόστασιν, εἴπερ ἐξαρκεῖ ὅλην τοῦ Θεοῦ τὴν σύνεσιν δι’ἑαυτῆς
ἐκμετρεῖν· εἰ δὲ ἐλάττων ἡ ὕλη τῆς τοῦ Θεοῦ ἐνεργείας, καὶ οὕτως
εἰς ἀτοπωτέραν βλασφημίαν αὐτοῖς ὁ λόγος περιτραπήσεται,
δι’ἔνδειαν ὕλης ἄπρακτον καὶ ἀνενέργητον τῶν οἰκείων ἔργων τὸν
Θεὸν κατεχόντων. Ἀλλ’ἐξηπάτησε γὰρ αὐτοὺς τῆς ἀνθρωπίνης
φύσεως ἡ πενία. Καὶ ἐπειδὴ παρ’ἡμῖν ἑκάστη τέχνη περί τινα
146 ὕλην ἀφωρισμένως ἠσχόληται, ‖ οἷον χαλευτικὴ μὲν περὶ τὸν
OMELIA II 83

che la terra, che si trovava al buio, perché l’aria su di


essa era priva di luce, sia stata, per questo motivo, chia-
mata invisibile.
2. Ma i falsificatori della verità i quali, invece di
istrui­re la loro mente a seguire la Scrittura, stravolgono
il pensiero delle Scritture come vogliono, dicono che con
queste parole viene insinuata la materia. Questa, infatti,
si dice, è invisibile per natura, priva di sistemazione; per
sua norma specifica è sprovvista di qualità; è aliena da
qualsiasi forma e figura; quando l’Artefice l’ebbe rice-
vuta, mediante la propria abilità, le conferì una forma,
la condusse a una sistemazione ordinata e, tramite essa,
conferì una sostanza alle cose visibili. Se, però, la mate-
ria è increata, ne deriva subito che ha la medesima digni-
tà di Dio e merita gli stessi trattamenti privilegiati. Ma
che cosa ci potrebbe essere di più empio di questo? La
materia, che è senza qualità, senza figura, che è l’estrema
imprecisione, la bruttezza informe (mi servo delle loro
proprie denominazioni), sarebbe meritevole della mede-
sima preminenza del sapiente, potente, bellissimo, Arte-
fice e Creatore dell’universo? E poi se la materia è tale da
contenere in sé tutta la scienza di Dio, essi così, in certo
qual modo, mettono a confronto la sostanza della ma-
teria con l’imperscrutabile potenza di Dio, in quanto la
materia basta, in se stessa, a misurare l’intera intelligen-
za di Dio. Se, poi, come sostengono, la materia è insuffi-
ciente all’azione di Dio, anche così il loro ragionamento
si stravolgerà in una bestemmia ancora più sconcertante,
in quanto, per la mancanza di materia, essi costringo-
no Dio a essere inerte e gli impediscono di compiere le
sue opere. Li ha ingannati la povertà della natura umana.
Presso di noi ogni arte si occupa separatamente di una
materia, come ad esempio l’arte del fabbro del ferro e
84 OMELIE SULL’ESAMERONE

σίδηρον, τεκτονικὴ δὲ περὶ τὰ ξύλα· καὶ ἐν τούτοις ἄλλο μέν τί


ἐστι τὸ ὑποκείμενον, ἄλλο δὲ τὸ εἶδος, ἄλλο δὲ τὸ ἐκ τοῦ εἴδους
ἀποτελούμενον· καὶ ἔστιν ἡ μὲν ὕλη ἔξωθεν παραλαμβανομένη,
τὸ δὲ εἶδος παρὰ τῆς τέχνης ἐφαρμοζόμενον, ἀποτέλεσμα δὲ τὸ
ἐξ ἀμφοῖν συντιθέμενον ἔκ τε τοῦ εἴδους καὶ τῆς ὕλης· οὕτως
οἴονται καὶ ἐπὶ τῆς θείας δημιουργίας, τὸ μὲν σχῆμα τοῦ κόσμου
παρὰ τῆς σοφίας ἐπῆχθαι τοῦ ποιητοῦ τῶν ὅλων, τὴν δὲ ὕλην
ἔξωθεν ὑποβεβλῆσθαι τῷ κτίσαντι, καὶ γεγενῆσθαι τὸν κόσμον
σύνθετον, τὸ μὲν ὑποκείμενον καὶ τὴν οὐσίαν ἑτέρωθεν ἔχοντα, τὸ
δὲ σχῆμα καὶ τὴν μορφὴν παρὰ Θεοῦ προσλαβόντα. Ἐκ δὲ τούτου
αὐτοῖς ὑπάρχει ἀρνεῖσθαι μὲν τὸν μέγαν Θεὸν τῆς συστάσεως
τῶν ὄντων προεστηκέναι, οἷον δὲ ἐράνου τινὸς πληρωτὴν,
ὀλίγην τινὰ μοῖραν εἰς τὴν τῶν ὄντων γένεσιν παρ’ἑαυτοῦ
συμβεβλῆσθαι· οὐ δυνηθέντες διὰ λογισμῶν ταπεινότητα πρὸς τὸ
ὕψος ἀπιδεῖν τῆς ἀληθείας· ὅτι ἐνταῦθα μὲν αἱ τέχναι τῶν ὑλῶν
ὕστεραι, διὰ τὸ ἀναγκαῖον τῆς χρείας παρεισαχθεῖσαι τῷ βίῳ.
Τὸ μὲν γὰρ ἔριον προϋπῆρχεν, ἡ δὲ ὑφαντικὴ ἐπεγένετο, τὸ τῆς
φύσεως ἐνδέον παρ’ἑαυτῆς ἐκπληροῦσα. Καὶ τὸ μὲν ξύλον ἦν,
τεκτονικὴ δὲ παραλαβοῦσα, πρὸς τὴν ἐπιζητουμένην ἑκάστοτε
148 χρείαν διαμορφοῦσα τὴν ὕλην, τὴν εὐχρη‖στίαν ἡμῖν τῶν ξύλων
ὑπέδειξε, κώπην μὲν ναύταις, γεωργοῖς δὲ πτύον, ὁπλίταις
δὲ δόρυ παρεχομένη. Ὁ δὲ Θεὸς, πρίν τι τῶν νῦν ὁρωμένων
γενέσθαι, εἰς νοῦν βαλόμενος καὶ ὁρμήσας ἀγαγεῖν εἰς γένεσιν
τὰ μὴ ὄντα, ὁμοῦ τε ἐνόησεν ὁποῖόν τινα χρὴ τὸν κόσμον εἶναι,
OMELIA II 85

quella del costruttore del legno; ma in quest’ambito una


cosa è la materia impiegata, un’altra è il progetto e un’al-
tra ciò che è stato compiuto in base al progetto, e poi un
conto è la materia che è stata ricevuta dal di fuori, un
altro è il progetto determinato dall’arte e un altro il risul-
tato congiuntamente ottenuto da entrambi, dal progetto e
dalla materia. Così essi credono che avvenga anche per
la creazione divina: la figura del mondo, dicono, è stata
introdotta dalla sapienza del Creatore dell’universo, ma
la materia sarebbe stata fornita dall’esterno al Creatore;
ne sarebbe venuto un mondo composito, che trae il fondo
del suo essere e la sua sostanza da un’altra parte e che
ha preso la figura e la forma da Dio. Da questo deriva
loro che non credono che Dio nella sua grandezza abbia
presieduto alla composizione delle cose; sostengono in-
vece che, come in un banchetto a quote personali, Dio
sia stato colui che ha portato il mondo a compimento,
versando un piccolo contributo parziale perché gli esseri
avessero origine. Per la bassezza dei loro ragionamenti
non sono capaci di rivolgere il loro sguardo all’altezza
della verità. Presso di noi le arti vengono dopo la materia
che elaborano e sono state inserite nella vita quando è
stato necessario usarle. Infatti, è esistita prima la lana;
l’arte della tessitura è sopraggiunta dopo per completare
con il suo intervento l’insufficienza della natura. C’era
il legno e la falegnameria se l’è preso, trasformando la
materia per l’uso, di volta in volta, ricercato; la falegna-
meria ha mostrato come sia facile impiegare il legname,
fornendo ai marinai il remo, agli agricoltori il vaglio, ai
soldati la lancia. Dio, però, prima che esistesse qualche
cosa di quello che adesso vediamo, aveva concepito nel-
la sua mente e si era mosso a condurre all’esistenza ciò
che non esisteva ancora; insieme pensò quale doveva es-
86 OMELIE SULL’ESAMERONE

καὶ τῷ εἴδει αὐτοῦ τὴν ἁρμόζουσαν ὕλην συναπεγέννησε. Καὶ


οὐρανῷ μὲν ἀφώρισε τὴν οὐρανῷ πρέπουσαν φύσιν· τῷ δὲ τῆς
γῆς σχήματι τὴν οἰκείαν αὐτῇ καὶ ὀφειλομένην οὐσίαν ὑπέβαλε.
Πῦρ δὲ καὶ ὕδωρ καὶ ἀέρα διεσχημάτισέν τε ὡς ἐβούλετο, καὶ
εἰς οὐσίαν ἤγαγεν ὡς ὁ ἑκάστου λόγος τῶν γινομένων ἀπῄτει.
Ὅλον δὲ τὸν κόσμον ἀνομοιομερῆ τυγχάνοντα ἀρρήκτῳ τινὶ
φιλίας θεσμῷ εἰς μίαν κοινωνίαν καὶ ἁρμονίαν συνέδησεν· ὥστε
καὶ τὰ πλεῖστον ἀλλήλων τῇ θέσει διεστηκότα ἡνῶσθαι δοκεῖν
διὰ τῆς συμπαθείας. Παυσάσθωσαν οὖν μυθικῶν πλασμάτων, ἐν
τῇ ἀσθενείᾳ τῶν οἰκείων λογισμῶν τὴν ἀκατάληπτον διανοίαις
καὶ ἄφατον παντελῶς ἀνθρωπίνῃ φωνῇ δύναμιν ἐκμετροῦντες.
3. Ἐποίησεν ὁ Θεὸς τὸν οὐρανὸν καὶ τὴν γῆν· οὐκ ἐξ ἡμισείας
ἑκάτερον, ἀλλ’ὅλον οὐρανὸν καὶ ὅλην γῆν, αὐτὴν τὴν οὐσίαν τῷ
εἴδει συνειλημμένην. Οὐχὶ γὰρ σχημάτων ἐστὶν εὑρέτης, ἀλλ’αὐτῆς
τῆς φύσεως τῶν ὄντων δημιουργός. Ἐπεὶ ἀποκρινέσθωσαν ἡμῖν,
πῶς ἀλλήλοις συνέτυχον ἥ τε δραστικὴ τοῦ Θεοῦ δύναμις, καὶ
150 ἡ παθητικὴ φύσις τῆς ‖ ὕλης· ἡ μὲν τὸ ὑποκείμενον παρεχομένη
χωρὶς μορφῆς· ὁ δὲ τῶν σχημάτων τὴν ἐπιστήμην ἔχων, ἄνευ
τῆς ὕλης, ἵν’ἑκατέρῳ τὸ ἐνδέον παρὰ θατέρου γένηται· τῷ μὲν
δημιουργῷ τὸ ἔχειν ὅπου τὴν τέχνην ἐνεπιδείξηται, τῇ δὲ ὕλῃ
τὸ ἀποθέσθαι τὴν ἀμορφίαν καὶ τοῦ εἴδους τὴν στέρησιν. Ἀλλὰ
περὶ μὲν τούτων ἐπὶ τοσοῦτον. Πρὸς δὲ τὸ ἐξ ἀρχῆς ἐπανίωμεν.
Ἡ δὲ γῆ ἦν ἀόρατος καὶ ἀκατασκεύαστος. Εἰπὼν, Ἐν ἀρχῇ
ἐποίησεν ὁ Θεὸς τὸν οὐρανὸν καὶ τὴν γῆν· πολλὰ ἀπεσιώπησεν,
ὕδωρ, ἀέρα, πῦρ, τὰ ἐκ τούτων ἀπογεννώμενα πάθη· ἃ πάντα μὲν
OMELIA II 87

sere il mondo e, in concomitanza, produsse la materia


che si armonizzasse con la sua forma. Al cielo assegnò
una natura che conveniva al cielo; alla forma della ter-
ra apprestò una sostanza che doveva esserle propria. Il
fuoco, l’acqua e l’aria li disegnò come volle e li condus-
se all’esistenza come lo richiedeva la logica specifica di
ciascuno degli esseri creati. Il mondo nel suo complesso,
che risultava composto di parti dissimili, lo legò insieme
con un’infrangibile legge di amicizia, in modo da forma-
re una sola associazione armonica, così che gli elementi
collocati alla massima distanza tra di loro sembrassero
essere uniti dalla conformità del sentimento.5 Cessino,
dunque, dalle loro immaginazioni fantastiche essi che,
nella debolezza dei loro ragionamenti, si mettono a mi-
surare una potenza incomprensibile alla razionalità uma-
na e assolutamente inesprimibile alla nostra parola.
3. «Dio creò il cielo e la terra». Non li creò, ciascuno
dei due, a metà, ma il cielo tutt’intero e la terra tutt’inte-
ra, la loro sostanza connessa con la forma. Dio, infatti,
non è un inventore di forme, fabbricò invece la natura
stessa degli esseri. In caso contrario, ci rispondano come
si siano incontrate vicendevolmente la potenza operativa
di Dio e la natura passiva della materia. Questa fornisce
il sostrato senza la forma, Dio ha la scienza delle forme
senza la materia, affinché ciò che manca a uno dei due gli
fosse fornito dall’altro, all’artefice fosse dato dove appli-
care la sua arte, alla materia invece di spogliarsi della sua
imprecisione e della sua mancanza di forma. Ma riguar-
do a questi argomenti basti quanto si è detto; ritorniamo
a ciò da cui siamo partiti. «La terra era invisibile e priva
di sistemazione». Dicendo: «In principio Dio creò il cie-
lo e la terra», Mosè ha taciuto molte cose, l’acqua, l’aria,
il fuoco e tutto ciò che è venuto all’esistenza dipendendo
88 OMELIE SULL’ESAMERONE

ὡς συμπληρωτικὰ τοῦ κόσμου συνυπέστη τῷ παντὶ δηλονότι·


παρέλιπε δὲ ἡ ἱστορία, τὸν ἡμέτερον νοῦν γυμνάζουσα πρὸς
ἐντρέχειαν, ἐξ ὀλίγων ἀφορμῶν παρεχομένη ἐπιλογίζεσθαι τὰ
λειπόμενα. Ἐπεὶ οὖν οὐκ εἴρηται περὶ τοῦ ὕδατος ὅτι ἐποίησεν ὁ
Θεὸς, εἴρηται δὲ ὅτι ἀόρατος ἦν ἡ γῆ· σκόπει σὺ κατὰ σεαυτὸν
τίνι παραπετάσματι καλυπτομένη οὐκ ἐξεφαίνετο. Οὔτε οὖν πῦρ
αὐτὴν καλύπτειν ἠδύνατο. Φωτιστικὸν γὰρ καὶ καταφάνειαν
παρέχον οἷς ἂν προσγένηται μᾶλλον ἢ σκοτῶδες τὸ πῦρ. Οὐ μὴν
οὐδὲ ἀὴρ προκάλυμμα ἦν τότε τῆς γῆς. Ἀραιὰ γὰρ καὶ διαφανὴς
τοῦ ἀέρος ἡ φύσις, πάντα τὰ εἴδη τῶν ὁρατῶν δεχομένη, καὶ
152 ταῖς τῶν ὁρώντων ὄψεσι παρα‖πέμπουσα. Λειπόμενον τοίνυν
ἐστὶ νοεῖν ἡμᾶς ὕδωρ ἐπιπολάζειν τῇ ἐπιφανείᾳ τῆς γῆς, οὔπω
πρὸς τὴν οἰκείαν λῆξιν τῆς ὑγρᾶς οὐσίας ἀποκριθείσης. Ἐκ δὲ
τούτου οὐ μόνον ἀόρατος ἦν ἡ γῆ, ἀλλὰ καὶ ἀκατασκεύαστος.
Ἡ γὰρ τοῦ ὑγροῦ πλεονεξία ἔτι καὶ νῦν ἐμπόδιόν ἐστι πρὸς
καρπογονίαν τῇ γῇ. Ἡ οὖν αὐτὴ αἰτία, καὶ τοῦ μὴ ὁρᾶσθαι, καὶ
τοῦ ἀκατασκεύαστον εἶναι· εἴπερ κατασκευὴ γῆς, ὁ οἰκεῖος αὐτῇ
καὶ κατὰ φύσιν κόσμος, λήϊα μὲν ταῖς κοιλότησιν ἐγκυμαίνοντα,
λειμῶνες χλοάζοντες καὶ ποικίλοις ἄνθεσι βρύοντες, νάπαι
εὐθαλεῖς, καὶ ὀρῶν κορυφαὶ ταῖς ὕλαις κατάσκιοι· ὧν οὐδὲν
εἶχεν οὐδέπω· ὠδίνουσα μὲν τὴν πάντων γένεσιν διὰ τὴν
ἐναποτεθεῖσαν αὐτῇ παρὰ τοῦ δημιουργοῦ δύναμιν, ἀναμένουσα
δὲ τοὺς καθήκοντας χρόνους, ἵνα τῷ θείῳ κελεύσματι προαγάγῃ
ἑαυτῆς εἰς φανερὸν τὰ κυήματα.
4. Ἀλλὰ καὶ σκότος, φησὶν, ἐπάνω τῆς ἀβύσσου· Πάλιν ἄλλαι
μύθων ἀφορμαὶ, καὶ πλασμάτων δυσσεβεστέρων ἀρχαὶ πρὸς
OMELIA II 89

da loro; è chiaro che tutti gli elementi che concorrono a


completare il mondo sono esistiti insieme al complesso,
ma il racconto storico li ha tralasciati per allenare la no-
stra mente alla solerzia, fornendoci alcuni spunti perché
supponiamo quelli che mancano. Se, dunque, non è det-
to, riguardo all’acqua, che Dio la creò, è però detto che
la terra era invisibile; osserva, dunque, in te stesso quale
fosse il velario che la ricopriva rendendola invisibile. Al-
lora non poteva coprirla il fuoco, in quanto è illuminante
piuttosto che tenebroso e produce chiarezza su tutti gli
oggetti ai quali si accosta. E neppure l’aria era allora un
velario sulla terra. La natura dell’aria è, infatti, rara e tra-
sparente, adatta a ricevere tutte le figure visibili e a tra-
smetterle agli occhi di coloro che hanno buona vista. Ci
rimane, dunque, da pensare che l’acqua galleggiava sulla
superficie della terra, poiché la sostanza umida non era
ancora stata separata e condotta alla propria ripartizione.
Per questo motivo, la terra era non soltanto invisibile, ma
anche priva di sistemazione. Infatti, l’eccesso di umidità
è, anche adesso, un impaccio che ostacola la produttività
della terra. Era, dunque, la medesima la causa che la ren-
deva invisibile e priva di sistemazione, se è vero che la
sistemazione della terra è costituita dall’ornamento che
le è proprio secondo natura, messi che ondeggiano nelle
valli, prati che verdeggiano d’erba e brulicano di fiori di
ogni colore, forre boscose floride nel loro rigoglio, vette
di colline dense di ombre. Di tutto ciò essa non aveva
ancora nulla. Era, sì, incinta, in attesa di generare tutte le
cose, per la potenza che aveva immesso in lei l’Artefice,
ma aspettava i tempi opportuni per condurre alla luce,
secondo l’ordine divino, i suoi embrioni.
4. Ma dice Mosè: «C’era tenebra sopra l’abisso». Di
nuovo un altro pretesto per fantasticherie e il punto di
90 OMELIE SULL’ESAMERONE

154 τὰς ἰδίας ὑπονοίας παρατρεπόντων τὰ ῥήματα. ‖ Τὸ γὰρ σκότος


οὐχ ὡς πέφυκεν ἐξηγοῦνται ἀέρα τινὰ ἀφώτιστον, ἢ τόπον ἐξ
ἀντιφράξεως σώματος σκιαζόμενον, ἢ ὅλως καθ’ὁποιανοῦν
αἰτίαν τόπον φωτὸς ἐστερημένον, ἀλλὰ δύναμιν κακὴν, μᾶλλον
δὲ αὐτὸ τὸ κακὸν, παρ’ἑαυτοῦ τὴν ἀρχὴν ἔχον, ἀντικείμενον καὶ
ἐναντίον τῇ ἀγαθότητι τοῦ Θεοῦ ἐξηγοῦνται τὸ σκότος. Εἰ γὰρ
ὁ Θεὸς φῶς ἐστι, δηλονότι ἡ ἀντιστρατευομένη αὐτῷ δύναμις
σκότος ἂν εἴη, φησὶ, κατὰ τὸ τῆς διανοίας ἀκόλουθον. Σκότος,
οὐ παρ’ἑτέρου τὸ εἶναι ἔχον, ἀλλὰ κακὸν αὐτογέννητον. Σκότος,
πολέμιον ψυχῶν, θανάτου ποιητικὸν, ἀρετῆς ἐναντίωσις· ὅπερ καὶ
ὑφεστάναι, καὶ μὴ παρὰ Θεοῦ γεγενῆσθαι, ὑπ’αὐτῶν μηνύεσθαι
τῶν τοῦ προφήτου λόγων ἐξαπατῶνται. Ἐκ δὴ τούτου τί οὐχὶ
συνεπλάσθη τῶν πονηρῶν καὶ ἀθέων δογμάτων; Ποῖοι λύκοι
βαρεῖς διασπῶντες τὸ ποίμνιον τοῦ Θεοῦ, οὐχὶ ἀπὸ τῆς μικρᾶς
ταύτης φωνῆς τὴν ἀρχὴν λαβόντες ἐπεπόλασαν ταῖς ψυχαῖς; Οὐχὶ
Μαρκιῶνες; οὐχὶ Οὐαλεντῖνοι ἐντεῦθεν; οὐχ ἡ βδελυκτὴ τῶν
Μανιχαίων αἵρεσις, ἣν σηπεδόνα τις τῶν Ἐκκλησιῶν προσειπὼν
οὐχ ἁμαρτήσεται τοῦ προσήκοντος; Τί μακρὰν ἀποτρέχεις τῆς
156 ‖  ἀληθείας, ἄνθρωπε, ἀφορμὰς σεαυτῷ τῆς ἀπωλείας ἐπινοῶν;
Ἁπλοῦς ὁ λόγος, καὶ πᾶσιν εὔληπτος. Ἀόρατος ἦν ἡ γῆ, φησί. Τίς
ἡ αἰτία; Ἐπειδὴ ἄβυσσον εἶχεν ἐπιπολάζουσαν ἑαυτῇ. Ἀβύσσου
δὲ ἔννοια τίς; Ὕδωρ πολὺ δυσέφικτον ἔχον ἑαυτοῦ τὸ πέρας
ἐπὶ τὸ κάτω. Ἀλλ’ἔγνωμεν πολλὰ τῶν σωμάτων καὶ δι’ὕδατος
λεπτοτέρου καὶ διαυγοῦς πολλάκις διαφαινόμενα. Πῶς οὖν
OMELIA II 91

partenza per invenzioni ancora più empie, che detorco-


no le parole divine rivolgendole alle proprie supposizio-
ni personali. Essi spiegano che la tenebra non sarebbe,
come è naturale, un’aria priva di luce, un luogo reso
oscuro perché gli è interposto lo schermo di un corpo o,
insomma, un luogo, per qualsiasi motivo privato della
luce, ma una potenza malvagia o piuttosto il male stesso,
che ha in se stesso il suo principio, che è contrapposto e
contrario alla bontà di Dio; così interpretano la tenebra.
Se, infatti, «Dio è luce» (1 Gv. 1,5), è chiaro che la po-
tenza che combatte contro di lui sarebbe tenebra, dicono,
per una coerenza delle idee. La tenebra non avrebbe l’e-
sistenza da un altro, ma sarebbe un male generato da se
stesso. La tenebra come nemica delle anime, produttrice
di morte, opposta alla virtù, provvista di un’esistenza au-
tonoma, non originata da Dio: è quello in cui essi si in-
gannano, pensando che ciò sia stato rivelato dalle parole
del profeta [Mosè]. E, appunto, partendo da qui, quale
teoria cattiva ed empia non si è combinata? Quali lupi
accaniti, intenti a lacerare il gregge di Dio, prendendo
inizio da questa piccola parola, non hanno trattato altez-
zosamente le anime? Non sono partiti di qui i Marcione,6
i Valentino7 e l’abominevole eresia dei Manichei8 che,
senza peccare contro la convenienza, si potrebbero chia-
mare la cancrena delle chiese? Perché, caro mio, corri
lontano dalla verità, escogitando degli incentivi alla ro-
vina? La parola è semplice, tutti la capiscono facilmente,
è detto: «La terra era invisibile»; e quale ne è il motivo?
È perché aveva un abisso che le si stendeva sopra. Ma
abisso che cosa vuol dire? Vuol dire una grande quantità
di acqua, della quale è difficile arrivare al termine della
profondità. Noi sappiamo, però, che molti corpi sovente
ci appaiono anche attraverso uno strato di acqua sottile e
92 OMELIE SULL’ESAMERONE

οὐδὲν μέρος τῆς γῆς διὰ τῶν ὑδάτων ἐδείκνυτο; Ὅτι ἀλαμπὴς
ἔτι καὶ ἐσκοτισμένος ἦν ὁ ὑπὲρ αὐτοῦ κεχυμένος ἀήρ. Ἀκτὶς
μὲν γὰρ ἡλίου δι’ὑδάτων διικνουμένη, δείκνυσι πολλάκις τὰς
ἐν τῷ βάθει ψηφῖδας· ἐν νυκτὶ δέ τις βαθείᾳ οὐδενὶ ἂν τρόπῳ
τὰ ὑπὸ τὸ ὕδωρ κατίδοι. Ὥστε τοῦ ἀόρατον εἶναι τὴν γῆν
κατασκευαστικόν ἐστι τὸ ἐπαγόμενον, ὅτι καὶ ἄβυσσος ἦν ἡ
ἐπέχουσα, καὶ αὕτη ἐσκοτισμένη. Οὔτε οὖν ἄβυσσος, δυνάμεων
πλῆθος ἀντικειμένων, ὥς τινες ἐφαντάσθησαν· οὔτε σκότος,
ἀρχική τις καὶ πονηρὰ δύναμις ἀντεξαγομένη τῷ ἀγαθῷ. Δύο γὰρ
ἐξισάζοντα ἀλλήλοις κατ’ἐναντίωσιν, φθαρτικὰ ἔσται πάντως
τῆς ἀλλήλων συστάσεως· καὶ πράγματα ἕξει διηνεκῶς καὶ
παρέξει ἀπαύστως πρὸς ἄλληλα συνεχόμενα τῷ πολέμῳ. Κἂν
ὑπερβάλλῃ δυνάμει τῶν ἀντικειμένων τὸ ἕτερον, δαπανητικὸν
158 ἐξάπαντος τοῦ ‖ κρατηθέντος γίνεται. Ὥστε εἰ μὲν ἰσόρροπον
λέγουσι τοῦ κακοῦ τὴν πρὸς τὸ ἀγαθὸν ἐναντίωσιν, ἄπαυστον
εἰσάγουσι πόλεμον καὶ διηνεκῆ τὴν φθορὰν, κρατούντων ἐν
μέρει καὶ κρατουμένων. Εἰ δὲ ὑπερέχει δυνάμει τὸ ἀγαθὸν, τίς
ἡ αἰτία τοῦ τὴν φύσιν τοῦ κακοῦ μὴ παντελῶς ἀνῃρῆσθαι; Εἰ δὲ,
ὃ μὴ θέμις εἰπεῖν, θαυμάζω πῶς οὐχὶ φεύγουσιν αὐτοὶ ἑαυτοὺς
πρὸς οὕτως ἀθεμίτους βλασφημίας ὑποφερόμενοι. Οὐ μὴν οὐδὲ
παρὰ Θεοῦ τὸ κακὸν τὴν γένεσιν ἔχειν εὐσεβές ἐστι λέγειν, διὰ τὸ
μηδὲν τῶν ἐναντίων παρὰ τοῦ ἐναντίου γίνεσθαι. Οὔτε γὰρ ἡ ζωὴ
θάνατον γεννᾷ, οὔτε τὸ σκότος φωτός ἐστιν ἀρχὴ, οὔτε ἡ νόσος
ὑγείας δημιουργὸς, ἀλλ’ἐν μὲν ταῖς μεταβολαῖς τῶν διαθέσεων
OMELIA II 93

trasparente; come mai, dunque, nessuna parte della terra


si mostrava attraverso le acque? È perché l’aria riversata
sopra di esse era ancora fosca e oscura. Spesso, infatti,
un raggio di sole che passa attraverso le acque mostra i
sassolini che stanno sul fondo, ma in una notte profonda
non si potrebbe vedere, in nessun modo, ciò che sta sotto
l’acqua. Pertanto, che la terra fosse invisibile lo rende
convincente quello che la Scrittura aggiunge, che c’era
un abisso che la ricopriva e questo era immerso nella te-
nebra. Dunque, né l’abisso era una folla di potenze con-
trapposte, come alcuni si sono immaginati, né la tenebra
era una potenza dominatrice e malvagia che marciasse9
contro il bene. Infatti, due entità che si equivalgano e si
contrappongano tra di loro tenderanno inevitabilmente
a distruggersi nella loro consistenza; saranno perpetua-
mente in disaccordo e si forniranno senza sosta occasioni
di una guerra vicendevole. E se uno dei due agenti vie-
ne a superare in potenza gli avversari, spossa10 inevita-
bilmente il vinto. Perciò, se parlano di un’opposizione
controbilanciata del male contro il bene, introducono
una guerra ininterrotta e una rovina continua, dato che
i due contendenti sono in parte vincitori e vinti. Se il
bene prevale nella forza, che motivo c’è che la natura del
male non venga completamente annientata? E se ... ma
è una supposizione che non è lecito esprimere e mi stu-
pisco come questi individui non scappino via quando si
vedono sprofondare in bestemmie così inique. Non è poi
consono con il senso religioso il dire che il male abbia
la sua origine in Dio,11 perché nessun contrario proviene
dal suo contrario. Infatti, né la vita genera la morte, né
la tenebra è principio della luce, né la malattia è artefi-
ce della salute ma, mentre nei cambiamenti degli stati
d’animo i mutamenti avvengono passando dai contrari
94 OMELIE SULL’ESAMERONE

ἐκ τῶν ἐναντίων πρὸς τὰ ἐναντία αἱ μεταστάσεις· ἐν δὲ ταῖς


γενέσεσιν, οὐκ ἐκ τῶν ἐναντίων, ἀλλ’ἐκ τῶν ὁμογενῶν ἕκαστον
τῶν γινομένων προέρχεται. Εἰ τοίνυν, φησὶ, μήτε ἀγέννητον,
μήτε παρὰ Θεοῦ γεγονὸς, πόθεν ἔχει τὴν φύσιν; Τὸ γὰρ εἶναι τὰ
κακὰ οὐδεὶς ἀντερεῖ τῶν μετεχόντων τοῦ βίου. Τί οὖν φαμέν;
Ὅτι τὸ κακόν ἐστιν οὐχὶ οὐσία ζῶσα καὶ ἔμψυχος, ἀλλὰ διάθεσις
ἐν ψυχῇ ἐναντίως ἔχουσα πρὸς ἀρετὴν, διὰ τὴν ἀπὸ τοῦ καλοῦ
ἀπόπτωσιν τοῖς ῥᾳθύμοις ἐγγινομένη.
160 ‖ 5. Μὴ τοίνυν ἔξωθεν τὸ κακὸν περισκόπει· μηδὲ ἀρχέγονόν
τινα φύσιν πονηρίας φαντάζου· ἀλλὰ τῆς ἐν ἑαυτῷ κακίας
ἕκαστος ἑαυτὸν ἀρχηγὸν γνωριζέτω. Ἀεὶ γὰρ τῶν γινομένων
τὰ μὲν ἐκ φύσεως ἡμῖν ἐπιγίνεται, οἷον γῆρας καὶ ἀσθένειαι·
τὰ δὲ ἀπὸ ταυτομάτου, οἷον αἱ ἄλογοι περιπτώσεις ἀλλοτρίαις
ἀρχαῖς ἐπισυμβαίνουσαι, σκυθρωπῶν τινων πολλάκις ἢ καὶ τῶν
φαιδροτέρων· ὡς τῷ φρέαρ ὀρύσσοντι ἡ τοῦ θησαυροῦ εὕρεσις, ἢ
τῷ πρὸς τὴν ἀγορὰν ὡρμημένῳ ἡ τοῦ λυσσῶντος κυνὸς ἔντευξις·
τὰ δὲ ἐφ’ἡμῖν τυγχάνει, ὡς τὸ κρατῆσαι τῶν ἐπιθυμιῶν, ἢ μὴ
κολάσαι τὰς ἡδονάς· ὡς τὸ κατασχεῖν ὀργῆς, ἢ χεῖρας ἐπαφεῖναι
τῷ παροξύναντι· ἀληθεύειν, ἢ ψεύδεσθαι· ἐπιεικῆ τὸ ἦθος εἶναι
καὶ μέτριον, ἢ ὑπέρογκον καὶ ἀλαζονείαις ὑπεραιρόμενον.
Ὧν τοίνυν αὐτὸς εἶ κύριος, τούτων τὰς ἀρχὰς μὴ ζητήσῃς
ἑτέρωθεν, ἀλλὰ γνώριζε τὸ κυρίως κακὸν ἐκ τῶν προαιρετικῶν
ἀποπτωμάτων τὴν ἀρχὴν εἰληφός. Οὐ γὰρ ἂν εἴπερ ἀκούσιον
ἦν, καὶ μὴ ἐφ’ἡμῖν, τοσοῦτος μὲν ἐκ τῶν νόμων ὁ φόβος τοῖς
ἀδικοῦσιν ἐπήρτητο, οὕτω δὲ ἀπαραίτητοι τῶν δικαστηρίων αἱ
OMELIA II 95

ai contrari, nelle generazioni invece tutto ciò che ne ri-


sulta proviene non dai contrari, ma da ciò che è della
medesima specie. Se, però, si fa osservare, il male non è
ingenito e non è provenuto da Dio, da dove ha tratto la
sua natura? Che i mali ci siano, nessuno dei viventi dirà
il contrario e, allora, che cosa possiamo dire? Possiamo
dire che il male non è una sostanza vivente e animata,12
ma è un atteggiamento dell’anima13 contrario alla virtù,
che si produce nelle persone leggere e indifferenti,14 per-
ché si sono allontanate dal bene.
5. Non guardare tutt’intorno per trovare il male al di
fuori; non immaginarti che ci sia una natura primigenia
del male; ma ciascuno riconosca che è egli stesso la cau-
sa prima della perversità che c’è in lui. Di quello che ci
accade man mano una parte ci sopravviene dalla natu-
ra, come la vecchiaia e le infermità; una parte ci capita
accidentalmente, come gli avvenimenti imprevedibili
che ci sopraggiungono per cause estranee; alcuni di essi
sono spesso a tinta fosca, altri invece sono più luminosi,
come per colui che scava un pozzo sarebbe la scoperta
di un tesoro, oppure per colui che si reca in piazza sareb-
be l’imbattersi in un cane rabbioso. Alcuni fatti, invece,
dipendono da noi, come il padroneggiare le nostre pas-
sioni o il non tenere a freno i piaceri, come il trattenere la
collera o il mettere le mani addosso15 a chi ci ha irritati,
il dire la verità o il mentire, l’essere affabile, misurato
nel carattere o eccessivamente orgoglioso, andando ol-
tre i limiti della millanteria. Di ciò di cui sei tu padro-
ne non cercare le cause al di fuori, ma riconosci che il
male propriamente detto ha preso il suo inizio in cadute
liberamente scelte. Infatti, se il male fosse involontario
e non dipendesse da noi, le leggi non sospenderebbero
sul capo dei delinquenti tanto timore e i tribunali non
96 OMELIE SULL’ESAMERONE

κολάσεις, τὸ πρὸς ἀξίαν τοῖς κακούργοις ἀντιμετροῦσαι. Ταῦτα


δέ μοι εἰρήσθω περὶ τοῦ κυρίως κακοῦ. Νόσον γὰρ καὶ πενίαν
162 καὶ ἀδοξίαν καὶ ‖ θάνατον, καὶ ὅσα λυπηρὰ τοῖς ἀνθρώποις,
οὔπω καὶ ἐν τῇ μοίρᾳ τῶν κακῶν καταλογίζεσθαι ἄξιον, διὰ τὸ
μηδὲ τὰ ἀντικείμενα τούτοις, ἐν τοῖς μεγίστοις ἡμᾶς τῶν ἀγαθῶν
ἀριθμεῖν· ὧν τὰ μὲν ἐκ φύσεώς ἐστι, τὰ δὲ καὶ συμφερόντως
πολλοῖς ἀπαντήσαντα φαίνεται. Πᾶσαν οὖν τροπικὴν καὶ
δι’ὑπονοίας ἐξήγησιν ἔν γε τῷ παρόντι κατασιγάσαντες, τοῦ
σκότους τὴν ἔννοιαν ἁπλῶς καὶ ἀπεριεργάστως, ἑπόμενοι τῷ
βουλήματι τῆς Γραφῆς, ἐκδεξώμεθα. Ἐπιζητεῖ δὲ ὁ λόγος, εἰ
συγκατεσκευάσθη τῷ κόσμῳ τὸ σκότος, καὶ εἰ ἀρχαιότερον τοῦ
φωτὸς, καὶ διὰ τί τὸ χεῖρον πρεσβύτερον; Λέγομεν τοίνυν καὶ
τοῦτο τὸ σκότος μὴ κατ’οὐσίαν ὑφεστηκέναι, ἀλλὰ πάθος εἶναι
περὶ τὸν ἀέρα στερήσει φωτὸς ἐπιγινόμενον. Ποίου τοίνυν φωτὸς
ἄμοιρος αἰφνιδίως ὁ ἐν τῷ κόσμῳ τόπος εὑρέθη, ὥστε τὸ σκότος
ἐπάνω εἶναι τοῦ ὕδατος; Λογιζόμεθα τοίνυν ὅτι, εἴπερ τι ἦν πρὸ
τῆς τοῦ αἰσθητοῦ τούτου καὶ φθαρτοῦ κόσμου συστάσεως, ἐν
φωτὶ ἂν ἦν δηλονότι. Οὔτε γὰρ αἱ τῶν ἀγγέλων ἀξίαι, οὔτε πᾶσαι
αἱ ἐπουράνιοι στρατιαὶ, οὔτε ὅλως εἴ τι ἐστὶν ὠνομασμένον ἢ
ἀκατονόμαστον τῶν λογικῶν φύσεων, καὶ τῶν λειτουργικῶν
164 ‖ πνευμάτων ἐν σκότῳ διῆγεν, ἀλλ’ἐν φωτὶ καὶ πάσῃ εὐφροσύνῃ
πνευματικῇ τὴν πρέπουσαν ἑαυτοῖς κατάστασιν εἶχε. Καὶ τούτοις
οὐδεὶς ἀντερεῖ, οὔκουν ὅστις γε τὸ ὑπερουράνιον φῶς ἐν ταῖς
τῶν ἀγαθῶν ἐπαγγελίαις ἐκδέχεται, περὶ οὗ Σολομών φησι· Φῶς
OMELIA II 97

infliggerebbero delle pene così inflessibili, che fanno ai


colpevoli da giusto contrappeso. Ma sul male propria-
mente detto basti questo che è stato espresso. Infatti, la
malattia, la povertà, la scarsa riputazione, la morte e tutto
ciò che reca dolore agli uomini non è giusto elencarli
tra i mali autentici, poiché noi non enumeriamo quanto
è loro opposto tra i beni più grandi; di queste situazio-
ni alcune derivano dalla natura, altre invece sembra che
accadano a molti recando vantaggio. Tralasciando, per
il momento, senza parlarne, qualsiasi interpretazione al-
legorica e congetturale, accettiamo il concetto di tenebra
semplicemente, senza farci sopra troppe rielaborazioni,
seguendo l’intento della Scrittura. La ragione, però, ri-
cerca se la tenebra sia stata approntata insieme al mondo,
se sia più antica della luce e per che motivo ciò che è
peggiore avrebbe una precedenza. Noi affermiamo, dun-
que, che anche questa tenebra non esiste con una sostan-
za propria, che è una situazione che concerne l’aria e che
sopravviene per la mancanza di luce. Di quale luce si
è dunque trovato improvvisamente sprovvisto il mondo
nella sua collocazione, così che la tenebra si collocasse
sopra l’acqua? Noi riteniamo, pertanto, che, se esisteva
qualche cosa prima della costituzione di questo mondo
sensibile e soggetto alla distruzione, è chiaro che ciò era
nella luce. Infatti, né gli angeli nelle loro dignità né tutte
le milizie celesti, né, insomma, qualunque natura intelli-
gente esista, sia che abbia un nome sia che non ce l’ab-
bia, né gli spiriti servitori16 vivevano nella tenebra, ma
avevano la sistemazione che loro conveniva nella luce
e in ogni letizia spirituale. A questo non ci sarà nessuno
che contraddica e non contraddirà certamente colui che
aspetta la luce celeste, che ci è stata promessa tra i beni
futuri. Su di essa Salomone dice: «Per i giusti la luce
98 OMELIE SULL’ESAMERONE

δικαίοις διὰ παντός· καὶ ὁ ἀπόστολος· Εὐχαριστοῦντες Πατρὶ


τῷ ἱκανώσαντι ἡμᾶς ἐν τῇ μερίδι τοῦ κλήρου τῶν ἁγίων ἐν τῷ
φωτί. Εἰ γὰρ οἱ καταδικαζόμενοι πέμπονται εἰς τὸ σκότος τὸ
ἐξώτερον, δηλονότι οἱ τὰ τῆς ἀποδοχῆς ἄξια εἰργασμένοι, ἐν
τῷ ὑπερκοσμίῳ φωτὶ τὴν ἀνάπαυσιν ἔχουσιν. Ἐπεὶ οὖν ἐγένετο
ὁ οὐρανὸς προστάγματι Θεοῦ ἀθρόως περιταθεὶς τοῖς ἐντὸς
ὑπὸ τῆς οἰκείας αὐτοῦ περιφερείας ἀπειλημμένοις, σῶμα ἔχων
συνεχὲς, ἱκανὸν τῶν ἔξω διαστῆσαι τὰ ἔνδον, ἀναγκαίως τὸν
ἐναπολειφθέντα αὐτῷ τόπον ἀφεγγῆ κατέστησε, τὴν ἔξωθεν
166 ‖  αὐγὴν διακόψας. Τρία γὰρ δεῖ συνδραμεῖν ἐπὶ τῆς σκιᾶς, τὸ
φῶς, τὸ σῶμα, τὸν ἀλαμπῆ τόπον. Τὸ τοίνυν ἐγκόσμιον σκότος
τῇ σκιᾷ τοῦ οὐρανίου σώματος παρυπέστη. Νόησον δέ μοι ἀπὸ
παραδείγματος ἐναργοῦς τὸ λεγόμενον, ἐν σταθηρᾷ μεσημβρίᾳ
σκηνήν τινα ἐκ πυκνῆς καὶ στεγανῆς ὕλης ἑαυτῷ περιστήσαντα,
καὶ ἐν σκότῳ αὐτοσχεδίῳ ἑαυτὸν καθειργνύντα. Τοιοῦτον οὖν
κἀκεῖνο τὸ σκότος ὑπόθου, οὐ προηγουμένως ὑφεστηκὸς,
ἀλλ’ἐπακολουθῆσαν ἑτέροις. Τοῦτο δὴ τὸ σκότος καὶ ἐπιβαίνειν
λέγεται τῇ ἀβύσσῳ, ἐπειδὴ τὰ ἔσχατα τοῦ ἀέρος πέφυκε ταῖς
ἐπιφανείαις τῶν σωμάτων συνάπτεσθαι. Τότε δὲ ὕδωρ ἦν τοῖς
πᾶσιν ἐπιπολάζον. Διόπερ ἀναγκαίως τὸ σκότος ἐπάνω ὑπάρχειν
εἴρηται τῆς ἀβύσσου.
6. Καὶ Πνεῦμα Θεοῦ, φησὶν, ἐπεφέρετο ἐπάνω τοῦ ὕδατος.
Εἴτε τοῦτο λέγει τὸ πνεῦμα, τοῦ ἀέρος τὴν χύσιν, δέξαι τὰ μέρη
τοῦ κόσμου καταριθμοῦντά σοι τὸν συγγραφέα, ὅτι ἐποίησεν
OMELIA II 99

risplende dappertutto» (cfr. Prov. 13,9) e l’apostolo af-


ferma: «Rendiamo grazie al Padre che ci ha resi capaci
di partecipare alla sorte dei santi nella luce» (Col. 1,12).
Se, infatti, i dannati sono inviati nella tenebra esteriore,
evidentemente quelli che hanno compiuto azioni meri-
tevoli di approvazione, hanno il loro riposo nella luce
che risplende più in alto del mondo. Poiché, dunque, il
cielo venne all’esistenza per comando di Dio e subito
si distese attorno agli esseri che erano inclusi nella sua
circonferenza, ne derivava necessariamente17 che, aven-
do esso un corpo compatto e adatto a separare l’interno
dall’esterno, rendesse oscuro lo spazio che rinchiudeva,
poiché intercettava lo splendore che veniva dall’ester-
no. Tre fattori debbono, infatti, concorrere perché ci sia
ombra: la luce, la frapposizione di un corpo e il luogo
oscuro. Dunque, la tenebra cosmica tenne dietro imme-
diatamente all’ombra del corpo celeste. Pensa a quello
che io sto dicendo con l’aiuto di una similitudine chia-
rissima: nel pieno mezzogiorno un uomo erige attorno
a sé una tenda, fatta di stoffa densa e impenetrabile, e si
rinchiude dentro a questa tenebra improvvisata. Immàgi-
nati, dunque, che quella tenebra sia stata di questo gene-
re; non esisteva in origine, ma tenne dietro ad altri esseri.
La Scrittura dice, dunque, che questa tenebra ricopriva
l’abisso, poiché gli strati estremi dell’aria vengono na-
turalmente a contatto con la superficie dei corpi; allora,
l’acqua era distesa sulla superficie di tutte le cose. Per
questo motivo, la Scrittura dice, necessariamente, che la
tenebra si stendeva sopra l’abisso.
6. «E lo Spirito di Dio», dice Mosè, «era portato sopra
l’acqua». O con questo spirito egli parla del riversarsi
dell’aria e, allora, intendi che il narratore enumera per te
gli elementi che compongono il mondo, precisando che
100 OMELIE SULL’ESAMERONE

ὁ Θεὸς οὐρανὸν, γῆν, ὕδωρ, ἀέρα, καὶ τοῦτον χεόμενον ἤδη


καὶ ῥέοντα. Εἴτε, ὃ καὶ μᾶλλον ἀληθέστερόν ἐστι καὶ τοῖς
πρὸ ἡμῶν ἐγκριθὲν, Πνεῦμα Θεοῦ, τὸ ἅγιον εἴρηται· διὰ τὸ
τετηρῆσθαι τοῦτο ἰδιαζόντως καὶ ἐξαιρέτως τῆς τοιαύτης μνήμης
168 ὑπὸ τῆς Γραφῆς ἀξιοῦ‖σθαι, καὶ μηδὲν ἄλλο Πνεῦμα Θεοῦ, ἢ
τὸ ἅγιον τὸ τῆς θείας καὶ μακαρίας Τριάδος συμπληρωτικὸν
ὀνομάζεσθαι. Καὶ ταύτην προσδεξάμενος τὴν διάνοιαν, μείζονα
τὴν ἀπ’αὐτῆς ὠφέλειαν εὑρήσεις. Πῶς οὖν ἐπεφέρετο τοῦτο
ἐπάνω τοῦ ὕδατος; Ἐρῶ σοι οὐκ ἐμαυτοῦ λόγον, ἀλλὰ Σύρου
ἀνδρὸς σοφίας κοσμικῆς τοσοῦτον ἀφεστηκότος, ὅσον ἐγγὺς
ἦν τῆς τῶν ἀληθινῶν ἐπιστήμης. Ἔλεγε τοίνυν τὴν τῶν Σύρων
φωνὴν ἐμφατικωτέραν τε εἶναι, καὶ διὰ τὴν πρὸς τὴν Ἑβραΐδα
γειτνίασιν, μᾶλλόν πως τῇ ἐννοίᾳ τῶν Γραφῶν προσεγγίζειν.
Εἶναι οὖν τὴν διάνοιαν τοῦ ῥητοῦ τοιαύτην. Τὸ, Ἐπεφέρετο,
φησὶν, ἐξηγοῦνται, ἀντὶ τοῦ, συνέθαλπε, καὶ ἐζωογόνει τὴν τῶν
ὑδάτων φύσιν, κατὰ τὴν εἰκόνα τῆς ἐπωαζούσης ὄρνιθος, καὶ
ζωτικήν τινα δύναμιν ἐνιείσης τοῖς ὑποθαλπομένοις. Τοιοῦτόν
τινά φασιν ὑπὸ τῆς φωνῆς ταύτης παραδηλοῦσθαι τὸν νοῦν, ὡς
170 ἐπιφερομένου ‖ τοῦ Πνεύματος· τουτέστι, πρὸς ζωογονίαν τὴν
τοῦ ὕδατος φύσιν παρασκευάζοντος· ὥστε ἱκανῶς ἐκ τούτου τὸ
παρά τινων ἐπιζητούμενον δείκνυσθαι, ὅτι οὐδὲ τῆς δημιουργικῆς
ἐνεργείας τὸ Πνεῦμα τὸ ἅγιον ἀπολείπεται.
7. Καὶ εἶπεν ὁ Θεὸς, γενηθήτω φῶς. Πρώτη φωνὴ Θεοῦ
φωτὸς φύσιν ἐδημιούργησε, τὸ σκότος ἠφάνισε, τὴν κατήφειαν
διέλυσε, τὸν κόσμον ἐφαίδρυνε, πᾶσιν ἀθρόως χαρίεσσαν ὄψιν
καὶ ἡδεῖαν ἐπήγαγεν. Οὐρανός τε γὰρ ἐξεφάνη κεκαλυμμένος
τέως τῷ σκότῳ, καὶ τὸ ἀπ’αὐτοῦ κάλλος τοσοῦτον, ὅσον ἔτι
OMELIA II 101

Dio creò il cielo, la terra, l’acqua, l’aria e che questa era


già riversata e scorreva [sull’abisso], oppure, ciò che è
più vero e accettato dai nostri predecessori, si parla dello
Spirito di Dio, che è lo Spirito Santo, perché si è osserva-
to che lo Spirito Santo è dalla Scrittura particolarmente
e preferibilmente ritenuto meritevole di essere così de-
nominato, mentre essa non chiama nessun altro ‘Spirito
di Dio’ al di fuori dello Spirito Santo, che completa la
divina e beata Trinità. Se tu accogli questa idea, ne trarrai
un grande giovamento. Come, dunque, questo Spirito era
portato sull’acqua? Io ti dirò non la mia interpretazione
personale, ma quella di un siriano,18 che era tanto alieno
dalla sapienza del mondo quanto era vicino alla cono-
scenza della verità. Egli diceva, dunque, che la parola,
in siriaco, era più espressiva e che per la sua parentela
con la lingua ebraica, era, in qualche modo, più vicina al
pensiero delle Scritture. Il senso dell’espressione sareb-
be, dunque, di questo genere: «Era portato», dice lui, ha
il senso di “riscaldava” e di “vivificava” la natura delle
acque, a somiglianza dell’uccello che cova le sue uova
e riscaldandole inocula loro una sorta di energia vitale.
Tale è, più o meno, dicono, il concetto che viene espres-
so con questa frase: «Lo Spirito era portato», cioè pre-
parava la natura dell’acqua a produrre esseri viventi; da
questo è sufficientemente dimostrato quello a cui taluni
non sono ancora arrivati, e cioè che lo Spirito Santo non
è destituito dell’attività creatrice.
7. «E Dio disse: Che ci sia la luce». La prima parola
di Dio produsse la natura della luce, annullò la tenebra,
dissolse la tristezza, rese splendido il mondo e conferì
a tutti gli esseri, in massa, il loro aspetto grazioso e
piacevole. Infatti, apparve il cielo, che fino ad allora
era stato coperto dalla tenebra e da lui emanava quella
102 OMELIE SULL’ESAMERONE

καὶ νῦν ὀφθαλμοὶ μαρτυροῦσι. Περιελάμπετο δὲ ἀὴρ, μᾶλλον


δὲ ἐγκεκραμένον ἑαυτῷ ὅλον διόλου εἶχε τὸ φῶς, ὀξείας τὰς
διαδόσεις τῆς αὐγῆς ἐπὶ τὰ ὅρια ἑαυτοῦ πανταχοῦ παραπέμπων.
Ἄνω μὲν γὰρ μέχρι πρὸς αὐτὸν αἰθέρα καὶ οὐρανὸν ἔφθανεν·
ἐν δὲ τῷ πλάτει πάντα τὰ μέρη τοῦ κόσμου, βόρειά τε καὶ νότια
καὶ τὰ ἑῷα καὶ τὰ ἑσπέρια, ἐν ὀξείᾳ καιροῦ ῥοπῇ κατεφώτιζε.
Τοιαύτη γὰρ αὐτοῦ ἡ φύσις, λεπτὴ καὶ διαφανὴς, ὥστε
μηδεμιᾶς παρατάσεως χρονικῆς προσδεῖσθαι τὸ φῶς δι’αὐτοῦ
πορευόμενον. Ὥσπερ γὰρ τὰς ὄψεις ἡμῶν ἀχρόνως παραπέμπει
πρὸς τὰ ὁρώμενα, οὕτω καὶ τὰς τοῦ φωτὸς προσβολὰς ἀκαριαίως,
172 καὶ ὡς οὐδ’ἂν ἐπινοήσειέ τις ἐλάττονα χρόνου ῥοπὴν, ἐπὶ ‖ πάντα
ἑαυτοῦ τὰ πέρατα ὑποδέχεται. Καὶ αἰθὴρ ἡδίων μετὰ τὸ φῶς·
καὶ ὕδατα φανότερα, οὐ μόνον δεχόμενα τὴν αὐγὴν, ἀλλὰ καὶ
παρ’ἑαυτῶν ἀντιπέμποντα κατὰ τὴν ἀνάκλασιν τοῦ φωτὸς,
μαρμαρυγῶν πανταχόθεν ἀποπαλλομένων τοῦ ὕδατος. Πάντα ἡ
θεία φωνὴ πρὸς τὸ ἥδιστον καὶ τιμιώτατον μετεσκεύασεν. Ὥσπερ
γὰρ οἱ ἐν τῷ βυθῷ ἐνιέντες τὸ ἔλαιον, καταφάνειαν ἐμποιοῦσι
τῷ τόπῳ· οὕτως ὁ ποιητὴς τῶν ὅλων ἐμφθεγξάμενος, τῷ κόσμῳ
τὴν τοῦ φωτὸς χάριν ἀθρόως ἐνέθηκε. Γενηθήτω φῶς. Καὶ τὸ
πρόσταγμα ἔργον ἦν· καὶ φύσις ἐγένετο, ἧς οὐδὲ ἐπινοῆσαί τι
τερπνότερον εἰς ἀπόλαυσιν δυνατόν ἐστι λογισμοῖς ἀνθρωπίνοις.
Ὅταν δὲ φωνὴν ἐπὶ Θεοῦ καὶ ῥῆμα καὶ πρόσταγμα λέγωμεν,
οὐ διὰ φωνητικῶν ὀργάνων ἐκπεμπόμενον ψόφον, οὐδὲ ἀέρα
διὰ γλώσσης τυπούμενον, τὸν θεῖον λόγον νοοῦμεν, ἀλλὰ τὴν
OMELIA II 103

bellezza che anche adesso gli occhi testimoniano. L’aria


brillava in tutte le direzioni o piuttosto teneva tutta la
luce strettamente connessa con se stessa, inviando
dappertutto, fino al limite al quale arrivava, abbondan-
ti dotazioni di penetranti barbagli. In alto giungeva fino
allo stesso etere e fino al cielo, mentre in ampiezza, nel
tempo di un rapido istante, illuminava tutte le parti del
mondo, il settentrione e il meridione, l’oriente e l’oc-
cidente. La natura dell’aria è, infatti, tale, sottile e tra-
sparente, che la luce non ha bisogno di nessuna durata
di tempo per viaggiarle attraverso. Come, infatti, l’a-
ria permette che i nostri sguardi arrivino sugli oggetti
visibili al di fuori del tempo, così lascia che i bagliori
della luce in un istante, in un attimo di tempo, minore
di quanto si possa pensare, arrivino fino ai suoi ultimi
confini. Anche l’etere, dopo la creazione della luce, di-
venne più piacevole e le acque più brillanti, non soltanto
perché ricevevano il suo splendore, ma anche perché da
loro stesse, riflettendo lo sfolgorio della luce, lo rinvia-
vano, così che lo scintillio veniva a ripercuotersi su ogni
parte dell’acqua. Tutto la parola divina, nell’apprestarlo,
lo ha condotto alla massima piacevolezza e al massimo
pregio. Come i palombari, quando sono nella profondi-
tà, iniettano dell’olio per rendere il luogo più luminoso,
così il Creatore dell’universo con la sua parola immise
nel mondo, immediatamente, la fine bellezza della luce.
«Sia fatta la luce»: il comando era attuazione.19 Fu fatta
una sostanza della quale i ragionamenti umani non rie-
scono neppure a immaginare qualcosa che produca un
godimento più dilettevole.20 Quando, però, noi parliamo
di una parola e di un comando di Dio, noi non pensiamo
a un rumore emesso tramite gli organi fonetici né all’aria
percossa dalla lingua, ma stimiamo che venga designato,
104 OMELIE SULL’ESAMERONE

ἐν τῷ θελήματι ῥοπὴν διὰ τὸ τοῖς διδασκομένοις εὐσύνοπτον


174 ἡγούμεθα ἐν εἴδει ‖ προστάγματος σχηματίζεσθαι. Καὶ εἶδεν ὁ
Θεὸς τὸ φῶς ὅτι καλόν. Τίνα ἂν εἴποιμεν ἡμεῖς τοῦ φωτὸς ἄξιον
ἔπαινον, ὃ προλαβὸν τὴν παρὰ τοῦ κτίσαντος μαρτυρίαν, ἔχει
ὅτι καλόν; Καὶ παρ’ἡμῖν δὲ ὁ λόγος τοῖς ὀφθαλμοῖς παραπέμπει
τὴν κρίσιν, οὕτως οὐδὲν ἔχων εἰπεῖν τοσοῦτον, ὅσον ἡ αἴσθησις
μαρτυρεῖ προλαβοῦσα. Εἰ δὲ τὸ ἐν σώματι καλὸν ἐκ τῆς πρὸς
ἄλληλα τῶν μερῶν συμμετρίας, καὶ τῆς ἐπιφαινομένης εὐχροίας,
τὸ εἶναι ἔχει, πῶς ἐπὶ τοῦ φωτὸς ἁπλοῦ τὴν φύσιν ὄντος καὶ
ὁμοιομεροῦς, ὁ τοῦ καλοῦ διασώζεται λόγος; Ἢ ὅτι τῷ φωτὶ τὸ
σύμμετρον οὐκ ἐν τοῖς ἰδίοις αὐτοῦ μέρεσιν, ἀλλ’ἐν τῷ πρὸς τὴν
ὄψιν ἀλύπῳ καὶ προσηνεῖ μαρτυρεῖται; Οὕτω γὰρ καὶ χρυσὸς
καλὸς, οὐκ ἐκ τῆς τῶν μερῶν συμμετρίας, ἀλλ’ἐκ τῆς εὐχροίας
μόνης, τὸ ἐπαγωγὸν πρὸς τὴν ὄψιν καὶ τὸ τερπνὸν κεκτημένος.
Καὶ ἕσπερος ἀστέρων κάλλιστος, οὐ διὰ τὸ ἀναλογοῦντα ἔχειν
τὰ μέρη ἐξ ὧν συνέστηκεν, ἀλλὰ διὰ τὸ ἄλυπόν τινα καὶ ἡδεῖαν
176 τὴν ἀπ’αὐτοῦ αὐγὴν ἐμπίπτειν τοῖς ‖ ὄμμασιν. Ἔπειτα νῦν ἡ τοῦ
Θεοῦ κρίσις περὶ τοῦ καλοῦ, οὐ πάντως πρὸς τὸ ἐν ὄψει τερπνὸν
ἀποβλέποντος, ἀλλὰ καὶ πρὸς τὴν εἰς ὕστερον ἀπ’αὐτοῦ ὠφέλειαν
προορωμένου γεγένηται. Ὀφθαλμοὶ γὰρ οὔπω ἦσαν κριτικοὶ τοῦ
ἐν φωτὶ κάλλους. Καὶ διεχώρισεν ὁ Θεὸς ἀνὰ μέσον τοῦ φωτὸς,
καὶ ἀνὰ μέσον τοῦ σκότους. Τουτέστιν, ἄμικτον αὐτῶν τὴν φύσιν
καὶ κατ’ἐναντίωσιν ἀντικειμένην ὁ Θεὸς κατεσκεύασε. Πλείστῳ
γὰρ τῷ μέσῳ διέστηκεν ἀπ’ἀλλήλων αὐτὰ καὶ διώρισεν.
OMELIA II 105

sotto la forma di un comando, l’impulso insito nella voce


divina, per renderlo facilmente comprensibile a coloro
che lo scrittore istruisce. «E Dio vide che la luce era bel-
la» (Gen. 1,4). Quale lode potremmo noi esprimere che
sia degna della luce, quando, subito all’inizio, essa ha dal
Creatore la testimonianza che era bella? Per quanto poi
concerne noi, la ragione delega agli occhi il giudizio; essa
non ha nulla da dire che i sensi non abbiano già prima
testimoniato.21 Se, dunque, la bellezza fisica esiste grazie
alla giusta proporzione delle forme tra loro22 e alla piace-
volezza dei colori che appare, come, per quanto concerne
la luce, che è semplice nella sua natura e composta di par-
ti simili, si salva il concetto di bello? Non è forse perché
la luce riceve da Dio la testimonianza che possiede una
giusta proporzione, non nelle sue proprie parti, ma nel
suo apparire alla vista in modo che non le reca fastidio,
ma le risulta gradevole? Così, infatti, anche l’oro è bello,
non perché abbia una giusta proporzione nelle sue parti,
ma soltanto perché, a causa della bellezza del suo colore,
esso possiede la facoltà di attirare gli sguardi e di dilettar-
li.23 E Venere, la stella della sera, è il più bello degli astri,
non perché le parti di cui è composta siano in una corri-
spondenza tra di loro, ma perché fa cadere sugli occhi un
suo splendore che non reca fastidio ed è gradevole. E poi,
adesso diciamo, che il giudizio di Dio sul bello non con-
cerneva la piacevolezza alla vista, ma prevedeva l’utilità
che dalla luce sarebbe più tardi derivata.24 Allora non c’e-
rano, infatti, ancora occhi capaci di valutare la bellezza
della luce. «E Dio separò per metà la luce e per metà la
tenebra» (Gen. 1,4); cioè Dio apprestò le loro nature in
modo che non si mescolassero, ma si disponessero in una
contrapposizione. Infatti, Dio le separò frapponendo una
grande distanza e assegnò dei confini tra loro.
106 OMELIE SULL’ESAMERONE

8. Καὶ ἐκάλεσεν ὁ Θεὸς τὸ φῶς ἡμέραν, καὶ τὸ σκότος


ἐκάλεσε νύκτα. Νῦν μὲν λοιπὸν μετὰ τὴν ἡλίου γένεσιν ἡμέρα
ἐστὶν, ὁ ὑπὸ ἡλίου πεφωτισμένος ἀὴρ, ἐν τῷ ὑπὲρ γῆν ἡμισφαιρίῳ
λάμποντος, καὶ νὺξ σκίασμα γῆς ἀποκρυπτομένου ἡλίου
γινόμενον. Τότε δὲ οὐ κατὰ κίνησιν ἡλιακὴν, ἀλλ’ἀναχεομένου
τοῦ πρωτογόνου φωτὸς ἐκείνου, καὶ πάλιν συστελλομένου κατὰ
τὸ ὁρισθὲν μέτρον παρὰ Θεοῦ, ἡμέρα ἐγένετο, καὶ νὺξ ἀντεπῄει.
Καὶ ἐγένετο ἑσπέρα, καὶ ἐγένετο πρωῒ, ἡμέρα μία. Ἑσπέρα μὲν
178 οὖν ἐστι κοινὸς ὅρος ‖ ἡμέρας καὶ νυκτός· καὶ πρωΐα ὁμοίως
ἡ γειτονία νυκτὸς πρὸς ἡμέραν. Ἵνα τοίνυν τὰ πρεσβεῖα τῆς
γενέσεως ἀποδῷ τῇ ἡμέρᾳ, πρότερον εἶπε τὸ πέρας τῆς ἡμέρας,
εἶτα τὸ τῆς νυκτὸς, ὡς ἐφεπομένης τῆς νυκτὸς τῇ μέρᾳ. Ἡ γὰρ
πρὸ τῆς γενέσεως τοῦ φωτὸς ἐν τῷ κόσμῳ κατάστασις, οὐχὶ νὺξ
ἦν, ἀλλὰ σκότος· τὸ μέντοι ἀντιδιασταλὲν πρὸς τὴν ἡμέραν,
τοῦτο νὺξ ὠνομάσθη· ὅπερ νεωτέρας καὶ τῆς προσηγορίας μετὰ
τὴν ἡμέραν τετύχηκεν. Ἐγένετο οὖν ἑσπέρα, καὶ ἐγένετο πρωΐ.
Τὸ ἡμερονύκτιον λέγει. Καὶ οὐκέτι προσηγόρευσεν, ἡμέρα καὶ
νὺξ, ἀλλὰ τῷ ἐπικρατοῦντι τὴν πᾶσαν προσηγορίαν ἀπένειμε.
Ταύτην ἂν καὶ ἐν πάσῃ τῇ Γραφῇ τὴν συνήθειαν εὕροις, ἐν τῇ
τοῦ χρόνου μετρήσει ἡμέρας ἀριθμουμένας, οὐχὶ δὲ καὶ νύκτας
μετὰ τῶν ἡμερῶν. Αἱ ἡμέραι τῶν ἐτῶν ἡμῶν, ὁ ψαλμῳδός φησιν.
Καὶ πάλιν ὁ Ἰακώβ· Αἱ ἡμέραι τῆς ζωῆς μου μικραὶ καὶ πονηραί.
Καὶ πάλιν, Πάσας τὰς ἡμέρας τῆς ζωῆς μου. Ὥστε τὰ νῦν ἐν
ἱστορίας εἴδει παραδοθέντα νομοθεσία ἐστὶ πρὸς τὰ ἑξῆς. Καὶ
ἐγένετο ἑσπέρα, καὶ ἐγένετο πρωῒ, ἡμέρα μία. Τίνος ἕνεκεν
OMELIA II 107

8. «E Dio chiamò la luce giorno e chiamò la tenebra


notte» (Gen. 1,5). Adesso ormai, dopo che il sole esiste,
si chiama ‘giorno’ l’aria illuminata dal sole che risplende
nell’emisfero che si stende sopra la terra, e ‘notte’ l’om-
bra che sopravviene sulla terra quando il sole si nascon-
de. Allora invece era giorno, e seguiva a sua volta la not-
te, non secondo il movimento solare, ma secondo che si
spandeva quella luce primigenia e di nuovo si contraeva,
in conformità con la misura determinata da Dio. «E ci fu
una sera e ci fu un mattino e fu un giorno» (Gen. 1,5).
La sera è, dunque, il confine comune del giorno e della
notte e similmente il mattino è la vicinanza della notte e
del giorno. Pertanto, allo scopo di concedere al giorno i
diritti di primogenitura, la Scrittura ha nominato prima
il confine del giorno e poi quello della notte, in quanto
la notte succede al giorno. Infatti, la situazione in cui si
trovava il mondo prima che esistesse la luce non era la
notte, ma la tenebra; invece, ciò che si contrappone al
giorno fu nominato notte; essa ottenne una nuova deno-
minazione dopo quella del giorno. «Ci fu, dunque, una
sera e ci fu un mattino». Parla della durata di un giorno e
di una notte. In seguito lo scrittore non ha più detto gior-
no e notte, ma ha chiamato l’intero con il nome della par-
te predominante.25 Potresti trovare questa consuetudine
in tutta la Scrittura; nel misurare il tempo vengono cal-
colati soltanto i giorni e non anche le notti dopo i giorni.
«I giorni dei miei anni», dice il salmista (Sal. 89/90,10),
e, di nuovo, Giacobbe: «I giorni della mia vita sono stati
brevi e cattivi» (Gen. 47,9), e ancora il salmista: «Tutti i
giorni della mia vita» (Sal. 22/23,6). Così queste formu-
lazioni, che ci sono state trasmesse in una forma storica,
sono la norma per l’uso successivo. «Ci fu una sera e ci
fu un mattino e fu un giorno». Per quale motivo non ha
108 OMELIE SULL’ESAMERONE

οὐκ εἶπε πρώτην, ἀλλὰ μίαν; καίτοιγε ἀκολουθότερον ἦν τὸν


μέλλοντα ἐπάγειν δευτέραν καὶ τρίτην καὶ τετάρτην ἡμέραν,
τὴν κατάρχουσαν τῶν ἐφεξῆς πρώτην προσαγορεῦσαι. Ἀλλὰ
180 μίαν εἶπεν, ἤτοι τὸ ‖ μέτρον ἡμέρας καὶ νυκτὸς περιορίζων, καὶ
συνάπτων τοῦ ἡμερονυκτίου τὸν χρόνον, ὡς τῶν εἰκοσιτεσσάρων
ὡρῶν μιᾶς ἡμέρας ἐκπληρουσῶν διάστημα, συνυπακουομένης
δηλονότι τῇ ἡμέρᾳ καὶ τῆς νυκτὸς, ὥστε κἂν ἐν ταῖς τροπαῖς
τοῦ ἡλίου συμβαίνῃ τὴν ἑτέραν αὐτῶν ὑπερβάλλειν, ἀλλὰ τῷ
γε ἀφωρισμένῳ χρόνῳ ἐμπεριγράφεσθαι πάντως ἀμφοτέρων
τὰ διαστήματα· ὡς ἂν εἰ ἔλεγε, τὸ τῶν τεσσάρων καὶ εἴκοσιν
ὡρῶν μέτρον, μιᾶς ἐστιν ἡμέρας διάστημα· ἢ, ἡ τοῦ οὐρανοῦ
ἀπὸ τοῦ αὐτοῦ σημείου ἐπὶ τὸ αὐτὸ πάλιν ἀποκατάστασις ἐν μιᾷ
ἡμέρᾳ γίνεται· ὥστε ὁσάκις ἂν ἑσπέρα καὶ πρωΐα κατὰ τὴν τοῦ
ἡλίου περιφορὰν ἐπιλαμβάνῃ τὸν κόσμον, μὴ ἐν πλείονι χρόνῳ,
ἀλλ’ἐν μιᾶς ἡμέρας διαστήματι τὴν περίοδον ἐκπληροῦσθαι.
Ἢ κυριώτερος ὁ ἐν ἀπορρήτοις παραδιδόμενος λόγος, ὡς ἄρα
ὁ τὴν τοῦ χρόνου φύσιν κατασκευάσας Θεὸς, μέτρα αὐτῷ καὶ
σημεῖα τὰ τῶν ἡμερῶν ἐπέβαλε διαστήματα, καὶ ἑβδομάδι
αὐτὸν ἐκμετρῶν, ἀεὶ τὴν ἑβδομάδα εἰς ἑαυτὴν ἀνακυκλοῦσθαι
κελεύει, ἐξαριθμοῦσαν τοῦ χρόνου τὴν κίνησιν. Τὴν ἑβδομάδα
δὲ πάλιν ἐκπληροῦν τὴν ἡμέραν μίαν, ἑπτάκις αὐτὴν εἰς ἑαυτὴν
ἀναστρέφουσαν, τοῦτο δὲ κυκλικόν ἐστι τὸ σχῆμα, ἀφ’ἑαυτοῦ
182 ἄρχεσθαι, καὶ εἰς ἑαυτὸ καταλήγειν. Ὃ δὴ καὶ τοῦ ‖ αἰῶνος
ἴδιον, εἰς ἑαυτὸν ἀναστρέφειν, καὶ μηδαμοῦ περατοῦσθαι. Διὰ
τοῦτο τὴν κεφαλὴν τοῦ χρόνου οὐχὶ πρώτην ἡμέραν, ἀλλὰ μίαν
ὠνόμασεν· ἵνα καὶ ἐκ τῆς προσηγορίας τὸ συγγενὲς ἔχῃ πρὸς
τὸν αἰῶνα. Τοῦ γὰρ μοναχοῦ ἀκοινωνήτου πρὸς ἕτερον ἡ τὸν
OMELIA II 109

detto: «Fu il primo giorno», ma «un giorno»? Eppure


sarebbe stato più coerente che, colui che avrebbe intro-
dotto «secondo, terzo, quarto giorno», chiamasse «pri-
mo» quello che iniziava la serie. Invece ha detto: «un
giorno», o nell’intento di delimitare la misura del gior-
no e della notte, congiungendo il tempo delle ventiquat-
tro ore, dato che ventiquattro ore completano la durata
di un giorno, sottintendendo evidentemente con il gior-
no anche la notte, di modo che, se nei solstizi l’uno dei
due viene a superare l’altro, la durata di entrambi è pur
sempre rigorosamente circoscritta nel tempo stabilito; è
come se Mosè avesse detto: la misura delle ventiquattro
ore è la durata di un giorno – oppure perché, siccome
la ricollocazione del cielo da un segno dello zodiaco al
medesimo segno avviene in un giorno, ogni volta che
la sera e il mattino, seguendo l’orbita circolare del sole,
s’impadroniscono del mondo, compiono il loro giro in
un tempo non superiore alla durata di un giorno. O è più
valida la teoria trasmessa nei misteri, e cioè che Dio,
quando apprestò la natura del tempo, gli assegnò come
misura e come segno la durata dei giorni, misurandolo
con la settimana e, allora, ordina che la settimana ruoti
sempre su se stessa, numerando così il movimento del
tempo, e che l’unico giorno, a sua volta, riempia la set-
timana, ritornando sette volte su se stesso; questa è la
figura del circolo, comincia da se stesso e in se stesso
finisce. E questa è anche la caratteristica tipica dell’eter-
nità: ritornare su se stessa senza terminare mai. Per que-
sto motivo, il principio del tempo Mosè non lo chiamò
«primo giorno», ma «un giorno»; si proponeva così di
suggerire, anche in base alla denominazione, che il tem-
po è imparentato con l’eternità. Quello che mostrava il
carattere di essere unico e senza alcuna comunanza con
110 OMELIE SULL’ESAMERONE

χαρακτῆρα δεικνύουσα, οἰκείως καὶ προσφυῶς προσηγορεύθη


μία. Εἰ δὲ πολλοὺς ἡμῖν αἰῶνας παρίστησιν ἡ Γραφὴ, αἰῶνα
αἰῶνος, καὶ αἰῶνας αἰώνων πολλαχοῦ λέγουσα, ἀλλ’οὖν κἀκεῖ
οὐχὶ πρῶτος, οὐδὲ δεύτερος, οὐδὲ τρίτος ἡμῖν αἰὼν ἀπηρίθμηται·
ὥστε μᾶλλον καταστάσεων ἡμῖν καὶ πραγμάτων ποικίλων
διαφορὰς, ἀλλ’οὐχὶ περιγραφὰς καὶ πέρατα καὶ διαδοχὰς αἰώνων
ἐκ τούτου δείκνυσθαι. Ἡμέρα γὰρ Κυρίου, φησὶ, μεγάλη καὶ
ἐπιφανής. Καὶ πάλιν, Ἵνα τί ὑμῖν ζητεῖν τὴν ἡμέραν τοῦ Κυρίου;
Καὶ αὕτη ἐστὶ σκότος καὶ οὐ φῶς. Σκότος δὲ, δηλονότι τοῖς ἀξίοις
τοῦ σκότους. Ἐπεὶ ἀνέσπερον καὶ ἀδιάδοχον καὶ ἀτελεύτητον
184 τὴν ἡμέραν ἐκείνην οἶδεν ὁ ‖ λόγος, ἣν καὶ ὀγδόην ὁ ψαλμῳδὸς
προσηγόρευσε, διὰ τὸ ἔξω κεῖσθαι τοῦ ἑβδοματικοῦ τούτου
χρόνου. Ὥστε κἂν ἡμέραν εἴπῃς, κἂν αἰῶνα, τὴν αὐτὴν ἐρεῖς
ἔννοιαν. Εἴτε οὖν ἡμέρα ἡ κατάστασις ἐκείνη λέγοιτο, μία ἐστὶ
καὶ οὐ πολλαί· εἴτε αἰὼν προσαγορεύοιτο, μοναχὸς ἂν εἴη καὶ
οὐ πολλοστός. Ἵνα οὖν πρὸς τὴν μέλλουσαν ζωὴν τὴν ἔννοιαν
ἀπαγάγῃ, μίαν ὠνόμασε τοῦ αἰῶνος τὴν εἰκόνα, τὴν ἀπαρχὴν
τῶν ἡμερῶν, τὴν ὁμήλικα τοῦ φωτὸς, τὴν ἁγίαν κυριακὴν, τὴν τῇ
ἀναστάσει τοῦ Κυρίου τετιμημένην. Ἐγένετο οὖν ἑσπέρα, φησὶ,
καὶ ἐγένετο πρωΐ, ἡμέρα μία. Ἀλλὰ γὰρ καὶ οἱ περὶ τῆς ἑσπέρας
ἐκείνης λόγοι ὑπὸ τῆς παρούσης ἑσπέρας καταληφθέντες,
ἐνταῦθα ἡμῖν τὸν λόγον ὁρίζουσιν. Ὁ δὲ Πατὴρ τοῦ ἀληθινοῦ
φωτὸς, ὁ τὴν ἡμέραν κοσμήσας τῷ οὐρανίῳ φωτὶ, ὁ τὴν νύκτα
φαιδρύνας ταῖς αὐγαῖς τοῦ πυρὸς, ὁ τοῦ μέλλοντος αἰῶνος τὴν
ἀνάπαυσιν εὐτρεπίσας τῷ νοερῷ καὶ ἀπαύστῳ φωτὶ, φωτίσειεν
ὑμῶν τὰς καρδίας ἐν ἐπιγνώσει τῆς ἀληθείας, καὶ ἀπρόσκοπον
OMELIA II 111

un altro, opportunamente e convenientemente fu chia-


mato «uno». Se la Scrittura ci presenta molte eternità
e spesso e in molti punti dice: «eternità dell’eternità»
e «eternità delle eternità», però, anche là, non ci enu-
mera una prima né una seconda né una terza eternità.
Queste formulazioni ci mostrano piuttosto diversità di
situazioni e di fatti svariati, ma non delimitazioni, con-
fini, successioni di eternità. Infatti, la Scrittura dice: «Il
giorno del Signore è grande e manifesto» (Gioel. 2,11),
e ancora: «Perché cercate il giorno del Signore? Esso
sarà per voi tenebra e non luce» (Amos 5,18). Sarà tene-
bra evidentemente per coloro che si meritano la tenebra.
La narrazione biblica conosce, infatti, un giorno senza
sera, perpetuo, senza fine che il salmista [è riferimen-
to indeterminato] chiama «ottavo», perché sta fuori dal
tempo della settimana. Perciò, che tu dica ‘giorno’ o
che dica ‘eternità’ dirai la medesima idea. Se si chiama
‘giorno’ quella durata, c’è un giorno solo e non molti; se
venisse denominata ‘eternità’, essa sarebbe unica e non
molteplice. È, dunque, allo scopo di condurre il nostro
pensiero alla vita futura, che la Scrittura ha chiamato
«uno» questo giorno, che è l’immagine dell’eternità, la
primizia dei giorni, il contemporaneo della luce, il sacro
giorno del Signore, quello che è stato onorato con la
risurrezione del Signore. «Ci fu dunque una sera e ci fu
un mattino, dice la Scrittura, e fu un giorno». Ma anche
le discussioni su quella sera sono ormai state soverchia-
te dal sopraggiungere della sera presente e concludono
qui il nostro discorso. Il Padre della luce vera, che ha
ornato il giorno con la luce celeste, che ha illuminato
la notte con gli splendori del fuoco, che ci ha allestito
il riposo dell’èra futura nell’interminabile luce spiritua-
le, illumini i vostri cuori nella conoscenza della verità
112 OMELIE SULL’ESAMERONE

ὑμῶν διατηρήσειε τὴν ζωὴν, παρεχόμενος ἡμῖν, ὡς ἐν ἡμέρᾳ


186 εὐσχημόνως περιπατεῖν, ἵνα ἐκλάμψητε, ὡς ὁ ἥλιος ‖ ἐν τῇ
λαμπρότητι τῶν ἁγίων, εἰς καύχημα ἐμοὶ, εἰς ἡμέραν Χριστοῦ, ᾧ
ἡ δόξα καὶ τὸ κράτος εἰς τοὺς αἰῶνας τῶν αἰώνων. Ἀμήν.
OMELIA II 113

e conservi la vostra vita immune da collisioni, conce-


dendovi di camminare decorosamente durante il giorno,
affinché risplendiate come il sole nella luminosità dei
santi e io me ne possa vantare nel giorno di Cristo, al
quale siano la gloria e la potenza per i secoli dei secoli.
Amen.
114 OMELIE SULL’ESAMERONE

188 ‖ ΟΜΙΛΙΑ γʹ.

Περὶ τοῦ στερεώματος.

1. Τὰ τῆς πρώτης ἡμέρας ἔργα, μᾶλλον δὲ τὰ τῆς μιᾶς· μὴ γὰρ


οὖν ἀφελώμεθα αὐτῆς τὸ ἀξίωμα, ὃ ἐν τῇ φύσει ἔχει, παρὰ τοῦ
κτίσαντος καθ’ἑαυτὴν ἐκδοθεῖσα, οὐκ ἐν τῇ πρὸς τὰς ἄλλας
συντάξει ἀριθμηθεῖσα· πλὴν ἀλλ’ὅτι τὰ ἐν αὐτῇ γενόμενα χθὲς
ἐπελθὼν ὁ λόγος καὶ διελὼν τὴν ἐξήγησιν τοῖς ἀκροωμένοις, τὴν
μὲν ἑωθινὴν τροφὴν τῶν ψυχῶν, τὴν δὲ ἑσπερινὴν εὐφροσύνην
ποιησάμενος, νῦν ἐπὶ τὰ τῆς δευτέρας θαύματα μεταβαίνει.
Λέγω δὲ τοῦτο οὐκ ἐπὶ τὴν τοῦ ἐξηγουμένου δύναμιν ἀναφέρων,
ἀλλ’ἐπὶ τὴν χάριν τῶν γεγραμμένων, φυσικῶς ἔχουσαν τὸ
εὐπαράδεκτον, καὶ πάσῃ καρδίᾳ προσηνές τε καὶ φίλον, τῶν
τὸ ἀληθὲς τοῦ πιθανοῦ προτιμώντων· Καθὸ καὶ ὁ ψαλμῳδὸς
ἐμφατικώτατα τὸ ἐκ τῆς ἀληθείας ἡδὺ παριστῶν, Ὡς γλυκέα,
φησὶ, τῷ λάρυγγί μου τὰ λόγιά σου, ὑπὲρ μέλι τῷ στόματί μου.
190 Χθὲς τοίνυν, καθόσον ἦν δυνατὸν, τῇ ‖ περὶ τὰ λόγια τοῦ Θεοῦ
διατριβῇ τὰς ψυχὰς ὑμῶν εὐφράναντες, πάλιν ἀπηντήσαμεν
σήμερον ἐν δευτέρᾳ ἡμέρᾳ, τῶν τῆς δευτέρας ἡμέρας ἔργων
τὰ θαύματα κατοψόμενοι. Ἀλλὰ γὰρ οὐ λέληθέ με, ὅτι πολλοὶ
τεχνῖται τῶν βαναύσων τεχνῶν, ἀγαπητῶς ἐκ τῆς ἐφ’ἡμέραν
ἐργασίας τὴν τροφὴν ἑαυτοῖς συμπορίζοντες, περιεστήκασιν
ἡμᾶς, οἳ τὸν λόγον ἡμῖν συντέμνουσιν, ἵνα μὴ ἐπὶ πολὺ τῆς
OMELIA III 115

Omelia III

Il firmamento1

1. Quelle sono le opere del primo giorno, o piuttosto


quelle ‘del giorno’; non togliamogli, dunque, la sua di-
gnità, che egli ha nella sua natura e che ha ricevuto, pro-
prio per lui, dal Creatore, dato che non è stato calcolato
nello schieramento degli altri giorni. Il nostro discorso
si è ieri rivolto alle opere che furono compiute in esso e
ha diviso, per gli ascoltatori, la spiegazione in modo da
offrire, al mattino, il nutrimento delle anime e, alla sera,
la gioia serena; adesso, passiamo alle meraviglie del se-
condo giorno. Dico questo non riferendomi alla bravura
di colui che spiega, ma alla piacevole attrattiva di quello
che è scritto; la Scrittura ha per sua natura una grande
facilità a essere accolta; è gradevole e simpatica2 al cuore
di tutti coloro che preferiscono ciò che è vero a ciò che
adesca, in conformità con il modo molto espressivo con
cui il salmista presenta la dolcezza che proviene dalla ve-
rità: «Che le tue parole», dice, «siano dolci alla mia gola
più che il miele alla mia bocca» (Sal. 118/119,103). Ieri,
dunque, abbiamo rallegrato, per quanto era possibile, le
vostre anime soffermandoci sulle parole di Dio, e ora ci
siamo incontrati, in un secondo giorno, per osservare le
opere meravigliose del secondo giorno. Ma non dimen-
tico che mi stanno attorno molti operai che esercitano
un mestiere manuale, i quali a malapena si procurano di
che vivere con il duro lavoro giornaliero; essi mi obbli-
gano ad abbreviare per non tenerli troppo a lungo lon-
116 OMELIE SULL’ESAMERONE

ἐργασίας ἀφέλκωνται. Πρὸς οὓς τί φημι; Ὅτι τὸ δανεισθὲν


τῷ Θεῷ τοῦ χρόνου μέρος οὐκ ἀφανίζεται, ἀλλὰ σὺν μεγάλῃ
ἀποδίδοται παρ’αὐτοῦ τῇ προσθήκῃ. Καὶ γὰρ ὅσαι περιστάσεις
ἀσχολίας ποιητικαὶ, ταύτας ὁ Κύριος παραπέμψει· καὶ σώματι
τόνον, καὶ ψυχῇ προθυμίαν, καὶ συναλλαγμάτων εὐμάρειαν, καὶ
τὴν εἰς πάντα τὸν βίον εὐοδίαν τοῖς τὰ πνευματικὰ προτιμότερα
ποιουμένοις διδούς. Κἂν ἐν τῷ παρόντι δὲ μὴ κατ’ἐλπίδας ἡμῖν
ἐκβῇ τὰ σπουδαζόμενα, ἀλλὰ πρός γε τὸν ἐφεξῆς αἰῶνα ἀγαθὸς
θησαυρὸς ἡ διδασκαλία τοῦ Πνεύματος. Ἄνελε τοίνυν τῆς
καρδίας πᾶσαν τοῦ βίου μέριμναν, καὶ ὅλον μοι σεαυτὸν ἐνταῦθα
συνάγαγε. Οὐ γὰρ ὄφελός τι τῆς τοῦ σώματος παρουσίας, τῆς
καρδίας σου περὶ τὸν γήϊνον θησαυρὸν πονουμένης.
2. Καὶ εἶπεν ὁ Θεὸς γενηθήτω στερέωμα ἐν μέσῳ τοῦ ὕδατος,
192 καὶ ἔστω διαχωρίζον ἀνὰ μέσον ὕδατος καὶ ὕδατος. ‖ Ἤδη καὶ
χθὲς ἠκούσαμεν Θεοῦ ῥημάτων, Γενηθήτω φῶς. Καὶ σήμερον,
Γενηθήτω στερέωμα. Πλέον δέ τι ἔχειν δοκεῖ τὰ παρόντα, ὅτι
οὐκ ἀπέμεινεν ὁ λόγος ἐν ψιλῷ τῷ προστάγματι, ἀλλὰ καὶ
τὴν αἰτίαν καθ’ἣν ἐπιζητεῖται τοῦ στερεώματος ἡ κατασκευὴ
προσδιώρισεν. Ἵνα διαχωρίζῃ, φησὶν, ἀνὰ μέσον ὕδατος καὶ
ὕδατος. Πρῶτον μὲν οὖν ἀναλαβόντες ζητῶμεν, πῶς ὁ Θεὸς
διαλέγεται. Ἆρα τὸν ἡμέτερον τρόπον, πρότερον μὲν ὁ ἀπὸ
τῶν πραγμάτων τύπος ἐγγίνεται τῇ νοήσει, ἔπειτα μετὰ τὸ
φαντασθῆναι, ἀπὸ τῶν ὑποκειμένων τὰς οἰκείας καὶ προσφυεῖς
ἑκάστου σημασίας ἐκλεγόμενος ἐξαγγέλλει; εἶτα τῇ ὑπηρεσίᾳ
τῶν φωνητικῶν ὀργάνων παραδοὺς τὰ νοηθέντα, οὕτω διὰ τῆς
OMELIA III 117

tani dal loro lavoro.3 Che cosa debbo, dunque, dir loro?
Questo: che la parte del tempo data in prestito a Dio non
va perduta; egli la restituisce aggiungendovi un grande
interesse; infatti, tutte le situazioni che potrebbero recare
fastidio il Signore le rimuove; egli dà al corpo vigoria,
all’anima zelo, facilità d’esito negli affari, agevolezza di
percorso per tutte le esigenze della vita a quelli che ap-
prezzano di più gli impegni spirituali.4 E se, nel presente,
quello che ricerchiamo con premura non va a finire come
speriamo, però, per l’èra futura costituisce un eccellente
tesoro l’accogliere l’insegnamento dello Spirito Santo.
Togli, dunque, via dal tuo cuore ogni preoccupazione
per la vita presente e concentra qui, alle mie parole, tut-
to te stesso. Non ci guadagneresti, infatti, nulla a essere
presente con il corpo, se il tuo cuore si affaticasse nella
ricerca del tesoro terrestre.
2. «E Dio disse: Che ci sia un firmamento nel mezzo
delle acque e separi nel mezzo un’acqua dall’altra» (Gen.
1,6). Già ieri abbiamo sentito delle parole del Signore:
«Sia fatta la luce», e oggi sentiamo: «Sia fatto il firma-
mento». Ma sembra che questa frase abbia qualche cosa
di più, in quanto la formulazione non si è fermata a un
semplice comando, ma ha anche precisato per quale mo-
tivo ricerchi la costituzione del firmamento: «Perché se-
pari», afferma, «stando nel mezzo, un’acqua dall’altra».5
Per prima cosa, dunque, riprendendo il nostro discorso,
cerchiamo come Dio parla. Forse alla nostra maniera?
Se fosse così, allora egli, per prima cosa, si formerebbe
nel pensiero la figura delle cose; poi, dopo che la cosa
ha preso una sua sembianza, scegliendo, per quello in
cui si sta occupando, il vocabolo proprio e più adatto a
significarlo, lo formulerebbe nella sua mente; poi, tra-
smettendo quello che ha pensato agli organi vocali, per-
118 OMELIE SULL’ESAMERONE

τοῦ ἀέρος τυπώσεως, κατὰ τὴν ἔναρθρον τῆς φωνῆς κίνησιν, ἐν


τῷ κρυπτῷ νόημα σαφηνίζει; Καὶ πῶς οὐ μυθῶδες τῆς τοιαύτης
περιόδου λέγειν τὸν Θεὸν χρῄζειν πρὸς τὴν τῶν νοηθέντων
δήλωσιν; Ἢ εὐσεβέστερον λέγειν, ὅτι τὸ θεῖον βούλημα καὶ ἡ
πρώτη ὁρμὴ τοῦ νοεροῦ κινήματος, τοῦτο Λόγος ἐστὶ τοῦ Θεοῦ;
194 Σχηματίζει δὲ αὐτὸν διεξο‖δικῶς ἡ Γραφὴ, ἵνα δείξῃ ὅτι οὐχὶ
γενέσθαι μόνον ἐβουλήθη τὴν κτίσιν, ἀλλὰ καὶ διά τινος συνεργοῦ
παραχθῆναι ταύτην εἰς γέννησιν. Ἐδύνατο γὰρ, ὡς ἐξ ἀρχῆς εἶπε,
περὶ πάντων ἐπεξελθεῖν, Ἐν ἀρχῇ ἐποίησεν ὁ Θεὸς τὸν οὐρανὸν
καὶ τὴν γῆν· εἶτα, Ἐποίησε φῶς· εἶτα, Ἐποίησε τὸ στερέωμα· νῦν
δὲ τὸν Θεὸν προστάττοντα καὶ διαλεγόμενον εἰσάγουσα, τὸν ᾧ
προστάσσει καὶ ᾧ διαλέγεται κατὰ τὸ σιωπώμενον ὑποφαίνει, οὐ
βασκαίνουσα ἡμῖν τῆς γνώσεως, ἀλλ’ἐκκαίουσα ἡμᾶς πρὸς τὸν
πόθον, δι’ὧν ἴχνη τινὰ καὶ ἐμφάσεις ὑποβάλλει τοῦ ἀπορρήτου.
Τὸ γὰρ πόνῳ κτηθὲν, περιχαρῶς ὑπεδέχθη καὶ φιλοπόνως
διεφυλάχθη· ὧν μέντοι πρόχειρος ὁ πορισμὸς, τούτων ἡ κτῆσις
εὐκαταφρόνητος. Διὰ τοῦτο ὁδῷ τινι καὶ τάξει ἡμᾶς εἰς τὴν περὶ
τοῦ Μονογενοῦς ἔννοιαν προσβιβάζει. Καίτοιγε τοῦ ἐν φωνῇ
λόγου οὐδὲ οὕτως ἦν χρεία τῇ ἀσωμάτῳ φύσει, αὐτῶν τῶν
νοηθέντων μεταδίδοσθαι δυναμένων τῷ συνεργοῦντι. Ὥστε τίς
χρεία λόγου τοῖς δυναμένοις ἐξ αὐτοῦ τοῦ νοήματος κοινωνεῖν
ἀλλήλοις τῶν βουλευμάτων; Φωνὴ μὲν γὰρ δι’ἀκοὴν, καὶ ἀκοὴ
OMELIA III 119

ché si mettano al suo servizio, a questo punto enunce-


rebbe quello che ha pensato nel segreto mediante una
modulazione dell’aria in conformità con il movimento
articolato della voce.6 Ma come non è una fantasticheria
sostenere che Dio abbia bisogno di tutto questo giro per
far conoscere quello che pensa? Non è un atteggiamento
più pio il dire che la volontà di Dio e la spinta iniziale
del movimento del suo spirito sono costituite dal Verbo
di Dio? La Scrittura lo fa capire con particolareggiate
espressioni metaforiche per mostrare che Dio non volle
soltanto che la creazione fosse fatta, ma anche che essa
fosse condotta all’esistenza tramite un suo collaborato-
re. Poteva, infatti, come aveva detto all’inizio, ripetere
specificatamente per ogni oggetto: «Dio creò il cielo e
la terra», e poi: «Creò la luce», e poi: «Creò il firma-
mento»; adesso, invece, introducendo Dio che comanda
e che parla, ci suggerisce tacitamente colui a cui ordina
e a cui parla; la Scrittura non ci priva per invidia7 della
conoscenza del Verbo, ma ci infiamma a desiderarlo, in
quanto ci mette sotto gli occhi tracce e parvenze dell’i-
neffabile. Infatti, quello che si è acquistato con fatica lo
si riceve con gioia e lo si conserva con cura; invece ciò
che è agevole da procurarsi è facile che venga disprezza-
to quando lo si possiede. Per questo motivo, la Scrittura
ci avvicina, in certo qual modo, per una via ben regolata,
a pensare all’Unigenito. Eppure nemmeno così una na-
tura incorporea aveva bisogno di esprimere il concetto
con parole, poiché quello che Dio pensa può automa-
ticamente trasmettersi al suo collaboratore [il Figlio];
pertanto, che bisogno hanno di parlare coloro che posso-
no immediatamente, attraverso il pensiero, comunicarsi
vicendevolmente quello che vogliono? La voce, infatti,
penetra attraverso l’udito e l’udito esiste perché c’è la
120 OMELIE SULL’ESAMERONE

φωνῆς ἕνεκεν. Ὅπου δὲ οὐκ ἀὴρ, οὐχὶ γλῶσσα, οὐχὶ οὖς, οὐ


πόρος σκολιὸς ἐπὶ τὴν ἐν τῇ κεφαλῇ συναίσθησιν ἀναφέρων τοὺς
196 ‖ ψόφους, ἐκεῖ οὐδὲ ῥημάτων χρεία, ἀλλ’ἐξ αὐτῶν, ὡς ἂν εἴποι
τις, τῶν ἐν καρδίᾳ νοημάτων τοῦ θελήματος ἡ μετάδοσις. Ὅπερ
οὖν ἔφην, ὥστε διαναστῆναι τὸν νοῦν ἡμῶν πρὸς τὴν ἔρευναν
τοῦ προσώπου πρὸς ὃν οἱ λόγοι, σοφῶς καὶ ἐντέχνως τὸ σχῆμα
τοῦτο τῆς διαλέκτου παρείληπται.
3. Δεύτερόν ἐστιν ἐξετάσαι, εἰ ἕτερον παρὰ τὸν ἐν ἀρχῇ
πεποιημένον οὐρανὸν τὸ στερέωμα τοῦτο, ὃ καὶ αὐτὸ ἐπεκλήθη
οὐρανὸς, καὶ εἰ ὅλως οὐρανοὶ δύο· ὅπερ οἱ τὰ περὶ οὐρανοῦ
φιλοσοφήσαντες ἕλοιντ’ἂν μᾶλλον τὰς γλώσσας προέσθαι,
ἢ ὡς ἀληθὲς παραδέξασθαι. Ἕνα γὰρ ὑποτίθενται οὐρανὸν,
καὶ οὐκ ἔχειν αὐτῷ φύσιν, δεύτερον, ἢ τρίτον, ἢ πολλοστὸν
προσγενέσθαι, πάσης τῆς οὐσίας τοῦ οὐρανίου σώματος εἰς
τὴν τοῦ ἑνὸς σύστασιν ἀπαναλωθείσης, ὡς οἴονται. Ἓν γάρ
198 φασι τὸ κυκλοφορικὸν σῶμα, καὶ ‖ τοῦτο πεπερασμένον· ὅπερ
εἰ συναπήρτισται τῷ πρώτῳ οὐρανῷ, μηδὲν ὑπολείπεσθαι πρὸς
δευτέρου ἢ τρίτου γένεσιν. Ταῦτα μὲν οὖν οἱ ὕλην ἀγέννητον
ἐπεισάγοντες τῷ δημιουργῷ φαντάζονται, ἐκ τῆς πρώτης
μυθοποιίας πρὸς τὸ ἀκόλουθον ψεῦδος ὑποφερόμενοι· ἡμεῖς
δὲ ἀξιοῦμεν τοὺς τῶν Ἑλλήνων σοφοὺς, μὴ πρότερον ἡμᾶς
καταχλευάζειν πρὶν τὰ πρὸς ἀλλήλους διάθωνται. Εἰσὶ γὰρ ἐν
αὐτοῖς οἳ ἀπείρους οὐρανοὺς καὶ κόσμους εἶναί φασιν, ὧν ὅταν
ἀπελέγξωσιν τὸ ἀπίθανον οἱ ἐμβριθεστέραις ταῖς ἀποδείξεσι
OMELIA III 121

voce. Dove, però, non c’è aria né lingua né orecchio né


via serpeggiante8 che faccia arrivare i rumori alla testa
in modo che essa li possa percepire, non c’è neppure bi-
sogno di parola, ma, per così dire, immediatamente, da
quanto si è pensato nel cuore, si trasmette quello che si
vuol dire. È quello che ho detto, e cioè che Mosè, sapien-
temente e abilmente, ha usato questa forma di linguaggio
per risvegliare la nostra mente a ricercare quale fosse la
persona alla quale parlava.9
3. Viene poi, in un secondo momento, l’esaminare
se è diverso il cielo che fu creato al principio da questo
firmamento, che è stato anche lui chiamato cielo, se, in-
somma, ci sono due cieli. Questa idea i filosofi che hanno
trattato del cielo,10 piuttosto che accoglierla come vera,
preferirebbero che venisse loro strappata la lingua. Pon-
gono, infatti, a base che c’è un cielo solo e che esso ha
una natura tale che non ci si può venire ad aggiungere
un secondo o un terzo o un qualche altro dopo questi,
in quanto credono che tutta la sostanza del corpo cele-
ste sia stata spesa nella costituzione soltanto di questo.11
Dicono, infatti, che c’è un solo corpo che si muove in
circolo e questo corpo è delimitato; se questo corrispon-
de al primo cielo, non ci rimane più nulla perché venga-
no all’esistenza un secondo e un terzo.12 Si immaginano
quest’idea quelli che mettono a disposizione dell’Arte-
fice una materia increata e, da questa prima fantastiche-
ria, si lasciano trasportare nella falsità che ne segue; per
quanto ci concerne, noi riteniamo giusto che i sapienti
greci non si facciano beffe di noi prima che abbiano si-
stemato i loro rapporti vicendevoli. Ci sono, infatti, tra
di loro quelli che affermano che i cieli e i mondi sono in
una quantità illimitata;13 quando quelli che si attengono
a dimostrazioni di maggior peso abbiano svelato l’incre-
122 OMELIE SULL’ESAMERONE

χρώμενοι, καὶ ταῖς γεωμετρικαῖς ἀνάγκαις συστήσωσι μὴ ἔχειν


φύσιν ἄλλον οὐρανὸν γενέσθαι παρὰ τὸν ἕνα, τότε καὶ μᾶλλον
καταγελασόμεθα τῆς γραμμικῆς καὶ ἐντέχνου αὐτῶν φλυαρίας,
εἴπερ ὁρῶντες πομφόλυγας διὰ τῆς ὁμοίας αἰτίας γινομένας μίαν
τε καὶ πολλὰς, εἶτα ἀμφιβάλλουσι περὶ οὐρανῶν πλειόνων, εἰ
ἐξαρκεῖ αὐτοὺς ἡ δημιουργικὴ δύναμις παραγαγεῖν εἰς τὸ εἶναι.
Ὧν τὴν ἰσχὺν καὶ τὸ μέγεθος οὐδὲν ἡγούμεθα διαφέρειν τῆς
κοίλης νοτίδος τῆς ὑπερφυσωμένης ἐν τοῖς κρουνοῖς, ὅταν πρὸς
τὴν ὑπεροχὴν τῆς τοῦ Θεοῦ δυνάμεως ἀποβλέψωμεν. Ὥστε
καταγέλαστος αὐτοῖς ὁ τοῦ ἀδυνάτου λόγος. Ἡμεῖς δὲ τοσοῦτον
ἀπέχομεν τῷ δευτέρῳ ἀπιστεῖν, ὅτι καὶ τὸν τρίτον ἐπιζητοῦμεν,
200 οὗ τῆς ‖ θέας ὁ μακάριος Παῦλος ἠξιώθη. Ὁ δὲ ψαλμὸς ὀνομάζων
οὐρανοὺς οὐρανῶν, καὶ πλειόνων ἡμῖν ἔννοιαν ἐνεποίησε. Οὐ
δήπου δὲ ταῦτα παραδοξότερα τῶν ἑπτὰ κύκλων, καθ’ὧν οἱ ἑπτὰ
ἀστέρες σχεδὸν παρὰ πάντων συμφώνως ὁμολογοῦνται φέρεσθαι,
οὓς καὶ ἐνηρμόσθαι φασὶν ἑτέρῳ τὸν ἕτερον, κατὰ τὴν εἰκόνα τῶν
κάδων τῶν εἰς ἀλλήλους ἐμβεβηκότων. Τούτους δὲ τὴν ἐναντίαν
τῷ παντὶ φερομένους, περισχιζομένου τοῦ αἰθέρος αὐτοῖς,
εὔηχόν τινα καὶ ἐναρμόνιον ἀποδιδόναι φθόγγον, ὥστε πᾶσαν
τὴν ἐν μελῳδίαις ἡδονὴν ὑπερβάλλειν. Εἶτα ἐπειδὰν τὴν διὰ τῆς
αἰσθήσεως πίστιν οἱ ταῦτα λέγοντες ἀπαιτῶνται, τί φασιν; Ὅτι
διὰ τὴν ἐξ ἀρχῆς συνήθειαν πρὸς τὸν ψόφον ἐκ πρώτης γενέσεως
συνεθισθέντες αὐτῷ, ἐκ πολλῆς τῆς περὶ τὸ ἀκούειν μελέτης τὴν
αἴσθησιν ἀφῃρήμεθα· ὥσπερ οἱ ἐν τοῖς χαλκείοις συνεχῶς τὰ ὦτα
OMELIA III 123

dibilità di questa teoria e, in base alle loro necessità geo-


metriche, abbiano provato che è innaturale che esista un
altro cielo all’infuori di uno, allora noi derideremo anco-
ra di più la loro insulsaggine lineare condotta con abilità
tecnica,14 se, vedendo formarsi una o molte bolle a opera
della medesima causa, discutono ancora sulla pluralità
dei cieli, chiedendosi se la potenza creatrice sia suffi-
ciente per condurli all’esistenza.15 Noi, quando guardia-
mo all’immensità della potenza di Dio, crediamo che la
salda consistenza e la grandezza dei cieli non differisca-
no per nulla dalle bolle vuote che vengono soffiate fuori
nelle sorgenti. Pertanto, quando parlano di impossibilità,
si fanno deridere. Per conto nostro, siamo tanto lontani
dal non credere a un secondo cielo che stiamo cercan-
do anche il terzo, quello che il beato Paolo fu creduto
meritevole di contemplare (2 Cor. 12,2). E poi il Salmo
(148/149,4), nominando «i cieli dei cieli», ci ha fornito
l’idea che essi siano ancora più numerosi. E questo non
è certo più sorprendente dei sette circoli lungo i quali
pressoché tutti concordemente ammettono che viaggino
i sette pianeti; sono cerchi che, dicono, sono connessi
l’uno nell’altro a somiglianza dei vasi che si inseriscono
gli uni negli altri. Poiché i pianeti procedono in senso
contrario a quello dell’universo, fendendo l’aria, emette-
rebbero un suono gradevole e armonioso, tanto da supe-
rare qualunque piacevolezza ci sia nelle nostre melodie.
Quando poi si richiede a coloro che sostengono queste
idee la credibilità fornita dai sensi, che cosa dicono? Di-
cono che l’abitudine che abbiamo contratto fin dall’ini-
zio, subito dalla nostra nascita, a percepire quel rumore
ci ha assuefatti a esso, per cui a causa del costante al-
lenamento a sentirlo, ne abbiamo perduto la sensibilità,
come capita a quelli che nelle fucine del bronzo ne hanno
124 OMELIE SULL’ESAMERONE

κατακρουόμενοι. Ὧν τὸ σεσοφισμένον καὶ σαθρὸν διελέγχειν,


οὕτως ἐναργῶς ἐκ πρώτης ἀκοῆς πᾶσι καταφαινόμενον, οὐκ
ἔστιν ἀνδρὸς οὔτε χρόνου εἰδότος φείδεσθαι, οὔτε τῆς συνέσεως
202 τῶν ἀκουόντων ‖ στοχαζομένου. Ἀλλὰ τὰ τῶν ἔξωθεν τοῖς ἔξω
καταλιπόντες ἡμεῖς ἐπὶ τὸν ἐκκλησιαστικὸν ὑποστρέφομεν
λόγον. Εἴρηται μὲν οὖν τισι τῶν πρὸ ἡμῶν, μὴ δευτέρου οὐρανοῦ
γένεσιν εἶναι ταύτην, ἀλλ’ἐπεξήγησιν τοῦ προτέρου, διὰ τὸ ἐκεῖ
μὲν ἐν κεφαλαίῳ παραδεδόσθαι οὐρανοῦ καὶ γῆς ποίησιν, ἐνταῦθα
δὲ ἐπεξεργαστικώτερον τὸν τρόπον καθ’ὃν ἕκαστον γέγονε τὴν
Γραφὴν ἡμῖν παραδιδόναι. Ἡμεῖς δέ φαμεν, ὅτι ἐπειδὴ καὶ ὄνομα
ἕτερον καὶ χρεία ἰδιάζουσα τοῦ δευτέρου οὐρανοῦ παραδέδοται,
ἕτερός ἐστι παρὰ τὸν ἐν ἀρχῇ πεποιημένον οὗτος, στερεωτέρας
φύσεως, καὶ χρείαν ἐξαίρετον τῷ παντὶ παρεχόμενος.
4. Καὶ εἶπεν ὁ Θεός· γενηθήτω στερέωμα ἐν μέσῳ τοῦ
ὕδατος, καὶ ἔστω διαχωρίζον ἀνὰ μέσον ὕδατος καὶ ὕδατος. Καὶ
ἐποίησεν ὁ Θεὸς τὸ στερέωμα· καὶ διεχώρισεν ὁ Θεὸς ἀνὰ μέσον
τοῦ ὕδατος ὃ ἦν ὑποκάτω τοῦ στερεώματος, καὶ ἀνὰ μέσον τοῦ
ὕδατος τοῦ ἐπάνω τοῦ στερεώματος. Καὶ πρό γε τοῦ ἅψασθαι
τῆς διανοίας τῶν γεγραμμένων, πειραθῶμεν τὸ παρὰ τῶν ἄλλων
204 ἀντεπαγόμενον διαλῦσαι. ‖ Ἐρωτῶσι γὰρ ἡμᾶς, εἰ σφαιρικὸν
μὲν τὸ σῶμα τοῦ στερεώματος, ὡς ἡ ὄψις δηλοῖ, ῥυτὸν δὲ τὸ
ὕδωρ καὶ περιολισθαῖνον τοῖς ὑψηλοῖς, πῶς ἂν ἐδυνήθη ἐπὶ τῆς
κυρτῆς περιφερείας τοῦ στερεώματος ἱδρυνθῆναι; Τί δὴ πρὸς
τοῦτο ἐροῦμεν; Ὅτι μάλιστα μὲν οὐκ εἴ τι πρὸς ἡμᾶς κυκλοτερὲς
ὁρᾶται κατὰ τὴν ἔνδον κοιλότητα, τοῦτο ἀνάγκη καὶ τὴν ἔξωθεν
ἐπιφάνειαν σφαιρικῶς ἀπηρτίσθαι, καὶ ὅλον ἀκριβῶς ἔντορνον
OMELIA III 125

le orecchie continuamente percosse.16 Confutare questa


loro asserzione, sottilizzante e marcia, che tale appare
chiaramente a tutti non appena la sentono, non è com-
pito di un uomo che sappia risparmiare il suo tempo né
che tenga conto dell’intelligenza degli ascoltatori. Noi,
abbandonando le opinioni degli estranei agli estranei, ci
rivolgiamo alla dottrina della Chiesa. Dunque, alcuni di
quelli che ci hanno preceduto hanno detto che qui non si
trattava della provenienza di un secondo cielo, ma di una
spiegazione del primo; poiché la Scrittura avrebbe colà
[in Gen. 1,1] comunicato per sommi capi la creazione
del cielo e della terra, mentre qui ci informa in manie-
ra conclusiva sul modo con cui ogni cosa è stata creata.
Noi, dunque, diciamo che, siccome il secondo cielo ci
viene presentato come dotato di un altro nome e di una
funzione propria, questo è un altro rispetto a quello che
fu creato in principio, per la saldezza della sua natura e
perché fornisce all’universo una funzione particolare.
4. «E Dio disse: Che ci sia un firmamento frammezzo
all’acqua e separi, stando in mezzo, un’acqua dall’altra.
E Dio creò il firmamento e separò l’acqua che stava sotto
il firmamento dall’acqua che stava sopra il firmamento»
(Gen. 1,7). E prima di dedicarci a capire il pensiero del
passo scritturale, cerchiamo di risolvere l’obiezione che
ci viene opposta dagli avversari. Ci chiedono, infatti,
se il corpo del firmamento è sferico, come lo mostra la
vista, e se l’acqua scorre e scivola via dai luoghi alti,
come fu possibile che fosse installata sulla circonferenza
convessa del firmamento? Che cosa diremo, dunque, a
questa domanda? Diremo che, prima di tutto, se una cosa
appare circolare nella sua parte interna concava, non ne
deriva necessariamente che anche la sua superficie ester-
na le corrisponda perfettamente in una forma sferica e
126 OMELIE SULL’ESAMERONE

εἶναι καὶ λείως περιηγμένον· ὅπου γε ὁρῶμεν τῶν τε λουτρῶν


τοὺς λιθίνους ὀρόφους, καὶ τὰς τῶν ἀντρωδῶν οἰκοδομημάτων
κατασκευὰς, ἃ κατὰ τὴν ἔνδον ὄψιν εἰς ἡμικύκλιον σχῆμα
περιηγμένα, ἐν τοῖς ἄνω τοῦ τέγους ὁμαλὴν ἔχει πολλάκις
τὴν ἐπιφάνειαν. Ὥστε τούτου γε ἕνεκεν μήτε αὐτοὶ ἐχέτωσαν
πράγματα, μήτε ἡμῖν παρεχέτωσαν, ὡς οὐ δυναμένοις τὸ ὕδωρ
κατασχεῖν ἐν τοῖς ἄνω. Ἑξῆς δ’ἂν εἴη λέγειν, τίς ἡ φύσις τοῦ
206 στερεώ‖ματος, καὶ διὰ τίνα αἰτίαν μεσιτεύειν ἐτάχθη τῷ ὕδατι.
Τὸ τοῦ στερεώματος ὄνομα σύνηθες τῇ Γραφῇ ἐπὶ τῶν κατ’ἰσχὺν
ὑπερβαλλόντων τάσσειν· ὡς ὅταν λέγῃ, Κύριος στερέωμά μου,
καὶ καταφυγή μου· καὶ, Ἐγὼ ἐστερέωσα τοὺς στύλους αὐτῆς·
καὶ τὸ, Αἰνεῖτε αὐτὸν ἐν στερεώματι δυνάμεως αὐτοῦ. Οἱ μὲν
γὰρ ἔξωθεν στερεὸν λέγουσι σῶμα τὸ οἷον ναστὸν καὶ πλῆρες,
ὃ πρὸς ἀντιδιαστολὴν τοῦ μαθηματικοῦ λέγεται. Ἔστι δὲ τὸ
μὲν μαθηματικὸν τὸ ἐν μόναις ταῖς διαστάσεσι τὸ εἶναι ἔχον,
ἐν τῷ πλάτει, λέγω, καὶ τῷ βάθει, καὶ τῷ ὕψει· τὸ δὲ στερεὸν
ὃ πρὸς τοῖς διαστήμασι καὶ τὴν ἀντιτυπίαν ἔχει. Τῇ δὲ Γραφῇ
σύνηθες, τὸ κραταιὸν καὶ ἀνένδοτον, στερέωμα λέγειν, ὡς καὶ
ἐπὶ ἀέρος πολλάκις καταπυκνωθέντος τῇ φωνῇ ταύτῃ κεχρῆσθαι·
ὡς ὅταν λέγῃ· Ὁ στερεῶν βροντήν. Τὴν γὰρ στερρότητα
καὶ ἀντιτυπίαν τοῦ πνεύματος τοῦ ἐναπολαμβανομένου ταῖς
208 κοιλότησι τῶν νεφῶν, καὶ διὰ τὸ βιαίως ἐκρήγνυσθαι ‖ τοὺς
OMELIA III 127

che tutto sia esattamente arrotondato e fatto in tutto il suo


perimetro in una maniera liscia; noi, appunto, vediamo
che le volte di pietra dei bagni e le strutture degli edifici
a forma di grotta, per quanto concerne l’aspetto inter-
no, sono tracciate in una forma semicircolare, mentre la
parte superiore del tetto ha spesso una superficie piana.
Per questo motivo, dunque, né essi abbiano da trovarsi in
uno stato di ansia né in questo stato mettano noi, in quan-
to non riusciamo a trattenere l’acqua in alto. Procedendo
di seguito, bisognerebbe ancora dire quale sia la natura
del firmamento e per quale motivo Dio abbia ordinato
che stesse in mezzo tra le acque. Il nome ‘firmamento’
è consueto alla Scrittura per designare le cose che han-
no una straordinaria capacità di resistenza, come quando
dice: «Il Signore è il mio firmamento e il mio rifugio»
(Sal. 17/18,3), e: «Io ho rinvigorito le sue colonne» (Sal
74/75,4), e: «Lodatelo nel firmamento della sua poten-
za» (Sal. 150/151,1). Infatti, gli scrittori che stanno fuori
dal nostro ambito chiamano saldo un corpo che sia in
qualche modo compatto e pieno, e questo viene detto in
opposizione al corpo matematico; è, invece, matematico
il corpo che esiste soltanto nelle tre dimensioni, e sto
parlando della larghezza, della profondità e dell’altezza;
il corpo solido è quello che, oltre a queste tre dimensioni,
possiede anche la capacità di resistenza.17 Ma la Scrit-
tura ha l’abitudine di chiamare ‘firmamento’ ciò che è
vigoroso e alieno dal cedimento; così usa sovente questo
vocabolo anche a proposito dell’aria che è stata conden-
sata, come quando dice: «Colui che rassoda il tuono»
(Amos 4,13); la Scrittura ha chiamato rassodamento del
tuono la saldezza e la resistenza del vento che è rinchiu-
so nella cavità delle nubi e che, a causa di uno scoppio
violento, produce i rimbombi del tuono. Noi giudichia-
128 OMELIE SULL’ESAMERONE

κατὰ τὰς βροντὰς ἀποτελοῦντος ψόφους, στερέωσιν βροντῆς


ἡ Γραφὴ προσηγόρευσεν. Καὶ νῦν τοίνυν ἡγούμεθα ἐπί
τινος στερρᾶς φύσεως, στέγειν τοῦ ὕδατος τὸ ὀλισθηρὸν καὶ
εὐδιάλυτον ἐξαρκούσης, τὴν φωνὴν ταύτην τετάχθαι. Καὶ οὐ
δήπου, ἐπειδὴ κατὰ τὴν κοινὴν ἐκδοχὴν ἐκ τοῦ ὕδατος δοκεῖ τὴν
γένεσιν ἐσχηκέναι, ἢ ὕδατι πεπηγότι ἐμφερὲς εἶναι προσήκει
νομίζειν, ἤ τινι τοιαύτῃ ὕλῃ ἐκ τῆς τοῦ ὑγροῦ διηθήσεως τὴν
ἀρχὴν λαμβανούσῃ, ὁποία ἐστὶν ἥ τε τοῦ κρυστάλλου λίθου,
ὃν δι’ὑπερβάλλουσαν τοῦ ὕδατος πῆξιν μεταποιεῖσθαί φασιν,
ἢ ἡ τοῦ σπέκλου φύσις ἐν μετάλλοις συνισταμένη. Λίθος δέ
ἐστι διαυγὴς, ἰδιάζουσαν καὶ καθαρωτάτην τὴν διαφάνειαν
κεκτημένος, ὃς ἐὰν κατὰ τὴν ἑαυτοῦ φύσιν ἀκριβὴς εὑρεθῇ, μήτε
κατεδηδεσμένος σηπεδόνι τινὶ, μήτε τὸ βάθος ὑπερρηγμένος
ταῖς διαφύσεσι, μικροῦ τῷ ἀέρι τὴν διαύγειαν ἔοικεν. Οὐδενὶ
210 οὖν τούτων ‖ εἰκάζομεν τὸ στερέωμα. Παιδικῆς γὰρ τῷ ὄντι
καὶ ἁπλῆς διανοίας, τοιαύτας ἔχειν περὶ τῶν οὐρανίων τὰς
ὑπολήψεις. Οὐ μὴν, οὐδὲ εἰ πάντα ἐν ἅπασίν ἐστι, πῦρ μὲν ἐν γῇ,
ἀὴρ δὲ ἐν ὕδατι, καὶ τῶν ἄλλων ὡσαύτως ἐν ἑτέρῳ τὸ ἕτερον·
καὶ μηδὲν τῶν αἰσθήσει ὑποπιπτόντων στοιχείων εἰλικρινές ἐστι
καὶ ἀμιγὲς, ἢ τῆς πρὸς τὸ μέσον, ἢ τῆς πρὸς τὸ ἀντικείμενον
κοινωνίας· τούτου ἕνεκεν καταδεχόμεθα, τὸ στερέωμα ἢ ἐξ ἑνὸς
τῶν ἁπλῶν, ἢ τὸ ἀπὸ τούτων μίγμα φῆσαι ὑπάρχειν, δεδιδαγμένοι
παρὰ τῆς Γραφῆς, μηδὲν ἐπιτρέπειν ἡμῶν τῷ νῷ πέρα τῶν
συγκεχωρημένων φαντασιοῦσθαι. Μὴ παραδράμῃ δὲ ἡμᾶς
μηδὲ ἐκεῖνο ἀπαρασήμαντον, ὅτι μετὰ τὸ προστάξαι τὸν Θεὸν,
OMELIA III 129

mo, dunque, che questo vocabolo sia stato qui inserito


per designare una qualche sostanza solida in grado di
far fronte alla capacità che ha l’acqua di scivolare e di
scomporsi.18 E certo, poiché, secondo l’interpretazione
comune, sembra che il firmamento abbia avuto la sua
origine dall’acqua, non conviene credere che rassomi-
gli all’acqua gelata o a qualche altra materia consimile
che derivi il suo inizio da un elemento liquido che sia
stato filtrato, quale è il cristallo, che dicono essersi ve-
nuto a formare grazie a una coagulazione eccezionale
dell’acqua, oppure quale è la natura della mica, che si
condensa nelle miniere.19 Questa è una pietra rilucente,
che possiede una sua peculiare e purissima trasparenza;
essa, quando viene trovata genuina nella sua propria na-
tura, senza che sia stata corrosa da qualche decomposi-
zione né squarciata in profondità da spaccature, ha una
trasparenza che sembra un poco quella dell’aria. Noi non
pensiamo che il firmamento rassomigli a nessuna di que-
ste cose. Sarebbe, infatti, davvero proprio di una men-
talità puerile e ingenua avere, riguardo ai cieli, opinioni
di questo genere. E non diciamo altro; neppure se tutto
sta in tutto, se il fuoco sta nella terra, l’aria nell’acqua
e analogamente anche per tutti gli altri elementi, se l’u-
no sta nell’altro, neppure se nessuno degli elementi che
cadono sotto i sensi è puro, esente da mescolanze e da
una compartecipazione con la sostanza intermedia o con
quella contrapposta, neppure così noi accettiamo di dire
che il firmamento risulti fatto o da uno degli elementi
semplici o da una loro mescolanza; abbiamo imparato
dalla Scrittura a non permettere alla nostra mente di per-
seguire immaginazioni che vanno al di là di quello che ci
è acconsentito. Non ci sfugga neppure senza segnalarlo
il fatto che, dopo che Dio ebbe ordinato: «Sia fatto il
130 OMELIE SULL’ESAMERONE

Γενηθήτω στερέωμα, οὐκ εἴρηται ἁπλῶς, καὶ ἐγένετο στερέωμα·


ἀλλὰ, Καὶ ἐποίησεν ὁ Θεὸς τὸ στερέωμα· καὶ πάλιν, Διεχώρισεν
ὁ Θεός. Οἱ κωφοὶ ἀκούσατε, καὶ οἱ τυφλοὶ ἀναβλέψατε. Καὶ τίς
κωφὸς, ἀλλ’ἢ ὁ μὴ ἀκούων οὕτω μεγαλοφώνως ἐμβοῶντος τοῦ
Πνεύματος; Καὶ τίς τυφλός; Ὁ μὴ ἐνορῶν ταῖς οὕτως ἐναργέσι
περὶ τοῦ Μονογενοῦς ἀποδείξεσι. Γενηθήτω στερέωμα. Αὕτη ἡ
φωνὴ τῆς προκαταρκτικῆς αἰτίας. Ἐποίησεν ὁ Θεὸς τὸ στερέωμα.
Αὕτη τῆς ποιητικῆς καὶ δημιουργικῆς δυνάμεως μαρτυρία.
212 ‖ 5. Ἀλλ’ἐπὶ τὰ συνεχῆ τῆς ἐξηγήσεως τὸν λόγον ἐπαναγάγωμεν.
Ἔστω διαχωρίζον, φησὶν, ἀνὰ μέσον ὕδατος καὶ ὕδατος.
Ἄπειρος μὲν ἦν, ὡς ἔοικε, τῶν ὑδάτων ἡ χύσις, πανταχόθεν
ἐπικυμαινόντων τῇ γῇ καὶ ἀπαιωρουμένων αὐτῆς· ὡς καὶ τὴν
πρὸς τὰ ἄλλα στοιχεῖα δοκεῖν ἀναλογίαν ἐκβαίνειν. Διὰ τοῦτο γὰρ
ἐν τοῖς κατόπιν ἐλέγετο ἄβυσσος πανταχόθεν περιβεβλῆσθαι τῇ
γῇ. Τὴν δὲ αἰτίαν τοῦ πλήθους ἐν τοῖς ἑξῆς ἀποδώσομεν. Πάντως
δὲ οὐδεὶς ὑμῶν οὐδὲ τῶν πάνυ κατησκημένων τὸν νοῦν, καὶ
περὶ τὴν φθειρομένην ταύτην καὶ ῥέουσαν φύσιν ὀξυωπούντων,
ἐπισκήψει τῇ δόξῃ, ὡς ἀδύνατα ἢ πλασματώδη ὑποτιθεμένων
κατὰ τὸν λόγον· οὐδὲ ἀπαιτήσει ἡμᾶς εὐθύνας, ἐπὶ τίνος ἡ τῶν
ὑδάτων ἥδραστο φύσις. Ὧ γὰρ λόγῳ τὴν γῆν βαρυτέραν οὖσαν
τοῦ ὕδατος ἀπαιωροῦσι τοῦ μέσου τῶν ἐσχάτων ἀπάγοντες, τῷ
αὐτῷ δήπου πάντως καὶ τὸ μυρίον ὕδωρ ἐκεῖνο, διά τε τὴν κατὰ
φύσιν ἐπὶ τὸ κάτω φορὰν, καὶ διὰ τὴν πανταχόθεν ἰσορροπίαν,
περὶ τὴν γῆν ἀτρεμεῖν συγχωρήσουσιν. Οὐκοῦν ἄπλετος ἡ τοῦ
OMELIA III 131

firmamento», Mosè non ha detto semplicemente: «E il


firmamento fu fatto», ma: «E Dio creò il firmamento», e
ancora: «Dio separò». Voi, che siete sordi, ascoltate, voi,
che siete ciechi, guardate! E chi è sordo, se non chi non
sente lo Spirito Santo, che grida con una voce così poten-
te? E chi è cieco? Lo è chi non scorge le dimostrazioni
così chiare che Dio ha dato sull’Unigenito. «Sia fatto il
firmamento»: questa è la voce della causa iniziale; «Dio
creò il firmamento»: questa è la testimonianza della po-
tenza creatrice e operatrice.20
5. Ma riconduciamo il discorso a continuare la spie-
gazione. «Ci sia», dice, «il firmamento che, in mezzo,
separi acqua da acqua» (Gen. 1,6). A quanto sembra, lo
spargimento delle acque era illimitato; da ogni parte on-
deggiavano sopra la terra e incombevano su di essa, tan-
to che sembravano superare ogni proporzione con gli al-
tri elementi; per questo motivo è stato detto sopra che un
abisso avvolgeva da ogni parte la terra. La causa di que-
sta abbondanza la presenteremo in seguito. Certamente,
però, nessuno tra di voi, neppure tra quelli che hanno
la mente molto allenata e hanno la vista acuta nell’esa-
minare questa natura corruttibile e fluente, aggredirà la
nostra opinione come se consigliassimo interpretazioni
che, in base alla ragione, sono impossibili e fantasiose,
né ci chiederà conto su che cosa fosse poggiata la na-
tura delle acque. Infatti, il motivo per il quale la terra,
che è più pesante dell’acqua, è tenuta sospesa al centro
del mondo, dopo essere stata tratta dalle sue estremità,
è certo assolutamente il medesimo che costringe quella
immensa quantità d’acqua, che per la sua spinta natura-
le è portata a defluire verso il basso, a restare immobile
attorno alla terra grazie al suo equilibrio da tutte le parti;
e questo i miei critici me lo concedono.21 Dunque, la so-
132 OMELIE SULL’ESAMERONE

214 ὕδατος φύσις τῇ γῇ περιεκέ‖χυτο, οὐχὶ συμμέτρως ἔχουσα πρὸς


αὐτὴν, ἀλλ’εἰς τὸ πολλαπλάσιον ὑπερβάλλουσα, οὕτως ἐξ ἀρχῆς
τοῦ μεγάλου τεχνίτου προβλεψαμένου τὸ μέλλον, καὶ διὰ τὴν
ἐφεξῆς χρείαν τὰ πρῶτα διαθεμένου. Τίς οὖν χρεία τοῦ ἀμύθητον
ὅσον ὑπερβάλλειν τὸ ὕδωρ; Ἐπειδὴ ἀναγκαία τῷ παντὶ τοῦ πυρὸς
ἡ οὐσία, οὐ μόνον πρὸς τὴν τῶν περιγείων οἰκονομίαν, ἀλλὰ καὶ
πρὸς τὴν συμπλήρωσιν τοῦ παντός. Κολοβὸν γὰρ ἂν ἦν τὸ ὅλον
ἑνὶ τῷ μεγίστῳ καὶ καιριωτάτῳ πάντων ἐλλεῖπον. Ἀντικείμενα δὲ
ταῦτα ἀλλήλοις, καὶ φθαρτικὸν ἕτερον τοῦ ἑτέρου· πῦρ μὲν τοῦ
ὕδατος, ὅταν ἐπικρατῇ δυνάμει· ὕδωρ δὲ πυρὸς, ὅταν ὑπερβάλλῃ
τῷ πλήθει. Ἔδει δὲ μήτε στάσιν εἶναι πρὸς ἄλληλα, μήτε ἐν τῇ
παντελεῖ τοῦ ἑτέρου ἐκλείψει ἀφορμὴν παρασχεθῆναι τῷ παντὶ
πρὸς διάλυσιν. Τοσαύτην τοῦ ὑγροῦ τὴν φύσιν οἰκονομῶν τὸ πᾶν
προαπέθετο, ὥστε μέχρι τῶν τεταγμένων ὅρων τῆς τοῦ κόσμου
συστάσεως κατὰ μικρὸν τῇ δυνάμει τοῦ πυρὸς ἐξαναλισκόμενον
ἀντισχεῖν. Ὁ τοίνυν ἅπαντα σταθμῷ καὶ μέτρῳ διαταξάμενος
(ἀριθμηταὶ γὰρ αὐτῷ, κατὰ τὸν Ἰὼβ, καὶ σταγόνες εἰσὶν ὑετοῦ)
216 ᾔδει πόσον τῷ κόσμῳ χρόνον ‖ ἀφώρισεν εἰς διαμονὴν, καὶ
πόσην χρὴ τῷ πυρὶ προαποθέσθαι δαπάνην. Οὗτος ὁ λόγος
τῆς τοῦ ὕδατος περιουσίας κατὰ τὴν κτίσιν. Ἀλλὰ μὴν τό γε
τοῦ πυρὸς ἀναγκαῖον τῷ κόσμῳ, οὐδεὶς οὕτως ἔξω τοῦ βίου
OMELIA III 133

stanza dell’acqua, nella sua immensità, era riversata at-


torno alla terra e con la terra non aveva alcuna corrispon-
denza, ma la superava, poiché era molte volte maggiore,
in quanto il grande Artefice del mondo aveva previsto il
futuro fin dal principio e aveva sistemato la situazione
iniziale in vista delle esigenze che sarebbero sopravve-
nute in seguito. Che bisogno c’era, dunque, che l’acqua
sovrabbondasse in una quantità così inesprimibile? Il
motivo è che la sostanza del fuoco era necessaria all’uni-
verso non soltanto per la buona sistemazione degli esseri
che sono sparsi lungo tutta la terra, ma anche per il com-
pletamento dell’universo. Infatti, il complesso sarebbe
mutilato, se gli mancasse una componente, che è la più
grande e la più opportuna di tutte. Questi elementi sono,
infatti, vicendevolmente contrapposti e l’uno è propenso
a distruggere l’altro; il fuoco tende a distruggere l’ac-
qua quando predomina nella potenza, e l’acqua tende a
distruggere il fuoco quando lo supera in quantità. Era,
dunque, necessario che non ci fosse dissidio tra di loro,
né che la mancanza completa di uno fornisse un princi-
pio di dissoluzione per il complesso. Disponendo che la
natura dell’elemento umido fosse così abbondante, Dio
provvide al complesso, in modo che, fino ai limiti fissa-
ti per la sussistenza del mondo, l’acqua che, poco alla
volta, viene consumata dalla potenza del fuoco, potesse
fargli fronte. Dunque, colui che ha organizzato tutte le
cose con peso e misura – poiché, secondo Giobbe, ha
contato anche le gocce della pioggia (Gb. 36,27) – sape-
va quanto tempo aveva fissato al mondo per la sua durata
e quanta capacità di consumare bisognava assegnare in
anticipo al fuoco. Questo è il motivo dell’abbondanza
dell’acqua che fu prodotta nella creazione. Ma poi, che il
fuoco sia necessario al mondo, non c’è nessuno che sia
134 OMELIE SULL’ESAMERONE

παντάπασιν, ὥστε τῆς ἐκ τοῦ λόγου διδασκαλίας προσδεῖσθαι·


οὐ μόνον ὅτι αἱ συνεκτικαὶ τῆς ζωῆς ἡμῶν τέχναι τῆς ἐμπύρου
ἐργασίας ἐπιδέονται πᾶσαι, ὑφαντικὴ, λέγω, καὶ σκυτοτομικὴ,
καὶ οἰκοδομικὴ, καὶ γεωργία, ἀλλ’ὅτι οὔτε δένδρων βλάστησις,
οὐ καρπῶν πέψις, οὐ ζῴων ἐγγείων ἢ τῶν ἐνύδρων γένεσις, οὐχ
αἱ τούτων τροφαὶ ἢ ἐξ ἀρχῆς ἂν συνέστησαν, ἢ πρὸς χρόνον
διήρκεσαν, τοῦ θερμοῦ μὴ παρόντος. Οὐκοῦν ἀναγκαία μὲν
τοῦ θερμοῦ ἡ κτίσις διὰ τὴν τῶν γιγνομένων σύστασίν τε καὶ
διαμονήν· ἀναγκαία δὲ τοῦ ὑγροῦ ἡ δαψίλεια διὰ τὸ ἄπαυστον
εἶναι καὶ ἀπαραίτητον τοῦ πυρὸς τὴν δαπάνην.
6. Περίβλεψαι πᾶσαν τὴν κτίσιν, καὶ ὄψει τοῦ θερμοῦ τὴν
δύναμιν τοῖς ἐν γενέσει καὶ φθορᾷ πᾶσιν ἐνδυναστεύουσαν.
Διὰ τοῦτο πολὺ τὸ ὕδωρ ὑπὲρ γῆς κεχυμένον, καὶ ὑπερέκεινα
τῶν ὁρωμένων ἀπενεχθὲν, καὶ προσέτι παντὶ τῷ βάθει τῆς γῆς
218 ἐνεσπαρμένον. Ὅθεν πηγῶν ἀφθονίαι, καὶ φρεάτων ‖ σύρροιαι,
καὶ ποταμῶν ῥεύματα, χειμάρρων τε καὶ ἀεννάων, ὑπὲρ τοῦ ἐν
πολλοῖς καὶ ποικίλοις ταμείοις διατηρεῖσθαι τὴν ὑγρασίαν. Ἐκ
μέν γε τῆς ἕω, ἀπὸ μὲν χειμερινῶν τροπῶν ὁ Ἰνδὸς ῥεῖ ποταμὸς
ῥεῦμα πάντων ποταμίων ὑδάτων πλεῖστον, ὡς οἱ τὰς περιόδους
τῆς γῆς ἀναγράφοντες ἱστορήκασιν· ἀπὸ δὲ τῶν μέσων τῆς
ἀνατολῆς ὅ τε Βάκτρος, καὶ ὁ Χοάσπης, καὶ ὁ Ἀράξης, ἀφ’οὗ
καὶ ὁ Τάναϊς ἀποσχιζόμενος εἰς τὴν Μαιῶτιν ἔξεισι λίμνην.
Καὶ πρὸς τούτοις ὁ Φάσις τῶν Καυκασίων ὀρῶν ἀπορρέων, καὶ
μυρίοι ἕτεροι ἀπὸ τῶν ἀρκτῴων τόπων ἐπὶ τὸν Εὔξεινον Πόντον
OMELIA III 135

così completamente fuori dalla vita che abbia bisogno


che gli venga insegnato dalla ragione, in quanto, non sol-
tanto tutti i mestieri che sostengono la nostra vita hanno
bisogno della collaborazione del fuoco, e intendo parlare
della tessitura, della calzoleria, dell’architettura, dell’a-
gricoltura, ma neppure la germinazione delle piante, né
la maturazione dei frutti, né la nascita degli animali ter-
restri e acquatici, né il loro nutrimento avrebbero potu-
to sussistere fin dal principio o avrebbero potuto durare
nel prosieguo del tempo, se non ci fosse stato presente
il calore. Era, dunque, necessario che il caldo fosse cre-
ato per la formazione e la permanenza di tutto ciò che
viene all’esistenza; e necessaria era anche l’abbondanza
dell’acqua, perché viene incessantemente e inesorabil-
mente consumata dal fuoco.
6. Guarda in giro tutta la creazione e vedrai la potenza
con cui il caldo domina tutti gli esseri nella loro nascita e
nella loro distruzione. È questo il motivo per cui l’acqua
è riversata sulla terra in abbondanza, spingendosi al di là
delle aree visibili, inserita perfino in qualsiasi profondi-
tà. Di lì provengono l’abbondanza delle sorgenti, le vene
che confluiscono nei pozzi, le correnti dei fiumi, dei tor-
renti e dei corsi d’acqua costanti; hanno lo scopo che l’u-
midità si conservi in molti e svariati depositi. Dall’orien-
te, dal parallelo invernale, scorre il fiume Indo, in una
corrente che è la più grande di tutte quelle fluviali, come
riferiscono quelli che hanno descritto i loro viaggi in-
torno alla terra; dalle regioni centrali dell’oriente deflui­
scono il Battro, il Coaspe e l’Arasse, da cui si distacca
il Tanai, che sfocia nella Palude Meotide [Mar d’Azof].
Oltre a questi, il Fasi, che decorre dai Monti Caucasici,
e innumerevoli altri, che partono dalle regioni settentrio-
nali e sboccano nel Ponto Eusino [Mar Nero]. Dal sud
136 OMELIE SULL’ESAMERONE

φέρονται. Ἀπὸ δὲ δυσμῶν τῶν θερινῶν ὑπὸ τὸ Πυρηναῖον


ὄρος Ταρτησός τε καὶ Ἴστρος· ὧν ὁ μὲν ἐπὶ τὴν ἔξω Στηλῶν
ἀφίεται θάλασσαν· ὁ δὲ Ἴστρος διὰ τῆς Εὐρώπης ῥέων, ἐπὶ
τὸν Πόντον ἐκδίδωσι. Καὶ τί δεῖ τοὺς ἄλλους ἀπαριθμεῖσθαι
οὓς αἱ Ῥιπαὶ γεννῶσι, τὰ ὑπὲρ τῆς ἐνδοτάτω Σκυθίας ὄρη; Ὧν
220 ἐστὶ καὶ ὁ Ῥοδανὸς μετὰ μυρίων ‖ ἄλλων ποταμῶν, καὶ αὐτῶν
ναυσιπόρων, οἳ τοὺς ἑσπερίους Γαλάτας καὶ Κελτοὺς, καὶ τοὺς
προσεχεῖς αὐτοῖς βαρβάρους παραμειψάμενοι, ἐπὶ τὸ ἑσπέριον
πάντες εἰσχέονται πέλαγος. Ἄλλοι ἐκ τῆς μεσημβρίας ἄνωθεν
διὰ τῆς Αἰθιοπίας, οἱ μὲν ἐπὶ τὴν πρὸς ἡμᾶς ἔρχονται θάλασσαν·
οἱ δὲ ἐπὶ τὴν ἔξω τῆς πλεομένης ἀποκενοῦνται· ὅ τε Αἰγὼν καὶ
ὁ Νύσης καὶ ὁ καλούμενος Χρεμέτης, καὶ πρός γε ἔτι ὁ Νεῖλος,
ὃς οὐδὲ ποταμοῖς τὴν φύσιν ἔοικεν, ὅταν ἴσα θαλάσσῃ πελαγίζῃ
τὴν Αἴγυπτον. Οὕτως ὁ τῆς καθ’ἡμᾶς οἰκουμένης τόπος ὕδατι
περιείληπται, πελάγεσί τε ἀπλέτοις ἐνδεδεμένος καὶ μυρίοις
ποταμοῖς ἀεννάοις κατάρρυτος, διὰ τὴν ἄρρητον σοφίαν τοῦ τὴν
ἀντίπαλον τῷ πυρὶ φύσιν δυσεξανάλωτον εἶναι οἰκονομήσαντος.
Ἔσται μέντοι ὅτε καὶ πάντα καταφρυγήσεται τῷ πυρὶ, ὥς φησιν
Ἡσαΐας ἐν οἷς πρὸς τὸν τῶν ὅλων Θεὸν διαλέγεται· Ὁ λέγων τῇ
222 ἀβύσσῳ, ἐρημωθήσῃ, καὶ ‖ πάντας τοὺς ποταμούς σου ξηρανῶ.
Ὥστε ἀπορρίψας τὴν μωρανθεῖσαν σοφίαν, κατάδεξαι μεθ’ἡμῶν
τὸ διδασκάλιον τῆς ἀληθείας, ἰδιωτικὸν μὲν τῷ λόγῳ, ἀδιάπτωτον
δὲ κατὰ τὴν γνῶσιν.
7. Διὰ τοῦτο: Γενηθήτω στερέωμα ἐν μέσῳ τοῦ ὕδατος,
καὶ ἔστω διαχωρίζον ἀνὰ μέσον ὕδατος καὶ ὕδατος. Εἴρηται τί
τὸ σημαινόμενον παρὰ τῇ Γραφῇ τὸ τοῦ στερεώματος ὄνομα.
OMELIA III 137

delle parti occidentali, sotto l’orlo dei Pirenei, scorrono


il Tartesso [Guadalquivir] e l’Istro [Danubio],22 dei qua-
li l’uno si getta in mare al di là delle Colonne d’Ercole
[Stretto di Gibilterra]; invece, l’altro, l’Istro, scorrendo
attraverso l’Europa, sfocia nel Ponto. Che bisogno c’è di
enumerare gli altri fiumi che nascono nei Monti Rifei, al
di là dei monti della Scizia più interna? Uno dei fiumi è
anche il Rodano, insieme a moltissimi altri, anch’essi na-
vigabili i quali, passando presso le regioni dei galli, dei
celti e dei barbari loro contigui, sfociano tutti nel mare
occidentale. Ce ne sono altri che provengono dal profon-
do sud e, attraverso l’Etiopia, arrivano al mare che ci è
vicino; ce ne sono poi di quelli che si svuotano nel mare
che è al di fuori di quello navigabile, l’Egone [in Libia],
il Nisi [in Etiopia] e quello che viene chiamato Creme-
te [quello che nitrisce] e, inoltre, anche il Nilo, che per
sua natura non somiglia neanche agli altri fiumi, quando,
a guisa di un mare, sommerge l’Egitto.23 Così le locali-
tà della terra che noi abitiamo sono avvolte dall’acqua,
collegate a mari immensi, irrigate da innumerevoli fiu-
mi perenni a opera dell’inesprimibile24 sapienza di Dio,
che ha amministrato le cose in modo che ci fosse una
sostanza inesauribile opposta al fuoco. Ci sarà, tuttavia,
un tempo in cui tutto sarà bruciato dal fuoco, come dice
Isaia nelle parole che rivolge al Dio dell’universo: «Tu
che dici all’abisso: Tu sarai reso un deserto e io prosciu-
gherò tutti i tuoi fiumi» (Is. 44,27). Pertanto, getta via la
sapienza impazzita del mondo e accogli con noi l’inse-
gnamento della verità; è elementare nella formulazione,
ma infallibile nell’istruire la mente.
7. «Ci sia un firmamento in mezzo all’acqua e separi,
in mezzo, acqua da acqua». È già stato detto quale sia
nella Scrittura il significato della parola ‘firmamento’;
138 OMELIE SULL’ESAMERONE

Ὅτι οὐχὶ τὴν ἀντίτυπον καὶ στερέμνιον φύσιν, τὴν ἔχουσαν


βάρος καὶ ἀντέρεισιν, οὐ ταύτην λέγει στερέωμα. Ἢ οὕτω ἂν
κυριώτερον ἡ γῆ τῆς τοιαύτης κλήσεως ἠξιώθη. Ἀλλὰ διὰ τὴν
φύσιν τῶν ὑπερκειμένων λεπτὴν οὖσαν καὶ ἀραιὰν καὶ οὐδεμιᾷ
αἰσθήσει καταληπτὴν, στερέωμα τοῦτο ὠνόμασε, συγκρίσει τῶν
λεπτοτάτων καὶ τῇ αἰσθήσει ἀκαταλήπτων. Καὶ νόει μοι τόπον
τινὰ διακριτικὸν τοῦ ὑγροῦ· τὸ μὲν λεπτὸν καὶ διηθούμενον
ἐπὶ τὰ ἄνω διιέντα, τὸ δὲ παχύτατον καὶ γεῶδες ἐναφιέντα τοῖς
κάτω, ἵν’ἐξ ἀρχῆς μέχρι τέλους ἡ αὐτὴ εὐκρασία συντηρηθῇ,
224 κατὰ μέρος ‖ τῆς ὑφαιρέσεως τῶν ὑγρῶν γινομένης. Σὺ δὲ τῷ
μὲν πλήθει τοῦ ὕδατος ἀπιστεῖς, πρὸς δὲ τοῦ θερμοῦ τὸ πλῆθος
οὐκ ἀποβλέπεις· ὃ κἂν ὀλίγον ᾖ τῷ μεγέθει, πολλῆς ἐστι διὰ
τὴν δύναμιν ἀναλωτικὸν ὑγρασίας. Ἐφέλκεται μὲν γὰρ τὸ
παρακείμενον ὑγρὸν, ὡς δηλοῖ ἡ σικύα· δαπανητικὸν δέ ἐστι
τοῦ ἑλκυσθέντος κατὰ τὴν εἰκόνα τοῦ λυχνιαίου πυρὸς, ὃ διὰ τῆς
θρυαλλίδος τὴν παρακειμένην τροφὴν ἐπισπασάμενον, ταχέως
διὰ τῆς μεταβολῆς ἀπῃθάλωσε. Τὸν δὲ αἰθέρα τίς ἀμφιβάλλει
μὴ οὐχὶ πυρώδη εἶναι καὶ διακαῆ; ὃς εἰ μὴ τῷ ἀναγκαίῳ τοῦ
ποιήσαντος αὐτὸν ὅρῳ κατείχετο, τί ἂν ἐκώλυσεν αὐτὸν πάντα
φλογίζοντα καὶ καταπιμπρῶντα τὰ συνεχῆ, πᾶσαν ὁμοῦ τὴν ἐν τοῖς
οὖσιν ἐξαναλῶσαι νοτίδα; Διὰ ταῦτα ὕδωρ ἀέριον, νεφουμένου
τοῦ ἄνω τόπου ἐκ τῆς ἀναφορᾶς τῶν ἀτμῶν, οὓς ποταμοὶ, καὶ
κρῆναι, καὶ τενάγη, καὶ λίμναι, καὶ πελάγη πάντα προΐενται, ὡς
ἂν μὴ πάντα πυρακτῶν ὁ αἰθὴρ ἐπιλάβοι· ὅπου γε καὶ τὸν ἥλιον
OMELIA III 139

non è la sostanza resistente e solida, che abbia peso e


saldezza, firmamento non indica questa sostanza; oppu-
re, se fosse così, è la terra che avrebbe, con maggiore
proprietà linguistica, meritato una tale denominazione.
Ma siccome la sostanza dei corpi sopraterrestri è sottile,
rara e non è percepibile da nessuno dei sensi, la Scrittu-
ra l’ha chiamata ‘firmamento’, mettendola a confronto
con le sostanze più sottili che non vengono percepite dai
sensi. Allora pensa, ti prego, un luogo che sia capace di
separare l’umido, che filtri l’elemento sottile e lo lasci
passare verso l’alto, quello invece che è più spesso e ter-
reo lo mandi verso il basso, affinché venga conservata,
dal principio alla fine, la medesima buona temperatura,
nonostante sia, poco per volta, sottratta la componente
umida. Ma tu, che non credi alla grande quantità origina-
ria di acqua, non guardi neppure alla quantità di calore;
ma questo, anche se è in piccola quantità, ha la capacità
di distruggere molta umidità. Il caldo, infatti, attira l’u-
midità che ha attorno, come lo dimostra la ventosa, la
quale consuma ciò che attira a sé, sull’esempio del fuoco
della lampada il quale, attraverso lo stoppino, attira il
nutrimento che gli sta a disposizione e poi lo trasforma
rapidamente in cenere. Ma chi dubita che l’etere non sia
infuocato e incandescente? Se esso non fosse trattenuto
nel limite infrangibile fissato da colui che lo ha fatto,
che cosa impedirebbe che esso metta tutto a fuoco, che
bruci completamente quanto gli sta attorno e che insie-
me consumi tutta l’umidità che c’è in ciò che esiste? Per
questo motivo c’è dell’acqua diffusa nell’aria, quando
gli spazi alti dell’atmosfera si riempiono di nubi, perché
vi salgono i vapori che emanano da fiumi, sorgenti, palu-
di, stagni e da tutti i mari; così l’etere non può occupare
tutto, distruggendolo con il fuoco, mentre noi vediamo
140 OMELIE SULL’ESAMERONE

τοῦτον ὁρῶμεν, ὥρᾳ θέρους διάβροχον πολλάκις καὶ τεναγώδη


χώραν ἐν βραχυτάτῃ χρόνου ῥοπῇ ἄνικμον παντελῶς καὶ ξηρὰν
καταλιμπάνοντα. Ποῦ τοίνυν ἐκεῖνο τὸ ὕδωρ; Δεικνύτωσαν ἡμῖν
οἱ τὰ πάντα δεινοί. Ἆρ’οὐχὶ παντὶ δῆλον, ὅτι τῇ θερμότητι τοῦ
226 ἡλίου διατμηθὲν ἀνηλώθη; Καίτοιγε ‖ οὐδὲ θερμὸν εἶναι τὸν
ἥλιον ἐκεῖνοι λέγουσι· τοσοῦτον αὐτοῖς τοῦ λέγειν περίεστι. Καὶ
σκοπεῖτε ποταπῇ ἀποδείξει ἐπερειδόμενοι πρὸς τὴν ἐνάργειαν
ἀντιβαίνουσιν. Ἐπειδὴ λευκός ἐστι, φασὶ, τὴν χροίαν, ἀλλ’οὐχὶ
ὑπέρυθρος, οὐδὲ ξανθὸς, τούτου ἕνεκεν οὐδὲ πυρώδης τὴν
φύσιν· ἀλλὰ καὶ τούτου φασὶ τὸ θερμὸν ἐκ τῆς ταχείας εἶναι
περιστροφῆς. Τί ἐντεῦθεν ἑαυτοῖς διοικούμενοι; Ὡς μηδὲν δόξαι
τῶν ὑγρῶν ἀπαναλίσκειν τὸν ἥλιον. Ἐγὼ δὲ κἂν μὴ ἀληθὲς ᾖ
τὸ λεγόμενον, ἀλλ’ὡς συγκατασκευάζον ἐμοὶ τὸν λόγον οὐκ
ἀπωθοῦμαι. Ἐλέγετο γὰρ, διὰ τὴν ἐκ τοῦ θερμοῦ δαπάνην
ἀναγκαῖον εἶναι τῶν ὑδάτων τὸ πλῆθος. Διαφέρει δὲ οὐδὲν, ἐκ
φύσεως εἶναι θερμὸν, ἢ ἐκ πάθους ἔχειν τὴν πύρωσιν πρός γε
τὸ τὰ αὐτὰ συμπτώματα περὶ τὰς αὐτὰς ὕλας ἀπογεννᾶν. Ἐάν τε
γὰρ τριβόμενα ξύλα πρὸς ἄλληλα πῦρ καὶ φλόγα ἀνάψῃ, ἐάν τε
228 ἐκ φλογὸς ἀναπτομένης κατακαυθῇ, ἴσον ‖ ἐστὶ καὶ παραπλήσιον
ἐξ ἀμφοτέρων τὸ τέλος. Καίτοιγε ὁρῶμεν τὴν μεγάλην τοῦ τὰ
πάντα κυβερνῶντος σοφίαν, μετατιθεῖσαν τὸν ἥλιον ἐξ ἑτέρων
εἰς ἕτερα, ἵνα μὴ τοῖς αὐτοῖς ἀεὶ προσδιατρίβων, τῇ πλεονεξίᾳ
τοῦ θερμοῦ λυμήνηται τὴν διακόσμησιν· ἀλλὰ νῦν μὲν αὐτὸν ἐπὶ
τὸ νότιον μέρος κατὰ τὰς χειμερινὰς τροπὰς ἀπάγοντα, νῦν δὲ ἐπὶ
OMELIA III 141

anche che il sole, durante la stagione calda, sovente in un


brevissimo istante, prosciuga una regione bagnata e pa-
ludosa, lasciandola asciutta e completamente disseccata.
Dov’è, dunque, quell’acqua? Che ce lo mostrino quelli
che sono straordinari in tutto. Non è evidente a tutti che,
a opera del calore del sole, l’acqua è stata sminuzzata e
consumata? Eppure quelli dicono che il sole non sarebbe
neppure caldo;25 hanno davvero tanto tempo per chiac-
chierare. Osservate su che razza di dimostrazioni si ap-
poggino per marciare contro l’evidenza: poiché, dicono,
il sole è di color bianco e non invece rossastro né giallo,
perciò non ha una natura fiammea; dicono anche26 che
il suo calore derivi dalla velocità del suo percorso cir-
colare. Da questa loro sistemazione che cosa ricavano?
Che appaia che il sole non consuma nessuna umidità?
Per conto mio, anche se non è vero quello che dicono,
non respingo la loro affermazione, in quanto contribu-
isce a stabilire la mia tesi. Dicevamo, infatti, che per il
suo consumo, che proviene dal calore, era necessaria una
grande quantità d’acqua, ma non comporta alcuna diffe-
renza che il caldo provenga dalla natura o che tragga il
suo ardore fiammeo da un’azione che esso subisce, per
produrre i medesimi risultati sulle medesime materie.
Che dei pezzi di legno sfregati insieme accendano fuoco
e fiamma o che vengano arsi da una fiamma accesa da
fuori, l’esito è uguale e assai simile nei due procedimen-
ti. Comunque, noi vediamo la grande sapienza di colui
che guida l’universo nello spostare il sole da un luogo
all’altro per evitare che, indugiando sempre nei medesi-
mi luoghi, con la sovrabbondanza del calore, sciupi la si-
stemazione del mondo; invece Dio ora lo conduce verso
la parte meridionale, quando c’è da noi il solstizio d’in-
verno, ora lo sposta verso le costellazioni equinoziali e
142 OMELIE SULL’ESAMERONE

τὰ ἰσημερινὰ σημεῖα μετατιθέντα, κἀκεῖθεν ἐπὶ τὰ προσάρκτια


ὑπὸ τὰς θερινὰς τροπὰς ἐπανάγοντα, ὥστε τῇ κατὰ μικρὸν αὐτοῦ
μεταβάσει τῷ περὶ γῆν τόπῳ τὴν εὐκρασίαν φυλάσσεσθαι.
Σκοπείτωσαν δὲ εἰ μὴ αὐτοὶ ἑαυτοῖς περιπίπτουσιν, οἵ γε τὴν
θάλασσαν λέγουσι μήτε πλημμυρεῖν τοῖς ποταμοῖς ἐκ τῆς τοῦ
ἡλίου δαπάνης, καὶ προσέτι ἁλμυρὰν καὶ πικρὰν ἀπολείπεσθαι,
τοῦ λεπτοῦ καὶ ποτίμου ὑπὸ τῆς θέρμης ἀναλωθέντος· ὅπερ
ἐκ τῆς τοῦ ἡλίου μάλιστα γίνεται διακρίσεως, τὸ μὲν κοῦφον
ἀπάγοντος, τὸ δὲ παχὺ καὶ γεῶδες οἷόν τινα ἰλὺν καὶ ὑποστάθμην
ἐναφιέντος· ἐξ οὗ τὸ πικρὸν καὶ ἁλμυρὸν καὶ ξηραντικὸν τῇ
θαλάσσῃ προσεῖναι. Οἱ δὴ ταῦτα περὶ θαλάσσης λέγοντες, πάλιν
μεταβαλλόμενοι, μηδεμίαν τοῦ ὑγροῦ γίνεσθαι μείωσιν ἐκ τοῦ
ἡλίου φασί.
230 ‖ 8. Καὶ ἐκάλεσεν ὁ Θεὸς τὸ στερέωμα οὐρανόν· ὡς κυρίως
μὲν ἑτέρῳ τῆς προσηγορίας ἐφαρμοζούσης, καθ’ὁμοίωσιν δὲ καὶ
τούτου μεταλαμβάνοντος τῆς κλήσεως. Τετηρήκαμεν δὲ πολλαχοῦ
τὸν ὁρώμενον τόπον οὐρανὸν λεγόμενον (διὰ τὸ ναστὸν καὶ
συνεχὲς τοῦ ἀέρος ἐναργῶς ἡμῶν ταῖς ὄψεσιν ὑποπίπτοντος, καὶ
παρὰ τὸ ὁρᾶσθαι τῆς τοῦ οὐρανοῦ προσηγορίας ἀξιουμένου) ἐν
οἷς φησι, Τὰ πετεινὰ τοῦ οὐρανοῦ. Καὶ πάλιν· Τὰ πετόμενα κατὰ
τὸ στερέωμα τοῦ οὐρανοῦ. Τοιοῦτόν ἐστι καὶ τὸ, Ἀναβαίνουσιν
ἕως τῶν οὐρανῶν. Καὶ Μωϋσῆς εὐλογῶν τὴν φυλὴν τοῦ Ἰωσὴφ,
ἀπὸ ὡρῶν οὐρανοῦ, καὶ δρόσου, καὶ ἀπὸ ἡλίου τροπῶν, καὶ
συνόδων μηνῶν, καὶ ἀπὸ κορυφῆς ὀρέων καὶ βουνῶν ἀεννάων
τὰς εὐλογίας δίδωσιν, ὡς τοῦ περὶ γῆν τόπου διὰ τῆς ἐν τούτοις
OMELIA III 143

di là lo fa risalire verso il settentrione durante il solstizio


d’estate, in modo da conservare, con questo suo trapas-
sare poco per volta, una buona contemperanza climatica
a ogni luogo lungo tutto il giro della terra. Badino, dun-
que, se non cadono in contraddizione con se stessi coloro
che affermano che il mare non trabocca, in quanto i fiumi
vengono esauriti a opera del sole; dicono, inoltre, che il
mare rimane salato e amaro, in quanto le sue componenti
sottili e potabili vengono consumate dal calore. Questo
avviene soprattutto a opera della distinzione che il sole
fa astraendo ciò che è leggero, mentre scarta ciò che è
denso e terreo come una sorta di fango e di residuo che
resta al fondo; di qui proviene al mare il suo carattere
amaro, salato e disseccante. Quelli che dicono questo sul
mare, poi, a loro volta cambiando, dicono che l’umidità
non diminuisce affatto per l’azione del sole.
8. «E Dio chiamò il firmamento cielo» (Gen. 1,8); era
un appellativo che, in senso proprio, si adattava a un’al-
tra cosa, ma che anche questa, per somiglianza, condi-
videva. Abbiamo spesso osservato che la Scrittura chia-
ma ‘cielo’ il luogo visibile (perché, a causa del carattere
compatto e ininterrotto dell’aria il cielo cade chiaramen-
te sotto i nostri sensi e che, per il fatto che viene vedu-
to, si è meritato la denominazione di ‘cielo’).27 Infatti, la
Scrittura dice: «gli uccelli del cielo» (Sal 8/9,9) e ancora:
«gli uccelli che volano nel firmamento del cielo» (Gen.
1,20); tale è anche il senso di: «salgono fino al cielo»
(Sal. 106/107,26). E Mosè, quando benedice la tribù di
Giuseppe, pronuncia le sue benedizioni in nome «degli
anni del cielo, della rugiada, delle orbite del sole, delle
congiunzioni della luna, della vetta dei monti e dei colli
eterni» (Deut. 33,13-15), considerando che lo spazio che
avvolge la terra gode di benessere perché tutto questo è
144 OMELIE SULL’ESAMERONE

εὐταξίας εὐθηνουμένου. Ἀλλὰ καὶ ἐν ταῖς κατάραις τῷ Ἰσραὴλ,


232 Ἔσται σοι, φησὶν, ὁ ὑπὲρ ‖ κεφαλῆς οὐρανὸς χαλκοῦς. Τί τοῦτο
λέγων; Τὴν παντελῆ ξηρασίαν καὶ ἐπίλειψιν τῶν ἀερίων ὑδάτων,
δι’ὧν τῇ γῇ τὸ γόνιμον τῶν καρπῶν ἐνυπάρχει. Ὅταν οὖν ἐκ τοῦ
οὐρανοῦ φέρεσθαι λέγῃ δρόσον ἢ ὑετὸν, περὶ ὑδάτων νοοῦμεν
ὅσα τὴν ἄνω κατέχειν διατέτακται χώραν. Συναγομένων
γὰρ τῶν ἀναθυμιάσεων περὶ τὸ ὕψος, καὶ πυκνουμένου τοῦ
ἀέρος ταῖς ἐκ τῶν πνευμάτων πιλήσεσιν, ὅταν μὲν αἱ τέως
ἀτμοειδῶς καὶ λεπτῶς ἐνεσπαρμέναι τῷ νέφει νοτίδες ἀλλήλαις
προσχωρήσωσι, σταγόνες γίγνονται, τῷ βάρει τῶν συγκριθέντων
φερόμεναι πρὸς τὸ κάτω· καὶ αὕτη ὑετοῦ γένεσις. Ὅταν δὲ τὸ
ὑγρὸν ἐξαφρισθῇ, ταῖς βίαις τῶν ἀνέμων ἀνακοπὲν, εἶτα εἰς
ἄκρον καταψυχθὲν ὅλον διόλου παγῇ, θραυομένου τοῦ νέφους,
ἡ χιὼν καταφέρεται. Καὶ ὅλως, κατὰ τὸν αὐτὸν λόγον, ἔξεστί σοι
ὁρᾶν πᾶσαν τοῦ ὑγροῦ τὴν φύσιν περὶ τὸν ὑπὲρ κεφαλῆς ἡμῶν
ἀέρα συνισταμένην. Καὶ μηδεὶς τῇ περιεργίᾳ τῶν περὶ οὐρανοῦ
φιλοσοφησάντων τὸ ἁπλοῦν καὶ ἀκατάσκευον τῶν πνευματικῶν
λόγων παραβαλλέτω. Ὅσῳ γὰρ τὸ ἐν ταῖς σώφροσι κάλλος τοῦ
234 ἑταιρικοῦ προτιμότερον, τοσοῦτον καὶ τῶν ‖ ἡμετέρων λόγων
πρὸς τοὺς ἔξωθεν τὸ διάφορον. Οἱ μὲν γὰρ κατηναγκασμένον τὸ
πιθανὸν τοῖς λόγοις ἐπάγουσιν· ἐνταῦθα δὲ γυμνὴ τεχνασμάτων
ἡ ἀλήθεια πρόκειται. Καὶ τί δεῖ πράγματα ἔχειν ἡμᾶς τὸ ψευδὲς
αὐτῶν διελέγχοντας, οἷς ἐξαρκεῖ τὰς αὐτῶν ἐκείνων βίβλους
ἀλλήλαις ἀντιπαραθέντας ἐν ἡσυχίᾳ πολλῇ θεατὰς αὐτῶν τοῦ
πολέμου καθῆσθαι; Οὔτε γὰρ ἀριθμῷ ἐλάττους, οὔτε ἀξιώματι
OMELIA III 145

ben ordinato. Ma anche nelle maledizioni rivolte a Isra-


ele Mosè dice: «Il cielo sulla tua testa sarà di bronzo»
(Deut. 28,23). Che cosa intende dire con questo? Intende
dire che la siccità sarà totale e che verranno a mancare
le acque che stanno nell’aria, mediante le quali la terra
diventa fertile di frutti. Quando, dunque, il testo biblico
ci dice che dal cielo vengono rugiada e pioggia, noi pen-
siamo a quelle acque che sono state disposte nella regio-
ne alta. Quando, infatti, le esalazioni si raccolgono nelle
zone alte e l’aria si condensa per la pressione dei venti,
allora, quando l’umidità, che fino ad allora era dissemi-
nata nelle nubi sotto forma di vapori impalpabili, si con-
giunge, si formano delle gocce che, per il peso dell’ag-
gregazione, si dirigono verso il basso; di qui trae la sua
origine la pioggia. Quando, invece, l’umidità si trasfor-
ma in schiuma, perché investita con violenza dai venti,
e poi, raffreddata al massimo, si coagula tutta completa-
mente, se la nube si infrange, cade la neve.28 Insomma,
sulla linea del medesimo discorso, tu puoi vedere che
tutta la sostanza dell’umidità è stabilita nell’aria sopra la
nostra testa. E non ci sia nessuno che metta a confronto
con le indagini oziose di quelli che hanno filosofeggiato
sul cielo la semplicità e la mancanza di artifici delle trat-
tazioni spirituali. Infatti, quanto vale di più la bellezza
che c’è nelle donne morigerate di quella delle prostitute,
altrettanto differiscono gli insegnamenti nostri da quel-
li degli estranei. Questi, infatti, introducono nelle loro
trattazioni una persuasività forzata qui; da noi, invece, la
verità si presenta nuda da artifici. E che bisogno c’è che
noi ci affanniamo per confutare le loro falsità, quando ci
basta collocare fianco a fianco, gli uni accanto agli altri,
i loro stessi libri e starcene a contemplare, in piena tran-
quillità, la guerra che si fanno?29 Non sono inferiori per
146 OMELIE SULL’ESAMERONE

ὑφειμένοι, πολυφωνίᾳ δὲ καὶ παρὰ πολὺ διαφέροντες πρὸς τὸν


ἐναντίον αὐτοῖς ἀντικαθίστανται λόγον, οἱ τὸ πᾶν ἐκπυροῦσθαι
λέγοντες, καὶ ἀναβιώσκεσθαι πάλιν ἐκ τῶν σπερματικῶν λόγων
τῶν ἐναπομενόντων τοῖς ἐκπυρωθεῖσιν· ὅθεν καὶ ἀπείρους
φθορὰς κόσμου καὶ παλιγγενεσίας εἰσάγουσιν. Ἀλλ’ἐκεῖνοι μὲν
ἐφ’ἑκάτερα τῆς ἀληθείας ἀποσχιζόμενοι, ἔνθεν καὶ ἔνθεν τὰς ἐπὶ
τὴν πλάνην ἑαυτοῖς ἐκτροπὰς ἐξευρίσκουσιν.
9. Ἡμῖν δὲ καὶ πρὸς τοὺς ἀπὸ τῆς Ἐκκλησίας ἐστί τις λόγος
περὶ τῶν διακριθέντων ὑδάτων, οἳ προφάσει ἀναγωγῆς, καὶ
236 νοημάτων ὑψηλοτέρων, εἰς ἀλληγορίας κατέφυγον, ‖ δυνάμεις
λέγοντες πνευματικὰς καὶ ἀσωμάτους τροπικῶς ἐκ τῶν ὑδάτων
σημαίνεσθαι· καὶ ἄνω μὲν ἐπὶ τοῦ στερεώματος μεμενηκέναι
τὰς κρείττονας, κάτω δὲ τοῖς περιγείοις καὶ ὑλικοῖς τόποις
προσαπομεῖναι τὰς πονηράς. Διὰ τοῦτο δὴ, φασὶ, καὶ τὰ ἐπάνω τῶν
οὐρανῶν ὕδατα αἰνεῖν τὸν Θεόν· τουτέστι, τὰς ἀγαθὰς δυνάμεις
ἀξίας οὔσας, διὰ καθαρότητα τοῦ ἡγεμονικοῦ, τὸν πρέποντα
αἶνον ἀποδιδόναι τῷ κτίσαντι· τὰ δὲ ὑποκάτω τῶν οὐρανῶν
ὕδατα τὰ πνευματικὰ εἶναι τῆς πονηρίας, ἀπὸ τοῦ κατὰ φύσιν
ὕψους εἰς τὸ τῆς κακίας βάθος καταπεσόντα· ἅπερ ὡς ταραχώδη
ὄντα καὶ στασιαστικὰ καὶ τοῖς θορύβοις τῶν παθῶν κυμαινόμενα,
θάλασσαν ὠνομάσθαι διὰ τὸ εὐμετάβλητον καὶ ἄστατον τῶν κατὰ
προαίρεσιν κινημάτων. Τοὺς δὴ τοιούτους λόγους ὡς ὀνειράτων
συγκρίσεις καὶ γραώδεις μύθους ἀποπεμψάμενοι, τὸ ὕδωρ,
ὕδωρ νοήσωμεν, καὶ τὴν διάκρισιν τὴν ὑπὸ τοῦ στερεώματος
γενομένην, κατὰ τὴν ἀποδοθεῖσαν αἰτίαν δεξώμεθα. Καὶ μέντοι
κἂν εἰς δοξολογίαν ποτὲ τοῦ κοινοῦ τῶν ὅλων Δεσπότου τὰ
ὑπεράνω τῶν οὐρανῶν παραλαμβάνηται ὕδατα, οὐ λογικὴν
OMELIA III 147

numero né stanno al di sotto per dignità, spiccano anzi


assai per la molteplicità dei loro interventi nell’opporsi
alla teoria che è loro contraria quelli che affermano che
l’universo viene distrutto dal fuoco e torna di nuovo a
vivere partendo dalle ragioni seminali, che sono rimaste
in quello che è stato bruciato; da ciò introducono innu-
merevoli distruzioni e rinascite del mondo. Ma costoro,
da entrambi i lati, si distaccano dalla verità; da una parte
e dall’altra, scovano per se stessi delle digressioni verso
l’errore.30
9. Per quanto ci concerne, dobbiamo aprire una di-
scussione riguardo alla separazione delle acque con
quegli scrittori ecclesiastici i quali, sotto il pretesto del
senso anagogico31 e di concetti più alti, si sono rifugiati
in allegorie, dicendo che con ‘acque’ sarebbero indicate,
in linguaggio figurato, delle potenze spirituali e incorpo-
ree; lassù, al di sopra del firmamento, permarrebbero le
migliori, in basso invece, nei luoghi terrestri e materiali,
perdurano quelle cattive. Per questo motivo, dicono, le
acque che stanno al di sopra dei cieli lodano Dio;32 sa-
rebbero cioè le potenze buone che sono meritevoli, per la
purezza della loro mente, di rendere al Creatore la lode
conveniente; le acque poi che stanno al di sotto dei cieli
sarebbero gli spiriti malvagi; dall’altezza che avevano
in base alla loro natura sono precipitati nella profondità
del male; queste potenze, in quanto sono sconvolte da
agitazioni, sediziose e tempestose per gli strepiti delle
passioni, sono chiamate ‘mare’, per la mutabilità e l’in-
stabilità dei loro moti, che avvengono secondo la loro
libertà di scelta. Siffatte interpretazioni gettiamole via
come combinazioni di sogni e chiacchiere di vecchierel-
le; pensiamo, invece, che l’acqua è acqua e accogliamo
la separazione avvenuta a opera del firmamento nel sen-
148 OMELIE SULL’ESAMERONE

αὐτὰ φύσιν παρὰ τοῦτο τιθέμεθα. Οὔτε γὰρ οἱ οὐρανοὶ ἔμψυχοι,


ἐπειδὴ Διηγοῦνται δόξαν Θεοῦ· οὔτε τὸ στερέωμα ζῷόν ἐστιν
αἰσθητικὸν, ἐπειδὴ Ἀναγγέλλει ποίησιν τῶν χειρῶν αὐτοῦ.
Κἂν λέγῃ τις οὐρανοὺς μὲν εἶναι τὰς θεωρητικὰς δυνάμεις,
στερέωμα δὲ τὰς πρακτικὰς καὶ ποιητικὰς τῶν καθηκόντων,
238 ‖  ὡς κεκομψευμένον μὲν τὸν λόγον ἀποδεχόμεθα, ἀληθῆ δὲ
εἶναι οὐ πάνυ τι δώσομεν. Οὕτω γὰρ ἂν καὶ δρόσος, καὶ πάχνη,
καὶ ψῦχος, καὶ καῦμα, ἐπειδὴ ὑμνεῖν παρὰ τῷ Δανιὴλ τὸν τῶν
ὅλων δημιουργὸν ἐπετάχθη, νοερά τις ἔσται καὶ ἀόρατος φύσις.
Ἀλλ’ὁ ἐν τούτοις λόγος παρὰ τῶν νοῦν ἐχόντων τεθεωρημένως
ἐκλαμβανόμενος, συμπληρωτικός ἐστι τῆς δοξολογίας τοῦ
κτίσαντος. Οὐ μόνον γὰρ τὸ ἐπάνω τῶν οὐρανῶν ὕδωρ, ὡς
προηγούμενον ταῖς τιμαῖς διὰ τὴν ἐξ ἀρετῆς προσοῦσαν αὐτῷ
ὑπεροχὴν τῷ Θεῷ τὸν αἶνον ἀποπληροῖ, ἀλλ’, Αἰνεῖτε γὰρ αὐτὸν,
φησὶ, καὶ τὰ ἐκ τῆς γῆς, δράκοντες καὶ πᾶσαι ἄβυσσοι. Ὥστε
καὶ ἡ ἄβυσσος, ἣν εἰς τὴν χείρονα μοῖραν οἱ ἀλληγοροῦντες
ἀπέρριψαν, οὐδὲ αὐτὴ ἀπόβλητος ἐκρίθη τῷ ψαλμῳδῷ, εἰς τὴν
κοινὴν τῆς κτίσεως χοροστασίαν παραληφθεῖσα, ἀλλὰ καὶ αὐτὴ
κατὰ τοὺς ἐνυπάρχοντας αὐτῇ λόγους ἁρμονίως συμπληροῖ τὴν
ὑμνῳδίαν τῷ ποιητῇ.
10. Καὶ εἶδεν ὁ Θεὸς ὅτι καλόν. Οὐχὶ ὀφθαλμοῖς Θεοῦ τέρψιν
παρέχει τὰ παρ’αὐτοῦ γινόμενα, οὐδὲ τοιαύτη παρ’αὐτῷ ἡ ἀποδοχὴ
OMELIA III 149

so che è stato espresso. E anche se le acque che stanno


sopra i cieli sono state talora coinvolte nella glorificazio-
ne del comune Signore dell’universo, noi non le consi-
deriamo, sulla base di questo fatto, una natura razionale.
Infatti, né i cieli hanno un’anima perché «proclamano
la gloria di Dio», né il firmamento è un essere viven-
te dotato di sensibilità perché «annuncia l’opera delle
sue mani» (Sal. 18/19,1). Se si dice che i cieli sono le
potenze contemplative e il firmamento quelle operative
che compiono quello che loro compete, noi accettiamo
questo discorso come ingegnoso, ma non concederemo
certo, in qualche modo, che sia vero. Su questa linea,
infatti, anche la rugiada, anche la brina, anche il freddo,
anche il calore, poiché in Daniele hanno ricevuto l’in-
giunzione di celebrare il Creatore dell’universo (Dan.
3,64-67), sarebbero una natura spirituale e invisibile. In-
vece, l’intento di questi passi le persone di buon senso lo
prendono nell’accezione allegorica, che è quella di ren-
dere completa la glorificazione del Creatore. Infatti, non
soltanto l’acqua che sta al di sopra dei cieli, in quanto è
all’avanguardia nell’onore per la straordinaria virtù che
possiede, completa la lode di Dio, ma il salmista dice:
«Lodatelo anche voi, esseri della terra, draghi, e voi tutti,
abissi» (Sal. 148/149,7). Così anche l’abisso, che coloro
che si attengono all’interpretazione allegorica hanno ri-
gettato nella sorte peggiore, neppure lui33 è stato ritenuto
meritevole di venire respinto, poiché fu accolto nel coro
comune della creazione; ma anch’esso, secondo i modi
che gli sono connaturati, completa armoniosamente l’in-
no al Creatore.
10. «E Dio vide che ciò era bello» (Gen. 1,10). Non
è che ciò che Dio ha creato offra un godimento ai suoi
occhi, né che Dio accolga la bellezza nel modo con cui lo
150 OMELIE SULL’ESAMERONE

240 τῶν καλῶν, οἵα καὶ παρ’ἡμῖν· ἀλλὰ ‖ καλὸν τὸ τῷ λόγῳ τῆς τέχνης
ἐκτελεσθὲν, καὶ πρὸς τὴν τοῦ τέλους εὐχρηστίαν συντεῖνον. Ὁ
τοίνυν ἐναργῆ τὸν σκοπὸν τῶν γινομένων προθέμενος, τὰ κατὰ
μέρος γινόμενα ὡς συμπληρωτικὰ τοῦ τέλους, τοῖς τεχνικοῖς
ἑαυτοῦ λόγοις ἐπελθὼν ἀπεδέξατο. Ἐπεὶ καὶ χεὶρ καθ’ἑαυτὴν,
καὶ ὀφθαλμὸς ἰδίᾳ, καὶ ἕκαστον τῶν τοῦ ἀνδριάντος μελῶν
διῃρημένως κείμενα, οὐκ ἂν φανείη καλὰ τῷ τυχόντι· πρὸς δὲ
τὴν οἰκείαν τάξιν ἀποτεθέντα, τὸ ἐκ τῆς ἀναλογίας, ἐμφανὲς
μόλις ποτὲ, καὶ τῷ ἰδιώτῃ παρέχεται γνώριμον. Ὁ μέντοι τεχνίτης
καὶ πρὸ τῆς συνθέσεως οἶδε τὸ ἑκάστου καλὸν, καὶ ἐπαινεῖ τὰ
καθ’ἕκαστον, πρὸς τὸ τέλος αὐτῶν ἐπαναφέρων τὴν ἔννοιαν.
Τοιοῦτος οὖν δή τις καὶ νῦν ἔντεχνος ἐπαινέτης τῶν κατὰ μέρος
ἔργων ὁ Θεὸς ἀναγέγραπται· μέλλει δὲ τὸν προσήκοντα ἔπαινον
καὶ παντὶ ὁμοῦ τῷ κόσμῳ ἀπαρτισθέντι πληροῦν. Ἀλλὰ γὰρ
ἐνταῦθα ἡμῖν οἱ περὶ τῆς δευτέρας ἡμέρας καταληξάτωσαν λόγοι,
ὥστε τοῖς μὲν φιλοπόνοις ἀκροαταῖς καιρὸν παρασχεῖν τῆς ὧν
242 ἤκουσαν ‖ ἐξετάσεως, ὥστε εἴ τι χρήσιμον ἐν αὐτοῖς, τοῦτο τῇ
μνήμῃ συσχεῖν, καὶ διὰ τῆς φιλοπόνου μελέτης, οἷον διά τινος
πέψεως, τὴν τῶν ὠφελίμων ἀνάδοσιν ἀναμεῖναι· τοῖς δὲ περὶ
τὸν βίον ἀσχολουμένοις δοῦναι σχολὴν διὰ τοῦ μέσου χρόνου
τὰς φροντίδας διαθεμένοις, καθαρᾷ μεριμνῶν τῇ ψυχῇ πρὸς
τὴν ἑσπερινὴν τῶν λόγων ἑστίασιν ἀπαντῆσαι. Ὁ δὲ τὰ μεγάλα
δημιουργήσας Θεὸς, καὶ τὰ μικρὰ ταῦτα λεχθῆναι οἰκονομήσας,
OMELIA III 151

facciamo noi, invece il bello, nella concezione dell’arte,


è quello che è stato condotto al completamento e tende
alla buona attuazione del suo fine. Pertanto, colui che
aveva chiaramente fissato in anticipo quale sarebbe sta-
to il fine delle creature, considerando le singole parti di
ciò che veniva fatto come componenti del fine, in base
alle proprie norme attuative, se ne dichiarò soddisfatto.
Siccome anche una mano in se stessa, un occhio preso in
particolare e ciascuno dei membri di una statua, quando
fossero separati, non apparirebbero belli a chicchessia,
se però vengono ricollocati al proprio posto, il rappor-
to vicendevole, che poco prima era difficile da scorgere,
viene percepito anche da chi è inesperto. L’artefice, però,
anche prima di comporli insieme, conosce la bellezza di
ogni singolo elemento, loda le peculiarità di ciascuno,
riconducendo il suo pensiero al loro completamento. Dio
ci viene, appunto, rappresentato come un esperto artefice
che loda le sue opere nelle loro singole parti; completerà
poi la lode che si merita tutto l’insieme quando il mondo
sia stato condotto a compimento. Ma, a questo punto, io
debbo porre fine alla trattazione del secondo giorno, per
fornire agli ascoltatori impegnati l’opportunità di esami-
nare ciò che hanno sentito, di modo che, se quello che
ho detto contiene qualche cosa di utile, lo trattengano
nella memoria e aspettino, attraverso una sollecita me-
ditazione come attraverso una digestione, che germogli
ciò che reca vantaggio. A quelli che sono occupati nel
guadagnarsi da vivere mi propongo di dare un tempo
libero, perché, mentre nell’intervallo si dedicano a ciò
che li preoccupa, si presentino poi al banchetto delle trat-
tazioni serali con l’anima libera da inquietudini. E poi
Dio, che ha costruito grandi opere e che ha disposto che
venissero dette queste piccole spiegazioni, vi dia, in ogni
152 OMELIE SULL’ESAMERONE

δώῃ ὑμῖν σύνεσιν ἐν παντὶ τῆς ἑαυτοῦ ἀληθείας, ἵν’ἐκ τῶν


ὁρωμένων τὸν ἀόρατον ἐννοῆτε, καὶ ἐκ μεγέθους καὶ καλλονῆς
τῶν κτισμάτων τὴν πρέπουσαν δόξαν περὶ τοῦ κτίσαντος ἡμᾶς
ἀναλαμβάνητε. Τὰ γὰρ ἀόρατα αὐτοῦ ἀπὸ κτίσεως κόσμου τοῖς
ποιήμασι νοούμενα καθορᾶται, ἥ τε ἀΐδιος αὐτοῦ δύναμις καὶ
θειότης, ὥστε καὶ ἐν γῇ, καὶ ἐν ἀέρι, καὶ ἐν οὐρανῷ, καὶ ἐν ὕδατι,
καὶ ἐν νυκτὶ, καὶ ἐν ἡμέρᾳ, καὶ ἐν πᾶσι τοῖς ὁρωμένοις ἐναργῆ
λαμβάνειν ἡμᾶς τοῦ εὐεργέτου τὰ ὑπομνήματα. Οὔτε γὰρ
ἁμαρτίαις καιρόν τινα δώσομεν, οὔτε τῷ ἐχθρῷ τόπον ἐν ταῖς
καρδίαις ἡμῶν καταλείψομεν, διὰ τῆς συνεχοῦς μνήμης ἔνοικον
ἔχοντες ἑαυτῶν τὸν Θεόν· ᾧ πᾶσα δόξα, καὶ προσκύνησις, νῦν
καὶ ἀεὶ, καὶ εἰς τοὺς αἰῶνας τῶν αἰώνων. Ἀμήν.
OMELIA III 153

cosa, la capacità di comprendere la verità che lo concer-


ne, affinché dagli esseri visibili voi arriviate a conoscere
quelli invisibili, e dalla grandezza e bellezza delle crea-
ture voi possiate assumervi una giusta opinione di colui
che le ha create. Infatti, «dopo la creazione del mondo,
le sue proprietà invisibili, quali la sua eterna potenza e la
sua divinità, si rendono visibili all’intelligenza da quello
che egli ha fatto» (Rm. 1,20), di modo che nella terra,
nell’aria, nel cielo, nell’acqua, nella notte, nel giorno e in
tutte le cose visibili noi possiamo attingere, evidenti, le
menzioni del nostro benefattore. Infatti, noi non daremo
opportunità ai peccati né lasceremo spazio al nemico nei
nostri cuori, se, tramite un ricordo continuo,34 abbiamo
Dio ad abitare in noi stessi; a lui siano ogni gloria e ado-
razione, adesso e sempre, e per i secoli dei secoli. Amen.
154 OMELIE SULL’ESAMERONE

244 ‖ ΟΜΙΛΙΑ δʹ.

Περὶ συναγωγῆς τῶν ὑδάτων

1. Εἰσί τινες πόλεις παντοδαποῖς θεάμασι θαυματοποιῶν ἀπὸ


βαθέος ὄρθρου μέχρις ἑσπέρας αὐτῆς ἑστιῶσαι τὰς ὄψεις. Καὶ
μέντοι καὶ μελῶν τινων κεκλασμένων καὶ διεφθαρμένων καὶ
παντάπασι πολλὴν ἀκολασίαν ταῖς ψυχαῖς ἐντικτόντων ἐπὶ
πλεῖστον ἀκούοντες οὐκ ἐμπίμπλανται. Καὶ τοὺς τοιούτους
δήμους πολλοὶ μακαρίζουσιν, ὅτι τὰς κατ’ἀγορὰν ἐμπορίας, ἢ τὰς
ἐκ τῶν τεχνῶν πρὸς τὸ ζῆν ἐπινοίας καταλιπόντες, διὰ ῥᾳθυμίας
πάσης καὶ ἡδονῆς τὸν τεταγμένον ἑαυτοῖς τῆς ζωῆς χρόνον
διαπερῶσιν, οὐκ εἰδότες, ὅτι ὀρχήστρα εὐθηνουμένη θεάμασιν
ἀκολάστοις, κοινὸν καὶ δημόσιον διδασκαλεῖον ἀσελγείας
τοῖς συγκαθημένοις ἐστί, καὶ τὰ παναρμόνια τῶν αὐλῶν μέλη
καὶ ᾄσματα πορνικὰ, ἐγκαθεζόμενα ταῖς τῶν ἀκουσάντων
ψυχαῖς, οὐδὲν ἕτερον ἢ πάντας ἀσχημονεῖν ἀναπείθει, τὰ
τῶν κιθαριστῶν ἢ τὰ τῶν αὐλητῶν κρούματα μιμουμένους.
246 Ἤδη δέ ‖ τινες τῶν ἱππομανούντων, καὶ ὄναρ ὑπὲρ τῶν ἵππων
μάχονται, ἅρματα μεταζευγνύντες καὶ ἡνιόχους μετατιθέντες,
καὶ ὅλως τῆς μεθημερινῆς ἀφροσύνης οὐδὲ ἐν ταῖς καθ’ὕπνον
φαντασίαις ἀφίστανται. Ἡμεῖς δὲ ἄρα, οὓς ὁ Κύριος, ὁ μέγας
θαυματοποιὸς καὶ τεχνίτης, ἐπὶ τὴν ἐπίδειξιν συνεκάλεσε τῶν
OMELIA IV 155

Omelia IV

La riunione delle acque

1. Ci sono delle città che, con ogni genere di spettacoli


di giocolieri, dal primo bagliore dell’alba fino alla sera
completa, offrono un banchetto agli occhi. Purtuttavia,
sebbene certe canzoni svenevoli e corrotte, che in tutti
i modi fanno nascere nelle anime una grande scostuma-
tezza, quegli uomini le ascoltino fino all’esagerazione,
non se ne sentono sazi. E questa gente molti la dichiara-
no felice perché ha abbandonato i commerci della piaz-
za pubblica o gli impegni nei mestieri che procurano da
vivere e trapassano in ogni tipo di scioperataggine e di
godimento il tempo che è stato loro assegnato da vivere;
non si rendono conto che un teatro fiorente di spettacoli
licenziosi è, per quelli che vengono a prendervi posto,
una scuola comune e pubblica di dissolutezza; inoltre, le
melodie armoniose dei flauti e i canti impudichi, deposi-
tandosi nelle anime degli ascoltatori, non li persuadono a
nient’altro che a darsi, tutti, a comportamenti indecorosi
e a imitare quello che suggeriscono i suoni cadenzati dei
suonatori di cetra e di flauto. Ma c’è poi anche che cer-
tuni, che vanno pazzi per i cavalli, anche in sogno com-
battono per i cavalli, cambiano gli equipaggi dei cocchi,
mutano gli aurighi, e non si distaccano, neppure nelle
immaginazioni dei sogni1 dalla stoltezza alla quale si ab-
bandonano durante il giorno. Per quanto concerne noi,
che il Signore, il grande Artefice e Operatore di meravi-
glie, ha convocato a osservare la magnifica mostra delle
156 OMELIE SULL’ESAMERONE

οἰκείων ἔργων, ἀποκαμούμεθα πρὸς τὴν θέαν, ἢ ἀποκνήσομεν


πρὸς τὴν ἀκρόασιν τῶν λογίων τοῦ Πνεύματος; Ἀλλ’οὐχὶ τὸ
μέγα τοῦτο καὶ ποικίλον τῆς θείας δημιουργίας ἐργαστήριον
περιστάντες, καὶ πρὸς τοὺς ἄνω χρόνους ἐπανελθόντες τῇ διανοίᾳ
ἕκαστος, ὀψόμεθα τὴν διακόσμησιν τοῦ παντός; οὐρανὸν μὲν
ἱστάμενον, κατὰ τὸν προφητικὸν λόγον, ὡσεὶ καμάραν· γῆν δὲ,
τὴν ἄπειρον μεγέθει καὶ βάρει, αὐτὴν ἐφ’ἑαυτῆς ἑδραζομένην·
ἀέρα κεχυμένον μαλακὸν καὶ ὑγρὸν τῇ φύσει, οἰκείαν μὲν καὶ
διηνεκῆ τροφὴν τοῖς ἀναπνέουσι παρεχόμενον, ὑπείκοντα δὲ
καὶ περισχιζόμενον τοῖς κινουμένοις δι’ἁπαλότητα, ὡς μηδὲν
ἐμπόδιον εἶναι παρ’αὐτοῦ τοῖς ὁρμῶσιν, ἀεὶ πρὸς τὸ κατόπιντῶν
τεμνόντων αὐτὸν ἀντιπεριισταμένου ῥᾳδίως καὶ περιρρέοντος.
Ὕδατος δὲ φύσιν τοῦ τε τροφίμου καὶ τοῦ κατὰ τὰς ἄλλας
χρείας ἡμῖν εὐτρεπισθέντος, καὶ τὴν εὔτακτον τούτου πρὸς
τοὺς ἀφωρισμένους τόπους συναγωγὴν, ἐκ τῶν ἀρτίως ἡμῖν
ἀνεγνωσμένων κατόψει.
248 ‖ 2. Καὶ εἶπεν ὁ Θεὸς, συναχθήτω τὸ ὕδωρ τὸ ὑποκάτω
τοῦ οὐρανοῦ εἰς συναγωγὴν μίαν, καὶ ὀφθήτω ἡ ξηρά. Καὶ
ἐγένετο οὕτως, καὶ συνήχθη τὸ ὕδωρ τὸ ὑποκάτω τοῦ οὐρανοῦ
εἰς τὰς συναγωγὰς αὐτῶν, καὶ ὤφθη ἡ ξηρά. Καὶ ἐκάλεσεν ὁ
Θεὸς τὴν ξηρὰν, γῆν, καὶ τὰ συστήματα τῶν ὑδάτων ἐκάλεσε
θαλάσσας. Πόσα μοι πράγματα παρεῖχες ἐν τοῖς κατόπιν λόγοις,
ἀπαιτῶν τὴν αἰτίαν πῶς ἀόρατος ἡ γῆ, παντὶ σώματι φυσικῶς
χρώματος συμπαρόντος, παντὸς δὲ χρώματος αἰσθητοῦ τῇ
ὁράσει καθεστηκότος; Καὶ τάχα σοι οὐκ ἐδόκει αὐτάρκως
ἔχειν τὰ εἰρημένα, ὅτι πρὸς ἡμᾶς τὸ ἀόρατον, οὐ πρὸς τὴν
OMELIA IV 157

sue opere, ci stancheremo di contemplarle e resteremo


esitanti nell’ascoltare le comunicazioni dello Spirito?
Soffermandoci attorno a questa grande e molteplice of-
ficina della creazione divina, non risaliremo, ciascuno,
con il nostro pensiero verso i tempi passati e non con-
templeremo la sistemazione dell’universo? Il cielo col-
locato saldo, secondo quanto dice il profeta, come una
volta (Is. 40,22), la terra, illimitata nella sua grandezza e
nel suo peso, che si posa stabilmente su se stessa, l’aria
riversata dappertutto, molle e umida per natura, che of-
fre ininterrottamente il nutrimento proprio agli esseri che
respirano, che cede e si spezza, per la sua consistenza
morbida, davanti ai nostri movimenti, in modo da non
fornire in se stessa un ostacolo all’andare avanti; essa
viene facilmente a collocarsi alle spalle di coloro che la
fendono e scorre loro attorno. Per quanto concerne la na-
tura dell’acqua, tanto che sia destinata al bere, quanto
che sia disponibile per altri usi, e per quanto riguarda la
sua raccolta, saggiamente eseguita, nei luoghi fissati, lo
vedrai dai testi che sono stati letti or ora.
2. Le acque ricoprivano la terra e ricevettero l’ordine
di raccogliersi insieme. «E Dio disse: Che l’acqua che
sta sotto il cielo confluisca in una sola raccolta e appaia
l’asciutto. E fu fatto così: l’acqua che era sotto il cielo
confluì nelle raccolte che le erano state fissate e si vide
l’asciutto; e Dio chiamò l’asciutto terra e chiamò le si-
stemazioni delle acque mari» (Gen. 1,9-10). In quale im-
piccio mi hai messo nelle conversazioni passate, quando
mi hai chiesto per quale motivo la terra fosse invisibile,
quando ogni corpo ha per sua natura un colore e ogni co-
lore risulta percepibile alla vista! Forse ti sembrava che
non fosse sufficiente quello che è stato detto, cioè che
fosse invisibile per noi, non per sua natura, ma a causa
158 OMELIE SULL’ESAMERONE

φύσιν εἴρητο, διὰ τὴν τοῦ ὕδατος ἐπιπρόσθησιν, ὃ τότε τὴν


γῆν πᾶσαν περιεκάλυπτεν. Ἰδοὺ νῦν ἄκουε αὐτῆς ἑαυτὴν τῆς
Γραφῆς φανερούσης. Συναχθήτω τὰ ὕδατα, καὶ ὀφθήτω ἡ ξηρά.
Συνέλκεται τὰ παραπετάσματα, ἵνα ἐμφανὴς γένηται ἡ τέως
μὴ ὁρωμένη. Ἴσως δ’ἄν τις κἀκεῖνο πρὸς τούτοις ἐπιζητήσειε.
Πρῶτον μὲν, διὰ τί ὃ κατὰ φύσιν ὑπάρχει τῷ ὕδατι φέρεσθαι
πρὸς τὸ κάταντες, τοῦτο ἐπὶ τὸ πρόσταγμα τοῦ δημιουργοῦ ὁ
λόγος ἀνάγει; Ἕως μὲν γὰρ ἂν ἐπὶ τοῦ ἰσοπέδου κείμενον τύχῃ
τὸ ὕδωρ, στάσιμόν ἐστιν, οὐκ ἔχων ὅπου μεταρρυῇ· ἐπειδὰν
δέ τινος πρανοῦς λάβηται, εὐθὺς ὁρμήσαντος τοῦ προάγοντος,
τὸ συνεχὲς αὐτῷ τὴν βάσιν τοῦ κινηθέντος ἐπιλαμβάνει,
250 καὶ τὴν ἐκείνου τὸ ἐφεπόμενον· καὶ οὕτως ‖ ὑπεκφεύγει μὲν
ἀεὶ τὸ προάγον, ἐπωθεῖ δὲ τὸ ἐπερχόμενον· καὶ τοσούτῳ
ὀξυτέρα ἡ φορὰ γίνεται, ὅσῳπερ ἂν καὶ τὸ βάρος ᾖ πλεῖον τοῦ
καταφερομένου, καὶ τὸ χωρίον κοιλότερον, πρὸς ὃ ἡ ἐπίρρυσις.
Εἰ οὖν οὕτω πέφυκε τὸ ὕδωρ, παρέλκοι ἂν τὸ πρόσταγμα τὸ
κελεῦον συναχθῆναι εἰς συναγωγὴν μίαν. Ἔμελλε γὰρ πάντως,
διὰ τὸ κατάρροπον τῆς φύσεως, ἐπὶ τὴν πάντων κοιλοτέραν
χώραν αὐτομάτως συνδίδοσθαι, καὶ μὴ πρότερον στήσεσθαι
πρὶν ὁμαλισθῆναι τὰ νῶτα. Οὐδὲν γὰρ οὕτω χωρίον ἰσόπεδον,
ὡς ἡ τοῦ ὕδατος ἐπιφάνεια. Ἔπειτα πῶς, φησὶν, εἰς συναγωγὴν
μίαν ἐκελεύσθη τὰ ὕδατα συνδραμεῖν, ὅπουγε φαίνονται πολλαὶ
οὖσαι θάλασσαι, καὶ πλεῖστον ἀλλήλων τῇ θέσει διωρισμέναι;
Πρὸς μὲν οὖν τὸ πρότερον τῶν ἐπιζητηθέντων ἐκεῖνό φαμεν·
ὅτι μάλιστα μὲν σὺ μετὰ τὸ πρόσταγμα τὸ δεσποτικὸν ἐπέγνως
τοῦ ὕδατος τὰς κινήσεις, ὅτι τε περιρρεπές ἐστι καὶ ἀστήρικτον,
OMELIA IV 159

della sovrapposizione dell’acqua, che allora nascondeva


tutta la terra. Ecco, ascolta adesso direttamente la Scrittu-
ra, che si spiega da se stessa: «Che le acque confluiscano
insieme e si veda l’asciutto». I velari sono stati tirati via,
affinché risulti chiara la terra, che fino ad allora non era
visibile. Forse, però, qualcuno potrebbe cercare quello
che viene dopo a questa dichiarazione. Innanzitutto, per-
ché quella peculiarità che appartiene all’acqua per sua
natura, di scorrere all’ingiù, la parola biblica la fa risalire
all’ordine del Creatore? Infatti, finché all’acqua capita di
trovarsi in piano, sta ferma, non avendo dove trasferirsi
nel suo deflusso; quando, però, si trova in pendio, subito
si muove la prima onda e quella connessa occupa il posto
di quella che si è mossa e quella che segue occupa il po-
sto della precedente, e così sempre; mentre fugge quella
precedente la sospinge quella che sopravviene2 e il pro-
cedere diventa tanto più rapido quanto più grande è il
peso del liquido che scorre verso il basso e più profondo
è il luogo al quale defluisce. Se, dunque, l’acqua possie-
de questa caratteristica per natura, risulterebbe superfluo
il comando che le ordina di raccogliersi in una sola riu-
nione. Essa doveva infatti, inevitabilmente, a causa della
spinta naturale a scorrere verso il basso, confluire spon-
taneamente verso il luogo più basso di tutti e non fermar-
si prima di avere resa piana la sua superficie. Non c’è,
infatti, nessun luogo che sia così perfettamente livellato
come lo è la superficie dell’acqua. E poi, si obietta, come
mai le acque ricevettero l’ordine di confluire in una sola
riunione, quando è evidente che i mari sono molti, sepa-
rati gli uni dagli altri da collocazioni assai distanti? Al
primo punto di quello che si ricerca rispondiamo così:
tu conosci perfettamente quali siano i movimenti delle
acque dopo il comando del Signore: è totalmente insta-
160 OMELIE SULL’ESAMERONE

καὶ πρὸς τὰ πρανῆ καὶ κοῖλα φέρεται κατὰ φύσιν· πρὸ τούτου
δὲ, πῶς εἶχε δυνάμεως πρὶν αὐτῷ τὸν ἐκ τοῦ προστάγματος
τούτου ἐγγενέσθαι δρόμον, οὔτε εἶδες αὐτὸς, οὔτε ἰδόντος
ἤκουσας. Νόησον γὰρ ὅτι Θεοῦ φωνὴ φύσεώς ἐστι ποιητικὴ,
καὶ τὸ γενόμενον τότε τῇ κτίσει πρόσταγμα τὴν πρὸς τὸ ἐφεξῆς
ἀκολουθίαν τοῖς κτιζομένοις παρέσχετο. Ἡμέρα καὶ νὺξ ἅπαξ
ἐδημιουργήθη, καὶ ἐξ ἐκείνου καὶ νῦν ἀλλήλας διαδεχόμεναι, καὶ
κατ’ἰσομοιρίαν διαιρούμεναι τὸν χρόνον οὐκ ἀπολήγουσι.
252 ‖ 3. Συναχθήτω τὰ ὕδατα. Ἐκελεύσθη τρέχειν τῶν ὑδάτων
ἡ φύσις, καὶ οὐδέποτε κάμνει τῷ προστάγματι ἐκείνῳ
κατασπευδομένη διηνεκῶς. Τοῦτο δὲ λέγω, πρὸς τὴν ῥυτὴν
ἀφορῶν τῶν ὑδάτων μοῖραν. Τὰ μὲν γὰρ αὐτόματα ῥεῖ, οἷον τὰ
κρηναῖα καὶ τὰ ποτάμια· τὰ δὲ συλλογιμαῖά ἐστι καὶ ἀπόρευτα.
Ἀλλ’ἐμοὶ νῦν περὶ τῶν ὁρμητικῶν ὑδάτων ὁ λόγος. Συναχθήτω
τὰ ὕδατα εἰς συναγωγὴν μίαν. Εἴ ποτέ σοι ἐπὶ κρήνης ἑστῶτι
ἄφθονον ὕδωρ ἀναδιδούσης ἔννοια ἐγένετο, τίς ὁ ὠθῶν ἐκ τῶν
λαγόνων τῆς γῆς τοῦτο τὸ ὕδωρ; τίς ὁ ἐπείγων ἐπὶ τὰ πρόσω;
ποῖα ταμεῖα ὅθεν προέρχεται; τίς ὁ τόπος ἐφ’ὃν ἐπείγεται; πῶς
καὶ ταῦτα οὐκ ἐκλείπει, κἀκεῖνα οὐκ ἀποπίμπλαται; Ταῦτα τῆς
πρώτης ἐκείνης φωνῆς ἤρτηται. Ἐκεῖθεν τοῦ τρέχειν τῷ ὕδατι τὸ
ἐνδόσιμον. Κατὰ πᾶσαν ἱστορίαν ὑδάτων μέμνησο τῆς πρώτης
φωνῆς, Συναχθήτω τὰ ὕδατα. Ἔδει δραμεῖν αὐτὰ, ἵνα τὴν
OMELIA IV 161

bile e fuggevole; secondo natura si dirige, attraverso gli


spazi in pendio, verso i luoghi cavi; però, prima di questa
situazione, quale era la sua forza di spinta prima che le
risultasse innata la sua direzione di corsa in conseguenza
di quest’ordine? Tu non lo sai per conto tuo né lo hai sen-
tito dire da qualcuno che lo sapesse. Pensa, infatti, che
la voce di Dio è creatrice della natura e che il comando
che fu dato allora alla creazione forniva agli esseri creati
la norma di comportamento, alla quale avrebbero dovuto
in seguito attenersi.3 Il giorno e la notte furono costruiti
una sola volta per sempre e da allora fino a oggi non
cessano di succedersi a vicenda e di dividersi il tempo in
uguaglianza di parti.
3. «Si raccolgano le acque». La natura delle acque
ricevette l’ordine di correre e non si stanca mai di
affrettarsi continuamente a obbedire a quell’ordine. Dico
questo guardando al destino delle acque che è quello di
scorrere. Talune acque scorrono, infatti, spontaneamente,
come quelle delle sorgenti e dei fiumi; altre si sono
raccolte insieme e non viaggiano. Ma io sto parlando
delle acque che hanno un movimento impetuoso. «Che
le acque si raccolgano in una sola riunione». Forse,
talora, mentre stavi ritto presso una sorgente dalla
quale scaturiva acqua in abbondanza, ti è venuto questo
pensiero: chi è colui che sospinge quest’acqua fuori dai
fianchi della terra? Chi la incalza perché vada avanti?
Quali sono i magazzini dai quali essa proviene? Qual è
il luogo al quale si affretta? Come avviene che questi
depositi non si esauriscano e che quei luoghi non si
riempiano? Tutto questo dipende da quella prima paro-
la. Di là deriva l’invito all’acqua di correre. In tutte le
ricerche sulle acque ricorda quella prima parola: «Che
le acque si raccolgano»; dovevano correre per occupare
162 OMELIE SULL’ESAMERONE

οἰκείαν καταλάβῃ χώραν· εἶτα γενόμενα ἐν τοῖς ἀφωρισμένοις


τόποις, μένειν ἐφ’ἑαυτῶν, καὶ μὴ χωρεῖν περαιτέρω. Διὰ τοῦτο
κατὰ τὸν τοῦ Ἐκκλησιαστοῦ λόγον, Πάντες οἱ χείμαρροι ἐπὶ τὴν
θάλασσαν πορεύονται, καὶ ἡ θάλασσα οὐκ ἔστιν ἐμπιμπλαμένη.
Ἐπειδὴ καὶ τὸ ῥεῖν τοῖς ὕδασι διὰ τὸ θεῖον πρόσταγμα, καὶ τὸ
εἴσω τῶν ὅρων περιγεγράφθαι τὴν θάλασσαν, ἀπὸ τῆς πρώτης
254 ἐστὶ νομοθεσίας· Συναχθήτω τὰ ὕδατα εἰς συνα‖γωγὴν μίαν. Ἵνα
μὴ τὸ ἐπιρρέον ὕδωρ τῶν δεχομένων αὐτὸ χωρίων ὑπερχεόμενον,
μετεκβαῖνον ἀεὶ καὶ ἄλλα ἐξ ἄλλων πληροῦν, πᾶσαν κατὰ τὸ
συνεχὲς ἐπικλύσῃ τὴν ἤπειρον, ἐκελεύσθη συναχθῆναι εἰς
συναγωγὴν μίαν. Διὰ τοῦτο μαινομένη πολλάκις ἐξ ἀνέμων ἡ
θάλασσα, καὶ εἰς ὕψος μέγιστον διανισταμένη τοῖς κύμασιν,
ἐπειδὰν μόνον τῶν αἰγιαλῶν ἅψηται, εἰς ἀφρὸν διαλύσασα τὴν
ὁρμὴν ἐπανῆλθεν. Ἢ ἐμὲ οὐ φοβηθήσεσθε, λέγει Κύριος, τὸν
τιθέντα ἄμμον ὅριον τῇ θαλάσσῃ; Τῷ ἀσθενεστάτῳ πάντων τῇ
ψάμμῳ ἡ ταῖς βίαις ἀφόρητος χαλινοῦται. Ἐπεὶ τί ἐκώλυε τὴν
ἐρυθρὰν θάλασσαν πᾶσαν τὴν Αἴγυπτον κοιλοτέραν οὖσαν
ἑαυτῆς ἐπελθεῖν, καὶ συναφθῆναι τῷ παρακειμένῳ τῇ Αἰγύπτῳ
πελάγει, εἰ μὴ τῷ προστάγματι ἦν πεπεδημένη τοῦ κτίσαντος;
Ὅτι γὰρ ταπεινοτέρα τῆς ἐρυθρᾶς θαλάσσης ἡ Αἴγυπτος, ἔργῳ
ἔπεισαν ἡμᾶς οἱ θελήσαντες ἀλλήλοις τὰ πελάγη συνάψαι, τό τε
Αἰγύπτιον καὶ τὸ Ἰνδικὸν, ἐν ᾧ ἡ ἐρυθρά ἐστι θάλασσα. Διόπερ
ἐπέσχον τὴν ἐπιχείρησιν, ὅ τε πρῶτος ἀρξάμενος Σέσωστρις ὁ
Αἰγύπτιος, καὶ ὁ μετὰ ταῦτα βουληθεὶς ἐπεξεργάσασθαι Δαρεῖος
256 ὁ Μῆδος. ‖ Ταῦτα μοι εἴρηται, ἵνα νοήσωμεν τοῦ προστάγματος
τὴν δύναμιν· Συναχθήτω τὰ ὕδατα εἰς συναγωγὴν μίαν.
OMELIA IV 163

il territorio che è loro proprio; poi, quando fossero ar-


rivate nei luoghi stabiliti, dovevano rimanere ferme su
se stesse e non procedere oltre. Ecco perché, secondo
la parola dell’Ecclesiaste: «Tutti i torrenti si dirigono al
mare e il mare non ne è riempito» (Eccl. 1,7). Il fatto che
le acque scorrano in seguito al comando divino e che il
mare rimanga circoscritto dentro i suoi confini deriva da
quella prima legge: «Che le acque si raccolgano in una
sola riunione». Per evitare che l’acqua nel suo scorrere
straripasse al di là dei territori destinati a riceverla e, tra-
passando successivamente, ne riempisse l’uno dopo l’al-
tro e inondasse in continuità tutta la terraferma, ricevette
l’ordine di raccogliersi in una sola riunione. Per questo
motivo spesso, quando il mare infuria sotto l’azione dei
venti, sollevando le sue onde fino a grande altezza, basta
che tocchi la spiaggia per sciogliere in schiuma il suo im-
peto e ritornare indietro. «E di me non avrete paura, dice
il Signore, di me che ho posto la sabbia come confine al
mare?» (cfr. Ger. 5,22). Da quella che è la più debole di
tutte le cose, la sabbia, è imbrigliata quella che è irresi-
stibile nella sua violenza. Che cosa, infatti, impedirebbe
al Mar Rosso di arrivare a tutto l’Egitto, che è più bas-
so di lui, e di connettersi con l’estensione marina che
si stende attorno all’Egitto, se non fosse stato messo in
ceppi4 dal comando del Creatore? Infatti, che l’Egitto sia
più basso del Mar Rosso ce ne hanno persuaso con i loro
lavori quelli che hanno voluto collegare tra loro il mare
egiziano con quello indiano, di cui fa parte il Mar Ros-
so. Perciò, si fermarono nel loro tentativo; il primo che
cominciò fu Sesostri, re d’Egitto; dopo volle completa-
re l’iniziativa Dario, re della Media.5 Ho riferito questo
fatto perché noi riflettiamo sulla potenza del comando di
Dio: «Che le acque si raccolgano in una sola riunione», e
164 OMELIE SULL’ESAMERONE

Τουτέστιν, ἄλλη ἀπὸ ταύτης μὴ ἀπογενηθήτω, ἀλλ’ἐν τῇ πρώτῃ


συλλογῇ ἀπομεινάτω τὸ συναγόμενον.
4. Ἔπειτα ὁ εἰπὼν συναχθῆναι τὰ ὕδατα εἰς συναγωγὴν μίαν,
ἔδειξέ σοι, ὅτι πολλὰ ἦν κατὰ πολλοὺς τόπους διῃρημένα τὰ ὕδατα.
Αἵ τε γὰρ τῶν ὀρῶν κοιλότητες, φάραγξι βαθείαις ὑπερρηγμέναι,
εἶχον τῶν ὑδάτων τὴν συλλογήν. Καὶ προσέτι πεδία πολλά
τε καὶ ὕπτια οὐδὲν τῶν μεγίστων πελαγῶν κατὰ τὸ μέγεθος
ἀποδέοντα, καὶ αὐλῶνες μυρίοι, καὶ αἱ κοιλάδες κατ’ἄλλα καὶ
ἄλλα σχήματα κοιλαινόμεναι, πάντα ὑδάτων τότε πεπληρωμένα,
ἀπεκενώθη τῷ θείῳ προστάγματι, πρὸς μίαν συναγωγὴν τοῦ
πανταχόθεν ὕδατος συνελασθέντος. Καὶ μηδεὶς λεγέτω, ὅτι εἴπερ
ἦν ὕδωρ ἐπάνω τῆς γῆς, πάντως πᾶσαι αἱ κοιλότητες, αἱ νῦν τὴν
θάλασσαν ὑποδεξάμεναι, πεπληρωμέναι ὑπῆρχον. Ποῦ τοίνυν
ἔμελλον γίνεσθαι τῶν ὑδάτων αἱ συλλογαὶ, προκατειλημμένων
τῶν κοίλων; Πρὸς δὴ τοῦτο ἐροῦμεν, ὅτι τότε καὶ τὰ ἀγγεῖα
συγκατεσκευάσθη, ὅτι ἔδει μίαν σύστασιν ἀποκριθῆναι τὸ ὕδωρ.
Οὐ γὰρ ἦν ἡ ἔξω Γαδείρων θάλασσα· οὐδὲ τὸ μέγα ἐκεῖνο καὶ
ἀτόλμητον πλωτῆρσι πέλαγος, τὸ τὴν Βρεττανικὴν νῆσον καὶ τοὺς
258 ἑσπερίους Ἴβηρας περιπτυσ‖σόμενον· ἀλλὰ τότε τῆς εὐρυχωρίας
τῷ προστάγματι τοῦ Θεοῦ δημιουργηθείσης, ἐπ’αὐτὴν συνεδόθη
τῶν ὑδάτων τὰ πλήθη. Πρὸς δὲ τὸ, ὅτι ὑπεναντίως ἔχει τῇ πείρᾳ
ὁ τῆς παρ’ἡμῖν κοσμοποιίας λόγος (οὐ γὰρ εἰς μίαν συναγωγὴν
ὑδάτων τὸ ὕδωρ ἅπαν φαίνεται συνδραμόν), πολλὰ μέν ἐστιν
εἰπεῖν, καὶ πᾶσιν αὐτόθεν γνώριμα. Μήποτε δὲ καὶ τὸ διαμάχεσθαι
τοῖς τοιούτοις γελοῖον. Οὐ δήπου γὰρ καὶ τὰ τελματιαῖα, καὶ τὰ
OMELIA IV 165

cioè che un’altra riunione non si faccia dopo questa, ma,


ciò che viene riunito, rimanga nella prima raccolta.
4. Poi, colui che ha detto alle acque di raccogliersi
in una sola riunione ti ha fatto vedere che erano molte
le acque sparpagliate in molti luoghi. Infatti, le cavità
delle montagne, spaccate da profondi crepacci, avevano
una raccolta di acque. E, inoltre, molte pianure e tavo-
lieri, che per ampiezza non erano per nulla inferiori ai
mari più grandi, innumerevoli insenature e concavità che
presentavano pieghe nelle forme più svariate, che allora
erano tutte piene di acqua, furono svuotate al comando
di Dio, che le sospinse da ogni parte a una sola raccol-
ta. E non ci sia nessuno che dica: se c’era acqua sopra
la terra, era assolutamente inevitabile che tutte le cavità
che attualmente costituiscono il mare ne fossero piene.
Dove potevano, dunque, effettuarsi le raccolte delle ac-
que, quando le cavità erano state occupate in anticipo?
A questa osservazione replicheremo che allora, in con-
comitanza, furono anche allestiti i contenitori, perché
l’acqua doveva essere separata in una coesistenza unica.
Non c’era, infatti, ancora il mare che sta al di là di Cadice
[Stretto di Gibilterra] e neppure quel grande oceano, che
i navigatori non osano affrontare, il quale ricinge l’iso-
la britannica e l’Iberia occidentale [l’Irlanda], ma quella
grande regione fu costituita allora per comando di Dio
e in essa fu collocata insieme la grande quantità delle
acque. Quanto all’obiezione che la nostra spiegazione
della creazione del mondo si opponga a quanto attesta
l’esperienza (infatti, appare chiaro che non tutta l’ac-
qua è confluita in una sola riunione), c’è molto da dire e
sono cose che tutti possono conoscere in se stesse. Stia-
mo attenti a non cadere nel ridicolo combattendo tali
opinioni! Non si sentiranno forse in dovere di porre in­
166 OMELIE SULL’ESAMERONE

ἐξ ὄμβρων συναθροιζόμενα προφέρειν ἡμῖν ὀφείλουσι, καὶ διὰ


τούτων τὸν λόγον ἡμῶν ἐλέγχειν οἴεσθαι; Ἀλλὰ τὴν μεγίστην
καὶ τελεωτάτην συνδρομὴν τῶν ὑδάτων ὠνόμασε συναγωγὴν
μίαν. Καὶ γὰρ τὰ φρέατα συναγωγαὶ ὑδάτων εἰσὶ χειροποίητοι,
ἐπὶ τὸ κοιλανθὲν τῆς γῆς τῆς ἐνεσπαρμένης νοτίδος ἐπιρρεούσης.
Οὐ τοίνυν τὰ τυχόντα τῶν ὑδάτων ἀθροίσματα ἡ τῆς συναγωγῆς
ἐμφαίνει προσηγορία, ἀλλὰ τὴν ἐξέχουσαν καὶ μεγίστην, ἐν ᾗ
πᾶν τὸ στοιχεῖον ἀθρόον διαδείκνυται. Ὥσπερ γὰρ τὸ πῦρ καὶ
εἰς μικρὰ κατακεκερματισμένον ἐστὶν ἐπὶ τῆς ὧδε χρείας, καὶ
ἀθρόον ἐπὶ τοῦ αἰθέρος κέχυται· καὶ ὁ ἀὴρ διῄρηται μὲν καὶ
κατὰ μικρὰ, καὶ ἀθρόως δὲ τὸν περίγειον ἐκπεριείληφε τόπον·
οὕτω καὶ ἐπὶ τοῦ ὕδατος, εἰ καὶ μικραί τινές εἰσι διῃρημέναι
260 συστάσεις, ἀλλὰ μία γέ ἐστι ‖ συναγωγὴ ἡ τὸ ὅλον στοιχεῖον
τῶν λοιπῶν ἀποκρίνουσα. Αἱ μὲν γὰρ λίμναι, αἵ τε κατὰ τὰ
μέρη τῆς ἄρκτου, καὶ ὅσαι περὶ τὸν Ἑλληνικόν εἰσι τόπον, τήν
τε Μακεδονίαν, καὶ τὴν Βιθυνῶν χώραν, καὶ τὴν Παλαιστινῶν
κατέχουσαι, συναγωγαί εἰσι δηλονότι· ἀλλὰ νῦν περὶ τῆς
μεγίστης ἁπασῶν καὶ τῷ μεγέθει τῆς γῆς παρισουμένης ὁ λόγος.
Ἃς πλῆθος μὲν ἔχειν ὕδατος οὐδεὶς ἀντερεῖ· οὐ μὴν θαλάσσας
γε ἄν τις αὐτὰς κατὰ τὸν εἰκότα λόγον προσείποι· οὐδ’ἂν ὅτι
μάλιστα τὸ ἁλμυρὸν καὶ γεῶδές τινες παραπλήσιον ἔχωσι τῇ
μεγάλῃ θαλάσσῃ, ὡς ἥ τε Ἀσφαλτῖτις λίμνη ἐπὶ τῆς Ἰουδαίας καὶ
ἡ Σερβωνῖτις ἡ μεταξὺ Αἰγύπτου καὶ Παλαιστίνης τὴν Ἀραβικὴν
ἔρημον παρατείνουσα. Λίμναι γάρ εἰσιν αὗται, θάλασσα δὲ μία,
ὡς οἱ τὴν γῆν περιοδεύσαντες ἱστοροῦσιν. Εἰ καὶ τὴν Ὑρκανίαν
OMELIA IV 167

nanzi le acque acquitrinose e quelle che si addensano in


conseguenza delle piogge e con questo non crederanno
di confutare la nostra argomentazione? Invece la Scrittu-
ra ha chiamato ‘raccolta unica’ la più grande e più com-
pleta concentrazione delle acque. Anche i pozzi sono,
infatti, raccolte artificiali di acque, poiché tutto quanto
c’è di bagnato disseminato nella terra scorre verso le ca-
vità. La denominazione ‘raccolta’ non significa, dunque,
qualsiasi aggregazione di acque, ma quella che spicca ed
è più grande, nella quale si mostra l’elemento acqueo tut-
to insieme. Come il fuoco per i nostri usi è sminuzzato in
piccole sezioni, mentre nella sua totalità è diffuso nell’e-
tere, e come l’aria si può suddividere in piccole parti,
anche se nella sua totalità occupa tutto il perimetro della
terra, così è anche quello che avviene per l’acqua: anche
se ci sono piccoli agglomerati suddivisi, però una sola
è la raccolta che separa l’insieme dell’elemento acqueo
da tutti gli altri. I laghi, infatti, che si trovano dalle par-
ti dell’Orsa polare, quelli che ci sono lungo il territorio
greco, quelli in Macedonia, nella regione bitinica, quelli
che occupano la Palestina, sono evidentemente delle rac-
colte d’acqua; però, qui si sta parlando della più grande
di tutte, di quella che per la sua grandezza si uguaglia
alla terra. Che i laghi d’acqua ne contengano una grande
quantità non ci sarà nessuno a negarlo, ma nessuno li po-
trebbe chiamare mari nell’accezione propria del termine
e neppure se alcuni hanno, quasi come un grande mare,
la salsuggine e una componente terrea, come sono il lago
Asfaltide in Giudea [il Mar Morto] e quello Serbonide,
che si trova tra l’Egitto e la Palestina e costeggia il de-
serto arabico;6 questi infatti sono laghi, ma di mari ce
n’è uno solo, come ci informano quelli che hanno fatto
il giro della terra. Anche se alcuni credono che il Mare
168 OMELIE SULL’ESAMERONE

οἴονταί τινες, καὶ τὴν Κασπίαν περιγεγράφθαι καθ’ἑαυτάς·


ἀλλ’εἴ γέ τι χρὴ ταῖς τῶν ἱστορησάντων προσέχειν γεωγραφίαις,
συντέτρηνται πρὸς ἀλλήλας, καὶ πρὸς τὴν μεγίστην θάλασσαν
262 ἅπασαι ‖ συνανεστόμωνται. Ὡς καὶ τὴν ἐρυθρὰν θάλασσάν φασι
πρὸς τὴν ἐπέκεινα Γαδείρων συνάπτεσθαι. Πῶς οὖν, φησὶν,
ὁ Θεὸς τὰ συστήματα τῶν ὑδάτων ἐκάλεσε θαλάσσας; Ὅτι
συνέδραμε μὲν εἰς συναγωγὴν μίαν τὰ ὕδατα· τὰ δὲ συστήματα
τῶν ὑδάτων, τουτέστι, τοὺς κόλπους τοὺς κατ’ἴδιον σχῆμα
ὑπὸ τῆς περικειμένης γῆς ἀποληφθέντας, θαλάσσας ὁ Κύριος
προσηγόρευσε. Θάλασσα βόρειος, θάλασσα νότιος, ἑῴα θάλασσα,
καὶ ἑσπερία πάλιν ἑτέρα. Καὶ ὀνόματα τῶν πελαγῶν ἰδιάζοντα·
πόντος Εὔξεινος, καὶ Προποντὶς, Ἑλλήσποντος, Αἰγαῖος, καὶ
Ἰώνιος, Σαρδονικὸν πέλαγος καὶ Σικελικὸν, καὶ Τυρρηνικὸν
ἕτερον. Καὶ μυρία γε ὀνόματα πελαγῶν, ἃ μακρὸν ἂν εἴη νῦν καὶ
ἀπειροκαλίας μεστὸν δι’ἀκριβείας ἀπαριθμήσασθαι. Διὰ τοῦτο
ὠνόμασεν ὁ Θεὸς τὰ συστήματα τῶν ὑδάτων θαλάσσας. Ἀλλ’εἰς
τοῦτο μὲν ἡμᾶς ἐξήνεγκεν ἡ ἀκολουθία τοῦ λόγου, ἡμεῖς δὲ πρὸς
τὸ ἐξ ἀρχῆς ἐπανέλθωμεν.
5. Καὶ εἶπεν ὁ Θεὸς, συναχθήτω τὰ ὕδατα εἰς συναγωγὴν μίαν,
καὶ ὀφθήτω ἡ ξηρά. Οὐκ εἶπε, καὶ ὀφθήτω ἡ γῆ, ἵνα μὴ πάλιν
αὐτὴν ἀκατάσκευον ἐπιδείξῃ, πηλώδη οὖσαν, καὶ ἀναμεμιγμένην
τῷ ὕδατι, οὔπω τὴν οἰκείαν ἀπολαβοῦσαν μορφὴν οὐδὲ δύναμιν.
264 Ὁμοῦ δὲ, ἵνα μὴ τῷ ἡλίῳ τὴν τοῦ ‖ ἀναξηραίνειν τὴν γῆν αἰτίαν
προσθῶμεν, πρεσβυτέραν τῆς τοῦ ἡλίου γενέσεως τὴν ξηρότητα
τῆς γῆς ὁ δημιουργὸς παρεσκεύασεν. Ἐπίστησον δὲ τῇ ἐννοίᾳ
OMELIA IV 169

Ircano7 ed il Mar Caspio siano circoscritti in se stessi,


tuttavia, se bisogna aderire in qualche modo alle descri-
zioni geografiche di quelli che hanno eseguito ricerche,
sono in comunicazione tra di loro e sboccano tutti e due
nel mare più grande. Così dicono anche che il Mar Ros-
so si connetterebbe con quello che sta al di là di Cadice.
Come mai dunque, ci si chiede, Dio ha chiamato mari le
aggregazioni delle acque? È perché le acque sono con-
fluite in una sola raccolta; perciò, il Signore ha chiama-
to mari anche quelle aggregazioni delle acque che sono
i golfi, ritagliati secondo una forma propria dalla terra
che li circonda. Ci sono un mare settentrionale, un mare
meridionale, un mare orientale e, a sua volta, un altro
occidentale. Ci sono dei nomi propri anche per le grandi
estensioni marine: Ponto Eusino [Mar Nero] e Proponti-
de [Mar di Marmara], Ellesponto [Stretto dei Dardanel-
li], Egeo e Ionio, Mare di Sardegna e di Sicilia e il Tirre-
no, che è diverso da quelli. Innumerevoli sono i nomi dei
mari e sarebbe lungo adesso enumerarli con precisione
e il farlo dimostrerebbe una completa mancanza di buon
gusto. Questo è il motivo per cui Dio chiamò mari le
aggregazioni delle acque. Il filo coerente del nostro di-
scorso ci ha portati a questa trattazione; noi, però, adesso
dobbiamo ritornare al nostro punto di partenza.
5. «E Dio disse: Che le acque confluiscano insieme
in una sola raccolta e che si veda l’asciutto» (Gen. 1,9).
Non ha detto: «Che si veda la terra», per evitare di mo-
strarla ancora disorganizzata, infangata, mescolata con
l’acqua, quando non aveva ancora ricevuto la forma e la
capacità operativa che le sono proprie; e, insieme, perché
noi non assegnassimo al sole l’iniziativa di aver prosciu-
gato la terra, l’Artefice effettuò il prosciugamento della
terra in un tempo anteriore alla nascita del sole. Dèdica-
170 OMELIE SULL’ESAMERONE

τῶν γεγραμμένων, ὅτι οὐ μόνον τὸ πλεονάζον ὕδωρ ἀπερρύη


τῆς γῆς, ἀλλὰ καὶ ὅσον ἀνεμέμικτο αὐτῇ διὰ βάθους, καὶ τοῦτο
ὑπεξῆλθε τῷ ἀπαραιτήτῳ προστάγματι τοῦ Δεσπότου πεισθέν.
Καὶ ἐγένετο οὕτως. Ἀρκοῦσα αὕτη ἡ ἐπαγωγὴ πρὸς τὸ δεῖξαι
εἰς ἔργον ἐλθοῦσαν τοῦ δημιουργοῦ τὴν φωνήν. Πρόσκειται δὲ
ἐν πολλοῖς τῶν ἀντιγράφων, Καὶ συνήχθη τὸ ὕδωρ τὸ ὑποκάτω
τοῦ οὐρανοῦ εἰς τὰς συναγωγὰς αὐτῶν, καὶ ὤφθη ἡ ξηρά· ἅπερ
οὔτε τινὲς τῶν λοιπῶν ἐκδεδώκασιν ἑρμηνέων, οὔτε ἡ χρῆσις
τῶν Ἑβραίων ἔχουσα φαίνεται. Καὶ γὰρ τῷ ὄντι παρέλκει μετὰ
τὴν μαρτυρίαν τοῦ, ὅτι Ἐγένετο οὕτως, ἡ τῶν αὐτῶν πάλιν
ἐπεκδιήγησις. Τὰ τοίνυν ἀκριβῆ τῶν ἀντιγράφων ὠβέλισται· ὁ δὲ
ὀβελὸς, ἀθετήσεως σύμβολον. Καὶ ἐκάλεσεν ὁ Θεὸς τὴν ξηρὰν,
γῆν, καὶ τὰ συστήματα τῶν ὑδάτων ἐκάλεσε θαλάσσας. Διὰ τί
καὶ ἐν τοῖς κατόπιν εἴρηται, Συναχθήτω τὰ ὕδατα εἰς συναγωγὴν
μίαν, καὶ ὀφθήτω ἡ ξηρὰ, ἀλλ’οὐχὶ γέγραπται, καὶ ὀφθήτω ἡ γῆ;
καὶ ἐνταῦθα πάλιν, Ὤφθη ξηρὰ, καὶ ἐκάλεσεν ὁ Θεὸς τὴν ξηρὰν,
γῆν; Ὅτι ἡ μὲν ξηρὰ τὸ ἰδίωμά ἐστι, τὸ οἱονεὶ χαρακτηριστικὸν
τῆς φύσεως τοῦ ὑποκειμένου, ἡ δὲ γῆ προσηγορία τίς ἐστι ψιλὴ
266 τοῦ πράγματος. Ὡς γὰρ τὸ λογικὸν ‖ ἴδιόν ἐστι τοῦ ἀνθρώπου,
ἡ δὲ ἄνθρωπος φωνὴ σημαντική ἐστι τοῦ ζῴου ᾧ ὑπάρχει τὸ
ἴδιον· οὕτω καὶ τὸ ξηρὸν ἴδιόν ἐστι τῆς γῆς καὶ ἐξαίρετον. Ὧ
τοίνυν ἰδίως ὑπάρχει τὸ ξηρὸν, τοῦτο ἐπικέκληται γῆ· ὥσπερ ᾧ
ἰδίως πρόσεστι τὸ χρεμετιστικὸν, τοῦτο ἐπικέκληται ἵππος. Οὐ
μόνον δὲ ἐπὶ τῆς γῆς ἔστι τοῦτο, ἀλλὰ καὶ τῶν ἄλλων στοιχείων
ἕκαστον ἰδιάζουσαν καὶ ἀποκεκληρωμένην ἔχει ποιότητα, δι’ἧς
OMELIA IV 171

ti a capire il senso di ciò che è stato scritto, e cioè che


non soltanto l’acqua che era in eccedenza defluì dalla
terra, ma anche quella che le era mescolata attraverso
la profondità se ne uscì, obbedendo all’inesorabile co-
mando del Signore. «E avvenne così». Bastava questa
affermazione per mostrare che la parola del Creatore
aveva raggiunto il suo effetto; tuttavia, in molte copie
del testo c’è aggiunto: «E l’acqua che era al di sotto del
cielo confluì nei suoi luoghi di raccolta e apparve l’a-
sciutto»; è una frase che nessuno degli altri interpreti ha
pubblicato8 e non sembra che rispecchi l’uso degli ebrei.
Infatti, dopo la testimonianza: «E avvenne così» risulta
effettivamente superfluo il ritornare a spiegare le me-
desime cose. Pertanto, i manoscritti accurati sono stati
forniti di un obelo9 e l’obelo è contrassegno di espun-
zione. «E Dio chiamò l’asciutto terra e chiamò mari gli
assembramenti delle acque» (Gen. 1,10). Perché ha detto
prima: «Che le acque confluiscano insieme in una sola
raccolta e che si veda l’asciutto», ma non è scritto: «e
si veda la terra», e qui ancora: «Si vide l’asciutto e Dio
chiamò l’asciutto terra»? Il motivo è che ‘asciutto’ è una
peculiarità specifica che caratterizza la natura di ciò di
cui stiamo parlando, mentre ‘terra’ è il semplice appel-
lativo di una cosa; come anche la ‘ragione’ è il carattere
proprio dell’uomo, mentre ‘uomo’ è vocabolo che indica
l’essere vivente al quale appartiene quella dote specifica,
così anche l’asciutto è la peculiarità specifica della terra,
quella che le è riservata; quell’ente al quale apparteneva
in proprietà esclusiva l’asciutto è stato chiamato terra;
come quell’ente al quale appartiene in proprietà esclusi-
va di nitrire è stato chiamato cavallo. Questo non concer-
ne soltanto la terra, ma ciascuno degli altri elementi ha
una qualità che gli è propria e che gli è stata assegnata in
172 OMELIE SULL’ESAMERONE

τῶν τε λοιπῶν ἀποκρίνεται, καὶ αὐτὸ ἕκαστον ὁποῖόν ἐστιν


ἐπιγινώσκεται. Τὸ μὲν ὕδωρ ἰδίαν ποιότητα τὴν ψυχρότητα ἔχει·
ὁ δὲ ἀὴρ τὴν ὑγρότητα· τὸ δὲ πῦρ τὴν θερμότητα. Ἀλλὰ ταῦτα
μὲν, ὡς πρῶτα στοιχεῖα τῶν συνθέτων κατὰ τὸν εἰρημένον τρόπον
τῷ λογισμῷ θεωρεῖται, τὰ δὲ ἤδη ἐν σώματι κατατεταγμένα καὶ
ὑποπίπτοντα τῇ αἰσθήσει, συνεζευγμένας ἔχει τὰς ποιότητας.
Καὶ οὐδὲν ἀπολελυμένως ἐστὶ μοναχὸν οὐδὲ ἁπλοῦν καὶ
εἰλικρινὲς τῶν ὁρωμένων καὶ αἰσθητῶν· ἀλλ’ἡ μὲν γῆ ξηρὰ
καὶ ψυχρὰ, τὸ δὲ ὕδωρ ὑγρὸν καὶ ψυχρὸν, ὁ δὲ ἀὴρ θερμὸς καὶ
ὑγρὸς, τὸ δὲ πῦρ θερμὸν καὶ ξηρόν, Οὕτω γὰρ, διὰ τῆς συζύγου
ποιότητος, ἡ δύναμις προέρχεται τοῦ ἀναμιχθῆναι ἑκάστῳ πρὸς
268 ἕκαστον· τῷ τε γὰρ γείτονι στοιχείῳ διὰ τῆς ‖ κοινῆς ποιότητος
ἕκαστον ἀνακίρναται, καὶ διὰ τῆς πρὸς τὸ σύνεγγυς κοινωνίας
τῷ ἀντικειμένῳ συνάπτεται. Οἷον, ἡ γῆ, ξηρὰ οὖσα καὶ ψυχρὰ,
ἑνοῦται μὲν τῷ ὕδατι κατὰ τὴν συγγένειαν τῆς ψυχρότητος,
ἑνοῦται δὲ διὰ τοῦ ὕδατος τῷ ἀέρι· ἐπειδὴ μέσον ἀμφοτέρων
τεταγμένον τὸ ὕδωρ, οἱονεὶ χειρῶν δύο ἐπιβολῇ ἑκατέρᾳ
ποιότητι τῶν παρακειμένων ἐφάπτεται, τῇ μὲν ψυχρότητι τῆς
γῆς, τῇ ὑγρότητι δὲ τοῦ ἀέρος. Πάλιν ὁ ἀὴρ τῇ ἑαυτοῦ μεσιτείᾳ
διαλλακτὴς γίνεται τῆς μαχομένης φύσεως ὕδατος καὶ πυρὸς,
τῷ ὕδατι μὲν διὰ τῆς ὑγρότητος, τῷ πυρὶ δὲ διὰ τοῦ θερμοῦ
συμπλεκόμενος. Τὸ δὲ πῦρ θερμὸν καὶ ξηρὸν ὑπάρχον τὴν φύσιν,
τῷ μὲν θερμῷ πρὸς τὸν ἀέρα συνδεῖται, τῷ ξηρῷ δὲ πάλιν πρὸς
τὴν κοινωνίαν τῆς γῆς ἐπανέρχεται. Καὶ οὕτω γίνεται κύκλος καὶ
χορὸς ἐναρμόνιος, συμφωνούντων πάντων καὶ συστοιχούντων
OMELIA IV 173

sorte, mediante la quale si distingue da tutti gli altri e lo


si può riconoscere, ciascuno, come è in se stesso. L’ac-
qua ha per qualità particolare il freddo, l’aria l’umidità, il
fuoco il calore.10 Comunque, come abbiamo detto, sono
questi gli elementi che la ragione vede come primi; però,
appare immediatamente che gli elementi, quando sono
stati disposti ordinatamente in un corpo e cadono sotto i
sensi, hanno le loro qualità collegate. Nulla è sciolto dal
resto, è isolato; nulla è semplice e assolutamente puro
tra gli enti visibili e sensibili; invece, la terra è insieme
asciutta e fredda, l’acqua è umida e fredda, l’aria è cal-
da e umida, il fuoco è caldo e asciutto. Così infatti, a
causa della qualità che gli è connessa, a ogni elemento
si presenta la capacità di mescolarsi con un altro; infatti
ciascun elemento, tramite la qualità che gli è comune,
si mescola con quello vicino e, tramite la comunanza
con quello che gli sta accanto, si connette con quello
contrario. Ad esempio, la terra, che è asciutta e fredda,
si unisce all’acqua in base alla parentela costituita dal
freddo, e poi, attraverso l’acqua, si unisce all’aria; l’ac-
qua, collocata in mezzo a entrambe, come se porgesse le
due mani,11 si connette a ciascuna delle due qualità che
hanno gli elementi che le stanno vicino, al freddo della
terra e all’umidità dell’aria. A sua volta, l’aria, per la sua
collocazione nel mezzo, diventa conciliatrice delle na-
ture dell’acqua e del fuoco, che si combattono a vicen-
da; l’aria è unita all’acqua tramite l’umidità e al fuoco
tramite il calore, poiché è intrecciata con loro. Il fuoco,
poi, essendo per sua natura caldo e asciutto, con il calore
si lega strettamente all’aria e con l’asciutto ritorna alla
comunanza con la terra. Così ne derivano un circolo e
un coro armonioso, in quanto tutti gli elementi suonano
all’unisono e sono tra di loro sulla medesima linea. È di
174 OMELIE SULL’ESAMERONE

ἀλλήλοις. Ὅθεν κυρίως αὐτοῖς καὶ ἡ προσηγορία τῶν στοιχείων


ἐφήρμοσται. Ταῦτά μοι εἴρηται παριστῶντι τὴν αἰτίαν δι’ἣν
ὁ Θεὸς τὴν ξηρὰν ἐκάλεσε γῆν, ἀλλ’οὐχὶ τὴν γῆν προσεῖπε
ξηράν. Διότι τὸ ξηρὸν οὐχὶ τῶν ὕστερον προσγινομένων ἐστὶ
270 τῇ γῇ, ἀλλὰ τῶν ἐξ ‖ ἀρχῆς συμπληρούντων αὐτῆς τὴν οὐσίαν.
Τὰ δὲ αὐτὴν τοῦ εἶναι αἰτίαν παρέχοντα, πρότερα τῇ φύσει τῶν
μετὰ ταῦτα προσγινομένων καὶ προτιμότερα. Ὥστε εἰκότως
ἐκ τῶν προϋπαρχόντων καὶ πρεσβυτέρων ἐπενοήθη τῇ γῇ τὰ
γνωρίσματα.
6. Καὶ εἶδεν ὁ Θεὸς ὅτι καλόν. Οὐκ αὐτὸ τοῦτο τερπνήν
τινα ὄψιν θαλάσσης ὁ λόγος ἐνδείκνυται τῷ Θεῷ πεφηνέναι.
Οὐ γὰρ ὀφθαλμοῖς βλέπει τὰ κάλλη τῆς κτίσεως ὁ ποιητὴς,
ἀλλὰ τῇ ἀρρήτῳ σοφίᾳ θεωρεῖ τὰ γινόμενα. Ἡδὺ μὲν γὰρ
θέαμα, λευκαινομένη θάλασσα, γαλήνης αὐτὴν σταθερᾶς
κατεχούσης· ἡδὺ δὲ καὶ ὅταν πραείαις αὔραις τραχυνομένη τὰ
νῶτα, πορφύρουσαν χρόαν ἢ κυανῆν τοῖς ὁρῶσι προσβάλλῃ·
ὅτε οὐδὲ τύπτει βιαίως τὴν γείτονα χέρσον, ἀλλ’οἷον εἰρηνικαῖς
τισιν αὐτὴν περιπλοκαῖς κατασπάζεται. Οὐ μὴν οὕτω καὶ Θεῷ
οἴεσθαι χρὴ τὴν Γραφὴν εἰρηκέναι καλὴν καὶ ἡδεῖαν ὦφθαι τὴν
θάλασσαν, ἀλλὰ τὸ καλὸν ἐκεῖ τῷ λόγῳ τῆς δημιουργίας κρίνεται.
Πρῶτον μὲν, ὅτι πηγὴ τῆς περὶ γῆν ἁπάσης νοτίδος ἐστὶ τὸ τῆς
θαλάσσης ὕδωρ· τοῦτο μὲν ἐν τοῖς ἀφανέσι πόροις διαδιδόμενον,
ὡς δηλοῦσιν αἱ σομφώδεις τῶν ἠπείρων καὶ ὕπαντροι, ὑφ’ἃς ἡ
OMELIA IV 175

qui che si applica loro, in proprietà di termini, il nome di


elementi.12 Ho detto tutto questo nell’intento di presen-
tare il motivo per il quale Dio ha chiamato asciutto terra
e non ha denominato la terra l’asciutto. Il motivo è che
l’asciutto non è una peculiarità che sia sopravvenuta più
tardi alla terra, ma è una delle componenti che, fin dall’i-
nizio, hanno completato la sua sostanza. Però, i fattori
che porgono la causa stessa dell’esistere sono, per natu-
ra, anteriori alle caratteristiche che poi si aggiungono in
seguito e sono, rispetto a loro, di un valore più grande.
È stato pertanto conveniente che, tra le peculiarità ori-
ginarie e più antiche della terra, si siano individuate, di
preferenza, quelle che la facessero riconoscere.
6. «E Dio vide che era bello» (Gen. 1,10). Con questa
frase il testo biblico non afferma senz’altro che il mare
si sia mostrato a Dio in un’apparenza piacevole; il Cre-
atore non guarda, infatti, le bellezze della creazione ser-
vendosi di occhi; contempla, invece, tutto ciò che viene
all’esistenza con la sua sapienza inesprimibile. È senza
dubbio uno spettacolo piacevole un mare diventato bian-
co, quando lo domina una bonaccia stabile, ma è piace-
vole anche quando, increspato alla superficie da brezze
carezzevoli, porge alla vista delle coloriture purpuree o
azzurrine e quando non batte con violenza la spiaggia
con la quale confina, ma sembra abbracciarla in una sorta
di pacifici amplessi. Non bisogna certo pensare che la
Scrittura abbia detto che il mare apparisse bello e pia-
cevole alla vista di Dio in questo modo; la bellezza qui
viene giudicata in base al piano secondo il quale fu fatta
la creazione. Innanzitutto l’acqua del mare è la sorgente
di tutta l’umidità che è diffusa lungo la terra; essa, infatti,
si distribuisce in percorsi nascosti, come dimostrano le
terre spugnose e cavernose sotto le quali il mare penetra
176 OMELIE SULL’ESAMERONE

ῥοώδης διαυλωνίζουσα θάλασσα, ἐπειδὰν σκολιαῖς καὶ οὐ πρὸς


τὸ ὄρθιον φερομέναις ἐναποληφθῇ διεξόδοις, ὑπὸ τοῦ κινοῦντος
αὐτὴν πνεύματος ὠθουμένη, φέρεται ἔξω τὴν ἐπιφάνειαν
272 ‖ διαρρήξασα, καὶ γίνεται πότιμος ἐκ τῆς διηθήσεως τὸ πικρὸν
ἰαθεῖσα. Ἤδη δὲ καὶ θερμοτέρας ἐκ μετάλλων ποιότητος κατὰ
τὴν διέξοδον προσλαβοῦσα, ἐκ τῆς αὐτῆς τοῦ κινοῦντος αἰτίας
ζέουσα γίνεται, ὡς τὰ πολλὰ, καὶ πυρώδης· ὅπερ πολλαχοῦ μὲν
τῶν νήσων, πολλαχοῦ δὲ τῶν παραλίων τόπων ἔξεστιν ἱστορῆσαι.
Ὅπου γε καὶ κατὰ τὴν μεσόγειαν, τόποι τινὲς τῶν ποταμίων
ὑδάτων γείτονες, ὡς μικρὰ μεγάλοις εἰκάσαι, τὰ παραπλήσια
πάσχουσι. Πρὸς οὖν τί τοῦτο εἴρηταί μοι; Ὅτι πᾶσα ὑπόνομός
ἐστιν ἡ γῆ, διὰ πόρων ἀφανῶν ἐκ τῶν ἀρχῶν τῆς θαλάσσης
ὑπονοστοῦντος τοῦ ὕδατος.
7. Καλὴ τοίνυν ἡ θάλασσα τῷ Θεῷ, καὶ διὰ τὴν ἐν τῷ βάθει τῆς
ἰκμάδος ὑποδρομήν· καλὴ καὶ διότι ποταμῶν οὖσα δοχεῖον, εἰς
ἑαυτὴν τὰ πανταχόθεν καταδέχεται ῥεύματα, καὶ μένει τῶν ὅρων
εἴσω τῶν ἑαυτῆς· καλὴ καὶ διότι τοῖς ἀερίοις ὕδασιν ἀρχὴ τίς ἐστι
274 καὶ πηγὴ, θαλπομένη μὲν τῇ ‖ ἀκτῖνι τοῦ ἡλίου, ἀποτιθεμένη δὲ
τὸ λεπτὸν τοῦ ὕδατος διὰ τῶν ἀτμῶν, ὅπερ ἑλκυσθὲν εἰς τὸν ἄνω
τόπον, εἶτα καταψυχθὲν διὰ τὸ ὑψηλότερον γενέσθαι τῆς ἀπὸ τοῦ
ἐδάφους ἀνακλάσεως τῶν ἀκτίνων, καὶ ὁμοῦ τῆς ἐκ τοῦ νέφους
σκιᾶς τὴν ψύξιν ἐπιτεινούσης, ὑετὸς γίνεται, καὶ πιαίνει τὴν γῆν.
Καὶ τούτοις οὐδεὶς ἀπιστεῖ πάντως τοὺς ὑποκαιομένους λέβητας
OMELIA IV 177

con le sue correnti; qualora venga costretto in passaggi


che non hanno sbocchi in linea retta, sospinto dal soffio
che lo muove, fa saltare lo strato superficiale, erompe al
di fuori e diventa potabile, poiché con questa filtratura
ha rimediato alla sua amaritudine. Capita poi anche che,
durante il suo tragitto, si assuma dalle miniere una certa
quantità di calore e che, sotto l’azione della stessa causa
che lo spinge, si metta a bollire e in molti casi acquisti il
bruciore del fuoco. È un fenomeno che è possibile sco-
prire in molti luoghi delle isole e in molti luoghi delle
coste marine. Capita anche che, lungo le terre continen-
tali, ci siano luoghi che confinano con le acque dei fiumi
i quali, per paragonare le cose piccole alle grandi, sono
soggetti a vicende più o meno di questo genere. Ma a che
scopo vi ho detto tutto questo?13 Ve l’ho detto nell’inten-
to di mostrarvi che tutta la terra è percorsa da cunicoli e
che l’acqua, provenendo dalle sue origini marine, torna a
insinuarsi nella terra attraverso passaggi invisibili.
7. A Dio, dunque, il mare appare bello, a causa della
penetrazione dell’umidità nel profondo della terra ed è
bello anche perché, essendo il luogo che riceve tutti i fiu-
mi, accoglie in se stesso le loro correnti, che provengono
da tutte le parti, pur rimanendo dentro i propri confini; è
bello anche perché è, in certo qual modo, il principio e la
sorgente delle acque che stanno in cielo; infatti, quando
viene scaldato dai raggi del sole, esala in vapori la com-
ponente sottile dell’acqua; quando essa è stata attirata
verso gli spazi alti e si è raffreddata, perché è arrivata più
in alto del livello nel quale il suolo riflette i raggi del sole
e insieme perché l’ombra prodotta dalle nubi distende
su di essa il suo raffreddamento, allora diventa pioggia
e rende fertile la terra. A questo fenomeno non c’è asso-
lutamente nessuno che non creda, se ha badato alle cal-
178 OMELIE SULL’ESAMERONE

ἐννοήσας, οἳ πλήρεις ὄντες ὑγροῦ, πολλάκις κενοὶ κατελείφθησαν,


εἰς ἀτμὸν παντὸς τοῦ ἑψομένου διακριθέντος. Ἀλλὰ καὶ αὐτό
ἐστιν ἰδεῖν τὸ τῆς θαλάσσης ὕδωρ παρὰ τῶν ναυτιλλομένων
ἑψόμενον· οἳ τοὺς ἀτμοὺς σπόγγοις ὑποδεχόμενοι, τὴν χρείαν
μετρίως ἐν ταῖς ἀνάγκαις παραμυθοῦνται. Καλὴ δὲ καὶ ἄλλως
παρὰ Θεῷ, ὅτι περισφίγγει τὰς νήσους, ὁμοῦ μὲν κόσμον αὐταῖς,
ὁμοῦ δὲ καὶ ἀσφάλειαν παρεχομένη δι’ἑαυτῆς· ἔπειτα καὶ ὅτι
τὰς πλεῖστον ἀλλήλων διεστώσας ἠπείρους συνάπτει δι’ἑαυτῆς,
ἀκώλυτον τοῖς ναυτιλλομένοις τὴν ἐπιμιξίαν παρεχομένη· δι’ὧν
καὶ ἱστορίας τῶν ἀγνοουμένων χαρίζεται, καὶ πλούτου πρόξενος
ἐμπόροις γίνεται, καὶ τὰς τοῦ βίου χρείας ἐπανορθοῦται ῥᾳδίως,
ἐξαγωγὴν μὲν τῶν περιττῶν τοῖς εὐθηνουμένοις παρεχομένη,
ἐπανόρθωσιν δὲ τοῦ λείποντος χαριζομένη τοῖς ἐνδεέσι. Καὶ
πόθεν ἐμοὶ ὅλον ἰδεῖν μετὰ ἀκριβείας τῆς θαλάσσης τὸ κάλλος,
ὅσον τῷ ὀφθαλμῷ τοῦ ποιήσαντος κατεφάνη; Εἰ δὲ θάλασσα
καλὴ καὶ ἐπαινετὴ τῷ Θεῷ, πῶς οὐχὶ καλλίων ἐκκλησίας
276 τοιαύτης σύλλογος, ἐν ᾗ συμμιγὴς ‖ ἦχος, οἷόν τινος κύματος
ἠϊόνι προσφερομένου, ἀνδρῶν καὶ γυναικῶν καὶ νηπίων, κατὰ
τὰς πρὸς τὸν Θεὸν ἡμῶν δεήσεις, ἐκπέμπεται. Γαλήνη δὲ βαθεῖα
ἀσάλευτον αὐτὴν διασώζει, τῶν πνευμάτων τῆς πονηρίας
ταράξαι αὐτὴν τοῖς αἱρετικοῖς λόγοις μὴ δυνηθέντων. Γένοισθε
οὖν ἄξιοι τῆς ἀποδοχῆς τοῦ Κυρίου, τὴν εὐταξίαν ταύτην ἐπὶ τὸ
εὐπρεπέστατον διασώσαντες, ἐν Χριστῷ Ἰησοῦ τῷ Κυρίῳ ἡμῶν,
ᾧ ἡ δόξα καὶ τὸ κράτος εἰς τοὺς αἰῶνας τῶν αἰώνων. Ἀμήν.
OMELIA IV 179

daie che si mettono sul fuoco; erano piene d’acqua, ma


spesso sono rimaste vuote; tutto il liquido, bollendo, si è
dissolto in vapore. È il medesimo fatto che si può vedere
quando i naviganti fanno bollire l’acqua del mare; essi
raccolgono in spugne i vapori, soddisfacendo un po’ ai
bisogni che urgono nelle loro strettezze. Il mare è bello
agli occhi di Dio anche sotto un altro aspetto, in quanto si
stringe tutt’attorno alle isole e in se stesso conferisce loro
ornamento e sicurezza, e poi ancora in quanto collega
terreferme lontane tra di loro e porge ai naviganti la pos-
sibilità di intrecciare, senza ostacoli, le loro relazioni e,
tramite loro, ci fornisce l’occasione di venire a conosce-
re cose che non sapevamo; il mare procura la ricchezza
ai commercianti; sistema perbene, con facilità, i bisogni
della vita, offrendo a quelli che ne hanno in abbondanza
la possibilità di esportare quello che hanno in eccedenza
e apportando benignamente una correzione alla carenza
di quanti sono nel bisogno.14 Ma da dove mi deriva la
possibilità di vedere tutt’intera, con precisione, la bellez-
za del mare nella grandezza con la quale si è rivelata agli
occhi del Creatore? Se il mare è bello ed è stato lodato da
Dio, quanto non è più bella la riunione di una comunità
ecclesiale nella quale il suono delle voci è mescolato a
guisa di un’ondata che va a rifrangersi contro la spiag-
gia;15 sono voci di uomini, di donne e di bambini, emesse
durante le suppliche che noi rivolgiamo a Dio. Una cal-
ma serena e profonda mantiene questa comunità al riparo
da agitazioni, mentre gli spiriti malvagi non riescono a
sconvolgerla con i loro discorsi inficiati di eresia.16 Pos-
siate, dunque, diventare meritevoli di essere accolti dal
Signore, conservando questo bell’ordine nella maniera
più conveniente, in Cristo Gesù nostro Signore, al quale
siano la gloria e la potenza per i secoli dei secoli. Amen.
180 OMELIE SULL’ESAMERONE

278 ‖ ΟΜΙΛΙΑ εʹ.

Περὶ βλαστήσεως γῆς

1. Καὶ εἶπεν ὁ Θεός· βλαστησάτω ἡ γῆ βοτάνην χόρτου, σπεῖρον


σπέρμα κατὰ γένος, καὶ ξύλον κάρπιμον ποιοῦν καρπὸν κατὰ
γένος, οὗ τὸ σπέρμα αὐτοῦ ἐν αὐτῷ. Ἀκολούθως μετὰ τὸ
ἀναπαύσασθαι τὴν γῆν ἀποσκευασαμένην τὸ βάρος τοῦ ὕδατος,
τὸ πρόσταγμα αὐτῇ γέγονε βλαστῆσαι πρῶτον βοτάνην, ἔπειτα
ξύλον· ὅπερ ἔτι καὶ νῦν ὁρῶμεν γινόμενον. Ἡ γὰρ τότε φωνὴ, καὶ
τὸ πρῶτον ἐκεῖνο πρόσταγμα, οἷον νόμος τις ἐγένετο φύσεως,
καὶ ἐναπέμεινε τῇ γῇ, τὴν τοῦ γεννᾶν αὐτῇ καὶ καρποφορεῖν
δύναμιν εἰς τὸ ἑξῆς παρεχόμενος. Βλαστησάτω ἡ γῆ. Πρῶτόν
ἐστιν ἐν τῇ γενέσει τῶν φυομένων ἡ βλάστησις· ἔπειτα, ὅταν
προκύψῃ μικρὸν τὰ βλαστήματα, βοτάνη γίνεται· εἶτ’ἐπειδὰν
αὐξηθῇ, χόρτος ἐστὶ, κατὰ μικρὸν διαρθρουμένων τῶν
280 φυομένων, καὶ μέχρι τῆς ἐπὶ τὸ σπέρμα τελειώσεως ‖ προϊόντων.
Τὸ γὰρ χλοερὸν καὶ ποάζον παραπλήσιόν ἐστιν ἁπάντων.
Βλαστησάτω ἡ γῆ βοτάνην χόρτου. Καθ’ἑαυτὴν ἡ γῆ προφερέτω
τὴν βλάστησιν, οὐδεμιᾶς συνεργείας ἑτέρωθεν δεομένη. Ἐπειδή
τινες οἴονται τὸν ἥλιον αἴτιον εἶναι τῶν ἀπὸ τῆς γῆς φυομένων,
τῇ ὁλκῇ τοῦ θερμοῦ πρὸς τὴν ἐπιφάνειαν τὴν ἐκ τοῦ βάθους
OMELIA V 181

Omelia V

La terra è fertile di germogli

1. «E Dio disse: Che la terra faccia germogliare l’erba


del prato,1 generi un seme secondo ogni specie e alberi
fruttiferi che producano frutto secondo la loro specie e
in esso ci sia il suo seme» (Gen. 1,11). È logico che la
terra, dopo essersi riposata, in quanto si era sbarazzata
del peso dell’acqua, abbia ricevuto l’ordine di far germo-
gliare dapprima dell’erba e poi degli alberi, ed è quello
che vediamo avvenire anche adesso. Infatti, la parola di
allora e quel primo comando sono diventati una sorta di
legge della natura e perdurano nella terra, fornendole il
potere di generare e di fruttificare per l’avvenire. «Che la
terra faccia germogliare». Nella produzione di vegetali
il primo momento è la germinazione; in seguito, quando
i germi sono spuntati un pochino, ne proviene un boc-
ciolo, poi, quando esso si è accresciuto, è diventato un
ramicello erboso, dato che i vegetali acquistano poco
per volta le loro articolazioni e avanzano fino a quando
abbiano prodotto il seme nella sua completezza. Infatti,
il verdeggiare e il trasformarsi in verzura è quello che
capita, in maniera più o meno uguale, a tutte le piante.
«Che la terra faccia germogliare l’erba del prato», cioè
che la terra produca da se stessa la germinazione, senza
che abbia bisogno di alcuna cooperazione che provenga
da un’altra parte. Siccome alcuni credono che il sole sia
la causa di tutto quello che si produce dalla terra e che
per l’attrazione esercitata dal calore sia stata attirata alla
182 OMELIE SULL’ESAMERONE

δύναμιν ἐπισπώμενον, διὰ τοῦτο πρεσβυτέρα τοῦ ἡλίου ἡ περὶ


γῆν διακόσμησις· ἵνα καὶ τοῦ προσκυνεῖν τὸν ἥλιον, ὡς αὐτὸν
τὴν αἰτίαν τῆς ζωῆς παρεχόμενον, οἱ πεπλανημένοι παύσωνται.
Ἐὰν ἄρα πεισθῶσιν, ὅτι πρὸ τῆς ἐκείνου γενέσεως τὰ περὶ τὴν
γῆν πάντα διακεκόσμητο, καὶ τοῦ ἀμέτρου περὶ αὐτὸν θαύματος
καθυφῶσιν, ἐνθυμηθέντες ὅτι χόρτου καὶ βοτάνης νεώτερός
ἐστι κατὰ τὴν γένεσιν. Ἆρα οὖν τοῖς μὲν βοσκήμασιν ἡ τροφὴ
προαπετέθη, τὸ δὲ ἡμέτερον οὐδεμιᾶς ἐφάνη προνοίας ἄξιον;
Ἀλλὰ μάλιστα μὲν ὁ βουσὶ καὶ ἵπποις τὸν χιλὸν προαποθέμενος,
σοὶ τὸν πλοῦτον καὶ τὴν ἀπόλαυσιν παρασκευάζει. Ὁ γὰρ
282 τὰ κτήματα σου διατρέφων, τὴν σὴν ‖ συναύξει τοῦ βίου
κατασκευήν. Ἔπειτα, ἡ τῶν σπερμάτων γένεσις τί ἄλλο ἐστὶ, καὶ
οὐχὶ τῆς σῆς διαγωγῆς παρασκευή; πρὸς τῷ πολλὰ τῶν ἐν πόαις
ἔτι καὶ λαχάνοις ὄντων, τροφὴν ἀνθρώπων ὑπάρχειν.
2. Βλαστησάτω ἡ γῆ βοτάνην χόρτου, σπεῖρον σπέρμα,
φησὶ, κατὰ γένος. Ὥστε κἄν τι γένος βοτάνης ἑτέροις διαφέρῃ,
κἀκείνων τὸ κέρδος πρὸς ἡμᾶς ἐπανέρχεται, καὶ ἡμῖν ἡ
χρῆσις τῶν σπερμάτων ἀφώρισται· ὥστε εἶναι τὸν νοῦν τῶν
εἰρημένων τοιοῦτον, Βλαστησάτω ἡ γῆ βοτάνην χόρτου,
καὶ σπέρμα σπεῖρον κατὰ γένος. Οὕτω γὰρ καὶ τὸ τῆς λέξεως
ἀκόλουθον ἀποκαταστῆναι δυνήσεται, ἀκαταλλήλως νῦν τῆς
συντάξεως ἔχειν δοκούσης, καὶ τὸ ἀναγκαῖον τῶν ὑπὸ τῆς
φύσεως οἰκονομουμένων διασωθήσεται. Πρῶτον μὲν γὰρ
βλάστησις, εἶτα χλοὴ, εἶτα χόρτου αὔξησις, εἶτα ὁ ἀπαρτισμὸς
OMELIA V 183

superficie la potenza che proviene dal profondo, per que-


sto motivo la sistemazione che concerne la terra è stata
eseguita prima dell’esistenza del sole, affinché quelli che
divagano in questo errore cessino dall’adorare il sole,
come se esso fornisse la causa della vita.2 Se, dunque,
si persuadono che tutto quello che concerne la terra è
stato sistemato prima che il sole esistesse, non dovran-
no forse rinunciare alla loro sconfinata ammirazione per
lui, riflettendo che, quanto all’origine, esso è più recente
dell’erba da pascolo e del foraggio? Forse che, dunque,
al bestiame è stato procurato il nutrimento, quando il no-
stro non sembrava ancora meritevole di alcuna provvi-
denza? Ma va osservato, in primo piano, che colui che ha
procurato prima il foraggio ai buoi e ai cavalli ha anche
apprestato a te la ricchezza e il godimento. Infatti, colui
che nutre in continuità il bestiame che tu possiedi mi-
gliora la sistemazione della tua vita. E proprio la nascita
dei semi che cos’è d’altro se non la preparazione della
permanenza della tua vita? Oltre al fatto che molte erbe
e ortaggi sono un cibo di cui si servono gli uomini.
2. «Che la terra faccia germogliare l’erba del prato», dice
la Scrittura, «che generi un seme secondo ogni specie».
Anche se certe specie di erbe sono in rapporto con altri
esseri, il vantaggio che essi ne ricavano ritorna su di noi e
l’uso dei semi è stato finalizzato al nostro interesse. «Che
la terra faccia germogliare l’erba del prato e produca un
seme che generi secondo la sua specie».3 In questo modo
potrà essere ristabilita la concatenazione coerente della
frase, mentre adesso la composizione delle parole sembra
priva di coerenza; così sarà salvato l’ordine necessario
secondo natura di quanto è stato disposto nel mondo; in-
fatti, c’è prima il germogliare, poi viene il ramicello er-
boso, poi la crescita del virgulto, poi la perfezione di ciò
184 OMELIE SULL’ESAMERONE

τῶν αὐξομένων διὰ τοῦ σπέρματος. Πῶς οὖν, φασὶ, πάντα εἶναι
τὰ ἐκ τῆς γῆς φυόμενα σπερματικὰ ὁ λόγος ἐνδείκνυται, ὅπου
γε οὔτε κάλαμος, οὔτε ἄγρωστις, οὔτε ἡ μίνθη, οὐ κρόκος,
οὐ σκόροδον, οὐ βούτομον, οὐδ’ἄλλα μυρία γένη φυτῶν
σπερματίζοντα φαίνεται; Πρὸς δὴ τοῦτό φαμεν, ὅτι πολλὰ τῶν
284 φυομένων ἐκ τῆς γῆς ἐπὶ τοῦ ‖ πυθμένος καὶ τῆς ῥίζης ἔχει τὴν
δύναμιν τῶν σπερμάτων. Ὥσπερ ὁ κάλαμος, μετὰ τὴν ἐπέτειον
αὔξησιν, ἀπὸ τῆς ῥίζης ἀφίησί τινα προβολὴν, σπέρματος λόγον
ἔχουσαν, πρὸς τὸ μέλλον. Τοῦτο δὲ ποιεῖ καὶ ἄλλα μυρία, ὅσα
διὰ γῆς νεμόμενα ἐν ταῖς ῥίζαις τὴν διαδοχὴν κέκτηται. Ὥστε
παντός ἐστιν ἀληθέστερον τὸ, ἑκάστῳ τῶν φυομένων ἢ σπέρμα
εἶναι, ἢ δύναμίν τινα σπερματικὴν ἐνυπάρχειν. Καὶ τοῦτό ἐστι
τὸ, Κατὰ γένος. Οὐ γὰρ ἡ προβολὴ τοῦ καλάμου ἐλαίας ἐστὶ
ποιητικὴ, ἀλλὰ ἐκ καλάμου μὲν ἕτερος κάλαμος, ἐκ δὲ τῶν
σπερμάτων τὰ συγγενῆ τοῖς καταβληθεῖσιν ἀποβλαστάνει. Καὶ
οὕτω τὸ ἐν τῇ πρώτῃ γενέσει προβληθὲν παρὰ τῆς γῆς, μέχρι
νῦν διασώζεται, τῇ ἀκολουθίᾳ τῆς διαδοχῆς φυλασσομένου τοῦ
γένους. Βλαστησάτω ἡ γῆ. Νόησόν μοι ἐκ μικρᾶς φωνῆς, καὶ
προστάγματος οὕτω βραχέος, τὴν κατεψυγμένην καὶ ἄγονον
ὠδίνουσαν ἀθρόως καὶ πρὸς καρπογονίαν συγκινουμένην,
ὥσπερ τινὰ σκυθρωπὴν καὶ πενθήρη ἀπορρίψασαν περιβολὴν,
μεταμφιεννυμένην τὴν φαιδροτέραν καὶ τοῖς οἰκείοις κόσμοις
ἀγαλλομένην, καὶ τὰ μυρία γένη τῶν φυομένων προβάλλουσαν.
Βούλομαί σοι σφοδρότερον τῆς κτίσεως ἐνιδρυνθῆναι τὸ
θαῦμα, ἵν’  ὅπου περ ἂν εὑρεθῇς, καὶ ὁποίῳ δήποτε γένει τῶν
OMELIA V 185

che è cresciuto mediante il seme. Ma taluni obiettano:


come avviene che la Scrittura affermi che tutto ciò che
nasce dalla terra è dotato di seme, quando né le canne, né
la gramigna, né la menta, né lo zafferano, né l’aglio, né
il carice, né altre innumerevoli specie vegetali sembrano
essere fornite di semi? Ecco che cosa rispondiamo; di-
ciamo che molti vegetali che nascono dalla terra hanno
nel loro stelo e nella loro radice il vigore di semi. Così
la canna, dopo che è cresciuta durante l’annata, emette
dalla radice una sorta di escrescenza, che sta in conto di
seme per la sua prosecuzione nell’avvenire. È quello che
fanno anche innumerevoli altre piante le quali, dissemi-
nate lungo tutta la terra, posseggono nelle radici la loro
successione. Perciò, non c’è nulla di più vero del dire
che ogni vegetale ha o un seme o una capacità semina-
le. Questo è quello che significa l’espressione: «Secon-
do la sua specie». Infatti, l’escrescenza della canna non
produce ulivi, ma da una canna nasce un’altra canna e
dai semi gettati nella terra germogliano piante della stes-
sa specie. E così, quello che nella creazione primigenia
fu emesso dalla terra continua a permanere fino ad ora,
mantenendo la sua specie lungo la linea coerente delle
successioni. «Che la terra faccia germogliare». Rifletti,
ti ci invito, come in conseguenza di una piccola frase, di
un comando così breve, la terra, che era stata raffreddata
ed era sterile, partorisca tutto in un colpo solo e si affretti
a produrre dei frutti, quasi che, dopo aver gettato via un
abito di colore fosco e proprio del lutto, si sia cambiata
di vestimento e ne abbia indossato uno più risplendente,
facendo sfoggio di tutti i suoi ornamenti e producendo
innumerevoli specie di piante. Io vorrei far sorgere in te
una profonda ammirazione della creazione, affinché in
qualunque luogo tu venga a trovarti e davanti a qualun-
186 OMELIE SULL’ESAMERONE

φυομένων παραστῇς, ἐναργῆ λαμβάνῃς τοῦ ποιήσαντος τὴν


286 ὑπόμνησιν. Πρῶτον ‖ μὲν οὖν ὅταν ἴδῃς βοτάνην χόρτου καὶ
ἄνθος, εἰς ἔννοιαν ἔρχου τῆς ἀνθρωπίνης φύσεως, μεμνημένος
τῆς εἰκόνος τοῦ σοφοῦ Ἡσαΐου, ὅτι Πᾶσα σὰρξ ὡς χόρτος, καὶ
πᾶσα δόξα ἀνθρώπου ὡς ἄνθος χόρτου. Τὸ γὰρ ὀλιγοχρόνιον
τῆς ζωῆς, καὶ τὸ ἐν ὀλίγῳ περιχαρὲς καὶ ἱλαρὸν τῆς ἀνθρωπίνης
εὐημερίας, καιριωτάτης παρὰ τῷ προφήτῃ τετύχηκε τῆς εἰκόνος.
Σήμερον εὐθαλὴς τῷ σώματι, κατασεσαρκωμένος ὑπὸ τρυφῆς,
ἐπανθοῦσαν ἔχων τὴν εὔχροιαν ὑπὸ τῆς κατὰ τὴν ἡλικίαν
ἀκμῆς, σφριγῶν καὶ σύντονος, καὶ ἀνυπόστατος τὴν ὁρμὴν,
αὔριον ὁ αὐτὸς οὗτος ἐλεεινὸς, ἢ τῷ χρόνῳ μαρανθεὶς, ἢ νόσῳ
διαλυθείς. Ὁ δεῖνα περίβλεπτος ἐπὶ χρημάτων περιουσίᾳ· καὶ
πλῆθος περὶ αὐτὸν κολάκων· δορυφορία φίλων προσποιητῶν
τὴν ἀπ’αὐτοῦ χάριν θεραπευόντων· πλῆθος συγγενείας, καὶ
ταύτης κατεσχηματισμένης· ἑσμὸς τῶν ἐφεπομένων μυρίος τῶν
τε ἐπὶ σιτίων καὶ τῶν κατὰ τὰς χρείας αὐτῷ προσεδρευόντων,
οὓς καὶ προϊὼν καὶ πάλιν ἐπανιὼν ἐπισυρόμενος ἐπίφθονός
ἐστι τοῖς ἐντυγχάνουσι. Πρόσθες τῷ πλούτῳ καὶ πολιτικήν τινα
δυναστείαν, ἢ καὶ τὰς ἐκ βασιλέων τιμάς· ἢ ἐθνῶν ἐπιμέλειαν·
ἢ στρατοπέδων ἡγεμονίαν· τὸν κήρυκα μέγα βοῶντα πρὸ
αὐτοῦ· τοὺς ῥαβδούχους ἔνθεν καὶ ἔνθεν βαρυτάτην κατάπληξιν
τοῖς ἀρχομένοις ἐμβάλλοντας τὰς πληγάς· τὰς δημεύσεις·
288 τὰς ἀπαγωγάς· τὰ δεσμωτήρια, ἐξ ‖ ὧν ἀφόρητος ὁ παρὰ τῶν
ὑποχειρίων συναθροίζεται φόβος. Καὶ τί μετὰ τοῦτο; Μία
νὺξ, ἢ πυρετὸς εἷς, ἢ πλευρῖτις, ἢ περιπνευμονία, ἀνάρπαστον
OMELIA V 187

que tipo di vegetazione tu sia, ti procuri un chiaro ricor-


do del Creatore. Innanzitutto, quando tu vedi dei germo-
gli dell’erba, un fiore, devi venire a pensare alla natura
umana, ricordando l’immagine del sapiente Isaia: «Ogni
carne è come l’erba e ogni gloria dell’uomo è come il
fiore del prato» (Is. 40,6). La brevità di durata della vita,
la piccolezza della gioia e della soddisfazione per la pro-
sperità umana hanno trovato nel profeta l’immagine più
pertinente. Mettiamo: oggi quell’individuo è fisicamente
rigoglioso, ingrassato per il suo tenore di vita lussuoso,
è al culmine dell’età, ha un bel colorito florido, spriz-
za salute, è impetuoso nel suo slancio; domani questo
medesimo individuo è diventato oggetto di compassio-
ne, sciupato dal tempo, consumato dalla malattia. Il tale
tutti lo guardano per la straordinaria abbondanza delle
sue ricchezze; attorno a lui si aggira una folla di adula-
tori; ha, quasi come guardie del corpo, falsi amici che lo
lusingano per scroccarne il favore; ha una moltitudine di
parenti in atteggiamenti truccati, uno sciame innumere-
vole di gente che lo incalza e lo assedia per procurarsi il
pranzo e quello di cui hanno bisogno; se li trascina dietro
nel suo andare e venire,4 oggetto d’invidia per tutti quelli
che lo incontrano. Aggiungi ancora alla sua ricchezza il
potere che ha nell’ambito dello Stato, gli onori che ri-
ceve dagli imperatori, l’incarico di amministrare popo-
lazioni, il comando di eserciti, l’araldo che lo precorre
gridando intimazioni ad alta voce, i littori che, da una
parte e dall’altra, con le loro botte, incutono spavento ai
sudditi; aggiungi il potere di infliggere confische, depor-
tazioni, imprigionamenti, tutte cose che, messe insieme,
provocano a quelli che vi sono sottoposti uno spavento
insopportabile. E che cosa viene dopo? Basta una notte,
un attacco di febbre, una pleurite, una polmonite, che
188 OMELIE SULL’ESAMERONE

ἐξ ἀνθρώπων ἀπάγουσα τὸν ἄνθρωπον οἴχεται, πᾶσαν τὴν


κατ’αὐτὸν σκηνὴν ἐξαπίνης ἀπογυμνώσασα, καὶ ἡ δόξα ἐκείνη
ὥσπερ ἐνύπνιον ἀπηλέγχθη. Ὥστε ἐπιτέτευκται τῷ προφήτῃ ἡ
πρὸς τὸ ἀδρανέστατον ἄνθος ὁμοίωσις τῆς ἀνθρωπίνης δόξης.
3. Βλαστησάτω ἡ γῆ βοτάνην χόρτου, σπεῖρον σπέρμα κατὰ
γένος καὶ καθ’ὁμοιότητα. Ἔτι καὶ νῦν ἡ τάξις τῶν φυομένων
μαρτυρεῖ τῇ πρώτῃ διακοσμήσει. Ἡ γὰρ βλάστησις καθηγεῖται
πάσης βοτάνης καὶ πάσης πόας. Εἴτε γὰρ ἀπὸ ῥίζης ἐκδίδοταί τι ἐκ
τῆς κάτωθεν προβολῆς, ὡς κρόκος καὶ ἄγρωστις, ἀναβλαστῆσαι
δεῖ καὶ ἐπὶ τὸ ἔξω προκύψαι· εἴτε ἀπὸ σπέρματος, καὶ οὕτως
ἀνάγκη πρῶτον βλάστησιν, εἶτα βοτάνην γενέσθαι, εἶτα χόρτον
χλοάζοντα, εἶτα τὸν καρπὸν ἐπὶ ξηρᾶς ἤδη καὶ παχείας τῆς καλάμης
ἁδρυνόμενον. Βλαστησάτω ἡ γῆ βοτάνην χόρτου. Ὅταν εἰς γῆν
καταπέσῃ τὸ σπέρμα συμμέτρως νοτίδος καὶ θέρμης ἔχουσαν,
χαῦνον γενόμενον καὶ πολύπορον, τῆς παρακειμένης γῆς
περιδραξάμενον, τὰ οἰκεῖα καὶ σύμφυλα πρὸς ἑαυτὸ ἐπισπᾶται.
290 Ἐμπίπτοντα δὲ τοῖς πόροις καὶ περιολισθαίνοντα τῆς γῆς ‖ τὰ
λεπτότατα μόρια, ἐπὶ πλέον ἀνευρύνει τοὺς ὄγκους αὐτῆς ὥστε
ῥιζοῦσθαι μὲν εἰς τὸ κάτω, ἐπὶ τὸ ἄνω δὲ προκύπτειν ἰσαρίθμων
ταῖς ῥίζαις τῶν καλάμων προβαλλομένων· θαλπομένου δὲ ἀεὶ
τοῦ βλαστήματος, συρομένην διὰ τῶν ῥιζῶν τὴν νοτίδα, τῇ ὁλκῇ
τοῦ θερμοῦ συνεπάγεσθαι τοῦ τροφίμου τῆς γῆς ὅσον μέτριον,
καὶ τοῦτο καταμερίζειν εἰς καλάμην καὶ φλοιὸν καὶ τὰς θήκας
τοῦ σίτου, καὶ αὐτὸν τὸν σῖτον καὶ τοὺς ἀνθέρικας· καὶ οὕτω
OMELIA V 189

rapiscano costui e lo portino via dal novero degli uomini,


e lui se ne va,5 lasciando vuota, all’improvviso, tutta la
scena nella quale si muoveva; si è così dimostrato che
quella gloria era un’illusione a somiglianza di un sogno;6
per cui il profeta ha pensato di rassomigliare la gloria
umana all’estrema inconsistenza di un fiore.
3. «Che la terra faccia germogliare l’erba del prato
e un seme che produca secondo la sua specie e la
sua somiglianza». Anche adesso il modo con cui si
sviluppano le piante testimonia la sistemazione iniziale.
La germinazione, infatti, apre la via a ogni gemma e
a ogni erba. Se una pianta spunta da una radice, come
per una fuoriuscita dall’interno, come lo zafferano e la
gramigna, bisogna però che germogli e che il germoglio
emerga al di fuori; se viene da un seme, anche così è
necessario che prima avvenga una germinazione e poi
una gemma e poi un ramicello erbaceo verdeggiante e
poi il frutto, maturato su uno stelo ormai diventato secco
e denso. «La terra faccia germogliare l’erba del prato».
Quando il seme è caduto in una terra che abbia umidità
e calore nella proporzione opportuna, diventa spugnoso
e poroso, si attacca strettamente alla terra che gli sta
attorno e attira a sé gli elementi che gli sono propri e
congeniti. Inserendosi nei suoi pori e scivolando tutto
intorno, le sottilissime parti della terra amplificano il
volume del seme in modo che esso emette delle radici
verso il basso e intanto avanza verso l’alto, producendo
steli che sono nel numero corrispondente alle radici.7
Siccome il germe continua sempre a riscaldarsi, l’umi-
dità attirata attraverso le radici, con la forza del calore,
conduce a sé l’elemento nutritivo della terra nella giusta
misura e lo suddivide assegnandolo allo stelo, alla scor-
za, agli astucci del grano, al grano in se stesso e alle re-
190 OMELIE SULL’ESAMERONE

κατὰ μικρὸν τῆς αὐξήσεως γινομένης, ἐπὶ τὸ οἰκεῖον μέτρον


ἕκαστον τῶν φυομένων ἀποκαθίστασθαι, εἴτε τι τῶν σιτηρῶν,
εἴτε τῶν χεδροπῶν, εἴτε τῶν λαχανωδῶν ἢ φρυγανικῶν τυγχάνοι.
Εἷς χόρτος καὶ μία βοτάνη ἐξαρκεῖ τὴν διάνοιάν σου πᾶσαν εἰς
τὴν θεωρίαν τῆς ἐξεργασαμένης αὐτὰ τέχνης ἀπασχολῆσαι· πῶς
γόνασι διαζώννυται ἡ καλάμη τοῦ σίτου, ἵνα ὥσπερ σύνδεσμοί
τινες ῥᾳδίως τὸ βάρος τῶν ἀσταχύων φέρωσιν, ὅταν πλήρεις
ὄντες καρπῶν πρὸς τὴν γῆν κατακλίνωνται. Διὰ τοῦτο ὁ μὲν
βρόμος διόλου κενὸς, ἅτε μηδενὶ τὴν κεφαλὴν βαρυνόμενος· τὸν
δὲ σῖτον τοῖς συνδέσμοις τούτοις ἡ φύσις κατησφαλίσατο. Ἐν
θήκῃ δὲ τὸν κόκκον ἀποθεμένη ὡς μὴ εὐδιάρπαστον εἶναι τοῖς
σπερμολόγοις· ἔτι καὶ τῇ προβολῇ τῶν ἀνθερίκων οἷον ἀκίσι τὰς
ἐκ τῶν μικρῶν ζῴων ἀφίστησι βλάβας.
292 ‖ 4. Τί εἴπω; τί σιωπήσω; Ἐν πλουσίοις τῆς κτίσεως θησαυροῖς
ἄπορος μὲν ἡ εὕρεσις τοῦ τιμιωτέρου, δυσφορωτάτη δὲ ἡ ζημία
τοῦ παρεθέντος. Βλαστησάτω ἡ γῆ βοτάνην χόρτου. Καὶ εὐθέως
συνεξεδόθη τοῖς τροφίμοις τὰ δηλητήρια· μετὰ τοῦ σίτου τὸ
κώνειον· μετὰ τῶν λοιπῶν τροφίμων ἑλλέβορος, καὶ ἀκόνιτον,
καὶ μανδραγόρας, καὶ ὁ τῆς μήκωνος ὀπός. Τί οὖν; ἀφέντες
τὸ ἐπὶ τοῖς χρησίμοις τὴν χάριν ὁμολογεῖν, ἐγκαλέσομεν τῷ
δημιουργῷ ἐπὶ τοῖς φθαρτικοῖς ἡμῶν τῆς ζωῆς; ἐκεῖνο δὲ οὐ
λογισόμεθα, ὅτι οὐ πάντα τῆς γαστρὸς ἕνεκεν τῆς ἡμετέρας
δεδημιούργηται; Ἀλλ’ἡμῖν μὲν αἱ ἀποτεταγμέναι τροφαὶ
πρόχειροι καὶ πᾶσιν εὔγνωστοι· ἕκαστον δὲ τῶν γενομένων ἴδιόν
τινα λόγον ἐν τῇ κτίσει πληροῖ. Μὴ γὰρ ἐπειδή σοι δηλητήριον
OMELIA V 191

ste della spiga. Così, mentre la crescita avviene poco per


volta, ogni pianta arriva a sistemarsi nella misura che le
è propria, tanto che si tratti di cereali, quanto di legumi,
quanto di ortaggi, quanto di vegetali del sottobosco. Ba-
sta una sola erba, un solo germoglio per tenere occupato
tutto il tuo pensiero nella contemplazione dell’arte che
ha compiuto questi processi; osserva come lo stelo del
grano è cinto tutto intorno da nodi, affinché, come una
sorta di cinture, gli permettano di sostenere facilmente il
peso delle spighe, quando esse, essendo piene di frutti,
si piegano verso terra. È questo il motivo per cui lo ste-
lo dell’avena è completamente vuoto, in quanto non c’è
nulla che appesantisca la sua testa; allora la natura con
queste cinture ha reso sicuro lo stelo del grano;8 ha poi
messo in serbo in uno scrigno il chicco, perché non fosse
facile da rapire agli uccelli che vanno a caccia di semi e,
infine, con l’emissione delle reste a guisa di dardi, allon-
tana i danni che possono provenire da bestioline.
4. Che cosa debbo dire? Che cosa debbo tacere? Nei
ricchi magazzini della creazione è malagevole scoprire
quello che vale di più ed è assai sgradevole il danno di ciò
che viene tralasciato. «La terra faccia germinare l’erba
del prato»: immediatamente ci furono fornite, insieme a
quelle nutritive, anche le piante nocive, insieme al grano
la cicuta, insieme alle altre piante l’elleboro, l’aconito, la
mandragora, il succo del papavero. E allora? Omettendo
di proclamare la nostra riconoscenza per le piante utili,
accuseremo il Creatore per quelle che danneggiano la no-
stra vita? Non rifletteremo che non tutto è stato creato in
vista del nostro ventre? Comunque, i cibi che sono stati
assegnati a noi sono alla mano di tutti e tutti li possono ri-
conoscere; ciascuno degli esseri compie il proprio ruolo.
Se il sangue del toro per te è nocivo, forse che per questo
192 OMELIE SULL’ESAMERONE

τὸ ταύριον αἷμα, τούτου ἕνεκεν ἔδει ἢ μὴ παραχθῆναι τὸ ζῷον,


ἢ παραχθὲν ἄναιμον εἶναι, οὗ τῆς ἰσχύος πρὸς τοσαῦτα ἡμῶν
ἐπιδεῖται ὁ βίος; Ἀλλά σοι μὲν αὐτάρκης ὁ σύνοικος λόγος
πρὸς τὴν φυλακὴν τῶν ὀλεθρίων. Οὐ δήπου γὰρ πρόβατα μὲν
καὶ αἶγες ἴσασιν ἀποφεύγειν τὰ κακοῦντα αὐτῶν τὴν ζωὴν,
μόνῃ τῇ αἰσθήσει τὸ βλαβερὸν διακρίνοντα· σοὶ δὲ ᾧ καὶ λόγος
πάρεστι, καὶ ἰατρικὴ τέχνη τὸ χρήσιμον ἐκπορίζουσα, καὶ ἡ τῶν
294 προλαβόντων πεῖρα τῶν βλαπτόντων τὴν φυγὴν ‖ ὑποβάλλουσα,
χαλεπόν ἐστιν, εἰπέ μοι, ἐκκλῖναι τὰ δηλητήρια; Ἔστι δὲ τούτων
οὐδὲν ἀργῶς, οὐδὲν ἀχρήστως γεγενημένον. Ἢ γὰρ τροφὴν
παρέχει τινὶ τῶν ἀλόγων· ἢ καὶ ἡμῖν αὐτοῖς παρὰ τῆς ἰατρικῆς
τέχνης εἰς παραμυθίαν τινῶν ἀρρωστημάτων ἐξεύρηται. Τὸ
μὲν γὰρ κώνειον οἱ ψᾶρες βόσκονται, διὰ τὴν κατασκευὴν τοῦ
σώματος τὴν ἐκ τοῦ δηλητηρίου βλάβην ἀποδιδράσκοντες.
Λεπτοὺς γὰρ ἔχοντες τοὺς ἐπὶ τῆς καρδίας πόρους, φθάνουσιν
ἐκπέψαι τὸ καταποθὲν, πρὶν τὴν ἀπ’αὐτοῦ ψύξιν τῶν καιρίων
καθάψασθαι. Ἑλλέβορος δὲ ὀρτύγων ἐστὶ τροφὴ, ἰδιότητι
κράσεως τὴν βλάβην ἀποφευγόντων. Ἔστι δὲ καὶ αὐτὰ ταῦτα
ἐν καιρῷ ποτε καὶ ἡμῖν χρήσιμα. Διὰ μὲν γὰρ τοῦ μανδραγόρου
ὕπνον ἰατροὶ κατεπάγουσιν· ὀπίῳ δὲ τὰς σφοδρὰς ὀδύνας τῶν
σωμάτων κατακοιμίζουσιν. Ἤδη δέ τινες τῷ κωνείῳ καὶ τὸ
λυσσῶδες τῶν ὀρέξεων κατεμάραναν· καὶ τῷ ἑλλεβόρῳ πολλὰ
τῶν χρονίων παθῶν ἐξεμόχλευσαν. Ὥστε ὃ ἐνόμιζες ἔχειν κατὰ
τοῦ κτίσαντος ἔγκλημα, τοῦτό σοι εἰς προσθήκην εὐχαριστίας
περιελήλυθε.
OMELIA V 193

motivo bisognava o che questo animale non esistesse o


che esistesse privo di sangue,9 quando la nostra vita ha
bisogno della sua forza per tanti servizi? Ma la ragione
che abita con te è sufficiente per metterti in guardia contro
tutti gli ingredienti di rovina. Non si può certo ammettere
che le pecore e le capre sappiano evitare ciò che danneg-
gia la loro vita, quando esse possono distinguere ciò che
è loro dannoso soltanto con i sensi, mentre tu, che hai a
disposizione la ragione, la scienza medica, che ti fornisce
ciò che è utile, e anche l’esperienza dei fatti precedenti,
che ti suggerisce di fuggire ciò che ti nuoce, trovi diffici-
le, dimmi un po’, scansare ciò che produce rovina? Inve-
ce, tra tutti questi elementi non c’è nulla che ti sia arriva-
to senza uno scopo, nulla che lo sia senza alcuna utilità.
Infatti, gli esseri nocivi o forniscono il cibo a qualcuno
degli animali oppure la medicina ha trovato che servono
a noi stessi per apportare sollievo a certe malattie. Della
cicuta si nutrono, infatti, gli storni i quali, a causa della
costituzione del loro corpo, sfuggono al danno che arreca
il veleno: infatti, siccome hanno delle sottili condutture al
di sopra del cuore, digeriscono quello che hanno ingoiato
prima che il freddo che esso produce attacchi gli organi
vitali. L’elleboro è nutrimento delle quaglie le quali per
una peculiarità specifica della loro costituzione, sfuggono
al danno. Capita anche che queste medesime piante vele-
nose in qualche circostanza ci siano utili: tramite la man-
dragora i medici ci apportano il sonno; tramite l’oppio
addormentano i dolori fisici violenti. Taluni, addirittura,
con la cicuta hanno fatto avvizzire gli attacchi rabbiosi
delle brame sessuali e con l’elleboro hanno estromesso di
forza molte malattie inveterate.10 Pertanto, quello che tu
pensavi che contenesse un motivo di accusa contro il Cre-
atore si è girato a un motivo maggiore di ringraziamento.
194 OMELIE SULL’ESAMERONE

296 5. Βλαστησάτω ἡ γῆ βοτάνην χόρτου. Πόσην αὐ‖296τόματον


λέγει τροφὴν ἐν τούτοις, τήν τε ἐν ῥίζαις, καὶ τὴν ἐν αὐτῇ τῇ
βοτάνῃ, καὶ τὴν ἐν καρποῖς ἤδη; πόσην δὲ τὴν ἐξ ἐπιμελείας καὶ
γεωργίας ἡμῖν προσγινομένην; Οὐκ εὐθὺς ἐκέλευσε σπέρμα καὶ
καρπὸν ἀναδοθῆναι, ἀλλὰ βλαστῆσαι καὶ χλοάσαι τὴν γῆν, καὶ
τότε εἰς σπέρμα τελειωθῆναι, ἵνα τὸ πρῶτον ἐκεῖνο πρόσταγμα
διδασκάλιον τῇ φύσει γένηται πρὸς τὴν ἑξῆς ἀκολουθίαν. Πῶς
οὖν κατὰ γένος, φησὶν, ἡ γῆ προφέρει τὰ σπέρματα, ὁπότε σῖτον
πολλάκις καταβαλόντες, τὸν μέλανα τοῦτον πυρὸν συγκομίζομεν;
Ἀλλὰ τοῦτο οὐχὶ πρὸς ἕτερον γένος ἐστὶ μεταβολὴ, ἀλλ’οἱονεὶ
νόσος τις καὶ ἀρρωστία τοῦ σπέρματος. Οὐ γὰρ ἀπέθετο τὸ εἶναι
σῖτος, ἀλλ’ἐμελάνθη διὰ τῆς καύσεως, ὡς καὶ ἐξ αὐτῆς ἐστι τῆς
προσηγορίας μαθεῖν. Τῇ ὑπερβολῇ γὰρ τοῦ κρύους ὑπερκαεὶς,
πρὸς ἑτέραν καὶ χρόαν καὶ γεῦσιν μετέπεσεν. Καὶ μέντοι καὶ πάλιν
λέγεται, ἐπειδὰν γῆς ἐπιτηδείας καὶ ἀέρων εὐκράτων λάβηται,
πρὸς τὸ ἀρχαῖον εἶδος ἐπανιέναι. Ὥστε οὐδὲν παρὰ τὸ πρόσταγμα
εὕροις ἂν ἐν τοῖς φυομένοις ἐπιτελούμενον. Ἡ δὲ λεγομένη αἶρα,
καὶ ὅσα λοιπὰ νόθα σπέρματα τοῖς τροφίμοις ἐγκαταμέμικται,
ἅπερ ζιζάνια προσαγορεύειν σύνηθες τῇ Γραφῇ, οὐκ ἐκ τῆς τοῦ
298 σίτου μεταβολῆς ‖ γίνεται, ἀλλ’ἐξ οἰκείας ἀρχῆς ὑπέστη, ἴδιον
ἔχοντα γένος. Ἅπερ τὴν εἰκόνα πληροῖ τῶν παραχαρασσόντων
τὰ τοῦ Κυρίου διδάγματα, καὶ μὴ γνησίως μαθητευομένων τῷ
λόγῳ, ἀλλ’ἐκ τῆς τοῦ πονηροῦ διδασκαλίας διεφθαρμένων,
OMELIA V 195

5. «Che la terra faccia germinare l’erba del prato».


Quale quantità di nutrimento la Scrittura designa
implicitamente con queste parole! Quello che c’è già
nelle radici e poi nell’erba stessa e, quindi, nei frutti.
E quanto ce ne siamo aggiunto noi con l’impegno
nell’agricoltura! Dio non ha comandato che fossero
fatti spuntare immediatamente seme e frutto, ma che
la terra facesse germogliare un’erba che la rinverdisse
tutta e che allora le piante avessero il loro compimento
nel seme, affinché quel primo comando diventasse alla
natura insegnamento per la successione ulteriore. Si
obietta: come, dunque, la terra produce i semi «ciascuno
secondo la sua specie», quando noi sovente seminiamo
del frumento e raccogliamo del grano nero? Ma questo
non è il cambiamento verso un’altra specie, ma un tipo di
malattia e di debolezza del seme. Non ha, infatti, cessato
di essere grano, ma si è annerito perché è stato bruciato,
come lo si può capire dal nome stesso.11 Bruciato inten-
samente per un eccesso di freddo, il grano è cambiato
verso un altro colore e un altro gusto. Ad ogni modo,
si torna a dire che qualora raggiungesse una terra op-
portuna e una buona temperatura dell’aria, ritornerebbe
alla sua forma originaria. In conseguenza, tu non potresti
trovare nulla, nell’ambito delle piante, che si compia in
evasione al comando di Dio. Quello poi che si chiama
loglio e tutti gli altri semi bastardi che si mescolano alle
piante nutritive, che la Scrittura abitualmente chiama zi-
zania, non derivano da un cambiamento del grano, ma
esistono per un loro principio proprio e formano un ge-
nere particolare. Essi costituiscono l’emblema di quelli
che falsificano gli insegnamenti del Signore e che, senza
essere stati genuinamente istruiti nella parola divina, ma
essendo stati corrotti dall’insegnamento del Maligno, si
196 OMELIE SULL’ESAMERONE

καταμιγνύντων δὲ ἑαυτοὺς τῷ ὑγιαίνοντι σώματι τῆς Ἐκκλησίας,


ἵν’ἐκ τοῦ ἀφανοῦς τὰς παρ’ἑαυτῶν βλάβας τοῖς ἀκεραιοτέροις
ἐμβάλωσιν. Ἤδη δὲ ὁ Κύριος καὶ τὴν τελείωσιν τῶν εἰς αὐτὸν
πεπιστευκότων τῇ τῶν σπερμάτων αὐξήσει παρεικάζει, λέγων·
Ὡς ὅταν ἄνθρωπος βάλῃ τὸν σπόρον ἐπὶ τῆς γῆς, καὶ καθεύδῃ,
καὶ ἐγείρηται νύκτα καὶ ἡμέραν, καὶ ὁ σπόρος ἐγείρηται, καὶ
μηκύνηται, ὡς οὐκ οἶδεν αὐτός. Αὐτομάτη γὰρ ἡ γῆ καρποφορεῖ
πρῶτον χόρτον, εἶτα στάχυν, εἶτα πλήρη σῖτον ἐν τῷ στάχυϊ.
Βλαστησάτω ἡ γῆ βοτάνην. Καὶ ἐν ἀκαριαίᾳ χρόνου ῥοπῇ ἀπὸ
τῆς βλαστήσεως ἀρξαμένη ἡ γῆ, ἵνα φυλάξῃ τοὺς νόμους τοῦ
κτίσαντος, πᾶσαν ἰδέαν αὐξήσεως διεξελθοῦσα, εὐθὺς πρὸς τὸ
τέλειον ἤγαγε τὰ βλαστήματα. Καὶ λειμῶνες μὲν ἦσαν βαθεῖς
τῇ ἀφθονίᾳ τοῦ χόρτου, τῶν δὲ πεδίων τὰ εὔκαρπα φρίσσοντα
τοῖς ληΐοις, εἰκόνα πελάγους κυμαίνοντος ἐν τῇ κινήσει τῶν
ἀσταχύων ἀπέσωζε. Πᾶσα δὲ βοτάνη καὶ πᾶν λαχανηρὸν γένος,
καὶ εἴ τι ἐν φρυγάνοις, καὶ εἴ τι ἐν ὀσπρίοις, κατὰ πᾶσαν ἀφθονίαν
τότε τῆς γῆς ὑπερεῖχεν. Οὐδὲ γὰρ ἀπότευγμά τι ἦν ἐν τοῖς τότε
προβληθεῖσιν, οὔτε γεωργῶν ἀπειρίας, οὔτε ἀέρων δυσκρασίας,
οὔτε τινὸς ἄλλης αἰτίας τοῖς γινομένοις λυμαινομένης. Οὐ μὴν
300 ‖  οὐδὲ ἡ καταδίκη ἐνεπόδιζε τῇ εὐθηνίᾳ τῆς γῆς. Πρεσβύτερα
γὰρ ταῦτα τῆς ἁμαρτίας δι’ἣν κατεκρίθημεν, ἐν ἱδρῶτι τοῦ
προσώπου ἡμῶν ἐσθίειν τὸν ἄρτον.
6. Ἀλλὰ Καὶ ξύλον κάρπιμον, φησὶ, ποιοῦν καρπὸν, οὗ τὸ
σπέρμα αὐτοῦ ἐν αὐτῷ κατὰ γένος καὶ καθ’ὁμοιότητα ἐπὶ τῆς
γῆς. Ἐπὶ τούτῳ τῷ ῥήματι πᾶσαι μὲν λόχμαι κατεπυκνοῦντο·
OMELIA V 197

mescolano al corpo sano della Chiesa, per iniettare di


nascosto in quelli più ingenui le loro rovinose dottrine.
E poi, già subito, il Signore paragona la perfezione di
quelli che hanno creduto in lui alla crescita dei semi di-
cendo: [Per il regno dei cieli avviene] «come quando un
uomo getta la sua semente sulla terra, va a dormire e si
risveglia dopo la notte al levare del giorno e la semente
entra in azione, si ingrandisce senza che lui se ne ac-
corga. Infatti, la terra, di sua propria iniziativa, produce
dapprima erba, poi una spiga, poi, nella spiga, del grano
pieno» (Mc. 4,26-28). «Che la terra faccia germogliare
l’erba» e, nella durata di un istante, la terra, che ha co-
minciato con la germinazione, per osservare le leggi del
Creatore, percorrendo tutte le fasi della crescita, condu-
ce direttamente i germogli al loro incremento completo.
Così ci furono prati densi di un’abbondanza di erbe, pia-
nure riccamente produttive increspate di messi le quali,
con il movimento delle spighe, conservano l’immagine
di un mare ondeggiante. Ogni sorta di erbe, ogni specie
di ortaggi, qualsiasi tipo di vegetazione del sottobosco,
qualsiasi tipo di legumi allora emergevano dalla terra in
ogni abbondanza, in quanto della terra allora non c’erano
insuccessi, né per l’incompetenza dei coltivatori, né per
le intemperie dell’aria, né per qualunque altro motivo
che danneggiasse la vegetazione nascente. E certamente
la condanna [di Adamo] non inceppava la prosperità del-
la terra. Infatti, tutto ciò era antecedente al peccato, per
il quale siamo stati condannati a mangiare il pane con il
sudore della fronte (Gen. 3,19).
6. Ma Dio disse: «Che ci siano sulla terra alberi frut-
tiferi, che producano un frutto che abbia in se stesso il
proprio seme secondo la sua specie e la sua rassomi-
glianza» (Gen. 1,11). A questa parola tutte le boscaglie
198 OMELIE SULL’ESAMERONE

πάντα δὲ ἀνέτρεχε δένδρα, τά τε πρὸς μήκιστον ὕψος


διανίστασθαι πεφυκότα, ἐλάται καὶ κέδροι, καὶ κυπάρισσοι καὶ
πεῦκαι· πάντες δὲ θάμνοι εὐθὺς ἦσαν ἀμφίκομοι καὶ δασεῖς·
καὶ τὰ στεφανωματικὰ λεγόμενα τῶν φυτῶν, αἵ τε ῥωδωνιαὶ
καὶ μυρσίναι καὶ δάφναι, πάντα ἐν μιᾷ καιροῦ ῥοπῇ, οὐκ ὄντα
πρότερον ὑπὲρ τῆς γῆς, εἰς τὸ εἶναι παρῆλθε, μετὰ τῆς οἰκείας
ἕκαστον ἰδιότητος, ἐναργεστάταις μὲν διαφοραῖς ἀπὸ τῶν
ἑτερογενῶν χωριζόμενον, οἰκείῳ δὲ ἕκαστον γνωριζόμενον
χαρακτῆρι. Πλήν γε ὅτι τὸ ῥόδον τότε ἄνευ ἀκάνθης ἦν, ὕστερον
δὲ τῷ κάλλει τοῦ ἄνθους ἡ ἄκανθα παρεζεύχθη, ἵνα τῷ τερπνῷ
τῆς ἀπολαύσεως ἐγγύθεν ἔχωμεν παρακειμένην τὴν λύπην,
μεμνημένοι τῆς ἁμαρτίας, δι’ἣν ἀκάνθας καὶ τριβόλους ἡμῖν
ἀνατέλλειν κατεδικάσθη ἡ γῆ. Ἀλλὰ προσετάχθη, φησὶ, Ξύλον
κάρπιμον, ποιοῦν καρπὸν ἐπὶ τῆς γῆς, οὗ τὸ σπέρμα αὐτοῦ ἐν
302 αὐτῷ, ‖ ἐκδοῦναι ἡ γῆ· πολλὰ δὲ τῶν δένδρων ὁρῶμεν οὔτε
καρποῖς οὔτε σπέρματι κεχρημένα. Τί οὖν ἐροῦμεν; Ὅτι τὰ
τιμιώτερα τῇ φύσει προηγουμένης τῆς μνήμης τετύχηκεν·
ἔπειτα, ὅτι ἀκριβῶς θεωροῦντι καὶ πάντα φανήσεται ἢ σπέρματι
κεχρημένα, ἢ τὰ ἰσοδυναμοῦντα τοῖς σπέρμασιν ἔχοντα. Αἴγειροι
γὰρ, καὶ ἰτέαι, καὶ πτελέαι, καὶ λεῦκαι, καὶ ὅσα τοιαῦτα, καρπὸν
μὲν οὐδένα δοκεῖ φέρειν ἐκ τοῦ προδήλου, σπέρμα δὲ ἕκαστον
τούτων ἔχον ἀκριβῶς ἄν τις ἐξετάζων ἐξεύροι. Ὁ γὰρ ὑποκείμενος
τῷ φύλλῳ κόκκος, ὃν μισχόν τινες τῶν περὶ τὰς ὀνοματοποιίας
ἐσχολακότων προσαγορεύουσι, τοῦτο σπέρματος ἔχει δύναμιν.
Ὅσα γὰρ ἀπὸ κλάδων γίνεσθαι πέφυκεν, ἐντεῦθεν ὡς τὰ πολλὰ
OMELIA V 199

si ispessirono, tutti gli alberi si slanciarono in alto; quel-


li che hanno per natura di sollevarsi a una grandissima
altezza, come gli abeti, i cedri, i cipressi, i pini e tutti
gli arbusti si trovarono avvolti in un fitto fogliame; le
piante che vengono dette “adatte ad intrecciare ghirlan-
de”, i roseti, i mirti, gli allori, tutti, nel giro di un istante,
mentre prima non c’erano sopra la terra, passarono all’e-
sistenza, ciascuno con la propria peculiarità, separati in
chiarissime differenze dagli altri di specie diversa e rico-
noscibili ciascuno per la propria caratteristica distintiva.
Tuttavia, la rosa era allora senza spine; è solo più tardi
che alla bellezza del fiore fu aggiunta la spina, affinché
noi, accanto al piacere del suo godimento, avessimo,
collocato vicino, il dolore e ci ricordassimo del peccato,
a causa del quale la terra fu condannata a produrci spine
e triboli.12 Però, si obietta, alla terra fu rivolto il coman-
do di produrre alberi fruttiferi che sulla terra facessero
un frutto che contenesse in se stesso il suo seme; però,
noi vediamo molti alberi che non posseggono né frut-
ti né semi. Che diremo dunque? Diremo che le piante
che, per loro natura, sono più preziose, hanno ottenuto in
sorte di ricevere una menzione preferenziale e poi che,
ad un osservatore preciso, apparirà che tutte le piante
si servono di un seme o hanno elementi che hanno lo
stesso potere dei semi. Infatti, i pioppi neri, i salici, gli
olmi, i pioppi bianchi e tutti quelli che sono di questo
genere sembra che non portino frutto in maniera mani-
festa; tuttavia, che ciascuno di essi abbia un suo seme
lo può scoprire chiunque conduca un’indagine accurata.
Infatti, il granello che si trova sotto la foglia e che alcuni
di quelli che hanno tempo disponibile per coniare voca-
boli denominano mischós ha l’efficacia operativa di un
seme. Tutte le specie che hanno per natura di provenire
200 OMELIE SULL’ESAMERONE

προβάλλει τὰς ῥίζας. Τάχα δὲ σπέρματος ἐπέχουσι λόγον καὶ αἱ


τῶν ῥιζῶν ἀποφύσεις, ἃς παρασπῶντες οἱ φυτοκόμοι τὸ γένος
αὔξουσι. Πρότερον μέντοι, ὥσπερ ἔφαμεν, μνήμης ἠξιώθη τὰ
συνεκτικώτερα τῆς ζωῆς ἡμῶν, ὅσα ἔμελλε τοῖς οἰκείοις καρποῖς
τὸν ἄνθρωπον δεξιούμενα, ἄφθονον αὐτῷ παρασκευάζειν τὴν
δίαιταν· ἄμπελος μὲν οἶνον γεννῶσα εὐφραίνειν μέλλοντα
καρδίαν ἀνθρώπου· ἐλαία δὲ καρπὸν παρεχομένη ἱλαρύνειν
δυνάμενον πρόσωπον ἐν ἐλαίῳ. Πόσα συνέτρεχε κατὰ ταὐτὸν
ἠπειγμένως ὑπὸ τῆς φύσεως παραγόμενα; Ἡ ῥίζα τῆς ἀμπέλου·
τὰ κλήματα ἐν κύκλῳ εὐθαλῆ καὶ μεγάλα ὑπὲρ γῆς κεχυμένα·
304 ὁ βλαστὸς, οἱ ἕλικες, ‖ ὁ ὄμφαξ, οἱ βότρυες. Ἀρκεῖ σου τῇ ὄψει
καὶ ἄμπελος συνετῶς ὁραθεῖσα ὑπόμνησίν σοι τῆς φύσεως
ἐμποιῆσαι. Μέμνησαι γὰρ δηλονότι τῆς τοῦ Κυρίου εἰκόνος, ὅτι
ἄμπελον ἑαυτὸν λέγει, καὶ τὸν Πατέρα τὸν γεωργὸν, καὶ τοὺς
καθ’ἕνα ἡμῶν διὰ τῆς πίστεως ἐμπεφυτευμένους τῇ Ἐκκλησίᾳ
κλήματα προσηγόρευσε· καὶ προσκαλεῖται ἡμᾶς εἰς πολυκαρπίαν,
ἵνα μὴ ἀχρηστίαν καταγνωσθέντες τῷ πυρὶ παραδοθῶμεν· καὶ
οὐ παύεται πανταχοῦ τὰς ψυχὰς τῶν ἀνθρώπων ταῖς ἀμπέλοις
ἐξομοιῶν. Ἀμπελὼν γὰρ ἐγενήθη τῷ ἠγαπημένῳ, φησὶν, ἐν
κέρατι, ἐν τόπῳ πίονι. Καὶ, Ἀμπελῶνα ἐφύτευσα, καὶ περιέθηκα
φραγμόν. Τὰς ἀνθρωπίνας ψυχὰς δηλονότι λέγει τὸν ἀμπελῶνα,
αἷς φραγμὸν περιέθηκε τὴν ἐκ τῶν προσταγμάτων ἀσφάλειαν,
καὶ τὴν φυλακὴν τῶν ἀγγέλων. Παρεμβαλεῖ γὰρ ἄγγελος Κυρίου
OMELIA V 201

da rami, di lì, in molti casi, emettono le radici. Forse


esercitano la funzione di rami anche i polloni che pro-
vengono dalle radici e che gli orticoltori estraggono per
moltiplicare la specie. Tuttavia, come abbiamo già detto,
lo scrittore biblico ha ritenuto che fossero meritevoli di
venire menzionate prima le piante più essenziali per la
nostra vita, tutte le piante che, favorendo l’uomo con
i loro frutti, gli avrebbero procurato un tenore di vita
nell’abbondanza: la vite, che produce un vino destinato
a rallegrare il cuore dell’uomo; l’ulivo, che procura un
frutto che, con l’olio, è capace di allietare il suo volto
(cfr. Is. 61,3). Quante sono le cose che concorrono al
medesimo scopo e che la natura apporta con grande sol-
lecitudine: la radice della vite, i tralci che si riversano
tutt’attorno sulla terra rigogliosi ed estesi, la gemma, i
viticci, l’uva ancora acerba, i grappoli! Ti basta vedere la
vite, se tu la osservi con intelligenza, per indurti a ricor-
dare la tua natura. Infatti, evidentemente tu ti ricordi del
confronto che ha fatto il Signore, il quale dice se stesso
una vite e il Padre il coltivatore (Gv. 15,1-5), e ciascuno,
singolarmente, di noi, che, mediante la fede, siamo stati
innestati sulla Chiesa, ci ha chiamati tralci; ci invita a
portare molti frutti, per evitare che, a causa della nostra
inutilità, siamo condannati e veniamo dati in balìa del
fuoco; egli non cessa, un po’ dovunque, di paragonare le
anime degli uomini alle viti: «Il mio amato, dice, aveva
un vigneto su una collina in un luogo pingue» (Is. 5,1),
e: «Ho piantato un vigneto e l’ho circondato con una pa-
lizzata» (Mt. 21,33). Evidentemente chiama vigneto le
anime umane, alle quali ha messo attorno una palizzata,
la quale è la sicurezza che proviene dai suoi comanda-
menti e la custodia degli angeli. Infatti, «l’angelo del
Signore si schiererà in ordine di battaglia attorno a quelli
202 OMELIE SULL’ESAMERONE

κύκλῳ τῶν φοβουμένων αὐτόν. Ἔπειτα καὶ οἱονεὶ χάρακας ἡμῖν


παρακατέπηξε θέμενος ἐν τῇ Ἐκκλησίᾳ πρῶτον ἀποστόλους,
δεύτερον προφήτας, τρίτον διδασκάλους. Καὶ τοῖς τῶν παλαιῶν
καὶ μακαρίων ἀνδρῶν ὑποδείγμασιν εἰς ὕψος ἡμῶν ἀνάγων τὰ
φρονήματα, οὐκ ἀφῆκεν ἐρριμμένα χαμαὶ, καὶ τοῦ πατεῖσθαι
ἄξια. Βούλεται δὲ ἡμᾶς καὶ οἱονεὶ ἕλιξί τισι ταῖς περιπλοκαῖς τῆς
306 ἀγάπης τῶν πλησίον ἀντέχεσθαι, ‖ καὶ ἐπαναπαύεσθαι αὐτοῖς,
ἵν’ἀεὶ πρὸς τὸ ἄνω τὴν ὁρμὴν ἔχοντες, οἷόν τινες ἀναδενδράδες
ταῖς κορυφαῖς τῶν ὑψηλοτάτων ἑαυτοὺς παρισάζωμεν. Ἀπαιτεῖ
δὲ ἡμᾶς καὶ τὸ καταδέχεσθαι σκαπτομένους. Ἀποσκάπτεται δὲ
ψυχὴ ἐν τῇ ἀποθέσει τῶν τοῦ κόσμου μεριμνῶν, αἳ βάρος εἰσὶ ταῖς
καρδίαις ἡμῶν. Ὥστε ὁ τὴν σαρκίνην ἀγάπην ἀποθέμενος, καὶ τὴν
πρὸς τὰ χρήματα φιλίαν, ἢ τὴν περὶ τὸ δύστηνον δοξάριον τοῦτο
πτόησιν ἀπόπτυστον καὶ εὐκαταφρόνητον ἡγησάμενος, ὥσπερ
ἐσκάφη καὶ ἀνέπνευσεν ἀποσκευασάμενος τὸ μάταιον βάρος
τοῦ γηΐνου φρονήματος. Δεῖ δὲ, κατὰ τὸν λόγον τῆς παροιμίας,
μηδὲ ὑλομανεῖν, τουτέστι, μὴ ἐπιδεικτικῶς πολιτεύεσθαι, μηδὲ
τὸν παρὰ τῶν ἔξωθεν ἔπαινον θηρᾶσθαι, ἀλλ’ἔγκαρπον εἶναι, τῷ
ἀληθινῷ γεωργῷ τὴν ἐπίδειξιν τῶν ἔργων ταμιευόμενον. Σὺ δὲ
καὶ Ὡς ἐλαία κατάκαρπος ἔσο ἐν τῷ οἴκῳ τοῦ Θεοῦ, μηδέποτε
γυμνούμενος τῆς ἐλπίδος, ἀλλ’ἀεὶ θάλλουσαν ἔχων περὶ σεαυτὸν
τὴν διὰ πίστεως σωτηρίαν. Οὕτω γὰρ τὸ ἀειθαλὲς τοῦ φυτοῦ
μιμήσῃ, καὶ τὸ πολύκαρπον δὲ αὐτοῦ ζηλώσεις, ἄφθονον τὴν
ἐλεημοσύνην ἐν παντὶ καιρῷ παρεχόμενος.
OMELIA V 203

che lo temono» (Sal. 33/34,8). E poi ha anche piantato


attorno a noi una specie di pali di sostegno, collocan-
do nella Chiesa in prima fila degli apostoli, in seconda
fila dei profeti, in terza dei dottori. E con gli esempi dei
santi antichi ha sollevato in alto i nostri pensieri e non
ha permesso che essi rimanessero gettati a terra e che
meritassero di venire calpestati. Egli vuole, invece, che
noi, a guisa di viticci, ci attacchiamo al prossimo con
gli abbracci delle anime e che, nel prossimo, troviamo
il nostro riposo, affinché, mantenendo costante il nostro
slancio verso l’alto, sul tipo di viti rampicanti, portiamo
noi stessi al livello delle vette più alte. Ci chiede poi che
noi permettiamo che ci si zappi attorno.13 E un’anima è
stata zappata attorno quando respinge le preoccupazioni
del mondo, che sono un peso per i nostri cuori. Pertanto,
colui che ha respinto da sé l’amore carnale e l’amore
per le ricchezze o che ha giudicato la brama eccitata di
questa disgraziata gloriola come degna di essere buttata
via con disprezzo e come spregevole, è come se sia stato
zappato tutt’attorno; riprende fiato, essendosi scaricato
del vano gravame della mentalità terrena. Però, stando al
senso della parabola, non dobbiamo né essere lussureg-
gianti di vegetazione, cioè comportarci facendo sfoggio
di noi stessi, né andare a caccia della lode che proviene
dagli estranei; dobbiamo, invece, essere fruttiferi, depo-
sitando nei granai del vero coltivatore le opere buone e a
lui solo mostrandole. Tu, poi, «come un ulivo fruttifero
nella casa di Dio» (Sal. 51/52,10), non spogliarti mai
della speranza, ma conserva sempre fiorente, per quanto
ti concerne, la salvezza raggiunta mediante la fede. Così
imiterai l’albero che sempre prospera e verrai a gara con
la sua ricchezza di frutti, porgendo, in ogni circostanza
l’elemosina con generosità.
204 OMELIE SULL’ESAMERONE

7. Ἀλλ’ἐπανέλθωμεν πρὸς τὴν ἔρευναν τῶν τεχνικῶν


308 διατάξεων. Πόσα τότε γένη φυτῶν ἐπανέδραμε, τὰ μὲν ‖ ἔγκαρπα,
τὰ δὲ ἐρέψιμα, ἄλλα πρὸς ναυπηγίαν ἐπιτήδεια, ἄλλα πρὸς καῦσιν;
Ἐν τούτοις πάλιν ποικίλη μὲν ἐν ἑκάστῳ δένδρῳ ἡ τῶν μερῶν
αὐτοῦ διακόσμησις, δυσέφικτος δὲ καὶ ἡ ἐξεύρεσις τῆς ἑκάστου
ἰδιότητος, καὶ ἡ θεωρία τῆς πρὸς ἕκαστον τῶν ἑτερογενῶν
διαφορᾶς. Πῶς τὰ μὲν αὐτῶν βαθύρριζα, τὰ δὲ ἀκρόρριζα· καὶ
τὰ μὲν ὀρθοφυῆ καὶ μονοστέλεχα, τὰ δὲ χαμαίζηλα καὶ εὐθὺς
ἀπὸ τῆς ῥίζης εἰς πολλὰς ἐκφύσεις διῃρημένα. Πῶς ὅσων μὲν
οἱ κλάδοι προμήκεις ἐπὶ πολὺ τοῦ ἀέρος ἐκτεταμένοι, τούτων
καὶ αἱ ῥίζαι βαθεῖαι, ἐπὶ πλεῖστον ἐν κύκλῳ διανεμόμεναι,
οἷον θεμελίους τινὰς ἀναλογοῦντας τῷ βάρει τῶν ἄνωθεν
ὑποτιθείσης τῆς φύσεως. Πόσαι τῶν φλοιῶν αἱ διαφοραί; Τὰ
μὲν γὰρ λειόφλοια τῶν φυτῶν, τὰ δὲ ῥηξίφλοια· καὶ τὰ μὲν
μονόλοπα αὐτῶν, τὰ δὲ πολύπτυχα. Ὃ δὲ θαυμαστὸν, ὅτι καὶ τῆς
ἀνθρωπίνης νεότητος καὶ τοῦ γήρως εὕροις ἂν καὶ ἐν τοῖς φυτοῖς
παραπλήσια τὰ συμπτώματα. Τοῖς μὲν γὰρ νέοις καὶ εὐθαλέσιν
ὁ φλοιὸς περιτέταται· τοῖς δὲ γηράσκουσιν οἷον ῥυσοῦται καὶ
ἐκτραχύνεται. Καὶ τὰ μὲν κοπέντα ἐπιβλαστάνει· τὰ δὲ μένει
ἀδιάδοχα, ὥσπερ τινὰ θάνατον τὴν τομὴν ὑπομείναντα. Ἤδη δέ
310 τινες τετηρήκασιν ‖ ἐκτεμνομένας ἢ καὶ ἐπικαιομένας τὰς πίτυς
εἰς δρυμῶνας μεθίστασθαι. Τινὰ δὲ καὶ τὴν ἐκ φύσεως κακίαν
ἐπιμελείαις γεωργῶν θεραπευόμενα ἔγνωμεν· οἷον τὰς ὀξείας
ῥοιὰς, καὶ τῶν ἀμυγδαλῶν τὰς πικροτέρας, ὅταν διατρηθεῖσαι
OMELIA V 205

7. Ma ritorniamo alla nostra indagine sull’arte con cui


Dio ha organizzato il mondo. Allora venne fuori ogni
specie di alberi, alcuni fruttiferi, altri adatti a ricoprire le
case, altri appropriati per la costruzione di navi, altri da
bruciare. E, ancora, in ciascuno di questi alberi c’è una
varietà nella disposizione delle sue parti; ma è difficile
arrivare a scoprire la peculiarità di ognuno e osservare la
differenza che c’è con ciascun albero delle altre specie.
Come alcuni di essi hanno radici profonde, altri invece
le hanno alla superficie; come alcuni crescono diritti e
hanno un solo fusto, altri invece amano stare a terra e su-
bito dalla radice si dividono in molte ramificazioni. Così,
inoltre, quelli i cui rami si estendono in grande lunghez-
za nell’aria hanno anche radici profonde che si distribu-
iscono in cerchio in uno spazio amplissimo, come se la
natura sottoponesse dei fondamenti proporzionali al peso
delle parti che stanno in alto. E quante diversità ci sono
nelle scorze! Alcuni alberi hanno, infatti, la scorza liscia,
altri l’hanno screpolata; alcuni hanno una scorza unica,
altri ne hanno parecchie.14 Quello, però, che fa stupire
è che si possono trovare delle caratteristiche pressoché
uguali tra la giovinezza e la vecchiaia umana e quelle
degli alberi. Quando, infatti, gli individui sono giovani
e fiorenti, hanno la pelle distesa e liscia, ma, quando in-
vecchiano, essa diventa rugosa e aspra. Alcuni alberi, se
vengono tagliati, tornano a germogliare; altri rimangono
senza successione, subendo questa amputazione come
una specie di morte. E poi, già subito, alcuni hanno os-
servato che i pini, quando vengono recisi o bruciati, si
trasformano in foreste. Conosciamo anche delle pian-
te delle quali i coltivatori, con i loro accorti interventi,
hanno curato i difetti che provenivano dalla natura; ca-
pita così con i melograni acidi e con le mandorle amare;
206 OMELIE SULL’ESAMERONE

τὸ πρὸς τῇ ῥίζῃ στέλεχος σφῆνα πεύκης λιπαρὸν τῆς ἐντεριώνης


μέσης διελαθέντα δέξωνται, εἰς εὐχρηστίαν μεταβάλλουσι
τότε τοῦ χυμοῦ τὴν δυσχέρειαν. Μηδεὶς οὖν ἐν κακίᾳ διάγων,
ἑαυτὸν ἀπογινωσκέτω, εἰδὼς ὅτι γεωργία μὲν τὰς τῶν φυτῶν
ποιότητας μεταβάλλει, ἡ δὲ κατ’ἀρετὴν τῆς ψυχῆς ἐπιμέλεια,
δυνατή ἐστι παντοδαπῶν ἀρρωστημάτων ἐπικρατῆσαι. Ἡ δὲ
περὶ τὰς καρπογονίας διαφορὰ τῶν καρπίμων φυτῶν τοσαύτη,
ὅσην οὐδ’ἂν ἐπελθεῖν τις δυνηθείη τῷ λόγῳ. Οὐ γὰρ μόνον ἐν
τοῖς ἑτερογενέσιν αἱ διαφοραὶ τῶν καρπῶν, ἀλλ’ἤδη καὶ ἐν αὐτῷ
τῷ εἴδει τοῦ δένδρου πολὺ τὸ διάφορον· ὅπουγε καὶ ἄλλος μὲν
χαρακτὴρ τοῦ καρποῦ τῶν ἀρρένων, ἄλλος δὲ τῶν θηλειῶν,
παρὰ τῶν φυτουργῶν διακέκριται, οἵ γε καὶ τοὺς φοίνικας εἰς
ἄρρενας καὶ θηλείας διστῶσι. Καὶ ἴδοις ἄν ποτε τὴν παρ’αὐτῶν
ὀνομαζομένην θήλειαν, καθιεῖσαν τοὺς κλάδους, οἷον ὀργῶσαν,
καὶ τῆς συμπλοκῆς ἐφιεμένην τοῦ ἄρρενος, τοὺς δὲ θεραπευτὰς
τῶν φυτῶν ἐμβάλλοντας τοῖς κλάδοις, οἷόν τινα σπέρματα
τῶν ἀρρένων, τοὺς λεγομένους ψῆνας, καὶ οὕτως οἷον ἐν
312 ‖ συναισθήσει τῆς ἀπολαύσεως γίνεσθαι καὶ ἀνορθοῦσθαι πάλιν
τοὺς κλάδους, καὶ πρὸς τὸ οἰκεῖον σχῆμα τοῦ φυτοῦ τὴν κόμην
ἀποκαθίστασθαι. Τὰ αὐτὰ δὲ ταῦτα καὶ περὶ τῶν συκῶν φασιν.
Ὅθεν οἱ μὲν τὰς ἀγρίας συκᾶς παραφυτεύουσι ταῖς ἡμέροις· οἱ
δὲ τοὺς ὀλύνθους ἐκδήσαντες, τῶν εὐκάρπων καὶ ἡμέρων συκῶν
τὴν ἀτονίαν ἰῶνται, ῥέοντα ἤδη καὶ σκεδαννύμενον τὸν καρπὸν
τοῖς ὀλύνθοις ἐπέχοντες. Τί σοι τὸ παρὰ τῆς φύσεως αἴνιγμα
βούλεται; Ὅτι χρὴ πολλάκις ἡμᾶς καὶ παρὰ τῶν ἀλλοτρίων τῆς
πίστεως, εὐτονίαν τινὰ προσλαμβάνειν, εἰς τὴν τῶν ἀγαθῶν
OMELIA V 207

qualora il loro fusto venga bucato vicino alla radice e


vi si introduca un pingue cuneo di pino che arrivi fino
al centro del midollo, allora quelle piante cambiano la
ripugnanza del loro succo in un uso gradevole. Nessu-
no, dunque, di coloro che passano la loro vita nel vizio
disperi di se stesso; sa che l’agricoltura cambia le qualità
delle piante e che l’impegno dell’anima per raggiungere
la virtù è capace di dominare qualsiasi genere di debolez-
ze. La differenza degli alberi fruttiferi nella produzione
dei frutti è tale che nessuno potrebbe esprimerla a parole
nella sua completezza. Infatti, non soltanto i frutti dif-
feriscono nella loro diversa produzione, ma la diversità
è già grande nella stessa forma dell’albero; avviene che
è diversa la caratteristica del frutto degli alberi maschi
da quella degli alberi femmine, stando alla distinzione
che ne fanno i giardinieri, i quali separano le palme da
datteri in maschi e femmine. E si potrebbe vedere talora
quella che essi chiamano femmina, che abbassa i suoi
rami, come se fosse smaniosa e protesa a intrecciarsi con
il maschio. Quelli che accudiscono a questi alberi get-
tano sui rami delle femmine quelli che sono come una
specie di semi dei maschi, che vengono chiamati psên, e
così è come se quelle palme provassero una sensazione
di godimento; poi di nuovo sollevano i rami e risistema-
no la loro chioma nella figura che è propria dell’albero.
Dicono la stessa cosa anche riguardo ai fichi; così alcuni
piantano dei fichi selvatici accanto a quelli coltivati; altri
mettono in rapporto i fichi selvatici con i fichi fruttiferi e
coltivati per guarire la loro fiacchezza; così quelli selva-
tici trattengono il frutto che ormai colava e si disfaceva.
Che senso ha per te questo enigma della natura? Ti vuole
suggerire che noi dobbiamo spesso attingere una qual-
che vigoria da quelli che sono estranei alla fede, perché
208 OMELIE SULL’ESAMERONE

ἔργων ἐπίδειξιν. Ἐὰν γὰρ ἴδῃς τὸν ἐν βίῳ ἐθνικῷ, ἢ ἀπό τινος
αἱρέσεως ἐνδιαστρόφου τῆς Ἐκκλησίας ἀπεσχισμένον, βίου
σώφρονος καὶ τῆς λοιπῆς κατὰ τὸ ἦθος εὐταξίας ἐπιμελούμενον,
πλεῖον σεαυτοῦ τὸ σπουδαῖον ἐπίτεινον, ἵνα γένῃ παραπλήσιος
τῇ καρποφόρῳ συκῇ, ἐκ τῆς τῶν ἀγρίων παρουσίας ἀθροιζούσῃ
τὴν δύναμιν, καὶ τὴν μὲν ῥύσιν ἐπεχούσῃ, ἐπιμελέστερον δὲ τὸν
καρπὸν ἐκτρεφούσῃ.
8. Τοιαῦται μὲν οὖν αἱ περὶ τὸν τρόπον τῆς γενέσεως αὐτῶν
διαφοραὶ, ὡς ἐλάχιστα εἰπεῖν ἀπὸ πλείστων. Αὐτῶν δὲ τῶν
καρπῶν τίς ἂν ἐπέλθοι τὴν ποικιλίαν, τὰ σχήματα, τὰς χρόας,
τῶν χυμῶν τὴν ἰδιότητα, τὸ ἀφ’ἑκάστου χρήσιμον; Πῶς τινὰ
μὲν γυμνὰ πέπτεται τῷ ἡλίῳ, τινὰ δὲ ἐν ἐλύτροις κεκαλυμμένα
πληροῦται; καὶ ὧν μὲν ἁπαλὸς ὁ καρπὸς, παχὺ τοῦ φύλλου τὸ
314 σκεπαστήριον, ὡς ἐπὶ τῆς ‖ συκῆς; ὧν δὲ οἱ καρποὶ στεγανώτεροι,
ἐλαφρὰ τῶν φύλλων ἡ προβολὴ, ὡς ἐπὶ τῆς καρύας; Ὅτι ἐκεῖνα
μὲν, διὰ τὸ ἀσθενὲς, πλείονος ἐδεῖτο τῆς βοηθείας, τούτοις δ’ἂν
προσβλαβὴς ἐγένετο ἡ παχυτέρα περιβολὴ ἐκ τῆς ἀπ’αὐτῶν
σκιᾶς. Πῶς κατέσχισται τῆς ἀμπέλου τὸ φῦλλον, ἵνα καὶ πρὸς
τὰς ἐκ τοῦ ἀέρος βλάβας ὁ βότρυς ἀντέχῃ, καὶ τὴν ἀκτῖνα τοῦ
ἡλίου διὰ τῆς ἀραιότητος δαψιλῶς ὑποδέχηται; Οὐδὲν ἀναίτιον·
οὐδὲν ἀπὸ ταὐτομάτου· πάντα ἔχει τινὰ σοφίαν ἀπόρρητον. Τίς
ἂν ἐφίκοιτο λόγος; Πῶς ἀνθρώπινος νοῦς πάντα μετ’ἀκριβείας
ἐπέλθοι, ὥστε καὶ κατιδεῖν τὰς ἰδιότητας, καὶ τὰς πρὸς ἕκαστον
OMELIA V 209

possiamo mostrare le nostre opere buone.15 Se, dunque,


tu vedi uno che si trova nell’ambito pagano o che è se-
parato dalla Chiesa a opera di qualche eresia perversa,
ma che conduce una vita saggia e ha cura di praticare in
tutto il resto un tenore di vita moralmente ordinato, ten-
di maggiormente il tuo zelo per diventare simile al fico
fruttifero che dalla presenza dei fichi selvatici raccoglie
la sua forza, raffrena il suo colare e alimenta il frutto con
una cura maggiore.
8. Tali sono, dunque, le differenze che mostrano gli
alberi nel loro modo di generarsi, per parlare nel modo
più conciso, astraendo dalla grandissima quantità di ciò
che si potrebbe dire. Per quanto concerne i frutti in se
stessi, chi potrebbe affrontarne la varietà, le forme, i co-
lori, la specificità dei succhi, l’utilità che proviene da
ciascuno? Come alcuni maturano nudi sotto il sole, altri
invece raggiungono la loro pienezza nascosti in astucci?
Come è possibile che gli alberi che portano un frutto de-
licato abbiano un fogliame fitto per coprirli e proteggerli,
come capita con il fico? E come è possibile che quelli,
invece, che recano frutti più impenetrabili abbiano una
produzione di foglie leggera, come avviene nel noce? I
primi per la loro debolezza avevano bisogno di una tu-
tela maggiore; a questi riuscirebbe dannoso un avvolgi-
mento più denso, che li coprirebbe di ombra. Come è
possibile che la foglia della vite sia frastagliata, affinché
il grappolo riesca a resistere ai danni che gli possono so-
pravvenire dall’atmosfera e riceva in abbondanza, attra-
verso gli intervalli dello schermo, i raggi del sole? Nulla
è senza causa; nulla avviene a caso; tutto è contrassegna-
to da una sapienza ineffabile.16 Quale discorso potreb-
be arrivarci? Come la mente umana potrebbe percorrere
tutto con esattezza, in modo da scorgere le particolarità
210 OMELIE SULL’ESAMERONE

διαφορὰς ἐναργῶς διακρῖναι, καὶ τὰς κεκρυμμένας αἰτίας


ἀνενδεῶς παραστῆσαι; Ἓν ὕδωρ διὰ τῆς ῥίζης ἑλκόμενον, ἄλλως
μὲν τρέφει τὴν ῥίζαν αὐτὴν, ἄλλως δὲ τὸν φλοιὸν τοῦ στελέχους,
καὶ ἄλλως τὸ ξύλον, καὶ τὴν ἐντεριώνην ἑτέρως. Τὸ αὐτὸ καὶ
φῦλλον γίνεται, καὶ εἰς ἀκρέμονας καὶ κλάδους κατασχίζεται,
καὶ τοῖς καρποῖς παρέχει τὴν αὔξησιν, καὶ δάκρυον τοῦ φυτοῦ
καὶ ὀπὸς ἐκ τῆς αὐτῆς αἰτίας προέρχεται· οἷς πόση πρὸς ἄλληλά
ἐστιν ἡ διαφορὰ, οὐδεὶς ἂν λόγος ἐξίκοιτο. Ἄλλο γὰρ τοῦ σχίνου
τὸ δάκρυον, καὶ ἄλλος ὁ ὀπὸς τοῦ βαλσάμου· καὶ νάρθηκές τινες
ἐπὶ τῆς Αἰγύπτου καὶ Λιβύης ἕτερον ὀπῶν γένος ἀποδακρύουσι.
316 Λόγος δέ τίς ἐστι, ‖ καὶ τὸ ἤλεκτρον ὀπὸν εἶναι φυτῶν εἰς λίθου
φύσιν ἀποπηγνύμενον. Μαρτυρεῖ δὲ τῷ λόγῳ τὰ ἐμφαινόμενα
κάρφη καὶ τὰ λεπτότατα τῶν ζῴων, ἅπερ, ἁπαλοῦ ὄντος τοῦ ὀποῦ,
ἐναποληφθέντα κατέχεται. Καὶ ὅλως τὴν κατὰ τὰς ποιότητας τῶν
ὀπῶν διαφορὰν ὁ μὴ τῇ πείρᾳ διδαχθεὶς, οὐδένα λόγον εὑρήσει
τὴν ἐνέργειαν παριστῶντα. Πῶς πάλιν ἀπὸ τῆς αὐτῆς νοτίδος ἐν
μὲν τῇ ἀμπέλῳ οἶνος συνίσταται, ἐν δὲ τῇ ἐλαίᾳ τὸ ἔλαιον; Καὶ
οὐ τοῦτο μόνον θαυμαστὸν, πῶς ὧδε μὲν τὸ ὑγρὸν ἀπεγλυκάνθη,
ἐκεῖ δὲ λιπαρὸν γέγονεν, ἀλλ’ὅτι καὶ ἐν τοῖς γλυκέσι καρποῖς
ἀμύθητος ἡ παραλλαγὴ τῆς ποιότητος. Ἄλλο γὰρ τὸ ἐν ἀμπέλῳ
γλυκὺ, καὶ ἄλλο τὸ ἐν μηλέᾳ, καὶ σύκῳ, καὶ φοίνικι. Ἔτι σε
βούλομαι περὶ τὴν ἐξέτασιν ταύτην φιλοτεχνῆσαι, πῶς τὸ αὐτὸ
ὕδωρ νῦν μὲν λεῖόν ἐστι τῇ αἰσθήσει, ὅταν ἐν τοῖσδέ τισι τοῖς
φυτοῖς γενόμενον ἀπογλυκανθῇ· νῦν δὲ πληκτικόν ἐστι τῆς
OMELIA V 211

specifiche, da distinguere con chiarezza le differenze nei


riguardi di qualsiasi altra cosa e da presentare in maniera
impeccabile le cause nascoste? La medesima acqua aspi-
rata attraverso la radice nutre in maniera diversa la radi-
ce stessa, in maniera diversa la corteccia dello stelo e in
maniera diversa il legno, e il midollo in maniera ancora
diversa.17 La medesima acqua diventa foglia, si suddivi-
de dandosi ai germogli e ai rami, fornisce la crescita ai
frutti; l’umore della pianta e il succo provengono dalla
medesima causa, ma la differenza tra di loro è tale che
nessun discorso ci potrebbe arrivare; altro è, infatti, l’u-
more del lentisco, altro è il succo del balsamo. Ci sono in
Egitto e in Libia delle pianticelle che lacrimano un altro
genere di succhi. Si dice anche che l’ambra sia un suc-
co di piante che si è congelato nella natura della pietra.
Rendono testimonianza a questa diceria le pagliuzze e i
piccolissimi animaletti che furono attirati dentro, quando
il succo era ancora molle, e vi sono contenuti. Insomma,
chi non ha imparato per esperienza le diversità che i suc-
chi hanno nelle loro qualità, non troverà nessun modo di
dire che presenti gli effetti che esse producono. Come,
aggiungeremo, dalla medesima umidità viene a costitu-
irsi nella vite il vino e nell’ulivo l’olio? Tuttavia, non c’è
da stupirsi soltanto come mai nella vite l’umido abbia
assunto un sapore dolce e nell’ulivo sia diventato grasso,
ma anche come negli stessi frutti dolci la differenza delle
qualità sia inesprimibile. Diversa è, infatti, la dolcezza
che c’è nella vite, diversa quella che c’è nel melo, nel
fico e nella palma da datteri. Io desidero che tu impieghi
la tua abilità nell’esaminare come mai la medesima ac-
qua ora produce una sensazione di calma piacevolezza
quando, trovandosi in certe piante, ha assunto un sapore
di dolcezza, ora invece urta il gusto, quando, contenuta in
212 OMELIE SULL’ESAMERONE

γεύσεως, ὅταν δι’ἄλλων φυτῶν ἐνεχθὲν ἀποξύνηται. Καὶ πάλιν


εἰς τὴν ἐσχάτην πικρότητα μεταβάλλον ἐκτραχύνει τὴν αἴσθησιν,
ὅταν ἐν ἀψίνθῳ ἢ σκαμμωνίᾳ γένηται. Καὶ ἐν μὲν ταῖς βαλάνοις,
ἢ τῷ καρπῷ τῆς κρανείας, πρὸς τὴν στυφὴν καὶ αὐστηρὰν
ποιότητα μεταβάλλει· ἐν δὲ ταῖς τερεβίνθοις, καὶ ταῖς καρύαις,
πρὸς ἁπαλὴν καὶ ἐλαιώδη φύσιν μεθίσταται.
9. Καὶ τί δεῖ τὰ πόρρω λέγειν, ὅπου γε ἐπὶ τῆς αὐτῆς συκῆς
318 πρὸς τὰς ἐναντιωτάτας μεταβαίνει ποιότητας; ‖ Πικρότατον μὲν
γάρ ἐστιν ἐν τῷ ὀπῷ, γλυκύτατον δὲ ἐν αὐτῷ τῷ καρπῷ. Καὶ ἐπὶ
τῆς ἀμπέλου στυπτικώτατον μὲν ἐπὶ τῶν ἀκρεμόνων, ἥδιστον δὲ
ἐν τοῖς βότρυσιν. Αἱ δὲ κατὰ τὰς χρόας διαφοραὶ, πόσαι; Ἴδοις
ἂν ἐν λειμῶνι τὸ αὐτὸ ὕδωρ ἐρυθραινόμενον μὲν ἐν τῷδε τῷ
ἄνθει, καὶ ἐν ἄλλῳ πορφυροῦν, καὶ κυανὸν ἐν τῷδε, καὶ ἐν ἑτέρῳ
λευκόν· καὶ πλείονα πάλιν τῆς ἐν ταῖς χρόαις ποικιλίας, τὴν κατὰ
τὰς ὀδμὰς διαφορὰν παρεχόμενον. Ἀλλὰ γὰρ ὁρῶ μοι τὸν λόγον
τῇ ἀπληστίᾳ τῆς θεωρίας εἰς ἀμετρίαν ἐκπίπτοντα, ὃν ἐὰν μὴ
δήσας πρὸς ἀνάγκην ἀπαγάγω τῆς κτίσεως, ἐπιλείψει με ἡ ἡμέρα
τὴν μεγάλην σοφίαν ἐκ τῶν μικροτάτων ὑμῖν παριστῶντα.
Βλαστησάτω ἡ γῆ ξύλον κάρπιμον, ποιοῦν καρπὸν ἐπὶ τῆς γῆς.
Καὶ εὐθὺς αἱ κορυφαὶ τῶν ὀρέων ἐκόμων· καὶ ἐφιλοτεχνοῦντο
παράδεισοι, καὶ ποταμῶν ὄχθαι μυρίοις γένεσι φυτῶν ὡραΐζοντο.
Καὶ τὰ μὲν τὴν ἀνθρωπίνην ηὐτρέπιστο κατακοσμῆσαι τράπεζαν·
τὰ δὲ βοσκήμασι τροφὴν παρεσκεύαζεν, ἐκ τῶν φύλλων, ἐκ τῶν
320 ‖ καρπῶν. Ἄλλα τὰς ἐκ τῆς ἰατρικῆς ὠφελείας ἡμῖν προεξένει·
τοὺς χυλοὺς, τοὺς ὀποὺς, τὰ κάρφη, τοὺς φλοιοὺς, τὸν καρπόν·
καὶ ἁπαξαπλῶς ὅσα ἡμῖν ἡ χρονία πεῖρα ἐξεῦρεν, ἐκ τῶν κατὰ
μέρος περιπτώσεων συλλεγομένη τὸ χρήσιμον, ταῦτα ἡ ὀξεῖα
OMELIA V 213

certe altre piante, assume un sapore di acidità. E ancora,


altre volte, passando a un’amarezza estrema, inasprisce
il gusto, quando si trova nell’assenzio o nella scamonea.
Nelle ghiande o nel frutto del corniolo trapassa alla qua-
lità di aspro e di rude; nei terebinti e nelle piante di noci
si cambia in morbido e untuoso.
9. Ma che bisogno c’è di procedere oltre, quando, nel
medesimo fico, l’umidità trapassa alle qualità più oppo-
ste? C’è un’amarezza somma nella linfa e una dolcez-
za somma nel frutto. Nella vite è fortemente aspra nei
tralci, mentre è dolcissima nei grappoli. E quanto sono
grandi le diversità nei colori! Potresti vedere nel prato la
medesima acqua che si è arrossata in questo fiore, in un
altro è diventata purpurea; in questo è azzurra, in quello
è bianca e, più grande della molteplicità dei colori, è la
diversità degli odori. Ma io vedo che il mio discorso,
per l’insaziabilità di osservare tutto, sta sbandando nella
mancanza di misura; se io non lo imprigiono e non lo
riconduco a quello che esige strettamente il tema della
creazione, il giorno non mi basterebbe per presentarvi
nei minimi particolari la sapienza di Dio.18 «Che la terra
faccia germogliare degli alberi fruttiferi che producano
frutto sopra la terra» (Gen. 1,11), e immediatamente le
vette dei monti si coprivano di una chioma, i giardini si
agghindavano con arte e le sponde dei fiumi si abbelliva-
no di innumerevoli specie di piante.19 Talune piante era-
no state apprestate per ornare la tavola agli uomini, altre
con le loro foglie e con i loro frutti preparavano il nutri-
mento al bestiame; altre ci procuravano i vantaggi propri
della medicina, dandoci i succhi, le essenze, i fuscelli,
le scorze, il frutto e, in generale, tutto ciò che una lunga
esperienza ha scoperto raccogliendo l’utile che le circo-
stanze fortuite, di volta in volta, offrivano; questo l’acuta
214 OMELIE SULL’ESAMERONE

τοῦ κτίσαντος πρόνοια, ἐξ ἀρχῆς προβλεψαμένη, εἰς γένεσιν


ἤγαγε. Σὺ δὲ ὅταν ἴδῃς τὰ ἥμερα, τὰ ἄγρια, τὰ φίλυδρα, τὰ
χερσαῖα, τὰ ἀνθοφοροῦντα, ἢ τὰ ἀνάνθη, ἐν μικρῷ τὸν μέγαν
ἐπιγινώσκων, πρόσθες ἀεὶ τῷ θαύματι, καὶ αὔξησόν μοι τὴν
ἀγάπην τοῦ κτίσαντος. Ἐξέταζε πῶς τὰ μὲν ἀειθαλῆ ἐποίησε,
τὰ δὲ γυμνούμενα· καὶ τῶν ἀειθαλῶν τὰ μὲν φυλλοβόλα, τὰ δὲ
ἀείφυλλα. Φυλλοβολεῖ γὰρ καὶ ἐλαία καὶ πίτυς, εἰ καὶ λεληθότως
ὑπαλλάσσει τὰ φύλλα, ὥστε μηδέποτε δοκεῖν τῆς κομῆς
ἀπογυμνοῦσθαι. Ἀείφυλλον δὲ ὁ φοίνιξ, τῷ αὐτῷ φύλλῳ ἐκ τῆς
πρώτης βλαστήσεως εἰς τέλος συμπαραμένων. Ἔπειτα κἀκεῖνο
σκόπει, πῶς ἡ μυρίκη ὥσπερ ἀμφίβιόν ἐστι, καὶ τοῖς φιλύδροις
συναριθμούμενον, καὶ κατὰ τὰς ἐρήμους πληθυνόμενον. Διὸ
καὶ ὁ Ἱερεμίας διαίως τὰ πονηρότερα καὶ ἐπαμφοτερίζοντα τῶν
ἠθῶν τῷ τοιούτῳ φυτῷ παρεικάζει.
10. Βλαστησάτω ἡ γῆ. Τὸ μικρὸν τοῦτο πρόσταγμα εὐθὺς
322 φύσις μεγάλη καὶ λόγος ἔντεχνος ἦν, θᾶττον τοῦ ‖ ἡμετέρου
νοήματος τὰς μυρίας τῶν φυομένων ἰδιότητας ἐκτελῶν. Ἐκεῖνο
ἔτι καὶ νῦν ἐνυπάρχον τῇ γῇ τὸ πρόσταγμα, ἐπείγει αὐτὴν
καθ’ἑκάστην ἔτους περίοδον ἐξάγειν τὴν δύναμιν ἑαυτῆς ὅσην
ἔχει πρός τε βοτανῶν καὶ σπερμάτων καὶ δένδρων γένεσιν. Ὡς
γὰρ οἱ στρόβιλοι ἐκ τῆς πρώτης αὐτοῖς ἐνδοθείσης πληγῆς τὰς
ἐφεξῆς ποιοῦνται περιστροφὰς, ὅταν πήξαντες τὸ κέντρον ἐν
ἑαυτοῖς περιφέρωνται· οὕτω καὶ ἡ τῆς φύσεως ἀκολουθία ἐκ
OMELIA V 215

previdenza del Creatore lo aveva visto fin dall’inizio e


poi lo condusse all’esistenza. Pertanto tu, quando vedi
le piante coltivate e quelle selvatiche, quelle acquatiche
e quelle terrestri, quelle che fioriscono e quelle che sono
prive di fiori, riconoscendo nel piccolo il grande, accre-
sci sempre la tua ammirazione e aumenta, ti ci invito, il
tuo amore verso il Creatore.20 Esamina come Dio abbia
creato taluni alberi che sono sempre verdi, altri invece
che si spogliano; tra quelli che sono sempre verdi ci sono
quelli che lasciano cadere le foglie, altri che le conser-
vano sempre. Infatti, lasciano cadere le foglie l’ulivo e il
pino, anche se le sostituiscono in maniera impercettibi-
le, cosicché non appaiono mai spogli della loro chioma.
Invece, la palma da datteri è a foglie perenni, in quanto
le sue foglie perdurano sempre le stesse dall’inizio della
germinazione fino alla fine. E poi osserva anche questo
particolare, come la tamerice sia, in certo qual modo, an-
fibia, in quanto viene elencata tra le piante acquatiche e
si trova in gran numero nei deserti. Per questo motivo,
Geremia paragona giustamente il modo di vivere decisa-
mente corrotto e ambiguo a una tale pianta (Ger. 17,6).
10. «Che la terra faccia germogliare». Questo
comandamento, così breve, divenne immediatamente
una grande norma della natura, un progetto sapiente che,
con una rapidità superiore a quella del nostro pensiero,
portava a compimento le innumerevoli peculiarità
specifiche delle piante. Quel comando, ancora oggi
presente nella terra, la sospinge, nel giro di ogni anno,
a esplicitare tutta la potenza che ha nel produrre erbe,
semi e alberi. Infatti, come le trottole, in seguito al pri-
mo colpo che è stato loro inferto, compiono tutti i giri
successivi, quando, dopo aver fissato la punta, ruotano
su se stesse, così lo sviluppo della natura nella sua suc-
216 OMELIE SULL’ESAMERONE

τοῦ πρώτου προστάγματος τὴν ἀρχὴν δεξαμένη, πρὸς πάντα τὸν


ἐφεξῆς διεξέρχεται χρόνον, μέχρις ἂν πρὸς τὴν κοινὴν συντέλειαν
τοῦ παντὸς καταντήσῃ. Ἐφ’ἣν καὶ ἡμεῖς πάντες ἔγκαρποι καὶ
πλήρεις ἔργων ἀγαθῶν ἐπειγώμεθα, ἵνα φυτευθέντες ἐν τῷ οἴκῳ
Κυρίου, ἐν ταῖς αὐλαῖς τοῦ Θεοῦ ἡμῶν ἐξανθήσωμεν, ἐν Χριστῷ
Ἰησοῦ τῷ Κυρίῳ ἡμῶν, ᾧ ἡ δόξα καὶ τὸ κράτος εἰς τοὺς αἰῶνας
τῶν αἰώνων. Ἀμήν.
OMELIA V 217

cessione, dopo aver ricevuto l’inizio dal primo comando,


percorre tutto il tempo successivo, finché sia arrivato al
completamento totale dell’universo. Verso questo com-
pletamento affrettiamoci anche noi tutti, ricchi di frutti e
pieni di opere buone, affinché, piantati nella casa del Si-
gnore, fioriamo nel palazzo del nostro Dio, in Cristo Gesù,
nostro Signore, al quale siano la gloria e la potenza per i
secoli dei secoli. Amen.
218 OMELIE SULL’ESAMERONE

324 ‖ ΟΜΙΛΙΑ ς´

Περὶ γενέσεως φωστήρων.

1. Τὸν ἀθλητῶν θεατὴν μετέχειν τινὸς προσῆκε καὶ αὐτὸν


εὐτονίας. Καὶ τοῦτο ἐκ τῶν πανηγυρικῶν θεσμῶν ἄν τις κατίδοι, οἳ
τοὺς συγκαθεζομένους εἰς τὸ στάδιον γυμνῇ καθῆσθαι τῇ κεφαλῇ
διαγορεύουσιν· ἐμοὶ δοκεῖν, ἵνα μὴ θεατὴς μόνον ἀγωνιστῶν,
ἀλλὰ καὶ ἀγωνιστὴς ἕκαστος αὐτὸς ἐν τῷ μέρει τυγχάνῃ. Οὕτω
τοίνυν καὶ τὸν τῶν μεγάλων καὶ ὑπερφυῶν θεαμάτων ἐξεταστὴν,
καὶ τὸν τῆς ἄκρας ὄντως καὶ ἀπορρήτου σοφίας ἀκροατὴν
προσῆκεν οἴκοθεν ἔχειν ἥκοντά τινας ἀφορμὰς πρὸς τὴν θεωρίαν
τῶν προκειμένων, καὶ κοινωνεῖν ἐμοὶ τῆς ἀγωνίας εἰς δύναμιν,
οὐχὶ κριτὴν μᾶλλον ἢ συναγωνιστὴν παρεστῶτα· μήποτε ἄρα
326 διαλάθῃ ἡμᾶς τῆς ἀληθείας ἡ εὕρεσις, καὶ τὸ ἐμὸν ‖ σφάλμα
κοινὴ ζημία τῶν ἀκουόντων γένηται. Πρὸς οὖν τί ταῦτα λέγω;
Ὅτι ἐπειδὴ πρόκειται ἡμῖν εἰς τὴν τοῦ κόσμου σύστασιν ἐξέτασις
καὶ θεωρία τοῦ παντὸς, οὐκ ἐκ τῆς τοῦ κόσμου σοφίας τὰς ἀρχὰς
ἔχουσα, ἀλλ’ἐξ ὧν τὸν ἑαυτοῦ θεράποντα ὁ Θεὸς ἐξεπαίδευσεν,
ἐν εἴδει λαλήσας πρὸς αὐτὸν, καὶ οὐ δι’αἰνιγμάτων, ἀνάγκη
που πάντως, τοὺς τῶν μεγάλων φιλοθεάμονας μὴ ἀγύμναστον
ἔχειν τὸν νοῦν πρὸς τὴν τῶν προκειμένων ἡμῖν κατανόησιν.
OMELIA VI 219

Omelia VI

L’origine degli agenti illuminatori



1. Colui che assisteva alle gare doveva partecipare anche
lui, in certa misura, alla tensione degli atleti. E questo lo
si può vedere dalle norme proprie delle assemblee pub-
bliche, le quali prescrivono che quelli che prendono posto
nello stadio vi rimangano a capo scoperto; a mio parere,
il motivo è perché ciascuno si venga a trovare non soltan-
to spettatore dei lottatori, ma, in qualche parte, anche lot-
tatore egli stesso. Così, dunque, converrebbe che anche
colui che si è messo a esaminare i grandi e straordinari
spettacoli della creazione e si è posto ad ascoltare le pa-
role della sapienza davvero somma e ineffabile, venendo
qui, si senta personalmente spinto a contemplare quello
che gli viene offerto e condivida con me, per quanto ne è
capace,1 l’impegno di lotta, stando non come giudice, ma
come compagno di gara. Evitiamo il rischio che ci sfug-
ga la ricerca della verità e che il mio scivolone diventi un
danno comune per tutti gli ascoltatori.2 Perché, dunque,
vi dico queste cose? Ve le dico perché ci si presentano
un’indagine sulla costituzione del mondo e una contem-
plazione dell’universo che non trae i propri princìpi dalla
sapienza di questo mondo, ma che proviene dagli inse-
gnamenti che Dio rivolgeva al suo servo [Mosè], quando
gli parlava visibilmente e non per enigmi; è, pertanto,
assolutamente necessario a coloro che amano assistere ai
grandi spettacoli che non tengano la loro mente priva di
allenamento riguardo alla riflessione sugli spettacoli che
220 OMELIE SULL’ESAMERONE

Εἴ ποτε οὖν ἐν αἰθρίᾳ νυκτερινῇ πρὸς τὰ ἄρρητα κάλλη τῶν


ἄστρων ἐνατενίσας, ἔννοιαν ἔλαβες τοῦ τεχνίτου τῶν ὅλων, τίς
ὁ τοῖς ἄνθεσι τούτοις διαποικίλας τὸν οὐρανὸν, καὶ ὅπως ἐν τοῖς
ὁρωμένοις πλέον τοῦ τερπνοῦ τὸ ἀναγκαῖόν ἐστι· πάλιν ἐν ἡμέρᾳ
εἰ νήφοντι τῷ λογισμῷ κατέμαθες τὰ τῆς ἡμέρας θαύματα, καὶ
διὰ τῶν ὁρωμένων ἀνελογίσω τὸν οὐχ ὁρώμενον, ἐμπαράσκευος
ἥκεις ἀκροατὴς καὶ πρέπων τῷ πληρώματι τοῦ σεμνοῦ τούτου
καὶ μακαρίου θεάτρου. Δεῦρο δὴ οὖν, ὥσπερ οἱ τοὺς ἀήθεις
328 τῶν πόλεων τῆς χειρὸς λαβόμενοι ‖ περιηγοῦνται, οὕτω δὴ καὶ
αὐτὸς ἐπὶ τὰ κεκρυμμένα θαύματα ὑμᾶς τῆς μεγάλης ταύτης
πόλεως ξεναγήσω. Ἐν τῇ πόλει ταύτῃ, ἐν ᾗ ἡ ἀρχαία πατρὶς
ἡμῶν, ἧς μετανέστησεν ἡμᾶς ὁ ἀνθρωποκτόνος δαίμων, τοῖς
ἑαυτοῦ δελεάσμασιν ἀνδραποδίσας τὸν ἄνθρωπον· ἐνταῦθα
κατόψει τὴν πρώτην τοῦ ἀνθρώπου γένεσιν, καὶ τὸν εὐθὺς
ἡμᾶς ἐπικαταλαβόντα θάνατον· ὃν ἐγέννησεν ἡ ἁμαρτία, τὸ
πρωτότοκον ἔκγονον τοῦ ἀρχεκάκου δαίμονος. Καὶ γνωρίσεις
σαυτὸν, γήϊνον μὲν τῇ φύσει, ἔργον δὲ θείων χειρῶν· δυνάμει μὲν
καὶ παραπολὺ τῶν ἀλόγων λειπόμενον, ἄρχοντα δὲ χειροτονητὸν
τῶν ἀλόγων καὶ τῶν ἀψύχων. Ταῖς μὲν ἐκ τῆς φύσεως παρασκευαῖς
ἐλαττούμενον, τῇ δὲ τοῦ λόγου περιουσίᾳ πρὸς οὐρανὸν
αὐτὸν ὑπεραρθῆναι δυνάμενον. Ἐὰν ταῦτα μάθωμεν, ἑαυτοὺς
ἐπιγνωσόμεθα, Θεὸν γνωρίσομεν, τὸν κτίσαντα προσκυνήσομεν,
τῷ Δεσπότῃ δουλεύσομεν, τὸν Πατέρα δοξάσομεν, τὸν τροφέα
ἡμῶν ἀγαπήσομεν, τὸν εὐεργέτην αἰδεσθησόμεθα, τὸν ἀρχηγὸν
τῆς ζωῆς ἡμῶν τῆς παρούσης καὶ τῆς μελλούσης προσκυνοῦντες
οὐκ ἀπολήξομεν, τὸν δι’οὗ παρέσχετο ἤδη πλούτου καὶ τὰ ἐν
OMELIA VI 221

ci stanno davanti. Se qualche volta, dunque, in una notte


serena hai fissato lo sguardo sulle inesprimibili bellezze
degli astri e hai pensato all’Artefice dell’universo e ti sei
chiesto chi sia stato colui che ha screziato il cielo con
questi fiori e come mai, però, nel mondo visibile siano
più numerose le cose inevitabili di quelle piacevoli, se
poi, ancora, durante il giorno, con una riflessione severa,
ti sei reso conto delle meraviglie del giorno e, attraver-
so le cose visibili, hai congetturato l’invisibile, allora tu
vieni come un ascoltatore ben attrezzato, al quale si ad-
dice di completare questa venerabile e beata assemblea.3
Vieni, dunque, e a somiglianza di coloro che prendono
per mano quelli che non conoscono la città e li condu-
cono in giro, così appunto anch’io vi guiderò come fo-
restieri alle meraviglie nascoste di questa grande città.
In questa città, dove c’era la nostra antica patria e dalla
quale ci ha espulsi il demonio omicida riducendo l’uomo
in schiavitù con i suoi allettamenti, qui tu vedrai la prima
origine dell’uomo e la morte che ci ha subito presi in
suo possesso; è la morte che è stata generata dal peccato,
il quale è il figlio primogenito del demonio, principio
del male. Tu conoscerai te stesso, terrestre per natura,
ma opera delle mani divine, di molto inferiore agli esseri
privi di ragione per la forza, ma eletto al governo degli
esseri privi di ragione e di anima. Quanto alle attrezzatu-
re fornite dalla natura, sei più scadente, ma, per la supe-
riorità della ragione, sei capace di innalzarti fino al cielo.
Se noi impariamo queste cose, riconosceremo noi stessi,
conosceremo Dio, adoreremo il Creatore, serviremo il
Signore, glorificheremo il Padre, ameremo colui che ci
nutre, venereremo il Benefattore, non cesseremo dall’a-
dorare l’autore della nostra vita presente e di quella futu-
ra; attraverso gli eccellenti beni che ci ha già forniti, noi
222 OMELIE SULL’ESAMERONE

ἐπαγγελίαις πιστούμενον, καὶ τῇ πεῖρᾳ τῶν παρόντων βεβαιοῦντα


ἡμῖν τὰ προσδοκώμενα. Εἰ γὰρ τὰ πρόσκαιρα τοιαῦτα, ποταπὰ
330 τὰ αἰώνια; Καὶ εἰ τὰ ὁρώμενα οὕτω καλὰ, ‖ ποταπὰ τὰ ἀόρατα;
Εἰ οὐρανοῦ μέγεθος μέτρον ἀνθρωπίνης διανοίας ἐκβαίνει, τῶν
ἀϊδίων τὴν φύσιν τίς ἄρα νοῦς ἐξιχνιάσαι δυνήσεται; Εἰ ὁ τῇ
φθορᾷ ὑποκείμενος ἥλιος οὕτω καλὸς, οὕτω μέγας, ὀξὺς μὲν
κινηθῆναι, εὐτάκτους δὲ τὰς περιόδους ἀποδιδοὺς, σύμμετρον
μὲν ἔχων τὸ μέγεθος τῷ παντὶ, ὥστε μὴ ἐκβαίνειν τὴν πρὸς τὸ
ὅλον ἀναλογίαν· τῷ δὲ κάλλει τῆς φύσεως οἷόν τις ὀφθαλμὸς
διαυγὴς ἐμπρέπων τῇ κτίσει· εἰ ἀκόρεστος τούτου ἡ θέα, ποταπὸς
τῷ κάλλει ὁ τῆς δικαιοσύνης ἥλιος; Εἰ τυφλῷ ζημία τοῦτον
μὴ βλέπειν, ποταπὴ ζημία τῷ ἁμαρτωλῷ τοῦ ἀληθινοῦ φωτὸς
στερηθῆναι;
2. Καὶ εἶπεν ὁ Θεός· γενηθήτωσαν φωστῆρες ἐν τῷ στερεώματι
τοῦ οὐρανοῦ εἰς φαῦσιν ἐπὶ τῆς γῆς, ὥστε διαχωρίζειν ἀνὰ μέσον
τῆς ἡμέρας καὶ ἀνὰ μέσον τῆς νυκτός. Οὐρανὸς προειλήφει καὶ
γῆ· τὸ φῶς ἐπὶ τούτοις δεδημιούργητο· ἡμέρα καὶ νὺξ διεκέκριτο·
πάλιν στερέωμα, καὶ ξηρᾶς φανέρωσις. Τὸ ὕδωρ συνήθροιστο εἰς
συνεστηκυῖαν καὶ ἀφωρισμένην συναγωγήν. Ἡ γῆ πεπλήρωτο
τοῖς οἰκείοις γεννήμασι, τά τε μυρία γένη τῶν βοτανῶν
ἐκβλαστήσασα, καὶ παντοδαποῖς εἴδεσι φυτῶν εὐθηνουμένη.
Ἥλιος δὲ οὔπω ἦν καὶ σελήνη, ἵνα μήτε φωτὸς ἀρχηγὸν καὶ
332 πατέρα ‖ τὸν ἥλιον ὀνομάσωσι· μήτε τῶν ἐκ τῆς γῆς φυομένων
δημιουργὸν, οἱ τὸν Θεὸν ἀγνοήσαντες ἡγήσωνται. Διὰ τοῦτο
τετάρτη ἡμέρα· καὶ τότε εἶπεν ὁ Θεὸς, Γενηθήτωσαν φωστῆρες ἐν
OMELIA VI 223

crediamo in quelli che ci ha annunciati; egli, mediante


l’esperienza delle cose presenti, ci conferma quelle che
aspettiamo. E, se le cose temporanee hanno tali pregi,
quali ne avranno quelle eterne? Se le cose visibili sono
così belle, quali saranno quelle invisibili? Se la grandez-
za del cielo oltrepassa la misura di quanto noi possiamo
pensare, quale mente allora potrà rintracciare la natura
delle cose eterne? Se il sole, che è soggetto alla rovina,
è così bello e così grande, rapido nel suo movimento e,
tuttavia, ben ordinato nel compiere le sue rivoluzioni,
dotato di una grandezza proporzionata all’universo così
da non esorbitare dalla corrispondenza con il tutto, tale
per la bellezza della sua natura da farne come un occhio
risplendente che spicca nella creazione, se non ci si sazia
di contemplarlo, quale dovrà essere nella bellezza il sole
di giustizia? Se per il cieco è un danno non vedere questo
sole sensibile, quale danno sarà per il peccatore essere
privato della luce vera?
2. «E Dio disse: Che ci siano degli agenti illuminatori
nel firmamento del cielo, per fare luce sulla terra e sepa-
rino il giorno dalla notte» (Gen. 1,14). Il cielo e la terra
avevano preceduto tutto il resto; dopo di loro era stata
creata la luce, il giorno e la notte si erano separati; poi
era venuto il firmamento ed era apparso l’asciutto; l’ac-
qua si era raccolta insieme in una riunione compatta nei
suoi limiti precisi. La terra si era riempita di quelle piante
che aveva essa stessa generato, aveva fatto germogliare
innumerevoli specie di erbe, era fiorente di svariatissimi
generi di vegetali. Il sole non c’era ancora e neppure la
luna; bisognava che quelli che non conoscevano Dio non
chiamassero il sole origine e padre della luce, né che lo
giudicassero artefice di ciò che viene prodotto dalla ter-
ra. Per questo motivo ci fu un quarto giorno; allora Dio
224 OMELIE SULL’ESAMERONE

τῷ στερεώματι τοῦ οὐρανοῦ. Ὅταν τὸν εἰπόντα διδαχθῇς, εὐθὺς


τῇ ἐννοίᾳ σύναπτε τὸν ἀκούσαντα. Εἶπεν ὁ Θεὸς, Γενηθήτωσαν
φωστῆρες, καὶ ἐποίησεν ὁ Θεὸς τοὺς δύο φωστῆρας. Τίς εἶπε καὶ
τίς ἐποίησεν; Οὐκ ἐννοεῖς ἐν τούτοις τὸ διπλοῦν τῶν προσώπων;
Πανταχοῦ τῇ ἱστορίᾳ τὸ δόγμα τῆς θεολογίας μυστικῶς
συμπαρέσπαρται. Καὶ ἡ χρεία πρόσκειται τῆς τῶν φωστήρων
γενέσεως· Εἰς φαῦσιν, φησὶν, ἐπὶ τῆς γῆς. Εἰ προειλήφει τοῦ
φωτὸς ἡ γένεσις, πῶς νῦν ὁ ἥλιος πάλιν εἰς φαῦσιν λέγεται
γεγονέναι; Πρῶτον μὲν οὖν τῆς λέξεως τὸ ἰδιότροπον μηδένα σοι
κινείτω γέλωτα, εἴπερ μὴ ἑπόμεθα ταῖς παρ’ὑμῖν ἐκλογαῖς τῶν
ῥημάτων, μηδὲ τὸ τῆς θέσεως αὐτῶν εὔρυθμον ἐπιτηδεύομεν. Οὐ
γὰρ τορευταὶ λέξεων παρ’ἡμῖν· οὐδὲ τὸ εὔηχον τῶν φωνῶν, ἀλλὰ
334 τὸ εὔσημον τῶν ὀνομάτων ‖ πανταχοῦ προτιμότερον. Σκόπει
τοίνυν εἰ μὴ διὰ τῆς φαύσεως ἀρκούντως ἐνέφηνεν ὃ ἐβούλετο·
ἀντὶ γὰρ τοῦ φωτισμοῦ τὴν φαῦσιν εἴρηκεν. Ἔστι δὲ οὐδὲν
μαχόμενον τοῦτο τοῖς περὶ τοῦ φωτὸς εἰρημένοις. Τότε μὲν γὰρ
αὐτὴ τοῦ φωτὸς ἡ φύσις παρήχθη· νῦν δὲ τὸ ἡλιακὸν τοῦτο σῶμα
ὄχημα εἶναι τῷ πρωτογόνῳ ἐκείνῳ φωτὶ παρεσκεύασται. Ὡς γὰρ
ἄλλο τὸ πῦρ, καὶ ἄλλο ὁ λύχνος· τὸ μὲν τὴν τοῦ φωτίζειν δύναμιν
ἔχον, τὸ δὲ παραφαίνειν τοῖς δεομένοις πεποιημένον· οὕτω καὶ
τῷ καθαρωτάτῳ ἐκείνῳ καὶ εἰλικρινεῖ καὶ ἀΰλῳ φωτὶ ὄχημα νῦν
οἱ φωστῆρες κατεσκευάσθησαν. Ὡς γὰρ ὁ ἀπόστολος λέγει τινὰς
OMELIA VI 225

disse: «Ci siano agenti illuminatori nel firmamento del


cielo». Siccome tu sai chi è colui che parla, connettilo
subito con colui che ascolta: «Dio disse: Ci siano agenti
illuminatori e Dio creò i due agenti». Chi ha parlato e
chi ha creato? Tu non noti in queste parole la dualità del-
le persone?4 Dappertutto nella esposizione dottrinale è
misteriosamente inseminata anche la dottrina trinitaria.5
Viene poi esposto l’impiego al quale era connessa la cre-
azione degli agenti illuminatori: «Perché, dice, facciano
luce sulla terra». Se l’origine della luce è stata anteriore,
come adesso si dice, ritornandoci in contrasto, che il sole
è sorto per illuminare? Beh, innanzitutto, che la peculia-
rità caratteristica della parola6 non ti muova in nessun
modo a ridere, dato che noi non perseguiamo la scelta
raffinata delle parole come fate voi7 e non ci preoccupia-
mo di collocarle in modo che ne risulti una bella cadenza
[la clausola]. Tra di noi non ci sono, infatti, dei cesellato-
ri di parole e non preferiamo che le parole suonino bene,
ma che i vocaboli abbiano un significato preciso. Osser-
va, dunque, se con la parola phaûsis la Scrittura non ha
manifestato a sufficienza quello che voleva dire; infatti,
ha detto phaûsis invece di photismós [illuminazione]. Ma
questo non è per nulla in contrasto con quello che è stato
detto sulla luce. Allora era, infatti, la natura stessa della
luce che veniva presentata; adesso, invece, ci viene fatto
capire che questo corpo solare è stato allestito per essere
veicolo a quella luce che era stata creata prima. Così,
infatti, una cosa è il fuoco e un’altra è la lampada; l’uno
ha la capacità di illuminare, l’altra è stata fatta per por-
gere la luce a quelli che ne hanno bisogno; così a quella
luce purissima, genuina e immateriale, oggi gli agenti
luminosi sono stati allestiti come veicoli. Infatti, come
dice l’apostolo, ci sono degli agenti luminosi nel mondo
226 OMELIE SULL’ESAMERONE

φωστῆρας ἐν κόσμῳ, ἄλλο δέ ἐστι φῶς τοῦ κόσμου τὸ ἀληθινὸν,


οὗ κατὰ μέθεξιν οἱ ἅγιοι φωστῆρες ἐγίνοντο τῶν ψυχῶν, ἃς
ἐπαίδευον, τοῦ σκότους αὐτὰς τῆς ἀγνοίας ῥυόμενοι· οὕτω καὶ
νῦν τὸν ἥλιον τοῦτον τῷ φανοτάτῳ ἐκείνῳ ἐπισκευάσας φωτὶ ὁ
τῶν ὅλων δημιουργὸς περὶ τὸν κόσμον ἀνῆψε.
336 ‖ 3. Καὶ μηδενὶ ἄπιστον εἶναι δοκείτω τὸ εἰρημένον, ὅτι ἄλλο
μέν τι τοῦ φωτὸς ἡ λαμπρότης, ἄλλο δέ τι τὸ ὑποκείμενον τῷ φωτὶ
σῶμα. Πρῶτον μὲν οὖν ἐκ τοῦ τὰ σύνθετα πάντα οὕτω παρ’ἡμῶν
διαιρεῖσθαι, εἴς τε τὴν δεκτικὴν οὐσίαν, καὶ εἰς τὴν ἐπισυμβᾶσαν
αὐτῇ ποιότητα. Ὡς οὖν ἕτερον μέν τι τῇ φύσει ἡ λευκότης,
ἕτερον δέ τι τὸ λελευκασμένον σῶμα, οὕτω καὶ τὰ νῦν εἰρημένα,
διάφορα ὄντα τῇ φύσει, ἥνωται τῇ δυνάμει τοῦ κτίσαντος. Καὶ
μή μοι λέγε ἀδύνατα εἶναι ταῦτα ἀπ’ἀλλήλων διαιρεῖσθαι. Οὐδὲ
γὰρ ἐγὼ τὴν διαίρεσιν τοῦ φωτὸς ἀπὸ τοῦ ἡλιακοῦ σώματος
ἐμοὶ καὶ σοὶ δυνατὴν εἶναί φημι, ἀλλ’ὅτι ἃ ἡμῖν τῇ ἐπινοίᾳ ἐστὶ
χωριστὰ, ταῦτα δύναται καὶ αὐτῇ τῇ ἐνεργείᾳ παρὰ τοῦ ποιητοῦ
τῆς φύσεως αὐτῶν διαστῆναι. Ἐπεὶ καὶ σοὶ τὴν καυστικὴν
δύναμιν τοῦ πυρὸς ἀπὸ τῆς λαμπρότητος χωρίσαι ἀμήχανον· ὁ
δὲ Θεὸς παραδόξῳ θεάματι τὸν ἑαυτοῦ θεράποντα ἐπιστρέψαι
βουλόμενος, πῦρ ἐπέθηκε τῇ βάτῳ ἀπὸ μόνης τῆς λαμπρότητος
ἐνεργοῦν, τὴν δὲ τοῦ καίειν δύναμιν σχολάζουσαν ἔχον. Ὡς καὶ ὁ
338 ψαλμῳδὸς μαρτυρεῖ λέ‖γων, Φωνὴ Κυρίου διακόπτοντος φλόγα
πυρός. Ὅθεν καὶ ἐν ταῖς τῶν βεβιωμένων ἡμῖν ἀνταποδόσεσι
λόγος τις ἡμᾶς ἐν ἀπορρήτῳ παιδεύει, διαιρεθήσεσθαι τοῦ πυρὸς
τὴν φύσιν, καὶ τὸ μὲν φῶς, εἰς ἀπόλαυσιν τοῖς δικαίοις, τὸ δὲ τῆς
καύσεως ὀδυνηρὸν, τοῖς κολαζομένοις ἀποταχθήσεσθαι. Ἔπειτα
OMELIA VI 227

(Fil. 2,15); ma altra è la luce vera del mondo; partecipan-


do a essa, i santi sono diventati agenti illuminatori delle
anime che essi istruivano, tirandole fuori dalla tenebra
dell’ignoranza, così anche adesso l’Artefice dell’univer-
so, dopo aver equipaggiato il nostro sole con quella ri-
splendentissima luce, lo ha annesso al mondo.
3. E che nessuno creda incredibile quello che abbiamo
detto, cioè che una cosa è lo splendore della luce e un’al-
tra è il corpo che sta alla base della luce. Innanzitutto,
dunque, in tutti i composti noi facciamo questa separa-
zione: l’essenza che recepisce e la qualità che le viene a
sovrapporsi. Come, dunque, un conto è, per sua natura,
la bianchezza e un altro è il corpo che è stato imbiancato,
così anche le due entità ora menzionate, mentre per na-
tura sono diverse, sono unite dalla potenza del Creatore.
E non dirmi che è impossibile separarle l’una dall’altra.
Io, infatti, non sostengo che la separazione della luce dal
corpo solare la possiamo fare io e tu, ma che le entità
che noi riusciamo a separare nel pensiero possono veni-
re disgiunte nella realtà effettiva dal Creatore della loro
natura. Tu non riesci, infatti, a separare la forza che ha
il fuoco di bruciare dal suo splendore, ma Dio, volendo
richiamare l’attenzione del suo cultore con uno spetta-
colo straordinario, mise nel rovo un fuoco che operava
soltanto con il suo splendore, tenendo inattiva la sua
forza di bruciare. Così anche il salmista apporta la sua
testimonianza dicendo: «La voce del Signore che divide
la fiamma dal fuoco» (Sal. 28/29,7). Di là deriva anche
che, nelle retribuzioni che ci spettano per la condotta che
abbiamo tenuto nella nostra vita, una norma misteriosa
ci informa che sarà separata la natura del fuoco e che la
luce sarà riservata ai giusti in godimento, mentre lo stra-
zio del bruciore toccherà a quelli che vengono puniti. E
228 OMELIE SULL’ESAMERONE

μέντοι καὶ ἐκ τῶν περὶ σελήνην παθῶν, δυνατὸν ἡμᾶς τὴν πίστιν
τῶν ζητουμένων εὕρασθαι. Λήγουσα γὰρ, καὶ μειουμένη, οὐχὶ
τῷ παντὶ ἑαυτῆς σώματι δαπανᾶται, ἀλλὰ τὸ περικείμενον
φῶς ἀποτιθεμένη καὶ προσλαμβάνουσα πάλιν, ἐλαττώσεως
ἡμῖν καὶ αὐξήσεως τὰς φαντασίας παρέχεται. Τοῦ δὲ μὴ αὐτὸ
τὸ σῶμα αὐτῆς ληγούσης ἀπαναλίσκεσθαι ἐναργὲς μαρτύριον
τὰ ὁρώμενα. Ἔξεστι γάρ σοι καὶ ἐν καθαρῷ τῷ ἀέρι καὶ
πάσης ἀχλύος ἀπηλλαγμένῳ, ὅταν μάλιστα μηνοειδὴς τυγχάνῃ
κατὰ τὸ σχῆμα, ἐπιτηρήσαντι κατιδεῖν τὸ ἀλαμπὲς αὐτῆς καὶ
ἀφώτιστον ὑπὸ τηλικαύτης ἁψῖδος περιγραφόμενον, ἡλίκον ἐν
ταῖς πανσελήνοις τὴν πᾶσαν αὐτὴν ἐκπληροῖ. Ὥστε τηλαυγῶς
ἀπηρτισμένον καθορᾶσθαι τὸν κύκλον τῷ περιλαμπομένῳ μέρει
τὸν σκιερὸν καὶ ἀερώδη κόλπον συναναφερούσης τῆς ὄψεως. Καὶ
μή μοι λέγε ἐπείσακτον εἶναι τῆς σελήνης τὸ φῶς, διότι μειοῦται
μὲν πρὸς ἥλιον φερομένη, αὔξεται δὲ πάλιν ἀφισταμένη. Οὐδὲ
340 γὰρ ἐκεῖνο ἡμῖν ἐξετάζειν ἐν τῷ ‖ παρόντι πρόκειται, ἀλλ’ὅτι
ἕτερον μὲν αὐτῆς τὸ σῶμα, ἕτερον δὲ τὸ φωτίζον. Τοιοῦτον δή
τί μοι νόει καὶ ἐπὶ τοῦ ἡλίου. Πλὴν ὅτι ὁ μὲν λαβὼν ἅπαξ καὶ
ἐγκεκραμένον ἑαυτῷ τὸ φῶς ἔχων, οὐκ ἀποτίθεται· ἡ δὲ συνεχῶς
οἷον ἀποδυομένη καὶ πάλιν ἐπαμφιαζομένη τὸ φῶς, δι’ἑαυτῆς
καὶ τὰ περὶ τοῦ ἡλίου εἰρημένα πιστοῦται. Οὗτοι καὶ διαχωρίζειν
ἐτάχθησαν ἀνὰ μέσον τῆς ἡμέρας καὶ ἀνὰ μέσον τῆς νυκτός.
Ἄνω μὲν γὰρ διεχώρισεν ὁ Θεὸς ἀνὰ μέσον τοῦ φωτὸς καὶ ἀνὰ
μέσον τοῦ σκότους· τότε δὲ τὴν φύσιν αὐτῶν πρὸς τὸ ἐναντίον
ἀπέστησεν, ὥστε ἀμίκτως ἔχειν πρὸς ἄλληλα, καὶ φωτὶ πρὸς
σκότος μηδεμίαν εἶναι κοινότητα. Ὃ γὰρ ἐν ἡμέρᾳ ἐστὶν ἡ σκιὰ,
OMELIA VI 229

poi anche nelle fasi della luna ci è possibile trovare una


garanzia per credere a quello su cui stiamo indagando.
Quando essa viene meno e diminuisce, non è che si con-
sumi tutto il suo corpo, ma, deponendo e assumendosi
l’avvolgimento di luce, ci offre l’impressione che dimi-
nuisca e si cresca. Però, che il suo corpo, in se stesso,
non si consumi quando essa viene meno, ce ne dà una
testimonianza quello che vediamo. Ti è, infatti, possibile
vedere, se la osservi quando l’aria è pura e libera da ogni
bruma, soprattutto quando viene ad assumere la forma di
mezzaluna, che la sua parte oscura e priva di luce è cir-
condata da una linea rotonda quale quella che nei giorni
di luna piena la avvolge tutta. Così è possibile osservare
chiaramente il circolo completo, se la vista riporta alla
parte illuminata l’insenatura che è coperta dall’ombra
e dalla foschia. E nessuno mi venga a dire che la luna
ha una luce importata, perché essa diminuisce quando
si avvicina al sole e, a sua volta, cresce quando se ne
allontana; non è, infatti, questo quello che adesso dob-
biamo esaminare; dobbiamo, invece, esaminare che una
cosa è il corpo della luna e un’altra è la capacità che essa
ha di illuminare. Allora, dunque, ti ci invito, pensa una
cosa del genere anche del sole, con la diversità che esso,
avendo assunto una volta per sempre la luce e tenendola
mescolata a se stesso, non se ne priva mai, mentre la luna
continuamente, in certo modo, si spoglia e poi, a turno, si
riveste la luce e così, attraverso se stessa, rende credibile
ciò che abbiamo detto del sole. Questi agenti luminosi
hanno ricevuto l’incarico di separare il giorno e la notte.
In antecedenza, infatti, Dio aveva separato la luce dalla
tenebra; adesso, invece, separò, opponendole, le loro na-
ture, in maniera che non si mescolassero tra di loro e che
la luce non avesse alcuna comunanza con la tenebra. Bi-
230 OMELIE SULL’ESAMERONE

τοῦτο οἴεσθαι χρὴ ἐν νυκτὶ τοῦ σκότους εἶναι τὴν φύσιν. Εἰ γὰρ
πᾶσα σκιὰ αὐγῆς τινος διαφαινούσης ἀντικειμένως τῷ φωτὶ ἀπὸ
τῶν σωμάτων ἐκπίπτει· καὶ ἕωθεν μὲν πρὸς δυσμὰς τέταται,
ἑσπέρας δὲ πρὸς ἀνατολὴν ἀποκλίνει, ἐν δὲ τῇ μεσημβρίᾳ ἀρκτῴα
γίνεται· καὶ ἡ νὺξ ἐπὶ τὸ ἐναντίον ταῖς ἀκτῖσιν ὑποχωρεῖ, οὐδὲν
ἕτερον οὖσα κατὰ τὴν φύσιν ἢ σκίασμα γῆς. Ὡς γὰρ ἐν ἡμέρᾳ ἡ
σκιὰ τῷ ἀντιφράσσοντι τὴν αὐγὴν παρυφίσταται, οὕτως ἡ νὺξ
σκιαζομένου τοῦ περὶ γῆν ἀέρος συνίστασθαι πέφυκε. Τοῦτο
342 τοίνυν ἐστὶ τὸ εἰρημένον, ‖ ὅτι Διεχώρισεν ὁ Θεὸς ἀνὰ μέσον τοῦ
φωτὸς καὶ ἀνὰ μέσον τοῦ σκότους· ἐπειδὴ τὸ σκότος ὑποφεύγει
τοῦ φωτὸς τὰς ἐπιδρομὰς, ἐν τῇ πρώτῃ δημιουργίᾳ φυσικῆς
αὐτοῖς τῆς ἀλλοτριώσεως κατασκευασθείσης πρὸς ἄλληλα. Νῦν
δὲ ἥλιον ἐπέταξε τοῖς μέτροις τῆς ἡμέρας· καὶ σελήνην, ὅταν
ποτὲ πρὸς τὸν ἴδιον κύκλον ἀπαρτισθῇ, ἀρχηγὸν ἐποίησε τῆς
νυκτός. Σχεδὸν γὰρ τότε κατὰ διάμετρον οἱ φωστῆρες ἀλλήλοις
ἀντικαθίστανται. Ἀνατέλλοντος μὲν γὰρ τοῦ ἡλίου, ἐν ταῖς
πανσελήνοις καταφέρεται πρὸς τὸ ἀφανὲς ἡ σελήνη· δυομένου
δὲ πάλιν τοῦ ἡλίου, αὕτη πολλάκις ἐξ ἀνατολῶν ἀντανίσχει. Εἰ δὲ
κατὰ τὰ ἄλλα σχήματα οὐ συναπαρτίζεται τῇ νυκτὶ τὸ σεληναῖον
φῶς, οὐδὲν πρὸς τὸν προκείμενον λόγον. Πλὴν ὅτι ὅταν ἑαυτῆς
τελειοτάτη τυγχάνῃ, κατάρχει μὲν τῆς νυκτὸς τῷ ἰδίῳ φωτὶ τὰ
ἄστρα ὑπεραυγάζουσα καὶ τὴν γῆν περιλάμπουσα· ἐξίσου δὲ
πρὸς τὸν ἥλιον τοῦ χρόνου διαιρεῖται τὰ μέτρα.
4. Καὶ ἔστωσαν εἰς σημεῖα, καὶ εἰς καιροὺς, καὶ εἰς ἡμέρας,
καὶ εἰς ἐνιαυτούς. Ἀναγκαῖαι πρὸς τὸν ἀνθρώπινον βίον αἱ ἀπὸ
τῶν φωστήρων σημειώσεις. Ἐὰν μή τις πέρα τοῦ μέτρου τὰ
OMELIA VI 231

sogna pensare che quello che è l’ombra durante il gior-


no lo sia, per sua natura, la tenebra durante la notte. Se,
infatti, l’ombra, quando risplende qualche fulgore, cade
sempre dai corpi in opposizione alla luce; se, a partire
dal primo albeggiare, si stende verso l’occidente, mentre
di sera inclina verso l’oriente, a mezzogiorno si volge
verso il settentrione e di notte si ritira in opposizione ai
raggi del sole, poiché non è altro, per natura, che l’om-
bra della terra; come, infatti, durante il giorno l’ombra
tiene immediatamente dietro al corpo che si interpone
alla luce, così la notte viene a esserci quando l’atmosfera
che circonda la terra entra nell’ombra. È proprio, dun-
que, di questi fenomeni che la Scrittura parla, quando
afferma che «Dio separò la luce dalla tenebra», poiché la
tenebra fugge davanti all’irrompere della luce, in quanto,
fin dall’inizio della creazione, fu allestita un’estraneità
naturale tra di loro. Allora Dio pose il sole come misura
del giorno e la luna la fece signora della notte, quando
compie il proprio giro. Allora due agenti luminosi furono
collocati in un’opposizione più o meno radicale. Quando
sorge il sole, nei giorni di plenilunio, la luna non risulta
più visibile; invece, quando, a sua volta, il sole tramonta,
essa sovente si leva, in alternanza, in oriente. Se poi nelle
altre fasi la luce della luna non corrisponde alla notte,
la cosa non ha alcun significato per quello di cui stiamo
parlando. Comunque, quando si trova nella sua perfezio-
ne, la luna comanda la notte con la propria luce, supe-
rando in luminosità le stelle e illuminando nel suo giro la
terra; a parità con il sole suddivide le misure del tempo.8
4. «Ed essi siano a guisa di segni e servano per le
epoche, i giorni e gli anni» (Gen. 1,14). Per la vita uma-
na sono indispensabili le segnalazioni che provengono
da questi agenti luminosi, e se qualcuno evita di affac-
232 OMELIE SULL’ESAMERONE

ἀπ’αὐτῶν σημεῖα περιεργάζηται, χρησίμους αὐτῶν τὰς ἐκ τῆς


344 μακρᾶς ἐμπειρίας παρατηρήσεις εὑρήσει. ‖344 Πολλὰ μὲν γὰρ περὶ
ἐπομβρίας ἐστὶ μαθεῖν· πολλὰ δὲ περὶ αὐχμῶν καὶ πνευμάτων
κινήσεως, ἢ μερικῶν ἢ καθόλου, βιαίων ἢ ἀνειμένων. Ἓν γάρ
τι τῶν ἀπὸ τοῦ ἡλίου παραδεικνυμένων καὶ ὁ Κύριος ἡμῖν
παραδέδωκεν εἰπὼν, ὅτι Χειμὼν ἔσται, στυγνάζει γὰρ πυρράζων
ὁ οὐρανός. Ἐπειδὰν γὰρ δι’ἀχλύος ἡ ἀναφορὰ γένηται τοῦ
ἡλίου, ἀμαυροῦνται μὲν αἱ ἀκτῖνες, ἀνθρακώδης δὲ καὶ ὕφαιμος
τὴν χρόαν ὁρᾶται, τῆς παχύτητος τοῦ ἀέρος ταύτην ἐμποιούσης
τὴν φαντασίαν ταῖς ὄψεσι. Μὴ διαχεθεὶς δὲ ὑπὸ τῆς ἀκτῖνος
ὁ πεπυκνωμένος τέως καὶ συνεστὼς ἀὴρ δῆλός ἐστι διὰ τὴν
ἐπίρροιαν τῶν ἐκ τῆς γῆς ἀτμῶν κρατηθῆναι μὴ δυνηθεὶς, ἀλλὰ
τῷ πλεονασμῷ τοῦ ὑγροῦ χειμῶνα ἐπάξων τοῖς χωρίοις περὶ ἃ
συναθροίζεται. Ὁμοίως δὲ καὶ ἐπειδὰν ἡ σελήνη περιλιμνάζηται·
καὶ τῷ ἡλίῳ δὲ ὅταν αἱ λεγόμεναι ἅλωες περιγραφῶσιν, ἢ ὕδατος
ἀερίου πλῆθος, ἢ πνευμάτων βιαίων κίνησιν ὑποφαίνουσιν· ἢ
καὶ, οὓς ὀνομάζουσιν ἀνθηλίους, ὅταν συμπεριτρέχωσι τῇ τοῦ
ἡλίου φορᾷ, συμπτωμάτων τινῶν ἀερίων σημεῖα γίνεται. Ὥσπερ
οὖν καὶ αἱ ῥάβδοι, αἱ κατὰ τὴν χρόαν τῆς ἴριδος εἰς ὀρθὸν τοῖς
346 ‖ νέφεσιν ἐμφαινόμεναι, ὄμβρους ἢ χειμῶνας ἐξαισίους, ἢ ὅλως
τὴν ἐπὶ πλεῖστον μεταβολὴν τοῦ ἀέρος ἐνδείκνυνται. Πολλὰ δὲ
καὶ περὶ σελήνην αὐξομένην ἢ λήγουσαν οἱ τούτοις ἐσχολακότες
τετηρήκασι σημειώδη, ὡς τοῦ περὶ γῆν ἀέρος ἀναγκαίως τοῖς
OMELIA VI 233

cendarsi oltre misura attorno ai segni che essi fornisco-


no,9 troverà delle utili osservazioni che provengono da
una lunga esperienza. Di qui si possono dedurre molte
nozioni sulla grande abbondanza delle piogge e molte
anche sui periodi di siccità e sul movimento dei venti,
tanto che siano locali quanto generali, violenti o rilassa-
ti. Uno dei segni che ci vengono mostrati dal sole ce lo
ha fornito anche il Signore dicendo: «Ci sarà tempesta,
perché il cielo è imbronciato e tinto di rosso» (Mt. 16,3).
Infatti, quando il sole si leva in mezzo alla foschia, i suoi
raggi si oscurano, lo si vede di un colore simile al carbo-
ne acceso, intriso di sangue, poiché lo spessore dell’aria
gli infonde questa parvenza ai nostri occhi. Non essendo
dissolta dai raggi del sole, l’aria, che fino ad allora era
rimasta condensata e compatta, evidentemente a causa
dell’affluenza di vapori dalla terra, non può perdura-
re così, ma, a motivo della sovrabbondanza di umidità,
indurrà una tempesta nelle località attorno alle quali si
raccoglie. Similmente anche quando la luna è circondata
da acqua stagnante e quando attorno al sole si disegna-
no quelli che vengono chiamati aloni, sono segni che o
c’è nell’aria una grande quantità d’acqua o che c’è un
movimento violento dei venti. Anche quelli che vengono
chiamati riflettori della luce solare, che compiono la loro
corsa circolare in corrispondenza con il movimento del
sole, sono segni di quello che capita nelle regioni aeree.
Così anche i bastoncelli, che si vedono attraversare in li-
nea retta le nubi con il colore dell’arcobaleno, segnalano
piogge o tempeste violente o, in generale, un grandissi-
mo cambiamento dell’atmosfera. Numerose sono anche
le indicazioni degne di nota sulla luna, quando cresce
e quando viene meno, che hanno osservato coloro che
hanno tempo di attendere a queste indagini, poiché l’aria
234 OMELIE SULL’ESAMERONE

σχήμασιν αὐτῆς συμμεταβαλλομένου. Λεπτὴ μὲν γὰρ οὖσα περὶ


τρίτην ἡμέραν καὶ καθαρὰ, σταθερὰν εὐδίαν κατεπαγγέλλεται·
παχεῖα δὲ ταῖς κεραίαις καὶ ὑπέρυθρος φαινομένη, ἢ ὕδωρ λάβρον
ἀπὸ νεφῶν, ἢ νότου βιαίαν κίνησιν ἀπειλεῖ. Τὴν δὲ ἐκ τούτων
σημείωσιν ὅσον τῷ βίῳ παρέχεται τὸ ὠφέλιμον, τίς ἀγνοεῖ;
Ἔξεστι μὲν γὰρ τῷ πλωτῆρι εἴσω λιμένων κατέχειν τὸ σκάφος,
τοὺς ἐκ τῶν πνευμάτων κινδύνους προορωμένῳ. Ἔξεστι δὲ τῷ
ὁδοιπόρῳ πόρρωθεν ἐκκλίνειν τὰς βλάβας, ἐκ τῆς στυγνότητος
τοῦ ἀέρος τὴν μεταβολὴν ἀναμένοντι. Γεωργοὶ δὲ, οἱ περὶ τὰ
σπέρματα καὶ τὰς τῶν φυτῶν θεραπείας πονούμενοι, πάσας
ἐντεῦθεν εὑρίσκουσι τὰς εὐκαιρίας τῶν ἔργων. Ἤδη δὲ καὶ τῆς
τοῦ παντὸς διαλύσεως ἐν ἡλίῳ καὶ σελήνῃ καὶ ἄστροις σημεῖα
φανήσεσθαι ὁ Κύριος προηγόρευσεν. Ὁ ἥλιος μεταστραφήσεται
εἰς αἷμα, καὶ ἡ σελήνη οὐ δώσει τὸ φέγγος αὐτῆς. Ταῦτα σημεῖα
τῆς τοῦ παντὸς συμπληρώσεως.
348 ‖ 5. Ἀλλ’οἱ ὑπὲρ τὰ ἐσκαμμένα πηδῶντες, ἐπὶ τὴν συνηγορίαν
τῆς γενεθλιαλογίας τὸν λόγον ἕλκουσι, καὶ λέγουσι προσηρτῆσθαι
τὴν ἡμετέραν ζωὴν τῇ κινήσει τῶν οὐρανίων· καὶ διὰ τοῦτο ἐκ τῶν
ἄστρων γίνεσθαι παρὰ τῶν Χαλδαίων τὰς σημειώσεις τῶν περὶ
ἡμᾶς συμπτωμάτων. Καὶ ἁπλοῦν ὄντα τῆς Γραφῆς τὸν λόγον,
Ἔστωσαν εἰς σημεῖα, οὐχὶ τῶν περὶ τὸν ἀέρα τροπῶν, οὐδὲ τῶν
περὶ τὰς ὥρας μεταβολῶν, ἀλλ’ἐπὶ τῆς τῶν βίων ἀποκληρώσεως,
πρὸς τὸ δοκοῦν ἑαυτοῖς, ἐξακούουσι. Τί γάρ φασιν; Ὅτι τῶνδε μὲν
τῶν κινουμένων ἄστρων ἡ ἐπιπλοκὴ, πρὸς τοὺς ἐν τῷ ζῳδιακῷ
κειμένους ἀστέρας κατὰ τοιόνδε σχῆμα συνελθόντων ἀλλήλοις,
τὰς τοιάσδε γενέσεις ἀποτελεῖ· ἡ δὲ τοιάδε σχέσις τῶν αὐτῶν τὴν
OMELIA VI 235

che avvolge la terra, per necessità, si cambia in conco-


mitanza con le fasi della luna. Se è esile verso il terzo
giorno ed è limpida, annunzia una serenità stabile; in-
vece, se appare densa nei suoi corni e lievemente rossa
minaccia o la caduta dalle nubi di una pioggia impetuosa
o delle raffiche violente del vento del sud. Chi non sa
quanta utilità arrechi alla vita la segnalazione di questi
sintomi? Il navigatore ha la possibilità di trattenere la
sua nave dentro il porto quando prevede i pericoli che
gli potrebbero sopravvenire dai venti; il viaggiatore ha
la possibilità di evitare da lontano i danni che gli minac-
cia un’atmosfera imbronciata, aspettando che il tempo
cambi. Gli agricoltori, che si travagliano sulla semina e
sulla cura delle piante, di qui trovano i tempi opportuni
per i loro lavori. Ma, prima di tutto, il Signore ci ha pre-
annunciato che della fine del mondo appariranno segni
nel sole, nella luna e nelle stelle: «Il sole si cambierà in
sangue e la luna non darà più la sua luce» (cfr. Mt. 24,29;
Gioel. 3,4). Questi sono segni che l’universo è arrivato
alla sua conclusione.
5. Quelli, però, che balzano al di là dei limiti segnati
tirano la Scrittura a collaboratrice degli oroscopi astro-
logici e dicono che la nostra vita è appesa al movimen-
to dei cieli e che, per questo motivo, i caldei10 possono
fornirci, attingendole dagli astri, le indicazioni su quel-
lo che ci capiterà. Quella semplice frase della Scrittura:
«Siano posti come segni», essi la interpretano, in base
alle loro opinioni, non riguardo ai mutamenti del clima,
ma in riferimento al destino della vita. Che cosa dicono
infatti? Dicono che la congiunzione delle stelle erranti
con le costellazioni che si trovano nello zodiaco, in base
alla figura disegnata dal loro vicendevole incontro, pro-
duce un tipo di nascite, mentre la talaltra relazione dei
236 OMELIE SULL’ESAMERONE

ἐναντίαν ἀποκλήρωσιν τοῦ βίου ποιεῖ. Περὶ ὧν οὐκ ἄχρηστον


ἴσως σαφηνείας ἕνεκεν μικρὸν ἄνωθεν ἀναλαβόντας εἰπεῖν.
Ἐρῶ δὲ οὐδὲν ἐμαυτοῦ ἴδιον, ἀλλὰ τοῖς αὐτῶν ἐκείνων πρὸς τὸν
κατ’αὐτῶν ἔλεγχον ἀποχρήσομαι, τοῖς μὲν ἤδη προειλημμένοις
εἰς τὴν βλάβην ἴασίν τινα παρεχόμενος, τοῖς δὲ λοιποῖς ἀσφάλειαν
πρὸς τὸ μὴ τοῖς ὁμοίοις περιπεσεῖν. Οἱ τῆς γενεθλιαλογίας ταύτης
350 εὑρεταὶ, καταμαθόντες ὅτι ἐν τῷ πλάτει τοῦ χρόνου πολλὰ ‖ τῶν
σχημάτων αὐτοὺς διαφεύγει, εἰς στενὸν παντελῶς ἀπέκλεισαν
τοῦ χρόνου τὰ μέτρα· ὡς καὶ παρὰ τὸ μικρότατον καὶ ἀκαριαῖον,
οἷόν φησιν ὁ ἀπόστολος, τὸ ἐν ἀτόμῳ, καὶ τὸ ἐν ῥιπῇ ὀφθαλμοῦ,
μεγίστης οὔσης διαφορᾶς γενέσει πρὸς γένεσιν· καὶ τὸν ἐν τούτῳ
τῷ ἀκαριαίῳ γεννηθέντα, τύραννον εἶναι πόλεων, καὶ ἄρχοντα
δήμων, ὑπερπλουτοῦντα καὶ δυναστεύοντα· τὸν δὲ ἐν τῇ ἑτέρᾳ
ῥοπῇ τοῦ καιροῦ γεννηθέντα, προσαίτην τινὰ καὶ ἀγύρτην,
θύρας ἐκ θυρῶν ἀμείβοντα τῆς ἐφ’ἡμέραν τροφῆς ἕνεκα. Διὰ
τοῦτο τὸν ζῳοφόρον λεγόμενον κύκλον διελόντες εἰς δώδεκα
μέρη, ἐπειδὴ διὰ τριάκοντα ἡμερῶν ἐκβαίνει τὸ δωδέκατον τῆς
ἀπλανοῦς λεγομένης σφαίρας ὁ ἥλιος, εἰς τριάκοντα μοίρας τῶν
δωδεκατημορίων ἕκαστον διῃρήκασιν. Εἶτα ἑκάστην μοῖραν εἰς
ἑξήκοντα διελόντες, ἕκαστον πάλιν τῶν ἑξηκοστῶν ἑξηκοντάκις
ἔτεμον. Τιθέντες τοίνυν τὰς γενέσεις τῶν τικτομένων, ἴδωμεν
εἰ τὴν ἀκρίβειαν ταύτην τῆς τοῦ χρόνου διαιρέσεως ἀποσῶσαι
δυνήσονται. Ὁμοῦ τε γὰρ ἐτέχθη τὸ παιδίον, καὶ ἡ μαῖα κατασκοπεῖ
τὸ γεννηθὲν ἄρρεν ἢ θῆλυ· εἶτα ἀναμένει τὸν κλαυθμὸν, ὅπερ
σημεῖόν ἐστι τῆς ζωῆς τοῦ τεχθέντος. Πόσα βούλει ἐν τούτῳ τῷ
χρόνῳ παραδραμεῖν ἑξηκοστά; Εἶπε τῷ Χαλδαίῳ τὸ γεννηθέν.
OMELIA VI 237

medesimi astri crea un destino di vita contrario. Su que-


sto argomento non è forse inutile trattare, cominciando,
per motivo di chiarezza, un po’ da lontano. Non dirò,
tuttavia, nulla che mi sia proprio; mi servirò invece delle
loro stesse affermazioni per confutarli, per porgere un
qualche rimedio a quelli che sono già stati coinvolti in
questo danno e offrire agli altri la sicurezza di non cade-
re in guai analoghi. Coloro che hanno inventato questa
teoria astrologica, rendendosi conto che, nell’estensione
del tempo, sfuggivano loro molte figure che gli astri di-
segnano, rinchiusero le misure del tempo in spazi asso-
lutamente ristretti, poiché anche nella durata più piccola
e più breve, come dice l’apostolo, «in un istante, in un
batter d’occhio» (1 Cor. 15,52) intercorre una grande dif-
ferenza tra una nascita e un’altra: chi nascesse in questo
minutissimo istante sarebbe signore assoluto di città, go-
vernerebbe popolazioni, sarebbe straricco e investito di
un grande potere; chi, invece, nascesse nell’istante suc-
cessivo sarebbe un mendicante, in cerca di elemosine,
passando di porta in porta per procurarsi da mangiare
per quel giorno.11 Per questo motivo, dopo aver diviso in
dodici parti il cerchio chiamato zodiaco, poiché il sole
impiega trenta giorni a percorrere la dodicesima parte
di questa sfera che essi dicono fissa, gli astrologi hanno
diviso in trenta parti ciascuna delle dodicesime sezioni.
Poi, dopo aver diviso ciascuna parte in sessanta, hanno
spezzato ancora ciascuno dei sessantesimi in sessanta.12
Ponendo, dunque, a base le nascite dei generati, vedia-
mo se potranno salvare questa precisione nella divisione
del tempo. Non appena il bambino è nato, la levatrice
osserva se il neonato è maschio o femmina, poi aspetta il
vagito, quale segno se il generato è vivo. In tutto questo
tempo quanti sessantesimi vuoi che siano passati? Poi
238 OMELIE SULL’ESAMERONE

352 Διὰ πόσων, βούλει, θῶμεν τῶν λεπτοτάτων τῆς ‖ μαίας τὴν φωνὴν
παρελθεῖν· ἄλλως τε καὶ εἰ τύχοι ἔξω τῆς γυναικωνίτιδος ἑστὼς ὁ
τὴν ὥραν ἀποτιθέμενος; Δεῖ γὰρ τὸν τὰ ὡροσκοπεῖα καταμαθεῖν
μέλλοντα, πρὸς ἀκρίβειαν τὴν ὥραν ἀπογράφεσθαι, εἴτε ἡμερινὰ
ταῦτα, εἴτε νυκτερινὰ τυγχάνοι. Πόσων ἑξηκοστῶν σμῆνος ἐν
τούτῳ πάλιν παρατρέχει τῷ χρόνῳ; Ἀνάγκη γὰρ εὑρεθῆναι τὸν
ὡροσκοποῦντα ἀστέρα οὐ μόνον κατὰ πόστου δωδεκατημορίου
ἐστὶν, ἀλλὰ καὶ κατὰ ποίας μοίρας τοῦ δωδεκατημορίου, καὶ ἐν
πόστῳ ἑξηκοστῷ, εἰς ἃ ἔφαμεν διαιρεῖσθαι τὴν μοῖραν· ἢ, ἵνα
τὸ ἀκριβὲς εὑρεθῇ, ἐν πόστῳ ἑξηκοστῷ τῶν ὑποδιῃρημένων
ἀπὸ τῶν πρώτων ἑξηκοστῶν. Καὶ ταύτην τὴν οὕτω λεπτὴν καὶ
ἀκατάληπτον εὕρεσιν τοῦ χρόνου ἐφ’ἑκάστου τῶν πλανητῶν
ἀναγκαῖον εἶναι ποιεῖσθαι λέγουσιν, ὥστε εὑρεθῆναι ποταπὴν
εἶχον σχέσιν πρὸς τοὺς ἀπλανεῖς, καὶ ποταπὸν ἦν τὸ σχῆμα
αὐτῶν πρὸς ἀλλήλους ἐν τῇ τότε γενέσει τοῦ τικτομένου. Ὥστε
εἰ τῆς ὥρας ἐπιτυχεῖν ἀκριβῶς ἀδύνατον, ἡ δὲ τοῦ βραχυτάτου
παραλλαγὴ τοῦ παντὸς διαμαρτεῖν ποιεῖ, καταγέλαστοι καὶ οἱ
περὶ τὴν ἐνύπαρκτον ταύτην τέχνην ἐσχολακότες, καὶ οἱ πρὸς
αὐτοὺς κεχηνότες, ὡς δυναμένους εἰδέναι τὰ κατ’αὐτούς.
354 ‖ 6. Οἷα δὲ καὶ τὰ ἀποτελεστικά; Ὁ δεῖνα οὖλος, φησὶ, τὴν
τρίχα, καὶ χαροπός· κριῷ γὰρ ἔχει τὴν ὥραν· τοιοῦτον δέ πως
ὀφθῆναι τὸ ζῷον. Ἀλλὰ καὶ μεγαλόφρων· ἐπειδὴ ἡγεμονικὸν
ὁ κριός· καὶ προετικὸς, καὶ πάλιν ποριστικός· ἐπειδὴ τὸ
ζῷον τοῦτο καὶ ἀποτίθεται ἀλύπως τὸ ἔριον, καὶ πάλιν παρὰ
τῆς φύσεως ῥᾳδίως ἐπαμφιέννυται. Ἀλλὰ καὶ ὁ ταυριανὸς
τληπαθὴς, φησὶ, καὶ δουλικός· ἐπειδὴ ὑπὸ ζυγὸν ὁ ταῦρος. Καὶ
OMELIA VI 239

la levatrice comunica al caldeo la nascita. Secondo te,


attraverso quanti istanti possiamo supporre che sia arri-
vata la voce della levatrice, soprattutto poi se colui che
segna l’ora si trova a essere fuori dell’appartamento fem-
minile? Bisogna, infatti, che colui che dovrà conoscere
l’oroscopo, annoti l’ora con esattezza, tanto che questo
fatto capiti avvenire di giorno o di notte. Ma in questo
tempo, di nuovo, quale sciame di sessantesimi passa? È,
infatti, indispensabile trovare l’astro che fornisca l’oro-
scopo non soltanto in quale successione del dodicesimo
dello zodiaco sia, ma anche in quali parti del dodicesimo
e in quale sessantesimo nel quale abbiamo detto che si
divide la parte, o per essere precisi, in quale sessantesimo
dei primi sessantesimi. E questo ritrovamento del tempo,
così sottile e irraggiungibile, dicono che va fatto neces-
sariamente per ciascuno dei pianeti, così da trovare quale
relazione essi avevano con le stelle fisse e quale fosse il
tipo di figura che essi formavano tra di loro al momento
in cui era nato il bambino.13 Pertanto, se è impossibile az-
zeccare con esattezza il momento e se il minimo scambio
fa fallire tutto, sono proprio degni di riso sia quelli che
impiegano il loro tempo in quest’arte senza consistenza,
sia quelli che stanno a bocca aperta dinanzi agli astrologi
come se fossero capaci di conoscere ciò che li riguarda.
6. Qual è il risultato di tutto ciò? Il tale, dicono, avrà i
capelli crespi e gli occhi brillanti; è, infatti, nato sotto il
segno dell’ariete; questo animale ci si mostra appunto più
o meno così; sarà anche magnanimo, poiché l’ariete ha
l’istinto di essere guida; sarà incline a dare e avrà la ca-
pacità di procurare, perché questo animale depone la lana
senza soffrirne e, a sua volta, viene facilmente rivestito
dalla natura. E poi colui che è nato sotto il segno del toro
dicono che sarà paziente e servile, poiché il toro viene
240 OMELIE SULL’ESAMERONE

ὁ σκορπιανὸς πλήκτης διὰ τὴν πρὸς τὸ θηρίον ὁμοίωσιν. Ὁ δὲ


ζυγιανὸς δίκαιος, διὰ τὴν παρ’ἡμῖν τῶν ζυγῶν ἰσότητα. Τούτων
τί ἂν γένοιτο καταγελαστότερον; Ὁ κριὸς, ἀφ’οὗ τὴν γένεσιν
τοῦ ἀνθρώπου λαμβάνεις, οὐρανοῦ μέρος ἐστὶ τὸ δωδέκατον,
ἐν ᾧ γενόμενος ὁ ἥλιος τῶν ἐαρινῶν σημείων ἅπτεται. Καὶ
ζυγὸς, καὶ ταῦρος ὡσαύτως, ἕκαστον τούτων δωδεκατημόριόν
ἐστι τοῦ ζῳδιακοῦ λεγομένου κύκλου. Πῶς οὖν ἐκεῖθεν τὰς
προηγουμένας αἰτίας λέγων ὑπάρχειν τοῖς τῶν ἀνθρώπων βίοις,
ἐκ τῶν παρ’ἡμῖν βοσκημάτων τῶν γεννωμένων ἀνθρώπων τὰ ἤθη
χαρακτηρίζεις; Εὐμετάδοτος γὰρ ὁ κριανὸς, οὐκ ἐπειδὴ τοιούτου
356 ἤθους ποιητικὸν ἐκεῖνο ‖ τὸ μέρος τοῦ οὐρανοῦ, ἀλλ’ἐπειδὴ
τοιαύτης φύσεώς ἐστι τὸ πρόβατον. Τί οὖν δυσωπεῖς μὲν ἡμᾶς
ἀπὸ τῆς ἀξιοπιστίας τῶν ἄστρων, πείθειν δὲ ἐπιχειρεῖς διὰ τῶν
βληχημάτων; Εἰ μὲν γὰρ παρὰ τῶν ζῴων λαβὼν ὁ οὐρανὸς ἔχει
τὰ τοιαῦτα τῶν ἠθῶν ἰδιώματα, καὶ αὐτὸς ὑπόκειται ἀλλοτρίαις
ἀρχαῖς, ἐκ τῶν βοσκημάτων ἔχων τὰς αἰτίας ἀπηρτημένας·
εἰ δὲ καταγέλαστον τοῦτο εἰπεῖν, καταγελαστότερον πολλῷ
ἐκ τῶν μηδὲν κοινωνούντων ἐπάγειν ἐπιχειρεῖν τῷ λόγῳ τὰς
πιθανότητας. Ἀλλὰ ταῦτα μὲν αὐτῶν τὰ σοφὰ τοῖς ἀραχνείοις
ὑφάσμασιν ἔοικεν, οἷς ὅταν μὲν κώνωψ, ἢ μυῖα, ἤ τι τῶν
παραπλησίως τούτοις ἀσθενῶν ἐνσχεθῇ, καταδεθέντα κρατεῖται·
ἐπειδὰν δὲ τῶν ἰσχυροτέρων τι ζῴων ἐγγίσῃ, αὐτό τε ῥᾳδίως
διεκπίπτει, καὶ τὰ ἀδρανῆ ὑφάσματα διέρρηξε καὶ ἠφάνισε.
7. Καὶ οὐκ ἐπὶ τούτων ἵστανται μόνον, ἀλλὰ καὶ ὧν ἡ
προαίρεσις ἑκάστου ἡμῶν κυρία (λέγω δὴ, τῶν ἐπιτηδευμάτων
OMELIA VI 241

sottoposto al giogo. Colui che è nato sotto il segno dello


scorpione, sarà iracondo per somiglianza con questa be-
stia. Chi è nato sotto il segno della bilancia sarà giusto a
causa del perfetto equilibrio delle bilance che noi usiamo.
Ma di tutto ciò che cosa ci potrebbe essere di più ridicolo?
L’ariete, dal quale tu deduci l’oroscopo dell’uomo, è la
dodicesima parte del cielo, quella alla quale arriva il sole
quando tocca i segni della primavera. E analogamente la
bilancia e il toro sono, ciascuno, la dodicesima parte del
cerchio chiamato zodiaco. Come mai, dunque, quando tu
dici che di là provengono le cause principali che influen-
zano la vita dell’uomo, caratterizzi poi i comportamenti
degli uomini alla loro nascita partendo dal bestiame che
si trova tra noi? Chi è nato sotto il segno dell’ariete sarà
generoso nel dare, non perché quella parte del cielo abbia
la capacità di creare un tale costume, ma perché il monto-
ne ha una natura di tale genere? Perché, dunque, ci metti
in imbarazzo con la credibilità che abbiamo negli astri e
poi cerchi di convincerci mediante i belati?14 Se, infatti,
il cielo possiede tali costumi particolari per averli presi
dagli animali, vuol dunque dire che anch’esso è soggetto
a princìpi estranei e che possiede i suoi modi di agire per
averli detratti da animali. Se dire questo è ridicolo, è mol-
to più ridicolo mettersi a sostenere delle opinioni detra-
endole da elementi che con la credibilità non hanno alcun
rapporto. Ma queste loro sapienti trovate rassomigliano
alle ragnatele: quando vi urta contro una zanzara o una
mosca o una qualche altra bestiolina che sia ugualmente
debole, vi viene trattenuta prigioniera; quando, però, vi
incappi un animale più forte, ci passa facilmente attraver-
so, lacera questi fragili tessuti e li distrugge.
7. Però non si fermano solo a queste asserzioni, ma
collegano a fattori celesti anche le cause di ciò che dipen-
242 OMELIE SULL’ESAMERONE

ἀρετῆς ἢ κακίας), καὶ τούτων τὰς αἰτίας τοῖς οὐρανίοις


συνάπτουσιν. Οἷς τὸ ἀντιλέγειν ἄλλως μὲν καταγέλαστον, διὰ δὲ
358 τὸ προκατέχεσθαι τοὺς πολλοὺς τῇ ‖ ἀπάτῃ, ἀναγκαῖον ἴσως μὴ
σιωπῇ παρελθεῖν. Πρῶτον μὲν οὖν ἐκεῖνο αὐτοὺς ἐρωτήσωμεν,
εἰ μὴ ἐφ’ἑκάστης ἡμέρας μυριάκις ἀμείβεται τῶν ἀστέρων τὰ
σχήματα; Ἀεικίνητοι γὰρ ὄντες οἱ πλανῆται λεγόμενοι, καὶ οἱ
μὲν θᾶττον ἐπικαταλαμβάνοντες ἀλλήλους, οἱ δὲ βραδυτέρας
τὰς περιόδους ποιούμενοι, ἐπὶ τῆς αὐτῆς ὥρας πολλάκις
καὶ ὁρῶσιν ἀλλήλους καὶ ἀποκρύπτονται, μεγίστην τε ἔχει
δύμανιν ἐν ταῖς γενέσεσι τὸ ἢ παρὰ ἀγαθοποιοῦ ἐφορᾶσθαι, ἢ
κακοποιοῦ, ὡς αὐτοὶ λέγουσι. Καὶ πολλάκις καθ’ὃν ἐπεμαρτύρει
ὁ ἀγαθοποιὸς ἀστὴρ τὸν καιρὸν οὐκ ἐξευρόντες, παρὰ τὴν ἑνὸς
τῶν λεπτοτάτων ἄγνοιαν, ὡς ἐν τῷ κακοδαιμονήματι αὐτὸν
κείμενον ἀπεγράψαντο. Τοῖς γὰρ αὐτῶν ἐκείνων συγχρήσασθαι
ῥήμασιν ἀναγκάζομαι. Ἐν δὴ τοῖς τοιούτοις λόγοις πολὺ μὲν τὸ
ἀνόητον, πολλαπλάσιον δὲ τὸ ἀσεβές. Οἱ γὰρ κακοποιοὶ τῶν
ἀστέρων τῆς ἑαυτῶν πονηρίας ἐπὶ τὸν ποιήσαντα αὐτοὺς τὴν
αἰτίαν μετατιθέασιν. Εἰ μὲν γὰρ ἐκ φύσεως αὐτῶν τὸ κακὸν,
ὁ δημιουργὸς ἔσται τοῦ κακοῦ ποιητής· εἰ δὲ προαιρέσει
κακύνονται, πρῶτον μὲν ἔσται ζῷα προαιρετικὰ, λελυμέναις καὶ
360 αὐτοκρατορικαῖς ταῖς ‖ ὁρμαῖς κεχρημένα· ὃ μανίας ἐστὶν ἐπέκεινα
καταψεύδεσθαι τῶν ἀψύχων. Ἔπειτα πόσον τὸ ἄλογον, τὸ κακὸν
καὶ τὸ ἀγαθὸν μὴ κατὰ τὴν ἀξίαν διανέμειν ἑκάστῳ, ἀλλ’ἐπειδὴ
ἐν τῷδε τῷ τόπῳ γέγονεν, ἀγαθοποιὸν ὑπάρχειν, καὶ ἐπειδὴ
OMELIA VI 243

de dal libero arbitrio di ciascuno di noi e intendo appunto


parlare del dedicarsi alla virtù o al vizio. In un’altra si-
tuazione sarebbe ridicolo mettersi a contraddirli, sicco-
me però sono molti quelli che si sono lasciati accalappia-
re in questo errore, forse è necessario non passare oltre
senza parlarne. Innanzitutto rivolgiamo a costoro questa
interrogazione: se ogni giorno non cambiano innume-
revoli volte le collocazioni degli astri. Ci sono, infatti,
degli astri in movimento perenne, che vengono chiamati
pianeti; gli uni si raggiungono tra di loro più in fretta,
gli altri compiono più lentamente le loro orbite; spesso
alla medesima ora si guardano tra di loro e vicendevol-
mente si nascondono, e poi si attribuisce un’importanza
grandissima alla circostanza se, al momento della nasci-
ta, si è sotto lo sguardo di un astro benefico o malefico,
come essi dicono. Ma spesso, non avendo indovinato il
momento giusto nel quale l’astro benefico testimoniava
il suo intervento, in quanto non riconoscono una delle
moltissime suddivisioni, lo hanno assegnato all’area di
competenza del cattivo dèmone. Ho detto dèmone per-
ché sono costretto a usare le loro stesse parole. In siffatte
dichiarazioni c’è, tuttavia, una grande dose di stupidità e
una molto più grande di empietà. Infatti, gli astri malefici
trasferiscono la causa della loro malvagità in colui che li
ha creati. Se, infatti, il male proviene dalla loro natura,
l’Artefice sarà l’autore del male; se, però, si comportano
male per loro libera scelta, ne deriverà immediatamente
che essi sono individui dotati di libero arbitrio, forniti di
impulsi indipendenti e autonomi; ma è andare al di là di
ogni pazzia sostenere falsità di questo genere in esseri
inanimati. E poi fino a che punto di irrazionalità si spinge
il distribuire a ciascuno il male e il bene non secondo la
sua valutazione e sostenere che uno fa il bene perché si
244 OMELIE SULL’ESAMERONE

ὑπὸ τοῦδε ὁρᾶται, κακοποιὸν γίνεσθαι τὸν αὐτόν· καὶ ἐπειδὰν


πάλιν μικρόν τι παρεκκλίνῃ τοῦ σχήματος, εὐθὺς τῆς κακίας
ἐπιλανθάνεσθαι; Καὶ ταῦτα μὲν εἰς τοσοῦτον. Εἰ δὲ καθ’ἕκαστον
ἀκαριαῖον τοῦ χρόνου ἐπ’ἄλλο καὶ ἄλλο μεθαρμόζονται σχῆμα,
ἐν δὲ ταῖς μυρίαις ταύταις μεταβολαῖς, πολλάκις τῆς ἡμέρας,
οἱ τῶν βασιλικῶν γενέσεων ἀποτελοῦνται σχηματισμοὶ, διὰ
τί οὐκ ἐφ’ἑκάστης ἡμέρας γεννῶνται βασιλεῖς; ἢ διὰ τί ὅλως
πατρικαὶ παρ’αὐτοῖς εἰσι βασιλείας διαδοχαί; Οὐ δήπου γὰρ
ἕκαστος τῶν βασιλέων παρατετηρημένως εἰς τὸ βασιλικὸν τῶν
ἀστέρων σχῆμα τοῦ ἰδίου υἱοῦ τὴν γένεσιν ἐναρμόζει. Τίς γὰρ
ἀνθρώπων κύριος τοῦ τοιούτου; Πῶς οὖν Ὀζίας ἐγέννησε τὸν
Ἰωάθαμ; Ἰωάθαμ τὸν Ἄχαζ; Ἄχαζ τὸν Ἐζεκίαν; καὶ οὐδεὶς ἐν
362 τούτοις δουλικῇ συνέτυχεν ‖ ὥρᾳ γενέσεως; Ἔπειτα εἰ καὶ
τῶν κατὰ κακίαν καὶ ἀρετὴν ἐνεργημάτων οὐκ ἐκ τοῦ ἐφ’ἡμῖν
εἰσὶν αἱ ἀρχαὶ, ἀλλ’ἐκ τῆς γενέσεως αἱ ἀνάγκαι, περιττοὶ μὲν οἱ
νομοθέται, τὰ πρακτέα ἡμῖν καὶ τὰ φευκτὰ διορίζοντες, περιττοὶ
δὲ καὶ οἱ δικασταὶ, ἀρετὴν τιμῶντες, καὶ πονηρίαν κολάζοντες.
Οὐ γὰρ τοῦ κλέπτου τὸ ἀδίκημα· οὐδὲ τοῦ φονέως· ᾧ γε οὐδὲ
βουλομένῳ δυνατὸν ἦν κρατεῖν τῆς χειρὸς, διὰ τὸ ἀναπόδραστον
τῆς ἐπὶ τὰς πράξεις αὐτὸν κατεπειγούσης ἀνάγκης. Ματαιότατοι
δὲ πάντων καὶ οἱ περὶ τὰς τέχνας πονούμενοι· ἀλλ’εὐθηνήσει
μὲν ὁ γεωργὸς, μήτε σπέρματα καταβάλλων, μήτε δρεπάνην
θηξάμενος· ὑπερπλουτήσει δὲ ὁ ἔμπορος, κἂν βούληται, κἂν
μὴ, τῆς εἱμαρμένης αὐτῷ συναθροιζούσης τὰ χρήματα. Αἱ δὲ
OMELIA VI 245

trova in questo luogo e poi che, egli stesso, si mette a fare


il male perché c’è uno che lo guarda, e che poi, di colpo,
dimentica la sua malvagità perché ha deviato un pochino
dalla figura tracciata dagli astri. Ma su questo argomento
basti così. Se poi in ogni istante gli astri mutano, ade-
guandosi da un’inquadratura all’altra, e se in queste in-
numerevoli trasformazioni, che avvengono molte volte al
giorno, vengono a formarsi figure che propiziano nascite
regali, perché non nascono ogni giorno dei re? O perché
le successioni dei re sono assolutamente ereditarie nelle
medesime famiglie? Certamente non c’è, infatti, nessun
re che osservi le figure degli astri per connettere la nasci-
ta di suo figlio a quella regale.15 Quale uomo sarebbe così
bravo da fare questo? Come mai, dunque, Ozia generò Io-
athan, Ioathan Achaz, Achaz Ezechia? (Mt. 1,9) E come a
nessuno di questi capitò nascere nell’ora che indicava la
schiavitù? E poi se le azioni conformi al vizio e alla virtù
non hanno il loro principio in una facoltà che dipende
da noi, ma sono sottoposte a una necessità che proviene
dalla nascita, sono superflui i legislatori che ci distinguo-
no ciò che dobbiamo fare e ciò che dobbiamo fuggire;
sono, dunque, superflui anche i giudici che onorano la
virtù e puniscono la malvagità. Il comportamento ingiu-
sto non sarebbe di competenza del ladro né dell’assassino
il quale, nemmeno se l’avesse voluto, avrebbe avuto la
possibilità di trattenere la sua mano, poiché una necessità
inevitabile lo spingeva ad agire. Al colmo della stoltezza
tra tutti starebbero quelli che si affaticano nell’esercitare
le loro professioni; l’agricoltore invece godrà benessere
anche senza gettare i semi né affilare la falce; il mercante,
sia che lo voglia sia che non lo voglia, avrà una ricchezza
strabocchevole, in quanto sarà il destino a mettergli in-
sieme i soldi. Però le grandi speranze dei cristiani scom-
246 OMELIE SULL’ESAMERONE

μεγάλαι τῶν Χριστιανῶν ἐλπίδες φροῦδαι ἡμῖν οἰχήσονται, οὔτε


δικαιοσύνης τιμωμένης, οὔτε κατακρινομένης τῆς ἁμαρτίας,
διὰ τὸ μηδὲν κατὰ προαίρεσιν ὑπὸ τῶν ἀνθρώπων ἐπιτελεῖσθαι.
Ὅπου γὰρ ἀνάγκη καὶ εἱμαρμένη κρατεῖ, οὐδεμίαν ἔχει χώραν
τὸ πρὸς ἀξίαν, ὃ τῆς δικαιοκρισίας ἐξαίρετόν ἐστι. Καὶ πρὸς μὲν
ἐκείνους, ἐπὶ τοσοῦτον. Οὔτε γὰρ ὑμεῖς πλειόνων δεῖσθε λόγων
παρ’ἑαυτῶν ὑγιαίνοντες, ὅ τε καιρὸς οὐκ ἐνδίδωσι πέρα τοῦ
μέτρου πρὸς αὐτοὺς ἀποτείνεσθαι.
364 ‖ 8. Πρὸς δὲ τὰ ἑξῆς τῶν ῥημάτων ἐπανέλθωμεν. Ἔστωσαν,
φησὶν, εἰς σημεῖα, καὶ εἰς καιροὺς, καὶ εἰς ἡμέρας, καὶ εἰς
ἐνιαυτούς. Εἴρηται ἡμῖν τὰ περὶ τῶν σημείων. Καιροὺς δὲ
ἡγούμεθα λέγειν τὰς τῶν ὡρῶν ἐναλλαγάς· χειμῶνος, καὶ ἔαρος,
καὶ θέρους, καὶ μετοπώρου· ἃς εὐτάκτως περιοδεύειν ἡμᾶς τὸ
τεταγμένον τῆς κινήσεως τῶν φωστήρων παρέχει. Χειμὼν μὲν
γὰρ γίνεται, τοῖς νοτίοις μέρεσι τοῦ ἡλίου προσδιατρίβοντος,
καὶ πολὺ τὸ νυκτερινὸν σκίασμα περὶ τὸν καθ’ἡμᾶς τόπον
ἀποτελοῦντος· ὥστε καταψύχεσθαι μὲν τὸν περὶ γῆν ἀέρα, πάσας
δὲ τὰς ὑγρὰς ἀναθυμιάσεις συνισταμένας περὶ ἡμᾶς, ὄμβρων τε
αἰτίαν καὶ κρυμῶν καὶ νιφάδος ἀμυθήτου παρέχειν. Ἐπειδὰν
δὲ ἐπανιὼν πάλιν ἀπὸ τῶν μεσημβρινῶν χωρίων ἐπὶ τοῦ μέσου
γένηται, ὥστε ἐξίσου μερίζειν νυκτὶ πρὸς ἡμέραν τὸν χρόνον,
ὅσῳ πλεῖον τοῖς ὑπὲρ γῆς προσδιατρίβει τόποις, τοσούτῳ κατὰ
μέρος ἐπανάγει τὴν εὐκρασίαν. Καὶ γίνεται ἔαρ, πᾶσι μὲν φυτοῖς
τῆς βλαστήσεως ἀρχηγὸν, δένδρων δὲ τοῖς πλείστοις παρέχον
τὴν ἀναβίωσιν, ζῴοις δὲ χερσαίοις καὶ ἐνύδροις ἅπασι τὸ γένος
φυλάσσον ἐκ τῆς τῶν ἐπιγινομένων διαδοχῆς. Ἐκεῖθεν δὲ ἤδη
OMELIA VI 247

pariranno, se ne andranno via da noi, poiché la giustizia


non viene più onorata né il peccato viene più condanna-
to, in quanto gli uomini non compiono più nulla in base
a una loro libera scelta. Dove, infatti, a dominare sono la
necessità e il destino non c’è più posto per il merito, che
è l’elemento essenziale del giusto giudizio di Dio. Per
quanto concerne quegli individui basti questo. E poi voi
non avete bisogno di trattazioni più ampie, dato che ave-
te già da voi stessi una buona salute mentale e il tempo
non permette di estenderci oltre misura nei riguardi di
quella gente.
8. Ritorniamo allora alle parole che seguono; la Scrit-
tura dice: «Ci siano dei segni che indichino i periodi, i
giorni e gli anni». Abbiamo già parlato per quanto ri-
guarda i segni; quanto ai periodi, stimiamo che voglia
dire i cambiamenti delle stagioni, dell’inverno, della pri-
mavera, dell’estate e dell’autunno; di essi il movimento
regolato dagli agenti illuminatori ci procura un ritorno
stabilito. L’inverno viene, infatti, quando il sole indugia
nelle parti meridionali e conduce a compimento nelle
nostre regioni la lunga durata dell’ombra notturna. Ne
deriva che l’aria che c’è attorno alla terra si raffredda e
che tutte le esalazioni umide, raccogliendosi attorno a
noi, producono la causa di piogge, di geli, di nevicate
indicibili. Poi, quando, risalendo di nuovo dalle regioni
meridionali, il sole arriva all’equatore, in modo da sud-
dividere il tempo in parti uguali per la notte e il giorno,
quanto più si sofferma in alto sopra la terra, tanto più ci
riconduce una temperatura mite ben dosata. E viene la
primavera che produce la germinazione di tutte le piante,
fa rivivere la grande maggioranza degli alberi, conserva
la specie di tutti gli animali terrestri e acquatici con la
successione di quelli che, nascendo, vengono ad aggiun-
248 OMELIE SULL’ESAMERONE

πρὸς θερινὰς τροπὰς ἐπ’αὐτὴν τὴν ἄρκτον ἀπελαύνων ὁ ἥλιος,


τὰς μεγίστας ἡμῖν τῶν ἡμερῶν περιίστησι. Καὶ διὰ τὸ ἐπὶ πλεῖστον
προσομιλεῖν τῷ ἀέρι, αὐτόν τε καταφρύσσει τὸν ὑπὲρ κεφαλῆς
366 ἡμῶν ἀέρα, καὶ τὴν γῆν πᾶσαν καταξηραίνει, ‖ τοῖς τε σπέρμασιν
ἐκ τούτου συνεργῶν πρὸς τὴν ἅδρησιν, καὶ τοὺς τῶν δένδρων
καρποὺς κατεπείγων ἐπὶ τὴν πέψιν· ὅτε καὶ φλογωδέστατός ἐστιν
ἑαυτοῦ ὁ ἥλιος, βραχείας ποιῶν τὰς σκιὰς ἐπὶ τῆς μεσημβρίας, διὰ
τὸ ἀφ’ὑψηλοῦ τὸν περὶ ἡμᾶς καταλάμπειν τόπον. Μέγισται γάρ
εἰσιν ἡμερῶν, ἐν αἷς βραχύταταί εἰσιν αἱ σκιαὶ, καὶ βραχύταται
πάλιν ἡμέραι, αἱ τὰς σκιὰς ἔχουσαι μακροτάτας. Καὶ τοῦτο
παρ’ἡμῖν τοῖς ἑτεροσκίοις λεγομένοις ὅσοι τὰ ἀρκτῷα τῆς γῆς
ἐποικοῦμεν· ἐπεὶ εἰσί γε ἤδη τινὲς οἱ κατὰ δύο ἡμέρας τοῦ παντὸς
ἐνιαυτοῦ καὶ ἄσκιοι παντελῶς κατὰ τὴν μεσημβρίαν γινόμενοι,
οὓς κατὰ κορυφῆς ἐπιλάμπων ὁ ἥλιος, ἐξίσου πανταχόθεν
περιφωτίζει, ὥστε καὶ τῶν ἐν βάθει φρεάτων τὸ ὕδωρ διὰ
στομίων στενῶν καταλάμπεσθαι· ὅθεν αὐτούς τινες καὶ ἀσκίους
καλοῦσιν. Οἱ δὲ ἐπέκεινα τῆς ἀρωματοφόρου ἐπ’ἀμφότερα τὰς
σκιὰς παραλλάσσουσιν. Μόνοι γὰρ ἐν τῇ καθ’ἡμᾶς οἰκουμένῃ
ἐπὶ τὰ νότια κατὰ τὴν μεσημβρίαν τὰς σκιὰς ἀποπέμπουσιν· ὅθεν
αὐτούς τινες καὶ ἀμφισκίους ὠνόμασαν. Ταῦτα δὲ πάντα πρὸς
τὸ βόρειον μέρος παροδεύσαντος ἤδη γίνεται τοῦ ἡλίου. Ἐκ δὲ
τούτων εἰκάζειν ἐστὶ τὴν ἐκ τῆς ἡλιακῆς ἀκτῖνος ἐγγινομένην
πύρωσιν τῷ ἀέρι, ὅση τίς ἐστι, καὶ ποταπῶν ἀποτελεστικὴ
συμπτωμάτων. Ἐντεῦθεν διαδεξαμένη ἡμᾶς τοῦ μετοπώρου ἡ
OMELIA VI 249

gersi. E di lì il sole, dirigendosi verso settentrione, arriva


alle orbite estive e ci avvolge nelle giornate più lunghe.
Siccome prolunga al massimo la sua connessione con
l’aria, rende incandescente quella che c’è sopra la nostra
testa e dissecca tutta la terra, coopera alla maturazione
dei semi e alla maturazione affretta i frutti degli alberi;
quando poi il sole ha condotto la sua fiamma al massi-
mo ardore, proietta, sul mezzogiorno, le sue ombre più
brevi, poiché illumina a perpendicolo le nostre località.
Infatti, i giorni più lunghi sono quelli nei quali le ombre
sono più brevi e, a loro volta, i giorni più brevi sono
quelli nei quali le ombre sono più grandi. È quello che
avviene presso di noi, che veniamo chiamati ‘proiettori
d’ombra da una parte’ [verso il nord], noi che abitiamo
le regioni settentrionali della terra. Poiché, per di più, ci
sono anche degli uomini i quali, in due giorni durante
tutto l’anno, a mezzogiorno, sono assolutamente senza
ombra, in quanto il sole che risplende a picco li illumina
ugualmente da tutte e due le parti, e così anche l’acqua
dei pozzi profondi viene illuminata attraverso una stretta
apertura [la bocca del pozzo]; per questo motivo alcu-
ni chiamano questi uomini ‘senz’ombra’. Quelli poi che
stanno al di là della terra degli aromi [l’Arabia] proiet-
tano alternativamente le ombre da una parte e dall’altra.
Soli, infatti, sulla terra che abitiamo noi, essi a mezzo-
giorno mandano le loro ombre verso le regioni meridio-
nali; di qui alcuni li hanno chiamati ‘quelli che fanno
ombra in entrambe le direzioni’. Tutto questo avviene
quando il sole ormai viaggia verso la parte settentriona-
le. Da questo noi possiamo farci un’idea di quanto sia
grande l’ardore fiammeo che investe l’aria sotto l’azione
dei raggi solari e che tipo di conseguenze questo ardo-
re possa produrre. A partire da qui ci accoglie la stagio-
250 OMELIE SULL’ESAMERONE

368 ὥρα, ὑποθραύει μὲν τοῦ πνίγους τὸ ὑπερβάλλον, κατὰ ‖ μικρὸν δὲ


ὑφιεῖσα τῆς θέρμης, διὰ τῆς κατὰ τὴν κρᾶσιν μεσότητος ἀβλαβῶς
ἡμᾶς δι’ἑαυτῆς τῷ χειμῶνι προσάγει· δηλονότι τοῦ ἡλίου πάλιν
ἀπὸ τῶν προσαρκτίων ἐπὶ τὰ νότια ὑποστρέφοντος. Αὗται τῶν
ὡρῶν αἱ περιτροπαὶ, ταῖς κινήσεσιν ἑπόμεναι τοῦ ἡλίου, τὸν
βίον ἡμῖν οἰκονομοῦσιν. Ἔστωσαν δὲ, φησὶ, καὶ εἰς ἡμέρας·
οὐχ ὥστε ἡμέρας ποιεῖν, ἀλλ’ὥστε κατάρχειν τῶν ἡμερῶν.
Ἡμέρα γὰρ καὶ νὺξ πρεσβύτερα τῆς τῶν φωστήρων γενέσεως.
Τοῦτο γὰρ ἐνδείκνυται ἡμῖν καὶ ὁ ψαλμὸς λέγων· Ἔθετο ἥλιον
εἰς ἐξουσίαν τῆς ἡμέρας, σελήνην καὶ ἀστέρας εἰς ἐξουσίαν
τῆς νυκτός. Πῶς οὖν ἔχει τὴν ἐξουσίαν τῆς ἡμέρας ὁ ἥλιος;
Ὅτι τὸ φῶς ἐν ἑαυτῷ περιφέρων, ἐπειδάν ποτε τὸν καθ’ἡμᾶς
ὁρίζοντα ὑπεράρῃ, ἡμέραν παρέχει διαλύσας τὸ σκότος. Ὥστε
οὐκ ἄν τις ἁμάρτοι, ἡμέραν ὁρισάμενος εἶναι τὸν ὑπὸ τοῦ ἡλίου
πεφωτισμένον ἀέρα· ἢ, ἡμέραν εἶναι χρόνου μέτρον ἐν ᾧ ἐν τῷ
ὑπὲρ γῆν ἡμισφαιρίῳ ὁ ἥλιος διατρίβει. Ἀλλὰ καὶ εἰς ἐνιαυτοὺς
ἐτάχθησαν ἥλιος καὶ σελήνη. Σελήνη μὲν ἐπειδὰν δωδεκάκις
370 τὸν ἑαυτῆς ἐκτελέσῃ δρόμον, ἐνιαυτοῦ ‖ ἐστι ποιητική· πλὴν ὅτι
μηνὸς ἐμβολίμου δεῖται πολλάκις πρὸς τὴν ἀκριβῆ τῶν ὡρῶν
συνδρομήν, ὡς Ἑβραῖοι τὸ παλαιὸν τὸν ἐνιαυτὸν ἦγον καὶ τῶν
Ἑλλήνων οἱ ἀρχαιότατοι. Ἡλιακὸς δέ ἐστιν ἐνιαυτὸς ἡ ἀπὸ τοῦ
αὐτοῦ σημείου ἐπὶ τὸ αὐτὸ σημεῖον κατὰ τὴν οἰκείαν κίνησιν τοῦ
ἡλίου ἀποκατάστασις.
9. Καὶ ἐποίησεν ὁ Θεὸς τοὺς δύο φωστῆρας τοὺς μεγάλους.
Ἐπειδὴ τὸ μέγα τὸ μὲν ἀπόλυτον ἔχει τὴν ἔννοιαν· ὡς μέγας
ὁ οὐρανὸς, καὶ μεγάλη ἡ γῆ, καὶ μεγάλη ἡ θάλασσα· τὰ δὲ ὡς
OMELIA VI 251

ne dell’autunno, la quale smorza l’eccesso dell’ardore


soffocante, riducendo un poco il calore e, tramite una
temperatura intermedia, ci conduce, attraverso se stesso,
senza danni all’inverno, quando, evidentemente, di nuo-
vo, il sole, dalle regioni settentrionali, si rivolge verso
quelle meridionali. Sono questi i turni delle stagioni che
seguono il movimento del sole e sistemano la nostra vita.
«Ci siano segni che indichino anche i giorni», non che
creino i giorni, ma che regolino i giorni; il giorno e la
notte sono infatti anteriori all’origine degli agenti illu-
minatori. Questo ce lo mostra, infatti, il Salmo dicendo:
«[Dio] collocò il sole per il governo del giorno, la luna
e le stelle per il governo della notte» (Sal. 135/136,8-9).
Come, dunque, il sole governa il giorno? Lo fa in quan-
to porta in circolo in se stesso la luce e, quando avvie-
ne che superi la linea del nostro orizzonte, ci procura il
giorno, dissipando le tenebre. Così non si sbaglierebbe
definendo il giorno ‘l’ambiente che è illuminato dal sole’
oppure ‘il giorno è la misura di tempo nel quale il sole
permane nell’emisfero settentrionale della terra’. Ma il
sole e la luna furono anche stabiliti in vista degli anni.
La luna, quando ha compiuto per dodici volte la sua cor-
sa, ha effettuato la durata di un anno, a tener conto però
che sovente è necessario inserire un mese per combinare
esattamente il corso della luna con quello delle stagioni;
così calcolavano l’anno gli ebrei nei tempi remoti e così
facevano anche i greci antichissimi. C’è poi l’anno sola-
re, che è la risistemazione del sole, nel suo movimento,
da un segno dello zodiaco al medesimo segno.
9. «E Dio creò i due grandi agenti illuminatori» (Gen.
1,16). Però la parola ‘grande’ ha un significato assolu-
to, così è grande il cielo, è grande la terra, è grande il
mare; nella maggior parte dei casi ‘grande’ si riferisce,
252 OMELIE SULL’ESAMERONE

τὰ πολλὰ πέφυκε πρὸς ἕτερον ἀναφέρεσθαι· ὡς μέγας ὁ ἵππος,


καὶ ὁ βοῦς μέγας (οὐ γὰρ ἐν τῇ ὑπερβολῇ τῶν τοῦ σώματος
ὄγκων, ἀλλ’ἐν τῇ πρὸς τὰ ὅμοια παραθέσει τὴν μαρτυρίαν τοῦ
μεγέθους τὰ τοιαῦτα λαμβάνει)· πῶς τοίνυν τοῦ μεγάλου τὴν
ἔννοιαν ἐκδεξόμεθα; Πότερον ὡς τὸν μύρμηκα, ἢ ἄλλο τι τῶν
φύσει μικρῶν, μέγα προσαγορεύομεν διὰ τὴν πρὸς τὰ ὁμογενῆ
σύγκρισιν τὴν ὑπεροχὴν μαρτυροῦντες; ἢ τὸ μέγα νῦν οὕτως,
ὡς ἐν τῇ οἰκείᾳ τῶν φωστήρων κατασκευῇ τοῦ μεγέθους
ἐμφαινομένου; Ἐγὼ μὲν οἶμαι τοῦτο. Οὐ γὰρ ἐπειδὴ μείζους τῶν
μικροτέρων ἀστέρων, διὰ τοῦτο μεγάλοι· ἀλλ’ἐπειδὴ τοσοῦτοι
τὴν περιγραφὴν, ὥστε ἐξαρκεῖν τὴν ἀπ’αὐτῶν ἀναχεομένην
372 αὐγὴν καὶ οὐρανὸν ‖ περιλάμπειν καὶ τὸν ἀέρα, καὶ ὁμοῦ πάσῃ
τῇ γῇ καὶ τῇ θαλάσσῃ συμπαρεκτείνεσθαι. Οἵ γε κατὰ πᾶν μέρος
τοῦ οὐρανοῦ γινόμενοι, καὶ ἀνατέλλοντες καὶ δυόμενοι καὶ τὸ
μέσον ἐπέχοντες, ἴσοι πανταχόθεν τοῖς ἀνθρώποις προφαίνονται,
ὅπερ ἀπόδειξιν ἔχει σαφῆ τῆς τοῦ μεγέθους περιουσίας, τῷ μηδὲν
αὐτοῖς ἐπισημαίνειν τὸ πλάτος τῆς γῆς πρὸς τὸ μείζονας δοκεῖν ἢ
ἐλάττονας εἶναι. Τὰ μὲν γὰρ πόρρωθεν ἀφεστῶτα μικρότερά πως
ὁρῶμεν, οἷς δ’ἂν μᾶλλον ἐγγίσωμεν, μᾶλλον αὐτῶν τὸ μέγεθος
ἐξευρίσκομεν. Τῷ δὲ ἡλίῳ οὐδείς ἐστιν ἐγγυτέρω καὶ οὐδεὶς
πορρωτέρω, ἀλλὰ ἀπ’ἴσου τοῦ διαστήματος τοῖς κατὰ πᾶν μέρος
τῆς γῆς κατῳκισμένοις προσβάλλει. Σημεῖον δὲ, ὅτι καὶ Ἰνδοὶ καὶ
Βρεττανοὶ τὸν ἴσον βλέπουσιν. Οὔτε γὰρ τοῖς τὴν ἑῴαν οἰκοῦσι
καταδυόμενος τοῦ μεγέθους ὑφίησιν, οὔτε τοῖς πρὸς δυσμαῖς
κατῳκισμένοις ἀνατέλλων ἐλάττων φαίνεται· οὔτε μὴν ἐν τῷ
μεσουρανήματι γινόμενος, τῆς ἐφ’ἑκάτερα ὄψεως παραλλάττει.
OMELIA VI 253

per sua natura, a cose diverse, così grande è il cavallo


e anche il bue è grande; non è però nella massa stra-
ordinaria del corpo, ma nel confronto con i loro simili
che tali animali ricevono la testimonianza di grandezza;
come, dunque, noi accoglieremo il concetto di grandez-
za? Forse chiameremo grande, ad esempio, la formica
o un altro animale piccolo per natura, per testimoniarne
la superiorità mediante il confronto con gli altri animali
della stessa specie? Oppure la grandezza qui viene intesa
come la grandezza che appare nella costituzione propria
degli agenti illuminatori? Per conto mio, io credo che il
senso sia questo. Sono grandi non perché siano maggiori
degli astri più piccoli, ma perché hanno una circonferen-
za tale che la luce che essi spandono basta a illuminare
il cielo e l’atmosfera e a estendersi, in corrispondenza, a
tutta la terra e al mare insieme. Essi in qualunque parte
del cielo si trovino, al levante e al tramonto, e quando
occupano il centro del cielo, si mostrano dappertutto agli
uomini sempre uguali, il che dimostra chiaramente quan-
to la loro grandezza sia straordinaria, poiché l’ampiezza
della terra non esercita su di loro nessun effetto per farli
sembrare più grandi o più piccoli. Le cose che ci stanno
a grande distanza abbiamo l’impressione di vederle più
piccole, se però ci avviciniamo di più, scopriamo meglio
la loro grandezza effettiva. Al sole invece nessuno è più
vicino e nessuno è più lontano; arriva a tutti quelli che
abitano in ogni parte della terra, a una stessa distanza.
Ne è la prova che, sia gli indiani che i bretoni vedono il
sole nella medesima forma. Infatti, né per gli orientali
diminuisce di grandezza quando tramonta, né per gli oc-
cidentali appare più piccolo quando si leva, e nemmeno
quando è arrivato nel mezzo del cielo appare alternati-
vamente in una forma o nell’altra. Non lasciarti ingan-
254 OMELIE SULL’ESAMERONE

Μὴ ἐξαπατάτω σε τὸ φαινόμενον· μηδ’ὅτι πηχυαῖος τοῖς ὁρῶσι


δοκεῖ, τοσοῦτον αὐτὸν εἶναι λογίσῃ. Συναιρεῖσθαι γὰρ πέφυκεν
ἐν τοῖς μεγίστοις διαστήμασι τὰ μεγέθη τῶν ὁρωμένων, τῆς
ὁρατικῆς δυνάμεως οὐκ ἐξικνουμένης τὸν μεταξὺ τόπον
διαπερᾶν, ἀλλ’οἱονεὶ ἐνδαπανωμένης τῷ μέσῳ, καὶ κατ’ὀλίγον
αὐτῆς μέρος προσβαλλούσης τοῖς ὁρατοῖς. Μικρὰ οὖν ἡ ὄψις
ἡμῶν γινομένη, μικρὰ ἐποίησε νομίζεσθαι τὰ ὁρώμενα, τὸ οἰκεῖον
374 ‖ πάθος τοῖς ὁρατοῖς ἐπιφέρουσα. Ὥστε ψεύδεται ἡ ὄψις, ἄπιστον
τὸ κριτήριον. Ὑπομνήσθητι δὲ τῶν οἰκείων παθῶν, καὶ παρὰ
σεαυτοῦ ἕξεις τῶν λεγομένων τὴν πίστιν. Εἴ ποτε ἀπὸ ἀκρωρείας
μεγάλης πεδίον εἶδες πολύ τε καὶ ὕπτιον, ἡλίκα μέν σοι τῶν
βοῶν κατεφάνη τὰ ζεύγη; πηλίκοι δὲ οἱ ἀροτῆρες αὐτοί; Εἰ μὴ
μυρμήκων τινά σοι παρέσχον φαντασίαν; Εἰ δὲ καὶ ἀπὸ σκοπιᾶς
ἐπὶ μέγα πέλαγος τετραμμένης τῇ θαλάσσῃ τὰς ὄψεις ἐπέβαλες,
ἡλίκαι μέν σοι ἔδοξαν εἶναι τῶν νήσων αἱ μέγισται; πηλίκη δέ
σοι κατεφάνη μία τῶν μυριοφόρων ὁλκάδων λευκοῖς ἱστίοις
ὑπὲρ κυανῆς κομιζομένη θαλάσσης; Εἰ μὴ πάσης περιστερᾶς
μικροτέραν σοι παρέσχετο τὴν φαντασίαν; Διότι, καθάπερ ἔφην,
ἐνδαπανηθεῖσα τῷ ἀέρι ἡ ὄψις, ἐξίτηλος γινομένη, πρὸς τὴν
ἀκριβῆ κατάληψιν τῶν ὁρωμένων οὐκ ἐξαρκεῖ. Ἤδη δέ που καὶ
τῶν ὀρῶν τὰ μέγιστα βαθείαις φάραγξιν ἐκτετμημένα, περιφερῆ
καὶ λεῖα ἡ ὄψις εἶναί φησι, ταῖς ἐξοχαῖς προσβάλλουσα μόναις,
ταῖς δὲ μεταξὺ κοιλότησιν ἐμβῆναι δι’ἀτονίαν μὴ δυναμένη.
Οὕτως οὐδὲ τὰ σχήματα τῶν σωμάτων ὁποῖά ἐστι διασώζει,
ἀλλὰ περιφερεῖς οἴεται εἶναι τοὺς τετραγώνους τῶν πύργων.
OMELIA VI 255

nare da ciò che appare. Perché a quelli che lo guardano


sembra delle dimensioni di un cubito, non giudicare che
esso sia davvero così. È, infatti, naturale che, quando si
interpongono grandissime distanze, si contragga la gran-
dezza di ciò che vediamo, perché la nostra potenza visiva
non arriva ad attraversare lo spazio intermedio, ma viene
come consumata dall’estensione che si trova in mezzo e
soltanto in una piccola parte riesce a raggiungere quel-
lo che vediamo. La nostra piccola capacità visiva ci fa,
dunque, credere che siano piccole le cose che vediamo,
perché trasferisce nelle cose viste la propria inettitudine.
Pertanto, la nostra vista dice il falso e il suo giudizio non
è credibile. Ricordati di ciò che provi tu stesso e troverai
nella tua stessa esperienza motivi di credere a quanto ti
dico. Se talora dall’alta cima di un monte hai visto esten-
dersi sotto di te un’ampia pianura, di quali dimensioni ti
sono apparse le coppie di buoi? Quanto grandi gli stessi
aratori? Non ti hanno forse fatto pensare a formiche? E
se da una specola rivolta su un’ampia estensione marina
hai gettato gli sguardi sul mare, di quali dimensioni ti
sono sembrate essere le più grandi isole?16 E di quali di-
mensioni una nave da carico capace di diecimila anfore,
che con le sue bianche vele procede sul mare azzurrino?
Non ti faceva pensare a una delle colombe più piccole?
Il motivo è che, come ho già detto, la vista, consumata
dall’aria, si affievolisce e non ha più la capacità di co-
gliere con esattezza quello che vede. E poi, già prima,
le montagne più grandi, spaccate da profondi baratri, la
nostra vista ci dice che sono rotonde e lisce; arriva sol-
tanto alle prominenze e, per la sua debolezza, non riesce
a entrare nelle cavità che sono frapposte. Così la vista
non salva neppure le figure dei corpi quali sono nella re-
altà, ma crede che siano rotonde le torri quadrate. Risulta
256 OMELIE SULL’ESAMERONE

376 Ὥστε πανταχόθεν ‖ δῆλον, ὅτι ἐν ταῖς μεγίσταις ἀποστάσεσιν


οὐκ ἔναρθρον ἀλλὰ συγκεχυμένην τῶν σωμάτων λαμβάνει τὴν
εἰκασίαν. Μέγας οὖν ὁ φωστὴρ, κατὰ τὴν τῆς Γραφῆς μαρτυρίαν,
καὶ ἀπειροπλασίων τοῦ φαινομένου.
10. Κἀκεῖνο δέ σοι ἐναργὲς ἔστω τοῦ μεγέθους σημεῖον.
Ἀπείρων ὄντων τῷ πλήθει τῶν κατ’οὐρανὸν ἀστέρων, τὸ
παρ’αὐτῶν συνερανιζόμενον φῶς οὐκ ἐξαρκεῖ τῆς νυκτὸς τὴν
κατήφειαν διαλῦσαι. Μόνος δὲ οὗτος ὑπερφανεὶς τοῦ ὁρίζοντος,
μᾶλλον δὲ ἔτι καὶ προσδοκώμενος, πρὶν καὶ ὑπερσχεῖν ὅλως
τῆς γῆς, ἠφάνισε μὲν τὸ σκότος, ὑπερηύγασε δὲ τοὺς ἀστέρας,
καὶ πεπηγότα τέως καὶ συμπεπιλημένον τὸν περὶ γῆν ἀέρα
κατέτηξε καὶ διέχεεν. Ὅθεν καὶ ἄνεμοι ἑωθινοὶ καὶ δρόσοι ἐν
αἰθρίᾳ τὴν γῆν περιρρέουσι. Τοσαύτην δὲ οὖσαν τὴν γῆν πῶς
ἂν ἠδυνήθη ἐν μιᾷ καιροῦ ῥοπῇ τὴν πᾶσαν καταφωτίζειν, εἰ
μὴ ἀπὸ μεγάλου τοῦ κύκλου τὴν αὐγὴν ἐπηφίει; Ἐνταῦθά μοι
τὴν σοφίαν τοῦ τεχνίτου κατάμαθε, πῶς τῷ διαστήματι τούτῳ
σύμμετρον ἔδωκεν αὐτῷ τὴν θερμότητα. Τοσοῦτον γάρ ἐστιν
αὐτοῦ τὸ πυρῶδες, ὡς μήτε δι’ὑπερβολὴν καταφλέξαι τὴν
γῆν, μήτε διὰ τὴν ἔλλειψιν κατεψυγμένην αὐτὴν καὶ ἄγονον
ἀπολιπεῖν. Ἀδελφὰ δὲ τοῖς εἰρημένοις καὶ τὰ περὶ τῆς σελήνης
378 νοείσθω. ‖ Μέγα γὰρ καὶ τὸ ταύτης σῶμα, καὶ φανότατόν γε μετὰ
τὸν ἥλιον. Οὐκ ἀεὶ μέντοι ὁρατὸν αὐτῆς διαμένει τὸ μέγεθος·
ἀλλὰ νῦν μὲν ἀπηρτισμένη τῷ κύκλῳ, νῦν δὲ ἐλλείπουσα καὶ
μειουμένη φαίνεται, καθ’ἕτερον ἑαυτῆς μέρος προδεικνῦσα τὸ
λεῖπον. Ἄλλῳ μὲν γὰρ μέρει σκιάζεται αὐξομένη, ἄλλο δὲ μέρος
αὐτῆς ἐν τῷ καιρῷ τῆς λήξεως ἀποκρύπτεται. Λόγος δέ τις
OMELIA VI 257

pertanto chiaro, sotto ogni aspetto, che nelle grandissime


distanze la vista coglie le immagini dei corpi non artico-
late, ma confuse. L’agente illuminatore, dunque, è gran-
de, secondo quanto testimonia la Scrittura, ed è infinite
volte di più di quanto appare.
10. Anche questo ti deve essere un chiaro segno della
sua grandezza. Sebbene gli astri che si trovano in cielo
siano in una quantità innumerevole, la loro luce racimo-
lata17 insieme non basta a dissipare la tristezza della not-
te. Basta però che il sole, da solo, appaia al di sopra della
linea dell’orizzonte, o meglio, anche quando soltanto lo
si aspetta, anche prima che si innalzi completamente sul-
la terra, fa sparire le tenebre, supera in splendore tutti gli
astri, scioglie e riversa l’aria che fino ad allora era rad-
densata e compressa attorno alla terra. È questa l’origine
delle brezze mattutine e delle rugiade che si riversano su
tutta la terra quando il cielo è sereno. Poiché, dunque,
la terra è così grande, come potrebbe il sole, in un solo
istante, illuminarla tutta, se non inviasse la sua luce da
una grande circonferenza? A questo punto, renditi conto,
ti ci invito, di quale sia la sapienza dell’Artefice e come
abbia dato al sole un calore proporzionato alla distanza
da noi. L’ardore del sole ha, infatti, tanta intensità da non
bruciare la terra con il suo eccesso né da lasciarla fredda
e sterile per la sua insufficienza. Pensa che siano impa-
rentate con quelle che abbiamo fatte sul sole le annota-
zioni che faremo sulla luna. Infatti, il suo corpo è grande
ed è il più luminoso dopo quello del sole. E tuttavia essa
non rimane sempre visibile in tutta la sua grandezza, ma
ora è completa nella sua circonferenza, ora appare ridot-
ta e rimpicciolita, mentre la parte luminosa denuncia la
parte mancante. Quando la luna è in fase crescente ha
una parte nell’ombra; quando è in fase calante si nascon-
258 OMELIE SULL’ESAMERONE

ἄρρητος τοῦ σοφοῦ δημιουργοῦ τῆς ποικίλης ταύτης ἐναλλαγῆς


τῶν σχημάτων. Ἢ γὰρ ὥστε ἡμῖν ὑπόδειγμα ἐναργὲς παρέχειν
τῆς ἡμετέρας φύσεως· ὅτι οὐδὲν μόνιμον τῶν ἀνθρωπίνων,
ἀλλὰ τὰ μὲν ἐκ τοῦ μὴ ὄντος πρόεισιν εἰς τὸ τέλειον, τὰ δὲ
πρὸς τὴν οἰκείαν ἀκμὴν φθάσαντα καὶ τὸ ἀκρότατον μέτρον
ἑαυτῶν αὐξηθέντα, πάλιν ταῖς κατὰ μικρὸν ὑφαιρέσεσι φθίνει
τε καὶ διόλλυται, καὶ μειούμενα καθαιρεῖται. Ὥστε ἐκ τοῦ κατὰ
τὴν σελήνην θεάματος παιδεύεσθαι ἡμᾶς τὰ ἡμέτερα, καὶ τῆς
ταχείας τῶν ἀνθρωπίνων περιτροπῆς λαμβάνοντας ἔννοιαν,
μὴ μέγα φρονεῖν ταῖς εὐημερίαις τοῦ βίου, μὴ ἐπαγάλλεσθαι
δυναστείαις, μὴ ἐπαίρεσθαι πλούτου ἀδηλότητι, περιφρονεῖν τῆς
σαρκὸς περὶ ἣν ἡ ἀλλοίωσις, ἐπιμελεῖσθαι δὲ τῆς ψυχῆς ἧς τὸ
ἀγαθόν ἐστιν ἀκίνητον. Εἰ δὲ λυπεῖ σε ἡ σελήνη ταῖς κατὰ μικρὸν
ὑφαιρέσεσι τὸ φέγγος ἐξαναλίσκουσα· λυπείτω σε πλέον ψυχὴ
ἀρετὴν κτησαμένη, καὶ διὰ ἀπροσεξίας τὸ καλὸν ἀφανίζουσα,
380 καὶ μηδέποτε ἐπὶ ‖ τῆς αὐτῆς διαθέσεως μένουσα, ἀλλὰ πυκνὰ
τρεπομένη καὶ μεταβαλλομένη διὰ τὸ τῆς γνώμης ἀνίδρυτον. Τῷ
ὄντι γὰρ, κατὰ τὸ εἰρημένον, Ὁ ἄφρων ὡς σελήνη ἀλλοιοῦται.
Οἶμαι δὲ καὶ τῇ τῶν ζῴων κατασκευῇ, καὶ τοῖς λοιποῖς τοῖς ἀπὸ
γῆς φυομένοις, μὴ μικρὰν ὑπάρχειν ἐκ τῆς κατὰ τὴν σελήνην
μεταβολῆς τὴν συντέλειαν. Ἄλλως γὰρ διατίθεται μειουμένης
αὐτῆς, καὶ ἄλλως αὐξομένης τὰ σώματα· νῦν μὲν ληγούσης
ἀραιὰ γιγνόμενα καὶ κενὰ, νῦν δὲ αὐξομένης καὶ πρὸς τὸ πλῆρες
ἐπειγομένης καὶ αὐτὰ πάλιν ἀναπληρούμενα· διότι ὑγρότητά
τινα θερμότητι κεκραμένην ἐπὶ τὸ βάθος φθάνουσαν λεληθότως
OMELIA VI 259

de un’altra sua parte. È misterioso il progetto che il sa-


piente Artefice ha seguìto in questo svariato mutamento
delle forme. Forse fu per offrirci un chiaro esempio della
nostra natura, dato che non c’è nulla di stabile nelle cose
umane, ma alcune dal nulla avanzano allo stato perfetto,
mentre altre arrivate al loro culmine, quando sono cre-
sciute fino alla loro misura più piena, poco alla volta,
attraverso sottrazioni, arrivano a distruggersi, diminui-
scono e vengono annientate. Così nella contemplazione
della luna noi siamo istruiti sulla nostra condizione e, fa-
cendoci un’idea del rapido rivolgimento delle situazioni
umane, ci convinceremo a non inorgoglirci del benessere
in cui ci troviamo, a non esultare per la nostra potenza, a
non esaltarci per una ricchezza incerta; ci persuaderemo
a disprezzare la carne che è soggetta al cambiamento e
a prenderci cura dell’anima, il cui bene è immobilmente
perenne. Se ti addolora la luna che consuma la sua luce
con sottrazioni che si succedono poco per volta, ti addo-
lori di più un’anima che, dopo aver acquistato la virtù,
per trascuratezza spegne la sua bellezza, non rimane mai
nelle medesime disposizioni di spirito, ma cambia fre-
quentemente e si trasforma a causa dell’instabilità della
sua mente. In realtà, infatti, secondo il motto scritturale
«lo stolto cambia come la luna» (Sir. 27,11). Io credo
che anche per la sistemazione degli animali e per quella
di tutti i generi che nascono dalla terra non sia piccolo
il contributo che proviene dai mutamenti della luna. È
infatti diversa la condizione in cui vengono a trovarsi i
corpi secondo che la luna stia calando oppure crescen-
do; quando dunque viene meno, i corpi diventano rari
e vuoti, quado invece cresce e marcia spedita18 verso la
pienezza, anch’essi, a loro volta, si riempiono, perché,
senza che nessuno se ne accorga, essa immette un’umidi-
260 OMELIE SULL’ESAMERONE

ἐνίησι. Δηλοῦσι δὲ οἱ καθεύδοντες ὑπὸ σελήνην, ὑγρότητος


περισσῆς τὰς τῆς κεφαλῆς εὐρυχωρίας πληρούμενοι· καὶ τὰ
νεοσφαγῆ τῶν κρεῶν ταχὺ τρεπόμενα τῇ προσβολῇ τῆς σελήνης·
καὶ ζῴων ἐγκέφαλοι· καὶ τῶν θαλαττίων τὰ ὑγρότατα· καὶ αἱ
τῶν δένδρων ἐντεριῶναι. Ἃ πάντα οὐκ ἂν ἐξήρκεσε τῇ ἑαυτῆς
ἀλλοιώσει συμμεθιστᾶν, εἰ μὴ ὑπερφυές τι ἦν καὶ ὑπερέχον
δυνάμει κατὰ τὴν τῆς Γραφῆς μαρτυρίαν.
11. Καὶ τὰ περὶ τὸν ἀέρα δὲ πάθη ταῖς μεταβολαῖς ταύτης
συνδιατίθεται, ὡς μαρτυροῦσιν ἡμῖν αἵ τε κατὰ τὴν νουμηνίαν
382 πολλάκις ἀπὸ γαλήνης καὶ νηνεμίας αἰφνίδιοι ‖ ταραχαὶ, νεφῶν
κλονουμένων καὶ συμπιπτόντων ἀλλήλοις, καὶ αἱ περὶ τοὺς
εὐρίπους παλίρροιαι, καὶ ἡ περὶ τὸν λεγόμενον ὠκεανὸν ἄμπωτις,
ἣν ταῖς περιόδοις τῆς σελήνης τεταγμένως ἑπομένην ἐξεῦρον οἱ
προσοικοῦντες. Οἱ μὲν γὰρ εὔριποι μεταρρέουσιν ἐφ’ἑκάτερα
κατὰ τὰ λοιπὰ σχήματα τῆς σελήνης· ἐν δὲ τῷ καιρῷ τῆς γενέσεως
οὐδὲ τὸ βραχύτατον ἀτρεμοῦσιν, ἀλλ’ἐν σάλῳ καὶ ταλαντώσει
διηνεκεῖ καθεστήκασιν, ἕως ἂν ἐκφανεῖσα πάλιν, ἀκολουθίαν τινὰ
τῇ παλιρροίᾳ παράσχηται. Ἡ δὲ ἑσπερία θάλασσα τὰς ἀμπώτεις
ὑφίσταται, νῦν μὲν ὑπονοστοῦσα, πάλιν δὲ ἐπικλύζουσα, ὥσπερ
ἀναπνοαῖς τῆς σελήνης ὑφελκομένη πρὸς τὸ ὀπίσω, καὶ πάλιν
ταῖς ἀπ’αὐτῆς ἐμπνοίαις, εἰς τὸ οἰκεῖον μέτρον προωθουμένη.
Ταῦτά μοι εἴρηται πρὸς ἀπόδειξιν τοῦ κατὰ τοὺς φωστῆρας
μεγέθους, καὶ σύστασιν τοῦ μηδὲ μέχρι συλλαβῆς ἀργόν τι εἶναι
OMELIA VI 261

tà mescolata al calore che penetra nella profondità. E lo


mostrano quelli che dormono sotto la luna, i quali si tro-
vano riempiti di un’umidità eccessiva negli orifizi della
testa e lo mostrano anche le carni macellate di fresco,
che si corrompono presto sotto l’urto della luna, e anche
i cervelli degli animali, le parti molli degli animali ma-
rini e i midolli degli alberi. Ma tutti questi cambiamen-
ti essa non riuscirebbe a effettuarli se non fosse di una
grandezza straordinaria e di una potenza eccezionale,
come dimostra la Scrittura.
11. Anche le condizioni atmosferiche vengono a de-
terminarsi in concomitanza con questi mutamenti, come
ci testimoniano gli sconvolgimenti improvvisi che du-
rante la luna nuova accadono, dopo periodi di bonaccia
marina e di calma dei venti, quando le nubi si scompi-
gliano e si urtano tra di loro; ce lo mostrano i riflussi
negli stretti marini, le maree in quello che chiamiamo
oceano; quelli che abitano vicino hanno scoperto che
esse seguono regolarmente le fasi della luna. Gli stret-
ti marini cambiano la direzione delle loro correnti, da
una parte e dall’altra, in corrispondenza alle varie fasi
della luna, ma nel momento in cui inizia la luna nuova
non rimangono tranquilli nemmeno un istante, sono in
una situazione di continuo scompiglio e di oscillazione,
finché la luna, riapparendo, non apporti una successione
ordinata all’inversione delle correnti. Il mare occidentale
è soggetto alle maree, ora si ritira e poi di nuovo inonda,
come se fosse tirato indietro dalle aspirazioni della luna
e poi, di nuovo, dai suoi soffi fosse risospinto verso la
costa, nella misura che gli è stata assegnata. Vi ho detto
questo per mostrarvi la grandezza degli agenti illumina-
tori e per confermare che nelle parole ispirate non c’è
nulla, neppure una sillaba, che sia inefficace; tuttavia, la
262 OMELIE SULL’ESAMERONE

τῶν θεοπνεύστων ῥημάτων· καίτοι γε οὐδενὸς ἥψατο σχεδὸν


τῶν καιρίων ὁ λόγος· πολλὰ γὰρ περὶ μεγεθῶν καὶ ἀποστημάτων
384 ἡλίου καὶ ‖ σελήνης ἐστὶν ἐξευρεῖν τοῖς λογισμοῖς, τὸν μὴ
παρέργως τὰς ἐνεργείας αὐτῶν καὶ τὰς δυνάμεις ἐπεσκεμμένον.
Εὐγνωμόνως οὖν δεῖ κατηγορεῖν ἡμᾶς τῆς ἑαυτῶν ἀσθενείας, ἵνα
μὴ τῷ ἡμετέρῳ λόγῳ μετρῆται τῶν δημιουργημάτων τὰ μέγιστα,
ἀλλὰ ἐξ ὀλίγων τῶν εἰρημένων παρ’ἑαυτοῖς ἀναλογίζεσθαι, πόσα
τινά ἐστι καὶ πηλίκα τὰ παρεθέντα. Μὴ τοίνυν μηδὲ σελήνην
ὀφθαλμῷ μετρήσῃς, ἀλλὰ λογισμῷ, ὃς πολλῷ τῶν ὀφθαλμῶν
ἀκριβέστερός ἐστι πρὸς ἀληθείας εὕρεσιν. Μῦθοί τινες
καταγέλαστοι ὑπὸ γραϊδίων κωθωνιζομένων παραληρούμενοι
πανταχοῦ διεδόθησαν, ὅτι μαγγανείαις τισί τῆς οἰκείας ἕδρας
ἀποκινηθεῖσα σελήνη πρὸς γῆν καταφέρεται. Πῶς μὲν οὖν
κινήσει γοήτων ἐπαοιδὴ, ἣν αὐτὸς ἐθεμελίωσεν ὁ Ὕψιστος;
Ποῖος δ’ἂν καὶ τόπος κατασπασθεῖσαν αὐτὴν ὑπεδέξατο; Βούλει
ἀπὸ μικρῶν τεκμηρίων λαβεῖν τοῦ μεγέθους αὐτῆς τὴν ἀπόδειξιν;
Αἱ κατὰ τὴν οἰκουμένην πόλεις πλεῖστον ἀλλήλων ἀπῳκισμέναι
ταῖς κατὰ τὴν ἀνατολὴν τετραμμέναις ῥυμοτομίαις, ἐξίσου πᾶσαι
τὸ σεληναῖον φῶς ὑποδέχονται. Αἷς εἰ μὴ πάσαις ἀντιπρόσωπος
ἦν, τοὺς μὲν ἐπ’εὐθείας τῶν στενωπῶν πάντως ἂν κατεφώτισε,
τοὺς δὲ τὸ πλάτος αὐτῆς ὑπερπίπτοντας ἐγκεκλιμέναις ἂν ταῖς
386 αὐγαῖς ἐπὶ τὰ πλάγια παραφε‖ρομέναις προσέβαλλεν. Ὅπερ καὶ
ἐπὶ τῶν λύχνων ἐστὶν ἰδεῖν κατὰ τοὺς οἴκους γινόμενον. Ἐπειδὰν
πλείους περιστῶσιν αὐτὸν, ἡ μὲν τοῦ κατ’εὐθεῖαν ἑστῶτος σκιὰ
πρὸς τὸ ὄρθιον ἀποτείνεται, αἱ δὲ λοιπαὶ καθ’ἑκάτερον μέρος
OMELIA VI 263

nostra trattazione non ha toccato pressoché nessuno dei


temi essenziali. Infatti, sulla grandezza e sulla distanza
del sole e della luna rimangono ancora molte cose da
scoprire mediante il ragionamento, per chi non si accon-
tenta di esaminare alla buona la loro azione e la loro po-
tenza. Con molto buon senso noi dobbiamo, dunque, ac-
cusare la nostra debolezza, per non misurare alla stregua
della nostra intelligenza la grandezza delle opere divine,
ma, da queste poche parole, calcolare, col nostro impe-
gno personale, quanto siano numerose e grandi le cose
tralasciate. Evita, quindi, di misurare la luna in base alla
capacità dei tuoi occhi; serviti, invece, della ragione, che
è molto più precisa degli occhi nello scoprire la verità. Si
sono diffuse dovunque certe chiacchiere ridicole e folli
da parte di vecchierelle avvinazzate per cui si sostiene
che, con taluni incantesimi, si può far scendere la luna
sulla terra rimuovendola dalla sua sede. Ma come una
formula magica di ciarlatani riuscirà a rimuovere quella
luna, che l’Altissimo in persona ha fissato su un saldo
fondamento? E quale luogo, quando è stata tirata giù, la
potrebbe accogliere? Vuoi, anche se basandoti solo su
piccoli indizi, procurarti la prova della sua grandezza?
Ecco, tutte le città che sono collocate lontanissime tra di
loro lungo tutta la terra ricevono nelle strade rivolte ver-
so oriente in maniera uguale la luce della luna. Se essa
non facesse fronte a tutte, illuminerebbe certamente i vi-
coli che sono in linea retta, a quelli però che esorbitano
dalla sua ampiezza invierebbe soltanto dei raggi inclinati
e obliqui. È un fatto che si può vedere che avviene anche
nelle lampade nelle case. Quando parecchie persone si
trovano attorno a una lampada, l’ombra di quella che le
sta direttamente di fronte si proietta in linea retta, le om-
bre degli altri si volgono da una parte e dall’altra. Perciò,
264 OMELIE SULL’ESAMERONE

ἐκκλίνουσιν. Ὥστε εἰ μὴ ἄπλετόν τι ἦν καὶ ὑπερέχον μεγέθει


τὸ σεληνιακὸν σῶμα, οὐκ ἂν ὁμοίως ἀντιπαρετείνετο πᾶσιν.
Ὁμοίως γὰρ αὐτῆς ἀπὸ τῶν ἰσημερινῶν τόπων ἀνατελλούσης
οἵ τε προσοικοῦντες τῇ κατεψυγμένῃ καὶ ὑπὸ τὰς περιστροφὰς
τῆς ἄρκτου κείμενοι μεταλαμβάνουσι, καὶ οἱ κατὰ τὰ κοῖλα τῆς
μεσημβρίας τῆς διακεκαυμένης γείτονες· οἷς πᾶσι κατὰ τὸ πλάτος
ἀντιπαρήκουσα, σαφεστάτην μαρτυρίαν τοῦ μεγέθους παρέχεται.
Τίς οὖν ἀντερεῖ μὴ οὐχὶ παμμέγεθες αὐτῆς εἶναι τὸ σῶμα, τὸ
τηλικούτοις ὁμοῦ καὶ τοσούτοις διαστήμασιν ἐξισούμενον; Καὶ
τὰ μὲν περὶ μεγεθῶν ἡλίου καὶ σελήνης ἐπὶ τοσοῦτον. Ἡμῖν δὲ
ὁ χαρισάμενος διάνοιαν ἐκ τῶν μικροτάτων τῆς κτίσεως τὴν
μεγάλην τοῦ τεχνίτου σοφίαν καταμανθάνειν, παράσχοι καὶ ἐκ
τῶν μεγάλων μείζονας λαμβάνειν τὰς ἐννοίας τοῦ κτίσαντος.
Καίτοιγε συγκρίσει τοῦ ποιητοῦ, ἥλιος καὶ σελήνη ἐμπίδος καὶ
μύρμηκος ἐπέχουσι λόγον. Οὐ γάρ ἐστιν ἀξίαν τοῦ μεγέθους τοῦ
Θεοῦ τῶν ὅλων ἐκ τούτων λαβεῖν τὴν θεωρίαν, ἀλλὰ μικραῖς
τισι καὶ ἀμυδραῖς ἐμφάσεσι δι’αὐτῶν προβιβασθῆναι, ὥσπερ καὶ
388 δι’ἑκάστου τῶν μικροτάτων ἐν ζῴοις ἢ ἐν βοτάναις. Ἀρκέσ‖θωμεν
τοῖς εἰρημένοις· ἐγὼ μὲν εὐχαριστήσας τῷ τὴν μικράν μοι ταύτην
διακονίαν τοῦ λόγου χαρισαμένῳ, ὑμεῖς δὲ τῷ διατρέφοντι ὑμᾶς
ταῖς πνευματικαῖς τροφαῖς, ὃς καὶ νῦν ὑμᾶς οἷον κριθίνῳ τινὶ
ἄρτῳ τῇ εὐτελείᾳ τῆς ἡμετέρας φωνῆς διέθρεψε· καὶ διατρέφοι
γε εἰς ἀεὶ, κατὰ τὴν ἀναλογίαν τῆς πίστεως χαριζόμενος ὑμῖν τὴν
φανέρωσιν τοῦ Πνεύματος, ἐν Χριστῷ Ἰησοῦ τῷ Κυρίῳ ἡμῶν, ᾧ
ἡ δόξα καὶ τὸ κράτος εἰς τοὺς αἰῶνας τῶν αἰώνων. Ἀμήν.
OMELIA VI 265

se il corpo lunare non fosse immenso e di una grandezza


straordinaria, non si estenderebbe ugualmente davanti a
tutti gli uomini. Infatti, quando esso sorge nelle regioni
equinoziali, partecipano ugualmente alla sua luce quelli
che abitano nella zona fredda e stanno sotto le orbite della
stella polare e quelli che sono nel profondo mezzogiorno,
vicini alla zona torrida; di fronte a tutti costoro essa si
stende parallelamente nella sua ampiezza e offre così una
testimonianza della sua grandezza. Chi, dunque, sosterrà
che non sia grandissimo il suo corpo, che appare uguale
contemporaneamente in regioni collocate a così grandi
distanze? Ma sulla grandezza del sole e della luna basti
così. Colui che ci ha fornito l’intelligenza per conoscere
dalle cose più piccole della creazione la grande sapienza
del Creatore ci dia anche l’alacrità per procurarci dalle
cose grandi più alti concetti sul Creatore.19 Eppure, in
confronto con il Creatore, il sole e la luna sono in conto
di una zanzara e di una formica. Non è, infatti, possibile
dedurre da loro una visione degna del Dio dell’univer-
so; possiamo soltanto detrarre, attraverso loro, delle pic-
cole e oscure dimostrazioni per andare avanti, come le
possiamo detrarre anche dagli animali più piccoli e dalle
piante. Accontentiamoci, dunque, di quanto è stato detto:
per conto mio, dopo aver ringraziato colui che mi ha con-
cesso il favore di rendervi questo piccolo servizio della
mia parola e, per conto vostro, dopo averlo ringraziato di
avervi nutriti con questi cibi spirituali, lui, che adesso vi
ha alimentati, a guisa di un pane d’orzo, della mia povera
parola.20 E che egli vi possa alimentare sempre, procuran-
dovi, in rapporto alla vostra fede, l’illuminazione dello
Spirito, in Cristo Gesù, nostro Signore, al quale siano la
gloria e la potenza per i secoli dei secoli. Amen.
266 OMELIE SULL’ESAMERONE

390 ‖ ΟΜΙΛΙΑ ζʹ

Περὶ ἑρπετῶν

1. Καὶ εἶπεν ὁ Θεὸς, ἐξαγαγέτω τὰ ὕδατα ἑρπετὰ ψυχῶν ζωσῶν


κατὰ γένος, καὶ πετεινὰ πετόμενα κατὰ τὸ στερέωμα τοῦ οὐρανοῦ
κατὰ γένος. Μετὰ τὴν τῶν φωστήρων δημιουργίαν, καὶ τὰ ὕδατα
λοιπὸν πληροῦται ζῴων, ὥστε καὶ ταύτην διακοσμηθῆναι τὴν
λῆξιν. Ἀπέλαβε μὲν γὰρ ἡ γῆ τὸν ἐκ τῶν οἰκείων βλαστημάτων
κόσμον· ἀπέλαβε δὲ ὁ οὐρανὸς τῶν ἄστρων τὰ ἄνθη, καὶ οἱονεὶ
διδύμων ὀφθαλμῶν βολαῖς τῇ συζυγίᾳ τῶν μεγάλων φωστήρων
κατεκοσμήθη. Λειπόμενον ἦν καὶ τοῖς ὕδασι τὸν οἰκεῖον κόσμον
ἀποδοθῆναι. Ἦλθε πρόσταγμα, καὶ εὐθὺς καὶ ποταμοὶ ἐνεργοὶ,
καὶ λίμναι γόνιμοι τῶν οἰκείων ἕκαστον αὐτῶν καὶ κατὰ φύσιν
392 γενῶν. Καὶ ἡ θάλασσα τὰ παντοδαπὰ γένη τῶν πλωτῶν ‖ ὤδινε, καὶ
οὐδὲ ὅσον ἐν ἰλύσι καὶ τέλμασι τοῦ ὕδατος ἦν, οὐδὲ τοῦτο ἀργὸν,
οὐδὲ ἄμοιρον τῆς κατὰ τὴν κτίσιν συντελείας ἀπέμεινε. Βάτραχοι
γὰρ καὶ ἐμπίδες καὶ κώνωπες ἐξ αὐτῶν ἀπεζέννυντο δηλονότι. Τὰ
γὰρ ἔτι καὶ νῦν ὁρώμενα ἀπόδειξίς ἐστι τῶν παρελθόντων. Οὕτω
πᾶν ὕδωρ ἠπείγετο τῷ δημιουργικῷ προστάγματι ὑπουργεῖν·
καὶ ὧν οὐδ’ἂν τὰ γένη τις ἐξαριθμήσασθαι δυνηθείη, τούτων
τὴν ζωὴν εὐθὺς ἐνεργὸν καὶ κινουμένην ἀπέδειξεν ἡ μεγάλη καὶ
ἄφατος τοῦ Θεοῦ δύναμις, ὁμοῦ τῷ προστάγματι τῆς πρὸς τὸ
OMELIA VII 267

Omelia VII

I rettili

1. «E Dio disse: Che le acque producano esseri viventi


che striscino secondo la loro specie e degli uccelli che
volino lungo il firmamento del cielo secondo la loro
specie» (Gen. 1,20). Dopo la creazione degli agenti illu-
minatori, anche le acque, a loro volta, si riempiono di es-
seri viventi, così che anche questa parte del mondo riceva
il suo ornamento. La terra aveva, infatti, ricevuto l’orna-
mento che le deriva dalla germinazione delle sue piante;
il cielo aveva ricevuto quei fiori che sono gli astri e, in
guisa di due occhi irraggianti, era stato ornato della cop-
pia dei grandi agenti illuminatori. Restava da assegnare
alle acque l’ornamento loro proprio. E venne un ordine
e subito1 i fiumi entrarono in attività e i laghi si misero a
generare ciascuna delle specie che sono loro proprie, se-
condo la loro natura. Anche il mare generò ogni specie di
animali che nuotano; ma neppure l’acqua che stava nel
fango e nelle pozzanghere rimase inerte senza prendere
parte al completamento che concerne la creazione. Da
essi venivano infatti fuori pullulando rane, moscerini e
zanzare, è cosa evidente. Quello che noi vediamo ancora
adesso è la dimostrazione di ciò che avvenne allora. Così
ogni tipo di acqua si affrettava a obbedire al comando del
Creatore. A esseri dei quali nessuno potrebbe enumerare
le specie la grande e inesprimibile potenza di Dio procu-
rò in un istante una vita capace di agire e di muoversi, e
questo avvenne quando fu comandato alle acque di esse-
268 OMELIE SULL’ESAMERONE

ζῳογονεῖν ἐπιτηδειότητος ἐγγενομένης τοῖς ὕδασιν. Ἐξαγαγέτω


τὰ ὕδατα ἑρπετὰ ψυχῶν ζωσῶν. Νῦν πρῶτον ἔμψυχον καὶ
αἰσθήσεως μετέχον ζῷον δημιουργεῖται. Φυτὰ γὰρ καὶ δένδρα
κἂν ζῆν λέγηται διὰ τὸ μετέχειν τῆς θρεπτικῆς καὶ αὐξητικῆς
δυνάμεως, ἀλλ’οὐχὶ καὶ ζῷα, οὐδὲ ἔμψυχα. Τούτου γε ἕνεκα,
Ἐξαγαγέτω τὰ ὕδατα ἑρπετὰ. Πᾶν τὸ νηκτικὸν κἂν τῇ ἐπιφανείᾳ
τοῦ ὕδατος ἐπινήχηται, κἂν διὰ βάθους τέμνῃ τὸ ὕδωρ, τῆς τῶν
ἑρπηστικῶν ἐστι φύσεως, ἐπισυρόμενον τῷ τοῦ ὕδατος σώματι.
Κἂν ὑπόποδα δὲ καὶ πορευτικὰ ὑπάρχῃ τινὰ τῶν ἐνύδρων
394 (μάλιστα μὲν ἀμφίβια τὰ πολλὰ τούτων ἐστίν· ‖ οἷον φῶκαι, καὶ
κροκόδειλοι, καὶ οἱ ποτάμιοι ἵπποι, καὶ βάτραχοι, καὶ καρκῖνοι),
ἀλλ’οὖν προηγούμενον ἔχει τὸ νηκτικόν. Διὰ τοῦτο, Ἐξαγαγέτω
τὰ ὕδατα ἑρπετά. Ἐν τούτοις τοῖς μικροῖς ῥήμασι τί παρεῖται
γένος; τί οὐκ ἐμπεριείληπται τῷ προστάγματι τῆς δημιουργίας;
Οὐ τὰ ζωοτοκοῦντα, οἷον φῶκαι καὶ δελφῖνες καὶ νάρκαι, καὶ
τὰ ὅμοια τούτοις τὰ σελάχη λεγόμενα; οὐ τὰ ὠοτόκα, ἅπερ ἐστὶ
πάντα σχεδὸν τῶν ἰχθύων τὰ γένη; οὐχ ὅσα λεπιδωτὰ, οὐχ ὅσα
φολιδωτὰ, οὐχ οἷς ἐστι πτερύγια καὶ οἷς μή ἐστιν; Ἡ μὲν φωνὴ
τοῦ προστάγματος μικρὰ, μᾶλλον δὲ οὐδὲ φωνὴ, ἀλλὰ ῥοπὴ
μόνον καὶ ὁρμὴ τοῦ θελήματος· τὸ δὲ τῆς ἐν τῷ προστάγματι
διανοίας πολύχουν τοσοῦτόν ἐστιν, ὅσαι καὶ αἱ τῶν ἰχθύων
διαφοραὶ καὶ κοινότητες, οἷς πᾶσι δι’ἀκριβείας ἐπεξελθεῖν,
ἴσον ἐστὶ καὶ κύματα πελάγους ἀπαριθμεῖσθαι, ἢ ταῖς κοτύλαις
πειρᾶσθαι τὸ ὕδωρ τῆς θαλάσσης ἀπομετρεῖν. Ἐξαγαγέτω
OMELIA VII 269

re idonee a generare la vita. «Le acque producano esseri


viventi che striscino». Adesso, per la prima volta viene
creato un essere vivente dotato di anima e di capacità
di sentire. Infatti, anche se si dice che i vegetali e gli
alberi hanno la vita, in quanto partecipano alla facoltà di
nutrirsi e di accrescersi, non sono però esseri viventi né
dotati di un’anima. Per questo motivo la Scrittura dice:
«Le acque producano esseri viventi che striscino»; tutto
ciò che nuota, sia che galleggi alla superficie dell’acqua
sia che tagli l’acqua nel profondo, è della natura di quelli
che strisciano; tutto ciò si trascina sul corpo dell’acqua.
Anche se ci sono certi animali acquatici che hanno piedi
e che camminano, la maggior parte di essi sono soprat-
tutto anfibi, come foche, coccodrilli, ippopotami, rane,
granchi; essi hanno però, in primo piano, la caratteristica
di nuotare. Per questo motivo è stato detto: «Le acque
producano esseri viventi che striscino». In queste brevi
parole quale specie è stata tralasciata? Quale non è stata
inclusa nel comando del Creatore? Non vi sarebbero stati
inclusi i vivipari, quali le foche, i delfini, le torpedini e
quelli che sono simili a questi e che vengono chiama-
ti cartilaginei? Non lo sarebbero stati gli ovipari, quali
sono pressoché tutte le razze dei pesci? Non lo sarebbero
quelli coperti di scaglie, non quelli coperti di squame,
non quelli che hanno le pinne e quelli che non le han-
no? Il suono del comando è esiguo, anzi non è neppure
un suono, è invece soltanto una spinta, un impulso della
volontà;2 ma l’idea che c’è nel comandamento è tanto
produttiva quanto numerose sono le differenze e le somi-
glianze dei pesci; però percorrerle tutte con esattezza è
un’impresa simile a quella di enumerare i flutti del mare
e di tentare di misurarne la quantità dell’acqua con un
bicchiere. «Che le acque producano degli esseri che stri-
270 OMELIE SULL’ESAMERONE

τὰ ὕδατα ἑρπετά. Ἐν τούτοις ἔνι τὰ πελάγια, τὰ αἰγιαλώδη,


τὰ βύθια, τὰ πετρώδη, τὰ ἀγελαῖα, τὰ σποραδικὰ, τὰ κήτη, τὰ
396 ‖ ὑπέρογκα, τὰ λεπτότατα τῶν ἰχθύων. Τῇ γὰρ αὐτῇ δυνάμει, καὶ
τῷ ἴσῳ προστάγματι, τό τε μέγα καὶ τὸ μικρὸν μεταλαγχάνει τοῦ
εἶναι. Ἐξαγαγέτω τὰ ὕδατα. Ἔδειξέ σοι τὴν φυσικὴν τῶν νηκτῶν
πρὸς τὸ ὕδωρ συγγένειαν, διὸ μικρὸν οἱ ἰχθύες χωρισθέντες
τοῦ ὕδατος διαφθείρονται. Οὐδὲ γὰρ ἔχουσιν ἀναπνοὴν ὥστε
ἕλκειν τὸν ἀέρα τοῦτον· ἀλλ’ὅπερ τοῖς χερσαίοις ἐστὶν ἀὴρ,
τοῦτο τῷ πλωτῷ γένει τὸ ὕδωρ. Καὶ ἡ αἰτία δήλη. Ὅτι ἡμῖν μὲν
ὁ πνεύμων ἔγκειται, ἀραιὸν καὶ πολύπορον σπλάγχνον, ὃ διὰ
τῆς τοῦ θώρακος διαστολῆς τὸν ἀέρα δεχόμενον, τὸ ἔνδον ἡμῶν
θερμὸν διαρριπίζει καὶ ἀναψύχει· ἐκείνοις δὲ ἡ τῶν βραγχίων
διαστολὴ καὶ ἐπίπτυξις, δεχομένων τὸ ὕδωρ καὶ διιέντων, τὸν
τῆς ἀναπνοῆς λόγον ἀποπληροῖ. Ἴδιος κλῆρος τῶν ἰχθύων, ἰδία
φύσις, δίαιτα κεχωρισμένη, ἰδιότροπος ἡ ζωή. Διὰ τοῦτο οὐδὲ
τιθασσεύεσθαί τι τῶν νηκτῶν καταδέχεται, οὐδὲ ὅλως ὑπομένει
χειρὸς ἀνθρωπίνης ἐπιβολήν.
2. Ἐξαγαγέτω τὰ ὕδατα ἑρπετὰ ψυχῶν ζωσῶν κατὰ γένος.
Ἑκάστου γένους τὰς ἀπαρχὰς νῦν, οἱονεὶ σπέρματά τινα
τῆς φύσεως, προβληθῆναι κελεύει· τὸ δὲ πλῆθος αὐτῶν ἐν
398 τῇ μετὰ ταῦτα διαδοχῇ ταμιεύεται, ὅταν αὐξάνεσθαι ‖ αὐτὰ
καὶ πληθύνεσθαι δέῃ. Ἄλλου γένους ἐστὶ τὰ ὀστρακόδερμα
προσαγορευόμενα· οἷον κόγχαι, καὶ κτένες, καὶ κοχλίαι
θαλάσσιοι, καὶ στρόμβοι, καὶ αἱ μυρίαι τῶν ὀστρέων διαφοραί.
OMELIA VII 271

scino». Nel novero di questi ci sono quelli che vivono nel


mare e quelli che dimorano sulle coste, quelli che stanno
nelle profondità e quelli che stanno sulle rocce, quelli
che si raggruppano in branchi e quelli che sono isolati,
le balene, i pesci di volume enorme e quelli esilissimi.
È a opera della medesima potenza, di un comando iden-
tico che ha ottenuto di partecipare all’esistenza ciò che
è grande e ciò che è piccolo. «Le acque producano». La
Scrittura ti ha mostrato la parentela naturale che hanno
con l’acqua gli esseri che nuotano, e così, per poco che
si separino dall’acqua, i pesci muoiono. Essi non hanno
una respirazione in modo da attirare la nostra aria, ma
quello che è l’aria per gli animali terrestri lo è l’acqua
per quelli che nuotano. E il motivo è chiaro, ed è che noi
abbiamo i polmoni, visceri a scarsa densità e a facilità di
venire attraversati; essi, tramite la dilatazione del torace,
ricevono l’aria, soffiano via il calore che abbiamo den-
tro e rinfrescano; per i pesci, invece, la dilatazione e la
contrazione delle branchie, che ricevono l’acqua e la re-
spingono, compiono l’ufficio della respirazione. Ai pesci
è stato assegnato un ambito proprio, una natura propria,
un tenore di vita separato; la loro vita ha un carattere par-
ticolare. Perciò, non c’è nessun animale acquatico che
si lasci addomesticare né che sopporti, affatto, di essere
toccato da una mano umana.
2. «Che le acque producano esseri viventi che
striscino secondo la loro specie». Comanda che sorgano
le primizie di ogni specie, come semi della natura; la
loro quantità è riservata alla successione che verrà dopo;
per adesso bisogna che si sviluppino e si moltiplichino
loro. Una è la specie alla quale appartengono quelli
che chiamiamo testacei, quali le conchiglie, i pettini
[molluschi bivalvi], le lumache marine, le chiocciole e le
272 OMELIE SULL’ESAMERONE

Ἄλλο πάλιν παρὰ ταῦτα γένος, τὰ μαλακόστρακα προσειρημένα,


κάραβοι, καὶ καρκῖνοι, καὶ τὰ παραπλήσια τούτοις. Ἕτερον παρὰ
ταῦτα γένος ἐστὶ τὰ μαλάκια οὕτω προσαγορευθέντα, ὅσων ἡ
σὰρξ ἁπαλὴ καὶ χαύνη· πολύποδες, καὶ σηπίαι, καὶ τὰ ὅμοια
τούτοις. Καὶ ἐν τούτοις πάλιν διαφοραὶ μυρίαι. Δράκοντες γὰρ
καὶ μύραιναι καὶ ἐγχέλυες, αἱ κατὰ τοὺς ἰλυώδεις ποταμοὺς καὶ
λίμνας γινόμεναι, τοῖς ἰοβόλοις μᾶλλον τῶν ἑρπετῶν, ἢ τοῖς ἰχθύσι
κατὰ τὴν ὁμοιότητα τῆς φύσεως προσεγγίζουσιν. Ἄλλο γένος τὸ
τῶν ὠοτοκούντων, καὶ ἄλλο τὸ τῶν ζωοτοκούντων. Ζωοτοκεῖ δὲ
τὰ γαλεώδη καὶ οἱ κυνίσκοι, καὶ ἁπαξαπλῶς τὰ σελάχη λεγόμενα.
400 Καὶ τῶν κητῶν τὰ πλεῖστα ζωο‖τόκα· δελφῖνες, καὶ φῶκαι, ἃ καὶ
νεαροὺς ἔτι τοὺς σκύμνους, διαπτοηθέντας ὑπὸ αἰτίας τινὸς,
λέγεται πάλιν τῇ γαστρὶ ὑποδεχόμενα περιστέλλειν. Ἐξαγαγέτω
τὰ ὕδατα κατὰ γένος. Ἕτερον γένος τὸ κητῶδες, καὶ τὸ τῶν
λεπτῶν ἰχθύων ἕτερον. Πάλιν ἐν τοῖς ἰχθύσι μυρίαι διαφοραὶ κατὰ
γένη διῃρημέναι· ὧν καὶ ὀνόματα ἴδια, καὶ τροφὴ παρηλλαγμένη,
καὶ σχῆμα καὶ μέγεθος καὶ σαρκῶν ποιότητες, πάντα μεγίσταις
διαφοραῖς ἀλλήλων κεχωρισμένα, καὶ ἐν ἑτέροις καὶ ἑτέροις
εἴδεσι καθεστῶτα. Ποῖοι μὲν οὖν θυννοσκόποι τῶν γενῶν τὰς
διαφορὰς ἡμῖν ἀπαριθμήσασθαι δύνανται; Καίτοι φασὶν αὐτοὺς
ἐν μεγάλαις ἀγέλαις ἰχθύων καὶ τὸν ἀριθμὸν ἀπαγγέλλειν. Τίς
δὲ τῶν περὶ αἰγιαλοὺς καὶ ἀκτὰς καταγηρασάντων δύναται ἡμῖν
τὴν ἱστορίαν πάντων δι’ἀκριβείας γνωρίσαι; Ἄλλα γνωρίζουσιν
OMELIA VII 273

innumerevoli diversità di ostriche. Un’altra specie, a sua


volta, oltre a questa, è quella degli animali chiamati ‘dal
guscio molle’, le aragoste, i granchi e gli altri animali
che a loro rassomigliano. E, oltre a questi, un’altra specie
sono ancora quelli che sono stati denominati ‘molluschi’,
la cui carne è molle e flaccida, sono polipi, seppie
e quelli che sono simili a loro. E tra questi, di nuovo,
ci sono innumerevoli varietà: bisce d’acqua, murene,
anguille, le quali vivono nei fiumi melmosi e nei laghi;
per la somiglianza della loro natura si avvicinano di più
ai serpenti velenosi che ai pesci.3 Altro è poi il genere
degli ovipari e altro quello dei vivipari. Sono vivipari gli
squali, i cuccioli di mare e, per dirla tutta in una volta,
quelli che vengono chiamati cartilaginei. Anche la mag-
gior parte dei cetacei sono vivipari; lo sono i delfini e
le foche; di entrambi si dice che, quando i loro piccoli,
ancora cuccioli, sono spaventati per un qualche perico-
lo, essi li accolgono e li sistemano nel loro ventre. «Che
le acque producano secondo la loro specie». Altra è la
specie dei cetacei e altra è quella dei pesci piccoli. E an-
cora, tra i pesci, si suddividono innumerevoli diversità
a seconda dei generi. Anche i loro nomi sono specifici
e anche il loro nutrimento è diverso, dagli uni agli altri;
anche la forma, la grandezza, le qualità delle carni, tutte
le caratteristiche sono separate da grandissime diversità
tra di loro e risultano in categorie diverse le une dalle
altre. Quali sono gli specialisti nell’avvistare l’arrivo dei
tonni che possono enumerarci le diversità dei loro ge-
neri? E, tuttavia, dicono che essi, dinanzi a grandissime
frotte di pesci, siano capaci di annunciarne il numero.
Chi, dunque, tra quelli che sono invecchiati sulle spiag-
ge e sui promontori potrebbe informarci con esattezza
sull’esito delle sue indagini su tutti i pesci? E, tuttavia,
274 OMELIE SULL’ESAMERONE

οἱ τὴν Ἰνδικὴν ἁλιεύοντες θάλασσαν· ἄλλα, οἱ τὸν Αἰγύπτιον


ἀγρεύοντες κόλπον· ἄλλα, νησιῶται· καὶ ἄλλα, Μαυρούσιοι.
Πάντα δὲ ὁμοίως μικρά τε καὶ μεγάλα τὸ πρῶτον ἐκεῖνο
πρόσταγμα καὶ ἡ ἄφατος ἐκείνη παρήγαγε δύναμις. Πολλαὶ τῶν
402 βίων αἱ παραλλαγαί· πολλαὶ καὶ αἱ περὶ τὰς διαδοχὰς ‖ ἑκάστου
γένους διαφοραί. Οὐκ ἐπωάζουσιν οἱ πλεῖστοι τῶν ἰχθύων
ὥσπερ αἱ ὄρνιθες, οὔτε καλιὰς πήγνυνται, οὔτε μετὰ πόνων
ἐκτρέφουσιν ἑαυτῶν τὰ ἔκγονα· ἀλλὰ τὸ ὕδωρ ὑποδεξάμενον
ἐκπεσὸν τὸ ὠὸν, ζῷον ἐποίησεν. Καὶ ἑκάστῳ γένει ἡ διαδοχὴ
ἀπαράλλακτος καὶ ἀνεπίμικτος πρὸς ἑτέραν φύσιν. Οὐχ οἷαι
τῶν ἡμιόνων ἐπὶ τῆς χέρσου, ἢ καί τινων ὀρνίθων ἐπιπλοκαὶ
παραχαρασσόντων τὰ γένη. Οὐδὲν παρὰ τοῖς ἰχθύσιν ἐξ ἡμισείας
ὥπλισται τοῖς ὀδοῦσιν, ὡς βοῦς παρ’ἡμῖν καὶ πρόβατον· οὐδὲ
γὰρ μηρυκίζει τι παρ’αὐτοῖς, εἰ μὴ τὸν σκάρον μόνον ἱστοροῦσί
τινες. Πάντα δὲ ὀξυτάταις ἀκμαῖς ὀδόντων καταπεπύκνωται, ἵνα
μὴ τῇ χρονίᾳ μασήσει ἡ τροφὴ διαρρέῃ· ἔμελλε γὰρ, εἰ μὴ ὀξέως
κατατεμνομένη τῇ γαστρὶ παρεπέμπετο, ἐν τῇ λεπτοποιήσει
διαφορεῖσθαι παρὰ τοῦ ὕδατος.
3. Τροφὴ δὲ ἰχθύσιν ἄλλοις ἄλλη κατὰ γένος διωρισμένη. Οἱ
μὲν γὰρ ἰλύϊ τρέφονται· οἱ δὲ τοῖς φυκίοις· ἄλλοι ταῖς βοτάναις
ταῖς ἐντρεφομέναις τῷ ὕδατι ἀρκοῦνται. Ἀλλη λοφάγοι δὲ τῶν
ἰχθύων οἱ πλεῖστοι, καὶ ὁ μικρότερος παρ’ἐκείνοις βρῶμά ἐστι
τοῦ μείζονος. Κἄν ποτε συμβῇ τὸν τοῦ ἐλάττονος κρατήσαντα
404 ἑτέρου γενέσθαι θήραμα, ὑπὸ τὴν ‖ μίαν ἄγονται γαστέρα τοῦ
OMELIA VII 275

i pescatori dell’Oceano Indiano conoscono altre specie;


altre ne conoscono quelli che perseguono la loro cattura
nel golfo egiziano, altre ancora gli abitanti delle isole e
altre i mauritani. Però, tutti i pesci, sia piccoli che gran-
di, ugualmente, li condussero all’esistenza quel primo
comando e quella inesprimibile potenza di Dio. Molte
sono le differenze dei loro generi di vita e molte anche
le diversità di ogni singola specie nelle modalità della ri-
produzione. I pesci, nella loro grande maggioranza, non
covano come fanno gli uccelli, non intrecciano nidi e non
si affaticano per nutrire la loro prole, ma l’acqua riceve
l’uovo che le cade dentro e ne fa un essere vivente. Ogni
genere ha un suo tipo di procreazione immutabile, che
non si può mescolare con quello che ha un’altra natura.
La loro procreazione non è simile a quella che, sulla ter-
ra, avviene per i muli [unione di razze diverse] o anche
alle unioni di certi uccelli, che adulterano le specie. Nei
pesci nessuno è armato di un’attrezzatura di denti ridotta
a metà, come lo sono presso di noi il bue e il montone,
poiché presso di loro nessuno rumina, tranne lo scaro,
secondo quanto alcuni affermano. Però, tutti hanno denti
compatti e acuminati con punte acutissime, per evitare
che, in una masticazione protratta, il cibo scorra via; se,
infatti, esso non fosse rapidamente spezzettato e invia-
to allo stomaco, potrebbe capitare che, mentre i denti lo
sminuzzano, venga portato via dall’acqua.
3. Il nutrimento dei pesci è determinato a seconda del-
le specie; alcuni si nutrono di limo, altri di alghe, altri si
accontentano delle erbe che crescono nell’acqua, ma la
maggior parte dei pesci si mangiano a vicenda e, presso
di loro, il più piccolo diventa alimento del più grande. E,
se dovesse capitare che quello che si è impadronito del
più piccolo diventa preda di caccia di un altro, vanno a
276 OMELIE SULL’ESAMERONE

τελευταίου. Τί οὖν ἡμεῖς οἱ ἄνθρωποι ἄλλο τι ποιοῦμεν ἐν τῇ


καταδυναστείᾳ τῶν ὑποδεεστέρων; τί διαφέρει τοῦ τελευταίου
ἰχθύος ὁ τῇ λαιμάργῳ φιλοπλουτίᾳ τοῖς ἀπληρώτοις τῆς
πλεονεξίας αὐτοῦ κόλποις ἐναποκρύπτων τοὺς ἀσθενεῖς;
Ἐκεῖνος εἶχε τὰ τοῦ πένητος· σὺ τοῦτον λαβὼν μέρος ἐποιήσω
τῆς περιουσίας σεαυτοῦ. Ἀδίκων ἀδικώτερος ἀνεφάνης, καὶ
πλεονεκτικώτερος πλεονέκτου. Ὅρα μὴ τὸ αὐτό σε πέρας τῶν
ἰχθύων ἐκδέξηται, ἄγκιστρόν που, ἢ κύρτος, ἢ δίκτυον. Πάντως
γὰρ καὶ ἡμεῖς πολλὰ τῶν ἀδίκων διεξελθόντες, τὴν τελευταίαν
τιμωρίαν οὐκ ἀποδρασόμεθα. Ἤδη δὲ καὶ ἐν ἀσθενεῖ ζῴῳ πολὺ
τὸ πανοῦργον καὶ ἐπίβουλον καταμαθὼν, βούλομαί σε φυγεῖν
τῶν κακούργων τὴν μίμησιν. Ὁ καρκῖνος τῆς σαρκὸς ἐπιθυμεῖ
τοῦ ὀστρέου· ἀλλὰ δυσάλωτος ἡ ἄγρα αὐτῷ διὰ τὴν περιβολὴν
τοῦ ὀστράκου γίνεται. Ἀρραγεῖ γὰρ ἑρκίῳ τὸ ἁπαλὸν τῆς σαρκὸς
ἡ φύσις κατησφαλίσατο. Διὸ καὶ ὀστρακόδερμον προσηγόρευται.
Καὶ ἐπειδὴ δύο κοιλότητες ἀκριβῶς ἀλλήλαις προσηρμοσμέναι
τὸ ὄστρεον περιπτύσσονται, ἀναγκαίως ἄπρακτοί εἰσιν αἱ χηλαὶ
τοῦ καρκίνου. Τί οὖν ποιεῖ; Ὅταν ἴδῃ ἐν ἀπηνέμοις χωρίοις
μεθ’ἡδονῆς διαθαλπόμενον, καὶ πρὸς τὴν ἀκτῖνα τοῦ ἡλίου τὰς
πτύχας ἑαυτοῦ διαπλώσαντα, τότε δὴ λάθρᾳ ψηφῖδα παρεμβαλὼν,
διακωλύει τὴν σύμπτυξιν, καὶ εὑρίσκεται τὸ ἐλλεῖπον τῆς
406 δυνάμεως διὰ τῆς ἐπινοίας ‖ περιεχόμενος. Αὕτη ἡ κακία τῶν
μήτε λόγου μήτε φωνῆς μετεχόντων. Ἐγὼ δέ σε βούλομαι τὸ
ποριστικὸν καὶ εὐμήχανον τῶν καρκίνων ζηλοῦντα, τῆς βλάβης
τῶν πλησίον ἀπέχεσθαι. Τοιοῦτός ἐστιν ὁ πρὸς τὸν ἀδελφὸν
OMELIA VII 277

finire entrambi nel ventre dell’ultimo.4 Che cosa d’altro


dunque facciamo noi, uomini, quando tiranneggiamo i
nostri inferiori? In che cosa differisce da quest’ultimo
pesce colui che, per un ingiusto amore della ricchezza,
inghiotte i deboli nell’insaziabile ventre della sua avari-
zia? Quell’individuo aveva quello che ha il povero, e tu
lo hai preso e lo hai fatto parte della tua sovrabbondanza.
Hai fatto vedere che sei più ingiusto degli ingiusti e più
avaro di un avaro. Bada di non andare a finire nello stes-
so esito dei pesci, l’amo, la nassa, la rete. In ogni caso,
anche noi, dopo aver percorso una lunga serie di ingiusti-
zie, non sfuggiremo alla punizione finale. Ma, già subito,
esaminando quanta scellerataggine e capacità d’insidiare
ci sia in un piccolo animale, voglio che tu fugga i mal-
fattori. Il granchio brama la carne dell’ostrica, ma si tro-
va in difficoltà nell’afferrare la sua preda, perché essa
è avvolta in un guscio: infatti, la natura ha fortificato la
morbidezza della carne con questo infrangibile muro di
cinta; di qui l’ostrica è stata chiamata anche testacide [in
greco: che ha la pelle formata da un guscio]. Quando
le due valve, aderendo esattamente tra loro, avvolgono
l’ostrica, gli artigli del granchio non riescono a combina-
re nulla. Che fa dunque costui? Quando vede un’ostrica
che, nei luoghi al coperto dal vento, si riscalda con molto
gusto e dispiega ai raggi del sole i suoi battenti, allora,
appunto, getta dentro, di nascosto, un sassolino, impe-
dendo che essi tornino a combaciare e così si vede che
ha surrogato con l’astuzia la manchevolezza di forza.
Questa è la scaltrezza di animali che non partecipano né
alla ragione né alla parola.5 Per mio conto, io vorrei che
tu, scendendo a gara con l’industriosità e la ricchezza
di espedienti dei granchi, stia lontano dal recare danno
al prossimo. È simile al granchio colui che va verso il
278 OMELIE SULL’ESAMERONE

πορευόμενος δόλῳ, καὶ ταῖς τῶν πλησίον ἀκαιρίαις ἐπιτιθέμενος,


καὶ ταῖς ἀλλοτρίαις συμφοραῖς ἐντρυφῶν. Φεῦγε τὰς μιμήσεις
τῶν κατεγνωσμένων. Τοῖς οἰκείοις ἀρκοῦ. Πενία μετὰ αὐταρκείας
ἀληθοῦς, πάσης ἀπολαύσεως τοῖς σωφρονοῦσι προτιμοτέρα.
Οὐκ ἂν παρέλθοιμι τὸ τοῦ πολύποδος δολερὸν καὶ ἐπίκλοπον, ὃς
ὁποίᾳ ποτ’ἂν ἑκάστοτε πέτρᾳ περιπλακῇ, τὴν ἐκείνης ὑπέρχεται
χρόαν. Ὥστε τοὺς πολλοὺς τῶν ἰχθύων ἀπροόπτως νηχομένους
τῷ πολύποδι περιπίπτειν, ὡς τῇ πέτρᾳ δῆθεν, καὶ ἕτοιμον
γίνεσθαι θήραμα τῷ πανούργῳ. Τοιοῦτοί εἰσι τὸ ἦθος οἱ τὰς
ἀεὶ κρατούσας δυναστείας ὑπερχόμενοι, καὶ πρὸς τὰς ἑκάστοτε
χρείας μεθαρμοζόμενοι, μὴ ἐπὶ τῆς αὐτῆς ἀεὶ προαιρέσεως
βεβηκότες, ἀλλ’ἄλλοι καὶ ἄλλοι ῥᾳδίως γινόμενοι, σωφροσύνην
τιμῶντες μετὰ σωφρόνων, ἀκόλαστοι δὲ ἐν ἀκολάστοις, πρὸς τὴν
ἑκάστου ἀρέσκειαν τὰς γνώμας μετατιθέμενοι. Οὓς οὐδὲ ῥᾴδιον
ἐκκλῖναι, οὐδὲ τὴν ἀπ’αὐτῶν φυλάξασθαι βλάβην, διὰ τὸ ἐν τῷ
προσχήματι τῆς φιλίας βαθέως κατεσκευασμένην τὴν πονηρίαν
408 κατακε‖κρύφθαι. Τὰ τοιαῦτα ἤθη λύκους ἅρπαγας ὀνομάζει
ὁ Κύριος, ἐν ἐνδύμασι προβάτων προφαινομένους. Φεῦγε τὸ
παντοδαπὸν καὶ πολλαπλοῦν τοῦ τρόπου· δίωκε δὲ ἀλήθειαν,
εἰλικρίνειαν, ἁπλότητα. Ὁ ὄφις ποικίλος· διὰ τοῦτο καὶ ἕρπειν
κατεδικάσθη. Ὁ δίκαιος ἄπλαστος, ὁποῖος ὁ Ἰακώβ. Διὰ τοῦτο
Κατοικίζει Κύριος μονοτρόπους ἐν οἴκῳ. Αὕτη ἡ θάλασσα ἡ
μεγάλη καὶ εὐρύχωρος· ἐκεῖ ἑρπετὰ, ὧν οὐκ ἔστιν ἀριθμός· ζῷα
μικρὰ μετὰ μεγάλων. Ἀλλ’ὅμως σοφή τίς ἐστι παρ’αὐτοῖς καὶ
OMELIA VII 279

fratello con inganno, che si getta sulle disavventure al-


trui e si compiace con soddisfazione delle sventure degli
altri. Fuggi di imitare questi individui spregevoli. Ti ba-
sti quanto possiedi tu. La povertà, quando basta davvero
a se stessa, per quelli che hanno una mentalità retta, è
preferibile a qualsiasi godimento. Non vorrei tralasciare
l’istinto ingannevole e la scaltrezza del polipo; a qualun-
que roccia, in ogni caso, si aggrappi, esso ne assume il
colore. Così, molti pesci che nuotano senza fare attenzio-
ne vengono ad abbattersi contro il polipo, proprio come
contro una roccia e diventano per quell’imbroglione una
preda bell’e pronta. Tale è il comportamento di quelli
che, insinuandosi presso coloro che hanno via il potere,
cambiano di aspetto secondo le esigenze del momento,
senza giungere mai alla medesima scelta di vita, ma mu-
tano facilmente la loro personalità da un tipo all’altro;
con quelli che sono assennati onorano l’assennatezza,
con gli intemperanti sono intemperanti; cambiano le loro
opinioni a seconda che piace a ciascuno. Non è facile
evitare questi individui, né tutelarsi dai danni che reca-
no, poiché, sotto la sembianza dell’amicizia, è nascosta
nel profondo la corruzione della cattiveria.6 Quelli che si
comportano così il Signore li chiama lupi rapaci che si
mostrano in vesti di pecore (Mt. 7,15). Fuggi un atteg-
giamento che assume un po’ tutte le caratteristiche e tutti
gli aspetti; segui la verità, la limpidezza, la semplicità.
Il serpente è maculato di quasi tutti i colori, perciò fu
condannato a strisciare. Il giusto è immune da finzioni,
come lo era Giacobbe (Gen. 26,27). Ed è per questo che
il Signore «fa abitare in una casa quelli che hanno unifor-
mità di costumi» (Sal. 67/68,7). «Ecco il mare, è grande
e spazioso; lì vi sono rettili senza numero, animali pic-
coli e grandi» (Sal. 103/104,25). E, tuttavia, c’è presso
280 OMELIE SULL’ESAMERONE

εὔτακτος διακόσμησις. Οὐ γὰρ μόνον κατηγορεῖν ἔχομεν τῶν


ἰχθύων, ἀλλ’ἔστιν ἃ καὶ μιμήσασθαι ἄξιον. Πῶς τὰ γένη τῶν
ἰχθύων ἕκαστα τὴν ἐπιτηδείαν ἑαυτοῖς διανειμάμενα χώραν,
οὐκ ἐπεμβαίνει ἀλλήλοις, ἀλλὰ τοῖς οἰκείοις ὅροις ἐνδιατρίβει;
Οὐδεὶς γεωμέτρης παρ’αὐτοῖς κατένειμε τὰς οἰκήσεις· οὐ τείχεσι
περιγέγραπται· οὐχ ὁροθεσίοις διῄρηται· καὶ αὐτομάτως ἑκάστῳ
τὸ χρήσιμον ἀποτέτακται. Οὗτος μὲν γὰρ ὁ κόλπος τάδε τινὰ
γένη τῶν ἰχθύων βόσκει, κἀκεῖνος ἕτερα· καὶ τὰ ὧδε πληθύνοντα,
ἄπορα παρ’ἑτέροις. Οὐδὲν ὄρος ὀξείαις κορυφαῖς ἀνατεταμένον
410 διίστησιν, οὐ ποταμὸς τὴν διάβασιν ‖ ἀποτέμνεται, ἀλλὰ νόμος
τίς ἐστι φύσεως ἴσως καὶ δικαίως κατὰ τὸ ἑκάστου χρειῶδες τὴν
δίαιταν ἑκάστοις ἀποκληρῶν.
4. Ἀλλ’οὐχ ἡμεῖς τοιοῦτοι. Πόθεν; Οἵγε μεταίρομεν ὅρια
αἰώνια, ἃ ἔθεντο οἱ πατέρες ἡμῶν. Παρατεμνόμεθα γῆν,
συνάπτομεν οἰκίαν πρὸς οἰκίαν καὶ ἀγρὸν πρὸς ἀγρὸν, ἵνα τοῦ
πλησίον ἀφελώμεθά τι. Οἶδε τὰ κήτη τὴν ἀφωρισμένην αὐτοῖς
παρὰ τῆς φύσεως δίαιταν, τὴν ἔξω τῶν οἰκουμένων χωρίων
κατείληφε θάλασσαν, τὴν ἐρήμην νήσων, ᾗ μηδεμία πρὸς τὸ
ἀντιπέρας ἀντικαθέστηκεν ἤπειρος. Διόπερ ἄπλους ἐστὶν, οὔτε
ἱστορίας, οὔτε τινὸς χρείας κατατολμᾶν αὐτῆς τοὺς πλωτῆρας
ἀναπειθούσης. Ἐκείνην καταλαβόντα τὰ κήτη, τοῖς μεγίστοις
τῶν ὀρῶν κατὰ τὸ μέγεθος ἐοικότα, ὡς οἱ τεθεαμένοι φασὶ, μένει
ἐν τοῖς οἰκείοις ὅροις, μήτε ταῖς νήσοις, μήτε ταῖς παραλίοις
πόλεσι λυμαινόμενα. Οὕτω μὲν οὖν ἕκαστον γένος, ὥσπερ
πόλεσιν ἢ κώμαις τισὶν ἢ πατρίσιν ἀρχαίαις, τοῖς ἀποτεταγμένοις
OMELIA VII 281

di loro una sistemazione saggia e ben ordinata. Infatti,


in quello che concerne i pesci, non troviamo soltanto dei
motivi di biasimo, ci sono anche aspetti che meritano
di essere imitati. Come le specie dei pesci, dopo essersi
distribuite, ciascuna, il territorio che è loro convenien-
te, non se lo invadono vicendevolmente, ma vivono nei
propri confini? Non c’è presso di loro nessun geometra
che abbia distribuito le dimore, non sono circoscritte con
muri, non sono separate con delimitazioni, eppure a cia-
scuno è automaticamente assegnato quello che gli serve.
Questa insenatura nutre queste determinate specie di pe-
sci, quell’altra altre e quelle che qui si trovano in grande
abbondanza non si riscontrano altrove. A separarle non
si eleva nessuna montagna con vette acuminate; non c’è
nessun fiume che impedisca loro di attraversarlo, ma c’è
una legge di natura che, in uguaglianza e giustizia, as-
segna in sorte a ciascuno la residenza secondo quanto a
ciascuno è necessario.
4. Invece noi non siamo così. Come mai? Noi cam-
biamo i confini perenni che avevano posto i nostri padri
(Prov. 22,28). Tagliamo a frammenti la terra; connet-
tiamo casa con casa e campo con campo, per strappare
qualcosa al nostro vicino. I cetacei sanno quale residenza
la natura abbia loro delimitata; occupano, al di là delle
regioni abitate, il mare privo di isole, di fronte al qua-
le non è contrapposto alcun continente. Perciò, non è
navigabile; nessun intento di ricerca e nessun bisogno
persuade i navigatori ad arrischiarvisi. Quel mare lo han-
no occupato i mostri marini che, per la loro grandezza,
rassomigliano ai monti più alti, come dicono quelli che
li hanno visti; essi rimangono all’interno dei propri con-
fini, senza violare né le isole né le città costiere. Così cia-
scuna stirpe soggiorna nelle sezioni del mare che le sono
282 OMELIE SULL’ESAMERONE

αὐτοῖς τῆς θαλάσσης μέρεσιν ἐναυλίζεται. Ἤδη δέ τινες καὶ


ἀποδημητικοὶ τῶν ἰχθύων, ὥσπερ ἀπὸ κοινοῦ βουλευτηρίου
πρὸς τὴν ὑπερορίαν στελλόμενοι, ὑφ’ἑνὶ συνθήματι πάντες
ἀπαίρουσιν. Ἐπειδὰν γὰρ ὁ τεταγμένος καιρὸς τῆς κυήσεως
καταλάβῃ, ἄλλοι ἀπ’ἄλλων κόλπων μεταναστάντες, τῷ κοινῷ
412 τῆς φύσεως νόμῳ διεγερθέντες, ‖ ἐπὶ τὴν βορινὴν ἐπείγονται
θάλασσαν. Καὶ ἴδοις ἂν κατὰ τὸν καιρὸν τῆς ἀνόδου ὥσπερ τι
ῥεῦμα τοὺς ἰχθῦς ἡνωμένους, καὶ διὰ τῆς Προποντίδος ἐπὶ τὸν
Εὔξεινον ῥέοντας. Τίς ὁ κινῶν; ποῖον πρόσταγμα βασιλέως; ποῖα
διαγράμματα κατ’ἀγορὰν ἡπλωμένα τὴν προθεσμίαν δηλοῖ; οἱ
ξεναγοῦντες τίνες; Ὁρᾷς τὴν θείαν διάταξιν πάντα πληροῦσαν,
καὶ διὰ τῶν μικροτάτων διήκουσαν. Ἰχθὺς οὐκ ἀντιλέγει νόμῳ
Θεοῦ, καὶ ἄνθρωποι σωτηρίων διδαγμάτων οὐκ ἀνεχόμεθα. Μὴ
καταφρόνει τῶν ἰχθύων, ἐπειδὴ ἄφωνα καὶ ἄλογα παντελῶς,
ἀλλὰ φοβοῦ μὴ καὶ τούτων ἀλογώτερος ᾖς, τῇ διαταγῇ τοῦ
κτίσαντος ἀνθιστάμενος. Ἄκουε τῶν ἰχθύων μονονουχὶ φωνὴν
ἀφιέντων δι’  ὧν ποιοῦσιν, ὅτι εἰς διαμονὴν τοῦ γένους τὴν
μακρὰν ταύτην ἀποδημίαν στελλόμεθα. Οὐκ ἔχουσιν ἴδιον
λόγον, ἔχουσι δὲ τὸν τῆς φύσεως νόμον ἰσχυρῶς ἐνιδρυμένον,
καὶ τὸ πρακτέον ὑποδεικνύντα. Βαδίσωμεν, φασὶν, ἐπὶ τὸ βόρειον
πέλαγος. Γλυκύτερον γὰρ τῆς λοιπῆς θαλάσσης ἐκεῖνο τὸ ὕδωρ,
διότι ἐπ’ὀλίγον αὐτῇ προσδιατρίβων ὁ ἥλιος, οὐκ ἐξάγει αὐτῆς
ὅλον διὰ τῆς ἀκτῖνος τὸ πότιμον. Χαίρει δὲ τοῖς γλυκέσι καὶ τὰ
θαλάσσια· ὅθεν καὶ ἐπὶ τοὺς ποταμοὺς ἀνανήχεται πολλάκις, καὶ
OMELIA VII 283

state riservate, come lo si fa nelle città, in certi villaggi e


località di antica tradizione familiare. Ma va subito tenu-
to presente che ci sono anche certi pesci che sono migra-
tori i quali, come se fossero inviati all’estero per decreto
di un governo comune, partono tutti a un segnale con-
cordato. Quando il momento stabilito per la migrazione
è arrivato, salpando, chi da un’insenatura e chi da un’al-
tra, stimolati dalla comune legge della natura, si affret-
tano verso il mare Boreale.7 Si possono vedere, al tempo
della loro salita, questi pesci che, tutt’insieme, come un
torrente, attraverso la Propontide [il Mar di Marmara]
scorrono verso il Ponto Eusino. Chi è colui che li muo-
ve? Quale ingiunzione dell’imperatore? Quali ordinanze
esposte in piazza indicano il giorno fissato? Chi li guida
in regioni straniere? Tu vedi che la disposizione divina
effettua completamente tutte le cose e pervade anche le
entità più piccole. Un pesce non si oppone alla legge di
Dio e noi, uomini, non ne accettiamo gli insegnamenti
salutari.8 Non disprezzare i pesci perché sono completa-
mente senza voce e senza ragione; temi invece di essere
tu privo della ragione più di loro,9 dato che ti opponi alla
disposizione del Creatore.10 Ascolta i pesci;11 manca loro
soltanto la parola, ma con il loro comportamento dico-
no: “È per conservare la nostra specie che noi partiamo
per questo lungo viaggio fuori dalla nostra residenza”.
Non hanno una ragione propria, ma hanno la legge di
natura fortemente stabilita in loro, che indica loro quello
che debbono fare.12 “Andiamo, dicono, nel mare Borea-
le, poiché quell’acqua è più dolce di quella di qualsiasi
altro mare, in quanto lì il sole si sofferma di meno e con
i suoi raggi non estrae tutta la componente potabile”. I
pesci di mare si compiacciono delle acque dolci, perciò
spesso risalgono i fiumi nuotando contro corrente e van-
284 OMELIE SULL’ESAMERONE

πόρρω θαλάσσης φέρεται. Ἐκ τούτου προτιμότερος αὐτοῖς ὁ


Πόντος τῶν λοιπῶν ἐστι κόλπων, ὡς ἐπιτήδειος ἐναποκυῆσαι καὶ
ἐκθρέψαι τὰ ἔκγονα. Ἐπειδὰν δὲ τὸ σπουδαζόμενον ἀρκούντως
ἐκπληρωθῇ, πάλιν πανδημεὶ πάντες ὑποστρέφουσιν οἴκαδε. Καὶ
τίς ὁ λόγος, ἀκούσωμεν παρὰ τῶν σιωπώντων. Ἐπιπόλαιος,
414 φασὶν, ἡ βορεινὴ θάλασσα, καὶ ὑπτία προκειμένη ‖ τῶν ἀνέμων
ταῖς βίαις, ὀλίγας ἀκτὰς καὶ ὑποδρομὰς ἔχουσα. Διὸ καὶ ἐκ
πυθμένος οἱ ἄνεμοι ῥᾳδίως αὐτὴν ἀναστρέφουσιν, ὡς καὶ τὴν
βυθίαν ψάμμον τοῖς κύμασιν ἀναμίγνυσθαι. Ἀλλὰ καὶ ψυχρὰ,
χειμῶνος ὥρᾳ, ὑπὸ πολλῶν καὶ μεγάλων ποταμῶν πληρουμένη.
Διὰ τοῦτο ἐφ’ὅσον μέτριον ἀπολαύσαντες αὐτῆς ἐν τῷ θέρει,
πάλιν χειμῶνος ἐπὶ τὴν ἐν τῷ βυθῷ ἀλέαν καὶ τὰ προσήλια τῶν
χωρίων ἐπείγονται, καὶ φυγόντες τὸ δυσήνεμον τῶν ἀρκτῴων,
τοῖς ἐπ’ἔλαττον τινασσομένοις κόλποις ἐγκαθορμίζονται.
5. Εἶδον ταῦτα ἐγὼ, καὶ τὴν ἐν πᾶσι τοῦ Θεοῦ σοφίαν
ἐθαύμασα. Εἰ τὰ ἄλογα ἐπινοητικὰ καὶ φυλακτικὰ τῆς ἰδίας αὐτῶν
σωτηρίας, καὶ οἶδε τὸ αἱρετὸν αὐτῷ καὶ τὸ φευκτὸν ὁ ἰχθὺς, τί
ἐροῦμεν ἡμεῖς οἱ λόγῳ τετιμημένοι, καὶ νόμῳ πεπαιδευμένοι,
ἐπαγγελίαις προτραπέντες, Πνεύματι σοφισθέντες, εἶτα τῶν
ἰχθύων ἀλογώτερον τὰ καθ’ἑαυτοὺς διατιθέμενοι; Εἴπερ οἱ μὲν
ἴσασι τοῦ μέλλοντός τινα ποιεῖσθαι πρόνοιαν, ἡμεῖς δὲ ἐκ τῆς
πρὸς τὸ μέλλον ἀνελπιστίας δι’ἡδονῆς βοσκηματώδους τὴν
ζωὴν ἀναλίσκομεν. Ἰχθὺς τοσαῦτα διαμείβει πελάγη ὑπὲρ τοῦ
OMELIA VII 285

no lontano dal mare. Per questo motivo essi preferiscono


il Ponto a tutte le altre insenature come adatto a favorire
il parto e a nutrire la loro prole. Quando però quello che
essi cercano è sufficientemente soddisfatto, essi, in mas-
sa, si rivolgono e tornano a casa. E quale ne è il motivo?
Ascoltiamolo da loro, sebbene tacciano: “il mare Bore-
ale, dicono, è poco profondo e, siccome si estende tutto
in superficie, è esposto alle raffiche impetuose dei venti;
ha poche spiagge che servano da nascondiglio. Perciò,
i venti lo sconvolgono facilmente fin dalle sue fonda-
menta, tanto che mescolano ai flutti la sabbia che sta nel
profondo e poi, durante la stagione invernale, è anche
freddo, poiché si riempie di molti e grandi fiumi”.13 Per
questo motivo i pesci, dopo averne goduto in una con-
trollata misura durante l’estate, quando viene l’inverno,
di nuovo si affrettano verso il calore delle acque profon-
de e verso le regioni soleggiate; fuggendo il disagio an-
tipatico che arrecano i venti polari, essi si ancorano nelle
insenature meno agitate.
5. Io ho visto personalmente tutto questo e ho ammi-
rato la sapienza di Dio che si manifesta in tutte le cose.14
Se gli animali irragionevoli provvedono alla loro salvez-
za con ricchezza di inventiva e solerzia di accorgimenti,
se il pesce sa che cosa deve scegliere e che cosa deve
fuggire, che cosa diremo di noi stessi, che siamo stati
onorati della ragione,15 istruiti dalla legge, sospinti dalle
promesse, resi sapienti dallo Spirito e che poi disponia-
mo quello che ci concerne in maniera più irragionevole
dei pesci? Se, infatti, essi sanno prendere certi provvedi-
menti in vista dell’avvenire, noi invece non avendo nes-
suna speranza nell’avvenire, sciupiamo la vita in piaceri
degni degli animali! Un pesce attraversa dei mari così
ampi per trovare qualche guadagno, e tu che cosa dirai,
286 OMELIE SULL’ESAMERONE

εὕρασθαί τινα ὠφέλειαν· τί ἐρεῖς σὺ ὁ τῇ ἀργίᾳ συζῶν; Ἀργία δὲ,


κακουργίας ἀρχή. Μηδεὶς ἄγνοιαν προφασιζέσθω. Φυσικὸς λόγος
416 οἰκείωσιν ἡμῖν τοῦ καλοῦ, καὶ ἀλλοτρίωσιν ἀπὸ τῶν ‖ βλαβερῶν
ὑποδεικνὺς ἐγκατέσπαρται. Οὐκ ἀφίσταμαι τῶν θαλασσίων
ὑποδειγμάτων, ἐπειδὴ ταῦτα ἡμῖν πρόκειται εἰς ἐξέτασιν.
Ἤκουσα ἐγὼ τῶν παραλίων τινὸς, ὅτι ὁ θαλάσσιος ἐχῖνος,
τὸ μικρὸν παντελῶς καὶ εὐκαταφρόνητον ζῷον, διδάσκαλος
πολλάκις γαλήνης καὶ κλύδωνος τοῖς πλέουσι γίνεται. Ὃς ὅταν
προΐδῃ ταραχὴν ἐξ ἀνέμων, ψηφῖδά τινα ὑπελθὼν γενναίαν,
ἐπ’αὐτῆς, ὥσπερ ἐπ’ἀγκύρας, βεβαίως σαλεύει, κατεχόμενος τῷ
βάρει πρὸς τὸ μὴ ῥᾳδίως τοῖς κύμασιν ὑποσύρεσθαι. Τοῦτο ὅταν
ἴδωσιν οἱ ναυτικοὶ τὸ σημεῖον, ἴσασι τὴν προσδοκωμένην βιαίαν
κίνησιν τῶν ἀνέμων. Οὐδεὶς ἀστρολόγος, οὐδεὶς Χαλδαῖος, ταῖς
ἐπιτολαῖς τῶν ἄστρων τὰς τῶν ἀέρων ταραχὰς τεκμαιρόμενος,
ταῦτα τὸν ἐχῖνον ἐδίδαξεν, ἀλλ’ὁ θαλάσσης καὶ ἀνέμων Κύριος
καὶ τῷ μικρῷ ζῴῳ τῆς μεγάλης ἑαυτοῦ σοφίας ἐναργὲς ἴχνος
ἐνέθηκεν. Οὐδὲν ἀπρονόητον, οὐδὲν ἠμελημένον παρὰ Θεοῦ.
Πάντα σκοπεύει ὁ ἀκοίμητος ὀφθαλμός. Πᾶσι πάρεστιν,
ἐκπορίζων ἑκάστῳ τὴν σωτηρίαν. Εἰ ἐχῖνον ἔξω τῆς ἑαυτοῦ
ἐπισκοπῆς ὁ Θεὸς οὐκ ἀφῆκε, τὰ σὰ οὐκ ἐπισκοπεῖ; Οἱ ἄνδρες,
ἀγαπᾶτε τὰς γυναῖκας, κἂν ὑπερόριοι ἀλλήλοις πρὸς κοινωνίαν
γάμου συνέλθητε. Ὁ τῆς φύσεως δεσμὸς, ὁ διὰ τῆς εὐλογίας
418 ζυγὸς, ἕνωσις ἔστω ‖ τῶν διεστώτων. Ἔχιδνα, τὸ χαλεπώτατον
τῶν ἑρπετῶν, πρὸς γάμον ἀπαντᾷ τῆς θαλασσίας μυραίνης, καὶ
OMELIA VII 287

tu, che vivi nell’ozio? L’ozio è, infatti, principio del vi-


zio.16 Che nessuno avanzi a pretesto la propria ignoran-
za! È stata seminata in noi una ragione naturale che ci
mostra una propensione per il bene e un’estraneità nei
riguardi di quanto reca danno. Non mi allontano dagli
esempi detratti dal mare, poiché è questa l’indagine che
ci è proposta. Io ho sentito dire da uno che abita lungo
la costa17 che il riccio marino, animaletto estremamente
piccolo e spregevole, spesso diventa maestro ai navigan-
ti della bonaccia e della tempesta. Esso, quando prevede
che i venti producano uno scompiglio, si attacca a un
ciottolo, che gli dia affidamento e su di esso, come su di
un’àncora, si lascia sballottare in piena sicurezza; il peso
lo trattiene dall’essere facilmente trascinato a fondo dai
marosi. Quando vedono questo segno, i marinai sanno
che c’è da aspettarsi un violento sommovimento dei ven-
ti. Nessun astrologo, nessun caldeo che dal sorgere degli
astri detragga indizi sugli sconvolgimenti atmosferici ha
insegnato al riccio questo accorgimento, ma il Signore
del mare e dei venti ha collocato in questo piccolo ani-
male una chiara traccia della sua grande sapienza. Presso
Dio non c’è nulla di imprevisto, nulla di trascurato. Tutto
osserva il suo occhio insonne;18 egli è presente a tutti
e a ognuno procura la salvezza. Se Dio non ha esclu-
so il riccio dalla sua sorveglianza, non terrà sotto la sua
sorveglianza quanto ti concerne?19 «Mariti, amate le vo-
stre mogli» (Ef. 5,25), anche se eravate vicendevolmen-
te stranieri quando vi siete incontrati nella comunione
matrimoniale. Il legame della natura e il giogo prodotto
dalla benedizione nuziale [dalla celebrazione sacramen-
tale] diventino unificazione di quelli che erano separati.
La vipera, il più pericoloso di tutti i rettili, va incontro
alla murena marina per accoppiarsi e, annunziando la
288 OMELIE SULL’ESAMERONE

συριγμῷ τὴν παρουσίαν σημήνασα ἐκκαλεῖται αὐτὴν ἐκ τῶν


βυθῶν πρὸς γαμικὴν συμπλοκήν. Ἡ δὲ ὑπακούει, καὶ ἑνοῦται τῷ
ἰοβόλῳ. Τί βούλεταί μοι ὁ λόγος; Ὅτι κἂν τραχὺς ᾖ κἂν ἄγριος
τὸ ἦθος ὁ σύνοικος, ἀνάγκη φέρειν τὴν ὁμόζυγα, καὶ ἐκ μηδεμιᾶς
προφάσεως καταδέχεσθαι τὴν ἕνωσιν διασπᾶν. Πλήκτης;
Ἀλλ’ἀνήρ. Πάροινος; Ἀλλ’ἡνωμένος κατὰ τὴν φύσιν. Τραχὺς
καὶ δυσάρεστος; Ἀλλὰ μέλος ἤδη σὸν, καὶ μελῶν τὸ τιμιώτατον.
6. Ἀκουέτω δὲ καὶ ὁ ἀνὴρ τῆς προσηκούσης αὐτῷ
παραινέσεως. Ἡ ἔχιδνα τὸν ἰὸν ἐξεμεῖ, αἰδουμένη τὸν γάμον·
σὺ τὸ τῆς ψυχῆς ἀπηνὲς καὶ ἀπάνθρωπον οὐκ ἀποτίθεσαι αἰδοῖ
τῆς ἑνώσεως; Ἢ τάχα τὸ τῆς ἐχίδνης ὑπόδειγμα καὶ ἑτέρως ἡμῖν
χρησιμεύσει, ὅτι μοιχεία τίς ἐστι τῆς φύσεως ἡ τῆς ἐχίδνης καὶ
τῆς μυραίνης ἐπιπλοκή. Διδαχθήτωσαν οὖν οἱ τοῖς ἀλλοτρίοις
ἐπιβουλεύοντες γάμοις, ποταπῷ εἰσιν ἑρπετῷ παραπλήσιοι.
Εἷς μοι σκοπὸς, πανταχόθεν οἰκοδομεῖσθαι τὴν Ἐκκλησίαν.
420 Καταστελ‖λέσθω τὰ πάθη τῶν ἀκολάστων, καὶ ἐγγείοις καὶ
θαλαττίοις ὑποδείγμασι παιδευόμενα. Ἐνταῦθά με στῆναι τοῦ
λόγου ἥ τε τοῦ σώματος καταναγκάζει ἀσθένεια, καὶ τὸ τῆς ὥρας
ὀψέ· ἐπεὶ πολλὰ ἔτι προσθεῖναι εἶχον τοῖς φιληκόοις θαύματος
ἄξια περὶ τῶν φυομένων ἐν τῇ θαλάσσῃ· περὶ θαλάσσης αὐτῆς.
Πῶς εἰς ἅλας τὸ ὕδωρ πήγνυται· πῶς ὁ πολυτίμητος λίθος τὸ
κουράλλιον χλόη μέν ἐστιν ἐν τῇ θαλάσσῃ, ἐπειδὰν δὲ εἰς τὸν
ἀέρα ἐξενεχθῇ, πρὸς λίθου στερρότητα μεταπήγνυται· πόθεν τῷ
OMELIA VII 289

sua presenza con un sibilo, la invita, dal fondo del mare,


all’accoppiamento matrimoniale. La murena ubbidisce
e si unisce al rettile velenoso. A che cosa mira quello
che sto dicendo? A questo: che, per quanto sia aspro, per
quanto sia scorbutico il coniuge nel suo temperamento,
è necessario che la moglie lo sopporti e che non accetti,
sotto nessun pretesto, di lacerare l’unione. Picchia? Ma è
tuo marito. È ubriacone? Ma ti è stato unito dalla natura.
È aspro e scontroso? Ma ormai è diventato un tuo mem-
bro e il più prezioso di tutti.
6. Anche il marito ascolti l’esortazione che gli com-
pete. La vipera vomita via il suo veleno in ossequio al
matrimonio e tu non getti via la scortesia e l’asocialità
della tua anima per deferenza verso l’unione coniugale?
E forse l’esempio della vipera ci potrà tornare utile an-
che in un’altra maniera, in quanto l’accoppiamento della
vipera e della murena è una specie di adulterio perpetra-
to dalla natura. Imparino, dunque, quelli che insidiano
il matrimonio altrui a quale tipo di rettili siano diventati
simili. Io ho un sogno solo, edificare la Chiesa in ogni
modo.20 Possano venire represse le passioni degli sco-
stumati, traendo un’istruzione anche dagli esempi degli
animali terrestri e acquatici. Qui bisognerebbe che io mi
fermi dal parlare e la mia debolezza fisica21 mi ci co-
stringe, come mi costringe anche l’ora tarda; tuttavia, io
avrei ancora molte aggiunte da fare, le quali sono capa-
ci di suscitare l’ammirazione a quanti sono desiderosi
di ascoltare; esse concernono tutto quello che nasce in
mare e il mare stesso; ad esempio, come l’acqua si rasso-
di diventando sale, come quella pietra preziosissima che
è il corallo, quando si trova in mare è erba, quando però
venga tratta fuori all’aria si indurisca, trasformandosi
nella saldezza di una pietra; donde derivi che la natura
290 OMELIE SULL’ESAMERONE

εὐτελεστάτῳ ζῴῳ τῷ ὀστρέῳ τὸν βαρύτιμον μαργαρίτην ἡ φύσις


ἐνέθηκεν. Ἃ γὰρ ἐπιθυμοῦσι θησαυροὶ βασιλέων, ταῦτα περὶ
αἰγιαλοὺς καὶ ἀκτὰς καὶ τραχείας πέτρας διέρριπται, τοῖς ἐλύτροις
τῶν ὀστρέων ἐγκείμενα. Πόθεν τὸ χρυσοῦν ἔριον αἱ πίνναι
τρέφουσιν, ὅπερ οὐδεὶς τῶν ἀνθοβάφων μέχρι νῦν ἐμιμήσατο
Πόθεν αἱ κόχλοι τοῖς βασιλεῦσι τὰς ἁλουργίδας χαρίζονται, αἳ
καὶ τὰ ἄνθη τῶν λειμώνων τῇ εὐχροίᾳ παρέδραμον. Ἐξαγαγέτω
τὰ ὕδατα. Καὶ τί οὐ γέγονε τῶν ἀναγκαίων; τί δὲ οὐχὶ τῶν
πολυτελῶν ἐχαρίσθη τῷ βίῳ; Τὰ μὲν εἰς ὑπηρεσίαν ἀνθρώπων·
422 τὰ δὲ, εἰς θεωρίαν τοῦ περὶ τὴν ‖ κτίσιν θαύματος. Ἄλλα φοβερὰ,
παιδαγωγοῦντα ἡμῶν τὸ ῥᾴθυμον. Ἐποίησεν ὁ Θεὸς τὰ κήτη
τὰ μεγάλα. Οὐκ ἐπειδὴ καρίδος καὶ μαινίδος μείζονα, διὰ τοῦτο
μεγάλα εἴρηται, ἀλλ’ἐπειδὴ τοῖς μεγίστοις ὄρεσι τῷ ὄγκῳ τοῦ
σώματος παρισάζεται· ἅ γε καὶ νήσων πολλάκις φαντασίαν
παρέχεται, ἐπειδάν ποτε ἐπὶ τὴν ἄκραν ἐπιφάνειαν τοῦ ὕδατος
ἀνανήξηται. Ταῦτα μέντοι τηλικαῦτα ὄντα οὐ περὶ ἀκτὰς, οὐδὲ
αἰγιαλοὺς διατρίβει, ἀλλὰ τὸ Ἀτλαντικὸν λεγόμενον πέλαγος
ἐνοικεῖ. Τοιαῦτά ἐστι τὰ πρὸς φόβον καὶ ἔκπληξιν ἡμετέραν
δημιουργηθέντα ζῷα. Ἐὰν δὲ ἀκούσῃς ὅτι τὰ μέγιστα τῶν
πλοίων ἡπλωμένοις ἱστίοις ἐξ οὐρίας φερόμενα τὸ μικρότατον
ἰχθύδιον ἡ ἐχενηΐς οὕτω ῥᾳδίως ἵστησιν, ὥστε ἀκίνητον ἐπὶ
πλεῖστον φυλάσσειν τὴν ναῦν ὥσπερ καταρριζωθεῖσαν ἐν αὐτῷ
τῷ πελάγει, ἆρ’οὐχὶ καὶ ἐν τῷ μικρῷ τούτῳ τὴν αὐτὴν τῆς τοῦ
424 κτίσαντος δυνάμεως ‖ λαμβάνεις ἀπόδειξιν; Οὐ γὰρ μόνοι ξιφίαι,
καὶ πρίονες, καὶ κύνες, καὶ φάλαιναι καὶ ζύγαιναι, φοβεραὶ,
ἀλλὰ καὶ τρυγόνος κέντρον τῆς θαλασσίας, καὶ ταύτης νεκρᾶς,
OMELIA VII 291

ha immesso in un animale di scarsissimo pregio, l’ostri-


ca, la perla preziosissima. Quelle perle che i tesori dei re
bramano possedere sono sparpagliate lungo le spiagge,
i promontori e le rocce scoscese, inserite nei gusci delle
ostriche. Donde deriva che le pinne [molluschi] nutrono
la lana dorata, che finora nessun tintore con i suoi vivaci
colori è riuscito a imitare; da dove deriva che i murici
forniscono ai re le vesti di porpora, le quali, nel loro bel
colorito, sorpassano i fiori dei prati? «Che le acque pro-
ducano»: e che cosa non è stato prodotto di ciò che ci è
necessario? Di quale cosa preziosa la nostra vita non ha
ricevuto il regalo? Alcune sono per il servizio degli uo-
mini, altre perché potessimo contemplare le meraviglie
della creazione; altre poi per incuterci un timore che raf-
freni la nostra trascuratezza.22 «Dio creò i grandi anima-
li acquatici» (Gen. 1,21). Non sono detti grandi perché
sono maggiori di un granchio di mare e di un’acciuga,
ma perché, nel volume del corpo, vengono parificati alle
montagne più grandi; essi sovente fanno addirittura pen-
sare a delle isole, quando capita che nuotino sul pelo
dell’acqua. Essi, date le loro enormi dimensioni, non di-
morano presso i promontori e le spiagge, abitano invece
l’oceano che è chiamato Atlantico. Tali sono gli animali
che sono stati creati per incuterci timore e stupore. Se,
però, tu senti dire che le navi più grandi, mentre naviga-
no a vele spiegate con il vento in poppa, sono facilmente
bloccate da un pesciolino piccolissimo, la remora, tanto
che mantiene per lunghissimo tempo immobile la nave,
come se avesse messo radici proprio nel mare, forse che
tu non ne detrai, anche in questa cosuccia, una dimostra-
zione della potenza del Creatore? Tuttavia, non incutono
timore soltanto i pescispada, i pesci-sega, i pescecani, le
balene, i pesci-martello, ma anche il pungolo della pasti-
292 OMELIE SULL’ESAMERONE

καὶ λαγωὸς ὁ θαλάσσιος, οὐχ ἧττόν ἐστι φοβερὰ, ταχεῖαν καὶ


ἀπαραίτητον τὴν φθορὰν ἐπιφέροντα. Οὕτω σε διὰ πάντων
ἐγρηγορέναι ὁ κτίστης βούλεται, ἵν’ἐν τῇ πρὸς Θεὸν ἐλπίδι τὰς
ἀπ’αὐτῶν βλάβας ἀποδιδράσκῃς. Ἀλλὰ γὰρ ἀναδραμόντες ἐκ
τῶν βυθῶν, ἐπὶ τὴν ἤπειρον καταφύγωμεν. Καὶ γάρ πως ἄλλα
ἐπ’ἄλλοις καταλαβόντα ἡμᾶς τῆς δημιουργίας τὰ θαύματα, οἷόν
τινα κύματα, ταῖς συνεχέσι καὶ ἐπαλλήλοις ἐπιδρομαῖς ὑποβρόχιον
ἡμῶν τὸν λόγον ἤγαγε. Καίτοι θαυμάσαιμι ἂν, εἰ μὴ μείζοσι τοῖς
κατ’ἤπειρον παραδόξοις ἡ διάνοια ἡμῶν ἐντυχοῦσα, πάλιν κατὰ
τὸν Ἰωνᾶν ἐπὶ τὴν θάλασσαν δραπετεύσει. Ἔοικε δέ μοι ὁ λόγος
ἐμπεσὼν εἰς τὰ μυρία θαύματα ἐπιλελῆσθαι τῆς συμμετρίας, καὶ
ταὐτὸν πεπονθέναι τοῖς ἐν πελάγει ναυτιλλομένοις, οἳ πρὸς μηδὲν
πεπηγὸς τὴν κίνησιν τεκμαιρόμενοι, ἀγνοοῦσι πολλάκις ὅσον
διέδραμον. Ὃ δὴ καὶ περὶ ἡμᾶς ἔοικε γεγενῆσθαι, τρέχοντος τοῦ
426 λόγου διὰ τῆς κτίσεως, ‖ μὴ λαβεῖν τοῦ πλήθους τῶν εἰρημένων
τὴν αἴσθησιν. Ἀλλ’εἰ καὶ φιλήκοον τὸ σεμνὸν τοῦτο θέατρον, καὶ
γλυκεῖα δούλων ἀκοαῖς δεσποτικῶν θαυμάτων διήγησις, ἐνταῦθα
τὸν λόγον ὁρμίσαντες, μείνωμεν τὴν ἡμέραν πρὸς τὴν τῶν
λειπομένων ἀπόδοσιν. Ἀναστάντες δὲ πάντες εὐχαριστήσωμεν
ὑπὲρ τῶν εἰρημένων, καὶ αἰτήσωμεν τῶν λειπομένων τὴν
πλήρωσιν. Γένοιτο δὲ ὑμῖν καὶ ἐν τῇ μεταλήψει τῆς τροφῆς
ἐπιτραπέζια διηγήματα, ὅσα τε ἕωθεν ὑμῖν, καὶ ὅσα κατὰ τὴν
ἑσπέραν ἐπῆλθεν ὁ λόγος· καὶ ταῖς περὶ τούτων ἐννοίαις ὑπὸ
τοῦ ὕπνου καταληφθέντες, τῆς μεθημερινῆς εὐφροσύνης καὶ
OMELIA VII 293

naca marina, anche quando essa è morta, e la lepre ma-


rina non ne incutono uno minore, poiché apportano una
morte rapida e inesorabile. Così il Creatore vuole che, in
ogni evenienza, tu sia sveglio, affinché, mente tu speri
in Dio, fugga i danni che da questi animali ti potrebbero
derivare. Ma adesso risaliamo dalle profondità e rifu-
giamoci sulla terraferma. Infatti, siccome le meraviglie
della creazione, una dopo l’altra, si sono impadronite di
noi, a guisa di ondate, con le loro incursioni continue,
in catena le une con le altre, hanno sommerso il nostro
discorso. Eppure io mi stupirei se il nostro pensiero non
incontrasse sulla terraferma maggiori motivi di sorpresa
e se rifuggisse di nuovo nel mare come fece Giona. Mi
sembra, però, che il mio discorso, essendosi imbattuto in
innumerevoli motivi di meraviglia, abbia dimenticato la
giusta proporzione e abbia subìto la medesima vicenda
che capita ai naviganti i quali, non potendo trarre indi-
zi da alcun punto fisso, spesso ignorano quanto sia lo
spazio che hanno percorso. Sembra proprio che questo
sia capitato anche a noi; mentre il discorso correva at-
traverso la creazione, abbiamo perso la percezione del-
la quantità delle cose che abbiamo detto.23 Ma anche se
questa venerabile assemblea è desiderosa di ascoltare,
anche se il racconto delle meraviglie del Signore è dolce
alle orecchie dei suoi servi, ormeggiamo qui il nostro
discorso e aspettiamo il giorno per fornire quello che
manca ancora.24 Alziamoci, dunque, e tutti rendiamo
grazie per quello che è stato detto e chiediamo il compi-
mento di quello che resta. Vi auguro che possiate, anche
mentre prendete cibo, ripercorrere a tavola quanto il no-
stro discorso vi ha esposto questa mattina e questa sera.
Anche quando siete in preda al sonno, grazie ai pensieri
su questi temi, possiate godere, anche mentre dormite,
294 OMELIE SULL’ESAMERONE

καθεύδοντες ἀπολαύσοιτε, ἵνα ἐξῇ ὑμῖν λέγειν, Ἐγὼ καθεύδω,


καὶ ἡ καρδία μου ἀγρυπνεῖ, μελετῶσα νυκτὸς καὶ ἡμέρας ἐν
τῷ νόμῳ Κυρίου, ᾧ ἡ δόξα καὶ τὸ κράτος εἰς τοὺς αἰῶνας τῶν
αἰώνων. Ἀμήν.
OMELIA VII 295

della gioia che avete provato durante il giorno, affinché


vi sia possibile dire: «Io dormo, ma il mio cuore veglia»
(Ct. 5,2),25 poiché medita, notte e giorno, la legge del
Signore, al quale siano la gloria e la potenza per i secoli
dei secoli. Amen.
296 OMELIE SULL’ESAMERONE

428 ‖ ΟΜΙΛΙΑ ηʹ

Περὶ πτηνῶν καὶ ἐνύδρων.

1. Καὶ εἶπεν ὁ Θεὸς, ἐξαγαγέτω ἡ γῆ ψυχὴν ζῶσαν κατὰ γένος,


τετράποδα καὶ ἑρπετὰ καὶ θηρία κατὰ γένος. Καὶ ἐγένετο οὕτως.
Ἦλθε τὸ πρόσταγμα ὁδῷ βαδίζον, καὶ ἀπέλαβε καὶ ἡ γῆ τὸν ἴδιον
κόσμον. Ἐκεῖ, Ἐξαγαγέτω τὰ ὕδατα ἑρπετὰ ψυχῶν ζωσῶν· ὧδε,
Ἐξαγαγέτω ἡ γῆ ψυχὴν ζῶσαν. Ἔμψυχος ἄρα ἡ γῆ; καὶ χώραν
ἔχουσιν οἱ ματαιόφρονες Μανιχαῖοι, ψυχὴν ἐντιθέντες τῇ γῇ; Οὐκ
ἐπειδὴ εἶπεν, Ἐξαγαγέτω, τὸ ἐναποκείμενον αὐτῇ προήνεγκεν,
ἀλλ’ὁ δοὺς τὸ πρόσταγμα, καὶ τὴν τοῦ ἐξαγαγεῖν αὐτῇ δύναμιν
ἐχαρίσατο. Οὔτε γὰρ ὅτε ἤκουσεν ἡ γῆ, Βλαστησάτω βοτάνην
430 χόρτου καὶ ξύλον κάρπιμον, κεκρυμμένον ‖ ἔχουσα τὸν χόρτον
ἐξήνεγκεν· οὐδὲ τὸν φοίνικα, ἢ τὴν δρῦν, ἢ τὴν κυπάρισσον
κάτω που ἐν ταῖς λαγόσιν ἑαυτῆς ἀποκεκρυμμένα ἀνῆκε πρὸς
τὴν ἐπιφάνειαν· ἀλλ’ὁ θεῖος λόγος φύσις ἐστὶ τῶν γινομένων.
Βλαστησάτω ἡ γῆ· οὐχ ὅπερ ἔχει προβαλλέτω, ἀλλ’ὃ μὴ ἔχει
κτησάσθω, Θεοῦ δωρουμένου τῆς ἐνεργείας τὴν δύναμιν. Οὕτω
καὶ νῦν, Ἐξαγαγέτω ἡ γῆ ψυχὴν, οὐ τὴν ἐναποκειμένην, ἀλλὰ
τὴν δεδομένην αὐτῇ παρὰ τοῦ Θεοῦ διὰ τῆς ἐπιταγῆς. Ἔπειτα
καὶ εἰς τὸ ἐναντίον αὐτοῖς ὁ λόγος περιτραπήσεται. Εἰ γὰρ
OMELIA VIII 297

Omelia VIII

Sui volatili e sugli animali acquatici

1. «E Dio disse: La terra produca un’anima vivente se-


condo la sua specie, quadrupedi, rettili e bestie selvati-
che, secondo la loro specie: e fu fatto così» (Gen. 1,24).
Il comando divino continuò a procedere per la sua strada
e la terra assunse il suo ornamento. In passato Dio aveva
detto: «Che le acque producano rettili viventi»; adesso
dice: «Che la terra produca un’anima vivente». I mani-
chei troveranno in ciò un argomento in loro favore? La
terra è, dunque, animata? I manichei, nella loro stoltezza,
trovano spazio per immettere un’anima nella terra? Non
perché disse «produca» le conferì quello che questa pa-
rola significava, ma colui che diede il comando concesse
anche alla terra la capacità di produrre. Quando la terra
sentì: «Faccia germogliare l’erba del prato e degli alberi
fruttiferi», non aveva nascosta in se stessa l’erba che poi
produsse; né la palma, né la quercia, né il cipresso era-
no nascosti da qualche parte giù dentro i suoi fianchi e
così essa li avrebbe portati a farsi visibili. È la parola di
Dio che costituisce la natura di ciò che viene a esistere.
«Che la terra faccia germogliare» non vuol dire: “che
essa metta fuori ciò che ha”, ma: “acquisisca ciò che non
ha”, poiché Dio le dona la forza di operare. Così, an-
che adesso: «Che la terra produca un’anima» non indica
quella che si trova in lei, ma quella che le è data da Dio
attraverso il comando. E poi la teoria dei manichei si ri-
torcerà contro di loro. Se, infatti, la terra ha portato fuori
298 OMELIE SULL’ESAMERONE

ἐξήνεγκεν ἡ γῆ τὴν ψυχὴν, ἐρήμην ἑαυτὴν κατέλιπε τῆς ψυχῆς.


Ἀλλ’ἐκείνων μὲν τὸ βδελυκτὸν αὐτόθεν γνώριμον. Διὰ τί μέντοι
τὰ μὲν ὕδατα ἑρπετὰ ψυχῶν ζωσῶν ἐξαγαγεῖν προσετάχθη, ἡ
δὲ γῆ ψυχὴν ζῶσαν; Λογιζόμεθα τοίνυν, ὅτι τῶν μὲν νηκτῶν
ἡ φύσις ἀτελεστέρας πως δοκεῖ ζωῆς μετέχειν, διὰ τὸ ἐν τῇ
παχύτητι τοῦ ὕδατος διαιτᾶσθαι. Καὶ γὰρ ἀκοὴ παρ’ἐκείνοις
βαρεῖα, καὶ ὁρῶσιν ἀμβλὺ διὰ τοῦ ὕδατος βλέποντες, καὶ οὔτε
τις μνήμη παρ’ἐκείνοις, οὔτε φαντασία, οὔτε τοῦ συνήθους
432 ἐπίγνωσις. Διὰ τοῦτο ‖ οἱονεὶ ἐνδείκνυται ὁ λόγος, ὅτι ἡ σαρκικὴ
ζωὴ τοῖς ἐνύδροις καθηγεῖται τῶν ψυχικῶν κινημάτων· ἐπὶ δὲ
τῶν χερσαίων, ὡς τελειοτέρας αὐτῶν οὔσης τῆς ζωῆς, ἡ ψυχὴ
τὴν ἡγεμονίαν ἐπιτέτραπται πᾶσαν. Αἵ τε γὰρ αἰσθήσεις μᾶλλον
τετράνωνται· καὶ ὀξεῖαι μὲν τῶν παρόντων αἱ ἀντιλήψεις·
ἀκριβεῖς δὲ μνῆμαι τῶν παρελθόντων παρὰ τοῖς πλείστοις τῶν
τετραπόδων. Διὰ τοῦτο, ὡς ἔοικεν, ἐπὶ μὲν τῶν ἐνύδρων σώματα
ἐκτίσθη ἐψυχωμένα (ἑρπετὰ γὰρ ψυχῶν ζωσῶν ἐκ τῶν ὑδάτων
παρήχθη), ἐπὶ δὲ τῶν χερσαίων ψυχὴ σώματα οἰκονομοῦσα
προσετάχθη γενέσθαι, ὡς πλέον τι τῆς ζωτικῆς δυνάμεως τῶν
ἐπὶ γῆς διαιτωμένων μετειληφότων. Ἄλογα μὲν γὰρ, καὶ τὰ
χερσαῖα· ἀλλ’ὅμως ἕκαστον τῇ ἐκ τῆς φύσεως φωνῇ πολλὰ τῶν
κατὰ ψυχὴν παθημάτων διασημαίνει. Καὶ γὰρ καὶ χαρὰν καὶ
λύπην, καὶ τὴν τοῦ συνήθους ἐπίγνωσιν, καὶ τροφῆς ἔνδειαν, καὶ
χωρισμὸν τῶν συννόμων, καὶ μυρία πάθη τῷ φθόγγῳ παραδηλοῖ.
Τὰ δὲ ἔνυδρα οὐ μόνον ἄφωνα, ἀλλὰ καὶ ἀνήμερα, καὶ ἀδίδακτα,
OMELIA VIII 299

di se stessa l’anima che aveva ha lasciato se stessa priva


di anima! Ma quanto sia abominevole questa loro opi-
nione lo si conosce subito in se stessa. Perché, dunque,
le acque ricevettero l’ordine di produrre rettili forniti di
anime viventi, la terra invece di produrre un’anima vi-
vente? Noi, dunque, pensiamo che la natura dei pesci, a
quanto sembra, partecipi a una vita solo imperfetta, poi-
ché vivono nella compattezza dell’acqua. Presso di loro,
infatti, l’udito è ottuso, la vista è priva di acutezza, per-
ché vedono attraverso l’acqua, non hanno alcuna memo-
ria né immaginazione, non riconoscono nessuno come
compagno. Per questo motivo l’osservazione, in certo
qual modo, dimostra che nei pesci la vita corporea guida
i movimenti psichici; invece, negli animali terrestri, poi-
ché la loro vita è più perfetta, all’anima è stata affidata
la preminenza su tutto. I loro sensi hanno una maggiore
limpidezza, percepiscono con acutezza quanto è loro at-
torno; presso la maggior parte dei quadrupedi è esatto il
ricordo del passato. Questo, a quanto pare, è il motivo
per cui negli animali acquatici i corpi sono stati creati
forniti di un’anima (infatti, i rettili viventi uscirono dalle
acque), invece negli animali terrestri all’anima fu affida-
to l’incarico di amministrare i corpi, perché questi ani-
mali che vivono sulla terra partecipano maggiormente
alla potenza vitale. Certo gli animali terrestri sono privi
di ragione; tuttavia ciascuno, in seguito alla voce che gli
viene dalla natura, manifesta molte delle emozioni che
prova nella sua anima. Esprime, infatti, con il suono del-
la voce, gioia e dolore, il riconoscimento di ciò che en-
tra nella sua abitudine, il bisogno di cibo, la separazione
dai compagni di gruppo e innumerevoli altre sensazio-
ni. Invece gli animali acquatici non soltanto sono privi
di voce, ma sono anche insocievoli; non sono capaci di
300 OMELIE SULL’ESAMERONE

καὶ πρὸς πᾶσαν βίου κοινωνίαν ἀνθρώποις ἀμεταχείριστα.


Ἔγνω βοῦς τὸν κτησάμενον καὶ ὄνος τὴν φάντην τοῦ κυρίου
αὐτοῦ· ἰχθὺς δὲ οὐκ ἂν ἐπιγνοίη τὸν τρέφοντα. Οἶδε τὴν συνήθη
434 φωνὴν ὁ ὄνος. Οἶδεν ὁδὸν ἣν ‖ πολλάκις ἐβάδισε· καί που
καὶ ὁδηγὸς ἐνίοτε ἀποσφαλέντι γίνεται τῷ ἀνθρώπῳ. Τὸ δὲ
ὀξυήκοον τοῦ ζῴου οὐδὲ ἄλλο τι ἔχειν λέγεται τῶν χερσαίων.
Τὸ δὲ τῶν καμήλων μνησίκακον, καὶ βαρύμηνι, καὶ διαρκὲς
πρὸς ὀργὴν, τί ἂν μιμήσασθαι τῶν θαλαττίων δύναιτο; Πάλαι
ποτὲ πληγεῖσα κάμηλος, μακρῷ χρόνῳ ταμιευσαμένη τὴν μῆνιν,
ἐπειδὰν εὐκαιρίας λάβηται, τὸ κακὸν ἀντιδίδωσιν. Ἀκούσατε, οἱ
βαρύθυμοι, οἱ τὴν μνησικακίαν ὡς ἀρετὴν ἐπιτηδεύοντες, τίνι
ἐστὲ ἐμφερεῖς, ὅταν τὴν κατὰ τοῦ πλησίον λύπην, ὥσπερ τινὰ
σπινθῆρα κεκρυμμένον ἐν σποδιᾷ, μέχρι τοσούτου φυλάσσετε,
ἕως ἂν ὕλης λαβόμενοι, οἷον φλόγα τινὰ τὸν θυμὸν ἀνακαύσητε.
2. Ἐξαγαγέτω ἡ γῆ ψυχὴν ζῶσαν. Διὰ τί ἡ γῆ ψυχὴν
ζῶσαν ἐξάγει; Ἵνα μάθῃς διαφορὰν ψυχῆς κτήνους καὶ ψυχῆς
ἀνθρώπου. Μικρὸν ὕστερον γνώσῃ, πῶς ἡ ψυχὴ τοῦ ἀνθρώπου
συνέστη· νῦν δὲ ἄκουε περὶ τῆς τῶν ἀλόγων ψυχῆς. Ἐπειδὴ κατὰ
τὸ γεγραμμένον, παντὸς ζῴου ἡ ψυχὴ τὸ αἷμα αὐτοῦ ἐστιν· αἷμα
δὲ παγὲν εἰς σάρκα πέφυκε μεταβάλλειν· ἡ δὲ σὰρξ φθαρεῖσα
εἰς γῆν ἀναλύεται· γεηρά τίς ἐστιν εἰκότως ἡ ψυχὴ τῶν κτηνῶν.
436 ‖ Ἐξαγαγέτω οὖν ἡ γῆ ψυχὴν ζῶσαν. Ὅρα τὴν ἀκολουθίαν ψυχῆς
OMELIA VIII 301

imparare né di condividere qualsiasi comunanza di vita


con gli uomini. «Il bue conosce il suo proprietario e l’a-
sino la greppia del suo padrone» (Is. 1,3), il pesce invece
non riuscirebbe a riconoscere colui che lo nutre. L’asino
conosce la voce che gli è consueta; conosce la strada
che ha percorso sovente; talora addirittura si fa guida
all’uomo che si era smarrito. E poi l’acutezza di udito
di questo animale si dice che sia tale quale non l’abbia
nessun altro tra gli animali terrestri. Il rancore dei cam-
melli, il loro temperamento vendicativo, la loro tenacia
nel conservare la collera, quale degli animali marini la
potrebbe imitare? Un cammello che, caso mai, sia stato
percosso in passato si tiene in riserva per molto tempo
la collera e, quando trova il momento opportuno, resti-
tuisce il male. Ascoltate, voi, che siete permalosi, voi
che praticate il risentimento come una virtù, a chi siete
simili, quando conservate il malumore contro il prossi-
mo, come una scintilla nascosta sotto la cenere, fino a
quando troviate la materia per accendere come un fuoco
la vostra irritazione.1
2. «Che la terra produca un’anima vivente». A che
scopo la terra produce un’anima vivente? La produce
affinché tu impari quale differenza ci sia tra l’anima di una
bestia e l’anima dell’uomo. Un po’ più tardi tu conoscerai
come l’anima dell’uomo sia venuta a comporsi. Ascolta
adesso ciò che concerne l’anima degli animali. Siccome,
secondo la Scrittura, «l’anima di ogni animale è il suo
sangue» (Lev. 17,11), ma il sangue, quando si è conden-
sato, si cambia per sua natura in carne, la carne però,
quando si è corrotta, si dissolve in terra, allora l’anima
degli animali è verosimilmente terrea. «Che la terra pro-
duca, dunque, un’anima vivente». Osserva, dunque, la
connessione dell’anima con il sangue, del sangue con la
302 OMELIE SULL’ESAMERONE

πρὸς αἷμα, αἵματος πρὸς σάρκα, σαρκὸς πρὸς τὴν γῆν· καὶ πάλιν
ἀναλύσας διὰ τῶν αὐτῶν ἀναπόδισον ἀπὸ γῆς εἰς σάρκα, ἀπὸ
σαρκὸς εἰς αἷμα, ἀπὸ αἵματος εἰς ψυχήν· καὶ εὑρήσεις ὅτι γῆ
ἐστι τῶν κτηνῶν ἡ ψυχή. Μὴ νόμιζε πρεσβυτέραν εἶναι τῆς τοῦ
σώματος αὐτῶν ὑποστάσεως, μηδὲ ἐπιδιαμένουσαν μετὰ τὴν τῆς
σαρκὸς διάλυσιν. Φεῦγε φληνάφους τῶν σοβαρῶν φιλοσόφων,
οἳ οὐκ αἰσχύνονται τὰς ἑαυτῶν ψυχὰς καὶ τὰς κυνείας ὁμοειδεῖς
ἀλλήλαις τιθέμενοι· οἱ λέγοντες ἑαυτοὺς γεγενῆσθαί ποτε καὶ
γυναῖκας καὶ θάμνους καὶ ἰχθύας θαλασσίους. Ἐγὼ δὲ εἰ μὲν
ἐγένοντό ποτε ἰχθῦς οὐκ ἂν εἴποιμι, ὅτι δὲ ἐν ᾧ ταῦτα ἔγραφον
τῶν ἰχθύων ἦσαν ἀλογώτεροι, καὶ πάνυ εὐτόνως διατειναίμην.
Ἐξαγαγέτω ἡ γῆ ψυχὴν ζῶσαν. Τίνος ἕνεκεν, τοῦ λόγου τρέχοντος
ἀθρόως, ἀπεσιώπησα χρόνον οὐκ ὀλίγον, ἴσως θαυμάζουσιν οἱ
πολλοί· ἀλλ’οὐχὶ οἵγε φιλοπονώτεροι τῶν ἀκροατῶν ἀγνοοῦσι
τὴν αἰτίαν τῆς ἀφασίας. Πῶς γάρ; οἱ διὰ τοῦ πρὸς ἀλλήλους ὁρᾶν
438 καὶ ‖ ἐννεύειν ἐπιστρέψαντές με πρὸς ἑαυτοὺς, καὶ εἰς ἔννοιαν
ἀγαγόντες τῶν παρεθέντων. Εἶδος γὰρ ὅλον τῆς κτίσεως, καὶ
οὐκ ἐλάχιστον τοῦτο, παρέλαθεν ἡμᾶς, καὶ μικροῦ ἀπιὼν ᾤχετο
ἀνεξέταστον παντελῶς ὁ λόγος καταλιπών. Ἐξαγαγέτω γὰρ τὰ
ὕδατα ἑρπετὰ ψυχῶν ζωσῶν κατὰ γένος, καὶ πετεινὰ πετόμενα
ἐπὶ τῆς γῆς κατὰ τὸ στερέωμα τοῦ οὐρανοῦ. Εἴπαμεν τὰ περὶ τῶν
νηκτῶν, ὅσα ὁ καιρὸς ἐνεδίδου ἑσπέρας· σήμερον μετέβημεν
ἐπὶ τὴν τῶν χερσαίων ἐξέτασιν. Διέφυγεν ἡμᾶς τὸ πτηνὸν ἐν τῷ
OMELIA VIII 303

carne e della carne con la terra; e, di nuovo, ritornando


attraverso il medesimo percorso, retrocedi dalla terra alla
carne, dalla carne al sangue, dal sangue all’anima, trove-
rai che l’anima delle bestie è terra. Non credere, dunque,
che essa sia anteriore alla costituzione del loro corpo, né
che essa continui a esistere dopo la dissoluzione della
loro carne. Fuggi le chiacchiere dei filosofi burbanzosi, i
quali non hanno vergogna di porre le loro anime e quel-
le dei cani come appartenenti allo stesso genere e che
dichiarano di essere stati essi stessi, un tempo, donne,
cespugli e pesci marini. Io, per conto mio, non saprei
dire se siano stati una volta pesci, ma che nello scrivere
tali idiozie erano più irragionevoli dei pesci, lo soster-
rei energicamente con risolutezza. «Che la terra produca
un’anima vivente». Per che motivo, mentre il mio discor-
so correva tutto filato, ho taciuto, per un lungo tempo,
tanto che forse molti ne restano meravigliati; quelli però
che tra i miei ascoltatori sono più diligenti non ignorano
la causa del mio silenzio. E come potrebbero ignorarla?
Essi, guardandosi a vicenda e facendosi dei cenni, han-
no richiamato su di loro la mia avvertenza e mi hanno
indotto a pensare a ciò che avevo tralasciato. Infatti, un
intero genere di creature, e non il più piccolo, ci è sfug-
gito senza farsi notare e c’è mancato poco che il mio
discorso se ne andasse via senza farlo, affatto, oggetto
di esame.2 «Che le acque producano dei rettili forniti di
anime viventi secondo la loro specie e degli uccelli che
volino sulla terra lungo il firmamento del cielo» (Gen.
1,20). Abbiamo parlato sulle questioni che concernono
i pesci per quanto il tempo ce lo ha concesso ieri sera;
oggi siamo passati all’esame degli animali terrestri; in
mezzo a loro ci è sfuggita la stirpe dei volatili. È, per-
tanto, indispensabile che, come fanno i viaggiatori sme-
304 OMELIE SULL’ESAMERONE

μέσῳ. Ἀνάγκη τοίνυν, κατὰ τοὺς ἐπιλήσμονας τῶν ὁδοιπόρων,


οἳ ἐπειδάν τι τῶν καιρίων καταλίπωσι, κἂν ἐπιπολὺ τῆς ὁδοῦ
προέλθωσι, πάλιν τὴν αὐτὴν ὑποστρέφουσιν, ἀξίαν τῆς ῥᾳθυμίας
δίκην τὸν ἐκ τῆς ὁδοιπορίας κόπον ὑπέχοντες, οὕτω καὶ ἡμῖν, ὡς
ἔοικε, τὴν αὐτὴν πάλιν βαδιστέον. Καὶ γὰρ οὐδὲ εὐκαταφρόνητόν
ἐστι τὸ παρεθὲν, ἀλλὰ τὸ τρίτον ἔοικεν εἶναι τῆς ἐν τοῖς ζῴοις
κτίσεως, εἴπερ τρία ζῴων ἐστὶ γένη, τό τε χερσαῖον, καὶ τὸ
πτηνὸν, καὶ τὸ ἔνυδρον. Ἐξαγαγέτω, φησὶ, τὰ ὕδατα ἑρπετὰ
ψυχῶν ζωσῶν κατὰ γένος, καὶ πετεινὰ πετόμενα ἐπὶ τῆς γῆς κατὰ
440 τὸ στερέωμα ‖ τοῦ οὐρανοῦ κατὰ γένος. Διὰ τί ἐξ ὑδάτων καὶ
τοῖς πτηνοῖς τὴν γένεσιν ἔδωκεν; Ὅτι ὥσπερ συγγένειά τίς ἐστι
τοῖς πετομένοις πρὸς τὰ νηκτά. Καὶ γὰρ ὥσπερ οἱ ἰχθῦς τὸ ὕδωρ
τέμνουσι, τῇ μὲν κινήσει τῶν πτερύγων εἰς τὸ πρόσω χωροῦντες,
τῇ δὲ τοῦ οὐραίου μεταβολῇ τάς τε περιστροφὰς καὶ τὰς εὐθείας
ὁρμὰς ἑαυτοῖς οἰακίζοντες· οὕτω καὶ ἐπὶ τῶν πτηνῶν ἐστιν ἰδεῖν
διανηχομένων τὸν ἀέρα τοῖς πτεροῖς κατὰ τὸν ὅμοιον τρόπον.
Ὥστε ἐπειδὴ ἓν ἰδίωμα ἐν ἑκατέροις τὸ νήχεσθαι, μία τις αὐτοῖς
ἡ συγγένεια ἐκ τῆς τῶν ὑδάτων γενέσεως παρεσχέθη. Πλήν γε
ὅτι οὐδὲν τῶν πτηνῶν ἄπουν, διὰ τὸ πᾶσι τὴν δίαιταν ἀπὸ τῆς
γῆς ὑπάρχειν, καὶ πάντα ἀναγκαίως τῆς τῶν ποδῶν ὑπουργίας
προσδεῖσθαι. Τοῖς μὲν γὰρ ἁρπακτικοῖς πρὸς τὴν ἄγραν αἱ τῶν
ὀνύχων ἀκμαί· τοῖς δὲ λοιποῖς, διά τε τὸν πορισμὸν τῆς τροφῆς,
καὶ διὰ τὴν λοιπὴν τοῦ βίου διεξαγωγὴν, ἀναγκαία τῶν ποδῶν
ἡ ὑπηρεσία δεδώρηται. Ὀλίγοι δὲ τῶν ὀρνίθων κακόποδές
εἰσιν, οὔτε βαδίζειν οὔτε ἀγρεύειν τοῖς ποσὶν ἐπιτήδειοι· ὡς
OMELIA VIII 305

morati i quali, quando hanno lasciato indietro qualche


cosa di essenziale, anche se si sono spinti molto avanti
nella strada, si rivolgono di nuovo indietro e subiscono
nella fatica del cammino come una giusta pena della loro
sbadataggine, così anche noi è cosa evidente che dobbia-
mo ritornare indietro, ripercorrendo la medesima strada.3
Infatti, ciò che abbiamo tralasciato non è una cosa che
sia spregevole; è, infatti, palese che costituisce la terza
parte degli animali che sono stati creati, se tre sono i ge-
neri degli animali, quello terrestre, quello volatile, quello
acquatico. «Che le acque», dice la Scrittura, «producano
dei rettili forniti di anime viventi secondo il loro genere
e dei volatili che volino sulla terra lungo il firmamento
del cielo secondo il loro genere». Perché gli uccelli sono
associati ai pesci? Perché Dio ha fatto nascere anche gli
uccelli dalle acque? È perché esiste una sorta di paren-
tela tra quelli che volano e quelli che nuotano. Infatti,
come i pesci fendono l’acqua andando avanti con il mo-
vimento delle pinne e poi con il mutamento di direzione
della coda dirigono, come con un timone, le svolte e i
percorsi rettilinei, così anche nei volatili si può vedere
che nuotano nell’aria con le ali nella stessa maniera.4
Pertanto, siccome entrambi hanno la medesima peculia-
rità di nuotare, hanno ricevuto quest’unicità di parentela
dalla loro origine dalle acque. C’è, tuttavia, la differen-
za che nessuno dei volatili è privo di piedi, poiché tutti
detraggono il loro vitto dalla terra e, quindi, tutti hanno
necessariamente bisogno di servirsi dei piedi. Ai rapaci
per la caccia sono stati forniti degli artigli acuti; agli altri
uccelli, perché si procurino il nutrimento e provvedano
a sistemare in tutto il resto la loro vita, era necessario
che fosse dato di servirsi dei piedi. Alcuni uccelli però,
pochi, hanno piedi che funzionano male e che sono poco
306 OMELIE SULL’ESAMERONE

αἵ τε χελιδόνες εἰσὶ, οὔτε βαδίζειν, οὔτε ἀγρεύειν δυνάμεναι,


442 καὶ αἱ δρεπανίδες λεγό‖μεναι, οἷς ἡ τροφὴ ἀπὸ τῶν ἐν τῷ ἀέρι
ἐμφερομένων ἐπινενόηται. Χελιδόνι δὲ τὸ τῆς πτήσεως πρόσγειον
ἀντὶ τῆς τῶν ποδῶν ὑπηρεσίας ἐστίν.
3. Εἰσὶ μέντοι γενῶν διαφοραὶ μυρίαι καὶ ἐν τοῖς ὄρνισιν,
ἃς ἐάν τις κατὰ τὸν αὐτὸν τρόπον ἐπίῃ καθ’ὃν ἐν μέρει καὶ τῆς
τῶν ἰχθύων ἐξετάσεως ἐφηψάμεθα, εὑρήσει ἓν μὲν ὄνομα τῶν
πετεινῶν, μυρίας δὲ ἐν τούτοις διαφορὰς ἔν τε τοῖς μεγέθεσι
καὶ ἐν τοῖς σχήμασι καὶ ἐν ταῖς χρόαις· καὶ κατὰ τοὺς βίους,
καὶ τὰς πράξεις, καὶ τὰ ἤθη, ἀμύθητον οὖσαν αὐτοῖς τὴν πρὸς
ἄλληλα παραλλαγήν. Ἤδη μὲν οὖν τινες ἐπειράθησαν καὶ
ὀνοματοποιίαις χρήσασθαι, ἵν’, ὥσπερ διὰ καυτήρων τινῶν τῆς
ἀσυνήθους καὶ ξένης ὀνομασίας, τὸ ἰδίωμα ἑκάστου γένους
ἐπιγινώσκηται. Καὶ τὰ μὲν ὠνόμασαν σχιζόπτερα, ὡς τοὺς
ἀετούς· τὰ δὲ δερμόπτερα, ὡς τὰς νυκτερίδας· τὰ δὲ πτιλωτὰ,
ὡς τοὺς σφῆκας· τὰ δὲ κολεόπτερα, ὡς τοὺς κανθάρους, καὶ ὅσα
ἐν θήκαις τισί καὶ περιβολαῖς γεννηθέντα, περιρραγέντος αὐτοῖς
τοῦ ἐλύτρου, πρὸς τὴν πτῆσιν ἠλευθερώθη. Ἀλλ’ἡμῖν ἀρκοῦσα
σημείωσις πρὸς τὴν τῶν γενῶν ἰδιότητα ἡ κοινὴ χρῆσις, καὶ οἱ
444 παρὰ τῆς Γραφῆς περί τε καθαρῶν καὶ ‖ ἀκαθάρτων διορισμοί.
Ἄλλο μὲν οὖν γένος τὸ τῶν σαρκοφάγων, καὶ ἄλλη κατασκευὴ
πρέπουσα τῷ τρόπῳ τῆς διαίτης αὐτῶν, ὀνύχων ἀκμαὶ, καὶ
χεῖλος ἀγκύλον, καὶ πτερὸν ὀξὺ, ὥστε καὶ συλληφθῆναι ῥᾳδίως
τὸ θήραμα, καὶ διασπαραγὲν τροφὴν τῷ ἑλόντι γενέσθαι. Ἄλλη
OMELIA VIII 307

adatti a camminare e a cacciare, come sono le rondini,


le quali non possono né camminare né cacciare, e quelli
che sono chiamati rondoni; a loro è stato provveduto il
nutrimento mediante gli insetti che sono in circolazione
nell’aria; comunque, la rondine vola così raso terra che
questo le serve al posto dei piedi.
3. Ci sono, purtuttavia, innumerevoli diversità di ge-
neri anche tra gli uccelli; se uno le percorresse nella stes-
sa maniera con la quale noi ci siamo accinti a compiere
un’indagine, pure parziale, sui pesci, troverà che uno è il
nome degli uccelli, ma che innumerevoli sono tra di loro
le differenze nella grandezza, nelle forme e nei colori
e che, per quanto concerne il loro tenore di vita, il loro
modo di agire, i loro costumi è inesprimibile la differen-
za che essi hanno tra di loro. E già subito, dunque, taluni
hanno cercato anche di servirsi di parole di nuovo conio,
affinché, tramite la denominazione originale e insolita,
come se fosse un bollo a fuoco, si potesse conoscere la
peculiarità di ciascuna specie. Alcuni uccelli li hanno
chiamati schizopteri [con ali a penne separate] come le
aquile, altri dermopteri [con ali membranacee] come i
pipistrelli, altri ptiloti [con ali fibrose] come le vespe,
altri coleotteri [con ali coperte da una guaina] come gli
scarabei e tutti gli insetti che, nati in cofani e in involu-
cri, quando hanno spezzato la guaina, hanno acquistato
la libertà di volare. A noi, però, è sufficiente, per indica-
re la peculiarità della specie, attenerci all’uso comune
e distinguere gli uccelli, come fa la Scrittura, in puri e
impuri (Lev. 11,13-19). Altra è, dunque, la specie degli
uccelli carnivori e altra è la costituzione che conviene al
loro modo di vivere: hanno artigli acuti, becco ricurvo,
ala veloce, così da afferrare facilmente la preda, da farla
a pezzi e da farla diventare cibo per chi l’ha presa. Altra
308 OMELIE SULL’ESAMERONE

τῶν σπερμολόγων κατασκευή· ἄλλη τῶν ἐκ παντὸς τρεφομένων


τοῦ συντυχόντος. Καὶ ἐν τούτοις πλεῖσται διαφοραί. Τὰ μὲν γὰρ
αὐτῶν ἐστιν ἀγελικὰ, πλὴν τῶν ἁρπακτικῶν· τούτων δὲ οὐδὲν
κοινωνικὸν ἐκτὸς τοῦ κατὰ τὰς συζυγίας συνδυασμοῦ. Μυρία δὲ
ἄλλα τὸν ἀθροισματικὸν ᾕρηται βίον, ὡς περιστεραὶ, καὶ γέρανοι,
καὶ ψῆρες, καὶ κολοιοί. Πάλιν ἐν τούτοις τὰ μὲν ἄναρχά ἐστι καὶ
οἷον αὐτόνομα· τὰ δὲ ὑφ’ἡγεμόνι τετάχθαι καταδεχόμενα, ὡς αἱ
γέρανοι. Ἤδη δέ τις καὶ ἑτέρα ἐν τούτοις ἐστὶ διαφορὰ, καθ’ἣν
τὰ μὲν ἐπιδημητικά τέ ἐστι καὶ ἐγχώρια, τὰ δὲ ἀπαίρειν πέφυκε
πορροτάτω, καὶ χειμῶνος ἐγγίζοντος ἐκτοπίζειν ὡς τὰ πολλά.
Χειροήθη δὲ καὶ τιθασσὰ τὰ πολλὰ τῶν ὀρνέων ἐκτρεφόμενα
γίνεται, πλήν γε δὴ τῶν ἀσθενῶν, ἃ δι’ὑπερβάλλουσαν δειλίαν
καὶ ἀνανδρίαν, τὴν συνεχῆ τῆς χειρὸς ἐνόχλησιν οὐχ ὑφίσταται.
Ἀλλὰ καὶ συνανθρωπιστικοί τινες τῶν ὀρνίθων εἰσὶ, τὰς αὐτὰς
446 ἡμῖν οἰκήσεις ‖ καταδεχόμενοι· ἄλλοι δὲ ὄρειοι, καὶ φιλέρημοι.
Μεγίστη δὲ διαφορὰ καὶ ἡ περὶ τὴν φωνὴν ἰδιότης ἑκάστου. Οἱ
μὲν γὰρ κωτίλοι καὶ λάλοι τῶν ὀρνίθων εἰσίν· οἱ δὲ σιγηλοί. Καὶ
τὰ μὲν ᾠδικὰ καὶ πολύφωνα· τὰ δὲ ἄμουσα παντελῶς καὶ ᾠδῆς
ἄμοιρα. Καὶ τὰ μὲν μιμηλὰ, ἢ ἐκ φύσεως ἔχοντα τὸ μιμεῖσθαι, ἢ
ἐξ ἀσκήσεως προσλαβόντα· τὰ δὲ μονότροπον καὶ ἀμετάβλητον
τὴν φωνὴν ἀφιέντα. Γαῦρον ὁ ἀλεκτρυών· φιλόκαλον ὁ ταώς·
λάγνιοι αἱ περιστεραὶ καὶ αἱ κατοικίδιοι ὄρνεις, ἐπὶ παντὸς καιροῦ
OMELIA VIII 309

è la costituzione per quelli che becchettano semi; altra è


ancora quella di quanti si nutrono di tutto ciò che trova-
no. E anche tra questi sono numerosissime le differenze.
Infatti, alcuni di questi si riuniscono in stormi; a questi
non appartengono i rapaci, i quali non ammettono alcuna
comunanza, tranne la riunione a due per coppie. Innume-
revoli altri, invece, hanno scelto una vita in aggregazione
come le colombe, le gru, gli storni, le cornacchie. E an-
cora ci sono quelli che non hanno un capo, come se si go-
vernassero con leggi proprie, e quelli invece che accetta-
no di schierarsi sotto un capo, come sono le gru. Ma c’è
subito un’altra differenza tra di loro, per la quale alcuni
sono sedentari e indigeni, altri invece hanno nella loro
natura di andarsene molto lontano e, quando si avvicina
l’inverno, come norma generale, emigrano. La maggior
parte degli uccelli li si addomesticano e li si abituano a
stare in casa, allevandoli; fanno, però, eccezione quelli
deboli i quali, per la loro eccessiva ignavia e codardia,
non sopportano il fastidio che abitualmente provoca loro
il contatto con la nostra mano. Ma ci sono anche altri
uccelli i quali convivono volentieri con gli uomini e ac-
cettano di dimorare con noi. Altri amano le montagne,
altri i deserti. Una grandissima differenza c’è anche nella
voce che è propria a ciascuno; alcuni uccelli sono, infat-
ti, loquaci e chiacchieroni; altri, invece, silenziosi. Alcu-
ni sono capaci di cantare e hanno ricchezza di voci; altri,
invece, sono completamente privi di arte e sono incapaci
di cantare. Alcuni sono in grado di imitare le voci altrui,
o che questa imitabilità l’abbiano avuta dalla natura o
che se la siano procurata con l’esercizio; altri, invece,
emettono una voce uniforme e senza mutazioni. Il gallo
è orgoglioso; il pavone ama apparire bello; le colombe
sono lascive e lo sono anche le galline domestiche; in
310 OMELIE SULL’ESAMERONE

τὸ συνουσιαστικὸν ἔχουσαι. Δολερὸν ὁ πέρδιξ καὶ ζηλότυπον,


κακούργως συμπράττων τοῖς θηραταῖς πρὸς τὴν ἄγραν.
4. Μυρίαι, ὡς ἔφαμεν, καὶ τῶν πράξεων καὶ τῶν βίων
διαφοραί. Ἔστι δέ τινα καὶ πολιτικὰ τῶν ἀλόγων, εἴπερ πολιτείας
ἴδιον, τὸ πρὸς ἓν πέρας κοινὸν συννεύειν τὴν ἐνέργειαν τῶν
καθ’ἕκαστον, ὡς ἐπὶ τῶν μελισσῶν ἄν τις ἴδοι. Καὶ γὰρ ἐκείνων
κοινὴ μὲν ἡ οἴκησις, κοινὴ δὲ ἡ πτῆσις, ἐργασία δὲ πάντων μία·
καὶ τὸ μέγιστον, ὅτι ὑπὸ βασιλεῖ καὶ ταξιάρχῳ τινὶ τῶν ἔργων
ἅπτονται, οὐ πρότερον καταδεχόμεναι ἐπὶ τοὺς λειμῶνας ἐλθεῖν,
448 πρὶν ‖ ἂν ἴδωσι κατάρξαντα τὸν βασιλέα τῆς πτήσεως. Καὶ ἔστιν
αὐταῖς οὐ χειροτονητὸς ὁ βασιλεὺς (πολλάκις γὰρ ἀκρισία
δήμου τὸν χείριστον εἰς ἀρχὴν προεστήσατο), οὐδὲ κληρωτὴν
ἔχων τὴν ἐξουσίαν (ἄλογοι γὰρ αἱ συντυχίαι τῶν κλήρων ἐπὶ
τὸν πάντων ἔσχατον πολλάκις τὸ κράτος φέρουσαι), οὐδὲ ἐκ
πατρικῆς διαδοχῆς τοῖς βασιλείοις ἐγκαθεζόμενος (καὶ γὰρ
καὶ οὗτοι ἀπαίδευτοι καὶ ἀμαθεῖς πάσης ἀρετῆς, διὰ τρυφὴν
καὶ κολακείαν, ὡς τὰ πολλὰ, γίνονται), ἀλλ’ἐκ φύσεως ἔχων
τὸ κατὰ πάντων πρωτεῖον, καὶ μεγέθει διαφέρων καὶ σχήματι
καὶ τῇ τοῦ ἤθους πραότητι. Ἔστι μὲν γὰρ κέντρον τῷ βασιλεῖ,
ἀλλ’οὐ χρῆται τούτῳ πρὸς ἄμυναν. Νόμοι τινές εἰσιν οὗτοι τῆς
φύσεως ἄγραφοι, ἀργοὺς εἶναι πρὸς τιμωρίαν τοὺς τῶν μεγίστων
δυναστειῶν ἐπιβαίνοντας. Ἀλλὰ καὶ ταῖς μελίσσαις, ὅσαι ἂν μὴ
ἀκολουθήσωσι τῷ ὑποδείγματι τοῦ βασιλέως, ταχὺ μεταμέλει
τῆς ἀβουλίας, ὅτι τῇ πληγῇ τοῦ κέντρου ἐπαποθνήσκουσιν.
Ἀκουέτωσαν Χριστιανοὶ, οἷς πρόσταγμά ἐστι μηδενὶ κακὸν ἀντὶ
OMELIA VIII 311

ogni momento sono disponibili all’unione sessuale. La


pernice è ingannevole e gelosa; nella sua malvagità col-
labora con i cacciatori nel catturare la preda.5
4. Innumerevoli, come abbiamo detto, sono anche le
differenze nel loro modo di agire e nel loro modo di vi-
vere. Tra gli animali irragionevoli ce ne sono anche di
quelli che vivono in comunità, se è proprio del vivere
in comunità il far convergere verso uno scopo comune
l’attività di ciascuno, come si può vedere nelle api. Esse
abitano, infatti, in comune, volano insieme, uno solo è
il lavoro di tutte. La cosa più sorprendente è che si de-
dicano al lavoro sotto il comando di un re6 e non accet-
tano di andare nei prati prima di avere visto il re che
guida il volo. Il loro re non è eletto con una votazione
(sovente, infatti, per la mancanza di saper scegliere ret-
tamente, la gente ha collocato al potere il peggiore); non
ha il potere per sorteggio (gli esiti dei sorteggi sono, in-
fatti, irrazionali e consegnano spesso il potere a quello
che lo merita meno di tutti) e neppure per successione
ereditaria si asside nel palazzo reale (anche questi, il più
delle volte, sono incompetenti, ignorano qualsiasi virtù
a causa della mollezza lussuosa e dell’adulazione); egli
tiene dalla natura il primato su tutti; spicca per il vigore
fisico, per la bellezza della sua linea, per la mitezza del
suo comportamento. Il re certo possiede un pungiglione,
ma non ne usa per difendersi. Queste sono una sorta di
leggi di natura non scritte, le quali prescrivono che sia-
no restii a punire quelli che arrivano ai massimi poteri.7
Comunque le api, quando non seguono l’esempio del re,
si pentono presto della loro sconsideratezza, in quanto,
quando hanno inferto un colpo con il loro pungiglione,
muoiono. Aprano bene le orecchie i cristiani, che hanno
ricevuto il precetto di non rendere a nessuno male per
312 OMELIE SULL’ESAMERONE

κακοῦ ἀποδιδόναι, ἀλλὰ νικᾶν ἐν τῷ ἀγαθῷ τὸ κακόν. Μίμησαι


τῆς μελίσσης τὸ ἰδιότροπον, ὅτι οὐδενὶ λυμαινομένη, οὐδὲ
καρπὸν ἀλλότριον διαφθείρουσα, τὰ κηρία συμπήγνυται. Τὸν μὲν
γὰρ κηρὸν ἀπὸ τῶν ἀνθῶν φανερῶς συναγείρει, τὸ δὲ μέλι, τὴν
δροσοειδῶς ἐνεσπαρμένην νοτίδα τοῖς ἄνθεσιν, ἐπισπασαμένη
τῷ στόματι, ταύτην ταῖς κοιλότησι τῶν κηρίων ἐνίησιν. Ὅθεν
450 καὶ ὑγρὸν παρὰ τὴν πρώτην ‖ ἐστίν· εἶτα τῷ χρόνῳ συμπεφθὲν,
πρὸς τὴν οἰκείαν σύστασιν καὶ ἡδονὴν ἐπανέρχεται. Καλῶν καὶ
πρεπόντων αὕτη τῶν ἐπαίνων παρὰ τῆς Παροιμίας τετύχηκε,
σοφὴ καὶ ἐργάτις ὀνομασθεῖσα· οὕτω μὲν φιλοπόνως τὴν τροφὴν
συναγείρουσα (Ἧς τοὺς πόνους, φησὶ, βασιλεῖς καὶ ἰδιῶται
πρὸς ὑγείαν προσφέρονται), οὕτω δὲ σοφῶς φιλοτεχνοῦσα
τὰς ἀποθήκας τοῦ μέλιτος (εἰς λεπτὸν γὰρ ὑμένα τὸν κηρὸν
διατείνασα, πυκνὰς καὶ συνεχεῖς ἀλλήλαις συνοικοδομεῖ τὰς
κοιλότητας), ὡς τὸ πυκνὸν τῆς τῶν μικροτάτων πρὸς ἄλληλα
δέσεως, ἔρεισμα γίνεσθαι τῷ παντί. Ἑκάστη γὰρ φρεατία τῆς
ἑτέρας ἔχεται, λεπτῷ πρὸς αὐτὴν διειργομένη τε ὁμοῦ καὶ
συναπτομένη τῷ διαφράγματι. Ἔπειτα διώροφοι καὶ τριώροφοι
αἱ σύριγγες αὗται ἀλλήλαις ἐπῳκοδόμηνται. Ἐφυλάξατο γὰρ
μίαν ποιῆσαι διαμπερὲς τὴν κοιλότητα, ἵνα μὴ τῷ βάρει τὸ ὑγρὸν
πρὸς τὸ ἐκτὸς διεκπίπτῃ. Κατάμαθε πῶς τὰ τῆς γεωμετρίας
εὑρέματα πάρεργά ἐστι τῆς σοφωτάτης μελίσσης. Ἑξάγωνοι γὰρ
πᾶσαι καὶ ἰσόπλευροι τῶν κηρίων αἱ σύριγγες, οὐκ ἐπ’εὐθείας
ἀλλήλαις κατεπικείμεναι, ἵνα μὴ κάμνωσιν οἱ πυθμένες τοῖς
διακένοις ἐφηρμοσμένοι· ἀλλ’αἱ γωνίαι τῶν κάτωθεν ἑξαγώνων,
OMELIA VIII 313

male, ma di vincere il male con il bene (Rm. 12,17-21).


Dell’ape imita la caratteristica peculiare, che è quella di
costruire compatti i suoi favi senza danneggiare nessuno
né distruggere il frutto altrui. È, infatti, chiaro che essa
raccoglie la cera dai fiori; quanto al miele, questo umore
disseminato sui fiori a guisa di rugiada, essa lo risucchia
con la bocca e lo introduce negli alveoli dei favi. Deriva
di qui che, in un primo momento, è liquido; poi, con il
tempo, viene fuso insieme, così che raggiunge la propria
consistenza e piacevolezza. L’ape ha ricevuto dal libro
dei Proverbi delle lodi belle e pertinenti; vi è chiamata
saggia e laboriosa (Prov. 6,6); come è, infatti, laboriosa
nel raccogliere il nutrimento (sono le sue fatiche, dice il
testo, che re e privati trasferiscono all’acquisizione del-
la loro salute), così è saggia nel preparare i depositi del
miele (essa distende, infatti, la cera riducendola a una
sottile membrana e costruisce gli alveoli densi e conti-
nui tra di loro); è così brava che la stretta connessione
di quelle piccolissime celle diventa saldezza per tutta la
costruzione. Ciascuna di queste minuscole insenature è
connessa con l’altra, insieme separata e collegata da un
sottile intermezzo. E poi questi canalicoli si elevano a
due o tre piani, gli uni sugli altri. L’ape ha evitato di fare
una cavità sola che fosse continua per stornare il pericolo
che il liquido, per il suo stesso peso, si riversasse al di
fuori. Renditi conto come le scoperte della geometria si-
ano secondarie per l’espertissima ape. Infatti, i canalicoli
dei favi sono tutti in forma di esagoni equilateri che non
poggiano in linea retta gli uni sugli altri, per evitare il
pericolo che i fondi [delle cellule superiori], poggiando
su contenitori vuoti [le cellule del piano sottostante], ab-
biano da cedere; invece, gli angoli degli esagoni inferiori
costituiscono un solido fondamento e un appoggio per
314 OMELIE SULL’ESAMERONE

452 ‖ βάθρον καὶ ἔρεισμα τῶν ὑπερκειμένων εἰσὶν, ὡς ἀσφαλῶς ὑπὲρ


ἑαυτῶν μετεωρίζειν τὰ βάρη, καὶ ἰδιαζόντως ἑκάστῃ κοιλότητι
τὸ ὑγρὸν ἐγκατέχεσθαι.
5. Πῶς ἄν σοι πάντα δι’ἀκριβείας ἐπέλθοιμι τὰ ἐν τοῖς
βίοις τῶν ὀρνίθων ἰδιώματα; Πῶς μὲν αἱ γέρανοι τὰς ἐν τῇ
νυκτὶ προφυλακὰς ἐκ περιτροπῆς ὑποδέχονται· καὶ αἱ μὲν
καθεύδουσιν, αἱ δὲ κύκλῳ περιιοῦσαι, πᾶσαν αὐταῖς ἐν τῷ
ὕπνῳ παρέχονται τὴν ἀσφάλειαν· εἶτα τοῦ καιροῦ τῆς φυλακῆς
πληρουμένου, ἡ μὲν βοήσασα πρὸς ὕπνον ἐτράπετο, ἡ δὲ τὴν
διαδοχὴν ὑποδεξαμένη, ἧς ἔτυχεν ἀσφαλείας ἀντέδωκεν ἐν τῷ
μέρει. Ταύτην καὶ ἐν τῇ πτήσει τὴν εὐταξίαν κατόψει. Ἄλλοτε
γὰρ ἄλλη τὴν ὁδηγίαν ἐκδέχεται, καὶ τακτόν τινα χρόνον
προκαθηγησαμένη τῆς πτήσεως, εἰς τὸ κατόπιν περιελθοῦσα,
τῇ μεθ’ἑαυτὴν τὴν ἡγεμονίαν τῆς ὁδοῦ παραδίδωσι. Τὸ δὲ τῶν
πελαργῶν οὐδὲ πόρρω ἐστὶ συνέσεως λογικῆς· οὕτω μὲν κατὰ
τὸν ἕνα καιρὸν πάντας ἐπιδημεῖν τοῖς τῇδε χωρίοις· οὕτω δὲ
ὑφ’ἑνὶ συνθήματι πάντας ἀπαίρειν. Δορυφοροῦσι δὲ αὐτοὺς
αἱ παρ’ἡμῖν κορῶναι, καὶ παραπέμπουσιν, ἐμοὶ δοκεῖν, καὶ
συμμαχίαν τινὰ παρεχόμεναι πρὸς ὄρνιθας πολεμίους. Σημεῖον
454 δὲ, πρῶτον μὲν τὸ μὴ φαίνεσθαι ὑπὸ τὸν καιρὸν ‖ ἐκεῖνον
κορώνην παντάπασιν, ἔπειθ’ὅτι μετὰ τραυμάτων ἐπανερχόμεναι
ἐναργῆ τοῦ συνασπισμοῦ καὶ τῆς ἐπιμαχίας τὰ σημεῖα κομίζουσι.
Τίς παρ’αὐταῖς τοὺς τῆς φιλοξενίας διώρισε νόμους; Τίς αὐταῖς
ἠπείλησε λειποστρατίου γραφὴν, ὡς μηδεμίαν ἀπολείπεσθαι τῆς
προπομπῆς. Ἀκουέτωσαν οἱ κακόξενοι, καὶ τὰς θύρας κλείοντες,
OMELIA VIII 315

quelli sovrapposti, così che possano tenere sollevati con


sicurezza i pesi che stanno sopra di loro e che ciascuna
cavità possa individualmente trattenere il liquido che le
è stato affidato.
5. Come potrei presentarti con precisione tutte le
peculiarità che ci sono nella vita degli uccelli? Come,
appunto, le gru di notte si assumano l’incarico di fare
a turno la guardia; mentre alcune dormono, le altre cir-
colano tutt’attorno procurando alle altre una sicurezza
totale. Poi, quando è terminato il suo tempo di guardia,
la sentinella lancia un grido e si dedica al sonno e quella
che la sostituisce nella successione le restituisce a sua
volta la sicurezza che aveva ricevuto. E questo buon or-
dine lo vedrai anche nel volo; infatti, ora l’una ora l’altra
assume il ruolo di guida, poi, passato un tempo determi-
nato, nel quale essa sta in testa durante il volo, passa in
coda e affida a quella che viene dopo di lei la direzione
del viaggio. Il comportamento delle cicogne non è poi
lontano dall’intelligenza razionale, dato che in un solo
momento opportuno tutte immigrano nelle nostre regio-
ni e così, a un segnale convenuto, tutte se ne vanno. Le
cornacchie che soggiornano presso di noi fanno loro da
guardie del corpo e le scortano, a mio avviso, anche per
offrire un’alleanza contro uccelli nemici. Ne è appun-
to segno il fatto che in quel tempo non si vede, affatto,
alcuna cornacchia e poi che, quando ritornano, recano
evidenti ferite, che indicano le conseguenze di questo
schieramento compatto e di questa alleanza difensiva.
Chi ha determinato presso di loro le leggi dell’amore
verso estranei? Chi ha minacciato un’incriminazione di
diserzione perché nessuno si sottragga a questo accom-
pagnamento? Ascoltino quelli che hanno i forestieri in
antipatia, che chiudono la porta e neppure d’inverno e di
316 OMELIE SULL’ESAMERONE

καὶ μηδὲ στέγης ἐν χειμῶνι καὶ νυκτὶ τοῖς ἐπιδημοῦσι μεταδιδόντες.


Ἡ δὲ περὶ τοὺς γηράσαντας τῶν πελαργῶν πρόνοια ἐξήρκει τοὺς
παῖδας ἡμῶν, εἰ προσέχειν ἐβούλοντο, φιλοπάτορας καταστῆσαι.
Πάντως γὰρ οὐδεὶς οὕτως ἐλλείπων κατὰ τὴν φρόνησιν, ὡς μὴ
αἰσχύνης ἄξιον κρίνειν τῶν ἀλογωτάτων ὀρνίθων ὑστερίζειν
κατ’ἀρετήν. Ἐκεῖνοι τὸν πατέρα ὑπὸ τοῦ γήρως πτερορρυήσαντα
περιστάντες ἐν κύκλῳ τοῖς οἰκείοις πτεροῖς διαθάλπουσι, καὶ τὰς
τροφὰς ἀφθόνως παρασκευάζοντες, τὴν δυνατὴν καὶ ἐν τῇ πτήσει
παρέχονται βοήθειαν, ἠρέμα τῷ πτερῷ κουφίζοντες ἑκατέρωθεν.
Καὶ οὕτω τοῦτο παρὰ πᾶσι διαβεβόηται, ὥστε ἤδη τινὲς τὴν τῶν
εὐεργετημάτων ἀντίδοσιν ἀντιπελάργωσιν ὀνομάζουσι. Μηδεὶς
πενίαν ὀδυρέσθω· μηδὲ ἀπογινωσκέτω ἑαυτοῦ τὴν ζωὴν, ὁ
μηδεμίαν οἴκοι περιουσίαν καταλιπὼν, πρὸς τὸ τῆς χελιδόνος
εὐμήχανον ἀποβλέπων. Ἐκείνη γὰρ τὴν καλιὰν πηγνυμένη, τὰ
456 μὲν κάρφη τῷ στόματι διακομίζει· ‖ πηλὸν δὲ τοῖς ποσὶν ἆραι
μὴ δυναμένη, τὰ ἄκρα τῶν πτερῶν ὕδατι καταβρέξασα, εἶτα
τῇ λεπτοτάτῃ κόνει ἐνειληθεῖσα, οὕτως ἐπινοεῖ τοῦ πηλοῦ τὴν
χρείαν· καὶ κατὰ μικρὸν ἀλλήλοις τὰ κάρφη οἷον κόλλῃ τινὶ
τῷ πηλῷ συνδήσασα, ἐν αὐτῇ τοὺς νεοττοὺς ἐκτρέφει· ὧν ἐάν
τις ἐκκεντήσῃ τὰ ὄμματα, ἔχει τινὰ παρὰ τῆς φύσεως ἰατρικὴν,
δι’ἧς πρὸς ὑγείαν ἐπανάγει τῶν ἐκγόνων τὰς ὄψεις. Ταῦτά σε
νουθετείτω, μὴ διὰ πενίαν πρὸς κακουργίαν τρέπεσθαι· μηδὲ
ἐν τοῖς χαλεπωτάτοις πάθεσι πᾶσαν ἐλπίδα ῥίψαντα, ἄπρακτον
κεῖσθαι καὶ ἀνενέργητον· ἀλλ’ἐπὶ Θεὸν καταφεύγειν, ὃς εἰ
χελιδόνι τὰ τηλικαῦτα χαρίζεται, πόσῳ μείζονα δώσει τοῖς ἐξ ὅλης
OMELIA VIII 317

notte accettano che gli stranieri che arrivano condivida-


no il loro tetto. Le attenzioni che le cicogne dedicano a
quelle che sono invecchiate basterebbero a rendere i no-
stri ragazzi, se volessero badarci, amorevoli verso i loro
genitori. Non c’è, infatti, assolutamente alcuno che sia
così sprovvisto di buon senso da non giudicare meritevo-
le di vergogna l’essere superato nella pratica della virtù
dagli uccelli più privi di ragione. Le cicogne si collocano
tutt’attorno al loro padre che per la vecchiezza ha perdu-
to le piume, gli apprestano il cibo in abbondanza e anche
durante il volo gli forniscono tutto l’aiuto possibile, so-
stenendolo delicatamente da una parte e dall’altra con le
loro ali.8 Questo loro comportamento è presso tutti così
celebrato a gran voce che alcuni alla premura nel ricam-
biare i benefici ricevuti danno il nome di ‘cicognismo’.9
Nessuno si lamenti della sua povertà;10 nessuno disperi
della propria condizione di vita; chi in casa non ha a di-
sposizione alcuna sovrabbondanza rivolga il suo sguardo
all’ingegnosa abilità della rondine. Essa, infatti, quando
costruisce il suo nido, trasporta con il becco le pagliuzze,
però non può sollevare il fango con i piedi e, allora, ba-
gna nell’acqua le estremità delle ali, poi si arrotola nella
polvere più fine ed escogita di servirsi del fango così;
poco per volta collega le pagliuzze col fango come con
una colla e in questa costruzione nutre i suoi pulcini. Se
poi qualcuno strappasse ai piccoli gli occhi, la rondine
possiede dalla natura una sua competenza medica, per
la quale riconduce alla sanità gli occhi della sua prole.
Questi fatti ti ammoniscano non a volgerti verso com-
portamenti cattivi a causa della povertà né a gettare via
ogni speranza nelle sofferenze più angosciose, restando
inerte e inattivo, ma a rifugiarti in Dio; se egli concede
alla rondine tali favori, quanto maggiori non ne darà a
318 OMELIE SULL’ESAMERONE

καρδίας ἐπιβοωμένοις αὐτόν; Ἁλκυών ἐστι θαλάττιον ὄρνεον.


Αὕτη παρ’αὐτοὺς νοσσεύειν τοὺς αἰγιαλοὺς πέφυκεν, ἐπ’αὐτῆς
τὰ ὠὰ τῆς ψάμμου καταθεμένη· καὶ νοσσεύει κατὰ μέσον που
τὸν χειμῶνα, ὅτε πολλοῖς καὶ βιαίοις ἀνέμοις ἡ θάλασσα τῇ
γῇ προσαράσσεται. Ἀλλ’ὅμως κοιμίζονται μὲν πάντες ἄνεμοι,
ἡσυχάζει δὲ κῦμα θαλάσσιον, ὅταν ἁλκυὼν ἐπωάζῃ τὰς ἑπτὰ
ἡμέρας. Ἐν τοσαύταις γὰρ μόναις ἐκλεπίζει τοὺς νεοττούς. Ἐπεὶ
458 δὲ καὶ τροφῆς αὐτοῖς χρεία, ἄλλας ἑπτὰ πρὸς τὴν τῶν ‖ νεοττῶν
αὔξησιν ὁ μεγαλόδωρος Θεὸς τῷ μικροτάτῳ ζῴῳ παρέσχετο.
Ὥστε καὶ ναυτικοὶ πάντες ἴσασι τοῦτο, καὶ ἁλκυονίδας τὰς
ἡμέρας ἐκείνας προσαγορεύουσι. Ταῦτά σοι εἰς προτροπὴν τοῦ
αἰτεῖν παρὰ Θεοῦ τὰ πρὸς σωτηρίαν διὰ τῆς περὶ τὰ ἄλογα τοῦ
Θεοῦ προνοίας νενομοθέτηται. Τί οὐκ ἂν γένοιτο τῶν παραδόξων
ἕνεκεν σοῦ, ὃς κατ’εἰκόνα γέγονας τοῦ Θεοῦ, ὅπουγε ὑπὲρ
ὄρνιθος οὕτω μικρᾶς ἡ μεγάλη καὶ φοβερὰ κατέχεται θάλασσα,
ἐν μέσῳ χειμῶνι γαλήνην ἄγειν ἐπιταχθεῖσα;
6. Τὴν τρυγόνα φασὶ διαζευχθεῖσάν ποτε τοῦ ὁμόζυγος,
μηκέτι τὴν πρὸς ἕτερον καταδέχεσθαι κοινωνίαν, ἀλλὰ μένειν
ἀσυνδύαστον, μνήμῃ τοῦ ποτὲ συζευχθέντος τὴν πρὸς ἕτερον
κοινωνίαν ἀπαρνουμένην. Ἀκουέτωσαν αἱ γυναῖκες, ὅπως
τὸ σεμνὸν τῆς χηρείας, καὶ παρὰ τοῖς ἀλόγοις, τοῦ ἐν ταῖς
πολυγαμίαις ἀπρεποῦς προτιμότερον. Ἀδικώτατος περὶ τὴν τῶν
ἐκγόνων ἐκτροφὴν ὁ ἀετός. Δύο γὰρ ἐξαγαγὼν νεοσσοὺς, τὸν
460 ἕτερον αὐτῶν εἰς γῆν ‖ καταρρήγνυσι, ταῖς πληγαῖς τῶν πτερῶν
ἀπωθούμενος· τὸν δὲ ἕτερον μόνον ἀναλαβὼν, οἰκειοῦται, διὰ
OMELIA VIII 319

quelli che gridano a lui con tutto il cuore? L’alcione è un


uccello marino; ha per impulso naturale di far schiudere
le uova direttamente sulla spiaggia dopo averle depo-
ste immediatamente sulla sabbia; le uova si schiudono
all’incirca verso la metà dell’inverno, quando il mare,
sospinto da molti venti impetuosi, va a sbattere contro
la terra. Tuttavia, i venti si placano, le onde del mare
restano calme per sette giorni nei quali l’alcione cova;
è questo il numero esatto dei giorni nei quali i pulcini
schiudono. Poi, siccome essi hanno bisogno di nutrirsi,
Dio, che è così generoso nei suoi doni, concede a questo
piccolissimo animale sette giorni per la crescita. È una
cosa che tutti i marinai conoscono e, perciò, chiamano
quei giorni alcionii.11 Dio ha stabilito questo per esortarti
a chiedergli tutto quello che concerne la tua salvezza,
sulla base di quanto la sua provvidenza ha stabilito per
gli animali irragionevoli. Che cosa, dunque, di straordi-
nario non farebbe per te, che sei stato creato a immagine
di Dio, quando per un uccello così piccolo il mare, che è
così grande e terribile, si blocca, nel cuore dell’inverno,
per aver ricevuto l’ordine di starsene calmo?
6. La tortora, a quanto dicono, quando è rimasta li-
bera dal legame che la univa al suo coniuge, non accet-
ta più di accoppiarsi con un altro, ma rimane estranea a
ogni rapporto di coppia; essa, ricordando la coppia che
aveva costituito prima, rifiuta di costituirne una seconda
con un altro. Ascoltino le donne e comprendano quanto
la venerabile nobiltà della vedovanza, anche presso gli
animali irragionevoli, sia preferibile alla sconvenienza
delle nozze ripetute. L’aquila è sommamente ingiusta per
quanto concerne l’allevamento della prole. Se ha messo
alla luce due pulcini, l’uno di loro lo fracassa gettando-
lo a terra, respingendolo a colpi di ali; accoglie soltanto
320 OMELIE SULL’ESAMERONE

τὸ τῆς τροφῆς ἐπίπονον ἀποποιούμενος ὃν ἐγέννησεν. Ἀλλ’οὐκ


ἐᾷ τοῦτον, ὥς φασι, διαφθαρῆναι ἡ φήνη· ἀλλ’ὑπολαβοῦσα
αὐτὸν τοῖς οἰκείοις ἑαυτῆς νεοσσοῖς συνεκτρέφει. Τοιοῦτοι, τῶν
γονέων, οἱ ἐπὶ προφάσει πενίας ἐκτιθέμενοι τὰ νήπια· ἢ καὶ ἐν
τῇ διανομῇ τοῦ κλήρου ἀνισότατοι πρὸς τὰ ἔκγονα. Δίκαιον γὰρ,
ὥσπερ ἐξ ἴσου μεταδεδώκασιν ἑκάστῳ τοῦ εἶναι, οὕτω καὶ τὰς
πρὸς τὸ ζῆν ἀφορμὰς ἴσως αὐτοῖς καὶ ὁμοτίμως παρέχειν. Μὴ
μιμήσῃ τῶν γαμψωνύχων ὀρνίθων τὸ ἀπηνές· οἳ ἐπειδὰν ἴδωσι
τοὺς ἑαυτῶν νεοττοὺς κατατολμῶντας λοιπὸν τῆς πτήσεως,
ἐκβάλλουσι τῆς καλιᾶς, τύπτοντες τοῖς πτεροῖς καὶ ὠθοῦντες,
καὶ οὐδεμίαν ἐπιμέλειαν ποιοῦνται πρὸς τὸ λοιπόν. Ἐπαινετὸν
τῆς κορώνης τὸ φιλότεκνον· ἣ καὶ πετομένων ἤδη παρέπεται,
σιτίζουσα αὐτοὺς καὶ ἐκτρέφουσα μέχρι πλείστου. Πολλὰ τῶν
ὀρνίθων γένη οὐδὲν πρὸς τὴν κύησιν δεῖται τῆς τῶν ἀρρένων
ἐπιπλοκῆς· ἀλλ’ἐν μὲν τοῖς ἄλλοις ἄγονά ἐστι τὰ ὑπηνέμια, τοὺς
462 δὲ γύπας φασὶν ἀσυνδυάστως τίκτειν ὡς τὰ πολλὰ, καὶ ‖ ταῦτα
μακροβιωτάτους ὄντας· οἷς γε μέχρις ἑκατὸν ἐτῶν, ὡς τὰ πολλὰ,
παρατείνεται ἡ ζωή. Τοῦτό μοι ἔχε παρασεσημειωμένον ἐκ τῆς
περὶ τοὺς ὄρνιθας ἱστορίας, ἵν’ἐπειδάν ποτε ἴδῃς γελῶντάς τινας
τὸ μυστήριον ἡμῶν, ὡς ἀδυνάτου ὄντος καὶ ἔξω τῆς φύσεως,
παρθένον τεκεῖν, τῆς παρθενίας αὐτῆς φυλαττομένης ἀχράντου,
ἐνθυμηθῇς ὅτι ὁ εὐδοκήσας ἐν τῇ μωρίᾳ τοῦ κηρύγματος σῶσαι
OMELIA VIII 321

l’altro, lo introduce nella sua famiglia, mentre respinge


l’altro, che essa ha generato, per la difficoltà che prova
a procurargli il nutrimento. Ma, a quanto dicono, il gi-
peto non lascia che questo perisca, lo accoglie e lo alleva
insieme ai propri pulcini. Tali sono i genitori i quali, col
pretesto della povertà, espongono i loro bambini; o anche
quelli che, nella divisione dell’eredità, sono assai disu-
guali verso i loro figli. Giusto è, infatti, che, come han-
no fatto partecipare ciascuno all’esistenza su un piano di
uguaglianza, così, con la medesima uguaglianza e con una
valutazione di parità, procurino loro anche le risorse per
vivere. Non imitare neppure la rozzezza degli uccelli che
hanno gli artigli adunchi [i predatori] i quali, quando han-
no visto che i loro piccoli ormai si arrischiano a volare, li
gettano fuori dal nido, li percuotono con le ali, li spingo-
no via, e per il resto non si prendono più alcuna cura di
loro. Degno di lode è, invece, l’amore per i figli che ha la
cornacchia la quale, quando essi incominciano a volare,
vola loro accanto, li nutre e li alleva fino al massimo pos-
sibile. Molte specie di uccelli non hanno alcun bisogno,
per il concepimento, di unirsi con i maschi, ma, mentre
negli altri le uova non fecondate sono sterili, gli avvoltoi,
a quanto dicono,12 generano abitualmente senza accop-
piarsi e questo avviene anche quando sono a un’età assai
avanzata, e la loro vita si estende generalmente fino a
cento anni. Tienimi ben presente questo punto che è stato
segnalato nell’indagine sugli uccelli, affinché, se, caso
mai, ti capitasse di vedere qualcuno che ride sui nostri
misteri, sostenendo che è impossibile e fuori della norma
della natura che una vergine partorisca conservando in-
contaminata la sua verginità, tu rifletta che Dio, «il quale
ha ritenuto opportuno salvare i credenti con la follia del-
la predicazione [evangelica]» (1 Cor. 1,21) ci ha anche
322 OMELIE SULL’ESAMERONE

τοὺς πιστεύοντας, μυρίας ἐκ τῆς φύσεως ἀφορμὰς πρὸς τὴν


πίστιν τῶν παραδόξων προλαβὼν κατεβάλετο.
7. Ἐξαγαγέτω τὰ ὕδατα ἑρπετὰ ψυχῶν ζωσῶν, καὶ πετεινὰ
πετόμενα ἐπὶ τῆς γῆς, κατὰ τὸ στερέωμα τοῦ οὐρανοῦ. Ἐπὶ μὲν
τῆς γῆς ἐκελεύσθη πετάσθαι, διὰ τὸ πᾶσι τὴν τροφὴν ἀπὸ τῆς γῆς
ὑπάρχειν· Κατὰ δὲ τὸ στερέωμα τοῦ οὐρανοῦ, ὡς προλαβόντες
ἀποδεδώκαμεν, οὐρανοῦ ἐνταῦθα παρὰ τὸ ὁρᾶσθαι τοῦ ἀέρος
προσειρημένου· στερεώματος δὲ, διὰ τὸ πυκνότερόν πως εἶναι,
συγκρίσει τοῦ αἰθερίου σώματος, καὶ μᾶλλον πεπιλημένον ταῖς
κάτωθεν ἀναφοραῖς τὸν ὑπὲρ κεφαλῆς ἡμῶν ἀέρα. Ἔχεις οὖν
οὐρανὸν διακεκοσμημένον, γῆν κεκαλλωπισμένην, θάλασαν
εὐθηνουμένην τοῖς οἰκείοις γεννήμασιν, ἀέρα πλήρη τῶν
464 διιπ‖ταμένων αὐτὸν ὀρνίθων. Πάντα προστάγματι Θεοῦ ἐκ τοῦ
μὴ ὄντος εἰς τὸ εἶναι παραχθέντα, καὶ ὅσα ὁ λόγος παρῆκε νῦν,
τὴν ἐπὶ πλεῖον ἐν τούτοις διατριβὴν ἐκκλίνων, ὡς ἂν μὴ δόξῃ
ὑπερεκπίπτειν τοῦ μέτρου, κατὰ σεαυτὸν συλλογισάμενος, ὅγε
φιλόπονος, τὴν ἐν ἅπασι τοῦ Θεοῦ σοφίαν καταμανθάνων, μὴ
λήξῃς ποτὲ τοῦ θαύματος, μηδὲ τοῦ διὰ πάσης τῆς κτίσεως
δοξάζειν τὸν ποιητήν. Ἔχεις ἐν τῷ σκότει τὰ νυκτερόβια γένη
τῶν ὀρνίθων· ἐν τῷ φωτὶ τὰ ἡμερόφοιτα. Νυκτερίδες μὲν γὰρ,
καὶ γλαῦκες, καὶ νυκτοκόρακες, τῶν νυκτινόμων εἰσίν. Ὥστε
σοί ποτε ἐν καιρῷ μὴ παρόντος τοῦ ὕπνου, ἐξαρκεῖν καὶ τὴν ἐν
τούτοις διατριβὴν, καὶ τὴν τῶν ὑπαρχόντων αὐτοῖς ἰδιωμάτων
ἐξέτασιν πρὸς δοξολογίαν τοῦ ποιητοῦ. Πῶς ἄγρυπνον ἡ ἀηδὼν,
OMELIA VIII 323

presentato, in anticipo, traendoli dalla natura, innumere-


voli punti di partenza per credere a fatti straordinari.
7. «Che le acque producano dei rettili forniti di anime
viventi e dei volatili che volino sulla terra lungo il
firmamento del cielo». Hanno ricevuto l’ordine di volare
sulla terra, poiché tutti detraggono il loro cibo dalla terra;
e poi «lungo il firmamento del cielo», come abbiamo già
detto prima, l’aria viene qui chiamata cielo (ouranós)
dal fatto che viene vista (horâsthai) [etimologia errata,
ma diffusa] e firmamento dal fatto che esso, in qualche
modo, è più denso in confronto con il corpo etereo e per-
ché l’aria che sta sopra la nostra testa è più compressa
per le esalazioni che salgono dal basso. Puoi vedere il
cielo disposto in buon ordine, la terra avvolta di bellezza,
il mare fiorente di tutti gli esseri che ha egli stesso gene-
rato, l’aria piena di uccelli che volando la attraversano.
Che tutto ciò sia stato trasferito dal non essere all’essere
per il comando divino – anche tutto quello che il nostro
discorso ha adesso tralasciato per evitare di indugiare
troppo su questi argomenti e perché non sembri che ca-
diamo al di là della misura – tu lo avrai intuito da te stes-
so,13 dato che sei molto impegnato nel renderti ben conto
di quanto sia grande la sapienza di Dio in tutte le cose;
non cessare, dunque, mai di ammirare né di glorificare il
Creatore attraverso tutta la creazione. Puoi vedere nelle
tenebre le specie di uccelli che conducono una vita not-
turna e nella luce quelli che si aggirano durante il giorno.
Infatti, pipistrelli, civette, gufi sono di quelli che cercano
il loro cibo di notte; pertanto, nelle ore nelle quali non
riesci a prendere sonno, ti basta soffermarti a pensare a
questi uccelli ed esaminare le peculiarità caratteristiche
che hanno per glorificare il Creatore. Tu vedi come l’usi-
gnolo resta sveglio per tutto il tempo in cui cova e come
324 OMELIE SULL’ESAMERONE

ὅταν ἐπωάζῃ, διὰ πάσης νυκτὸς τῆς μελῳδίας μὴ ἀπολήγουσα.


Πῶς τετράπουν τὸ αὐτὸ καὶ πτηνὸν ἡ νυκτερίς. Πῶς μόνη τῶν
ὀρνίθων ὀδοῦσι κέχρηται, καὶ ζωογονεῖ μὲν ὡς τὰ τετράποδα,
ἐπιπολάζει δὲ τῷ ἀέρι, οὐχὶ πτερῷ κουφιζομένη, ἀλλ’ὑμένι τινὶ
δερματίνῳ. Πῶς μέντοι καὶ τοῦτο ἔχει τὸ φιλάλληλον ἐν τῇ
φύσει, καὶ ὥσπερ ὁρμαθὸς, ἀλλήλων αἱ νυκτερίδες ἔχονται, καὶ
μία τῆς μιᾶς ἤρτηνται· ὅπερ ἐφ’ἡμῶν τῶν ἀνθρώπων οὐ ῥᾴδιον
κατορθωθῆναι Τὸ γὰρ ἀπεσχισμένον καὶ ἰδιάζον τοῦ κοινωνικοῦ
καὶ ἡνωμένου τοῖς πολλοῖς προτιμότερον. Πῶς ἐοίκασι τοῖς
466 ὄμμασι τῆς ‖ γλαυκὸς οἱ περὶ τὴν ματαίαν σοφίαν ἐσχολακότες.
Καὶ γὰρ ἐκείνης ἡ ὄψις, νυκτὸς μὲν ἔρρωται, ἡλίου δὲ λάμψαντος
ἀμαυροῦται. Καὶ τούτων μὲν ἡ διάνοια ὀξυτάτη μέν ἐστι πρὸς
τὴν τῆς ματαιότητος θεωρίαν, πρὸς δὲ τὴν τοῦ ἀληθινοῦ φωτὸς
κατανόησιν ἐξημαύρωται. Ἐν ἡμέρᾳ δέ σοι καὶ πάνυ ῥᾴδιον
πανταχόθεν συνάγειν τὸ θαῦμα τοῦ κτίσαντος. Πῶς μὲν ἐπ’ἔργα
σε διεγείρει ὁ σύνοικος ὄρνις, ὀξείᾳ τῇ φωνῇ ἐμβοῶν καὶ
καταμηνύων πόρρωθεν ἔτι τὸν ἥλιον προσελαύνοντα, ὁδοιπόροις
συνδιορθρίζων, γεωργοὺς δὲ ἐξάγων πρὸς ἀμητόν. Πῶς ἄγρυπνον
τὸ τῶν χηνῶν γένος, καὶ πρὸς τὴν τῶν λανθανόντων αἴσθησιν
ὀξύτατον, οἵ γέ ποτε καὶ τὴν βασιλίδα πόλιν περισώσαντο,
πολεμίους τινὰς ὑπὸ γῆς δι’ὑπονόμων ἀφανῶν ἤδη μέλλοντας
τὴν ἄκραν τῆς Ῥώμης καταλαμβάνειν καταμηνύσαντες. Ἐν ποίῳ
γένει τῶν ὀρνίθων οὐκ ἴδιόν τι θαῦμα ἡ φύσις δείκνυσι; Τίς ὁ
τοῖς γυψὶ προαπαγγέλλων τῶν ἀνθρώπων τὸν θάνατον, ὅταν
κατ’ἀλλήλων ἐπιστρατεύσωσιν; Ἴδοις γὰρ ἂν μυρίας ἀγέλας
OMELIA VIII 325

durante la notte non cessa dal suo canto melodioso; tu


vedi come il pipistrello sia insieme quadrupede e alato,
come, solo tra tutti gli uccelli, si serva di denti, sia vivi-
paro come i quadrupedi, galleggi nell’aria sollevandosi,
non con ali di penne, ma con una membrana di pelle. Tu
vedi anche come questi pipistrelli abbiano nella loro na-
tura di amarsi vicendevolmente e come si tengano uniti
tra di loro a guisa di una collana e si sostengano appesi
l’uno all’altro; è una cosa che noi, uomini, non riusciamo
facilmente ad attuare per bene. Gli uomini, infatti, nella
loro maggioranza, preferiscono la vita separata e indi-
viduale a quella comune e unificata. Vedi come rasso-
miglino agli occhi della civetta quelli che si impegnano
nella vana sapienza umana; infatti, la sua vista di notte è
vigorosa, ma quando risplende il sole si oscura. E anche
il pensiero di costoro è acutissimo nella contemplazione
della vanità, ma riguardo alla cognizione della vera luce
si è ridotto all’oscurità. Durante il giorno comunque ti è
molto più facile raccogliere da tutte le parti motivi per
ammirare il Creatore. Vedi come il gallo, che abita con
te, ti sveglia a operare; esso, con la sua voce acuta, ti gri-
da e ti annunzia da lontano che il sole si avvicina; suona
la sveglia mattutina ai viaggiatori, fa uscire gli agricol-
tori perché attendano alla mietitura. Vedi come le oche
siano vigili e abbiano una sensibilità finissima per perce-
pire ciò che è nascosto, esse che un tempo salvarono la
capitale dell’impero, denunziando che nemici, attraverso
cunicoli sotterranei invisibili, stavano ormai per occupa-
re la rocca di Roma. Qual è quella specie di uccelli nella
quale la natura non mostri una meraviglia particolare?
Chi annuncia in anticipo agli avvoltoi che degli uomi-
ni moriranno, quando fanno spedizioni gli uni contro
gli altri? Potresti, infatti, vedere innumerevoli stormi di
326 OMELIE SULL’ESAMERONE

γυπῶν τοῖς στρατοπέδοις παρεπομένας, ἐκ τῆς τῶν ὅπλων


468 παρασκευῆς τεκμαιρομένων τὴν ἔκβασιν. Τοῦτο δὲ ‖ οὐ μακράν
ἐστι λογισμῶν ἀνθρωπίνων. Πῶς σοι τὰς φοβερὰς ἐπιστρατιὰς
τῆς ἀκρίδος διηγήσομαι, ἣ ὑφ’ἑνὶ συνθήματι πᾶσα ἀρθεῖσα καὶ
στρατοπεδευσαμένη κατὰ τὸ πλάτος τῆς χώρας, οὐ πρότερον
ἅπτεται τῶν καρπῶν, πρὶν ἐνδοθῆναι αὐτῇ τὸ θεῖον πρόσταγμα;
Πῶς ἡ σελευκὶς ἐφέπεται ἴαμα τῆς πληγῆς, ἀπέραντον ἔχουσα τοῦ
ἐσθίειν τὴν δύναμιν, τοῦ φιλανθρώπου Θεοῦ ἀκόρεστον αὐτῆς
τὴν φύσιν ἐπ’εὐεργεσίᾳ τῶν ἀνθρώπων κατασκευάσαντος; Τίς
ὁ τρόπος τῆς μελῳδίας τοῦ τέττιγος; Καὶ πῶς ἐν τῇ μεσημβρίᾳ
ἑαυτῶν εἰσιν ᾠδικώτεροι, τῇ ὁλκῇ τοῦ ἀέρος, ἣν ἐν τῇ διαστολῇ
ποιοῦνται τοῦ θώρακος, ἐκδιδομένου τοῦ φθόγγου; Ἀλλὰ γὰρ
ἔοικα πλεῖον ἀπολείπεσθαι τῷ λόγῳ τοῦ θαύματος τῶν πτηνῶν,
ἢ εἰ τοῖς ποσὶν αὐτῶν ἐπειρώμην ἐφικνεῖσθαι τοῦ τάχους.
Ὅταν ἴδῃς τὰ ἔντομα λεγόμενα τῶν πτηνῶν, οἷον μελίσσας
καὶ σφῆκας (οὕτω γὰρ αὐτὰ προσειρήκασι διὰ τὸ πανταχόθεν
ἐντομάς τινας φαίνειν), ἐνθυμοῦ, ὅτι τούτοις ἀναπνοὴ οὐκ ἔστιν,
οὐδὲ πνεύμων, ἀλλ’ὅλα δι’ὅλων τρέφεται τῷ ἀέρι. Διόπερ καὶ
470 ἐλαίῳ καταβραχέντα ‖ φθείρεται, τῶν πόρων ἀποφραγέντων·
ὄξους δὲ εὐθὺς ἐπιβληθέντος πάλιν ἀναβιώσκεται, τῶν διεξόδων
ἀνοιγομένων. Οὐδὲν περιττότερον τῆς χρείας, οὔτε μὴν ἐλλεῖπόν
τινι τῶν ἀναγκαίων ὁ Θεὸς ἡμῶν ἔκτισε. Πάλιν τὰ φίλυδρα τῶν
ζῴων καταμαθὼν, ἑτέραν ἐν αὐτοῖς κατασκευὴν εὑρήσεις· πόδας
οὔτε διεσχισμένους, ὡς τοὺς τῆς κορώνης, οὔτε ἀγκύλους, ὡς
τοὺς τῶν σαρκοφάγων· ἀλλὰ πλατεῖς καὶ ὑμενώδεις, ἵνα ῥᾳδίως
OMELIA VIII 327

avvoltoi che seguono gli eserciti e che dai preparativi


militari arguiscono l’esito. Questo procedimento non è
lontano dai ragionamenti umani. Come ti potrò descri-
vere le terribili spedizioni delle cavallette? Il loro sciame
tutt’intero, a un segnale unico convenuto, si è levato in
volo e ha posto il suo accampamento lungo tutta l’esten-
sione della regione, però non si attacca ai frutti prima che
gli venga rivolto il comando di Dio. Come avviene che
il merlo le segue e rimedia al loro disastro avendo una
sconfinata capacità di divorarle? Dio, nella sua amore-
volezza per gli uomini, ha disposto la sua natura insazia-
bile a beneficio degli uomini. In quale maniera la cicala
effonde la sua modulazione armoniosa? E come esse sul
mezzogiorno sono più assidue nel loro canto, esse, che,
aspirando l’aria con la dilatazione del loro petto, emetto-
no il loro suono? Comunque ho l’impressione di essere
più incapace di illustrare con le mie parole le meraviglie
degli uccelli che se tentassi di raggiungere a piedi la loro
velocità. Quando tu vedi quegli esseri alati che vengono
chiamati insetti, quali api e vespe (essi sono stati chia-
mati insetti, perché in ogni parte del loro corpo mostrano
delle specie di incisioni),14 considera che essi non hanno
né respirazione né polmoni, ma che si nutrono d’aria at-
traverso tutte le singole parti del corpo. Perciò, se vengo-
no cosparsi d’olio, muoiono, perché i loro pori sono stati
otturati; se, però, si versa subito loro sopra dell’aceto,
ritornano di nuovo alla vita, perché questi passaggi sono
stati riaperti. Dio non ci ha creato nulla che eccedesse il
bisogno e nulla che mancasse di ciò che è necessario. Se,
ancora, rifletti sugli animali che amano stare sull’acqua,
troverai che hanno una costituzione diversa, che i loro
piedi non sono suddivisi come quelli delle cornacchie né
ricurvi come quelli dei carnivori, ma sono larghi e mem-
328 OMELIE SULL’ESAMERONE

ἐπινήχωνται τῷ ὕδατι, οἱονεὶ κώπαις τισὶ τοῖς τῶν ποδῶν ὑμέσι τὸ


ὑγρὸν διωθούμενοι. Ἐὰν δὲ καταμάθῃς, ὅπως εἰς βάθος ὁ κύκνος
καθιεὶς τὸν αὐχένα, κάτωθεν ἑαυτῷ τὴν τροφὴν ἀναφέρει, τότε
εὑρήσεις τὴν σοφίαν τοῦ κτίσαντος, ὅτι διὰ τοῦτο μακρότερον
τῶν ποδῶν τὸν αὐχένα προσέθηκεν, ἵνα ὥσπερ τινὰ ὁρμιὰν
κατάγων, τὴν ἐν τῷ βάθει κεκρυμμένην τροφὴν ἐκπορίζηται.
8. Ἁπλῶς ἀναγινωσκόμενα τὰ ῥήματα τῆς Γραφῆς, συλλαβαί
τινες εἰσι μικραί· Ἐξαγαγέτω τὰ ὕδατα πετεινὰ πετόμενα ἐπὶ τῆς
γῆς κατὰ τὸ στερέωμα τοῦ οὐρανοῦ· ἐρευνωμένης δὲ τῆς ἐν τοῖς
ῥήμασι διανοίας, τότε ἐκφαίνεται τὸ μέγα θαῦμα τῆς σοφίας
τοῦ κτίσαντος. Πόσας προείδετο διαφορὰς πτηνῶν; ὅπως αὐτὰ
κατὰ γένος διέστησεν ἀπ’ἀλλήλων; πῶς ἕκαστον κεχωρισμένοις
472 ἐχαρακτήρισεν ἰδιώ‖μασιν; Ἐπιλείπει με ἡ ἡμέρα, τὰ ἐναέρια
ὑμῖν θαύματα διηγούμενον. Καλεῖ ἡμᾶς ἡ χέρσος πρὸς τὴν
τῶν θηρίων καὶ ἑρπετῶν καὶ βοσκημάτων ἐπίδειξιν, ἑτοίμως
ἔχουσα ὁμότιμα τοῖς φυτοῖς καὶ τῷ πλωτῷ γένει καὶ τοῖς πτηνοῖς
πᾶσιν ἀντεπιδείξασθαι. Ἐξαγαγέτω ἡ γῆ ψυχὴν ζῶσαν κτηνῶν
καὶ θηρίων καὶ ἑρπετῶν κατὰ γένος. Τί φατε, οἱ ἀπιστοῦντες
τῷ Παύλῳ περὶ τῆς κατὰ τὴν ἀνάστασιν ἀλλοιώσεως, ὁρῶντες
πολλὰ τῶν ἀερίων τὰς μορφὰς μεταβάλλοντα; Ὁποῖα καὶ περὶ
τοῦ Ἰνδικοῦ σκώληκος ἱστορεῖται τοῦ κερασφόρου· ὃς εἰς
κάμπην τὰ πρῶτα μεταβαλὼν, εἶτα προϊὼν βομβυλιὸς γίνεται,
καὶ οὐδὲ ἐπὶ ταύτης ἵσταται τῆς μορφῆς, ἀλλὰ χαύνοις καὶ
OMELIA VIII 329

branosi per poter nuotare facilmente sul pelo dell’acqua;


respingono l’acqua con le membrane dei piedi come con
dei remi. Se poi tu ti rendi conto come il cigno, tuffan-
do il collo nel fondo dell’acqua, tira su dal basso il suo
nutrimento, allora scoprirai la sapienza del Creatore, il
quale gli ha fornito un collo più lungo dei piedi affinché,
immergendolo come una sorta di lenza, si procuri il nu-
trimento nascosto nel profondo.
8. A leggerle superficialmente, le parole della Scrit-
tura sono soltanto delle brevi sillabe: «Che le acque
producano degli uccelli che volano sopra la terra lun-
go il firmamento del cielo», ma quando si è scoperto il
pensiero contenuto nelle parole, si manifesta quanto sia
meravigliosa la sapienza del Creatore. Quanto sono nu-
merose le differenze che Dio ha previsto tra gli uccelli!
Come li ha separati gli uni dagli altri secondo la specie!
Come ciascuno lo ha contrassegnato con peculiarità spe-
cifiche distinte! Ma mi viene meno il giorno mentre vi
descrivo le meraviglie che ci sono nell’atmosfera.15 La
terra asciutta ci invita a contemplare la parata degli ani-
mali selvatici, dei rettili e del bestiame; essa è pronta a
mostrarci, a sua volta, degli esseri che hanno certo il me-
desimo valore, le piante, la stirpe di quelli che nuotano e
tutti i volatili: «Che la terra produca l’anima vivente del
bestiame, degli animali selvatici e dei rettili secondo la
loro specie». Voi che non credete a Paolo, quando parla
sul cambiamento dei corpi nella risurrezione, che cosa
dite quando vedete che molti animali che vivono nell’a-
ria cambiano le loro forme? Di questo genere è anche
quel verme indiano, dotato di antenne, del quale abbia-
mo notizia. Esso si trasforma, in un primo momento, in
bruco; poi, procedendo, diventa larva, ma non si arre-
sta a questa forma, invece si procura delle ali a guisa di
330 OMELIE SULL’ESAMERONE

πλατέσι πετάλοις ὑποπτεροῦται. Ὅταν οὖν καθέζησθε τὴν


τούτων ἐργασίαν ἀναπηνιζόμεναι, αἱ γυναῖκες, τὰ νήματα λέγω
ἃ πέμπουσιν ὑμῖν οἱ Σῆρες πρὸς τὴν τῶν μαλακῶν ἐνδυμάτων
κατασκευὴν, μεμνημέναι τῆς κατὰ τὸ ζῷον τοῦτο μεταβολῆς,
ἐναργῆ λαμβάνετε τῆς ἀναστάσεως ἔννοιαν, καὶ μὴ ἀπιστεῖτε
τῇ ἀλλαγῇ ἣν Παῦλος ἅπασι κατεπαγγέλλεται. Ἀλλὰ γὰρ
αἰσθάνομαι τοῦ λόγου τὴν συμμετρίαν ἐκβαίνοντος. Ὅταν μὲν
474 οὖν ἀπίδω ‖ πρὸς τὸ πλῆθος τῶν εἰρημένων, ἔξω ἐμαυτὸν ὁρῶ
τοῦ μέτρου φερόμενον· ὅταν δὲ πάλιν πρὸς τὸ ποικίλον τῆς ἐν
τοῖς δημιουργήμασι σοφίας ἀποβλέψω, οὐδὲ ἦρχθαι νομίζω
τῆς διηγήσεως. Ἅμα δὲ καὶ τὸ παρακατέχειν ὑμᾶς ἐπὶ πλεῖον
οὐκ ἄχρηστον. Τί γὰρ ἄν τις καὶ ποιοῖ τὸν μέχρι τῆς ἑσπέρας
χρόνον; Οὐκ ἐπείγουσιν ὑμᾶς οἱ ἑστιάτορες· οὐκ ἀναμένει ὑμᾶς
τὰ συμπόσια. Ὅθεν, εἰ δοκεῖ, τῇ σωματικῇ νηστείᾳ εἰς τὴν τῶν
ψυχῶν εὐφροσύνην ἀποχρησώμεθα. Πολλάκις ὑπηρετήσας τῇ
σαρκὶ πρὸς ἀπόλαυσιν, σήμερον τῇ διακονίᾳ παράμεινον τῆς
ψυχῆς. Κατατρύφησον τοῦ Κυρίου, καὶ δώσει σοι τὰ αἰτήματα
τῆς καρδίας σου. Εἰ φιλόπλουτος εἶ, ἔχεις πλοῦτον πνευματικὸν,
Τὰ κρίματα Κυρίου τὰ ἀληθινὰ, τὰ δεδικαιωμένα ἐπὶ τὸ
αὐτὸ, τὰ ἐπιθυμητὰ ὑπὲρ χρυσίον καὶ λίθον τίμιον πολύν. Εἰ
ἀπολαυστικὸς καὶ φιλήδονος, ἔχεις τὰ λόγια τοῦ Θεοῦ τῷ τὴν
πνευματικὴν αἴσθησιν ἐρρωμένῳ Γλυκύτερα ὄντα ὑπὲρ μέλι
καὶ κηρίον. Ἐὰν