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La glicolìsi è un processo metabolico mediante il quale, in condizioni di anaerobiosi non stretta, una

molecola di glucosio viene scissa in due molecole di piruvato al fine di generare molecole a più alta energia,
come 2 molecole di ATP e 2 molecole di NADH per ogni molecola di glucosio utilizzata. Il termine deriva dal
greco antico, γλυκύς (glykýs), che significa «dolce», e λύσις (lýsis), che significa «scissione».[1]

La glicolisi o via di Embden-Meyerhof-Parnas è il mezzo per ottenere energia più sfruttato in natura,
soprattutto grazie alla sua anaerobioticità, sebbene non sia il più efficiente.[2] Probabilmente esso si
sviluppò con i primi procarioti[3][4] circa 3,5 miliardi di anni fa.[5][6]

In una prima fase del processo, composta da cinque passaggi, viene consumata energia (fase di consumo
energetico) per ottenere dal glucosio molecole di un derivato del glucosio a più alta energia (gliceraldeide-
3-fosfato), che verranno poi trasformate nella fase successiva, composta di altri cinque passaggi, in
molecole nettamente meno energetiche di piruvato, con produzione di energia superiore a quella
consumata nella prima fase. Il processo nel suo insieme è quindi di tipo catabolico, cioè in cui molecole più
complesse ed energetiche, vengono trasformate in altre più semplici e meno energetiche, con accumulo di
energia.

Le reazioni che compongono la glicolisi, ciascuna catalizzata da uno specifico enzima, avvengono nel
citoplasma delle cellule; solo in alcuni protozoi[7] come i tripanosomi[8][9] e leishmanie[10] avvengono in
un organulo apposito, chiamato glicosoma.[11][12]

Con il termine 'glicolisi' ci si riferisce di solito alla via di Embden-Meyerhof-Parnas, dai nomi di Gustav
Embden,[13] Otto Meyerhof[14][15][16] e Jakub Parnas,[17][18][19] i tre biochimici che maggiormente
contribuirono a chiarirne il meccanismo, ma ci si può riferire anche alla via di Entner-Doudoroff e a varie vie
metaboliche eterofermentative e omofermentative.