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Il Tempo degli Inizi e la Fine del Tempo

Miti, percezioni e trasformazioni intorno al fluire degli eventi


Roberto Negrini

“Che cosa accadrà dopo che saranno bruciati il cielo e la terra e il mondo tutto e gli dèi morti e tutti gli eroi
e tutto il genere umano? (…) Allora la terra emergerà dal mare e sarà verde e bella, e i campi cresceranno
senza seme (…) e là tutti insieme converseranno e ricorderanno la loro arcana saggezza e diranno dei fatti
accaduti in passato” (Edda di Snorri, poema mitico scandinavo del XII secolo d.C.)

Cos’è il Tempo? Questa la Grande Domanda che viaggiatori e filosofi del mondo antico si
ponevano, si sentivano di porre, contemplando la sovrana maestà e l’inesplicabile antichità
del colosso accucciato ai piedi delle Piramidi: Hor-em-Akhet (“Horus dell’Orizzonte”), con
volto umano e corpo animale, detto anche - in relazione al triplice aspetto del Sole all’alba,
a mezzogiorno e al tramonto - Sheshep-ankh-Atum (“immagine vivente di Atum Ra”) o più
semplicemente Shespankh (“immagine o statua vivente”). Fu probabilmente da questo nome
che i greci trassero la loro Sphinx, la Sfinge, astuta propositrice di iniziatici enigmi e feroce
custode di ogni mistero e soprattutto del primo dei Misteri: l’enigma del Fato o del Tempo.
Ma cos’è dunque il Tempo? Quesito fatale, terribile, lancinante, che ha percorso se stesso
attraverso le sconfinate terre del mito, saettando tra le pieghe della storia trasportato dalle
suggestioni del Sacro, mentre la storia stessa appare essere un’incarnazione del suo mistero.
Un mistero che ha avvolto filosofia e arte nell’inespugnabile ossessione del Fato e incantato
la scienza, la quale nel tentar di risolverlo emerge forse soltanto oggi dalla sua infanzia.
Nel mito classico, giunto a noi attraverso i cenni filtrati tra le pagine immortali di Sofocle ed
Euripide ma proveniente da tradizioni orali di gran lunga precedenti, il più emblematico dei
risolutori dell’Enigma fu Edipo, a cui sulle strade di Beozia, nei pressi di Tebe, la mostruosa
ipostasi greca della Sfinge, la “dura cantatrice” come Sofocle la ricorda, propose “cantando”
il quesito da cui dipendevano la vita di Edipo e la liberazione dei tebani dalle persecuzioni
del sapiente mostro: “Quale animale ha una voce sola, quattro piedi all’inizio, poi due e
finisce con tre?”. Mentre più antiche versioni della leggenda, spesso ignorate ma ricordate
da ricercatori attenti quali per esempio Jean Paul Clébert e Massimo Izzi, raccontano anche
di un secondo Enigma della Sfinge, complementare al primo: “Chi sono le due sorelle di cui
una genera l’altra, la quale a sua volta genera la prima?”.
La sagace risposta di Edipo al primo Enigma è, com’è noto, l’Uomo, quell’essere unitario
che nel primo periodo della vita cammina a carponi, nella pienezza sta ritto su due gambe e
nell’epoca della vecchiaia si regge sul bastone, camminando così con tre piedi. Una risposta
che, pur richiamando la mistica scritta tracciata sul frontone del tempio misterico di Delphi,
Conosci te stesso (che rimanda alla sapienziale identità tra Microcosmo e Macrocosmo, tra
Anthropos e Kosmos), rispecchia una percezione lineare del fluire dell’esistenza: dall’alba al
mezzodì, al tramonto; la tragica legge di Kronos che procede inesorabile dalla nascita alla
morte, quel Kronos “dai tortuosi pensieri” che - racconta Esiodo - continuava a divorare i
suoi figli “appena ciascuno dal ventre della sacra madre ai suoi ginocchi arrivava”.
Ma è la risposta di Edipo al secondo Enigma che maggiormente ci illumina, completando il
quadro di un’antichissima percezione del mistero del Tempo: luce e tenebra, giorno e notte
sono le fatidiche sorelle di cui l’una genera l’altra e ne è a sua volta ri-generata. Ed è qui
che appare l’altro volto di Kronos-Saturno, il volto più antico, di cui il processo umano dalla
nascita alla morte è solamente un frammento: il Tempo Ciclico, ancora celebrato nella tarda
antichità dei Misteri di Mithra sotto forma di un giovane titano dalla testa di leone con il
corpo avvolto dalle spire di un serpe e poi venerato nei primi culti gnostici come Kronos-
Aion, l’eterna circolarità dei Tempi o Eoni Cosmici.
Le gradualità di conciliazione, contraddizione, dialettica e infine frattura tra le concezioni
eonico-ciclica (Aion) e cronologico-lineare (Kronos) del fluire degli eventi, parallele nonché
connesse a profonde mutazioni della coscienza umana, rappresentano la sceneggiatura stessa
del dramma del Tempo e del suo rapporto con le varie civiltà.
Le ricerche etno-antropologiche, supportate dalle esplorazioni di mitologia comparata, sono
ormai concordi nel constatare che la più antica e universale forma di percezione del Tempo
sia stata quella ciclica. Nel codice dei miti arcaici, nelle più disparate registrazioni mitiche e
teogoniche, da Oriente a Occidente, tra ghiacci e deserti, a nord e a sud del pianeta, mondi
ed epoche furono visti come in moto circolare o spiroidale, quale metamorfico percorso di
un immane Serpe o Draco bisessuato. Esso divora la propria coda (secondo un’immagine
poi tipificata nell’ermetico Ouroboros) o si attorce a spirale (come intorno al corpo titanico
di Aion), in una ritmica alternanza di luci e ombre (i giorni e le notti di Brahma della
tradizione Vedica), di ascese e cadute o di periodici Mutamenti (descritti nella letteratura
sapienziale taoista del Tao-te-ching e dell’I Ching). E la Macchina immaginale con cui tali
cicli vennero divinati, descritti e calcolati fu quasi sempre la compagine delle stelle e delle
costellazioni, i cui moti regolari, matematici e appunto ciclici scandivano le rotte dei miti e
delle epoche cosmiche e planetarie. La Luna con le sue fasi e in epoche successive il Sole
con le sue albe e tramonti furono parte di questo sistema, deputati al tracciato di cronologie
minori, ancora cicliche ma umane, mensili, annuali e stagionali, forgiando i meccanismi dei
primi calendari.
La percezione di questa sorta di orologio cosmico, di cui la circolarità zodiacale rappresenta
una precisa denuncia, costituisce letteralmente il cardine centrale di una grande quantità di
linguaggi mitici antichi. Come hanno rilevato gli storici Giorgio de Santillana e Herta von
Dechend nella loro rivoluzionaria analisi epistemologica sui miti arcaici Il mulino di Amleto
(tappa fondamentale dell’attuale ricerca sulla complessità delle culture prerazionali), vi sono
ottime ragioni per ritenere che dietro gli adombramenti metaforici di molti miti arcaici - che
sembrano occultare la genialità di un sapere metascientifico nella preistoria - vi fosse pure
una dettagliata conoscenza dell’astronomia e delle ciclicità cosmiche, tra cui la precessione
equinoziale, la cui “scoperta” da parte di Ipparco nel II secolo a.C. risulta, dunque, dubbia.
La stessa psicologia del profondo, soprattutto attraverso le geniali intuizioni sui rapporti fra
Tempo e Coscienza elaborate da Jung, e da junghiani quali Erich Neumann e Marie-Louise
Von Franz, ha voluto poi mettere in rilievo la sincronica assonanza tra l’arcaico paradigma
ciclico e gli archetipi della femminilità (di cui la ciclicità biologica è elemento fondante) da
un lato, tra la concezione lineare e l’assialità fallica dell’archetipo maschile dall’altro. Né è
del resto difficile verificare come il graduale imporsi spirituale di religioni, civiltà e modelli
di tipo androcratico, sia in Oriente sia in Occidente seppur in epoche diverse, abbia coinciso
con il prevalere della concezione “cronologica” del Tempo rispetto a quella “eonica”.
Appare fin troppo evidente che l’idea ciclica che vede la Storia come un avvicendamento
spiroidale di epoche simbolicamente codificabili è una categoria del pensiero strettamente
connessa a una visione magico-panteistica del mondo. Il suo attenuarsi sugli orizzonti della
cultura umana si manifesta infatti contestualmente all’oscurarsi delle culture magiche dietro
gli orizzonti della coscienza, prima con la patriarcalizzazione del mondo pagano e infine, in
forma definitiva, con l’imporsi successivo di due diversi paradigmi: il monoteismo religioso
giudeo-cristiano e, in epoca molto più recente, il razionalismo evoluzionista-scientifico, che,
pur definendosi al suo sorgere in polemica contrapposizione con il primo, ne è comunque un
erede diretto, se non altro per il rifiuto di una qualsiasi immanenza spirituale presente nella
materia e per la pretesa di considerare l’uomo come proprietario e unico fine della Natura.
La concezione lineare e finalistica degli eventi ha informato di sé due millenni d’evoluzione
del pensiero e della coscienza, soprattutto in Occidente, grazie alla quasi assoluta egemonia
culturale delle teologie monoteiste, che hanno virtualmente inteso trasformare la Storia in un
unico progetto del loro Dio Personale. Il Mondo è stato creato una volta per sempre e una
volta per sempre finirà. Nella concezione cristiana, in particolare, il Logos ha preso corpo
nel mondo una volta unica e irripetibile per dar significato di salvezza ad un percorso che
alle sue origini ha il Male dell’originale colpa. Il Tempo non è più allora che l’amara
necessità di redenzione che accompagna l’uomo nella sua vita e ogni destino successivo alla
morte sarà sentito estraneo a qualsiasi tipo di tempo, ciclicità o storia, e vissuto nel terrore di
un’eterna sofferenza o nella beatitudine della sottomissione al progetto del Logos.
Un segmento della Circonferenza ha cercato, dunque, di essere il Tutto e per far questo non
ha potuto esimersi da una svalutazione della primordiale sacralità cosmica sia del Tempo,
sia di quella Natura che del Tempo riflette le leggi.
Eppure il corso degli eventi e la temperie della nostra epoca in cui Scienza e Magia stanno
vicendevolmente riscoprendosi, in cui la fisica e la cosmologia somigliano sempre più a una
riedizione di antichissime e multidimensionali visioni esoteriche, sembra che la corda tesa
del Tempo lineare aspiri sempre più a dilatarsi come un elastico e a congiungere gli opposti
per riformare l’anello di Aion.
Può essere forse che una tra le sorelle dell’Enigma dimenticato di Edipo stia per partorire di
nuovo la propria opposta Gemella? Può essere che la millenaria Sfinge, non più travestita da
persecutrice sanguinaria ma di nuovo immagine “vivente” della sovranità su ogni Enigma,
abbia atteso silente - attraverso un pugno di istanti del suo Tempo - che qualcuno riuscisse
di nuovo a udire il suo ineffabile Canto?

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