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In memoria di Harold Sprout (1901-1980)

ROBERT GILPIN

Guerra e mutamento
nella politica internazionale

IL MULINO
ISBN 88-15-02081-0

Edizione originale: War and Change in World Politics, Cambridge, Cam­


bridge University Press, 1981. Copyright © 1981 by Cambridge Uni­
versity Press. Copyright © 1989 by Società editrice il Mulino, Bolo­
gna. Traduzione di Lucia Perrone Capano.
Indice

Introduzione all’edizione italiana, di Angelo


Panebianco p. 9

Prefazione 31

Introduzione 37

I. La natura del mutamento politico interna­


zionale 47
1. Un modello per l’analisi del mutamento politi­
co internazionale 48
2. Definizione dei termini fondamentali 54
3. Tipi di mutamento internazionale 82
4. Mutamento incrementale e mutamento rivoluzio­
nario 88

II. Stabilità e mutamento 95

1. Fattori ambientali che influenzano il cambia­


mento 101
2. La struttura del sistema internazionale 137
3. Fattori interni di mutamento 151
4. Conclusioni 162

III. Crescita ed espansione 163


1. Il ciclo degli imperi 168
2. Il modello moderno 174
3. I limiti, al cambiamento e all’espansione 209
4. Conclusioni 220

IV. Equilibrio e declino 223


1. I fattori interni che influenzano il declino poli­
tico 226

5
Indice

2. I fattori esterni che influenzano il declino poli­


tico p. 237
3. Conclusioni 257

V. Guerra per l’egemonia e mutamento inter­


nazionale 259

VI. Mutamento e continuità nella politica mon­


diale 289

1. Rivoluzione nucleare e guerra nell’epoca contem­


poranea 291
2. L ’interdipendenza delle economie nazionali 298
3. L ’avvento della società globale 303
4. Conclusioni 309

VII. Conclusioni: guerra e mutamento nel mon­


do contemporaneo 313

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IN TRODUZIONE A LL’ED IZ IO N E ITALIANA
Introduzione all’edizione italiana

1. Premessa
Quando uscì in edizione originale nel 1981 molti re­
censori osservarono che questo libro aveva le carte in re­
gola per diventare un nuovo classico della teoria delle re­
lazioni internazionali. Che esso assurga col tempo, oppure
no, al rango di «classico» il testo che viene ora proposto
al lettore italiano è diventato comunque un punto di rife­
rimento obbligato per tutti coloro che si interessano ai temi
della guerra e della pace, della stabilità e del mutamento
nelle relazioni fra gli stati. Già prima della pubblicazione
di questo libro Robert Gilpin si era affermato come uno
dei più interessanti e originali specialisti di questo settore
di studi. Il suo campo di azione abituale era, ed è, la In­
ternational Politicai Economy, lo studio dei rapporti fra po­
litica ed economia internazionale. A questi temi Gilpin ha
dedicato gran parte dei suoi lavori con risultati fra i più
pregevoli che sia dato di incontrare in questa letteratu­
ra b Come vedremo, l’originalità di Gilpin dipende, in
questa come in tutte le altre sue ricerche, dalla particola-1

1 Tra i molti lavori precedenti di Gilpin ricordiamo: France in thè Ago of


thè Scientific State, Princeton, Princeton University Press, 1968; The Politica of
Transnational Economie Relations, in R. Keohane e J. Nye (a cura di), Transna-
tional Relations and World Politics, Cambridge, Harvard University Press, 1970,
pp. 48-69; Three Models o f thè Future, in «International Organization», 39 (1975),
pp. 37-70; U.S. Power and thè Multìnatìonal Corporation, New York, Basic Books,
1975; Economie Interdependence and National Security in Ilistorical Perspective,
in K. Knorr, F.N . Trager (a cura di), Economie Issues and National Security,
Lawrence, Kan., Regents Press of Kansas, 1977, pp. 19-66. Più recentemente
Gilpin ha dato veste sistematica alle proprie idee sui rapporti fra politica e eco­
nomia internazionale in The Politicai Economy of International Relations, Prin­
ceton, Princeton University Press, 1987 (che è anche uno dei migliori testi in­
troduttivi sull’argomento), in corso di pubblicazione presso II Mulino.

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Introduzione a ll’edizione italiana

re combinazione che egli realizza fra una versione aggior­


nata della dottrina del realismo politico2 e categorie di
analisi tratte, principalmente, dall’economia classica e neo­
classica. Questa miscela, arricchita dalle vastissime cono­
scenze storiche e sociologiche dell’autore, gli consente di
cimentarsi con successo con il tema più delicato e intrat­
tabile non solo della teoria delle relazioni internazionali
ma delle scienze sociali empiriche in genere: il tema del
mutamento. Quando, come questo è il caso, l’oggetto di
ricerca è il mutamento politico internazionale le domande
cruciali cui occorre rispondere sono di questo tenore: co­
me e perché si verificano i continui processi di ridistribu­
zione del potere nelle relazioni interstatali, quali sono le
cause del successo e della decadenza delle potenze inter­
nazionali, quale ruolo svolge la guerra nella dinamica sto­
rica. Per rispondere a queste domande uno schema di ana­
lisi parsimonioso, elegante e persuasivo viene proposto dal­
l’autore nei primi capitoli e la sua validità viene saggiata,
ricorrendo alla comparazione storica, nei capitoli successi­
vi. Naturalmente, libri come questo, che aspirano ad of­
frirci la chiave per comprendere aspetti fondamentali del­
l’esperienza politica (la pace, la guerra, il mutamento sto­
rico) sono guardati con sospetto da coloro che ritengono
che le scienze sociali debbano occuparsi, in modo altamente
specialistico, solo di problemi delimitati e circoscritti. Ciò
spiega la diffidenza che circonda, non tanto le relazioni
internazionali intese come disciplina specialistica, quanto
quelle ricerche sulla politica internazionale che non si ac­
contentano di studiare problemi delimitati, se non nello
spazio (data la natura dell’oggetto di indagine), quanto me­
no nel tempo.
Nella prefazione Gilpin mette le mani avanti per pre­
venire i critici sostenendo che il fondamentale dilemma
delle scienze sociali è se esse debbano spiegare «con esat-
:

2 Nell’ambito delle relazioni internazionali la prospettiva realista ha il suo


antecedente storico nella dottrina dello Stato-potenza e nei teorici della Ragion
di Stato, cfr. S. Pistone (a cura di), Politica di potenza e imperialismo, Milano,
Franco Angeli, 1973.

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Introduzione a ll’edizione italiana

tezza questioni futili», oppure trattare «con imprecisione


questioni importanti». La sua scelta per il secondo corno
del dilemma è alla base di questo libro, un testo che me­
rita di figurare accanto ad opere ormai classiche, ispirate
dalla visione realistica, sulla guerra e sulla pace, come Po-
litics among Nations di Hans Morghentau3 o Paix et guer­
re entre les nations di Raymond A ron4.

2. Realismo politico e analisi economica della politica


Esaminato nei suoi presupposti metodologici, prima an­
cora che nei suoi risultati sostanziali, il libro di Gilpin
mostra quanto siano ormai lontani i tempi dell’astiosa con­
trapposizione fra i cosiddetti «tradizionalisti» e i cosiddetti
«scienziati» che divise negli anni Sessanta, il campo di studi
delle relazioni internazionali5. Da un lato della barricata
erano schierati quegli studiosi che si mantenevano fedeli
all’insegnamento dei classici e che riproponevano il meto­
do storico, e con esso la ricerca delle regolarità che dall’e­
same della storia potevano essere ricavate, come la base
di qualsiasi tentativo di teorizzazione nel campo della po­
litica internazionale. Dall’altro lato si collocavano quegli
studiosi che, sull’onda del comportamentismo, proponeva­
no l’abbandono delle metodologie tradizionali e l’adozio­
ne di nuovi «approcci» (struttural-funzionalismo, teoria ge­
nerale dei sistemi, ecc.), nonché il ricorso a tecniche quan­
titative di trattamento dei dati. In parallelo con ciò che
avveniva negli altri rami della scienza politica (era l’epoca
in cui uno dei più autorevoli esponenti della scienza poli­

3 H. Morghentau, Politics among Nations, New York, Knopf, 1948.


4 R. Aron, Paix et guerre entre les nations, Paris, Calmann-Lévy, 1962, trad.
it. Pace e guerra fra le nazioni, Milano, Comunità, 1970. Accanto a Aron e
Morghentau, fra gli scrittori realisti vanno anche citati (almeno) Eduard Carr,
Martin Wight, Frederick Schuman e Nicholas Spykman. Con diverse caratteri­
stiche, alla scuola realista possono essere ricondotti anche autori come Stanley
Hoffmann, Richard Rosecrance o George Modelski.
5 Su quella disputa si veda K. Knorr e J. Rosenau (a cura di), Contendìng
Approaches to International Politics, Princeton, Princeton University Press, 1969.
Sui più recenti sviluppi si veda L. Bonanate e C.M. Santoro (a cura di), Teoria
e analisi nelle relazioni intemazionali, Bologna, Il Mulino, 1986.

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Introduzione a ll’edizione italiana

tica comportamentista, David Easton, proponeva l’equa­


zione fra comportamentismo e «metodo scientifico»), gli
«scienziati» muovevano all’attacco conquistando rapidamen­
te le posizioni accademiche nelle Università più prestigio­
se, le riviste e le collane editoriali principali di relazioni
internazionali, a spese dei tradizionalisti. Certamente fu
quella, soprattutto, una «guerra civile» americana.
Tuttavia, la posizione di primato che la scienza politi­
ca statunitense allora deteneva fece sì che le ripercussioni
di quel conflitto si facessero sentire un po’ ovunque. La
lettura del libro di Gilpin aiuta a chiarire in primo luogo
che di quella grande divisione, di quel duro Methodenstreit
degli anni Sessanta, non è rimasta (per fortuna) alcuna trac­
cia. Nei termini di quel dibattito il lavoro di Gilpin po­
trebbe essere classificato come un’opera che innesta feli­
cemente su un corpo dottrinario e metodologico «tradi­
zionalista» arti ricavati dalle scienze sociali empiriche (in
particolare dall’economia e dai suoi derivati, come la teo­
ria della scelta razionale).
Il lavoro di Gilpin si riallaccia alla grande tradizione,
soprattutto europea, degli studi sulla politica internazio­
nale per almeno due aspetti. In primo luogo, per la sua
adesione ai postulati del realismo politico: la politica inte­
sa come sede dell’incessante conflitto per il potere fra éli-
tes governanti e élites sfidanti; la storia concepita, pare-
tianamente, come cimitero di aristocrazie. In secondo luogo,
per il ricorso alla storia nella duplice veste di fonte delle
generalizzazioni empiriche e di banco di prova della vali­
dità dei giudizi. La comparazione storica è in Gilpin, co­
me negli autori classici, lo strumento essenziale per il con­
trollo delle ipotesi formulate. Questa impostazione richie­
de l’accettazione di due presupposti e Gilpin, come tutta
la teoria realistica del passato, li fa propri. Il primo è che,
riconosciuto che ogni mutamento politico segue da una
combinazione unica, irripetibile e imprevedibile di eventi,
è purtuttavia possibile difendere la tesi secondo cui sono
rintracciabili, nel variare delle condizioni, modelli ricor­
renti. Il secondo presupposto è dato dalla tesi secondo cui:
«!...] la natura fondamentale delle relazioni internazionali

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Introduzione a ll’edizione italiana

non è cambiata nel corso dei millenni. Le relazioni inter­


nazionali continuano ad essere una lotta ricorrente per la
ricchezza e il potere fra attori indipendenti in uno stato
di anarchia» (p. 44). Ne consegue che: «[...] le intuizioni
degli scrittori precedenti e l’esperienza storica [sono] im­
portanti per comprendere le modalità di funzionamento e
di mutamento dei sistemi internazionali dell’età contem­
poranea» (p. 45). Su questo sfondo «classico» Gilpin in­
nesta strumenti di analisi tratti, principalmente, dalla scien­
za economica. L ’economia entra nella ricerca di Gilpin in
due modi diversi, che occorre tenere distinti. Da un lato,
sotto il profilo metodologico, l’economia, sub specie scien­
za economica, fornisce all’autore i principali strumenti di
analisi. La ricerca di Gilpin rientra, da questo punto di
vista, nel filone della cosiddetta «analisi economica della
politica»6 e ne rappresenta una applicazione al caso del­
la politica internazionale. Dall’altro lato, l’economia entra
nella ricerca anche sotto il profilo sostanziale. Fedele ai
suoi più generali interessi scientifici, Gilpin dà grande spa­
zio al ruolo dei fattori economici e formula molte osser­
vazioni illuminanti sul modo in cui l’interazione fra sfera
economica e sfera politica ha inciso, nelle diverse epoche
storiche, sul mutamento dei sistemi internazionali. Ma le
due dimensioni, metodologica e sostanziale, non vanno con­
fuse: si possono infatti utilizzare strumenti di analisi eco­
nomica nello studio della politica, come fanno molti scien­
ziati politici, ignorando però il problema delle interrela­
zioni fra politica ed economia; viceversa, si può esamina­
re questo problema utilizzando strumenti di ricerca diver­
si da quelli propri della scienza economica. L ’analisi eco­
nomica della politica (nella variante della teoria della scel­
ta razionale) presenta, per Gilpin, il grande vantaggio di
potere fare leva su un corpo assai sviluppato di teorie (eco­
nomiche) del comportamento sociale (si veda, ad esempio,

6 Per una panoramica e un bilancio, da differenti angolature, su questo fi­


lone di studi si vedano i saggi di Adriano Pappalardo e di Paolo Martelli in
A. Panebianco (a cura di), L'analisi della politica, Bologna, Il Mulino, di prossi­
ma pubblicazione.

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Introduzione all'edizione italiana

l’uso che Gilpin fa della legge dei rendimenti decrescenti


nell’esame del «ciclo degli imperi»). Gli assunti sono quel­
li tipici, di questa prospettiva: l’individualismo metodolo­
gico; la presunzione di razionalità del comportamento in­
dividuale (sia pure nella forma «indebolita» della raziona­
lità limitata); infine, il metodo compositivo: gruppi, isti­
tuzioni, stati, nonché sistemi internazionali, sono conce­
piti come effetti di composizione di azioni, individuali e
di gruppo, tese alla massimizzazione (o, comunque, alla
ottimizzazione) di una vasta gamma di funzioni-obiettivo.
Applicata al caso della politica internazionale questa pro­
spettiva considera il modo in cui: «[...] gli sviluppi politi­
ci, economici e tecnologici influenzano il reddito relativo
(potere) degli attori politici e i costi sostenuti per raggiun­
gere gli obiettivi perseguiti da gruppi e stati. I più impor­
tanti fra questi obiettivi sono gli assetti socio-politici fa­
vorevoli agli interessi di un gruppo o di uno stato» (p.
34). Lo stato è concepito come un’organizzazione che for­
nisce protezione e benessere in cambio di entrate fiscali.
Stato e società sono composti di individui e coalizioni di
individui che si influenzano reciprocamente. Anche i de­
tentori formali dell’autorità, che controllano lo stato, hanno
interessi propri (interessi di autoconservazione) ma la loro
azione è condizionata dai gruppi societari più potenti (quei
gruppi i cui diritti di proprietà lo stato deve proteggere
e garantire). La chiave per comprendere il senso della ap­
plicazione di questo approccio al caso del mutamento po­
litico internazionale è racchiusa nella tesi secondo cui: «[...]
un gruppo, o uno stato, tenterà di mutare il sistema poli­
tico in risposta a sviluppi che aumentano il suo potere re­
lativo o diminuiscono i costi necessari per modificare gli
assetti politici e continuerà i suoi sforzi in tale direzione
fino al raggiungimento di un equilibrio tra i costi e i be­
nefici di un ulteriore mutamento» (p. 34). Le azioni dello
stato (che solo per comodità di esposizione viene assunto
come attore unitario) dipendono, a loro volta, dalla parti­
colare combinazione di interessi (di sicurezza, economici,
ecc.), rappresentabile tramite curve di indifferenza, che le
sue élites dirigenti cercano di perseguire. Di solito, uno

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Introduzione a ll’edizione italiana

stato non «aspirerà», ad esempio, a massimizzare solo il


suo potere internazionale (come sostiene la dottrina reali­
stica classica) oppure lo sviluppo economico interno ma
«[...] si sforzerà di trovare una qualche combinazione ot­
timale di entrambi gli obiettivi (come di altri) in una mi­
sura che dipenderà dal reddito e dai costi» (p. 61). Svi­
luppi economici, tecnologici (ad esempio, nella tecnologia
degli armamenti) ecc., determineranno variazioni nel rap­
porto costi-benefici. Mutamenti politici interni (ridistri­
buzioni del potere fra le coalizioni interne agli stati) e/o
mutamenti esterni (nel sistema internazionale) potranno
modificare l’inclinazione della curva di indifferenza di un
singolo stato: e ciò determinerà cambiamenti nella sua po­
litica estera. Le interazioni fra una pluralità di stati, cia­
scuno teso a perseguire i propri interessi (ossia, gli inte­
ressi delle coalizioni di individui che li controllano) met­
tono capo alla formazione di «sistemi internazionali». Ben­
ché formalmente «anarchico», un sistema internazionale è
sempre caratterizzato da un grado più o meno elevato di
ordine. Il «governo» di un sistema internazionale dipen­
de dalla distribuzione del potere fra le entità politiche
che lo compongono, dalla gerarchia del prestigio e dal­
l’insieme di r'egole e di diritti che ne influenzano l’inte­
razione.

3. Evoluzione e cambiamento nei sistemi intemazionali


Cinque assunti sono posti da Gilpin a fondamento del
suo schema interpretativo del mutamento politico inter­
nazionale:
1. Un sistema internazionale è stabile (ovvero in stato
di equilibrio) se nessuno stato ritiene vantaggioso un mu­
tamento del sistema.
2. Uno stato tenterà di mutare il sistema internazio­
nale se i benefici che si attende da questo mutamento su­
perano i costi (ovvero se è previsto un utile netto).
3. Uno stato cercherà di cambiare il sistema interna­
zionale attraverso l’espansione territoriale, politica ed eco­
nomica fino a quando i costi marginali di un ulteriore cam­

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Introduzione a ll’edizione italiana

biamento non uguaglieranno o supereranno i benefici mar­


ginali.
4. Una volta raggiunto un equilibrio tra costi e bene­
fici relativi ad ulteriori cambiamenti ed espansioni, i costi
economici del mantenimento dello status quo tendono a
crescere più rapidamente della capacità economica di so­
stenere lo status quo.
5. Se non si risolve lo squilibrio del sistema interna­
zionale, il sistema verrà modificato e si stabilirà un nuo­
vo equilibrio che rifletterà la ridistribuzione del potere.
Questi assunti sono alla base del modello di mutamento
internazionale che Gilpin elabora nella prima parte del
libro e che viene successivamente utilizzato come chiave
interpretativa della stabilità e del cambiamento di tutti
i principali «sistemi internazionali» esistiti, dall’età antica
a quella contemporanea. Gilpin distingue tre tipi di mu­
tamento internazionale e due modalità di cambiamento.
Il primo tipo di mutamento può riguardare la natura de­
gli attori, delle entità politiche che compongono il siste­
ma internazionale (mutamento dei sistemi). Si ha un mu­
tamento di sistema quando, ad esempio, un sistema in­
ternazionale composto da città-stato viene eliminato da,
o inglobato entro, un’unità imperiale. Il secondo tipo di
mutamento è quello che investe il governo di un sistema
internazionale (mutamento sistemico). Si ha un mutamento
sistemico quando una potenza egemone viene sostituita
da un’altra. Infine, il terzo tipo di mutamento è quello
che si verifica nelle regole che presiedono all’interazione
fra le entità che compongono il sistema (mutamento di
interazione). Il libro si concentra sui primi due tipi di
mutamento. La guerra ne è, in entrambi i casi, il princi­
pale catalizzatore. Le modalità del mutamento (di siste­
ma e sistemico) sono due: incrementale e rivoluzionaria:
tanti piccoli cambiamenti che si verificano incessantemente
(e che, nella politica internazionale, assumono la veste di
conflitti locali, vittorie diplomatiche, ecc.) e cambiamenti
drammatici, concentrati e spettacolari, che sconvolgono
l’intero assetto ridistribuendo i ruoli di governo (guerre
di egemonia).

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Introduzione all'edizione italiana

La dimostrazione dell’utilità dello schema teorico pro­


posto occupa tutto il libro. L ’esame dei sistemi interna­
zionali delle varie epoche storiche consente a Gilpin di
mostrare come gli sviluppi politici, economici, tecnologi­
ci, ecc., incidendo sulle funzioni di utilità dei diversi sta­
ti diano ragione dei loro tentativi di difendere oppure di
modificare (soprattutto con le armi, ma non solo) lo sta­
tus quo. Pagine illuminanti sono dedicate, ad esempio, al­
l’interazione fra politica ed economia nelle varie epoche,
nonché al ruolo che le innovazioni nella tecnologia milita­
re svolgono nel modificare il rapporto costi-benefici de­
terminando cambiamenti nelle politiche estere.
Naturalmente, anche una ricerca che, come quella di
Gilpin, individua modelli ricorrenti di comportamento nelle
diverse epoche, riconosce le differenze esistenti fra i si­
stemi internazionali dell’età moderna e contemporanea e
i sistemi internazionali delle fasi precedenti. La fondamen­
tale differenza è data dal fatto che con la nascita di un
sistema di stati-nazione si è interrotto (definitivamente?)
il precedente «ciclo degli imperi». Anche se città-stato,
strutture feudali, e altre organizzazioni politiche ancora,
hanno svolto in varie epoche ruoli importanti: «la storia
delle relazioni interstatali è stata in larga misura quella
del succedersi di grandi imperi» (p. 168). L ’impero è sta­
to il vero protagonista dell’età premoderna: «La politica
mondiale era caratterizzata dall’ascesa e dal declino di po­
tenti imperi, ciascuno dei quali unificava e ordinava il ri­
spettivo sistema internazionale» (p. 168). La principale cau­
sa va cercata nei caratteri della economia premoderna. La
dimensione del surplus economico estraibile mediante i tri­
buti imperiali dipendeva dall’estensione del controllo ter­
ritoriale. Da qui la formazione di centri imperiali che si
espandevano militarmente fino al punto in cui profitti de­
crescenti rendevano non più redditizia un’ulteriore espan­
sione. «Durante il ciclo degli imperi l’ascesa e il declino
degli stati dominanti erano determinati principalmente: ì)
dalla tendenza dei costi delle più efficaci tecniche militari
ad aumentare col tempo; e iì) dal fatto che gli oneri fi­
nanziari di scala erano elevati rispetto al costo dei miglio­

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Introduzione a ll’edizione italiana

ri armamenti. Per la sopravvivenza dell’impero il surplus


economico doveva aumentare più velocemente del costo
della guerra. In un’epoca di crescita economica statica o
ridotta ciò risultava difficile per un periodo di tempo lungo.
Benché l’erario dello stato potesse venir rimpinguato at­
traverso l’espansione territoriale, questo metodo si trova­
va di fronte, ad un certo punto, ad una riduzione degli
introiti, man mano che l’espansione territoriale aggravava
l’onere finanziario. A causa di questo aumento dei costi
l’impero o si frantumava o era costretto a ridurre il con­
trollo territoriale e gli oneri finanziari. Se incapace di ri­
durre le spese e quindi di riportare in equilibrio costi e
risorse, l’impero decadeva e alla fine veniva sostituito dal
successivo ciclo di imperi» (pp. 173-174). Tre sviluppi, raf­
forzandosi a vicenda, determinarono la fine del ciclo de­
gli imperi: l’affermazione dello stato-nazione; l’avvento di
una crescita economica prolungata basata sulla scienza e
la tecnologia; la nascita di un’economia di mercato mon­
diale. Il fattore decisivo è dato dal passaggio da una eco­
nomia statica, ove l’aumento del surplus dipendeva dal­
l’ampiezza del controllo territoriale, a una economia dina­
mica ove la crescita è affidata all’innovazione tecnologica
e agli incrementi di produttività.
Modificando il rapporto fra potere internazionale e con­
trollo territoriale questi sviluppi favorirono la formazione
e la stabilizzazione di un sistema di stati-nazione in Eu­
ropa (e i fallimenti dei ricorrenti tentativi — da Carlo V
a Luigi XIV, da Napoleone a Hitler — di ricostituire l’u­
nità imperiale), nonché la sua successiva estensione a tut­
to il pianeta.
A differenza dell’impero (grande estensione ma debo­
li lealtà politiche) e della città-stato (forti lealtà ma esten­
sione insufficiente, al di fuori di particolari condizioni)
lo stato nazionale realizza una combinazione ottimale fra
dimensione e lealtà. E ciò spiega la sua vitalità, per nul­
la intaccata, secondo Gilpin, neppure dalle «innovazioni»
più recenti, si tratti della comparsa degli armamenti nu­
cleari oppure della accresciuta interdipendenza internazio­
nale.

18
Introduzione all'edizione italiana

4. Considerazioni sul metodo


Lasciando al lettore il piacere di seguire nei dettagli
la complessa argomentazione di Gilpin e il «viaggio» che
egli compie attraverso le più diverse epoche storiche al fi­
ne di mostrare la validità della sua interpretazione del mu­
tamento politico internazionale è utile soffermarsi sugli
aspetti metodologici di questo studio. Nella prefazione, ri­
facendosi alla distinzione di Brian Barry7 fra approcci
«economici» e approcci «sociologici», Gilpin dichiara di vo­
lere tenere conto, integrandoli, degli insegnamenti di en­
trambe le scuole: l’enfasi della scuola economica sulla in­
tenzionalità (e la razionalità) dell’azione individuale; l’en­
fasi della scuola sociologica sul ruolo dei valori societari
e dei condizionamenti «sistemici». In realtà, Gilpin non
mantiene questa promessa. La sua posizione si inscrive in
toto nell’ambito della scuola «economica». Ed è un bene
che sia così. Il tentativo di integrare l’individualismo me­
todologico della prima scuola con il collettivismo (o oli­
smo) della seconda, se davvero perseguito, avrebbe messo
capo a uno di quegli ibridi, o brutti anatroccoli, di cui
sono esempi diverse «teorie sociali» attualmente in circo­
lazione. In quel caso, probabilmente, Gilpin non sarebbe
riuscito a raggiungere i brillanti risultati sostanziali che in­
vece raggiunge nell’esame del mutamento politico. Certo,
Gilpin impiega il concetto di «sistema» (internazionale).
Ma ciò non è affatto sufficiente a qualificare come « d i­
stica» la prospettiva prescelta. Nella chiave propria della
scuola economica il «sistema» non è altro che la rete delle
interdipendenze originata dalla composizione di una plu­
ralità di azioni individuali; una volta venuto in essere es­
so diventa un vincolo che restringe, ma non elimina, l’ar­
co delle possibilità di scelta degli attori8. Per apprezzare

7 B. Barry, Sociologists, Economisti and Democracy, London, Macmillan, 1970.


8 Si utilizzi o meno l’approccio «economico» questo è comunque il solo pos­
sibile significato del termine «sistema» coerente con la prospettiva dell’indivi­
dualismo metodologico: cfr. R. Boudon, La logique du social, Paris, Hachette,
1979, trad. it. La logica del sociale, Milano, Mondadori, 1980 e del medesimo
autore, Effets pervers et ordre social, Paris, Presses Universitaires de France, 1977,
trad. it. Effetti perversi dell'azione sociale, Milano, Feltrinelli, 1981.

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Introduzione a ll’edizione italiana

la differenza fra l’approccio di Gilpin e la prospettiva (nei


termini di Barry) «sociologica» basterà un rapido confron­
to con un’altra opera recente di teoria delle relazioni in­
ternazionali, Theory of International Politics, di Kenneth
W altz9. Essendo quello di Waltz lo studio forse più ri­
goroso fin qui prodotto nell’ambito della scuola «sociolo­
gica», il confronto è utile e istruttivo proprio perché aiu­
ta a meglio valutare vantaggi e limiti, vizi e virtù, rispet­
tivamente, dei due approcci. Quella di Waltz è un’appli­
cazione coerente e conseguente della teoria sistemica. Con
Waltz si entra in un universo olistico nel senso proprio
del termine: le caratteristiche degli attori (gli stati) che
compongono il sistema internazionale sono qui irrilevanti.
Come ha osservato Stanley Hoffmann, criticando questa
impostazione, per Waltz è irrilevante che le «parti» di cui
il sistema si compone siano «pere» o «arance», o una qual­
sivoglia combinazione di pere e arance10. L ’unica cosa
che conta è la «struttura» del sistema (internazionale) e,
per essa, le regolarità rintracciabili nelle interazioni fra le
parti. Le politiche estere degli stati non hanno, per con­
seguenza, autonoma rilevanza analitica (e meno che mai
le azioni degli individui che li compongono). Esse sono
il portato della struttura del sistema internazionale. Ne de­
riva, nella (migliore) tradizione distica un universo «chiu­
so», compiutamente determinato. Una volta ricostruita la
struttura del sistema internazionale, abbiamo in mano (co­
me il demone di Laplace) tutte le carte che servono per

9 K. Waltz, Theory o f International Politics, Reading, Mass., Addison-


Wesley, 1979, trad. it. Teoria della politica intemazionale, Bologna, Il Mulino,
1987. Per un inquadramento di quest’opera si veda l’introduzione alla edizione
italiana di Luigi Bonanate.
10 S. Hoffmann, Primacy o f World Order, New York, McGraw-Hill Book,
1978, trad. it. Il dilemma americano, Roma, Editori Riuniti, 1979, p. 185. Nella
prospettiva di Gilpin gli Stati sono «pere» (ad esempio, democrazie capitaliste)
oppure «arance» (ad esempio, autocrazie socialiste) a seconda del tipo di diritti
di proprietà e della natura dei gruppi sociali i cui diritti lo Stato tutela. A dif­
ferenza di Waltz, per Gilpin che uno Stato sia di un tipo oppure di un altro
conta perché determina, o contribuisce a determinare, la particolare combina­
zione di beni-obiettivo che esso si sforzerà di perseguire entro l’arena interna­
zionale.

20
Introduzione a ll’edizione italiana

spiegare i comportamenti degli attori e per prevedere i fu­


turi stati del sistema. Gilpin segue la strada opposta: il
perno della stabilità come dell’instabilità e dei mutamenti
dei (e nei) sistemi internazionali è sempre la politica este­
ra degli stati o, almeno, degli stati più forti che, di volta
in volta, danno vita, interagendo fra loro, e con gli stati
più deboli o sottomessi, a un «sistema internazionale». La
politica estera di ciascuno stato rimarrà stabile oppure cam­
bierà a seconda di come gli sviluppi politici, economici,
tecnologici, ecc. incideranno sulle funzioni di utilità e sui
calcoli costi-benefici degli individui e delle coalizioni di
individui che controllano lo stato. Lungi dal rappresenta­
re una mediazione fra i due approcci la ricerca di Gilpin
è, in realtà, una delle migliori applicazioni dell’approccio
«economico» allo studio della politica internazionale.
Tuttavia, anche chi, come chi scrive, predilige gli ap­
procci à la Gilpin, può rintracciare aspetti non del tutto
soddisfacenti anche nella sua impostazione. Un primo aspet­
to, cui accenno solo di sfuggita, è dato dall’utilizzazione,
per via analogica, del concetto di equilibrio. Quale che
sia l’utilità della teoria dell’equilibrio generale in ambito
economico n, i ricorrenti tentativi di applicazione (da Vil­
fredo Pareto in poi) al caso dei sistemi sociali incorrono
in difficoltà, logiche e empiriche, quasi insormotabili1112.
Ciò crea un problema non indifferente e mi sembra, so­
stanzialmente sottovalutato da Gilpin, per la sua analisi
del mutamento politico. Soprattutto se, come è questo il
caso, il concetto di equilibrio non assume un valore pura­
mente euristico (è chiaro che per Gilpin «esistono» nella
storia sistemi internazionali in equilibrio). Il secondo pro­
blema è dato dall’uso ambiguo del concetto di «obietti­
vo», o scopo, quando riferito, come Gilpin lo riferisce,

11 È noto che la scuola austriaca, e in particolare Friedrich Hayek, ha cri­


ticato Fuso realistico del costrutto dell’equilibrio. Per Hayek la teoria dell’equi­
librio è soltanto una premessa per l’analisi economica, nulla più di un modello,
o di un tipo ideale.
12 Cfr. A. Pizzorno, Sistema sociale e classe politica, in L. Firpo (a cura di),
Storia delle idee politiche, economiche e sociali, Torino, UTET, 1972, pp. 13-68.

21
Introduzione a ll’edizione italiana

alla politica estera degli stati. È proprio dell’approccio che


egli predilige l’enfasi sull’intenzionalità delle azioni socia­
li, sul loro orientamento in vista di scopi. Ma gli «scopi»
di cui si tratta sono imputabili ai soli individui. E soltan­
to in senso traslato che, se si vuole restare coerenti con
i presupposti di questo approccio, si potrà parlare di «azio­
ni» di entità come stati, gruppi, ecc. Queste «azioni» non
sono altro che i risultati degli incontri/scontri e dei con­
seguenti effetti di composizione fra una pluralità di azio­
ni intenzionali (individuali). In queste condizioni, e con
queste premesse, è quanto meno problematico l’uso di con­
cetti come quello di «obiettivo» imputato a stati (gli «obiet­
tivi di politica estera»). La mia opinione è che questo uso,
con i rischi di reificazione che comporta, non sia affatto
necessario13. Indirettamente ciò si collega anche all’ulti­
mo aspetto non del tutto soddisfacente, della impostazio­
ne di Gilpin, che merita di essere rilevato. Uno dei gran­
di vantaggi delle scelte di fondo, teoriche e metodologi­
che, che Gilpin compie è di offrire spunti importanti per
la soluzione di un problema cruciale (forse il problema cru­
ciale) della teoria contemporanea delle relazioni interna­
zionali e la cui mancata chiarificazione ha fatto arrenare,
e fallire, gran parte dei tentativi di costruire soddisfacen­
ti teorie della politica internazionale: la cosiddetta que­
stione «interno/esterno», il problema dell’interazione fra
sfera politica interna agli stati e sfera politica internazio­
nale 14. E merito dell’approccio scelto da Gilpin (qui sta,
a mio giudizio, un importante vantaggio rispetto agli ap­
procci distici, o sistemici) di mettere a fuoco questa di­

13 II concetto di obiettivo, così come Gilpin lo utilizza, rinvia all’idea di


continuità (e di coerenza) fra le azioni imputate a un determinato attore. Un
corollario è l’idea, assai ambigua, di «strategia» che complica inutilmente il quadro
(soprattutto se riferita, anziché a individui, a strutture organizzate come istitu­
zioni, stati, ecc.).
14 Per una recente rivisitazione di questo problema dal punto di vista del­
la teoria sistemica si veda L. Bonanate, Politica intemazionale e politica interna:
reciproche limitazioni, in L. Bonanate e C.M . Santoro (a cura di), Teoria e ana­
lisi nelle relazioni intemazionali, cit., pp. 85-105. Per una rassegna della lettera­
tura su questo tema si veda A. Panebianco, La dimensione intemazionale dei
processi polìtici, in G. Pasquino (a cura di), Manuale di Scienza della Politica,
Bologna, II Mulino, 1986, pp. 431-499.

22
Introduzione a ll’edizione italiana

mensione e, in realtà, di farne il fulcro dell’intera costru­


zione. In definitiva, il mutamento internazionale dipende
da modificazioni nelle politiche estere degli stati. E que­
ste, a loro volta, intervengono perché sviluppi, di origine
internazionale o interna, determinano cambiamenti nella
distribuzione del potere alYintemo degli stati. Però questi
spunti non vengono sufficientemente elaborati da Gilpin
il quale dedica solo rapide (troppo rapide) osservazioni al
problema della configurazione dei gruppi e delle coalizio­
ni di interesse in competizione entro gli stati e, soprat­
tutto, al modo in cui i vari fattori considerati (economici,
tecnologici, ecc.) influenzano gli assetti politici interni agli
stati ripercuotendosi sulle loro politiche estere. È vero, pro­
babilmente, che Gilpin, volendo elaborare uno schema ge­
nerale per l’esame del mutamento politico internazionale,
non poteva approfondire oltre certi limiti questa dimen­
sione. Ma è certo che proprio questo dovrebbe essere il
punto di partenza per qualsiasi ulteriore approfondimento.

5. Lo scenario contemporaneo
Termino questa presentazione con alcune osservazioni
di sostanza. Si è detto che Gilpin è uno degli autori di
punta di quel campo di studi, a cavallo fra scienza politi­
ca e economia, oggi battezzato International Politicai Eco-
nomy. A differenza di molti altri specialisti di questo set­
tore Gilpin non commette mai l’errore di sottovalutare l’im­
portanza, e anzi la centralità, della dimensione politico­
militare. Contrariamente alla maggioranza degli studiosi che
si sono occupati, ad esempio, di «interdipendenza» econo­
mica internazionale 15, Gilpin non crede affatto che l’ele­
vata interdipendenza economica propria dell’età contem­
poranea abbia eclissato, o quantomeno ridotto, l’importanza
della «forza» e delle capacità militari come regolatori del­
la distribuzione del potere nelle relazioni internazionali.

15 Si vedano, ad esempio, R. Keohane e J. Nye, Power and Interdependen-


ce, Boston, Little, Brown, 1977 e E. Morse, Modemization and thè Transforma-
tion o f International Relations, New York, The Free Press, 1976.

23
Introduzione a ll’edizione italiana

Al contrario, nella più pura tradizione del realismo politi­


co, Gilpin assume che l’interdipendenza economica sia in
definitiva il risultato di una particolare distribuzione del
potere politico-militare (la Pax Britannica, la Pax Ameri­
cana) 16. A differenza dei realisti classici, però, Gilpin ri­
tiene anche che esistano rapporti assai complicati fra le
dimensioni economica e politico-militare dei sistemi inter­
nazionali e che questi rapporti meritino, e anzi esigano,
una trattazione autonoma.
Un altro aspetto che vale sottolineare è che Gilpin an­
ticipa un tema che diverrà poi di moda in anni più recen­
ti, travalicando l’ambito scientifico, e raggiungendo anche
il vasto pubblico dei media: il tema del declino, inevitabi­
le e prossimo, dell’egemonia statunitense17. Secondo la
teoria esposta in questo libro il declino di una potenza
egemonica consegue da una ridistribuzione in atto del po­
tere internazionale e sfocia, normalmente, in una guerra
d’egemonia. Gilpin osserva però che la situazione presen­
te invita a un cauto ottimismo. Il declino, destinato ad
accelerarsi secondo Gilpin, dell’egemonia internazionale sta­
tunitense lascia certamente aperta la porta alla possibilità
di un nuovo, catastrofico, conflitto mondiale ma, contem­
poraneamente, esistono anche potenti contro-forze (il bi­
polarismo e, per esso, l’interesse congiunto delle due su­
perpotenze al governo del sistema internazionale; l’impro­
babilità che altri stati raggiungano una potenza nucleare
pari a quella delle due superpotenze, ecc.) che potrebbe­
ro impedire un esito catastrofico. D ’altra parte, osserva
Gilpin, l’ottimismo deve essere cauto: perché sono all’o­
pera anche potenti fattori (attinenti, ad esempio, all’evo­

16 Si vedano i lavori di Gilpin citati alla nota 1 e, in particolare, Three


Models of thè Future, cit. e 17.5. Power and thè Multinatìonal Corporation, cit.
17 Tra i molti libri che trattano del «declino» statunitense il più famoso
è quello di P. Kennedy, The Rise and Fall o f thè Great Powers, New York,
Random House, 1987. Oltre a Gilpin, fra i primi a sostenere questa tesi, colle­
gandola a una originale teoria dei «cicli politici» internazionali fu George Mo-
delski, The Long Cycle of Global Politics and thè Nation-State, in «Comparative
Studies in Society and History», 20 (1978), pp. 214-235. Di Modelski si veda
anche Long Cycles in "World Politics, London, The Macmillan Press, 1987.

24
Introduzione a ll’edizione italiana

luzione dei rapporti Nord/Sud) di possibile destabilizza­


zione.
Concludo con un’osservazione su un’altra questione di
sostanza. Coloro che tendono a confondere i compiti del­
le scienze sociali con quelli del giornalismo, diranno sicu­
ramente che questo è un libro «superato», quanto meno
nelle parti che si riferiscono più direttamente agli scenari
contemporanei. Pubblicato per la prima volta nel 1981,
durante la fase iniziale della presidenza Reagan, esso regi­
stra lo stato di tensione nei rapporti internazionali che fu
proprio di quel periodo: in alcuni passaggi, che appariran­
no datati, Gilpin accenna al clima di nuova guerra fredda
dei primi anni Ottanta. Il libro non tiene ovviamente conto
degli sviluppi successivi. Da allora il clima internazionale
è cambiato. L ’ascesa di Gorbaciov al vertice del potere
sovietivo ha causato l’obsolescenza di alcune chiavi col­
laudate di lettura della politica internazionale contempo­
ranea. Viene dunque proposto ai lettori italiani un libro
che, come i classici del passato, ci parla della guerra come
permanente motore del mutamento politico, come elemento
ineliminabile del gioco internazionale, proprio nel momento
in cui la leadership gorbacioviana innesca mutamenti socio­
politici entro I’ U r s s destinati, presumibilmente, a riper­
cuotersi sull’intero assetto delle relazioni internazionali, mo­
difica, almeno in parte, le linee strategiche della politica
estera della superpotenza sovietica e, per conseguenza, si
aprono prospettive, fino a poco tempo addietro impensa­
bili, di détente fra U s a e U r s s (di cui l’accordo sui missi­
li di teatro è stato lo spettacolare inizio). Ai «meteoropa­
tici», coloro che reagiscono in modo umorale (e acritico)
al clima del momento un libro come questo apparirà di
sicuro inattuale: se pure si concederà che esso aiuta a ca­
pire il passato, si aggiungerà subito dopo che non offre
lumi per comprendere il presente. Oggi, decine e decine
di osservatori occidentali della politica internazionale si
esercitano quotidianamente sulle nuove «prospettive di pa­
ce» spargendo ottimismo attraverso i media. Molti si spin­
gono addirittura a sostenere che scenari inediti si vanno
affermando, nei quali le dure leggi della competizione e

25
Introduzione all'edizione italiana

della lotta (armata) per il potere internazionale non avran­


no più corso. E facile gioco scommettere che i meteoro­
patici (i quali fluttuano col vento, anziché ancorarsi sal­
damente a teorie), come sempre, si sbagliano. La rivolu­
zione attualmente in corso in U r s s può avere esiti di­
versi. La banda delle possibilità va dalla stabilizzazione
di un dispotismo illuminato capace di rilanciare lo svi­
luppo economico sovietico (rafforzando anche, nel me­
dio termine, il ruolo di potenza internazionale dell’ U r s s ),
alla implosione e alla disgregazione dell’impero sovietico
sotto l’urto congiunto dei conflitti inter-etnici, della cri­
si economica e della rivolta dei satelliti, alla defenestra­
zione manu militari, nel giro di pochi anni, di Gorba-
ciov e del suo gruppo18. Quale che sia l’esito finale pe­
rò, se è certo (e, in realtà, tautologico) che il mondo del­
la politica internazionale, dopo Gorbaciov «non sarà più
10 stesso», è altrettanto certo che esso sarà comunque «lo
stesso» per un aspetto almeno (ma decisivo): quella com­
petizione internazionale per il potere che ha sempre nella
guerra il suo motore e le cui regole Gilpin così egregia­
mente descrive. Anche da questo punto di vista è utile
offrire al pubblico italiano un libro come questo. La dura
lezione del realismo politico, tanto più se riproposta in
termini originali e rigorosi, ha il vantaggio di immunizza­
re contro una troppo facile retorica della pace. Una reto­
rica ricorrente nella storia delle relazioni internazionali (si
pensi, ad esempio, alle speranze che si diffusero in Occi­
dente ai tempi di Kennedy e Khrushchev) che ha certo
11 merito di rappresentare sacrosante ansie di pace e di
sicurezza ma anche il torto di essere regolarmente umilia­
ta e sconfitta dalle repliche della storia. Come Gilpin os­
serva più volte, nonostante tutte le trasformazioni inter­

18 Come osserva Gilpin nelle pagine conclusive, un fattore determinante


della stabilità del sistema internazionale bipolare contemporaneo è dato dalla
continuità e dalla stabilità degli assetti socio-politici interni delle due super­
potenze. Una eventuale rottura traumatica dell’ordine politico interno sovie­
tico farebbe venire meno una fondamentale condizione della stabilità inter­
nazionale.
Introduzione all'edizione italiana

venute, la politica internazionale non è cambiata, nella


sua essenza, dai tempi di Tucidide. La visione della poli­
tica dell’autore della Guerra del Peloponneso parla dun­
que anche di noi, e per noi. Non è probabile che cessi
di farlo in futuro.

A n gelo P a n e b ia n c o

27
GUERRA E M UTAM ENTO
NELLA POLITICA IN TERNA ZIO N ALE
Prefazione

Nel suo eccellente libro Sociologists. Economists and


Democracy1 Brian Barry individuava e contemporanea­
mente sottoponeva ad analisi due dei più importanti ap­
procci teorici delle scienze sociali contemporanee: quello
sociologico e quello economico. Il presente studio si av­
varrà degli strumenti forniti da questi due tipi di teoria
sociale per cercare di spiegare i mutamenti che si verifica­
no nella politica internazionale. Pur riconoscendo che ogni
teoria dà il suo contributo specifico, ci serviremo in que­
sta sede dei suggerimenti di entrambe, senza considerarle
metodologie da applicare rigorosamente. Perciò, per fami­
liarizzare il lettore con il background intellettuale e con
la metodologia che sottende a questo libro, abbiamo pen­
sato di illustrare brevemente i punti di forza e le debo­
lezze delle teorie succitate.
La caratteristica fondamentale della teoria sociologica
sta nell’enfasi posta su intere società o su interi sistemi
sociali. Pur variando tra di loro, le definizioni dei sistemi
sociali hanno in comune la nozione di un insieme di ele­
menti identificabili caratterizzati da interrelazioni esplici­
te o implicite.. Siano questi elementi costituiti da indivi­
dui, gruppi, ruoli sociali o altri fattori, la teoria sociologi­
ca ritiene che il comportamento individuale venga spiega­
to dalla natura del sistema e dal posto che l’individuo oc­
cupa nel sistema stesso. Il sistema sociale è dunque il fat­
tore determinante del comportamento, sia perché favori­
sce la socializzazione dell’attore rispetto ad un gruppo par­
ticolare di norme e valori, sia perché esercita delle costri­
zioni su di lui. In breve, ciò significa che il tutto è più

1 B. Barry, Sociologists, Economists and Democracy, London, Macmillan,


1970.

31
Prefazione

grande della somma delle sue parti e che il sistema socia­


le stesso deve essere al centro dell’analisi teorica.
Diversamente dall’approccio distico della teoria socio­
logica, la teoria economica, che alcuni definiscono teoria
della scelta razionale, concentra il suo interesse sull’indi­
viduo2. Essa parte dall’assunto che il comportamento in­
dividuale è completamente determinato dalla razionalità;
ovvero che gli individui cercano di massimizzare o alme­
no soddisfare certi valori o interessi con il minimo costo
possibile. In questo contesto la razionalità caratterizza lo
sforzo e non il risultato. Il fallire l’obiettivo propostosi
per ignoranza di qualche altro fattore non invalida la pre­
messa razionalista, secondo la quale gli individui agiscono
sulla base del calcolo costi/benefici o mezzi/fini. Essa ri­
tiene infine che gli individui perseguiranno i loro obietti­
vi fino al raggiungimento di un equilibrio del mercato, ov­
vero finché i costi ad essi connessi non eguaglino i bene­
fici ottenuti. Gli economisti tentano di spiegare il com­
portamento umano seguendo tali assunti individualisti e
razionalisti.
La forza dell’approccio sociologico risiede nell’attenzione
rivolta ai fattori strutturali e istituzionali del comporta­
mento individuale. Gli individui compiono delle scelte ed
agiscono in un mondo di regole e norme che non è total­
mente opera loro. Tali regole costrittive e le strutture so­
ciali non si possono ridurre interamente agli interessi per­
sonali; in molti casi, infatti, si può osservare come gli in­
dividui agiscano in contrasto con i propri interessi. Ben­
ché gli individui (che agiscano da soli o attraverso gruppi
o stati) cerchino di cambiare regole e strutture in base ai
loro interessi, essi non possono sfuggire del tutto alle co­
strizioni della struttura sociale. Inoltre, come ha fatto no­
tare Percey S. Cohen3, sebbene individui e gruppi ten­
tino di perseguire i propri interessi, le loro azioni hanno

2 Si veda G. Becker, The Economie Approach to Human Bebavior, Chica­


go, University of Chicago Press, 1976, p. 5, e R. Rogowski, Rationalist Tbeo-
rics of Politics: A Midterm Report, in «World Politics», 30 (1978), pp. 296-323.
1 P.S. Cohen, Modem Social Tbeory, New York, Basic Books, 1968, p. 126.

32
Prefazione

immancabilmente conseguenze inattese. Sia l’interesse per­


sonale che la struttura sociale sono quindi fattori deter­
minanti del comportamento umano.
La forza della teoria economica sta nella sua capacità
di esprimere una concezione generale dei mutamenti so­
ciali e politici che può essere utile per capire i mutamenti
che avvengono in politica internazionale. Come sostiene
John Harsanyi, il problema dei mutamenti sociali «va spie­
gato in definitiva in termini di incentivi personali che spin­
gono alcuni individui a mutare il loro comportamento»4.
Una teoria del mutamento cercherà cioè di spiegare per­
ché «alcuni hanno deciso che un nuovo tipo di ordina­
mento istituzionale potrà meglio servire ai propri interes­
si»5. Essa concentrerà la propria attenzione sulle modali­
tà con cui i mutamenti tecnologici, economici e di altra
natura influenzano il potere e gli interessi dei singoli (or­
ganizzati in coalizioni e stati) spingendoli così a modifica­
re il proprio comportamento e le istituzioni.
Alla base di questa concezione economica dei muta­
menti sociali o politici sta l’assunto che gli scopi e la na­
tura delle istituzioni sociali sono determinati soprattutto
dall’interesse personale e dal potere relativo dei singoli
membri. Per usare le parole di James Buchanan, «la strut­
tura politica viene concepita come qualcosa che emerge dai
processi di scelta dei singoli partecipanti6. Individui,
gruppi e altri attori usano il loro potere per creare istitu­
zioni sociali e politiche che possano promuovere i propri
interessi. Gli obiettivi di un’istituzione sociale o politica
riflettono dunque innanzitutto gli interessi dei loro mem­
bri dotati di maggior potere. Quando questi interessi o
il potere relativo dei singoli (o di gruppi e stati) mutano,
si verificano dei tentativi di cambiare la natura dell’isti-

4 J. Harsanyi, Rational-Choice Models of Politicai Bebavior vs. Functionalist


and Conformist Theories, in «World Politics», 21 (1969), p. 532.
5 Ibidem.
b J.M . Buchanan, An Individualistic Theory o f Politicai Process, in Varieties
o f Politicai Theory, a cura di D. Easton, pp. 25-37, Englewood Cliffs, N .J.,
Prentice Hall, 1966, p. 26.

33
Prefazione

tuzione e i suoi obiettivi in modo tale da riflettere quei


mutamenti di interesse e di potere, che risultino essere
significativi.
Un altro vantaggio offerto dalla teoria della scelta ra­
zionale è quello di avere a disposizione un corpus ampio
e consolidato di teoriche economiche. In effetti la dottri­
na economica fornisce una teoria altamente sviluppata del
comportamento sociale e, per questo motivo, viene appli­
cata ad una gamma sempre più ampia di fenomeni sociali
e politici. In alcuni casi l’applicazione della teoria econo­
mica a comportamenti considerati di solito di natura non
economica, come il suicidio o la scelta del coniuge, ha sfio­
rato il ridicolo. Se usate però con discrezione le cosiddet­
te leggi microeconomiche (domanda, utilità marginale e di­
minuzione dei profitti), così come quelle relative alla fi­
nanza pubblica e ad altre sottocategorie della dottrina eco­
nomica, possono contribuire a spiegare il comportamento
politico.
La teoria economica propone dunque che lo studio dei
mutamenti politici a livello internazionale consideri il mo­
do in cui gli sviluppi politici, economici e tecnologici in­
fluenzano il reddito relativo (potere) degli attori politici
e i costi sostenuti per raggiungere gli obiettivi perseguiti
da gruppi e stati. I più importanti tra questi obiettivi so­
no gli assetti sociopolitici favorevoli agli interessi di un
gruppo o stato. In questo studio si sosterrà la tesi che
un gruppo o uno stato tenterà di mutare il sistema politi­
co in risposta a sviluppi che aumentano il suo potere rela­
tivo o diminuiscono i costi necessari per modificare gli as­
setti politici e continuerà i suoi sforzi in tale direzione
fino al raggiungimento di un equilibrio tra i costi e i be­
nefici di un ulteriore mutamento7.
Benché sia utile presupporre che i sistemi sociali e le
istituzioni politiche emergano dalle decisioni prese da at­

7 Un esempio notevole di tale approccio al problema del mutamento politi­


co è quello di B. Haskel (The Scandinavian Option, Oslo, Universitetforlaget,
1976), il quale applica la teoria della scelta razionale al decision making in poli­
tica estera. Il libro della Haskel rappresenta un tentativo pionieristico che me­
rita molta più attenzione di quella riservatagli finora.

34
Prefazione

tori potenti nel perseguimento dei propri interessi, gli as­


setti sociali che ne derivano non sono completamente vo­
luti o controllati da questi attori. Inoltre, le istituzioni so­
ciali e politiche, una volta instaurate, operano secondo una
propria logica. Facciamo un esempio: le azioni di singoli
consumatori o venditori danno vita ad un mercato econo­
mico, ma questi individui in un’economia di libero mer­
cato non possono controllare il prezzo al quale compre­
ranno o venderanno le loro merci. Allo stesso modo i sin­
goli stati, come ha fatto notare Kenneth W altz8, forma­
no un sistema internazionale, ma hanno solo un controllo
limitato sul suo funzionamento e, in varia misura, devono
adeguarsi alla logica di un sistema anarchico e competiti­
vo di stati interagenti fra loro. Questa intuizione di Waltz
è indicativa dell’importanza dell’approccio sociologico (o
approccio sistemico) alla teoria delle relazioni internazionali.
Poiché questo libro si propone di analizzare i muta­
menti politici avvenuti sia nel passato sia nel mondo mo­
derno, è importante stabilire se la teoria economica sia
universalmente applicabile o meno. La sua utilità è forse
limitata alle economie di mercato costituite da individui
che tendono ad acquisire perseguendo il proprio interesse
razionale?9 Nel nostro studio partiremo dal presupposto
che la razionalità non è condizionata dalla storia o dalla
cultura, ma che gli individui in tutte le società passate
e attuali tentano di soddisfare i propri interessi e di rag­
giungere i propri scopi nei modi più efficienti possibili.
Gli interessi specifici e l’appropriatezza dei mezzi impie­
gati dipendono però dalle norme sociali esistenti e dall’am­
biente materiale. Per questo motivo, pur impiegando il mo­
do d’analisi economico per cercare di spiegare i mutamenti
politici, ci rendiamo conto che per una comprensione del

8 K. Waltz, Theory o f International Politics, Reading, Mass., Addison-Wesley,


1979, trad. it. Teoria della politica intemazionale, Bologna, Il Mulino, 1987.
9 Questo problema di natura cosiddetta formale-sostanziale è stato oggetto
di un famoso scambio di opinioni tra l’antropologo Melville Herskovits e l’eco­
nomista Frank Knight. Herskovits riconobbe alla fine la validità delle argomen­
tazioni altrui e scrisse un libro, che costituisce un precedente, applicando la
teoria economica formale a società primitive prive di mercato (M. Herskovits,
Economie Anthropolog) — A Study in Comparative Economia, New York, Al­
fred A. Knopf, 1952).

35
Prefazione

contesto del comportamento razionale è necessaria anche


una prospettiva sociologica. In breve, si può dire che per
spiegare i mutamenti della politica internazionale bisogna
integrare l’approccio economico con quello sociologico.
Il presente studio si avvarrà perciò sia dell’approccio
sociologico sia di quello economico alla teoria sociale nel
tentativo di elaborare una teoria o concezione del muta­
mento politico internazionale. Allo stesso tempo siamo co­
scienti dei gravi limiti di entrambe le teorie sociali e del
fatto che, sebbene un approccio compensi parzialmente le
debolezze dell’altro, una combinazione dei due approcci
non fornisce una spiegazione esauriente dei mutamenti po­
litici né risolve il dilemma fondamentale delle scienze so­
ciali; vale a dire, se si debba spiegare con esattezza que­
stioni futili o trattare con imprecisione questioni impor­
tanti. Nel nostro studio abbiamo scelto di seguire quest’ul-
tima impostazione convinti che eventuali errori e alcune
eccessive semplificazioni siano il prezzo da pagare se si
vogliono trattare le questioni significative della nostra epo­
ca. La rinuncia alla precisione si giustifica solo se l’analisi
contribuirà a chiarire più che a confondere i temi della
guerra e del mutamento nella politica mondiale.

36
Introduzione

Negli anni Settanta e Ottanta una serie di drammati­


ci eventi segnalò un significativo sconvolgimento delle re­
lazioni internazionali. Rapporti e intese di lunga durata
e apparentemente stabili furono sommariamente messe da
parte. Leader politici, osservatori del mondo accademico
e il celebrato «uomo della strada» si resero improvvisa­
mente conto del fatto che la crisi energetica, i drammati­
ci eventi in Medio Oriente e le tensioni nel mondo co­
munista costituivano sviluppi nuovi, di ordine qualitati­
vamente diverso rispetto a quelli del decennio preceden­
te. Questi sviluppi, insieme a molti altri verificatisi in cam­
po politico, economico e militare, indicavano spostamenti
di ampia portata nella distribuzione internazionale del po­
tere, un liberarsi di nuove forze sociopolitiche e il rialli­
neamento a livello mondiale delle relazioni diplomatiche.
Tutti questi eventi e sviluppi mostravano soprattutto che
il sistema internazionale relativamente stabile che il mon­
do aveva conosciuto a partire dalla fine della seconda guer­
ra mondiale stava entrando in una fase di incerti muta­
menti politici.
La nostra non è certo la prima epoca in cui un’im­
provvisa concatenazione di eventi drammatici porta alla
luce soggiacenti spostamenti del potere militare, degli in­
teressi economici e degli schieramenti politici. Nel nostro
secolo si erano avuti sviluppi di tale portata già nei de­
cenni precedenti la prima e la seconda guerra mondiale.
La consapevolezza dei pericoli inerenti a periodi di insta­
bilità politica e rapidi cambiamenti causa profonde inquie­
tudini e apprensioni. Cresce il timore che gli eventi pos­
sano sfuggire di mano e che si possa giungere di nuovo
ad una conflagrazione globale. Studiosi, giornalisti e altri
osservatori si volgono alla storia nella ricerca di un orien-

37
Introduzione

tamento, chiedendosi se l’attuale scenario di eventi rasso­


migli a quello del 1914 o 1939 b
Gli sviluppi contemporanei e le loro pericolose impli­
cazioni sollevano una serie di questioni riguardanti la guerra
e i mutamenti nelle relazioni internazionali: Come e in
quali circostanze si verifica infatti un mutamento nelle re­
lazioni internazionali? Quale ruolo svolgono gli sviluppi po­
litici, economici e tecnologici nel produrre cambiamenti
nei sistemi internazionali? Dove si nasconde il pericolo di
violenti conflitti militari durante i periodi di rapido scon­
volgimento economico e politico? E, cosa più importante
di tutte, le risposte che emergono dall’esame del passato
sono valide per il mondo contemporaneo? In altre parole,
in quale misura i mutamenti sociali, economici e tecnolo­
gici, come la crescente interdipendenza economica delle na­
zioni e l’avvento delle armi nucleari, hanno cambiato il
ruolo della guerra nel processo di mutamento della politi­
ca internazionale? C ’è qualche motivo per sperare che i
mutamenti politici possano essere più benigni nel futuro
di quanto lo siano stati nel passato?
Scopo di questo libro è indagare tali problemi. A tal
fine cercheremo di elaborare un’interpretazione dei muta­
menti della politica internazionale più sistematica di quel­
la attualmente adottata. Non abbiamo la pretesa di met­
tere a punto una teoria generale delle relazioni interna­
zionali che fornisca delle spiegazioni globali. Ci sforzere­
mo al contrario di fornire uno schema che ci permetta di
riflettere sul problema della guerra e dei cambiamenti nella
politica mondiale. Questo schema concettuale è concepito
come uno strumento analitico che aiuti a ordinare e a ca­
pire l’esperienza umana, senza pretendere di fornire una
rigorosa spiegazione scientifica dei mutamenti politici. Le
idee qui esposte sui mutamenti della politica internazio­
nale costituiscono generalizzazioni basate sull’osservazio­
ne dell’esperienza storica piuttosto che una serie di ipote­
si verificate scientificamente da prove storiche; vengono1

1 M. Kahler, Rumors o f War: The 1914 Analogy, in «Foreign Affairs», 58


(1979-80), pp. 374-396.

38
Introduzione

perciò proposte come spiegazione plausibile del modo in cui


si verificano i mutamenti della politica internazionale2.
A questo scopo isoleremo ed analizzeremo i fenomeni
che si presentano con più evidente regolarità e le succes­
sioni di avvenimenti associate ai cambiamenti nei sistemi
internazionali. Non pretendiamo di aver scoperto le «leg­
gi del mutamento» che determinano il momento in cui es­
so si verificherà o il corso che prenderà3. In questa se­
de si sostiene invece che i più importanti mutamenti poli­
tici sono la conseguenza della combinazione di una serie
unica e imprevedibile di eventi. Si afferma, però, che è
possibile individuare modelli ricorrenti, elementi comuni
e tendenze generali nei momenti di svolta della storia in­
ternazionale. Un brillante economista come W. Arthur Le­
wis fa notare che «il processo di mutamento sociale è più
o meno quello di duemila anni fa [...]. Possiamo dire co­
me il cambiamento avverrà, se esso avviene; ciò che non
possiamo prevedere è il tipo di mutamento che si veri­
fica» 4.
La concezione del mutamento politico presentata in
questo libro, come avviene quasi sempre nelle scienze so­
ciali, non implica previsioni. Anche le scienze economi­
che avanzano previsioni solo rispetto ad un numero limi­
tato di questioni5. La maggior parte delle pretese teorie
nel campo della scienza della politica e nel sottosettore
delle relazioni internazionali è in effetti costituita da co­
strutti analitici e descrittivi. Esse forniscono nel migliore
dei casi uno schema concettuale e una serie di temi che

2 In linea di massima queste idee sono trasformabili in ipotesi specifiche


verificabili. O almeno pensiamo che ciò sia possibile per molte di esse. Per svol­
gere questo compito, o parte di esso, sarebbe necessario un altro volume.
3 II termine «legge» viene usato diverse volte in questo libro. In ogni ca­
so, esso deve essere interpretato come tendenza generale che può essere neu­
tralizzata da altri sviluppi. Questa concezione del termine è tratta da J. Baech-
ler, Les origines du capìtalisme, Paris, Gallimard, 1975, trad. ingl. The Origins
of Capitalism, Oxford, Basii Blackwell, 1975, p. 52.
4 W.A. Lewis, The Theory of Economie Growth, New York, Harper and
Row, 1970, pp. 17-18.
5 F.S.C . Northrop, The Logic o f Sciences and thè Humanities, New York,
Macmillan, 1947, pp. 243-245.

39
Introduzione

ci aiutano ad analizzare e a spiegare un tipo di fenome­


n o 6. Così Kenneth Waltz nel suo stimolante libro Man,
thè State and War dà una spiegazione della guerra in ter­
mini generali, ma non fornisce i mezzi per pronosticare
una qualsiasi guerra particolare7. Allo stesso modo, il no­
stro studio cerca di spiegare in termini generali la natura
del mutamento politico internazionale.
L ’esigenza di una interpretazione più approfondita del
mutamento politico, e in particolare di quello internazio­
nale, è ben espressa da Wilbert Moore nell’ultima edizio­
ne della International Encyclopedia of thè Social Sciences-.
«Paradossalmente, con l’accelerazione del ritmo del muta­
mento sociale nel mondo reale dell’esperienza, le discipli­
ne scientifiche che si occupano delle azioni e dei prodotti
dell’uomo hanno teso a sottolineare l’interdipendenza or­
dinata e la continuità statica»8.
Il giudizio di Moore sull’inadeguato trattamento del
problema del mutamento politico da parte degli studiosi
di scienze sociali scaturisce dalle analisi di manuali e ope­
re teoriche sulle relazioni internazionali. Pur con alcune
recenti notevoli eccezioni9, pochi di questi libri affron­
tano il problema del mutamento politico in modo siste­
matico. Come nota giustamente David Easton, «gli stu­
diosi della vita politica sono [...] stati inclini a dimentica­
re che i veri problemi cruciali della ricerca sociale riguar­
dano i modelli del mutamento» 10.

6 S. Hoffmann (a cura di), Contemporary Theory in International Relations,


Englewood Cliffs, N .J., Prentice-Hall, 1960, pp. 40.
7 K. Waltz, Man, thè State and War, New York, Columbia University Press,
1959, p. 232.
8 W .E. Moore, Social Change, in International Encyclopedia o f thè Social
Sciences, a cura di D. Sills, New York, Crowell Collier and Macmillan, 1968,
voi. XIV, pp. 365-375.
9 N. Choucri e R.C. North, Nations in Conflict-National Growth and Inter­
national Violence, San Francisco, W.H. Freeman, 1975; R. Keohane e J. Nye,
Power and Interdependence - World Politics in Transition, Boston, Little, Brown,
1977; K. Waltz, Theory of International Politics, Reading, Mass., Addison-Wesley,
1979, trad. it. Teoria della politica intemazionale, Bologna, Il Mulino, 1987.
10 D. Easton, The Politicai Systems: An Inquiry into thè State o f Politicai Scien­
ce, New York, Alfred A. Knopf, 1953, p. 42. E sintomatico di questo perdu­
rante generale disinteresse il fatto che lo Handbook of Politicai Science non con­
tenga una sezione specifica dedicata al problema del mutamento politico (F. Green-
stein e N. Polsby, Handbook of Politicai Science, 8 voli., Reading, Mass., Addison-
Wesley, 1975) né che la voce «mutamento politico» appaia nell’indice.

40
Introduzione

Vale la pena di notare, come ha rilevato Joseph Schum­


peter, che ogni scienza si evolve naturalmente dall’analisi
statica a quella dinamica. La teoria statica è più semplice
e le sue affermazioni possono essere provate più facilmente.
Sfortunatamente, fin quando gli aspetti statici di un cam­
po d’indagine non sono abbastanza ben sviluppati e non
si possiede una buona comprensione dei processi e dei fe­
nomeni ricorrenti è difficile, se non impossibile, procede­
re allo studio degli aspetti dinamici. Da questo punto di
vista lo studio sistematico delle relazioni internazionali è
un campo nuovo; molto di ciò che passa sotto il nome
di dinamica non è in realtà che uno sforzo per compren­
dere la statica delle interazioni di particolari sistemi in­
ternazionali: contrattazioni diplomatiche, rapporti di allean­
za, gestione della crisi, ecc. Decidere se l’attuale conoscenza
di questi aspetti statici è sufficientemente avanzata da per­
mettere uno sviluppo della teoria dinamica rappresenta una
seria sfida alla nostra impresa.
Un altro fattore che contribuisce a spiegare perché fi­
no agli ultimi anni si sia trascurato il problema del muta­
mento politico è quello che K J . Holsti ha chiamato il de­
clino della «grande teoria» u. Il realismo politico di Hans
Morgenthau, la teoria dei sistemi di Morton Kaplan, e il
neofunzionalismo di Ernst Haas, così come molte altre
«grandi teorie», posseggono un elemento in comune: la ri­
cerca di una teoria generale della politica internazionale.
Ognuna a suo modo, con più o meno successo, ha cerca­
to, come dice Morghentau, «di ridurre i dati dell’esperienza
ad esempi particolari di affermazioni generali» 112. Nessu­
no di questi ambiziosi sforzi per comprendere i problemi
(la guerra, l’imperialismo e il mutamento politico) ha rac­
colto il consenso generale. Al contrario, «la maggiore preoc­
cupazione degli studiosi durante lo scorso decennio è sta­
ta quella di indagare problemi specifici, di formulare del­
le ipotesi e delle generalizzazioni che spiegassero una gam­

11 K.J. Holsti, Retreat from Utopia: International Relations Theory, 1945-70,


in «Canadian Journal of Politicai Science», 4 (1971), pp. 165-177.
12 Citato da Holsti, Retreat from Utopia, cit., p. 167.

41
Introduzione

ma limitata di fenomeni e, particolarmente, di ottenere


dati che permettessero di verificare tali ipotesi»13. In bre­
ve, si può dire che l’enfasi posta recentemente sulle co­
siddette teorie di medio raggio, sebbene di per sé valida,
ha avuto la malaugurata conseguenza di distogliere l’at­
tenzione da problemi teorici più generali14.
Un terzo motivo che può spiegare il disinteresse per
gli studi dedicati al mutamento politico è il pregiudizio
occidentale negli studi delle relazioni internazionali. Per
una professione il cui compito è quello di studiare le in­
terazioni fra società, le relazioni internazionali come di­
sciplina si presentano in forma estremamente provinciale
ed etnocentrica. Si tratta essenzialmente dello studio del
sistema di stati dell’Occidente. Inoltre, una parte conside­
revole della letteratura esistente è dedicata agli sviluppi ve­
rificatisi a partire dalla fine della seconda guerra mondia­
le. Sono stati cioè evidenziati gli sviluppi recenti all’inter­
no di quel particolare sistema statale. Pur con qualche ec­
cezione, gli studiosi della disciplina non sono stati costret­
ti a confrontarsi con la dinamica di questo o di qualunque
altro sistema di stati15. Come nota Martin W ight16, man­
ca nelle relazioni internazionali una tradizione di teorizza­
zione politica. Ciò è dovuto in larga misura alla scarsezza
di letteratura affidabile sui sistemi non occidentali. Que­

13 Holsti, Retreat from Utopia, cit., p. 171.


14 Di recente diversi importanti studi hanno dato segni di un rinnovato in­
teresse per la teoria generale (N. Choucri e R.C. North, Nations in Conflict -
National Growtb and International Violence, cit.; H. Bull, The Anarchical Socie­
ty. A Study o f Order in World Politics, New York, Columbia University Press,
1977; Keohane e Nye, Power and Interdependence - World Politics in Transi-
tions, cit.; S. Hoffmann, Primary or World Order. American Foreign Policy sìrice
thè Colà War, New York, McGraw-Hill, 1978; R. Pettman, State and Class.
A Sociology o f International Affairs, London, Croom Helm, 1979; Waltz, Man,
State and War, cit.). Gli studiosi marxisti naturalmente non hanno mai perso
interesse per le «grandi teorie».
15 Tre recenti eccezioni sono E. Luard, Types o f International Society, New
York, Free Press, 1976; R.G . Wesson, State Systems. International Pluralism,
Politics and Culture, New York, Free Press, 1978; M. Wight, Systems o f States,
(a cura di H. Bull), Leicester, Leicester University Press, 1977.
16 M. Wight, Why ist There no International Theory?, in Diplomatic Inves-
tigations: Essays in thè Theory o f International Politics, a cura di H. Butterfield
e M. Wight, London, George Alien and Unwin, 1966, pp. 17-34.

42
Introduzione

sta situazione rappresenta di per sé un notevole ostacolo


allo sviluppo di una teoria del mutamento politico inter­
nazionale.
Un quarto motivo, che può spiegare il disinteresse per
le questioni teoriche relative al mutamento politico, sta
nella convinzione abbastanza diffusa che tale compito sia
futile. Prevalente tra gli storici questa convinzione è pro­
pria anche di molti studiosi di scienze sociali17. La ricer­
ca di «leggi che regolano il mutamento» è considerata inu­
tile data l’unicità e la complessità degli eventi storici. Il
tentativo di generalizzare e stabilire dei modelli nelle que­
stioni umane è considerato un’impresa disperata. Tale po­
sizione, se presa alla lettera, nega la possibilità stessa di
una scienza o storia della società. Pur tuttavia bisogna ri­
cordarsi del suo ammonimento che non esistono leggi im­
mutabili che regolano il cambiamento e che, sebbene pos­
sano esistere situazioni ricorrenti il mutamento sociale è
in definitiva legato ad una serie unica di eventi storici.
Lo sviluppo di una teoria del mutamento politico è sta­
to infine inibito dall’ideologia e da un atteggiamento emo­
tivo. Ciò risponde in parte ad un pregiudizio conservato-
re caratteristico delle scienze sociali occidentali. La mag­
gior parte degli studiosi preferisce l’idea della stabilità o
almeno di un cambiamento ordinato. L ’idea invece di cam­
biamenti radicali che minaccino i valori e gli interessi con­
solidati non attrae. Questo dato è particolarmente sentito
dai teorici del mutamento politico internazionale che si
trovano ad affrontare il problema fondamentale delle re­
lazioni internazionali: la guerra. L ’effetto inibente di questa
drammatica questione è espresso con grande efficacia da
John Burton in un veemente atto d’accusa rivolto agli studi
contemporanei delle relazioni internazionali:
Il fallimento maggiore dell’ortodossia si registra in relazione al mu­
tamento. Il dato più rilevante che ci offre la nostra realtà è la natura
dinamica delle relazioni internazionali. Nessuna teoria generale è ade­
guata se non prende in considerazione i rapidi mutamenti tecnologici,
sociali e politici nel cui contesto le nazioni devono convivere pacifica­
mente. L ’unico strumento di mutamento radicale possibile nel conte­

17 A.O. Hirschman, The Search for Paradigmi as a Hindrance to Understand-


ing, in «World Politics», 22 (1970b), pp. 329-343.

43
Introduzione

sto delle politiche di potere è però la guerra, per cui si considera que-
st’ultima uno strumento legittimo di politica nazionale. Non sorprende
che si sia teso finora a discutere le relazioni internazionali in termini
statici e ad interpretare la stabilità in termini di mantenimento dello
status quo. Un approccio dinamico al problema delle relazioni interna­
zionali porterebbe lo studioso a confrontarsi con la mancanza di alter­
native e a riconoscere la guerra come unico meccanismo di cambia­
mento disponibile 18.

La sfida di Burton alla teoria ortodossa delle relazioni


internazionali va al cuore dei problemi affrontati in que­
sto studio. Negli ultimi anni gli studiosi di relazioni in­
ternazionali hanno teso a sottolineare le influenze mode­
ratrici e stabilizzanti sul comportamento degli stati eserci­
tate dagli sviluppi contemporanei, o specialmente la cre­
scente interdipendenza economica tra le nazioni e la ca­
pacità distruttiva delle armi moderne. Questi importanti
sviluppi hanno indotto molti a credere che un’evoluzione
pacifica avesse preso il posto dei conflitti militari come
strumento principale di ridefinizione delle relazioni tra stati
nazionali nel mondo contemporaneo. A questa convinzio­
ne si univa la credenza che degli obiettivi economici e di
benessere sociale avessero avuto il sopravvento sugli obiet­
tivi tradizionali degli stati, potere e sicurezza. Molti cre­
dono dunque che la possibilità di rapporti economici pa­
cifici ed i condizionamenti posti dalla distruttività delle
guerre moderne siano serviti a far diminuire le probabili­
tà di un grande conflitto.
In questo studio sosterremo una posizione molto di­
versa basata sulla convinzione che la natura fondamentale
delle relazioni internazionali non è cambiata nel corso dei
millenni. Le relazioni internazionali continuano ad essere
una lotta ricorrente per la ricchezza e il potere tra attori
indipendenti in uno stato di anarchia. La storia classica
di Tucidide costituisce oggi, come nel V secolo a.C., quan­
do fu scritta, un’ottima guida per comprendere il compor­
tamento degli stati. Tuttavia, si sono verificati importanti
cambiamenti. Uno dei sottotemi di questo libro è infatti

18 J. Burton, International Relations. A General Theoty, Cambridge, Cam­


bridge University Press, 1965, pp. 71-72.

44
Introduzione

costituito dall’assunto che la politica moderna si differen­


zi per molti aspetti da quella premoderna, cosa riconosciuta
innanzitutto da Montesquieu, Edward Gibbon e altri che
hanno scritto per primi su questo tema. Ciò nonostante
noi sosteniamo che i principi fondamentali non sono cam­
b iati19. Per questo motivo riteniamo che le intuizioni de­
gli scrittori precedenti e l’esperienza storica siano impor­
tanti per comprendere le modalità di funzionamento e di
mutamento dei sistemi internazionali nell’era contempo­
ranea.
Benché ci sia un innegabile elemento di verità nella
convinzione che gli attuali progressi economici e tecnolo­
gici hanno alterato le relazioni tra gli stati, gli eventi ve­
rificatisi in Asia, Africa e Medio Oriente negli anni Set­
tanta e agli inizi degli anni Ottanta ci obbligano ancora
una volta a riconoscere la presenza dell’insoluto problema
della guerra e del ruolo da essa svolto nel processo di mu­
tamento delle relazioni internazionali. In questi ultimi de­
cenni del X X secolo si ha bisogno di indagare ancor più
che in passato la relazione che lega la guerra al mutamen­
to nel sistema internazionale. Solo in questo modo si può
sperare di dar forma ad un’alternativa più pacifica. Come
ci rammenta E.H. Carr20, questo è il compito fondamen­
tale dello studio delle relazioni internazionali:
Stabilire metodi di mutamento pacifico è [...] il problema fonda-
mentale della moralità internazionale e della politica internazionale. Ma
se la pace fosse il fine ultimo degli stati allora la soluzione al proble­
ma di un mutamento pacifico sarebbe facile. Si può sempre avere pace
sottomettendosi allo stato aggressore. Il vero compito di uno stato che
voglia vivere in pace è quello di tendere ad una pace che protegga
e garantisca i suoi vitali interessi e la sua concezione di moralità inter­
nazionale.

19 Le ragioni che stanno alla base di questa convinzione vengono esposte


nel sesto capitolo.
20 E .H . Carr, The Twenty Years’ Crisis, 1919-1939. An Introduction to thè
Study o f International Relations, London, Macmillan, 1951.

45
CAPITOLO PRIMO

La natura del mutamento


politico intemazionale

La tesi di questo libro è che un sistema intemaziona­


le viene creato per la stessa ragione per cui si crea qual­
siasi altro sistema sociale o politico; gli attori cominciano
ad intrattenere relazioni sociali reciproche e creano delle
strutture sociali al fine di portare avanti particolari inte­
ressi politici, economici o di altro tipo. Dato che gli in­
teressi di alcuni attori possono entrare in conflitto con
quelli di altri, gli interessi particolari più favoriti da que­
sti assetti sociali tendono a riflettere il potere relativo
degli attori coinvolti. Sebbene i sistemi sociali imponga­
no restrizioni al comportamento di tutti gli attori i com­
portamenti ricompensati e puniti dal sistema coincideran­
no, almeno all’inizio, con gli interessi dei membri più po­
tenti del sistema sociale. Col passare del tempo, però,
gli interessi dei singoli attori e l’equilibrio di potere tra
gli attori si modificano in seguito a mutamenti economi­
ci, tecnologici e di altro tipo. Di conseguenza quegli at­
tori che possono trarre maggior profitto da un cambia­
mento del sistema sociale e che acquistano potere suffi­
ciente per realizzare tale cambiamento cercheranno di al­
terare il sistema in modo consono ai propri interessi. Il
sistema che da tale mutamento risulta rifletterà la nuova
distribuzione di potere e gli interessi dei suoi nuovi atto­
ri dominanti. Una condizione preliminare del mutamento
politico sta dunque nella frattura tra il sistema sociale
esistente e la ridistribuzione del potere nei confronti di
quegli attori che trarrebbero più vantaggi da un cambia­
mento del sistema.
Questa concezione del mutamento politico si basa sulla
nozione che lo scopo o la funzione sociale di ogni siste­
ma, incluso quello internazionale, possano essere definiti
in termini di benefici che i diversi membri traggono dal

47
L a natura del mutamento politico intemazionale

suo funzionamento l. Come nel caso della società nazio­


nale, la natura del sistema internazionale stabilisce quali
interessi verranno soddisfatti dal funzionamento del siste­
ma. Mutamenti del sistema implicano variazioni nella di­
stribuzione dei profitti e dei costi fra i singoli apparte­
nenti al sistema. Lo studio del mutamento politico inter­
nazionale deve quindi concentrare la sua attenzione sul si­
stema internazionale e in particolare sugli sforzi messi in
atto dagli attori politici per modificare il sistema interna­
zionale in modo tale da favorire i propri interessi. Qua­
lunque sia il tipo di questi interessi (sicurezza, profitti eco­
nomici, o fini ideologici), il raggiungimento degli obietti­
vi degli stati dipende dalla natura del sistema internazio­
nale (cioè governo e regole del sistema, riconoscimento dei
diritti, ecc.). Come per qualsiasi altro sistema sociale o
politico il processo di mutamento politico a livello inter­
nazionale riflette in fin dei conti gli sforzi dei singoli o
dei gruppi per trasformare le istituzioni e i sistemi in mo­
do tale da favorire i propri interessi. Dato che questi in­
teressi e il potere dei gruppi (o stati) mutano, il sistema
politico cambierà nel tempo in modo da riflettere questi
spostamenti sotterranei di interessi e di potere. Scopo delle
pagine successive sarà quello di elaborare questo approc­
cio per comprendere i cambiamenti politici a livello inter­
nazionale.

1. Un modello per l ’analisi del mutamento politico intema­


zionale

I concetti che verranno adottati nell’analisi del muta­


mento politico internazionale si basano su una serie di as­
sunti riguardanti il comportamento degli stati:
1. Un sistema internazionale è stabile (ovvero in stato
di equilibrio) se nessuno stato ritiene vantaggioso un mu­
tamento del sistema.
2. Uno stato tenterà di mutare il sistema internazio-

1 J. Harsanyi, Rational-Choice Models of Politicai Behavior ps. Functionalist


and Conformisi Theories, in «World Politics», 21 (1969), pp. 513-538.

48
La natura del mutamento politico intemazionale

naie se i benefici che si attende da questo mutamento su­


perano i costi (ovvero se è previsto un utile netto).
3. Uno stato cercherà di cambiare il sistema interna­
zionale attraverso l’espansione territoriale, politica ed eco­
nomica fino a quando i costi marginali di un ulteriore
cambiamento non uguagliano o superano i benefici mar­
ginali.
4. Una volta raggiunto un equilibrio tra costi e bene­
fici relativi ad ulteriori cambiamenti ed espansioni, i costi
economici del mantenimento dello status quo tendono a
crescere più rapidamente della capacità economica di so­
stenere lo status quo.
5. Se non si risolve lo squilibrio del sistema interna­
zionale, il sistema verrà modificato e si stabilirà un nuo­
vo equilibrio che rifletterà la ridistribuzione del potere.
Questi assunti rappresentano ovviamente delle astra­
zioni da una realtà politica estremamente complessa. Non
descrivono gli effettivi processi decisionali degli uomini di
stato; come per la teoria economica si postula che gli at­
tori si comportino come se fossero guidati da un calcolo
costi/benefici. Questi assunti, inoltre, non si escludono a
vicenda ma in parte si sovrappongono. Gli assunti 2 e 4
rappresentano immagini speculari, il 2 riferendosi ad uno
stato revisionista e il 4 ad uno stato difensore dello status
quo. A scopo analitico, comunque, si discuterà separata-
mente ogni assunto nei capitoli successivi.
Sulla base di questi assunti si cercherà di abbracciare
un processo storico ininterrotto. Dal momento che la sto­
ria non conosce né inizio né fine bisogna interromperne
il flusso in un momento particolare. L ’analisi del muta­
mento politico qui condotta incomincia con un sistema in­
ternazionale in stato di equilibrio come si vede nella figu­
ra 1. Un sistema internazionale è in equilibrio se gli stati
più potenti del sistema trovano soddisfacente l’attuale di­
stribuzione territoriale, politica ed economica. Pur con cam­
biamenti e raggiustamenti secondari, si dà una condizione
di equilibrio quando nessuno stato (o gruppo) potente ri­
tiene che un cambiamento del sistema porterebbe profitti
addizionali proporzionati ai costi prevedibili per produrre

49
L a natura del mutamento politico intemazionale

Crescita differenziale
Sistema in stato Ridistribuzione del
del potere
di equilibrio potere nel sistema

Risoluzione della Squilibrio


crisi sistemica del sistema

F ig . 1. Diagramma del mutamento politico internazionale.

un cambiamento del sistema2. Anche se ogni stato o


gruppo del sistema potrebbe trarre vantaggio da determi­
nati tipi di cambiamento, i costi relativi scoraggeranno i
tentativi di cambiamento. Come è stato scritto, «un equi­
librio di poteri rappresenta una configurazione politica sta­
bile, a patto che non ci siano cambiamenti in risposta alla
conquista»3. A queste condizioni, quando nessuno ha in­
centivi che lo spingano a mutare il sistema, si può dire
che lo status quo è stabile.
Nel linguaggio più tradizionale delle relazioni interna­
zionali, lo status quo internazionale è considerato come le­
gittimo, almeno dagli stati più importanti del sistema. Il
significato di legittimità è stato definito da Henry Kissin-
ger nel modo seguente:
[Legittimità] implica l’accettazione delle strutture dell’ordinamento
internazionale da parte di tutte le maggiori potenze; o, almeno, che
nessuno stato sia così insoddisfatto come la Germania dopo il trattato
di Versailles da esprimere la propria insoddisfazione con una politica
estera rivoluzionaria. Un ordinamento legittimo non rende impossibili
i conflitti, ne limita solo la portata. Si possono verificare delle guerre,
ma verranno combattute in nome dell’ordinamento esistente e la pace

2 R.L. Curry, Jr. e L.L. Wade, A Theory o f Politicai Exchange ■ Economie


Reasonìng in Politicai Analysis, Englewood Cliffs, N .J., Prentice Hall, 1968, p.
49; L .E . Davis e D.C. North, con la collaborazione di C. Smorodin, htitutio-
nal Change and American Economìe Growth, Cambridge, Cambridge University
Press, 1971, p. 40.
3 T. Rader, The Economics of Feudalism, New York, Gordon and Breach,
1971, p. 50.

50
La natura del mutamento politico intemazionale

che ne consegue sarà giustificata come migliore espressione del «legit­


timo» e generale consenso. La diplomazia in senso classico, l’appiana­
mento delle differenze attraverso il negoziato, è possibile solo all’in­
terno di ordinamenti internazionali legittim i4.

Questo passo suggerisce che un ordinamento o un si­


stema internazionale si trovi in una condizione di equili­
brio dinamico o omeostatico. Come qualsiasi altro sistema
esso non è mai completamente fermo; si verificano conti­
nuamente cambiamenti a livello di interazioni tra stati. In
generale, comunque, conflitti, alleanze e interazioni diplo­
matiche tra gli attori del sistema tendono a preservare le
caratteristiche che definiscono il sistema. Così, come ha mo­
strato Kissinger, l’ordine o l’equilibrio legittimo creato dal
Congresso di Vienna (1814) ha resistito a conflitti limitati
e a manovre diplomatiche finché è crollato come conseguen­
za dei profondi sconvolgimenti economici, tecnologici e po­
litici verificatisi nella seconda parte del X IX secolo. Il pro­
blema della legittimità verrà discusso più avanti.
In ogni sistema internazionale avvengono di continuo
mutamenti politici, economici e tecnologici che prometto­
no profitto o minacciano perdite a questo o a quell’altro
attore. Nella maggior parte dei casi questi potenziali pro­
fitti e perdite sono secondari e delle correzioni marginali
sono sufficienti a tenerne conto. Tali cambiamenti si ve­
rificano all’interno del sistema internazionale esistente pro­
ducendo una condizione di equilibrio omeostatico. La re­
lativa stabilità del sistema è infatti determinata in larga
misura dalla sua capacità di adattamento alle esigenze de­
gli attori toccati da un mutamento delle condizioni politi­
che e ambientali. In ogni sistema si verifica perciò costan­
temente un processo di squilibrio e adattamento. In man­
canza di guadagni netti consistenti potenzialmente ricava­
bili da un cambiamento, il sistema continua a rimanere
in uno stato di equilibrio.
Se gli interessi e il potere relativo degli stati principa­
li facenti parte di un sistema internazionale restassero co­
stanti nel corso del tempo o se i rapporti di potere cam­

4 H. Kissinger, A World Restored - Mettemich, Castlereagh and thè Problemi


of Peace 1812-22, Boston, Hougton Mifflin, 1957, pp. 1-2.

51
La natura del mutamento politico intemazionale

biassero in modo tale da mantenere la stessa distribuzio­


ne relativa di potere, il sistema continuerebbe a rimanere
in equilibrio per un tempo indefinito. Gli sviluppi interni
e internazionali insidiano però la stabilità dello status quo.
Avvicendamenti nelle coalizioni interne potrebbero ad
esempio rendere necessaria una ridefinizione dell’«interes­
se nazionale». Il fattore più destabilizzante in un sistema
internazionale è comunque la tendenza del potere degli stati
membri a mutare, in gradi diversi, in seguito ad evoluzio­
ni politiche, economiche e tecnologiche. Nel tempo la cre­
scita differenziata del potere dei vari stati del sistema causa
una fondamentale ridistribuzione del potere nel sistema.
Quello di potere è uno dei concetti più complicati nel
campo delle relazioni internazionali e, più in generale, delle
scienze politiche. Molti e ponderosi volumi sono stati de­
dicati all’analisi e all’elaborazione del concetto. In questo
libro il concetto di potere si riferisce solamente alle capa­
cità militari, economiche e tecnologiche degli stati. Que­
sta definizione trascura importanti e impalpabili elementi
che riguardano i risultati delle azioni politiche, come il
morale collettivo, le qualità della leadership e i fattori si­
tuazionali. Esclude anche quello che E.H. Carr chiama «po­
tere sull’opinione»5. Questi aspetti psicologici e spesso in­
calcolabili del potere e delle relazioni internazionali sono
più strettamente associati al concetto di prestigio, come
viene usato in questo libro. Qui si discuterà appunto il
rapporto tra potere e prestigio e il suo significato per il
mutamento politico internazionale.
Come conseguenza del mutamento degli interessi dei
singoli stati e soprattutto a causa della crescita differen­
ziata del potere tra gli stati, il sistema internazionale pas­
sa da una condizione di equilibrio ad una di squilibrio.
In questa situazione gli sviluppi economici, politici e tec­
nologici fanno aumentare considerevolmente i benefici po­
tenziali o diminuire i costi potenziali per uno o più stati
che mirano al cambiamento del sistema. Uno o più stati

5 H. Carr, The Twenty Years’ Crisis, 1919-1939. An Introduction to thè Stu-


dy o f International Relations, London, Macmillan, 1951, p. 132.

52
La natura del mutamento politico intemazionale

riconoscono nella limitazione delle proprie perdite o nel­


l’aumento dei propri utili un incentivo per tentare un cam­
biamento del sistema. Si crea così una frattura tra il si­
stema internazionale dato e i vantaggi potenziali che al­
cuni stati possono ricavare da un mutamento del sistema
internazionale.
Gli elementi di questo squilibrio sistemico sono dupli­
ci. Innanzitutto i mutamenti militari, tecnologici o di al­
tro tipo hanno fatto crescere i vantaggi di una conquista
territoriale o di un mutamento del sistema internazionale
che si verifichi in altro modo. Secondo, la crescita diffe­
renziata di potere tra gli stati del sistema ha modificato
il costo del cambiamento del sistema. Questa trasforma­
zione dei benefici e/o dei costi del mutamento produce
un’incongruità o frattura tra le componenti del sistema (cfr.
tabella 1). Da un lato, la gerarchia del prestigio, la divi­
sione del territorio, la divisione internazionale del lavoro
e le regole del sistema rimangono fondamentalmente im­
mutate e continuano a riflettere in primo luogo gli inte­
ressi delle potenze dominanti e della relativa distribuzio­
ne del potere verificatasi in seguito all’ultimo cambiamen­
to sistemico. D ’altro lato, la distribuzione internazionale
del potere ha subito una radicale trasformazione indebo­
lendo le fondamenta del sistema esistente. E questa frat­
tura tra le varie componenti del sistema, e le sue implica­
zioni per i relativi guadagni e perdite tra i vari stati, che
provoca il mutamento politico internazionale.
Questa frattura all’interno del sistema internazionale
riguardante potenziali benefici e perdite che determinati
potenti attori ricaverebbero da un cambiamento del siste­
ma provoca una crisi nel sistema internazionale. Benché
sia possibile una soluzione della crisi attraverso un riag­
giustamento pacifico dello squilibrio sistemico, il princi­
pale meccanismo di cambiamento nel corso della storia è
stata sempre la guerra o ciò che chiameremo guerra per
l’egemonia (ovvero una guerra che stabilisce quale stato
o quali stati domineranno e governeranno il sistema). Il
trattato di pace che fa seguito ad una guerra egemonica
riordina le basi politiche, territoriali e di altro tipo del

53
La natura del mutamento polìtico intemazionale

sistema. Il ciclo di mutamento si completa così con un


nuovo status quo ed un nuovo equilibrio che nascono dal­
la guerra per l’egemonia e dal trattato di pace e che ri­
flettono la ridistribuzione del potere e le altre componen­
ti del sistema.

2. Definizione dei termini fondamentali


Definiremo ed elaboreremo ora i termini fondamenta­
li e i problemi connessi con l’elaborazione del concetto
di mutamento politico. In primo luogo ogni teoria delle
relazioni internazionali richiede una teoria dello stato. E
necessario inoltre elaborare una concezione degli interessi
statali e degli obiettivi della politica estera. In terzo luo­
go, va definita la natura del sistema internazionale. La con­
cettualizzazione o definizione di questi tre fattori deter­
mina chi (lo stato) mira al cambiamento degli assetti so­
ciali (il sistema internazionale) per assicurarsi quali inte­
ressi (gli obiettivi della politica estera). Benché arbitrarie,
le definizioni adottate in questo libro derivano dalla con­
cezione generale del mutamento della politica internazio­
nale elaborata precedentemente.

2.1. La definizione di stato


Secondo la teoria dello stato cui ci riferiremo in que­
sto studio, lo stato è «un’organizzazione che fornisce pro­
tezione e (benessere) [...] in cambio di entrate fiscali»67.
Lo stato rappresenta il principale meccanismo tramite il
quale la società può fornire questi «beni pubblici» e supe­
rare il problema del free-rider1. Lo stato protegge il be­

6 D.C. North e R.P. Thomas, The Rise of thè Western World - A New Eco­
nomie History, Cambridge, Cambridge University Press, 1973, p. 6.
7 Un bene pubblico si considera quello «di cui tutti godono comunitariamen­
te, nel senso che il consumo individuale di tale bene non comporta una priva­
zione a carico di qualcun altro» (P.A. Samuelson, The Pure Theory o f Public Ex-
penditure, in «Review of Economics and Statistics», 36 (1954), p. 387). Free-rider
è un individuo che consuma un bene senza o con poche spese personali. Per un’ec­
cellente discussione dell’applicazione della teoria dei beni pubblici alle relazioni
internazionali si veda lo studio di J.A . Hart e P.F. Cowey, Theories o f Collective
Goods Reexamined, in «Western Politicai Quarterly», 30 (1977), pp. 351-362.

54
La natura del mutamento politico intemazionale

nessere dei suoi cittadini nei confronti di altri individui


e stati ponendo anche le basi per una soluzione delle di­
spute mediante la definizione e l’imposizione dei diritti
di proprietà8. Questi compiti sono essenziali a causa del­
la natura ubiquitaria del conflitto in un mondo di scarse
risorse.
In questo libro si concepiscono stato e società come
composti da individui e gruppi che, pur distinti tra loro,
si influenzano a vicenda. Lo stato, ovvero coloro che de­
tengono l’autorità, ha propri interessi. Il monarca assolu­
to o il politico contemporaneo hanno obiettivi personali
che cercano di raggiungere, il primo dei quali è mantene­
re in carica se stessi. Anche il più spietato dittatore deve
però soddisfare gli interessi di quei singoli e gruppi che
detengono insieme a lui il potere. Gruppi potenti pongo­
no restrizioni all’autorità statale e possono persino deter­
minarne le azioni. Essi formano la società che è protetta
dallo stato; è il loro particolare concetto di giustizia quel­
lo che si impone. La definizione e il funzionamento dei
diritti di proprietà tendono a favorire i loro interessi e
il loro benessere. Così, mentre lo stato in Unione Sovieti­
ca, negli Stati Uniti e in Sud Africa svolge le stesse fun­
zioni generali, sono molto diversi i singoli e i gruppi che
vengono beneficiati dagli stati. Benché il termine «stato»
sarà usato come se fosse un’entità autonoma, il lettore do­
vrà essere consapevole durante il corso del libro che il si­
gnificato da attribuirsi al termine è quello qui dato.
Il ruolo chiave svolto dai diritti di proprietà nel fun­
zionamento della società è stato espresso da uno studioso
nei seguenti termini:
I diritti di proprietà rappresentano uno strumento della società e
derivano la loro importanza dal fatto che servono a dar forma a quelle
aspettative che il singolo può ragionevolmente sostenere nei suoi rap­
porti con gli altri. Tali aspettative trovano espressione nelle leggi, ne­

8 La responsabilità dello stato ruota soprattutto intorno al cosiddetto pro­


blema delle economie esterne (ovvero l’erogazione di servizi o disservizi al sin­
golo per i quali non è previsto né pagamento né compensazione). W.J. Baumol,
Welfare Economics and thè Theory of thè State, Cambridge, Mass., Harvard Uni­
versity Press, 1965, pp. 24-36.

55
La natura del mutamento politico intemazionale

gli usi e costumi di una società. Il detentore dei diritti di proprietà


gode del consenso dei suoi concittadini ad agire in modo particolare.
Un proprietario si aspetta che la comunità impedisca ad altri di inter­
ferire con le sue azioni, a patto che queste azioni non siano proibite
nella specificazione dei suoi diritti9.

La delimitazione dei diritti di proprietà è necessaria


se la società vuole operare in modo efficace; i diritti di
proprietà servono a dare «il diritto di beneficiare o dan­
neggiare se stessi o gli altri. Danneggiare un concorrente
producendo prodotti migliori può essere permesso, ucci­
derlo no. Si può permettere di difendere se stessi spa­
rando ad un intruso, ma si può proibire di vendere al
di sotto di un prezzo minimo» 101. La natura e la distri­
buzione dei diritti di proprietà stabiliscono quindi quali
individui ricaveranno i massimi profitti e quali pagheran­
no i costi più alti rispetto al funzionamento dei diversi
tipi di istituzioni sociali. Per questo motivo la funzione
dello stato in politica interna consiste soprattutto nel de­
finire e proteggere i diritti di proprietà di individui e
gruppi.
La principale funzione esterna dello stato è quella di
proteggere i diritti di proprietà e la sicurezza personale
dei suoi membri rispetto ai cittadini e alle azioni di altri
stati. Per usare le parole di Ralph Dahrendorf, lo stato
è un «gruppo conflittuale». Sebbene esistano ovviamente
altri gruppi conflittuali (tribù, sindacati, feudi, gruppi di
guerriglieri, ecc.) l’essenza dello stato sta nella sua terri­
torialità n. All’interno del territorio che racchiude, lo sta­
to esercita il monopolio dell’uso legittimo della forza e in­
carna l’idea che ognuno in quel territorio è soggetto alla
stessa legge o insieme di regole. Nel territorio posto sotto
il suo controllo l’autorità dello stato è dunque considerata
superiore a quella di altri gruppi. Queste funzioni interne

9 H. Demsetz, Toward a Theory of Property Rights, in «American Econo­


mie Review, Paper and Proceedìngs», 57 (1967), p. 347.
10 Ibidem.
11 R. Dahrendorf, Class and Class Conflìct in Industriai Society, Stanford,
Stanford University Press, 1959, p. 290, trad. it. Classi e conflitto di classe nel­
la società industriale, Bari, Laterza, 1974.

56
La natura del mutamento politico intemazionale

ed esterne dello stato e la natura ultima della sua autorità


significano che esso è il principale attore nel sistema in­
ternazionale. Lo stato è sovrano per il fatto che non deve
rispondere a nessuna autorità superiore nella sfera inter­
nazionale. E lo stato stesso a definire e proteggere i dirit­
ti dei singoli e dei gruppi. I singoli non posseggono dirit­
ti se non quelli garantiti dallo stato; né godono di una
sicurezza che non sia quella fornita dallo stato. Se vuole
proteggere i suoi cittadini e i loro diritti, sia in assenza
di un’autorità superiore sia in un sistema competitivo di
stati, lo stato deve «pensare a se stesso» e guardare agli
altri stati come a potenziali minacce 12.
La tesi che lo stato (come qui concepito) sia il princi­
pale attore nelle relazioni internazionali non vuole negare
l’esistenza di altri attori singoli e collettivi. Come ha di­
mostrato in modo convincente Ernst Haas, gli attori nel­
le relazioni internazionali sono quelle entità in grado di
avanzare delle richieste in modo efficace; non si può sta­
bilire a priori chi o che cosa siano queste entità13. Lo
stato è comunque l’attore principale, poiché la natura dello
stato e la struttura delle relazioni interstatali sono i fatto­
ri più importanti che determinano il carattere delle rela­
zioni internazionali in un dato momento. Ciò non vuol
dire che gli stati debbano essere sempre gli attori princi­
pali, né che la natura dello stato debba essere sempre la
stessa e che lo stato-nazionale contemporaneo sia la for­
ma più alta di organizzazione politica. Nel corso della storia
stati e organizzazioni politiche hanno variato molto: tri­
bù, imperi, feudi, città-stato, ecc. Lo stato-nazionale è sto­
ricamente un prodotto piuttosto recente; il suo successo
è stato il frutto di una serie particolare di circostanze sto­
riche e niente ci assicura che queste condizioni continue­

12 «Pensare a se stesso» (in inglese Self-regarding) è la giusta espressione usata


da Kenneth Waltz, Theory o f International Politics, Reading, Mass., Addison-
Wesley, 1979, p. 91, trad. it. Teoria della politica intemazionale, Bologna, Il
Mulino, 1987. L ’idea che lo stato sia il principale attore nelle relazioni interna­
zionali è sostenuta con forza da Waltz (pp. 93-97).
13 E. Haas, Beyond thè Nation-State. Functionalism and International Orga-
nization, Stanford, Stanford University Press, 1964, p. 84.

57
L a natura del mutamento politico intemazionale

ranno a sussistere anche in futuro. Sarebbe comunque pre­


maturo suggerire (e ancor meno dichiarare, come fanno
molti autori contemporanei) che lo stato-nazionale è mor­
to o sta morendo.

2.2. Interessi e obiettivi dello stato


Gli stati in quanto tali non hanno in senso stretto de­
gli interessi, o ciò che gli economisti chiamano «funzioni
di utilità» né li hanno le burocrazie, i gruppi di interesse
o i cosiddetti attori sovranazionali. Si può dire che solo
gli individui, presi singolarmente e uniti tra loro in vari
tipi di coalizioni abbiano interessi14. In questa prospet­
tiva lo stato può essere considerato una coalizione di coa­
lizioni i cui obiettivi ed interessi sono il risultato della
distribuzione del potere e delle contrattazioni tra le di­
verse coalizioni che costituiscono la società allargata e l’é­
lite politica. Per usare le parole di Brian Barry15, la scel­
ta collettiva e la determinazione degli obiettivi politici sono
processi di coalizione1617.
Gli obiettivi e la politica estera degli stati sono deter­
minati innanzitutto dagli interessi dei loro membri o delle
coalizioni dominanti. Se si indaga la natura di questi inte­
ressi o obiettivi, ci si imbatte nella vecchia querelle, come
dice Stanley Hoffmann n, tra classici e moderni. I primi,
per lo più realisti, sostengono che la sicurezza nazionale
e il potere sono stati e continuano ad essere l’obiettivo pri­
mario degli stati. Gli altri replicano che, per quanto ciò
possa essere stato vero per il passato, nel mondo contem­
poraneo la stabilità economica interna e il benessere della
popolazione sono diventati gli obiettivi prioritari degli stati.

14 La coalizione è definita come «un gruppo di persone che lavorano insie­


me e che condividono alcuni, ma non tutti gli obiettivi». Anthony Downs, Insi­
de Bureaucracy, Boston, Little, Brown, p. 76.
15 B. Barry (a cura di), Power and Politicai Theory. Some European Perspec-
tives, London, John Wiley and Sons, 1976, p. 159.
16 R. Cyert e J.C . March, A Behavioral Theory o f thè Firm, Englewood
Cliffs, N .J., Prentice Hall, 1963, p. 28.
17 S. Hoffmann, Choice, in «Foreign Policy», 12 (1973), pp. 3-42.

58
L a natura del mutamento politico intemazionale

A nostro parere sia i classici sia i moderni hanno confu­


so i termini della questione. Entrambi i punti di vista par­
tono dal presupposto che si possa parlare di una gerarchia
di obiettivi per gli stati e che questi ultimi cerchino di mas­
simizzare questo o quel gruppo di interessi. Questi presup­
posti travisano il comportamento e i processi decisionali degli
stati (o, quanto a ciò, di qualsiasi attore). Ogni azione o
decisione richiede un compromesso, e lo sforzo per raggiun­
gere un obiettivo comporta inevitabilmente dei costi rispetto
a qualche altro obiettivo desiderato. Se i realisti sono per­
ciò nel giusto quando affermano che la sicurezza è un obiet­
tivo primario, nel senso che se non soddisfatto mette in pe­
ricolo gli altri, la realizzazione di quest’obiettivo comporta
il sacrificio di altri obiettivi e un costo reale per la società.
Analogamente, la massimizzazione degli sforzi per il raggiun­
gimento degli obiettivi economici e di ivelfare implica lo stor­
no di risorse dalla sicurezza nazionale. In un mondo in cui
le risorse scarseggiano e dove ogni beneficio comporta un
costo, le società scelgono raramente, o forse mai, tra can­
noni o burro, almeno sul lungo periodo.
Le analisi economiche moderne sostituiscono il concet­
to di curva d ’indifferenza alla nozione che gli individui (o
gli stati) posseggono una gerarchia di obiettivi, domande o
utilità. Le curve d’indifferenza cercano di spiegare come red­
diti, prezzi e gusti (così come i mutamenti di tali variabili)
influenzino la domanda e l’offerta di beni18. In partico­
lare, spiegano, secondo la legge della domanda, il modo
in cui i mutamenti delle condizioni di mercato (redditi e
prezzi ad esempio) incidono sulla quantità di merci de­
siderata 19. E difficile, se non impossibile, tracciare una

18 S.R. Waldman, Foundations of Politicai Action. An Exchange Theory o f Po-


litics, Boston, Little, Brown, 1972.
19 La cosiddetta legge della domanda è uno degli assunti più importanti che
stanno alla base dell’analisi economica. Essa stabilisce in effetti che «se il prezzo
di un bene o di un servizio diminuisce, ceteris paribus, la gente acquisterà di più
quel bene» (R.B. McKenzie e G. Tullock, The New World o f Economici, Home-
wood, 111., Richard D. Irwin, 1973, p. 15). E anche, ceteris paribus, se il reddito
relativo aumenta cresce la domanda di una merce. Questo incremento della do­
manda è limitato naturalmente dalla legge dell’utililità decrescente. Purtroppo per
le previsioni economiche del comportamento umano gli altri fattori non rimango­
no mai gli stessi e agli economisti manca una teoria, adeguata per prevedere va­
riazioni della domanda stessa (F.S.C. Northrop, The Logic o f thè Sciences and thè
Humanitìes, New York, Macmillan, 1947, p. 245).

59
L a natura del mutamento politico intemazionale

F ig . 2.Curve d ’indifferenza. Ciascuna curva rappresenta distribuzioni ugual­


mente desiderate dei due oggetti desiderati.
Ponte: adattata da J. Steinbruner, The Cyhemetìc Theory of Decìsion - New
Dimensions o f Politicai Analysis, Princeton, Princeton University Press, 1974,
p. 30.

curva d’indifferenza per un singolo e tanto più difficile


farlo per tutta una società e la sostituzione di questo tipo
d ’analisi alla nozione di gerarchia degli obiettivi contri­
buisce al chiarimento dei problemi posti dalla querelle
classici-moderni (cfr. la figura 2).
Le curve d’indifferenza si basano sull’assunto che i sin­
goli abbiano molteplici obiettivi e siano disposti ad accet­
tarne combinazioni variabili. Contrariamente all’idea di una
gerarchia di obiettivi che ponga l’accento sulla massimiz­
zazione, le curve d’indifferenza prevedono che i singoli
raggiungano dei compromessi e perseguano strategie «sod­

60
L a natura del mutamento politico intemazionale

disfacenti» piuttosto che tendenti alla massimizzazione20.


Ciò vuol dire che il singolo sarà soddisfatto da una qual­
siasi di un ampio numero di diverse combinazioni degli
obiettivi desiderati. Il singolo (o lo stato) non cercherà di
raggiungerne uno a discapito degli altri, ma cercherà di
trovare una posizione ottimale sull’insieme delle curve d’in­
differenza. Lo stato quindi non aspirerà a massimizzare
il potere (posizione classica) o il welfare (posizione moder­
na), ma si sforzerà di trovare una qualche combinazione
ottimale di entrambi gli obiettivi (come di altri) in una
misura che dipenderà dal reddito e dai costi.
Molte importanti implicazioni per gli studi delle rela­
zioni internazionali, e in particolare per la nostra analisi
del mutamento politico, derivano dal rilievo dato al con­
cetto di curva d’indifferenza. L ’inclinazione della curva,
innanzitutto, (ovvero la combinazione soddisfacente di
obiettivi) varia da una società all’altra, a seconda degli in ­
teressi specifici delle élite nazionali e dell’ambiente inter­
nazionale. Uno stato europeo continentale con potenti vi­
cini darà, ad esempio, molta più importanza ai problemi
della sicurezza di uno stato insulare con interessi econo­
mici globali come la Gran Bretagna nel X IX secolo o gli
Stati Uniti nel X X secolo21. E impossibile quindi stabi­
lire in termini generali quali combinazioni di interessi di
sicurezza, economici o ancora di altro tipo soddisferanno
gli stati.
Nel corso della storia gli stati e le élite dominanti hanno
perseguito un’ampia gamma di obiettivi politici, economi­
ci e ideologici. Nelle varie epoche la combinazione di obiet­
tivi è variata rispetto alle proporzioni dei vari insiemi di
obiettivi.

20 H.A. Simon, Models of Man. Social and Rational, New York, John Wi-
ley and Sons, 1957, p. 250.
21 Vale forse la pena di notare che quasi tutti coloro che sostengono che
il welfare economico ha preso il posto della sicurezza nella gerarchia degli obiettivi
statali sono americani. La posizione dei moderni non è in realtà così nuova,
ma è piuttosto una ripresa di quella che Arnold Wolfers e Laurence Martin
(a cura di), The Anglo-American Tradition in Foreign Affairs: Readings from Tho­
mas More to Woodrow Wilson, New Haven, Yale University Press, 1956) han­
no chiamato la tradizione anglosassone negli studi sulle relazioni internazionali.

61
L a natura del mutamento politico intemazionale

Il rapporto tra obiettivi legati alla sicurezza e obietti­


vi economici, per esempio, può variare a seconda di fat­
tori interni ed esterni. Obiettivi importanti in un’epoca
possono diventare relativamente irrilevanti in un’altra. Nel­
l’era moderna, ad esempio, gli obiettivi religiosi avevano
un peso notevole nella politica estera degli stati dell’Eu­
ropa occidentale22. In seguito alla rivoluzione francese le
ideologie politiche del liberalismo e del conservatorismo
sono diventate fattori decisivi per la politica estera. In que­
sti ultimi anni del X X secolo le ideologie e gli interessi
economici (come affermano i moderni) tendono sempre più
a diventare obiettivi importanti per gli stati; ma sono la
combinazione degli obiettivi e i compromessi, più che la
loro gerarchia, ad essere decisivi in un’analisi della politi­
ca internazionale.
L ’inclinazione della curva d’indifferenza di uno stato
può inoltre mutare a seconda dei mutamenti interni ed
esterni. La distribuzione del potere tra le coalizioni inter­
ne può variare nel tempo, e con essa può variare la com­
binazione di interessi o obiettivi della politica estera di
uno stato. L ’élite dominante può desiderare, ad esempio,
di rivedere questa combinazione a favore degli obiettivi
della sicurezza. Così come è possibile che l’inclinazione
della curva d’indifferenza muti a causa di cambiamenti eco­
nomici, tecnologici o ambientali che alterano i costi di uno
o più obiettivi. Un’innovazione militare o tecnologica, ad
esempio, può ridurre considerevolmente il costo e far cre­
scere i vantaggi di una conquista territoriale incoraggian­
do quindi l’espansione militare.
In terzo luogo, poi, la curva d’indifferenza scelta da
uno stato è in una certa misura una funzione della jric-
chezza e del potere della società. Con l’aumentare della
ricchezza e del potere di una società la curva d’indiffe­

22 In tutte le epoche gli interessi religiosi sono stati tra gli obiettivi pri­
mari degli stati e di altre collettività. Ciò è dovuto al fatto che gli attori erano
intere civiltà con concezioni religiose diverse e contrastanti. L ’epoca moderna
è stata unica sotto questo aspetto. L ’uomo moderno ha cercato di sostituire
alla passione religiosa ideologie economiche e politiche. I recenti avvenimenti
in Iran potrebbero però indicare un ritorno al conflitto religioso.

62
La natura del mutamento polìtico intemazionale

renza si sposta verso Lestemo.. Ciò vuol dire che un in­


cremento delle risorse e del potere dello stato comporterà
uno spostamento da I, a I2. Uno stato più ricco e più po­
tente (fino al punto di utilità decrescente) sceglierà un pac­
chetto più ampio di obiettivi legati alla sicurezza e al wel-
fare di uno stato meno ricco e meno potente (si dice che
il confine delle possibilità di produzione si è spostato ver­
so l’esterno). Ne consegue che la ridistribuzione della ric­
chezza e del potere a favore di un dato stato in un siste­
ma internazionale tende a stimolare lo stato a perseguire
un più ampio pacchetto di obiettivi legati alla sicurezza
e al welfare.
Una variazione dei costi relativi degli obiettivi perse­
guiti o della capacità dello stato di raggiungere tali obiet­
tivi tende a provocare un mutamento nel comportamento
dello stato. Una variazione dei costi relativi degli obietti­
vi di sicurezza e di welfare o un mutamento del potere
e della ricchezza di uno stato provocano di solito un cor­
rispondente mutamento della politica estera dello stato. La
spiegazione del mutamento politico internazionale è costi­
tuita in larga misura dal render conto degli spostamenti
delle inclinazioni e delle posizioni delle curve d’indiffe­
renza degli stati e anche degli obiettivi specifici della po­
litica estera. In generale, gli obiettivi degli stati sono di
tre tipi.
Nel corso della storia uno dei principali obiettivi sta­
tali è stato la conquista di territorio per promuovere inte­
ressi economici, interessi legati alla sicurezza ed interessi
di altro tipo. Sia attraverso l’assoggettamento imperiali­
stico di altri popoli sia con l’annessione di territori limi­
trofi gli stati, in tutte le epoche, hanno cercato di allarga­
re il proprio controllo sul territorio e, implicitamente, sul
sistema internazionale. Per questo motivo una teoria del
mutamento politico internazionale deve comprendere ne­
cessariamente anche una teoria dell’imperialismo e dell’in­
tegrazione politica.
Prima dell’epoca moderna, e in particolare prima della
Rivoluzione Industriale, la conquista territoriale rappresen­
tava lo strumento primario con cui un gruppo o uno stato

63
La natura del mutamento politico intemazionale

poteva accrescere la propria sicurezza o ricchezza. In un’era


caratterizzata da una tecnologia relativamente stabile e da
bassi incrementi di produttività sia in agricoltura che nel­
la produzione industriale un gruppo o stato poteva accre­
scere nel modo migliore la propria ricchezza o il proprio
potere aumentando il suo controllo sul territorio e assog­
gettando altri popoli. Fino alla rivoluzione tecnologica della
fine del XVIII secolo, infatti, la distribuzione internazio­
nale del territorio coincideva per lo più con la distribu­
zione del potere e della ricchezza. Benché questa stretta
interdipendenza sia mutata con il moderno progresso tec­
nologico in campo industriale e militare, è ovvio che il
controllo del territorio è ancora un importante obiettivo
della politica di gruppi e stati.
Il secondo obiettivo degli stati è quello di accrescere
la loro influenza sulla condotta degli altri stati. Con il ri­
corso alle minacce e alla coercizione, la formazione di al­
leanze e la creazione di sfere d’influenza esclusive, gli stati
cercano di creare, un ambiente politico internazionale e una
regolazione del sistema che permettano di soddisfare i lo­
ro interessi politici, economici ed ideologici. Un altro aspet­
to del processo di mutamento politico internazionale ri­
guarda quindi gli sforzi degli stati (o, ancora una volta,
dei gruppi) per esercitare il controllo sul comportamento
di altri attori del sistema internazionale.
Il terzo obiettivo degli stati, che diventa sempre più
importante nel mondo moderno, consiste nel controllare
o almeno nell’influenzare l’economia mondiale o quella che
più propriamente può essere chiamata la divisione inter­
nazionale del lavoro. Naturalmente non si può isolare co­
si facilmente quest’obiettivo dai primi due. Sia il control­
lo del territorio sia il dominio politico di uno stato sul­
l’altro hanno profonde conseguenze sulle relazioni econo­
miche internazionali. Con l’emergere però di un’economia
internazionale di mercato nel XVII secolo, e con la sua
estensione a tutto il globo nel X IX secolo, il potere di
mercato o potere economico è diventato esso stesso uno
degli strumenti primari con cui gli stati cercano di orga­
nizzare e manipolare a loro vantaggio la divisione inter­
nazionale del lavoro.

64
La natura del mutamento politico intemazionale

Nel mondo moderno la divisione internazionale del la­


voro è diventata un fattore decisivo per la ricchezza, la
sicurezza e il prestigio degli stati; l’organizzazione e la ge­
stione dell’economia mondiale sono diventati importanti
obiettivi degli stati. Le ragioni di scambio, il flusso delle
risorse (capitali, tecnologie, prodotti) e la natura del siste­
ma monetario internazionale rappresentano oggi interessi
primari per la politica dello stato. La distribuzione del po­
tere economico e le regole che governano i regimi econo­
mici internazionali costituiscono quindi punti critici del pro­
cesso di mutamento politico internazionale23.
In particolare, per la creazione e la gestione dell’eco­
nomia mondiale interdipendente, è stato necessario indi­
viduare e far rispettare su larga scala diritti di proprietà
individuali. La progressiva estensione di questi diritti in­
dividuali (o di impresa dal punto di vista geografico e dal
settore relativamente semplice delle relazioni commerciali
all’arena più complessa degli investimenti esteri è diven­
tata una caratteristica centrale delle relazioni internazio­
nali nel mondo moderno. L ’idea che il cittadino di un da­
to paese possa esercitare i propri diritti di proprietà oltre
i confini nazionali è una caratteristica rivoluzionaria del
mondo moderno, specialmente nella scala in cui ciò av­
viene negli anni Ottanta. La determinazione delle regole
che governano tali diritti ha rappresentato un aspetto im­
portante del cambiamento politico internazionale.
Tra questi obiettivi i più importanti sono quelli che
uno stato considera i propri interessi vitali e per i quali
è disposto ad affrontare una guerra. Benché il concetto
di interesse vitale sia impreciso e la sua definizione possa
variare in seguito a cambiamenti economici, tecnologici o
politici, ogni stato considera la salvaguardia di certi inte­
ressi di primaria importanza per la propria sicurezza. Co­
si, ad esempio, la Gran Bretagna nel corso di tre secoli
ha combattuto diverse guerre per difendere l’indipenden­
za dei Paesi Bassi contro potenze ostili. A partire dalla

23 R.O. Keohane e J.S . Nye, Power and Interdependence. World Politici in


Tramition, Boston, Little, Brown, 1977.

65
La natura del mutamento politico intemazionale

seconda guerra mondiale l’Europa orientale e quella occi­


dentale vengono considerate da tutte le parti interessate
come zone di vitale interesse per PUnione Sovietica e gli
Stati Uniti rispettivamente. Nonostante la sua imprecisio­
ne, perciò, il concetto di interesse vitale24 resta impor­
tante per capire la politica estera di uno stato:
Fin quando le relazioni internazionali continueranno a basarsi sulla
forza il potere rimarrà l’obiettivo primario dell’ambizione nazionale.
Ne risulta un circolo vizioso. Quando un leader politico dice che la
guerra è necessaria per gli interessi vitali del suo paese ciò che in ge­
nere intende dire è che la guerra è necessaria per acquisire o evitare
di perdere qualche fattore della forza nazionale. L ’interesse è vitale
solo nel senso che è vitale per il successo in guerra. L ’unico fine tanto
vitale da giustificare una guerra è quello che nasce dalla prospettiva
dalla guerra stessa 25

2.3. La natura del sistema intemazionale


Gli stati creano sistemi sociali, politici ed economici
a livello internazionale per promuovere particolari interessi.
Naturalmente essi non esercitano un controllo completo
su questo processo. Una volta creato, lo stesso sistema in­
ternazionale esercita la sua influenza sul comportamento
dello stato; influenza cioè il modo in cui singoli, gruppi
e stati cercano di raggiungere i loro obiettivi. Il sistema
internazionale stabilisce quindi una serie di costrizioni e
di opportunità all’interno delle quali i gruppi di singoli
e gli stati cercano di affermare i loro interessi.
Il termine «sistema internazionale» è in sé ambiguo.
Copre un arco di fenomeni che va dagli sporadici contatti
tra gli stati alle strettissime relazioni esistenti nell’Europa
della fine del X IX secolo. Prima dell’era moderna non esi­
steva un unico sistema internazionale, ma solo diversi si­
stemi internazionali, con scarsi contatti o addirittura nes­
sun contatto tra di loro. Ad eccezione quindi del mondo

24 M. Wight, Power Politics, a cura di H. Bull e C. Holbraad, London,


Penguin Books, 1979, pp. 95-99.
25 R.G. Hawtrey, Economie Aspects o f Sovereignity, London, Longmans,
Green, 1952, p. 19.

66
La natura del mutamento politico intemazionale

moderno non si può parlare effettivamente di sistema in­


ternazionale. In quest’opera si userà il termine «sistema
internazionale» sia per i sistemi compartimentalizzati del
passato che per il sistema universale della nostra epoca.
Questa definizione di sistema internazionale è la ver­
sione modificata della definizione di Robert Mundell e Ale­
xander Swoboda: «Un sistema rappresenta un’aggregazio­
ne di diverse entità legate da regolare interazione secon­
do una certa forma di controllo»26. In base a questa de­
finizione un sistema internazionale presenta tre aspetti pri­
mari. In primo luogo, ci sono le «entità diverse» che pos­
sono essere processi, strutture, attori o anche attributi degli
attori. In secondo luogo, il sistema è caratterizzato da
un’«interazione regolare» che può variare in maniera con­
tinua passando da contatti infrequenti ad una forte inter­
dipendenza degli stati. Terzo, esiste una qualche «forma
di controllo» che regola il comportamento e può compren­
dere sia regole informali del sistema che istituzioni for­
mali. E sottinteso, inoltre, che il sistema sia dotato di con­
fini che lo separano da altri sistemi e da un ambiente più
vasto. Consideriamo ora ogni aspetto in maniera più det­
tagliata.

Entità diverse. Come si è detto prima, le entità o atto­


ri principali sono gli stati, benché altri attori di natura
sovranazionale o internazionale possano svolgere ruoli im­
portanti in determinate circostanze. La natura dello stato
stesso muta col tempo e il carattere del sistema interna­
zionale è determinato in gran parte dal tipo di stato-attore:
città-stato, imperi, stati nazionali, ecc. Uno dei compiti
fondamentali di una teoria del mutamento politico inter­
nazionale è quello di analizzare i fattori che influenzano
il tipo di stato caratteristico di una data epoca e di un
determinato sistema internazionale.

26 R. Mundell e A .K. Swobo (a cura di), Monetary Prohlems of thè Interna­


tional Economy, Chicago, University of Chicago Press, 1969, p. 343.
Devo ringraziare Edward Morse per aver richiamato la mia attenzione su
questa definizione.

67
La natura del mutamento politico internazionale

Interazioni regolari. Ogni sistema è caratterizzato da di­


versi tipi di interazioni tra i suoi elementi. La natura, re­
golarità e intensità di queste interazioni variano enorme­
mente a seconda dei diversi sistemi internazionali. Le in­
terazioni tra gli attori di un sistema possono andare dal
conflitto armato intermittente agli alti livelli di interdi­
pendenza economica e culturale che caratterizzano il mondo
moderno. Le relazioni diplomatiche, militari, economiche
e di altro tipo tra gli stati permettono il funzionamento
del sistema internazionale.
Nel mondo moderno queste interazioni tra gli stati so­
no diventate sempre più intense e organizzate, soprattut­
to in seguito ai rivoluzionari progressi compiuti nel cam­
po dei trasporti e delle comunicazioni. Le relazioni di­
plomatiche, culturali e le alleanze tra gli stati sono state
istituzionalizzate e vengono governate da regole su cui c’è
un accordo formale. L ’interdipendenza economica, in par­
ticolare, o ciò che può essere chiamata la divisione inter­
nazionale del lavoro, si è sviluppata al punto che i rap­
porti commerciali e monetari e gli investimenti esteri so­
no tra i tratti più importanti del sistema internazionale
nel mondo contemporaneo. L ’evoluzione e il funzionamen­
to della divisione internazionale del lavoro sono diventa­
ti aspetti critici del processo di mutamento della politica
internazionale. '

Forma di controllo. L ’aspetto indubbiamente più con­


troverso della definizione del termine «sistema internazio­
nale» qui usata è la nozione di controllo sul sistema. E
opinione prevalente tra gli studiosi di scienze politiche che
l’essenza delle relazioni internazionali consista precisamente
nell’assenza di controllo. Si dice che la politica interna­
zionale, diversamente da quella interna, è in una situazio­
ne di anarchia. Non esiste autorità o controllo sul com­
portamento degli attori e molti studiosi credono che il par­
lare di controllo del sistema internazionale sia una con­
traddizione in termini. Questo problema così centrale per
il tipo di analisi qui condotta merita un trattamento più
esteso di altri aspetti del sistema internazionale.

68
La natura del mutamento politico intemazionale

T a b . 1. Meccanismi di controllo (componenti del sistema)

Interni Internazionali

Governo “ Dominio delle grandi potenze h


Autorità Gerarchia di prestigio
Diritti di proprietà Divisione del territorio
Legge Regole del sistema
Economia interna Economia internazionale

“ Basato sulla distribuzione del potere tra gruppi interni, coalizioni, classi, ecc.
* Basato sulla distribuzione del potere tra gli stati del sistema.

La tesi di questo studio è che le relazioni tra gli stati


siano caratterizzate da un grado elevato di ordine e che,
sebbene il sistema internazionale sia un sistema anarchico
(mancando cioè un’autorità formale di governo), esso eser­
citi una forma di controllo sul comportamento degli
stati27. La natura e l’estensione di questo controllo sono
diversi però dalla natura e dall’estensione del controllo che
la società nazionale esercita sul comportamento dei singo­
li. E possibile comunque individuare delle analogie nei mec­
canismi di controllo dei sistemi interni e di quelli inter­
nazionali (cfr. la tabella 1).
Quando si parla di controllo sul sistema internaziona­
le questo termine va inteso come «controllo relativo» o
«ricerca del controllo». Nessuno stato è mai riuscito a con­
trollare completamente un sistema internazionale; e, quanto
a ciò, nessun governo nazionale, nemmeno il più totalita­
rio, è mai riuscito a sottoporre completamente al suo con­
trollo la società nazionale. Il grado di controllo varia an­
che a seconda degli aspetti delle relazioni internazionali
e nel corso del tempo28. Se un gruppo o uno stato
avessero il pieno controllo di una società non ci potreb­
be essere cambiamento. In realtà, è proprio perché le forze
economiche, politiche e tecnologiche sfuggono al control­

27 H. Bull, The Anarchìcal Society. A Study of Order in World Politics,


New York, Columbia University Press, 1977; O. Young, Anarchy and Social
Choice: Reflections on thè International Polity, in «World Politics» 30 (1978),
pp. 241-263.
28 R.O. Keohane e J.S . Nye, Power and Interdependence, cit., p. 31.

69
La natura del mutamento politico intemazionale

lo di gruppi e stati dominanti che si verifica il cambia­


mento.
Il controllo o il governo del sistema internazionale è
una funzione di tre fattori. In primo luogo, il governo dei
sistemi si basa sulla distribuzione del potere tra le coali­
zioni politiche. Nella società nazionale queste coalizioni
sono innanzitutto delle classi, dei ceti, o dei gruppi d’in­
teresse, e la distribuzione del potere tra queste entità co­
stituisce un aspetto importante del governo della società
nazionale. Nella società internazionale la distribuzione del
potere tra coalizioni di coalizioni (o stati) stabilisce chi
governa il sistema internazionale e quali interessi vengo­
no favoriti dal funzionamento del sistema.
Per usare le parole di E.M. Carr, «il governo interna­
zionale è, in effetti, governo da parte di quello stato (di
quegli stati) che possiede (posseggono) il potere necessa­
rio per poter governare»29. In ogni sistema internaziona­
le le potenze dominanti nella gerarchia internazionale del
potere e del prestigio organizzano e controllano i processi
di interazione tra gli elementi del sistema. O, come dice
Raymond Aron, «la struttura dei sistemi internazionali è
sempre oligopolista. In ciascun periodo gli attori principali
hanno determinato il sistema più che essere determinati
da esso»30. Questi stati dominanti hanno cercato di eser­
citare il proprio controllo sul sistema per portare avanti
i propri interessi egoistici.
Nel corso della storia tre forme di controllo o tipi di
struttura hanno caratterizzato i sistemi internazionali. La
prima struttura è quella imperiale o egemonica: un singo­
lo stato molto potente controlla o domina gli stati più pic­
coli del sistema. Questo tipo di sistema era in effetti quello
più diffuso almeno fino all’epoca moderna, per cui gli stu­
diosi di relazioni internazionali hanno parlato di propen­

29 E.H . Carr, The Twenty Years' Crisis, cit., p. 107.


30 R. Aron, Peace and War. A Theory o f International Relations, Garden
City, N .Y ., Doubleday, 1966, p. 95, trad. it. Pace e guerra tra le nazioni, Mila­
no, Edizioni di Comunità, 1970.

70
La natura del mutamento politico intemazionale

sione di ogni sistema internazionale ad evolvere in dire­


zione di un impero universale. La seconda struttura è una
struttura bipolare in cui due stati potenti controllano e
regolano le interazioni all’interno delle rispettive sfere d’in­
fluenza e tra di esse. Malgrado importanti eccezioni, tali
sistemi sono sempre stati tendenzialmente ..instabili e di
durata relativamente breve. Il terzo tipo di struttura è un
equilibrio di potenza (balance of power), nel quale tre o
più stati controllano le azioni reciproche attraverso mano­
vre diplomatiche, variazioni di alleanze e conflitti aperti.
L ’esempio classico di questo tipo di sistema è, naturalmen­
te, l’equilibrio di potenza europeo che si può dire vada
dal Trattato di Vestfalia (1648) alla vigilia della prima guer­
ra mondiale (1914).
La distribuzione del potere tra gli stati costituisce la
principale forma di controllo di ogni sistema internazio­
nale. Gli stati e gli imperi dominanti in ogni sistema
internazionale organizzano e mantengono la rete di rap­
porti politici, economici e di altro tipo all’interno del
sistema e particolarmente nelle rispettive sfere d’influen­
za. Sia da soli che nell’interazione reciproca quegli stati
che storicamente sono stati considerati grandi potenze e
che oggi vengono chiamati superpotenze creano e impon­
gono le regole e i diritti fondamentali che influenzano
il comportamento proprio e degli stati meno importanti
del sistema.
La seconda componente del governo di un sistema
internazionale è rappresentata dalla gerarchia del presti­
gio tra gli stati. Nelle relazioni internazionali il prestigio
è l’equivalente funzionale del ruolo dell’autorità nella po­
litica interna. Al pari del concetto di autorità quello di
prestigio è strettamente legato, anche se da esso distin­
to, a quello di potere. Secondo la definizione di Max
Weber, il potere è la probabilità che un attore all’inter­
no di un rapporto sociale sia in una posizione tale da
realizzare i propri intenti nonostante le resistenze e in­
dipendentemente dalle basi su cui si fonda questa proba­
bilità. L ’autorità (o il prestigio) è la «probabilità che un

71
L a natura del mutamento politico intemazionale

ordine provvisto di uno specifico contenuto venga ese­


guito da un dato gruppo di persone»31. Sia il potere che
il prestigio fanno sì che gli stati meno importanti del
sistema obbediscano agli ordini di uno o più stati domi­
nanti.
Il prestigio, come l’autorità, ha una base morale e
funzionale32. Gli stati più piccoli del sistema internazio­
nale accettano in una certa misura la leadership degli sta­
ti più potenti, in parte perché approvano la legittimità
e l’utilità dell’ordine esistente. In generale, essi preferi­
scono la certezza dello status quo alle incertezze del cam­
biamento. Inoltre le élite dominanti e le coalizioni di sta­
ti subordinati formano spesso delle alleanze con le poten­
ze dominanti e identificano i loro valori ed interessi con
quelli delle stesse potenze dominanti. Imperi e stati do­
minanti garantiscono i beni di utilità pubblica (sicurezza,
ordine economico, ecc.), per cui gli altri stati hanno inte­
resse a seguire la loro guida.
Ogni stato dominante, infine, e in particolar modo un
impero, diffonde una religione o una ideologia che giusti-
fica il suo dominio su altri stati del sistema. In breve,
si può dire che numerosi fattori, inclusi il rispetto reci­
proco e il comune interesse, costituiscono il fondamento
del prestigio di uno stato e della legittimità del suo do­
minio. In ultima analisi, comunque, la gerarchia del pre­
stigio, in un sistema internazionale, si basa sul potere eco­
nomico e militare.
Il prestigio è la reputazione di cui si gode per il po­
tere che si possiede, per quello militare in particolare.
Mentre il potere si riferisce alle capacità economiche, mi­
litari e di altro tipo di uno stato, il prestigio è collegato
innanzitutto alle percezioni che altri stati hanno della forza
di uno stato e della sua capacità e determinazione ad
esercitare il potere. Nel linguaggio della teoria strategi­
ca contemporanea il prestigio implica la credibilità del po­

31 R. Dahrendorf, Class and Class Conflicts in Industriai Society, cit.


32 E.H . Carr, The Twenty Years’ Crisis, cit., p. 236.

72
La natura del mutamento politico intemazionale

tere di uno stato e la sua determinazione a dissuadere


altri stati o ad imporsi su di loro per raggiungere i pro­
pri obiettivi. Potere e prestigio sono due cose diverse,
e, come si dirà più avanti, il fatto che l’attuale distribu­
zione del potere e la gerarchia del prestigio possano en­
trare talvolta in conflitto costituisce un importante fatto­
re di cambiamento nella politica internazionale.
Il prestigio, più che il potere, è la moneta corrente
nelle relazioni internazionali, come l’autorità è l’elemen­
to regolatore nella società nazionale. Come dice E.H. Carr,
il prestigio è «estremamente importante», perché «se la
vostra forza è riconosciuta, non avrete bisogno di usarla
per raggiungere i vostri obiettivi»33. Per questo motivo
nei rapporti diplomatici e nella soluzione dei conflitti tra
gli stati si ricorre in effetti di rado ad un uso esplici­
to della forza o a minacce dirette. I negoziati tra gli sta­
ti e i risultati di tali trattative sono determinati princi­
palmente dal prestigio relativo delle parti in causa. Con
ciò però si riconosce implicitamente che una difficoltà
insuperabile al tavolo delle trattative potrebbe portare
ad una decisione sul campo di battaglia34. Per questo le
epoche di relativa pace e stabilità sono state quelle nel­
le quali la gerarchia di prestigio era chiara e incontesta­
ta. Un indebolimento di tale gerarchia unito ad ambigui­
tà nella sua interpretazione prelude ad epoche di lotte
e conflitti.
Il ruolo centrale del prestigio nel mettere ordine e far
funzionare il sistema internazionale è ben espresso nel se­
guente brano di Ralph Hawtrey:
Se è vero che la guerra rappresenta un’interruzione tra due periodi
di pace, è anche vero che la pace è un intervallo tra due guerre. Ciò
non è solo un gioco di parole. Ha anche un significato molto concre­
to. Guerra significa imposizione con la forza del più forte sul più de­
bole. Se la forza relativa è nota, una prova di forza è superflua; il
più debole si arrenderà al più forte senza sottoporsi alle tribolazioni
di un conflitto per giungere ad una conclusione nota fin dall’inizio.

33 Citato in Wight, Power Polìtici, cit., p. 98.


34 H. Kissinger, The Necessity for Choice. Prospects of American Foreign Po-
licy, New York, Harper and Row, 1961, p. 170.

73
L a natura del mutamento politico intemazionale

La reputazione di forza di uno stato è quello che diciamo prestigio.


Un paese acquista prestigio con il possesso del potere economico'e mi­
litare. Questo è in parte un dato di fatto e in parte una questione
di opinione. Se fosse verificabile e misurabile con esattezza, si potreb­
bero sempre avere dei conflitti di prestigio anziché dei conflitti di for­
za. Ma non è possibile misurare con esattezza né la ricchezza di un
paese né il suo grado di mobilità, e, anche se si conoscesse con preci­
sione la forza militare, ci sono pur sempre fattori imponderabili di cui
tener conto, le doti militari degli uomini, l’abilità dei leader, l’effi­
cienza dell’amministrazione e, ultimo fattore ma non meno importan­
te, la pura fortuna. Ne consegue un ampio margine di errore. Il pre­
stigio non dipende solo dalle previsioni, ma in parte da deduzioni in­
dirette. In un conflitto diplomatico è probabile che il paese che cede
perda prestigio, poiché il fatto di cedere è considerato dal resto del
mondo una prova di debolezza cosciente. Le componenti visibili del
potere non rivelano tutto e nessuno meglio delle autorità che governa­
no il paese stesso può giudicare le componenti invisibili. Se mostrano
un bisogno di fiducia la gente ne dedurrà l’esistenza di qualche moti­
vo nascosto di debolezza.
Se ciò fa diminuire il prestigio del paese, ogni futuro conflitto di­
plomatico ne è compromesso. E se tale conflitto riguarda questioni so­
stanziali, è probabile che il fallimento significhi una diminuzione della
forza materiale.
Un declino del prestigio è perciò temibile. Ma in ultima analisi il
prestigio significa reputazione di forza in guerra e i dubbi a proposito
possono essere dissipati solo dalla guerra stessa. Un paese entrerà in
conflitto solo se convinto che il suo prestigio diplomatico non equivale
alla sua forza reale. La prova in guerra è un fatto eccezionale, mentre
il conflitto di forze nazionali si verifica di continuo. Ciò è inerente
alla anarchia internazionale33.

Diversi aspetti di questa eccellente esposizione meri­


tano la nostra attenzione. In primo luogo, il prestigio, seb­
bene sia una funzione delle capacità economiche e milita­
ri, si acquisisce innanzitutto con un buon uso del potere,
e in particolar modo vincendo una guerra. I membri più
dotati di prestigio del sistema internazionale sono quegli
stati che hanno più recentemente usato con successo il po­
tere economico e militare riuscendo così ad imporre la pro­
pria volontà sugli altri. In secondo luogo, sia il potere che
il prestigio sono in ultima analisi imponderabili; non è pos­
sibile infatti alcuna previsione a priori. Li si conosce solo35

35 R.G. Hawtrey, Economie Aspects of Sovereignty, London, Longmans,


Green, 1952, pp. 64-65.

74
L a natura del mutamento politico intemazionale

una volta sottoposti a verifica, specialmente sul campo di


battaglia. Terzo, una delle funzioni principali della guer­
ra, e in particolare di quella che chiameremo guerra per
l’egemonia è di stabilire la gerarchia internazionale del pre­
stigio e quindi anche quali stati domineranno effettivamente
il sistema internazionale.
Il ruolo critico del prestigio nel mettere ordine e far
funzionare il sistema internazionale è importante ai fini
della nostra analisi del processo di cambiamento politico
internazionale. L ’ipotesi di Hawtrey è che possa sorgere,
ed effettivamente con il tempo ciò accade, una incongruen­
za tra la gerarchia di prestigio esistente e la distribuzione
del potere tra gli stati36. Ovvero le percezioni del pre­
stigio sono in ritardo rispetto ai cambiamenti che si sono
verificati nelle effettive capacità di uno stato. Di conse­
guenza il governo del sistema comincia ad indebolirsi non
appena le percezioni si adeguano alla realtà di potere. Lo
stato prima dominante è sempre meno in grado di impor­
re la sua volontà sugli altri e/o di proteggere i suoi inte­
ressi. Lo stato o gli stati in ascesa all’interno del sistema
chiedono con sempre maggiore insistenza dei cambiamen­
ti del sistema che riflettano la nuova situazione di potere
e i loro interessi insoddisfatti. Si supera infine la situa­
zione di stallo e si decide chi governerà il sistema attra­
verso un conflitto armato.
Si sostiene spesso che nel mondo contemporaneo il suc­
cesso economico ha sostituito per lo più quello politico
e militare come base del prestigio internazionale. Si cita­
no il Giappone e la Germania occidentale quali esempi
insigni di potenze sconfitte che hanno riconquistato posi­
zioni internazionali di prim’ordine grazie a delle econo­
mie molto forti; nel settore del commercio internazionale,
degli investimenti esteri- e degli affari monetari interna­

36 L ’idea di una contraddizione tra prestigio e distribuzione del potere ri­


sale a Max Weber e su di essa hanno richiamato l’attenzione di recente J. Gal-
tung, A Structural Theory of Aggression, in «Journal of Peace Research», 1 (1964),
pp. 95-119; M. Haas, International Conflict, Indianapolis, Bobbs-Merrill, 1974
e M.D. Wallace, War and Rank Among Nations, Lexington, Mass., D.C. Heath,
1973.

75
La natura del mutamento politico intemazionale

zionali queste due nazioni esercitano oggi una forte in­


fluenza in tutto il mondo. Questo è vero; ma bisogna fa­
re qualche altra considerazione. Primo, l’importanza attri­
buita al potere economico è coerente con la definizione
data nel libro, secondo la quale il prestigio si fonda sulle
capacità dello stato37. Secondo, il Giappone e la Germa­
nia occidentale hanno aumentato il loro prestigio in parte
perché sono stati in grado di trasformare le loro risorse
economiche in potere militare. Terzo, come ho sostenuto
altrove, il potere economico può svolgere il ruolo che svolge
nel mondo contemporaneo per la natura dell’ordine eco­
nomico e politico creato e difeso innanzitutto dagli Stati
U niti38.
In definitiva, si può dire che la legittimità del «diritto
a comandare» di una grande potenza si basa su tre fatto­
ri. Primo, sulla vittoria nell’ultima guerra per l’egemonia
e sulla comprovata capacità di imporre il suo volere sugli
altri stati; i trattati che definiscono lo status quo interna­
zionale e provvedono alla costituzione dell’ordine ufficia­
le hanno autorità solo perché riflettono questa realtà. Se­
condo, il governo della potenza dominante viene spesso
accettato perché fornisce certi beni di utilità pubblica, come
un ordine economico che reca vantaggi o la sicurezza in­
ternazionale. Terzo, la posizione della potenza dominante
può essere sostenuta da valori ideologici, religiosi o di al­
tro tipo che sono comuni ad una serie di stati. A diffe­
renza però della situazione delle società nazionali questi
ultimi due fattori sono di solito deboli o inesistenti39.

37 R.G . Hawtrey, Economìe Aspects of Sovereignty, cit., p. 71.


38 R. Gilpin, U.S. Power and thè Multinational Corporation, New York, Basic
Books, 1975.
39 Questa concezione di legittimità ha ben poco a che fare con la giustizia
nel sistema. Benché i singoli stati cerchino giustizia per se stessi, vanno molto
raramente oltre i propri interessi egoistici per promuovere un sistema giusto.
Per delle visioni contrastanti del ruolo della giustizia nella politica mondiale
tre libri recenti sono degni di nota: C. Beitz, Politicai Theory and International
Relations, Princeton, Princeton University Press, 1979; H. Bull, The Anarchical
Society. A Study o f Order in World Polìtici, New York, Columbia University
Press, 1977 (in particolare il cap. IV) e R.A. Falk, This Endangered Pianeti Pros-
pects and Proposals for Human Survival, New York, Random House, 1971.

76
La natura del mutamento politico intemazionale

Oltre alla distribuzione del potere e alla gerarchia di


prestigio, la terza componente del governo di un sistema
internazionale è data da una serie di diritti e regole che
governano o almeno influenzano le interazioni tra gli
stati40. Per quanto ne sappiamo, gli stati hanno sempre
riconosciuto certe regole del sistema, benché in qualche
caso queste regole fossero molto primitive. Esse andava­
no dalle semplici intese riguardo alle sfere d’influenza al­
lo scambio di ambasciatori e alle relazioni commerciali fi­
no all’elaborata codificazione del diritto internazionale nella
nostra epoca.
Ogni sistema d’interazione umana richiede un insieme
minimo di regole e il mutuo riconoscimento dei diritti.
Il bisogno di regole e diritti nasce dalla basilare condizio­
ne umana di scarsità di risorse materiali e dal bisogno di
ordine e di prevedibilità nelle vicende umane. Per ridurre
al minimo i conflitti provocati dalla distribuzione degli scar­
si beni e per facilitare la cooperazione fruttuosa tra i sin­
goli, ogni sistema sociale crea regole e leggi che regola­
mentino il comportamento. Ciò vale sia per i sistemi in­
ternazionali che per i sistemi politici nazionali41.
In generale si può dire che le regole che interessano
le interazioni tra gli stati coprono tre ampi settori. In primo
luogo, si riferiscono al comportamento diplomatico e ai rap­
porti politici tra gli stati. In alcuni sistemi primitivi le re­
gole possono essere davvero rudimentali. Nel mondo mo­
derno tali materie sono istituzionalizzate e regolate da ela­
borati codici legali. In secondo luogo, vi possono essere
determinate leggi di guerra. Ciò vale in particolare nel caso
di stati che hanno in comune una religione o una civiltà.
Nel mondo moderno, sotto l’influenza della civiltà occi­
dentale, il codice bellico, che include il trattamento dei
prigionieri e i diritti dei paesi neutrali, è diventato estre­
mamente complicato e viene di frequente violato. Terzo,

40 S. Hoffmann, International Systems and International Law, in S. Hoff-


mann (a cura di). The State of War. Essays on thè Theory and Practice of Inter­
national Polìtics, New York, Praeger, 1965, pp. 88-122.
41 H. Bull, The Anarchical Society, cit., pp. 46-51.

77
La natura del mutamento politico intemazionale

le regole di un sistema comprendono i rapporti commer­


ciali o di altra natura tra gli stati. In tutti i sistemi il mu­
tuo interesse nel commercio garantisce una certa protezione
per il commerciante e il mercante. Nel mondo moderno
le norme o i regimi che governano il commercio interna­
zionale, la cooperazione tecnica e altre questioni di que­
sto tipo sono tra le norme più importanti che influenzano
il comportamento interstatale.
Le fonti dei diritti e delle norme che li incarnano vanno
dalle usanze ai trattati internazionali sottoposti a negozia­
ti formali. I diritti e le regole si fondano in parte su valo­
ri e interessi comuni e nascono dalla cooperazione tra gli
stati. Il sistema di stati europeo si è distinto per il livello
relativamente elevato di consenso in merito alla natura di
tali diritti e norme. Tale sistema rappresentava, secondo
Hedley Bull, non solo un sistema di stati ma una società
di stati con valori e norme in comune42. Si potrebbe di­
re la stessa cosa delle città-stato della Grecia classica. Se
il sistema globale contemporaneo possa essere considerato
o meno una società di stati che condividono interessi e
valori è oggi materia di intenso dibattito tra gli studiosi.
Benché i diritti e le regole che governano il comporta­
mento interstatale siano in gradi diversi basati sul con­
senso e sul mutuo interesse, il fondamento dei diritti e
delle norme risiede nel potere e negli interessi dei gruppi
o stati dominanti in un sistema sociale. Come notano Ha-
rold Lasswell e Abraham Kaplan, le regole politiche e di
altro tipo costituiscono i «modelli delle pratiche di domi­
nazione»43. In ogni sistema sociale gli attori dominanti
affermano i propri diritti e impongono le proprie regole
sui membri meno potenti per portare avanti i loro inte­
ressi particolari. L ’impero persiano, forse il primo legisla­
tore della storia, impose agli altri stati le norme che do­
vevano governare le relazioni economiche internazionali e

42 Ibidem, pp. 15-16.


43 H .D . Lasswell e A. Kaplan, Power and Society. A Frante Work for Poli­
ticai Inquiry, New Haven, Yale University Press, 1950, trad. it. Potere e socie­
tà, Torino, Universale Etas, p. 224.

78
La natura del mutamento politico intemazionale

fece da mediatore nelle contese tra i suoi vicini meno


potenti44. Roma diede al mondo mediterraneo il proprio
codice di leggi e lasciò in eredità alla civiltà occidentale
il primo diritto internazionale. Quello che oggi chiamia­
mo diritto internazionale è stato imposto al mondo dalla
civiltà occidentale e ne riflette valori e interessi.
I maggiori progressi nel campo legislativo sono legati
all’innovazione del trattato multilaterale e la formalizzazione
del diritto internazionale. Questi sono stati tra i più im­
portanti risultati conseguiti dalla società europea degli sta­
ti. Prima del Trattato di Vestfalia (1648) i trattati inter­
nazionali venivano negoziati bilateralmente e coprivano un
ambito limitato. Il Congresso di Vestfalia raccolse per la
prima volta nella storia tutte le maggiori potenze di un si­
stema internazionale. Le norme su cui si raggiunse l’accor­
do coprivano l’ampio spettro di temi religiosi, politici e ter­
ritoriali in gioco durante la Guerra dei Trent’Anni. Gli uo­
mini di stato convenuti a Vestfalia riordinarono la mappa
dell’Europa e stabilirono una serie di norme che garanti­
rono all’Europa una pace relativa per il resto del secolo.
I trattati negoziati a conclusione delle grandi guerre
della civiltà europea servirono ad assicurare la continuità
del sistema statale. Gli accordi di pace di Vestfalia (1648),
Utrecht (1713), Vienna (1815) e Versailles (1919) rappre­
sentarono il tentativo di raggiungere uno status quo stabi­
le fissando una serie di regole e diritti riconosciuti da tutte
le parti. Tali trattati servirono a risolvere i conflitti, ad
imporre penalità ai perdenti, ad assicurare il mutuo rico­
noscimento delle garanzie di sicurezza, ecc. Ma, cosa più
importante delle altre, questi trattati di pace ridistribui­
rono il territorio (e quindi le risorse) tra gli stati del si­
stema cambiando la natura del sistema internazionale. Co­
me nota uno studioso di questi trattati, «l’accordo sulla
distribuzione territoriale [...] ristratificò su nuova base il
sistema degli stati»45.

44 A. Bozeman, Politics and Culture in International History, Princeton, Prin­


ceton University Press, 1960, p. 53.
45 R. Randle, The Origins o f Peace. A Study of Peacemakìng and thè Struc-
ture of Peace Settlements, New York, Free Press, 1973, p. 332.

79
La natura del mutamento politico intemazionale

Come si è già visto, nelle società nazionali il meccani­


smo principale per regolare la distribuzione delle scarse ri­
sorse è il concetto di proprietà. I diritti di proprietà e
le norme che li racchiudono rappresentano gli strumenti
basilari per mettere ordine nelle questioni interne di na­
tura sociale, economica e politica. La definizione e la di­
stribuzione di tali diritti di proprietà riflette i poteri e
gli interessi dei membri dominanti della società. Per que­
sto motivo il processo di mutamento politico interno con­
siste fondamentalmente nella ridefinizione e ridistribuzio­
ne dei diritti di proprietà.
Negli affari internazionali la territorialità è l’equiva­
lente funzionale dei diritti di proprietà. Al pari della de­
finizione della proprietà il controllo del territorio conferi­
sce un pacchetto di diritti. Il controllo e la divisione del
territorio costituiscono il meccanismo di base che regola
la distribuzione delle scarse risorse tra gli stati in un si­
stema internazionale. Mentre il mutamento politico inter­
no comporta una ridefinizione e una ridistribuzione dei
diritti di proprietà, il mutamento politico internazionale
ha comportato fondamentalmente una ridistribuzione del
territorio tra gruppi e stati in seguito alle grandi guerre
della storia. Benché nel mondo moderno l’importanza del
controllo territoriale sia un po’ diminuita, quest’ultimo con­
tinua ad essere il principale meccanismo ordinatore della
vita internazionale. Gli stati-nazione contemporanei, spe­
cialmente gli stati di recente formazione del Terzo Mon­
do, sono ardentemente gelosi della loro sovranità territo­
riale quanto i loro predecessori europei del XVIII secolo.
La definizione di sistema internazionale data prima, ba­
sata su caratteristiche strutturali, ci dice ovviamente ben
poco sul contenuto politico, economico e morale di siste­
mi internazionali specifici. Le potenze dominanti hanno
cercato di introdurre nelle norme e nei regimi del sistema
tipi molto diversi di ideologie e interessi. Sia Roma sia
la Gran Bretagna hanno creato un ordine mondiale, ma
il ruolo spesso oppressivo della Pax Romana è stato per
molti versi diverso dal dominio in genere liberale della Pax
Britannica. La Francia napoleonica e la Germania hitle­

80
La natura del mutamento politico intemazionale

riana hanno dato all’Europa forme di governo molto di­


verse. Cosi la Pax Americana è diversa dalla Pax Sovieti­
ca. Una teoria generale e veramente esaustiva delle rela­
zioni internazionali dovrebbe individuare i tipi di sistema
internazionale (tirannico-liberale, cristiano-islamico, comu­
nista-capitalista, ecc.) a seconda delle dinamiche e dei tratti
caratteristici. Laddove necessario, questo studio affronte­
rà tali questioni. Esse sollevano problemi di fondamenta­
le importanza che vanno al di là degli scopi del nostro
libro.

Confini del sistema. Un sistema internazionale, come


qualsiasi altro sistema, ha dei confini che lo separano da
un ambiente più vasto. Nel caso di un sistema internazio­
nale è difficile delimitare questi confini. Fatta eccezione
per i sistemi totalmente isolati, come gli imperi americani
precolombiani ad esempio, non esistono delle nette cesu­
re geografiche tra un sistema e l’altro. Quello che ad un
osservatore può sembrare un sistema internazionale auto­
nomo può essere per un altro semplicemente un sottosi­
stema di un sistema internazionale più vasto. Tucidide,
ad esempio, tratta le bellicose città-stato greche come un
sistema relativamente autonomo. In uno scenario più am­
pio, però, queste città-stato facevano parte di un sistema
molto più grande dominato dalla Persia imperiale, che aveva
temporaneamente trascurato gli affari greci perché occu­
pata altrove nell’impero. In breve, in una certa misura,
è l’occhio dell’osservatore che costituisce un sistema (o sot­
tosistema) internazionale.
La definizione dei confini di un sistema internaziona­
le deve perciò essere necessariamente arbitraria e sogget­
tiva. Ciò che costituisce un sistema internazionale è de­
terminato in parte dalle percezioni degli attori stessi. Il
sistema comprende quegli attori le cui azioni e reazioni
vengono prese in considerazione dagli stati nella formula­
zione della politica estera. Il sistema è in effetti un’arena
di calcoli e decisioni interdipendenti. I confini del siste­
ma sono definiti dall’area sulla quale le grandi potenze cer­
cano di esercitare controllo e influenza. Così, benché la

81
La natura del mutamento politico intemazionale

Roma imperiale e la Cina fossero funzionalmente interdi­


pendenti e gravemente colpite dai disordini causati dalla
massiccia migrazione dei nomadi delle steppe dell’Asia Cen­
trale, sarebbe assurdo considerare l’antica Cina e Roma
come parti dello stesso sistema internazionale46.
Ciò nonostante i confini geografici hanno la loro im­
portanza in quanto influenzano il tipo di attori e di deci­
sioni che uno stato deve prendere in considerazione nel
formulare la sua politica estera. La topografia del paese,
l’esistenza di comunicazioni per via d’acqua e il clima fa­
cilitano o ostacolano enormemente le interazioni tra gli sta­
ti. Non è un caso, ad esempio, che i sistemi internaziona­
li tendano a formarsi intorno a vie d ’acqua; gli antichi
bacini fluviali dell’Asia e del Medio Oriente, il Mar Me­
diterraneo fino ai tempi moderni e gli oceani Atlantico
e Pacifico in epoca moderna. E ugualmente vero, però,
che i confini geografici sono elastici e vengono alterati dai
cambiamenti tecnologici e da altri fattori.

3. Tipi di mutamento intemazionale


La constatazione che i mutamenti internazionali pos­
sono verificarsi e si verificano in effetti con ordini diver­
si di grandezza e che gli individui possono attribuire loro
un’importanza diversa è ovvia. Ciò che per una persona
rappresenta solo un cambiamento all’interno di un certo
sistema internazionale può essere considerato da un’altra
una trasformazione del sistema stesso. Nel corso della storia
della diplomazia europea, ad esempio, si sono avute di­
verse distribuzioni del potere, una varietà di attori e con­
tinui cambiamenti nelle alleanze politiche. Dal momento
che questi cambiamenti hanno avuto dimensioni diverse,
10 studioso dei mutamenti della politica internazionale ha
11 compito di classificarli prima di formulare una teoria
che li spieghi. Così, mentre Arthur Burns nel suo 0 / Po-
ivers and their Politica ha considerato molti di questi cam-

46 F.J. Teggart, Rome and China. A Study o f Correlations in Historical


Events, Berkeley, University of California Press, 1939.

82
La natura del mutamento politico intemazionale

T a b . 2. Tipi di mutamento intemazionale

Tipo Fattori che cambiano

Mutamento dei sistemi Natura degli attori (imperi,


stati-nazione, ecc.)
Mutamento sistemico Governo del sistema
Mutamento di interazione Processi interstatali

Nota: Tutti e tre questi tipi di mutamento possono comportare un muta­


mento dei confini del sistema. Con ogni probabilità, però, un mutamento dei
sistemi che coinvolge un insieme diverso di attori principali comporta anche
un cambiamento dei confini.

biamenti, come l’emergere della Francia rivoluzionaria o


l’unificazione della Germania ad opera di Bismarck nel
1871, come semplici modifiche del sistema degli stati
europei4748, Richard Rosecrance, nel suo Action and Reac­
tion in World Politici48, li ha classificati come cambia­
menti del sistema internazionale stesso. Alla base di que­
ste diverse interpretazioni ci sono ovviamente teorie con­
trastanti del mutamento politico.
Benché una tipologia dei mutamenti sia in larga parte
arbitraria, la classificazione usata deve essere una funzio­
ne della teoria e della definizione dell’entità che cambia.
In questo studio ci baseremo quindi su una previa defini­
zione del sistema internazionale per distinguere tre tipi di
cambiamento caratteristici dei sistemi internazionali (cfr.
la tabella 2). Il primo e fondamentale tipo di cambiamen­
to riguarda la natura degli attori o dei diversi enti che
compongono un sistema internazionale; chiameremo que­
sto tipo di cambiamento mutamento dei sistemi. Il secon­
do tipo è un cambiamento nella forma di controllo o go­
verno di un sistema internazionale; questo tipo di cam­
biamento sarà detto mutamento sistemico. Terzo, un cam­
biamento che risulta da regolari interazioni o processi tra
le entità di un sistema internazionale; questo tipo sarà chia­
mato semplicemente mutamento di interazione.

47 A. Burnst, 0 / Power and Their Politics. A Crìtique o f Theoretical Approa-


ches, Englewood Cliffs, N .J:, Prentice-Hall, 1968, cap. V.
48 R. Rosecrance, Action and Reaction in World Politics. International Sys­
tems in Perspectìve, Boston, Little, Brown, 1963.

83
La natura del mutamento politico intemazionale

Purtroppo non è sempre facile distinguere fra questi


tre tipi di cambiamento. Per la sua natura onnicompren­
siva, ad esempio, il mutamento dei sistemi comporta sia
il mutamento sistemico che quello di interazione. Inoltre,
i mutamenti a livello di interazioni tra stati (ossia la for­
mazione di alleanze diplomatiche o importanti spostamen­
ti nella ubicazione delle attività economiche) possono pre­
ludere a mutamenti sistemici o, infine, di sistemi. La ma­
teria di cui si compone la storia è disordinata, ed è diffi­
cile, se non impossibile, organizzarla secondo categorie ana­
litiche nette.
Anche la classificazione del mutamento è una funzio­
ne del livello di analisi. Ciò che ad un livello di analisi
può essere considerato un mutamento di interazione o si­
stemico può apparire ad un altro livello come un muta­
mento di sistemi. L ’unificazione della Germania nel 1871
ha rappresentato ad esempio un mutamento di interazio­
ne a livello della politica europea globale, un mutamento
sistemico a livello di politica centroeuropea e un muta­
mento di sistemi a livello di politica intragermanica. Tut­
to dipende infatti dal sistema di interazione statale che
si ha in mente.
Secondo la terminologia di Max Weber possiamo chia- !
mare queste tre categorie ideal-tipi. Benché non si pre-
sentino mai in forma pura, possono aiutare a caratterizza­
re meglio la natura del mutamento in un dato momento.
Questo motivo basta da solo a farne degli utili stru­
menti analitici che contribuiscono a chiarire il processo di
cambiamento. Tenendo presente questa precisazione, cer­
cheremo ora di presentare brevemente ciascuna categoria.

3.1. Mutamento dei sistemi


Come dice la definizione, il mutamento dei sistemi im­
plica un cambiamento importante del carattere, del siste­
ma internazionale stesso. Nel parlare di carattere del si­
stema ci riferiamo innanzitutto alla natura degli attori prin­
cipali o delle diverse entità che compongono il sistema.
Il carattere del sistema internazionale è individuato dalle

84
L a natura del mutamento polìtico intemazionale

sue entità più importanti; imperi, stati nazionali o multi­


nazionali. Il sorgere e il declino dei vari tipi di entità e
di sistemi statali deve stare necessariamente al centro di
una teoria esaustiva del mutamento internazionale.
Benché gli studiosi di relazioni individuali abbiano de­
dicato scarsa attenzione a questa categoria affidandola (forse
saggiamente) ai filosofi della storia, essa dovrebbe occu­
pare un posto più importante nelle loro analisi. L ’ascesa
e il declino del sistema greco delle città-stato, il declino
del sistema statale medievale in Europa, e l’emergere dei
sistemi degli stati nazionali nell’Europa moderna sono esem­
pi di mutamento dei sistemi. Per analizzare in maniera
sistematica tali cambiamenti sarebbe necessario uno stu­
dio veramente comparativo delle relazioni e dei sistemi in­
ternazionali. In assenza di tali studi un’analisi teorica del
mutamento dei sistemi è chiaramente svantaggiata.
Questo tema riveste una particolare importanza nella
nostra epoca in cui nuovi tipi di attori sovranazionali e
internazionah hanno assunto il ruolo dominante svolto tra­
dizionalmente dallo stato nazionale, il quale viene consi­
derato sempre più un’istituzione anacronistica. Non man­
cano pregevoli studi sull’argomento, ma il perché un tipo
di ente si adatti meglio di un altro ad un particolare am­
bito storico non è stato affrontato in modo adeguato da­
gli studiosi di relazioni internazionali.
Infatti la domanda implicita in tale problema è perché
in epoche e contesti diversi i singoli e i gruppi ritengono
che una forma politica sia più adatta di un’altra a portare
avanti i propri interessi. Benché ogni organizzazione poli­
tica serva a promuovere un insieme di interessi generali
(protezione, welfare, status), il tipo particolare di organiz­
zazione che meglio serve un interesse specifico dipende
dalla natura dell’interesse e dalle circostanze storiche. Con
il mutare degli interessi e delle circostanze cambia anche
il tipo di organizzazione adatto ad assicurare e a difende­
re gli interessi dei singoli. Qualsiasi innovazione che inci­
da sui costi e sui benefici derivanti dall’appartenenza isti­
tuzionale o di gruppo per singoli individui comporterà cam­
biamenti organizzativi. Per questo motivo un mutamento

85
L a natura del mutamento politico internazionale

dei sistemi è in relazione al calcolo costi/benefici dell’ap­


partenenza organizzativa e ai modi in cui le innovazioni
economiche, tecnologiche e di altro tipo incidono sulle di­
mensioni, sul rendimento e sulla praticabilità dei diversi
tipi di organizzazione politica. In questo studio non si pre­
tenderà ovviamente di dare risposte definitive a tali que­
siti, ma si cercherà di far luce sui problemi ad essi connessi.

3.2. Mutamento sistemico


Il mutamento sistemico comporta un cambiamento nel
governo del sistema internazionale. Si tratta, ovvero, di
un cambiamento all’interno del sistema piuttosto che di
un cambiamento del sistema stesso. Esso comporta muta­
menti nella distribuzione internazionale del potere, nella
gerarchia del prestigio, nelle norme e nei diritti del siste­
ma, benché tali cambiamenti si verifichino raramente o,
quasi mai, simultaneamente. Così, mentre il punto focale
del cambiamento dei sistemi è costituito dall’ascesa e dal
declino dei sistemi di stati, il punto focale del cambia­
mento sistemico risiede nell’ascesa e nel declino degli sta­
ti o imperi dominanti che governano quel particolare si­
stema internazionale.
La teoria del mutamento politico internazionale che pre­
senteremo nel corso di questo studio si basa sull’assunto
che la storia di un sistema internazionale è la storia del­
l’ascesa e del declino degli imperi e degli stati che, du­
rante il loro periodo di dominio degli affari internaziona­
li, hanno dato ordine e stabilità al sistema. Ne consegue
che l’evoluzione di qualsiasi sistema è stata caratterizzata
dal successivo emergere di stati potenti che hanno gover­
nato il sistema stabilendo i modelli delle interazioni inter­
nazionali e le regole del sistema. L ’essenza del mutamen­
to sistemico consiste dunque nella sostituzione di una po­
tenza dominante in declino con una in ascesa.
Benché gli studiosi di relazioni internazionali e di sto­
ria della diplomazia abbiano prestato una certa attenzione
a questo tipo di mutamento, la maggior parte degli studi
in questo settore si è occupata fondamentalmente del si­

86
L a natura del mutamento politico intemazionale

stema degli stati-nazione dell’Europa moderna. Ben pochi


si sono interessati a sistemi precedenti o non occidentali.
Inoltre, tali studi hanno affrontato raramente il problema
del mutamento sistemico in modo sistematico, comparato
o teorico. La tendenza predominante è stata quella descrit­
tiva o storica. Si sente perciò la necessità di un’analisi com­
parata dei sistemi internazionali che concentri il proprio
interesse sul mutamento sistemico in diversi tipi di siste­
ma internazionale.
Una tale analisi comparata va ovviamente al di là del­
la portata di questo studio nel quale non si pretende di
aver offerto un’analisi di specifici mutamenti sistemici nep­
pure in epoca moderna. La nostra aspirazione è al massi­
mo quella di presentare un’analisi più approfondita della
natura e del processo di mutamento sistemico in quanto
processo storico, indicando la strada a studi empirici del
cambiamento. In questo modo lo scopo di questo libro ver­
rebbe già raggiunto.

3.3. Mutamento di interazione


Per mutamento di interazione si intendono delle mo­
difiche nelle interazioni o nei processi politici, economici
e di altro tipo tra gli attori di un sistema internazionale.
Questo tipo di cambiamento mentre non comporta un mu­
tamento nella gerarchia di potere e di prestigio del siste­
ma, comporta invece cambiamenti dei diritti e delle rego­
le del sistema internazionale. Si dovrebbe notare, però,
che i cambiamenti di interazione sono spesso il risultato
degli sforzi compiuti dagli stati o da altri attori per acce­
lerare o prevenire cambiamenti più importanti nel sistema
internazionale e possono preannunciare tali cambiamenti.
In generale, quando gli studiosi di relazioni interna­
zionali parlano di dinamica delle relazioni internazionali
si riferiscono ai cambiamenti delle interazioni tra gli stati
all’interno di un particolare sistema di stati (almeno come
è stato definito in questo studio). Così fa, ad esempio,
Richard Rosecrance in Action and Reaction in World Poli-
tics, nel quale analizza le cause del cambiamento dello sti­

87
L a natura del mutamento politico intemazionale

le diplomatico in Europa dal 1740 in poi. Anche i nume­


rosi studi sulla formazione delle alleanze, sul cambiamen­
to di regime, e sulle relazioni transnazionali si fermano
al livello delle interazioni intrasistemiche49. Mentre ci so­
no poche ricerche dedicate al mutamento dei sistemi e a
quello sistemico, esiste una copiosa letteratura sui muta­
menti delle interazioni tra gli stati, benché per lo più li­
mitata al sistema di stati occidentale e più specificamente
alle relazioni internazionali a partire dal 1945. Per questo
motivo, anche se i mutamenti d’interazione sono quelli più
frequenti e costituiscono la gran parte delle relazioni in­
ternazionali, in questa sede vi presteremo poca attenzio­
ne. Ad essi altri hanno dedicato ottime analisi50. La no­
stra ricerca si incentrerà invece sul mutamento sistemico
e, in misura minore, su quello dei sistemi. Prenderemo in
considerazione i mutamenti di interazione solo nella mi­
sura in cui sono rilevanti per un’analisi più ampia dei mu­
tamenti sistemici e dei sistemi.

4. Mutamento incrementale e mutamento rivoluzionario


La spiegazione del mutamento politico solleva una que­
stione di fondamentale importanza nella teoria sociale, ov­
vero se la trasformazione di un sistema sociale avvenga
attraverso mutamenti incrementali progressivi o se debba
essere necessariamente la conseguenza di sconvolgimenti
politici e violenti — rivoluzione a livello nazionale e guerra
a livello internazionale. Su un versante troviamo la tradi­
zione liberale e democratica esemplificata dall’esperienza
storica degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Entrambe
queste società hanno assistito a cambiamenti pacifici di
importanti istituzioni sociali e politiche in seguito ad in­
novazioni economiche, tecnologiche e di altra natura. I so­
stenitori di questa posizione ritengono che un tale proces­

49 Una posizione simile alla nostra è quella di Waltz, Theory of Internatio­


nal Politics, cit., specialmente cap. VII.
50 Si veda ad esempio, R.O. Keohane e J.S . Nye, Power and Interdepen-
dence, cit.

88
La natura del mutamento politico intemazionale

so di cambiamento pacifico continuo sia possibile a livello


internazionale. Sull’altro versante si colloca la prospettiva
hegeliano-marxista, che spiega i più importanti cambiamenti
in termini di contraddizione tra il sistema sociale esisten­
te e le soggiacenti forze del cambiamento. Il mutamento
è visto come discontinuo e come conseguenza di una crisi
sistemica che può essere risolta solo con l’uso della forza,
poiché nessun gruppo dominante rinuncia ai propri privi­
legi senza dare battaglia. Secondo questo punto di vista
i cambiamenti pacifici garantiscono solo concessioni insi­
gnificanti che hanno lo scopo di tacitare le forze rivolu­
zionarie.
Diversamente dalla concezione liberale che vede il mu­
tamento sociale come una serie di continui adeguamenti
incrementali dei sistemi sociali alle forze del mutamento,
la prospettiva hegeliano-marxista si compone di tre con­
cezioni generali abbastanza diverse sulla natura del muta­
mento sociale. Primo, la storia viene vista come una serie
discontinua di «contraddizioni in via di sviluppo che pro­
vocano ad intermittenza improvvisi cambiamenti»51. Se­
condo, queste contraddizioni o crisi sono dovute ad un’in­
compatibilità tra sistemi sociali esistenti e forze soggiacenti
che tendono al cambiamento (economico, tecnologico, ecc.).
Terzo, la soluzione di queste contraddizioni e la trasfor­
mazione del sistema sociale sono la conseguenza di una
lotta per il potere tra potenziali beneficiari e perdenti.
Il nostro punto di vista è che in un sistema interna­
zionale si verificano entrambi i tipi di cambiamento. I più
frequenti sono quelli che comportano modifiche continue
e incrementali all’interno del sistema esistente. I territori
cambiano proprietari, si verificano spostamenti di allean­
ze e di influenze e si alterano anche i modelli di rapporto
economico. Tali mutamenti incrementali a livello di inte­
razione tra gli stati provocano una trasformazione del si­
stema internazionale man mano che gli stati cercano di
favorire i loro interessi in risposta a mutamenti economi­

51 B. Jr. Moore, Politicai Power and Social Theory, New York, Harper and
Row, 1965, p. 138.

89
La natura del mutamento politico intemazionale

ci, tecnologici e ambientali. Il processo di mutamento po­


litico internazionale è quindi in generale un processo di
tipo evolutivo, nel corso del quale si verificano continue
modifiche per venire incontro ai nuovi interessi e rappor­
ti di potere di gruppi e stati.
Questa evoluzione graduale del sistema internazionale
è contraddistinta da contrattazioni, diplomazia coercitiva
e conflitti su interessi specifici e strettamente definiti52.
Si può dire che il sistema è in uno stato di equilibrio omeo-
statico. Modifiche territoriali, politiche ed economiche tra
gli stati dovute ad interessi contrastanti e a spostamenti
nei rapporti di potere servono ad alleggerire la pressione
sul sistema, preservandone l’integrità. In breve, il muta­
mento politico internazionale si verifica attraverso accor­
di pacifici e conflitti limitati a livello di interazione tra
gli stati.
Benché i mutamenti a livello di interazione tra gli sta­
ti costituiscano la parte più cospicua delle relazioni inter­
nazionali, non rappresentano ovviamente l’unico tipo di
mutamento nella sfera internazionale. Mentre la maggior
parte dei cambiamenti rappresenta una continua reazione
a situazioni in lenta trasformazione, gli assestamenti non
si verificano sempre immediatamente. Le più importanti
innovazioni economiche, tecnologiche o militari possono
verificarsi in frangenti critici, promettendo notevoli gua­
dagni o consistenti perdite a questo o a quell’attore. Se
non è possibile realizzare tali guadagni nell’ambito del si­
stema esistente gli stati (o piuttosto le coalizioni interne
che essi rappresentano) possono convincersi che solo con
dei cambiamenti più profondi e radicali nel sistema inter­
nazionale potranno soddisfare i loro interessi. Per contro,
altri stati crederanno che il soddisfacimento di tali inte­
ressi potrebbe mettere a repentaglio quelli che essi consi­
derano i propri interessi vitali. In questi momenti critici
la posta in gioco è la natura e il governo del sistema stes­
so e/o, più raramente, il carattere degli attori internazio-

52 O. Young, Anarchy and Social Choice: Reflections on thè International Po-


lity, in «World Politics», 30 (1978), p. 250.

90
L a natura del mutamento politico ^intemazionale

T a b . 3. Confronto tra mutamento interno e intemazionale

Interno Internazionale

Metodo principale Negoziati tra Negoziati tra stati


di mutamento gruppi, classi, ecc.
incrementale
Metodo principale Rivoluzione Guerra egemonica
di mutamento o guerra civile
rivoluzionario
Obiettivo principale Modifiche secondarie Modifiche secondarie
del mutamento del sistema interno del sistema internazio­
incrementale nale
Obiettivo principale Costituzione Governo del sistema
del mutamento
rivoluzionario

nali stessi. Un mutamento del primo tipo viene definito


sistemico; uno del secondo tipo mutamento dei sistemi.
Entrambi i tipi di mutamento pongono il seguente
problema: chi ricaverà i maggiori vantaggi per i propri
interessi di sicurezza, economici e ideologici dal funzio­
namento del sistema internazionale? Si può dire che si
tratta di una crisi costituzionale, poiché è in gioco il
modello di autorità politica (gerarchia di prestigio), così
come lo sono i diritti dei singoli (o degli stati) e le re­
gole del sistema. La soluzione della crisi, inoltre, com­
porta con molta probabilità un conflitto armato (cfr. la
tabella 3). Nella politica interna le crisi costituzionali si
risolvono molto frequentemente con una guerra civile o
con una rivoluzione; a livello internazionale con una guer­
ra egemonica.
Secondo la concezione hegeliano-marxista del mutamen­
to politico i momenti critici che portano a cambiamenti
rivoluzionari sono prodotti dalle contraddizioni del siste­
ma. Le contraddizioni sono dunque la conseguenza inevi­
tabile di componenti inconciliabili del sistema sociale. Si
crede, inoltre, che sia possibile determinare a priori il mo­
mento in cui una crisi o un conflitto diventano irrisolvi­
bili provocando inevitabilmente un cambiamento nel si­
stema e prevedere anche l’esito della contraddizione. In
breve, questa influente scuola di pensiero ha una visione

91
L a natura del mutamento politico intemazionale

deterministica della natura, delle cause e conseguenze del


mutamento politico5354.
Qui si rifiuta questo tipo di interpretazione troppo
deterministica34. Benché sia senz’altro possibile individua­
re le crisi, gli squilibri e gli elementi incompatibili in un
sistema politico, e in particolare una frattura tra governo
del sistema e soggiacente distribuzione del potere, è cer­
tamente impossibile predirne l’esito. Nelle scienze sociali
non possediamo una teoria del mutamento sociale che ci
permetta di fare delle previsioni sicure in alcuna sfera, e
forse non l’avremo m ai55. Pur assistendo alle crisi inter­
nazionali e alle reazioni degli stati non possiamo sapere
in anticipo se ci sarà un ritorno ad una situazione di equi­
librio o un cambiamento nella natura del sistema. La so­
luzione dipende, almeno in parte, dalle scelte individuali.
Nonostante questi limiti, l’approccio hegeliano-marxista
al problema del mutamento politico ha valore euristico.
Secondo questo approccio il lqcus del cambiamento va in­
dividuato nei livelli differenziati di cambiamento delle com­
ponenti più importanti del sistema sociale. Se tutti gli
aspetti del sistema sociale mutassero all’unisono, non sor­
gerebbero contraddizioni per la cui soluzione fosse inevi­
tabile un brusco cambiamento nel sistema e si avrebbe in­
vece un’evoluzione graduale del sistema stesso. Nella teo­
ria marxista i mezzi di produzione economica si evolvono
più rapidamente degli elementi della sovrastruttura socia­
le e politica, come le leggi e la struttura di classe, crean­
do una contraddizione tra le forze di produzione e i rap­
porti di produzione. Il mutamento rivoluzionario del si­
stema è provocato quindi dal fatto che la tecnologia di
produzione si sviluppa più in fretta di altri aspetti del si­
stema. Questo mutamento sistemico, una volta verificato­

53 Sono sicuro che molti marxisti non saranno d ’accordo con questa carat­
terizzazione della loro dottrina.
54 Per un’eccellente critica della concezione hegeliano-marxista si veda L.
Dupré, Idealista and Materialista in Marx's Dialectic, in «Review of Metaphy-
sics», 30 (1977), pp. 649-685.
55 Una buona discussione dei problemi posti da una teoria di questo tipo
si trova in F.S.C. Northrop, The Logic of thè Sciences and thè Humanities, cit.,
pp. 235-264.

92
La natura del mutamento politico intemazionale

si, accelera a sua volta lo sviluppo delle forze di produ­


zione. In altri termini lo sviluppo dei mezzi di produzio­
ne è causa e conseguenza del mutamento sistemico.
Analogamente, il mutamento politico internazionale è
provocato da tassi differenziati di cambiamento delle più
importanti componenti del sistema politico internaziona­
le. L ’equilibrio di potenza internazionale tra gli attori (come
per le forze di produzione economica), che è alla base del
sistema internazionale, si evolve più rapidamente di altre
componenti del sistema, in particolare della gerarchia di
prestigio e delle regole del sistema. Se, anche in questo
caso, tutte le componenti cambiassero all’unisono, si assi­
sterebbe ad un’evoluzione pacifica del sistema. Sono i tassi
differenziati di mutamento della distribuzione internazio­
nale del potere e delle altre componenti del sistema a pro­
durre una frattura o uno squilibrio nel sistema, che, se
irrisolti, provocano un mutamento del sistema. Quest’ul­
timo, una volta avvenuto, accelera a sua volta (fino ad
un certo punto) lo spostamento dell’equilibrio di potenza
a favore dello stato o degli stati emergenti del sistema.
Nel linguaggio delle scienze sociali ciò significa che la cre­
scita differenziata di potere nel sistema è sia la causa che
la conseguenza del mutamento della politica internazionale.
Contrariamente a quanto afferma la posizione hegeliano­
marxista, comunque, non è possibile prevedere gli esiti po­
litici o il verificarsi di un mutamento rivoluzionario e le
sue conseguenze, se questo si verifica. Anche se si può
delineare una teoria generale del mutamento politico, non
si può in ultima analisi astrarre lo studio del mutamento
dal suo specifico contesto storico e da quegli elementi sta­
tici che influenzano l’insorgere e la direzione del muta­
mento politico. Una spiegazione del mutamento necessita
di una teoria esplicativa e di una serie di condizioni
iniziali36. E la natura di questi elementi statici a stabili­
re il carattere dei risultati. Non esistono due conflitti ege­
monici uguali; una guerra egemonica può servire a raffor-

56 J. Harsanyi, Explanation and Comparative Dynamics in Social Science, in


«Behavioral Science», 5 (1960), p. 141.

93
La natura del mutamento polìtico intemazionale

zare la posizione di una potenza dominante o a produrre


mutamenti inattesi e di vasta portata. Allo stesso modo,
anche se una teoria del mutamento politico può contri­
buire a spiegare determinati sviluppi storici, ciò avverrà
solo in parte, ma non sostituirà completamente un esame
degli elementi statici e dinamici responsabili di un deter­
minato tipo di mutamento politico internazionale.
Questo approccio non deterministico al problema do­
vrebbe aiutare a chiarire un nodo centrale attualmente di­
battuto dagli studiosi di relazioni internazionali. L ’opinione
prevalente che il sistema internazionale sia caratterizzato
dall’erosione dell’egemonia americana ci dice ben poco, per
esempio, sull’esito degli attuali sviluppi e sul futuro del
sistema internazionale o sulle conseguenze di una sua fine
improvvisa. Al suo posto potrebbe sorgere un’altra poten­
za egemone, potrebbe delinearsi un equilibrio di potenza
globale molto simile a quello europeo o, come nel caso
del declino dell’impero romano, il mondo potrebbe spro­
fondare ancora una volta nel caos e in un nuovo Medioe­
vo. Le idee discusse nei successivi capitoli esprimono questa
concezione non deterministica del mutamento politico.

94
CAPITOLO SECONDO

Stabilità e mutamento

Assunto n. 1. Un sistema internazionale è stabile, ovvero in uno


stato di equilibrio se nessuno stato ritiene che sia vantaggioso tentare
di cambiare il sistema.
Assunto n. 2. Uno stato cercherà di modificare il sistema interna­
zionale se i benefici previsti sono superiori ai costi previsti, vale a di­
re, se si prevede un guadagno netto.

In questo capitolo ci occuperemo di come gli stati cal­


colano il rapporto costi/benefici nel determinare la pro­
pria politica estera e del fatto che uno degli scopi della
politica estera di uno stato è quello di modificare il siste­
ma internazionale in modo da favorire i propri interessi.
Che tali interessi siano il potere e la sicurezza (come af­
fermano i politici realisti), i profitti del capitale (come so­
stengono i marxisti) o un aumento del benessere (come
affermano molti teorici contemporanei), ogni stato desi­
dera aumentare il proprio controllo su quegli aspetti del
sistema internazionale che rendono più sicuri i suoi valori
e interessi fondamentali.
Tuttavia, benché un gruppo o uno stato possa deside­
rare di modificare il sistema internazionale in modo da
promuovere i propri interessi, lo sforzo per raggiungere
questo obiettivo comporta necessariamente dei costi; il
gruppo o lo stato non solo devono disporre di risorse suf­
ficienti ad affrontare questi costi ma devono anche essere
disposti a pagare tali costi. Un gruppo o uno stato tente­
rà perciò di modificare il sistema solo se i benefici previ­
sti sono superiori ai costi previsti; vale a dire se prevede
un guadagno netto. In altre parole, il gruppo o lo stato
cercherà di modificare il sistema solo se convinto che tale
modifica si rivelerà redditizia1.

1 L .E . Davis e D.C. North, con la collaborazione di C. Smqrodin, Institu-


tional Change and American Economie Growth, Cambridge, Cambridge Univer­
sity Press, 1971, p. 40.

95
Stabilità e mutamento

A meno che uno stato non ritenga vantaggioso modi­


ficare il sistema, quest’ultimo tende a rimanere relativa­
mente stabile. Questo è un punto che i realisti tendono
a dimenticare quando sostengono che gli stati cercano di
massimizzare il proprio potere. L ’acquisizione del potere
comporta dei costi di opportunità per la società e, quin­
di, la necessità di rinunciare ad altri beni2. Molte volte
nella storia gli stati hanno rinunciato a evidenti opportu­
nità per aumentare il loro potere, perché consideravano
i costi troppo alti. Questo ci permette di spiegare la rela­
tiva stabilità di certi lunghi periodi storici.
Se sia o meno vantaggioso per uno stato tentare di
modificare il sistema, dipende ovviamente da un gran nu­
mero di fattori e, in particolare, dal modo in cui lo stato
(più propriamente la sua classe dirigente) percepisce i re­
lativi costi e benefici che la modifica del sistema compor­
ta. Quindi, sebbene ci si riferisca a costi e a benefici co­
me se fossero oggettivi e quantificabili, essi hanno entrambi
una natura soggettiva e psicologica; i benefici a cui un
gruppo tende e il prezzo che è disposto a pagare dipendo­
no in definitiva da come le classi dirigenti e le coalizioni
esistenti in una società percepiscono i propri interessi3.
Il più importante tra i fattori che determinano queste
percezioni è l’esperienza storica della società. Quali sono
state, in particolare, le conseguenze per il paese di prece­
denti tentativi propri e altrui di modificare il sistema in­
ternazionale e quali lezioni ha ricavato la nazione sulla guer­
ra, le aggressioni, la pacificazione, ecc.? La società è di­
ventata una società «matura», per usare una definizione
di Martin W ight4, giunta ormai alla convinzione che la
guerra non paga? O ha imparato, al contrario, che la pro­
pria sicurezza si basa sul dominio completo dei propri vi­
cini? Le risposte che vengono date a simili domande in­

2 Per le applicazioni del concetto di costo di opportunità a problemi non


economici si veda R. Posner, Economie Analysis o f Lau), Boston, Little, Brown,
1977 e B. Haskel, The Scandinavian Option, Oslo Universitetforlaget, 1976.
3 J.M . Buchanan, Cast and Choice, Chicago, Markhan Publishing, 1969.
4 M. Wight, Power and Politics, a cura di H. Bull e C. Holbraad, Lon­
don, Penguin Books, 1979.

96
Stabilità e mutamento

fluenzano le percezioni dei leader politici nel momento in


cui essi soppesano i costi e i vantaggi di una modifica del
sistema internazionale. L ’ex segretario di stato, Henry Kis-
singer, riferendosi alla stabilità dell’equilibrio di potenza
e alla legittimità del sistema afferma: «Mentre ad osserva­
tori esterni le potenze possono apparire come fattori di
sicurezza, all’interno esse appaiono come espressione di
un’esigenza storica. Nessuna potenza si adatterà ad una
situazione, per ben bilanciata e “ sicura” che sia, se essa
sembra negare completamente la visione che la potenza
ha di se stessa»5. Uno stato non cesserà mai di fare pres­
sioni sul sistema internazionale per quelle che considera
le proprie giuste rivendicazioni.
Dovrebbe essere chiaro inoltre che quando si parla di
guadagni o benefici netti previsti dalla modificazione del
sistema, si possono intendere due cose. In primo luogo,
ci si può riferire ad un tentativo di aumentare i benefici
futuri. In secondo luogo, ci si può riferire ad un tentati­
vo di far diminuire le perdite paventate6. Sia i potenziali
vincitori che i potenziali perdenti degli sviluppi in corso
in un sistema internazionale possono tentare di modifica­
re il sistema; i primi perché i benefici a lungo termine
saranno maggiori dei costi a breve termine, i secondi per­
ché i costi a lungo termine degli sviluppi in corso rischia­
no di diventare maggiori dei benefici a breve termine dello
status quo.
In definitiva, la nozione seguendo la quale uno stato
cercherà di modificare il sistema se i benefici previsti so­
no maggiori dei costi previsti non significa che i benefici
debbano realmente essere maggiori dei costi. Come acca­
de in molti altri campi dell’attività umana, le decisioni ven­
gono prese in condizioni di incertezza. Un gruppo o uno
stato calcolano i propri interessi ed azioni sulla base di

5 H. Kissinger, A "World Restored. Mettemich, Castlereagh and thè Problems


o f Peace 1812-22, Boston, Hougton Mifflin, 1957, p. 146.
6 J.M . Buchanan e G . Tullock, The Calculus o f Coment. Logicai Pounda-
tions o f Constitutional Democracy, Ann Arbor, University of Michigan Press,
1962, p. 46.

97
Stabilità e mutamento

informazioni imperfette ed è anche possibile che essi per­


dano il controllo sul susseguirsi degli eventi e che ci siano
conseguenze impreviste. In effetti accade spesso che i co­
sti reali derivanti da un mutamento del sistema eccedano
i benefici ottenuti. Come si sosterrà più avanti, i veri be­
neficiari dei tentativi di modificare i sistemi internaziona­
li sono stati, più di frequente, terzi situati alla periferia
del sistema internazionale.
Sebbene la determinazione dei costi e dei benefici sia,
in ultima istanza, di natura soggettiva, i calcoli riguardanti
i benefici netti attesi dal mutamento del sistema sono pro­
fondamente influenzati dai fattori oggettivi dell’ambiente
materiale ed internazionale. Se qualcosa è vantaggioso in
un dato momento dipende da fattori economici, militari
e tecnologici così come dalle strutture politiche interne ed
internazionali. Un gruppo o uno stato sarà spinto a cam­
biare il sistema internazionale se le modificazioni di uno
o più di questi caratteri renderanno proficuo il mutamento.
Un sistema di stati, al pari di ogni altro sistema poli­
tico, opera in un contesto tecnologico, militare ed econo­
mico che limita il comportamento dei suoi membri e, allo
stesso tempo, offre l’opportunità di perseguire politiche
di espansione. Benché sia impossibile stabilire a priori se
una specifica innovazione tecnologica, militare o economica
contribuirà alla stabilità o all’instabilità di un sistema, è
possibile identificare quegli aspetti delle innovazioni che
tendono a stabilizzare o a destabilizzare un sistema inter­
nazionale contribuendo a diminuire o ad aumentare la red­
ditività del cambiamento. Uno degli scopi principali di que­
sto capitolo è di analizzare le tipologie delle innovazioni
relativamente al loro contributo alla stabilità o all’instabi­
lità del sistema.
Un’importante conseguenza delle innovazioni economi­
che, militari o tecnologiche sta nel fatto che esse fanno
aumentare (o diminuire) l’area che conviene controllare o
sulla quale è vantaggioso estendere la propria protezione
e quindi incoraggiano (o scoraggiano) la creazione o l’al­
largamento di organizzazioni politiche ed economiche. Si
ricorderà che l’esercizio del governo o, più in generale,

98
Stabilità e mutamento

dell’autorità è stato definito come la fornitura di beni pub­


blici e collettivi in cambio di prelievi fiscali. Come si af­
fermerà fra breve, qualunque sviluppo che aumenti il po­
tere e allarghi le opportunità di uno stato di aumentare
le proprie entrate fiscali incoraggerà anche l’espansione eco­
nomica o politica. In molti casi, se non nella maggior par­
te, i gruppi beneficiari vengono incorporati, contro il pro­
prio volere, nell’allargata struttura politica o economica.
Una modificazione del sistema può risultare redditizia,
oltre che per i guadagni che permette, anche perché nega
ad un concorrente profitti e opportunità economiche e po­
litiche. E possibile, cioè che uno stato tenti di ottenere
il controllo su territori strategici che hanno un valore eco­
nomico intrinseco basso e la cui perdita causerebbe perdi­
te economiche. Nel diciannovesimo secolo, per esempio,
la Gran Bretagna deteneva molti territori non tanto per
il loro valore economico quanto per il valore strategico che
rivestivano nella protezione di risorse che producevano red­
diti (colonie). Cosi, l’importanza dell’Egitto nell’Impero Bri­
tannico consisteva nel fatto che esso proteggeva la via pri­
maria di comunicazione verso l’India, il gioiello della co­
rona imperiale. Il dato importante è che i profitti econo­
mici, politici o strategici derivanti dal controllo di territo­
ri o dalla protezione dei diritti di proprietà dei cittadini
sono giudicati superiori ai rispettivi costi.
La zona sulla quale allo stato conviene estendere la pro­
pria tutela delle persone e dei loro diritti di proprietà di­
pende da due gruppi di variabili: i) i costi di estensione
della protezione e zi) l’ammontare delle entrate generate
o salvaguardate dall’estensione di questa protezione. Co­
sì, qualsiasi sviluppo che faccia diminuire il costo dell’e­
spansione o aumentare l’ammontare delle entrate spingerà
uno stato ad allargare l’area sulla quale esso esercita la
propria protezione e viceversa. In questo studio esamine­
remo perciò i modi in cui i fattori ambientali e le modifi­
cazioni di questi fattori influenzano gli incentivi degli stati
ad aumentare il proprio controllo sul sistema internazionale.
Se uno stato tenterà o meno di modificare il sistema
internazionale dipende, in ultima analisi, dalla natura del­

99
Stabilità e mutamento

lo stato e della società che esso rappresenta. In primo luo­


go, l’incentivo per uno stato a tentare di modificare il si­
stema internazionale è fortemente condizionato dai mec­
canismi societari di ridistribuzione dei costi e dei benefici
interni di un simile tentativo. Differenti strutture sociali
e differenti configurazioni dei diritti di proprietà costitui­
scono per una società molteplici incentivi o disincentivi
a tentare un rovesciamento del sistema internazionale. Que­
ste strutture interne forniscono la risposta ad una doman­
da fondamentale: proficuo o costoso per chi?
In secondo luogo, uno stato tenterà di modificare il
sistema internazionale solo se si trova in una posizione di
vantaggio rispetto ad altri stati, cioè, se l’equilibrio di po­
tenza nel sistema è a suo favore. Questa superiorità può
essere di natura organizzativa, economica, militare o tec­
nologica o una combinazione di questi elementi. Più fre­
quentemente questa superiorità, soprattutto nell’era mo­
derna, è stata assicurata da innovazioni tecnologiche nel
campo delle armi militari e/o della produzione industriale.
La superiorità su altri stati, determinata da maggiori ca­
pacità in questi campi, permette ad uno stato di cogliere
le opportunità oppure di superare i limiti posti dall’am­
biente esterno allo scopo di promuovere i propri interessi
economici, della sicurezza e di altra natura. Fino a quan­
do uno stato gode di una simile superiorità tende ad espan­
dere e allargare il suo controllo sul sistema internazionale.
Questi due ampi gruppi di fattori (la società stessa e
la natura del suo ambiente materiale e politico), che de­
terminano se uno stato tenterà o meno di modificare il
sistema internazionale, non sono ovviamente indipendenti
l’uno dall’altro. In realtà è molto difficile separarli, in quan­
to interagiscono e si influenzano reciprocamente. Benché
ad esempio i fattori ambientali, come il clima e l’assetto
geografico, siano al di fuori del controllo dello stato, l’am­
biente tecnologico è frutto dell’opera umana e una socie­
tà svilupperà le sue capacità tecnologiche allo scopo di ac­
quisire un vantaggio sugli altri stati. Allo stesso modo fat­
tori esterni possono stimolare dei cambiamenti all’interno
di uno stato. Anche se non è necessario condividere la

100
Stabilità e mutamento

cosiddetta teoria del primato della politica estera, non sa­


rebbe esagerato affermare che le esigenze della sopravvi­
venza in un sistema internazionale competitivo costitui­
scono il principale fattore determinante delle priorità e del­
l’organizzazione interna di una società. Per scopi analiti­
ci, tuttavia, è possibile distinguere tra fattori ambientali
e interni che incentivano o disincentivano l’aspirazione da
parte di alcuni stati in particolare a modificare il sistema
internazionale.
In conclusione si può dire che l’ambiente materiale (in
particolare le condizioni economiche e tecnologiche) e l’e­
quilibrio di potenza a livello internazionale creano un in­
centivo o un disincentivo a modificare il sistema interna­
zionale. La scelta dello stato di intraprendere o meno que­
sto tentativo dipende da fattori interni, come ad esempio
gli interessi di gruppi, classi o altre componenti della so­
cietà. Nei paragrafi successivi si discuteranno i fattori am­
bientali, internazionali e interni che determinano i cambia­
menti della politica internazionale.

1. Fattori ambientali che influenzano il cambiamento


I fattori accrescitivi come la crescita economica e i cam­
biamenti demografici sono tra le forze determinanti dei
mutamenti della politica internazionale. Un tasso costante
di crescita economica o un mutamento demografico pos­
sono essere le cause più importanti di un cambiamento
politico a lungo termine. Spesso però il meccanismo che
scatena il cambiamento va individuato in importanti mu­
tamenti tecnologici, militari o economici che promettono
significativi vantaggi a certi stati o maggiori perdite ad
altri stati di un sistema internazionale; vantaggi che non
possono essere realizzati e perdite che non possono essere
prevenute nell’ambito del sistema internazionale esisten­
te. Lo squilibrio che ne risulta è un preludio al tentativo
da parte di potenziali vincitori (o di potenziali perdenti)
di modificare il sistema internazionale1.

1 L. Davis e D. North, Instìtutional Change and American Economìe Growth,


cit., p. 10.

101
Stabilità e mutamento

È impossibile redigere un elenco esauriente dei cam­


biamenti dell’ambiente che influenzano i calcoli costi/be-
nefici. Numerosi sono comunque i fattori ambientali che
rivestono una particolare importanza; nel corso della sto­
ria le modificazioni di questi fattori hanno avuto una gran­
de influenza sulla propensione degli stati a tentare di mo­
dificare il sistema internazionale. Tre di questi fattori (il
sistema dei trasporti e delle comunicazioni, la tecnologia
militare e la natura dell’economia) e i loro cambiamenti
hanno influenzato in modo significativo i vantaggi e i co­
sti di un cambiamento del sistema internazionale; ed è pro­
prio di essi che si discuterà nei seguenti paragrafi.

1.1. Trasporti e comunicazioni


In molti casi i grandi sovvertimenti politici e sociali
che si sono verificati nel corso della storia sono stati pre­
ceduti da importanti innovazioni nella tecnologia dei tra­
sporti e delle comunicazioni8. L ’aumento significativo
dell’efficienza dei trasporti e delle comunicazioni esercita
una notevole influenza sull’esercizio del potere militare,
sulla natura dell’organizzazione politica e sul modello del­
le attività economiche. Le innovazioni tecnologiche nel
campo dei trasporti e delle comunicazioni riducono i costi
e fanno quindi aumentare i benefici netti che si possono
ricavare da un mutamento del sistema internazionale.
La conseguenza più importante delle innovazioni nel
campo dei trasporti consiste nell’effetto che hanno su ciò
che Kenneth Boulding ha chiamato «il gradiente della per­
dita di forza», vale a dire «il tasso al quale il potere mili­
tare e politico [di uno stato] diminuisce quando ci si al­
lontana di una unità di distanza dalla sua sede»9. Ovvia­

8 W.H. McNeill, Past and Future, Chicago, University of Chicago Press, 1954.
9 K. Boulding, Conflict and Defense, New York, Harper e Row, 1963, p.
245. Nonostante l’eccessiva semplificazione questo concetto risulta utile. Per
una critica sofisticata si veda A. Wohlstetter, Theory and Opposed Systems De­
sign, in M.A. Kaplan (a cura di), New York Approaches to International Rela-
tions, New York, St. Martin’s Press, 1968, pp. 40-46. Quester ha usato questo
concetto in modo simile (G. Quester, Offense and Defense in thè International Sys­
tems, New York, John Wiley and Sons, 1977, pp. 25-27).

102
Stabilità e mutamento

mente i fattori che determinano questo gradiente sono com­


plessi e in nessun caso esclusivamente tecnologici; sono in
gioco infatti anche fattori geografici, medici e persino psi­
cologici 10. Nondimeno, il progresso tecnologico nel campo
dei trasporti può far aumentare enormemente le distanze
e le zone sulle quali uno stato potrebbe esercitare un effet­
tivo potere militare e una reale influenza politica. Le più
importanti innovazioni tecnologiche, in relazione ai loro ef­
fetti sulla forza militare, sono state: il cavallo purosangue,
la navigazione a vela, la ferrovia, la navigazione a vapore
e il motore a combustione interna. Tra queste innovazioni
la più importante prima dell’invenzione del motore a com­
bustione interna è stata forse l’evoluzione del cavallo puro­
sangue. Fino all’era moderna la cavalleria e il carro traina­
to da cavalli hanno caratterizzato lunghi periodi della storia.
Il gradiente della perdita di forza ha naturalmente una
grande importanza per l’organizzazione politica. L ’espansione
territoriale e l’integrità di un’entità politica sono in gran
parte funzioni dei costi che uno stato o un gruppo deve so­
stenere per esercitare un dominio militare e politico su un’a­
rea più ampia. La capacità quindi di un centro politico di
irradiare la propria influenza è determinata in misura rile­
vante dai costi dei trasporti. La nascita di grandi imperi e
le ere di unificazione politica pare siano da associare ad im­
portanti riduzioni dei costi dei trasporti. Questa apparente
correlazione tra il progresso dei trasporti e la nascita degli
imperi ha fatto dire ad uno studioso che «l’impero è una
questione di trasporti. Esso nasce, raggiunge il suo apice e
finisce con il controllo dei mezzi di comunicazione»11.
I progressi nel campo dei trasporti e delle comunica­
zioni favoriscono l’espansione militare e l’unificazione po­
litica. Facilitando inoltre la capacità di un potere imperia­
le o dominante di estrarre e utilizzare le ricchezze di un

10 H. Sprout e M. Sprout, Foundations of International Politics, Princeton,


D. Van Nostrand, 1962, p. 288.
11 I. St. John Tucker, A History of Imperialism, New York, Rand School
of Social Science, 1920, p. 7. Per una brillante dimostrazione di questa tesi
si veda H. Hart, Technology and thè Growth o f Politicai Areas, in W. Ogburn
(a cura di), Technology and International Relations, Chicago, University of Chi­
cago Press, 1949, pp. 28-57.

103
Stabilità c mutamento

territorio conquistato tali innovazioni tecnologiche creano


delle economie di scala e apportano benefici agli stati più
grandi. In questo modo è più facile per l’autorità centrale
sedare le ribellioni e avere una supervisione sui funziona­
ri locali. Di conseguenza le innovazioni nel campo dei tra­
sporti, a meno che non vengano controbilanciate da altri
sviluppi, come per esempio una maggiore efficienza della
difesa, favoriscono tendenzialmente l’unificazione politica
e l’impero facendo diminuire i costi e aumentando i be­
nefici derivanti dalla conquista 12.
La sensibilità della scala dell’organizzazione politica ai
costi dei mezzi di trasporto spiega parzialmente il perché
gli imperi e i grandi stati fino all’era moderna si siano
concentrati intorno alle vie d’acqua. E proprio la disponi­
bilità del trasporto acquatico a spiegare in parte la nasci­
ta dei primi grandi imperi nelle valli fluviali del Medio
Oriente (Mesopotamia ed Egitto), dell’India e della Cina.
La generazione successiva di imperi (cartaginese, romano,
bizantino ecc.) nacque sulle sponde del Mar Mediterra­
neo e, naturalmente, il più grande impero mai esistito, quel­
lo britannico, si fondava sul controllo dei mari. La supe­
riorità del dominio marittimo su quello terrestre continuò
fino all’invenzione della ferrovia nel diciannovesimo seco­
lo che favorì l’emergere di potenze continentali (Germa­
nia, Stati Uniti e Russia), e fino all’invenzione del sotto­
marino che distrusse l’invulnerabilità relativa delle poten­
ze marinare.
A prima vista il ruolo svolto da efficienti mezzi di tra­
sporto e dal potere navale nella nascita e nella durata de­
gli imperi sembra messo in discussione da due dei più gran­
di imperi continentali della storia, quello dei Mongoli e
quello degli Arabi. L ’impero mongolo fu il più grande in
termini di controllo dei territori contigui. Si estendeva dal­
l’Oceano Pacifico fino all’Europa Orientale e verso sud
fino al Medio Oriente. L ’impero arabo si estendeva dal
Medio Oriente, attraverso l’Africa settentrionale fino ai

12 S. Andreski, Military Organization and Society, Berkeley, University of


California Press, 1971, p. 79.

104
Stabilità e mutamento

Pirenei a nord. Nonostante gli Arabi si fossero dotati di


una flotta, quest’ultima aveva un’importanza secondaria e
non rappresentava il fattore primario della loro politica di
espansione; ciò ebbe comunque importanti effetti sull’Eu­
ropa e sull’Impero Bizantino.
Ibn Khaldun, riferendosi agli Arabi, fornì molto tem­
po fa la risposta a questa evidente anomalia; una risposta
simile è applicabile anche ai Mongoli. Ibn Khaldun mise
in evidenza il fatto che il deserto, con la sua assenza di
barriere topografiche, rappresentava per gli Arabi l’equi­
valente del mare; le città del deserto avevano la funzione
di porti di m are13. Allo stesso modo per i Mongoli le
grandi steppe dell’Asia centrale costituivano un mare di
erba14. Alla base dell’espansione di entrambe queste po­
tenze c’è un elemento decisivo: la perfezione del cavallo
purosangue. Come sostiene Bernard Lew is15, sfruttando
la loro padronanza del cavallo (e, in misura minore, l’ad­
domesticamento del cammello), gli Arabi cominciarono ad
usare il deserto come un mare. Così per i Mongoli e per
gli Arabi il controllo della steppa e il controllo del deser­
to erano come il controllo dei mari.
Le innovazioni tecnologiche nel campo dei mezzi di
trasporto e delle comunicazioni hanno influenzato parimenti
il modello delle attività economiche, vale a dire: l’ubica­
zione dell’attività produttiva, l’organizzazione dei mercati
e la struttura degli scambi commerciali. Nella nostra epo­
ca la compressione del tempo e dello spazio per effetto
dello sviluppo del motore a combustione interna e dei mez­
zi di comunicazione elettronici ha facilitato la creazione
di un’economia mondiale estremamente interdipendente.
Questa economia mondiale ha esercitato a sua volta una
notevole influenza sul processo di mutamento della politi­
ca internazionale.

13 Ibn Khaldun, The Muqaddimah. An Introductìon to History, Princeton,


Princeton University Press, 1967, pp. 264-265.
14 W.H. MacNeill, The Shape of European History, New York, Oxford Uni­
versity Press, 1974, p. 47.
15 B. Lewis, The Arabs in History, New York, Harper and Row, 1966, p.
55.

105
Stabilità e mutamento

I moderni mezzi di comunicazione e la moderna tec­


nologia hanno ridotto l’importanza dello spazio, ma il gra­
diente della perdita di forza non ha ancora perso comple­
tamente di significato nel mondo contemporaneo. Anche
se viviamo in un mondo dominato dai missili balistici in­
tercontinentali, la posizione .geografica e le distanze con­
tinuano ad essere fattori decisivi nelle relazioni interna­
zionali. Tre delle principali caratteristiche dell’attuale po­
litica mondiale sono infatti legate alla geografia e ai mez­
zi di trasporto. La prima è data dalla posizione centrale
dell’Unione Sovietica nel continente euroasiatico e dal van­
taggio che ciò comporta sugli Stati Uniti nel settore della
forza militare convenzionale. La seconda è la creazione di
una capacità di intervento aereo e marittimo che negli anni
Settanta ha permesso all’Unione Sovietica (Russia), per la
prima volta nella storia, di estendere la propria influenza
molto al di là dei confini nazionali. La terza consiste nel
relativo isolamento geografico degli Stati Uniti e nell’as­
senza di potenti vicini ostili (come nel caso dell’Unione
Sovietica e della Cina). Questi fattori svolgono un ruolo
importante nella determinazione degli interessi nazionali
e della politica estera dell’Unione Sovietica, degli Stati Uni­
ti e della Cina.

1.2. Tecniche e tecnologie militari

Fin dai tempi più remoti l’invenzione e l’adozione di


nuove armi e di nuove tattiche hanno spinto i gruppi e
gli stati a percorrere la via della conquista. In molti casi
il fattore decisivo era rappresentato da una nuova arma
o da un nuovo mezzo di trasporto, come nel caso delle
armi di ferro o dei carri pesanti. La forza militare può
mutare anche per la messa a punto di nuove strategie di
combattimento o di nuove forme di organizzazione mili­
tare. Gli eserciti romani, ad esempio, che conquistarono
un impero, non disponevano di una notevole superiorità
tecnologica rispetto ai nemici. La loro superiorità stava nella
tattica, nello spirito e nella organizzazione delle legioni,

106
Stabilità e mutamento

e nel loro senso della grande strategia16. Per questo si


dovrebbe stare attenti a non considerare inscindibili i mu­
tamenti della forza militare da quelli delle armi e della
tecnologia. La tecnologia è rimasta relativamente stabile
fino all’era moderna e i progressi tecnologici non sono stati
in passato cosi determinanti come lo sono oggi nell’equili­
brio della forza militare.
Le innovazioni in campo militare sono importanti nel
momento in cui contribuiscono ad aumentare o a dimi­
nuire l’area sulla quale una protezione militare potrebbe
dare in cambio delle rendite. In questo modo esse inco­
raggiano o scoraggiano l’espansione economica e politica
e la formazione di entità politiche più grandi o più picco­
le. A parità di altri fattori, se un’innovazione in campo
militare provoca una diminuzione del costo, di un muta­
mento del sistema internazionale, la stessa incentiverà uno
stato ad intraprendere gli sforzi necessari. Allo stesso mo­
do un aumento dei costi rappresenterà un disincentivo al
cambiamento e tenderà a stabilizzare lo status quo.
Le innovazioni in campo militare conferiscono ad una
determinata società il monopolio degli armamenti o della
tecnica più avanzata e provocano una notevole diminuzione
dei costi necessari per estendere l’area di dominio assicu­
randole così considerevoli vantaggi rispetto ai vicini e in­
centivi all’espansione e alla modificazione del sistema in­
ternazionale. La storia è ricca di esempi di innovazioni
in campo militare che sono sfociate in conquiste imperiali
e in enormi cambiamenti del sistema internazionale (per
esempio le innovazioni tattiche e organizzative di Gaio Ma­
rio, Filippo il Macedone e Napoleone).
D ’altro canto la storia della politica internazionale mo­
stra come in molti casi una superiorità relativa nella tec­
nica militare abbia avuto vita breve. Il permanere della
superiorità militare dipende sia dalle proporzioni e dalla
complessità dell’innovazione su cui si basa sia dai prere­
quisiti necessari alla sua adozione da parte di altre socie­

16 E. Luttwak, The Grand Strategy of thè Roman Empire. From thè First Cen­
tura A.D. to thè Third, Baltimore, Johns Hopkins University Press, 1976.

107
Stabilità e mutamento

tà. Una superiorità basata ad esempio solo su un’arma può


venir meno relativamente presto, quando cioè l’arma vie­
ne adottata dai propri nemici. L ’adozione di un’arma e
delle relative tattiche può richiedere però un livello di di­
sciplina sociale che i propri nemici non riescono a raggiun­
gere. Il monopolio da parte dei Romani di una tecnica
militare superiore non si fondava tanto sul possesso di ar­
mi particolari quanto piuttosto sul carattere peculiare del
cittadino-soldato romano. Nel mondo moderno la superio­
rità militare della civiltà occidentale si è basata sia sulla
complessità della tecnologia che sulle caratteristiche della
cultura occidentale fondata sulla scienza.
Un’altra importante conseguenza delle innovazioni mi­
litari consiste nell’impatto che hanno sul rapporto offesa­
difesa. Le innovazioni militari che tendono a favorire l’at­
tacco rispetto alla difesa stimolano l’espansione territoria­
le e l’unificazione politica del sistema internazionale ad
opera di imperi o grandi potenze17. Innovazioni come il
cavallo purosangue o la navigazione a vela, che hanno fatto
aumentare la mobilità e il raggio d’azione degli eserciti
e delle flotte, hanno anche incoraggiato la conquista e l’e­
spansione dell’influenza cosiddetta teoria del primato del­
la politica estera, non sarebbe esagerato affermare che le
esigenze della sopravvivenza in un sistema internazionale
competitivo costituiscono il principale fattore determinante
delle priorità e dell’organizzazione interna di una società.
Per scopi analitici, tuttavia, è possibile distinguere tra fat­
tori ambientali statale. Altrimenti, le innovazioni nelle for­
tificazioni e nelle armature pesanti, che hanno favorito la
difesa rispetto all’offesa, hanno tendenzialmente inibito la
conquista preservando lo status quo territoriale. L ’alternarsi
di una superiorità offensiva e di una superiorità difensiva
è una costante della storia e degli studi militari18.
Le gloriose età degli imperi e dell’unificazione politica
sono state associate alle innovazioni militari che hanno ga­

17 S. Andreski, Military Organization and Society, Berkeley, University of


California Press, 1971, pp. 75-76.
18 G. Quester, Offense and Defense in thè International System, cit.

108
Stabilità e mutamento

rantito a questa o a quell’altra società una spiccata supe­


riorità offensiva.
Nel primo millennio a.C. gli Assiri crearono la prima
«tecnologia dell’impero», nella quale riuscirono a fondere
le innovazioni della metallurgia del ferro, delle macchine
da assedio e dell’equitazione con i progressi nelle capacità
organizzative, producendo così il primo grande cambiamen­
to nelle relazioni internazionalilS. Questi mutamenti tec­
nologici e organizzativi, provocando una drastica diminu­
zione dei costi e un altrettanto drastico aumento dei van­
taggi ricavabili dalla conquista, resero economicamente at­
traente per questi spietati ed aggressivi guerrieri l’unifica­
zione del vicino Oriente. Allo stesso modo l’unificazione
imperiale della Cina ad opera di Ch’in fu dovuta alla su­
periorità dei mezzi offensivi su quelli difensivi1920.
D ’altro canto gli sviluppi in campo militare che fanno
aumentare le capacità difensive rispetto a quelle offensive
inibiscono tendenzialmente l’espansione stabilizzando lo sta­
tus quo territoriale e di conseguenza anche il sistema in­
ternazionale. Un esempio degli effetti delle innovazioni di­
fensive ci viene dal tardo Medio Evo quando importanti
progressi nel campo della fortificazione consentirono la so­
pravvivenza dell’Impero Bizantino. Analogamente, nell’Eu­
ropa medievale l’adozione e il perfezionamento di queste
tecniche costituirono dei fattori importanti per il mante­
nimento di una struttura politica feudale frammentata. Nel
quattordicesimo secolo l’invenzione della polvere da sparo
e dell’artiglieria rinvigorirono le capacità offensive inau­
gurando una nuova epoca di unificazioni territoriali e in­
troducendo una nuova forma politica: lo stato-nazione.
Dagli inizi dell’era moderna fino al periodo napoleo­
nico l’equilibrio tra offesa e difesa è stato incerto. La ri­
voluzione napoleonica in campo militare portò ad una pre­
valenza dei mezzi offensivi che favorì l’unificazione poli­
tica dell’Europa occidentale e orientale. In seguito, con

19 T.F. Carney, The Economies of Antiquity. Controls, Gift and Trade, Law­
rence, Kan., Colorado Press, 1973, p, 113.
20 S. Andreski, Military Organization and Society, cit., p. 76.

109
Stabilità e mutamento

l’introduzione della mitragliatrice e della guerra di trincea


durante la prima guerra mondiale prevalsero i mezzi di­
fensivi creando una nuova frammentazione della politica
europea negli anni Venti21. I mezzi offensivi ebbero di
nuovo la supremazia nella seconda guerra mondiale grazie
allo sviluppo dei moderni carri armati e dell’aviazione tat­
tica. Questa rinnovata supremazia dei mezzi offensivi fa­
vorì l’unificazione del potere politico sia in Europa occi­
dentale che in Europa orientale. Gli effetti degli sviluppi
più recenti (ad esempio l’avvento delle armi di distruzio­
ne di massa) sulla equazione offesa-difesa verranno discussi
in seguito.
L ’affermazione che l’offesa è superiore o inferiore alla
difesa va interpretata in termini economici; è una questione
relativa e non assoluta. Parlare di uno spostamento a fa­
vore dell’offesa sta a significare che una quantità minore
di risorse che in precedenza deve essere impiegata in mezzi
offensivi per superare le difese. Allo stesso modo uno spo­
stamento a favore della difesa significa che per la difesa
è necessaria una quantità minore di risorse mentre l’offe­
sa ne richiede una quantità maggiore. Variazioni di rilie­
vo nei costi relativi dell’offesa e della difesa hanno una
notevole influenza sui costi e sui benefici di un tentativo
di trasformare il sistema internazionale. Così si ritiene che
la difesa sia superiore se le risorse necessarie per conqui­
stare un territorio sono maggiori del valore del territorio
stesso e che l’offesa sia superiore se il costo della conqui­
sta è inferiore al valore del territorio22.
Lo sviluppo o l’adozione di nuove tecniche militari pos­
sono avere impatti differenziati su società diverse e di con­
seguenza anche sulla distribuzione internazionale del po­
tere. E probabile che l’introduzione di una nuova arma
o tecnica militare in un sistema internazionale assicuri ad

21 II carro armato e l’aviazione militare furono impegnati nella prima guer­


ra mondiale, ma si dimostrarono relativamente inefficaci, poiché le loro poten­
zialità e le tattiche d’impiego non erano state ancora perfezionate.
22 Per un uso interessante di quest’idea si veda R. Bean, War and Birth
of thè Nation State, in «Journal of Economie History», 33 (1973), pp. 203-221.

110
Stabilità e mutamento

un tipo particolare di società un considerevole vantaggio


sulle altre e quindi la incoraggi all’espansionismo. La sto­
ria è ricca di esempi in cui la dotazione di risorse, l’asset­
to geografico o la struttura sociale di una società hanno
facilitato o inibito lo sviluppo o l’adozione di una nuova
arma o tecnica militare. Nella Svezia del diciassettesimo
secolo, ad esempio, Gustavo Adolfo si rese conto del po­
tenziale rappresentato dagli eserciti nazionali di mestiere.
La struttura sociale non feudale della Svezia era sufficien­
temente malleabile da permettergli di riorganizzare la so­
cietà nell’interesse del potere e aprire così alla Svezia la
via dell’espansione imperialistica23.
D ’altra parte l’organizzazione sociale politica o econo­
mica di una società può invece inibire l’adozione di una
tecnologia nuova e più efficiente. I costi per gli interessi
acquisiti possono essere, ad esempio, troppo alti suscitan­
do resistenze all’adozione di nuove tecniche. Le élite ari­
stocratiche e privilegiate si sono spesso rifiutate di arma­
re gli strati più bassi della popolazione. Ciò è avvenuto
sia in Europa che in Giappone all’inizio dell’era moder­
na. Tale resistenza può essere ricondotta anche ad un in­
sieme di valori e di convinzioni opposte ai prerequisiti so­
ciali ed organizzativi necessari per l’adozione di una nuo­
va tecnologia. In questo modo si potrebbe spiegare forse
uno dei più grandi misteri della storia, ovvero il motivo
per cui i Mussulmani, un tempo potenti, non adottarono
l’artiglieria e la fanteria di sostegno nel momento in cui
queste innovazioni militari stavano rivoluzionando i cam­
pi di battaglia di tutta Europa. Tali innovazioni, insieme
alla navigazione a vela moderna, permisero agli arretrati
paesi europei di conquistare il mondo. Dietro questa co­
stosa mancanza dei Mussulmani stavano una struttura so­
ciale e una tradizione, basate sul soldato a cavallo, che
disdegnavano il soldato di fanteria24.

23 S. Andreski, Mìlitary Organization and Society, cit., p. 37.


24 C.M. Cipolla, Guns, Sails and Empirei. Technological Innovation and thè
Early Phases of European Expansion 1400-1700, New York, Minerva Press, 1965,
trad. it. Velieri e cannoni d’Europa sui mari del mondo, Torino, U t e t , 1969.

Ili
Stabilità e mutamento

In alcuni casi le società hanno trasformato in modo


radicale le proprie strutture allo scopo di assimilare nuove
tecniche economiche e militari, come nel caso del feuda­
lesimo in Europa occidentale creato per assicurare l’infra-
struttura politica ed economica necessaria ad una difesa
basata sulla cavalleria pesante25. La restaurazione Meiji
nel Giappone della fine del diciannovesimo secolo costi­
tuisce un esempio più recente. Le riforme realizzate in que­
sto periodo crearono la base per la rapida industrializ­
zazione della società giapponese. Naturalmente anche nel
mondo contemporaneo la modernizzazione delle società sot­
tosviluppate richiede in primo luogo e soprattutto dei mu­
tamenti del modo di pensare tradizionale e delle strutture
sociali che permettano l’introduzione della tecnologia mo­
derna. L ’essenza del problema relativo all’introduzione della
tecnologia è stata ben colt* da Carlo M. Cipolla che cita
a questo proposito S.H. Frankel:
A prima vista il problema può sembrare semplicemente quello di
creare nuove tecniche di produzione e gli strumenti e le macchine ad
esso appropriati. Ma ciò che realmente è in causa è una vasta modifi­
cazione delle strutture e dei valori sociali. Il sapere tecnico è l’espres­
sione della reazione dell’uomo ai problemi mutevoli creati dall’ambien­
te e dai suoi simili [...]. Per fronteggiare una nuova situazione occor­
rono nuovi modi di pensare, nuove attitudini e nuovi modi di agire.
Il sapere deve accrescersi: capitale deve essere creato di nuovo sulla
base di una continua sperimentazione, e nuove speranze, nuove fedi
devono evolversi. D ’altra parte tutte queste nuove attività non sono
indipendenti dalle istituzioni esistenti alle quali si devono adattare, e
che a loro volta devono adattarsi alle nuove attività. Per questo il pro­
cesso di sviluppo è così complesso e, se si vuole avanzare armoniosa­
mente, così lento 26.

Per lungo tempo gli studiosi di geografia politica han­


no sostenuto che le innovazioni in campo militare hanno
ripercussioni differenziate a seconda dei vari tipi di socie­
tà. In generale gli studi in questo campo hanno cercato
di stabilire se una particolare innovazione ha favorito il
sorgere di una potenza marittima o di una potenza terre­

25 L. White Jr., Medieval Technology and Social Change, London, Oxford


University Press, 1964.
26 C.M. Cipolla, Velieri e cannoni, cit., pp. 108-109.

112
Stabilità e mutamento

stre. In quest’ultimo caso l’innovazione porta tendenzial­


mente ad una unificazione politica e a un imperialismo
territoriale, come nel caso di Sparta, Roma e della Rus­
sia. Nel primo caso l’innovazione produce tendenzialmen­
te un colonialismo d’oltre mare, un’espansione economica
e la creazione di sfere d’influenza, come nel caso di Ate­
ne, della Gran Bretagna e degli Stati Uniti. Così l’intro­
duzione della ferrovia avvantaggiò la Germania, mentre
la navigazione a vapore favorì la Gran Bretagna. Nel mon­
do contemporaneo si discute se l’avvento dei missili in­
tercontinentali e delle armi nucleari avvantaggerà in ulti­
ma analisi gli Stati Uniti (potenza marittima) o l’Unione
Sovietica (potenza terrestre). Il punto essenziale è comun­
que che le innovazioni militari sono raramente neutrali nei
loro effetti, mentre di solito favoriscono un tipo di socie­
tà o l’altro.
Le innovazioni in campo militare modificano anche
l’importanza della base economica del potere statale. E ov­
vio che esista in generale una relazione positiva tra la ric­
chezza materiale di una società e il suo potere militare.
Gli stati più ricchi sono tendenzialmente anche quelli più
potenti. Le innovazioni militari possono enormemente raf­
forzare o indebolire questo rapporto modificando il costo
unitario della forza militare o creando economie di scala.
Un’innovazione nel campo delle armi può provocare
una diminuzione del costo delle stesse e inoltre ridurre
l’importanza della base economica necessaria a sostenere
il potere militare favorendo così anche le società meno ric­
che. Prima dell’avvento della metallurgia del ferro e della
disponibilità di ferro a prezzo relativamente basso le se­
dentarie e prospere civiltà dell’Età del Bronzo furono ad
esempio in grado di tenere a bada popoli meno sviluppa­
ti. Questi ultimi non si potevano infatti permettere di pro­
durre le più costose armi di bronzo in quantità sufficienti
a far scendere in campo eserciti in grado di sopraffare le
civiltà più ricche. L ’introduzione del ferro, più economi­
co, modificò questo equilibrio militare spostando l’asse del
potere verso società emergenti come gli Ittiti e gli Assiri.
Il rapporto fra l’innovazione militare e la base econo­

113
Stabilità e mutamento

mica del potere è ben illustrato da una delle congiunture


strategiche più critiche della storia del mondo. Il conflit­
to, durato 1300 anni, fra le tribù di pastori delle steppe
dell’Asia centrale e le più ricche società agricole ebbe ini­
zio con l’addomesticazione del cavallo. Lungo tutto que­
sto periodo gli arcieri a cavallo delle steppe ebbero quasi
sempre la meglio dal punto di vista militare. Malgrado la
relativa povertà di questi pastori nomadi, la loro mobilità
e superiorità offensiva consentirono ai successivi popoli del­
le steppe di creare grandi imperi e di depredare le civiltà
più avanzate. Questa sequenza di conquiste cessò infine
con l’invenzione dell’artiglieria, una tecnologia molto al di
là della portata di un’economia pastorale27. Perciò que­
sti popoli furono sottomessi col tempo dai Grandi Russi
che erano più progrediti dal punto di vista economico e
tecnologico e il cui impero si era ampliato seguendo le valli
fluviali dell’Eurasia.
Le innovazioni militari possono viceversa fare aumen­
tare il costo unitario della potenza militare; ovvero la po­
tenza militare può richiedere una maggiore intensità di
capitali28. Il conseguente aumento del costo di una for­
za militare efficace e della guerra tende a favorire le or­
ganizzazioni più grandi e più ricche29. Ciò avvenne ad
esempio agli inizi dell’era moderna quando né i signori
feudali né le città-stato erano in grado di finanziare gran­
di concentrazioni di nuove forme di potere militare: arti­
glieria, eserciti regolari, navi a vela, ecc. Questa rivoluzio­
ne nella natura e nel costo della guerra è stata determi­
nante per il trionfo dello stato-nazione territoriale su al­
tre forme politiche.
Oltre un certo punto i costi crescenti del potere mili­
tare possono bloccare l’espansione e il cambiamento poli­

27 W .H. MacNeill, A World Ilistory, London, Oxford University Press,


1967, p. 316.
28 S. Andreski, Military Organization and Society, cit., pp. 87-88.
29 I. Wallerstein, The Modem World System. Capitalist Agriculture and thè
Origins o f thè European World-Economy in thè Sixteenth Century, New York,
Academic Press, 1974, pp. 28-29, trad. it. Il sistema mondiale nell’economia mo­
derna, 2 voli., Bologna, Il Mulino, 1978-1982.

114
Stabilità e mutamento

tico. La mancanza di unità dell’Europa feudale, ad esem­


pio, e il conservatorismo dell’Impero Bizantino erano in
gran parte determinati dal fatto che la cavalleria pesante,
benché molto efficace, era una forma molto costosa di po­
tere militare che rendeva proibitivi i costi della costitu­
zione della capacità offensiva necessaria per perseguire fi­
ni espansionistici in Europa stessa. Le risorse necessarie
ad una unificazione politica del continente andavano al di
là della portata degli attori presenti sulla scena politica.
Ecco quindi che in Europa il permanere dello status quo
territoriale ne risultava favorito.
Concludendo, si può dire che un’innovazione in cam­
po militare può condurre ad economie di scala che inco­
raggiano la formazione di entità politiche più ampie; vale
a dire che il costo unitario del potere militare diminuisce
con l’aumentare della scala. Di conseguenza entità politi­
che più grandi e forze militari più consistenti possono ri­
sultare più redditizie per quanto riguarda i costi rispetto
ad entità e forze minori. Questo rendimento relativo può
quindi costituire un incentivo per le entità politiche più
grandi a prendere il posto di quelle più piccole30. Sulla
base della precedente tipologia del mutamento politico in­
ternazionale si può dire che le innovazioni militari che in­
troducono economie di scala provocano tendenzialmente
un mutamento dei sistemi piuttosto che semplicemente un
mutamento sistemico. Nel prossimo capitolo questa gene­
ralizzazione verrà applicata al processo di formazione del
sistema degli stati nazionali europei.

1.3. Fattori economici


Il terzo fattore ambientale che influenza la redditività
di un mutamento del sistema internazionale è il sistema
economico (vale a dire le tecniche e le forme organizzati­
ve della produzione, distribuzione e del consumo di beni
e servizi). Come hanno messo in evidenza i marxisti, i
mezzi di produzione e le loro modificazioni sono fattori

30 R. Bean, War and Birth of thè Nation State, cit., p. 220.

115
Stabilità c mutamento

particolarmente importanti nel determinare il comportamen­


to politico. I sistemi politici, sia a livello interno che in­
ternazionale, influenzano profondamente a loro volta i mo­
delli delle attività economiche. Esiste infatti una mutua
e reciproca interazione tra il sistema politico e il sistema
economico31.
In questo studio sosterremo la tesi che l’interazione
fra economia e politica è un aspetto fondamentale del pro­
cesso di cambiamento della politica internazionale. Da un
lato, il desiderio di ottenere profitti economici rappresen­
ta un forte incentivo a tentare di modificare il sistema
internazionale. La distribuzione del potere tra gruppi e stati
è quindi un fattore importante che determina la struttura
delle attività economiche e, in particolare, quali attori trar­
ranno maggior vantaggio dalla divisione interna o inter­
nazionale del lavoro. Dall’altro, la stessa distribuzione del
potere poggia in definitiva su una base economica, e nel
momento in cui le fonti e le basi della ricchezza si..modi­
ficano, in seguito a mutamenti dell’efficienza economica,
dell’ubicazione delle industrie e delle vie degli scambi com­
merciali, si verifica necessariamente una corrispondente ri­
distribuzione del potere fra i gruppi e gli stati. La lotta
per il potere e il desiderio di ottenere profitti economici
sono in definitiva inestricabilmente connessi.
I fattori e gli scopi economici sono elementi univer­
salmente presenti nel comportamento degli stati e nei cam­
biamenti della politica internazionale. Ciò è dovuto al fatto
che in un mondo in cui vi è scarsità di risorse il proble­
ma fondamentale della politica interna e internazionale con­
siste nella distribuzione del «surplus economico» disponi­
bile, ossia delle merci e dei servizi prodotti in eccesso ri­
spetto ai bisogni di sussistenza della società32. I gruppi

31 R. Gilpin, Power and thè Multinational Corporation, New York, Basic


Books, 1975.
32 La nozione di surplus economico è molto controversa. Gli economisti
classici davano per scontata la sua esistenza e definivano l’economia come la
determinazione delle leggi che governano la sua distribuzione. Gli economisti
neoclassici, in parte per contrapporsi all’identificazione marxista del surplus con
lo sfruttamento capitalistico, ne negavano l’esistenza (ciascun fattore di produ­
zione è ripagato in proporzione al suo contributo marginale all’economia). Per
una discussione dell’argomento si veda M. Blaug, Economie Theory in Retro-
spect, Cambridge, Cambridge University Press, 19783, pp. 254-256.

116
Stabilità e mutamento

e gli stati cercano di controllare e di organizzare le rela­


zioni e le attività economiche in modo tale da far aumen­
tare le proprie quote relative di tale surplus. Per questo
motivo i modi in cui il surplus viene prodotto e distribui­
to hanno profonde ripercussioni sulla politica internazio­
nale e sui mutamenti politici.
Il fatto che gli obiettivi e i fattori economici giochino
un ruolo importante, e a volte decisivo, nelle relazioni in­
ternazionali è fuori discussione. L ’importanza delle restri­
zioni e delle opportunità economiche nella politica estera
di uno stato è facilmente ammessa dagli studiosi di rela­
zioni internazionali. I realisti, ad esempio, riconoscono che
il potere deve avere una base economica e che la ricerca
del potere è inseparabile da quella della ricchezza. Come
sostiene uno studioso realista, «la distinzione tra le cause
politiche e quelle economiche di una guerra è una distin­
zione fittizia. Gli interessi politici in gioco possono essere
espressi solo in termini economici. Ogni conflitto è un con­
flitto di potere, e il potere dipende dalle risorse. Anche
la popolazione è una quantità economica; la sua crescita
e i suoi movimenti sono determinati da condizioni econo­
miche»33. In realtà, in tutto il corso della storia, i con­
flitti politici tra gli stati hanno di frequente avuto per og­
getto il controllo di territori fertili, di risorse materiali e
di vie commerciali.
Benché gli interessi economici abbiano sempre influen­
zato il corso della politica internazionale, è nell’era mo­
derna che hanno esercitato la maggiore influenza. Mentre
le altre epoche erano dominate da passioni religiose e po­
litiche, oggi sono gli interessi e i calcoli economici a svol­
gere il ruolo primario nella definizione della politica este­
ra. Ciò che è peculiare del mondo moderno è che gli aspetti
economici della vita sociale, per la nascita di un’economia
di mercato, si sono più differenziati rispetto agli altri
aspetti34. Di conseguenza l’aspetto economico si è distac­

33 R.G . Hawtrey, Economie Aspects o f Sovereignty, London, Longmans,


Green, 1952, p. 81.
34 J . Hicks, A Theory o f Economie History, London, Oxford University
Press, 1969, p. 1.

117
Stabilità e mutamento

cato dagli altri diventando anche più importante35. La


grande importanza dei fattori economici differenzia le mo­
derne relazioni internazionali da quelle delle epoche pre­
cedenti. Fu agli inizi dell’epoca moderna che i fattori eco­
nomici divennero più importanti. Questa situazione trovò
espressione nella dottrina mercantilistica che mise in evi­
denza il ruolo del commercio e della finanza come fonti
del potere statale36. L ’importanza dei fattori economici
nella politica mondiale è diventata sempre maggiore gra­
zie all’espansione di un’economia di mercato mondiale al­
tamente interdipendente.
Come ha fatto notare John Harsanyi, l’evoluzione del
sistema economico riveste un’importanza cruciale nel cam­
biamento politico poiché costituisce il mezzo principale at­
traverso cui l’ambiente naturale limita e influenza l’attivi­
tà umana:
Una delle ragioni per cui la spiegazione dei fenomeni sociali in ter­
mini di forze economiche è spesso così fruttuosa risiede nel fatto che
il sistema economico è uno dei principali canali attraverso cui l’am­
biente naturale (in particolare la presenza o l’assenza di risorse natura­
li e di vie di comunicazione naturali) influisce sul sistema sociale37.

Le variabili economiche sono tendenzialmente accre­


scitive. Benché sia possibile che si verifichino cambiamenti
economici improvvisi e drammatici, in generale l’influen­
za dei cambiamenti economici tende ad essere cumulativa
e a svilupparsi nel corso di decenni e persino di secoli.
La loro natura additiva, tuttavia, non diminuisce il loro
impatto. Ad esempio, un tasso di crescita economica del
2 o 3% o un tasso pari di recessione economica che si
prolunga in un periodo di tempo sufficientemente lungo
avrà un effetto decisivo sul potere e sugli interessi di una
società. Analogamente, una leggera modificazione del rap­

35 K. Polanyi, The Great Transformation, The Politicai and Economie Orì­


gine of Our Time, Boston, Bacon Press, 1957.
36 R. Gilpin, Economie Interdependence and National Securìty in Historìcal
Perspcctives, in K. Knorr e F.N . Trager (a cura di), Economie Issues and Natio­
nal Securìty, Lawrence, Kan., Regents Press of Kansas, 1977, pp. 19-66.
37 J. Harsanyi, Explanation and Comparative Dynamics in Social Science, in
«Behavioral Science», 5 (1960), p. 1941.

118
Stabilità e mutamento

porto numerico tra popolazione e quantità di cibo dispo­


nibile può avere enormi conseguenze nel tempo. Infatti
fra tutte le cause del mutamento politico internazionale
una delle più importanti è costituita dalla pressione mal-
thusiana che la popolazione esercita sulla terra coltivabi­
le 38. Le altre variabili economiche accrescitive sono l’ac­
cumulazione del capitale, l’aumento delle conoscenze tec­
nologiche e le modificazioni dei prezzi relativi dei fattori
di produzione. Come scrisse Lord Keynes nella citazione
che apre questo libro, questo tipo di mutamenti secolari
cumulativi determina i grandi eventi della storia.
In generale, un mutamento in campo economico fun­
ziona, al pari dei mutamenti in campo tecnologico e mili­
tare, come incentivo (disincentivo) se provoca un aumen­
to (diminuzione) dei benefici o una diminuzione (aumen­
to) dei costi di una modificazione del sistema internazio­
nale. Naturalmente i tipi di mutamento economico che pos­
sono modificare i benefici e i costi di un mutamento del
sistema internazionale sono numerosi. Dal punto di vista
dei benefici qualsiasi sviluppo che aumenti il bisogno di
(e quindi i benefici ricavabili da) mercati più ampi, di sboc­
chi per i capitali o di fonti di materie prime spingerà uno
stato ad espandere la propria influenza politica o econo­
mica. Dal punto di vista dei costi, qualsiasi sviluppo che
diminuisca i costi delle transazioni economiche incoragge-
rà la trasformazione delle relazioni politiche ed economiche.
Sono i mutamenti di tre ampie categorie di fattori eco­
nomici a spingere tendenzialmente uno stato ad espander­
si e a tentare di modificare il sistema internazionale. In
primo luogo qualsiasi sviluppo che provochi un aumento
delle economie di scala costituirà un forte incentivo all’e­
spansione. Tali economie di scala possono concernere le
dimensioni del mercato, la scala delle unità produttive o
una diminuzione dei costi delle transazioni. Un mutamen­
to in campo economico che prometta un reddito maggio­
re o una riduzione dei costi tramite un aumento della scala

F. Teggard, Theory and Processes of History, Berkeley, University of Ca­


lifornia Press, 1941.

119
Stabilità e mutamento

dell’organizzazione economica costituisce un forte incen­


tivo a produrre questi aumenti di efficienza mediante una
espansione economica e territoriale.
Ai fini di questo studio, i cambiamenti più importanti
nelle economie di scala sono quelli che influenzano la pro­
duzione di beni pubblici o collettivi39. Uno sviluppo, ad
esempio, che provochi una diminuzione dei costi o un au­
mento dei benefici derivanti dalla protezione esercitata su
un ampio territorio, costituirà un incentivo per un impren­
ditore politico ad offrire questa merce in cambio di un
certo reddito40. Nel seguito della nostra discussione sul­
la nascita del sistema di stati europeo citeremo un esem­
pio in cui i cambiamenti della scala funzionale alla produ­
zione di beni pubblici costituì una delle cause principali
della modificazione del sistema internazionale.
Un altro fattore economico che crea incentivi all’espan­
sione è l’internalizzazione delle esternalità. Le esternalità
sono benefici (positivi) o costi (negativi) che ricadono su­
gli attori politici per i quali non è previsto pagamento o
risarcimento41. In caso di esternalità positive il sistema
politico tenta di aumentare il proprio controllo sul siste­
ma internazionale in modo da costringere la parte benefi­
ciata a pagare delle tasse in cambio dei benefici ricevuti.
In caso di esternalità negative il sistema politico cerca di
incorporare quegli individui che ne sono responsabili e di
costringerli a desistere dalle loro attività o a pagare degli
indennizzi per i costi inflitti al sistema politico. Di fre­
quente, ad esempio, l’espansione di un’entità politica, co­
me una città o uno stato, è motivata dal desiderio di co­
stringere gli individui beneficiati dalle attività della città
o dello stato a pagare il costo dei benefici (esternalità)42.
Il terzo fattore economico che costituisce un incenti­

39 K. Kox, D.R. Reynolds e S. Rokkan, Locational Approaches to Power


and Conflìct, New York, John Wiley and Sons, 1974, p. 124.
40 N. Frohlich, J.A . Oppenheimer e O.R. Young, Politicai Leadership and
collective Goods, Princeton, Princeton University Press, 1971, p. 6.
41 L .E . Davis e D.C. North, Institutional Change, cit., p. 15.
42 K. Kox, D.R. Reynolds e S. Rokkan, Locai Approaches to Power and
Conflict, cit., p. 125.

120
Stabilità e mutamento

vo all’espansione è la diminuzione del tasso dei profitti.


Come hanno messo in evidenza gli economisti classici, e
in particolare David Ricardo nella sua legge sulle rendite,
perché la crescita economica continui, tutti i fattori di pro­
duzione devono necessariamente aumentare in uguale pro­
porzione. Se un fattore di produzione (terra, lavoro o ca­
pitale) rimane costante e se non si verifica alcun progres­
so tecnologico il tasso di crescita della produzione dimi­
nuirà. Questo semplice concetto rivestiva una notevole im­
portanza per gli economisti classici. L ’intero edificio del­
l’economia classica si basava infatti sulla legge dei rendi­
menti decrescenti; le sue implicazioni pessimistiche porta­
rono Thomas Carlyle a ribattezzare l’economia come la tri­
ste scienza. La legge fu ripresa anche da Karl Marx e in­
globata in uno dei più importanti e sistematici tentativi
mai intrapresi di formulare una teoria dei cambiamenti so­
ciopolitici.
Nell’era moderna, sin dalla rivoluzione industriale del
diciottesimo secolo e dall’avvento della moderna tecnolo­
gia, la legge dei rendimenti decrescenti ha perso molta della
sua forza: le innovazioni tecnologiche aumentano la pro­
duttività delle risorse disponibili, per cui non è più neces­
sario, affinché la crescita economica continui, che si veri­
fichino aumenti quantitativi di tutti i fattori di produzio­
ne. Naturalmente è stato questo sviluppo rivoluzionario
della tecnologia che ha dato luogo al fenomeno della cre­
scita economica prolungata e ha creato l’era moderna del­
le ricche società industriali. Ciò nonostante, gli effetti ri­
voluzionari della moderna tecnologia sulla crescita econo­
mica non furono presi in considerazione dagli economisti
classici che per primi formularono la legge dei rendimenti
decrescenti.
Il ruolo fondamentale svolto dai fattori economici nel­
la vita sociale ha spinto numerosi studiosi a porli al cen­
tro dei tentativi di costruire teorie che spieghino i muta­
menti sociopolitici. Tra queste teorie economiche del cam­
biamento due sono particolarmente interessanti e signifi­
cative ai fini della nostra analisi. La prima è l’economia
istituzionale neoclassica degli «studiosi della nuova storia

121
Stabilità e mutamento

economica»43. La seconda è il marxismo. Benché diffe­


renti per molti aspetti, queste due prospettive intellettua­
li condividono l’idea base che il cambiamento socio-politico
può essere spiegato unicamente in termini di fattori eco­
nomici endogeni; vale a dire che le variabili rilevanti ai
fini di una spiegazione dei cambiamenti sono primariamente
economiche e che fanno parte del funzionamento del si­
stema economico. La «nuova storia economica» e il mar­
xismo non tengono conto in modo adeguato dei fattori
esterni come la religione, le forze politiche e gli eventi
casuali, ma, poiché costituiscono i due tentativi più auto­
revoli di sviluppare una teoria economica dei cambiamen­
ti politici internazionali, verranno analizzati nei dettagli
per le intuizioni, quantunque limitate, che offrono riguar­
do. al mutamento politico.

La nuova storia economica. La tesi principale della nuova


storia economica, espressa da due dei suoi esponenti più
autorevoli, è la seguente: «la nascita, la crescita, il muta­
mento e, forse, la morte delle [...] istituzioni (sociali, po­
litiche ed economiche)» può essere compresa per mezzo
di semplici strumenti di analisi economica44. Il punto di
partenza quindi di questa innovativa scuola di pensiero è
che i cambiamenti sociali e politici rappresentano delle ri­
sposte al desiderio degli individui di massimizzare o per
lo meno favorire i propri interessi. Nel momento in cui
sono alla ricerca di beni materiali e di altro tipo allo sco­
po di aumentare il proprio benessere, gli individui tenta­
no anche di trasformare le istituzioni e gli ordinamenti
sociali per gli stessi motivi egoistici. Questa teoria econo­
mica dei cambiamenti sociopolitici cerca perciò di spiega­
re gli sviluppi storici e istituzionali prima di tutto in ter­
mini di fattori endogeni (cioè interni) al funzionamento
del sistema economico.

43 L ’uso del termine «economia istituzionale neoclassica» per definire l’ap­


proccio dei nuovi studiosi di storia economica è conforme all’uso fattone da
A. Field nel suo scritto non pubblicato What is wrong with Neoclassical Institu-
tional Economics, ottobre, 1979.
44 L .E . Davis e D.C. North, Institutional Change, cit., p. 4.

122
Stabilità e mutamento

La metodologia di questi studiosi comporta l’applica­


zione della microeconomia (la legge di mercato) allo stu­
dio dei cambiamenti storici e istituzionali. Essi si basano
in misura notevole sulla cosiddetta legge della domanda,
secondo la quale i soggetti acquistano una quantità mag­
giore (o minore) di un bene se il suo prezzo relativo di­
minuisce (o aumenta). Questi soggetti tenderanno anche
ad acquistare una quantità maggiore (o minore) di tale bene
se i loro redditi relativi aumentano (o diminuiscono)45. In
sostanza, qualsiasi cambiamento che modifichi il prezzo re­
lativo di un bene o il reddito relativo di un soggetto creerà
un incentivo o un disincentivo ad acquistare una quantità
maggiore di bene. Per questi studiosi il bene in questione
è un cambiamento sociale o istituzionale desiderato.
Gli studiosi della nuova storia economica, benché fac­
ciano uso dei concetti e della metodologia dell’economia
neoclassica, ne modificano un assunto fondamentale. Men­
tre gli economisti neoclassici affermano che i gusti e le
restrizioni (per esempio il sistema dei diritti di proprietà)
rimangono costanti, essi sostengono il contrario. Il loro
obiettivo è, in realtà, quello di spiegare come e perché
i gusti e le restrizioni, in particolare gli ordinamenti so­
ciopolitici e le istituzioni, si modificano nel tempo. Men­
tre gli economisti neoclassici concentrano la propria atten­
zione sull’ottimizzazione del comportamento in presenza
di un certo insieme di condizioni, i nuovi economisti so­
no interessati a spiegare il motivo per cui sia gli obiettivi
che gli individui cercano di ottimizzare, sia le stesse limi­
tazioni esterne si modifichino nel tempo46. L ’approccio di
questi studiosi al problema dei cambiamenti può essere rias­
sunto in tre punti. In primo luogo, essi sostengono che
il cambiamento sociale può essere spiegato in termini di
fattori economici endogeni, vale a dire in termini di sfor­
zi intrapresi dagli individui per soddisfare i propri obiet­

45 G. Becker, The Economie Approach to Human Behavior, Chicago, Uni­


versity of Chicago Press, 1976, p. 6.
46 D.C. North, Markets and Other Allocation Systems in History, in «Jour­
nal of European Economie History», 6 (1977).

123
Stabilità e mutamento

tivi materiali. In secondo luogo, il fattore determinante


del cambiamento del comportamento viene individuato nelle
modificazioni dei prezzi e dei redditi relativi. Poiché le
modificazioni delle strutture sociopolitiche, qualunque ne
siano i benefici finali, comportano costi di transizione e
di esecuzione a carico di qualche soggetto, qualsiasi svi­
luppo che muti la grandezza e la distribuzione dei costi
e della capacità di pagare questi costi influenza la pro­
pensione ai mutamenti istituzionali. In terzo luogo, gli in­
dividui e i gruppi tentano di usare il governo per modifi­
care i diritti di proprietà in modo da favorire i propri in­
teressi. Così, mentre gli economisti neoclassici trascurano
la natura delle istituzioni sociali e i loro effetti sulla di­
stribuzione dei profitti, gli studiosi della nuova storia eco­
nomica ne fanno un argomento centrale della loro analisi.
Il valore di questo approccio ai cambiamenti sociali con­
siste nell’idea semplice, ma potente, che la legge della do­
manda sia applicabile alla scelta e ai cambiamenti delle
strutture sociali e politiche. Come detto in precedenza,
un attore tenterà di modificare un sistema politico se il
suo reddito (potere) aumenta o se i costi di un cambia­
mento del sistema diminuiscono. L ’attore continuerà inol­
tre a tentare di cambiare il sistema fino a quando i costi
marginali di un cambiamento ulteriore sono pari ai bene­
fici marginali e si può quindi dire che il sistema è ritor­
nato in una posizione di equilibrio, ovvero che «nessun
attore ha motivo [...] di voler cambiare il proprio com­
portamento»47.
Nonostante questo utile suggerimento questo approc­
cio al problema dei cambiamenti politici presenta nume­
rosi e gravi limiti. In primo luogo, benché l’affermazione
razionalistica che i soggetti comparano i costi e i benefici
del tentativo di cambiare il sistema sociale sia di grande
efficacia, molto spesso le azioni politiche hanno conseguen­
ze importanti e impreviste. Raramente gli attori sono in
grado di prevedere il corso degli eventi che mettono in

47 B. Barry, Sociologist, Economisti and Democracy, London, Macmillan,


1970, p. 168.

124
Stabilità e mutamento

moto, e anzi spesso perdono il controllo sulle forze sociali


e politiche. In secondo luogo, molti dei fattori che deter­
minano i cambiamenti sociali e politici sono fattori esoge­
ni (esterni) rispetto al funzionamento del sistema econo­
mico. Nell’analisi della natura del mutamento politico in­
ternazionale bisogna ad esempio prendere in considerazio­
ne le variabili non economiche come le tecniche militari,
i fattori di politica interna e, in particolare, la distribu­
zione internazionale del potere. In terzo luogo, la nuova
storia economica tende ad affermare che le strutture so­
ciali e politiche vengono modificate soprattutto allo scopo
di far aumentare l’efficienza economica e di massimizzare
il benessere sociale. Essa sostiene che i diritti di proprie­
tà vengono creati o messi da parte a seconda della loro
utilità sociale e in particolar modo del loro contributo ad
una efficiente organizzazione economica della società. Que­
sto assunto liberale a proposito dei cambiamenti sociopo­
litici non tiene sufficientemente conto del fatto che una
motivazione uguale se non più forte di un cambiamento
politico è data dal desiderio dei gruppi, delle classi sociali
o degli stati di aumentare il proprio benessere a spese di
altri e della stessa efficienza economica.
In due diverse situazioni economiche gli individui, i
gruppi e/o gli stati tenteranno di modificare le istituzioni
e gli ordinamenti sociali48. In primo luogo è possibile che
essi tentino di aumentare l’efficienza economica e di mas­
simizzare il benessere economico servendosi delle oppor­
tunità produttive aperte dai progressi delle conoscenze, dal­
la tecnologia, ecc. Incrementando le economie di scala, ri­
ducendo i costi delle transazioni o con una maggiore effi­
cienza tutti potrebbero trarre benefici, in termini di be­
nessere assoluto, da un cambiamento sociopolitico. In se­
condo luogo, gli attori politici potrebbero tentare, al con­
trario, di cambiare le strutture sociopolitiche in modo da
ridistribuire i benefici a proprio favore, anche se è possi­

48 J.A . Roumasset, Induced Institutional Change, Welfare Economici and The


Science of Public Volley, Working paper series n. 46, Dipartimento di Econo­
mia, University of California, Davis, ottobre 1974.

125
Stabilità e mutamento

bile che la maggior parte di loro o tutti vengano a per­


derci in termini di benessere assoluto. Ciò che è impor­
tante per i promotori del cambiamento è il proprio gua­
dagno relativo in termini di ricchezza o di potere. Una
teoria del cambiamento deve essere in grado di spiegare
entrambi i tipi di mutamento.

Il marxismo. L ’altra teoria economica del mutamento


politico che prenderemo in considerazione è il marxismo.
Karl Marx enunciò il suo obiettivo nella prefazione al pri­
mo volume del Capitale: «Il fine ultimo al quale mira que­
st’opera è di svelare la legge economica del movimento
della società moderna»49. Marx credeva di aver trovato
la chiave del mutamento sociale e politico nello sviluppo
dei mezzi di produzione:
La conclusione generale a cui sono arrivato e che è divenuta il prin­
cipio guida dei miei studi può essere riassunta come segue. Nella pro­
duzione sociale della loro esistenza gli uomini entrano inevitabilmente
in determinati rapporti che sono indipendenti dalla loro volontà, e pre­
cisamente in rapporti di produzione adeguati ad un certo livello dello
sviluppo delle forze materiali di produzione. La totalità di questi rap­
porti di produzione costituisce la struttura economica della società, il
fondamento reale dal quale nasce una sovrastruttura politica e legale
e al quale corrispondono forme definite di coscienza sociale50.

Semplificando, il marxismo sostiene che il mutamento


politico è la conseguenza della contraddizione fra un si­
stema sociopolitico statico e l’evoluzione dei mezzi di pro­
duzione agricoli o industriali. Ciascun sistema sociale ha
una sua particolare struttura di classe, una struttura lega­
le e una logica economica che si basano sui mezzi di pro­
duzione esistenti. L ’evoluzione delle forze produttive pro­
duce infine una incompatibilità fra il sistema sociopolitico
e i mezzi di produzione. Si verifica quindi, di conseguen­
za, una rivoluzione sociopolitica per aprire la strada ad

49 K. Marx, Das Kapital. Kritìk der politischen Okonomie, Hamburg, 1867,


voi. I, trad. it. di D. Cantimori, Il Capitale, Roma, Editori Riuniti, 1974, voi.
I, Prefazione alla prima edizione, p. 33.
50 K. Marx citato da P. Deane, The Evolutìon o f Economìe Ideas, Cam­
bridge, Cambridge University Press, 1971, p. 129.

126
Stabilità e mutamento

un sistema sociale e legale che sia compatibile con i re­


quisiti di un ulteriore progresso economico.
Secondo Marx, il sistema capitalistico è mosso dalla
legge dell’accumulazione. A suo parere i capitalisti spinti
dall’obiettivo del profitto e della proprietà privata dei mezzi
di produzione sono costretti a massimizzare e ad accumu­
lare il capitale. Tuttavia il capitale si accumula sotto for­
ma di forze produttive e nel momento in cui un’econo­
mia capitalista diviene matura il tasso di profitto tende
a diminuire e quindi a ritardare un’ulteriore accumulazio­
ne di capitali e un’ulteriore crescita economica. Questi svi­
luppi causano allora un costante impoverimento della classe
lavoratrice, crescenti livelli di disoccupazione e, infine, una
crisi generale dell’ordine capitalistico. E quindi la contrad­
dizione fra il sistema sociopolitico capitalista e le forze
di produzione di una società capitalista matura a causare
il rovesciamento rivoluzionario della società stessa.
Marx e il suo collaboratore Friedrich Engels si occu­
parono del funzionamento interno della società mentre era­
no scarsamente interessati al funzionamento dell’economia
internazionale. Autori marxisti successivi adattarono la dot­
trina marxista alle economie capitaliste fortemente inter­
nazionalizzate del tardo diciannovesimo e del primo ven­
tesimo secolo. Benché molti teorici marxisti abbiano con­
tribuito con idee importanti a questo ampliamento della
teoria marxista in campo internazionale, fu Lenin che, nel
suo potente scritto polemico del 1917 Imperialismo-fase su­
prema del capitalismo, unificò questi elementi formulando
una teoria marxista del mutamento politico internazionale
nell’era capitalista.
Lenin sosteneva qui la tesi che, data la tendenza ge­
nerale del tasso di profitto a diminuire, le economie capi­
taliste avanzate si sforzano di arrestare questa diminuzio­
ne per mezzo dell’espansione coloniale e delle pratiche im­
perialiste. Questo bisogno insito nelle economie capitali­
ste di espandersi e di acquisire colonie oltre mare allo scopo
di assorbire il surplus di capitali spiega la dinamica delle
relazioni internazionali fra queste economie e spiega an­
che l’imperialismo, la guerra e il mutamento politico in­

127
Stabilità e mutamento

ternazionale. Il fulcro della teoria leninista è la cosiddetta


legge dello sviluppo diseguale:
In regime capitalistico non si può pensare a nessun’altra base per
la ripartizione delle sfere di interessi e d ’influenza, delle colonie, ecc.,
che non sia la valutazione della fona dei partecipanti alla spartizione,
della loro generale forza economica, finanziaria, militare, ecc. Ma la
forza dei partecipanti alla spartizione cambia difformemente, giacché
in regime capitalista non può darsi sviluppo uniforme di tutte le singo­
le imprese, trust, rami d’industria, paesi, ecc. Mezzo secolo fa la Ger­
mania avrebbe fatto pietà se si fosse confrontata la sua potenza capi­
talista con quella dell’Inghilterra d’allora; e così il Giappone rispetto
alla Russia. Si può ‘immaginare’ che nel corso di 10-20 anni i rapporti
di forza tra le potenze imperialiste rimangano immutati? Assolutamen­
te no 51.

Lenin sosteneva inoltre che, poiché le economie capi-


taliste crescono e accumulano capitali con ritmi diversi,
un sistema capitalista internazionale non può mai essere
stabile. A suo parere, a causa della legge dello sviluppo
diseguale, dell’accumulazione del capitale e del conseguente
bisogno di colonie le economie capitaliste non sarebbero
mai state stabili se non per brevi periodi di tempo. In
qualsiasi momento la distribuzione delle colonie fra gli stati
capitalisti dipende dalla forza e dallo sviluppo relativi. Le
economie capitaliste più avanzate disporranno quindi del­
la maggior parte delle colonie. Mano a mano che si svi­
luppano gli altri stati capitalisti chiederanno una nuova di­
visione dei territori coloniali e vorranno modificare il si­
stema internazionale in accordo con la nuova distribuzio­
ne del potere. Queste pretese portano a guerre di divisio­
ne e ridivisione delle colonie fra le economie capitaliste.
La prima guerra mondiale fu la prima di queste guerre.
Nel sistema capitalista le guerre imperialiste, scrive Le­
nin, sono endemiche e continueranno fino al rovesciamento
del sistema stesso.
Secondo Lenin, la legge dello sviluppo diseguale con
le sue fatali conseguenze era divenuta operativa perché il
mondo si era fatto improvvisamente limitato. Per decenni

51 V.I. Lenin, L ’imperialismo fase suprema del capitalismo, Roma, Editori


Riuniti, 1974, pp. 160-161.

128
Stabilità e mutamento

le potenze capitaliste si erano potute espandere ingloban­


do tutti quei territori che non erano già di proprietà di
altri stati. Nel momento in cui lo spazio aperto e disponi­
bile cominciò a diminuire le potenze imperialiste entraro­
no sempre più in contatto e quindi anche in conflitto re­
ciproco. Lenin era convinto che l’atto finale del dramma
sarebbe stato costituito dalla divisione della Cina e, con
la chiusura definitiva della disponibilità di territori non
ancora sviluppati, dall’intensificarsi dei conflitti imperiali­
sti. Col tempo i conflitti fra le potenze capitaliste avreb­
bero scatenato delle rivolte fra le loro stesse classi lavora­
trici proprio mentre lo sviluppo economico delle colonie
avrebbe minato il dominio del capitalismo occidentale sulle
popolazioni colonizzate di tutto il mondo.
Non è necessario condividere la teoria marxista per ap­
prezzare il suo valore euristico. La legge del tasso di pro­
fitto decrescente, che gli economisti classici studiarono per
primi e che è fondamentale per la teoria marxista, può
essere considerata un caso particolare della più generale
legge dei rendimenti decrescenti discussa in precedenza.
Secondo la formulazione degli economisti classici e neo­
classici la legge può essere esposta come segue:
Un aumento di alcuni input connessi ad altri input fissi provoche­
rà, in un dato stadio di sviluppo tecnologico, un aumento della produ­
zione totale; ma, superato un certo punto, è probabile che la produ­
zione addizionale che risulta dagli stessi aumenti diminuisca sempre di
più. Questa diminuzione dei rendimenti in sovrappiù è una conseguenza
del fatto che le nuove «dosi» delle risorse variabili hanno quantità sem­
pre minori di risorse fisse con le quali lavorare 52.

O, per dirla più brevemente, «l’output di qualsiasi pro­


cesso produttivo aumenterà con un tasso decrescente se
la quantità di un fattore di produzione cooperante viene
mantenuta costante mentre quella degli altri aumenta»53.
Ciascun fattore di produzione (terra, lavoro e capitale) deve

52 P.A. Samuelson, Economìa. An Introductory Analysis, New York, MacGraw-


Hill, 1967 7, p. 26.
53 A.O. Hirschman, A Bias for Hope — Essays on Development and Latin
American, New Haven, Yale University Press, 1971, p. 17.

129
S h i l 'i l i h t f t i m i ,m i r i l i ,i

quindi aumentare insieme agli altri (in assenza di progres­


so tecnologico) se una economia vuole sfuggire alla minaccia
dei rendimenti decrescenti.
Da questa legge universale della produzione si posso­
no ricavare tre conclusioni generali. In primo luogo l’ag­
giunta di un dato fattore di produzione (per esempio il
lavoro) ad un altro fattore costante (terra) provocherà un
rapido aumento della produzione e quindi accelererà la cre­
scita economica e il potere di una società. In secondo luo­
go, in assenza di progresso tecnologico, ad un certo pun­
to la produzione aumenterà con un tasso decrescente pro­
vocando una decelerazione della crescita economica, a meno
che non vengano aumentate le quantità di tutti i fattori.
In terzo luogo, in conseguenza della legge dei rendimenti
decrescenti, la curva della crescita economica di una so­
cietà tende a seguire un andamento a S. Nella fase inizia­
le la società cresce lentamente, poi con un ritmo più rapi­
do fino a raggiungere un tasso massimo di crescita; in se­
guito la crescita avviene ad un tasso molto più lento (cfr.
la figura 3). La storia della crescita di una società può
essere rappresentata con una curva ad S. Come si vedrà
in seguito, nella maggior parte dei casi il rallentamento
del tasso di crescita è il preludio ad una diminuzione as­
soluta del tasso di crescita e quindi l’anticipazione del de­
finitivo declino economico e politico della società.
La legge dei rendimenti decrescenti svolgeva un ruolo
centrale nel pensiero degli economisti classici ed era alla
base di numerose leggi piuttosto pessimiste. Fu ad esem­
pio uno dei fondamenti della legge di Malthus sulla popo­
lazione, della ferrea legge ricardiana dei salari e della con­
vinzione di J.S. Mill che un giorno le economie industria­
li avrebbero raggiunto una condizione stazionaria. Sotto­
valutando il potenziale rivoluzionario della tecnologia mo­
derna, i formulatori della legge partivano dall’assunto che
la crescita economica avrebbe subito un rallentamento per
alla fine arrestarsi in un mondo di risorse limitate. L ’eco­
nomia classica, influenzata dalla legge dei rendimenti de­
crescenti, concentrò la propria attenzione sulle leggi che
governano la distribuzione del surplus economico.

130
Stabilità e mutamento

F ig . 3. Legge dei rendimenti decrescenti.


Fonte-, adattata da R.L. Heilbroner e L.C. Thurow, The Economie Pro-
blem, Englewood Cliffs, N .J., Prentice-Hall, 1978, p. 173.

Secondo l’economia classica, il fattore critico che li­


mita la produzione è la terra coltivabile. In questa pro­
spettiva la crescita della ricchezza economica della società
è limitata dal rapporto uomo/terra e dalla disponibilità di
una buona terra coltivabile. Ad un certo punto la densità
della popolazione su questa terra e la decrescente qualità
della terra messa in produzione fanno diminuire i rendi­
menti degli investimenti. Questi primi studiosi di econo­
mia riflettevano, in realtà, le esperienze della storia prein­
dustriale nella quale la terra costituiva realmente la fonte
più importante di ricchezza e di potere allo stesso tempo.
Prima della rivoluzione industriale la crescita economica
di tutte le civiltà aveva raggiunto dei limiti al di là dei
quali iniziavano la stagnazione e il declino finale.
Marx e Engels, d’altro canto, rifiutavano la nozione
che la crescita economica fosse in ogni caso limitata dalle
risorse fisse o da quelle della natura. A loro avviso il fat­
tore di produzione fisso che avrebbe fatto inevitabilmen­
te diminuire i rendimenti era l’ordine sociopolitico. Essi
sostenevano infatti che la crescita economica trovava dei

131
Stabilità e mutamento

limiti unicamente nelle istituzioni umane e nell’organizza­


zione politica e non nella natura. Come ha osservato Al­
bert Hirschman, ciò che Marx e Engels volevano effetti­
vamente dire rispetto al rapporto fra sviluppo economico
e mutamento politico può essere espresso nel modo se­
guente:
In ogni fase storica l’economia opera nell’ambito di una data strut­
tura politica ed istituzionale. Sulla base di, e grazie a, questa struttu­
ra, le forze economiche, lasciate a se stesse, possono compiere qualche
passo in avanti. Oltre un certo punto un ulteriore sviluppo diventa
più difficile e alla fine viene ostacolato dalla struttura politica rimasta
immutata che si trasforma da incentivo in impedimento al progresso.
A quel punto un cambiamento politico-istituzionale non solo è neces­
sario per permettere ulteriori passi in avanti ma è altamente probabi­
le, poiché lo sviluppo economico avrà generato qualche potente grup­
po sociale i cui interessi vitali sono legati ai cambiamenti34.

La generalizzazione della teoria marxista del mutamento


politico, operata da Hirschman, contiene tre intuizioni im­
portanti: in primo luogo, ogni società in qualsiasi epoca
è governata dalla legge dei rendimenti decrescenti. La so­
cietà può crescere ed evolversi, in quanto a ricchezze e
a potere, all’interno della struttura sociale e politica esi­
stente, solo fino al punto in cui comincia a registrare ren­
dimenti decrescenti; da questo punto in poi la crescita mo­
stra le prime crepe. In assenza di progressi tecnologici e
in presenza di un aumento della popolazione, strutture e
risorse sociali fisse pongono dei limiti ad ogni tipo di so­
cietà, a partire dalle comunità agricole primitive fino alle
economie socialiste contemporanee. Nel caso si voglia un
ulteriore progresso economico o si debba evitare un decli­
no è necessario rimuovere questi impedimenti tramite un
cambiamento politico istituzionale e, in particolare, anche
se non necessariamente, attraverso un’espansione territo­
riale o economica.
Un fattore determinante del mutamento politico inter­
nazionale è il fatto che il surplus economico tende a ri­
dursi a zero in seguito alla diminuzione dei rendimenti.
La crescita della popolazione, lo sfruttamento intensivo del-54

54 Ibidem, pp. 16-17.

132
Stabilità e mutamento

la terra migliore e la scarsità delle risorse causano neces­


sariamente una diminuzione del surplus economico ed una
conseguente diminuzione del benessere e del potere dello
stato55. I limiti all’ulteriore crescita economica di una so­
cietà e l’esistenza di opportunità esterne per frenare la ca­
duta dei rendimenti costituiscono dei forti incentivi per
gli stati ad estendere il proprio controllo territoriale, poli­
tico o economico sul sistema internazionale. La rivoluzio­
ne industriale e la moderna tecnologia, benché abbiano mo­
dificato il funzionamento della legge dei rendimenti de­
crescenti, non sono però riuscite ad eliminare il suo ruolo
di fattore determinante per il mutamento politico inter­
nazionale.
In secondo luogo, la crescita economica tende a crea­
re gruppi sociali e politici interessati ad intraprendere azioni
che rimuovano gli impedimenti sociali e politici ad un’ul­
teriore crescita economica. La ridistribuzione del potere
nella società che si verifica contemporaneamente alla cre­
scita pone determinati gruppi in posizioni influenti tra­
sformandoli in strumenti del cambiamento politico. Ai fi­
ni della nostra precedente discussione dei prerequisiti del
mutamento politico, si può affermare che questi gruppi
considerano vantaggioso il mutamento politico e dispon­
gono quindi di un incentivo a sopportare i costi necessari
per modificare la società interna o internazionale.
In una società nazionale, nel momento in cui una ri­
sorsa diviene scarsa in rapporto alla domanda della società
stessa, il costo crescente della risorsa crea un incentivo per
gli individui, i gruppi o il governo a pagare i costi di quel­
le innovazioni che andranno a soddisfare la domanda resi­
dua. Il meccanismo più importante per stimolare questi in­
centivi è la creazione e l’imposizione di nuovi diritti di pro­
prietà. All’imprenditore viene concesso il diritto di godere
delle ricompense finanziarie ai suoi sforzi56. Così, ad

55 Fino all’epoca moderna uno degli strumenti più usati da tutte le società
per frenare la diminuzione dei rendimenti e impedire il declino economico è sta­
ta la pratica dell’infanticidio (si veda F. Teggart, Theory and Processes o f His-
tory, Berkeley, University of California Press, 1941, pp. 256-258).
56 D.C. North e R.P. Thomas, The Rise o f thè Western World. A New Eco­
nomie History, Cambridge, Cambridge University Press, 1973.

133
Sh ll 'llt l ,) <• f u n i , n u d i l o

esempio, l’invenzione del sistema dei brevetti estese la no­


zione di diritto di proprietà anche alle creazioni intellet­
tuali al fine di stimolare le invenzioni industriali.
Nella società internazionale è possibile che alcuni gruppi
e stati aspirino alla creazione e al riconoscimento interna­
zionale di determinati diritti di proprietà che ricompensi­
no gli sforzi di tipo produttivo. Come è stato già notato,
i diritti di proprietà degli investitori internazionali vengo­
no di solito rispettati allo scopo di assicurare il flusso in­
ternazionale di capitali e di tecnologie. Tuttavia il model­
lo storico prevalente è stato quello dell’uso della forza da
parte di una società per assicurarsi le risorse scarse e sempre
più costose, che si trattasse del lavoro degli schiavi, di
terra fertile o di petrolio. Questo tipo di reazione alla di­
minuzione di rendimenti benché non sia più così diffusa,
non è però del tutto scomparsa dalla scena politica mon­
diale.
In terzo luogo, come si è detto in precedenza, la leg­
ge dei rendimenti decrescenti (e l’enfasi posta da Hirsch-
man sulla sua importanza per il mutamento politico) si ap­
plica sia alla società internazionale che a quella interna.
Essa ci aiuta a spiegare il motivo per cui sia i gruppi in­
terni sia gli stati cercano di modificare le strutture sociali
e politiche. E inoltre particolarmente utile per spiegare la
crescita e l’espansione di unità politiche che si verificano
sia attraverso l’incorporazione politica di altri territori che
attraverso la creazione di economie di mercato su vasta
scala. In breve, la legge dei rendimenti decrescenti ha una
gamma di applicazioni e un’importanza politica molto mag­
giori di quanto non avessero compreso sia gli economisti
classici che quelli marxisti.
Il desiderio dei gruppi e degli stati di aumentare le
proprie quote di surplus economico e la tendenza di que­
sto surplus a diminuire in conseguenza della legge dei ren­
dimenti decrescenti costituiscono dei forti incentivi all’e­
spansione e ai cambiamenti della politica internazionale.
Se si prende in considerazione l’elaborazione della teoria
marxista operata da Hirschman si giunge alla conclusione
che questi stimoli e tendenze economici sono di portata

134
Stabilità e mutamento

universale e non ristretti a particolari tipi di società, co­


me affermano i marxisti. Tuttavia, economie diverse pos­
sono reagire in modo diverso a questo stimolo economi­
co; l’argomento verrà comunque discusso nei dettagli in
uno dei capitoli successivi. La tesi marxista che le società
capitaliste, ma non le società comuniste, hanno la tenden­
za ad espandersi e a cercare di cambiare il sistema inter­
nazionale con la forza non ha bisogno a questo punto di
ulteriori considerazioni.
E vero, come sostengono i marxisti, che le economie
capitaliste hanno una forte propensione ad espandersi eco­
nomicamente. Esse tendono a privilegiare le esportazioni
rispetto alle importazioni; le esportazioni producono in­
fatti reddito e profitti mentre le importazioni li riduco­
n o37. Inoltre il ruolo di stimolatore della domanda, attri­
buito da Keynes alle esportazioni, sta a significare che le
economie capitaliste tendono ad avere una visione mer­
cantilistica del commercio. Esse cercano infine di massi­
mizzare i redditi da capitale e hanno perciò un forte in­
centivo ad esportare all’estero il surplus di capitali, se al­
l’estero i tassi di profitto sono più alti che in patria.
Il commercio internazionale svolge un ruolo molto di­
verso e meno importante nelle economie comuniste. In que­
ste economie l’esportazione di merci o di capitali è consi­
derata, nel migliore dei casi, come un male necessario per
assicurarsi le importazioni essenziali e, in particolare, i beni
strumentali e le materie prime necessari allo sviluppo in­
dustriale. Benché l’economia comunista possa avere dei mo­
tivi di sicurezza per perseguire una politica mercantilista,
la sua politica commerciale manca della dimensione key-
nesiana, ovvero di stimolo alla domanda, per cui è impro­
babile che abbia incentivi ad esportare capitali. Come ha
notato Peter Wiles rispetto al solo esempio che abbiamo
nel mondo comunista di un sistema commerciale multila­
terale: «il Comecon stesso è un meccanismo che serve ad
assicurare i rifornimenti ma non gli sbocchi»38.578

57 P.J.D. Wiles, Economie Institutions Comparai, New York, John Wiley


and Sons, 1977, p. 522.
58 Ibidem.

135
Stabilità e mutamento

Queste affermazioni non confermano tuttavia la teo­


ria marxista che associa capitalismo, imperialismo e guer­
ra. Anche se le economie capitaliste hanno un forte in­
centivo ad espandersi, non è detto che tale espansione deb­
ba assumere la forma dell’imperialismo coloniale. E possi­
bile infatti anche un’espansione economica tramite i mec­
canismi di mercato; esiste inoltre un’ampia gamma di fat­
tori economici e non che influenzano in modo significati­
vo il tipo di espansione. L ’espansione capitalista in se stessa
non è poi necessariamente responsabile della guerra; può
far aggravare lo stato delle relazioni tra gli stati e persino
scatenare conflitti minori, ma le guerre di maggiori dimen­
sioni nascono dal conflitto di interessi nazionali vitali e
di fondamentale importanza strategica.
L ’affermazione che le economie capitaliste hanno un
forte incentivo ad espandersi per il tramite del commer­
cio e degli investimenti non sostiene la teoria della dipen­
denza, secondo la quale l’imperialismo capitalista avrebbe
mantenuto di proposito il cosiddetto Terzo Mondo in uno
stato di sottosviluppo. Benché alcuni paesi capitalisti ab­
biano ovviamente sfruttato le economie meno sviluppate,
la maggiore differenza tra le economie capitaliste e quelle
comuniste consiste nel fatto che le prime, a differenza delle
seconde, posseggono un forte incentivo economico a svi­
luppare le altre economie. Mentre le economie capitaliste
desiderano avere partner commerciali, quelle comuniste so­
no concentrate su se stesse. Le prime esportano capitali
e tecnologie e importano merci straniere, favorendo così
lo sviluppo di altre economie; le seconde destinano i capi­
tali e la tecnologia ad uso interno e preferiscono la pro­
duzione locale. Paradossalmente, sia Marx che Lenin (in
antitesi con i loro seguaci attuali) riconoscevano che il ruolo
storico del capitalismo era quello di sviluppare il mondo59.
Le società comuniste non eliminano l’obiettivo del pro­
fitto, piuttosto lo mettono nelle mani dello stato60. L ’a­

59 Lenin, L'imperialismo fase suprema del capitalismo, cit.; S. Avineri, Karl


Mane on Colonialìsm and Modemization, Garden City, N.Y., Anchor Books, 1969.
60 R.G . Hawtrey, Economie Aspects of Sovereignty, cit., p. 149.

136
Stabilità e mutamento

spirazione della élite politica comunista a massimizzare il


benessere e il potere dello stato può rendere insignifican­
te l’obiettivo capitalista del profitto. Inoltre, un’economia
comunista è soggetta alla legge dei rendimenti decrescenti
come lo è quella capitalista. Quindi, benché una econo­
mia comunista possa avere una visione differente delle
esportazioni, l’esigenza di importare merci di prima ne­
cessità o le materie prime necessarie alla crescita econo­
mica può diventare, in qualsiasi tipo di economia, una forza
propulsiva all’espansione. Poiché, inoltre, nel mondo co­
munista le relazioni economiche sono soggette allo stato
è molto più probabile rispetto al mondo capitalista che
l’espansione assuma la forma di un’estensione del control­
lo e dell’influenza politica su altre società piuttosto che
si attui attraverso i meccanismi di mercato.
In conclusione, si può dire che il marxismo si rivela
inadeguato come teoria economica del mutamento politi­
co. Al pari dell’economia istituzionale neoclassica esso non
prende in considerazione importanti variabili politiche, tec­
nologiche e di altra natura esogene rispetto al funziona­
mento del sistema economico. Il fatto di concentrare l’at­
tenzione esclusivamente sui rapporti di classe, sull’obietti­
vo del profitto e sull’organizzazione della produzione non
gli permette di comprendere la dinamica delle relazioni
internazionali61. Lo stesso Marx quando, andando avan­
ti con gli anni, si rese conto che la rivoluzione non riusci­
va a materializzarsi, riconobbe la limitatezza della sua dia­
lettica economica e incominciò a chiedersi se la chiave della
storia non fosse la lotta fra le razze e le nazioni invece
della lotta di classe62.

2. La struttura del sistema intemazionale


La stessa struttura del sistema internazionale ha una
notevole influenza sulla capacità e la disponibilità di un
gruppo o di uno stato a tentare di cambiare il sistema.

61 G. Becker, The Economie Approach to Human Behavior, cit., p. 9.


62 L.S. Feuer, Marx and thè Intellectuals. A Set of Post-Ideological Essays,
Garden City, N .Y ., Doubleday, 1969, pp. 17-19.

137
l' M h ltW Il'H ltl

(!on il termine struttura si intende la forma delle interre­


lazioni esistenti fra gli stati che compongono il sistema
internazionale. Come sostiene Kenneth Waltz nella sua ope­
ra Teoria della politica intemazionale63, una struttura po­
litica si definisce sulla base i) del principio intorno al quale
è ordinata, ii) della specificazione delle funzioni tra le uni­
tà; e Hi) della distribuzione delle capacità. Secondo la for­
mulazione di Waltz, quindi, una struttura politica interna
è caratterizzata da un ordine gerarchico fondato sull’au­
torità, sulla specificazione delle funzioni delle unità diffe­
renziate (esecutiva, legislativa, ecc.) e sulla distribuzione
delle risorse fra i gruppi e le istituzioni. Per Waltz un
sistema politico internazionale è caratterizzato da un or­
dine anarchico di stati sovrani, da un minimo di differen­
ziazione funzionale fra gli attori e dalla distribuzione del­
le risorse fra gli stati.
Come ha dimostrato Waltz, «il concetto di struttura
è basato sul fatto che unità combinate e contrapposte in
modo differente si comportano differentemente producendo
risultati diversi nell’interazione»64. Ciò si verifica poiché
la struttura impone una serie di condizionamenti che li­
mitano i soggetti. Che si tratti di un sistema di mercato
o di un sistèma politico, la struttura influenza il compor­
tamento premiando alcuni tipi di comportamento e pena­
lizzandone altri65. La struttura incanala, attraverso la so­
cializzazione degli attori e la concorrenza che si stabilisce
tra loro, il comportamento degli attori in un sistema. La
struttura, quindi, condiziona i risultati del comportamen­
to indipendentemente dalle intenzioni e le motivazioni degli
attori stessi66.
I sistemi politico-internazionali, come i mercati economici, sono for­
mati dall’azione congiunta di unità che seguono il proprio interesse in­

63 K .N . Waltz, Theory o f International Volitici, Reading, Mass., Addison-


Wesley, 1979, trad. it. Teoria iella politica intemazionale, Bologna, Il Mulino,
1987.
64 Ibidem, p. 166.
65 I limiti di un’applicazione dell’analogia del mercato ai sistemi interna­
zionali sono discussi da B.M. Russet in Economie Theories o f International Poli­
tici, Chicago, Markham Publishing, 1968, pp. 131-137.
66 K.M . Waltz, Theory of International Politici, cit.

138
Stabilità e mutamento

dividuale. Le strutture internazionali sono definite dalle unità politi­


che primarie di un’epoca, siano esse le città-stato, gli imperi o le na­
zioni. Le strutture emergono insomma dalla coesistenza degli stati. Nes­
suno stato sceglie volontariamente di partecipare alla formazione di una
struttura che limita l’azione propria e quella di altri stati. I sistemi
politico-internazionali, come i mercati economici sono generati in mo­
do spontaneo ed inintenzionale. In entrambi i sistemi le strutture na­
scono dall’azione congiunta delle loro unità. Dire che due settori sono
strutturalmente simili non vuol dire però affermarne l’identità. Nel set­
tore economico il principio di autodifesa si applica entro i limiti impo­
sti dallo stato. Le economie di mercato sono vincolate in modo che
le risorse siano sfruttate costruttivamente. Si pensi a questo proposito
agli standard per la produzione alimentare, alle leggi antitrust, alle re­
golamentazioni dei titoli e dei cambi, alle leggi contro la concorrenza
sleale e ai regolamenti che proibiscono di affermare il falso nella pub­
blicità. La politica internazionale è invece più tipicamente il settore
caratterizzato dall’assenza di regolamentazioni. La somiglianza struttu­
rale fra la politica internazionale e l’economia di mercato esiste sin
tanto che si consenta al principio dell’autodifesa di autoregolare l’eco­
nomia 67.

La struttura è un fattore importante che determina il


comportamento tanto nella politica internazionale quanto
nei mercati economici e nei sistemi politici interni. Al pa­
ri dell’impresa o del partito politico, lo stato che non rie­
sce ad integrarsi nelle norme vigenti nel sistema più am­
pio ne paga il prezzo e rischia persino di scomparire. La
distribuzione delle risorse fra gli attori ha importanti con­
seguenze sulla natura della concorrenza internazionale e
quindi anche sul comportamento degli stati. Il fatto che
tale distribuzione sia abbastanza equa, oligopolistica, duo-
polistica o monopolistica (impero) influisce sulla strategia
degli attori, come avviene anche nel sistema di mercato
o nel partito politico. In particolare la distribuzione delle
capacità e i modi in cui essa si modifica nel tempo costi­
tuiscono forse i fattori più significativi che stanno alla base
del processo di mutamento politico internazionale.
L ’importanza della struttura del sistema internaziona­
le per la politica degli stati rappresenta naturalmente la
premessa fondamentale del realismo politico. Secondo que­
sta corrente di pensiero, nell’ambito delle condizioni anar­
chiche e competitive che caratterizzano le relazioni inter-

61 Ibidem, pp. 182-183.

139
Stabilità e mutamento

nazionali uno stato è costretto ad espandere il proprio po­


tere e il proprio controllo sul sistema internazionale. Se
lo stato non riesce in questo tentativo, corre il rischio che
altri stati accrescano il proprio potere relativo mettendo
in pericolo la sua esistenza o i suoi interessi vitali. Le gravi
penalizzazioni alle quali possono andare incontro gli stati
che non riescono a partecipare al gioco della politica di
potere sono la dimostrazione dell’innegabile valore della
posizione realista.
Il fatto che si ritenga che la struttura del sistema in­
ternazionale sia uno dei fattori che determinano la politi­
ca estera degli stati non implica un’accettazione del de­
terminismo della formulazione realista, la quale sancisce
la supremazia della politica estera o l’identificazione del­
l’interesse nazionale solo con la ricerca del potere. Non
si deve neppure necessariamente accettare un approccio
strutturale o di teoria dei sistemi alle relazioni internazio­
nali, come quello di Waltz, per riconoscere che la distri­
buzione del potere fra gli stati di un sistema ha una forte
influenza sul comportamento degli stessi. Sia la struttura
del sistema internazionale sia le condizioni interne di una
società costituiscono le determinanti primarie della politi­
ca estera.
Un esempio di come la struttura limiti e influenzi il
comportamento degli stati nell’ambito della politica estera
ci viene fornito dalla teoria della concorrenza oligopolisti­
ca. Il sistema internazionale, al pari di un mercato oligo­
polistico, è caratterizzato da i) un decision-making inter­
dipendente; e ii) un numero sufficientemente ristretto di
concorrenti, in modo tale che il comportamento di uno
qualsiasi degli attori abbia un effetto apprezzabile su al­
cuni o su tutti i suoi rivali. Dal momento che il compor­
tamento di altri stati e gli effetti di questo comportamen­
to sugli interessi e sulla posizione competitiva degli attori
sono incerti e imprevedibili, uno stato (al pari di una dit­
ta commerciale) deve riservarsi una gamma il più ampia
possibile di scelte o di opzioni. Le implicazioni di questa

140
Stabilità e mutamento

situazione oligopolistica per la politica internazionale e per


il comportamento degli stati sono state descritte con grande
efficacia da Benjamin Cohen:
In una situazione di concorrenza, interdipendenza e incertezza, la
sopravvivenza di una qualsiasi unità dipende dalla gamma di strategie
alternative di cui essa dispone. L ’azienda oligopolistica che disponga
di una sola opzione strategica conduce un’esistenza precaria: se tale
strategia non riesce ad essere redditizia l’azienda sparirà. Allo stesso
modo, lo stato che dispone di una sola opzione strategica non potrà
mai sentirsi completamente al sicuro: se quella strategia fallisce lo sta­
to scomparirà, sarà assorbito da altri, o, più probabilmente, sarà co­
stretto a rinunciare ad alcuni dei suoi valori nazionali fondamentali.
Sia per l’azienda sia per lo stato la soluzione più razionale è quella
di ampliare la propria gamma di opzioni allo scopo di massimizzare la
propria posizione di potere, poiché è il potere che pone i limiti alla scel­
ta strategica dello stato 68.

La condizione oligopolistica delle relazioni internazio­


nali stimola quindi, e può costringere, uno stato ad au­
mentare il proprio potere; o almeno fa sì che uno stato
prudente cerchi di ostacolare gli aumenti relativi del po­
tere degli stati concorrenti. Se uno stato non è in grado
di trarre vantaggio dalle opportunità che gli si offrono di
crescere e di espandersi, corre il rischio che sia un con­
corrente a cogliere queste opportunità aumentando, così,
il proprio potere relativo. Il concorrente potrebbe infatti
aumentare il proprio controllo sul sistema ed eliminare i
suoi rivali oligopolisti. Tra gli stati, così come tra le azien­
de, il pericolo del monopolio (impero) è onnipresente.
La struttura del sistema internazionale svolge un ruo­
lo importante anche a causa dei profondi effetti che ha
sul costo dell’esercizio del potere e, di conseguenza, sul
costo di un cambiamento del sistema internazionale. Il nu­
mero degli stati e la distribuzione delle capacità fra di es­
si rendono più o meno facile la formazione di coalizioni
vincenti o di contrapposizioni di potere. Questi fattori
strutturali determinano la stabilità o l’instabilità di un si­
stema internazionale, facilitando o ostacolando il mutamen­
to politico internazionale.

68 B.J. Cohen, The Question of Imperialism, thè Politicai Economy of Do-


mìnance and Dependence, New York, Basic Books, 1973, pp. 240-241.

141
Stabilità e mutamento

Negli ultimi decenni gli studiosi di relazioni interna­


zionali si sono variamente interrogati sulla stabilità dei di­
versi tipi di strutture internazionali. L ’opinione tradizio­
nale che i sistemi multipolari siano i più stabili cita a sua
conferma la lunga storia del sistema europeo basato sul­
l’equilibrio di potenza. La divisione del potere e la flessi­
bilità degli schieramenti che ne consegue creerebbero del­
le incertezze che indurrebbero i politici alla cautela e fa­
vorirebbero nel sistema delle modifiche in risposta a for­
ze potenzialmente disgregative69. Si ritiene perciò che il
sistema multipolare (formato preferibilmente da cinque po­
tenze, come nel caso del classico equilibrio di potenza eu­
ropeo) faccia diminuire le probabilità che le nazioni si tro­
vino invischiate in un gioco a somma zero risolvibile sol­
tanto con un conflitto.
Di recente questa posizione tradizionale è stata messa
in discussione da Waltz. Basandosi sulla teoria oligopoli­
stica, Waltz ha cercato di dimostrare che il duopolio o
le strutture bipolari sono le più stabili. A sostegno di questa
tesi egli cita la durata del confronto fra le due superpo­
tenze della nostra epoca, gli Stati Uniti e l’Unione Sovie­
tica. Waltz afferma che sono l’incertezza e gli errori di
calcolo a provocare la guerra e che il valore del sistema
bipolare risiede nella «autodipendenza delle parti, la chia­
rezza dei pericoli, la certezza di chi deve affrontarli: que­
ste sono le caratteristiche della politica delle grandi po­
tenze in un mondo bipolare»70.
Come avviene in un duopolio di aziende, ognuno dei
due antagonisti deve preoccuparsi solo dell’altro; essi hanno
lo stesso interesse a conservare lo status quo e sanno che
insieme possono tenere sotto controllo quegli eventi che
potrebbero minacciare la stabilità internazionale.
Waltz sostiene che il pericolo insito in un sistema mul­
tipolare è l’errore di calcolo. Il corso degli eventi che sfo­
ciò in una guerra mondiale nel 1914, quando esistevano
cinque grandi potenze, era costituito essenzialmente da una

69 K.M . Waltz, Theory of International Politici, cit.


70 Ibidem, p. 314.

142
Stabilità e mutamento

serie di errori di calcolo che comportò la perdita di con­


trollo, da parte delle grandi potenze, sulle azioni delle po­
tenze minori dalle quali, tuttavia, le grandi potenze erano
diventate eccessivamente dipendenti. D ’altro canto Waltz
riconosce che il pericolo insito in un sistema bipolare è
costituito anche dalla reazione eccessiva di una delle grandi
potenze di fronte ad un evento (ne è una dimostrazione
l’intervento americano in Vietnam, una zona senza inte­
ressi vitali per gli Stati Uniti). Secondo Waltz non vi è
struttura che garantisca la stabilità. C ’è solo un dilemma:
Che cosa è peggio: l’errore di calcolo o la reazione eccessiva? È
più probabile che l’errore di calcolo consenta l’emergere di eventi che
alla fine minacciano un mutamento nell’equilibrio e portano le poten­
ze alla guerra. L ’eccesso di reazione è meno dannoso perché costa sol­
tanto denaro e il combattimento di guerre lim itate71.

La tesi di Waltz che i sistemi bipolari siano più stabi­


li e meno soggetti a trasformazioni improvvise rispetto ai
sistemi multipolari è di una logica impressionante. Parti­
colarmente utile è la sua analisi laddove afferma:
Molto dello scetticismo riguardante le virtù del bipolarismo deriva
dal considerare bipolare un sistema costituito da due blocchi formatisi
in un mondo multipolare 72.

Si vedrà in seguito come la bipolarizzazione di un si­


stema internazionale multipolare in due blocchi ostili sia
estremamente pericolosa in quanto crea una situazione di
gioco a somma zero. Il fenomeno della bipolarizzazione
in due blocchi, nella quale una parte o l’altra deve perde­
re, è stato il preludio alle grandi guerre della storia. La
correlazione positiva fra bipolarizzazione dei blocchi e scop­
pio della guerra fa nascere inevitabilmente la domanda se
siano i sistemi bipolari o quelli multipolari ad avere una
maggior propensione a bipolarizzarsi in due blocchi. Co­
me ha messo in evidenza Emile Durkheim nella sua opera
Le regole del metodo sociologico (1894), è impossibile pre­
vedere i cambiamenti sulla base della struttura sociale, ma

71 Ibidem, p. 315.
72 Ibidem, p. 309.

143
Stabilità e mutamento

certi tipi di strutture e di variabili strutturali possono fa­


re aumentare le probabilità che i cambiamenti si verifi­
chino73. Questo problema ci porta ad avanzare tre im­
portanti riserve sulle argomentazioni di Waltz riguardo alla
stabilità di un sistema bipolare.
In primo luogo Waltz afferma che entrambe le grandi
potenze sono incentivate a vigilare e a mantenere l’equili­
brio duopolistico. Benché questo punto abbia un certo va­
lore ciò può anche non verificarsi. Anzi, di frequente, una
delle potenze non riesce a svolgere il suo ruolo necessario
all’equilibrio duopolistico. Una tale situazione si ebbe ad
esempio quando Sparta non riuscì ad arrestare la crescita
del potere ateniese. Enumerando tutti i preparativi di Ate­
ne per la guerra, i Corinzi, alleati di Sparta, accusarono
quest’ultima di non essere riuscita ad arrestare l’espansio­
ne ateniese permettendo che l’equilibrio si spostasse a fa­
vore di Atene:
Di questa situazione i responsabili siete voi, che prima di tutto avete
permesso che dopo le guerre persiane acquistasse potenza la loro città
e in seguito costruissero le lunghe mura; e fino ad oggi avete privato
della libertà non solo le città da essi soggiogate, ma, ormai, anche i
vostri alleati. Colpevole di tale attentato, infatti, è non già colui che
direttamente sottomette gli altri, ma chi, potendo impedirlo, non se
ne prende cura; tanto più se si arroga il vanto di virtù e si proclama
liberatore deH’Ellade [...] Non era più infatti il caso di consultazioni
per sapere se siamo vittime di ingiustizie o no; ma piuttosto di vedere
in qual modo ce ne potremo difendere. Essi, infatti, ormai con Tazio-'
ne e senza indugio ci assalgono, ben decisi contro di noi che non ab­
biamo ancora provata tale decisione. Eppure ormai sappiamo con qual
mezzo e come a poco a poco gli Ateniesi esercitano pressioni sui loro
vicini. Finché pensano di passare inosservati per la vostra sensibilità,
limitano un po’ la loro audacia; ma se vengono a sapere che voi, pure
al corrente della cosa, non ve ne preoccupate, più baldanzosi insiste­
ranno. Poiché voi, o Spartani, soli fra i Greci, ve ne state inattivi,
vi difendete non con la forza, ma con il temporeggiare; e, soli, vi pro­
ponete di abbattere lo strapotere dei nemici non già quando è all’ini­
zio, ma quando ha raddoppiato le sue forze. Si diceva che eravate pru­
denti; ma certo la fama superava la realtà [...] Invece di passare voi
all’attacco, preferite difendervi dai loro assalti e affidarvi alla sorte,
in una lotta contro uomini molto di voi più potenti [...] e, di fronte
agli stessi Ateniesi, noi avemmo vittoria piuttosto per gli errori da lo­

73 R. Nisbet, Social Change, New York, Harper and Row, 1972, p. 44.

144
Stabilità e mutamento

ro commessi, che non per l’aiuto ricevuto da voi. La speranza riposta


in voi ha già portato alla rovina alcune città sorprese impreparate poi­
ché in voi confidavano 74.

La seconda riserva si riferisce al significato della sta­


bilità. Waltz ha certamente ragione quando afferma che
i sistemi multipolari, formati da stati che hanno quasi la
stessa forza, sono instabili poiché tendenzialmente inclini
alla violenza (ad esempio, il sistema delle città-stato gre­
che prima della formazione del duopolio Sparta-Atene). Esi­
ste, tuttavia, un altro significato dei termini stabilità/in-
stabilità, e cioè la propensione, in un sistema in particola­
ri condizioni, di cause relativamente secondarie a produr­
re effetti sproporzionatamente ampi. L ’esempio citato più
di frequente di un tale equilibrio instabile è quello di un
uovo in equilibrio su una delle estremità: una leggera brezza
lo può far rovesciare. E proprio in questo senso che una
struttura bipolare è più instabile di un sistema multipola­
re. Se il delicato equilibrio esistente tra le grandi potenze
viene turbato per circostanze di importanza secondaria, le
conseguenze potrebbero essere più gravi che in un siste­
ma multipolare. Si tratta di quella tendenza alla reazione
eccessiva che Waltz indica come caratteristica delle strut­
ture bipolari.
Uno dei fattori di disturbo più probabili è rappresen­
tato dall’ingresso nel sistema di una nuova potenza o co­
me effetto della crescita costante di uno stato nell’ambito
del sistema o come ingresso nel sistema di una potenza
periferica grazie, per esempio, ai progressi nel campo dei
trasporti. Nel caso di un sistema multipolare è molto più
semplice operare il necessario riequilibrio. Ne è una di­
mostrazione la capacità dell’equilibrio di potenza europeo
di assorbire (anche se con i relativi sconvolgimenti) il Suc­
cedersi di nuove potenze nel corso dei secoli: Gran Bre­
tagna, Russia e la Germania unita. In un sistema bipola­
re, anche se il nuovo stato non possiede la stessa forza
delle due grandi potenze, la sua forza aggiunta a quella

74 Tucidide, La guerra del Peloponneso, Milano, Mondadori, 1952, voi. I,


pp. 38-39.

145
Stabilità e mutamento

dell’una o dell’altra potrebbe compromettere l’equilibrio


e scatenare un conflitto di grandi dimensioni. Benché i
sistemi multipolari possano diventare tripolari, sono mol­
to più spesso i sistemi bipolari a diventare tripolari e, co­
me ha osservato giustamente Waltz, i sistemi tripolari so­
no tendenzialmente i più instabili75. L ’emergere, quindi,
di una potente Cina, di un potente Giappone o di un’Eu­
ropa unita si rivelerebbe, senza dubbio, un fattore desta­
bilizzante per l’attuale politica mondiale.
La terza riserva all’analisi di Waltz si riferisce alle con­
clusioni che egli trae dalla teoria dell’oligopolio. Sfidando
le teorie tradizionali della scienza politica riguardo alla mag­
giore stabilità dei sistemi multipolari, Waltz scrive quan­
to segue:
Gli scienziati politici, basando le loro conclusioni sulle caratteristi­
che degli stati, sono lenti a capire questo processo [di compromesso
tra America e Unione Sovietica] [...]. Gli economisti sapevano da tem­
po che il passare del tempo rende più facile la coesistenza pacifica tra
i maggiori concorrenti. Col tempo si abituano l’uno all’altro, imparano
come interpretare reciprocamente le mosse e come adattarsi ad esse
o contrastarle. L ’esperienza — come dice Oliver Williamson — «porta
inequivocabilmente a un più alto livello di accettazione», ad accordi
e a pratiche comunemente accette 76.

Si verificano cioè un processo di apprendimento e un’e­


voluzione delle regole del gioco che facilitano il controllo
e la gestione della competizione duopolistica77.
La teoria dei cartelli è applicabile a questo tipo di com­
portamento oligopolistico collusivo. In qualsiasi struttura
oligopolistica esiste la tendenza alla formazione di cartel­
li, poiché le aziende (stati), dato il loro numero ristretto,
riconoscono l’interdipendenza reciproca. I vantaggi deri­
vanti dalla collusione comprendono maggior profitti, mi­
nore incertezza e il divieto di ingresso per potenziali con­
correnti. La storia e la teoria dei cartelli ci insegnano tut­
tavia che i cartelli e «gli accordi collusivi tendono a rom­

75 K.M . Waltz, Theory of International Politics, cit.


76 Ibidem, p. 317.
77 F.V. Kràtochwil, International Order and Foreign Policy. A Theoretical
Sketch o f Post-War International Politics, Boulder, Co., Westview Press, 1978.

146
Stabilità e mutamento

persi»78. Esiste, infatti, un forte incentivo (anche se mi­


nore in caso di duopolio) a non rispettare le regole quan­
do la ditta ha l’opportunità di aumentare i propri profit­
ti. Contrariamente a quanto sostiene Waltz, e cioè che
le guerre sono causate dall’incertezza e dagli errori di cal­
colo, la nostra opinione è che è proprio la percezione di
un guadagno certo a spingere più spesso le nazioni ad en­
trare in guerra (benché, come ha giustamente sottolineato
Waltz, questi calcoli possano rivelarsi inesatti). Inoltre, co­
me ha messo in evidenza già tempo addietro Joseph Schum­
peter, le aziende oligopoliste hanno la tendenza a rinno­
varsi per acquisire vantaggi sui propri concorrenti. A me­
no che tutte le aziende o tutti gli stati oligopolisti non
siano ugualmente innovativi (ma ciò è difficile per un certo
periodo di tempo) la bilancia del potere economico o mi­
litare si sposterà a favore dell’azienda o dello stato più
innovativo, minando così la stabilità dello status quo.
Riassumendo, riguardo alle implicazioni della teoria oli­
gopolistica per le relazioni internazionali si può giungere
alla conclusione che per Charles Kindleberger costituisce
la risposta a tutte le più importanti questioni economiche
(e, si dovrebbe aggiungere, anche politiche): «Dipende»79.
Sia le strutture bipolari che quelle multipolari contengono
degli elementi di instabilità, e gli sforzi di uno o più stati
per migliorare le loro relative posizioni possono innescare
una sequenza incontrollabile di eventi, la quale può, a sua
volta, scatenare un conflitto internazionale o una guerra.
Se la guerra è di proporzioni sufficienti, causerà una tra­
sformazione del sistema.
Il fattore più importante nel processo di mutamento
della politica internazionale non è la distribuzione statica
del potere all’interno del sistema (bipolare o multipolare)

78 E. Mansfield, Microeconomics, Theory and Application, New York, W.W.


Norton, 1979, p. 348.
79 C. Kindleberger, International Politicai Theory from Outside, in W .T.R.
Fox (a cura di), Theoretical Aspects of International Relations, Notre Dame, Uni­
versity of Notre Dame Press, 1959, p. 69. Oppure, usando il linguaggio più
formale delle scienze economiche, si può dire che non esiste una soluzione di
equilibrio ad una situazione oligopolistica. Una preziosa critica sull’argomento
è quella di J. Hart, Power and Polarity in thè International System, saggio non
pubblicato, agosto 1979, pp. 9-15.

147
Stabilità e mutamento

bensì la dinamica dei rapporti di potere nel tempo. È la


crescita differenziata o disuguale del potere fra gli stati
di un sistema che incoraggia alcuni stati a tentare di mo­
dificare il sistema allo scopo di favorire i propri interessi
o di rendere più sicuri quegli interessi minacciati dai pro­
pri rivali oligopolistici. Sia nelle strutture bipolari sia in
quelle multipolari i mutamenti del potere relativo dei prin­
cipali attori del sistema preludono al mutamento politico
internazionale.
Tra tutte le teorie sulle relazioni internazionali, due
approcci hanno concentrato in particolare la loro atten­
zione sul ruolo chiave che la crescita differenziata di po­
tere tra le società riveste nel mutamento politico. Uno è
quello realista; l’altro è il marxismo. Queste due teorie,
benché spesso considerate come situate ai poli opposti, han­
no, in realtà, dei punti di vista molto simili sulla natura
e sulla dinamica delle relazioni internazionali. Sia il reali­
smo politico che il marxismo spiegano quest’ultima in ter­
mini di crescita differenziata del potere fra gli stati e at­
tribuiscono a questa crescita differenziata gli aspetti più
importanti delle relazioni internazionali (guerra, imperia­
lismo e cambiamento). Tucidide è stato forse il primo stu­
dioso ad accorgersi dell’esistenza di questo rapporto quando
scriveva: «poiché la vera ragione [...] io ritengo che sia
stata la grande potenza raggiunta dagli Ateniesi; essi, in­
cutendo timore agli Spartani, li costrinsero a dichiarare
la guerra»80. Studiosi realisti hanno fatto in seguito os­
servazioni simili: «Le grandi guerre della storia — c’è sta­
ta una guerra mondiale circa ogni cento anni negli ultimi
quattro secoli — sono il risultato — scriveva Halford Mac-
kinder nel 1919 —, diretto o indiretto, della crescita di­
suguale delle nazioni»81. Lenin nel suo scritto sull'Impe­
rialismo, formulando la legge dello sviluppo disuguale, ri­
levava proprio l’importanza del fenomeno della crescita di­
suguale.

80 Tucidide, La guerra del Peloponneso, cit., p. 32.


81 H.J. Mackinder, Vemocratic Ideals and Reality, New York, W.W. Nor­
ton, 1962, pp. 1-2.

148
Stabilità e mutamento

Il realismo politico e il marxismo si differenziano tut­


tavia nel modo di considerare la dinamica fondamentale
del sistema: il primo mette in evidenza la lotta per il po­
tere tra gli stati, mentre il secondo mette in evidenza il
motivo del profitto nelle società capitaliste. Avendo già
discusso la teoria marxista del mutamento politico inter­
nazionale, la discussione che segue è circoscritta al realismo.
La teoria realista del mutamento politico internazio­
nale si basa su quella che potrebbe essere definita, rispet­
to alla legge marxista dello sviluppo disuguale, la legge della
crescita disuguale. Secondo la teoria realista, la causa fon­
damentale delle guerre tra gli stati e dei cambiamenti del­
la politica internazionale è la crescita disuguale del potere
tra gli stati. Gli autori realisti, da Tucidide e Mackinder
fino agli studiosi contemporanei, hanno attribuito la di­
namica delle relazioni internazionali al mutare della distri­
buzione del potere in un sistema internazionale in un cer­
to periodo di tempo. Questo mutamento comporta profondi
cambiamenti dei rapporti fra gli stati e, infine, un cambia­
mento della natura del sistema internazionale stesso82.
Alla base del funzionamento di questa legge e della
sua importanza sta il fatto che il potere, per sua stessa
natura, è relativo; l’aumento di potere di uno stato com­
porta necessariamente la perdita di potere di un altro. Ciò
crea quello che John Herz ha chiamato «il dilemma del
potere e della sicurezza»83. Secondo Herz ogni gruppo
deve fare i conti con la possibilità di essere attaccato o
dominato da altri gruppi. Ogni gruppo si sforza perciò di
accrescere la propria sicurezza acquistando sempre più po­
tere. Benché non possa mai raggiungere una sicurezza com­
pleta in un mondo di gruppi in competizione, cercando
di aumentare il proprio potere fa aumentare, necessaria­
mente, l’insicurezza degli altri e stimola la lotta per la si­
curezza e per il potere. Herz conclude che la lotta per

82 Una versione moderna e più ristretta della legge della crescita diseguale
è la teoria della transizione del potere (A.F.K. Organski e J. Kugler, The War
Ledger, Chicago, University of Chicago Press, 1980, pp. 1-63).
83 J. Herz, Politicai Realism and Politicai Idealism, Chicago, University of
Chicago Press, 1951, p. 14.

149
Stabilità e mutamento

la sopravvivenza può essere considerata la condizione pro­


pria delle relazioni internazionali.
In base alla legge realista della crescita disuguale un
gruppo o uno stato, a mano a mano che il proprio potere
aumenta, tenterà di accrescere il proprio controllo sull’am­
biente. Allo scopo di aumentare la propria sicurezza il grup­
po cercherà di espandere il proprio controllo politico, eco­
nomico e territoriale e di cambiare il sistema internazio­
nale in conformità con i suoi interessi specifici. La cresci­
ta differenziata di potere fra gruppi e stati è quindi mol­
to importante per comprendere la dinamica delle relazio­
ni internazionali84.
La forte tendenza della competizione oligopolistica tra
gli stati a stimolare gli stessi ad espandere il proprio po­
tere è bilanciata dal fatto che il potere e il suo esercizio
comportano dei costi per la società; ovvero la società de­
ve stornare risorse umane e materiali dagli altri obiettivi
sociali. Il potere e la sicurezza non sono gli unici obietti­
vi dello stato; anzi, raramente sono gli obiettivi principa­
li. La presenza di una molteplicità di scopi, che possono
entrare in conflitto fra di loro, fa sì che uno stato debba
soppesare i costi e i benefici dell’espansione del proprio
potere rispetto ad altri obiettivi sociali. Il fatto quindi che
l’esercizio del potere comporti un costo ha grosse implica­
zioni per il mutamento politico internazionale.
L ’importanza della crescita differenziata del potere fra
gli stati sta nel fatto che essa modifica il costo di un mu­
tamento del sistema internazionale e, quindi, gli incentivi
a tale mutamento85. Nel momento in cui il potere di uno
stato aumenta il costo relativo di un mutamento del siste­
ma e del conseguimento degli obiettivi dello stato dimi­
nuisce (e, inversamente, aumenta quando lo stato è in de­
clino). A prescindere dagli obiettivi (sicurezza o benesse­

84 Si vedano in particolare C. Doran, The Politics of Assimihtion. Hegemo-


ny and its Aftemiath, Baltimore, Johns Hopkins Press, 1971 e C. Doran e W.
Parsons, War and thè Cycle of Relative Power, in «The American Politicai Science
Review», 74 (1980), pp. 947-965.
85 R.L. Curry e L.L. Wade, A Theory of Politicai Exchange. Economie Rea-
soning in Politicai Analysis, Englewood Cliffs, N .J., Prentice-Hall, 1968, p. 24.

150
Stabilità e mutamento

re), uno stato più potente può permettersi di pagare un


costo più alto rispetto ad uno stato più debole. Secondo
la legge della domanda, perciò, quando il potere di uno
stato aumenta, aumenta anche la probabilità che sia di­
sposto a tentare un cambiamento del sistema. Come ha
osservato John Harsanyi, la spiegazione del mutamento po­
litico va ricercata «in termini di equilibrio di potenza fra
i vari gruppi sociali che premono per ottenere configura­
zioni di potere più favorevoli ai propri interessi (inclusi
gli eventuali interessi altruistici). Perlomeno questo è il tipo
di spiegazione cui ricorrerebbe uno storico o uno studioso
di scienze sociali nelle sue ricerche empiriche»86.
In conclusione si può dire che la struttura del sistema
internazionale e dei cambiamenti di tale struttura sono de­
terminanti di fondamentale importanza della condotta de­
gli stati. La struttura del sistema condiziona il comporta­
mento e impone un costo a qualsiasi tipo di comporta­
mento che si prefigga una modificazione dello status quo
internazionale. Analogamente, la ridistribuzione delle ca­
pacità fra gli stati può far diminuire o aumentare il costo
di un cambiamento del sistema internazionale. Tuttavia,
la tendenza di una società ad effettuare dei cambiamenti
del sistema internazionale non dipende soltanto da una di­
minuzione dei costi ma anche da fattori interni che in­
fluenzano la capacità e la disponibilità di una società a
far fronte a tali costi.

3. Fattori interni di mutamento


Il carattere di una società è determinante per il tipo
di risposta alle opportunità di guadagno rese possibili da
cambiamenti ambientali favorevoli e da spostamenti nella
distribuzione internazionale del potere. Diversi studiosi,
in varie epoche, si sono interrogati sui motivi che spingo­
no determinate società a cogliere tali opportunità e a cer­
care di cambiare il sistema internazionale, mentre altre non

86 J. Harsanyi, Rational-Choice Models o f Politicai Behavior vs. Functionalist


and Conformisi Theories, in «World Politics», 21 (1969), p. 535.

151
Stabilità e mutamento

ci provano nemmeno. Machiavelli, Montesquieu e Ibn


Khaldun, come anche molti altri studiosi contemporanei,
hanno tentato di spiegare la connessione fra la struttura
interna di uno stato e la sua propensione ad espandersi.
Con impostazioni diverse questi studiosi hanno analizzato
il modo in cui il carattere nazionale, la struttura econo­
mica e la cultura politica influenzano la politica estera di
uno stato. Nel cercare di spiegare, ad esempio, lo scoppio
della guerra del Peloponneso, Tucidide affermò che il fat­
tore determinante stava nel carattere contrastante di Ate­
niesi e Spartani. I primi erano energici, democratici e in­
novatori; compresero e sfruttarono le opportunità offerte
dallo sviluppo della marina da guerra e degli scambi com­
merciali su lunghe distanze riuscendo in questo modo ad
accrescere le proprie ricchezze e il proprio potere. Gli Spar­
tani, invece, non avevano spirito d’iniziativa, per cui non
riuscirono a trarre vantaggio dalle nuove opportunità di
conquistare ricchezze e potere; essi erano limitati dalla pro­
pria struttura interna, economica e sociale. Sparta dun­
que, benché fosse stata la potenza egemone sin dalla fine
delle guerre persiane, fu superata dallo sviluppo di Atene.
Alla fine furono i timori spartani di fronte al crescente
potere di Atene a condurre alla grande guerra che inde­
bolì il sistema delle città-stato e aprì la strada aU’imperia-
lismo macedone.
E impossibile elencare in modo sistematico ed esausti­
vo tutti i fattori interni che condizionano la politica este­
ra degli stati. Esistono infatti troppe variabili qualitative:
le personalità, il carattere nazionale, la struttura sociale,
gli interessi economici, l’organizzazione politica, ecc. Inol­
tre, quando questi fattori subiscono delle modifiche, mu­
tano anche gli interessi e il potere dello stato stesso. La
nascita e il declino delle classi sociali, il mutare delle coa­
lizioni dei gruppi di interesse nazionali e i mutamenti
economico-demografici, insieme ad altri fattori, possono
provocare mutamenti di ampia portata negli obiettivi di
politica estera e nella capacità degli stati di perseguire ta­
li obiettivi. Sarà unicamente la storia a stabilire se questi
mutamenti interni spingeranno uno stato ad espandersi dal

152
Stabilità e mutamento

punto di vista territoriale, a ritirarsi nell’isolazionismo o


a tentare di modificare la divisione internazionale del la­
voro. Nonostante ciò, è possibile formulare alcune gene­
ralizzazioni a questo proposito.
Rispetto al mutamento politico internazionale l’aspet­
to più importante di un regime nazionale sta nel rapporto
tra profitti privati e pubblici. In che misura l’aumento del
potere e l’espansione dello stato influiscono sui benefici
e sui costi di specifici individui e di potenti gruppi nella
società? Gli interessi pubblici e privati tendono a coinci­
dere o a entrare in conflitto? Se la crescita e l’espansione
dello stato e gli interessi dei gruppi più potenti sono com­
plementari, allora lo stato riceverà un forte stimolo ad
espandersi e a tentare di cambiare il sistema internazio­
nale. Se, invece, la crescita e l’espansione dello stato im­
pongono un pesante prezzo a questi gruppi e/o minaccia­
no i loro interessi, si crea un forte disincentivo.
All’interno della società i fattori sociali, politici ed eco­
nomici svolgono il ruolo di incentivi o disincentivi che spin­
gono gli individui e i gruppi a comportarsi in modo tale
da aumentare o diminuire il potere dello stato condizio­
nando, di conseguenza, la sua propensione ad ampliare il
controllo sul sistema internazionale. Usando il linguaggio
degli studiosi della nuova storia economica, si potrebbe
dire che una società non aumenta le proprie ricchezze e
il proprio potere se non ha un’organizzazione efficiente.
Gli individui devono essere incentivati ad intraprendere
quelle attività che porteranno ad un aumento della ric­
chezza e del potere della società. Come hanno affermato
due studiosi di storia economica: «bisogna escogitare dei
meccanismi che creino un equilibrio tra tassi di profitto
sociale e privato»87. Questa sarebbe in teoria la princi­
pale funzione dei diritti di proprietà, i quali operano una
distribuzione dei benefici e dei costi all’interno della so­
cietà. Un’organizzazione sociale può dirsi efficiente quan­
do in essa i diritti di proprietà fanno sì che i benefici
privati siano superiori ai costi delle attività socialmente

87 D.C. North e R.P. Thomas, The Rise o f thè Western World, cit., p. 2.

153
Stabilità e mutamento

remunerative intraprese dagli individui. In altre parole, la


condizione necessaria all’interno di uno stato, affinché esso
tenti di modificare il sistema internazionale è che gli or­
dinamenti sociali interni garantiscano che i benefici po­
tenziali che i membri della società ricaveranno da questo
mutamento siano maggiori dei costi previsti. Questa era
l’idea centrale de La ricchezza delle nazioni di Adam
Smith88: in un’economia di mercato competitiva l’interes­
se economico individuale, mosso da una mano invisibile,
contribuisce alla crescita economica e al benessere della
società. Anche altri stimoli, oltre a quelli associati con il
profitto economico, sono stati utilizzati dalle società per
spingere gli individui ad identificarsi col bene comune e
a contribuire ad esso. La religione e le ideologie politiche
promettono ricompense ai fedeli. Il fanatismo religioso delle
tribù arabe convertitesi all’Islamismo e il fanatismo dei ri­
voluzionari bolscevichi nella Russia zarista sono tutti esempi
significativi. La forza del nazionalismo moderno sta nel
fatto che l’identità individuale e l’interesse di stato di­
vengono tutt’uno; il nazionalista si trasforma in un pa­
triota disposto a sacrificare la propria vita per il bene dello
stato.
La nozione che l’ordinamento dello stato condiziona
le sue vicende politiche costituiva un assunto fondamen­
tale del pensiero politico classico. Ne La Repubblica Pla­
tone sostiene che la natura del regime determina la vera
natura della cittadinanza e che questa, a sua volta, influen­
za il successo o il fallimento della forma di governo. Que­
sta affermazione è confermata anche da Polibio, lo storico
greco del II secolo a.C. che cercò di spiegare i motivi per
cui Roma era riuscita laddove altre società avevano fallito.
Nel sesto libro della sua storia dell’Impero Romano,
Polibio incomincia col dare una spiegazione del successo
dei Romani, vale a dire della conquista e del mantenimento
di un impero89. Dapprima nota come gli storici abbiano

88 A. Smith, The "Wealth o f Nations, New York, Modern Library, 1937,


trad. it. La ricchezza delle nazioni, Roma, Newton Compton, 1976.
89 Polibio, Le Storie, traduzione di Carla Schick, Milano, Mondadori, 1955,
2 voli.

154
Stabilità e mutamento

definito eccellenti le forme di governo e le costituzioni


di Sparta, Creta, Mantinea e Cartagine, così come quelle
di Atene e Tebe. Polibio tralascia le ultime due perché
«queste città non si sono sviluppate in modo razionale,
non sono rimaste stabilmente floride e neppure hanno avu­
to una decadenza graduale, ma ottenuto a un certo mo­
mento col favore della sorte un grande splendore, mentre
sembravano nel colmo della loro fortuna e in attesa di mi­
gliore futuro improvvisamente sono crollate»90. A suo pa­
rere furono la follia degli altri e un’abile quanto fortuita
arte di governo, più che i meriti intrinseci dei sistemi po­
litici, a causare il loro effimero, benché brillante successo.
Tralasciando la costituzione di Creta perché troppo sca­
dente e la repubblica ideale di Platone perché troppo uto­
pica, Polibio rivolge la propria attenzione a Sparta e Car­
tagine. Egli considera la costituzione spartana eccellente
perché ha «provveduto alla concordia fra i cittadini, alla
sicurezza della Laconia e alla libertà di Sparta»91. I co­
stumi spartani, improntati a uguaglianza, semplicità e co­
muniSmo, «dovevano rendere necessariamente moderata la
vita privata, concorde quella pubblica; l’esercizio delle fa­
tiche e dei pericoli doveva rendere gli uomini forti e co­
raggiosi» 92. Le leggi che il legislatore Licurgo aveva dato
a Sparta avevano però un difetto: non provvedevano «né
con leggi singole, né con la costituzione nel suo comples­
so alla supremazia di Sparta sui vicini»93. Benché fosse­
ro guerrieri eccellenti (come poi i Romani) gli Spartani non
avevano alcun incentivo economico o di altro tipo all’e­
spansione. Per questo motivo, nella visione di Polibio, la
costituzione spartana non costituiva uno strumento che in­
coraggiasse l’espansione e la dominazione.
La costituzione cartaginese aveva invece un altro di­
fetto, benché fosse stata originariamente ben congegnata
per perseguire obiettivi espansionistici. La divisione del po­

90 Ibidem, p. 124.
91 Ibidem, p. 128.
92 Ibidem.
93 Ibidem.

155
Stabilità e mutamento

tere fra il re, l’aristocrazia e il popolo facilitava l’attua­


zione di un sistema politico ben ordinato e mirante all’e­
spansione. Tuttavia, Cartagine, nel momento in cui iniziò
la propria lotta mortale con Roma, aveva superato il pe­
riodo di massimo splendore ed era entrata ormai in una
fase di decadenza:
Cioè a Cartagine il popolo aveva ottenuto la prevalenza nelle pub­
bliche decisioni, mentre a Roma godeva del massimo favore il Senato;
prevalendo dunque presso gli uni .il valore dei più, presso gli altri quello-
dei migliori, era naturale che fossero superiori i Romani. Nonostante
le sconfitte subite grazie alla saggezza delle loro decisioni essi infine
riuscirono a vincere i Cartaginesi94.
In ultima analisi, la superiorità dei Romani sui Carta- •
ginesi nella guerra era fondata sull’interesse dei Romani
per il loro esercito rispetto al disinteresse dei Cartaginesi
per la propria fanteria. I Cartaginesi, forti sul mare, uti­
lizzavano truppe mercenarie per le forze di terra; i Ro­
mani, invece, si servivano di leve formate da abitanti del
luogo e da cittadini. Come nota Polibio:
[La costituzione cartaginese] ripone le sue speranze di libertà nel
coraggio dei mercenari, mentre i Romani confidano nel proprio valore
e nell’aiuto degli alleati. Accade quindi che anche se da principio ven­
gono sconfitti, i Romani alla fine riescono vittoriosi, mentre ai Carta­
ginesi accade il contrario. I primi infatti combattendo per la patria e
per i figli non possono perdersi d ’animo, ma resistono con coraggio
fino a quando non abbiano vinto gli avversari 95.
In breve, la differenza tra la sconfitta Cartagine e la
vittoriosa Roma va ricercata negli incentivi.
Secondo Polibio il successo di Roma era dovuto alla
cura con cui la costituzione romana provvedeva a «rendere
gli uomini capaci di affrontare qualsiasi pericolo pur di ot­
tenere presso i cittadini fama di valorosi»96. La forza trai­
nante dell’espansionismo ateniese era il profitto economi­
co individuale; per Roma invece la gloria individuale97.

94 ìbidem, p. 130.
95 ìbidem.
96 ìbidem, 131.
97 Nell’ultimo periodo della Repubblica i soldati romani venivano ricom­
pensati anche in modi più tangibili, come ad esempio con la distribuzione di
terre, per il servizio militare (S. Andreski, Military Organization and Society,
Berkeley, University of California Press, 1971, p. 55).

156
Stabilità e mutamento

Polibio continua la sua trattazione mostrando come, per


mezzo di elogi funebri a uomini illustri e di altri atti com­
memorativi, i Romani celebrassero quegli uomini che ave­
vano ben servito la patria allo scopo di attirare la gioven­
tù ambiziosa: «Quel che più conta, i giovani vengono in­
citati ad affrontare qualsiasi sacrificio a difesa della pa­
tria per ottenere la gloria che spetta ai valorosi»98. Ana­
logamente, negli affari economici e nella religione gli uo­
mini venivano educati ad operare per il bene dello stato
ricevendo in cambio ricompense sulla terra e nell’aldilà.
Per Polibio la costituzione romana è assai «superiore a quel­
la cartaginese»99 e a quella spartana. Le osservazioni di
Polibio sul carattere della società e sulle sue implicazioni
per la politica estera dello stato si prestano a numerose
generalizzazioni. L ’ordinamento interno di una società rap­
presenta un fattore determinante delle sue potenzialità e
della sua capacità di superare le limitazioni ambientali e
di trarre vantaggio invece dalle opportunità offerte dal­
l’ambiente. Gli autori classici avevano presente tutto ciò
quando sottolineavano l’importanza di legislatori come Ciro,
Solone o Licurgo. Noi Americani rendiamo omaggio allo
stesso principio con la nostra venerazione per i Padri Fon­
datori e per il modo in cui la Costituzione Americana fu
concepita allo scopo di facilitare la conquista del conti­
nente. Come hanno notato numerosi studiosi, gli aspetti
più importanti di questa legislazione sono da ricercarsi negli
effetti a lungo termine che gli ordinamenti interni di na­
tura sociale, politica ed economica hanno sugli incentivi
individuali e sulla propensione delle società ad accrescere
il proprio benessere e il proprio potere. Il problema che
il legislatore ha dinanzi consiste, nelle parole di Gordon
Tullock, «nel creare una struttura tale che [il cittadino]
sia spinto dai suoi stessi interessi a fare ciò che “ dovreb­
be” fare»100. O, come notava Montesquieu molti secoli

98 Polibio, Le storie, cit., p. 132.


99 Ibidem, p. 130.
ìoo Q Tullok, The Politics o f Bureaucmcy, Washington, D .C., Public Af-
fairs Press, 1965, p. 119.

157
Stabilità e mutamento

fa: «Nella nascita delle società sono i capi degli stati che
fanno l’istituzione; ed è poi l’istituzione che dà i capi de­
gli stati» 101.
Questa considerazione ci aiuta a spiegare l’affermazio­
ne spesso ripetuta che l’unificazione e il riordinamento in­
terno di una società ad opera di una nuova élite, classe
sociale o religione dominante rappresentano spesso (ma non
sempre) il preludio ad una sua rapida crescita ed espan­
sione. L ’effetto dei cambiamenti delle élite, dei principi
e dell’organizzazione è quello di incanalare le energie del­
la società verso il conseguimento di nuovi comuni obietti­
vi politici economici o religiosi (o ideologici). I grandi mu­
tamenti della storia mondiale sono stati preparati da quei
leader e gruppi politici o militari che hanno compreso l’im­
portanza delle nuove possibilità e riorganizzato le proprie
società in modo tale da trarre vantaggio da tali opportu­
nità. E questo fenomeno che gli studiosi hanno in mente
quando osservano che la nascita di una nuova élite diri­
gente e lo scatenarsi di passioni religiose o ideologiche so­
no spesso accompagnati da un movimento espansionistico
verso l’esterno.
Secondo, l’influenza della struttura sociopolitica inter­
na sull’iniziativa individuale riveste una notevole impor­
tanza. Il valore della costituzione romana consisteva nel­
l’influenza esercitata sul carattere e sugli incentivi dei
cittadini-soldati romani. Attraverso l’attenuazione dei con­
flitti interni, l’esaltazione del sacrificio personale e la di­
stribuzione dei bottini dell’impero si riusciva, nel primo
periodo della repubblica, a far coincidere le ambizioni pri­
vate con quelle pubbliche. I cittadini-soldati romani com­
battevano con impegno perché avevano un interesse per­
sonale nel sistema e nelle vicende di Roma. «Poiché i Ro­
mani dunque con tanto zelo provvedono a premiare o a
punire i soldati a seconda del loro operato, è naturale —
scrive Polibio — che anche l’esito delle loro imprese mili­
tari sia così fortunato e glorioso»102. Fu per questa ragio­

101 Montesquieu, Grandezza e decadenza dei romani, Milano, F.lli Bocca,


1945, p. 3 .'
102 Polibio, Le Storie, cit., p. 121.

158
Stabilità e mutamento

ne che gli studiosi classici e i primi studiosi moderni (in


particolare Machiavelli e Montesquieu) ritenevano che le
repubbliche dotate di eserciti formati da cittadini fossero
naturalmente portate all’espansionismo e superiori alle al­
tre forme di organizzazione politica. Secoli dopo Machia­
velli faceva eco all’argomentazione di Polibio:
È soltanto nelle repubbliche che si guarda nel modo corretto al be­
ne comune [...] e, tuttavia, per quanto questa o quella persona possa
essere perdente a questo riguardo, ci sono tanti altri che traggono be­
neficio dal fatto che il bene comune possa essere conseguito nonostan­
te quei pochi che ne sopportano le conseguenze [...] nel momento in
cui la tirannia si sostituisce all’autogoverno [...] cessa di progredire e
di aumentare il proprio potere e la propria ricchezza 103.

Anche più recentemente alcuni autori hanno fatto no­


tare come le maggiori potenze del diciannovesimo e del
ventesimo secolo siano state due democrazie: la Gran Bre­
tagna e gli Stati Uniti.
Infine, la natura della struttura interna costituisce per
la società un vantaggio o uno svantaggio relativo rispetto
alla sua capacità di adattarsi ai mutamenti e alle opportu­
nità proprie dell’ambiente che la circonda. Ad esempio,
come ha osservato Polibio, il grande vantaggio dei Roma­
ni sui propri nemici consisteva nella loro capacità di im­
parare dagli altri e di adattarsi alle mutate circostanze: «I
Romani sono più pronti di ogni altro popolo a mutare co­
stumi e ad adottare i migliori» 104. Qualcosa di simile si
potrebbe dire a proposito degli Americani del X IX secolo
e dei Giapponesi della fine del X X secolo.
Tuttavia, poiché le circostanze mutano con il passare
del tempo, allo stesso modo potrebbero cambiare anche
i requisiti del successo politico, militare o economico. Strut­
ture sociali che risultano efficienti e forniscono dei van­
taggi in determinate circostanze, come nel caso di Sparta
e di Cartagine citato da Polibio, possono diventare svan­
taggiose in condizioni ambientali mutate. Purtroppo, quan­

103 Citato da S. Wolin, Volitici an i Vision. Continuity and Innovation in


Western Politicai Thougbt, Boston, Little, Brown, 1960, p. 234.
104 Polibio, Le Storie, cit., p. 110.

159
Stabilità e mutamento

do una società invecchia, diventa sempre meno capace di


apprendere dagli altri e di adattarsi alle mutate circostan­
ze. La tradizione e gli interessi costituiti impediscono un
riassetto e una riforma della società. La storia è ricca di
esempi di società i cui sistemi sociali, economici e politici
ben si adattavano ad un certo insieme di condizioni am­
bientali, ma che si rivelarono completamente inadatte in
una situazione internazionale mutata.
Il punto importante, come sottolineava lo studioso di
classici T.F. Carney, è che «le istituzioni e i valori di una
società, la sua struttura di premi e opportunità, promuovo­
no particolari tipi di personalità tra quelli che costituiscono
la sua popolazione» 105. In un ambiente internazionale che
esaltava la forza militare, i Romani premiavano le virtù mi­
litari. Le moderne società democratiche, invece, tendono
a premiare chi cerca il profitto e l’efficienza economica. E
la congruenza fra le condizioni che prevalgono in una data
epoca e i tipi di personalità che sono favoriti da una socie­
tà che determina, in larga parte, il successo o il fallimento
di una società nella lotta per il potere fra gli stati.
I giudizi di Polibio, benché si fondino sulle sue osser­
vazioni riguardanti imperi del mondo antico, basati sulla
forza militare, vittoriosi o meno, posseggono una validità
universale. Il fattore più critico per l’aumento del potere
di una società consiste nell’influenza dell’ordine politico
ed economico sul comportamento degli individui e dei grup­
pi. Nel mondo pre-moderno si avevano le conseguenze mag­
giori sull’efficienza militare della società (vale a dire sugli
incentivi degli individui a contribuire alla forza militare
dello stato). Nel mondo moderno è l’influenza della poli­
tica statale sugli incentivi degli individui a contribuire al­
la crescita economica della società ad assumere un’impor­
tanza fondamentale.
La chiave per ottenere una crescita economica consi­
ste in un’efficiente organizzazione economica, come han­
no affermato Douglas North e Robert Thomas nel loro
lavoro pionieristico The Rise of thè Western World:

105 T.F. Carney, The Economia o f Antiquity, cit., p. 129.

160
Stabilità e mutamento

Un’organizzazione efficiente — scrivono i due autori — comporta


la creazione di strutture istituzionali e di diritti di proprietà che costi­
tuiscono un incentivo ad incanalare gli sforzi economici individuali verso
attività che portino il tasso di profitto privato più vicino al tasso di
profitto sociale 106.

Ciò implica che la crescita economica subirà un ral­


lentamento a meno che gli individui non siano «attratti
da incentivi ad intraprendere quelle attività che sono so­
cialmente auspicabili. Bisogna escogitare un meccanismo
che porti in stretta parità il tasso di profitto sociale e quello
privato» 107. Una discrepanza fra i benefici o i costi so­
ciali e quelli privati significa che un terzo riceve alcuni
dei benefici o sopporta una parte dei costi. «Se i costi
privati superano i benefici privati», gli individui sono me­
no disposti ad intraprendere attività socialmente utili108.
Il meccanismo principale per riconciliare i benefici o
i costi sociali con quelli privati consiste nella definizione
da parte della società dei diritti di proprietà. Agli inven­
tori vengono concessi, ad esempio, dei brevetti (proprietà
intellettuale) che li ricompensano per aver sopportato i costi
di innovazioni socialmente utili. D ’altro canto, coloro che
inquinano l’ambiente non hanno nessun incentivo ad as­
sumersi i costi di una prevenzione dell’inquinamento; essi
preferiscono scaricare i costi dell’inquinamento sulla so­
cietà (problema del free-rider). Per numerose ragioni è pos­
sibile che una società non riesca a mettere a punto una
serie di diritti di proprietà che riconcilino i profitti priva­
ti con quelli sociali e che quindi incoraggino la crescita
economica. Primo, non esiste alcuna tecnica per far fron­
te al problema del free-rider e costringere terzi a sopporta­
re i costi della fornitura di un bene pubblico. Il commer­
cio fu ad esempio ostacolato fino al momento in cui si

106 D. North e R. Thomas, The Rise o f thè Western World, cit., p. 1. «Il
tasso di profitto privato è dato dalla somma delle entrate nette che l’unità eco­
nomica ricava da un’attività intrapresa. Il tasso di profitto sociale è dato dal
beneficio netto totale (positivo o negativo) che la società ricava dalla stessa at­
tività. È dato dal tasso di profitto privato più l’effetto netto dell’attività su
tutti gli altri soggetti della società». [Ibidem).
107 Ibidem, p. 2.
108 Ibidem, p. 3.

161
Stabilità e mutamento

potè disporre di tecniche militari che proteggessero gli one­


sti commercianti dai pirati e dai signorotti che rapinava­
no chiunque passasse sulle loro terre. Secondo, i costi che
derivano dal far rispettare i diritti di proprietà possono
rivelarsi superiori ai benefici ottenuti da individui o gruppi.
Anche se esistono i mezzi per eliminare i pirati, ciò non
avviene fino al momento in cui qualcuno ritiene che i be­
nefici di una simile azione superino i costi necessari ad
intraprenderla. In breve, se si riuscisse ad imporre l’esclu-
sività dei benefici e dei relativi diritti di proprietà, «cia­
scuno raccoglierebbe i benefici e sosterrebbe i costi delle
proprie azioni» 109, e intraprenderebbe quelle attività che
promuovono la crescita economica (innovazioni, accumu­
lazione di capitali, ecc.). Il motivo per cui l’Occidente mo­
derno ha creato una tale efficiente rete di istituzioni ed
è artefice della crescita economica mondiale verrà discus­
so nel prossimo capitolo.

4. Conclusioni
In questo capitolo abbiamo analizzato i fattori ambien­
tali, internazionali ed interni che spingono uno stato a man­
tenere lo status quo o a tentare di cambiare il sistema in­
ternazionale. Questi fattori e i loro mutamenti determi­
nano i costi e i benefici di particolari gruppi e stati in
relazione ai tentativi di modificare il sistema. L ’importanza
relativa dei diversi tipi di fattori (economici, militari o tec­
nologici) è mutata notevolmente con l’andare del tempo.
In tutte le epoche, tuttavia, i fattori più importanti sono
stati quelli che producono modifiche del potere relativo
degli stati nell’ambito del sistema. Benché siano stati iden­
tificati numerosi fattori che creano incentivi o disincenti­
vi ad un mutamento del sistema internazionale, il fatto
che tale mutamento si verifichi realmente o no non è in
ultima analisi determinante.

109 Ibidem, p. 5.

162
CAPITOLO TERZO

Crescita ed espansione

Assunto n. 3. Uno stato cercherà di cambiare il sistema internazio­


nale tramite l’espansione territoriale, politica ed economica finché i costi
marginali di ulteriori cambiamenti saranno uguali o maggiori dei bene­
fici marginali.

Quando il potere di uno stato aumenta, esso cerca di


estendere il suo controllo territoriale, la sua influenza po­
litica e/o il suo dominio sull’economia internazionale. A loro
volta, questi sviluppi tendono ad accrescere il potere di uno
stato nel momento in cui una quantità maggiore di risorse
si rende disponibile e lo stato viene avvantaggiato da eco­
nomie di scala. L ’espansione territoriale, politica ed eco­
nomica di uno stato fa aumentare la disponibilità del.sur­
plus economico necessario per dominare il sistem a1. L ’a­
scesa e il declino degli stati e degli imperi dominanti so­
no in larga misura funzioni della generazione e poi della
dissipazione di questo surplus economico.
Se questa relazione tra la crescita del potere di uno
stato e il suo controllo sul sistema internazionale fosse li­
neare, il risultato sarebbe la creazione finale di un impero
universale. Il fatto che ciò non si sia ancora verificato è
dovuto alla presenza di forze controbilancianti che entra­
no in gioco per rallentare e alla fine arrestare l’impulso
all’espansione. Per l’influenza di queste forze, quando uno
stato aumenta il suo controllo su un sistema internaziona­
le, ad un certo punto si trova a dover affrontare sia un
aumento dei costi di un’ulteriore espansione sia una dimi­
nuzione dei rendimenti relativi all’espansione stessa. Si ve­
rifica cioè una diminuzione dei benefici netti ricavabili da

1 T. Rader, The ìlcononncs o f Feudalism, New York, Gordon and Breach,


1971, p. 46.

163
Crescita ed espansione

ulteriori sforzi per trasformare e controllare il sistema in­


ternazionale. Questa variazione dei profitti ottenuti con
l’espansione impone un limite all’ulteriore espansione di
uno stato.
Possiamo dire che l’espansione di uno stato e del suo
controllo sul sistema sono determinati in larga parte da
una curva dei costi a forma di U 2. La fase iniziale di
espansione è caratterizzata da costi in ribasso dovuti prin­
cipalmente ad economie di scala. Quando comunque la
grandezza di uno stato e il suo grado di controllo aumen­
tano, lo stato si trova di fronte ad una diminuzione dei
rendimenti di scala. Il costo crescente dell’espansione, re­
lativo ai benefici, alla fine limita la grandezza e l’espan­
sione dello stato e il suo controllo sul sistema. Il punto
in cui questa intersezione si verifica rappresenta un pro­
blema empirico che dipende da circostanze tecniche o di
altra natura3.
Nel momento in cui l’espansione e i tentativi di cam­
biare il sistema cessano di essere redditizi si può afferma­
re che il sistema internazionale è ritornato in uno stato
di equilibrio, poiché i costi marginali di un’ulteriore espan­
sione sono uguali ai, o maggiori dei, benefici marginali del­
l’espansione stessa. A causa dell’interscambio di queste for­
ze che promuovono e ritardano l’espansione e la crescita,
l’espansione dello stato e del suo controllo su un sistema
internazionale verrà meglio descritta da una curva logisti­
ca o a S 4. Così uno stato potenzialmente in espansione
all’inizio aumenta il suo potere e il suo controllo sul siste­
ma; il potere dello stato e l’espansione del suo controllo
si rinforzano poi a vicenda grazie al flusso crescente di

2 R. Bean, War and thè Birth o f a Nation State, in «Journal of Economie


History», 33 (1973), p. 204; R. Auster e M. Silver, The State as a Pimi: Econo­
mìe Forces in Politicai Development, Boston, Martinus Nijhoff, 1979, p. 28.
3 E. Mansfield, Microeconomics, Theory and Application, New York, W.W.
Norton, 1979, p. 172.
4 Questo studio è stato condotto da Hornell Hart che tracciò le crescite
territoriali degli imperi antichi e moderni secondo una curva logistica (W.F.
Ogburn (a cura di), Technology and International Relations, Chicago, University
of Chicago Press, 1949, pp. 28-57). Per uno studio più recente si veda R. Taa-
gepera, Growth Courses of Empires, in «General Systems», 13 (1968), pp. 171-175.

164
Crescita ed espansione

risorse che entrano nelle casse dello stato. Alla fine entra­
no in gioco forze controbilancianti che rallentano e arre­
stano l’espansione dello stato facendo ritornare il sistema
in una condizione di equilibrio.
Il fenomeno descritto nei paragrafi precedenti è di na­
tura universale. Sin dalle primissime civiltà gli stati e gli
imperi hanno cercato di espandersi e di estendere il loro
dominio sui popoli vicini per aumentare la loro quota di
surplus economico. I meccanismi da loro usati si sono pe­
rò differenziati a seconda della natura dello stato, dell’am­
biente e di ciò che Samir Amin ha chiamato «la forma­
zione sociale»5. Questi diversi fattori hanno esercitato
una profonda influenza sul comportamento di gruppi e stati
e di conseguenza sul processo di mutamento politico in­
ternazionale.
Il tipo di formazione sociale è estremamente impor­
tante poiché determina la formazione del surplus econo­
mico e le sue dimensioni nonché il meccanismo di trasfe­
rimento da un gruppo o società ad un altro6. Esso in­
fluenza anche la distribuzione della ricchezza e del potere
all’interno delle società così come il meccanismo di distri­
buzione della ricchezza e del potere tra le società. La di­
scussione che seguirà riformula il concetto di Amin di for­
mazione sociale in modo da facilitare la comprensione del
mutamento politico internazionale.
Secondo Amin, una formazione sociale combina i mo­
di di produzione industriale ed agricola all’interno delle
società e organizza le relazioni economiche tra le società.
Amin evidenzia cinque modi fondamentali di produzione:
i) il modo primitivo-comunitario delle società primitive;
ìi) il modo basato sul pagamento di tributi, caratteristico
del feudalesimo e di certi tipi di imperi; in) il modo ba­
sato sul possesso degli schiavi; iv) il modo di produzione
di piccole merci; v) il modo capitalista. In ogni formazio­
ne sociale tende a prevalere uno di questi modi conferen­

5 S. Amin, XJnequal Development. An Essay on thè Social Formations o f Pe-


rìpheral Capitalism, New York, Monthly Review Press, 1976, p. 16.
6 Ibidem, p. 18.

165
Crescita ed espansione

do il suo carattere peculiare alla società. Le formazioni


sociali si differenziano inoltre in modo significativo in rap­
porto alla loro dipendenza dal commercio a lunga distan­
za che influenza il trasferimento di ricchezze da una so­
cietà all’altra.
In contrasto con l’elaborato schema di Amin, in que­
sto studio individueremo tre categorie di formazioni so­
ciali. Al primo posto ci sono le formazioni sociali a livello
locale del tipo primitivo-comunitario, feudale e caratteriz­
zato dalla produzione di piccole merci. Queste economie
sono contraddistinte da una incapacità della società a ge­
nerare una quantità sufficiente di surplus economico da
investire in un’espansione politica o economica; molto spes­
so queste economie non operano oltre il livello di sussi­
stenza. Questa è la situazione ad esempio della maggior
parte delle società tribali; era la condizione tipica anche
dell’Europa feudale prima del rifiorire del commercio a
lunga distanza nel X II e X III secolo. Poiché questi tipi
localizzati di società svolgono raramente un ruolo impor­
tante nel cambiamento politico internazionale, non verranno
esaminati qui nei particolari.
E necessario notare che le formazioni sociali localizza­
te possono subire trasformazioni che possono lanciarle su
modelli di sviluppo imperiale. Due esempi significativi ci
vengono dai Mongoli e dagli Arabi che crearono vasti im­
peri. Un terzo esempio è costituito dal sorgere di diversi
imperi nell’Africa nera all’inizio dell’età moderna in se­
guito all’apertura dei commerci con l’Europa che portò per
la prima volta alla creazione di un notevole surplus eco­
nomico. Circostanze uniche hanno poi permesso ad un ti­
po di formazione sociale relativamente localizzata, la città-
stato, di svolgere un ruolo importante nella storia delle
relazioni internazionali. Nelle valli lungo i fiumi di anti­
che civiltà, nella Grecia classica e nell’Italia del Rinasci­
mento fiorirono i sistemi delle città-stato che mostravano
tutte le caratteristiche dei sistemi internazionali più gran­
di. In ogni caso, comunque, questi sistemi di città-stato
furono alla fine assorbiti dagli imperi continentali in fase
di espansione. Solo una città-stato indipendente sopravvi­
ve nel mondo moderno: Singapore.

166
Crescita ed espansione

La seconda categoria di formazioni sociali è costituita


dall’impero o sistema imperiale. Amin distingueva tre tipi
di formazioni sociali imperiali basate sul modo predominante
di produzione: imperi tributari, imperi schiavisti e imperi
basati sul commercio a lunga distanza. Questi tre tipi di im­
pero, benché presentino differenze importanti, hanno in co­
mune il fatto che il surplus economico scaturisce dall’agri­
coltura e viene risucchiato direttamente o indirettamente
a beneficio di una élite militare, religiosa o burocratica. Per
queste ragioni le dinamiche di ascesa e declino di tutti e
tre i tipi di sistemi imperiali tradizionali sono abbastanza
simili da poter essere trattati come se fossero una cosa sola.
La terza categoria di formazioni sociali è il moderno
stato-nazione industriale. Amin parla di «formazioni capi­
talistiche» mettendo in evidenza la proprietà privata dei
mezzi di produzione con il profitto come forma caratteri­
stica di surplus economico. La formulazione di Amin, co­
munque, è troppo circoscritta. Lo «stato nazione industriale»
è piuttosto una caratterizzazione della formazione sociale
moderna, sia essa capitalista o comunista. Ciò non signifi­
ca negare il fatto che il capitalismo possiede caratteristi­
che e dinamiche che lo distinguono nettamente-dal comu­
niSmo. La considerazione più importante da fare è però che,
sia in regime capitalista che comunista, il surplus econo­
mico viene creato dalla produzione industriale e che que­
sta caratteristica comune ha notevoli implicazioni per il com­
portamento della società nelle relazioni internazionali.
La formazione sociale è importante perché influisce no­
tevolmente sulla creazione e sulla distribuzione della ric­
chezza e del potere tra gruppi e stati svolgendo quindi un
ruolo decisivo nelle dinamiche dei sistemi internazionali.
I lineamenti che differenziano le relazioni internazionali pre­
moderne da quelle moderne sono in larga misura dovuti a
differenze sostanziali esistenti nelle formazioni sociali
caratteristiche7. Il passaggio dagli imperi e dalle economie

7 L ’idea che la società moderna si differenzi fondamentalmente dalle pre­


moderne è un’idea che è stata oggetto di attenzione da parte di alcuni autori
del X IX secolo come Auguste Comte, Karl Marx e Herbert Spencer. L ’idea
è stata poi ripresa di recente da diversi autori, benché oggi, come in passato,
la natura e le cause di questa differenza continuino ad essere controverse.

167
Crescita ed espansione

imperiali agli stati-nazione e a un’economia di mercato


mondiale come forme principali di organizzazione politica
ed economica si può intendere solo come uno sviluppo as­
sociato al passaggio da una formazione agricola ad una in­
dustriale. Gli effetti di queste trasformazioni tra loro in­
terrelate sulla natura dei cambiamenti politici internazio­
nali verranno esaminati nei successivi paragrafi di questo
capitolo.

1. Il ciclo degli imperi


Benché gli studiosi riconoscano il primato contempora­
neo dello stato-nazione riferendosi alle relazioni internazio­
nali, la forma predominante di organizzazione politica pri­
ma dell’età moderna è stato l’impero. Sebbene le città-stato,
il feudalesimo e altre formazioni sociali localizzate svolges­
sero spesso un ruolo importante, la storia delle relazioni
interstatali è stata in larga misura quella del succedersi di
grandi imperi8. Il modello del mutamento politico inter­
nazionale durante i millenni dell’età premoderna è stato de­
scritto come un ciclo imperiale9. La politica mondiale era
caratterizzata dall’ascesa e dal declino di potenti imperi,
ciascuno dei quali unificava e ordinava il rispettivo siste­
ma internazionale. Il modello ricorrente in ogni civiltà di
cui abbiamo conoscenza era quello di uno stato che unifi­
cava il sistema sotto il suo dominio imperiale. Questa pro­
pensione a creare un impero universale costituiva l’elemento
principale della politica premoderna e, come hanno messo
in evidenza precedenti studiosi di relazioni internazionali,
ciò appare in netto contrasto con il modello del moderno
equilibrio di potenza europeo 10.

8 Con «impero» si intende un’aggregazione di genti diverse guidate da un


popolo culturalmente diverso e una forma politica caratterizzata da una centra­
lizzazione del potere concentrato nelle mani di un imperatore o sovrano.
9 T. Rader, The Economìa o f Eeudalism, cit., pp. 36-68; W.W. Rostow,
Politics and thè Stages of Growth, Cambridge, Cambridge University Press, 1971,
pp. 28-29.
10 Questo era il punto di vista, ad esempio, di autori così differenti come
Edward Gibbon, Montesquieu e A.H .L. Heeren. Tra gli autori successivi che
harfho condiviso tale punto di vista si annoverano: Leopold von Ranke, Arnold
Toynbee e Ludwig Dehio.

168
Crescita ed espansione

Durante l’era imperiale il governo di un sistema inter­


nazionale (ciò che qualcuno oggi chiamerebbe l’ordine in­
ternazionale) era assicurato da queste strutture imperiali.
Poiché ciascun impero tendeva a rappresentare, o al limi­
te ad essere dominato da, una particolare civiltà e religio­
ne, gli imperi avevano pochi valori e interessi in comune.
Essi elaborarono perciò ben poche leggi o istituzioni che
regolamentassero le loro relazioni. I principali meccanismi
ordinatori erano costituiti da forme di controllo territo­
riale e dalle sfere di influenza. Questi ordinamenti impe­
riali costituivano semplicemente un sistema di stati e non
ciò che Hedley Bull ha definito una «società» internazio­
nale n. I conflitti internazionali erano al tempo stesso
conflitti economici, sociali, politici, religiosi e di civiltà.
Ciò fu vero fino al Trattato di Vestfalia (1648) e al suc­
cessivo trionfo della civiltà occidentale sullTslamismo e sui
suoi altri rivali.
Il fattore determinante principale di questo ciclo di im­
peri fu la formazione sociale basata su una struttura agri­
cola. Durante quest’era imperiale, prima dell’avvento del­
l’industria moderna, la ricchezza delle società e il potere
degli stati si fondavano sullo sfruttamento del contadino
e sull’agricoltura schiavistica. Prima degli enormi aumenti
della produttività agricola caratteristici del mondo moder­
no, le dimensioni del surplus economico derivante dall’a­
gricoltura e dai tributi imperiali dipendevano principalmente
dall’estensione del controllo territoriale. Perciò, ceterìs pa-
ribus, più grande era l’estensione territoriale di un impero
e del suo controllo politico, più grande era il surplus tas­
sabile e il potere dell’impero. Come in tutte le cose, co­
munque, ciò fu vero fino al momento in cui l’estensione
del controllo cominciò a trovarsi di fronte a dei profitti
decrecenti e l’espansione cessò di essere redditizia.
Una caratteristica fondamentale dell’era degli imperi era
la natura relativamente statica della ricchezza. In assenza
di significativi sviluppi tecnologici, la produttività agrico-1

11 H. Bull, The Anarchical Society. A Study o f Order in World Politics, New


York, Columbia University Press, 1977,

169
Crescita ed espansione

la rimaneva ad un livello basso e l’agente determinante


primario della crescita economica e della ricchezza era rap­
presentato dalla disponibilità di terra e dal rapporto uo-
mo/terra. Per questo motivo, la crescita di ricchezza e di
potere dello stato dipendeva innanzitutto dal controllo su
un territorio che potesse generare surplus economico. E s­
sendo caratterizzata solo da periodi di reale crescita eco­
nomica limitati ed intermittenti, la dinamica delle relazio­
ni internazionali era data dalla continua divisione e ridi­
visione del territorio e dalla conquista di schiavi (o di do­
cili contadini) per coltivare la terra. Così quando l’agri­
coltura costituiva la base della ricchezza e del potere, l a .
loro crescita era quasi sinonimo di conquista territoriale.
Le economie imperiali tendono a diventare economie
di comando in cui lo stato ha il controllo e la facoltà di
disporre dei beni e dei servizi della società. Poiché gli im­
peri sono creati da guerrieri, burocrati e autocrati che agi­
scono per i propri interessi egoistici, la funzione principa­
le dell’economia imperiale è quella di accrescere la ricchezza
e il potere di queste élite dominanti. L ’economia e le at­
tività economiche sono subordinate alla percezione della,
sicurezza e agli interessi economici dello stato e dell’élite
dominante. Una funzione importante degli scambi econo­
mici è quella di aumentare la capacità bellica dello stato.
Gli antichi Assiri rappresentano un esempio di questo ti­
po di economia.
Benché la creazione di un surplus economico durante
l’epoca imperiale dipendesse dall’agricoltura, la sua distri­
buzione era spesso influenzata dal commercio e dagli scambi
internazionali. Almeno sin dal tempo delle spedizioni dei
Greci, guidati da Agamennone, contro Troia, il controllo
delle rotte commerciali è stato un obiettivo degli stati e
una fonte di grande ricchezza e potere. Gli imperi grandi
e duraturi sono sorti di solito agli incroci delle vie com­
merciali e le lotte per il controllo delle principali arterie
di commercio sono state fonte costante di conflitti tra gli
stati. Gli avvicendamenti nel controllo di queste rotte e
nelle dislocazioni delle stesse hanno svolto un ruolo deci­
sivo nel sorgere e nel declino di imperi e civiltà. Fu con

170
Crescita ed espansione

giusta ragione che Brooks Adam nel suo studio provoca­


torio The Law of Cìvìlìzation and Decay (1943) considerò
i cambiamenti nel commercio e nelle rotte come la chiave
della storia12.
La storia del Medio Oriente è una testimonianza del­
la notevole influenza esercitata dagli spostamenti delle rotte
commerciali sulle relazioni internazionali. Sin dal tempo
dei più antichi imperi di questa regione l’alternanza del
controllo sulle carovaniere dell’Asia ha dato origine ad una
successione di imperi. Persino sotto il dominio romano il
centro economico di gravità dell’impero rimase nel bacino
orientale del Mediterraneo. L ’Impero Bizantino o il Tar­
do Impero Romano sopravvissero per mille anni dopo la
caduta nella barbarie dell’Impero Romano d’Occidente poi­
ché riuscirono a mantenere il controllo su queste rotte com­
merciali sino all’avvento dell’Impero Turco-ottomano. La
crescita economica dell’Europa occidentale e la scoperta
del Nuovo Mondo e di nuove rotte oceaniche per l’Asia
causò infine la decadenza del Medio Oriente e lo sposta­
mento del centro del potere mondiale fuori dal bacino del
Mediterraneo.
Sotto il profilo storico la tassazione del commercio rap­
presenta una fonte primaria per l’erario; ciò spiega l’im­
portanza del commercio nella distribuzione del surplus eco­
nomico e quindi del potere. In contrasto con altre forme
di entrate fiscali, come le tasse sulle proprietà terriere o
sul commercio interno, il commercio internazionale è re­
lativamente facile da amministrare e tassare. Il ruolo fon­
damentale svolto dalle entrate fiscali provenienti dal com­
mercio nella formazione degli imperi è stato analizzato da
Max Weber nei seguenti termini:
Per lo sviluppo di forti burocrazie patrimoniali centralizzate è sta­
to invece assai importante, in opposizione al feudalesimo, un preciso
fattore che finora è stato trascurato dalla ricerca — cioè il commercio.
Si è visto prima che la posizione di potenza di tutti i principi che
superano il livello del primitivo capo di villaggio riposava sul loro te­
soro di metallo pregiato, in forma grezza o lavorata. Essi avevano bi­
sogno di tale “ tesoro” in primo luogo per il mantenimento del seguito

12 B. Adams, The Law o f Cìvìlìzation and Decay: An Essay on History, New


York, Alfred A. Knopf, 1943.

171
Crescita ed espansione

delle guardie del corpo, dell’esercito patrimoniale, degli assoldati e so­


prattutto dei funzionari. Il tesoro era consumato con lo scambio di
regali con altri principi — che di fatto spesso aveva il carattere di
uno scambio commerciale — e con il regolare commercio in proprio
dello stesso principe (particolarmente spesso con il commercio costie­
ro), che può portare ad una diretta monopolizzazione del traffico dei
beni verso l’esterno, o infine con una differente utilizzazione del com­
mercio estero a favore del principe. Ciò si ebbe o direttamente, nella
forma dell’imposizione tributaria con dogane, somme per la scorta e
altre imposte, oppure indirettamente con le concessioni di mercati e
le fondazioni di città, cioè in ogni caso mediante prerogative del prin­
cipe che venivano concesse ai grandi redditieri fondiari e ai sudditi
che potevano pagare le tasse. Quest’ultima specie di utilizzazione del
commercio è stata intrapresa sistematicamente in epoca storica, fino
alle innumerevoli città che, ancora all’inizio dell’età moderna, i signori
fondiari polacchi hanno fondato e popolato con ebrei emigrati dall’oc­
cidente. E un fenomeno tipico che le formazioni politiche patrimoniali
sussistono e si estendono territorialmente — come la Cina e il Regno
Carolingio — quando esiste un commercio sviluppato proporzionalmente
o addirittura debolmente in rapporto alla loro ampiezza e alla loro po­
polazione. Però il sorgere originario del potere politico patrimoniale,
senza che il commercio eserciti un’importanza rilevante — come nel
caso dell’Impero Mongolico e dei grandi regni sorti da migrazioni di
popoli — ha luogo non di frequente, e quasi sempre in quanto deter­
minate stirpi che confinano con paesi ad economia monetaria assai-svi­
luppata penetrano in questi, conquistando e predando il metallo pre­
giato, e fondano dei poteri sul loro territorio. Il diretto monopolio com­
merciale del principe si trova diffuso in tutto il mondo — in Polinesia
come in Africa e nell’Oriente antico 13.

La dinamica del ciclo degli imperi si basa sulla realtà


economica dell’agricoltura primitiva e della tassazione del
commercio. Benché gli imperi potessero sgretolarsi, come
accadde a quello romano, quando un gruppo cerca di sub­
ottimizzarsi (ovvero di aumentare i propri guadagni a spese
della comunità), il modello prevalente è il rovesciamento
e la conquista della civiltà imperiale ad opera dei barbari.
In questa lotta ricorrente l’impero ebbe inizialmente il van­
taggio di un grosso surplus economico e, di solito, di una
superiore tecnica militare. I barbari, sebbene ad un livel­
lo di sviluppo economico più basso, erano in grado di con­
trastare i vantaggi della civiltà più avanzata poiché «il sur­

13 M. Weber, Wirtschaft und Gesellschaft, Tiibingen, Mohr, 1922, trad. it.


Economìa e società, Milano, Comunità, 1961, voi. II, pp. 410-411.

172
Crescita ed espansione

plus disponibile per la guerra in una economia barbarica


costituisce tutte le risorse a disposizione di quell’econo­
mia, a parte i fabbisogni minimi per il cibo e altre “ ne­
cessità” » 14. Spesso accadeva che dopo un po’ di tempo
i barbari superassero l’impero anche per capacità militari:
Viene qui fornita una spiegazione del ciclo degli imperi. Quando
l’impero e il barbaro si incontrano, il barbaro impara gradualmente i
metodi bellici della civiltà superiore. Solo un costante progresso della
tecnica bellica può mantenere l’impero un passo avanti rispetto al bar­
baro. D ’altro lato, quando il barbaro impara a difendersi dalle spedi­
zioni schiavistiche dell’impero, l’afflusso di schiavi cala, provocando
l’aumento dei redditi ricavati dagli schiavi per mantenere l’equilibrio
nella popolazione. Tuttavia, anche senza schiavi, i soldati dell’impero
possono non essere sani come i barbari. Alcuni imperi possono reclu­
tare i loro soldati in territori barbarici; ciò ha però lo svantaggio di
rendere più vicino il giorno in cui i barbari diventeranno abili in guer­
ra quanto i soldati dell’impero. A lungo andare, il barbaro, acquisisce
le nozioni necessarie per mettere a frutto questa forza superiore. Pic­
coli eserciti di barbari sono capaci di conquistare zone abbastanza po­
polate. L ’impero diventa oggetto di saccheggio e talvolta dei condot­
tieri barbari ne diventano i governanti. La cultura esterna viene impo­
sta; le città costruite grazie ai tributi scompaiono e inizia un’età “ buia” .
■ Finché il costo della conquista da parte di imperi vicini o da parte
di una regione qualsiasi supera i tributi ricavati dall’impero, l’econo­
mia barbarica rimane intatta. Solo un progresso tecnico potrà conferi­
re ad una regione un vantaggio sulle altre. Quando ciò si verifica quel­
la regione estende il suo dominio, assoggetta coloro che sono stati con­
quistati e costruisce una nuova capitale. Ci sono città con risorse co­
spicue che possono costituire la base di un reale surplus economico
al di là di un’economia totalmente decentralizzata. L ’impero rinasce
sotto nuovi padroni e il ciclo ricomincia 15.

Durante il ciclo degli imperi l’ascesa e il declino degli


stati dominanti erano determinati principalmente: i) dalla
tendenza dei costi delle più efficaci tecniche militari ad
aumentare col tempo; e u) dal fatto che gli oneri finan­
ziari di scala erano elevati rispetto al costo dei migliori
armamenti16. Per la sopravvivenza dell’impero il surplus
economico doveva aumentare più velocemente del costo

14 T. Rader, The Economia o f Feudalism, cit., p. 55.


15 Ibidem, pp. 56-57, nota a piè pagina.
16 M. Elvin, The Pattern o f thè Chinese Past, Stanford, Stanford Universi­
ty Press, 1973, pp. 20-21.

173
Crescita ed espansione

della guerra. In un’epoca di crescita economica statica o


ridotta ciò risultava difficile per un periodo di tempo lungo.
Benché l’erario dello stato potesse venir rimpinguato at­
traverso l’espansione territoriale, questo metodo si trova­
va di fronte, ad un certo punto, ad una riduzione degli
introiti man mano che l’espansione territoriale aggravava
l’onere finanziario. A causa di questo aumento dei costi
l’impero o si frantumava o era costretto a ridurre il con­
trollo territoriale e gli oneri finanziari. Se incapace di ri­
durre le spese e quindi di riportare in equilibrio costi e
risorse, l’impero decadeva e alla fine veniva sostituito dal
successivo ciclo di imperi17.

2. Il modello moderno

Il ciclo degli imperi fu interrotto nel mondo moderno


da tre significativi sviluppi collegati tra loro: il trionfo dello
stato nazionale come attore principale nelle relazioni in­
ternazionali; l’avvento di una crescita economica prolun­
gata basata sulla scienza e la tecnologia moderna; la na­
scita di un’economia di mercato mondiale. Questi svilup­
pi si rinforzarono a vicenda e, a loro volta, causarono il
passaggio dal ciclo degli imperi al sistema di equilibrio di
potenza europeo e, in seguito, alla successione di egemo­
nie nel X IX e X X secolo 18. Al posto del ciclo degli im­
peri e del controllo imperiale sul sistema internazionale,
si è verificato un bilanciamento reciproco degli stati na­
zionali dominanti oppure la preminenza di uno stato sugli
altri stati del sistema. Così si sono trasformate le princi­
pali entità, i modi di interazione e i meccanismi di con­
trollo. Una spiegazione (o al limite una prima approssima­
zione) di questo mutamento di sistemi è lo scopo princi­
pale dei paragrafi successivi.

17 Questo procedimento verrà discusso più dettagliatamente in un paragra­


fo successivo.
18 La parola egemonia, di derivazione greca, si riferisce alla leadership di
uno stato (egemone) su altri stati del sistema.

174
Crescita ed espansione

2.1. Il trionfo dello stato nazionale


La caratteristica principale delle moderne relazioni in­
ternazionali è stata la nascita dello stato nazionale come for­
ma dominante di organizzazione politica. Nell’era premo­
derna l’impero multietnico e le formazioni sociali localiz­
zate (tribù, città-stato e entità feudali) costituivano gli at­
tori principali nelle relazioni internazionali. Nel mondo mo­
derno lo stato nazionale ha eclissato ogni altro tipo di at­
tore politico. Le ragioni di questa trasformazione dei siste­
mi sono naturalmente molto complesse e sono oggetto di
intenso dibattito tra gli studiosi19. La nostra trattazione si
basa in gran parte sulle argomentazioni avanzate da Joseph
Strayer20 e da Douglass North e Robert Thomas21, secon­
do i quali lo stato nazionale si affermò perché rappresen­
tava la forma più efficiente di organizzazione politica ri­
spetto all’insieme di fattori ambientali sviluppatisi agli inizi
dell’Europa moderna.
Secondo Strayer, lo stato moderno costituì un’innova­
zione politica che risolse il dilemma che si poneva alle for­
me predominanti di organizzazione politica premoderna,
in particolar modo agli imperi e alle città-stato22. Da un
lato, benché militarmente forti, gli imperi potevano assi­
curarsi soltanto la fedeltà di una piccola parte della popo­
lazione. Questa mancanza di identificazione tra bene pub­
blico dell’impero e obiettivi privati della maggior parte dei
cittadini costituì una fonte di seria debolezza. Ciò spiega
la fragilità degli imperi di fronte alle rivolte interne e alle
pressioni esterne. Dall’altro, le città-stato, mentre gode­

19 D. North e R.P. Thomas, The Rise of thè Western World. A New Eco­
nomie History, Cambridge, Cambridge University Press, 1973; P. Anderson, Li-
neages o f thè Absolute State, London, N l b , 1974; W.H. McNeill, The Shape
o f European History, New York, Oxford University Press, 1974; I. Wallerstein,
The Modem World System. Capitalist Agriculture and thè Origins of thè European
World Economy in thè Sixteenth Century, New York, Academic Press, 1984,
trad. it. Il sistema mondiale nell'economia moderna, 2 voli., Bologna, Il Mulino,
1978-1982; C. Tilly, The Formation o f National States in Western Europe, Prin­
ceton, Princeton University Press, 1975.
20 J.R. Strayer, On thè Medieval Origins of thè Modem State, Princeton, Prin­
ceton University Press, 1970.
21 D. North e R. Thomas, The Rise of thè Western World, cit.
22 J.R . Strayer, On thè Medieval Origins of thè Modem State, cit., pp. 11-12.

175
Crescita ed espansione

vano della fedeltà entusiastica dei loro cittadini, erano in


realtà molto limitate nella loro capacità di generare pote­
re, non potendo facilmente incorporare nuovi territori e
popolazioni e quindi accrescere la propria potenza. Così,
la città-stato divenne o il nucleo di un impero (Roma) o
la vittima (la polis greca) di un impero. Come nel caso
del feudalesimo, basato su un’élite militare e su docili servi,
la città-stato fu caratterizzata sia da strutture politiche
frammentate che da legami di fedeltà non vincolanti. La
sua debolezza sta nel fallimento su entrambi i fronti; man­
cavano alla città-stato sia le dimensioni sia la fedeltà dei
cittadini. In breve, le forme politiche premoderne erano
afflitte dall’inevitabile necessità di trovare un compromesso
fra dimensioni e fedeltà dei cittadini.
Lo stato nazionale moderno risolse questo dilemma
trionfando sui suoi rivali politici: la città-stato, l’impero
e il feudalesimo. Esso fu in grado di unire delle grandi
dimensioni ad una forte fedeltà. Come ha scritto a que­
sto proposito Strayer,
gli stati europei che sorsero dopo il 1100 riunivano, in una certa misu­
ra, i punti di forza sia degli imperi sia delle città-stato. Erano abba­
stanza grandi e potenti da avere eccellenti possibilità di sopravviven­
za; alcuni di essi si avvicinavano al millennio, che è un’età rispettabile
per qualsiasi organizzazione umana. Nello stesso tempo si adoperarono
per coinvolgere una vasta parte della loro popolazione nel processo po­
litico, o almeno interessarla ad esso, riuscendo a creare un certo senso
di identità comune tra le comunità locali. Essi riuscirono ad ottenere
più degli antichi imperi, dai loro popoli, sia per quanto riguarda l’atti­
vità politica e sociale, sia in termini di fedeltà, anche se non riusciro­
no ad ottenere quella piena partecipazione che aveva contaddistinto
una città come Atene .

Una delle ragioni di questo successo e del conseguen­


te mutamento dei sistemi è stata spiegata, almeno in par­
te, da North e Thomas2324. Il frammentato sistema feuda­
le di organizzazione politica, che fu sostituito dal sistema
dello stato nazionale, era stato la conseguenza di un in­
sieme particolare di condizioni economiche, politiche e mi­

23 Ibidem, p. 12.
24 D. North e R. Thomas, The Rise o f thè Western World, cit.

176
Crescita ed espansione

litari e soprattutto dell’assenza di un commercio a lunga


distanza e della debolezza di un’autorità politica centrale.
Il tardo Medio Evo fu una epoca di profonda insicurezza
individuale in cui imperversavano bande sfrenate di sac­
cheggiatori e i signorotti feudali depredavano i deboli senza
alcuna pietà. A causa delle condizioni sociali e delle tec­
niche militari esistenti (il castello e il cavaliere a cavallo),
l’economia localizzata e il governo del maniero e del re­
gno feudale erano i metodi più efficienti di organizzazio­
ne economica e politica25. Il signore e i suoi cavalieri as­
sicuravano protezione e benessere (o ciò che era possibi­
le) in «cambio» di prestazioni lavorative da parte dei con­
tadini. Il re (egli stesso poco più di un signore feudale)
cercava di mantenere la pace e di preservare il suo regno
avendo a disposizione risorse inadeguate.
La creazione di un’economia di mercato e la rivolu­
zione in campo militare cambiarono tra il 900 e il 1700
le dimensioni ottimali dell’organizzazione politica. Da un
lato, la crescita del commercio e la rinascita di un’econo­
mia monetaria fecero aumentare le entrate fiscali a dispo­
sizione dei governi. Dall’altro, una serie di innovazioni mi­
litari (la balestra, l’arco, la picca, la polvere da sparo, e,
soprattutto, la nascita degli eserciti professionali) compor­
tò un aumento dei costi e delle dimensioni ottimali di un’u­
nità militare efficiente26. Di conseguenza, si verificò un
processo irregolare ma autorafforzante che portò al pas­
saggio dall’organizzazione feudale al moderno stato nazio­
nale. Primo, la rinascita del commercio significò un .au­
mento notevole delle entrate tassabili a condizione che si
creassero e si tutelassero nuove forme di diritti di pro­
prietà per i commercianti. Secondo, i nuovi tipi di armi
e di organizzazione militare diedero una spinta notevole
alle economie di scala, allargando il raggio effettivo del
potere militare. Queste innovazioni militari erano estre­
mamente costose e andavano al di là dei mezzi a disposi­
zione della maggior parte dei signori feudali e delle risor­

25 Ibidem, p. 19.
26 Ibidem, p. 17.

177
Crescita ed espansione

se tradizionali del re, causando così una crisi fiscale del­


l’organizzazione sociale feudale.
Questa crisi fiscale del feudalesimo, come sostiene Jo ­
seph Schumpeter, fu causata dal divario tra i costi di go­
verno sempre in aumento, soprattutto quelli legati alla guer­
ra, e l’inadeguata base fiscale del regime feudale. La rivo­
luzione tecnologica in campo militare fece aumentare con­
siderevolmente il costo delle armi più efficienti e la fram­
mentata ed inefficiente forma di economia feudale che pre­
cedette lo sviluppo di un’economia di mercato fu incapa­
ce di generare introiti sufficienti a pagare le nuove forme
di potere militare. Di conseguenza, le organizzazioni feu­
dali divennero sempre meno capaci di proteggersi e quin­
di di sopravvivere in un contesto economico e militare mu­
tato.
In questa nuova situazione economica e militare con­
venne ad alcuni imprenditori proteggere la popolazione e
tutelare i diritti di proprietà in cambio di maggiori entra­
te raccolte su una scala più vasta che in precedenza. Il
mutare degli ordinamenti economici e politici comporta co­
munque dei costi, poiché ciascun cittadino è costretto a
mutare il suo comportamento in modo contrario a ciò che
considera il proprio interesse. Questo compito di innova­
zione organizzativa andava al di là delle capacità militari
e finanziarie dei feudatari. Il modello di organizzazione
feudale non poteva adattarsi a questo insieme di condi­
zioni. I feudatari avevano scarsi incentivi ad espandere e
proteggere il commercio, poiché non avevano a disposi­
zione i mezzi necessari a riscuotere le entrate provenienti
da un aumento del commercio. La salvaguardia delle atti­
vità economiche tramite le nuove e costose tecniche mili­
tari e la riscossione delle rendite create dalla espansione
del commercio necessitavano di una forma di organizza­
zione politica molto più vasta di quella esistente sotto il
feudalesimo. In breve, il nuovo contesto economico e mi­
litare rese possibile e redditizia la creazione di una strut­
tura economica e politica più ampia.
Cominciò quindi una lotta feroce tra i regnanti per ac­
caparrarsi le rendite necessarie a finanziare le nuove for­

178
Crescita ed espansione

me di potere militare. La trasformazione del contesto


economico-militare scatenò una lotta darwiniana tra gli im­
prenditori politici nella quale solo i forti sarebbero soprav­
vissuti dando vita alla fine agli stati nazionali dell’Europa
occidentale:
Allorché le esigenze di un’economia di mercato in espansione eser­
citarono delle pressioni per la creazione di unità di governo più vaste,
la moltitudine dei feudatari locali dovette scegliere tra l’allargare la pro­
pria giurisdizione sui feudatari vicini con la collaborazione di altri si­
gnori, o il rinunciare a certe loro prerogative tradizionali. Con la na­
scita del mercato in tutta l’Europa occidentale, un numero sempre mag­
giore di funzioni di governo venne assunto da unità politiche regionali
e nazionali per sfociare alla fine nella creazione degli stati-nazione.
A questo punto possiamo sicuramente fermarci nella nostra esposi­
zione storica per introdurre un’analogia tratta dalla teoria economica.
Prendiamo il caso di un’industria caratterizzata da un gran numero di
piccole' aziende in concorrenza tra loro. Introduciamo un’innovazione
che porti ad economie di scala su una gamma di produzione tale da
aumentare le dimensioni ottimali di una ditta. Il percorso dal vecchio
equilibrio di concorrenza alla nuova (e probabilmente instabile) solu­
zione di oligopolio sarà il seguente. Le piccole aziende originarie do­
vranno aumentare le loro dimensioni, associarsi, o essere costrette alla
bancarotta. Il risultato è un piccolo numero di grandi aziende dalle
dimensioni ottimali. Anche in questo caso però i risultati sono instabi­
li. Si verificano infatti svariati tentativi di collusione e di determina­
zione dei prezzi, ma altrettanto onnipresenti sono i vantaggi che rica­
verà una singola azienda che si sottrae agli accordi con l’inganno. Ne
risultano periodi di tregua interrotti da periodi di concorrenza accanita.
Se spostiamo questa situazione nel mondo politico della stessa era
abbiamo una perfetta analogia. Tra il 1200 e il 1500 le numerose uni­
tà politiche dell’Europa occidentale furono teatro di innumerevoli espan­
sioni, alleanze e combinazioni in un mondo caratterizzato da continui
intrighi e conflitti. Anche con la nascita degli stati nazionali i periodi
di pace erano continuamente interrotti. In breve, si trattò di un’epoca
di conflitti di diplomazia e di intrighi crescenti. La crescita dei costi
assunse dimensioni sconcertanti. Un anno di guerra rappresentava al­
meno un quadruplicamento dei costi di governo — e la maggior parte
degli anni erano caratterizzati dalla guerra e non dalla pace. I monar­
chi erano continuamente alle prese con forti indebitamenti e costretti
a ricorrere ad espedienti disperati; lo spettro della bancarotta era una
minaccia ricorrente e per molti stati una realtà. La questione è che
i principi non erano liberi ma costretti a subire una crisi fiscale galop­
pante 27.

27 Ibidem, p. 95.

179
Crescita ed espansione

Mentre la forma di organizzazione economica e politi­


ca feudale si mostrava inefficiente e troppo limitata, l’al­
tra forma tradizionale di organizzazione (l’impero) risulta­
va troppo grande per le tecniche militari e il sistema di
trasporti esistenti28. Per lo meno in Europa continentale
le conquiste territoriali su larga scala e la costruzione de­
gli imperi divennero troppo costose; i tentativi di dimo­
strare il contrario portarono alla rovina la Spagna e gli
Asburgo. La topografia frammentata dell’Europa creò delle
barriere alla comunicazione e rese difficile un’unificazio­
ne politica del continente. L ’esistenza di livelli compara­
bili di sviluppo tra i. diversi stati emergenti dell’Europa
e i rapidi tassi di diffusione della tecnologia e delle tecni­
che organizzative tra di loro evitarono che un solo stato
acquisisse un enorme vantaggio sui suoi vicini29. Infine,
quella istituzione tipicamente europea, il sistema dell’equi­
librio di potenza, tenne in scacco le forze espansionisti­
che. Di conseguenza fallirono i diversi tentativi di unifi­
care l’Europa sotto un impero universale.
Lo stato nazionale si rivelò l’organizzazione politica di
dimensioni ottimali nelle nuove condizioni militari e eco­
nomiche. Benché, come in passato, il costo delle più effi­
cienti tecniche militari fosse aumentato, gli oneri finan­
ziari di scala erano diminuiti grazie ai progressi nell’orga­
nizzazione e nei trasporti30. Inoltre, l’aumento del tasso
di crescita economica e l’espansione della base fiscale si­

28 In effetti, le nuove forme di potere militare non crearono economie di


scala che avrebbero richiesto un’organizzazione più vasta rispetto al tradiziona­
le stato nazionale europeo. Comunque esse permisero la creazione di imperi mer­
cantili fuori del quadro politico europeo, in Asia e nel Nuovo Mondo.
29 C.L, de Montesquieu, Grandezza e decadenza dei Romani, Milano, F.lli
Bocca, 1945.
Secondo la teoria dell’oligopolio, le intense rivalità politiche tra questi stati
europei fornirono uno stimolo importante all’innovazione tecnologica. In con­
trasto con i relativamente statici imperi dell’Asia (monopoli politici), gli stati
europei furono costretti a mettere a punto nuove forme di tecnologia militare
e di organizzazione sociale soltanto per conservare una superiorità sui propri
concorrenti (W.H. McNeill, The Shape o f European History, cit., pp. 124-126).
L ’impeto dato da questa competizione oligopolista alle energie dell’Europa fu
un fattore della loro supremazia sulle più antiche civiltà.
30 M. Elvin, The Pattern of thè Chinese Past, cit., p. 21.

180
Crescita ed espansione

gnificavano che gli introiti dell’erario potevano crescere


più in fretta dei costi delle più efficienti tecniche milita­
ri. Per queste ragioni, lo stato nazionale sostituì piena­
mente le forme di organizzazione feudale, la città-stato e
l’impero; esso risultava più efficiente nei mutati contesti
economici e militari.
Benché lo stato come istituzione abbia una lunga sto­
ria, il moderno stato nazionale è qualitativamente diverso
dai suoi predecessori dell’era premoderna31. In primo luo­
go, esso è caratterizzato da una forte autorità centrale che
si differenzia dalle altre forme di organizzazione sociale
ed esercita il controllo su un territorio ben definito e uni­
to. Il sovrano ha il monopolio sull’uso legittimo della for­
za e si avvale di una burocrazia e di un unico gruppo di
leggi che coprono anche la vita quotidiana della popola­
zione. Lo stato romano, invece, restringeva i suoi interes­
si all’esercito e alle finanze32. In secondo luogo, la socie­
tà e l’economia dello stato moderno sono caratterizzati da
una struttura di classe e una divisione del lavoro complesse.
Le società più antiche, basate su economie più semplici,
tendevano ad essere composte da una élite e da una mas­
sa o anche da ceti aventi una specifica funzione. In terzo
luogo, l’ideologia nazionalistica favorisce la coesione interna
e la fedeltà allo stato; l’identificazione della popolazione
con lo stato e con il benessere dello stato stesso si verifi­
cava raramente nelle società più antiche, fatta eccezione
per le tribù e le città-stato.
L ’essenza dello stato moderno consiste in un gruppo
di leggi, credenze e istituzioni atti a creare e a usare il
potere. E unificato e organizzato al suo interno per au-

31 La caratterizzazione generale dello stato nazionale qui presentata ha ov­


viamente delle eccezioni. E , secondo Max Weber, un ideal-tipo. Le fonti pri­
marie da cui questa descrizione è stata tratta comprendono i seguenti testi: R.
Bendix, State and Society, Berkeley, University of California Press, 1973; F.
Gilbert, The Historical Essays of Otto Hintze, New York, Oxford University
Press, 1975; R.G . Hawtrey, Economie Aspects o f Sovereignty, London, Long-
mans, Green, 1952; J. Hicks, A Theory o f Economie History, London, Oxford
University Press, 1969; D .C . North e R.P. Thomas, The Rise o f thè 'Western
World, cit.; J. Strachey, The End of Empire, New York, Frederick A. Praeger,
1964; C. Tilly, The Eormation of National States in Western Europe, cit.
32 Hintze in R. Bendix, State and Society, cit., p. 164.

181
Crescita ed espansione

meritare il suo potere all’esterno33. Diversamente dagli


imperi premoderni esso tende ad uno sviluppo intensivo
piuttosto che estensivo34. Attraverso le politiche di tas­
sazione e di coscrizione lo stato moderno è in grado di
mobilitare la ricchezza e i servizi dei suoi cittadini per
incrementare il potere e gli interessi dello stato. Come si
è notato precedentemente, comunque, se questi interessi
saranno l’espansionismo di un Luigi XIV o il benessere
della popolazione, dipende dalla natura della società. Nes­
sun tentativo è stato qui intrapreso per reificare lo stato
e separarlo dalla società verso cui in ultima analisi è re­
sponsabile.
Un elemento fondamentale dello stato moderno è il suo
ruolo nell’economia. Anche se con importanti eccezioni,
la funzione economica dello stato premoderno era princi­
palmente quella di facilitare lo sfruttamento delle masse
da parte dell’élite e di proteggere la società dallo sfrutta­
mento di conquistatori stranieri. La funzione primaria dello
stato moderno è diventata invece quella di promuovere lo
sviluppo economico tramite la creazione di una infrastrut­
tura tecnica interna, la rimozione degli ostacoli alla forma­
zione di un mercato interno unificato e l’intervento in modo
più diretto nell’economia. In effetti lo stato (che rappre­
senta la classe media emergente e i suoi interessi), come
notò Schumpeter, ha permesso alla popolazione di lavora­
re e di creare una ricchezza che può essere tassata per sco­
pi di benessere interno e di potere della nazione35.
Lo stato nazionale ha trionfato su altre forme di orga­
nizzazione politica perché è riuscito a risolvere la crisi fi­
scale del feudalesimo. Come osservarono giustamente gli
studiosi del mercantilismo, il successo dello stato naziona­
le era dovuto alla sua abilità in guerra e alla sua capacità
fiscale. L ’evoluzione militare e fiscale del moderno stato
nazionale era parte e frutto dello stesso sviluppo storico.
Ciò spiega in gran parte la vitalità di questa forma di or-

55 Collins in R. Bendix, State a n i Society, cit., p. 59.


34 Hintze in R. Bendix, State and Society, cit., pp. 163-164.
35 R. Hawtrey, Economie Aspects of Sovereignty, cit., p. 57.

182
Crescita ed espansione

ganizzazione politica che nei secoli passati ha superato tutte


le altre. Contrariamente all’idea spesso ripetuta che lo stato
nazionale stia scomparendo, va notato invece che esso sta
interessando una proporzione sempre maggiore del genere
umano. Il processo di formazione dello stato, che comin­
ciò in Europa occidentale, continua a trasformare il resto
del mondo, man mano che i diversi popoli chiedono un
proprio stato che garantisca quelli che essi considerano i
propri diritti.

2.2. Il passaggio alla crescita economica


Il secondo maggior cambiamento verificatosi nel carat­
tere delle relazioni internazionali dell’era moderna è rap­
presentato dall’incremento del ruolo svolto dalla crescita
economica e dai progressi tecnologici nella distribuzione
internazionale della ricchezza e del potere. Nell’età impe­
riale, diverse società avevano conosciuto periodi di cresci­
ta economica (ovvero un aumento della ricchezza prò ca­
pite), ma le loro dimensioni e la loro durata erano state
modeste. In queste società preindustriali i limiti sociali,
politici e soprattutto tecnologici condizionavano fortemente
l’accumulo di capitali e l’efficienza produttiva necessari ad
una crescita economica a lungo termine. Benché questi li­
miti cominciassero a venir meno agli inizi dell’era moder­
na, furono i progressi tecnologici legati alla rivoluzione in­
dustriale che permisero per la prima volta di accrescere,
come mai si era verificato sino ad allora, ricchezza e po­
tere. La crescita economica divenne cumulativa e autoali­
mentata, poiché la moderna tecnologia industriale consen­
tì a certe società di sfuggire, almeno per un po’ di tem­
po, al classico problema malthusiano dei rendimenti de­
crescenti.
La moderna crescita economica rafforzò le relazioni tra
ricchezza e potere, e nel far ciò alterò profondamente la
natura delle relazioni internazionali. Come già notato, il
ciclo degli imperi era stato creato in gran parte dalla ten­
denza dei costi delle più efficienti tecniche militari a cre­
scere più in fretta degli introiti erariali facendo sì che lo

183
Crescita ed espansione

stato si disgregasse o rimanesse indietro rispetto ai rivali


in ascesa. La crescita economica permise di superare que­
sto limite. Un’economia in espansione permetteva di pro­
durre tecniche militari più efficienti e di acquisire una
superiorità sui rivali con tassi di crescita economica più
bassi. D ’ora innanzi i tassi relativi di crescita economica
tra le società, le dimensioni delle basi economiche della
società e le proporzioni della produzione totale destinata
alla difesa avrebbero determinato in misura sempre mag­
giore la potenza e la posizione degli stati nel sistema
internazionale3S.
Nel mondo premoderno la ricchezza e il potere non
coincidevano necessariamente. Anzi, come ha mostrato
McNeill nel suo The Shape of European History ” , in tut­
ta l’era premoderna le società più ricche e economicamente
più progredite vennero spesso distrutte e saccheggiate da
quelle economicamente meno sviluppate. Queste popola­
zioni più rozze erano più potenti dal punto di vista mili­
tare perché o .erano dotate di una superiorità numerica o
avevano sviluppato una nuova forma di organizzazione mi­
litare e tecnologica o appartenevano semplicemente ad una
stirpe più forte e marziale. Inoltre, come abbiamo messo
in evidenza prima, nelle società barbariche il surplus eco­
nomico disponibile per la guerra, benché relativamente ri­
dotto, era costituito da tutte le risorse della società al di
sopra del livello di sussistenza.
Quando l’agricoltura rappresentava la base della ric­
chezza, i mutamenti demografici, le innovazioni nell’orga­
nizzazione militare o politica e casuali sviluppi tecnologici
erano spesso i fattori principali di un cambiamento politi­
co e della crescita diseguale di potere tra gli stati. L ’accu­
mulo di ricchezza attraverso lo sfruttamento di solito se­
guiva piuttosto che precedere la conquista militare; me­
diante la richiesta di tributi, il saccheggio e l’asservimen­
to dei popoli conquistati la potenza militare acquisiva ric­
chezza. L ’avvento della moderna industria, anche se ov-367

36 M. Elvin, The Pattern of thè Chinese Past, cit., p. 18.


37 W.H. McNeill, The Shape of European History, cit.

184
Crescita ed espansione

viamente non pose fine allo sfruttamento del debole da


parte del più forte, rafforzò il legame diretto tra ricchez­
za e potere. La ricchezza economica e il potere militare
diventarono sempre più sinonimi.
Fino al XVII secolo la ricchezza era stata spesso sepa­
rata dal potere. Dopo la Guerra dei Trent’Anni e il decli­
no dell’egemonia asburgica (Spagna e Austria) i centri del
potere militare divennero la Francia e la Svezia, mentre
Inghilterra e Olanda divennero i centri dell’espansione eco­
nomica e commerciale dell’Europa. I mercantilisti, valu­
tando le crescenti dimensioni economiche del potere, si
resero conto che si stava verificando un cambiamento. Delle
riserve monetarie erano necessarie per acquistare le armi,
per arruolare i soldati e per finanziare le campagne all’e­
stero; per ottenere delle riserve una nazione doveva avere
una bilancia commerciale favorevole. Fu necessario però
aspettare la rivoluzione industriale perché potere econo­
mico e militare diventassero tutt’uno nel mondo moderno.
Benché l’impero spagnolo fu l’ultimo in cui l’accumu­
lo massiccio di ricchezze seguiva la conquista, il rapporto
tra ricchezza e potere cominciò a cambiare nel tardo pe­
riodo medievale. Fu allora che la crescita economica euro­
pea superò quella delle civiltà rivali38. La supremazia eu­
ropea era basata sulla superiorità tecnologica della marina
sulla perfezione dell’artiglieria e sull’organizzazione socia­
le, oltre che su una superiorità economica globale39. Nel­
la fase iniziale l’imperialismo europeo depredò brutalmen­
te le società extraeuropee dei loro metalli preziosi e dei
beni di lusso. Più tardi, con l’avvento dell’industria mo­
derna, il progresso tecnologico e l’efficienza economica di­
vennero i mezzi più sicuri per guadagnare ricchezza e po­

38 E .H . Jones, ,The European Miracle, Environments, Economics, and Geo-


politics in thè History o f Europe and Asia, Cambridge, Cambridge University
Press, 1981.
39 C.M. Cipolla, Guns, Sails and Empires. Technological lnnovation and thè
Early Phases of European Expansion 1400-1700, New York, Minerva Press, 1965,
trad. it. Velieri e cannoni d ’Europa sui mari del mondo, Torino, U t e t , 1969.
Un fattore importante che contribuì a questa supremazia era «la straordinaria
bellicosità degli Europei» (W.H. McNeill, The Shape o f European History, cit.,
p. 29).

185
Crescita ed espansione

tere. Mutò quindi l’importanza relativa della tecnologia pro­


duttiva e del controllo del territorio quali fattori di cre­
scita della ricchezza e del potere delle diverse entità po­
litiche40. Benché sia lo sviluppo economico sia il control­
lo territoriale (o almeno l’accesso al territorio) continuas­
sero ad essere le basi del potere e della ricchezza, la rivo­
luzione industriale rafforzò l’importanza relativa del ruo­
lo della tecnologia produttiva nella creazione di ricchezza
e potere. Come notò Friedrich List, «il potere di creare
ricchezza è di gran lunga più importante della ricchezza
stessa»41.
Come hanno osservato diversi studiosi, la ragione di
questo cambiamento della base del potere statale risiede
nel fatto che lo stato nazionale dell’Europa occidentale riu­
scì, per la prima volta nella storia, a creare un’organizza­
zione economica relativamente efficiente42. Attraverso ap­
prossimazioni successive, gli europei crearono e tutelaro­
no una serie di diritti di proprietà e un concetto di liber­
tà umana che ridussero il divario tra i tassi di profitto
privati e quelli sociali. Di conseguenza, gli individui (an­
che se ovviamente sempre in numero limitato) furono spinti
ad intraprendere attività economiche produttive. Diversa-
mente dai sistemi precedenti, un importante obiettivo dello
stato moderno è stato quello di usare la sua autorità per
favorire le attività che maggiormente contribuiscono allo
sviluppo economico43. La prima legge sui brevetti nel
XVII secolo (il concetto di proprietà intellettuale) fornì
ad esempio un incentivo a dedicarsi alle invenzioni e pre­
parò il terreno alla rivoluzione industriale44.
La creazione di un’efficiente organizzazione economi­
ca e il passaggio ad uno sviluppo economico/tecnologico

40 W.H. McNeili, A World History, London, Oxford University Press,


1967, p. 299.
41 F. List, National System o f Politicai Economy, Philadelphia, J.B . Lippin-
cott, 1856, p. 208.
42 D.C. North e R.P. Thomas, The Rise of thè Western World, cit., p. 157; P.
Anderson, Lineages o f thè Absolute State, cit., p. 399.
43 R. Hawtrey, Economie Aspects of Sovereignty, cit., pp. 18-19.
44 D.C. North e R.P. Thomas, The Rise o f thè Western World, cit., pp.
155-156.

186
Crescita ed espansione

prolungato si verificò dapprima in Olanda e subito dopo


in Gran Bretagna. In questi paesi «si ebbe una fortunata
congiuntura tra gli interessi dello stato e quelli del setto­
re progressista della società»45. In questa società le na­
scenti classi medio-borghesi rimodellarono gli ordinamenti
sociali ed economici per poter trarre vantaggio dalle nuo­
ve opportunità di acquisire le ricchezze messe a disposi­
zione dai cambiamenti ambientali. Esse inventarono nuo­
ve forme di diritti di proprietà e crearono delle istituzio­
ni economiche che facilitavano la crescita economica e il
progresso tecnologico. Come accade con ogni innovazione
di successo questo nuovo quadro istituzionale venne suc­
cessivamente adottato con diverse modifiche e migliora­
menti da altri paesi europei, dagli Stati Uniti, dal Giap­
pone e più lentamente dai cosiddetti paesi in via di svi­
luppo. In seguito a questa trasformazione economica e tec­
nologica lo storico tedesco Otto Hintze ha osservato che
l’agente determinante primario della ricchezza e del pote­
re di uno stato nel mondo moderno è l’efficienza interna
e l’ordine della società stessa: «il carattere peculiare delle
moderne relazioni internazionali non consiste tanto nella
spinta dello stato verso un’espansione illimitata del pro­
prio potere, quanto piuttosto nel consolidamento del pro­
prio territorio»46.
Dal XVII secolo in poi il carattere della politica mo­
derna fu profondamente influenzato dalla scoperta che la
crescita economica contribuiva all’interesse e al potere
nazionale47. Il mercantilismo con la sua identificazione di
benessere e potere quali scopi desiderabili e inseparabili
fu il primo a riconoscere il mutamento dei rapporti tra
economia e stato48. Lo sviluppo delle esportazioni e del­
le industrie manufatturiere, nonché il raggiungimento di
una favorevole bilancia dei pagamenti, divennero gli ob­

45 ìbidem, p. 132.
46 Citato da F. Gilbert, The Historical Essays o f Otto Hintze, New York,
Oxford University Press, 1975, p. 432.
47 J. Hicks, A Theory of Economìe History, cit., pp. 61-62.
48 J. Viner, The Long Vieto and thè Short-, Studies in Economie Theory and
Volley, New York, Free Press, 1958, p. 286.

187
Crescita ed espansione

biettivi principali della politica statale. Gli uomini di sta­


to cominciarono ad occuparsi sempre di più dell’economia
internazionale e della posizione dello stato nella divisione
internazionale del lavoro. Questo interesse fu la conseguen­
za della terza caratteristica delle relazioni internazionali
moderne: la creazione di un’economia di mercato mondiale.

2.3. La creazione di un’economia di mercato mondiale


Nell’era moderna sia l’economia nazionale sia quella
internazionale, che hanno sostituito le precedenti econo­
mie localizzate e imperiali, si sono sempre più integrate
in una rete complessa di relazioni di mercato in cui i prezzi
relativi determinano il flusso delle merci e dei servizi tra
i vari gruppi e stati. Sebbene la più recente ascesa di eco­
nomie di tipo socialista e comunista abbia parzialmente
rallentato, se non invertito, questa tendenza alla interdi­
pendenza economica, l’economia di mercato mondiale ri­
mane una caratteristica principale del sistema internazio­
nale negli ultimi decenni del ventesimo secolo.
Un’economia di mercato rappresenta un notevole cam­
biamento rispetto a tipi di scambio economico interno e
internazionale più tradizionali. Tre erano i tipi di scam­
bio economico predominanti in passato. Il primo e più dif­
fuso era lo scambio localizzato. Questo tipo di scambio
era molto limitato in termini di merci e di ambito geo­
grafico; si trattava in generale di uno scambio basato sul
baratto. Il secondo tipo era rappresentato dalle economie
di dominio che caratterizzarono il succedersi dei grandi
imperi; in queste economie pianificate, la produzione, la
distribuzione e i prezzi delle merci erano controllati dalla
burocrazia di stato. Il terzo tipo era il commercio sulle
lunghe distanze di merci preziose. Le carovaniere dell’A­
sia e dell’Africa costituivano i luoghi principali di questo
tipo di commercio. Benché si possa dire che questo com­
mercio abbia costituito un mercato mondiale ante-litteram,
in confronto con il moderno commercio, esso comprende­
va solo una piccola gamma di prodotti (spezie, sete, schiavi,
metalli preziosi ecc.) e si avvaleva dei vantaggi assoluti

188
Crescita ed espansione

offerti dalle diverse regioni geografiche nella produzione


di particolari merci.
Detto più semplicemente, un’economia di mercato com­
prende un mercato nel quale merci e servizi vengono scam­
biati in maniera tale da massimizzare gli introiti per i sin­
goli compratori e venditori. Benché ci possano essere mer­
cati per tutti i tipi di prodotti (merci, lavoro, capitale,
ecc.), la natura del mercato dipende da due caratteristi­
che: apertura e concorrenza. Ciò significa che ci possono
essere delle differenze riguardo alla libertà degli individui
d ’entrarne a far parte o meno e riguardo all’influenza che
particolari compratori o venditori possono esercitare sui
termini dello scambio. Un mercato perfetto o autorego-
lantesi è quello che è aperto a tutti i potenziali comprato­
ri e venditori e nel quale nessun singolo individuo può
determinare i termini dello scambio. I prezzi relativi del­
le varie merci tendono a regolare questo flusso e tutti i
fattori di produzione (terra, lavoro e capitale) mostrano
la tendenza, a seconda della loro mobilità, ad essere re­
munerati nella stessa misura su tutto il mercato.
Almeno in teoria, e occasionalmente anche in pratica,
un sistema di mercato non è subordinato alla società o
allo stato. Benché i parametri di scambio siano determi­
nati dai bisogni e dagli obiettivi più ampi della società,
le forze del mercato operano secondo una propria logica.
Il mercato è composto da individui che cercano di miglio­
rare i propri obiettivi; e il risultato dello scambio in un
mercato autoregolantesi è determinato da «leggi» econo­
miche, come quelle del vantaggio comparato e della do­
manda e dell’offerta, soggette a limitazioni poste dai va­
lori della società e dagli interessi di sicurezza dello stato.
Così, in un sistema di mercato, l’economia costituisce una
sfera più o meno autonoma.
La base su cui poggia un sistema di mercato consiste
in una maggiore efficienza economica e nella massimizza­
zione della crescita economica. L ’obiettivo delle attività
economiche non è esplicitamente quello di rafforzare il po­
tere e la sicurezza dello stato (anche se di solito ciò av­
viene ugualmente), ma in ultima analisi quello di fornire

189
Crescita ed espansione

benefici ai consumatori. Ne segue, se si vuole, che è me­


glio consumare che produrre. Così Smith e altri sosteni­
tori del sistema di mercato hanno cercato di ridimensio­
nare la sicurezza e gli altri costi del sistema stesso. Lo
sgretolamento dei valori tradizionali della società e una
maggiore vulnerabilità alle influenze esterne rientrano pe­
rò di solito nei costi della crescente interdipendenza dei
mercati delle economie nazionali.
Un sistema di mercato basato sullo scambio si distac­
ca in realtà radicalmente dai modi in cui le società aveva­
no tradizionalmente organizzato le loro economie. Nel corso
della storia le società hanno posto maggior enfasi sui va­
lori della sicurezza, come il potere militare, la stabilità so­
ciale e l’autosufficienza che sugli elementi di reddito rea­
le attraverso un meccanismo di mercato libero. Questo fu
il caso delle società feudali, degli antichi imperi e dei re­
gni tribali. Naturalmente esistevano delle eccezioni. I si­
stemi delle città-stato nella Grecia classica e l’economia
ellenistica mediterranea godevano di una serie peculiare di
condizioni che permisero di liberare i mercati dalle costri­
zioni sociali e politiche. Ma la loro durata fu breve dal
punto di vista storico.
Le società entrano liberamente in relazioni di mercato
su vasta scala solo quando la percezione dei guadagni è
molto più forte della percezione dei costi o quando le re­
lazioni di mercato sono imposte da una società superiore.
Non deve sorprendere perciò che i campioni di una eco­
nomia di mercato mondiale interdipendente siano state le
nazioni più potenti dal punto di vista politico e più effi­
cienti dal punto di vista economico. Entrambi gli elemen­
ti, egemonia ed efficienza, sono premesse necessarie per­
ché una società possa farsi iniziatrice della creazione di
un’economia di mercato interdipendente. L ’egemonia sen­
za l’efficienza tende a dirigersi verso economie di tipo im­
periale, come nel caso del blocco sovietico. L ’efficienza
economica senza una corrispondente forza politico-militare
può non essere sufficiente per indurre altre società poten­
ti ad assumersi i costi di un sistema di mercato. Così i
Giapponesi, economicamente efficienti ma militarmente de­

190
Crescita ed espansione

boli, temono continuamente di essere esclusi dai mercati


esteri mediante l’istituzione di barriere tariffarie. Poiché
il presupposto di una combinazione di egemonia politica
e efficienza economica non si è verificato molto spesso,
non sorprende che i sistemi di mercato siano stati in pas­
sato poco numerosi e che i due grandi campioni dei siste­
mi di mercato nel mondo moderno siano stati la Gran Bre­
tagna nel X IX secolo e gli Stati Uniti nel XX.
Il sistema di mercato globale, legato alle fortune poli­
tiche ed economiche della Gran Bretagna prima e degli
Stati Uniti poi, fornisce una spiegazione al perché il si­
stema di mercato basato sullo scambio sorse nell’era mo­
derna divenendo col tempo il modello predominante di or­
ganizzazione delle relazioni economiche internazionali. Ciò
non è sufficiente però per mettere bene a fuoco queste
due economie e i loro interessi. Il sistema di mercato (o
ciò che oggi chiamiamo interdipendenza economica inter­
nazionale) si muove in direzione così contraria all’esperienza
umana che solo cambiamenti straordinari e circostanze nuo­
ve possono aver causato la sua nascita e il suo trionfo su­
gli altri sistemi di scambio economico.
L ’ascesa di un’economia di mercato mondiale fu il ri­
sultato di diversi fattori: miglioramenti rapidi e consistenti
nelle comunicazioni e nei trasporti; il successo politico
della emergente classe media; la scoperta del nuovo mon­
do. E necessario evidenziare altri tre fattori per il loro
impatto sulla natura delle relazioni internazionali: la mo-
netarizzazione delle relazioni economiche; la «innovazio­
ne» della proprietà privata; la struttura del sistema sta­
tale europeo.
La monetarizzazione dell’economia ha un effetto ri­
voluzionario sulla politica in quanto accresce le dimen­
sioni del mercato. Un mercato monetarizzato accelera
enormemente l’accumulo di ricchezza, l’espansione del
commercio internazionale e la centralizzazione del pote­
re politico; dissolve le tradizionali relazioni sociali e in­
coraggia la creazione di forme di organizzazione socia­
le, economica e politica più vaste e complesse e rende
possibile una divisione del lavoro più efficiente ed este­

191
Crescita ed espansione

sa 49. Facilita inoltre la mobilitazione di ricchezza per la


guerra facendo così aumentare la scala del potere milita­
re. Lo stesso denaro diventa una forma di potere50. Per
tutte queste ragioni l’introduzione di un’economia di mer­
cato monetarizzata in un sistema internazionale ha conse­
guenze di vasta portata per le relazioni politiche e milita­
ri, nonché per quelle economiche51. La monetarizzazione
dell’economia nell’antica Grecia trasformò ad esempio tutti
gli aspetti delle relazioni internazionali, come mette in evi­
denza la seguente osservazione:
Le conseguenze della diffusione del denaro e dei mercati sono chia­
ramente enormi. Persino la guerra ne viene influenzata. I Greci che
combatterono la guerra di Troia impiegarono dieci anni perché le loro
forze dovettero sparpagliarsi e vivere dei prodotti offerti loro dalla cam­
pagna. Già però con la grande guerra del Peloponneso il mercato e
i suoi vivandieri (quei mercanti che seguivano un esercito per accapar­
rarsi il bottino e rivenderlo altrove) avevano provveduto a risolvere
i problemi logistici derivanti dal dover provvedere a grandi concentra­
zioni di soldati. Di conseguenza la portata e le dimensioni della guerra
mutarono 52.

Analogamente, il flusso di oro e d’argento dal nuovo


mondo verso l’Europa nei secoli XVI e XVII e la gradua­
le diffusione del sistema di mercato ebbero un notevole
impatto sull’economia, la politica e la sicurezza53. La
grande espansione della base monetaria causò un aumento
della monetarizzazione dell’economia e una vasta espan­
sione dell’economia di mercato basata sullo scambio. La
domanda di denaro crebbe velocemente e l’accumulo di
oro divenne la preoccupazione maggiore dello stato.

49 S.B. Clough, The Rise and Fall o f Civilization, New York, Columbia Uni­
versity Press, 1970, p. 165.
50 Come illustrato da Ralph Hawtrey, il potere della società non dipende
tanto dalla quantità della sua ricchezza quanto dalla mobilità della stessa. La
mobilità si riferisce alla disponibilità per lo stato di una ricchezza tassabile,
specialmente per scopi militari. E profondamente influenzata dal sistema dei
trasporti, dalla concentrazione di ricchezza nei centri economici e dal grado di
monetarizzazione dell’economia (R. Hawtrey, Economie Aspects o f Sovereignty,
cit., pp. 60-63).
51 S. Andresky, Milìtary Organization and Society, Berkeley, University of
California Press, 1971, pp. 84-87.
52 T.F. Camey, The Economies o f Antiquìty-Controls, Gift and Trade, Law­
rence, Kan., Colorado Press, 1973, p. 25.
53 S.B. Clough, The Rise and Fall o f Civilization, cit., p. 193.

192
Crescita ed espansione

In particolare, la monetarizzazione dell’economia eu­


ropea contribuì a finanziare la rivoluzione in campo mili­
tare e il moderno stato nazionale. Sia la nascita di eserci­
ti professionali che la creazione di burocrazie nazionali di
sostegno richiedevano denaro, molto denaro. La natura del­
la guerra cambiò; essa si trasformò da conflitto tra socie­
tà in uno strumento di politica nazionale per gli emergen­
ti stati nazionali dediti al perseguimento dei loro interessi
nazionali54. La monetarizzazione delle economie e la na­
scita dello stato nazionale, visto essenzialmente come una
macchina da guerra, andarono di pari passo. Su scala mon­
diale, la nascita di un’economia di mercato monetarizzata
e la mobilitazione della ricchezza che essa rese possibile
furono i principali fattori del trionfo militare dell’Occi­
dente sulle precedenti civiltà55.
Un ulteriore motivo della nascita e della diffusione del­
l’economia di mercato sta nel calo dei costi delle transa­
zioni, soprattutto dei costi necessari per stabilire e impor­
re i diritti di proprietà. Nell’era premoderna la distribu­
zione di merci e servizi non basata sui prezzi era più effi­
ciente perché i costi di applicazione dei diritti di proprie­
tà superavano i benefici. Per questo motivo predominava­
no la reciprocità e le forme di scambio distributive. I pro­
gressi nei trasporti, la rivoluzione in campo militare e l’au­
mento della base monetaria fecero diminuire i costi au­
mentando i benefici derivanti dal creare nuove forme di
diritti di proprietà. Questo sviluppo, a sua volta, rese pos­
sibile l’organizzazione di transazioni economiche in termini
di mercati basati sulla libera concorrenza (cioè lo scambio
dei diritti di proprietà sulle merci e i servizi in base al
prezzo). La maggiore efficienza di questa forma di scam­
bio stimolò la crescita economica e prese il posto dei si­
stemi di scambio premoderni non basati sul prezzo56.
La diffusione dell’economia di mercato in tutta l’Eu-

54 G . Clark, War and Society in thè Seventeenth Century, Cambridge, Cam­


bridge University Press, 1958.
55 S.B. Clough, The Rise and Tali o f Civilization, cit., pp. 165, 192-195.
56 D .C. North, Markets and Other Allocation Systems in History, in «Jour­
nal of European Economie History», 6 (1977), p. 710.

193
Crescita ed espansione

ropa occidentale e l’applicazione dei diritti di proprietà


privata in tutto il mondo fecero aumentare il ruolo dei
fattori economici come elementi importanti del potere na­
zionale; ciò permise agli europei di mobilitare le loro ri­
sorse nell’interesse della crescita e del potere superando
tutte le altre civiltà. In seguito, l’ingresso di un numero
sempre più grande di paesi nell’economia di mercato glo­
bale mediante il riconoscimento universale dei diritti di
proprietà privata europei (diritti protetti dalla forza mili­
tare occidentale) significò che il mercato era diventato un
nesso sempre più importante nelle relazioni internaziona­
li. Come conseguenza di questi sviluppi la posizione di uno
stato nel mercato mondiale (la cosiddetta divisione inter­
nazionale del lavoro) divenne un fattore determinante, se
non il principale, del suo status nel sistema internazionale.
Nel nuovo contesto internazionale creato dall’avvento
di una crescita economica prolungata e di un’economia di
mercato mondiale la tendenza degli stati ad espandersi man
mano che il loro potere si rafforzava subì una profonda
trasformazione. Se nel mondo premoderno l’espansione fu
soprattutto espansione territoriale, nel mondo moderno è
stata la espansione politica ed economica a caratterizzare
gli stati in fase di crescita. Gli obiettivi primari di un nu­
mero sempre maggiore di stati sono stati quelli di esten­
dere la loro influenza politica sugli altri stati e di aumen­
tare il predominio sull’economia di mercato mondiale. At­
traverso la specializzazione e il commercio internazionale
uno stato efficiente può ottenere più guadagni che attra­
verso l’espansione territoriale e le conquiste. L ’espansione
del mercato e la diversità delle risorse disponibili permes­
se dal commercio costituivano altrettanti stimoli alla cre­
scita del potere e della ricchezza di quegli stati più abili
nel trarre vantaggio dal cambiamento delle condizioni mon-
I diali. Per questi stati il commercio si dimostrò più reddi-
• tizio dei tributi imperiali57.
Un’ulteriore condizione necessaria per la crescita di

57 F.C. Lane, The Economie Meaning of War and Protection, in «Journal of


Social Philosophy and Jurisprudence», 7 (1942), p. 269.

194
Crescita ed espansione

un’economia di mercato mondiale fu la struttura del si­


stema politico internazionale. Un’economia si sviluppa al­
l’interno di un quadro sociale e politico che permette e
al tempo stesso vieta certi tipi di attività economica. L ’e­
conomia, almeno a breve termine, è subordinata a obiet­
tivi sociali e politici più ampi. L ’economia non è una sfe­
ra autonoma governata solo da leggi economiche. Secon­
do E.H . Carr, «la scienza economica presuppone un dato
ordine politico e non può essere validamente studiata iso­
landola dalla politica»58.
Nel mondo moderno la nascita di un’economia di mer­
cato mondiale dipendeva dalla struttura pluralistica del si­
stema politico europeo (e successivamente di quello glo­
bale). Nell’era premoderna fiorenti mercati internazionali,
come quelli della Grecia e del periodo ellenistico, furono
alla fine sostituiti da economie imperiali in espansione59.
Nel periodo moderno, però, il fallimento dei vari tentati­
vi di unificare politicamente l’Europa permise l’espansio­
ne di un’economia di mercato internazionale. L ’assenza di
un potere imperiale che organizzasse e controllasse la pro­
duzione e lo scambio dette libero corso alle forze di
mercato60. Di conseguenza, il sistema di mercato, dai
suoi inizi nel XVII secolo, è giunto oggi a comprendere
porzioni sempre più grandi del globo.
La prima fase di questa nascente economia di mercato
mondiale fu l’era mercantilistica dei secoli XVII e XVIII.
Le dottrine e le politiche mercantilistiche costituirono la
risposta alla crescente importanza del commercio e le co­
lonie d’oltreoceano al potere degli emergenti stati-nazione
europei. I conflitti di quest’era ruotavano in larga misura

58 E .H . Carr, The Twenty Years’ Crisis 1919-1939. An Introduction to thè


Study o f International Relations, London, Macmillan, 1951, p. 117.
59 J. Hicks, A Theory of Economie History, cit., p. 41.
60 Questa interpretazione della nascita di un’economia di mercato è stata
avanzata da due autori contemporanei con due prospettive ideologiche molto
diverse: Jean Baechler ha utilizzato quest’idea per sostenere la superiorità del
capitalismo sulle altre forme di organizzazione economica (J. Baechler, Les Ori-
gines du Capitalìsme, Paris, Gallimard, 1971). Immanuel Wallerstein presentò
una critica del capitalismo vicina a quella marxista (I. Wallerstein, The Modem
World System, cit.).

195
Crescita ed espansione

intorno ai tentativi di questo o quell’altro stato di con­


quistare il controllo sulle nuove fonti di ricchezza in Asia
e nel Nuovo M ondo61. Quest’epoca si concluse con la
sconfitta della Francia ad opera della Gran Bretagna du­
rante le guerre napoleoniche e con l’istituzione della Pax
Britannica che inaugurò la seconda fase dell’economia di
mercato nel mondo moderno. In un mio lavoro preceden­
te ho esposto brevemente la natura e le ragioni di questo
cambiamento:
Verso la fine del secolo XVII e X VIII i cinque stati dell’Europa
occidentale bagnati dall’oceano — Portogallo, Spagna, Olanda, Fran­
cia e Gran Bretagna — combatterono per lo sfruttamento economico
dell’Asia e dell’America. Una dopo l’altra queste rivali nel controllo
degli imperi mercantili d ’oltreoceano e nell’egemonia sull’Europa furo­
no eliminate finché rimasero soltanto la Francia e la Gran Bretagna.
La prima, regina del continente europeo, era la potenza dominante del­
l’epoca. La seconda, padrona degli oceani, era la potenza sfidante in
ascesa.
Benché entrambe le potenze crescessero in ricchezza e potere, do­
po il 1750 la Gran Bretagna era entrata in una fase di sviluppo più
rapido dovuto al ritmo accelerato della rivoluzione industriale e al con­
trollo sulle vie d ’accesso alle Americhe e all’Asia. Favorita da ricchi
giacimenti di carbone, da miniere di ferro e da una popolazione dota­
ta di iniziativa la Gran Bretagna cominciò a prendere le prime inizia­
tive in campo tecnologico che caratterizzarono gli inizi della rivoluzio­
ne industriale — industrie tessili, siderurgiche e dello sfruttamento del
vapore. La crescita dell’economia britannica e il relativo declino della
potenza francese provocarono un aumento dello squilibrio tra la posi­
zione di supremazia della Francia e la sua effettiva capacità di mante­
nerla. Alla fine, questa lotta tra una Francia in declino e una Gran
Bretagna in ascesa diede origine alle guerre del periodo della rivoluzio­
ne francese e del periodo napoleonico.
La posta in gioco nel conflitto tra la Gran Bretagna industrializza­
ta e la Francia napoleonica era costituita da due sistemi fondamental­
mente opposti di organizzazione dell’economia mondiale e, quindi, di
dominio del pianeta. Mentre l’ideale del vecchio mercantilismo era stato
l’integrazione delle economie nazionali con i possedimenti coloniali, la
lotta tra Inghilterra e Francia rifletteva le potenzialità commerciali e
produttive della rivoluzione industriale. La Gran Bretagna, regina de­
gli oceani e paese leader nelle tecnologie produttive della rivoluzione
industriale, aspirava a creare un’economia mondiale basata sul suo nu­
cleo industriale e finanziario.

61 F. Gilbert, The Historical Essays of Otto Hintze, cit., pp. 20, 46.

196
Crescita ed espansione

L ’obiettivo di Napoleone, d’altra parte, strumentalizzando il siste­


ma continentale, era quello di sviluppare l’economia dell’Europa conti­
nentale con la Francia come centro principale. Come potenza domi­
nante di un’economia regionale integrata, la Francia sarebbe stata in
grado di fermare il suo declino e distruggere il lucroso commercio in­
glese col continente; una Europa unificata sotto la guida della Francia
sarebbe giunta al dominio dei mari. Questa regionalizzazione dell’eco­
nomia mondiale sotto l’egida francese avrebbe distrutto la base econo­
mica della potenza britannica e restaurato la grandeur francese. Ma con
la sconfitta finale di Napoleone a Waterloo si conclude l’ultimo tenta­
tivo francese di sfidare il predominio economico e politico dell’Inghil­
terra. Da allora, e fino agli ultimi anni del X IX secolo, nessuna nazio­
ne avrebbe avuto le basi economiche e territoriali necessarie per sfida­
re l’egemonia britannica sul mondo.
La Pax Britannica, che determinò la struttura generale delle rela­
zioni internazionali fino al collasso del sistema sotto l’impatto della
prima guerra mondiale, trasformò la direzione e i lineamenti generali
delle relazioni economiche internazionali. Al suo apice (1849-1880), la
Pax Britannica metteva in evidenza un’economia mondiale aperta e in­
terdipendente basata sul libero commercio, sulla non discriminazione
e su un trattamento egualitario piuttosto che sul controllo e sul pos­
sesso delle colonie. Anche se la Gran Bretagna e diverse altre potenze
europee conservarono i resti degli imperi coloniali, la conquista del ter­
ritorio e delle colonie perse di importanza. Dietro lo scudo del domi­
nio sui mari, il commercio e gli investimenti inglesi ebbero un accesso
relativamente libero ai mercati mondiali e alle fonti di materie prime.
L ’ordine politico identificato con la Pax Britannica, che costituiva
la condizione necessaria per la strategia britannica di investimenti di
portafoglio, presentava due punti critici. Il primo era la ridistribuzio­
ne di territori in seguito alle guerre napoleoniche. L ’ordinamento ter­
ritoriale stabilito al Congresso di Vienna e i relativi negoziati si posso­
no dividere in due parti. Primo, la ridistribuzione di territori sul con­
tinente europeo frenò le ambizioni della Russia a est e della Francia
ad ovest. Secondo, le conquiste d’oltreoceano delle potenze continen­
tali furono ridotte e la Gran Bretagna acquisì un numero di importan­
ti basi strategiche all’estero. Di conseguenza, le quattro maggiori po­
tenze del continente furono tenute in scacco dai loro stessi rivali e
dalla Gran Bretagna che, non avendo diretti interessi in gioco nel con­
tinente, poteva svolgere una funzione di equilibrio e di mediazione.
Il secondo elemento principale della Pax Britannica era la supre­
mazia navale britannica, capace di esercitare un’influenza notevole e
diffusa sulla politica globale grazie ad una serie fortuita di altre circo­
stanze. La posizione geografica della Gran Bretagna immediatamente
al largo delle coste europee e il suo possesso di basi navali strategica­
mente dislocate in tutto il mondo le permisero di controllare l’accesso
dell’Europa continentale al mondo esterno e di negare colonie d ’ol­
treoceano ai rivali Europei. Tra questi punti di controllo strategici vi
erano quelli che l’ammiraglio Lord Fisher chiamava «le cinque chiavi»

197
Crescita ed espansione

che «chiudono il mondo»: Gibilterra, Singapore, Dover, il Capo di Buo­


na Speranza e Alessandria. Di conseguenza, a partire dal 1825, quan­
do la Gran Bretagna mise in guardia la Russia a non approfittare della
rivolta dell’America spagnola, fino agli ultimi anni del secolo la mag­
gior parte del mondo extraeuropeo era in larga misura indipendente
(almeno politicamente) dal dominio europeo, oppure sotto il dominio
britannico. Era nell’interesse degli Inglesi e rientrava nei poteri del
loro paese prevenire sia il riemergere del mercantilismo sia la lotta da
parte delle potenze europee per ottenere imperi d’oltreoceano esclusi­
vi. Controllando gli oceani e gli accessi al pianeta la Gran Bretagna
non aveva quasi bisogno di possedere colonie d’oltreoceano per poter
sfruttare i mercati e le ricchezze del mondo.
In effetti, come notato precedentemente, dalle guerre napoleoni­
che e dai successivi trattati di pace emersero due sottosistemi com­
plementari. Fuori dall’Europa, c’era il predominio del mare, governa­
to dalla potenza navale britannica. Sul continente lo status quo veni­
va garantito in parte dalla Gran Bretagna nel suo ruolo di ago della
bilancia, ma principalmente dalla distribuzione del potere tra gli stati
principali. I caratteri distintivi di questo equilibrio continentale era­
no: la frammentazione della potenza tedesca in una ventina di princi­
pati minori, una emergente ma ancora relativamente piccola Prussia
e un impero austro-ungarico conservatore e multietnico. Così, politi­
camente frammentata, in gran parte agricola, e senza un buon siste­
ma di trasporti sulla terraferma, l’Europa continentale si mantenne
relativamente stabile fino all’unificazione della Germania sotto l’ege­
monia prussiana ottenuta grazie alla forza delle armi e all’uso delle
ferrovie.
Gli Inglesi possedevano l’ulteriore vantaggio di essere capaci di con­
servare la loro egemonia mondiale e lo status quo con costi minimi.
Data la loro posizione geografica, essi potevano bloccare il continente
con un numero relativamente basso di navi; solo con la rinascita della
marina francese e, fattore più importante, della marina tedesca alla fi­
ne del secolo una potenza navale continentale poteva minacciare la su­
premazia britannica. Fuori dal continente, in realtà, non esistevano stati
in grado di sfidarla, almeno fino alla fine del secolo quando gli Stati
Uniti e il Giappone diventarono importanti potenze navali. Con la na­
scita di queste potenze sfidanti, mantenere l’egemonia sarebbe diven­
tato per gli Inglesi un pesante onere economico. Ma fino ad allora,
come ha osservato Susan Strange, l’impero britannico era come un’au­
tomobile Ford modello T: relativamente facile da assemblare e relati­
vamente economica. Oltre a questi fattori politici e strategici, un’altra
condizione necessaria per la strategia britannica di investimenti di por­
tafoglio fu la rivoluzione tecnologica nei trasporti. Le comunicazioni
e i trasporti per mare e per terra furono rivoluzionati dall’invenzione
dell’acciaio a basso prezzo e dall’applicazione della forza vapore al tra­
sporto via mare e via terra. Le navi a vapore diminuirono i tempi,
i costi e i rischi del trasporto marittimo esercitando una notevole in­
fluenza sulle relazioni economiche e sull’esercizio della forza militare.

198
Crescita ed espansione

Esse resero possibili la specializzazione e la divisione internazionale del


lavoro su una scala mondiale senza precedenti.
Per capire il perché la Gran Bretagna riuscì a trarre vantaggio dal­
la sua situazione strategica e tecnologica al punto da creare un’econo­
mia mondiale interdipendente, si dovrebbe prendere in considerazione
la rivoluzione che si verificò nel pensiero economico di questa nazio­
ne, ossia il trionfo del liberalismo.
Alla base dell’insegnamento di Adam Smith e dei successivi fautori
del libero scambio c’era la convinzione che la ricchezza commerciale
era creata dallo scambio di beni, e non dal possesso territoriale. Smith
e altri liberali dimostrarono che i costi e gli svantaggi dell’impero e
del controllo territoriale superavano i benefici, che l’autosufficienza im­
periale e le sfere economiche esclusive impedivano il flusso naturale
degli scambi, costituendo un handicap alla crescita e che la supremazia
britannica si basava sull’industria, non sull’impero. Essi sottolinearono
il fatto che l’Inghilterra, con una popolazione pari solo alla metà di
quella francese, produceva i due terzi del carbone mondiale e la metà
del quantitativo di ferro e di tessuti. Tecnologicamente più avanzata
dei suoi concorrenti, secondo il parere dei liberisti, la Gran Bretagna
poteva conquistare i mercati di tutto il mondo con le sue merci più
convenienti. Perché allora, essi si chiedevano, la Gran Bretagna dove­
va restringere il suo commercio ad un impero chiuso, quando il mon­
do intero le era aperto e desiderava le sue merci? Gli interessi dell’In­
ghilterra stavano nel libero commercio universale e nella rimozione di
tutte le barriere allo scambio delle merci. Concentrandosi sull’efficien­
za industriale la Gran Bretagna poteva creare un impero commerciale
anziché uno coloniale.
L ’obiettivo della politica economica estera britannica divenne la crea­
zione di relazioni economiche complementari tra il nucleo industriale
inglese e la periferia oltreoceano che avrebbe fornito prodotti alimen­
tari a buon mercato, materie prime e mercati. Attraverso la migrazio­
ne dei lavoratori e l’esportazione di capitali nei paesi in via di svilup­
po (Stati Uniti, Canada, Australia, ecc.) l’Inghilterra poteva acquisire
merci di importazione a buon mercato e inoltre sviluppare un mercato
per le sue esportazioni industriali in continuo aumento. Poteva vende­
re i suoi prodotti tessili, investire i suoi capitali e acquistare beni di
prima necessità quasi ovunque volesse. Con le parole dell’illustre eco­
nomista Stanley Jevons, «Il libero commercio [...] ha trasformato i di­
versi angoli della terra in nostri spontanei tributari»62.

Adam Smith e gli altri fautori del liberalismo sostene­


vano, nei loro attacchi al mercantilismo, che l’impero non
risultava più conveniente. Nell’era industriale la Gran Bre­
tagna aveva più da guadagnare dallo sfruttamento del suo

62 R. Gilpin, U.S. Power and thè Multinational Corporation, New York, Basic
Books, 1975, pp. 79-84, testo rivisto.

199
Crescita ed espansione

vantaggio in campo industriale e della sua superiorità tec­


nologica nei mercati mondiali che non dal possesso di un
impero oltreoceano. Nei primi anni del X IX secolo le dot­
trine del libero commercio e del laissez-faire furono adot­
tate dalla nascente classe media inglese. Col tempo, obiet­
tivo primario della politica estera inglese divenne la crea­
zione di un’economia di mercato mondiale basata sul li­
bero commercio, sulla libertà di movimento dei capitali
e su un sistema monetario internazionale unificato, il rag­
giungimento di questo obiettivo richiedeva innanzitutto la
creazione e l’imposizione di una serie di norme interna­
zionali che proteggessero i diritti di proprietà privata piut­
tosto che la più costosa e meno proficua conquista di un
impero63. Nel X IX secolo questa responsabilità ricadde
principalmente sulla Gran Bretagna; alla metà del X X se­
colo furono gli Stati Uniti che si assunsero tale compito.
Nell’era moderna, l’espansione tramite l’economia di
mercato mondiale e l’estensione dell’influenza politica han­
no in larga misura sostituito l’impero e l’espansione terri­
toriale come mezzi di acquisizione di ricchezza64. La ra­
gione principale di questo cambiamento sta nel fatto che
i mercati sono molto più efficienti rispetto ad altre forme
di organizzazione umana. Attraverso la specializzazione nel­
la divisione internazionale del lavoro ognuno può trarre
benefici dallo scambio internazionale. Quanto più grandi
sono il mercato e il volume delle transazioni, tanto più
grande risulta l’efficienza del mercato e la massimizzazio­
ne totale della ricchezza. In questo modo gli stati hanno
un incentivo a partecipare all’economia internazionale e
a dividere i benefici di un sistema commerciale allargato.
Sebbene la maggior parte degli stati tendano a trarre
benefici in termini assoluti dall’attività dell’economia di
mercato mondiale, le economie più efficienti e tecnologi­

63 L ’eccezione principale a questa posizione anti-imperiale della Gran Bre­


tagna fino al ritorno alla edificazione di un impero alla fine del X IX secolo
fu costituita dall’India. Il possesso dell’India rappresentò un fattore critico nel­
la politica globale inglese e nella sua posizione economica.
64 W.H. McNeill, Past and Future, Chicago, University of Chicago Press,
1954; W.H. McNeill, The Shape of European History, cit.

200
Crescita ed espansione

camente più avanzate ne beneficiano più degli altri stati.


Esse godono di tassi di profitto più alti e di ragioni di
scambio più favorevoli. Di conseguenza, un’economia di
mercato tende, fino ad un certo punto, a concentrare la
ricchezza nelle economie più avanzate. Per questo motivo
le potenze economiche (e militari) dominanti dell’era mo­
derna (Gran Bretagna nel X IX e Stati Uniti nel X X se­
colo) si assunsero la responsabilità di organizzare e difen­
dere l’economia di mercato mondiale promuovendo il li­
bero commercio, fornendo capitali per gli investimenti e
coniando le divise internazionali. In effetti, esse forniro­
no i beni pubblici necessari al funzionamento di efficienti
mercati mondiali perché era loro conveniente.
Un elemento distintivo del mondo moderno è rappre­
sentato dal fatto che competitività economica e potere mi­
litare sono andati di pari passo. La Gran Bretagna e gli
Stati Uniti hanno avuto un incentivo ad usare il loro po­
tere militare nella creazione di un’economia di mercato
mondiale competitiva. In passato, d’altro canto, efficien­
za economica e militare non coincidevano necessariamen­
te. Da un punto di vista storico, infatti, come osservò mol­
to tempo fa Montesquieu, le potenze commerciali del pe­
riodo premoderno di solito divennero vittime di potenze
militari più aggressive65; e ciò accade tuttora. Si deve
notare che l’Unione Sovietica ha usato la sua superiore
potenza militare per integrare le economie dell’Europa
Orientale in un’economia di comando di tipo imperiale
piuttosto tradizionale. Inoltre, il relativo declino dell’effi­
cienza economica di una potenza dominante costituisce un
incentivo al protezionismo economico, come sta accaden­
do agli Stati Uniti negli ultimi decenni del X X secolo. In
breve, sebbene l’efficienza e i benefici di un’economia di
mercato mondiale determinassero il suo predominio sul lo­
calismo e sulle economie di tipo imperiale, bisogna notare
che furono le potenze dominanti a imporre le norme che
resero possibile tutto ciò, e lo fecero perché lo ritenevano
parte dei propri interessi economici. La stessa situazione
potrebbe non verificarsi in futuro.63

63 C.L. de Montesquieu, Grandezza e decadenza dei Romani, cit.

201
Crescita ed espansione

Le numerose guerre e conquiste degli ultimi centocin­


quanta anni sembrano smentire la tesi secondo la quale
l’importanza del controllo territoriale e dell’espansione è
diminuita nel mondo moderno. Con ciò, comunque, non
si intende asserire che il controllo territoriale e le forme
di espansione extraeconomiche abbiano cessato di essere
importanti; ciò è evidentemente esatto. Almeno per gli stati
consolidati (requisito importante), però, l’efficienza eco­
nomica interna è diventata la fonte più importante di ric­
chezza. Benché Alastair Buchan esageri su questo punto,
la sua affermazione contiene una verità fondamentale, cioè
«che non c’è niente che una nazione possa fare oggi per
aumentare la sua prosperità, il suo potere o il suo status
tramite l’espansione territoriale che non possa anche fare
con un incremento della tecnologia e con un investimento
di capitali all’interno dei suoi confini»66.
Se, inoltre, l’importanza della conquista territoriale è
diminuita, come si può spiegare l’imperialismo d’oltreoceano
della fine del-XIX secolo, in cui, nel giro di trenta o qua­
ranta anni l’Africa sub-sahariana e molti altri territori fu­
rono colonizzati dalle principali potenze? Anche questo è
un argomento valido. Bisogna notare, comunque, che queste
conquiste d’oltreoceano erano diventate relativamente meno
costose grazie ai progressi verificatisi nel campo dei tra­
sporti e alla superiorità militare degli europei. In effetti,
fuori dall’Europa, la formazione degli imperi era diventa­
ta di nuovo redditizia. Ma, secondo standard storici, que­
sti imperi nati alla fine del X IX secolo avevano di per
sé scarsa importanza in quanto non avevano un grande
peso nell’equilibrio di potenza globale67. Essi durarono
molto poco, perché i popoli colonizzati impararono velo­
cemente i metodi dei colonizzatori. In pochi decenni, la

66 B. Porter, International Polities 1919-1969, The Aberystwyth Papers, Lon­


don, Oxford University Press, 1972, p. 177.
67 La principale eccezione, come affermato precedentemente fu l’India, che
costituiva un elemento primario nella posizione mondiale della Gran Bretagna.
Comunque essa costituiva un’eredità ricevuta dalla precedente fase del colonia­
lismo preindustriale. Pur accettando questo dato di fatto, la sua redditività per
la Gran Bretagna è oggetto di discussione tra gli studiosi.

202
Crescita ed espansione

rivolta delle popolazioni coloniali tolse nuovamente reddi­


tività all’impero. Oggi queste ex-colonie stanno diventan­
do degli stati indipendenti.
Più importante ancora è il fatto che lo scopo di que­
sti imperi d’oltreoceano era non tanto quello di saccheg­
giare e sfruttare (benché accadessero entrambe le cose)
quanto piuttosto quello di creare un contesto legale e po­
litico stabile che favorisse il commercio e gli investimen­
ti, ovvero la protezione dei diritti di proprietà euro­
p ei68. Le potenze coloniali desideravano più spesso as­
sicurarsi diritti commerciali esclusivi o almeno evitare che
altre nazioni escludessero i loro commercianti e investi­
tori da potenziali mercati. Secondo Lionel Robbins, il mo­
vente principale (sicuramente valido nel caso della più
grande potenza imperiale, la Gran Bretagna) era quello
di tenere aperti i territori d’oltreoceano ai commercianti
e agli investitori britannici69. Quando la Gran Bretagna
non fu più in grado di contenere le ambizioni delle po­
tenze rivali del continente europeo a causa del suo rela­
tivo declino, si impegnò in uno sforzo massiccio teso a
creare un imperialismo delle «preclusioni». In altre paro­
le l’obiettivo del colonialismo era di minimizzare le per­
dite potenziali piuttosto che massimizzare i potenziali gua­
dagni. In realtà, con l’eccezione dei prodotti minerari in
certe zone (l’oro del Sud Africa, il rame del Congo Bel­
ga, lo stagno della Malesia, ecc.), questi imperi della fi­
ne del X IX secolo non risultavano particolarmente red­
ditizi 70.
Per gli stessi popoli colonizzati l’impatto più significa­
tivo di questi imperi era costituito dalla liberalizzazione
delle forze di mercato. Furono queste forze di mercato,
più che lo sfruttamento deliberato e l’asservimento politi­
co, ad avere un effetto devastante sulle culture tradizio­

68 R.G . Hawtrey, Economie Aspect o f Sovereignty, cit., pp. V-VI.


69 L. Robbins, Money, Trade and International Relations, New York, St.
Martin’s Press, 1971, pp. 246-247.
70 J.B . Condliffe, The Commerce of Nations, New York, W.W. Norton,
1950, p. 235.

203
C rac ita ed espansione

nali71. Come è stato già notato, i mercati e l’economia


monetaria hanno un’influenza molto distruttiva sulle so­
cietà tradizionali, in quanto trasformano ogni singolo aspet­
to della vita di queste società. Ed è proprio per questo
motivo che spesso incontrano notevoli resistenze da parte
di coloro a cui vengono imposti. A ritroso, la più seria
accusa che si può muovere al sistema imperiale del X IX
secolo è quella di aver indebolito le culture tradizionali
e le economie localizzate mettendo poco o nulla al loro
posto72. Private di un proprio governo, le colonie non
ebbero l’opportunità di resistere a quelle forze e di creare
un’efficiente organizzazione economica interna. Non pos­
siamo purtroppo sapere se l’avrebbero creata in ogni caso
in assenza di un dominio coloniale.
Infine, benché nel X IX secolo enormi conflitti milita­
ri e conquiste territoriali interessassero il continente eu­
ropeo e altre zone, si trattava fondamentalmente di aspetti
secondari nella formazione dello stato. L ’ovvio successo
dello stato nazionale come unità economica e politica sti­
molò un popolo dopo l’altro a cercare l’unità nazionale
dando quindi impulso alle numerose guerre di unificazio­
ne nazionale. Tuttavia, uno degli scopi fondamentali del­
l’unità nazionale fu quello di creare il tessuto sociale e
politico per lo sviluppo interno e di far fronte alle spiace­
voli conseguenze del sistema di mercato mondiale. Si trat­
tava raramente di una ripresa del gioco imperiale di con­
quista territoriale mirante allo sfruttamento — un gioco
che la Francia napoleonica scoprì molto costoso in un’e­
poca di nazionalismi.
I marxisti e i teorici della dipendenza contemporanei

71 W.H. McNeill, Past and Future, cit., p. 45.


Una differenza fondamentale tra imperi antichi e moderni sta nel fatto che
i primi trasformarono le religioni e le civiltà dei popoli conquistati. Così gli
Arabi e altri conquistatori convertirono una grande massa umana all’islamismo.
Al contrario, l’impatto primario dell’imperialismo occidentale e delle forze di
mercato ad esso associate fu quello di sradicare le tradizionali società contadi­
ne. Queste società, mentre si sono dimostrate propense ad accettare la scienza
e la tecnologia occidentali, hanno generalmente rifiutato i suoi valori morali
e religiosi specialmente in quei casi in cui dominano potenti religioni.
72 J.B . Condliffe, The Commerce o f Nations, cit., p. 316.

204
Crescita ed espansione

avrebbero molto da obiettare all’analisi precedente. In par­


ticolare, essi replicherebbero che è lo sfruttamento capi­
talista delle popolazioni meno sviluppate, e non un’effi­
ciente organizzazione interna, a spiegare la cattiva distri­
buzione della ricchezza nel mondo contemporaneo. I ric­
chi sono ricchi e i poveri sono poveri, essi sostengono,
perché questi ultimi sono stati sfruttati e privati della lo­
ro ricchezza dai primi.
Benché si siano verificati saccheggi e sfruttamenti, es­
si non sono stati di dimensioni tali da poter essere consi­
derati responsabili dell’attuale distribuzione della ricchez­
za tra i paesi. Il trasferimento alle potenze coloniali delle
ricchezze provenienti dalle colonie non basta assolutamente
a spiegare la distribuzione della ricchezza e del potere nel
mondo contemporaneo. Le relazioni economiche interna­
zionali sono state infatti in primo luogo relazioni tra i paesi
più sviluppati. Inoltre, come hanno giustamente ricono­
sciuto Marx e Lenin, il commercio e gli investimenti tra
economie più avanzate e meno avanzate tende a favorire
e a far sviluppare queste ultime73. Un’osservazione più
giustificata sarebbe quella che facesse notare come i mo­
delli di commercio e di investimento creati dalle econo­
mie capitaliste hanno distorto oppure non hanno neppure
toccato certe economie meno sviluppate ostacolando così
la crescita economica e lo sviluppo.
Anche se le economie capitaliste avevano motivo di co­
lonizzare il mondo, erano anche motivate a farlo svilup­
pare, come notarono giustamente Marx e Lenin. I capita­
listi non possono ottenere neanche i loro profitti ingiusta­
mente acquisiti se non sono disposti a trasferire capitali,
tecnologie e capacità manageriali nelle colonie e nelle eco­
nomie dipendenti. Fu proprio per questo motivo che i mar­
xisti del X IX secolo considerarono l’imperialismo capitali­
sta, nonostante i suoi tanti crimini, come una tappa in
definitiva necessaria verso l’emancipazione della razza uma­

73 S. Avineri, Karl Marx on Colonìalism and Modemization, Garden City,


N. Y., Anchor Books, 1969; V.I. Lenin, L'imperialismo fase suprema del capita­
lismo, Roma, Editori Riuniti, 1974.

205
Crescita ed espansione

na dalla povertà e da millenni di stagnazione: «l’Inghilter­


ra deve portare a termine una doppia missione in India,
una distruttiva e l’altra rigenerante: distruggere la vecchia
società asiatica e porre le fondamenta materiali della so­
cietà occidentale in A sia»74. Una simile positiva caratte­
ristica non si trova invece nel socialismo o nel comuni­
Smo. Tali economie si basano o su forti legami di comu­
nità e fratellanza o sulla coercizione governativa. Il senso
della comunità e della cooperazione sembra essere comun­
que limitato, per cui le economie socialiste di questo tipo
(le comuni utopiche, i Kibbutzim in Israele) si sono basa­
te piuttosto su forti legami ideologici o religiosi. Queste
comunità socialiste, anche se non sfruttano altre società,
hanno però ben pochi incentivi a beneficiare coloro che
si trovano al di fuori degli stretti confini della comunità
religiosa o ideologica.
Allo stesso modo i sistemi comunisti basati sulla coer­
cizione non hanno alcun incentivo a fare sviluppare altre
società, incluse le altre economie comuniste. L ’Unione So­
vietica, per ragioni politiche, ha fornito assistenza finan­
ziaria e tecnica a diverse nazioni sottosviluppate come Cu­
ba, l’Egitto e naturalmente la Cina. Come nel caso degli
aiuti esteri forniti ufficialmente dall’America, questi trans­
fer economici e tecnici sono motivati più da considerazio­
ni politiche e militari che da bisogni economici e di svi­
luppo dei paesi riceventi. Infine, benché il commercio tra
i paesi comunisti possa giovare a tutti gli interessati, ra­
ramente è di dimensioni tali da fungere da «motore della
crescita» come avviene nelle relazioni commerciali di tipo
capitalista.
L ’importanza politica dell’economia di mercato mon­
diale creata dal capitalismo sta nel fatto che essa fu arte­
fice dello sviluppo mondiale. Per Marx questa era in ef­
fetti la missione storica del capitalismo internazionale. An­
che se la potenza capitalista dominante è quella che gua­
dagna di più (almeno inizialmente) dalla divisione capita­

74 Marx citato da S. Avineri, Karl Marx on Colonialism and Modemization,


cit„ pp. 132-133.

206
Crescita ed espansione

listica del lavoro a livello internazionale, altre economie


(comprese le colonie) ne possono ugualmente beneficiare.
Di conseguenza, l’economia di mercato mondiale è diven­
tata un meccanismo fondamentale sia per la concentrazio­
ne sia per la diffusione della ricchezza e del potere tra
gli stati.
Un’economia di mercato mondiale fa sviluppare il mon­
do, ma non in maniera uniforme. Anche se la maggior parte
degli stati ha da guadagnare in termini assoluti dalla par­
tecipazione al mercato mondiale, alcuni guadagnano rela­
tivamente più degli altri, e alcuni altri sono sicuramente
danneggiati dalla loro integrazione nell’economia mondia­
le. Che questa crescita diseguale di ricchezza sia dovuta
alla maggior efficienza economica di certi stati (come di­
rebbe la maggior parte degli economisti occidentali) o allo
sfruttamento del più debole da parte del più forte (come
affermano i teorici contemporanei della dipendenza), un’e­
conomia di mercato ha profondi effetti sulla distribuzione
internazionale della ricchezza75. Questo ^viluppo ha crea­
to un problema politico fonte di notevoli discordie nel mon­
do moderno.
Nel mondo premoderno la distribuzione della ricchez­
za all’interno dei paesi era di solito più ampia rispetto al­
la distribuzione della ricchezza tra i paesi; i poveri in quasi
tutte le società erano a livelli comparabili di ricchezza ma­
teriale. Nel mondo moderno la ricchezza è distribuita in
maniera più equa all’interno delle società che tra le socie­
tà; i «poveri» nelle nazioni industrializzate dell’emisfero
settentrionale sono immensamente più ricchi della gran par­
te dell’umanità che vive in quello meridionale. Essere ric­
co o povero dipende oggi principalmente dalla nazionalità
cui si appartiene. Di conseguenza, la distribuzione della
ricchezza si è «internazionalizzata» ed è insieme alla sicu­
rezza e alla distribuzione del potere una delle questioni
più importanti della politica mondiale.

75 Per una valutazione equilibrata di questi temi, si veda J.D . Gould, Eco­
nomie Growth in History. Survey and Analysis, London, Methuen, 1972, pp.
218-294.

20 7
Crescita ed espansione

2.4. La successione delle egemonie


Questi diversi sviluppi (lo stato nazionale, la crescita
economica e l’economia mondiale) sfociarono nel X IX se­
colo nella sostituzione del ciclo degli imperi ad opera di
una successione di egemonie. Dapprima nel sistema euro­
peo e poi su scala globale, successive egemonie politiche
ed economiche hanno soppiantato il modello della succes­
sione degli imperi come principio ordinatore delle relazio­
ni internazionali. Sin dalla rivoluzione industriale le due
potenze egemoni che si sono avvicendate nel dominio del
sistema globale (la Gran Bretagna e gli Stati Uniti) hanno
cercato di stabilire relazioni politiche, territoriali e soprat­
tutto economiche badando alla propria sicurezza e ai pro­
pri interessi economici. Il ruolo egemone di queste nazio­
ni è stato coronato dal successo in parte poiché sono riu­
scite ad imporre il loro volere su altri stati minori e in
parte poiché altre nazioni hanno accettato di buon grado
una leadership da cui potevano trarre dei benefici.
Come nel caso degli imperi premoderni, si può dire
che le potenze egemoni hanno fornito beni pubblici (sicu­
rezza e tutela dei diritti di proprietà) in cambio di altre
entrate76. La Pax Britannica e la. Pax Americana, come
pure la Pax Romana, assicurarono un sistema internazio­
nale di relativa pace e sicurezza. La Gran Bretagna e gli
Stati Uniti crearono e imposero le norme di un ordine eco­
nomico internazionale liberista77. La politica inglese e
americana incoraggiò il libero commercio e il libero movi­
mento di capitali. Queste grandi potenze fornirono la va­
luta chiave e amministrarono il sistema monetario inter­
nazionale. Come si è già osservato, esse si assunsero que-

■ 76 F.D.M. Hirsch e E. Morse, Altematìves to Monetary Disorder, New York,


McGraw-Hill, 1977.
77 In un articolo molto interessante George Modelski (The Long Cycle of
Global Politics and thè Nation-State, in «Comparative Studies in Society and
History»-, 20 (1978), pp. 214-235), sosteneva che un ciclo di potenze mondiali
caratterizza il mondo moderno: Portogallo, Olanda, Gran Bretagna (due volte)
e Stati Uniti. Sebbene le prime due dominarono certamente il commercio mon­
diale, il loro dominio politico sul sistema internazionale non eguagliò mai quel­
lo della Gran Bretagna e degli Stati Uniti. Per questo motivo, si preferisce la
formulazione qui esposta.

208
Crescita ed espansione

ste responsabilità perché reputavano conveniente farlo. I


benefici di uno status quo sicuro, del libero commercio,
di investimenti esteri e di un sistema internazionale ben
funzionante erano maggiori dei costi ad essi associati. Le
strategie politiche delle potenze egemoni, nel procurare be­
nefici alle potenze stesse, fornivano benefici anche a que­
gli altri stati che desideravano, e potevano, trarre vantag­
gi dallo status quo politico ed economico internazionale.
Benché in questo libro si sostenga che nel mondo mo­
derno il ciclo degli imperi è stato sostituito da una suc­
cessione di egemonie, a questo punto è necessario fare una
precisazione. Il nostro non è naturalmente il primo siste­
ma internazionale a sperimentare una successione di ege­
monie. Già il sistema delle città-stato nella Grecia classi­
ca da cui deriva il concetto di egemonia ne è un esempio.
Oggi come allora questa situazione viene creata da una
serie particolare di fattori ambientali più che dal venir me­
no dell’impulso imperiale stesso. Quando i fattori ambien­
tali sembrano rendere proficua la creazione di un impero
e ci sono sufficienti incentivi all’interno, gli stati ambi­
ziosi cercano di creare degli imperi unificando con la for­
za il sistema internazionale. Ciò accadde ad esempio du­
rante la prima e la seconda guerra mondiale. Nessuno ci
assicura che anche in futuro non verranno intrapresi altri
tentativi di creare sistemi imperiali e che la successione
delle egemonie del X IX e del X X secolo (come il sistema
delle città-stato greche) non venga vista come un interval­
lo nel modello più universale degli imperialismi unificatori.

3. I limiti al cambiamento e all’espansione


Finora si è affermato che gli stati cercano di cambiare
il sistema internazionale attraverso l’espansione territoria­
le, politica e/o economica finché i costi marginali di un’ul­
teriore espansione e cambiamento uguagliano o superano
i benefici marginali. Nell’era imperiale questa espansione
si verificò soprattutto attraverso la conquista del territo­
rio. Nel mondo moderno l’unificazione interna e l’espan­
sione economica nei mercati mondiali hanno accompagna-

209
Crescita ed espansione

to l’espansione territoriale, prendendone in parte il posto.


E stato notato, inoltre, che la crescita di potere di uno
stato e la sua espansione tendono a rafforzarsi a vicenda,
poiché l’espansione fa aumentare il surplus economico e
le risorse disponibili per lo stato in espansione.
In assenza di forze controbilancianti, questa situazio­
ne porterebbe logicamente alla creazione di un impero po­
litico universale o di un monopolio economico globale. Co­
me si è detto in precedenza, però, la crescita e l’espansio­
ne di uno stato e di un’economia incontrano ad un certo
punto, e anzi generano, forze controbilancianti. Di conse­
guenza, i benefici marginali dell’espansione diminuiscono,
mentre aumentano i costi marginali, facendo diminuire an­
che il surplus economico e ponendo un limite ad ulteriori
espansioni. Esamineremo più avanti il carattere di queste
forze controbilancianti: analizzeremo dapprima quelle for­
ze che agiscono in modo particolare, ma non esclusivamen­
te, sull’espansione degli imperi e sull’espansione territo­
riale, e poi il tipo particolare di espansione economica nel
mondo moderno.
Tra le forze controbilancianti che limitano l’espansio­
ne, le più importanti storicamente sono state le barriere
naturali e il gradiente della perdita di forza, di cui si è
parlato nelle pagine precedenti. I sistemi di trasporto, la
topografia, il clima, le precipitazioni, la fertilità del suo­
lo, le malattie, ecc. influiscono sui costi e sui benefici delle
espansioni e delle conquiste. Di conseguenza, nel momen­
to in cui uno stato éspande la sua base territoriale e la
sua influenza politica, i benefici netti e il risultante sur­
plus economico tendono a diminuire. Così, «l’estensione
dell’impero romano fu limitata dal deserto a sud, dai Ger­
mani e dalle foreste a nord, dal mare a ovest e dall’“ im­
pero” dei Parti a e st»78. Questo tipo di limite naturale,
benché meno importante nel mondo contemporaneo, co­
stituisce ancora oggi un elemento della politica mondiale
— ne è una dimostrazione la sconfitta americana nelle giun­
gle del Sudest asiatico.

78 T. Rader, The Economics of Feudalism, cit., p. 47.

210
Crescita ed espansione

Una seconda forza controbilanciante, che limita l’espan­


sione di uno stato e il mutamento internazionale, è l’e­
mergere di potenze avversarie. In tutti i sistemi interna­
zionali di cui siamo a conoscenza è presente la nozione
di equilibrio di potenza. Come nota David Hume a pro­
posito dell’equilibrio di potenza, l’idea di unire le forze
nel tentativo di resistere ad uno stato in espansione è sem­
pre stata un principio universale di una politica pru­
dente 79. Benché questa tecnica non sia sempre efficace,
si manifesta la tendenza a creare un’opposizione allo sta­
to in espansione sotto, forma di alleanze politiche ed eco­
nomiche controbilancianti. Ciò che contraddistingue il mon­
do moderno è il fatto che questo sistema di equilibrare
il potere col potere è divenuto una caratteristica sistema­
tica e istituzionalizzata del sistema statale europeo e uno
dei motivi principali per cui gli stati europei riuscirono
a conservare la loro indipendenza di fronte ai diversi ten­
tativi di unificare il continente. In questo modo il siste­
ma statale europeo sfuggì al destino di tutti i sistemi pre­
cedenti di essere unificato da un impero universale.
Il funzionamento del sistema dell’equilibrio di poten­
za dipende dalla «densità» di un sistema internazionale.
I sistemi internazionali si differenziano rispetto allo spa­
zio che hanno a disposizione per un’espansione territoria­
le o economica. Nella fase iniziale un sistema internazio­
nale dispone di uno spazio o frontiera aperta per le mire
espansionistiche degli stati. Una Cartagine, una Roma o
una Partia possono accrescere il loro potere per decenni
ed espandersi in relativo isolamento dagli altri stati. Quan­
do gli stati si espandono, la frontiera aperta si restringe
e gli stati cominciano a compiere reciproci sconfinamenti.
Si verificano continui scontri e conflitti, che fanno salire
i costi di un’ulteriore espansione. Col tempo, uno degli
stati acquista una posizione di dominio oppure si stabili­
sce un equilibrio tra gli stati.
Un terzo limite, più teorico, all’espansione territoria­

79 Citato da P. Seabury, Balance of Power, San Francisco, Chandler Publish-


ing, 1965, pp. 32-36.

21 1
Crescita ed espansione

le, politica ed economica di uno stato è la nozione che


fattori economici, tecnici e di altro tipo determinano la
grandezza ottimale per le entità politiche in una partico­
lare epoca storica80. Al di sotto di questa grandezza, lo
stato non è in grado di generare risorse sufficienti per pro­
teggersi e sopravvivere. Al di sopra della grandezza otti­
male, diseconomie di scala, frammentazione politica e pro­
blemi derivanti dalla centralizzazione del comando comin­
ciano ad intaccare la posizione di uno stato in espansione
ed ad arrestarne l’ulteriore crescita. Questo fenomeno è
stato oggetto d’analisi da parte di numerosi studiosi e sto­
rici. Mark Elvin, ad esempio, nel suo brillante studio sul­
l’Impero Cinese ha fatto notare che i costi di un impero
tendono ad aumentare geometricamente man mano che le
sue dimensioni aumentano, mentre le sue risorse crescono
solo aritmeticamente. Questa situazione è dovuta al biso­
gno di un esercito più grande per difendere i propri con­
fini e di una più vasta burocrazia per amministrare la so­
cietà. Così le dimensioni e i limiti di un impero sono de­
terminati dal rapporto tra «gli oneri di scala e la capacità
tecnologica»81. Di conseguenza, «più grande è l’unità, più
deve eccellere sui vicini per sopravvivere a lungo»82.
Altri studiosi hanno fatto osservazioni simili sui limiti
delle dimensioni delle organizzazioni politiche. Kenneth
Boulding teorizzò che la grandezza di un’organizzazione
politica fosse governata dalla legge della grandezza otti­
male dell’organizzazione dovuta all’aumento dei costi di
gestione83. Anthony Downs84 parlò di una legge del con­
trollo decrescente e Karl W ittfogel85 della legge dei ren­
dimenti di gestione decrescenti. Un’altra teoria è quella
del principio della grandezza di William Riker, secondo

80 R. Bean, War and thè Birth of a Nation State, cit.; R.D. Auster e M.
Silver, The State as a Firm, cit., cap. III.
81 M. Elvin, The Pattern o f thè Chinese Past, cit., p. 110.
82 Ibidem, p. 19.
83 K. Boulding, The Organizational Revolution. A Study in thè Ethics of Eco­
nomie Organization, New York, Harper and Row, 1953, pp. 22-25.
84 A. Downs, Inside Bureaucracy, Boston, Little, Brown, 1967, p. 143.
85 K. Wittfogel, Orientai Despotism: A Comparative Study of Total Power,
New Haven, Yale University Press, 1957, p. 110.

212
Crescita ed espansione

cui quando la grandezza di una coalizione politica aumen­


ta, i profitti per i suoi membri diminuiscono. Ad un cer­
to punto un membro della coalizione può aumentare i suoi
guadagni abbandonando la coalizione (subottimizzazione).
Si dice che questo rapporto tra la grandezza di una coali­
zione e i profitti per i suoi membri ponga un limite alla
grandezza delle coalizioni (e degli stati)86. Secondo un’al­
tra teoria ancora, è necessario un compromesso tra la gran­
dezza di un’entità politica e i profitti ottimali per i singo­
li individui87; benché un ampliamento di un’unità politi­
ca crei economie di scala per l’erogazione di beni pubbli­
ci, la gamma totale delle preferenze individuali da soddi­
sfare diventa più varia. Di conseguenza, i singoli e i gruppi
cominciano a credere che i propri interessi verranno me­
glio soddisfatti avvicinando la sede del governo88. Gli ef­
fetti limitativi di questa tendenza alla subottimizzazione
saranno discussi più avanti.
Il fatto che entità politiche di grandezza molto varia­
bile coesistano in una data epoca ci fa pensare che la no­
zione di grandezza ottimale vada considerata con qualche
riserva89. Bisogna dire però che le dimensioni degli atto­
ri principali all’interno di un particolare sistema interna­
zionale sono diverse da quelle di altri attori in altri siste­
mi. Inoltre, dato che le condizioni economiche e tecnolo­
giche cambiano, la grandezza caratteristica delle potenze
dominanti può aumentare o diminuire. Così la città-stato
italiana fu eclissata dai più grandi stati nazionali europei,
proprio come questi ora sono subordinati alla superpoten­
za continentale. Ci si deve chiedere perciò se questa ten­

86 W .H. Riker, The Theory o f Politicai Coalitiom, New Haven, Yale Uni­
versity Press, 1962. La teoria dei club affronta questo problema: B.S. Frey,
Modem Politicai Economy, New York, John Wiley and Sons, 1978, p. 99; B.M.
Russett, Economie Theories o f International Politics, Chicago, Markham Publish-
ing, 1968, pp. 50-63.
87 M.Jr. Olson, The Logic of Collective Action, New York, Schocken Books,
1968, trad. it. La logica dell’azione collettiva, Milano, Feltrinelli, 1982.
88 K.R. Cox, D.R. Reynolds e S. Rokkan, Locational Approaches to Power
and Conflict, New York, John Wiley and Sons, 1974, p. 129.
89 R. Dahl e E . Tufte, Size and Democracy, Stanford, Stanford University
Press, 1973.

213
Crescita ed espansione

denza sia soltanto una possibilità o se le condizioni eco­


nomiche, tecnologiche o ambientali in una data epoca pon­
gano dei limiti alla scala dell’organizzazione politica.
Il principio in gioco è stato espresso in modo più sin­
tetico da Brian Barry: «il criterio più importante per la
grandezza [...] è che l’unità di decision-making sia tale [...]
da interiorizzare tutti i costi e i benefici»90. Si veda a que­
sto proposito anche quanto dicono Buchanan e Tullock91.
A meno che un attore non ricavi benefici dall’aumento
delle dimensioni, non avrà incentivi e capacità sufficienti
a pagare i costi necessari all’espansione. Come s’è già no­
tato, questa situazione limitava le dimensioni dell’organiz­
zazione feudale; solo quando il contesto economico-tecnico
mutò, fu possibile che si creasse una più vasta entità po­
litica: lo stato nazionale. Nel mondo contemporaneo gli
sviluppi economici e tecnologici potrebbero richiedere an­
che unità di organizzazione politica più grandi.
Oltre alle limitazioni amministrative, economiche e tec­
niche, la scala di una società trova un limite nella ten­
denza alla disintegrazione e alla frammentazione politica
che accompagnano l’aumento delle dimensioni. Ciò è do­
vuto alla subottimizzazione dei gruppi periferici92. Il pro­
blema politico fondamentale di un qualsiasi grande stato
o impero è come organizzare il potere e le risorse su una
vasta area riuscendo a mantenere la periferia fedele al con­
trollo centrale93. Quando le dimensioni di uno stato, di
un impero o anche di un’economia di mercato aumenta­
no, i gruppi spesso cominciano a credere di poter incre­
mentare i loro guadagni staccandosi dal centro o, nel caso
dei mercati, erigendo barriere tariffarie per tassare il com­
mercio o proteggere le industrie locali94. Il successo e la

90 B. Barry, Government and Opposìtion, 1974, p. 492.


91 J.M . Buchanan e G. Tullock, The Calculus o f Consent. Logicai Founda-
tions of Constitutional Detnocracy, Ann Arbor, University of Michigan Press,
1962, p. 113.
92 Per «subottimizzazione» si intende il tentativo di un sotto-gruppo di in­
crementare i suoi guadagni relativi a spese di un gruppo più ampio.
93 M. Elvin, The Pattern of thè Chinese Past, cit., pp. 20, 63-68.
94 T. Rader, The Economics o f Feudalism, cit., p. 48.

214
Crescita ed espansione

durata di molti grandi stati e imperi sono stati possibili


in parte perché questi ultimi hanno escogitato strumenti
atti a contrastare le forze centrifughe. I principali stru­
menti unificatori sono stati una burocrazia centralizzata,
una religione universale (o ideologia) e la divisione dèi be­
nefici materiali95. Nel mondo moderno gli strumenti for­
se più efficaci per assicurare la fedeltà ad uno stato di
ampie dimensioni sono stati l’istituzione del federalismo
e l’ideologia del nazionalismo. L ’elemento comune a que­
sti strumenti sta nel fatto che forniscono à gruppi poten­
zialmente scissionisti un interesse per il sistema più am­
pio che li comprende e un’identità col sistema stesso.
La tendenza alla subottimizzazione e alla frammenta­
zione è spesso una funzione dello sviluppo economico.
Un’area politica ed economica integrata tende a favorire
il commercio e lo sviluppo economico tramite l’abbatti­
mento delle barriere commerciali e l’aumento del flusso
delle risorse. Il commercio e la crescita, comunque, non
si verificano in modo uniforme in tutto il sistema. Il com­
mercio scorre attraverso particolari canali e lo sviluppo eco­
nomico tende a concentrarsi in particolari punti nevralgi­
ci di un sistema economico. Quando il commercio aumenta
e i centri economici si sviluppano, particolari sotto-gruppi
di una società o di un sistema commerciale si sentono in­
centivati ad assicurarsi sempre maggiori guadagni e a se­
pararsi dal centro. Questa tendenza alla subottimizzazio­
ne e alla frammentazione fu la sventura dei vari imperi
premoderni96. Nel mondo moderno la subottimizzazione
ha spesso assunto la forma del nazionalismo economico e
del protezionismo tariffario, dato che i paesi in via di svi­

95 La breve durata delle conquiste barbariche fu dovuta alla incapacità di


popoli tribali e nomadi di amministrare le economie che periodicamente inva­
devano. La superiorità militare dei popoli delle steppe era raramente accompa­
gnata da un’organizzazione politica interna e da una competenza che potessero
permettere loro di consolidare le proprie posizioni. Un’espansione solida e du­
ratura richiede consolidazione, centralizzazione e burocrazia.
96 Per l’esempio rappresentato dal breve impero di Alessandro, che si divi­
se in tre parti, si veda S.B. Clough, The Rise and Tali o f Civilization, cit.,
pp. 106-107.

215
Crescita ed espansione

luppo cercano di industrializzarsi e di ridurre la loro di­


pendenza dalle economie più progredite.
Ciascun impero o stato dominante ha perseguito delle
strategie politiche per impedire il fenomeno della subotti­
mizzazione. Le burocrazie imperiali, ad esempio, cercaro­
no di mantenere il monopolio sulle risorse economiche.
L ’Impero Cinese perseguì deliberatamente una politica di
prevenzione dello sviluppo nei confronti di quei centri eco­
nomici che avrebbero potuto distaccarsi dal centro. Le città
cinesi erano dei centri amministrativi soggetti all’autorità
centrale; raramente si trasformavano in centri commercia­
li. La stabilità dell’Impero Romano era dovuta soprattut­
to al fatto che Roma, sotto Augusto, concesse alle élite
coloniali la cittadinanza romana dando loro un interesse
nel sistema97. La Russia sovietica popolò le sue città e
repubbliche islamiche con i Grandi Russi per evitare la
frammentazione come conseguenza dello sviluppo. Il mo­
derno e democratico welfare state persegue politiche regio­
nali e ridistributive miranti a contrastare gli effetti politi­
ci destabilizzanti di uno sviluppo economico diseguale. Le
economie dominanti impiegano incentivi di segno sia po­
sitivo che negativo per opporsi alle tendenze al nazionali­
smo e al protezionismo economico.
L ’esistenza di un nucleo economico controllato dal go­
verno centrale o, nel caso di un’economia di mercato, dalla
potenza economica dominante rappresenta il più impor­
tante fattore inibitore contro i pericoli di subottimizza­
zione. Ciò vuol dire che il governo centrale o la potenza
economica dominante detengono un controllo sulle risorse
superiore a quello di gruppi o stati che potrebbero distac­
carsi dal sistema. Anche se riguarda la coesione politica
di un impero, la seguente osservazione di Trout Rader vale
comunque per i grandi stati e i mercati internazionali:
Per la stabilità interna dell’impero è necessaria inoltre una condi­
zione. E necessario cioè che nessun gruppo di regioni possa dissociarsi
e ottenere un profitto maggiore dell’impero. Se un tal gruppo esistes­
se, sarebbe motivato a ribellarsi e la capitale non potrebbe permettersi

97 R. Syme, The Roman Revolution, Oxford, Clarendon Press, 1939.

216
Crescita ed espansione

di spendere le risorse necessarie per riportare la regione sotto il suo


controllo. Partendo da una condizione di stabilità e dal fatto che i co­
sti di trasporto sono positivi, non ci sarebbe motivo per un’espansione
dell’impero oltre l’ambito locale, se non quello che la capitale è in pos­
sesso di risorse che non sono disponibili a sottounità più piccole, an­
che se riunite in consorzio. Parte delle risorse potrebbe essere dovuta
ad una superiorità della tecnologia militare. Ciò sarebbe però sicura­
mente un vantaggio effimero. Infatti, se il dominio dell’impero dipen­
desse interamente dal potere militare, i generali sarebbero tentati di
avviare lo sgretolamento dell’impero per porsi alla testa di un nuovo
sottoimpero. La base dell’impero deve essere costituita perciò da alcu­
ni fattori economici, come la posizione chiave di una città rispetto alla
disponibilità di minerali o alle vie di transito commerciale.
I vantaggi della Pax Romana affiorano in particolare quando i con-
flitti fra gli stati si attenuano. Si dovrebbe tener presente però che
gli stati che non fanno la guerra devono essere comunque preparati
a farla, poiché le minacce di ritorsione richiedono risorse effettive e
non solo potenziali. Ciò andrebbe considerato come risorsa economica
necessaria ad una organizzazione di vaste dimensioni.
In generale, è traendo vantaggio dalle diverse risorse regionali che
un impero può ottenere quelle risorse in più che una regione piccola
non può fornirgli. Naturalmente, molti dei vantaggi della conglomera­
zione potrebbero interessare un gruppo di regioni più piccole che pra­
ticano il libero commercio internazionale. Comunque, le regioni più
piccole sarebbero tentate di innalzare barriere commerciali nella spe­
ranza di incassare tasse e/o di proteggere le industrie interne98.

In breve, la grandezza di uno stato, impero, o merca­


to è determinata dall’interazione di due gruppi di forze.
Da un lato ci sono i benefici delle grandi dimensioni, co­
me una maggiore base di risorse e le economie di scala.
Dall’altro, l’aumento delle dimensioni tende a stimolare
forze centrifughe e una frammentazione ad opera di quei
gruppi che credono di poter massimizzare i propri guada­
gni attraverso la scissione. Questa duplice serie di forze
ci aiuta a spiegare sia la rapida espansione iniziale della
forza di uno stato che la successiva decelerazione della cre­
scita creando così la curva ad S di cui abbiamo già parla­
to. Così, benché uno stato possa rafforzare il suo potere
incorporando altri centri di potere, questi centri mostra­
no, a lungo termine, la tendenza a staccarsi. Questa ten­
denza intrinseca alla subottimizzazione da parte dei grup­
pi limita le possibilità di organizzazione politica delle eco-

9S T. Rader, The Economia o f Feudalism, cit., p. 48.

217
Crescita ed espansione

nomie di scala e costituisce un freno notevole all’unifica­


zione del potere politico ed economico ad opera degli sta­
ti in espansione".
L ’espansione di uno stato è limitata infine da trasfor­
mazioni interne alla società. Come già notato in prece­
denza, una serie di motivi per spiegare la crescita del po­
tere di uno stato e la sua espansione va ricercata nella
struttura interna e nella natura della società nazionale. Fat­
tori come i valori e gli interessi dell’élite e i rapporti tra
i profitti pubblici e privati ricavati dalla crescita e dall’e­
spansione rivestono una particolare importanza. Questi fat­
tori determinano l’efficienza della società e influenzano il
potere e gli interessi dello stato fornendo così incentivi
o disincentivi all’espansione economica e politica. Nella fase
iniziale di crescita di uno stato o di un impero i profitti
privati, e quelli pubblici coincidono; col tempo, in seguito
a mutamenti sociali e di altra natura che accompagnano
la crescita del potere e della ricchezza della società questi
profitti entrano in conflitto. Tale divergenza tra interessi
pubblici e privati limita l’ulteriore crescita del potere e
della ricchezza della società.
L ’idea che la crescita di una società sia regolata da un
qualche tipo di meccanismo di feedback interno è piutto­
sto diffusa tra gli studiosi classici. Secondo il parere di
un eminente studioso, gli storici antichi cercavano di spie­
garsi «il perché la crescita di uno stato si trasformasse nella
sua caduta» 10°. La loro spiegazione era la seguente: quan­
do una società estende il suo controllo e il suo dominio
sulle altre, l’aumento del potere e della ricchezza provo­
cano il decadimento morale e la corruzione delle virtù ori­
ginarie che avevano permesso alla società di crescere. Que­
sto argomento ha interessato anche gli studiosi successivi.
Montesquieu, va qui ricordato, credeva che le repubbli­
che fossero naturalmente predisposte all’espansione perché
più capaci delle monarchie di convogliare le spinte e le910

99 B.M. Russett, Economie Theories o f International Politics, cit., pp.


306-307.
100 J. de Romilly, The Rise and Fall o f States According to Greek Authors,
Ann Arbor, University of Michigan Press, 1977, p. 19.

218
Crescita ed espansione

iniziative private a favore della gloria e della potenza del­


lo stato. Tuttavia, come scrisse in Grandezza e decadenza
dei Romani, le repubbliche sono soggette ad un meccani­
smo di autoregolamentazione che ne limita le dimensioni
e alla fine le porta alla distruzione. Il governo repubblica­
no è in grado di preservare la propria integrità fino ad
un certo punto di crescita; oltre questo punto il principio
repubblicano comincia ad indebolirsi. La virtù e l’ambi­
zione repubblicana, che hanno creato l’impero svanisco­
no, e, una volta scomparsa la virtù repubblicana, l’impero
decade finché non è più capace di resistere alle forze ester­
ne in agguato e pronte a loro volta ad espandersi. Nel
caso di Roma, scrive ancora Montesquieu, furono le gran­
di dimensioni che la repubblica aveva assunto a portare
alla sua distruzione.
Come hanno osservato Polibio, Montesquieu e nume­
rosi altri studiosi, gli effetti dell’esperienza della crescita
e della espansione alla fine indeboliscono o distruggono
le condizioni che inizialmente hanno favorito l’espansio­
ne, privando la società delle fonti dello slancio politico
ed economico. Tra questi cambiamenti societari vale la pena
sottolinearne alcuni. La crescita di ricchezza e di potere
dello stato altera gli equilibri politici all’interno della so­
cietà e può portare al potere alcuni gruppi i cui interessi
sono minacciati dalla continua espansione dello stato. Nella
società, vista nel suo insieme, si verifica un’erosione dello
élan originario che sosteneva una politica estera aggressi­
va ed espansionista. La società diventa più conservatrice,
meno innovativa e meno disposta a correre rischi; diven­
ta più interessata a mantenere i privilegi esistenti piutto­
sto che a rischiare di perderli in altri tentativi di incre­
mentare ricchezza e potere. La società è insomma sempre
meno disposta a pagare gli eventuali costi in termini di
vite umane, stabilità politica o disorganizzazione econo­
mica che possono derivare da un’espansione politica ed eco­
nomica.
Polibio ci offre ancora una volta spunti interessanti a
proposito del declino politico. Analizzando la situazione
di Roma all’apice della ricchezza e del potere egli predis­

219
Crescita ed espansione

se che la città avrebbe seguito il corso di altri famosi im­


peri del passato: «quando infatti uno stato, liberatosi da
molti e gravi pericoli, raggiunge un potere grande e in­
contrastato, evidentemente in seguito al generale benesse­
re i cittadini conducono una vita più sontuosa». I capi e
il popolo diventano corrotti e con il crescere delle richie­
ste popolari si diffondono avarizia, risentimento e rabbia.
«In seguito a ciò il governo avrà il nome migliore di ogni
altro, di libera democrazia, ma sarà in realtà della forma
peggiore, l’oclocrazia» 101.
In termini marxisti si può dire che l’espansione eco­
nomica e politica di una società tende a gettare i semi
della sua stessa distruzione. Ibn Khaldun intende qualco­
sa di simile quando osserva che i grandi imperi cadono
perché i nomadi impoveriti che combattono per crearli di­
ventano cittadini corrotti dai profitti delle conquiste 102.
La stessa idea compare nel pensiero di Joseph Schumpe­
ter, secondo il quale il successo del capitalismo distrugge
l’imprenditore pronto a rischiare che è il responsabile ul­
timo del progresso economico; questi diventa un manager
e vive di rendita, soddisfatto del capitale che ha accumu­
lato in passato. Così, quando gli interessi privati e pub­
blici divergono dalle esigenze di un’ulteriore crescita di
potere e ricchezza, la società perde il suo slancio in avan­
ti e dà ad altre società l’opportunità di raggiungerla e alla
fine di sorpassarla.

4. Conclusioni
In questo capitolo abbiamo analizzato la tesi secondo
la quale gli stati cercano di trasformare il sistema interna­
zionale attraverso l’espansione finché i costi di un ulte­
riore cambiamento e di un’ulteriore espansione superano
i benefici. Abbiamo confrontato due meccanismi primari
di espansione e di trasformazione che sono stati usati nel

101 Polibio, Le Storie, Milano, Mondadori, 1955, voi. II, pp. 134-135.
102 Ibn Khaldùn, The Muquaddinmah. An Introduction to History, Prince­
ton, Princeton University Press, 1967.

220
Crescita ed espansione

corso della storia: la conquista territoriale in epoca impe­


riale e l’espansione economica in epoca moderna. In mo­
do particolare abbiamo osservato che come conseguenza
della crescita dei profitti prima, dell’espansione e della di­
minuzione dei rendimenti di questa poi, la crescita e la
contrazione di uno stato tendono a seguire una curva ad
S o curva logistica. Dapprima, a causa degli iniziali van­
taggi sugli altri stati, lo stato in crescita tende ad espan­
dersi molto rapidamente. Col tempo, comunque, i profitti
diminuiscono e il tasso di espansione subisce un rallenta­
mento. Infine, quando i costi marginali di un’ulteriore
espansione cominciano a eguagliare o a superare i benefi­
ci marginali, l’espansione si arresta e si raggiunge un equi­
librio. Come si dirà nel capitolo successivo, questo equili­
brio rappresenta soltanto un fenomeno temporaneo nel con­
tinuo processo di mutamento politico internazionale.

221
CAPITOLO QUARTO

Equilibrio e declino

Assunto n. 4. Una volta raggiunto un equilibrio tra costi e benefi­


ci derivanti da ulteriori mutamenti ed espansioni, i costi economici per
il mantenimento dello status quo tendono a crescere più rapidamente
della capacità economica necessaria per sostenerlo.

Nel corso di millenni imperi, potenze egemoni e grandi


potenze in ascesa e in declino si sono alternati nel gover­
no dei sistemi internazionali. Questi stati dominanti han­
no di volta in volta mutato il sistema espandendosi fino
al raggiungimento di un equilibrio tra costi e benefici di
ulteriori mutamenti ed espansioni. Una volta raggiunta tale
posizione di equilibrio gli sviluppi che avvengono sia al­
l’interno della potenza dominante sia nell’ambiente circo­
stante cominciano ad indebolirla. I costi economici per il
mantenimento dello status quo internazionale tendono quin­
di a crescere più rapidamente della capacità finanziaria della
potenza egemone di conservare la sua posizione e lo sta­
tus quo. Scopo di questo capitolo è analizzare tale ten­
denza.
La gestione di un sistema internazionale comporta un
problema economico fondamentale. Benché il dominio di
un sistema internazionale fornisca benefici economici (en­
trate) alla potenza o alle potenze egemoni il dominio com­
porta anche dei costi umani e di risorse materiali. Per man­
tenere la sua posizione dominante uno stato è costretto
a consumare le sue risorse in spese militari, finanziamen­
to degli alleati, aiuti esteri, e costi relativi al mantenimento
dell’economia internazionale. Questa protezione e i costi
relativi non sono investimenti produttivi, ma rappresenta­
no un salasso per l’economia dello stato dominante. Que­
st’ultimo deve dunque poter disporre di un continuo sur­
plus economico.

223
Equilibrio e declino

Inizialmente questo surplus tende a crescere più rapi­


damente dei costi dell’espansione; se così non fosse, uno
stato non avrebbe mai né l’incentivo ad espandersi né la
capacità di farlo. Con il tempo, però, i profitti tendono
a diminuire e i costi a crescere limitando l’ulteriore espan­
sione di uno stato. Ad un certo punto si può dire esista
un equilibrio tra costi e profitti di un’ulteriore espansio­
ne e gli sforzi per cambiare il sistema internazionale.
La tesi sostenuta in questo capitolo è che, una volta
raggiunto un equilibrio tra costi e profitti di un’espansio­
ne, i costi per il mantenimento dello status quo tendono
a crescere più rapidamente della capacità di finanziare lo
status quo. Per i motivi che esporremo in seguito diventa
sempre più difficile ottenere profitti sufficienti per copri­
re le spese per la difesa che tendono d’altra parte a cre­
scere con il passare del tempo. Come conseguenza dell’au­
mento dei costi della sicurezza e della diminuzione dei be­
nefici dell’impero o deH’egemonia, il mantenimento dello
status quo risulta sempre più arduo e il sistema interna­
zionale entra in uno stato di squilibrio.
Lo squilibrio comporta un divario tra le componenti
basilari del sistema internazionale esistente e la capacità
dello stato dominante o degli stati dominanti a mantene­
re il sistema, tra i costi per la difesa dell’attuale distribu­
zione del territorio, le sfere di influenza, le regole del si­
stema e l’economia internazionale da un lato, e le entrate
necessarie per finanziare questa situazione dall’altro. Questo
divario tra costi e risorse provoca a sua volta una «crisi
fiscale» della potenza dominante o delle potenze dominanti.
Se questo persistente squilibrio e il drenaggio fiscale che
esso comporta continuano, la potenza dominante giunge
inevitabilmente al declino economico e politico.
Nell’epoca imperiale premoderna, caratterizzata da mu­
tamenti economici e tecnologici relativamente lenti, que­
sto processo di crescita e declino richiedeva di solito dei
secoli. Sia l’Impero Bizantino che l’Impero Cinese hanno
resistito per un millennio e si può dire che il loro declino
sia durato diverse centinaia di anni. Nell’epoca moderna,
contraddistinta da rapidi mutamenti economici e tecnolo­

224
Equilibrio e declino

gici, questo processo ha subito un’accelerazione. La dura­


ta dell’egemonia britannica è stata all’incirca di un seco­
lo. E la Pax Americana è sottoposta, dopo solo alcuni de­
cenni, a forti tensioni.
Nella nostra analisi ci stiamo occupando ovviamente
dell’altra faccia della legge della crescita diseguale. Men­
tre nel secondo capitolo abbiamo analizzato i fattori che
influenzano la crescita e l’espansione di uno stato, qui ve­
dremo come questi stessi fattori minano la potenza di uno
stato. Poiché il potere è un fatto relativo, l’ascesa o il de­
clino di uno stato comporta per definizione l’ascesa o il
declino di un altro, in un certo senso in entrambi i casi
operano gli stessi fattori. In questo capitolo si porrà l’ac­
cento sulle modalità con cui i fattori interni e ambientali
provocano il declino del potere di uno stato dominante
rispetto al potere degli altri stati del sistema.
In generale si può dire che il reddito nazionale di una
società è distribuito in tre settori generali: protezione; con­
sumo (privato e pubblico di natura non militare); investi­
menti produttivi. Per protezione si intendono sia i costi
della sicurezza nazionale sia la tutela dei diritti di pro­
prietà dei cittadini. Il consumo si riferisce al consumo pri­
vato e pubblico di beni e servizi. Gli investimenti sono
quella parte del prodotto nazionale che ritorna al settore
produttivo per incrementare l’efficienza e la produttività
di terreni, manodopera e, nel mondo moderno, impianti
industriali.
Per i motivi che diremo in seguito le quote della sicu­
rezza e del consumo (privato e pubblico di natura non mi­
litare) tendono storicamente ad aumentare con l’invecchia­
mento della società. Ciò significa, a sua volta, che la fet­
ta del prodotto nazionale lordo reinvestito nell’economia
deve necessariamente diminuire (a meno che, naturalmen­
te, non si ottengano delle risorse addizionali da altri set­
tori). Di conseguenza diminuiranno l’efficienza e la pro­
duttività del settore produttivo dell’economia su cui tutto
il resto si basa. Se si verifica un’erosione della base pro­
duttiva diventa sempre più difficile far fronte all’aumen­
to della domanda di protezione e di consumi senza ulte-

225
Equilibrio e declino

riori contrazioni degli investimenti produttivi, e senza mi­


nare quindi la futura salute economica della società. Que­
sta entra in una spirale diretta verso il basso di aumento
dei consumi e diminuzione degli investimenti che erode
le fondamenta economiche, militari e politiche della posi­
zione internazionale dello stato. In seguito a tali evolu­
zioni la potenza in declino comincia a sperimentare ciò
che Harold e Margaret Sprout hanno opportunamente de­
finito «il dilemma dell’aumento della domanda e delle ri­
sorse insufficienti» L
Discuteremo ora questo dilemma e il processo di de­
clino, esaminando dapprima i cambiamenti interni, che ten­
dono a minare il potere e la ricchezza di una società, e
successivamente gli sviluppi esterni. I mutamenti all’interno
e all’esterno sono spesso in realtà solo aspetti diversi del­
le stesse forze in gioco. Li considereremo separatamente
solo a scopo analitico.

1. I fattori interni che influenzano il declino politico


I mutamenti forse più significativi che minano il po­
tere dello stato dominante sono i cambiamenti strutturali
dell’economia. Una serie di fattori trasforma l’economia
interna in modo tale da nuocere alle capacità economiche
e militari a lungo termine dello stato. La forza militare
tende a venir meno; all’efficienza economica subentrano
squilibri di varia natura e un rallentamento della crescita
economica; la competitività militare ed economica della so­
cietà diminuisce.
Nelle società premoderne con tassi di crescita econo­
mica relativamente bassi, il rallentamento della crescita eco­
nomica aveva ovviamente meno importanza di quanta ne
ha nel mondo moderno. La legge dei rendimenti decre­
scenti, comunque, è universalmente applicabile e fa sì che
la crescita di qualsiasi società descriva una curva ad S.1

1 Per un’eccellente analisi di questo dilemma del mondo contemporaneo si


veda H. Sprout e M. Sprout, The Dilemma o f Rising Demandi and Insufficient
Resources, in «World Politics», 20 (1968), pp. 660-693.

226
Equilibrio e declino

Quando una società cessa di espandersi, la disponibilità


limitata di terreno agricolo di buona qualità, l’esaurimen­
to delle risorse e la crescita della popolazione hanno come
risultato un tasso di crescita ridotto (o, più probabilmen­
te, negativo) e una riduzione del surplus economico a di­
sposizione per i consumi, la protezione e gli investimenti.
Nel mondo contemporaneo il progresso tecnologico ha
attenuato l’azione della legge dei rendimenti decrescenti,
in quanto le innovazioni in campo agricolo e industriale
hanno inaugurato un’era di crescita economica senza pre­
cedenti. Ogni innovazione è però soggetta a quella che
Simon Kuznets ha chiamato la legge della crescita indu­
striale, ovvero la tendenza dell’impulso alla crescita di ogni
innovazione a giungere ad esaurimento2. Inoltre, le inno­
vazioni economiche e tecnologiche hanno la tendenza a
raggrupparsi nel tempo e nello spazio favorendo a volte
questa a volte quell’altra società. In mancanza di nuovi
progressi o dell’apporto di tecnologie dall’estero, la cre­
scita della ricchezza e del potere di una società subisce
un rallentamento descrivendo una curva ad S. La società
attraversa un periodo critico per la sua economia come ac­
cadde alla Gran Bretagna verso la fine del X IX secolo e
come molti credono stia avvenendo oggi per gli Stati Uniti.
L ’economia industriale moderna perciò potrebbe in ulti­
ma analisi non essere migliore delle precedenti economie
preindustriali nello sfuggire alla legge dei rendimenti de­
crescenti3.
Un’ottima analisi delle cause di una curva ad S per la
crescita di un’economia è quella di Harvey Leibenstein4.
Nella sua analisi, Leibenstein divide la crescita di un’eco­
nomia tipica in tre fasi (cfr. la figura 4). Nella fase I, un’e­
conomia sottosviluppata è caratterizzata da tecniche pri­
mitive di produzione e da un basso livello di investimen­

2 S. Kuznets, Secular Movements in Production and Prices, Their Nature and


Their Bearing upon Cyclical Fluctuation, Boston, Houghton Mifflin, 1930, cap. I.
3 J. Hicks, The Future of Industrialism, in «International Affairs», 50 (1974),
pp. 221-225.
4 H. Leibenstein, General X-Efficìency Theory and Economie Development,
New York, Oxford University Press, 1978, pp. 98-122.

22 7
Equilibrio e declino

F ig . 4. Curva di crescita di un’economia.


Fonte', adattata da H. Leibenstein, General X-Efficiency Theory and Organi-
zational Analysis, New York, Harper e Row, 1960, p. 99.

ti. Il tasso di crescita economica può essere uguale a zero,


molto basso o negativo; questa era la situazione della mag­
gior parte delle società prima dell’epoca moderna. Nella fase
II, invece, la crescita avviene molto rapidamente grazie al­
l’introduzione di nuove tecniche, di solito importate dalle
economie in uno stadio di sviluppo più avanzato, con i co­
siddetti vantaggi dell’arretratezza. In questa fase il tasso
di crescita economica è influenzato dalla scelta di tecniche
appropriate, dalla rapidità di diffusione di queste tecniche
e dalla quantità di risparmi o di investimenti. Nella fase
III, infine, l’economia è diventata ormai di tipo urbano e
industriale. La crescita (come nella fase I) si verifica con
un ritmo lento poiché ormai le innovazioni sono limitate.
La società matura potrà essere superata da economie in ra­
pida crescita che si trovano ancora nella fase I I 5.

5 W.W. Rostow, Why thè Poor get Richer and thè Rich Slow Down: Essays
in thè Marshallian Long Perìod, Austin, University of Texas Press, 1980, pp.
259-301.

228
Equilibrio e declino

L ’idea che ogni società raggiunga un livello di sviluppo


al quale ogni ulteriore crescita diventa difficile o persino
impossibile è un’idea ricorrente. In generale, queste teorie
dei limiti della crescita o teorie della stagnazione pongono
l’accento sull’offerta o sulla domanda nell’attività econo­
mica. Per alcuni studiosi l’offerta di uno o più fattori di
produzione è determinante. Come nota Carlo M. Cipolla,
«gli storici hanno sempre avvertito istintivamente che la
maggior parte dei problemi economici degli imperi maturi
venivano dall’offerta [...] impasse reali o immaginarie come
mancanza di schiavi, o di popolazione o di lingotti o [...]
tecnologie stagnanti»6. Per altri studiosi sono la struttura
sociale e la domanda a fissare i limiti della crescita. Secon­
do Arnold Toynbee è sempre «una minoranza creativa» a
fornire l’impulso alla crescita, mentre per l’analisi marxi­
sta è la struttura di classe che dapprima favorisce e poi ri­
tarda la crescita.
Queste ed altre teorie della stagnazione contengono in­
tuizioni importanti per comprendere il fenomeno del de­
clino politico ed economico. Per questa o quella causa ogni
società alla fine tramonta in seguito all’erosione della base
economica. Dopo diversi secoli di prosperità, ad esempio,
l’economia romana cessò di dare impulsi innovativi e la de­
cadenza che ne conseguì rese debole Roma di fronte agli
assalti sferrati dai barbari. Questa osservazione di caratte­
re generale non va però fraintesa; le società possono rige­
nerarsi ed in effetti lo fanno. Come sostiene Mark Elvin,
la Cina Imperiale si rinnovò dal punto di vista economico
e tecnico per molti secoli prima di raggiungere ciò che egli
definisce una «trappola di equilibrio ad alto livello» pro­
dotta dalla diminuzione dei profitti e dalla stagnazione
tecnologica7. La Gran Bretagna si è ripresa varie volte nel
corso di tre secoli prima di entrare in una fase di declino
verso la fine del X IX secolo. Per usare le parole di W. Ar­

6 C. M. Cipolla (a cura di), The Economie Decline of Empires, London, Me-


thuen, 1970, p. 7.
7 M. Elvin, The Pattern o f thè Chinese Past, Stanford, Stanford University
Press, 1973, p. 314.

229
Equilibrio e declino

thur Lewis, fu «presa in una serie di trappole ideologiche


(e) tutte le strategie a sua disposizione (per rinnovare l’e­
conomia) le erano in un modo o nell’altro precluse»8. A
questo punto la Gran Bretagna fu superata economicamente
e militarmente da società più giovani e innovatrici.
Un altro tipo di mutamento interno che conduce al de­
clino economico e politico è dovuto al fatto che il costo
delle tecniche militari più sofisticato tende a salire, secon­
do quella che molti autori hanno chiamato la «legge del­
l’aumento dei costi di guerra». Adam Smith è stato forse
il primo ad osservare che con l’invecchiamento di una ci­
viltà le spese di guerra tendono a salire con un ritmo sem­
pre più rapido9. Con l’aumentare delle spese militari e la
diffusione di tecnologie militari ai concorrenti in ascesa,
i costi che lo stato dominante deve sostenere per mante­
nere il sistema crescono con il passare del tempo. L ’aumento
delle spese per la sicurezza rappresenta un carico sempre
più pesante per le risorse della potenza dominante. I con­
trasti sulle priorità finanziarie dei consumi, degli investi­
menti e della protezione diventano sempre più violenti pro­
vocando una grave crisi fiscale.
L ’opulenza sembra avere inoltre effetti negativi sul tem­
peramento militare. Come hanno notato Brooks A dam s10
e altri, un’élite più pacifica dedita al commercio prende il
posto del guerriero conquistatore. A causa della competi­
zione proveniente da altri settori per le scarse risorse e la
manodopera sono necessari maggiori incentivi monetari per
indurre uomini e donne in giovane età a rinunciare ai pia­
ceri della vita borghese per quella irreggimentata delle ca­
serme. I Romani furono costretti ad assoldare dei merce­
nari per difendere le frontiere; le forze armate americane
tendono sempre più a diventare un corpo composto dalle
persone meno istruite e qualificate. Di conseguenza, in una

8 W.A. Lewis, Growth and Tluctuations 1870-1913, London, Alien and Un-
win, 1978, p. 133.
9 A. Smith, The Wealth of Nations, New York, Modern Library, 1937, p.
653-669, trad. it., La ricchezza delle Nazioni, Roma, Newton Compton, 1976.
10 B. Adams, The Law of Civilization and Decay: An Essay on History, New
York, Alfred A. Knopf, 1943.

230
Equilibrio e declino

società opulenta i costi del potere militare tendono a sali­


re con un ritmo sproporzionato, mentre diminuisce il li­
vello qualitativo delle forze armate.
Nonostante le attuali critiche rivolte allo «stato guer­
rafondaio» sembra che oggi i costi militari tendano a cre­
scere meno che nel passato rispetto al reddito nazionale n.
Contemporaneamente all’aumento della capacità distrutti­
va della guerra si è avuto un calo dei costi relativi del po­
tere militare; in altre parole, la protezione richiede una fetta
più sottile del reddito nazionale. Ciò è dovuto alla miglio­
re efficienza delle armi moderne e alla sicurezza di cui la
maggior parte degli stati ha goduto prima grazie alla Pax
Britannica e di cui gode ora grazie alla Pax Americana. Inol­
tre, i costi relativi che questi stati egemoni si sono dovuti
accollare per garantire i beni collettivi sono stati inferiori
allo standard storico. Questo dato ha indotto uno studio­
so a pensare che la diminuzione delle spese per la prote­
zione sia responsabile almeno in parte del tasso di crescita
economico senza precedenti che si è verificato nel mondo
moderno1112. Ciò non vuol dire che le spese per la prote­
zione siano diventate trascurabili o che non siano in con­
correnza con quelle destinate al welfare o ad altri scopi
sociali13. Anzi, in un’epoca in cui le aspettative economi­
che e sociali sono in rapida ascesa questo contrasto è di­
ventato più acuto specialmente nel caso in cui, per un qual­
siasi motivo, il tasso generale di crescita economica subi­
sca un rallentamento.
Un terzo tipo di mutamento interno che mina il pote­
re e la ricchezza di uno stato è la tendenza generale dei
consumi privati e pubblici a crescere più rapidamente del
prodotto nazionale lordo con l’aumentare dell’opulenza della

11 G. Kennedy, The Economics ofDefence, London, Faber and Faber, 1975,


p. 80; A.S. Milward, Economy and Society, 1939-1945, Berkeley, University of
California Press, 1977, p. 3.
12 F.C. Lane, Economie Consequences of Organized Violence, in «The Jour­
nal of Economie History», 18 (1958), p. 413.
13 Con quest’affermazione non si intende dire che la capacità distruttiva della
guerra sia diminuita. Al contrario, può essere stata proprio la maggiore capacità
distruttiva delle armi moderne a far diminuire le spese per la sicurezza.

231
Equilibrio e declino

società. La domanda di beni di consumo e di servizi au­


menta e si diffonde in tutta la gerarchia sociale. Una rego­
la generale dell’evoluzione sociale è che le masse cominci­
no a chiedere di condividere le comodità di cui godono le
élite 14. I consumi privati, specialmente nelle classi più al­
te, aumentano così come aumentano gli stanziamenti per
il welfare pubblico, sia in forma di panem et circenses, co­
me nel mondo antico, che in forma di assistenza sanitaria
per le classi meno abbienti e di assistenza sociale per gli
anziani nel mondo moderno15. L ’evidente universalità di
questa tendenza del settore pubblico ad espandersi più ra­
pidamente della economia nel suo complesso è nota da tem­
po agli studiosi della finanza pubblica come «legge di Wag­
ner dell’espansione della spesa pubblica» 16.
La tendenza della spesa pubblica per il settore milita­
re, e ancor più per il welfare, a crescere e ad indebolire
l’economia produttiva è la conclusione a cui giunge uno dei
pochi studi comparativi dedicato al declino delle potenze
imperiali:
Non disponiamo di dati quantitativi affidabili che ci consentano di
stabilire la composizione della spesa pubblica nella maggior parte degli
imperi maturi del passato, ma non è difficile credere che le strutture
della spesa pubblica siano state notevolmente diverse. In un luogo può
essere stata la costruzione di templi e piramidi a pesare sull’economia;
in un altro le stravaganze di una dinastia di governanti possono avere
gravato sull’erario pubblico; in un altro le spese militari e amministrati­
ve possono aver assorbito una fetta sempre più ampia del prodotto na­
zionale lordo. Il fatto fondamentale rimane quello che i consumi pubblici
negli imperi maturi mostrano una netta tendenza a crescere.
Il fenomeno si riflette nell’aumento della tassazione. Una delle ca­
ratteristiche più comuni degli imperi nell’ultima fase del loro sviluppo

14 C. M. Cipolla, The Economie Veciine o f Empires, cit., p. 4.


15 W.A. Lewis, The Theory o f Economie Growth, New York, Harper and
Row, 1970, pp. 239, 396.
16 Adolph Wagner, economista tedesco della metà del diciannovesimo seco­
lo, ha scritto una serie di articoli sull’argomento. Studi recenti tendono a dar
ragione alla sua analisi, benché il fenomeno possa essere ciclico anziché lineare
(si veda Public Pìnance, voi. 26, n. 1, 1971). Per la recente esperienza america­
na si veda Samuel Huntington (The Public Interest, n. 41, autunno 1975). Ironia
della sorte, gli stati dei «lavoratori» del blocco sovietico godono del vantaggio,
rispetto alle economie dei paesi capitalisti, di poter arrestare i consumi delle masse
a favore degli investimenti per la difesa e il settore militare.

232
Equilibrio e declino

è la tendenza dello stato a pompare sempre più ricchezza dall’econo­


mia. Nel tardo Impero Romano la tassazione raggiunse livelli tali da co­
stringere molti contadini ad abbandonare la terra, contadini ai quali dopo
che avevano pagato le imposte dovute non rimaneva quasi più nulla per
nutrire i propri figli. Nella Spagna del XVI secolo i proventi di due
tassazioni, l’alcabala e la millones (introdotta nel 1590), aumentarono
più di cinque volte dal 1504 al 1599. E vero che nel frattempo l’indice
generale dei prezzi si era più che triplicato, ma è anche vero che men­
tre i proventi ricavati dall’alcabala rappresentavano nel 1504 circa l ’85
per cento delle entrate governative, nel 1596 il gettito rappresentava
solo il 25 per cento. Degli Italiani del XVI secolo Pynes Moryson scri­
veva che erano sottoposti a «spietate esazioni, che li facevano soffrire
come la schiavitù d’Egitto». I dati relativi alle entrate fiscali non dico­
no però sempre tutta la verità. Nel tardo Impero Romano, nel tardo
Impero Bizantino e nella Spagna del XVII secolo l’inflazione era in­
controllata. La svalutazione della moneta è solo un’altra forma di tassa­
zione. Il declino dell’Italia nel XVII secolo fu eccezionale solo nel sen­
so che l’inflazione non faceva parte dello scenario

Un quarto tipo di cambiamento strettamente collegato


ai precedenti è un cambiamento strutturale nel carattere
dell’economia. Come sostiene Colin Clark in The Condi-
tions of Economie Progress1718 l’evoluzione di un’economia,
e specialmente di un’economia moderna, tende a seguire
un corso prevedibile. Nella prima fase la maggior parte della
forza lavoro è impegnata in agricoltura. In un’economia più
sviluppata essa è impegnata nel settore industriale e in un’e­
conomia matura, infine, nel cosiddetto settore dei servizi
(professioni, settore bancario, ecc.). Benché una economia
di servizi continui a crescere attraverso gli investimenti in
conoscenze e capitale umano, le industrie di servizi tendo­
no ad avere un tasso di crescita di produttività più basso
di quelle manufatturiere 19. Un’economia di servizi, come
quella della Gran Bretagna verso la fine del X IX secolo
e quella degli Stati Uniti alla fine del X X , tende a passare
per una fase di calo produttivo e di ritardo economico ri­
spetto al suo stesso passato e ad altre meno sviluppate eco­

17 C.M. Cipolla, The 'Economie Decime o f Empires, cit., pp. 6-7; corsivo ag­
giunto.
18 C. Clark, The Conditions o f Economie Progress, London, Macmillan, 1957.
19 W.W. Rostow, Getting from Here to There, New York, McGraw-Hill,
1978, p. 172.

233
Equilibrio e declino

nomie in fase di industrializzazione. Un quinto tipo di mu­


tamento interno, e uno dei più importanti, che indeboli­
sce lo stato è l’influenza «corruttrice» dell’opulenza. Come
hanno messo in evidenza Gibbon, Montesquieu, Polibio e
altri autori classici la prosperità che nasce dalla conquista
politica o dalla crescita economica conduce alla «perdita di
virtù morali» e infine al declino20. Usando un linguaggio
più moderno il declino economico e quello politico sono
caratterizzati da mutamenti psicologici. Valori sociali, at­
teggiamenti e comportamenti cambiano in modo tale da ri­
durre l’efficienza dell’economia e la dedizione di individui
e gruppi al bene comune. Interessi pubblici e privati pri­
ma convergenti ora divergono a detrimento del potere e
del benessere della società.
In questi periodi di declino i conservatori lamentano
la corruzione della fibra morale della società. La loro con­
danna dei contemporanei fa ricorso nei secoli sempre ad
argomenti simili: il trionfo dei diritti individuali sulla re­
sponsabilità sociale, dell’uguaglianza livellante sulla creati­
vità, della vita comoda sul duro lavoro, delle burocrazie sta­
tali sulle imprese produttive, della perdita di forza di vo­
lontà sulla fermezza, e così via21. Lo studioso dotato di
discernimento dovrebbe guardarsi dal prendere per oro co­
lato tali giudizi moraleggianti. Ma il ricorrere di questi fat­
tori nelle società in fase di declino ci fa pensare che ci sia
qualcosa di vero in ciò che Cipolla ha chiamato «l’effetto
della terza generazione». «In ogni buona famiglia c’è la ge­
nerazione che costruisce una fortuna, la generazione che
la conserva e la generazione che dissipa il patrimonio ac­
cumulato. In questo senso le società non sono molto di­
verse dalle famiglie»22.
L ’aspetto forse peggiore di questa «corruzione» (il ter­
mine viene usato nel suo significato classico di decomposi­
zione) è il fatto che gli appartenenti ai popoli che deten­

20 J. de Romilly. The Rise and Fall of States According to Greek Authors, Ann
Arbor, University of Michigan Press, 1977, p. 82.
21 Per una elencazione di questi temi si veda il recente libro di M. Silver,
Affluence, Altruism and Atrophy, New York, New York University Press, 1980.
22 C.M. Cipolla, The Economie Decline o f Empires, cit., p. 12.

234
Equilìbrio e declino

gono la posizione di dominio incominciano a credere che


.il mondo che essi (o meglio i loro progenitori) hanno creato
rappresenti un ordine giusto, naturale e voluto da Dio. Per
costoro e l’idea che il mondo che essi governano e in cui
occupano una posizione privilegiata potrebbe essere diver­
so è inconcepibile. La bontà e i benefici dello status quo,
per come lo conoscono, sono per loro così ovvii da indurli
a pensare che tutte le persone ragionevoli debbano ricono­
scerne il valore e la necessità di preservarlo. Una tale con­
vinzione impedisce loro di prendere atto delle giuste richieste
di concorrenti in ascesa o di fare i sacrifici necessari per
difendere il loro mondo minacciato. Così, ad esempio, E.H.
Carr accusa i suoi connazionali inglesi negli anni Trenta di
non essere andati incontro alle giuste richieste della Repub­
blica di Weimar (affrettandone la fine) e di non essere stati
pronti a sacrificare la vita per fermare Hitler. Al momento
della crisi, nel 1939, il mondo apparentemente senza fine
della potenza e del privilegio britannico crollò23.
Questi mutamenti interni (diminuzioni del tasso di cre­
scita economica, aumento dei costi di produzione, dei con­
sumi pubblici e privati, spostamento strutturale verso i ser­
vizi, effetti negativi dell’opulenza e della superiorità) si
manifestano sotto forma di conflitto politico sempre più
grave a proposito della distribuzione del reddito naziona­
le tra protezione, consumi e investimenti. Si tratta natu­
ralmente del conflitto classico tra burro e fucili o meglio
tra burro, fucili o produttività. Quando una potenza do­
minante invecchia, il conflitto tra queste tre esigenze tra­
sforma una politica di crescita relativamente benigna in
una virulenta politica di distribuzione.
Benché l’aumento della ricchezza e il progresso della
società provochino inevitabilmente delle crepe nel tessuto
sociale, queste possono essere arginate finché il reddito del­
la società continua a crescere. Una crescita generale della
ricchezza, che provenga dalle imposte, dalla crescita eco­
nomica o da altre fonti, serve a smorzare il conflitto sulla

23 E .H . Carr, The Twenty Years' Crisis, 1919-1939. An Introductìon to thè


Study o f International Relations, London, Macmillan, 1951.

235
Equilibrio e declino

ripartizione delie risorse. Man mano che il flusso delle im­


poste o della crescita economica rallenta, però, il conflit­
to sulle quote relative di surplus economico si inasprisce,
nonostante le dannose conseguenze per il benessere gene­
rale della società. Di conseguenza i periodi di declino ten­
dono ad essere caratterizzati da un inasprimento dei con­
flitti interni di natura sociale e politica, che a loro volta
indeboliscono la società, come avviene oggi in Gran Bre­
tagna e forse domani negli Stati Uniti.
Questa lotta a tre per la priorità (protezione, consumi
e investimenti) crea un profondo dilemma per la società.
Se si eliminano i consumi, si possono scatenare gravi ten­
sioni sociali e lotte di classe; le guerre sociali hanno lace­
rato il tessuto sociale e indebolito molte grandi potenze
di una volta. Se la società trascura le spese della difesa,
la debolezza esterna condurrà inevitabilmente alla sua scon­
fitta ad opera di potenze in ascesa. Se la società non ri­
sparmia e non reinveste una quota sufficiente del suo sur­
plus nell’industria o in agricoltura la sua base economica
e la sua capacità di sostenere i consumi o la protezione
diminuirà.
Un esempio classico di stato intrappolato nel dilemma
delle risorse è quello dei Paesi Bassi nel XVII secolo. Nei
decenni centrali di quel secolo la repubblica olandese era
la potenza finanziaria e industriale dominante in Europa.
Sui mercati mondiali le merci olandesi superavano la con­
correnza di tutte le altre; le navi olandesi erano tecnica-
mente superiori e Amsterdam era il principale mercato fi­
nanziario europeo. Col finire del secolo, però, gli olandesi
furono costretti a parare i colpi inferti da un numero cre­
scente di nemici esterni logorando la propria base indu­
striale. Le spese per la difesa aumentarono insieme con
le imposte fondiarie che servivano a finanziare la flotta
e l’esercito. Naturalmente salì anche il costo dei generi
alimentari e con esso le richieste di salari più elevati. Il
declino industriale e la spinta inflazionistica dovuta agli
aumenti salariali fecero diminuire la concorrenzialità delle
merci olandesi sui mercati mondiali. Di conseguenza, ben­
ché i Paesi Bassi non avessero subito un declino in termi­

236
Equilibrio e declino

ni assoluti, la perdita di ampi margini di profitto e del sur­


plus economico alla fine portarono ài tramonto di questa po­
tenza ad opera del più efficiente rivale britannico24.
La capacità da parte di uno stato di superare una tale
grave crisi fiscale influenza profondamente la sua vitalità
a lungo termine. In generale il tasso di consumi manife­
sta la tendenza a crescere a spese della protezione o degli
investimenti, in quanto è molto difficile gestire politica-
mente la soppressione dei consumi e costringere una so­
cietà a ridurre le proprie aspettative economiche. Ciò non­
dimeno, come mostreremo nel prossimo capitolo, alcune
società hanno escogitato delle soluzioni al dilemma del­
l’aumento della domanda e delle scarse risorse che hanno
consentito loro di sopravvivere per centinaia di anni in
un ambiente ostile.

2. I fattori esterni che influenzano il declino politico


La seconda serie di fattori che indebolisce la posizio­
ne di una potenza dominante è costituita da elementi ester­
ni, che appartengono all’ambiente materiale e politico. I
mutamenti dei fattori militari, tecnologici ed economici so­
no esattamente gli stessi che abbiamo esaminato prima nel
render conto della crescita differenziata di potere tra gli
stati. Lo scopo è, comunque, quello di considerare questo
processo di mutamento dei rapporti di potere dal punto
di vista del declino della potenza dominante. Questo pro­
cesso di declino politico comporta due sviluppi ad esso col­
legati: l’aumento dei costi del dominio politico e la perdi­
ta della leadership economica e tecnologica.

2.1. Aumento dei costi del dominio politico


Il principale fattore esterno che indebolisce la posizio­
ne dello stato dominante è costituito dall’aumento dei co­
sti del dominio politico. Si è già detto che le spese per

24 C. Wilson, Economìe History and thè Historian. Collected F.ssays, Lon­


don, Weidenfeld and Nicolson, 1969.

237
Equilibrio e declino

la protezione tendono a salire in seguito ai mutamenti eco­


nomici interni e all’aumento dei costi delle armi più effi­
cienti. Le spese per la protezione tendono a salire anche
in seguito ai cambiamenti verificatisi nell’ambiente inter­
nazionale, tra cui in primo luogo degli spostamenti svan­
taggiosi nella distribuzione internazionale del potere. L ’au­
mento del numero e della forza delle potenze rivali co­
stringono lo stato dominante a consumare più risorse per
mantenere la sua superiorità militare o politica.
Più sopra si è detto che un impero o uno stato ege­
mone cerca di espandere o aumentare il suo controllo sul
sistema internazionale se ciò torna a suo vantaggio for­
nendo protezione in cambio di introiti. La teoria dei beni
pubblici, però, ci dice che il fornitore di tali beni tende
a pagare troppo25. Dato che la potenza dominante difen­
derà lo status quo nel proprio interesse, gli stati meno po­
tenti non saranno stimolati a pagare la loro «giusta» quo­
ta di queste spese per la difesa (problema del free-rìder).
Nel V secolo a.C. ciò scatenò una contesa tra Atene e
i suoi alleati «ingrati» rispetto alla comune difesa contro
i Persiani. La rivoluzione americana iniziò con gli sforzi
intrapresi dalla Corona britannica per costringere i suoi
«ingrati» coloni a pagare la «giusta» quota nella difesa con­
tro gli Indiani e i Francesi. E nel mondo contemporaneo
sia gli Americani sia i Russi si lamentano di dover difen­
dere alleati «ingrati».
L ’aumento dei costi della protezione e il fatto che sia
gli imperi sia le potenze egemoni tendono a pagare prezzi
troppo alti significano che col tempo le spese per la pro­
tezione dello status quo aumentano più rapidamente dei
vantaggi economici offerti dallo status quo. Alla fine, i pro­
venti della continua espansione politica, territoriale ed eco­
nomica sono insufficienti per coprire le spese per il man­
tenimento di una posizione imperiale o egemone. Con l’au­
mentare dei costi e il diminuire delle entrate impero ed
egemonia diventano sempre meno redditizi. E, come in

23 M. Olson e R. Zeckhauser, Ari Economie Theory o f Alliances, in «The


Review of Economics and Statistics», 48 (1966), p. 266-279.

238
Equilibrio e declino

ogni impresa, anche in questo caso una diminuzione del


saggio di profitto è segno di una potenziale bancarotta.
Il fatto che lo status quo diventi sempre meno redditi­
zio impone notevoli carichi fiscali agli imperi e alle po­
tenze egemoni. I costi derivanti dall’esercito, dalla flotta
e dalle guerre all’estero rappresentano tutte spese non pro­
duttive e un drenaggio della bilancia dei pagamenti. Per
affrontare queste spese per la protezione è necessario creare
un surplus economico e l’acquisizione di quella che oggi
diremmo «valuta forte». Questo problema finanziario, se
non risolto, mina la posizione economica e militare della
potenza imperiale o egemone.
Una delle principali differenze tra le relazioni interna­
zionali premoderne e quelle moderne consiste nella ma­
niera in cui le potenze dominanti gestiscono questo onere
finanziario. Nelle società preindustriali i costi per il man­
tenimento dell’impero erano coperti dalla ricchezza pro­
veniente dalla agricoltura e dai metalli preziosi (l’unica va­
luta forte del tempo) acquisiti attraverso saccheggi o la
tassazione del commercio sulle lunghe distanze. In queste
condizioni le risorse economiche disponibili erano costi­
tuite innanzitutto da terreni fertili, dal possesso di minie­
re di oro o di argento o dal controllo di rotte commercia­
li lucrative. Queste fonti di ricchezza erano estremamen­
te vulnerabili ed elementi fortuiti potevano spesso svolge­
re un ruolo determinante nell’ascesa e nel declino degli
imperi.
Nel mondo moderno si è fatto fronte agli oneri finan­
ziari derivanti dal mantenimento dell’impero e dell’egemo­
nia in diversi modi. La rivoluzione economica all’interno
e la nascita di un mercato internazionale hanno fatto sor­
gere una grande fiducia nella capacità della crescita eco­
nomica di produrre il necessario surplus economico e nel­
la capacità del commercio internazionale (così come degli
investimenti all’estero e della vendita di servizi) di assicu­
rare valuta forte. Le potenze dominanti del mondo mo­
derno hanno così finanziato i costi derivanti dall’egemo­
nia con tassi di crescita economica rapida e condizioni com­
merciali e di investimenti favorevoli a livello internazio-

239
Equilibrio e declino

naie. In questo modo hanno avuto a disposizione il sur­


plus economico sufficiente a far fronte sia alle spese per
la protezione sia ai consumi e agli investimenti, e hanno
avuto rapporti commerciali, investimenti o surplus di ser­
vizi sufficienti per coprire gli oneri derivanti dalla bilan­
cia dei pagamenti dovuti al mantenimento dell’egemonia.
Si può seguire meglio questo mutamento della base finan­
ziaria dell’egemonia attraverso una breve rassegna storica.
L ’età del mercantilismo nel XVII e nel XVIII secolo
vede la transizione dal sistema premoderno a quello mo­
derno. I primi imperi d’oltremare creati dagli stati nazio­
nali europei furono quello spagnolo e quello portoghese,
basati sul saccheggio e sulla raccolta dei tributi. Così fu
anche per le prime colonie britanniche e francesi in In­
dia. Col tempo, però, l’Olanda, la Gran Bretagna e altri
stati crearono un nuovo tipo di impero fondato sul com­
mercio. Questi imperi solo mercantili composti dalla ma­
drepatria e dalle colonie d’oltremare erano basati sullo
scambio tra manufatti europei e sostanze alimentari e mi­
nerali delle colonie. I mercanti della potenza coloniale ri­
cavavano notevoli profitti anche dalla lucrativa attività di
spedizionieri, un commercio incoraggiato e protetto dallo
stato perché ne stimolava la crescita interna alimentando
la potenza navale e facendo affluire riserve auree nelle casse
della- nazione.
Le svariate teorie mercantiliste subordinavano tutte al­
meno in parte l’economia alla percezione della sicurezza
e del welfare dello stato e della società. Le misure e le
pratiche invocate da autori e statisti fautori del mercanti­
lismo miravano alla creazione di un forte stato nazionale
e di una economia nazionale solida. Il mercantilismo mi­
rava in effetti alla sicurezza attraverso mezzi economici.
A quei tempi ciò significava stimolare il commercio e la
produzione mediante il protezionismo.
Il mercantilismo rifletteva e costituiva una risposta agli
sviluppi politici, economici e militari del primo periodo
dell’era moderna: l’emergere di forti stati nazionali in con­
correnza tra di loro, l’affermarsi di una classe media de­
dita prima al commercio e poi sempre più alla produzione

240
Equilibrio e declino

industriale e l’accelerazione delle attività economiche in


seguito ai mutamenti verificatisi in Europa e alla scoperta
del Nuovo Mondo. La creazione di un’economia di mer­
cato monetaria e il mutamento della natura della guerra,
definiti come «rivoluzione militare»26, sono stati anche
fattori di importanza determinante.
Per i fautori del mercantilismo una bilancia commer­
ciale favorevole era sinonimo di potenza nazionale. Tutto
ciò era reso necessario dalla presenza di eserciti perma­
nenti che diventavano sempre più dispendiosi e avevano
bisogno di una burocrazia che li sorreggesse. Nella nuova
situazione gli stati nazionali dovevano disporre di notevo­
li quantità di riserve auree per finanziare sia i nuovi eser­
citi di professionisti sia il drenaggio della bilancia dei pa­
gamenti dovuto alle campagne estere. Il denaro o l’oro di­
venne la conàìtio sine qua non del potere nazionale. Il com­
pito primario della politica economica estera era quello di
finanziare le crescenti esigenze della politica estera.
Una delle più importanti e paradossali conseguenze della
rivoluzione militare fu la minore autosufficienza e la mag­
giore dipendenza dall’economia mondiale delle grandi po­
tenze europee. Il formarsi di eserciti di professionisti e
le nuove tecnologie di guerra richiedevano rifornimenti di
materiale bellico, come provviste navali e salnitro per la
polvere da sparo reperibili spesso solo all’estero o con l’e­
sportazione di lingotti d ’oro. I fautori del mercantilismo
erano soddisfatti del fatto che l’economia internazionale
era diventata una fonte importante per la potenza mate­
riale e finanziaria della nazione. Le guerre commerciali fre­
quenti e apparentemente futili erano in realtà contese per
l’accesso ai mercati e per il controllo degli stessi, per le
fonti di ricchezza, i rifornimenti di materiale bellico da
cui dipendeva la sicurezza nazionale. Questa perdita del­
l’autosufficienza e la conseguente vulnerabilità contribui­
vano ad aumentare l’insicurezza statale.
Gli imperi mercantili creati dalle potenze dell’Europa
settentrionale e caratteristici di questo periodo rifletteva­

26 M. Roberts, The Military Revolution 1560-1660, Belfast, Boyd, 1956.

241
Equilibrio e declino

no questa nuova insicurezza e dipendenza dai commerci


e dai mercati per l’acquisizione di ricchezze e materiale
bellico. Si trattava fondamentalmente di imperi commer­
ciali più che di imperi basati sui tributi come quelli degli
Assiri o dei Romani. Gli stati europei consideravano i lo­
ro possedimenti coloniali come fonti sicure di materie prime
(oro, pellicce, legname, zucchero, tabacco, ecc.) e come con­
sumatori del loro crescente output di prodotti. Scopo de­
gli Atti della Navigazione e di altri atti che regolavano
il commercio era appunto quello di «regolare il commer­
cio coloniale in modo tale che le materie prime venissero
prodotte per la madre patria e i prodotti dell’industria ma-
nufatturiera venissero acquistati presso quest’ultima»27.
Durante il periodo di dominio degli imperi mercantili
crebbe anche il commercio tra gli stati europei. In verità,
prima della rivoluzione industriale, l’integrazione econo­
mica internazionale procedeva ad un ritmo più veloce di
quella nazionale. Solo nel X IX secolo, con il miglioramento
dei trasporti terrestri (soprattutto con le ferrovie), con lo
sviluppo industriale e l’avvento di forti stati nazionali, l’in­
tegrazione economica nazionale potè tenere il passo con
quella internazionale. Quando ciò avvenne nel X IX seco­
lo, l’efficienza dell’economia interna e le favorevoli ragio­
ni di scambio e condizioni di investimento divennero il
mezzo principale per finanziare gli oneri derivanti dal man­
tenimento dell’egemonia.
In seguito alla rivoluzione industriale e all’emergere di
un centro industriale in Gran Bretagna, gli Inglesi diede­
ro vita ad un nuovo tipo di economia internazionale ba­
sata sulla specializzazione, sul libero commercio multilate­
rale e su una divisione internazionale del lavoro. Inizial­
mente questa divisione internazionale del lavoro era basa­
ta su un centro industriale in Gran Bretagna, che espor­
tava i prodotti dell’industria manufatturiera ad una peri­
feria non industrializzata che gli forniva in cambio alimenti
e materie prime. In seguito, con l’emergere di altri centri

27 E .S. Morgan, The Birth of thè Repuhlic 1763-1789, Chicago, University


of Chicago Press, 1956, pp. 8-9.

242
Equilibrio e declino

industriali in Europa occidentale, America settentrionale


e altrove, si creò una divisione del lavoro basata sulla spe­
cializzazione industriale tra gli stessi paesi industrializza­
ti. E queste caratteristiche essenziali dell’interdipendenza
hanno continuato a caratterizzare l’economia mondiale an­
che nel X X secolo.
All’inizio la Gran Bretagna fu in grado di finanziare
il mantenimento della sua posizione egemone con i profit­
ti che ricavava dai commerci. Dopo il 1870, nonostante
il peggiore andamento della bilancia commerciale (che di­
ventò poi decisamente negativo), la Gran Bretagna conti­
nuò a godere di un surplus della bilancia dei pagamenti
grazie alle entrate provenienti dagli investimenti d’oltre­
mare, alla vendita di servizi e ai vantaggi dovuti al ruolo
internazionale della sterlina. Sfortunatamente, per ragioni
che qui non possiamo analizzare, la base industriale su cui
si poggiava la potenza britannica si deteriorò nel corso di
quegli anni, rendendola sempre più incapace di mantene­
re la sua posizione di dominio globale di fronte alla sfida
delle potenze emergenti. Nel prossimo capitolo esamine­
remo la risposta britannica a questo squilibrio tra risorse
e impegni.
Gli Stati Uniti, una volta occupato il posto della Gran
Bretagna come potenza egemone globale, inizialmente non
si trovarono di fronte al consueto problema del come fi­
nanziare la posizione di dominio. Alla fine della seconda
guerra mondiale la supremazia economica e militare degli
Stati Uniti era tale da porre ad economisti e funzionari
il problema opposto: ovvero come garantire un flusso suf­
ficiente di risorse finanziarie dagli Stati Uniti agli altri paesi
per mantenere in equilibrio l’economia internazionale (il
cosiddetto problema della mancanza di dollari). Nel giro
di pochi decenni la ripresa dell’economia giapponese e di
quella europea e la crescita inattesa della potenza militare
sovietica capovolsero una situazione inizialmente così fa­
vorevole per gli Stati Uniti.
La storia non permette in un periodo di tempo relati­
vamente breve capovolgimenti più radicali di quello subi­
to dagli Stati Uniti nei decenni successivi alla seconda guer­

243
Equilìbrio e declino

ra mondiale. La ritrovata competitività dell’Europa e del


Giappone provocò una riduzione del surplus della bilan­
cia dei pagamenti nello stesso momento in cui la sfida mi­
litare sovietica faceva aumentare le spese per il manteni­
mento dello status quo internazionale. La differenza con
gli oneri finanziari della Pax Britannica è particolarmente
degna di nota, come mostrano le seguenti osservazioni di
Harold e Margaret Sprout:
All’apice della potenza britannica, le spese militari totali nel de­
cennio 1860 ammontavano in media a meno di 30 milioni di sterline
all’anno. Calcolando l’inflazione e il cambio ciò significa una cifra com­
presa tra l’ I e il 2 per cento della media delle spese militari statuni­
tensi negli anni Cinquanta e all’inizio degli anni Sessanta. In breve,
i governi inglesi della metà del X IX secolo mantenevano un impero
mondiale [...] ed esercitavano sulle altre nazioni un’influenza pari, se
non più grande, a quella che gli Stati Uniti possono oggi esercitare
con un costo reale da cinquanta a cento volte maggiore 28.

Durante il primo decennio della cosiddetta guerra fred­


da gli Stati Uniti finanziarono i costi necessari per rivita­
lizzare l’economia mondiale e affrontare le contese con l’U­
nione Sovietica attingendo alle riserve finanziarie interna­
zionali dell’America e riducendo i consumi interni. Alla
fine della seconda guerra mondiale gli Stati Uniti detene­
vano una parte sostanziale delle riserve mondiali di oro
e potevano contare su un notevole surplus commerciale.
Fino al 1959, perciò, gli Stati Uniti furono in grado di
finanziare la ricostruzione delle economie degli alleati e
di tener a bada l’Unione Sovietica grazie al surplus com­
merciale e alle riserve di oro. Ma a partire dal 1959 que­
sto surplus non bastò più a finanziare la sola bilancia dei
pagamenti e nel giro di tre decenni gli Stati Uniti aveva­
no diminuito di molto le riserve auree e monetarie accu­
mulate nel corso del secolo.
Durante il secondo decennio della guerra fredda, che
va dal 1961 al 1971, gli Stati Uniti finanziarono la pro­
pria posizione militare e politica con il surplus commer­
ciale (che raggiunse l’apice nel 1967, per poi scendere in

28 H. Sprout e M. Sprout, National Priorities: Demands, Resources Dilem-


mas, in «World Politics», 24 (1972), pp. 311-312.

244
Equilìbrio e declino

' seguito) e stampando denaro. Il dollaro era diventato or­


mai la base del sistema monetario mondiale e gli Stati Uniti
i banchieri del mondo. Gli Stati Uniti avevano il controllo
della zecca e stampavano dollari per far fronte ai propri
bisogni internazionali: gli investimenti esteri delle società
americane, l’importazione di merci, gli aiuti esteri, il man­
tenimento di truppe all’estero, la guerra del Vietnam. Con
il sistema dei tassi di cambio fissi gli altri paesi erano ob­
bligati (e in molti casi lo desideravano anche) ad accettare
in pagamento questi dollari. In pratica, gli alleati dell’A­
merica concessero crediti agli Stati Uniti affinché finanzias­
sero la loro posizione mondiale spinti da interessi econo­
mici e di difesa. La crisi dell’economia mondiale negli an­
ni Ottanta (un argomento che oltrepassa l’ambito di que­
sto studio) è dovuta in parte al fatto che questo meccani­
smo di finanziamento sfociava nell’inflazione contribuen­
do ad indebolire la stabilità dell’economia mondiale29.

2.2. La perdita della leadership economica e tecnologica


Sia l’esperienza della Gran Bretagna sia quella degli
Stati Uniti ci presentano un altro sviluppo esterno che mina
la posizione dello stato dominante. Prima si è detto che
la crescita del potere di uno stato è dovuta ad una qual­
che forma di superiorità relativa che può essere di natura
organizzativa, economica, tecnologica, ecc. Nel mondo pre­
moderno tale superiorità si presentava per lo più sotto for­
ma di tecniche militari o di organizzazione politica. Nel
periodo moderno sono soprattutto i fattori economici ad
essere diventati una fonte importante di potere nazionale
e di superiorità. Sia nel mondo premoderno sia in quello
moderno la superiorità di uno stato in espansione stava
nelle sue capacità militari e/o produttive, e specialmente
nella tecnologia. Col tempo, però, tale superiorità tecno­
logica scompare e aumentano, man mano che essa dimi­
nuisce, i costi connessi alla posizione di dominio.

29 B.J. Cohen, Organizing thè World's Money, New York, Basic Books,
1977, pp. 90-107.

245
Equilibrio e declino

Le posizioni degli stati e degli imperi dominanti sono


state diverse in quanto ad entità dei costi della protezio­
ne e al tempo impiegato per giungere al declino. Queste
differenze possono essere ricondotte a fattori geopolitici,
tecnologici o sistemici. La longevità dell’Impero Bizanti­
no, per esempio, fu dovuta in parte al possesso di linee
interne di comunicazione a basso prezzo. La maggior lon­
gevità della Pax Britannica rispetto alla Pax Americana
si spiega in parte con la rapidità con cui i suoi concorren­
ti in campo economico e militare si sono impossessati dei
progressi tecnologici americani.
Come hanno notato diversi studiosi, le tecniche mili­
tari ed economiche dello stato dominante tendono stori­
camente a diffondersi ad altri stati del sistema o meglio
agli stati che si ritrovano alla periferia del sistema inter­
nazionale in questione30. Ciò vuol dire che attraverso
questo processo di diffusione agli altri stati la potenza do­
minante perde quella superiorità su cui si basava il suo
successo politico, militare o economico. In questo modo,
e spesso ancor più direttamente, la potenza dominante con­
tribuisce alla creazione dei suoi concorrenti. Come notava
lo stesso Marx, una delle maggiori forze di diffusione è
stato proprio l’imperialismo31. La potenza imperiale sti­
molava i popoli colonizzati ad apprendere le sue abitudini
facendo loro spesso conoscere tecniche militari, politiche
ed economiche molto progredite32.
Questo processo di trasmissione delle tecniche di po­
tere ad opera delle società più progredite, che trasforma
la distribuzione internazionale del potere, è ben sintetiz­
zato in The Economie Decline of Empires:
Una delle voci principali della spesa pubblica negli imperi maturi
è naturalmente la difesa. Un certo numero di fattori tra loro intercon­

30 Si veda S. Clough, The Rise and Tali o f Civilization, New York, Colum­
bia University Press, 1970; C.M, Cipolla, The Economie Decline of Empires,
cit.; W. McNeill, The Shape of European History, New York, Oxford Universi­
ty Press, 1974.
31 S. Avineri, Karl Marx on Colonìalism and Modemization, Garden City,
N .Y ., Anchor Books, 1969.
32 Si veda J. Fairbank, E. Reischauer e A. Craig, East Asia, The Modem
Transformation, Boston, Houghton Mifflin, 1965, p. 487.

246
Equilibrio e declino

nessi contribuisce all’espansione della spesa militare. Gli imperi non


vivono in uno spazio vuoto, bensì sono circondati da paesi che in un
modo o nell’altro ricavano dei vantaggi dall’esistenza stessa dell’impe­
ro. L ’economia fiorente e le tecnologie avanzate di un impero in espan­
sione sono destinati ad irradiare i propri benefici effetti al di là dei
confini dell’impero contribuendo allo sviluppo dei paesi vicini. Col tem­
po, questi vicini divengono una minaccia e costringono l’impero ad au­
mentare le spese militari. La storia di ciò che fece la Grecia nei con­
fronti dell’Egitto, le tribù germaniche a Roma, la Francia degli inizi
del XVI secolo all’Italia e l’Inghilterra alla Spagna e all’Olanda è mol­
to significativa a tal riguardo. D ’altro canto sono anche i più elevati
standard di vita all’interno dell’impero a far crescere i costi dell’eser­
cito. Nel mondo moderno i problemi economici non sono tanto quelli
connessi con il pagamento del personale quanto quelli connessi con le
costose attrezzature che diventano subito obsolete. Ma qualsiasi siano
i fattori specifici in gioco, il problema rimane sostanzialmente lo stes­
so: le spese militari contribuiscono in misura notevole alla crescita dei
consumi pubblici globali33.

La diffusione della tecnologia militare ed economica


da società più progredite a società meno progredite è un
elemento chiave della ridistribuzione internazionale del po­
tere. Benché la tecnologia sia costosa e non sia facile pro­
durla, una volta a disposizione si diffonde relativamente
presto. I tentativi di impedire che la tecnologia arrivi ai
propri concorrenti a lungo termine falliscono; che si tratti
di tecnologie militari come fuoco greco ed energia nuclea­
re o di tecnologie produttive come il telaio meccanico e
gli elaboratori elettronici non fa differenza34. Nel miglio­
re dei casi gli stati possono solo ritardare la diffusione delle
tecnologie che stanno alla base del proprio potere militare
o economico; ma non possono impedirla, specialmente ai
nostri giorni in cui la tecnologia si basa su conoscenze
scientifiche di facile acquisizione.
Nella società preindustriale la diffusione delle tecni­
che militari costituiva la causa principale del sorgere di
nuove potenze. In un’età caratterizzata da un ritmo lento
di crescita economica e tecnologica l’adozione di nuove
armi, di tattiche e forme di organizzazione richiedeva ra­

33 C.M. Cipolla, The Economie Decline o f Empires, cit., pp. 5-6.


34 II fuoco greco era un’arma segreta incendiaria dell’Impero Bizantino usata
contro le navi.

24 7
Equilìbrio e declino

ramente una complicata infrastruttura economica o tecni­


ca. La diffusione delle tecniche militari romane alle tribù
germaniche fu ad esempio uno dei più importanti fattori
che causarono il crollo dell’antica civiltà mediterranea35.
L ’acquisizione delle tecniche metallurgiche cinesi da parte
degli allevatori di cavalli mongoli delle steppe siberiane li
mise in grado di sottomettere la superiore civiltà cinese
ed altre civiltà ancora36. Nel mondo moderno, d ’altra
parte, una base economica e scientifica ben sviluppata è
una condizione preliminare molto importante per poter
adottare tecniche militari sofisticate. La gestione dell’eco­
nomia mondiale è diventata un importante fattore di dif­
fusione delle tecniche più progredite alle società meno svi­
luppate.
Nel precedente capitolo si è messo in evidenza il fat­
to che un’economia di mercato tende a favorire e a con­
centrare la ricchezza nel sistema economico più progredi­
to e più efficiente. Ciò è vero almeno a breve termine.
A lungo andare, invece, un’economia di mercato mondia­
le favorisce la diffusione della crescita economica in tutto
il sistema internazionale. Attraverso il commercio, gli in­
vestimenti esteri e il trasferimento di tecnologie le attivi­
tà economiche e di produzione di ricchezza tendono a dif­
fondersi dai vecchi ai nuovi centri di crescita economica.
Utilizzando i «vantaggi dell’arretratezza», di cui parlere­
mo più avanti, questi nuovi centri di solito raggiungono
e sorpassano il centro originario37.
Che questa diffusione avvenga o meno dipende dalla
capacità ricettiva della società e dalla sua disponibilità ad
apprendere. Per ragioni che vanno al di là delle nostre
attuali conoscenze, la capacità di apprendere da altri va­

35 C. Oman, A History o f thè Art of War in thè Middle Ages, 2 voli., New
York, Burt Franklin, 1924, p. 12.
36 M. Elvin, The Pattern of thè Chinese Past, Stanford, Stanford Universi­
ty Press, 1973, p. 18.
37 Questo processo di «polarizzazione e diffusione» con le sue implicazioni
per l’economia mondiale è stato trattato più dettagliatamente altrove (R. Gil-
pin, U.S. Power and thè Multinational Corporation, New York, Basic Books, 1975,
pp. 47-59).

248
Equilibrio e declino

ria da società a società. Si è notato più sopra che gli im­


peri mussulmani medievali non hanno mai adottato l’arti­
glieria in misura consistente. In altri casi (in modo evi­
dente il tardo Impero Cinese, il Giappone premoderno e
l’Europa moderna ai suoi inizi) le società hanno delibera­
tamente evitato l’adozione di tecniche militari progredite,
nel timore che armando i ceti sociali inferiori avrebbero
potuto sconvolgere la loro struttura sociale stratificata. D ’al­
tro canto, alcuni popoli, come i Romani nel mondo anti­
co, gli Europei, gli Americani e i Giapponesi nel mondo
moderno, sono stati bravissimi nell’apprendere dagli erro­
ri e dalle esperienze altrui. Una tale spiccata capacità di
imparare dagli altri è unita spesso alla crescita e all’espan­
sione di grandi stati e imperi.
Benché la capacità di apprendimento e di assorbimen­
to delle tecnologie militari e produttive vari da società a
società, le società meno progredite godono spesso di quelli
che Alexander Gerschenkron ha definito i vantaggi dell’ar­
retratezza38. Come nota Thorstein Veblen nella sua ope­
ra classica, Imperiai Germany and thè Industriai Revolu­
tion 39, una delle ragioni di questo vantaggio è che tali so­
cietà imitatrici, che hanno standard di vita inferiori e so­
no meno abituate allo spreco, possono usare in modo più
efficiente le tecnologie importate. Esse hanno a disposi­
zione, inoltre, le tecnologie più progredite e sperimenta­
te, mentre i costi connessi con la ricerca e lo sviluppo e
la presenza di interessi consolidati trattengono le econo­
mie più progredite dal sostituire le tecniche obsolete con
le ultimissime tecniche disponibili sul mercato. In questo
modo, con costi inferiori e avendo a disposizione risorse
non sfruttate e tecnologie equivalenti, le società sottosvi­
luppate riescono spesso a battere dal punto di vista eco­

38 L ’arretratezza, come è ovvio, non è sempre un vantaggio. Per un’analisi


di questa tematica si veda E. Ames e N. Rosenberg, Changing Technological
Leadership and Industriai Growth, in The Economics of Technological Change. Select-
ed Redings, a cura di Nathan Rosenberg, pp. 413-439, Middlesex, England, Pen-
guin, 1971.
3S T. Veblen, Imperiai Germany and thè Industriai Revolution, New York,
Viking Press, 1939.

24 9
Equilibrio e declino

nomico o militare la concorrenza di società più ricche e


sviluppate.
Nel linguaggio economico contemporaneo, la diffusio­
ne di attività industriali ed economiche dalle economie più
sviluppate a quelle meno sviluppate viene spiegata con la
«teoria del ciclo produttivo»40. Questa tendenza e il suo
significato storico furono già riconosciuti da Leon Trot-
sky, che può essere considerato uno dei primi teorici del­
lo sviluppo economico. Uno sviluppo irregolare, sostiene
Trotsky, caratterizza i progressi di tutti i paesi arretrati.
«Dalla legge universale della irregolarità deriva un’altra leg­
ge che, in assenza di una migliore definizione, chiamere­
mo legge dello sviluppo combinato — con la quale si in­
tende una combinazione delle diverse tappe del cammino,
un accorpamento di fasi separate, un amalgama di forme
arcaiche e forme più contemporanee»41. Benché riferita
essenzialmente all’età contemporanea, la legge dello svi­
luppo combinato può valere anche per le società precedenti.
Trotsky respinge la concezione marxista ortodossa se­
condo la quale ogni società deve passare attraverso le stesse
fasi di sviluppo che hanno contraddistinto le società capi­
talistiche europee. Anche se l’impatto del capitalismo può
portare alla modernizzazione di un paese arretrato, que­
st’ultimo si può modernizzare solo amalgamando le forme
arretrate con quelle più progredite. Nell’adottare forme
nuove la società sottosviluppata potrà saltare tappe stori­
che, sfruttare le esperienze delle società più progredite ed
in tal modo superarle.
Benché costretto a seguire i paesi più progrediti, il paese arretrato
non passa attraverso le stesse fasi di sviluppo. Il privilegio dell’arretra­
tezza storica — e un tale privilegio esiste — permette, o piuttosto
forza, l’adozione di quello che è disponibile saltando una serie di stadi
intermedi. I selvaggi rinunciano immediatamente ad archi e frecce per
imbracciare i fucili senza dover attraversare tutte le fasi che si sono
frapposte fra queste due armi nel passato. I coloni europei in America
non ricominciarono daccapo la storia. Il fatto che Germania e Stati

40 R. Vernon, Sovereignty at Bay. The Multinational Spread o f U.S. Enterpri­


ses, New York, Basic Books, 1971.
41 L. Trotsky citato da B. Knei-Paz, The Social and Politicai Thought of
Leon Trotsky, Oxford, Clarendon Press, 1978, p. 89.

250
Equilìbrio e declino

Uniti abbiano superato economicamente l’Inghilterra è stato reso pos­


sibile dalla grande arretratezza del loro sviluppo capitalistico 4243.

Il trasferimento di tecniche sofisticate dalle società più


progredite a quelle meno progredite è indubbiamente una
delle cause principali della ridistribuzione del potere in un
sistema internazionale. Questo processo spiega anche il ruo­
lo critico svolto dall’apertura e dallo sfruttamento di nuo­
ve frontiere nel mutamento politico internazionale. L ’e­
migrazione di manodopera specializzata e la successiva com­
binazione delle tecniche esistenti con le ampie risorse mai
sfruttate ai margini del sistema hanno portato a enormi
aumenti di ricchezza e di potere dai tempi della coloniz­
zazione greca del Mediterraneo alla conquista europea del
Nuovo Mondo. L ’importanza delle frontiere aperte per l’ac­
quisizione di ricchezza e potere le ha rese un costante og­
getto di contesa nei conflitti interstastali.
L ’importanza delle frontiere per la potenza di uno stato
è stata messa in evidenza da Mark Elvin in The Pattern
of thè Chinese PastAì. Elvin sostiene che la longevità del­
l’Impero Cinese, rispetto a quello romano, fu dovuta ad
un ritmo di sviluppo economico continuo e moderato e
ad una frontiera aperta di risorse sfruttabili. Lo sfrutta­
mento di questa frontiera meridionale evitò ai Cinesi di
sfuggire al limite costituito dal decrescere dei profitti e
permise loro di produrre quel surplus economico necessa­
rio per far fronte alle spese per la difesa degli invasori
stranieri44. Con lo spostamento del grande popolo Han
entro le nuove frontiere ed estendendo il controllo buro­
cratico sui territori acquisiti, l’impero cinese riuscì ad ac­
caparrarsi i guadagni derivanti dai vantaggi dell’arretratezza.
Analogamente, il potere senza precedenti acquisito da Stati
Uniti e Unione Sovietica è il risultato dello sfruttamento,
rispettivamente, delle frontiere occidentali e orientali. Il
futuro dell’equilibrio di potenza internazionale dipenderà

42 Ibidem, pp. 91-92.


43 M. Elvin, The Pattern o f thè Chinese Past, Stanford, Stanford Universi­
ty Press, 1973.
44 Ibidem, p. 313.

251
Equilibrio e declino

in larga misura dalla capacità dell’Unione Sovietica di ap­


plicare le moderne tecnologie allo sfruttamento delle pro­
prie risorse in Siberia45.
Lo sfruttamento cinese, americano e sovietico delle
frontiere interne ha rappresentato una eccezione. Il caso
più comune è quello di una frontiera che sfugge al con­
trollo della società più sviluppata. E per questo infatti che
la diffusione delle tecnologie ad opera della potenza do­
minante tende a favorire gli stati alla frontiera o alla pe­
riferia del sistema internazionale. Rispetto agli stati che
si trovano al centro del sistema queste società periferiche
(ad esempio la Macedonia e Roma nel mondo antico, la
Gran Bretagna agli inizi dell’Europa moderna, gli Stati Uni­
ti nel X IX secolo) posseggono una serie di caratteristiche
favorevoli. In primo luogo si trovano di solito ad una di­
stanza ottimale dal centro del sistema: abbastanza vicine
da assorbire le tecnologie della potenza dominante, ma an­
che abbastanza lontane da essere protette dal gradiente
della perdita di forza. Secondo, le loro istituzioni sociali
sono spesso meno sviluppate e più pronte a recepire idee
nuove. Terzo, sono situate in una zona di pace relativa
e perciò non sono costrette a consumare le loro energie
in perenne stato di guerra.
Unitamente alla tendenza delle tecniche e tecnologie
a diffondersi dalla potenza dominante a potenze minori
ma in ascesa all’interno del sistema o alla sua periferia,
il centro del progresso e delle attività economiche può spo­
starsi in un’altra parte del sistema o alla sua periferia. Co­
me William McNeill ha dimostrato nel suo The Shape of
European History, le innovazioni politiche, economiche e
tecnologiche producono nel corso del tempo spostamenti
del potere e della ricchezza. Uno stato che occupa una
posizione strategica e favorevole dal punto di vista dei com­
merci, della tecnologia e della geografia può vedersi aggi­
rato col tempo da società più innovatrici in seguito a cam­
biamenti fondamentali dell’ambiente politico ed economi­

45 W. McNeill, The Shape of European History, New York, Oxford Uni­


versity Press, 1974, pp. 170-172.

25 2
Equilibrio e declino

co. La chiusura delle rotte commerciali orientali ad opera


dei Turchi e il sorgere di un’economia atlantica innova­
trice pose fine al millenario dominio veneziano del com­
mercio mediterraneo.
Nel mondo moderno i centri del progresso tecnologi­
co hanno subito numerose variazioni significative. Benché
l’innovazione sia, vista nel suo insieme, un processo con­
tinuo e cumulativo, le innovazioni chiave dei metodi in­
dustriali e nei prodotti tecnologici «tendono a raggruppar­
si nel tempo e nello spazio»46. I luoghi d’origine delle di­
verse fasi di sviluppo dell’industria moderna si sono spo­
stati nel tempo da un’economia all’altra provocando signi­
ficativi cambiamenti nella distribuzione internazionale del
potere:
La prima fase della Rivoluzione Industriale e l’acquisizione di una
posizione di fulcro dell’economia mondiale, da parte della Gran Bre­
tagna, si basavano su una somma di progressi tecnologici nella forza
vapore, nella metallurgia e nell’industria tessile. In seguito, la ferro­
via e l’apertura di nuove terre costituirono dei forti stimoli agli inve­
stimenti all’interno e all’estero. Nella seconda metà del X IX secolo,
nuovi metodi di organizzazione industriale, l’avvento di nuove indu­
strie (elettrica, chimica, siderurgica) e l’applicazione della teoria scien­
tifica all’industria provocò l’ascesa industriale e politica della Germa­
nia nel continente europeo. Nel X X secolo l’egemonia industriale ed
economica degli Stati Uniti si basa in gran parte sulle innovazioni in­
trodotte nel know-how manageriale e nelle tecnologie avanzate (setto­
re automobilistico, petrolchimico, elettronico) che hanno rappresenta­
to i principali fattori di crescita economica e industriale degli ultimi
cinquant’anni47.

La tendenza dei centri dell’innovazione tecnologica a


raggrupparsi e a spostarsi da un’economia all’altra costi­
tuisce un tema di discussione tra gli studiosi, soprattutto
in seguito al declino relativo delle innovazioni provenien­
ti da parte americana, alle implicazioni di questi sviluppi
per l’economia americana e al rallentamento della crescita
dell’economia mondiale. Secondo alcuni ciò è da attribui­
re a fenomeni economici generali che hanno temporanea­
mente ridotto la richiesta di nuove tecnologie; secondo altri

46 Ibidem, p. 37.
47 R. Gilpin, U.S. Power and thè Multinational Corporation, cit., p. 67.

253
Equilibrio e declino

la situazione attuale sembra dovuta ad una più fondamen­


tale mancanza di conoscenze teoriche48. Qualsiasi rispo­
sta si dia, l’economia che riesce a superare l’apparente at­
tuale ristagno tecnologico sarà indubbiamente la forza in­
novatrice e la potenza globale del futuro.
La tendenza della tecnologia e degli incentivi a dif­
fondersi dalla potenza dominante agli stati periferici (che
a loro volta divengono le potenze dominanti in un siste­
ma internazionale allargato) e il verificarsi di fondamen­
tali cambiamenti nella ubicazione del potere politico ed
economico ha portato Arnold Toynbee in A Study of Hìs-
tory e in altri scritti a formulare una serie di affermazioni
generali sull’andamento della politica internazionale49.
Che si accettino o meno completamente, le «leggi» della
politica e della storia di Toynbee offrono delle intuizioni
profonde per capire la dinamica della politica internazio­
nale.
Toynbee notava, a proposito del triste destino dell’Eu­
ropa nel 1930, che «il fatto più evidente della mappa post­
bellica è il ridimensionamento degli stati europei ad ope­
ra degli stati del mondo esterno»50. Rispetto all’Europa
questi stati periferici erano di dimensioni gigantesche. Gli
Stati Uniti erano lo stato più potente, anche se «si tratta­
va semplicemente del primo di tutta una famiglia di gi­
ganti a dispiegare la sua forza»51. Toynbee ha previsto
anche l’ascesa di altri giganti: l’Unione Sovietica, il Brasi­
le, il Canada, la Cina, l’India, ecc. Le dimensioni degli
stati europei si sono invece ridotte nel X X secolo. Nel
1910 c’erano solo ventuno stati sovrani in Europa; nel
1930 erano diventati trenta.

48 p er una analisi interessante di questo problema si veda G. Mensch, Sta-


lemate in Technology. Innovations Overcome thè Depression, Cambridge, Mass.,
Ballinger Publishing, 1979; O c s e , Technìcal Change and Economie Policy, Pari­
gi, O c s e , 1980; W.W. Rostow, Getting from bere to there, cit.
4? Questo punto di vista viene esposto, in particolare, nell’annuale Survey
o f International Affairs, di cui Toynbee è stato il direttore per molti anni.
50 A. Toynbee, Survey o f International Affairs 1930, London, Oxford Uni­
versity Press, 1931, p. 131.
51 Ibidem, p. 132.

254
Equilibrio e declino

Secondo Toynbee questa evoluzione è la conseguenza


di una legge universale: la tendenza del potere a spostarsi
dal centro alla periferia di un sistema internazionale. Nel
corso della storia, nota Toynbee, le potenze al centro del
sistema internazionale (quelle che lui chiama civiltà) han­
no mostrato la tendenza a ridurre le proprie dimensioni
e alla fine ad essere dominate da grandi potenze emer­
genti alla periferia del sistema. Così, quattro secoli pri­
ma, gli stati nazionali europei di Spagna, Francia, Inghil­
terra e Austria raggiungevano una posizione di dominio
sulle una volta fiorenti città-stato delPItalia e dei Paesi
Bassi. E nonostante l’appello di Machiavelli all’unificazio­
ne dell’Italia e quello del Conte Coudenhove-Kalergi per
una Paneuropa che fosse in grado di far fronte all’ascesa
delle potenze periferiche, il centro del sistema era allora
(come avviene di solito) troppo occupato in contese inter­
ne per poter unire le proprie forze disperse:
Cosi la carta del mondo nel 1930, nella quale gli stati europei era­
no circondati e messi in ombra da stati più grandi sorti per l’irradia­
zione della civiltà europea in Asia e oltremare, poteva essere parago­
nata a quella dell’Europa quattro secoli prima, nella quale gli stati ita­
liani erano circondati e messi in ombra dai grandi stati dell’Europa
transalpina e d ’oltremare chiamati in vita dal tocco magico del Rina­
scimento italiano. E lo stesso quadro si presenta in altre epoche della
storia e in altri scenari geografici. Se giriamo all’indietro le pagine del
nostro atlante storico fino ad arrivare al Mediterraneo nel III secolo
a.C. troviamo le città-stato della Grecia — Atene, Sparta, Megalopoli,
Rodi — circondate e ridimensionate dall’accerchiamento di potenze
esterne che dovevano la loro vitalità all’elisir dell’Ellenismo — Mace­
donia, Siria, Egitto, Cartagine, Roma — e, in questa Grecia messa
alle strette, il progetto di un’Unione Panellenica veniva coltivato nelle
rivali leghe etolica e achea. Fermandoci allo stesso secolo ed allonta­
nandoci dal Mediterraneo per volgere lo sguardo all’estremità orienta­
le del Vecchio Mondo vedremo ugualmente i piccoli stati del centro
— Song, Chou, Lu — che avevano alimentato la cultura cinese —
sul punto di soccombere di fronte alle grandi potenze della periferia:
T s’i, Ch’u, T s’in 52.

Nel cercare una risposta al perché «i popoli nel cuore


del mondo civilizzato si rivelino molto meno capaci dei
popoli alla periferia di costruire una forza politica su lar­

52 Ibidem, p. 133.

255
Equilibrio e declino

ga scala», anche se i loro stessi destini erano in gioco,


Toynbee postulava un processo duplice53. Primo, l’espan­
sione del centro a spese della periferia ridestava le popo­
lazioni della periferia, che si rendevano conto della supe­
riorità della civiltà più «progredita» e cercavano di seguir­
ne le orme. La diffusione di tecniche e idee dal centro
alla periferia riduce il divario militare e di altra natura
tra la civiltà più progredita e i barbari. Questa diffusione
di tecniche progredite dal centro alla periferia sottosvilup­
pata consolida il potere fino al punto in cui gli stati del
centro vedono ridotta la propria influenza. Di conseguen­
za aumentano le difficoltà e i costi per dominare la peri­
feria.
Il secondo aspetto di questo processo di declino della
forza del centro rispetto all’ascesa della periferia consiste
nella gestione della lotta per il potere al centro del siste­
ma. L ’equilibrio di potenza al centro «opera in modo tale
da contenere il potere politico degli stati, nell’estensione
del territorio, della popolazione e della ricchezza»54. Le
lotte li indeboliscono e li accecano di fronte alla minaccia
di una potenza macedone o romana che si rafforza e au­
menta i propri territori all’orizzonte. Non riuscendo a coa­
lizzarsi contro le nuove potenze periferiche in ascesa ne
diventano le vittime. La storia è piena di esempi di lotte
per il potere che stremano gli stati al centro del sistema
rendendoli vulnerabili alla conquista e al dominio esterni.
Il destino dell’Europa nella prima metà del X X secolo,
nota Toynbee, è solo l’esempio più recente di un fenome­
no universale.
Non c’è bisogno di accettare le tesi di Toynbee per
rendersi conto del ruolo centrale svolto dalla diffusione
delle tecniche dagli stati più sviluppati a quelli meno svi­
luppati nel ridistribuire il potere in un sistema internazio­
nale. In epoca premoderna, tali tecniche erano principal­
mente di tipo militare e politico-organizzativo. Nel mon­
do moderno, invece, la diffusione delle tecniche relative

53 Ibidem, p. 133.
54 Toynbee, Survey of International Affairs 1930, cit., voi. Ili, p. 302.

256
Equilibrio e declino

all’organizzazione economica e alla produzione industriale


è diventata una causa sempre più importante di declino
della posizione dominante di uno stato.

3. Conclusioni
Il processo di disequilibrio descritto in questo capito­
lo può essere riassunto nel modo seguente: una volta che
una società raggiunge i limiti della sua espansione incon­
tra grosse difficoltà a mantenere la propria posizione e ad
arrestare il declino finale. Essa incomincia inoltre ad ave­
re profitti marginali nella produzione agricola o industria­
le. I mutamenti all’esterno e all’interno fanno aumentare
i consumi e i costi della protezione e della produzione;
la società attraversa una fase di grave crisi fiscale. La dif­
fusione delle sue conoscenze economiche, tecnologiche o
organizzative riduce la sua superiorità relativa nei confronti
di altre società, specialmente di quelle alla periferia del
sistema. Questi stati in ascesa, da parte loro, possono usu­
fruire di costi più bassi, di i tassi di profitto crescenti dalle
loro risorse e dei vantaggi dell’arretratezza. Col tempo,
i tassi di crescita differenziati tra stati in ascesa e in de­
clino producono una chiara ridistribuzione del potere crean­
do uno squilibrio nel sistema.

257
CAPITOLO QUINTO

Guerra per Vegemonia


e mutamento intemazionale

A ssu n to n. 5. Se non si risolve la situazion e di squilibrio nel siste ­


m a internazionale, q u e st’ultim o sub irà un cam biam en to e si creerà un
nuovo equilibrio che rispecchia la ridistribu zion e del potere.

Lo squilibrio nel sistema internazionale è dovuto alla


crescente mancanza di rispondenza tra governo del siste­
ma e ridistribuzione del potere all’interno dello stesso. Ben­
ché la gerarchia del prestigio, la distribuzione del territo­
rio, le regole del sistema e la divisione internazionale del
lavoro continuino a favorire la potenza o le potenze tra­
dizionalmente dominanti, la base di potere su cui si basa
il dominio del sistema si è erosa in seguito a livelli diffe­
renziati di crescita e di sviluppo tra gli stati. Queste dif­
ferenze tra le parti che compongono il sistema internazio­
nale rappresentano delle sfide per gli stati dominanti e delle
opportunità per quelli emergenti.
Tale squilibrio può essere espresso in modo diverso,
a seconda della prospettiva che si sceglie. Dal punto di
vista del sistema, esso rappresenta una frattura tra le com­
ponenti del sistema. Come si è notato nel capitolo prece­
dente, benché la distribuzione internazionale del potere
abbia subito un notevole cambiamento, le altre componenti
del sistema rimangono relativamente costanti. Dal punto
di vista delle potenze dominanti, i costi per mantenere
lo status quo internazionale diventano più elevati creando
una grave discrepanza tra potere e impegni relativi. Dal
punto di vista delle potenze emergenti, i costi da sostene­
re per il mutamento del sistema internazionale si fanno
più bassi rispetto ai potenziali benefici che ne derivereb­
bero. Comunque si consideri lo squilibrio, però, ciò che
è mutata è la distribuzione del potere tra gli stati del si­
stema.

25 9
Guerra per l'egemonia e mutamento intemazionale

In seguito a tale ridistribuzione del potere i costi che


lo stato dominante deve sopportare per mantenere il si­
stema internazionale aumentano rispetto alle sue possibi­
lità di pagamento; ciò produce, a sua volta, quella grave
crisi fiscale di cui si è già parlatoh Parallelamente, dimi­
nuiscono i costi che lo stato emergente deve affrontare
per cambiare il sistema; esso inizia a rendersi conto che
può incrementare i propri profitti imponendo dei cambia­
menti nella natura del sistema. La sua migliorata posizio­
ne di potere significa che sono diminuiti i costi necessari
per mutare il sistema ed assicurare i propri interessi. Co­
sì, in base alla legge della domanda, lo stato emergente,
man mano che il suo potere aumenta, cercherà di mutare
lo status quo, quando cioè la percezione dei potenziali van­
taggi di un cambiamento comincia ad essere più forte di
quella dei costi relativi al mutamento stesso.
Con l’aumentare del suo potere relativo, lo stato emer­
gente cerca di mutare le regole che governano il sistema
internazionale, la divisione delle sfere d’influenza e, fat­
tore più importante degli altri, la distribuzione interna­
zionale del territorio. La potenza dominante, dal canto suo,
cerca di fronteggiare questa minaccia mutando le sue stra­
tegie nel sistema. La storia ci insegna che se fallisce nel
suo tentativo lo squilibrio sarà risolto da una guerra. She-
pard Clough, in The Rise and Fall o f Cìvilizatìon, si basa
su una lunga e brillante frequentazione storica per affer­
mare:
A lm eno in tu tti i casi d a noi esam in ati [...] in queste pagin e le
culture con un grado in feriore d i civiltà m a con una poten za econ om i-,
ca in ascesa hanno sem pre cercato di attaccare le culture più civilizza­
te in fase di declino econom ico 12.

Il compito fondamentale cui si trova di fronte lo sta­


to minacciato è quello di risolvere ciò che Walter Lipp-
mann considera il problema cruciale della politica estera,

1 Si parla qui di stato al singolare, benché sia del tutto possibile che due
o più stati cerchino di conservare lo status quo o di mutare il sistema.
2 S. Clough, The Rise and Fall o f Cìvilizatìon, New York, Columbia Uni­
versity Press, 1970, p. 263.

260
Guerra per l ’egemonia e mutamento intemazionale

il raggiungimento dell’equilibrio tra impegni e risorse3.


Una potenza grande, imperiale o egemone, può assumere
fondamentalmente due linee di condotta per tentare di ri­
stabilire l’equilibrio nel sistema. La prima soluzione, e an­
che la preferita, consiste nel cercare di incrementare le
risorse destinate al mantenimento degli impegni assunti e
della propria posizione nel sistema internazionale. La se­
conda sta nel tentativo di ridurre gli impegni (e i costi
ad essi connessi) in modo però da non mettere a repenta­
glio la propria posizione internazionale. Anche se nessuna
delle due soluzioni verrà perseguita ad esclusione dell’al­
tra, dal punto di vista analitico possono essere considera­
te separatamente, sia nella logica che le guida che nelle
insidie in esse racchiuse.
Come ci mostra la storia, i mezzi usati più di frequente
per procurarsi nuove risorse necessarie ad affrontare i co­
sti crescenti del dominio e della prevenzione del declino
sono per lo più l’aumento della tassazione all’interno e dei
tributi provenienti da altri stati. Entrambi i sistemi con­
tengono dei pericoli in quanto possono provocare resistenze
e ribellioni. La rivoluzione francese fu scatenata in parte
dal tentativo della monarchia di imporre tasse più elevate
per fronteggiare la minaccia britannica4. Gli «alleati» di
Atene si ribellarono alle richieste ateniesi di tributi più
alti. Dal momento che tasse (o tributi) più elevati com­
portano una diminuzione degli investimenti produttivi e
uno standard di vita più basso, nella maggior parte dei
casi si può far ricorso a tali espedienti solo per periodi
di tempo relativamente brevi, ad esempio durante una
guerra.
Le resistenze in seno alla società a tasse o tributi più
esosi spingono il governo a ricercare mezzi più indiretti
per procurarsi risorse addizionali che gli permettano di fron­
teggiare una crisi fiscale. Più spesso il governo farà ricor­

3 W. Lippmann, U.S. Foreign Volley: Shield of thè Republic, Boston, Little,


Brown, 1943, p. 7.
4 L. von Ranke, The Great Powen, in Leopolà Ranke. The Formative Years,
a cura di T .H . von Lane, Princeton, Princeton University Press, 1950, p. 211.

261
Guerra per l'egemonia e mutamento intemazionale

so a politiche inflazionistiche o cercherà di utilizzare i rap­


porti commerciali con altri paesi. Come ha notato Carlo
M. Cipolla5, i sintomi invariabili del declino di una so­
cietà sono, quando il governo e la società spendono al di
sopra delle proprie possibilità, tassazione eccessiva, infla­
zione e difficoltà della bilancia dei pagamenti. Anche questi
strumenti indiretti però comportano delle privazioni e, a
lungo andare, incontrano forti resistenze.
La soluzione più soddisfacente al problema dell’aumento
dei costi consiste nel potenziare l’efficienza delle risorse
esistenti. Lo stato può infatti, attraverso innovazioni di
tipo organizzativo, tecnologico o di altra natura, sia ri­
durre le spese rispetto alle risorse disponibili sia aumenta­
re la quantità totale delle risorse stesse. In questo modo,
come ci ha spiegato Mark Elvin, la ragione fondamentale
per cui la Cina imperiale è sopravvissuta integra per un
periodo di tempo così lungo sta nei livelli insolitamente
elevati di innovazione economica e tecnologica. Per lun­
ghi periodi, la Cina fu capace di produrre risorse suffi­
cienti a finanziare le spese per la difesa di fronte alla mi­
naccia di continue invasioni6. Per contro, l’economia ro­
mana si avviò al ristagno e fu incapace di rinnovarsi. Una
delle ragioni del declino e della distruzione di Roma è sen­
z’altro la sua incapacità a produrre risorse sufficienti a sot­
trarsi alle invasioni dei barbari7. Più di recente in Ame­
rica i richiami ad una maggiore produttività industriale na­
scono dalla consapevolezza che le innovazioni tecnologi­
che e un uso più efficiente delle risorse esistenti sono ne­
cessari per far fronte alle crescenti richieste di consumi,
investimenti e sicurezza.
Questa soluzione comporta un rinnovamento delle isti­
tuzioni militari, economiche e politiche della società. Nel

5 C.M. Cipolla (a cura di), The Economìe Decline of Empìrei, London, Me-
thuen, 1970, p. 13.
6 M. Elvin, The Pattern o f thè Chineie Past, Stanford, Stanford University
Press, 1973.
7 Ovviamente la spiegazione del declino di Roma non è semplice, ma la
ragione citata è un fattore importante (F. Walbank, The Awful Revolution: The
Decline o f thè Roman Empire in thè West, Liverpool, Liverpool University Press,
1969).

262
Guerra per l'egemonìa e mutamento intemazionale

caso del declino di Roma, ad esempio, erano necessarie


una ristrutturazione del suo sistema di produzione agrico­
la, sempre più inefficiente, e una revisione del sistema di
tassazione. Sfortunatamente, la riforma sociale e il rinno­
vamento istituzionale, man mano che la società invecchia,
si fanno sempre più difficili, poiché comportano cambia­
menti più generali del costume, degli atteggiamenti, delle
motivazioni e dei valori che costituiscono il patrimonio
culturale8. Gli interessi consolidati si oppongono alla per­
dita dei loro privilegi. Rigidità istituzionali frustrano i ten­
tativi di abbandonare i metodi già «sperimentati»9. E
difficile, del resto, attendersi altro: «le innovazioni sono
importanti non per i loro risultati immediati ed effettivi
ma per il potenziale di sviluppi futuri, potenziale che è
difficile da valutare» 10.
Una società in declino sperimenta un ciclo negativo di
decadenza e immobilità, così come una società in ascesa
attraversa una fase benefica di crescita ed espansione. Da
un lato, il declino è accompagnato dalla mancanza di coo­
perazione sociale, dall’enfasi sui diritti piuttosto che sui
doveri e da una diminuzione della produttività; dall’altro,
la frustrazione e il pessimismo creati da questa tetra at­
mosfera inibiscono il rinnovamento e le innovazioni. L ’in­
capacità ad innovare accentua il declino e la stanchezza
psicologica che esso genera. Una volta imprigionata in que­
sto ciclo la società incontra molte difficoltà ad uscirne
fuori11. Per questo motivo si riesce raramente ad utiliz­
zare in maniera più razionale ed efficiente le risorse esi­
stenti per far fronte ai crescenti bisogni militari e produt­
tivi.
Alcune società hanno amministrato con grande abilità
le loro risorse per centinaia di anni e si sono rinnovate
in seguito a minacce esterne riuscendo, grazie a questa ca­
pacità di recupero, a sopravvivere per secoli in un am­

8 Cipolla, The Economie Decline o f Empires, cit., p. 11.


9 A. Downs, Inside Bureaucracy, Boston, Little, Brown, 1967, pp. 158-166.
10 Cipolla, The Economie Decline o f Empires, cit., pp. 9-10.
11 Ibidem, p. 11.

263
Cuerra per l'egemonia e mutamento intemazionale

biente ostile. Gli stati famosi per la loro longevità sono


infatti proprio quelli che sono riusciti a distribuire le pro­
prie scarse risorse in modo atto a bilanciare, per secoli,
le domande tra loro in contrasto di consumi, protezione
e investimenti. Un esempio illustre è stata la città-stato
di Venezia. All’interno della repubblica aristocratica l’éli­
te al governo riuscì a moderare i consumi e a spostare
le risorse per secoli, a seconda delle necessità, tra prote­
zione e investimenti12. Il caso dell’Impero Cinese è an­
cora più significativo. La sua longevità ed unità sono do­
vute al fatto che i Cinesi furono in grado di incrementare
la propria produzione più rapidamente dell’aumento dei
costi per la protezione13. La natura progressista dell’eco­
nomia imperiale cinese significava che nella maggior parte
dei casi esisteva una sufficiente disponibilità di risorse per
affrontare minacce esterne e preservare l’integrità dell’im­
pero per secoli. Diversamente dai Romani, che alla fine
furono invasi e distrutti dai barbari, i Cinesi «riuscirono
nel complesso a tenersi un passo più avanti dei loro vicini
per quanto riguardava gli aspetti tecnici, militari, econo­
mici ed organizzativi più rilevanti»14.
Un esempio di rinnovamento sociale teso a far fronte
alla minaccia esterna è stato quello della Francia rivolu­
zionaria. Si è già detto che le aristocrazie europee erano
piuttosto riluttanti a dare le armi da fuoco in mano ai
ceti sociali inferiori, preferendo affidarsi ad un piccolo eser­
cito di professionisti. La rivoluzione francese e il nazio­
nalismo permisero allo stato francese di sfruttare le ener­
gie della massa dei cittadini francesi. La cosiddetta levée
en masse accrebbe enormemente le risorse umane a dispo­
sizione della repubblica e, più tardi, di Napoleone. L ’av­
ventura imperiale, benché finita con un fallimento, mo­
stra bene le potenzialità di rinnovamento interno cui una
società può far ricorso per reagire al declino.

12 F. Lane, Venice. A Maritime Republic, Baltimore, Johns Hopkins Uni­


versity Press, 1973.
13 Elvin, The Pattern of thè Chinese Past, cit., pp. 92-93, 317.
14 Ibidem, p. 20.

264
Guerra per l'egemonìa e mutamento intemazionale

Il secondo tipo di reazione al declino consiste nel cer­


care di riportare in equilibrio costi e risorse riducendo i
costi. Questo può avvenire in tre modi. Il primo è quello
di eliminare i motivi dell’aumento dei costi (ovvero inde­
bolire o distruggere il nemico in ascesa). Il secondo sta
nel delineare un perimetro difensivo più sicuro e meno
costoso. Il terzo nel ridurre gli impegni internazionali. Cia­
scuna di queste tre strategie alternative ha le sue attratti­
ve e i suoi pericoli.
La prima e più allettante risposta al declino di una so­
cietà sta nell’eliminare la fonte del problema. Con una guer­
ra preventiva la potenza in declino distrugge o indeboli­
sce il nemico in ascesa quando ancora ha dalla sua parte
la superiorità militare. Così, come spiega Tucidide, gli Spar­
tani iniziarono la guerra del Peloponneso nel tentativo di
distruggere la nascente potenza ateniese mentre dispone­
vano ancora della capacità di farlo. Quando si è trattato
di scegliere tra il declino o la lotta gli uomini di stato
hanno generalmente optato per la seconda. Il maggiore pe­
ricolo insito in una guerra preventiva è, però, oltre alle
inutili perdite umane, quello di mettere in moto un corso
di eventi su cui gli uomini di stato perdono ben presto
il controllo (si veda la successiva trattazione della guerra
per l’egemonia).
La seconda risposta sta nel cercare di mantenere la pro­
pria posizione attraverso ulteriori espansioni15. Lo stato
spera in effetti di ridurre i costi a lungo termine con del­
le posizioni difensive meno costose. Come ha mostrato Ed­
ward Luttwak 16 nel suo brillante studio sulla grande stra­
tegia romana, l’espansione di Roma nella sua ultima fase
rappresentò il tentativo di attestarsi su posizioni difensi­
ve più sicure e meno costose e di eliminare potenziali ne­

15 Questa causa di espansione è stata spiegata frequentemente con la tesi


della «frontiera turbolenta». Un esempio classico è la progressiva conquista bri­
tannica dell’India per eliminare minacciosi disordini politici alla frontiera del­
l’impero. Due esempi più recenti sono l’invasione americana della Cambogia
durante la guerra del Vietnam e quella sovietica dell’Afganistan.
16 E. Luttwak, The Grand Strategy o f thè Roman Empire. From thè First Cen-
tury A.D. to thè Third, Baltimore, Johns Hopkins University Press, 1976.

26 5
Guerra per l'egemonìa e mutamento intemazionale

mici. Questa reazione al declino, benché talvolta efficace,


può portare anche ad una eccessiva espansione degli im­
pegni e ad un aumento dei costi accelerando in tal modo
il declino. Ad uno stato che è in fase di espansione riesce
difficile interromperla e gli risulta fin troppo facile crede­
re che «espansione o morte» sia l’imperativo della soprav­
vivenza internazionale. Il maggiore pericolo per ogni po­
tenza imperiale o egemone, come fu alla fine per Roma,
sta nell’eccessiva espansione degli impegni che gradualmente
comincia ad esaurire tutte le sue energie 17.
Il terzo strumento per riportare costi e risorse in equi­
librio sta naturalmente nel ridurre gli impegni di politica
estera. Mediante un ridimensionamento politico, territo­
riale o economico, una società può ridurre le spese per
il mantenimento della posizione internazionale. Questa stra­
tegia è comunque delicata da un punto di vista politico
e anche difficile da mettere in atto. La sua riuscita è estre­
mamente incerta e dipende dai tempi e dalle circostanze.
Il problema del ridimensionamento verrà affrontato dap­
prima in termini generali; successivamente si prenderà in
esame un caso di ridimensionamento relativamente riusci­
to messo in atto da una grande potenza.
Il metodo più diretto di ridimensionamento è l’abban­
dono unilaterale di determinati impegni economici, politi­
ci o militari. Uno stato può per esempio ritirarsi da posi­
zioni strategiche esposte e costose. Venezia, come si è già
detto, ha perseguito per secoli consapevolmente una poli­
tica che alternava avanzate e ritirate. La longevità del tardo
Impero Romano o Bizantino può essere spiegata in parte
con il ritiro dalle province occidentali più esposte e diffi­
cili da difendere e con il consolidamento della propria po­
sizione su basi meno dispendiose nelle province orientali.
La sua sopravvivenza per un millennio fu dovuta all’equi­

17 M. Grant, The Climax o f Rome, thè Final Achievements o f thè Ancient


World, London, Weidenfeld and Nicolson, 1968. Come ha notato Raymond
Aron {The Imperiai Repuhlic, Englewood Cliffs, N .J., Prentice-Hall, 1974) la
sconfitta nel Vietnam potrebbe, a lungo termine, salvare gli Stati Uniti dal vi­
zio corruttore e debilitante dell’aumento eccessivo degli impegni.

266
Guerra per l ’egemonia e mutamento intemazionale

librio stabilitosi nel rapporto tra dimensioni dell’impero


e risorse 18. Ai nostri giorni, la cosiddetta dottrina Nixon
può essere interpretata come uno sforzo degli Stati Uniti
per sganciarsi da impegni difficili da mantenere e far gra­
vare parte del peso della difesa dello status quo interna­
zionale su altri stati19.
Un altro metodo standard di ridimensionamento è quel­
lo di stringere alleanze o di cercare un riavvicinamento
con potenze meno minacciose. La potenza dominante ma
in declino fa in effetti concessioni ad un altro stato e ac­
consente a condividere con questo i benefici dello status
quo se è disposto a spartire i costi per il mantenimento
dello status quo. Così i Romani integrarono i Goti nel­
l’impero (cosa di cui in seguito ebbero molto a pentirsi)
in cambio del loro aiuto nella difesa delle frontiere del­
l’impero. Come si dirà tra breve, una politica di intesa
e riavvicinamento fu perseguita dalla Gran Bretagna pri­
ma della prima guerra mondiale nel tentativo di far fron­
te alla minaccia tedesca. L ’avvicinamento americano alla
Cina comunista è un esempio di questi ultimi anni del X X
secolo. In cambio di una riduzione degli impegni america­
ni nei confronti di Taiwan, gli Americani chiedono la col­
laborazione cinese per contenere la potenza in espansione
dell’Unione Sovietica.
Purtroppo in questa reazione al declino sono insiti molti
pericoli. Primo, in un’alleanza tra una grande potenza e
un altro stato meno potente la prima tende col tempo,
come si è verificato con gli Stati Uniti e la N ato, a sop­
portare costi troppo alti; la grande potenza aumenta i pro­
pri impegni senza che ci sia da parte degli alleati un in­
cremento commisurato delle risorse impegnate al finanzia­
mento di tali impegni. L ’alleato, inoltre, ricava benefici
materiali dall’alleanza e, man mano che le sue potenziali­
tà aumentano, può volgersi contro la potenza in declino.

18 Cipolla, The Economie Decline o f Empirei, cit., p. 82; T. Rader, The


Economici o f Eeudalism, New York, Gordon e Breach, 1971, p. 54.
19 S. Hoffmann, Primacy or World Order, American Foreign Policy linee thè
Cold War, New York, McGraw-Hill, 1978, pp. 46-47.

267
Guerra per l'egemonia e mutamento intemazionale

I Romani, ad esempio, trasmisero ai Goti le proprie tec­


niche militari solo per vedersele ritorcere contro. Secon­
do, l’utilità delle alleanze è limitata dalla teoria delle coa­
lizioni di Riker. Un aumento del numero degli alleati fa
diminuire i benefici che ciascuno può ricavarne. Con l’au­
mentare del numero degli alleati perciò aumentano anche
le possibilità di defezione20. Terzo, l’alleato meno poten­
te può coinvolgere l’alleato più potente in contese dalle
quali quest’ultimo non può disimpegnarsi se non a disca­
pito del suo prestigio. Per questi motivi, l’utilità di un’al­
leanza come reazione al declino e come mezzo per dimi­
nuire i costi è notevolmente limitata.
Il terzo e più difficile metodo di ridimensionamento
consiste nel fare concessioni alla potenza emergente cer­
cando così di soddisfare le sue ambizioni. Dalla conferen­
za di Monaco del 1938 la politica di appeasement è cadu­
ta in discredito perché considerata inadeguata a qualsiasi
circostanza. Ciò è un peccato, in quanto ci sono esempi
storici in cui Vappeasement ha avuto successo. Stati tra lo­
ro in contesa non solo hanno evitato il conflitto ma han­
no anche stretto relazioni soddisfacenti per entrambi. Un
esempio insigne è stata la politica di appeasement britan­
nico nei confronti della emergente potenza statunitense nei
decenni precedenti la prima guerra mondiale21. I due
paesi posero fine ad un’ostilità durata dei secoli stabilen­
do le basi per quello che è diventato il «rapporto privile­
giato» tra le due potenze anglosassoni.
Il problema fondamentale di una politica di appease­
ment e di compromesso è quello di trovare il modo di met­
terla in atto senza deteriorare in maniera duratura il pre­
stigio di uno stato e la sua posizione internazionale. Il ri­
dimensionamento è in se stesso un indizio di debolezza
relativa e di potere in declino, per cui può avere un ef­
fetto deleterio sui rapporti con gli alleati e i rivali. Perce­

20 W. Riker, The Theory of Politicai Coalitions, New Haven, Yale Univer­


sity Press, 1962.
21 B. Perkins, The Great Rapprochement. England and thè United States,
1895-1914, New York, Atheneum, 1968.

268
Guerra per l ’egemonia e mutamento intemazionale

pendo il declino del loro protettore, gli alleati cercano di


raggiungere l’accordo più vantaggioso possibile con la po­
tenza emergente del sistema. I rivali sono spinti a farsi
avanti e spesso fanno precipitare un conflitto in corso. La
prima guerra mondiale cominciò ad esempio come un con­
flitto tra Russia e Austria sulla eliminazione dei resti del­
l’Impero Ottomano in declino22.
Dal momento che il ridimensionamento indica il de­
clino di una potenza, lo stato raramente si ridimensiona
o fa concessioni di propria iniziativa. Non farlo però vo­
lontariamente ma in risposta alle minacce o alla sconfitta
militare comporta una perdita ancora più grave di presti­
gio e un indebolimento della propria posizione diplomati­
ca. In seguito a tale sconfitta, gli alleati passano al parti­
to vittorioso, gli avversari sollecitano i propri vantaggi,
mentre la società sulla difensiva si demoralizza. Il ridimen­
sionamento forzato, inoltre, se comporta la perdita di un
«interesse vitale», mette a repentaglio la sicurezza e l’in­
tegrità dello stato. Per questo motivo il ridimensionamen­
to è pericoloso per lo stato e viene raramente perseguito
da una potenza in declino. Non mancano comunque degli
esempi di politica di ridimensionamento coronati da un
certo successo.
Un esempio eccellente di potenza egemone in declino
che è riuscita a stabilire un equilibrio tra risorse e impe­
gni è quello della Gran Bretagna nei decenni precedenti
la prima guerra mondiale. Dopo la sua vittoria sulla Fran­
cia nelle guerre napoleoniche, la Gran Bretagna era di­
ventata lo stato più potente e più prestigioso del mondo,
dando il suo nome ad un secolo di pace relativa, la Pax
Britannica. La potenza navale britannica si mostrò inegua­
gliabile sui mari e l’industria e il commercio britannici im­
battibili sui mercati mondiali. Il Congresso di Vienna
(1814) aveva stabilito un equilibrio nel continente euro­
peo, mentre non esistevano avversari militari o industriali
al di fuori dell’Europa. Di lì agli ultimi decenni del seco­

22 R. Hawtrey, Economie Aspects of Sovereignty, London, Longmans, Green,


1952, pp. 75-81.

26 9
Guerra per l'egemonia e mutamento intemazionale

lo, però, si era verificata una profonda trasformazione. De­


gli avversari navali e industriali che cominciavano a mi­
nacciare la supremazia britannica erano emersi sia sul con­
tinente sia oltremare. Francia, Germania, Stati Uniti, Giap­
pone e Russia, in misure diverse erano diventati potenze
imperiali in espansione. L ’unificazione della Germania ad
opera della Prussia aveva distrutto l’equilibrio protettivo
continentale e l’emergente potenza navale tedesca minac­
ciava il dominio britannico dei mari.
In seguito a tali sfide commerciali, navali e imperiali
la Gran Bretagna si trovò di fronte ai problemi che in­
combono su tutte le potenze mature o in declino. Da un
lato, la domanda esterna sottoponeva ad una tensione ec­
cessiva l’economia; dall’àltro, peggioravano le capacità del­
l’economia di soddisfare tale domanda. Così, parallelamente
alYescalation delle spese per la protezione crescevano, a cau­
sa di una maggiore opulenza, i consumi privati e pubbli­
ci. Superficialmente l’economia appariva forte, ma i ritmi
dell’espansione industriale, dell’innovazione tecnologica e
degli investimenti interni avevano subito un rallentamen­
to. Il manifestarsi quindi di sfide esterne e la fase crucia­
le attraversata dall’economia avevano creato uno squilibrio
tra gli impegni globali e le risorse della Gran Bretagna.
Con l’intensificarsi dello squilibrio tra egemonia glo­
bale e risorse limitate la Gran Bretagna si trovò di fronte
al dilemma di dover aumentare le risorse o ridurre gli im­
pegni o fare entrambe le cose. Nel dibattito nazionale su
questo punto critico coloro che sostenevano un aumento
delle risorse disponibili proponevano due tipi di azione.
Primo, proponevano un consolidamento dell’impero e il ri­
corso a queste risorse combinate, così come la creazione
di quella che John Seeley23 chiamò la Greater Britain,
intendendo in particolare i domìnions bianchi. L ’idea non
aveva comunque sufficiente forza d ’attrazione né all’in­
terno né all’estero. Secondo, i riformatori chiedevano mi­
sure innovative per rinnovare l’economia britannica in de­

23 J. Seeley, The Expansion o f England. Two Courses o f Lectures, Boston,


Little, Brown, 1905.

270
Guerra per l ’egemonia e mutamento intemazionale

clino e per ottenere una maggiore efficienza. Purtroppo,


come ha notato W. Arthur Lewis, tutte le strade che
avrebbero condotto al tasso più elevato di. innovazioni in­
dustriale e di crescita economica erano precluse agli In­
glesi per motivi sociali, politici ed ideologici24. La prima
soluzione al problema del declino e dello squilibrio stava
quindi necessariamente nella riduzione degli impegni di­
plomatici e strategici oltremare.
Il problema diplomatico e strategico specifico cui si tro­
vava di fronte la leadership britannica era quello di man­
tenere o meno la posizione globale collegata alla Pax Bri­
tannica oppure di ridurre gli impegni globali. Nell’ultimo
decennio del secolo la Gran Bretagna dovette fronteggia­
re potenze terrestri e navali su tutti i mari e i continenti.
Le potenze rivali europee erano ovunque: la Russia in
Estremo Oriente, Asia Meridionale e Medio Oriente; la
Francia in Asia, Medio Oriente e Nord Africa; la Germa­
nia in Estremo Oriente, Medio Oriente e Africa. In Estre­
mo Oriente, inoltre, il Giappone era improvvisamente
emerso come grande potenza; gli Stati Uniti, dal canto loro,
stavano diventando una importante potenza navale che sfi­
dava la Gran Bretagna nell’emisfero occidentale e nell’O­
ceano Pacifico.
Alla svolta del secolo, però, il problema principale era
costituito dalla sfida dell’espansionismo navale tedesco.
Mentre le altre sfide erano limitate e a lungo termine, il
pericolo racchiuso nella decisione tedesca di costruire una
flotta da guerra era immediato e manifesto. Nonostante
gli intensi negoziati non si potè raggiungere alcun com­
promesso su questa corsa agli armamenti navali. L ’unica
scelta che rimaneva aperta alla Gran Bretagna era quella
di ridurre i propri impegni globali per concentrare i pro­
pri sforzi contro la sfida tedesca.
La Gran Bretagna cercò allora accordi successivi con
gli altri contendenti. Negli anni 1890 fu raggiunto l’ac­
cordo sulla contesa per il confine Venezuela-Guiana bri-

24 W.A. Lewis, Growth and Fluctuations 1870-1913, London, George Al­


ien and Unwin, 1978, p. 133.

271
Guerra per l'egemonia e mutamento intemazionale

tannica assecondando i desideri americani: la Gran Breta­


gna riconobbe cioè il primato americano nel mar dei Ca-
raibi. In questo modo ebbe termine un secolo di dissapori
anglo-americani e si posero le basi per quell’alleanza che
avrebbe vinto le due guerre mondiali. Per quanto riguarda
poi l’alleanza anglo-nipponica del 1902 la Gran Bretagna
rinunciò alla sua politica del fare da soli scegliendo il Giap­
pone come partner in Estremo Oriente. Riconoscendo la
supremazia giapponese nel Pacifico nord-occidentale come
contrappeso alla Russia, la Gran Bretagna si ritirò a sud.
A ciò seguì immediatamente Xenterite cordiale del 1904, che
pose fine alle lunghissime contese nel Mediterraneo e nel­
le colonie tra Francia e-Gran Bretagna. Nel 1907 l’accor­
do anglo-russo pose fine alla contesa tra Gran Bretagna e
Russia in Estremo Oriente, indirizzando gli interessi russi
verso i Balcani e schierando alla fine Russia, Gran Breta­
gna e Francia contro Germania e Austria. Così, alla vigilia
della prima guerra mondiale, gli impegni inglesi si erano
ridotti a tal punto che la Gran Bretagna poteva impiegare
tutto il potere rimastogli per frenare il suo ulteriore decli­
no di fronte all’espansionismo tedesco25.
Finora abbiamo descritto due tipi di strategie alterna­
tive che una grande potenza può scegliere per arrestare
il suo declino: aumentare le risorse o diminuire i costi.
Ciascuna delle due ha avuto un certo successo in deter­
minati momenti. Più di frequente, però, lo stato domi- -
nante è incapace di procurarsi risorse supplementari suffi­
cienti per difendere i suoi impegni vitali; oppure può es­
sere incapace di ridurre i costi e gli impegni in modo tale
da poterli meglio gestire. In tali situazioni, lo squilibrio

25 Una scuola di pensiero sostiene che la Gran Bretagna non si è sufficien­


temente impegnata in questa politica: avrebbe cioè dovuto ritirarsi dall’India
e da «est di Suez» e diventare una potenza completamente europea. Non fa­
cendolo, continuò ad attingere alle risorse e ad indebolirsi di fronte alla sfida
hitleriana prima e a quella americana poi (C. Barnett, The Collapse o f British
Power, New York, Morrow, 1972). Altri potrebbero criticare senz’altro questa
analisi sostenendo che la Gran Bretagna stava seguendo consciamente una poli­
tica di ridimensionamento in risposta alla minaccia tedesca. Consapevole o me­
no, la reazione allo squilibrio caratterizza la politica britannica.

272
Guerra per l'egemonia e mutamento intemazionale

nel sistema si fa sempre più grave, in quanto la potenza


in declino cerca di mantenere le sue posizioni e quella in
ascesa tenta di trasformare il sistema in modo da favorire
i propri interessi. Un persistente squilibrio comporta ten­
sioni, incertezze e crisi nel sistema internazionale. Questa
situazione di stallo, però, non dura di solito a lungo.
Nel corso della storia lo strumento principale per risol­
vere lo squilibrio tra la struttura del sistema internaziona­
le e la ridistribuzione del potere è stato, più in particola­
re, ciò che chiameremo guerra per l’egemonia. Con le pa­
role usate da Raymond Aron a proposito della prima guer­
ra mondiale una guerra per l’egemonia «è caratterizzata me­
no dalle sue cause immediate o dai suoi scopi espliciti che
non dalle dimensioni che assume e dalla posta in gioco.
Essa interessa tutte le entità politiche all’interno di un si­
stema di relazioni tra stati sovrani. Chiamiamola, in as­
senza di migliori definizioni, guerra per l’egemonia26, es­
sendo l’egemonia, se non il motivo conscio, in ogni caso
l’inevitabile conseguenza della vittoria di almeno uno de­
gli stati o dei gruppi»27. La guerra per l’egemonia è dun­
que il banco di prova definitivo del cambiamento nelle po­
sizioni relative di potere nel sistema esistente.
Tutti i sistemi internazionali conosciuti sono stati sem­
pre il frutto di ridistribuzioni territoriali, economiche e
diplomatiche successive a conflitti per l’egemonia. L ’effetto
più importante di una guerra per l’egemonia è il muta­
mento del sistema che ne consegue in base alla nuova di­
stribuzione internazionale del potere. Essa provoca cioè
un nuovo ordinamento delle componenti basilari del siste­
ma. La vittoria e la sconfitta ristabiliscono senza ambi­
guità la gerarchia di prestigio consona alla nuova distribu­
zione di potere nel sistema. La guerra stabilisce chi go­
vernerà il sistema internazionale e quali interessi saranno

26 Nota di Aron: «Tali guerre potrebbero anche essere chiamate guerre di


equilibrio se riferite alla parte che è sulla difensiva».
27 R. Aron, War and Industriai Society, in War-Studies from Psychology, So-
ciology, Anthropology, a cura di L. Bramson e G. Goethals, New York, Basic
Books, 1964, p. 359.

273
Guerra per l'egemonia e mutamento intemazionale

avvantaggiati dal nuovo ordine internazionale. La guerra


procura inoltre una ridistribuzione del territorio tra gli stati
del sistema, fissa una nuova serie di regole, muta la divi­
sione internazionale del lavoro, ecc. Tali cambiamenti por­
tano ad un ordine internazionale relativamente più stabi­
le e ad un governo più efficiente del sistema internazio­
nale basati sulla nuova distribuzione internazionale del po­
tere. In breve, le guerre per l’egemonia sono state (pur­
troppo) parte integrale e funzionale dell’evoluzione e del­
la dinamica dei sistemi internazionali.
Un conflitto per l’egemonia non farà certo sempre ine­
vitabilmente sorgere una nuova potenza egemone causan­
do un riordino del sistema internazionale. Come è avve­
nuto spesso, i contendenti possono esaurirsi a vicenda e
la potenza «vincitrice» può mostrarsi incapace di riordina­
re il sistema. La distruzione di Roma ad opera di orde
barbariche portò al caos del Medio Evo. La Pax Britanni­
ca non fu immediatamente sostituita dalla Pax America­
na, ma ci fu quella ventina d’anni di interregno che E.H .
Carr chiamò la «crisi dei vent’anni». Alla fine, però, emerge
sempre una nuova potenza o un gruppo di potenze in grado
di governare il sistema internazionale.
Quali sono allora le caratteristiche di una guerra per
l’egemonia? Che cosa la differenzia da conflitti più limi­
tati tra gli stati?
In primo luogo tale guerra comporta un confronto di­
retto tra la potenza o le potenze dominanti di un sistema"
internazionale e il contendente o i contendenti in ascesa.
Il conflitto diventa totale e col tempo vede la partecipa­
zione di tutti gli stati più importanti e meno importanti
del sistema. Ogni stato del sistema tende infatti ad essere
attratto in questo o quello schieramento. Rigide configu­
razioni bipolari di potere (la lega delio-attica contro la Lega
del Peloponneso, la Triplice Alleanza contro la Triplice In­
tesa) prefigurano spesso lo scoppio di un conflitto per l’e­
gemonia.
Secondo, la posta in gioco è fondamentalmente la na­
tura e il governo del sistema. Si può dire che è minaccia­
ta la legittimità del sistema. Per questo motivo le guerre

274
Guerra per l'egemonia e mutamento intemazionale

per l’egemonia sono conflitti illimitati; sono contempora­


neamente guerre politiche, economiche e ideologiche per
significato e conseguenze. Sono dirette alla distruzione del
sistema sociale politico o economico avversato e sono se­
guite di solito da una trasformazione religiosa, politica o
sociale della società sconfitta. La distruzione di Cartagine
ad opera di Roma, la conversione del Medio Oriente al­
l’islamismo ad opera degli Arabi e la democratizzazione
dello odierno Giappone e della Germania occidentale ad
opera degli Stati Uniti sono tutti esempi significativi.
Come ci ha insegnato Tucidide, la posta in gioco nel­
la grande guerra tra Sparta e Atene era l’egemonia sulla
Grecia e non le questioni di importanza più limitata che
erano oggetto di disputa tra i due stati. Benché gli uomi­
ni politici di entrambe le parti considerassero il conflitto
limitato e perciò risolvibile con un negoziato, Pericle col­
se il cuore del problema rispondendo a quei politici ate­
niesi disposti ad accettare le richieste apparentemente mo­
derate di Sparta:
Ecco che ci impongono di togliere il campo di Potidea, di restitui­
re la libertà a Egina e di abrogare il decreto riguardante i Megaresi.
Questi ultimi, poi, sono venuti addirittura a dirci di rispettare l’indi­
pendenza dei Greci. Nessuno di voi sia indotto a pensare che per un
futile motivo faremmo la guerra, se non revocassimo il decreto di Me-
gara; dato che è questo più di tutto che essi vanno predicando, che,
cioè, guerra non ci sarebbe se lo ritirassimo: non lasciate, radicare in
voi stessi lo scrupolo che per cosa di poco conto siete entrati in guer­
ra. Poiché questo così futile motivo interessa tutta la vostra sicurezza
e darà la prova del vostro carattere: se ora cederete alle loro imposi­
zioni ben presto qualche onere più grave vi sarà imposto, poiché per
paura anche questo avrete accettato. Con una politica di forza, invece,
dimostrerete chiaramente che con voi devono piuttosto trattare su un
piede di parità. Dunque, una volta per sempre, decidete se si debba
far atto di sottomissione prima che ne venga qualche danno, o se ac­
cetteremo la guerra come a me almeno sembra più utile; disposti a
non cedere per nessun motivo, grande o piccolo che sia, e a tenerci
in piena tranquillità quello che abbiamo conquistato: poiché, si tratti
di una questione importantissima oppure di pochissimo conto, condu­
ce pur sempre alla medesima schiavitù una pretesa che, prima di una
discussione a termini di legge, venga imposta con la forza ai vicini da
uomini che sono nella loro stessa condizione28.

28 Tucidide, La guerra del Peloponneso, Milano, Mondadori, 1952, voi. I,


pp. 106-107.

275
Guerra per l ’egemonìa e mutamento intemazionale

Terzo, una guerra per l’egemonia è caratterizzata dal


numero illimitato dei mezzi usati e dalle dimensioni gene­
rali che assume. Dal momento che tutte le parti vengono
coinvolte nella guerra e che la posta in gioco è alta, ben
poche, se non addirittura inesistenti, sono le limitazioni
che ci si pone rispetto ai mezzi. Quelle relative alla vio­
lenza e alla slealtà sono dettate necessariamente dallo sta­
to della tecnologia, dalle risorse disponibili e dal timore
di rappresaglie. Analogamente, l’estensione geografica della
guerra tende ad ampliarsi fino a abbracciare l’intero siste­
ma internazionale: queste sono le guerre «mondiali». Si può
dire dunque in definitiva che le guerre per l’egemonia si
distinguono per intensità, estensione e durata.
Nel mondo pre-moderno la guerra del Peloponneso tra
Atene e Sparta e la seconda guerra punica tra Cartagine
e Roma rispondono ai criteri definiti sopra. Nell’era mo­
derna troviamo numerosi conflitti di questo tipo: la guer­
ra dei Trent’anni (1618-1648); le guerre di Luigi XIV
(1667-1713); le guerre della rivoluzione francese e le guerre
napoleoniche (1792-1814); la prima e la seconda guerra
mondiale (1914-1918, 1939-1945) 29. Ciò che era ogni
volta in gioco in questi grandi conflitti era il dominio del
sistema internazionale.
Oltre ai criteri precedenti, tre paiono essere di solito
i presupposti dello scoppio di una guerra per l’egemonia.
Primo, l’intensificazione dei conflitti è una conseguenza
del restringersi dello spazio e delle opportunità. Con l’in­
vecchiare del sistema e l’espansione degli stati, la distan­
za tra questi diminuisce, facendo aumentare i conflitti. Non
esistono ormai più spazi vuoti intorno ai centri del pote­
re. Le risorse sono state tutte sfruttate facendo diminuire
le opportunità per una ulteriore crescita economica. Il si­
stema comincia ad incontrare limiti alla crescita e all’e­
spansione degli stati membri. Gli stati entrano sempre più
frequentemente in conflitto tra di loro. Le relazioni tra
gli stati diventano sempre più un gioco a somma zero nel

29 R.B. Mowat, A Hìstory o f European Diplomacy 1451-1789, New York,


Longmans, Green, 1928, pp. 1-2.

276
Guerra per l'egemonia e mutamento intemazionale

quale la vittoria di uno stato equivale alla perdita per un


altro.
Gli studiosi marxisti e realisti sono d’accordo nel rile­
vare l’importanza dell’accorciamento delle frontiere e il suo
significato per la stabilità e la pace del sistema. Finché
l’espansione è possibile la legge della crescita (o sviluppo)
disuguale ha solo scarsi effetti perturbatori sulla stabilità
del sistema nel suo complesso. Col tempo, però, si rag­
giunge il limite e il sistema internazionale entra in una
fase di crisi. I conflitti tra gli stati scatenati da motivi
territoriali, di mercato e di risorse diventano più frequen­
ti e assumono dimensioni più vaste sfociando alla fine in
una guerra per l’egemonia. Così, come ci spiega E.H. Carr,
la pace relativa che caratterizzò l’Europa del diciannove­
simo secolo e la credenza che una concordia di interessi
potesse fornire la base di una più stretta interdipendenza
economica erano dovute all’esistenza di «territori e mer­
cati in continua espansione»30. La riduzione dello spazio
politico ed economico portò ad una intensificazione dei
conflitti e al collasso finale del sistema nelle due guerre
mondiali.
Il secondo presupposto di una guerra per l’egemonia
è di natura temporale e psicologica piuttosto che spaziale;
esso consiste nella percezione che si sta verificando un mu­
tamento storico decisivo e nell’ansia di una o più grandi
potenze che il tempo le stia lavorando contro e che quin­
di sia opportuno iniziare una guerra preventiva mentre di­
spone ancora di una certa superiorità. E questo tipo di
ansia che ha in mente Tucidide quando scrive che la cre­
scita della potenza di Atene era guardata con timore dai
Lacedemoni e che fu questa la vera causa della guerra.
L ’alternativa che si pone ad uno stato il cui potere relati­
vo incomincia ad essere offuscato da altri stati non è tan­
to tra l’ingaggiare una guerra o farsi promotore della pa­
ce, quanto invece tra l’iniziare una guerra quando la bi­
lancia pende ancora in suo favore o farlo più tardi quan­

30 E.H . Carr, The Twenty Years’ Crisis, 1919-1939. An Introduction to thè


Study o f International Relations, London, Macmillan, 1951, p. 224.

27 7
Guerra per l'egemonìa e mutamento intemazionale

do la situazione si è ormai mutata a suo sfavore31. Lo


scopo di una guerra per l’egemonia, almeno dal punto di
vista della potenza dominante, è quello di ridurre le per­
dite piuttosto che massimizzare i guadagni. Un presuppo­
sto della guerra per l’egemonia è in effetti la percezione
che la legge della crescita diseguale ha incominciato ad ope­
rare a proprio svantaggio.
Il terzo presupposto di una guerra per l’egemonia è
che il corso degli eventi incomincia a sfuggire al controllo
umano. Finora si è parlato come se l’umanità potesse con­
trollare i propri destini. Le affermazioni qui discusse nel
tentativo di capire il mutamento politico internazionale si
basavano su un calcolo razionale dei costi/benefici. Fino
ad un certo punto, la razionalità sembra funzionare; gli
uomini di stato fanno esplicitamente o implicitamente cal­
coli razionali, cui tentano di adeguare la conduzione dello
stato. Ma è altrettanto vero che gli eventi, specialmente
quelli legati alle passioni della guerra, possono facilmente
sfuggire al controllo.
«Qual è la forza che muove le nazioni?» si chiede Tol­
stoj alla fine di Guerra e pace. La sua risposta è che in
ultima analisi questa forza è data dalle masse in movimento.
La leadership, i calcoli, il controllo degli eventi sono me­
re illusioni di statisti e studiosi. Le passioni degli uomini
e la forza propria degli eventi prendono il sopravvento
proiettando le società in nuove e insospettate direzioni.
Questo è tanto più vero durante i periodi di guerra. A
ciò facevano riferimento gli Ateniesi quando rivolgevano
i loro consigli agli abitanti del Peloponneso nel tentativo
di prevenire la guerra: e quale importanza abbia, nella guer­
ra, l’imprevisto, calcolatelo prima di trovarvi in essa im­
plicati; poiché la guerra che si prolunga suole per lo più
modificarsi secondo i capricci della sorte, dai quali siamo
noi e voi ugualmente lontani e si affrontano i pericoli men­
tre è incerto da quale parte sarà la fortuna. Quando s’ac­
cingono alle guerre, gli uomini cominciano con le azioni,

31 Per la prima guerra mondiale si veda R. Hawtrey, Economie Aspects of


Sovereignty, cit., p. 81.

278
Guerra per l ’egemonìa e mutamento intemazionale

cui bisognerebbe ricorrere in un secondo tempo; quando


poi si trovano in mezzo ai guai, allora si appigliano alle
deliberazioni32.
E raro in effetti che gli uomini riescano a determina­
re o a prevenire le conseguenze di una guerra per l’ege­
monia. Benché vadano in guerra con il desiderio di incre­
mentare i profitti o di ridurre le perdite, non hanno mai
la guerra che si aspettano: non si rendono conto infatti
di quali forze nascoste in questo modo scatenino e del­
l’importanza storica delle decisioni che stanno per pren­
dere. Sottovalutano cioè le dimensioni e l’intensità che il
conflitto può assumere e le sue conseguenze per la civiltà.
La guerra per l’egemonia scaturisce dalle condizioni strut­
turali e dallo squilibrio di un sistema internazionale, ma
le sue conseguenze sono raramente previste dagli uomini
di stato. Come fa notare Toynbee, la legge che regola tali
conflitti sembrerebbe favorire gli stati emergenti alla pe­
riferia del sistema internazionale piuttosto che gli stati con­
tendenti all’interno del sistema stesso. Gli stati diretta-
mente coinvolti in un conflitto per l’egemonia, indebolendo
se stessi, spesso non fanno che eliminare gli ostacoli alla
conquista da parte di una potenza periferica.
I momenti di svolta nella storia mondiale sono stati
quelli causati da queste lotte per l’egemonia tra potenze
rivali. Tali conflitti periodici hanno riordinato il sistema
internazionale dando un corso nuovo e imprevisto alla sto­
ria. Essi determinano quale stato governerà il sistema, quali
idee e valori s’imporranno dando la loro impronta all’eti­
ca delle età successive. L ’esito di queste guerre modifica
le strutture economiche, sociali e ideologiche delle singole
società e quella del più vasto sistema internazionale.
In antitesi all’enfasi qui posta sul ruolo svolto dalla
guerra per l’egemonia nel modificare il sistema internazio­
nale si potrebbe sostenere anche che una rivoluzione al­
l’interno può cambiare il sistema internazionale. Ciò è vero
in parte. Sarebbe stolto negare ad esempio la profonda
influenza delle grandi rivoluzioni del X X secolo (la russa,

32 Tucidide, La guerra del Peloponneso, cit., pp. 66-67.

279
Guerra per l ’egemonìa e mutamento intemazionale

la cinese, e forse anche quella iraniana) sulla politica mon­


diale. La conseguenza più importante di questi sconvolgi­
menti politici e sociali (almeno dei primi due) è stata quella
di facilitare la mobilitazione delle risorse della società ai
fini della potenza della nazione. In altre parole, l’impor­
tanza di queste rivoluzioni per la politica mondiale sta nel
fatto che sono servite a rafforzare (o indebolire) i rispet­
tivi stati provocando una ridistribuzione del potere nel si­
stema.
Come fa notare l’eminente storico francese Elie Halé-
vy, «tutti i grandi sconvolgimenti della storia mondiale,
e in particolare di quella dell’Europa moderna, sono stati
allo stesso tempo guerre e rivoluzioni»33. La Guerra dei
Trent’anni fu sia una guerra internazionale tra Svezia,
Francia e l’Impero Asburgico sia una serie di conflitti in­
terni tra cattolici e protestanti. Le guerre della rivoluzio­
ne francese e quelle del periodo napoleonico, che contrap­
posero la Francia al resto dell’Europa, scatenarono sov­
vertimenti sociali e rivoluzioni nazionali in tutt’Europa.
La prima e la seconda guerra mondiale sono state non so­
lo il segno della decadenza dell’ordine politico europeo ma
hanno anche rappresentato un attacco violento al liberali­
smo politico e al laissez-faire economico. Il trionfo della
potenza americana in queste due guerre ha significato non
solo l’instaurazione del dominio americano del sistema ma
anche il ritorno di un ordine mondiale liberale.
L ’importanza delle guerre per l’egemonia nell’indiriz-
zare la storia entro nuovi canali ha portato molti studiosi
a chiedersi se il verificarsi di tali conflitti obbedisca a leggi
storiche e se segua un modello identificabile34. L ’ipotesi
avanzata è che esista, perlomeno nella storia moderna, un

33 E. Halévy, The Era of Tyrannies, New York, Doubleday, 1965, p. 212.


Il saggio di Halévy, The World Crises of 1914-1919: An Interpretation, pubblica­
to per la prima volta nel 1930, è una brillante analisi del ruolo delle forze
sociali e delle idee politiche nello scoppio di una guerra.
34 A.J. Toynbee, A Study of History, London, Oxford University Press,
1961, voli. I li e X II; Q. Wright, A Study o f War, 2 voli., Chicago, University
of Chicago Press', 1942; F. Beer, Peace Against War. The Ecology of Internatio­
nal Violence, San Francisco, W .H. Freeman, 1981.

280
Guerra per l'egemonia e mutamento intemazionale

ciclo ricorrente di periodi di guerra e di pace. Con le pa­


role dello storico George Clark, «in tutte le sue diverse
forme [questa idea] significa che durante un periodo di
pace ci sono condizioni che portano necessariamente allo
scoppio di una guerra, che durante la guerra ce ne sono
altre che riportano la pace, e che tale processo, una volta
ritornato al punto di partenza, viene, e probabilmente ver­
rà, ripetuto indefinitamente»35. Così, secondo la conce­
zione deterministica, le guerre per l’egemonia che si veri­
ficano periodicamente sono causate dall’espansione siste­
matica e dalla contrazione delle forze sociali, psicologiche
ed economiche.
Tra gli studiosi contemporanei l’idea dei cicli di guer­
ra e pace è stata indagata da Gerhard Mensch36, Walter
Rostow37 e George Modelski38. La teoria più interessan­
te è forse quella di Modelski, il quale sostiene che la sto­
ria moderna è caratterizzata da «lunghi cicli di politica glo­
bale» 39. Questi cicli secolari, inaugurati e conclusi da
quelle che egli chiama «guerre globali», corrispondono al
dominio del sistema internazionale da parte di cinque po­
tenze mondiali che vi ci sono avvicendate: Portogallo, Paesi
Bassi, Gran Bretagna (due volte) e Stati Uniti. Durante
il loro periodo di dominio queste potenze mondiali hanno
assicurato l’ordine del sistema internazionale.
L ’enfasi posta da Modelski sul ruolo svolto dalle po­
tenze mondiali e dalle guerre globali nel mettere ordine
e mutare il sistema internazionale è simile alla posizione
qui sostenuta. La differenza però tra la concezione di Mo­
delski delle guerre globali per l’egemonia e quella presen­
tata in questo studio è fondamentale40. Benché la conce­

35 G. Clark, War and Society in thè Seventeenth Century, Cambridge, Cam­


bridge University Press, 1958, p. 131.
36 G. Mensch, Stalemate in Technology, Innovations Overcome thè Depres-
sion, Cambridge, Mass., Ballinger Publishing, 1979.
37 W.W. Rostow, Why thè Poor Get Rìcher and thè Rich Slow Down: Es-
says in thè Marshallian Long Period, Austin, University of Texas Press, 1980.
38 G. Modelski, The Long Cycle of Global Politics and thè Nation-State, in
«Comparative Studies in Society and History», 20 (1978), pp. 214-235.
39 Ibidem.
‘,0 Ci sono anche altre importanti differenze. Non annovereremmo ad esem­
pio il Portogallo e i Paesi Bassi tra le potenze mondiali sullo stesso piano della
Gran Bretagna e degli Stati Uniti. Benché Modelski rifiuti il determinismo il
suo schema tende in quella direzione più del nostro.

281
Guerra per l'egemonia e mutamento intemazionale

zione di Modelski dei cicli di guerra e pace sia affasci­


nante, le difficoltà delle teorie dei grandi cicli in politica
e in economia sta nel fatto che non si conosce un mecca­
nismo che possa spiegarle. Così il postulato di Modelski
di una «sindrome dei Buddenbrook [...] una generazione
costruisce, l’altra consolida e la terza perde il controllo»41
non è più convincente della più elaborata formulazione del­
l’idea risalente al XVI secolo: «Ho sempre sentito dire che
la pace porta ricchezze; le ricchezze portano l’orgoglio; l’or­
goglio porta l’ira; l’ira porta la guerra; la guerra porta la
povertà; la povertà l’umanità; l’umanità la pace; la pace,
come ho detto, porta ricchezze, e così vanno le vicende
di questo mondo»42. Anche se può esserci un ciclo di
cent’anni caratterizzato da periodi di guerra e di pace, fin­
ché non si definisce il meccanismo che determina e gene­
ra i cicli, l’idea rimane speculativa quantunque interessante.
In verità bisogna dire che l’incertezza governa il mon­
do e che tutte le teorie politiche da Tucidide a Machia­
velli fino a quelle contemporanee si pongono fondamen­
talmente una sola domanda: come può la razza umana, lo
faccia per fini egoistici o per scopi più vasti, comprende­
re e controllare le forze apparentemente cieche della sto­
ria? Nel mondo contemporaneo questo problema si è fat­
to più grave per lo sviluppo delle armi nucleari e di altro
tipo per la distribuzione di massa. Nell’ambito di questo
studio, dobbiamo chiederci se nell’era nucleare la guerra
per l’egemonia continuerà o meno ad essere il principale
meccanismo regolatore delle relazioni tra gli stati. Gli uo­
mini di stato potranno mai controllare meglio le apparen­
temente cieche forze del mutamento politico?
Nel periodo precedente la seconda guerra mondiale mol­
ti studiosi di relazioni internazionali hanno cercato di tro­
vare una risposta a tale quesito43. Le grandi guerre, so­

41 Modelski, The Long Cycle o f Global Volitici and Nation-States, cit., p.


232.
42 Citato da Clark, War and Society in thè Seventeenth Century, cit., p. 134.
43 F.S. Dunn, Veaceful Change: A Study o f International Procedures, New
York, Council on Foreign Relations, 1937; E .H . Carr, The Twenty Years’ Cri­
sti, 1919-1939, cit.; C.A.W . Manning (a cura di), Veaceful Change. An Interna­
tional Problem, New York, Macmillan, 1937.

282
Guerra per l'egemonia e mutamento intemazionale

stengono questi autori, potrebbero essere difficilmente giu­


stificate in termini di odierno calcolo costi/benefici; tutti
i partecipanti, sia pure in gradi diversi, sono perdenti. C ’era
bisogno, dicono questi riformatori, di sostituire il ricorso
alla guerra, come mezzo principale per riordinare il siste­
ma in seguito al mutamento dei rapporti di potere tra gli
stati, con metodi di mutamento pacifico.
L ’analisi e difesa classica del mutamento pacifico qua­
le soluzione al problema della guerra per l’egemonia è quella
di E.H. Carr in The Twenty Years’ Crisis, 1919-1939, scritto
alla vigilia della seconda guerra mondiale44. Perché sia
possibile un mutamento pacifico, sostiene qui Carr, sono
necessarie due condizioni. Primo, lo stato che minaccia lo
status quo internazionale deve essere in grado di esercita­
re minacce e pressioni nei confronti degli stati dominanti.
A meno che non si verifichi ciò, quest’ultimo non avrà
motivi per cambiare lo status quo internazionale. Secon­
do, poiché gli stati dominanti sono quelli che ricavano più
benefici dallo status quo, sono moralmente obbligati a fa­
re maggiori concessioni per raggiungere compromessi sod­
disfacenti. Una politica di pacificazione riadeguerà ancora
una volta, secondo Carr, le componenti del sistema inter­
nazionale (distribuzione del territorio, regole del sistema,
relazioni economiche, ecc.) ai reali rapporti di forza. Il ri­
corso alla guerra (o, almeno, ad una guerra per l’egemo­
nia) si rivelerà allora inutile per realizzare un mutamento
della politica internazionale e risolverà lo squilibrio crea­
tosi nel sistema.
La politica di pacificazione fallì negli anni Trenta, so­
stiene ancora Carr, poiché la Germania (precedentemente
disarmata dal Trattato di Versailles) fu incapace, perlomeno
all’inizio, di imporre le sue richieste di cambiamento. Gli
Inglesi e i Francesi non erano quindi motivati a fare le
necessarie concessioni alle legittime richieste tedesche.
Quando in seguito la Germania fu in grado di imporle,
le concessioni offerte dalle potenze protettrici dello status

44 II libro fu pubblicato per la prima volta nel 1939; in questa sede ci ri­
feriremo però all’edizione del 1951.

283
Guerra per l ’egemonia e mutamento intemazionale

quo si dimostrarono insufficienti e furono considerate un


segno di debolezza più che un atto di generosità. Invece
di pacificare la Germania, esse stimolarono richieste di con­
cessioni che andavano ben oltre quelle che avrebbero sod­
disfatto i Tedeschi solo pochi anni prima. Di conseguen­
za la politica di pacificazione non portò ad un cambia­
mento pacifico, ma ad un grande conflitto.
Le difficoltà insite nei tentativi di mutamento pacifi­
co furono espresse già da Tucidide nel discorso tenuto dagli
ambasciatori ateniesi in risposta alle richieste spartane di
maggiori concessioni da parte di Atene, incluso il parziale
smembramento dell’impero ateniese, al fine di evitare la
guerra:
Dalla forza stessa delle cose fummo in un primo tempo costretti
ad ampliare il nostro dominio fino a questo punto; prima di tutto per
il timore, poi per il senso di onore e infine anche per utilità. Ci pare­
va infatti pericoloso, ormai che alla maggior parte eravamo venuti in
odio è che alcuni degli alleati, ribellatisi, erano stati da noi assoggetta­
ti e voi non ci eravate più amici come prima, anzi piuttosto sospettosi
e ostili, rinunciare alla nostra superiorità ed esporci a seri pericoli: poiché
certo ci avrebbero abbandonato per accostarsi a voi. Si può forse rim­
proverare a chi si trova nei più gravi pericoli se s’adopra nel miglior
modo per la sua utilità? 45

Il discorso degli Ateniesi esprime molto bene il di­


lemma del mutamento pacifico. Finché uno stato è sot­
toposto alle pressioni di altri stati, è poco motivato a
fare concessioni per la causa della pace e dà la priorità
alla sua sicurezza e ai suoi interessi economici. Quando
però lo stato sfidante è in una posizione tale da poter
imporre le sue richieste, chiede più concessioni di quelle
che avrebbe ritenuto accettabili prima; dal canto suo, lo
stato minacciato non osa ora soddisfare tali richieste. Te­
me infatti che una politica di pacificazione non farà che
accrescere l’appetito per ulteriori concessioni. Il compito
più importante di uomini di stato prudenti e responsabi­
li è forse quello di giudicare in quali casi la pacificazio­
ne può portare o no ad una soluzione pacifica dei con­
flitti.

45 Tucidide, ha guerra del Peloponneso, cit., pp. 64-65.

28 4
Guerra per l'egemonia e mutamento intemazionale

Ciò nondimeno, alla soluzione delle dispute si giunge


spesso attraverso un processo di mutamento pacifico. Me­
diante concessioni reciproche, accordi sulle sfere d’influenza
e misure simili, stati contendenti sono riusciti talvolta a
creare una situazione di distensione pacifica. Abbiamo già
visto l’esempio della Gran Bretagna, che negli anni prece­
denti la prima guerra mondiale riuscì a raggiungere una
serie di accordi con tutti i suoi principali rivali. Questo
caso mostra molto bene le difficoltà insite nei tentativi
di mutamento pacifico e le possibilità, ancora da provare,
che tale mutamento possa risolvere i problemi cruciali po­
sti dalla variazione dei rapporti di potere tra gli stati.
La Gran Bretagna riuscì a raggiungere degli accordi
con tutti i maggiori stati, ma non con la Germania. Per
i leader di entrambi i paesi, infatti, la rivalità navale anglo­
tedesca era di fondamentale importanza per la propria si­
curezza e in ultima analisi per i destini del sistema statale
europeo. Nessuno dei due contendenti poteva venire a un
compromesso per timore di consegnarsi nelle mani dell’al­
tro. Questa sfiducia di base contribuì enormemente a tra­
sformare un conflitto di secondaria importanza nei Balca­
ni in una guerra per l’egemonia che coinvolse tutte le po­
tenze europee, una guerra che avrebbe profondamente in­
fluenzato il governo e la struttura del sistema politico eu­
ropeo.
Un esempio più recente e più drammatico di cambia­
mento pacifico è quello verificatosi quando i paesi pro­
duttori ed esportatori di petrolio (O p e c ) riuscirono a strap­
pare alle multinazionali americane e di altri stati il con­
trollo del mercato petrolifero. Tale atto costituì senz’altro
la maggiore ridistribuzione forzata di ricchezze nella sto­
ria del mondo, anche se non si deve ingigantire il suo si­
gnificato, esagerando le possibilità del potere economico
di produrre mutamenti politici. Due fattori hanno dimo­
strato la loro importanza nel moderare la risposta ameri­
cana: due dei membri leader dell’OPEC (Iran e Arabia Sau­
dita) erano alleati politici degli Stati Uniti, per cui la loro
azione non sembrò una diretta minaccia agli interessi del­
la sicurezza americana. Essi non minacciavano la posizio­

285
Guerra per l'egemonia e mutamento intemazionale

ne internazionale degli Stati Uniti e in qualche modo sem­


bravano addirittura rafforzarla. Se fossero mancate que­
ste e altre condizioni ci sarebbe da chiedersi se tale pas­
saggio dei diritti di proprietà sarebbe avvenuto in modo
pacifico.
Il nocciolo della discussione sta nel fatto che il muta­
mento pacifico appare più realizzabile se comporta cam­
biamenti in un sistema internazionale e più difficile se com­
porta un cambiamento del sistema stesso. Se la Gran Bre­
tagna può essere disposta a fare concessioni e gli Stati Uniti
a subire una grave sconfitta economica per preservare il
sistema internazionale, pare non esistano esempi di potenza
dominante disposta a rinunciare al dominio del sistema in­
ternazionale a favore di una potenza emergente per evita­
re la guerra. Così come non ci sono esempi di potenze
emergenti che abbiano rinunciato ad ulteriori profitti e ai
tentativi di ristrutturare il sistema in modo da favorire
i propri interessi economici e la propria sicurezza. Se leg­
giamo più attentamente Carr, ci rendiamo conto che nep­
pure lui era disposto a vedere soppiantata l’egemonia bri­
tannica da quella tedesca o giapponese. Se proprio la lea­
dership della Gran Bretagna era destinata al tramonto, al­
lora le insegne del comando, secondo lui, sarebbero dovu­
te passare agli Stati Uniti. Carr prevedeva una Pax Ame­
ricana o, meglio ancora una Pax Anglo-Saxonica, un con­
dominio internazionale anglo-americano, come migliore al­
ternativa possibile alla Pax Britannica. Ciò era auspicabi­
le, argomenta Carr, perché queste due «[potenze] tolleranti
e non tiranniche erano preferibili a qualsiasi altra alterna­
tiva praticabile»46.
La preferenza accordata da Carr ad una forma di go­
verno del sistema internazionale più umana e democratica
tradisce un’importante verità. Gli uomini, benché deside­
rosi di pace, non la considerano il valore più alto. Se così
fosse, sarebbe possibile raggiungere facilmente la pace e
mutamenti pacifici; un popolo avrebbe bisogno solo di ri­
fiutarsi di difendersi. Nel corso della storia, invece, le di­

46 Carr, The Twenty Years’ Crisis, 1919-1939, cit., p. 236.

286
Guerra per l ’egemonia e mutamento intemazionale

verse società hanno posto altri valori e interessi al di so­


pra del loro desiderio di pace. Da questo punto di vista
il compito fondamentale di un mutamento pacifico non
è solamente quello di garantire la pace, ma quello di fa­
vorire il cambiamento e di ottenere condizioni di pace che
difendano i propri valori fondamentali. Stabilire come è
possibile raggiungere questo scopo in determinate circo­
stanze storiche è il compito primario di una conduzione
saggia e prudente dello stato.
In mancanza di valori e interessi comuni, il meccani­
smo di mutamento pacifico ha scarse possibilità di succes­
so. Se fosse altrimenti non si sarebbe più nell’ambito del­
la politica internazionale ma di quella nazionale, dove pu­
re esistono dei limiti ai mutamenti pacifici. Quando si su­
perano tali limiti il risultato è la guerra civile. Benché al­
cuni abbiano recentemente scritto il contrario, ci sono ben
poche prove che i valori e gli interessi che uniscono l’u­
manità abbiano soppiantato quelli che la dividono in un
mondo di gruppi concorrenti e di stati sovrani.

La guerra per l’egemonia ha rappresentato nel corso


della storia il principale meccanismo per indurre cambia­
menti sistemici nella politica mondiale. I conflitti per l’e­
gemonia scatenati da un crescente squilibrio tra gli oneri
necessari per mantenere un impero o una posizione ege­
mone e le risorse a disposizione della potenza dominante
portano alla formazione di un nuovo sistema internazio­
nale. La distribuzione del territorio, il modello delle rela­
zioni economiche e la gerarchia del prestigio riflettono la
nuova distribuzione del potere nel sistema, come era av­
venuto nel sistema precedente. Gli stati dominanti emer­
genti nel sistema tendono ad estendere il loro dominio fi­
no ai limiti delle loro possibilità economiche, militari e
di altro tipo. Col tempo, anche queste potenze raggiungo­
no la maturità, mentre sorgono nuovi sfidanti ai margini
delle zone di potere e di influenza delle prime. Così il
processo di declino, squilibrio e lotta per l’egemonia rico­
mincia ancora una volta.
Una guerra per l’egemonia si conclude con l’inizio di

287
Guerra per l ’egemonia e mutamento intemazionale

un altro ciclo di crescita, espansione e infine di declino.


La legge della crescita diseguale continua a ridistribuire
il potere fino a minacciare lo status quo stabilito dall’ulti­
ma lotta per l’egemonia. Lo squilibrio sostituisce l’equili­
brio, e il mondo si muove incontro ad un nuovo ciclo di
conflitti per l’egemonia. Così è stato e così sempre sarà,
finché gli uomini si distruggeranno a vicenda o impare­
ranno ad elaborare meccanismi efficaci di mutamento pa­
cifico.

288
CAPITOLO S E S T O

Mutamento e continuità
nella politica mondiale

Il presupposto su cui si basa il nostro studio è che nel


corso dei millenni la natura delle relazioni internazionali
sia rimasta fondamentalmente la stessa. Nella convinzio­
ne che il passato non sia solamente un prologo al presen­
te e che quest’ultimo non sia l’unico depositario della ve­
rità, abbiamo perciò attinto all’esperienza storica e a quella
di numerosi studiosi che ci hanno preceduto. Benché lo
scopo di questo libro sia quello di comprendere la natura
del mutamento politico internazionale esso presume anche
che la politica mondiale sia caratterizzata da una soggia­
cente continuità. La storia di Tucidide ci offre oggi come
quando fu scritta nel V secolo a.C. importanti intuizioni.
Si potrebbe quasi dire che se Tucidide si trovasse in mez­
zo a noi avrebbe probabilmente poche difficoltà (seguen­
do un breve corso di geografia, economia e tecnologia mo­
derna) a comprendere le lotte per il potere della nostra
epoca.
Il presupposto della continuità negli affari statali è stato
di recente sottoposto a critica da alcuni studiosi di rela­
zioni internazionali. Essi ritengono infatti che cambiamenti
tecnologici, economici e della coscienza morale abbiano tra­
sformato la natura stessa delle relazioni internazionali. Gli
attori internazionali, gli obiettivi della politica estera e i
mezzi per raggiungere gli obiettivi avrebbero subito cam­
biamenti decisivi e di segno positivo. Lo stato-nazione
avrebbe perso importanza e gli obiettivi del welfare avreb­
bero preso il posto di quelli della difesa diventando gli
obiettivi prioritari della società e facendo diminuire il ri­
corso alla forza come strumento efficace di politica este­
ra. Si assiste in effetti ad una strana tensione tra il pessi­
mismo dell’opinione pubblica e l’atteggiamento degli stu­
diosi di relazioni internazionali. Questi ultimi hanno mes-

289
Mutamento e continuità nella politica mondiale

so in evidenza degli sviluppi che a loro parere avrebbero


cambiato la natura anarchica e competitiva delle relazioni
internazionali.
L ’illustre sociologo Alex Inkeles ha ben colto lo spiri­
to che anima molti di questi studiosi convinti che si sia
verificata una interruzione nella continuità delle relazioni
internazionali:
Nella seconda metà del X X secolo intellettuali di professione e non
hanno spesso espresso il parere che le relazioni dell’uomo con i suoi
simili e con il mondo circostante stanno attraversando una serie di pro­
fondi cambiamenti. E come se si vivesse in una di quelle epoche stori­
che nelle quali un processo quantitativo diventa una trasformazione qua­
litativa. Anche quando, in momenti di maggiore lucidità, ci rendiamo
conto di essere ancora molto lontani da questo obiettivo sappiamo pu­
re inequivocabilmente di star seguendo una qualche nuova traiettoria
e che non siamo stati solamente lanciati bensì che siamo già a buon
punto diretti ad una destinazione individuata solo vagamente. Questo
senso diffuso dell’esistenza di una rete nuova e globale di interrelazio­
ni si esprime in slogan, idee e frasi di facile presa molto diffuse come
«governo mondiale», «villaggio globale», «biosfera» e «l’astronave ter­
ra» e nell’onnipresente vignetta dell’affollato globo terrestre con una
miccia accesa che sporge ad un’estremità detta «la bomba della popo­
lazione mondiale». Benché la reazione a questa nuova situazione sia
molto estesa e ci indichi che qualcosa sta accadendo, pure la sua varie­
tà aumenta la nostra confusione su che cosa stia veramente accadendo h

Se la politica mondiale ha subito una trasformazione


qualitativa allora questa discontinuità storica invaliderà ne­
cessariamente la teoria del mutamento politico internazio­
nale esposta in questo studio, superando il nostro model­
lo del cambiamento, le affermazioni ricavate dal modello
e le testimonianze fornite dalla storia. Il modello, rivela­
tosi una guida piuttosto debole (e, naturalmente, anche
gli altri sforzi per apprendere dal passato) dovrà essere ri­
gettato. Se il mondo è mutato quanto sostengono molti
studiosi contemporanei, allora l’esperienza storica ha ben
poco da dirci sul significato degli eventi storici. Saremo
quindi intellettualmente alla deriva. Per questo motivo, lo
scopo di questo capitolo è quello di valutare l’argomenta-

1 A. Inkeles, The Emergìng Social Stradare o f thè World, in «World Poli-


tics», 27 (1975), pp. 467-495.

290
Mutamento e continuità nella politica mondiale

zione secondo la quale gli sviluppi recenti hanno trasfor­


mato la natura delle relazioni internazionali.
Tre sono i profondi sviluppi che inducono molti stu­
diosi contemporanei di relazioni internazionali a parlare
di una trasformazione fondamentale della natura delle re­
lazioni internazionali. Il primo consiste nella rivoluzione
tecnologica verificatasi in campo bellico in seguito all’av­
vento delle armi nucleari e di altre armi per la distruzio­
ne di massa. Il secondo sta nell’alto livello di interdipen­
denza delle economie nazionali. Il terzo è dato dall’avvento
della società globale, accompagnato dal mutamento della
coscienza etica e da una serie di problemi a livello plane­
tario. In seguito a tali sviluppi si sono avute, secondo questi
studiosi, grandi trasformazioni dei costi della guerra e dei
benefici della pace e si è manifestata la necessità di una
cooperazione internazionale. Questi tre sviluppi presi in­
sieme avrebbero trasformato le relazioni internazionali ren­
dendo il mutamento pacifico una realtà.
La visione che degli sviluppi tecnologici, economici e
di altra natura hanno trasformato le relazioni internazio­
nali, benché attraente, non risulta altrettanto convincen­
te. Il mondo è sì cambiato, e anche profondamente, per
questi motivi. Sono aumentati i rischi di conflitti e i van­
taggi della cooperazione. Ma, sebbene la scienza, la tec­
nologia e l’economia moderne abbiano cambiato il mon­
do, ciò non dimostra che l’umanità abbia risolto i proble­
mi connessi con il mutamento politico internazionale, e
in particolar modo quello della guerra.

1. Rivoluzione nucleare e guerra nell’epoca contemporanea


Molti studiosi di relazioni internazionali sono del pa­
rere che il potere militare non sia più né uno strumento
politico razionale né un meccanismo del mutamento poli­
tico internazionale. Stranamente, nessuno più di Hans Mor-
genthau, il portavoce del realismo politico, sostiene con
forza questo punto di vista:
Penso che si sia verificata una rivoluzione, forse la prima vera ri­
voluzione in politica estera dall’inizio della storia, in seguito all’intro­

291
Mutamento e continuità nella politica mondiale

duzione delle armi nucleari nell’arsenale di guerra. [Nel passato] [...]


esisteva un rapporto razionale tra violenza come strumento di politica
estera e i fini di quest’ultima. Ciò significa che un uomo di stato po­
teva chiedersi — e si chiedeva sempre — se poteva ottenere quello
che si riprometteva per la nazione con mezzi diplomatici pacifici o se
doveva far ricorso alla guerra [...]. L ’uomo di stato nell’era prenuclea­
re era molto spesso nella condizione di un giocatore d ’azzardo — un
giocatore ragionevole, cioè — che è disposto a rischiare una certa par­
te delle sue risorse materiali e umane. Se vince, il rischio è giustificato
dalla vittoria; se perde, non ha perso tutto. Le perdite sono, in altre
parole, sopportabili. Questo rapporto nazionale tra la violenza come stru­
mento di politica estera e i finì della politica estera è stato distrutto dalla
possibilità di una guerra nucleare totale2.

Benché le armi nucleari abbiano reso la guerra totale


(ciò che abbiamo chiamato guerra per l’egemonia) estre­
mamente' costosa, non hanno assolutamente eliminato il
problema della guerra. Le categorie della guerra si sono
ampliate nei decenni successivi la seconda guerra mondia­
le: guerre per procura che coinvolgono le potenze nuclea­
ri; guerre convenzionali limitate; guerriglia; guerre civili;
terrorismo, ecc.3. Tali guerre possono e riescono ad im­
porre un mutamento politico nonostante i pericoli dell’es-
calation. A partire dalla fine della seconda guerra mondia­
le le cosiddette guerre limitate sono costate la vita a deci­
ne di migliaia di persone (indirettamente, a centinaia di
migliaia). E molto difficile conciliare questa carneficina con
la tesi secondo la quale le armi moderne hanno trasfor­
mato la natura delle relazioni internazionali.
Una delle più importanti e anche allarmanti conseguen­
ze dell’avvento delle armi di distruzione di massa è stata
quella di aumentare il ricorso alla minaccia di guerra co­
me strumento politico. In parte questa minaccia serve co­
me deterrente per evitare guerre tra le superpotenze e i
loro alleati. D ’altro canto, però, sussiste sempre il perico­
lo che gli uomini di stato utilizzando il ricatto nucleare
o rispondendo ad esso finiscano per perdere il controllo

2 H. Morgentbau e altri, Western Values and Total War, in «Commenta-


ry», 32, 1961, p. 280 (corsivo aggiunto).
3 Una delle migliori trattazioni dell’argomento è quella di R. Osgood e R.
Tucker, Force, Order and Justice, Baltimore, Johns Hopkins University Press, 1967.

292
Mutamento e continuità nella politica mondiale

sugli avvenimenti e per entrare in uri escalation che porta


ad una guerra nucleare non voluta da nessuno.
L ’esercizio del potere è ancora la caratteristica fonda-
mentale delle relazioni internazionali. Il fatto che il pote­
re sia stato usato in modo inetto da una delle superpo­
tenze o da entrambe non rende il suo esercizio meno im­
portante. Sarebbe sciocco comunque sostenere che l’avvento
delle armi nucleari e di altre armi di distruzione di massa
non abbia alterato il ruolo e l’uso della forza nel mondo
contemporaneo. Queste armi hanno avuto indubbiamente
una profonda influenza sulla condotta del governo degli
stati. Benché non siano ancora ben chiare le loro ultime
conseguenze, sembra che le armi di distruzione di massa
abbiano avuto generalmente tre effetti sulle relazioni in­
ternazionali 4.
Per prima cosa la deterrenza di un’altra grande guerra
è diventata, almeno per il momento, lo scopo primario del
potere militare. La deterrenza reciproca tra stati con ca­
pacità nucleare avversari pone dei limiti alla violenza e
conseguentemente protegge dalla guerra totale tutta quanta
la società internazionale. Il successo della strategia della
deterrenza è dipeso dall’uso della potenza per equilibrare
altra potenza e non da un’obsolescenza della potenza stessa.
Come ha sottolineato Kenneth Waltz, la rivoluzione nucleare
ha avuto l’effetto di rendere «la forza più utile che mai per
il mantenimento dello status quo (sebbene non lo sia per
il suo cambiamento) ed il mantenimento dello status quo è
l’obiettivo minimo di ogni grande potenza»5. Se questo si­
stema di deterrenza reciproca dovesse rompersi, senza al­
cun dubbio, le manifestazioni moderne della potenza na­
zionale si scatenerebbero con la loro violenza massima.
Come seconda cosa, le armi nucleari forniscono allo
stato con capacità nucleare «una garanzia infrangibile del­
la sua indipendenza ed integrità fisica»6. Pur mostrando

4 I. Smart, The Great Engìnes: The Rise and Decline o f a Nuclear Age, in
«International Affairs», 51, 1975, pp. 544-553.
5 K.N . Waltz, Theory of International Politics, Reading, Mass., Addison-
Wesley, 1979, p. 191, trad. it., Teoria della politica intemazionale, Bologna,
Il Mulino, 1987.
6 Smart, The Great Engines, cit., p. 548.

293
Mutamento e continuità nella politica mondiale

scarse capacità di «costrizione» (nel senso di costringere


uno stato a seguire il volere di un altro) costituiscono una
polizza d’assicurazione contro il disastro ultimo. Come il
revolver a sei colpi della frontiera americana rendono in
una certa misura tutti uguali. Lo stato più potente ci pen­
serà due volte prima di attaccare lo stato più piccolo do­
tato di armi nucleari. Di conseguenza, secondo alcuni, la
diffusione delle armi nucleari potrebbe creare un sistema
di deterrenza universale e quindi le condizioni per una pace
definitiva. Benché quest’idea abbia una certa sostanza, bi­
sogna dire che le graduazioni di potere e capacità conti­
nuano pur sempre a sussistere in un mondo dotato di ar­
mi nucleari.
Il terzo e più preoccupante effetto è dato dal fatto -
che il possesso delle armi nucleari determina in larga mi­
sura la posizione occupata da una nazione nella gerarchia
del prestigio internazionale. Poiché oggi anche una socie­
tà relativamente arretrata può essere economicamente in
grado di acquistare le armi nucleari, non vale più l’identi­
ficazione dell’epoca moderna tra potenza industriale e po­
tenza militare e prestigio. Le armi nucleari in se stesse
conferiscono uno status privilegiato e sono diventate veri
e propri status symbols ricercati da un numero sempre mag­
giore di stati. Il possesso delle armi nucleari è diventato
un importante obiettivo per molti stati. Le implicazioni
di questa situazione per la proliferazione degli arsenali nu­
cleari e della stabilità internazionale non permettono, per
usare un linguaggio eufemistico, una visione ottimista del
futuro (si veda Waltz per la tesi opposta).
Nel corso della storia la minaccia di guerra e l’uso della
forza e della guerra sono stati regolati da una relazione
fondamentale tra capacità distruttiva e probabilità di guer­
ra: più distruttiva minacciava di essere la guerra, minori
erano le probabilità che si verificasse, e viceversa7. Il pa­
cifista Leone Tolstoj era conscio di questo rapporto e spe­
rava che le guerre diventassero tanto distruttive da dis-

7 Devo questa osservazione a Hedley Bull. Si veda H . Bull, Limitations in


Strategie Nuclear War, in «The Listener», 69 (1963), pp. 147-149.

294
Mutamento e continuità nella politica mondiale

suadere gli uomini a combatterle. La scelta di Hobson del­


l’uomo moderno consiste in questo: sforzandosi di evitare
una guerra nucleare totale attraverso il controllo degli ar­
mamenti e un efficace sistema di deterrenza l’uomo ren­
de il mondo ancora più sicuro per le guerre limitate e il
ricorso calcolato alla minaccia nucleare.
In una situazione di deterrenza reciproca e con un si­
stema stabile di controllo degli armamenti una serie di guer­
re limitate potrebbe servire a mutare il sistema interna­
zionale8. Se perdesse di credibilità la minaccia di un ri­
corso alla guerra nucleare, prevarrebbe allora la superiori­
tà locale e uno stato emergente potrebbe fare un uso di
forza limitato per mutare lo status quo territoriale. La con­
seguente perdita di accesso a risorse fondamentali o a ter­
ritori strategici potrebbe, a sua volta, ridurre la potenza
dominante in una posizione di inferiorità e trasformare il
governo del sistema internazionale. In passato, delle na­
zioni hanno provocato guerre totali per proteggere i pro­
pri vitali interessi minacciati da simili strategie di cam­
biamento parcellizzato (note volgarmente come bologna tac-
tics) 9. E possibile, nonostante molte opinioni contrarie,
che la deterrenza reciproca serva alla fine ad inibire la di­
fesa dello status quo da parte della potenza dominante piut­
tosto che a prevenire i tentativi della potenza in ascesa
di mutare lo status quo 10.
Come ha affermato Ronald L. Tammen, «il grande di­
lemma irrisolto delle armi nucleari è come usarle, oltre che
in funzione deterrente nei confronti di una guerra tota­
le» 11. La storia della guerra e degli armamenti mostra co­
me i grandi cambiamenti nel sistema internazionale non
siano dovuti alle innovazioni costituite dalle armi stesse
ma al loro uso da parte dei geni della politica e dell’arte

8 H . Kissinger, The Necessity for Choice, Prospects of American Foreign Po-


licy, New York, Harper and Row, 1961, p. 90.
9 Letteralmente «tattica della mortadella»; il riferimento è propriamente do­
vuto all’aspetto del salume in questione che richiama l’immagine di un proce­
dere a «pezzi» oppure a «macchie» [N.d.T.].
10 Lo stato dominante potrebbe ovviamente seguire la stessa strategia e in
questo modo rafforzare il suo controllo sul sistema.
11 Citato da Smart, The Great Engines, cit., p. 551.

295
Mutamento e continuità nella politica mondiale

militare, i quali hanno usato appunto le nuove armi per


acquisire una posizione di superiorità nei confronti degli
altri stati. Così i Romani riuscirono a conquistare un im­
pero grazie alle loro innovazioni organizzative, tattiche e
strategiche e non grazie alla innovatività delle loro ar­
m i12. Sono solo pochi decenni che viviamo nell’era nu­
cleare ed è ancora troppo presto per dire che non ci sa­
ranno più un Gaio Mario, un Alessandro 13 o un Napo­
leone capaci di mettere a punto la tattica e la strategia
adatte a trasformare le armi nucleari e la minaccia nucleare
in efficaci strumenti di politica nazionale. Anche se un
tale tentativo potrebbe rivelarsi del tutto irrazionale, chi
può dire oggi con sicurezza che in futuro non ci sarà mai
un uomo politico tanto audace o tanto disperato da usare
la minaccia di una guerra nucleare per imporre i suoi fini
politici, specialmente poi se il successo significasse domi­
nio del pianeta? Purtroppo la storia della politica interna­
zionale non ci garantisce in alcun modo che le armi nu­
cleari avranno sempre e solo una funzione deterrente.
L ’avvento delle armi nucleari può infine rendere più
difficile il compito della diplomazia e l’obiettivo di isti­
tuire un meccanismo di mutamento pacifico. Nell’era pre­
nucleare, come ha fatto notare Kissinger, i diplomatici riu­
scivano a risolvere le dispute internazionali e a trovare com­
promessi accettabili per il timore che, arrivando ad un pun­
to morto al tavolo dei negoziati, la decisione venisse rin­
viata al campo di battaglia14. Al giorno d’oggi, la capa­
cità distruttiva della guerra ha fatto diminuire le probabi­
lità che si ricorra ad una guerra per superare un’impasse
diplomatica, per cui gli uomini politici sono meno dispo­
sti ad accettare compromessi per una soluzione pacifica dei

12 Un esempio più recente è la Blitzkrieg (guerra lampo) tedesca, che con­


sentì alla Germania rapidi successi nei primi giorni della seconda guerra mon­
diale. Anche se le tecnologie adoperate in questo nuovo tipo di guerra (carro
armato e aeroplano) erano state già introdotte durante la prima guerra mondia­
le, solo più tardi la Germania mise a punto la tattica, la dottrina e l’organizza­
zione necessarie per integrarle in potenti strumenti di aggressione.
13 Per la verità le tecniche militari usate da Alessandro il Grande erano
state messe a punto dal padre, Filippo II di Macedonia.
14 Kissinger, The Necessity for Choice, cit., p. 170.

296
Mutamento e continuità nella politica mondiale

conflitti; La speranza di molti studiosi contemporanei, quin­


di, che la rivoluzione nucleare porti ad una soluzione ca­
so per caso dei conflitti attraverso i negoziati e le conces­
sioni reciproche potrebbe restare vana.
La tesi secondo la quale le armi nucleari hanno reso
impossibili le guerre per l’egemonia o una serie di guerre
limitate per mutare il sistema è destinata a restare senza
conferma. Il fatto che le superpotenze abbiano evitato la
guerra e si siano imposte delle limitazioni per vari decen­
ni ci invita all’ottimismo. Bisogna riconoscere, però, che
la tesi ha bisogno di essere seriamente verificata. Finora,
nei diversi conflitti, non sono mai stati in gioco gli inte­
ressi vitali dei due paesi. Anche se questa prudenza va
attribuita all’esistenza di armi nucleari, la verifica decisi­
va avverrà se entra in gioco l’interesse vitale di una o.del­
l’altra superpotenza e gli eventi minacciano di sfuggire al
controllo. La principale responsabilità degli statisti sta og­
gi nell’evitare questa situazione. Un’altra argomentazione
è quella che nel mondo contemporaneo il potere economi­
co abbia preso il posto di quello militare. L ’uso del pote­
re economico da parte dell’OPEC per trasformare l’econo­
mia mondiale non ha di certo precedenti. Questa azione
fu dovuta però ad una serie particolare di circostanze e
ci sono ben pochi motivi per credere che possa essere ri­
petuta in altre aree geografiche. Più in generale, si può
dire che il potere economico, inteso come «il potere di
interrompere i rapporti commerciali o finanziari» per sco­
pi politici, non è un fatto nuovo nelle relazioni interna­
zionali 15. Secondo Tucidide fu un atto di guerra econo­
mica, il Decreto di Megara, ad accelerare lo scoppio della
Guerra del Peloponneso 16. Nel mondo moderno la gran­
de espansione delle relazioni di mercato ha naturalmente
esaltato il ruolo del potere economico come strumento po­
litico. Come mostrano però le recenti esperienze delle san­

15 A.O. Hirschman, National Power and thè Structure o f Foreign Trade, Ber­
keley, University of California Press, 1969, p. 16.
16 Con questo decreto si cercò di provocare la rovina economica dei Me­
garesi sbarrando loro i porti dell’impero ateniese.

29 7
Mutamento e continuità nella politica mondiale

zioni americane contro l’Iran e l’Unione Sovietica, l’uso


del potere economico (come quello del potere militare) re­
sta estremamente limitato 17. Se il potere economico, o
qualsiasi altra forma di potere, si dimostri efficace a rag­
giungere un determinato obiettivo in una particolare si­
tuazione rimane oggi come ieri una questione empirica.

2. L ’interdipendenza delle economie nazionali


Nello stesso momento in cui si dice che la guerra ha
smesso di funzionare come strumento razionale per rag­
giungere gli obiettivi dello stato si dice anche che questi
obiettivi sono mutati. Si ritiene che nel mondo moderno
il benessere economico (così come lo sviluppo, nel caso
di economie in via di sviluppo), piuttosto che la sicurezza
nazionale in senso stretto, sia diventato il principale obiet­
tivo di tutte le società. La tesi è che si possa raggiungere
questo obiettivo attraverso la crescita economica, la coo­
perazione internazionale e l’uso razionale delle scarse ri­
sorse a disposizione, piuttosto che facendo ricorso alla guer­
ra o al conflitto. La logica insita in tali obiettivi di cre­
scita e sviluppo porta ad un aumento dell’interdipenden­
za economica mondiale creando una società globale in cui
la cooperazione economica prende il posto delle tradizio­
nali contese sui territori e sui relativi profitti e dell’equi­
librio di potenza internazionale.
Anche questa tesi, però, secondo la quale l’attuale li­
vello d’interdipendenza economica ha trasformato la poli­
tica mondiale va considerata con un certo scetticismo. Bi­
sogna infatti notare che l’era moderna delle relazioni in­
ternazionali è stata caratterizzata da un paradosso. Sin dal­
l’avvento e dalla diffusione dell’industrialismo (oggi stret­
tamente collegato al concetto di modernizzazione) gruppi
e stati sono riusciti a massimizzare i profitti reciproci grazie
alla cooperazione internazionale e alla creazione di un’ef­

17 Una valutazione più completa del potere economico si trova in K. Knorr,


The Power of Nations. The Politicai Economy o f International Relations, New
York, Basic Books, 1975, in particolare nel sesto capitolo.

298
Mutamento e continuità nella politica mondiale

ficiente organizzazione economica sia all’interno che a li­


vello internazionale. Il graduale costituirsi di un’economia
di mercato mondiale da un secolo e mezzo a questa parte
è stato il risultato di un impegno globale in direzione del­
l’efficienza e della crescita. Ed in effetti questo mutamento
della realtà economica ha contraddistinto la politica mon­
diale moderna.
Sin dagli inizi dell’era industriale, successive genera­
zioni di pensatori hanno creduto (e sperato) che i benefi­
ci della crescita e della cooperazione economica potessero
frenare le lotte per il potere tra gruppi e sta ti18. Come
si è affermato in questo studio, la crescita economica pro­
lungata e il costituirsi di un’economia di mercato mondia­
le hanno avuto un effetto moderatore sulle relazioni in­
ternazionali. Nell’era moderna le nazioni hanno sempre più
spesso avuto più da guadagnare dall’efficienza economica,
dalla cooperazione e da una divisione internazionale del
lavoro piuttosto che dalla guerra, dall’imperialismo e dal­
la creazione di sfere economiche esclusive. L ’interdipen­
denza economica e la promessa di vantaggi reciproci non
hanno però eliminato gli sforzi di alcune nazioni per af­
fermare i propri interessi alle spese di altre e a detrimen­
to dell’efficienza economica dell’intera economia. La lotta
storica tra gruppi e stati per la superiorità e il dominio
continuano, benché in forme diverse dall’era premoderna.
Il principale cambiamento è rappresentato dalla sostituzione
del ciclo di egemonia e dell’economia di mercato mondia­
le a quello degli imperi e dell’economia da essi regolata.
Sfortunatamente, la maggiore interdipendenza economica
e la prospettiva di vantaggi reciproci non hanno elimina­
to la competizione e la mutua sfiducia tra gli stati. Il com­
mercio non è sempre stato un fattore di pace. Al contra­
rio, con l’aumentare dell’interdipendenza, le nazioni han­

18 A.O. Hirschman, The Passioni and thè Interests. Politicai Arguments fot
Capitalism before Its Triumph, Princeton, N .J., Princeton University Press, 1977,
trad. it. Le passioni e gli interessi, Milano, Feltrinelli, 1979. G li studiosi marxi­
sti e realisti hanno ovviamente un’immagine molto meno positiva dell’influenza
dell’industrialismo sulle relazioni internazionali.

299
Mutamento e continuità nella politica mondiale

no incominciato a temere di più la perdita di autonomia


e di accesso ai mercati esteri, alle fonti di materie prime
e a preoccuparsi dei costi connessi con l’interdipendenza.
Il nazionalismo economico non è mai stato molto nasco­
sto e in questo secolo il collasso dell’economia internazio­
nale come conseguenza del nazionalismo è stato un fatto­
re accessorio di conflitto 19.
Si può facilmente ammettere che la maggiore interdi­
pendenza economica è stata una delle conquiste più im­
portanti del mondo moderno. Essa ha diffuso per la pri­
ma volta la ricchezza in una parte considerevole dell’uma­
nità. L ’interdipendenza economica è oggi comunque me­
no estesa dal punto di vista geografico di quanto lo fosse
alla fine del X IX secolo. Essa abbraccia in realtà solo le
democrazie industrializzate e parte del cosiddetto Terzo
Mondo. L ’Unione Sovietica e i suoi satelliti si sono tirati
indietro e considerano questa interdipendenza economica
come accerchiamento ostile.
Di altrettanta importanza è il fatto che la ricchezza
di alcune nazioni e la povertà della maggioranza delle al­
tre ha creato una vasta frattura nel mondo. L ’universale
consapevolezza del divario tra ricchi e poveri e l’aspira­
zione di quest’ultimi a mettersi alla pari costituiscono un
nuovo fattore di divisione. Pochi sono oggi quelli che ac­
cettano di buon grado una povertà degradante come vo­
lontà divina. Ciò che pensano, invece, è che la loro situa­
zione sia il risultato delle decisioni umane: i ricchi sono
ricchi, mentre loro sono poveri, pensa la maggior parte
di essi, perché privi di potere e di conseguenza sfruttati.
L ’aspirazione a capovolgere questa situazione che appare
ingiusta è stata una delle più potenti forze politiche della
nostra epoca, che non rende certo oggi più benigna di ie­
ri la condotta degli stati20.

19 R. Gilpin, Economie Interdependence and National Security in Historical


Perspectives, in Economie Issues and National Security, a cura di K. Knorr e F.N.
Trager, Lawrence, Kan., Regents Press of Kansas, 1977, pp. 19-66.
20 H. Sprout e M. Sprout, Toward a Politics of thè Planet Earth, New York,
Van Nostrand Reinhold, 1971, pp. 364-365.

30 0
Mutamento e continuità nella politica mondiale

Si può certo sperare che l’interpenetrazione delle eco­


nomie nazionali e i vantaggi reciproci assoluti che deriva­
no dall’interdipendenza, insieme ad una divisione globale
del lavoro, possano smorzare i conflitti sul potere relativo
e sui profitti tra stati nazionali in competizione. Dato pe­
rò che le società sono diventate sempre più interdipen­
denti e più preoccupate del loro benessere economico, an­
che i cittadini tendono a diventare sempre più consape­
voli dei costi delle politiche di altri stati per il loro be­
nessere individuale e di gruppo. Come ha osservato alcu­
ni decenni fa Henri H auser21, questa diffusa consapevo­
lezza della interdipendenza reciproca costituisce sempre più
un fattore di rottura nelle relazioni internazionali sin dai
loro inizi nell’ultimo scorcio del X IX secolo. Quali saran­
no le conseguenze politiche di un mondo in fase di rapi­
da urbanizzazione, conscio della propria forza economica
e caratterizzato da sempre maggiori squilibri tra nazioni
ricche e nazioni povere e tra ricchi e poveri all’interno
delle nazioni stesse? E quali saranno gli effetti sulla stabi­
lità politica e sulla cooperazione dei problemi apparente­
mente irrisolvibili della diminuzione della crescita econo­
mica, degli elevati livelli di disoccupazione e dell’inflazio­
ne globale? Questi nuovi fattori economici che contraddi­
stinguono la società contemporanea possono avere un im­
patto profondo e anche negativo sulle relazioni interna­
zionali.
Già agli inizi di questo secolo uno studioso realista,
Halford Mackinder, pensava che l’obiettivo dell’efficien­
za potesse sostituire quello della ridistribuzione e che il
processo di mutamento della politica internazionale potes­
se assumere un carattere benigno. Nel 1904, a conclusio­
ne dell’ultima grande fase di espansione europea, Mackin­
der scriveva che era ormai terminata 1’«epoca colombia­
na». Lo studioso notava come per quattro secoli l’Europa
avesse accresciuto le proprie ricchezze, la propria popola­
zione e il proprio potere. I popoli europei avevano esteso

21 H. Hauser, Economìe et diplomatie. Les condìtions nouvelles de la politi-


que étrangère, Paris, Librairie du Recueil Sirey, 1937.

301
Mutamento e continuità nella politica mondiale

il proprio dominio su tutto il globo e combattuto nume­


rose guerre di divisione e ridistribuzione territoriale. Gli
esploratori avevano tracciato la mappa completa del mon­
do e l’Europa era diventata padrona di tutto eccetto che
dei territori più remoti: gli imperi di Cina e Giappone.
Il fatto più significativo è che questa conquista non ave­
va quasi incontrato resistenze ed era costata relativamen­
te poco. La nuova epoca che incominciava sarebbe stata
diversa in quanto non esisteva più il grande spazio «vuo­
to» che potesse assorbire le energie e l’eccesso di popola­
zione europea. Il mondo era ormai un sistema chiuso, e
l’esplosione delle forze sociali legata alla crescita non po­
teva più trovare uno sfogo all’esterno contro popoli più
deboli e malleabili. Le ambizioni nazionali e il desiderio
di espansione sarebbero ora rimbalzati sulle nazioni euro­
pee stesse e attraverso il globo. Nell’era postcolombiana,
prevedeva Mackinder, i costi dell’espansione territoriale e
dei conflitti avrebbero superato di molto i vantaggi spera­
ti. «Probabilmente — scriveva Mackinder — una qualche
consapevolezza di questa situazione consiglia in ultima ana­
lisi agli uomini di stato in tutte le parti del mondo di non
concentrare più l’attenzione sull’espansione territoriale ma
di mirare ad un aumento della efficienza relativa»22.
Dal 1904, cioè da quando Mackinder scriveva queste
righe, il mondo ha sperimentato due costose e devastanti
guerre mondiali di conquista territoriale. Nonostante tut­
to ciò debba indurre alla cautela, la profezia di Mackin­
der che la lotta per l’efficienza economica, e non più per
l’espansione territoriale, caratterizzerà le relazioni inter­
nazionali, continua ad esercitare la sua attrazione. L ’av­
vento delle armi nucleari e della rivoluzione tecnologica
nella conduzione della guerra possono aver fatto diminui­
re l’utilità del ricorso a strumenti militari nello stesso tempo
in cui gli attuali gravi problemi economici e l’interdipen­
denza hanno accentuato l’importanza delle relazioni eco­
nomiche tra gli stati nazionali. A questo punto il sogno

22 H.J. Mackinder, Democratic Ideali and Reality, New York, W.W. Nor­
ton, 1962, p. 242.

30 2
Mutamento e continuità nella politica mondiale

di sostituire al tradizionale ricorso alla guerra un mecca­


nismo di mutamento pacifico potrebbe diventare realtà.
Trasformare il sogno in realtà dovrebbe essere oggi l’o­
biettivo primario degli uomini di stato.
Gruppi e stati cercano di mutare il sistema interna­
zionale fondamentalmente per due ordini di motivi: i ) in­
crementare l’efficienza economica e massimizzare i van­
taggi reciproci; ti) ridistribuire la ricchezza e il potere a
loro favore e a spese del benessere e dell’efficienza gene­
rale. Nel corso della storia moderna abbiamo visto che la
prima motivazione tende sempre più a sostituirsi alla se­
conda. Non ci sono comunque garanzie che ciò continui,
e non si conoscono gli effetti finali delle trasformazioni
politiche, economiche e tecnologiche. E ancora da stabili­
re se la forza trainante del mutamento della politica in­
ternazionale negli ultimi decenni di questo secolo sarà la
cooperazione per l’efficienza o il conflitto sulla ridistribu­
zione.

3. L ’avvento della società globale


Secondo molti osservatori, infine, gli sviluppi recenti
superano la mentalità e il carattere tradizionali della poli­
tica internazionale. La rivoluzione delle comunicazioni e
dei mezzi di trasporto ha unificato fisicamente il pianeta.
Nuovi attori supernazionali e internazionali più reattivi alle
moderne trasformazioni scientifiche, tecnologiche ed eco­
nomiche hanno rotto il monopolio dello stato nella gestione
e nel governo del sistema internazionale. I problemi eco­
logici globali, così come i limiti delle risorse e della cre­
scita, hanno posto all’ordine del giorno una serie di que­
stioni scottanti, la cui soluzione va al di là dei mezzi a
disposizione di stati nazionali che agiscono nel proprio in­
teresse.
Le scienze moderne, i progressi delle conoscenze e le
tecnologie sociali consentono un approccio più razionale
alla soluzione dei problemi internazionali di quanto fac­
ciano contese e conflitti. L ’impegno universale in direzio­
ne della modernizzazione e di uno standard di vita mi­

303
Mutamento e continuità nella politica mondiale

gliore per tutti fa sì che persone diverse condividano le


stesse preoccupazioni e aspirazioni. In breve, quei valori
e interessi che uniscono l’umanità sembrerebbero aver preso
il posto di quei fattori che nel corso della storia l’hanno
divisa, causando guerre e cambiamenti violenti. O, come
dice Inkeles23, «l’emergere di una cultura mondiale uni­
forme» è una realtà; si sta verificando una trasformazione
della coscienza umana che permetterà di evitare lotte ir­
razionali a tutto vantaggio delle nazioni.
La tesi che con l’avvento di una società globale si è
verificata una trasformazione della coscienza va meglio spe­
cificata. Tale posizione si fonda sulla convinzione che la
scienza moderna e il suo prodotto, la tecnologia, stiano
unificando il mondo mentalmente e fisicamente. Si è con­
vinti cioè che i progressi delle conoscenze scientifiche por­
teranno ad un approccio più razionale alla soluzione dei
problemi umani mentre i progressi tecnologici hanno con­
ferito un comune destino a tutta l’umanità fornendole gli
strumenti necessari per risolvere i problemi fondamentali
del pianeta. Si ritiene che la scienza e la tecnologia impli­
chino un’etica della cooperazione internazionale e renda­
no possibile un ordine mondiale più giusto. Con l’uso della
ragione e lo sfruttamento della tecnologia l’umanità do­
vrebbe abbandonare le lotte irrazionali per i profitti rela­
tivi per perseguire il profitto collettivo e risolvere i pro­
blemi del degrado ecologico e dell’esaurimento delle risorse.
Purtroppo, in passato, l’espressione di idee neomalthu-
siane simili alla tesi dei limiti della crescita non ha porta­
to al superamento di orizzonti angusti; al contrario, i ti­
mori riguardanti la sovrappopolazione e l’insufficienza delle
materie prime hanno scatenato gli impulsi umani più di­
struttivi e irrazionali. Le epoche caratterizzate da un ar­
resto della crescita, da una diminuzione dei profitti e da
una contrazione di mercato sono state sempre afflitte da
contese e guerre. Il darwinismo sociale, l’imperialismo e
la lotta per il Lebensraum sono stati il prodotto intellet­
tuale dei timori neomalthusiani della fine del X IX secolo

23 Inkeles, The Emerging Social Structure o f thè World, cit., p. 495.

304
Mutamento e continuità nella politica mondiale

e degli anni Trenta e quasi nulla fa supporre che l’umani­


tà abbia superato di molto il livello della legge della giun­
gla. Le spaventose implicazioni politiche di una crescita
economica drasticamente ridotta e della scarsezza di ener­
gia (in particolare di petrolio) per le società altamente svi­
luppate ed abituate a livelli di consumo sempre più alti
e per la gran parte dell’umanità nei paesi in via di svilup­
po condannata ad una sempre peggiore povertà diventano
sempre più ovvie per tutti. Anche se la tesi dei limiti del­
la crescita fosse corretta, la sua influenza sul comporta­
mento degli stati-nazione potrebbe non essere così bene­
vola e non favorire necessariamente la cooperazione, co­
me invece credono molti dei suoi sostenitori. Al contra­
rio, potrebbe accentuarsi la competizione per accaparrarsi
le scarseggianti risorse petrolifere, i mercati necessari per
finanziare le importazioni di energia e dividersi le ultime
grandi proprietà comuni (gli oceani) per le risorse in esse
contenute.
Anche se la scienza e la tecnologia hanno diffuso la
coscienza di valori e problemi comuni, questa situazione
non garantisce un comune interesse o una disponibilità a
subordinare gli interessi egoistici a quelli collettivi. Anzi,
la scienza e la tecnologia potrebbero contribuire ad inten­
sificare^ la concorrenza per la spartizione delle scarse ri­
sorse. E più importante però chiedersi se questa umanità
unita esista veramente. Purtroppo non esiste. Il «mondo
unito» è un’invenzione dell’Occidente, che ha cercato di
imporre i suoi valori e il suo stile di vita ad una serie
di culture recalcitranti. Una tale unità è stata scossa sia
dal punto di vista economico che da quello ideologico dalla
Rivoluzione bolscevica in Russia e dal trionfo in questo
paese (e dopo la seconda guerra mondiale anche altrove)
di un modo di organizzazione politica ed economica radi­
calmente diverso. L ’attuale risveglio dellTslam e la rivol­
ta di altre culture non occidentali contro i valori occiden­
tali potrebbero essere presagio di uno scisma ancora più
grande nel futuro. L ’emergere di potenze con tradizioni
culturali e diplomatiche molto diverse da quelle un tempo
dominanti dell’Occidente potrebbe preannunciare un ritorno

305
Mutamento e continuità nella polìtica mondiale

a conflitti di civiltà che ricordano l’era preindustriale. In


breve, non bisogna confondere l’unità fisica del pianeta
con quella morale. Il genere umano conosce ancora pro­
fonde divisioni di razza, religione e ricchezza.
In realtà, negli ultimi decenni, la frammentazione po­
litica è aumentata. Vi sono oggi nel mondo circa cento­
cinquanta stati sovrani e il nazionalismo, che affonda le
sue radici nell’Europa del XVII secolo, è diventato la re­
ligione dell’uomo moderno. Come è avvenuto in Europa,
la continua formazione di stati nazionali e la diffusione
del nazionalismo hanno scatenato poderose e temibili for­
ze distruttive. Nella nostra epoca stiamo assistendo alla
proliferazione degli stati nazionali e non al loro tramon­
to. Verso la fine degli anni Settanta e agli inizi degli anni
Ottanta i nuovi nazionalismi si contrapposero in ben sei
guerre, alcune delle quali con effetti devastanti24. Se la
storia della formazione degli stati europei e del nazionali­
smo deve essere considerata istruttiva, allora bisogna pen­
sare che una reale società globale e una nuova coscienza
sono di là da venire.
La convinzione che l’umanità possa controllare il pro­
prio destino grazie alla scienza e alla ragione è radicata
nella maggior parte delle scienze sociali e negli studi di
relazioni internazionali. Attraverso i progressi delle cono­
scenze, l’umanità sarebbe in grado di dominare le cieche
forze del cambiamento e di costruire una scienza di pace.
Risalendo alla fonte delle nostre azioni e prevedendo le
loro conseguenze, la razionalità umana dovrebbe guidare
gli uomini politici a superare la crisi di un ordine mon­
diale in decomposizione verso un nuovo e stabile ordine.
Il problema fondamentale cui ci si trova di fronte, sostie­
ne questa tesi, non sono le passioni incontrollabili ma l’i­
gnoranza.
Il realismo politico incarna naturalmente in modo per­
fetto questa fede nella ragione e nella scienza. Il realismo,

24 Queste guerre tra paesi del Terzo Mondo e paesi marxisti (esclusa la
repubblica islamica dell’Iran) comprendono quelle tra Vietnam-Cambogia, Etiopia-
Somalia, Tanzania-Uganda, Cina-Vietnam, Iraq-Iran.

30 6
Mutamento e continuità nella politica mondiale

nato dalla scienza moderna e dall’Illuminismo, ritiene che


gli uomini di stato, attraverso calcoli di potere e valuta­
zioni degli interessi nazionali, possano far nascere l’ordi­
ne dall’anarchia e in questo modo mitigare gli inevitabili
conflitti che possono sorgere tra stati autonomi, egoisti e
in competizione tra loro. Se gli stati perseguissero solo i
propri interessi legati alla sicurezza (abbandonando gli
obiettivi religiosi e ideologici) e rispettassero contempora­
neamente gli interessi vitali di altri stati, sarebbe possibi­
le creare una base per il compromesso e per un ordinato
mutamento23. Benché nel corso dei secoli la teoria delle
relazioni internazionali sia notevolmente mutata, la fede
in una «scienza delle relazioni internazionali» che alla fi­
ne salverà l’umanità costituisce ancora il fulcro di tali studi.
La principale differenza tra il realismo politico e mol­
te delle teorie contemporanee sta nel fatto che il realismo
presuppone una continuità nella gestione dello stato. Il rea­
lismo si basa sulla pratica degli stati, cerca di capire come
questi ultimi si sono comportati e presumibilmente si com­
porteranno. E convinto, in contrasto con una forte ten­
denza del pensiero contemporaneo, che solo un dominio
universale permetta di superare la situazione di anarchia.
I progressi della tecnologia possono aprire nuove opportu­
nità di vantaggi reciproci, ma aumentano anche il potere
disponibile per le contese politiche. I progressi della ra­
gione umana non porranno fine alle lotte per il potere,
semmai renderanno più ragionevole il perseguimento de­
gli interessi nazionali.
Uno studioso di relazioni internazionali deve credere
che i progressi delle conoscenze ci permetteranno di crea­
re un mondo più giusto e pacifico. In tutta onestà, però,
dobbiamo chiederci se gli studiosi di relazioni internazio­
nali del X X secolo sanno veramente qualcosa di più sul
comportamento degli stati di Tucidide e dei suoi compa­
trioti del V secolo. Quali suggerimenti avrebbero da of­
frire ai Greci gli studiosi di oggi per prevenire la grande25

25 H. Morgenthau, Politica among Nations, New York, Alfred A. Knopf,


1973, pp. 540-544.

307
Mutamento e continuità nella politica mondiale

guerra che distrusse la loro civiltà? Fino a quando gli stu­


diosi non riusciranno a comprendere meglio la natura del
mutamento della politica internazionale tali quesiti reste­
ranno senza risposta e non si potranno prevedere con esat­
tezza le conseguenze delle azioni umane. Ciò nonostante
sarebbe irresponsabile rinunciare ai tentativi di ampliare
le limitate conoscenze di cui disponiamo nel campo delle
relazioni internazionali.
L ’enfasi sulla continuità della gestione degli stati si
espone ad una critica: che essa presupponga anche che le
società non imparino e non siano in grado di modificare
comportamenti che conducono a guerre non volute. Se con
«imparare» si intende superare la natura egoistica dello stato
e quella competitiva del sistema internazionale, allora questa
critica è giustificata. Il nostro presupposto è che l’acquisi­
zione di conoscenze non renda meno egoisti gli stati e non
competitivo il sistema. Sarebbe però sbagliato ritenere che
i leader politici non apprendano dall’esperienza storica, o
come spera lo studioso, dai risultati dei suoi studi. Gli
stati possono acquisire più larghe vedute nella definizione
dei propri interessi e imparare a cooperare con gli altri.
In tutte le epoche pare siano esistiti «stati maturi» che
sono stati frenati dai costi delle conquiste e mossi da con­
siderazioni di giustizia verso altre società26. La Svezia at­
tuale ne sarebbe un esempio. Forse anche il Giappone e
la Germania occidentale.
Anche se gli stati (o meglio gli individui che li com­
pongono e li guidano) imparano dalle proprie esperienze,
non imparano sempre la stessa lezione o quella che alcuni
possono considerare la lezione giusta. La storia può inse­
gnare a non riporre male la propria fiducia, come nel ca­
so di Neville Chamberlain a Monaco, o ad apprezzare i
vantaggi della cooperazione, come avviene oggi per la Ger­
mania occidentale e per la Comunità Europea. Una certa
esperienza può però anche insegnare cose diverse a perso­
ne diverse. Per alcuni, la sconfitta americana in Vietnam

26 M. Wight, Power Politics, a cura di H. Bull e C. Holbraad, London,


Penguin Books, 1979, p. 155.

308
Mutamento e continuità nella politica mondiale

ci ha fatto capire che l’intervento militare negli affari in­


terni di altri stati è immorale e comporta costi troppo ele­
vati; per altri essa è stata il risultato di mezze misure e
di una leadership esitante. E anche se alcuni stati giungo­
no talvolta a rendersi conto dei vantaggi reciproci della
cooperazione purtroppo tutti gli stati devono ancora im­
parare la lezione contemporaneamente.
In definitiva si può dire che ciò che caratterizza anco­
ra oggi, come ai tempi di Tucidide, la politica internazio­
nale è l’interazione di forze impersonali e grandi leader.
I fattori tecnologici, economici e demografici spingono gli
stati sia alla guerra sia alla cooperazione pacifica. Il lea­
der prudente e illuminato può dirigere la rotta della nave
statale in una direzione o nell’altra. Benché sottoposte a
limitazioni le scelte sono sempre possibili. L ’esperienza sto­
rica ci aiuta a capire queste scelte e a prevederne le pro­
babili conseguenze. In questo senso è possibile apprende­
re e ciò che si è appreso può influenzare il corso delle
relazioni internazionali.

4. Conclusioni
Negli ultimi decenni del X X secolo gli sviluppi della
tecnologia e dell’economia hanno fatto pensare a molti che
lo stato nazionale avesse smesso di essere la più efficiente
unità di organizzazione economica e politica. Una forma
di organizzazione più vasta a carattere regionale o persi­
no globale e nuovi tipi di entità politiche ed economiche
paiono più efficienti dello stato nazionale. Alcuni hanno
avanzato la proposta, nell’interesse della pace mondiale e
del benessere globale, di sostituire al sempre più anacro­
nistico stato nazionale altre forme più moderne di orga­
nizzazione internazionale e transnazionale.
Può essere ben vero che nel mondo contemporaneo è
necessario un cambiamento dei sistemi. Gli sviluppi e la
proliferazione delle armi di distruzione di massa richiedo­
no un sistema o ordine mondiale più stabile e pacifico;
gli stati nazionali estremamente competitivi e nazionalisti
non riescono facilmente a contenere le forze che minac­

309
Mutamento e continuità nella politica mondiale

ciano il benessere economico globale. Tuttavia, un tale mu­


tamento della situazione economica e politica, benché au­
spicabile, comporterebbe senz’altro costi molto elevati, co­
me è avvenuto nel passaggio dal feudalesimo allo stato na­
zionale. Sfortunatamente (o forse, fortunatamente) nessun
imprenditore contemporaneo della politica sembra consi­
derare proficuo un passaggio forzato dallo stato nazionale
a qualche altra forma di ordine politico ed economico.
Alcuni studiosi potrebbero far notare a questo punto
che un cambiamento dei sistemi si è già verificato e che
lo stato nazionale è stato già sostituito da stati di dimen­
sioni continentali che sono il frutto dell’accresciuto pote­
re economico e militare27. Il sistema bipolare anglo-
americano viene visto come il primo stadio di un sistema
globale dominato da superpotenze di dimensioni continen­
tali. Secondo questa teoria le due guerre mondiali sono
state artefici di questo cambiamento di sistemi. Alcuni os­
servatori vedono emergere altre superpotenze che potreb­
bero alla fine occupare un posto accanto agli Stati Uniti
e all’Unione Sovietica come Cina, Brasile, India e un’Eu­
ropa occidentale unita.
Non è chiaro, comunque, quale sarà l’effetto ultimo
degli attuali sviluppi militari ed economici sulle dimensio­
ni dell’organizzazione politica. L ’estensione di una guerra
nucleare e gli enormi costi di misure di ritorsione sem­
brerebbero favorire un ampliamento delle entità politiche.
Allo stesso tempo, però, il tentativo di conquistare un pic­
colo stato che possiede un arsenale nucleare anche molto
modesto può avere costi altissimi. La maggiore interdipen­
denza economica ha senz’altro fatto diminuire l’autono­
mia economica nazionale, ma ha comunque permesso agli
stati di aver accesso a più ampi mercati, senza che sia per
questo necessaria un’integrazione politica, e ha anche fat­
to aumentare l’intervento statale nell’economia al fine di
proteggere i valori nazionali contro forze economiche ester­
ne potenzialmente dannose. Benché l’emergere di proble­

27 W .H. McNeill, Past and Future, Chicago, University of Chicago Press,


1954, pp. 72-73.

310
Mutamento e continuità nella polìtica mondiale

mi ecologici globali e di quelli ad essi collegati richieda


una riorganizzazione della vita dell’uomo, il concetto di
stato nazionale continua a resistere con sempre maggiore
tenacia. Gli effetti ambigui degli attuali sviluppi emergo­
no in tre aspetti apparentemente contraddittori dell’odierna
politica internazionale: i) l’emergere della superpotenza;
ii) il movimento verso un’integrazione regionale; Hi) la pro­
liferazione di nuovi stati nazionali e di movimenti separa­
tisti all’interno dei vecchi stati. Questi sviluppi contrad­
dittori fanno pensare che le dimensioni e la distribuzione
delle entità politiche nella nostra era siano ancora tutte
da determinare.
Nessuna delle tesi discusse in questo capitolo, benché
tutte contengano importanti elementi di verità, giunge al­
la conclusione che l’umanità ha mutato la natura delle re­
lazioni internazionali. La politica mondiale è ancora ca­
ratterizzata dalla lotta per il potere, il prestigio e la ric­
chezza in una situazione di anarchia globale. Le armi nu­
cleari non hanno reso irrilevante il ricorso alla forza. L ’in­
terdipendenza economica non ci assicura il trionfo della
cooperazione sul conflitto. Una comunanza di valori e di
vedute non ha ancora preso il posto dell’anarchia interna­
zionale. Il problema cruciale delle relazioni internazionali
è oggi come ieri quello di trovare una soluzione pacifica
alle conseguenze della crescita diseguale del potere tra gli
stati. La società internazionale non può fermarsi. Il ricor­
so alla guerra e alla violenza resta possibile, mentre il mon­
do passa dal declino di un sistema internazionale alla crea­
zione di un altro.

311
CAPITOLO SETTIM O

Conclusioni: guerra e mutamento


nel mondo contemporaneo

Al termine dell’ultimo conflitto per l’egemonia nel 1945


gli Stati Uniti si trovavano all’apice della gerarchia inter­
nazionale del potere e del prestigio. La potenza economi­
ca e militare americana era al suo massimo e costituiva
la base di un ordine mondiale politico ed economico ame­
ricanocentrico. Arrivati agli anni Ottanta la Pax Ameri­
cana, in seguito al mutamento dei rapporti di potere tra
gli stati verificatosi nei decenni precedenti, si trovava in
uno stato di disordine. La proliferazione delle armi nu­
cleari, il sorgere o il riemergere di altri centri di potere
economico e specialmente la crescita massiccia della po­
tenza militare sovietica avevano indebolito le fondamenta
politiche del sistema internazionale creato alla fine della
seconda guerra mondiale. Gli avvenimenti verificatisi in
Iran, Afganistan e altrove indicavano che la politica mon­
diale stava entrando in una fase nuova e incerta.
Le inquietanti premonizioni suggerite da questa muta­
ta situazione hanno indotto molti osservatori e uomini di
stato a riflettere sul suo significato. Si sono stabiliti dei
paralleli tra la nostra epoca e i periodi precedenti altre
grandi guerre, in particolare la prima guerra mondiale. A
differenza degli apparentemente spensierati primi anni Ses­
santa un senso di disagio si è insinuato negli affari mon­
diali. Il Medio Oriente del 1980 è stato paragonato ai Bal­
cani prima del 1914 e l’ex Segretario di Stato Kissinger
ha previsto una situazione di massimo pericolo quando la
potenza militare sovietica raggiungerà il suo apice. Un li­
bro dal titolo The Third World War. August 1985 1 è di­
ventato un bestseller mentre sembra che l’opinione pub­

1 J. Hackett e altri, The Third World War. August 1985, New York, Mac­
millan, 1978.

313
Guerra e mutamento nel mondo contemporaneo

blica abbia cominciato seriamente a prendere in conside­


razione la possibilità di una guerra tra le superpotenze.
Lo scopo di questo capitolo conclusivo è quello di va­
lutare la situazione che si presenta ai nostri occhi agli ini­
zi degli anni Ottanta nei termini delle teorie sul muta­
mento della politica internazionale proposte in questo studio
per stabilire se gli avvenimenti e le principali forze in gioco
fanno presagire o meno ancora una volta la possibilità di
una perdita di controllo e dello scoppio di un altro con­
flitto globale per l’egemonia. Anche se nessuno può pre­
dire il futuro, pure gli uomini di stato e la collettività agi­
scono sulla base di valutazioni del corso degli eventi e i
pronostici si rivelano spesso profezie che si auto-realizzano.
E prudente perciò rivolgersi al passato e cercare lì una
guida per comprendere meglio la dinamica della politica
mondiale. Ciò che è importante è valutare i pericoli reali
e le opportunità, forse non apprezzate, al momento attua­
le. Per evitare una guerra rovinosa è necessaria, in que­
st’epoca di rapidi mutamenti, un’analisi spassionata.
Adoperando la terminologia del modello di mutamen­
to politico internazionale proposto in questo libro, possia­
mo dire che si è creato uno squilibrio tra l’attuale gover­
no del sistema internazionale e la distribuzione del potere
nel sistema stesso. Gli Stati Uniti, benché continuino ad
essere lo stato dominante o più prestigioso del sistema,
non posseggono più il potere necessario per «governare»
il pianeta come facevano in passato e sono sempre meno
in grado di mantenere l’attuale distribuzione del territo­
rio, le sfere di influenza e le regole dell’economia mon­
diale. La ridistribuzione del potere economico e militare
a svantaggio degli Stati Uniti significa che i costi che gli
Stati Uniti devono sopportare per governare il sistema cre­
scono rispetto alla capacità economica degli Stati Uniti di
mantenere lo status quo internazionale. I classici sintomi
di una potenza in declino caratterizzano questo paese agli
inizi degli anni Ottanta: inflazione sfrenata, croniche dif­
ficoltà della bilancia dei pagamenti e tassazione elevata.
Per reagire a questo squilibrio e ad una grave crisi fi­
scale, gli Stati Uniti hanno fatto ricorso alle tecniche tra­

31 4
Guerra e mutamento nel mondo contemporaneo

dizionali di riequilibrio dei costi e dei profitti nel sistema


internazionale. Gli Stati Uniti hanno ridimensionato le loro
forze e si sono ritirati dalle postazioni più esposte nel Sud­
est asiatico, in Estremo Oriente, America Latina e Medio
Oriente, spesso lasciando campo libero aH’Unione Sovie­
tica o ad altre potenze. Hanno riconosciuto formalmente
la sfera d’influenza sovietica nell’Europa orientale e ne­
goziato un riavvicinamento alla Cina. Con una certa ri­
luttanza gli Stati Uniti stanno anche venendo incontro al­
le aspirazioni e alle ambizioni di potenze regionali emer­
genti: India, Brasile, Nigeria, ecc. Hanno accettato la pa­
rità strategica in campo nucleare con l’Unione Sovietica,
oltre ad aver rinunciato al controllo dell’industria mon­
diale del petrolio, e sono attualmente incapaci di frenare
la proliferazione delle armi nucleari. Gli Stati Uniti non
sono più in grado di stabilire unilateralmente le regole re­
lative al commercio, alle questioni monetarie e agli inve­
stimenti internazionali. In breve, essi hanno cercato, at­
traverso un ridimensionamento politico e militare, di ri­
durre anche gli impegni internazionali, come aveva fatto
la Gran Bretagna nei decenni immediatamente precedenti
lo scoppio della prima guerra mondiale.
Al tempo stesso, gli Stati Uniti hanno cercato di pro­
durre nuove risorse per sostenere la loro posizione inter­
nazionale indebolita ma ancora dominante e hanno eserci­
tato pressioni sugli alleati europei e giapponesi affinché
contribuiscano in misura più consistente alla difesa comu­
ne. Gli Stati Uniti hanno poi aumentato le proprie spese
per la difesa muovendosi anche verso una quasi alleanza
con la Cina allo scopo di resistere all’«egemonismo» so­
vietico. Ma i fatti forse più significativi sono stati l’an­
nuncio del 10 agosto 1971 di una nuova politica econo­
mica verso l’estero e l’introduzione forzata di alcune mo­
difiche delle norme che governano il commercio interna­
zionale e le questioni monetarie a tutto vantaggio dell’e­
conomia americana, di cui si voleva risollevare la decli­
nante posizione commerciale. La diminuzione, inoltre, dei
consumi del settore pubblico e l’aumento degli investimenti
interni per incrementare la produttività e la reindustria­

315
Guerra e mutamento nel mondo contemporaneo

lizzazione dell’economia americana sono diventati i pro­


blemi principali cui si trova di fronte la leadership econo­
mica e politica del paese. Il presidente Ronald Reagan,
nel suo discorso inaugurale, ha invitato ad «un rinnova­
mento nazionale». Gli Stati Uniti, infine, hanno comuni­
cato agli stati «clienti» che dovranno aumentare i contri­
buti per la loro difesa (dottrina Nixon). In questo modo,
facendo ricorso a strumenti tradizionali, gli Stati Uniti stan­
no cercando di incrementare le proprie risorse al fine di
conservare la loro posizione di dominio nel sistema inter­
nazionale.
E ovviamente troppo presto per dire se gli Stati Uniti
potranno o vorranno ritirarsi su posizioni più modeste ma
più sicure, se riusciranno a produrre risorse addizionali per
mantenere la propria egemonia e se, unendo i due tipi di
azione, riusciranno a ristabilire un equilibrio a loro favo­
revole tra potere e impegni. Ciò dipenderà non solo dalle
iniziative politiche specifiche ma anche da quelle che pren­
deranno gli altri paesi. L ’avanzata di nuove forze politi­
che, economiche e tecnologiche pone delle sfide ma schiude
anche nuove opportunità; la politica interna e la leader­
ship politica stabiliscono le risposte degli stati a queste
sfide e possibilità. Il corso della storia è indeterminabile;
solo visto in retrospettiva appare altrimenti.
L ’epoca contemporanea è stata giustamente definita
un’epoca di «egemonia soggetta all’erosione»2. Una tale
situazione si è verificata naturalmente anche in passato.
L ’interregno tra il dominio britannico e quello americano,
che E.H . Carr ha chiamato la «crisi dei vent’anni» (1919-
1939), è stato un periodo di questo tipo. La potenza pri­
ma egemone non era più in grado di imporre le sue rego­
le mentre la potenza emergente non aveva né la volontà
né il potere di assumersi una tale responsabilità3. In as­
senza di una ripresa da parte della vecchia potenza ege­

2 R.O. Keohane e J.S . Nye, Power and Interdependence. World Polìtica in


Transition, Boston, Little, Brown, 1977, pp. 42-46.
3 E .H . Carr, The Twenty Years' Crisis, 1919-1939. An Introduction to thè
Study o f International Relations, London, Macmillan, 1951.

316
Guerra e mutamento nel mondo contemporaneo

mone o del trionfo di quella destinata a prendere il suo


posto o di qualche altra forma di governo, rimangono ir­
risolti i problemi scottanti dell’ordine mondiale (la regola­
mentazione dei commerci, il futuro del sistema monetario
internazionale, un nuovo regime per gli oceani, ecc.). I
passi in avanti verso la formulazione di nuovi regimi e
regole per un sistema che succeda alla Pax Americana so­
no stati molto lenti o addirittura inesistenti.
Ciò nonostante, sulla base dell’analisi del mutamento
politico qui condotta, ci sono motivi per credere che l’at­
tuale squilibrio nel sistema internazionale possa venir ri­
solto senza far ricorso ad una guerra per l’egemonia. An­
che se il pericolo di una tale guerra è reale ciò che sap­
piamo a proposito di queste guerre ci permette un cauto
ottimismo. Se da una parte il mondo contemporaneo mo­
stra alcuni presupposti di un conflitto per l’egemonia, dal­
l’altra sembrano mancare del tutto o in parte certi altri
presupposti. Una valutazione dell’attuale situazione inter­
nazionale rinforza le speranze che un processo graduale
di mutamento pacifico, invece della guerra, possa caratte­
rizzare la politica mondiale della nostra epoca.
Un motivo estremamente importante di cauto ottimi­
smo è dato dalla relativa stabilità dell’attuale struttura bi­
polare. Come ritiene W altz4, questo sistema sembra re­
lativamente stabile. Nel corso della storia, come abbiamo
mostrato in questo studio, cinque tipi di avvenimenti hanno
teso a destabilizzare i sistemi bipolari e a scatenare un
conflitto per l’egemonia. Per fortuna nessuno di questi fat­
tori destabilizzanti si profila all’orizzonte nel mondo con­
temporaneo (1980), almeno nell’immediato futuro.
Il primo fattore potenzialmente destabilizzante è co­
stituito dal pericolo che una delle due parti non svolga
più il ruolo di equilibratore (come Sparta prima dello scop­
pio della Guerra del Peloponneso). Questa missione causa
un pericoloso mutamento nell’equilibrio di potenza. Fin

4 K. Waltz, Theory of International Polìtica, Reading, Mass., Addison-


Wesley, 1979, trad. it. Teoria della politica intemazionale, Bologna, Il Mulino,
1987.

31 7
Guerra e mutamento nel mondo contemporaneo

quando gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica riusciranno a


mantenere un sistema di deterrenza reciproca è improba­
bile che ciò accada. Benché molti in America e altrove
temano che gli Stati Uniti abbiano permesso un pericolo­
so mutamento dell’equilibrio di potenza a favore dell’U­
nione Sovietica, l’equilibrio nucleare strategico rimane so­
lidamente basato sulla «sicura distruzione reciproca» in caso
di conflitto per l’egemonia; ciascuna delle due superpo­
tenze ha infatti la possibilità di distruggere l’altra. Va pe­
rò aggiunto che un ulteriore deterioramento della posizio­
ne militare americana potrebbe rimuovere questo vincolo
o almeno potrebbe spingere la leadership sovietica a sfrut­
tare politicamente la convinzione che l’Unione Sovietica
sia diventata la potenza egemone.
Il secondo fattore potenzialmente destabilizzante è co­
stituito dal pericolo dell’emergere di un terzo attore che
sconvolga l’equilibrio bipolare. Gli studiosi di relazioni in­
ternazionali, anche se in disaccordo sulla stabilità relativa
del sistema bipolare rispetto a quello multipolare, sono tutti
d’accordo nel ritenere un sistema tripolare la configura­
zione più instabile. Finché all’Europa occidentale mancherà
l’unità politica, il Giappone rimarrà debole dal punto di
vista militare e la Cina un paese arretrato tale pericolo
è ridotto, anche se non del tutto eliminato. L ’Unione So­
vietica ha certo molta paura di un sistema d’alleanze com­
posto dalle potenze vicine e dagli Stati Uniti che la accer­
chi. Gli Stati Uniti, dal canto loro, considererebbero la
perdita di una di queste potenze o dei campi petroliferi
del Medio Oriente una notevole sconfitta. L ’attuale siste­
ma bipolare, benché fondamentalmente stabile, contiene
in sé il potenziale per pericolose strutture tripolari di po­
tere.
Il terzo fattore potenzialmente destabilizzante è dato
dal pericolo di una polarizzazione del sistema internazio­
nale nel suo complesso in due schieramenti ostili. In tale
situazione le relazioni internazionali diventano un gioco
a somma zero, nel quale la vittoria in uno schieramento
o blocco corrisponde ad una perdita nell’altro schieramento.
Ciò si verificò prima dello scoppio della prima guerra mon­

31 8
Guerra e mutamento nel mondo contemporaneo

diale, quando tensioni minori nei Balcani sfociarono in una


conflagrazione di grandi dimensioni. Oggi però non si è
ancora giunti ad una tale polarizzazione (1980). Ripeten­
do una precedente metafora, diremo che lo spazio politi­
co non si sta restringendo. Al contrario il mondo diventa
sempre più pluralista con l’emergere di nuovi attori e que­
stioni regionali. Gli effetti dei conflitti politici in Asia,
Africa e in altre parti del mondo non avvantaggiano ne­
cessariamente l’una o l’altra superpotenza tanto da spin­
gere una delle due a prendere decise contromisure. L ’e­
mergere però di nuove potenze spesso instabili nel cosid­
detto Terzo Mondo, la proliferazione delle armi nucleari
in questi stati e i conflitti che li vedono impegnati po­
trebbero coinvolgere le superpotenze in situazioni estre­
mamente pericolose.
Il quarto fattore potenzialmente destabilizzante è co­
stituito dal pericolo che le maggiori potenze si trovino in­
vischiate nelle difficoltà e nelle ambizioni degli alleati mi­
nori. Fu l’ambizione di Corinto, alleata di Sparta, e le
sue provocazioni ad Atene che scatenarono la grande guerra
tra la lega Delica e quella del Peloponneso. Le difficoltà
dell’Austria, alleata della Germania, afflitta dalla decadenza
del suo impero multietnico, portarono ad un’escalation che
sfociò nella prima guerra mondiale. In nessuno di questi
casi la grande potenza poteva tollerare la sconfitta o la
disintegrazione del suo alleato minore. Per fortuna tali ri­
schi non appaiono oggi imminenti. Anche se alcuni alleati
di entrambe le superpotenze nutrono ambizioni inappaga­
te e/o hanno seri problemi politici propri, è improbabile
che possano o vogliano mettere in moto una serie di eventi
spiacevoli che potrebbero scatenare un conflitto tra le due
superpotenze. Gli alleati non sono infatti abbastanza in­
dipendenti e le superpotenze sono invece abbastanza si­
cure di se stesse5. Ancora una volta però non si deve ri­
muovere troppo rapidamente un potenziale pericolo. Uno
scontro cino-sovietico, le rivolte dei lavoratori in Europa
orientale o l’instabilità politica tra gli alleati dell’America

5 Ibidem.

319
Guerra e mutamento nel mondo contemporaneo

in Europa occidentale e il Medio Oriente potrebbero creare


seri pericoli per il sistema internazionale.
Il quinto fattore potenzialmente destabilizzante è co­
stituito dal pericolo della perdita di controllo sugli svilup­
pi economici, politici e sociali. Epoche caratterizzate da
cambiamenti rapidi e rivoluzionari all’interno delle nazio­
ni e tra le nazioni stesse creano pericolose incertezze e
angosce che portano le élite politiche delle grandi poten­
ze a sbagliare i loro calcoli. Le guerre per l’egemonia se­
gnalano non solo mutamenti delle relazioni internazionali
tra gli stati ma spesso anche sovvertimenti sociali ed eco­
nomici. La prima guerra mondiale, come ha mostrato
Halévy6, rappresentò il collasso dell’ormai decadente or­
dine sociale ed economico europeo. La crisi del capitali­
smo mondiale negli anni Ottanta (alti tassi d’inflazione,
disoccupazione in aumento e bassi tassi di crescita econo­
mica) e la crisi altrettanto grave che attraversa il mondo
comunista (come emerge dalle rivolte dei lavoratori polac­
chi) rivelano la presenza di forti tensioni in entrambi i
sistemi.
Nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale,
spesso considerati un periodo di disordini politici, il siste­
ma internazionale ha mostrato però una grande capacità
di recupero. In questo periodo si è verificata infatti una
serie di fatti importanti: un processo di decolonizzazione
senza precedenti, rapidi cambiamenti tecnologici, l’emer­
gere di nuove potenze (India, Brasile, Cina), rivoluzioni
sociopolitiche nei paesi in via di sviluppo, traumi fortissi­
mi all’economia mondiale e il riemergere di civiltà non oc­
cidentali. E rimasto comunque intatto il quadro di base
di un sistema internazionale composto da due blocchi cen­
trali e da un’ampia periferia non allineata.
La relativa stabilità del sistema è stata rafforzata dalla
stabilità interna delle due superpotenze. Diversamente dal
periodo precedente le due guerre mondiali nessuna delle
due potenze è stata sconvolta da potenti conflitti nazio­
nali o di classe. Anche se i conflitti razziali negli Stati

6 E. Halévy, The Era o f Tyrannies, New York, Doubleday, 1965, p. 212.

320
Guerra e mutamento nel mondo contemporaneo

Uniti e i problemi etnici in Russia sono causa di tensioni


in entrambi i paesi, queste difficoltà interne impallidisco­
no in confronto alle contese nazionalistiche che caratte­
rizzano l’impero austro-ungarico nel 1914 e ai violenti con­
flitti di classe che sconvolsero le potenze europee negli anni
Trenta. La stabilità interna degli Stati Uniti e dell’Unio­
ne Sovietica contribuisce oggi ad evitare il pericolo che
sconvolgimenti rivoluzionari all’interno di questi paesi di­
sgreghino il sistema internazionale.
Sarebbe insensato però sopravvalutare questa stabilità
sociale. Un periodo prolungato di crescita economica limi­
tata potrebbe compromettere la stabilità politica degli Stati
Uniti e dell’Unione Sovietica. Una minaccia più probabile
alla stabilità mondiale potrebbe essere costituita dagli svi­
luppi delle situazioni in importanti aree periferiche, in par­
ticolare in Europa orientale e Medio Oriente. Il fondarsi
della sicurezza sovietica sul blocco subordinato dei paesi
dell’Europa orientale e la dipendenza occidentale dal pe­
trolio mediorientale rappresentano fattori preoccupanti nella
attuale politica mondiale. Il mantenimento di una stabili­
tà a lungo termine in queste zone costituisce una sfida
formidabile. Un altro pericolo in agguato sta nelle avven­
ture estere in cui entrambe le superpotenze potrebbero im­
barcarsi per smorzare il dissenso interno e promuovere l’u­
nità politica.
Un altro motivo per nutrire solo un cauto ottimismo
è dato dal fatto che in questi ultimi decenni del X X se­
colo le divisioni economiche, politiche e ideologiche non
vanno sanandosi ma si allargano ancora di più. Nel passa­
to uno dei presupposti di un conflitto per l’egemonia era
in molti casi la convergenza di questioni politiche, econo­
miche ed ideologiche. Nei periodi precedenti lo scoppio
di una guerra per l’egemonia il conflitto veniva intensifi­
cato dal fatto che le parti contendenti si contrapponeva­
no su tutti i fronti e avevano pochi interessi in comune
che potessero frenare l’antagonismo. In tali situazioni è
molto difficile raggiungere un compromesso in un settore,
dati i suoi legami con gli altri settori. Di conseguenza le
contese di un settore tendono ad interessare anche gli al-

321
Guerra e mutamento nel mondo contemporaneo

tri, e la convergenza di più questioni finisce per sfociare


in un conflitto. Le grandi guerre della storia tendevano
ad essere contemporaneamente conflitti politici, economi­
ci e ideologici.
Negli anni Ottanta, invece, Stati Uniti ed Unione So­
vietica, benché si trovino in una situazione di conflitto
politico e ideologico, hanno entrambi un forte interesse
ad evitare la guerra nucleare e a fermare la proliferazione
di armi atomiche. Essi condividono inoltre determinati in­
teressi economici e sono già impegnati in una serie di con­
flitti economici con i loro alleati politici ed economici. L ’in­
terpenetrazione di interessi e conflitti diventa così fonte
di stabilità. Paradossalmente un’Unione Sovietica meno au­
tarchica, che sfidi la presenza americana nei mercati mon­
diali e sia in competizione sulle scarse risorse, potrebbe
trasformarsi in un fattore destabilizzante. Una diminuzio­
ne della produzione sovietica di petrolio o un’entrata di
questo paese nei mercati mondiali potrebbe mutare la si­
tuazione e far aumentare le tensioni economiche.
La situazione attuale è per certi versi anomala per la
natura multipla della sfida che si pone alla potenza domi­
nante. Da un lato, la posizione degli Stati Uniti è minac­
ciata economicamente dal Giappone, dall’Europa orienta­
le e dai paesi dell’OpEC. Dall’altro, la principale minaccia
militare e politica giunge dall’Unione Sovietica7. Contra­
riamente a quanto sostengono quegli studiosi che ritengo­
no che la competizione economica tra gli Stati Uniti e i
suoi alleati stia minacciando la pace mondiale8, noi cre­
diamo che il più grave pericolo per la stabilità mondiale
è rappresentato dal confronto sovietico-americano. Da que­
sto punto di vista, la conseguenza principale della compe­
tizione tra gli Stati Uniti e i suoi alleati è stata quella
di minare la capacità dei primi di fronteggiare la minaccia

7 Si sono avute situazioni analoghe, ma non identiche, nel passato. Il pre­


dominio olandese nel X V II secolo, ad esempio, era minacciato dal punto di
vista militare dalla Francia e da quello economico dalla Gran Bretagna.
8 Questa è la tesi di M. Kaldor, The Disintegrating West, New York, Hill
and Wang, 1978.

322
Guerra e mutamento net mondo contemporaneo

sovietica. Se però il Giappone e la Germania Occidentale


convertissero il loro potenziale militare in capacità effet­
tiva, allora l’equilibrio del potere militare ed economico
potrebbe mutare sensibilmente, probabilmente con conse­
guenze del tutto impreviste. L ’affermazione migliore che
si può fare a questo proposito è che il significato a lungo
termine degli attuali sviluppi per il futuro del sistema è
ancora ambiguo.
Infine si può dire, cosa più importante di tutte, che
le guerre per l’egemonia sono state precedute da un im­
portante mutamento psicologico rispetto alla prospettiva
temporale dei popoli. Queste guerre sono state spesso sca­
tenate dalla paura del declino definitivo e dalla percezio­
ne di una erosione del potere. Il desiderio di conservare
ciò che si possiede, mentre si dispone ancora della supe­
riorità, ha spinto potenze in declino e in una fase di insi­
curezza a lanciarsi in grandi guerre. Lo scopo di queste
ultime è stato spesso quello di minimizzare le potenziali
perdite piuttosto che di massimizzare particolari guadagni.
Qui sta forse la maggiore fonte di preoccupazioni per
gli anni immediatamente a venire. Quale sarebbe la rea­
zione degli Stati Uniti se l’equilibrio di potenza si spo­
stasse irrimediabilmente a favore dell’Unione Sovietica?
Quale potrebbe essere la reazione sovietica ad una minac­
cia di accerchiamento da parte di un’America in rimonta,
una Cina industrializzata, un Giappone dinamico, un Islam
ostile, un’Europa orientale instabile e una N ato moder­
nizzata? Come potrebbe reagire una delle due superpotenze
(gli Stati Uniti oggi e la Russia domani) alla continua ri­
distribuzione del potere mondiale?
Un fattore generalmente trascurato, che ha contribui­
to a preservare la pace mondiale negli ultimi decenni, è
dato dalle prospettive ideologiche di entrambe le super-
potenze. Ciascuna delle due ha sottoscritto un’ideologia
che promette l’inevitabile vittoria del proprio sistema di
valori e assicura che la storia è dalla propria parte. Per
gli Stati Uniti, libertà, democrazia e indipendenza nazio­
nale sono le forze che animano il mondo; per l’Unione
Sovietica il comuniSmo è 1’«impeto del futuro». Questi si­

323
Guerra e mutamento nel mondo contemporaneo

stemi ideologici contrapposti sono stati fonte di conflitto


ma anche di rassicurazione per entrambi i paesi. Nono­
stante gli scontri e i conflitti nessuno dei due ha provato
più quel panico che precede le grandi guerre della storia,
un panico che sorge dall’angoscia che il tempo ci stia or­
mai lavorando contro. Nessuno dei due paesi sente inol­
tre il bisogno di rischiare tutto nel presente per impedire
una sconfitta inevitabile nel futuro. Fortunatamente per
la pace mondiale, sia gli Stati Uniti sia l’Unione Sovietica
sono convinti che la logica dello sviluppo storico stia la­
vorando a loro favore. Ognuna delle due potenze ha cre­
duto che il X X secolo fosse il suo secolo. Le fondamenta
di ambedue queste convinzioni stanno subendo però delle
scosse.
Alla fine della seconda guerra mondiale gli Stati Uniti
detenevano una posizione di predominio senza precedenti
nel sistema internazionale. Nei primi decenni del periodo
postbellico, il potere e l’influenza di questo paese si allar­
garono fino a quando non subirono una battuta d’arresto
nelle giungle del Sud-est asiatico e ad opera di mutamenti
più importanti nella distribuzione del potere economico e
militare. L ’amministrazione Nixon ha rappresentato uno
spartiacque, in quanto è stata la prima a dover affrontare
la sfida posta dal crescente squilibrio tra la posizione in­
ternazionale americana e le sue possibilità di finanziarla.
Gli Stati Uniti si sono sforzati di affrontare questa situa­
zione riducendo gli impegni politici, adoperandosi per la
distensione con l’Unione Sovietica e il riavvicinamento alla
Cina e cercando di produrre ulteriori risorse, mutando la
politica economica interna ed estera.
Il compito fondamentale degli Stati Uniti nell’ambito
degli affari esteri è diventato quello di reagire al muta­
mento della sua posizione provocato dall’emergere di nuove
potenze sulla scena mondiale. Gli Stati Uniti devono tro­
vare un equilibrio tra potere e impegni, riducendo o il pri­
mo o i secondi o combinando le due strategie. Pur costi­
tuendo una seria minaccia questa situazione non è allar­
mante. Altre grandi potenze del passato sono riuscite a
svolgere questo compito e a sopravvivere mantenendo in­

324
Guerra e mutamento nel mondo contemporaneo

tatti i propri interessi e valori vitali. Il pericolo però con­


tinua a sussistere che la minaccia militare da parte dell’U­
nione Sovietica e le mutevoli fortune economiche degli Sta­
ti Uniti possano destare serie preoccupazioni nell’opinio­
ne pubblica. Anche se esistono motivi di preoccupazione
un’esagerata retorica sul relativo declino della potenza e
della ricchezza americana possono suscitare panico e atti
irrazionali.
Nonostante il relativo declino, l’economia americana
rimane la più potente del mondo, al cui confronto quella
sovietica scompare. La domanda di consumi (pubblici e
privati) e di protezione della società americana oltrepassa
le possibilità della sua economia mentre sono calati gli in­
vestimenti produttivi e la produttività economica. L ’am­
ministrazione Reagan può aumentare considerevolmente le
spese per la difesa in un momento di scarsa crescita eco­
nomica solo riducendo i consumi o gli investimenti o en­
trambi. Il pericolo insito in una massiccia espansione del­
le spese per la difesa è quello degli effetti inflazionistici
e negativi per la produttività dell’economia9. Il benesse­
re e la sicurezza a lungo termine degli Stati Uniti richie­
dono una distribuzione prudente delle risorse nazionali tra
consumi, protezione e investimenti.
L ’Unione Sovietica rappresenta ovviamente lo sfidan­
te e la potenza che negli anni a venire potrebbe soppian­
tare il dominio americano sul sistema internazionale. An­
che se la crescita e l’espansione della potenza russa hanno
profonde radici storiche, i progressi della forza militare
e industriale sovietica sono stati veramente notevoli negli
ultimi decenni. L ’Unione Sovietica è riuscita a creare una
potente macchina militare con uno stato che durante la
seconda guerra mondiale era prossimo alla sconfitta e al
collasso. Essa occupa inoltre una posizione centrale in Eu-
rasia e dispone in aree importanti di una superiorità mili­
tare convenzionale sugli Stati Uniti. Resta ancora da sta­
bilire se nel futuro l’Unione Sovietica potrà o vorrà tra­

9 Le proposte dell’amministrazione di ampliare gli impegni americani in Me­


dio Oriente e altrove potrebbero avere le stesse conseguenze.

325
Guerra e mutamento nel mondo contemporaneo

durre la sua forza militare in espansione in conquiste po­


litiche in Europa, Asia e altre parti del mondo.
Nel frattempo, il declino relativo della potenza ameri­
cana e la persistente moderazione nell’uso della forza mi­
litare hanno dato inizio ad un’epoca di coesistenza diffi­
cile tra le due superpotenze. Il discontinuo processo di di­
stensione, se si concluderà con un definitivo successo, po­
trebbe rappresentare un esempio senza precedenti di mu­
tamento pacifico10. Ciò potrebbe comportare un passag­
gio da un sistema globale incentrato sugli Stati Uniti ad
un sistema bipolare e, forse alla fine, multipolare. La ap­
parente soluzione della questione tedesca e dell’Europa cen­
trale ha stabilizzato, almeno per il momento, la contesa
territoriale che divideva le due superpotenze. La questio­
ne principale delle trattative per la riduzione delle armi
strategiche è la stabilizzazione della corsa agli armamenti
sulla base di una parità strategica. Entrambe le superpo­
tenze favoriscono le misure che scoraggiano l’ulteriore pro­
liferazione delle armi nucleari. Rimangono ovviamente tante
altre questioni sulle quali le superpotenze continuano ad
avere interessi contrapposti che potrebbero destabilizzare
i loro rapporti. L ’aggressione sovietica in Afganistan è un
esempio a questo proposito così come, naturalmente, il sor­
gere di altre potenze che potrebbero minare a lungo an­
dare questa emergente struttura bipolare.
Nel momento attuale, è la posizione americana ad es­
sere minacciata dall’emergere dalla potenza sovietica. Nei
prossimi decenni, però, anche l’Unione Sovietica dovrà ade­
guarsi alla crescita differenziata del potere tra gli stati.
E per l’Unione Sovietica questo adeguamento alla trasfor­
mazione di un sistema bipolare in uno tripolare o persino
multipolare potrebbe essere anche più difficile che per gli
Stati Uniti. La fine dell’unità ideologica del mondo co­

10 Bisogna dire però che l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti hanno idee
abbastanza diverse sul significato della distensione. Per la prima, la distensione
non significa fine della lotta di classe o del movimento storico verso la vittoria
del comuniSmo. Per i secondi, la distensione è indivisibile: l’Unione Sovietica
non deve usare la distensione per estendere il controllo politico su altre nazioni.

32 6
Guerra e mutamento nel mondo contemporaneo

munista e il sorgere di un centro ideologico rivale a Pe­


chino hanno fatto sì che l’Unione Sovietica si trovi cir­
condata da centri di potere industriale in crescita e po­
tenzialmente minacciosi. Benché in possesso di una forza
militare senza precedenti le potrebbe venir meno la rassi­
curazione dell’ideologia, mentre continua ad essere piut­
tosto lenta nei progressi tecnologici e nella crescita eco­
nomica. Se le potenze limitrofe (Giappone, Europa occi­
dentale e Cina) continueranno ad accrescere il proprio po­
tere economico e il potenziale militare, il vantaggio logi­
stico della Russia derivante dall’occupare una posizione cen­
trale nel continente euro-asiatico diventerà uno svantag­
gio dal punto di vista politico.
Forze centrifughe provenienti da ogni parte potrebbe­
ro dilaniare quest’ultimo grande impero multietnico nel
mentre gli stati vicini pretendono una revisione dello sta­
tus quo territoriale e le popolazioni subordinate non russe
avanzano richieste di maggiore uguaglianza e autonomia.
Tali pressioni interne ed esterne potrebbero scatenare forti
reazioni difensive da parte dell’élite dominante sovietica.
Diversi anni fa Ernest Mandel, un eminente marxista
europeo, attribuiva le mutevoli fortune degli Stati Uniti
alla legge dello sviluppo diseguale: «Dopo aver beneficia­
to per un secolo della legge dello sviluppo diseguale, gli
Stati Uniti ne stanno ora diventando la vittim a»n. Si
può fare la stessa osservazione a proposito del futuro del­
l’Unione Sovietica. Questa legge non fa differenze tra co­
munisti e capitalisti. Considerando la crescente minaccia
posta da una Cina unita e in via di sviluppo, uno scien­
ziato politico indiano ha scritto che lo sviluppo diseguale
del socialismo sta oggi creando contraddizioni nel siste­
ma. Come ha esposto ottimamente Chatterjee112: «a lun­
go andare la legge dello sviluppo socialista diseguale può
porre all’Unione Sovietica problemi più gravi di quanto

11 E. Mandel, Europe vs. America. Contradictions o f Imperialism, New York,


Monthly Review Press, 1970, p. 7.
12 P. Chatterjee, Arms, Alliances and Stability: The Development o f thè Struc-
ture o f International Politica, New York, Halsted Press, 1975, p. 8.

32 7
Guerra e mutamento nel mondo contemporaneo

faccia la legge dello sviluppo capitalista diseguale per gli


Stati Uniti-». Nei prossimi anni entrambe le potenze do­
vranno adeguarsi ad un mondo in cui il potere si sta dif­
fondendo con incredibile velocità tra una molteplicità di
potenze.
Vogliamo chiudere questo capitolo con una nota cau­
tamente ottimista. Anche se forze potenti potrebbero por­
tare ad un conflitto per l’egemonia tra le superpotenze,
le condizioni storiche per una tale guerra sono presenti
solo in parte. La ridistribuzione del potere militare a fa­
vore della Russia, stato emergente del sistema internazio­
nale, e la possibilità di ulteriori ridistribuzioni del potere
pongono seri problemi per la stabilità del sistema. La rea­
zione delle superpotenze potrebbe essere quella di accele­
rare un corso di eventi sul quale potrebbero poi perdere
il controllo. Questi sviluppi potenzialmente destabilizzan­
ti sono però controbilanciati dalle^ limitazioni imposte dal­
la presenza delle armi nucleari, dalla complessità del siste­
ma e dai mutui benefici della cooperazione economica. Il
compito più importante cui si trovano di fronte gli uomi­
ni di stato negli ultimi decenni del secolo X X è quello
di costruire, basandosi sulle forze positive della nostra epo­
ca, un ordine internazionale nuovo e più stabile.

328
Finito di stampare nel luglio 1989
dalla Litovelox
Via degli Orbi, 6 - Trento

Printed in Italy
Saggi

ultimi volumi pubblicati:


308 Gianfranco pedullà , II mer­ 321 Kenneth n . waltz , Teoria
cato delle idee. Giovanni Gen­ della politica intemazionale.
tile e la Casa editrice Sansoni.
322 William h . se w e l l , Lavoro
309 Michel Vo v e lle , Le meta­ e rivoluzione in Francia. Il lin­
morfosi della festa. Provenza/ guaggio operaio dall’ancien ré-
1750-1820. gime al 1848.
310 Francesco remotti , Antena­ 323 VICTOR BROMBERT, Victor
ti e antagonisti. Consensi e dis­ Hugo e il romanzo visionario.
sensi in antropologia culturale.
324 Pierangelo schiera , Il labo­
311 Gabriele La Macchi­
lo lli , ratorio borghese. Scienza e po­
na e le dimostrazioni. Matema­ litica nella Germania dell’Ot­
tica, logica e informatica. tocento .
312 Edoardo gren d i , La repub­ 325 PIER VINCENZO MENGALDO,
blica aristocratica dei genovesi. L ’epistolario del Nievo: un’a­
Politica, carità e commercio fra nalisi linguistica.
Cinque e Seicento.
326 pier cesare bori , L ’interpre-
313 roman jako bso n , Autoritrat­ tazione infinita. L ’ermeneutica
to di un linguista. cristiana antica e le sue trasfor­
314 William d . howarth , Moliè­ mazioni.
re. Uno scrittore di teatro e il 327 Alb er t o. hirschman , Po­
suo pubblico. tenza nazionale e commercio
315 Enrico de ang elis , Simboli­ estero. Gli anni trenta, l’Italia
smo e decadentismo nella let­ e la ricostruzione.
teratura tedesca. 328 erving goffman , Forme del
316 WOLFGANG SCHLUCHTER, Lo parlare.
sviluppo del razionalismo occi­ 329 Enrico ber ti , Le vie della ra­
dentale. Un'analisi della storia gione.
sociale di Max Weber.
330 emma giammattei , Retorica
317 Giancarlo mazzacurati,Pi- e idealismo. Croce nel primo
randello nel romanzo europeo. Novecento.
318 Carlo m . cipolla , La mone­
331 cliffort geertz , Antropolo­
ta a Firenze nel Cinquecento. gia interpretativa.
319 Nicola matteucci , La rivo­
332 Benjamin
mauro ba r b e r is ,
luzione americana: una rivolu­
Constant. Rivoluzione, costitu­
zione costituzionale.
zione, progresso.
320 ALBERTO t e SÌe n t i , Stato:
un’idea, una logica. Dal comu­ 333 lu isa leo n in i , L ’identità
ne italiano all assolutismo fran­ smarrita. Il ruolo degli oggetti
cese. nella vita quotidiana.
334 luigi squarzina , Da Dioni­ 348 Carlo ossola , Figurato e ri­
so a Brecht. Pensiero teatrale e mosso. Icone e interni del testo.
azione scenica.
349 MATTHEW H. ERDELYI, Freud
335 Claudio c r essa ti ,La liber­ cognitivista.
tà e le sue garanzie. Il pensiero
politico di John Stuart Mill. 350 FERDINANDO TARGETTI, Nì-
336 Gianfranco POGGI, La vicen­
cholas Kaldor. Teoria e politi­
da dello stato moderno. Profi­ ca economica di un capitalismo
lo sociologico. in mutamento.
337 EUGENIA CASINI ROPA, La 351 Gabriele lo lli , Capire una
danza e l'agitprop. I teatri - non dimostrazione. Il molo della lo­
- teatrali nella cultura tedesca gica nella matematica.
del primo Novecento.
352 victor brom bert , I roman­
338 Pietro scoppola ,La propo­ zi di Flaubert. Studio di temi
sta politica di De Gaspari. e tecniche.
339 EZIO RAIMONDI, Il volto delle
parole. 353 David beetham , La teoria po­
litica di Max Weber.
340 Gennaro sa sso , Tramonto di
un mito. L ’idea di «progesso» 354 riccardo orestano , Edifica-
tra Ottocento e Novecento. zione del giuridico.
341 norbert e l ia s , Coinvolgi­
355 J oseph w. b e n d e r sk y , Cari
mento e distacco. Saggi di so­
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ciologia della conoscenza.
342 marcello pagnini , Semiosì. 356 fausto vicarelli , Keynes.
Teoria ed ermeneutica del testo L ’instabilità del capitalismo.
letterario.
357 michael riffaterre , La pro­
343 Edward c. La teoria
r il e y , duzione del testo.
del romanzo in Cervantes.