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Nicola Sguera

È pensabile (e praticabile)
un populismo di sinistra?
6 dicembre 2019 Seminari ANPI

Sommario
1. Ringraziamenti e schema dell’intervento. S. Nicola (Νικόλαος)........................................................................................... 2
2. La mia storia politica ............................................................................................................................................................ 2
3. Perché entrai nel M5S ........................................................................................................................................................... 3
4. 25 aprile. Un episodio............................................................................................................................................................ 4
5. Non racconterò la storia del populismo in tutte le sue varianti ............................................................................................... 4
6. L’epigrafe di Machiavelli ....................................................................................................................................................... 5
7. Essenzialismo della sinistra tradizionale ............................................................................................................................... 5
8. Nuovo progetto anti-essenzialistico. Per una democrazia radicale e plurale ........................................................................... 5
9. La crisi delle socialdemocrazie e la controffensiva neo-liberista negli anni Ottanta ................................................................ 6
10. Post-politica e necessità del conflitto ................................................................................................................................ 6
11. Il momento populista e la ridefinizione delle categorie della politica ................................................................................. 7
12. Postdemocrazia e democrazia radicale .............................................................................................................................. 7
13. Populismi di destra e di sinistra ........................................................................................................................................ 8
14. Come siamo arrivati a questo punto? ................................................................................................................................ 9
15. Una democrazia radicale e plurale .................................................................................................................................. 10
16. Capitalismo eterno? ........................................................................................................................................................ 11
17. Improponibilità del socialismo liberale ........................................................................................................................... 12
18. Ruolo dei soggetti politici ............................................................................................................................................... 12
19. Costruzione del popolo .................................................................................................................................................... 12
20. Articolazione di lotte democratiche ................................................................................................................................ 13
21. La leadership e lo Stato nazionale ................................................................................................................................... 14
22. Gli affetti nella politica e il ruolo della cultura e dell’arte ................................................................................................ 15
23. Perché “populismo”? ...................................................................................................................................................... 16
24. Conclusione .................................................................................................................................................................... 16
N. Sguera - Populismo di sinistra? 6 dicembre 2019

1. Ringraziamenti e schema dell’intervento. S. Nicola (Νικόλαος)

Ringrazio in maniera non formale, soprattutto per la funzione di presidio civile,


politico e culturale l’ANPI, l’Officina e, ovviamente, la CGIL, cui sono iscritto da
vent’anni circa, anche se spesso su posizioni critiche.
Questo incontro vorrei che fosse tripartito. Inizierò con una breve introduzione
di tipo biografico per collocare quanto dirò nel mio percorso e nella mia storia poli-
tica, che spero capirete essere tutt’uno con la riflessione teorica che poi vi proporrò
in una seconda parte un po’ più corposa. Essenziale, però, e quindi con un tempo
adeguato, la discussione con voi presenti, che vorrei avesse uno spazio ampio e non
solo cerimoniale e dovuto.
Mi pare doveroso premettere che il mio percorso intellettuale (e politico) potrà
apparire, a seconda di come lo si osservi, caratterizzato da svolte apparentemente
inspiegabili o, al contrario, fedele ad alcuni pilastri ideali, per così dire.
In ogni caso, sicuramente nell’elaborazione di questa riflessione (e della pratica
che ne è scaturita negli ultimi anni, a partire – diciamo – dal 2011 (e, ritengo di poter
dire, in futuro), ho dovuto abbandonare alcuni dei miei riferimenti precedenti. Farò
un solo nome che continua a rimanermi caro e le cui analisi continuo avidamente a
leggere, quello di Marco Revelli, per il quale il populismo è senza se e senza ma un
fenomeno negativo. La sua analisi della storia italiana recente, come sempre origi-
nale e stimolante, ha visto lo scontro tra varie declinazioni del populismo, intro-
dotto in Italia da Berlusconi e, per certi versi, qualche anno prima, dalla Lega Nord:
quello renziano, quello grillino e e quello salviniano. Ebbene, lo ribadisco: quel che
dirò parte dall’assunto che un populismo “di sinistra” non solo sia possibile ma, di
più, sia necessario, anche se i tempi per costruire un soggetto politico capace di in-
carnarlo in maniera credibile saranno abbastanza lunghi.
Noto, per chiudere questa introduzione metodologica, che anche alcune riviste
(penso in particolare a «Micromega») che ospitano interventi “populisti” (anche
teorici), nel contempo continuano ad utilizzare il termine con un’accezione quasi
naturalmente negativa.

2. La mia storia politica

Da dove proviene il mio discorso? Non più da una militanza attiva. In questo
momento mi sento un osservatore disincantato dell’attualità politica, ma un curioso
cultore di filosofia politica. Quindi il problema che mi pongo è prima di tutto teorico.
I riferimenti saranno soprattutto filosofici.
Ma è necessario anche, perché sia comprensibile senza equivoci, collocarlo nella
mia personalissima vicenda politica che è quella degli ultimi trent’anni di storia ita-
liana (all’incirca).

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Cresciuto in famiglia democristiana (militante!), scoperti alla “Sapienza” pen-


siero e prassi “comunisti”, sono stato per alcuni anni (nei secondi Novanta), parte
di Rifondazione Comunista, candidato Sindaco di una lista civica rosso-verde chia-
mata “Città Aperta” nel 2001 (anno dell’elezione di Sandro D’Alessandro, dopo la
sindacatura Viespoli). Ritiratomi dalla politica attiva, deluso da alcuni personaggi
(che per altro continuano ad infestare la città, purtroppo, e a minare qualunque
possibilità di liste civiche credibili), maturando una profonda delusione nei con-
fronti di chi, in primis Fausto Bertinotti, mosso da ambizione personale e vanità,
preferiva uno scranno prestigioso alla faticosa costruzione di una sinistra all’altezza
del proprio tempo. Ho timidamente fatto ritorno alla politica, spronato dal deside-
rio di offrire a mia figlia un futuro migliore, appoggiando “Ora”, la poco fortunata
lista di Antonio Medici, che nel 2011 raccolse una manciata di voti quando fu rieletto
Fausto Pepe contro una raffazzonata alleanza mastellian-viespoliana cui Carmine
Nardone incautamente volle prestarsi. In quella circostanza, conobbi il primo spa-
ruto gruppo di “grillini” che trovai simpatici e innovativi con il loro ingenuo modo
di porsi, che mi parve allora privo di ambizioni personali e mosso da un sincero bi-
sogno di impegno civico. Maturata l’idea che, soprattutto con la catastrofe del 2008,
imputabile al duo Veltroni-Bertinotti, si fosse esaurita ogni possibilità di impegno
“a sinistra” (scomparsa simbolicamente dal Parlamento, mentre il PD, fondato nel
2007, sceglieva di essere un partito sostanzialmente liberale e neo-liberista), vidi, in
quel deserto di sensatezza politica, l’ibrida creatura sorta da una scommessa, il Mo-
vimento Cinque Stelle, l’unica possibilità di agibilità dotata di una radicalismo effi-
cace e non meramente parolaio, quale mi appariva quello delle disiecta membra della
fu-sinistra italiana.

3. Perché entrai nel M5S

Qui possiamo dire che entriamo nel tema che ho deciso di affrontare. Infatti, per
me il M5S, pur in maniera confusa (almeno rispetto al mio modo di pensare, se vo-
lete, politica e “ideologia”), poneva una serie di questioni serissime, che provo a
semplificare:
1) la redistribuzione della ricchezza nel momento in cui la controffensiva neo-
liberista e la globalizzazione priva di ogni controllo hanno prodotto enormi spere-
quazioni planetarie e all’interno di ciascuno Stato;
2) la necessità di nuove forme della democrazia più consapevoli e partecipate
(anche con il supporto della tecnologia) e di una nuova forma dei soggetti politici
stessi, che superasse il modello otto-novecentesco del “partito”.
3) la lotta alla corruzione;
4) la tutela dell’ambiente contro le grandi speculazioni e la difesa dei beni co-
muni

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Queste priorità, ancora una volta confusamente (ma credo che in questo caso la
confusione sia in re) reclamava il “superamento” della dicotomia destra-sinistra in
nome di una visione “populista”, parola per la prima volta utilizzata con connota-
zione positiva ad indicare una politica vicina ai bisogni del popolo, secondo un’ac-
cezione americana, russa, latinoamericana, ma mai presente nel nostro Paese dove
è stata ed è per lo più ancor oggi sinonimo di demagogia o addirittura fascismo.

4. 25 aprile. Un episodio

Lasciatemi togliere un sassolino dalla scarpa. Due anni fa un idiota che non ho il
piacere di conoscere, quando mi vide alla manifestazione del 25 aprile, disertata solo
due o tre volte per motivi di salute da quando sono divenuto me stesso, nel vedermi
gridò ad alta voce: «Fuori i fascisti a cinque stelle dal corteo!». Non reagii. Altri due
galantuomini, fedeli custodi dell’ortodossia marxista a Benevento, mi aveva detto
poco prima, sinergicamente: «Ti verremo a prendere a casa». Mi chiedo come stiano
vivendo questi eroi della sinistra beneventana l’alleanza con i “fascisti” a cinque
stelle... Perdonatemi, ma è una delle cose più dolorose che mi è capitato di vivere,
nata anche dall’incomprensione, dalla banalizzazione di ciò che è stato (almeno fino
a marzo 2018, oggi non lo so più) il M5S. In ogni caso, delle due l’una: o non è un
movimento fascista, per cui ci si può alleare, come si è fatto, o lo è, e dunque quello
vigente sarebbe un ircocervo “rosa-bruno”, se mi si consente la battuta.

5. Non racconterò la storia del populismo in tutte le sue varianti

Non farò la storia del populismo. Per citare l’autrice che ha ispirato questo inter-
vento: «Questo vuole essere un intervento politico e riconosce apertamente la sua
natura di parte». Sarebbe lunga la storia del populismo, ci porterebbe dalla Russia
all’America dell’Ottocento, ai paesi latino-americani accomunando esperienze che
spesso appaiono assolutamente eterogenee. Sono cose che potrete facilmente ritro-
vare sui vostri attrezzi di lavoro intellettuali o in rete. Non ripercorrerò, dunque, un
percorso bibliografico dove necessariamente dovrei discutere con Merker, John Lu-
kacs, Tranfaglia, Mounk, Stefano Feltri, De Benoist, Lazar per fare solo alcuni
nomi. Non mi interessa descrivere il fenomeno ma poterne immaginare un possibile
buon uso. Ogni populismo in ogni caso andrebbe compreso nel proprio contesto,
rifuggendo dalla tentazione della reductio ad unum. Altro sono i populismi latino-
americani, altro quelli dell’Europa dell’Est, ad esempio.
Discuterò, invece, con voi a partire dalle tesi di Ernesto Laclau e Chantal Mouffe,
che quest’ultima ha sintetizzato in un libriccino della Laterza dello scorso anno, e
Carlo Formenti ha divulgato, spesso sul portale di «Micromega» che prima citavo.
Allo stesso modo non farò una “fenomenologia del populismo”, che anch’essa sa-
rebbe assai varia ed eterogenea andando, per fare qualche esempio, dallo zapatismo
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e dal chavismo, con i suoi bei miti di servizio al popolo, alle sguaiataggini demago-
giche farcite di assaggi gastronomici di Salvini.

6. L’epigrafe di Machiavelli

La Mouffe mette in epigrafe una frase di Machiavelli: «Mai smettere di sperare e


tentare». È una fondazione realista dell’utopia e del principio speranza. Un ossi-
moro che mi piace molto, come tutti gli ossimori.

7. Essenzialismo della sinistra tradizionale

Dove siamo oggi? Sicuramente dentro la crisi dell’ordine neoliberista, esplosa tra
il 2007 e il 2008, crisi di sistema, a mio avviso, che fa il paio con altre crisi che an-
drebbero lette circolarmente: crisi ecologica, crisi energetica, crisi psichica.
Dunque, la situazione è eccellente! Si apre la possibilità di una politica più demo-
cratica. Potremmo trovarci in uno dei quei momenti in cui la storia svolta.
So bene che Viroli ed altri insigni difensori, per altro studiosi proprio dell’opera
del Segretario fiorentino, rivendicano la dimensione repubblicana prima che demo-
cratica dell’Italia. La repubblica resta la cornice entro cui, ovviamente, rinnovare e
far avanzare la democrazia verso forme inedite.
I partiti di sinistra classici, negli anni Settanta, sono stati incapaci di accogliere
le richieste dei movimenti. Essi erano intrisi di “essenzialismo”. Siamo, come ve-
dete, nella pura filosofia. La visione che riconduce pratiche e bisogni alla classe è,
appunto, “essenzialistica”.

8. Nuovo progetto anti-essenzialistico. Per una democrazia radicale e plurale

Laclau e Mouffe, negli anni Ottanta, provano a ridefinire il progetto socialista,


utilizzando Gramsci, in maniera anti-essenzialistica, come “radicalizzazione della
democrazia”.
Si trattava di costruire “catene di equivalenze” e una “volontà comune”, produ-
cendo una “egemonia espansiva” (non vi sfuggirà la derivazione gramsciana del ter-
mine).
Ridefinire il progetto socialista come una “democrazia radicale e plurale” signifi-
cava anche prendere atto della “fine della metafisica”, se vogliamo usare un lessico
heideggeriano alieno all’autrice (che pure riconosce il debito nei confronti del pen-
siero post-strutturalista). E badate che, personalmente, sono da anni convinto che
il cosiddetto “postmoderno” possa essere declinato tanto in una variante “conser-
vatrice” (quella ancor oggi dominante), tanto in una variante liberatoria.
«Il campo del conflitto sociale era quindi ampliato piuttosto che condensato in
un solo “agente privilegiato” quale la classe operaia».
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Bisogna rinunziare (anche questa è filosofia!) al sogno di una società pienamente


liberata e all’estinzione dello Stato. Congedandoci da Hegel e Marx, dobbiamo ri-
nunziare per sempre al mito della “fine della storia” (che al più può e deve agire
come “ideale regolativo”).

9. La crisi delle socialdemocrazie e la controffensiva neo-liberista negli anni Ot-


tanta

La Mouffe ricorda come il progetto politico-filosofico portato avanti con Laclau


fosse coevo alla crisi delle socialdemocrazie di fronte alla controffensiva neo-libe-
ral/liberista e al loro successivo cedimento, che le portò, ahimè, in rosei partiti di
“centro-sinistra” o neo-laburisti, totalmente dentro la narrazione del pensiero unico
(la guerra fu vinta prima sul piano egemonico della cultura, non dimentichiamolo:
in America, Inghilterra, Francia, Germania, Italia). L’esempio, analizzato in altra
opera dalla Mouffe, paradigmatico è quello di Blair e del suo cantore, Anthony Gid-
dens, teorico della “terza via”, nato sulla supina accettazione dell'idea che non ci
sono alternative (alla globalizzazione neocapitalista). TINA... Insomma, in tutta
Europa, nel migliore dei casi, Italia compresa, si realizzò una versione socialdemo-
cratica del neo-liberal/liberismo. Ricorderete l’espressione prodiana di “capitalismo
ben temperato”. Quegli anni sono descritti mirabilmente in un film intensamente
politico: Joker di Todd Philips.
«Il cosiddetto “centro radicale” promosse una forma tecnocratica di governo, se-
condo la quale la politica non è un confronto tra parti ma la gestione neutrale degli
affari pubblici». Immagino che molti tra i presenti rivendichino quella esperienza e
la rimpiangano. Io non sono tra questi, ovviamente.

10. Post-politica e necessità del conflitto

La globalizzazione era considerata un fatto di natura ineluttabile per come si sta


realizzando, la politica una questione “tecnica” da delegare ad “esperti”. Come ve-
dete siamo ancora in piena filosofia, potremmo dire dall’Atene platonica, e la sua
Politeia guidata da filosofi-re, alla Meßkirch heideggeriana, che annunciava i rischi
di mondo dominato da una tecnica non compresa nella sua essenza non tecnica ma
ontologica. Parliamo del presente, in realtà, del famoso “pilota automatico” evo-
cato da Draghi, che svuota la politica di qualunque reale potere decisionale, dele-
gandolo all’economia (cioè alla tecnica, alla razionalità “strumentale”, totalmente
incapace di dotarsi di fini “buoni”). In realtà, stavamo entrando nella “post-poli-
tica”, che produceva disaffezione e diffuso astensionismo elettorale (benedetto dai
politici professionisti, ovviamente, considerato, anzi, segno di una democrazia “ma-
tura”).

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La Mouffe rivendicava, al contrario, una politica “agonistica”, memore del me-


raviglioso insegnamento machiavelliano: solo nella tensione degli opposti si reggono
gli Stati in una condizione di salute, come accadeva nella Roma repubblicana. Il
conflitto è un bene, non bisogna temerlo. Ci devono essere alternative tra cui sce-
gliere se si vuole che la politica abbia un senso. Purtroppo in tutta Europa, a fronte
della crisi di molti partiti socialdemocratici, partiti di estrema destra sono cresciuti,
gonfiati dal disagio sociale, dalla crisi economica, dalla propaganda che individuava
nei migranti il capro espiatorio di problemi creati dall’egemonia neo-liberal/liberi-
sta, causa del devastante crack iniziato nel 2007-2008.

11. Il momento populista e la ridefinizione delle categorie della politica

La Mouffe cerca di capire ciò che sta accadendo in quello che definisce “momento
populista”, e credo di non dover spiegare il senso dell’espressione, convinta, come
me, che il ricorso alla frontiera “destra/sinistra”, configurata secondo lo schema tra-
dizionale, non sia più adeguata per articolare una volontà collettiva che contenga
la varietà delle domande democratiche oggi in campo. Da sola o declinata secondo
la tradizione bicentenaria (risalente alla rivoluzione francese), per intenderci.
Quindi, non propongo un superamento ma una ridefinizione o un’articolazione più
complessa, semmai a quattro termini più che a due.
Ne La ragione populista, Laclau definisce il populismo come una strategia discor-
siva per la costruzione di una frontiera politica, che opera attraverso la divisione
della società in due campi e chiama alla mobilitazione «i derelitti», chi è sfavorito,
contro «chi è al potere». Dunque, il populismo non è un’ideologia e non può essere
ricondotto a un contenuto programmatico specifico. Né si tratta di un regime poli-
tico. È un modo di fare politica che può assumere forme differenti a seconda del
momento e del luogo, ed è compatibile con diverse cornici istituzionali. Si ha un
“momento populista” quando il paradigma politico dominante non è in grado di
soddisfare molteplici domande.
La crisi del neoliberismo, visibile a partire dalla crisi del 2007-2008, rende possi-
bile un progetto controegemonico. Ovviamente neoliberismo non è solo una prassi
economica ma, appunto, un paradigma, una visione del mondo, una gerarchia di
valori, un sistema pedagogico fondato sull’individualismo possessivo, sull’“egoismo
proprietario”, per citare Pietro Barcellona. Ora ci troviamo nel gramsciano “inter-
regno” in cui «il vecchio muore e il nuovo non può nascere».

12. Postdemocrazia e democrazia radicale

In un’epoca che può legittimamente essere definita, con Crouch e Rancière,


“post-democratica”, il “momento populista”, dunque, è l’espressione di tutta una

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serie di resistenze alle trasformazioni politiche ed economiche viste negli anni di ege-
monia neoliberale. Se la democrazia è sostanzialmente uguaglianza e sovranità po-
polare.
Lo strapotere delle grandi aziende nel mondo globalizzato ha prodotto un’entro-
pia della democrazia e un ritorno al potere di élite molto ristrette.
Quando parliamo di democrazia noi, inconsapevolmente, teniamo insieme due
tradizioni distinte: quella liberale e quella propriamente democratica, che addirit-
tura, secondo Carl Schmitt, sono conflittuali. Ma non era lo stesso Marx a ritenere
il comunismo un superamento dell’ipocrisia liberale, ovvero una democrazia radi-
cale, il cui modello ideale era l’Atene periclea, che sanasse la scissione tra “cielo” e
“terra”? La Mouffe pensa, in maniera consapevolmente paradossale, la concilia-
zione degli opposti (o meglio una tensione eraclitea o machiavellica di forze): «La
logica democratica della costruzione di un popolo e di difesa delle pratiche egualita-
rie è necessaria per definire un demos e sovvertire la tendenza del discorso liberale a
un universalismo astratto. Tuttavia, la sua articolazione con la logica liberale ci
permette di mettere in discussione le forme di esclusione insite nelle pratiche politi-
che di determinazione del popolo che governerà. La politica liberale democratica
consiste in un processo ininterrotto di negoziazione, mediante configurazioni ege-
moniche differenti, di questa tensione costitutiva».
La situazione attuale può essere definita “postdemocrazia” perché negli ultimi
anni, in seguito all’egemonia neoliberale, è stata soppressa quella tensione agoni-
stica tra i principi liberali e quelli democratici che è costitutiva della democrazia
liberale. Sparito lo spazio agonistico, venuta meno la concordia discors, la “democra-
zia” è stata ridotta alla sua componente liberale e si identifica solo con l’esistenza di
libere elezioni e la difesa dei diritti umani.

13. Populismi di destra e di sinistra

Se queste scelte hanno alimentato la nascita dei populismi “di destra”, la risposta
non sarà abbandonare quel popolo rancoroso e pieno di rabbia, Arthur Fleck, in-
somma, alla pericolosa rappresentanza politica che finge se non altro di ascoltarne
il grido di dolore. Almeno se vogliamo evitare la mostruosa metamorfosi di Arthur
nel Joker. Ma per evitare che la rabbia si incanali sul capro espiatorio bisogna addi-
tare mete per cui valga la pena spendersi.
Il populismo di destra identifica il popolo in una comunità nazionale “chiusa”,
non necessariamente si oppone alle politiche neoliberiste e non necessariamente è
democratico.
Il populismo di sinistra, al contrario, desidera restaurare la democrazia per raf-
forzarla ed estenderla. Una strategia populista di sinistra ambisce a riunire le do-
mande democratiche in una volontà collettiva per costruire un “noi”, che fronteggi
un avversario comune: l’oligarchia. Ciò richiede l’instaurazione di quelle che Laclau

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definisce «una catena di equivalenze» tra le domande dei lavoratori, degli immigrati
e della classe media precaria, nonché di altre domande democratiche, per esempio
quelle della comunità LGBT.

14. Come siamo arrivati a questo punto?

Ha scritto Wolfgang Streeck: «La struttura dell’accordo stipulato nel dopoguerra


tra lavoro e capitale era essenzialmente la stessa in tutte le nazioni – per altri versi
molto differenti tra loro – in cui il capitalismo democratico si era imposto. Com-
prendeva un’espansione dello Stato sociale, il diritto dei lavoratori alla libera con-
trattazione collettiva e una garanzia politica di piena occupazione, agenda sotto-
scritta da governi che facevano uso estensivo degli strumenti economici keyne-
siani».
Come compromesso tra capitale e lavoro, il modello keynesiano permise una coe-
sistenza precaria tra capitalismo e democrazia.
Gli anni Ottanta segnano la vittoria del pensiero che è erroneo definire conservatore.
La Thatcher e il suo teorico di riferimento, von Hayek, affermano un nuovo para-
digma, che – dopo il crollo dell’alternativa sovietica – diventa pensiero unico, ca-
pace addirittura di fagocitare e mettere al proprio servizio molti dei temi della con-
trocultura, come dimostrato da Luc Boltanski, strategia evidenziata per la prima
volta da Gramsci, che mostrava come il sistema si appropria delle domande che sfi-
dano l’ordine egemonico in modo da neutralizzare il loro potenziale sovversivo.
La Mouffe, provocatoriamente, invita ad ispirarsi alla Thatcher per affrontare
questo tempo di crisi e immaginare un ribaltamento dell’egemonia attuale neolibe-
rale.
Ciò di cui abbiamo bisogno con urgenza è una strategia populista di sinistra che
miri alla costruzione di un “popolo”, combinando le diverse lotte di resistenza con-
tro la postdemocrazia per instaurare una formazione egemonica più democratica
senza una rottura “rivoluzionaria” con il regime liberaldemocratico.
Senza la definizione di un avversario non è possibile lanciare un’offensiva egemo-
nica. Del resto, è esattamente il passo che i partiti socialdemocratici, convertiti al
neoliberalismo, non sono in grado di compiere. Sono convinti che la democrazia
debba ambire a raggiungere un consenso unanime e che sia possibile una politica
senza parti tra loro avverse e contrapposte.
La verità è che, quando si decise di buttare bambino e acqua sporca durante la
crisi del socialismo sovietico, non si trovò di meglio che sostituirlo con un armamen-
tario liberale che ben poco a da dire in funzione di una democrazia radicale, integrale
o semplicemente tale.

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15. Una democrazia radicale e plurale

Il compito che ci attende è rendere i principi di libertà e uguaglianza reali e per


tutti in una democrazia radicale e plurale.
La democrazia riveste un ruolo centrale nell’immaginario collettivo a partire dal
1789. Essa può essere l’elemento unificatore di richieste le più diverse. In questo
modo saremo fedeli sia in un certo senso al Marx che parlava di un movimento reale,
già esistente, che abolisce lo stato di cose presente, sia al Gramsci che scriveva: «Non
si tratta di introdurre ex novo una scienza nella vita individuale di ‘tutti’, ma di
innovare e rendere ‘critica’ un’attività già esistente».
La lotta contro forme di subordinazione non può essere il risultato diretto della
situazione di subordinazione in sé. Per trasformare i rapporti di subordinazione in
luoghi di antagonismo è necessaria la presenza di un “esterno” discorsivo da cui si
possa spezzarne il discorso. Questo è esattamente ciò che il discorso democratico
rende possibile. I rapporti di subordinazione possono essere messi in discussione pro-
prio a partire dal discorso democratico che fornisce, all’interno delle società occiden-
tali, il lessico politico fondamentale.
È evidente che articolare la democrazia con la parità di diritti, l’appropriazione
sociale dei mezzi di produzione e la sovranità popolare detterà e ispirerà una politica
e pratiche socio-economiche molto differenti rispetto a quando la si articoli invece
con il libero mercato, la proprietà privata e l’individualismo sfrenato.
La strategia adottata dal populismo di sinistra cerca di stabilire un nuovo ordine
egemonico all’interno della cornice liberaldemocratica e non ambisce a una rottura
radicale con la democrazia liberale pluralista e alla fondazione di un ordine politico
totalmente nuovo. Si tratta, dunque, come disse di andare tanti anni fa al Depistag-
gio Enrique Dussel, di andare oltre il falso dilemma rivoluzione/riforme in cui si è
inaridita la sinistra occidentale.
Potrebbe chiamarsi «riformismo radicale» o, seguendo Jean Jaurès, «riformismo
rivoluzionario». O «rivoluzione gentile», come titolo un libro di Corbyn, scoperto
dopo che avevo utilizzato questa espressione che poi fu ripresa per un certo periodo
da Luigi Di Maio, per il quale evidentemente le parole hanno una obsolescenza pro-
grammata e non un valore programmatico.
Evidentemente le varie “sinistre” differiscono nella concezione dello Stato (neu-
trale per i riformisti, da abbattere come strumento della borghesia per rivoluzionari
ed anarchici). Il riformismo radicale, invece, lo vede come possibile luogo plurale di
un conflitto egemonico, passibile di una trasformazione da mettere al servizio di
politiche democratiche.

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16. Capitalismo eterno?

Contrariamente a quanto si sostiene di solito, la strategia populista di sinistra


non è una manifestazione dell’«estrema sinistra», ma una via differente per imma-
ginare la rottura con il neoliberalismo attraverso il recupero e la radicalizzazione
della democrazia. Quella neoliberale non è l’unica democrazia possibile né la mi-
gliore possibile.
Non c’è relazione necessaria tra capitalismo e democrazia liberale. È un peccato
che il marxismo abbia contribuito a questa confusione presentando la democrazia
liberale come la sovrastruttura del capitalismo. Qui Marx, e in molti altri luoghi, va
abbandonato risolutamente. Le domande democratiche possono crescere solo all’in-
terno della cornice liberale.
Ciò, però, non impedisce di mettere in discussione il modo di produzione capitali-
stico. Come ha ha scritto Mark Fisher, questo è l’impensabile del nostro tempo. In
un aureo libriccino dalla circolazione carbonara, Realismo capitalista, egli scrive ri-
petutamente che oggi risulta addirittura immaginare alternative al capitalismo
(questo il significato dell’espressione “realismo capitalista” come unica realtà pos-
sibile).
Mettere in discussioni molti aspetti del capitalismo in nome della democrazia non
significherà affidare ad una classe, come fece Marx, un ruolo privilegiato in questa
lotta. Ci saranno varie lotte anticapitalistiche.
E un errore macroscopico della tradizione che ci ha accompagnato per quasi due
secoli è stata, paradossalmente, stante la “scienza” che Marx reclamava per il suo
sistema, il non aver ascoltato i bisogni delle persone in carne ed ossa, pretendendo
di sussumerle in una visione teleologica della storia al cui compimento ci fosse la
società “perfetta” senza classi e senza conflitto. Anche i teorici di sinistra, dunque,
cadendo nel tranello “platonico”, hanno ritenuto di dover rivelare la “verità” (in
questo caso quella delle leggi storiche ed economiche) a “schiavi” prigionieri delle
ombre e, dunque, di aver il diritto di “guidarli”. Per questo, d’altronde, tutte le
presunte ortodossie espresse anche dopo il 1989, hanno avuto un impatto pressoché
nullo sulla realtà politico sociale.
Bisognerà stabilire un’egemonia che possiamo definire con molta cautela (per
quanto mi riguarda) “progressista” (avendo parecchie perplessità su questa parola)
che non ha un piano prestabilito né tanto meno un telos, un fine. O meglio: il fine
stesso è l’estensione della democrazia, che potremmo immaginare come una “forma
a priori” kantiana che debba essere poi riempita da contenuti diversi producendo
esiti diversi in base ai contesti, contro il monismo storico della tradizione hegelo-
marxista.
Potremmo immaginarla come un «socialismo democratico», un «ecosocialismo»,
una «democrazia associativa» o una «democrazia partecipativa»: tutto dipende dal
contesto e dalle tradizioni nazionali.

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Se mi consentite una digressione filosofica, io credo che “fine della metafisica”,


come annunziata da Heidegger e reinterpretata in Italia da Vattimo, significhi es-
senzialmente questo. E in tal senso il “post-moderno”, se è post-metafisico, cioè si
oppone al “metodo” unico, alla verità unica, al progresso “lineare”, può essere espe-
rienza liberatoria. Purtroppo esso è stato declinato solo nella sua variante (cito Nie-
tzsche, ovviamente) “passiva”. È tempo per un post-moderno “attivo” e agonistico.
Per altro, questo livello a cui portare le persone mi pare dovere primario della filo-
sofia oggi o, meglio, del pensiero, essendo la stessa filosofia dentro un progetto me-
tafisico.

17. Improponibilità del socialismo liberale

È bello che la Mouffe citi il “socialismo liberale” come possibile modello della sua
proposta, sebbene sia improponibile ciò che pure molti propongono: il ritorno al
compromesso post-bellico che ha reso possibile i “Trenta gloriosi”, stante la rottura
del patto capitale-lavoro e l’emergenza ecologica.
Col promuovere la domanda di consumo e la crescita economica, le soluzioni key-
nesiane sono i motori della distruzione dell’ambiente. La vicenda ILVA dovrebbe
essere istruttiva per tutti.

18. Ruolo dei soggetti politici

I partiti hanno un ruolo ancora decisivo, se accettano una profonda trasforma-


zione, perché essi consentono al “popolo” di definire la propria visione politica, essi
danno forma a pulsioni spesso informi o confuse. E quando difettano di elaborazione
(è il caso del M5S), finiscono nel ridicolo o nell’ignominia (a seconda dei punti di
vista). Dunque, nelle società complesse, e pur con ampie dosi di “democrazia di-
retta” e partecipata, la rappresentanza resta fondamentale, a patto che si riconosca
la dimensione conflittuale costitutiva della sfera politica. Un pluralismo reale pre-
suppone la presenza di un confronto agonistico tra progetti egemonici. È attraverso
la rappresentazione/rappresentanza che sono prodotti i soggetti politici collettivi;
non esistono in precedenza.

19. Costruzione del popolo

Il paradosso con il quale ci troviamo a che fare: il neoliberalismo e i suoi disposi-


tivi biopolitici hanno ampliato a dismisura il numero degli sfruttati. In un certo
senso, ciò rappresenta un’opportunità, dato che il numero di persone colpite dalle
politiche neoliberali è molto più alto di quelle solitamente considerate elettrici o
elettori di sinistra. Un progetto di radicalizzazione della democrazia potrebbe dun-
que fare appello a un elettorato che finora non si è identificato con il suo orizzonte

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e, grazie a un’adeguata politica egemonica, la lotta per un’alternativa progressista


potrà arruolare un numero di persone maggiore che in passato. Ma la proliferazione
di nuovi antagonismi rende complicato un progetto condiviso (scartando a priori la
reductio ad unum geniale realizzata da Marx di una classe universalmente porta-
trice del conflitto).
Ciò richiede la costruzione di un “popolo” intorno a un progetto che affronti le
diverse forme di subordinazione, dominio e discriminazione. Al cui centro, è bene
dirlo, ci sia la questione ecologica, modificando stili di vita, processi produttivi, vi-
sione del mondo. Per altro sulla questione ecologica si potrebbero portare nel pro-
prio campo beneficiari illuminati delle politiche neoliberali attraverso un’opera ege-
monica in cui gli intellettuali potrebbero avere un ruolo decisivo.
E arriviamo ad una questione cruciale: che cos’è il “popolo” così vituperato dal
pensiero di sinistra? E Gemeinshaft organica inevitabilmente percorsa da pulsioni
escludenti e razziste? È creazione dello Spirito, come voleva la cultura di derivazione
idealistica e romantica? Queste obiezioni nascono dal non capire (o dal rifiuto di
capire?) che una strategia populista di sinistra è permeata da un approccio anties-
senzialista secondo cui il “popolo” non è un referente empirico ma una costruzione
politica discorsiva. Il popolo non è, immutabilmente, eternamente. Il populismo di
sinistra promuove un processo di articolazione in cui si stabilisce un’equivalenza tra
una molteplicità di domande eterogenee, preservando la loro differenziazione in-
terna. È per questa precisa ragione che la costruzione di una volontà collettiva at-
traverso una catena equivalenziale richiede la designazione di un avversario co-
mune. Questa mossa è necessaria per definire la frontiera politica che separa il «noi»
dal «loro», un confine decisivo nella costruzione di un “popolo”. Nel Joker questa
dinamica è evidente. Film perfetto per cogliere una possibilità, se depurato, ovvia-
mente dall’efferata violenza: la maschera diventa il catalizzatore di disagi diversi
che hanno, però, un “avversario” comune, l’élite che vive barricata nel proprio
mondo perfetto. Ciò che conta è il modo in cui le domande vengono articolate tra
loro. Come testimoniano i vari populismi di destra, le domande per la democrazia
possono essere articolate in un lessico xenofobo e non hanno automaticamente un
carattere progressista. È solo con l’ingresso in una relazione di equivalenza con le
altre domande democratiche, come quelle degli immigrati o delle femministe, che
acquisiranno una dimensione democratica radicale. Certo, questo vale anche per le
domande che provengono da donne, immigrati o altri gruppi discriminati.

20. Articolazione di lotte democratiche

Purtroppo non esistono lotte di per sé emancipatorie. Anche le lotte ecologiche


potrebbero assumere tratti autoritari (e d’altronde Hans Jonas in un libro pioneri-
stico ipotizzava dittature illuminate ed ecologiche per salvare il pianeta).

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Per rendere possibile l’articolazione di domande democratiche è necessario supe-


rare la visione monadistica della cittadinanza del liberalismo, che presuppone “sog-
getti”, individui. Nella tradizione democratica, invece, la cittadinanza è concepita
come coinvolgimento attivo nella comunità politica, poiché il cittadino agisce come
parte di un “noi”, in conformità con una certa concezione dell’interesse generale.
Per citare Camus (che può essere punto di riferimento e padre nobile di questo pen-
siero/prassi): «Mi rivolto, dunque siamo».
In realtà, la Mouffe fa riferimento ad un’altra tradizione, che purtroppo noi ita-
liani conosciamo poco: il repubblicanesimo civico ispirato da Machiavelli.
Quindi la prima battaglia da fare è risignificare il “pubblico” come la sfera in cui
i cittadini possono aver voce ed esercitare i loro diritti, sostituendo la visione indi-
vidualista e attualmente dominante del cittadino come «consumatore», punto car-
dine della visione postdemocratica.
Identificare come cittadini tutti coloro il cui obiettivo politico è la radicalizza-
zione della democrazia è ciò che unirebbe gli agenti sociali. Questi potrebbero essere
coinvolti in numerose iniziative tra loro differenti, ma la loro “grammatica di con-
dotta”, quando agiscono come cittadini, è governata dall’estensione dei principi
etico-politici di libertà e uguaglianza in un ampio spettro delle relazioni sociali.
Quindi si può essere parte di un “popolo” e continuare a conservare altre appar-
tenenze specifiche senza cadere in un pericoloso organicismo sempre denunziato da
grandi pensatori della libertà come Popper o la Arendt.
Un cittadino completo, insomma, agirebbe sul piano “verticale” della politica e
su quello “orizzontale” dell’associazionismo e dei movimenti. e. Prendere parte a un
“noi” composto da cittadini democratici radicali non preclude la partecipazione a
una varietà di altri «noi».

21. La leadership e lo Stato nazionale

Uno dei punti più problematici che, se non risolti, porta a cortocircuiti deva-
stanti, come è accaduto al M5S, è quello della leadership. In molti considerano peri-
colosa una leadership carismatica, ed è vero che può presentare effetti negativi. Ma,
indipendentemente dalla difficoltà di rinvenire esempi di movimenti politici impor-
tanti privi di leader di spicco (penso ad un movimento dimenticato e straordinario
come lo zapatismo o la lotta di indipendenza del Sudafrica o dell’India), non c’è
ragione per identificare forte leadership e autoritarismo.
L’altra grande questione problematica è quella relativa allo Stato nazionale. Ciò che
è certo, senza entrare nel merito, ma è inutile ricordarvi le mie posizioni scettiche
sull’appartenenza dell’Italia all’area Euro, affini a quelle qui illustrate da Emiliano
Brancaccio, è che la lotta egemonica per recuperare la democrazia deve iniziare a
livello dello Stato nazionale che, anche se ha perso molte delle sue prerogative, è

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ancora uno spazio decisivo per l’esercizio della democrazia e della sovranità popo-
lare.
Campo minato: l’appartenenza garantita dallo Stato è ancora molto importante.
Lo vediamo con lo sport, con il calcio. Perché abbandonare questo terreno alle de-
stre più becere evitando ogni forma di sciovinismo?

22. Gli affetti nella politica e il ruolo della cultura e dell’arte

E, quindi, per chiudere, dobbiamo affrontare il grande tema degli “affetti” nella
costruzione di un popolo, di una identità politica.
Secondo la Mouffe (e come non condividere?) la mancata comprensione della di-
mensione affettiva nel processo di identificazione è una delle ragioni principali per
cui la sinistra, chiusa in una cornice razionalista, è incapace di afferrare le dinamiche
della politica. Bisogna, dunque, e ancora appare necessario il pensiero, sgombrare il
campo dall’equivoco cartesiano e illuministico di un soggetto autotrasparente, so-
stanzialmente razionale. La psicoanalisi ci ha insegnato quanta sia complessa la psi-
che umana. dimensione affettiva. In Psicologia delle masse e analisi dell’Io, Freud
ha sottolineato il ruolo decisivo dei legami libidici affettivi nei processi di identifi-
cazione collettiva: «[...] la massa viene con tutta evidenza tenuta insieme da un
qualche potere. E a quale potere viene spontaneo attribuire questa capacità, se non
all’eros che tiene insieme tutte le cose del mondo?». La libido, l’eros sono decisivi
nella politica. Non accettarlo significa consegnare le passioni a destre che ne fanno
uso pericoloso, come ben sappiamo. Possiamo immaginare una lealtà alla democra-
zia non basata sulla razionalità ma sulla partecipazione in forme di vita specifiche.
Gramsci invocava «una adesione organica in cui il sentimento-passione diventa
comprensione».
Inutile dirvi che la fascinazione che la teoria della Mouffe nasce da me, nella sua
capacità di mescolare suggestioni le più diverse, nasce anche dal ruolo centrale che
consegna all’arte e alla cultura per la fondazione di nuovi di tipi di soggettività (cosa
che si ritrova anche in Fisher, ovviamente, che era un critico della cultura essenzial-
mente).
Ancora una volta Gramsci è una guida indispensabile perché ha dimostrato la
centralità della sfera culturale nella formazione e diffusione di un «senso comune»
che dia ordine a una definizione specifica della realtà. Intendere il «senso comune»
come l’esito di un’articolazione discorsiva ci permette di comprendere come trasfor-
marlo mediante interventi controegemonici. È qui che sta il grande potere dell’arte,
nella sua capacità di mostrarci le cose in modo differente, di farci percepire nuove
possibilità.
Per mantenere la sua egemonia, il sistema neoliberale necessita di chiamare costan-
temente a raccolta i desideri delle persone e modellare le loro identità. La costru-
zione di un «popolo» capace di istituire un’egemonia differente deve coltivare una

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molteplicità di pratiche discorsive/affettive che erodano quegli affetti comuni che


sostengono l’egemonia neoliberale e creino le condizioni per una radicalizzazione
della democrazia.

23. Perché “populismo”?

È necessario chiamare questa strategia “populista”, visto che anche le Sardine si


sentono radicalmente anti-populiste? Eppure, al di fuori dell’Europa, il termine
gode di fama non negativa. Sanders è un populista, chiaramente.
“Populismo” è termine necessario perché pone l’accento sul demos della democra-
zia, che è il suo elemento catalizzatore. La specificazione (“di sinistra”) serve a se-
gnare una precisa collocazione per evitare (ancora una volta l’errore del M5S) una
notte in cui tutte le vacche sono nere. La domanda interessante è, però, e lascio a
voi la risposta: è più importante il sostantivo o il complemento di specificazione?
Sinistra, in ogni caso, fa riferimento a valori in cui riconoscersi: uguaglianza e giu-
stizia sociale.
Anziché vedere nel momento populista solo una minaccia per la democrazia, è
urgente capire che esso può anche rappresentare un’opportunità per la sua radica-
lizzazione. Per cogliere quest’occasione bisogna prendere atto che la politica è per
sua natura partigiana e richiede la costruzione di una frontiera tra un “noi” e un
“loro”.

24. Conclusione

È possibile un populismo di sinistra? Certamente. Sarebbe possibile anche una


dimostrazione storica, che rinviamo ad altra data. È auspicabile un populismo di
sinistra? Assolutamente sì, stante il fallimento delle sinistre ortodosse e non, per non
lasciare strategie, argomenti, contenuti di rilievo a destre razziste, scioviniste, post
(o pre-) democratiche. Le condizioni oggettive sono favorevoli. Questo è un mo-
mento populista. La palla passa ai soggetti politici, alla loro “virtù”. E su questo
mi consento un po’ di sano pessimismo della ragione.

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