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LA SHOAH NELLO SPORT

Prof. Raffaele Di Pasquale


PERSECUZIONI

Erano campioni che avevano gareggiato e conquistato medaglie per la Germania, ma come tutti gli
altri ebrei vennero travolti dalla furia nazista: qualcuno (approfittando dei contatti internazionali
sviluppati proprio grazie allo sport) riuscì a fuggire prima che fosse troppo tardi, qualcun altro si mise
ugualmente in salvo ma ebbe la vita definitivamente rovinata al ricordo della tragedia subita dal suo
popolo, tanti altri trovarono la morte nei campi di concentramento, a loro volta vittime innocenti della
Shoah.
Nella Giornata della Memoria, non perché fossero "più importanti" degli altri, ma per rendere
omaggio alle loro imprese di sportivi, è giusto ricordare anche loro proprio come fatto in passato da
una toccante mostra (dove sono state scattate le immagini che vedete nelle schede successive)
organizzata in passato proprio all'interno dell'Olympiastadion di Berlino, teatro di
quelle Olimpiadi del 1936 con cui Hitler voleva celebrare quel suo folle ideale che avrebbe portato
solo distruzione e morte da lì a pochi anni.
GOTTIFRIED FUCHS (calcio)

Campione di Germania nel 1910 con il Karlsruher,


colleziona sei presenze con la Nazionale tedesca
tra il 1911 e il 1913, stabilendo un record destinato
poi a durare per quasi un secolo: nel 1912 realizza
infatti ben 10 goal in un 16-0 sulla Russia ai Giochi
olimpici di Stoccolma. Ritiratosi dal calcio nel 1920,
vive poi a Berlino fino al 1937, anno in cui con la
famiglia cerca rifugio dalla persecuzione nazista in
Francia. Quindi, dopo l'invasione del Belgio nel
1939, Fuchs scappa prima in Inghilterra e quindi in
Canada, dove muore a 83 anni nel 1972.
Sepp Herberger, che fu ct della Germania dal 1936
al 1964 vincendo il Mondiale del 1954, ha definito
una volta Fuchs "il Franz Beckenbauer della sua
giovinezza".
NELLY NEPPACH (tennis)

Nata nel 1891 e campionessa precoce, nei primi anni


Venti è un'icona non solo sportiva, protagonista della
cronaca mondana dell'epoca. All'inizio del 1926, subito
dopo aver vinto i Campionati di Germania, inizia però il suo
calvario: prendendo a pretesto una partecipazione non
autorizzata a un torneo in Francia, la Federazione le
infligge una sorta di squalifica a vita. In realtà, nella
lettera inviata a tutti i Circoli di tennis del Paese per
diffidarli dal far giocare la Neppach sui loro campi ci sono
già velati riferimenti anti-semiti, oltre all'accusa di essere
diventata famosa solo perché amica di scrittori e giornalisti.
Nell'estate dello stesso anno le viene però poi permesso di
tornare a giocare, anche se di fatto non riesce più a
tornare ai livelli precedenti quella penalizzante esperienza.
Poi la tragedia: dopo l'ascesa di Hitler al potere e le leggi
razziali che vietano agli ebrei anche l'iscrizione a un club
sportivo, la notte del 7 maggio 1933 Nelly Neppach si
toglie la vita a Berlino, con la notizia della sua morte che
viene data oltreoceano anche dal New York Times.
JULIUS ED HERMANN BARUCH
(lotta e sollevamento pesi)

Veri e propri collezionisti di medaglie negli anni


Venti, anche campioni d'Europa in discipline
espressioni di quella "forza" tanto cara al
nazismo, ma ebrei e per giunta praticanti. E
quindi destinati a essere emarginati tanto nella
vita quanto nello sport dalle leggi
razziali: Hermann - il fratello maggiore - si rifugia
in Belgio nel 1938, da cui dopo l'invasione viene
deportato ad Auschwitz, dove viene ucciso nel
1942; Julius, invece, troverà la morte a
Buchenwald nel febbraio 1945, giusto pochi
mesi che il campo venisse liberato dalle forze
americane.
EMANUEL LASKER (scacchi)

Considerato da molti il miglior scacchista di ogni


epoca e definito da Albert Enstein "una delle più
incredibili menti che ho mai incontrato nella mia
vita", Emanuel Lasker continua a essere il record-
man nella difesa del titolo mondiale, conservato
per ben 27 anni consecutivi dal 1894 al 1921. Dopo
il 1933, impossibile però anche per lui difendersi dal
nazismo: fuggito in Olanda, scappa quindi in Gran
Bretagna e poi in Unione Sovietica, che lascia nel
1937 (nel pieno delle purghe staliniane) per riparare
negli Stati Uniti, dove muore a 72 anni nel 1941,
senza poter vedere il crollo di Hitler e ormai piegato
nella psiche dalle avversità del lungo esilio.
ERIC SEELIG (pugilato)

Nato nel 1909 a Bromberg, in Pommerania, Seelig


cresce a livello sportivo nella sezione pugilato del
Tennis Borussia di Berlinoper arrivare a
conquistare il titolo di Germania dei pesi medinel
novembre 1931 e quello dei massimi leggeri nel
febbraio 1933. Il maggio successivo, approfittando
di una trasferta a Parigi per il match perso contro
il campione mondiale Marcel Thiel, inizia una
fuga che lo porterà a Londra, poi a Cuba e infine
negli Stati Uniti, dove giunge nel 1935. Nel 1940,
dopo aver appeso i guantoni al chiodo e avere
sposato Greta Meinstein, un'atleta fuggita a sua
volta dalla Bavaria, Seelig si trasferisce con la
moglie ad Atlantic City, dove aprirà una scuola di
pugilato che lo vedrà attivamente impegnato sino
alla morte, avvenuta nel 1984.
JULIUS HIRSCH (calcio)

Due volte campione di Germania nel 1911 e nel


1913, è anche il secondo calciatore di origine
ebraica dopo Fuchs a indossare la maglia della
Germania, con sette presenze tra il 1911 e il 1913.
Ormai campione affermato, all'avvento delle leggi
razziali nel 1933 dà immediatamente le dimissioni
dal suo club, il Karlsruher FV, continuando a giocare
nel Campionato "riservato ai giudei". All'inizio
scampa alla deportazione grazie al matrimonio con
una non-ebrea, ma nel 1943 (dopo aver divorziato
per evitare conseguenze a moglie e figli)
viene deportato ad Auschwitz. Il 3 marzo 1943
scrive una cartolina alla sorella Esther per i suoi
16 anni: sarà l'ultima traccia terrena di un
fuoriclasse condannato all'oblio sportivo dal
nazismo e presumibilmente alla morte nel campo di
concentramento.
RUDI BALL (hockey sul ghiaccio)

Berlinese di nascita, Rudi Ball colleziona titoli (ben 8) con


il Berliner Schlittschuh Club (BSC) prima di trascinare la
Germania al bronzo nell'hockey ghiaccio ai Giochi olimpici
del 1932 a Lake Placid. L'anno successivo, all'avvento del
nazismo, fiuta subito il pericolo e varca la frontiera con il fratello
Gerhard per giocare prima a St. Moritz e poi a Milano nei
Diavoli Rossoneri, che i Ball portano a vincere per ben due
volte la Spengler Cup (la Coppa dei Campioni dell'hockey su
ghiaccio). Nel 1936 accetta di tornare in patria al BSC,
con l'assicurazione di poter giocare malgrado le leggi
razziali, anche perché la Germania ci tiene a schierarlo alle
Olimpiadi di Berlino del 1936. La "protezione" dura di fatto fino
al 1943, quando Rudi è costretto a lasciare il ghiaccio perché
giudeo: gli va comunque bene, perché solo un anno e mezzo
dopo la fine della guerra torna in pista a 35 anni, sempre
con il BSC, per riabbracciare il suo pubblico. Poi, dopo l'addio
al ghiaccio, sempre con Gerhard decide di raggiungere il loro
terzo fratello Heinz in Sudafrica, dove diviene un importante
uomo d'affari. Morirà a Johannesburg nel 1975.
HELENE MAYER (scherma)

Prima schermitrice tedesca di fama mondiale, si mette in


evidenza già a 14 anni, divenendo campionessa di Germania
nell'estate del 1925, per poi arrivare a vincere l'oro alle
Olimpiadi di Amsterdam del 1928. Brillante anche negli studi,
frequenta la Sorbona e un'università californiana dopo una
laurea a Francoforte in diritto internazionale, con l'obiettivo di
iniziare una carriera diplomatica. In quanto "mezza ebrea",
nel 1933 viene però espulsa dal suo club e anche dalla
società tedesca: parte allora di nuovo per gli States, da cui fa
però ritorno nel 1936, accogliendo la richiesta delle autorità
naziste di partecipare alle Olimpiadi di Berlino, dove vince
una medaglia d'argento: scelta per cui in seguito sarà anche
oggetto di qualche critica riguardo una sua presunta
"tolleranza" al nazismo. Dal quale comunque fugge nel 1937,
andando definitivamente a vivere negli Usa: nel 1940 diviene
cittadina americana, ma torna quindi in Germania nel 1952 e
un anno dopo, subito dopo il suo matrimonio con il barone
Erwin Falkner von Sonnenburg, muore di cancro ad
Heidelberg.
ALFRED E GUSTAV FELIX FLATOW
(ginnastica)

Alfred nasce nel 1869, Gustav Felix nel 1875: due


fratelli, due ginnasti dominatori dei primi Giochi
olimpici di Atene 1896, che li trasformano nei primi eroi
sportivi della Germania. Dopo il tiro dall'attività agonistica
a fine secolo, Alfred Flatow diventa un quotato
allenatore, nonché autore di diversi libri sulla disciplina,
ma nel 1933 viene espulso dalla sua società di
ginnastica in quanto ebreo e, deciso comunque a
rimanere a Berlino, vive una vecchiaia di stenti e
discriminazione, finendo poi per essere deportato nel
campo di concentramento di Theresienstadt, dove
viene ucciso nel 1942. Il fratello Gustav Felix, ciclista e
pugile oltre che ginnasta, all'inizio del 1933 cerca invece
scampo dal nazismo a Rotterdam, ma rimane poi vittima
dell'invasione dell'Olanda: costretto alla clandestinità,
viene scoperto nel 1945 e deportato a sua volta a
Theresienstadt, dove morirà di stenti poche settimane
prima della liberazione a opera delle truppe sovietiche.
LILLY HENNOCH (pallamano, hockey, atletica)

Sportiva a 360°, primatista in varie discipline


dell'atletica e una delle migliori giocatrici
tedesche di hockey e di pallamano per tutti gli
anni Venti e l'inizio dei Trenta. Esclusa come tutti
gli atleti ebrei dall'attività agonistica nazionale,
dal 1933 al 1941 lavora come insegnante di
educazione fisica in una scuola ebraica di
Berlino, promuovendo un'infinità di eventi
sportivi riservati alla sua comunità. Il 5 settembre
1942 viene però deportata con la madre a
Riga, dove entrambe troveranno presto la morte.
WALTHER BENSEMANN (calcio)

Nato nel 1873 a Berlino, pioniere del football, è


noto soprattutto per aver fondato in Germania il
giornale Der Kicker nella convinzione che il
calcio avesse il potere di unire i popoli. L'opposto
del nazismo, che nel 1934 lo costringe a fuggire
in Svizzera per poi trovare la morte nel 1934 a
Montreux. Di lui ci rimane una frase che
purtroppo suona però ancora troppo spesso
come un'utopia: "Lo sport è una religione, e
forse l'unica cosa capace di unire la gente e le
classi sociali".
RALPH KLEIN (basket)

La sua è realmente una storia di pacificazione. Nel 1943 il


padre e la sorella Ruth vengono deportati ad Auschwitz: il
primo vi morirà, la seconda sarà invece tra i sopravvissuti allo
sterminio. Sopravvissuto è anche Ralph Klein, che riesce a
rifugiarsi in Ungheria con la madre e un fratello, rientrando in
un gruppo di 20 mila ebrei salvati dal diplomatico svedese
Raoul Wallenberg. Dopo la guerra, nel 1951 (all'età di
vent'anni) va a vivere in Israele, dove nel basket diventa una
leggenda del Maccabi Tel Aviv prima come giocatore e poi
soprattutto come coach, guidando il club a vincere la Coppa dei
Campioni del 1977 e Israele al secondo posto agli Europei del
1979. Poi, nel 1983, accade quasi l'incredibile: la Germania
gli propone il ruolo di ct e lui accetta. Con questa
motivazione: "Il fatto che la Germania mi abbia chiesto di
allenare la sua Nazionale è per me una vittoria sul nazismo".
Rimane alla guida del team tedesco per quattro anni, prima di
tornare al Maccabi per vincere un ultimo Campionato, seguito
poi da una Coppa di Israele con l'Hapoel. Morirà poi nel 2008 a
77 anni.
MARTHA JACOB (atletica)

Cresciuta da parenti senza mai conoscere i veri genitori,


iniziò bambina a praticare l'atletica per arrivare
a rappresentare la Germania ai Giochi Olimpici di
Amsterdam del 1928 e vincere il titolo nazionale nel
giavellotto l'anno successivo. Nel 1931 accetta di
diventare allenatrice del team femminile britannico di
atletica in vista delle Olimpiadi di Los Angeles 1932.
Rientrata in Germania per completare gli studi per
diventare insegnante di educazione fisica, deve però poi
subito fuggire all'avvento al potere del nazismo, riparando
a Londra nel 1933 per tornare a casa solo in occasione di
alcune manifestazioni sportive riservate agli ebrei. Nel
1936 si reca a Berlino per l'ultima volta: dopo aver
subìto un interrogatorio della Gestapo, decide infatti
di emigrare in Sud Africa, dove troverà un marito, avrà
due figlie e proseguirà la sua attività di trainer. Muore nel
1976 a Cape Town, all'età di 65 anni.
LE OLIMPIADI NASCOSTE

Svolte nel 1940 e 1944


L’AMORE PER LO SPORT

Una storia d'amore, di grandi sentimenti e di sport, sullo sfondo di un campo di prigionia polacco nell'ultima fase della Seconda guerra mondiale. Giochi
Olimpici simbolici, organizzati segretamente dai reclusi, per riscattare la propria dignità umana dalla barbarie nazista.
Già nei Giochi Olimpici antichi, quelli greci, era stata ideata quella che veniva definita ekecheirìa, cioè la tregua olimpica: durante i giorni dell’evento, in
tutta la regione veniva sospesa ogni forma di guerra. Un’abitudine poi ristabilita anche durante le Olimpiadi moderne, con il benestare dell’Onu. Ma cosa
è successo invece ai giochi quando avrebbero dovuto essere disputati in periodo di guerra?
Già durante la prima guerra mondiale si sarebbero dovuti disputare i giochi a Berlino, nel 1916: l’annullamento arrivò a pochi mesi dalla manifestazione, e
la città tedesca riuscì a ospitare i giochi solo 20 anni più tardi. Proprio appena prima dei giochi del 1936, quelli di Jesse Owens con quattro medaglie d’oro
al collo sotto il naso di Adolf Hitler, si decise di organizzare le successive Olimpiadi per la prima volta in Asia, a Tokyo. La decisione fu presa a sorpresa,
perché il Giappone era stato sostanzialmente estromesso dalla Società delle Nazioni per l’occupazione della Manciuria, e lo stesso governo nipponico
sembrava dare poca importanza a un evento di quel tipo in un periodo di importanti conflitti geopolitici. Lo scoppio della seconda guerra sino-giapponese
nel 1937 rese poi evidente l’impossibilità di portare a compimento quei giochi (come di quelli invernali, previsti sempre in Giappone, a Sapporo), anche
perché il governo decise di proseguire la costruzione degli impianti sportivi in legno, lasciando tutto il metallo alla realizzazione di armi. L’Olimpiade
venne quindi assegnata a Helsinki, seconda candidata per l’organizzazione, ma da lì a poco la guerra esplose in tutta Europa, e nella città finlandese si
riuscì solo a portare a termine una serie di sfide tra atleti locali e svedesi, con la partecipazione di qualche tedesco.
L’AMORE PER LO SPORT

Ci fu però un evento a Langwasser, in un campo di prigionia vicino a Norimberga, in cui venne effettivamente issata una bandiera a cinque cerchi. Era un
piccolo vessillo, cucito con parti di indumenti dei prigionieri, lungo nemmeno 50 centimetri, e non poteva essere sventolato più di tanto perché tutto era
organizzato all’insaputa dei soldati tedeschi che vigilavano lo stalag. Le medaglie erano fatte di cartone, le coppe create dalle gavette utilizzate per il cibo, e
i palloni forniti da un parroco norvegese. L’organizzatore era uno scrittore e poeta polacco, Teodor Niewiadomski, che sfruttò la sua fantasia per ideare gli
sport: il lancio della pietra, perché ovviamente non erano a disposizione pesi regolari, o la corsa della rana, in cui una punizione subita dalle guardie si
trasformava in una vera e propria competizione. Parteciparono prigionieri di sette nazioni (belgi, polacchi, inglesi, francesi, olandesi, norvegesi e
jugoslavi), e lo stesso Niewiadomski si occupava di suonare gli inni, con un’armonica a bocca. I tedeschi non si accorsero mai di nulla, Niewiadomski
superò la guerra e visse a Varsavia fino agli anni ’90, e molti cimeli di quell’incredibile evento sono ancora in mostra nel museo olimpico della capitale
polacca.
Nel frattempo però era stata decisa anche la sede dei Giochi Olimpici del 1944, con Londra che superò di poco Roma. Questa volta però non iniziò alcun
tipo di organizzazione, negli anni più terribili della guerra. Nell’estate del 1944 il Comitato Olimpico Internazionale celebrò in Svizzera i suoi primi 50
anni, ma non fu ancora in grado di programmare nuove edizioni dei giochi. Furono invece ancora i prigionieri di un campo a issare la bandiera olimpica.
A Woldenberg, in quella che oggi è la parte più occidentale della Polonia, per due mesi sventolò un’insegna fatta di lenzuola bianche e sciarpe colorate, a
formare i cinque cerchi. Questa volta i tedeschi non erano all’oscuro, controllarono ma lasciarono fare: ai prigionieri era concesso anche l’uso di un teatro,
dove vennero tenute le cerimonie, e di una stamperia, dove si produsse una sorta di volantino con il fittissimo programma. Vennero infatti disputate ben
464 diverse competizioni, tra calcio, pallavolo, basket, pallamano, boxe, scacchi e, ovviamente atletica leggera. Se il pugilato fu abbandonato dopo pochi
incontri perché i lottatori, esausti dalla vita nel campo, rischiavano seriamente di uccidersi dopo ogni round, gli altri sport furono un successo. I mesi
successivi furono però i peggiori per i prigionieri di quel campo: solo in 300 sopravvissero sei mesi fino al gennaio del 1945, quando vennero liberati dalle
forze alleate.
Nel corso degli anni, più volte è stato proposto al CIO di rendere i giochi di Langwasser e di Woldenbergufficialmente olimpici, ma il comitato ha sempre
rigettato l’ipotesi, proprio perché uno degli elementi fondanti dell’olimpiade è il periodo di ekecheirìa in cui si deve svolgere. Però personaggi come Teodor
Niewiadomski, o come Arkadiusz Brzezicki, l’ultimo sopravvissuto dei giochi del ’44, pur senza una medaglia d’oro al collo, hanno oggi tutto il diritto di
poter essere definiti eroi a cinque cerchi.
Matthias Sindelar
LE OLIMPIADI DEL 36
L’ARRIVO DELLA FIACCOLA
Le Olimpiadi di Roma