Sei sulla pagina 1di 129

APPUNTI DI STORIA MEDIEVALE I (M-STO/01) Crediti 6

Anno Accademico 2017-18 – Secondo semestre


Prof. Alfonso Marini

Il modulo presenta diverse denominazioni a seconda dei corsi di laurea:


1) Storia medievale – codice 1023884 - Studi storico-artistici L-1 (carico
didattico), can. A-L
2) Storia medievale-Fondamenti – cod.1026254 - Letteratura Musica
Spettacolo L-10, can. A-L
3) Storia medievale I – codice 1031458 - Lettere moderne L-10
4) Storia medievale – codice 1023884 - Scienze Archeologiche L-1
5) Antichità e istituzioni medievali – codice 1036041- Scienze del turi-
smo L-15
*******

PREMESSA

Queste dispense si configurano come appunti per gli studenti frequentanti


e sono integrative, non sostitutive del manuale, al quale si rinvia come ba-
se principale della preparazione. Gli studenti frequentanti dovranno inoltre
far riferimento agli appunti delle lezioni, nelle quali ho trattato di temi non
riportati in questi materiali, sia per i secoli successivi al XII, sia per le que-
stioni di carattere più generale e concettuale, ad es. la signoria territoriale
di banno o la ripresa economica ed istituzionale del secolo XI, i Comuni,
ecc.
In questa dispense sono riportati fonti e materiali utilizzati a lezione e sono
indicate schematicamente le linee di alcuni periodi della storia medievale.
Di tanto in tanto si riportano anche elementi spesso trascurati dai manuali,
come brevi note su personaggi importanti per la storia medievale (es. Isi-
doro di Siviglia o Alfredo il Grande) o la storia della Corona ferrea e la vi-
cenda di Alboino e Rosmunda, che ritengo abbiano un certo interesse per
la cultura italiana, anche letteraria, in senso diacronico.
Fonti e schemi riguardano in maniera maggiore la prima parte del
Medio Evo, per lo più fino al secolo XII. Le carte storico-geografiche
sono riportate in un file a parte.

1
Periodizzazioni e definizione del Medio Evo

- UMANISTI: Media tempestas – Età di mezzo

- MEDIUM AEVUMChristofer Keller (Cellarius), Historia Medii Aevi


a temporibus Constantini Magni ad Costantinopolim a Turcis cap-
tam 1688

Sec. V – XV; 476-1492

Periodizzazioni interne ai 1000 anni del Medioevo:

“Classica” italiana: Alto Medioevo sec. V-XI - Basso Medievo sec.


XI-XV

“Anglosassone”: Primo Medioevo sec. V–IX / Medioevo Centrale (o al-


to) sec. IX–1250 / Tardo (o basso) Medioevo 1250-1492

TARDOANTICO fino circa sec. VI- VII

2
CRISTIANESIMO E CHIESA

BIBBIA (tàbiblía) Antico (Primo) Testamento - Nuovo Testamento

TRADUZIONE GRECA DELLA LXX, solo A. T. (sec. III-II a. C.) - tra-


duzione latina di S. Girolamo, A. T. e N. T. (V sec.) VULGATA

Northrop Frye, Il grande codice. La Bibbia e la letteratura, Torino,


Einaudi, 1986 (ed. or. The Great Code, 1982).

Nomenclatura:
Chiesa - ekklesía-ecclésia
chiesa “cattolica” = universale
diocesi (vescovo) – metropoli o arcidiocesi (arcivescovo) –
patriarcato (patriarca)
christianitas (res publica christiana)
Cesaropapismo - Teocrazia (ierocrazia)

313 editto di Milano (Costantino, impero unico 324, m. 337)


314 concilio di Arles
Nel 330 Costantino sposta la capitale da Roma a Costantinopoli.

Concili o Sinodi: convocati dagli imperatori, attribuzione di “generale”


(“ecumenico”), a volte a posteriori:

I Concilio di Nicea 325, contro l’arianesimo


definizione della dottrina trinitaria secondo Atanasio: Lógos omooúsios/consustanziale al Padre;
generato dal Padre, non creato (Ario: Lógos omoioúsios simile al Padre).
380 editto di Tessalonica di Teodosio I: il cristianesimo religione
dell’Impero.
I Concilio di Costantinopoli 381, conclusa la lotta all’arianesimo
(Credo niceno-costantinopolitano).
391 proibiti i culti pagani
Concilio di Efeso 431, condannato Nestorio
si definiscono in Cristo due nature (divina ed umana) in un’unica persona (non due persone.
Maria theotòkos, cioè “madre di Dio”).
Concilio di Calcedonia 451, condannato il monofisismo (Èutiche)
si ribadiscono le due nature di Cristo (e non l’unica natura divina).
3
LA CHIESA SI ORGANIZZA NEL VI SECOLO IN UNA
PENTARCHIA PATRIARCALE

Roma, Alessandria, Antiochia, Costantinopoli, Gerusalemme.


Già il concilio di Costantinopoli I (381) aveva stabilito che il patriarca di
Costantinopoli avesse un posto di onore subito dopo il vescovo di Roma.
L’altro patriarcato importante di Oriente era quello di Alessandria, sede
anche di una scuola teologica.
Antiochia era la prima città in cui i cristiani assunsero questo nome; la cit-
tà era sede dell’altra scuola teologica, contrapposta nei metodi a quella di
Alessandria.
L’ultimo patriarcato orientale riconosciuto fu quello di Gerusalemme.
Il sistema della pentarchia patriarcale è stabilito definitivamente dal Conci-
lio di Calcedonia (451).

Costantino aveva restituito alle chiese i beni confiscati durante le persecu-


zioni ed altri ne aveva donati, sicché si comincia a formare il patrimonio
ecclesiastico; molto vasto quello della chiesa romana, che arrivò ad avere
possedimenti terrieri anche in Sicilia. In un primo momento il Patrimo-
nium Sancti Petri indica soltanto i possessi terrieri della chiesa di Roma.
___________________________________

L’IMPERATORI ROMANI DA COSTANTINO all’inizio del V secolo


(elenco semplificato)

dal 337 nuova divisione dell'Impero tra Oriente ed Occidente


337-350 Costante I Occidente
337-361Costanzo II Oriente (dal 350 anche Occidente)
361-363 Giuliano l'apostata
363-364 Gioviano
364 - 375 Valentiniano I Occidente
364-378 Valente Oriente
375-392 Valentiniano II Occidente
379-395 Teodosio I Oriente, dal 394 anche Occidente
395-423 Onorio Occidente
4
395-408 Arcadio Oriente
408-450 Teodosio II, Oriente. Il 15 febbraio 438 pubblicò il Codice teodo-
siano, raccolta delle costituzioni imperiali da Costantino in poi.

5
I BARBARI NELL’IMPERO ROMANO

355 I Franchi Salii sospinti dai Sassoni varcano il Reno nella Gallia set-
tentrionale, accolti come foederati. Seguono i Franchi Ripuarii. Molti en-
trano nell’impero romano.
375 Gli Unni di Attila piombano su Alani e Ostrogoti, che a loro volta
premono sui Visigoti.
376 I Visigoti oltre il Danubio, accolti come foederati in Tracia, ove sac-
cheggiano città.
378 Battaglia di Adrianopoli, muore l’imperatore Valente, 364-378. I Vi-
sigoti fatti slittare in Occidente.

400 Nell’Impero d’Oriente estromessi dall’esercito gli ufficiali di origine


germanica; non più concessi stanziamenti nei confini dell’Impero a foede-
rati armati.
402 La capitale occidentale è spostata da Milano (capitale di Occidente
dal 297) a Ravenna.
402 Stilicone, magister militum di padre vandalo e madre cittadina roma-
na, sconfigge i Visigoti di Alarico a Pollentia (Pollenzo, presso Alba).
406 Stilicone sconfigge a Fiesole gruppi di Ostrogoti e di altre tribù ger-
maniche provenienti da Oriente; ma per far questo sguarnisce il confine
del Reno.
406 Vandali, Alani, Svevi, scacciati dal Danubio dagli Unni, sconfiggono
i Romani supportati dai Franchi, sfondano la barriera del Reno e invadono
Gallia e Spagna.
407 Le ultime legioni romane lasciano la Britannia.
40 8Stilicone, abbandonato da Onorio, è ucciso dal partito antibarbarico.
410 Sacco di Roma di Alarico, re dei Visigoti.

425-455 Valentiniano III Occidente


Nato a Ravenna nel 419. Figlio di Costanzo III e Galla Placidia1, sorella
di Onorio, succedette a Onorio (m. 423) nel 425, incoronato solennemente
a Roma a soli 6 anni, restando sotto la reggenza della madre.
1
Galla Placìdia(390 circa - 450). Figlia dell'imperatore Teodosio il Grande e di Galla; fu presa in ostaggio nel 410 da
Alarico; sposò Ataulfo cognato di Alarico, e, dopo la morte di questi, fu restituita dal re goto Wallia al fratello Onorio a
6
L'impero d'Occidente sotto Valentiniano giunse alla sua crisi definitiva e si
può dire che lui fu in effetti l’ultimo imperatore occidentale: gran parte
delle regioni dell’impero in Occidente erano in mano dei barbari e anche
l'Africa settentrionale fu conquistata dai Vandali.
Guida abile per il giovane imperatore fu Flavio Ezio, figlio di un generale
romano di origine scita o gotica e di madre nobile italica.
Valentiniano ha un certo rilievo sul piano legislativo: concordò con Teo-
dosio II la validità anche in Occidente delle norme del Codice Teodosiano
pubblicato nel 438.

Ezio cercò di realizzare un'amicizia di Roma coi popoli stanziati entro i


confini dell'Impero, rendendo possibile sostenere l'assalto degli Unni, che
furono sconfitti ai Campi Catalaunici (451).
Ma Valentiniano si lasciò influenzare dai nemici di Ezio: lo prese in odio e
nel 454 lo colpì a morte con le proprie mani. Ciò acuì l'odio degli avversari
dell'imperatore, che fu ucciso da congiurati sulla Via Prenestina.

451 Attila attacca la Gallia e viene sconfitto ai Campi Catalaunici (Cham-


pagne) da Ezio.
452 Attila scende in Italia ed arriva fin quasi a Roma. Viene fermato con
trattative e doni da papa Leone I Magno (440-461).
454 Ezio Ucciso
455 Ucciso da una congiura l’imperatore d’Occidente Valentiniano III.
455 Sacco di Roma di Genserico, re dei Vandali.
476 Deposizione di Romolo Augustolo (475-476) da parte di Odoacre.

Ravenna. Sposò nel 417 Costanzo (III, associato all’impero da Onorio nel 421, ma morto in quello stesso anno) da cui
ebbe due figli, Onoria e Valentiniano (III). Durante la minorità di Valentiniano III resse l'Impero di Occidente, non
estranea agli intrighi di corte. Fu sepolta nel mausoleo imperiale presso S. Pietro in Vaticano; secondo tradizioni poste-
riori, sarebbe stata trasportata a Ravenna nel mausoleo che ne porta il nome.
7
REGNI ROMANO-BARBARICI

Regno dei Vandali, Africa settentrionale con capitale Cartagine; ariani,


ebbero pessimi rapporti con la popolazione romana.
Furono gli unici barbari a muoversi sul mare e ad avere una flotta. Nel 455
si ebbe il sacco di Roma del re Genserico (428-477).

Regno dei Visigoti, Penisola iberica, capitale Toledo; in un primo tempo


anche Gallia sud-occidentale (Aquitania) con capitale Tolosa, fino alla
sconfitta di Alarico II (484-507) a Vouillé (non lontano da Poitiers, 507)
contro Clodoveo re dei Franchi.

Lex romana Visigothorum di Alarico II (506), compendio di DIRITTO


ROMANO teodosiano (Codex del 438) per la popolazione latina. Infatti
nei regni romano-barbarici vigeva inizialmente la personalità del diritto.

I Visigoti erano ariani, ma ebbero buoni rapporti con la Chiesa, con la qua-
le i re collaborarono nei concili di Toledo.
La conversione al cattolicesimo si ebbe nel 587 con re Reccaredo (586-
601). La conversione del re significava, per i popoli barbarici, quella di
tutto il popolo.
Attaccati da Giustiniano nel 551. I territori occupati dai Bizantini nella della Spagna
meridionale formarono la nuova provincia di Spania, che resistette agli assalti visigo-
ti fino al 624.

- Esempio della vivacità anche intellettuale del regno Visigotico è Isidoro


di Siviglia (ca 560-636), autore molto prolifico fondamentale per tutto il
Medioevo; compose opere storiche (es. Historia de regibus Gothorum,
Wandalorum et Suevorum), esegetiche, di grammatica, enciclopediche.
Famose le sue Etymologiae in 20 libri (non di rado fantasiose).
*******

Regno degli Ostrogoti, Italia e territori limitrofi, capitale Ravenna, ariani.


Teodorico 493-526 (n. 454 ca).
Inviato in giovanissima età a Costantinopoli come ostaggio (462), ebbe
modo d’istruirsi e di conoscere la civiltà greco-romana. Tornò nel suo po-
8
polo nel 472. Nel 474, alla morte del padre, divenne re, si stanziò nella
Mesia inferiore (provincia romana del basso Danubio) e prese parte alle
guerre dell’impero: fu insignito dall’imperatore Zenone (474-491) del tito-
lo di patrizio (patricius romanorum) e fu inviato in Italia per cacciarne
l’erulo Odoacre.
Nel 488 sconfisse a Verona Odoacre, che nel 489si chiuse a Ravenna.
Battuto Odoacre un’altra volta sull’Adda (490), Teodorico assediò Raven-
na. Dopo tre anniOdoacre si arrese in cambio di un patto con Teodorico,
ma questi lo uccise (493). Divenuto padrone d’Italia, ottenne il riconosci-
mento del suo regno da parte dell’imperatore solo nel 498.
Teodorico mantenne l’antico ordinamento romano: ai romani erano asse-
gnate quasi tutte le cariche civili; ai goti rimanevano tutti gli uffici milita-
rie solo i loro uomini liberi potevano portare le armi. Nell’amministrazione
della giustizia i romani erano giudicati da magistrati romani, mentre i goti
erano giudicati dai loro capi militari; in tutte le cause poteva intervenire il
re ed emettere giudizi non contemplati dalla legge. Furono restaurate le an-
tiche costruzioni a Roma e ne furono innalzate nuove, specialmente a Ra-
venna, tra cui il noto Mausoleo di Teodorico. Teodorico si sforzò di assi-
curare la pace interna con provvedimenti volti a promuovere l’intesa e la
convivenza tra goti e romani; benché ariano, mantenne sempre ottimi rap-
porti con il vescovo di Roma. In occasione della doppia elezione papale
del 498 di Lorenzo e Simmaco, intervenne in appoggio di quest’ultimo
(che rimase vescovo di Roma fino alla morte nel 514).
All’esterno attuò un’abile politica di matrimoni e di accordi con visigoti,
burgundi, vandali, turingi, eruli, tendendo a far riconoscere dagli altri bar-
bari la propria superiorità come rappresentante in Occidente
dell’imperatore.
Ma queste alleanze non durarono a lungo. Nel 509 sconfisse i franchi, che
avevano attaccato i visigoti di Spagna, ed annesse all’Italia la Provenza; in
seguito anche i burgundi e i vandali ruppero le buone relazioni.
Quando nel 518 avvenne la riconciliazione tra la Chiesa romana e quella
greca, Teodorico divenne sospettoso a causa dei buoni rapporti tra
l’aristocrazia senatoria italica e Costantinopoli:
il magister officiorum Boezio e suo suocero Simmaco, capo del Senato, fu-
rono accusati di complotto con l’imperatore d’Oriente Giustino I, impri-
gionati e uccisi. Il contrasto con l’elemento romano fu accentuato dalla
pubblicazione dell’Editto di Giustino contro gli ariani (probabilmente ver-
9
so la fine del 524). Teodorico ordinò al papa Giovanni I di recarsi a Co-
stantinopoli per indurre Giustino a ritirare l’editto (525). Irritato per l’esito
non del tutto positivo del viaggio di Giovanni I, fece gettare il papa in pri-
gione, dove morì (526). Privo di eredi maschi, Teodorico lasciò come suo
successore il giovanissimo nipote Atalarico, figlio della figlia Amalasunta.

*******
Caratteristiche popolazioni germaniche: fedeltà personale al capo, Dio
potente e conversioni di massa dietro il capo.
Ma anche il cristianesimo imperiale si era istituzionalizzato dando molta
importanza alla figura dell’imperatore; e l’aristocrazia fondiaria romana
aveva attorno a sé sempre più vaste clientele che si estendevano con la
crisi dei piccoli proprietari terrieri.

*******

10
Fonte 1. Lettera di papa Gelasio I all’imperatore Anastasio I (494)
Dopo il concilio di Calcedonia, Acacio patriarca di Costantinopoli elabora una formula di fede neu-
tra che non cita le nature di Cristo (una o due), per accontentare i monofisiti.
482 Zenone (474-491) impone la formula col decreto Henotikon.
484 papa Felice III (483-492) scomunica Acacio:
scisma acaciano tra Oriente ed Occidente (484-518).

Lettera sui DUE POTERI di papa Gelasio I (492-496) all’imperatore Anastasio I


(491-518)
in Patrologia Latina.
Questa è la parte centrale della lettera.

… Supplico la tua pietà di non considerare arroganza l’ubbidienza ai principî divini.


Non si dica di un principe romano, ti prego, che egli giudichi ingiuria la verità comu-
nicata al suo intendimento.
Due sono infatti (i poteri), o augusto imperatore, con cui questo mondo è princi-
palmente retto: la sacra autorità dei pontefici e la potestà regale.
[Duo quippe sunt, imperator auguste, quibus principaliter mundus hic regitur: aucto-
ritas sacra pontificum et regalis potestas].

Tra i due, l’importanza dei sacerdoti è tanto più grande, in quanto essi dovranno
rendere ragione al Signore nel tribunale divino anche degli stessi re. Tu sai certo, o
clementissimo figlio, che, pur essendo per la tua dignità al di sopra degli uomini, tut-
tavia pieghi devoto il capo dinanzi a coloro che sono preposti alle cose divine e da lo-
ro aspetti le condizioni della tua salvezza;
e nel ricevere i celesti sacramenti e nell’amministrarli come compete, tu sai che ti de-
vi sottoporre all’ordine della religione piuttosto che essere a capo. Sai pertanto che in
queste questioni tu dipendi dal loro giudizio, non volere che essi siano ricondotti alla
tua volontà.
Se infatti anche gli stessi sacerdoti ubbidiscono alle tue leggi per quel che riguarda
l’ordine pubblico, sapendo che l’impero ti è stato dato per disposizione divina, e per-
ché non sembri che persino nelle cose puramente materiali essi si oppongano a un
giudicato, che esula dalla loro giurisdizione, con che sentimento, io ti chiedo, convie-
ne che tu obbedisca a coloro che sono stati assegnati a amministrare i divini misteri?
Dunque come sui pontefici incombe il non lieve pericolo d’aver taciuto ciò che si
conviene in rapporto al culto della divinità, così grave pericolo c’è per coloro – Dio
non voglia – che serbano un atteggiamento di disprezzo quando devono ubbidire.
E se conviene che i cuori dei fedeli siano sottomessi a tutti i sacerdoti in genere,
che con giustizia amministrano le cose divine, quanto più si deve dar consenso al ca-
po della Sede Apostolica, a colui che la somma divinità volle superiore a tutti i sacer-
doti e che sempre in seguito la pietà di tutta la chiesa onorò come tale?
11
FRANCHI

Franchi si fa derivare da wrang, errante, o frakkr, coraggioso; poi il nome


è ricondotto a frank, libero.
- Salii sulla Mosa e sull’Issel=Yssala, o da sal (latino), nel senso di
mare (acqua salata)
- Ripuari, lungo le ripae (rive) del baso Reno, più a sud dei Salii.

486 re Clodoveo, de Franchi Salii (481-511), dinastia dei MEROVINGI


(ricondotta ad un mitico capostipite Meroveo), sconfigge Siagrio, generale
romano che si era costituito un regno nella Gallia di nord-est con capitale
Soissons.
496 battaglia di Tolbiac contro gli Alemanni. Gregorio di Tours 2 narra che
Clodoveo promise la sua conversione al “Dio di Clotilde”, la moglie bur-
gunda cristiana, in cambio della vittoria. Clodoveo vince e si converte al
cristianesimo cattolico.
24 dicembre 496 battesimo di Clodoveo a Reims da parte del vescovo Re-
migio.
La conversione al cristianesimo cattolico permisea Clodoveo di avere il
sostegno dei vescovi.
Buoni rapporti e poi fusione con le aristocrazie gallo-romane e con la
Chiesa.
507 Clodoveo vince a Vouillé contro Alarico II, ucciso in battaglia;i Visi-
goti lasciano ai Franchi l’Aquitania.

CONCEZIONE PATRIMONIALE DEL REGNO, diviso fra tutti i figli.


Dopo la morte di Clodoveo il regno è diviso in 3, poi in 4 parti:
1) Neustria a nord-ovest, tra Loira e Senna, capitale Parigi.
2) Austrasia, a nord-est, dalla Mosa fino ai territori ad est del Reno, capita-
le Reims, poi Metz.
3) Aquitania a sud-ovest, capitale Soissons.
4) Nel 534 i tre re franchi conquistarono la Borgogna, a sud-est, lungo il
bacino del Rodano, e se la spartirono. Più tardi divenne una parte autono-
ma con capitale Orléans.

2
Gregorio vescovo di Tours (ca 538-594) scrive l’Historia Francorum, ove Clodoveo è presentato come un nuovo Co-
stantino.

12
Le quattro capitali sono tutte nella zona centrosettentrionale della Gallia,
attorno a Parigi, sottolineando così l'unità franca anche nella ripartizione
del regno.

MAGGIORDOMI DI PALAZZO (maiores domi), rappresentanti degli an-


trustioni, appartenenti alla trustis (guardia armata, compagni) del re. Eser-
citano il potere reale rispetto a quelli che saranno detti “re fannulloni” (o
impotenti, rois fainéants).

Tra questi maggiordomi, si afferma la dinastia dei Pipinidi, da Pipino di


Landen (ca 560-640 o 647), maggiordomi di Austrasia.

687 Pipino II di Héristal (ca 640-714), sconfigge il maggiordomo di Neu-


stria rimanendo unico padrone del regno.

714-741 Carlo Martello, figlio del precedente.


732 vittoria di Poitiers contro gli arabi, che nel 711 avevano iniziato la
conquista della Spagna e provano a spingersi oltre i Pirenei.

Organizzazione di vassalli che servono il sovrano in armi e ne ricevono un


beneficio o feodum. Per far ciò Carlo Martello si serve delle terre apparte-
nenti ai patrimoni ecclesiastici.
Si forma la cavalleria pesante franca.
Carlo Martello governa come un re e si fa chiamare re.

*******

13
Ostrogoti e Bizantini

518-527 Giustino. Conclude lo scisma acaciano e perseguita gli ariani.

Teodorico, re degli Ostrogoti (493-526), si pone contro i romani con i qua-


li aveva fino ad allora collaborato. Uccisi Simmaco, Boezio e papa Gio-
vanni I, fugge Cassiodoro.

527-565 Giustiniano I. Corpus iuris civilis (529-534, giurista Triboniano):


- Istituzioni, in 4 libri (basi, fondamenti);
- Digesto o Pandette, in 50 libri (pareri dei giureconsulti romani, sentenze);
- Codex (leggi imperiali da Adriano, 117-138, a Giustiniano);
- Novellae, leggi di Giustiniano e dei suoi successori.

528 chiusura della scuola filosofica di Atene.


532 Pace con i persiani.
533-534 conquista del regno dei Vandali.
535-553 guerra greco-gotica (goto-bizantina)

La figlia di Teodorico, Amalasunta, prima è reggente per il figlio minore


Atalarico (+ 534),
poi sposa il cugino Teodato, che – di fronte ai tentativi di trattative con
Giustiniano - la imprigiona nell’isola di Martana nel lago di Bolsena e la fa
strangolare nel bagno (535).
Pretesto per lo scoppio della guerra greco-gotica (535-553).

Belisario sbarca in Sicilia. Teodato fugge, ucciso da Vitige che diventa re


(535-540), marito di Matasvinta, figlia di Amalasunta e sorella del morto
Atalarico.
Teodorico

Amalasunta (+535) sposa Teodato (+ 535)

Atalarico (+534) Matasvinta sposaVitige (535-540)

14
Vitige si ritira a Ravenna, catturato con l’inganno da Belisario che lo man-
da con la moglie a Costantinopoli (maggio 540).
Belisario lascia l’Italia per un attacco ai confini orientali dell’impero (Sas-
sanidi, di stirpe persiana, succeduti nel 224 ai Parti che avevano dominato
in Persia dal 253 a. C. al 224 d. C.).

441-552 Baduilla detto Totila (immortale) re degli Ostrogoti. Affranca i


coloni dai legami con i loro signori. Belisario torna in Italia e resta sulla
difensiva.
549 Narsete sostituisce Belisario con ingenti truppe.
552 aTadinae (Gualdo Tadino, presso Spoleto) sconfigge e uccide Totila.
553 Il re goto Teia sconfitto e ucciso al Vesuvio. Giustiniano riconquista
l’Italia.
551 attaccati i Visigoti di Spagna. I Bizantini occupano territori nella della Spagna
meridionale, che formarono la nuova provincia di Spania, che resistette agli assalti
visigoti fino al 624.

Italia bizantina (553)

554 Pragmatica sanctio, amministrazione civile in Italia. Adozione Cor-


pus iuris giustinianeo. Abolita la successione dei consoli, il Senato diviene
istituzione per la sola città di Roma, il potere è tutto dell’imperatore, alle
cui dirette dipendenze per l’Italia è l’Esarca con sede a Ravenna. Perdono
importanza le curie cittadine, stremate dalle imposizioni fiscali giustinia-
nee, aumenta l’importanza socio-politica dei vescovi.
Dionigi il Piccolo, monaco scita a Roma (+ 525-535), in-
serisce la numerazione degli anni dalla nascita di Cristo,
calcolando l’anno 1 (non conosceva lo zero, introdotto
più tardi dagli Arabi) con un piccola imprecisione (Gesù
di Nazareth sarebbe nato in effetti attorno al 6 a. C.).

565 Muore Giustiniano. 568/69 invasione longobarda in Italia.

Eraclio (610-641): distacco culturale tra Oriente e Occidente. La lingua uf-


ficiale della cancelleria imperiale diventa definitivamente il greco. Dal 629
l’imperator diviene basiléus. Inizia quella che gli storici definiscono pro-
priamente storia bizantina.

15
Ultime dispute teologiche sul monofisismo

553 II Concilio di Costantinopoli convocato da Giustiniano. Condanna dei


“Tre Capitoli” Teodoro di Mopsuestia (Siria), Teodoreto di Ciro (Cilicia),
Iba di Edessa (Anatolia, attuale Turchia sud-orientale), antiocheni, per ac-
contentare i monofisiti. Scisma dei Tre Capitoli da parte di diocesi occi-
dentali, soprattutto Aquileia e Milano.

Sec. VII: prosecuzione problema monofisita. Si elaborano le teorie del


MONOENERGISMO (una sola “attività” divina di Cristo), poi del MO-
NOTELISMO (unica volontà divina di Cristo), cui aderisce anche papa
Onorio I (625-638).
680-681 III Concilio di Costantinopoli, convocato dall’imperatore Costan-
tino IV: condanna del monotelismo.
698 Sinodo di Pavia, termina lo scisma dei Tre Capitoli col rientro di
Aquileia nella comunione ecclesiale.

16
MONACHESIMO

Monachói o monázontes da mónos, solo.


Origini dal III sec., sviluppo nel IV e boom nel V.
Forme eremitica (éremos = deserto), isolata;
cenobitica (koinòs = comune, bíos = vita), comunitaria con a capo l’abate o
la badessa).
- Antonio eremita in Egitto (metà sec. III-ca 356), discepolo del monaco
Paolo; Vita Antonii scritta da Atanasio, tradotta in latino da Girolamo.
- Pacomio Egitto ca 292-346, cenobita autore di una regola e fondatore di
un cenobio maschile e di uno femminile.
- Basilio (329-379), monaco poi vescovo di Cesarea di Cappadocia (Tur-
chia centrale) dal 370. Autore di una regola cenobitica molto diffusa in
Oriente.

- Girolamo (347-419/20), esperienze monastiche a Roma e a Betlemme.


- Martino (315-397), monaco poi vescovo di Tours, continuando a vivere
da monaco.Vita Martini di Sulpicio Severo.
Il monastero di Tours rimase famoso per tutto il Medio Evo, an-
dò distrutto durante la rivoluzione francese.
- Agostino vescovo di Ippona (354-430) organizza in vita comunitaria il
suo clero. Da suoi scritti deriva la regola agostiniana.
- Lérins: gruppo di 4 isolette 35 km a sud di Cannes, S. Onorato fonda un
monastero nel 410 nell’isola che prende il suo nome (St. Honorat).
- Giovanni Cassiano (ca 360-ca 435), orientale, monaco a Betlemme, poi
in Egitto ove conosce gli asceti. 410 a Costantinopoli. Poi a Roma. 415
fonda un monastero maschile ed uno femminile a Marsiglia.
- De institutis coenobiorum (Le istituzioni dei cenobi), sui precetti del-
la vita monastica.
- Collationes, 24 “conferenze” sui monaci da lui incontrati.
Pone le origini del monachesimo in età apostolica, indica come
modello normativo Atti 2, 41-47 e 4, 32-37, cioè la primitiva
chiesa di Gerusalemme, ove i cristiani avevano tutti i loro beni in
comune, spiega il monachesimo come contestazione della Chiesa
di età costantiniana, trionfante e tiepida nei fedeli e nei pastori.

17
Fuga mundi, militia Christi, ascesi, monastero come anticipo in terra della
Gerusalemme celeste, stabilitas loci, regola, preghiera e lavoro manuale:
sono le caratteristiche principali del monachesimo.

- Irlanda: il monachesimo viene portato da Patrizio (ca 389-461) che era


stato a Lérins. Organizzò la chiesa irlandese come chiesa di monasteri, nel-
la quale i monaci avevano sotto la loro guida spirituale non solo i fedeli,
ma anche clero e vescovi. La ripartizione territoriale seguiva quella dei
clan irlandesi. Grande impegno culturale nei monasteri.
La spinta evangelizzatrice porterà i monaci irlandesi a percorrere il conti-
nente, soprattutto con Colombano (ca 543-615), monaco a Bangor, fonda-
tore di monasteri rimasti famosi come Luxeuil in Francia, S. Gallo (fonda-
to da suo nipote) in Svizzera, Bobbio in Italia, sull’Appennino presso Pia-
cenza, dove morì.
I monaci irlandesi diffusero la confessione auricolare ed i Libri penitenzia-
li.

- Benedetto da Norcia (ca 480-547), studiò a Roma, si ritirò a vita eremi-


tica presso Subiaco, ove fondò un cenobio maschile ed uno femminile per
la sorella Scolastica.
529 fonda il monastero di Montecassino e redige la famosa regola
(sull’esperienza di regole precedenti, soprattutto la Regula magistri). Gre-
gorio I Magno (590-604) dedicò alla biografia di Benedetto tutto il secon-
do libro dei suoi Dialogi (in 4 libri, sulla vita dei monaci occidentali).
La regola di Benedetto divenne normativa per i monasteri dell’impero ca-
rolingio col Capitulare monasticum di Ludovico il Pio nell’817 (concilio
di Aquisgrana), ispirato dal monaco Benedetto di Aniane.

Montecassino subì diverse distruzioni:


- 577 dai Longobardi; fu ricostruito nel 717 dall’abate Petronace
di Brescia.
- 883 dai Saraceni, ricostruito nel 949/50 dall’abate Aligerno
- 1349 da un terremoto, ricostruita nel 1366
- 15 febbraio 1944 dai bombardamenti alleati, ricostruito subito
dopo la II guerra mondiale con finanziamenti statunitensi.

18
Quasi tutte le riforme monastiche medievali si rifanno alla regola bene-
dettina, le più note sono quelle di Cluny (909), Camaldoli, Vallombrosa,
Cîteaux (cistercensi) nell’XI sec.

19
Fonte 2. Giovanni Cassiano (ca 360-ca 435), dalle Collationes
Le origini del monachesimo

La regola cenobitica ebbe origine al tempo della predicazione degli apostoli. Infatti si
formò a Gerusalemme quella moltitudine di credenti di cui si parla negli Atti degli
Apostoli: «La moltitudine dei fedeli aveva un cuore e un'anima sola; nessuno consi-
derava suo quello che possedeva ma avevano tutto in comune»; «Vendevano le loro
terre e i loro beni e dividevano il ricavato tra tutti secondo i bisogni di ciascuno». E
ancora: «Nessuno era povero tra di loro: tutti quelli che possedevano terre e case le
vendevano e mettevano il ricavato ai piedi degli apostoli: tutto veniva distribuito a
seconda dei bisogni di ciascuno» [Atti 4, 32-35]. Tutta la Chiesa allora viveva come
ora solo pochissimi vivono nei cenobi. Ma dopo la morte degli apostoli la massa dei
credenti cominciò a perdere fervore [...] e sempre più il fervore della fede si riduceva
man mano che aumentava il numero dei giudei e dei pagani che si convertivano, e al-
lora non solo quelli che si erano convertiti alla fede di Cristo, ma anche i principi del-
la Chiesa attenuarono molto la primitiva disciplina [...].Ma quelli che erano ancora
spinti dal fervore apostolico, fedeli al ricordo di quella antica perfezione, si allontana-
rono dalle città e dalla compagnia di coloro che credevano fosse lecito per loro e per la
Chiesa di Dio condurre una vita rilassata; cominciarono a ritirarsi in luoghi disabitati
e deserti e a praticare privatamente e per conto proprio quelle norme di vita che essi
ricordavano essere state stabilite dagli apostoli per l’intera Chiesa. Si formò cosi
quella regola, di cui abbiamo parlato, praticata da quei discepoli che si erano sottratti
alla contaminazione degli altri. A poco a poco, con il passare del tempo, si isolarono
dalla massa dei credenti per il fatto di astenersi dal matrimonio, di tenersi lontani dai
parenti e dalla vita del mondo, si chiamarono monaci o µονάζοντες [monázontes] a
causa dell'austerità della lorovita solitaria. Inoltre, dalle comunità che essi costituiva-
no, presero il nome di cenobiti e le loro celle e i loro alloggi si chiamarono cenobi.
Questo fu l’unico genere di monachesimo nei tempi più antichi, il primo non solo da
un punto di vista cronologico, ma anche il primo per santità. Si conservò per molti
anni assolutamente integro fino all’epoca degli abati Paolo e Antonio e ancor oggi ne
vediamo le tracce negli austeri cenobi.

20
LONGOBARDI

Origine scandinava. Leggenda: nome cambiato da Vinnili in Longobardi dal dio Odi-
no per le lunghe barbe:

Il popolo dei Winnili, sotto la guida dei fratelli Ibor e Aio, figli di Gambàra, migrò
dalla Scania verso sud, sulle coste meridionali del Mar Baltico e si stabilì nella re-
gione chiamata "Scoringa" (odierna Germania settentrionale).
Ben presto i Winnili vennero in conflitto con i vicini Vandali, e si trovarono in dif-
ficoltà poiché il loro valore non bastava a compensare l'esiguità numerica.
Narra la leggenda che i capi dei Vandali pregarono il dio supremo Odino di conce-
dere loro la vittoria ma il dio rispose che avrebbe decretato il successo al popolo
che avrebbe visto per primo, il mattino della battaglia.
Gambàra e i figli invece, ricorsero a Frigg, la moglie di Odino, che diede loro il
consiglio di presentarsi sul campo di battaglia al sorgere del sole: uomini e donne
insieme, queste con i capelli sciolti fin sotto il mento come fossero barbe.
Al sorgere del sole Frigg fece sì che Odino si girasse dalla parte dei Winnili e il dio
quando li vide chiese: «Chi sono quelli con le lunghe barbe?».
Al che la dea rispose: «Poiché hai dato loro un nome, dai loro anche la vittoria». E
così fu...

Notizie dalla Historia Langobardorum di Paolo Diacono (Civi-


dale post 720 - Montecassino ca 799). Educato alla corte regia di
Pavia, monaco a Montecassino nel 774 alla caduta del regno lon-
gobardo. 782-786 maestro di grammatica alla corte di Carlo Ma-
gno, poi a Montecassino dal 786 alla morte. L'Historia va dalle
origini al regno di Liutprando.

Dalla Scandinavia alla Pannonia, conversione al cristianesimo ARIANO. Molti resta-


no pagani.
Alcuni partecipano alla guerra greco-gotica come mercenari per l'impero bizantino
con Narsete. Il re Alboino sconfigge e uccide il re dei Gépidi (che si fusero con loro)
e ne sposa la figlia Rosmunda.
Spinti dagli Àvari scendono in Italia nella primavera del 568 o 569 entrando dal Friu-
li, insieme a Gepidi e Sassoni.
Scarsa resistenza delle popolazioni romane, pressate dal fiscalismo bizantino, e delle
truppe imperiali, scarse a causa delle guerre in Oriente. Si diffondono a pelle di leo-
pardo occupando le zone di minor resistenza:

- attuano una conquista ed una dominazione, senza alcun rapporto con l'impero
(nessuna hospitalitas o foederatio);

21
- si insediano per FARE, ripartizione tribale-familiare (insieme di "famiglie mi-
litari")con antenato comune, con a capo un duca;

il duca era il capo politico e militare dellafara, indipendentemente dallo


stanziamento territoriale.
Il termine latino dux fu adottato per designare questa figura politico-
militare, ma non corrisponde esattamente al significato che aveva nel mon-
do classico.
Non è noto il termine della lingua longobarda per indicare la figura del du-
ca, perché anche le fonti storiografiche longobarde più antiche (l'anonima
Origo gentis Langobardorum e la Historia Langobardorum di Paolo Dia-
cono) sono state scritte in latino.
Nel mondo bizantino il dux è il capo militare delle province, specie quelle
periferiche più esposte a pericoli esterni.
Riconquistata l'Italia dopo la guerra greco-gotica, Giustiniano ricostituì la
duplice forma dell'amministrazione provinciale: civile, affidata ai giudici, e
militare, affidata ai duchi. Le necessità della difesa di fronte all'invasione
dei Longobardi imposero un comandante unico militare, il duca, spesso no-
to con il nome dimagistermilitum o diiudex. Grandi ducati bizantini, dipen-
denti dall’esarca di Ravenna, furono quelli di Roma e di Napoli. Venezia
avrà un doge.
La parola dux passò nel mondo germanico in generale comprendendo due
tradizioni diverse, in questo caso ad indicare quelli che la tradizione rico-
nosceva come i capi dei vari gruppi guerrieri, e "duchi" si ritrovano ben
presto in tutti i nuovi regni impiantati entro il limes romano. In modo parti-
colare il "ducato" diviene istituzione tipica dei Longobardi.

- il re è eletto in occasione di guerre;


- tradizioni, nomi, toponimi germanici derivano nell'italiano dal periodo longo-
bardo (in particolare Fara, Gualdo = bosco, Sala = insediamento militare).

Il regno si organizza nell'Italia settentrionale e Toscana, con capitale prima a Verona,


poi a Pavia.

Grandi ducati in pratica autonomi: Spoleto e Benevento.

Ai Bizantini restano: Esarcato, Pentapoli (Marche), ducato romano col "corridoio bi-
zantino" fortificato (via Amerina) che lo collega a Ravenna, parti costiere della Cam-
pania (Napoli, Amalfi), della Puglia meridionale (Bari) e della Calabria; Sicilia, Sar-
degna, Corsica.

- Si attua per la prima volta la divisione politica del territorio italiano, che reste-
rà fino all'unità (17 marzo 1861).
22
Primi due re longobardi in Italia:

ALBOINO (+ 572)

La moglie Rosmunda era figlia di Cunimondo, re dei Gepidi di Pannonia.


Nel 567 Cunimondo venne sconfitto e ucciso in battaglia da Alboino, re dei Lon-
gobardi. Questi, dopo la sconfitta dei Gepidi, probabilmente per legare a sé i guer-
rieri superstiti di quel popolo sposò Rosmunda: non fu un matrimonio d’amore.
La nuova regina seguì Alboino in Italia, nel 568.
Secondo la leggenda, dopo una notte di gozzoviglie a Verona, Alboino bevve vino
in una coppa ottenuta dal cranio di Cunimondo, padre di Rosmunda, e costrinse la
moglie a imitarlo.
Narra Paolo Diacono nel secondo libro della sua Historia Langobardorum
(Storia dei Longobardi), che Rosmunda per vendicarsi organizzò la congiura
che uccise Alboino nel 572 in collaborazione con il nobile del seguito regale e
suo amante, Elmichi.
Essa, durante la notte, legò al letto la spada di Alboino in modo che il re non potes-
se sfoderarla, ed introdusse l'assassino Elmichi nella camera.

CLEFI (572-574)

ANARCHIA MILITARE (574-584), il periodo più duro della conquista longobarda,


fuggono ecclesiastici cattolici, molte diocesi restano a lungo senza vescovo;nella la-
guna veneta inizia a nascere Venezia con i profughi che vi si rifugiano; il patriarca di
Aquileia fugge a Grado. 577 Montecassino distrutta dal duca di Benevento Zottone.

Militarizzazione in Italia sia nei territori longobardi,


sia in quelli bizantini, sempre più organizzati autonomamente per la difesa in man-
canza di aiuti; gli uomini sono chiamati alle armi in base alla loro capacità economi-
ca, soprattutto le aristocrazie. Si potenzia il ruolo dei vescovi e della Chiesa, cui i si-
gnori laici sono legati come clienti (contratti di enfiteusi sui patrimoni ecclesiastici, di
solito per 29 anni).
666 La chiesa di Ravenna ottiene da Costante II (641-668) l'autocefalia.

Re longobardi successivi all’anatchia dei duchi:

ÀUTARI (584-590) sposa Teodolinda, figlia del duca di Baviera, cattolica. I duchi
(circa 30) concedono al re 1/3 dele terre. Il re li controlla con funzionari, castaldi o
gastaldi (gastaldato: circoscrizione amministrativa governata da un funzionario della
corte regia) ed ha collaboratori legati a lui da fedeltà personale, in cambio di doni
(gasindi).

23
AGILULFO (590-616) sposa anche lui Teodolinda. Il figlio Adaloaldo battezzato con
rito cattolico (603). Dialogo con papa Gregorio I Magno.

ADALOALDO (616-625 reggenza della madre) 626 deposto dai duchi ariani.

Solo gli arimanni (liberi longobardi) portano le armi e partecipano alle assem-
blee del popolo. I latini conservano "diritti civili" (proprietà - salvo confische -
compravendita, matrimonio, eredità, ecc.).
Gli ALDII erano una sorta di semiliberi. Dipendevano da un patrono (che dal
VII secolo ebbe facoltà di manometterli) la loro situazione era intermedia fra li-
bertà e servitù, anche se finirono talora confusi con i servi. Privi di diritti politici
e militari e legati alla terra che coltivavano, potevano sposarsi e farsi difendere
in tribunale, avevano diritto al guidrigildo (di entità inferiore a quello dei liberi)
e, con limitazioni, alla proprietà.
I Romani, pur con diritti limitati (non quelli politici) non erano assimilati agli
aldii.
Restò la personalità del diritto, almeno fino a Ròtari (636-652). I chierici, di
qualunque stirpe siano, sono assimilati ai romani.

**********

GREGORIO I (590-604), di famiglia senatoriale romana. 573 praefectus urbi o preto-


re. Si fa monaco e trasforma in monastero (S. Andrea) la sua casa sul Clivus Scauri
(Celio).
Diacono con Benedetto I (574-579), apocrisario papale (ambasciatore, legato) a Co-
stantinopoli fino 586 con Pelagio II (579-590). Qui compone i Moralia in Job.

590 eletto papa su spinta popolare. Prende il titolo di servus servorum Dei (servo
dei servi di Dio) invece che di "ecumenico" come il patriarca di Costantinopoli.
596 invia una missione per convertire gli Angli presso Etelberto re del Kent; gruppo
di monaci con a capo l'abate di S. Andrea, Agostino, consacrato vescovo, che pose la
sede a Canterbury (che resterà sede del primate di Inghilterra). La chiesa inglese sa-
rà legata a Roma fino allo scisma di Enrico VIII.
Riforma liturgica e probabilmente anche del canto (gregoriano).
Dialogi in 4 libri. sulle vite dei santi monaci occidentali. Il II è dedicato per intero a
S. Benedetto.
Omelie sui Vangeli (40), Omelie su Ezechiele, Regola pastorale inviata ai vescovi,
molte lettere per mantenere il collegamento con le chiese.
Organizza i patrimoni fondiari della chiesa di Roma (fino alla Sicilia), servendose-
ne per sfamare la popolazione romana tra guerre e pestilenze.
Attività politica con i Longobardi e di difesa del territorio romano dagli attacchi dei
duchi di Spoleto e di Benevento e dello stesso re Agilulfo. Ma riesce ad iniziare il

24
dialogo per il tramite di Teodolinda, bavara e cattolica 3, fino al battesimo cattolico di
Adaloaldo.

ARIOVALDO (626-635) eletto dai duchi ariani.

RÒTARI, ariano (636-652):

643 EDITTO DI ROTARI, codificazione scritta delle leggi (e delle tradizioni) longo-
barde, in lingua latina. La fàida (vendetta personale e familiare) è in gran parte sosti-
tuita dal GUIDRIGÌLDO, pena pecuniaria data in parte alla parte lesa, in parte al re).
Previste pene capitali per la lesa maestà ed il complotto contro il re. Probabilmente
l'editto valeva per tutti i sudditi del regno, con un parziale superamento della persona-
lità del diritto.

La donna era sempre sotto la tutela (mundium) di un uomo: il padre, il marito, il fi-
glio, i parenti più prossimi o direttamente sotto la tutela del re se non aveva parenti
viventi. L'affrancamento da questa forma di tutela patriarcale (selpmundia) non era
prevista dal diritto. Una donna non poteva disfarsi dei propri beni né comprarne di al-
tri senza il consenso del proprio custode (munduald). Questo era coerente con la ge-
nerale subordinazione della donna al maschio nelle società antiche, ma anche con il
rispetto che le donne rivestivano all'interno della società longobarda, dove il custode
si prendeva carico di tutte le conseguenze che derivavano dall'azione legale, come
l'accertamento della verità attraverso la formula del duello.

ARIPERTO I (652-661) cattolico.


GRIMOALDO (662-671) ariano. Respinge attacchi dei Franchi e dei Bizantini (Co-
stante II, 641-668)
PERTARITO (671-688) cattolico
CUNIPERTO (688-698) cattolico. 698 Sinodo di Pavia, cattolicesimo religione del
regno longobardo, bandito l'arianesimo. Termina definitivamente lo scisma dei Tre
Capitoli (Aquileia).

700-712 Periodo di lotte


Liutperto, figlio di Cuniparto, affidato ad Ansprando.
Si contrappone Raginperto duca di Torino, che si proclama RE associando al trono suo
figlio Ariperto II.
Ansprando lo sconfigge e suo figlio Liutprando è acclamato re.

LIUTPRANDO 712-744

3
Anche se aderente allo scisma dei Tre Capitoli.
25
San Michele Arcangelo, principe delle milizie celesti, era il protettore dei
Longobardi.
Alla fine del V secolo il suo culto si diffuse rapidamente in tutta Europa anche
in seguito all’apparizione dell’Arcangelo sul Gargano, in Puglia.
Secondo la tradizione infatti, apparve nel 490 a san Lorenzo Maiorano, ve-
scovo di Siponto e, indicatagli una grotta sul Gargano, lo invitò a dedicarla al
culto cristiano.
In quel luogo fu edificato il Santuario di San Michele Arcangelo, una delle
principali mete del pellegrinaggio nel Medio Evo.
Dal VII secolo l'area garganica entrò a far parte dei domini del ducato longo-
bardo di Benevento.
Con la conversione dei Longobardi, il culto micaelico del Gargano si svilup-
pò in contesto di religiosità “etnica”, con il culto dei santi percepiti affini alle
divinità di ascendenza norrena della tradizione germanica.
All'arcangelo Michele furono attribuite le medesime virtù guerriere un tempo
adorate in Odino, dio germanico della guerra, guida per l’aldilà e protettore
dei guerrieri.

La corona ferrea
Papa Gregorio I avrebbe donato uno dei chiodi della croce di Cristo - trovata
nel IV sec. da Elena, madre di Costantino - a Teodolinda, regina deiLongo-
bardi, che fece fabbricare una corona ferrea e vi inserì il chiodo, ribattuto a
forma di lamina circolare.
La tradizione che legava la corona alla Passione di Cristo e al primo imperato-
re cristiano ne faceva un oggetto di straordinario valore simbolico, che legava
il potere di chi la usava a un'origine divina e ad una continuità con l'impero
romano.
La Corona Ferrea fu usata dai re Longobardi, e poi da Carlo Magno e dai suoi
successori, per l'incoronazione dei re d'Italia. Fu conservata a Monza.

Incisione ottocentesca raffigurante la Corona Ferrea

La tradizione fu interrottada Carlo V (sec. XVI). Venne ripresa due secoli dopo (1792)
dall'imperatore Francesco I di Asburgo, quando il Ducato di Milano passò all'Austria.
L'in-coronazione più famosa è quella di Napoleone Bonaparte nel 1805: nel rito celebrato
nel duomo di Milano, egli si impose da solo la corona sul capo, pronunciando la frase «Dio
me l'ha data e guai a chi me la tocca!».

26
I Savoia non la utilizzarono per le incoronazioni di re d’Italia, poiché conservarono la co-
rona del regno di Sardegna. Essa però faceva parte delle insegne reali, perciò venne esposta
ai funerali di Vittorio Emanuele II (1878), Umberto I inserì la Corona Ferrea nello stemma
reale e nel 1896 donò al duomo di Monza la teca di vetro blindato in cui essa è tuttora cu-
stodita.

L'ultimo viaggio della corona avvenne durante la seconda guerra mondiale: temendo che i
tedeschi volessero impadronirsene, nel 1943 il cardinale Ildefonso Schuster, arcivescovo di
Milano, la fece trasferire segretamente in Vaticano, dove rimase fino al 1946, quando fu
riportata nel duomo di Monza.

27
Fonte 3. Dall’editto di Rotari (643)

In nome di Dio, io, Rotari, uomo eccellentissimo e diciassettesimo re dei longobardi,


piacendo a Dio, nell'anno ottavo del mio regno e nel trentottesimo della mia età, cor-
rendo [...] felicemente l'anno settantaseiesimo dalla discesa dei longobardi in Italia,
da quando vi furono condotti per volontà divina da Alboino re, che allora li guidava.
Dato a Pavia nel palazzo reale. Quanto sollecitamente ci preoccupò e ci preoccupa il
benessere dei nostri sudditi dimostra il contenuto della presente legge. Siamo soprat-
tutto preoccupati tanto per le frequenti vessazioni cui sono sottoposti i poveri, quanto
per le non necessarie esazioni che vengono praticate da parte di coloro che son ritenu-
ti uomini di più alto lignaggio: abbiamo saputo che i miseri subiscono violenza e per-
ciò, richiamandoci alla grazia di Dio onnipotente, abbiamo ritenuto che fosse neces-
sario correggere la legge vigente affinché, così corretta, essa rinnovi ed emendi la
precedente legislazione, ed aggiunga ciò che manca e tolga ciò che è inutile. Abbia-
mo pertanto stabilito di riunire tutte le disposizioni in un unico testo perché sia lecito
ad ognuno, fatta salva la legge e la loro giustizia, vivere in tranquillità, adoperarsi se-
condo le proprie intenzioni contro i nemici e difendere se stessi e le proprie terre.

1. Se qualcuno avrà tramato congiure od ordito disegni contro la vita del re, incomba
su di lui la pena di morte e i suoi beni vengano confiscati.
2. Se qualcuno, d'accordo col re avrà congiurato per la morte d'un altro o, per ordine
dello stesso re, avrà ucciso un uomo, non sia incriminabile; né egli né i suoi eredi su-
biscano in seguito molestia o requisizione di beni da parte della vittima o dei suoi
eredi [...].
3. Se qualche estraneo avrà provocato nell'esercito rivolta contro il proprio coman-
dante o contro quegli che dal re sia stato delegato a reggere l'esercito, ovvero avrà
tratto a sé una parte dell'esercito, incorra nella pena di morte. [...]

11. Se uomini liberi avranno congiurato, senza la consapevolezza del re, per la morte
di un altro [uomo libero] e se in seguito alla congiura la vittima non sarà morta, cia-
scuno dei congiurati paghi a titolo di composizione 20 soldi. Ma se in seguito alla
congiura la vittima sarà morta, allora chi l'avrà uccisa faccia composizione in relazio-
ne a quanto sarà stato valutato il morto, cioè secondo il suo guidrigildo. [...]
13. Se qualcuno avrà ucciso il suo padrone, sia ucciso egli stesso. Se qualcuno avrà
voluto prendere le difese dell'omicida che abbia ucciso il proprio padrone, sia costret-
to a versare 90 soldi, metà al re e metà ai parenti del morto; e colui che, se ne sarà
stato richiesto, avrà rifiutato il suo aiuto per vendicare quell'omicidio, faccia compo-
sizione di 50 soldi, metà al re e metà a colui cui avrà negato l'aiuto. [...]
42. Se qualcuno avrà imprigionato un uomo libero senza un valido motivo e senza
l'ordine del re, paghi a titolo di composizione alla vittima metà della somma che
avrebbe dovuto versare se l'avesse uccisa. [...]

28
44. Se qualcuno avrà colpito un altro con un pugno, componga con soldi 3; se invece
l'avrà colpito con uno schiaffo, componga con soldi 6. [...]
77. Se qualcuno avrà picchiato un aldio altrui o un servo addetto ai mestieri, se avrà
provocato lesioni e sangue, per una ferita dia 1 soldo, per due ferite 2 soldi, per tre fe-
rite 3 soldi, per quattro ferite 4 soldi; se la vittima avrà ricevuto più di quattro ferite,
esse non siano contate. [...]
103. Se qualcuno avrà colpito alla testa un servo rusticano altrui in modo da lacerare
soltanto il cuoio capelluto, per una ferita paghi 1 soldo, per due ferite 2 soldi, e in più
le giornate di lavoro e l'onorario del medico. Se le ferite inferte al capo saranno state
più numerose, non si contino. Ma se avrà rotto le ossa, una o più, faccia composizio-
ne con 3 soldi. Più di due [ossa rotte], non si contino. [...]
144. Se un maestro comacino con i suoi consoci avrà accettato, dopo aver definito il
patto sulla ricompensa, di restaurare una casa o di sopraelevarla, e sarà accaduto che
qualcuno muoia a motivo della stessa costruzione o per la caduta d'una trave o per la
caduta d'una pietra, allora non si richieda la composizione del danno al padrone della
casa, qualora il maestro comacino in solido con i suoi consoci non faccia composi-
zione dello stesso omicidio o del danno: infatti, poiché questi ha pattuito il suo gua-
dagno, giustamente deve sostenere anche il rischio. [...]
280. Se per qualsiasi motivo i coloni avranno fatto lega o ardito di fare adunanze se-
diziose e si saranno opposti a qualcuno o gli avranno strappato di mano un servo o un
animale che il padrone avrà voluto prendere dalla casa del suo servo, allora quegli
che sarà stato a capo dei coloni sediziosi sia ucciso, oppure riscatti la sua vita con un
prezzo commisurato alla di lui stima; e chiunque avrà concorso, per mal fare, alla
stessa sedizione, paghi a titolo di composizione 12 soldi, metà al re e metà a colui al
quale avrà recato oltraggio o avrà ardito di opporsi. E se il padrone che risulti aver
voluto richiedere ed esigere beni di sua proprietà avrà ricevuto dagli stessi coloni feri-
te o piaghe, sia fatta composizione in suo favore nella misura che fu stabilita nei pre-
cedenti articoli. [...] E se qualcuno dei coloni sarà stato ucciso, non sia richiesta com-
posizione, giacché quegli che lo uccise fece ciò per difendere e rivendicare i suoi be-
ni. [...]
387. Se qualcuno, per sbaglio, non volendo, avrà ucciso un uomo libero, ne faccia
composizione nella misura della sua stima e non vi sia luogo a faida poiché non vi fu
dolo.

Da Fr. Beyerle, Die Gesetze der Langobarden, Witzenhausen 1962 (trad. di A. Clemente)

29
GLI ARABI E MAOMETTO

Sec. VI-VII: gli abitanti dell’ARABIA sono in gran parte BEDUINI


dediti al commercio carovaniero dalla Mesopotamia, dal Sud dell’Arabia,
dall’Oriente al MEDITERRANEO
di religione sono PAGANI POLITEISTI
legati in tribù che rispettano le TRADIZIONI e i costumi ereditati dagli antenati
(SUNNA)
Erano presenti, anche se fortemente minoritari, EBREI
concentrati a MEDINA, che prima di Maometto si chiamava Yathrib
e CRISTIANI di alcune tribù del Nord, ai confini con Bizantini e Persiani,
prevalentemente NESTORIANI o MONOFISITI
La maggiore città era La MECCA (Makkah)
ricca di sorgenti
centro di commerci carovanieri dal Sud (Yemen) al Nord
guidata dai capi della potente tribù QURAISH
Questi riunirono le divinità degli Arabi nella KA’BA (dado, cubo), dedicata al culto
della divinità maschile di Hubal
La tradizione islamica lo considerò come il primo tempio dedicato al culto monotei-
stico:
il primitivo edificio era stato distrutto dal Diluvio Universale, ma se ne mise in
salvo un pezzo: la Pietra Nera, nascosta nelle viscere di una montagna presso
La Mecca ed estratta per la sua opera di riedificazione da Ibrāhīm(Abramo) aiutato
dal figlio Ismāīl(Ismaele biblico, che collocarono la Pietra Nera nell'angolo
di Sud-Est dell'edificio, dove rimane incastonata.

Secondo la Genesi (16, 15) Ismaele nacque da Abramo e dalla schiava di Sara
Agar. Dopo che Sara partorì Isacco, la sua gelosia verso Ismaele spinge Abramo
ad allontanare Agar e il loro figlio Ismaele nel deserto (Genesi 21, 8-21).
Ismaele prenderà in moglie una egiziana e sarà considerato il progenitore degli
Arabi.
Già in età preislamica la Ka’ba era meta di PELLEGRINAGGI e quindi fonte di gua-
dagni.

MAOMETTO

Nacque alla Mecca tra il 569 e il 571


Mercante, fece vari viaggi, che gli permisero di conoscere le religioni monoteistiche.
Rimase orfano,
sposò Cadigia, una vedova facoltosa, e ciò gli permise di dedicarsi senza problemi
economici alla sua riforma religiosa,
30
cui fu spinto dall’apparizione dell’arcangelo Gabriele nel 610 che gli avrebbe prean-
nunciato che sarebbe stato il profeta di Dio (Allah).
La riforma religiosa iniziò nel 613
Formatosi a contatto con ebrei e cristiani, Maometto si orientò verso un rigido mono-
teismo contro tutte le divinità tradizionali
Ciò provocò l’opposizione degli ambienti tradizionalisti, per motivi religiosi ed eco-
nomici,
ad es, per la paura dell’interruzione dei pellegrinaggi,
finché Maometto venne ESPULSO DALLA MECCA e si rifugiò a Yathrib:
è l’ÉGIRA (fuga o migrazione), l’anno è il 622, che divenne l’anno di inizio dell’era
musulmana

ATTENZIONE: anno LUNARE, senza recupero periodico sul solare (come invece pergli
ebrei), quindi gli anni sono più numerosi di quelli solari, essendo più corti, e non
c’ècorrispondenza fissa di mesi e celebrazioni col solare, ad es. il Ramadàn capita in diversi-
periodi del nostro anno solare.

Yathrib diverrà MADINAT AN-NABI, la città del profeta (MEDINA).


L’égira comportò una svolta nella strategia di Maometto, il profeta di Dio, che orga-
nizzòmilitarmente i suoi seguaci.
Venne conquistata La Mecca
che divenne la città santa dell’Islam, dal 624 la preghiera islamica va fatta rivolti alla
Mecca, non più, come prima, a Gerusalemme.

ISLÀM = sottomissione, abbandono (alla volontà di Dio)


MUSLÌM = sottomesso (stessa radice del precedente)

Testo sacro della nuova religione è il CORANO (qu’rān = recitazione, lettura ad alta
voce). Contiene gli insegnamenti di Maometto e le rivelazioni avute da lui. Fu scritto
dopo la sua morte, ma è ritenuto dettato da Dio direttamente in arabo;
l’arabo diviene allora la lingua sacraperché la lingua della rivelazione,
con le conquiste si sovrappone alle lingua locali.

DOTTRINA: I CINQUE PILASTRI DELL’ISLAM

1. Professione di fede: a) Allah è Dio unico


b) Maometto è il suo profeta, ultimo e definitivo
La tradizione profetica comincia da Abramo, passa per Mosé, ecc., ma ebraismo
e cristianesimo la hanno alterata. Quindi la Bibbia ebraico/cristiana non ha valore
di rivelazione.
Maometto conosce A.T. e N. T. e se ne serve; ma su Gesù si serve ampiamente
anche dei vangeli apocrifi, alcuni dei quali molto tardi e leggendari.
Gesù è considerato il più grande dei profeti precedenti a Maometto, ma è soltanto
31
un uomo.
I musulmani venerano anche Maria, citata nel Corano, come Gesù (Īsā ibn Maryam,
Gesù figlio di Maria).
Ebrei, cristiani e zoroastriani sono POPOLI DEL LIBRO o GENTE DELLA
SCRITTURA e nei territori conquistati dall’Islam hanno un trattamento privilegiato
rispetto ai seguaci di altre religioni: i pagani devono convertirsi all’Islam,
se no saranno uccisi;
i popoli del libro possono mantenere la propria fede, purché non ne facciano
propaganda né espandano i loro luoghi di culto; devono pagare un tributo.
Abiurare l’Islam può essere punito con la morte.
Nella condizione di sottomissione della donna, un musulmano può sposare una
ebrea o una cristiana, che possono mantenere la loro fede, ma i figli devono essere
islamici.
Una donna musulmana, invece, non può sposare ebrei o cristiani, perché sui figli
decide il padre. Quindi l’uomo che vuole sposarla deve prima convertirsi
all’Islam.
2. Preghiera
Individuale: cinque volte al giorno, isolati dal suolo con un tappeto;
Collettiva: venerdì, nella moschea, con il sermone dell’imam.
L’IMÀM è il direttore della preghiera, non sacerdote, ma solo esperto nel Corano.
3. Digiuno
Si fa nel mese di Ramadàn:
non si può mangiare, bere, fumare, avere rapporti sessuali in tutti i giorni, dall’alba al
tramonto.
Il mese inizia con il ricordo della rivelazione avuta da Maometto da parte di Allah e
termina con la grande festa di fine del digiuno.
4. Pellegrinaggio alla Mecca
Va fatto almeno una volta nella vita, il centro è la Ka’ba con la pietra nera.
5. Elemosina
legale, dovuta dai più ricchi alle moschee nella misura di un decimo dei propri gua-
dagni;
volontaria, ai poveri.
Non fa parte dei cinque pilastri il jìhād (gìhād) = lotta. Esso ha vari livelli:
- interiore, del fedele contro il male;
- contro la realtà esterna per la diffusione della fede o per l’educazione alla fede;
- lotta armata per propagare l’Islam.
Chi muore combattendo è un MARTIRE, per il quale si apre subito il PARADISO.
Oltre a quanto già visto (preghiera privata e comunitaria, elemosina, digiuno, pelle-
grinaggio),
comuni all’Islam sono elementi di altre religioni:
- angeli e diavoli
- paradiso e inferno
- giudizio e risurrezione finale
32
Il CORANO non può rispondere a tutte le domande e le esigenze, per cui gli viene af-
fiancata
la SUNNA = tradizione sul comportamento di Maometto
La sunna è la base del diritto musulmano.
Nel Corano entrano elementi precedenti della società araba:

- schiavitù, non per gli islamici. Lo schiavo può essere liberato se si converte
all’Islam;
- poligamia maschile: l’uomo può avere fino a quattro mogli, ma deve amarle
tutte nello stesso modo;
- il culto della pietra nera alla Mecca.

ESPANSIONE MUSULMANA

Maometto è capo religioso e politico. Non ci sono sacerdoti nell’Islam.


Alla sua morte prende il suo posto il SOSTITUTO o SUCCESSORE, VICARIO:
KHALIFA (califfo), che resta unico capo religioso e politico.
I califfi appartengono alla famiglia di Maometto o alla cerchia dei suoi primicompa-
gni. I primi quattro, tutti compagni di Maometto, non sono legati fra loro da vincoli di
parentela esono ELETTIVI:

1. ABU BAKR, suocero di Maometto (632-634). Preso il controllo dell’Arabia, già


nel 633 si lancia verso Siria e Iraq. L’espansione è rapidissima ed imprevista.
2. OMAR (634-644).
3. ‛OTHMĀN(644-656).
4. ‛ALĪ (656-661). Cugino e genero di Maometto, avendone sposato la figli Fatima
nel 622.
Alì trasferì la capitale a Kufa, nel basso Iran. Governò tra scontri e rivolte;accusato
dell’assassinio del terzo califfo Othman, fu deposto e ucciso ad al-Kūfahnel gennaio
661, dopo poco più di quattro anni di regno.

Hanno particolare venerazione per Alì gli Sciiti, per i quali Alì non solo è il più gran-
de tra i discepoli di Maometto, ma è addirittura collocato in una categoria a parte, a
un'altezza incommensurabilmente superiore.
Gli sciiti ritengono che ‛Alī fosse stato designato a succedere a Maometto, per cui i
primi tre califfi furono usurpatori; e che il califfato spetti solo a discendenti di ‛Alī e
di sua moglie Fatima.

La divisione tra sunniti e sciiti (= la fazione di Alì) risale dunque fin alla mortte del
Profeta, ma si perfezionò nel corso della seconda metà del secolo VII, quando nel 680
venne ucciso il figlio di Alì (ibnAbiThalib), al-Husainibn Alì.

33
I Sunniti – circa il 90% dei musulmani – prendono il nome dalla Sunna (consuetudi-
ne), che fanno risalire a Maometto.

Dopo la morte del quarto califfo Alì, il califfato viene preso dalla famiglia degli
OMAYYADI, che lo rende EREDITARIO, tenendolo fino al 750. Essi trasferiscono
la capitale a DAMASCO, in Siria.
A capo delle province va un EMIRO (amir),
si organizzano i prelievi fiscali
e si stabilisce la consegna allo stato di 1/5 dei bottini di guerra.
L’impero musulmano viene unificato con l’affermazione della lingua e della cultura
ARABE.

698: presa Cartagine


711 Passate le colonne d’Ercole, che dal capo musulmano Tariq prese il nome di Gi-
bilterra (Gebelel-Tariq = monte di Tariq),
con la battaglia di Guadalete gli arabi conquistano quasi tutta la penisola iberica, po-
nendo la capitale a CORDOVA.
Gran parte dei cristiani del regno dei Visigoti si rifugia presso i Franchi; altri in pic-
coli regni nel nord della Spagna.
A questo punto l’avanzata islamica in Occidente si arresta, gli arabi sono sconfitti
nel 722 a Cavadonga dai cristiani del nord (regno di Asturia);
nel 732 a Poitiers da Carlo Martello.

Nel vasto impero musulamano si trovano molti popoli non arabi, che crescono di im-
portanza e nel 747 portano alla rivolta degli ABBASIDI, discendenti da uno zio di
Maometto, con l’aiuto degli sciiti.

750 Gli Omayyadi, sconfitti e massacrati, si rifugiano in Spagna (al-ANDALUS), co-


stituendo un emirato indipendente (756) che diventerà CALIFFATO AUTONOMO
(929). Gli Abbasidi spostano la capitale a BAGHDAD (762), fondata da loro.

Nel IX secolo inizia la conquista della SICILIA. I musulmani sbarcano a Mazara


nell’827, la conquista sarà completata nel 902 con la caduta di Taormina, ultimo pre-
sidio bizantino.

La vastità dell’impero islamico porta al fornarsi di dinastie autonome, col formale ri-
conoscimento del califfo di Baghdad.

34
CORANO
(traduzione "interpretativa" di Hamza Piccardo sui siti musulmani italiani)

Sura V Mâ'ida (La tavola imbandita)

14. Con coloro che dicono:Siamo cristiani, stipulammo un Patto. Ma dimenticarono una parte di
quello che era stato loro ricordato. Suscitammo tra loro odio e inimicizia fino al Giorno della Resur-
rezione. Presto Allah li renderà edotti su quello che facevano.
15. O gente della Scrittura, ora è giunto a voi il Nostro Messaggero, per spiegarvi molte cose della
Scrittura che voi nascondevate e per abrogarne molte altre! Una Luce e un Libro chiaro vi son giun-
ti da Allah.
51. O voi che credete, non sceglietevi per alleati i giudei e i nazareni, essi sono alleati gli uni degli
altri. E chi li sceglie come alleati è uno di loro. In verità Allah non guida un popolo di ingiusti.
57. O voi che credete, non sceglietevi alleati tra quelli ai quali fu data la Scrittura prima di voi, quel-
li che volgono in gioco e derisione la vostra religione e [neppure] tra i miscredenti. Temete Allah se
siete credenti.
69. Coloro che credono, i giudei, i sabei4 o i nazareni e chiunque creda in Allah e nell'Ultimo Gior-
no e compia il bene, non avranno niente da temere e non saranno afflitti.

72. Sono certamente miscredenti quelli che dicono: “Allah è il Messia, figlio di Maria!”. Mentre il
Messia disse: “O Figli di Israele, adorate Allah, mio Signore e vostro Signore”. Quanto a chi attri-
buisce consimili ad Allah, Allah gli preclude il Paradiso, il suo rifugio sarà il Fuoco. Gli ingiusti
non avranno chi li soccorra!
73. Sono certamente miscredenti quelli che dicono: “In verità Allah è il terzo di tre”. Mentre non c'è
dio all'infuori del Dio Unico! E se non cessano il loro dire, un castigo doloroso giungerà ai miscre-
denti.
75. Il Messia, figlio di Maria, non era che un messaggero. Altri messaggeri erano venuti prima di
lui, e sua madre era una veridica. Eppure entrambi mangiavano cibo. Guarda come rendiamo evi-
denti i Nostri segni, quindi guarda come se ne allontanano..
110. E quando Allah dirà: “O Gesù figlio di Maria, ricorda la Mia grazia su di te e su tua madre
e quando ti rafforzai con lo Spirito Puro5! Tanto che parlasti agli uomini dalla culla e in età
matura. E quando ti insegnai il Libro e la saggezza e la Torâh e il Vangelo, quando forgiasti con
la creta la figura di un uccello, quindi vi soffiasti sopra e col Mio permesso divenne un uccello.
Guaristi, col Mio permesso, il cieco nato e il lebbroso. E col Mio permesso risuscitasti il morto. E
quando ti difesi dai Figli d'Israele allorché giungesti con le prove. Quelli di loro che non
credevano, dissero: "Questa è evidente magia"”.

111. E quando rivelai agli apostoli: “Credete in Me e nel Mio messaggero”, risposero: “Crediamo,
sii testimone che siamo musulmani”.
4
Sabei: secondo alcuni sono i seguaci di una religione astrolatrica, fortemente influenzata dal manicheismo e dallo zo-
roastrismo.Risulta che piccole comunità sabee siano presenti tuttora nelle principali città dell'Iraq. Il Corano però desi-
gna i seguaci della religione predicata ai persiani da Zoroastro col termine “magi”. Secondo i musulmaniZoroastro indi-
cò la via del monoteismo abramitico e raccomandò alla sua gente un codice di comportamento, da seguire fintanto che
Allah non avesse inviato un profeta, che egli avrebbe definito “l'uomo del cammello rosso” e che sarebbe stato
latore della rivelazione definitiva; ma - sempre nella lettura musulmana - il messaggio di Zoroastro venne stravolto e i
persiani divennero adoratori del fuoco, assurto a simbolo della luce divina eidearono un dualismo contrapponendo un
dio del male, Ahriman, ad un dio del bene, Ahuramazda (da cui il termine Mazdei con il quale vengono spesso
identificati).
5
Lo Spirito Puro: Gabriele.

35
Sura IX At-Tawba (Il Pentimento o la Disapprovazione)

29. Combattete coloro che non credono in Allah e nell'Ultimo Giorno, che non vietano quello che
Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono
la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo6, e siano soggiogati.

30. Dicono i giudei: “Esdra è figlio di Allah”; e i nazareni dicono: “Il Messia è figlio di Allah”.
Questo è ciò che esce dalle loro bocche. Ripetono le parole di quanti già prima di loro furono mi-
scredenti. Li annienti Allah. Quanto sono fuorviati!
31. Hanno preso i loro rabbini, i loro monaci e il Messia figlio di Maria, come signori all'infuori di
Allah, quando non era stato loro ordinato se non di adorare un Dio unico. Non vi è dio all'infuori di
Lui! Gloria a Lui, ben oltre ciò che Gli associano!
32. Vorrebbero spegnere la luce di Allah con le loro bocche, ma Allah non intende che perfezionare
la Sua luce, anche se ciò dispiace ai miscredenti.

Sura XVI An-Nahl (Le Api)

128. In verità Allah è con coloro che Lo temono e con coloro che fanno il bene.

Sura XXIX Al’-Ankabut (Il Ragno)

46. Dialogate con belle maniere con la gente della Scrittura, eccetto quelli di loro che sono ingiusti.
Dite [loro]: “Crediamo in quello che è stato fatto scendere su di noi e in quello che è stato fatto
scendere su di voi, il nostro Dio e il vostro sono lo stesso Dio ed è a Lui che ci sottomettiamo”.

6
Tributo (jizya): è il tributo di capitolazione con il quale giudei e cristiani riconoscevano lo Stato islamico. Il pagamen-
to della “jizya” conferiva loro lo status di “dhimmîy” (protetti) e con il quale ottenevano il diritto di vivere in pace e in
sicurezza nello Stato islamico. Ai tempi del Profeta l'ammontare della “gizya” annua era pari a dieci dirham (circa 30
grammi d'argento) per ogni uomo adulto (donne, bambini, schiavi e poveri erano comunque esenti) e corrispondeva a
dieci giorni di mantenimento alimentare.

36
SCHEMASECOLO VIII

LONGOBARDI tentativi di espansione verso i territori bizantini


Liutprando (712-744), Astolfo (749-756), Desiderio (756-774)
[Rachis (744-749) frena i tentativi e infine si ritira come monaco a Montecassino]

BIZANTINI interventi imperiali in ambito religioso: iconoclastìa


inizio Leone III Isaurico 716-741;
condannata nel 787 dal II concilio di Nicea
Irene reggente dal 780 per Costantino VI (+ 797), imperatrice 797-802

PAPATO elaborazione progetto a) di autonomia politica


(donazione di Sutri 728, Gregorio II 715-731,
reiterata 741, Gregorio III, 731-741)
promissio carisiaca di Pipino (754)

b) di supremazia politica
(Constitutum Constantini seconda metà sec. VIII, papa Adriano I, 772-795)
eliminazione pericolo longobardo
alleanza con potenza diversa dai bizantini, cioè

FRANCHI cambio dinastico con appoggio papale


(Zaccaria, 741-752, Stefano II 752-757)
affermazione come potenza in Europa occidentale:
Carlo Martello maior domus (714-741)
732 vittoria di Poitiers sugli Arabi;
Pipino (maior domus 741, re 751-768); d'accordo col papa, 751 è incoronato e unto
re da Bonifacio (ucciso dai Frisòni 754),
con cambio dinastico; Stefano II unge nuovamente lui ed i figli Carlo e Carlomanno
nel 754, ottenendo la promissio carisiaca, Carisiacum, (Querzy-sur-Oise).
Vittorie sul Longobardo Astolfo (755 e 756).
Carlo Magno, re dei Franchi 768 col fratello Carlomanno, 771 unico;
dopo un primo accordo anche matrimoniale, ripudia moglie ed alleanza con i longo-
bardi e sconfigge Desiderio (772 e 774) divenendo
rex Francorum et Langobardorum.
Spedizioni contro Avari (791, 795, 796), Sassoni (782-804),
Arabi in Penisola iberica (778 Roncisvalle, 801 e 813 Marca Hispanica).

37
UNIONE PAPATO-FRANCHI A GUIDA DELLA CHRISTIANITAS:
800 (Sacro romano) IMPERO papa Leone III (795-816) - Carlo Magno (+814)

SECOLO VIII: 4 LINEE FONDAMENTALI

LONGOBARDI. Ormai cattolici, tentano di unificare sotto il loro dominio tutta


l’Italia centro-settentrionale. Paradossalmente, la fine della contrapposizione etnica e
religiosa fa esplodere contraddizioni politiche.
All’interno tutti i liberi, longobardi o romani, devono prestare servizio militare in ba-
se alla loro ricchezza (per il costo dell’armatura) e si ha l’unificazione giuridica su
base territoriale.

BISANZIO. L’imperatore è lontano dall’Italia e dai problemi politici del papato, ma


vuole imporre ugualmente la sua volontà in ambito religioso. Si accentuano i contra-
sti e le divisioni tra chiesa greca e chiesa latina con la crisi iconoclasta, soprattutto dal
716 al 787, cioè dall’ascesa al trono di Leone III Isaurico al II concilio di Nicea (ove
si stabilirà la distinzione tra latrìa adorazione da dare solo a Dio, e doulìa, venerazio-
ne da esprimere alle immagini e ai santi, o timetiké proskynesis).
Tale crisi si accentuerà con la creazione del (Sacro) Romano Impero (800),
con lo scisma di Fozio (867-870, 879-886),
infine dallo scisma del 1054 (cosiddetto Scisma d’Oriente).

Leone III Isaurico (716-741) è il primo esponente di una nuova dinastia militare.
717-718 respinge un attacco musulmano a Costantinopoli.
727 dà inizio all’iconoclastia, cioè la distruzione delle immagini sacre, ICONE, im-
posta con decreto imperiale. Grosse opposizioni in Oriente da parte dei monaci.
In Occidente l’opposizione è molto più ampia. In testa si pone il papa Gregorio II
(715-731), che non era stato nemmeno consultato.
Le popolazioni latine nei territori bizantini dell’Italia si ribellarono violentemente: a
Ravenna fu ucciso l’esarca Paolo, a Roma fu accecato il duca Pietro.

LONGOBARDI. Di fronte alle rivolte antibizantine, Liutprando invade Esarcato e


Pentapoli. Ma le forze locali, che avevano iniziato una lunga storia di autonomia, si
uniscono contro i Longobardi.
Liutprando deve recedere. Nel 728 “restituisce” Sutri, che aveva occupato, AGLI
APOSTOLI PIETRO E PAOLO (Donazione di Sutri), papa Gregorio III (731-741).
Ma i territori erano bizantini, non del papato.

PAPATO-IMPERO BIZANTINO. 731 un sinodo romano, presenti i metropoliti di


Ravenna e di Grado, scomunica quanti profanino le immagini sacre.
733 o 752 (accordo del papato con i Franchi): provvedimento imperiale
- di confisca dei patrimoni pontifici in Italia meridionale e Sicilia;

38
- furono tolte alla giurisdizione metropolita di Roma e trasferite al patriarcato di Co-
stantinopoli Sicilia, Calabria e prefettura illirica.

PAPATO-LONGOBARDI. In maniera speculare ai tentativi espansionistici longo-


bardi, i papi rifiutano di essere ACCERCHIATI da un regno unico e forte.
Machiavelli vide il papato come costante ostacolo all’unificazione dell’Italia.
Sulla sua scia si posero i neoghibellini nell’età del Risorgimento.

Liutprando riprende l’espansionismo verso i territori bizantini dell’Italia centrale,


puntando anche su Roma.
742 stipula una tregua ventennale con papa Zaccaria (741-752) e dona ai santi Pietro
e Paolo, oltre Sutri, Bomarzo, Orte, Bieda e Amelia, anch’essi territori bizantini.
Su questi territori il papa viene ad avere un’autorità particolare, di giurisdizione poli-
tica, sicché gli storici hanno visto in essi il primo nucleo del PatrimoniumSancti Petri
come futuro Stato della Chiesa.

Morto Liutprando, succede RACHIS (744-749), che alla fine del suo breve regno ab-
dica e si ritira come monaco a Montecassino.
ASTOLFO (749-756), suo fratello, riprende l’offensiva antibizantina e conquista Fer-
rara, Comacchio e Ravenna (751).

A questo punto il papato, in lotta con per l’iconoclastia l’Impero, peraltro incapace di
difendersi, si rivolge ai FRANCHI.

FRANCHI. Hanno un’evoluzione interna ed un’affermazione esterna.

39
Fonte 4. Dagli Annales regni Francorum
Annales Fuldenses

751. Pipino (il Breve), mandata a Roma una delegazione a papa Zaccaria, gli chiede il
suo parere sui re dei Franchi discendenti dall'antica stirpe dei Merovingi, che erano
chiamati re, ma tutto il potere del regno stava presso il maior domus, a parte il fatto
che i documenti e i privilegi venivano sottoscritti col nome del re. Ed al Campo di
Marte quello che era chiamato re, visto dai popoli una sola volta all'anno, portato su
un carro tirato da buoi e sedendo in luogo elevato, riceveva pubblici doni offertigli
solennemente, col maggiordomo che stava di fronte e che annunciava ai popoli le co-
se che andavano fatte successivamente in quell'anno; e così, tornando il re al palazzo,
il maggiordomo amministrava tutti gli altri affari del regno. Lo prega quindi di deci-
dere chi di loro debba a diritto essere chiamato ed essere re, quello che sieda sicuro a
casa o quello che sopporta la cura di tutto il regno e le molestie di tutti gli affari.

752 [751]. Il papa Zaccaria comanda al popolo dei Franchi, per l'autorità di san Pietro
apostolo, che Pipino, che usava del potere regio, fruisse anche della dignità del nome.
Così il re Childerico, ultimo re dei Merovingi che comandò sui Franchi, fu deposto e
mandato in monastero, mentre Pipino, unto re dal santo arcivescovo Bonifacio nella
città di Suassons, fu innalzato all'onore del regno.

Monumenta Germaniae Historica (M.G.H.), Scriptores rerum Germanicarum in usum scholarum,


ed. G. H. Pertz - F. Kurze, Hannover 1891

40
Fonte 5. Dal Constitutum Constantini
La falsa donazione di Costantino (periodo di papa Adriano I, 772-795)

(11) E poiché per la predicazione di Silvestro ho saputo di essere stato restituito integro alla mia sa-
lute, abbiamo giudicato utile, con tutti i nostri satrapi7 e con tutto il senato, con gli ottimati e tutto il
popolo romano sottoposto al nostro impero glorioso, che, come San Pietro appare costituito in terra
quale vicario del figlio di Dio, così i pontefici, che fanno le veci dello stesso principe degli apostoli,
ottengano, concesso da noi e dalla nostra imperiale potestà, un potere sovrano più ampio di quello
che è concesso alla terrena mansuetudine della nostra imperiale serenità, scegliendo che lo stesso
principe degli apostoli e i suoi vicari siano nostri saldi patroni presso Dio. E, per quanto è possibile
alla nostra terrena imperiale potestà, abbiamo deciso di onorare la sua sacrosanta chiesa romana con
la dovuta venerazione, e di esaltare gloriosamente, più del nostro impero e del nostro trono terreno,
la santissima sede di San Pietro, assegnandole potestà, gloria, dignità, forza e onori imperiali.
(12) Pertanto decretiamo e sanciamo che essa tenga il primato sia sulle quattro principali sedi di An-
tiochia, Alessandria, Costantinopoli e Gerusalemme, sia su tutte le chiese di Dio esistenti su tutta la
terra; e che ogni pontefice della Santa Romana Chiesa, sia il più alto e principale di tutti i sacerdoti,
e che secondo il suo giudizio siano regolate tutte le cose che attengono al culto di Dio e servono a
rendere salda la fede dei cristiani. È infatti giusto che la legge santa abbia la capitale del suo domi-
nio là dove il creatore delle sante leggi, il nostro Salvatore, dispone che San Pietro avesse la catte-
dra del suo apostolato, dove egli, affrontando il supplizio della croce, bevve il calice della morte
beata e imitò il suo maestro e signore; e che le genti chinino il capo confessando la fede di Cristo là
dove il loro dottore, l'apostolo San Paolo, ebbe la corona del martirio porgendo il collo 8...
(13) Vogliamo che il popolo di tutte le genti e nazioni di tutta la terra 9 sappia che nel nostro palazzo
del Laterano noi abbiamo costruito dalle fondamenta, in onore del Salvatore nostro, il Signore Dio
Gesù Cristo, una chiesa col battistero 10 e che noi stessi abbiamo portato sulle nostre spalle dodici
corbe 11 del materiale di scavo delle fondamenta, a imitazione del numero dei dodici apostoli. Que-
sta chiesa noi abbiamo decretato, chesia proclamata, venerata, onorata ed esaltata come capo e ver-
tice di tutte le chiese esistenti nel mondo, così come abbiamo stabilito con un altro nostro imperiale
decreto. Abbiamo altresì edificato chiese in onore dei santi Pietro e Paolo, principi degli apostoli,
arricchendole d’oro e d’argento,ed in esse abbiamo riposto con grande onore i loro santissimi corpi,
facendo costruire per essi sarcofaghi d’ambra, il più resistente dei materiali, e su ognuno di questi
sarcofaghi abbiamo fatto porre una croce d’oro purissimo con incastonate gemme preziose, fissan-
dole con chiodi d’oro. Queste stesse chiese, affinché si possa provvedere al decoroso mantenimento
delle lampade, abbiamo dotate di beni fondiari e di altre ricchezze, e con nostro sacro ordine impe-
riale abbiamo ad esse concesso generose donazioni sia in oriente che in occidente, e anche nelle re-
gioni settentrionali e meridionali, cioè in Giudea, in Grecia, in Asia, in Tracia, in Africa e in Italia,
disponendo che esse siano amministrate dal nostro beatissimo padre il pontefice Silvestro e dai suoi
successori.
(14) … Concediamo agli stessi santi apostoli, miei signori, i santi Pietro e Paolo, e per loro tramite
anche al beato padre nostro Silvestro, sommo pontefice e papa universale della città di Roma, e a
tutti i pontefici suoi successori che siederanno nella sede di Pietro sino alla fine del mondo, e con-
segniamo immediatamente il palazzo lateranense del nostro impero che è il più illustre e onorato di

7
Dignitari.
8
Alla spada.
9
La popolazione di tutto l'Impero romano.
10
La basilica del S. Salvatore, poi detta di S. Giovanni in Laterano.
11
Ceste.
41
tutti i palazzi del mondo, e poi il diadema, cioè la corona del nostro capo, e, insieme, il frigio 12 ed
anche il superumerale, ossia la fascia che suole circondare il collo dell’imperatore, e, ancora, la
clamide13 purpurea e la tunica scarlatta e tutte le vesti imperiali, nonché la dignità dei comandanti
dei cavalieri imperiali, conferendogli altresì gli scettri imperiali e, insieme, tutte le insegne, le ban-
diere e i diversi ornamenti imperiali e tutto ciò che procede dall’altezza del potere imperiale e dalla
gloria della nostra potestà.
(17) Ed affinché la sommità pontificale non sia svilita, ma sia onorata più della dignità e della po-
tenza della gloria dell'impero terreno, ecco che, trasferendo e lasciando al più volte nominato bea-
tissimo pontefice, il padre nostro Silvestro, papa universale, e alla potestà e giurisdizione dei ponte-
fici suoi successori, il nostro palazzo e tutte le province, luoghi e città di Romae dell'Italia e delle
regioni occidentali, determiniamo, con decreto imperiale destinato a valere in perpetuo, in virtù di
questo nostro editto e prammatico costituto 14, che essi ne possano disporre, e concediamo che [tali
possessi] restino sottoposti al diritto della Santa Romana Chiesa.
(18) Abbiamo pertanto ritenuto conveniente trasferire e trasportare il nostro impero e la nostra rega-
le autorità nelle regioni orientali ed edificare nella provincia di Bisanzio, in un’adattissima località,
una città che avrà il nostro nome, e stabilire colà la sede del nostro impero, poiché là, dove dall'im-
peratore celeste è stata stabilita la capitale del principato dei sacerdoti e della religione cristiana,
non è giusto che ivi eserciti il potere l'imperatore terreno.
(20) Convalidando con firma di nostra propria mano il foglio di questo nostro imperiale decreto, lo
abbiamo deposto sul venerando corpo del beatoPietro principe degli apostoli, promettendo allo stes-
so apostolo di Diodi osservare inviolabilmente tutte queste nostre concessioni, e di lasciar ordine
che le osservino agli imperatori nostri successori, e le abbiamo trasmesse da possedere perennemen-
te e felicemente al beatissimo padre nostro Silvestro sommo pontefice ed universale papa e attraver-
so di lui a tutti i pontefici suoi successori, con l’approvazione del signore Dio e salvatore nostro Ge-
sù Cristo.

Sottoscrizione imperiale: La Divinità vi conservi per molti anni, santissimi e beatissimi padri.
Dato a Roma nel terzo giorno delle Calende di Aprile 15, essendo consoli il nostro signore augusto
Flavio Costantino per la quarta volta e Gallicano, uomini illustrissimi.

Constitutum Constantini, ed. H.Fuhrmann, Hannover 1968, pp. 56-98.

12
Copricapo corto, ornato all'intorno d'un cerchio d'oro.
13
Corto mantello di origine militare.
14
Decreto imperiale di valore generale su questioni didiritto pubblico.
15
30 marzo.
42
NASCITA DELL’IMPERO CAROLINGIO

Avvenimenti in Oriente:
797 L’imperatrice Irene, reggente per il figlio Costantino VI (già con il II Concilio di
Nicea, 787),
entra in contrasto col figlio e lo fa accecare, assumendo direttamente il potere.
L’impero non era mai andato ad una donna. Le due cose costituiscono un pretesto in
Occidente per considerare l’impero vacante.

Avvenimenti a Roma:
Papa Leone III (795-816) è avversato dall’aristocrazia romana. Accusato di spergiuro
ed adulterio, il 29 aprile 799, mentre è in processione verso San Lorenzo in Lucina, è
aggredito, ferito e imprigionato.
È liberato da due inviati di Carlo e condotto a lui a Paderborn. Nell’800 è riaccompa-
gnato sotto scorta a Roma, dove a fine novembre è raggiunto da Carlo.
Il 23 dicembre Leone III viene giudicato da Carlo: per essere scagionato dalle accuse
degli avversari, dovette giurare sulla propria innocenza davanti a un’assemblea di ec-
clesiastici e laici presieduta da Carlo.
Due giorni dopo, il 25 dicembre, durante la messa di Natale, Leone III pose una co-
rona sul capo di Carlo, mentre patrizi e popolo acclamavano: «Carolo augusto (piis-
simo) magno et pacifico Romanorum imperatori vita et victoria».
È la translatio imperii a Graecis in Francos.

43
Fonte 6. L'incoronazione imperiale di Carlo Magno (800)
secondo fontidi diversa provenienza

A) Fonti franche

Annali di Lorsch 16

E poiché allora il titolo imperiale era vacante nelle terre dei Greci ed essi avevanoper impera-
tore una femmina 17, parve giusto allo stesso papa Leone 18 e a tutti i santi padri presenti nell'as-
semblea ed anche a tutto il resto del popolo cristiano, di dover dare a Carlo, re dei Franchi, il
nome d'imperatore, dal momento che egli aveva in suo potere la città di Roma, dove i Cesari sem-
pre avevano avuto la consuetudine di risiedere, e le altre residenze imperiali in Italia, in Gallia e
in Germania. Poiché Dio onnipotente aveva permesso che tutte queste sedi venissero in suo pote-
re, a loro sembrava giusto che egli, con l'aiuto di Dio e a richiesta di tutto il popolo cristiano,
avesse tale dignità. Alla loro richiesta re Carlo non volle opporre un rifiuto; ma, sottomettendosi
al volere di Dio, e a petizione dei sacerdoti e di tutto il popolo cristiano, nel giorno della natività
di Nostro Signore Gesù Cristo assunse il titolo d'imperatore con la consacrazione di papa Leone.
M. G.H.,Scriptores, I, p. 38

Annali regi.
Lo stesso giorno del santissimo natale del Signore, quando il re, prima della messa, si alzò in piedi
dopo aver pregato davanti alla confessione 19 del beato apostolo Pietro, papa Leone gli pose sul ca-
po una corona e tutto il popolo romano acclamò: «A Carlo, augusto, coronato da Dio grande e pa-
cifico imperatore dei Romani, vita e vittoria». E dopo che si furono cantate le lodi, egli fu adorato
dal pontefice al modo degli antichi principi 20, e, deposto il titolo di patrizio, fu chiamato imperato-
re ed augusto.
M. G. H., Scriptores, I, p. 188

Eginardo, Vita Karoli.


Venendo Carlo a Roma per ristabilire l'ordine della Chiesa, che era molto turbato, passò qui tutto
l'inverno. Fu allora che egli ricevette il titolo d'imperatoree di Augusto. In un primo momento, egli
se ne mostrò assai contrariato, al punto d'affermare che, se avesse potuto prevedere l'intenzione del
pontefice, quel giorno — ancorché ricorresse una festività importantissima — non sarebbe entrato
in chiesa.
M. G. H., Scriptores, II, 28, p. 458

16
Opera probabilmente dell’abate Ratbodo, alunno e amico di Alcuino.
17
Irene, imperatrice bizantina vedova di Leone IV, che detenne senza legittimità il potere dal 797 all'802. Fu deposta da una
rivolta militare.
18
Leone III (795-816).
19
Piccola cella, posta sotto l'altare, nella quale erano riposte le spoglie o le reliquie di un santo martire.
20
Secondo il rituale bizantino.
44
B) Fonte pontificia: Liber pontificalis Ecclesiae Romanae.

Dopo di ciò, essendoarrivato il giorno del natale del Signore nostro Gesù Cristo, tutti si riunirono
nuovamente nella già ricordata basilica del beato apostoloPietro. E allora il venerabile e glorioso
pontefice, con le sue proprie mani incoronò Carlo con una preziosissima corona. Allora tutti i fede-
li romani, considerando tutto l'aiuto e l'amore che Carlo aveva mostrati verso la Santa Romana
Chiesa e verso il suo vicario, per volere di Dio e del beato Pietro, custode del regno dei cieli, grida-
rono unanimemente a granvoce: «A Carlo, piissimo 21 augusto coronato da Dio grande e pacifico
imperatore, vita e vittoria» 22. E dinanzi alla confessione del beato apostolo Pietro,il grido fu ripetu-
to tre volte, dopo aver invocato molti santi; e Carlo fu eletto da tutti imperatore dei romani. E subi-
to il santissimo pontefice e vescovo unse con l'olio consacrato il re Carlo, suo nobilissimo figliolo,
nello stesso giorno del natale del Signore nostro Gesù Cristo.
Liber pontificalis, ed. Duchesne, II, Parigi, 1892, p.7

C) Fonte bizantina: Cronografia di Teofane.


Teofane il Confessore, n. ca 758-760 – m. 817-818, dignitario imperiale,visse poi in monastero dal
780 al 815-816, scrivendo la Cronografia che narra la storia dell'Impero romano/bizantino dal 284
all'813, cioè da Diocleziano a Leone V.

Rifugiatosi [Leone III] presso il re dei Franchi, questi punì severamente i di lui nemici e lo rimise sul
suo trono allorché, circa il medesimo tempo, Roma cadde in potere dei Franchi. [Leone], restituendo a
Carlo il favore che aveva ricevuto, lo coronò basileus dei romani neI tempio del beato apostolo Pietro,
ungendolo dalla testa ai piedi e ponendogli addosso le vesti imperiali e la corona, nel mese di dicem-
bre, giorno 25, indizione nona.
Migne, Patrologia Greca, 108, col. 952

21
L’attributo «piissimo», di chiaro contenuto religioso, non compare in nessuna delle precedenti cronache di parte caro-
lingia.
22
«Karolo augusto piissimo, a Deo coronato magno et pacifico Romanorum imperatori, vita et victoria».
L’acclamazione viene dopo l’incoronazione per mano del papa, contrariamente al rituale bizantino, successivamente
seguito in parte.
45
L’IMPERO CAROLINGIO

L’incoronazione imperiale di Carlo apriva il problema dell’EQUILIBRIO TRA PA-


PATO E IMPERO.

Chi era il capo della Christianitas?


Che differenza si poneva tra Res publica christiana e Chiesa, nella compenetrazione
tra regnum e sacerdotium?

Carlo, augustus imperator Romanorum, circondato da ecclesiastici (unici intellettuali,


anche lui stesso non sapeva scrivere e imparò con difficoltà sa leggere) si poneva
come il NUOVO COSTANTINO:
fonda Aquisgrana, come Costantino fondò Costantinopoli
della città si parla solo dopo il 760 con Pipino e poi Carlo.
Nel 786, Carlo Magno diede inizio alla costruzione della cappella del suo
palazzo, la Cappella Palatina.
Per 600 anni, dal 936 al 1531, la cattedrale di Aquisgrana fu la chiesa di in-
coronazione per 30 regnanti del Sacro Romano Impero.

Ad Aquisgrana fa costruire il PALAZZO, con aula, portico e CAPPELLA PALATI-


NA esagonale, come quella di Costantinopoli, a due piani sovrapposti.
Carlo, con i vescovi franchi, riunisce concili (spesso ad Aquisgrana), lui e i successo-
ri prendono decisioni sulla riforma della Chiesa, liturgia, regole monastiche e canoni-
cali da seguire, ecc.

Il PALATIUM costituiva una struttura di governo che comprendeva:


- ARCICAPPELLANO, a capo della cappella (chierici di palazzo), dell’archivio im-
periale e, occasionalmente, anche della cancelleria.Consigliere del re nelle questioni
ecclesiastiche.

- CANCELLIERE, ecclesiastico a capo del personale addetto alla redazione del DI-
PLOMI, dei testi legislativi e della corrispondenza.

- CONTI PALATINI, responsabili dell’amministrazione della giustizia nell’impero e


inviati in missioni particolari.

Non vi era una capitale vera e propria. La CORTE si spostava tra le varie villae regie,
per consumare in loco quanto raccolto, non avendo il re grandi introiti.
La tassazione diretta non esisteva, vi erano introiti di pedaggi (ma i commerci erano
scarsi) ed altro tipo di imposte.

46
Il papato, liberatosi da Bisanzio con un’azione politica di ampio respiro per tutto il
secolo VIII, non intendeva essere sottomesso all’Imperatore.

Per la situazione di fatto, nell’equilibrio delle forze, nell’immediato si ebbe un PRE-


DOMINIO IMPERIALE, evidenziato anche da due fatti:

813: Nella dieta di Aquisgrana Carlo associa nella dignità imperiale il figlio Ludovi-
co il Pio e lo incorona con le proprie mani.

824: Costituzione romana di Lotario (primogenito di Ludovico), il papa eletto deve


giurare fedeltà all’imperatore.

47
L’IMPERO

L’impero carolingio - Romanum imperium - porta ad una parziale unificazione


dell’Europa:
- Francia (estesa ad est con l’Austrasia)
- Italia centro-settentrionale
- Marca spagnola
- Ducati tedeschi
- territori conquistati ad est – Sassoni (772-804), Àvari (791-796) –
Con questi ultimi si ha anche l’espansione del cristianesimo.

Sono esclusi (oltre alla Spagna e, dall’827, alla Sicilia musulmane)


- l’Italia meridionale con il ducato di Benevento (di fatto) e i territori bizantini
- i regni cristiani a nord della Spagna
- Inghilterra, Scozia, Irlanda.

Rispetto all’asse mediterraneo dell’Impero romano, l’asse geopolitico dell’impero ca-


rolingio è CONTINENTALE – SETTENTRIONALE. Le città imperiali più impor-
tanti sono Aquisgrana, Trèviri, Ratisbona

La tesi di Henri Pirenne fa iniziare il Medioevo proprio con Carlo


Magno (Maometto e Carlomagno), a causa di questo nuovo asse e di
un’economia che – chiusi a suo avviso i commerci nel Mediterraneo –
diviene senza sbocchi.

L’impero come ISTITUZIONE rimarrà bel oltre la fine del Medioevo, con successivi
cambiamenti e adattamenti; fu imperatore nel ’500 Carlo V d’Asburgo.
Momento di svolta fu il 962 con l’incoronazione imperiale di Ottone I e la nascita
dell’impero di nazione germanica.
L’attributo sacrum risale a Federico Barbarossa (seconda metà sec. XII), che fece an-
che canonizzare Carlo Magno, sepolto ad Aquisgrana nella Cappella Palatina.
La corona imperiale restò elettiva nell’impero di nazione germanica, nell’ambito dei
signori tedeschi.
Con Alberto II (1438-39)la corona passò ereditariamente agli Asburgo di Austria.
Il Sacro Romano Impero terminò ufficialmente il 6 agosto 1806, sotto gli attacchi di
Napoleone proclamato ed incoronato imperatore dei Francesi nel 1804. Francesco II
(1792-1835) modificò il titolo in “imperatore d’Austria”.

L’impero era suddiviso in CONTEE (Comitatus) con a capo un conte (comes, Graf) e
Marche (contee di confine più ampie con maggiori poteri per il capo, il marchese o
margravio, Markgraf, cioè conte della marca). Restavano inoltre i grandi ducati,
all’interno dei quali si ebbe progressivamente la suddivisione in contee.
48
I CONTI (comites) e i MARCHESI svolgevano funzioni
- GIUDIZIARIE e di polizia, per il mantenimento dell’ordine
- AMMINISTRATIVE e fiscali: ammende, imposte, pedaggi
- MILITARI, con l’organizzazione della leva.

Erano FUNZIONARI IMPERIALI


remunerati con feudi (beneficia) all’interno della contea (non tutta la contea, riparti-
zione amministrativa)
In quanto vassalli, erano legati da vincoli di fedeltà con il signore, nel loro caso il re –
imperatore.
Appartenevano a grandi famiglie ed avevano anche terre come possesso personale
(ALLODIO, alod germanico = piena proprietà).

Il controllo del vasto territorio e dell’azione dei funzionari era svolto:


1) dai MISSI DOMINICI (inviati del signore), di solito un conte palatino, laico, ed un
vescovo, ecclesiastico, dato che il sovrano controllava anche la chiesa.

2) Oltre a ciò, nella contea vi erano vassi dominici, sottomessi al conte come funzio-
nario, ma legati al re come suoi vassalli diretti che potevano riferire sulla fedeltà del
conte.

3) Gli enti ecclesiastici godevano di IMMUNITÀ fiscale e giurisdizionale.


Nessun funzionario pubblico poteva entrare nelle terre dell’IMMUNISTA (vescovo o
abate).
In caso di crimine, lo stesso immunista doveva procedere all’arresto del reo ed alla
sua consegna al conte FUORI dal territorio immune.
A ciò provvedeva l’ADVOCATUS, di solito scelto con accordo tra immunista e con-
te.

I diversi popoli erano governati con le LEGGI PROPRIE, soprattutto nel diritto pri-
vato.
Vi erano ovviamente disposizioni regie di validità generale, emanate per tutto
l’impero: i CAPITOLARI (Capitularia), cioè provvedimenti suddivisi in capitoli.
Questi potevano avere anche applicazione parziale o locale (capitularia legibus ad-
denda, cioè da essere aggiunti alle leggi dei popoli).

Es.: Capitulare de villis (sull’amministrazione delle ville imperiali);


Capitulare monasticum 817 (ed altri in ambito ecclesiastico).

49
RIFORMA MONETARIA DI CARLO MAGNO

Scompare il trimetallismo risalente a Diocleziano e Costantino (oro, argento, bronzo)


Scompare la moneta aurea
Si passa al monometallismo, rimane soltanto la moneta ARGENTEA, il DENARO

Il sistema mantiene delle valute esclusivamente di conto:

LIBRA – LIRA equivalente a 20 SOLDI (solo di conto)

SOLDO equivalente a 12 DENARI (solo di conto)

DENARO ARGENTEO, unica moneta realmente circolante.

La moneta aurea, conservata nell’impero bizantino e presso gli Arabi, tornerà in Eu-
ropa soltanto con Federico II di Svevia attorno al 1230.

50
RINASCITA CAROLINGIA
L’impero di Carlo Magno (+ 814) è la prima delle grandi rinascite del Medioevo, a
livello politico, religioso, culturale.

-Si ristruttura la Chiesa, si unifica la liturgia, con l’assunzione in tutto l’impero di


quella romana con influenze di quella franca, anche per il canto liturgico.

- Si emendano i codici biblici per arrivare a testi più corretti.

- Si elabora una nuova SCRITTURA diffusa in tutto l’impero, la MINUSCOLA CA-


ROLINA, che dal sec. XII si trasformerà in gotica. Gli umanisti rifiuteranno la gotica
e torneranno alla carolina, che era chiara ed elegante, credendo erroneamente che fos-
se quella della classicità romana.
Poiché la scrittura umanistica divenne la base dei caratteri a stampa nel ’400 e con la
stampa si bloccò l’evoluzione calligrafica, la nostra attuale scrittura, pressoché uni-
forme da più di cinque secoli, è quella carolina.

- Si uniformano le esperienze monastiche, assumendo per tutti i monasteri


dell’impero la regola BENEDETTINA, con alcuni adattamenti a favore del lavoro
intellettuale invece di quello manuale: Capitulare monasticum, sinodo di Aquisgrana
con Ludovico il Pio (814-840), artefice il monaco Benedetto di Aniane (817).

- Si tenta una riorganizzazione scolastica: sono istituite le scuole monastiche e le


scuole cattedrali, per elevare la cultura del clero e dare a pochi una base di apprendi-
mento elementare. Si impara a leggere e scrivere sui Salmi, il sapere mantiene il si-
stema tardo romano delle sette arti liberali, suddivise nel Trivio (grammatica, retori-
ca, dialettica) e nel Quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia, musica).

51
La rinascita culturale durò per tutto il periodo carolingio fino a Carlo il Calvo (+
877). Portò un ritorno degli studi classici, a livello grammaticale, letterario, filosofi-
co.
Grande organizzatore della cultura fu ALCUINO DI YORK. Nato intorno al 735 in
Northumbria (uno dei sette regni dell’Eptarchia inglese), studiò ed insegnò a York.
Nel 780 Carlo Magno lo invitò a stabilirsi a corte. Alcuino andò ad Aquisgrana nel
781, insieme ad alcuni discepoli di York, e diede inizio alla SCHOLA PALATINA,
centro propulsore del rinnovamento culturale. Verso il 796 si ritirò nel monastero di
San Martino di Tours, ove continuò ad insegnare nel campo delle sette arti liberali,
dell’esegesi e della teologia. Qui morì il 19 maggio 804.

PAOLO DIACONO, longobardo, nato a Cividale post 720, dal 776 monaco a Monte-
cassino, maestro di grammatica alla corte di Carlo dal 782 al 786; in quest’anno tornò
a Montecassino. Nell’Historia Langobardorum scrisse le vicende del suo popolo or-
mai sconfitto.

EGINARDO, franco, vissuto tra il 770 ca e l’840, dal 794 ca visse alla corte
dell’imperatore, dove fu discepolo di Alcuino. Dopo la morte di Carlo (814) scrisse la
Vita Karoli, ispirandosi alle biografie classiche di Svetonio (Vite dei dodici Cesari).

GIOVANNI SCOTO ERIUGENA, di origine scozzese probabilmente irlandese,


dato che fino al sec. XI l’Irlanda era detta Scotia. Nacque in un luogo detto Erin o
Eriu (da cui il nome) intorno all’810; educato in Irlanda, fu fra i pochi personaggi
di tutto l’alto Medioevo a conoscere perfettamente il greco. Verso la metà del sec. IX
andò in Francia e Carlo il Calvo (imperatore 875-877, ma re dei Franchi occidentali
dall’843) lo chiamò a Parigi a dirigere la Schola Palatina. Non si hanno più sue
notizie dopo la morte di Carlo il Calvo (877).

52
DHUODA, aristocratica, forse della famiglia imperiale. Tra l’841 e l’843 compose il
Liber manualis, una specie di trattato pedagogico che tratta l’istruzione dei bambini e
dei ragazzi. Scrisse attorno ai suoi quarant’anni, quindi da piccola conobbe Carlo
Magno.
*******

Furono gli ECCLESIASTICI che detennero la cultura e mantennero viva la rinascita


anche durante la crisi politica carolingia.
Furono essi a mantenere in vita un’idea di «stato», dell’importanza del regno e
dell’impero come garante della pace comune, del valore del potere PUBBLICO.

Nell’817 ottennero da Ludovico il Pio l’ORDINATIO IMPERII col riconoscimento


di un unico successore al trono imperiale, Lotario (con territori marginali ai fratelli
Ludovico e Pipino). Il provvedimento però non ebbe seguito e ciò causò la suddivi-
sione in tre dell’impero.

53
IMPERO
CARLO I MAGNO 800- 814

CARLO + 811 LUDOVICO I IL PIO PIPINO + 810


814-840
seconde nozze

CARLO II IL CALVO (n. 823)


LOTARIO I 840-850 LUDOVICO il Germanico 840-875 imperatore 875-877
(+855) PIPINO 840-876
+ 838

CARLO CARLOMANNO
re di Francia 877-884

LOTARIO II +870 LUDOVICO II 850-875

CARLO III IL GROSSO


re di Germania 876-887
re d'Italia e imperatore 877-887
re di Francia 884-887
deposto 887, + 888

887 in Francia proclamato re Eude (888-898)


in Germania Arnolfo di Carinzia (887-899)
in Italia Berengario I marchese del Friuli (888-924)

54
ELEMENTI ESTERNI DI CRISI DELL’EUROPA CAROLINGIA

Marc Bloch presenta l’Europa dalla seconda metà del sec. IX alla metà del sec. X
come una FORTEZZA ASSEDIATA: Arabi dal sud, Ungari da est, Vichinghi o
Normanni da nord.

A. Arabi.

1. Conquistano la SICILIA (dall’827 sino alla presa di Taormina nel 902), la Corsica,
le isole Baleari.

2. Nell’846 assaltano Roma e saccheggiano la basilica di S. Pietro e la zona circo-


stante, ancora priva di mura (non protetta dalle mura Aureliane). Il papa Leone IV
(847-855) organizza una reazione con le città campane di Napoli, Gaeta e Amalfi, che
nella battaglia navale di Ostia sconfiggono la flotta saracena avviata al saccheggio di
Roma (849). Leone IV fa costruire le MURA LEONINE a difesa di S. Pietro e della
zona circostante.

3. Costituiscono gli emirati di BARI (840-871) e TARANTO (838).

4. Costituiscono insediamenti fortificati come teste di ponte (ribat) da cui compiono


scorrerie anche molto all’interno per razziare beni e uomini e donne come schiavi:

GAETA

881 Saccheggiano il monastero di S. Vincenzo al Volturno.

883 distruggono il monastero di Montecassino.

898 Saccheggiano il monastero di Farfa.

Tutti e tre i monasteri costituivano ampie signorie ecclesiastiche.

FRASSINETUM (le Garde-Freinet, presso St-Tropez, nel sud est della Francia)

972 Catturano sui valichi delle Alpi l’abate di Cluny (vasta signoria ecclesiastica)
Maiolo, che tornava da Roma. Ciò provoca la reazione del conte di Provenza e del
marchese di Torino che distruggono questo covo.

55
Incursioni saracene continuarono a lungo, anche nel sec. XII, con bande di pirati che,
ad es., nel 1197 attaccarono le isole di Lérins.

B. Ungari. Abili cavalieri ancora nomadi, proveniente dalle steppe asiatiche, stanzia-
tosi intorno alla fine del IX secolo in Pannonia. Indirizzarono le loro scorrerie ad oc-
cidente per alcuni decenni, seminando il terrore con la loro crudeltà e la ferocia del
loro aspetto.

Razziarono molte zone dell'Impero carolingio:

862: prima incursione contro l'Impero franco orientale

901-909: ripetute scorrerie in Italia, Baviera, Sassonia, Turingia, Svevia

910: in Franconia danno alle fiamme Ratisbona

Italia settentrionale e centrale (899); Lorena e Borgogna.

915: saccheggiano Brema

919: scorreria fino a Reims

926: scorrerie in Baviera, Franconia, Svevia e Lorena: depredata l'abbazia di san Gal-
lo

L'Italia subì le scorrerie degli ungari dall'899 al 954.

900: il tentativo di re Berengario I di arrestarne l'avanzata fallisce nella battaglia sul


fiume Brenta (900).

922: incursioni sino in Puglia scendendo per la costa adriatica

924: saccheggiata Pavia, capitale del regno italico;

927: scorrerie in Toscana e Lazio

L'incursione più lunga e devastante fu quella del 937-938, che attraversò tutta la peni-
sola fino alla Campania e investì anche la maggior parte delle regioni europee (Bavie-
ra, Turingia, Sassonia, Franconia e Borgogna).

942: contro Roma; gli ungari, respinti dalle difese della città, saccheggiarono la Sabi-
na. Le ultime incursioni sul suolo italiano avvennero tra il 951 e il 954.

56
Nel 955 Ottone I a Lechfeld (Augusta) diede loro una definitiva sconfitta, dopo la
quale gli Ungari presero stabile dimora in Pannonia e si convertirono al cristianesimo;
il re Wajk (969-1038) fu incoronato da papa Silvestro II nel 1001 e assunse il nome
di Stefano I, gettando le basi per il futuro regno d'Ungheria di cui il re santo Stefano
divenne patrono.

C. Normanni

Con le loro agili navi, capaci di risalire i fiumi, saccheggiano città e monasteri in Eu-
ropa, fino al Mediterraneo.

799 prima incursione nell’impero franco.

820 sbarco in Fiandra e presso l’estuario della Senna.

841 risalgono la Senna compiendo varie scorrerie a Rouen, Jumièges, Saint-Denis.

Il 28 maggio 842 l’abbazia di Saint-Denis riscatta 26 prigioneri.

843-884 Colpiscono in particolare la Francia, partendo dalla base nell’isola detta


Oscelle (dall’855 al 861), forse una delle isole che si trovano nella Senna, di fronte a
Jeufosse. Ottengono il pagamento di vari tributi.

884 Tributo de 12000 lire versato da Lovanio. Parigi è difesa dal vescovo Gozlin.

885 Raid sulla Senna. Assedio di Parigi (885-886), mentre continuano razzie fino in
Borgogna.

Dopo la deposizione di Carlo il Grosso (887) continuano scorrerie fino al 909.

911 Dopo alcune sconfitte dei Normanni, accordo di Saint-Clairsur-Epte tra il re di


Francia Carlo il Semplice (898-929) e il capo normanno Rolf (Rollone), che ottiene
inizialmente la contea di Rouen, poi circa la metà dell’attuale Normandia (Rouen,
Évreux, Lisieux); battezzato nel 912, fu il primo DUCA DI NORMANDIA.

57
Alfredo il Grande (849 – 899)

Re del regno anglosassone meridionale del Wesswx dall’871 all’899, primo re del
Wessex a titolarsi re d’Inghilterra. Venerato come santo.
Alfredo è famoso per la sua difesa del regno contro i Danesi (Normanni), grazie
alla quale fu l'unico re inglese ad avere ottenuto l'attributo di Grande. Condusse una
lunga guerra contro i Danesi che avevano occupato le regioni centrorientali dell'In-
ghilterra e, dopo vari scontri con esito alterno, inflisse loro una sconfitta decisiva nel-
la battaglia di Ethandun nell'878, tanto che il loro re, Guthrum, chiese il battesimo.
Da quell'anno divenne re degli Anglosassoni.
Di fronte al ritorno offensivo dei Danesi, Alfredo li sconfisse nuovamente
nell'896: gl'invasori erano definitivamente ricacciati, e nel regno subentrava la tran-
quillità che contrassegna i suoi ultimi anni di governo.
Uomo colto, Alfredo migliorò il sistema di leggi dello stato con il Doom Book
(doom = giudizio o legge, destino; doomsday = giorno del giudizio universale), per-
ciò fu detto "il Giustiniano inglese", tra l’altro instaurò, molto prima di Guglielmo il
Conquistatore, la massima romana e giustinianea che quel che piace al principe ha
vigore di legge (quod pricipi placuit legis habet vigorem).
Alfredo incoraggiò l'istruzione e favorì lo sviluppo della cultura traducendo o fa-
cendo tradurre dal latino testi di teologia e di storia. Intraprese una serie di traduzioni,
in anglosassone, da opere latine di maggior fama nel Medioevo, premettendovi pre-
ziose prefazioni, che rivelano il suo metodo e i suoi intenti: la Cura Pastoralis di
Gregorio Magno; la Historia adversus Paganos di Paolo Orosio; la Historia Eccle-
siastica gentis Anglorum, di Beda, orgoglio nazionale per gli Anglo-Sassoni; il De
consolatione Philosophiae di Boezio; traducendole, Alfredo contribuiva a creare la
prosa nazionale, meno sviluppata della poesia anglosassone.

58
Altre opere sono attribuite a lui. La più importante è l'Anglo-Saxon Chronicle, nel-
la quale Alfredo ebbe parte, se non direttamente, almeno indirettamente, con il dise-
gno ed il consiglio.

Beda il Venerabile (672/673 - 735)


Santo e dottore della Chiesa, è uno dei maggiori eruditi dell'Alto Medioevo, edu-
cato e vissuto in due monasteri della Northumbria, S. Pietro e S. Paolo, cui fu affidato
dai parenti giovanissimo (verso il 680). Sacerdote a trent'anni, non ebbe incarichi ol-
tre all'insegnamento, cui sono rivolte molte sue opere e cui si ricollega la tradizione
della scuola di York. Compose commenti biblici, opere agiografiche, trattati didasca-
lici; fissò la dottrina dei quattro sensi della Scrittura (storico o letterale, morale, alle-
gorico, mistico o anagogico), trasmise nozioni fondamentali; con il De temporum ra-
tione diffuse il ciclo pasquale di Dionigi il Piccolo e il computo degli anni a partire
dalla nascita di Gesù Cristo (era dionisiana ab incarnatione).
La sua opera più nota è la Historia ecclesiastica gentis Anglorum, che arriva
al 731.

59
FRANCHI OCCIDENTALI - FRANCIA

Carolingi-Robertingi-Capetingi
CARLO I MAGNO 768-814

LUDOVICO I (Luigi) IL PIO 814-840

CARLO II IL CALVO 843-877 LOTARIO LUDOVICO IL GERMANICO


843-876
LUDOVICO II IL BALBO 877-879

LUIGI III CARLOMANNO LUDOVICO III CARLOMANNO CARLO III


882-884 879-882 + 882 + 884 IL GROSSO
deposto (+ 888)

EUDE, EUDES, ODDONE I


conte di Parigi proclamato re a Compiègne ROBERTO I
dall'assemblea dei grandi 888-898 (Robertingi) fratello di Eude
922-923

CARLO III IL SEMPLICE Ugo il Grande Emmasposa


898-922 RODOLFO I
923-936

LUDOVICO o LUIGI IV Gisela + 874 sposa Eberardo march. del Friuli


936-954

LOTARIO 954-986 BERENGARIO I


re d'Italia 888-924
LUIGI V L'IGNAVO imperatore 915-924
986-987 (ultimo carolingio) UGO CAPETO 987-996
eletto dall'assemblea di vescovi e signori a Senlis
su proposta dell'arcivescovo di Reims
Capetingi: successione dinastica del solo primogenito

ROBERTO II 996-1031

ENRICO I 1031-1060

FILIPPO I 1060-1108
60
RE DEI FRANCHI ORIENTALI - GERMANIA

CARLO I MAGNO + 814

LUDOVICO I IL PIO 814-840

LUDOVICO II IL GERMANICO 843-876

LUDOVICO III CARLOMANNO CARLO III IL GROSSO


876-882882-884 882-887
879 re d'Italia e imperatore
884 re dei Franchi Occidentali
ARNOLFO DI CARINZIA887-899

LUDOVICO IL FANCIULLO 899-911 ultimo carolingio

CORONA DI GERMANIA ELETTIVA

CORRADO I IL SALICO duca di Franconia 911-918

ENRICO I L'UCCELLATORE duca di Sassonia 919-936

OTTONE I di Sassonia 936-973


dal 962 Imperatore
del (Sacro) Romano Impero di nazione germanica
l'eletto Re dei Romani = re di Germania, di Borgogna, d'Italia
è imperatore con l'incoronazione a Roma

61
Ottone I costituisce un solido regno di Germania, reprimendo l’insurrezione dei duchi
(939) e sostituendo questi e i principali funzionari con i membri della sua famiglia. I
principali ducati tedeschi in questo periodo sono quelli di SASSONIA, FRANCO-
NIA, LORENA, SVEVIA, BAVIERA, ciascuno con base etnica diversa..

Ottone rese intenso e sistematico il rapporto con l’EPISCOPATO. I vescovi erano


messi a capo di città e contee, con poteri comitali (da ciò l’imprecisa vecchia defini-
zione di “vescovi-conti”) e nuclei armati.

Il re sceglieva vescovi e abati da famiglie amiche, investendoli non solo della carica
pubblica, ma anche dell’ufficio spirituale. Egli si sentiva a capo del regno e della
chiesa tedesca,

Perciò ad essi il re richiedeva anche impegno in campo religioso, provocando una ri-
presa degli studi nelle grandi abbazie, come Fulda e S. Gallo, e alla corte regia, e uno
slancio missionario verso est e nord, partendo dalle diocesi di Magonza – di antica
fondazione – e Magdeburgo sull’Elba, fondata nel 968.

Nel 955 Ottone vinse gli Ungari a Lechfeld, presso Augusta, mettendo definitivamen-
te fine alle loro scorrerie in Europa.

Attorno al 950 Ottone si inserì nelle vicende del travagliato regno italico, conteso da
vari signori, insieme al titolo imperiale.

62
REGNO ITALICO

Regno longobardo, capitale Pavia


774 Carlo Magno rex Francorum et Langobardorum, Patricius Romanorum

LUDOVICO IL PIO 814-840

LOTARIO I CARLO IL CALVO LUDOVICO IL GERMANICO


843-850 IMPERATORE 875-877 IMPERATORE

LUDOVICO II 850-875 IMPERATORE


CARLO IL GROSSO
877-887 I MPERATORE

Gisela
sposa Eberardo marchese del Friuli

BERENGARIO I 888-924
IMPERATORE 915-924
in lotta con Guido di Spoleto(imperatore 889-894) e
suo figlio Lamberto (894), contrastato da Arnolfo di Carinzia
re di Germania, imperatore 896-897 (chiamato e incoronato da Formoso, 891-896),
poi imp. Lamberto 897-898.
Berengario in lotta con Ludovico di Provenza 898-905, infine incoronato
imperatore da Giovanni X (914-928) nel 915
Poi in lotta con Rodolfo di Borgogna che lo sconfigge nel 924.

UGO DI PROVENZA 925-946 in lotta con Rodolfo di Borgogna

LOTARIO II 946-950 sposa 947 Adelaide di Borgogna (+ 999)


Ugo e Lotario in lotta con

BERENGARIO II marchese di Ivrea,re d’Italia 950-961


alleato di Ottone I (re di Germania dal 936)
perseguita la vedova di Lotario, Adelaide, che si rifugia presso Ottone,
che la sposa nel 951.

951 OTTONE sceso in Italia è riconosciuto re dai signori, compreso Berengario,


che conserva il regno come vassallo di Ottone, mentre questi è in guerra contro gli
Ungari (Lechfeld 955).
Ma Berengario gli si ribella e vuole espandersi nei territori della Chiesa (960).

63
Papa Giovanni XII (955-963) 23 chiama in aiuto Ottone, che scende in Italia, sconfig-
ge Berengario e cinge in prima persona la corona del regno italico (961). Nel 962
Giovanni XII a Roma incorona Ottone IMPERATORE.

Ottone gli concede il Privilegium Othonis, col quale rinnova le promesse di territori
fatte da Pipino e Carlo (anche la Sabina), aggiungendone altri: Tuscia Longobarda e i
territori della Campagna [laziale], le città e le fortezze di Rieti, Amiterno, Forcona,
Norcia, Valva e Marsica e Teramo.

Nello stesso privilegio rimette in vigore la Costituzione romana di Lotario dell’824,


istituendo un controllo sull’elezione papale e la sua regolarità, di fronte alle violenze
delle famiglie romane:
«tutto il clero e tutta la nobiltà del popolo romano a causa delle varie violenze e delle
irragionevoli incomprensioni, che vanno eliminate, dei pontefici nei confronti del po-
polo a loro soggetto, con giuramento si obbligano a far in modo che la futura
elezione dei pontefici, per quanto starà nella volontà d'ognuno, avvenga in forma
canonica e secondo giustizia e che quegli che sarà chiamato a questo santo e
apostolico reggimento non sia consacrato col consenso d'alcuno se prima non faccia,
alla presenza dei nostri messi o di nostro figlio ovvero di tutta la collettività, per la
soddisfazione e futura salvezza di tutti» promessa di fedeltà all’imperatore. Il papa a
sua volta riconosce che il titolo imperiale andrà solo ai re tedeschi (Impero romano di
nazione germanica).
Così Germania e Italia centro-settentrionale restano unite nell’impero, mentre la
Francia esce dalla sua orbita (nella quale resta fino al sec. XIV la sua parte sud
orien-tale, con il regno di Borgogna o di Arles) ed alla fine del sec. X inizierà lo
sviluppo con la dinastia dei CAPETINGI (da Ugo Capeto, 987-996 fino a Luigi XVI
ed anche Luigi Filippo).
Il titolo di imperatore era prevalentemente elettivo, secondo le tradizioni dei ducati
principali della Germania. Gli elettori erano i grandi aristocratici del regno di Germa-
nia, che si disputavano la corona.
Alcune grandi famiglie cercarono di rendere la corona imperiale ereditaria, come la
dinastia ottoniana, ma vi riuscì definitivamente solo alla fine del Medioevo la fami-
glia degli Asburgo, che mantenne il titolo fino al 1806.

Questo impero si presenta con una visione universalistica, con note di stampo antico-
romano, la Renovatio imperii. Ottone I punta all’Italia meridionale con il matrimonio
del figlio Ottone II con la principessa bizantina Teofano, che avrebbe dovuto portare
in dote i territori bizantini della Penisola, cosa che però non avverrà. Ma Teofano

23
Ottaviano dei conti di Tuscolo, cambiò nome al momento dell’incoronazione papale e solo dopo di lui questa prassi
sarà seguita da tutti i papi
64
porta nella corte ottoniana una forte cultura imperiale. I principi longobardi di Bene-
vento e Capua si riconoscono vassalli di Ottone, ma anche ciò non avrà conseguenze.

Deposto Giovanni XII nel 963, Ottone cerca di porre sul trono di Pietro ecclesiastici
tedeschi al di fuori delle contese romane, più degni della carica anche per preparazio-
ne culturale; questi papi imperiali si alterneranno con candidati dell’aristocrazia ro-
mana.

PAPATO SEC. IX-X. Privo dell’appoggio carolingio alla deposizione di


Carlo il Grosso (887), il papato non riesce a svolgere un ruolo universale,
né con l’evangelizzazione a nord, né col controllo dei vescovi. Non ha
nemmeno indipendenza politica, perché è minacciato dai contendenti locali
all’impero (es. Lamberto di Spoleto 894, Berengario II 960).
Ma soprattutto il papato resta in balìa dell’aristocrazia romana, che usurpa
il patrimonio fondiario della chiesa ed è in lotta per portare suoi candidati
al soglio pontifico. Tra 887 e 962, in 75 anni, si hanno 21 papi (una media
di 3 anni e mezzo a pontefice). Anche il livello etico è spesso molto basso:
gli avversari di papa Formoso (891-896), che nell’894 aveva chiamato e in-
coronato Arnolfo di Carinzia, nove mesi dopo la sua morte ne esumano il
cadavere, lo rivestono degli abiti pontifici, lo sottopongono ad un processo
in un sinodo davanti al papa suo successore Stefano VI (896-897), lo con-
dannano, gli tagliano le tre dita della mano destra (con le quali si benedice)
e lo gettano nel Tevere (Sinodo del cadavere). A sua volta Stefano VI pro-
voca la reazione del partito avverso, viene catturato, deposto e imprigionato
a Castel Sant'Angelo, dove nell'ottobre del 897 venne strangolato.
ROMA all’inizio del sec. X fu dominata dai conti di Tuscolo. Si ricorda in
particolare TEOFILATTO, senatore, del partito “spoletino” antiformosiano
che dominò su Roma nel primo quarto del sec. X. Sua figlia MAROZIA
sposò successivamente Alberico di Spoleto, Guido di Toscana e Ugo di
Provenza, re d’Italia nel 932 (cfr. sopra schemi dinastici del regno italico).
Uno dei figli di Marozia, papa Giovanni XI (931-935) doveva incoronare
Ugo, ma suo fratello ALBERICO promosse una rivolta popolare, che co-
strinse Ugo a fuggire.
Dal 932 al 954 Alberico fu principe e senatore dei Romani, padrone di
Roma e del papato. La sua azione fu positiva per la città ed il papato, go-
vernò con moderazione e promosse la ripresa religiosa.
Sotto il suo governo, nessun sovrano poté venire a Roma a ricevere la co-
rona imperiale, nemmeno Ottone I nel 951.
Ad Alberico successe il figlio Ottaviano, che a 16 anni, nel 955, divenne
papa Giovanni XII (955-963).

65
OTTONE II 973-983

Continua la politica del padre, anche in ambito religioso. Nel 980 scende a Roma, nel
982 fa una spedizione antimusulmana in Italia meridionale, ma viene sconfitto a Stilo
(Calabria) e sfugge a stento alla cattura.
Nel 983 muore a 28 anni.

OTTONE III 983 (996) – 1002

L’imperatore dell’anno 1000, nato nel 980, è minorenne e resta sotto la tutela della
madre Teofano, che gli trasmette la cultura classica, fino alla morte di lei nel 991, poi
sotto la tutela della nonna Adelaide, fino al raggiungimento della maggiore età nel
996.
La Renovatio imperii prese con lui accenti di utopia. Risiedette su Palatino e Aventi-
no, pose al papato persone di alta levatura: il cugino Bruno di Carinzia (Gregorio V,
996-999) e il suo maestro Gerberto di Aurillac, uno dei maggiori intellettuali
dell’epoca, che prese il nome di Silvestro II, in diretto riferimento a Silvestro I e Co-
stantino (la falsa donazione di Costantino è data a Silvestro).

999 Una sollevazione dei signori italiani, con a capo il marchese di Ivrea Arduino (si
ricordi il marchese di Ivrea Berengario II), porta nel 1001 alla sollevazione dell’ari-
stocrazia romana, scontenta del controllo imperiale su Roma e sull’elezione papale.
Ottone deve lasciare Roma; nel gennaio 1002 muore nel castello di Paterno, alle falde
del monte Soratte.

ENRICO II il Santo 1002-1024

Ultimo imperatore della casata sassone, duca di Baviera, cugino di Ottone III.
In Italia deve affrontare la rivolta di molti signori con a capo Arduino, che nel 1002,
alla morte di Ottone III, si fa incoronare a Pavia re d’Italia.
Sconfitto una prima volta Arduino, nel 1004 Enrico è a sua volta incoronato a Pavia
re d’Italia. Ma Arduino continua la resistenza per altri dieci anni, finché, sconfitto più
volte, si ritirò nel monastero di Fruttuaria, presso Torino, dove morì nel 1014.

Enrico riportò vittorie anche contro il re di Polonia Boleslao; nel 1014 fu incoronato
imperatore a Roma.

66
OTTONE I DI SASSONIA
imperatore 962-973,sposa Adelaide di Borgogna 951

OTTONE II 973-983, imperatore

OTTONE III 983-1002, imperatore


si ribella ARDUINO DI IVREA 1002-1004,
poi fino 1014
(fatto marchese di Ivrea
da Berengario II nel 950)

ENRICO II DI SASSONIA 1002-1024, cugino di Ottone III,


incoronato imperatore 1014 (sconfitto Arduino),
ultimo imperatore sassone

67
SECOLO XI

Alla morte di Enrico II (1024) la casata sassone si estingue. In Italia nel 1025 si ha la
ribellione di Pavia, ove viene dato alle fiamme il palazzo regio, sede dell’ammini-
strazione del regno italico.

Il “partito arduinico”, costituito per lo più dalla feudalità laica dell’Italia settentriona-
le, offre la corona del regno italico al duca Guglielmo d’Aquitania.
La feudalità ecclesiastica (legata agli imperatori tedeschi) la offre a Corrado II duca
di Franconia, della dinastia Sàlica, che sarà imperatore dal 1024 al 1039.

Corrado scende in Italia contro i signori di Lombardia. Pavia è assediata e costretta


alla resa.
1027 Corrado è incoronato imperatore. Ottiene anche l’omaggio (formale) dei princi-
pi longobardi dell’Italia meridionale (è il periodo dei primi insediamenti dei Norman-
ni nel sud).

A questo punto scoppia una rivolta dei principi tedeschi. Corrado li vince ed ottiene
la successione al trono imperiale per il figlio Enrico (III), appoggiandosi alla feudalità
minore.

1033 Si ha la definitiva annessione all’impero del regno di Borgogna, di cui Corrado


è riconosciuto re.

Impegnato più in ambito politico che religioso, Corrado si trovò impegnato anche
nello scontro interno a Milano, ove l’arcivescovo Ariberto di Intimiano, insieme ai
suoi capitanei (vassalli maggiori) è in lotta con la feudalità minore (valvassori).

Seguendo la sua politica attuata in Germania, Corrado appoggia la feudalità minore e,


per indebolire quella maggiore, estende all’Italia il privilegio di EREDITARIETÀ
DEI FEUDI MINORI, con la Costitutio de feudis, emanata a Pavia nel 1037 (o Edic-
tum de beneficiis).

Tuttavia Corrado non riuscì ad entrare in Milano. Ariberto si rivolse direttamente ai


cittadini contro i valvassori e ai milanesi in lotta diede, come simbolo dell’unione cit-
tadina, il CARROCCIO: un carro con altare, vessillo e campana che accompagnava
l’esercito cittadino in battaglia. Nella seconda metà del sec. XI si avranno i primi anni
di formazione del Comune.
La lotta terminò nel 1044. Corrado morì nel 1039.

68
DINASTIA SALICA:

Corrado II il Salico 1024-1039


Enrico III il Nero 1039-1056
Enrico IV 1056-1106
Enrico V 1106-1125

69
Riforma della Chiesa

909/910 fondato il monastero benedettino riformato di Cluny nella "villa" donata da


Guglielmo I, duca d'Aquitania, ai santi Pietro e Paolo, esente da giurisdizione signori-
le e vescovile, dipendente direttamente dal papa.
909/910-927 Bernone primo abate
927-942 Oddone secondo abate
994-1049 abate Odilone
I cluniacensi hanno una struttura accentrata: vi è un solo abate a capo di tutti i mona-
steri (guidati da un priore), l’Ordine si diffonde in tutta Europa.
NellXI secolo Cluny è alla base della riforma della Chiesa, con la sua azione contro i
collegamenti della Chiesa con i signori laici visti come causa di simonia e nicolai-
smo.

ENRICO III – 1039-1056

Problemi di interferenza dei laici in ambito ecclesiastico:


vescovi ed abati (tranne quelli cluniacensi) sono scelti dal sovrano
i signori laici fondano chiese private e ne scelgono il prete

Ciò comporta un problema di autonomia della componente ecclesiastica ed anche un


problema di degnità morale degli ecclesiastici. Vescovi e abati sono nominati appena
usciti dall’infanzia nella cerchia dei signori, si danno a vino, donne, caccia, dilapi-
dando i beni dei vescovati e dei monasteri.
I preti convivono con mogli, da cui anche il problema dei figli, ai quali pure vanno
parte dei beni ecclesiastici. Questo matrimonio viene visto negativamente e chiamato
concubinato, perché contrario ad antiche norme canoniche andate in disuso. Si defi-
nisce questo peccato come nicolaismo.
Le cariche ecclesiastiche, dalle maggiori alle minori (che sono sempre accompagnate
da benefici) sono oggetto di compravendita, considerata grave peccato, chiamato si-
monia. Esistono veri e propri tariffari.

NICOLAISMO: il termine, usato a partire dal concilio “Quinisesto” del


692 contro l’uso del matrimonio dei sacerdoti (accusa portata dalla chiesa
occidentale anche contro quella orientale, che lo permette), riprende Apo-
calisse 2, 6 e 14-15, che condanna i “nicolaiti” senza però indicarne la col-
pa, variamente interpretata dai padri della Chiesa.
SIMONIA: compravendita di cariche ecclesiastiche. Il termine deriva Si-
mon Mago, che offrì a san Pietro del denaro in cambio delle facol-
tà taumaturgiche che aveva l’apostolo; è ritenuto un peccato contro
lo Spirito Santo (Atti degli apostoli 8, 18-24).
70
Nella prima metà del secolo XI i papi sono per lo più contesi dall’aristocrazia roma-
na.

Enrico III è molto impegnato sul piano ecclesiastico. 1044 Aiuta i re di Polonia ed
Ungheria a tornare sul trono, sconfiggendo reazioni paganeggianti. 1045 appoggia
l’opera missionaria verso il nord dell’arcivescovo Adalberto di Brema, che si costituì
un vasto dominio feudale.

1046 Per contrasti tra le famiglie romane si hanno tre papi contemporaneamente: Be-
nedetto IX (1032-1046), Silvestro II (1045-1046), Gregorio VI (1045-1046).
Enrico scende in Italia con un grande contingente militare e nel sinodo di Sutri (20-23
dicembre 1046) fa deporre i tre papi e fa eleggere il vescovo di Bamberga Suigero.
Nel giorno di Natale Suigero è intronizzato col nome di Clemente II (1046-1047) e
incorona Enrico imperatore.
In pratica è l’inizio del papato riformatore, Enrico appoggerà ancora papi imperiali:
Damaso II (tirolese, vescovo di Bressanone), che fu papa solo per due mesi (luglio-
agosto 1048) e Leone IX (1048-1054), vescovo di Toul, che si avvale di collaboratori
quali Umberto di Silvacandida e Pier Damiani, cardinali vescovi, ed il monaco Ilde-
brando di Soana. I cardinali, già presenti nella chiesa di Roma con funzioni liturgi-
che, assumono importanza di collaboratori diretti del papa, sottoscrivono insieme a
lui i documenti della Curia Romana (questa denominazione si afferma in questo pe-
riodo), sono spesso suoi legati.

La riforma della chiesa cerca di affermare la LIBÈRTAS ECCLESIAE dai signori


laici e porta avanti un’azione moralizzatrice contro simonia e concubinato attraverso
vari sinodi romani, le cui decisioni prendono validità generale, con l’aiuto di vasti
movimenti popolari come la PATARÌA.

Il papato riformatore agisce in un primo momento in accordo con l’imperatore, dal


cui impulso ha preso origine. Nell’affermazione della propria identità e del primato
papale, si scontra con la chiesa greca arrivando nel 1054 allo SCISMA CON IL PA-
TRIARCATO DI COSTANTINOPOLI, quindi con la chiesa ortodossa (Scisma
d’Oriente).
Dopo Leone IX si susseguono altri due papi imperiali, Vittore II (1055-1057, Ge-
beardo vescovo di Eichstätt, parente di Enrico III); Stefano IX (Federico di Lorena,
1057-1058). Nel 1056 Enrico III muore e suo figlio Enrico (IV) è ancora minorenne.
L’aristocrazia romana ne approfitta per eleggere Benedetto X (1058-1059). I cardinali
non riconoscono l’elezione, si ritirano a Siena ed eleggono Niccolò II (1058-1061,
Gerardo di Borgogna vescovo di Firenze). Canonicamente è una forzatura, il papa
formalmente deve essere eletto dal clero e dal popolo romano, a Roma, anche se i
cardinali richiesero l’assenso dell’imperatrice Agnese, reggente per il figlio.
71
1059 Sinodo del Laterano: emesso il decreto In nomine Domini, in base al quale
l’elezione papale spetterà ai soli cardinali, senza intervento imperiale, anche fuori
Roma in caso di necessità (poi si stabilirà l’elezione nel luogo in cui è morto il papa,
entro dieci giorni dalla sua morte); al popolo è lasciata l’acclamazione. Praticamente
si ratifica quanto avvenuto a Siena.
Questa è la prima affermazione della libertas ecclesiae, nei confronti dell’aristocrazia
romana ed anche dell’imperatore, ribaltando la Costituzione romana di Lotario
dell’824 ed il Privilegium Othonis del 962.Enrico IV (1056-1106) ha solo otto anni.

Il 1059 è anche l’anno dell’accordo di Melfi tra papato e Normanni dell’Italia meri-
dionale Dopo un primo scontro, culmini nato nella battaglia di Civitate sul Fortòre
(vinta da Roberto il Guiscardo, che fa anche prigioniero Leone IX), Roberto, duca di
Puglia e Calabria, riconosce il papato come suo alto signore feudale, in base alla (fal-
sa) Donazione di Costantino. Come vassallo dovrà aiuto al papa, che così trova anche
delle truppe cui poter fare ricorso.
Il papa a sua volta riconosce le conquiste fatte da Roberto e quelle che faranno lui ed
il fratello Ruggero, che si spingerà alla conquista della Sicilia musulmana. Così
l’Italia meridionale e l’isola, espulsi bizantini e saraceni, torneranno all’obbedienza
cattolica.

Alessandro II (1061-1073, Anselmo da Baggio, italiano, vescovo di Lucca) porta


avanti l’azione riformatrice, facendo fronte anche allo scisma di Càdalo, eletto con
l’appoggio della corte imperiale, “antipapa” dal 1061 al 1072 col nome di Onorio II.

Dopo Alessandro è eletto papa l’anima della riforma, Ildebrando di Soana, che prese
il nome di Gregorio VIII (1073-1085). Il suo Dictatus papae, del 1075, segna l’inizio
dello scontro aperto con l’imperatore con la lotta per le investiture.

72
PATARIA
Gli obiettivi della riforma erano vasti e diversificati e non si poteva realizzarli soltanto dall’alto e
dal centro. Per il clero si cercò di diffondere la vita comunitaria, spingendo i sacerdoti a mettere in
comune anche i benefici derivanti dal loro servizio (quasi tutti i riformatori erano monaci); da parte
laicale un grande appoggio venne dal movimento della Pataria, fortemente impegnato per ottenere
un clero dalla condotta moralmente ineccepibile, non concubinario né simonìaco, in grado di ammi-
nistrare degnamente i sacramenti: non era ancora stabilita con certezza concettuale la dottrina della
validità del sacramento ex opere operato, non ex opere operantis (cioè non per la degnità o capacità
del sacerdote, ma per l’ordinazione da lui ricevuta, indipendentemente dalla sua persona).

La Patarìa prende questo nome a Milano; l’etimologia è incerta, forse deriva dal lombardo patée,
cioè straccio; in tal caso il nome equivarrebbe a «gruppo di straccioni», in senso dispregiativo ma
assunto polemicamente come titolo distintivo.

Iniziatore fu il diacono Arialdo. Cominciò la predicazione contro il clero concubinario e simoniaco


verso il 1057. Fu affiancato da Landolfo Cotta, già notaio della Chiesa ambrosiana, chierico minore,
quindi non autorizzato alla predicazione, riservata agli ordini maggiori (diaconi e preti).

La Patarìa coinvolse moltissime persone, che ricorsero anche a metodi spicci e sbrigativi: contro i
sacerdoti notoriamente corrotti si ebbero assalti e saccheggi.

Anche alcuni membri del clero aderirono al movimento e non si ritirarono nemmeno dopo la
condanna e la scomunica di Arialdo e Landolfo da parte del sinodo provinciale di Fontaneto (1057),
convocato dall’arcivescovo di Milano Guido da Velate, eletto simoniacamente. Anzi un prete
simo-niaco, pentito, titolare di una chiesa privata, la cedette ad Arialdo; la chiesa venne
trasformata in canonica, che accolse Arialdo e i chierici patarinici, che vissero in comunione di
beni, senza distinzione tra chierici minori e sacerdoti. Tra le azioni poste in atto dalla Pataria,
caratteristica è quella definita con termine moderno sciopero liturgico: la diserzione in massa
dalle funzioni dei sacerdoti simoniaci o concubinari, i quali erano così costretti, per mancanza di
fedeli, a non amministrare i sacramenti.

La curia romana, nel cui aiuto l’arcivescovo Guido confidava, inviò a Milano Anselmo da Bag-
gio e Ildebrando di Soana, i quali però, esaminatala situazione, spinsero il popolo milanese a
conti-nuare l'azione moralizzatrice. Il papa Stefano IX (1057-1058) tolse la scomunica ai capi
dei patarini. Di fronte alla continuazione di violenti contrasti, Niccolò II (1059-1061) inviò
ancora due legati a Milano: di nuovo Anselmo da Baggio e, con lui, Pier Damiani, i quali
fecero accettare il programma riformatore all’arcivescovo Guido, ottenendo che fosse riconsacrato
dal papa nel 1060, poiché la prima consacrazione era stata simoniaca.

Anselmo da Baggio nello stesso anno divenne vescovo di Lucca. Nel 1061, morto Niccolò II, fu
eletto papa col nome di Alessandro II (1061-1073): è il primo papa riformatore italiano dopo una
lunga serie di tedeschi; la forza della Pataria e dei movimenti di riforma era ancora accresciuta, ma
gli oppositori vollero eleggere un antipapa, Cadalo (Onorio II, 1061-1072) tra i cui fautori troviamo
il poco convertito arcivescovo di Milano Guido.

Nel 1063 Alessandro II dà l’incarico di organizzare la riforma del clero milanese a Erlembaldo
Cotta, fratello di Landolfo (morto per malattia nel 1057), laico, miles (cioè nobile), che al ritorno da

73
un viaggio in Terra Santa era stato convinto da Arialdo ad aggregarsi alla Pataria, mentre il posto di
Landolfo veniva preso da un prete, Siro.

Erlembaldo eseguì l’incarico affidatogli e a Milano si arrivò ad una guerra civile, con la cacciata
di Guido dalla città. I partigiani dell’arcivescovo catturarono Arialdo una prima volta, poi, dopo la
sua evasione, una seconda, il 28 giugno 1066 e lo uccisero. Il suo corpo venne ritrovato il 3 maggio
1067 e consegnato al suo successore a capo della Pataria, Erlembaldo, che lo riportò a Milano, do-
ve, accolto come quello di un martire, fu tumulato nella chiesa di S. Celso; Arialdo in seguito fu ca-
nonizzato.

Come capo della Pataria Erlembaldo, laico, non predica, ma indice e presiede i processi contro i
chierici ritenuti colpevoli e guida il popolo negli assalti contro gli avversari. Il movimento è ormai
chiaramente laicale, anche se al suo interno vi sono sempre dei sacerdoti; anche il finanziatore, con
il suo grosso patrimonio, è un laico, Nazario, che, con Erlembaldo, dimostra che al movimento non
aderirono solo persone di umile condizione. La protezione papale continua, pur con l’invito alla
moderazione; Arialdo aveva dato come emblema la croce, simbolo di impegno personale e martirio.
Il nuovo papa Gregorio VII, eletto nel 1073, darà a Roma, nelle mani di Erlembaldo, una bandiera
raffigurante i santi Pietro e Paolo: è un riconoscimento ufficiale, anche se con significativo muta-
mento simbolico.

Enrico IV prese parte agli avvenimenti. Ritiratosi Guido dalla lotta, volle l’elezione ad arcive-
scovo di Goffredo di Castiglione, cui poco dopo i patarini contrapposero Attone (1072), confermato
da Alessandro II. Lo scontro continuò accanito, nessuno dei due contendenti riuscì a prendere pos-
sesso dell’ufficio. Una congiura ordita da nobili e membri del clero privilegiato riuscì ad uccidere
anche Erlembaldo nel 1075. Venerato come martire e santo, il capo laico della Pataria fu canonizza-
to nel 1095 da Urbano II, che ne fece traslare il corpo nella chiesa di S. Dionigi; la canonizzazione
fu confermata nel 1903.

Poco dopo la morte di Erlembaldo Gregorio VII ed Enrico IV si accordarono sulla persona di At-
tone; la Pataria pian piano si spense, mantenendo però vivi fermenti di moralizzazione, coerenza di
vita e partecipazione laicale.

Non era stato un movimento limitato a Milano, poiché fenomeni simili si ebbero in molti luoghi,
soprattutto in Italia. Come esempio - anche di unione tra clero, monaci, laici e volontà riformatrice
romana – c’è il caso di Firenze. Qui le truppe imperiali avevano imposto con la forza il vescovo si-
moniaco Pietro Mezzabarba, cui si opposero soprattutto i canonici della cattedrale, che proposero
un proprio candidato. Si arrivò a scontri con le truppe, poiché il popolo considerò l’imposizione di
Pietro un sacrilegio; intanto il clero – tranne pochissimi fedeli di Pietro - interruppe ogni funzione
ed amministrazione dei sacramenti. Dalla parte dei riformatori si pongono i monaci vallombrosani,
col fondatore san Giovanni Gualberto; uno di essi, di nome Pietro, contro il vescovo sostenne il 13
febbraio 1068 la prova del fuoco, una «ordalìa». Parteciparono in processione clero, monaci, popo-
lo. Pietro, il monaco, celebrò la messa, poi affrontò la di camminare scalzo sui carboni ardenti e la
superò. Pietro, il vescovo, dovette accettare il risultato ed allontanarsi dalla città. Il vincitore, detto
da allora Pietro Igneo (da ignis = fuoco) fu poi creato cardinale.

L’appoggio dato dal papato ai movimenti patarinici nella seconda metà del sec. XI è indicativo
di tutta una nuova mentalità che si andava affermando. Il monachesimo era arrivato ad avere come
ideale la «fuga del mondo». I papi della riforma invece, benché quasi tutti monaci, alla fuga del
mondo sostituirono l’ideale della conquista cristiana del mondo, intendendo per conquista essen-
zialmente quella morale e spirituale all’interno della christianitas, ma estendendola anche alla lotta
74
con l’autorità politica nonché, in senso militare, contro «gli infedeli» con la crociata. È significativo
che Gregorio VII rimproverasse l’abate di Cluny per aver accettato come monaco Ugo, duca di
Borgogna: «Hai accolto un duca nella pace monastica di Cluny e così facendo hai privato del loro
custode centomila cristiani» 24.

Un laico dunque, in alcuni casi almeno, poteva meglio adempierei suoi obblighi di cristiano re-
stando nel mondo piuttosto che ritirandosi in monastero. Ma questa valutazione del ruolo dei laici
nel mondo si accompagnava alla considerazione del loro stato come meno perfetto ed alla loro
esclusione totale dal governo della Chiesa, che divenne progressivamente distacco dai movimenti
popolari e laicali e dalle loro nuove e più radicali esigenze di riforma. Infatti dopo che il papato ri-
formatore ebbe riportato la sua vittoria contro l’impero, nel sec. XII, accentuando la clericalizzazio-
ne della Chiesa, si ebbe il suo distacco dai movimenti di tipo patarinico, che potevano turbare il
nuovo equilibrio raggiunto.

24
Cfr. Vito Fumagalli, Solitudo carnis, vicende del corpo nel Medioevo, Il Mulino, Bologna 1990, p. 9.
75
Fonte 7. Gregorio VII, Dictatus papae (1075)

1. Che la Chiesa Romana è stata fondata da Dio solo.


2. Che soltanto il Pontefice Romano è a buon diritto chiamato universale.
3. Che egli solo può deporre o ristabilire i vescovi.
4. Che un suo messo, anche se inferiore di grado, in concilio è al di sopra di
tutti i vescovi, e può pronunziare sentenza di deposizione contro di loro.
5. Che il Papa può deporre gli assenti.
6. Che non dobbiamo aver comunioneo rimanere nella stessa casa con coloro
che sono stati scomunicati da lui.
7. Che a lui solo è lecito promulgare nuove leggi in rapporto alle necessità del
tempo, radunare nuove congregazioni, rendere abbazia una canonica e viceversa,
dividere un episcopato ricco e unire quelli poveri.
8. Che lui solo può usare le insegne imperiali.
9. Che tutti i principi devono baciare i piedi soltanto al Papa.
10. Che il suo nome deve esser recitato in chiesa.
11. Che il suo titolo è unico al mondo.
12. Che gli è lecito deporre l'imperatore.
13. Che gli è lecito, secondo la necessità, spostare i vescovi di sede in sede.
14. Che ha il potere di ordinare un chierico da qualsiasi chiesa, per il luogo che
voglia.
15. Che colui che è stato ordinato da lui può essere a capo di un'altra chiesa, ma
non sottoposto, e che da nessun vescovo può ottenere un grado superiore.
16. Che nessun sinodo può esser chiamato generale, se non comandato da lui.
17. Che nessun articolo o libro può esser chiamato canonico senza la sua auto-
rizzazione.
18. Che nessuno deve revocare la sua parola e che egli solo lo può fare.
19. Che nessuno lo può giudicare.
20. Che nessuno osi condannare chi si appella alla Santa Sede.
21. Che le cause di maggior importanza, di qualsiasi chiesa, debbono esser ri-
messe al suo giudizio.
22. Che la Chiesa Romana non errò e non errerà mai e ciò secondo la testimo-
nianza delle Sacre Scritture.
23. Che il Pontefice Romano, se ordinato dopo elezione canonica, è indubita-
bilmente santificato dai meriti del beato Pietro; ce lo testimonia sant'Ennodio, ve-
scovo di Pavia, col consenso di molti Santi Padri, come è scritto nei decreti del
beato Simmaco papa.
24. Che ai subordinati è lecito fare accuse dietro suo ordine e permesso.
25. Che può deporre e ristabilire i vescovi anche senza riunione sinodale.
26. Che non dev'essere considerato cattolico chi non è d'accordo con la Chiesa
Romana.
27. Che il Pontefice può sciogliere i sudditi dalla fedeltà verso gli iniqui.

76
Riforma della Chiesa e guerra santa
A partire dalla battaglia di Civitate sul Fortore (1053) di Leone IX contro Roberto il
Guiscardo «la riforma gregoriana avvalora ogni tipo di guerra intrapresa per conse-
guire… affrancamento» dai poteri laici.
Prima che contro gli infedeli, questo tipo di guerra va intrapresa contro «eretici, sci-
smatici, simoniaci e concubinari»
(Jean Flori, Le crociate, Bologna, Il Mulino, 2003, p. 17)

La reconquista
Ai cavalieri spagnoli e di altre popolazioni (molti francesi) che in Spagna combattono
contro i musulmani il papato concede il suo appoggio, il suo vessillo e privilegi spiri-
tuali, come indulgenze parziali: 1064 Alessandro II concede loro la remissione dei
peccati esentando dall’obbligo di penitenza.

Gregorio VII sostiene che combattere per la riconquista cristiana della Spagna signi-
fica combattere per san Pietro: per la donazione di Costantino, infatti, la penisola ibe-
rica è rivendicata alla Santa sede.
Gregorio ribadisce l’invito a combattere e le ricompense dovute ai combattenti.
Miles Christi diviene la denominazione di colui che realmente combatte “per Cristo”.

L’Oriente bizantino e la Terrasanta


Nella seconda metà del sec. XI si presenta nel Mediterraneo orientale la nuova forza,
musulmana ma non araba (di origine mongolica) dei TURCHI, guidati dalla dinastia
selgiùchide.
Nel 1071 a Manzikert i Turchi sconfiggono l’imperatore bizantino Romano IV Dio-
gene e minacciano Costantinopoli.
Alessio I Comneno (1081-1118), nuovo imperatore bizantino, chiede aiuto
all’Occidente, ai fratelli cristiani (nonostante il recente scisma del 1054):
egli vuole però dei cavalieri, professionisti della guerra, che combattano per lui dietro
ricompensa, dei “mercenari”.
La risposta dell’Occidente sarà diversa

Le voci dei pellegrini


Nel 1009 il sultano al-Hakim perseguita i cristiani e distrugge il Santo Sepolcro (che
sarà ricostruito dai bizantini alla metà del secolo).

77
I turchi nella seconda metà del sec. XI si impossessano della Terra Santa e si compor-
tano più duramente con i pellegrini cristiani,
i quali portano in Occidente i loro lamenti, che ottengono una vasta eco.
Grande ascolto ottiene Pietro l’Eremita.

Prima crociata
Urbano II (1088-1099), Ottone di Lagery monaco cluniacense, durante la lotta per le
investiture spinge avanti la conquista cristiana del mondo:
• 1095 concilio di Piacenza (italiani);
• 1095 concilio di Clermont (francesi): Dio lo vuole

Concilio di Clermont: Quicumque pro sola devotione, non pro honoris velpecuniaea-
deptione, ad liberandamecclesiam Dei Hierusalemprofectusfuerit, iter illud pro omni-
penitentia ei reputetur.

Goffredo di Buglione
duca della Bassa Lorena

Dopo la crociata dei pezzenti, parte la crociata dei signori (1096)


Problemi dei crociati a Costantinopoli con Alessio I, fino alla rottura con l’esercito
bizantino sotto le mura di Antiochia (1098).
Gerusalemme viene conquistata dai crociati nel 1099.
Nasce il Regno di Gerusalemme, il cui primo re è Goffredo di Buglione,
che vuole per sé solo il titolo di Advocatus Sancti Sepulcri.

78
Fonte 8
Bernardo di Clairvaux (m. 1153)
dal Libro ai cavalieri del Tempio. Lode della nuova cavalleria (ca 1135)

4. I cavalieri di Cristo combattono tranquilli le battaglie del loro Signore, non temendo affatto di
commettere peccato uccidendo un nemico né di correre un pericolo con la propria morte, dal mo-
mento che la morte subita o inferta per Cristo non è assolutamente un crimine e merita una grandis-
sima gloria. Uccidendo si guadagna per Cristo, morendo si guadagna Cristo, che senza dubbio ac-
cetta volentieri la morte del nemico come vendetta e che più volentieri offre se stesso come conso-
lazione al cavaliere. Il cavaliere di Cristo uccide tranquillo, muore più tranquillo ancora. Giova a se
stesso se muore, a Cristo se uccide ...
Quando uccide un malfattore non è certo omicida ma, per così dire, malicida, cioè vendicatore di
Cristo contro quelli che si comportano male, ed è considerato difensore dei cristiani. Quando invece
viene ucciso lui stesso è sicuro che non è finito, ma arrivato. Dunque la morte che dà è un guadagno
di Cristo, quella che riceve un guadagno suo. Nella morte del pagano il cristiano si gloria, perché
Cristo è glorificato; nella morte del cristiano si mostra la liberalità del Re, che prende con sé il cava-
liere per dargli la ricompensa.

79
CROCIATE (Passagium)

Dopo il Concordato di Worms (1122, tra papa Callisto II e l’imperatore Enrico V), nel
1123 si riunisce il Concilio Lateranense I, primo considerato “generale” (ecumenico)
dopo lo scisma d’Oriente, quindi senza la partecipazione della chiesa ortodossa). In
questo sinodo sono ribaditi i canoni di indulgenza per i crociati (crucesignati)

Seconda crociata. 1147-1249, Per la caduta di Edessa nel 1144. Predicazione di Ber-
nardo di Clairvaux. Luigi VII di Francia, Corrado III imperatore, futuro Enrico II
d’Inghilterra.Nessun esito positivo.

Terza crociata. 1189-1192, Caduta di Gerusalemme in mano al Saladino 1187. Parte-


cipano Federico Barbarossa, Filippo II Augusto di Francia, Riccardo Cuor di Leone
d’Inghilterra. Nessun risultato, Gerusalemme resta in mano musulmana.

Quarta crociata. 1202-1204, deviata dai Veneziani (come pagamento per il trasporto
marittimo) prima contro Zara, poi contro Costantinopoli, che viene conquistata con
conseguente fondazione dell’impero latino d’Oriente, con a capo Baldovino di Fian-
dra. I Bizantini si ritirano sulla costa di fronte, in Asia, continuando l’impero con ca-
pitale a Nicea. L’impero latino finirà nel 1261, dopo un accordo tra Bizantini e Geno-
va in funzione antiveneziana (trattato di Ninfeo).

Quinta crociata. 1217-1221, contro Damietta, in Egitto, il cui sultano ha in possesso


la Palestina. Nessun risultato.
Nel 1219 si ha l’incontro di Francesco d’Assisi col sultano Malik al-Kamil.

- (Sesta) crociata. 1228-1229 Federico II, scomunicato, riprende Gerusalemme


con tregua decennale per accordo con Malik al-Kamil.
Gerusalemme ricadrà definitivamente in mano musulmana nel 1244.

Sesta (settima) crociata. 1250 Luigi IXcontro l’Egitto. Il sovrano è fatto prigioniero e
deve versare un forte riscatto.

Settima (ottava) crociata. 1270 Luigi IX, contro Tunisi. Il sovrano muore di peste.

- 1291 Cade S. Giovanni d’Acri, ultimo possedimento cristiano in Terrasanta.

80
Fonte 9. I Tres ordines della società

La tripartizione sociale, funzionale a spiegare le disuguaglianze nella società cristia-


na come volute da Dio, è attestata almeno dal sec. XI, ma ne abbiamo attestazione
anche in una tarda raffigurazione di fine sec. XV.

Adalberone di Laon, sec. XI

La casa di Dio, che si ritiene essere indivisibile, è divisa in tre ordini: coloro che
pregano, coloro che combattono e coloro che lavorano. Questi tre ordini sono lega-
ti e inseparabili; le azioni di due ordini dipendono dal lavoro di uno solo; ciascuno
con alterne vicende presta aiuto a tutti.

da G. A. Huckel, Les poèmes satiriques d'Adalbéron, Paris, 1901,


pp. 155-156, trad. di M. Sanfilippo, in Il sistema feudale,
Torino 1975, pp. 100-101

81
Incisione a stampa 1488

Salvator dicens summo pontifici: Tu supplex ora.


Imperatori: Tu protege. Rustico: Tuque labora

Il Salvatore che dice al sommo pontefice: Tu supplice prega.


All'imperatore: Tu proteggi. Al contadino: E tu lavora.
82
IMPERO SECOLO XII

LOTARIO II DI SUPPLINBURGO 1125-1137, eletto re dei Romani nel 1125 col soste-
gno del duca di Baviera Enrico il Superbo, marito di sua figlia Gertrude.

in lotta con CORRADO di HOHENSTAUFEN DUCA DI SVEVIA, figlio di Agnese fi-


glia di Enrico V, eletto re dei Romani nel 1127.
Incoronato a Monza re d’Italia nel 1128 e scomunicato da papa Onorio II (1124-1130), fa-
vorevole a Lotario, si sottomise a Lotario nel 1135 con la mediazione di Bernardo di Clair-
vaux.

Alla morte di Lotario II si contrappongono ancora la casata di Svevia e quella di Baviera, i


cui partigiani prendono il nome rispettivamente di GHIBELLINI e GUELFI. A Enrico il
Superbo, morto nel 1139, succede come duca di Baviera Enrico il Leone.

1138-1152 Corrado III re di Germania (rieletto nel 1138), riconosciuto da tutti nel 1142.
Non si designò imperatore, perché non fu incoronato a S. Pietro.
Nel 1143 la Baviera, tolta a Enrico il Leone, passò dalla casa guelfa ai Bàbenberg.
Nel 1146 partecipò alla seconda crociata, insieme al nipote Federico (Barbarossa).
Abdicò nel 1152, designando come suo erede, invece di suo figlio, il figlio del fratello duca
di Svevia, Federico Barbarossa.

LEGGENDA SULL’ORIGINE DEI NOMI DI GUELFI E GHIBELLINI


Nel 1140 Corrado III assedia il castello di Weinsberg del duca di Baviera Enrico il
Leone, che ebbe una pesante sconfitta.
Durante l’assedio sarebbero stati elevati i gridi di guerra
HYE WELF (per Guelfo, capostipèite di Baviera nel IX secolo)
HYE WAIBLINGEN (nome di un castello degli Hohenstaufen duchi di Svevia).

FEDERICO I BARBAROSSA 1152- 1190


Della casata di Svevia, figlio di madre di Baviera, si presenta come pacificatore della Ger-
mania.
Enrico il Leone è suo cugino, nel 1156 gli viene restituito il ducato di Baviera, mentre i
Babenberg va il nuovo DUCATO D’AUSTRIA (Oesterreich). Nel 1180 Barbarossa
depone Enrico il Leone dal ducato di Baviera, che passa ai Wittelsbach, che lo manter-
ranno sino alla fine della prima guerra mondiale. Enrico mantiene solo il ducato di
Brunswich (Braunsweig), da cui discende Ottone IV imperatore (1209).

1190-1197 ENRICO VI, figlio del Barbarossa.

83
Dinastia degli Altavilla-Hohenstaufen re di Sicilia
Tancredi di Hauteville (ha 12 figli)

Guglielmo Drogone Roberto il Guiscardo Ruggero


Braccio di Ferro 1046 conte di 1059-1085 duca di Puglia conte di Sicilia
1042 conte di Melfi Puglia e Calabria e Calabria

da prime nozze con normanna Alberada da seconde nozze con longobarda


Boemondo conte di Taranto Sichelgaita
dal 1098 principe di Antiochia Ruggero Borsa
duca di Puglia e Calabria 1085-1111 Ruggero II
conte di Sicilia dal 1101
re di Sicilia 1130-1154
Guglielmo 1111-1127

Ruggero Guglielmo I il Malo 1154-1166 Costanza (m. 1198)


sposa (1186) Enrico VI di
Svevia (1189-1197)

Tancredi (illegittimo) Guglielmo II il Buono 1166-1189

Federico Ruggero
= Federico II di Svevia
1220 imperatore
m. 1250

Corrado IV 1250-1254 Manfredi (illegittimo)


Enrico VII Enzo re di Sardegna re di Sicilia 1258-1266
+ 1242 1238-1272
Corradino m. 1268

84
I COMUNI
1: L’opinione della parte imperiale
Ottone vescovo di Frisinga (1115 circa-1158), zio di Federico Barbarossa, scrisse i Gesta
Friderici I imperatoris poco prima della morte e l'opera fu continuata dal suo cappellano
Rahewino fino al 1160.

A) Opinione di Ottone sui comuni italiani (1154).


I latini imitano ancor oggi la saggezza degli antichi Romani nella struttura delle città e nel
governo dello Stato. Essi amano infatti la libertà tanto che, per sfuggire alla prepotenza
dell'autorità, si reggono con il governo di consoli anziché di signori. Essendovi tra essi tre
ceti sociali, cioè quello dei grandi feudatari, dei valvassori e della plebe, per contenerne le
ambizioni eleggono i predetti consoli non da uno solo di questi ordini, ma da tutti, e perché
non si lascino prendere dalla libidine del potere, li cambiano quasi ogni anno. Ne viene che,
essendo la terra suddivisa fra le città, ciascuna di esse costringe quanti abitano nella diocesi
a stare dalla sua parte ed a stento si può trovare in tutto il territorio qualche nobile o qual-
che personaggio importante che non obbedisca agli ordini delle città. Esse hanno anche
preso l'abitudine di indicare questi territori come loro «comitati», e per non mancare di
mezzi con cui contenere i loro vicini, non disdegnano di elevare alla condizione di cavalie-
re e ai più alti uffici giovani di bassa condizione e addirittura artigiani praticanti spregevo-
li arti meccaniche, che le altre genti tengono lontano come la peste dagli uffici più onore-
voli e liberali. Ne viene che esse sono di gran lunga superiori a tutte le città del mondo
per ricchezza e potenza. A tal fine si avvantaggiano non solo, come si è detto, per la sag-
gezza delle loro istituzioni, ma anche per l'assenza dei sovrani, che abitualmente rimango-
no al di là delle Alpi. In un punto tuttavia si mostrano immemori dell'antica nobiltà e rive-
lano i segni della rozzezza barbarica, cioè che mentre si vantano di vivere secondo le leg-
gi, non obbediscono alle leggi. Infatti mai o quasi mai accolgono con il dovuto rispetto il
sovrano a cui dovrebbero mostrare volonterosa obbedienza... a meno che non siano costret-
ti dalla presenza di un forte esercito a riconoscerne l'autorità...
Ottonis et Rahewini Gesta Friderici I imperatoris, II, 13, a c. G. Waitz - B. De Simson,
Hannover-Leipzig, 1912, pp. 116-117 (M. G. H., Scriptores rerum Germanicarum in usum scholarum, 46).

B) Rahevino descrive la città di Milano al tempo del primo assedio di Federico Federico (1158).
Del luogo e dei costumi di questa città abbiamo già parlato nel precedente libro. Qui dob-
biamo aggiungere che tutt'intorno è circondata da una pianura coltivata che per natura è
amplissima. Il suo circuito è più di 100 stadi, è circondata da mura, dalla parte di fuori ha
un ampio fossato colmo d'acqua che scorre come un fiume, che nell'anno precedente per ti-
more della guerra futura il loro console aveva fatto fare malgrado le opposizioni di molti.
Non hanno torri alte come tante altre città; infatti per la moltitudine e la fortezza loro e delle
città a loro confederate, con molta fiducia avevano pensato che la loro città mai avrebbe po-
tuto essere assediata da un re o da un imperatore. Di conseguenza avvenne che questa città
fin dal tempo più antico fosse nemica ai suoi re e che temerariamente macchinando ri-
bellioni contro i suoi principi, godesse delle divisioni del regno e preferisse avere sopra di
sé l’autorità di due sovrani, piuttosto che di uno e ridendosi dell'uno e dell'altro incapaci di
farsi valere non serbava fede né a una parte né all'altra. Di queste cose, chi vuole un esem-
pio, ricorra a Liutprando 25 che ha scritto le gesta dei Longobardi.
Ottonis et Rahewini Gesta Friderici I imperatoris, III, 27, p. 210.

25
Liutprando di Cremona, Antapodosis, I, 37, a c. I. Becker, Hannover-Leipzig, 1915.

85
2. La voce dei vincitori di Legnano (29 maggio 1176)

I milanesi comunicano ai bolognesi la vittoria e la liberazione dai nemici.

Vi sia noto che abbiamo riportato un glorioso trionfo sui nemici. Ne abbiamo uccisi, annegati, fatti
prigionieri un grandissimo numero. Siamo in possesso dello scudo, dello stendardo, della croce e
della lancia dell'Imperatore; nelle di lui casse trovammo molto oro ed argento, riportammo tante
spoglie che non se ne può dire il valore. Ma noi non ce le appropriamo, anzi le reputiamo in comune
col Papa e con le città d'Italia. Nel combattimento fu preso il Duca Bertoldo, un nipote dell'im-
peratrice ed un fratello dell'arcivescovo di Colonia. Degli altri prigionieri è infinito il numero e sono
detenuti in Milano...

Traduzione di Vignati, Storia diplomatica della Lega Lombarda, ed. anast. dell'ed. del 1866,
con prefazione e aggiornamento bibliografico di R. Manselli, Torino, 1966, pp. 281-282.

86
Fonte 10. Innocenzo III
Lettera Sicut universitatis conditor (30 ottobre 1198)

Come Dio, creatore dell'universo, ha creato due grandi luci nel firmamento del cielo, la più
grande per presiedere al giorno e la più piccola per presiedere alla notte, così egli ha stabilito nel
firmamento della Chiesa universale, espressa col nome di cielo, due grandi dignità: la maggiore a
presiedere - per così dire - ai giorni cioè alle anime, e la minore a presiedere alle notti cioè ai corpi.
Esse sono l'autorità pontificia e il potere regio. Così come la luna riceve la sua luce dal sole e per
tale ragione è inferiore a lui per quantità e qualità, dimensione ed effetti, similmente il potere regio
deriva dall'autorità papale lo splendore della propria dignità e quanto più è con essa a contatto, di
tanto maggior luce si adorna, e quanto più ne è distante tanto meno acquista in splendore. Ambedue
questi poteri hanno avuto collocata la sede del loro primato in Italia, il qual paese quindi ottenne la
precedenza su ogni altro per divina disposizione. E perciò, se pure noi dobbiamo estendere l'atten-
zione della nostra provvidenza a tutte le province, tuttavia dobbiamo con particolare e paterna solle-
citudine provvedere all'Italia, ove furono poste le fondamenta della religione cristiana e dove l'ec-
cellenza del sacerdozio e della dignità si esalta con la supremazia della Santa Sede.
Data in Laterano il terzo giorno prima delle calende di novembre.

87
LA STREGONERIA E I MOVIMENTI ETERODOSSI TRA IL XIII E IL XIV SECOLO

Nel Trecento si succedettero periodi di crisi politica e sociale, di caduta di certezze, di sbanda-
mento religioso a causa delle vicende ecclesiastiche (papato avignonese, scisma di 40 anni in Occi-
dente), di grandissime epidemie di peste (nel 1348 la peste nera, tornata ancora a ondate successive
sino al 1399); l’instabilità psicologica che ne derivò, l’angoscia collettiva, la ricerca di un capro
espiatorio (in una parola, la paura) fecero sviluppare enormemente la credenza nella presenza attiva
e malefica del demoniaco, che fu sempre più avvicinato all’attività magica. La magia divenne stre-
goneria e la figura di chi opera la stregoneria ebbe sempre più i connotati femminili. Si venne a
formare così l’immagine della strega, donna e legata al demonio. Già Tommaso d’Aquino aveva
avvicinato la stregoneria al demoniaco, assimilandola in questo caso all’eresia. Nel 1320 Giovanni
XXII aprì un’inchiesta sulla magia tra teologi ed inquisitori e, in base ai suoi risultati, nel 1326 san-
zionò l’equiparazione tra stregoneria ed eresia. In quanto eresia, la stregoneria cadeva sotto la giuri-
sdizione dell’Inquisizione.
Cominciò nella prima metà del Trecento quella che, in età moderna, soprattutto nel Seicento, di-
venne la vera e propria «caccia alle streghe», in tutta l'Europa occidentale cristiana, accomunando
paesi cattolici e protestanti. I primi trattati sistematici sulla stregoneria risalgono al Quattrocento,
come il più noto, il Malleus maleficarum (Il martello delle streghe), del 1487, opera di due domeni-
cani tedeschi, Krämer e Sprenger. I primi processi si ebbero nel Trecento, i primi roghi documentati
di streghe nel sec. XV. Condanne di streghe furono emesse ancora nel Settecento in America setten-
trionale.

Contemporaneamente l'«Inquisizione dell'eretica pravità» si occupava della ricerca degli eretici.


Altre eresie, infatti, si diffusero in Europa dopo quella catara (che per un po' sopravvisse anche nel
Trecento), dalle continuità dei valdesi, che si rifugiarono nelle valli alpine del Piemonte ove pote-
vano più facilmente sopravvivere e difendersi 26, agli apostolici di Gherardo Segarelli (arso a Parma
il 18 luglio 1300) e del suo successore fra Dolcino: questi per salvarsi si spostò con i seguaci nel
Trentino, poi sui monti della Lombardia; infine in quelli del Novarese, ove costruì fortificazioni ed
oppose strenua resistenza armata alla crociata bandita contro di lui e comandata dal vescovo di Ver-
celli. Il Segarelli, dopo essere stato rifiutato dai francescani di Parma per la sua scarsa cultura, ave-
va dato vita ad un movimento che postulava la povertà e la predicazione della penitenza, nel rinno-
vamento della vita apostolica della Chiesa primitiva; Dolcino accentuò i toni escatologici, nell'atte-
sa di un imminente quarto stato del mondo in cui sarebbe disceso nuovamente lo Spirito Santo, la
Chiesa sarebbe diventata spirituale ed avrebbe avuto un papa santo, povero e pacifico come fu san
Pietro. Si ritrovano quindi in lui vari elementi dei suoi tempi, spirituali ed anche parzialmente gioa-
chimitici. Catturato e processato, Dolcino fu arso, con la fedele Margherita ed altri seguaci, nel giu-
gno 1307 a Vercelli.
Di carattere diverso dalle precedenti è l’eresia trecentesca del libero spirito (o spirito di libertà),
che risente della spiritualità più individuale di contemporanei movimenti ortodossi: chi era mistica-
mente unito a Dio, mediante ascesi e meditazione, si considerava diretto da Lui in tutte le sue azio-
ni, perciò il suo spirito era libero da ogni legge ed in pratica non poteva peccare. Questa eresia era
priva di una organizzazione ecclesiale, ma si infiltrava con grande facilità tra i fedeli, in confraterni-
te e in ordini religiosi, nei beghinaggi del nord Europa,.

26
I valdesi confluirono nella Riforma Protestante col sinodo di Cianforan del 1532; la riorganizzazione si sviluppò, sot-
to influenza calvinista, tra il 1535 e il 1560.
88
Eretici furono considerati anche i seguaci del pensiero di Gioacchino da Fiore (gioachimiti) e i
francescani assertori della assoluta povertà (spirituali), sostenitori della tesi della povertà totale
(cioè senza nemmeno beni o denari in comune) di Cristo e degli apostoli, modello al quale essi si
rifacevano. Anche questa tesi fu ritenuta eretica da Giovanni XXII, benché proclamata dal capitolo
generale dei frati Minori tenutosi a Perugia nel 1322. Il papa la condannò nel 1323 (bolla Cum inter
nonnullos), provocando il passaggio del ministro generale francescano Michele da Cesena e del teo-
logo Guglielmo d’Occam tra i «fraticelli»; questi, condannati anch’essi come eretici, erano i conti-
nuatori degli spirituali, quattro dei quali furono condannati per la prima volta al rogo a Marsiglia nel
dal 1318, ed erano sostenitori come loro della povertà radicale ma anche, per comprensibili motivi,
più nettamente opposti alle autorità ecclesiastiche. Erano chiamati fraticelli de paupere vita, mentre
Michele ed i suoi furono i fraticelli de opinione.

IL PAPATO AVIGNONESE

Le pretese ierocratiche di Bonifacio VIII non andavano nella stessa direzione dei bisogni dei
fe-deli, che si attaccavano semmai al ricordo della figura di Celestino V. Si diffuse infatti nel
Trecento l’attesa di un «papa angelico» e dell’avvento di una «ecclesia spiritualis» (Chiesa
spirituale), contrapposta all’«ecclesia carnalis» (Chiesa carnale), nuova Babilonia. Furono attese
molto vive tra gli spirituali e i fraticelli, nutriti di ideali gioachimitici, ma anche tra il popolo.
I cardinali, invece, andavano per un’altra strada. Dopo Bonifacio VIII elessero Benedetto XI
(1303-1304), morto dopo pochi mesi. Seguì un altro lungo conclave, dal quale usci eletto un france-
se d’Aquitania (territorio soggetto al re d’Inghilterra), Bertrand de Got, arcivescovo di Bordeaux,
che prese il nome di Clemente V (1305-1314). Egli non volle mai andare a Roma. Rimase in Fran-
cia senza fermarsi in una sede fissa. Con lui inizia il periodo di lontananza dei papi da Roma che
durò fino al 1378 ed ebbe il nome polemico di «cattività babilonese della Chiesa», per analogia con
la prigionia babilonese del popolo ebraico nel VI sec. a.C. e per il senso di decadenza e corruzione
che Babilonia evocava. Nella storiografia è noto come il «papato avignosese», poiché i papi dopo
Clemente V presero dimora stabile in Avignone, nella Francia meridionale, città che nel 1348 ac-
quistarono con il suo territorio diventandone direttamente sovrani.
Ad Avignone si susseguirono, dopo Clemente V, sei papi, tutti francesi: Giovanni XXII (1316-
1334), Benedetto XII (1334-1342), Clemente VI (1342-1352), Innocenzo VI (1352-1362), Urbano
V (1362-1370), Gregorio XI (1370-1378). Ciò segnala chiaramente una «francesizzazione» dei ver-
tici della Chiesa che, se non vuol dire diretta soggezione politica alla monarchia transalpina, fu sin-
tomo di maggiore attenzione alle esigenze del re di Francia e almeno di una convergenza di interessi
con lui. Il distacco tra papato e impero si fece in pratica definitivo e l’imperatore, nonostante tenta-
tivi isolati come quello di Enrico VII (1308-1313), tanto invocato da Dante, si ridusse nella sola
Germania, mentre in Italia i più grandi comuni si estendevano in signorie territoriali.
Emblematico della rottura tra i due grandi poteri altomedievali è lo scontro tra Giovanni XXII e
l’imperatore Ludovico il Bavaro; questi arrivò a farsi promotore nel manifesto di Sachsenhausen
(1324) delle tesi francescane sulla povertà totale di Cristo e degli apostoli, dichiarando il papa ereti-
co per averla condannata l’anno prima. Presso di lui si rifugiarono nel 1328 i francescani Michele
da Cesena, Bonagrazia da Bergamo e Guglielmo d’Occam; era da lui anche Marsilio da Padova (ca
1280-ca 1343), medico e poi maestro in teologia a Parigi dal 1320, che sosteneva la derivazione del
potere imperiale (ed in genere dei poteri civili) dal popolo, non dal papa. E nel 1328, in rotta con
Giovanni XXII ad Avignone, Ludovico scese a Roma per farsi incoronare, ma non prese la corona
in S. Pietro, bensì sul Campidoglio, l’antico centro della Roma classica, il cui mito stava risorgen-
89
do; gliela pose sul capo Sciarra Colonna, che venticinque anni prima aveva accompagnato ad Ana-
gni Guglielmo di Nogaret contro Bonifacio VIII.
Nel periodo avignonese la macchina amministrativa della Camera Apostolica si perfezionò au-
mentando le tassazioni, che dovevano servire a mantenere un tenore di vita principesco e mondano
della curia e dei cardinali. Ne furono indignati in molti, anche il poeta Francesco Petrarca (1304-
1374).
I cardinali cercarono di prendere direttamente la direzione della Chiesa, imponendo nei conclavi
le «capitolazioni elettorali», cioè degli accordi per cui tutti si impegnavano - qualora fossero stati
eletti papa - a creare un numero fisso di nuovi cardinali, con l’approvazione del sacro collegio, a
stanziare determinate rendite per il sacro collegio, a prendere determinate decisioni sempre con il
collegio, ecc. Contemporaneamente si diffuse la dottrina - mai divenuta ufficiale - secondo la quale
i cardinali erano i veri successori degli apostoli che insieme a Pietro collegialmente dirigevano la
Chiesa, mentre i vescovi erano i successori dei 72 discepoli di Cristo di cui parla il vangelo. Persino
Erasmo da Rotterdam parlerà dei cardinali come «i vicari degli apostoli» nell’Elogio della follia
(cap. LXIV, 1509 o 1511).
Le pretese dei cardinali si infransero, più o meno totalmente, contro i papi che, una volta eletti,
volevano invece far valere la «plenitudo potestatis» (pienezza del potere) del pontefice, nonostante
le capitolazioni in sede elettorale.
Di fronte a proteste sempre più vaste contro la permanenza in Avignone, portate avanti da perso-
naggi come Petrarca, santa Brigida di Svezia e santa Caterina da Siena i papi pensarono al ritorno a
Roma. Questo era ormai reso possibile dall’opera di pacificazione e riorganizzazione del Patrimo-
nio di S. Pietro compiuta dal cardinale Egidio di Albornoz negli anni successivi al 1352. Un primo
tentativo si ebbe nel 1367 con Urbano V, che fu il primo papa a prendere dimora in Vaticano invece
che in Laterano, per questioni di sicurezza. Ma egli tornò ad Avignone, dove morì. Il suo successore
Gregorio XI riportò la sede apostolica Roma verso la fine del suo pontificato, nel 1377, rispondendo
ai pressanti inviti di Caterina da Siena (1347-1380), che l’anno prima si era recata anche ad Avi-
gnone. Ma nell’anno successivo morì.
I cardinali riuniti in conclave a Roma si trovarono assediati da una folla tumultuante che diceva
del futuro papa: «Romano lo volemo, o almanco italiano» 27; elessero allora Bartolomeo Prignano,
arcivescovo di Bari, sostituto del vicecancelliere (morto nel 1389), che prese il nome di Urbano VI
(aprile 1378). Il nuovo papa aveva un carattere poco delicato, non adatto a farsi accettare da cardi-
nali di famiglie principesche che vedevano in lui un «archiepiscopellus» (arcivescovuccio). Ma in
realtà egli voleva realizzare - magari con scarsa diplomazia - una riforma che imponesse loro una
vita più religiosa e meno mondana, con obbligo di residenza a Roma, ecc.
Di fronte a ciò i cardinali, convinti di avere essi il potere nella Chiesa, si riunirono nel settembre
dello stesso anno a Fondi, dichiararono che l'elezione di Urbano VI era stata estorta con la forza ed
elessero un nuovo papa, il card. Roberto da Ginevra, che prese il nome di Clemente VII (1378-
1394) e riportò la sede papale ad Avignone.
Urbano VI, rimasto senza cardinali, creò un nuovo collegio. Di fronte alle esigenze dei fedeli e di
riforma della Chiesa, proprio i suoi cardinali avevano risposto originando il grande scisma d'Occi-
dente, che durò quarant'anni (1378-1417).

27
E. BAZULEV, Vitae paparum Avenionensium, ed. Mollat, IV, Paris 1922, p. 178.
90
Marsilio da Padova
Elaborato da Enciclopedie on line Treccani

Nato a Padova tra il 1275 e il 1280, svolse studi di medicina nella sua città conseguendo il dottora-
to. Recatosi a Parigi, si iscrisse alla facoltà delle Arti divenendone maestro e in seguito rettore
(1313). Qui scrisse la sua opera maggiore, il Defensor pacis (1324), e strinse rapporti con i maestri
averroisti. Venne in contatto con la dottrina della povertà evangelica sostenuta dagli Spirituali fran-
cescani, alcuni dei quali, come Guglielmo di Occam, Michele da Cesena, Bonagrazia da Bergamo,
trovarono rifugio alla corte dell'imperatore Ludovico IV il Bavaro (Re dei Romani dal 1314 e impe-
ratore dal 1328, m. 1347) Dopo la condanna pontificia del Defensor pacis, anche lui si rifugerà da
Ludovico. Nella sua opera Marsilio intende svolgere un'analisi razionale della natura del potere po-
litico, considerando non le varie forme di governo, ma le strutture stesse dell'organizzazione politi-
ca: il legislatore, la legge, il governo. La "totalità dei cittadini" (universitas civium) è la fonte unica
della legge (legislator); il governo è l'espressione della totalità dei cittadini che lo elegge e ne con-
trolla gli atti. Il governo quindi non è fonte di diritto, ma è sottoposto alla collettività. La legge, pe-
raltro, non trae la sua forza da un principio naturale o divino, ma esclusivamente dalla volontà dei
cittadini o nella loro totalità, dai sapienti agli artigiani, o nella "parte più valente" (valentior pars).
La legge trae valore dall’essere espressione di una volontà collettiva, imposta per il "bene vivere"
della collettività.
Il corpo politico è autonomo nell'imporre la legge, nettamente distinto dalla Chiesa, totalità dei fe-
deli (universitas fidelium) che non può esercitare alcun potere (contro la tesi della "pienezza dei po-
teri" del pontefice), né può possedere beni terreni (secondo quanto insegnavano i maestri francesca-
ni spirituali). Alla Chiesa spettano il controllo sull'autorità ecclesiastica, l'elezione dei sacerdoti e
del papa (attraverso il concilio cui anche i laici devono prendere parte). Così radicalmente distinti,
Chiesa e Stato sono autonomi nelle loro sfere: alla Chiesa spetta il compito di ammaestrare, ma non
di scomunicare; allo Stato o Impero quello di esercitare il potere politico nella persona dell'impera-
tore; all'imperatore compete anche il supremo controllo sulla conformità degli atti papali alle deci-
sioni conciliari e alla fede.
Sceso in Italia al seguito di Ludovico il Bavaro nel 1327, Marsilio organizzò la cerimonia dell'11
gennaio 1328 in cui Ludovico fu incoronato imperatore in Campidoglio dalle mani di Sciarra Co-
lonna, rappresentante del popolo romano. Tornato in Germania, Marsilio compose altre opere; morì
a Monaco di Baviera tra il 1342 e il 1343.

John Wyclif
Nasce nel 1324 nello Yorkshire da un casato di antico lignaggio che esercitava notevole influenza
sul comprensorio di Wycliffe-on-Tees. Studia presso il The Queen’s College di Oxford divenendo
Magister Artium in filosofia e il dottorato in teologia; insegna al Balliol College ed è direttore del
Canterbury College; deposto nel 1367, invano fa ricorso a Urbano V. Nel 1370 iniziano i suoi dubbi
sulla transustanziazione. Due anni dopo entra al servizio di Giovanni di Gand, figlio del re Edoardo
III, che lo protegge contro i procedimenti ecclesiastici. Ma entra in rottura con la corte per le sue
idee sull’eucarestia, per le continue condanne e il suo atteggiamento ambiguo nella rivolta dei con-
tadini del 1381. Si ritira nella sua parrocchia di Lutterworth dove muore il 31 dicembre 1384. Il
Concilio di Costanza lo riconobbe quale ispiratore delle tesi eretiche sostenute da Jan Hus, condan-
nato al rogo dal medesimo concilio: pertanto, non potendo essere colpito dalla stessa pena (essendo
morto da quasi cinquant'anni), nel 1428 i suoi resti vennero riesumati, bruciati e dispersi nel fiume
Swift, nei dintorni di Lutterworth.

91
Jan Hus
Nacque ad Husinec attorno al 1371. Sacerdote, teologo e riformatore religioso boemo. Insegnante
nell’università di Praga, promosse un movimento religioso molto vicino alle idee di John Wyclif ,
ad esempio la necessità di tradurre le Sacre Scritture e la liturgia nella lingua del popolo. Scomuni-
cato nel 1411 dalla, fu condannato dal Concilio di Costanza ed arso sul rogo il 6 luglio 1415.

«Perciò, fedele cristiano, cerca la verità, ascolta la verità, apprendi la verità, ama la verità, di'
la verità, attieniti alla verità, difendi la verità fino alla morte: perché la verità ti farà libero dal
peccato, dal demonio, dalla morte dell'anima e in ultimo dalla morte eterna».
Jan Hus, Spiegazione della Confessione di fede, 1412

Dopo la sua morte i seguaci di Hus, detti Hussiti, portarono avanti le sue idee di riforma anche con
rivolte, si sollevarono in Boemia e si opposero alla successione al trono dell'imperatore Sigismondo
(1419). Si divisero in utraquisti (moderati) 28 e taboriti (radicali) 29. I notabili e gli elementi borghesi
temettero di essersi spinti troppo avanti nelle rivendicazioni ed ebbero paura che l'elemento popola-
re prendesse la direzione del movimento di riforma, danneggiando i loro stessi interessi e privilegi.
Presero così l'iniziativa di concludere, il 13 novembre 1419, un accordo con i grandi feudatari e con
l'imperatore, al quale resero formale omaggio, ritirando le forze armate da Praga.
Gli utraquisti sconfissero i taboriti nella battaglia di Lipany (1434) e nel 1436 raggiunsero un ac-
cordo con la Chiesa di Roma, col permesso di costituire una Chiesa utraquista in Boemia.
I Taboriti organizzarono società comunistiche a Tabor ed altri luoghi della Boemia, sopprimendo il
diritto romano e germanico, che era a fondamento giuridico degli obblighi delle servitù feudali. Fu-
rono stabiliti centri di raccolta di beni e di denaro da mettere in comune e distribuire secondo i biso-
gni.
I Taboriti furono combattuti dalla Chiesa cattolica e dalla grande nobiltà feudale che, dopo una
guerra quasi ventennale, riuscirono a sterminarli. I superstiti fondarono nel 1467 con altri gruppi
hussiti la Fratellanza boema, che con la Riforma protestante si costituì in Chiesa evangelica, tuttora
esistente.

28
Gli utraquisti derivarono il nome dal volere la comunione eucaristica sotto entrambe le specie del pane e del vino (sub
utraque specie).
29
I Taboriti presero il nome dal monte Tabor, nella Boemia meridionale.
92
Fonte 11. Concilio di Costanza
A. Decreto Haec Sancta (6 aprile 1415)
In nome della santae indivisibile Trinità, Padre e Figlio e Spirito Santo, amen.
Questo sacro sinodo di Costanza, costituendo un concilio generale 30 per ottenere l'estirpazione del
presente scisma 31 e l'unione e riforma della Chiesa di Dio nel capo e nelle membra, riunito legitti-
mamente nello Spirito Santoa gloria di Dio onnipotente , perconseguire più facilmente, sicuramente
e liberamente l'unione e la riforma della Chiesa di Dio, ordina, determina, decreta e proclama quan-
to segue:
Per prima cosa si dichiara che esso [sinodo], legittimamente riunito nel nome dello Spirito Santo,
costituente un concilio generale e rappresentante la Chiesa Cattolica militante, riceve direttamente
da Cristo il potere cui ciascuno, di qualunque stato o dignità, anche se fossequella papale, deve ob-
bedire i quelle cose che riguardano lafede e l'estirpazione del predetto scisma e la riforma della
detta Chiesa nel capo e nelle membra.
Dichiara inoltre che chiunque di qualsiasi condizione, stato e dignità, anche se fosse quella papale,
ostinatamente disdegni di obbedire agli ordini, statuti, ordinanze e precetti di questo santosinodo e
di qualsiasi altro concilio generale legittimamente convocato fatti o da che si faranno sui temi sum-
menzionati o ad essi pertinenti, a meno che non rinsaviscasia sottoposto a giusta penitenza e sia de-
bitamente punito, ricorrendo anche, se sarà necessario, agli altri sussidi del diritto. [...]

B. Decreto Frequens (9 ottobre 1417)


La riunione frequente di Concili Generali è il mezzo principale per coltivare i campi del Signore,
perché estirpa i rovi, le spine e i cardi delle eresie, degli errori e degli scismi, corregge gli eccessi,
raddrizza le deformità e fa sì che la vigna del Signore dia il frutto di una piena fertilità. Infatti se si
trascurano tali Concili; vengono diffusi ed incoraggiati i dettimali; questo ci appare evidente sia dal
ricordo del passato che dalla considerazione del presente. Per questo noi stabiliamo, decretiamo ed
ordiniamo con editto perpetuo che d'ora in poi i Concili Generali sianotenuti in modo che il prossi-
mo segua a cinque anni precisi dalla sua fine questo, il secondo segua il precedente a sette anni, e i
susseguenti Concili sianosempre tenuti di decennio in decennio in luoghi che il Sommo Pontefice
— o, se non lui, lo stesso Concilio — deve stabilire e indicare un mese prima della fine di ogni
Concilio con l'approvazione ed il consenso del Concilio medesimo. Con tale continuità vi sarà sem-
pre un Concilio in sessioneoppure l'attesa del seguente allafine di un determinato periodo, che può
essere abbreviato dal Sommo Pontefice con il consenso dei suoi fratelli, i Cardinali della santaChie-
sa di Roma, qualora se ne presenti la necessità, ma non deve in alcun caso essere prorogato.
Il luogo stabilito per la riunione di un Concilio futuro non deve essere cambiato senza evidente ne-
cessità. Ma se per avventura, si verificasse un caso per cui si ritenesse necessario cambiare detto
luogo, a causa per esempio di assedio, guerra, pestilenza o altre cose simili, allora il Supremo Pon-
tefice ha il diritto — col consenso scritto dei summenzionati fratelli o di almeno due terzi di essi —
di sostituire il precedente con un altro luogo nelle vicinanze, che sia adatto e nella stessa nazione, a
meno che gli stessi o simili impedimenti involgano tutta la nazione. In tal caso il Concilio potrebbe
essere convocato in un altro luogo prossimo, situato in un'altra nazione ed adatto allo scopo, ed i
prelati e gli altriinvitati al Concilio sono tenuti ad andarvi, come se quel luogo d'adunanza per il
Concilio fosse stato fissato dall'inizio. Tuttavia il Sommo Pontefice deve render noto e dichiarare il

30
Concilio Generale:assemblea dei vescovi. I concili possono essere generali (o ecumenici) o locali (provinciali e dioce-
sani). A volte al concilio ecumenico partecipavano anche preti e laici; il voto spettava però sempre ai soli vescovi. Si-
nonimo di concilio è il termine «sinodo» (il primo è latino, il secondo greco).
31
Il grande scisma d'Occidente, che durò dal 1378 al 1417.
93
mutamento di luogo o l'abbreviazione del periodo in modo legale e solenne, un annoprima del ter-
mine fissato, affinché le dette persone possano adunarsi per il Concilio al tempo stabilito.

94
RE DI FRANCIA NEL MEDIO EVO

Ugo Capeto 987-996

Roberto II 996-1031

Enrico I 1031-1060

Filippo I 1060-1108

Luigi VI 1108-1137

Luigi VII 1137-1180

Filippo II Augusto 1180-1223

Luigi VIII il Leone 1223-1226

Luigi IX il Santo 1226-1270

Filippo III l’Ardito 1270-1285

Filippo IV il Bello 1285 1314 Carlo di Valois

Luigi X Filippo V il Lungo Carlo IV Isabella sposa Edoardo II Inghilterra;


1314-1316 1316-1322 1322-1328
Edoardo III

Filippo VI 1328-1350

Giovanni II il Buono

Carlo V 1364-1380

Luigi d’Orléans (ramo Orléans) Carlo VI 1380-1422

Carlo VII 1422-1461

Luigi XI 1461-1483

Carlo VIII 1483-1498 ultimo Valois

95
Re d’Inghilterra 1066-1377 32
Guglielmo I il Conquistatore duca di Normandia (1035) e re d’Inghilterra 1066-1087

Roberto Cortacoscia Guglielmo II il Rosso re d’Inghilterra 1087-1100 Adela


duca di Normandia sposa Enrico conte di Blois
1087-1106 (+ 1134)
Enrico I Beauclerc re d’Inghilterra 1100-1135 Stefano di Blois 1135-1154
duca di Normandia (sottratta al fratello Roberto) 1106

Matilde, sposa Goffredo Plantageneto


conte d’Angiò, 1144 Normandia agli Angiò

Enrico II Plantageneto 1154-1189


duca di Normandia, Bretagna e conte d'Angiò
sposa Eleonora d’Aquitania

Riccardo Cuor di Leone 1189-1199 Giovanni Senza Terra 1199-1216


privato della Normandia nel 1202

Enrico III 1216-1272

Edoardo I 1272-1307

Edoardo II 1307-1327
sposa Isabella, figlia di Filippo IV il Bello,
sorella di Carlo IV re di Francia, morto senza eredi maschi

Edoardo III 1327-1377


pretendente al trono di Francia,
che invade nel 1337 (Guerra dei Cent’Anni, fino 1453)

Riccardo II 1377-l399

NORMANDIA
1202 unita alla corona di Francia da Filippo II Augusto
1415-1420 conquistata da Enrico V di Inghilterra (guerra dei Cent'anni)
1450 incorporata definitivamente alla Francia

32
Re danesi: Canuto il Grande 1016-l035, Aroldo I 1035-l039, Canuto II 1039-l042. Re anglosassoni: Edoardo III
1042-l066, Aroldo II 1066.

96
Lancaster
Enrico IV 1399-l413
Enrico V 1413-l422
Enrico VI 1422-l461

York
Edoardo IV 1461-l483
Edoardo V 1483
Riccardo III 1483-l485

Tudor
Enrico VII 1485-l509
Enrico VIII 1509-l547
Edoardo VI 1547-l553
Giovanna Grey 1553
Maria 1553-l558
Elisabetta I 1558-l603

97
Appendice 1
Christine de Pizan
Notizie e testi tratti da Christine de Pizan, La città delle dame, a cura di Patrizia Caraffi; ver-
sione ridotta a cura di Matteo Luterianidall'edizione critica di Earl Jeffrey Richards, Milano-
Trento, Luni Editrice, 1999.
Per informazioni più ampie e dettagliate v. Jean-Yves Tilliette, voce Cristina (Christine) da Pizza-
no, in Dizionario biografico degli Italiani, vol. 31, 1985 (anche on line).

Christine de Pizan (Cristina da Pizzano, 1365 -1430ca.) è tra le figure più interessanti e significa-
tive del panorama letterario francese tra XIV e XV secolo. Attiva a corte, protetta da illustri perso-
naggi e scrittrice di grande creatività, la sua produzione spazia dalle composizioni poetiche alle
opere allegoriche, morali e politiche. Dal confronto con un'eredità intellettuale fondamentalmente
maschile emerge la prima scrittrice di professione, soggetto femminile e autonomo, che attinge
autorità dalla propria storia personale ed esperienza.
Nata a Venezia nel1365 da Tommaso di Benvenuto, Christine de Pizan visse tutta la vita a Pari-
gi, dove la sua famiglia si trasferì quando lei era ancora bambina. Il padre, laureato in medicina
all'università di Bologna, vi insegnò astrologia tra il 1344 e il 1356 e per alcuni anni fu consigliere
della Repubblica di Venezia. Il "cognome" de Pizan è un toponimo, poiché deriva dalle proprietà
che la famiglia del padre possedeva nel territorio di Pizzano, vicino Bologna. Tommaso fu poi invi-
tato dal re Carlo V (1364-1380) come medico e astrologo di corte. Il sovrano, accorto e prudente in
politica - il suo regno aveva segnato una pausa di calma dopo le guerre e la peste che avevano dila-
niato il paese - amava circondarsi di intellettuali. Egli si mostrò molto generoso con Thomas, che sa-
rebbe diventato presto il suo consigliere personale, offrendogli una ricca rendita, vari doni e una
bella residenza a Parigi, vicino alla residenza reale. Christine crebbe a corte, in un ambiente agiato e
vivace dove aveva accesso, insieme al padre, alla grande e bella Biblioteca Reale del Louvre, che si
stava costituendo in quegli anni. L'amore per il libro trovò il suo massimo artefice in Carlo V,
amante del sapere e protettore delle arti. Christine de Pizan ci dà una bella descrizione della Biblio-
teca Reale nel Livre des Fais et Bonnes Meurs du Sage Roy Charles V (1404):

Che dire di più della saggezza del re Carlo e del suo grande amore per lo studio e la scienza; che fosse così
ben lo dimostrava la bella collezione di libri importanti e la bella biblioteca, dove aveva i principali volu-
mi, scritti dai massimi autori, di religione, di teologia, di filosofia e di tutte le scienze, molto ben eseguiti e
riccamente miniati. I migliori copisti che si potevano trovare erano di continuo occupati per lui in tale
opera.

Una biblioteca senza pari in Europa, costituita da centinaia di volumi impreziositi da ricchissime
miniature, con un fervido e continuo lavoro di traduzione in francese dei testi, che li rendeva leg-
gibili a tutti. La possibilità di accedere e di usufruire di quello spazio, anche grazie alla sua amici-
zia con Gilles Malet, che diresse la Biblioteca sino al 1411, fu di grande importanza per la matu-
razione intellettuale di Christine, nonché per la sua carriera letteraria. Questa iniziò in un certo
senso dalle sue disgrazie. La morte di Carlo V (1380) segnò l'inizio del declino del favore di cui il
padre godeva a corte, come Christine racconta nella sua opera autobiografica L'Avision-Christine
(1405): «Si aprì la porta delle nostre disgrazie... io, ancor giovinetta, vi entrai». Thomas perdette
gran parte delle sue rendite e morì poco tempo dopo; alla scomparsa del padre seguì in breve
quella del marito di Christine, Etienne de Castel, notaio e segretario del re, nel 1390 per un'epi-
demia a Beauvais, dove aveva accompagnato il re Carlo VI. Era stato un matrimonio felice e
Christine esprimerà più volte la sua desolata solitudine in liriche di rara bellezza, di cui la più no-
ta è Seulete sui..., scritta attorno al 1390 (Testi 1).

98
Degli anni successivi è la grande svolta nella vita di Christine: rimasta vedova a venticinque anni
con tre bambini piccoli e la madre a cui pensare, e completamente all'oscuro degli affari degli uo-
mini, dovette districarsi in questioni legali che non conosceva assolutamente e che le costarono al-
cuni anni in cause senza fine. Obbligata dalle circostanze ad assumersi la responsabilità e la guida
di quella che definisce una nave rimasta senza capitano nel mare in tempesta (L'Avision-Christine),
Christine si volse allo studio e alla scrittura. Ritroviamo la stessa metafora nel Livre de la Mutacion
de Fortune: mentre si trovava su una nave insieme al marito, questi durante una tempesta cade in
mare e muore. Christine, distrutta dallo spavento e dalle lacrime, si addormenta, l'imbarcazione,
priva di timoniere, va alla deriva. In questa situazione, Christine diventa uomo e perde l'anello nu-
ziale, simbolo del passaggio ad una vita più autonoma, normalmente riservata agli uomini: «Allora
diventai vero uomo, non è una storia, / capace di condurre le navi. / Fortuna mi insegnò questo me-
stiere».
In una lettera scritta da Cupido ai suoi discepoli (Epistre au Dieu d'Amours, 1399, Testi 2), il dio
dell'amore condanna gli amanti ingannatori e i clercs diffamatori delle donne. È un attacco deciso
contro una tradizione maschile e misogina che ha avuto la meglio in assenza di una tradizione lette-
raria femminile corrispondente: «Che tacciano! Che tacciano d'ora in avanti i chierici maldicenti... e
tutti i loro complici e sostenitori. Abbassino g1i occhi per la vergogna di aver osato mentire tanto nei
propri libri, quando la verità va contro le loro affermazioni». L'opera di revisione delle false autorità
è compiuta da Christine a diversi livelli: da una parte una critica feroce a Ovidio e a Jean de Meun,
che accusa di volgarità e misoginia; dall'altra un intervento più sottile e complesso di riscrittura del-
le fonti, di cui la principale è il De Mulieribus Claris di Boccaccio (Le Donne Famose, 1361 33), che
circolava già anche in traduzione francese (De Cleres et Nobles Femmes, 1401). Boccaccio nel De
Mulieribus Claris non parla delle donne del suo tempo perché non ne trova di abbastanza degne.

L'esclusione delle donne dallo studio e dalla letteratura è di tipo culturale, non naturale, come
Christine scrive nel Livre de la Mutacion de Fortune (1400-1404, Testi 3). Christine infatti, «dispo-
sta naturalmente allo studio», non poté fare a meno di raccogliere almeno le briciole di quel grande
sapere paterno.
Christine ricevette un'educazione ben più completa di quella riservata alle donne del suo tempo, no-
nostante l'opposizione della madre, figura tradizionale di un femminile domestico e dagli orizzonti
limitati: fu proprio sua madre, che avrebbe preferito vederla occupata nelle consuete mansioni fem-
minili, «l'ostacolo più grande allo studio e all'approfondimento delle scienze». Il padre invece, gran-
de medico e filosofo, la incoraggiò nello studio.

Il Livre de la Cité des Dames, scritto in pochi mesi, nell'inverno tra il 1404 e il 1405, è l'espres-
sione più matura e completa di questa posizione. Quando scrive la Cité des Dames Christine de Pizan
gode ormai di una notevole celebrità ed è una figura centrale nella produzione culturale dell'epoca. L'atto
della scrittura del libro è da lei assimilato alla fondazione di una città.
Nella seconda parte del Libro sono presentate le storie di donne esemplari per virtù, «belle pietre ri-
lucenti, più preziose di tutte le altre» (II, I), e con queste e la forza della sua penna Christine costrui-
sce i bei palazzi, le strade e le alte torri, poi inizia a popolare la città, alla fine arriveranno Maria
Vergine e le sante. Nella Città, costruita con «i materiali della virtù, così rilucenti che voi tutte vi po-
tete specchiare» abiteranno solo donne nobili, che per Christine significa nobiltà dell'animo piutto-
sto che di nascita: la donna è nobile per natura e chi non segue la virtù tradisce la propria natura.
Una città perfetta e un libro perfetto, che solo Christine avrebbe potuto scrivere, consapevole che
avrebbe fatto discutere: «sono certa che quest'opera farà chiacchierare a lungo i maldicenti».

33
Giovanni Boccaccio, De Mulieribus Claris, a cura di V. Zaccaria, Milano, Mondadori, 1967.
99
Le donne non hanno mai scritto i libri: Christine riconosce la tradizione scritta come esclusivamente
maschile, pertanto da rivedere e correggere. Tra le cause di questa assenza femminile dalla scena intel-
lettuale non vi è un'inferiorità naturale, ma un 'educazione fortemente limitata. Tema ricorrente nelle
opere di Christine de Pizan, il problema dell'educazione diversa riservata alle fanciulle è presentato
nel I Libro della Cité: se le bambine fossero mandate a scuola e avessero la stessa educazione riser-
vata ai maschi «imparerebbero altrettanto bene e capirebbero le sottigliezze di tutte le arti, così co-
me essi fanno», visto che «una donna intelligente riesce a fare di tutto». L'opposizione all'educa-
zione delle donne è anche dovuta all'ignoranza di coloro che temono una superiorità culturale fem-
minile: «sarebbero molto irritati se le donne ne sapessero più di loro». L'impossibilità di imparare si
unisce all'isolamento tra le mura domestiche, che impedisce alle donne il naturale arricchimento di
un'esperienza varia e stimolante.

Christine continuò a scrivere opere di varia portata, anche politiche, ebbe una grande risonanza let-
teraria e visse del suo lavoro di scrittrice. Dal 1418 si chiuse in silenzio per più di dieci anni. Al mo-
mento della presa di Parigi da parte dei Borgognoni, fuggì dalla città in rivolta e dal massacro per
ritirarsi in un monastero per meditare con disperazione sulle disgrazie della Francia. Riprende la
penna davanti alla travolgente azione di Giovanna d'Arco. Il modello femminile di vergine guerriera e
santa trovò in lei la sua realizzazione vivente. Nel 1429 Christine compose il Ditié de Jehanne d'Arc
(Testi 4), poemetto dedicato alla pucelle d'Orléans e ultimo sforzo poetico di una grande scrittrice,
entusiastica celebrazione dell'eroismo femminile. Il poemetto fu scritto dopo la consacrazione reale di
Carlo VII a Reims (17 luglio 1429), quindi prima della cattura e dell'uccisione sul rogo di Giovanna
a Rouen, il 30 maggio 1431. Molto probabilmente Christine a questa data non era più viva, si sup-
pone che sia morta attorno al 1430; lo era sicuramente nel 1434.

100
Christine de Pizan - Testi

1. Seulete sui (1390 ca)


Sono sola, e sola voglio rimanere,
sola, mi ha lasciata il mio dolce amico;
sola, senza compagno né maestro,
sola, triste e dolente,
sola, languo sofferente,
sola, smarrita come nessuna,
sola, senza più amico.

Sola, alla porta o alla finestra,


sola, nascosta in un angolo,
sola, mi nutro di lacrime,
sola, dolente o quieta,
sola, non c'è nulla di più triste,
sola, chiusa nella mia stanza,
sola, senza più amico.
Sola, ovunque e in ogni luogo;
sola, che io vada o che rimanga,
sola, più di ogni altra creatura,
sola, abbandonata da tutti,
sola, duramente umiliata,
sola, sovente tutta in lacrime,
sola, senza più amico.

Principi, iniziata è la mia pena:


sono sola, minacciata dal dolore,
sola, più nera del nero:
sola, senza più amico.

2. Dall'Epistre au Dieu d'Amours (1399)


Le dame di cui vi ho parlato si lamentano
poiché molti chierici parlano male di loro,
ne fanno scritti in rima, in prosa e in verso
diffamando i loro costumi con parole differenti.
(vv. 259-262)
Ma se le donne avessero scritto i libri
so per certo che sarebbe stato diverso,
poiché ben sanno che a torto sono accusate
così le parti non sono divise equamente,
poiché i più forti prendono la parte più grande
e chi divide tiene quella migliore per sé.
(vv.417-422)

101
3. Dal Livre de la Mutacion de Fortune (1400-1404)
Ma, poiché ero nata donna,
non era opportuno
che io godessi di qualcuno
dei beni di mio padre e accedere
non potei alle ricchezze
della fontana di grande pregio
più per usanza che per giustizia).
(vv.413-419)

4. Da Ditié de Jehanne d'Arc (Ditié a la Pucelle, 1429)


Oh! Che onore per il femminil
sesso! Che sia protetto da Dio è evidente,
quando tutto questo gran popolo di cani
per il quale tutto il regno era distrutto,
da una donna ora è risollevato e salvato
- ciò che centomila uomini non avrebbero fatto –
e i traditori portati a distruzione).
(vv. 265-271)

102
Appendice 2
Francesco D'Angelo

I regni del Nord


Lineamenti di storia della Scandinavia medievale
(VIII-XIII secolo)

1. Età vichinga, età medievale


Nel nostro immaginario collettivo, nel Medioevo la Scandinavia fu la patria dei
vichinghi, spietati predoni dei mari che veneravano Odino, Thor e Freyr e che
terrorizzarono l'Europa dall'VIII all'XI secolo. È esistita però anche un'altra Scandinavia
dell'età di mezzo, una Scandinavia cristianizzata che ha visto la formazione di tre regni
distinti (Norvegia, Svezia e Danimarca) e il loro ingresso nel concerto delle nazioni
europee1. Il passaggio da una fase storica all'altra è un punto di svolta importante che
nella storiografia contemporanea è sottolineato dalle definizioni di «età vichinga» per la
prima ed «età medievale» per la seconda. I momenti fondamentali che segnarono questo
processo di trasformazione sono generalmente indicati proprio nella conversione al
cristianesimo, nell'unificazione politica dei tre regni sotto monarchie sempre più salde,
nella codificazione e messa per iscritto del diritto consuetudinario e nella cessazione
delle spedizioni vichinghe occasionali, via via affiancate e poi sostituite da vere e
proprie guerre di conquista, organizzate e guidate direttamente dai re. Dal punto di vista
cronologico, le date con cui convenzionalmente si fa iniziare e terminare l’età vichinga
sono il 793, anno dell’attacco al monastero inglese di Lindisfarne, e il 1066, anno della
battaglia di Stamford Bridge, in cui perse la vita il re norvegese Haraldr lo Spietato,
benché alcuni studiosi propendano per il 1100 come data-simbolo dell'inizio del
medioevo scandinavo.

2. I vichinghi
Nelle saghe islandesi si rinviene spesso la locuzione fara i víkingu, ovvero «partire
per una spedizione vichinga», ma cosa significa esattamente il sostantivo víkingr? Con
questo termine si è soliti identificare quegli abitanti della Scandinavia che, tra VIII e XI
secolo, presero parte a spedizioni di razzia, commercio, conquista o insediamento
1
La Scandinavia può essere intesa in un senso più stretto, comprendente esclusivamente Danimarca,
Svezia e Norvegia, ma anche in una accezione più ampia, in uso soprattutto nell'inglese moderno, che
include Finlandia (che nel medioevo faceva parte della Svezia) e Islanda.

103
nell’Europa continentale (regno franco, impero tedesco, penisola iberica) e
nell’Atlantico settentrionale (isole britanniche, Islanda, Groenlandia). Sull’etimologia
della parola sono state avanzate diverse spiegazioni: se di origine norrena2, essa
potrebbe venire da vík, «insenatura» o «fiordo», da cui víkingr con il significato di
«predone [che approda] nelle baie» o «predone [che va] di baia in baia»; un’altra ipotesi
vedrebbe un collegamento con il verbo víkja, «girare da una parte», «deviare», da cui
deriverebbero il sostantivo femminile víking, con il significato di «allontanamento», e il
sostantivo maschile víkingr con cui si indicava «colui che si assenta da casa» e, per
estensione, un «guerriero di mare che intraprende lunghi viaggi»3.
Nelle fonti medievali, coloro che invece si diressero a est sono frequentemente
indicati come Rus, nome con cui le popolazioni slave e finniche chiamavano gli
scandinavi (cfr. finlandese Ruotsi, «Svedesi») e che potrebbe derivare dal norreno roðs
«rematori»4. Infine «variaghi» o «vareghi» era il nome con cui, presso i Bizantini, erano
conosciuti quei guerrieri scandinavi che, tra X e XI secolo, si arruolarono come guardia
del corpo mercenaria dell’imperatore d’Oriente; analogamente alla definizione di
«vichingo», anche in questo termine è insita una certa ambiguità tra guerriero e
mercante, poiché esso deriva del norreno væringjar con il significato di «uomini legati
tra loro da un accordo/giuramento», con riferimento al giuramento che univa i gruppi di
mercanti i quali, prima di partire, si impegnavano a dividere tra di loro le spese e i
profitti del viaggio5.
Un'altra questione tuttora dibattuta tra gli storici è quella delle cause del movimento
vichingo, che sono sostanzialmente ricondotte a tre diversi fattori. Il primo è di ordine
demografico: un aumento della popolazione, favorito da condizioni climatiche più miti
rispetto al passato, avrebbe provocato una carenza di terra e una conseguente, massiccia,
emigrazione; si tratta però di una spiegazione parziale che sembra essere valida
soprattutto per le regioni costiere della Norvegia occidentale. Il secondo fattore è di tipo

2
Con questo termine (da norrænn o con il senso di «nordico», «norvegese») ci si riferisce alla lingua
delle popolazioni scandinave nei secoli VII-XIII, da cui discendono le lingue scandinave moderne; essa
comprendeva due dialetti, il norreno occidentale, parlato in Islanda e Norvegia, e quello orientale, parlato
in Danimarca e Svezia. Nelle parole norrene citate di seguito, il grafema ð/Ð indica la spirale dentale
sonora, come nell’inglese that, mentre il grafema þ/Þ rappresenta la spirale dentale sorda come
nell’inglese three.
3
J. Brøndsted, I vichinghi, Torino 2001 (Harmondsworth 1960), pp. 32-35. Si veda anche S. Brink, Who
were the Vikings?, in S. Brink (ed.), The Viking World, New York 2008, pp. 6-7.
4
Ibid.
5
Brøndsted, I vichinghi cit., pp. 31-32.

104
economico: dalla fine del VII secolo l’intensificazione dei traffici tra l'Inghilterra e il
continente e poi di quelli nella regione del Baltico favorirono lo sviluppo di grandi
insediamenti commerciali, da cui trasse beneficio anche la Scandinavia poiché gli
scambi fra nord e sud resero i suoi abitanti familiari con le tecniche di navigazione
impiegate dagli altri mercanti e specialmente con la vela, fino ad allora sconosciuta agli
Scandinavi; questi contatti, inoltre, accrebbero le loro conoscenze sulle ricchezze
dell'Europa e sulle condizioni politiche dei vari regni e paesi. La terza causa è di natura
politica: grazie alla posizione geografica della Danimarca, nella prima metà del IX
secolo i suoi re erano riconosciuti come signori da molti capi locali nell'area dei canali
Skagerrak e Kattegat e del fiordo di Oslo, e per chi non voleva piegarsi al loro dominio
l'alternativa era cercare fortuna all'estero con la speranza di conquistare beni, ricchezze
o perfino terre6. Anche questa spiegazione, come quella demografica, è però parziale e
può essere valida solo per quelle aree che ricadevano sotto l'influenza dei re danesi.
Nella Scandinavia di epoca vichinga, soprattutto laddove non esisteva un forte
potere centrale come quello monarchico, la guerra poteva essere un mezzo di
promozione sociale individuale, poiché chi tornava in patria portando con sé un ingente
bottino vedeva aumentare la propria influenza e il proprio peso politico. In effetti,
almeno fino al X secolo inoltrato la quasi totalità delle incursioni vichinghe potrebbero
essere definite imprese private, nel senso che erano finalizzate alla razzia e/o
all’insediamento ed erano organizzate e guidate da capi locali che partivano con il loro
seguito e con chi desiderava unirsi a loro. Le spedizioni erano all’inizio su piccola scala,
e andarono progressivamente intensificandosi: in Inghilterra, Irlanda e Francia si passò
da raid stagionali a razzie sempre più frequenti, con le truppe scandinave che
svernavano sul posto e tornavano ad attaccare all’arrivo della buona stagione; da qui
all’insediamento e alle conquiste territoriali il passo fu breve, mentre in altre regioni
d’Europa, come in Frisia, si ebbe da subito lo stanziamento degli invasori. Spesso
l'unica possibilità di far cessare gli attacchi era quella di consegnare ai vichinghi grandi
somme di denaro, che nell'Inghilterra anglosassone assunsero il nome significativo di
danegeld («tributo dei Danesi»).

6
P. Sawyer, The viking expansion, in K. Helle (ed.), The Cambridge history of Scandinavia, I: Prehistory
to 1520, Cambridge 2003, pp. 106-109. Si veda anche J.H. Barrett, What caused the Viking Age?,
«Antiquity», 82 (2008), pp. 671-685. Sulle origini del movimento vichingo sono ancora utili le
indicazioni di Brøndsted, I vichinghi cit., pp. 26-31 e di G. Jones, I vichinghi, Roma 1995 (Oxford 1968),
pp. 151-170.

105
Tra l'VIII e il X secolo i vichinghi si insediarono sia in occidente - in Francia, in
Inghilterra (dove nell'878 diedero vita al Danelaw7), in Irlanda e nelle altre isole
britanniche - sia in oriente, dove attorno all'880 fondarono il regno dei Rus' di Kiev.
Parallelamente, questi mercanti-guerrieri colonizzarono anche isole fino ad allora
sconosciute o disabitate: è il caso dell'Islanda (la «Terra dei ghiacci») e delle Fær Øer
(«Isole delle pecore»), raggiunte alla fine del IX secolo da emigrati in maggioranza
norvegesi, e della Groenlandia (la «Terra verde»), scoperta nel 985 dal norvegese Erik il
Rosso e da questi così chiamata nella speranza di attirarvi altri coloni. In effetti, nel giro
di pochi anni in Groenlandia sorsero tre insediamenti situati lungo la costa occidentale:
nonostante il nome, il Vestribygð o Insediamento Occidentale era situato in realtà a
nord-ovest, mentre l’Eystribygð o Insediamento Orientale, situato più a sud, giungeva
fin quasi a Capo Farewell, la punta meridionale dell’isola; esisteva infine una terza
colonia più piccola, l’Insediamento di Mezzo, di cui sappiamo ben poco. Infine, attorno
all'anno 1000, dalla Groenlandia il figlio di Erik, Leif, raggiunse le coste del Nord
America, probabilmente l'odierna isola di Terranova, a cui fu dato il nome di Vínland,
ovvero «Terra del vino», per via della vite selvatica che vi cresceva rigogliosa8.
Prima ancora che guerrieri, i vichinghi erano eccellenti marinai, e per lungo tempo
le loro imbarcazioni fornirono loro un vantaggio tecnologico sugli avversari. I secoli IX
e X rappresentano il periodo classico delle navi vichinghe: vennero introdotti l’albero a
vela e la chiglia, quest’ultima al posto dell’asse orizzontale che, in precedenza, fungeva
da base; la chiglia fu particolarmente importante perché permise ai marinai scandinavi
di affrontare anche il mare in burrasca. Le navi erano di forma stretta e lunga con un
basso pescaggio, ideale per risalire il corso dei fiumi; dotate di remi e di una vela
centrale, avevano un timone a dritta (tribordo) di poppa. Dal X secolo comincia la
specializzazione, con grandi navi mercantili (knörr) e da guerra (skeið, langskip). I nomi
delle imbarcazioni, comunque, non devono essere considerati termini tecnici perché

7
Letteralmente «legge dei Danesi», era una divisione territoriale dell'Inghilterra anglosassone nata in
seguito all'insediamento degli invasori danesi nel IX secolo e, come indica il nome, era soggetta alle leggi
danesi: ibid., pp. 350-353. Per una storia dei vichinghi nelle isole britanniche si veda K. Holman, La
conquista del Nord. I vichinghi nell'arcipelago britannico, Bologna 2014 (ed. or. Oxford 2007).
8
Tra il 1261 e il 1264, sotto re Hákon Hákonarson, la Groenlandia e l’Islanda furono assoggettate alla
corona norvegese. A partire dal XIII secolo vi fu un progressivo peggioramento delle condizioni
climatiche nel nord Atlantico, che comportò una diminuzione nei collegamenti tra la Norvegia e la
Groenlandia finché, all’inizio del XV secolo, essi cessarono del tutto; ciò costituì una delle cause
dell’estinzione della colonia groenlandese. Sulla colonizzazione delle isole atlantiche si veda J. Marcus,
La conquista del nord Atlantico, Genova 1992 (Suffolk 1980).

106
nelle saghe del XIII secolo sono frequentemente usati in maniera intercambiabile9.
Spesso la forma della decorazione di prua poteva designare, per metonimia, l’intera
nave: così fu per il Bisonte (Visundr) del re norvegese Óláfr Haraldsson il Santo, e il
Lungo Serpente (Ormrinn langi) del re suo omonimo e predecessore, Óláfr Tryggvason.

Figura 1 - La Scandinavia, le isole britanniche e le colonie norvegesi nell'Atlantico

Principali imprese dei vichinghi nei secoli VIII-XI:


793: attacco vichingo all’abbazia di Lindisfarne (Inghilterra);
807: i norvegesi attaccano l’Irlanda;
834: attacco danese in Frisia;
839: i norvegesi fondano Dublino; prima di quest'anno i Rus’ avevano fondato
Hólmgarðr, l'odierna Novgorod;
844: i vichinghi attaccano La Coruña, Cadice e Siviglia;
845: i Danesi devastano Amburgo;
850: saccheggio di Londra e Canterbury;
860: i vichinghi di Hastein saccheggiano Luni; i Rus’ assediano Costantinopoli;

9
Sulle navi vichinghe si veda J. Bill, Vikings ships and the sea, in Brink (ed.), The Viking World cit., pp.
170-180.

107
878: trattato di Wedmore tra il capo vichingo Guthrum e il re anglosassone Alfredo
il Grande, e riconoscimento ufficiale del Danelaw;
885: i vichinghi assediano Parigi;
911: re Carlo il Semplice cede al capo vichingo Rollone (Hrólfr) parte della
Neustria, creando il ducato di Normandia;
991-995: raid danesi e norvegesi in Inghilterra;
1003: il re danese Sveinn Barbaforcuta attacca l’Inghilterra;
1013: Sveinn conquista l’Inghilterra;
1016: Canuto il Grande, re di Danimarca, conquista l’Inghilterra;
1028: Canuto il Grande conquista anche la Norvegia;
1066: Haraldr lo Spietato, re di Norvegia, muore in battaglia a Stamford Bridge.

3. L'età medievale e la formazione delle monarchie scandinave


A partire dalla seconda metà del X secolo in Scandinavia ebbe inizio una duplice,
graduale trasformazione del potere: da una parte, in un processo di accentramento, esso
passò da locale a regionale e, infine, nazionale; dall’altra, da potere sugli uomini mutò
in potere sul territorio. L’istituzione monarchica, così decisiva in questa fase di
transizione, si affermò dapprima in Danimarca (IX-X secolo), poi in Norvegia (XI
secolo) e infine in Svezia (XI-XII secolo)10. Determinante fu, in tutti e tre i casi, la
conversione al cristianesimo di quei sovrani che successivamente riuscirono a imporre
la loro autorità nei loro rispettivi paesi, poiché la nuova religione non solo forniva un
esempio di rigida struttura gerarchica, ma portava con sé il modello ideale di un regno
saldamente unito sotto un unico re cristiano, un modello che molti capi vichinghi
avevano potuto concretamente osservare durante le loro scorrerie in Francia e
Inghilterra. Da questo momento le imprese vichinghe private vengono affiancate e
sempre più sostituite da vere e proprie guerre di conquista, organizzate e guidate
direttamente dai re; il sovrano norvegese Olaf Haraldsson (1015-1030), con un passato

10
La bibliografia sulla formazione delle monarchie scandinave è vasta, di seguito ci si limiterà a
segnalare i contributi più recenti e quelli in lingua italiana più facilmente accessibili al lettore: C. Albani,
L'istituto monarchico nell'antica società nordica, Firenze 1969. Per la Danimarca in età medievale si
veda M.H. Gelting, The kingdom of Denmark, in N. Berend (ed.), Christianization and the rise of
christian monarchy: Scandinavia, Central Europe and Rus' c. 900-1200, Cambridge 2007, pp. 73-120.
Per la Norvegia, S. Bagge - S.W. Nordeide, The kingdom of Norway, in Berend (ed.), Christianization
and the rise of christian monarchy cit., pp. 121-166. Per la Svezia, N. Blomkvist - S. Brink - T. Lindkvist,
The kingdom of Sweden, in Berend (ed.), Christianization and the rise of christian monarchy cit., pp. 166-
213.

108
da vichingo alle spalle, giunse addirittura a proibire le spedizioni private, ben
consapevole del fattore destabilizzante rappresentato da chi ritornava in patria carico di
ricchezze e, magari, di ambizioni politiche. Alla fine dell’XI secolo l’epoca vichinga
giunse dunque al termine, non da ultimo anche a causa del rafforzamento di quei regni
che, fino a quel momento, erano stati il bersaglio dei predoni scandinavi e che ora,
invece, erano in grado di affrontarli e di respingerli con successo. Nei tre paesi nordici
la fine del periodo vichingo comportò inevitabilmente una diminuzione delle risorse
dovute alle razzie, ragione per cui il baricentro dell’economia si spostò maggiormente
sullo sfruttamento interno del suolo. In questa fase, inoltre, i re incentivarono
l'urbanizzazione, fondando nuove città oppure ingrandendo e fortificando insediamenti
già esistenti. Nonostante questa evoluzione, le monarchie nordiche mantennero a lungo
caratteri originali rispetto alle altre monarchie cristiane: esse infatti non conobbero il
feudalesimo se non in un'epoca tarda e in forme spurie, mentre il principio di
successione individuale al trono si affermò solamente nel corso del XII secolo.

Danimarca
La Danimarca (Danmörk, «marca dei Danesi») fu la prima stabile monarchia
scandinava e ciò ne fece il paese egemone per tutta l'età vichinga e ancora fino alla fine
dell'XI secolo. Harald Blátönn Denteblu (o Dentenero), primo re cristiano (c. 958-987),
rafforzò il potere regio ed estese il suo dominio sulla Scania meridionale, oggi parte
della Svezia, e sull’area del fiordo di Oslo. Nel 1000 suo figlio Svein Barbaforcuta
rafforzò ulteriormente il controllo sulla Norvegia e conquistò, per breve tempo,
l’Inghilterra (1013). Il suo successore, Canuto il Grande, conquistò l’Inghilterra nel
1016, e tra il 1018 e il 1028 creò il cosiddetto «impero del Nord» unendo Danimarca,
Norvegia e Inghilterra. Alla sua morte, nel 1035, l’impero si sfaldò e, tra il 1042 e il
1047, la Danimarca fu governata da un re norvegese, Magnús Olafsson. Con Svein
Estridsson (1047-1076), il paese riacquistò l’indipendenza, tuttavia le leggi di
successione, che davano a tutti gli eredi uguali diritti e prevedevano la possibilità di
reggenze condivise, indebolirono il potere monarchico. Solo nella seconda metà del XII
secolo, dopo lunghe guerre civili, si affermò il principio della successione individuale al
trono. Nel XII secolo, inoltre, il regno si espanderà a oriente, conquistando e
convertendo con la forza le popolazioni baltiche ancora pagane.

109
Svezia
Il regno di Svezia deve il suo nome agli Sveoni (norr. Svíar, da cui Svea riki, «regno
degli Svíar» e quindi l’odierno sved. Sverige) e nacque dalla graduale unione di due
regioni, lo Svealand, o «terra degli Svíar», e il Götaland, o «terra dei Götar». Olof
Skötkonungr, il «re del tributo» (995-1022), fu il primo a essere chiamato re sia degli
Svíar che dei Götar, ciononostante la rivalità tra i due gruppi perdurò almeno fino alla
fine del XII secolo. Contemporaneamente il paese fu coinvolto in lunghe guerre civili,
come i suoi due vicini; nel complesso, qui il potere monarchico incontrò maggiori
difficoltà nell’affermarsi rispetto a Danimarca e Norvegia. Fino al 1973 i re di Svezia
mantennero il titolo di «re degli Svedesi, dei Götar e dei Vendi». Nell’XI secolo i re
svedesi adottarono una politica dell’equilibrio, sostenendo di volta in volta la potenza
più debole nei conflitti tra danesi e norvegesi per impedire l'unificazione delle due
nazioni. L’espansione del regno seguì la rotta a est, nel Baltico e nell’odierna Finlandia,
quest’ultima conquistata nel 1157 e convertita con la forza al cristianesimo.

Norvegia
Dei tre paesi scandinavi, la Norvegia è l’unico la cui denominazione (Nóregr) non
ha all’origine alcun riferimento etnico: il nome, con il significato di «via del nord» (cfr.
ingl. Norway) «è riferito semplicemente a un itinerario forse suggerito da chi abitava al
suo meridione»11. Nell’872 Harald hárfagri («Chiomabella») unificò il regno, ad
eccezione dell’Oslofjord, e i suoi dicendenti regneranno fino al 970, quando la Norvegia
verrà divisa tra i conti di Lade (Trondheim) e Harald Dentenero, re di Danimarca. Nel
995 il vichingo Olaf Tryggvason conquistò il potere, ma cadde nella battaglia di Svold
(999/1000) contro una coalizione danese-svedese-norvegese e il regno fu nuovamente
diviso, stavolta in due aree di influenza, una danese e una norvegese, con i conti di Lade
come reggenti. Nel 1015 Olaf Haraldsson unificò tutto il regno, ma nel 1028 i magnati
si ribellarono al suo governo e invocarono re Canuto il Grande, che si presentò dinanzi
alle coste norvegesi al comando di una grossa flotta anglo-danese; Olaf fuggì allora in
Russia, e nel 1030, nel tentativo di riconquistare il trono, cadde in battaglia ucciso dai

11
C. A. Mastrelli, Le fonti nordiche e il loro orizzonte geo-etnografico, in Popoli e paesi nella cultura
altomedievale. XXIX settimane di studio del centro italiano di studi sull’alto medioevo, Spoleto 23-29
aprile 1981, vol. II, Spoleto 1983, p. 591.

110
suoi stessi sudditi. Un anno dopo, in seguito ai numerosi miracoli verificatisi sulla sua
tomba, Olaf fu proclamato santo12. Nel 1035, alla morte di Canuto il Grande, i
Norvegesi richiamarono in patria il figlio di Olaf, Magnús, e con lui la monarchia
norvegese risorse. Nel 1066 re Haraldr lo Spietato, fratellastro di Olaf il Santo e unico
sovrano dal 1047, morì a Stamford Bridge nel tentativo di conquistare l’Inghilterra.
Dopo le lunghe guerre civili del XII secolo, la Norvegia emergerà nel corso del
Duecento come una potenza nel Nord, instaurando solide relazioni diplomatiche con la
Santa Sede e con i più importanti sovrani europei.

Altre date ed eventi importanti (XI-XIV secolo):


1027: Canuto il Grande a Roma per l’incoronazione dell'imperatore Corrado II;
1104: nasce l’arcivescovato di Lund (Danimarca);
1107-1111: crociata di Sigurðr Jórsalafari, re di Norvegia;
1153: nasce l’arcivescovato di Nidaros (Norvegia);
1163: unzione di Magnús Erlingsson, re di Norvegia;
1164: nasce l’arcivescovato di Uppsala (Svezia);
1170: unzione di Canuto Valdimarsson di Danimarca;
1222-1232: Domenicani e Francescani arrivano in Scandinavia;
1262-1264: Hákon Hákonarson di Norvegia sottomette Islanda e Groenlandia.
1389: unificazione dei tre regni nell'Unione di Kalmar, voluta da Margherita I
di Danimarca; l’unione terminò nel 1523 con la secessione della Svezia.

4. La struttura della società scandinava


Nei secoli che stiamo qui prendendo in esame la società scandinava era
sostanzialmente omogenea sia dal punto di vista linguistico, sia da quello religioso e
culturale. Il perno di questa società era il bóndi (pl. bœndr), il contadino o più
propriamente libero proprietario terriero che, se necessario, poteva anche impugnare le
armi come un guerriero; alcuni di questi bœndr potevano possedere una notevole
ricchezza e, di conseguenza, una non trascurabile influenza nella loro comunità. Al di
sopra dei bœndr troviamo i magnati che, in Norvegia, sono chiamati höfðingi (pl.

12
Su Olaf il Santo e il suo conflitto con il danese Canuto si veda F. D'Angelo, Il conflitto tra Olaf il Santo
e Canuto il Grande nelle cronache e negli annali danesi dei secoli XII-XIV, in «Bullettino dell'Istituto
storico italiano per il medioevo», 117 (2015), pp. 289-316.

111
höfðingjar, «capo») ed hersir (pl. hersar, «signore»): si tratta di capi locali che in virtù
dei loro possedimenti e della loro ricchezza potevano permettersi di mantenere un
seguito armato (hirð); i più importanti di loro potevano ambire al titolo di jarl (pl.
jarlar), cioè «conte» e nei periodi in cui non era presente la figura del re (konungr),
erano loro a detenere il potere nel paese13.
La Scandinavia nell’età vichinga, e ancora fino almeno al XIII secolo, non conobbe
il feudalesimo: i rapporti di potere e di fedeltà personale non dipendevano, cioè, dal
possesso della terra e dalla sua eventuale concessione, bensì da quella che potremmo
definire una struttura «patrono-cliente». Maggiore era la ricchezza e la potenza di un
capo, maggiore era il numero di uomini che ne riconoscevano il potere e lo
supportavano (anche militarmente, se necessario) in cambio di una ricompensa o della
sua protezione. Nelle società scandinave di questi secoli mancava, inoltre, una delle
caratteristiche distintive delle società feudali, ovvero l’identificazione tra il ceto
dominante e una classe di guerrieri di professione, come ha sottolineato Marc Bloch: «le
società dove sopravvisse un contadiname armato o ignorarono l’organizzazione
vassallatica, al pari di quella della signoria, o ne conobbero soltanto forme assai
imperfette»14. Una novità nella direzione di un “feudalesimo imperfetto” fu, forse,
l’introduzione, in Norvegia, della carica di lendr maðr (pl. lendir menn) o «uomo che ha
ricevuto della terra», nella prima metà dell’XI secolo: questa carica, che sostituì quella
di hersir, era attribuita a quei magnati locali che, in virtù della loro prominente
posizione sociale, erano visti dai re come preziosi alleati. Essi ricevevano in
concessione dal sovrano della terra appartenente alla corona, in una quantità pur sempre
minore di quella che detenevano in proprio, e attraverso la terra si instaurava uno stretto
legame tra i due. Il lendr maðr da quel momento diventava il rappresentante del re, a cui
giurava fedeltà, mantenendo intatta la sua autorità nel distretto di sua competenza e
svolgendo un ruolo fondamentale per la coesione del regno; questo funzionario regio
aveva anche il dovere di accompagnare il re nelle spedizioni militari, portando con sé il
proprio seguito armato15.

13
Sulla società scandinava si veda R. Boyer, La vita quotidiana dei vichinghi (800-1050), Milano 1994
(ed. or. Paris 1992), pp. 53-72.
14
M. Bloch, La società feudale, Torino 1987, p. 494. Come abbiamo visto i bœndr scandinavi, liberi
“contadini”, potevano trasformarsi, all’occorrenza, anche in guerrieri.
15
C. Krag, The early unification of Norway, in Helle (ed.), The Cambridge history of Scandinavia cit., p.
200.

112
La vita politica della società scandinava ruotava attorno a un organo fondamentale,
il þing (o thing secondo la grafia inglese) ovvero l’assemblea degli uomini liberi, dove
tutti i partecipanti, fossero essi bœndr, capi locali, jarlar o re, avevano diritto di parola;
il þing riuniva in sé il potere legislativo e quello giudiziario, agendo sia da corte di
giustizia che da assemblea legislativa. Ogni distretto del paese (chiamato byggð in
Norvegia, herruð in Danimarca) aveva la sua assemblea locale, mentre per le questioni
di maggiore importanza e/o gravità ci si rivolgeva ai þing regionali, che avevano
competenze più ampie. Anche i sovrani dovevano tener conto delle decisioni dei þing, e
solo un re molto potente e/o popolare, la cui autorità nel regno era incontestata, poteva
ragionevolmente sperare di poter influenzare la volontà delle assemblee pubbliche.
Menzione a parte merita il caso dell’Islanda: colonizzata da esuli norvegesi nella
seconda metà del IX secolo, non conobbe alcun re fino al tempo della sua sottomissione
alla Norvegia (1262). Il potere era nelle mani dei grandi capi locali, chiamati goðar
(sing. goði), e l’isola era divisa in Quarti (fjórðungar), circoscrizioni territoriali che
prendevano il nome dai punti cardinali. Ciascun Quarto aveva il suo þing, mentre
l’assemblea pubblica generale era chiamata Alþing e si svolgeva annualmente nel mese
di giugno16.

5. Le rune
Nell'antichità l'unica forma di scrittura conosciuta e praticata dalle popolazioni
germaniche, inclusi gli scandinavi, era quella runica, esclusivamente epigrafica, che
derivava dalle scritture italiche settentrionali e veniva eseguita incidendo superfici dure
come legno o pietra ma anche armi, monili e utensili. Il più antico alfabeto runico fece
la sua comparsa alla fine del II secolo ed era composto da ventiquattro segni - le rune,
appunto - detto fuþark (o futhark) dalla sequenza dei primi sei segni. Mentre nella
Germania continentale l'adozione della grafia latina portò alla scomparsa della scrittura
runica, in Scandinavia essa continuò a essere utilizzata e tra l'VIII e l'XI secolo,
all'inizio dell'era vichinga, il suo alfabeto fu semplificato e ridotto a sedici segni, il
cosiddetto fuþark recente o breve17:

16
Sull'Islanda si veda J. Byock, La stirpe di Odino: la civiltà vichinga in Islanda, Milano 2012 (ed. or.
London 2001).
17
Sulle rune si vedano le informazioni contenute in Boyer, La vita quotidiana dei vichinghi cit., pp. 40-
41, 238-244, e in Brøndsted, I vichinghi cit., pp. 193-196.

113
ᚠᚢᚦ ᚬᚱᚴᚼ ᚾ ᛁᛅᛋᛏᛒᛘ ᛚᛦ
f uþąr khnias t bml ʀ

La scrittura runica aveva due impieghi principali: in primo luogo, essa era adoperata
per iscrizioni commemorative su bastoni, pietre funerarie o stele celebrative, una pratica
che proseguì anche in epoca cristiana. Ne è un esempio la stele di Gripsholm, in Svezia
(fig. 3), risalente al 1040/1050 circa, il cui testo - inscritto all'interno di una decorazione
serpentiforme - si segnala per la presenza di tre versi in un metro poetico molto antico e
frequentemente utilizzato in età vichinga, il fornyrðislag o «metro delle antiche storie»:

«Tola fece erigere questa pietra in ricordo di suo figlio Haraldr, fratello di Ingvarr.
Essi viaggiarono virilmente lontano alla ricerca d’oro
ed in oriente l’aquila cibarono;
morirono a sud nel Serkland»18.

18
Sulla stele di Gripsholm si veda C. Cucina, Vestr ok austr. Iscrizioni e saghe sui viaggi dei vichinghi, 2
voll., Roma 2000, vol I., pp. 29-31. L'espressione «cibare l'aquila» è una kenning, ovvero una metafora,
che richiama l'uccisione di molti nemici sul campo di battaglia. Il Serkland («Terra dei Saraceni»)
identificava una regione compresa tra il Mar Nero e il Mar Caspio e abitata da popolazioni
prevalentemente arabe.

114
Figura 2 - Stele di Gripsholm, Svezia

La pietra runica forse più famosa è però quella di Jelling, in Danimarca, innalzata da
re Harald Dentenero attorno al 960 in memoria dei suoi genitori, il re Gorm e la regina
Thyre. L'iscrizione si snoda lungo i tre lati della pietra (fig. 3) e, oltre a commemorare i
defunti Gorm e Thyre, celebra le imprese e i meriti di Harald: «Re Harald fece erigere
questo monumento in memoria di Gorm, suo padre, e in memoria di Thyre, sua madre –
quell’Haraldr che conquistò per sé tutta la Danimarca e la Norvegia e rese cristiani i
Danesi».

115
Figura 3 - Pietra runica di Jelling - lato A

Gli altri due lati della pietra presentano anche delle decorazioni: sul lato B è
raffigurata una grande bestia, forse un leone o un drago, attorno alla quale è avvinghiato
un serpente (figg. 4a-4b); la decorazione del lato C, infine, rappresenta una crocifissione
(figg. 5a-5b), la più antica in area scandinava e l'unica immagine del Cristo in
Danimarca fino al XIII secolo19.
Le rune potevano anche essere utilizzate per scopi divinatori o magici, per lanciare
un incantesimo o una maledizione, e in questo caso alla componente materiale,
l'incisione su un oggetto o una pietra, corrispondeva una verbale, la recita di una
formula. La loro connessione con la magia appare evidente nella stessa etimologia del
nome rún (pl. rúnar), «segreto», «mistero», nonché nella credenza nella loro origine
divina: secondo la mitologia norrena, infatti, esse furono scoperte dal dio Odino dopo
che questi ebbe sacrificato se stesso impiccandosi ai rami di un albero (forse il frassino
Yggdrasill) e rimanendovi così appeso per nove notti. Le rune, dunque, sono simbolo di
conoscenza superiore e potere magico, di un sapere però esoterico, riservato a pochi e
non destinato a essere reso pubblico20.

19
Sulla pietra di Jelling si veda C. Del Zotto, Considerazioni iconografiche sulla grande pietra runica di
Jelling (Danimarca), «Rivista di cultura classica e medioevale», 50/2 (2008), pp. 375-383.
20
Sul valore magico delle rune si veda Chiesa Isnardi, I miti nordici cit., pp. 100-104; si veda anche C.
Del Zotto, Maleficia vel litterae solutoriae. Il valore magico delle rune, «Studi e materiali di storia delle
religioni», 76/1 (2010), pp. 151-186.

116
Figure 4a e 4b - Pietra runica di Jelling - Lato B

Figura 5a e 5b - Pietra runica di Jelling - lato C

Se escludiamo le iscrizioni runiche, le più antiche fonti scritte scandinave risalgono


alla seconda metà del XII secolo e sono in latino, mentre tra XII e XIII secolo
compaiono le prime opere in norreno come saghe e raccolte di poemi, a cui si deve la
conservazione del patrimonio culturale dei popoli nordici precedente alla loro
conversione al cristianesimo. In particolare, tra le opere a carattere mitologico
ricordiamo la raccolta detta Edda poetica, così chiamata per distinguerla da quella in

117
prosa composta nel XIII secolo dall'islandese Snorri Sturluson e contenente materiale
analogo. Proprio Snorri, a cui è attribuita anche una raccolta di saghe dei re di Norvegia
nota come Heimskringla («Il cerchio del mondo»), si distinse come uno dei più
importanti scrittori del medioevo nordico insieme al danese Saxo Grammaticus, autore
dei Gesta Danorum (c. 1200)21.

6. Il paganesimo nordico
Secondo la cosmologia norrena l'universo è composto da nove mondi, disposti
verticalmente lungo l'asse costituito dal frassino Yggdrasill. In alto si trovano Ásaheimr,
il mondo degli Æsir, che risiedono nella fortezza di Ásgarðr, e Álfheimr, il mondo degli
Elfi. Al livello intermedio ci sono Miðgarðr, la Terra di Mezzo ovvero il mondo degli
Uomini; Jötunheimr, la terra dei Giganti; Vanaheimr, il mondo dei Vanir; Niflheimr, il
mondo dell’oscurità e del gelo, che ospita le anime di coloro che non sono morti in
battaglia ed è anche una dimora di Hel, figlia del dio Loki e di una gigantessa; e
Múspellsheimr, il mondo dei Giganti del fuoco. In basso, nel sottosuolo, si collocano
infine Svartálfheimr, il mondo degli Elfi neri e dei Nani, e Hel (o Helheimr), l’aldilà
dove va chi in vita si è macchiato di gravi colpe e dove regna Hel. Questi mondi sono
collegati tra loro da Yggdrasill («il destriero di Yggr»), l’albero cosmico attraverso cui
si muove Odino (Yggr, ovvero «il terribile», è infatti uno dei suoi soprannomi): tra le
sue fronde si trova un’aquila mentre tra le sue radici si annida il serpente Níðhöggr e i
due si scambiano continuamente insulti, riportati a entrambi dallo scoiattolo Ratatoskr.
Bifröst, l’arcobaleno, è il ponte che unisce Ásgarðr e Miðgarðr22.
Gli dèi appartengono a due stirpi distinte: gli Æsir (o Asi), gli dèi sovrani, e i Vanir
(o Vani), divinità della fecondità. Primo tra gli Æsir è Odino, padre degli dèi, dio dei
vivi ma anche dei morti, dio della sapienza e della magia, con caratteristiche quasi
sciamaniche; egli ha due corvi, Huginn («Pensiero») e Muninn («Memoria»), che lo

21
Per una storia della letteratura scandinava nel medioevo si veda M. Gabrieli, Le letterature della
Scandinavia: Danese, Norvegese, Svedese, Islandese, Firenze - Milano 1969, pp. 9-124. Per una
traduzione italiana dell'Edda poetica si veda Il canzoniere eddico, a cura di P. Scardigli, Milano 2004;
dell'Edda in prosa e dell'Heimskringla attualmente esistono solo traduzioni italiane parziali: Snorri
Sturluson, Edda, a cura di G. Chiesa Isnardi, Milano 2003; Snorri Sturluson, Heimskringla: le saghe dei
re di Norvegia, a cura di F. Sangriso, Alessandria 2013. Dell'opera di Saxo sono stati tradotti in italiano
solamente i primi nove libri: Sassone Grammatico, Gesta dei re e degli eroi danesi, a cura di L. Koch e
A. Cipolla, Torino 1993.
22
Sull'origine e l'ordinamento dell'universo secondo la mitologia nordica si veda Chiesa Isnardi, I miti
nordici cit., pp. 47-85.

118
informano su tutto quello che accade nel mondo. Suo figlio è Thor, dio del tuono, il più
forte degli Æsir: egli è il protettore degli uomini e nemico giurato dei giganti. Altri Æsir
importanti sono Týr, dio della guerra e della giustizia; Heimdallr, detto il dio bianco,
guardiano di Bifröst e di Ásgarðr nonché colui che, suonando il suo corno Gjallarhorn,
annuncerà la fine del mondo; Loki, personaggio astuto e ambiguo, che a volte figura
come compagno di Odino e Thor, altre volte si contrappone a loro minacciando l’ordine
cosmico. Tra i Vanir, invece, spiccano Njörðr, dio dei mari, e i suoi figli Freyr e Freyja:
il primo è il dio della fertilità e governa la pioggia e lo splendore del sole; la seconda è
la dea della fecondità, dell’amore e della magia e a lei spetta la metà dei caduti in
battaglia23. L'altra metà dei caduti spetta a Odino e va a ingrossare la schiera di coloro
che, alla fine del mondo, combatteranno a fianco degli dèi:

«Per i guerrieri, la vittoria o la morte in battaglia sono doni di Odino, e coloro che
muoiono in combattimento vengono accolti nella dimora chiamata Valhalla (Valhöll,
«Aula dei prescelti»). Là essi si chiamano Einherjar (forse «[Coloro che] combattono da
soli»). La Valhalla è un luogo assai maestoso e facile da riconoscere: i pilastri, infatti,
sono aste di lancia, sul tetto, al posto delle tegole, vi sono scudi, le panche sono cosparse
di corazze. Sopra vi è sospesa un’aquila, un lupo pende impiccato alla porta occidentale.
È detto che le porte della Valhalla sono ben cinquecentoquaranta; tuttavia, benché in quel
luogo vi sia una grandissima folla, non è tanto difficile trovarvi posto quanto entrarvi. Il
cancello della Valhalla si chiama Valgrind («cancello dei prescelti»), ma ben pochi sanno
come si apra il chiavistello; Goðvegr («sentiero verso le dimore degli dèi») è forse la
strada che vi conduce. Le Valchirie accompagnano i caduti nella Valhalla e servono loro
24
da bere la birra e l’idromele» .

Contrapposti agli dèi troviamo i giganti (jötunn, pl. jötnar): sono «gli esseri delle
origini, i primi abitatori del mondo, le forze del caos e dell'oscurità, i nemici degli dèi e
al contempo i loro progenitori, possessori di una saggezza antica e profonda»25. Essi
rappresentano le forze primigenie della natura, difficili da domare senza una potenza
ordinatrice che li contrasti, incarnata dagli dèi, e sono «i simboli del tempo che trascorre

23
Per una descrizione dettagliata delle due stirpi divine e delle singole divinità si veda ibid., pp. 193-298.
Per quanto ormai datato e in parte superato, è ancora un'utile lettura G. Dumézil, Gli dèi dei Germani,
Milano 1974 (ed. or. Paris 1959).
24
Chiesa Isnardi, I miti nordici cit., p. 58.
25
Ibid., p. 317.

119
e distrugge»26: la presenza dei giganti alle origini del mondo e il loro ruolo decisivo alla
fine, quando combatteranno gli Æsir, è «emblema del divenire inesorabile»27. Secondo
l'escatologia norrena, infatti, il mondo sarà distrutto nel giorno del ragnarök («fato degli
dèi»), quando gli dèi andranno incontro al loro destino scontrandosi ciascuno con il
proprio avversario e ciascuno dando la morte all'altro: così Odino sarà divorato dal lupo
Fenrir, e sarà poi vendicato da suo figlio Viðarr; il serpente di Miðgarðr
(Miðgarðsormr), fino a quel momento nascosto nelle profondità oceaniche, emergerà e
affronterà Thor, e i due si uccideranno a vicenda; analoga sorte toccherà a Týr contro il
cane infernale Garmr e a Heimdall contro Loki. Il mondo sarà quindi consumato dalle
fiamme, ma dalle ceneri sorgerà una nuova terra che sarà popolata da un'umanità
rigenerata28.
Una delle più antiche testimonianze sulle credenze religiose degli scandinavi è
quella di Adamo di Brema, un canonico tedesco autore, tra il 1072 e il 1076, dei Gesta
Hammaburgensis ecclesiae pontificum, una storia degli arcivescovi di Amburgo-Brema,
ai quali, dal IX secolo, era stata affidata la responsabilità di evangelizzare la
Scandinavia; nel quarto libro Adamo descrive ciò che avveniva presso il grande tempio
di Uppsala, in Svezia:

Nobilissimum illa gens templum habet, quod Ubsola dicitur. In hoc templo, quod totum
ex auro paratum est, statuas trium deorum veneratur populus, ita ut potentissimus eorum
Thor in medio solium habeat triclinio; hinc et inde locum possident Wodan et Fricco. (...)
'Thor', inquiunt, 'praesidet in aere, qui tonitrus et fulmina, ventos ymbresque, serena et
fruges gubernat. Alter Wodan, id est furor, bella gerit, hominique ministrat virtutem
contra inimicos. Tertius est Fricco, pacem voluptatemque largiens mortalibus'. Cuius
etiam simulacrum fingunt cum ingenti priapo. Wodanem vero sculpunt armatum, sicut
29
nostri Martem solent; Thor autem cum sceptro Iovem simulare videtur .

26
Ibid.
27
Ibid.
28
Ibid., pp. 186-192.
29
«Questo popolo ha un santuario particolarmente venerato che è chiamato Uppsala. In questo tempio,
che è interamente decorato in oro, il popolo adora le statue di tre dei: al centro della sala ha il suo trono
Thor, il più potente di loro, a destra e a sinistra hanno posto Wotan e Fricco. (...) “Thor” – dicono –
“domina sull’atmosfera, governando i tuoni, i lampi, i venti e le piogge, il bel tempo e i prodotti dei
campi. Il secondo, Wotan, cioè il Furore, è il dio della guerra e infonde agli uomini il coraggio contro i
nemici. Il terzo è Fricco che dona ai mortali la pace e il piacere dei sensi”. Foggiano il suo idolo anche
con un grande fallo, invece Wotan è rappresentato armato, come i nostri sogliono Marte, mentre Thor con
il suo scettro sembra assomigliare a Giove»: Adamo di Brema, Storia degli arcivescovi della Chiesa di
Amburgo, a cura di I. Pagani, Torino 1996 (d'ora in poi Gesta), IV, 26, pp. 470-471.

120
In realtà l'attributo di Thor non era lo scettro bensì il martello chiamato Mjölnir
(«Stritolatore»), che in seguito divenne il simbolo pagano per eccellenza in
contrapposizione alla croce cristiana.
Proprio grazie all'opera degli scrittori cristiani che per primi si confrontarono con
queste popolazioni, nonché grazie alle saghe, è stato possibile ricostruire le forme di
culto e le pratiche religiose degli antichi scandinavi. Le più importanti feste pagane
erano annuali: la festa delle «notti d'inverno» (vetrnætr) che cadeva probabilmente alla
metà di ottobre, la festa di jól, legata al solstizio invernale, la festa di primavera e quella
legata al solstizio d'estate (o festa di mezza estate). In queste circostanze erano compiuti
dei sacrifici (blót), durante i quali venivano immolati degli animali, prevalentemente
cavalli, accompagnati da abbondanti libagioni di birra, che insieme alla carne veniva
consacrata «alla prosperità e alla pace» (til árs ok friðar). In tal modo gli alimenti erano
resi sacri e il banchetto rituale rendeva la comunità partecipe di quella sacralità poiché il
cibo e le bevande diventavano gli intermediari tra il mondo profano che sacrifica e il
mondo sacro che riceve il sacrificio, rafforzando i legami di solidarietà all'interno della
comunità e, al tempo stesso, assicurando la comunione tra la comunità e la divinità. A
guidare le celebrazioni era la personalità più importante presente al banchetto, che
poteva essere il re o lo jarl - o un goði in Islanda - nel caso di una cerimonia pubblica,
oppure il capofamiglia (húsbóndi) nel caso di feste limitate solo ad alcune famiglie o
agli abitanti di determinati distretti30.

7. La conversione della Scandinavia


La cristianizzazione della Scandinavia fu un processo lungo che si completò con
tempi e modalità diverse a seconda delle regioni e delle persone coinvolte. In linea
generale, la conversione procedette dall'alto verso il basso, partendo dai magnati e dai
re: molti capi, infatti, avevano conosciuto il cristianesimo durante i loro viaggi all’estero
come vichinghi. La prima missione fu quella del monaco franco Anscario, che tra l’826
e l’831 si recò in Danimarca e Svezia fondandovi alcune comunità cristiane che ebbero
però vita breve; in seguito l’attività missionaria fu portata avanti soprattutto da monaci e
vescovi tedeschi e anglosassoni. Il periodo decisivo fu quello tra X e XI secolo, quando
la nuova fede fu imposta da quei re (come i norvegesi Olaf Tryggvason e Olaf

30
Sulle pratiche religiose pagane si veda Boyer, La vita quotidiana cit., pp. 95-96, 188-192, 218-221.

121
Haraldsson) con un passato da vichinghi che avevano visto i vantaggi che il
cristianesimo poteva dare a un sovrano. Gli aspetti teologici o dottrinari non erano
importanti per loro, mentre lo furono quelli di “comunità” e di “lealtà”: difatti i re
utilizzarono il cristianesimo per costruire attorno a sé una rete di clientele e relazioni
personali da contrapporre a quella dei loro avversari ancora pagani. La lotta con il
paganesimo, dunque, mirava anzitutto a colpire e recidere i legami religiosi che univano
i magnati pagani alle loro clientele.
I primi vescovi missionari erano itineranti e si spostavano con i re, mentre una
struttura ecclesiastica stabile si formò solo alla fine dell’XI secolo, e si consolidò nel
corso del secolo seguente. In Islanda il cristianesimo fu accettato dall’Alþing nel 1000,
per evitare una divisione della società e lo scoppio di una guerra civile tra pagani e
cristiani. In un tale contesto operarono e predicarono, con alterne fortune, molti
missionari, di cui Adamo racconta le storie. Di alcuni, però, egli condanna la condotta e
gli eccessi in fatto di cibo e di donne; più in generale, secondo Adamo, l’accoglienza
che questi missionari ricevevano presso le popolazioni indigene, e quindi il successo
della loro predicazione, dipendeva in larga parte dal loro atteggiamento, come illustra
l’esempio dell’anglosassone Volfredo:

Per idem tempus sermo est, quendam ab Anglia nomine Wolfredum, divini
amoris instinctu Suediam ingressum, verbum Dei paganis cum magna fiducia
praedicasse. Qui dum sua praedicatione multos ad christianam fidem convertisset,
ydolum gentis nomine Thor, stans in concilio paganorum coepit anathematizare;
simulque arrepta bipenni simulacrum in frusta concidit. Et ille quidem pro talibus
ausis statim mille vulneribus confossus, animam laurea dignam martyrii transmisit
in coelum. Corpus eius barbari laniatum post multa ludibria merserunt in
paludem31.

31
«Si racconta che in quel periodo un anglo di nome Volfredo, spinto dall’amore di Dio, si recò in Svezia
e con grande coraggio annunciò ai pagani la parola di Dio. Con la sua predicazione aveva già convertito
molti al cristianesimo, quando si mise a maledire il dio di quella gente chiamato Thor, la cui immagine si
ergeva nell’assemblea dei pagani, e, afferrata un’ascia, ne ridusse il simulacro in frantumi. Per aver tanto
osato fu subito trafitto da mille ferite e inviò al cielo la sua anima, degna della corona del martirio. Dopo
molti oltraggi, i barbari gettarono il suo corpo dilaniato in una palude»: Gesta, II, 62, pp. 258-259.

122
Benché il ricorso all'ingiuria come mezzo di predicazione non fosse certamente una
novità in campo cristiano32, il chierico bremense sembra essere scettico sulla sua reale
efficacia e, al contrario, insiste a più riprese sulla necessità che il clero adotti una
condotta irreprensibile, cosicché l'esempio favorisca la conversione dei pagani.
In Norvegia Olaf Tryggvason e Olaf Haraldsson si guadagnarono la fama di "re
missionari" per lo zelo - e in alcuni casi anche la violenza - con cui intrapresero la
cristianizzazione del loro popolo, e nelle saghe sono numerosi gli episodi in cui i due
sono alle prese con i pagani. In uno di questi si racconta di come Olaf Haraldsson il
Santo, che dopo aver conquistato il regno nel 1015 si era dedicato a un'intensa opera di
evangelizzazione, convertì un certo Dale-Gudbrand, signore del distretto di Dale. Questi
era venuto a sapere dell'imminente arrivo del re e si rivolse ai propri uomini con queste
parole: «Quell'uomo di nome Olaf sta arrivando a Loar e ci offrirà un'altra fede rispetto
a quella che abbiamo, e farà a pezzi tutti i nostri dèi, e sostiene di avere un Dio molto
più grande e potente. È strano che la terra non si apra sotto di lui quando osa dire cose
del genere, o che gli dèi gli permettano di vivere a lungo. Io credo che, se portassimo
fuori dal nostro tempio Thor, che risiede in questo luogo e che ci ha sempre aiutati, e se
questi vedesse Olaf e i suoi uomini, allora il Dio di Olaf, Olaf stesso e i suoi uomini si
dileguerebbero e di loro non rimarrebbe nulla». All'arrivo del re, Gudbrand gli si rivolse
così: «Noi non sappiamo di chi tu parli. Tu chiami con il nome di Dio uno che né tu né
altri avete mai visto. Ma noi abbiamo un dio che possiamo vedere ogni giorno; egli non
è fuori adesso, perché il tempo è piovoso. Egli ti sembrerà potente e ti incuterà timore, e
io credo che il terrore scenderà su di te quando lui arriverà al þing. Ma poiché dici che il
tuo Dio può tanto, faccia allora in modo che domani il tempo sia nuvoloso ma senza
pioggia, cosicché possiamo incontrarci qui». Olaf allora si fece spiegare di nascosto
come era fatto l’idolo e di quale materiale era composto e la mattina seguente, dopo
aver trascorso la notte in preghiera, si diresse al þing; il cielo era nuvoloso, e il re disse a
un suo uomo di porsi accanto all'idolo. Poi rivolse questo discorso a Dale-Gudbrand:
«Molte cose ci hai detto questa mattina. Ti sei meravigliato di non vedere il nostro Dio,
ma noi crediamo che Egli verrà presto da noi. Tu ci hai minacciati con il tuo dio che è

32
Una simile strategia fu adottata nell'Oriente musulmano dall'eremita Pietro di Capitolia, in
Transgiordania, che, nel 715, desiderando ardentemente il martirio, coronò il suo intento inveendo
pubblicamente contro Maometto e la sua fede: B.Z. Kedar, Crociata e missione. L'Europa incontro a
l'Islam, Roma 1991 (Princeton 1984), p. 29.

123
sia cieco che sordo, che non può aiutare né sé stesso né gli altri, e che non può andare da
nessuna parte se non è trasportato da qualcuno; e io ora credo che tra poco andrà
incontro al suo destino: volgete i vostri occhi a est, osservate il nostro Dio che avanza in
una grande luce!». In quel momento il sole squarciò le nubi, e tutti i contadini
guardarono in quella direzione; subito l’uomo di Olaf colpì l'idolo con un bastone,
mandandolo in pezzi, e da esso fuoriuscirono ratti, rospi e serpenti. Impressionato da un
simile prodigio, Dale si convertì e insieme a lui la sua gente33.

8. Le relazioni con il papato: il caso di re Sverrir di Norvegia


Nella seconda metà dell'XI secolo la chiesa scandinava si organizzò stabilmente con
la nascita di diocesi fisse sotto la giurisdizione dell'arcidiocesi tedesca di Amburgo-
Brema, finché nel 1104 sorse una provincia ecclesiastica indipendente che comprendeva
tutte le diocesi nordiche ed aveva la sua sede metropolitana a Lund, nella Scania allora
danese. La nuova sistemazione durò fino al 1152/1153, quando la diocesi norvegese di
Nidaros (Trondheim) ottenne la dignità arcivescovile insieme alla giurisdizione su
Islanda, Groenlandia, Fær Øer, Orcadi ed Ebridi. Nel 1164, infine, fu creata l'arcidiocesi
svedese di Uppsala, che rimase tuttavia sottoposta alla primazia dell'arcivescovo di
Lund.
In questo contesto, le relazioni del clero e dei sovrani scandinavi con la Santa Sede
si fecero sempre più regolari, e non mancarono momenti di conflittualità. Il contrasto
forse più duro fu quello con re Sverrir Sigurðarson di Norvegia (1177-1202), che
ottenne la corona al termine di una sanguinosa guerra civile: nel 1190 la sua volontà di
porre la Chiesa sotto il proprio controllo e interferire nelle elezioni dei vescovi costrinse
l'arcivescovo Erik di Nidaros all'esilio in Danimarca. Da qui, nel 1194, Erik e
l'arcivescovo danese Absalon di Lund inviarono dei messaggeri a Roma per denunciare
la condotta del re:

«Gli arcivescovi ottennero dal papa [Celestino III] la risposta che avevano chiesto, poiché
il papa annunciò la scomunica di Sverrir se questi non avesse permesso all'arcivescovo di
avere tutto ciò che aveva richiesto e rivendicato. Questa lettera fu letta pubblicamente in

33
La conversione della Scandinavia è affrontata in L. Musset, La pénétration chrétienne dans l’Europe
du nord et son influence sur la civilisation scandinave, in La conversione al cristianesimo nell’Europa
dell’alto medioevo,14-19 aprile 1966 (Settimane di studio del Centro Italiano di studi sull’alto medioevo,
XIV), Spoleto 1967, pp. 263-325, e in R. Fletcher, La conversione dell’Europa: dal paganesimo al
cristianesimo, 371-1386 d.C., Milano 2003 (ed. or. London 1997).

124
Danimarca per ordine dell'arcivescovo, e ogni domenica la scomunica di re Sverrir fu
proclamata nel coro [delle chiese]. Quando re Sverrir seppe ciò, affrontò spesso la
questione nelle assemblee dicendo che si trattava di una invenzione dei Danesi e non di
un messaggio del papa, e che non credeva che, con le menzogne, Erik il Cieco avrebbe
34
messo fine al suo regno» .

Sverrir, allora, decise di inviare a Roma il vescovo Þórir di Hamar e il magister


Ríkarðr con l'incarico di ottenere l'assoluzione dal papa, tuttavia i due morirono a Lund
sulla via del ritorno insieme al legato Fidanzio (†1197), cardinale-presbitero di San
Marcello:

«L'inverno seguente il vescovo Þórir e il magister Ríkarðr giunsero dal sud, da Roma, in
Danimarca, e con loro un cardinale di Roma, ma essi furono colti tutti da un improvviso
malessere e morirono lì. In Norvegia non arrivarono subito notizie su cosa fosse successo
durante il loro viaggio, ma tempo dopo giunsero dei Danesi che portarono a re Sverrir la
lettera e il sigillo del papa e dissero che il vescovo Þórir e il magister Ríkarðr avevano
impegnato quella lettera, e asserirono anche che il vescovo e il suo compagno avevano
ricevuto da loro denaro in prestito. Essi consegnarono la lettera al re, il quale diede loro la
quantità di denaro che ritenne appropriata. Re Sverrir fece leggere pubblicamente la
lettera nel coro [delle chiese] e mostrò il sigillo papale con la lettera». «Nella lettera era
scritto che, non appena il papa aveva saputo con certezza che il re parlava più
giustamente dell'arcivescovo, il papa aveva assolto il re e l'intero suo regno da ogni
scomunica. Il re disse che il cardinale, il vescovo Þórir e il suo compagno erano stati
ospiti da un certo prete, e che durante la sera del veleno era stato mischiato alle loro
35
bevande ed erano morti tutti» .

La risposta del papa non si fece attendere: nel 1198 Innocenzo III, scrivendo
all’arcivescovo Erik, accusò Sverrir di opprimere le chiese, perseguitare i chierici,
affliggere i poveri e accanirsi sui potenti; Sverrir, inoltre, «per raggirare meglio voi e
tutto il popolo norvegese e per far credere che il suo regno avesse ottenuto la conferma
dell’autorità apostolica, non ha avuto timore di falsificare una bolla di papa Celestino,
nostro predecessore di buona memoria, con la quale ha sigillato varie lettere, ma Colui

34
The saga of king Sverri of Norway, transl. by J. Sephton, London 1899 (repr. Felinfach 1994), cap. 121,
pp. 152-153.
35
Ibid., cap. 128, p. 158.

125
al quale ogni cosa è manifesta ha smascherato la sua falsità»36. Per tutti questi motivi, il
papa scagliò l’interdetto sulla Norvegia; Sverrir, tuttavia, non fece alcun passo indietro
nella sua politica ecclesiastica e non ottenne mai l'assoluzione dalla scomunica.

9. Conclusione
La progressiva integrazione dei regni nordici nella Christianitas comportò una
evoluzione politica, religiosa e giuridica caratterizzata resa evidente da novità come
l'affermazione della monarchia e del principio dinastico, la codificazione del diritto, la
nascita di chiese nazionali, la partecipazione al movimento crociato e l'arrivo degli
Ordini mendicanti.
Ciononostante, nell’Europa meridionale perdurò a lungo la percezione della
Scandinavia come periferia, quindi regione estrema, della cristianità perdurò per tutto il
medioevo. Così nel 1078 papa Gregorio VII definì il re norvegese Olaf Kyrre quasi in
extremo orbe terrarum posit[us], così come il danese Harald Hein era in ultimis
terrarum finibus positus. Un altro papa, Urbano II, nel concilio di Clermont (1095) usò
toni ancora più espliciti: «Omnem illam barbariem quae in remotis insulis glacialem
frequentat Oceanum, quia more belluina victitat, Christianam quis dixerit?»37, e gli
stessi scandinavi soffrirono a lungo di questo "complesso di marginalità". Ancora nel
XV e XVI secolo il nord Europa sarà descritto come una terra misteriosa e selvaggia,
ostile e abitata da mostruose belve, alla cui esistenza crede persino uno svedese come
Olao Magno, l'ultimo arcivescovo cattolico di Uppsala prima della Riforma luterana.
Ma la definizione più espressiva ed emblematica è forse quella del veneziano Pietro
Querini - naufrago nei mari settentrionali nei primi anni Trenta del '400 - secondo il
quale Capo Nord «è chiamato in suo lenguaggio Culo mundi»38.

36
C.R. Unger - H.J. Huitfeldt (eds.), Diplomatarium Norvegicum, vol. VI/1, Christiania (Oslo) 1865, n°
7, pp. 10-11.
37
«Chi oserà chiamare cristiana tutta quella barbarie che risiede nelle isole remote che si affacciano
sull’oceano glaciale e che vive come le belve?»: J.P. Migne, Patrologia latina, vol. CLI, col. 572.
38
D. Balestracci, Terre ignote, strana gente. Storie di viaggiatori medievali, Roma - Bari 2008, p. 52.

126
Bibliografia

Fonti:
Il canzoniere eddico, a cura di P. Scardigli, Milano 2004.
J.P. Migne, Patrologia latina, vol. CLI.
Sassone Grammatico, Gesta dei re e degli eroi danesi, a cura di L. Koch e A. Cipolla,
Torino 1993.
Snorri Sturluson, Edda, a cura di G. Chiesa Isnardi, Milano 2003.
Snorri Sturluson, Heimskringla: le saghe dei re di Norvegia, a cura di F. Sangriso,
Alessandria 2013.
The saga of king Sverri of Norway, transl. by J. Sephton, London 1899 (repr. Felinfach
1994).
C.R. Unger - H.J. Huitfeldt (eds.), Diplomatarium Norvegicum, vol. VI/1, Christiania
(Oslo) 1865.

Studi:
C. Albani, L'istituto monarchico nell'antica società nordica, Firenze 1969.
S. Bagge - S.W. Nordeide, The kingdom of Norway, in N. Berend (ed.), Christianization
and the rise of christian monarchy: Scandinavia, Central Europe and Rus' c. 900-
1200, Cambridge 2007, pp. 121-166.
D. Balestracci, Terre ignote, strana gente. Storie di viaggiatori medievali, Roma - Bari
2008.
J.H. Barrett, What caused the Viking Age?, «Antiquity», 82 (2008), pp. 671-685.
M. Battaglia, I Germani, Roma 2013.
J. Bill, Vikings ships and the sea, in S. Brink (ed.), The Viking World, New York 2008,
pp. 170-180.
M. Bloch, La società feudale, Torino 1987 (ed. or. Paris 1939).
N. Blomkvist - S. Brink - T. Lindkvist, The kingdom of Sweden, in N. Berend (ed.),
Christianization and the rise of christian monarchy: Scandinavia, Central Europe
and Rus' c. 900-1200, Cambridge 2007, pp. 166-213.

127
R. Boyer, La vita quotidiana dei vichinghi (800-1050), Milano 1994 (ed. or. Paris
1992).
S. Brink, Who were the Vikings?, in S. Brink (ed.), The Viking World, New York 2008,
pp. 4-7.
J. Brøndsted, I vichinghi, Torino 2001 (Harmondsworth 1960).
J. Byock, La stirpe di Odino: la civiltà vichinga in Islanda, Milano 2012 (ed. or.
London 2001).
G. Chiesa Isnardi, I miti nordici, Milano 1991.
G. Chiesa Isnardi, Storia e cultura della Scandinavia. Uomini e mondi del Nord, Milano
2015.
E. Christiansen, Le crociate del Nord, Bologna 1983.
C. Cucina, Vestr ok austr. Iscrizioni e saghe sui viaggi dei vichinghi, 2 voll., Roma
2000.
F. D'Angelo, Il conflitto tra Olaf il Santo e Canuto il Grande nelle cronache e negli
annali danesi dei secoli XII-XIV, in «Bullettino dell'Istituto storico italiano per il
medioevo», 117 (2015), pp. 289-316.
F. D’Angelo, «In extremo orbe terrarum». Le relazioni tra Santa Sede e Norvegia nei
secoli XI-XIII, Roma 2017.
L. De Anna, Il mito del Nord, Napoli 1994
C. Del Zotto, Considerazioni iconografiche sulla grande pietra runica di Jelling
(Danimarca), «Rivista di cultura classica e medioevale», 50/2 (2008), pp. 375-383.
C. Del Zotto, Maleficia vel litterae solutoriae. Il valore magico delle rune, «Studi e
materiali di storia delle religioni», 76/1 (2010), pp. 151-186.
G. Dumézil, Gli dèi dei Germani, Milano 1974 (ed. or. Paris 1959).
R. Fletcher, La conversione dell’Europa: dal paganesimo al cristianesimo, 371-1386
d.C., Milano 2003 (ed. or. London 1997).
M. Gabrieli, Le letterature della Scandinavia: Danese, Norvegese, Svedese, Islandese,
Firenze - Milano 1969.
M.H. Gelting, The kingdom of Denmark, in N. Berend (ed.), Christianization and the
rise of christian monarchy: Scandinavia, Central Europe and Rus' c. 900-1200,
Cambridge 2007, pp. 73-120.

128
K. Holman, La conquista del Nord. I vichinghi nell'arcipelago britannico, Bologna
2014 (ed. or. Oxford 2007).
G. Jones, I vichinghi, Roma 1995 (Oxford 1968).
B.Z. Kedar, Crociata e missione. L'Europa incontro a l'Islam, Roma 1991 (Princeton
1984).
C. Krag, The early unification of Norway, in K. Helle (ed.), The Cambridge history of
Scandinavia, I: Prehistory to 1520, Cambridge 2003, pp. 184-201.
J. Marcus, La conquista del nord Atlantico, Genova 1992 (Suffolk 1980).
C. A. Mastrelli, Le fonti nordiche e il loro orizzonte geo-etnografico, in Popoli e paesi
nella cultura altomedievale. XXIX settimane di studio del centro italiano di studi
sull’alto medioevo, Spoleto 23-29 aprile 1981, vol. II, Spoleto 1983, pp. 577-608.
L. Musset, La pénétration chrétienne dans l’Europe du nord et son influence sur la
civilisation scandinave, in La conversione al cristianesimo nell’Europa dell’alto
medioevo,14-19 aprile 1966 (Settimane di studio del Centro Italiano di studi
sull’alto medioevo, XIV), Spoleto 1967, pp. 263-325.
P. Sawyer, The viking expansion, in K. Helle (ed.), The Cambridge history of
Scandinavia, I: Prehistory to 1520, Cambridge 2003, pp. 105-120.
Snorri Sturluson, Heimskringla. Le saghe dei re di Norvegia, trad. F. Sangriso, 4 voll.,
Alessandria 2013-2017.

129