Sei sulla pagina 1di 45

G. Brizzi, Il guerriero, l'oplita, il legionario.

Gli eserciti nel mondo classico


(sintesi dal capitolo 2)
CAPITOLO SECONDO
ROMA: LE ORIGINI

1. Dall’esercito serviano alla legione manipolare


Il dilemma tra eroismo, come forza che spinge l’uomo a superare la sua natura e i suoi limiti, e la
disciplina, come adesione incondizionata al collettivo, viene avvertito anche in Occidente e presso
le componenti barbariche il primo impulso continuerà ad essere dominante. Roma stessa, pur
avendo confinato il furor (raptus omicida interpretato come esaltazione bellica ispirata da un dio)
alla sua storia mitica, continua a ricordare la ferocia di Romolo e, ancora in piena età storica,
subisce il fascino del valore individuale: le spoglie opime (trofeo dedicato a Giove da un capo che
ha ucciso in duello il comandante nemico) sono un riconoscimento più prestigioso del trionfo.
Tuttavia, il modello militare ellenico si afferma ben presto in tutto il Mediterraneo, comprese
ROMA e CARTAGINE: anch’esse sono città stato e ricorrono a una struttura militare che alla
città-stato si adatta.
Roma sceglie, per strutturare i suoi ordinamenti militari, di ricorrere alla disciplina e adotta
l’ordinamento a falange. Sulla data di tale trasformazione rimane qualche dubbio, ma è probabile
che il merito della nuova scelta tattica vada ascritto alla monarchia etrusca: essa modificò le
strutture sociali e trasferì a Roma un ordinamento che aveva mutuato dai greci, provocando il
rifiuto delle precedenti forme di guerra gentilizia, fondate sul combattimento individuale, a favore
di un modello che coinvolgeva tutti gli abbienti e prevedeva lo scontro tra formazioni serrate.
Quindi la legione romana deriva, in prima battuta, dalla falange oplitica (anche se poi evolverà in
direzione opposta).
La riforma serviana (da Servio Tullio) stabilisce che sono gli abbienti, in proporzione al
patrimonio terriero, a dover provvedere alla difesa della res publica, sulla base dell’ordinamento
sociale centuriato. Esso classifica la cittadinanza, in base al censo, in 5 classi + i cavalieri
(equites), che formano un ceto a sé stante; ciascuna di esse è suddivisa in un certo numero di
centurie. Da queste ripartizioni si traggono, attraverso la leva (donde il termine legio da legere,
scegliere), le forze armate. In ogni classe i seniores formano la riserva, gli iuniores prestano il
servizio sul campo. Ai membri della prima classe e agli equites, pur essendo la parte meno
numerosa della popolazione, è attribuita oltre la metà delle centurie. Questi organi costituiscono
le unità di voto, quindi queste due classi controllano i comizi centuriati (assemblee del popolo in
armi). Ma devono anche fornire più soldati: ogni centuria deve fornirne una quota fissa.
Le differenze di censo si riflettono anche sull’armamento (e quindi sulla funzione tattica delle
diverse componenti): gli uomini della prima classe sono provvisti di spada, lancia e armatura
completa… e così a scalare fino alla quinta classe i cui membri hanno solo fionde e sassi. I
proletari o non abbienti, cioè chi non ha ricchezze fondiari, sono esonerati dal servizio militare.
Quindi, partecipano alla guerra solo i possidenti, al comando di ufficiali che di solito sono tratti
dal gruppo più facoltoso, gli equites. La prima classe è composta da opliti; anche i soldati del
primo e secondo gruppo possono adottare, grazie all’armamento, una formazione chiusa. In
questo momento l’arma principale dei legionari è la lancia. La suggestione del modello oplitico
resiste, almeno in parte, fino all’età delle guerre puniche.
La legione subisce nel tempo trasformazioni e adattamenti. Durante la parte alta della Repubblica
la variante fondamentale è l’unità manipolare, affermatasi a partire dalle guerre sannitiche. I
Romani devono snellire la formazione chiusa poco adatta a operare tra i monti del Sannio (vedi
forche Caudine) ed elaborano una struttura (cfr. Livio) più elastica che torna a dipendere, per un
funzionamento efficacie, alle capacità combattive del singolo. Essa pare raggiungere la sua forma
definitiva agli inizi del III secolo a.C., di cui ci fornisce una descrizione Polibio. Tra i coscritti:
- i più giovani e poveri vengono assegnati ai velites, le truppe con armamento leggero
- quelli che seguono per età e cento formano gli hastati
- gli uomini nel pieno del vigore sono schierati tra i principes
- i più maturi costituiscono i triarii.
Per ogni legione i triarii sono in numero di 600, i principes 1200, 1200 anche gli hastati e
altrettanti anche i velites. A questo organico si aggiungono 300 cavalieri. Se l’organico della
legione supera i 4.000 uomini (legioni forti o gonfiate), questi vengono suddivisi rispettando
le stesse proporzioni, eccetto che per i triarii, che restano 600.
Quanto all’armamento,
- i velites portano la spada, alcuni giavellotti sottili, uno scudo rotondo leggero e un
semplice elmo
- gli hastati hanno un armamento completo. Il loro scudo ha forma rettangolare e superficie
convessa ed è rinforzato ai bordi da una lamina metallica contro i fendenti e al centro da
un umbone. Al fianco destro portano appesa la spada e dispongono di due giavellotti
pesanti (pila). Portano schinieri e un elmo di bronzo, sul quale hanno un pennacchio con
tre piume dritte e lunghe, che col resto dell’armatura fanno apparire doppia la statura degli
hastati. Essi indossano anche di solito una corazza in bronzo che fissano al petto
(pectorale). Quelli il cui censo supera le 10.000 dracme portano una cotta in maglia di
ferro (lorica).
- princeps e triarii sono armati in modo analogo, tranne che i triarii, al posto dei pila, hanno
lunghe lance da urto (hasta)
I velites sono usati spesso come esploratori, avanguardie e foraggiatori; in battaglia campale
hanno una sola funzione: fare da schermo alle truppe di linea, aprendo le ostilità con il lancio
dei loro dardi (giavellotti sottili), per poi ritirarsi entro le fila, evitando il contatto con la
fanteria pesante nemica. Gli hastati e i principes, i primi due scaglioni delle truppe di linea,
hanno sostituito lo scudo rotondo dell’oplita con uno scudo di forma oblunga (scutum) e
soprattutto hanno sostituito la lunga lancia d’urto con i pila, giavellotti pesanti. Il loro uso è
coordinato con quello del gladio  il legionario dei primi ranghi ha scelto quest’ultimo come
arma principale: al lancio dei giavellotti e al successivo contatto coi nemici, segue non l’urto
tra le due falangi, ma una serie di lunghi corpo a corpo condotti con la spada. La spada ha
bisogno di spazio per essere ben impiegata: è preclusa, tranne circostanze eccezionali,
l’adozione di formazioni serrate.
Articolata in profondità su tre linee (hastati, principes, triarii), la fanteria pesante legionaria è
divisa in 30 manipoli, 10 per ogni scaglione. Questi reparti sono disposti a scacchiera: le unità
della prima fila sono separate da uno spazio pari a quello occupato dal manipolo stesso; quelle
degli scaglioni successivi sono disposte in corrispondenza dei varchi lasciati nella fila
precedente. Hastati e principes hanno funzione offensiva e questa disposizione permette loro
di alternarsi in prima linea o sostenersi a vicende durante l’attacco colmando i vuoti nelle file
precedenti.
Nel dilemma tra valore individuale e forza dell’azione collettiva, i Greci si sono orientati verso
il secondo. L’esercito romano oscilla tra le due alternative: certo, la riforma manipolare
attribuisce di nuovo grande importanza alla capacità del singolo e le affida il ruolo più
importante durante la prima fase della battaglia, tuttavia, nella nuova legione la lotta corpo a
corpo è riservata ai soli primi scaglioni. Dove fallisce il loro attacco entrano in gioco i triarii,
cui è affidata l’ultima parte dello scontro, al più delicata: al terzo scaglione le legioni ricorrono
solo quando sono in grave difficoltà. I triari lasciano filtrare alle loro spalle i superstiti delle
prime linee perché si riorganizzino, quindi rinserrano le file per sbarrare la strada al nemico.
Armati di hasta (lancia da urto) e legati all’ordine chiuso di ispirazione ellenica, i triari,
seppure usati in funzione difensiva, garantiscono la sopravvivenza dell’impostazione
falangitica nella legione.
Un’armata consolare si compone di due legioni, fiancheggiate da due alae alleate, unità di pari
consistenza numerica. Diversa è la forza delle cavallerie: ai socii si richiede di fornire tre
cavalieri ogni due messi in campo dai Romani. Ciascun console dispone di 16.800 fanti e
15.000 cavalieri.

2. Fides e stratagemmi
La dimensione “intelligente” della guerra, quella impersonata da Ulisse, rimane a lungo
estranea ai Romani, frenati dal rispetto di un ethos ancestrale. Plutarco opera un confronto tra
Sparta e Roma: al contrario di quanto accade presso gli Spartani, i Romani durante il trionfo
concesso ai generali che hanno vinto in battaglia sacrificano un bue, mentre in occasione del
trionfo attribuito ai generali che hanno assolto con successo la loro missione senza ricorrere
alle armi usano sacrificare una pecora.
Fatte salve le imprecisioni e i travisamenti (il trionfo in origine era una cerimonia di
purificazione per il sangue versato; l’ovatio non premia mai la rinuncia all’uso della forza, ma
una vittoria minore) appare evidente il diverso atteggiamento nei confronti della metis. Essa
sembra essere stata addirittura esclusa a priori dal più antico ordine bellico romano: non solo
non figura neppure tra le arti della mente che i Romani ritengono legittime, ma contrasta con
la virtù romana per eccellenza, la fides.
Per i Romani, quantomeno quelli dell’età arcaica, fides (in origine, in latino, definisce il
corretto e leale comportamento) rappresenta il presupposto essenziale di ogni rapporto
pubblico e privato. Divinizzata, essa è collegata alla mano destra, suo santuario corporeo. La
sacralità della mano destra (sottintesa anche dal gesto di Muzio Scevola) è evidente nella
prassi dei flamini maggiori che alla fides sacrificano con la mano destra coperta di panno pe
preservarne la purezza.
All’etimo di fides, sono ricondotti anche foedus e fetiales. Tocca si feziali (collegio
sacerdotale preposto alla custodia del fas, del precetto divino e della religione in ciò che
concerne i rapporti con gli altri popoli) con un giuramento solenne ratificare i trattati (foedera)
internazionali. Sempre strettissimo, il rapporto tra fides e giuramento è ancor più intimo nel
caso di un trattato tra due Stati, di cui rappresenta il cardine e la premessa. La preghiera rivolta
a Giove durante il sacrificio di colpire chi violi il patto con la stessa violenza con cui si
percuote la vittima rituale, chiama a garante la divinità, la cui folgore è simboleggiata
nell’arma di selce impugnata dal sacrificante, il capo dei feziali. La fides che i contraenti si
scambiano non è la semplice affermazione di un proposito umano volubile e caduto, ma è
garantita dallo stesso dio che sanziona i giuramenti e castiga il fedifrago.
Sulla fides il Romano delle origini ha costruito tutta la sua concezione del rapporto tra popoli,
quindi anche la guerra va soggetta a quelle regole. Alla dichiarazione di guerra sono preposti
i feziali e l’apertura delle ostilità è preceduta da tutta una serie di cautele e procedure il cui
scopo è di verificare eticamente e rendere sacralmente iustum il bellum, garantendo così
l’appoggio degli dei. Chiamato a continuare con la guerra l’opera dei feziali, il capo militare
(pretore o console) è partecipe di ben precisi caratteri religiosi e deve possedere in sommo
grado la fides che giustifica il suo stesso imperium.
Come ricorda Cicerone (De officiis) le ostilità cominciano nel segno della fides violata e si
possono concludere col ripristino di essa, cioè con il ricorso ad essa da parte dei vinti, cui
resta solo questa alternativa allo sterminio. Lo stesso uomo che ha interrotto la pace è
chiamato a ricomporla, accettando in fidem gli sconfitti con l’imposizione della mano destra.
Per assicurare la vittoria al proprio popolo, però, egli deve mantenere inalterato il rappoto con
gli dei, rispettando anche in guerra i limiti che essi hanno imposto.
Ogni conflitto è pura violenza, che ricade anche sui civili. Tuttavia, almeno in presenza di un
iustus hosti (nemico regolare) la guerra non deve essere frode: la fides deve essere rispettata
non solo nell’intraprenderla, ma anche nel condurla e nel concluderla: solo così ci si garantisce
il favore divino.
Plutarco nella vita di Silla, fa dire al suo avversario (Papirio Carbone) che nell’animo di Silla
coesistono leone e volpe; delle due forze egli teme più la seconda. Analogamente, secondo
Cicerone vi sono due modi di commettere iniuria, cioè violare lo ius: con la violenza, vis, e
con l’inganno, fraus; atteggiamenti caratteristici, rispettivamente, del leone e della volpe.
Benché siano entrambi contrari alla natura umana è la frode a destare ripugnanza maggiore. I
Romani reputano quindi disonorevole condurre la guerra more latronum: contro un nemico
regolare, rispetto al quale vige la norma feziale, l’etica impone di combattere faccia a faccia,
senza far ricorso a espedienti di alcun genere.
Quella tracciata è la formulazione di principi morlai e giuridici, in quanto tali soggetti a
violazioni. Ed è anche la cristallizzazione ultima del pensiero romano, frutto di incrostazioni
successive e di una formalizzazione religiosa a posteriori, perfezionata dai teorici dell’ultima
Repubblica. Antichissimo e originale è però il concetto informatore di fides (che si ricollega
a riti arcaici e alla nozione di bellum iustum); autentico è pure il particolare rapporto instaurato
col nemico.
Il latino, che tanti apporti ha avuto dalla lingua greca, specie nel lessico militare e politico,
manca di un’espressione atta a tradurre letteralmente il vocabolo “stratégema”, stratagemma,
che in lingua greca indica la vasta gamma di espedienti e scorciatoie morali, accortezze,
inganni utili ed impiegati in diplomazia e in guerra.
Ma cos’era in origine la fides, il cui culto preesisteva da tempo tra le popolazioni latine?
Possiamo avanzare qualche congettura. L’idea di fides sembra essersi affermata come
fondamento essenziale di una parte della primitiva società italica. Nel momento in cui due
uomini si porgono la destra in segno di intesa (che entrambi intendono rispettare), nasce il più
antico sodalizio civile, koinonìa tra individui dapprima, non tra Stati, e aristocratica, in quanto
aperta ai migliori soltanto. Fides, il corretto e leale comportamento, è per Brizzi la base e il
presupposto di questo codice di condotta: esso regola inizialmente il rapporto tra i nobili,
indipendentemente dall’appartenenza o meno alla stessa città, perché più antico delle città;
poi, dall’ambito personale o gentilizio, passa a informare il primitivo diritto delle genti.
In via teoria almeno, tale atteggiamento investe anche il campo dell’attività bellica. Con il
nemico sembra instaurarsi un rapporto che si caratterizza per l’ostentato ripudio di ogni
fellonia. Ma questo rapporto non è sempre valido. Dai rapporti individuali, le relazioni tra gli
Stati mutuano i caratteri, ivi compresi i limiti ideali. Non tutti sono uguali di fronte alla fides:
gli aristocratici riservano la loro piena lealtà a coloro che riconoscono come loro pari e, per
conseguenza, la estendono alle realtà politiche che ne siano in certa misura rappresentate.
Il vincolo di fides (e, quindi, di bellum iustum) opera nei confronti di quelle comunità che i
Romani reputano politicamente e culturalmente affini: le popolazioni dell’Italia tirrenica
(Latini, Etruschi, Campani, che hanno contribuito fin dai primi secoli a formare la composita
identità romana, sono legati ad essa da vincoli di parentela tra clan e famigli nobiliari e si sono
integrati appieno nella cittadinanza). In seguito, attraverso la definizione di uno ius comune,
quello feziale, si estende ad altre genti, quelle legate alla Repubblica da un foedus, un trattato
regolare; poi a tutte le genti che siano riconosciute formalmente dallo Stato romano.
Dove questa condizione non sussiste, la res publica reputa possibile ogni compromesso: la
guerra eventuale non è bellum iustum ma latrocinium  non è credibile che i Romani abbiano
veramente ignorato del tutto, neppure agli albori, la guerra per espedienti. Nel rapporto con
fides, gli aristocratici romani hanno ben presto stabilito eccezioni verso coloro che ritenessero
simile e hanno impiegato metodi di lotta diversi dai consueti verso nemici come i Celti e
verso realtà politicamente anomale, come quelle democratiche.
Pur reputate inevitabili, è verosimile che tali forme di lotta continuassero a ripugnare loro e
ad essere considerate attività inferiori, indegni di essere menzionate. Ad esse ci si piega, se
costretti da circostanze o nemici, ma si cerca di tornare subito alla normalità e di rimuoverne
persino la traccia dalla memoria. A riprova di un simile atteggiamento vi è la mancanza fino
alla fine del III almeno nel pensiero del concetto di stratagemma o, più precisamente, di
un’accezione positiva di esso. I termini inizialmente usati per tradurre tale parola (per es.
fraus, perfidia) ne ricoprono solo parzialmente l’area semantica, con una valenza negativa.
Quindi, nella Repubblica, il ricorso alla guerra per espedienti pare essere stato limitato ad
ambiti definiti e contrastato da remore morali molto più forti di quelle esistenti nel mondo
greco.

3. La legione alla prova. Tra Sanniti e Pirro


Affrontando le genti appenniniche, soprattutto i Sanniti, sul loro terreno (monti del Molise) i
Romani furono costretti a operare in teatri difficili, dovendosi adattare a nuove forme di lotta,
come la guerriglia. L’altopiano del Matese, in particolare, aveva requisiti difensivi
particolarmente efficaci, tanto da costringere l’attaccante a tendate una difficilissima scalata
delle pareti o la conquista di varchi aperti dall’erosione delle acque o dall’opera dell’uomo,
strettoie comunque strette e impervie, difendibili con poche forze. Ai difensori la rete delle
mulattiere permetteva facili spostamenti per linee interne, rendendoli in grado di affrontare
ogni minaccia. Il cuore dell’altopiano non poneva loro che problemi minimi, legati per lo più
alla scarsità di risorse della montagna. Anche altrove per i Romani il problema militare non
era di facile soluzione. Disseminati tra le montagne, in insediamenti sparsi, i Sanniti
conobbero un vero processo di urbanizzazione solo nel I secolo a.C., dopo essere entrati
definitivamente a far parte della confederazione romana, al termine della guerra sociale (90-
88 a.C.) e del pogrom sillano (82 a.C.). La loro realtà quindi non constava di una o più poleis
maggiori, ma con moltissimi centri minori sparsi su tutto il territorio. Gli insediamenti civili
talvolta mal si prestavano a essere dotati di mura per la loro posizione esposta e non arroccata,
e per la dislocazione irregolare; tuttavia, a partire dalle guerre coi Romani i Sanniti presero a
dotarsi di strutture fortificate che raramente corrispondevano con le entità vicane. Tutta la
parte montuosa del Sannio venne disseminata di punti fortificati e di opere difensive di vario
genere che, come detto, di solito non coincidevano con i centri abitati. Oggetto della difesa
era la regione nel suo insieme (i Sanniti concepivano la propria realtà come formata da più
ambiti territoriali, che andavano protetti nel loro complesso)  si creavano al suo interno
ostacoli di natura e carattere diverso, che bloccavano gli accessi e presidiavano i passaggi
intermedi e si disponeva una serie di infrastrutture strategiche.
Questo sistema definiva, di fatto, una sequenza di compartimenti stagni e alcune grandi aree
protette. L’efficienza militare stava nelle caratteristiche dell’insieme più che la capacità di
resistere dei singoli impianti cintati. La validità di questi, a sua volta, poggiava sulla loro
concatenazione, cioè sull’interdipendenza e l’appoggio che si potevano offrire
reciprocamente. Disposti a catena in posizioni dominanti, gli oppida, centri in altura, erano
collocati in modo da controllare vasti settori di territorio. Provvisti di più ordini concentrici
di mura alte e massicce, essi avevano la funzione di punti provvisori per la raccolta di difensori
che poi si disperdevano verso i settori minacciati, oppure di rifugio per i profughi e le masse
armentizie che garantivano l’approvvigionamento del compresso.
Quanto i centri avvistamento segnalavano l’avvicinarsi di un invasore, i fuggiaschi trovavano
rifugio, oltre che negli oppida, nelle vaste aree protette ricavate all’interno dell’altopiano.
Questo sistema prevedeva ampie possibilità di scampo per i difensori. Grazie a percorsi e
passaggi nascosti al nemico, i Sanniti riuscivano spesso a sottrarsi alla pressione dei legionari,
abbandonando di nascosto e alla spicciolata i capisaldi attaccati; erano poi pronti a rioccupare
quelli che non fossero stati adeguatamente presidiati. Così i Romani si chiedevano se
convenisse disperdere le loro forze in tante piccole divisioni, a rischio di essere singolarmente
annientate, o rinunciare ai vantaggi conseguiti nelle operazioni militari di più vasta portata.
I Sanniti, come le genti appenniniche, prediligevano un armamento leggero, basato
principalmente sull’uso del giavellotto, che non ne pregiudicava l’agilità, ma era poco adatto
alla battaglia campale. Quest’ultima, durante le guerre sannitiche, rimase un evento raro, se
non inesistente: le operazioni militari consistevano di fitti, attacchi, ritirate e soprattutto di
ritorni offensivi e operazioni poliorcetiche spesso ripetute contro gli stessi obiettivi, più volte
presi e perduti dai Romani.
I Romani, alla fine, vinsero la resistenza del Sannio, ma non a risolvere il problema che esso
poneva  tra i Sanniti continuò a fomentare la resistenza e, lasciati al margine di un processo
di osmosi che aveva coinvolto quasi tutti gli Italici, essi entrarono costantemente in rotta di
collisione con lo Stato egemone: si schierarono con Pirro, poi con Annibale; presero quindi la
guida degli alleati ribelli durante la guerra sociale (91-88 a.C.) e innervarono l’ultima
resistenza della fazione mariana spenta nel sangue da Silla (82 a.C.; guerra civile 83-82 a.C.).
Per muoversi con successo in tale ambiente, i Romani avevano bisogno di una legione con
una struttura diversa da quella rigida oplitica delle origini e l’unità manipolare era adatta allo
scopo. Non lo era ancora, invece, quando si trovò a misurarsi con la falange di tipo macedone
di Pirro, re dell’Epiro (281 a.C. Taranto entra in conflitto con Roma, 280 a.C. Pirro sbarca in
Italia in suo soccorso).
Il limite più grave della formazione romana stava nelle modalità di attacco: votata a uno
scontro frontale, essa fu in difficoltà contro la manovra avvolgente ellenistica. Estremamente
ripetitiva e meccanica nei movimenti basilari, la legione poteva opporre all’azione dei pezeteri
solo i ripetuti attacchi ripetutiti attacchi diretti dei suoi scaglioni, destinati a infrangersi contro
un blocco massiccio di uomini che, di fronte almeno, risultava impenetrabile. Pirro inoltre
poteva schierare eccellenti cavallerie e aveva portato per la prima volta in Italia gli elefanti.
Le prime due battaglie contro Pirro si risolsero in sconfitte, ma anche Pirro ebbe importanti
perdite umane. Secondo Plutarco la minaccia più grave per le forze epirote veniva dai pesanti
pila da lancio in dotazione all’esercito romano.
Pirro aveva mescolato arcieri e lanciatori di giavellotto reclutati tra le popolazioni italiche sia
agli elefanti, sia alla falange. Tra la funzioni delle truppe leggere vi era anche la protezione
delle truppe di linea contro le punzecchiature degli ausiliari nemici. Tale compito era
essenziale vieppiù in Italia, poiché mai le armate ellenistiche avevano dovuto misurarsi con
fanterie pesanti dotate al contempo di armi da getto; soprattutto armi da getto di grande
efficacia come il pilum. Mescolando ai pezeteri truppe italiche, secondo Brizzi, Pirro mirava
a creare, coi loro dardi, un’area di rispetto che proteggesse la sua falange dai missilia dei
legionari.
Malgrado il trionfalismo delle fonti romane, quella di Benevento (275 a.C.) non fu
un’autentica vittoria. Pirro tentò di distruggere l’esercito di Dentato prima che si
ricongiungesse con quello dell’altro console, Lentulo, ma senza riuscirvi e al termine della
giornata, quando seppe che Lentulo stava giungendo, decise di ritirarsi: le sue forze superstiti
non erano in grado di affrontare due armate consolari insieme. Tatticamente uno stallo,
Benevento fu un successo strategico: nelle battaglie precedenti Pirro aveva subito ingenti
perdite, cui si erano aggiunte quelle riportate in Sicilia e nella rotta navale subita durante il
ritorno nello stretto di Messina; molti dei caduti erano falangisti, componente impossibile da
rimpiazzare in tempi brevi. Quindi, la ragione del fallimento di Pirro fu strategica, legata al
progressivo esaurimento delle sue forze migliori. Le truppe d’elite impiegate a Benevento
erano ormai composte in prevalenza da Italici, provvisti di un armamento inadatto a
combattere in ordine chiuso  quella che si ritirò non era più una falange di tipo macedone.

CAPITOLO TERZO
CARTAGINE E ROMA
1. Prima delle guerre con Roma
Grazie a innovazioni (nel V sec. a.C. il quadrireme, poi il quinquereme), concezioni nautiche
moderne, tecnologie d'avanguardia, ammiragli capaci di tattiche innovative, Cartagine ebbe a lungo
flotte superiori a tutte le altre del Mediterraneo tanto da instaurare nella parte occidentale una
talassocrazia.
Diverso il discorso che riguarda i contributo dei Puni all'evoluzione dell'arte militare terrestre. Poco
si conosce dei loro ordinamenti arcaici, anche se si può supporre che gli eserciti abbiano conservato
a lungo i caratteri e le componenti proprie di quelli della madre patria fenicia (come i carri falcati).
Malagrado essi fossero considerati poco coraggiosi e non interessati alla guerra (cfr. Polibio e
Diodoro Siculo), infine rinnovarono l'apparato militare, modellandolo su quello ellenico: mise in linea
formazioni di fanteria pesante e tentò di mantenersi al passo con le innovazioni della scienza militare
ellenica. A lungo furono misure fondate sulla pura mimesi, perché ai Cartaginesi mancava l'autentico
coinvolgimento emotivo per la guerra, fenomeno che essi - a differenza dei Greci - tendevano a
escludere dalla vita quotidiana.
Nelle poleis e a Roma vi era un legame stretto tra diritti politici e doveri militari: l'assemblea popolare
era in origine l'esercito civico chiamato a deliberare politicamente (cfr. comizi centuriati). A
Cartagine nulla di simile a causa principalmente della sua vocazione mercantile: Cartagine auspicava
che le guerre fossero di breve durata e si rassegnava senza troppi patemi a concluderle quando la
fortuna non le arrideva. Era impossibile sottrarre i cittadini alla famiglia, al lavoro e agli affari,
impegnandoli in spedizioni frequenti, senza distruttere il commercio e l'industria, che invece si
volevano sviluppare aprendo nuovi mercati. L'abitudine ad affrontare le guerre tenendo d'occhio utili
e costi in termini economici non impedì comunque il sorgere di un autentico imperialismo, sia pure
spiccatamente mercantile; influenzò invece l'atteggiamento dei Puni verso la dimensione militare, per
lo meno terrestre.
Inizialmente formate da cittadini, le armate puniche in seguito presero a far ricorso in modo sempre
più massiccio ai sudditi e agli alleati, poi ai mercenari, organizzandoli in reparti autonomi. Tutti i
soldati erano professionisti stipendiati; i mercenari pare fossero legati da un contratto che si esauriva
con la fine della guerra. La loro presenza finì col diventare esclusiva e la composizione delle armate
divenne sempre più eterogenea, con uomini provenienti da tutto il Mediterraneo: Afri o Libi, Numidi
(berberi dell'entroterra che fornivano splendide cavallerie leggere), Corsi, Sardi, Baleari (ottimi
frombolieri), Galli e, nel periodo dei conflitti con Roma, Liguri, Iberi e truppe elleniche. Mercenari
erano gli ufficiali subalterni, che vivevano con le loro truppe. Al culmine di un processo di
disaffezione verso la milizia, i cittadini furono esentati da ogni prestazione militare. Dal III secolo
a.C. restavano cartaginesi solo gli ufficiali superiori e i comandanti in capo, scelti tra l'aristocrazia.
Con i generali Cartagine non era benevola: potevano essere multati, esonerati o addiritura messi a
morte in caso di inettitudine; inoltre erano guardati con costante sospetto dall'oligarchia che temeva
loro reazioni autoritarie. Perciò non pochi rifiutavano di assumersi compiti di comando.
2. Le riforme dei Barcidi
Il quadro appena delinetato riguarda gli ordinamenti militari punici ai tempi dei conflitti con i Greci
d'Occidente, soprattutto di Sicilia. Verso la fine del primo scontro con Roma (metà III secolo) il lento
progresso di Cartagine nel settore militare subisce un'accelerazione improvvisa. A ciò contribuì
verosimilmente l'evoluzione da tempo in atto nella città libica, soggetta a progressiva ellenizzazione,
della quale i più entusiasti sostenitori furono i Barcidi, la famiglia di Annibale. Forse anche grazie
alla rivolta dei mercenari (241-238 a.C.: alla fine della prima guerra punica le truppe ricondotte in
patria dalla Sicilia si erano ribellate e la sollevazione si era estesa a tutti i domini di Cartagine) la
temperie andava mutando e ciò è evidente nella misura varata da Amilcare Barca, che permetteva agli
eserciti di scegliersi il comandante. Un simile sviluppo liberò il genio punico nel settore bellico e
avviò un processo che, esteso poi a Roma, avrebbe influenzato le soluzioni tattiche di tutto
l'Occidente.
Se secondo la tradizione fu un mercenario greco, lo spartano Santippo, a insegnare ai Puni, durante
la guerra per la Sicilia (264-241 a.C.) la manovra avvolgente macedono e a sconfiggere nella battaglia
di Tunisi con l'abilità le legioni di Attilio Regolo, la vera rivoluzione nell'esercito punico è imputabile
a due straordinari generali di origine cartagine, padre e figlio: Amilcare e Annibale Barca, personalità
a loro volta associate in qualche modo a Santippo. Amilcare non fu come afferma Cicerone il
comandante punico nella battaglia di Tunisi, ove fu al massimo ufficiale subalterno, ma fu legato a
Santippo, che assunse a modello. Come il figlio dopo di lui, Amilcare lesse verosimilmente tutte le
opere contemporanee di arte militare, tra cui i diari di Santippo. E dovendo scegliere un maestro greco
che, al campo in Iberia, educasse il figlio maggiore, lo prese lacedemone: Sosilo da Sparta che poi
seguì Annibale in Italia, divenendone il biografo. Quindi data anche l'educazione d'impronta spartana
ricevuta da Annibale, è possibile stabilire un legame ideale con Santippo, evidente nell'impronta
comune che si rileva confrontano le loro tattiche.
Le fonti non ci forniscono molte informazioni su Santippo e Amilcare: sappiamo che il primo fu
protagonista di un solo grande fatto d'armi, la battaglia di Tunisi, mentre per Amilcare, oltre a scontri
minori, conosciamo tre grandi episodi, avvenuti durante la guerra dei mercenari: la battaglia del
Bagradas, il blocco degli insori a Prione e la vittoria definitiva sulle forze superstiti di Matho (ma
solo il primo è utile per conoscere la sua impostazione tattica).
Nella battaglia di Tunisi (255 a.C.) i Romani adottano lo schieramento consueto: velites a coprire la
fanteria fesante e i cavalieri alle ali, modificando solo densità e profondità dei manipoli forse per
opporti alla carica deglie elefanti. Santippo dispone al centro la falange cittadina e ne copre il fronte
con gli elefanti, presidiando le ali con le truppe mercenarie e i cavalieri, supeirori numericamente a
quelli romani. All'attacco di elefanti e cavalieri punici risponde l'avanzata delle legioni che riportano
anche qualche successo parziale: la sinistra di Regolo rescpinge in mercenari che ha di fronte
inseguendoli fino all'accampamento. Altrove è il disastro: mentre le cavallerie puniche cacciano dal
campo i cavalieri romani, gli elefanti travolgono i veliti e aggrediscono il centro avversario. I
superstiti sono annientati: coloro che sono riusciti ad aprirsi un varco tra gli elefanti sono sopraffatti
dalla falange punica, gli altri restano schiacciati tra le belve che caricano e i cavalieri tornati ad
attaccarli sui fianchi e alle spalle.
Nella battaglia del Bagradas (240 a.C.) Amilcare deve il successo alla manovra coordinata fatta
eseguire dalla falange e dalle avanguardie (contingenti non mescolati, nell'ordine, di elefanti,
cavalleria, e armati alla leggera). Le avanguardie scivolano sul fiano sx delll'esercito in marcia,
disponendosi alla retroguardia; la fanteria pesante opera una rapida conversione, passando dall'ordine
in colonna alla disposizione in linea di fronte; a completare la manovra, gli altri reparti si dispongono
ai lati della falange. La mossa squilibra il nemico che consta di due corpi convergenti da punti lontani
(Utica e il ponte sul fiume Bagradas), che sono in contatto visivo tra loro ma non ancora collegati. Il
contingente di Utica, più vicino, è il primo a attaccare: sbilanciato dalla manovra iniziale di Amilcare,
giunge all'urto fuori assetto e viene respinto. Ripiegando in disordine, si scontra con l'altro
contingente che sta accorrendo e che finisce a sua volta sbaragliato. Da questo solo episodio è difficile
valutare le reali attitudini tattiche di Amilcare. Almeno a giudicare da quanto compie in Sicilia, una
delle forme di lotta più congeniali fu la guerriglia, dell'incursione rapida. Persino al Bagradas aveva
ai suoi ordini un corpo piuttosto ridotto, sicché ignoriamo quali fossero le sue vere capacità di
manovara con contingenti più numerosi e cosa sapesse fare in una vera battaglia campale. I Romani,
comunque, lo ritenevano un grandissimo comandante: cessate le ostilità in Sicilia, al termine della
prima guerra punica, quando i Puni dovettero evacuare, la Repubblica romana, ancora formale in
tema di etica bellica, ci permise di conservare le armi e di trattenere presso di sé i disertori, gesto di
straordinario onore, non concesso ad altri né prima né dopo di lui.
L'uso degli elefanti. Maestri nel loro uso, Santippo e Amilcare li schierarono in modo solo
apparentemente diverso: Santippo sul fronte, davanti alla falange, Amilcare alle ali; ma in entrambi i
casi la disposizione rispondeva, secondo Brizzi, allo stesso criterio, quello di puntellare la
componente tatticamente più vulnerabile dello schieramento. Questo induce Brizi a pensare che la
componente più debole dell'armata di Santippo fosse la fanteria pesante, forse composta tuttora di
opliti e che al Bagradas Amilcare avesse schierato per la prima volta nella storia punica reparti di
falangiti armati alla macedone. Se è così, in questo campo le sue scelte furono rinnegata da Annibale,
al quale il padre, però mostrò cosa si possa compiere con una manovra avvolgente, arretrando il centro
per sottrarlo alla spinta nemica e avanzando con le ali. Avvicinata a quella di Canne, la manovra del
Bagradas ricorda ancora di più (arretramento delle prime linee portate inizialmente a tergo, poi sui
fianchi ad allungare il fronte + tentativo di cogliere sbilanciato il nemico) gli sviluppi della battaglia
di Zama.
3. Le riforme barcidi: Annibale
Nella famiglia barcide rinveniamo l'esistenza di una tradizione, una sorta di ideale scuola di guerra,
la cui origini muovono dalla figura di Santippo. Questi introdusse le tecniche militari ellenistiche a
Cartagine, Amilcare le consolidò e innovò e, infine, Annibale le trasformò e perfezionò, innestandovi
anche elementi tratti dal modello romano. Annibale fu certamente il più grande dei tre: sembrava
incarnare l'idea stessa del soldato assoluto, essendo uomo che riuniva in sé le due anime del
combattente, "lupo" e "volpe".
Egli sublimò a tal punto la componente "volpe", da coinvolgere nella damnatio, la condanna morale
che i Romani pronunciarono verso di lui, tutto il suo popolo. Dell'atteggiamento spregiudicato, frutto
dell'idea di scindere l'etica dalla politica e dalla guerra, della negazione della fides, insomma, i
Romani fecero esperienza per la prima volta proprio contro Annibale che ne divenne incarnazione;
forse per questo finirono per attribuirlo a tutti i Cartaginesi. Tale atteggiamento venne in dote a
Annibale non dall'indole punica, ma dall'educazione greca, anzi spartana. Si trattava del ricorso, in
diplomazia come in guerra, dell'astuzia e dell'espediente: l'uso della metis, che si traduceva nel ricorso
costante allo stratagemma; cosa conveniente per lui e per i Greci, ma che riusciva ai Romani aliena e
intollerabile. Il loro codice etico, che non prevedeva il ricorso agli stratagemmi nei rapporti tra pari,
li lasciò indifesi di fronte alla malizia barcide.
Quanto alla componente "leone", Annibale fu uno dei più grandi generali di ogni tempo. Secondo un
aneddoto immaginario, durante un incontro, Scipione gli chiese si stialre un'ipotetica graduatoria dei
massimi condottieri di ogni tempo e Annibale pose al primo posto Alessandro, al secondo Pirro, al
terzo se stesso. Ma qualora fosse riuscito a sconfiggere Scipione, si sarebbe collocato al primo posto.
In realtà superiore a Pirro e pari tatticamente ad Alessandro, Annibale fu l'esponente più insigne della
tradizione militare ellenistica. Costretto dalla potenza del nemico romano, sul piano strategico, punta
come Alessandro a muoversi rapidamente verso il cuore dello Stato avversario, da colpire con una
serie rapida di vittorio campali, un Blitzkrieg. Sul piano tattico, si affida alla manovra avvolgente, ma
la applica con soluzioni nuove, tali da trasformare la scienza bellica del tempo e da essere considerato
un vero genio militare.
Parte da una considerazione banale: per funzionare ogni tattica deve essere adattata alle truppe di cui
si dispone, non viceversa. Costretto a servirsi di contingenti tratti da ambiti che la precedente sconfitta
patita da Roma ha ridotto di molto, egli può contare su truppe quasi esclusivamente di origine
barbarica: a causa delle condizioni di pace con Roma, non può reclutare nell'Italia meridionale, in più
gli è ormai precluso il reclutamento anche nel modo greco. Perciò deve sfruttare al meglio le
caratteristiche delle diverse etnie a sua disposizione. Sia la tattica oplitica che, ancor di più, la
falangitica fondano la loro efficacia sulla coesione della formazione serrata, ma richiedono
addestramento, disciplina e l'abitudine a maneggiare armi adatte (lancia da urto o sarissa). Non è
facile trasformare un barbaro in un falangita, soprattutto se occidentale (i sovrani ellenistici hanno
preso a amare alla macedone contingenti barbarici). Le popolazioni presso cui Cartagine può reclutare
i suoi mercenari forniscono spesso cavallerie eccellenti (numidica, celtica…), ma le fanterie
impiegano di preferenza la spada perché sono abituate al combattimento corpo a corpo e
concepiscono, alla barbara, la battaglia come una serie di duelli individuali. Questo vale anche per i
Libi, nerbo degli eserciti punici, che pure sono stati spesso armati e impiegati alla greca, fornendo
prove deludenti in formazione chiusa. Quindi, rovesciando l'ottica di Amilcare, conviene rispettare i
requisiti delle altre truppe e rinnovare, adattandoli, equipaggiamento e modo di combattere dei fanti
libici: pur conservando anche la lancia ad alcuni dei suoi reparti, Annibale restituisce la spada come
principale strumento offensivo alla fanteria di linea (novità saliente). Oltre a Iberi e Galli, che ne sono
già dotati, anche i Libi ricevono la spada: dopo le vittorie al Trasimeno e a Canne mutano le loro
armature di qualità inferiore con quelle tolte ai caduti romani, anch'essi combattenti con la spada.
Meno compatto delle armate ellenistiche, fondate sul blocco massiccio della falange, l'esercito di
Annibale è più elastico e duttile. È diviso in unità minori (speirai), paragonabili ai manipoli romani,
che rispettano l'estrazione etnica dei soldati, e possiede perciò rilevanti capacità di manovra. Meno
legato alla necessità di tenere uno schieramento rigido, esso è meno condizionato dalla natura del
terreno; inoltre mantiene viva negli uomini la nativa ferocia e capacità combattiva individuale, loro
prerogativa più autentica.
Avendo abbandonato il modello tradizionale (quindi, il blocco massiccio della falange con la sua
resistenza) a Annibale sembra preclusa la possibilità di attuare correttamente la manovra avvolgente
come eseguita dai macedoni. Ma il padre gli ha fornito un'ispirazione: gli ha mostrato come arretrare
il corpo centrale per sottrarlo alla spinta nemica e avanzare contemporaneamente le ali. Annibale
perfeziona l'intuizione paterna: servendosi di un centro elastico, fa sì che l'avvolgimento del nemico,
poi completato dai cavalieri nella seconda fase della lotta, possa essere preparato da una parte della
fanteria (cosa impensabile per la falange rigida macedone).
Battaglia di Canne, Apulia (2 agosto 216 a.C.). Per farla finita con Annibale che imperversa in Italia
da due anni, i Romani mettono a disposizione dei due consoli - Emilio Paolo e Terenzio Varrone -
forse imponenti: otto legioni forti + altrettante unità alleate, per un totale di 80.000 uomini. Annibale
deve contenere la pressione che le massicce colonne legionarie eserciteranno sul suo centro per il
tempo necessario affinché le sue cavalleri, che sono superiori, possano prendere il nemico alle spalle
 Divide i veterani libici in due unità, ordinate in ranghi profondi e li schiera gli estremi del centro,
in posizione molto arretrata. Dispone il resto delle fanterie pesanti (Iberi e Celti), a formare una mezza
luna la cui parte convessa è rivolta verso il nemico. Avendo truppe inferiori numericamente, Annibale
assottiglia progressivamente i ranghi verso le estremità dove l'urto sarà minore e meno diretto, dato
che i nemici convergeranno verso il mezzo anche dai fianchi. Tutto il centro di Annibale deve
arretrare insieme, senza spezzarsi; contenuta la spinta dei legionari, i due corpi di fanteria libici
potranno agire come una tagliola, prendendo ai fianchi la formazione romana.
Così accade. Mentre la cavalleri pesante punica, dopo aver annientato sulla sx quella romana, passa
dietro le linee della fanteria per portare soccorso ai cavalieri leggeri numidi che a dx sono alle prese
con i socii di Roma, il centro punic comincia ad arretrare, incalzato dalle colonne romane sempre più
compresse al centro, per il convergervi dei legionari. Con il lento e continuo ripiegare dei fanti iberi
e galli, lo schieramento punico muta aspetto, da convesso a concavo (un cuneo). A impedire che il
fronte punico, teso, si spezzi intervengono le fanterie leggere che, affluendo da dietro, sorreggono la
resistenza di Iberi e Galli; poi i veterani libici, che, per il convergere dei legionari verso il centro, si
ritrovano, senza essere stati impegnati, ai fianchi della formazione nemica che ha assunto la forma di
un quadrato. A un ordine preciso, i Libici effettuano una semplice conversione che chiude la morsa
al nemico; l'accerchiamento è completato dalla cavalleria pesante punica che, dopo aver cacciato dal
campo le ultime forze montate romane, lascia che siano i Numidi a inseguirle, per attaccare le legioni
alle spalle. Comincia il massacro, che vede cadere quasi tutti gli ufficiali romani, compreso il console
Emilio Paolo. Solo a 15.000 uomini è possibile fuggire. Annibale ha portato l'arretramento del centro
concepito dal padre a una perfezione apparentemente assoluta, permettendo a forze reclutate
nell'occidente barbarico di compiere una manovra, quella avvolgente, che finora aveva richiesto
l'apporto di una formazione di falangiti. Apparentemente: a rendere veramente perfetto quel
movimento sarà, per conto di Roma, il quarto esponente della nascente scuola tattica occidentale,
Publio Cornelio Scipione Africano.

4. Il tempo di Mens
Travolti dalla guerra più difficile della loro storia, i Romani riuscirono a resistere. Per superare la
crisi e rovesciare le sorti del conflitto dovettero:
a) Cambiare la loro mentalità
b) Trasformare il loro apparato bellico.
Il primo cambiamento riguardò la mentalità. La terza sconfitta subita in meno di un anno da Annibale
(217 a.C., lago Trasimeno), suscitò una viva emozione a Roma e fu imputata da subito – opinione
accreditata dal dittatore Quinto Fabio Massimo – alla negligenza e allo spregio verso la religione del
console morto (Caio Flaminio). Su istanza di Fabio si procedette alla consultazione dei libri sibillini,
il cui responso suggerì la consacrazione di un tempio all’Afrodite di Erice (Venus Erycina) e uno a
Mens, dea della ragione. Il gesto, innanzi tutto, aveva un rilievo propagandistico e strategico: mirava
a onorare le comunità amiche della Sicilia occidentale, un tempo appartenuta ai Puni. In particolare
Segesta - nel cui territorio sorgeva Erice, con il suo celebre santuario di Afrodite, fondato, secondo
tradizione, da Enea – vantava origini comuni con l’Urbe e, in virtù di quelle, era passata nel corso
del conflitto al fianco dei Romani.
Resta da spiegare il legame con Mens, che nel rito appare come un’emanazione di Afrodite. Dai
Romani Venere Erycina è stata collegata fin da un’età remota al ciclo troiano; lo stesso potrebbe
essere accaduto anche per Mens, che ne dipende. In realtà, quell’accortezza che da Mens direttamente
promana va considerata come qualità inerente non tanto a Venere, quanto a suo figlio Enea,
capostipite della gens romana, definito già in Omero “dal saggio consiglio” (boulephòros). Nella
tradizione successiva egli diviene la mente (nous), contrapposto a Ettore, il braccio, secondo un
dualismo che ricorda la dialettica Odisseo-Aiace (metis-areté).
Nell’estate 217 Roma è impegnata a fronteggiare un nemico che, oltre che maestro di tattica, è versato
in ogni genere di stratagemmi, alla cui efficacia l’opinione pubblica romana attribuisce gran parte
delle recenti disfatte. Annibale è allievo di un greco, lo spartano Sosilo, nei cui insegnamenti vanno
ricercati i presupposti delle sue insidiose malizie. Qualcuno, compreso Fabio Massimo, comincia a
capire che la cosiddetta Punica fides (la spregiudicatezza punica) sia in realtà Graeca Fides, fondata
sul valore ellenico di metis. Ad esso dovrà contrapporsi mens, l’acume di cui è dotato Enea, così
controparte troiana (e romana) di Odisseo.
Fondata sul valore di fides, la guerra continua ad avere per i Romani norme precise cui, in presenza
di un nemico regolare, non si può derogare. Neppure di fronte a un avversario abile e spietato come i
Cartaginesi si possono usare metodi del tutto analoghi ai suoi: è vietato il ricorso a fraus e dolus.
Neppure a mens si può far ricorso a cuor leggero: mens è collegata etimologicamente al verbo mentiri
e al sostantivo mendacium. Ma mentre fraus e dolus negano fides, dal mendacium essa può essere
irretita, paralizzata nei suoi aspetti. Comunque, è solo attraverso la mediazione di Enea, eroe pio per
eccellenza, che i Romani ritengono possibile assimilare in parte un’arte a loro aliena. Attraverso la
mens, di metis si assimila, però, solo una parte: una forma di speciale prudenza, volta alla protezione
e tutela contro le inside del nemico, più che all’offesa praticata con analogo mezzo  A Mens,
Ragione, si chiede l’antidoto da associare alla fides per affrontare le arti di Annibale. Assertore di
tale concetto è Fabio Massimo che impronta tutta la strategia romana successiva, soprattutto quella
posteriore a Canne, sulla cunctatio, cioè sul cauto indugiare evitando il peggio: non per nulla è detto
il Temporeggiatore.
Malgrado questo requisito resti passivo, perché in teoria subordinato ai principi etici tradizione (fides
in primis) che solo tempera, esso rappresenta il primo passo verso una crisi di valori che porta a una
trasformazione profonda della mentalità e della morale romana. Il primo interprete di questa crisi è
Fabio: formalmente difensore dei valori patrii, è attento a salvare le apparenze, pronto, però, ad agire
secondo il tornaconto e a rendere la pariglia ad Annibale, usando i suoi stessi metodi. In almeno due
occasioni si serve dell’inganno senza scrupoli, adoperandosi poi per cancellare le tracce della sua
fellonia. Dunque, si apre ora la via verso quella spregiudicatezza di comportamento (nova sapientia)
che porterà, in seguito, al moltiplicarsi a dismisura dei casi di menzogna, intrigo, sovversione e
assassinio politico da pare della res publica, sicché dal secondo quarto del II secolo a.C. i Romani
prenderanno a fare di tale strumento un uso ben peggiore dei maestri greci. Anche se il biasimo di
coloro che hanno ancora a cuore il costume antico è forte, ciò non basta più: prevale l’ottica
spregiudicata che guarda prima all’utile che all’onesto.

5. La riforma scipionica
Se dopo il Trasimeno, la res publica, con Fabio Massimo, aveva cercato di modificare il proprio
concetto arcaico della guerra, dopo Canne essa tenta di rinnovare il proprio meccanismo militare.
Innanzitutto, occorreva comprendere che la vittoria poteva essere raggiunta solo al prezzo di sacrifici
immensi: la Repubblica mobilitò, così, tutte le forze di cui poteva disporre, che erano superiori a
quelle di Cartagine. La struttura politica dello Stato romano rendeva disponibili enorme riserve di
uomini: la civitas era stata estesa ben oltre le mura dell’Urbe, integrando varie comunità nella
penisola; il rapporto con i socii (gli alleati) si basava sul presupposto della cooperazione militare. Fu
abbassato il censo minimo per essere chiamati alle armi. Così il senato poté arruolare moltissimi
effettivi, mantenendo attive nella seconda fase del conflitto 25 legioni.
Fu perfezionato l’addestramento delle reclute e nella concessione del comando si tenne in conto,
come unico criterio, della capacità del singolo; inoltre, si ricorse alla proroga, confermando anche per
più anni di seguito i generali che si erano più distinti.
Dopo Canne, non si riteneva più possibile affrontare Annibale in battaglia campale, ma, secondo
l’impostazione data da Fabio Massimo, si preferiva logorarne a poco a poco le forze. A Roma
mancava la maturità tattica necessaria, ma anche la convinzione di poterla raggiungere. Tale salto
qualitativo sarà compiuto solo grazie a Publio Cornelio Scipione, il futuro Africano. Egli studiò e
seppe penetrare i segreti che avevano reso invincibile Annibale, sicché si può affermare che del
barcide egli fu il rivale più degno e l’allievo più valente.
Il processo fu graduale. Già durante le campagne iberiche in cui affrontò e sconfisse i fratelli di
Annibale, Asdrubale e Magone (Baecula, 208 a.C., Ilipa, 207 a.C.), Publio dimostrò di aver compreso
la lezione del suo modello, ma il suo capolavoro tattico lo compì nella primavera del 203, nella
battaglia dei Campi Magni, una vasta piana a cinque giorni di marcia da Utica.
Egli dispose al centro i legionari articolati come al solito intre linee (hastati, principes, triarii) e pose
le cavallerie alle ali, quella italica agli ordini di Lelio a dx, quella numidica guidata da Massinissa
sulla sx. I Puni opposero la cavalleria cittadina di Asdrubale ai Numidi di Massinissa, e i loro cavalieri
numidi (guidati da Siface) ai cavalieri italici. Al centro stavano le fanterie di Cartagine e mercenari
celtiberici dalla Spagna. Le forze montate di Scipione ebbero rapidamente la meglio su quelle
avversarie, ma dopo averle respinte presero a inseguirle, senza curarsi di tornare per attaccare da tergo
i nemici. Nel piano di Scipione, Lelio e Masinissa dovevano solo scoprire l’esercito sulle ali, non
avvolgerlo: la manovra avvolgente spettava per intero a principes e triarii. Infatti, mentre gli avversari
celtiberi, che non conoscevano la regione, si disponevano a resistere a oltranza, Scipione mise in atto
la sua manovra: dietro lo schermo degli hastati (prima fila) che impegnavano il centro nemico, i due
scaglioni successivi (principes e triarii) si volsero l’uno verso dx, l’altro verso sx. Essi, dopo aver
serrato i ranghi, mossero in colonna, allungando il fronte e avvolgendo poi, con una semplice
conversione, le fanterie puniche sui fianchi rimasti scoperti (= sguarniti delle cavallerie). Circondate,
le fanterie cartaginesi furono distrutte.
Scipione si ispirò senza dubbio alle vittorie di Annibale, soprattutto a quella di Canne. Ma se fino a
quel momento era stato un mero “imitatore”, ora aveva introdotto un’innovazione decisiva: egli aveva
compreso come, per la loro natura, le legioni fossero lo strumento più adatto ad eseguire sul campo
la manovra avvolgente, semplificandola. Bastava modificare la vocazione dei triarii a combattere in
ordine chiuso e insegnare alle fanterie di linea che, al momento giusto, si poteva combinare il
ripiegamento di uno dei loro scaglioni (hastati) con l’avanzamento improvviso sui lati degli altri due.
Quindi, per lui, principes e triarii non costituivano più un’appendice della prima linea, destinati a
rafforzarla o a rilevarla nell’urto frontale, ma erano unità tattiche indipendenti, capaci di agire con
tutte (o una parte delle) forze riunite.
Si conclude la parabola iniziata con Amilcare al Bagradas 37 anni prima e proseguita da Annibale.
La tattica scipionica ha il vantaggio della semplicità: la prima linea legionaria – la quale oltre che
avanzare può ripiegare attraverso i varchi presenti nello schieramento – oppone, al bisogno, la
resistenza elastica che a Canne Annibale ha affidato al cuneo di Galli e Spagnoli; la seconda e la terza
linea sono in grado, al momento giusto, di uscire sui lati per eseguire l’azione a tenaglia che a Canne
era affidata ai veterani libici. Mentre Annibale ha avuto sempre bisogno di cavallerie efficienti per
chiudere il cerchio attorno al nemico, le legioni possono, in certe condizioni, attuare la manovra da
sole.

6. Zama
La battaglia conclusiva della seconda guerra punica propone il confronto tra i due massimi generali
del tempo, evidenza i meriti dello sconfitto (secondo Brizzi emerge, nonostante la sconfitta, una certa
superiorità proprio di Annibale) e, per l’ultima volta prima di Carrhae, mette in discussione, seppur
per un attimo, la recuperata superiorità militare romana.
Tornato in Africa, Annibale avrebbe preferito cercare un accordo con il rivale, senza tentare la sorte
delle armi. Tuttavia, l’abboccamento personale con Scipione non diede alcun esito e Annibale dovette
accettare una battaglia che giudicava difficilissima: estate 202 a.C. a Zama (cfr. cartina pag. 86).
Malgrado disponesse di una forza numericamente superiore al nemico (80 elefanti e 40.000 uomini),
Annibale non si illudeva: le truppe di cui disponeva erano composte da mercenari valorosi ma
indisciplinati e, in parte, di reclute cittadine scarsamente addestrate. Il solo contingente su cui poteva
contare fino in fondo era quello formato dai veterani d’Italia, valorosi, disciplinati e fedeli, ma si
trattava di truppe numericamente ridotte e logorate da anni di continue battaglie. Inoltre, la Numidia,
ora alleata di Roma, recava ora a Scipione e non a lui, l’apporto della sua eccellente cavalleria.
L’esercito romano era più omogeneo e duttile, interamente composto da veterani con il morale alto
per i trionfi appena ottenuti in Africa, e, per la prima volta, nettamente superiore nella cavalleria.
Aveva poi un comandante di statura immensamente superiore a quelli che Annibale aveva affrontato
in precedenza, che aveva assimilato e perfezionato proprio le sue concezioni tattiche.
Per avere qualche speranza, Annibale avrebbe dovuto abbandonare tutti i concetti che gli avevano
fruttato le sue vittorie, superati dalla mutata situazione militare. Una battaglia impostata sull’uso delle
cavallerie era da escludere, perché sarebbe stata persa in partenza. L’unica via era quella di indurre il
nemico a uno scontro di fanterie, cosa di cui Annibale non disperava, dato che i Romani erano per
natura fanti, assai più che cavalieri. Una volta ottenuto questo risultato, avrebbe dovuto, però,
vanificare proprio questa stessa soluzione tattica, ma Annibale riteneva di avere pronte le necessarie
contromisure.
Ad uscire per primo fu verosimilmente Scipione, al cui esercito (23.000 fanti e 1.500 cavalieri italici)
si erano aggiunte le truppe di Massinissa, che comprendevano fanti e abilissimi cavalieri. Dalla
disposizione delle forze in campo, Annibale comprese che Scipione intendeva ripetere la manovra
attuata contro Asdrubale ai Campi Magni: aveva ordinato le legioni su tre linee, divise in contingenti
numericamente uguali e aveva distanziato molto gli scaglioni, di modo che il secondo e il terzo
potessero muoversi come unità autonome. Inoltre aveva rinunciato alla formazione consueta a
scacchiera, schierano i manipoli in colonna: preoccupato degli elefanti di Annibale, il romano mirava
a farli sfilare nei corridoi. Quanto alle milizie leggere – veliti e Numidi - , per proteggerle dall’attacco
delle belve, le aveva disposte non sul fronte ma entro le file e dietro i manipoli stessi. Alle ali stavano,
more solito, le cavallerie: a dx Massinissa coi suoi Numidi, a sx Lelio con gli Italici.
Annibale prima di uscire impartì gli ordini. Ai cavalieri ordinò di opporre una resistenza fittizia,
ritirandosi rapidamente e trascinando il più lontano possibile le forze montate romane. Ai mercenari
e alle fanterie cittadine ordinò di non impegnarsi a fondo fin dal primo scontro, ma di rompere il
contatto al più presto, ripiegando rapidamente e andando a disporsi ai lati dell’ultima schiera.
Così uscirono le forze puniche. I cavalieri erano disposti sulle ali: i Numidi a sx, di fronte ai cavalieri
di Massinissa, i Cartaginesi a dx, davanti agli Italici di Lelio. Al centro, dietro gli elefanti, vi erano le
fanterie, disposte su tre linee: i mercenari, i Libi e i Cartaginesi e, infine, la schiera più numerosa dei
veterani d’Italia (15.000). Profittando della nube di polvere sollevata dall’esercito in marca che ne
copriva le mosse, Annibale ordinò, al momento giusto, ai veterani di fermarsi, così le prime due file
distanziarono la terza.
La carica iniziale degli elefanti inflisse solo qualche perdita alle fanterie leggere romane: la furia delle
belve, in parte, si incanalò nei corridoi lasciati tra le file, in parte rifluì verso le ali dell’esercito punico.
In quel momento le cavallerie romane passarono all’attacco e quelle puniche, da ordini, si dispersero
in una rotta apparente, inseguite da quelle di Lelio e Massinissa. I due, ricordando gli sviluppi dei
Campi Magni, contavano che il loro comandante fosse in grado di vincere con le sole fanterie e questi
era certo delle sue possibilità, quindi non si preoccupò di trattenerli.
Iniziava lo scontro tra le truppe di linea e subito gli hastati impegnarono i mercenari di Annibale
(prima fila). Scipione si dispose ad allargare il fronte (con principes e triarii) per stritolare il nemico,
ma dovette rinunciare, poiché si accorse che i veterani d’Italia, rimasti distanziati, restavano fuori
dalla progettata azione avvolgente e avrebbero potuto infliggere alle legioni un corpo mortale.
Scipione, avendo disposto i manipoli in colonna anziché a scacchiera, si trovò nell’impossibilità di
dare respiro alla prima linea, facendo subentrare principes e triarii, sicché tutta la fase iniziale dello
scontro ricadde sulle sole spalle degli hastati. Non si può escludere che Annibale abbia schierato gli
elefanti sul fronte proprio per ottenere questo risultato. Ma anche per il barcide non tutto funzionò a
perfezione. I mercenari, come da ordine, ripiegarono rapidamente di fronte all’attacco degli hastati.
Ma erano, comunque, truppe poco disciplinate: alcuni, anziché confluire verso l’ultima linea per
essere convogliati sui fianchi, tentarono di forzare i ranghi della seconda linea per esservi accolti,
gettando lo scompiglio e dando vita anche a vere zuffe con la fanteria africana.
Convinti che i Punici fossero in rotta, gli hastati si disposero a inseguirli, rischiando la rotta. Ma
Scipione, compreso il pericolo, fece suonare a raccolta, bloccandone lo slancio. La battaglia era a un
punto critico e occorreva riordinare lo schieramento per far fronte a uno sviluppo imprevisto. La
manovra su Scipione contava per stritolare il nemico, era stata invece attuata dall’esercito avversario,
pur inferiore; ora egli doveva eseguirla non per distruggere il nemico, bensì per non essere accerchiato
e distrutto a sua volta.
Annibale conservava una superiorità nelle fanterie e la disposizione degli eserciti era ora quale egli
aveva voluto fin dall’inizio. Inutilizzabili, come al solito, in uno scontro fra truppe di linea, i veliti e
gli ausiliari numidici di Scipione stavano, inattivi, alle spalle dello schieramento. Il fronte romano si
riduceva a 16.000 uomini, una forza appena sufficiente a coprire il centro dell’armata punica
composto dai veterani d’Italia, intatti e non ancora impegnati. Questi (15.000) non erano più soli, ai
loro lati erano schierati due corpi formati dai superstiti delle linee avanzate (altri 15.000 circa). A
Scipione restava l’alternativa tra due decisioni:
a) Assottigliare i ranghi, allungando lo schieramento fino a coprire tutto il fronte nemico
b) Correre il rischio di essere aggirato alle ali.
Egli scelse la prima alternativa. La situazione rimaneva difficile, non restava che tenere duro nella
speranza che le cavallerie ritornassero. Di converso, per Annibale si trattava di distruggere le fanterie
romane prima del ritorno di Lelio e Massinissa. Era una corsa per il tempo e il barcide la perse. I
legionari, seppur provati, non cedettero e prima che i Punici potessero vincerne la resistenza, giunsero
i cavalieri romani. Fu la fine per i Punici: mentre al centro l’impeto dei veterani si esauriva, le ali,
composte di elementi più deboli, cedettero di schianto. La peggio la ebbero proprio i veterani, che
non potendo fuggire caddero tutti sul campo.
Per Brizzi più ancora di Canne, Zama dimostra il valore di Annibale. Nello scontro sull’Ofanto egli
conosceva e controllava appieno la situazione, a Zama fu costretto ad accettare la battaglia nelle
condizioni più difficili: nonostante la superiorità numerica, la metà dei suoi fanteria era scadente per
addestramento e disciplina ed egli mancava di una cavalleria adeguata. Il suo nemico inoltre aveva
elaborato una manovra nuova che affinava quella eseguita da lui in passato, sicché egli fu costretto a
improvvisare. Seppe farlo, addirittura intuendo la psicologia di Scipione, attirandolo in una trappola
statica, che ne paralizzò l’iniziativa e fece sì che lui stesso potesse eseguire per primo la manovra
pensata dal nemico.

CAPITOLO QUARTO
VERSO L’IMPERO MONDIALE

1. Legione e falange
A Zama Annibale aveva condotto meglio lo scontro e, malgrado la superiorità tattica dell’esercito
romano, aveva sfiorato la vittoria. Soltanto l’eroismo e la capacità di resistenza dei legionari aveva
consentito a Scipione di vincere. Bene per Roma che avrebbe potuto contare sempre su soldati di quel
tipo, che le nuove tattiche scipioniche mettevano in grado di vincere ovunque.
Per le legioni restava da superare un’ultima prova: il confronto con la falange macedone, mai sconfitta
prima da armate non greche. Il quesito circa la superiorità della falange sulla legione o viceversa
appassiona ancora oggi gli studiosi, pur trattandosi di questione meramente accademica. La legione
è molto meno condizionata dal terreno su cui opera ed è un corpo previsto di una sua relativa
autonomia di manovra; mentre la falange è un blocco massiccio, difficile da frazionare in unità
minori, incapace di girarsi e, quindi, di compiere movimenti complessi, un blocco che anche negli
spazi piani, per lui ottimali, non può sopravvivere senza avere i fianchi protetti. Pertanto, per Brizzi,
il confronto (meramente teorico) tra un’armata legionaria e un falange lasciate a battersi da sole su
un campo di battaglia non potrebbe che concludersi con la vittoria della legione e la distruzione della
falange. Invece, in uno scontro tradizionale, condotto dalle due formazioni appoggiate dalle truppe
di supporto, risulterebbero decisive le forze montate schierati alle ali.
Lo stesso quesito se lo poneva anche lo storico greco Polibio (206-124 a.C. circa), nell’ambito di un
dibattito appassionato che coinvolgeva la pubblicistica politica di ambiente ellenistico dell’epoca,
allorquando quel mondo già gravitava nell’orbita romana. Numerosi erano ancora gli estimatori della
falange, convinti che la formazione macedone potesse sempre sfidare con successo le legioni, anche
da sola. Quindi, imputavano le ripetute sconfitte subite dalla stessa all’uso errato che si era fatto di
essa, alle circostanze (es. terreno), o alla sfortuna; per contro, il successo costante dei Romani non
dipendeva, per loro, dal merito, ma dal capriccio della Sorte. Era una pericolosa illusione, che, per il
bene dei Greci, sarebbe stato opportuno dissipare. Per questo probabilmente Polibio entro nel
dibattito, esprimendo il suo parere in un passo delle sue Storie.
Lo storico inizia affermando che su un terreno uniforme la falange può travolgere ogni avversario,
però poi riconosce implicitamente che la legione del tempo gode di una superiorità strutturale. I
caratteri della falange le conferiscono un vantaggio meramente teorico ed illusorio, poiché la sua
compattezza e forza d’urto si possono esplicare appieno solo in spazi che hanno caratteristiche
precise: ampi, pianeggianti, privi di ostacoli, ma per questo difficili a trovarsi. Al contrario, la sua
scarsa elasticità le dà difficoltà di movimento, impedendole di presidiare adeguatamente un territorio
anche appena accidentato.
Strategicamente superiore per questi motivi, la legione gode anche di un vantaggio tattico. La
formazione romana è in grado di contrastare efficacemente la falange macedone mettendo in atto una
manovra particolare. Grazie alla sua disposizione per manipoli schierati su linee successive, la legione
può impegnare il fronte della falange con uno solo – a turno – dei suoi scaglioni, mentre gli altri
ripiegano per prendere fiato. A un nemico costretto a procedere col passo cadenzato necessario per
mantenere la compattezza dei ranghi, lo sfondamento del fronte romano è impedito sia dalla resistenza
elastica opposta dai legionari, che arretrano senza perdere contatto e possono alternare i prima linea
i diversi ordines, sia dalle salve micidiali dei pila, in grado di privare momentaneamente la falange
del suo assetto. Questa prima fase della manovra darà modo alla seconda e terza linea di aprirsi, al
momento opportuno, sui lati della falange stessa, stringendola in una morsa. Dopo averne smembrato
la formazione, i legionari avranno la meglio sui falangiti negli scontri individuali, cui i secondi non
sono abituati. Polibio ha chiaramente in mente l’episodio dei Campi Magni.
I grandi scontri che vedono protagoniste le due formazioni sono:
a) Cinocesfale (197 a.C.), conclude la seconda guerra macedonica;
b) Magnesia al Sipilo ( 190 a.C.), decreta la sconfitta definitiva del regno seleucide di Siria
(ellenistico);
c) Pidna (168 a.C.), decide la terza guerra macedonica.
Si concludono tutti con la vittoria romana. Il loro andamento sembrerebbe avallare in parte la tesi di
chi imputa le sconfitte della falange a una serie di errori tattici. In realtà il fatto che si riproducano
sempre errori simili (che si ripeteranno anche in seguito (cfr. smembrarsi della falange)) deve indurci
a riflettere perché lascia intuire che nella formazione greca vi sia una sorta di difetto genetico, cosa
che Polibio intende sottolineare. Creata per un conflitto a ranghi serrati, la massiccia compagine
falangitica soffre molto la possibilità di azione autonoma dei manipoli romani, numericamente ridotti,
agili e votati alla manovra e, perciò, capaci sia di ritirarsi di fronte alla falange, sia di operare ciascuno
in piena autonomia, sfruttando le opportunità che si presentano sul campo di battaglia. Lo smembrarsi
della falange lascia ogni volta i pezeteri indifesi di fronte all’attacco dei legionari, che hanno miglior
attitudine al combattimento individuali e un armamento qualitativamente superiore, capace di
infliggere ferite che impressionano i macedoni anche dal punto di vista psicologico.
Nelle battaglie campali, come detto all’inizio, la formazione greca potrebbe ancora imposi a patto di
riprendere la superiorità, un tempo sua, nelle forze montate. Ma l’arte militare ellenica ha conosciuto,
dalla fine del IV secolo, un’involuzione notevole e la falange del II secolo a.C. ha ormai subito una
sclerosi che ne esaspera i difetti, in primis la staticità. Allungando ulteriormente la sarissa e infittendo
ancora i ranghi si è costituito un blocco ancora più massiccio e potente, ma completamente privo della
relativa flessibilità che la falange delle origini possedeva, tanto da potersi muovere solo in linea retta.
Alla sempre maggiore attenzione verso il potenziamento della falange è corrisposto un disinteresse
verso le cavallerie, deterioratesi sia numericamente che qualitativamente. Se Alessandro manteneva
tra fanti e cavalieri una proporzione di 2:1, questo rapporto è andato via via cambiando sempre più a
vantaggio dei fanti. Inoltre, sono scomparsi del tutto alcuni reparti montati d’elite, tra cui forse gli
stessi eteri (hétairoi).
Tra le cause di questo processo figurano l’accresciuta difficoltà di reclutamento e il comportamento
adottato dalla monarchia antigonide (macedone), che continuava a rappresentare un modello per gli
stati ellenistici. I Macedoni combattevano ormai prevalentemente in Europa contro nemici che
avevano adottato il loro stesso ordinamento bellico, ma erano debolissimi nell’ambito della cavalleria.
Perciò, anche senza dedicare particolare attenzione al potenziamento delle proprie forze montate, i
Macedoni erano in grado di avere la meglio. Infine, non vanno trascurati il processo di senescenza
che investe inevitabilmente ogni istituzione e la tendenza, forte in ambito militare, a identificarsi con
scuole e archetipi. La falange macedone si era guadagnata un alone di invincibilità e questo aveva
fatto sì che il modello fosse stato adottato da molti popoli. Però col tempo, l’insegnamento e di
Alessandro era stato prima frainteso e poi dimenticato. I contendenti sembravano aver scordato la
manovra avvolgente, per limitarsi a uno scontro frontale deciso dalle masse contrapposte di fanteria.
E così gli ultimi epigoni di Alessandro avevano trasformato uno strumento eminentemente difensivo
(un’incudine) in un’arma offensiva (un maglio), caratterizzata però da limiti e difetti. Essi si affidano,
offensivamente, alla pressione frontale di una formazione chiusa più potente di quella oplitica, ma
statica.
Cosa sarebbe accaduto se le legioni che assoggettarono la Grecia avessero incontrato la prima più
efficiente versione della falange? O anche l’ultima, ma con Alessandro o Pirro a proteggerla sui
fianchi con la cavalleria? Secondo alcuni, nelle condizioni ideali – battaglia campale su terreno piatto
– anche la falange dell’ultimo periodo sarebbe risultata vincitrice. Brizzi continua ritenere che il
quesito sia ozioso. In entrambi i casi l’esito della battaglia (non della guerra, data la superiorità
strategica della legione) sarebbe stato deciso non dalle fanterie, ma dallo scontro sulle ali tra le
cavallerie. E non è detto che le eccellenti cavallerie al servizio dei Macedoni o degli Epiroti potessero
avere la meglio sulle forze montate romane, ormai altrettanto numerose e valide grazie all’apporto di
Numidi, Spagnoli e Galli (eccellenti cavalieri, a differenza dei cittadini e degli italici) e, ormai,
appoggiate quasi costantemente dagli elefanti. Quel che è certo è che la trasformazione patita dagli
eserciti ellenistici li lasciava in balia delle armate romane e il monito di Polibio giungeva troppo tardi.
2. Altri nemici: gli Iberi e la nascita della coorte
Roma aveva creato la legione manipolare per disporre di uno strumento più agile della falange oplitica
da opporre ai Sanniti nel loro territorio. Questa struttura, però, si rivelò insufficiente a risolvere i
problemi posti dalla guerriglia in un altro teatro che la vittoria nella seconda guerra punica aveva
lasciato in eredità ai Romani, la penisola iberica. Qui i Romani avevano istituito due province,
Hispania Citerior (parte orientale) e Hispania Ulterior (parte meridionale). Per scoraggiare le
incursioni dall’interno dei Celtiberi, che vivevano sul massiccio centrale dei Monti Iberici, e dei
Lusitani, che praticavano per abitudine il mestiere delle armi, i governatori romani si fecero
coinvolgere in una spirale di rappresaglie che degenerò in una guerra lunga e terribile. Sul fronte
iberico la situazione rimase a lungo difficile, tanto che nel II secolo a.C. il servizio militare in questo
teatro era il più odiato.
Le difficoltà erano legate in primo luogo alle caratteristiche del territorio. Il clima della Meseta
consentiva di operare solo nei mesi estivi; nelle grandi masse montuose si aprivano solo pochi,
malagevoli passaggi; la quasi totale mancanza di strade frazionava la penisola in comparti non
comunicanti tra loro e rendeva problematica ogni iniziativa coordinata tra i due comandi provinciali.
Spesso, poi, tale azione poteva essere vanificata anche dall’inadeguatezza del senato che non sempre
era in grado di programmare un’adeguata strategia a lungo termine. O ancora dalla rivalità tra i
governatori (pretori) che spesso non collaboravano col collega. La sostanziale assenza di vere e
proprie città impediva ai generali di ricoverare confortevolmente i loro eserciti per la cattiva stagione.
Anche se le caratteristiche degli hibernia, campi provvisori invernali, erano migliorate, le condizioni
di vita dei soldati restavano pessime, tanto che diversi morirono per il freddo, la mancanza di
approvvigionamenti o dissenteria causata da cibo pessimo.
In questa regione si svolgeva un’attività bellica dai caratteri particolari, definita pyrinos pòlemos,
guerra di fuoco, secondo Polibio proprio per il carattere e la natura continua degli scontri. In Grecia
e in Asia una, massimo due battaglie erano sufficienti a decidere l’esito della guerra e negli scontri la
decisione avveniva in un ben preciso momento. Qui solo il calare della notte interrompeva i
combattimenti e solo la cattiva stagione imponeva una tregua. Plutarco ci parla della
contrapposizione, sul finire della Repubblica, tra Sertorio, capo dei Lusitani, e Metello Pio. Questi
non sapeva cosa fare contro un nemico che, grazie all’abilità e all’agilità, evitava di lasciarsi indurre
alla battaglia campale e cambiava tattica di continuo. La formazione romana, pesante e poco mobile,
addestrata ad affrontare e vincere nemici in uno scontro ravvicinato, era impreparata a muoversi in
terreni montuosi e seguire uomini leggeri in attacchi e ritirate rapidi e continui. Metello, non potendo
dar battaglia, ebbe a subire tutti i danni che soffrono i vinti. Sertorio tagliava al nemico i rifornimenti,
lo ostacolava nelle marce e se si fermava lo obbligava a ripartire.
Alla fine i Romani ebbero la meglio, ma il successo non dipese dall’armamento (in alcuni casi – spada
iberica – addirittura inferiore al nemico), né alle caratteristiche dell’unità inizialmente in uso – la
legione manipolare – inadatta, benché concepita inizialmente proprio per far fronte alla guerriglia
sannitica. Questo fu vero, ma bisogna tenere presente le diverse identità e natura dei nemici che si
dovevano affrontare:
a) Una parte degli Spagnoli combattevano come peltasti, fanti leggeri. Erano detti caetrati, dalla
caetra, un piccolo scudo tono che portavano; erano equipaggiati anche on il gladio ispaniense
o la falcata, una sciabola. Essi dovevano avere in dotazione, al bisogno, anche la lancia da
urto (secondo alcuni sarebbero i lonchophoroi attestati nell’esercito barcide), quindi essere in
grado di affrontare le fanterie di linea con possibilità di vittoria. Non avendo l’impaccio di
armature pesanti e servendosi di armi da lancio – la fionda, il soliferrum (giavellotto in
metallo) e la falarica (asta di legno dalla punta di ferro, cui era fissato un batuffolo di stoppa
immerso nella pece in funzione incediaria) – , la loro tattica abituale si basava sull’azione
rapida e improvvisa e sull’imboscata. Erano guerrieri di questo tipo che, agli ordini di Viriato,
invitavano i Romani a battaglia, per poi disperdersi e, tra finte fughe e ritorni offensivi, attirarli
in agguati.
Contro tali nemici la risposta romana consisteva sia nell’inserire tra i ranghi, a livello di unità
minori, arcieri e frombolieri che fornissero uno sbarramento rispetto ai colpi da lontano, sia
nel suddividere i legionari in piccole unità autonome, capaci di spingersi a fondo entro il
territorio nemico e di incalzare i guerriglieri da vicino, mantenendoli sotto pressione e
costringendoli a spostarsi di continuo, senza poter riposare né rifornirsi. Per simili azioni il
manipolo (o la centuria) continuavano ad essere dli strumenti più adatti e dovettero restare in
uso.
b) Vi era una seconda componente nel mondo iberico, i Celtiberi (e molte genti dell’altopiano
centrale). Forse perché arrivati a una fase più avanzata di urbanizzazione, essi potevano
disporre di eccellenti fanterie di linea, provviste di elmi e armature e delle migliori spade
dell’antichità, e di ottime cavallerie, capaci di battersi anche in montagna. Fu contro questi
avversari che Roma cercò di adeguare il proprio apparato bellico. Le cavallerie ispaniche si
potevano affrontare chiedendo alle città alleate o sconfitte forze montate e cavalli da guerra o
facendo arrivare dalla Numidia cavalieri, fanti leggeri – per lo più lanciatori di giavellotto – e
elefanti. Contro le fanterie, invece, che contavano i migliori combattenti individuali del
mondo antico, bisognava evitare il corpo a corpo o mettere i legionari nelle condizioni migliori
per sostenerlo.
Se la resa di Ostilio Mancino sotto Numazia (137 a.C.) fu la sola grande disfatta subita in Spagna,
l’intero periodo fu punteggiato da una serie di piccoli scontri dall’esito negativo, che costarono ai
Romani, decine di migliaia di vittime. Occorreva fare qualcosa. Qui si colloca una fondamentale
innovazione, da ascrivere probabilmente sempre a Scipione Africano, la coorte. Era un’unità
intermedia tra il manipolo e la legione, composta abitualmente riunendo i tre manipoli che negli
scaglioni di hastati, principes e trarii portavano lo stesso numero d’ordine; così ipoteticamente a
scandire lo schieramento romano in profondità. Creata durante il breve soggiorno di Scipione in
Spagna, rimase inizialmente limitata a questo teatro, per assumere solo in seguito un impiego globale.
La nuova unità ebbe un ruolo importante nella lotta contro le genti ispaniche, ma neppure la sua
adozione sarebbe bastata, da sola, a piegare la resistenza indigena. Il frazionamento del teatro bellico,
che nocque a una condotta unitaria della guerra da parte romana, finì con arrecare ancor più danni
agli Ispanici, divisi linguisticamente, culturalmente e politicamente e incapaci di far fronte comune.
Ancor più decisiva fu la capacità romana di assorbimento, che si concretizzò in un ampio processo di
colonizzazione, diffusione del latino, riorganizzazione degli insediamenti e estensione dei diritti
civili. I Romani sapevano bene che ogni tentativo di rendere stabile una conquista e controllare un
popolo asservito con metodi esclusivamente coercitivi è destinato a fallire: le conquiste si conquistano
con la forza, ma si conservano col diritto.
Qual era la funzione della coorte? La necessità di fronteggiare formazioni particolari e di schierare
unità intermedie autonome, meno vulnerabili dei piccoli manipoli all’azione della guerriglia, ma
meno lente delle legioni ne giustificano l’adozione iniziale nel teatro iberico, montuoso e impervio,
ma non toccano l’essenza del problema. Non si può dimenticare che questo organismo si troverà ad
operare anche in altri contesti con analoga fortuna. Sullo scorcio del II secolo a. C. è la coorte che
permetterà alle truppe di Mario di ottenere la vittoria sui Cimbri e, in seguito, divenuta unità basilare
delle legioni imperiali, sarà la coorte a battersi contro i nemici dell’impero lungo le frontiere. Si è
voluto vedere un precedente significativo all’innovazione scipionica in un episodio delle guerre
contro i Galli nella pianura padana: nel 222 a.C., durante lo scontro con gli Insubri, il console Caio
Flaminio Nepote, insoddisfatto della formazione manipolare, armò i legionari della prima linea con
le lance dei trarii, con il proposito di spezzare l’impeto offensivo avversario. Ciò ci rimanda allo
schieramento assunto dalle legioni nei primi due secoli dell’impero: contro i barbari del centro
Europa, i Romani abbandonano la tattica manipolare, tornando all’ordine chiuso, come testimoniano
i trattati di re militari giunti a noi e i rilievi della Colonna Traiana; e non di pilum (giavellotto), ma di
lancia sono armate anche le truppe ausiliarie usate contro di essi.
Parallelamente si perfeziona anche l’addestramento delle truppe: per es. per far fronte alla possanza
fisica dei Cimbri, Rufo si servirà addirittura di lanisti (proprietari delle palestre per gladiatori) per
istruire le truppe. Proprio questa cautela supplementare, che si accompagna sistematicamente alla
disposizione per coorti, può illuminarci sugli intenti alla base della nascita della nuova unità: si voleva
migliorare le possibilità di sopravvivenza del legionari sul piano della lotta corpo a corpo non meno
che su quello dello scontro in formazione. D’altronde, cosa accumunava guerrieri iberici, Cimbri,
Galli, Germani, se non il furor? Il tratto comune era, infatti, la ferocia e la pericolosità nella lotta
corpo a corpo, nella quale questi barbari continuano a esprimere la mistica ebrezza che li pervade in
battaglia. Contro di loro al Romano giova l’addestramento esasperato nella lotta corpo a corpo,
prezioso nel caso di uno scontro ravvicinato e, soprattutto, l’adozione di uno schieramento più solido
e compatto, che torni a ispirarsi alla falange. Nella coorte gli uomini della prima fila tornano a essere
dotati di armi lunghe e ogni soldato può tornare a contare sulla protezione e il sostegno dei compagni
di linea, mentre i barbari, privi della necessaria abilità tattica, sono difficilmente in grado di infrangere
la compattezza dell’ordine chiuso.
Quindi nel II secolo a.C. il processo giunto a maturazione nelle guerre sannitiche si inverte. Le due
tendenze presenti a lungo nella stessa unità rivivono, dapprima separate, nelle due differenti
formazioni che operano agli estremi dell’ecumene mediterraneo: più votata all’offesa e legata
all’iniziativa dei singoli, la legione manipolare è funzionale soprattutto nell’Oriente ellenistico; tesa
a infrangere gli attacchi, più raccolta e massiccia e più fondata sulla disciplina, la formazione coortale
opera all’inizio nell’Occidente iberico. In origine schieramento temporaneo, la coorte si diffonde e si
afferma ovunque, diventando l’unità-base delle legioni; essa è adottata permanentemente quando i
Romani intuiscono che le guerre del futuro somiglieranno sempre più a quelle combattute contro gli
Iberi che contro Cartagine e la Macedonia. L’era delle lotte contro le formazioni ellenistiche, decise
dal piccolo e agile manipolo e dalla superiore capacità combattiva del singolo legionario si chiude;
d’ora in poi i grandi scontro campali, più rari, avranno sviluppi ben diversi. Pur mai trascurati
(l’addestramento anche alla lotta corpo a corpo rimane tra i più severi) la capacità individuale e lo
spirito di iniziativa avranno rilievo minore: si avvicina il tempo di Disciplina, astrazione divinizzata.
3. L’esercito professionale
Fino alla sconfitta di Carrhae (53 a.C.) l’esercito romano non subisce traumi tali da indurlo a
modificare il proprio assetto. Se si riconosce come ascrivibile a Scipione l’invenzione della coorte, ai
grandi generali dell’ultimo secolo della Repubblica non si può che attribuire qualche ritocco.
Caio Mario per contrastare la prestanza fisica e la combattività dei Germani (Teutoni e Cimbri)
generalizzò l’uso della formazione chiusa per coorti. Nello stesso tempo, badò a migliorare le
possibilità di sopravvivenza individuale curando l’addestramento dei singoli: esso fu affidato (da lui
o da Rufo) ai lanisti che istruivano i gladiatori. Attuò, poi, un lavoro capillare di trasformazione che
toccò ogni aspetto del costume militare. Inoltre modificò il pilum: esso fu alleggerito e fu ritoccato
in modo da essere inutilizzabile dopo il lancio (il primo dei chiodi che fissavano la punta all’asta fu
sostituito con un rivetto in legno, destinato a spezzarsi al momento dell’impatto).
Lucio Cornelio Silla mostrò come, in presenza di forti cavallerie, l’esercito romano potesse giovarsi
delle sue superiori capacità ingegneristiche anche in funzione tattica, per disseminare il campo di
battaglia di ostacoli atti a intralciare il nemico.
Giulio Cesare non può dirsi un innovatore nell’ambito della tattica, ma fu immenso nel campo
dell’ingegneria militare, ove porto ai massimi livelli l’attitudine già di Silla. Potenziò poi le forze
montate, arruolando contingenti di cavalleria pesante germanica. Infine, formò una catena di comando
che valorizzava per la prima volta i quadri intermedi dell’esercito. Non a caso, nei suoi Commentarii
i veri protagonisti dell’azione sono i centurioni, mai legati, cioè gli uomini tratti dai ranghi – soldati
di mestiere – e non i dilettanti dell’aristocrazia.
Il più importante dei mutamenti di questo periodo investe non la tattica ma la composizione
dell’esercito. Per far fronte alla crisi degli adsidui, i possidenti abili per essere arruolati e alla crescente
disaffezione nei confronti del servizio militare, specie se prolungato per più anni, il senato (forse nel
129 a.C.) aveva abbassato di molto il censo minimo richiesto per far parte della V classe. Ma anche
questo provvedimento sembrava non bastare. In procinto di partire per la Numidia, Gaio Mario
procedette al reclutamento delle truppe, ma tralasciò ogni indagine preliminare sul censo dei coscritti,
aprendo le liste di leva ai proletari, i nullatenenti. Egli rendeva così ufficiale una misura già presa
occultamente da altri, ma così facendo rendeva in pratica volontario l’arruolamento. Il numero di non
abbienti pronti ad accorrere sotto le armi fu, d’ora in poi, così grande da sopperire alle necessità della
res publica. Ciò ebbe due conseguenze, una positiva, l’altra negativa. Finora le legioni vantavano un
nutrito numero di elementi che in patria avevano di che vivere normalmente e, quindi, consideravano
il servizio militare come una parentesi da chiudere al più presto per ritornare alla propria famiglia e
ai propri affari. Ora la ferma diveniva volontaria, spesso frutto di libera scelta da parte di chi trovava
nell’esercito opportunità migliori di quelle che la vita gli offriva. La seconda conseguenza ebbe effetti
politici e sociali dirompenti. D’ora in poi alle armi furono chiamati solo uomini che facevano del
servizio militare una professione: il timore di perdere i mezzi di sussistenza li induceva ad
assecondare ogni causa pur di restare in servizio e a legarsi ai capi dai quali dipendeva il loro
benessere con un vincolo strettissimo. Essi richiesero inoltre un sistema pensionistico per garantirsi,
dopo la leva, una vecchiaia tranquilla. Da Mario in poi vi si provvide attraverso delle leges agrariae,
destinate a compensare i veterani smobilitati con lotti di terra; ma l’attuazione di questa misura poteva
essere garantita solo se l’influenza dei comandanti era appoggiata dal peso degli eserciti.
Silla tentò senza fortuna di spezzare la solidarietà tra uomini e loro generale, pur se lui stesso se n’era
giovato per raggiungere il potere. Per staccare gli eserciti dai loro generali bisognava trovare un
monarca che dominasse tutte le armate di Roma e scegliesse i subalterni sulla base dell’efficienza e
della devozione personale; o almeno eliminare l’interdipendenza tra comandanti e loro eserciti,
subordinando economicamente il futuro di questi ultimi al potere centrale. Entrambi gli obiettivi
furono raggiunti da Augusto tramite l’assunzione del comando per delega e tramite l’istituzione
dell’aerarium militare, la cassa statale che doveva pagare il premio di congedo ai veterani. Silla preferì
tentare la via della separazione tra potere civile e potere militare e, al tempo stesso, ricorrendo anche
alla soggezione religiosa: relegò gli eserciti in armi al di fuori una linea sacrale (pomoerium) che
andava dal Magra al Rubicone, che proteggeva tutta l’Italia peninsulare

4. Guerra e pace
Tra le condizioni preliminari per intraprendere la guerra vi era, secondo Cicerone, quella di ricercare
nient’altro che la pace. Tale affermazione ha finito con l’accreditare la tesi, sostenuta da molti,
secondo cui la pace era concepita dai Romani esclusivamente come il frutto della guerra. Lo
confermerebbe la radice di pax, pacis, lo stesso di pactus e paciscor.
In realtà, il presupposto etico cui il popolo romano obbediva doveva essere stato agli inizi diverso:
quella romana, in origine, era una comunità di contadini, non di guerrieri  la guerra non
rappresentava lo stato normale delle cose, ma un’anomalia sgradita.
Il concetto di pace era, tuttavia, destinato a diventare un valore centrale nella storia della res publica
e, per questo motivo, a modificarsi nel tempo, assumendo risvolti diversi. Un primo sviluppo si ebbe
alla fine della guerra annibalica (seconda guerra punica, 218-202 a.C.): Roma aveva vinto il suo lungo
duello con Annibale, ma lo sforzo sostenuto aveva lasciato profonde cicatrici sul corpo dell’Italia,
difficili da sanare, con conseguenze destinate a condizionare la successiva storia dello Stato romano.
Molte furono le città occupate, messe a sacco o distrutte dagli opposti eserciti; i campi del meridione
furono devastati per anni; intere popolazioni furono deportate in massa. Secondo stime, confermate
dai censimenti, vi furono 200.000 tra morti e dispersi. Ancor più grave il bilancio politico e morale
del conflitto: la calata del barcide aveva permesso alle genti appenniniche che Roma aveva
faticosamente conquistato in due secoli, ma non ancora sufficientemente integrato nello Stato, di
rialzare la testa, riaccendendo antichi contrasti. Ulteriore, gravissimo, fatto: l’Italia aveva conosciuto
una guerra intestina che, con la sola eccezione del blocco-romano-latino, aveva visto scontrarsi nel
meridione Italici contro Italici, Greci contro Greci.
Profondamente traumatizzata, Roma finì con l’essere afflitta da una vera psicosi dell’aggressione che
la portava costantemente a temere iniziative ostili. Nella storiografia di lingua latina, il timore di una
minaccia esterna scandisce in modo ossessivo la narrazione di ogni episodio, politico o militare,
avvenuto nei primi anni del II secolo a.C. Roma temeva che un nuovo attacco portato sul suolo della
penisola potesse risultarle fatale e l’isteria difensiva la spinse verso il militarismo. Fu in questo
periodo che Scipione trasse dal suo patrimonio culturale una nozione politica che il mondo greco
conosceva da tempo e che subdolamente si poteva ricollegare all’idea di pace, dato che sembrava
puntellarla: la nozione di dissuasione militare o deterrente  “Si vis pacem para bellum” è la
contrazione di una frase contenuta in Vegezio (seconda metà IV – V secolo d.C.). Per i Romani quello
della dissuasione militare divenne uno dei principi cardine della politica estera e nella forma di
disarmo imposto ai nemici fu applicato per la prima volta proprio da Scipione ai danni di Cartagine.
La consegna degli elefanti e la distruzione della flotta miravano a ridurre Cartagine a potenza minore
e colpirla nei simboli stessi della sua forza militare; ma intendevano anche placare il timore romano
di una nuova invasione della penisola.
Nell’evoluzione subita dal pensiero politico in questo arco di tempo, la nozione di pace viene
subordinata se non (ancora) al concetto di guerra preventiva, almeno a quello per cui essa dipende da
una forza militare preponderante, capace di dissuadere ogni aggressore. La credibilità della
dissuasione deve, però essere reciproca e assoluta per entrambe le parti; una condizione che raramente
si verifica. Anzi, spesso accade che il fenomeno di rafforzamento degli apparati bellici finisca, al
contrario, per esasperare le tendenze aggressive dei contendenti, trascinandoli verso quelle guerre che
dovrebbe evitare.
Così, tra il mondo ellenistico e la res publica i primi conflitti nascono quando il senato, facendo
proprio l’insegnamento di Scipione, rafforza il suo apparato bellico per placare i propri timori e decide
poi di asservirlo ad un principio pratico, ma reso seducente dalla patina morale che lo avvolge, quello
di armarsi per scongiurare la guerra. Il potere di dissuasione romano inizialmente non è assoluto. Fieri
dello strumento militare della falange, gli Stati ellenistici sono indotti a sottovalutare la potenza della
Repubblica fino a quando non è troppo tardi; così rendono lo scontro inevitabile.
Roma, spinta dalla sua esigenza maniacale di tranquillità, tanta di imporre per via diplomatica un
ordine stabile al magmatico quadro ellenistico, ma la sua azione si scontra con la giusta aspirazione
delle potenze greche a esercitare liberamente la politica in ogni sua forma. Trovandosi su posizioni
inconciliabili, gli interlocutori sono trascinati in una spirale di rivendicazioni reciproche, che fanno
degenerare i rapporti verso una condizione prima di guerra fredda, poi di scontro aperto.
Se fino a questo momento le guerre contro la Macedonia e la Siria sono la conseguenza strutturale,
anche se forse non coscientemente voluta, del concetto di deterrente, il passo successivo è quello che
vede assegnata ai Romani la missione di imporre la pace ovunque (cfr. le parole che Tito Livio fa
pronunciare al console Manlio Vulsone). Il concetto di pace ha una funzione non più passiva, ma
attiva, ponendosi come premessa e giustificazione dell’imperialismo.
Gli sviluppi successivi sono obbligati. La Repubblica è politicamente e militarmente più forte dei
suoi interlocutori, cosa di cui essa diventa via via cosciente. Fino alla pace definitiva con il regno di
Siria (188 a.C.) i Romani hanno un concetto elementare del rapporto tra politica e guerra, che li porta
a fare un uso grossolano della forza. Dopo questo momento, almeno nei rapporti con il mondo
ellenistico, essi paiono comprendere il contributo che può invece giungere da un suo uso e flessibile
e accorto  essi intuiscono un corollario essenziale del principio di deterrente: per raggiungere i
propri scopi basta ricorrere alla coercizione diplomatica.
Quindi, nel deterrente la forza ha un valore in sé (a prescindere da un suo uso diretto), per l’azione
dissuasiva che essa esercita sull’interlocutore. Così quando si passa dal momento meramente passivo
della dissuasione alla fase attiva definita imperialismo, ci si attiene questo principio. Per essere
efficacie la coercizione diplomatica deve contare su due requisiti fondamentali:
1) una potenza militare soverchiante;
2) la determinazione evidente a ricorrervi in caso di bisogno.
Perciò, per qualche tempo almeno, a governare il mondo ellenistico bastano dei legati. In questa fase,
il senato, sollecitato in continuazione, si invischia in diverse contese locali che lo trasformano in una
sorta di corte internazionale di giustizia e fanno del legionario il gendarme del Mediterraneo.
Anche questo sistema fallisce e intorno al 150 a.C. la res publica finisce col ricorrere in modo
indiscriminato a una politica di annessione brutale, di cui i capitoli più bui sono la schiavitù dei
Molossi (popolo epirota, 167 a.C.), la distruzione di Cartagine (146 d.C.), l’annientamento di
Numanzia (133 a.C.) e i massacri in Spagna. Roma, che avverte la necessità di rendere accettabile
eticamente la nascita del proprio impero, ricorre sempre più decisamente al valore di pax: esso è il
presupposto per giustificare la difesa degli alleati; la presenza di presidi nelle province a protezione
di una pace che se no svanirebbe per briganti, guerre intestine; il tributo necessario a mantenere le
guarnigioni. Gli sviluppi di tale logica sono pericolosi. Accusato di avere trascurato, durante la guerra
gallica, ogni norma di ius gentius (norme fondate sulla ragione naturale e, perciò, presenti presso tutti
i popoli), Cesare ribatte proprio facendo ricorso alla nozione di pace: la Gallia conosce ora la pace,
una pace che è la sola possibile, la pax romana.
Il passo definitivo è compiuto da Augusto. Nella concezione cosmica augustea la pace per essere
effettiva deve essere assoluta. Secondo un’implicazione dell’imperialismo romano, secondo cui una
realtà o res romana o res nullius, la pace giusta può essere solo la pax romana, cioè conforme alle
regole dell’Urbe. Questo presupposto trova il suo sbocco nella giustificazione virgiliana dell’impero
di Roma, pronunciata da Anchise: “tu, romano, ricorda di governare i popoli e di imporre la civiltà
con la pace, risparmiare i sottomessi (subiectis) e debellare i superbi (superbos). Se i superbi sono gli
aggressori di ogni tipo, i subecti sono coloro che non si pongono con Roma in posizione di antitesi.
La prospettiva può essere ribaltata: per il potere romano aggressori almeno in potenza sono tutti
coloro che non sono subiecti. In questo momento culminante dell’imperialismo romano, la pace è
sentita come il frutto esclusivo di una guerra di conquista: la pax cruenta di cui parla sarcasticamente
Tacito.

CAPITOLO QUINTO
L’ETÀ IMPERIALE

1. La sistemazione di Augusto
Con la fine delle guerre civili e l’avvento del principato giunsero in teoria a soluzione alcuni problemi,
come quelli connessi alla natura professionistica dell’esercito. La forza del principe nei confronti
dell’aristocrazia veniva dal fatto di essersi posto come garante di stabilità rispetto alle spinte
“rivoluzionarie” dei ceti inferiori, delle truppe e di parte del mondo provinciale: ci si rassegnò ad
affidare a lui il comando supremo delle armate di Roma. Gli era concesso in modo esclusivo un
imperium proconsulare, un potere militare, “maius et infinitus”: esso gli assicurava il controllo su
tutti gli eserciti dell’impero e sulle aree non pacate (zone a rischio dove era necessaria la presenza
stabile di truppe legionarie) e si estendeva formalmente anche all’Italia e all’Urbe, dove però
restavano solo pochi reparti.
A Roma erano stanziati gli urbaniciani, tre coorti urbane agli ordini di un prefetto senatorio, e i vigili,
un corpo di sette coorti formate da uomini di origine libertina, che avevano il compito essenziale di
spegnere gli incendi e di compiere ronde notturne per reprimere la criminalità.
Su tutto il territorio della penisola erano stanziate le coorti pretorie, di cui tre a Roma (acquartierate
nei castra praetoria), un corpo di origine italica guidato da due prefetti pretori che rappresentavano il
vertice della carriera equestre istituita da Augusto. I pretoriani erano la guardia dell’imperatore e
costituivano una forza privilegiata, che aveva una ferma più breve, stipendi più alti e un servizio
esente dai disagi e rischi della milizia imperiale.
Nelle basi di Misano (golfo di Napoli) e di Classe (presso Ravenna) vi erano le due grandi flotte
pretorie, che controllavano i due lati del Mediterraneo; quadre minori erano di stanza ad Alessandria
e nel Ponto Eusino, sul Reno, sul Danubio, nella Manica e nel Mare del Nord. La flotta aveva
equipaggi formati da liberti e peregrini (provinciali non romanizzati), arruolati tra le popolazioni
meno reputate militarmente; i suoi ufficiali furono dapprima liberti della casa imperiale, poi prefetti
di estrazione equestre.
L’Italia non divenne provincia, quindi si continuò a tenerne lontane le legioni. La maggior parte delle
truppe rimase così dislocata fuori dalla penisola, soprattutto nelle aree non pacate, le province
imperiali (il cui governatore era di nomina imperiale) situate per lo più ai margini estremi dell’impero.
Nelle province senatorie, dette anche del popolo, stava qualche reparto ausiliario con compiti di
polizia, ma non legioni (unica eccezione l’Africa).
A disposizione dell’imperatore vi erano 28 legioni reclutate tra i cives, per un totale di 150.000
uomini, posti agli ordini di legati imperiali, i pretori, di estrazione senatoria. Ad esse si affiancavano
gli auxilia, le forze ausiliarie reclutate tra i peregrini (provinciali non romanizzati), divise in coorti di
fanteria e ali di cavalieri, al comando di prefetti appartenenti all’ordine equestre. Questi ultimi reparti
erano presenti sia nelle province imperiali, sia, in misura minore, in quelle senatorie. Rispetto ai
legionari, gli auxilia avevano impieghi paralleli: svolgevano operazioni di polizia, conducevano
azioni belliche preliminari contro minacce esterne a bassa intensità, sostenere e integrare i legionari
nelle campagne di più ampio respiro.
Professionisti, i soldati di Roma ricevevano uno stipendio, ad agevolare il pagamento del quale fu
istituito (6 d.C.) l’aerarium militare, un nuovo comparto della tesoreria di Stato, per alimentare il
quale furono create nuove imposte. Dapprima solo i legionari, poi tutti i soldati, avevano diritto di
ottenere, al termine della ferma (che era di 20 anni per i legionari, 25 per gli ausiliari), un donativo in
terre o denaro, talora entrambi; in più gli ausiliari ricevevano per sé e per i discendenti la cittadinanza
romana, che non possedevano al momento dell’arruolamento.
Teoricamente concentrata nelle mani del principe, per la natura stessa dello Stato romano, la funzione
di comando doveva essere delegata. Le forze erano decentrate e frazionate in una miriade di comandi
locali e dispersi in aree immense e distanti tra di loro, cosa che rendeva impossibile una guida unitaria.
I governatori dei distretti che ospitavano le legioni (le province imperiali), cui spettava anche il
comando delle legioni stesse, erano scelti da Augusto, che li traeva dalle file del senato. Definiti legati
Augusti pro praetore, essi erano scelti tra gli ex pretori e gli ex consoli ed erano organizzati secondo
una precisa gerarchia: ai praetorii spettava il comando delle singole unità legionarie e il governo delle
province minori, ai consulares (e ai principi della casa imperiale, come per es. Druso e Tiberio)
spettava il comando delle province maggiori, con un presidio di due o più legioni al loro interno,
come la Pannonia, la Siria e le due Germanie. La durata della carica era a discrezione del principe.
Quindi, Augusto sembrava aver trovato la soluzione al problema che si era posto all’origine delle
stesse guerre civili. Tramite l’erario militare poteva garantire il futuro ultimo dei soldati dopo il
congedo, assicurandone la fedeltà; inoltre comandava tutte le forze di Roma, potendo scegliersi i
subalterni sulla base del merito e della devozione personale. Questi due freni potevano non bastare.
Pur mantenendo le province imperiali e le rispettive legioni sotto gli ordini dei legati da lui scelti,
Augusto divise i comandi tra i due ordines maggiori, inserendo anche i cavalieri nei quadri
dell’esercito. Attraverso la creazione di tre milizie equestri, aprì a questi ultimi la possibilità di
intraprendere una carriera militare parallela, la quale prevedeva la possibilità per gli auxilia di
giungere al comando di singoli reparti. Contemporaneamente, il principe confermò e agevolò la
possibilità di accesso all’ordine equestre per i migliori elementi che, dai livelli più bassi della milizia,
fossero riusciti a giungere all’ufficialità subalterna, cioè ai vertici del centurionato legionario. La
continuità che si stabilì così delineò, tra ranghi dell’esercito e ordine equestre, un interscambio, dando
la possibilità ai componenti di entrambi gli ambiti di intraprendere un particolare iter militare.
Nonostante ciò le armate di Roma non avevano perso la loro potenzialità eversiva. l’unità di comando
nelle mani del principe sarebbe rimasta così poco più che teorica, se non fosse stata rafforzata a) dal
vincolo del sacramentum militiae, il giuramento di fedeltà reso dalle truppe al comandante in capo,
che i soldati prestavano direttamente a Augusto e b) dalla soggezione sacrale ispirata dall’impalcatura
ideologica che vedeva nel principe il detentore degli auspicia, il rapporto con gli dei che generava la
vittoria. Tutto ciò era alimentato dal fatto che a supporto della sua immagine il sovrano aveva scelto
un ben preciso motivo: la nozione di pax. L’evangelium, la buona novella, che il principe era venuto
a portare era quello di un “eirenopoios”, un creatore di pace. O, ancora, secondo un appellativo già
attribuito a Alessandro, un “eirenophylax”, un custode di pace, nel nome della quale anche
l’aristocrazia si era rassegnata a rinunciare in parte alla propria libertas.
Nell’ambito della politica interna pax significava pace sociale, ben altri risvolti tale nozione aveva in
ambito di politica estera. Nell’ambito provinciale più ancora che italico, Augusto traeva la
giustificazione del suo potere dal fatto di aver posto fine alle guerre, dando vita a un nuovo ordine
cosmico, una nuova età dell’oro: tale merito fu celebrato con l’erezione dell’Ara Pacis,
manifestazione plastica della nuova ideologia imperiale. Il valore della pax aveva finito con il
costituire un presupposto della giustificazione morale dell’impero; ora, arricchito nell’ideologia
augustea di un riflesso cosmico, tale valore trovava la sua consacrazione nella formula che Anchise
pronuncia nel poema nazionale latino: parcere subiectis et debellare superbos. Voluta dagli dei, che
ne ponevano come garante la figura dell’imperatore, l’unica pace possibile era la pax Romana.
Costituistosi nel corso di oltre due secoli, l’impero, all’avvento di Augusto, si componeva sia di
regioni pacifiche, ormai avvezze al dominio di Roma, sia di aree endemicamente ribelli. Frutto di una
serie di guerre che spesso non erano state pianificate in anticipo, l’impero era cresciuto in modo
incongruo, tanto che al suo interno mancava addirittura di continuità territoriale: tra Italia e Gallia,
separate dai distretti alpini indipendenti, e tra Italia e Macedonia, divise dalle semisconosciute regioni
balcaniche. Inoltre, il concetto di confine era sostanzialmente ignoto, nella sua accezione moderna,
alle popolazioni confinanti, barbare e spesso seminomadi; ma anche ai Romani che non concepivano
i confini come linee ideali frutto di un accordo con una controparte riconosciuta, ma come una fascia
il cui rispetto era affidato ai governatori locali.
Nelle azioni intraprese contro le province Augusto si lasciò guidare da un triplice intento:
1) Imporre in sede locale il rispetto di Roma ai sudditi riottosi e eliminare sacche di disturbo;
2) Rendere agevoli le comunicazioni via terra;
3) Attestarsi su linee sicure.
Oltre a considerazioni strategiche, la decisione di rintuzzare sistematicamente ogni minaccia, reale o
presunta, rispondeva alla necessità di far fronte all’impegno di garantire la pace che l’imperatore
aveva verso i suoi sudditi, che lo portava ad assoggettare ogni superbos. Quindi, i Romani furono
spinti verso una spirale di guerre “giuste” nella ricerca di quella che Tacito definiva la pax cruenta.
In Europa furono sottomessi Asturi e Cantabri, le bellicose tribù del settore nordoccidentale della
penisola iberica; sconfitte le popolazioni retiche, portando il confine dell’impero sul Danubio;
conquistati i distretti alpini e assorbito il regno amico del Norico (Austria orientale). La sfida più seria
alla pax Romana veniva dalle tribù dell’Illirico orientale, in particolare dalmata e pannonico, e della
Germania transrenana. Quanto alla prima regione, erano sotto controllo le terre a oriente delle Alpi
Giulie fino alla Sava, quindi si decise di conquistare l’intera Pannonia fino al Danubio. Ciò fu difficile
e richiese quattro anni di dure campagne (12-19 d.C.); il controllo di questa terra si rivelò, tuttavia,
illusorio, tanto che fu proprio un’insurrezione scoppiata qui a favorire, seppure indirettamente, il
parziale fallimento del disegno universale augusteo. P<
er realizzarsi tale disegno non poteva prescindere dalla sottomissione delle tribù germaniche che
avevano causato incidenti anche gravi al limes renano. Intrapresa da Druso nel 12 a.C. e proseguita
dal fratello Tiberio, la conquista delle terre fino all’Elba pareva sul punto di realizzarsi nel 6 d.C.,
quando per stabilire il collegamento tra Elba e Danubio restava solo da eliminare l’enclave costituita
dal regno di Boemia, creato dal re Marobod associando ai suoi Marcomanni i Boi. Mentre le legioni
stavano convergendo sull’obiettivo, divampò una grande rivolta nell’Illirico, per cui le armate di
Roma dovettero invertire la marcia. Due durissime campagne costrinsero gli insorti alla resa; l’Illirico
fu diviso nelle due nuove province della Dalmazia e della Pannonia.
Impegnata altrove, Roma aveva abbassato la guardia proprio nei confronti delle genti germaniche
appena sottomesse e si era convinta che il controllo delle terre tra Reno e Elba fosse acquisito per
sempre. Secondo una prassi sperimentata in Gallia, i più insigni notabili locali venivano colmati di
onori per guadagnarsene la fedeltà; e si era pure istituita una loro assemblea. Questa doveva dare voce
alle tribù germaniche nei rapporti con Roma e doveva celebrare, presso un santuario federale sorto a
Colonia, i riti della religiosità indigena, mantenuti in vita e associati in una devozione comune al
culto di Roma e dell’imperatore. Quasi tutte le tribù si mostravano disposte a fornire truppe ausiliare
e la situazione sembrava sotto controllo.
Rassicurato dal contegno dei Germani, Augusto aveva destinato i generali migliori ad altre province
reputate difficili, inoltre aveva ritenuto opportuno affidare quest’area a un suo congiunto, esperto di
diritto, Quintilio Varo, perché ne provvedesse all’organizzazione. La condotta del legato, che
pretendeva di riscuotere i tributi e amministrare la giustizia secondo il costume romano esasperò i
Germani. I più significativi consensi alla rivolta vennero proprio dal milieu che gravitava attorno
all’altare di Colonia, tanto che il capo della rivolta fu uno dei più insigni tra i principi onorati da
Roma, Arminio della tribù dei Cherusci. Anche se solo una parte dei Germani lo seguì, l’imperizia e
l’imprudenza di Varo trascinarono l’esercito romano al disastro (9 d.C.). Il legato dapprima rifiutò di
credere a chi lo aveva avvisato della congiura; poi si lasciò attirare fuori del campo e cominciò a
ripiegare verso il Reno, attraverso una zona accidentata, coperta di foreste e acquitrini. Nella selva di
Teutoburgo le tre legioni di Varo furono sorprese e annientate coi corpi ausiliari che le
accompagnavano; Varo si uccise. La disfatto non aveva, di fatto, raggiunto dimensioni irreparabili,
ma ebbe un contraccolpo psicologico gravissimo, tale da influire sulle successive scelte strategiche.
Augusto, stanco di sangue e provato anche da vicende familiari, rinunciò a riprendere l’iniziativa
verso l’Elba, attestando le sue armate lungo di due fiumi maggiori centroeuropei, ponendo così un
limite alle conquiste di Roma. Nel documento programmatico destinato al suo successore, egli si
raccomandava di non estendere ulteriormente le conquiste.
Era destinato ad avviarsi così un dibattito sui destini e le prospettive dell’impero. Al sogno di
aggregare l’intero ecumene (terra abitata), Roma finì col rinunciare, ripiegando su obiettivi più
limitati e possibili. Con la conquista dell’Egitto si poteva ritenere compiuta l’unificazione dell’orbis,
termine che all’epoca indicava la circolarità dell’ambito mediterraneo, con cui si tendeva ad
identificare la sola dimensione che veramente contasse. Quindi Roma pareva soddisfatta di
padroneggiare la parte “migliore” del mondo abitato. Rimase, però, fedele sino forse al IV secolo
avanzato alla originaria dottrina strategica dell’imperialismo: da un avversario pericoloso non ci si
deve difendere, ma lo si aggredisce fino a eliminarlo. Pur ridimensionato, l’universalismo era
destinato a sopravvivere come categoria ideologica fondamentale, anche ben oltre la fine dell’età
romana. Roma, col suo genio politico, aveva creato, conciliandola con l’autonomia locale delle leggi
e dei costumi, una concezione originale del diritto di cittadinanza che potremmo definire sdoppiata o
su due livelli, in quanto capace di mantenere in vita ogni singolo particolarismo giuridico, religioso
o culturale presente nell’impero e, nel contempo, di generare un cosmopolitismo con cui Roma si
identificò. La civitas conteneva anche, mutuata dalla tradizione orientale, l’aspirazione esplicita
all’ecumenismo che si sarebbe innestata sul cristianesimo.

2. Il nemico nuovo: i Parti


La vittoria delle popolazioni germaniche al saltus Teutoburgensis fu, in fondo, un episodio casuale:
forse superiori sul piano fisico, i guerrieri germanici e in generale settentrionali erano inferiori per
armamento (restii a indossare corazze e con spade adatte a colpire solo di taglio), organizzazione,
addestramento e disciplina. Attaccando senza manovrare, offrivano alle legioni il vantaggio tattico di
affrontarli in formazione chiusa. Strategicamente poi, erano deboli, poiché queste popolazioni,
dilaniate da rivalità, non riuscivano a saldarsi in organismo più vasti, capaci di costituire un’autentica
minaccia.
Diversa la situazione che si presentava agli inizi del I secolo a.C. lungo i confini orientali, cioè lungo
l’Eufrate che separava i resti della Siria seleucide dalle terre dei Parti. Qui Roma, per la prima volta
da oltre un secolo, dovette prendere atto che esisteva un’alternativa al suo potere e riconoscere uno
Stato che ridimensionava le sue pretese ecumeniche. Dal canto loro, i Parti, proclamandosi eredi
dell’antico impero achemenide (persiano), ambivano a riconquistarne i domini storici, cacciando i
Romani dall’Asia e coltivavano pretese universalistiche di peso uguale e contrario a quelle di Roma.
La compagine partica era afflitta da debolezze strutturali gravi. Vincolati da legami labili e rimessi
continuamente in discussione, i regni clienti (tra cui l’Armenia), riuscivano a ritagliarsi importanti
spazi di autonomia. All’interno dello Stato le grandi famiglie nobiliari, cui pure il re doveva ricorrere
per assemblare gli eserciti, erano riottose e restie all’ubbidienza. L’elemento persiano, fiero della sua
storia passata, mal digeriva, l’egemonia partica. La stabilità della monarchia arsacide era
continuamente minacciata anche dalla mancanza di criteri di successione certi: molti rami cadetti
mettevano in dubbio, ogni volta, la legittimità della dinastia sul trono, dando vita a lotte intestine,
alimentate anche da Roma che sosteneva ora questo ora quello. Oltre a questi fattori politici, la forza
dell’impero era indebolita da fattori strategici: l’incapacità poliorcetica dei suoi eserciti e l’assenza di
flotte a presidio dei due grandi fiumi che ne bordavano il territorio occidentale, Tigri e Eufrate.
Tuttavia, la superiorità tattica delle armate partiche sembrava assoluta. Al loro interno poco contavano
le pur esistenti fanterie. L’esercito si affidava quasi esclusivamente alle forze montate: reparti di
cavalleria pesante, formati da lanceri corazzati tratti dai ranghi dell’aristocrazia; e più numerosi
reparti di cavalleria leggera, formati da arcieri a cavallo (hippotoxai), famigli o vassalli delle nobiltà
minore che seguivano in battaglia i loro signori.
Rivestiti di pesanti corazze, i catafratti (cavalleria pesante) costituivano un corpo variegato, dato che
la scelta dell’armamento era lasciata alla discrezione dei singoli. Un’armatura copriva anche il
cavallo, rivestito di fronte e sui fianchi di una gualdrappa di solito in pelle non conciato. L’armamento
offensivo si componeva di una lancia e di una sciabola pesante (o una mazza ferrata o un’ascia da
guerra), appesa al fianco del cavaliere che poteva avere anche un arco. Avvezzo a sostenere scontri
coi suoi pari, il catafratto, che montava un cavallo ancora privo di staffe, aveva adottato degli
accorgimenti che gli garantivano una certa stabilità: la sella era provvista di arcioni sporgenti per
favorire la stretta delle cosce; l’asta da urto, nel caso di scontro, si poteva fissare al collo e alla schiena
dell’animale, così che il cavaliere si poteva limitare a puntarla contro il nemico senza doverne reggere
l’impatto col bersaglio in corsa. Le pesanti armature di uomini e cavalli accrescevano la forza d’urto
di questa cavalleria pesante, i cui membri muovevano all’unisono durante la carica, montando animali
di forza e taglia speciali, i celebri cavalli della piana di Nisa. Il peso e l’ingombro della protezione
limitavano l’impiego di questi lancieri corazzati a cavallo alla pianura e ne riducevano l’autonomia a
una sola carica, seppure travolgente.
Gli arcieri montati erano armati con l’arco composto, cioè il cui fusto era formato di materiali diversi:
il nucleo era in legno; il rivestimento della parte esterna, puntata verso il bersaglio, era di fasci
tendinosi, resistenti alla trazione; quello interno di lamine di corno, resistenti alla trazione. Corto e
compatto per poter essere usato a cavallo, era di straordinaria potenza. Doveva poter essere teso a
piena apertura, quindi era “a doppia curvatura”, flesso in senso contrario a quello della trazione. Oltre
che abili arcieri, gli hippotoxai erano abilissimi cavalieri, capaci di rapide incursioni e specialisti nello
scagliare la “freccia del Part”, il colpo mortale scoccato all’indietro durante la fuga.
Contro forze simili, con cui erano abituati a confrontarsi, la tattica era la seguente. Protetti dagli arcieri
a cavallo che facevano partire sciami di frecce, i catafratti procedevano dapprima al passo, poi al
trotto contro il nemico. All’improvvisto, giunti alla distanza giusta, il velo delle forze leggere si apriva
e i cavalieri corazzati si lanciavano alla carica. L’esercito partico dovette, però, scontrarsi talvolta
anche nell’ambiente di origine con forza appiedate, che, tuttavia, non erano le fanterie pesanti del
mondo mediterraneo, perfettamente equipaggiate e protette dall’armatura. Anzi, di solito non erano
neppure eserciti veri e propri, ma orde migranti in cerca di terre o bande di servi ribelli. Contro tali
avversari, la tattica consisteva, verosimilmente, nel concentrare il nemico in masse compatte che
favorivano sia il tiro degli arcieri (impedendo che le frecce andassero perdute), sia l’attacco dei
catafratti. Se lo schieramento nemico era profondo, questi ultimi non lo potevano travolgere con la
carica, ma ne abbattevano, comunque, le prime file, penetrando tra i loro ranghi. Qui, una volta
spezzata la lancia, combattevano con l’altra arma di cui erano dotati, senza difficoltà, visto che i
nemici erano indifesi di fronte ai colpi e dotati di armi rudimentali. In tali circostanze fu
probabilmente elaborata l’azione combinata di armi da lancio e forza d’urto dell’esercito sasanide, in
cui gli arcieri costringevano il nemico ad ammassarsi in cerca di riparo, favorendo l’attacco micidiale
dei catafratti.
La superiorità della struttura militare partica (fondata sulla forza d’urto dei corazzieri, la potenza di
tiro e la velocità degli arcieri e la mobilità dell’intero esercito) sembrava assoluta, ma al di fuori del
suo territorio le nuocevano la mancanza di capacità di assedio e l’insofferenza verso campagne
prolungate. Nondimeno, nelle sue terre la tattica che le aveva permesso di logorare e distruggere le
truppe di Crasso a Carrhae sembrava ripetibile all’infinito.

3. La battaglia di Carrhae
Combattuta e persa dalle truppe di Crasso contro le forze partiche guidate da Surena nel 53 a.C., la
battaglia di Carrhae è stata al centro di una vastissima produzione storiografica e la sua risonanza
andò crescendo nel tempo, fino ad assumere, nella letteratura di età imperiale, il valore simbolico di
scontro tra Occidente e Oriente. Da secoli per la cultura greca uno dei simboli del nemico orientale
erano proprio i cavalli di Nisa; essi erano venuti a configurarsi nel tempo come un elemento che
simboleggiava un’Asia remota e mai completamente domata, neppure da Alessandro. L’episodio di
Carrhae si inserisce, dunque, nella tradizione relativa allo scontro tra Occidente e Oriente, con
particolare risalto perché la sconfitta della miglior fanteria del monto antico mette in discussione una
superiorità tattica che si riteneva ormai assodata. La produzione di Storie Partiche fiorì, anche se tale
pubblicistica è andata in gran parte perduta.
L’episodio segnò una svolta decisiva nella politica estera di Roma, costretta a modificare il proprio
atteggiamento nei confronti dello Stato arsacide. Secondo la maggior parte degli storici, lo scontro
rivoluzionò anche l’arte della guerra antica, sancendo la superiorità degli ordinamenti militari partici
su quelli romani, superiorità solo parzialmente temperata dai difetti visti prima.
Nella ricostruzione della battaglia, appare importante l’andamento del primo giorno, i cui sviluppo
risultarono decisivi per l’esito finale dello scontro. Durante la marcia Crasso distese dapprima la
fanteria in una lunga linea sottile, con la cavalleria alle ali; poi, attraversando un territorio ostile,
preferì rispettare le cautele abituali in simili circostanze, disponendo l’esercito in un quadrato
massiccio, che lasciava all’esterno, pronti a un rapido dispiegamento, parte dei cavalieri e dei fanti
leggeri. Vedendo avanzare i nemici in quadrato, tenendo il fiume Balissos alla loro sx per coprirsi
melgio, i Parti pensarono dapprima di lanciare alla carica i catafratti, ma accortisi della profondità
delle linee nemiche, mandarono avanti invece gli hippotoxai. I fanti leggeri romani, usciti dai ranghi
ma impossibilitati a raggiungere i nemici, furono costretti a ripiegare sotto la pioggia di frecce. Dopo
questo tentativo l’armata romana rimase a lungo passiva, limitandosi a ripararsi dalle frecce, sperando
invano che gli arcieri ne esaurissero le scorte.
Crasso inviò in attacco il figlio Publio, suo legato, con un contingente di cavalieri, arcieri e fanti
ausiliari per creare una manovra diversiva che gli consentisse di mutare l’assetto dell’esercito,
schierandosi a testudo. Questa disposizione, compatta e raccolta come la precedente, sarebbe stata
meno esposta alle frecce, poiché otteneva dagli scudi una protezione totale: i legionari che formavano
il perimetro disponevano i loro scudi rettangolari come gli embrici (tegole) di un tetto a proteggere i
lati, mentre gli ausiliari tenevano i loro scudi ovali levati sopra la testa, fornendo un riparo ai tiri a
parabola. Per ottenere una simile disposizione, Crasso doveva rovesciare i ranghi, portando i legionari
all’esterno e gli ausiliari all’interno, manovra che non poteva eseguire se non allontanandosi dal fiume
Balissos e dal tiro degli arcieri. La diversione riuscì, ma a caro prezzo. Publio non si limitò a fare da
velo ai movimenti legionari, ma inseguì gli hippotoxai, che trascinarono i nemici in bocca alla
cavalleria corazzata. Le forze romane ne furono annientate e lo stesso Publio iuniore, gravemente
ferito, si fece uccidere.
Mentre Crasso, avvisato di quanto accaduto, era ancora indeciso sul da farsi, ricomparvero i nemici,
ostentando tra i motteggi la testa del giovane in cima a una picca. Cominciò la fase finale della
giornata, durante la quale, concordano le fonti, i Parti impiegarono per la prima volta la cavalleria
pesante contro formazioni di fanti. È impossibile che i lancieri a cavallo trattenuti all’inizio contro il
compatto schieramento quadrato, siano stati lanciati ora contro uno schieramento altrettanto
compatto. È, pertanto, più probabile che, di fronte all’imminente tracollo morale delle sue truppe,
provate dalle perdite e dall’inerzia forzata, Crasso abbia preso l’iniziativa, aprendo le coorti nella
piana, con esito disastroso. Appena usciti dallo schieramento, i primi reparti furono assaliti e travolti
dai catafratti partici. Dopo questa nuova dimostrazione di potenza l’animo dei Romani era fiaccato e
neppure il calar della notte recò sollievo. L’indomani un esercito in teoria ancora sufficiente,
nonostante le perdite, sbandò tra le manifestazioni di indisciplina di soldati e ufficiali, che
consegnarono il loro comandante al nemico e iniziarono la ritirata.
Tra i disastri militari della Repubblica la sconfitta di Carrhae rappresenta un unicum anomalo. Un
esercito romano, schierato in battaglia contro il nemico, non viene sconfitto sul campo, ma
progressivamente logorato, e non combatte more solito fino alla fine, ma, psicologicamente prostrato,
si sgretola. La sconfitta, per prima volta nella storia militare di Roma, è causata dal crollo morale
delle truppe. Un fattore decisivo, cui imputare questo risultato, è forse la mancata conoscenza
dell’ordinamento militare arsacide; una mancata conoscenza che esalta il peso degli errori commessi
da Crasso durante la preparazione della campagna: aver ignorato i moniti di fuggiaschi e disertori
circa l’efficacia delle armi partiche e l’invito degli ufficiali a rivedere i piani di invasione della
Mesopotamia; aver trascurato l’addestramento e l’affiatamento di reparti composti per lo più di
reclute.
La tradizione antica sottolinea un fatto: la fanteria romana non riuscì mai a venire a un combattimento
ravvicinato con l’esercito partico, ma dovette subire, senza quasi possibilità di reazione, la pioggia di
dardi degli arcieri. Colpisce l’impotenza dell’esercito romano. Di fronte a un nemico inafferrabile
manca forse a Crasso quell’intuizione geniale che potrebbe salvarlo e i suoi soldati sbandano.
Tuttavia, proprio la vittoria di Carrhae evidenzia i limiti, anche tattici, dell’apparato militare partico.
A Carrhae combattono nelle migliori condizioni: hanno di fronte un nemico inferiore sul piano della
mobilità, composto di reclute poco addestrate e affiatate, guidato da un comandante poco brillante
che non conosce il suo nemico e non ha predisposto nessuna misura contro il suo armamento.
Non sappiamo con precisione quali frecce scaglino gli arcieri partici. Brizzi ipotizza che abbiano
punte a sezione triangolare o quadrata; comunque, frecce in grado di trapassare scudi e corazze, come
afferma esplicitamente Plutarco e, implicitamente, Cicerone. Sotto la spinta dell’arco, la punta
cuspidata agisce contro un cuneo che, infilandosi tra gli anelli della lorica hamata (corazza ad anelli)
in dotazione ai legionari, riesce a lacerarla. Il pilum delle fanterie di Crasso è un’arma alleggerita,
nata per l’impiego contro i barbari del centro Europa, che combattono senza protezioni. Inutile contro
gli hippotoxai per la sua gittata ridotta rispetto a quella degli archi, è del tutto inefficace contro le
corazze dei catafratti.
Nonostante tali vantaggi, i Parti non riescono a condurre una battaglia di annientamento, ma debbono
limitarsi a logorare il nemico. Anzi, potrebbero anche perdere lo scontro, se nel momento in cui le
legioni appaiono nella piana del Balissos in uno schieramento corazzato, Surena lanciasse contro
l’esercito romano i suoi lancieri corazzati: li perderebbe subito e, con essi, anche la battaglia. Infatti,
una volta, abbattute le prime cinque o sei file dei legionari, i catafratti avrebbero esaurito la spinta;
circondati da nemici più abili nel combattimento corpo a corpo, sarebbero stati disarcionati e uccisi.
Questa ipotesi avanzata da Brizzi è suffragata dal fatto che, come narra Tacito, 9.000 catafratti
Rossolani (gente danubiana) – un numero superiore a quello dei cavalieri corazzati partici – penetrati
in Mesia furono qui sorpresi e annientati dai legionari. Come scrive Tacito, tali guerrieri, eccezionali
quando attaccano in torme a cavallo, sono incapaci di battersi se attaccati da tergo o, peggio, appiedati.
Surena, quindi, si rivela un grande comandante: intuendo che i fanti romani sono ben diversi dagli
uomini a piedi che la cavalleria pesante partica è solita annientare, riesce a invertire la tattica di solito
seguita nei confronti delle forze appiedate, disponendosi a logorare i Romani con gli arcieri per
attaccarli con i catafratti quando adottano una formazione vulnerabile. Un fanteria forte come quella
romana può essere attaccata senza rischi dai catafratti partici solo quando adotta un preciso
schieramento, quello a coorti. Non a caso, tra gli accorgimenti suggeriti per opporsi alle loro cariche,
la pubblicistica vi è quello di adottare schieramenti profondi o anche quello di disporre veli sottili di
truppe che ne facciano esaurire a vuoto la forza.
Una carica di cavalleria va lanciata a una certa distanza dal nemico, distanza che va valutata con cura,
poiché il punto d’impatto deve coincidere con quello di massima spinta. Se l’urto avviene troppo
presto la forza potrebbe essere non ancora sufficiente, se avviene troppo tardi l’impeto potrebbe
essersi esaurito. Anche la disposizione per manipoli, su tre linee articolate in profondità, sarebbe
pericolosa per le cavallerie corazzate. Con il punto d’impatto centrato sullo scaglione degli hastati,
esse giungerebbero solo a lambire, prive di forza, le linee intatte dei principes. Pesanti come sono,
non riuscirebbero né a ripartire, né a girarsi per fuggire.
4. La risposta romana
La tattica di Carrhae sembrerebbe ripetibile all’infinito nella piana mesopotamica, dove le truppe
partiche possono godere del massimo vantaggio. Tuttavia, le fonti concordano nel sostenere che i
Parti non amavano gli scontri campali e non ricordano quasi mai grandi battaglie tra loro e i Romani.
Anzi, dall’età di Nerone (54-68 d.C.) fino agli inizi del III secolo le legioni romane sembrano avere
pienamente ripreso l’iniziativa, penetrando in profondità nel territorio partico ed espugnandone più
volte le capitali, Ctesifonte e Seleucia al Tigri. E anche in questo caso le armate partiche evitarono di
impegnarsi in combattimento.
La guerra partica per eccellenza è quella condotta dall’imperatore Traiano nel 114-117 d.C. Decisa
forse fin dal 112 (quanto Adriano partì per sopralluoghi preliminari), la guerra venne giustificata con
l’intervento del sovrano arsacide Osroes nella questione dinastica armena: Osroes sostituì il figlio del
precedente re col di lui fratello maggiore Parthamasiris, proprio durante i quindecennalia di Traiano,
un affronto alla maiestas dell’impero. Partito da Roma nell’autunno 113, con un piccolo seguito,
Traiano fece tappa a Atene, dove rinviò i messi del repartico. Poi si imbarcò per la Siria e giunse ad
Antiochia nel gennaio del 114; qui Adriano gli cedette il comando delle truppe che aveva raccolto,
riunendo le vexillationes, i distaccamenti tratti da alcune legioni d’oriente. L’imperatore varcò il
confine della provincia di Siria e raccolse via via altri contingenti per un totale di 80.000 uomini.
Penetrato in Armenia, Traiano si stabilì nella città di Elegei, dove gli si presentò in atteggiamento
supplice Parthamasiris. Traiano, però, reclamò l’annessione dell’Armenia e fece condurre via il
principe arsacide, che morì durante il viaggio. Traiano dedicò il resto dell’anno a consolidare il
controllo sull’Armenia, un controllo che nessuno pareva volergli contendere.
Cominciò ora una nuova fase del conflitto, contro il nemico principale, i Parti. Furono invase prima
l’Adiabene, ad opera del generale berbero Lusio Quinto, poi la Mesopotamia settentrionale, attaccata
contemporaneamente da due parti da Lusio Quinto e l’imperatore. L’Osroene restò libera come stato
cliente sotto protettorato di Roma e la conquista della Mesopotamia fu completata senza ostacoli entro
la fine dell’anno (114).
Dopo aver trascorso l’inverno ad Antiochia, il principe nella primavera successiva (115), intraprese
la sua ultima campagna. Le fonti non sono chiare: è probabile che una prima colonna abbia passato il
Tigri, invadendo la parte libera dell’Adiabene per poi procedere verso sud, occupando Ninus (Ninive)
e Gaugamela e portando alla creazione della provincia di Assyria, mentre una seconda colonna abbia
seguito il fiume sulla sponda destra, fino a Babilonia senza incontrare resistenza. Traiano, alla testa
di un altro corpo, raggiunse Dura Europos (oggi Deir Ezzor sull’Eufrate) e discese lungo l’ultimo
tratto dell’Eufrate scortato da una flotta. Tratti in secco, i battelli furono trasportati via terra fino al
Tigri dove gli servirono per occupare rapidamente prima Seleucia e poi Ctesifonte, la capitale dei
Parti. La guerra sembrava ormai vinta e Traiano poté percorrere, come in crociera, l’ultimo tratto del
Tigri.
La pace era, però, un’illusione: promossa da Sanatrukes, nipote di Osroes, divampò una rivolta di
grandi proporzioni nei territori di recente conquista. Colti di sorpresa, i Romani persero nella prima
fase un console (Appio Massimo) che era stato lasciato dietro di sé da Traiano, allora impegnato in
un compito più amministrativo che militare, la riorganizzazione delle dogane locali. Mentre Lusio
Quinto riconquistava e distruggeva Nisibi e Edessa, altre due legioni espugnavano e davano alle
fiamme Seleucia al Tigri; poco dopo periva lo stesso Sanatrukes. La situazione restava, però difficile,
e la diffusa rivolta non poteva al momento essere domata; per questo l’imperatore decise di dar vita
a un regno cliente, imponendovi Parthamaspates come re. Traiano si ritirò a svernare (115-16) ad
Antiochia, dove cadde malato e dovette rinunciare a riprendere l’offensiva. Venuto egli a morte
durante il rientro in Italia, Adriano, cui era stato affidato il governo della Siria e il comando delle
forze orientali, rinunciò definitivamente alle recenti conquiste quando divenne imperatore.
L’andamento della guerra pone lo stesso quesito, non risolto degli altri conflitti romano-partici:
durante la prima fase le legioni dilagano in territorio nemico senza incontrare vera resistenza. Intere
legioni si arrendono, senza combattere, a Traiano che ne è preoccupato. Dopo la rapida occupazione
dell’Armeni, durante la prima fase di marcia verso sud, diffidando dell’inerzia del nemico,
l’imperatore organizza attacchi simulati e continue esercitazioni per tener vigili le truppe. Cassio
Dione, fonte principale, ci dice che anche enormi spazi vengono attraversati dalle legioni in assenza
totale di nemici, fino all’occupazione di Babilonia e, addirittura, al momento dell’attacco di
Ctesifonte, che il re Osroes abbandona in tutta fretta.
Insomma, la situazione sembra essere completamente cambiata rispetto a Carrhae. Quali i motivi?
Secondo Brizzi vanno ricercati nell’evoluzione dell’armamento romano:
- Tra le truppe romane vi sono ora i frombolieri, i cui proiettili hanno una portata superiore rispetto
alle frecce degli arcieri e sono letali per i catafratti.
- Dall’età giulio-claudia i Romani hanno preso a usare un pilum diverso: esso ha un ferro irrobustito
dalla presenza sotto la punta di una sfera di metallo  è dotato di più peso e forza di penetrazione
- A partire dal secondo quarto del I secolo d.C. alla lorica hamata (cotta di maglia) si è affiancata e
parzialmente (NB non del tutto) sostituita la corazza a lame, detta lorica segmentata.
Se l’ipotesi che il pilum pesante fosse destinato a servire contro i cavalieri corazzati – sarmati e
soprattuto partici – si è imposta da tempo, meno accettata è l’idea, sostenuta da Brizzi, secondo cui
la lorica segmentata diede le sue prove migliori sempre sul fronte dell’Eufrate, offrendo una
protezione migliore contro le frecce degli arcieri a cavallo. Ma le evidenze archeologiche paiono
confermarla. Gli ultimi ritrovamenti hanno dimostrato che questa corazza proteggeva già i legionari
caduti a Teutoburgo ed era, quindi, già in uso dall’età augustea. Inoltre frammenti di lorica segmentata
rinvenuti in Marocco e Israele hanno provato che essa non era usata solo nei teatri del nord Europa,
ma anche altrove, smontando la principale obiezione alla tesi di Brizzi.
Il principale limite della lorica hamata (cotta di maglia), rispetto alla lorica segmentata, sta nella sua
natura flessibile, per cui un urto spinge i suoi anelli nelle carni con una forza proporzionale alla
violenza dell’urto stesso, causando un danno a pelle e ossa sottostanti. Tuttavia, a distanza
ravvicinata, le sole offese veramente pericolose per chi indossa una lorica hamata vengono dai colpi
di mazza e dai fendenti inferti con asce o spade pesanti, cioè dalle cosiddette armi da botta: anche se
non riesce a lacerare la trama degli anelli, una violenta percossa, se inflitta con forza dall’alto verso
il basso, può ledere il corpo al di sotto dell’armatura, provocano una frattura ossea o una lesione
interna. Invece, una stoccata dritta, di punta, può ferire o uccidere colui che indossa la lorica hamata,
solo se riesce a perforare le maglie. Un simile colpo di punta per riuscire fatale deve essere inferto
con un’arma acuminata (come ad esempio i pugnali assassini del Rinascimento italiano). Si tratta di
strumenti che erano ignoti alle genti del centro e nord Europa, equipaggiate con spade lunghe e
pesanti, ma smussate e, quindi, abituate a sferrare fendenti di taglio, non colpi di punta. I Romani non
ignoravano questa loro abitudine, ma per molto tempo non si erano peritati di modificare il loro
armamento difensivo, anche perché per attutire i colpi delle armi da botta, gli unici pericolosi, sarebbe
bastato aggiungere alla cotta degli spallacci rigidi.
Perché allora l’adozione della lorica segmentata? Certo, la corazza a segmenti era più corta e aveva
un peso minore, cosa che ne favorì la diffusione presso le fanterie imperiali. Ma essa doveva
presentare anche vantaggi di altra natura: doveva offrire una protezione molto maggiore, con le sue
lame metalliche poste a protezione del busto, contro un particolare tipo di arma offensiva. E questa
arma erano le frecce degli arcieri partici: mosse dall’energia cinetica loro impressa dall’arco
composito, quelle frecce, terminanti con un’aguzza cuspide poligonale, portavano un colpo punta
simile a quello dei pugnali assassini medievali, ma piò potente, riuscendo a forare la maglia metallica.
Le frecce partiche non solo spingevano le maglie nella carne, ma le laceravano, con esito spesso
mortale. Secondo Brizzi, solo la necessità di proteggersi da tali colpi perforanti, spiega la necessità
di avvolgere il busto con gli scomodi segmenta metallici. Le frecce lunghe, sottili e leggere, per
garantire la portata del lancio, al momento dell’impatto rimbalzavano a terra oppure il loro calamo si
spezzava.
In Europa soprattutto, le fanterie cittadine erano di solito tenute di riserva e, nel caso di scorrerie di
entità modesta, venivano impiegate le truppe ausiliarie equipaggiate abitualmente con la lorica
hamata o la lorica squamata, a scaglie, più adatte a operare in teatri accidentati per la loro flessibilità.
Esistono indizi (bassorilievi, ad es.) che ci portano a credere che anche le legioni, quando affrontavano
i barbari su fronti europei, prediligessero tali corazze. D’altro canto, però, sono stati rivenuti anche
molti reperti relativi alla lorica segmentata, che autorizzano ad avanzare il dubbio che essa sia stata
indossata talvolta anche dagli ausiliari. L’uso diversificato delle armi, d’altronde, caratterizzava la
versatilità delle armate romane.
NB Per Brizzi, però, l’entrata in uso contemporanea del pilum e della corazza a lame non è casuale e
l’uso della seconda non rimase a lungo ignoto alle guarnigioni d’Oriente. Agli indizi si aggiungono
anche fonti letterari: Cicerone, in una lettera scritta pochi anni dopo Carrhae, parla del problema di
trovare un’armatura adatta contro le cavallerie partiche. Qualunque sia il motivo della sua creazione,
tale corazza si prestò a dare una risposta efficace proprio contro la minaccia partica, già sul finire del
regno di Augusto. Le sue doti erano note e apprezzate da tempo agli inizi del II secolo: Frontone
sottolinea come i soldati di Traiano, avvezzi alle terribili ferite inferte dalle falci dacie, spregino ormai
le punture inflitte dalle frecce partiche: insomma, i dardi degli arcieri parti fanno meno paura.
Già nell’ultima età giulio-claudia, nello scacchiere orientale, l’iniziativa passa gradualmente ai
Romani, tanto che all’inizio del II secolo le posizioni sembrano invertite. Erodiano (170-250, autore
di una storia dell’impero) afferma che prima di apprenderne l’uso da dei disertori romani (fine II
secolo), i Parti non conoscevano elmo e armatura. Questo errore potrebbe spiegarsi con il fatto che lo
storiche greco non ha, per le epoche più recenti, notizia circa corpi militari partici attivi al di fuori
della cavalleria leggera degli hippotoxai. Brizzi avanza un’ipotesi…
Il pilum pesante è il primo strumento di grande diffusione che renda vulnerabili i catafratti. Di portata
ridotta, ma dotato di grande forza di penetrazione, esso ha sui cavalieri provvisti di staffe che caricano
in ranghi serrati effetti letali: di grande efficacia se colpisce l’uomo, poiché può trapassarne la corazza
e disarcionarlo, esso ottiene risultati superiori se colpisce l’animale che, cadendo, trascina con sé
anche quelli che lo seguono. Si può ipotizzare che una pioggia di pila pesanti fossi in grado di arrestare
una carica. Brizzi ritiene che tale arma abbia avuto un impatto sconvolgente sulla nobiltà partica.
Troppo preziosa per essere esposta ad attacchi che rischiano di essere fatali, e assai vulnerabile
quando ferma o disarcionata, di fatto, la cavalleria pesante sarebbe stata ritirata dai campi di battaglia
del Levante. Ciò finì per rendere meno pericolosi anche gli attacchi degli arcieri a cavallo: l’efficacia
delle armate partiche dipendeva dall’uso coordinato di queste due forze montate che, solo, le
permetteva di affrontare scontri campali e di logorare, a certe condizioni, schieramenti chiusi di
fanteria.
Per i catafratti il pilum non è la sola minaccia  durante il II secolo ogni unità legionaria aveva in
dotazione dieci onagri, macchine per lanciare pietre, e cinquanta carriballistae, lanciadardi di
dimensioni ridotte, posti su carri trainati da cavalli o muli, dotati di enorme potenza in quanto le
componenti principali erano in metallo. Le fanterie pesanti sono poi costantemente protette da
schermi di arcieri e frombolieri (cfr. Vegezio), dotati di armi dalla portata superiore rispetto alle frecce
degli hippotoxai. Stando così le cose, è probabile che si voglia salvaguardare un corpo (cavalleria
corazzata) che inquadra l’alta nobiltà arsacide. Quindi, davanti alle truppe romane che penetrano nel
suo territorio, l’esercito partico si limita a ripiegare, approfittando della sua mobilità per evitare ogni
contatto, affidando ai solo hippotaxai il compito di infastidire l’avanzata nemica. D’altra parte,
qualora debba attaccare grandi formazioni miste, anche questo corpo ha opzioni tattiche limitate,
perché privo dell’appoggio ravvicinato dei catafratti.
Proprio durante l’età antonina (96-192), le componenti montate dell’esercito romano si arricchiscono
di alcuni corpi nuovi, tra cui corpi di cavalleria pesante, e vengono potenziate sul piano numerico.
Adriano stabilisce che alcuni reparti a cavallo conservino gli armamenti tipici delle genti da cui
provengono e ne adottino i metodi di combattimento. Compaiono così sia i numeri, le formazioni
indigene tra cui spiccano i Mauri (berberi), che gli equites sagittari, arcieri a cavallo. Così, quando
passano l’Eufrate, gli eserciti romani possono combitare sul campo i corpi più disparati, tra legioni e
auxilia, di cavallerie pesanti e leggere, arcieri, frombolieri, artiglieria e risultano inarrestabili per i
Parti. A questi non restano molte risorse e tra esse lo scontro campale figura solo come extrema ratio,
sicché anche in Mesopotamia si rarefanno i grandi fatti d’armi: contro piccole unità isolate le forze
partiche possono ricorrere alla guerriglia o all’agguato, mentre le formazioni massicce saranno
parzialmente vulnerabili a incursioni rapide, che, però, devono essere seguite da una pronta ritirata e
chiuse semmai dalla “freccia del Parto” in fuga. Le due compagini continuano ad avere modalità di
combattimento incompatibili: le armate romane non sono in grado di agganciare il nemico se questi
si sottrae allo scontro; dovendo i Parti limitarsi ad azioni di guerriglia, i Romani possono invaderne
il territorio e avviare le operazioni di assedio in cui eccellono, occupando le città. Tra due strutture
incompatibili vincerà chi saprà piegare l’altra al proprio modo di battersi.

5. L’altra minaccia
Come spiegare lo straordinario recupero partico della metà del 116? A condurre o, quanto meno,
permettere il contrattacco non furono eserciti regolari. Appio Massimo, il console lasciato retro da
Traiano, potrebbe essere stato accompagnato da forze ridotte ed essere stato sconfitto da bande di
insorti più che da un’armata vera e propria. Non si sa se per sconfiggere lo stesso Sanatrukes sia stato
necessario l’intervento di Traiano o sia bastata una trappola, nel qual caso si sospetta che pure lui
operasse alla testa di forze irregolari.
L’impulso primo a ribellarsi non venne genericamente dai sudditi parti, quanto dai cittadini di alcuni
dei più importanti centri oltre l’Eufrate, che le misure prese dai Romani permettono di individuare:
Seleucia al Tigri, Edessa (capitale dell’Osroeane, regno occidenta), Nibisi (città dell’Adiabene). È da
escludere che a ribellarsi al loro interno sia stato l’elemento greco. Queste città, diverse tra loro,
avevano in comune un tratto: la presenza di una forte comunità ebraica. In partocolare Nibisi,
importante emporio, era stato il centro di raccolta in alta Mesopotamia del tributo destinato al tempio
di Gerusalemme.
Nello stesso momento (metà 116) in cui iniziavano le difficoltà in Mesopotamia, divampò una rivolta
violentissima degli Ebrei della diaspora in Cirenaica (Libia) che si estese all’Egitto e a Cipro.
Nonostante l’opinione contraria di alcuni studiosi, furono proprio gli Ebrei della Cirenaica a sollevarsi
per primi, certo incoraggiati dal fatto che Traiano aveva lasciato le province orientali dell’impero
sguarnite per la spedizione in Mesopotamia. Il rapporto tra i due scacchieri è stato talvolta negato in
virtù di una pretesa distinzione tra Ebrei che vivevano in regioni diverse dell’impero e al di fuori di
esso. Ma tra Giudei della Palestina e della diaspora esisteva da sempre un sentimento di fratellanza,
rafforzato dopo il 70 (distruzione del tempio di Gerusalemme) da fattori nuovi. La fine del centro
ideale costituito dal Tempio aveva comportato il trasferirsi dell’autorità religiosa alle sinagoghe e alle
scuole rabbiniche, moltiplicando i potenziali nuclei di resistenza; la massiccia immigrazione di Ebrei
provenienti dalla Giudea nelle regioni limitrofe aveva rinsaldato i legami precedenti e posto gli Ebrei
della diaspora a contatto con l’ideologia zelota, avversa al potere romano. Era sorta così
un’embrionale identità nazionale ebraica.
Il rapporto tra di diversi teatri operativi al temine dell’età di Traiano sembra essere confermato dalle
fonti, non tanto dagli autori classici, quanto da quelli cristiani, in primis la versione armena della
cronaca di Eusebio che parla di “moti ebraici”. Di questo carattere della rivolta mesopotamica è
convinta anche la storiografia moderna, così come lo erano al tempo i Romani. Non a caso Lusio
Quieto sembra aver operato per reprimerla in qualità di governatore della Giudea.
Come detto, le prime comunità a insorgere furono quelle della diaspora orientale interna all’impero.
Questi avevano in precedenza sperato di poter mettere fine al dominio dei Romani in Occidente
cacciandoli da tutta l’Asia, per poter ristabilire uno stato giudaico indipendente in Palestina e avevano
associato a questo sogno di riscatto nazionale il potere partico, il solo, a loro modo di vedere, capace
di opporsi a Roma. Ora tale progetto rischiava di naufragare, dato che gli Arsacidi erano sull’orlo
della disfatta e anche la libertà dei confratelli mesopotamici sembrava in pericolo, perciò gli Ebrei
della diaspora deciso di intervenire. Trascinati dal loro esempio, anche gli Ebrei mesopotamici poco
dopo si sollevarono dando vita a un ampio movimento di resistenza. Essi temevano di perdere le
condizioni di privilegio di cui godevano nello Stato partico, a vantaggio dell’elemento greco, sempre
favorito da Roma. Tuttavia, i motivi prevalenti non erano economici, ma soprattutto ideologici.
Sembra assodato che in questa guerra e nella successiva (163-66), quando l’Armenia e la
Mesopotamia furono invase da Lucio Vero (fratello di Marco Aurelio), i Romani siano stati fermati
non dalla forza degli eserciti partici ma dal fanatico coraggio delle comunità ebraiche. È probabile
che gli Arsacidi abbiano cinicamente sfruttato a proprio vantaggio la voglia di riscatto degli Ebrei.
Il rapporto di Roma con questo popolo si era guastato da tempo: gli Ebrei si rifiutavano ostinatamente
di sottomettersi e la loro resistenza si scontrò anche con l’atteggiamento di Roma verso la guerriglia.
Dei termini che il latino impiega per indicare la guerriglia, tutti appartengono alla sfera della tattica,
come se questa pratica rappresentasse per loro una forma di lotta solo parziale, dunque non degna.
L’unico vocabolo che non ha questa valenza è “cunctatio”, non a caso utilizzato per indicare la
strategia seguita da Fabio Massimo, cunctator, quando Roma adotto a sua volta questa forma di lotta:
Roma impegnò a lungo Annibale in una serie di scaramucce, evitando la battaglia campale. Insomma,
Roma non amò mai la guerriglia, ma per una volta vi si era dovuta piegare. Per tanto, in seguito giunse
a considerare ammissibile anche tale lotta (pur continuando a non apprezzarla) ed affermare (cfr.
Cicerone) che neppure la resistenza protratta all’estremo è un motivo per negare la clemenza ai vinti.
Quello che i Romani non ammisero mai fu che chi aveva deposto le armi, riconoscendosi vinto,
potesse poi decidere di riprenderle. Erode Agrippa in un celebre discorso riportato da Giuseppe Flavio
(Bellum iudaicum), non a caso, ammonisce i connazionali pronti alla rivolta: “il tempo di fare ogni
sforzo per non sottostare a Roma era quando Pompeo invase il paese, bisognava lottare prima, ora la
rivolta è intempestiva”. Nella mentalità romana il rebellis è equiparabile al violatore di fides: quindi
il ricorso fraudolento alla deditio in fidem (resa, capitolazione) per poi riprendere le armi è
considerato una colpa che non ammette perdono. Si trattava di un principio etico rigoroso e fu anche
in virtù della devozione ad esso che i Romani riuscirono ad aver ragione della guerriglia.
L’episodio di Masada illustra la determinazione romana. Occupata all’inizio della rivolta del 661,
questa fortezza era divenuta il rifugio di un gruppo di sicarii (fazione estremista del partito zelota).

1
Le guerre giudaiche sono tre interventi militari degli antichi Romani a carico della popolazione giudaica in
rivolta:
Tre anni dopo la distruzione di Gerusalemme essa resisteva ancora. Il nuovo governatore, Flavio
Silva, aveva diverse possibilità: poteva attendere che gli insorti esaurissero le scorte, ma questi
avevano terreno coltivabile e numerose cisterne; con le sue forze imponenti poteva tentare un assalto
diretto ma ciò avrebbe comportato perdite gravi. Così egli optò per una paziente operazione
poliorcetica, durata sei mesi: fece innalzare un terrapieno, sormontato da una piattaforma in pietra; vi
fece portare in cima una torre d’assedio coperta di ferro e i suoi presero a battere le difese esterne
della fortezza. Vista inutile ogni resistenza i ribelli si suicidarono.
Quella giudaica era una forma di lotta particolare: con loro la resistenza armata compì un salto di
qualità. Più che di guerriglia si può parlare, a opinione di Brizzi, di guerra partigiana o di popolo. La
prima affida le azioni a truppe in qualche modo regolari, operanti in nome di una realtà statuale tuttora
indipendente e formalmente abilitata a combattere. La seconda prevede che, anche dopo la resa delle
strutture ufficiali dello Stato sconfitto, la lotta contro la potenza occupante prosegua a opera di
individui o gruppi che, almeno all’inizio, non sono ufficialmente abilitati a condurre operazioni
belliche. Nutrita di componenti ideologiche più forti (economiche, politiche o, nell’antichità
soprattutto, nazionalistiche e religiose), essa contempla l’allargamento del conflitto a tutti gli strati
della popolazione e il suo passaggio alla clandestinità e non esclude, perciò, nessun metodo.
Forse perché per primi e soli nell’antichità avevano fatto della loro religione monoteistica il
fondamento di un’identità nazionale, gli Ebrei si riconobbero appieno in questa forma di guerra totale,
adottandone tutte le forme, di cui ci informa Giuseppe Flavio: resistenza passiva agli ordini
dell’autorità, manifestazioni di piazza che potevano sfociare in tumulti, aggressione a legati imperiali,
incursioni negli arsenali per impadronirsi delle armi, corruzione di governanti, fuga verso montagne
e deserti, distruzione degli archivi, rapina, sequestro degli esponenti delle classi più abbienti con
richiesta di riscatto, assassinio di Romani o collaborazionisti ad opera dei sicarii, attacchi contro
colonne militari e guarnigioni.
Ai Giudei non mancava neppure, in apparenza, la presenza di una potenza straniera di appoggio,
condizione ritenuta indispensabile perché la lotta partigiana abbia successo. Si trattava, invero, di una
presenza che alimentò nei Giudei un’illusione fatale: i Parti in cui essi speravano erano da tempo sulla
difensiva e furono loro a sfruttare a proprio vantaggio le istanze degli Ebrei, opponendoli alle legioni.
Oltre a schierarsi sempre dalla parte dei Parti, gli Ebrei insorsero altre due volte da soli (66-70 e 131-
35), infliggendo sempre ai Romani perdite maggiori di quelle loro inflitte dagli eserciti partici. La
reazione di Roma fu durissima.
6. Conclusioni
Brizzi si oppone all’opinione secondo cui la scelta romana di affidarsi in misura crescente alla
cavalleria ed il mutato rapporto, funzionale e di prestigio, tra fanti e cavalieri rispondevano a
motivazioni di ordine tattico e strategico (= cavalieri più funzionali alle nuove esigenze dell’impero).

 la prima, nel 66-70, interessò parte del territorio ora conosciuto come Israele, iniziando sotto il regno di
Nerone e terminando sotto il regno di Vespasiano, e culminò con la distruzione del Secondo Tempio di
Gerusalemme ad opera di Tito, figlio di Vespasiano ed imperatore di Roma dal 79 all'81;
 la seconda, nel 115-117, chiamata anche "guerra di Kitos", interessò le città della Diaspora, iniziando e
concludendosi sotto il regno di Traiano;
 la terza, nel 132-135, interessò parte del territorio ora conosciuto come Palestina, iniziando e
concludendosi sotto il regno di Adriano, sostenuta da Simon Bar Kokheba, che si credeva il Messia. Dopo
questa, il nome di Iudaea, fu cambiato in quello di Syria Palaestina.
Il primo sintomo dei questo processo va ricercato nella scomparsa, in meno di 50 anni, di un
armamento individuale che nel tempo non aveva smesso evolversi. Scompare prima la lorica
segmentata, la più scomoda tra le corazze (ultima attestazione: arco di Settimio Severo, fine II secolo);
in generale è l’impiego di elmo e corazza che si rarefà fino a limitarsi alle cavallerie pesanti e agli
ufficiali. Alcuni hanno spiegato questo processo con l’inserimento nell’esercito di contingenti
barbarici restii a tale arma difensiva e con il rilassarsi della disciplina, proprio di un’epoca di crisi. In
realtà, alla sua origine si collocano altri fattori ancora che possono essere visti come aspetti diversi di
un più ampio fenomeno: l’opposizione mai risolta tra parte occidentale e parte orientale dell’impero,
dove, accanto all’elemento ellenizzato da sempre devoto a Roma, continuano ad esistere nelle
campagne d’Oriente le antichissime culture indigene. Piegato militarmente l’Oriente ottiene
altrimenti la propria rivincita. In particolare, la diaspora levantina verso Occidente porta nel mondo
mediterraneo e nel centro Europa idee, valori e modelli alieni, che contribuiscono a trasformare i
cittadini in sudditi. Nel concetto – caro alle religioni teocratiche di derivazione orientale – di un potere
che non è più proiezione della virtù, ma emanazione diretta della divinità e, perciò, assoluto, gli
imperatori vedono sollecitate le loro più segrete ambizioni. I nuovi valori importati dall’oriente
alterano l’essenza originariamente municipale dell’impero, ne snervano l’orgoglio civico e il senso
di munus (prestazione) da rendere allo Stato, insomma ne minano le concezioni di base. A questa
crisi non può sopravvivere l’ideale dell’oplita (o del legionario). Tra i concetti importati dal Levante
vi è anche quello della superiorità del cavaliere sul fante. Nella sempre minor importanza attribuita
alla fanteria si rilette la decadenza delle strutture cittadine dell’impero, cioè dell’elemento
caratteristico della civiltà classica, e l’emergere di un differente tipo di cultura.

APPENDICE
GLI SVILUPPI DELL’ESERCITO IN ETÀ TARDO-ANTICA

Lo sconvolgimento che si verificò negli anni 162-180 d.C., sotto Marco Aurelio (guerre partiche
condotte con successo da Lucio Vero, campagne contro i Marcomanni – in realtà coalizione di
popolazioni germaniche e sarmatiche, oltre ai Marcomanni propriamente detti, che hanno oltrepassato
il limes del Danubio e del Tibisco –) mise a nudo una serie di problemi. Sempre in grado in precedenza
di garantire la sicurezza dell’impero contro ogni minaccia, l’esercito romano si rivelava ora incapace
di far fronte a più focolai di crisi contemporaneamente. La necessità di inviare in Levante forti
contingenti per fronteggiare la minaccia partica indeboliva gli organici nel settore danubiano proprio
mentre le genti limitrofe, premute dai Germani orientali, prendevano ad accalcarsi lungo il confine
per superarlo e davano vita per la prima volta ad una coalizione. Ad aggravare il tutto, la peste
antonina che decimò l’impero, in primis l’esercito: vettore ne furono le vexillationes (distaccamenti
delle legioni) di ritorno dall’Oriente.
I barbari, per i loro attacchi, tendevano a concentrarsi lungo settori ristretti del limes presidiato,
trovandosi così in superiorità numerica, per cui la struttura romana di dissuasione, contenimento e
controllo non poteva offrire più alcuna garanzia. La dislocazione delle truppe esclusivamente lungo i
confini finiva, anzi, per essere fatale: l’assenza di forze di riserva permetteva agli invasori che erano
riusciti a superare il confine di spingersi in profondità. Secondo una delle teorie più accreditate
(Luttwak), per fronteggiare tali problemi, alcuni successori di Marco Aurelio (Diocleziano, 284-305,
Costantino, 311-337, e, prima di loro, Gallieno, 253-268, e addirittura Settimio Severo, 193-211)
avrebbero messo in atto delle riforme ispirate al principio della “difesa in profondità”. Esso prevedeva
la divisione dell’esercito in due parti, con la creazione, accanto alle forze dislocate lungo il limes, di
una seconda più valida componente armata, il comitatus, un contingente mobile di riserva che doveva
tamponare le falle a livello strategico. In seguito, questa nuova concezione avrebbe indotto a
rafforzare sul piano qualitativo e quantitativo le forze montate. Sulla base di tale ipotesi, molti studiosi
hanno ritenuto che la crisi del III secolo sia stata determinata inizialmente dalla scarsa disponibilità
di truppe a cavallo e che tale carenza, intuita da Settimio Severo, sia stata risolta fin dall’età di
Gallieno, il quale aumento effettivamente in numero ed efficienza le unità a cavallo. A orientare la
svolta sarebbe stata, secondo tali studiosi, la constatazione della superiorità tattico-strategia della
cavalleria rispetto alla fanteria.
Brizzi non è d’accordo: non si può sostenere che la fanteria sia tatticamente inferiore alla cavalleria.
All’epoca di Settimio Severo furono sì determinanti i grandi corpi mobili, che, però, erano formazioni
miste. E ancora per tutto il III e buona parte del IV secolo i fanti, se ben addestrati e guidati,
dimostrarono di poter competere con ogni formazione montata, questo nonostante il processo di
continuo degrado che la fanteria stava subendo dall’ultima età antonina (da fine II secolo). Ancora,
durante la spedizione contro la Persia in mano sasanide (363), l’imperatore Giuliano l’apostata (360-
3) fu costretto a punire reparti di cavalleria che si erano macchiati di codardia di fronte al nemico; più
in generale, questo sovrano scelse sempre di affidarsi alle legioni, sicché furono sempre queste unità
a piedi a costituire il nerbo del suo esercito in Oriente e a opporsi alle armate sasanidi, pare anche con
successo. Infatti, al momento della sua morte (giugno 363), in soli tre mesi, l’imperatore era giunto
alle porte della capitale Ctesifonte. In quel breve lasso, il suo esercito non si era mal condotto: aveva
vinto qualche battaglia campale, conquistato l’Assiria e costretto, infine, i Persiani a ricorrere alla
guerriglia. Perché l’impresa allora fallì? Secondo Brizzi la morte dell’imperatore (non si sa se per
mano nemica o per congiura) accentuò in maniera irreparabile i fattori di disgregazione già presenti
nell’esercito: divisione tra cristiani e pagani, crescenti difficoltà di approvvigionamento… La sua
morte contribuì a far precipitare definitivamente la volontà di condurre a termine la guerra.
Se sul piano tattico il primato delle legioni restava ancora indiscusso, si poneva il problema strategico
della loro (limitata) mobilità, secondo Brizzi, comunque, secondario: fino all’imporsi della
meccanizzazione a fine XIX secolo, i parametri di mobilità degli eserciti più efficienti non di fatto
non cambiarono, sicché quelli delle armate di Roma non differivano da quelli delle epoche successive,
anzi in alcuni casi potevano essere perfino superiori. I legionari, infatti, erano capaci non solo di
intervenire localmente, ma, inquadrati negli eserciti mobili o organizzati in vexillationes
(distaccamenti delle legioni), di spostarsi con elevata prontezza operativa da un teatro all’altro.
Così, contrariamente all’opinione di molti contemporanei, all’epoca di Giuliano la fanteria era ancora
la regina delle battaglie, sicché nella parte occidentale dell’impero il processo sembra aver mantenuto
ancora a lungo caratteristiche diverse da quelle ipotizzate talvolta dagli storici (vedi sopra). In alcune
regioni, come la Rezia, non vi fu alcun mutamento; in altre, soprattutto in area danubiana, non vi fu
tanto un aumento numerico delle forze montate, ma la creazione di molte nuove piccole unità a
cavallo (o forse il frazionamento di quelle esistenti). Organizzati su base locale, i piccoli reparti
montati assicuravano una maggiore mobilità nell’ambito ristretto delle province di appartenenza,
mentre agli interventi di più vasta portata provvedevano le formazioni composite degli eserciti mobili.
Anche nelle province del Levante – dove per primo iniziò il processo di rinnovamento e cominciò a
realizzarsi l’incremento delle cavallerie – la prevalenza numerica dei fanti sembra essere rimasta
costante fino al VI secolo; semmai la situazione cambia sul piano tattico, con l’accresciuta importanza
attribuita ai corpi di cavalieri.
Ritorniamo indietro. Quali sono i fattori che rendono la spedizione di Giuliano contro la Persia
sasanide per certi versi unica? Innanzitutto, il nerbo delle sue truppe era costituito principalmente,
forse per l’ultima volta in un’azione contro i Sasanidi, da reparti di fanteria occidentale. In secondo
luogo, dopo di allora nessuno si pose più obiettivi di così ampia portata come quelli perseguiti da lui.
Infine, sotto il suo predecessore Costanzo II, i soldati si erano rifiutati – per la prima volta nella storia
dell’esercito romano – di portare soccorso a dei loro commilitoni; avevano poi concesso la loro
fiducia al successore, solo in nome della stima altissima che egli godeva in ambito militare. Morto lui
sul campo, la riluttanza delle truppe ad abbandonare le proprie sedi riemerse come fattore decisivo di
malcontento.
È verosimile che sia stata la composizione della sua armata, dotata di una forte fanteria occidentale,
a permettere a Giuliano di intraprendere una campagna di così ampio respiro contro i Persiani.
Secondo Brizzi si può, dunque, affermare che, almeno inizialmente, l’adozione – ove vi fu – di nuovi
criteri e modalità di comportamento rispose non tanto a ragioni militari, ma alla necessità di adeguarsi
a trasformazioni politiche, sociali e latamente culturali in seno al mondo romano.
Ciò che tende a cambiare ora è il rapporto gerarchico e di rango, prima che numerico, tra fanti e
cavalieri all’interno dell’esercito: in altre parole, la cavalleria acquisisce sempre più prestigio (in
seguito, aumenterà anche numericamente). Un primo sintomo di questo processo si riflette
nell’immagine stessa del combattente, nel senso che egli ha di sé. L’armamento delle fanterie torna
ad essere variegato, come non lo era più stato dall’organizzarsi della polis in poi. Persino all’interno
di uno stesso corpo, ove, stando anche a fonti iconografiche, accanto a soldati che portano ogni tipo
di armamento (lorica segmentata, cotta di maglia, corazza a scaglie o altro) vi sono soldati privi di
armatura. Già dalla fine dell’età dei Severi (metà III secolo) si assiste a un progressivo rarefarsi della
corazza del fante. La prima ad essere abbandonata è la lorica a segmenti, la più scomoda: essa
compare ufficialmente l’ultima volta nei rilievi sull’arco di Settimio Severo, anche se raffigurazioni
di corazze a segmenti compaiono nella documentazione funebre di alcuni soldati più tarda. Si tende,
perciò, a pensare che il suo impiego sia durato fino almeno alla metà del III secolo, ma si sia fatto
sempre meno diffuso limitandosi alle truppe di prima linea, per poi essere sostituito con armature più
leggere, destinate a loro volta a scomparire. Quanto agli elmi, si assiste ad un rarefarsi dei reperti,
quindi essi erano sempre meno diffusi, nonostante il loro processo di lavorazione si sia semplificato;
reperti che peraltro appaiono di qualità inferiore rispetto a prima, segno di un regresso tecnologico
delle maestranze. Questo trova conferma nella testimonia di Vegezio, (Epitome), che attesta la
progressiva diminuzione nell’esercito di coloro che continuavano a portare un armamento difensivo.
Elemento distintivo, durante tutta l’antichità, del cittadino-soldato (dell’oplita greco e del legionario),
l’armatura ha continuato ad evolversi fino alla fine del II secolo d.C., fintanto che la figura del civis
in armi ha conservato un senso e un ruolo almeno ideale nel tessuto politico del tempo. Il differenziarsi
degli armamenti difensivi sottolinea l’indebolirsi del concetto di Stato come insieme di civis, Stato
che aveva imposto un modello unificato all’armamento perché in esso si rispecchiava un particolare
modello di ordinamento civile. Inoltre, la corazza era stata per secoli simbolo di patientia et disciplina:
con il progressivo venir meno del senso di responsabilità – elemento fondamentale che distingue il
cittadino dal suddito – scompare anche lo spirito di sacrificio che ha costituito un carattere
fondamentale del soldato romano. Il fatto che gli elementi difensivi della palinoplia siano sempre più
riservati a cavalieri e reparti di élite è indicativo di un esercito che, anche visivamente, non vuole più
essere, nei suoi fanti, la somma dei cives in armi. A una élite ricca e spettacolare che si identifica
nelle cavallerie, fa riscontro una massa di uomini che da fanti si avviano a divenire semplici pedoni
dall’efficienza ridotta.
Per spiegare la perdita d’identità del soldato tardoantico si è invocata spesso l’introduzione sempre
più massiccia nei ranghi di contingenti esterni all’impero o comunque di cultura diversa: germani e
levantini, riluttanti da sempre a servirsi di protezioni e refrattari al rispetto della disciplina. Il processo
di degrado si aggrava anche per questo fattore, che, però, secondo Brizzi, è più conseguenza che non
causa della crisi di valori.
Torniamo alle misure adottate a partire dall’età di Marco Aurelio. Esse richiedevano un forte aumento
degli effettivi, sicché Settimio Severo prima, Diocleziano e Costantino poi furono costretti a
accrescere e, infine, moltiplicare la consistenza numerica delle truppe, ricorrendo anche in misura
sempre maggiore a contingenti tratti extra fines imperii (con il duplice intento dichiarato di
dissanguare i nemici di Roma, facendoli combattere tra loro, e di risparmiare le vite dei Romani).
Questi tre sovrani, secondo un’opinione diffusa, diedero un contributo alla “barbarizzazione”
dell’esercito. Certo, elementi germanici erano stato inseriti nell’esercito romano fin dall’età di Cesare,
ma vi avevano costituito un semplice supporto rispetto ad una forza molto superiore per qualità,
organizzazione e quantità, quella composta dalle legioni e dalle auxilia. Ora, invece, queste truppe
barbariche si andavano imponendo sempre di più e, anche se la parte numericamente maggiore
dell’esercito continuava a provenire dalle terre dell’impero, esse venivano sempre più impiegate
anche nelle azioni più importanti e di maggior difficoltà tattica.
Tuttavia, l’immissione di elementi esterni offre solo una spiegazione parziale, perché rimanda
all’origine, al problema di un senso civico affievolitosi molto già prima che l’inquadramento dei
barbari divenisse determinante per la crisi della struttura militare romana. La disaffezione verso il
mestiere delle armi andava accentuandosi ormai da secoli e proprio a partire dalle regioni più
prospere, cosicché la coscrizione era venuta sempre più spostandosi verso le aree periferiche, in
particolare la regione Danubiana che era divenuta il verso serbatoio di reclutamento. Questo aveva
portato ad una presenza sempre maggiore nell’esercito di soldati che parlavano un latino voltare, con
graduale prevalenza di coscritti che dichiaravano la loro origo castris, la provenienza dall’ambito
degli accampamenti. Quanto agli ufficiali, agli inizi del III secolo vi era forse ancora una significativa
presenza di elementi italici, ma si trattava di comandanti di estrazione sociale modesta, dato che nella
penisola la disaffezione alle armi si era radicata proprio a partire dalle fasce sociali più elevate. Vi
era stato un tempo in cui a Roma si puniva con la morte chi, privo di cittadinanza, cercava di entrare
nelle legioni, perché il servizio militare era considerato un privilegio, oltre che un dovere. Ora,
secondo un processo iniziato ben prima (ne parla pure Tacito, 55/58-117/120 d.C.), si accettava
chiunque si presentasse.
Già a Settimio Severo è stata attribuita la colpa di aver imbarbarito l’esercito. Sostenuta solo da alcuni
studiosi, questa accusa è stata respinta con competenza da altri. Egli, però, non si oppose alle
trasformazioni politiche e ideologiche in atto, poiché andavano nel senso auspicato: fintanto che
l’esercito romano (pure barbarizzato) poteva pretendere di essere considerato espressione armata
della cittadinanza, il principe non era il vero dominus dell’impero. L’esercito era l’ambiente in cui
più viva che altrove resisteva l’equazione tra cittadino responsabile e soldato, ultimo custode del
munus da rendersi alla res publica. Barbarizzarlo voleva dire spezzare quell’identità una volta per
tutte. E se non si può dire che Settimio Severo abbia rivoluzionato la leva, durante il suo regno vi
l’arruolamento in misura prima sconosciuta di elementi orientali e germanici. L’esercito civico si
avviava verso il tramonto.
Durante i Severi il tracollo cominciò solamente. Anzi, sul piano tattico e strategico Settimio operò al
meglio. Dal punto di vista sociale le trasformazioni della sua età e le nuove possibilità economiche e
di prestigio offerte dai provvedimenti suoi e del figlio Caracalla (Cfr. Constitutio Antoniniana o Editto
di Caracalla che concesse la cittadinanza a tutti i sudditi dell’impero  annullò di fatto la distinzione
tra legioni e auxilia), permisero alle truppe di trovare una loro unità: i soldati finirono per riconoscersi
a lungo non nella percezione di una origo, una radice etnica, comune, ma nella coscienza di avere uno
status privilegiato  alla fine del servizio i veterani rientravano tra gli honestiores, il rango sociale
più alto. Il senso di essere entrati a far parte di una sorta di ceto a sé stante, da un lato creò un preciso
senso di identità, dall’altro, però, scavo un solco rispetto al corpo provinciale, talvolta depresso
economicamente, che erano chiamati a difendere. Le reclute provenienti dai castra erano in numero
superiore rispetto ai provinciali di origine urbana, sia perché questi ultimi, più acculturati, erano ora
più restii a servire, sia perché coloro che provenivano dall’ambito degli accampamenti erano portati
a concepire la militia come naturale modello di vita e sbocco professionale allettante (prima ancora
che il servizio militare divenisse ereditario). A lungo dopo gli inizi del secolo III le singole
guarnigioni, dunque, si identificarono non con le province tout court, quanto con l’ambito più ristretto
delle loro aree di presidio; e trovarono, viceversa, una loro coerente e più ampia identità nella
percezione di costruire tutte insieme un particolare corpo sociale di cui andar fieri. L’orgogliosa
coscienza di un ruolo e una funzione collettivi e importanti permise la sopravvivenza del senso elitario
che da sempre connotava l’esercito e, cosa più importante, continuò a rendere possibile, in nome di
questa solidarietà di corpo, il trasferimento di intere legioni da un settore all’altro delle frontiere e lo
stanziamento per periodi anche lunghissimi di vexillationes in aree lontane da quelle abituali, nonché
lo spostamento da una regione all’altra degli eserciti mobili. Così si garantiva l’osmosi interna alla
compagine statuale romana e di riequilibrava la sua bilancia strategica.
Per mantenersi inalterata la struttura militare romana avrebbe richiesto che continuasse questa
circolazione interna delle truppe e che le asfittiche guarnigioni del Levante potessero essere
periodicamente rinvigorite dalle iniezioni di veterani dal Reno, dal Danubio e dalla Britannia. Le
fonti rivolgono alle armate orientali, soprattutto siriane, sovente accuse di indisciplina, indolenza, vita
dissoluta e, addirittura, mollezza femminea. Un topos che, tuttavia sembra avere un suo fondamento.
Per esempio, le asserzioni di Frontino, che parla per esperienza personale, sembrano essere
comprovate. Un dato emerge con singolare chiarezza: le sconfitte patite durante l’impero a opera di
Parti e Persiani furono tutte inflitte alle legioni d’Oriente, ad esse soltanto.
In Oriente la crisi dell’apparato militare (che altrove sarebbe divenuta anche crisi di un modello di
vita) veniva da lontano e nasceva da specifici connotati culturali e sociali. Essa era iniziata da circa
tre secoli, ma era stata frenata e mascherata dalla circolazione e dal ricambio delle truppe all’interno
dell’impero, che avevano attenuato su quella frontiera il peso di certi modelli culturali e stili di vita.
Ciò aveva anche ridotto l’influenza esercitata dall’exemplum offerto dalla locale tradizione bellica,
che prediligeva da sempre la figura del cavaliere a quella del fante, exemplum di cui non poteva non
risentire la forma mentis delle reclute levantine.
Dal secondo quarto del III secolo le disfatte sul campo divennero più frequenti e non perché le armate
sasanidi, non diverse dalle partiche, fossero diventate invincibili. Tutt’altro, messi in difficoltà perfino
da truppe raccogliticce, gli eserciti persiani si trovavano ancora più a disagio di fronte a forze locali
solide e ben organizzate e, significativamente, si dimostrarono molto vulnerabili tutte quelle volte
che le guarnigioni romane levantine venivano rinforzate adeguatamente dai veterani del Reno e del
Danubio. Infatti, furono proprio le truppe regolari di stanza che, lasciate a se stesse, soffrirono di più,
dimostrandosi inadeguate al compito. Le penalizzavano la mancanza di disciplina e le mollezze del
costume, tra cui spiccava l’abitudine deleteria a far soggiornare i soldati all’interno delle città durante
il servizio.
Le crisi delle invasioni barbariche prima, il consolidarsi del legame tra le singole guarnigioni e le
terre di stanza poi, bloccò la circolazione delle truppe praticata per secoli, situazione aggravata
dall’articolarsi del sistema difensivo imperiale in tre grandi settori di fronte, ciascuno sostanzialmente
autonomo e autosufficiente. Le regioni orientali vennero, così, private per sempre del supporto e del
ricambio necessari ad alimentare una vocazione legionaria carente. Sicché, gradualmente, si impose
la tendenza a ad affidare in parte la sicurezza a strumenti diversi. Se a ciò si aggiunge che il sempre
maggior reclutamento di elementi barbarici andava snaturando le fanterie legionarie anche in
Occidente, si capisce perché la crisi del modello classico si fece irreversibile.
Secondo una visione consolidata, ogni esercito è l’emanazione dello Stato che lo esprime, di cui
riflette strutture politiche, sociali, economiche, culturali. La struttura militare tardo-antica è figlia di
un impero che va adottando un impianto di potere a base teocratica, simile a quelli orientali: i cives
cedono il posto ai sudditi; sempre più si imitano, per i corpi montati, gli originali modelli del mondo
iranico, con l’imporsi qualitativo e poi anche quantitativo delle cavallerie.
E ciò dapprima soprattutto in Oriente. Come abbiamo visto, la minaccia barbarica rivolta direttamente
contro le province occidentali, impose a queste ultime la legge dell’ognuno per sé, recidendo i legami
strategici tra i diversi settori dell’impero: non venivano inviati soccorso alla parte Orientale, a sua
volta esposta alla minaccia persiana. Avvertite sempre più a livello locale, le esigenze della difesa
finirono, sia a Ovest che ad Est, col favorire particolarismi e cementare le nascenti identità etniche,
secondo le diverse realtà nazionali; identità che trionfarono anche per la crisi delle elite provinciali,
da sempre collante della struttura sovrannazionale romana. Così l’identificarsi delle singole armate
provinciali con le aree di stanza divenne inevitabile e ciò aggravò la difficoltà dello spostare le truppe
da un settore all’altro. Il primo rifiuto delle truppe occidentali di muoversi dalle proprie seti coincise
con l’ultima spedizione contro i Persiani, segno conclamato del venir meno di ogni vero legame tra
le parti dell’impero. Si fronte all’impossibilità di rivolgersi per l’aiuto all’Occidente, l’Oriente, da
sempre sostanzialmente refrattario ad accettare il modello militare impostato sulla legione, ritornò
gradualmente a un modello “nazionale” di difesa, adeguato alle sue tradizioni secolari.
Per qualche tempo ancora, le fanterie di Roma non si degradarono al livello davvero infimo delle
forze appiedate che accompagnavano in Oriente le cavallerie persiane e mantennero un livello
combattivo apprezzabile. Ma il processo di involuzione politica era comune ormai a tutto l’impero,
sicché, a lungo termine, questo corpo venne a snaturarsi ovunque. L’esercito oplitico era condannato
a sparire non per la sua inadeguatezza tattico-strategica ma per la crisi di quei valori che, nei secoli,
ne avevano sostanziato l’essenza, in particolare per il venir meno del legame, tradizionale nel mondo
classico, cittadino-soldato (con scomparsa del primo termine dell’endiadi). L’impero che era stato
definito “sintesi di città” virò verso l’assolutismo e ciò accelerò il processo di decadenza: i nuovi
valori alterarono la struttura municipale dello stato romano e snervarono l’orgoglio di cives sempre
più prossimi a diventare sudditi e ciò si ripercosse sullo strumento bellico dell’Urbe. Venne meno a
tutti i livelli il senso del dovere e della responsabilità, il che minò le basi stesse dell’essere romano; e
le strutture militare adottate su imitazione del mondo orientale (con il primato della cavalleria) si
adattavano al nuovo modello statuale proposto. Insomma, siamo di fronte alla crisi e dissoluzione di
un modello politico, prima ancora che militare.

Potrebbero piacerti anche