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Alle origini del nichilismo di Nietzsche

1. Il breve scritto, dallo stesso Nietzsche titolato Il nichilismo europeo e da lui datato: Lenzer
Heide 10 giugno 1887, è stato pubblicato per la prima volta integralmente e in modo corretto
nell’edizione Colli-Montinari delle Opere (frammento 5[71], vol. VIII, t. I, pp. 199-206).
Montinari lo definisce: un «testo fondamentale, noto finora non nella sua versione autentica,
bensì solo attraverso le mutilazioni della cosiddetta Volontà di potenza». Il testo di Lenzer
Heide – senza l’indicazione della data e della località e spezzettato (nella successione degli
“aforismi” 4, 5, 114, 55) – era stato inserito e disperso tra frammenti e appunti di epoche
diverse nel libro primo (Il nichilismo europeo) della Volontà di potenza, l’arbitraria
compilazione data alla luce da Peter Gast ed Elisabeth Förster-Nietzsche nel 1906. Nelle sue
lezioni del 1940 su Il nichilismo europeo, Heidegger lamenta più di una volta, a proposito
della Volontà di potenza, che «nel libro così confezionato siano stati accozzati e mescolati l’uno
con l’altro, in maniera arbitraria e sconsiderata, ragionamenti di periodi completamente diversi
e che stanno su piani e prospettive diversi del domandare» (M. Heidegger, Nietzsche, Adelphi,
Milano, p. 573).
Essenziale quindi la restituzione integrale e la datazione del testo di Lenzer Heide che
rappresenta sicuramente un punto culminante della riflessione di Nietzsche su un tema centrale
della sua filosofia e che può esser definito, più che un frammento, uno scritto postumo
stilisticamente curato, fulminante nella sua compiuta brevità. Nietzsche lo ha datato, diviso e
numerato in 16 paragrafi in rigorosa e continua successione argomentativa. Nel quaderno N VII
3 il testo è isolato tra appunti occasionali: conti, itinerari di viaggi e indicazioni di passeggiate
nei dintorni di Lenzer Heide, abbozzi di lettere e indirizzi. I temi certo si trovano accennati o
diversamente modulati e sviluppati in altri frammenti del periodo e sono presenti in opere da
Nietzsche pubblicate, ma non hanno la lapidaria forza e compattezza argomentativa di questo
scritto del giugno 1887. E’ quindi giustificato e corretto (come nel caso del più ampio Su
verità e menzogna in senso extramorale) presentare questo breve testo postumo di Nietzsche
anche al di fuori dell’edizione dei Frammenti. Nella località svizzera Lenzer Heide, quasi
deserta ai tempi di Nietzsche, il filosofo rimase solo quattro giorni, dall’otto all’undici giugno.
Attirato dalla prospettiva del “fitto bosco”, voleva, dopo essersi trattenuto un mese a Coira,
provare se il luogo fosse praticabile per la sua esigente fragilità fisiologica. Dopo il breve
tentativo decise di recarsi, di nuovo, nella familiare e più fresca Sils-Maria: «il mio corpo
(come d’altronde i miei pensieri) sente di dover ricorrere al freddo quale elemento per la sua
conservazione». Anche nella lettera in cui annuncia a Köselitz la sua intenzione di tentare con
Lenzer Heide, emerge lo stato d’animo dominante in quel periodo: «sono così instabile da poter
essere facilmente portato via da un uragano durante la notte. Mi sono inerpicato molto in alto,
ma sempre in prossimità del pericolo – e senza risposta alla domanda: “in che direzione?”» (20
maggio 1887). E qualche giorno dopo, lega il suo nome a quello di Taine e di Burckhardt:
«siamo tre nichilisti radicali: sebbene io, come puoi forse intuire, non disperi ancora di trovare
la via d’uscita e il pertugio, per il quale si arrivi a “qualcosa”. Quando ci si è sotterrati in questo
modo, e si scava nelle proprie profonde miniere, si diventa “sotterranei”, nella fattispecie
ombrosi».

2. Già nella metafisica dell’arte, all’ombra di Schopenhauer e Wagner, Nietzsche si confronta


con la minaccia del nulla e familiarizza con i termini Nirvana, neobuddismo, pessimismo:
tanto che, riflettendo nell’ultimo periodo sui temi della Nascita della tragedia, il filosofo può
affermare che «in questo libro il pessimismo o meglio, per parlare più chiaramente, il
nichilismo vale come verità» (17[3] 1888). La verità si esprimeva nella “terribile saggezza” del
Sileno («il meglio è […] non esser nato, non essere, essere niente») e negli effetti letargici e
annichilenti del puro dionisiaco: ma la verità non valeva, nello scritto giovanile, come

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“supremo criterio di valore” e ad essa si opponeva il valore dell’ illusione e della parvenza e la
volontà artistica della creazione tragico-dionisiaca. Solo agli inizi degli anni ottanta, però,
compaiono nei frammenti i termini “nichilista” e “nichilismo”, che assumeranno centralità
teorica (in connessione con la volontà di potenza) a partire dall’autunno 1886.
E’ certo che la riflessione del filosofo su questo tema nasce da un confronto diretto con la
cultura francese contemporanea, in cui il termine – a partire dal romanzo di Turgenev Padri e
figli e dal nichilismo russo – si diffonde e si generalizza nelle analisi della decadenza. In due
frammenti dell’estate del 1880 il riferimento diretto di Nietzsche va ai nichilisti russi: «Il
filosofo dei nichilisti era Schopenhauer. Tutti coloro che svolgono un’attività da estremisti
pretendono che il mondo vada in pezzi quando riconoscono che la loro volontà è vana
(Wotan)» (4[103] Estate 1880). La fonte di questo giudizio è l’amato Merimée che nella Lettre
à l’editeur che introduce la traduzione francese di Padri e figli (1863), afferma che a San
Pietroburgo non è più Hegel che si segue ma «présentement, c'est Schopenhauer qui a la vogue.
Les adeptes de Schopenhauer prêchent l'action, parlent beaucoup et ne font pas grand’ chose,
mais l'avenir, disent-ils, leur appartient. Ils ont leurs théories sociales qui effrayent fort les
gensde l'ancien régime; car pour un peu ils vous proposent de faire table rasede toutes les
institutions existantes». Anche Wagner, nel febbraio 1882, affronta con inquietudine, il
romanzo di Turgenev quando legge che «Merimée designa nella sua prefazione Schopenhauer
come padre del movimento nichilista» (Cosima, Tagebücher, Bd. II, p. 896). Il giudizio di
Merimée nasceva dalle sue conversazioni con Turgenev che approdava in quegli anni alla
saggezza disincantata di Schopenhauer con richiami al Nirvana, lontano più che mai da una
“azione” nichilistica nel senso rivoluzionario. Herzen, a cui Turgenev aveva consigliato la
lettura di Schopenhauer, gli risponde: «Col tuo Schopenhauer tu sei divenuto nichilista» (22
novembre 1862). Nietzsche interpreta e giustifica l’accostamento tra Schopenhauer e
l’“azione” nichilistica facendo riferimento al finale dell’ Anello del Nibelungo di Wagner.
Wotan, il dio “schopenhaueriano”, della rinuncia, vuole la distruzione del mondo, non la sua
rigenerazione: «Tutto va storto, tutto va in sfacelo, il mondo nuovo è malvagio quanto l’antico
– il nulla, la Circe indiana va ammiccando…» (Il caso Wagner).
Negli anni successivi l’avvicinamento nichilismo - Schopenhauer si diffonde nella cultura
europea: anche se, solitamente, l’aspetto filosofico (coniugato anche col nome di Eduard von
Hartmann) è visto caratterizzare lo specifico nichilismo tedesco. Nelle prime pagine della sua
Introduction a l’histoire du nihilisme russe, uscito nel 1880, Lavigne avvicinando il nichilismo
russo ad una malattia contagiosa di cui soffrono alcune classi della nazione russa «come nel
medioevo certe classi souffrivano di attacchi isterici, demonomanie o epilessie. Ma vi è un
nichilismo tedesco (Schopenhauer e Hartmann); un nichilismo francese; lo spirito di negazione
è esistito in tutti i tempi, Pirrone era nichilista. Quello che è variato: le forme del nichilismo». E
più articoli compaiono nelle riviste francesi sul “nichilismo” russo contribuendo a diffondere, in
maniera impetuosa, il termine in Europa. In Francia era documentato già nel Vocabulaire de
mots nouveaux di Louis-Sébastien Mercier (1801), che definisce “nihiliste” o “rienniste” colui
«che non crede a niente, che non si interessa a niente». In un contesto filosofico, il termine si
trova perfino nelle lezioni di Victor Cousin (Cours d'histoire de la philosophie morale au dix-
huitième siècle, 1829) che definisce Locke rappresentante di «assoluto nichilismo» : « Lo
scetticismo assoluto, questa dunque la conseguenza inevitabile della teoria dell' idea
rappresentativa; e lo scetticismo assoluto, altro non è qui che l’assoluto nichilismo».
Leroy-Beaulieu nella «Revue des Deux-Mondes» del 15 febbraio 1879 metteva in luce come il
nichilismo, «il male di cui soffre la Russia, non si deve dimenticarlo, non le è affatto peculiare:
ben lungi dall’essere indigeno, è venuto da fuori, dal contagio europeo» e Bourdeau, pur
legando il nichilismo ad uno stato patologico dell’“anima russa” che vede il pullulare delle
sette più strane e stravaganti, afferma: «la cultura occidentale, la scienza non maturata hanno
ubriacato questi giovani cervelli, come l’acquavite che i selvaggi assaggiano per la prima volta.
In nessun luogo le nostre astratte teorie, unite alle passioni slave, hanno prodotto effetti più

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devastanti». «Lo spirito nichilista ha preceduto l'azione nichilista; il pensiero distruttivo ha
preparato il pugnale, il revolver e la bomba alla dinamite».«Ciò che il nichilista cerca … è la
pura negazione, tanto egli è estraneo al reale spirito scientifico, che consiste molto meno nella
negazione che nella comprensione, nella spiegazione – per mezzo di cause naturali e necessarie
– di ogni fenomeno, fino alle “superstizioni”. Ateo, democratico, socialista, al di sopra di ogni
umano pregiudizio, il nichilista unisce le ipotesi scientifiche e le parole d’ordine rivoluzionarie,
forza e materia, libertà, uguaglianza, fraternità, formule contradditorie con cui risponde a
tutto; con un rovescio di mano fa tavola rasa, cancella tremila anni di vita civile. “Prendete la
terra e il cielo, diceva uno di questi giovani dottrinari della negazione, prendete la vita e la
morte, l'anima e Dio, e sputateci sopra, ecco il nichilismo”». Su la «Revue des Deux-Mondes»
era stato pubblicato anche Le roman du nihilisme, l’articolo di Brunetière dedicato a Che fare
di Cernysevskij che Nietzsche leggerà nel volume Le roman naturaliste (1884) dove era stato
successivamente raccolto. Il critico francese insiste sulla specificità dello scrittore russo
nell’unire realismo e misticismo («Il nichilismo è molto meno una dottrina di quanto non sia
una setta»). Il “nichilista dell’avvenire”, disegnato da Cernysevskij, nella sua estrema rinuncia
a sé, appare piuttosto «un asceta o un estatico dei secoli da lungo tempo passati».
Nietzsche ha interesse per la tematica del nichilismo russo: legge Padri e figli (in traduzione
tedesca, con Gersdorff, già nel 1873), scritti di Alexander Herzen (nell’inverno 1876-77 a
Sorrento) , e nell’ultimo periodo della sua attività annota con cura excerpta dalla traduzione
francese dei Demoni di Dostoevski. A queste letture si deve aggiungere almeno Ma religion
(1884) di Tolstoi, con cui Nietzsche si confronta per la definizione dei temi dell’Anticristo.
Nella prima pagina del volume lo scrittore russo confessa la sua esperienza del nichilismo:
«Durante trentacinque anni della mia vita, sono stato nichilista, nell’esatta accezione del
termine, cioè non un socialista rivoluzionario, ma un uomo che non crede a niente».

3. Ma indubbiamente è dalla cultura francese (in particolare da Bourget) che Nietzsche deriva
inizialmente stimoli per la riflessione sulla décadence e il nichilismo. Significativamente, nel
1879, è da un francese che viene l’accusa di “nihilisme ecœurante” (nichilismo scoraggiante,
disgustoso) alle posizioni filosofiche di Nietzsche dopo la pubblicazione di Umano, troppo
umano, quando ancora il termine non era stato mai usato dal filosofo. Il musicologo alsaziano
Èdouard Schuré, fautore della causa di Wagner, che aveva pubblicato Drame musical (Parigi
1875) in cui rielaborava, in molti punti e spesso con le stesse immagini, i temi della Nascita
della tragedia, vedeva nella svolta antiwagneriana e nella radicale critica alla metafisica
dell’arte e al mito del genio solo l’espressione di un “nihilisme ecœurante”. Umano, troppo
umano segna per Nietzsche il faticoso recupero (contro il fascino stesso della musica di
Wagner) di una prospettiva radicalmente antimitica e terrestre nella volontà di liberazione da
vie prefissate. I diari di Cosima offrono la documentazione di quanto dolore costasse anche a
Wagner l’abbandono, il «tradimento» del giovane amico e come la scelta di Nietzsche di
pulizia razionale e di critica potesse apparire, secondo le parole di Schuré, nihilisme écoeurant,
primato di una conoscenza storica e scientifica che si rovesciava in scetticismo e fine di ogni
«venerazione». Alla data del 28 dicembre 1879 Cosima scrive: «Ieri sera Richard mi aveva
letto qualche passo del nuovo libro del povero Nietzsche e gli venne in mente la definizione di
Schurè: nihilisme écoeurant». Nichilismo e malattia sono i termini con cui Wagner e la sua
cerchia che avevano visto in Nietzsche solo un geniale propagandista della loro causa, per
esorcizzare il senso della scelta operata dal filosofo. La fedele wagneriana Mathilde Maier, in
una lettera a Nietzsche, esprime questa accusa di un atteggiamento nichilistico che distrugge la
venerazione e l’illusione (Wahn) necessaria alla vita: «Che cosa è mai ciò che perdiamo nel
mondo metafisico del quale sappiamo solo che di esso nulla sappiamo? Niente; eppure tutto.
[...] Si è costruito con fatica e sforzo una religione senza Dio, per salvare almeno il divino —
anche se Dio è perduto — ed ora Lei ci sottrae il fondamento che, per quanto aereo e nebuloso,
è però forte a sufficienza per sorreggere il mondo: il mondo di tutto ciò che ci è caro e sacro!

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La metafisica è solo un’illusione (Wahn), ma cos’ è la vita senza questa illusione? [...] Con la
caduta del mondo metafisico, la vita terrena resta unica padrona, e acquista così un potere
tirannico. [...] La cosa più spaventosa è per me il crollo dell’idea eterna, ché è il mio solo punto
di quiete e di salvezza nell’incalzare dell’eterno divenire! E ora Lei distrugge tutto! Tutto
fluttuante, non più salde immagini, soltanto eterno movimento! C’è da impazzire! Come potrà
resistere l'arte in questa corrente impetuosa? […] — E tutto questo doveva venire proprio da
Lei , la cui autorità mi era di sostegno nei momenti di scetticismo! (lettera del luglio 1878).
Mathilde Maier richiamava con forza le posizioni che Nietzsche aveva espresso nel periodo
wagneriano: la necessità dell’illusione metafisica e il richiamo alle forze antistoriche e
sovrastoriche contro la posizione nichilistica del discepolo di Eraclito incapace di agire, una
volta condannato a vedere dappertutto un divenire, un flusso di forze: «Un uomo simile non
crederebbe più al suo stesso essere, non crederebbe più a sé, vedrebbe scorrere l’una dall’altra
tutte le cose in punti mossi e si perderebbe in questo fiume del divenire [...] quasi non oserebbe
più alzare il dito» (Sull’utilità e il danno della storia per la vita ).
Nella risposta alla Maier, Nietzsche esprime apertamente il distacco irreversibile da quel
Wagner che pretendeva «elevare» e redimere e che invece era soprattutto malattia
(«quell’annebbiamento metafisico di tutto ciò che è vero e semplice, la lotta con la ragione,
anzi contro la ragione, questa lotta che in ogni cosa vuol vedere un miracolo e qualcosa di
mostruoso»). Il senso della liberazione emerge come compiuto amore delle cose prossime, fine
della «malattia dell’ideale», scelta per gli orizzonti aperti. Da tempo il filosofo avvertiva
l’impossibilità di restare nell’illusione sapendo che essa è tale: il mito perde ogni efficacia
attiva e il rischio è la letargia, l’inazione, la passività. Quando Nietzsche verrà a conoscere,
indirettamente da Gast, l’espressione usata da Schurè nella cerchia wagneriana contro di lui, ne
rimarrà dolorosamente colpito: «Ho bisogno di salute di tutti i tipi – qualcosa mi è penetrato un
po’ troppo a fondo nel cuore, questo “nichilismo scoraggiante”!» ( A Heinrich Köselitz 13
marzo 1881). Ma, a commento di questa vicenda, nell’autunno del 1881 troviamo usato da
Nietzsche per la prima volta il termine: «In che misura ogni orizzonte intellettuale più limpido
appare come nichilismo» (12[57]). Nietzsche riflette su questa definizione: ne problematizza il
senso accogliendola per sé. «Solo tardi si ha il coraggio di ciò che propriamentesi sa. Che io sia
stato finora un nichilista radicale, melo son detto solo da poco: l'energia, la nonchalance concui
da nichilista andavo avanti, mi ingannava su questo fatto fondamentale. Quando si va incontro
a unoscopo, sembra impossibile che “la mancanza di scopo in sé” sia il nostro principale
articolo di fede» (9 [123]). Se già nei frammenti giovanili Nietzsche legava il proprio cognome
al “Nulla” creando lo pseudonimo Pacific Nil con cui intendeva firmare l’inattuale contro
Strauss (frammento 26[24], primavera 1873), successivamente rintraccia, nella mitologia
personale antigermanica di una propria discendenza polacca, la simpatetica etimologia: «Lui
disse di essere polacco; il cognome originale è Niecki, l'“Annientatore”, “il nichilista”, lo
“Spirito che sempre nega”, questo gli piace» – testimonia Joseph Paneth, lo scienziato e
fisiologo che si incontrò con Nietzsche a Nizza più volte dal dicembre 1883 al marzo 1884. E
lo stesso Nietzsche ricorda l’etimologia attribuita al suo cognome in una lettera a Carl Fuchs:
«I Polacchi dicono che significa “nichilista”» (30 giugno 1888).

4. I temi che caratterizzano il distacco di Nietzsche da Wagner, il coraggio della scelta che
nasce dalla probità, il fare a meno delle consolazioni metafisiche e morali sono al centro della
riflessione dello scritto di Lenzer Heide cui Nietzsche arriva attraverso un percorso di
approfondimento, un «pellegrinare per ghiacci e deserti».
Vi arriva anche come attento diagnostico della crisi dei valori dell’Europa che vede in Parigi le
espressioni più significative della décadence ed anche il laboratorio sperimentale di nuovi
valori e forme di vita.

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“Gli dèi sono morti”: si afferma più che dovunque a Parigi dove l’‘adorable Heine’, dove
Schopenhauer, dove Dostoevski sono di casa, dove – afferma Nietzsche – si sarebbe trovato a
suo agio nella «congrega più spiritosa e scettica degli spiriti parigini (Sainte-Beuve, Flaubert,
Gautier, Taine, Renan, i Goncourts, Scherer, Gavarni, talora Turgenjev etc.)» che si riunivano
nei dîners chez Magny: «Pessimismo esasperato, cinismo, nichilismo che si alternavano a
molta sfrenatezza e buon umore […] conosco a memoria questi signori, fino al punto di averne
quasi abbastanza. Si deve essere più radicali: in fondo manca a tutti la cosa principale – “la
force”».
E la principale guida per Nietzsche, in questo percorso attraverso la décadence e il nichilismo,
è Paul Bourget che vede l'epoca, priva di un "credo generale", come caratterizzata dalla morte
degli déi, di tutti gli déi. La mancanza di un credo collettivo, la fine delle vecchie religioni, il
nichilismo della scienza, la “bancarotta della scienza” (già nei saggi si trova questa espressione
che avrà fortuna con la “rinascita dell’idealismo” fine secolo proclamato da Brunetière), il
dilettantismo, il cosmopolitismo, la diffusione del buddismo, la ubris analitica portata fino alla
vivisezione psicologica ecc., sono fenomeni legati all'usura fisiologica, ad una generale
impotenza alla vita.
Con i suoi fortunati Essais (1883) e Nouveaux Essais de Psychologie contemporaine (1885) e i
suoi romanzi, attraversa e diagnostica da “psicologo” i molteplici segni del nichilismo negli
atteggiamenti culturali più significativi dell’epoca: «non esiste né malattia né salute dell’anima,
ci sono solo degli stati psicologici, dal punto di vista dell’osservatore non metafisico» (Essais).
La volontà di una analisi scientifica al di là del bene e del male, l’ambiguità compiacente con
cui si confronta con i maestri della decadenza e del nichilismo, sono tali che Bourget viene
additato dai tradizionalisti dell’epoca come un elemento di disgregazione, un dandy che
propaga la sua decadenza e la sua sensibilità tutta d’origine germanica, l’espressione più
completa della “malattia della volontà” della Francia. Bourget stesso rappresenta se stesso
come espressione di una ibridazione ( «Vi è sempre stato in me un filosofo e un poeta della
razza germanica che sta in lotta con un analista della pura e chiara tradizione latina» (Il y a
toujours eu en moi un philosophe et un poète de la race germanique en train de se débattre
contre une analyste de la pure et lucide tradition latine, Lettre autobiographique ) da cui nasce
il gusto di una cultura complessa e cosmopolita.
Lo scrittore cattolico-reazionario Leon Bloy faceva una satira feroce nel suo Désespérè (1886)
di Bourget presentandone la caricatura impietosa sotto il personaggio di Alexis Dulaurier “il
poeta cicisbeo dei flussi psicologici del gran mondo” [le poète sigisbéen des flueurs
psychologiques du grand monde], lo definiva un nichilista, un “evangelista del
Nulla»(«évangéliste du Rien»). Ben presto (nel 1880 Bourget dedica il racconto Nihilisme alla
figura di una giovane e affascinante, gelida studentessa slava rivoluzionaria, «archange sans
sexe».) a partire da Turgenev, esplora le diverse maschere che assumono «l’orrore dell’Essere e
il gusto, l’appetito furioso del Nulla». A riprova di questa diffusione dell’oscuramento
nichilistico che proveniva dalla Russia e si diffondeva in altre forme per tutta l’Europa, il già
ricordato Le désespéré di Leon Bloy, attento a satireggiare le mode, parlava della «
disperazione che irrompe oggi, al pari di un drago dell’Apocalisse, dalle pianure slave sul
vecchio Occidente spossato dal tedio. Questa divoratrice di anime è tanto spaventosa – nella
sua lenta, ma invincibile avanzata, che ogni altra minaccia della meteorologia politica o sociale
comincia ad apparire un nulla di fronte a questa minaccia teofanica, la cui spaventosa e
trilogica formula è inscritta in bastardi di fuoco sul nero pennone del Nichilismo trionfante:
Viva il caos e la distruzione! Viva la morte! Largo all’avvenire! Ma di quale avvenire parlano,
questi speranzosi alla rovescia, questi escavatori del nulla umano?».
Bourget confronta più volte il nichilismo occidentale, legato ai “tormenti dell’agonia
metafisica” («Sapere che non si può sapere, conoscere che non si può conoscere…») e il
nichilismo russo: «La rabbia omicida dei cospiratori di San Pietroburgo, i libri di
Schopenhauer, i furiosi incendi della Comune e l’ostinata misantropia dei romanzieri naturalisti

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non rivelano uno stesso spirito di negazione della vita che, ogni giorno di più, ottenebra la
civiltà occidentale? […] Sembra che dal sangue per metà asiatico degli slavi salga sino al loro
cervello un vapore di morte che li precipita nella distruzione, come in una sorta d’orgia sacra. Il
più illustre degli scrittori russi diceva in mia presenza, e a proposito dei nichilisti militanti:
“Non credono a niente, ma hanno bisogno del martirio…”». Nel saggio dedicato al
rivoluzionario Jules Vallès, Bourget confronta l’esemplare “nichilista francese”, neolatino, che
nasce dall’educazione classica a Bazarov, con il nichilista russo protagonista di Padri e figli,
che nasce invece dalla scienza: è comune ad entrambi “l’ironia crudele e l’infaticabile forza di
negazione”. In generale la “volontà del nulla” è la logica di quella decadenza, di quella
malattia della volontà, che in varie forme Bourget ha trovato nei maitres de l’heure più
rappresentativi: «Ho analizzato un poeta, Baudelaire; uno storico, Renan; un romanziere,
Gustave Flaubert; un filosofo, Taine; termino ora di analizzare uno di quegli artisti compositi,
nel quale si uniscono strettamente il critico e lo scrittore d’immaginazione. Quello che ho
riscontrato in questi cinque Francesi di primo piano è la stessa nauseata filosofia del nulla
universale. Sensuale e depravata nel primo, sottile e come sublimata nel secondo, ragionata e
furiosa nel terzo, ancora ragionata, ma rassegnata nel quarto; tale filosofia diventa cupa, ma più
coraggiosa, nell’autore del Rosso e il nero». E si chiede: «quali germi di morte errano invisibili
nell’atmosfera della nostra civilizzazione, perchè i migliori tra noi presentino così il fenomeno
di un appetito del niente pari a quello dei seguaci delle più cupe dottrine dell’estremo oriente?»
(recensione alle lettere di Flaubert a Sand).

5. Bourget, attraverso le varie figure, analizza le varie forme di brama del nulla che oscurano
l’occidente e che trovano una forte corrispondenza in Nietzsche. Taine, «l’audace distruttore
degli idoli della metafisica ufficiale» (l’audacieux briseur des idoles de la métaphysique
officielle) (l'immagine è significativa per Nietzsche), rappresenta il nichilismo scientifico
capace, per alcuni tratti, di far fronte alla malattia europea della volontà incarnata dal
dilettantismo voluttuoso di Renan (“il male di dubitare perfino del proprio dubbio” – “ce mal
de douter même de son doute”) maestro di “delicato” nichilismo, da ogni cattivo gusto
istrionico e demagogico, dall’ idealismo della debolezza. Nella terza parte della Genealogia
della morale Nietzsche pensa principalmente a Taine quando valorizza la “pulizia intellettuale”
di “spiriti duri, severi, temperanti, eroici, che costituiscono l’onore della nostra età”, i
rappresentanti estremi dell’ultima maschera dell’ideale ascetico: la fede nella “verità” e nella
scienza. Ed ancora in Al di là del bene e del male, scrive: «possono esserci perfino puritani
fanatici della coscienza, chepreferiscono agonizzare su un sicuro nulla piuttosto chesu un
incerto qualche cosa. Ma questo è nichilismo eindice di un'anima disperante, mortalmente
esausta: perquanto gli atteggiamenti di una tale virtù possano apparire prodi». Così pure vi è
concordanza tra Nietzsche e Bourget sugli aspetti che caratterizzano il nichilismo di Flaubert
nato dalla «bancarotta provocata dal Romanticismo in tutti i suoi fedeli. Coloro che avevano
preso alla lettera le sue promesse, sono precipitati negli abissi della disperazione o della noia».
È il nichilismo di anime squilibrate e sproporzionate che l’Ideale romantico racchiude in sé:
Flaubert è un nichilista « affamato d’assoluto», che non sa accordare il romantico e il dotto.
Anche Nietzsche pone il «rapporto tra nichilismo, romanticismo e positivismo(quest'ultimo è
un contraccolpo del romanticismo, opera di romantici delusi)» e vede in Flaubert e Wagner «la
fede romatica nell’amore e nell’avvenire mutarsi nella brama del nulla»
Anche la diffusione di un nuovo buddismo come espressione di nichilismo passivo è
individuata da Bourget e da Nietzsche: «il Nirvana degli Indiani, ritrovato nel fondo delle
nevrosi moderne» oppure, come in Turgenev, come possibilità di uscire dal corrosivo
nichilismo filosofico grazie al profondo legame con il fondo dell’anima russa, attraverso «le
flot le plus jaillissant d'inépuisable charité». È la religione della sofferenza umana: altre
religioni senza Dio (religione della scienza, dell'arte, del progresso, etc.) si sostituiscono alle

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vecchie religioni dogmatiche mantenendo la centralità dei valori dati. L’ “ombra di Dio”
permane e costituisce il pericolo maggiore e più insidioso per l'uomo superiore.
Lo stesso Bourget, nei suoi romanzi, anche sotto il crescente influsso di Dostoevskij, e con il
mutare progressivo della sua sensibilità, sente necessario il percorso che porta dalla
disgregazione dei valori alla forza consolante e rassicurante della tradizione religiosa.
Nietzsche avverte questo percorso in atto nel critico francese. Questo il pericolo, intravisto con
chiarezza per l’uomo superiore. La figura dell' ombra, “viandante sempre in cammino ma
senza una meta”, la cui irrequietezza infrange ogni cosa venerata ("nulla è vero, tutto è
permesso" è la sua divisa nichilistica) e rovescia "le pietre di confine", per stanchezza, al
termine di un faticoso percorso sperimentale, può cercare alla sera il primo punto di riposo
rimanendo prigioniero di "una fede ristretta, di una severa e dura illusione" (Za IV, L’ombra).
Anche Renan, in un saggio in cui critica il pessimismo di Amiel, con acutezza vede la parabola
in corso verso nuove consolazioni religiose e, nel caso di Amiel, verso «una religione triste,
più simile al buddismo che al cristianesimo»: «al culmine del nichilismo si fa il voltafaccia».
«Questa ricostruzione del cristianesimo sulla base del pessimismo è uno dei sintomi più
sconvolgenti del nostro tempo. È così difficile privarsi dell’appoggio di un culto stabilito, che
dopo aver distrutto le chiese di granito, si costruiscono chiese con i calcinacci» (p. 1149)
La prospettiva del superuomo in Nietzsche, come possibilità agli estremi del nichilismo, passa
attraverso l’affermazione del Chaos sive natura confermato dall’ipotesi dell’eterno ritorno: un
divenire innocente nel suo radicale immanentismo distrugge ogni residua “ombra di Dio” e
valorizza ogni attimo dell’esistenza. La nuova innocenza, legata all’eterno ritorno, deve vincere
anche l'ombra di Dio.
Per Nietzsche «la disgregazione, dunque l'incertezza, è propria di quest'epoca: niente è su di
una base solida e su di una risoluta fede in se stessi; si vive per il domani, perché il
dopodomani è incerto. Tutto è liscio e pericoloso sul nostro cammino, e intanto il ghiaccio che
ancora ci sostiene è diventato così sottile: noi tutti sentiamo il caldo, sinistro respiro del vento
australe — dove noi ancora camminiamo, ben presto non potrà più camminare alcuno» (FP
1884, 25[9]). Si tratta di vincere il “terribile sentimento del deserto” (FP 1884, 25[13]) che si
apre davanti agli orizzonti liberi, alla “prospettiva in tutte le direzioni” che si ha con la fine
delle vie prefissate e autoritarie della tradizione: la prova di forza sta nel confrontarsi
affermativamente col nichilismo che discende dalla teoria dell'eterno ritorno.
E questo possono farlo gli uomini più forti, ovvero i più «moderati», capaci di superare in sé
l’horror vacui senza ricorrere al mito e alla metafisica, coloro che hanno saputo attraversare il
deserto, «che sanno pensare, riguardo all'uomo, con una notevole riduzione del suo valore,
senza diventare perciò piccoli e deboli» scrive Nietzsche alla fine del frammento di Lenzer
Heide, chudendolo con la domanda che lo assillerà per il resto del suo percorso filosofico:
«Come penserebbe un tale uomo all'eterno ritorno? ».

7
Da
Mazzino Montinari, Che cosa ha detto Nietzsche, Adelphi, Milano, pp.147-152

Un punto culminante nelle meditazioni di Nietzsche è costituito dal frammento sul “nichilismo
europeo”, datato “Lenzer Heide, 10 giugno 1887” (FP. 5[71]).
Val la pena di ricordare anche qui le linee essenziali di questo testo fondamentale, noto finora non
nella sua versione autentica, bensì solo attraverso le mutilazioni della cosiddetta Volontà di potenza.
L'ipotesi della morale cristiana, scrive Nietzsche, conferiva all'uomo un valore assoluto nel flusso
del divenire; riconoscendo un senso anche al male nel mondo; infine presupponeva nell'uomo una
conoscenza adeguata dei valori assoluti. La morale impediva perciò all'uomo di disprezzare se
stesso, di prendere partito contro la vita; essa era il mezzo migliore contro il nichilismo pratico e
teorico. Ma, tra le forze favorite dalla morale, era anche la veridicità: questa forza finisce per
rivolgersi contro la morale stessa, essa ne smaschera la teleologia, il modo interessato di vedere le
cose: la morale appare alla veracità come mendace, e a questo punto il desiderio di liberarsi dalla
menzogna della morale agisce come uno stimolo verso – il nichilismo. Infatti ci troviamo impigliati
in una contraddizione: da un lato, non apprezziamo la conoscenza cui siamo giunti (cioè la
conoscenza della mendacità dell'interpretazione morale del mondo), dall'altro non ci è permesso
neppure di apprezzare le menzogne morali; ne deriva un processo di dissoluzione. nella situazione
attuale dell'Europa, continua Nietzsche, è tuttavia sopportabile che il valore dell'uomo e del male sia
ridotto, l'assurdità e la casualità dell'esistenza possono ancora essere ben tollerate. I mezzi
disciplinari, tra i quali il più forte era l'interpretazione morale, possono essere mitigati, data la
potenza che l'umanità ha già raggiunto: Dio era un'ipotesi troppo estrema. Ma ipotesi estreme
possono venire soppiantate solo da altre ipotesi estreme, così in luogo dell'ipotesi di Dio subentra la
credenza nella immortalità assoluta della natura, la diffidenza verso ogni ricerca di significato del
male, anzi di un senso dell'esistenza in generale. Finita l'interpretazione che passava per essere
l'unica possibile, sembra che l'esistenza non abbia più senso alcuno, che tutto sia invano. Il pensiero
della inanità del tutto è un pensiero paralizzante, che giunge al suo culmine, se coniugato con la
conoscenza dell'eterno ritorno dell'identico: il nulla (cioè l'assurdo, il “senza senso”) eterno! Ma
questa è la forma europea del buddhismo; infatti l'eterno ritorno è la più scientifica di tutte le ipotesi
possibili: se l'esistenza avesse un fine, questo – nel tempo infinito – sarebbe già stato raggiunto.
Dunque l'esistenza non ha un fine. La teoria dell'eterno ritorno può essere considerata come
l'opposto del panteismo, nella misura in cui il panteismo afferma la perfezione, l'eternità, la divinità
dell'essere. Nietzsche si chiede, allora, se la fine della morale comporti anche la fine di ogni
posizione affermativa nei riguardi dell'esistenza, se cioè sia possibile “dire di sì” al processo del
reale, dopo averne allontanato ogni rappresentazione teleologica. Ciò sarebbe possibile se all'interno
del processo si raggiungesse in ogni momento qualcosa e sempre la stessa cosa. Spinoza ha potuto
assumere una tale posizione affermativa, perché nel suo panteismo ogni momento ha una necessità
logica, e Spinoza era – nel suo istinto fondamentale – logico. Egli è per Nietzsche un caso
particolare: in realtà qualsiasi tratto fondamentale che sia alla base dell'accadere e possa essere
sentito da un individuo come il proprio tratto fondamentale di carattere indurrebbe l'individuo ad
accettare ed approvare ogni attimo dell'esistenza in generale. Decisivo sarebbe, qui, appunto
esperire in se stessi con diletto quel tratto fondamentale, sentirlo in modo positivo. La morale, fino a
questo momento, salvava gli uomini dalla disperazione e dall'impotenza, perché insegnava agli
oppressi, a coloro che subivano la violenza a odiare e a disprezzare il tratto di carattere
fondamentale di coloro che, dominando, esercitavano la violenza e l'oppressione, vale a dire la
volontà di potenza. Negare, disgregare questa morale vorrebbe dire togliere ai sofferenti e agli
oppressi il diritto di disprezzare la volontà di potenza, e ciò si ottiene rivelando come la “volontà di
morale” non sia essa stessa altro che volontà di potenza: l'odio, il disprezzo per la volontà di
potenza è anch'esso volontà di potenza. Così l'oppresso si trova sullo stesso piano dello oppressore,
o meglio: posto che la vita stessa sia volontà di potenza, gli svantaggiati dalla vita non sono più
protetti contro il nichilismo; perduta la fede nella morale ostile alla volontà di potenza, essi sono

8
destinati a perire, anzi essi distruggono se stessi mettendosi alla ricerca di veleni, di droghe, di
“romanticismo”, la loro volontà diventa volontà “verso il nulla”. Il nichilismo allora è sintomo del
fatto che gli svantaggiati dalla vita non hanno più alcuna consolazione morale, alcun motivo che li
induca alla rassegnazione; così essi vogliono la propria fine: forma europea del buddhismo, dopo
che l'essere ha perduto il suo “senso”. ciò non vuol dire che la “distretta” sia in generale cresciuta
nell'età moderna. La panacea “Dio, morale, rassegnazione” serviva proprio quando la miseria era
più spaventosa. Il nichilismo attivo subentra invece in una situazione relativamente più favorevole.
Uno stato di stanchezza intellettuale, determinata dalla lunga lotta delle opinioni filosofiche che
approda a uno scetticismo senza speranza, contrassegna la condizione niente affatto inferiore di quei
nichilisti. Ma che cosa vuol dire “svantaggiati” dalla vita! Questa parola ha soprattutto un
significato fisiologico, non più politico. La specie di uomo più malsana in Europa (che si trova in
tutte le classi sociali) è il terreno favorevole a questo nichilismo; essa non può non sentire l'eterno
ritorno (cioè l'imminenza senza vie d'uscita) come una maledizione, una volta colpiti dalla quale
non si arretra più davanti ad alcuna conseguenza dell'azione e ci si abbandona al piacere della
distruzione. Una crisi del genere ha, agli occhi di Nietzsche, il pregio di purificare, di concentrare
insieme gli elementi affini, di porre a uomini di mentalità opposte compiti comuni, portando alla
luce i deboli e gli insicuri e instaurando così una gerarchia delle forze, nella quale si riconosca chi
comanda e chi obbedisce (naturalmente, aggiunge Nietzsche, al di fuori di ogni ordinamento sociale
esistente). Chi risulteranno essere i più forti? si chiede Nietzsche alla fine: i più misurati, coloro che
non hanno bisogno di articoli di fede estremi, coloro che non solo ammettono ma addirittura amano
un bel po' di casualità, di assurdità nell'esistenza; coloro che, pur pensando all'uomo senza
esagerarne, anzi riducendone notevolmente il valore, non per questo diventano deboli e piccoli,
insomma coloro che sono sicuri della propria potenza e rappresentano l'energia acquistata
dall'umanità con orgoglio consapevole. Quale sarebbe l'effetto del pensiero dell'eterno ritorno su
uomini siffatti? Su questo interrogativo si chiude questo frammento, nel quale Nietzsche ha tentato
di collegare tra loro i temi fondamentali della sua riflessione filosofica nel 1887: nichilismo, eterno
ritorno, volontà di potenza.

9
Il seguente testo di Nietzsche, con la riproduzione del manoscritto, è disponibile in libreria dai primi
di maggio (Adelphi editore).

Il nichilismo europeo

Lenzer Heide 10 giugno 1887

I
Quali vantaggi offriva l'ipotesi della morale cristiana?
1) conferiva all'uomo un valore assoluto, in contrasto con la sua piccolezza e casualità nella
corrente del divenire e dello scomparire;
2) serviva agli avvocati di Dio, in quanto lasciava al mondo, nonostante il dolore e il male, il
carattere della perfezione – compresa quella «libertà» – il male appariva pieno di senso;
3) stabiliva nell'uomo un sapere intorno ai valori assoluti, dandogli così proprio per le cose più
importanti conoscenza adeguata;
impediva all'uomo di disprezzarsi in quanto uomo, di prendere partito contro la vita, di
disperare del conoscere: era un mezzo di conservazione; insomma, la morale era il grande
rimedio contro il nichilismo teorico e pratico.

2.

Ma tra le forze promosse dalla morale c'era la veridicità: questa si volge infine contro la
morale, ne scopre la teleologia, la considerazione interessata – e oggi la cognizione di questa
lunga e inveterata menzogna, che disperiamo di riuscire a scrollarci di dosso, agisce appunto
come stimolante. Al nichilismo. Constatiamo ora in noi l'esistenza di bisogni, instillati dalla
lunga interpretazione morale, che ci appaiono come bisogni di cose non vere; d'altra parte sono
questi stessi bisogni, da cui sembra dipendere il valore, che ci permettono di sopportare la vita.
Da questo antagonismo tra il non apprezzare ciò che conosciamo e il non potere più apprezzare
ciò che vorremmo dare a intendere a noi stessi, risulta un processo di dissoluzione.

3.

In realtà noi non abbiamo ormai molto bisogno di un antidoto contro il primo nichilismo: nella
nostra Europa, la vita non è più tanto incerta, casuale, insensata. Un tale enorme
potenziamento del valore dell'uomo, del valore del male, eccetera, ora non è più così
necessario, noi sopportiamo una notevole riduzione di questo valore, possiamo ammettere
molta insensatezza e caso: la potenza raggiunta dall'uomo consente oggi di ridurre i mezzi di
disciplina, di cui l'interpretazione morale era il più forte. «Dio» è un'ipotesi troppo estrema.

4.

Ma le posizioni estreme non vengono scalzate da posizioni moderate, bensì da altre, a loro
volta estreme, ma opposte. E così la credenza dell'assoluta immoralità della natura, della
mancanza di scopo e di senso è la passione psicologicamente necessaria, quando non si può
più sostenere la fede in Dio e in un ordine essenzialmente morale. Il nichilismo appare ora non
perché il disgusto per l'esistenza sia maggiore di prima, ma perché si è diventati riluttanti a
vedere un «senso» nel male e nell’ esistenza stessa. Una interpretazione è tramontata; ma
poiché vigeva come la interpretazione, sembra che l'esistenza non abbia più nessun senso, che

10
tutto sia invano.

5.

Che questo «invano!» sia il carattere dell'attuale nichilismo rimane da dimostrare. La


diffidenza per i nostri precedenti giudizi di valore si rafforza fino a esprimersi
nell'interrogativo: «non sono forse tutti i “valori” allettamenti con cui la commedia si prolunga,
senza però avvicinarsi in alcun modo a una soluzione?». La durata, con un «invano», senza
fine e scopo, è il pensiero più paralizzante, in particolare quando si capisce che si viene presi
in giro senza che si abbia la forza di non farsi prendere in giro.

6.

Pensiamo questo pensiero nella sua forma più terribile: l'esistenza, così com'è, senza senso e
scopo, ma che ritorna ineluttabilmente senza un finale nel nulla: «l'eterno ritorno».
È questa la forma estrema del nichilismo: il nulla (il «non senso») eterno!
Forma europea del buddhismo: l'energia del sapere e della forza costringe a una tale credenza.
È la più scientifica di tutte le ipotesi possibili. Noi neghiamo gli scopi finali: se l'esistenza ne
avesse uno, sarebbe già stato raggiunto.

7.

Allora si capisce che qui vi sia una tendenza a un'antitesi del panteismo: perché il «tutto
perfetto, divino, eterno» costringe parimenti a credere all'« eterno ritorno». Domanda:
assieme alla morale viene resa impossibile anche questa posizione affermativa panteistica
rispetto a tutte le cose? In fondo solo il Dio morale è infatti superato. Ha un senso pensare un
Dio «al di là del bene e del male»? Sarebbe possibile in questo senso un panteismo? Togliamo
dal processo l’idea del fine e affermiamo, ciononostante, il processo? – Così sarebbe se
qualcosa entro questo processo venisse raggiunto in ogni momento di esso – e sempre lo
stesso.
Spinoza pervenne a una tale posizione affermativa in quanto ogni momento ha una necessità
logica; e trionfò, con il suo fondamentale istinto logico, su una tale natura del mondo.

8.

Ma il suo caso è solo un caso singolo. Ogni caratteristica fondamentale, che è alla base di ogni
accadimento e che in ogni accadimento si esprime, dovrebbe, se fosse sentita da un individuo
come propria caratteristica fondamentale, spingere questo individuo ad approvare
trionfalmente ogni attimo dell'esistenza generale. L'importante sarebbe appunto di sentire con
piacere dentro di sé questa caratteristica fondamentale come buona, pregevole.

9.

La morale ha dunque protetto la vita dalla disperazione e dal salto nel nulla presso quegli
uomini e quelle classi che sono stati violentati ed oppressi da altri uomini: giacché è
l'impotenza nei confronti degli uomini e non l'impotenza nei confronti della natura, che genera

11
la più disperata amarezza nei riguardi dell'esistenza. La morale ha trattato come nemici coloro
che detenevano il potere, i violenti, i «signori» in genere, dai quali l'uomo comune doveva
essere protetto, cioè anzitutto incoraggiato, rafforzato. La morale ha quindi insegnato a odiare
e a disprezzare nel modo più profondo quella che è la caratteristica fondamentale dei
dominatori: la loro volontà di potenza. Abolire, negare, dissolvere questa morale, ciò signi-
ficherebbe conferire all'istinto più odiato un sentimento e una valutazione opposti. Se il
sofferente, l'oppresso perdesse la fede nell’avere il diritto di disprezzare la volontà di potenza,
entrerebbe nello stadio della più nera disperazione. Ciò avverrebbe se questo carattere fosse
essenziale alla vita, se risultasse che anche in quella «volontà di morale» è camuffata solo
questa «volontà di potenza», che anche quell'odio e quel disprezzo è ancora una volontà di
potenza. L'oppresso capirebbe di stare con l'oppressore sullo stesso piano e di non avere alcun
privilegio né rango superiore rispetto all'altro.

10.

Anzi, al contrario! Nella vita non c'è niente che abbia valore al di fuori del grado di potenza –
dato appunto che la vita altro non è che volontà di potenza. La morale ha preservato dal
nichilismo i disgraziati attribuendo a ciascuno un valore infinito, un valore metafisico, e
inserendolo in un ordinamento che non concorda con quello della potenza e gerarchia terrena:
ha insegnato la rassegnazione, l'umiltà, eccetera. Una volta che perisse la fede in questa
morale, i falliti perderebbero la loro consolazione – e perirebbero.

11.

Il perire si presenta come un autodistruggersi, come un'istintiva scelta di ciò che è destinato a
distruggere. Sintomi di questa autodistruzione dei disgraziati: la vivisezione operata su se
stessi, l'avvelenamento, l'ebbrezza, il romanticismo, soprattutto l'istintiva costrizione a
compiere azioni con cui ci si inimica mortalmente i potenti (allevandosi per così dire i propri
carnefici), la volontà di distruzione come volontà di un istinto ancora più profondo, dell'istinto
dell'autodistruzione, come volontà del nulla.

12.

Il nichilismo come sintomo del fatto che i disgraziati non hanno più nessuna consolazione; che
distruggono per essere distrutti; che, svincolati dalla morale, non hanno più nessuna ragione
per «rassegnarsi»– che si pongono sul piano del principio opposto e vogliono a loro volta la
potenza, costringendo i potenti a essere i loro carnefici. E questa la forma europea del
buddhismo, il far no, dopo che ogni esistenza ha perduto il suo «senso».

13.

La «miseria» non è certo divenuta più grande: al contrario! «Dio, morale, rassegnazione» sono
stati rimedi a livelli di miseria terribilmente profondi; il nichilismo attivo fa la sua comparsa in
condizioni relativamente molto più favorevoli. Già il fatto che la morale venga considerata
come superata presuppone un certo grado di cultura intellettuale; e quest'ultima a sua volta un
relativo benessere. Una certa stanchezza intellettuale, che la lunga lotta delle opinioni
filosofiche ha condotto fino al disperato scetticismo nei confronti della filosofia, contrassegna

12
parimenti la condizione sociale tutt’altro che bassa di questi nichilisti. Si pensi alla situazione
in cui apparve il Buddha. La teoria dell'eterno ritorno avrebbe presupposti dotti (come li ebbe
la dottrina del Buddha, per esempio concetto di causalità, ecc.).

14.

Che cosa significa oggi «disgraziato»? Anzitutto dal punto di vista fisiologico: non più
politico. La specie d'uomo più malsana d'Europa (in tutte le classi) è il terreno di questo
nichilismo: essa considererà la fede nell'eterno ritorno una maledizione. Quando si è colpiti da
questa non si arretra più di fronte a nessuna azione: non estinguersi passivamente, ma fare
estinguere tutto ciò che è a tal punto privo di senso e di scopo; per quanto si tratti solo di una
convulsione, di un cieco furore nel constatare che tutto è esistito dall'eternità – anche questo
momento di nichilismo e di smania distruttiva. –Il VALORE di una tale crisi sta nel purificare,
nel concentrare gli elementi affini facendo in modo che si rovinino a vicenda, nell'assegnare a
uomini di opposte mentalità compiti comuni – portando alla luce anche i più deboli e insicuri,
e dando così la spinta alla formazione, dal punto di vista della salute, di una gerarchia delle
forze; riconoscendo chi comanda come chi comanda e chi obbedisce come chi obbedisce.
Naturalmente al di fuori di ogni ordinamento sociale esistente.

15.

Quali uomini si riveleranno allora i più forti? I più moderati, quelli che non hanno bisogno di
articoli di fede estremi, quelli che non solo ammettono, ma amano una buona parte di caso, di
assurdità, quelli che sanno pensare all'uomo con una notevole riduzione del suo valore, senza
per questo diventare piccoli e deboli: i più ricchi di salute, quelli che sono all'altezza della
maggior parte delle disgrazie, e che quindi non hanno tanta paura delle disgrazie – gli uomini
che sono sicuri della loro potenza, e che rappresentano con consapevole orgoglio la forza
raggiunta dall'uomo.

16.

Come penserebbe un tale uomo all'eterno ritorno?

ANTOLOGIA DI TESTI DI NIETZCHE SUL NICHILISMO

Tutti i testi sono tratti dall’edizione italiana Colli-Montinari delle Opere di Friedrich Nietzsche,
Adelphi, Milano 1964 sgg. e dell’ Epistolario di Friedrich Nietzsche, Adelphi, Milano 1976 e sgg.

Da La gaia scienza – libro terzo


(agosto 1882)

FW 125. L'uomo folle. Avete sentito di quell'uomo folle che accese una lanterna alla chiara luce
del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: «Cerco Dio! Cerco Dio! »? -

13
E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che noncredevano in Dio, suscitò grandi
risa. «Si è forse perduto?» disse uno. «Si è smarrito come un bambino? »fece un altro. «Oppure
sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? E emigrato?» gridavano e ridevano in una
gran confusione. L'uomo folle balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: «Dove se
n’è andato Dio?» gridò «ve lo voglio dire! L 'abbiamo ucciso - voi e io! Siamo noi tutti i suoi
assassini! Ma come abbiamo fatto? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all'ultima
goccia? Chi ci dette la spugna per strofinare via l'intero orizzonte? Che mai facemmo per
sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci
muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all'indietro, di fianco,
in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come
attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? – Non si è fatto più freddo?
Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina?
Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo ancora nulla? Non
fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? anche gli dèi si decompongono! Dio è morto!
Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli
assassini? Quanto di più sacro e di più possente il mondo possedeva fino a oggi si è dissanguato
sotto i nostri coltelli - chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo lavarci?
Quali riti espiatori, quali sacre rappresentazioni dovremo inventare? Non è troppo grande, per
noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo anche noi diventare dèi, per apparire almeno
degni di essa? Non ci fu mai un'azione più grande – e tutti coloro che verranno dopo di noi
apparterranno, in virtù di questa azione, a una storia più alta di quanto mai siano state tutte le
storie fino ad oggi!». – A questo punto l'uomo folle tacque, e rivolse di nuovo lo sguardo sui
suoi ascoltatori: anch'essi tacevano e lo guardavano stupiti. Finalmente gettò a terra la sua
lanterna che andò in frantumi e si spense. «Vengo troppo presto,» proseguì «non è ancora il mio
tempo. Questo enorme evento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino – non è ancora
arrivato fino alle orecchie degli uomini. Fulmine e tuono vogliono tempo, la luce delle stelle
vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano viste e
ascoltate. Quest'azione è ancor sempre più lontana dagli uomini delle stelle più lontane - eppure
son loro che l'hanno compiuta!». - Si racconta ancora che l'uomo folle abbia fatto irruzione,
quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo.
Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in
questo modo: «Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?».

Varianti:
125 Cfr. 14 [25, 26]; 12 [77, 157]. L'uomo folle è, nella stesura preparatoria, Zarathustra. Avete..
che] la stesura preparatoria ha: «Una volta Zarathustra... Che mai.. soli?] nelle bozze, prima
della correzione, questo passo suonava: « E senza questa linea, senza questo punto - che ne sarà
di tutta la nostra architettura? Continueranno le nostre case a stare in piedi? Continueremo noi
stessi a stare in piedi?». Non stiamo... sepolcri di Dio?J in M III 5, 10 la conclusione dell'afori-
sma è: «E se noi continuiamo a vivere e a bere la luce, apparentemente come sempre abbiamo
vissuto; non avviene ciò per così dire secondo il rilucere e lo scintillare di astri che si sono
estinti? Ancora non vediamo la nostra morte e la nostra cenere; così ci illudiamo e siamo indotti
a credere di essere noi stessi la luce e la vita – ma sono ancora solo la vecchia vita passata,
l'umanità passata e il Dio passato, che ci raggiungono con i loro raggi e il loro calore – anche la
luce vuol tempo, anche la morte e la cenere vogliono tempo! E infine, noi che ancora viviamo e
rinunciamo, che cosa ne è della nostra luce a paragone con le generazioni passate? È essa
qualcosa di più della luce cinerea che la luna riceve dalla terra illuminata? ».

Da La gaia scienza – libro quinto


(pubblicato nella seconda edizione del giugno 1887)

14
343. Quel che significa la nostra serenità. Il più grande avvenimento recente – che «Dio è morto »,
che la fede nel Dio cristiano è divenuta inaccettabile – comincia già a gettare le sue prime ombre
sull'Europa. A quei pochi almeno, i cui occhi, la cui diffidenza negli occhi è abbastanza forte e
sottile per questo spettacolo, pare appunto che un qualche sole sia tramontato, che una qualche
antica, profonda fiducia si sia capovolta in dubbio: a costoro il nostro vecchio mondo dovrà
sembrare ogni giorno più crepuscolare, più sfiduciato, più estraneo, più «antico». Ma in sostanza si
può dire che l'avvenimento stesso è fin troppo grande, troppo distante, troppo alieno dalla capacità
di comprensione dei più perché possa dirsi già arrivata anche soltanto notizia di esso; e tanto meno,
poi, perché molti già si rendano conto di quel che veramente è accaduto con questo avvenimento – e
di tutto quello che ormai, essendo sepolta questa fede, deve crollare, perché su di essa era stato
costruito, e in essa aveva trovato il suo appoggio, e dentro di essa era cresciuto: per esempio tutta la
nostra morale europea. Una lunga, copiosa serie di demolizioni, distruzioni, tramonti,
capovolgimenti ci sta ora dinanzi: chi già da oggi potrebbe aver sufficiente divinazione di tutto
questo da diventare maestro e veggente di questa mostruosa logica dell'orrore, da essere il profeta di
un ottenebramento e di un'eclisse di sole, di cui probabilmente non si è ancora mai visto sulla terra
l'uguale?... Perfino noi, per nascita divinatori d'enigmi, noi che siamo in attesa per così dire sulle
montagne, piantati fra l’oggi e il domani, tesi entro l'opposizione tra oggi e domani, noi primogeniti
e figli prematuri del secolo venturo, noi che già dovremmo scorgere le ombre che ben presto
avvolgeranno l'Europa: com'è che perfino noi le guardiamo salire senza una vera partecipazione a
questo ottenebramento, soprattutto senza preoccuparci e temere per noi stessi? Siamo forse ancora
troppo soggetti alle più immediate conseguenze di questo avvenimento – e queste più immediate
conseguenze, le conseguenze per noi, contrariamente a quello che ci si potrebbe aspettare, non sono
per nulla tristi e rabbuianti, ma piuttosto come un nuovo genere, difficile a descriversi, di luce, di
felicità, di ristoro, di rasserenamento, d'incoraggiamento, di aurora... In realtà, noi filosofi e «spiriti
liberi», alla notizia che «il vecchio Dio è morto», ci sentiamo come illuminati dai raggi di una
nuova aurora; il nostro cuore ne straripa di riconoscenza, di meraviglia, di presagio, d'attesa –
finalmente l'orizzonte torna ad apparirci libero, anche ammettendo che non è sereno, finalmente
possiamo di nuovo sciogliere le vele alle nostre navi, muovere incontro a ogni pericolo; ogni rischio
dell'uomo della conoscenza è di nuovo permesso; il mare, il nostro mare, ci sta ancora aperto
dinanzi, forse non vi è ancora mai stato un mare così «aperto». -

344. In che senso anche noi siamo ancora devoti. Nella scienza le convinzioni non hanno alcun
diritto di cittadinanza, così si dice a giusta ragione: soltanto quando esse si decidono ad abbassarsi
alla modestia di una ipotesi, di un provvisorio punto di vista sperimentale, di una finzione
regolativa, può essere loro accordato l'accesso e perfino un certo valore entro il regno della
conoscenza – sempre con la limitazione di restar sottoposte a un controllo di polizia, alla polizia
della diffidenza. – Ma, a guardare più attentamente, non significa forse questo che soltanto quando
la convinzione cessa di essere convinzione può ottenere accesso alla scienza? La disciplina dello
spirito scientifico non comincerebbe forse qui, nel non concedersi più convinzione alcuna?...
Probabilmente è così:resta soltanto da domandare se, affinché questa disciplina possa avere inizio,
non debba esistere già una convinzione, e invero così imperiosa e incondizionata da sacrificare a se
stessa tutte le altre. Si vede che anche la scienza riposa su una fede, che non esiste affatto una
scienza «scevra di presupposti». La domanda se sia necessaria la verità, non soltanto deve avere
avuto già in precedenza risposta affermativa, ma deve averla avuta in grado tale da mettere quivi in
evidenza il principio, la fede, la convinzione che «niente è più necessario della verità, e che in
rapporto a essa tutto il resto ha soltanto un valore di secondo piano».– Questa incondizionata
volontà di verità, che cos'è dunque? E la volontà di non lasciarsi ingannare? E la volontà di non
ingannare? Potrebbe, infatti, la volontà di verità essere interpretata anche in quest'ultimo modo:
supposto che, sotto la generalizzazione «io non voglio ingannare», si ricomprenda anche il caso

15
singolo «io non voglio ingannare me». Ma perché non ingannare? Ma perché non lasciarsi
ingannare? – Si noti che le ragioni della prima domanda si collocano in un ambito del tutto diverso
da quello in cui si trovano le ragioni della seconda: non ci si vuole lasciare ingannare perché si
ammette che è nocivo, pericoloso, nefasto essere ingannati – in questo senso la scienza sarebbe una
lunga accortezza, una cautela, un'utilità; a ciò tuttavia si potrebbe giustamente obiettare: come?
realmente il non voler farsi ingannare è meno nocivo, meno pericoloso, meno nefasto? Che sapete
voi a priori sul carattere dell'esistenza, per poter decidere se il vantaggio più grande sta dalla parte
dell'assoluta diffidenza o dell'assoluta fiducia? Nel caso invece che queste due cose debbano essere
necessarie, molta fiducia e molta diffidenza: da dove, allora, la scienza potrebbe derivare la sua fede
incondizionata, la sua convinzione, per essa basilare, che la verità sia più importante di qualsiasi
altra cosa, nonché di ogni altra convinzione? Questa convinzione appunto non potrebbe essere nata
se verità e non verità si rivelassero continuamente utili l'una come l'altra: come accade in realtà.
Dunque – la fede nella scienza, che ormai incontestabilmente esiste, non può aver avuto la sua
origine da un tale calcolo utilitario, ma è sorta piuttosto, nonostante il fatto che continuamente si
siano dimostrati a essa lo svantaggio e la pericolosità della «volontà di verità», della «verità a tutti i
costi». «A tutti i costi»: oh, dobbiamo comprendere ciò abbastanza bene, se su questo altare
abbiamo prima sacrificato e scannato una fede dopo l'altra! – Di conseguenza «volontà di verità»
non significa « io non voglio farmi ingannare» ma – non resta altra scelta– «io non voglio
ingannare, neppure me stesso»: e con ciò siamo sul terreno della morale. Ci si domandi infatti un
po' a fondo: «perché non vuoi ingannare?». Specialmente se dovesse esserci l'apparenza – e c'è
questa apparenza! – che la vita fosse contesta d'apparenza, voglio dire d'errore, d'inganno,
d'ipocrisia, d'accecamento, di autoaccecamento, e se d'altro canto, effettivamente, la forma
grandiosa della vita si è sempre mostrata dalla parte dei più spregiudicati polutropoi. Potrebbe forse
essere, una siffatta intenzione, se interpretata benevolmente, un donchisciottismo, una piccola
stravagante bizzarria; ma potrebbe essere anche qualcosa di peggio, vale a dire un principio
distruttivo, ostile alla vita... «Volontà di verità» –potrebbe essere un'occulta volontà di morte. – In
tal modo, la domanda: perché scienza? riconduce al problema morale: a qual fine esiste in genere
una morale, se vita, natura, storia sono «immorali»? Non c'è dubbio, l'uomo verace, in quel
temerario e ultimo significato che la fede nella scienza presuppone, afferma con ciò un mondo
diverso da quello della vita, della natura e della storia; e in quanto afferma questo «altro mondo»,
come? non deve per ciò stesso negare il suo opposto, questo mondo, il nostro mondo?... Ma si sarà
compreso dove voglio arrivare, vale a dire che è pur sempre una fede metafisica quella su cui riposa
la nostra fede nella scienza – che anche noi, uomini della conoscenza di oggi, noi atei e
antimetafisici, continuiamo a prendere anche il nostro fuoco dall'incendio che una fede millenaria
ha acceso, quella fede cristiana che era anche la fede di Platone, per cui Dio è verità e la verità è
divina... Ma che succede, se proprio questo diventa sempre più incredibile, se niente più si rivela
divino, salvo l'errore, la cecità, la menzogna – se Dio stesso si rivela come la nostra più lunga
menzogna? –

346. Il nostro interrogativo. Ma non lo capite? In realtà dureranno fatica a comprenderci.


Cerchiamo parole, cerchiamo forse anche orecchie. Che siamo noi allora? Se volessimo
semplicemente, con una espressione più antiquata, chiamarci atei o miscredenti o anche
immoralisti, saremmo ancora assai lontani dal ritenerci qualificati con queste parole: noi siamo tutte
e tre le cose in uno stadio troppo avanzato perché si comprenda, perché voi possiate comprendere,
signori miei curiosi, in che stato d'animo ci si sia venuti a trovare. No! è finita l'amarezza e la
sofferenza di chi si sente sradicato, di chi deve acconciarsi a fare ancora della sua incredulità una
fede, una meta, perfino un martirio! Ci siamo fatti insensibili, raggelati e induriti nel sapere che nel
mondo le cose non vanno in modo divino, anzi neppure razionale, pietoso o giusto secondo l'umana
misura: lo sappiamo, il mondo in cui viviamo è sdivinizzato, immorale, «inumano» – troppo a lungo
ce lo siamo spiegato in maniera falsa e menzognera, ma secondo i desideri e i voleri della nostra

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venerazione, vale a dire secondo un bisogno. L'uomo infatti un animale venerante! Però è anche un
animale diffidente: e che il mondo non abbia quel valore che abbiamo creduto, è a un dipresso la
realtà più sicura di cui alla fine la nostra diffidenza sia venuta in possesso. Quanta diffidenza tanta
filosofia. Ci guardiamo bene dal dire che esso ha minor valore: la pretesa dell'uomo di scoprire
valori che dovrebbero sovrastare il valore del mondo reale è qualcosa che oggi ci fa ridere – da ciò
appunto siamo tornati indietro, come da un aberrante traviamento della vanità e irragionevolezza
umana, che a lungo non è stato riconosciuto come tale. Esso ha trovato la sua ultima espressione nel
pessimismo moderno, un'espressione più antica, più robusta, nella dottrina del Buddha; ma anche il
cristianesimo lo contiene, in un modo certo più problematico e ambiguo, ma non per questo meno
privo di seduzione. Tutto l'atteggiamento «uomo contro mondo», l'uomo come principio «che nega
il mondo», come misura di valore delle cose, come giudice del mondo, che finisce per mettere
l'esistenza stessa sulla bilancia e la trova troppo leggera – la mostruosa assurdità di questo
atteggiamento è entrata come tale nella nostra coscienza e ci disgusta – ci vien già da ridere quando
troviamo «uomo e mondo» posti l'uno accanto all'altro, separati dalla sublime arroganza della
paroletta «e»! Ma come? Non è stato appunto con ciò, col nostro riso, che abbiamo semplicemente
fatto un passo avanti nel disprezzo dell'uomo e quindi anche nel pessimismo, nel dispregio
dell'esistenza da noi conoscibile? Non siamo, appunto con ciò, incorsi nel sospetto di
un'opposizione,un'opposizione fra il mondo in cui siamo stati fino a oggi di casa con le nostre
venerazioni - per amor delle quali, forse, sopportavamo di vivere – e un altro mondo, che noi stessi
siamo: in un sospetto implacabile, radicale, estremo circa noi stessi, che tiene noi Europei sempre di
più, sempre più duramente, in sua balìa, e che facilmente potrebbe porre le generazioni venture
dinanzi a uno spaventoso aut-aut: «O cancellatele vostre venerazioni oppure – voi stessi!».
Quest'ultima cosa sarebbe il nichilismo, ma non sarebbe anche la prima – il nichilismo? Questo è il
nostro interrogativo.

347. I credenti e il loro bisogno di fede. La quantità di fede di cui una persona ha bisogno per
prosperare, la proporzione di « stabilità», a cui non vuole che siano recate scosse, poiché è a essa
che si sostiene – costituiscono una misura del livello della sua forza (o detto più chiaramente, della
sua debolezza). Nella vecchia Europa, mi sembra che anche oggi sia pur sempre la maggioranza ad
aver necessità del cristianesimo, perciò esso continua sempre a trovare chi gli presta fede. Così
infatti è l'uomo: anche se un articolo di fede potesse essergli mille volte confutato, posto che egli lo
sentisse necessario, continuerebbe sempre a tenerlo per «vero» – conformemente a quella famosa
«prova di forza» di cui parla la Bibbia. Per alcuni, la metafisica è ancora necessaria; però anche
quell'irruente anelito di certezza, che oggi in grande misura trova uno sfogo scientifico-
positivistico, l'anelito a voler possedere assolutamente qualcosa in modo saldo (mentre poi, a causa
dell'ardore di quest'anelito, se la prendono in maniera più facile e più comoda con la motivazione
della certezza): anche questo è ancora una volta il desiderio di un sostegno, di un puntello, insomma
quell'istinto della debolezza, che certo non crea religioni, metafisiche, convincimenti di ogni specie,
ma – li conserva. In effetti, intorno a tutti questi sistemi positivistici, si diffonde la caligine di un
certo offuscamento pessimistico, qualcosa come stanchezza, fatalismo, delusione, timore di una
nuova delusione – oppure uno stentato rancore, malumore, anarchismo dell'esasperazione e tutto
quello che può costituire indizio o mascherata del sentimento di debolezza. Perfino la veemenza con
cui i nostri più assennati contemporanei si perdono in miserabili cantucci e strettoie, per esempio
nello spirito patriottardo (chiamo così ciò che in Francia è detto chauvinisme, in Germania
«tedesco»), o in anguste professioni di fede estetica sul tipo del naturalisme parigino (che estrae
dalla natura mettendola a nudo solo quella parte che provoca insieme ripugnanza e stupore – oggi,
questa parte, si preferisce chiamarla la vérité vraie)*, ovvero nel nichilismo alla moda di
Pietroburgo (vale a dire nel credere nel non credere portato al martirio*), mostra sempre
innanzitutto il bisogno di fede, stabilità, spina dorsale, punto d'appoggio... La fede è sempre tanto
più ardentemente desiderata, tanto più urgentemente necessaria, laddove manca la volontà: la

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volontà infatti, come passione del comando, è il più decisivo segno di riconoscimento del dominio
esercitato su se stessi e della forza. Ciò vuol dire che quanto meno uno sa comandare, tanto più
cocente è l'anelito con cui desidera qualcuno che comandi, duramente comandi, un dio, un principe,
una classe, un medico, un confessore, un dogma, una coscienza di partito. Da ciò, forse, si potrebbe
concludere che tutte e due le religioni mondiali, il buddhismo e il cristianesimo, potrebbero aver
avuto la loro base d'origine, e a un tempo il segreto della loro repentina diffusione, in una mostruosa
malattia della volontà. E in verità così è accaduto: entrambe queste religioni s'imbatterono
nell'esigenza di un «tu devi» innalzata all'assurdo da una malattia della volontà, e progrediente fino
alla disperazione; entrambe queste religioni furono maestre di fanatismo in epoche di snervamento
della volontà e pertanto offrirono a innumerevoli uomini un appoggio, una nuova possibilità di
volere, un godimento nel volere. Il fanatismo è difatti l'unica «robustezza del volere» alla quale
possono essere portati anche i deboli e gli incerti, essendo una specie di ipnosi dell'intero sistema
sensibile-intellettivo, a vantaggio della sovrabbondante nutrizione (ipertrofia) di un particolare
modo di vedere e di sentire, che ormai è dominante – il cristiano lo chiama la sua fede. Quando un
uomo giunge alla convinzione fondamentale che a lui devono essere impartiti ordini, diventa
«credente»; inversamente, si potrebbe pensare un piacere e un'energia dell'autodeterminazione, una
libertà del volere, in cui uno spirito prende congedo da ogni fede, da ogni desiderio di certezza,
adusato come è a sapersi tenere su corde leggere e su leggere possibilità, a danzare perfino sugli
abissi. Un tale spirito sarebbe lo spirito libero par excellence.

nota
la vérité vraie] Il riferimento è a Émile Zola che, nella sua recensione all’Educazione sentimentale di Flaubert scrive:
«Ecco il modello del romanzo naturalista, questo è fuori da ogni dubbio per me. Non si andrà più lontano nella verità
vera, parlo di questa verità terra terra, esatta, che sembra essere la negazione stessa dell’arte del romanziere». Ma
Dostoïevsky, ne I Demoni, che Nietzsche aveva letto in traduzione francese, scrive: «Amico mio, sapete? la verità vera
è sempre inverosimile. Per rendere la verità più verosimile, si deve assolutamente mescolarvi la menzogna»

nel credere nel non credere] tra gli appunti di lettura e gli excerpta da Th. Dostoïevsky, Possédés (Bési) [I Demoni],
Paris 1886 si legge: «Dio è necessario, di conseguenza deve esistere. Ma non esiste. Quindi non si può più vivere.
Questo pensiero ha divorato anche Stavrogin: “se crede, non crede di credere. Se non crede, non crede di non credere”.
La formula classica di Kirillov in Dostoevskij: Sono tenuto ad affermare la mia incredulità; ai miei occhi non c'è
nessuna idea più grande della negazione di Dio. Che cos'è la storia dell'umanità? L'uomo non ha fatto altro che
inventare Dio, per non uccidersi. Io, per primo, rigetto l'invenzione di Dio… Uccidere un altro – questa sarebbe
l'indipendenza nella forma più bassa: io voglio raggiungere il punto più alto dell'indipendenza. Prima il suicida aveva
motivi per suicidarsi; io invece non ho motivi, lo voglio fare unicamente per dimostrare la mia indipendenza -»

Al di là del bene e del male

10. Il fervore e la sottigliezza, potrei perfino dire: l'astuzia. con cui oggi ovunque in Europa ci
si avventa sul problema del «mondo reale e di quello apparente», dà a pensare e fa tendere
l'orecchio; e chi non percepisce qui, nello sfondo, se non una «volontà di verità» e null'altro,
non può certamente rallegrarsi di un acutissimo udito. In singoli e rari casi può realmente essere
interessata una tale volontà di verità, un qualche smisurato e avventuroso coraggio,
un'ambizione da metafisici di una sentinella perduta, che preferisce pur sempre un pugno di
«certezza» a un'intera carrozza carica di belle possibilità; possono esserci perfino puritani
fanatici della coscienza, che preferiscono agonizzare su un sicuro nulla piuttosto che su un
incerto qualche cosa. Ma questo è nichilismo e indice di un'anima disperante, mortalmente
esausta: per quanto gli atteggiamenti di una tale virtù possano apparire prodi. Ma nei pensatori
più vigorosi, più colmi di vita, ancora assetati di vita, non pare che le cose stiano in questo
modo: mentre prendono posizione contro l'illusione e già con superbia pronunciano la parola
«prospettico», mentre stimano l'attendibilità del loro proprio corpo pressappoco tanto scarsa

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quanto l'attendibilità dell'apparenza immediata che dice «la terra non si muove», e con fittizio
buonumore si lasciano quindi sfuggire dalle mani il più sicuro dei possessi (quale cosa, infatti, è
oggi ritenuta più sicura del proprio corpo?) – chissà se non vogliono in fondo riconquistare
qualcosa che in altri tempi è stato posseduto con una certezza ancor più grande, qualcosa del
vecchio latifondo appartenente alla fede d'allora, forse «l'anima immortale», forse «il vecchio
odio», insomma idee sulla base delle quali, contrariamente alle «idee moderne», si poteva
vivere in maniera migliore, cioè più vigorosa e serena. C'è qui diffidenza contro queste idee
moderne, incredulità verso tutto ciò che ieri ed oggi è stato edificato; c'è forse, commisto ad
esse, un lieve disgusto e sarcasmo cui riesce ormai intollerabile il bric-a-brac di concetti della
più diversa origine, quali sono quelli che oggigiorno il cosiddetto positivismo porta sul mercato,
la nausea del gusto più smaliziato dinanzi alla policromia da fiera e all'aspetto cencioso di tutti
questi filosofastri della realtà, in cui non c'è niente di nuovo e di genuino, ad eccezione di
codesta varietà di colori. In ciò mi pare che si dovrebbe dar ragione a questi odierni scettici
oppositori della realtà e microscopisti della conoscenza: il loro istinto, che li spinge lontano
dalla realtà

Crepuscolo degli idoli

Scorribande di un inattuale

21. Schopenhauer. - Schopenhauer, l'ultimo Tedesco da prendersi in considerazione - è un


evento europeo come Goethe, come Hegel, come Heinrich Heine, e non semplicemente un fatto
locale, «nazionale»), è per uno psicologo un caso di prim'ordine: essendo appunto un malizioso,
geniale tentativo di mettere in campo, a favore di una nichilistica svalutazione totale della vita,
proprio le istanze opposte, le grandi affermazioni della «volontà di vivere», le forme di
esuberanza della vita. Egli ha interpretato, nel loro ordine di successione, l'arte, l'eroismo, il
genio, la bellezza, la grande compassione, la conoscenza, la volontà di verità, la tragedia, come
fenomeni conseguenti dalla «negazione» o dal bisogno di negazione della «volontà» – la più
grande falsificazione di moneta psicologica che, a eccezione del cristianesimo, si sia mai avuta
nella storia. A osservarlo con maggior precisione egli è, in questo, null'altro che l'erede
dell'interpretazione cristiana: soltanto che lui seppe approvare, ancora in un senso cristiano, cioè
nichilistico, anche quel che il cristianesimo aveva ripudiato, i grandi fatti culturali dell'umanità (
– considerandoli vie della «redenzione», prodromi della «redenzione», stimulantia del bisogno
di«redenzione» ...)

COME IL «MONDO VERO» FINÌ PER DIVENTARE FAVOLA

Storia di un errore

1. Il mondo vero, attingibile dal saggio, dal pio, dal virtuoso, – egli vive in esso, lui stesso è
questo mondo.
(La forma più antica dell'idea, relativamente intelligente, semplice, persuasiva. Trascrizione
della tesi «Io, Platone, sono la verità»).

2. Il mondo vero, per il momento inattingibile, ma promesso al saggio, al pio, al virtuoso («al
peccatore che fa penitenza»).

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(Progresso dell'idea: essa diventa più sottile, più capziosa, più inafferrabile – diventa donna, si
cristianizza...).

3. Il mondo vero, inattingibile, indimostrabile, impromettibile, ma già in quanto pensato una


consolazione, un obbligo, un imperativo.
(In fondo l'antico sole, ma attraverso nebbia e scetticismo; l'idea sublimata, pallida, nordica,
königsbergica).

4. Il mondo vero - inattingibile. Comunque non raggiunto. E in quanto non raggiunto, anche
sconosciuto.
Di conseguenza neppure consolante, salvifico, vincolante: a che ci potrebbe vincolare qualcosa
di sconosciuto? …
(Grigio mattino. Primo sbadiglio della ragione. Canto del gallo del positivismo)

5. Il «mondo vero» – un'idea, che non serve più a niente, nemmeno più vincolante – un'idea
divenuta inutile e superflua, quindi un'idea confutata: eliminiamola!
(Giorno chiaro; prima colazione; ritorno del bon sens e della serenità; Platone rosso di
vergogna; baccano indiavolato di tutti gli spiriti liberi).

6. Abbiamo tolto di mezzo il mondo vero: quale mondo ci è rimasto? forse quello apparente?.
… Ma no!col mondo vero abbiamo eliminato anche quello apparente!
(Mezzogiorno; momento dell'ombra più corta; fine del lunghissimo errore; apogeo dell'umanità;
INCIPIT ZARATHUSTRA).

Da L’Anticristo

20
Con la mia condanna del cristianesimo non vorrei aver fatto torto a una religione affine, che
anche per il numero dei suoi seguaci è superiore a esso: vale a dire il buddhismo. Sono connesse
tra loro in quanto religioni nichilistiche – sono religioni della décadence –, ma sono separate
l'una dall'altra nel modo più singolare. Del fatto che oggi possiamo metterle a confronto, il
critico del cristianesimo è profondamente grato agli studiosi dell'India. Il buddhismo è cento
volte più realistico del cristianesimo – incarna l'eredità di una maniera oggettiva e ardita nel
porre problemi, succede a un movimento filosofico durato centinaia d'anni; il concetto di «Dio»,
quando appare, è già quasi liquidato. Il buddhismo è la sola religione veramente positivistica
che ci mostri la storia; anche nella sua teoria della conoscenza (un rigoroso fenomenalismo
–),esso non dice più «lotta contro il peccato», sibbene, dando completamente ragione alla realtà,
«lotta contro il dolore». Differenziandosi profondamente dal cristianesimo, esso ha già dietro di
sé l'autoimpostura dei concetti morali, – esso sta, parlando nella mia lingua, al di là del bene e
del male. – I due dati di fatto psicologici, su cui esso si basa e che tiene in considerazione, sono:
in primo luogo una enorme eccitabilità che si esprime come raffinata capacità di soffrire; in
secondo luogo, un iperintellettualismo, un vivere troppo a lungo nei concetti e nei procedimenti
logici, mentre l'istinto personale è stato danneggiato a vantaggio dell'«impersonale » (– almeno
alcuni dei miei lettori, gli «obiettivi», conosceranno, al pari di me, per esperienza, entrambi
questi stati). Sulla base di queste condizioni fisiologiche si è prodotta una depressione: contro di
essa Buddha procede in termini igienici. In contrasto a essa egli mette in pratica la vita
all'aperto, la vita errante; la moderazione e la scelta nei cibi; la cautela verso tutti gli alcolici; e

20
similmente la cautela verso tutti gli affetti che producono la bile e infiammano il sangue;
nessuna preoccupazione né per sé, né per gli altri. Egli esige rappresentazioni che diano quiete
oppure rasserenino – escogita mezzi per disabituarsi dalle altre. Concepisce la bontà, l'essere
buoni, come un incremento positivo per la salute. La preghiera è esclusa, così come l'ascesi;
nessun imperativo categorico, nessuna costrizione in genere, nemmeno all'interno della
comunità claustrale (– da cui si può sempre uscire). Tutti questi erano mezzi per irrobustire
quella enorme eccitabilità. Appunto per questo egli non richiede alcuna lotta contro coloro che
pensano diversamente; ciò da cui maggiormente si difende la sua dottrina, è il sentimento della
vendetta, dell'avversione, del ressentiment (– «l'inimicizia non ha termine coll'inimicizia»: è
questo il toccante ritornello dell'intero buddhismo... ). E non a torto: precisamente questi affetti
sarebbero assolutamente malsani in ordine al proposito principale di carattere dietetico. La
spossatezza intellettuale, di fronte alla quale egli si è trovato e che si esprime in una troppo
grande «obiettività» (vale a dire infiacchimento dell'interesse individuale, perdita del centro di
gravità, di «egoismo»), egli la combatte riconducendo rigorosamente alla persona anche gli
interessi più intellettuali. Nella dottrina di Buddha l'egoismo diventa dovere: il principio «una
sola cosa è necessaria» e «come tu puoi liberarti dal dolore» regola e delimita l'intera dieta
spirituale (– si può forse ricordare quell'Ateniese che fece guerra allo stesso modo contro la pura
«scientificità», Socrate, il quale anche nel regno dei problemi elevò a morale il personale
egoismo).

21

Un clima molto mite, una grande pacatezza e liberalità di costumi, nessun militarismo sono i
presupposti del buddhismo; unitamente al fatto che le classi superiori e persino dotte sono
quelle in cui il movimento ha il suo focolare. Si vuole come meta suprema la serenità, la quiete,
l'assenza di desideri, e si raggiunge questa meta. Il buddhismo non è una religione in cui si
aspiri semplicemente alla perfezione; il perfetto è il caso normale.–
Nel cristianesimo vengono in primo piano gli istinti dei sottomessi e degli oppressi: sono i ceti
più bassi quelli che cercano in esso la loro salvezza. Qui la casuistica del peccato, l'autocritica,
l'inquisizione della coscienza vengono esercitate come occupazione, come rimedio contro la
noia; qui l'affetto verso un potente, chiamato «Dio», viene tenuto costantemente acceso (per
mezzo della preghiera); qui quanto v'è di più alto è considerato inattingibile, un dono, una
«grazia».

Frammenti postumi

ESTATE 1880

4[103] La consolazione di Lutero quando le cose non andavano più avanti: «Fine del mondo». Il
filosofo dei nichilisti era Schopenhauer. Tutti coloro che svolgono un’attività da estremisti
pretendono che il mondo vada in pezzi quando riconoscono che la loro volontà è vana (Wotan)

cfr. Aurora
304. Gli annientatori del mondo. A costui non riesce qualcosa; alla fine, ribellandosi, sbotta: «Che il mondo
interovada in malora!». Questo disgustoso sentimento costituisce il culmine dell'invidia, la quale argomenta: poiché
ionon posso avere qualche cosa, il mondo intero non dovràavere nulla. Il mondo intero dovrà essere nulla!

4 [109] Si onorano coloro che nel pensiero hanno rotto l'incanto della morale. Ma si ingiuriano e
si sospettanodi motivi malvagi quelli che lo hanno fatto con l'azione!Questo è ingiusto,

21
bisognerebbe almeno attribuire ai liberi pensatori gli stessi motivi malvagi. – Si nasconde ilfatto
che nel delinquente possano rivelarsi molto coraggio eoriginalità di spirito, indipendenza. Il
«tiranno» è sottomolti aspetti uno spirito più libero e più coraggioso, ilsuo essere non è peggiore
di quello del pavido, anzi spessoè migliore perché più onesto. Oggi alla domanda se fossero più
immorali i nichilisti russi o i burocrati russi sirisponde in generale a favore dei nichilisti. –
Innumerevolicostumi sono caduti vittima dell'attacco dei liberi pensatori e di coloro che
liberamente hanno agito: il nostroattuale modo di pensare individuale è il risultato di tutta una
serie di delitti contro la moralità. Chiunque attaccavalo stato di cose esistente, era ritenuto
«uomo cattivo», mala storia non parla se non di questi uomini cattivi!

AUTUNNO 1881

12 [57] In che misura ogni orizzonte intellettuale più limpido appare come nichilismo.

ESTATE-AUTUNNO 1882

2 [4] La morale degli eletti ovvero la libera morale.


NOI COME I CONSERVATORI DELLA VITA.
Inevitabile che nasca il disprezzo e l'odio verso la vita.Buddhismo. L'energia europea porterà al
suicidio inmassa. Per di più: la mia teoria del ritorno come ilpeso più terribile e intollerabile.
Se non conserviamo noi stessi tutto sarà finito. Conservare noi stessi mediante un'orgazzione.
GLI AMICI DELLA VITA.
Il nichilismo come un piccolo preludio.
Impossibilità della filosofia.
Il buddhismo rende improduttivi e buoni, perciò anchel'Europa diventa sotto la sua inuenza :
STANCA!
I buoni, sono la stanchezza.
La conciliazione, à stanchezza.
La morale, è stanchezza.
I buon costumi (per esempio il matrimonio), sonostanchezza.
Contro gli idealisti.

PRIMAVERA 1884

25 [264] I nichilisti non dovrebbero abbassarsi ponendosi fini europei: essi non vogliono più
essere schiavi –

25 [281] Lode dei nichilisti: meglio distruggere eperire!

ESTATE-AUTUNNO 1884

27 [23] Zarathustra I. Tutte le specie di uomini superiori e le loro angustie, il loro deperimento
(singoli esempi come Dühring, rovinato dall'isolamento): in complesso il destino dell'uomo
superiore nel tempo presente, il modo come essi appaiono condannati a estinguersi: come un
grande grido d'aiuto giunge all'orecchio di Zarathustra. Giungono a lui nature superiori colte da
ogni specie di folle degenerazione (per es. nichilismo).

22
Zarathustra 2. «La dottrina dell'eterno ritorno»): dapprima con effetto schiacciante per le
persone più nobili, apparentemente il mezzo per annientarle – giacché le nature scadenti, meno
sensibili sopravvivono?«Bisogna sopprimere questa dottrina e uccidere Zarathustra».
Zarathustra 3. «Vi ho dato il pensiero più grave: forse l'umanità ne perirà, forse essa si eleverà
perché saranno eliminati gli elementi superati, ostili alla vita».«Non prendersela con la vita,
bensì con voi!» - Destinazione dell'uomo superiore in quanto creatore. Organizzazione degli
uomini superiori, educazione dei futuri dominatori, tema di Zarathustra 3. Il vostro eccesso di
potenza deve gioire di sé nel dominare e nel plasmare. «Non solo l'uomo, anche il superuomo
ritorna eternamente! ».

INVERNO 1884-1885

32 [22] La catastrofe nichilistica

Segni: sopravvento della compassione;


spossamento intellettuale e dissolutezza;
piacere o dispiacere – tutto si riduce a questo –
Contromovimento in antitesi alla gloria guerriera;
contromovimento in antitesi alla demarcazione dei confini e all'inimicizia tra le
nazioni;
«fraternità» ...
La religione è diventata inutile, in quanto racconta ancora favole e pronuncia dure
proposizioni.
Enorme ripiegamento su di sé:
come in un vecchio castello.

APRILE-GIUGNO 1885

34. [204] Amici miei, di che mi occupo dunque da molti anni? Mi sono sforzato di pensare il
pessimismo a fondo, per liberarlo dall'angustia e dalla scempiaggine mezzo cristiane e mezzo
tedesche, in cui esso mi era venuto incontro la prima volta nella metafisica di Schopenhauer:
sicché l'uomo di questa mentalità è cresciuto attraverso la più alta espressione del pessimismo.
Ho parimenti cercato un ideale opposto – un modo di pensare che è il più baldanzoso e
affermativo di tutti i possibili modi di pensare: lo trovai nel pensare sino in fondo la concezione
meccanicistica del mondo; ci vuole veramente il miglior umore del mondo, per reggere a un tal
mondo dell'eterno ritorno, quale ho insegnato io attraverso mio figlio Zarathustra – cioè noi
stessi compresi nell'eterno «da capo». Alla fine mi risultò che il modo di pensare più negatore
del mondo fosse, di tutti quelli possibili, quello che dice già cattivo in sé il divenire, il nascere e
perire, e che afferma solo l'incondizionato, l'uno, il certo, l'ente; trovai che Dio è il pensiero più
distruttivo e nemico della vita di tutti i pensieri, e che solo per la mostruosa mancanza di
chiarezza di tutti i buoni credenti e metafisici di tutti i tempi il riconoscimento di questa «verità»
si è fatto attendere così a lungo.
Mi si perdoni se non sono affatto disposto a rinunciare io stesso a uno di questi due modi di
pensare – dovrei allora rinunciare al mio compito, che abbisogna di mezzi opposti. Per
distruggere, o per protrarre e render più profondi uomini e popoli, un modo di pensare
pessimistico è per un certo tempo (in determinate circostanze per un paio di millenni) del
massimo valore; e chi in senso grande accampa le pretese del creatore, deve anche accampare le

23
pretese del distruttore e predicare in certe circostanze modi di pensare distruttivi. In questo
senso do il benvenuto al cristianesimo esistente e al buddhismo, le due forme più diffuse
dell'odierna negazione del mondo; e per dare il colpo digrazia alle razze degenerate e in via di
estinzione, per esempio agli Indiani e agli Europei di oggi, io stesso prenderei sotto la mia
protezione l'invenzione di una religione o metafisica ancor più severamente e schiettamente
nichilistica.
Spero, dopo quanto ho detto, che nessuno rimanga più in dubbio circa il significato che io
attribuirei, in una tale religione, al pensiero «Dio». I migliori nichilisti tra i filosofi sono stati
finora gli Eleati. Il loro Dio è la migliore e più radicale raffigurazione del nirvana buddhistico;
essere e nulla sono per loro identici.

MAGGIO-LUGLIO 1885

35 [82] Un modo di pensare e una dottrina pessimistici, un nichilismo estatico possono in


determinati casi essere indispensabili proprio al filosofo: come un potente martello, una forte
pressione con cui egli frantuma e toglie di mezzo razze degeneranti e in via di estinzione, <per>
aprire la via a un nuovo ordinamento della vita, o per ispirare a ciò che degenera e vuole morire il
desiderio della fine.
Per prolungare e rendere più profondi popoli e razze, un modo di pensare pessimistico, una
religione della negazione e della fuga dal mondo, un estatico sottrarsi ai sensi, un imbruttimento
della vita possono ---

AUTUNNO 1885 - AUTUNNO 1886

2 [100] LA VOLONTÀ DI POTENZA


Tentativo di una transvalutazione di tutti i valori
In quattro libri

Primo libro: il pericolo dei pericoli (esposizione del nichilismo, come conseguenza
necessaria delle valutazioni finora vigenti).

Secondo libro: critica dei valori (della logica, ecc.).

Terzo libro: il problema del legislatore (sta qui la storia della solitudine). Come
devono essere fatti gli uomini che valutano in modo opposto? - Uomini che hanno
tutte le proprietà dell'anima moderna, ma sono abbastanza forti per trasformarle in
pura salute.

Quarto libro: il martello. I loro mezzi per il loro compito.

Sils-Maria, estate 1886

Enormi violenze sono liberate; ma contrastano tra loro – le forze scatenate si


distruggono reciprocamente.
Aprire gli occhi all'effettivo accrescimento di forza!

24
Legare di nuovo le forze scatenate, in modo che non si distruggano a vicenda e – –
Mostrare dappertutto la disarmonia tra l'ideale e le sue condizioni particolari (per
esempio l'onestà presso i cristiani, che sono costantemente costretti a mentire).

Per il libro secondo

Nella collettività democratica, dove ciascuno è specializzato, manca il «perché?»,


«per chi?», la classe in cui tutti gli immiserimenti di tutti gli individui (ridotti a
funzioni) acquistano senso.
Lo sviluppo della sensualità
della crudeltà
della vendetta
della stoltezza
dell'avidità
della prepotenza
eccetera

nella somma della civiltà.

Sopra - - -
Il pericolo di tutti gli ideali finora invalsi.
Critica del pensiero indiano e cinese, come anche di quello cristiano (come
preparazioni al pensiero nichilistico).
Il pericolo dei pericoli: niente ha senso.

Il martello: una dottrina che, scatenando il pessimismo avido di morte, operi una selezione dei più
atti alla vita.

2 [101] - L'infèrenza all'indietro dall'opera al creatore; il tremendo problema se sia la pienezza o la


privazione, se sia la follia della privazione a spingere verso la creazione; la visione improvvisa del
fatto che ogni ideale romantico è una fuga da sé, un disprezzo di sé e una condanna di sé da parte di
chi l'inventa.
Alla fine è una questione di forza: tutta questa arte romantica potrebbe essere piegata da un artista
di grande ricchezza e di potente volontà in direzione totalmente antiromantica ossia - per usare la
mia formula - in direzione dionisiaca. Allo stesso modo ogni specie di pessimismo e di nichilismo
diventa nella manodel più forte soltanto un martello e uno strumento in più, per acquisire un nuovo
paio di ali.

2 [113] Cominciai con un'ipotesi metafisica sul senso della musica, ma vi era alla base
un'esperienza psicologica di cui non sapevo ancora dare nessuna spiegazione storica sufficiente.
Trasferire la musica nella sfera metafisica fu un atto di venerazione e di gratitudine; in fondo tutti
gli uomini religiosi hanno fatto così, finora, con la loro esperienza interiore. – Ma poi cifu il
rovescio della medaglia: l'effetto innegabilmente dannoso e distruttiva di questa stessa musica
venerata su di me – e con ciò anche la fine della venerazione religiosa per essa. In tal modo mi si
aprirono anche gli occhi sul bisogno moderno di musica (che appare nella storia
contemporaneamente al crescente bisogno di narcotici). Perfino l'«opera d'arte del futuro» mi ap-

25
parve come un raffinamento del bisogno di eccitarsi e di stordirsi, in cui tutti i sensi
contemporaneamente vogliono trovare il loro tornaconto, compreso il controsenso idealistico,
religioso e ipermorale - come un'eccitazione complessiva di tutto quanto il sistema nervoso. Mi si
rivelò l'essenza del romanticismo – la mancanza di un tipo d'uomo fecondo è diventata in esso
creativa - e insieme l'istrionismo dei mezzi, la non genuinità e il plagio di tutti gli elementi singoli,
la mancanza di probità della formazione artistica, l'abissale falsità di quest'arte moderna: che
vorrebbe essere essenzialmente arte teatrale. L'impossibilità psicologica di queste pretese anime
d'eroi e di dèi, che sono nellostesso tempo nervose, brutali e raffinate come i più moderni tra i
pittori e lirici parigini. Insomma, li accomunai tutti nella «barbarie» moderna. - Con ciò non si dice
nulla sul dionisiaco.
La tragedia appare nel tempo della massima pienezza e sanità, ma anche nel tempo dell'esaurimento
e sovreccitamento dei nervi. Interpretazione opposta. Per Wagner è significativo già il fatto di aver
dato all'Anello del Nibelungo una conclusione nichilistica (piena di sete di pace e di morte).

2[118] I. Il nichilismo, con tutti i suoi sintomi, è alle porte.


II. Inevitabile, qualora non se ne comprendano i presupposti. Che sono i giudizi di valore (non i fatti
sociali, i quali, tutti quanti, solo attraverso una determinata interpretazione operano ora in modo
pessimistico, ora in modo ottimistico).
III. Genesi dei giudizi di valore, come critica dei medesimi.
IV. Gli uomini rovesciati. La loro psicologia.
V. Il martello: come teoria che produce la decisione.

1. Il pericolo dei pericoli.


2. Critica della morale.
3. Noi uomini rovesciati.
4. Il martello.

2 [122] Per la storia dell'abbuiamento moderno

I nomadi statali (funzionari, ecc.): senza «patria» –


Il tramonto della famiglia.
L'«uomo buono» come sintomo di esaurimento.
Giustizia come volontà di potenza (allevamento).
Lussuria e nevrosi.

Musica nera: la musica ristoratrice dove è andata?


L'anarchico.
Disprezzo degli uomini, nausea.
Profondissima distinzione: se la fame o l'abbondanza divenga creativa. La prima genera gli ideali
del romanticismo.
Innaturalezza nordica.
Il bisogno di alcolici e la «miseria» dei lavoratori.
Il nichilismo filosofico.

3[127] Il nichilismo è alle porte: da dove ci viene costui, il più sinistro fra tutti gli ospiti?

26
I. I. Punto di partenza: è un errore credere che causa del nichilismo siano le «precarie condizioni so-
ciali» o le «degenerazioni fisiologiche» o addirittura la corruzione. Tutto ciò consente sempre
interpretazioni del tutto diverse. Il nichilismo si annida invece in un'interpretazione affatto
determinata, in quella cristiano-morale. Quest' epoca è piena di cortesia e di simpatia. La miseria, il
travaglio spirituale, fisico, intellettuale non sono affatto di per sé capaci di produrre il nichilismo,
ossia il rifiuto radicale di valore, senso, desiderabilità.
2. Il tramonto del cristianesimo - a causa della sua morale (che non ammette riscatti), la quale si
rivolge contro il Dio cristiano: il senso della veridicità, altamente sviluppato dal cristianesimo,prova
disgusto per la falsità e mendacità di tutta l'interpretazione cristiana del mondo e della storia.
Rimbalzo dal «Dio è la verità» alla fanatica convinzione «tutto è falso». Buddhismo dell'azione.
3. Scepsi rispetto alla morale è l'elemento determinante. Il tramonto dell'interpretazione morale del
mondo, che non ha più una sanzione, dopo aver tentato di rifugiarsi in un al di là: ciò finisce nel
nichilismo. «Niente ha senso» (l'inapplicabilità di un'interpretazione del mondo a cui è stata
dedicata un'enorme energia – risveglia il sospetto che tutte le interpretazioni del mondo siano
false).Tratto buddhistico, desiderio del nulla. (Il buddhismo indiano non ha dietro di sé uno sviluppo
fondamentalmente morale, perciò c'è per esso nel nichilismo solo una morale non superata:
esistenza come castigo, esistenza come errore, le due cose combinate, l'errore cioè come castigo –
una valutazione morale). I tentativi filosofici di superare il «Dio morale» (Hegel, panteismo).
Superamento degli ideali popolari: il saggio. Il santo. Il poeta. Antagonismo tra «vero» e «bello» e
«buono» - - -
4. Contro la «mancanza di senso» da un lato, contro i giudizi morali di valore dall'altro: in che senso
tutta la scienza e la filosofia sono rimaste finora sotto il dominio dei giudizi morali? E non si ottiene
nello stesso tempo l'ostilità della scienza?O l'antiscientificità? Critica dello spinozismo. I giudizi
cristiani di valore sopravvivono dappertutto nei sistemi socialisti e positivisti. Manca una critica
della morale cristiana.
5. Le conseguenze nichilistiche dell'attuale scienza naturale (oltre ai suoi tentativi di rifugiarsi nel-
l'al di là). Dal coltivarla segue infine un autodisgregamento, un rivolgersi contro di sé,
un'antiscientificità. Da Copernico in poi l'uomo rotola dal centro verso una x.
6. Le conseguenze nichilistiche del modo di pensare della politica e dell'economia politica, dove
tutti i«principi» cadono alla fine nell'istrionismo: il soffio di mediocrità, meschinità, insincerità,
eccetera. Il nazionalismo. L'anarchia, eccetera. Punizione. Mancano la classe e l'uomo in grado di
riscattare, i giustificatori –
7. Le conseguenze nichilistiche della storia e degli «storici pratici», ossia dei romantici. La
posizione dell'arte: assoluta mancanza di originalità della sua posizione nel mondo moderno. Il suo
offuscamento. La pretesa olimpicità di Goethe.
8. L'arte e la preparazione del nichilismo. Romanticismo (la conclusione del Nibelungo di Wagner).

2 [131] Piano del primo libro

Sorge all'orizzonte il contrario del mondo che veneriamo, e del mondo che viviamo e che siamo.
Non resta che o eliminare le nostre venerazioni o eliminare noi stessi. Quest'ultima cosa è il
nichilismo.

1. Il nichilismo che sorge, teoretico e pratico. Erronea derivazione di esso.


(Pessimismo, sue specie: preludi del nichilismo, benché non necessari).
Preponderanza del nord rispetto al sud.
2. Il cristianesimo che va in rovina a causa della sua morale. «Dio è verità», «Dio è amore», «il Dio
giusto». Il grande avvenimento – «Dio è morto» – oscuramente sentito. Il tentativo tedesco di
trasformare il cristianesimo in una gnosi ha dato luogo alla più profonda sfiducia; la sua
«insincerità» in questo è sentita nel modo più forte (contro Schelling per esempio).

27
3. La morale, ormai senza sanzione, non riesce più a reggere se stessa. Si lascia alla fine cadere
l'interpretazione morale. (Il sentimento dappertutto è ancora pieno di echi tardivi dei giudizi di
valore cristiani).
4. Ma sui giudizi morali poggiava finora il valore,soprattutto il valore della filosofia («della
volontà di verità»).
Gli ideali popolari del «saggio», del «profeta» e del «santo» sono decaduti.
5. Tendenza nichilistica nelle scienze naturali («mancanza di senso»). Causalismo,
meccanicismo. La «conformità a leggi» è un intermezzo, un avanzo.
6. Parimenti in politica. Manca la fede nel proprio diritto, l'innocenza: regna la bugiarderia, la
servitù del momento.
7. Parimenti in economia politica. L'abolizione della schiavitù: mancanza di una classe
redentrice, di un giustificatore - sorgere dell'anarchismo. «Educazione»?
8. Parimenti in storia: il fatalismo, il darwinismo, gli ultimi tentativi di interpretare la ragione
come divinità e viceversa falliscono. Sentimentalismo di fronte al passato; non si sopporterebbe
nessuna biografia! (Il fenomenalismo anche qui: carattere come maschera, non ci sono fatti).
9. Parimenti in arte: il romanticismo e il suo contraccolpo (avversione per gli ideali e le
menzogne romantici); gli artisti puri (indifferenti al contenuto). Quest'ultima cosa, moralmente,
ha un senso di maggiore sincerità, ma è pessimistica.
(Psicologia da confessori e psicologia da puritani,due forme di romanticismo psicologico; ma
poi anche il contraccolpo, il tentativo di porsi in una posizione puramente artistica rispetto
all'«uomo» – anche qui non si osa ancora valutare in modo inverso).
10. Tutto il sistema europeo delle aspirazioni umane si sente in parte privo di senso, in parte già
«immorale». Probabilità di un nuovo buddhismo. Il pericolo maggiore. «In che rapporto stanno
veridicità, amore e giustizia con il mondo reale?». In nessun rapporto! -

I sintomi.
Il nichilismo europeo.
La sua causa: la svalutazione dei valori finora vigenti.
L'oscura parola «pessimismo»: uomini che si trova nomale e uomini che si trovano troppo bene
– gli uni egli altri sono stati pessimisti.
Rapporto tra nichilismo, romanticismo e positivismo (quest'ultimo è un contraccolpo del
romanticismo,opera di romantici delusi).
«Ritorno alla natura». Sue tappe: sfondo di creduloneria cristiana (a un dipresso già Spinoza
«deus sive natura»!).
Rousseau. La scienza dopo l'idealismo romantico.
Lo spinozismo ha esercitato un enorme influsso:
1) tentativo di accontentarsi del mondo così com'è.
2) Felicità e conoscenza resi ingenuamente interdipendenti (ciò esprime una volontà di
ottimismo,in cui si tradisce un individuo profondamente sofferente).
3) Tentativo di sbarazzarsi dell'ordine morale del mondo, per conservare «Dio», un mondo
sussistente PRIMA della ragione.
«Se l'uomo non si ritiene più cattivo, cessa di esserlo». Bene e male sono solo interpretazioni e
in nessun modo un fatto, un in sé. È possibile oggi riconoscere l'origine di questo tipo di
interpretazione; si può fare il tentativo di liberarsi così lentamente dalla radicata costrizione a
interpretare moralmente.

Per il secondo libro

28
Origine e critica delle valutazioni morali. Le due cose non coincidono, come superficialmente
si crede (questo credere è già il risultato di una valutazione morale:«qualcosa che sia sorto così
e così ha poco valore, perché di origine immorale»).
Criterio in base al quale è da determinare il valore dei giudizi morali; critica delle parole:
«miglioramento, perfezionamento, elevazione».
Il fatto fondamentale è trascurato: contraddizione fra il «divenire più morale» e l'elevazione e il
rafforzamento del tipo uomo.
Homo natura. La «volontà di potenza».

Per il terzo libro

La volontà di potenza.
Come dovrebbero essere fatti gli uomini che dovrebbero operare in se stessi questa
trasvalutazione.
La gerarchia come ordine di potenza: guerra e pericolo sono il presupposto perché un grado
mantenga le sue condizioni. Il modello grandioso: l'uomo nella natura, l'essere più debole e più
intelligente, che si fa padrone soggiogando le forze più stupide.

Per il quarto libro

La lotta più grande: per essa ci vuole una nuova arma.


Il martello: incitare a una terribile decisione, mettere l'Europa di fronte alla conclusione: se la
sua volontà «voglia» perire.
Impedire il trionfo della mediocrizzazione. Meglio la fine!

ESTATE 1886 - AUTUNNO 1887

5 [50] 1) Quella tipica trasformazione, di cui G. Flaubert tra i Francesi e Richard Wagner tra i
Tedeschi costituiscono l'esempio più chiaro: tra il 1830 e il 1850 la fede romantica nell'amore e
nell'avvenire si muta nella brama del nulla.

2) L'epoca tragica dell'Europa: caratterizzata dalla lotta contro il nichilismo. -

5 [571 Il problema del nichilismo (contro il pessimismo, ecc.).


La lotta contro di esso lo rafforza.
Tutte le forze positive del secolo sembrano prepararlo; per esempio la scienza naturale.
Spiegazione: tramonto di un modo di valutare le cose tale da dare l'impressione che non sia
possibile nessun altro modo di valutarle.

5 [70]
1. Filosofia della storia.
2. Psicologia.
3. Civiltà dei Greci.
4. Filosofia della morale.
5. Storia della filosofia greca.

29
Nichilismo: tramonto di una valutazione complessiva (ossia di quella morale);
mancano le nuove forze interpretative.
Per la storia dei valori.
La volontà di potenza e le sue metamorfosi
(che cosa è stata finora la volontà di morale: una scuola).
L'eterno ritorno come martello.

FINE 1886- PRIMAVERA 1887

<Capitolo terzo. Per la storia del nichilismo europeo.>

7 [8]

Per la prefazione. Nichilismo

Ho sofferto finora una tortura: tutte le leggi in base alle quali si sviluppa la vita mi sono
sembrate in contrasto con i valori a causa dei quali noi altri sopportiamo di vivere. Non sembra
che sia questo lo stato per il quale molti soffrono consciamente; voglio non di meno esporre i
segni che mi fanno pensare che si tratti qui del carattere fondamentale, del vero e proprio
problema tragico del mondo moderno e, come angoscia segreta,della causa o interpretazione di
tutte le sue miserie.Questo problema è giunto alla mia coscienza.

Nichilismo

A.
Muovere dal pieno e coraggioso riconoscimento della dignità dell'attuale umanità:
non farsi ingannare dalle apparenze (questa umanità fa meno «effetto», ma dà tutt'altre garanzie
di durata, il suo tempo è più lento, ma il ritmo stesso è molto più ricco).
Aumenta la sanità, si riconoscono e a poco a poco si creano le condizioni reali per lo sviluppo
di un corpo robusto, l’«ascetismo» ironice ---
Il rifuggire dagli estremi, una certa fiducia di essere«sulla buona via», nessun fanatismo;
addentrarsi di tanto in tanto in valori più ristretti (come «patria»,come «scienza», ecc.).
Ma tutto questo quadro è ancora ambiguo:
– potrebbe essere un movimento ascendente
– o invece un movimento discendente della vita

B.
La fede nel «progresso» - nella sfera inferiore dell'intelligenza, essa appare come vita
ascendente; ma si tratta di un autoinganno; nella sfera superiore dell'intelligenza, appare come
vitadiscendente.Descrizione dei sintomi. Unità del punto di vista: insicurezza riguardo ai criteri
di valore. Paura di un «invano» universale. Nichilismo.

C.
La dipendenza di tutti i criteri di valore da quelli morali
–dei criteri religiosi, estetici, economici, politici, scientifici.

30
D.

Sintomi di un abbassamento della fede nella morale.

Nichilismo

Niente è più pericoloso di una desiderabilità in contrasto con l'essenza della vita.

La coerenza NICHILISTICA (il non credere ai valori)come conseguenza della valutazione morale:
tutto quanto è egoistico ci è stato reso odioso (anche dopo che si è vista l'impossibilità
dell'altruismo); tutto quanto è necessario ci è stato reso odioso (anche dopo che si è vista
l'impossibilità del libero arbitrio e della«libertà intelligibile»).Vediamo di non poter raggiungere
la sfera in cui abbiamo riposto i nostri valori – con ciò l'altra sfera, quella in cui viviamo, non ha
ancora in nessun modo acquistato valore: al contrario, siamo STANCHI, perché abbiamo perduto
l'impulso principale. «Invano finora! ».

Ostacolata la conoscenza dalla morale.


Per esempio: tentativo di conciliare (di identificare) la vita con la morale e di giustificarla di
fronte alla morale.
L'altruismo nella sua prima origine.
Il modo di pensare disinteressato è possibile anche sans obligation e sanction.
In che senso la morale ha ostacolato la conoscenza.
Il valore dell'individuo, l'«anima eterna», falsificazione della psicologia.
Opposizione alla causalità: falsificazione della fisica.
Contro la storia delle origini in genere: falsificazione della storiografia.
Falsificazione della gnoseologia.

AUTUNNO 1887

(27) 9 [35] I. Il nichilismo come stato NORMALE


Nichilismo: manca il fine; manca la risposta al «perché?»; che cosa significa nichilismo? - che i
valori supremi si svalorizzano.
Esso è AMBIGUO:

A) Nichilismo come segno della cresciuta potenza dello


spirito: come NICHILISMO ATTIVO.

Può essere un segno di forza: l'energia dello spirito può essere cresciuta tanto, che i fini sinora
perseguiti(«convinzioni, articoli di fede») le riescano inadeguati.
– Una fede cioè esprime in genere la costrizione esercitata da condizioni di esistenza, una
sottomissione all’autorità di situazioni in cui un essere prospera, cresce,acquista potenza.
D'altra parte un segno di forza non sufficiente per porsi ora nuovamente, in maniera creativa, un
fine, un perché, una fede.

31
Il suo MASSIMO di forza relativa, lo raggiunge come forza violenta di DISTRUZIONE, come
nichilismo attivo. Il suo contrario sarebbe il nichilismo stanco, che non aggredisce più; la forma
più famosa di questo è il buddhismo, come nichilismo passivo.
Il nichilismo rappresenta uno stato intermedio patologico (patologica è l'immensa
generalizzazione, la conclusione che non c'è nessun senso): sia che le energie creative non siano
ancora forti abbastanza, sia che la decadenza indugi ancora e non abbia ancora trovato isuoi
rimedi.

B) Nichilismo come declino e regresso della potenza dello


spirito: il NICHILISMO PASSIVO:
come segno di debolezza: l'energia dello spirito può essere stanca, esaurita, in modo che i fini
sinora perseguiti sono inadeguati e non trovano più credito;la sintesi dei valori e dei fini (su cui
riposa ogni forte cultura) si scioglie, in modo che i singoli valori si fanno la guerra:
disgregamento;
tutto ciò che ristora, guarisce, tranquillizza, stordisce,sarà in primo piano, sotto diversi
travestimenti, religiosi o morali o politici o estetici, ecc.

2. PRESUPPOSTI DI QUEST’IPOTESI:
Che non ci sia una verità; che non ci sia una costituzione assoluta delle cose, una «cosa in sé»; -
ciò stesso è un nichilismo, è anzi il nichilismo estremo. Esso ripone il valore delle cose proprio
nel fatto che a tale valore non corrisponda né abbia corrisposto nessuna realtà, ma solo un
sintomo di forza da parte dichi pone il valore, una semplificazione ai fini della vita.

9 [41] Che cos'è una fede? Come si forma? Ogni fede è un tener per vero.
La forma estrema del nichilismo sarebbe il sostenere che ogni fede, ogni tener per vero sia
necessariamente falso: perché non esiste affatto un MONDO VERO. Dunque: un'illusione
prospettica, la cui origine è in noi (avendo noi costantemente bisogno di un mondo ristretto,
abbreviato, semplificato).
In tal caso la MISURA DELLA FORZA costituita dal punto sino al quale possiamo ammettere, senza
rovinarci, l'illusorietà e la necessità della menzogna.
In questo senso il nichilismo, come NEGAZIONE di un mondo vero, di un essere, potrebbe
risultare un modo di pensare divino: - - -

9 [43] La domanda del nichilismo «a che scopo?» procede dalla vecchia abitudine di vedere il
fine come posto, dato, richiesto dall'esterno - cioè da una qualche autorità sovrumana. Anche
dopo aver disimparato a credere in quest'ultima, si continua a cercare, secondo la vecchia
abitudine, un'ALTRA autorità in grado di parlare un linguaggio assoluto e di imporre fini e
compiti. Viene quindi in primo piano l'autorità della COSCIENZA (quanto più si emancipa dalla
teologia, tanto più la morale diventa imperativa), in sostituzione di una autorità personale. O
l'autorità della RAGIONE. O l'istinto sociale (il gregge). O la STORIA con uno spirito immanente,
che ha il suo fine in sé e a cui ci si può abbandonare. Si vorrebbe aggirare la necessità di avere
una volontà, di volere uno scopo, il rischio di dare a se stessi un fine; si vorrebbe scaricare la
responsabilità (si accetterebbe il fatalismo). Infine: felicità, e, con una certa tartuferia, la felicità
dei più.
- Fini individuali e loro conflitto,
- fini collettivi in lotta coi fini individuali,
- ognuno diventa così un partito, anche i filosofi.
Ci si dice: I) un fine determinato non è affatto necessario,

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2) non è affatto possibile prevederlo.
Proprio ora che la volontà sarebbe necessaria nella sua massima forza, è più debole e
pusillanime.
Assoluta diffidenza per la forza organizzatrice della volontà rispetto al tutto.

9 [82] Il SECONDO BUDDHISMO

La catastrofe nichilistica, che pone fine alla cultura terrestre. Segni premonitori: il propagarsi
della compassione, l'esaurimento spirituale, la riduzione dei problemi a questioni di piacere e
dispiacere,la gloria guerriera, che provoca un contraccolpo; come anche la delimitazione
nazionale provoca un contromovimento, la più cordiale «fraternità»; l'impossibilità della
religione di continuare a operare con i dogmi e le favole.

9[107] Sviluppo del pessimismo in nichilismo

Snaturamento dei valori. Scolastica dei valori.


I valori, staccati, idealistici, invece di dominare e guidare il fare, si volgono in una condanna
contro il fare. Antitesi introdotte in luogo dei gradi e delle gerarchie naturali. Odio per la
gerarchia. Le antitesi sono conformi ad un'epoca plebea, perché più facilmente comprensibili.
Il mondo rifiutato, di fronte a un mondo costruito ad arte, «vero, pregevole».
Infine si scopre con che materiale si è costruito il«mondo vero»; e allora non resta che quello
rifiutato e si mette anche questa suprema delusione in conto della sua condannabilità.
E con ciò siamo giunti al nichilismo: si sono conservati i valori che condannano, e nient'altro!
Sorge qui il problema della forza e della debolezza:
I) i deboli vi si spezzano contro;
2) i più forti distruggono ciò che non si spezza;
3) i fortissimi superano i valori che condannano.
– Tutto questo insieme costituisce L'ETÀ TRAGICA.

Per la critica del pessimismo.

Il «prevalere del dolore sul piacere» o l'inverso (l'edonismo) : tutt'e due queste dottrine sono
esse stesse già segni di (3), nichilistiche…
Giacché qui in entrambi i casi non si pone nessun altro senso ultimo se non il fenomeno del
piacere o dispiacere.
Ma così parla un tipo d'uomo che non osa più porre una volontà, un fine, un senso; per ogni
sano tipo d'uomo il valore della vita non si misura assolutamente col metro di queste cose
secondarie. Sarebbe possibile un prevalere del dolore e ciò nonostante una volontà possente,
un'affermazione della vita; un aver bisogno di questa prevalenza.
«La vita non vale la pena d'esser vissuta», «rassegnazione», «perché esistono le lacrime?» – un
modo di pensare debole e sentimentale. «Un monstre gai vaut mieux qu'un sentimental
ennuyeux».
Il pessimismo dei risoluti: 1'«a che scopo?» dopo una terribile lotta, perfino dopo una vittoria.
Qualunque cosa è cento volte più importante della questione se noi ci sentiamo bene o male:
principio fondamentale di tutte le nature forti – e quindi anche della questione se gli altri si
sentano bene o male. Insomma, abbiamo un fine per il quale non si esita a fare sacrifici umani, a
correre ogni pericolo, ad assumere su di sé ogni cosa cattiva e pessima: la grande passione.

33
9 [110] Il DESCRITTIVO, il PITTORESCO come
sintomi del nichilismo (in arte e in psicologia)
Non coltivare una psicologia documentaria! Mai osservare per osservare! Ciò porta a una falsa
prospettiva, a un guardar di sottecchi, a qualcosa di coartato e di esagerato. Sperimentare per la
volontà di sperimentare; la cosa non riesce se si tiene nel far ciò lo sguardo rivolto a sé; lo
psicologo nato si astiene, come il pittore nato, dal vedere per vedere; non opera mai «secondo la
natura» – lascia al suo istinto di filtrare ed esprimere il vissuto, il «caso singolo», la «natura»;
alla coscienza gli si presenta l'universale come tale, non il volontario astrarre dai casi
determinati. Chi fa altrimenti, come i romanzieri avidi di preda di Parigi, che per così dire
tendono agguati alla realtà e portano ogni giorno a casa una manciata di curiosità – che cosa ci
si può fare infine, di tutto ciò? Un mosaico nel caso migliore, qualcosa di affastellato, dai colori
stridenti, di irrequieto (come nei fratelli Goncourt). La «natura», parlando in senso artistico,
non è mai «vera»; essa esagera, distorce, lascia lacune. Lo «studio dalla natura» è un segno di
sottomissione, di debolezza, una specie di fatalismo, che è indegno di un artista. Vedere che
cosa È – ciò appartiene a una sorta di spiriti specificamente diversa, agli spiriti positivi, che
verificano; se si è sviluppato questo senso in tutta la sua forza, si è antiartistici in sé. La musica
descrittiva; lasciare alla realtà il compito di agire…
Tutte queste forme d'arte sono più facili, più imitabili; a esse si appigliano i meno dotati.
Appello agli istinti; arte suggestiva.

9 [123] Per la genesi del nichilista

Solo tardi si ha il coraggio di ciò che propriamente si sa. Che io sia stato finora un nichilista
radicale, melo son detto solo da poco: l'energia, la nonchalance con cui da nichilista andavo avanti,
mi ingannava su questo fatto fondamentale. Quando si va incontro a uno scopo, sembra impossibile
che «la mancanza di scopo in sé» sia il nostro principale articolo di fede.

9 [192] Per il piano

Il nichilismo radicale è la convinzione di un'assoluta insostenibilità dell'esistenza, quando si


<tratti> dei più alti valori riconosciuti; nonché la comprensione che non abbiamo il minimo
diritto di postulare un al di là o un in sé delle cose che sia «divino», che sia moraleincarnata.
Questa comprensione è la conseguenza di una «veridicità» fatta adulta, e quindi addirittura una
conseguenza della fede nella morale.
È questa l'antinomia: in quanto crediamo alla morale, condanniamo l'esistenza.
La logica del pessimismo fino al supremo NICHILISMO: qual è in tal caso la molla? Concetto
della mancanza di valore, della mancanza di senso; in quale misura le valutazioni morali si
annidino dietro a tutti gli altri valori elevati.
– Risultato: i giudizi di valore morali sono condanne, negazioni; la morale è un allontanamento
dalla volontà di esistere…
Problema: ma che cos'è la MORALE?

NOVEMBRE 1887 - MARZO 1888

11 [10] Tipi della décadence


I romantici.

34
Gli «spiriti liberi». Sainte-Beuve.
Gli attori.
I nichilisti.
Gli artisti.
I brutalisti.
I delicati.

11 [97] Il nichilista filosofico è convinto che ogni accadere sia privo di senso e vano; e non
dovrebbe darsi un essere privo di senso e vano. Ma da dove viene questo: non dovrebbe? Ma da
dove si prende questo «senso»? questa misura? - Il nichilista ritiene in fondo che la vista di un
tale essere desolato, inutile, agisca su un filosofo in modo da renderlo insoddisfatto, desolato,
disperato; un tal modo di vedere contraddice la nostra più fine sensibilità di filosofi. Esso sfocia
nell'assurda valutazione secondo cui il carattere dell'esistenza dovrebbe far piacere al filosofo,
se tutto questo avesse ragione di sussistere.
Ma è facile capire che piacere e dispiacere in seno all'accadere possono avere solo un senso
strumentale; rimarrebbe allora da chiedere se noi possiamo in genere vedere il «senso», lo
«scopo», se la questione della mancanza di senso o del suo contrario non sia per noi insolubile.

11 [99] Critica del nichilismo

I.

Il nichilismo come stato psicologico subentra di necessità, in primo luogo, quando abbiamo
cercato in tutto l'accadere un «senso» che in esso non c'è, sicché alla fine a chi cerca viene a
mancare il coraggio. Il nichilismo è allora l'acquistar coscienza del lungo spreco di forze, il
tormento dell'«invano», l'insicurezza, la mancanza dell'occasione di riposarsi in qualche modo,
di tranquillizzarsi su qualcosa ancora – la vergogna di fronte a se stessi, come se ci si fosse
troppo a lungo ingannati... Quel senso potrebbe essere stato: 1'«adempimento» di un supremo
canone morale in tutto l'accadere, l'ordine morale del mondo; o l'accrescimento dell'amore e
dell'armonia nei rapporti fra gli esseri; o l'avvicinamento a uno stato universale di felicità; o
anche il dirigersi verso uno stato universale del nulla – una meta è ancor sempre un senso. Ciò
che è comune a tutte queste rappresentazioni è che si debba raggiungere qualcosa attraverso il
processo stesso – e poi si capisce che col divenire non si mira a nulla, non si raggiunge nulla...
Dunque la delusione su un preteso fine del divenire è una causa del nichilismo: sia in relazione a
un fine del tutto determinato, sia, in modo più generale, come comprensione dell'insufficienza di
tutte le ipotesi finalistiche finora fatte, che riguardano l'intero «sviluppo» (l'uomo non è più
collaboratore, per non dire centro, del divenire).
Il nichilismo come stato psicologico subentra, in secondo luogo, quando si è postulata una
totalità, una sistematizzazione e addirittura un'organizzazione in tutto l'accadere e alla sua base,
sicché l'anima assetata di ammirazione e venerazione gozzoviglia nella rappresentazione
generale di una suprema forma di governo e amministrazione (se si tratta dell'anima di un
logico, basta già l'assoluta consequenzialità e dialettica oggettiva per riconciliare con tutto
quanto ... ). Una specie di unità, una qualunque forma di «monismo»: e in conseguenza di
questa credenza l'uomo ha un profondo sentimento della connessione e della dipendenza da un
tutto a lui immensamente superiore, è un modus della divinità. . . «Il bene dell'universale esige
l'abbandonarsi del singolo»... ma, guarda un po', un siffatto universale non c'è! In fondo l'uomo
ha perduto la fede nel suo valore, se attraverso di lui non opera un tutto che abbia un infinito
valore; egli cioè ha concepito un tale tutto per poter credere nel proprio valore.
Il nichilismo come stato psicologico ha ancora una terza e ultima forma. Date queste due
constatazioni, che col divenire non si deve raggiungere niente, e che sotto ogni divenire non si

35
ritrova per nulla una grande unità, dove l'individuo possa totalmente immergersi come in un
elemento di supremo valore: non resta come scappatoia che condannare come illusione tutto
questo mondo del divenire e inventare un mondo che sia al di là di esso, come mondo vero. Ma
appena l'uomo si accorge che questo mondo è stato fabbricato solo in base a bisogni psicologici,
e che in nessun modo egli ha diritto di far ciò, sorge l'ultima forma del nichilismo,che racchiude
in sé l'incredulità per un mondo metafisico –che proibisce a se stessa di credere in un mondo
vero. In questa posizione si ammette la realtà del divenire come unica realtà, ci si vieta ogni
sorta di via traversa per giungere a mondi dietro i mondi e a false divinità – ma non si sopporta
questo mondo che pure non si vuole negare...– Che cos'è accaduto in fondo? Si raggiunse il
sentimento della mancanza di valore, quando si comprese che non è lecito interpretare il
carattere generale dell'esistenza né col concetto di «fine», né col concetto di «unità», né col
concetto di «verità». Con ciò non si ottiene e raggiunge niente; nella molteplicità dell'accadere
manca un'unità che permei tutto; il carattere dell'esistenza non è «vero», é falso . . ., non si ha
assolutamente più ragione di favoleggiare un mondo vero.
Insomma: le categorie «fine», «unità», «essere», con cui avevamo introdotto un valore nel
mondo, ne vengono da noi nuovamente estratte - e ora il mondo appare privo di valore …
Ammesso che ci siamo resi conto del fatto che non è più lecito interpretare il mondo con queste
tre categorie, e che dopo tale riconoscimento il mondo comincia a divenire per noi privo di
valore; dobbiamo allora domandarci da dove provenga la nostra fede in queste tre categorie. -
Vediamo se non sia possibile rifiutare loro questa credenza. Una volta che abbiamo svalutato
queste tre categorie, la prova della loro inapplicabilità al tutto non è più una ragione per
svalutare il mondo.
***

Risultato: il credere nelle categorie di ragione è la causa del nichilismo – abbiamo misurato il
valore del mondo in base a categorie che si riferiscono a un mondo puramente fittizio.

***

Risultato finale: tutti i valori con cui abbiamo finora cercato dapprima di rendere per noi
apprezzabile il mondo, e con cui l'abbiamo poi, appunto perciò, svalutato, quando essi si sono
dimostrati inapplicabili – tutti questi valori sono, considerati dal punto di vista psicologico,
risultati di determinate prospettive di utilità per il mantenimento e il potenziamento di forme di
dominio umane; e solo falsamente sono proiettati nell'essenza delle cose. Appartiene ancora
all'iperbolica ingenuità dell'uomo <il porre> se stesso come senso e misura delle cose…

11 [108] Un filosofo si riposa altrimenti e in altro: si riposa per esempio nel nichilismo. Il
credere che non ci sia nessuna verità, la fede del nichilista, è come un piacevole stirarsi le
membra per uno che, come uomo di guerra della conoscenza, si trova incessantemente in lotta
con verità tutte brutte. Giacché la verità è brutta.

11 [119] Per la prefazione

Descrivo ciò che verrà: l'avvento del nichilismo. Posso descriverlo ora perché si produce ora
qualcosa di necessario – i segni di ciò sono dappertutto, ormai non mancano per questi segni che
gli occhi. Qui io non esalto né biasimo il fatto che ciò avvenga: credo che ci sia, nelle crisi più
grandi, un momento in cui l'uomo si ripiega su se stesso nel modo più profondo; che poi l'uomo
si riprenda, che riesca ad uscire da queste crisi, è una questione di forza: è possibile...

36
L'uomo moderno crede sperimentalmente ora a questo, ora a quel valore, per poi lasciarlo
cadere; il circolo dei valori superati e lasciati cadere è sempre più vasto; si avverte sempre più il
vuoto e la povertà di valori; il movimento è inarrestabile – sebbene si sia tentato in grande stile
di rallentarlo –
Alla fine l'uomo osa una critica dei valori in generale; ne riconosce l'origine; conosce
abbastanza per non credere più in nessun valore; ecco il pathos, il nuovo brivido...
Quella che racconto è la storia dei prossimi due secoli…

(366) 11 [123] L'avvento del nichilismo

Il nichilismo non è solo una contemplazione della vanità delle cose, né solo la convinzione che
ogni cosa meriti di andare in rovina: si pon mano all'opera, si manda in rovina... Ciò è, se si
vuole, illogico; ma il nichilista non crede alla costrizione di essere logico
È lo stato degli spiriti e delle volontà forti, e a loro non è possibile starsene fermi al no «del
giudizio» – il no dell'azione viene dalla loro natura. L'annichilamento mediante la mano
asseconda l'annichilamento mediante il giudizio.

11 [129] La decadenza dello spirito tedesco, che è andata di pari passo con l'avvento
dell'atteggiamento patriottardo e del nazionalismo –

11 [149] Il perfetto nichilismo


I suoi sintomi: il grande disprezzo,
la grande compassione,
la grande distruzione.
Il suo punto culminante: una teoria che insegna l'assolutezza e l'eternità di quella vita appunto
che suscita nausea, pietà e il piacere della distruzione.

11 [150] PER LA STORIA DEL NICHILISMO EUROPEO


Il periodo dell'OSCURITÀ, dei tentativi di ogni sorta per conservare il vecchio e per non lasciar
perdere il nuovo.
Il periodo della CHIAREZZA: si comprende che vecchio e nuovo sono antitesi di fondo, che i
vecchi valori sono nati dalla vita discendente, i nuovi dalla vita ascendente – <che> la
conoscenza della natura e della storia non ci permette più tali «speranze» – che tutti i vecchi
ideali sono ideali ostili alla vita (nati dalla decadenza e determinanti la decadenza, pur nello
sfarzoso abbigliamento, domenicale della morale). Comprendiamo il vecchio ma siamo ben
lungi dall'essere abbastanza forti per qualcosa di nuovo.
Il periodo delle TRE GRANDI PASSIONI
disprezzo,
compassione,
distruzione.

Il periodo della CATASTROFE


l'avvento di una teoria che setaccia
gli uomini ... che spinge i deboli a prendere risoluzioni, e
lo stesso fa coi forti.

37
11 [228] Le principali specie di pessimismo sono: il pessimismo della sensibilità
(sovreccitabilità con preponderanza dei sentimenti di dispiacere);
il pessimismo della «volontà non libera» (altrimenti detto: mancanza di forze per resistere agli
stimoli);
il pessimismo del dubbio (il rifuggire da tutto ciò che è saldo, da ogni afferrare e toccare).
Gli stati psicologici correlativi si possono tutti quanti osservare in manicomio, anche se in una
certa esagerazione. Così pure il «nichilismo» (il sentimento pungente del «nulla»). Ma di che
tipo è il pessimismo morale di Pascal?
il pessimismo metafisico della filosofia del Vedanta?
il pessimismo sociale dell'anarchico (o di Shelley)?
il pessimismo della simpatia (come quello di Tolstoi, di
Alfred de Vigny)?
– Non sono, tutti questi, altrettanti fenomeni di decadenza e di malattia? ... Il dare un'eccessiva
importanza ai valori morali, o alle fantasie dell'«al di là», o alle misere condizioni sociali, o al
dolore in genere: ogni esagerazione di un punto di vista ristretto è già di per sé un segno di
malattia. Parimenti il preponderare del no sul sì!
Ciò che non va confuso con questo: il piacere del dir di no e far di no per un'immensa forza e
tensione del dir di sì – caratteristica di tutti gli uomini e i tempi ricchi e potenti. Per così dire un
lusso; una forma di coraggio altresì, che si contrappone a ciò che è terribile; una simpatia per
ciò che è orrendo e problematico: il dionisiaco nella volontà, nello spirito, nel gusto.

11 [327] Diario del nichilista…


Il brivido per la «falsità» scoperta –
vuoto: più nessun pensiero; i forti affetti che girano intorno a oggetti senza valore:
– spettatore di queste assurde tendenze pro e contro
– superiore, sprezzante, freddo con se stesso
– le tendenze più forti appaiono come mentitrici: come se dovessimo credere ai loro oggetti,
come se volessero sedurci –
– la più robusta energia non sa più a che cosa tendere
– tutto esiste, ma non vi sono fini –
l'ateismo come mancanza di ideali.
Fase della negazione appassionata, nelle parole e nei fatti: vi si scarica il desiderio accumulato
di rapporti, di adorazione...
Fase del disprezzo anche per il no …
anche per il dubbio…
anche per l'ironia…
anche per il disprezzo…

Catastrofe: se la menzogna non sia qualcosa di divino...


se il valore di tutte le cose non consista nel loro essere false…
se la disperazione non sia la mera conseguenza di una fede nella divinità della
verità…
se il mentire e falsificare (volgere in falso), l'inserzione di un senso, non sia
appunto un valore, un senso, un fine…
se non si debba credere a Dio, non perché è vero, ma perché è falso –

11 [328] I.
Concetto di nichilismo
Sulla psicologia del nichilista

38
Sulla storia del nichilismo europeo
Critica della «modernità»

Le grandi parole
Dalla scuola dei forti
L'uomo buono
La cristianità

Genealogia dell'ideale
La Circe dei filosofi
I valori estetici: origine e critica

Arte e artisti: nuovi interrogativi

[APPUNTI LEGATI ALLA LETTURA DI TH. DOSTOÏEVSKY, POSSÉDÉS (BÉSI) [I DEMONI],


PARIS 1886]
11 [332] Psicologia del nichilista

«Ciò che nell'uomo è più venerabile», secondo Goethe: --- La coerenza appartiene al nichilista.
Intorno a questo tempo egli [Stavroghin] si persuade alla dissolutezza. Non si sottovaluti la
logica di ciò; bisogna<essere> filosofi per capirlo. Le idee sono illusioni; le sensazioni sono la
realtà ultima... E la suprema fame di «verità» che consiglia la sregolatezza. – Non potrebbe
essere «l'amore»: tutti i veli e gli abbellimenti, ossia le falsificazioni, devono <essere> spazzati
via: perciò deve trattarsi di sregolatezza, di dolore e di combinazione tra dolore e sregolatezza.
Un'accentuazione: il dolore è più reale del piacere…
L'elemento affermativo del piacere ha il carattere del giudizio di valore, dell'inganno e
dell'esagerazione.
- il dolore non inebria facilmente, la sua sobrietà.
- cautela di fronte ai dolori inebrianti e annebbianti ...
- il dolore che si infligge è più reale di quello che si subisce –

11[335] L'inizio del nichilismo:


il distacco, la rottura con la terra nativa
che comincia con un allontanamento dal paese
e finisce con uno sbandamento.

11 [341] – cercando una delittuosa omertà e pervenuto a dominarlo?


Lo spionaggio. Nel suo sistema ogni membro tiene d'occhio gli altri, la delazione è un dovere.
Ciascuno appartiene a tutti e tutti a ciascuno. Tutti sono schiavi e uguali nella schiavitù. La
calunnia e l'assassinio nei casi estremi, ma dappertutto l'«uguaglianza». Come prima cosa
abbassare, buttar giù il livello della cultura scientifica e dei talenti! Un livello scientifico è
accessibile solo alle intelligenze superiori; ma non ci devono essere intelligenze superiori. Gli
uomini di elevate capacità si sono sempre impadroniti del potere e sono sempre stati despoti.
Non possono far altro che essere despoti, hanno fatto sempre più male che bene; li si scacci o li
si consegni au supplice. A Cicerone tagliare la lingua, accecare Copernico, lapidare Shakespeare
... Gli schiavi possono essere uguali: senza dispotismo non c'è stata ancora mai né libertà né
uguaglianza, ma in un gregge può regnare l'uguaglianza…
Bisogna spianare le montagne; abbasso l'istruzione e la scienza! Ce n'è abbastanza per un
millennio; ma bisogna organizzare l'ubbidienza, l'unica cosa che manchi nel mondo. La sete di
studio è una sete aristocratica. Assieme alla famiglia o all'amore scompare anche la sete di

39
possesso. Uccideremo questa sete: favoriremo l'ubriachezza, il chiasso, la delazione,
prepareremo una baldoria senza pari, soffocheremo i geni nella culla. «Riduzione di tutti au
même denominateur, completa uguaglianza!».
«Abbiamo imparato un mestiere e siamo gente onesta; non abbiamo bisogno d'altro» - hanno
detto recentemente degli operai inglesi. È necessario solo ciò che è necessario, questa deve esser
la divisa del globo terrestre d'ora in poi Ma si ha bisogno anche di convulsioni, a queste
penseremo noi; noialtri dirigenti e guide… Gli schiavi devono avere padroni. Obbedienza
completa, spersonalizzazione completa: ma ogni trent'anni si darà il segnale delle convulsioni e
tutti prenderanno improvvisamente a divorarsi tra loro, fino a un certo punto naturalmente,
all'unico scopo di non annoiarsi. La noia è un sentimento aristocratico; nel socialismo non ci
saranno desideri. Riserviamo a noi il dolore e il desiderio, gli schiavi avranno il socialismo... Ho
pensato di consegnare il mondo al papa. Che egli esca a piedi nudi dal suo palazzo e dica al
popolo: «a questo mi hanno ridotto!». - Tutti, anche l'armée, si getteranno ai suoi piedi. Il papa
sopra, noi intorno a lui e sotto di noi il socialismo ... L'Internazionale dovrà mettersi d'accordo
col papa: lui acconsentirà subito, non ha altra via d'uscita.
Lei è bello! Lei dimentica a volte ciò che di squisito c'è in Lei! Perfino bonomia e ingenuità! Lei
soffre senza dubbio, Lei soffre profondamente, a causa di questa bonomia. Io sono nichilista, ma
amo la bellezza – je suis nihiliste, mais j'aime la beauté. Non l'amano i nichilisti? Ciò che essi
non amano, sono gli idoli: io, io amo gli idoli e Lei è il mio!
Lei non offende nessuno ed è generalmente detestato; Lei considera tutti gli uomini come suoi
pari, e tutti hanno paura di Lei: è giusto così. Nessuno oserà batterLe sulla spalla. Lei è un
tremendo aristocratico, e quando si accosta ai democratici, l'aristocratico è un charmeur. Per Lei
è del tutto indifferente sacrificare la sua vita o quella degli altri. Lei è precisamente l'uomo di
cui si ha bisogno...
Noi penetriamo entro il popolo stesso, siamo ora già terribilmente forti. I nostri non sono
soltanto quelli che strozzano, appiccano il fuoco e fanno classici coups. Costoro ci impediscono
più . . . Non comprendo niente senza disciplina. Li ho contati tutti: l'insegnante che si prende
gioco, con i fanciulli, del loro Dio e della loro patria; l'avvocato che difende un assassino istrui-
to, dimostrando che aveva un'educazione migliore della sua vittima e che, per procurarsi denaro,
non aveva altro mezzo che uccidere; gli studenti che, per provare una sensazione, uccidono un
contadino; i giurati che assolvono sistematicamente tutti i delinquenti; il procuratore che trema
davanti al tribunale, per paura di non mostrarsi abbastanza liberale... Nell'amministrazione, nel
campo dei dotti, quanti sono dalla nostra parte! (e non lo sanno!) ... D'altro canto c'è dappertutto
una vanità smisurata, un appétit bestiale.… Sa quanto dobbiamo alle famose teorie? Quando
lasciai la Russia, la teoria di Littré, che assimila il delitto alla follia, faceva furore; tornai, e già
il delitto non è più una pazzia, ma il bon sens stesso, quasi un dovere, o quanto meno una nobile
protesta. «Ebbene, perché non dovrebbe un uomo illuminato assassinare, se ha bisogno di
denaro?». Ma questo è ancor niente. Il Dio russo ha ceduto il posto al bere; tutti bevono, le
chiese sono vuote. . . Se i padroni siamo noi, li cureremo ... in caso di necessità, li relegheremo
per 40 anni in una Tebaide. Ma per due generazioni la débauche è necessaria, una débauche
ignobile, inouïe, sale, ce n'è bisogno! ... Finora il popolo russo, nonostante la durezza di
vocabolario della sua rabbia, non ha conosciuto il cinismo. Sa che il servo della gleba rispet-
tava se stesso più di quanto non si rispetti Turgeniev?... <Lo> si picchiava, ma lui rimaneva
fedele ai suoi dèi – mentre T<urgeniev> ha abbandonato i suoi…
Il popolo deve credere che noi tutti conosciamo la meta. Predicheremo la distruzione: quest'idea
è tanto seducente. Chiameremo in aiuto 1'incendio. E spareremo la pistola . . . Il se cache ...Ci
vuole una forza inaudita ...

11 [361] NB. Schopenhauer aveva, in base al suo pessimismo, il pieno diritto di mantenere
come virtù nient'altro che la compassione: con essa si favorisce in effetti al massimo la
negazione della volontà di vivere. Il compassionare, la caritas, permettendo ai depressi e ai

40
deboli di sopravvivere e di aver prole, va contro le leggi naturali dello sviluppo: essa affretta la
decadenza, distrugge la specie – nega la vita. Perché si mantengono sane le altre specie animali?
Perché non conoscono la compassione.

11[411] Prefazione

1.
Le cose grandi esigono che di loro si taccia o si parli con grandezza: con grandezza, cioè
cinicamente e coninnocenza.

2.

Cià che racconto è la storia dei prossimi due secoli. Descrivo ciò che verrà, ciò che non potrà
più venire diversamente: l'avvento del nichilismo. Questa storia può essere raccontata già oggi,
poiché qui è all'opera la necessità stessa. Questo futuro parla già con cento segni, questo destino
si annunzia dappertutto; tutte le orecchie sono già ritte per questa musica del futuro. Tutta la
nostra cultura europea si muove già da gran tempo con una tensione torturante che cresce di
decennio in decennio, come se si avviasse verso una catastrofe: inquieta, violenta, precipitosa;
come un fiume che vuole sfociare, che non si rammenta più, che ha paura di rammentare.

3.

– Chi prende qui la parola, al contrario, non ha fatto altro sinora che rammentarsi: come un
filosofo e solitario per istinto, che trova il suo vantaggio nello stare in disparte, nello stare al di
fuori, nella pazienza, nell'indugio, nel rimanere indietro; come uno spirito temerario e
sperimentatore, che si è già una volta perduto in ogni labirinto del futuro; come uno spirito di
uccello profetico, che guarda all'indietro quando racconta ciò che verrà; come il primo perfetto
nichilista d'Europa, che però ha già vissuto in sé fino in fondo il nichilismo stesso - che lo ha
dietro di sé, sotto di sé, fuori di sé.

4.

Giacché non ci si inganni sul senso del titolo con cui sarà chiamato questo vangelo
dell'avvenire. «La volontà di potenza. Tentativo di una trasvalutazione di tutti i valori» - con
questa formula si esprime un contromovimento quanto a principio e a compito: un movimento
che in un qualche futuro prenderà il posto di quel perfetto nichilismo; ma che lo presuppone,
logicamente e psicologicamente, che in ogni modo può rivolgersi solo a esso e venire solo da
esso. Perché infatti è ormai necessario l'avvento del nichilismo? Perché sono i nostri stessi
valori precedenti, che traggono in esso la loro ultima conclusione; perché il nichilismo è una
logica pensata sino in fondo dei nostri grandi valori e ideali – perché dobbiamo prima vivere il
nichilismo, per accorgerci di quel che fosse propriamente il valore di questi “valori”… Noi
abbiamo bisogno, quando che sia, di nuovi valori…

PRIMAVERA 1888
14 [9]

Niente sarebbe piè utile e più da promuovere di un coerente nichilismo dell'azione:

41
tutti i fenomeni del cristianesimo, del pessimismo, così come io li intendo, si esprimono in
questo modo: «siamo maturi per non essere; per noi è ragionevole non essere».
Questo linguaggio della «ragione» sarebbe in questo caso anche il linguaggio della natura
selettiva.
Ciò che invece è da condannare oltre ogni dire sono i mezzi termini, equivoci e vili, di una
religione, come il cristianesimo, o meglio della Chiesa: che, invece di incitare alla morte e
all'autodistruzione, protegge e fa moltiplicare tutto ciò che è fallito e malato –
Problema: con quali mezzi si può raggiungere una forma rigorosa di grande nichilismo
contagioso: una forma che, con coscienziosità scientifica, insegni e pratichi la morte
volontaria... (e non il continuare a vegetare fiaccamente, con gli occhi fissi verso una falsa
sopravvivenza).
Non si potrà mai condannare abbastanza il cristianesimo per aver tolto pregio al grande
movimento nichilistico purificatore, quale forse era già sulla via di attuarsi, con l'idea
dell'immortalità della persona privata e del pari con la speranza della resurrezione: insomma
sempre impedendo l'atto del nichilismo, il suicidio ... Esso vi sostituì il suicidio lento; a poco a
poco una vita piccola e povera, ma lunga; a poco a poco una vita affatto ordinaria, borghese,
mediocre, ecc.

14 [10] Religione come decadenza


Critica del cristianesimo
Ci vogliono grandi crisi di selezione e di purificazione: introdotte in ogni caso da religioni e
filosofie nichilistiche.
Si comprende che il cristianesimo è qualcosa di immortalmente mancato e fallito: da mezzo
di selezione ne divenne il nemico, un ostacolo, un arbusto velenoso.

14 [13] Fisiologia delle religioni nichilistiche


un tipico decorso morboso
NB. – Le religioni nichilistiche tutte quante: storie di malattie sistematizzate sotto una
nomenclatura religioso-morale.
– Nel culto pagano è il grande ciclo annuo, intorno all'interpretazione del quale ruota il culto.
– Nel culto cristiano, un ciclo di fenomeni di paralisi, quelli intorno ai quali ruota il culto…
«La fede», una forma di malattia mentale,
il pentimento
la redenzione tutti fatti di nevrastenia,.
la preghiera
il peccato, un'idea fissa
l'odio per la natura, per la ragione
La concezione cristiana come malattia.
Il cristianesimo come sintomo di decadenza fisiologica.

14[24] 3

Come si vede, in questo libro il pessimismo anzi, a parlare più chiaro, il nichilismo, è ritenuto
essere la «verità»; ma la verità non è considerata come un supremo criterio di valore e ancor
meno come suprema potenza.
La volontà di parvenza, di illusione, di inganno, di divenire e mutare è considerata qui più
profonda e originale, più «metafisica» della volontà di verità, di realtà, di essere – e anche
quest'ultima è, essa stessa, solo una forma della volontà di illusione. Del pari, il piacere è

42
considerato più originario del dolore: il dolore è condizionato come una mera conseguenza della
volontà di piacere (della volontà di divenire, crescere, plasmare e quindi di sopraffazione, di
opposizione, di guerra, insomma di distruzione). Si concepisce un altissimo stato di
affermazione dell'esistenza, in cui lo stesso dolore, ogni specie di dolore è incluso eternamente
come mezzo di potenziamento: lo stato tragico-dionisiaco.

14 [25] Sulla «Nascita della tragedia»


VIII
Ciò che contraddistingue questo libro è il nuovo modo di concepire i Greci; abbiamo già
accennato agli altri due suoi meriti – la nuova concezione dell'arte come grande stimolante della
vita, che incita a vivere; parimenti la concezione del pessimismo, di un pessimismo della forza,
di un pessimismo classico; il termine classico è usato qui non nel senso di una delimitazione
storica, bensì psicologica. Il contrario del pessimismo classico è quello romantico: quello in cui
si formula, in concetti e giudizi di valore, la debolezza, la stanchezza, la decadenza della razza:
il pessimismo di Schopenhauer, per esempio, e così anche quello di de Vigny, di Dostoevskij, di
Leopardi, di Pascal, quello di tutte le grandi religioni nichilistiche (brahmanesimo, buddhismo,
cristianesimo si possono chiamare nichilistiche per aver glorificato, tutte, il concetto opposto
alla vita, il nulla, come fine ultimo, come sommo bene, come«Dio»).
Ciò che distingue Nietzsche: la spontaneità della sua visione psicologica, una vertiginosa
ampiezza di sguardo, di esperienza interiore, di intuizione, di rivelazione, una volontà di
coerenza, l'intrepidezza di fronte alla durezza e alle conseguenze pericolose.

14 [86] Sul concetto di «decadenza» –


1. La scepsi è una conseguenza della decadenza: così come il libertinaggio dello spirito.
2. La corruzione dei costumi è una conseguenza delladecadenza: debolezza della volontà,
bisogno di forti eccitanti …
3. I metodi di cura, quelli psicologici, morali, non mutano il corso della decadenza, non
arrestano, sono fisiologicamente nulli;
La grande nullità di queste «reazioni» arroganti;
si tratta di forme di narcotizzazione contro certi fatali fenomeni consequenziali, non
estraggono l'elemento morboso;
sono spesso tentativi eroici di annullare l'uomo della decadenza, di raggiungere un minimo
della sua dannosità.
4. Il nichilismo non è una causa, ma solo la logica della decadenza.
5. Il «buono» e il «cattivo» sono solo due tipi della decadenza: vanno insieme in tutti i
fenomeni fondamentali.
6. La questione SOCIALE è una conseguenza della decadenza.
7. Le malattie, soprattutto le malattie nervose e della mente, sono segni del fatto che manca la
forza difensiva della natura forte; a favore di ciò parla appunto l'irritabilità, sicché piacere e
dispiacere divengono problemi di primo piano.

14 [91] La religione come decadenza


Buddha contro il «crocifisso»
In seno al movimento nichilistico si possono ancora tenere nettamente distinti quello
cristiano e quello buddhistico.
Il movimento buddhistico esprime un bel tramonto, una compiuta dolcezza e mitezza - vi è
compresa la gratitudine verso tutto ciò che è alle spalle, manca l'amarezza, la delusione, il
rancore;

43
alla fine, l'alto amore spirituale, il raffinamento della contraddizione fisiologica è alle sue
spalle, anche da ciò esso si riposa; ma da ciò ha ancora la sua gloria spirituale e il suo ardore del
tramonto. (Derivazione dalle caste superiori).
Il movimento cristiano è un movimento degenerativo di elementi di deterioramento e di
scarto di ogni sorta: esso non esprime il tramonto di una razza, è fin da principio un aggregato
di prodotti malati che si cercano e si stringono insieme ... Esso non è quindi nazionale, non è
condizionato dalla razza: si rivolge ai diseredati di tutto il mondo;
Ha in fondo il rancore per tutto ciò che è riuscito e che domina, ha bisogno di un simbolo che
rappresenti la maledizione verso tutti coloro che prosperano e dominano…
Si contrappone anche a ogni movimento di idee, a ogni filosofia: abbraccia il partito degli
idioti e scaglia maledizioni contro lo spirito. Rancore per le persone d'ingegno, di cultura, di
mentalità indipendente: indovina in loro l'essere ben fatte, l'elemento del dominio.

PRIMAVERA-ESTATE 1888

16 [30] Per un guerriero della conoscenza, che ha sempre da combattere con verità brutte,
credere che la verità non esista affatto è un grande bagno ristoratore delle membra. – Il
nichilismo è la nostra forma di ozio.

16 [ 32] Da che cosa riconosco il mio pari. -- La filosofia, quale io l'ho finora concepita e
vissuta, è l’investigazione volontaria anche dei lati maledetti e scellerati dell'esistenza. Dalla
lunga esperienza che ho ricavato da un tale pellegrinare per ghiacci e per deserti, ho imparato a
vedere diversamente tutti quanti hanno filosofato fino a oggi; la storia segreta della filosofia, la
psicologia dei suoi grandi nomi, si è disvelata ai miei occhi. «Quanta verità sopporta, quanta
verità osa uno spirito?» – questo è diventato per me il vero e proprio criterio di valore. L'errore
è una viltà . . . Ogni conquista della conoscenza consegue dal coraggio, dalla durezza verso se
stessi ... Una filosofia sperimentale come quella che io vivo, anticipa a mo' di prova anche le
possibilità del nichilismo sistematico, senza che sia perciò detto che essa si fermi a un «no», a
una negazione, a una volontà di «no». Essa vuole anzi giungere, attraverso un tale cammino, al
suo opposto – a un'affermazione dionisiaca del mondo così com'è, senza detrarre, eccepire o
trascegliere - vuole il circolo eterno: le stesse cose, la stessa logica e illogicità dei nodi. Lo stato
più alto che un filosofo possa raggiungere è la posizione dionisiaca verso l'esistenza: la mia
formula per ciò è amor fati ...
– A tal fine occorre comprendere i lati finora negati dell'esistenza non solo come necessari,
bensì come desiderabili; e non solo come desiderabili in relazione ai lati finora affermati
(magari come loro complementi o condizioni preliminari), bensì per se stessi, come lati più
potenti, più fecondi, più veri dell'esistenza, in cui la volontà di essa si esprime più chiaramente.
A tal fine occorre parimenti valutare il solo lato dell'esistenza finora affermato; comprendere da
dove provenga questa valutazione e quanto poco essa sia vincolante per una valutazione
dionisiaca del valore dell'esistenza; io ho tratto fuori e compreso che cosa qui propriamente dica
di «sì» (l'istinto dei sofferenti da un lato, l'istinto gregario dall'altro e quel terzo istinto, l'istinto
dei più in contraddizione con le eccezioni). In tal modo ho scoperto come un altro e più forte
tipo d'uomo debba necessariamente escogitare l'innalzamento e il potenziamento dell'uomo in
un'altra direzione: esseri superiori, al di là del bene e del male, al di là di quei valori che non
possono rinnegare la loro origine dalla sfera <del> dolore, del gregge e dei più - ho cercato gli
spunti di questa formazione ideale opposta nella storia (i concetti «pagano», «classico»,
«aristocratico» scoperti e formulati di nuovo).

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MAGGIO-GIUGNO 1888

17 [1] Capitolo primo. Concetto del movimento nichilistico come espressione della
decadenza -
La decadenza ovunque!

Capitolo secondo. Le forme tipiche di espressione della decadenza


1) si sceglie ciò che accelera l'esaurimento
2) non si è capaci di opporre resistenza
3) si cambiano tra loro causa ed effetto
4) si aspira all'assenza di dolore
in che senso anche l’ «edonismo» è un tipo di degenerazione

Capitolo terzo. 5) il «mondo vero»: concetto della realtà dovuto ai sofferenti; primo quaderno
– la natura antagonistica a esso, i valori dionisiaci: l'epoca tragica
6) la falsificazione nichilistica di tutte le cose buone amore, l' «intelletto staccato dalla
volontà», il genio, l'arte del «soggetto liberato dalla volontà»
7) l'incapacità per la potenza, l'impotenza: le sue arti perfide

17 [3]* [+++] libro vengono considerate solo come forme diverse della menzogna; col loro
aiuto si crede alla vita. «La vita deve ispirare fiducia: il compito, posto in questo modo, è
immane. Per assolverlo, l'uomo deve essere, già per sua natura, mentitore, deve essere, più che
qualsiasi altra cosa, artista. Ed egli lo è anche: metafisica, religione, morale, scienza: non sono
altro, tutte, che emanazioni della volontà dell'uomo di ricorrere all'arte, di mentire, di fuggire di
fronte alla «verità». La facoltà stessa, grazie alla quale egli fa violenza alla realtà mediante la
menzogna, questa facoltà artistica per eccellenza dell'uomo: egli l'ha in comune con tutto ciò
che è. Del resto lui stesso non è che un brano della realtà, verità, natura: e come non potrebbe
essere anche un brano di genio della menzogna!…
Che il carattere dell'esistenza venga misconosciuto – è il profondissimo e supremo fine
recondito dietro tutto quanto è virtù, scienza, devozione, tendenza artistica. Molte cose non
vederle mai, molte cose vederle falsamente, e vederne molte altre che non ci sono: oh, come si è
accorti nelle situazioni in cui si è ben lungi dal ritenersi accorti! L'amore, l'entusiasmo. «Dio» –
tutte finezze di un estremo inganno di sé, tutte seduzioni che spingono a vivere, nient'altro che
fede nella vita! Nei momenti in cui l'uomo è divenuto l'ingannato, in cui ha raggirato se stesso,
in cui crede alla vita: oh, come allora si sente rigonfiare! Che delizia! Che senso di potenza!
Quanto trionfo di artista c'è nel senso di potenza! . . . L'uomo ha affermato ancora una volta la
sua sovranità sulla «materia» - sulla verità! ... E ogni volta che l'uomo si allieta, è sempre lo
stesso nella sua gioia, si allieta come artista, gode se stesso come potenza, gode la menzogna
come la sua potenza.

2.

L'arte e nient'altro che l'arte! Essa è la grande creatrice della possibilità di vivere, la grande
seduttrice alla vita, il grande stimolante per vivere.
L'arte come l'unica forza antagonistica superiore, contro ogni volontà di rinnegare la vita,
come l'elemento anticristiano, antibuddhistico, antinichilistico per eccellenza.

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L'arte come la redenzione dell'uomo della conoscenza: di colui che scorge il carattere
spaventoso e problematico dell'esistenza, anzi lo vuole scorgere, di colui che ha la conoscenza
tragica.
L'arte come la redenzione dell'uomo d'azione: di colui che non solo scorge e vuole scorgere il
carattere spaventoso e problematico dell'esistenza, ma anche lo vive, vuol viverlo, dell'uomo
tragico bellicoso, dell'eroe.
L'arte come la redenzione del sofferente: come la via verso condizioni nelle quali la
sofferenza è voluta, trasfigurata, divinizzata, in cui la sofferenza è una forma della grande
delizia.

3.

Come si vede, in questo libro il pessimismo o meglio, per parlare più chiaramente, il
nichilismo vale come verità. Ma la verità non vale come supremo criterio di valore, ancor meno
come potenza suprema. La volontà di parvenza, di illusione, di divenire e di cangiamento (di
illusione obiettiva) vale qui come più profonda, più originaria, più metafisica della volontà di
verità, di realtà, di essere: - quest'ultima a sua volta non è altro che una forma della volontà di
illusione. Allo stesso modo il piacere vale come più originario della sofferenza: essendo la
sofferenza soltanto condizionata, soltanto un fenomeno che segue alla volontà di piacere (alla
volontà di divenire, crescere, plasmare, cioè creare: ma nel creare è compreso il distruggere). Si
concepisce una condizione suprema di affermazione dell'esistenza, a partire dalla quale anche la
sofferenza suprema non può essere detratta: la condizione tragico-dionisiaca.

4.

Questo libro è in tal modo addirittura antipessimistico: nel senso cioè che esso insegna
qualcosa che è più forte del pessimismo, che è più «divino» della verità. Nessuno, a quanto
sembra, potrebbe farsi, più severamente dell'autore di questo libro, portavoce di una negazione
radicale della vita, di un vero fare di no più ancora che di un dire di no nei riguardi della vita.
Solo che egli sa, - perché lo ha vissuto, perché forse non ha vissuto se non proprio questo! - che
l'arte ha più valore della verità.
Nella prefazione, con la quale Richard Wagner viene come invitato a un colloquio, si presenta
questa professione di fede, questo evangelo da artisti: «l'arte come il compito vero e proprio della
vita, l'arte come la sua attività metafisica…

17 [6] Per la storia del nichilismo

I tipi più generali della decadenza:


1) credendo di scegliere rimedi terapeutici, si sceglie ciò che accelera l'esaurimento
– tra questi è il cristianesimo : per indicare il caso più clamoroso di istinto traviato;
– tra questi è il «progresso» -:
2) si perde la forza di resistenza agli stimoli, si è determinati dalle casualità: si ispessiscono e
ingrandiscono le esperienze vissute fino a dimensioni smisurate… una «spersonalizzazione»,
una disgrega-zione della volontà;
– rientra in questo quadro tutta una specie di morale, quella altruistica, che si riempie la
bocca di compassione: nella quale l'elemento essenziale è la debolezza della personalità, sicché
questa si fa sempre sentire come un accompagnamento e vibra di continuo come una corda
sovreccitata . una irritabilità estrema

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3) si scambiano causa ed effetto: non si intende la decadenza da un punto di vista fisiologico,
e nelle sue conseguenze si scorge la vera causa del proprio malessere
– in questo quadro rientra tutta quanta la morale religiosa;
4) si aspira a una condizione nella quale non si soffra più: la vita viene in realtà sentita come
il motivo dei malanni; si attribuisce agli stati di incoscienza, di insensibilità (sonno,
svenimento) un valore incomparabilmente maggiore che a quelli coscienti: ne deriva una
metodica…

17 [7] Non è questione affatto del migliore o del peggiore dei mondi possibili: «no» o
«sì», questo è il problema. L'istinto nichilistico dice di no; la sua affermazione più
attenuata è che non essere è meglio di essere, che la volontà del nulla ha più valore
della volontà di vivere; quella più rigorosa è che il nulla è la cosa più desiderabile,
che questa vita, come opposto del nulla, è assolutamente priva di valore: essa diventa
una cosa abietta…
Un pensatore che si ispiri a questo tipo di valutazioni cercherà spontaneamente di
mettere in campo tutte quelle cose cui egli attribuisce istintivamente ancora un valore
per giustificare una tendenza nichilistica. Questa è la grande attività di falsario
propria di Schopenhauer, il quale nutriva interesse per troppe cose: ma lo spirito del
nichilismo gli vietava di metterle in conto della volontà di vivere: e così ci troviamo
di fronte a una serie di tentativi raffinati e imperterriti di portare agli onori l'arte, la
saggezza, la bellezza nella natura, la religione, la morale, il genio a causa della loro
apparente inimicizia verso la vita, in quanto aspirazioni al nulla.

17 [8] Recentemente si è fatto un grande abuso di una parola casuale e non pertinente,
in tutti i sensi: si parla dappertutto di pessimismo, in particolare si polemizza, talora
tra persone ragionevoli, per una questione, cui si dovrebbe dare risposta, se cioè abbia
ragione il pessimismo o l'ottimismo. Ma non si è compreso ciò che invece è evidente
e palmare: che il pessimismo non è un problema, bensì un sintomo; che questo nome
andrebbe sostituito con quello di nichilismo, che la questione se sia meglio non essere
che essere è già di per sé una malattia, un declino, un'idiosincrasia..
Il movimento pessimistico non è altro che l'espressione di una decadenza fisiologica;
esso ha i suoi due centri in quei luoghi sul cielo dei quali oggi i sintomi di decadenza
[+++]

SETTEMBRE- OTTOBRE 1888

22 [24]

I. La redenzione dal cristianesimo: l'Anticristo


II. dalla morale: l'immoralista
III: dalla «verità»: lo spirito libero
IV. dal nichilismo: ---

Nichilismo come conseguenza necessaria di cristianesimo, morale e concetto di


verità della filosofia.

I segni del nichilismo…

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Io intendo per «libertà dello spirito» qualcosa di molto determinato: essere, per
severità verso se stessi, cento volte superiori ai filosofi e agli altri discepoli della
«verità», per schiettezza e coraggio, per l'assoluta volontà di dir «no» dove il «no» è
pericoloso - tratto i filosofi che sono finora esistiti come spregevoli libertini che si
celano sotto il cappuccio della femmina «verità».

48
LETTERE DI NIETZSCHE

A Erwin Rohde
Coira, 19 maggio 1887

No, mio vecchio amico Rohde, non permetto a nessuno di parlare con una tale mancanza di rispetto
di Ms. Taine come fa la tua lettera – e meno di tutti a te, perché è contrario ad ogni creanza trattare
in questo modo una persona di cui conosci la mia stima. Tu puoi, se la cosa ti aggrada, dire qualsiasi
assurdità sul mio conto, a tuo piacimento e come d’abitudine – sta nella natura rerum, non me ne
sono mai lamentato nè mi sono mai aspettato che fosse altrimenti. Ma per quanto riguarda uno
studioso come Taine, che è più affine ad una species come la tua, dovresti pure avere gli occhi per
valutarlo. Giudicarlo “privo di contenuto” è semplicemente una folle stupidaggine, per parlare come
gli studenti – per combinazione egli è – nella Francia di oggigiorno – proprio la testa più
consistente, e dovrebbe essere concessa l’osservazione che, laddove uno non vede nessun
“contenuto”, potrebbe proprio per questo esserci un contenuto, solo che – per l’appunto – non è un
contenuto per lui. Nella storia dolorosa dell’anima moderna, che per molti riguardi è addirittura una
storia tragica, Taine ha il suo posto in quanto esemplare ben riuscito e degno di rispetto, che
raccoglie in sé più d’una delle qualità più nobili di quest’anima, il suo coraggio senza scrupoli, la
sua assoluta purezza della coscienza intellettuale, il suo commovente e modesto stoicismo in mezzo
a profonde privazione e alla solitudine. Con tali qualità un pensatore merita rispetto: è uno dei pochi
che riescono ad immortalare il proprio tempo. Io mi sento rinfrancato alla vista di un pessimista così
valoroso, che compie pazientemente e indefessamente il proprio dovere senza aver bisogno del
grande rumore e della messinscena teatrale, e che può onestamente dire di sé: “satis sunt mihi pauci,
satis est unus, satis est nullus”. In questa maniera la sua vita diventa, sia che egli lo voglia o no, una
missione, egli si pone infatti di fronte a tutti i suoi problemi come se obbedisse a una necessità ( e
non a suo beneplacito o in modo fortuito come tu ti poni, alla stregua della maggior parte dei
filologi, di fronte alla filologia)
Non avertene a male! Ma credo che se di te non conoscessi altro che questa dichiarazione, ti
disprezzerei per la mancanza di istinto e di tatto che rivela. Per fortuna tu sei per me una persona
per altri versi sperimentata.
– Ma dovresti sentire come parla di Taine Burckhardt!
Il tuo amico N.

A Erwin Rohde
[Coira, 23 maggio 1887]
Lunedì pomeriggio
Caro amico, non è bello che io ieri l’altro mi sia lasciato andare in tal modo ad un improvviso moto
di collera nei tuoi confronti, ma c’è di buono che per lo meno ha avuto sfogo: dato che mi ha recato
in cambio qualcosa di molto prezioso, ovvero la tua lettera, che mi è stata di grande sollievo e volge
il mio sentimento per te in un’altra direzione.
Le tue parole su T[aine] avevano per me un’intonazione oltremodo negativa e ironica: quello che
invece si è ribellato dentro di me è stato l’eremita che sa fin troppo bene, avendolo sperimentato di
persona, con quale spietata freddezza vengano accantonati e persino liquidati tutti coloro che vivono
in disparte. Per di più Taine per lunghi anni, oltre a Burckhardt, è stato l’unico a dirmi una parola
sentita e partecipe sui miei scritti: cosicché per il momento ritengo lui e Burckhrdt i miei unici
lettori. In reltà siamo fondamentalmente legati l’uno all’altro, in quanto siamo tre nichilisti radicali:
sebbene io, come puoi forse intuire, non disperi ancora di trovate la via d’uscita e il pertugio,
attraverso cui si arrivi a “qualcosa”.

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Quando ci si è sotterrati in questo modo, e si scava nelle proprie profonde miniere, si diventa
“sotterranei”, nella fattispecie ombrosi. Rovina il carattere: come testimonia la mia ultima lettera.
Non avertene a male!
Il tuo N.

A Georg Brandes
Nizza 27 marzo 1888
Simato Signore,
avrei desiderato molto ringraziarLa già da prima per una lettera così ricca e meditata: ma ho avuto
dei problemi con la mia salute, cosicché ho accumulato un brutto ritardo in tutte le cose buone. Nei
miei occhi, detto per inciso, ho un dinamometro della mio stato di salute generale: seguendo il
generale andamento di ripresa e di progresso, essi sono diventati più resistenti di quanto non avrei
mai creduto, – e hanno così smentito le profezie dei migliori oculisti tedeschi. Se i Signori Gräfe et
hoc genus omne avessero avuto ragione, sarei cieco già da tempo. Così sono arrivato – purtroppo! –
alle lenti numero 3, ma ci vedo ancora. Le parlo di questi acciacchi perché Lei si è premurato di
chiedermene notizia e perché gli occhi, in queste ultime settimane, sono stati particolarmente deboli
e irritabili. –
La penso mentre resiste nel Suo nord, questa volta particolarmente freddo e cupo: come si fa a non
perdersi d’animo in luoghi come quelli! Ammiro quasi tutti quelli che sotto un cielo coperto
riescono a non perdere la fiducia in se stessi, per non parlare poi della fede nell’ “umanità”, nel
“matrimonio”, nella “proprietà”, nello “stato”... A San Pietroburgo sarei stato nichilista: qui credo
nel sole, come ci crede una pianta. Il sole di Nizza – non è davvero un pregiudizio. Ci è stato donato
a spese di tutto il resto d’Europa. Col cinismo che gli è proprio, Dio il sole più bello lo fa
risplendere su di noi fannulloni, “filosofi” e grecs, e non sulla tanto più degna “patria” eroico-
militaresca –
In fin dei conti anche Lei, con l’istinto dell’uomo nordico, ha scelto lo stimolante più forte che ci
sia per riuscire a sopportare la vita nel Nord, la guerra, la passione aggressiva, la scorribanda dei
Vichinghi. Nei Suoi scritti io indovino il soldato addestrato; e forse non è soltanto la “mediocrità”
che La sollecita continuamente a dar battaglia, ma piuttosto il tipo di nature più indipendenti e
peculiari dello spirito nordico. Come odora ancora di “parroco” e di teologia questo idealismo!...
Questo per me sarebbe ancora peggio del cielo coperto, doversi indignare per cose che non ci
riguardano! –
….
Per questa voltà è tutto: sebbene sia abbastanza poco. Il Suo “Romanticiso tedesco” mi ha fatto
riflettere sul fatto che tutto questo movimento ha raggiunto propriamente il suo scopo solo nella
musica (Schumann, Mendelssohn, Weber, Wagner, Brahms): come letteratura è rimasta una grande
promessa. I francesi hanno avuto più fortuna. – Temo di essere troppo musicista per non essere
romantico. Senza la musica per me la vita sarebbe un errore. – La saluta, stimato Signore, con
cordialità e gratitudine
Il Suo
Nietzsche.

A Elisabeth Förster
Nizza, Sabato prima di Pasqua [31 marzo] 1888.

Questa volta, mio caro Lama, riceverai anche l’ultima lettera che scrivo da Nizza, così come hai
ricevuto la prima di questo inverno. Mi piace molto pensare che essa ti saluterà nella tua nuova
patria, che tu stessa ti sei creata – e che deporrà ai piedi tuoi e del tuo Bernhard i miei più cordiali
auguri alle soglie di questa nuova esistenza. A quanto mi scrivi, insieme a voi vi è entrata la
speranza: e se anche probabilmente la vita sarà un po’ dura e laboriosa, voi potrete consolarvi col

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poeta che pressappòco ha detto: “la libertà e la vita nella Nueva Germania se la merita solo colui
che se la deve conquistare giorno per giorno”...
Quel che tu dici della “sorte che ci è destinata”, e del fatto che “è bello conformarvisi”, nel tuo caso
non mi sembra davvero un’illusione. Tutto è andato avanti sorprendentemente bene: cosicché ogni
tanto mi viene in mente di imitare l’ atteggiamento di cui mi scrivi, e di mettermi supino. Inoltre
potete ben esser contenti in tutti i sensi di non essere nella cara Europa: che al giorno d’oggi se ne
sta rigida e armata di tutto punto con l’eroismo di un porscospino mentre le stanno pendendo sul
capo ogni sorta di spade di Damocle. Non parlo neppure dell’inverno, dell’inverno più rigido di cui
le ben note “persone più anziane” siano a conoscenza: l’europeo colto è in lotta con tutti gli
elementi - e, com’è noto, “gli elementi odiano l’Europeo colto”. Per lo meno Schiller credeva
qualcosa di simile. –
Qui a Nizza non ce la siamo cavata male: a quanto sembra, Dio con un cinismo che non è insolito
per lui, fa risplendere su quel buono a nulla filosofico-nichilista di tuo fratello un sole più fulgido
che sul Signor von Bismarck e la virtù tedesca devota al Reich. Anch’io avrei voluto poter
“risplendere” un po’ di più quest’inverno: ma ci sono state delle settimane cupe, in cui sedevo come
un orso stizzito nella tana. Credo tuttavia che in sostanza ci sia stato qualche progresso, mentre ho
fatto un passo in più per uscire dallo stato pluriennale di sconforto e di décadence. Mi sento inoltre
sollevato per il fatto di averla fatta finita con le mie “opere”: sono persino abbastanza colto per non
averne neanche più voglia. Non si scrivono capolavori in uno stato di décadence: ciò andrebbe
contro la storia naturale! –
In fondo non c’è nessuno che sappia quanto sono stato realmente malato. Ed è bene che sia così. –
Domani l’altro mattina presto partirò per Torino: è un nuovo tentativo per resistere durante il
periodo intermedio che precede il viaggio in Engadina (circa il 10 giugno), dopo che tutti i tentativi
fatti sino ad ora sono miseramente e dolorosamente falliti. La stagione primaverile è il mio lato
debole. A quanto mi si dice, Torino ha un’aria energica e secca: è pulita, ha un’aspetto da grande
città, è tranquilla, molto estesa, così da permettermi di percorrere lunghi tratti di strada all’ombra.
Mentre l’irritabilità dei miei occhi è particolarmente acuta proprio durante i mesi estivi. Inoltre ne
ho abbastanza degli svizzeri: troppo quadrati e maldestri, come pure delle città svizzere. – Dopo
l’Engadina un mese (all’incirca 20 settembre – 20 ottobre) a Venezia: per tirare su il morale al
primo musicista vivente e a me attraverso di lui. Poi, probabilmente, di nuovo Nizza. – Non ho più
desideri. Perché qualcosa dovrebbe essere diverso?... Ora ho bisogno di una sorta di raccoglimento
e concentrazione inauditi – a causa del ben noto “compito della mia vita” a cui sinora, temo, non ho
affatto saputo conformarmi .
Mio caro Lama, abbraccia te e e il tuo “conquistadore de Nueva Germania” molte volte
Il tuo Fritz.

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