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18 OTTOBRE 2017

Affrontiamo il problema dei decreti legge non convertiti. Il 6° comma dell'art.


2 c.p. dispone:
Successione di leggi penali
Le disposizioni di questo articolo si applicano altresì nei casi di decadenza e di
mancata ratifica di un decreto-legge e nel caso di un decreto-legge convertito in
legge con emendamenti.
Il legislatore del 19301 aveva esteso la disciplina della successione di leggi anche
ai decreti legge non convertiti, perché allora i decreti legge non convertiti
perdevano di efficacia ex nunc, cioè dal momento della mancata conversione.
Oggi, invece, sappiamo che i decreti legge non convertiti perdono di efficacia ex
tunc, fin dall'inizio, come se non ci fossero mai stati, in base all’art. 77 Cost.
Quindi, oggi, riferendosi al problema dei decreti legge non convertiti, non può
più parlarsi di un fenomeno di successione nel tempo di leggi, proprio perché il
decreto non convertito perde efficacia fin dall'inizio, ex tunc.

Come risolve la dottrina il problema dei decreti legge non convertiti? Si


distingue tra fatti pregressi e fatti concomitanti. I fatti pregressi sono i fatti
commessi prima dell'entrata in vigore di un decreto legge successivamente non
convertito. In questo caso, anche se il decreto legge successivamente non
convertito prevedeva norme penali di favore, si applicherà sempre e soltanto la
legge in vigore nel momento della commissione del fatto. Quindi, il decreto non
convertito perde efficacia fin dall'inizio, quindi si applica anche in caso in cui
questo decreto fosse stato un decreto contenente norme di favore si applicherà
sempre e soltanto la legge in vigore nel momento del fatto. Nel momento del
fatto il soggetto sapeva che quel fatto era reato ed era punito in un certo modo.

N.B.: questa soluzione è stata accolta anche dalla Corte costituzionale, perché
la Corte, nel 1985, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'ultimo comma
dell'art. 2 c.p., nella parte in cui rendeva applicabili alle ipotesi da esso previste,

1
Sappiamo che questo codice è del 1930.
– cioè al fenomeno della mancata conversione di decreti legge – le disposizioni
del c.p. relative alla retroattività delle norme di favore contenute nei commi,
2°, 3° (ora 4°) dell'art. 2 c.p.

N.B.: la Corte costituzionale, in questa sentenza, si riferiva esclusivamente ai


fatti pregressi, cioè fatti commessi prima dell'entrata in vigore di un decreto
legge non convertito e ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'ultimo
comma dell'art. 2 c.p., proprio perché consentiva di poter applicare a questo
fenomeno le norme in tema di successione di leggi dell’art.2 c.p., in particolare,
quella parte dell'art. 2 c.p. che consentiva la retroattività della legge penale di
favore. Quindi, per i fatti pregressi2, si applica sempre e soltanto la legge in
vigore nel tempo del commesso reato. Il decreto non convertito perde efficacia
ex tunc, fin dall'inizio.

I fatti concomitanti sono i fatti commessi durate la provvisoria vigenza di un


decreto legge successivamente non convertito. Qui si distingue tra decreto non
convertito contenente norme di sfavore e decreto non convertito contenente
norme di favore. Quando il fatto è stato commesso sotto la provvisoria vigenza
di un decreto legge contenente norme di sfavore, quindi che prevede un fatto
che prima non costituiva illecito penale come illecito penale o lo punisce più
gravemente, il decreto contenente norme di sfavore, per il disposto dell'art. 77
Cost. perde di efficacia ex tunc. Quindi, la disciplina di sfavore contenuta nel
decreto non convertito non si potrà applicare a quel soggetto.

Il problema nasce, invece, quando il soggetto commette il fatto durante la


provvisoria vigenza di un decreto legge successivamente non convertito,
contenente norme di favore: un decreto che ha depenalizzato un reato o un
decreto che aveva previsto una causa di non punibilità per quel fatto o un
decreto che puniva meno gravemente quel fatto. Stando alla disciplina dell'art.
77 Cost., questo decreto dovrebbe perdere efficacia ex tunc, fin dall'inizio. Però,
la dottrina largamente maggioritaria dice: no, se così fosse, se il decreto
perdesse di efficacia ex tunc, in questo caso, nella sostanza, si verificherebbe

2
Quindi per i fatti commessi prima dell'entrata in vigore di un decreto legge non convertito …
un’ipotesi di retroattività di una norma penale incriminatrice o di sfavore,
perché rivivrebbe la precedente fattispecie che prevedeva quel fatto come reato,
che era stata depenalizzata dal decreto oppure quel fatto resterebbe punibile in
quanto la causa di non punibilità previsto dal decreto di favore sarebbe
scomparsa.

La dottrina maggioritaria quindi dice: in questo caso, sull'art. 77 Cost., che


prevede, appunto, che il decreto non convertito perde di efficacia ex tunc,
prevale l'art. 25 comma 2 Cost. Quindi, prevale il principio di irretroattività
della legge penale incriminatrice o di sfavore, proprio perché questo principio
ha a che fare con la libertà personale, che è un diritto inviolabile dell'uomo (art.
13 Cost.).

Quindi, in questo caso, per i fatti concomitanti, in caso di mancata conversione


di un decreto legge contenente norme di favore, si dovrebbe applicare al
soggetto che ha commesso il fatto durante la provvisoria vigenza di questo
decreto legge, la disciplina del decreto non convertito contente norme di favore.
Quindi, non perderebbe, in questo caso, di efficacia ex tunc il decreto legge,
perché sull'art. 77 Cost. prevarrebbe la disciplina dell'art. 25.

Al professore non ha mai convinto tanto questa soluzione. È largamente


prevalente in dottrina. Direbbe anche che è la soluzione che alla fine viene
prescelta anche dalla Corte costituzionale. Però, secondo il professore, il
principio di irretroattività della legge penale incriminatrice non entra in gioco.

Quindi, in caso di mancata conversione di un decreto legge contenente norme di


favore per la disciplina dell'art. 77 Cost., il decreto legge perde di efficacia ex
tunc. Rivive la precedente fattispecie incriminatrice o di sfavore, e queste
devono considerarsi le norme effettivamente in vigore nel momento della
commissione del fatto. Certo, normalmente, chi realizza il fatto durante la
provvisoria vigenza di un decreto legge non convertito contenente norme di
favore, non sarà punibile, ma non per il principio di irretroattività della legge
penale incriminatrice o di sfavore, che qui, secondo il professore, non entra in
gioco. Normalmente, non sarà punibile perché quel soggetto, nel momento in
cui ha realizzato il fatto, non ha avuto la possibilità di conoscere il precetto
penale, in quel momento per lui il fatto era un fatto lecito. Si è trovato, quindi,
in una situazione di oggettiva impossibilità di conoscere il precetto penale3.

Quindi, in questo caso, normalmente, il soggetto che commette il fatto durante


la provvisoria vigenza di un decreto legge contenente norme di favore, secondo
il professore, è un soggetto che si troverebbe in una situazione di errore
inevitabile sul precetto, e quindi scusabile. Quindi, non viene punito non per la
irretroattività della legge penale incriminatrice, secondo il professore, ma per
mancanza di colpevolezza, perché il fatto non è a lui rimproverabile. Il soggetto
si è trovato in una situazione di impossibilità oggettiva di conoscere il precetto
penale, si è trovato in una situazione di errore inevitabile e quindi scusabile per
effetto di un errore inevitabile sul precetto penale.

Si potrebbe dire: c'è una differenza notevole tra le due tesi. Se accettiamo la
tesi del professore, che è rimasta ultra minoritaria, in casi eccezionali, cioè nei
casi in cui si accerti un’influenza illecita sull’attività del Governo4, coloro che
hanno esercitato l'influenza illecita sull'attività del Governo per fare approvare
un decreto legge successivamente non convertito, di depenalizzazione di alcuni
fatti piuttosto gravi, dovrebbero rispondere non solo dell'illecita influenza
sull'attività del Governo, ma anche del reato commesso durante quella che il
professore chiama l'apparente vigenza del decreto legge contenente norme di
favore.

Coloro che hanno esercitato l'influenza illecita sull'attività del Governo


dovrebbero rispondere proprio perché queste persone conoscevano
l'illegittimità del decreto, essendo stati proprio loro ad influenzare
illecitamente l'attività del Governo perché approvasse quel decreto, e quindi per
quei 60 giorni rendesse non punibili fatti anche gravi, illeciti penali anche gravi.

3
Scopriremo più in avanti che c'è una sentenza della Corte costituzionale del 1988, che ha dichiarato la parziale
illegittimità costituzionale dell'art. 5 del codice penale. Dopo questa sentenza della Corte, l'errore inevitabile, cioè non
dovuto a colpa sul precetto penale, scusa.
4
Facciamo l'esempio di potenti lobby economiche, di infiltrazioni mafiose.
Questa impostazione consentirebbe di punire anche in un’altra ipotesi:
in caso di irragionevoli depenalizzazioni, sempre da parte del
Governo, relativamente a fatti lesivi di interessi umani fondamentali, come, ad
es., la salute, l'ambiente, e così via. Quindi, in questo caso, potrebbero,
eccezionalmente, rispondere quelle persone che inserite professionalmente in
determinati settori, erano a conoscenza dell'illegittimità manifesta del decreto
contente norme di favore, o si trovavano in quei 60 giorni di tempo nel dubbio5.

Mentre se adottiamo la tesi della dottrina maggioritaria, secondo cui entra in


gioco il principio di irretroattività della legge penale incriminatrice o di sfavore,
nessuno mai potrebbe essere punito per fatti anche gravi, realizzati nei 60
giorni di provvisoria, precaria vigenza di un decreto legge contenente norme di
favore. Se, invece, diciamo che, normalmente, chi realizza il fatto durante la
provvisoria vigenza di un decreto legge contenente norme di favore non sarà
punito, perché si trova in una condizione di impossibilità di conoscere il
precetto penale. Quindi, non verrà punito per mancanza di colpevolezza, il fatto
a lui non sarà mai rimproverabile, ma, in casi eccezionali (si pensi all’influenza
illecita del potere economico sul potere politico, etc. oppure alle irragionevoli
depenalizzazioni operate rispetto agli interessi umani fondamentali come la
salute e l’ambiente e a soggetti professionalmente inseriti in quei settori che
conoscono l’illegittimità del decreto, perché è talmente irragionevole la
depenalizzazione o hanno il dubbio nei 60 giorni, si dovrebbero astenere dalla
loro attività e non si astengono dovrebbero rispondere, ma così non è).

Si tenga conto della tesi maggioritaria. Abbiamo fatto queste osservazioni per
riflettere.

LEGGI DICHIARATE INCOSTITUZIONALI


Si veda l'art. 136 Cost.:

5
Il dubbio non scusa, ma lo studieremo più avanti.
Quando la Corte dichiara l'illegittimità costituzionale di una norma di legge o di
atto avente forza di legge, la norma cessa di avere efficacia dal giorno
successivo alla pubblicazione della decisione.

Leggendo l'art. 136 Cost. sembra che le leggi dichiarate incostituzionali perdano
efficacia ex nunc, cioè soltanto dal giorno successivo a quello della
pubblicazione della decisione. In realtà, l'art. 136 Cost. va letto insieme all'art.
30 della legge 11 marzo 1957, n. 87, che può considerarsi una legge di
interpretazione autentica dell'art. 136. L'art. 30 della legge 11 marzo 1957, n.
87, dispone:

Le norme dichiarate incostituzionali, non possono avere applicazione dal giorno


successivo alla pubblicazione.

Non dice cessano di avere efficacia, ma dice non possono avere applicazione…
soprattutto, in questo art. 30 comma 4 si dice anche che:

Quando in applicazione di una norma dichiarata incostituzionale, è stata


pronunciata sentenza irrevocabile di condanna, ne cessano l'esecuzione e gli
effetti penali.

Capiamo che è chiaro, per il disposto di questa legge di interpretazione


autentica dell'art. 136, che le leggi dichiarate incostituzionali – come i decreti
legge non convertiti – perdono di efficacia ex tunc, fin dall'inizio. Quindi, anche
in questo caso, non può parlarsi di un fenomeno di successione di leggi nel
tempo, e anche in questo caso si distingue tra fatti pregressi e fatti
concomitanti. Con riferimento ai fatti concomitanti, si distingue tra leggi
dichiarate incostituzionali contenenti norme di favore o di sfavore. E si dà la
stessa soluzione che si dà per i decreti legge non convertiti. Quindi, è inutile che
ripetiamo perché è la stessa identica soluzione.

A questo punto, sorge un problema, però, ed è il problema del sindacato della


Corte costituzionale sulle norme penali di favore. Fino al 1983, la Corte
costituzionale ha sempre dichiarato inammissibili tutte le questioni di
legittimità costituzionale relative a norme penali di favore. Fino al 1983, la
nostra Corte costituzionale faceva funzionare (N.B.) il principio costituzionale
di irretroattività della legge penale incriminatrice o di sfavore come filtro
processuale, e quindi, per questo principio costituzionale, riteneva
inammissibili tutte le questioni di legittimità costituzionale concernenti le
norme penali di favore.

Solo con la Sentenza n. 148 del 3 giugno 1983, la Corte costituzionale ritiene
ammissibili le questioni di legittimità costituzionale concernenti norme penali
di favore. Cosa dice la Corte in questa sentenza? La Corte dice questo:

Una cosa è “il favor liberatis” assicurato dall'art. 25 Cost.6… da considerare


autonomo principio di diritto penale che spetta al giudice ordinario osservare,
cioè è il giudice ordinario che deve osservare il principio costituzionale di legalità,
in particolare il principio costituzionale di irretroattività della legge penale
incriminatrice. Altro invece è il sindacato della Corte costituzionale sulle leggi
penali di favore, che non può essere sottratto alla Corte, a pena di istituire zone
franche non previste dalla Costituzione, all'interno delle quali la legislazione
ordinaria diventerebbe incontrollabile.

Quindi, cosa ha voluto dire la Corte? La Corte ha detto che le questioni di


legittimità costituzionale sono ammissibili, la Corte può dichiarare
l'illegittimità costituzionale di una norma penale di favore, altrimenti ci
sarebbero delle zone del nostro ordinamento incontrollabili dalla Corte.
Tuttavia, occorre sempre rispettare il principio di irretroattività della legge
penale incriminatrice. Sarà il giudice che poi dovrà far valere questo principio
di irretroattività della legge penale incriminatrice.

Quindi, il soggetto che avesse commesso il fatto durante la provvisoria vigenza


di una legge contenente norme di favore successivamente dichiarate
incostituzionali non sarà punibile per il principio di irretroattività della legge
penale incriminatrice o di sfavore. Ma la Corte costituzionale può sindacare la
legittimità costituzionale di una norma penale di favore. Quindi, questo
principio di irretroattività della legge penale incriminatrice o di sfavore, fino al

6
Quindi il principio di legalità, in particolare irretroattività della legge penale incriminatrice.
1983, la Corte lo usava come filtro processuale: la Corte diceva che non è
ammissibile la questione di legittimità costituzionale. Dal 1983 in poi dice: è
ammissibile, la Corte deve poter sindacare anche la legittimità delle norme
penali di favore. Altro è il principio di irrettroattività che dovrà essere compito
del giudice, poi, far rispettare. Il principio di irretroattività viene inteso, quindi,
come criterio sostanziale che determina la non punibilità del soggetto che ha
realizzato il fatto durante la vigenza della legge contenente norme di favore
successivamente dichiarata incostituzionali.

Come fa la Corte costituzionale a sindacare la legittimità costituzionale di una


norma di favore? Come fa sempre: farà riferimento al criterio di ragionevolezza,
in relazione anche al principio di eguaglianza e terrà conto di quella che è la
gerarchia dei beni fissata dalla nostra Costituzione. L'esempio che il professore
sempre, in tema di gerarchia dei beni – chiarissima nella Costituzione – è quella
dell'art. 41. All'art. 41 c'è una gerarchia chiarissima.

Art. 41
L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno
alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

Si noti che c'è una gerarchia di beni (essendo che la disposizione fa riferimento
alla libertà, dignità, sicurezza, e così via).

Siamo ancora alla successione di leggi penali nel tempo. Dobbiamo affrontare
un problema particolare e importante, che è il problema del tempo del
commesso reato. Quando si considera commesso un reato, nel caso in cui una
parte del fatto che è stato realizzato sotto il vigore di una legge, e una parte del
fatto è stata realizzata sotto il vigore di un’altra legge, quindi, in caso di
mutamenti legislativi. Qual è il tempo del commesso reato?

Questo problema si pone in particolare con riferimento ad alcuni reati, a quei


reati che chiamiamo, innanzitutto, reati a condotta frazionata. Qui il professore
fa sempre un esempio che vi fa immediatamente capire il fenomeno del reato a
condotta frazionata: l'avvelenamento a piccole dosi.
Il problema si pone poi con riferimento ai reati a distanza o ad effetto differito.
Anche qui l'esempio è facile: un soggetto viene ferito e muore molti mesi dopo.
Reato a distanza o ad evento differito.

Il problema si pone anche con riferimento ai reati permanenti.

Che cos'è un reato permanente7? Il reato permanente è quel reato che si


consuma nel tempo. Si pensi al sequestro di persona. Il sequestro di persona è
un tipico reato permanente che comincia a consumarsi quando il soggetto
passivo (sequestrato) viene privato della sua libertà personale, per un periodo
di tempo che la Corte di Cassazione chiama apprezzabile, che può essere, quindi,
anche di qualche minuto, e che continua, però, a consumarsi finché il soggetto
non si libera o non viene liberato. Questo è un tipico reato permanente, quindi
un reato che si consuma nel tempo.

Il problema, poi, si pone con riferimento ai reati abituali, che consistono nella
ripetizione di condotte della stessa specie. Per es., i maltrattamenti in famiglia.
Non basta un episodio: occorre la reiterazione di condotte della stessa specie
perché si abbia il maltrattamento in famiglia. Così anche per lo sfruttamento
della prostituzione. In questo caso però non tutti sono d’accordo, in quanto
qualcuno sostiene che il reato si realizza anche con un solo fatto di sfruttamento
prostituzione.

Quindi, il problema del tempo del commesso reato, si pone soprattutto per
queste categorie di reati:

1. reati a condotta frazionata


2. reati a distanza o a evento differito
3. reati permanenti
4. reati abituali

Il problema è che non esiste una disciplina legislativa del tempo del commesso
reato, e allora la dottrina ha fornito diverse soluzioni.

7
N.B.: lo troveremo più volte.
Una teoria è quella dell'evento. Il tempo del commesso reato è quello in cui si
verifica l'evento, ma è una teoria che, direbbe il professore, è stata subito
scartata, almeno nel nostro ordinamento, perché sappiamo che nel nostro
ordinamento esistono tutta una serie di reati senza evento, che chiamiamo reati
di pura condotta, che si realizzano con la semplice condotta attiva od omissiva.
Poi se dicessimo che il tempo del commesso reato è quello dell'evento, in caso
di modificazione legislativa sfavorevole, si avrebbe una retroattività di una
disposizione più sfavorevole al reo. Quindi, il tempo del commesso reato non
può essere quello in cui si verifica l'evento.

Poi abbiamo un’altra teoria, chiamata mista, secondo cui il tempo del commesso
reato sarebbe quello dell'azione, della condotta o dell'evento, a seconda del
risultato più favorevole per il reo. Pura invenzione: è impossibile che il tempo
del commesso reato, sia indifferentemente, quello dell'azione o quello
dell'evento a seconda delle conseguenze più favorevole al reo.

La tesi ormai seguita dalla stragrande maggioranza della dottrina è la tesi della
condotta. Il tempo dell'evento è quello in cui il soggetto tiene la condotta tipica
del reato, perché è in quel momento che il soggetto si pone contro il diritto,
perché è in quel momento che la norma penale può avere efficacia intimidatrice.
La teoria della condotta risolve chiaramente, immediatamente, il problema dei
reati a distanza o a evento differito.

Non risolve, però, del tutto i problemi con riferimento ai reati a condotta
frazionata, i problemi legati ai reati permanenti, i problemi correlati ai reati
abituali. Nei reati a condotta frazionata si dice: il tempo del commesso reato
sarà quello dell'ultimo atto, perché in quel momento il soggetto continua a porsi
contro il diritto, perché in quel momento la legge penale può avere ancora
efficacia intimidatrice. Si pensi, appunto, all'avvelenamento a piccole dosi. Il
tempo del commesso reato sarà quello dell'ultimo atto, perché è in quel
momento che il soggetto continua a porsi contro il diritto, è in quel momento
che la legge penale può avere ancora efficacia intimidatrice.
N.B.: per la dottrina maggioritaria, anche rispetto ai reati permanenti e ai reati
abituali, il tempo del commesso reato è quello dell'ultimo atto. Non così, però,
per la dottrina minoritaria. Per la dottrina minoritaria, nei reati permanenti, il
tempo del commesso reato è il tempo in cui comincia la consumazione del reato.
Per es.: nel sequestro di persona, quando il sequestrato è stato privato della
libertà personale per un periodo di tempo apprezzabile. Questo sarebbe il tempo
del commesso reato, in caso di modifica legislativa ovviamente8.

Per il reato abituale, quando la prima condotta insieme alla seconda o alla terza
ha determinato l'abitualità. È quello il momento in cui viene commesso il reato
ai fini della successione di leggi penali.

Perché la dottrina minoritaria dice che per i reati permanenti e per i reati
abituali non può essere l'ultimo atto? Perché, in caso di modifica legislativa
sfavorevole al reo, se noi diciamo che nel reato permanente o nel reato abituale
il tempo del reato è quello dell'ultimo atto, ci sarebbe una retroattività di leggi
penali incriminatrici o di sfavore, che invece non dovrebbe essere consentita. Si
tenga conto, però, che per la dottrina maggioritaria, sia per i reati a condotta
frazionata, che per i reati permanenti, che per i reati abituali, il tempo del
commesso reato, nel caso di successione di leggi modificative è, appunto, il
tempo dell'ultimo atto. Non così per la dottrina minoritaria rispetto a reati
permanenti e reati abituali.

Abbiamo visto l'efficacia della legge penale nel tempo. Adesso consideriamo

l'efficacia della legge penale nello spazio

Anche nello spazio, è chiaro che la legge penale incontra dei limiti posti dal
diritto pubblico interno e dal diritto internazionale. Con riferimento
all'efficacia della legge penale nello spazio, in astratto, si potrebbero seguire
diverse soluzioni: diversi principi. I principi che potrebbero essere adottati
sono:

8
Stiamo parlando sempre di situazioni di modifica legislativa.
1. quello dell'universalità o extraterritorialità assoluta. Si applica, quindi, la
legge penale nazionale a qualsiasi fatto commesso in qualsiasi luogo del
mondo;
2. quello della personalità, secondo qui si applica la legge penale nazionale
dell'autore del reato;
3. quello della difesa, in base alla quale si applica invece la legge penale
nazionale del soggetto passivo del reato;
4. il criterio di territorialità, in base alla quale si applica la legge penale della
nazione in cui è stato commesso il reato.

Quindi, questi sono, in astratto, i criteri che si potrebbero seguire con


riferimento all'efficacia della legge penale nello spazio.

Quasi tutti gli ordinamenti, come principio base, pongono il principio di


territorialità. Anche il nostro ordinamento prevede come principio base il
principio di territorialità: si applica la legge penale nazionale per fatti
commessi nel territorio dello Stato. Però, si tratta di una territorialità
temperata, perché poi il nostro legislatore prevede tutta una serie di eccezioni
a questo principio di territorialità e le eccezioni al principio di territorialità
sono talmente numerose che secondo una parte della dottrina, il nostro
ordinamento segue invece il criterio della tendenziale extraterritorialità.

Vediamo dove viene posto questo principio di territorialità. Si veda innanzitutto


l'art. 6 comma 1 e poi l'art. 3 comma 1.

Reati commessi nel territorio dello Stato.


Chiunque commette un reato nel territorio dello Stato è punito secondo la legge
italiana.
Si veda, quindi, il principio o criterio di territorialità richiamato soprattutto
nell’art. 6 comma 1.
Art. 3 comma 1.
Obbligatorietà della legge penale.
La legge penale italiana obbliga tutti coloro che, cittadini o stranieri, si trovano
nel territorio dello Stato, salve le eccezioni stabilite dal diritto pubblico interno
o dal diritto internazionale.
Con riferimento all’art. 3 comma 1, dobbiamo capire innanzitutto, cosa si
intende per territorio dello Stato? Per capire cosa intende l’art. 3comma 1, con
riferimento al territorio dello Stato, dobbiamo distinguere tra territorio
effettivo e territorio fittizio. Il territorio effettivo dello Stato è dato:

1. dalla terraferma secondo i confini geopolitici;


2. dal mare territoriale o costiero, che è lo specchio di acqua che circonda le
coste nazionali entro le 12 miglia;
3. dal sottosuolo, fin dove si può svolgere l'attività umana;
4. e dallo spazio aereo, sovrastante la terraferma ed il mare territoriale
costiero.

Poi c'è anche un territorio fittizio, che è quello delle navi e aeromobili.
Per le navi e aeromobili dello Stato, che sono quelli militari, della finanza, della
polizia, etc., vale sempre la legge della bandiera: sono territorio italiano in
qualunque parte del mondo si trovino.

Per le navi e aeromobili private, invece no. La legge della bandiera vale finché
si trovano nelle acque territoriali italiane, oppure in mare aperto, o in uno
spazio non soggetto ad alcuna sovranità. Se, invece, si trovano in un mare
straniero, in uno spazio aereo straniero, in teoria sarebbero soggette alla legge
penale dello Stato straniero, ma ove lo Stato straniero abbia interesse a
perseguire quei fatti, che solitamente sono dei fatti avvenuti a bordo delle navi
o aeromobili private, che si trovano in acque territoriali straniere, o in uno
spazio aereo straniero. Se invece lo Stato straniero non ha alcun interesse a
perseguire quel fatto realizzato a bordo della nave o aeromobile italiano, si
applicherà sempre la legge penale italiana.

Si veda l’art. 4 comma 2.

Cittadino italiano. Territorio dello Stato.


Agli effetti della legge penale, è territorio dello Stato il territorio della
Repubblica, e ogni altro luogo soggetto alla sovranità dello Stato. Le navi e gli
aeromobili italiani sono considerati come territorio dello Stato, ovunque si
trovino, salvo che siano soggetti, secondo il diritto internazionale, a una legge
territoriale straniera.

Un esempio di nave o aeromobile italiana soggetta a legge penale straniera, si


avrebbe nell’ipotesi in cui il fatto realizzato in una nave appena attraccata in
acque territoriali straniere, sia un fatto che pone in pericolo interessi dello
Stato straniero. In questo caso, si applicherà la legge penale dello Stato
straniero.

Richiamiamo ancora, l'art. 3 del codice penale che dispone:

Obbligatorietà della legge penale


La legge penale italiana obbliga tutti coloro che, cittadini o stranieri, si
trovano nel territorio dello Stato, salve le eccezioni stabilite dal diritto pubblico
interno o dal diritto internazionale.

Chi sono i cittadini e chi sono gli stranieri? Cittadini sono non solo coloro che
hanno la cittadinanza italiana, ma anche gli apolidi e i residenti in Italia.
Stranieri sono tutti gli altri. Vi è una distinzione importante, però, perché ci
sono alcuni reati che possono essere commessi solo dal cittadino. Si pensi
all'art. 242 c.p.

Cittadino che porta le armi contro lo Stato italiano


Il cittadino che porta le armi contro lo Stato o presta servizio nelle forze armate
di uno Stato in guerra contro lo Stato italiano, è punito con l'ergastolo.

Questo, chiaramente, è un reato che può commettere soltanto il cittadino e non


lo straniero. Ci sono, poi, alcune misure di sicurezza che possono essere
applicate soltanto allo straniero e non al cittadino. Si pensi all'espulsione.

Quando il reato si considera commesso nel territorio dello Stato italiano? La


disciplina, per poter rispondere a questa domanda, la troviamo nell'art. 6
comma 2.
Reati commessi nel territorio dello Stato
Il reato si considera commesso nel territorio dello Stato, quando l'azione o
l'omissione, che lo costituisce, è ivi avvenuta in tutto o in parte, ovvero si è ivi
verificato l'evento che è la conseguenza dell'azione od omissione.

Teoria dell’ubiquità. Si noti che è molto ampia la possibilità di applicare la legge


penale nazionale, perché il reato si considera commesso nel territorio dello
Stato italiano sia quando l'azione o l'omissione è ivi avvenuta in tutto o in parte
o quando nel territorio dello Stato si è verificato l'evento. Si pensi
all'avvelenamento dei cioccolatini che vengono spediti dall’Italia allo Stato
estero. Il reato si considera commesso in Italia, perché in Italia si è realizzata
l'azione, ma il reato si sarebbe considerato commesso nel territorio dello Stato
anche se in Italia si fosse verificato soltanto l'evento.

N.B.: il reato viene considerato commesso nel territorio dello Stato, anche se in
Italia si è verificata solo in parte l'azione o l'omissione. Ma cosa significa, che
nello Stato italiano si è verificata in parte l'azione o l'omissione? Qualcuno ha
detto che occorre che nel territorio nazionale vi sia stato almeno un tentativo,
per poter dire che l'azione si è verificata in parte. Sicuramente no, perché il
tentativo è già un reato, il tentativo è reato, quindi occorre qualcosa di meno
del tentativo. Alcuni hanno detto che sono sufficienti atti preparatori in Italia.
Per es., aver comprato l'arma per commettere un omicidio. Troppo poco in
questo caso. Troppo poco gli atti preparatori, troppo il tentativo.

Il professore crede che sia nel giusto quella parte della dottrina che dice:
“Perché sia stata realizzata in Italia, nel territorio dello Stato, una parte
dell'azione o dell'omissione occorre che sia stata realizzata, nel territorio dello
Stato, una frazione della condotta tipica.” Non è necessario il tentativo, non
sono sufficienti atti preparatori. Occorre che nel territorio dello Stato si sia
realizzata una frazione della condotta tipica, cioè della condotta descritta nella
fattispecie criminosa come tipica. Questo per quanto riguarda la parte di azione
o omissione.
Si noti, quindi: massima capacità espansiva della legge penale italiana. La legge
penale italiana si applica sia quando nel territorio dello Stato si è realizzato
tutto o in parte l'azione o l'omissione, sia quando nel territorio dello Stato si è
verificato l'evento.

N.B.: l'evento, però, di cui parla l'art. 6 è conseguenza dell'azione od omissione,


cioè l'evento naturalistico come conseguenza della condotta. Non l'evento
giuridico9. L'evento giuridico – per quello che interessa adesso – è l'offesa al
bene giuridico tutelato. Pensiamo alle offese alla vita, al patrimonio, etc.
Quando l'art. 6 parla di evento come conseguenza dell'azione o omissione fa
riferimento all'evento naturalistico, come modificazione del mondo esteriore,
conseguenza della condotta.

Vedremo la prossima volta tutte le eccezioni al principio di territorialità, tutte


quelle eccezioni che fanno dire a una parte della dottrina che il nostro
legislatore, in realtà, segue tendenzialmente il criterio dell'extra-territorialità.
Sono talmente numerose le eccezioni al principio di territorialità che alcuni
dicono: è tendenziale extra territorialità, quindi capacità espansiva illimitata.

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Studieremo più avanti la distinzione tra evento giuridico e evento naturalistico.