Sei sulla pagina 1di 1

«Per quanto si estende la speculazione, di tanto si estende anche la felicità, e in quelli in cui si trova

maggiore speculazione vi è anche maggiore felicità, e ciò non per accidente, ma in virtù della
contemplazione, perché essa ha valore per se stessa. Di conseguenza la felicità sarà una forma di
contemplazione. Ma il contemplativo avrà bisogno anche della prosperità esteriore, dal momento che
è un uomo. La natura umana, infatti, non è di per sé sufficiente per esercitare la contemplazione, ma
occorre che il corpo sia in buona salute e che riceva cibo e ogni altra cura».

«D’altra parte anche le tre massime precedenti si fondavano esclusivamente sulla mia intenzione di
continuare a istruirmi, poiché, avendo Dio donato a ognuno di noi qualche lume per distinguere il
vero dal falso, credevo di non dovermi contentare, neppure per un solo istante, delle opinioni altrui,
ma di dovermi proporre di impiegare il mio giudizio ad esaminarle a tempo debito; e non avrei saputo
liberarmi da ogni scrupolo se, nel seguirle, non avessi sperato di non perdere alcuna occasione per
trovarne delle migliori, nel caso che ve ne fossero. Né infine avrei saputo limitare i miei desideri né
ritenermi soddisfatto, se non avessi seguito un cammino, grazie al quale, ritenendomi sicuro
dell’acquisto di tutte le conoscenze di cui fossi capace, pensavo di esserlo, con lo stesso mezzo, anche
di tutti i veri beni che fossero in mio potere. Poiché infatti la nostra volontà non è portata di per se
stessa né a seguire né a fuggire cosa alcuna, se non in quanto il nostro intelletto gliela rappresenta
come buona o come cattiva, è sufficiente giudicare bene per agire bene, e giudicare il meglio possibile
per fare anche del nostro meglio, vale a dire per acquistare tutte le virtù e, insieme a queste, tutti gli
altri beni che è possibile conseguire; e quando si è certi che così è, non si può fare a meno di essere
soddisfatti».

«Nella finalità finita, anche il fine realizzato è qualcosa di frazionato in sé, come lo era il termine
medio e il fine iniziale. Si è realizzata perciò soltanto una forma che è posta esteriormente al materiale
preesistente, la quale, a causa del contenuto limitato del fine, è parimenti una determinazione
contingente. Il fine raggiunto è perciò soltanto un oggetto che è anche, a sua volta, un mezzo o
materiale per altri fini, e così via all’infinito».

«Il mezzo di lavoro è una cosa o un complesso di cose che il lavoratore inserisce tra sé e l’oggetto del
lavoro, che gli servono da veicolo della propria attività su quell’oggetto. L’operaio utilizza le
proprietà meccaniche, fisiche, chimiche elle cose, per farle operare come mezzi, per esercitare il suo
potere su altre cose, conformemente al suo scopo. Immediatamente – astrazione fatta dall’afferrare
mezzi di sussistenza già bell’e pronti, per esempio: frutta, per la quale gli servono come mezzi di
lavoro i soli organi del suo corpo — il lavoratore non si impadronisce dell’oggetto del lavoro, ma del
mezzo di lavoro. Così lo stesso elemento naturale diventa organo della sua attività: un organo che
egli aggiunge agli organi del proprio corpo, prolungando la propria statura naturale, nonostante la
Bibbia. La terra è non solo la sua dispensa originaria, ma anche il suo arsenale originario di mezzi di
lavoro».

«La téchne è un modo dell’alethey’ein. Essa disvela ciò che non si produce da se stesso e che ancora
non sta davanti a noi, e che perciò può apparire e ri-uscire ora in un modo ora in un altro. […]
L’elemento decisivo della téchne non sta perciò nel fare e nel maneggiare, nella messa in opera di
mezzi, ma nel disvelamento menzionato. In quanto disvelamento [Entbergen], quindi, e non in quanto
fabbricazione [Verfertigen], la téchne è un pro-durre [Her-vor-bringen]».