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Günter Grass

Il tamburo di latta
Titolo originale: Die Blechtrommel.

Traduzione dal tedesco di Lia Secci.

Copyright 1959 by Hermann Luchterhand Neuwied. am Rhein

Copyright by Giangiacomo Feltrinelli Editore.


INDICE
INDICE
La gonna larga.
Sotto la zattera
La falena e la lampadina
L'album di fotografie
Bicchiere, bicchiere, bicchierino
L'orario
Rasputin e l'Abc
Canto con effetto a distanza dall'alto dello Stockturm
La tribuna
Vetrine
Niente miracoli
Il menu del venerdí santo
La bara che si restringe verso i piedi
La schiena di Herbert Truczinski
Niobe
Fede Speranza Carità
Rottami.
La posta polacca
Il castello di carte
E' a Saspe
Maria
Polverine effervescenti.
Comunicati straordinari
Omaggio impotente alla signora Greff
Settantacinque chili
Bebra e il Teatro del Fronte
Visita al cemento armato ovvero Mistico barbarico annoiato.
La successione di Cristo
I Conciatori
La sacra rappresentazione natalizia
La strada delle formiche
Devo o non devo?
Disinfettanti
Crescita nel vagone merci
Pietre focaie e pietre sepolcrali
Fortuna Nord
Madonna 49.
Il Porcospino
Nell'armadio
Klepp
Sul tappeto di cocco
La Cantina delle Cipolle
Sul Vallo Atlantico ovvero i bunker non riescono a liberarsi del loro cemento
L'anulare
L'ultimo tram ovvero l'adorazione di un vaso da conserva
Trenta
Ad Anna Grass
Libro primo.

La gonna larga.

Non lo nego: sono ricoverato in un manicomio; il mio infermiere mi osserva di continuo, quasi
non mi toglie gli occhi di dosso perché nella porta c'è uno spioncino, e lo sguardo del mio infermiere
non può penetrarmi poiché lui ha gli occhi bruni, mentre i miei sono celesti.
Il mio infermiere non può dunque essermi nemico. Ho preso a volergli bene, a questo
controllore appostato dietro lo spioncino.
Appena mi entra nella stanza, gli racconto vicende della mia vita; così, nonostante lo spioncino
che gli è d'ostacolo, impara a conoscermi. Il brav'uomo sembra apprezzare i miei racconti, perché
appena gli ho raccontato qualche fandonia per mostrarmi la sua gratitudine mi fa vedere la sua ultima
composizione di nodi. Non vorrei affrontare il problema di stabilire se sia un artista. Una mostra delle
sue creazioni sarebbe però accolta con favore dalla stampa, e attirerebbe anche qualche compratore.
Egli fa nodi con spaghi comuni che dopo le ore di visita raccoglie e districa nelle camere dei suoi
pazienti, creando complessi fantasmi cartilaginosi; poi li immerge nel gesso, li lascia irrigidire e li
infilza su ferri da calza, fissati sopra zoccoli di legno.
Spesso accarezza l'idea di colorare queste sue opere. Io lo sconsiglio, gli addito il mio letto
metallico laccato di bianco e gli chiedo di immaginare questo letto così perfetto dipinto a vivaci colori.
Allora, alzando le sue mani d'infermiere, inorridito se le mette nei capelli, tenta, col suo viso un po'
troppo rigido, di dare espressione simultanea a tutte le ansie che lo assalgono, e desiste dai suoi
variopinti piani.
Il mio candido letto metallico è dunque un termine di paragone. Per me è persino qualcosa di
più: rappresenta la meta finalmente raggiunta, è la mia consolazione, e potrebbe diventare la mia fede
se la direzione del manicomio mi permettesse di apportare qualche cambiamento: vorrei far elevare le
fiancate perché nessuno mi si avvicini troppo.
Il giorno di visita, una volta alla settimana, interrompe la mia quiete intrecciata a bianche
sbarrette di metallo. Vengono quelli che vogliono salvarmi, che ci trovano gusto ad amarmi, che in me
vorrebbero apprezzarsi, stimarsi e imparare a conoscersi. Come sono ottusi, nervosi, maleducati. Con le
forbici per le unghie fanno dei graffi sulla bianca intelaiatura metallica del letto, scarabocchiano sulla
lacca con le loro matite blu e con le penne a sfera lunghi pupazzetti indecenti. L'avvocato, dopo aver
scosso la stanza col suo "salve", ficca sempre il cappello di nailon sul pomo di sinistra, in fondo al
letto. Per tutta la durata della sua visita - e gli avvocati hanno sempre molto da raccontare - mi porta via
l'equilibrio e la serenità, con quel gesto violento.
Dopo che i visitatori hanno deposto i doni sul tavolino bianco coperto di tela cerata, proprio
sotto l'acquarello con gli anemoni, dopo che sono riusciti ad espormi i loro tentativi di soccorso già
intrapresi o meditati, poiché instancabilmente vogliono salvarmi e convincermi dell'alto livello del loro
amore verso il prossimo, ritrovano il gusto della propria esistenza, e mi lasciano. Poi viene l'infermiere
ad arieggiare la stanza e a raccogliere gli spaghi dei pacchetti dei doni. Spesso, dopo che l'aria è
ritornata pura, trova ancora tempo, mentre snoda le cordicelle seduto accanto al mio letto, di diffondere
silenzio così a lungo, che chiamo il silenzio Bruno, e Bruno il silenzio.
Bruno Münsterberg - intendo il mio infermiere, lasciamo perdere il gioco di parole - ha
comperato per mio conto cinquecento fogli di carta da scrivere. Se la provvista non basterà, Bruno, che
è celibe, senza figli e originario del Sauerland, tornerà nella piccola cartoleria dove si vendono anche
giocattoli e mi procurerà il necessario spazio vuoto per l'esercizio della mia facoltà mnemonica, che
spero precisa. Mai avrei potuto dare un simile incarico ai miei visitatori, poniamo all'avvocato o a
Klepp. Un'affettuosa sollecitudine, prescrittami quale cura, avrebbe certo impedito agli amici di
portarmi una cosa tanto pericolosa come i bianchi fogli di carta, e di abbandonarli all'uso della mia
mente che secerne senza tregua sillaba dopo sillaba.
Quando dissi a Bruno: "Senti, Bruno, mi compreresti cinquecento fogli di carta vergine?"
Bruno, levando lo sguardo al soffitto e l'indice nella stessa direzione come se sollecitasse un paragone,
rispose: "Intende dire carta bianca, signor Oskar."
Insistetti sulla parola "vergine" e chiesi a Bruno di esprimersi così anche nel negozio. Quando
nel tardo pomeriggio ritornò col pacco, mi parve un Bruno pieno di pensieri. Più volte e con insistenza
fissò quel soffitto da cui traeva ogni sera ispirazione, e poco dopo esclamò: "Lei mi ha raccomandato di
usare la parola giusta.
Ho chiesto carta vergine, e la commessa è arrossita tutta, prima di consegnarmi quanto le avevo
chiesto."
Poiché temevo un lungo discorso a proposito delle commesse di cartoleria, mi pentii di aver
chiamato vergine la carta. Perciò non dissi altro, attesi che Bruno fosse uscito dalla stanza e solo allora
aprii il pacco coi cinquecento fogli di carta.
Non soppesai a lungo il pacco flessibile e resistente. Contai dieci fogli e riposi gli altri nel
comodino; trovai la stilografica nel cassetto accanto all'album di fotografie: è piena, l'inchiostro non
verrà meno, come comincio?
Si può cominciare un racconto dal mezzo e, procedendo arditamente innanzi e indietro nel
tempo, fare una gran confusione. Ci si può atteggiare a scrittore moderno, eliminare il tempo e la
distanza, e proclamare o far proclamare poi di aver finalmente risolto il problema spazio-tempo. Si può
anche affermare, fin dall'inizio, che al giorno d'oggi è impossibile scrivere un romanzo, ma poi, per
così dire, scriverlo in barba a se stessi, deporne un bel grosso e finire coll'essere considerato l'ultimo
romanziere possibile. Ho anche sentito dire che si fa un'ottima impressione di modestia iniziando col
sostenere fermamente che: non ci sono più eroi da romanzo, perché gli individualisti non esistono più,
perché l'individualità va scomparendo, perché l'uomo è solo, ogni uomo è egualmente solo, senza
diritto a una solitudine individuale, e fa parte di una massa solitaria senza nome e senza eroi. Tutto ciò
può essere vero e giustificato. Quanto a me, Oskar, e al mio infermiere Bruno, vorrei però che fosse
chiaro questo: ambedue siamo degli eroi, due eroi totalmente diversi, lui dietro lo spioncino, io
dall'altra parte; e se egli apre la porta, nonostante la nostra solitudine e la reciproca simpatia, noi siamo
ancora ben altro che una massa senza nome e senza eroi.
Prenderò le mosse da molto prima di me: poiché nessuno dovrebbe descrivere la propria vita se
non ha la pazienza, prima di datare la propria esistenza, di commemorare almeno metà dei suoi avi. A
tutti voi che fuori della mia casa di cura dovete condurre un'esistenza confusa, a voi amici e visitatori
settimanali che non sospettate nulla della mia riserva di carta, voglio presentare la nonna materna di
Oskar.
Questa mia nonna materna, dunque, Anna Bronski, sedeva in un tardo pomeriggio d'ottobre,
dentro le sue gonne, al margine di un campo di patate. Nella mattinata si sarebbe potuto constatare
come fosse abile a rastrellare le piante appassite in mucchi ben ordinati; a mezzogiorno mangiò due
fette di pane con in mezzo del grasso e addolcite con sciroppo, poi ripassò un'ultima volta con la zappa
il campo, e finalmente era seduta nelle sue gonne fra due ceste quasi colme di patate. Davanti alle suole
dei suoi stivali, tenute in posizione verticale con le punte convergenti, bruciava un fuoco di piante di
patate che a tratti dava dei guizzi asmatici e mandava un fumo piatto e capriccioso sulla superficie
appena inclinata del campo. Era l'anno novantanove, e lei sedeva lì, nel cuore della Casciubia, vicino a
Bissau, ma più vicino ancora alla mattoniera, davanti a Ramkau sedeva, dietro Viereck, verso la strada
di Brenntau fra Dirschau e Karthaus, alle sue spalle il cupo bosco di Goldkrug, e spingeva patate sotto
la cenere calda, con una verga di nocciolo dalla cima carbonizzata.
Se ho fatto particolare menzione delle gonne di mia nonna e ho detto, spero con sufficiente
chiarezza, che sedeva dentro le sue gonne, intitolando perfino questo capitolo "La gonna larga," è
perché so quanto debbo a questo capo di vestiario. Mia nonna non portava una sola gonna, portava
quattro gonne, una sopra l'altra. Non che portasse una gonna e quattro sottane; ben quattro cosiddette
gonne indossava, una gonna portava l'altra, ma lei le portava tutt'e quattro in base a un sistema che ne
mutava ogni giorno l'ordine.
Quella che ieri era di sopra, oggi stava subito sotto, e la seconda diventava la terza. Quella che
ieri era ancora la terza le stava il giorno dopo vicino alla pelle. La gonna ieri più vicina al corpo faceva
chiaramente mostra oggi del proprio motivo, e cioè di nulla affatto: le gonne di mia nonna Anna
Bronski prediligevano tutte la stessa tinta, quella delle patate. Sembra che le donasse.
Oltre ad avere tale tonalità, le gonne di mia nonna si distinguevano per uno stravagante sperpero
di stoffa. Si arrotondavano ampiamente, si gonfiavano crepitando quando capitava un colpo di vento, si
afflosciavano quando si era sfogato, e tutt'e quattro la precedevano svolazzando se il vento le soffiava
alle spalle. Quando mia nonna si sedeva, raccoglieva le gonne attorno a sé.
Oltre alle quattro gonne abbondanti e ricche di pieghe che aveva indosso o che stavano rigide e
vuote accanto al suo letto, mia nonna ne possedeva una quinta. Questa non si distingueva per nulla
dalle altre color patata. Inoltre, la quinta gonna non era sempre la stessa quinta gonna. Al pari delle sue
sorelle - le gonne sono di natura femminile - era soggetta al mutamento, apparteneva alle quattro gonne
indossate e, al pari di esse, quando era giunta la sua ora e cioè ogni quinto venerdí, doveva entrare nella
tinozza del bucato, il sabato venir appesa ad asciugare sulla corda davanti alla finestra della cucina e,
una volta asciutta, venir stesa sul tavolo da stiro.
Quando, dopo un sabato in cui aveva fatto le pulizie, cucinato, lavato e stirato, e dopo aver
munto e dato il foraggio alla mucca, mia nonna si immergeva tutta quanta nella tinozza del bagno, e
cedeva qualcosa di sé alla saponata, lasciando poi ricadere l'acqua nella tinozza, per sedersi infine
sull'orlo del letto avvolta in un asciugamano vistosamente fiorato, le stavano davanti spiegate sul
pavimento le quattro gonne che si era tolta e quella lavata di fresco. Premeva l'indice della mano destra
contro la palpebra inferiore dell'occhio e, senza farsi consigliare da nessuno, nemmeno da suo fratello
Vinzent, prendeva una rapida decisione. Si alzava, scalza, e con la punta del piede spingeva da parte
quella gonna il cui splendore color patata aveva sofferto di più. All'indumento pulito toccava allora il
posto resosi vacante.
In onore di Gesú, a proposito del quale aveva idee ben precise, la mattina dopo, domenica,
inaugurava la rinnovata successione delle gonne per andare a messa a Ramkau. E in quale ordine,
rispetto alle altre, mia nonna portava la gonna lavata? Non era soltanto una donna amante della pulizia,
era anche un po' vanitosa, portava il pezzo migliore ben in vista, e, col bel tempo, in pieno sole.

Ora, invece, era un pomeriggio di lunedí, quello in cui mia nonna sedeva davanti al fuocherello
ad arrostire le patate. Il lunedí la gonna domenicale si era avvicinata un tantino alla persona, mentre
quella che alla domenica aveva sentito il tepore della pelle era fissata ai fianchi, di dove pendeva sulle
altre, melanconicamente, come conviene al lunedí. Fischiettava, ma non una melodia precisa, e con la
verga di nocciolo rimoveva dalla brace la prima patata cotta.

La spinse abbastanza lontano dalla sterpaglia fumante, perché il vento, accarezzandola, la


raffreddasse. Infilzato poi su un ramoscello appuntito il tubero scoppiato, incrostato e annerito dal
fumo, se lo teneva davanti alle labbra asciutte e screpolate dal vento, che non fischiettavano più, ma
soffiavano dalla buccia cenere e terriccio.
Mentre soffiava, mia nonna teneva gli occhi chiusi. Quando credette di aver soffiato abbastanza,
riaprí gli occhi uno dopo l'altro, diede un morso nel tubero coi denti incisivi, fra i quali c'era un po' di
vuoto ma che del resto erano sani, subito liberò i denti e tenne la mezza patata che ancora scottava
farinosa e fumante, nella cavità della bocca aperta, mentre le narici dilatate aspiravano fumo e aria
d'ottobre, e lo sguardo si appuntava sul campo fino al vicino orizzonte, intersecato dai pali telegrafici e
dal terzo superiore della ciminiera della fornace.
Qualcosa si muoveva tra i pali telegrafici. Mia nonna chiuse la bocca, strinse le labbra, strizzò
gli occhi e masticò la patata.
Qualcosa si muoveva tra i pali telegrafici. Qualcosa che si muoveva a balzi. Tre uomini
saltavano fra i pali, verso la ciminiera, poi le girarono intorno, e uno fece dietrofront, prese di nuovo la
rincorsa, sembrava piccolo e tozzo: riuscí anche ad arrivare al di là, oltre la fornace, e gli altri due, più
lunghi e magri, per un pelo anche loro oltre la fornace, e di nuovo tra i pali; ma quello piccolo e tozzo
voltò ancora, e il piccolo e tozzo andava più in fretta dei lunghi e magri, gli altri due saltatori dovettero
tornare verso la ciminiera perché quello già ci rotolava sopra, e a un certo punto quei due, a due pollici
di distanza, presero ancora la rincorsa e tutt'a un tratto sparirono, gli era passata la voglia, così
sembrava, e anche quello piccolo saltando dalla ciminiera cadde dietro l'orizzonte.
E là rimasero per l'intervallo, oppure a cambiarsi i costumi, oppure a verniciare mattoni e a farsi
pagare per questo.
Quando mia nonna volle approfittare della pausa e infilzare una seconda patata, mancò il colpo.
Perché proprio allora quello che sembrava piccolo e tozzo scavalcò, sempre con lo stesso abito, la linea
dell'orizzonte, come se fosse uno steccato, come se avesse lasciato i due dall'altra parte, forse fra i
mattoni o sulla strada per Brenntau, e tuttavia aveva una gran fretta, voleva andar più veloce dei pali
del telegrafo, spiccava lunghi lenti salti sul campo, schizzando fango dalle suole. Si staccava dal fango,
ma per quanto lungo saltasse strisciava a fatica sul terreno. Talvolta sembrava incollato a terra, poi
sospeso in aria il tempo sufficiente per asciugarsi svelto la fronte in pieno salto, lui piccolo e tozzo,
prima di poter posare la gamba sospesa su quel campo arato di fresco, che dava sul sentiero infossato
accanto ai cinque iugeri di patate.
E ce la fece anche a raggiungere il sentiero, era appena scomparso, piccolo e tozzo, giù nel
sentiero infossato, che già anche gli altri due, lunghi e magri, che nel frattempo dovevano aver visitato
la fornace, scavalcarono l'orizzonte, avanzarono a grandi passi, lunghi e sottili ma non magri, sul fango,
tanto che anche questa volta mia nonna non riuscí ad infilzare la patata; perché una cosa simile non
capitava tutti i giorni, che tre adulti, per quanto di statura diversa, saltellassero attorno ai pali
telegrafici, rischiassero di demolire la ciminiera e poi, a una certa distanza, prima quello piccolo e
tozzo poi quelli lunghi e sottili ma tutti e tre con uguale fatica e ostinazione, e tirandosi dietro, sotto le
suole, sempre più fanghiglia, schizzassero via come niente fosse attraverso il campo arato tre giorni
prima dal Vinzent e scomparissero giù nel sentiero infossato.
Ora erano scomparsi tutti e tre, e mia nonna poté azzardarsi a infilzare una patata già quasi
fredda. Soffiò via in fretta terra e cenere dalla buccia, se la sistemò tutta intiera nella cavità della bocca,
e pensò, se pensava: saranno tre della fornace e masticava ancora in cerchio, quando uno dei tre schizzò
fuori dal sentiero, si guardò intorno stravolto da sopra i baffi neri, fu in due salti presso il fuoco, era
contemporaneamente davanti, dietro, accanto al fuoco, qui bestemmiò, lì ebbe paura, non sapeva dove
andare, indietro non poteva, perché da dietro venivano gli altri due sottili attraverso il sentiero, e anche
lunghi, sicché lui si batté sui ginocchi, e in mezzo alla faccia aveva occhi che sembravano lì lì per saltar
fuori, e gli sprizzava sudore dalla fronte. E ansimando, coi baffi tremanti, si permise di strisciare più
vicino, di avvicinarsi strisciando fin davanti alle suole di mia nonna; proprio vicino alla nonna strisciò,
guardò mia nonna come un piccolo e tozzo animale, e lei fu costretta a sospirare, non riuscí più a
masticare la patata, divaricò le suole delle scarpe, non pensò più alla mattoniera, non più ai mattoni,
non più ai fornaciai e ai formatori, ma sollevò la gonna, no, tutte le quattro gonne sollevò,
contemporaneamente, a un'altezza sufficiente perché lui, che non era della fornace, potesse infilarsi
sotto, piccolo ma tozzo, tutto quanto, scomparve con suoi baffi non ebbe più l'aria di un animale e non
era né di Ramkau né di Viereck, era sotto la gonna, con la sua paura e non si batté più sui ginocchi, non
era né tozzo né piccolo e teneva tuttavia il suo posto, dimenticò i sospiri, il tremore e la mano sul
ginocchio: si fece un gran silenzio come nel primo giorno e nell'ultimo, un po' di vento alitava sul
fuoco, i pali del telegrafo si contavano in silenzio, la ciminiera manteneva la posizione e, lei, mia
nonna, si lisciò la prima gonna sopra la seconda, bella liscia e ben a posto, lo sentiva appena sotto la
quarta gonna e con la terza non aveva ancora capito ciò che alla sua pelle risultava nuovo e
sorprendente. E poiché era sorprendente, ma di sopra tutto era ben a posto, e poiché, in secondo come
in terzo luogo, non aveva ancora capito, si tirò fuori due o tre patate dalla cenere, ne prese quattro crude
dalla cesta sotto il suo gomito destro, spinse i tuberi crudi uno dopo l'altro nella cenere calda, li coprí
con altra cenere e frugò nel fuoco ravvivando il fumo - e che altro avrebbe dovuto fare?
Le gonne di mia nonna si erano appena acquietate, e il denso fumo delle piante di patate, che
per tutto quel trambusto aveva cambiato direzione, si era appena volto di nuovo basso e giallastro in
direzione del vento, verso sud-ovest, quando i due lunghi e sottili, che davano la caccia al piccolo e
tozzo che ora se ne stava sotto le gonne, sbucarono dal sentiero infossato, e così risultò che erano
lunghi, sottili, e portavano per ragioni professionali le uniformi della gendarmeria.
Quasi schizzarono via oltre mia nonna. Anzi, uno, non scavalcò addirittura il fuoco? Ma tutt'a
un tratto si ritrovarono dei tacchi, e nei tacchi il cervello, frenarono, si voltarono, avanzarono, erano lì,
in uniforme e tanto di stivali, nel fumo e tossicchiando tirarono fuori dal fumo le uniformi, tirandosi
dietro fumo, e continuavano a tossire quando interpellarono mia nonna, volevano sapere se aveva visto
il Koljaiczek, poiché doveva averlo visto, dato che era seduta lì nei pressi del sentiero, e lui, il
Koljaiczek, attraverso il sentiero se l'era svignata.
Mia nonna non aveva visto nessun Koljaiczek, perché non conosceva nessun Koljaiczek. Se era
uno della fornace, domandò, poiché conosceva soltanto quelli della fornace. Ma quelli in uniforme le
dissero che Koljaiczek non aveva nulla a che fare coi mattoni, che era un uomo piccolo e tozzo. Ah sì,
ora mia nonna ricordava, ne aveva visto correre uno così, e indicò con una patata fumante sulla punta
della verga, alludendo a una meta, in direzione di Bissau, località che, volendo credere alla direzione
della patata, doveva trovarsi fra il sesto e il settimo palo telegrafico a cominciare dalla ciminiera e
andando verso destra. Ma se quel tipo che correva fosse un Koljaiczek, questo mia nonna non lo
sapeva, si scusò della sua ignoranza, derivante dal fuoco davanti alle suole degli stivali; il fuoco le dava
piuttosto da fare, perché stentava ad ardere, e quindi non poteva badare alla gente che passava di lì,
oppure che stava lì nel fumo, e del resto lei non si occupava mai di gente che non conosceva,
conosceva soltanto quelli che c'erano a Bissau, a Ramkau, a Viereck, e nella fornace, e anche di costoro
ne aveva fin sopra i capelli.
Detto questo, mia nonna sospirò lievemente, ma in modo abbastanza avvertibile perché i due in
divisa volessero sapere cosa ci fosse da sospirare. E lei fece un cenno verso il fuoco, per significare che
aveva sospirato per via di quel fuocherello stentato e un po' anche per colpa della tanta gente che si
fermava in mezzo al fumo, poi addentò con i suoi incisivi distanziati mezza patata e si consacrò alla
masticazione, lasciando vagare gli occhi in alto verso sinistra.
I due con l'uniforme della gendarmeria non poterono trarre alcun incoraggiamento dallo
sguardo assente di mia nonna, né sapevano se fosse il caso di andare a Bissau, dietro i pali telegrafici, e
perciò si misero intanto a trafiggere con le sciabole le piante ammucchiate lì intorno, che ancora non
bruciavano. Poi, seguendo una subitanea intuizione, rovesciarono contemporaneamente i due cesti
ancora quasi colmi di patate ch'erano sotto i gomiti di mia nonna, non riuscendo a capire per un bel po'
perché ne rotolassero fuori, davanti ai loro stivali, soltanto patate e nessun Koljaiczek. Pieni di
diffidenza girarono attorno alla catasta di patate, come se in così breve tempo Koljaiczek avesse avuto
modo di introdurvisi, la trafissero anche mirando con cura. Ma non furono premiati dal grido di un
ferito. I loro sospetti investirono ogni cespuglio, per quanto malandato, ogni tana di topi, tutte le
montagnole delle talpe, e sempre di nuovo mia nonna, che stava seduta immobile come se fosse stata
radicata alla terra, emetteva sospiri, ruotava le pupille sotto le ciglia lasciando però vedere il bianco
dell'occhio, ed enumerava accorata i nomi casciubici di tutti i santi... a causa del fuocherello che
stentava e dei due cesti di patate rovesciati.
I due in uniforme rimasero una buon mezz'ora. Ora si mettevano a distanza, poi di nuovo
accanto al fuoco, prendevano di mira la ciminiera, volevano occupare Bissau, rimandarono l'attacco, e
tennero le mani bluastre sopra il fuoco, finché ciascuno ricevette da mia nonna, che non aveva cessato
di sospirare, una patata stracotta infilzata sul bastoncino. Mentre masticavano i due in uniforme si
ricordarono delle loro uniformi, e si lanciarono attraverso il campo verso i cespugli di ginestre ai limiti
del sentiero, e misero in fuga una lepre che però non si chiamava Koljaiczek. Ritornati accanto al
fuoco, vi trovarono di nuovo i tuberi caldi, farinosi, profumati e, animati da uno spirito più conciliante,
un po' stanchi di lottare, decisero di rimettere le patate crude in quei cesti che prima era stato loro
dovere rovesciare.
Solo quando la sera spremette dal cielo d'ottobre un piovischio obliquo e un crepuscolo
d'inchiostro, frettolosi e svogliati diedero ancora l'assalto a un masso erratico, perduto in mezzo ai
campi, lontano, già avvolto nell'oscurità, ma poi lo lasciarono perdere, liquidato. Ancora un po' di
stiracchiamenti presso il fuocherello soffocato dalla pioggia, le mani benedicenti sopra, ancora un po'
di tosse nel fumo verde, un occhio lacrimoso nel fumo giallo, e poi, sempre tossicchiando e lacrimando,
a lunghi passi verso Bissau.
Perché se non avevano trovato lì il Koljaiczek, doveva essere a Bissau. I gendarmi conoscono
sempre un'alternativa e basta.
Il fumo del fuoco languente avvolgeva mia nonna come una quinta e più ampia gonna, così
ampia che lei, con le sue quattro gonne, i nomi dei santi e i sospiri, era, come Koljaiczek, sotto la
gonna. Solo quando le due uniformi furono due punti oscillanti che si allontanavano tra i pali telegrafici
affondando lentamente nella sera, mia nonna si alzò, a fatica, come se avesse messo radici, e
interrompesse allora la crescita appena iniziata, trascinandosi dietro barbe e terriccio.
Koljaiczek sentí freddo a rimaner così d'improvviso senza quella cupola, piccolo e tozzo sotto la
pioggia. Si riabbottonò in fretta i calzoni che la paura e uno sconfinato bisogno di asilo gli avevano
imposto di portare aperti sotto le gonne. Lavorò svelto di dita sui bottoni, temendo un troppo rapido
raffreddamento del suo pistone, poiché il tempo autunnale minacciava infreddature.
Fu mia nonna che trovò ancora quattro patate calde sotto la cenere.
Tre le diede a Koljaiczek, una la diede a se stessa domandando, prima di addentarla, se egli
fosse uno della fornace, benché dovesse sapere che il Koljaiczek poteva venire da chissà dove ma non
dalla fornace.
E comunque non badò alla sua risposta. Gli diede da portare il cesto più leggero, si caricò
quello più pesante, le restava ancora una mano libera per la zappa e il rastrello, e con cesto, patate,
zappa e rastrello, se ne andò veleggiando nelle sue quattro gonne verso Bissau-Abbau.
Che non era proprio Bissau. Era piuttosto in direzione di Ramkau.
Si lasciarono a sinistra la fornace puntarono verso il nero bosco nel quale si trovava Goldkrug e,
più lontano, Brenntau. Ma Bissau-Abbau era prima del bosco, in un avvallamento. Lì, piccolo, e tozzo,
Joseph Koljaiczek seguí mia nonna, dalle cui gonne non poté più staccarsi.
Sotto la zattera
Non è affatto cosa facile, giacendo nel bianco letto di metallo di un manicomio, nel campo
visivo di uno spioncino armato dell'occhio di Bruno, riprodurre le volute di fumo di un fuoco
casciubico alimentato da piante di patate, e il sottile tratteggio di un pioggia d'ottobre.
Se non avessi il mio tamburo che, ad usarlo con abilità e pazienza, sa esprimere tutto ciò che di
secondario occorre per poter mettere sulla carta l'essenziale, e se la direzione non mi permettesse di
lasciar parlare quel mio strumento di latta per tre o quattro ore al giorno, sarei un pover'uomo privo di
nonni dimostrabili.
Comunque sia, ecco quanto racconta il mio tamburo. In quel pomeriggio d'ottobre dell'anno
milleottocentonovantanove, mentre nel Sudafrica lo zio Krüger si spazzolava le cespugliose
sopracciglia nemiche degli inglesi, presso la fornace di mattoni di Bissau, fra Dirschau e Karthaus,
sotto una pioggerella obliqua, sotto quattro gonne d'eguale colore, fra denso fumo e affanni e sospiri,
fra accorate invocazioni di santi e le insulse domande e gli sguardi offuscati dal fumo di due gendarmi,
il piccolo ma tozzo Joseph Koljaiczek procreò mia madre Agnes.
Nel buio di quella stessa notte Anna Bronski, mia nonna, cambiò il nome: con l'aiuto di un prete
generoso nell'amministrare i sacramenti divenne Anna Koljaiczek e seguí Joseph, se non in Egitto, pur
tuttavia nel capoluogo di provincia in riva alla Mottlau, dove egli trovò lavoro come zatteriere e si
mise, almeno provvisoriamente, al riparo dai gendarmi.
Soltanto per stimolare la curiosità del lettore non faccio ancora il nome di quella città alla foce
della Mottlau, benché, essendovi nata mia madre, dovrei menzionarlo fin d'ora. Alla fine di luglio
dell'anno zero zero - proprio allora si decideva di raddoppiare il numero delle navi da guerra imperiali -
la mamma vide la luce sotto il segno del Leone. Fiducia in se stessi, entusiasmo, grandezza d'animo e
vanità. La prima casa, chiamata anche domus vitae, nel segno dell'ascendente: facilmente influenzabili
i Pesci. La costellazione del Sole in opposizione a Nettuno, nella settima casa o domus matrimonii
uxoris, doveva portare turbamenti. E c'era Venere in opposizione a Saturno, che com'è noto porta
malattie al fegato, e alla milza, e viene chiamato il pianeta acido, che domina nell'Ariete, e nel Leone
celebra la propria scomparsa, che offre a Nettuno aringhe e riceve in cambio la talpa, che ama
belladonna cipolle e barbabietole, che erutta lava e inacidisce il vino. Saturno occupava con Venere
l'ottava casa, la casa della morte, e faceva pensare a sciagure; mentre il concepimento sul campo di
patate prometteva una rischiosa fortuna sotto la protezione di Mercurio nella casa dei parenti.
Qui devo dire incidentalmente delle proteste della mamma, che ha sempre negato di essere stata
concepita sul campo di patate. E' vero che suo padre - questo l'ammetteva - ci aveva provato, ma la
posizione in cui egli si trovava e così pure quella di Anna Bronski non erano state le più felici per
fornire a Koljaiczek le premesse di un concepimento.
"Dev'essere successo di notte durante la fuga, o nel carro di zio Vinzent, o addirittura a Troyl,
quando trovammo rifugio in quella camera presso gli zatterieri."
Con queste parole la mamma era solita datare la fondazione della sua esistenza, e mia nonna,
che doveva essere esattamente al corrente, annuiva paziente e dava a intendere alla compagnia: "Ma sì,
tu, sarà stato nel carro o a Troyl, ma nel campo certo che no: che tirava vento e veniva giù anche una
pioggia del diavolo."
Vinzent era il fratello di mia nonna. Dopo la morte prematura della moglie, aveva fatto un
pellegrinaggio a Tschenstochau e aveva ricevuto dalla Matka Boska Czestochowska l'ingiunzione di
vedere in lei la futura regina di Polonia. Da allora non faceva che frugare in strani libri, trovava
confermata in ogni riga la pretesa della Madre di Dio al trono del regno dei polacchi; e affidò a sua
sorella la masseria e il paio di campi che possedeva. Jan, suo figlio, che aveva allora quattro anni (un
bambino deboluccio, sempre con le lacrime a fior di pelle) custodiva le oche, faceva raccolta di piccole
immagini variopinte e, rivelando una nefasta precocità, anche di francobolli.
In quella masseria, consacrata alla celeste regina di Polonia, mia nonna portò i cesti di patate e
il Koljaiczek: sicché Vinzent, venuto a sapere che cosa era accaduto, corse a Ramkau e stanò il prete
perché, munito dei sacramenti, venisse a sposare Anna e Joseph. Non appena il reverendo, ancora tutto
assonnato, ebbe impartita la sua benedizione biascicata fra gli sbadigli e, rifornito che fu di un buon
pezzo di lardo, ebbe voltato le sue spalle consacrate, Vinzent attaccò il cavallo al carro coperto, sistemò
nell'interno la coppia di sposi su paglia e sacchi vuoti, mise il suo Jan intirizzito dal freddo e
piagnucolante accanto a sé a cassetta e fece intendere al cavallo che ora si trattava di prendere un buon
trotto dritto nella notte: perché gli sposi avevano fretta di iniziare quel viaggio di nozze.
Nella notte ancora buia ma già prossima all'alba, il traino raggiunse lo scalo legnami del
capoluogo. Uomini di sentimenti amichevoli, che come Koljaiczek esercitavano il mestiere di zatterieri,
accolsero la coppia di fuggiaschi. Sicché Vinzent poté voltare e dirigere di nuovo il cavallino verso
Bissau. Una mucca, la capra, la scrofa con i suoi porcellini, otto oche e il cane di guardia dovevano
ricevere da mangiare, e bisognava mettere a letto il piccolo Jan un po' febbricitante.
Per tre settimane Joseph Koljaiczek rimase nascosto, adottò una nuova pettinatura con la riga, si
rasò i baffi, si procurò documenti ineccepibili e trovò lavoro come zatteriere sotto il nome di Joseph
Wranka. Ma perché mai Koljaiczek doveva presentarsi nelle segherie e ai commercianti di legname con
in tasca i documenti dello zatteriere Wranka che, all'insaputa dell'autorità, era stato spinto durante una
zuffa nell'acqua del Bug, sopra Modlin, e vi era annegato? Era perché lui, che aveva lasciato per
qualche tempo il suo mestiere e lavorato in una segheria presso Schwetz, lì aveva litigato col maestro di
segheria a causa di uno steccato dipinto in provocante bianco e rosso dalla mano di Koljaiczek. Per cui
l'uomo, che non sopportava la vista dei colori polacchi, ne aveva divelto un'assicella bianca e una rossa,
riducendo le assicelle polacche sulle spalle casciubiche di Koljaiczek a tanta legna da ardere bianco-
rossa che, nella notte seguente, diciamo stellata, il bastonato trovò motivo sufficiente per far diventare
rosso fiamma i muri bianchi di calce della segheria appena costruita, in omaggio a una Polonia divisa,
ma che acquistava appunto così un nuovo simbolo di unità.
Koljaiczek era dunque un incendiario, e un incendiario recidivo, perché nel tempo che seguí, in
tutta la Prussia occidentale le segherie e depositi di legname offrirono esca ai divampanti sentimenti
nazionali bicolori. Come sempre quando si tratta dell'avvenire della Polonia, anche in quegli incendi la
Vergine Maria aveva la sua parte; e si racconta di testimoni oculari - forse ne vivono ancor oggi - che
sostenevano di aver visto apparire la Madre di Dio, ornata della corona di Polonia, sul tetto crollante di
più d'una segheria. Il popolo, che ai grossi incendi è sempre presente, avrebbe intonato la canzone della
Bogurodzica, della Genitrice di Dio, per cui possiamo credere che le imprese incendiare di Koljaiczek
erano avvenimenti solenni: vi si facevano anche giuramenti.
Quanto gravato da colpe e di continuo ricercato era l'incendiario Koljaiczek, altrettanto
incensurato, orfano, innocuo, anzi di mente limitata, non ricercato da nessuno e quasi sconosciuto lo
zatteriere Joseph Wranka aveva diviso il suo tabacco da cicca in razioni giornaliere, finché lo accolse il
fiume Bug e tre razioni giornaliere di tabacco rimasero nella sua giubba con i documenti. E poiché
l'annegato Wranka non poteva più presentarsi al lavoro e a nessuno venne in mente di far domande
imbarazzanti sull'annegato Wranka, Koljaiczek, che aveva quasi la stessa statura e lo stesso cranio
tondeggiante, si infilò dapprima nella sua giubba, poi nella sua incensurata pelle, smise di fumare la
pipa, si abituò invece a ciccare, assunse perfino i tratti più personali di Wranka, i suoi difetti di
pronuncia, e divenne negli anni seguenti uno zatteriere onesto ed economo, un po' balbuziente, che
trasportava a valle interi boschi sul Njemen, il Bobr, il Bug e la Vistola. Va anche notato che sotto
Mackensen, nel reggimento di ussari della guardia del corpo del principe ereditario, Wranka giunse al
grado di caporale, perché Wranka non aveva ancora fatto il servizio militare, mentre Koljaiczek, che
era di quattro anni più anziano dell'annegato, in artiglieria, a Thorn, si era lasciato dietro un certificato
di cattiva condotta.
I più pericolosi briganti, assassini e incendiari attendono, mentre continuano a saccheggiare, a
uccidere e a incendiare, che si apra loro la prospettiva di un mestiere più sicuro. A molti infatti,
sollecitata o caso, se ne presenta l'occasione: nelle vesti di Wranka, Koljaiczek, oltre a mostrarsi un
buon marito, era anche talmente guarito dal suo vizio focoso che la sola vista di un fiammifero lo
faceva tremare. Scatole di zolfanelli che si trovassero a piede libero e compiaciute sul tavolo di cucina
non erano mai al sicuro da lui, che avrebbe potuto essere l'inventore dei fiammiferi.
Gettava la tentazione fuori dalla finestra. Mia nonna durava fatica a preparare in tempo un pasto
caldo. Spesso la famiglia se ne stava seduta al buio perché mancava lo zolfanello con cui accendere la
lampada a petrolio.
Eppure Wranka non era un tiranno. La domenica accompagnava la sua Anna Wranka in chiesa
nella città bassa, e non trovava da ridire sul fatto che portasse quattro gonne una sopra l'altra come sul
campo di patate, benché fosse la sua legittima sposa. D'inverno, quando i fiumi erano gelati e per gli
zatterieri era tempo di magra, se ne stava pacificamente a Troyl dove abitavano soltanto zatterieri,
stivatori e operai del cantiere, e badava alla figlia Agnes che sembrava della stessa specie del padre,
perché quando non si infilava sotto il letto era perché si era ficcata nell'armadio dei vestiti, e se c'erano
visite si metteva a sedere sotto il tavolo con le sue bambole di stoppa.
La piccola Agnes amava dunque nascondersi perché nei suoi nascondigli provava lo stesso
senso di sicurezza che suo padre aveva trovato sotto le gonne di Anna, benché vi cercasse altri piaceri.
Koljaiczek l'incendiario era rimasto troppo scottato per non comprendere il bisogno della figlia
di mettersi al riparo. Perciò, quando si pensò di costruire una conigliera su una sporgenza a guisa di
balcone dell'alloggetto di una stanza e mezzo, egli vi eresse accanto una nicchia su misura per lei. In
questo rifugio stava mia madre da bambina, giocava con le bambole, e giocando diventò grande.
Più tardi, quando già andava a scuola, sembra che alle bambole non si interessasse più affatto e
che giocando con piume e palle di vetro colorate avesse per la prima volta rivelato la sua sensibilità per
una fragile bellezza.
Mi sia consentito - io ardo dal desiderio di cominciar a narrare la mia esistenza - di passar sotto
silenzio il decorso del resto senza avvenimenti degni di menzione, della vita dei coniugi Wranka fino al
millenovecentotredici, anno in cui presso Schichau fu varata la Colombo; poiché allora la polizia, che
nulla dimentica, giunse sulle tracce del falso Wranka.
La cosa cominciò così. Come ogni anno sul finire dell'estate, anche nell'agosto del tredici
Koljaiczek doveva far scendere le grandi zattere da Kiev lungo il Pripet, poi attraverso il canale, poi
lungo il Bug fino a Modlin, e da lì scendere la Vistola. Partirono - in tutto dodici zatterieri - sul
rimorchiatore Radaune che viaggiava per la loro segheria, navigarono da Neufähr ovest verso il braccio
morto della Vistola fino a Einlage, poi risalirono la Vistola passando davanti a Käsemark, Letzkau,
Czattkau, Dirschau e Pieckel, e attraccarono la sera a Thorn. Qui salí a bordo il nuovo mastro di
segheria, che doveva soprintendere a Kiev all'acquisto del legname.
Quando alle quattro del mattino il Radaune levò gli ormeggi corse voce ch'egli fosse a bordo.
Koljaiczek lo vide la prima volta durante la colazione nel locale di prua. Si trovarono seduti uno di
fronte all'altro masticando e sorseggiando caffè d'orzo. Koljaiczek lo riconobbe subito. L'uomo, grosso,
già calvo, fece venire della vodka e la fece versare nelle tazze da caffè vuote. Sempre masticando,
mentre in fondo si continuava a versar vodka, si presentò: "Tanto che lo sappiate, sono il nuovo mastro
di segheria, mi chiamo Dückerhoff, quel che voglio: ordine."
Interrogati, gli zatterieri dissero ciascuno il proprio nome nell'ordine in cui erano seduti, e
tracannarono la vodka facendo sussultare il pomo d'adamo. Koljaiczek prima tracannò, poi disse
"Wranka," fissando Dückerhoff. Costui annuí come aveva annuito prima, ripeté la breve parola Wranka
come aveva ripetuto il nome degli altri. Però Koljaiczek ebbe l'impressione che Dückerhoff avesse
ripetuto il nome dello zatteriere annegato con un tono particolare, non aspro ma impensierito.
Il rimorchiatore arrancava contro corrente sulle onde limacciose provenienti sempre dalla stessa
direzione, evitando abilmente i banchi di sabbia sotto la guida dei piloti che si davano il cambio.
Sulle due sponde, dietro gli argini, sempre lo stesso paesaggio, ora piatto ora collinoso, di una
terra dove era già finita la raccolta.
Siepi, sentieri infossati, una depressione cosparsa di ginestre, piatta tra casolari isolati, fatta
apposta per attacchi di cavalleria, per una divisione di ulani irrompente da sinistra nel banco di sabbia,
per ussari balzanti al galoppo oltre le siepi, per i sogni di giovani maestri di equitazione, per la battaglia
che è stata e che sempre sarà, per il quadro storico: tartari a terra, dragoni impennati, Cavalieri teutonici
che si avventano, il Gran Maestro col manto dell'Ordine rosseggiante sulla corazza alla quale non
manca una borchietta, fino all'ultimo uomo che il duca di Masovia scanna, e cavalli, nessun circo ha
simili leardi, nervosi, riccamente bardati, i tendini resi con faticosa minuzia, e le nari dilatate, rosso
carminio, sbuffanti nuvolette, trafitti da lance, imbandierati, abbattuti, e le sciabole che dividono il
cielo rosso del tramonto, e là, nello sfondo - perché in questi quadri c'è sempre uno sfondo -
saldamente incollato all'orizzonte un piccolo villaggio pacificamente fumigante tra le gamme
posteriori del morello, capanne basse, muschiose, con il tetto di paglia; e nelle capanne, di riserva,
graziosi mezzi blindati che sognano i giorni avvenire in cui avrebbero potuto sbucare nel quadro, nella
pianura dietro le dighe della Vistola, come leggeri puledri in mezzo alla cavalleria pesante.
Presso Wloclawek, Dückerhoff batté sulla giubba di Koljaiczek.
"Dite un po', Wranka, anni fa non avete forse lavorato a Schwetz nella segheria? Andò poi
distrutta in un incendio la segheria?"
Koljaiczek scosse risoluto il capo, come davanti a un ostacolo e gli riuscí di dare allo sguardo
un'espressione così triste e stanca, che quello non insistette.
Quando, presso Modlin, dove il Bug si versa nella Vistola, il Radaune volse di là la rotta e
Koljaiczek, appoggiato al parapetto, sputò tre volte nel fiume secondo una vecchia consuetudine degli
zatterieri, Dückerhoff gli si avvicinò con un sigaro in mano e gli chiese del fuoco. Questa parola e la
paroletta "fiammifero" corsero sotto la pelle di Koljaiczek. "Diamine! E' mica il caso di arrossire se vi
chiedo del fuoco. Non siete mica una ragazza, o...?"
Soltanto quando si furono lasciati alle spalle Modlin a Koljaiczek passò quel rossore, che non
era di vergogna, bensí di lontano riverbero delle fiamme delle segherie che aveva incendiato.
Fra Modlin e Kiev, cioè risalendo il Bug e il canale che lo congiunge col Pripet, e fino a che,
navigando su quest'ultimo, il Radaune piegò nel Dnjeper, i due - Koljaiczek-Wranka e Dückerhoff -
non si scambiarono parola. Sul rimorchiatore, fra gli zatterieri, fra il fuochista e il timoniere, fra
il capitano, il fuochista, il timoniere e i piloti che cambiavano continuamente, sarà naturalmente
successo qualcosa, come dicono che sia, anzi com'è consuetudine fra uomini. Immagino che ci possa
essere stato qualche battibecco fra gli zatterieri casciubici e il timoniere nativo di Stettino, forse anche
un'ombra di ammutinamento: assembramento a prua, tirare a sorte, stabilire parole d'ordine, affilare i
coltelli.
Su questo voglio sorvolare. Non ci furono diverbi politici o coltellate fra tedeschi e polacchi, né
un pittoresco ammutinamento originato da contrasti sociali. Divorando carbone, il Radaune seguiva
bravamente il suo itinerario; e quando - credo fosse poco dopo Plock - si arenò su un banco di sabbia,
riuscí anche a disincagliarsi coi propri mezzi. Ne nacque un breve e mordace battibecco fra il capitano
Barbusch di Neufahrwasser e il pilota ucraino; fu tutto, e il giornale di bordo non ebbe quasi altro da
riferire.
Se dovessi e volessi tenere un giornale di bordo, annotando tutto quanto allora si svolse
nell'animo di Koljaiczek e in quello del mastro di segheria Dückerhoff, ci sarebbero peripezie e
avventure a sufficienza da descrivere: sospetto, conferma, diffidenza e, quasi contemporanea, frettolosa
repressione della diffidenza. Pieni di paura lo erano entrambi. Dückerhoff più di Koljaiczek; poiché si
era in Russia. A Dückerhoff tante cose sarebbero potute accadere: come un giorno al povero Wranka,
di cadere da bordo; oppure, - e adesso siamo già a Kiev - nel dedalo dei vastissimi scali di legname in
cui un angelo custode può facilmente perdere di vista il suo protetto, di venir travolto dalla frana
improvvisa e inarrestabile di una grossa catasta di tronchi, a meno di venir salvato all'ultimo momento.
Magari dallo stesso Koljaiczek, che dopo aver ripescato il mastro di segheria dal Pripet o dal
Bug, lo sottraesse all'ultimo momento anche da quella valanga in procinto di seppellirlo nello scalo di
legname di Kiev privo d'angelo custode. Come sarebbe bello poter raccontare qui che Dückerhoff, sul
punto di annegare o di venir schiacciato, ancora tutto affannato, e col terrore negli occhi, aveva
mormorato all'orecchio del preteso Wranka con un filo di voce: "Grazie, Koljaiczek. Grazie!"
aggiungendo, dopo l'indispensabile pausa: "Ora siamo pari - e sul passato un colpo di spugna!"
E si sarebbero guardati virilmente negli occhi quasi umidi di lacrime, con rude cordialità e
sorrisi impacciati, scambiando poi una stretta di mano timida ma callosa.
Scene del genere ci sono note da certi film che ci affascinano con l'eccellente fotografia, quando
ai registi viene in mente di presentare due fratelli dalla recitazione stupenda che, finora nemici, si
riconciliano e affrontano insieme ogni sorta di avventure e di avversità.
Ma a Koljaiczek non si presentò l'occasione né di annegare Dückerhoff, né di strapparlo agli
artigli della morte sotto i tronchi frananti. Con oculatezza e gran cura nel tutelare gli interessi della sua
ditta Dückerhoff comperò a Kiev il legname, sorvegliò ancora la composizione delle nove zattere,
distribuí fra i suoi uomini, come al solito, una cospicua mancia in valuta russa per il ritorno e poi si
mise nel treno che, attraverso Varsavia, Modlin, Deutsch-Eylau, Marienburg e Dirschau, lo riportò alla
sua ditta, che aveva la segheria allo scalo legnami, fra i cantieri di Klawitter e di Schichau.
Prima di ricondurre gli zatterieri da Kiev, dopo settimane di durissimo lavoro, giù lungo i fiumi,
il canale e infine la Vistola, mi domando se Dückerhoff fosse proprio sicuro di aver riconosciuto in
Wranka l'incendiario Koljaiczek. Propendo a credere che Dückerhoff, finché fu sul naviglio insieme
all'innocuo e solerte Wranka, ben visto da tutti nonostante la sua mente ristretta, abbia sperato di non
aver per compagno di viaggio il famigerato Koljaiczek, rotto a tutte le scelleratezze. Soltanto in treno,
seduto sui cuscini del suo scompartimento, questa speranza svaní. E quando il convoglio raggiungendo
la meta entrò - ora mi decido a farne il nome - nella stazione centrale di Danzica, Dückerhoff aveva
preso la dückerhoffiana decisione: fece caricare il bagaglio su una vettura e lo spedí a casa, e si avviò
così alleggerito verso il vicino presidio di polizia di Wiebenwall, salí svelto i gradini dell'ingresso
principale, e dopo una ricerca breve ma fatta con tatto trovò la stanza che era arredata in modo
abbastanza funzionale da imporre a Dückerhoff di fare una relazione dei fatti scarna e obiettiva. Non
che volesse sporgere regolare denuncia. Si limitò a chiedere semplicemente che la polizia indagasse sul
caso Koljaiczek-Wranka, ciò che gli fu promesso.
Nelle settimane che seguirono, mentre il legname scendeva lentamente a valle con i casotti di
canne e gli zatterieri, in vari uffici molta carta fu scritta. Venne esaminato quanto sul cannoniere
semplice Joseph Koljaiczek c'era negli atti presso il reggimento tal dei tali di artiglieria da campagna
della Prussia occidentale.
Risultò che il poco solerte cannoniere era stato due volte per tre giorni agli arresti per aver
gridato in stato di ubriachezza slogan anarchici, in un linguaggio misto di tedesco e di polacco. Di
simili infamie non c'era invece traccia nelle carte del caporale Wranka presso il 2o reggimento di ussari
della Guardia, a Langfuhr.
Vi si era anche gloriosamente distinto, il Wranka; come portaordini di battaglione alle manovre
aveva dato favorevolmente nell'occhio al principe ereditario e da lui, che portava sempre dei talleri in
tasca, ne aveva ricevuto uno in dono. Di questo tallero del principe non era però fatta menzione negli
atti sul caporale Wranka; fu mia nonna a metterlo in rilievo, fra alti lamenti, quando venne interrogata
con suo fratello Vinzent.
Ma non soltanto con quel tallero lei lottò contro la parolina "incendiario." Era in grado di
produrre documenti i quali testimoniavano inoppugnabilmente che già nell'anno zero quattro Joseph
Wranka era entrato a far parte dei pompieri volontari di Danzica-Niederstadt, e durante i mesi
invernali, quando gli zatterieri dovevano sospendere il lavoro, era stato più volte impegnato
nell'estinzione di grandi e piccoli incendi. C'era anche un documento comprovante che nel grande
incendio delle officine ferroviarie a Troyl nell'anno zero nove il pompiere Wranka non aveva soltanto
contribuito a spegnere le fiamme, ma aveva anche salvato due garzoni-fabbri. Analogamente depose il
comandante dei pompieri Hecht, citato come testimonio. Ecco quanto fece mettere a verbale: "Come
poter definire un incendiario chi si è adoperato a spegnere? Mi pare ancora di vederlo sulla scala aerea
quando bruciò la chiesa di Heubude: una fenice emergente dalle fiamme e dalla cenere, che estingueva
non soltanto l'incendio ma anche il fuoco che divora questo mondo e la sete di nostro Signore Gesú
Cristo! In verità vi dico: chi osasse chiamare quest'uomo con l'elmo di pompiere, che in strada ha la
precedenza, che le compagnie di assicurazione amano, che ha sempre un po' di cenere in tasca, come un
emblema o a causa del suo mestiere, chi, dico, osasse chiamare un gallo rosso lui, magnifica fenice,
meriterebbe che gli si legasse al collo una macina di mulino e..."
Avrete forse intuito che il comandante dei pompieri Hecht era un parroco di poderosa
eloquenza; officiava ogni domenica nella sua chiesa di Santa Barbara a Langgarten e, finché durarono
le indagini sul caso Koljaiczek-Wranka, non mancò di tuonare dal pulpito con espressioni simili, e di
inculcare nei suoi parrocchiani similitudini con il pompiere celeste e l'incendiario infernale.
Ma poiché i funzionari della polizia criminale non andavano in chiesa a Santa Barbara, e nella
parolina "fenice" ravvisavano, a quanto sembra, piuttosto un reato di lesa maestà che una
giustificazione per Wranka, considerarono la sua attività di pompiere volontario addirittura una
circostanza aggravante.
Venne sollecitata la presentazione di certificati di varie segherie, di rapporti dei comuni di
provenienza: Wranka aveva visto la luce a Tuchel, mentre Koljaiczek era nativo di Thorn; si
constatarono piccole discordanze nelle dichiarazioni degli zatterieri anziani e di lontani parenti. Prima o
poi, non poteva che trovare conferma il proverbio: tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino. A
questo punto stavano le indagini quando le grandi zattere entrarono in territorio nazionale e da Thorn in
poi vennero, durante la navigazione e nei punti d'attracco, inavvertitamente controllate dagli uomini
della polizia.
Mio nonno si accorse dei suoi pedinatori, solo dopo Dirschau. Li aveva aspettati. Può darsi che
l'apatia, alla quale lo predisponeva il suo umore sovente malinconico, gli abbia impedito presso
Letzkau o Käsemark, una zona a lui tanto familiare, di tentare la fuga, che con l'aiuto di alcuni
affezionati compagni gli sarebbe stata ancora possibile. Dopo Einlage, quando le zattere lentamente e
urtandosi entrarono nelle acque del braccio morto della Vistola, un peschereccio con a bordo un
equipaggio molto, troppo numeroso si mise a fiancheggiarle, cercando vistosamente di non dare
nell'occhio.
Superato di poco Plehnendorf le due scialuppe a motore della polizia portuale sbucarono fra le
canne delle sponde e sfrecciarono in ogni direzione, agitando le acque sempre più salmastre del braccio
morto della Vistola, indizio che il porto era vicino. Oltre il ponte di Neubude cominciò lo sbarramento
degli uomini in blu. Depositi di legname di fronte al cantiere di Klawitter, i cantieri minori, lo scalo
legnami sempre più largo che si estendeva fino alla Mottlau, i pontili d'attracco delle segherie, il pontile
della loro ditta con i parenti in attesa, e ovunque uomini in blu, tranne sulla sponda opposta, vicino a
Schichau: là accadeva qualcosa d'altro, là tutto era imbandierato, sembrava imminente un varo, là c'era
una gran folla e un volare di gabbiani spauriti, là si svolgeva una festa, una festa in onore di mio
nonno?
Solo quando vide lo scalo legnami pullulare di divise blu e le scialuppe passare ogni volta più
vicine, foriere di tristi presagi, sollevando ondate fin sopra le zattere, solo quando si rese conto che
tutto quel largo apparato di forze era per lui, solo allora riprese a battergli in petto il suo vecchio cuore
incendiario. Sputò fuori il mite Wranka, si scosse di dosso il pompiere volontario Wranka, senza
tentennamenti si liberò di Wranka il balbuziente e fuggí, fuggí sopra le zattere oscillanti, scalzo
com'era, da una ruvida superficie all'altra, da un tronco d'albero all'altro, in direzione di Schichau, dove
le bandiere garrivano al vento, via su un legno dopo l'altro, quasi l'acqua avesse delle travi, verso là
dove uno scafo era pronto al varo e si tenevano bei discorsi, dove nessuno nominava Wranka o
addirittura Koljaiczek, dove dicevano: ti battezzo col nome di Sms Colombo, America, più di
quarantamila tonnellate di stazza, trentamila cavalli-vapore, nave di Sua Maestà, sala da fumo di prima
classe, cucina squisita anche nella seconda, palestra tutta in marmo, biblioteca, America, nave di Sua
Maestà, passeggiata di coperta, tunnel dell'asse elica, Heil dir im Siegerkranz (1), sventola la bandiera
del porto natale, il principe Enrico ritto presso la ruota del timone, e mio nonno Koljaiczek scalzo che
vola sui tronchi, di zattera in zattera, verso la musica della fanfara, verso il popolo giubilante cui sono
toccati in sorte simili principi, Heil dir im Siegerkranz, urlano le sirene dei cantieri, le sirene di tutte le
navi del porto, dei rimorchiatori, dei panfili, della Colombo, America, libertà, e due scialuppe,
anch'esse impazzite di gioia, già gli sono dappresso, e lui che vola di zattera in zattera, le zattere di Sua
Maestà, e gli tagliano la strada e fanno i guastafeste, e lui deve fermarsi nel suo slancio, già sognando
l'America, e si trova tutto solo su una zattera e le scialuppe gli sono accanto e non gli resta che buttarsi
giù - e si vide mio nonno nuotare, nuotare verso una zattera che scivolava sull'acqua verso la Mottlau.
E dovette tuffarsi a causa delle scialuppe e restare sott'acqua a causa delle scialuppe, e la zattera gli era
sopra e non passava mai, e sempre generava un'altra zattera: zattera della tua zattera, in omnia saecula
saeculorum: zattera.
Le scialuppe spensero i motori. Occhi implacabili scrutarono la superficie dell'acqua. Ma
Koljaiczek aveva preso definitivamente congedo, si era sottratto alla musica degli ottoni e all'urlo delle
sirene, alle campane delle navi e alla nave di Sua Maestà, al discorso inaugurale del principe Enrico e
ai gabbiani impazziti di Sua Maestà, al Heil dir im Siegerkranz e al sapone di Sua Maestà per il varo
della nave di Sua Maestà, all'America e alla Colombo, si era sottratto a tutte le ricerche della polizia
sotto quel legno che non finiva più.
Il cadavere di mio nonno non fu mai rinvenuto. Quanto a me, pur essendo fermamente convinto
ch'egli trovò la morte sotto la zattera, per restar plausibile non posso fare a meno di riferire qui tutte le
versioni secondo cui egli sarebbe prodigiosamente riuscito a salvarsi. Chi diceva che sotto la zattera
avesse trovato un'apertura fra le travi, grande abbastanza per poter tenere fuori dall'acqua gli organi
respiratori. Di sopra l'apertura sarebbe stata tanto stretta da sfuggire ai poliziotti che fino a notte alta
cercarono su quella zattera e sulle altre, perquisendo anche gli abitacoli di canne. Poi, col favore delle
tenebre, si sarebbe lasciato trascinare alla corrente riuscendo, benché esausto, a raggiungere con una
certa dose di fortuna l'altra sponda della Mottlau e il terreno del cantiere Schichau, dove avrebbe
trovato riparo nel deposito del materiale di scarto, e più tardi, probabilmente con l'aiuto di marinai
greci, sarebbe capitato su una di quelle sudice petroliere che già spesso avevano offerto protezione a un
fuggiasco.
Altri affermarono: Koljaiczek, ch'era un abile nuotatore e aveva anche polmoni d'acciaio, non
sarebbe soltanto passato sotto la zattera, ma nuotando sott'acqua avrebbe anche attraversato per tutta la
sua larghezza il rimanente tratto della Mottlau, riuscendo a toccar terra nel cantiere di Schichau; là,
senza dare nell'occhio, si sarebbe confuso fra gli operai e poi tra la folla giubilante, cantando con essa
Heil dir im Siegerkranz, avrebbe ascoltato, pronto all'applauso, il discorso del principe Enrico per il
battesimo della nave Colombo, di Sua Maestà, perdendosi poi, coi vestiti ancora umidi, tra la folla
reduce dal felice varo, e il giorno seguente -qui le due versioni concordano - si sarebbe trovato,
passeggero clandestino, a bordo di una delle famose e famigerate petroliere greche.
Per scrupolo voglio ancora far menzione della terza diceria, benché assurda, secondo cui mio
nonno avrebbe vagato sul mare aperto come un relitto in balia delle onde, finché dei bravi pescatori di
Bohnsack lo ripescarono e lo consegnarono, fuori delle acque territoriali, ad un panfilo da crociera
svedese. Là, in Svezia, la storia lo faceva recuperare lentamente e prodigiosamente le forze,
raggiungere Malmö, eccetera eccetera.
Son tutte sciocchezze, ciarle di pescatori. Né darei un soldo per le affermazioni di quei
testimoni oculari che si incontrano nelle città di mare, tutti ugualmente inattendibili, che vogliono aver
visto mio nonno poco dopo la prima guerra mondiale a Buffalo, Usa. Lí avrebbe assunto il nome di Joe
Colchic. Gli si attribuiva come occupazione il commercio del legname col Canada. Azioni in fabbriche
di fiammiferi. Fondatore di compagnie di assicurazione contro gli incendi. Lo descrivevano come un
ricco sfondato, solitario e schivo: troneggiante dietro la sua gigantesca scrivania in un grattacielo, le
dita cariche di anelli luccicanti di pietre preziose; faceva esercitazioni antincendio con la sua guardia
del corpo che portava l'uniforme dei pompieri, sapeva cantare canzoni polacche e si chiamava Guardia
della Fenice.

NOTE:
(1) L'inno nazionale della Germania guglielmina.

La falena e la lampadina
Un uomo lasciò tutto dietro di sé, attraversò l'oceano, giunse in America e diventò ricco. - Non
intendo continuare ad occuparmi di mio nonno, sia che si chiamasse alla polacca Goljaiczek o in
casciubico Koljaiczek o, all'americana, Joe Colchic.
Presenta notevoli difficoltà evocare su un semplice tamburo di latta, di quelli che si possono
comperare in un negozio di giocattoli o in un grande magazzino, tutte quelle zattere galleggianti sul
fiume, fino all'orizzonte. Ciononostante sono riuscito a descrivere con il mio tamburo lo scalo legnami,
pezzi di legno in balia della corrente, ondeggianti sull'acqua nelle insenature del fiume o impigliati fra i
giunchi, e con minor fatica gli scali dei cantieri di Schichau e di Klawitter, dei molti piccoli cantieri di
barche in parte adibiti soltanto a riparazioni, il deposito di rottami della fabbrica di vagoni, i rancidi
cumuli di cocco della fabbrica di margarina, tutti i nascondigli a me noti fra i magazzini. Ma mio nonno
è morto, non mi risponde, lo lasciano indifferente i vari imperiali, l'agonia di una nave che spesso dura
decenni, già presagita al momento del varo, di una nave - in questo caso era la Colombo - che
chiamavano l'orgoglio della flotta, destinata naturalmente alla rotta per l'America, che più tardi venne
affondata o affondò, che forse fu anche ricuperata, rimessa a nuovo e ribattezzata oppure demolita. Ma
forse la Colombo, imitando mio nonno, si era soltanto tuffata, e va ancor oggi vagando, diciamo, a
seimila metri di profondità nella fossa delle Filippine o nei fondali di Emden, con le sue quarantamila
tonnellate di stazza, la sala da fumo, la palestra di marmo, la piscina, e le cabine per i massaggi.
Tutto ciò si può trovare nel Weyer o nei calendari della flotta - ma credo di ricordare che la
prima o la seconda Colombo si autoaffondò perché il capitano non voleva sopravvivere a una qualche
onta che aveva a che fare con la guerra.
Ho letto a Bruno una parte della storia delle zattere e poi gli ho posto una domanda pregandolo
di rispondere obiettivamente. "Una bella morte!" si entusiasmò Bruno, e subito, manipolando dello
spago, si mise a raffigurare mio nonno, annegato, in una delle sue creazioni fatte di nodi. Dovetti
accontentarmi della sua risposta e non emigrare in America con folli fantasie per carpire un'eredità.
Sono venuti a farmi visita i miei amici Klepp e Vittlar. Klepp mi ha portato un disco di jazz con
due pezzi di King Oliver, Vittlar mi ha offerto con fare lezioso un cuore di cioccolato appeso a un
nastrino rosa. Facevano ogni sorta di scemenze, parodiavano scene del mio processo, e io, per far loro
piacere, mi mostravo di buon umore come tutti i giorni di visita, e capace di un sorriso anche per gli
scherzi più sciocchi. Così, con aria noncurante e prima che Klepp potesse cominciare la sua inevitabile
conferenza sul rapporto fra il jazz e il marxismo, raccontai la storia di un uomo che, nel tredici, dunque
poco prima che scoppiasse la baraonda, era capitato sotto una zattera che non finiva mai né fu più visto
tornare a galla; nemmeno il suo cadavere era stato ritrovato.
Alla mia domanda - formulata con naturalezza e con fare ostentatamente annoiato - Klepp voltò
a seccato la testa poggiata sul collo troppo grasso, si sbottonò e abbottonò nervosamente la giacca,
eseguí movimenti natatori e fece come se fosse stato lui sotto la zattera. Infine si scosse di dosso la mia
domanda e attribuí la colpa della mancata risposta al torpore del primo pomeriggio.
Vittlar rimasse impettito, accavallò le gambe con gran cura per la piega dei calzoni, mostrando
quella bizzarra, quasi impercettibile alterigia che credo si addica soltanto agli angeli in cielo e
mormorò: "Io sono sulla zattera. Si sta bene sulla zattera. Ma sono esposto alle punture delle zanzare. -
Sono sotto la zattera. Si sta bene, sotto la zattera. Nessuna zanzara mi punge, è piacevole. Si potrebbe,
credo, vivere sotto la zattera, purché non si avesse contemporaneamente l'intenzione di soggiornare
sulla zattera e farsi pungere dalle zanzare."
Fece una pausa, mi scrutò per vederne l'effetto, alzò le sopracciglia, già per natura assai alte,
come fa tutte le volte che vuole rassomigliare a un gufo, e disse con tono teatrale: "Suppongo che
l'uomo che annegò, che annegò sotto la zattera, fosse un tuo prozio, se non addirittura tuo nonno. Come
prozio, e ancor più se era tuo nonno, sentiva di avere degli obblighi verso di te, e perciò morí; dato che
nulla ti darebbe più noia che l'avere un nonno ancora in vita. Tu non sei soltanto l'assassino del tuo
prozio, sei l'assassino di tuo nonno! Ma egli volle punirti un poco, come ogni autentico nonno fa
volentieri, e perciò non concesse a te, suo nipote, la soddisfazione di esclamare additando con orgoglio
un cadavere gonfio, galleggiante sull'acqua, qualcosa come: Guardate, quello è mio nonno morto. Era
un eroe! Si è gettato in acqua quando stavano per acciuffarlo! - Tuo nonno sottrasse al mondo e a suo
nipote il proprio cadavere affinché i posteri e il nipote si potessero occupare ancora a lungo di lui."
Poi, passando da una posa patetica all'altra, con fare conciliante, leggermente piegato in avanti,
l'astuto Vittlar esclamò: "L'America, coraggio, Oskar! Tu hai una tua meta, un compito da assolvere. Ti
proscioglieranno e ti lasceranno libero. Dove dovresti andare se non in America, dove tutto si ritrova,
perfino il proprio nonno scomparso?"
Per canzonatorie e sgarbate che fossero le parole di Vittlar, esse mi davano maggior sicurezza
che non il brontolio del mio amico Klepp, che quasi non distingueva la morte dalla vita, o la risposta
dell'infermiere Bruno che chiamava una bella morte quella di mio nonno soltanto perché subito dopo
era stata varata, e aveva suscitato once, la Sms Colombo. Quanto più preferisco l'America di Vittlar,
che mantiene in vita i nonni, è la meta che mi devo prefiggere, che mi permetterebbe di risollevare la
mia sorte se un giorno, stanco dell'Europa, decidessi di deporre il tamburo e la penna. Ma intanto mi
dicevo: "Continua a scrivere, Oskar; fallo per il tuo ricchissimo ma stanco nonno Koljaiczek che si
dedica a Buffalo, Usa, al commercio del legname e nell'interno del suo grattacielo gioca coi
fiammiferi!"
Quando, congedatisi da me, Klepp e Vittlar se ne furono finalmente andati, Bruno arieggiò
energicamente la camera liberandola dall'odore molesto degli amici. Dopodiché presi di nuovo il
tamburo, non più questa volta per narrare delle zattere che furono fatali a mio nonno, bensí per farlo
rullare con un ritmo veloce e sincopato, quello cui l'intera umanità dovette adeguarsi a partire
dall'agosto dell'anno millenovecentoquattordici. Così non sarà possibile evitare che anche il mio scritto,
fino al giorno della mia nascita, contenga soltanto rapidi cenni sulle vicende di quel dolente gruppo di
parenti che mio nonno aveva lasciato in Europa.
Quando Koljaiczek scomparse sotto la zattera, fra i congiunti degli zatterieri, sul pontile della
segheria, si agitavano angosciati mia nonna, sua figlia Agnes, Vinzent Bronski e il diciassettenne figlio
di costui, Jan. Un po' in disparte stava Gregor Koljaiczek, fratello maggiore di mio nonno che era stato
chiamato in città a deporre. Alla polizia questo Gregor aveva dato sempre la stessa risposta: "Mio
fratello quasi non lo conosco. In fondo so soltanto che si chiama Joseph; potevo avere dieci o dodici
anni quando l'ho visto l'ultima volta. Ricordo che mi puliva le scarpe e che andava a prendere la birra
quando la mamma e io la volevamo."
Venir a sapere dalla risposta di Gregor che la mia bisnonna era una bevitrice di birra non poté
certo essere di gran giovamento alla polizia. Invece l'esistenza del maggiore dei due Koljaiczek fu di
grande giovamento a mia nonna Anna. Gregor, che aveva trascorso parecchi anni a Stettino, Berlino e
da ultimo a Schneidemühl, finí con lo stabilirsi a Danzica, trovò lavoro nel polverificio del "Bastione
dei Conigli," e dopo che l'intricata situazione connessa al matrimonio con lo pseudo-Wranka fu chiarita
e ogni cosa messa agli atti, sposò in capo a un anno mia nonna, che non voleva staccarsi dai Koljaiczek,
che non avrebbe mai - o non così presto - sposato il Gregor, se non fosse stato un Koljaiczek.
Il lavoro nel polverificio preservò Gregor prima dalla uniforme colorata e poco dopo da quella
grigia. Abitavano in tre nello stesso appartamentino che per anni aveva offerto rifugio all'incendiario.
Senonché ben presto mia nonna dovette accorgersi che un Koljaiczek può anche essere diverso
dal Koljaiczek suo predecessore, e dopo neanche un anno di matrimonio si vide costretta a prendere a
pigione il negozio, allora sfitto, nel seminterrato della casa d'affitto a Troyl per procurarsi di che vivere
vendendo un po' di tutto, dagli spilli alle teste di cavolo, perché Gregor, pur guadagnando fior di
quattrini al polverificio, non portava a casa nemmeno lo stretto necessario, e si beveva tutto. Mentre
Gregor era un bevitore impenitente - probabilmente aveva preso dalla mia bisnonna -, mio nonno
Joseph si accontentava ogni tanto di un bicchierino. Gregor non beveva per scacciare i tristi pensieri;
anche quando sembrava allegro, ciò che gli capitava di rado perché inclinava alla malinconia, non
beveva per effetto della sua allegria. Beveva perché, come gli piaceva andare in fondo a tutte le cose,
amava andare anche al fondo di un bicchiere; nessuno aveva mai visto Gregor Koljaiczek lasciare a
metà un bicchierino di ginepro in vita sua.
Mia madre, che allora era una quindicenne grassottella, si rendeva utile, aiutava in bottega,
appiccicava i bollini delle tessere annonarie, il sabato recapitava la merce, e scriveva solleciti goffi ma
pieni di fantasia che dovevano far rientrare i debiti dei clienti morosi. E' un peccato che io non possieda
nessuna di quelle lettere.
Come sarebbe bello poter citare qui alcuni dei gridi d'allarme un po' da bambina e un po' da
ragazza tratti dalle epistole di un'orfana a metà; giacché Gregor Koljaiczek non era affatto un patrigno
come si deve. Anzi, mia nonna e la figlia duravano fatica a preservare la cassa, che consisteva in due
piatti di zinco sovrapposti in cui stavano quasi soltanto monete di rame e poche d'argento, dallo
sguardo melanconico del sempre assetato fabbricante di polvere. Solo nel diciassette, quando Gregor
Koljaiczek morí di grippe, l'andamento degli affari migliorò, sebbene non di molto; e infatti che cosa si
poteva vendere nell'anno millenovecentodiciassette?
Quella camera del nostro appartamento di una stanza e mezza, che dopo il decesso del
fabbricante di polvere era rimasta vuota perché mia mamma, temendo delle notti d'inferno, non voleva
andarci a dormire, fu occupata dal cugino Jan Bronski che aveva allora circa vent'anni, e che aveva
lasciato Bissau e il padre Vinzent, munito di un buon diploma della scuola media di Karthaus e dopo un
tirocinio alla posta del piccolo capoluogo, per intraprendere la carriera amministrativa media alla posta
centrale di Danzica I. Oltre al suo baule Jan portò con sé nell'abitazione della zia anche la sua ricca
collezione di francobolli. Vi si era dedicato fin da ragazzo, per cui aveva con la posta non solo rapporti
professionali ma anche privati, sempre assai prudenti. Giovane alquanto esile, un po' curvo nella
persona, aveva però un bel volto ovale dall'espressione forse troppo dolce e occhi abbastanza celesti
perché mia mamma, che aveva allora diciassette anni, potesse innamorarsi di lui. Jan aveva passato già
tre volte la visita di leva, ma era sempre stato scartato a causa della sua debole costituzione; il che la
diceva lunga sulla costituzione di Jan Bronski, in un'epoca in cui tutti quelli che stessero
approssimativamente in piedi venivano spediti a Verdun per essere convertiti a una perpetua
orizzontalità in terra di Francia.
L'amoruccio sarebbe veramente dovuto cominciare già quando sfogliavano insieme gli album di
francobolli ed esaminavano testa a testa la dentellatura di esemplari particolarmente pregiati. Ma esso
ebbe inizio o si manifestò solo quando Jan fu chiamato alla quarta visita di leva. Mia mamma, che
doveva comunque recarsi in città, lo accompagnò fino al comando del distretto e lo attese presso il
casotto del corpo di guardia, dov'era di servizio la milizia territoriale. Era d'accordo con Jan che
probabilmente questa volta avrebbe dovuto andare in Francia per poter curare la sua debole cassa
toracica nell'aria ricca di ferro e piombo di quel paese. Forse, mia mamma contò e ricontò intanto i
bottoni della giubba della sentinella, ottenendo risultati sempre diversi. Per quanto possa immaginarmi
che le divise di tutte le uniformi avessero un numero di bottoni tale che, contandoli, dessero sempre
come risultato finale Verdun, una delle molte teste di Hartmannsweiler, oppure un fiumicello: Somme
o Marna.
Quando, poco meno di un'ora dopo, quell'ometto per la quarta volta esaminato sgusciò fuori
dall'ingresso del comando distrettuale, scese a precipizio la scalinata e abbracciò con trasporto mia
madre sussurrandole all'orecchio quella battuta che allora era così in voga, "Né in cielo, né in terra, né
in mare: non ci devo andare," lei lo strinse per la prima volta sul suo seno, e non so se in seguito fu mai
più felice come allora.
I dettagli di quel giovanile amore di guerra non mi sono noti. Jan vendette una parte della sua
collezione di francobolli per poter far fronte alle esigenze di mia madre la quale possedeva un gusto
sveglio per tutto ciò che di bello e costoso poteva donare alla propria persona, e pare che a quel tempo
egli tenesse un diario, che in seguito andò purtroppo smarrito. Sembra anche che mia nonna tollerasse il
legame fra i due giovani - è lecito supporre che esso andasse oltre la familiarità tra parenti - poiché Jan
Bronski rimase fino a poco dopo la guerra nello stesso angusto appartamento di Troyl. Egli sloggiò
solo quando non fu più possibile negare, anzi fu senz'altro ammessa, l'esistenza di un certo signor
Matzerath. Questo signore, mia mamma deve averlo conosciuto nell'estate del diciotto, quando prestava
la sua opera di infermiera volontaria nell'ospedaletto di Silberhammer presso Oliva. Alfred Matzerath,
nativo della Renania, vi era ricoverato per una ferita semplice alla coscia, perforata da un proiettile di
fucile, e coi suoi modi allegri di renano divenne ben presto il beniamino di tutte le infermiere -non
esclusa sorella Agnes. Già in via di guarigione, si aggirava zoppicando per il corridoio sostenuto
dall'una o dall'altra infermiera, e aiutava sorellaAgnes in cucina perché la candida cuffia le stava tanto
bene intorno al viso rotondetto, e anche perché, appassionato di cucina, sapeva trasformare il
sentimento in buone minestre.
Quando la ferita fu guarita, Alfred Matzerath rimase a Danzica e vi trovò subito lavoro come
rappresentante della sua ditta renana, un'importante industria cartiera. La guerra volgeva alla fine. Ci si
adoperava a congegnare trattati di pace, che creassero le premesse per ulteriori guerre. Il territorio
attorno alla foce della Vistola, il cui confine correva a un dipresso da Vogelsang sul Nehrung, lungo il
Nogat fino a Pieckel, seguiva verso il sud la Vistola fino a Czattkau, piegava ad angolo retto a sinistra
presso Schönfliess e, spingendosi fino alla selva di Saskoscin e al lago di Ottomin, escludendo Mattern,
Ramkau e il Bissau di mia nonna, raggiungeva presso Klein-Katz il Mar Baltico, fu dichiarato stato
libero e sottoposto al controllo della Società delle Nazioni. La Polonia ottenne un porto franco entro la
zona di Danzica, la Westerplatte con un deposito di munizioni, l'amministrazione della ferrovia e un
proprio ufficio postale nella Heveliusplatz. Mentre i francobolli dello Stato libero, in rosso e oro, con
stemmi e galere, davano alle lettere un tono di sfarzo anseatico, i polacchi affrancavano le loro con
macabre scene viola che illustravano le gesta di Kasimir e di Batory.
Jan Bronski passò alle poste polacche. Il suo passaggio risultò spontaneo, come la sua opzione
per la Polonia. Molti vollero vedere le ragioni dell'acquisto della cittadinanza polacca
nell'atteggiamento di mia mamma. Nel venti, quando il maresciallo Pilsudski batté l'Armata Rossa sulla
Vistola, presso Varsavia, e gente come Vinzent Bronski attribuí questo prodigioso successo alla
Vergine Maria, e gli esperti militari invece al generale Sikorski o al generale francese Weygand, in
quell'anno polacco, dunque, mia mamma si fidanzò col cittadino germanico Matzerath. Propendo a
credere che, come Jan, mia nonna Anna non fosse entusiasta di questo fidanzamento. Cedette alla figlia
il negozio di Troyl, al quale aveva dato nel frattempo un discreto impulso, andò ad abitare a Bissau, e
cioè in territorio polacco, dal fratello Vinzent, e tornò ad occuparsi, come all'epoca prekoljaiczekiana,
della masseria e dei campi di rape e di patate; lasciò che lui, sempre più dominato dalla sua mania
religiosa, s'intrattenesse in devoto colloquio con la celeste regina di Polonia, accontentandosi di
starsene accoccolata nelle sue quattro gonne davanti ai fuocherelli autunnali di piante di patate, l'occhio
fisso all'orizzonte costellato dai pali telegrafici.
Solo quando Jan Bronski conobbe e sposò la sua Hedwig, una ragazza casciubica della città che
però possedeva ancora dei campi a Ramkau, i rapporti fra lui e mia mamma migliorarono. Pare che lei
avesse presentato Jan al Matzerath durante un trattenimento danzante al caffè Woyke, dove si erano
incontrati per caso. Quei due, tanto diversi, ma unanimi per quanto riguardava mia mamma, sentirono
simpatia l'uno per l'altro, benché Matzerath, con la rude franchezza dei renani, chiamasse una
fregnaccia il passaggio di Jan alle poste polacche. Jan ballò con la mamma, Matzerath con la
voluminosa e ossuta Hedwig dall'inafferrabile sguardo di mucca, che induceva sempre a crederla in
stato di gravidanza. Continuarono a ballare, insieme e in croce, pensando al ballo successivo, con
impeto appassionato la villereccia e con un certo distacco il valzer inglese, trovarono infine nel
charleston la fede in se stessi e nello slow-fox una sensualità confinante col misticismo.
Quando nel ventitré - l'epoca in cui per quel che valeva una scatola di fiammiferi si poteva
tappezzare una camera, coprendola di zeri - Alfred Matzerath sposò mia mamma, Jan fu uno dei
testimoni e un certo Mühlen, negoziante di generi coloniali, l'altro. Di quel Mühlen, negoziante di
generi coloniali, l'altro. Di quel Mühlen non ho molto da raccontare. E' degno di menzione soltanto
perché la mamma e Matzerath rilevarono il suo negozio nel sobborgo di Langfuhr, male avviato e
rovinato da una clientela che non pagava mai, proprio quando venne introdotto il Rentenmark. La
mamma, che nel suo negozio di Troyl aveva saputo acquistare una certa abilità nel trattare ogni sorta
d'imbroglioni e possedeva anche un innato senso degli affari, spirito e molta spigliatezza, riuscí in
breve tempo a risollevare a tal punto le sorti del suo commercio che Matzerath dovette lasciare il suo
posto di rappresentante nel ramo dell'industria cartiera, già fin troppo sfruttato, per poter essere di aiuto
nel negozio.
I due si integravano in modo sorprendente: ai successi della mamma dietro il banco facevano
riscontro quelli che il renano conseguiva coi rappresentanti di commercio e negli acquisti all'ingrosso.
In più, Matzerath amava mettersi il grembiule di cuoco poiché aveva, come ho detto, una vera passione
per la cucina, compresi i piatti da lavare, e così alleggeriva la mamma che era più propensa a pietanze
preparate alla svelta.
L'abitazione attigua al negozio era stretta e scomoda, ma paragonata con l'alloggio a Troyl, ch'io
conosco solo per sentito dire, abbastanza piccolo-borghese perché la mamma, almeno nei primi anni di
matrimonio, si trovasse bene nel Labesweg.
Oltre al lungo corridoio un po' tortuoso nel quale stavano per lo più accatastati pacchi di Persil,
c'era la cucina, spaziosa ma anch'essa in parte ingombra di merce, barattoli di conserve, sacchetti di
farina e pacchi di fiocchi d'avena. Il salotto, le cui finestre davano sulla strada, con davanti un angusto
giardinetto ornato d'estate di conchiglie del Baltico, formava il nucleo centrale dell'abitazione che era al
pianterreno. Nella tappezzeria predominava il rosso vino, mentre l'ottomana era rivestita di porpora. Un
grande tavolo allungabile, con gli angoli arrotondati, quattro sedie di cuoio nero e un tavolino rotondo
da fumo, che cambiava sempre di posto, poggiavano le loro gambe nere su un tappeto blu. Nera e oro,
fra le finestre, una pendola. Nero anche il pianoforte accanto all'ottomana purpurea, dapprima preso a
nolo, poi lentamente pagato a rate, con un seggiolino girevole, su una pelle dal lungo pelo bianco-
giallastro. Dalla parte opposta, il buffet. Il buffet nero con vetri scorrevoli di cristallo levigato,
inquadrati in bacchette nere a ovuli, con pesanti rilievi ornamentali neri a frutta sugli sportelli della
parte inferiore, dove erano custoditi il vasellame e le tovaglie; con le gambe a guisa di nere zampe
adunche, la nera cornice profilata, e fra la conca di cristallo sempre colma di frutta artificiale e la coppa
verde vinta alla lotteria, quel vuoto che, grazie all'abilità della mamma negli affari, sarebbe stato
riempito più tardi da un apparecchio radio color noce chiaro.
La camera da letto era in giallo e dava sul cortile della casa d'affitto di quattro piani. Vi prego di
credermi, se vi dico che il baldacchino del grande castello matrimoniale era di un azzurro pallido, che
alla testata, in una nicchia ricoperta di vetro, illuminata da luce celeste, stava una Maddalena penitente
color carne che levava uno sguardo accorato e supplichevole verso il margine destro superiore del
quadro, e si stringeva sul petto tante dita, che, supponendole più di dieci, si era sempre tentati di
ricontarle.
Di fronte al letto matrimoniale l'armadio laccato in bianco, coi battenti a specchio, a sinistra una
piccola toilette, a destra un comò coperto di una lastra di marmo, e appesa al soffitto, non ricoperta di
stoffa come nella stanza di soggiorno, ma con due braccia di ottone, delle coppe di porcellana di un
tenue rosa trasparente di modo che le lampadine rimanevano visibili, amplificando la luce: la lampada
della camera da letto.
Per tutto il mattino ho fatto parlare oggi il mio tamburo, gli ho posto delle domande, volevo
sapere se le lampadine della nostra camera da letto fossero di quaranta o di sessanta watt. Non è la
prima volta che rivolgo al mio tamburo questa domanda per me così importante. Spesso passano delle
ore finché riesco di nuovo a tornare a quelle lampadine. Infatti non devo forse dimenticare ogni volta le
mille fonti luminose che, entrando e uscendo da tante abitazioni, ho fatto assopire od ho rianimato
girando il relativo interruttore, per riuscire ora, battendo sul mio tamburo assolutamente privo di
retorica, a distinguere fra una selva di standardizzati corpi luminosi quelli della nostra stanza da letto
nel Labesweg?
La mamma partorí a casa. Era ancora in negozio a riempire di zucchero sacchetti di carta blu da
mezza o da una libbra, quando cominciarono le doglie, ed era troppo tardi per trasportarla alla
Maternità. Si dovette chiamare dalla vicina Hertastrasse una vecchia levatrice che solo di quando in
quando ritirava fuori la sua valigetta. Nella camera da letto essa aiutò la mamma e me staccarci l'una
dall'altro.
Vidi la luce di questo mondo sotto forma di due lampadine da sessanta watt. Perciò ancor oggi
le parole della Bibbia "Sia fatta luce, e luce fu" mi sembrano il miglior slogan pubblicitario della ditta
Osram. A prescindere dall'inevitabile lacerazione perineale la mia nascita procedette normalmente.
Senza fatica mi liberai dalla posizione cefalica, egualmente apprezzata da madri, feti e levatrici.
Sia detto subito: ero uno di quei neonati dall'udito fino il cui sviluppo intellettuale è già
concluso con la nascita e in seguito non fa che confermarsi. Come da feto non mi ero lasciato
influenzare, ascoltando soltanto me stesso, e specchiandomi nel liquido amniotico avevo provato gran
stima di me, così ora seguivo con spirito critico le prime osservazioni dei miei genitori sotto le
lampadine. Il mio orecchio era molto attento. Per quanto si potesse definire piccolo, accartocciato,
appiccicato, e comunque grazioso, esso serbava ciascuna di quelle parole, per me allora tanto
importanti perché esprimevano le prime impressioni sulla mia persona. E c'è di più: ciò che afferravo
con l'orecchio, lo valutavo subito nel mio minuscolo cervello, decidendo, dopo averci ben ponderato, di
fare questo e quello e certamente di tralasciare quest'altro.
"Un maschio," esclamò quel signor Matzerath che supponeva di essere mio padre. "Un giorno
prenderà il negozio. Ora finalmente sappiamo perché ci sbattiamo tanto a lavorare."
La mamma più che al negozio pensava al corredo per suo figlio.
"Be', io ero sicura che sarebbe stato un maschietto, anche se qualche volta ho detto che doveva
essere una femmina."
Così feci una precoce conoscenza della logica femminile, e poi sentii la mamma pronunciare
queste parole: "Quando il piccolo Oskar avrà tre anni gli regaleremo un tamburo di latta."
Mentre continuavo a soppesare e a comparare i propositi paterni e materni io, Oskar, mi misi a
osservare e ad ascoltare una falena smarrita nella camera. Di media grandezza e pelosa, essa circuiva le
due lampadine da sessanta watt, gettava ombre di dimensioni sproporzionate alla sua piccola apertura
d'ali, che coprivano, riempivano, dilatavano lo spazio e i mobili coi loro movimenti convulsi. Tuttavia
più di quel gioco alterno di luci e ombre mi colpiva il rumore del continuo cozzare della farfalla contro
le lampadine: il lepidottero squittiva irrequieto come se gli premesse dire tutto quanto sapeva, come se
più tardi gli sarebbe mancato il tempo per altri colloqui con altre fonti di luce, come se dialogo tra
falena e lampadina fosse per la falena l'ultima confessione, e dopo quella specie di assoluzione che
impartiscono le lampadine accese non gli si dovesse più offrire altra occasione di peccati e follie.
Oggi Oskar dice semplicemente: la falena suonava il tamburo. Ho sentito suonare il tamburo
conigli, volpi e ghiri. Sul tamburo le rane ti addensano un temporale. Del picchio si dice che battendo il
tamburo faccia uscire i vermi dai loro buchi. Infine l'uomo batte su timpani, piatti, grancasse e tamburi.
Si parla di revolver a tamburo, di fuoco a tamburo dell'artiglieria, si chiama a raccolta battendo il
tamburo, si accompagna alla tomba al rullo del tamburo. Ci sono tamburini che lo fanno. E compositori
che scrivono concerti per archi e per batteria. Posso menzionare la Grande e la Piccola ritirata,
accennare anche ai tentativi fatti allora daOskar: ma tutto questo è nulla in confronto con l'orgia di
tamburo alla quale si abbandonò la falena con le lampadine di sessanta watt in occasione della mia
nascita. Forse fra i negri delle più oscure regioni dell'Africa e fra quelli dell'America che non hanno
ancora dimenticato la loro terra d'origine, per i quali tutto è un'armonia di ritmi, ci sono quelli a cui, in
modo simile alla mia falena o imitando falene africane - come noto più grandi e meravigliose di quelle
dell'Europa orientale - è dato suonare il tamburo con arte e impeto insieme. Quanto a me io mi attengo
ai criteri dell'Europa orientale, mi attengo quindi a quella falena di media grandezza, spolverata di
bruno, dell'ora della mia nascita, la chiamo il maestro di Oskar.
Era il principio di settembre. Il sole si trovava nella costellazione della Vergine. Lontano
brontolava nella notte un temporale di tarda estate, come uno smuovere di casse e di armadi.
Mercurio mi predisponeva alla critica, Urano alla ricchezza di fantasia, Venere mi faceva
credere nelle piccole gioie, Marte nella mia ambizione. Nella casa del mio ascendente sorgeva la
Bilancia, ciò che mi rese sensibile e portato alle esagerazioni. Nettuno entrò nella decima casa, quella
degli anni di mezzo, e mi ancorò fra meraviglia e illusioni. Fu Saturno che nella terza casa, in
opposizione a Giove, mise in dubbio la mia origine. Ma chi fu a mandare la falena e a lasciare che lei e
il tuonare da direttore scolastico di un temporale di tarda estate accrescessero in me la voglia del
tamburo di latta promessomi da parte materna, a rendermi quello strumento sempre più congeniale e
desiderabile?
Strillando ostentatamente e atteggiandomi a neonato dalla pelle paonazza decisi di declinare
recisamente l'offerta di mio padre, cioè tutto quanto riguardava il negozio di generi coloniali, ma di
esaminare benevolmente, a tempo debito, cioè in occasione del mio terzo compleanno, il desiderio
della mamma.
Oltre a tali speculazioni sul mio avvenire, mi confermai nell'impressione che: alla mamma e a
quel mio padre Matzerath mancava l'organo per comprendere e, al caso, rispettare le mie obiezioni e
decisioni. Solo e incompreso giaceva dunque Oskar sotto le lampadine, convinto che tutto sarebbe
rimasto allo stato attuale delle cose finché sessanta, settant'anni dopo, un definitivo corto circuito non
interrompesse la corrente di tutte le fonti di luci. Perdetti perciò la gioia di vivere prima ancora che la
mia vita fosse cominciata sotto la luce delle lampadine; e soltanto la prospettiva del tamburo di latta mi
impedí allora di dare più sonore espressioni al desiderio di ritornare nel grembo materno.
Del resto la levatrice aveva già reciso il mio cordone ombelicale: non c'era più niente da fare.

L'album di fotografie
Custodisco un tesoro. In tutti questi anni grigi fatti soltanto del susseguirsi dei giorni del
calendario, l'ho custodito, tenuto nascosto e ogni tanto tirato fuori per guardarlo; durante il viaggio nel
vagone merci me lo stringevo gelosamente sul petto, e quando dormivo Oskar dormiva sul suo tesoro,
l'album di fotografie.
Cosa farei senza questa tomba di famiglia, che tutto spiega, e che è lì, aperta in piena luce?
Sono centoventi pagine. Su ogni pagina sono incollate quattro o sei, qualche volta soltanto due
fotografie, una accanto e sotto all'altra, ad angolo retto, accuratamente distribuite, ora osservando e ora
contestando la simmetria. E' rilegato in cuoio e quanto più invecchia, tanto più sa di cuoio. Ci furono
periodi in cui l'album fu esposto all'insidia delle intemperie. Le fotografie si staccavano, mi inducevano
a cercar quiete e occasioni per incollare di nuovo al giusto posto le immagini che minacciavano di
andare smarrite.
Che cos'altro al mondo, quale romanzo avrebbe mai l'epico respiro di un album di fotografie?
Voglia il buon Dio, il quale da assiduo fotografo dilettante ogni domenica ci ritrae con luce più o meno
buona dall'alto, facendo così di noi immagini terribilmente scorciate che incolla poi nel suo album,
voglia il buon Dio, preservandomi dall'attardarmi in soste allettanti ma sconvenientemente prolungate,
offrirmi una guida sicura attraverso il mio album e non favorire la tendenza di Oskar al labirintico;
tuttavia sarei ben felice di collegare alle fotografie gli originali. Così, notando di sfuggita: uomini nelle
più diverse uniformi... cambia la moda e l'acconciatura dei capelli... la mamma si fa più grassa... e Jan
più flaccido... questa è gente che non conosco... e questa, chi ha fatto poi questa? Qui c'è stato un
capovolgimento; e la fotografia artistica degli anni a cavallo fra i due secoli è degenerata nella foto
utilitaria dei nostri giorni. Prendiamo un po' quel monumento di mio nonno Koljaiczek e questa foto di
passaporto del mio amico Klepp. Per poco che confronti il ritratto del nonno (tenuto su tinte marroni),
con la lucida foto di Klepp, che nel suo formato passaporto sembra invocare un timbro, mi rendo
sempre più conto di dove ci ha portati il progresso della tecnica fotografica.
Basta pensare a tutti gli annessi e connessi di queste fotografie lampo. E mi sento in colpa assai
più di Klepp poiché io, in quanto possessore dell'album, avrei avuto il dovere di tutelare la vecchia sana
tradizione. Se un giorno dovessimo finire fra le delizie dell'inferno, certamente uno dei tormenti più
raffinati consisterebbe nel venir rinchiusi nudi in un carcere con le fotografie incorniciate dei nostri
giorni. Presto, un tantino di pathos! Oh uomo, fra istantanee, scattar d'obiettivi, fotografie per
passaporti! Uomo nel lampo al magnesio, uomo ritto davanti alla torre pendente di Pisa, uomo nella
macchina automatica, che deve lasciarsi concentrare la luce sull'orecchio destro per essere degno di un
passaporto! E basta col pathos: forse anche questa pena dell'inferno sarà sopportabile poiché, in fondo,
le peggiori fotografie si sognano soltanto, non si scattano, o, quando si scattano, non si sviluppano.
Klepp e io, nei primi giorni della nostra conoscenza, quando stringemmo amicizia mangiando
spaghetti nella Jülicher Strasse, ci facemmo fare e anche sviluppare le fotografie. Ruminavo allora dei
progetti di viaggio. Vale a dire, ero così triste che volevo fare un viaggio e perciò volevo procurarmi un
passaporto. Ma poiché non disponevo di abbastanza denaro per finanziare un viaggio come si deve, che
includesse dunque Roma, Napoli o per lo meno Parigi, quasi ero lieto di non avere mezzi sufficienti,
poiché niente sarebbe stato più triste che dover partire così depresso. Siccome però tutt'e due avevamo
abbastanza denaro per andare al cinema, frequentavamo cinematografi nei quali, secondo i gusti di
Klepp, si proiettavano film western, oppure, secondo i miei, si davano pellicole in cui si vedeva
piangere una Maria Schell in divisa di infermiera e Borsche, nelle vesti di un abile chirurgo, eseguire
sonate di Beethoven con la porta a vetri aperta su una terrazza - poco dopo una difficilissima
operazione - manifestando in tal modo un vivo senso di responsabilità.
Eravamo assai malcontenti che le rappresentazioni durassero soltanto due ore. Molti programmi
avremmo desiderato vederli anche due volte di seguito. Spesso, alla fine volevamo prendere il biglietto
anche per la rappresentazione successiva. Ma quando uscivamo dalla sala e vedevamo alla cassa una
coda più o meno lunga, il coraggio ci abbandonava. Non soltanto della cassiera ma anche di certi tipi
ingrugnati, che squadravano spudoratamente la nostra fisionomia, ci vergognavamo troppo per osare di
allungare la coda davanti alla cassa. Perciò quasi ogni volta andavamo, dopo la rappresentazione, in un
negozio di articoli fotografici nei pressi della Graf-Adolf-Platz per farci ritrarre in formato passaporto.
Eravamo già conosciuti e a vederci entrare sorridevano, pregandoci però cortesemente di
prendere posto; eravamo clienti e perciò persone degne di considerazione. Non appena la cabina era
libera, una signorina, della quale ricordo soltanto ch'era carina, ci introduceva l'uno dopo l'altro,
spostava con rapide mosse prima me poi Klepp nella giusta posa e ci invitava a guardare un
determinato punto, finché un lampo abbagliante e una soneria collegata con la luce annunciavano che
ormai eravamo riprodotti in sei copie consecutive sulla lastra.
Appena fotografati e con gli angoli della bocca ancora lievemente irrigiditi, la signorina ci
spingeva in comode poltrone di vimini, pregandoci gentile, soltanto gentile, e anche ben vestita, di
attendere cinque minuti. Aspettavamo volentieri. Finalmente avevamo qualcosa da aspettare: le nostre
piccole immagini da passaporto, che eravamo tanto curiosi di vedere. Dopo sette minuti scarsi la
signorina, ancora gentile e quanto al resto indescrivibile, ci consegnava le due buste e non si pagava.
Quale espressione di trionfo negli occhi un po' sporgenti di Klepp!
Appena in possesso delle buste avevamo motivo sufficiente per andare nella birreria più vicina;
poiché nessuno si mette volentieri a guardare le proprie fotografie sulla strada polverosa, in mezzo al
rumore del traffico e ostacolando il passaggio sul marciapiede. Come eravamo clienti fedeli del
negozio di articoli fotografici, andavamo anche sempre nella stessa bettola nella Friedrichstrasse. Dopo
aver ordinato birra, sanguinacci con cipolle e pan di segala, ancor prima che ce li portassero,
stendevamo le fotografie ancora un po' umide su tutta quanta la superficie di legno del tavolo rotondo,
e mentre già ci servivano birra e sanguinaccio ci sprofondavano ad osservare i tratti dei nostri volti, un
po' contratti.
Avevamo sempre in tasca anche le fotografie fatte l'ultima volta che eravamo stati al cinema.
C'era quindi una occasione di confronto; e quando si offre un'occasione per interessanti confronti è
anche lecito ordinare un secondo, un terzo, un quarto bicchiere di birra, tanto per creare allegria o,
come si dice in Renania, una certa atmosfera.
Tuttavia non voglio affermare che grazie a una foto per passaporto sia possibile a un uomo
malinconico di rendere inconsistente la propria malinconia; poiché la vera malinconia è già di per sé
qualcosa di inconsistente, e per lo meno la mia e quella di Klepp non poteva attribuirsi ad alcun serio
motivo, e rivelava proprio nella sua quasi gioviale inconsistenza una forza che nulla poteva indebolire.
Se mai ci fosse stata una possibilità di venire a patti con la nostra malinconia, era soltanto per mezzo
delle fotografie, perché nelle istantanee fatte in serie trovavamo noi stessi non chiari e distinti, ma, ciò
che era più importante, passivi e neutralizzati. Bevendo birra e infierendo sul sanguinaccio per creare
un'atmosfera di allegria, potevamo modificare a piacere i nostri rapporti con noi stessi. Ci divertivamo
a piegare le istantanee, a contorcerle, a tagliarle, con forbici che portavamo apposta con noi.
Mettevamo insieme ritratti vecchi e recenti; ci facevamo con un occhio o con tre occhi,
mettevamo il naso al posto di un orecchio, parlavamo o tacevamo con l'orecchio destro, e offrivamo la
fronte al nostro mento. Le nostre immagini non erano oggetto di tali montaggi soltanto con elementi
presi dalle proprie: Klepp si faceva prestare dei particolari interessanti da me, io chiedevo a lui qualche
suo tratto caratteristico. Riuscivamo così a dar vita a creature nuove e, speravamo, più felici. E ogni
tanto regalavamo qualche fotografia.
Così noi avevamo preso l'abitudine "noi" include solo Klepp e me, non i personaggi montati
artificialmente - di regalare una nostra fotografia al cameriere, che noi chiamavamo Rudi, ogni volta
che andavamo alla bettola, il che accadeva almeno una volta la settimana.
Rudi, un tipo che avrebbe meritato di esser padre di dodici bambini e di aver la tutela di altri
otto, conosceva le nostre angustie e, benché fosse già in possesso di dozzine di nostri ritratti di profilo e
ancor più di faccia, si mostrava ogni volta pieno di comprensione e ci ringraziava quando, dopo esserci
consigliati e aver scelto con la massima cura, gliene consegnavamo uno nuovo.
Alla signorina del banco e alla ragazza fulva con la cassetta delle sigarette sul ventre, Oskar non
ha mai regalato una fotografia, poiché alle donne non si devono mai regalare fotografie - ne fanno
sempre cattivo uso. Klepp invece, che nonostante la sua corpulenza non sapeva trattenersi dal fare il
cascamorto con le donne e che, espansivo fino alla sfacciataggine, davanti a ciascuna si sarebbe
cambiato la camicia, Klepp una volta deve aver regalato a mia insaputa una foto alla ragazza delle
sigarette, poiché con quella ragazzetta impertinente si è fidanzato, e un bel giorno l'ha sposata, per
riavere la sua fotografia.
Mi accorgo di aver precorso gli eventi e dedicato troppe parole agli ultimi fogli dell'album.
Quelle stupide istantanee non lo meritano, o soltanto nel senso di un confronto che valga a chiarire a
quanto mi appaia, ancor oggi, grande e impareggiabile, addirittura artistico il ritratto di mio nonno
Koljaiczek sulla prima pagina dell'album.
Piccolo e tozzo, sta accanto a un tavolino intarsiato. Purtroppo si è fatto ritrarre non in veste di
incendiario, ma in quella di pompiere volontario Wranka; non porta quindi i suoi caratteristici baffi. Ma
la divisa attillata con la medaglia al merito e l'elmo da pompiere che, poggiato sul tavolino, ne fa un
altare, riescono quasi a sostituire i baffi dell'incendiario. Quanta serietà sa dare allo sguardo e quanta
consapevolezza mostra per il travaglio del passaggio di un secolo nell'altro. Sembra che lo sguardo
ancor fiero a dispetto di ogni tragedia sia stato in voga all'epoca del secondo impero; lo possiede anche
Gregor Koljaiczek, l'ubriacone, che nella fotografia dà piuttosto l'impressione di un sobrio fabbricante
di polveri. Di tono più mistico, perché eseguita a Tschenstochau, è la foto di Vinzent Bronski con una
candela benedetta in mano. Un ritratto giovanile dello smilzo Jan Bronski è la testimonianza, ottenuta
coi mezzi dei primordi della fotografia, di una virilità consapevolmente malinconica.
Alle donne d'allora raramente riusciva di unire questa gravità dello sguardo all'atteggiamento
corrispondente. Perfino la nonna Anna, che, perdiana, era una personalità, nei ritratti anteriori alla
prima guerra mondiale ha un sorriso un po' ebete e affettato, tanto che nulla farebbe sospettare l'asilo da
lei prestato sotto le quattro ampie gonne sovrapposte e così discrete. Ancora durante gli anni di guerra,
le donne sorridevano al fotografo che faceva knips-knips, saltellando sotto il panno nero. Come le
ventitré infermiere volontarie dell'ospedaletto di Silberhammer, fra cui la mamma, radunate attorno alla
figura autorevole di un maggiore medico, anch'io ero un po' intimidito a guardarle di nuovo questo
gruppo fissato su solido cartone, formato doppia cartolina postale. Più disinvolte appaiono le dame
dell'ospedaletto mentre posano durante un ballo mascherato, al quale prendono parte anche guerrieri in
convalescenza. La mamma arrischia una strizzatina d'occhio e una boccuccia a cuore, che nonostante le
ali d'angelo e i capelli di fili d'argento vuole significare: anche gli angeli hanno un sesso.
Matzerath in ginocchio davanti a lei ha scelto un costume che avrebbe volentieri portato ogni
giorno: appare vestito da cuoco, sotto il berrettone inamidato, e brandisce un cucchiaio. Invece in
divisa, con tanto di croce di ferro di seconda classe, guarda anche lui, come i Koljaiczek e i Bronski,
tragicamente consapevole diritto davanti a sé, ed è superiore alle donne in tutte le fotografie.
Dopo la guerra i volti erano diversi. Gli uomini hanno un'aria un po' smobilitata, e ora sono le
donne a primeggiare nelle fotografie, ad aver motivo per uno sguardo serio, poiché sono state provate
dalle sofferenze e anche se sorridono non vogliono dissimulare. Stava bene, la tristezza, alle donne
degli anni venti. Non si direbbe che, sedute, in piedi o semiadagiate, l'arco di una ciocca dei capelli neri
appiccicato alla tempia, riescano a stabilire una conciliante connessione tra la Madonna e la venalità?
Il ritratto di mia mamma ventitreenne - suppongo di poco precedente l'inizio della gravidanza -
mostra una giovane donna che china lievemente la testa rotonda dal calmo modellato su un collo sodo e
carnoso, fissa tuttavia diritto in faccia chi la guarda, dissolvendo i contorni sensuali con il mesto sorriso
di cui si è detto e un paio di occhi che sembrano essere soliti contemplare più in grigio che in azzurro le
anime degli altri e anche la propria, quasi fosse un oggetto materiale, come a dire una tazza da caffè o
un bocchino da sigaretta. Non direi certo abbastanza se allo sguardo della mamma aggiungessi come
aggettivo qualificativo l'espressione "pieno d'anima."
Non più interessanti, ma più facili da giudicare e perciò più atte a comprendere lo spirito e il
costume del tempo sono le fotografie in gruppo. Sorprendente quanto più belli e più nuziali fossero gli
abiti di nozze all'epoca del Patto di Rapallo. Nella foto di nozze, Matzerath porta ancora un colletto
duro. Ha una bella presenza, è elegante, sembra quasi un intellettuale. Avanza il piede destro, si direbbe
che voglia rassomigliare a un attore cinematografico dei suoi giorni, per esempio a Harry Liedtke. Le
donne portavano le gonne corte. Il vestito nuziale della mamma sposa, con la gonna bianca plissée a
pieghe minute, le giunge fin poco sotto il ginocchio, mostrando le gambe ben tornite e i suoi graziosi
piedini da ballerina calzati di scarpette bianche a fibbia. Su altre fotografie si accalcano in gruppo tutti
gli invitati. Fra altra gente che veste alla moda di città e vuole mettersi in posa si distinguono sempre la
nonna Anna e il suo miracolato fratello Vinzent, per il loro provinciale rigore e l'insicurezza che ispira
fiducia. Jan Bronski, che come la mamma proviene dallo stesso campo di patate di sua zia Anna e del
padre devoto alla Vergine celeste, sa celare la sua casciubica origine paesana dietro la solenne eleganza
di un funzionario delle poste polacche. Per quanto egli stia, smilzo e con il pericolo di passare
inosservato, fra tanta gente florida e corpulenta, si fa notare in ogni fotografia anche in margine al
gruppo, per i suoi occhi insoliti e il bel volto quasi femmineo.
Sto osservando da lungo tempo un gruppo fotografato poco dopo le nozze. Devo dar di piglio al
tamburo, e davanti a quell'opaco rettangolo color marrone tentar di rievocare con le mie bacchette sulla
latta verniciata la costellazione di tre astri che vi appare.
L'occasione per quell'istantanea sarà stata offerta all'angolo della Magdeburgerstrasse con la
Piazza d'armi accanto alla Casa dello Studente Polacco, e quindi nell'appartamento dei Bronski, poiché
sullo sfondo c'è un balcone illuminato dal sole, quasi tutto avvolto da fagioli rampicanti secondo la
consuetudine propria soltanto delle abitazioni della colonia polacca. La mamma sta seduta, Matzerath e
Jan Bronski sono in piedi. Ma come sta seduta lei, e come stanno in piedi i due! Una volta mi è venuta
la sciocca idea di mettermi a misurare con un compasso, che Bruno aveva dovuto comperarmi, con la
riga e con la squadra, la costellazione di questo triumvirato, poiché la mamma valeva indubbiamente
quanto un uomo. Angolo d'inclinazione del collo, un triangolo a lati disuguali, spostamenti di riga e
squadra in senso parallelo, confronti forzati di aperture di angoli, cerchi che si intersecavano
significativamente fuori del gruppo, fra la verzura rampicante, determinando un punto; poiché era un
punto quello che ansiosamente cercavo, fiducioso e ostinato, un punto d'appoggio, un punto di
partenza, un punto di riferimento, se non addirittura un punto di gravità Ma nessun risultato ho
conseguito con queste dilettantesche misurazioni, se non quello di aver disseminato con la cima del
compasso sui punti principali di quella preziosa fotografia molti piccoli ma spiacevoli buchi. Cosa
aveva di speciale questa fotografia? Che cosa mi induceva a cercare e, se si vuole, perfino a trovare, in
quel rettangolo riferimenti matematici e magari - cosa addirittura ridicola - anche cosmici? Tre persone:
una donna seduta, due uomini in piedi. Lei con i capelli scuri ondulati dalla messa in piega, biondi e
crespi quelli di Matzerath, aderenti e pettinati all'indietro quelli castani di Jan. Tutti e tre sorridono,
Matzerath più di Jan Bronski, entrambi mostrano i denti superiori e presi insieme sorridono cinque
volte più della mamma, che di sorriso ha soltanto qualche traccia agli angoli della bocca e nessuna
negli occhi. Matzerath tiene la mano sinistra sulla spalla destra della mamma, Jan si accontenta di
poggiare lievemente la destra sullo schienale della sedia. La mamma, con le ginocchia verso destra, e il
busto in posizione frontale, tiene in grembo un fascicolo che per molto tempo presi per uno degli album
di francobolli di Jan, poi per una rivista di mode, infine per una raccolta di figurine di famosi attori del
cinema che si trovavano nelle scatole di sigarette. Le dita della mamma accennano un movimento come
se volessero sfogliarlo non appena la foto sarà scattata. Tutt'e tre appaiono in felice armonia fra loro,
immuni da spiacevoli sorprese, possibili soltanto se uno dei membri di quella triplice intesa
cominciasse a brigare in segreto o lo avesse già fatto fin dall'inizio. Essi sono condizionati dalla quarta
persona facente parte della più vasta cerchia della famiglia, cioè dalla moglie di Jan, Hedwig Bronski
nata Lemke, a quel tempo forse già incinta del futuro Stephan, soltanto per il fatto che è lei che deve
orientare l'apparecchio sulla felicità dei tre esseri affinché la triplice felicità venga fissata almeno coi
mezzi della fotografia.
Ho staccato dall'album altre immagini nelle quali si vedono la mamma con Matzerath o la
mamma con Jan Bronski, e le ho confrontate con questa. Su nessuna come nella foto del balcone
appare tanto evidente l'inevitabile, ciò che da ultimo doveva risultare l'unica soluzione possibile. Jan e
la mamma su un'unica lastra: c'è aria di tragedia, di avventura, di prevaricazione che diviene disgusto,
che porta con sé il disgusto per la prevaricazione. La mamma con Matzerath: qui sgocciola un'intimità
coniugale di fine settimana, friggono bistecche, piccoli litigi prima del pasto e sbadigli dopo il pasto,
bisogna raccontarsi barzellette prima di andare a letto o scrivere sulla parete le detrazioni fiscali per
dare al matrimonio uno sfondo spirituale. Tuttavia preferisco questa noia fotografata alla ben poco
edificante istantanea di anni dopo, che mostra la mamma sulle ginocchia di Jan Bronski, sullo sfondo
del bosco di Oliva presso Freudental. Istantanea disgustosa - Jan tiene una mano sotto il vestito della
mamma - che rivela la folle, cieca passione della sciagurata coppia, adultera sin dal primo giorno di
matrimonio di lei con Matzerath; e fu proprio lui, suppongo, l'ottuso fotografo. Nulla vi è in questa
immagine della pacatezza e del cosciente controllo dei propri gesti che si può notare nella foto del
balcone e che probabilmente era possibile solo quando i due uomini apparivano a fianco o dietro la
mamma, oppure, come sulla spiaggia di Heubude, sdraiati nella sabbia ai suoi piedi; vedi foto.
C'è nell'album ancora un rettangolo che mostra i tre esseri più importanti dei miei primi anni
disposti a triangolo. Per quanto non sia intensamente concentrato come la foto del balcone, esso irradia
tuttavia la stessa pace piena di fermento che certo può venir conclusa e, ove possibile, mantenuta,
soltanto col concorso di tre persone. Si può criticare finché si vuole la famosa tematica teatrale del
triangolo; ma che cosa potrebbero fare sulla scena due soli protagonisti se non finire con l'ammazzarsi
a forza di discutere o desiderare in cuor loro l'intervento di un terzo? Nella mia foto sono in tre. Stanno
giocando a skat. Cioè, tengono in mano le carte in ventagli ben organizzati ma non guardano i loro
atout meditando le mosse del gioco, bensí hanno lo sguardo rivolto all'obiettivo. Jan ha la mano
accanto al mucchio di monete, piatta salvo l'indice alzato, Matzerath affonda nervosamente le unghie
nella tovaglia, la mamma si concede un piccolo scherzo, per mio conto abbastanza riuscito: ha tirato
una carta, che però non mostra ai compagni di gioco, ma alla lente dell'obiettivo. Quanto ci può già
essere di allusivo nel semplice gesto di mostrare la donna di cuori, evocando un simbolo non ancora
prepotente; e chi non giurerebbe sulla donna di cuori?
Lo skat - che, come suppongo sia noto, si può giocare soltanto in tre - era per la mamma e i due
uomini non soltanto il gioco più appropriato; era il loro rifugio, un porto sicuro nel quale riparare ogni
qualvolta volevano sfuggire alle tentazioni della vita che li spingeva all'esistenza a due in questa o
quella combinazione, per poi giocare a uno di quei giochi inconcludenti come il sessantasei o tavola
mulino.
Basta ora di quei tre che hanno voluto mettermi al mondo, sebbene nulla mancasse loro per
essere felici. Ma prima di venire a me, dirò due parole su Gretchen Scheffler, l'amica della mamma, e
sul suo fornaio e marito Alexander Scheffler. Lui era calvo, lei con un sorriso equino in buona parte
composto di denti d'oro. Lui piccolo -seduto non arriva mai a toccare coi piedi il tappeto - lei in vestiti
lavorati a maglia che non ne avevano mai abbastanza di disegni. E più avanti altre foto dei due
Scheffler, in sedie a sdraio o davanti a scialuppe di salvataggio del piroscafo della Kdf (1) Wilhelm
Gustloff, o ancora sul ponte di passeggiata del Tannenberg del servizio marittimo della Prussia
orientale. Andavano in viaggio ogni anno, portando oggetti ricordo infatti dalla Norvegia, dalle
Azzorre, dall'Italia nella casa del Kleinhammerweg, dove lui infornava il pane e lei faceva merletti a
denti di topo per le federe.
Quando Alexander Scheffler non parlava, s'inumidiva di continuo con la punta della lingua il
labbro superiore, abitudine per la quale l'amico di Matzerath, Greff, che abitava dirimpetto a noi e
aveva un negozietto di frutta e verdura, lo rimproverava sempre considerandola una sconveniente
mancanza di gusto.
Benché Greff fosse sposato, era preso più dall'organizzazione dei boy-scout che dalla sua
funzione di marito. Infatti una foto lo mostra, massiccio, ossuto, pieno di salute, nella divisa dai calzoni
corti, coi cordoni sulla camicia e il cappello da esploratore.
Accanto a lui nella stessa divisa, un giovanetto biondo di forse tredici anni, dagli occhi un po'
troppo grandi, sulla cui spalla Greff appoggia la mano sinistra in atto di stringerlo a sé affettuosamente.
Non conoscevo quel giovinetto, Greff invece dovevo più tardi conoscerlo e capirlo tramite sua moglie
Lina.
Vedo che mi perdo tra instantanee di viaggiatori "Kdf" e testimonianze del delicato erotismo
scout. Voglio sorvolare alcune pagine e venire a me, alla mia prima fotografia.
Ero un bel bambino. La foto fu scattata il giorno di Pentecoste del venticinque. Avevo otto
mesi, due meno di Stephan Bronski che sulla pagina successiva è ritratto in eguale formato ed emana
un'indescrivibile banalità. E' una cartolina con il bordo artisticamente ondulato e frastagliato, con sul
retro le linee per l'indirizzo; fu riprodotta probabilmente in molte copie per essere inviata a parenti e
amici. La zona in cui è inserita la foto descrive sul rettangolo allungato la forma di un uovo
eccessivamente simmetrico. Nudo e simboleggiando il tuorlo, giaccio sul ventre, su una pelliccia
bianca che qualche orso polare doveva aver lasciato in eredità a un fotografo dell'Europa orientale,
specializzato in ritratti di bambini. Come per molte fotografie di allora, anche per la mia fu scelto
quell'inconfondibile caldo tono marrone che in contrasto con la foto inumanamente lucida e in bianco e
nero dei nostri giorni vorrei chiamare umano. Il fogliame che fa da sfondo è sfocato, probabilmente
dipinto e offre una nota scura, appena illuminata da qualche chiazza di luce. Mentre il mio corpo liscio
e pienotto giace immobile, diagonalmente, sulla pelliccia e subisce il fascino esotico della patria polare
dell'orso bianco, mi sforzo di tenere sollevata la testa infantilmente rotonda e guardo con occhi
luccicanti chi contempla la mia nudità.
Si dirà: una fotografia di bambino come tante altre. Ma osservate, per favore, le mani:
ammetterete che il mio primo ritratto è profondamente diverso dagli innumerevoli fiori che costellano
tanti album di fotografie e mostrano sempre lo stesso grazioso esserino.
Tengo i pugni serrati. Non dita a salsiccia che, inavvertitamente, obbedendo a un ancora oscuro
istinto di afferrare, giochino con le ciocche della pelle dell'orso bianco. Seriamente composti, i pugnetti
stanno accanto alla testa, sempre pronti ad abbassarsi e suscitare suoni; quali suoni? Il suono del
tamburo!
Non lo possiedo ancora, naturalmente; esso mi fu promesso alla nascita sotto le lampadine, per
il mio terzo compleanno. Però per un fotografo abile nel montaggio, nulla sarebbe più facile che
inserire nell'immagine un cliché impicciolito di un tamburo da bambini, senza dover procedere al
minimo ritocco della posizione del mio corpo. Solo si dovrebbe far sparire lo stupido pupazzo di stoffa
che non degno di uno sguardo. Esso stona in questa composizione del resto riuscita, che si era posta per
tema quell'età di acuto, chiaroveggente ingegno in cui spuntano i primi denti di latte.
Più tardi non mi si mise più su pellicce d'orso bianco. Potevo avere un anno e mezzo, che mi
ritrassero seduto su una carrozzella per bambini, dalle alte ruote, davanti a uno steccato di legno le cui
punte e le cui giunture trasversali si stagliano così nitidamente su uno strato di neve da farmi supporre
che la foto fosse stata fatta nel gennaio del ventisei. A guardarlo più a lungo, lo steccato mi si associa
oggi nella memoria a quello rozzo, odorante di legno catramato, che recintava la vasta area delle
caserme nel sobborgo di Hochstriess, nelle quali durante la guerra erano acquartierati gli ussari di
Mackensen e poi, nei miei primi anni, la polizia dello Stato libero. Poiché però non ricordo alcuna
persona di nostra conoscenza che abitasse in detto sobborgo, suppongo che la fotografia sia stata fatta
in occasione di una visita dei miei genitori a gente che non erano soliti praticare, o solo saltuariamente.
La mamma e Matzerath, ai due lati della carrozzella, sono senza cappotto benché si fosse
d'inverno. La mamma indossa una blusa di foggia russa, dalle maniche lunghe, i cui vivaci ricami
associati al quadro invernale possono suscitare strane fantasticherie: si è nel cuore della Russia;
Rasputin fa una fotografia della famiglia dello zar e io sono lo zarevich; dietro lo steccato di
nascondono menscevichi e bolscevichi armati di bombe, decisi a sterminare la mia famiglia di tiranni.
Ma l'aria piccolo-borghese di Matzerath, corretta, mitteleuropea, pregna - come si vedrà - d'avvenire,
smussa ogni spigolo di violenza alla paurosa visione sonnecchiante nella foto. In realtà si era nel
tranquillo sobborgo di Hochstriess; i miei genitori avranno lasciato per un momento l'abitazione degli
ospiti, senza mettersi il cappotto, dopo aver chiesto al padrone di casa di fotografarli col piccolo Oskar
in mezzo, soddisfatti del suo sguardo buffo; subito dopo saranno ritornati nel tepore della casa, al caffè
con la panna e il dolce, a trascorrere un'ora piacevole con quei loro conoscenti.
C'è ancora una buona dozzina d'istantanee di Oskar, sdraiato, seduto, strisciante carponi, mentre
corre, all'età di un anno, di due anni e di due anni e mezzo. Le fotografie sono più o meno riuscite e
formano nel loro insieme soltanto il preludio al ritratto nel giorno del mio terzo compleanno.
Finalmente ce l'ho, il tamburo! Mi pende davanti, nuovo fiammante, dipinto con una serie di
triangoli bianchi inseriti nei rossi. Tutto compreso della mia importanza, serio e deciso in volto, tengo
incrociate le mazze di legno sulla latta. Indosso un maglione a righe. Ai piedi scarpe laccate, lucenti.
Ritti sul capo si ergono i capelli a spazzola. In ciascuno dei miei occhi azzurri si riflette la volontà di
uno potenza che avrei dovuto esercitare da solo, e senza seguito.
Allora mi ero conquistato una posizione alla quale non avevo motivo di rinunciare. Allora dissi,
allora decisi, allora risolsi di non diventare in alcun caso un uomo politico e tanto meno un negoziante
di generi coloniali, ma di far punto e basta, di rimanere così. E così rimasi nella misura della mia
persona, con questo equipaggiamento, per molti anni.
Gente grande e piccola, piccolo e grande Belt, piccolo e grande A B
C, Pollicino e Carlo Magno, Davide e Golia, nanerottoli e granatieri: quanto a me, rimasi il
bambino di tre anni, lo gnomo, il pollicino, l'alto un soldo di cacio, refrattario a ogni tentativo di
rimpinzarmi per farmi crescere, per sottrarmi a distinzioni come piccolo e grande catechismo, per non
essere da cosiddetto adulto di un metro e settantadue alla mercé di un uomo che, radendosi davanti allo
specchio, si diceva mio padre e per non avere obblighi verso un negozio che, per desiderio di
Matzerath, come negozio di generi coloniali avrebbe dovuto significare per un Oskar ventunenne il
mondo degli adulti.
Per non dover battere sui tasti di una cassa, mi attenni al tamburo, e dal mio terzo compleanno
in poi non crebbi d'un dito, rimasi il bambino di tre anni, ma anche il tre volte furbo, che tutti gli adulti
sorpassavano in altezza, ma che a tutti gli adulti doveva essere di tanto superiore, che non avrebbe
voluto misurare neanche la propria ombra con la loro, che di mente e di corpo era ormai un uomo fatto,
mentre quelli ancora da vegliardi dovevano preoccuparsi del loro sviluppo, che non faceva altro che
farsi confermare quello che essi a fatica e spesso dolorosamente dovevano sperimentare, che di anno in
anno non aveva bisogno di scarpe e di calzoni più grandi per dimostrare che qualcosa in lui cresceva.
Devo infatti ammettere che qualcosa in Oskar pur si andava sviluppando (benché non sempre a
mio vantaggio), e finí con l'acquistare una grandezza messianica. Ma quale adulto aveva a quel tempo
la capacità di vedere e ascoltare un Oskar rimasto fermo sui tre anni, col suo tamburo di latta?

NOTE:
(1) In tedesco "Kdf"=Kraft durch Freude="la forza attraverso la gioia," organizzazione del
Partito Nazionalsocialista.

Bicchiere, bicchiere, bicchierino


Se nel capitolo precedente ho descritto la foto in cui sono ritratto col tamburo e le bacchette e ho reso
noto quali decisioni, da gran tempo maturate nel mio animo, avevo preso mentre si facevano le foto e
tutti erano radunati attorno alla torta con le tre candeline per festeggiare il mio compleanno, ora che
l'album di famiglia giace chiuso e silenzioso accanto a me, devo far menzione degli avvenimenti che
seguirono e che furono da me provocati, se pur non spiegano la perennità dei miei tre anni.
Sin dall'inizio questo mi era chiaro: gli adulti non ti comprenderanno, se non ti vedranno più
crescere in modo visibile ti considereranno un tardone, trascineranno te e il loro denaro da cento medici
e, se non la tua guarigione, vorranno almeno la spiegazione della tua malattia. Per ridurre al minimo
sopportabile la noia dei consulti dovevo dunque fornire, ancor prima che il medico si pronunciasse, una
ragione plausibile dell'arresto della mia crescita.
Era un giornata di settembre piena di sole, quella del mio terzo compleanno. Un'atmosfera
delicata e cristallina di fine estate; perfino le risate di Gretchen Scheffler erano in sordina. La mamma,
seduta al pianoforte, suonava brani dello Zingaro barone; dietro a lei e allo sgabello Jan, sfiorando le
sue spalle, cercava di capire le note. In cucina Matzerath stava già preparando la cena. La nonna Anna
era andata con Hedwig Bronski e Alexander Scheffler dal verduraio Greff, perché Greff aveva sempre
delle storie da raccontare; storie di esploratori, nel corso delle quali rettitudine e coraggio finivano
sempre col trionfare. La pendola non tralasciava di scandire ogni quarto d'ora della giornata
settembrina così finemente intessuta. E poiché pareva che tutti fossero altrettanto affaccendati quanto lo
era l'orologio, e che una specie di linea fosse tesa dall'Ungheria dello Zingaro barone agli esploratori di
Greff oltrepassanti i Vosgi, fino alla cucina di Matzerath dove soffriggeva nella padella una frittata con
trippa e funghi casciubici, e fino al negozio, attraverso il corridoio, volli dunque seguire anch'io questo
percorso sfiorando con le bacchette il mio tamburo, e mi trovai nel negozio dietro il banco: lontano il
pianoforte, lontani i funghi e i Vosgi, e a questo punto notai che la botola della cantina era aperta; era
stato certamente Matzerath, che era sceso nella dispensa a prendere un barattolo di conserva di frutta
per completare la cena, a lasciarla aperta.
Ci volle un minuto buono perché arrivassi a capire che cosa esigesse da me quella botola. Mio
Dio, non certo un suicidio! Sarebbe davvero stato troppo semplice. Ma l'alternativa richiedeva sforzo,
sofferenza, esigeva un sacrificio; e come sempre, quando mi si chiede un sacrificio, il sudore mi
imperlava già allora la fronte. Ero preoccupato soprattutto per il mio tamburo, che non subisse danni; si
trattava ora di portarlo giù sano e salvo lungo i sedici gradini consunti, e di piazzarlo fra i sacchi di
farina per motivarne l'integrità. Poi di risalire fino all'ottavo gradino, no, uno più in giù, oppure anche il
quinto avrebbe fatto al caso. Ma mi resi conto che la sicurezza e l'attendibilità dell'incidente di lì non
erano conciliabili.
Di nuovo su quindi, su fino al decimo gradino che era troppo alto, e finalmente dal nono mi
buttai a capofitto fino all'impiantito di cemento della nostra cantina, travolgendo uno scaffale pieno di
bottiglie di sciroppo di lampone.
Ancor prima che un sipario calasse sulla mia coscienza mi dissi che l'esperimento aveva avuto
successo: il fracasso delle bottiglie di sciroppo di lampone deliberatamente infrante fu abbastanza forte
per far accorrere Matzerath dalla cucina, la mamma dal pianoforte, e gli altri della brigata del
compleanno dai Vosgi del vicino negozio fino alla botola aperta e giù per la scala.
Prima che arrivassero godetti l'odore dello sciroppo di lampone che scorreva e mi accorsi anche
che la mia testa sanguinava; mentre scendevano già le scale mi chiesi ancora se fosse il sangue di Oskar
oppure lo sciroppo di lampone ad avere un odore così dolce e così spossante; ero però lieto che tutto
fosse andato bene e che il tamburo non avesse sofferto nessun danno grazie alla mia precauzione.
Mi par di ricordare che fu Greff a portarmi di sopra. Solo nel soggiorno Oskar riemerse da
quella nuvola costituita per metà da quel gradevole odore e per l'altra metà dal suo giovane sangue. Il
medico non era ancora arrivato, la mamma gridava, se la prese con Matzerath che faceva di tutto per
calmarla, lo definí assassino e lo schiaffeggiò ripetutamente, e non solo di piatto, anche a manrovescio.
Con quella sola caduta, se non innocua, tuttavia da me ben dosata avevo dunque offerto - e i
medici lo hanno poi sempre confermato - la spiegazione, per gli adulti così importante, della mia
mancata crescita; non solo, ma, pur senza volerlo, per soprappiù, dell'innocente Matzerath avevo fatto
un Matzerath colpevole. A lui che aveva lasciata aperta la botola la mamma addossò tutta la colpa di
quanto era accaduto, e fu lui a doverla portare per anni, perché lei ogni tanto implacabilmente tornava a
rinfacciargliela.
La caduta mi costò quattro settimane d'ospedale, ma in seguito, a prescindere dalle visite del
mercoledí dal dottor Hollatz, i medici mi lasciarono relativamente in pace. Sin dal primo giorno in cui
fui in possesso del tamburo ero riuscito a dare al mondo una prova e il mio caso era chiarito prima
ancora che gli adulti lo avessero inteso, rapportandolo al vero stato di cose da me determinato. Da quel
giorno si disse spesso: il giorno del suo terzo compleanno il nostro piccolo Oskar è caduto giù per la
scala della cantina; non ha avuto altre gravi conseguenze, però da allora ha smesso di crescere.
E io cominciai a battere il tamburo. La casa dove abitavamo aveva quattro piani. Io, salendo dal
pianterreno alla soffitta e ridiscendendo, facevo rullare il tamburo. E così anche uscendo di casa, dal
Labesweg fino alla Max-Halbe-Platz e da lì fino a Neuschottland, lungo a Anton-Möller-Weg, la
Marienstrasse, il Kleinhammerpark, davanti alla fabbrica di birra, allo stagno della birreria S A,
attraverso la Fröbelwiese, davanti alla scuola Pestalozzi, lungo il Neuer Markt, e di nuovo nel
Labesweg. Il mio tamburo sopportava il colpo, gli adulti meno; cercavano di interrompere il mio
tamburo, volevano ostacolare la mia latta, volevano fare lo sgambetto alle mie bacchette - ma la natura
provvedeva per me.
La mia capacità di creare, battendo su un tamburo di latta per bambini, la necessaria distanza fra
me e gli adulti maturò poco dopo la caduta dalla scala, quasi contemporaneamente all'affermarsi in me
di doti canore che mi permettevano di cantare a lungo e con intense vibrazioni, cioè di gridare o di
cantare gridando, con toni così alti che nessuno osò più portarmi via il tamburo, che pure era per le
orecchie di tutti un tormento; perché se qualcuno cercava di togliermi il tamburo, io gridavo, e quando
gridavo si frantumavano le cose più preziose: ero in grado di distruggere cantando il vetro; il mio grido
uccideva i vasi da fiori; il mio canto metteva in ginocchio vetri di finestre e instaurava il dominio delle
correnti d'aria; la mia voce tagliava vetrine come un casto e perciò inesorabile diamante, e si perdeva
dietro le vetrine, senza smarrire l'innocenza, anche quando si esercitava su armoniosi, nobili bicchierini
da liquore, dono di mani amiche, leggermente impolverati.
Non durò molto che la notizia di queste mie doti si diffuse nella nostra strada, dal Brösener Weg
fino ai caseggiati presso l'aeroporto, quindi in tutto il quartiere. Quando incontravo i bambini del
vicinato ai cui giochi non prendevo parte ("Aringa marinata, un due tre," o "C'è la Cuoca Nera qui?" o
"Vedo qualcosa che tu non vedi"), essi subito intonavano una strofetta:

Bicchiere, bicchiere, bicchierino


Zucchero senza birra
Frau Holle apre la finestra
E suona il piano

Versi di bambini, evidentemente, sciocchi e senza senso. La canzoncina mi lasciava quasi


indifferente quando marciavo col mio tamburo davanti a Frau Holle e fra i bicchierini; e tuttavia
l'ingenuo ritmo, che non era poi privo di fascino, mi suggestionava, per cui finivo con l'accompagnare
"Bicchiere, bicchierino, bicchierino" sul mio tamburo e, benché non fossi un ammaliatore di ratti, (1)
inducevo i bambini a seguirmi.
Ancor oggi, per esempio, quando Bruno pulisce i vetri delle finestre della mia camera, ridò un
po' di posto sul mio tamburo a quei versi e a quel ritmo.
Più seccante del ritornello dei bambini e più irritante, specialmente per i miei genitori, era il
costoso fatto che a me, o piuttosto alla mia voce, i vicini attribuivano la colpa di ogni vetro di finestra
infranto a sassate da qualche ragazzo maleducato e turbolento. All'inizio la mamma, da brava, pacifica
donna qual era, pagò rassegnata i vetri delle finestre di cucina rotti per lo più a colpi di fionda, poi
finalmente comprese anche lei il mio fenomeno vocale e considerò quegli episodi con realistici e freddi
occhi grigi, esigendo delle prove a chi le chiedeva di risarcire il danno.
La gente del vicinato mi faceva davvero torto. Nulla era più sbagliato che il credermi posseduto
da una infantile mania di distruzione, o supporre che sentissi un inspiegabile odio per ogni cosa fatta di
vetro, un odio analogo a quelle oscure, vaghe avversioni che spingono i ragazzi a sfogarsi con atti
vandalici.
Soltanto chi gioca distrugge per capriccio. Ma io non giocavo mai col mio tamburo, lavoravo, e
quanto alla mia voce essa obbediva anzitutto alla necessità di difendermi. Soltanto la preoccupazione di
non poter continuare il mio lavoro col tamburo mi induceva a far uso delle mie corde vocali con tanta
consapevolezza dello scopo. Se con gli stessi mezzi mi fosse stato possibile ad esempio tagliuzzare le
noiose tovaglie, intessute di ricami in lungo e in largo sorti dalla fantasia di Gretchen Scheffler, oppure
di dissolvere il cupo strato lucido del pianoforte, con gioia avrei lasciato intatto tutto ciò che era di
vetro e tintinnava. Ma alla mia voce rimanevano indifferenti tovaglie e vernici. Non riuscivo a
cancellare con instancabili grida i disegni di tovaglie o arazzi, né a produrre un intenso calore
sfregando l'un contro l'altro con una fatica paleolitica, in un crescendo e decrescendo, due toni
prolungati, per far finalmente scoccare la scintilla che sarebbe stata necessaria per trasformare in
fiammate decorative e rigidi e vecchi tendaggi delle due finestre del salotto, impregnati di odore di
tabacco. Non riuscivo a spezzare cantando le gambe a nessuna delle sedie su cui usavano sedere
Matzerath o Alexander Scheffler. Mi sarei volentieri difeso dagli adulti in modo più innocuo e meno
prodigioso; ma nulla di innocuo voleva servirmi; soltanto il vetro mi prestava ascolto e per questo
doveva pagare.
La prima esibizione di questo genere, coronata da successo, la offrii poco dopo il mio terzo
compleanno. Possedevo il tamburo da oltre quattro settimane e durante quel tempo, diligente com'ero, a
forza di battere lo avevo ridotto in condizioni pietose. La solida intelaiatura bianca e rossa teneva
ancora insieme il fondo e la superficie, ma il buco al centro della faccia che dava il tono era ormai
evidente, e poiché non degnavo d'uno sguardo la faccia opposta esso si allargò sempre più, si slabbrò; i
margini si fecero dentati e taglienti, mentre sotto i colpi si staccavano di continuo schegge di latta che
cadevano nell'interno, risuonando stonate a ogni battuta; e dappertutto, sul tappeto del tinello e sulle
doghe rossastre della camera da letto, brillavano bianchi frammenti del rivestimento di vernice che non
avevano più potuto resistere sulla martoriata latta del mio tamburo.
Si temette che potessi ferirmi agli orli pericolosamente taglienti.
Specialmente Matzerath, che dopo la mia caduta dalla scala era divenuto fin troppo prudente,
raccomandava anche a me la massima prudenza. Io battevo sul tamburo con foga infernale mentre le
vene dei miei polsi sfioravano di continuo l'orlo segmentato del cratere; devo quindi ammettere che i
timori di Matzerath, anche se esagerati, non erano del tutto privi di fondamento.
Solo con un nuovo tamburo si sarebbe potuto scongiurare ogni pericolo; ma i miei non
pensavano affatto a darmi un nuovo tamburo, volevano soltanto privarmi del mio buon vecchio
compagno ch'era precipitato con me, che con me era entrato nell'ospedale, che con me ne era stato
dimesso; che mi accompagnava dappertutto, su e giù per le scale, sui marciapiedi e sul selciato di
porfido delle strade, attraverso "Aringa marinata, un due tre," "Vedo qualcosa che tu non vedi," e
davanti alla "Cuoca Nera," di questa latta volevano privarmi e senza sostituirla. Una insulsa tavoletta di
cioccolata doveva servire per allettarmi. La mamma me la porse, atteggiando la bocca come se già
stesse gustandola. Fu Matzerath ad afferrare con affettata severità il mio strumento invalido. Io mi
aggrappai al relitto. Lui tirò. Già le mie forze appena bastanti per il mio solito gioco venivano meno e il
cerchio dell'incorniciatura superiore stava per sfuggirmi di mano, quando Oskar, che fino a poche
settimane prima era considerato un buon bambino, anzi fin troppo tranquillo, riuscí ad emettere quel
primo fatale grido distruttore: il rotondo vetro molato, che difendeva il quadrante giallo miele della
nostra pendola dalla polvere e dalle mosche morenti, si spezzò, cadde rompendosi in minuti frammenti
sulle doghe rossastre del pavimento, poiché il tappeto non arrivava fin sotto il piedestallo dell'orologio.
Tuttavia i congegni di quell'opera preziosa non subirono danni: tranquillamente il pendolo - se così ci si
può esprimere a proposito di un pendolo - proseguí il suo cammino, e così fecero le lancette.
Nemmeno la soneria che, sensibilissima e quasi isterica, di solito reagiva al minimo urto, anche
quando in istrada passavano i carri della birra, si mostrò impressionata dal mio urlo; soltanto il vetro si
spezzò, ma si spezzò a fondo.
"S'è rotto l'orologio!" esclamò Matzerath, e mollò il tamburo. Mi bastò un'occhiata per
convincermi che il mio urlo non aveva recato alcun danno all'orologio stesso, che solo il vetro era
partito.
Invece a Matzerath, e anche alla mamma e allo zio Jan, venuto in visita come ogni domenica
pomeriggio, parve che qualcos'altro ancora si fosse rotto. Pallidi e smarriti si guardarono con occhi
stravolti, come paralizzati dallo spavento; controllarono la stufa di terracotta, il pianoforte, il buffet,
mentre Jan Bronski andava mormorando qualcosa con labbra secche e con gli occhi divenuti
improvvisamente languidi e supplichevoli. Cosicché credo ancor oggi che gli sforzi dello zio mirassero
ad articolare una preghiera in cui si implorava aiuto e pietà, le cui parole potevano essere: "Agnello di
Dio, che togli i peccati del mondo - miserere nobis," frase ripetuta tre volte e alla quale forse
aggiungeva: "Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di' una sola parola..."
Naturalmente il Signore non disse nessuna parola. E del resto non avevo rotto l'orologio, ma
soltanto il vetro. Certo, coi loro orologi gli adulti sono in un rapporto assai singolare e puerile,
comunque diverso dal mio, perché in questo senso non sono mai stato veramente un bambino.
L'orologio è forse la loro realizzazione più straordinaria. Ma così va il mondo: nella stessa misura in
cui gli adulti possono creare cose meravigliose, e con diligenza, ambizione e una certa fortuna infatti le
creano, subito dopo la creazione diventano creature delle proprie clamorose invenzioni.
E pensare che l'orologio non è nulla senza l'adulto; egli lo carica, lo regola, lo porta
dall'orologiaio perché lo controlli, lo pulisca e, occorrendo, lo ripari. Come nel richiamo del cuculo non
ripetuto a lungo, nella saliera che si rovescia, nei ragni visti la mattina, nell'apparire di un gatto nero da
sinistra, nel quadro ad olio dello zio, caduto dalla parete perché mentre lo si spolverava l'intonaco
aveva ceduto, e come nello specchio, gli adulti vedono dietro l'orologio e nell'orologio più di quanto
esso in realtà possa rappresentare.
La mamma, che nonostante certe sue caratteristiche esaltate aveva un occhio obiettivo, e,
ottimista com'era, talvolta interpretava in senso favorevole ogni presunto segno premonitore, trovò
allora la parola liberatrice: "I cocci portano fortuna!" esclamò schioccando le dita; prese lo scopino e la
pattumiera e raccolse i cocci o la fortuna.
Se devo credere a quell'uscita della mamma, indubbiamente ho portato molta fortuna ai miei
genitori, a parenti, a gente conosciuta e anche sconosciuta mandando in frantumi con le mie urla, col
mio canto, a chiunque mi volesse portar via il tamburo, vetri di finestre, bicchieri colmi di birra,
bottiglie di birra vuote, boccette di profumo esalanti la primavera, coppe di cristallo con frutta
artificiale, insomma tutto quanto fosse stato prodotto dalle vetrerie grazie ai polmoni del vetraio e
messo in vendita come oggetto di vetro semplice o come vetro artistico.
Per non causare troppi danni - poiché amavo e amo ancora le vetrerie di pregio - quando la sera
volevano portarmi via il tamburo di latta, che doveva stare accanto a me, nel lettino, mi accontentavo di
mandare in pezzi una o più lampadine del nostro lampadario del salotto a quattro luci. Avvenne così
che la sera del mio quarto compleanno, all'inizio del settembre del ventotto, avvolsi il numeroso gruppo
di persone radunate a festeggiarmi - i genitori, i Bronski, la nonna Koljaiczek, gli Scheffler e i Greff,
che mi avevano fatto ogni sorta di regali, soldatini di piombo, un veliero, un'autopompa, tutto tranne un
tamburo di latta, essi che volevano ad ogni costo che mi rassegnassi a quei soldatini di piombo, che mi
mettessi a giocare al pompiere, che non mi concedevano di godermi il mio sconquassato ma valoroso
tamburo, che volevano strapparmelo e impormi la ridicola nave, e a vela per giunta, dato contrario a
ogni senso del progresso, che non mostravano alcuna comprensione per me e per i miei desideri - tutti
costoro, dico, avvolsi in un grido esiziale che uccise tutte e quattro le lampadine del lampadario,
immergendoli nelle tenebre dei tempi anteriori alla creazione del mondo.
Ma così son fatti gli adulti: dopo le prime esclamazioni di disappunto e di quasi fervido
desiderio che tornasse la luce, essi si abituarono all'oscurità; e quando mia nonna Koljaiczek, l'unica
oltre al piccolo Stephan Bronski che non avesse nulla da guadagnare dalle tenebre, andò col ragazzetto
che le si aggrappava piagnucolando alla gonna a prendere alcune candele e ritornò a illuminare la
camera con le candele accese, tutti gli altri membri delle festante brigata, alquanto brilli, apparvero in
strani accoppiamenti.
Come c'era da aspettarsi, la mamma era seduta con la camicetta scomposta sulle ginocchia di
Jan Bronski. Disgustoso era vedere il piccolo fornaio Alexander Scheffler quasi scomparire nella
moglie di Greff. Matzerath leccava i denti d'oro cavallini di Gretchen Scheffler. Soltanto Hedwing
Bronski sedeva alla luce delle candele con le mani in grembo e i pii occhi da vacca fissi nel vuoto,
vicina, ma non troppo vicina, al verduraio Greff che non aveva bevuto niente ma che tuttavia cantava,
cantava con voce piena di suggestiva malinconia e incitava Hedwig Bronski a cantare con lui. Era una
canzone dei boy-scouts a voci alternate, le cui parole narravano di un certo Rübezahl il cui spirito
misterioso vagava per il Riesengebirge.
Me, mi avevano completamente dimenticato. Oskar sedeva sotto il tavolo col suo tamburo
ridotto a un rudere, cercando di ricavare qualche ritmo dalla sua latta. E non vorrei escludere che quei
suoni, parchi ma continui, fossero graditi a quelli che lì sedevano o giacevano, scambiati tra loro ed
estasiati. Poiché il rullo del tamburo copriva come una vernice i suoni schioccanti e ciuccianti che
quelli emettevano nella dimostrazione febbrile e convulsa del loro zelo.
Rimasi sotto il tavolo anche quando la nonna, simile a un arcangelo adirato, era ritornata con le
candele accese. Nella luce delle candele essa contemplò Sodoma, riconobbe Gomorra, tuonò di sdegno,
definí il tutto una porcheria, e mise fine sia agli idilli sia alle passeggiate di Rübezahl attraverso il
Riesengebirge fissando le candele su alcuni piattini e prendendo dalla credenza delle carte di skat che
gettò sul tavolo; e, consolando Stephan che non aveva cessato di piagnucolare, annunciò l'inizio della
seconda parte della festa del compleanno.
Poco dopo Matzerath avvitò nuove lampadine nel vecchio lampadario, ci fu un rumoroso
spostarsi di sedie, saltarono tappi di bottiglie di birra; e sopra la mia testa, sul tavolo cominciarono a
dar fuori le carte per una partita a skat con una posta di un centesimo. La mamma aveva proposto la
posta di un quarto, ma per lo zio Jan ciò comportava un rischio troppo forte; e se le abbondanti
libagioni e un "grand" coi quattro (2) non li avessero indotti a elevare la posta, i giocatori avrebbero
continuato ad accontentarsi di girare intorno a quel centesimo.
Mi sentivo a mio agio lì sotto, nell'ombra delle falde della tovaglia. Battendo piano il tamburo
accompagnavo il secco colpo dei pugni con le carte sul tavolo; mi adattai con pazienza alla trafila del
gioco e dopo un'oretta di skat notai: Jan Bronski perdeva. Aveva buone carte e tuttavia perdeva.
Nessuna meraviglia, poiché non prestava alcuna attenzione. Aveva ben altro per la testa che non il suo
quadri senza due. Sin dall'inizio del gioco, quando, scambiando le sue impressioni con sua zia, aveva
chiamato cosa da nulla la piccola orgia di prima, si era sfilato dal piede sinistro la scarpa bassa nera, e
col piede sinistro rivestito di una calza grigia, quasi sfiorando la mia testa, aveva cercato e anche
trovato il ginocchio della mamma che gli sedeva di fronte. Appena toccata, lei si accostò di più al
tavolo, cosicché Jan, il quale era stato invitato da Matzerath e con trentatré aveva passato, sollevando
l'orlo della gonna della mamma prima con la punta del piede, poi con tutto il contenuto della calza (che
però era di giornata e quindi pressappoco pulita) si era messo a vagare tra le cosce. Tutta la mia
ammirazione andava alla mamma, la quale, nonostante quella lanosa molestia sotto il tavolo, sopra lo
stesso, divertendo gli altri con osservazioni piene di spirito, giocava con abilità e vinceva facilmente;
mentre Jan, sempre più infervorato di sotto, perdette di sopra parecchie partite, che perfino Oskar
avrebbe portato a vittoriosa conclusione con la sicurezza di un sonnambulo.
Più tardi anche il piccolo Stephan venne ad accoccolarsi sotto il tavolo; ma non comprese,
prima di addormentarsi, cosa cercasse sotto il vestito di mia mamma la gamba dei pantaloni di suo
padre.
Da sereno a nuvoloso. Precipitazioni sparse nel pomeriggio. Già il giorno seguente Jan Bronski
ritornò, prese il suo regalo per il mio compleanno, il veliero, e scambiò questo misero giocattolo da
Sigismund Markus, nella Galleria dell'Arsenale, con un tamburo di latta. Arrivò da noi nel tardo
pomeriggio, leggermente bagnato di pioggia, con lo strumento bianco e rosso fuoco da me tanto
agognato; me lo porse non senza prima togliermi il caro vecchio rudere di latta ridotto a poco più di un
ammasso di frammenti laccati in bianco e rosso. E mentre egli prendeva possesso dell'ormai inservibile
strumento e io di quello nuovo, e gli occhi della mamma, di Jan e di Matzerath erano rivolti su Oskar,
mi venne quasi da ridere: pensavano forse che ci tenessi tanto alle vecchie tradizioni, che nutrissi
princípi nel mio petto?
Senza emettere le grida da tutti attese, senza levare il canto vetricida, mi separai dal vecchio
rudere e mi dedicai subito con ambedue le mani al nuovo strumento. Dopo due ore di accurati tentativi
mi ci ero abituato.
Ma non tutti gli adulti con cui avevo a che fare si mostrarono acuti come Jan Bronski. Poco
dopo il mio quinto compleanno, nel ventinove - si parlava molto allora di un crollo alla borsa di New
York e mi domandavo se anche il nonno Koljaiczek, che commerciava in legname nella lontana
Buffalo, avesse subíto perdite - la mamma, preoccupata per la mia mancata crescita che ormai non era
più possibile ignorare, cominciò a condurmi ogni mercoledí dal dottor Hollatz nel suo ambulatorio del
Brunshöferweg. Costui mi sottoponeva a noiosissime, interminabili visite, ma le sopportavo
pazientemente poiché già allora trovavo attraente la bianca divisa da infermiera di sorella Inge, che
assisteva Hollatz; mi ricordava la mamma fotografata in quel costume durante la guerra, e
concentrando la mia attenzione sulla sempre nuova disposizione delle bianche pieghe della divisa da
infermiera riuscivo a non badare alla fragorosa fiumana di parole del medico, ora piene di autorità ora
fastidiosamente paterne.
Vedevo rispecchiarsi nelle lenti dei suoi occhiali l'arredamento dell'ambulatorio: cromo,
nichelio vernici; scaffali, provette allineate in una vetrina, nelle quali erano conservati sotto spirito
serpenti, salamandre, rospi, embrioni di esseri umani, di maiali, di scimmie. Con tutti questi frutti sotto
spirito racchiusi negli occhiali, Hollatz dopo avermi visitato e sfogliando le mie cartelle scuoteva
pensieroso la testa, si faceva raccontare per l'ennesima volta dalla mamma com'ero caduto dalla scala
della cantina, la tranquillizzava quando lei inveiva senza ritegno contro Matzerath che aveva lasciato
aperta la botola e dichiarava imperdonabile per tutta l'eternità la sua colpa.
E quando mesi dopo, durante una delle solite visite settimanali all'ambulatorio, Hollatz volle
prendermi di mano il tamburo, forse per dimostrare a se stesso e probabilmente anche alla sua
infermiera Inge che le cure prescrittemi erano efficaci, gli distrussi la maggior parte della sua raccolta
di serpenti e di rospi, ivi compresi tutti gli embrioni della più varia provenienza che aveva accumulato.
A prescindere dai boccali della birra ed eccettuati i flaconi di profumo della mamma, era la
prima volta cheOskar affrontava un così gran numero di recipienti di vetro pieni e accuratamente
chiusi. Il successo fu unico: per tutti gli interessati, perfino per la mamma che certo conosceva le mie
relazioni col vetro, fu addirittura travolgente, sbalorditivo. Già con la prima nota, ancora
moderatamente modulata, produssi delle fenditure longitudinali e trasversali nella vetrina in cui Hollatz
conservava le sue schifose rarità e quindi feci inclinare verso l'esterno una superficie pressoché
quadrata della vetrina, che subito dopo cadde in mille pezzi sul linoleum del pavimento, mantenendo
tuttavia una sagoma quadrata: poi alzai ancora la voce dandole un timbro penetrante fino alla
prodigalità, e con questo tono così ben elaborato investii una dopo l'altra tutte le provette.
Saltarono con una detonazione. L'alcool verdastro, in parte ispessito, schizzò fuori e colò per
terra trascinando con sé i preparati che includeva, pallidi e dall'aspetto un po' crucciato, sul linoleum
rosso del pavimento dell'ambulatorio, e riempí tutto l'ambiente starei per dire di un odore palpabile, a
tal punto che la mamma si sentí male e l'infermiera Inge dovette spalancare la finestra sul
Brunshöferweg.
Ma il dottor Hollatz seppe volgere in successo la perdita della sua raccolta. Poche settimane
dopo il mio attentato, apparve sulla rivista specializzata "Mondo medico" un suo articolo su di me, il
fenomeno vocaleOskar M', capace di infrangere i vetri con la voce. La tesi sostenuta dal dottor Hollatz
in oltre venti pagine, a quanto appresi, suscitò scalpore nei circoli competenti, sia all'interno che
all'estero, incontrando critiche ma anche consensi di autorevoli studiosi. La mamma, alla quale erano
state inviate parecchie copie della rivista, era orgogliosa dell'articolo in un modo che mi impensierí, e
non poteva fare a meno di leggerne dei brani ai Greff, agli Scheffler, al suo Jan, e ogni giorno, dopo i
pasti, a suo marito Matzerath. Persino i clienti del negozio di generi coloniali dovevano sorbirsi tali
letture; e ammiravano, e giustamente, la mamma, la quale, pur storpiando i termini tecnici, sapeva,
grazie alla sua fantasia, dar loro giusto rilievo. Per me poi il fatto che il mio nome figurasse per la
prima volta in una pubblicazione significava poco o nulla. Il mio scetticismo già allora ben desto mi
faceva giudicare il mediocre articolo del dottor Hollatz per quello ch'esso a ben considerarlo,
veramente rappresentava: una prolissa dissertazioncella, compilata non senza abilità, di un medico che
ambiva a una libera docenza a buon mercato.
Oggi che è degente in una clinica e che la sua voce non ha nemmeno la forza di smuovere il
bicchiere sulla mensola dello stanzino da bagno, che medici al pari di quell'Hollatz vengono e vanno di
continuo, che lo sottopongono a test di Rorschach, a test associativi e ad altri per attribuire finalmente
un nome sonoro al suo ricovero coatto, oggi Oskar ripensa volentieri all'epoca arcaica della sua voce.
Mentre in quel primo periodo egli infrangeva solo in caso di necessità, ma distruggendoli totalmente,
ogni genere di prodotti di sabbie quarzifere, più tardi, al tempo della fioritura e poi della decadenza
della sua arte, egli fece uso delle sue attitudini canore senza subire una coercizione dall'esterno. Per
puro istinto di gioco, soccombendo al manierismo di un'epoca tarda, dedito all'art pour l'art, Oskar
penetrò col suo canto nella struttura del vetro e così invecchiò.

NOTE:
(1) Allusione alla leggenda del Rattenfänger von Hammeln, l'uomo misterioso che liberò la città
di Hammeln dai topi che la infestavano. Questi animali, ammaliati dal suo flauto, lo seguirono e
affogarono in un fiume. Non avendo ricevuto il compenso pattuito, l'uomo ritornò col suo flauto e
questa volta indusse i bambini a seguirlo, facendoli scomparire con lui in una montagna.
(2) Figura del gioco dello "skat."

L'orario
Per ammazzare il tempo Klepp si diverte talora a compilare orari.
Il fatto che mentre li concepisce lui ingerisce costantemente sanguinaccio con le lenticchie,
avvalora la mia tesi che afferma decisamente: i sognatori sono dei mangioni. La cura che Klepp mette a
compilare le rubriche conferma l'altra mia tesi: soltanto gli autentici fannulloni sanno inventare mezzi
atti a risparmiare lavoro.
Anche quest'anno Klepp si è dedicato con zelo per due settimane a trovare il modo migliore per
impiegare le ore della giornata. Aveva un fare misterioso ieri quando è venuto a trovarmi; pescò dalla
tasca un foglietto nove volte ripiegato e me le porse raggiante, compiaciuto: aveva escogitato di nuovo
una maniera per risparmiare lavoro.
Detti una breve occhiata al foglio; non conteneva granché di nuovo: alle dieci colazione, seguita
da alcune ore di meditazione, fino al pranzo; dopo il pasto un'oretta di sonno, poi il caffè, possibilmente
ancora sdraiato; seduto sul letto, un'ora di flauto; dopo alzato e camminando su e giù per la stanza,
un'ora di cornamusa; altra mezz'ora di cornamusa all'aperto, nel cortile; a giorni alternati, o due ore di
birra e sanguinaccio, o due ore di cinema, ma sempre, in ogni caso, prima del cinema o durante la birra,
propaganda discreta per l'illegale Kpd (1): - mezz'ora - non bisogna esagerare.
In tre giorni feriali la serata era dedicata a suonare musica da ballo all'"Einhorn"; ma il sabato la
birra pomeridiana con propaganda per il Kpd era differita alla sera perché il pomeriggio era riservato al
bagno con massaggio nella Grünstrasse; poi all'"U 9" tre quarti d'ora d'igiene con ragazza; poi, con la
stessa ragazza e amica della ragazza, caffè e torta da Schwab, poco prima della chiusura dei negozi, dal
barbiere per barba e, occorrendo, capelli; all'ultimo istante, presto ancora da Fotomaton per una
fotografia; poi birra, sanguinaccio, propaganda per il Kpd e distensione.
Lodai il lavoro su misura di Klepp, così accuratamente eseguito, gliene chiesi una copia, gli
domandai come facesse a superare punti morti occasionali. "Dormendo o pensando al Kpd," mi rispose
Klepp dopo una breve riflessione. E se gli avessi raccontato come Oskar aveva fatto conoscenza col
suo primo orario?
Le cose ebbero inizio nell'asilo infantile di zia Kauer. Hedwig Bronski mi veniva a prendere
ogni mattina, mi accompagnava assieme a Stephan da zia Kauer nel Posadowskiweg, dove con un
gruppo da sei a dieci marmocchi (alcuni erano sempre ammalati) eravamo obbligati a giocare fino alla
nausea. Per fortuna il mio tamburo era considerato un giocattolo e non mi si obbligava a trastullarmi
coi cubetti per costruzioni; sul cavallo a dondolo mi si metteva soltanto se occorreva un cavaliere con
tamburo e elmo di carta. Mi ispiravo al vestito di seta nera di zia Kauer, chiuso da mille bottoni. Posso
dire senza vantarmene che sul mio strumento riuscivo a vestire e svestire più volte al giorno quella
signorina magra e grinzosa, sbottonandola e abbottonandola a suon di tamburo, ma senza mirare al suo
corpo.
Le passeggiate pomeridiane per i viali di ippocastani, passando davanti al monumento di
Gutenberg, fino al boschetto di Jeschkental o alla collina di Erbsberg, erano così piacevolmente noiose
e seraficamente puerili che ancor oggi desidero passeggiate da libri illustrati, tenuto per mano
dell'incartapecorita zia Kauer.
Sia che fossimo in dodici o solo in otto marmocchi, dovevamo metterci la bardatura. Una
cordicella di lana celeste intrecciata rappresentava la stanga del timone. A destra e a sinistra di questa
stanga di lana erano attaccate sei briglie di lana per parte, dodici marmocchi in tutto. Ogni dieci
centimetri c'era un sonaglio. Davanti a zia Kauer che reggeva le redini, trotterellavamo cinguettando e
facendo din-din-din, io tambureggiando ostinatamente, nelle vie dei sobborghi in quelle limpide
giornate autunnali. Ogni tanto zia Kauer intonava "Gesú per te vivo, Gesú per te muoio" oppure l'"Ave
Maris Stella," il che destava la commozione dei passanti quando nella limpida aria autunnale facevamo
risuonare il nostro "Soccorrici, o Maria" e "Maria, Doo-oo-olce Madre di Dio." Quando attraversavamo
la via principale il traffico doveva fermarsi. Si formava un ingorgo di vetture tramviarie, auto e carri a
cavallo, mentre le nostre voci portavano al di là della carreggiata le note della "Maris Stella."
Zia Kauer faceva ogni volta un cenno di ringraziamento con la sua mano ossuta vigile che
proteggeva il nostro passaggio.
"Nostro Signore Gesú Cristo gliene renderà merito," prometteva lei al vigile, e faceva frusciare
il vestito di seta.
A dir la verità mi è rincresciuto quando in primavera, compiuti i sei anni, Oskar dovette lasciare
insieme a Stephan, e per causa sua, la sbottonabile e riabbotonabile signorina Kauer. Come sempre
quando è in gioco la politica, si era giunti ad atti di violenza. Eravamo sull'Erbsberg, zia Kauer ci tolse
i finimenti. Gli alberi giovani luccicavano al sole, gli uccelli fra i rami cominciavano a fare la muta. Zia
Kauer era seduta su una grossa pietra rettangolare invasa dal muschio, sulla quale erano segnate le
direzioni per delle passeggiate di una o due ore. Come una fanciulla che sente l'effetto misterioso della
primavera, canterellava dondolando il capo con un movimento che si può osservare soltanto nelle
galline faraone, mentre intrecciava per noi nuovi finimenti di un rosso indiavolato.
Purtroppo non dovevo più portarli: poiché d'improvviso dal folto dei cespugli si sentí gridare, la
signorina Kauer si levò starnazzando e si avviò sui suoi tacchi alti verso quel punto, col lavoro in mano,
tirandosi dietro il filo di lana rossa. Io seguii lei e il filo e dovetti vedere presto ancora più rosso: il naso
di Stephan sanguinava forte, e un tale che si chiamava Lothar, ricciuto e con delle venette blu alle
tempie, stava seduto sul petto di quel cosino inerme a piagnucoloso; e pareva che volesse fargli
rientrare il naso nella faccia.
"Polacco," sibilava ad ogni colpo, "polacco!" Cinque minuti dopo zia Kauer ci aveva di nuovo
imbrigliati nei finimenti celesti - solo io ero libero e riavvolgevo il filo rosso - e ci faceva ripetere una
preghiera che si recita di solito fra l'offertorio e l'elevazione: "Umiliati, pieni di pentimento e di
dolore..."
Scendemmo poi dall'Erbsberg e sostammo davanti al monumento di Gutenberg. Ricordo che zia
Kauer, puntando il suo lungo indice verso Stephan che continuava a piagnucolare e si comprimeva il
naso col fazzoletto, osservò dolcemente: "Questo piccino non ci ha proprio colpa di essere un piccolo
polacco."
Per consiglio di zia Kauer Stephan non poté più frequentare il suo asilo infantile. Oskar, benché
non fosse polacco e non avesse grande stima di Stephan, si dichiarò solidale con lui.
Poi venne Pasqua, e si fece il tentativo. Si ricorse al dottor Hollatz che mi osservò attraverso i
suoi occhiali dalla grossa montatura in osso ed espresse parere favorevole: "Il piccolo Oskar non può
certo nuocere."
Jan Bronski, che dopo Pasqua voleva anche lui mandare il suo Stephan alla scuola elementare
polacca, non se ne lasciò distogliere, continuando a ripetere alla mamma e a Matzerath che lui era un
funzionario alle dipendenze delle autorità polacche; che lavorando correttamente alla posta polacca era
correttamente compensato dallo stato polacco; che in fin dei conti egli era polacco e tale sarebbe
diventata anche Hedwig non appena fosse stata accolta la sua domanda.
Del resto un ragazzetto sveglio e assai dotato per la sua età come Stephan, avrebbe imparato il
tedesco nella casa paterna, e quanto al piccolo Oskar - sospirava sempre un po' pronunciando il mio
nome -Oskar aveva sei anni esattamente come Stephan; non sapeva, è vero, ancora parlare bene, era in
genere, per la sua età, assai indietro con lo sviluppo, e non solo fisicamente, ma si doveva tuttavia
tentare - l'obbligo di frequentare la scuola andava comunque rispettato - supposto che le autorità
scolastiche non avessero nulla da eccepire.
In realtà le autorità scolastiche manifestarono qualche preoccupazione e pretesero un certificato
medico. Hollatz mi definí un ragazzetto sano, che quanto a crescita rassomigliava a un bambino di tre
anni, ma che intellettualmente, anche se non sapevo ancora parlare bene, non era per nulla inferiore a
uno di cinque o sei anni.
Parlò anche della mia tiroide.
Durante tutte le visite e i test cui venni sottoposto e ai quali ero ormai abituato, mi mantenni
quieto, fra l'indifferente ed il benevolo, tanto più che nessuno voleva togliermi il mio tamburo: la
distruzione della raccolta di serpenti, rospi ed embrioni di Hollatz era ancora viva e temibile nella
memoria di tutti coloro che procedevano a tali visite e test.
Soltanto a casa - fu appunto il primo giorno di scuola - mi vidi costretto e mettere in opera i
diamanti della mia voce, poiché Matzerath ebbe l'inconsulta idea di esigere che io facessi la strada fino
alla scuola Pestalozzi, di fronte alla Fröbelwiese, senza il mio tamburo, e anche che non lo portassi con
me, il mio tamburo di latta nella scuola Pestalozzi. Quando infine volle metterci le mani addosso,
prendere ciò che non gli apparteneva, ciò per cui gli mancavano l'attitudine e il nerbo, con un grido
spaccai un vaso che dicevano di cristallo pregiato.
Dopo che il vaso autentico giacque sul tappeto sotto forma di cocci autentici, Matzerath, che a
quel vaso ci teneva molto, voleva prendermi a schiaffi. Ma la mamma saltò su, e Jan, che passava in
quel momento da casa nostra come per caso, con Stephan e il cartoccio del primo giorno di scuola, (2) si
mise in mezzo.
"Ma ti prego, Alfred," disse col suo fare calmo e untuoso, e Matzerath, colpito dal suo sguardo
celeste e da quello grigio della mamma, lasciò cadere la mano e la infilò nella tasca dei calzoni.
La scuola Pestalozzi era un casone moderno, color rosso mattone, alto tre piani, dal tetto piatto,
ornato di graffiti e affreschi, che per le vive insistenze dei socialdemocratici, a quel tempo ancora assai
influenti, era stato costruito dalla municipalità del sobborgo, denso di popolazione infantile. A me
l'edificio non dispiacque, a prescindere dall'odore che stagnava all'interno e dalle figure dei graffiti e
degli affreschi rappresentanti giovani in atto di eseguire esercizi ginnici.
Davanti al portale, in piccoli cerchi di ghiaia erano piantati sparuti alberelli appena
verdeggianti, protetti da barrette di ferro ricurve che sembravano pastorali. Da tutte le parti affluivano
madri frettolose che tenevano in mano i cartocci variopinti e appuntiti e si tiravano dietro ragazzini
turbolenti o esemplari. MaiOskar aveva visto tante madri affrettarsi in una stessa direzione; mi pareva
che pellegrinassero a una fiera dove dovessero venire offerti in vendita i loro primo e secondogeniti.
Già nell'atrio, quell'odore di scuola, che, anche troppe volte descritto, supera in intimità
qualsiasi odore di questo mondo. Sulle piastrelle dell'atrio erano disposte armoniosamente quattro o
cinque vaschette di granito, da ognuna delle quali zampillavano da più bocche sottili getti d'acqua.
Attorniate da una folla di ragazzi, anche della mia età, esse mi facevano pensare alla scrofa di mio zio
Vinzent a Bissau la quale, gettandosi su un fianco, si lasciava succhiare le mammelle dai suoi piccoli,
analogamente avidi e assetati.
I fanciulli, curvandosi coi capelli scomposti sulle vaschette e sulle torrette d'acqua verticali che
ricadevano costantemente su se stesse, accoglievano l'acqua nelle bocche spalancate. Non so se lo
facessero per giocare o per bere. Ogni tanto due di essi si rizzavano quasi contemporaneamente e con la
guance gonfie, per spruzzarsi in faccia con un rumore indecente l'acqua intiepidita e certo frammista a
saliva e a briciole di pane. Entrando avevo imprudentemente gettato uno sguardo nella palestra ch'era
aperta, là a sinistra dell'atrio.
Alla sola vista del cavallo di cuoio, delle pertiche, delle funi e della terribile sbarra fissa che
sembrava sempre esigere un volteggio, provai un'autentica invincibile sete e, come gli altri ragazzi,
avrei preso volentieri una sorsata d'acqua. Ma non osavo chiedere alla mamma, che mi teneva per
mano, di sollevare Oskar sopra una di quelle vaschette al cui orlo, alto com'ero un soldo di cacio, non
sarei arrivato neanche se fossi montato sul mio tamburo. Ma quando, facendo piccoli salti, potei gettare
un'occhiata nella conca della vaschetta e dovetti notare come un'untuosa brodaglia di residui di pane
quasi otturava lo scarico, ostacolando il regolare deflusso dell'acqua, mi passò la sete che avevo
realmente avvertito, sia pure più che altro per effetto della mia fantasia suggestionata dall'idea di aver
vagato fra quegli attrezzi nel deserto della palestra.
Su per le scale monumentali, costruite per giganti, e lungo corridoi echeggianti, la mamma mi
condusse in un'aula sulla cui porta c'era una tabella con la scritta: I classe. L'aula era piena di ragazzi
della mia età. Le madri dei ragazzi si schiacciavano contro la parete dirimpetto alle finestre, e tenevano
dentro le braccia conserte i tradizionali cartocci variopinti chiusi da carta velina, quasi più grandi di me,
com'era consuetudine per il primo giorno di scuola. Anche la mamma ne aveva uno.
Al mio apparire, sempre tenuto per mano, tutta la ragazzaglia scoppiò a ridere, e anche le madri
della ragazzaglia. Un ragazzo grassoccio voleva mettersi a battere sul mio tamburo e allora, per evitare
di mandare in frantumi qualche vetro, gli dovetti dare parecchi calci negli stinchi; il furfante finí col
cadere riverso urtando con la testa ben pettinata contro un banco, e io ricevetti uno scapaccione dalla
mamma. Il furfante si mise a gridare. Io naturalmente non gridai poiché gridavo soltanto quando
qualcuno mi voleva togliere il tamburo. La mamma, per la quale quella scena in presenza delle altre
madri era incresciosa, mi spinse nel primo banco della fila vicino alle finestre. Naturalmente il banco
era troppo grande per me. Ma più indietro, dove la marmaglia era più maleducata e aveva più
lentiggini, i banchi erano ancora più grandi.
Non trovai da ridire e sedetti tranquillo poiché non avevo motivo di essere irrequieto. La
mamma, che sembrava ancora imbarazzata, si spinse fra le altre mamme. Probabilmente si vergognava
del mio cosiddetto ritardato sviluppo davanti alle sue colleghe, che facevano come se avessero avuto
motivo d'essere orgogliose dei loro mascalzoni, per il mio gusto cresciuti troppo in fretta.
Dalla finestra non potevo vedere la Fröbelwiese poiché l'altezza del davanzale era
sproporzionata per me come le dimensioni del banco.
Avrei gettato volentieri uno sguardo sul prato dove, lo sapevo, dei boy-scout stavano erigendo
tende sotto la guida del verduraio Greff.
Giocavano ai lanzichenecchi e "facevano del bene" come si addice ai boy-scout. Non che avessi
sentito anch'io una passione per quella apoteosi esagerata della vita da campo. Mi interessava soltanto
la figura di Greff coi suoi calzoni corti. Provava tanta tenerezza per i ragazzi smilzi, possibilmente con
grandi occhi anche se pallidi, da indursi a vestire la divisa di Baden-Powell, inventore di boy-scout.
Privato da quell'infame architettura di uno spettacolo attraente, potevo contemplare soltanto il
cielo; ma finii col rassegnarmi.
Sempre nuove nubi correvano da nord-ovest verso sud-est, come fossero portate da un
particolare motivo a preferire proprio quella direzione. Il mio tamburo, che fino ad allora non aveva
mai pensato ad emigrare, lo stringevo tra le ginocchia e il cassetto del banco.
Lo schienale, fatto per la schiena, sosteneva la nuca di Oskar.
Dietro di me i miei cosiddetti condiscepoli schiamazzavano, berciavano, ridevano, piangevano e
strepitavano. Mi bersagliavano con pallottole di carta, ma io non mi voltavo, ritenendo più estetico lo
spettacolo delle nuvole, consapevoli della loro meta, anziché la vista di un'orda di monelli scatenati che
facevano ogni sorta di versacci.
Si fece un po' di silenzio nella I classe quando entrò una donna che si presentò poi come la
signorina Spollenhauer. Io non avevo bisogno di ricompormi poiché già prima avevo atteso tranquillo e
assorto ciò che sarebbe accaduto. O meglio, Oskar non aveva neanche ritenuto necessario aspettare gli
eventi ingannando in qualche modo l'attesa; sedeva tranquillo nel banco, accarezzando soltanto il suo
tamburo, e guardava le nubi attraverso i vetri delle finestre, lucidati nell'imminenza della Pasqua.
La signorina Spollenhauer indossava un vestito di taglio severo che le dava un aspetto maschile.
L'impressione fu consolidata in me dal rigido, alto colletto - come credevo di capire, lavabile - che le
serrava la gola.
Portava scarpe pesanti, dal tacco basso. Appena ebbe posto piede nell'aula volle rendersi subito
simpatica domandando: "Be', cari bambini, sapete cantare una canzoncina?" La risposta fu un coro di
urla che però lei interpretò in senso affermativo poiché intonò subito, con voce affettatamente alta,
l'inno della primavera. "E' giunto maggio," ed eravamo alla metà di aprile. Non appena lei ebbe
annunciato il maggio si scatenò l'inferno. Senza attendere il segnale di attacco, senza ben conoscere il
testo della canzone, senza la minima sensibilità per il semplice ritmo di questa canzoncina, la masnada
dietro di me cominciò a cantare a squarciagola, intaccando l'intonaco delle pareti.
Nonostante la sua pelle giallastra, nonostante i capelli tagliati alla maschietta e la non meno
maschile cravatta che faceva capolino dal colletto, la Spollenhauer mi faceva compassione. Mi riscossi,
distogliendo lo sguardo dalle nuvole, evidentemente libere da impegni scolastici, estrassi risoluto le
bacchette infilate nelle mie bretelle e mi misi a battere forte, marcato e preciso il tempo della canzone.
Ma la masnada dietro di me non aveva né intuito né orecchio per seguirmi. Soltanto la signorina
Spollenhauer mi faceva cenni d'incoraggiamento, sorrideva alla schiera delle madri addossate alla
parete, ammiccando con particolare compiacimento alla mamma; ciò che interpretai come un invito a
continuare, dapprima con semplicità poi con pezzi di bravura via via più raffinati, a fare sfoggio della
mia arte. Già da tempo quei furfanti avevano cessato di mescolare le loro barbare voci, già m'illudevo
che il mio tamburo potesse insegnare, guidare, fare dei miei condiscepoli i miei alunni, quando la
Spollenhauer si mise davanti al mio banco, guardò attenta e nemmeno con fare artificioso, anzi con un
sorriso disinvolto, le mie mani e le bacchette, tentando perfino di battere il tempo con me. Diede così
per un minuto l'impressione di essere una ragazza matura, non antipatica, che, dimentica di essere
un'insegnante, si sottrae all'esistenza caricaturale impostale dalla sua professione per divenire umana,
ossia fanciullesca, curiosa, versatile, immorale.
Ma poiché la signorina Spollenhauer nel battere la cadenza del mio tamburo non riusciva a
tenere il tempo, ricadde nel suo ruolo professionale stupidamente rettilineo e per giunta mal retribuito,
assunse quel tipico contegno sostenuto che le maestre credono di dover assumere ogni tanto e disse:
"Tu sei certamente il piccolo Oskar del quale abbiamo già tanto sentito parlare. Come suoni bene il
tamburo! Oskar è un abile tamburino, non è così, ragazzi?"
I miei compagni proruppero in un ruggito, le madri si strinsero in un gruppo ancora più
compatto, la Spollenhauer riacquistò il pieno dominio di sé: "Ma ora," gracchiò in falsetto, "riporremo
il tamburo qui nell'armadio; sarà stanco e vorrà dormire. Dopo, finita la scuola, potrai riaverlo."
Ancora mentre dipanava questo ipocrita discorso allungò le sue unghie corte di maestra dieci
volte tagliate, e volle metterle addosso al mio tamburo che perdio non era né stanco né bisognoso di
sonno. Dapprima tenni duro, chiusi la braccia nelle maniche del pullover attorno al cilindro
fiammeggiante di bianco e rosso, fissai la Spollenhauer, e poiché lei conservava ostinatamente
quell'aspetto stereotipato che da tempi immemorabili è comune a tutte le maestre di scuola elementare,
scrutai nel suo intimo, e vi trovai materia immorale sufficiente a riempire tre capitoli; ma, poiché ne
andava del mio tamburo, mi distaccai dalla sua vita interiore, e registrai sulla sua pelle ben conservata,
quando il mio sguardo passò tra le sue scapole, un neo dai lunghi peli grande come una moneta da un
fiorino.
Sia che si sentisse penetrata dal mio sguardo, o fosse effetto della mia voce (la quale,
ammonitrice ma senza arrecare alcun danno, andava graffiando la lente destra dei suoi occhiali) sta di
fatto che lei abbandonò la violenza pura che già aveva reso le sue nocche bianche come il gesso. E
senza dubbio non sopportava il raschio del vetro, le faceva venire la pelle d'oca, cosicché disse
rabbrividendo e lasciando andare il tamburo: "Sei davvero un Oskar cattivo." Volse alla mamma, che
non sapeva dove guardare, un'occhiata piena di rimprovero, mi lasciò il mio vigile tamburo, fece
dietrofront e marciò nelle sue scarpe basse verso la cattedra. Lì frugò nella sua cartella, ne trasse un
altro paio di occhiali (suppongo quelli per leggere), con un gesto risoluto si tolse dal naso l'aggeggio
sul quale la mia voce aveva graffiato come le unghie su vetri di una finestra; si comportò come se le
avessi profanato gli occhiali: inforcò, tenendo affettatamente sollevato il mignolo, il secondo aggeggio,
si eresse rigida nella persona tanto che parve di sentir scricchiolare le sue ossa, e affondando di nuovo
la mano nella sua cartella proclamò: "Adesso vi leggerò l'orario."
Pescò fuori dalla cartella un mucchio di foglietti, ne trattenne uno per sé, passò gli altri alle
mamme, la mia compresa, e rivelò finalmente ai seienni che già si agitavano ciò che l'orario riservava
loro: "Lunedí: Religione, Scrittura, Aritmetica, Ricreazione; Martedí: Aritmetica, Calligrafia, Canto,
Scienze Naturali; Mercoledí: Aritmetica, Scrittura, Disegno, Disegno; Giovedí: Storia Patria,
Aritmetica, Scrittura, Religione; Venerdí: Aritmetica, Scrittura, Ricreazione, Calligrafia; Sabato:
Aritmetica, Canto, Ricreazione, Ricreazione." Tutto questo - certo il risultato di una laboriosa
conferenza scolastica - la signorina Spollenhauer lo annunciò come un destino ineluttabile, con voce
severa, scandendo nitida ogni sillaba; poi, memore degli anni trascorsi al seminario di studi, divenne
progressivamente mite, esclamò col tono gioioso che cela mire pedagogiche: "Ora, cari bambini,
vogliamo ripetere insieme? Da bravi: Lunedí?" L'orda selvaggia urlò: "Lunedí!" E lei subito:
"Religione."
Quei pagani battezzati urlarono in coro: "Religione!" Io risparmiai la mia voce, e invece battei
le religiose sillabe sul tamburo.
Dietro le mie spalle continuarono seguendo la Spollenhauer: "Scrittu-ra!" Tre volte risuonò in
riposta il mio tamburo: "A-rit-me-ti-ca!" Altri cinque colpi.
Così proseguirono le urla dietro di me, l'antifona della Spollenhauer davanti a me, e io segnavo
sobriamente le sillabe sul mio strumento, facendo buon viso allo stupido gioco, finché a un tratto la
Spollenhauer - non so per comando di chi - saltò su, evidentemente stizzita: ma non era arrabbiata a
causa dei mascalzoni dietro di me: ero io a farla diventare febbrilmente paonazza, era il mio innocente
tamburo la pietra dello scandalo, poiché ritenne di dover fare un fervorino a Oskar, un suonatore sicuro
della propria maestria.
"Oskar, attento a me ora; Giovedí: Storia Patria!" Trascurando la parola giovedí accompagnai
con quattro colpi le parole "storia patria," con cinque "aritmetica," con tre "scrittura." A "re-li-gio-ne"
dedicai, come di dovere, non quattro colpi, ma tre colpi uni e trini, in ricordo della Trinità, fonte di ogni
salvezza.
Ma la Spollenhauer non avvertí la finezza della differenza; a lei qualsiasi modo di battere il
tamburo dava ugualmente ai nervi. Come prima allungò verso il tamburo le sue dieci unghie mozzate,
dieci volte fece per afferrarlo.
Ma prima ancora che lo toccasse, emisi il mio grido vetricida che privò delle lastre superiori le
alte finestre della classe. Di un secondo grido caddero vittime quelle di mezzo, lasciando entrare
liberamente la mite aria primaverile. Infrangere con un terzo grido anche i vetri inferiori era in fondo
superfluo, fu anzi un atto di tracotanza, poiché già dopo il mio primo e secondo intervento la
Spollenhauer ritirò i suoi artigli. Invece di infierire per pura malizia e con arte di dubbio valore sugli
ultimi vetri, Oskar avrebbe - lo sa il cielo - agito più saggiamente se avesse tenuto d'occhio la
Spollenhauer che indietreggiava barcollando.
Sa il diavolo per quale magia ella abbia trovato la bacchetta di canna. Sta di fatto che
d'improvviso essa era lì fra le sue mani, vibrante nell'atmosfera greve della classe frammista a folate
d'aria pura, e attraverso quell'atmosfera mista la Spollenhauer ne provò la flessibilità, la fece sibilare, le
infuse fame, sete di abbattersi sulla pelle che scoppia, sul ssst, sui multipli tendaggi ai quali fa pensare
una canna di bambú, con soddisfazione di entrambe le parti. E la fece schioccare sul mio banco, dove
dal calamaio schizzò uno zampillo d'inchiostro violetto. E poiché non volevo presentare il palmo della
mano, lei colpí il mio tamburo. Sì, il mio tamburo di latta batté, quella Spollenhauer. Ma per quale
motivo? Se proprio voleva battere, perché proprio il mio tamburo? Non c'erano abbastanza monelli
seduti dietro di me sui quali avrebbe potuto sfogarsi. Doveva prendersela proprio con la mia latta?
Quale motivo aveva di maltrattare il mio strumento, lei che nulla capiva dell'arte di suonare un
tamburo? Da quale spirito maligno era invasata? Qual era l'animale di cui assunse le sembianze? A
quale zoo sfuggito, in cerca di quale cibo, randagio e famelico?
Un irrefrenabile impulso di ribellione colse Oskar; cercando una via d'uscita, uno sfogo salí,
non so da quali abissi, attraverso le suole, dalle piante dei piedi agli organi superiori, invase le mie
corde vocali, e mi fece infine prorompere in un urlo deflagrante di primordiale potenza, che sarebbe
bastato a mandare in mille frantumi tutti i vetri di una magnifica cattedrale gotica dalle belle vetrate
luminose e rifrangenti.
Per essere più preciso, modulai un doppio urlo che letteralmente polverizzò ambedue le lenti
degli occhiali della Spollenhauer. Con le palpebre lievemente sanguinanti e guardando incerta
attraverso la montatura degli occhiali ormai vuota, si ritirò a tentoni, cominciando a frignare in una
maniera brutta e indecorosa per una maestra che dovrebbe saper dominarsi, mentre la masnada dietro di
me ammutoliva impaurita, battendo i denti o scomparendo dietro i banchi.
Alcuni sgusciarono di banco in banco verso il gruppo delle madri.
Queste però, rendendosi conto della gravità del mio gesto, cercavano il colpevole, se la presero
con la mamma e le avrebbero anche messo le mani addosso se io, afferrato il tamburo, non fossi
sgusciato fuori dal banco. Passando davanti alla Spollenhauer, mezza cieca, riuscii a spingermi fino alla
mamma minacciata da quelle furie e, prendendola per mano, la trascinai fuori dall'aula della I classe fin
troppo ventilata. Corridoi echeggianti. Scale di pietra per figli di giganti. Residui di pane in
gorgoglianti vaschette di granito. Nella palestra aperta ragazzi tremanti sotto la sbarra fissa. La mamma
teneva ancora in mano il foglietto. Davanti al portale della scuola Pestalozzi glielo tolsi di mano e
dell'orario feci una insignificante pallottola di carta.
Al fotografo, che aspettava fra le colonne del porticato l'uscita degli alunni di prima con i
cartocci e le madri, permisi di scattare un'istantanea: Oskar con in mano il suo cartoccio del primo
giorno di scuola, che nonostante tutto quel trambusto non era andato perduto.
Il sole fece capolino fra le nuvole mentre dalle aule sopra le nostre teste proveniva un continuo
ronzio. Il fotografo volle ritrarre Oskar sullo sfondo di una lavagna sulla quale stava scritto: "Il mio
primo giorno di scuola."

NOTE:
(1) Kommunistische Partei Deutscheland = Partito Comunista di Germania
(2) Era usanza dare ai bambini, il primo giorno di scuola, dei grandi cartocci di carte colorate, a
forma di cono, pieni di dolciumi.

Rasputin e l'Abc
All'amico Klepp e all'infermiere Bruno che ascoltava soltanto a metà, raccontando l'episodio del
mio primo incontro con l'orario, ho detto: su quella lavagna, che forniva l'immancabile sfondo per le
immagini in formato cartolina di ragazzetti con zaino e cartella, che il fotografo era solito scattare
all'apertura dell'anno scolastico, stava scritto: Il mio primo giorno di scuola.
Naturalmente quella frase sapevano leggerla soltanto le mamme che stavano dietro il fotografo
e apparivano più agitate dei loro rampolli. Ma un anno dopo, i ragazzini ritratti davanti alla lavagna
erano già in grado di decifrare, o all'atto dell'iscrizione, a Pasqua, dei nuovi alunni della prima, o sulle
copie che erano loro rimaste, che quelle splendide fotografie erano state fatte in occasione del loro
primo giorno di scuola.
Alterati nelle rotondità, perché troppo fitti, i "caratteri Sütterlin" (1) strisciavano irti e malvagi
sulla lavagna, fissando col gesso quelle parole che segnavano l'inizio di un nuovo periodo di vita. Ma
questa scrittura è la più adatta per motti concisi, significanti, per parole d'ordine magari. Esistono certi
documenti che, per quanto non li abbia mai visti, immagino scritti in carattere Sütterlin. Penso a
certificati di vaccinazione, diplomi sportivi e condanne a morte scritte a mano. Già quella volta,
quando, pur non sapendo leggere i caratteri Sütterlin, riuscivo tuttavia ad averne un'idea, il duplice
cappio della M iniziale aveva qualcosa di macabro, di perfido, mi faceva pensare alla forca. Tuttavia
avrei voluto saper leggere quella scrittura, lettera per lettera, e non soltanto intuirne vagamente il
significato. Nessuno pensi ch'io abbia assunto di fronte alla signorina Spollenhauer un atteggiamento
tanto sicuro di me, non esitando a frantumare vetri con la mia voce e a battere il tamburo in segno di
protesta, di ribellione, perché mi illudessi di saper già dominare l'A B C. Tutt'altro. Mi rendevo fin
troppo conto che, oltre a comprendere solo assai poco la scrittura Sütterlin, mi mancavano le più
elementari cognizioni scolastiche.
Solo che, purtroppo, non poteva piacere a Oskar il metodo col quale una signorina Spollenhauer
voleva fargliele apprendere.
Non è quindi affatto vero che, uscendo quel mattino alla scuola Pestalozzi, avessi deciso: il mio
primo giorno di scuola deve essere anche l'ultimo; basta con la scuola, torniamo a casa. Niente di tutto
ciò. Pensavo già, mentre il fotografo fissava per sempre la mia immagine: tu stai davanti ad una
lavagna con una scritta probabilmente importante, forse anche decisiva per il tuo avvenire. E' vero che
puoi valutare la scritta dalla grafia, e per associazione di idee puoi enumerare varie cose come cella
d'isolamento, carcere preventivo, supervisione, tutti-legati-allo-stesso-carro; ma la scritta non la sai
decifrare. E tuttavia, nonostante la tua ignoranza che grida vendetta al cielo semiannuvolato, ti proponi
di non mettere più piede in questa scuola dominata dall'orario. Ma dove Oskar, dove mai pensi di
apprendere il grande e il piccolo A B C?
Che esistesse un grande e un piccolo A B C, io, al quale quello piccolo sarebbe bastato, lo
avevo desunto, fra l'altro, dall'esistenza ineliminabile di persone grandi che si autodefinivano adulti.
Non ci si stanca mai di giustificare l'esistenza di un grande e di un piccolo A B C per mezzo di un
grande e piccolo catechismo, di una grande e piccola tavola pitagorica, allo stesso modo che, quando
c'è una visita di Stato, si usa parlare, a seconda del numero dei diplomatici e dignitari al seguito, di
grande o piccolo cerimoniale.
Né Matzerath né la mamma si curarono della mia istruzione durante i mesi successivi. Ne
avevano avuto abbastanza del tentativo di scolarizzazione, tanto snervante e umiliante per la mamma.
Facevano come lo zio Jan, sospiravano nell'osservarmi dall'alto, rivangavano vecchie storie, come
quella del mio terzo compleanno. "Già, la botola aperta! Non negherai che sei stato tu a lasciarla
aperta! Sì! Eri stato in cucina e prima ancora in cantina, a prendere un barattolo di conserva di frutta!
Sì! Chi altri poteva averla lasciata aperta?"
Tutto ciò che la mamma rinfacciava a Matzerath era vero, e tuttavia le cose non erano andate
esattamente così, come sappiamo. Ma egli tuttavia ne portava la colpa; talvolta piangeva persino,
poiché il suo animo poteva anche ammorbidirsi. E allora la mamma e Jan Bronski dovevano
consolarlo, e chiamavano me, Oskar, una croce che si è condannati a subire, un destino inevitabile, una
prova immeritata.
Così, da questa gente così duramente provata, oppressa dal destino, intenta a portare la propria
croce, non potevo aspettarmi alcun aiuto. Né potevo contare che mi facesse da maestra la zia Hedwig
Bronski, la quale veniva a prendermi per condurmi a giocare assieme alla sua Marga di due anni nel
recinto di sabbia dello Steffenpark: era ben disposta, ma stupida come l'acqua. Altrettanto poco potevo
fare assegnamento su Inge, l'infermiera del dottor Hollatz, che non era né scema né ben disposta:
possedeva anzi un'intelligenza non comune, ma era una assistente insostituibile e non aveva quindi
tempo per me.
Affrontavo parecchie volte al giorno i cento e più scalini della nostra casa d'affitto di quattro
piani, battevo a ogni piano il tamburo in cerca di consiglio, fiutavo l'aria per capire che cosa avessero
per pranzo i diciannove inquilini, e tuttavia non bussavo a nessuna porta poiché non volevo riconoscere
il mio futuro insegnante, né nel vecchio Heilandt né nell'orologiaio Laubschad, e tanto meno in quella
cicciona della signora Kater o, nonostante mi fosse simpatica, in mamma Truczinski.
In soffitta abitava il musicista e suonatore di tromba Meyn, che si teneva in casa quattro gatti ed
era sempre ubriaco. Suonava musica da ballo alla "Zinglers Höhe," e la notte di Natale, insieme con
altri cinque, analogamente sbronzi, arrancava nella neve di strada in strada, lottando contro il gelo
tenace a furia di cori sacri. Capitai una volta da lui in soffitta: in calzoni neri, camicia bianca da sera,
era sdraiato sulla schiena e faceva rotolare coi piedi, senza scarpe, una bottiglia vuota di ginepro, e
suonava meravigliosamente la sua tromba. Senza deporre lo strumento e girando soltanto gli occhi su di
me, che gli stavo alle spalle, mostrò di gradire che lo accompagnassi sul tamburo: non presumeva che
la sua latta valesse più della mia. Il nostro duetto fece scappare i suoi quattro gatti sul tetto e vibrare
lievemente le grondaie.
Quando smettemmo, trassi da sotto al maglione un vecchio numero delle "Neuesten
Nachrichten," mi accoccolai accanto al trombettista Meyn e gli porsi il giornale pregandolo di
insegnarmi il grande e il piccolo A B C. Ma il signor Meyn era caduto, dalla sua tromba, in un
profondo sonno. Per lui esistevano solo tre vere occupazioni: la bottiglia di ginepro, la tromba e il
sonno. Finché non entrò come musicante nel gruppo cavalleggeri delle Sa e per alcuni anni rinunciò al
ginepro, spesso improvvisammo nella sua soffitta duetti per i comignoli, le grondaie, i piccioni e i gatti;
come maestro invece non valeva nulla.
Provai col verduraio Greff. Senza il mio tamburo, poiché Greff non lo sentiva volentieri, visitai
più volte il negozietto nel seminterrato quasi in faccia. Sembrava che non mancassero le premesse per
uno studio serio: nella piccola abitazione, anche nella bottega, dietro o sul banco, perfino nel ripostiglio
delle patate, relativamente asciutto, si trovavano libri, libri d'avventure, libri di canzoni, il Pellegrino
cherubico, le opere di Walter Flex, la Vita semplice di Wiechert, Dafni e Cloe, monografie di artisti,
mucchi di riviste sportive, anche volumi con fotografie di ragazzi seminudi, dai corpi muscolosi, lucidi
d'olio, che per motivi inspiegabili rincorrevano palloni per lo più fra le dune della spiaggia.
Già allora Greff aveva molte noie col negozio. Ispettori dell'ufficio pesi e misure, effettuando
un controllo della bilancia e dei pesi, avevano trovato da ridire. Volò persino la parola truffa.
Greff dovette pagare una multa e comperare pesi nuovi. Pieno di preoccupazioni com'era,
soltanto i suoi libri, i convegni serali e le escursioni settimanali coi suoi giovani esploratori potevano
rasserenarlo.
Si accorgeva appena della mia comparsa, continuava a segnare i prezzi sui cartellini, e io,
approfittando della circostanza favorevole, prendevo tre o quattro fogli di cartone bianco e una matita
rossa, e mostrando un gran zelo per destare l'attenzione di Greff tentavo di imitare i suoi ghirigori
gotici seguendo il modello dei cartellini già riempiti.
Ma probabilmente Oskar era troppo piccolo per lui, non abbastanza pallido e non aveva occhi
abbastanza grandi.
Perciò deposi la matita rossa e affrontai un grosso volume pieno di fotografie di ragazzi
seminudi, curvi o eretti nella corsa che, supponevo, dovevano interessargli; finsi di contemplarle
tenendo il libro di traverso in modo che anche lui potesse vedere.
Siccome Greff, quando non c'era nella bottega qualche cliente a chiedere barbabietole,
seguitava con meticolosa esattezza a segnare i prezzi sui cartellini, mi misi a sbatacchiare le grosse
copertine del volume e a voltarne rumorosamente le pagine, per far riemergere il verduraio dai suoi
cartellini e ottenere che si occupasse di me, tanto inesperto di lettura.
Per dirla in breve, Greff non mi capiva. Quando nella bottega c'erano dei boy-scout - e nel
pomeriggio gli erano sempre d'attorno due o tre dei suoi capisquadriglia - non si accorgeva neppure di
Oskar. Se invece era solo, nervoso perché lo disturbavo, saltava su seccato ed esclamava con fare
severo: "Lascia stare il libro, Oskar; tanto che ti serve; sei troppo stupido per capirlo e anche troppo
piccolo. Finisce che me lo rompi; mi è costato più di sei fiorini. Se vuoi giocare hai qui abbastanza
patate e teste di cavolo."
Poi mi prendeva di mano il volume, lo sfogliava senza scomporsi in faccia e mi piantava lì, tra
verze, cavolini di Bruxelles, cavoli rossi e cavoli cappucci, tra ravizzoni e patate, in una immensa
solitudine: perché Oskar non aveva il suo tamburo.
Un'ultima speranza la riponevo ancora nella signora Lina Greff e, il più delle volte, dopo essere
stato respinto dal verduraio, mi insinuavo nella camera da letto dei due coniugi. Ma a quell'epoca la
signora Lina Greff era a letto già da settimane, si dava malata, odorava di biancheria sporca e prendeva
in mano di tutto tranne un libro col quale avrebbe potuto insegnarmi a leggere.
Masticando una leggera invidia, nelle settimane successive Oskar guardava i ragazzi della sua
età che andavano a scuola dandosi delle arie e facendo ballonzolare ai lati delle cartelle fatte a zaino
spugnette e pezzuole per le lavagne. Tuttavia non ricordo che mi fossero mai passati per la testa
pensieri come: E' colpa tua, Oskar, se ti sei messo nei guai. Avresti dovuto far buon viso a cattivo gioco
e non guastarti irrimediabilmente con la Spollenhauer. Quei monelli sono già più avanti di te, hanno già
in testa il grande o il piccolo A B C, mentre tu non sai nemmeno tenere in mano per il verso giusto le
"Neuesten Nachrichten."
Una leggera invidia, ho detto, niente di più. Mi bastava una breve prova olfattiva per distogliere
subito il naso dalla scuola.
Certamente è capitato anche a voi di annusare le esalazioni della bella calligrafia, dell'abbaco e
dell'abecedario, di una spugnetta o di una pezzuola, smangiata e mal lavata, di quelle lavagnette spesso
scheggiate e dal bordo giallo sconnesso, le emanazioni degli zaini scolastici di cattivo cuoio, di fiutare
il puzzo misto di sudore e saliva dei gessetti duri, che poi all'atto di usarli stridono, schizzano via e non
scorrono. A volte, quando all'uscita della scuola i ragazzi deponevano i loro zaini per giocare una
partita di calcio, mi chinavo su quelle spugnette che asciugavano al sole, e pensavo che Satana - se
esisteva - si divertisse a coltivare sotto le proprie ascelle quegli atroci miasmi.
La scuola delle lavagnette non era dunque di mio gusto. Tuttavia Oskar non intende affermare
che Gretchen Scheffler, la quale poco dopo si assunse l'incarico della sua istruzione, rappresentasse per
lui l'ideale dell'insegnante.
Ogni oggetto dell'arredamento nell'alloggetto del fornaio Scheffler nel Kleinhammerweg mi
offendeva.
Quelle tovagliette, i cuscini ricamati pieni di stemmi, le grandi bambole occhieggianti dagli
angoli del divano, gli animali di stoffa, ovunque si volgesse lo sguardo, le porcellane che reclamavano
la zampa di un elefante, la profusione di ricordi di viaggi, i lavori in parte incompiuti a ricamo, a
uncinetto, a maglia, a intreccio, al tombolo, con festoni a denti di topo.
Per questo ambiente domestico, così raccolto, così carino, così melenso, così minuscolo, così
soffocante, surriscaldato d'inverno, pregno del profumo di fiori d'estate, non saprei trovare che una
spiegazione: Gretchen Scheffler, ahimè, non aveva bambini, le sarebbe piaciuto tanto avere un
bimbetto su cui ricamare, le sarebbe piaciuto, che peccato, era colpa di lui, era colpa di lei? tanto tanto
avere un bambinetto da coccolare, da coprire di ricami, di lavori a maglia, all'uncinetto!
Fu questo dunque l'ambiente dove entrai per imparare il grande e il piccolo A B C. Ero
prudentissimo perché nessun oggetto di porcellana o ricordo di viaggi subisse danno. La mia voce
vetricida la lasciavo, per così dire, a casa, chiudevo un occhio quando Gretchen mi ammoniva che ora
poteva bastare col tamburo e, sorridendomi coi suoi denti cavallini d'oro, me lo toglieva dalle ginocchia
per metterlo accanto agli orsacchiotti di stoffa. Feci amicizia con due grandi bambole: mi stringevo al
petto i pupazzi, muovevo come innamorato le palpebre delle dame imbambolate, affinché
quest'amicizia con le bambole, finta - ma che appunto perciò appariva tanto più autentica - allacciasse il
cuore fatto a maglia - due dritti, due rovesci - di Gretchen.
Il mio piano non era male. Già alla seconda visita Gretchen aprí il suo cuore, vale a dire lo
disfece come si disfa una calza, me ne mostrò tutti i fili - in alcuni punti già logori e con nodi - aprendo
davanti a me tutti gli armadi, le casse e le scatolette, e ne cavò fuori tutte le cianfrusaglie che vi erano
nascoste, tutto un corredo di camicine, magliettine, calzoncini che sarebbero bastati per due coppie di
gemelli; me li tenne aderenti alla persona, me li infilò e me li tolse.
Poi mi mostrò i distintivi di provetto tiratore al bersaglio che suo marito si era guadagnato
all'associazione combattenti, e fotografie, alcune delle quali coincidevano con le nostre; infine mentre
rovistava ancora una volta fra le cianfrusaglie da bebé, in cerca di chissà quale diavoleria, vennero
finalmente alla luce dei libri. E Oskar infatti aveva contato sulla presenza di libri dietro la cianfrusaglia;
Oskar l'aveva sentita parlare di libri con la mamma; sapeva che, quando erano ancora fidanzate e poi,
giovanissime, si erano sposate quasi contemporaneamente, si scambiavano libri, prendevano libri a
prestito nella biblioteca circolante presso il Palazzo del Cinema per poter, rimpinzate di lettura,
conferire al matrimonio con un negoziante di generi coloniali e con un fornaio maggiore apertura,
decoro mondano e splendore.
Molto non era ciò che Gretchen aveva da offrirmi. Aveva smesso di leggere da quando si era
data tutta ai lavori a maglia; così, come la mamma, che, a causa di Jan Bronski non trovava più tempo
per la lettura, avrà regalato i bei volumi del Club del Libro, di cui ambedue erano state per parecchio
tempo socie, a persone che leggevano ancora perché non lavoravano a maglia né avevano uno Jan
Bronski.
Anche libri di scarso valore sono pur sempre libri e perciò per me cosa sacra. Quelli che trovai
erano un'accozzaglia delle cose più disparate e provenivano, supponevo, dalla cassa di libri del fratello
di Gretchen, Theo, che era morto da marinaio nella battaglia di Dogger Bank. Sette od otto fascicoli del
calendario nautico di Köhler pieni di navi da grantempo affondate, i gradi della marina militare, l'eroe
dei mari Paul Benecke tutto ciò non deve essere stato la lettura più attraente per Gretchen. La Storia
della città di Danzica di Erich Keyser e quella Lotta per la conquista di Roma che un uomo di nome
Felix Dahn doveva aver condotto con l'aiuto di Totila e Teja, di Belisario e Narsete, avevano perduto il
loro lustro e la loro copertina tra le mani del fratello navigatore. Allo scaffale particolare di Gretchen
attribuii un libro sui calcoli di dare e avere, qualcosa sulle Affinità elettive di Goethe, e un grosso
volume riccamente illustrato: Rasputin e le donne.
Dopo lunga esitazione - la scelta era troppo piccola perché potessi decidermi in fretta - afferrai,
senza ben sapere che cosa, soltanto obbedendo alla famosa voce interiore, prima il Rasputin, poi il
Goethe.
Questo duplice gesto doveva influire profondamente sulla mia vita, almeno su quella che,
indipendentemente dal mio tamburo, pretendevo di poter vivere. Ancor oggi - poiché, desideroso di
coltivarsi, Oskar si fa portare un po' alla volta dalla biblioteca del manicomio questo o quel volume -
infischiandosi di Schiller e compagnia, oscillo fra Rasputin e Goethe, fra il taumaturgo e l'onnisciente,
fra l'uomo misterioso che ammaliava le donne e il luminoso principe dei poeti che tanto volentieri si
lasciava ammaliare dalle stesse. Se talvolta mi sentivo più vicino a Rasputin e paventavo l'intolleranza
di Goethe, ciò dipendeva dal vago sospetto che mi faceva pensare: in te, Oskar, se tu avessi suonato il
tamburo nella sua epoca, Goethe avrebbe trovato soltanto l'antinatura, ti avrebbe condannato come la
personificazione stessa dell'antinatura; e la sua natura (che in fondo, anche quando si atteggiava così
innaturalmente, hai sempre ammirato e invidiato) l'avrebbe nutrita di dolcissimi confetti mentre te,
povera nullità, se non col Faust, ti avrebbe schiacciato con un grosso volume della sua Teoria dei
colori.
Per ritornare a Rasputin, è stato lui, con l'aiuto di Gretchen Scheffler, a insegnarmi l'A B C, a
insegnarmi a trattare le donne con riguardo, e mi ha consolato quando Goethe mi rattristava.
Non era cosa tanto semplice imparare a leggere e nel contempo atteggiarmi a ignorante. E certo
mi riusciva più difficile che fingere per anni di non saper fare a meno di bagnare il letto.
Per quanto riguarda il bagnare il letto, si trattava soltanto di dover dimostrare ogni mattina di
aver una cattiva abitudine della quale in fondo avrei potuto anche fare a meno. Invece, atteggiarmi a
ignorante significava per me dover mascherare i miei rapidi progressi e lottare di continuo con la mia
nascente vanità intellettuale. Che gli adulti considerasseroOskar un pisciasotto, gli era indifferente, era
una cosa che accoglieva con un'interiore alzata di spalle, ma dover per anni e anni farsi credere un
deficiente, questo avviliva Oskar, e anche la sua maestra.
Quando ebbi recuperato i libri fra la biancheria da neonato, Gretchen comprese subito la sua
nuova missione di insegnante e se ne mostrò entusiasta. Riuscii ad attrarre quella donna senza bambini,
tutta irretita nelle lane dei suoi lavoretti, fuori da quel suo mondo e a farla quasi felice. Lei in fondo
avrebbe preferito che avessi scelto come libro di testo quello del dare e avere; ma io insistetti su
Rasputin, mi impuntai su Rasputin, quando lei comprò per la nostra seconda lezione un vero
abecedario; e mi decisi infine a parlare, perché lei continuava a propormi belle fiabe, Nano Naso e
Pollicino.
Io strillavo "Rapupin!" o "Rasciuscin!" oppure, facendo il tonto completo, balbettavo "Rasciu,
Rasciu" affinché Gretchen non avesse dubbi sulla lettura cheOskar gradiva e d'altra parte rimanesse
all'oscuro sul genio che si destava in lui, già capace di beccuzzare le lettere dell'alfabeto.
Imparavo rapidamente, regolarmente, senza pensarci troppo. Dopo un anno mi sentivo a casa
mia a Pietroburgo, negli appartamenti privati del tiranno di tutte le Russie, nella camera per bambini
del sempre malaticcio Zarevic, fra congiurati e popi, e non per ultimo come testimonio oculare delle
orge di Rasputin. Questo aveva un tono confacente al mio gusto, ruotava attorno a una figura centrale.
Lo dicevano anche le riproduzioni di incisioni dell'epoca sparse nel libro, raffiguranti il barbuto
Rasputin dagli occhi di fuoco, circondato da dame che avevamo solo calze nere e per il resto erano
nude. Le circostanze della morte di Rasputin mi interessavano vivamente: lo avvelenarono con una
torta avvelenata e con vino avvelenato, poi, siccome chiedeva ancora di quella torta, gli tirarono
addosso con una pistola, e poiché la pallottola nel petto gli metteva voglia di ballare, lo incatenarono e
lo fecero affogare in un buco della Neva gelata.
Tutto ciò fu opera virile di ufficiali. Le dame di Pietroburgo non avrebbero mai dato al loro
piccolo padre Rasputin una torta avvelenata, ma per il resto gli avrebbero dato tutto ciò che lui avesse
chiesto. Le donne credevano in lui, mentre gli ufficiali avevano dovuto eliminarlo per tornare a credere
in se stessi.
C'era da meravigliarsi se non solo io trovavo diletto alla vita e alla morte di quell'atletico
taumaturgo? Gretchen, ritornando al genere di lettura dei suoi primi anni di matrimonio, aveva
momenti di languore mentre mi leggeva ad alta voce, tremava quando arrivava alla magica parola
orgia, la pronunciava sospirando, si sentiva lei stessa in vena di abbandonarsi a un'orgia, e tuttavia non
riusciva a immaginarsi sotto forma di orgia una vera orgia.
Più complesse si facevano le cose quando la mamma veniva con noi nell'alloggetto sopra la
panetteria del Kleinhammerweg ad assistere alla mia lezione. Allora la lettura degenerava talvolta
davvero in un'orgia, diveniva scopo a sé e non era più insegnamento per il piccolo Oskar. Ogni tre frasi
scoppiavano risatine a due voci che lasciavano le labbra secche e screpolate, le due donne maritate si
accostavano più strette l'una all'altra, per poco che Rasputin lo volesse, si agitavano inquiete sui cuscini
del divano, stringevano le ginocchia, mentre le risa bovine iniziali si trasformavano in sospiri, e dopo
dodici pagine di lettura di Rasputin l'effetto era quale forse non avevano voluto né si erano atteso, ma
contro cui di pieno giorno non si ribellavano e contro cui Rasputin non avrebbe certo avuto nulla da
obiettare, che anzi continuerà a dispensare gratis e per tutta l'eternità.
Poi, mentre fra ripetuti "mio Dio mio Dio" le due donne si aggiustavano imbarazzate i capelli
scomposti, la mamma diceva preoccupata: "Ma chissà se l'Oskar non ci capisce veramente?" "Ma va'!"
la tranquillizzava Gretchen. "Mi do tanta pena ma a leggere, a leggere non imparerà mai."
E a confermare la mia invincibile ignoranza aggiungeva: "Pensa che strappa via le pagine del
nostro Rasputin, le appallottola e dopo non ci sono più. Certe volte vorrei lasciar perdere, ma poi lo
vedo così contento col suo libro che lo lascio fare. Ho già detto a Alex che dovrebbe regalarci un nuovo
Rasputin a Natale."
In tre o quattro anni - per tanto e ancor più durò l'insegnamento impartitomi da Gretchen
Scheffler - riuscii, come avrete già capito, a strappar via un po' alla volta, fingendo di fare il birbante,
più di metà delle pagine del Rasputin, e ad appallottolarle senza troppo sciuparle: poi giunto a casa, nel
cantuccio in cui solevo suonare il tamburo, le cavavo fuori di sotto al maglione e dopo averle ben stese
e ordinate mi mettevo a leggerle in segreto, indisturbato dalle donne.
Egualmente facevo col Goethe quando, ogni quarta lezione, strillando "Döte" riuscivo a farmelo
dare da Gretchen. Di Rasputin solo non mi fidavo, poiché ben presto compresi che in questo mondo a
ogni Rasputin corrisponde un Goethe, e del resto un Rasputin implica un Goethe e un Goethe un
Rasputin, e perfino lo crea, se necessario, per poterlo poi condannare.
Talvolta mi nascondevo con quel mio libro non rilegato in soffitta o nel ripostiglio per biciclette
del vecchio Heilandt, mescolavo le pagine sciolte delle Affinità elettive con un fascio di quelle di
Rasputin, come si fa con le carte da gioco; e poi mi mettevo a leggere il nuovo libro così composto, con
crescente ma anche divertito stupore: vi trovavo Ottilie a passeggiare pudicamente al braccio di
Rasputin in un giardino nella Germania centrale e Goethe in slitta con una dissoluta nobildonna Olga, a
farsi condurre attraverso la Pietroburgo invernale, di orgia in orgia.
Ma torniamo alla mia scuola nel Kleinhammerweg. Anche se non sembravo fare progressi,
Gretchen con me era felice come una ragazzina. Pareva rifiorire accanto a me, e certo anche sotto la
mano benedicente, invisibile e tuttavia pelosa, dall'affascinante taumaturgo russo, e di riflesso
rifiorivano perfino i suoi ficus e le sue piante grasse. Se soltanto al fornaio Scheffler in quegli anni
fosse venuta di tanto in tanto l'idea di levare le mani dalla farina, di volgere la propria attenzione dai
soliti pani a un altro panino!
Volentieri Gretchen si sarebbe lasciata impastare, manipolare, pennellare e cuocere da lui.
Chissà che cosa sarebbe uscito dal forno alla fine, magari proprio un bambino. E Gretchen ne avrebbe
avuto una gioia meritata.
Così invece, dopo l'animata lettura di Rasputin rimaneva seduta con lo sguardo acceso e i
capelli scomposti, muoveva i suoi denti cavallini d'oro, ma non aveva nulla da mordere, diceva: "Mio
Dio mio Dio," e pensava a quell'antichissimo lievito. Siccome la mamma, la quale aveva già il suo Jan,
non poteva essere granché di aiuto alla sua amica, la lezione avrebbe rischiato di finir male se Gretchen
non avesse avuto un carattere così allegro.
Balzava su d'improvviso, correva in cucina, ritornava col macinino del caffè appassionatamente
stretto fra le braccia, e mentre il caffè si riduceva in polvere cantava con voce nostalgica Occhi neri o Il
rosso sarafan (2) mentre la mamma accennava ogni tanto ad accompagnarla. Ritornava in cucina senza
interrompere Occhi neri, metteva l'acqua sul fornello a gas e in attesa che bollisse correva giù nella
panetteria a prendere paste fresche e secche, spesso suscitando le proteste di suo marito; apparecchiava
poi la tavola con grandi tazze fiorate, il bricchetto della panna, la zuccherierina, forchette per dolci,
disseminando viole del pensiero nei vuoti, infine versava il caffè, passava a melodie dallo Zarevi¼c,
serviva baci di dama, nidi d'ape, Un soldato sta in riva al Volga, fette di Corona di Francoforte
disseminate di mandorle, Hai molti angioletti lassú con te, e anche meringhe con la panna montata, così
dolci, così dolci; e mentre si masticava, il discorso tornava a Rasputin, ma con l'opportuno distacco, e
sazi di dolciumi, si poteva dare libero sfogo allo sdegno per la miseria e la profonda corruzione
dominanti nella Russia degli zar.
In quegli anni mangiavo decisamente troppi dolci. Come si può vedere dalle fotografie, non
diventavo perciò più grande ma solo più grasso e informe. Spesso, dopo quelle lezioni troppo dolci, nel
Kleinhammerweg, non sapevo trovare altro rimedio che andare a intingere dietro il banco del negozio
di Matzerath, in sua assenza, un pezzo di pane secco legato a uno spago in una botticella di aringhe
marinate norvegesi, e di tirarlo fuori solo quando era ben bene inzuppato di salamoia. Non potete
immaginare che efficace emetico fosse questo spuntino dopo l'eccessiva ingestione di dolciumi. Spesso
Oskar, per dimagrire, vomitava nel cesso di casa nostra pasticcini della panetteria degli Scheffler per
più di un fiorino di Danzica - un bell'importo a quel tempo.
In altro modo ancora dovevo ricompensare Gretchen delle sue lezioni. Lei che si dedicava con
tanta passione a lavori di cucito e a maglia per bambini, si serviva di me come di un manichino.
Dovevo acconsentire a farmi provare berrettini, camicette, calzoncini, mantelline con o senza
cappuccio, giacchettine delle più svariate fogge, stoffe e colori.
Non so se fu la mamma o Gretchen a trasformarmi, il giorno del mio ottavo compleanno, in un
piccolo zarevic degno della fucilazione.
Allora il culto delle due donne per Rasputin era giunto al culmine.
Una fotografia scattata quel giorno mi mostra ritto accanto alla tradizionale torta con otto
candeline non gocciolanti, un berretto da cosacco arditamente messo di traverso, casacca russa a ricami
con le cartuccere incrociate, ampi calzoni bianchi e stivali corti.
Per fortuna il mio tamburo poté figurare nel ritratto. Ed ebbi anche la fortuna che Gretchen
Scheffler, probabilmente dietro alle mie vive insistenze, mi tagliasse, mi cucisse e alla fine mi regalasse
un costume non ben definito nella sua foggia, abbastanza Biedermeir ed elettivamente affine per
evocare ancor oggi nel mio album lo spirito di Goethe, e testimoniare delle mie due anime: mi consente
perciò, con un unico tamburo, a Pietroburgo e a Weimar contemporaneamente, di ridiscendere fino alle
Madri e di celebrare orge con delle dame.

NOTE:
(1) Tipo di scrittura dovuta al pedagogista Ludwig Sütterlin (1865-1917) e resa obbligatoria
nelle scuole dal 1935 al 1941. Constava di una combinazione tra caratteri germanici e caratteri
latini.
(2) E' il titolo di una canzone popolare russa. Sarafan: vestito lungo da donna, senza maniche.

Canto con effetto a distanza dall'alto dello Stockturm


La dottoressa Hornstetter, che ogni giorno viene nella mia stanza per la durata di una sigaretta, e
che, in quanto medico, dovrebbe curarmi, ma ogni volta, curata da me, lascia meno nervosa la stanza,
lei, che è così timida e che ha contatti intimi solo con le sue sigarette, riafferma di continuo che nella
mia infanzia ho avuto scarsi contatti, che ho giocato troppo poco con altri bambini.
Ora, per quanto riguarda gli altri bambini, non posso darle del tutto torto. Infatti, all'epoca di cui
ho narrato, ero tanto preso dallo studio con Gretchen Scheffler, così combattuto fra Rasputin e Goethe,
che neanche con la migliore buona volontà avrei trovato il tempo per girotondi e altri giochi. Ma poi,
ogni volta che come un vero scienziato fuggivo i libri, li maledicevo perfino definendoli sepolcri di
parole e andavo in cerca di contatto con il popolo, mi imbattevo nei marmocchi del nostro caseggiato e
potevo dirmi fortunato se, dopo essere rimasto un po' con quei cannibali, riuscivo a tornare sano e salvo
alle mie letture.
Dall'abitazione dei genitori Oskar poteva evadere in vario modo: o attraverso il negozio, e allora
si trovava sul Labesweg; oppure, chiudendosi alle spalle la porta di casa, arrivava sulla scala, e a
sinistra poteva uscire direttamente in strada o, per quattro scale, salire su fino al signor Meyn che in
soffitta dava fiato alla sua tromba; come ultima possibilità c'era il cortile del caseggiato. La strada,
lastricata, offriva poco svago. Nel cortile in terra battuta si moltiplicavano i conigli e si battevano i
tappeti. La soffitta offriva, oltre a occasionali duetti col signor Meyn sempre ubriaco, una bella vista,
un vasto panorama, e quel piacevole anche se illusorio senso di libertà che molti credono di trovare
salendo su una torre e che fa degli abitatori delle soffitte dei sognatori.
Mentre il cortile era pieno di pericoli per Oskar, la soffitta gli offriva sicurezza, finché Axel
Mischke e la sua banda lo scacciarono anche di lì. Il cortile si estendeva per tutta la lunghezza della
casa ma era largo solo sette passi e confinava con altri tre cortili, dai quali lo separava una staccionata
di legno catramato sormontata da filo di ferro spinato. Dalla soffitta si poteva abbracciare con lo
sguardo tutto questo labirinto: le case del Labesweg, delle due vie trasversali, la Hertastrasse e la
Luisenstrasse e, più in là, della Marienstrasse, racchiudevano un vasto rettangolo costituito da cortili,
nel quale si trovava anche una fabbrica di pastiglie per la tosse e diverse officinette tuttofare. Qua e là
alberi e cespugli sporgevano dai cortili e denunciavano la stagione. I cortili erano di varia estensione,
ma tutti avevano in comune i conigli e le stanghe per battere i tappeti. Mentre i conigli c'erano tutto
l'anno, secondo il regolamento della casa i tappeti venivano sbattuti soltanto il martedí e il venerdí.
Erano queste le giornate in cui, come Oskar poteva vedere e sentire dall'alto della sua specola, si
affermava la grandezza del complesso di cortili. Più di cento tappeti, passatoie, scendiletto venivano
fregati con cavolo acido, spazzolati, sbattuti e infine costretti a esibire i loro disegni. Cento massaie, coi
capelli strettamente avvolti da fazzoletti, trascinavano all'aperto cadaveri di tappeti, li issavano sulle
stanghe con le loro rotonde braccia nude, afferravano i battipanni intrecciati e facevano risuonare di
secchi colpi le strettoie dei cortili.
Oskar odiava questo unanime inno alla pulizia. Dalla soffitta voleva superare il frastuono col
suo tamburo, ma anche a tanta distanza doveva riconoscersi impotente di fronte alle foga delle massaie.
Cento donne che battono tappeti possono dare l'assalto al cielo e tarpare le ali alle giovani rondini, e
quelle facevano crollare con pochi colpi il tempietto che il tamburo di Oskar aveva edificato nell'aria
primaverile.
Nei giorni in cui non si battevano i tappeti, i marmocchi della casa facevano ginnastica sulla
stanga. Io scendevo di rado in cortile. Lì soltanto il ripostiglio del vecchio Heilandt mi offriva una certa
sicurezza, poiché egli permetteva solo a me di entrare in quel bugigattolo, mentre agli altri permetteva
sì e no di lanciare un'occhiata sulle macchine da cucire fuori uso, biciclette sgangherate, morse,
carrucole e scatole di sigari piene di vecchi chiodi; era un po' la sua mania; se non ne tirava fuori dal
legno delle casse, batteva dritti sull'incudine quelli che aveva estratto il giorno prima. Non avveniva
mai che gettasse via un chiodo. Quando poi qualcuno cambiava di casa, era sempre lì ad aiutare. Era lui
che, alla vigilia dei giorni festivi, uccideva i conigli. E poiché masticava continuamente tabacco,
dappertutto si trovavano i suoi sputi: nel cortile, sulle scale, sul pavimento della soffitta.
Un giorno che i marmocchi, una delle tante trovate di bambini, stavano cucinando una loro
minestra accanto al ripostiglio del vecchio Heilandt, Nuchi Eyke lo pregò di uscire un istante e di
sputare tre volte nella pentola. Il vecchio lo fece da lontano, poi scomparve nel suo bugigattolo e stava
già battendo di nuovo chiodi quando Axel Mischke aggiunse alla minestra un altro ingrediente, un
mattone tritato. Oskar osservava incuriosito quel tentativo di fare i cuochi, ma se ne stava in disparte.
Axel Mischke ed Harry Schlage avevano costruito intanto, con coperte e stracci, una specie di tenda per
impedire agli adulti di mettere il naso in quello che facevano.
Quando la minestra con la farina di mattone cominciò a bollire, Hänschen Kollin vuotò le
tasche e scodellò nella zuppa due rane vive che aveva pigliato nello stagno della birreria. S' A', Susi
Kater, l'unica bambina nella tenda, atteggiò il viso a un'amara smorfietta, delusa che le rane, così
senz'altro, senza canti o suoni, senza nemmeno un tentativo di spiccare un ultimo salto, fossero subito
affondate nella minestra. Poi Nuchi Eyke, senza riguardo per Susi, si sbottonò i calzoni e vi pisciò
dentro. Axel, Harry e Hänschen lo imitarono. Quando il più piccolo della banda, che chiamavano
Formaggino, volle mettersi alla pari coi decenni, non riuscí a contribuire nemmeno con una goccia.
Allora tutti guardarono Susi, e Axel Mischke le porse una pentola di smalto blu-Persil con gli orli un
po' ammaccati. Oskar voleva andarsene. Ma attese ancora che Susi, la quale evidentemente sotto il
vestito non aveva mutandine, vi si fosse seduta, la braccia strette intorno alle ginocchia, lo sguardo
fisso davanti a sé, e arricciasse poi il naso mentre un suono metallico tradiva che anche lei aveva
qualcosa in serbo per la minestra.
Allora scappai via. Avrei fatto meglio se invece di correre mi fossi allontanato tranquillamente.
Ma poiché correvo, tutti, sollevando lo sguardo dal contenuto della pentola, mi guardarono dietro. Mi
giunse alle spalle la voce di Susi Kater: "Quello lì vuole fare la spia, perché corre così?" e ci rimasi
male. Mi precipitai, inciampando, su per le scale e soltanto quando fui in soffitta potei un po' per volta
riprendere fiato.
Avevo sette anni e mezzo. Susi ne poteva avere nove. Formaggino nemmeno otto. Axel, Nuchi,
Hänschen ed Harry dieci o undici. C'era anche Maria Truczinski, che era un po' più vecchia di me; però
non giocava mai nel cortile, ma con le bambole nella cucina di mamma Truczinski o con la sorella
grande, Guste, che prestava servizio nel giardino d'infanzia evangelico.
Non c'è da stupirsi se ancor oggi non posso sentire le donne orinare nei vasi da notte. Quella
volta, dopo che, riparato il soffitta, Oskar ebbe placato il suo orecchio suonando il tamburo e si sentiva
ormai distaccato dalla minestra che bolliva da basso, tutta la masnada venne su d'improvviso. Erano
scalzi o con scarpe a stringhe, tutti quelli che avevano contribuito alla minestra, seguiti a distanza da
Formaggino, mentre Nuchi reggeva la pentola.
Assediarono Oskar, gli si strinsero attorno dandosi di gomito, bisbigliando "Dai, piglialo,"
finché Axel mi afferrò di dietro per le braccia riducendomi all'impotenza; né Susi ci trovava qualcosa
di strano, ed anzi se la rideva mostrando i denti bianchi e inumidendo di continuo le labbra con la punta
della lingua. Tolse di mano il cucchiaio a Nuchi, se lo lucidò contro la coscia, lo immerse nella pentola
fumante, mescolò lentamente la broda provandone la consistenza come una brava massaia, infine soffiò
nel cucchiaio per raffreddarlo, e imboccò Oskar, me, una cosa simile non l'ho mai più mangiata, il
sapore non lo dimenticherò mai.
Appena la banda così preoccupata per il mio benessere fisico se ne fu andata, perché la nausea
provata da Nuchi a quella scena si era riversata nella pentola, anch'io mi ritrassi in un angolo remoto
della soffitta dove si stendevano ad asciugare le lenzuola, e lì resi i pochi cucchiai di brodaglia rossastra
ingeriti, senza però scoprirvi residui di rana. Mi arrampicai su una cassa sotto l'abbaino aperto mentre
ancora mi scricchiolavano sotto i denti alcuni granelli di mattone, sentii un prepotente impulso di agire,
contemplai la distesa dei cortili, passai in rassegna più in là le finestre luccicanti delle case della
Marienstrasse e levai alto il mio canto, emettendo grida laceranti in quella direzione. Non riuscii ad
osservare alcun effetto ed ero tuttavia così convinto di poter agire anche a distanza che da allora il
nostro cortile e quelli adiacenti mi parvero troppo angusti, tanto che, da allora, bramoso di distanze, di
visioni lontane di spazio, approfittai di ogni occasione per evadere, solo o guidato dalla mamma, oltre
l'angusta zona del Labesweg, verso i sobborghi, e mi sottrassi a tutti gli agguati dei minestrai del nostro
angusto cortile.
Ogni giovedí la mamma andava a far acquisti in centro. Per lo più mi portava con sé; sempre,
poi, quando si trattava di comperarmi un nuovo tamburo da Sigismund Markus nella Galleria
dell'Arsenale al Kohlenmarkt. A quel tempo, press'a poco dal mio settimo al decimo anno di età, un
tamburo mi durava invariabilmente due settimane. Dai dieci ai quattordici anni una settimana era più
che sufficiente per sfondarlo. Più tardi riuscivo talora a ridurre il mio tamburo a un rottame in un solo
giorno, ma in periodi di stati d'animo particolarmente sereni, quando vi battevo con attenzione sempre
col consueto vigore, lo mantenevo in buono stato anche per tre o quattro mesi, e a parte qualche
screpolatura alla lacca esso non presentava alcun guasto.
Ma ora voglio parlare di quel tempo in cui abbandonavo il nostro cortile con la stanga per i
tappeti, con il vecchio Heilandt sempre occupato a raddrizzare i chiodi e i monelli inventori di
minestre, e potevo recarmi ogni due settimane con la mamma da Sigismund Markus a scegliermi un
tamburo nuovo fra l'assortimento dei suoi tamburi per bambini. Talvolta la mamma accondiscendeva a
comperarmene uno anche se quello che possedevo non poteva dirsi ancora inservibile. Mi godevo quei
pomeriggi, attraversando la città vecchia pittoresca e sempre un po' simile a un museo, sempre
risonante dei rintocchi delle campane di questa o quella chiesa.
Per lo più il giro dei negozi procedeva con piacevole uniformità.
Qualche acquisto da Leiser. Sternfeld oppure Machwitz, e infine entravamo da Markus, che
aveva preso l'abitudine di rivolgere alla mamma le più lusinghiere frasi galanti. Indubbiamente le
faceva la corte, ma, per quanto io sappia, oltre a prenderle con passione la mano, ch'egli chiamava una
dolce manina, e a baciargliela delicatamente, non si abbandonava mai a più clamorose manifestazioni
di passione, eccezioni fatta per la volta in cui le cadde davanti in ginocchio, come qui voglio narrare.
La mamma, che della nonna Koljaiczek aveva la bella figura un po'
pienotta e il portamento maestoso, oltre all'amabile vanità e al fare bonario, non disdegnava le
premure di Sigismund Markus, tanto più che egli le forniva a condizioni di favore, per non dire che
gliele regalava, calze provenienti da liquidazioni ma impeccabili, e cucirini di seta di ottima qualità; per
non dire poi dei miei tamburi di latta, che le cedeva a prezzi irrisori ogni quindici giorni.
Ogni volta la mamma alle quattro e mezzo precise pregava Markus di poter affidare me, Oskar,
alla sua sorveglianza avendo da fare ancora qualche urgente commissione. E il negoziante,
inchinandosi con uno strano sorriso, le prometteva con caricata affettazione che avrebbe avuto cura di
Oskar come della pupilla dei suoi occhi finché fosse ritornata dopo le sue così importanti commissioni.
Il tono lievemente canzonatorio ma non offensivo che la mamma avvertiva nelle sue parole la faceva
talvolta arrossire e intuire che Markus fosse al corrente.
Ma anch'io sapevo di quale genere fossero le commissioni che la mamma chiamava importanti
e che sbrigava con fin troppo zelo. L'avevo pur potuta accompagnare per qualche tempo in una modesta
pensione della Tischlergasse, dove scompariva su per le scale e rimaneva assente circa tre quarti d'ora,
mentre io dovevo adattarmi ad aspettare presso la padrona, che generalmente sorseggiava un Mampe,
davanti a una limonata servitami senza una parola ma sempre pessima, finché la mamma ritornava, in
nulla mutata, rivolgeva un saluto alla donna che non alzava gli occhi dal suo liquore dolce-amaro, e mi
prendeva per mano, dimenticando che la temperatura della sua la tradiva. Poi, con la mano nella mano,
e la sua scottava, andavamo al caffè Weitzke nella Wollwebergasse. La mamma ordinava un caffè nero
per sé, per Oskar un gelato al limone, e aspettava finché puntualmente Jan Bronski, passando come per
caso, veniva a sedersi accanto a noi e si faceva porre anche lui un caffè nero sulla fredda, calmante
lastra di marmo del tavolino.
Parlavano senza alcuna soggezione di me e i loro discorsi mi confermavano ciò che da un pezzo
sapevo: la mamma e lo zio Jan si incontravano quasi ogni giovedí in una camera della pensione nella
Tischlergasse, presa in affitto da lui, per fare il comodo loro in tre quarti d'ora. Probabilmente fu Jan ad
esprimere il desiderio che in seguito io non venissi più fino alla pensione e poi al vicino caffè Weitzke.
Spesso egli appariva alquanto imbarazzato, assai più della mamma la quale non ci trovava nulla di
sconveniente nel fatto che io ascoltassi l'eco evanescente di un'ora d'amore della cui legittimità lei
sempre pareva, e parve anche in seguito, convinta.
Così, per desiderio di Jan rimasi in quei giovedí, dalle quattro e mezzo fino a poco prima delle
sei del pomeriggio, nel negozio di Markus, dove mi era consentito di contemplare e provare i suoi
diversi tamburi, mi era lecito - in qual altro luogo sarebbe mai stato possibile a Oskar? - manifestarmi
contemporaneamente su più tamburi e guardare la faccia da cane bastonato del povero Markus.
Anche se non sapevo da dove venivano i suoi pensieri, intuivo dove andavano, indugiavano
nella Tischlergasse, spiavano a porte numerate, oppure andavano a rannicchiarsi, come il povero
Lazzaro, sotto quel tale tavolino di marmo del caffè Weitzke, in attesa di che? Di briciole?
La mamma e Jan non lasciavano briciole. Mangiavano tutto loro, avevano un appetito
formidabile, quell'appetito che non finisce mai e che si morde la coda. Erano così occupati che
avrebbero preso i pensieri del povero Markus sotto il tavolino per l'invadente carezza di una corrente
d'aria.
Uno di quei pomeriggi (sarà stato in settembre, poiché la mamma uscendo dal negozio di
Markus indossava un completo autunnale color ruggine) sapendo che Markus se ne stava dietro il
banco, sprofondato, sepolto, irrimediabilmente perduto, provai un vivo desiderio di uscire da solo, col
tamburo appena acquistato, nella Galleria dell'Arsenale, la fresca galleria dalla luce discreta, ai due lati
della quale si allineavano le ricche vetrine di eleganti botteghe, librerie, gioiellerie, negozi di specialità.
Ma rimasi un po' male a osservare i prezzi per me esorbitanti e preferii uscire subito sul Kohlenmarkt.
Mi fermai nel pulviscolo diffuso nell'aria, illuminato dal sole, a guardare la facciata color grigio basalto
dell'Arsenale, dalla quale facevano capolino qua e là alcune palle di cannone di varia grandezza,
rimaste dagli assedi subiti in diverse epoche, affinché quelle protuberanze di ferro richiamassero alla
memoria dei passanti la storia della città. A me quelle palle non dicevano niente, tanto più che, come
sapevo, non erano rimaste conficcate da sole: in città c'era un muratore assoldato dall'Ente per
l'incremento dell'edilizia in unione con la Sovrintendenza alle Belle Arti affinché murasse le munizioni
dei secoli trascorsi nelle facciate di svariate chiese ed edifici pubblici, e così anche nella facciata e nel
retro dell'Arsenale.
Volevo entrare nel Teatro Municipale, che mostrava il suo bel portale fiancheggiato da colonne
sulla destra dell'edificio dell'Arsenale e che era diviso da quest'ultimo soltanto da una viuzza stretta,
avvolta nell'ombra. Poiché a quell'ora, come mi aspettavo, il teatro era chiuso (la cassa per la
rappresentazione serale veniva aperta appena alle sette), tambureggiai in forse, già meditando una
ritirata, verso sinistra, finché Oskar si trovò fra lo Stockturm e la porta della Langgasse. Non me la
sentivo di proseguire oltre la porta della Langgasse e poi, piegando a sinistra, di raggiungere la Grosse
Wollwebergasse, poiché lì sedevano la mamma e Jan Bronski e, se non sedevano già lì, dovevano aver
appena finito nella Tischlergasse, oppure essere sulla strada per andare a prendere il loro rinfrescante
caffè al tavolino di marmo.
Non so come riuscii ad attraversare le rotaie del Kohlenmarkt, dove passavano di continuo
vetture tranviarie che si dirigevano verso la porta oppure ne uscivano scampanellanti e cigolanti
piegando verso il Kohlenmarkt, il Holzmarkt e la stazione centrale. Forse un passante o un poliziotto
mi prese per mano conducendomi premuroso attraverso i pericoli del traffico.
Mi trovai così sotto l'alta muraglia dello Stockturm, la Torre di Giustizia, svettante verso il
cielo, e fu soltanto per vincere la noia insorgente che infilai le punte delle bacchette del tamburo fra il
muro e il battente profilato di ferro della porta della torre.
Levando gli occhi verso l'alto non riuscivo a scorrere con lo sguardo lungo tutta la facciata,
poiché di continuo dei colombi si staccavano da nicchie e finestrelle per posarsi subito dopo, per un
attimo, com'è loro consuetudine, su sporgenze e gargolle, per poi rituffarsi nello spazio, planando,
trascinandosi dietro il mio sguardo.
Il daffare dei colombi mi infastidiva. Ne distolsi lo sguardo e, per dimenticare la mia irritazione,
mi misi d'impegno a lavorar di leva con le bacchette; la porta cedette, subito Oskar si infilò dentro e
cominciò a salire su per le scale a chiocciola, alzando sempre il piede destro, tirandosi dietro il sinistro,
raggiunse le prime celle chiuse da inferriate, salí ancora, si lasciò dietro la stanza delle torture con i
suoi strumenti accuratamente conservati e muniti di targhette esplicative; continuando a salire - ora
alzava la gamba sinistra e si tirava dietro la destra - gettò un'occhiata da una finestrella chiusa da
un'inferriata, valutò l'altezza, apprezzò lo spessore della muraglia, fece volare via i colombi, incontrò
gli stessi colombi più in alto, dopo un giro della scala a chiocciola, mise di nuovo avanti la gamba
destra per trascinare la sinistra, e quando Oskar fu in cima dopo aver nuovamente cambiato piede gli
sarebbe piaciuto salire ancora, benché tutt'e due le gambe gli pesassero. Ma la scala era finita prima del
tempo. Qui egli comprese l'assurdità e l'impotenza della costruzione di torri.
Non so quanto fosse alto lo Stockturm, anzi quanto lo sia, poiché la torre è sopravvissuta alla
guerra. Né sento alcun desiderio di chiedere all'infermiere Bruno di procurarmi un'opera di
consultazione sulle costruzioni gotiche in cotto della Germania orientale. A occhio e croce saranno stati
circa quarantacinque metri fino alla guglia.
Così, al termine della scala a chiocciola che troppo presto si era stancata, mi ero dovuto fermare
sul ballatoio che correva tutt'intorno sotto la calotta della torre. Mi sedetti con le gambe penzoloni fuori
dalle colonnine della balaustra, poggiai una mano sul tamburo per assicurarmi di averlo sempre con
me, abbracciai con l'altra una colonnina e mi curvai in avanti a guardare giù sul Kohlenmarkt.
Non voglio annoiarvi con la descrizione del panorama di Danzica vista a volo d'uccello, con le
sue molte torri e il suono delle sue campane, una città veneranda per vetustà, sulla quale si dice aleggi
ancora lo spirito del Medio Evo; e che è riprodotta in innumerevoli incisioni artistiche. Né voglio
soffermarmi sui suoi colombi benché molti scrittori trovino suggestivo l'argomento. A me un colombo
non dice nulla; un gabbiano già qualcosa di più. L'espressione corrente "colomba della pace" ha per me
del paradossale. Io un messaggio di pace lo affiderei piuttosto a un falco o addirittura ad un avvoltoio
che a una colomba, l'inquilina più attaccabrighe sotto la volta del cielo. Ma sta di fatto che sullo
Stockturm c'erano colombi. Come del resto ce ne sono su ogni torre degna di questo nome e che ci
tenga a presentarsi decorosamente con l'aiuto di coloro cui incombe la conservazione dei monumenti.
Qualcosa di ben diverso aveva attirato il mio sguardo: l'edificio del Teatro Municipale che,
quando ero arrivato dalla Galleria dell'Arsenale, avevo trovato chiuso. Questa balorda costruzione
presentava con la sua cupola una diabolica rassomiglianza con un classicheggiante macinino da caffè,
assurdamente mastodontico, anche se in cima alla cupola gli mancava quella manovella che sarebbe
stata necessaria per ridurre a uno spaventoso ammasso di rottami un dramma in cinque atti e insieme i
mimi, il suggeritore, le attrezzature, i sipari, e le quinte di una delle rappresentazioni serali sempre
affollate del tempio delle Muse e della cultura. A me faceva rabbia quell'edificio, nelle finestre del cui
foyer, fiancheggiate da colonne, il sole vicino al tramonto si specchiava, tingendole di un rosso sempre
più vivo.
A quell'ora, a una trentina di metri sopra Kohlenmarkt, sopra i tram e gli impiegati festeggianti
la chiusura degli uffici, alto sopra il negozio che odorava di dolciastro del rigattiere Markus, sopra i
freschi tavolini di marmo del caffè Weitzke, dominando due tazze di caffè, la mamma e Jan Bronski, e
anche il nostro caseggiato, il cortile, i cortili e i chiodi contorti e diritti, lasciando sotto di me ragazzi
del vicinato con la loro minestra di farina di mattone, a quell'ora io, che fino a quel momento avevo
gridato solo per motivi impellenti, diventai un urlatore senza motivo né costrizione. Se prima di salire
sullo Stockturm avevo inviato le penetranti modulazioni della mia voce nella struttura di un bicchiere o
nell'interno di qualche lampadina o di una bottiglia di birra inservibile, solo quando mi si voleva
togliere il mio tamburo, ora, dall'alto della torre, emisi urla laceranti senza che esso fosse in gioco.
Nessuno voleva togliere a Oskar il tamburo, e tuttavia egli gridò.
Non che qualche colomba gli avesse sporcato il tamburo per divertirsi a strappargli un urlo di
sdegno. E lì vicino c'era il verderame su piastre di piombo , ma nessun vetro; e tuttavia Oskar urlò. I
colombi avevano, è vero, occhi lucidi dai riflessi rossastri, ma nesun occhio di vetro lo fissava; e
tuttavia egli urlò. Verso dove gridava, quale distanza l'aveva attratto? Forse, ciò che era stato tentato
senza piani deliberati dall'alto della soffitta dopo la degustazione della minestra di mattoni doveva lì
essere dimostrato con una meta precisa?
Quale vetro aveva Oskar di mira? Con quale vetro - poiché soltanto di vetro poteva trattarsi -
Oskar voleva procedere ad esperimenti?
Era il Teatro Municipale, il drammatico macinino da caffè, che attirava sui vetri delle sue
finestre illuminate dal sole del tramonto le modulazioni della mia voce - di un genere nuovo e vorrei
dire arieggiante al manierismo - quelle modulazioni in cui mi ero già provato nella soffitta di casa
nostra. Dopo aver emesso per qualche minuto grida di varia intensità, che però non sortirono alcun
effetto, riuscii a modulare un tono pressoché inavvertibile, e con perfida gioia ed orgoglio Oskar poté
constatare che: due lastre centrali di una finestra a sinistra del foyer avevano dovuto rinunciare ai raggi
del sole prossimo al tramonto e si stagliavano come due neri rettangoli urgentemente bisognosi di
nuovi vetri.
Ora si trattava di confermare il successo. Mi esibivo, simile a un pittore moderno che, attuando
lo stile finalmente individuato dopo anni di incertezze, presenta d'un tratto al mondo stupito una ricca
sequenza di creazioni della sua nuova maniera, tutte egualmente pregevoli, egualmente ardite, talora
anche tutte di eguale formato.
Nel breve volgere di un quarto d'ora riuscii a privare delle vetrate tutte le finestre del foyer e
una parte delle porte. A quanto si poteva distinguere dall'alto, davanti al teatro si radunò una folla
agitata. C'è sempre gente desiderosa di curiosare. Di fronte a quegli ammiratori della mia arte non mi
sentii particolarmente turbato. Certo essi indussero Oskar a proseguire con maggiore rigore stilistico,
con maggiore cura formale. Già mi accingevo a mettere a nudo con più ardito esperimento anche
l'interno, cioè a mandare in frantumi con un grido attraverso il foyer aperto, attraverso il buco della
serratura della porta di un palco, nella scala centrale ancora oscura, il grande lampadario con tutto il
suo ricco minuto vetrame -levigato, sfaccettato, rifrangente - orgoglio degli abbonati; quando mi colpí
tra la folla davanti al teatro una stoffa color ruggine: la mamma era venuta via dal caffè Weitzke, aveva
bevuto il suo caffè, aveva lasciato Jan Bronski.
Però devo ammettere che ciononostante Oskar diresse un grido verso il pomposo lampadario. E'
da ritenere tuttavia che non ebbe successo, poiché il giorno seguente i giornali riferirono soltanto che
per cause misteriose erano andate completamente infrante le vetrate delle finestre e delle porte del
foyer. Resoconti di indagini condotte con maggiore o minore competenza scientifica, pubblicati da
quotidiani nella terza pagina, riempirono per settimane intere colonne e colonne delle più assurde
fantasticherie. Le Neuesten Nachrichten parlarono di radiazioni cosmiche. Funzionari
dell'Osservatorio, quindi uomini di cultura altamente qualificati, parlarono di macchie solari.
Quanto a me, mi precipitai allora più presto che le mie corte gambe mi consentissero giù per le
scale a chiocciola dello Stockturm e raggiunsi un po' affannato la folla che sostava davanti al teatro.
Non era però più in vista il completo autunnale color ruggine della mamma; probabilmente si
trovava nella bottega di Markus a raccontargli dei danni che - gli avrà detto - soltanto la mia voce
poteva aver causato. E Markus, il quale non aveva mai mostrato di meravigliarsi del mio cosiddetto
ritardato sviluppo e considerava la mia voce adamantina la cosa più naturale del mondo, Markus - così
pensava Oskar - avrà anzi espresso umilmente alla mamma la sua ammirazione, fregandosi
nervosamente le mani diafane.
Ma quando fui giunto nell'ingresso della bottega, mi si presentò un quadro che mi fece
dimenticare subito tutto il successo conseguito poco prima col canto vetricida a distanza. Sigismund
Markus era inginocchiato davanti alla mamma, e con lui sembravano voler cadere in ginocchio tutti gli
animali di stoffa, orsi, scimmie, cani, i cavalli a dondolo, le auto dei pompieri, perfino le bambole con
gli occhi mobili e i burattini, custodi del negozio. Egli teneva le mani della mamma strette nelle sue dal
dorso peloso, cosparse di macchie brunastre, e piangeva.
Anche la mamma era grave in volto, compresa della solennità del momento. "Per carità,
Markus," mormorava, "non qui nel negozio."
Ma Markus non finiva di parlare con tono per me indimenticabile, supplichevole e insieme
esagerato: "Non si metta col Bronski che è alla posta, alla posta polacca ed è mezzo polacco, e non fa
per lei perché è polacco, le dico. Non si metta coi polacchi; si metta coi tedeschi che la vinceranno, se
non oggi domani. I tedeschi si stanno tirando su, le dico, signora Agnes, e lei sta ancora sempre col
Bronski. Già che ha Matzerath capirei che ci stesse con lui, visto che ce l'ha. Ma se volesse mettersi
con me ci avrebbe solo da guadagnare; pensi che di recente mi sono battezzato. Andremo insieme a
Londra, signora Agnes; laggiù ho molti appoggi e molte carte di valore. Ma se non vuole, perché
disprezza Markus, pazienza, mi disprezzi pure. Ma mi ascolti, la supplico col cuore, non si metta con
quel matto del Bronski che è deciso a rimanere alla posta polacca, e per i polacchi è finita, quando
arrivano i tedeschi!"
Proprio quando la mamma, tutta confusa di fronte a tante cose possibili e impossibili, stava per
scoppiare lei pure in lacrime, Markus mi scorse, ancora fermo sulla porta, e lasciando libera una mano
della mamma tese la sua con cinque dita parlanti verso di me: "Anche lui porteremo a Londra con noi;
e come principino starà, come un principino!"
Ora anche la mamma mi guardò con un sorriso. Forse pensava alle finestre senza vetrate del
Teatro Municipale, oppure la prospettiva di andar a stare nella metropoli di Londra la predisponeva a
una certa gaiezza. Ma con mia sorpresa scosse il capo e disse semplicemente come se declinasse in
invito alla danza: "Vi ringrazio, Markus, ma non è possibile, credetemi, per via di Bronski."
Interpretando questo nome come un richiamo Markus si levò in piedi e inchinandosi e battendo
i tacchi rispose: "Domando scusa, avrei dovuto rendermi subito conto che non era possibile per via di
quello lì."
Quando lasciammo il negozio, Markus uscí con noi, chiuse, benché non fosse ancora l'ora, e ci
accompagnò alla fermata della linea 5.
Davanti al teatro sostavano sempre un capannello di curiosi e alcuni poliziotti. Ma io non avevo
paura e non pensavo quasi più al mio successo nei confronti del vetro. Markus si chinò su di me, e
sussurrò più fra sé e sé che a noi: "Quante cose che sa fare,l'Oskar.
Il tamburo, ti suona, e fa gli scandali davanti al teatro."
Poiché la mamma appariva inquieta alla vista dei cocci le fece un cenno con la mano come per
dirle che non aveva motivo di impensierirsi; e quando arrivò il tram e salimmo nel rimorchio, le
sussurrò ancora sottovoce, per timore di eventuali ascoltatori: "Be', rimanga con Matzerath, visto che ci
ha lui, e non s'impicci dei polacchi."
Oggi che Oskar, coricato o seduto sul suo letto di metallo, rievoca comunque sul tamburo la
Galleria dell'Arsenale di Danzica, lo Stockturm e le scritte sui muri di quel carcere, gli strumenti di
tortura lucidi d'olio, le tre finestre del foyer del Teatro Municipale dietro le colonne, e di nuovo la
Galleria dell'Arsenale e il negozio di Sigismund Markus, per poter disegnare tutti i particolari di una
lontana giornata di settembre, egli deve rievocare anche la terra dei polacchi. Con quale mezzo la cerca
se non con le bacchette del suo tamburo? Cerca la Polonia anche con l'anima? La cerca con tutti i suoi
organi, ma l'anima non è un organo.
Ripensa alla terra polacca, perduta, eppure non ancora perduta. (1) Altri dicono: fra breve
perduta, già perduta, di nuovo perduta. Qui da noi si cerca la Polonia con crediti, con la Leica, con la
bussola, con il radar, con le bacchette dei rabdomanti e i delegati, con l'umanesimo e i capi
dell'opposizione e con associazioni regionali in costumi tirati fuori dalla naftalina. Mentre in questo
paese si cerca la terra di Polonia con l'anima (2) - avendo in cuore per metà Chopin e per metà il
revanscismo - mentre ripudiano le prime quattro spartizioni della Polonia e intanto progettano la quinta,
mentre volano a Varsavia con l'Air-France e depongono deplorando una coroncina nel luogo dove
sorgeva il ghetto, mentre da qui si cercherà la terra di Polonia con i missili, io cerco la Polonia sul
tamburo e dico: "Perduta, non ancora perduta, già perduta, perduta la Polonia, tutto perduto, la Polonia
non è ancora perduta."

NOTE:
(1) Allusione all'irredentismo polacco e alla canzone "Ancora la Polonia non è perduta" che i
tedeschi mettevano in burla.
(2) Richiamo al noto verso goethiano "das Land der Griechen mit der Seele suchen" (Ifigenia in
Tauride, atto I).

La tribuna
Quando avevo infranto con la voce le vetrate del foyer del nostro Teatro Municipale mi si era
offerta l'occasione propizia per un mio primo contatto con l'arte scenica. Benché quel pomeriggio la
mamma fosse tutta presa dal colloquio col negoziante di giocattoli Markus, essa doveva essersi accorta
del mio legame diretto con il teatro; infatti nel successivo periodo prenatalizio acquistò quattro biglietti,
per sé, Stephan e Marga Bronski, e anche per Oskar; e l'ultima domenica di Avvento ci condusse alla
rappresentazione della fiaba di Natale. Prima fila della seconda balconata laterale. Il pomposo
lampadario centrale sopra la platea faceva del suo meglio, e fui lieto di non averlo infranto dall'alto
dello Stockturm.
C'erano già allora troppi bambini. Nelle balconate c'erano più bambini che mamme, mentre in
platea, dove sedeva la gente più facoltosa e più prudente nel procreare, il rapporto fra madri e prole
pressapoco si controbilanciava. Possibile che i bambini non possano star mai fermi! Marga Bronski che
sedeva fra me e il fratello Stephan, relativamente composto, si lasciava scivolare di continuo dalla
poltrona, voleva di nuovo salirvi, poi trovava più divertente arrampicarsi sulla balaustra, rischiava di
impigliarsi nel meccanismo del sedile, emetteva qualche strillo, ma al confronto con gli altri strilloni
attorno a noi era ancora sopportabile poiché la mamma la faceva tacere riempiendole la scocciante
bocca infantile di cioccolatini. Infine, stanca di tanto dimenarsi e ancora succhiante, poco dopo che il
sipario s'era alzato, la sorellina di Stephan si addormentò; e dovette essere destata alla fine di ogni atto
perché potesse battere la manine, ciò che fece con entusiasmo.
Veniva rappresentata la "Fiaba di Pollicino," che mi appassionò fin dalla prima scena, dato che
naturalmente mi toccava da vicino.
L'azione era abilmente congegnata. Pollicino non compariva mai in scena, si sentiva soltanto la
sua voce, ma le parti degli adulti servivano a dare rilievo a quella dell'invisibile eppur molto attivo eroe
protagonista della vicenda. Si nascondeva nell'orecchio del cavallo, si faceva vendere da suo padre per
molto denaro a due briganti, faceva evoluzioni sulla tesa del cappellaccio di uno di essi, da dove
parlava si insinuava poi in buco di topo e quindi in un guscio di lumaca, faceva causa comune con
ladri, finiva in un mucchio di fieno e, col fieno, nello stomaco di una mucca. Ma la mucca venne uccisa
poiché parlava con la voce di Pollicino. Lo stomaco della mucca, gettato con quel cosino dentro fra le
immondizie, veniva ingoiato da un lupo. Allora Pollicino allettava con abili parole il lupo in casa di suo
padre, e quando il lupo si accingeva a fare man bassa di quanto trovava nella dispensa si metteva a
gridare per far correre gente. La conclusione era quella solita delle fiabe: il padre uccideva il feroce
lupo, la madre gli apriva il ventre con le forbici, e si immaginava che ne uscisse Pollicino poiché lo si
sentiva esclamare: "Oh, miei cari genitori, sono stato nella tana di un topo, nello stomaco di una mucca
e nel ventre di un lupo, ma ora resto con voi."
La fine della storiella mi commosse e quando sbirciai verso la mamma vidi che si premeva il
fazzoletto al naso, perché, come me, si era identificata con l'azione della scena. La mamma si
commuoveva facilmente, durante le settimane successive e specialmente durante le feste natalizie mi
stringeva spesso a sé e mi baciava chiamando Oskar con tono ora scherzoso ora accorato: Pollicino,
oppure: mio piccolo Pollicino, o anche: mio povero, povero Pollicino.
Solo nell'estate del trentatré mi si offrí di nuovo l'occasione di andare a teatro. E' vero che a
causa di un malinteso le cose andarono a finir male, tuttavia me ne rimase un'impressione duratura.
Sento ancora oggi in me quelle ondate di suoni, perché fu nel teatro all'aperto di Zoppot dove in mezzo
alla natura, sotto il cielo notturno, si eseguivano ogni estate musiche di Wagner.
In casa non c'era che la mamma a sentire qualche inclinazione per l'opera. Per Matzerath
perfino le operette erano già di troppo. Jan si regolava sul metro della mamma e mostrava di
appassionarsi per le arie, per quanto egli fosse, nonostante il suo aspetto che poteva farlo pensare
sensibile alla musica, assolutamente negato alle armonie dei suoni. In compenso conosceva i fratelli
Formella, suoi ex compagni alla scuola media di Karthaus, che abitavano a Zoppot e ai quali era
affidata sia l'illuminazione della passeggiata lungo il lago, sia quella della fontana zampillante davanti
alla casa di cura e al Casinò, e anche quella del teatro all'aperto - la Waldoper -dove si svolgeva il
festival.
La strada che conduceva a Zoppot passava per Oliva. Una mattinata nel parco del castello.
Pesciolini dorati, cigni, la mamma con Jan Bronski nella famosa "Grotta dei sussurri." E poi ancora
pesciolini dorati e cigni e l'immancabile fotografo, loro consocio. Mentre egli ci ritraeva, Matzerath mi
teneva a cavalcioni sulle spalle e io appoggiavo il tamburo sulla sua testa, cosa che destò ilarità
generale, anche in seguito, quando la foto era già incollata nell'album. Congedo dai pesciolini dorati,
dai cigni, dalla "Grotta dei sussurri." Non era domenica soltanto nel parco, ma anche fuori dalla
cancellata, nel tram per Glettkau e nello stabilimento di Glettkau dove pranzammo, mentre il Baltico,
imperturbabile, come se non avesse altro da fare, invitava al bagno: dappertutto era domenica. Quando
dalla passeggiata del lungomare arrivammo a Zoppot, ci venne incontro la domenica, e Matzerath
dovette pagare per tutti la tassa di soggiorno.
Facemmo il bagno nello stabilimento sud, che si diceva meno frequentato di quello nord.
Matzerath e Jan andarono a spogliarsi nella parte riservata agli uomini, e la mamma mi condusse con sé
in una cabina per signore. Pretese che mi mostrassi nudo nel reparto per famiglie, mentre lei, che già
allora era piuttosto in carne, versò la stessa in un costume giallo paglierino. Per non espormi così
indifeso ai mille occhi del reparto per famiglie mi tenevo il tamburo sul mio sesso, e più tardi mi misi
bocconi sulla sabbia, non volli entrare nell'acqua invitante del Baltico, bensí mantenere il mio pudore
nella sabbia, adottando la politica dello struzzo. Matzerath e anche Jan apparivano con le loro pance
incipienti, così ridicoli e quasi pietosi che fui lieto quando, ritiratisi nel tardo pomeriggio nella cabina,
si spalmarono di crema nivea la pelle bruciacchiata dal sole e indossarono finalmente di nuovo i loro
abiti civili della domenica.
Caffè e torta alla "Stella marina." La mamma desiderava una terza fetta della torta a cinque
piani: Matzerath era contrario, Jan era pro e contro insieme, la mamma ordinò, tagliò un pezzetto per
Matzerath, imbeccò Jan, sistemò i suoi due uomini, prima di rovesciarsi nello stomaco, cucchiaino per
cucchiaino, la torta stradolce.
Oh, santa crema al burro, e tu felice e annuvolato pomeriggio domenicale, spolverato di
zucchero! Nobili polacchi sedevano con occhiali da sole azzurri davanti a limonate concentrate che
nemmeno assaggiavano. Dai gruppi di signore con unghie violette intente a giocare ai tavolini giungeva
con la brezza marina l'odore di naftalina di mantelle di pelliccia, prese in prestito per la stagione
balneare. Matzerath trovava la cosa grottesca. La mamma invece avrebbe volentieri affittato, sia pure
per un solo pomeriggio, una di quelle mantelle di pelliccia. Jan sosteneva che la noia dei nobili
polacchi fioriva a tal punto che nonostante fossero pieni di debiti non parlavano più il francese, bensí,
per puro snobismo, il più comune gergo polacco.
Non si poteva rimanere seduti alla "Stella marina" a vedere imperturbabili nobili polacchi con
occhiali da sole azzurri e unghie dipinte di violetto. La mamma, imbottita di torta, sentiva il bisogno di
fare un po' di movimento. Passeggiammo nel Kurpark dove mi fecero cavalcare su un asino e stare di
nuovo fermo per un'altra foto.
Pesciolini dorati, cigni - che cosa mai non salta in mente alla natura - e ancora pesciolini dorati
e cigni che conferivano pregio all'acqua dolce.
Fra boschetti di tasso tagliati all'inglese, che tuttavia non sussurravano come generalmente si
sostiene, incontrammo i fratelli Formella, i creatori degli artistici effetti di luce "Formella." Il più
giovane non poteva mai fare a meno di mettere per prima cosa in libertà tutte le barzellette che gli
erano arrivate all'orecchio nell'esercizio del suo mestiere. Il maggiore dei fratelli Formella le
conosceva, ma per amore fraterno rideva contagiosamente al momento giusto mostrando un dente d'oro
in più del fratello, il quale ne possedeva soltanto tre. Si andò assieme da Springer a bere un gineprino.
La mamma preferiva il rosolio. Poi, dispensando ancora barzellette del suo inesauribile repertorio, il
munifico Formella junior ci invitò a cena al "Pappagallo". Lì si fece conoscenza con Tuschel al quale
apparteneva mezza Zoppot oltre a cinque cinema e a una porzione dell'Opera all'aperto. Era anche il
datore di lavoro dei fratelli Formella, e fu lieto di fare la nostra conoscenza, come noi lo eravamo di
fare la sua. Si girava di continuo un anello attorno al dito, che però non poteva essere un anello fatato
poiché nulla di strano avvenne, tranne che a un certo momento anche Tuschel cominciò a raccontare
barzellette, e cioè le stesse barzellette Formella di poco prima, solo con più particolari, siccome
disponeva di meno denti d'oro. Tuttavia l'intera tavolata rideva poiché era Tuschel a raccontare le
barzellette. Io solo rimanevo serio, e rigido in volto cercavo di annullare gli effetti comici più acuti. Oh
come le salve di risa, anche se non spontanee, ma in modo analogo ai vetri di bottiglia delle finestre del
nostro cantuccio di divoratori, creavano una simpatica atmosfera d'intimità! Tuschel si mostrava
lusingato, raccontò ancora qualche storiella amena, fece venire una bottiglia di Danziger Goldwasser, e
nell'euforia delle risa e del liquore girò a un tratto l'anello in senso inverso, e questa volta accadde
qualche cosa: Tuschel ci invitò tutti all'opera poiché era proprietario di una porzione del teatro, lui
purtroppo non poteva, appuntamento, eccetera, ma sperava che avremmo gradito i suoi posti, erano in
un palco imbottiti, il bambino avrebbe potuto dormire se era stanco; e con la sua matita d'argento vergò
su un biglietto da visita fregiato Tuschel parole degne di un Tuschel, parole che ci avrebbero aperto
tutte le porte, disse - e così fu.
Quello che avvenne potrà esser detto in poche parole: una tiepida sera d'estate; il teatro
all'aperto affollato di forestieri. Già prima dell'inizio le zanzare erano sul posto. Ma appena l'ultima,
che arriva sempre un po' in ritardo perché lo considera un segno di distinzione, ebbe annunziato il suo
arrivo con un ronzio sanguinario, lo spettacolo cominciò veramente. Si dava il Vascello fantasma. Un
vascello venne dunque fuori alla meno peggio, più da bracconiere che da pirata, da quel bosco che dava
il nome al teatro dell'opera.
Alcuni marinai investirono col loro canto gli alberi. Io mi addormentai su uno dei cuscini di
Tuschel, e quando mi destai marinai cantavano sempre, o marinai cantavano di nuovo: "Timoniere
veglia..." ma Oskar tornò ad assopirsi, e nel dormiveglia era lieto di vedere la mamma che si
interessava tanto all'olandese, che scivolava come sulle onde e inspirava ed espirava wagnerianamente.
Né si era accorta che nel frattempo Matzerath e il suo Jan, il viso coperto dalle mani, cominciavano a
segare ciascuno un albero di diversa grandezza, e che anche Oskar sfuggiva ancora alle dita di Wagner;
finché da ultimo egli si destò, sul serio questa volta, poiché in mezzo al bosco stava tutta sola una
donna, e gridava. Aveva i capelli color giallo pannocchia e gridava perché un riflettore, azionato
probabilmente dal più giovane dei Formella, la accecava con la luce troppo intensa.
"No!" gridava. "Ahimè, chi mi fa questo torto?" Ma il Formella, che le faceva il torto, non
mollava il riflettore, e il grido della donna solitaria, che la mamma definí poi una solista, si mutò in un
lamento argentino di quando in quando spumeggiante, il quale faceva bensí appassire anzi tempo le
foglie degli alberi del bosco di Zoppot, ma non colpiva, né eliminava il riflettore di Formella. La sua
voce, benché bella, fallí. Allora dovette intervenire Oskar che individuò la posizione della sgarbata
sorgente luminosa e con un'unica emissione di voce, modulata con timbro ancor più lieve del sia pur
penetrante ronzio delle zanzare, uccise il riflettore.
Che ne seguisse un corto circuito, l'oscurità più totale, uno sprizzar di scintille, indi un principio
d'incendio nel bosco, che fu ben presto domato ma che provocò panico fra il pubblico, tutto ciò non era
nelle mie intenzioni; nel trambusto perdetti di vista non solo la mamma e i due uomini svegliati con
poca dolcezza; nella calca persi anche il mio tamburo.
Questo mio terzo incontro col teatro, dopo il quale la mamma decise di ospitare Wagner in
edizione ridotta sul nostro pianoforte, le ispirò l'idea di farmi conoscere nella primavera del
trentaquattro l'atmosfera di un circo equestre.
Oskar non intende discorrere qui delle argentee signore al trapezio, delle tigri ammaestrate,
delle abili foche del circo Busch.
Non vide precipitare nessuno dall'alto della cupola del circo. A nessun domatore fu mozzato
qualche arto. Le foche eseguirono ciò che avevano imparato: giocarono con le palle e ricevettero in
compenso delle aringhe vive. Sono debitore al circo di divertenti rappresentazioni per bambini e della
conoscenza, per me tanto importante, di Bebra, il clown musicista che suonava Jimmy the Tiger
battendo sulle bottiglie, e dirigeva un complesso di lillipuziani.
Ci incontrammo nel serraglio. La mamma e i suoi due uomini si divertivano a farsi offendere
dalle scimmie in gabbia. Hedwig Bronski, che eccezionalmente si era unita a noi, mostrava ai suoi
bambini i pony. Dopo che un leone mi ebbe accolto con un ampio sbadiglio, mi volli imprudentemente
intrattenere con una civetta.
Cercai di fissare l'uccello negli occhi, ma lui fissava me, e Oskar, con le orecchie in fiamme e
profondamente offeso nel suo amor proprio, sgusciò via piccino piccino fra i carrozzoni bianchi e blu,
poiché lì, tranne alcune capre nane, non c'erano animali.
Bebra mi passò davanti in bretelle e pantofole, portando un secchio d'acqua. I nostri sguardi si
incrociarono di sfuggita. Tuttavia ci riconoscemmo subito. Egli depose il secchio e mi venne incontro
con la sua grossa testa inclinata da una parte. Poteva essere nove centimetri più alto di me.
"Ma guarda un po'!" brontolò invidioso dall'alto; "oggigiorno già a tre anni non vogliono più
crescere." E poiché non rispondevo, proseguí; "Il mio nome è Bebra; discendo in linea diretta dal
principe Eugenio, il cui padre fu Luigi Xiv, e non, come si sostiene, un qualunque savoiardo." Siccome
continuavo a tacere, prese nuovo slancio: "Cessai di crescere all'età di dieci anni. Un po' tardi, ma
comunque..."
Poiché egli parlava con tanta franchezza, mi presentai a mia volta, ma senza imbastire un albero
genealogico dissi semplicemente di chiamarmi Oskar. "Dica, carissimo Oskar, lei adesso dovrebbe
avere per lo meno quattordici, quindici anni, se non addirittura sedici.
Impossibile, come afferma, appena nove e mezzo." Mi chiese che cosa ne pensassi della sua età
ed io andai di proposito al di sotto.
"Lei mi vuole adulare, mio giovane amico. Trentacinque! Sono passati da un pezzo. In agosto
ho festeggiato il mio cinquantatreesimo compleanno. Potrei essere suo nonno."
Oskar fece qualche osservazione lusinghiera sulle abili prestazioni del clown e ne elogiò la
sensibilità musicale. Poi, per una comprensibile ambizione, volle offrirgli un piccolo saggio della
propria arte. Tre lampadine elettriche nell'arena del circo dovettero convincersi della sua valentia.
Bebra proruppe in un bravo, bravissimo, e propose di ingaggiare subito Oskar.
Qualche volta mi rincresce ancora di aver rifiutato. Trovai un pretesto e dissi: "Capirà, signor
Bebra, io preferisco annoverarmi fra gli spettatori, non amo ostentare la mia modesta arte, rifuggo degli
applausi; ma sono l'ultimo a non tributarle tutto il consenso che le sue esibizioni si meritano." Bebra
levò il suo indice sgualcito, come per ammonirmi: "Carissimo Oskar, dia retta a un collega esperto.
Uno come noi non deve appartenere mai agli spettatori. Il nostro posto è sulla scena, nell'arena.
Dobbiamo prendere l'iniziativa e decidere noi l'azione, altrimenti quelli là ci mettono sotto i piedi. E
quelli là ci guastano il gioco anche troppo volentieri!"
Con occhi pieni di saggezza ancestrale proseguí, bisbigliandomi all'orecchio: "Stanno per
venire!" Occuperanno anche le piazze delle feste! Organizzeranno fiaccolate! Erigeranno tribune,
popoleranno le tribune e dall'alto delle tribune predicheranno il nostro tramonto.
Stia attento, mio giovane amico, a quello che accadrà sulle tribune!
Procuri comunque sempre di trovarsi un posto sulla tribuna e di non starci mai davanti!"
Poi, siccome si sentí chiamare il mio nome, Bebra afferrò di nuovo il suo secchio. "La stanno
cercando, amico mio. Ci rivedremo. Siamo troppo piccoli perché possiamo perderci di vista. E poi
Bebra lo dice sempre: i piccoletti come noi riescono sempre a trovare ancora un posticino anche sulle
tribune più affollate. E se proprio non sulla tribuna, caso mai sotto la tribuna, ma mai davanti. E' Bebra
che glielo dice, Bebra che discende in linea diretta dal principe Eugenio."
La mamma che compariva da dietro un carrozzone chiamando Oskar poté ancora vedere Bebra
baciarmi in fronte e, afferrato il secchio, fare rotta, oscillando con le spalle, verso un altro carrozzone.
"Immaginatevi," disse lei più tardi sdegnata a Matzerath e ai Bronski, "è stato dai lillipuziani; e
un nano lo ha baciato in fronte. Spero che ciò non abbia alcun significato."
Ma il bacio in fronte di Bebra doveva significare ancora molto per me. Gli avvenimenti politici
degli anni seguenti gli dettero ragione: cominciavano i tempi delle fiaccolate e delle sfilate davanti alle
tribune.
Come io seguii i consigli di Bebra, la mamma si prese a cuore, almeno in parte, gli
ammonimenti che Sigismund Markus le aveva rivolto nella Galleria dell'Arsenale e che egli ripeteva di
continuo in occasione delle visite del giovedí. Anche se non si trasferí con lui a Londra - cosa contro la
quale io non avrei trovato molto da obiettare - continuò tuttavia a stare con Matzerath, pur
incontrandosi ancora ogni tanto con Jan Bronski nella pensione della Tischlergasse, a spese di Jan, e
alle partite di skat in famiglia, che gli diventavano sempre più costose poiché perdeva sempre.
Matzerath, con cui la mamma era rimasta e su cui aveva puntato senza però seguire il consiglio
di Markus e raddoppiare la posta, Matzerath entrò nel trentaquattro nel Partito, individuando dunque
relativamente per tempo le nuove forze dell'ordine, e tuttavia non riuscí a diventare più di un
capocellula. In occasione di questa promozione, la quale come ogni evento un po' insolito di famiglia
offrí motivo per una partita di skat, ritenne di dover rinnovare a Jan Bronski i suoi vecchi ammonimenti
perché si ostinava a far l'impiegato alla posta polacca, questa volta con tono più severo, ma anche più
preoccupato.
A parte questo non ci furono notevoli cambiamenti. Sopra il pianoforte fu staccato dal chiodo il
ritratto del cupo Beethoven, un dono di Greff, e allo stesso chiodo fu appeso Hitler, dallo sguardo
analogamente cupo. Matzerath, che non apprezzava la musica classica, voleva mettere del tutto al
bando il compositore quasi sordo. La mamma tuttavia, che amava molto gli adagi delle sonate di
Beethoven (aveva imparato a suonarne due o tre, sia pure con ritmo ancor più lento di quanto indicava
lo spartito, e ogni tanto si dilettava a quel suo stillicidio sulla tastiera), insistette perché Beethoven
fosse appeso, se non proprio sopra l'ottomana, almeno sopra la credenza. Così si arrivò al più sinistro di
tutti i confronti: Hitler e il genio vennero a trovarsi di fronte, si guardavano, si scrutavano, eppure non
riuscivano a rallegrarsi della vista.
Un po' alla volta Matzerath si comperò la divisa. Se ben ricordo, cominciò col berretto del
Partito, che amava portare col sottogola che gli segava il mento, anche quando c'era il sole. Per qualche
tempo indossò col berretto una camicia bianca con cravatta nera, oppure una giacca a vento con la
fascia al braccio. Quando comperò la prima camicia bruna, già una settimana dopo volle sostenere
anche la spesa dei calzoni alla cavallerizza kaki e degli stivali. La mamma era contraria; e passarono
alcune settimane, finché Matzerath fu completamente equipaggiato.
Più volte alla settimana gli si sarebbe offerta l'occasione di portare la divisa, ma Matzerath si
limitava a prender parte alle sole manifestazioni domenicali sul Campo di Maggio, vicino al palazzo
dello sport. Qui si dimostrò tuttavia inesorabile anche col cattivo tempo, non voleva saperne di portare
l'ombrello con la divisa e lo sentimmo usare spesso una frase che finí col diventare un suo comune
modo di dire: "Servizio è servizio, e grappa è grappa!" Ogni domenica mattina, dopo aver preparato
l'arrosto per il pranzo, Matzerath lasciava la mamma mettendomi in serio imbarazzo; perché Jan
Bronski, il quale certamente intuiva l'importanza delle manifestazioni domenicali sotto il nuovo
regime, veniva a trovare la mamma abbandonata, da comune borghese e con intenzioni inequivocabili,
mentre Matzerath rimaneva disciplinatamente nei ranghi.
Che altro avrei potuto fare se non svignarmela? Non era certo mia intenzione star ad osservare
né disturbare i due seduti assieme sull'ottomana. Perciò non appena il mio monturato padre era fuori di
vista ed era imminente l'arrivo del civile che già allora consideravo il mio probabile padre, uscivo di
casa e battendo il tamburo mi avviavo verso il Campo di Maggio.
Mi domanderete perché proprio verso il Campo di Maggio. Ma vi assicuro che di domenica
nulla di interessante accadeva al porto, né provavo alcuna voglia di fare passeggiate nel bosco, mentre
l'interno della chiesa del Sacro Cuore allora non mi diceva ancora nulla.
C'erano bensí i giovani esploratori di Greff, ma a quell'erotismo storpiato preferivo - lo ammetto
- il fracasso sul Campo di Maggio, anche se ora mi rinfacciate di essermi lasciato trascinare dalla
corrente.
I discorsi li tenevano Greiser oppure il gauschulungsleiter (1) Löbsack. Greiser non destò mai il
mio interesse. Era troppo moderato e fu in seguito sostituito dal più energico bavarese Forster, che
divenne gauleiter. Ma Löbsack sarebbe stato difficile affermarsi a Danzica. Valutando esattamente le
attitudini di Löbsack, ravvisando nella sua gobba un segno di spiccata intelligenza, il Partito lo fece
gauschulungsleiter. L'uomo conosceva il suo mestiere. Mentre Forster non sapeva far altro che urlare
sempre, con pessimo accento bavarese, Heim ins Reich, Löbsack si occupava di problemi di più
particolare interesse locale, parlava tutte le varianti del dialetto di Danzica, raccontava barzellette di
Bollermann e Wullsutzki, sapeva parlare ai lavoratori portuali di Schichau, al popolino di Ohra, ai
cittadini di Emmaus, Schidlitz, Bürgerwiesen e Praust. Se aveva da fare coi comunisti, alticci per la
troppa birra, o con le fiacche insinuazioni di qualche socialista, era un piacere star ad ascoltare
quest'ometto alla cui gobba il marrone della divisa dava un particolare rilievo.
Löbsack aveva dello spirito, sembrava che tutto il suo spirito lo traesse dalla sua gobba,
alludeva apertamente alla sua deformità e questo piace sempre alla gente. Avrebbe perduto prima la
gobba, diceva, piuttosto che veder giungere al potere il comunismo. Era da prevedere che la gobba non
l'avrebbe perduta, che la gobba sarebbe stata inamovibile, e che quindi la gobba aveva ragione, e con
essa il Partito - dal che si può dedurre che una gobba può formare la base ideale per un'ideologia.
Quando Greiser, Löbsack e più tardi Forster parlavano, parlavano dalla tribuna. Si trattava di
quella tribuna che il piccolo Bebra mi aveva decantato. Anzi vedendo Löbsack, abile oratore e piccolo
gobbo, comparire sulla tribuna, lo ritenni per parecchio tempo un delegato di Bebra in camicia bruna,
che sulla tribuna perorasse la sua e in fondo anche la mia causa.
Che cos'è, una tribuna? A prescindere dalle persone per le quali e dinanzi alle quali è stata
eretta, in ogni caso deve essere simmetrica. E così anche la tribuna eretta sul nostro Campo di Maggio
accanto al palazzo dello sport era una tribuna chiaramente simmetrica. Dall'alto in basso: sei vessilli
allineati, con la croce uncinata. Poi bandiere, gagliardetti e stendardi. Poi una fila di Ss in divisa nera
col sottogola sotto il mento. Poi due file di Sa, tutti con le mani alla fibbia del cinturone durante i canti
e i discorsi. Quindi, seduti in parecchie file, membri del Partito in divisa, altri ancora in gruppo dietro il
podio dell'oratore, dirigenti delle organizzazioni femminili con facce materne, rappresentanti del
Senato in borghese, il capo della polizia o il suo sostituto, e ospiti da altre regioni del Reich.
A portare una ventata giovanile c'era ai piedi della tribuna la Hitlerjugend o, più precisamente,
la fanfara dei più giovani del distretto e la banda distrettuale della Hj. In talune manifestazioni era
presente sulla tribuna, sempre simmetricamente disposto a sinistra e a destra, un coro misto, per recitare
frasi significative oppure cantare il tanto amato vento dell'est, che secondo il testo si prestava meglio di
ogni altro a far garrire le bandiere.
Aveva proprio ragione Bebra, che mi baciò in fronte, a dirmi: "Oskar, non metterti mai davanti
a una tribuna; gente come noi deve stare sulla tribuna!"
Per lo più riuscivo a trovare posto fra alcune delle dirigenti delle organizzazioni femminili.
Purtroppo durante la manifestazione quelle signore non tralasciavano di accarezzarmi, a scopo di
propaganda. Fra le fanfare, le grancasse e i tamburi ai piedi della tribuna non potevo insinuarmi col mio
modesto tamburo di latta, poiché quella masnada di lanzichenecchi vi si opponeva. Purtroppo era fallito
anche un mio tentativo presso lo stesso gauschulungsleiter, Löbsack. Ebbi anzi a provare con lui una
grossa delusione: non era, come mi ero illuso, un delegato di Bebra, né aveva, malgrado la sua
promettente gobba, la minima comprensione per la mia vera grandezza.
Una domenica, in tribuna, mi avvicinai a lui, già sul podio degli oratori, gli feci il saluto nazista,
lo guardai fisso un istante e poi, ammiccando con l'occhio, gli bisbigliai: "Bebra è il nostro Führer!" Ma
Löbsack non si illuminò; si mise invece ad accarezzarmi, proprio come le dirigenti delle organizzazioni
femminili, e infine, siccome doveva cominciare il suo discorso, fece accompagnare Oskar giù dalla
tribuna. Ai piedi di questa due dirigenti femminili lo presero fra loro e per tutta la manifestazione gli
chiesero di "paparino e mammina."
Così non ci si deve meravigliare se già nell'estate del trentaquattro - ma non in seguito al putsch
di Röhm - il Partito cominciò a deludermi. Di fronte alla tribuna, più guardavo e più trovavo sospetta
quella simmetria che la gobba di Löbsack riusciva solo in parte ad attenuare. E' comprensibile che la
mia critica si appuntasse soprattutto contro i tamburini e i suonatori della fanfara. E una afosa
domenica dell'agosto trentacinque, a una delle solite manifestazioni, ritenni di dover risolvere una volta
per sempre la faccenda dei miei rapporti coi plotoni della banda e della fanfara ai piedi della tribuna.
Matzerath era uscito di casa già alle nove. Lo avevo aiutato a lucidare gli stivaloni perché
potesse uscire per tempo. Già a quell'ora faceva un caldo insopportabile e, ancora prima di mettersi per
strada, lui si era sudato fuori larghe macchie di sudore alle ascelle della camicia bruna. Alle nove e
mezzo in punto, con un vestito estivo chiaro, leggere scarpe grigie traforate e cappello di paglia,
comparve Jan Bronski. Giocò un poco con me, ma non riusciva a distogliere gli occhi dalla mamma,
che la sera prima si era lavati i capelli. Presto mi accorsi che la mia presenza impediva ai due di parlare,
rendeva rigido il loro contegno e dava ai movimenti di Jan qualcosa di impacciato. Evidentemente i
pantaloni estivi gli stavano diventando troppo stretti, e io tagliai la corda, seguii le orme di Matzerath,
senza però vedere in lui un modello. Evitai prudentemente le vie lungo le quali frotte di gente in divisa
affluivano verso il Campo di Maggio, e mi avvicinai per la prima volta al luogo della manifestazione
dalla parte dei campi di tennis che si trovavano nei pressi del palazzo dello sport. Grazie a questa
deviazione, la tribuna mi si presentò dal lato posteriore.
Avete mai visto una tribuna dal dietro? Tanto per fare una proposta: tutti dovrebbero
familiarizzarsi con la vista di una tribuna dal di dietro prima di radunarsi davanti ad essa. Chi ha
osservato bene una tribuna dal di dietro è segnato, immunizzato contro qualsiasi rito magico che in una
forma o nell'altra venga celebrato su una tribuna. Lo stesso si potrebbe dire anche degli altari visti dal
di dietro; ma di questo in un altro capitolo.
Ma Oskar, portato da sempre all'estremismo, non si accontentò della vista di quell'impalcatura,
incombente nella sua effettiva bruttezza, si ricordò delle parole del suo maestro Bebra, affrontò il
grezzo lato posteriore della costruzione, fatta soltanto per esser guardata dal davanti, si insinuò col suo
tamburo, senza il quale non usciva mai di casa, fra le travature, urtò contro una lamiera di latta troppo
bassa, si ferí il ginocchio a un perfido chiodo sporgente dal legno, sentí sopra di sé lo scalpiccio dei
pesanti stivali degli iscritti al Partito, poi le scarpette delle formazioni femminili, e pervenne infine
dove l'atmosfera era più opprimente e più conforme al mese d'agosto: dietro una parete di legno trovò
posto e riparo sufficiente per potersi godere in tutta tranquillità il fascino acustico di una
manifestazione pubblica senza esser distratto dalle bandiere e senza che il suo occhio fosse offeso dalle
uniformi.
Me ne stavo accoccolato proprio sotto il podio degli oratori. Alla mia destra, alla mia sinistra e
sopra di me stavano, a gambe divaricate e - sapevo - con gli occhi strizzati, abbagliati dal sole, i
tamburini più giovani dello Jungvolk e quelli più anziani della Hitlerjugend. E poi la folla. La fiutavo
attraverso le fessure dell'assito. Stava lì pigiata, gomito a gomito, in abito da festa, accorsa a piedi e col
tram, chi era stato alla messa mattutina, e non ne era rimasto soddisfatto, chi era lì con la fidanzata al
braccio per offrirle uno spettacolo, chi voleva esser presente mentre si faceva la storia anche se così
buttava via la mattinata.
No, si disse Oskar, non devono aver fatto la strada per niente. E avvicinò un occhio a un foro
della travatura, notò trambusto dalle parti della Hindenburgallee. Arrivano! Comandi risuonarono sopra
la sua testa, il capo della banda agitava le bacchette, questi alitavano negli strumenti per riscaldarli,
quelli accostavano l'ancia alle labbra, e già soffiavano barbaramente, da lanzichenecchi, nelle loro latte
lucidate col Sidol, e aOskar fecero male le orecchie. "Povero gregario Brand delle Sa," si disse, "povero
Quex della Hitlerjugend, invano siete caduti!"
Come per confermare questa invocazione ai caduti del movimento, subito allo strombettio si
mescolò un massiccio rimbombo di tamburi, ricoperti di pelli di vitello. Lungo il corridoio che
attraverso la folla conduceva alla tribuna si presentivano avanzare da lontano uomini in divisa, e Oskar
disse fra sé: "Adesso, o mio popolo, attento a me, popolo mio!"
Già avevo il tamburo nella giusta posizione. Con eterea lievità feci giocare le bacchette nelle
mie mani e, con un'infinita delicatezza nelle articolazioni delle dita, trassi dalla mia latta un sapiente,
gaio ritmo di valzer, al quale, evocando Vienna e il Danubio, diedi un graduale crescendo; finché,
sopra, il primo e il secondo tamburo dei lanzichenecchi cominciarono a trovarci gusto e anche i tamburi
piatti dei ragazzi più anziani aderirono più o meno abilmente al mio modello. C'erano sì tra loro alcuni
tipi irriducibili, privi di orecchio, che continuavano a fare bum-bum, mentre io volevo imporre il mio
ritmo di tre quarti, che piace tanto alla gente. Già Oskar stava per disperare, quando quelli della fanfara
a un tratto compresero, e anche i flauti cominciarono a modulare oh blu blu, quant'è blu il Danubio blu.
Soltanto il capo della fanfara e anche quello del corpo bandistico, non credendo nel re del valzer,
gridavano i loro molesti comandi, ma io ormai li avevo soppiantati: la musica ormai era quale io la
volevo. E la folla mi fu riconoscente. Qua e là, davanti alla tribuna, scoppiavano risate, alcuni
cominciarono a cantare, Oh Danubio!, e il mio ritmo si diffondeva blu blu blu, per tutta la piazza, così
blu, fino alla Hindenburgallee, così blu, fino allo Steffenpark, così blu, rafforzato dall'altoparlante
aperto al massimo volume. E quando, attraverso il foro, spiai fuori, sempre continuando a suonare il
tamburo, mi convinsi che il popolo ci trovava gusto, al mio valzer, se lo sentiva nelle gambe, era preso
anche da un'irresistibile smania di ballare: già nove coppie, e poi ancora una decima, ballavano, il re
del valzer le aveva accoppiate. Soltanto al Löbsack, che smaniava in mezzo alla folla, attorniato dai
dirigenti dei settori e dai comandanti dei reparti di assalto, da Forster, Greiser e Rauschning, da tutto un
lungo codazzo bruno dello Stato Maggiore, che si trovava chiusa davanti la strada per arrivare alla
tribuna, solo a lui, stranamente, il ritmo del valzer non piaceva. Lui era abituato ad essere incanalato
verso la tribuna da marce rettilinee. A lui le gaie spensierate note del valzer toglievano la fede nel
popolo. Attraverso il foro vidi le sue sofferenze. Attraverso il foro veniva uno spiffero. Nonostante che
rischiassi di infiammarmi un occhio, lui mi fece compassione e passai a un charleston, il Jimmy the
Tiger, il ritmo che il clown Bebra aveva tambureggiato nel circo su bottiglie vuote di acqua minerale.
Ma i giovani davanti alla tribuna non capivano il charleston. Erano un'altra generazione. Non avevano
un'idea del charleston e di Jimmy the Tiger. Non battevano - o buon amico Bebra - Jimmy the Tiger,
essi martellavano su sacchi di patate, sfranfaravano Sodoma e Gomorra. I pifferi sobbalzavano, e il
comandante della fanfara se la prese con questo e quello. E tuttavia, anche se a modo loro, i ragazzi
della fanfara e della banda tambureggiavano, soffiavano a perdifiato, così che per Jimmy fu un vero
piacere, in mezzo a quel bollente agosto da tigri, che i camerati accalcati a migliaia a migliaia davanti
alla tribuna, finalmente capirono: sì, è Jimmy the Tiger che invita il popolo al charleston!
E chi sul Campo di Maggio ancora non ballava si prese, prima che fosse troppo tardi, le ultime
dame ancora disponibili. Solo Löbsack dovette ballare solo con la sua gobba, poiché intorno a lui tutto
ciò che portava una gonna era già impegnato, mentre le signore delle organizzazioni, che avrebbero
potuto essergli d'aiuto, scivolavano via, lontano dal solitario Löbsack, sulle due panche della tribuna.
Lui però - glielo aveva consigliato la sua gobba - ballava ugualmente, voleva far buon viso alla
perfida musica del Jimmy e salvare il salvabile.
Ma non c'era più niente da salvare. Il popolo continuava a ballare, allontanandosi sempre più
dal Campo di Maggio che, per quanto malamente calpestato, era ancora verde e infine fu deserto. Il
popolo si disperse, con Jimmy the Tiger, nelle vaste aiuole del confinante Steffenpark. Lì c'era la
giungla che Jimmy aveva promesso, tigri si aggiravano su zampe di velluto, un surrogato di foresta
vergine, per il popolo che si accalcava ancora per il prato. Legge e senso dell'ordine andarono a pallino.
Ma chi preferiva la civiltà poté ballare sui larghi, curati vialetti di quella Hindenburgallee che aveva
alberi piantati nel secolo decimottavo, abbattuti nel milleottocentosette durante l'assedio delle truppe
napoleoniche e ripiantati in onore di Napoleone nel milleottocentodieci, su un terreno storico, dunque,
le coppie poterono continuare a ballare, avere la mia musica, perché l'altoparlante sopra di me non era
stato chiuso, perché mi si sentiva fino alla Porta di Oliva, perché non mollai finché assieme con i bravi
ragazzi ai piedi della tribuna non riuscii a far sparire dal Campo di Maggio, al ritmo della tigre
scatenata di Jimmy, perfino le margheritine.
E nemmeno quando finalmente concedetti al mio tamburo il ben meritato riposo, i giovani
tamburi ne vollero sapere di farla finita.
Ci volle del tempo prima che il mio influsso musicale cessasse di agire.
Resta ancora da dire che Oskar non poté lasciare subito il suo cantuccio nella tribuna poiché per
oltre un'ora i delegati delle Sa e delle Ss fecero rimbombare il tavolato coi loro stivaloni, si fecero degli
strappi nelle divise nere e brune, sembrarono cercare qualcosa, magari un socialista o un commando di
provocatori comunisti. Ma, senza voler enumerare le finte e gli stratagemmi di Oskar, questo
constatiamo brevemente: non trovarono Oskar poiché non erano all'altezza di Oskar.
Finalmente regnò la pace nel labirinto di legno, la cui mole era pressappoco quella della balena
nella quale soggiornò il profeta Giona imbrattandosi d'olio. Ma Oskar non era un profeta, lui aveva
fame! A lui il Signore non aveva ordinato: "Mettiti in cammino e va'
nella grande città di Ninive vaticinale la sua distruzione." Né, siccome ero al riparo dal sole,
avevo bisogno che il Signore mi facesse crescere vicino un albero di ricino, che poi un verme, per
comando del Signore, doveva far disseccare. Io non levai lamenti a causa di quel biblico ricino, né per
la corrotta Ninive, anche se allora si chiamava Danzica. Ficcai il mio tamburo, che non era biblico,
sotto il maglione, trovai senza sbattere e senza impigliarmi nei chiodi la via d'uscita dalle budella di
quella tribuna destinata a manifestazioni di ogni genere, la quale solo per caso aveva le dimensioni
della balena inghiottitrice di profeti.
Chi mai avrebbe badato al ragazzetto che fischiettando e con lentezza adeguata ai suoi tre anni
trotterellava lungo i margini del Campo di Maggio verso il palazzo dello sport? Dietro i campi da
tennis vidi i miei giovinetti di sotto la tribuna saltellare con i loro grossi tamburi da lanzichenecchi,
tamburi piatti, flauti e ottoni. Esercitazione punitiva, constatai, e li commiserai moderatamente per i
saltelli al suono del fischietto del loro comandante. In disparte dal suo stato maggiore raggruppato,
Löbsack camminava su e giù, con la gobba solitaria. Al punto cruciale della sua ambiziosa carriera non
ad altro era riuscito che ad estirpare dal Campo di Maggio tutta l'erba e le margheritine, facendo
dietrofront sui tacchi dei suoi stivali.
Quando Oskar arrivò a casa, il pranzo era già in tavola: c'era una sedicente lepre con patate e
cavolo rosso, come dessert un budino alla cioccolata con crema alla vaniglia. Matzerath non disse una
parola. La mamma di Oskar durante tutto il pasto fu assente col pensiero. In cambio ci fu nel
pomeriggio una burrasca in famiglia, provocata dalla gelosia e dalla posta polacca. Verso sera un
temporale rinfrescante, accompagnato da un nubifragio e da grandine che tambureggiava
stupendamente, offrí uno spettacolo abbastanza prolungato. Il tamburo esausto di Oskar poté riposare e
ascoltare.

NOTE:
(1) Carica scolastica del partito nazista affiancata a quella di provveditore agli studi.

Vetrine
Per parecchio tempo, e precisamente fino a novembre del trentotto, stando accovacciato col mio
tamburo sotto qualche tribuna, ho, con maggiore o minore successo, portato lo scompiglio in pubbliche
manifestazioni, fatto balbettare oratori, trasformato marce e anche corali in valzer e fox-trot.
Oggi che sono un degente privato in manicomio, e tutto è già diventato storico, e si batte e si
ribatte con zelo ma come un ferro freddo, posso giudicare col giusto distacco le mie esibizioni sotto le
tribune. Nulla è più lontano dal mio pensiero che vedere in me -
per aver guastato sei o sette manifestazioni e impedito di tenere il passo a tre o quattro sfilate -
un combattente della resistenza.
Quest'espressione è venuta oggi largamente di moda. Si parla di uno spirito della resistenza, di
ambienti della resistenza. Si vorrebbe perfino interiorizzare la resistenza; e allora si parla di
emigrazione interna. Per non parlare di quei galantuomini, tetragoni come personaggi biblici, che
durante la guerra, per aver trascurato di oscurare le finestre, si vedevano appioppare una multa dal
sorvegliante della contraerea e che oggi si fanno chiamare combattenti della resistenza, uomini della
resistenza.
Noi preferiamo gettare un ultimo sguardo sotto le tribune di Oskar.
Si può negare che egli si sia esibito per loro con il suo tamburo?
che, seguendo il consiglio del suo maestro Bebra, abbia preso energicamente l'iniziativa
dell'azione e indotto la folla a ballare?
che abbia sconvolto il programma del provveditore agli studi del Gau, Löbsack, abile oratore e furbo di
tre cotte? che abbia sciolto manifestazioni di camicie brune, una prima volta in una noiosa domenica di
agosto dell'anno millenovecentotrentacinque, e ancora altre volte in seguito, facendo rullare le mazze
del suo tamburo bianco e rosso, per quanto non polacco?
Io ho fatto tutto questo, non potete dubitarne. Sono forse per questo, io, ospite di una casa di
cura, un combattente della resistenza? Devo rispondere negativamente, e benché non siate pazienti di
una clinica, vogliate anche voi vedere in me null'altro che un uomo un po' stravagante al quale, per
motivi personali di carattere anche estetico, e perché gli stavano a cuore gli ammonimenti del suo
maestro Bebra, ripugnava il colore e il taglio di quelle divise, il ritmo e la sonorità della solita musica
delle tribune, e perciò metteva insieme un po' di proteste su un semplice giocattolo.
A quei tempi si poteva ancora influenzare, con un modesto tamburo di latta, gente sopra e
davanti alle tribune; e devo ammettere che con esso eseguivo alla perfezione il mio numero, non
diversamente dal vetricidio vocale a distanza. Non dirigevo il mio tamburo soltanto contro adunate
brune. Sotto le tribune Oskar prendeva ugualmente di mira rossi e neri, giovani esploratori e le camicie
color spinaci dei Px, i testimoni di Jehova e la lega del Kyffhäuser, i vegetariani e i giovani polacchi
del movimento Ozon. Qualunque cosa avessero da cantare, da suonare, da implorare e da annunciare, il
mio tamburo la sapeva più lunga.
La mia opera era dunque distruttiva. E ciò che non si piegava al mio tamburo lo annientavo con
la voce. Così, oltre alle solite imprese compiute in pieno giorno contro la simmetria delle tribune,
cominciai anche un'attività notturna: durante l'inverno trentasei-trentasette mi misi a fare il tentatore. I
primi insegnamenti nell'arte di tentare il prossimo li ebbi dalla nonna Koljaiczek che inaugurò in quel
rigido inverno un chiosco per la vendita di generi alimentari al mercato settimanale di Langfhur, vale a
dire che se ne stava accoccolata nelle sue quattro gonne dietro un banco, offrendo per i giorni di festa
con voce lamentosa "Uova fresche, proprio fresche, burro buono, oche, né grasse né magre!"
Ogni martedí era giorno di mercato. Lei veniva da Viereck col trenino. Poco prima di Langfhur
si toglieva i peduli di feltro indossati durante il viaggio, entrava in galosce informi, e con due ceste
colme appese ai gomiti si avviava verso la Bahnhofsstrasse, dove cercava il suo chiosco al quale era
applicato un cartellino: Anna Koljaiczek, Bissau. Come costavano poco allora le uova! Se ne
comperavano quindici per un fiorino, e il burro casciubico costava meno della margarina. Mia nonna
stava accovacciata tra due pescivendole che gridavano: "Sogliole fresche, merluzzi belli!" Il gelo
manteneva fresche le uova, rendeva il burro una pietra e le squame dei pesci sottili come lame di
rasoio. E dava anche lavoro a un uomo, un certo Schwerdtfeger, un tipo con un occhio solo, il quale si
procurava da vivere riscaldando su un fuocherello di carbon dolce dei mattoni che avvolgeva in carta di
giornale e cedeva in prestito alle donne del mercato.
Regolarmente ogni ora mia nonna si faceva mettere da Schwerdtfeger un mattone caldo sotto le
quattro gonne. A questa operazione egli provvedeva servendosi di una pala di ferro. Spingeva il pacco
fumante sotto le stoffe appena sollevate; un movimento per scaricare, una spinta per ricaricare e col
mattone quasi raffreddato la pala di Schwerdtfeger ricompariva da sotto le gonne di mia nonna.
Quanto invidiavo quei mattoni che accumulavano calore nella carta di giornale! Avrei voluto
essere io al loro posto, poter stare lì sotto, sostituito di continuo con me stesso. Ancora oggi ci penso
con rimpianto. Domanderete: che cosa sarebbe andato a cercare Oskar sotto le gonne di sua nonna?
Avrebbe forse voluto imitare il nonno Koljaiczek e dar dentro alla vecchia? O cercare l'oblio, la patria
natale, il Nirvana finale?
Oskar vi risponde: sotto quelle gonne cercavo l'atmosfera del Mezzogiorno, l'Africa, magari
Napoli che, come tutti sanno, bisogna aver visto e poi morire. Lì confluivano i fiumi, lì c'era lo
spartiacque, lì soffiavano venti particolari, ma vi poteva essere anche bonaccia, lì scrosciava la pioggia,
ma si poteva stare all'asciutto, lì le navi attraccavano o levavano l'ancora, lì Oskar sarebbe stato accanto
al buon Dio che ha sempre amato il tepore, e il demonio vi puliva il suo cannocchiale, lì gli angioletti
giocavano a mosca cieca; sotto le gonne della nonna era sempre estate, anche quando l'albero di Natale
scintillava di luci o quando si celebrava Ognissanti o quando si cercavano le uova di Pasqua. In nessun
luogo avrei potuto vivere più in pace secondo il calendario che sotto le gonne di mia nonna.
Ma lei non mi ospitava affatto presso di sé al mercato settimanale, e raramente in altre
occasioni. Stavo accoccolato su una cassa accanto a lei o mi scaldavo come meglio potevo al suo
braccio.
Guardavo i mattoni andare e venire e imparavo da mia nonna l'arte dell'adescamento. Gettava il
vecchio portamonete di Vinzent Bronski legato a uno spago, sulla neve calpestata del marciapiede,
tanto sudicia di sabbia che soltanto noi due vedevamo lo spago.
Massaie venivano e andavano senza voler comperare nulla benché tutto fosse a buon mercato.
Forse volevano averlo in regalo o addirittura anche con qualche cosa in aggiunta, poiché una signora si
curvò a raccogliere il portamonete di Vinzent. Non lo aveva ancora bene in mano che mia nonna tirò a
sé quella specie di lenza con l'imbarazzata gentile signora, attirò alla sua cesta quel pesciolino ben
vestito e, come se nulla fosse stato, disse: "Eh, la mia signora bella, guardi che burro bello, guardi le
belle uova, quindici per un fiorino."
Era così che Anna Koljaiczek vendeva i suoi prodotti. E io compresi la magia della tentazione;
non però quella tentazione che allettava i ragazzi a scendere con Susi Kater in cantina per giocare al
dottore.
Questo non mi tentava, lo evitavo da quando i furfanti del caseggiato mi avevano imposto la
parte del paziente e, mentre Axel Mischke e Nuchi Eyke fungevano da donatori di siero e Susi Kater da
dottoressa, io avevo dovuto ingoiare le medicine, che se anche non erano sabbiose come la minestra di
mattone, sapevano di pesce guasto. Da allora la mia tentazione si mantenne quasi incorporea tenendo i
partner a distanza.
Molto tempo dopo il calare delle tenebre, quando i negozi erano già chiusi da un'ora o due,
sfuggivo alla mamma e a Matzerath. Mi appostavo nella notte invernale. Nelle vie silenziose, quasi
deserte, da dietro i portoni, al riparo dal vento, osservavo le vetrine di eleganti negozi di scarpe, di
orologiai, di gioiellerie, di commestibili di lusso e di chincaglierie, di tutto quello che si possa
desiderare. Non tutte le vetrine erano illuminate, e io preferivo osservare quelle in cui la merce era
esposta nella semioscurità, lontano dai lampioni, poiché la luce attrae chiunque, la penombra invece
solo gli eletti.
Non mi interessavano i passanti che bighellonando gettavano uno sguardo distratto nelle vetrine
inondate di luce, guardando più i prezzi che la merce, o quelli che si specchiavano nel vetro per vedere
se il cappello era a posto. I miei clienti, che aspettavo nel freddo pungente senza vento, mentre la neve
cadeva a larghe falde, o mentre infuriava una tormenta, o sotto la luna che cresceva coll'aumentare del
gelo, erano coloro che si fermavano davanti alle vetrine come a un richiamo, che non cercavano a
lungo sulle mensole ma fermavano l'occhio subito, o quasi, su un determinato oggetto.
I miei propositi erano quelli del cacciatore. Occorreva pazienza, sangue freddo e un occhio
acuto e sicuro. Solo quando tutti questi presupposti erano riuniti, toccava alla mia voce colpire la
selvaggina, ma senza spargere sangue né farla soffrire; di sedurla, a che cosa?
Al furto: poiché io, con il mio urlo più silenzioso, esattamente all'altezza di quanto era esposto
più in basso e, se ci riuscivo, proprio davanti all'oggetto agognato, incidevo nel cristallo della vetrina
una sezione circolare, e infine, alzando il tono della voce, facevo cadere il disco all'interno della
vetrina, producendo così un tintinnio appena percepibile, che non era però quello di un vetro infranto -
comunque Oskar non poteva avvertirlo, era troppo distante; ma lo sentí quella giovane donna con la
pelliccia di coniglio sul collo del cappotto scuro di certo già rivoltato, si scosse tutta, parve voler
scappare attraverso la neve, ma rimase, forse perché nevicava o perché quando cade la neve, purché
abbastanza fitta, tutto è lecito. Tuttavia si guardò attorno e sospettò i fiocchi di neve, si guardò attorno
come se dietro quei fiocchi non ci fossero altri fiocchi, si guardava ancora attorno mentre sfilava la
mano destra dal manicotto, anch'esso guarnito di pelliccia di coniglio! Poi non si voltò più, insinuò il
braccio nella sezione circolare, spostò il pezzo di vetro caduto, rovesciato sull'agognata esposizione e
tirò fuori dal buco, uno dopo l'altro, degli stivaletti di camoscio nero col risvolto, senza danneggiare i
tacchi e senza ferirsi la mano negli orli taglienti. Le scarpe scomparvero a destra e a sinistra nelle
tasche del cappotto. Per un attimo, il tempo in cui cadono cinque fiocchi di neve, Oskar colse un profilo
grazioso ma insignificante, e pensava già che fosse un manichino dei grandi magazzini Sternfeld,
stranamente in giro per le strade, quando lei si dissolse nella nevicata, e si vide ancora per un attimo al
chiarore giallo del lampione seguente e, subito fuori dal cono di luce, sparí, fosse una sposina o un
manichino emancipato.
A lavoro compiuto - e aspettare, stare in agguato, non poter battere il tamburo e sgelare infine
con la voce una lastra ghiacciata era un duro lavoro - non mi restava altro da fare che tornare a casa
come la ladra, ma senza bottino e col cuore nello stesso tempo acceso e raffreddato.
Non sempre riuscivo a conseguire un successo così inequivocabile nell'arte del tentatore, come
nel caso esemplare sopra descritto. Le cose andavano altrimenti quando la mia ambizione mi stimolava
a far commettere un furto a una coppia di innamorati. O tutt'e due avevano degli scrupoli, o lui
allungava già la mano e lei gliela strappava indietro; oppure lei era abbastanza ardita, ma lui la
supplicava in ginocchio di non farlo, e lei finiva con l'obbedire e da quel giorno lo disprezzava. E una
volta sedussi una coppia di giovanissimi innamorati davanti a una profumeria. Lui per fare l'eroe rubò
dell'acqua di Colonia. Lei piagnucolando gli disse che da allora in poi avrebbe rinunciato a tutti i
profumi. Ma a lui piaceva che lei si profumasse, e parve che già fosse riuscito ad imporle la sua
volontà.
Finché giunti al primo fanale lei, ostentatamente, come se quella cosetta volesse irritarmi, lo
baciò, levandosi in punta di piedi, e lui ritornò sui suoi passi e ripose l'acqua di Colonia nella vetrina.
Qualcosa di analogo mi accadde qualche volta con signori anziani, dai quali mi aspettavo più di
quanto il loro passo fermo attraverso la notte invernale promettesse. Stavano meditabondi davanti alla
vetrina di una tabaccheria, erano col pensiero all'Avana, nel Brasile, o sulle isole di Brissago, ma
quando la mia voce eseguiva nella giusta misura l'incisione, e il riquadro del cristallo si piegava d'un
tratto, cadendo su una cassettina di "Schwarze Weisheit," un temperino scattava in quei signori.
Facevano dietro front, attraversavano in fretta la strada arrancando col bastone sulla neve, passavano
davanti al mio portone senza accorgersi di me e permettevano a Oskar di sorridere dei loro volti di
vecchi stralunati, che sembravano inseguiti dal diavolo; ma sentivo anche un po' di rimorso poiché quei
signori, per lo più vecchi fumatori di sigari, sudavano caldo e freddo e, specialmente se il tempo
cambiava all'improvviso, rischiavano di buscarsi un malanno.
In quell'inverno le compagnie di assicurazioni dovettero pagare ai negozi del nostro sobborgo,
quasi tutti assicurati conto il furto, importi rilevanti per il risarcimento dei danni. Anche se non
permettevo mai che si arrivasse a furti in grande stile e calcolavo di proposito le misure dei fori nelle
lastre, in maniera che ogni volta potessero venir sottratti dalle vetrine soltanto uno o due oggetti,
tuttavia i casi qualificati come furti per scasso si moltiplicarono a tal punto che la polizia criminale non
ebbe più tregua, e tuttavia la stampa le mosse le più aspre critiche di inettitudine. Dal novembre del
trentasei al marzo del trentasette, allorché il colonnello Koc formò a Varsavia un governo del fronte
nazionale, si verificarono sessantaquattro tentativi di furto per scasso dello stesso genere e ventotto
furti realmente perpetrati.
Però in molti casi la polizia riusciva a recuperare la refurtiva da quella gente, in gran parte
donne anziane, giovani commessi di negozio, domestiche e professori di liceo in pensione, che certo
non erano ladri per passione. Oppure accadeva che quegli scassinatori dilettanti decidessero, dopo che
l'oggetto dei loro desideri aveva provocato una notte insonne, di presentarsi alla polizia dicendo: "Non
accadrà più, perdonatemi. Improvvisamente nel vetro si è formato un buco; non mi ero ancora ben
rimesso dallo spavento e mi trovavo già al terzo crocicchio dalla vetrina traforata, quando mi accorsi
con stupore di avere illegalmente nella tasca sinistra del mio cappotto un magnifico paio di guanti di
pelle da uomo, certamente assai cari, se non addirittura impagabili".
Ma poiché la polizia non crede ai prodigi, tutti coloro che venivano colti in flagrante o che si
presentavano spontaneamente alla polizia dovettero scontare pene detentive varianti da quattro
settimane a due mesi.
Io stesso fui messo più volte agli arresti domiciliari, poiché la mamma sospettava naturalmente
che la mia voce, che era all'altezza del vetro, fosse coinvolta in quel giochetto criminale; anche se non
voleva confessarselo e, naturalmente, si guardava dal parlarne alla polizia.
A Matzerath che, atteggiandosi a uomo di esemplare rettitudine, mi faceva un vero e proprio
interrogatorio, rifiutai qualsiasi deposizione nascondendomi con sempre crescente abilità dietro il mio
tamburo e dietro la mia statura permanente di treenne in ritardo.
Dopo tali interrogatori la mamma tornava sempre a ripetere: "La colpa ce l'ha quel lillipuziano
che ha baciato in fronte il piccolo Oskar.
Ho avuto subito il sospetto che potesse portar male poiché da allora Oskar è cambiato."
Ammetto che Bebra avesse influito facilmente e in modo duraturo su di me. Nemmeno gli
arresti domiciliari potevano impedirmi di conseguire col favore delle circostanze, anche guardandomi
dal chiederla, un'ora di libertà che mi permetteva di produrre con la mia voce uno di quei famigerati
buchi nella lastra della vetrina di un negozio, e di procurare a un giovane di belle speranze, al quale
piaceva quanto vi era esposto, l'agognato possesso di una cravatta di seta pura, color rosso vino.
Se mi domandate: Era il male che spingeva Oskar a intensificare la già di per sé forte tentazione
di una lucente vetrina, praticandovi un foro grande quanto una mano?, devo rispondere: Era il male!
Era il male già per il semplice fatto che mi appostavo in oscuri portoni.
Perché i portoni, come dovrebbe essere noto, sono la sede preferita del male. D'altra parte,
senza voler minimizzare la malvagità delle mie tentazioni, oggi che non vi vado più soggetto e che
comunque mi mancano le occasioni atte a suscitarle, devo dire a me stesso e all'infermiere Bruno:
Oskar, tu non hai esaudito soltanto i piccoli e medi desideri di tutti quei passanti invernali, silenziosi e
innamorati di un oggetto desiderabile, ma li hai anche aiutati a conoscere se stessi. Più d'una signora
vestita con sobria eleganza, più di un bravo zio, più di una zitella tenuta in fresco dalla devozione non
avrebbero mai scoperto in sé la natura del ladro se la tua voce non avesse indotto tutti costoro a rubare,
e in più cambiato le mentalità di borghesi che prima vedevano in ogni ladruncolo maldestro un
esecrabile e pericoloso furfante.
Avevo spiato pazientemente sera dopo sera il dottor Erwin Scholtis, procuratore di stato temuto
pubblico ministero alla Corte d'Assise territoriale, e per tre volte egli mi aveva rifiutato il furto. Poi,
finalmente, si era deciso di allungare la mano, divenendo un ladro mai scoperto dalla polizia: poiché
aveva sacrificato a me, piccolo semidio dei ladri, e aveva rubato da una vetrina un pennello da barba di
autentico pelo di tasso. Dopo tale fatto egli dev'essere diventato un giudice mite, indulgente, e umano
nelle sentenze.
Una sera di gennaio del trentasette stetti a lungo, tutto infreddolito, di fronte a una gioielleria
che, nonostante la posizione appartata in un viale del sobborgo fiancheggiato da regolari file di aceri,
godeva di buona reputazione. Esemplari d'ogni genere della mia consueta selvaggina si fermavano a
osservare la vetrina con oggetti preziosi e orologi, gente che davanti ad altre esposizioni, davanti a
cappelli di velluto, a calze da donna e a bottiglie di liquore avrei senza esitare preso subito di mira e
colpito.
Di fronte ai gioielli è fatale: si diventa difficili, pedanti, si segue coll'occhio il giro di
interminabili collane, e non si misura più il tempo a minuti, bensí secondo gli anni delle perle, si
giudica in base al fatto che la perla sopravvive al collo, che sarà il polso a dimagrire e non il
braccialetto ad assottigliarsi, che si sono rinvenuti nelle tombe anelli senza dito... insomma, i
contemplatori di vetrine sono o troppo boriosi o troppo meschini per potersi cingere di un monile.
La vetrina del gioielliere Bansemer non era sovraccarica. Vi figuravano alcuni orologi di marca
di fabbricazione svizzera, un assortimento di fedi nuziali su velluto celeste e, in mezzo, non più di sei o
sette oggetti di raffinata fattura: un serpente d'oro di vario colore, tre volte attorto su se stesso, sulla cui
testa finemente cesellata erano incastonati due diamanti, un topazio e due zaffiri per occhi. In genere
non mi piace il velluto nero, ma il serpente del gioielliere Bansemer era fatto apposta per tale sfondo,
come indovinatissimo era il velluto grigio che diffondeva una frizzante quiete sotto le argenterie
estremamente semplici, che colpivano per la loro forma armoniosa. Un anello con una gemma così
splendente da far pensare che avrebbe consunto le mani di donne non meno splendenti, e che
diventando sempre più splendente avrebbe raggiunto quel grado di immortalità che è riservato solo ai
gioielli.
C'erano pure catenelle che non si sarebbero portate impunemente, collane che avrebbero
stancato; e infine, su un portacollier di velluto color avorio riproducente la forma stilizzata di una
scollatura, stava una leggerissima collana. Delicate erano le articolazioni, ingegnosa l'incastonatura,
bizzarramente intrecciata la trama. Quale rango poteva aver secreto l'oro per attirare nella propria rete
dei piccoli rubini e uno più grande? E dove si celava, il ragno, in attesa di che? Non certo di altri rubini,
ma piuttosto di qualcuno che li vedesse brillare, impigliati nella rete, simili a gocce di sangue
coagulato, e non potesse distaccarne lo sguardo. In altri termini: seguendo il mio impulso o quello del
ragno dai fili d'oro, a chi dovevo donare quella collana?
Era il diciotto gennaio del trentasette. A tarda sera, su una neve scricchiolante indurita dai passi,
mentre il cielo sembrava promettere ancora neve, tanta neve quanta ne può desiderare solo chi sa come
essa gli sia propizia, vidi Jan Bronski attraversare la strada a destra e, a monte del mio appostamento,
passare senza levare lo sguardo davanti alla gioielleria, poi, dopo un attimo di esitazione, fermarsi
come obbedendo a un richiamo; si voltò - o meglio fu voltato - ed ecco Jan fermo davanti alla vetrina,
sotto i silenti aceri dai rami carichi di neve.
Il delicato Jan, sempre un po' sofferente, ossequioso verso i superiori, ambizioso in amore, lo
stupido e insieme stregato dalla bellezza Jan Bronski, Jan, che viveva della carne della mamma, che -
e lo sospetto ancor oggi - mi procreò in nome di Matzerath, Jan stava fermo lì, nell'elegante
cappotto confezionato come da un sarto di Varsavia; stava ritto come il monumento di se stesso,
pietrificato, così simbolico con lo sguardo fisso sui rubini della collana d'oro, che mi parve Parsifal
quando stava in piedi nella neve e vedeva, sulla neve, del sangue.
Avrei potuto distogliere la sua attenzione facendo rullare il tamburo. Lo avevo sempre con me.
Lo sentivo sotto il cappotto.
Sarebbe bastato aprire un solo bottone per tirarlo fuori nell'aria gelida. Un piccolo gesto e avrei
cavato di tasca le bacchette. Anche Uberto, il cacciatore, non volle sparare sullo strano cervo con la
croce fra le corna, pur avendolo già a portata di tiro. Saulo divenne Paolo. Attila tornò indietro quando
Papa Leone alzò la mano col sacro anello. Io invece tirai, non divenni un altro, non tornai indietro,
rimasi Oskar, il cacciatore, deciso a colpire nel segno, non mi sbottonai il cappotto, non trassi il
tamburo nel gelo, non incrociai le bacchette sulla fredda latta, non trasformai la notte di gennaio in una
notte da tamburo, bensí gridai muto, gridai come grida una stella o un pesce negli abissi marini,
dapprima contro il gelo, perché di nuovo nevicasse, e poi contro il cristallo della vetrina, contro il vetro
spesso, vetro costoso o a buon mercato, trasparente od opaco, contro il vetro che separa mondi diversi,
gridai contro il verginale mistico vetro della vetrina che separava la collana coi rubini da Jan Bronski e
vi incisi un cerchio corrispondente alla misura del guanto di Jan, che ben conoscevo, feci ribaltare il
vetro con una botola, come la porta del paradiso e quella dell'inferno: e Jan non sussultò, estrasse dalla
tasca del cappotto la mano elegantemente inguantata e la introdusse nel paradiso e il guanto abbandonò
l'inferno, sottrasse al paradiso o all'inferno una collana i cui rubini avrebbero donato al volto di tutti gli
angeli, anche di quelli caduti - e fece tornare in tasca la manciata di rubini e d'oro, ed era ancora lì
davanti alla vetrina dischiusa, benché fosse pericoloso, benché non vi sanguinassero altri rubini per
imporre allo sguardo una direzione immutabile, come allo sguardo di Parsifal il sangue sulla neve.
Oh, Padre, Figlio e Spirito Santo! Qualcosa doveva accadere nello spirito, se Jan, il padre, non
doveva perdersi. Oskar, il figlio, si sbottonò il cappotto, ne estrasse in fretta il tamburo e le bacchette, e
chiamò battendo sulla latta: padre, padre! Finché Jan si voltò, attraversò lentamente, troppo lentamente,
la strada e trovò me, Oskar, nel portone.
Che bel momento, quello in cui Jan mi guardò, senza espressione, ma prossimo al disgelo, e
cominciò a nevicare. Mi tese una mano, non però il guanto che aveva toccato i rubini, e taciturno ma
non turbato mi condusse a casa, dove la mamma stava in ansia per me, e Matzerath, secondo il suo
solito, con un tono severo ma non troppo sul serio mi minacciò di ricorrere alla polizia. Jan non diede
alcuna spiegazione, non rimase a lungo e non volle giocare a skat, come aveva proposto Matzerath
mettendo della birra sul tavolo. Al momento di andarsene accarezzò Oskar, il quale non capí se lo
facesse per tenerezza o per indurlo al segreto.
Poco tempo dopo Jan Bronski regalò la collana alla mamma. Lei, certamente consapevole della
sua provenienza, se la mise al collo sempre per poche ore soltanto, in assenza di Matzerath, per lei sola,
o per Jan o forse anche per me.
Poco dopo la guerra l'ho barattata sul mercato nero di Düsseldorf con dodici stecche di "Lucky
Strike" e una cartella di cuoio.

Niente miracoli
Oggi che giaccio nel letto del mio manicomio rimpiango spesso la facoltà di cui allora
disponevo, e che nelle gelide ore notturne mi spingeva a liquefare gli arabeschi di ghiaccio, dischiudere
vetrine e dare una mano ai ladri.
Quanto per esempio mi piacerebbe oggi privare del vetro lo spioncino nel terzo superiore della
porta della mia stanza, affinché il mio infermiere Bruno potesse osservarmi più direttamente.
Quanto ho sofferto per l'impotenza della mia voce nell'anno precedente il mio ricovero in
manicomio. Quando in una strada notturna di uno squallido sobborgo di Düsseldorf emettevo un grido
illudendomi di avere successo e mi accorgevo invece ch'esso era andato a vuoto, mi poteva accadere -
benché abbia orrore della violenza - di afferrare un sasso e di prendere di mira qualche finestra di
cucina. Specialmente al vetrinista Vittlar avrei giocato volentieri qualche brutto tiro. Quando dopo
mezzanotte lo vedevo allestire la mostra in un negozio di abbigliamento maschile sulla Königsallee o di
una profumeria nei pressi dell'ex sala da concerto (lo riconoscevo dai suoi calzerotti di lana color verde
e rosso, poiché una tenda gli nascondeva la parte superiore della persona) gli avrei volentieri infranto
con la voce la lastra, dato che ancor oggi, benché egli sia o potrebbe essere mio discepolo, non so se
debba chiamarlo Giuda o Giovanni.
Vittlar è un nobile decaduto e dice di chiamarsi Gottfried. Se, dopo il vano tentativo vocale che
mi riempiva di vergogna e non mi lasciva altro da fare che richiamare l'attenzione del decoratore su di
me tambureggiando lievemente sulla lastra intatta, egli usciva in strada per un quarto d'ora a far quattro
chiacchiere parlando in tono ironico della sua arte di vetrinista, dovevo chiamarlo Gottfried, poiché la
mia voce non aveva avuto l'effetto prodigioso che mi avrebbe consentito di chiamarlo Giuda o
Giovanni.
L'impresa vocale davanti alla gioielleria, che aveva fatto di Bronski un ladro e della mamma la
proprietaria di una collana di rubini, doveva porre provvisoriamente un termine a quel mio genere di
attività. La mamma divenne una donna devota. Che cosa la rese devota?
La relazione con Jan Bronski, la collana rubata, il dolce tormento di una vita di adultera la
resero devota e avida di sacramenti. Com'è facile arrangiarsi nel peccato: il giovedí ci s'incontrava in
città, si lasciava da Markus il piccoloOskar, ci si sfiaccava in modo generalmente soddisfacente nella
Tischlergasse, poi ci si andava a rinfrescare da Weitzke con caffè e dolci, si andava a prendere il
figlioletto dall'ebreo, si accettava qualche suo complimento e un pacchetto quasi regalato di rocchetti di
seta, quindi al tram n' 5, si godeva col sorriso sulle labbra e il pensiero altrove il percorso oltre la Porta
di Oliva, per la Hindenburgallee, senza quasi notare quel Campo di Maggio presso il palazzo dello
sport sul quale Matzerath passava le sue mattinate domenicali, col sorriso sulle labbra e il pensiero
altrove - e come poteva sembrare brutto quel casone dopo aver trascorso poco prima momenti così belli
-, ancora una curva a sinistra, ed ecco, dietro alberi polverosi, il Conradinum, coi suoi alunni dal
berretto rosso; come sarebbe bello se anche Oskar potesse portare un berretto con la C dorata; a dodici
anni e mezzo sarebbe già in quarta, comincerebbe adesso il latino e si comporterebbe come un piccolo,
diligente, ma anche un po' sfacciato e turbolento allievo del Conradinum.
Superato il sottopassaggio della ferrovia verso la zona residenziale e la scuola Helene Lange, i
pensieri della signora Agnes Matzerath vagavano ancora attorno al Conradinum, attorno alle mancate
possibilità di suo figlio Oskar. Ancora una curva a sinistra, e oltrepassata la chiesa di Cristo Re col
campanile dalla cupola a cipolla, scendevamo sulla Max-Halbe-Platz davanti al negozio di caffè
Kaiser. Un'occhiata alle vetrine della concorrenza, e ci inoltravamo a fatica per il Labesweg, come per
una via crucis: il cattivo umore incipiente, il bambino anormale per mano, la cattiva coscienza e la
voglia di ricominciare; con insoddisfazione e disgusto, con avversione e benevolenza verso Matzerath,
la mamma risaliva faticosamente con me, il mio tamburo nuovo, e il pacchetto di rocchetti di seta quasi
regalati, fino al negozio in fondo al Labesweg, fino ai fiocchi di avena, al petrolio accanto alla
botticella delle acciughe, all'uva passa, alle mandorle, alle spezie per il Pfefferkuchen (panpepato), al
lievito del dottor Oetker, alle spezie per dolci, al Persil - non usate altro che Persil! - all'Urbin - ecco
ciò che fa per voi - ai Maggi e Knorr, alla cicoria Kathreiner e al caffè Hag, al Vitello e Palmin,
all'aceto Kühne, alla marmellata tutti frutti, ai due pigliamosche ronzanti in due diverse tonalità che,
dolci come il miele, pendevano sopra il banco e d'estate dovevano venir cambiati ogni due giorni,
mentre la mamma, con l'anima altrettanto dolce, fosse estate o inverno, attraeva i peccati ronzanti con
toni alti e bassi, e poi andava ogni sabato nella chiesa del Sacro Cuore a confessarsi dal reverendo
Wiehnke.
Come il giovedí la mamma mi portava con sé in città facendo di me, per così dire, un correo,
così il sabato voleva che la accompagnassi sulle fredde pietre cattoliche del pavimento della chiesa. Mi
ficcavo prima il tamburo sotto il maglione o il cappotto, poiché sarebbe stato impensabile che ci fossi
andato senza averlo con me; e senza la mia latta sulla pancia non mi sarei fatto mai il segno della croce
toccando fronte, petto e spalle, col ginocchio piegato come se mi allacciassi le scarpe, né mi sarei
mantenuto quieto sul banco di legno con l'acqua benedetta che sentivo asciugarsi lentamente sopra la
radice del naso.
Ricordo ancora quando fui battezzato nella chiesa del Sacro Cuore.
C'erano state difficoltà a causa del nome pagano, ma insistettero suOskar, e Jan, che fungeva da
padrino, lo ripeté ancora una volta quando si era già al portale della chiesa. Lì il reverendo Wiehnke mi
soffiò tre volte sulla faccia, intendendo così scacciare da me il demonio, mi fece il segno della croce e
mi impose la mano; poi sparse del sale e fece ancora qualcosa contro Satana. Altra sosta nell'interno
della chiesa, davanti al fonte battesimale. Mi mantenni quieto mentre veniva recitato il credo e il
padrenostro. Dopo di che il reverendo Wiehnke ritenne opportuno dire ancora una volta: "Vade retro,
Satana," e credette di aprire i sensi, a me che già sapevo bene quale uso farne, sfiorando il naso e le
orecchie di Oskar.
Quindi, per essere ben sicuro del fatto suo, domandò: "Rinunci a Satana? A tutte le sue opere?
A tutte le sue pompe?"
Prima che potessi far cenno col capo di no, poiché non intendevo neanche lontanamente
rinunciarvi, Jan disse tre volte per me: "Rinuncio."
Senza che mi fossi guastato con Satana, il reverendo Wiehnke mi unse il petto e la schiena.
Sempre davanti al fonte battesimale, di nuovo la professione di fede, poi finalmente una triplice
aspersione con acqua, unzione in fronte con l'olio battesimale, addosso un vestito bianco per farci su
macchie, una candela accesa per giornate buie, il congedo (Matzerath pagò). E quando Jan mi portò
davanti al portale della chiesa, dove attendeva il taxi sotto un cielo un po' annuvolato, chiesi a Satana
dentro di me: "E' andato tutto bene?"
Satana saltellando mi bisbigliò: "Hai visto i finestroni della chiesa, Oskar? Tutti di vetro, tutti di
vetro!"
La chiesa del Sacro Cuore fu costruita nell'anno della fondazione della città, e quindi in stile
neogotico. Poiché furono usati mattoni che presto diventarono scuri, e la cupola del campanile, rivestita
di rame, si era coperta del tradizionale verderame, le differenze tra la sue caratteristiche neogotiche e
quelle delle antiche chiese gotiche rimasero visibili e sgradevoli solo per gli esperti. Ma fosse nuovo o
vecchio lo stile, in tutte le chiese ci si confessava nello stesso modo. Al sabato, dopo la chiusura degli
uffici e dei negozi, come il reverendo Wiehnke cento altri reverendi tenevano l'orecchio peloso di prete
attaccato a una liscia grata nerastra, attraverso i cui fitti forellini i parrocchiani tentavano di insinuare
nell'orecchio sacerdotale il filo sul quale si allineava, perla dopo perla, una peccaminosa collana da
quattro soldi.
Mentre la mamma, attraverso il canale uditivo del reverendo Wiehnke e seguendo le istruzioni
del manuale, comunicava alle supreme istanze di quella Chiesa, che sola può rendere beati, ciò che
aveva fatto e omesso, i peccati commessi con pensieri, parole e opere, io, che non avevo nulla da
confessare, uscivo dal banco di legno troppo liscio e mi mettevo sul pavimento.
Ammetto che le pietre del pavimento delle chiese cattoliche, il particolare odore di una chiesa
cattolica e tutto il cattolicesimo in genere esercitano ancor oggi su di me un fascino singolare,
inspiegabile, come, be', direi come una ragazza dai capelli rossi, quantunque i capelli rossi io vorrei
sempre tingerli in un altro colore, e il cattolicesimo mi ispira bestemmie che tradiscono sempre
nuovamente il mio sia pure inutile ma tuttavia irrevocabile battesimo cattolico. Talora, durante i più
banali atti quotidiani, per esempio mentre mi sto pulendo i denti o perfino al gabinetto, mi sorprendo a
enumerare dei commenti alla Messa, come: nella santa Messa si rinnova il sacrificio del sangue di
Cristo, versato perché tu sia purificato dai tuoi peccati, questo è il calice del suo sangue, il vino lo
diventa realmente, ogni volta che il sangue di Cristo è versato, il vero sangue di Cristo è presente,
attraverso la contemplazione del sacro sangue l'anima viene aspersa del sangue di Cristo, il sangue
prezioso, lavato col sangue, all'Elevazione scorre il sangue, il corporale macchiato di sangue, la voce
del sangue di Cristo penetra per tutti i cieli, il sangue di Cristo diffonde al cospetto di Dio un dolce
profumo.
Ammettete che ho conservato una certa cadenza cattolica. Così, fino a poco tempo fa, mentre
stavo aspettando il tram non potevo fare a meno di volgere il pensiero alla Vergine Maria. La chiamavo
amabile, beata, benedetta, Vergine delle vergini, Madre di misericordia, Tu la glorosia, Tu degna di
ogni venerazione, Tu che Lo hai partorito, Vergine Madre, Vergine gloriosa, fammi godere la dolcezza
del nome di Gesú, come Tu l'hai goduta nel tuo cuore materno, poiché così è degno, giusto, equo e
salutare, oh Regina, benedetta, benedetta...
Questa parolina "benedetto" mi aveva talora, specialmente quando ogni sabato andavo con la
mamma nella chiesa del Sacro Cuore, talmente addolcito, ma d'altra parte anche avvelenato l'animo,
che ringraziavo Satana di aver resistito in me al battesimo e d'avermi fornito un contravveleno che mi
permetteva di incedere sul freddo pavimento della chiesa con pensieri blasfemi ma a capo alto.
Gesú, al cui cuore era dedicata la chiesa, vi era presente, oltre che nei sacramenti, più volte
pittoricamente sui quadretti variopinti tutt'intorno alla crociera; e tre volte in raffigurazioni plastiche,
però anch'esse a colori, in diversi atteggiamenti.
C'era quello in gesso dipinto. Stava eretto coi capelli fluenti su un piedestallo dorato, avvolto in
una tunica blu di Prussia, e portava dei sandali. Teneva aperta sul petto la tunica e mostrava, in mezzo
alla cassa toracica, contro ogni norma della natura, un cuore sanguinante glorificato e stilizzato, color
rosso pomodoro, in modo che la chiesa potesse venir denominata sulla base di tale organo.
Già la prima volta in cui osservai il Gesú col cuore messo a nudo mi accorsi con un senso di
disagio della straordinaria rassomiglianza fra il Salvatore e il mio padrino, zio e presunto padre, Jan
Bronski.
Quegli occhi celesti da sognatore, ingenuamente sicuri di sé! Quella boccuccia rossa, sempre
pronta al pianto! Quel dolore virile che sottolineava le sopracciglia! Guance piene, ben rinsanguate, che
invocavano il martirio. Avevano entrambi quel volto da schiaffi che le donne sentono il bisogno di
accarezzare, e in più le stesse stanche mani femminee, curate e oziose, che esibivano le loro stigmate
simili a capolavori creati da un orafo per corti principesche. Mi facevano pena gli occhi dipinti in viso
al Gesú; gli occhi paternamente privi di comprensione per me di Jan Bronski. Avevo tuttavia anch'io gli
stessi occhi celesti, che sapevano entusiasmare ma non convincere.
Oskar si allontanava dal cuore di Gesú nella navata di destra, e passava davanti alle stazioni
della via crucis, dalla prima in cui Gesú prende sopra di sé la croce, alla settima in cui per la seconda
volta cade sotto il suo peso, fino a raggiungere l'altar maggiore sovrastato dalla seconda statua a tutto
tondo del Salvatore. Questo però teneva gli occhi chiusi, per troppa stanchezza o per meglio
concentrarsi. Ma che razza di muscoli aveva quell'uomo! Un atleta, una figura da campione di
decathlon che mi faceva subito dimenticare il cuore di Gesú-Bronski; ogni volta che la mamma si
confessava dal reverendo Wiehnke, sostavo in devoto raccoglimento davanti all'altare maggiore e
contemplavo l'atleta. Credetemi, pregavo! Lo chiamavo il mio dolce atleta modello, sportivo degli
sportivi, capace di vincere la prova della croce col solo aiuto dei chiodi regolamentari. E mai aveva il
minimo sussulto! Sussultava la lampada perpetua, ma lui compiva il suo esercizio col miglior
punteggio possibile. Gli si rilevava il tempo sui cronometri che ticchettavano. Già in sagrestia mani un
po' sudice di chierichetti gli lustravano la meritata medaglia d'oro. Ma Gesú non praticava lo sport
perché ci tenesse alle onorificenze. Mi veniva in mente la fede. Mi inginocchiavo per quanto il mio
ginocchio lo permetteva, facevo il segno della croce sul tamburo e cercavo di collegare parole come
"benedetto" e "pieno di dolore" con Jesse Owens e Rudolf Harbig, con le Olimpiadi di Berlino
dell'anno precedente; il che non mi riusciva sempre perché dovevo considerare Gesú sleale nei
confronti dei due ladroni. Perciò lo squalificavo e voltavo la testa a sinistra, dove, attaccandomi a
nuove speranze, vedevo la terza raffigurazione plastica dell'atleta celeste nell'interno del Sacro Cuore.
Borbottavo allora: "Lascia che preghi quando ti avrò visto per la terza volta," rimettevo le suole
sulla pietra e mentre mi avviavo sul pavimento a scacchi verso quell'altare laterale mi dicevo ad ogni
passo: Egli ti segue con l'occhio, ti seguono con l'occhio i santi, Pietro che crocifissero con la testa in
giù, Andrea che inchiodarono su una croce obliqua a X - perciò croce di sant'Andrea. Ma c'è anche una
croce greca, oltre a quella latina o croce del Calvario. Croci multiple, croci potenziate, croci graduate
vengono raffigurate su stoffe, quadri e libri. Vedevo riprodotte in rilievo croci zampate, croci ancorate
e croci trifogliate. Bella è la croce gigliata, ambita la croce di Malta, vietata la croce uncinata, e la
croce di De Gaulle, la croce di Lorena, si invoca la croce di sant'Antonio nelle battaglie navali:
Crossing the T. C'è la croce appesa alla catenina, brutta è la croce dei ladroni, pontificale la croce del
Papa, e la croce russa è chiamata anche la croce di Lazzaro. Poi c'è la Croce Rossa. Blu, senza alcool,
s'incrocia la Croce Blu. La croce gialla è velenosa, gli incrociatori vanno a fondo, le crociate mi hanno
convertito, i ragni crociati si divorano a vicenda, a un crocicchio ci si incrocia, interrogatorio
incrociato, parole incrociate, risòlvile. Con la schiena rotta mi voltai, mi lasciai dietro la croce, e anche
all'atleta sulla croce voltai la schiena, col pericolo che mi desse un calcio nel posteriore perché mi
avvicinavo alla Vergine Maria, che teneva il bambino Gesú sulla coscia destra.
Oskar era davanti all'altare laterale sinistro della navata sinistra. Maria aveva l'espressione che
doveva aver avuto sua madre quando, ancor diciassettenne commessa nel negozio di Troyl, non aveva
soldi per andare al cinema ma in compenso contemplava con passione la figura di Asta Nielsen sui
manifesti pubblicitari.
La Madonna non prestava attenzione a Gesú, posava invece lo sguardo sull'altro fanciullo
appoggiato allo stesso ginocchio, e dico subito, per evitare malintesi, che era Giovanni Battista.
Ambedue erano grandi quanto me. A Gesú, se mi si fosse chiesta la precisione, avrei attribuito due
centimetri di più, benché secondo i sacri testi fosse più giovane del piccolo Battista. Lo scultore si era
divertito a raffigurare il treenne Salvatore nudo e roseo. Giovanni, siccome più tardi doveva recarsi nel
deserto, aveva indosso una villosa pelliccia color cioccolato che gli copriva mezzo petto, il ventre e il
piccolo innaffiatoio.
Oskar avrebbe fatto meglio a rimanere davanti all'altare maggiore oppure a mettersi con fare
disinvolto accanto al confessionale, piuttosto che rimanere vicino a quei due fanciulli dallo sguardo
saggiamente adulto, straordinariamente rassomigliante al suo.
Naturalmente avevano anch'essi occhi celesti e capelli castani come lui. Sarebbe mancato solo
che il parrucchiere-scultore, tagliando a quei due gli sciocchi riccioli a cavatappi, avesse fatto loro la
pettinatura a spazzola di Oskar.
Non intendo occuparmi troppo a lungo del piccolo Battista che tendeva l'indice sinistro verso il
bambino Gesú come se stesse per mettersi a contare: "Un due tre, tocca a te!" Senza impegnarmi in
simili sorteggi, chiamo Gesú per nome e constato: identico! Avrebbe potuto essere il mio gemello
uniovulare. Aveva la mia statura, il mio piccolo innaffiatoio, che allora usavo soltanto come tale.
Guardava il mondo coi miei occhi blu cobalto caratteristici dei Bronski e - ciò per cui più ce l'avevo
con lui - il mio stesso modo di gestire.
Ambedue le braccia levava in alto la mia controfigura, tenendo così serrati i pugni che si
sarebbe potuto tranquillamente affidargli qualcosa da tenere in mano, per esempio le bacchette del mio
tamburo; e se lo scultore l'avesse fatto, modellandogli per giunta sulle rosee cosce anche un tamburo
dipinto come il mio in bianco e rosso, sarei stato io, il più perfetto degli Oskar, a sedere sul ginocchio
della Vergine e a chiamare a raccolta la comunità dei fedeli. Ci sono cose a questo mondo che, per
quanto sacre, non si possono lasciare a se stesse così come sono!
Alla Vergine ammantata di verde argentato, col piccolo bambino Gesú color prosciutto cotto e
il san Giovanni dalla pelliccia color cioccolato, si accedeva salendo tre scalini coperti da un tappeto.
Sopra c'era un altare dedicato a Maria con candele anemiche e fiori di ogni prezzo. La Vergine
in verde, il Giovanni in bruno e il roseo Gesú portavano incollate dietro la testa aureole grandi come
piatti.
Dell'oro in foglia valorizzava i piatti.
Se davanti all'altare non ci fossero stati gli scalini non vi sarei mai salito. Scalini, maniglie e
vetrine allettavano particolarmente Oskar a quel tempo, e non lo lasciano indifferente nemmeno oggi
che dovrebbe averne abbastanza del suo letto di manicomio. Egli si lasciò sedurre da uno scalino dopo
l'altro, restando sempre sullo stesso tappeto. Intorno al piccolo altare, il gruppo dei tre gli era
vicinissimo, cosicché, un po' sottovalutandoli e un po' venerandoli, Oskar poté percuoterli qua e là con
le nocche, e le sue unghie si permisero di graffiare lo strato di colore per mettere allo scoperto il gesso.
La veste della Vergine cadeva, con molte giravolte, fino alle punte dei piedi posati sul banco di nuvole.
La tibia discretamente accennata della Vergine dava l'impressione che l'artista avesse modellato
dapprima la carne, per poi sommergerla a furia di drappeggi. Mentre tastava a fondo il piccolo
inaffiatoio di Gesú, che erroneamente non era circonciso, accarezzandolo e spingendolo con
precauzione come se volesse muoverlo, Oskar percepí il proprio, una cosa nuova, in parte gradevole, in
parte conturbante, e allora lasciò in pace quello di Gesú affinché il proprio lo lasciasse in pace.
Circonciso o non circonciso lo lasciai dunque stare, cavai fuori il tamburo di sotto al maglione,
me lo tolsi dal collo e lo appesi attorno al collo di Gesú, badando di non rompere l'aureola. A causa
della mia bassa statura mi costò non poca fatica e per riuscire a dotare Gesú dello strumento dovetti
salire sulla nuvola che faceva da piedestallo.
Tutto questo non avvenne già la prima volta in cui Oskar ritornò in chiesa dopo il suo
battesimo, nel gennaio del trentasei, bensí durante la settimana santa dello stesso anno. Per tutto
l'inverno la sua mamma aveva avuto difficoltà per tenere fronte con la confessione all'assiduità delle
proprie relazioni con Jan Bronski. Oskar ebbe così abbastanza sabati e tutto l'agio di escogitare un suo
piano, di condannarlo, di giustificarlo, di rielaborarne un altro, di metterne in luce tutti gli aspetti, e
infine, respingendo tutti i precedenti, di attuare nel modo più semplice quello definitivo, il lunedí santo,
con l'aiuto delle preghiere recitare ai piedi dell'altare della Madonna.
Poiché la mamma voleva confessarsi prima che avesse inizio il periodo di più intenso lavoro in
negozio nell'imminenza della Pasqua, la sera del lunedí santo mi prese per mano e mi condusse alla
chiesa del Sacro Cuore, di fronte al terrapieno della ferrovia. Dal Labesweg vi si giungeva voltando
l'angolo del Neuer Markt, per la Elsenstrasse, la Marienstrasse, passando davanti alla macelleria di
Wohlgemuth, lungo il Kleinhammerpark e attraverso il sottopassaggio della ferrovia che sgocciolava
gialliccio e schifoso.
Arrivammo in ritardo. Davanti al confessionale attendevano ancora soltanto due vecchie e un
giovane impacciato. Mentre la mamma faceva l'esame di coscienza (sfogliava il libretto, inumidendo il
pollice, come se cercasse in un libro mastro lo schema della dichiarazione delle tasse), io scivolai fuori
dal banco di quercia ed evitando di capitare sotto lo sguardo del Gesú che mostrava il cuore e dell'atleta
sulla croce mi spinsi fino all'altare della navata sinistra.
Benché la cosa dovesse essere fatta in fretta, non tralasciai di recitare prima l'Introito. Tre
scalini: Introibo ad altare Dei. A Dio che allieta la mia giovinezza. Via il tamburo dal collo,
prolungando il Kyrie salire sul banco di nuvole, nessun indugio presso il piccolo innaffiatoio bensí,
poco prima del Gloria, facendo attenzione di non guastare l'aureola, appendere il tamburo attorno al
collo del bambino Gesú, giù dal banco di nuvole, indulgenza, remissione e perdono, ma prima ancora
mettere le bacchette nella presa già pronta di Gesú, uno, due, tre scalini, levò gli occhi alle montagne,
ancora un po' di tappeto, e finalmente ecco le pietre a scacchiera e un piccolo inginocchiatoio per
Oskar, il quale si inginocchiò sul piccolo cuscino e giunse le mani di tamburino davanti al viso - Gloria
in excelsis Deo - sbirciò di fianco alle mani giunte verso il Gesú col suo tamburo e attese il miracolo:
suonerà il tamburo, o non lo sa suonare, o gli è proibito suonarlo? O si mette a suonare oppure non è
autentico Gesú, piuttosto Oskar è un Gesú più autentico di quello, a meno che non finisca per suonarlo
il tamburo.
Quando si vuole un miracolo bisogna saper aspettare. Ora, io aspettai dapprima con pazienza,
forse non con abbastanza pazienza, poiché più mi ripetevo le parole del sacro testo "Tutti gli occhi ti
aspettano, o Signore," sostituendo però, secondo il caso a "occhi," "orecchi" e più Oskar si ritrovava
deluso sul suo inginocchiatoio.
Offrí bensí ancora al Signore varie opportunità, chiuse fra l'altro gli occhi perché quello, così
inosservato, si decidesse più facilmente a un tentativo forse maldestro, ma abbandonò infine ogni
speranza dopo il terzo Credo, dopo Padre, creatore di cose visibili e invisibili, Figlio unigenito, Dio
vero da Dio vero, generato, non creato, consustanziale al Padre, per lui... per noi uomini discese...
s'incarnò per opera... da... si fece... fu anche... per noi, patí sotto... sepolto, risuscitò secondo.. salí al...
siede alla... ha da tornare... a giudicare... non avrà mai fine. Credo nello... è adorato e glorificato
insieme a... parlò per bocca di... credo in una sola, santa cattolica e...
Ma no, il cattolicesimo ormai ce l'avevo solo nel naso. Di fede non si poteva più parlare. E
anche all'odore non ci tenevo, volevo ricevere qualcos'altro: volevo che Gesú mi offrisse un'audizione
col mio tamburo, un piccolo miracolo a mezza voce! Non occorreva che facesse rintronare la chiesa,
così da indurre ad accorrere il vicario Rasczeia o, trascinando a fatica il suo grasso verso il miracolo, il
reverendo Wiehnke, con conseguente esposto alla curia vescovile in Oliva e atti con visto vescovile in
direzione di Roma. No, per questo non avevo alcuna ambizione, ad Oskar non importava di essere
proclamato santo. Lui voleva soltanto un piccolo miracoletto privato, per poter vedere e sentire, perché
una volta per sempre fosse stabilito se Oskar dovesse battere il tamburo pro o contro, per accertare
sonoramente chi dei due occhicerulei gemelli potesse in futuro chiamarsi Gesú.
Sedevo e aspettavo. Intanto la mamma sarà nel confessionale, e forse avrà già superato - così
pensavo con preoccupazione - il sesto comandamento. Il vecchio barcollante, che non manca mai in
una chiesa, arrancò davanti all'altar maggiore e poi davanti a quello laterale di sinistra, levò uno
sguardo devoto alla Vergine coi fanciulli, vide forse il tamburo, ma non capí. Si trascinò via e, facendo
questo, diventò più vecchio.
Il tempo trascorreva, voglio dire, ma Gesú non batteva sul tamburo.
Sentii voci venire dal coro. Speriamo che non si mettano a suonare l'organo, mi dicevo
preoccupato. Provano per la Pasqua, e vuoi vedere che coi loro schiamazzi finisce che ti coprono il
rullo leggero del Bambino Gesú.
Non suonarono l'organo. Gesú non batté il tamburo. Nessun miracolo avvenne. Annoiato, di
malumore, mi alzai dal cuscino, feci scricchiolare il ginocchio, e svogliato risalii gli scalini, sul tappeto,
omettendo tutte le preghiere per gradini che conoscevo, saltai sulla nuvola di gesso e rovesciai qualche
vaso di fiori, deciso a toglier a quel pirlotto nudo il mio tamburo.
Oggi mi dico e mi ripeto di continuo: fu un errore volerlo istruire. A che pro togliergli le
bacchette lasciandogli il tamburo, mettermi a suonarlo prima in sordina, poi come un maestro
impaziente per dargli un esempio di come dovesse fare lui, quel falso Gesú, e ficcargliele poi di nuovo
nelle mani perché mostrasse cosa aveva imparato da Oskar?
Prima che avessi potuto togliere al mio scolaro - il più testone che si possa immaginare -
bacchette e tamburo senza riguardo per l'aureola, già era dietro a me il reverendo Wiehnke (il mio
tamburo era echeggiato per tutta la chiesa), era dietro a me il vicario Rasczeia, era dietro a me la
mamma, e il vecchio barcollante. E il vicario mi afferrò bruscamente e il reverendo mi diede uno
schiaffo, e la mamma si mise a piangere, e il reverendo mi bisbigliò sdegnato qualcosa, e il vicario si
genuflesse, salí a Gesú bambino, gli tolse le bacchette, si genuflesse di nuovo con le bacchette, si rizzò
e gli tolse dal collo il tamburo, piegò l'aureola, urtò il piccolo innaffiatoio, spezzò un pezzo di nuvola,
ridiscese all'indietro gli scalini, genuflessione, altra genuflessione, non volle darmi il tamburo, mi irritò
ancora più di quanto già non lo fossi, mi costrinse a pestare i piedi al molto reverendo, mentre la
mamma arrossiva tutta confusa, e pestai ancora e morsi e graffiai, e con uno strattone mi strappai dal
molto reverendo, dal vicario, dal vecchio e dalla mamma, corsi all'altar maggiore e sentii Satana
agitarsi in me e sussurrarmi, come il giorno del battesimo: "Guardati attorno, Oskar, quante finestre,
tutto vetro, tutto vetro!"
E al di sopra dell'atleta sulla croce, che non sussultava, che continuava a tacere, diressi la mia
voce contro le alte vetrate dell'abside che, su sfondo blu, raffiguravano in rosso, giallo e verde i dodici
apostoli. Ma non mirai né a Matteo né a Marco. Mirai alla colomba sopra di essi che stava a testa in giù
e festeggiava Pentecoste, allo Spirito Santo mirai. Contro quell'uccello combattei con la mia voce
simile al diamante, fremendo, e: dipendeva da me?
dipendeva dall'atleta che, dato che non sussultava, opponeva resistenza? Era quello il miracolo,
e nessuno lo capiva? Mi videro tremare e, senza emettere suoni, far fluire qualcosa verso l'abside,
pensarono, tranne la mamma, che stessi pregando, mentre io non desideravo che di produrre frantumi.
Ma la voce di Oskar aveva fallito; non era ancora giunta la sua ora. Mi lasciai cadere sul freddo
pavimento e piansi amaramente, perché Gesú aveva mancato alla prova, perché ora anche Oskar
falliva, perché il reverendo e monsignor Rasczeia mi fraintendevano e subito cianciavano di
pentimento. Soltanto la mamma non mancò. Lei comprese le mie lacrime , benché fosse lieta che non ci
fossero stati dei vetri rotti.
Allora la mamma mi prese in braccio, chiese e ottenne dal vicario tamburo e bacchette, promise
al reverendo di riparare i danni al gruppo della Madonna, e poiché prima avevo interrotto la sua
confessione, ottenne ora da lui anche l'assoluzione; anche ad Oskar toccò un po' di benedizione che
però non gli disse nulla.
Mentre la mamma mi conduceva fuori dalla chiesa del Sacro Cuore contai sulle dita: oggi è
lunedí, domani è martedí santo, mercoledí, giovedí santo, e venerdí sarà finita per lui che non sa
neanche suonare il tamburo, che non mi concede la gioia di pochi vetri rotti, che, benché mi rassomigli,
è falso, che deve scendere nel sepolcro, mentre io batterò e batterò ancora il tamburo, ma non
manifesterò più alcun desiderio di miracoli.

Il menu del venerdí santo


"Discordante" sarebbe l'espressione più adatta a designare il mio stato d'animo, combattuto fino
al successivo venerdí santo fra opposti sentimenti. Da un parte mi indispettiva quel Gesú bambino di
gesso che non aveva voluto saperne di suonare il tamburo, d'altra parte ero contento che il tamburo, del
quale ero geloso, fosse restato soltanto a me. Inoltre, se da un lato, di fronte alle belle vetrate variopinte
della chiesa, la voce diOskar aveva fallito, d'altra parte, meravigliato di vederle rimanere intatte, egli
aveva pur conservato quel piccolo residuo di fede cattolica che doveva ancora suggerirgli molte
disperate bestemmie.
Altro motivo di discordia interiore: tornando quel giorno a casa dalla chiesa del Sacro Cuore
riuscii, a titolo di prova, a mandare in frantumi la finestra di una soffitta, d'altronde il successo della
mia voce nel campo profano attirava di continuo la mia attenzione sull'insuccesso nel settore sacro.
Discorde, dico. Si era verificata una frattura che rimase insanabile; nemmeno oggi che non sono di casa
né nel sacro né nel profano ma me ne sto un po' in disparte, e in un manicomio, il vuoto si è colmato.
La mamma risarcí il danno all'altare laterale. In prossimità della Pasqua gli affari andarono bene
in negozio, benché il venerdí santo esso fosse dovuto rimanere chiuso per desiderio di Matzerath che
era protestante. La mamma, che altrimenti imponeva sempre la propria volontà, in questo
accondiscendeva ogni anno e chiudeva, ma come cattolica esigeva in compenso che fosse rispettato il
suo diritto a tenere chiuso il negozio il giorno del Corpus Domini, voleva che nella vetrina, sgombra
dai pacchetti di Persil e dai barattoli di caffè Hag, figurasse soltanto una piccola immagine variopinta
della Madonna illuminata da lampadine elettriche, e insisteva per prender parte alla processione a
Oliva.
Nel negozio si conservava un coperchio di scatola di cartone, con da una parte la scritta:
"Chiuso il Venerdí Santo," e dalla parte opposta: "Chiuso il Corpus Domini." Il venerdí santo
successivo al lunedí in cui il tamburo era rimasto muto e la mia voce senza effetto, Matzerath appese in
vetrina il cartone con la prima delle due scritte e subito dopo la prima colazione partimmo col tram per
Brösen. Il Labesweg presentava - per servirmi della espressione usata più sopra - un aspetto
discordante: i protestanti andavano in chiesa, i cattolici pulivano i vetri delle finestre e sbattevano nei
cortili tutto quello che poteva chiamarsi un tappeto, e ciò con tanta veemenza ed echeggiante frastuono
da far pensare che schiavi biblici stessero inchiodando contemporaneamente in tutti i cortili delle case
d'affitto un Salvatore multiplo su multiple croci.
Ci lasciammo alle spalle quello sbattere di tappeti pregno di Passione, e formando il solito
gruppo - la mamma, Matzerath, Jan Bronski eOskar - salimmo sul tram 9. Percorremmo il Brösener-
Weg, passammo davanti all'aeroporto, alla vecchia e alla nuova piazza d'armi, allo scambio presso il
cimitero di Saspe aspettammo il tram che veniva in direzione opposta da Neufahrwasser-Brösen.
Durante la breve sosta la mamma fece qualche considerazione che sotto l'apparente gaiezza celava la
sua stanchezza della vita. Chiamò romantico, suggestivo, incantevole il piccolo camposanto cosparso di
tombe, abbandonate dal secolo scorso, coperte d'erbaccia, all'ombra di pini marittimi contorti.
"Mi piacerebbe essere sepolta qui, se fosse ancora in uso,"
sussurrò con nostalgia. Ma Matzerath trovava il terreno troppo sabbioso, imprecava contro i
cardi di spiaggia e l'avena selvatica che vi prosperava. Per Jan il luogo era bensí idillico ma inadatto
all'eterno riposo perché troppo vicino al fragore degli aerei sull'aeroporto e all'incrocio della linea
tranviaria.
Il tram che ci veniva incontro ci evitò, il conducente suonò due volte, e finalmente, lasciando
alle spalle Saspe e il suo cimitero, proseguimmo verso Brösen, una località balneare che allora, a fine
aprile, aveva un aspetto desolato e triste: chiuso il casinò, sprangate le baracche dei posti di ristoro,
senza bandiere il pontile, deserte le duecentocinquanta cabine allineate sulla spiaggia. Sulla tabella dai
dati meteorologici tracce di gesso dell'estate precedente: Aria 20; Acqua 17; Vento: Nord-Est;
Previsioni: Da sereno a nuvoloso.
Dapprima eravamo tutti d'accordo di andare a piedi a Glettkau, ma poi, senza discutere, si
decise di prendere la strada opposta, verso il molo. Le onde del Baltico leccavano larghe e pigre la
spiaggia.
Fino all'imboccatura del porto, fra il faro bianco e il molo col segnale marittimo, non un'anima
viva. La pioggia caduta il giorno prima aveva disegnato sulla sabbia il suo motivo ultraregolare, ed era
divertente distruggerlo con le impronte dei piedi nudi. Matzerath si mise a far rimbalzare sulla
superficie dell'acqua verdastra cocci di mattoni grandi come un fiorino, levigati dall'acqua,
sottolineando l'ambizione di riuscirci bene. Jan, meno abile, fra un tentativo e l'altro di farli rimbalzare
altrettanto lontano, andava cercando dell'ambra, ne trovò anche qualche frammento e un pezzo grande
come un nocciolo di ciliegia che offrí alla mamma, la quale, correndo scalza come me, si voltava di
continuo a osservare compiaciuta le orme dei propri piedi. Il sole era prudente. Il tempo fresco, il vento
non soffiava, l'aria chiara. Lo sguardo giungeva fino a una striscia all'orizzonte, la penisola di Hela, si
vedevano anche due a tre pennacchi di fumo e le sovrastrutture di un mercantile che comparivano e
sparivano oscillando.
Procedendo distanziati l'uno dall'altro, raggiungemmo i primi massicci, blocchi di granito
dell'ampia radice del molo. La mamma e io indossammo di nuovo calze e scarpe. Lei mi aiutò ad
allacciarle, mentre Matzerath e Jan, già saliti sull'irregolare schiena del molo, arrancavano di pietra in
pietra verso l'aperta distesa del mare.
Alghe marine emergevano scomposte dai crepacci del basamento. Oskar avrebbe voluto
pettinarle. Ma la mamma lo prese per mano e seguimmo i due uomini che parevano due scolaretti in
vacanza. A ogni passo il tamburo mi batteva contro il ginocchio; ma nemmeno qui volli lasciarmelo
prendere. La mamma indossava un leggero soprabito azzurro chiaro con risvolti color lampone. Con le
sue scarpe col tacco camminava a fatica sui blocchi di granito. Io portavo, come sempre ogni giorno di
festa, il mantello alla marinara dai bottoni d'oro con l'ancora. Cingeva il mio berretto da marinaio un
vecchio nastro della raccolta di cianfrusaglie di Gretchen Scheffler, con la dicitura "Sms Seydlitz," e
avrebbe sventolato se la giornata fosse stata ventosa. Matzerath teneva sbottonato il cappotto marrone.
Jan, elegante come sempre, portava un ulster col bavero di velluto.
A balzi giungemmo fino al semaforo in fondo al molo. Sotto il semaforo stava seduto un uomo
anziano con una giubba imbottita e un berretto da scaricatore in testa. Teneva accanto a sé un sacco per
patate scosso da continui improvvisi sobbalzi. L'uomo, che probabilmente abitava a Brösen o a
Neufahrwasser, teneva in mano la cima di una cordicella, di quelle per stendere ad asciugare il bucato.
La cordicella, avviluppata a tratti da erbe marine, spariva nell'acqua salmastra della Mottlau che lì alla
foce, ancora torbida e senza l'aiuto del mare aperto, s'infrangeva fiacca contro le pietre del molo.
Eravamo curiosi di sapere perché l'uomo col berretto di scaricatore stesse pescando con una
volgare corda da bucato e evidentemente senza galleggiante. La mamma glielo domandò con tono
bonariamente canzonatorio, chiamandolo zio. Lo zio sogghignò mostrando i suoi denti mozzi, neri di
tabacco e, senza spiegarsi oltre, sputò in acqua fra i blocchi di granito, coperti da catrame oleoso: uno
sputo compatto, lurido che si dondolò sulla brodaglia finché un gabbiano, planando, ed evitando
abilmente le pietre del molo, se lo portò via, seguito dal rauco grido di altri gabbiani.
Volevamo già andarcene perché sul molo faceva freddo, e anche il sole non serviva a niente,
quando l'uomo dal berretto di scaricatore cominciò a tirar su la fune. La mamma voleva andarsene lo
stesso. Ma Matzerath non voleva assolutamente muoversi. Anche Jan, il quale di solito
accondiscendeva a ogni desiderio della mamma, questa volta non volle accontentarla. Per Oskar era
indifferente rimanere o andare. Ma poiché nessuno si mosse, stetti a guardare anch'io. Mentre l'uomo
con lenti, ritmici movimenti, togliendo a ogni piglio della lenza le erbe marine rimastele intorno, se la
raccoglieva fra le gambe, mi accorsi che il mercantile, il quale nemmeno mezz'ora prima emergeva
appena, cambiando la rotta si dirigeva, molto basso sull'acqua, verso il porto. Se è così basso, pensò
Oskar, è certamente un naviglio svedese carico di minerale di ferro.
Poiché l'uomo si era levato pesantemente in piedi, distolsi lo sguardo dal piroscafo svedese.
"Be', mo' vediamo un po' che cosa che ha combinato." Disse questo, rivolto verso Matzerath, che non
capiva niente e stava molto attento. E ripetendo di continuo: "Be', mo'
vediamo un po...'," l'uomo continuò a tirare, ma sempre più a fatica, scese fra i massi di pietra
incontro alla fune, e allungando le mani verso l'acqua spumeggiante fra le rocce afferrò, spalancando le
braccia - la mamma non fece in tempo a volgere lo sguardo altrove -, cercò, afferrò più saldo, tirò su, e
gridando di far posto gettò su, fra di noi, qualcosa di massiccio e di grondante, una massa brulicante:
una testa di cavallo, una testa di cavallo fresca, come autentica, la testa di un cavallo nero, di un
morello dalla criniera scura, di un cavallo che forse ancora il giorno prima aveva nitrito; giacché marcia
non era, la testa, non puzzava, tutt'al più puzzava dell'acqua salmastra della Mottlau; ma tutto sul molo
odorava di salmastro.
Già l'uomo col berretto di scaricatore, che gli era scivolato sulla nuca, stava a gambe divaricate
sopra il pezzo di carcassa dal quale guizzavano come impazzite piccole anguille verdastre. Faceva
fatica a pigliarle, poiché le anguille sfuggono facilmente, tanto più sulla pietra bagnata e liscia. Inoltre
erano ricomparsi subito i gabbiani, con i loro gridi di gabbiani. Scesero arditamente in gruppi di tre o
quattro, afferrarono col becco qualche anguilla piccola o media; né si lasciarono scacciare poiché i
padroni del molo erano loro.
Tuttavia l'uomo, menando colpi e facendo di continuo gesti come per acchiapparli, riuscí a
ficcare nel sacco che Matzerath, servizievole come sempre, gli teneva aperto, almeno due o tre dozzine
di piccole anguille. Il quale Matzerath così non poté accorgersi che la mamma si era scolorita in volto e
aveva appoggiato la mano e poi il capo sulla spalla e sul bavero di velluto di Jan.
Ma quando le anguille di piccola e media grandezza furono riposte nel sacco e l'uomo, al quale
nella foga il berretto era scivolato a terra, cominciò a estrarne dalla testa della carogna di più grosse e
scure, la mamma dovette sedersi. E benché Jan tentasse di farle volgere il capo altrove, lei non volle
saperne e guardò imperterrita, con grossi occhi bovini, lo scaricatore che estraeva vermi.
"Be', che mo' vediamo," diceva ogni tanto sbuffando l'uomo.
"Bisogna bene che vediamo," e aprí a viva forza, aiutandosi con lo stivalone di gomma, la
bocca del cavallo, e gli introdusse tra le mascelle un pezzo di legno; cosicché si ebbe l'impressione che
il cavallo ridesse con tutta la dentiera giallastra. E quando poi lo scaricatore - solo allora vidi che aveva
la testa calva e a forma d'uovo - introdusse ambedue le mani nelle fauci del cavallo ed estrasse
addirittura due anguille in una volta, lunghe e grosse come un braccio, anche alla mamma si spalancò la
bocca: tutta la colazione la poveretta riversò sulle pietre del molo, caffellatte e pezzettini di bianco
d'uovo e filamenti di tuorlo e grumi di pan bianco; poi continuò con i conati ma non le uscí più nulla,
perché a colazione non aveva mangiato molto, dato che pesava troppo e voleva dimagrire a ogni costo
tentando diete d'ogni sorta, che però non riusciva a osservare - mangiava di nascosto - e soltanto alla
ginnastica del martedí con le donne naziste non volle rinunciare, anche se Jan e lo stesso Matzerath si
burlavano di lei quando col sacchetto sportivo andava a praticare insieme con le sue comari, in costume
di lucida stoffa blu, gli esercizi con le clave, ma senza dimagrire.
Anche quel giorno la mamma non si liberò che di forse mezza libbra e per quanto continuasse
nei suoi conati non riuscí a calare di più.
Non più venne, tranne un muco verdastro -, ma vennero i gabbiani.
Vennero appena la mamma cominciò a sputare, volteggiarono bassi, planarono, si azzuffarono
per la sua colazione, non temevano d'ingrassare, ed era impossibile scacciarli - e chi avrebbe potuto
scacciarli, se Jan Bronski aveva paura dei gabbiani e si copriva con le mani i begli occhi azzurri?
Nemmeno ad Oskar prestarono ascolto, a lui che fece rullare il tamburo contro il bianco stormo.
A nulla valse, e se mai li attrasse ancora di più. Matzerath poi non si prese affatto cura della mamma.
Si divertiva, e scimmiottando lo scaricatore faceva l'insensibile. E
quando l'uomo ebbe quasi finito, e come conclusione estrasse da un orecchio del cavallo ancora
una grossa anguilla, e con l'anguilla uscí un nauseante miscuglio di sostanza cerebrale, anche Matzerath
si sentí sconvolgere lo stomaco, ma ci tenne a fare l'indifferente.
Comperò dall'uomo, a un prezzo irrisorio, due anguille di media grandezza e due più grosse,
continuando a contrattare anche dopo.
Molto di più mi pacque il contegno di Jan Bronski. Pareva sul punto di piangere, eppure aiutò la
mamma ad alzarsi in piedi; cingendole la vita con un braccio e sorreggendola con l'altro, la condusse
via ed era buffo vederla allontanarsi così traballante di pietra in pietra sugli alti tacchetti, verso la
spiaggia, storcendosi a ogni passo la caviglia ma senza rompersi il malleolo.
Oskar rimase con Matzerath, e lo scaricatore, che si era rimesso in testa il berretto, ci spiegò
perché avesse riempito a metà il sacco col sale grosso. Nel sacco c'era sale perché nel sale le anguille si
sarebbero sbattute e sarebbero crepate, e perché il sale avrebbe assorbito il muco della loro pelle e delle
interiora. Perché quando le anguille sono nel sale non la smettono più di correre e si muovono finché
non sono morte lasciando il loro muco nel sale. Si procede così quando si vogliono affumicare, benché
sia proibito dalla polizia e dalla società zoofila; ma con le anguille non si devono avere tanti riguardi. E
come si potrebbe ottenere lo stesso effetto senza sale?
Poi le anguille morte si strofinano ben bene con torba asciutta, si appendono nel barile e si
fanno affumicare sopra un fuoco di legno di faggio.
Matzerath osservò che le anguille meritavano di venir messe nel sale, visto che loro si
cacciavano dentro la testa di una carogna. E
anche in cadaveri umani, aggiunse l'uomo. Specialmente dopo la battaglia dello Skagerrak,
dicono che le anguille erano belle grasse.
E l'altro giorno un medico della clinica mi ha raccontato di una donna maritata che aveva voluto
soddisfarsi con un'anguilla viva, ma l'anguilla le si è attaccata dentro, coi denti, e lei hanno dovuto
operarla e così non può più avere bambini.
Dopo aver chiuso il sacco, lo scaricatore se lo mise in spalla, così sussultante, si mise la corda
da bucato attorno al collo e si allontanò in direzione di Neufahrwasser, proprio mentre il mercantile
stava entrando in porto. Non era un naviglio svedese, bensí finlandese, di circa milleottocento
tonnellate, e non aveva un carico di ferro, ma di legname. Lo scaricatore evidentemente conosceva
alcuni marinai dell'equipaggio poiché levò delle grida e fece cenni di saluto verso quella rugginosa
carretta. Gli risposero nello stesso modo. Ma perché mai Matzerath si mettesse ad agitare la mano e ad
urlare, del tutto a sproposito, "Olà, voi della nave!" è una cosa che mi restò oscura. Nativo com'era
della Renania, di marineria non capiva niente e di finlandesi non ne conosceva. Ma era una sua vecchia
abitudine quella di agitare sempre la mano quando altri agitavano la mano, di gridare, ridere e
applaudire ogni volta che altri gridavano, ridevano, applaudivano. Per questo è entrato relativamente
presto nel Partito, quando non era ancora indispensabile e non rendeva nulla e gli portava via solo le
sue mattinate domenicali.
A passo lento Oskar seguí Matzerath e l'uomo di Neufahrwasser e il mercantile sovraccarico.
Ogni tanto mi voltavo a guardare, perché lo scaricatore aveva lasciato ai piedi del piccolo faro la testa
della carogna. Ma non si vedeva più la testa, perché un bianco stormo di gabbiani vi si era posato sopra.
Una bianca leggera macchia contro il verde bottiglia del mare. Una bianca nube appena formata, che in
ogni momento poteva levarsi leggera nell'aria, avviluppando di rochi gridi una testa di cavallo che non
nitriva, ma gridava.
Quando ne ebbi abbastanza, mi allontanai saltando dai gabbiani e da Matzerath, battendo col
pugno sul tamburo, sorpassai lo scaricatore che si era messo a fumare una corta pipa e raggiunsi
all'inizio del molo la mamma e Jan. Egli la teneva come prima, ma ora aveva insinuato una mano nel
soprabito di lei. Questo però, e anche che la mamma aveva una mano nella tasca di Jan, Matzerath non
poteva vederlo; poiché era ancora lontano dietro di noi e stava appunto avvolgendo in un foglio di
giornale raccolto fra le pietre del molo le quattro anguille che l'uomo aveva tramortito con un sasso.
Quando Matzerath ci raggiunse, agitò il pacchetto ed esclamò: "Uno e cinquanta voleva, ma io
gli ho dato solo un fiorino, e non un soldo di più."
La mamma, che aveva quasi riacquistato il suo colorito naturale e teneva di nuovo le mani al
posto loro, disse: "Non metterti in testa di farmi mangiare queste anguille. Di pesce non ne mangio più,
di anguille manco ne parliamo."
"Non fare tante storie, santo dio," replicò Matzerath ridendo: "sapevi pure che le anguille si
attaccano a roba così, e ne hai sempre mangiate. Vedrai, modestia a parte, che piatto ti preparo, con
tutti gli ingredienti e tanto di contorno."
Jan Bronski, che aveva tolto la mano dal soprabito della mamma, non disse nulla. E io continuai
a battere forte il tamburo, perché non ricominciassero con le anguille, finché arrivammo a Brösen.
Anche alla fermata del tram e poi nel rimorchio sul quale salimmo impedii agli adulti di parlare. Le
anguille rimasero abbastanza quiete. A Saspe si proseguí senza fermarsi perché il tram dalla città
aspettava già allo scambio. Poco dopo l'aeroporto, benché non cessassi di battere sul tamburo non potei
impedire a Matzerath di parlare della fame da lupo che aveva. La mamma non reagí, non badò a
nessuno di noi, finché Jan le offrí una delle sue "Regatta." Nel farsela accendere, infilata nel suo
bocchino d'oro, lei sorrise a Matzerath, poiché sapeva che non vedeva di buon occhio che fumasse in
pubblico.
Ciononostante, quando scendemmo sulla Max-Halbe-Platz, la mamma prese a braccetto
Matzerath e non, come m'ero aspettato, Jan. Questi camminava accanto a me tenendomi per mano,
mentre terminava di fumare la sigaretta della mamma.
Nel Labesweg le massaie cattoliche battevano ancora i loro tappeti.
Mentre Matzerath apriva la porta di casa vidi sulle scale la signora Kater, la quale stava al
quarto piano accanto al trombettiere Meyn.
Reggeva sulla spalla destra con le rosse poderose braccia un tappeto marrone arrotolato. Nella
cavità delle ascelle fiammeggiavano i suoi peli biondi salati e impiastricciati dal sudore. Il tappeto
oscillava avanti e indietro. Avrebbe potuto portare sulle spalle con eguale facilità un marito ubriaco; ma
il suo non era più in vita. Quando ci passò accanto con tutto il suo grasso in una vestaglia di lucido
taffetà nero, mi colpirono le sue esalazioni: ammoniaca, cetrioli e fenolo - doveva avere le sue regole.
Poco dopo sentii ricominciare nel cortile l'infernale battito di tappeti, che mi ricacciò nel chiuso
dell'abitazione, ma anche lì mi raggiunse; sinché per sottrarmi a quell'inferno mi accovacciai
nell'armadio dei vestiti in camera da letto, nel quale gli abiti invernali attutivano il peggio di quel
frastuono prepasquale.
Ma non fu soltanto la solerte battitappeti Kater a farmi cercare rifugio nell'armadio. La mamma,
Jan e Matzerath non si erano ancora levati i cappotti che già cominciarono a bisticciarsi per il pasto del
venerdí santo. Ma le anguille non costituirono l'unico argomento; anch'io fui tirato in ballo a proposito
della famosa caduta dalla scala della cantina: "La colpa è tua. No, è tua. Adesso preparo subito la zuppa
d'anguilla, e smettila di far storie. Fa' quello che vuoi, però niente anguille; in cantina ci sono
abbastanza cose in scatola, va' giù a prendere i funghi, ma chiudi la porta, che non succeda come l'altra
volta. Finiscila con 'ste storie, c'è anguille e basta, col latte, la senape, il prezzemolo e patate lesse, e
anche una foglia di alloro ci metto, e un chiodo di garofano. Lascia perdere, Alfred, se non le piace.
Non immischiarti anche tu, non le ho mica prese per niente, adesso le lavo e le pulisco, poi vediamo,
quando sono nel piatto, chi le mangia e chi non le mangia."
Matzerath scomparve in cucina sbattendo dietro di sé la porta, e lo si sentiva manipolare con
ostentata rumorosità. Forse stava uccidendo le anguille con un taglio in croce sulla testa, e la mamma,
la quale aveva una fantasia troppo vivace, dovette sedersi sull'ottomana, imitata subito da Jan Bronski;
e già i due si stringevano le mani bisbigliando in casciubico.
Mentre i tre adulti si erano così ripartiti nell'appartamento io non ero ancora nell'armadio, bensí
con loro nel tinello. Mi sedetti su un seggiolino per bambini vicino alla stufa di maiolica, facendo
dondolare le gambe. Ogni tanto Jan si volgeva verso di me e mi guardava fisso; capivo di essere di
troppo, benché molto quei due non potessero fare dal momento che si sentiva la minacciosa presenza di
Matzerath dietro la parete, invisibile ma ben chiara, con le anguille semivive brandite come una frusta.
Così si tenevano le mani, si tiravano e stringevano con venti dita e facevano scricchiolare le giunture, e
con questi rumori mi dettero il colpo di grazia. Non bastavano i colpi sui tappeti della Kater, che
provenivano sempre dal cortile? Non penetravano forse attraverso tutte le pareti, avvicinandosi pur
senza aumentare l'intensità?
Allora Oskar scivolò dal seggiolino, stette qualche istante accovacciato presso la stufa perché la
sua scomparsa non desse troppo nell'occhio, e come se pensasse soltanto al suo tamburo sgattaiolò via
oltre la soglia nella camera da letto.
Per evitare ogni rumore lasciai accostata la porta e dopo esser rimasto un momento in ascolto
constatai con soddisfazione che non mi richiamavano. Mi decisi per l'armadio poiché sotto il letto avrei
impolverato il mio delicato vestito blu alla marinara. Arrivai a stento col braccio teso fino alla chiave,
la girai, aprii i battenti a specchio e spinsi da parte con le bacchette del tamburo i cappotti e gli altri
indumenti invernali allineati sulle grucce. Per poter spostare quelli più pesanti dovetti salire sul
tamburo. Finalmente il vano fu abbastanza largo per permettere ad Oskar di infilarvisi dentro
rimanendo accovacciato. Benché un po' a fatica, riuscii anche ad accostare dal di dentro i battenti e a
fermarli incastrando fra di essi e lo stipite il lembo di uno scialle che trovai sul fondo dell'armadio: così
attraverso una fessura larga un dito potevo se necessario guardar fuori e avere aria sufficiente. Posi il
tamburo sulle ginocchia, ma non lo suonai, nemmeno in sordina, bensí rimasi passivo lasciandomi
avviluppare e pervadere dalle esalazioni di quei panni pesanti.
Ma mi sentivo bene lì dentro, fra quelle stoffe pesanti che respiravano appena e che mi
consentivano di raccogliere tutti i pensieri, di metterli insieme e dedicarli a un'immagine ideale che era
abbastanza ricca per accogliere quella dedica con gioia moderata e appena avvertibile.
Come sempre quando mi concentravo e vivevo secondo le mie capacità, lasciai vagare il
pensiero nell'ambulatorio del dottor Hollatz nel Brunschöferweg e godetti quella parte delle visite
settimanali che più mi interessava. Così non era tanto il medico che mi visitava con minuzia crescente
colui il quale pensavo, bensí l'infermiera Inge, la sua assistente. A lei sola era lecito spogliarmi e
vestirmi, misurarmi, pesarmi, eseguire gli esami; insomma tutti gli esperimenti che il dottor Hollatz
intraprendeva con me li compiva con correttezza ma anche con un po' di durezza la signorina Inge, la
quale ogni volta, e non senza una punta d'ironia, annunciava a Hollatz degli insuccessi, che lui
chiamava successi parziali. Raramente vedevo in faccia sorella Inge. Sul candore inamidato della sua
divisa di infermiera, sulla forma priva di peso che portava come cuffia, sulla semplice spilla con la
croce rossa posava il mio sguardo, e trovava pace il mio cuore di tamburino a tratti palpitante. Come
faceva bene star ad osservare le mutevoli pieghe del suo vestito professionale.
Possedeva poi sotto un corpo? Dal volto non più giovanile e dalle mani nodose anche se curate,
si capiva che la signorina Inge era pur sempre una donna. Tuttavia lei non possedeva un suo particolare
odore che le attribuisse una consistenza corporea simile a quella della mamma quando Jan o anche
Matzerath la scoprivano in mia presenza.
Sorella Inge odorava di sapone e di medicine spossanti. Quanto spesso mi è accaduto di venir
sopraffatto dal sonno mentre lei auscultava il mio piccolo corpo che credevano ammalato, da un
leggero sonno nato dal drappeggio del tessuto bianco, sonno avvolto in esalazioni di iodoformio, sonno
senza sogni; ma a volte mi pareva di vedere ingigantirsi in lontananza la sua spilla, diventare, che so,
una selva di bandiere, un rosseggiare di cime alpestri al tramonto o un campo di vividi papaveri, decisi
alla rivolta, contro chi? che ne so?
Contro pellirosse, ciliegie o emorragie nasali, contro creste di galli o globuli rossi raccolti in
riunione, finché il rosso occupante tutto il campo visivo forniva lo sfondo a una passione che se anche,
allora come oggi, mi appariva naturale, è impossibile a denominarsi, e che del resto la sola parola
"rosso" non vale a definire, e non serve allo scopo parlare di sangue dal naso, e anche una bandiera può
scolorirsi, e se tuttavia dico soltanto rosso, il rosso non vuole e rivolta il suo mantello: nero, ecco la
Cuoca Nera, mi spaventa in giallo, m'inganna in azzurro, all'azzurro non credo, non mi mente, non mi
rende verde: verde è la bara in cui divento erba, il verde mi copre, da verde sono bianco: mi battezza in
nero, il nero mi spaventa in giallo, il giallo m'inganna in azzurro, all'azzurro non credo, verde, il verde
sboccia in rosso, rossa era la spilla di sorella Inge, una croce rossa lei portava, e precisamente appuntata
al colletto della divisa d'infermiera. Ma non a lungo durava quella rappresentazione cromaticamente del
tutto uniforme, e così neanche allora nell'armadio.
Un gran vociare proveniente dal tinello mi giunse all'orecchio, e mi destò; poiché pensando alla
signorina Inge ero appena caduto in uno stato di dormiveglia. Digiuno e con la lingua impastata, il
tamburo sulle ginocchia, stavo accoccolato sotto cappotti d'inverno di varie fogge, fiutavo l'odore
dell'uniforme di Matzerath, avevo accanto il cinturone, la cinghia a tracolla col gancio per la carabina,
non trovavo nulla che mi ricordasse le ricche pieghe di una bianca divisa da infermiera. Mi pendevano
addosso lane comuni e lane pettinate, tessuti di grisaglia e di flanella, allineata sopra di me la moda dei
vari copricapi degli ultimi quattro anni, ai miei piedi scarpe e scarpette, lucidi gambali, tacchi, suole
lisce e chiodate, come a Oskar consentiva di vedere uno spiraglio di luce dall'esterno; perciò ora gli
rincresceva di aver lasciata aperta una fessura fra i battenti dell'armadio.
Quale spettacolo avrebbero potuto offrirmi quelli di là nel tinello? Forse Matzerath aveva
sorpreso i due sul divano, quantunque propendessi a scartare questa ipotesi poiché, come nello skat, Jan
si conservava sempre un margine di prudenza. Più probabile era - e infatti risultò poi essere così - che
Matzerath avesse messo sul tavolo del tinello la grande zuppiera da minestra piena di zuppa preparata
con le anguille uccise, ripulite, accuratamente lavate, bollite, drogate e assaggiate, da servire insieme a
patate lesse; e poiché nessuno voleva prendere posto al tavolo, avesse osato fare l'elogio della sua
pietanza, enumerando, come a recitare una preghiera, tutti gli ingredienti usati secondo la sua speciale
ricetta. La mamma gridava. Gridava in casciubico, parlata che Matzerath non capiva né poteva soffrire,
e tuttavia doveva adattarsi ad ascoltare; e certo comprese che cosa lei intendesse dire; poiché non
poteva essere questione che delle anguille e, come sempre quando la mamma alzava la voce, c'entrava
anche la mia caduta dalle scale della cantina. Matzerath ribatteva. Conoscevano bene le loro parti.
Jan faceva obiezioni. Senza di lui non c'era commedia. Infine il secondo atto: la mamma apriva
sbattendo il coperchio della tastiera del pianoforte; senza note, a memoria, ambedue i piedi sui pedali,
giù con impeto il coro del Franco cacciatore: "Che cosa mai eguaglia in terra." D'uno tratto, nel bel
mezzo dell'hallalí, altra sbattuta del coperchio del pianoforte, via dai pedali, rumoroso rovesciarsi del
seggiolino, i passi della mamma che viene, è già in camera da letto; ancora uno sguardo di sfuggita
negli specchi dell'armadio e si gettò bocconi di traverso sul letto matrimoniale, sotto il baldacchino
celeste - lo intravedevo attraverso la fessura - e pianse torcendosi le mani con esuberanza di dita, come
la Maddalena penitente della stampa a colori nella cornice d'oro sulla testata del sacrario coniugale.
Per un po' sentii soltanto il pianto soffocato della mamma, il lieve scricchiolio del letto, un
borbottare sommesso nella camera accanto. Jan tranquillizzava Matzerath. Matzerath pregava Jan di
tranquillizzare la mamma. Il mormorio si spense, Jan entrò in camera da letto. Atto terzo: Jan, in piedi
davanti al letto, contemplava ora la mamma ora la Maddalena penitente; si sedette con precauzione
sull'orlo del letto, e accarezzò la schiena e il sedere della mamma, coricata sulla pancia, parlandole con
voce persuasiva in casciubico, e infine, poiché le parole non servivano più, le insinuò la mano sotto le
gonne, finché lei cessò di piagnucolare e Jan poté distogliere lo sguardo dalle molte dita della
Maddalena. Bisognava vedere come Jan, compiuta l'opera, si alzò asciugandosi le dita nel fazzoletto, e
poi, non più in casciubico, si rivolse alla mamma a voce alta e sillabando le parole affinché Matzerath
potesse sentire dal tinello o dalla cucina: "Su Agnes, lasciamo perdere 'sta storia.
Alfred ha portato via da un pezzo le anguille e le ha gettate nel gabinetto. Adesso ci facciamo
una bella partitina di skat, magari con la posta di un soldo; poi, quando sarà finita, Alfred ci fa una
bella frittata con funghi e patatine fritte."
La mamma non disse nulla, si voltò e scivolò giù dal letto, raddrizzò il piumino giallo con
rapidi gesti, si mise a posto la pettinatura davanti a uno degli specchi dell'armadio e dietro a Jan uscí
dalla camera. Ritirai l'occhio dalla fessura e sentii che stavano mescolando le carte. Piccole risatine
trattenute, Matzerath alzò le carte, Jan le distribuí. Credo che fu Jan a invitare Matzerath. Matzerath
passò già con ventitré. Allora la mamma invitò Jan fino a trentasei, allora anche lui dovette accusare, e
la mamma giocò un "grand" che perdette per poco. Il quadri successivo lo vinse Jan, mentre la mamma
s'intascò il colpo seguente, una mano di cuori senza due.
Sicuro che la partita di skat in famiglia, brevemente interrotta dalla frittata con funghi e patate
fritte, sarebbe durata fino a tarda ora, quasi non stetti più ad ascoltare l'ulteriore svolgimento e tentai
invece di rivolgere di nuovo il pensiero all'infermiera Inge e alla sua bianca divisa, conciliante il sonno.
Ma indugiando nell'ambulatorio del dottor Hollatz, le immagini tornarono a confondermisi. Non
soltanto perché verde, azzurro, giallo e nero turbavano di continuo il campo rosso della spilla da
crocerossina, ma anche gli eventi del mattino si affollavano ora frammezzo: ogni volta che si apriva la
porta dell'ambulatorio e mi aspettavo di vedere l'infermiera Inge, non la sua pura e bianca divisa mi si
offriva allo sguardo, bensí lo scaricatore sotto il piccolo faro del molo di Neufahrwasser intento ad
estrarre anguille dalla testa grondante e brulicante della carogna di cavallo, e ciò che di bianco vedevo e
volevo attribuire all'infermiera Inge era ali di gabbani che in quell'istante, ingannevoli, coprivano la
testa della carogna e le anguille, finché si apriva di nuovo la ferita che però non sanguinava, non
diffondeva il rosso, ma nero era il morello, verde bottiglia il mare, qualche chiazza di ruggine
immetteva nel quadro il mercantile finlandese carico di legname, e i gabbiani - non voglio più sentir
parlare di colombi - circondavano, nube bianca, la vittima, sfioravano la superficie del mare con la
punta delle ali e gettavano un'anguilla alla signorina Inge, che le afferrava al volo, le faceva festa e
diventava un gabbiano, prese una forma sempre più precisa, non di una colomba, ma tuttavia di Spirito
Santo, e poi in quella forma che qui si chiama di gabbiano cala come una nube sulla carne e festeggia la
Pentecoste.
Stanco di quella fatica, rinunciai all'armadio, spinsi controvoglia i battenti, abbandonai la mia
scatola e mi vidi immutato negli specchi, contento però di non sentire più la signora Kater battere i
tappeti. Il venerdí santo era finito per Oskar, ma il tempo della passione doveva cominciare appena
dopo Pasqua.

La bara che si restringe verso i piedi


Ma anche per la mia mamma dopo quel venerdí santo della testa di cavallo brulicante di
anguille, dopo le feste pasquali che trascorremmo con i Bronski presso la nonna e lo zio Vinzent nella
quieta campagna di Bissau, doveva cominciare un periodo di sofferenze che nemmeno il bel tempo di
maggio valse ad alleviare.
Non corrisponde al vero che Matzerath avesse costretto la mamma a mangiare di nuovo pesce.
Fu lei che spontaneamente, posseduta da una volontà enigmatica, neanche due settimane dopo Pasqua
cominciò a divorare pesce in tali quantità, senza preoccuparsi della sua linea, che Matzerath le disse un
giorno: "Ma chi ti obbliga a mangiare tutto questo pesce!"
Cominciava con le sardine all'olio a colazione, due ore dopo, se non c'erano clienti in negozio,
piombava su un bariletto con acciughe affumicate di Bohnsack, per pranzo voleva sogliole fritte o
baccalà in salsa piccante, nel pomeriggio maneggiava di nuovo l'apriscatole: anguille in gelatina,
aringhe marinate e acciughe salate sott'olio, e se Matzerath si rifiutava di preparare per cena ancora
pesce fritto o bollito, senza scomporsi né perdersi in discussioni si alzava da tavola, ritornando poco
dopo dal negozio con un pezzo di anguilla affumicata, e noi si perdeva l'appetito poiché col coltello
raschiava tutto il grasso dentro e fuori la pelle, e in genere col coltello mangiava soltanto il pesce. Di
conseguenza era costretta a vomitare più volte al giorno. Matzerath, preoccupato e sconcertato, le
domandava: "Ma che sei incinta, o che cos'hai?"
"Non dire scemenze," gli rispondeva la mamma, se pur rispondeva qualche cosa. E quando una
domenica comparvero in tavola anguille in verde nuotanti nel burro insieme con patate nuove, la nonna
Koljaiczek, battendo con la mano fra le stoviglie, esclamò: "E parla una buona volta, Agnes; cosa ti
ostini a mangiare sempre pesce, che non lo tieni giù, e non dici cos'hai e stai come un mummia."
La mamma scosse soltanto il capo, spinse da parte le patate, immerse l'anguilla nel burro e la
mangiò imperterrita, come se non volesse mancare a una solenne promessa. Jan Bronski non disse
nulla.
Un giorno che sorpresi i due sull'ottomana, avevano gli abiti scomposti e si tenevano come di
consueto per le mani, ma rimasi colpito dagli occhi arrossati dal pianto di Jan e dall'apatia della
mamma, che subito però si trasformò nel suo contrario. Saltò su, mi afferrò, mi sollevò, mi strinse e mi
rivelò un abisso che nulla poteva colmare, neppure quantità impressionanti di pesce fritto, bollito, in
scatola e affumicato.
Pochi giorni dopo in cucina la vidi non solo buttarsi sulle solite, maledette sardine sott'olio, ma
bere anche l'olio rimasto in parecchie vecchie scatole che aveva messo da parte e riscaldato sul gas,
mentre a me che ero rimasto sulla porta cadevano le mani dal tamburo.
Già la stessa sera la mamma dovette venir ricoverata all'ospedale.
Mentre si aspettava l'ambulanza, Matzerath con le lacrime agli occhi le diceva: "Ma perché non
vuoi avere il bambino? Cos'importa di chi è. O non è mica ancora per via della testa del cavallo? Non ci
fossimo mai andati! Ma adesso dimenticala, Agnes, non l'ho mica fatto apposta."
Arrivò l'ambulanza; la mamma vi fu adagiata. Davanti al portone si era radunato un folto
gruppo di curiosi: bambini e adulti, e l'ambulanza partí, e doveva risultare che la mamma non aveva
dimenticato né il molo né la testa di cavallo, che portava dentro di sé il ricordo del cavallo - si fosse
chiamato Fritz o Hans. I suoi organi si ricordavano con dolorosa chiarezza della passeggiata del venerdí
santo, e per paura che la passeggiata si ripetesse fecero morire la mamma, che era dello stesso parere
dei propri organi.
Il dottor Hollatz aveva diagnosticato itterizia e intossicazione da pesce. All'ospedale si accertò
la mamma era nel terzo mese di gravidanza. Le fu assegnata una camera singola. Per quattro giorni, noi
che potevamo andare a visitarla vedemmo che il suo volto nauseato, contratto da spasimi, e che tuttavia
ogni tanto mi sorrideva.
Anche se si sforzava di procurare qualche istante di serenità ai suoi visitatori come oggi anch'io
mi sforzo di apparire gaio agli amici che vengono a trovarmi in manicomio, non poteva impedire che
un ricorrente conato di vomito scuotesse senza tregua il suo corpo che cedeva lentamente, sebbene
null'altro emettesse se non, dopo quattro giorni di quella penosa agonia, il po' di fiato che ognuno deve
rendere per ottenere il certificato di morte.
Ci sentimmo tutti sollevati quando alla mamma nulla poté più provocare quei conati di vomito
che avevano sfigurato tanto il suo bel volto. Appena giacque, lavata, nella camicia mortuaria, ci mostrò
di nuovo il suo viso familiarmente rotondo, ingenuamente astuto. La capo-infermiera le chiuse gli occhi
perché Matzerath e Jan Bronski piangevano ed erano accecati dalle lacrime.
Io non potevo piangere, perché tutti gli altri, i due uomini e la nonna, Hedwig Bronski e
Stephan, ormai prossimo ai quattordici anni, piangevano.
Né la morte della mamma mi sorprese. Infatti Oskar aveva avuto l'impressione,
accompagnandola il giovedí nella sua città vecchia e il sabato alla chiesa del Sacro Cuore, che già da
anni si adoperasse con zelo a trovare il modo di sciogliere il triangolo in modo tale che su Matzerath,
che lei probabilmente odiava, gravasse la colpa della sua morte e che Jan Bronski, il suo Jan, potesse
continuare a prestar servizio presso la posta polacca, rimuginando pensieri come questo: è morta per
me, non voleva essermi d'impaccio e si è sacrificata.
Nonostante tutto lo spirito calcolatore di cui ambedue, la mamma e Jan, erano capaci quando si
trattava di trovare per il loro amore un letto indisturbato, mostravano pure una tendenza al lato
romantico: si poteva, volendo, ravvisare in essi Romeo e Giulietta o quei due giovani, figli di re, che a
quanto si dice non potevano incontrarsi perché li separava un'acqua troppo profonda.
Mentre la mamma, che aveva ricevuto in tempo l'estrema unzione, giaceva fredda a immobile
sotto le preghiere del prete, trovai tempo e modo di osservare le infermiere, ch'erano per lo più di
religione protestante. Tenevano giunte le mani in modo diverso dai cattolici, direi quasi con maggior
consapevolezza di sé, recitavano il Padre nostro usando qualche parola diversa dal testo originale
cattolico e non facevano il segno della croce come la nonna Koljaiczek, come i Bronski e anche come
me. Matzerath, mio padre - occasionalmente lo chiamo così, benché fosse solo il mio presunto genitore
-, non pregava tenendo, come i suoi correligionari protestanti, le mani incrociate sul petto, ma faceva
oscillare da una religione all'altra le dita intrecciate all'altezza del sesso, ed evidentemente si
vergognava di mostrarsi in atto di pregare. Mia nonna si inginocchiò accanto a suo fratello Vinzent
davanti al letto della morta, pregando a voce alta e senza inibizioni in casciubico, mentre lui muoveva
soltanto le labbra, probabilmente in polacco, sgranando in compenso gli occhi pieni di mistici
accadimenti. Mi sarebbe piaciuto suonare il tamburo; non dovevo forse alla povera mamma tutte quelle
latte bianche e rosse?
Era stata lei che, per controbilanciare i desideri di Matzerath, mi aveva promesso quando ero
ancora nella culla un tamburo di latta, era stata spesso la sua bellezza, specialmente quando la mamma
era ancora snella e non aveva ancora bisogno di fare ginnastica, ad ispirare la mia arte di tamburino.
Infine non seppi più dominarmi e nella camera ardente della mamma ancora una volta detti forma sul
mio tamburo all'immagine ideale della sua bellezza dagli occhi grigi, e mi meravigliai che fosse
Matzerath a prendere le mie difese contro l'immediata protesta della capo infermiera, sussurrandole:
"Lo lasci fare, sorella: erano così attaccati."
La mamma sapeva essere molto gaia. La mamma sapeva essere molto ansiosa. La mamma
sapeva dimenticare presto. La mamma aveva tuttavia buona memoria. La mamma mi metteva alla
porta, eppure era solidale con me.
Talvolta io perdevo la mamma, ma il suo istinto mi ritrovava.
Quando mandavo in pezzi i vetri, la mamma li incollava col mastice.
Talvolta si piazzava sul suo torto e non si smuoveva più anche se intorno c'erano sedie. Anche
quando la mamma si abbottonava, per me rimaneva accessibile. La mamma temeva le correnti d'aria, e
tuttavia non smetteva di fare vento. Viveva sulle spese, e pagava malvolentieri le tasse. Io ero il
rovescio del suo coperchio. Quando giocava una mano di cuori, la mamma vinceva sempre. Quando la
mamma morí le fiamme rosse della fascia del mio tamburo impallidirono; ma la bianca lacca divenne
ancora più bianca e così abbagliante che perfino Oskar talvolta doveva chiudere gli occhi.
Non nel cimitero di Saspe seppellirono la mia povera mamma, come lei aveva talvolta
vagheggiato, bensí nel quieto piccolo camposanto di Brenntau. Lì riposava anche il suo patrigno, il
fabbricante di polveri Gregor Koljaiczek, morto di febbre spagnola nel diciassette.
Nel corteo funebre, numeroso com'è comprensibile per la sepoltura di una benvoluta negoziante
di generi coloniali, non c'erano soltanto i clienti abituali, ma anche i rappresentanti di commercio di
diverse ditte fornitrici e perfino i suoi concorrenti, quali il negoziante di prodotti coloniali Weinreich e
la signora Probst, proprietaria del negozio di generi alimentari nella Hertastrasse. La cappella del
cimitero di Brenntau non poté accogliere tutti. Nell'aria era diffuso un odore di fiori e di vestiti neri
tratti dalla naftalina. Nella bara aperta la mia povera mamma mostrava un viso terreo, sofferente.
Durante la complicata cerimonia non potei liberarmi dall'impressione che fosse sul punto di
sollevare la testa, che ancora una volta dovesse vomitare qualche cosa che voleva uscire dal suo corpo:
non soltanto il feto di tre mesi che, come me, sapeva a quale padre dovesse gratitudine, non è solo lui
che vuole uscire e, come Oskar, chiedere un tamburo; in lei c'è ancora del pesce - pensavo - non certo
sardine sott'olio, né si può parlare di sogliole, parlo di un residuo di anguilla, di alcuni filamenti
verdastri di carne di anguilla, anguilla della battaglia nello Skagerrak, anguilla del molo del porto di
Neufahrwasser, anguilla del venerdí santo, anguilla guizzata fuori dalla testa del cavallo, magari
anguilla uscita da suo padre Joseph Koljaiczek, che capitò sotto la zattera e diventò preda delle
anguille, anguilla della tua anguilla, perché tutto quello che è anguilla ritorna anguilla...
Ma non ci fu nessun conato di vomito. La mamma tenne in sé, prese con sé, volle portare sotto
terra l'anguilla, perché vi fosse finalmente pace.
Allorché i necrofori posero mano al coperchio della bara e vollero coprire il volto non meno
risoluto che disgustato della mia povera mamma, Anna Koljaiczek si aggrappò alle braccia dei due
uomini, si gettò, calpestando i fiori davanti alla bara, sul cadavere della figlia, pianse levando alte grida
in casciubico, e strappò le ricche rifiniture bianche del feretro.
Molti dissero più tardi che aveva maledetto il mio presunto padre Matzerath chiamandolo
assassino di sua figlia. Che aveva anche ricordato la mia caduta dalla scala della cantina. Lei accettò
questa versione della mamma, e costrinse Matzerath a non dimenticare la sua presunta colpa della mia
presunta disgrazia. Né cessò mai di accusarlo, benché egli, nonostante i suoi sentimenti politici, la
venerasse quasi suo malgrado, e durante gli anni della guerra la rifornisse di zucchero e di miele
artificiale, di caffè e di petrolio.
Il verduraio Greff e Jan Bronski, che singhiozzava forte come una donna, allontanarono mia
nonna dalla bara. Gli uomini poterono chiudere il coperchio e mostrare finalmente quei volti che i
necrofori fanno sempre quando sollevano sulle spalle la bara.
Nel cimitero semirurale di Brenntau, coi due campi ai lati del viale di olmi, con la sua
cappelletta che sembrava una figurina di cartone per il presepio, col suo pozzo e gli uccelli cinguettanti
vivacemente, sul viale accuratamente rastrellato del cimitero, camminando subito dietro a Matzerath
che apriva il mesto corteo, per la prima volta mi piacque la forma di una bara. In seguito ho avuto
ancora spesso occasione di far scivolare lo sguardo sul legno nero o bruno adoperato per scopi estremi.
La bara della mia povera mamma era nera. E convergeva, in un modo meravigliosamente armonioso,
verso i piedi. C'è altra cosa al mondo la cui linea si adegui in modo così perfetto alle proporzioni della
figura umana?
Potessero avere anche i nostri letti questa forma che si restringe verso il fondo! Vorrei che
anche tutti i nostri giacigli, abituali e occasionali, fossero così nettamente rastremati dalla parte dei
piedi. Giacché, per quanto divarichiamo le gambe, i piedi dispongono solo di questa stretta base che,
partendo dall'ampiezza richiesta da testa, spalle e tronco, va restringendosi verso la loro estremità.
Matzerath seguiva il feretro da vicino. Teneva in mano il cilindro e, benché affranto dal dolore,
si sforzava di camminare eretto. Ogni volta che vedevo la sua nuca lo commiseravo: l'occipite
prominente, e i due tendini che gli crescevano dal colletto verso la radice dei capelli.
Perché fu mamma Truczinski a prendermi per mano, e non GretchenScheffler o Hedwig
Bronski?
Abitava al secondo piano della nostra casa e non doveva avere un nome di battesimo poiché
tutti la chiamavano soltanto mamma Truczinski.
Davanti alla bara il reverendo Wiehnke con chierichetti e fumo d'incenso. Il mio sguardo
andava dalla nuca di Matzerath a quelle dei necrofori, solcate di rughe profonde. Ero pervaso da un
selvaggio desiderio che sentivo di dover dominare: sulla bara voleva salire Oskar, voleva starci sopra a
tambureggiare. Non sulla latta, ma sul legno della bara, con le bacchette. Mentre quelli la portavano
oscillante, lui voleva cavalcarla. Mentre quelli dietro a lui recitavano preghiere facendo eco a quelle del
reverendo, Oskar intendeva dirigerli al ritmo del tamburo. Quando lo avrebbero deposto con la bara
sopra la fossa, su travi e funi, Oskar voleva rimanere imperterrito sul legno. Quando il prete avrebbe
recitato le ultime preghiere, con incenso, scampanellii e aspersione di acqua santa, egli voleva battere
sul legno il suo latino e continuare finché insieme con la bara lo avessero calato giù sulle corde.
Insieme con la mamma e col feto che lei portava in grembo Oskar voleva scendere nella fossa.
Rimanere là sotto mentre i superstiti gettavano sulla bara manciate di terra, non risalire voleva Oskar,
rimanere seduto sul fondo rastremato della bara e suonare il suo tamburo voleva, se possibile sotto
terra, finché gli fossero cadute di mano anche le bacchette, finché il legno sotto le bacchette, finché la
sua mamma per lui, finché lui per lei, finché tutti, uno per amore dell'altro, fossero marciti e ciascuno
avesse reso la propria carne alla terra e ai suoi abitatori; perfino con le sue ossa Oskar avrebbe voluto
trarre in luce col tamburo le delicate cartilagini del feto, se ciò fosse stato possibile e lecito.
Ma nessuno sedette sulla bara. Nuda essa ondeggiava procedendo sotto gli olmi e i salici
piangenti del cimitero di Brenntau. I polli del custode, dalle piume screziate, razzolavano fra le tombe
beccando vermi, senza aver seminato, eppur raccogliendo. Poi ancora avanti fra le betulle. Io dietro a
Matzerath, sempre tenuto per mano da mamma Truczinski, subito dietro a me mia nonna, sorretta da
Greff e Jan, Vinzent Bronski al braccio di Hedwig, la piccola Marga e Stephan davanti agli Scheffler,
tenendosi per mano. Seguivano l'orologiaio Laubscad, il vecchio Heilandt, il suonatore di tromba
Meyn, senza il suo strumento e relativamente sobrio.
Solo quando tutto fu terminato e i conoscenti cominciarono a fare le condoglianze, notai
Sigismund Markus. Vestito a lutto e impacciato si fece avanti con quelli che volevano stringere la
mano e mormorare qualcosa a Matzerath, a me, alla nonna e ai Bronski. Vidi Alexander Scheffler
rivolgergli la parola, ma non compresi sulle prime che cosa volesse da lui. Si conoscevano appena, se
pur si conoscevano. Anche il musicista Meyn parlò al negoziante di giocattoli. Stavano dietro a una
siepe di quella pianta che lascia il color verde e sa di amaro se la si sfrega fra le dita. La signora Kater e
sua figlia Susi cresciuta troppo in fretta, che ridacchiava dietro il fazzoletto, stavano giusto facendo le
loro condoglianze a Matzerath, e non vollero fare a meno di accarezzarmi la testa. Sentii voci dietro la
siepe, che rimasero però incomprensibili. Il suonatore Meyn, premendo l'indice sul vestito nero di
Markus, lo andava spingendo indietro; afferrò poi Sigismund per il braccio, e Scheffler gli infilò il suo
sotto l'altro, sorreggendolo tuttavia ambedue perché Markus, che continuava a retrocedere, non
inciampasse nei recinti delle tombe, e lo spinsero fino al viale principale e lì gli mostrarono dove era il
portone del cimitero. Quello parve ringraziare per l'informazione e si avviò lesto verso l'uscita,
rimettendosi in testa il cilindro e senza più voltarsi, benché si sentisse seguito dallo sguardo di Meyn e
del fornaio.
Né Matzerath né mamma Truckzinski notarono che mi sottraevo a loro e all'unanime cordoglio.
Fingendo di dover soddisfare un suo bisogno, Oskar sgusciò via dietro la fossa, passò davanti al
becchino e al suo garzone, si mise a correre senza riguardi per l'edera, e sul viale di olmi raggiunse
Sigismund Markus ancora prima dell'uscita.
"Oh, guarda l'Oskar!" esclamò lui meravigliato. "E mi dici perché ce l'hanno con questo povero
Markus? Che gli ha fatto di male che lo trattano così?"
Non sapevo che cosa avesse fatto Markus, lo presi per la mano madida di sudore, lo condussi
fuori del cancello di ferro battuto del cimitero, ch'era aperto, e appena usciti, lui il custode dei miei
tamburi, io il tamburino, forse anche il suo tamburino, ci imbattemmo in Schugger Leo, il quale, come
noi, credeva al paradiso.
Markus lo conosceva poiché Leo era assai noto in città. Anch'io avevo sentito parlare di lui,
sapevo che, quando frequentava ancora il seminario, in una bella giornata di sole il mondo, i
sacramenti, le confessioni, il paradiso e l'inferno, la vita e la morte gli avevano talmente sconvolto il
cervello che da allora gli era rimasta un'immagine del mondo distorta ma tuttavia perfettamente
luminosa.
Il mestiere di Schugger Leo era di aspettare dopo i funerali - e lui era al corrente di ogni decesso
-, di aspettare in un frusto, sgualcito abito nero e in guanti bianchi l'uscita dal cimitero dei partecipanti
alle esequie. Markus e io capimmo subito che era lì, davanti al cancello del cimitero di Brenntau, per
ragioni professionali, in attesa di farsi incontro al gruppo dei reduci dal funerale col guanto
premurosamente compunto, gli occhi contrastati color acqua e la bocca che biascicava sempre qualche
cosa.
Era un serena giornata di maggio, piena di sole. Siepi e alberi pieni di uccelli. Galline
schiamazzanti, che per e con le loro uova simboleggiavano l'immortalità. Ronzio di insetti nell'aria.
Ovunque fresche pennellate di verde senza polvere. Il logoro cilindro nella sinistra, Schugger Leo
venne incontro a Markus e a me con passo lieve, danzante, perché realmente toccato dalla grazia, e ci
stese cinque dita di guanto ammuffito, stette un attimo curvo verso di noi, come se lo investisse il vento
(ma non soffiava nemmeno un alito), chinò la testa da un lato, e quando Markus pose, prima esitando e
poi fermamente, la propria mano nuda nella stoffa prensile, balbettò tra fili di saliva; "Che splendida
giornata. Ora lei è là, dove tutto è così a buon mercato. Avete visto il Signore? Habemus ad Dominum.
Ci è passato davanti e aveva fretta. Amen."
Ripetemmo amen e anche Markus confermò che il tempo era magnifico, e ammise anche di
aver visto il Signore.
Dietro a noi sentivamo avvicinarsi dal cimitero la ronzante comitiva dei partecipanti alle
esequie. Markus liberò la sua mano dal guanto di Leo, trovò ancora il tempo per dargli una mancia, mi
rivolse uno sguardo stile Markus e si affrettò, come se fosse inseguito, verso il taxi che lo attendeva
davanti alla posta di Brenntau.
Mentre seguivo con lo sguardo la nuvola di polvere che nascondeva la vettura di Markus in
fuga, mamma Truczinski mi prese di nuovo per mano. Stavano arrivando dal cimitero a gruppi e
gruppetti. Schugger Leo fece a tutti le sue condoglianze, osservando quanto fosse bello il tempo,
domandò a ognuno se avesse visto il Signore e ricevette come al solito mance più o meno generose o
nessuna affatto. Matzerath e Jan Bronski pagarono i necrofori, il becchino, il custode e il reverendo
Wiehnke che sospirando imbarazzato si lasciò baciare la mano da Schugger Leo e fece dei gesti di
benedizione verso gli intervenuti mentre lentamente si disperdevano.
In un avvallamento c'era il podere di Vinzent Bronski. Davanti, pioppi che fungevano di
parafulmini. Levarono dai cardini la porta del fienile, la posero su traverse di legno e vi stesero delle
tovaglie. Venne anche gente del vicinato. Il banchetto esigeva un certo tempo. Ci mettemmo a tavola
sull'entrata del fienile. Gretchen Scheffler mi teneva in grembo. Il cibo era grasso, poi dolce, poi di
nuovo grasso, un'oca e un porcellino, birra e acquavite di patate, un pasticcio dolce con salsicce,
cocomeri in agrodolce, budino con panna acida, verso sera un po' d'aria nel fienile aperto rumore di
topi, e fuori le grida dei bambini dei Bronski che coi monelli del vicinato davano l'assalto alla fattoria.
Con le lampade a petrolio comparvero in tavola anche le carte dello skat. Rimase l'acquavite di
patate. C'era anche un liquore all'uovo fatto in casa, che diffuse allegria. Greff, che non beveva, cantò
alcune canzoni. Anche i casciubi cantarono. Matzerath fu il primo a dare le carte, Jan il secondo, il
capomastro della fornace di mattoni il terzo. Appena ora mi resi conto che mancava la mia povera
mamma.
Giocarono fino a notte avanzata, con alterna fortuna, ma nessuno degli uomini riuscí a vincere
una mano di cuori. Jan Bronski perdette inspiegabilmente un cuore senza quattro fanti, lo sentii
sussurrare a Matzerath: "Questa, Agnes l'avrebbe certamente vinta."
Allora scivolai giù dal grembo di Gretchen Scheffler e fuori trovai la nonna e suo fratello
Vinzent. Erano seduti sul timone di un carro.
Vinzent parlava a mezza voce, alle stelle, in polacco. La nonna, che non aveva più lacrime, mi
accolse sotto le sue gonne.
Chi mi prende oggi sotto le gonne? Chi mi spegne la luce del giorno e quella delle lampade?
Chi mi fa sentire l'odore di quel burro giallognolo e liquefatto, lievemente rancido, che mia nonna
deponeva, accumulava, conservava sotto le sue gonne e mi offriva per farmi piacere?
Mi addormentai sotto le quattro gonne, vicinissimo alle origini della mia povera mamma, ed
ebbi, come lei, un profondo silenzio intorno, anche se il silenzio respirava, non come lei nella sua cassa
che armoniosamente convergeva verso i piedi.

La schiena di Herbert Truczinski


Niente può sostituire una madre, si dice. Già poco tempo dopo ch'era stata data sepoltura alla mia
povera mamma cominciai a sentire sempre più la sua mancanza. Vennero a mancare le visite del
giovedí da Sigismund Markus, nessuno mi condusse più dalla bianca divisa di sorella Inge, e
specialmente i sabati mi facevano dolorosamente risentire la morte della mamma: la mamma non
andava più a confessarsi.
Lontano da me rimanevano quindi la città vecchia, l'ambulatorio del dottor Hollatz, la chiesa
del Sacro Cuore. Non avevo più voglia di assistere a pubbliche manifestazioni. E come avrei ancora
potuto adescare passanti davanti alle vetrine se persino la professione di tentatore aveva perduto ogni
fascino e attrattiva perOskar? Non c'era più una mamma che mi conducesse a teatro a vedere la fiaba di
Natale, oppure al circo Krone o al circo Busch. Con tenace perseveranza, quasi con rabbiosa
ostinazione perseguivo in solitudine i miei studi.
Per le dritte strade del sobborgo mi recavo, triste e di malavoglia, nel Kleinhammerweg; andavo
a trovare Gretchen Scheffler la quale mi raccontava di crociere K d F nelle favolose regioni del sole di
mezzanotte, mentre io, imperturbabile, istituivo confronti fra Goethe e Rasputin, senza mai venire a
capo di nulla, per cui desistevo da queste appassionanti quanto cupe meditazioni dedicandomi per lo
più a studi storici. Una lotta per la conquista di Roma, la Storia della città di Danzica di Kaiser, gli
Annali della marina di Köhler, le mie vecchie opere standard, mi procurarono una semi-cultura
enciclopedica. Così ancor oggi sono in grado di darvi esatte indicazioni sulle navi da guerra che presero
parte alla battaglia navale nello Skagerrak, e affondarono o furono messe fuori combattimento; mi è
noto lo spessore delle corazze, l'armamento, la portata di tiro, la data di costruzione, l'effettivo teorico
degli equipaggi.
Avevo poco meno di quattordici anni, amavo la solitudine e facevo lunghe passeggiate. Il mio
tamburo veniva con me, ma ero parco nell'usarlo, poiché in seguito alla dipartita della mamma era e
rimase problematico un regolare rifornimento di tamburi di latta.
Non ricordo se fosse nell'autunno del trentasette o nella primavera del trentotto. Comunque
camminavo a passo lento per la Hindenburgallee, verso il centro. Cadevano le foglie o sbocciavano le
gemme, ad ogni modo qualcosa di nuovo accadeva nella natura.
All'altezza del caffè Quattro Stagioni mi imbattei nel mio amico e maestro Bebra, il discendente
in linea diretta del principe Eugenio e quindi di Luigi Xiv.
Da tre anni non ci eravamo più visti e tuttavia ci riconoscemmo già a venti passi di distanza.
Egli non era solo: al suo braccio si teneva aggrappata una fragile bellezza di aspetto meridionale, forse
due centimetri più piccola di lui, tre dita più alta di me, ch'egli mi presentò come Roswitha Raguna, la
più famosa veggente d'Italia.
Bebra m'invitò a prendere una tazza di caffè al Quattro Stagioni.
Ci sedemmo di fronte all'acquario, e sentimmo sussurrare una delle solite comari del caffè:
"Guarda un po' i lillipuziani, Lisbeth; che facciano parte del circo Krone? Dobbiamo proprio andarci."
Bebra mi guardò sorridendo, e il suo volto appariva solcato da mille sottilissime rughe.
Il cameriere che ci serví era assai alto di statura. Ordinandogli una fetta di torta, la signora
Roswitha levò lo sguardo a lui come a una torre.
Bebra mi stava osservando: "Pare che le cose non vadano troppo bene al nostro vetricida. Cos'è
che non va, amico mio? E' il vetro a non volerne più sapere, o è la voce che manca?"
Giovane e impulsivo com'era, Oskar volle dare subito un piccolo saggio della sua arte sempre
viva. Mi guardai attorno in cerca di qualcosa di adatto. Fissavo già lo sguardo sulla grande lastra
davanti ai pesciolini dorati e alle piante sottomarine dell'acquario, ma prima che emettessi un suono,
Bebra esclamò: "Ma no, amico mio! Le crediamo anche così. Niente distruzione, la prego;
provocherebbe un'inondazione e la morte di questi poveri pesci."
Imbarazzato, mi scusai, anzitutto verso la signora Roswitha che aveva aperto un minuscolo
ventaglio e nervosamente si faceva fresco.
Tentai di spiegare: "Mia mamma è morta. Non avrebbe dovuto farlo, e gliene porto rancore. La
gente dice: nulla sfugge a una madre, una madre vede e perdona tutto. Sono cose che si dicono! In me
vedeva uno gnomo; avrebbe voluto disfarsi dello gnomo, se avesse potuto. Ma non ha potuto poiché,
come ogni bambino, anche uno gnomo dev'essere regolarmente notificato all'anagrafe, e non si può
disfarsene così semplicemente. E poi io ero il suo gnomo, e se l'avesse fatto ne avrebbe sofferto anche
lei. "O io o lo gnomo," si è chiesta, e poi ha posto fine ai suoi giorni mangiando sempre soltanto pesce,
e nemmeno pesce fresco; ha congedato i suoi amanti; e ora che giace nel cimitero di Brenntau, tutti, gli
amanti e i clienti del negozio, dicono: "Quello gnomo a forza di far rullare il tamburo l'ha portata alla
tomba; a causa del piccolo Oskar non ha più voluto vivere; l'ha uccisa lui!""
Esagerai di molto volendo impressionare la signora (1) Roswitha. In fondo i più avevano
attribuito a Matzerath e specialmente a Jan Bronski la colpa della morte della mamma.
Bebra mi stava scrutando. "Lei esagera, mio caro. E' per mera gelosia che porta rancore alla sua
mamma morta. Siccome non è scesa nella tomba per lei, ma a causa degli amanti dei quali era stanca,
lei ora si sente messo in disparte. Lei è un vanitoso senza cuore, proprio come si addice a un genio!"
Poi, con un sospiro e sbirciando con la coda dell'occhio la signora (2) Roswitha: "Non è facile
perseverare nella nostra grandezza.
Restare umani senza crescita esterna, quale compito, quale impegno!"
Roswitha Raguna, la veggente napoletana dalla pelle liscia, ma che poteva anche sembrare
rugosa, cui avrei attribuito diciotto primavere, ma che nello spazio di un respiro ammiravo come una
possibile ottuagenaria, la signora (3) Roswitha passò una mano carezzevole sull'elegante vestito fatto su
misura, dal taglio inglese, di Bebra, mi guardò coi suoi occhi mediterranei di ciliegia nera e mi disse
con voce cupa e promettente, che mi turbò e intimidí: "Carissimo (4) Oskar, come comprendo il suo
dolore! Andiamo, (5) venga con noi: Milano, (6) Parigi, (7) Toledo, Guatemala!"
Mi sentii preso dalle vertigini. Afferrai la mano giovanissima e primordiale della Raguna. Il
Mediterraneo batteva le sue sponde, ulivi mi sussurravano nell'orecchio: "Roswitha sarà come la sua
mamma, Roswitha capirà. Lei, la famosa veggente, che tutto penetra e riconosce tranne se stessa,
mammamia, (8) tranne se stessa, Dio mio!(9)"
Stranamente la Raguna a un tratto parve pentita, mi sottrasse d'improvviso, come spaventata, la
mano; e aveva appena cominciato a scrutarmi, a illuminarmi nell'intimo col suo sguardo di veggente.
L'aveva forse atterrita il mio cuore, quattordicenne e affamato?
Aveva capito che Roswitha, fosse fanciulla o vegliarda, per me era sempre Roswitha?
Mormorava qualcosa in gergo napoletano, scossa da un tremito, facendosi ogni tanto il segno della
croce, come se i segni che leggeva in me non cessassero di spaventarla, poi, senza dir altro, scomparve
dietro il suo ventaglio.
Tutto confuso, volli capirci qualcosa e pregai Bebra di darmi una spiegazione. Ma lo stesso
Bebra, nonostante discendesse in linea diretta dal principe Eugenio, era confuso, balbettava e infine
riuscii a capire: "Il suo genio, mio giovane amico, il divino, ma anche ciò che certamente vi è di
diabolico nel suo genio, hanno un po' confuso la mia buona Roswitha, e anch'io devo confessare che la
prorompente impulsività e la mancanza di misura che le sono proprie, caro Oskar, sono estranee al mio
carattere, anche se non del tutto incomprensibili. Ma non importa," Bebra si riprese, "qualunque sia il
suo carattere, lei deve venire con noi ed esibirsi con Bebra nei suoi mirabolanti numeri di spettacolo.
Con moderazione e un certo autocontrollo, anche nelle attuali condizioni politiche, lei dovrebbe
riuscire a farsi un pubblico."
Compresi subito. Bebra che mi aveva consigliato di stare sempre sulle tribune e mai davanti, era
finito tra la folla, tra i gregari, pur continuando a esibirsi nel circo. Perciò non fu neanche deluso nel
sentirmi declinare cortesemente la sua offerta. E la signora (10) Roswitha emise, dietro il suo ventaglio,
un grande sospiro di sollievo e mi mostrò di nuovo i suoi occhi mediterranei.
Discorremmo ancora un'oretta; mi feci portare dal cameriere un bicchiere vuoto, vi incisi con
opportune modulazioni di voce un cuore e sotto, a guisa di arabesco, la scritta: "Oskar a Roswitha"; le
donai il bicchiere, lei fu lietissima, e sul punto di andarcene Bebra pagò dando una lauta mancia al
cameriere.
I due mi accompagnarono fino al palazzo dello sport. Indicai con una bacchetta del tamburo la
tribuna deserta all'altro capo del Campo di Maggio e - ora ricordo, era la primavera del trentotto -
raccontai al mio maestro Bebra le mie imprese sotto le tribune.
Bebra sorrideva imbarazzato, mentre la Raguna faceva un viso severo. E quando la signora (11)
rimase qualche passo indietro, Bebra, accomiatandosi, mi sussurrò all'orecchio: "Io sono un fallito, caro
amico; come potrei essere ancora maestro? Oh, questa sporca politica!"
Poi mi baciò in fronte, come anni addietro quando lo avevo incontrato per la prima volta fra i
carrozzoni del circo, la signora Roswitha mi porse una mano delicata come la porcellana, e io
m'inchinai compito sulle dita della veggente accennando a un baciamano, quasi troppo disinvolto per
un ragazzo di quattordici anni.
"Ci rivedremo, figliolo!" esclamò Bebra con un gesto di saluto, "comunque siano i tempi; gente
come noi non si perde di vista."
"Perdoni ai suoi due padri!" mi ammoní la signora, (12) "e si abitui a vivere una sua propria vita
perché il cuore trovi pace a dispetto di Satana."
Mentre si esprimeva così mi parve quasi che la signora (13) mi avesse ribattezzato, ma di nuovo
invano. Vattene Satana! ma Satana non se ne andò. Seguii i due con lo sguardo, triste, col cuore vuoto,
feci ancora un cenno di saluto mentre salivano sul taxi, nel quale scomparvero; poiché la Ford era
costruita per adulti e perciò, mentre si allontanava coi miei amici, sembrava vuota e in cerca di clienti.
I giorni seguenti tentai bensí più volte di persuadere Matzerath di andare al circo Krone, ma lui
restò irremovibile, si abbandonava tutto al dolore per la morte della mia povera mamma che veramente
non aveva mai posseduta interamente. Ma chi l'aveva posseduta interamente? Nemmeno lo stesso Jan
Bronski; tutt'al più io, poiché Oskar soffriva più di tutti per la sua mancanza, che scompaginò l'ordine
consueto della sua vita quotidiana e la mise persino in questione. La mamma mi aveva bidonato. Dai
miei due padri non c'era da aspettarsi nulla. Il mio maestro Bebra aveva trovato il suo maestro nel
ministro della propaganda Goebbels. Gretchen Scheffler era tutta dedita alla organizzazione per
l'assistenza invernale.
Nessuno deve soffrire la fame, nessuno il freddo, si diceva. Io mi attenni al mio tamburo e finii
con l'appartarmi da tutti battendo sulla latta logora, un tempo bianca. La sera Matzerath e io sedevamo
silenziosi l'uno di fronte all'altro. Lui sfogliava i suoi libri di cucina, io mi lamentavo sul mio tamburo.
Talvolta Matzerath piangeva nascondendo il volto dietro i libri. Jan Bronski veniva in casa sempre più
di rado. A proposito della politica ambedue erano d'avviso che si doveva essere prudenti, non si sapeva
bene come andava a finire. Perciò anche le partite di skat con l'uno o l'altro che faceva il terzo si fecero
sempre più rare; e se mai ancora si giocava, era soltanto a tarda ora, nel nostro soggiorno, sotto la
lampada che pendeva dal soffitto, evitando di toccare il tasto della politica. Quanto alla mia nonna
Anna, si sarebbe detto che non trovasse più la strada da Bissau per venire da noi nel Labesweg.
Portava rancore a Matzerath, forse anche a me; l'avevo sentita dire: "La mia Agnes, è morta
perché non ne poteva più di quel tamburo."
Se mai in qualche modo colpevole della morte della mia povera mamma, mi aggrappavo tanto
più tenacemente al tamburo vilipeso; poiché questo non era soggetto a morire come muore una madre,
se ne poteva comprare un altro o farlo riparare dal vecchio Heilandt o dall'orologiaio Laubschad; esso
mi comprendeva, mi dava sempre la giusta risposta, mi era fedele come gli ero fedele io.
Se allora l'abitazione cominciava ad essere troppo piccola per me, le vie della città troppo corte
o troppo lunghe per i miei quattordici anni, se durante la giornata non mi si offriva l'occasione di fare il
tentatore davanti alle vetrine, e la sera la tentazione non era abbastanza urgente per indurmi a recitare in
modo credibile la parte del tentatore in androni oscuri, preferivo salire i quattro piani di scale, contando
i centosedici scalini e sostare a ogni piano, fiutando gli odori che uscivano dalla porta di ciascuna delle
cinque abitazioni; poiché, come per me, anche per quegli odori un alloggio di due camere era troppo
stretto.
Dapprima ebbi di quando in quando ancora fortuna col suonatore di tromba Meyn. Sdraiato,
sempre un po' brillo, tra le lenzuola nell'angolo della roba stesa, dava fiato al suo strumento
testimoniando di un notevole talento musicale e procurandomi il piacere di accompagnarlo sul mio
tamburo. Nel maggio del trentotto smise di bere il ginepro e proclamò a tutti che ormai cominciava per
lui una vita nuova. Entrò infatti a far parte del corpo bandistico delle Sa a cavallo. Da allora lo vidi
salire le scale di casa a quattro a quattro, in stivaloni e calzoni dal battisella di cuoio, sempre
perfettamente sobrio. I suoi quattro gatti, uno dei quali si chiamava Bismarck, se li tenne ancora,
stranezza, come si poteva supporre, da attribuire al fatto che nonostante tutto ogni tanto il ginepro la
vinceva e lo rendeva musicale.
Raramente andavo a far visita all'orologiaio Laubschad, un uomo silenzioso in mezzo a cento
orologi rumorosi. Un simile consumo di tempo potevo concedermelo tutt'al più una volta al mese.
Il vecchio Heilandt aveva sempre il suo ripostiglio di cianfrusaglie nel cortile di casa.
Raddrizzava ancora chiodi storti.
E c'erano sempre i conigli e conigli dei conigli come nei vecchi tempi. Ma i monelli che
giocavano nel cortile ora erano cambiati. Non cucinavano più minestre di mattoni; portavano una divisa
con una cravatta nera. Questi ragazzi, cresciuti nel frattempo, che mi superavano di statura, appena li
conoscevo. Appartenevano a un'altra generazione, e la mia aveva già la scuola dietro a sé e imparava
un mestiere: Nuchi Eyke voleva fare il parrucchiere, Axel Mischke il saldatore nel cantiere di
Schichau, Susi Kater faceva pratica di commessa nell'emporio Sternfeld e aveva già un amico stabile.
Come tutto cambia nel giro di soli tre, quattro anni! C'era ancora nel cortile la vecchia stanga per
battere i tappeti, nel regolamento di casa si leggeva ancora: la battitura dei tappeti è consentita soltanto
il martedí e il venerdí; ma solo di rado e quasi smorzati giungevano i secchi colpi nei due giorni della
settimana: dall'avvento di Hitler c'erano nelle case sempre più aspirapolvere; le stanghe rimanevano
deserte e servivano soltanto ai passeri.
Mi rimanevano così soltanto le scale e la soffitta. Sotto le tegole mi immergevo nella mia lettura
preferita, e quando sentivo desiderio di compagnia, bussavo sulle scale alla prima porta a sinistra, al
secondo piano. Mamma Truczinski mi apriva sempre. Sì, dopo che al cimitero di Brenntau mi aveva
condotto tenendomi per mano durante il funerale alla tomba della mia povera mamma, mi apriva
sempre, riconoscendo dal rullo del mio tamburo che davanti alla porta c'era Oskar.
"Ma non battere così forte,Oskar," mi disse una volta, "Herbert dorme ancora, è stata di nuovo
una nottaccia per lui e hanno dovuto accompagnarlo a casa con l'auto." Mi tirava poi dentro, mi versava
una tazza di caffè di malto con latte, mi dava anche un pezzo di zucchero caramellato legato a un filo
per bagnarlo e leccarlo. Io bevevo, succhiavo lo zucchero e lasciavo riposare il tamburo.
Mamma Truczinski aveva una piccola testa rotonda con capelli grigio-cenere, così radi da
lasciar trapelare il roseo cuoio capelluto. I fili radi tendevano tutti verso il punto più prominente
dell'occipite, e lì formavano una crocchia, che nonostante il suo sparuto volume - era più piccola di una
palla di biliardo - era visibile da qualsiasi lato in qualunque posizione fosse il capo. Non forcine, bensí
ferri da calza tenevano su la crocchia. Le guance pienotte, che quando mamma Truczinski rideva si
sarebbero dette posticce, se le fregava ogni mattina con la carta dei pacchetti di cicoria, ch'era rossa e
lasciava il colore. Aveva lo sguardo di un topo. I suoi quattro figlioli si chiamavano Herbert, Guste,
Fritz e Maria.
Maria, ch'era della mia età, aveva appena terminato le elementari e abitava presso la famiglia di
un impiegato a Schidlitz, dove faceva pratica di economia domestica. Fritz, che lavorava nella fabbrica
di vagoni, lo si vedeva di rado. Aveva due o tre ragazze a turno, che gli facevano il letto e con le quali
andava a ballare aOhra al "Reitbahn." Allevava nel cortile di casa conigli della razza "Blaue Wiener,"
dei quali però doveva aver cura mamma Truczinski poiché Fritz dedicava tutte le ore libere alle sue
amiche. Guste, una ragazza quieta sulla trentina, ancora nubile, era inserviente all'Albergo Eden, presso
la stazione centrale; e come tutto il personale dell'albergo di prima classe abitava all'ultimo piano
dell'edificio. Herbert, infine, il più vecchio, il solo che viveva con la mamma - a prescindere dagli
occasionali pernottamenti di Fritz, il montatore - faceva il cameriere nel sobborgo portuale di
Neufahrwasser. Proprio di lui voglio ora parlare, perché Herbert, in una breve parentesi felice dopo la
morte della mia povera mamma, divenne la meta dei miei sforzi; ancor oggi lo considero mio amico.
Herbert faceva il cameriere da Starbusch. Così si chiamava l'oste della taverna "Allo Svedese,"
di fronte alla chiesa protestante (la cosiddetta chiesa degli uomini di mare) e gli avventori erano - come
il nome del locale lascia indovinare - per lo più scandinavi. Vi venivano però anche finlandesi e russi, e
polacchi che lavoravano al porto franco, scaricatori del porto, marinai delle navi da guerra germaniche;
e proprio in quei giorni ne erano arrivate alcune per una visita alla città. Servire in quella taverna,
autenticamente europea, non era cosa priva di pericoli. Soltanto le esperienze accumulate al "Reitbahn"
- un locale di terz'ordine nel quale, come ho detto, si ballava e dove Herbert aveva fatto il cameriere
prima di andare a Neufahrwasser - gli consentivano di far galleggiare nella brodaglia fatta di tanti
linguaggi della "Svedese" il suo basso gergo suburbano di Danzica, frammisto a qualche briciolo
d'inglese e di polacco. Con tutto ciò - contro la sua volontà, ma compenso gratis - un'autoambulanza lo
portava a casa una o due volte al mese.
In tali occasioni Herbert era costretto a gravare per alcuni giorni su un letto - pesava poco meno
di un quintale, e il suo respiro era affannoso - e doveva giacere sul ventre. Dalla bocca di mamma
Truczinski usciva allora una valanga di improperi contro quei furfanti della taverna e subito si dava
premura di curare il figlio.
Dopo avergli cambiata la fasciatura picchiettava con uno dei ferri da calza, tolto dalla crocchia,
sul vetro che copriva un ritratto appeso di fronte al letto, raffigurante, fotografato e ritoccato, un uomo
baffuto dallo sguardo serio e fisso, che rassomigliava molto ad alcuni dei tipi baffuti delle prime pagine
del mio album di fotografie.
Quel signore, che mamma Truczinski indicava col ferro da calza, non era però un membro della
mia famiglia, bensí il genitore di Herbert, Guste, Fritz e Maria.
"Finirai che fai la fine di tuo padre," strillava all'orecchio dell'ansimante e sospirante Herbert.
Ma mai lasciava capire in quali circostanze quell'uomo nella cornice nera laccata aveva trovato o
magari cercato la morte.
"Chi sono stati questa volta?" voleva sapere il topo grigio sopra le braccia conserte.
"Svedesi e norvegesi, come sempre," si voltava Herbert e il letto scricchiolava.
"Come sempre, come sempre! Non darmi a intendere che sono sempre soltanto loro. L'altra
volta sono stati quelli della nave scuola, della... come diavolo si chiama, della "Schlageter"; e tu blateri
di svedesi e norvegesi."
L'orecchio di Herbert - il suo viso non lo vedevo - diventava tutto rosso, fin dietro gli orli:
"Cosa vuoi che ci faccio, se non sono buoni di tacere e la mettono giù dura in una maniera!"
"E tu lasciali stare. Che t'importa? Quando hanno il permesso di scendere e li si vede per la città
sembrano sempre gente per bene.
Sarai stato tu, che sarai stato! A tirar fuori Lenin e la guerra di Spagna!"
Herbert non ribatteva più, e mamma Truczinski ciabattava in cucina al suo caffè di malto.
Quando la schiena di Herbert era guarita, avevo il permesso di vederla. Si sedeva allora su una
sedia in cucina, lasciava cadere le bretelle sul panno blu dei calzoni, e con grande lentezza, come se
gravi pensieri lo facessero esitare, si toglieva la camicia di lana.
Il dorso era rotondo, mobile. Muscoli lo solcavano instancabilmente. Un roseo paesaggio
disseminato di lentiggini. Sotto le scapole vegetavano peli rossicci, da ambo le parti della colonna
vertebrale infossata nel grasso. Essi si arricciavano verso il basso, fino a sparire nel grosse mutande che
Herbert portava anche d'estate.
Dalla cintola in su, fino ai muscoli del collo da toro, coprivano il dorso numerose cicatrici
gonfie, che interrompevano la superficie pelosa, abolivano le lentiggini, tendevano la pelle in pieghe,
prudevano quando cambiava il tempo, si colorivano di una gamma di tinte tra il nero bluastro e il
bianco verdastro. Queste cicatrici, io potevo toccarle.
Ma io, io che me ne sto qui dentro il mio letto e guardo fuori da questa finestra, che osservo da
mesi l'edificio del manicomio e il retrostante bosco di Oberrath, per quanto trascuri a fondo di vederli,
cos'ho toccato, fino a questo giorno, che sì duro, sensibile e conturbante quanto le ferite della schiena di
Herbert Truczinski?
Soltanto cercate parti di donne e di ragazze, insieme col mio membro, l'annaffiatoio di gesso del
Gesú bambino e quell'anulare che due anni fa il cane mi portò indietro dal campo di segala, che un
anno fa avevo ancora il diritto di conservare, in un vaso per conserve, sì, e intangibile, e tuttavia così
chiaro e completo che ancora oggi sono in grado di sentire e ricontare ogni falange del dito, basta che
prenda in mano le bacchette del tamburo. Sempre, quando volevo ricordare le cicatrici della schiena di
Herbert Truczinski, mi mettevo col tamburo, e aiutavo col tamburo la memoria, davanti al vaso
contenente il dito. Sempre, cosa che avveniva anche troppo di rado, quando volevo evocare il corpo di
una donna, reinventavo poco convinto da quelle parti della donna che sono simili a cicatrici, le cicatrici
di Herbert Truczinski. Ma allo stesso modo potrei dire: i primi contatti con quei turgori sull'ampia
schiena dell'amico mi procurarono già allora conoscenza e temporaneo possesso di quegli indurimenti
che decorano per poco le donne disposte all'amore.
Similmente, già allora quei segni sulla schiena di Herbert mi promisero il dito, l'anulare, e
prima ancora che le cicatrici di Herbert mi facessero promesse, furono le bacchette del tamburo a
promettermi, fin dal mio terzo compleanno, le cicatrici, gli organi di riproduzione e infine l'anulare. Ma
devo risalire ancora più lontano: già come feto, già quando Oskar non si chiamava ancora Oskar, i miei
giochi col cordone ombelicale mi promisero successivamente le bacchette del tamburo, le cicatrici di
Herbert, i crateri, talora in eruzione, di donne giovani e vecchie e infine l'anulare, oltre che, a partire dal
pistolino del Bambino Gesú, il mio proprio sesso, che continuo impassibile a portare con me, lunatico
monumento alla mia debolezza, alle mie limitate possibilità.

Oggi sono tornato alle mie bacchette. Di cicatrici, di molli parti femminili e della mia ormai
solo sporadicamente vigorosa attrezzatura mi ricordo soltanto lungo le vie traverse che il mio tamburo
mi prescrive. Trent'anni devo compiere, per poter festeggiare di nuovo il mio terzo compleanno.
L'avrete intuito: l'aspirazione di Oskar è il ritorno al cordone ombelicale; solo questo spiega tutto il
resto e l'indugio sulle cicatrici di Herbert Truczinski.
Prima di continuare a descrivere e a interpretare la schiena dell'amico, voglio rilevare che, a
prescindere da una ferita alla tibia sinistra prodottagli dal morso di una prostituta di Ohra, sulla parte
anteriore del suo corpo possente, che offriva una così vasta superficie, e gli era quindi difficile
difendere, non c'era alcuna cicatrice. Soltanto da dietro si rischiavano ad attaccarlo. Soltanto da dietro
potevano raggiungerlo, soltanto la sua schiena segnavano i coltelli polacchi e finlandesi, le pugnalate
degli scaricatori del porto, i coltelli da marinaio dei cadetti delle navi scuola.
Quando Herbert aveva finito di pranzare (tre volte alla settimana c'erano frittelle di patate che
nessuno sapeva fare così sottili e, pur con pochissimo grasso, così croccanti come mamma Truczinski)
e spingeva da parte il piatto, io gli porgevo le "Neuesten Nachrichten." Si calava le bretelle, si toglieva
la camicia, e mentre leggeva il giornale mi lasciava interrogare la sua schiena. Durante queste
consultazioni, per lo più anche mamma Truczinski sedeva al tavolo; disfaceva vecchie calze di lana,
insinuando qualche osservazione di assenso o di dissenso, e non tralasciava mai di fare ogni tanto dei
vaghi accenni alla - come si può supporre - terribile fine di quell'uomo che, fotografato e ritoccato,
pendeva sotto vetro alla parete, di fronte al letto di Herbert.
Per cominciare l'interrogatorio premevo il dito su una delle cicatrici. Talvolta la tastavo anche
con una delle bacchette del tamburo.
"Dai un'altra volta, non so bene quale hai toccato. Quella lì oggi sembra che dorma." Tornavo a
tastare, più decisamente.
"Ah, quella! E' stato un ucraino. Ce l'aveva con uno di Gdingen.
Prima stavano seduti al tavolo d'amore e d'accordo, come fratelli.
Poi, non so cosa è successo, quello di Gdingen dice all'altro: "Ruski!" Questo per l'ucraino era
un po' troppo; tutto si sarebbe lasciato dire, ma non che era un russo. Era sceso lungo la Vistola con un
carico di legname, e prima per un paio d'altri fiumi ancora; e ora aveva un bel po' di grana nello stivale,
e avrebbe investito, tutto in blocco, mediante un prestito all'oste Starbush, anche mezzo stivale di
denaro; e allora, capisci, quello di Gdingen gli dà del ruski, e io accorro subito e mi do da fare per
separarli, piano piano, come faccio di solito. Ma la cosa non è facile ed Herbert ha da faticare ancora
per un po'; a un certo punto l'ucraino salta su a dirmi "sporco polacco" e il polacco, che lavorava tutto il
giorno su una draga a cavar fango, mi appiccica una parola ch'era lo stesso come darmi del nazista. Be',
piccolo Oskar, tu sai chi è Herbert Truczinski: in un batter d'occhio quello della draga, un tipo pallido
di fuochista, si trova lì per terra, davanti al guardaroba. Volevo appunto spiegare all'ucraino la
differenza fra uno "sporco polacco" e un teppista di Danzica, che quello trac, capisci, mi punge la
schiena col coltello: questa è la cicatrice."
Quando Herbert diceva "questa è la cicatrice" voltava sempre la pagina del giornale per
rafforzare le parole, e beveva un sorso di caffè di malto prima di consentirmi di premere il dito sulla
cicatrice seguente, una o due volte.
"Quella? Be', quella lì è roba da poco. E' stato quando circa due anni fa arrivò qui da Pillau la
flottiglia di torpediniere e i "ragazzi blu" si davano delle arie e le ragazze perdevano la testa.
Come Schwiemel sia capitato nella marina per me è ancora oggi un mistero. E' di Dresda,
pensaci, piccolo Oskar, di Dresda! Ma tu non hai neanche una pallida idea di cosa significa che uno di
Dresda si mette a fare il marinaio."
Per distogliere Herbert dalla città sull'Elba e acclimatarlo di nuovo nell'atmosfera di
Neufahrwasser, gli toccavo ancora una volta la cicatrice che, a sentir lui, era cosa da poco.
"Già; stavo per dire... questa volta fu il semaforista di una torpediniera. Voleva fare il bullo e
costringere un pacifico scozzese, che aveva il suo piccolo naviglio in riparazione nel bacino di
carenaggio, a venire con lui a bordo. Forse a causa di Chamberlain, l'ombrello, o qualcosa del genere.
Gli ho consigliato, calmo calmo, com'è il mio solito, di lasciarlo stare, tanto più che lo scozzese non
capiva una parola di quello che gli diceva e non faceva che tracciare con l'acquavite delle linee sul
tavolo. E come gli dico: "Lascialo stare, stai un po' quieto, qui non sei a casa tua, qui ci sta la Lega
delle Nazioni," il torpediniere, testa calda, mi dice: "Tedesco pirata," e questo in dialetto sassone,
capisci. Gli ho dato due manate sulla faccia e si è subito calmato. Neanche mezz'ora dopo, mentre mi
curvavo sotto il tavolo a cercare un fiorino ch'era rotolato per terra, e non lo vedevo perché lì sotto era
buio, il sassone tira fuori il pugnale e mi mena un colpo."
Sfogliando le "Neuesten Nachrichten" Herbert rise, disse ancora: "E questa è la cicatrice,"
allungò il giornale a mamma Truczinski che brontolava impaziente, e si preparò ad alzarsi. Già
puntellava le mani sul tavolo - capivo dal suo viso che doveva andare al gabinetto - e presto, prima che
si allontanasse, gli tastai una cicatrice violacea segnata da suture, larga quanto è lunga una carta da
skat.
"Herbert deve andare al gabinetto, adesso. Dopo ti dico." Ma io non desistevo dal tastare,
battevo impaziente i piedi, atteggiandomi a bambino di tre anni, ciò che serviva sempre.
"Be', se proprio vuoi; per aver pace; ma soltanto in due parole," e si risedette. "Era a Natale del
trenta. Nel porto tutto era fermo.
Gli scaricatori stavano a far niente agli angoli delle strade e facevano a chi sputa più lontano.
Dopo la messa di mezzanotte - avevamo giusto preparato il punch - escono dalla chiesa dirimpetto dei
marinai, svedesi e finlandesi, ben pettinati, in abito blu e scarpe di lacca. Sto sulla porta, osservo la loro
aria tutta bella compunta, mi domando perché si tormentano i bottoni d'oro con l'ancora; non prevedo
niente di buono, e già si scatena la mischia.
Lunghi sono i coltelli, breve la notte. Già finlandesi e svedesi avevano sempre qualche conto da
saldare fra di loro. Ma che cosa c'entrasse Herbert Truczinski lo sa il diavolo. Tuttavia - penso - quando
succede qualcosa Herbert non può stare solo a vedere. E' fatto così, deve andar sempre in cerca di
grane. Esco fuori, e sento Starbusch gridarmi dietro: "Sta' attento, Herbert!" Ma Herbert ha una
missione da compiere, deve proteggere il parroco, così giovane che sembra un ragazzo, uscito fresco
fresco dal seminario di Malmö, e in quella chiesa non aveva ancora celebrato un Natale per i finlandesi
e gli svedesi insieme. Lui, dunque, vuole salvare Herbert, prenderlo sottobraccio perché arrivi a casa
sano e salvo. Ma avevo appena acchiappato per il vestito l'uomo di Dio, che già mi sento, dietro, quel
bel coso dentro e ho ancora appena il tempo di pensare "buon capodanno" - benché fosse la notte di
Nata-le -. E quando ritorno in me, mi trovo steso sul banco della mescita e il mio bel sangue scorre
gratis nei bicchieri da birra, e Starbusch accorre con la cassetta dei cerotti della Croce Rossa e mi vuol
applicare la cosiddetta fasciatura di emergenza."
"Era proprio necessario che ti immischiassi?"intervenne irritata mamma Truczinski, e si tolse
dalla crocchia un ferro da calza. "E dire che non vai mai in chiesa; anzi..."
Herbert la interruppe con un gesto, e con le bretelle penzoloni e trascinandosi dietro la camicia
si avviò al gabinetto. Era di malumore, aggiunse ancora: "E questa è la cicatrice," e uscí, come se
volesse lasciarsi alle spalle una volta per sempre la chiesa e le risse a coltellate che essa implica, come
se il gabinetto fosse l'unico luogo nel quale si è, si diventa o si rimane un libero pensatore.
Poche settimane dopo trovai Herbert chiuso in sé, non disposto a fornirmi ulteriori
informazioni. Mi parve imbronciato, preoccupato, benché non avesse più il torace cinto dalla solita
fasciatura. Era anzi coricato in modo normale e proprio sul dorso, non sul letto, bensí sul sofà nel
tinello. Eppure mi fece l'impressione come se fosse seriamente ferito. Sospirava, invocava Dio, Marx
ed Engels, e poi li malediceva. Ogni tanto stendeva il pugno in aria e lo faceva ricadere sul petto, e si
batteva il petto di continuo, come un cattolico che esclama mea culpa, mea maxima culpa.
Era accaduto che Herbert aveva ucciso un capitano lettone. Il tribunale lo aveva bensí
prosciolto, avendo egli, come spesso avviene nel suo mestiere, agito per legittima difesa. E tuttavia il
lettone rimase un lettone morto nonostante l'assoluzione, e gravò sulla coscienza del cameriere col peso
di quintali, sebbene del capitano si dicesse ch'era stato un ometto gracile e per di più ammalato di
stomaco.
Herbert non si recò più al lavoro. Si era licenziato. Spesso veniva a trovarlo l'oste Starbusch, gli
si sedeva accanto, presso il sofà, oppure al tavolo in cucina con mamma Truczinski, cavava fuori dalla
sua cartella una bottiglia del migliore ginepro di Stobbe per Herbert, e per sua madre una mezza libbra
di caffè crudo, procurato al porto franco. Tentava in quelle occasioni di persuadere Herbert, oppure di
persuadere mamma Truczinski a fare opera di persuasione su suo figlio, perché tornasse a lavorare. Ma
Herbert rimase irremovibile, non volle fare più il cameriere, meno che meno poi a Neufahrwasser, nella
taverna di fronte alla chiesa dei marinai. Non voleva più assolutamente saperne; poiché chi fa il
cameriere si piglia delle stilettate, e chi se le piglia finisce un giorno con l'ammazzare un piccolo
capitano lettone, soltanto perché vuole tenerselo lontano di dosso, soltanto perché non gli garba che un
coltello lettone lasci sulla schiena di un Herbert Truczinski, già abbastanza fittamente cosparsa di
cicatrici finlandesi, svedesi, polacche, tedesche e della Città libera, ancora una cicatrice lettone.
"Piuttosto mi impiego alla dogana che aver ancora da fare come cameriere con gente di mare,"
diceva Herbert. Ma poi non andò alla dogana.

NOTE:
(1)(2)(3)(4)(5)(6)(7)(8)(9)(10)(11)(12)(13) In italiano nel testo.

Niobe
Nel trentotto i dazi furono aumentati, e ogni tanto i confini fra la Polonia e lo Stato libero di
Danzica venivano chiusi. Mia nonna non poté più venire con la ferrovia locale al mercato di Langfuhr e
dovette quindi chiudere il suo chiosco. Rimase, per così dire, seduta sulle sue uova senza sentir bene la
voglia di covarle. Nel porto le aringhe puzzavano tre miglia lontano, la merce si accumulava e gli
uomini di stato si incontravano per risolvere la situazione, e riuscirono anche infine a mettersi
d'accordo; soltanto il mio amico Herbert giaceva sul sofà, disoccupato e in discordia con se stesso,
intento a rimuginare.
La dogana offriva posti ben rimunerati. Offriva una divisa verde e il verde di un confine ben
degno di sorveglianza. Herbert non si impiegò alla dogana né volle fare più il cameriere, voleva solo
stare sdraiato sul sofà, a rimuginare pensieri.
Ma l'uomo deve avere un'occupazione. Non pensava così soltanto mamma Truczinski. Benché
fosse contraria ad accogliere l'invito dell'oste Starbusch di persuadere il figlio a riprendere il lavoro
nella sua taverna, era però decisa a fargli lasciare il sofà. D'altra parte, ben presto anch'egli si stancò di
starsene sempre in casa, continuò a rimuginare solo esteriormente e cominciò a scorrere le offerte
d'impiego nelle "Neuesten Nachrichten" e, benché a malincuore, nel Vorposten in cerca di qualche
lavoretto nei cantieri.

Lo avrei volentieri aiutato. Che bisogno aveva un uomo come Herbert, a parte il lavoro che gli
si confaceva nel sobborgo portuale, di cercar di guadagnare cercandosi una occupazione di ripiego?
Lavori occasionali nei cantieri o nei magazzini, a seppellire aringhe marcite. Non potevo immaginarmi
Herbert starsene sui ponti della Mottlau, masticando tabacco e sputando nell'acqua per adescare
gabbiani. Mi venne l'idea che avrei potuto dar vita con Herbert a una società: due ore di intenso lavoro
una volta alla settimana, o addirittura al mese, e saremmo stati tutt'e due uomini arrivati. Oskar,
scaltrito dalla sua lunga esperienza in questo campo, avrebbe dischiuso vetrine di negozi con la sua
voce ancora adamantina e fatto nello stesso tempo da palo, mentre Herbert si sarebbe tenuto pronto ad
essere - come si dice - svelto di mano. Non avevamo certo bisogno di ricorrere alla fiamma ossidrica,
alla cassetta degli arnesi, a grimaldelli. Potevamo cavarcela anche senza pugno di ferro e pistola. Questi
arnesi e noi eravamo due mondi diversi che non avevano bisogno di incontrarsi. E Mercurio, il dio del
commercio e dei ladri, ci teneva sotto la sua protezione, poiché io, nato nella costellazione della
Vergine, possedevo il suo sigillo che all'occasione imprimevo su oggetti solidi.
Sarebbe sciocco voler sottacere quest'episodio. Riferiamo quindi brevemente, senza pertanto
confessare: Herbert e io, nel periodo in cui lui era disoccupato, realizzammo due irruzioni medie in
negozi di specialità alimentari, e un'irruzione di prim'ordine in una pellicceria: tre volpi azzurre, una
foca, un manicotto di persiano e un bel mantello di cavallino, non di gran valore però, che la mia
povera mamma avrebbe certamente portato volentieri, furono la preda.
Ciò che ci fece desistere dal rubare non fu tanto quell'opprimente senso di colpevolezza che, sia
pure ingiustificato, ogni tanto provavamo, quanto piuttosto le crescenti difficoltà di collocare il bottino.
Per potersi disfare vantaggiosamente della refurtiva Herbert si sarebbe dovuto recare di nuovo a
Neufahrwasser, poiché soltanto in quella zona portuale risiedevano mediatori che facevano al caso. Ma
siccome quel luogo gli richiamava di continuo alla memoria lo smilzo e sofferente capitano lettone,
tentava di vendere la merce ovunque, sulla strada di Schischau, all'officina Hakel, sui Bürgerwiesen,
purché non di Neufahrwasser, dove le pellicce si sarebbero vendute come panini caldi. Di conseguenza
la cosa andò tanto per le lunghe che il bottino fatto nei bei negozi di generi alimentari finí nella cucina
di mamma Truczinski, alla quale Herbert regalò, o meglio tentò di regalare, anche il manicotto di
persiano.
Quando mamma Truczinski vide il manicotto, la sua pazienza venne meno. I viveri li aveva
ancora presi senza obiettare, forse pensando a un furto di generi di prima necessità, tollerato dalla
legge. Ma il manicotto significava lusso, e lusso imperdonabile leggerezza, e l'imperdonabile
leggerezza la prigione. Nella sua semplicità la buona donna pensava giusto. Facendo occhi di topo, si
tolse dalla crocchia un ferro da calza e agitandolo in aria disse: "Finisce che fai la fine di tuo padre," e
spinse davanti al suo Herbert le "Neuesten Nachrichten," o il "Vorsposten," il che equivaleva a dire:
adesso ti cerchi un impiego serio, e non un ripiego, perché se no non ti cucino più.
Per una settimana ancora Herbert rimase ozioso, sdraiato sul sofà del rimuginamento; era
intrattabile, non accessibile né per l'interrogatorio alle sue cicatrici né per una vista a una promettente
vetrina. Mostrai comprensione per l'amico, lo lasciai in pace a rodersi il fegato e andai a far visita
all'orologiaio Laubschad e ai suoi orologi mangiatempo, tentai ancora una volta col musicante Meyn,
ma quello non si concedeva più nemmeno un bicchierino d'acquavite, inseguiva ormai con la sua
tromba soltanto le note della sua banda dei cavalleggeri della Sa, si presentava curato nella persona,
aitante e risoluto, mentre i suoi quattro gatti, reliquie di un tempo ebbro ma altamente musicale,
malnutriti com'erano, andavano lentamente in malora. In compenso Matzerath, che, ancora viva la
mamma, beveva soltanto in compagnia, lo trovavo spesso a tarda ora, con lo sguardo vitreo davanti a
un bicchierino. Sfogliava l'album di fotografie e cercava, come faccio io adesso, di far rivivere la
povera mamma nei piccoli rettangoli più o meno felicemente illuminati. Verso mezzanotte si metteva a
piangere per crearsi un'atmosfera e rivolgeva allora la parola, col confidenziale tu, a Hit-ler e a
Beethoven, che pendevano sempre, cupi, l'uno di fronte all'altro alla parete. E dal genio, benché sordo,
pareva anche ricevere risposta, mentre l'astemio Hitler continuava a tacere: perché un insignificante e
alticcio capocellula come Matzerath era indegno della Provvidenza.
Un martedí - ricordo esattamente il giorno, tanto bene il mio tamburo mi aiuta la memoria - le
cose erano maturate a questo punto: Herbert si mise in gran gala, e cioè infilò i calzoni blu, stretti in
alto, larghi in fondo, dopo aver pregato mamma Truczinski di spazzolarglieli col caffè freddo, si
costrinse nella giacchetta dai bottoni d'oro con l'ancora, che gli stava a pennello, e nelle scarpe con le
suole di gomma, si diede una spruzzatina d'acqua di Colonia alla sciarpa di seta bianca (l'una e l'altra
provenienti dalle eccedenze d'ogni sorta libere da dazio del porto franco), e fu pronto, baldanzoso e
dritto come un fusto sotto il berretto blu a visiera.
"Vado a vedere per un lavoretto," disse Herbert mettendosi il berretto commemorativo del
principe Enrico di traverso, per darsi una cert'aria - e mamma Truczinski lasciò cadere il giornale.
Il giorno dopo Herbert aveva il posto e una divisa. Non verde dogana, bensí grigio scuro: era
diventato custode del Museo Navale.
Come tutto ciò che era degno di essere conservato in quella città, in se stessa degna di
conservazione, anche i tesori del Museo Navale riempivano un vecchio palazzo gentilizio, già di per sé
un museo, che presentava una facciata di pietra massiccia, sbrigliata e tuttavia sovraccarica di
ornamenti, e interni rivestiti di pannelli di quercia intarsiata, e scale a chiocciola. Si poteva acquistare
un catalogo dei cimeli esposti, commentati da accurate note esplicative riferite agli eventi storici della
città portuale, la quale ha sempre avuto il vanto di diventare e rimanere ricca da scoppiare tra le sue
vicine talora potenti, ma per lo più povere.
Oh quelle pergamene dei privilegi che Danzica aveva comperati da re polacchi e Cavalieri
Teutonici, redatte con minuta, complicata prolissità! E le incisioni a colori dei vari assedi della fortezza
alla foce della Vistola! Ecco sostare fra le mura della città l'infelice Stanislaus Leszczynski, in fuga
davanti al re rivale di Sassonia. Nel quadro ad olio si distingue chiaramente la paura che lo opprime.
Anche il primate di Polonia Potocki e l'ambasciatore francese de Monti hanno l'aria impaurita, poiché i
russi, al comando del generale Lascy, cingono d'assedio la città. E ovunque chiare didascalie, dove
sono elencati perfino i nomi delle navi francesi in rada, sotto lo stendardo col giglio. Una freccia
indica: su questa nave il re Stanislaus Leszczynski fuggí in Lorena quando la città dovette capitolare ad
Augusto Iii di Sassonia. Ma la maggior parte delle attrattive esposte era costituita da esemplari del
bottino fatto in guerre fortunate, poiché quelle perdute offrono naturalmente di rado o mai ai musei
materiale di questo genere.
Così, vanto della raccolta era la polena di una grande galea fiorentina il cui porto di armamento
era Bruges, ma che apparteneva ai mercanti di origine fiorentina Portinari e Tani. Nell'aprile
millequattrocentosettantatré i pirati e capitani della città di Danzica Paul Beneke e Martin Bardewiek
riuscirono a catturare la galea al largo della costa della Zelanda mentre incrociavano davanti al porto di
Sluys, e dopo averla abbordata passarono per le armi il numeroso equipaggio, compreso il capitano e
gli ufficiali. La nave, con quanto era a bordo, fu portata a Danzica. Un dipinto su tavola del pittore
Memling raffigurante un Giudizio Universale, e un fonte battesimale in oro - eseguiti ambedue su
commissione del fiorentino Tani per una chiesa di Firenze - furono collocati nella chiesa della Beata
Vergine di Danzica. Il Giudizio Universale rallegra, a quanto mi consta, ancor oggi l'occhio cattolico
della Polonia. Non si riuscí invece ad accertare che ne fu della polena dopo la guerra. Ai miei tempi
essa era custodita nel Museo navale.
Un'opulenta donna di legno, nudità verde, che guardava dritto davanti a sé dagli occhi d'ambra
incastonati, sotto le braccia sollevate che si chiudevano negligentemente mostrando tutte le dita, e sopra
seni tesi verso la meta. Questa donna, la polena, portava sfortuna. La statua l'aveva commessa il
mercante Portinari a uno scultore in legno che godeva di buona fama per i suoi lavori d'intarsio,
incaricandolo di attenersi al modello di una ragazza fiamminga che gli stava a cuore. Non appena la
verde figura venne applicata sotto il bompresso della galea, alla ragazza, come era allora consuetudine,
si intentò un processo per stregoneria. Prima di subire il rogo, sotto la tortura, accusò il suo protettore,
il mercante fiorentino, e lo scultore che aveva saputo così bene ritrarla. Portinari, a quanto si disse,
temendo di finire a sua volta sul rogo, si impiccò. Allo scultore furono mozzate ambedue le mani
geniali perché in futuro non potesse più fare, di una strega, una polena. Mentre ancora si celebravano
questi processi a Bruges - destarono vivo scalpore poiché Portinari era un uomo assai facoltoso - la
nave con la polena cadde nelle mani del pirata Beneke. Il signor (1) Tani, l'altro mercante, fu ucciso a
colpi d'azza d'abbordaggio.
Ma anche la sorte di Beneke era segnata: pochi anni dopo, caduto in disgrazia presso i patrizi
della sua città natale, fu affogato nel cortile dello Stockturm. Navi sotto il cui bompresso si applicò la
statua dopo la morte di Beneke andarono distrutte dalle fiamme ancor prima che prendessero di nuovo
il mare, appiccando così il fuoco anche ad altre navi nel porto. Rimase naturalmente incolume la sola
statua, ch'era a prova di fuoco e che a causa della sua squisita fattura trovò ancora altri estimatori
presso i proprietari di navi.
Senonché, appena essa veniva collocata al solito posto dietro le sue spalle i più pacifici
equipaggi si ammutinavano, decimandosi a vicenda. Nel millecinquecentoventidue la fallita spedizione
della flotta di Danzica contro la Danimarca, al comando del valoroso Eberhard Ferber, condusse alla
caduta di Ferber e a sanguinose sommosse in città. La storia racconta veramente di conflitti religiosi -
nel millecinquecentoventitré il pastore protestante Hegge guidò la folla all'assalto delle sette chiese
parrocchiali per toglierne le sacre immagini - ma noi preferiamo attribuire alla statua la colpa di tali
tristi eventi le cui conseguenze si fecero sentire ancora a lungo: essa ornava la prua della nave sulla
quale era imbarcato Ferber.
Allorché cinquant'anni dopo Stephan Bathory assediò inutilmente la città, Kaspar Jeschke,
priore del monastero di Oliva, incitando nelle sue prediche alla penitenza, attribuí la colpa di tante
sfortunate vicende alla statua della galea, alla femmina peccatrice. La città l'aveva donata al re di
Polonia il quale la portò con sé al campo e si lasciò consigliare male da lei. Si ignora fino a qual punto
la damigella di legno abbia influito sulle campagne degli svedesi contro Danzica e sulla lunga prigionia
dello zelatore religioso dottor Ägidius Strauch; egli cospirò con essi e chiese che la femmina verde, la
quale aveva in qualche modo potuto ritornare in città, fosse bruciata. Secondo una notizia non si sa
quanto veritiera, un poeta di nome Opitz, fuggito dalla Slesia, avrebbe trovato ospitalità a Danzica, ma
alcuni anni dopo sarebbe morto prematuramente avendo scoperto in un granaio la funesta opera
d'intarsio che aveva tentato di cantare nei suoi versi.
Solo verso la fine del diciottesimo secolo, al tempo delle spartizioni della Polonia, i Prussiani,
impadronitisi con la forza della città, emisero un decreto contro la "figura in legno di Niobe."
Era la prima volta che in un pubblico documento le si attribuiva un nome. In quello stesso
Stockturm nel cui cortile Paul Beneke fu fatto affogare e dalla cui sommità avevo per la prima volta
sperimentato con successo l'effetto a distanza della mia voce, essa venne subito segregata, o meglio
imprigionata affinché fra quegli strumenti di tortura, che sono i prodotti più raffinati dell'umana
fantasia, non potesse più nuocere. E innocua rimase infatti per tutto il secolo decimonono.
Quando nel trentadue mi arrampicai in cima allo Stockturm e da lì mandai la mia voce contro le
vetrate del foyer del Teatro Comunale, Niobe, che il popolino chiamava la "pupa verde," era stata, per
fortuna, allontanata già da qualche anno dalla camera delle torture.
Chissà se altrimenti mi sarebbe riuscito l'attentato contro l'edificio classicheggiante.
Dev'essere stato un direttore di museo venuto da fuori, un direttore inesperto e poco oculato a
trarre Niobe dalla camera delle torture nella quale era tenuta in freno, allogandola poco dopo il
costituirsi dello Stato libero nel Museo Navale di recente allestito.
Non era trascorso molto tempo ch'egli morí per avvelenamento del sangue, avendo nel suo
eccessivo zelo attaccato di persona sotto la polena una tabella col nome Niobe. Il suo successore, uomo
prudente e avveduto, che conosceva la storia di Danzica, voleva di nuovo allontanare Niobe. Aveva
l'intenzione di donare quella pericolosa femmina di legno alla città di Lubecca, e soltanto perché quegli
abitanti si rifiutarono di accettare la donazione, la bella cittadina sulla Trave - fatta eccezione per le sue
chiese gotiche di mattoni -soffrí relativamente poco sotto i bombardamenti aerei.
Così Niobe, o se preferite la "pupa verde," rimase nel Museo Navale e causò in poco meno di
quattordici anni la morte di due direttori - non però di quello avveduto, che si era fatto trasferire altrove
- e di un anziano prete, trovato esanime ai suoi piedi; causò pure il decesso di uno studente del
Politecnico, di due studenti dell'ultima classe del liceo San Pietro, che avevano superato felicemente
l'esame di maturità, nonché la prematura fine di quattro fidati custodi del museo, quasi tutti ammogliati.
Tutti, anche lo studente d'ingegneria, furono rinvenuti col volto trasfigurato e con oggetti
taglienti o acuminati conficcati nel petto, del genere che si poteva trovare soltanto nelle raccolte dello
stesso museo: aghi da vela, grappini d'arrembaggio, arpioni, punte finemente cesellate di lance dei
selvaggi della Costa d'Oro; e soltanto il secondo studente liceale aveva dovuto ricorrere al suo
temperino e poi al compasso, perché poco prima della sua morte tutti gli oggetti taglienti del museo
erano stati fissati a catene oppure chiusi in vetrine.
Benché i criminalisti della squadra omicidi inclinassero a ravvisare in ogni decesso un suicidio
dovuto a circostanze tragiche, in città circolava insistente una diceria, che trovava eco anche nella
stampa: "Tutta colpa della "pupa verde," opera delle sue mani."
Niobe era gravemente sospettata di aver fatto trapassare dalla vita alla morte numerosi uomini e
ragazzi. Si discusse senza fine; i giornali dedicarono un'apposita rubrica alle varie opinioni sul caso
Niobe, liberamente espresse; si parlò di fatalità. L'amministrazione comunale parlò di superstizione
anacronistica e dichiarò che non sarebbero state prese misure affrettate finché non fosse stato provato
in modo inequivocabile che realmente qualcosa di anormale stava succedendo.
Così la figura di legno verde rimase anche in seguito nel Museo Navale al posto d'onore, poiché
il museo provinciale di Oliva, quello comunale nella Fleischergasse e il direttore della "Corte di Artú"
si rifiutarono di accogliere quella ninfomane forsennata.
C'era penuria di gente disposta a fare i custodi del museo. E non solo i custodi si rifiutavano di
tener d'occhio la donzella di legno.
Anche i visitatori evitavano la sala in cui si trovava la figura dagli occhi d'ambra. A lungo regnò
un profondo silenzio dietro le finestre rinascimentali che davano il necessario effetto di luce laterale
alla scultura modellata a tutto tondo. La polvere si accumulava. Le donne delle pulizie non venivano
più. I fotografi, altre volte tanto invadenti (uno era morto poco dopo aver fatto una messa a fuoco della
polena, di una morte che parve naturale, ma in cui si poteva anche vedere una significativa correlazione
con la fotografia), non fornirono più alla stampa dello Stato libero, della Polonia, della Germania e
perfino della Francia immagini al magnesio della scultura assassina, anzi distrussero nei loro archivi i
precedenti ritratti di Niobe, e fotografarono da allora in poi soltanto scene dell'arrivo e della partenza di
vari presidenti, capi di Stato e re in esilio, vivendo all'insegna di quello che di volta in volta capitava in
programma: mostre di volatili, assemblee del Partito del Reich, gare automobilistiche e inondazioni
primaverili.
Così rimasero le cose fino al giorno in cui Herbert Truczinski, che non voleva assolutamente
più saperne di fare il cameriere né di entrare alla dogana, prese posto in divisa grigio-topo da custode di
museo sulla sedia di cuoio accanto alla porta di quella sala che il popolino chiamava "il salottino della
pupa."
Sin dal primo giorno in cui si recò al lavoro, lo accompagnai alla fermata del tram sulla Max-
Halbe-Platz. Ero molto preoccupato per lui.
"Va' a casa, piccolo Oskar; non posso prenderti con me." Ma io, che avevo con me il tamburo,
mi imponevo con tale insistenza agli occhi del mio grande amico, che Herbert disse: "Be', allora vieni
fino al Hohes Tor. Ma poi torni indietro, eh?" Al Hohes Tor non volli scendere a prendere il 5, e allora
Herbert mi lasciò venire con lui nella Heilige-Geist-Gasse; tentò ancora una volta di disfarsi di me -
eravamo ormai davanti al portone del museo - ma poi, visto che tutto era inutile, prese alla cassa un
biglietto d'ingresso per bambini.
Avevo bensí già quattordici anni e avrei dovuto pagare il prezzo normale, ma questo a loro che
importava?
Fu una buona giornata tranquilla. Nessun visitatore, nessun controllo. Ogni tanto battevo il
tamburo per una mezz'oretta, ogni tanto Herbert si appisolava per un'oretta. Niobe guardava davanti a
sé coi suoi occhi d'ambra e protendeva il petto verso una meta che non era la nostra meta. Poco ci
curavamo di lei. "Tanto, non è il mio tipo," disse Herbert. "Guardatela un po', grassa come è, e col
doppio mento."
La osservava tenendo la testa un po' china da un lato: "E poi guarda le reni, sono come uno
stipetto per due persone. Herbert è per le donnine, per quelle puttanelle che paiono bambolotte."
Ascoltai Herbert descrivere in lungo e in largo quello che era il suo tipo di donna, e stetti a
guardare le sue poderose mani che impastavano i contorni di una graziosa persona di sesso femminile,
che è rimasta a lungo ed è ancora oggi, anche camuffata sotto la divisa d'infermiera, il mio ideale di
donna.
Già il terzo giorno della nostra permanenza nel museo osammo allontanarci dalla sedia accanto
alla porta. Col pretesto di far pulizia - la sala attigua presentava davvero un aspetto desolante -togliendo
la polvere, spazzando via le ragnatele dai pannelli di quercia delle pareti, trasformando l'ambiente
proprio come conveniva al salottino della pupa, ci avvicinammo al ligneo corpo verdognolo illuminato
dal sole e proiettante ombre. Giacché Niobe non ci lasciava del tutto indifferenti. Troppo palesemente
essa presentava la sua bellezza, in verità assai prosperosa, ma certo non informe.
Solo che non la guardavamo con gli occhi di aspiranti possessori. Ma piuttosto con la distaccata
obiettività di intenditori che tutto valutano. Due impassibili esteti, dunque, Herbert e io, inebriati a
freddo, che si dettero a misurare col pollice, spanna a spanna, le femminili proporzioni del corpo
secondo il metro delle classiche otto lunghezze della testa, e constatarono che le membra di Niobe
infatti vi corrispondevano nel senso della lunghezza, fatta forse eccezione per le gambe un po' troppo
corte, mentre tutto ciò che andava in senso orizzontale - bacino, torace, spalle - richiedeva una misura
più olandese che greca.
Herbert lasciò cadere il pollice: "Questa qui per me a letto si sbatterebbe troppo. Herbert ne ha
già abbastanza di pugilato a Ohra e a Fahrwasser. Non ha bisogno di una donna per roba del genere."
Herbert era un ragazzo bruciato. "Invece se fosse un cosino così, che te la tieni in mano e devi
fare attenzione per non farla in due, Herbert non avrebbe niente in contrario."
Naturalmente - se si fosse giunti a tanto - non avremmo avuto niente da dire neppure su Niobe e
la sua natura di pugile. Herbert sapeva bene che la passività o l'attività erotica di donne nude o
semisvestite, da lui desiderata o indesiderata, non viene rispettivamente offerta dalle sottili e graziose, e
negata dalle false magre e dalle prosperose; ci sono miti ragazze che, accanto a un uomo, non possono
rimanere tranquille, e autentiche virago le quali, come certe pigre acque interne, tradiscono appena
l'esistenza della corrente. Noi semplificavamo di proposito, riducendo tutto a due soli denominatori, e
trattavamo ostentatamente Niobe in modo offensivo, sempre più imperdonabile. Così Herbert mi
sollevò sulle braccia perché picchiassi con ambedue le bacchette del tamburo sul petto della donna,
finché dai fori dei tarli, assai numerosi benché accuratamente spruzzati con insetticida e pertanto
disabitati, uscirono buffe nuvolette di polvere di legno. Mentre picchiettavo, le guardavamo i due pezzi
d'ambra che simulavano gli occhi. Nessun sussulto, nessun battito, nessuna lacrima. Nulla che si
restringesse a minacciose fessure riversanti odio. Le due gocce, più giallicce che rossastre, riflettevano
al completo, anche se deformato dalla convessità, l'arredamento della sala del museo e una parte delle
finestre illuminate dal sole. L'ambra, si sa, trae in inganno. Anche noi sapevamo del carattere subdolo
di questo prodotto della resina, elevato alla dignità di gioiello. Tuttavia, ripartendo tutto ciò che è
femminile in attivo e passivo, secondo il semplicistico criterio dei maschi, interpretavano a nostro
favore l'evidente insensibilità della Niobe. Ci sentivamo sicuri. Con un gorgoglio malizioso Herbert le
conficcò un chiodo nella rotula: a ogni colpo io sentivo una fitta al ginocchio, lei nemmeno batté ciglio.
Facemmo un mucchio di sciocchezze sotto gli occhi della verde e formosa figura lignea: Herbert
indossò un mantello da ammiraglio inglese, si mise in testa un feluca, pure da ammiraglio, si armò di
un cannocchiale. Io, con un panciottino rosso e una parrucca lunga, feci da paggio all'ammiraglio.
Giocammo alla battaglia di Trafalgar, bombardammo Copenaghen, disperdemmo la flotta di Napoleone
presso Abukir, circumnavigammo questo e quel promontorio, atteggiandoci a personaggi storici e poi
di nuovo a personaggi del nostro tempo, e tutto ciò al cospetto di quella polena - immagine di una
strega olandese - che, supponevamo, approvava tutto, o non se ne accorgeva nemmeno.
Oggi so che tutto sta a guardare, che nulla rimane inosservato, che perfino le tappezzerie hanno
una memoria migliore degli uomini. Non è il buon Dio a vedere tutto! Una sedia di cucina, un
attaccapanni, un portacenere semivuoto o la statua di legno di una donna, chiamata Niobe, bastano a
fornire per ogni fatto un testimone che non dimentica.
Per due settimane o poco più prestammo servizio nel Museo Navale.
Herbert mi regalò un tamburo, e per la seconda volta portò a casa a mamma Truczinski il salario
settimanale più un assegno integrativo per il rischio. All'inizio di una nuova settimana - un martedí,
poiché il lunedí il museo rimaneva chiuso - mi si rifiutò il biglietto d'ingresso per bambini. Herbert
volle sapere perché. L'uomo della casa, con fare burbero, ma non senza benevolenza, parlò di un
reclamo avanzato in cui si chiedeva che i bambini non fossero più ammessi al museo. Anche il padre
del ragazzo - disse - si era dichiarato contrario, facendo presente che non avrebbe avuto nulla da
obiettare se fossi rimasto giù, alla cassa, poiché lui, vedovo e uomo d'affari, non trovava il tempo di
badare a me, ma nella sala, nel salottino della pupa, non ci dovevo più entrare, essendo io
irresponsabile.
Herbert stava già per cedere ma io lo spinsi, lo punzecchiai; e lui, pur dando ragione all'uomo
della cassa, disse che ero un talismano, il suo angelo custode, che i bambini sono creature innocenti, e
che perciò lo avrei protetto. Per farla breve, Herbert strinse quasi amicizia col cassiere e ottenne che
almeno per quel giorno - l'ultimo giorno, disse l'uomo - mi fosse concesso di entrare.
Così, condotto per mano dal mio grande amico, salii ancora una volta su per la scala a
chiocciola dai pannelli arabescati, sempre lucida di cera, fino al secondo piano, dove abitava Niobe.
Pochi i visitatori nella mattinata, ancora meno nel pomeriggio. Herbert stava seduto con gli occhi
semichiusi sulla sedia di cuoio dalle borchie di ottone. Io ero accovacciato ai suoi piedi. Il tamburo
taceva.
Sbirciavamo i galeoni, le fregate, le corvette, i velieri a cinque alberi, le galere e le scialuppe, i
guardiacoste e i brigantini, tutti appesi sotto al tavolato di quercia ad aspettare il vento favorevole.
Passavamo in rassegna la flotta, impazienti anche noi che cominciasse a spirare una brezza, temendo la
bonaccia del salottino, e tutto questo per non essere costretti a guardare Niobe e ad averne paura. Che
cosa non avremmo dato perché il sommesso lavorio di un tarlo ci dimostrasse che il legno verde di
quella figura, sia pur lentamente ma infallibilmente, poteva venir corroso e bucato, che Niobe era
quindi corruttibile. Ma nessun tarlo faceva tic-tac. Il conservatore aveva provveduto a rendere il ligneo
corpo di Niobe immune da vermi, e immortale. Così non ci rimasero che i modelli della flotta, la stolta
speranza del buon vento, un gioco irragionevole con la paura di Niobe, che cercavamo di tenere in
disparte, che con ogni sforzo evitavamo di guardare, e che avremmo forse anche finito col dimenticare
se improvvisamente la vivida luce del sole pomeridiano non avesse colpito e incendiato l'ambra del suo
occhio sinistro.
Non avremmo dovuto vedere nulla di straordinario in quel brillio: ogni pomeriggio il sole
penetrava nella sala al secondo piano del museo; sapevamo che ora era, o era in procinto di suonare
quando i suoi raggi, cadendo dal cornicione, investivano i galeoni. Ma anche gli orologi delle vetuste
chiese del rione universitario, di quello delle droghe, della città vecchia, contribuivano per la loro parte
a provvedere di tempi orari il corso della luce solare turbinante di pulviscolo e a rifornire di rintocchi
storici la nostra raccolta.
Nessuna meraviglia se lo stesso astro diurno acquistava ai nostri occhi una dignità storica,
matura per l'esposizione, e diveniva sospetto di cospirare con gli occhi d'ambra di Niobe.
In quel pomeriggio tuttavia, dato che non avevamo né la voglia né il coraggio di abbandonarci a
giochi e a provocanti stupidaggini, lo sguardo luminoso altrimenti inerte ci colpí doppiamente.
Impressionati, attendemmo che trascorresse la mezz'ora che dovevamo ancora passare lì. Il
museo chiudeva alle cinque precise.
Il giorno seguente Herbert entrò in servizio da solo. Lo accompagnai fino al portone del museo,
ma non volli aspettarlo alla cassa, mi scelsi un posto davanti al palazzo gentilizio. Sedetti col mio
tamburo su una grossa palla di granito, dietro la quale cresceva una coda utilizzata dagli adulti come
balaustra. Inutile dire che dall'altra parte della scala c'era un'identica palla con un'identica coda di ghisa.
Solo ogni tanto facevo rullare il tamburo, ma allora terribilmente forte e in genere in segno di protesta
contro i passanti, per lo più di sesso femminile, che ci trovavano gusto a soffermarsi vicino a me, e mi
chiedevano il nome e accarezzavano con mani umide di sudore i miei capelli, a quell'epoca ancora
belli, corti ma lievemente ricciuti. Così trascorse la mattinata. In fondo alla Heiligen-Geist-Gasse
covava, nero-rossa con pinnacoli verdi sotto la massiccia torre, la chioccia di mattoni di Santa Maria.
Colombi spiccavano di continuo il volo dalle crepe del muro della torre, si posavano poco
lontano da me, parlavano di cose sciocche, e non sapevano quanto a lungo la chioccia avrebbe ancora
covato, che cosa stesse covando, se quell'incubazione secolare non stesse divenendo a lungo andare
fine a se stessa.
A mezzogiorno Herbert uscí dal museo. Dalla scatola in cui teneva la sua colazione e che
mamma Truczinski riempiva fino a non poterla più chiudere, egli mi porse un pezzo di pane spalmato
di grasso, imbottito con una salsiccia grossa come un dito. Poiché non volevo accettare,
meccanicamente mi fece un cenno d'incoraggiamento. Alla fine mangiai. Herbert invece, anziché
mangiare, si mise a fumare una sigaretta. Poi scomparve, prima di riconsegnarsi al museo, in una
bettola nella vicina Brotbänkengasse, a bere due o tre bicchierini di ginepro. Non mi piaceva come li
tracannava uno dopo l'altro, tutti d'un sorso; e mi faceva senso vedere il movimento del suo pomo
d'adamo. Quando già da un pezzo era risalito oltre alla svolta della scala del museo, a Oskar, che si era
seduto di nuovo sulla sfera di granito, sembrava di avere ancora davanti agli occhi il pomo d'adamo
sussultante del suo amico Herbert.
Il pomeriggio si arrampicava lento sulla facciata dai colori sbiaditi del palazzo. Passava da una
sporgenza ornamentale all'altra, cavalcava ninfe e cornucopie, divorava angeli grassocci in atto di
afferrare fiori, faceva stramaturare l'uva dipinta, già matura, irrompeva in mezzo a una festa campestre,
giocava a moscacieca, si issava su un'altalena di rose, nobilitava borghesi in brache larghe dediti ai loro
traffici, prendeva un cervo inseguito da cani, e raggiunse infine quella finestra del secondo piano,
attraverso la quale il sole poteva illuminare per breve tempo, e tuttavia per sempre, un occhio d'ambra.
Adagio, scivolai giù dalla sfera di granito. Alcuni frammenti bianchi e rossi del rivestimento
saltarono via e giacquero a terra, davanti ai gradini.
Forse dissi qualcosa, forse mormorai una preghiera verso il basso, forse contai: subito dopo
un'autoambulanza del pronto soccorso si fermò davanti al portale del museo. Alcuni passanti fecero ala
ai due lati dell'entrata. Oskar riuscí a sgattaiolare nel palazzo assieme agli infermieri. Fui prima di loro
in cima alla scala, benché essi avrebbero dovuto conoscere da precedenti infortuni la disposizione dei
vani del museo.
Quasi non potei trattenermi dallo scoppiare a ridere vedendo Herbert. Era attaccato alla Niobe,
aveva voluto montare il legno. La sua testa nascondeva quella della donna. Le sue braccia cingevano
strettamente quelle sollevate e intrecciate di lei. Non aveva indosso la camicia. Fu trovata più tardi,
ripiegata con cura, sulla sedia di cuoio accanto alla porta. La sua schiena esibiva tutte le sue cicatrici.
Lessi l'iscrizione, contai le lettere. Non ne mancavano.
Ma nemmeno si poteva vedere l'inizio di un nuovo disegno.
Precipitatisi poco dopo di me nella sala, gli infermieri durarono fatica a separare Herbert da
Niobe. Con una corta mannaia da nave a doppio taglio, strappata dalla catena a cui era saldata, l'uomo
in amore aveva inferto alla Niobe un colpo nel legno, e si era conficcato l'altra lama nella propria carne
avventandosi sulla donna.
E se l'amplesso gli era perfettamente riuscito in alto, in basso, dove qualcosa di rigido, incapace
di capire, prorompeva ancora dai pantaloni aperti, egli non aveva trovato il fondo per la sua ancora.
Allorché allargarono su Herbert la coperta con la scritta "Servizio comunale di pronto
soccorso," Oskar, come sempre quando subiva una perdita, si volse di nuovo al suo tamburo. Ne
percosse la latta perfino coi pugni, mentre alcuni inservienti del museo, dopo averlo fatto uscire dal
"salottino della pupa," lo accompagnarono giù per le scale e lo condussero a casa con un'auto della
polizia.
Ancor oggi, in manicomio, riandando col pensiero a quel tentativo di unire in un amplesso
amoroso il legno e la carne, Oskar sente il bisogno di battere coi pugni sul tamburo, per vagare ancora
con lo sguardo nel labirinto di cicatrici della schiena di Herbert Truczinski, turgide e variopinte, dure e
sensibili, di tutto presaghe, di tutto profetiche. Simile a un cieco che legga tastando, egli legge i segni di
quella schiena.
Solo adesso che hanno staccato Herbert dalla sua frigida scultura di legno, arriva il mio
infermiere Bruno, con la testa a pera, disperata. Delicatamente mi toglie i pugni dal tamburo, appende
la latta al pomo sinistro ai piedi del mio letto di metallo e mi rimbocca le coperte.
"Ma signor Matzerath," mi ammonisce, "se continua a battere il tamburo così forte, sentiranno
dappertutto. Non vuole fare una pausa o suonare un po' più piano?"
Sì, Bruno, tenterò di dettare al mio tamburo un prossimo capitolo più sommesso, benché
proprio il tema trattato reclami ad alta voce tutta un'orchestra fragorosa e vorace.

NOTE:
(1) In italiano nel testo.

Fede Speranza Carità


C'era una volta un musicista, si chiamava Meyn e sapeva suonare magnificamente la tromba.
Abitava nella soffitta di una casa di quattro piani, aveva quattro gatti uno dei quali si chiamava
Bismarck, e beveva tutta la giornata da una bottiglia di ginepro. E così fece finché gli toccò una
disgrazia che lo fece diventare astemio.
Ancor oggi Oskar non è convinto del tutto che esistano segni premonitori. Tuttavia all'epoca dei
fatti ch'egli sta narrando c'erano segni premonitori a sufficienza di una disgrazia che calzava stivali
sempre più grandi, avanzava a passi sempre più grandi coi suoi sempre più grandi stivali, e pensava a
portare dappertutto disgrazia. Il mio amico Herbert Truczinski morí di una ferita al petto infertagli da
una donna di legno. La donna non morí. Fu messa sotto sigillo e riposta nella cantina del museo,
ufficialmente per lavori di restauro. Ma la disgrazia non si può relegare in una cantina. Con le acque di
scolo essa trova una via d'uscita attraverso i canali della fognatura, si insinua nelle tubature del gas e
sbuca inavvertita in tutti i fornelli, sicché nessuno, ponendo la pentola della minestra sulla fiamma
bluastra del gas, sospetta che anche la disgrazia contribuisce a far bollire il suo pasto.
Quando Herbert fu sepolto nel cimitero di Langfuhr, vidi per la seconda volta Schugger Leo di
cui avevo fatto conoscenza nel cimitero di Brenntau. A tutti noi, a mamma Truczinski, ai suoi figli,
Guste, Fritz e Maria, alla grassa signora Kater, al vecchio Heilandt, che nei giorni di festa macellava
per mamma Truczinski i conigli di Fritz, al mio presunto padre Matzerath, che, atteggiandosi come
sempre a uomo generoso, si accollò metà delle spese funerarie, anche a Jan Bronski, che conosceva
appena Herbert ch'era venuto soltanto per rivedere Matzerath e forse anche me sul terreno neutrale del
cimitero -, a tutti noi Schugger Leo, protendendo dei guanti bianchi ammuffiti e tremanti, biascicò le
sue condoglianze confuse, che non riuscivano a distinguere la gioia dal dolore.
Quando i guanti di Schugger Leo sfarfallarono verso il musicista Meyn, che era venuto vestito a
metà in borghese, a metà in divisa di Sa, si ebbe l'ulteriore segno di una incombente disgrazia.
Improvvisamente spaurito, il pallido panno dei guanti di Leo sfuggí verso l'alto e volò via
trascinandosi dietro Leo oltre le tombe. Lo si sentí gridare; ma certamente non erano espressioni di
condoglianze quei cenci di parole che rimasero impigliati più in là, sulle piante del cimitero.
Nessuno si scostò dal musicista Meyn. Ma tuttavia, riconosciuto e segnato da Schugger Leo,
egli stette lì isolato in mezzo al gruppo di dolenti, giocherellando imbarazzato con la tromba che aveva
portato con sé, e alla quale poco prima aveva magnificamente dato fiato sulla tomba di Herbert.
Magnificamente, poiché Meyn - come da gran tempo non faceva - aveva di nuovo ceduto al suo
ginepro; la morte di Herbert, che gli era coetaneo, lo aveva infatti toccato da vicino, mentre aveva reso
muti me e il mio tamburo.
C'era una volta un musicista, si chiamava Meyn e sapeva suonare magnificamente la tromba.
Abitava nella soffitta della nostra casa, aveva quattro gatti uno dei quali si chiamava Bismarck, e
beveva tutta la giornata da una bottiglia di ginepro, finché - fu, se ben ricordo, alla fine del trentasei o
al principio del trentasette - entrò nel corpo bandistico dei cavalleggeri delle Sa dove suonava la tromba
con molto meno errori ma non più magnificamente, perché una volta indossati i calzoni dal battisella di
cuoio, aveva rinunciato alla bottiglia di ginepro, e ormai suonava la tromba solo con forza e sobrietà.
Quando all'Sa Meyn morí l'amico d'infanzia Herbert Truczinski, insieme al quale negli anni tra
il venti e il trenta aveva appartenuto a un gruppo giovanile comunista e più tardi all'associazione dei
Falchi Rossi, quando Herbert fu portato all'estrema dimora, Meyn afferrò la sua tromba e insieme una
bottiglia di ginepro. Poiché voleva suonare magnificamente e senza sobrietà, e anche cavalcando il suo
cavallo bruno delle Sa aveva conservato un orecchio musicale, perciò anche in cimitero buttò giù un
sorso di ginepro e tenne indosso, sopra la divisa, il cappotto borghese, benché prima si fosse proposto
di suonare sopra la terra del cimitero in camicia bruna, pur senza copricapo.
C'era una volta un Sa, che sulla tomba dell'amico, suonando magnificamente la sua tromba,
limpida come il ginepro, tenne il cappotto sopra l'uniforme delle Sa. Non poteva naturalmente mancare
Schugger Leo - tipi come lui se ne trovano sempre nei cimiteri -pronto a fare le sue condoglianze ai
partecipanti alle esequie. E a tutti, infatti, le espresse premurosamente. Soltanto all'Sa non fu concesso
di stringere il guanto bianco di Leo poiché Leo riconobbe l'Sa, ne ebbe paura e gli sottrasse il guanto e
le condoglianze con alte grida. Sicché l'Sa Meyn tornò a casa senza condoglianze con la sua fredda
tromba, e lì in soffitta trovò i suoi quattro gatti.
C'era una volta un Sa che si chiamava Meyn. Dai tempi in cui beveva tutto il giorno ginepro
suonando meravigliosamente la tromba, egli teneva in casa quattro gatti, uno dei quali si chiamava
Bismarck.
Allorché un giorno l'Sa Meyn ritornò a casa dal funerale del suo amico d'infanzia Herbert
Truczinski, e si sentí triste e di nuovo sobrio perché qualcuno si era rifiutato di fargli le condoglianze,
si trovò nella sua soffitta tutto solo coi quattro gatti. I gatti gli si fregarono contro gli stivali, e Meyn se
ne liberò dando loro un cartoccio pieno di teste di acciughe. Quel giorno nell'abitazione si avvertiva un
odore particolarmente intenso dei quattro gatti, che erano tutti maschi e uno si chiamava Bismarck e
gironzolava nero su zampe bianche. Ma Meyn non aveva ginepro in casa e per questo c'era sempre più
odore di gatti. Avrebbe forse comperato del ginepro nel nostro negozio se la sua abitazione non fosse
stata una soffitta al quarto piano sotto il tetto. Così aveva paura delle scale, e poi sentiva soggezione dei
vicini, davanti ai quali aveva giurato più volte che neppure una goccia di ginepro sarebbe più arrivata
alle sue labbra di musicista, ricominciava una nuova vita perfettamente sobria, che d'ora in avanti si
votava all'ordine e non più alle ebbrezze di una giovinezza scioperata e senza freni.
C'era una volta un uomo, si chiamava Meyn. Un giorno che si trovava nella sua abitazione in
soffitta, solo con i suoi quattro gatti uno dei quali si chiamava Bismarck, il loro odore gli diventò più
del solito insopportabile, poiché la mattina gli era successo qualcosa di triste e anche perché non aveva
in casa del ginepro. Ma siccome la tristezza e la sete aumentavano, accentuando l'odore dei gatti,
Meyn, di professione musicista e membro della banda delle Sa, afferrò l'attizzatoio che era accanto alla
sua stufa fredda di maiolica e si mise a pestare sui gatti, e non smise finché poté pensare di averli
liquidati tutti, compreso quello che si chiamava Bismarck; per quanto l'odore dei gatti non fosse
diminuito.
C'era una volta un orologiaio, si chiamava Laubschad e abitava al primo piano della nostra casa,
in un alloggio di due camere le cui finestre davano sul cortile. L'orologiaio Laubschad era celibe e
membro dell'Associazione nazional-socialista per il benessere del popolo e della Società protettrice
degli animali. Aveva un cuore generoso, Laubschad, e aiutava gli uomini stanchi, gli animali ammalati
e gli orologi guasti a rimettersi in piedi. Un pomeriggio che l'orologiaio sedeva pensieroso alla finestra
riflettendo sul funerale di un suo vicino che s'era svolto al mattino di quello stesso giorno, vide il
musicista Meyn, che abitava al quarto piano della stessa casa, portare nel cortile un sacco a metà
riempito di qualcosa, che sembrava bagnato e gocciolava, e deporlo in uno dei due cassoni delle
immondizie. Siccome però il cassone era quasi pieno, il musicista riuscí solo a fatica a chiuderne il
coperchio.
C'erano una volta quattro gatti, uno dei quali si chiamava Bismarck. Questi gatti appartenevano
a un musicista di nome Meyn. E dato che i gatti, che non erano castrati, diffondevano un odore
prepotente e sgradevole, un giorno il musicista, essendogli per particolari motivi divenuto
particolarmente molesto quell'odore, li ammazzò con un attizzatoio e rinchiuse i cadaveri in un sacco
da patate che portò giù nel cortile nel cassone delle immondizie, a pochi passi dall'asta dei tappeti.
Aveva sceso la scala in gran fretta poiché al secondo piano il sacco aveva già cominciato a gocciolare.
Siccome però il cassone delle immondizie era quasi pieno, il musicista dovette premere dentro il sacco
per poter chiudere il coperchio. Era appena uscito in strada - poiché non voleva ritornare nella sua
abitazione, maleodorante di gatti ma di gatti ormai priva - che le immondizie compresse nel cassone si
dilatarono di nuovo, sollevarono il sacco e col sacco il coperchio.
C'era una volta un musicista, ammazzò i suoi gatti, li seppellí in un cassone di immondizie,
lasciò la casa e andò a trovare gli amici.
C'era una volta un orologiaio il quale, sedendo un giorno pensieroso alla finestra, vide nel
cortile il musicista Meyn mentre stava fissando un sacco a metà pieno nel cassone delle immondizie e
abbandonava poi il cortile. Osservò pure come pochi istanti dopo l'uscita di Meyn il coperchio del
cassone cominciò ad aprirsi, sollevandosi a poco a poco.
C'erano una volta quattro gatti maschi. Poiché in un giorno particolare emanavano un odore
particolarmente intenso, essi furono ammazzati, messi in un sacco e sepolti nel cassone delle
immondizie.
Ma i gatti, uno dei quali si chiamava Bismarck, non erano proprio ben morti poiché, come si sa,
i gatti sono duri a morire. Si muovevano nel sacco facendo sollevare il coperchio del cassone, e
ponevano all'orologiaio Laubschad, che continuava a stare meditabondo alla finestra, la domanda:
indovina che cosa c'è nel sacco che il musicista Meyn ha ficcato dentro il cassone?
C'era una volta un orologiaio il quale non poté restare tranquillo a veder muoversi qualcosa nel
cassone delle immondizie. Uscí dunque dalla sua abitazione al primo piano della casa, si recò nel
cortile, sollevò il coperchio del cassone e tiratone fuori il sacco coi quattro gatti malconci ma ancora
vivi, se li portò via, deciso a curarli. Ma le bestie morirono già nella notte seguente sotto le sue dita di
orologiaio, e a lui non rimase altro che sporgere denuncia presso la Società protettrice degli animali di
cui era membro e informare dell'accaduto anche il comando del suo gruppo rionale, poiché le sevizie
fatte subire a quelle bestie potevano pregiudicare il buon nome del Partito.
C'era una volta un Sa, il quale, avendo ucciso quattro gatti che non erano morti subito, fu da essi
tradito e denunciato da un orologiaio. Ne seguí un processo giudiziario e l'Sa fu condannato a pagare
una multa. Ma del caso si occuparono anche le Sa le quali decisero di espellerlo per indegnità.
Nemmeno allorché nella notte dall'otto al nove novembre del trentotto, chiamata poi la notte dei
cristalli, l'Sa Meyn si distinse per particolare coraggio dando alle fiamme insieme ad altri la sinagoga
del Michaelisweg a Langfuhr, e collaborando con vigore il mattino seguente al saccheggio di parecchi
negozi precedentemente designati, nemmeno tutto lo zelo di cui allora egli diede prova valse a
risparmiargli di venir radiato dai ranghi dei cavalleggeri delle Sa. Per atti di inumana crudeltà perpetrati
contro animali venne degradato ed espulso. E soltanto un anno dopo fu ammesso al servizio della
difesa territoriale, che venne assorbito più tardi dai reparti combattenti delle Ss.
C'era una volta un negoziante di generi coloniali il quale chiuse un giorno di novembre la
bottega poiché in città succedeva qualcosa d'insolito. Prese per mano il figlio Oskar e andò col 5 fino al
Langasser Tor, perché lì, come anche a Zoppot e a Langfuhr, bruciava la sinagoga. Al loro arrivo il
tempio era già quasi distrutto dalle fiamme e i vigili del fuoco si limitavano a impedire che l'incendio si
propagasse agli edifici vicini. Davanti alle rovine camicie brune e gente in borghese stavano
accumulando libri, arnesi sacri e strani paludamenti. Appiccarono poi il fuoco al mucchio, e il nostro
bravo negoziante colse l'occasione per riscaldare a quel pubblico falò le mani e i suoi tiepidi sentimenti.
Ma Oskar, vedendo suo padre tanto infervorato, se la svignò, affrettandosi verso il negozio nella
Galleria dell'Arsenale, poiché era preoccupato per i suoi tamburi di latta, laccati in bianco e rosso.
C'era una volta un negoziante di giocattoli, si chiamava Sigismund Markus e vendeva fra l'altro
anche tamburi di latta, laccati in bianco e rosso. Oskar, del quale si è appena parlato, era l'acquirente
principale di questi tamburi di latta, poiché era tamburino di professione e non poteva né voleva vivere
senza un tamburo di latta. Questa la ragione per cui si era allontanato in fretta dalla sinagoga in
fiamme, dirigendosi verso la Galleria dell'Arsenale, dove abitava e aveva il suo negozio il custode dei
suoi tamburi. Ma ve lo trovò in uno stato che doveva impedirgli di vendere ancora tamburi di latta,
almeno in questo mondo.
Gli stessi pompieri ai quali io, Oskar, credevo di essere sfuggito, mi avevano preceduto da
Markus e avevano tracciato a caratteri gotici sulla vetrina del negozio la scritta "porco giudeo"; ma poi,
forse insoddisfatti della propria scrittura, avevano sfondato a pedate il cristallo, per cui il titolo
affibbiato a Markus si poteva ormai solo indovinare. Disprezzando la porta, attraverso la vetrina
infranta erano penetrati dentro il negozio e, come tanti bambini, si erano messi a trastullarsi coi
giocattoli.
Quando anch'io entrai nel negozio attraverso la vetrina, li trovai ancora intenti ai loro giochi.
Alcuni si erano calati i calzoni e avevano deposto grosse salsicce nere, in cui si riconoscevano ancora
dei piselli semidigeriti, sui velieri, sulle scimmiette violiniste, sui miei tamburi. E siccome portavano la
stessa divisa delle Sa di Meyn, mi parve che tutti rassomigliassero a Meyn, ma Meyn non era lì a
collaborare; così come quelli che erano all'opera lì non potevano essere altrove. Uno degli uomini
aveva estratto il suo pugnale. Si mise a sventrare una bambola dopo l'altra, e parve meravigliarsi
vedendo che ogni volta dai tronchi e dalle membra usciva soltanto della segatura.
Ero preccupato per i miei tamburi. A loro i miei tamburi non piacevano. La mia latta non poté
resistere alla loro furia vandalica e dovette subirla in silenzio. Markus invece si era sottratto alla loro
ira. Quando vollero parlargli nel suo ufficio non bussarono, sfondarono la porta, che del resto non era
chiusa.
Il negoziante di giocattoli era seduto alla scrivania. Sull'abito grigio scuro di tutti i giorni
portava, come al solito, i paramaniche. Le sue spalle cosparse di forfora tradivano una malattia del
cuoio capelluto. Uno degli uomini, che teneva ancora in mano alcuni burattini di legno, con uno di
questi gli dette un colpo. Ma Markus, non era più possibile offenderlo, farlo parlare. Davanti a lui, sulla
scrivania, c'era un bicchiere che una sete improvvisa doveva avergli imposto di vuotare proprio
quando, udendo infrangersi il cristallo della vetrina, si era sentito la gola secca.
C'era una volta un tamburino, si chiamava Oskar. Nel momento in cui lo privarono del suo
fornitore di giocattoli, devastando il negozio, intuí che per i tamburini-gnomi come lui si annunciavano
tempi difficili. Si prese perciò, prima di andarsene, un tamburo intatto e altri due soltanto lievemente
danneggiati in mezzo a quei rottami, se li mise a tracolla e lasciò la galleria dirigendosi verso il
Kohlenmarkt in cerca di suo padre che probabilmente lo cercava. Era un mattino di novembre. Presso
la fermata del tram davanti al Teatro Municipale sostavano donne di un'associazione religiosa e brutte
ragazze infreddolite; offrivano dei fascicoli di propaganda religiosa, raccoglievano offerte in bossoli ed
esibivano tra due stanghe uno striscione la cui scritta citava un passo della prima lettera di san Paolo ai
Corinti, capo Xiii. "Fede, speranza, carità," lesseOskar, che ora poteva trastullarsi con le tre paroline
come un giocoliere con le bottiglie: credulone, Speranzol, pillole del plusamore, Capo di Buona
Speranza, camera caritatis, assemblea dei creditori. Credi che domani pioverà? Un popolo credulone
credeva a Babbo Natale. Ma il Babbo Natale era l'uomo del gas. Credo che odori di noci e mandorle.
Ma era odore di gas. Presto, credo, sarà la prima domenica d'Avvento. E la prima, la seconda, sino alla
quarta domenica d'Avvento venivano girate come si girano i rubinetti del gas, perché fosse credibile
l'odore di noci e di mandorle, perché tutti gli schiaccianoci potessero credere, consolati: Eccolo, viene!
- E chi veniva? Il Bambino Gesú, il Salvatore? O veniva invece il celeste uomo del gas, col suo
orologio-contatore sotto il braccio, che fa senza sosta tic-tic? E disse: "Io sono il Salvatore del mondo;
senza di me non potete cucinare." E con lui ci si poteva intendere; proponeva una tariffa ragionevole,
apriva i rubinetti luccicanti e faceva uscire lo Spirito Santo perché si potesse cucinare la colomba. E
donava noci e mandorle da schiacciare, che subito venivano schiacciati ed emanavano effluvi: Spirito e
gas; cosicché per i creduloni non era difficile, nell'aria spessa e azzurrina, vedere in tutti gli uomini del
gas davanti ai magazzini altrettanti Babbi Natale, e Bambini Gesú di varie dimensioni e prezzi. E così
credevano nell'azienda del gas, in cui soltanto c'è la salvezza, che con la maggiore o minore pressione
dei gasometri simboleggiava il destino e che a prezzi normali organizzava l'Avvento al Natale in cui,
presupposto dal primo, molti credevano, ma alle cui fatiche gastronomiche resistevano soltanto coloro
che non disponevano di una sufficiente provvista di noci e mandorle, benché prima tutti fossero
convinti di averne abbastanza.
Ma dopo che la fede in Babbo Natale era risultata fede nell'uomo del gas, senza badare
all'ordine progressivo seguito nella lettera ai Corinti, ci si rivolse alla carità, all'amore: Ti amo - si disse
-oh, certamente ti amo. Ti ami anche tu? Mi ami? Di', francamente, mi ami, mi ami davvero? Amo
anche me stesso. E da tanto che si amavano, si chiamavano a vicenda "rapanello," si amavano i
rapanelli, si mordevano, un rapanello mordeva all'altro il rapanello, per amore. E si raccontavano
esempi meravigliosi di amore celeste, ma anche terreno fra rapanelli, e prima di addentarsi si
sussurravano, freschi, affamati e taglienti: Di', rapanello, mi ami? Anch'io mi amo.
Ma poiché i rapanelli si erano morsi per amore e poiché la fede nell'uomo del gas fu proclamata
religione di Stato, dopo la fede e l'anticipata carità rimaneva solo il terzo custode del negozio, secondo
la lettera ai Corinti: la speranza. E mentre avevano ancora rapanelli e noci e mandorle da rosicchiare
speravano già che presto sarebbero giunti alla fine, per potere ricominciare daccapo, oppure continuare,
sperando dopo la musica finale o già durante la musica finale che ci fosse presto la fine della fine. E
non sapevano ancora bene la fine di che cosa. Speravano solo che arrivasse presto la fine, già domani la
fine, oggi probabilmente ancora no la fine; perché che cosa se ne sarebbero fatti della fine improvvisa?
Quando poi fu davvero la fine, ne trassero motivo per un ulteriore inizio, ricco di speranza; poiché da
noi la fine è sempre un nuovo principio, e c'è speranza in ogni fine, anche nella più definitiva. Così è
anche scritto: finché l'uomo spera, ricomincerà sempre daccapo a farla finita serbando la speranza.
Io però non so. Per esempio, non so chi si celi oggi sotto la barba finta di Babbo Natale, non so
che cosa abbia nel sacco Knecht Ruprecht, non so come si chiudano o blocchino i rubinetti del gas;
poiché già scivoliamo, come in un flusso nuovo, o ancora, non so, verso l'Avvento, forse per una prova,
non so per chi si prova, non so se posso credere che puliranno i becchi del gas per farli sibilare, con
cura, non so in quale mattino, in quale sera, non so se il momento della giornata abbia importanza -
poiché la carità non conosce limiti di tempo, e la speranza è senza fine, e la fede non conosce confini,
solo il sapere e l'ignoranza subiscono limiti di tempo e di spazio, e finiscono per lo più prematuramente
con le barbe e i sacchi dei doni e le mandorle, sicché devo dire di nuovo: non so, oh, non so con che
cosa per esempio riempiano le budella, di chi siano le budella che occorrono per essere riempite, non
so, anche se i prezzi della carne da salsicce fine e grossa sono noti, non so tuttavia che cosa in tali
prezzi sia incluso, non so da quali dizionari tolgano i nomi di ciò che serve a riempirle, non so con che
cosa riempiano anche i dizionari come le salsicce, non so con quale carne, non so con quale linguaggio:
le parole hanno un significato, i macellai stanno zitti, io taglio vetri, tu apri i libri, io vi leggo ciò che
mi piace mangiare, tu non sai che cosa ti piace: fette di salsicce e citazioni da budella e libri - né mai
verremo a sapere chi dovette tacere perché le budella potessero riempirsi, i libri comunicare qualcosa,
con un testo fitto serrato minuto, non lo so, ma intuisco: sono gli stessi macellai che riempiono i
dizionari e le budella con linguaggio e salsiccia. Non esiste nessun Paolo, l'uomo si chiamava Saulo, e
da Saulo che era raccontò alla gente di Corinto qualcosa che aveva a che fare con salsicce squisite, che
lui chiamava "fede, speranza, carità," che esaltava come facilmente digeribili e che ancor oggi, sotto le
spoglie sempre cangianti di Saulo, offre agli uomini.
A me invece tolsero il negoziante di giocattoli, e con lui hanno voluto far sparire i giocattoli dal
mondo.
C'era una volta un musicista, si chiamava Meyn e sapeva suonare magnificamente la tromba.
C'era una volta un negoziante di giocattoli, si chiamava Markus e vendeva tamburi di latta
laccati in bianco e rosso.
C'era una volta un musicista, si chiamava Meyn e aveva quattro gatti, uno dei quali si chiamava
Bismarck.
C'era una volta un tamburino, si chiamava Oskar e faceva assegnamento sul negoziante di
giocattoli.
C'era una volta un musicista, si chiamava Meyn e uccise i suoi quattro gatti con l'attizzatoio.
C'era una volta un orologiaio, si chiamava Laubschad ed era membro della Società protettrice
degli animali.
C'era una volta un tamburino, si chiamava Oskar e gli tolsero il suo negoziante di giocattoli.
C'era una volta un negoziante di giocattoli, si chiamava Markus e portò via con sé da questo
mondo tutti i giocattoli.
C'era una volta un musicista, si chiamava Meyn, e se non è morto vive ancora oggi, e suona
ancora la sua tromba, magnificamente.

Libro secondo

Rottami.
Giornata di visita: Maria mi ha portato un nuovo tamburo. Quando, porgendomelo oltre la grata
del letto, ha voluto consegnarmi anche la ricevuta del negozio di giocattoli, mi sono rifiutato di
prenderli e ho premuto il campanello alla testata del letto finché è comparso il mio infermiere Bruno, e
ha fatto ciò che è sempre solito fare quando Maria mi porta un nuovo tamburo: aperto lo spago e svolta
la carta blu del pacco, ne ha tolto con gesto quasi solenne lo strumento, ripiegando poi con cura la
carta. Solo allora Bruno marciò - dico: marciò - verso il lavandino col nuovo tamburo, ci lasciò scorrere
sopra un filo d'acqua calda e staccò cautamente il cedolino col prezzo senza grattare via la vernice
bianca e rossa.
Quando Maria al termine della breve visita, non troppo faticosa, si accinse ad andare, prese il
tamburo vecchio che avevo ridotto malamente descrivendo la schiena di Herbert Truczinski e la polena
lignea, e interpretando in modo forse un po' arbitrario la prima lettera ai Corinti - prese il tamburo
vecchio per andar a metterlo nella cantina di casa nostra accanto a tutti gli altri tamburi fuori uso che
mi erano serviti a scopi in parte professionali e in parte privati.
Prima di andarsene Maria osservò: "Di posto non ce n'è più un gran che, in cantina. Mi
domando dove devo cacciare le patate, quest'inverno."
Sorrisi senza prendere atto del rimprovero della massaia che parlava in Maria, la pregai di
segnare con inchiostro nero un numero d'ordine sul tamburo fuori uso, e di riportare le date e le brevi
note concernenti lo strumento che avevo scritto su un foglietto in quel diario che ormai da anni è
appeso alla porta della cantina, e che sa tutto sulla vita dei miei tamburi dal quarantanove in poi.
Maria annuì deferente si congedò da me con un bacio. Il mio senso dell'ordine continua a
sembrarle appena comprensibile, anzi un po' inquietante. Oskar trova giustificate le preoccupazioni di
Maria, e non sa neppure bene lui perché una tale pedanteria lo induca a tenere una raccolta dei suoi
tamburi fracassati. Tanto più che non ha mai provato e non ha alcun desiderio di scendere nella cantina
della casa del sobborgo di Bilk per dare un'occhiata a quel mucchio di rottami.
Sa pure per esperienza che i figli disprezzano le raccolte dei genitori, che quindi anche suo
figlio Kurt, quando un giorno riceverà l'eredità paterna, nella migliore delle ipotesi s'infischierà di tutti
quei disgraziati tamburi.
Che cosa dunque mi induce ad esternare ogni tre settimane a Maria desideri che, se pienamente
attuati, finirebbero col riempire del tutto la nostra cantina-dispensa, non lasciando più nemmeno un po'
di spazio alle patate per l'inverno?
Raramente, sempre più raramente mi balena l'idea fissa che un giorno qualche museo possa
mostrare interesse per i miei strumenti invalidi; in effetti quest'idea mi era venuta solo quando già
parecchie dozzine di tamburi erano ammucchiati in cantina. Non può essere quindi questa l'origine
della mia passione di collezionista.
Piuttosto - e quanto più ci penso tanto più inclino a crederlo - alla base di quel maniaco
ammucchiamento sta un semplice complesso: un giorno i tamburi di latta potrebbero diventare una
rarità, magari scomparire del tutto, o potrebbe esserne vietato l'uso con l'ordine che quelli ancora
rimasti vengano distrutti.
Un giorno Oskar potrebbe essere costretto a far riparare da un lattoniere alcuni dei suoi tamburi
non completamente inutilizzabili, per essere aiutato a superare con quei veterani rabberciati uno
spaventoso periodo privo di tamburi.
In senso analogo, se pure con altre parole, si pronunciano sulla mia mania di collezionista i
medici del manicomio. La dottoressa Hornstetter voleva addirittura sapere con esattezza il giorno in cui
avevo cominciato a soffrire di questo complesso. Potei indicarle la data precisa, il 9 novembre del
millenovecentotrentotto: poiché fu appunto in quel giorno che perdetti Sigismund Markus,
l'amministratore delle mie riserve di tamburi.
Se già dopo la morte della mia povera mamma era diventato difficile venire puntualmente in
possesso di un tamburo nuovo - poiché erano venute fatalmente a mancare le visite del giovedí nella
Galleria dell'Arsenale, e Matzerath si occupava solo di malavoglia dei miei tamburi, e Jan Bronski
veniva in casa sempre più di rado - tanto più disperata diventò la mia situazione quando la bottega del
commerciante di giocattoli Markus fu devastata. E vederlo seduto dietro la scrivania vuota mi fece
chiaramente capire: Markus non ti regala più alcun tamburo, Markus non vende più giocattoli, Markus
ha troncato per sempre i rapporti d'affari con la ditta che ti ha costruito e fornito fino ad ora i bei
tamburi laccati in bianco e rosso.
Tuttavia, siccome allora non potevo credere che con la dipartita del negoziante di giocattoli il
tempo dei giochi infantili, ancora relativamente sereno, fosse finito, mi presi nel suo negozio ridotto ad
un ammasso di rovine un tamburo intatto e due che avevano soltanto gli orli ammaccati, e portai a casa
questo bottino, sicuro di essere stato previdente.
Avevo ogni cura per quegli strumenti, li suonavo raramente, solo in casi di estrema necessità,
mi privavo di interi pomeriggi di tambureggiamento e assai a malincuore rinunciavo alle mie colazioni
col tamburo che mi rendevano sopportabile l'intera giornata. Oskar praticava una vita di asceta,
dimagriva, e venne condotto dal dottor Hollatz e dalla sua assistente, l'infermiera Inge, che si faceva
sempre più ossuta.
Mi diedero medicine dolci e amare, acidule e insipide, attribuirono la causa del mio
deperimento a una disfunzione delle ghiandole, che, secondo il parere di Hollatz, funzionavano troppo
o troppo poco.
Per sottrarsi a questo esimio medico, Oskar decise di moderare la sua ascetica astinenza,
aumentò di nuovo di peso, fino quasi a diventare nell'estate del trentanove l'Oskar treenne di una volta;
riacquistò le guance paffute finendo di fracassare completamente l'ultimo tamburo che ancora
proveniva dal negozio di Markus. La latta si fendette, in un suono sordo, si arruginí, la lacca bianco-
rossa si sgretolò; eppure mi ostinai a portarlo ancora penzolante sul ventre.
Sarebbe stato assurdo chiedere aiuto a Matzerath, benché egli fosse per natura servizievole, e
perfino generoso. Dopo la morte della mia povera mamma quest'uomo non aveva altro per la testa che
le fesserie del Partito, si distraeva coi convegni dei dirigenti di cellula o si divertiva verso mezzanotte,
dopo abbondanti libagioni, a intrattenersi confidenzialmente e ad alta voce coi ritratti incorniciati di
nero di Hitler e Beethoven appesi nel nostro tinello, facendosi vaticinare dal genio il destino e dal
Führer la provvidenza; quando poi era a mente lucida considerava la raccolta per il soccorso invernale
come il proprio provvidenziale destino.
Non ho un ricordo gradito di quelle domeniche di questua. E infatti in uno di quei giorni
intrapresi il vano tentativo di venire in possesso di un tamburo nuovo. Matzerath, che nella mattinata
aveva raccolto le offerte davanti ai cinema della Hauptstrasse e davanti ai grandi magazzini Sternfeld,
venne a casa a mezzogiorno e riscaldò per sé e per me le polpette di Königsberg. Dopo il saporito pasto
(me ne ricordo ancor oggi) - dato che da vedovo Matzerath cucinava con passione e in modo eccellente
- lo stanco questuante si abbandonò sulla sedia a sdraio per fare un pisolino.
Non appena dal suo respiro regolare mi accorsi che si era addormentato, afferrai sul pianoforte
il bossolo semipieno che aveva la forma di un barattolo vuoto di conserva e corsi nel negozio a
nascondermi sotto il banco con quel coso, e a perdermi col ridicolo bossolo di latta. Non che avessi
voluto arricchirmi con le monete.
Sentivo soltanto un puerile desiderio di servirmene come di un tamburo. Ma in qualunque modo
mi destreggiassi a percuoterlo, tentando anche con le bacchette, la cassettina dava sempre la stessa
risposta: Una piccola offerta per l'assistenza invernale! Per alleviare le sofferenze dei poveri! Niente
più gente che ha fame e freddo! Una piccola offerta per l'assistenza invernale!
Dopo una mezz'ora mi detti per vinto, trassi dal cassetto del banco cinque monete da un soldo,
le introdussi quale mia elargizione per il soccorso invernale nella cassettina, e rimisi la latta così
arricchita sul pianoforte, affinché Matzerath la trovasse e, facendola risuonare, potesse uccidere il
tempo anche per il resto del pomeriggio domenicale.
Questo tentativo fallito mi guarí per sempre. Da allora non ho mai più tentato seriamente di
adoperare come tamburo un barattolo di conserva, il fondo di un catino o un secchio capovolto. E se
l'ho fatto cerco di dimenticare questi ingloriosi episodi e non riserbo ad essi alcuno spazio o il minore
spazio possibile su questi fogli. Un barattolo di conserva non è un tamburo di latta; un secchio è un
secchio, e in un catino ci si lava o si lavano le calze. Come oggi non esistono surrogati, così non ce
n'erano allora; e un tamburo di latta fiammeggiante di bianco e di rosso si fa valere da sé, non ha
bisogno di un portavoce.
Oskar era solo, tradito e abbandonato. Come poteva conservare la sua faccia di bambino di tre
anni se gli mancava ciò che più gli era necessario, il suo tamburo? Tutti gli accorgimenti usati per anni
al fine di trarre in inganno gli adulti, come: bagnare il letto, balbettare le preghiere della sera, la paura
di Babbo Natale, che in realtà era Greff, porre di continuo le domande senza senso caratteristiche dei
tre anni (per esempio: perché le automobili hanno le ruote?), tutti questi contorcimenti che gli adulti si
aspettavano da me dovevo eseguirli senza il mio tamburo, ed ero ormai propenso a rinunciare. Nel mio
scoramento pensai perciò di rivolgermi a colui che, se pure non era mio padre, mi aveva con ogni
probabilità generato, Oskar decise di attendere Jan Bronski sul Ring nei pressi del quartiere polacco.
La morte della mia povera mamma aveva dissolto i rapporti, talora quasi di amicizia, esistenti
fra Matzerath e mio zio, divenuto nel frattempo segretario di posta; non all'improvviso, ma un po' alla
volta, a mano a mano che i dissidi politici si erano acuiti, la rottura era diventata più definitiva
nonostante i così bei ricordi comuni. Con la dipartita dell'anima snella e del corpo prosperoso della
mamma, venne meno l'amicizia di due uomini che si erano entrambi specchiati in quell'anima e nutriti
di quella carne, e che ora, privati di tale alimento e dello specchio convergente, non trovavano nulla di
meglio che le riunioni di seguaci di opposte idee politiche, i quali tuttavia fumavano lo stesso tabacco.
Ma la posta polacca e le riunioni di capicellula in maniche di camicia non possono sostituire una bella
donna, di animo sensibile anche se adultera. Nonostante le precauzioni (Matzerath doveva avere
riguardi per la clientela e per il Partito, Jan per l'amministrazione postale) tuttavia, nel breve periodo fra
la morte della mamma e la fine di Sigismund Markus, i miei due presunti padri talvolta si incontravano
ancora.
Due o tre volte al mese, verso mezzanotte, si sentiva il sommesso picchiare delle nocche di Jan
alla finestra del tinello della nostra abitazione. Quando Matzerath sollevava la tendina e socchiudeva la
finestra, l'imbarazzo era enorme da entrambe le parti; finché l'uno o l'altro trovava la parola liberatrice e
proponeva una tardiva partita di skat. Allora andavano ad invitare Greff nel suo negozio di frutta e
verdura e se lui non voleva venire, se non voleva per via di Jan, se non voleva poiché come ex capo dei
boy-scout - aveva nel frattempo sciolto il suo gruppo - pensava di dover andar cauto, e del resto
giocava male e non molto volentieri, allora era per lo più il fornaio Alexander Scheffler a fare il terzo.
In verità, anche il fornaio sedeva malvolentieri allo stesso tavolo con mio zio Jan, ma un certo
attaccamento sempre provato per la mia povera mamma, che si trasferiva su Matzerath come un'eredità,
e anche il principio diScheffler per cui tutti gli esercenti del commercio al minuto devono essere
solidali, facevano accorrere dal Kleinhammerweg, quand'era invitato da Matzerath, il fornaio dalle
gambe corte.
Prendeva anch'egli posto al tavolo del soggiorno, con le dita ancora bianche di farina mescolava
le carte e le distribuiva come pagnotte al popolo affamato.
Poiché queste partite proibite di skat cominciavano appena verso mezzanotte ed erano interrotte
alle tre del mattino, dovendo Scheffler recarsi nel suo forno, solo raramente mi capitava di alzarmi dal
letto (evitando ogni rumore e sia pure senza il tamburo) e di andare a nascondermi in camicia da notte
nell'angolo d'ombra sotto il tavolo.
Come avrete già notato in precedenza quel posto mi offriva la possibilità di fare nel modo più
comodo le mie considerazioni: stabilivo dei confronti. Ma come tutto era cambiato dopo la dipartita
della mia povera mamma! Nessun Jan Bronski, prudente sopra il tavolo e tuttavia perdendo una partita
dopo l'altra, tentava, ardito sotto di esso, di fare conquiste fra le cosce della mamma, col piede rivestito
della sola calza.
In quegli anni, sotto il tavolo dello skat, non c'era più erotismo, e tanto meno amore. Ora tre
paia di calzoni esibivano diversi motivi a spina di pesce e avvolgevano tre paia di gambe virili più o
meno pelose, nude o rivestite di mutande, che sotto il tavolo si affaticavano per sei ad evitare persino i
contatti casuali, e che sopra, riunite e allargate in tronchi, teste, braccia, si applicavano a un gioco che
avrebbe dovuto essere vietato per ragioni politiche, ma che in ogni caso lasciava adito a una scusante e
anche al trionfo per ogni partita perduta o vinta: la Polonia ha perduto una mano; la città libera di
Danzica ha appena guadagnato un asso di quadri per il Grande Reich tedesco.
Era da prevedere che un giorno queste manovre di gioco avrebbero avuto fine; come presto o
tardi finiscono tutte le manovre e vengono trasformate, su di un piano generale, in fatti bruti, in
occasione di un cosiddetto caso d'emergenza.
All'inizio dell'estate del trentanove risultò chiaro che nelle settimanali riunioni dei capicellula
Matzerath incontrava compagni di gioco meno compromettenti di un funzionario delle poste polacche e
di un ex dirigente dei giovani esploratori. Per forza di cose Jan Bronski si ricordò del dipartimento a lui
assegnato, si accostò alla gente della posta. Come al portiere invalido Kobyella che, da quando aveva
prestato servizio nella leggendaria legione del maresciallo Pilsudski, camminava zoppicando con una
gamba di qualche centimetro più corta. Nonostante questa menomazione Kobyella assolveva
scrupolosamente i suoi compiti di portiere ed era anche un abile artigiano, dalla cui eventuale
benevolenza potevo forse sperare la riparazione del mio tamburo ammalato. Soltanto perché la via per
arrivare a Kobyella passava per Jan Bronski, quasi ogni pomeriggio verso le sei, anche col caldo più
opprimente d'agosto, mi appostavo nelle vicinanze del rione polacco ad aspettare Jan, che, finito
l'ufficio, tornava quasi sempre puntualmente a casa. Ma non lo vedevo venire. Senza pormi la
domanda: che cosa mai starà facendo, quando è libero dal lavoro, il tuo presunto padre? continuavo ad
aspettare fino alle sette, sette e mezzo. E non veniva. Avrei potuto andare dalla zia Hedwig. Magari Jan
era malato, aveva la febbre oppure si era rotta una gamba e doveva tenerla ingessata. Oskar rimaneva
dov'era, accontentandosi di levare ogni tanto uno sguardo attento alle tendine delle finestre
dell'abitazione del segretario di posta.
Una strana timidezza lo tratteneva dall'andare a trovare sua zia Hedwig, poiché il caldo sguardo
materno di lei lo faceva diventare malinconico. E poi non aveva troppa simpatia per i bambini dei
Bronski, ch'erano presumibilmente i suoi fratellastri. Lo trattavano come se fosse una bambola.
Volevano giocare con lui, ma adoperandolo come un giocattolo. Perché mai il quindicenne Stephan,
quasi coetaneo di Oskar, si sentiva in diritto di trattarlo paternamente, dall'alto in basso, dandogli di
continuo istruzioni? E quella Marga di dieci anni, la rosea faccia da luna piena, attorniata da trecce:
vedeva forse in Oskar un manichino privo di volontà che si poteva pettinare, spazzolare, manipolare e
educare per delle ore? Naturalmente quei due vedevano in me un bambino nano, un essere anormale da
compatire, mentre loro si credevano sani, pieni di promettenti qualità, ed erano certo anche i favoriti
della mia nonna Koljaiczek, alla quale purtroppo riusciva difficile di vedere in me il suo favorito. Io
non ero accessibile mediante favole o libri illustrati. Ciò che mi attendevo dalla nonna e che ancor oggi
dipingo con ampiezza e voluttà era qualcosa di assolutamente unico, conseguibile perciò soltanto di
rado: non appena la vedeva, Oskar voleva imitare suo nonno Koljaiczek, immergersi sotto di lei e, se
fosse stato possibile, non dover tornar mai più a respirare fuori di quel paravento.
Che cosa non ho fatto per venir accolto sotto le gonne di mia nonna! Non posso dire che le
fosse sgradevole quando Oskar vi stava accoccolato. Solo che esitava prima di acconsentire, e per lo
più mi respingeva; avrebbe offerto rifugio a chiunque, per poco che avesse rassomigliato a Koljaiczek.
Soltanto io, che non possedevo né la figura né il fiammifero pronto dell'incendiario, dovevo escogitare
degli stratagemmi, ricorrere a cavalli di Troia per poter penetrare in quella roccaforte.
Così Oskar si vede giocare con una palla di gomma, proprio come un bambino di tre anni,
osserva come Oskar fa casualmente rotolare la palla sotto le gonne della nonna, e prima che lei,
accortasi del tranello, possa restituirgliela, s'insinua dietro lo sferico pretesto.
Quando erano presenti gli adulti, la nonna non mi tollerava mai a lungo sotto le gonne. Si
burlavano di lei, ricordandole spesso con parole un po' salaci l'episodio del suo fidanzamento
sull'autunnale campo di patate; la nonna, che già per natura non era pallida, arrossiva in maniera
violenta e persistente, il che, per il contrasto con i suoi capelli quasi bianchi di sessantenne, le donava
alquanto.
Ma se mia nonna Anna era sola - accadeva di rado, e dopo la morte della mamma la vedevo
sempre meno e quasi mai da quando aveva dovuto smettere la vendita al mercato settimanale di
Langfuhr - allora mi ospitava più volentieri, più a lungo e più prontamente sotto le sue gonne color
patata. Non avevo nemmeno bisogno di stupidi trucchi come quello dell'ancor più stupida palla di
gomma per trovar accoglienza.
Scivolavo per terra col mio tamburo sulle doghe del pavimento, tenendo piegata una gamba e
appuntando l'altra contro i mobili, mi spingevo fino a quella montagna di mia nonna, giunto ai piedi
della quale sollevavo con le bacchette il quadruplice involucro, lesto mi insinuavo sotto e lasciavo
ricadere tutti insieme i quattro sipari; rimanevo poi fermo per qualche istante, abbandonandomi
interamente, respirando con tutti i pori il greve odore di burro un po' rancido che, eguale in ogni
stagione, predominava sotto le quattro gonne.
Solo allora Oskar cominciava a battere il tamburo. Ben sapeva che cosa piaceva sentire alla
nonna, e perciò evocava il lento scrosciare della pioggia d'ottobre, simile a quello che lei doveva aver
udito accanto al fuocherello di sterpaglia allorché Koljaiczek con fiuto di un incendiario accanitamente
inseguito aveva trovato riparo sotto di lei. Facevo cadere sulla mia latta una fine pioggerella obliqua,
finché sentivo sopra di me sospiri e invocazioni di santi, e lascio a voi di riconoscere quei sospiri e
invocazioni di santi emessi da mia nonna quella volta nell'anno novantanove, mentre lei stava nella
pioggia e Koljaiczek all'asciutto.
Quando nell'agosto del trentanove stavo aspettando Jan Bronski di fronte al quartiere polacco,
pensavo spesso a mia nonna. Era possibile che fosse in visita da zia Hedwig. Ma per quanto allettante
fosse il pensiero di poter respirare l'odore di burro rancido sotto le sue gonne, rinunciai a salire i due
piani di scale e a suonare il campanello della porta con la targa recante il nome di Jan Bronski.
Che cosa infatti avrebbe potuto offrire Oskar alla nonna? Il suo tamburo era fracassato, il suo
tamburo non poteva esprimere più nulla, il suo tamburo aveva dimenticato il suono di una fine pioggia
d'ottobre che cade obliqua su un campo di patate. E siccome Oskar poteva conquistare l'animo della
nonna soltanto facendole ascoltare il suono della pioggia e del vento d'autunno, rimase ad aspettare Jan
sul Ring, guardando passare i tram della linea 5 che, scampanellando, provenivano dalla Piazza d'armi
o vi erano diretti.
Ma aspettavo veramente ancora Jan? O non vi avevo già rinunciato e continuavo a rimanere
fermo in quel posto soltanto perché non avevo trovato una forma passabile per la capitolazione? Una
lunga attesa ha un effetto educativo. Ma un'attesa prolungata può anche indurre chi attende a
raffigurarsi la scena attesa dell'incontro con tanti particolari che all'atteso viene tolta ogni possibilità di
coglierlo di sorpresa. E tuttavia Jan mi sorprese. Mosso dall'ambizione di scorgerlo per primo, lui che
certo non si aspettava di vedermi, di indirizzargli un saluto sui resti del mio tamburo, stavo lì con
l'animo teso, pronto ad afferrare le bacchette. Senza dover prima fornirgli lunghe spiegazioni, volevo
esporgli la mia disperata situazione attraverso gli alti lamenti della latta, e mi dicevo: ancora cinque
tram... ancora tre... ancora questo; nella mia angosciosa inquietudine mi venne il sospetto che i Bronski,
per desiderio di Jan, fossero stati trasferiti a Modlin o a Varsavia, vidi lui stesso, promosso ispettore
capo delle poste, a Bromberg o a Thorn, attesi, annullando tutti i miei precedenti giuramenti, ancora un
tram, e già Oskar si era voltato per far ritorno a casa quando sentí due mani cingergli da dietro la testa e
tenergli chiusi gli occhi.
Erano le mani morbide di un adulto, piacevolmente asciutte e odoranti di sapone scelto: fiutai
Jan Bronski.
Quando mi lasciò libero e mi fece girare sui tacchi scoppiando in una gran risata, era troppo
tardi per poter dimostrare, col tamburo, quanto fosse tragica la mia situazione. Infilai perciò le
bacchette nelle bretelle di tela che sorreggevano i miei calzoni alla zuava, in quel periodo sudici e con
l'orlo delle tasche sfilacciato poiché nessuno si prendeva cura di me. Con le mani libere levai poi in alto
il tamburo che pendeva da una misera cordicella, lo levai alto come un'accusa, oltre il livello degli
occhi, e via via più in alto, come durante la messa il reverendo Wiehnke l'ostia; avrei anche potuto dire:
questa è la mia carne, questo è il mio sangue, ma non dissi nulla, tenni soltanto sollevato quello
sgangherato strumento, né pretendevo che si compisse una completa e forse miracolosa
transustanziazione; esigevo la riparazione del mio tamburo, e null'altro.
Jan smise subito di ridere; il suo riso era fuori di posto e, come potevo intuire, nervoso e
forzato. Poiché non poteva farne a meno, guardò il mio povero tamburo, ma distolse subito lo sguardo
dalla latta contorta, scrutò i miei limpidi occhi ancora di autentico treenne, vi scorse dapprima soltanto
due insignificanti iridi azzurre, dei luccichii, dei riflessi, tutto ciò che si immagina di poter attribuire
come espressione all'occhio, infine, dovendo riconoscere che il mio sguardo non si distingueva per
nulla da una qualsiasi pozzanghera che si appaga di rispecchiare lo scenario circostante, rivolse la sua
buona volontà a tutto ciò che di esatto e realistico la sua memoria era in grado di ricordare, e si sforzò
di ritrovare nei miei occhi quelli grigi ma dello stesso taglio della mia mamma, che per anni avevano
rispecchiato per lui affetto e passione. Ma forse lo stupí anche nei miei occhi l'immagine riflessa di se
stesso, benché ciò non costituisse ancora motivo sufficiente a ritenere che Jan fosse mio padre, o più
precisamente colui che mi aveva generato. Nei suoi occhi e in quelli della mamma, come nei miei, c'era
infatti la stessa bellezza ingenuamente astuta, scioccamente raggiante che contrassegnava il volto di
quasi tutti i Bronski, e così anche di Stephan, un po' meno di Marga, ma tanto più di mia nonna e di suo
fratello Vinzent. Al mio sguardo però, pur negli occhi celesti ombreggiati da ciglia scure, non si poteva
negare un lampo rivelatore del sangue dell'incendiario nonno Koljaiczek - si pensi soltanto al mio canto
vetricida -, mentre sarebbe stato difficile attribuirmi tratti caratteristici del renano Matzerath.
Jan stesso, benché di solito eludesse le situazioni, interrogato direttamente al riguardo nel
momento in cui levavo in alto il tamburo e lo suggestionavo con gli occhi, avrebbe dovuto ammettere:
è sua madre Agnes che mi guarda. Forse sono io stesso a guardarmi. Troppe cose sua madre e io
avevamo in comune. Ma può anche essere che lo zio Koljaiczek mi guardi, lui che è in America o in
fondo al mare. Solo Matzerath non mi guarda, ed è bene che sia così.
Jan mi prese il tamburo, lo voltò e lo rivoltò, gli diede qualche colpetto con le nocche. Lui,
incapace persino di fare la punta a una matita, si diede l'aria di intendersi della riparazione di un
tamburo di latta, prese visibilmente una decisione, ciò che raramente gli succedeva, mi afferrò
risolutamente per mano - il che mi colpí poiché la cosa non era tanto urgente -, attraversò con me il
Ring fino allo spartitraffico della fermata del tram n' 5, diretto alla Piazza d'armi, e quando il tram
arrivò salí, tirandomi dietro, nel rimorchio per fumatori.
Oskar intuí che si andava in città, alla Heveliusplatz, alla posta polacca, dal portiere Kobyella
che possedeva la abilità e gli arnesi che da settimane il tamburo di Oskar richiedeva.
Questo tragitto col tram avrebbe potuto essere un piacevole viaggio indisturbato se non fosse
stata la vigilia del 1o settembre del trentanove, quando, a cominciare dalla Max-Halbe-Platz, tanto la
motrice che il rimorchio della linea 5 scampanellante verso il centro si riempirono di bagnanti, stanchi
e tuttavia rumorosi, reduci dalla spiaggia di Brösen. Quella sera di tarda estate, una volta consegnato il
tamburo, ci saremmo seduti volentieri al caffè Weitzke con davanti una limonata con cannuccia, se non
ce ne avesse distolto la vista delle corazzate Schlesien e Schleswig-Holstein che avevano gettato le
ancore all'ingresso del porto, di fronte alla Westerplatte, mostrando al rosso muro di mattoni che celava
allo sguardo i depositi di munizioni i loro scafi d'acciaio, le doppie torrette girevoli e le bocche da
fuoco sporgenti dalle casematte. Come sarebbe stato bello poter andar a suonare all'abitazione del
portiere Kobyella e affidare alle sue cure il mio innocuo tamburo di bambino perché me lo riparasse, se
l'interno dell'edificio della posta da mesi non fosse stato blindato per renderlo adatto alla difesa, e se il
personale fino allora pacifico d'impiegati e portalettere non fosse stato trasformato con i corsi di fine
settimana a Gdingen eOxhöft in una guarnigione.
Il nostro tram era giunto frattanto nei pressi della Porta di Oliva. Jan Bronski sudava, fissava gli
alberi polverosi della Hindenburgallee e fumava una sigaretta dal filtro dorato dopo l'altra,
contrariamente al suo abituale senso di economia. Mai Oskar aveva visto sudare tanto il suo presunto
padre, eccetto le due volte o tre in cui lo aveva osservato sulla sedia a sdraio assieme alla mamma.
Ma la mia povera mamma era già morta da un pezzo. Perché Jan Bronski sudava? Dopo aver
notato che poco prima di quasi ogni fermata gli veniva voglia di scendere, e che ogni volta solo nel
momento di accingersi a scendere pareva accorgersi di me e del mio tamburo e perciò tornava a sedersi,
compresi che sudava pensando alla posta polacca, che Jan, come funzionario statale, aveva il dovere di
difendere. E per la verità si era già dato alla fuga una volta, ma mi aveva poi trovato col mio rottame di
tamburo all'angolo del Ring con la Piazza d'armi, aveva deciso di ritornare indietro al suo dovere di
funzionario e mi trascinava con sé sebbene io non fossi né impiegato né idoneo a difendere l'edificio
della posta, e intanto fumava e sudava. Perché non scendeva una buona volta? Non glielo avrei
certamente impedito. Era ancora nei suoi anni migliori, non ne aveva nemmeno quarantacinque. Celesti
erano i suoi occhi, bruni i capelli, curate le mani un po' tremanti, e se non avesse sudato così
miserevolmente, profumo d'acqua di Colonia e non di sudore freddo, avrebbe dovuto sentire Oskar,
seduto accanto al suo presunto padre.
Scendemmo sul Holzmarkt e andammo a piedi per la città vecchia, attraverso il Graben. Era una
tiepida sera di fine estate, senza vento. Come sempre verso le otto si diffondeva nell'aria il bronzeo
suono delle vecchie campane; i carillon facevano svolazzare nuvole di colombi: "Finché t'accoglierà la
fredda tomba sii sempre leale e probo." Com'era bello; quasi da piangere. Ma ovunque regnava
l'allegria. Donne con bambini abbronzati, con accappatoi pelosi, palloni variopinti e barchette a vela
scendevano dai tram che riportavano in città, dalle spiagge di Glettkau e Heubude, folle di bagnanti.
Ragazzine dallo sguardo insonnolito leccavano con la lingua guizzante gelati di lampone. A una
quindicenne sfuggí di mano il cono gelato; voleva già curvarsi a raccoglierlo, esitò, poi abbandonò il
rinfresco che si scioglieva al selciato e alle suole di futuri passanti; presto avrebbe appartenuto al
mondo degli adulti e non avrebbe più leccato gelati per la strada.
All'angolo della Schneidermühlengasse voltammo a sinistra proseguendo per quella viuzza che
sbocca nella Heveliusplatz. Qui piccoli gruppi di Ss della Difesa Popolare ne sbarravano l'accesso:
giovani, ma anche padri di famiglia, con una fascia al braccio, armati di carabine della polizia. Sarebbe
stato facile aggirare lo sbarramento e con una piccola deviazione raggiungere egualmente la posta
ch'era al lato opposto della piazza. Invece Jan Bronski affrontò quelli della Difesa Popolare. La sua
intenzione era evidente: voleva che lo trattenessero e lo rimandassero indietro sotto gli occhi dei suoi
superiori, i quali stavano certamente osservando la Heveliusplatz dalle finestre dell'edificio postale;
avrebbe potuto così, da eroe mancato e facendo una figura semigloriosa, ritornare a casa con lo stesso
tram n' 5 che lo aveva portato fin lì.
Ma gli uomini della Difesa Popolare ci lasciarono passare: probabilmente erano lungi dal
supporre che quel signore ben vestito con un bambino treenne per mano volesse entrare nell'edificio
della posta. Ci consigliarono anzi cortesemente prudenza e soltanto quando, varcato il cancello,
eravamo già davanti al portone principale, ci intimarono l'alt. Jan si voltò, incerto. Ma la pesante porta
fu aperta tanto da lasciarci entrare; ci tirarono dentro: eravamo nella penombra piacevolmente fresca
della sala degli sportelli della posta polacca.
Jan Bronski non fu accolto dai suoi colleghi proprio con cordialità. Diffidavano di lui, non lo
consideravano più uno dei loro, non facevano un mistero di nutrire il sospetto che lui, il segretario di
posta Bronski, avesse l'intenzione di svignarsela. Jan durò fatica a respingere le accuse. Non gli
prestarono ascolto, lo spinsero in un gruppo intento ad allineare sacchetti di sabbia, portati dalla
cantina, dietro le finestre del salone degli sportelli.
Si provvedeva ad accumulare presso le stesse anche vario altro materiale, scelto senza criterio.
Spostarono verso il portone principale mobili pesanti, come armadi pieni di pratiche, per poterlo così
barricare presto in tutta la sua larghezza se la situazione fosse divenuta allarmante.
Qualcuno volle sapere da Jan chi fossi io, senza darsi però il tempo di attendere risposta. Erano
nervosi, parlavano concitatamente a voce alta, poi d'improvviso abbassavano la voce in un eccesso di
prudenza. Al mio tamburo, alla miserevole condizione del mio tamburo nessuno pensava. Kobyella, sul
quale avevo contato perché aiutasse quel rottame che mi pendeva sul ventre a riacquistare un aspetto
presentabile, rimaneva invisibile: probabilmente, come il portalettere e gli impiegati degli sportelli nel
salone, egli era febbrilmente occupato al primo e al secondo piano dell'edificio ad ammassare sacchetti
di sabbia ben riempiti, che secondo loro erano a prova di proiettile. La presenza di Oskar metteva in
imbarazzo Jan Bronski. Perciò quando un tale, che tutti chiamavano dottor Michon, si rivolse a Jan
impartendogli delle istruzioni, mi eclissai istantaneamente senza dar nell'occhio. Cercai le scale,
eludendo lo sguardo del dottor Michon, che portava un elmo polacco ed era evidentemente il direttore,
salii al primo piano e là, verso la fine del corridoio, trovai una stanza di media grandezza, priva di
finestre, dove non c'era nessuno a trasportare cassette di munizioni o ad ammucchiar sacchetti di
sabbia.
Sul pavimento erano allineate, l'una accanto all'altra, grandi ceste come quelle per il bucato,
piene di lettere affrancate con francobolli dai più vari colori. Il locale era basso, tappezzato in ocra.
Nell'aria, un lieve odore di gomma. In alto ardeva una lampadina senza schermo. Oskar era troppo
stanco per cercare l'interruttore. Da lontano giungeva il rintocco ammonitore delle chiese di Santa
Maria, di Santa Caterina, San Giovanni, Santa Brigida, Santa Barbara, della Trinità e del Corpus
Domini: sono le nove, Oskar, devi andare a dormire! E così mi coricai in una delle ceste delle lettere,
ponendomi accanto il non meno esausto tamburo, e mi addormentai.

La posta polacca
Mi addormentai in una cesta colma di lettere che volevano andare al Lodz, Lublino, Lwow,
Torun, Krakow e Czestochowa, e provenienti da Lodz, Lublino, Lemberg, Thorn, Cracovia e
Tschenstochau. Ma non sognai né della Matka Boska Czestochowska né della Madonna Nera, non
rosicchiai in sogno né il cuore del maresciallo Pilsudski, conservato a Cracovia, né quel panforte per
cui è famosa la città di Thorn. E
nemmeno del mio tamburo che attendeva ancora di venir riparato sognai. Dormendo un sonno
senza sogni sopra un cumulo di lettere in una cesta col carrello,Oskar non avvertiva nulla di quel
cicalare e sussurrarsi all'orecchio, dei pettegolezzi e indiscrezioni che nascono, come si suol dire,
quando molte lettere giacciono in un mucchio. Ma quelle lettere mi lasciavano indifferente; non
aspettavo posta, e nessuno poteva vedere in me un destinatario e tanto meno un mittente.
Autosufficiente, dormivo con le antenne ritirate sopra un cumulo di corrispondenza che, gravido di
notizie, avrebbe potuto significare il mondo.
Quindi non mi svegliò quella lettera che un qualsiasi Pan Lech Mi-lewczyk di Varsavia aveva
scritto a sua nipote a Danzica-Schidlitz, una lettera, suppongo, tanto allarmante da destare una
millenaria tartaruga; non fui svegliato né dal vicino crepitare di una mitragliatrice né dal lontano
rimbombo di salve sparate dalle corazzate ancorate in rada.
Si fa presto a scrivere: era fuoco di mitragliatrici, di pezzi di Marina. Non avrebbe potuto essere
invece lo scrosciare di un acquazzone, il martellare della grandine durante un temporale di tarda estate,
come quello che imperversava quando venni al mondo? Ero ancora troppo assonnato, incapace di simili
speculazioni, e dedussi da quei rumori, ancora nell'orecchio, cogliendo nel segno e come tutti gli
assonnati definendo con esattezza la situazione: adesso sparano!
Appena sgusciato fuori dalla cesta, ancora malsicuro nei sandali, Oskar si preoccupò subito
dell'incolumità del suo delicato tamburo.
Nella cesta che lo aveva ospitato durante la notte scavò con ambedue le mani una buca tra le
lettere, cedevoli ma disposte in mazzi stratificati; non procedette però brutalmente, bensí badando di
non sciuparle o addirittura strapparle, separando con cura quelle che si erano quasi appiccicate - erano
tutte affrancate con francobolli, in gran parte violetti, recanti il timbro "Poczta Polska" - e stando
attento che nessuna busta si aprisse; poiché anche di fronte ad eventi ineluttabili e travolgenti il segreto
postale andava scrupolosamente rispettato.
A mano a mano che si faceva più intenso il crepitare delle mitragliatrici, la buca ad imbuto fra
le lettere si allargava. Quando pensai che potesse bastare, adagiai il mio tamburo mortalmente malato
sul fresco giaciglio così preparatogli, e riempiendo di nuovo la buca, non con poche buste alla rinfusa,
bensí con nove, dieci, fino a venti strati metodicamente disposti, lo copersi procedendo come un
muratore, che per erigere a regola d'arte una parete stabile fa combaciare con cura un mattone sopra
l'altro.
Appena ebbi terminata questa operazione prudenziale, la quale, come speravo, avrebbe offerto
al mio strumento sufficiente difesa contro schegge e pallottole, sentii scoppiare la prima granata
anticarro sul lato della posta che dava sulla Heveliusplatz, all'incirca in corrispondenza degli sportelli.
L'edificio della posta polacca, una costruzione massiccia, era in grado di subire tranquillamente
un certo numero di tali colpi senza correre il rischio che gli uomini della Difesa Popolare potessero
avere facile gioco nel tentativo di aprire una breccia abbastanza larga per sferrare uno di quegli assalti
frontali in cui spesso si erano esercitati.
Abbandonai il mio sicuro locale privo di finestre, situato al primo piano fra le stanze degli uffici
e il corridoio e adibito a deposito per la posta, e mi misi alla ricerca di Jan Bronski. E mentre cercavo
con gli occhi il mio presunto padre Jan, cercavo naturalmente e quasi con più intensa avidità il portiere
invalido Kobyella. Proprio la prospettiva di poter farmi riparare da lui il tamburo mi aveva indotto la
sera prima a venire col tram, rinunciando alla cena, nel centro cittadino fino alla Heveliusplatz, e a
entrare nel palazzo della posta, che per il resto mi era indifferente. Se ora non trovavo il portiere in
tempo, vale a dire prima che avesse inizio il previsto assalto contro l'edificio, era difficile sperare
ch'egli si occupasse seriamente del mio malandato arnese.
Oskar si era dunque messo alla ricerca di Jan, ma pensava a Kobyella. Con le braccia conserte
camminò qualche tempo su e giù per il lungo corridoio piastrellato; ma rimase solo coi suoi passi.
Riuscí, è vero, a distinguere gli sporadici spari, certamente provenienti dallo stesso edificio
della posta, dal costante spreco di munizioni degli uomini della Difesa Popolare, ma gli economi
tiratori dovevano aver scambiato i timbri postali con quegli altri arnesi che imprimono segni non meno
visibili. Il corridoio era dunque deserto; nessuna squadra vi si teneva pronta per un eventuale
contrattacco.
Nelle prime ore di quel mattino che non oro, bensí piombo aveva in bocca, soltanto Oskar
pattugliava, inerme e privo del tamburo, in attesa di storici eventi.
Neppure nei locali che davano sul cortile della posta trovai anima viva. Imprudenza, constatai.
Si sarebbe dovuto proteggere l'edificio anche verso la Schneidermühlengasse. Da quella parte l'attiguo
posto di polizia, appena separato dal cortile e dalla rampa dei pacchi postali mediante un semplice
steccato di legno, costituiva una posizione così favorevole all'attacco, quale si vede soltanto nei
manuali illustrati. Perlustrai, facendo risuonare i miei passi, i vari locali: l'ufficio delle spedizioni
raccomandate, dei portalettere per il recapito di denaro, la cassa emolumenti del personale,
l'accettazione telegrammi: eccoli finalmente! Erano sdraiati dietro placche blindate, dietro sacchetti di
sabbia e mobili d'ufficio rovesciati, sparando a tratti, quasi con avarizia.
Nei vari locali già più d'una lastra di finestra aveva fatto conoscenza con le mitragliatrici della
Difesa Popolare. Detti una rapida occhiata ai danni facendo confronti con quei vetri che la mia voce
adamantina aveva mandato in frantumi nei beati tempi di pace.
Be', se ora mi si fosse chiesto di dare il mio contributo alla difesa della posta polacca, se quel
piccolo, rigido dottor Michon, non in veste di direttore, bensí di comandante militare della posta, mi
avesse voluto far prestare giuramento per la difesa della Polonia, la mia voce non avrebbe certo
mancato: per la Polonia e per l'economia polacca dalla fioritura disordinata ma tuttavia sempre feconda,
in pochi minuti avrei volentieri trasformato in buchi neri invitanti le correnti d'aria i vetri di tutte le
case affacciate sulla Heveliusplatz, le vetrate degli edifici sul Rähm, la teoria delle vetrine lungo la
Schneidermühlengasse, ivi compreso il posto di polizia, e, con azione a distanza, più efficace che mai,
le rilucenti vetrine dei negozi della Rittergasse e del Graben nella città vecchia. Non poca confusione si
sarebbe così creata fra gli uomini della Difesa Popolare e anche fra i passanti curiosi di vedere. Così si
sarebbe ottenuto l'effetto di parecchie mitragliatrici; si sarebbe fatto credere sin dall'inizio della guerra
all'impiego di armi prodigiose; e tuttavia ciò non sarebbe servito a salvare l'edificio della posta polacca.
Ma Oskar non entrò in azione. Il dottor Michon coll'elmo d'acciaio polacco sulla sua testa di
direttore non mi fece prestare giuramento, e invece, quando scesi precipitosamente le scale verso il
salone degli sportelli e gli piombai d'improvviso fra le gambe, mi diede un sonoro ceffone; e subito
dopo, bestemmiando a voce alta in polacco, si volse di nuovo alle sue occupazioni difensive. A me non
rimase altro che accettare rassegnato lo schiaffo. Quella gente, perciò anche il dottor Michon, che in fin
dei conti era il responsabile, era eccitata, aveva paura, e quindi potevo considerarla scusata.
Secondo l'orologio nel salone degli sportelli dovevano essere le quattro e venti. Ebbi un istante
il dubbio che per effetto delle scosse subite nella prima fase del combattimento esso si fosse fermato.
Ma subito dopo lo vidi segnare le quattro e ventuno: camminava, dunque, e mi domandai se la sua
imperturbabilità fosse da interpretarsi come un segno di buono o di cattivo augurio.
Comunque rimasi per il momento nel salone degli sportelli evitando di imbattermi in Michon e
guardando se vedessi passare Jan e Kobyella, ma non vidi né lo zio né il portiere. Dando un'occhiata in
giro constatai che le vetrate presentavano fenditure, che presso il portone si erano prodotte larghe
screpolature e brutte discontinuità nell'intonaco, e poco dopo fui testimone, quando portarono lì i primi
due feriti. Uno di essi, un signore anziano dai capelli grigi accuratamente spartiti da una scriminatura,
parlava di continuo con voce agitata mentre gli fasciavano una ferita di striscio al braccio destro.
Appena gli ebbero applicata la candida benda sulla leggera ferita, fece per alzarsi, per afferrare il suo
fucile e correre di nuovo dietro i sacchetti di sabbia, i quali non erano poi a prova di proiettile. Meno
male che un lieve svenimento causato dalla forte perdita di sangue lo costrinse a rimettersi coricato e a
concedersi quel riposo senza il quale un uomo anziano ferito non può recuperare tanto presto le forze.
Inoltre il piccolo cinquantenne tutto nervi che portava un elmo d'acciaio, ma dal taschino della cui
giacca borghese faceva capolino un elegante fazzoletto, questo signore dai nobili gesti di un cavaliere
divenuto funzionario, che era dottore e si chiamava Michon, che, la sera prima, aveva sottoposto Jan
Bronski a un severo interrogatorio, diede al suo anziano subalterno ferito l'ordine di rimanere a riposo
in nome della Polonia.
Il secondo ferito invece non mostrava alcun desiderio di ritornare dietro i sacchetti di sabbia;
giaceva su un pagliericcio, respirava con difficoltà e gridava dal dolore senza vergognarsi, a intervalli
regolari, poiché un proiettile gli aveva perforato il ventre.
Oskar voleva ispezionare ancora una volta lo schieramento degli uomini lungo i sacchetti di
sabbia, per vedere se mai fosse riuscito finalmente a trovare quelli che cercava, quando gli scoppi quasi
simultanei di due granate sopra e accanto al portone fecero tintinnare i vetri del salone degli sportelli.
Gli armadi d'ufficio con cui era stato barricato il portone si spalancarono facendo cadere fuori cataste di
pratiche legate insieme; essendosi spezzato qualche spago, nugoli di atti volarono in aria, ricaddero
sulle piastrelle del pavimento e vi si sparpagliarono frammischiandosi con schede che, secondo le
buone norme della burocrazia, non avrebbero dovuto mai incontrare. Superfluo dire che i vetri rimasti
ancora illesi andarono in pezzi e che frammenti più o meno estesi di intonaco precipitarono al suolo
dalle pareti e dal soffitto. Attraverso una nube di calcinacci fu trasportato al centro del locale un terzo
ferito, ma subito dopo per ordine dell'elmo d'acciaio dottor Michon lo trasferirono, su per le scale, al
primo piano.
Oskar seguí gli uomini con l'impiegato che gemeva a ogni scalino, senza che nessuno lo
richiamasse, gli chiedesse conto o addirittura, come poco prima aveva ritenuto indispensabile Michon,
gli assestasse un rude schiaffo. Vero è che fece attenzione a non incappare fra le gambe di qualche
adulto difensore dell'edificio postale.
Allorché, dietro i due portatori che salivano lentamente le scale ansimando, arrivai al primo
piano, ebbi la conferma di quanto avevo intuito: portavano il ferito proprio in quella stanza priva di
finestre e perciò sicura nella quale era depositata la corrispondenza e che io mi ero riservata. Era
evidentemente la scarsità di materassi a far pensare alle ceste delle lettere, troppo corte ma che
comunque potevano costituire un giaciglio abbastanza soffice per i feriti. Già mi pentivo di aver
sistemato il mio tamburo in una delle ceste colme di posta che per il momento era impossibile
recapitare. Il sangue di quei portalettere e impiegati degli sportelli, dilaniati e bucherellati, non sarebbe
filtrato attraverso i dieci o venti strati di carta, tingendo tutto il mio tamburo di un colore che fino a
quel momento aveva conosciuto solo grazie alla vernice?
Cosa aveva in comune il mio tamburo col sangue della Polonia?
Padronissimi di colorire di quel succo magari tutti i loro atti d'ufficio e le carte assorbenti! Di
riempirne, dopo averli vuotati dell'inchiostro blu, tutti i loro calamai! Che tingessero pure di rosso, da
ferventi patrioti polacchi, la metà dei loro fazzoletti bianchi e le loro camicie inamidate! In fin dei conti
era in ballo la sorte della Polonia, non quella del mio tamburo. Se ci tenevano che la Polonia, se proprio
era perduta, fosse perduta in bianco e rosso, doveva proprio andar perduto anche il mio tamburo,
sospetto per la sua vernice fresca?
Ma pensandoci meglio cominciai a rendermi conto di come stessero realmente le cose: qui non
è in ballo la Polonia - mi dissi - bensí il mio tamburo ammaccato. Jan mi aveva attirato nella posta
perché voleva procurare agli impiegati, per i quali la Polonia non era un faro sufficiente, un segnale
luminoso che servisse loro da stimolo.
Di notte, mentre dormivo senza sognare in una delle ceste a carrello della corrispondenza, gli
impiegati della posta che vegliavano si erano sussurrata una parola d'ordine: un tamburo da bambini
morente ha cercato riparo qui da noi. Da buoni polacchi abbiamo il dovere di proteggerlo, tanto più che
l'Inghilterra e la Francia hanno concluso con noi un patto di garanzia.
Mentre davanti alla porta semiaperta del deposito della corrispondenza limitavo la mia libertà
d'azione con queste astratte ed inconcludenti riflessioni, dalla parte del cortile si sentí il primo crepitio
delle mitragliatrici. Come avevo predetto, i militi della Difesa Popolare si erano decisi a muovere
all'attacco dal posto di polizia della Schneidermühlengasse. Poco dopo ci fu un fuggi-fuggi generale:
penetrati nel cortile e balzati sulle rampe per il carico dei furgoni, gli assalitori erano riusciti a far
saltare la pesante porta di accesso al locale in cui erano custoditi i pacchi postali.
Subito dopo lo avevano già invaso, passando quindi nell'ufficio accettazione pacchi, e già era
aperta la porta verso il corridoio, che conduceva al salone degli sportelli.
Gli uomini che avevano portato di sopra il ferito e lo avevano messo a giacere nella cesta delle
lettere in cui era nascosto il mio tamburo si precipitarono fuori, seguiti da altri. A giudicare dallo
strepitío potei capire che si combatteva nel corridoio a pianterreno, poi nell'ufficio accettazione pacchi.
Gli uomini della Difesa Popolare stavano battendo in ritirata.
Dapprima titubante, poi sempre più rinfrancato, Oskar rientrò nel deposito della corrispondenza.
Il ferito aveva un viso terreo, stringeva i denti in una smorfia di dolore e stralunava gli occhi dietro le
palpebre semichiuse. Ogni tanto sputava fili di sangue.
Siccome però la testa gli pendeva oltre l'orlo della cesta, le lettere non rischiavano granché di
sporcarsi. Oskar dovette alzarsi sulla punta dei piedi per allungarsi fino alla cesta. Il sedere dell'uomo
gravava proprio lì, sopra il mio tamburo sepolto. Dapprima con cautela, per riguardo all'uomo e alle
lettere, poi tirando via via più deciso e infine strappando con impazienza, noncurante dei gemiti del
povero diavolo, Oskar riuscí a cavar fuori parecchie manciate di buste.
Oggi potrei dire che già tastavo l'orlo del mio tamburo, allorché sentii un trambusto di passi
precipitosi su per le scale e nel corridoio. Erano gli uomini di prima che tornavano; avevano respinto la
Difesa Popolare, erano vincitori; sentii che ridevano.
Nascosto dietro una delle ceste, vicino alla porta, attesi che fossero entrati e si occupassero di
nuovo del ferito. Prima vociando e gesticolando, poi bestemmiando fra i denti, si misero a fasciarlo.
Davanti al salone degli sportelli scoppiarono due granate anticarro. Ancora due, poi silenzio.
Intanto, a intervalli regolari, continuava il rombo lontano del fuoco a salve delle corazzate nella zona
del porto franco, davanti alla Westerplatte, un brontolio quasi bonario - si finiva per non farci più caso.
Senza esser notato dagli uomini affaccendati attorno al ferito, sgusciai fuori dal deposito, lasciai
in asso il mio tamburo e andai di nuovo in cerca di mio zio e presunto padre Jan e del portiere
Kobyella. Dopo aver gettato uno sguardo in alcuni magazzini che davano sul cortile, salii al secondo
piano, dove si trovava l'alloggio assegnato al segretario superiore Naczalnik (che doveva aver spedito
in tempo la famiglia a Bromberg o a Varsavia). Lì, nella camera dei bambini, trovai finalmente
Kobyella e Jan.
Era una stanza chiara e ridente, con una gaia tappezzeria, purtroppo bucherellata qua e là da
qualche pallottola vagante. In tempi pacifici doveva essere un piacevole passatempo stare dietro le due
finestre ad osservare il movimento sulla Heveliusplatz. Un cavallo a dondolo non ancora ferito, varie
palle, un castello feudale con minuscoli cavalieri e soldatini di piombo lasciati intorno alla rinfusa, una
scatola di cartone aperta, colma di rotaie e vagoncini merci, parecchie bambole più o meno malandate,
stanzette e cucinette in minatura in cui regnava il disordine, tutta questa sovrabbondanza di giocattoli
stava a dimostrare che il segretario superiore Naczalnik doveva essere padre di due bambini, un
maschio e una femmina, alquanto viziati. Ero assai lieto che, essendo stati sfollati a Varsavia i
marmocchi, mi fosse risparmiato un incontro con una coppia di fratelli che forse mi avrebbero trattato
come i figli dei Bronski. Immaginavo con gioia un po' maligna quanto fosse rincresciuto al
marmocchio di aver dovuto abbandonare il suo piccolo paradiso infantile popolato di soldatini di
piombo. All'ultimo momento si era forse ficcato ancora in tasca alcuni ulani per poter poi rinforzare la
cavalleria polacca nella battaglia sotto la fortezza di Modlin.
Oskar si dilunga troppo a parlare di soldatini di piombo, ma non può fare a meno di arrivare a
questa confessione: sul ripiano superiore di uno scaffale riservato a giocattoli, giochi di società e libri
di figure, stavano allineati strumenti musicali di dimensioni ridotte. Una trombetta gialla come il miele
stava muta accanto a un carillon che sembrava seguire le fasi del combattimento in corso, ossia si
metteva a squillare a ogni scoppio di granata. All'estrema destra si allungava il mantice disteso di
un'armonica dai colori vivaci. I genitori si erano montati la testa quanto bastava per regalare al loro
rampollo anche un autentico piccolo violino, munito di quattro autentiche corde. Accanto al violino
c'era, fermato da alcuni cubetti che gli impedivano di rotolare, con una rotonda superficie di un
biancore incontaminato, c'era - nessuno mi crederà - un tamburo di latta laccato in bianco e rosso.
Non tentai neppure di tirarlo giù dallo scaffale con le mie forze.Oskar si rendeva ben conto del
suo limitato campo d'azione, e nei casi in cui la sua natura di nano lo riduceva all'impotenza si
permetteva di rivolgersi per aiuto agli adulti.
Jan Bronski e Kobyella erano stesi a terra dietro i sacchetti di sabbia che riempivano il terzo
inferiore delle finestre, che arrivavano fino al piano del pavimento. A Jan spettava la finestra sinistra.
Kobyella aveva il suo posto a destra. Avevo compreso subito che in quel momento difficilmente il
portiere avrebbe avuto il tempo di tirar fuori il mio tamburo sempre più ammaccato da sotto il ferito
che continuava a sputar sangue, e a ripararmelo. Perché Kobyella era molto occupato: dal suo fucile
con la canna inserita in una fessura tra i sacchetti di sabbia faceva partire a intervalli regolari qualche
colpo in direzione dell'angolo della Heveliusplatz con la Schneidermühlengasse, nel punto cioè in cui, a
breve distanza dal ponte Radaune, era stato piazzato un cannone anticarro.
Jan stava tutto rannicchiato, teneva nascosta la testa e tremava.
Lo riconobbi soltanto dal suo elegante vestito grigio scuro, ora però cosparso di calcina e di
sabbia. Gli si era slacciata la scarpa destra, essa pure grigia. Mi curvai a riannodare il laccio; quando
strinsi il nodo, Jan sussultò, volse di scatto la testa fissandomi, oltre la manica sinistra, con lo sguardo
inconcepibilmente celeste e slavato dei suoi occhi fin troppo celesti. Sebbene, come mi apparve da un
rapido esame, non avesse riportato neanche una scalfitura, egli piangeva silenziosamente. Jan Bronski
aveva paura. Io ignorai il suo piagnucolio, gli additai il tamburo del figlio sfollato di Naczalnik e con
chiari gesti tentai di fargli capire che doveva spostarsi con prudenza, utilizzando l'angolo riparato della
stanza, avvicinarsi allo scaffale e allungarmi il tamburo. Ma mio zio non mi capí. Il mio presunto padre
non mi capiva. L'amante della mia povera mamma era talmente in preda al terrore che i gesti coi quali
lo pregavo di venirmi in soccorso ebbero semmai l'effetto di accrescerlo. Oskar avrebbe voluto
gridargli che cosa voleva da lui, ma temeva di essere scoperto da Kobyella, che sembrava ascoltare
soltanto il suo fucile.
Perciò, avvicinandomi carponi a Jan, mi stesi al suo fianco dietro i sacchi per infondere
all'infelice zio e presunto padre una parte di quell'imperturbabilità che a me non veniva mai meno.
Presto infatti mi parve che si fosse alquanto calmato. Col mio respiro regolare e tranquillo ero riuscito a
far riprendere al suo polso un ritmo quasi normale. Poco dopo richiamai per la seconda volta - troppo
presto -
l'attenzione di Jan sul tamburo di latta di Naczalnik junior: dapprima delicatamente, e via via
con maggior forza, tentai di fargli voltare la testa verso lo scaffale sovraccarico di giocattoli; ma
nemmeno questa volta egli capí. Di nuovo lo colse una indicibile paura, che vagò per tutta la sua
persona, fluí e rifluí dal basso in alto e dall'alto in basso, in cerca di una via d'uscita, trovò sotto i piedi,
certo a causa delle suole rinforzate, tanta resistenza da rimbalzare verso l'alto, e, attraverso lo stomaco,
la milza e il fegato, invase con tale impeto la povera testa di Jan che i suoi chiarissimi occhi celesti
parvero volergli uscire dall'orbita, e il bianco fu attraversato da sottili venette che fino allora Oskar non
aveva mai avuto l'occasione di osservare nella cornea del suo presunto padre.
Durai fatica e tempo a far rientrare nell'orbita gli occhi dello zio, a far riassumere un po' di
contegno al suo cuore. Senonché tutto il mio zelo al servizio dell'estetica fu vano, poiché proprio allora
gli uomini della Difesa Popolare fecero entrare in azione per la prima volta l'obice da campo di medio
calibro. Con tiro diretto, controllato col cannocchiale, con mirabile precisione attestante un alto livello
di addestramento, abbatterono un pilastro dopo l'altro del recinto della posta, radendo infine tutta la
cancellata. Il mio povero zio Jan subí il crollo di ciascuno dei quindici o venti pilastri con animo e
cuore così afflitti, come se quelli non avessero mandato nella polvere soltanto i piedestalli, ma avessero
anche abbattuto immaginarie statue di divinità protettrici e vitalmente necessarie allo zio.
Solo così si può spiegare come a ogni colpo centrato dall'obice egli emettesse un acuto grido
d'angoscia, il quale, se soltanto lo avesse modulato con cosciente e ben definito proposito, avrebbe
posseduto come i miei gridi vetricidi la virtú di un diamante, capace di tagliare i cristalli. Jan gridava
con appassionato trasporto, ma senza tendere a una meta precisa; sicché da ultimo non ottenne altro se
non che Kobyella, gettato in fretta a giacere accanto a noi il suo invalido e ossuto corpo di portiere,
levasse la magra testa di uccello priva di ciglia e volgesse su di noi, accomunati nell'ansia, lo sguardo
acquoso delle sue pupille grigie. Scosse Jan. Jan gemette.
Gli sbottonò febbrilmente la camicia per vedere se fosse ferito - mi venne quasi da ridere - ma
non trovando la minima lesione lo voltò sulla schiena, lo afferrò per la mascella inferiore facendogli
sbattere assieme i denti e costrinse lo sguardo celeste-Bronski di Jan a sopportare la fiamma grigio-
acquosa degli occhi-Kobyella; gli bestemmiò sulla faccia in polacco, spruzzando saliva, e gli gettò
infine fra le braccia quel fucile che davanti alla feritoia tra i sacchetti di sabbia, espressamente
assegnata a lui, Jan aveva lasciato giacere senza usare - non gli aveva neanche tolto la sicura -. Mio zio
sentí sbattere secco il calcio contro la rotula del ginocchio sinistro. Parve che l'improvviso dolore
fisico, dopo tante afflizioni morali, gli facesse bene. Infatti afferrò l'arma, ebbe un sussulto a sentire il
freddo delle parti metalliche nelle dita e poi nel sangue, ma subito, spronato dalle pressanti esortazioni
di Kobyella, alternate alle bestemmie, avanzò carponi verso la sua feritoia.
Con tutta la sua morbida e vivace fantasia, il mio presunto padre aveva un'idea così realistica
della guerra che gli era difficile, anzi impossibile essere coraggioso per mancanza di fantasia. Senza
preoccuparsi di osservare dal suo posto il campo di tiro, per individuarvi un bersaglio che meritasse di
venir preso di mira, col fucile obliquo e lontano davanti a sé Jan sparò una cartuccia dopo l'altra in
fretta e alla cieca, oltre i tetti delle case sulla Heveliusplatz, per vuotare così in un batter d'occhio il
caricatore e tornare a raggomitolarsi con le mani vuote dietro i sacchetti di sabbia. Lo sguardo
invocante indulgenza che Jan gettò al portiere dal proprio angolo pareva quello imbarazzato e
imbronciato di uno scolaro costretto a confessare di non aver fatto il compito. Kobyella fece schioccare
più volte la mascella, scoppiò a ridere forte, come se non dovesse mai smettere, troncò d'improvviso e
minacciosamente la risata e colpí tre o quattro volte nello stinco mio zio che come segretario di posta
era suo superiore, e già faceva l'atto di colpirlo nel fianco con il suo stivale ortopedico, ma lo lasciò
cadere quando la sventagliata di una raffica di mitragliatrice mandò in frantumi le lastre superiori delle
finestre, ancora intatte, crivellò di fori il soffitto della stanza; poi si gettò a terra, imbracciò stizzito il
fucile e fece partire un colpo dopo l'altro come per ricuperare il tempo perduto con Jan - il che va fatto
rientrare nello spreco di munizioni della seconda guerra mondiale.
E di me non si era dunque accorto il portiere Kobyella? Lui che di solito sapeva essere così
severo e inavvicinabile, imponendo quella rispettosa distanza che soltanto gli invalidi di guerra
riescono a ottenere, acconsentiva invece che io rimanessi in quell'ormai troppo ventilato bugigattolo
dall'atmosfera pregna di piombo. Pensava forse: questa è una camera per bambini, di conseguenza
Oskar può restarvi a giocare durante la pause del combattimento?
Non so quanto tempo rimanemmo stesi per terra dietro i sacchetti di sabbia, io fra Jan e la
parete di sinistra; Jan steso, come paralizzato, Kobyella dietro il suo fucile che sparava per due.
Potevano essere circa le dieci quando il fuoco gradatamente cessò. Il silenzio si fece così
profondo che si sarebbe sentito volare una mosca. Dalla Heveliusplatz giungeva un brusio di voci, un
echeggiare di comandi, e dal bacino del porto sentivo provenire a tratti il sordo brontolio dei pezzi di
Marina. Nel cielo di settembre vagava qualche bianca nuvoletta; e il sole dava a ogni cosa tenui riflessi
d'oro cupo, tutto era lieve come un soffio, sensibile e tuttavia duro d'orecchio. Fra pochi giorni compivo
quindici anni. E, come ogni anno in settembre, desideravo ricevere un nuovo tamburo di latta, sì,
nientemeno che un tamburo di latta. A tutti i tesori del mondo avrei rinunciato, ma irremovibile era il
mio desiderio di un tamburo di latta verniciato in bianco e rosso.
Jan non si muoveva. Kobyella respirava profondamente, con ritmo così regolare da far pensare
a Oskar che si fosse addormentato, che avesse approfittato della breve sosta del combattimento per
concedersi un pisolino, poiché in fin dei conti ognuno, anche un eroe, di quando in quando ha bisogno
di un sonnellino ristoratore. Io soltanto ero ben desto, deciso ad avere il tamburo, con tutta
l'inesorabilità dei miei anni. Non che appena ora, tra il silenzio crescente e il morente ronzio di una
mosca intorpidita dalla calura estiva, mi fosse di nuovo venuto in mente il tamburo del piccolo
Naczalnik. Neanche durante il combattimento, in mezzo al frastuono della battaglia, Oskar ne aveva
distolto gli occhi. Ma ora mi si presentava un'occasione propizia ed ero fermamente deciso a non
lasciarmela sfuggire.
Oskar si levò pian piano; evitando i frammenti di vetro sparsi per terra mosse lento ma risoluto
verso lo scaffale dei giocattoli. Già torreggiava con l'immaginazione su un seggiolino da bambini,
sormontato dalla scatola dei cubetti per costruzioni: un'impalcatura alta e sicura abbastanza per
procurargli il possesso di un tamburo nuovo fiammante, quando mi raggiunse la voce di Kobyella e
subito dopo la stretta rude della sua mano. Disperatamente gli additai il tamburo, già tanto vicino. Ma
Kobyella mi tirò indietro. Tesi entrambe le braccia verso lo strumento. L'invalido già esitava, già
allungava in alto il braccio, stava già per rendermi felice, allorché una raffica di mitragliatrice investí la
camera dei bambini, e granate anticarro scoppiarono davanti al portone della posta.
Kobyella mi scaraventò nell'angolo accanto a Jan Bronski, si precipitò di nuovo al suo fucile; lo
ricaricava già per la seconda volta e il mio sguardo era ancora sempre fisso al tamburo di latta.
Lì giacque Oskar, e Jan Bronski, il mio dolce zio dagli occhi celesti, non alzò nemmeno il naso,
quando la testa d'uccello dal piede ortopedico e dallo sguardo acquoso privo di ciglia, poco prima che
giungessi alla meta, mi schiaffò in quell'angolo dietro i sacchetti di sabbia. Non che Oskar piangesse.
Però l'ira si moltiplicava in me. Grossi vermi bluastri, privi di occhi, si moltiplicavano cercando un
cadavere degno: che cosa m'importava della Polonia? Che cos'era, la Polonia? Avevano la loro
cavalleria! Che la cavalcassero! I polacchi che baciavano le mani alle signore, e sempre troppo tardi si
accorgevano di non aver baciato le stanche dita di una signora, bensí la bocca senza rossetto di un
pezzo d'artiglieria da campagna! Ed ecco che si scaricava, la fanciulla della stirpe dei Krupp. Faceva
schioccare le labbra, imitava mediocremente, ma in un modo autentico, rumori di battaglia, come si
possono sentire assistendo alle proiezioni settimanali del cinegiornale, sputava sonori, indigesti confetti
contro il portone della posta, voleva batterlo in breccia, e voleva rodere il vano delle scale dopo aver
smantellato il salone degli sportelli, affinché nessuno potesse più salire e scendere. E al suo seguito,
armate di mitragliatrici, due eleganti autoblindo che recavano dipinti nomi graziosi quali "Ostmark" e
"Sudetenland" pattugliavano sferragliando e spiando, mai sazie di vedere, su e giù davanti alla posta:
due giovani signore, avide di cultura, che volevano visitare il castello; ma il castello era ancora chiuso.
E ciò accresceva l'impazienza delle due belle viziate, seccate di dover attendere; e le costringeva a
gettare penetranti sguardi grigio piombo dello stesso calibro in ciò che era visibile degli appartamenti
del castello, perché gli abitatori avessero freddo, caldo, e si sentissero in trappola.
Appunto una della autoblindo in perlustrazione - credo fosse la "Ostmark" - muovendo dalla
Rittergasse avanzava di nuovo verso la posta, allorché mio zio, che da parecchio tempo sembrava privo
di vita, spinse la gamba destra verso la feritoia e la sollevò nella speranza che un'autoblindo,
scorgendola, vi dirigesse il fuoco; oppure che un proiettile disperso, mosso a compassione di lui, gli
colpisse di striscio il polpaccio o il calcagno procurandogli una di quelle ferite che consentono al
soldato di abbandonare il fronte ostentando un passo esageratamente zoppicante.
Mantenere una tale posizione doveva, a lungo andare, riuscire faticoso a Jan Bronski. Ogni
tanto era costretto ad abbandonarla.
Solo quando, voltandosi sulla schiena, tenne la gamba sollevata reggendola con ambedue le
mani sotto la cavità del ginocchio, egli trovò forza sufficiente per poterla esporre più a lungo e con
maggiori prospettive di successo ai proiettili sperduti o ben mirati.
Benché avessi, ed ho ancor oggi, molta comprensione per Jan, mi rendevo pur conto di quanto
dovesse essere furente Kobyella nel vedere il suo superiore, il segretario di posta Bronski, in un
atteggiamento così miserabilmente disperato. Con un balzo il portiere fu in piedi, con un altro balzo fu
presso di noi, sopra di noi, allungò di scatto una mano, afferrò il panno di Jan e Jan col panno, sollevò
di peso il fagotto, lo respinse lontano da sé, lo riacciuffò subito dopo, picchiò da sinistra tenendo con la
destra, stava per picchiare di destro ma la sinistra lasciò la presa, afferrò al volo con la destra e già
stringeva i pugni, il destro e il sinistro contemporaneamente, per affibbiare un colpo decisivo a Jan
Bronski -mio zio e padre presunto di Oskar - quand'ecco ci fu nella stanza un tintinnio come forse
sanno fargli gli angeli a gloria del Signore, un canto come quello che l'etere fa vibrare alla radio, ma
non Bronski, bensí Kobyella era stato colpito, una granata si era permessa uno scherzo gigantesco,
risero i mattoni volando in pezzi e i cocci di vetro ridotti in polvere e l'intonaco diventato farina, e si
fendette il legno come sotto i colpi di un'ascia, tutta la stanza dei bambini saltellò buffamente su una
sola gamba, le bambole si squarciarono, al cavallo a dondolo, imbizzarrito, sarebbe piaciuto tanto avere
un cavaliere da disarcionare, nella scatola Märklin apparvero malsicure costruzioni, e gli ulani polacchi
occuparono simultaneamente i quattro angoli della stanza. Finalmente lo scaffale dei giocattoli crollò: e
il carillon annunciò la festa di Pasqua la fisarmonica emise un gemito e la trombetta un breve squillo.
Era una prova d'orchestra, tutta una cacofonia di note acute, stridule, di tonfi, scoppi, schianti e cigolii,
in cui predominava però un suono fondamentale dal tono cupo. Ma a me che, come si addice a un
bambino di tre anni, stavo al sicuro nell'angolo riparato della stanza sotto la finestra, a me toccò in sorte
dopo lo scoppio della granata il tamburo, il tamburo di latta, il nuovo tamburo di Oskar, che aveva solo
qualche lieve scrostatura nelle vernice, e nessun buco.
Quando sollevai gli occhi dall'oggetto del mio nuovo, improvviso e per così dire insospettato
acquisto cadutomi proprio ai piedi, mi vidi costretto ad accorrere in aiuto del povero Jan Bronski. Non
riusciva a liberarsi dal pesante corpo del portiere cadutogli addosso. In un primo momento pensai che
anche Jan fose rimasto colpito, poiché si lamentava in modo molto naturale. Infine, quando ebbimo
rotolato da parte Kobyella che gemeva anche lui in modo altrettanto naturale, apparve subito evidente
che le lesioni subite da Jan erano ben poca cosa. Delle schegge di vetro gli avevano soltanto graffiato la
guancia destra e il dorso di una mano. Da un rapido confronto potei constatare che il sangue del mio
presunto padre era di un rosso più chiaro di quello del portiere macchiando i calzoni di quest'ultimo
all'altezza della coscia, esso presentava un tono più carico, più intenso.
Impossibile però accertare chi avesse strappato e rivoltato l'elegante giacca grigia di Jan. Era
stato Kobyella oppure la granata? Gli pendeva a brandelli dalle spalle mostrando la fodera scucita, i
bottoni penzoloni, le cuciture strappate e le tasche rivoltate.
Vorrei impetrare un po' d'indulgenza per il mio povero Jan Bronski, il quale, prima di trascinare
col mio aiuto Kobyella fuori della stanza, si mise a raccogliere tutto ciò che quel violento temporale gli
aveva strappato dalle tasche. Ritrovò il suo pettine, le fotografie dei suoi cari - ce n'era anche una col
busto della mia povera mamma - e il portamonete che non si era neanche aperto. A fatica e non senza
pericolo, poiché l'uragano aveva in parte spazzato via i sacchetti di sabbia, si accinse a raccogliere le
carte dello skat sparpagliate per la stanza; perché le voleva tutte trentadue, e quando non riuscí a
trovare la trentaduesima si sentí infelice, e quando Oskar la rinvenne fra due camere di bambole
devastate e gliela porse, sorrise sebbene fosse il sette di picche.
Quando ebbimo trascinato Kobyella fuori della stanza dei bambini ed egli fu finalmente nel
corridoio, il portiere trovò la forza di sussurrare alcune parole a Jan il quale capí subito: "Ho ancora
tutto?" domandò ansioso l'invalido. Jan gli infilò una mano nei calzoni fra le sue gambe di vecchio, e,
accertato che tutto era a posto, gli fece un cenno rassicurante col capo.
Tutti erano felici: Kobyella aveva potuto conservare il suo orgoglio, Jan Bronski aveva ritrovato
tutte le carte dello skat, compreso il sette di picche, Oskar infine aveva un nuovo tamburo che a ogni
passo gli rimbalzava sul ginocchio mentre scendevamo al piano inferiore nel locale della
corrispondenza, nel quale Jan, assieme a un uomo che chiamava Viktor, trasportò il portiere, indebolito
per l'abbondante perdita di sangue.

Il castello di carte
Viktor Weluhn ci aiutò a trasportare Kobyella, il quale, nonostante l'emorragia che non
accennava a diminuire, diventava sempre più pesante. In quel momento Viktor, che era molto miope,
aveva ancora gli occhiali e non inciampò sui gradini di pietra. Viktor faceva il portalettere, anzi aveva
l'incombenza, che per un uomo miope può sembrare incredibile, di recapitare assegni postali. Oggi,
parlando di lui, lo chiamo il povero Viktor. Così come la mamma diventò per me, in seguito a una
passeggiata in famiglia su un molo, la mia povera mamma, così il portalettere Viktor diventò, per aver
smarrito gli occhiali e anche per altre ragioni, il povero Viktor senza occhiali.
"Hai rivisto il povero Viktor?" domando al mio amico Vittlar ogni volta che nei giorni di visita
viene a trovarmi in clinica. Ma, da quando lo incontrammo durante il viaggio in tram da Flingern a
Gerresheim - del quale avremo ancora occasione di parlare - non abbiamo saputo più nulla di Viktor
Weluhn. Non ci resta se non sperare che anche quelli che gli danno la caccia lo abbiano cercato invano,
che abbia ritrovato gli occhiali o se ne sia procurati altri adatti alla sua vista e si trovi ora, se non al
servizio della posta polacca, di quella della Germania Federale, e continui, come a suo tempo, miope
ma occhialuto, a rendere felici i destinatari di assegni multicolori e di sonanti monete.
"E' spaventoso, no?" gemette Jan che sorreggeva Kobyella a sinistra.
"E come andrà a finire se gli inglesi e i francesi non vengono?"
fece preoccupato Viktor che lo teneva a destra.
"Ma non possono non venire! Proprio ieri Rydz-Smigly ha detto alla radio: "Abbiamo la
garanzia: se scoppia la baraonda tutta la Francia balzerà in piedi come un sol uomo."" Ma Jan durò
fatica a mantenere la fiducia fino alla fine della frase, poiché se la vista del proprio sangue sul dorso
graffiato della mano non gli consentiva di nutrire dubbi sulla validità del trattato franco-polacco,
lasciava però sussistere il timore ch'egli potesse finire dissanguato prima che tutta la Francia balzasse in
piedi come un sol uomo e, fedele agli impegni assunti, attaccasse la linea Sigfrido.
"Certo si sono già mossi. E la flotta inglese già solca le onde del Baltico!" Viktor Weluhn
amava le frasi solenni che si ripercuotevano come un'eco profonda. Sostò un istante sulle scale e pur
continuando a reggere alla sua destra il corpo ferito del portiere, levò in alto, con un gesto teatrale, la
mano sinistra. "Venite, venite, fieri britanni!"
Mentre i due procedevano lentamente con Kobyella verso l'infermeria di fortuna senza
tralasciare di scambiarsi le loro osservazioni sui rapporti anglo-franco-polacchi, Oskar consultava col
pensiero i libri di Gretchen Scheffler in cerca di accenni su tale argomento. Storia della città di Danzica
di Keyser: "Durante la guerra franco-tedesca del milleottocento e settanta-settantuno, nel pomeriggio
del 21 agosto milleottocento e settanta quattro navi da guerra francesi entrarono nella baia di Danzica
incrociando nella rada. Avevano già puntato i cannoni sugli impianti portuali e sulla città, allorché,
durante la notte, la corvetta a elica Nymphe, al comando del capitano di corvetta Weickhmann, riuscí a
costringere alla ritirata le unità della squadra navale, ancorate nella baia di Putzig."
Poco prima di raggiungere il deposito della corrispondenza al primo piano mi confermai
nell'opinione, risultata più tardi veritiera, che mentre era in corso l'attacco contro la posta polacca e
imminente l'invasione di tutto il piatto paese di Polonia, la Home Fleet si trovava più o meno al riparo
in qualche fiordo della Scozia settentrionale; la grande armata francese si attardava ancora a pranzo e
credeva di aver ottemperato agli impegni del trattato di garanzia franco-polacco mandando alcune
pattuglie ad esplorare il terreno antistante la linea Maginot.
Davanti al deposito della corrispondenza nonché infermeria di fortuna incappammo nel dottor
Michon, il quale portava ancora l'elmo e ancora faceva sfoggio del fazzoletto nel taschino superiore
della giacca. Era con lui l'inviato di Varsavia, un certo Konrad. La paura di Jan Bronski si manifestò
immediatamente in modi multiformi cercò di simulare gravissime ferite. Mentre Viktor Weluhn, a dire
il vero illeso e munito di occhiali, e quindi utilizzabile come difensore, dovette scendere giù nel salone
degli sportelli, allo zio Jan e a me fu consentito l'accesso al deposito privo di finestre, scarsamente
illuminato da luce di candele, siccome la centrale elettrica della città di Danzica non era più disposta a
fornire la corrente alla posta polacca.
Il direttore Michon non era troppo convinto che Jan fosse realmente ferito, ma non attribuiva un
eccessivo valore alle sue doti di combattente. Diede al suo segretario l'ordine di sorvegliare i feriti in
qualità di funzionario-infermiere e di tenere anche su di me, al quale fece una fuggevole e, come mi
parve di sentire, disperata carezza, un occhio amorevolmente vigile affinché il bambino non si trovasse
coinvolto nelle azioni belliche.
Un attacco del pezzo di artiglieria da campagna all'altezza della sala degli sportelli diperse i
presenti. L'elmo d'acciaio Michon, l'inviato di Varsavia Konrad e il postino Welhun si precipitarono ai
loro posti di combattimento. Soltanto Jan e io ci trovammo, assieme a sette od otto feriti, come
segregati in quel locale in cui il fragore della battaglia giungeva attenuato. Neanche le fiammelle delle
candele guizzavano più di tanto mentre fuori infuriava il cannone.
Nonostante i gemiti, regnava il silenzio, ed anzi essi parevano renderlo ancora più profondo.
Con alcune strisce di tela ricavate da un lenzuolo Jan fasciò, nervoso e maldestro, la coscia di Kobyella.
Poi volle curare anche se stesso; ma la guancia e il dorso della mano di mio zio non
sanguinavano più. Alle ferite da taglio, le incrostazioni di sangue tappavano la bocca. Non era però da
escludere che esse tornassero a dolere alimentando la paura di Jan, il quale, relegato in quel locale
basso e afoso, non poteva sperare di trovare tanto presto una via di scampo. In fretta si frugò nelle
tasche, ne cavò fuori le carte da gioco al completo: skat, dunque! E giocammo a skat finché la difesa
non crollò.
Trentadue carte da mescolare, alzare, distribuire e giocare. Poiché tutte le ceste della
corrispondenza erano già occupate da feriti mettemmo a sedere Kobyella addossato a una di esse; e
poiché ogni tanto stava per afflosciarsi, lo legammo con le bretelle di un altro ferito perché potesse
reggersi e gli vietammo di lasciar cadere a terra le carte, perché avevamo bisogno di lui. Infatti come
avremmo potuto fare a meno di un terzo giocatore? Quelli che erano coricati nelle ceste non si
sentivano certamente in vena di giocare a skat, non avrebbero neppure saputo distinguere il nero dal
rosso. A dir la verità, nemmeno Kobyella voleva più giocare a skat. Lui voleva soltanto stare sdraiato,
infischiarsi di tutti, prendere le cose come capitavano ecco ciò che voleva il portiere. Con le sue mani
una volta tanto inoperose, tenendo chiusi gli occhi senza ciglia, voleva assistere alla fase finale del
lavoro di demolizione. Noi però non tollerammo un tale fatalismo, lo legammo solidamente
costringendolo a fare da terzo nella partita, mentre Oskar faceva da secondo, e nessuno si meravigliò
che il ragazzino nano sapesse giocare a skat.
Sì, quando per la prima volta diedi la mia voce per il linguaggio degli adulti e pronunciai:
"Diciotto!." Jan, emergendo dalle sue carte, mi lanciò una breve occhiata di un celeste inconcepibile,
facendomi col capo un cenno di assenso; io, allora: "Venti?" Jan senza esitare: "Ci sto." Io, quindi:
"Due? Tre? Ventiquattro?" Jan, con rincrescimento: "Passo." E Kobyella? Kobyella stava per crollare,
nonostante le bretelle. Ma noi lo tirammo su mettendolo in posizione eretta e attendemmo lo scoppio di
una granata che sentimmo arrivare lontano dalla nostra saletta da gioco, finché Jan, nel silenzio che
seguí, poté sussurrare: "Ventiquattro, Kobyella! Non vedi il gioco che ha messo giù il ragazzino?"
Non so da dove, da quali abissi il portiere riemerse. Pareva che per aprire gli occhi gli ci volesse
il cricco. Infine il suo sguardo slavato errò sulle dieci carte che Jan discretamente e senza barare gli
aveva messo fra le mani.
"Passo," fece Kobyella; in realtà gli leggemmo la parola sulle labbra, che erano troppo asciutte
perché potesse parlare.
Io giocai un fiori semplice. Per poter tirare su le prime carte col numero più alto Jan, che mi
aveva dato il "contra," dovette richiamare all'ordine il portiere, urtandolo bonariamente nel fianco,
perché stesse attento e non dimenticasse di rispondere al colore. Io cominciai col togliere ai due tutti i
migliori atouts, sacrificai il re di fiori che Jan prese col fante di picche, ma siccome non avevo quadri
ed ero riuscito a prendere l'asso di quadri a Jan, toccò di nuovo a me e riuscii a tirargli fuori il dieci col
mio fante di cuori - Kobyella buttò il nove di cuori e così mi ritrovai con la mia scala di cuori a prova
di bomba: gioco: due punti, contra è triplo, moltiplicato quattro e poi per due per il fiori fa quarantotto,
cioè dodici pfennig. Fu soltanto alla mano seguente - avevo rischiato un "grand" senza i due fanti, e
Kobyella, che teneva gli altri due fanti ma era arrivato solo a trentatré, arraffò il fante di quadri col suo
cuori - che la partita cominciò ad animarsi. Il portiere, stimolato dalle carte, mise giù l'asso di quadri; io
dovetti servire, Jan sputò il suo dieci, Kobyella raccolse, buttò il re; avrei dovuto tagliare ma non
tagliai, liberandomi dell'otto di cuori. Jan insistette, prese con il dieci di picche; poi tagliai io, ma -
maledizione! - Kobyella mi superò col fante di picche, lo avevo dimenticato o forse pensavo che lo
avesse Jan; naturalmente seguí un giro di picche e io dovetti lasciar correre: Jan unse quel che poteva
ungere; poi mi cedettero la mano per i cuori ma era ormai troppo tardi: cinquantadue da pagare a
sinistra e a destra: senza due fanti fa tre, il "grand" che fa sessanta, mano persa fa centoventi, ossia
trenta pfennig. Jan mi prestò due fiorini in spiccioli, e pagai. Ma Kobyella, benché avesse vinto, si era
di nuovo accasciato, non si fece pagare, e perfino la granata anticarro che in quel momento esplose nel
vano delle scale lo lasciò del tutto indifferente: eppure quelle erano le sue scale, che per anni aveva
indefessamente scopato e mantenuto lucide.
Ma Jan cadde di nuovo in preda al terrore quando la porta della nostra stanza fu scossa da
un'altra deflagrazione e le fiammelle delle candele vacillarono e non seppero più dove guizzare. Anche
quando sulle scale regnò nuovamente una relativa calma e la successiva granata anticarro scoppiò
contro la facciata, quindi a una certa distanza, Jan Bronski era tutto sconvolto mentre mescolava le
carte; sbagliò due volte nel distribuirle, ma io non dissi nulla.
Finché quelli di fronte continuarono a sparare, rimase sordo a ogni osservazione: dichiarava
troppo alto, rispondeva il colore giusto, dimenticava perfino di metter giù le due carte eccedenti e
tendeva di continuo verso l'esterno una delle sue piccole, ben modellate, sensualmente carnose
orecchie, mentre noi attendevamo impazienti che tornasse a prestar attenzione al gioco. Mentre Jan non
riusciva a concentrarsi, Kobyella, se proprio non stava di nuovo per crollare e non aveva bisogno di una
gomitata nel fianco, era sempre pronto. E non giocava neanche tanto male, date le sue condizioni.
Crollava sempre solo dopo aver vinto una mano o, contrando, aver guastato un "grand" a me o a Jan.
Vincere o perdere era per lui la stessa cosa, giocava tanto per giocare. E mentre noi contavamo e
ricontavamo i punti perduti, lui stava appeso di traverso alle bretelle imprestate e soltanto il suo pomo
d'adamo terribilmente sussultante ci diceva che il portiere Kobyella non era morto.
Anche per Oskar quello skat a tre era faticoso. Non che i rumori e gli scuotimenti connessi con
l'assedio e la difesa della posta avessero messo gran che alla prova i miei nervi. Si trattava piuttosto di
quella prima improvvisa e, come mi proponevo, temporanea rinuncia a ogni finzione. Se fino a quel
giorno mi ero mostrato senza trucchi solo al mio maestro Bebra e alla sua compagna, la veggente
Roswitha, ecco che ora mi presentavo a mio zio nonché presunto padre e a un portiere invalido - a
persone quindi la cui testimonianza non sarebbe stata messa in questione in nessun caso - come un
adolescente quindicenne, in conformità al certificato di nascita, che giocava a skat, con molta faccia
tosta ma non senza abilità.
Questi sforzi, che erano sì conformi alla mia volontà ma tutt'altro che adeguati alle mie
proporzioni di gnomo, dopo un'oretta di skat mi causarono dolori articolari e un forte mal di testa.
Oskar non aveva più voglia di continuare, e non gli sarebbe mancata l'occasione di svignarsela
nel breve intervallo fra due di quelle esplosioni che facevano tremare l'edificio. Ma un sentimento di
responsabilità, finora sconosciuto, gli imponeva di persistere; doveva tentare di vincere la paura del suo
presunto padre, e l'unico mezzo efficace era lo skat.
Continuammo dunque a giocare e proibimmo a Kobyella di morire. Se non lo faceva era
soprattutto perché io badavo a far circolare le carte. E quando, in seguito a un'ulteriore detonazione
sulle scale, le candele si rovesciarono e perdettero le loro fiammelle, fui io a provvedere con presenza
di spirito a ciò che era più urgente; fui io che cavai di tasca a Jan i fiammiferi e coi fiammiferi anche le
sigarette dal bocchino d'oro, che riportai la luce nel mondo e accesi a Jan una calmante "Regatta"; fugai
le tenebre facendo risplendere fiammella dopo fiammella, prima che, col favore dell'oscurità, Kobyella
potesse andarsene per sempre.
Oskar appiccicò due candele sul suo nuovo tamburo, si mise le sigarette a portata di mano, ma
disdegnando il tabacco le offerse una dopo l'altra a Jan e ne appese una anche alla bocca contratta in un
smorfia di Kobyella. Subito le cose andarono meglio, il gioco si rianimò, il tabacco ebbe un effetto
calmante ma non poté impedire a Jan Bronski di perdere continuamente. Sudava e, come sempre
quando era tutto concentrato in qualcosa, si passava di continuo la punta della lingua sul labbro
superiore. Si infervorò tanto nel gioco da chiamarmi ora Alfred ora Matzerath, e al posto di Kobyella la
sua immaginazione gli faceva credere di avere come partner la mia povera mamma. Quando poi si sentí
gridare nel corridoio. "E' toccata a Konrad!" volgendomi un'occhiata di rimprovero mi disse: "Fammi il
favore, Alfred, chiudi quella radio, non si sente neanche più la propria voce."
Piú ancora il povero Jan si arrabbiò quando la porta si spalancò e trascinarono dentro Konrad,
definitivamente liquidato.
"La porta! C'è corrente," protestò. Ci fu infatti una forte corrente d'aria. Le fiammelle delle
candele tremolarono in modo inquietante; e la calma ritornò soltanto quando gli uomini, scaricato
Konrad in un angolo, ebbero richiusa la porta. Avevamo tutti e tre un aspetto fantastico. La luce delle
candele ci investiva da sotto in su e ci dava l'aspetto di maghi capaci di ogni stregoneria. Poi Kobyella
stralunando gli occhi dichiarò un cuori senza fanti e disse, anzi gorgogliò: "Ventisette, trenta"; aveva
nella spalla destra qualcosa che si agitava follemente e voleva uscire, qualcosa che lo pungeva e lo
tormentava. Le fitte infine si placarono; ma allora Kobyella, piegandosi sempre più in avanti, cadde
bocconi trascinando con sé la cesta piena di lettere, sulle quali giaceva il morto senza bretelle.
D'un balzo Jan lo spinse indietro e di scatto lo rimise in piedi insieme con la cesta; sicché
Kobyella, impedito ancora una volta d'andarsene, rantolò: "Cuori," e Jan sibilò: "Contro," e Kobyella a
fatica: "Surcontro." Allora Oskar comprese che la difesa della posta polacca aveva raggiunto il suo
scopo, che gli assalitori avevano già perduto la guerra appena cominciata, anche se nel corso della
stessa fossero riusciti ad occupare l'Alaska e il Tibet, l'isola di Pasqua e Gerusalemme.
L'unica seccatura fu che Jan non poté portare a termine il suo "grand" a prova di bomba, con
quattro fanti, con l'en plein dichiarato.
Cominciò dunque con la sequenza di cuori, ora mi chiamava Agnes, vedeva in Kobyella il suo
rivale Matzerath; giocò poi con innocente aria sorniona il fante di quadri - tutto sommato preferivo
dargli l'illusione di essere la mia povera mamma, anziché Matzerath - poi il fante di cuori - e io non
volevo a nessun costo essere confuso con Matzerath - Jan attese impaziente che quel Matzerath, che era
in realtà invalido, portiere, e si chiamava Kobyella, buttasse la sua carta. Ma siccome costui sembrava
esitare, Jan gettò secco l'asso di cuori sull'assito; non poteva né voleva capire. Non aveva mai potuto
capire; aveva sempre gli occhi celesti e odorava d'acqua di Colonia.
Perciò rimase perplesso e non capí perché Kobyella lasciasse cadere d'improvviso tutte le carte,
facendo perdere l'equilibrio alla cesta piena di lettere e al morto che ci stava sopra. Dapprima il morto,
poi un mucchio di lettere e infine tutta la cesta di vimini, così bene intrecciati, si rovesciarono a terra, e
ci distribuirono un fiume di corrispondenza, come se fossimo stati noi i destinatari, come se ora
toccasse a noi mettere da parte le carte da gioco e leggere le lettere o fare collezione di francobolli. Ma
Jan non aveva voglia di leggere né si interessava ai francobolli, vi si era dedicato fin troppo da
bambino; voleva giocare, finire quella mano, guadagnare, vincere voleva Jan. Sollevò dunque
Kobyella, rimise la cesta sul carrello, ma lasciò il morto per terra; né si prese la briga di rimettere a
posto le lettere, cosicché la cesta rimase troppo leggera, e tuttavia si mostrò meravigliato quando
Kobyella, aggrappato alla cesta divenuta troppo leggera e instabile, risultò incapace di star seduto e
s'inchinò sempre di più, finché Jan gli gridò spazientito: "Alfred, ti prego, non guastare il gioco, hai
capito? Finiamo ancora questa partita, e poi si va a casa, eh?"
Oskar si alzò, stanco: superò il forte mal di capo e il crescente indolenzimento delle membra,
appoggiò le sue piccole tenaci mani di tamburino sulle spalle di Jan Bronski e disse a voce bassa ma
con tono risoluto: "Lascialo stare, papà. E' morto e non può far più nulla. Se vuoi, possiamo giocare a
sessantasei."
Jan, che avevo appena chiamato padre, lasciò stare la spoglia carnale del portiere, mi fissò con
uno sguardo azzurro, d'un azzurro che fondeva straripando, e pianse: "No... no... no... no..." Lo
accarezzai, ma lui non si dava pace. Lo baciai in modo significativo, ma lui non pensava che alla sua
bella mano andata in fumo.
"L'avrei spuntata, Agnes, ne sono sicuro; avevo la vittoria in pugno." Così dunque rivolgeva a
me i suoi lamenti, come se io fossi stato la mia povera mamma; e io, suo figlio, accondiscendendo a
fare la parte di lei, gli detti ragione, giurai che avrebbe vinto, che in fin dei conti aveva già vinto, non
aveva che da crederci fermamente e ascoltare la sua Agnes. Ma Jan non volle credere né a ciò che gli
dicevo io né a ciò che gli diceva la mamma. Continuò a piangere, dapprima disperatamente, levando
alti lamenti; poi, passando a un piagnucolio sommesso e senza modulazioni, si mise a grattar fuori le
carte di sotto la massiccia mole ormai fredda di Kobyella; gli frugò tra le gambe, e la valanga di lettere
gliene restituí alcune; ma, Jan non si dette pace finché non le ebbe ricuperate tutt'e trentadue. E le
ripulí del succo vischioso che stillava dai calzoni di Kobyella, sfregò accuratamente carta dopo carta,
quindi le mescolò. Stava per ridistribuirle quando finalmente, dietro la sua fronte ben modellata e non
bassa, ma un po' troppo liscia e impermeabile, comprese che a questo mondo non c'era più un terzo
partner per lo skat.
Allora si fece un gran silenzio nel deposito della corrispondenza.
Anche fuori osservarono un prolungato minuto di raccoglimento per onorare la memoria
dell'ultimo terzo partner dello skat. Parve allora a Oskar che si aprisse pian piano la porta. Voltandosi a
sbirciare sopra la propria spalla, preparato a tutto ciò che di ultraterreno poteva comparire, egli vide la
faccia stranamente cieca e vuota di Viktor Weluhn. "Ho perduto gli occhiali, Jan. Sei ancora qui?
Sarebbe bene fuggire. I francesi non verranno; o, se mai, troppo tardi. Vieni via con me, Jan. Guidami,
ho perso gli occhiali!"
Forse al povero Viktor venne il dubbio di aver sbagliato stanza.
Poiché, non ricevendo né risposta né occhiali né il braccio di Jan pronto a fuggire, ritirò la sua
faccia priva di occhiali, richiuse la porta, e sentii ancora per qualche passo come Viktor, a tastoni e
fendendo la nebbia, prendeva la fuga.
Dio sa quale lampo di spirito attraversò allora la piccola testa di Jan: sorrise leggermente,
ancora fra le lacrime, poi fu preso da un riso sonoro e gioioso, fece giocare sulle labbra la sua lingua
rosea, fresca e appuntita, pronta a tutte le tenerezze, gettò in aria il mazzo di carte e lo riprese al volo; e
infine, siccome nella stanza piena di lettere e di uomini muti regnava una calma domenicale, con gesti
prudenti, misurati, trattenendo il respiro, cominciò a costruire un ipersensibile castello di carte: pose
alla base il sette di picche e la dama di fiori. Sopra, di traverso, il re di quadri.
Quindi col nove di cuori e l'asso di picche, aggiungendo l'otto di fiori a guisa di tetto, eresse una
seconda colonna a fianco della prima. Poi uní i due pilastri per mezzo di figure da dieci e fanti, quali
pareti, con dame e assi a sostegno, in modo che ogni singolo elemento contribuisse alla stabilità del
tutto. Fatto questo, decise di sopraelevare di un piano l'edificio, e lo fece con gesti di scongiuro, quali la
mia povera mamma doveva aver conosciuto durante i riti analoghi. E quando uní la dama di cuori col
re dal cuore rosso, l'edificio non crollò; no, si resse in piedi, vibrante, arioso, lievemente alitante, in
quella stanza piena di morti senza respiro e di vivi che lo trattenevano. E ci permise di giungere le
mani; e lo scettico Oskar che guardava come estasiato il castello di carte non avvertí più la puzza e il
fumo acre che in lente spire filtrava nel deposito attraverso le fessure della porta, dando l'impressione
che la piccola stanza in cui si ergeva il castello di carte confinasse porta a porta con l'inferno.
Fuori avevano messo in azione i lanciafiamme; evitando l'attacco frontale, avevano deciso di
stanare col fumo gli ultimi difensori.
Perciò avevano indotto il dottor Michon a togliersi l'elmo, a prendere un lenzuolo e, poiché ciò
non gli sembrava sufficiente, a cavar fuori dal taschino della giacca il fazzoletto e, agitando l'uno e
l'altro, a offrire la resa della posta polacca.
E loro, una trentina di uomini bruciacchiati e quasi accecati, con le braccia alzate e le mani
dietro la nuca, abbandonarono l'edificio della posta dall'uscita secondaria di sinistra, si allinearono
lungo il muro del cortile e attesero i militi della Difesa Popolare che venivano avanti lentamente. Piú
tardi si raccontò che durante quel breve lasso di tempo, quando i difensori si stavano allineando nel
cortile e gli aggressori non erano ancora arrivati, tre o quattro uomini erano fuggiti: attraverso
l'autorimessa della posta, attraverso quella dell'attiguo posto di polizia, raggiungendo le vicine case
evacuate del Rähm. Lì avrebbero trovato degli indumenti e persino dei distintivi del Partito, e dopo
essersi lavati e vestiti elegantemente, si sarebbero eclissati alla spicciolata. Uno di essi, a quanto si
disse, si era recato da un ottico nel Graben della città vecchia, dove si era fatto dare un paio di occhiali
perché aveva smarrito i suoi durante il combattimento nell'edificio postale. Così, occhialuto di fresco,
Wiktor Weluhn - poiché di lui si trattava - si era persino concesso sullo Holzmarkt un mezzo di birra, e
poi ancora un altro mezzo, poiché i lanciafiamme gli avevano procurato una gran sete. Poi, con i suoi
nuovi occhiali che gli disperdevano un po' la nebbia davanti agli occhi, per quanto non del tutto come i
vecchi, si era dato a quella fuga che dura ancor oggi, tanto sono tenaci i suoi inseguitori.
Gli altri invece - quella trentina di uomini che non si decisero alla fuga - si erano messi lungo il
muro di fronte al portone laterale, proprio quando Jan stava appoggiando la dama di cuori al re di cuori
e ritirava le mani dal suo capolavoro. Che dire ancora?
Ci scovarono. Spalancarono la porta, gridarono: "Fuori!" Misero in moto l'aria, sollevarono un
turbine di vento e fecero crollare il castello di carte. Non avevano nessuna sensibilità per questo genere
di architettura. Loro giuravano soltanto sul cemento armato.
Costruivano per l'eternità. Non si curarono affatto dell'espressione indignata, offesa, dipinta sul
volto del segretario di posta Bronski.
E quando gli misero le mani addosso perché si affrettasse a lasciare la stanza, non si accorsero
che lui rovistò ancora una volta fra le carte e prese qualche cosa con sé, e che io, Oskar, per portarmi
via liscio e pulito il mio nuovo tamburo, ne staccai i moccoli di candela, dei quali del resto non c'era
più bisogno poiché fin troppe lampadine tascabili erano puntate su di noi; né si avvidero che, mentre ci
ordinavano impazienti di uscire, stentavamo a trovare la porta a causa della luce abbagliante delle
torce. Coi moschietti spianati, tenendoci di continuo sotto quei fasci di luce, non la smettevano di
gridare. "Fuori!" E gridavano ancora: "Fuori!" che Jan e io eravamo già nel corridoio. Ma il loro
"Fuori!" era diretto a Kobyella e al Konrad di Varsavia, e anche a Bolak e al piccolo bravo
Wischnewski che in vita era stato allo sportello dei telegrammi. Che costoro non si mostrassero disposti
a obbedire incuteva loro paura.
Soltanto quando, essendo io scoppiato in una grande risata, i militi si accorsero che si
rendevano ridicoli di fronte a Jan e a me, cessarono di urlare "Fuori!" e dissero: "Ah, bene..." Ci
condussero nel cortile dov'erano in attesa, con le mani dietro la nuca, gli altri trenta uomini, che
avevano sete e venivano ripresi dal cinegiornale.
Appena ci ebbero scortati fuori del portone, i cineoperatori diressero verso di noi l'obiettivo
della macchina da presa sistemata su di un'auto, e girarono quel breve film che in seguito venne
proiettato in tutti i cinematografi.
Io venni separato dal gruppo allineato lungo il muro del cortile.Oskar si ricordò della sua natura
di gnomo e dei suoi tre anni d'età, che tutto scusavano. Sentí di nuovo il mal di capo e gli si acuirono i
dolori nelle membra. Colto da un attacco di nervi, in parte vero, in parte simulato, si lasciò cadere a
terra e si mise a sgambettare, ma tenne saldo in mano il suo tamburo. Quando lo sollevarono e lo
ficcarono in una macchina di servizio delle Ss per trasportarlo nel civico ospedale, mentre la macchina
partiva Oskar vide il povero Jan sorridere beato, con lo sguardo ebete fisso dinanzi a sé. Teneva nelle
mani sollevate alcune carte di skat, con una delle quali, che stringeva nella sinistra - credo che era la
dama di cuori - fece gesti di saluto a suo figlio e a Oskar che si allontanava.

E' a Saspe
Ho riletto or ora l'ultimo capoverso. Anche se non ne sono troppo soddisfatto, il capitolo è
caratteristico della penna di Oskar, che è riuscito in termini scarni e concisi, presentando un quadro
scarno e conciso delle cose, se non a mentire, almeno ad esagerare.
Tuttavia, per amore di verità, vorrei prendere ora alla sprovvista la penna di Oskar e apportare
qualche rettifica. Va notato anzitutto che nell'ultima partita, quella che Jan non poté condurre a termine
e vincere, egli non giocò da ultimo un "grand", bensí una mano di quadri senza due fanti; in secondo
luogo, che lasciando la stanza delle lettere, Oskar non prese con sé soltanto il nuovo tamburo ma anche
quello rotto, caduto fuori dalla cesta assieme alla corrispondenza e al morto privo di bretelle. Resta
inoltre da aggiungere: appena fui uscito con Jan da quella stanza, poiché i militi pretendevano che la
sgomberassimo urlando "Fuori!" e mettendoci sotto il naso la canna dei loro moschetti e le lampadine
tascabili,Oskar, cercando protezione, si pose fra due militi dall'aspetto bonario, finse di piagnucolare
additando Jan, suo padre, con gesti accusatori che fecero del poveretto un uomo malvagio, colpevole di
aver trascinato a viva forza un bambino innocente nella posta polacca per servirsene in modo
inumanamente polacco, come riparo contro le pallottole.
Da quella commedia da Giuda Oskar si riprometteva qualche vantaggio per il suo tamburo
valido e per quello malandato; e le sue speranze non andarono deluse: i militi diedero a Jan un calcio
nelle reni, lo spinsero rudemente col calcio dei fucili; mentre a me lasciarono ambedue i tamburi; e uno
di quelli, un uomo anziano le cui rughe di amarezza agli angoli della bocca testimoniavano dei suoi
grattacapi di padre di famiglia, mi diede qualche amorevole buffetto sulle guance, mentre un altro, dai
capelli di un biondo chiarissimo e dagli occhi sempre ridenti, e perciò strizzati e mai visibili, mi prese
in braccio; del cheOskar si sentí profondamente umiliato.
Oggi che, ripensandoci ogni tanto, provo vergogna di quel mio atteggiamento poco dignitoso,
continuo a ripetermi: Jan non se n'era accorto, aveva la mente ancora tutta rivolta alle sue carte, su di
esse indugiò anche più tardi, nulla poté più distoglierlo, neppure la più divertente o la più diabolica
trovata degli uomini della milizia.
Mentre Jan era già nel regno eterno dei castelli di carte e dimorava felice in una casa in cui gli
sarebbe sempre arrisa la fortuna, noi, quegli uomini ed io - nomino essi e me d'un sol fiato poiché mi
consideravo uno di loro - ci trovavamo fra mura di mattoni, in corridoi dal pavimento di piastrelle,
sotto soffitti ornati di stucchi, in mezzo a un tale viluppo di pareti e tramezzi da far temere che sarebbe
accaduto il peggio il giorno che tutto quel lavoro di collage che chiamiamo architettura per un motivo o
per l'altro dovesse disgregarsi.
Naturalmente queste considerazioni ritardate non valgono a scusarmi, tanto meno in quanto io -
che alla vista di una impalcatura sono sempre costretto a pensare a lavori di demolizione - non mi
sentivo estraneo alla credenza che i castelli di carte siano l'unica dimora degna dell'uomo. A ciò va
aggiunta l'aggravante che si trattava di un familiare, dal momento che quel pomeriggio ero fermamente
convinto di avere in Jan Bronski non soltanto uno zio ma anche un vero e proprio padre, non solo un
padre presunto. Vantaggio decisivo, dunque, rispetto a Matzerath; giacché Matzerath o è mio padre o
non è niente.
Dal 1o settembre del trentanove - e suppongo che durante quell'infelice pomeriggio abbiate
riconosciuto anche voi nel felice giocatore di carte Jan Bronski, mio padre - da quel giorno data la mia
seconda grande colpa.
Non mi posso nascondere, nemmeno quando sono più in vena di lamentele, che è stato il mio
tamburo, anzi sono stato io stesso, il tamburino Oskar, a portare alla tomba prima la mia povera
mamma, e poi Jan Bronski, mio zio e padre.
Ma, come accadrebbe a chiunque, nei giorni in cui un senso di colpa sgarbato e impossibile da
scacciare mi abbatte sui guanciali del mio letto di manicomio, cerco di appigliarmi alla mia ignoranza,
che allora venne di moda, e che ancora oggi molti si portano in giro.
Oskar, l'astuto ignorante Oskar, vittima innocente della barbarie polacca, fu trasportato al civico
ospedale, febbricitante e coi nervi a pezzi. Si provvide a informarne Matzerath. Egli aveva denunciato
la mia scomparsa già la sera prima, benché non fosse ancora provato che io fossi una sua proprietà.
Ma i trenta uomini - ai quali va aggiunto Jan - con le braccia alzate e con le mani dietro la nuca
vennero ripresi dal cinegiornale, quindi li si rinchiuse nella scuola Viktoria ch'era stata sgomberata, poi
li accolse la prigione di Schiesstange e infine, nei primi giorni d'ottobre, la fluida sabbia dietro il muro
di cinta del vecchio cimitero abbandonato di Saspe.
Da chi ha avuto Oskar tutte queste notizie? Da Schugger Leo.
Giacché naturalmente non si rese ufficialmente noto su quale sabbia, davanti a quale muro i
trentun uomini erano stati fucilati, in quale sabbia era stata scavata la loro fossa.
Hedwig Bronski ebbe anzitutto l'ordine di sgomberare l'alloggio sul Ring che venne occupato
dalla famiglia di un ufficiale superiore della Luftwaffe. Mentre stava facendo i bagagli aiutata dal figlio
Stephan, e si disponeva a partire per Ramkau - vi possedeva alcuni ettari di terreno coltivato e boschivo
con la casetta abitata dal colono - pervenne alla vedova una comunicazione che i suoi occhi, capaci di
rispecchiare ma non di comprendere le miserie di questo mondo, riuscirono a decifrare a fatica e con
l'aiuto di Stephan; vi apprese, nero su bianco, ch'era diventata vedova.
Eccone il testo:«Cancelleria del Tribunale delGruppo Eberhardtstrasse L. 41/39
Zoppot, 6 ottobre 1939
Alla signora Hedwig Bronski,
D'ordine superiore Le si comunica che Bronski Jan, con sentenza del Tribunale Militare, è
stato condannato a morte per aver svolto attività di franco tiratore. L'esecuzione ha già avuto luogo.
L'Ispettore del Tribunale Militare Zelewski
Sul cimitero di Saspe, come vedete, neanche una parola. Si aveva avuto riguardo per le famiglie
risparmiando loro le spese di dover curare una fossa comune tanto vasta e che avrebbe richiesto troppi
fiori. Si era voluto provvedervi di propria iniziativa, anche in vista di un'eventuale successiva
esumazione per dare alle salme una diversa sepoltura, livellando in quel tratto del cimitero di Saspe il
terreno sabbioso e raccogliendo i bossoli delle cartucce - tranne uno, ce n'è sempre uno lasciato
inavvertitamente per terra - poiché i bossoli sparsi intorno pregiudicano l'aspetto decoroso di ogni
cimitero, per quanto da gran tempo abbandonato.
Quest'unico bossolo dimenticato, quello che importava, fu trovato da Schugger Leo, al quale
nessuna sepoltura, per quanto segreta, rimaneva celata. Egli, del quale avevo fatto conoscenza al
funerale della mia povera mamma e che avevo rivisto a quello del mio amico dalle cento cicatrici,
Herbert Truczinski, che certamente sapeva anche dove avevano sotterratoSigismund Markus - ma non
gliel'ho mai domandato - era tutto raggiante e quasi saltava dalla gioia allorché, alla fine di novembre
(ero stato appena dimesso dall'ospedale) poté consegnarmi il bossolo rivelatore.
Ma prima di condurvi al cimitero di Saspe assieme a Schugger Leo recante con sé
quell'involucro già leggermente ossidato, forse proprio quello che aveva contenuto il piombo destinato
a Jan Bronski, devo pregarvi di confrontare il letto di metallo del civico ospedale di Danzica, reparto
bambini, con il letto di metallo della clinica psichiatrica nella quale sono ora ricoverato. Ambedue sono
laccati in bianco e tuttavia sono differenti. Il lettino del reparto bambini era meno lungo ma più alto,
tenuto conto della altezza delle sbarre.
Benché io preferisca la corta e alta gabbia dell'anno trentanove, ho però trovato un riposo da
asceta nel mio letto per adulti di oggi, accettato per un compromesso, e lascio decidere alla direzione
della clinica se accogliere o meno la domanda da me presentata già alcuni mesi fa per ottenere un letto
munito di un'inferriata più alta, purché esso pure tutto di metallo laccato.
Mentre oggi sono alla mercé di coloro che vengono a trovarmi quasi privo di protezione, nei
giorni di visita nel reparto bambini un'alto recinto mi separava dal visitatore Matzerath e dalle coppie di
visitatori Greff e Scheffler. Verso la fine del mio soggiorno all'ospedale poi, potevo contemplare
attraverso la mia inferriata anche quella montagna ambulante, avvolta in quattro gonne sovrapposte,
che portava il nome di mia nonna Anna Koljaiczek, suddivisa in tanti rettangoli preoccupati e respiranti
affannosamente. Arrivava, sospirava, levava ogni tanto in alto le sue grandi mani dalle mille rughe
mostrando le rosee palme screpolate, e le lasciava ricadere scoraggiata sulle cosce, con un suono così
secco che l'ho ancor oggi nell'orecchio, benché mi sia difficile renderlo sul mio tamburo.
Già la prima volta condusse con sé suo fratello Vinzent Bronski, il quale tenendosi appigliato
alla grata del lettino, parlò senza sosta, o cantò, o raccontò cantando, con voce sommessa e insinuante
della Vergine Maria, della Regina di Polonia.
Oskar era lieto quando insieme a loro un'infermiera si tratteneva nella stanza. Infatti mi
accusavano. Mi guardavano fisso coi loro occhi celesti dei Bronski, si aspettavano da me, che mi
sforzavo di vincere la febbre nervosa (conseguenza della partita di skat nella posta polacca), un qualche
accenno a Jan, una parola di commiserazione, un racconto pieno d'indulgenza sulle sue ultime ore
trascorse fra le carte e la paura. Volevano sentire una confessione, una discolpa di Jan; come se io
avessi potuto discolparlo, come se la mia testimonianza potesse avere qualche peso, e potere di
convinzione.
Che cosa avrebbe potuto dire questo rapporto al tribunale del GruppoEberhardt? "Io sottoscritto
Oskar Matzerath ammetto di avere, la sera precedente il 1o settembre, atteso al varco Jan Bronski
ch'era avviato verso casa, e, adducendo a motivo le mie ansie per un tamburo assai bisognoso di
riparazioni, di averlo attratto alla posta polacca, che Jan Bronski aveva abbandonato perché non voleva
difenderla."
Oskar non prestò questa testimonianza, nulla disse in difesa del suo presunto padre. E quando si
decise a fare delle rivelazioni ad alta voce fu colto da tali convulsioni che su richiesta della capo-
infermiera la durata delle sue visite fu ridotta, e furono addirittura vietate quelle della nonna Anna e del
presunto nonno Vinzent.
Allorché i due vecchi - erano venuti a piedi da Bissau e mi avevano portato delle mele -
lasciarono il reparto bambini, con quel passo esageratamente guardingo e il fare impacciato della gente
di campagna, a mano a mano che le quattro gonne della nonna si allontanavano ondeggiando assieme al
nero vestito da festa di suo fratello, odorante di letame, la mia colpa, la mia immensa colpa si accrebbe
a dismisura.
Quante cose avvengono contemporaneamente! Mentre Matzerath, i Greff, gli Scheffler si
affollavano con frutta e dolci davanti al mio letto, mentre si veniva a trovarmi a piedi da Bissau,
passando da Goldkrug e Brenntau, poiché la linea ferroviaria Karthaus-Langfuhr non era ancora aperta
al traffico normale, mentre le infermiere, bianche e inebrianti, bisbigliavano pettegolezzi d'ospedale e
sostituivano gli angeli nella sala dei bambini, la Polonia non era ancora perduta, ma presto sarebbe stata
perduta e infine, dopo i famosi diciotto giorni, la Polonia fu perduta, anche se ben presto risultò che la
Polonia era sempre non ancora perduta; come anche oggi, a dispetto delle associazioni di profughi della
Slesia e della Prussia orientale, la Polonia non è ancora perduta.
O tu pazza cavalleria! - A cavallo in cerca di mirtilli. Con lance, dalle banderuole bianco-rosse.
Squadroni di nostalgia e tradizione.
Cariche da libri illustrati. Sui campi di Lodz e di Kutno. A Modlin, sostituendo la fortezza. Oh,
con quanta eleganza al galoppo! Sempre in attesa del rosso del tramonto. Solo allora la cavalleria
attacca, se splendidi sono il primo piano e lo sfondo, perché pittoresca è la battaglia, la morte un
modello per i pittori, e sta in equilibrio sulla gamba d'appoggio e su quella libera, poi irrompe, assaggia
i mirtilli, le bacche di rose canine, che si contorcono e scoppiano provocando il prurito, senza il quale
la cavalleria non s'impenna. E
stimola gli ulani, una conversione attorno ai covoni - anche questo fa quadro - poi si
ricompongono dietro il loro comandante, in Spagna si chiamerebbe Don Chisciotte, ma qui è un
cavaliere di puro sangue polacco, Pan Kiehot dalla mesta nobile figura, che a tutti suoi ulani ha
insegnato a fare il baciamano da cavallo, cosicché essi ora baciano sempre, compiti, la mano alla morte,
come fosse lei pure una dama; ma prima si radunano, il rosso tramonto alle spalle - di atmosfera sono
costituite le loro riserve - i carri armati tedeschi di fronte, gli stalloni delle scuderie Krupp von Bohlen
e Halbach, cavalli così nobili non sono mai stati cavalcati. Ma ecco che quel cavaliere mezzo spagnolo,
che il pensiero della morte esalta - dotato Pan Kiehot, troppo dotato! -, ecco che abbassa la lancia, con
la banderuola bianco-rossa vi invita al baciamano, e grida al rosso tramonto, alle cicogne sbattenti il
becco bianco-rosso sui tetti, alle ciliegie espellenti i noccioli, grida alla cavalleria: "Nobili polacchi, in
sella! Quelle che vedete non sono corazze d'acciaio, sono soltanto mulini a vento o pecore; vi invito al
baciamano!"
E verso le corazze di grigio acciaio cavalcarono dunque gli squadroni e diedero al purpureo
tramonto più intensi riverberi rossi.
Si vorrà perdonare a Oskar questo finale liricheggiante della sua descrizione di una battaglia
campale. Sarebbe forse più opportuno che io indicassi le cifre delle perdite subite dalla cavalleria
polacca e riportassi qui una statistica, che costituirebbe una commemorazione seccamente penetrante
della cosiddetta campagna di Polonia. Oppure, a richiesta, potrei anche porre qui un asterisco,
annunciare una nota a pie' di pagina e lasciare invariato il poemetto.
Fino a circa il 20 settembre, dal mio lettino in ospedale sentii gli spari delle batterie di artiglieria
in posizione sulle alture boscose di Jeschkental e di Oliva. Poi l'ultimo nido di resistenza, la penisola di
Hela, si arrese. La libera città anseatica di Danzica poté celebrare l'annessione del suo gotico di cotto
alla Grande Germania, accogliere delirante il Führer e Cancelliere del Reich Adolf Hitler, che in piedi
nella sua nera Mercedes salutava instancabilmente col braccio ad angolo retto, e guardare quegli occhi
celesti che cogli occhi celesti di Jan Bronski avevano in comune un successo: il successo con le donne.
Alla metà di ottobre Oskar fu dimesso dall'ospedale. Assai a malincuore presi congedo dalle
infermiere. Solo quando sorella Berni o Erni - non ricordo bene il suo nome - mi porse i miei due
tamburi, quello scassato che mi aveva reso colpevole e quello intatto, conquistato durante la difesa
della posta polacca, mi resi conto che per settimane non avevo più pensato al mio strumento, che oltre
ai tamburi di latta qualcos'altro esisteva per me a questo mondo: le infermiere!
Munito del nuovo strumento e facendo tesoro delle recenti esperienze lasciai l'ospedale, ancora
malfermo sulle gambe di permanente treenne, tenuto per mano da Matzerath, per abbandonarmi, nel
Labsweg, alla vita d'ogni giorno, alla noia d'ogni giorno, alle domeniche ancor più noiose del primo
anno di guerra.
Un martedí, verso la fine di novembre (uscivo di casa per la prima volta dopo settimane di
riguardi), tambureggiando di malavoglia per sé solo e badando appena al tempo freddo e umido, Oskar
s'imbatté, all'angolo della Max-Halbe-Platz con il Brösener-Weg, nell'ex seminarista Schugger Leo. Ci
guardammo a lungo con un sorriso imbarazzato e appena quando Leo, cavati dalla tasca del soprabito i
suoi guanti glacé, fece strisciare quegli involucri giallicci, lisci e calzanti come una membrana, sulle
dita e sul palmo delle mani, compresi chi avevo davanti e che cosa dovessi aspettarmi, e Oskar fu colto
da un senso di sgomento.
Osservammo ancora le vetrine della "Bottega del caffè" di Kaiser, seguimmo con lo sguardo
alcune vetture tranviarie delle linee 5 e 9, poi procedemmo a piedi lungo gli uniformi caseggiati
moderni del Brösener-Weg, girammo più volte intorno a una colonna pubblicitaria, vi leggemmo
attentamente un avviso sul cambio dei fiorini di Danzica in marchi tedeschi e grattando un cartellone di
réclame per il Persil mettemmo a nudo sotto il bianco e blu qualche traccia di rosso.
Ne avevamo abbastanza e decidemmo di ritornare verso la piazza. Ma d'improvviso Schugger
Leo spinse Oskar con tutt'e due le mani inguantate in un portone, si tastò nervosamente con le dita
guantate della sinistra prima dietro, poi sotto le falde del soprabito, frugò nella tasca dei calzoni, la
scosse, parve aver trovato ciò che cercava poiché a un tratto lo vidi palpare qualcosa; trasse di tasca la
mano inguantata, stretta a pungo, lasciò ricadere la falda del soprabito, protese lentamente il pugno
inguantato, lo fece avanzare ancora, spinse Oskar contro il muro, aveva un braccio lungo lungo - e il
muro non cedette - aprí finalmente la membrana dalle cinque dita quando già stavo pensando: mio Dio,
adesso il suo braccio si stacca dalla spalla, diventa indipendente, mi colpisce, mi attraversa il petto,
esce fra le scapole, penetra nel muro di quest'atrio che sa di muffa, e Oskar non vedrà mai ciò che Leo
teneva stretto nel pugno, ricorderà se mai qualche articolo del regolamento di casa del Brösener-Weg,
che era su per giù quello della sua casa al Labesweg.
Un istante prima di toccare il mio cappotto alla marinara, quando già premeva su uno dei
bottoni con l'ancora, Leo aperse il pugno inguantato, così di scatto che gli sentii scricchiolare le
articolazione delle dita: sull'ammuffito, lucente panno che gli proteggeva in palmo della mano, giaceva
il bossolo di cartuccia.
Quando Leo richiuse il pugno sull'oggetto di metallo che mi aveva vivamente impressionato, fui
pronto a seguirlo. Fianco a fianco, Oskar alla sinistra di Leo, scendemmo lungo il Brösener-Weg senza
fermarci davanti alle vetrine dei negozi né ad alcuna colonna pubblicitaria, attraversammo la
Magdeburger-Strasse, ci lasciammo alle spalle i due alti modernissimi edifici rettangolari all'altro capo
del Brösener-Weg, sulla cui sommità ardevano di notte i fari di orientamento per gli aerei decollanti o
in procinto di atterrare, costeggiammo a passi guardinghi il recinto dell'aeroporto, ma preferimmo
proseguire sulla larga strada asfaltata, più asciutta, seguendo il binario del tram 9 in direzione di
Brösen.
Camminavamo senza scambiarci parola, ma Leo teneva ancora il bossolo nel guanto. Se mi
mostravo esitante, lasciando capire che a causa del freddo e dell'umidità avrei preferito ritornare, Leo
apriva il pugno, faceva saltellare sul palmo della mano il piccolo oggetto di metallo, e così mi
trascinava avanti per cento passi, e poi per altri cento passi ancora, e ricorse persino al suo talento
musicale quando, già all'altezza della proprietà comunale di Saspe, mi vide fermamente deciso a battere
in ritirata. Soffermandosi un istante girò sul tallone, portò l'apertura del bossolo, come se fosse il
bocchino di un flauto, al labbro inferiore assai sporgente, e ne trasse dei suoni metallici, ora striduli ora
come ovattati dalla nebbia, mentre la pioggia cominciava a cadere sempre più insistente.
Oskar gelava. Non era soltanto perché, mio malgrado, ero suggestionato da quelle note, ma
anche per effetto del tempo da cani che sembrava accordarsi espressamente con lo stato d'animo del
momento, per cui non mi davo quasi la pena di dissimulare che avevo realmente freddo.
Che cosa mi trascinava verso Brösen? Be' indubbiamente Leo l'ammaliatore di topi che
zufolava in un bossolo di cartuccia. Ma l'aria vibrava anche di altri suoni. Dalla rada e da
Neufahrwasser celata nella bruma di novembre come nei vapori di una lavanderia giungevano fino a
noi le sirene dei piroscafi e i brevi ripetuti urli angosciati e il fischio affamato di qualche torpediniera
che entrava in porto o prendeva il largo, giungevano al di là di Schottland, di Schellmühl e della
Reichskolonie, sicché Leo non aveva difficoltà a indurre a seguirlo un Oskar gelato mediante segnali
acustici per la nebbia, sirene e fischi di bossolo.
All'altezza del recinto di filo di ferro che si allunga in direzione di Pelonken separando
l'aeroporto dal nuovo campo di esercitazione nel quale erano state scavate delle trincee a scopo
d'istruzione Schugger Leo si fermò tenendo la testa inclinata da un lato con la bava che gli usciva di
bocca per lo sforzo di soffiare nel bossolo e mi squadrò da capo a piedi vedendomi tremare nel vento
gelido. Succhiando il bossolo che gli pendeva dal labbro inferiore come per un'ispirazione si tolse con
rapido gesto la redingote che sapeva di terra umida e me la gettò sulla testa e sulle spalle.
Ci rimettemmo in cammino. Non so se Oskar avesse ora meno freddo.
Ogni tanto Leo balzava qualche passo avanti e si fermava di colpo; la sua camicia spiegazzata
ma spaventosamente bianca gli conferiva un aspetto spettrale, come di qualcuno che, relegato per
lunghi anni in fondo a un'oscura prigione medioevale, nello Stockturm per esempio, ne fosse poi
fuggito in modo avventuroso.
Di quando in quando, gettando un'occhiata a Oskar barcollante nella sua redingote, Leo
scoppiava in una sonora risata, che finiva ogni volta in un suono gutturale, mentre agitava con ampi
gesti le braccia, come un corvo che batta le ali gracchiando. Dovevo somigliare anch'io a qualche buffo
uccello, se non a un corvo a una cornacchia, tanto più che le falde di quell'abito da cerimonia mi
seguivano per terra spazzando come uno strascico l'asfalto umido della strada. Lasciavo maestosamente
dietro a me una larga ben visibile traccia, che rese Oskar orgoglioso già dalla seconda occhiata che vi
gettò al di sopra delle spalle, e alludeva, se non la simboleggiava, a una tragedia che non aveva ancora
potuto esprimersi ma era già latente in lui.
Già sulla Max-Halbe-Platz avevo intuito che Leo non intendeva condurmi a Brösen o a
Neufahrwasser. La meta di quella marcia forzata poteva essere soltanto il cimitero di Saspe e le trincee
per le esercitazioni, nelle cui immediate vicinanze si trovava un moderno poligono di tiro della polizia.
Dalla fine di settembre alla fine d'aprile le vetture tranviarie dirette alla spiaggia passavano
soltanto ogni trentacinque minuti.
Superate le ultime case del sobborgo di Langfuhr vedemmo venirci incontro una vettura senza
rimorchio. Subito dopo fummo raggiunti dal convoglio che aveva dovuto attendere, allo scambio della
Magdeburger-Strasse, quello proveniente in senso inverso. Poco prima del cimitero di Saspe, dove c'era
un altro scambio, fummo sorpassati da un altro tram che procedeva scampanellando; poi arrivò da
Brösen una vettura che da parecchio tempo avevamo visto aspettare nella foschia, perché a causa della
scarsa visibilità aveva acceso un fanale, la cui luce gialla appariva sfumata nell'atmosfera pregna di
umidità.
Oskar aveva ancora negli occhi la faccia piatta e accigliata del guidatore del convoglio diretto in
città, allorché Schugger Leo lo condusse fuori della strada asfaltata, su un terreno di molle sabbia che
lasciava intuire non lontana la sabbia delle dune. Un muro quadrato cingeva il cimitero. Un cancelletto
nel lato sud, dalle inferriate ricoperte di molta ruggine arabescata e soltanto apparentemente chiuso, ci
permise di entrare. Purtroppo Leo non mi lasciò il tempo di soffermarmi ad osservare le pietre
sepolcrali e le stele di granito nero di Svezia o di basalto, sposate e inclinate su un lato o addirittura
rovesciate, solo grossolanamente squadrate sui fianchi e nella parte posteriore, e levigate soltanto
davanti. Cinque o sei pini marittimi, squallidi e rattrappiti, facevano le veci della flora ornamentale del
cimitero. La mamma, quando passava in tram davanti a quel luogo in rovina, diceva sempre di
preferirlo a ogni altro luogo tranquillo. Ora lei giaceva nel camposanto di Brenntau.
Là il terreno era più grasso; vi crescevano olmi ed aceri.
Per una porticina aperta, sprovvista di inferriata, che si apriva nel muro sul lato nord, Leo mi
condusse fuori dal cimitero prima che avessi potuto abbandonarmi ai miei sogni fra quelle suggestive
rovine. Appena usciti ci trovammo su un terreno sabbioso, uniforme.
Pini, ginestre e rose canine crescevano ovunque sulla distesa digradante verso la costa,
emergendo fra i mobili vapori della nebbia. Volgendomi a guardare verso il cimitero notai subito che
un tratto nel muro nord era intonacato di fresco.
Subito Leo si diede un gran daffare davanti al muro dall'intonaco nuovo, così abbagliante da far
male agli occhi, come la sua camicia spiegazzata. Camminava a passi lunghissimi, sembrava contare i
passi, li contava a voce alta e, come Oskar pensava ancora oggi, in latino.
Intonò anche un testo che doveva aver imparato in Seminario. A circa dieci metri dal muro Leo
segnò un punto, mise un pezzo di legno anche vicino all'intonaco e, pensavo, rabberciato; tutto ciò con
la mano sinistra poiché nella destra teneva ancora il bossolo. Infine, dopo aver a lungo cercato e
misurato le distanze, mise accanto al legnetto più lontano quell'oggetto di metallo cavo, più stretto a
un'estremità, che per molto tempo aveva ospitato un nucleo di piombo, finché qualcuno aveva cercato
con l'indice ricurvo un grilletto, l'aveva trovato e aveva intimato al piombo lo sfratto obbligandolo al
micidiale trasloco.
Sostammo lì, taciturni. Dalla bocca di Leo scendeva in lunghi tenaci filamenti la saliva. Ogni
tanto egli univa le mani inguantate, ricominciava a salmodiare in latino, ma poi tacque perché non c'era
nessuno che potesse rispondergli. Di quando in quando guardava inquieto, impaziente, verso la strada
di Brösen, volgeva di scatto il capo in quella direzione sentendo arrivare allo scambio i convogli
tranviari, quasi sempre vuoti, che poi ripartivano scampanellando, allontanandosi nelle opposte
direzioni. Probabilmente Leo aspettava partecipanti a qualche funerale. Ma né a piedi né col tram
arrivò qualcuno al quale egli avrebbe potuto porgere le condoglianze col suo guanto. Una volta degli
aerei in arrivo rombarono sopra di noi.
Subimmo il loro fragore assordante senza levare in alto lo sguardo, senza curarci di vedere se
fossero apparecchi Ju 52 quelli che si accingevano ad atterrare ammiccando con le luci dalle estremità
delle ali. Poco dopo che il rombo dei motori si fu dileguato - l'improvviso silenzio era opprimente,
quanto abbagliante il biancore del muro davanti a noi - infilata una mano nella camicia, Schugger Leo
ne trasse qualche cosa. L'istante dopo mi fu accanto, strappò dalle spalle di Oskar il proprio indumento
di cornacchia, balzò in direzione delle ginestre, delle rose canine, dei pini marittimi, verso la costa, e
correndo gettò a terra con rapido gesto visibilmente caricato, che richiamava l'attenzione, qualche cosa.
Solo quando Leo, allontanandosi come un fantasma nella fitta nebbia che gravava sulla landa,
fu definitivamente scomparso alla mia vista, raccolsi il pezzetto di cartoncino conficcato nella sabbia:
era una carta di skat, il sette di picche.
Qualche giorno dopo l'incontro al cimitero di Saspe, Oskar incontrò sua nonna Anna Koljaiczek
al mercato di Langfuhr. Da quando non c'era più la dogana né un confine politico presso Bissau, essa
poteva portare di nuovo al mercato le sue uova, il burro, i cavoli, le mele.
Poiché era imminente il razionamento dei generi alimentari la gente comperava volentieri e in
gran quantità per costituirsi delle riserve. Nell'istante in cui Oskar scorse la nonna accoccolata dietro la
sua merce, egli sentí la carta di skat sulla pelle, sotto il cappotto, il pullover e la maglietta. In un primo
momento, mentre ritornavo in tram da Saspe alla Max-Halbe-Platz avendomi un fattorino invitato a
salire senza pagare il biglietto, mi ero sentito una gran voglia di stracciare quel sette di picche.
Oskar non stracciò la carta. La diede alla nonna. Lei, quando lo vide, per poco non svenne
dietro ai suoi cavoli. Forse temeva che Oskar le portasse sfortuna. Tuttavia, quando scorse il treenne
che stava nascosto dietro alcune ceste di pesce, gli fece segno di avvicinarsi. Oskar si fece pregare,
osservò dapprima un merluzzo ancora vivo lungo quasi un metro, steso su delle alghe bagnate, poi
seguí con attenzione i movimenti dei gamberi del lago di Ottomin, che ammucchiati a dozzine in una
piccola cesta si esercitavano diligentemente a camminare alla maniera dei gamberi; Oskar allora si mise
ad imitarli; si avvicinò lentamente alla bancarella della nonna, volgendole il dorso del suo mantello alla
marinara, e non si voltò a mostrarle i bottoni d'oro con l'ancora che quando, urtando contro uno dei
cavalletti di sostegno, fece rotolare a terra le mele.
Venne Schwerdtfeger coi mattoni caldi avvolti in carta di giornale, con la paletta ne infilò uno
sotto le gonne di mia nonna, ritirando come di consueto quello raffreddato, e tracciato ancora un segno
sulla lavagnetta d'ardesia che portava appesa al collo, passò alla prossima bancarella. Allora la nonna
mi porse una bella mela lucida.
Che cosa le poteva offrire in cambio Oskar? Le porse dapprima la carta di skat poi il bossolo di
cartuccia che non aveva voluto lasciare a Saspe. Anna Koljaiczek fissò a lungo i due oggetti così
diversi, senza capire. Allora la bocca di Oskar si accostò all'orecchio cartilaginoso della vecchia,
nascosto sotto il fazzoletto da testa, e pensando alle piccole orecchie rosee e carnose di Jan dai lunghi
lobi ben disegnati, messa da parte ogni prudenza le sussurrai: "E' a Saspe"; così sussurrò Oskar, e
rovesciando un cesto di cavoli si allontanò di corsa.

Maria
Mentre la Storia, in un succedersi di altisonanti comunicati straordinari, avanzava
irresistibilmente come un veicolo dagli ingranaggi ben lubrificati, calpestando guadando sorvolando
tutte le strade, i corsi d'acqua e gli spazi aerei d'Europa, i miei affari -che si limitavano soltanto a
battere, fino a ridurli in rottami, tamburi laccati infantili - arrancavano, si trascinavano a stento, non
progredivano affatto. Mentre gli altri facevano un grande spreco di costosi metalli, io mi trovavo di
nuovo a corto di latta. Certo, dal naufragio della posta polacca Oskar era riuscito a trarre in salvo uno
strumento tutto nuovo, appena scrostato, conferendo così un significato alla difesa della posta. Ma cosa
poteva rappresentare per me, che nei miei tempi migliori non ci mettevo più di otto settimane a
trasformare il mio strumento in un rudere, cosa poteva rappresentare per Oskar il tamburo di latta del
signor Naczalink junior?
Appena dimesso dall'ospedale, desolato di aver dovuto lasciare le mie infermiere, avevo ripreso
a stamburare assiduamente. Il pomeriggio piovoso al cimitero di Saspe non mi distolse certo dal mio
consueto lavoro; Oskar raddoppiò anzi i suoi sforzi e si mise d'impegno a distruggere l'ultimo
testimonio della sua azione ignominiosa nei confronti degli uomini della Milizia Popolare: il tamburo.
Esso però reagiva, trovava da ridire, rendeva colpo per colpo quando ci battevo sopra. E - cosa
strana - mentre picchiavo indefessamente sul mio strumento, in fondo con l'unico scopo di cancellare il
ricordo di un ben delimitato, increscioso periodo del mio passato, mi tornava sempre alla memoria il
portalettere Viktor Welhun benché, a causa della sua miopia, difficilmente avrebbe potuto testimoniare
contro di me. Ma non era riuscito a fuggire nonostante la sua miopia? O si può forse affermare che i
miopi vedono talvolta più chiaro di altri? Che Welhun, che io uso chiamare il povero Viktor, abbia
visto chiaro nel mio modo di agire come di fronte a una nera silhouette stagliata sul bianco, abbia
riconosciuto il mio gesto da Giuda e portato con sé, nella fuga, l'ignominoso segreto di Oskar,
diffondendolo nel mondo?
Solo verso la metà di dicembre le accuse della mia coscienza, laccata e fiammante in rosso e
bianco, perdettero di consistenza: la vernice cominciò a screpolarsi, a sfogliarsi. La latta diventò
friabile, si assottigliò e si aprí prima di diventare trasparente.
Come sempre, quando qualcosa soffre e si avvicina faticosamente alla fine, il testimone oculare
della sofferenza vorrebbe abbreviarla accelerare la fine. Perciò durante le ultime settimane di Avvento
Oskar raddoppiò la sua foga nel maneggiare le bacchette, facendo un tale fracasso che Matzerath e i
vicini si tenevano la testa. Volevo presentare il mio bilancio prima della vigilia di Natale, poiché per
Natale mi ripromettevo di avere un nuovo tamburo dal passato ineccepibile.
E la spuntai. L'antivigilia fui in grado di togliermi di dosso, dal collo e anche dall'anima, un
arnese sconquassato, contorto, arrugginito, che poteva far pensare a un'auto ridotta a un misero
mucchio di rottami; anche per me, come avevo sperato, il crollo della difesa della posta polacca era
ormai un fatto compiuto.
Mai creatura umana - se siete disposti a vedere anche in me un uomo - ha provato a Natale
delusione più amara di Oskar quando vide sotto l'albero i regali per lui: nulla mancava, tranne un
tamburo di latta.
C'era una scatola di cubetti per costruzioni, che mai mi sono sognato di aprire. Un cigno a
dondolo, che voleva essere un segno di sentimenti particolarmente affettuosi e doveva fare di me un
Lohengrin. E - probabilmente al solo scopo di irritarmi - si era osato porre sul tavolo dei doni tre o
quattro libri di figure. Mi parvero utilizzabili soltanto un paio di guanti, un paio di scarponi a lacci e un
maglione rosso, fatto a mano da Gretchen Scheffler.
Costernato, Oskar fece scivolare lo sguardo dalla scatola di costruzioni al cigno, fissò gli
orsacchiotti dei libri illustrati che tenevano nelle zampe ogni sorta di strumenti musicali e pretendevano
di apparire buffi. E, come se non bastasse, una di quelle bestiole graziosamente camuffate serrava fra le
zampe un tamburo e si dava l'aria di sapersene servire, di essere in procinto di mettersi a tamburellare o
di farlo già con gran foga. Insomma io avevo un cigno ma non un tamburo, possedevo probabilmente
più di cento cubetti per costruire, ma neanche un solo tamburo, avevo grossi guanti contro il terribile
freddo delle notti invernali, ma nulla da poter stringere nelle mani ben protette, da poter portare fuori
con me nella notte invernale, di rotondo, di liscio, di latta gelida e laccata, perché il gelo potesse sentire
qualcosa di caldo.
Tuttavia Oskar si diceva: forse Matzerath tiene ancora nascosto il tamburo; oppure Gretchen
Scheffler, venuta col suo fornaio a distruggere la nostra oca natalizia, ci sta seduta sopra. Vogliono
prima vedere quanto sono contento del cigno, delle scatole di costruzioni, dei libri di figure, godendo
della mia gioia, e poi cavar fuori il vero tesoro. Mi rassegnai; sfogliai furiosamente i libri di figure,
balzai in groppa al cigno e mi dondolai provando un intenso ribrezzo, per una mezz'ora almeno. Poi,
benché l'abitazione fosse surriscaldata, mi lasciai provare il maglione e infilai le scarpe aiutato da
Gretchen Scheffler. Nel frattempo erano sopraggiunti anche i Greff, poiché l'oca era prevista per sei
persone. E dopo l'inghiottimento dell'oca arrostita e farcita con frutta, magistralmente preparata da
Matzerath, dopo l'ultima portata - mirabelle e pere - mentre io stringevo disperatamente tra le mani un
libro di figure che Greff mi aveva portato in aggiunta ai quattro già avuti in regalo, dopo brodo, oca,
cavoli rossi, patate lesse, mirabelle e pere, nell'alito di una stufa di maiolica che sapeva il fatto suo,
intonammo tutti - e Oskar si uní al coro - una cantica di Natale e ancora una strofa "Rallegrati," e
"Ohabetemiobellabetecomesonverdiituoicampanelliniclingclangclingclangtuttigliannitorneran,"
e io volevo finalmente - fuori le campane si davano già un gran daffare - volevo avere il mio
tamburo, l'inebriata squadra musicale, di cui tempo addietro aveva fatto parte anche il trombettiere
Meyn, diede fiato agli strumenti tanto da far staccare i ghiaccioli dalle intelaiature delle finestre... Ma
io il mio tamburo volevo averlo, e loro non me lo davano, non lo tiravano fuori. Oskar: "Sì!" gli altri:
"No!" - e allora gridai - da molto tempo non avevo più gridato; allora per la prima volta dopo un lungo
periodo d'inattività affilai di nuovo la mia voce, facendone uno strumento tagliente, atto ad incidere
vetro, e distrussi, non bei vasi, bicchieri colmi di birra, lampadine elettriche; non vetri mandai in
frantumi né privai occhiali del loro potere visivo; no, la mia voce ce l'aveva con tutto ciò che, volendo
creare un'atmosfera festosa, faceva sfoggio di sé sul mio bell'abete; multicolori sfere luccicanti,
campanelline, punte argentee, sottilissimi, fragili globi di vetro soffiato: clingclang e clingcling, in una
attimo tutto l'addobbo dell'albero di Natale fu ridotto in polvere. Inoltre si spogliò anche delle sue
aguzze foglioline, ce n'erano da riempire più d'una pattumiera. Ma le sacre candeline continuarono ad
ardere tranquille, e tuttavia Oskar non ebbe il tamburo.
Matzerath non aveva un briciolo di comprensione. Non so se si proponesse di educarmi o se,
semplicemente, non avesse mai intuito l'opportunità di rifornirmi largamente e in tempo utile di
tamburi.
Sta di fatto che tutto lasciava presagire la catastrofe; e soltanto la circostanza fortuita che,
parallelamente al pericolo mortale incombente su di me, non fosse più dissimulabile un crescente stato
di crisi nel negozio di Matzerath, fece sì che - in tempi calamitosi, a quanto si dice, avviene sempre così
- il soccorso a me e al negozio di coloniali giungesse in tempo.
Siccome Oskar non aveva la statura necessaria e d'altronde non si sentiva alcuna voglia di stare
dietro il banco a vendere pan duro, margarina, e miele artificiale, Matzerath, che d'ora in poi per
semplificare chiamerò di nuovo mio padre, assunse alle sue dipendenze Maria Truczinski, la sorella più
giovane del mio compianto amico Herbert.
Di Maria non aveva soltanto il nome: lo era anche. Senza contare che in poche settimane riuscí
a dare nuovo impulso al negozio distinguendosi per una coscienziosa ma non pedante condotta degli
affari alla quale Matzerath si sottomise di buon grado, Maria dava anche prova di una certa perspicacia
nel giudicare la mia situazione.
Più volte, ancora prima di occupare il suo posto al banco del negozio, Maria mi aveva offerto
un vecchio catino al posto del rudere che mi pendeva sul ventre, col quale salivo e scendevo i cento e
più grandini delle scale di casa pestando i piedi per sfogare il mio malumore. Ma Oskar non voleva
saperne di surrogati. Si rifiutò ostinatamente di battere sul fondo di un catino. Non appena però Maria
fu stabile nel negozio, seppe imporre, contro la volontà di Matzerath, che si tenesse contro dei miei
desideri. A dire il vero, non era possibile convincere Oskar a recarsi con lei in negozi di giocattoli. In
mezzo agli oggetti multicolori di cui essi erano ingombri avrei certamente sentito ridestarsi in me
dolorosi paragoni con la sconquassata bottega di Sigismund Markus. Maria, dolce e arrendevole, mi
lasciava attendere fuori o andava lei sola a fare le compere. Ogni quattro o cinque settimane, secondo il
bisogno, mi portava un nuovo tamburo. Negli ultimi anni di guerra, quando perfino i tamburi di latta,
divenuti rari, erano soggetti a razionamento, essa doveva offrire ai negozianti un po' di caffè o dello
zucchero per poter farsene consegnare uno sottobanco. Lo faceva spontaneamente, senza sospirare,
scuotere la testa o alzare gli occhi al cielo, anzi mantenendosi sempre seria ed equilibrata, con la stessa
semplicità e naturalezza con cui mi infilava i calzoni, i grembiulini e le calze, lavati di fresco e
raccomodati con cura. Se anche negli anni successivi i nostri rapporti hanno subito costantemente degli
alti e bassi e ancor oggi non sono ben chiariti, il modo in cui Maria mi porge il tamburo è rimasto
sempre lo stesso, pur essendo il prezzo dei tamburi di latta per bambini notevolmente cresciuto rispetto
al millenovecentoquaranta.
Oggi Maria è abbonata a una rivista di moda. Da un giorno di visita all'altro è sempre più
elegante. E allora?
Era bella Maria? Aveva una faccia tonda dalla carnagione fresca, occhi grigi e un po' sporgenti,
ombreggiati da ciglia corte ma folte sotto le sopracciglia scure e fitte riunite alla radice del naso, e uno
sguardo fermo ma non freddo. Gli zigomi pronunciati, la cui pelle, in giornate di gelo, era bluastra e
tesa fino a screpolarsi, conferivano al volto una tranquillizzante simmetria appena interrotta da un naso
minuscolo, non brutto però o buffo, regolare e ben formato anzi, per quanto grazioso. La fronte
piuttosto bassa e tondeggiante era solcata verticalmente sin dall'adolescenza, sopra la radice del naso
coperta di peli, da piccole rughe pensose. La sua capigliatura bruna, aderente alle tempie, lievemente
ricciuta, la cui lucentezza mi fa pensare ancor oggi ai rami d'albero bagnati dalla pioggia, avvolgeva il
piccolo cranio, esso pure rotondo, fino alla nuca sfuggente - la stessa di mamma Truczinski -. Quando
indossava il grembiule bianco e si metteva al banco del nostro negozio, Maria portava ancora le trecce.
Le fresche, sode orecchie erano irrorate da un vivo sangue giovanile. Però i loro lobi, seppur
graziosamente modellati, anziché pendere liberi si riattaccavano direttamente all'orlo delle guance,
suscitando un'impressione di qualcosa di degenerato abbastanza netta per autorizzare delle deduzioni
sul carattere di Maria. Più tardi, cedendo alle continue insistenze di Matzerath, la ragazza si decise ad
adottare una pettinatura a onde permanenti; le orecchie vennero nascoste. Oggi Maria, sotto una
moderna zazzeretta scompigliata, mostra soltanto i suoi lobi attaccati; ma cela questo piccolo difetto
con dei grandi orecchini, di gusto un po' dubbio.
Come nel volto di Maria, la cui testa si sarebbe quasi potuta serrare nella mano, il naso corto e
poco appariscente metteva maggiormente in rilievo le guance piene, gli zigomi sporgenti e gli occhi
largamente disegnati, così il suo corpo di statura inferiore alla media possedeva spalle un po' troppo
larghe, seni prosperosi inizianti già sotto le braccia e un sedere pieno, corrispondente al capace bacino
il quale a sua volta era sorretto da un paio di gambe troppo sottili ma robuste, che lasciavano
intravedere un varco di luce fin sotto i peli del pube.
Forse Maria aveva allora le gambe leggermente a X. In contrasto con le sue forme sviluppate e
dalle proporzioni definitive, mi parevano puerili anche le sue mani, sempre arrossate, con le grosse dita
simili a salsicciotti. Oggi ancora Maria conserva queste mani paffute. I suoi piedi invece, che allora
camminavano in tozze scarpe sportive, e un po' più tardi nelle strette, eleganti scarpette irrazionali di
seconda mano, hanno via via perduto il rossore e la goffaggine infantile e si sono adattati ai recenti
modelli della Germania Occidentale, e perfino dell'Italia.
Maria non era molto loquace. Però le piaceva cantare mentre stava lavando le stoviglie o
riempiendo di zucchero i sacchetti di carta blu da una e da mezza libbra. Dopo la chiusura del negozio,
mentre Matzerath riscontrava la cassa, la domenica, ogni volta che disponeva di una mezz'ora di riposo,
Maria cavava fuori la sua piccola armonica a bocca, regalatale dal fratello Fritz quando era stato
chiamato alle armi e inviato a Gross-Boschpol.
Maria suonava un po' di tutto sull'armonica: vecchie canzoni che aveva imparato nei convegni
serali della Gioventú Femminile, melodie di operette, canzoni alla moda ascoltate alla radio o apprese
dal fratello Fritz quando per ragioni di servizio aveva trascorso qualche giorno a Danzica a Pasqua del
quaranta. Oskar si ricorda che Maria suonava Gocce di pioggia facendo schioccare la lingua, e faceva
uscire dall'armonica anche Il vento mi ha sussurrato una canzone, senza tuttavia imitare Zarah Leander.
Mai però Maria prese la sua "Hohner" durante l'orario di apertura del negozio. Anche quando non
c'erano clienti si asteneva dal fare della musica, e riempiva di caratteri infantilmente tondeggianti
etichette coi prezzi ed elenchi di merci.
Benché in realtà non si potesse ignorare che era lei a dirigere il negozio, nel quale attirò di
nuovo molti clienti che dopo la morte della mia povera mamma erano passati alla concorrenza,
facendone anzi dei clienti abituali, Maria conservò verso Matzerath una deferenza quasi servile; e lui,
sempre così pieno di sé, non provò mai il minimo imbarazzo.
"In fin dei conti sono stato io a metterla nel negozio e ad istruirla," era l'argomento che
opponeva al verduraio Greff e a Gretchen Scheffler quando si divertivano a prenderlo in giro. Così
ragionava quest'individuo, che soltanto durante la sua occupazione prediletta, la cucina, dava prova di
una sensibilità più differenziata e diventava degno di nota. Giacché questo Oskar deve concederglielo:
le sue costolette di maiale affumicate con crauti, i suoi rognoni di maiale con salsa di senape, le sue
costolette di vitello impannate alla viennese, e soprattutto il suo carpione con panna e rafano
meritavano di essere visti, fiutati e gustati.
In verità Maria nel suo negozio non aveva granché da imparare da lui; sia perché il lavoro
svolto dalla ragazza - dotata del resto di un innato senso degli affari - non richiedeva certo particolari
cognizioni contabili, sia perché in negozio essa era molto più a posto di Matzerath, il quale non sapeva
trattare la clientela e si intendeva soltanto degli acquisti all'ingrosso. Vero è però ch'egli insegnò a
Maria l'arte di bollire, arrostire e stufare; poiché, quantunque fosse stata per due anni domestica presso
la famiglia di un impiegato a Schidlitz, quando esordí da noi non sapeva nemmeno mettere una pentola
d'acqua sul fuoco.
Di lì a poco Matzerath poté disporre a piacere del suo tempo, come quando era ancora in vita la
mia povera mamma: si esaltava di arrosto in arrosto, ogni domenica, regnava incontrastato in cucina, si
attardava per ore, felice e beato, a lavare e riporre le stoviglie; in via subordinata provvedeva agli
acquisti, sempre più difficoltosi col progredire degli anni di guerra, alle ordinazioni e alla regolazione
dei conti con i grossisti e alle pratiche presso l'Ufficio annonario, curava con una certa abilità la
corrispondenza con l'Ufficio delle Imposte, si applicava ogni due settimane, dando prova di fantasia e
di buon gusto, a decorare la vetrina, si dedicava con diligenza e consapevole delle sue responsabilità
alle faccenduole del Partito, era insomma occupatissimo in tutte le ore della giornata, tanto più che
Maria se ne stava imperturbabile dietro il banco del negozio.
Voi mi chiederete: perché tutti quei preparativi, perché tante insistenti descrizioni di zigomi,
sopracciglia, lobi auricolari, mani e piedi? Sono perfettamente d'accordo con voi: in fondo condanno
anch'io un simile modo di descrivere una persona. Del resto Oskar è profondamente convinto di essere
riuscito fin qui tutt'al più a deformare l'immagine di Maria, se non a distorcerla per sempre.
Perciò ancora un'ultima osservazione, e questa varrà, spero, a illuminarvi: Maria fu, a
prescindere da tutte le anonime infermiere, il primo amore di Oskar.
Mi resi conto del mio nuovo stato quando, un giorno, cosa che mi succedeva di rado, prestai
attentamente ascolto al suono del mio tamburo e mi accorsi con quale insolita foga e insieme con
quanta delicatezza di tocco Oskar trasmettesse allo strumento l'impeto della sua passione. Maria
mostrava di gradire questo mio modo di tambureggiare. A me tuttavia non piaceva troppo che lei,
credendosi in dovere di accompagnarmi, cavasse fuori la sua armonica e desse fiato a quel tamburo da
bocca aggrottando malamente la fronte. Spesso però, mentre rammendava le calze o riempiva sacchetti
di zucchero, lasciava cadere le braccia e volgeva su di me, col viso calmissimo attraverso le mazze, uno
sguardo intento e pensoso, e prima di riprendere il lavoro passava sui miei ispidi capelli tagliati a
spazzola una mano carezzevole, con un gesto morbido, sonnolento.
Oskar, di solito restio a qualsiasi contatto, per quanto tenero, tollerava la mano di Maria, anzi
era talmente amante di queste carezze, che spesso, per ore e consapevolmente, cercava di trarre dalla
latta quei ritmi seducenti, finché la mano di Maria ubbidiva e gli faceva bene.
A ciò va aggiunto che ogni sera Maria mi metteva a letto. Mi spogliava e lavava, mi aiutava a
infilare il pigiama, mi esortava a fare la pipí, recitava con me, benché fosse protestante, un Padrenostro,
tre Ave Maria, talvolta anche un "Gesúpertevivo, Gesúpertemuoio" e infine, guardandomi con una
faccia affettuosa, conciliante il sonno, mi copriva.
Per quanto belli fossero quegli ultimi minuti, prima di spegnere la luce - a poco a poco, in
un'atmosfera di tenerezza, sostituii al Padrenostro e al "Gesúpertevivo" il "Salvestellamarina" e
"PeramorediMaria," - quei preparativi di ogni sera prima del riposo notturno mi riuscivano penosi e
quasi mi facevano perdere il dominio di me stesso, e mi imponevano, a me che di solito sapevo sempre
mantenere la faccia, quel rossore che tradisce le ragazzotte adolescenti e i giovanotti eccitati. Oskar
l'ammette: ogni volta che Maria, dopo avermi spogliato, mi metteva nella tinozza di zinco e, usando un
guanto di spugna e una spazzola mi insaponava e strofinando mi toglieva dalla pelle la polvere di una
intera giornata di tambureggiamenti, ogni volta dunque che mi rendevo conto di trovarmi esposto
completamente nudo, io, quasi sedicenne, allo sguardo di una ragazza di quasi diciassette anni,
arrossivo violentemente, mi trasformavo in brace.
Ma Maria aveva l'aria di non accorgersi del cambiamento di colore della mia pelle. Pensava
forse che il suo guanto di spugna e la spazzola mi riscaldassero a tal punto? Pensava che l'igiene mi
accendesse? Oppure era così pudica e piena di tatto che, pur vedendo quel mio rosso di sera quotidiano,
faceva finta di non accorgersene?
Ancor oggi vado soggetto a questo brusco mutamento di colorito, impossibile a dissimulare, che
spesso dura qualche minuto e più.
Analogamente a mio nonno Koljaiczek, l'incendiario, la cui faccia diventava di fuoco alla sola
parola fiammifero, mi sentivo ribollire il sangue nelle vene non appena qualcuno, sia pure del tutto
estraneo, lascia cadere il discorso su bambini che ogni sera vengono trattati nella vasca da bagno con
sapone guanto di spugna e spazzola.
Allora Oskar si trasforma in pellerossa; e gli altri sorridono, dicono che sono un originale o
addirittura mi credono un po' toccato; e infatti: cosa può significare, per loro, che i bambini vengano
insaponati e strofinati con un guanto di spugna fin nelle loro parti più segrete?
Ora Maria, candida com'era, adottava in mia presenza, senza alcun imbarazzo, atteggiamenti
alquanto arditi. Così prima di mettersi a pulire il pavimento di legno del tinello e della camera da letto,
si sollevava le gonne fino alla coscia, per togliersi le calze che Matzerath le aveva regalato e che lei
voleva risparmiare. Una sera di sabato, dopo la chiusura del negozio - Matzerath aveva da fare alla sede
rionale del Partito ed eravamo rimasti soli - Maria si tolse la camicetta e la gonna e si mise lì in piedi
accanto a me, al tavolo del soggiorno, nella sua modesta ma pulita sottoveste, e si mise a pulire con la
benzina alcune macchie della gonna e della camicetta di seta artificiale.
Come avvenne che, dopo essersi tolti gli indumenti, e svanito l'odore di benzina, si diffuse
attorno a lei un penetrante ma non sgradevole, innocente e inebriante profumo di vaniglia? La usava
forse per farsi delle frizioni? Esisteva un profumo a buon mercato, che rappresentava un simile
orientamento olfattivo? O si trattava invece di un effluvio proprio del suo corpo, come quello di
ammoniaca della signora Kater o come il sentore di burro leggermente rancido sotto le gonne della
nonna Koljaiczek? Oskar, che amava andare in fondo ad ogni cosa, si mise sulle tracce della vaniglia:
ebbene, Maria non si profumava. Era quello un suo odore naturale e sono persuaso ancora oggi che lei
non fosse affatto consapevole di emanarlo. Penso anche che non avesse alcuna simpatia per questo
odore; giacché quando al pranzo della domenica, dopo l'arrosto di vitello con purea di patate e
cavolfiori al burro, compariva un budino alla vaniglia che mi divertivo a far tremolare urtando col
piede la gamba del tavolo, Maria, alla quale il budino alla frutta piaceva moltissimo, ne mangiava
pochissimo e quasi contro voglia; mentre per questo dolce, uno fra i più semplici, quasi direi banali,
Oskar va pazzo ancora oggi.
Nel luglio del quaranta, poco dopo che i comunicati straordinari ci ebbero informati sui rapidi
successi della campagna di Francia, ebbe inizio la stagione balneare sul Baltico. Mentre il fratello di
Maria, Fritz, promosso caporal maggiore, spediva le prime cartoline illustrate da Parigi, Matzerath e
Maria decisero cheOskar doveva andare al mare, alla spiaggia di Brösen, poiché l'aria marina non
poteva che far bene alla sua salute. Maria sarebbe venuta con me approfittando della pausa pomeridiana
- il negozio rimaneva chiuso dall'una alle tre - e anche se fosse rimasta assente fino alle quattro, disse
Matzerath, lui non aveva niente in contrario: di quando in quando gli faceva piacere farsi vedere dietro
il banco, per prendere contatto con la clientela.
Comperarono per Oskar un costume da bagno blu con su cucita un'ancora. Maria ne aveva già
uno verde coi bordi rossi, che sua sorella Guste le aveva regalato per la cresima. Ficcarono in una borsa
da bagno dei tempi della mamma un bianco accappatoio peloso, anch'esso lasciato dalla mamma, e
inoltre, superflui, un secchiello, una paletta e diverse forme per fare le tortine di sabbia. Maria portava
la borsa. Il mio tamburo me lo portavo io.
Oskar aveva paura al pensiero di dover passare in tram davanti al cimitero di Saspe. Rivedere
quel luogo silenzioso, eppure così eloquente, non gli avrebbe forse guastato del tutto la voglia, già non
eccessiva, di andare a fare il bagno? Come si sarebbe comportato lo spirito di Jan Bronski - si
domandava Oskar - quando lui, responsabile della sua rovina, vestito di un leggero abito estivo, sarebbe
passato in un tram scampanellante così vicino alla sua tomba?
Il 9 si fermò. Il bigliettario annunciò: Saspe! Voltato verso Maria mi sforzavo di tenere gli occhi
fissi in direzione di Brösen, da dove avanzava, ancora lontano ma sempre più grande, il tram
proveniente dalla spiaggia. Attento, Oskar - mi dicevo - non divagare con lo sguardo! Ma che altro
avrei potuto vedere se non dei pini sparuti, un cancello dagli arabeschi arrugginiti, un caos di pietre
sepolcrali di cui soltanto i cardi marittimi e l'avena selvatica potevano ancora leggere le iscrizioni?
Meglio guardare in alto attraverso il finestrino aperto: lì ronzavano i grossi Ju 52, come solo i
trimotori e i mosconi blu sanno ronzare in un cielo di luglio senza nuvole.
Scampanellando, il nostro tram riprese la corsa, mentre l'altro passava sul binario accanto e ci
precludeva per qualche istante la vista. Subito dietro il rimorchio dovetti volgere il capo: tutto il
cimitero in rovina mi si presentò allo sguardo e anche il tratto imbiancato del muro di cinta, rivolto a
nord, mi apparve, benché nell'ombra, dolorosamente distinto...
La fermata restò indietro, ci avvicinavamo a Brösen e io guardai di nuovo Maria. Riempiva un
leggero vestito estivo a fiorami. Le cingeva il collo rotondo e appena lucente, sopra le clavicole bene
rimpolpate, un vezzo di ciliegie di legno rosso scuro, tutte egualmente grosse e simulanti un'avanzata
maturazione. Era illusione o l'odore era reale? Oskar si piegò verso di lei: sì, Maria portava con sé sulle
rive del Baltico il suo caratteristico odore di vaniglia, Oskar lo aspirò profondamente e già non pensava
più a Jan Bronski, che marciva sotto la terra di Saspe. La difesa della posta polacca era già passata alla
storia, prima ancora che dalle ossa dei suoi difensori si fosse staccata la carne. Oskar, il sopravvissuto,
aveva nelle narici odori ben diversi da quello del suo presunto padre, una volta così elegante, ora quasi
putrefatto.
Giunti a Brösen, Maria comperò una libbra di ciliegie, mi prese per mano - sapeva che soltanto
a lei Oskar lo permetteva - e attraverso la pineta ci condusse allo stabilimento balneare. Nonostante i
miei quasi sedici anni il bagnino non si accorse di nulla: fui ammesso al reparto donne. "Acqua 18; aria
26; vento da est; bel tempo costante,"
così stava scritto sulla lavagna accanto alla tabella della Società di Pronto Soccorso, insieme
con le istruzioni per i tentativi di rianimazione illustrate da goffi disegni all'antica. Gli annegati
portavano tutti costumi da bagno a righe, i soccorritori lunghi mustacchi; sull'acqua infida
galleggiavano cappelli di paglia.
Ci precedeva, scalza, la giovane bagnina. Come una penitente, portava una corda attorno alla
vita, dalla quale pendeva una grossa chiave che apriva tutte le cabine. La passerella. La balaustra lungo
la passerella. Una passatoia di cocco ruvido davanti alla fila di cabine. A noi toccò la cabina 53. Il
legno, caldo e secco, di un colore naturale, bianco bluastro che vorrei chiamare cieco. Accanto alla
finestrella, uno specchio, che non si prendeva sul serio nemmeno lui.
Oskar dovette spogliarsi per primo. Lo feci col viso alla parete, e mi lasciai aiutare solo
controvoglia. Poi, con le sue mani energiche, Maria mi voltò, mi porse i calzoncini da bagno nuovi, e
con fare spiccio mi ficcò nella lana aderente. Allacciate che m'ebbe le bretelle, mi mise a sedere sulla
panca in fondo alla cabina, mi appiccicò tamburo e bacchette sui ginocchi e cominciò a spogliarsi, con
gesti rapidi e disinvolti.
Battei per un po' sul mio tamburo, contai i nodi delle travi di legno grezzo sul pavimento. Poi
desistetti dal contare e dal tambureggiare. Non riuscivo a capire perché Maria fischiettasse rigida tra sé
e sé, con le labbra contratte buffamente, mentre si sfilava le scarpe, due toni in alto e due in basso
mentre si toglieva i calzini, perché fischiettasse come un cocchiere brillo, quando si tolse il vestito a
fiorami, e sempre fischiettando vi appese sopra la sottoveste, e lasciò cadere il reggiseno, seguitando
testarda a fischiettare, senza riuscire a trovare una melodia quando si calò giù fino alle ginocchia le
mutandine, che erano calzoncini da ginnastica, quando se le fece scivolare fin sui piedi, quando ne uscí
con un passo di fianco e quando, col piede sinistro, le spinse in un angolo.
Alla vista del triangolo peloso di Maria, Oskar ebbe un sussulto.
Egli ben sapeva dalla sua povera mamma che le donne in basso non sono calve, ma per lui
Maria non era una donna nel senso in cui la sua mamma si era dimostrata tale al cospetto di Matzerath
o di Jan Bronski.
La riconobbi immediatamente. Stizza, ribellione, delusione, pudore e un'incipiente erezione, a
metà comica e a metà dolorosa del mio piccolo inaffiatoio sotto i calzoncini da bagno mi fecero
dimenticare il tamburo e le bacchette, e rivolgere tutta la mia attenzione a quella nuova bacchetta che
mi era appena cresciuta.
Oskar scattò in piedi, si gettò su Maria. E lei lo accolse tra i suoi peli. Se ne fece coprire la
faccia. Gli crebbero tra le labbra.
Maria scoppiò a ridere e cercò di allontanarlo. Ma io insistevo, volevo tirare in me sempre più
di lei, perché ero giunto sulle tracce della vaniglia. E Maria continuava a ridere. Mi lasciò nella sua
vaniglia, pareva divertita poiché continuava a ridere. Soltanto quando mi scivolarono via i piedi, e lo
scivolio le fece male - poiché io non mollavo i peli o i peli non mollavano me - soltanto quando l'odore
di vaniglia divenne così intenso che credetti di fiutare un altro odore - funghi o qualcosa di forte - e gli
occhi mi si empirono di lacrime, e quando quel sentore di terra che Maria celava dietro i suoi effluvi di
vaniglia inchiodò nel mio cervello il ricordo della terra in cui marciva Jan Bronski e m'impestò per
sempre del sapore di ciò ch'è caduco, solo allora mollai.
Oskar scivolò sull'impiantito della cabina dalla tinta cieca, con gli occhi che ancora
lacrimavano. Maria, che aveva ricominciato a ridere, lo sollevò prendendolo in braccio, lo accarezzò e
lo strinse a sé, contro quella collana di ciliegie ch'era tutto il suo abbigliamento.
Scuotendo il capo mi tolse di fra le labbra i peli rimasti ed ebbe l'aria di stupirsi. "Piccolo
animale che sei! Ti butti addosso a cose che non sai neanche cosa sono, e poi ti metti a piangere!"

Polverine effervescenti.
Sapete cosa sono? Una volta si compravano in bustine in ogni periodo dell'anno. Anche la
mamma vendeva nel nostro negozio la polvere effervescente all'aroma di asperula, in bustine di un
verde sconcertante. Una bustina di un colore che si ispirava alle arance acerbe si chiamava "Polvere
effervescente all'aroma di arancia."
C'era inoltre una polvere al lampone e una che, quando vi facevo scorrere sopra un filo d'acqua
dal rubinetto, cresceva, sibilava, spumeggiava, ribolliva, che, se la si beveva prima che si fosse calmata,
sapeva lontanamente di limone; nel bicchiere ne assumeva anche il colore, anzi un colore un po' più
carico, un giallo artificiale che faceva pensare a qualche sostanza velenosa.
Oltre all'indicazione del sapore che cos'altro era detto sulle bustine? "Prodotto naturale -
Brevettato - Da tenere al riparo dall'umidità" e sotto una linea tratteggiata era scritto. "Strappare qui."
Dove si poteva comperare, altrimenti, la polverina effervescente?
Non soltanto nel negozio della mamma naturalmente, anche in qualunque altra bottega di generi
alimentari e nei piccoli chioschi di bibite rinfrescanti, non però nella "Bottega del caffè" di Kaiser né
nelle cooperative. Una bustina costava tre soldi.
Maria e io le avevamo gratis. Ma quando non riuscivamo ad aspettare di essere giunti a casa, la
bustina la comperavamo spendendo i tre soldi, o anche sei, poiché non ne avevamo mai abbastanza e
una sola non ci bastava.
Chi di noi due ha cominciato con la polvere effervescente? L'eterna questione fra innamorati. Io
sostengo che è stata Maria. Lei non ha mai preteso che avessi cominciato io. Preferiva lasciare la
questione in sospeso, e se avessi insistito perché si pronunciasse, con tutta probabilità si sarebbe
limitata a rispondere che a cominciare era stata la polverina.
Naturalmente tutti daranno ragione a Maria. Senonché Oskar non potrebbe accettare
supinamente un tale giudizio. Non ammetterò mai che una bustina di polvere da tre soldi, prezzo al
dettaglio, possa avere sedotto Oskar. Avevo sedici anni ed ero pronto ad incolpare me stesso, a
incolpare semmai Maria, ma mai e poi mai una polverina che va tenuta al riparo dall'umidità.
La cosa ebbe inizio pochi giorni dopo il mio compleanno. Secondo il calendario la stagione
balneare volgeva alla fine. Ma il tempo non ne voleva sapere del settembre. Dopo un agosto piovoso,
l'estate ci fece vedere ciò di cui era capace, ai bagni le sue tardive prestazioni erano espresse sulla
lavagna accanto alla tabella della Società di Pronto Soccorso inchiodata alla cabina del bagnino: Aria
29; acqua 20; vento da sud-est; cielo in prevalenza sereno.
Mentre Fritz Truczinski, in qualità di caporal maggiore della Luftwaffe, inviava cartoline da
Parigi, Copenaghen, Oslo e Bruxelles - quell'animale era sempre in trasferta - Maria e io ci stavamo
acquistando una discreta abbronzatura. In luglio avevamo il nostro posto stabile lungo il lato esposto al
sole del recinto del bagno riservato alle famiglie. Ma poiché lì Maria era esposta ai frizzi insulsi degli
alunni in calzoncini rossi del secondo corso del Conradinum e alle noiose dichiarazioni d'amore di uno
studente del liceo San Pietro, verso la metà d'agosto abbandonammo il bagno delle famiglie e
scegliemmo un luogo più tranquillo nel reparto donne, in vicinanza dell'acqua, dove signore mature,
corpulente, dal respiro corto come le corte onde del Baltico, si immergevano nei flutti fino alle vene
varicose della cavità poplitea, dove bambini nudi e maleducati lottavano contro il destino, vale a dire
erigevano castelli di sabbia che crollavano continuamente.
A proposito di signore al bagno: quando le donne sono sole fra di loro e non sospettano di venir
osservate, un giovanotto, quel giovanotto cheOskar dissimulava in sé, dovrebbe chiudere gli occhi e
non rendersi testimonio, ancorché involontario, della loro esplicita femminilità.
Stavamo sdraiati sulla sabbia. Maria nel suo costume da bagno verde orlato di rosso, io in
calzoncini blu. La sabbia dormiva, il mare dormiva, le conchiglie erano state ridotte in frantumi: e non
ascoltavano. L'ambra che, a quanto si dice, tiene desti, si trovava altrove, il vento, che secondo il
bollettino meteorologico soffiava da sud-est, si assopiva lentamente, il vasto cielo, stanchissimo, non la
smetteva mai di sbadigliare; anche Maria e io eravamo un po' stanchi. Avevamo già fatto il bagno, e
dopo il bagno, non prima del bagno, avevamo mangiato. Le ciliegie, ridotte a noccioli ancora umidi,
erano disseminate sulla sabbia fra quelli bianchi, secchi e leggeri dell'anno precedente.
Alla vista di tanta caducità,Oskar fece scorrere sul suo tamburo un filo di sabbia frammista a
noccioli di rosse ciliegie freschi, a noccioli vecchi di un anno e vecchi di mille anni, reinventò la
clessidra, e tentò di immedesimarsi nella parte della Morte, giocando con le ossa. Sotto la carne calda,
sonnolenta di Maria, mi raffigurai le parti del suo scheletro, che certamente era ben desto, penetrai con
lo sguardo fra l'ulna e il radio, mi divertii a giocare al pallottoliere sulle sue vertebre, dal basso in alto e
dall'alto in basso, introdussi le dita in ambedue gli acetaboli e mi divertii con l'appendice dello sterno.
A dispetto del passatempo che mi procuravo giocando alla Morte con la clessidra. Maria si
mosse. Allungò il braccio, alla cieca, trovò il sacco da spiaggia e vi affondò la mano in cerca di
qualcosa, mentre io finivo di seppellire il tamburo sotto la sabbia, in cui c'era ancora qualche nocciolo
di ciliegia. Non trovando ciò che cercava, forse la sua armonica a bocca, Maria rovesciò la borsa; e sul
lenzuolo di spugna cadde non già l'armonica, bensí una bustina di polvere effervescente all'aroma di
asperula.
Maria sembrò meravigliata. Forse lo era anche. Io ero meravigliato davvero e mi domandavo, e
mi domando ancor oggi: come mai la bustina, quella robetta che si comperavano i bambini degli
scaricatori e dei disoccupati poiché non hanno il denaro per una vera spremuta di limone, come mai
quel fondo di magazzino era capitato nel nostro sacco da spiaggia?
Mentre Oskar ci pensava, Maria disse di aver sete. E anch'io, contro la mia volontà,
interrompendo le mie riflessioni, ammisi di avere una gran sete. Non avevamo bicchiere, e per andare a
chiederne uno al bagnino e a prendere l'acqua potabile al rubinetto accanto alla sua baracca, c'era da
percorrere sulla sabbia cocente un tratto di circa trentacinque passi, se ci andava Maria, non meno di
una cinquantina se ci andavo io. E bisognava scavalcare montagne di carne, rilucenti di crema Nivea,
adagiate sul dorso o sul ventre.
Entrambi avevamo paura della strada, lasciammo la bustina della polvere sul lenzuolo di
spugna. Finalmente l'afferrai, prima che Maria l'afferrasse. Ma poi Oskar la rimise sul lenzuolo, perché
Maria la prendesse. Maria non la prese. Allora la presi io e la diedi a Maria. Maria la restituí a Oskar.
Io ringraziai e dissi che gliela regalavo. Ma Maria non voleva accettare regali da Oskar. Mi rassegnai e
misi la bustina sul lenzuolo. Li essa rimase per qualche tempo, immobile.
Qui Oskar deve constatare che, dopo una pausa imbarazzante, fu Maria a prendere la bustina. E
non basta: la aperse anche, proprio lungo la linea tratteggiata sotto cui stava scritto: "Strappare qui."
Poi mi tese la bustina aperta. Ma questa volta fu Oskar a rifiutare, ringraziando. Maria riuscí a
fare l'offesa. Risolutamente depose la bustina sul lenzuolo di spugna. Allora, nel timore che vi si
infiltrasse della sabbia, non mi restò altro che prenderla e offrirla di nuovo a Maria. Oskar constata
ancora che fu Maria a far sparire un dito nella bustina, a farlo ricomparire e a metterlo in mostra
tenendolo diritto: sul polpastrello c'era qualcosa di bianco-azzurrino, la polvere effervescente. Lei mi
porse il dito.
Naturalmente lo presi. Benché l'effluvio gassoso mi penetrasse nel naso, riuscii ad imprimere su
mio volto un'espressione di piacere. Fu di nuovo Maria che mi presentò il cavo della mano. E Oskar
non poté fare a meno di versare un po' di polverina nella scodella rosea. Lei non sapeva che farsene di
quel mucchietto. La collinetta nel palmo della mano era per lei una cosa troppo nuova e sorprendente.
Allora io mi piegai in avanti, raccolsi tutta la mia saliva, la feci colare sulla polvere effervescente,
ripetei l'operazione, e mi risollevai solo quando non ebbi più saliva.
Nella mano di Maria la polverina cominciò a sfrigolare e a spumeggiare. Poi l'asperula esplose
come un vulcano. Ribollí il verdastro furore di non so quale popolo selvaggio. Stava ancora
succedendo qualcosa che Maria non aveva forse ancora visto e certamente mai ancora provato: la vidi
trasalire, la sua mano cominciò a tremare, fece per volar via, perché l'asperula la mordeva, le penetrava
sotto la pelle, le metteva indosso la smania, le dava una sensazione, una sensazione... Quanto più la
verde massa effervescente s'ingrossava, più intenso si faceva il rossore diffuso sul volto di Maria. La
mano corse alle labbra, Maria se la leccò con tutta la lunghezza della lingua, leccò più volte
disperatamente, tanto che Oskar temette che invece di liberare Maria da quella sensazione così
eccitante la lingua ancora la accrescesse fino al limite estremo, anzi oltre il limite estremo di ogni
sensazione.
Poi la sensazione andò scemando. Maria ridacchiò, volse in giro uno sguardo spaurito, temendo
che l'asperula avesse avuto testimoni, ma vedendo attorno a sé le soffianti vacche marine, indifferenti
nei costumi a maglia, abbronzate alla nivea, si lasciò ricadere sull'accappatoio; sulla superficie bianca il
suo pudico rossore lentamente si spense.
Forse dopo tanta aria e sole, in quell'ora meridiana Oskar avrebbe ceduto volentieri al bisogno
di fare un sonnellino, se dopo nemmeno mezz'ora Maria non si fosse di nuovo sollevata stendendo la
mano verso la bustina della polvere effervescente, ancora a metà piena.
Non so se avesse lottato molto prima di decidersi a versare il resto del contenuto nel cavo della
mano, che non era più ignara del suo effetto. Pressappoco per il tempo necessario per pulirsi gli
occhiali, con le braccia immobili e simmetriche Maria tenne a sinistra la bustina, a destra quella sua
rosea conca. Non che rivolgesse lo sguardo sulla bustina o sul cavo della mano, che lo facesse vagare
dal semipieno al vuoto; Maria guardava fisso davanti a sé, tra bustina e mano, con occhi cupi e severi.
Ma risultò poi che lo sguardo severo era più debole della bustina semipiena. Lentamente infatti la
bustina si avvicinò alla mano vuota che le si fece incontro. Lo sguardo perdette tutto il suo rigore
venato di malinconia, diventò curioso e infine soltanto cupido. Affettando una gran calma, Maria
ammucchiò il resto della polverina nel palmo grassoccio della mano, asciutto nonostante il gran caldo,
gettò via la bustina e la calma, sorresse con la mano libera l'altra col mucchietto, guardò ancora per
qualche istante con occhi grigi la polverina, poi con occhi grigi guardò me, al quale evidentemente
intendeva chiedere qualcosa: era la mia saliva che voleva. Perché non pensò alla sua? Oskar non ne
aveva quasi più, lei invece ne aveva di certo di più. E l'una valeva quanto l'altra anzi la sua andava
magari ancora meglio. A parte che la saliva non si rinnova come uno vorrebbe, io non riuscivo mai a
produrla così in fretta. E poi, Maria doveva averne più di me, perché lei era più grande di Oskar.
Maria voleva la mia saliva. Fin dal primo istante non ci fu dubbio che soltanto della mia poteva
essere questione. Non mi levava di dosso il suo sguardo imperioso, e io attribuivo ai lobi aderenti delle
sue orecchie la colpa di quella crudele inflessibilità. Oskar cercò di inghiottire, pensando a cose che di
solito gli facevano venire l'acquolina in bocca. Ma fosse l'aria marina o la salsedine, le mie ghiandole
salivari fecero cilecca. Stimolato dallo sguardo di Maria dovetti alzarmi e mettermi in cammino.
Occorreva fare oltre cinquanta passi nella sabbia cocente procurando di non guardare né a destra né a
sinistra, salire i gradini ancora più cocenti della baracca del capobagnino, aprire il rubinetto, tenervi,
sotto, a testa inclinata, la bocca aperta, risciacquare la bocca, bere, inghiottire: tutto questo dovette fare
Oskar per avere di nuovo saliva.
Quando ebbi ripercorso l'interminabile distanza dalla baracca al nostro bianco lenzuolo, in
mezzo a spettacoli orribili, trovai Maria sdraiata ventre a terra, la testa affondata fra le braccia
incrociate, le trecce pigramente sparse sulla schiena ricurva.
La spinsi col piede poiché adesso Oskar aveva saliva. Maria restò immobile. La spinsi di nuovo.
Nessuna reazione. Cautamente le aprii la mano sinistra e lei mi lasciò fare: la mano era vuota come se
non avesse mai conosciuto la polverina. Le raddrizzai le dita della mano destra: roseo il palmo solcato
da linee, caldo, umido e vuoto.
Si era servita della propria saliva? Non aveva saputo aspettare?
Oppure aveva soffiato via la polverina, soffocata la sensazione al suo primo insorgere, sfregato
il palmo della mano sul lenzuolo per ripulirlo di ogni residuo, per ridargli il solito aspetto puerile e
grassottello, con un lieve segno di superstizione nella luna, un Mercurio paffuto, un monte di Venere
abbondantemente carnoso?
Ritornammo a casa prima del solito, e Oskar non saprà mai se in quello stesso giorno Maria
avesse fatto spumeggiare una seconda volta la polverina o se fu soltanto a partire da qualche giorno
dopo che, rifacendo assieme a me il miscuglio, questa volta con la mia saliva, esso divenne il nostro
vizio comune.
Volle il caso - o un caso che ubbidiva ai nostri desideri - che la sera di quella giornata di bagni
che ho appena descritto, Matzerath, che aveva preparato per cena zuppa di mirtilli e tortelli di patate, ci
informasse sonoramente di essere diventato socio di un neocostituito club di giocatori di skat, tutti
appartenenti alla sezione rionale del Partito; due volte la settimana avrebbe incontrato la sera i
compagni di gioco, che erano tutti capicellula, nel ristorante Springer, dove anche il nuovo capo della
sezione, Selke, diceva di voler venire ogni tanto; se non altro per questo egli non poteva mancare e gli
rincresceva di doverci lasciare soli.
Meglio di tutto sarebbe stato, in quelle sere di skat, alloggiare Oskar presso mamma Truczinski.
Mamma Truczinski era d'accordo, tanto più che questa soluzione le piaceva assai più della
proposta fattale il giorno prima da Matzerath all'insaputa di Maria; secondo la quale anziché far passare
a me la notte presso mamma Truczinski, sarebbe stata Maria a venire a dormire da noi, accontentandosi
del divano.
Prima Maria aveva dormito in quell'ampio letto nel quale il mio amico Herbert aveva fatto
riposare la sua schiena coperta di cicatrici. Il pesante mobile era nella piccola stanza posteriore.
Mamma Truczinski dormiva nel tinello. La figlia Guste, che prestava sempre servizio nel buffet
dell'albergo Eden, dove continuava anche ad alloggiare, veniva spesso a trovare la mamma quando era
libera, ma restava raramente per la notte, e in questo caso dormiva sul divano.
E quando Fritz Truczinski, in licenza o in breve trasferta per ragioni di servizio, arrivava -
sempre carico di doni - da paesi lontani, dormiva nel letto di Herbert, Maria in quello di mamma
Truczinski e quest'ultima sul divano.
Questo ordine fu sconvolto dalle mie pretese. Prima volevano farmi dormire sul divano. Rifiutai
con poche ma chiare parole. Perciò mamma Truczinski propose di cedermi il suo letto di vecchia; lei si
sarebbe accontentata del divano. Allora fu Maria a protestare: non voleva che la sua vecchia mamma
vedesse disturbato il suo riposo nella scomodità e si dichiarò disposta a condividere con me il letto di
cameriere ch'era stato di Herbert. "Ci stiamo benissimo disse conl'Oskar dentro nel letto, tantol'Oskar è
solo una mezza porzione."
Così, a partire da quella successiva, due volte la settimana Maria portò le cose del mio letto dal
pianterreno al secondo piano e per me il mio tamburo sistemò un giaciglio alla sua sinistra. La prima
notte Matzerath giocò a skat, nulla di straordinario avvenne. Il letto di Herbert mi pareva vastissimo. Io
mi coricai per primo, Maria più tardi. Si era levata e spogliata in cucina ed entrò in camera in una
camicia da notte ridicola, lunga, inamidata, all'antica. Oskar si aspettava di vederla nuda e coi peli, e lì
per lì fu deluso, ma poi tuttavia contento, poiché la stoffa di quella camicia uscita da un cassetto della
bisnonna tracciava nella sua memoria fragili e piacevoli ponti che davano sui bianchi drappeggi della
divisa delle infermiere.
In piedi davanti al comò, Maria si sciolse le trecce fischiettando.
Sempre, quando si vestiva o spogliava, quando si faceva o scioglieva le trecce, Maria
fischiettava. Anche pettinandosi, emetteva dalle labbra contratte a bocchino quei due suoni, senza
riuscire a trarne una melodia.
Non appena posò il pettine, Maria cessò anche di fischiettare. Si voltò, scosse un'ultima volta la
capigliatura, con rapidi tocchi fece ordine sul comò, l'ordine la incoraggiò, gettò un bacio al padre
fotografato e ritoccato coi suoi grandi baffi nella cornice di ebano, balzò con una forza esagerata nel
letto, sprimacciò più volte il piumino, dopo l'ultima sprimacciata lo afferrò e scomparve fino al mento
sotto quella montagna di piume; me, che le stavo coricato accanto, sotto il mio piumino, non mi toccò
neppure, sporse ancora fuori un braccio rotondo lungo il quale scivolò la manica della camicia, cercò
sopra il capo la cordicella pendente della lampada, la trovò, spense la luce, e solo allora mi disse nel
buio, con una voce troppo forte: "Buona notte!"
Il respiro di Maria si fece presto regolare. E' probabile che non fingesse soltanto di dormire, che
si fosse realmente addormentata, addormentata anzi di un sonno duro, perché le sue strapazzate
quotidiane esigevano una simile dormita.
Ancora a lungo alla mente di Oskar si presentarono immagini di rilievo, capaci di dissipare il
sonno. Per quanto fitto fosse il buio fra le pareti e la carta per l'oscuramento sui vetri delle finestre,
bionde infermiere si chinarono sopra il dorso cosparso di cicatrici di Herbert, la bianca camicia
stropicciata di Schugger Leo si trasformò, com'era da aspettarsi, in un gabbiano, e il gabbiano volò,
volò e andò a sbattere contro il muro di cinta di un cimitero, che subito fu come imbiancato di fresco e
così via e così via. Solo allorché un crescente, spossante odore di vaniglia fece offuscare e poi svanire
quelle immagini precedenti il sonno, il respiro diOskar divenne calmo com'era da lungo tempo quello
di Maria.
Tre giorni dopo essa mi offrí lo stesso castigato spettacolo di una toeletta notturna da
adolescente. Entrò in camera in camicia da notte, si sciolse fischiettando le trecce, si pettinò
continuando a fischiettare, depose il pettine senza più fischiettare, mise a posto gli oggetti sul comò,
gettò il bacio alla foto, fece il balzo esagerato sul letto, sprimacciò il piumino, lo afferrò e scorse - io le
osservavo la schiena - vide una bustina - ammiravo i suoi bei capelli lunghi - scoprí sul piumino
qualcosa di verde - chiusi gli occhi e aspettai che lei si abituasse alla vista della bustina effervescente -
ma le molle cigolarono sotto il peso di Maria che si buttava indietro, e si sentí un "clic," e quando io
riaprii gli occhi a causa di quel "clic," Oskar ebbe la conferma di ciò che aveva intuito: Maria aveva
spento la luce, respirava affannosamente nel buio, non si era potuta abituare alla vista della bustina.
Restava dubbio tuttavia se l'oscurità in cui lei stessa ci aveva immersi non avrebbe intensificato il
potere della polverina effervescente, se avrebbe fatto fiorire l'asperula e fatto spumeggiare il
bicarbonato di soda.
Sono propenso a credere che l'oscurità fosse dalla parte di Oskar.
Poiché già pochi minuti dopo - se si può parlare di minuti in una camera immersa nel buio -
avvertii un movimento in cima al letto; la mano di Maria cercava la cordicella, la cordicella abboccò e
subito dopo io ebbi modo di ammirare un'altra volta sulla camicia aderente di Maria la sua bella fluente
capigliatura. Com'era uniforme e giallognola la luce della lampadina, di sotto lo schermo pieghettato.
La bustina occhieggiante sul piumino, rimasto intatto e gonfio ai piedi del letto, non aveva osato
muoversi nell'oscurità. La camicia da notte da bisnonna di Maria frusciò, una manica si alzò con la
relativa mano grassoccia, e Oskar raccolse saliva nel cavo della bocca.
Durante le settimane successive vuotammo insieme più d'una dozzina di bustine, la maggior
parte all'aroma di asperula, e quando queste vennero a mancare, all'aroma di limone o di lampone.
Sempre la mia saliva portava all'effervescenza la polverina e suscitava una sensazione che Maria
apprezzava ogni giorno di più. Io acquistai una certa pratica nell'accumulare saliva; ricorrevo a trucchi
che mi facevano affluire abbondantemente e presto il liquido in bocca e in breve fui in grado di fare
omaggio a Maria dell'ambita sensazione per tre volte di seguito, col contenuto di una sola bustina.
Maria era soddisfatta di Oskar. Talvolta, dopo la degustazione effervescente, se lo stringeva a
sé, gli appiccicava con trasporto in viso due o tre baci e quasi sempre si addormentava in fretta, dopo
che Oskar aveva ancora sentito nell'oscurità il suo breve risolino represso.
Io invece stentavo sempre più ad addormentarmi. Avevo ormai sedici anni e un spirito alacre, e
provavo il bisogno, che mi teneva sveglio fino a tardi, di offrire al mio amore per Maria nuove, finora
insospettate possibilità diverse dalla polvere effervescente ravvivata dalla mia saliva, che suscitava in
lei sempre le stesse sensazioni.
Le meditazioni di Oskar non occupavano la sua mente soltanto dopo che la luce era spenta.
Dalla mattina alla sera stavo a rimuginare dietro il mio tamburo. Sfogliavo le pagine consunte della mia
antologia rasputiniana, rievocavo le vecchie orde pedagogiche fra Gretchen Scheffler e la mia povera
mamma, interpellavo anche Goethe, delle cui Affinità Elettive possedevo singoli brani, come per il
Rasputin, attingevo dunque al taumaturgo la sua rude forza primordiale, contemperandola col
sentimento universale della natura del principe dei poeti, attribuivo a Maria ora l'aspetto della zarina o i
tratti della granduchessa Anastasia, sceglievo per equipararla dame dell'eccentrica aristocrazia al
seguito di Rasputin, ma poi, nauseato di quella lascivia, vedevo in Maria l'eterea trasparenza di
un'Ottilia o la passione raffrenata della castigatezza di una Carlotta. Per quanto riguarda lui stesso,
Oskar si vedeva ora nelle vesti di Rasputin in persona, ora in quelle del suo assassino, molto spesso in
quelle di un capitano della Guardia dello Zar, più di rado nella persona del debole consorte di Carlotta e
una volta - lo confesso - immaginai di essere un genio, nel noto aspetto di Goethe, aleggiante sopra
Maria addormentata. Stranamente, dalla letteratura mi attendevo più sollecitazioni che dalla nuda realtà
della vita.
Così, da Jan Bronski, che fin troppo spesso avevo visto palpeggiare la mia povera mamma, non
potevo imparare quasi nulla. Ben sapevo che un viluppo come quello composto ora dalla mamma e da
Jan, ora da Matzerath e dalla mamma, ansante, convulso, e infine dissolventesi, fiaccato, ancora colante
filamenti di linfe, ben sapevo che questo viene chiamato amore, ma Oskar si rifiutava di credere che un
tale amore fosse veramente amore, e per trovare amore andò in cerca di un diverso amore, ma ovunque
volgesse lo sguardo gli si presentava soltanto l'amore-viluppo, ed egli odiò quest'amore prima di averlo
praticato come amore e di averlo giustificato di fronte a se stesso come l'unico vero e possibile amore.
Maria godeva la polverina effervescente coricata sul dorso. Siccome non appena la polvere
cominciava a spumeggiare, le sue gambe si scuotevano e scalciavano, spesso la camicia da notte le
scivolava, già al primo colpo, su fino alle cosce. Alla seconda esplosione, la camicia, scoprendole il
ventre, andava ad arrotolarsi sotto i seni.
Spontaneamente, dopo aver per settimane vuotato tutto il contenuto della bustina nel palmo
della mano di Maria, un giorno, senza aver prima meditato su Rasputin e Goethe, le versai il residuo di
una polverina all'aroma di lampone nella cavità dell'ombelico, e vi feci colare, prima che lei potesse
impedirmelo, anche la mia saliva, e quando il miscuglio cominciò a ribollire nel piccolo cratere, Maria
non ebbe più argomenti per protestare: poiché l'effervescenza ombelicale aveva dei vantaggi rispetto a
quella nel cavo della mano.
Era sempre la stessa polverina, la stessa saliva, e anche la sensazione non era diversa; ma era
più forte, molto più forte. Tanto forte che Maria non seppe più resistere. Si curvò in avanti, tentò di
leccar su i lamponi che fermentavano nel suo pentolino, come era solita fare con le polverine
spumeggianti nel palmo della mano quando avevano adempiuto il loro compito. Ma la sua lingua non
era abbastanza lunga, l'ombelico era lontano quanto l'Africa o la Terra del Fuoco. Io invece ero
vicinissimo all'ombelico di Maria e vi frugai con la lingua in cerca di lamponi e ne trovai sempre di
più, smarrii la strada durante la ricerca e mi trovai per luoghi in cui nessuna guardia forestale chiede di
esibire un particolare permesso, ero deciso a coglierli uno per uno, null'altro avevo per la testa, nel
cuore, negli occhi, negli orecchi, fiutavo solo odore di lamponi, ero talmente preso che soltanto di
sfuggita a Oskar venne fatto di pensare: Maria è soddisfatta di questo tuo zelo. Perciò ha spento la luce.
Perciò si abbandona fidente al sonno e ti permette di cercare ancora; poiché Maria era ricca di lamponi.
E quando non ne trovai più, trovai altrove, come per caso, dei canterelli aspri. Ma poiché essi
crescevano ben nascosti fra il muschio, la mia lingua fallí nel suo intento e io mi feci spuntare un
undicesimo dito, dal momento che anche le dieci dita avevano fallito.
E così Oskar ebbe una terza bacchetta di tamburo - cosa naturale alla sua età. Non sulla latta
tambureggia, bensí nel muschio. E non sapevo più se ero io a tambureggiare, oppure Maria, se fosse il
muschio suo o il muschio mio. Apparteneva a un altro, l'undicesimo dito, e soltanto il muschio e i
canterelli a me? Avevo ancora una mia propria volontà e non ubbidivo ciecamente a quel tale che si era
scatenato lì sotto? Chi veramente faceva all'amore, Oskar, io o lui?
E Maria, che piena di sonno sopra, ma ben desta a quello che succedeva sotto, lei dall'innocente
odore di vaniglia con gli acri effluvi di fra il muschio, che voleva la polvere effervescente, ma non
voleva saperne di quell'altro che neanch'io volevo, che si era reso autonomo, che si ostinava a far di
testa sua, che dava qualcosa che io non gli avevo dato, che si alzava quando io mi coricavo, che aveva
sogni diversi dai miei, che non sapeva né leggere né scrivere e tuttavia firmava per me, che ancora oggi
va per la sua strada, che da me si era separato già fin dal giorno in cui mi ero reso conto di lui, col
quale, pur essendomi nemico, devo di continuo allearmi, che mi tradisce e che mi pianta in asso, che io
vorrei tradire e vorrei vendere, del quale mi vergogno, che è stufo di me, che mi insudicia mentre io
invece lo lavo, che non vede nulla e tutto fiuta, che mi è tanto estraneo che vorrei dargli del lei che ha
una memoria diversa da quella di Oskar: poiché oggi quando Maria entra nella mia stanza e Bruno
discretamente si ritira lui non la riconosce; non vuole, non può restare, quella canaglia, del tutto
tranquilla, mentre il cuore turbato di Oskar mi fa balbettare: "Ascolta, Maria ti faccio una bella
proposta: potrei comprarmi un compasso e tracciare un cerchio attorno a noi, misurare col medesimo
compasso l'inclinazione del tuo collo mentre tu leggi, cuci, o, come adesso, giri la manopola della mia
radio portatile. Ma ora lascia stare la radio. Una bella proposta: potrei farmi vaccinare gli occhi ed essi
verserebbero ancora qualche lacrima. Volentieri Oskar pregherebbe il macellaio qui all'angolo di
passargli il cuore nel tritacarne se tu facessi altrettanto della tua anima. Potremmo anche comperarci un
animale di stoppa e porlo fra noi due, lieti di vederlo stare tranquillo. Se mi procurassi dei lombrichi e
tu avessi pazienza, potremmo andare a pescare ed essere felici. O la polverina effervescente di quella
volta... ti ricordi? Tu mi chiami asperula, io divento effervescente, tu chiedi ancora di me e io ti
accontento - la polverina, Maria, una bella proposta!
"Perché apri la radio, come fai a sentire la radio, come se fossi presa da un frenetico bisogno di
comunicati straordinari?"

Comunicati straordinari
Il disco bianco del mio tamburo si presta poco agli esperimenti. Avrei dovuto saperlo. La mia
latta esige un legno sempre eguale.
Acconsente di venir interrogata a colpi di bacchetta, è pronta a scattare nella risposta, ma
talvolta vuol scambiare soltanto quattro chiacchiere alla buona, senza impegnarsi a fondo. Il mio
tamburo non è dunque una padella riscaldata artificialmente in cui la carne cruda si vada rosolando, né
una pista da ballo per coppie che non sanno se sono fatti l'uno per l'altra. Mai perciò, neanche nei
momenti della più triste solitudine, Oskar ha versato della polverina effervescente sul suo tamburo e ci
ha fatto colare sopra la sua saliva, inscenando uno spettacolo che da anni non ha più goduto e che ora
mi manca molto. Per la verità Oskar non volle rinunciare completamente a un esperimento con la
suddetta polverina, ma procedette in modo diretto, lasciando da parte il tamburo. Mi gettai dunque allo
sbaraglio, poiché senza il mio tamburo sono sempre con le spalle al muro.
Ebbi dapprima notevoli difficoltà a procurarmi della polverina effervescente. Mandai Bruno in
tutti i negozi di generi alimentari di Grafenberg, lo feci andare col tram fino a Geresheim, lo pregai di
cercare anche in città. Ma nemmeno nei chioschi presso i capolinea tranviari, Bruno poté trovare
bustine di polvere effervescente. Per le commesse giovani era un prodotto del tutto sconosciuto; i
gestori anziani si stringevano - così mi raccontò Bruno - fra le dita la fronte pensosa nello sforzo di
rievocare un'immagine remota, e gli tenevano pressappoco questo discorso: "Polverine effervescenti,
vuole? ma è roba di tanto tempo fa. E chi se ne ricorda più? Ce n'erano sotto Guglielmo e ancora sotto
Hitler, i primi anni. Quelli sì che erano tempi! Ma se vuole una limonata o una Coca-Cola..."
Il mio infermiere bevve dunque a mie spese parecchie bottiglie di limonata e di Coca-Cola, ma
non mi procurò ciò che desideravo, e tuttaviaOskar trovò aiuto. Bruno, che non si era dato per vinto, fu
davvero instancabile: ieri mi ha portato una bustina bianca, senza alcuna scritta: l'addetta al laboratorio
di analisi chimiche del manicomio, una certa signorina Klein, con molto spirito di comprensione si era
dichiarata disposta a fare delle ricerche in un'enciclopedia e ad aprire i suoi barattoli e cassetti; aveva
preso qualche grammo di qua, qualche grammo di là, e dopo vari esperimenti aveva preparato con
sapiente dosaggio una polverina della quale Bruno mi riferí che era effervescente, che spumeggiava,
che diventava verde, e che sapeva, con una certa precisione, di asperula. Oggi era giornata di visita. E'
venuta Maria. Però il primo a venire è stato Klepp. Per circa tre quarti d'ora abbiamo riso assieme di
qualcosa che merita di essere dimenticato. Ho risparmiato Klepp e i suoi sentimenti leninisti, non ho
portato il discorso su nessun argomento di attualità, evitando quindi anche di menzionare quel
comunicato straordinario dal quale, grazie alla radio portatile donatami settimane fa da Maria, ho
saputo della morte di Stalin. Tuttavia Klepp doveva esserne a conoscenza, poiché sulla manica del suo
cappotto di stoffa marrone quadrettata portava un bracciale di lutto, cucito in modo maldestro. Poco
dopo, quando entrò Vittlar, Klepp si alzò. I due dovevano avere di nuovo litigato, poiché Vittlar salutò
Klepp con un sorriso ironico e facendo le corna. "Ho appreso la morte di Stalin stamattina mentre mi
stavo radendo," gli disse beffardo, e aiutò l'amico a mettersi il cappotto. Con una espressione di
cordoglio sul faccione liscio e lucente, Klepp sollevò con un dito il crespo nero della manica. "E' per
questo che porto il lutto," sospirò; e imitando la tromba di Armstrong intonò le prime note funebri della
New Orleans Function: Traah trahdada, traah dada dadada, e sgusciò fuori dalla porta.
Vittlar invece rimase; non volle sedersi, fece qualche passo di danza allo specchio e per un po'
ci scambiammo sorridendo sguardi d'intensa, senza però alludere a Stalin.
Non so se in me prevalesse il desiderio di fare di Vittlar il mio confidente o la voglia di indurlo
ad andarsene. Gli feci cenno di avvicinarsi; attrassi a me il suo orecchio. "La polverina effervescente,"
bisbigliai nel cucchiaione del suo orecchio, "sai che cos'è, Gottfried?" Un balzo d'orrore allontanò
Vittlar dalla inferriata del mio letto. Ricorse al suo solito pathos teatrale, mi puntò contro l'indice che
s'ingrandiva minacciosamente avvicinandosi al mio volto, e sibilò tra i denti: "Perché, Satana, vuoi
indurmi in tentazione con una polverina effervescente? non sai ancora che io sono un angelo?"
E aleggiando come un angelo, non senza avere preventivamente consultato lo specchio sopra il
lavandino, Vittlar uscí.
I giovani fuori della clinica psichiatrica sono veramente bizzarri, inclinano al manierismo.
Poi è venuta Maria. Si è fatta fare dalla sarta un nuovo completo primaverile. Lo porta con un
elegante cappellino grigio-topo guarnito di giallo paglierino, sobrio e raffinato, che non si toglie
nemmeno quando viene a farmi visita. Dopo avermi rivolto un fugace saluto mi ha porto la guancia e
ha aperto subito la piccola radio che veramente ha regalato a me, ma che sembra riservare soltanto a sé;
poiché nei giorni di visita quell'orribile scatola di plastica deve sostituirsi in parte alla nostra
conversazione. "Hai sentito alla radio stamattina? Che ne dici, eh?" "Sì Maria," ho risposto
pazientemente, "me l'hanno detto anche a me che Stalin è morto, ma adesso spegni la radio, per
favore."
Maria obbedí in silenzio; si sedette, sempre col cappellino in testa, e parlammo come di
consueto del piccolo Kurt.
"Pensa, non vuole più saperne di portare le calze lunghe; siamo in marzo e farà ancora freddo;
l'hanno detto anche alla radio." Senza badare all'informazione radiofonica presi le parti del piccolo Kurt
nella faccenda delle calze di lana. "Ha dodici anni, Maria; si vergogna davanti ai suoi compagni."
"Be', a me importa della sua salute, e le calze le porterà fino a Pasqua."
Questo termine Maria lo stabilí con tanta risolutezza che non insistetti. Tuttavia insinuai
cautamente. "Dovresti almeno comperargli dei calzoni da sci perché le calze lunghe di lana sono
proprio brutte. Pensa quando avevi la sua età. Che cosa gli facevano, nel Labesweg al povero
Formaggino, perché anche lui doveva portare calze di lana fino a Pasqua. Non ti ricordi di quella volta
che Nuchy Eyke, che è rimasto a Creta, e Axel Mischke, che è morto in Olanda poco prima della fine, e
Harry Schlager gli avevano impiastricciato di catrame le calze lunghe e hanno dovuto portarlo
all'ospedale perché non si staccavano più."
"La colpa era di Susi Kater, e non delle calze," ribatté stizzita Maria, la quale non è mai andata
troppo d'accordo con la sua ex compagna di giochi, di qualche anno maggiore di lei. E benché Susi
Kater si fosse arruolata fin dall'inizio della guerra fra le ausiliarie trasmittenti e, a quanto pare, si fosse
poi sposata in Baviera, Maria ha sempre nutrito per Susi un rancore di una tenacia che soltanto le donne
sanno conservare dalla giovinezza fino a quando sono nonne.
Tuttavia il mio accenno all'episodio di Formaggino e delle calze di lana incatramate non rimase
senza effetto. Maria promise di comperare a Kurt un paio di calzoni da sci e la nostra conversazione
poté proseguire su un tono più sereno. Avevamo notizie consolanti sul profitto scolastico di Kurt.
All'ultima riunione coi genitori il professor Körnemann si era espresso in modo lusinghiero. "Pensa,
Oskar, è il secondo della classe. E mi è anche di aiuto in negozio, sapessi quanto."
Sorrisi soddisfatto; mi feci descrivere i recenti acquisti fatti per rendere più moderno il negozio
di alimentari, e incoraggiai Maria ad aprire una succursale a Oberkassel. La congiuntura è propizia,
dissi, le prospettive sono favorevoli: l'avevo sentito alla radio.
Poi ritenni giunto il momento di suonare per chiamare Bruno. Egli entrò e mi porse la bustina
bianca con la polvere effervescente.
Oskar aveva preparato con cura il suo piano. Senz'altra spiegazione, chiesi a Maria di darmi la
mano sinistra. Lei mi porse la destra, ma poi si corresse: scuotendo il capo e ridendo confusa mi offrí il
dorso della mano sinistra, forse pensando che intendessi baciargliela. Apparve perciò meravigliata
quando gliela voltai e le versai un po' di polvere, dalla bustina nel palmo, fra il monte della Luna e
quello di Venere. Lei non oppose resistenza; ebbe un sussulto solo quando Oskar, curvandosi sul
mucchietto, vi lasciò colare abbondante la saliva.
"Ma che scemenze fai, Oskar!" esclamò Maria indispettita. Si alzò di scatto, si scostò e stette a
fissare stupefatta la polverina che formava nella sua mano un'effervescente schiuma verdognola.
Tuttavia, vedendo Maria arrossire - arrossí cominciando dalla fronte - per un attimo mi abbandonai alla
speranza. Ma subito, con tre passi fu presso al lavandino e fece scorrere l'acqua, della stomachevole
acqua, prima fredda, poi calda, sulla nostra polverina. Poi si lavò le mani col mio sapone. "Certi giorni
sei insopportabile, Oskar. Che figura ci fai fare davanti al signor Münsterberg!" E con uno sguardo
invocante indulgenza guardava Bruno, il quale aveva assistito alla scena ritto ai piedi del mio letto. Per
non accrescere l'imbarazzo di Maria feci uscire l'infermiere. Quando ebbe richiusa la porta, la invitai a
riaccostarsi al letto: "Non ti ricordi, Maria? Le nostre polverine effervescenti! No, non puoi aver
dimenticato. Tre soldi la bustina. Cerca di ricordare: aroma di asperula... di lampone... Come ribolliva e
spumeggiava; e che sensazione, Maria, che sensazione!"
Maria pareva aver dimenticato tutto. Una pazzesca paura di me l'aveva invasa; tremando
lievemente, teneva nascosta la mano sinistra e cercava convulsamente un altro argomento su cui portare
la conversazione. Tornò a parlare dei successi scolastici del piccolo Kurt, della morte di Stalin, del
nuovo frigorifero installato nel negozio di specialità Matzerath, del progetto di aprire una filiale a
Oberkassel. Io rimasi fedele alla polverina. Polverina, polverina, dissi, persuasivo, e Maria si alzò;
polverina, implorai, e lei mi rivolse un rapido saluto, si aggiustò nervosamente il cappello, rimase in
dubbio se andarsene o no, girò il bottone della radio, che mise fuori gracidii; ma io coprii la sua voce
gridando: "La polverina, Maria, cerca di ricordarti!"
Lei si fermò sulla porta, scosse il capo, con gli occhi velati di lacrime. Uscí e chiuse pian piano
la porta come se nella stanza lasciasse un moribondo, e io mi trovai tutto solo con la radio che
gracidava e fischiava.
Dunque, Maria non si ricordava della polverina. Per me invece, finché avrò respiro e potrò
reggere la bacchette del tamburo, la polverina non cesserà di spumeggiare; perché fu la mia saliva,
nella tarda estate del quaranta, a vivificare l'asperula e i lamponi, a suscitare sensazioni, a mandare la
mia carne in esplorazione, a farmi raccogliere canterelli e spugnòle e altre specie di funghi, a me
sconosciuti ma altrettanto appetibili, a rendermi padre; sissignori, padre, giovanissimo padre, padre per
virtú della saliva, suscitatore di sensazioni, padre che raccoglie e feconda. Perché all'inizio di novembre
non ci fu più dubbio: Maria era incinta, Maria era nel secondo mese, ed il padre ero io, Oskar.
Ne sono convinto ancor oggi, poiché la faccenda con Matzerath ebbe luogo molto più tardi: due
settimane, no, dieci giorni dopo che, nella stanza buia, tra pareti e carte d'oscuramento, ebbi resa
gravida Maria addormentata nel letto del fratello Herbert dalle molte cicatrici, al cospetto delle
cartoline col timbro della posta da campo del fratello caporal maggiore, la trovai sul nostro divano, e
questa volta ben desta e ansimante, in cerca d'aria; stava sotto Matzerath, e Matzerath stava sopra di lei.
Scendendo col suo tamburo dalla soffitta, dove aveva a lungo meditato, Oskar entrò dal
corridoio nel tinello. I due non si accorsero di me. Tenevano la testa in direzione della stufa di
maiolica. Non si erano neanche spogliati del tutto. I calzoni di Matzerath erano lì in un mucchio sul
tappeto. Le mutande gli erano rimaste attorno alle ginocchia. Il vestito e la sottoveste di Maria le si
erano arrotolati sopra il reggiseno, fin sotto le ascelle. Le mutandine le avviluppavano il piede destro
che penzolava giù insieme con la gamba, distorta e brutta a vedersi, dall'orlo del divano. La gamba
sinistra era ripiegata, e appoggiata come se non c'entrasse, contro lo schienale. Tra le gambe c'era
Matzerath. Con la mano destra le teneva voltata la testa, l'altra mano le ampliava l'apertura e aiutava se
stesso ad avviarsi per la sua strada. Attraverso le dita allargate di Matzerath, Maria fissava il tappeto,
sembrava che ne seguisse il disegno fin sotto il tavolo. Matzerath aveva addentato il velluto di un
cuscino, e non mollava il velluto se non per parlare; giacché ogni tanto i due parlavano, senza però
interrompere il lavoro. Soltanto quando la pendola batté i tre quarti, sostarono finché la suoneria ebbe
compiuto il proprio dovere. Poi, rimettendosi al lavoro come prima, lui disse: "Sono i tre quarti."
Quindi volle sapere se così le andava bene. Lei ripeté più volte di sì, esortandolo però ad essere
prudente. Lui le promise di essere prudente. Lei tuttavia insistette, ordinandogli, no, pregandolo
vivamente di stare attento, questa volta soprattutto. Poi lui le domandò se credeva che ci fosse. E lei
rispose che ci mancava poco. A questo punto ebbe senza dubbio un crampo nel piede che le pendeva
dall'orlo del divano, poiché d'improvviso lo cacciò dritto nel vuoto; le mutandine però vi rimasero
appese. Allora lui morse di nuovo il velluto del cuscino, e lei gridò: "Esci," e lui fece per uscire, ma
non riuscí ad uscire; perché Oskar era già addosso ai due, prima che Matzerath potesse andarsene,
perché gli avevo scaraventato il tamburo sulle reni picchiando con le mazze sulla latta, perché non lo
volevo più sentire quell'"esco!," perché il frastuono del mio strumento copriva il suo "esci," perché io
non tolleravo ch'egli se ne uscisse, come Jan Bronski era sempre uscito dalla mia mamma; perché
anche la mamma aveva sempre detto "esci," a Jan, "esci," a Matzerath, "esci!"
E poi si separavano lasciando cadere il viscidume, non importava dove, su un apposito panno
oppure, se non ce n'era a portata di mano, sul divano, magari addirittura sul tappeto. Una cosa simile
non potevo sopportare di vederla. In fin dei conti io non ero uscito. E fui il primo a non uscire.
Ecco perché sono io il padre e non quel Matzerath che ha sempre creduto fino all'ultimo di essere mio
padre.
Mio padre era Jan Bronski. E da Jan ho ereditato questa capacità, di non uscire, di non uscire
prima di Matzerath, di restare dentro, di lasciare dentro tutto, e il risultato fu mio figlio, e non il figlio
suo. Lui non ha mai avuto un figlio! Mai sarebbe diventato padre, neanche se la mia povera mamma
l'avesse sposato dieci volte, anche se ha sposato Maria, perché era incinta. E lui pensava che la gente
del vicinato certo pensasse che era stato lui. Naturalmente quelli credevano che Matzerath avesse
messo incinta Maria e che perciò la sposasse, lei di diciassette anni e mezzo, mentre lui era sui
quarantacinque. Ma già, lei è una ragazza molto in gamba per la sua età; e quanto al piccolo Oskar,
poteva esser ben lieto di averla per matrigna, poiché Maria non era una matrigna, ma una vera mamma
per il povero bambino, benché il piccolo Oskar non avesse la testa proprio a posto e il luogo più adatto
per lui sarebbe l'istituto, a Silberhammer o a Tapiau.
Dietro le insistenze di Gretchen Scheffler, Matzerath si decise a sposare la mia amante. Se
dunque lo definisco mio padre e non soltanto il mio presunto padre, una cosa devo constatare: mio
padre sposò la mia futura moglie, chiamò suo figlio Kurt il bambino che era mio figlio Kurt, pretese
dunque che io riconoscessi in suo nipote il mio fratellastro e che tollerassi la presenza della mia amata
Maria odorosa di vaniglia, quale matrigna, nel suo letto che puzzava di uova di pesce. Ma quando
invece mi dissi: questo Matzerath non è neanche il tuo presunto padre, è un essere estraneo che non
merita né la tua simpatia né la tua avversione, che sa cucinare, che, sapendo cucinare, ti ha usato alla
meno peggio cure paterne, giacché la tua povera mamma ti ha lasciato con lui in questo mondo, che
ora, di fronte a tutti, ti porta via la migliore di tutte le donne, che ti rende testimone di uno sposalizio e
cinque mesi dopo di un battesimo, l'invitato a due feste di famiglia che a te spetterebbe di organizzare,
poiché tu avresti dovuto condurre Maria davanti all'ufficiale dello stato civile, e a te sarebbe anche
toccato di designare i padrini, quando, dunque, presi in considerazione i personaggi principali della
tragedia e mi resi conto che la rappresentazione soffriva dell'errata distribuzione delle parti principali,
disperai del teatro: giacché Oskar, il vero protagonista, si vide assegnare un ruolo di comparsa che
avrebbe anche potuto essere soppresso.
Prima di dare a mio figlio il nome Kurt, di chiamarlo come non avrebbe mai dovuto chiamarsi -
perché io l'avrei chiamato col nome del suo vero nonno, Vinzent Bronski - prima di adattarmi a Kurt,
Oskar non può passare sotto silenzio il modo in cui, durante la gravidanza di Maria, egli cercò di
scongiurare quella nascita ormai inevitabile.
La sera stessa del giorno in cui sorpresi i due sul divano e, a cavalcioni sulla schiena madida di
sudore di Matzerath, impedii col mio tamburo che si attuasse il proposito di prudenza raccomandato da
Maria, intrapresi un tentativo disperato per riguadagnare la mia amante.
Matzerath riuscí a scuotermi di dosso quando era già troppo tardi.
E per questo mi picchiò. Maria preseOskar sotto la sua protezione e rimproverò Matzerath
perché non era riuscito a fare attenzione.
Matzerath si difese come un vecchio. Tentò di scusarsi attribuendo la colpa a Maria, che
avrebbe dovuto accontentarsi di una volta sola, e invece non ne aveva mai abbastanza. Allora Maria si
mise a piangere, disse che a lei non veniva così in quattro e quattr'otto, dentro-fuori e stop, che se ne
cercasse un'altra; che lei già era inesperta, ma sua sorella Guste che lavorava all'"Eden" se ne
intendeva, e le aveva detto che non era quello il modo, che doveva stare attenta: c'erano uomini che
cercavano soltanto di liberarsi della loro roba e lui, Matzerath, era anche lui uno di quelli; ma adesso
non ci sarebbe più stata, doveva anche lei arrivare al punto come poco fa. E tuttavia avrebbe dovuto
starci attento, almeno questo piccolo riguardo glielo doveva. E si mise di nuovo a piangere, sempre
seduta sul divano. Matzerath, in mutande, gridò che era stufo dei suoi piagnistei; poi si pentí della sua
rabbia e si comportò di nuovo male con Maria, cioè cercò di farle una carezza sotto la gonna dov'era
ancora nuda, e questo la rese furiosa.
Oskar non aveva mai visto Maria in quello stato. Le vennero delle macchie rosse sulla faccia e i
suoi occhi grigi si fecero sempre più cupi. Chiamò Matzerath cazzomolle, e Matzerath raccolse i
pantaloni, vi entrò e se li chiuse. Che se ne andasse, gli gridò Maria, che andasse a trovare i suoi
compagni di cellula visto che avevano tutti la venuta rapida allo stesso modo. Matzerath afferrò la
giacca, poi la maniglia della porta, e dichiarò che ne aveva piene le balle, che non ne poteva più di
quelle cretinate da donnetta, che se le tirava tanto, perché non si prendeva un operaio straniero, magari
quel francese che portava in casa la birra; quello certamente se ne intendeva. Per lui, Matzerath, l'amore
era ben altra cosa che non quelle porcate. E ora andava a farsi uno skat; lì almeno sapeva che cosa lo
aspettava.
Così mi trovai solo con Maria nel tinello. Non piangeva più.
Indossò le mutandine, con aria pensosa, fischiettando solo molto sommessamente. Ci mise
parecchio a lisciare il vestito che si era sciupato sul divano. Poi accese la radio, cercò di ascoltare il
comunicato sul livello dell'acqua della Vistola e del Nogat; e quando l'annunciatore, dopo aver riferito
sullo stato della Pegel e del corso inferiore della Mottlau, informò che andava in onda un valzer, e il
valzer si fece sentire, all'improvviso e senza alcun motivo apparente Maria si tolse di nuovo le
mutandine e corse in cucina.
Udii lo sbatacchiare di una bacinella, lo scorrere dell'acqua e lo sbuffo del gas, e pensai: Maria
ha deciso di farsi un semicupio.
Per sottrarsi a quell'idea un po' sgradevole Oskar si concentrò sulle note di valzer. Se ben
ricordo accompagnai per un po' sul tamburo la musica di Strauss, e mi divertii. Poi il valzer venne
interrotto e si sentí annunciare un comunicato straordinario. Oskar pensò che sarebbe stata una
comunicazione dall'Atlantico, e non s'ingannava. Alcuni sottomarini erano riusciti ad affondare, a
occidente dell'Irlanda, sette od otto mercantili per tante e tante migliaia di tonnellate di stazza lorda.
Altri sottomarini dell'Atlantico avevano mandato a picco un quantitativo pressoché uguale di
tonnellate. Si era particolarmente distinto un sottomarino al comando del tenente di vascello Schepke -
ma può anche essere stato il tenente di vascello Kretschmar - comunque, uno dei due, o forse un terzo
famoso tenente di vascello, che deteneva il record del tonnellaggio di naviglio affondato e aveva al suo
attivo, ivi incluso o extra, anche il siluramento di un guastatore inglese della classe X-Y.
Mentre riprendevo sul mio tamburo il noto inno antiinglese, con delle variazioni che quasi lo
trasformavano in un valzer, Maria ritornò nella stanza con un asciugamano di spugna sul braccio e mi
sussurrò: "Hai sentito, Oskar? Un altro comunicato straordinario. Se si continua di questo passo..."
Senza rivelare a Oskar che cosa sarebbe accaduto se si fosse riusciti a continuare di questo
passo, si sedette su una sedia al cui schienale Matzerath era solito appendere la giacca. Maria arrotolò a
salsiccia l'asciugamano di spugna umido e fischiettò abbastanza forte e senza stonare l'inno contro
l'Inghilterra, ripetendone l'ultima strofa quando la radio aveva già finito. Poi, appena si fece sentire di
nuovo un valzer immortale, la chiuse. Mise sul tavolo l'asciugamano, arrotolato com'era, si sedette e
posò le mani grassocce sulle cosce.
Allora vi fu un gran silenzio nel nostro tinello; soltanto la pendola parlava, sempre più forte.
Maria aveva l'aria di pensare se non fosse meglio riaprire la radio. Ma poi prese un'altra decisione.
Appoggiò la testa sull'asciugamano arrotolato, lasciò pendere le braccia inerti lungo le
ginocchia, verso il tappeto, e si mise a piangere silenziosamente, con regolarità.
Oskar si domandò se Maria si vergognasse di essere stata sorpresa in una situazione tanto
delicata. Decisi perciò di rasserenarla.
Sgattaiolai fuori, e nel negozio buio, accanto ai pacchetti di budino e ai fogli di gelatina, trovai a
tentoni una bustina. Nella penombra del corridoio Oskar fu lieto di vedere che aveva posto le mani
proprio su una polverina effervescente col sapore di asperula poiché gli era sempre parso di capire che
Maria lo preferiva ad ogni altro sapore.
Quando tornai nel tinello Maria teneva sempre la guancia destra poggiata sull'asciugamano
arrotolato. Anche le braccia pendevano ancora inerti fra le cosce. Oskar le si avvicinò da sinistra e fu
deluso di vedere che i suoi occhi erano chiusi e senza lacrime.
Attesi pazientemente che aprisse le palpebre con le ciglia un po' incollate e le mostrai la
bustina; ma lei non si accorse dell'asperula; guardava la bustina e Oskar con uno sguardo assente.
Le lacrime che ha versato le impediscono ancora di vedere, mi dissi, desideroso di scusare
Maria; e dopo essermi brevemente consultato con me stesso decisi di procedere in modo spiccio. Oskar
si infilò sotto il tavolo, si accovacciò ai piedi di Maria, che teneva le punte lievemente convergenti, le
prese la mano sinistra che sfiorava il tappeto con la punta delle dita, gliela voltai piano piano fino a
vederne il palmo, strappai coi denti la bustina, versai metà del contenuto nella conca che mi si
abbandonava inerte, vi aggiunsi la mia saliva, feci ancora in tempo a vedere l'inizio dell'effervescenza...
e allora Maria mi sferrò un calcio nel petto che fece ruzzolare sul tappeto Oskar, dolorante, fin sotto
l'altro capo del tavolo del tinello.
Nonostante il dolore mi sollevai subito e uscii da sotto il tavolo.
Anche Maria si era alzata. Stavamo l'uno di fronte all'altra, ansimanti. Maria prese
l'asciugamano, si asciugò ben bene la mano sinistra, quindi mi gettò ai piedi lo straccio e mi definí un
porco maledetto, un nano pestifero, uno gnomo pazzoide, che bisognava ficcare in manicomio. Poi mi
agguantò e mi sferrò uno scapaccione sulla nuca, inveí contro la mia povera mamma che aveva messo
al mondo un simile mostro, e siccome volevo gridare, prendere di mira tutto il vetrame della stanza e
del mondo intero, mi tappò la bocca coll'asciugamano che a morderlo era più duro della carne di
manzo.
Soltanto quando Oskar riuscí a diventare rosso e poi blu, mi lasciò andare. Ora avrei potuto
facilmente ridurre in polvere tutti gli oggetti di vetro, le lastre delle finestre e il vetro davanti al
quadrante dell'orologio. Ma non gridai; in compenso mi lasciai prendere da un odio così tenace che
ancor oggi, quando Maria entra nella mia stanza, lo risento, come quell'asciugamano di spugna fra i
denti.
Lunatica com'era, Maria si scostò da me, rise bonariamente, riaperse di colpo la radio, e
fischiando il valzer mi si avvicinò: certamente voleva accarezzarmi i capelli in segno di riconciliazione
- sapeva quanto mi piacesse.
Oskar la lasciò avvicinare, e quando fu a un passo da lui la colpí con tutt'e due i pugni dal basso
in alto, nel luogo preciso in cui lei aveva lasciato entrare Matzerath. E siccome lei riuscí a fermarmi i
pugni prima che la colpissi una seconda volta, le piantai i denti in quello stesso maledetto luogo e,
stringendo sempre duro, caddi con lei sul divano. Sentii annunciare dalla radio un altro comunicato
straordinario, ma Oskar non voleva sentirlo; e così non vi dice chi ha affondato, che cosa e quanto,
perché un improvviso accesso di pianto convulso fece mollare la presa ai miei denti, e rimasi a giacere
immobile su Maria che piangeva di dolore, mentreOskar piangeva d'odio e d'amore; di un amore che si
trasformava in cupa impotenza e che tuttavia non poteva ancora finire.

Omaggio impotente alla signora Greff


Non avevo simpatia per Greff, né Greff ne aveva per me. Neanche più tardi, quando mi costruí
la macchina a tamburo, i miei sentimenti verso di lui mutarono. Perfino oggi, cheOskar non ha quasi
più la forza di nutrire antipatie così tenaci, non ho particolare simpatia per Greff, sebbene egli non sia
più in vita.
Greff era un verduraio. Non lasciatevi trarre in inganno, però.
Egli non credeva né alle patate né ai cavoli; tuttavia possedeva vaste conoscenze di orticoltura e
si spacciava per un abile giardiniere, amico della natura nonché vegetariano. Ma, proprio perché non
mangiava carne, Greff non era un verduraio autentico. Non sapeva parlare di prodotti del suolo come di
prodotti del suolo.
"Guardi queste straordinarie patate," l'ho sentito spesso dire ai suoi clienti; "questa carne
vegetale, così turgida, così esuberante, che assume sempre nuove forme, pur essendo così casta. Io amo
la patata, perché la patata mi parla!"
Naturalmente, un verduraio autentico non dovrebbe mai mettere in imbarazzo i clienti con
simili discorsi. Mia nonna Anna Koljaiczek, che pure era invecchiata in mezzo ai campi di patate,
nemmeno negli anni dei migliori raccolti si è mai lasciata sfuggire di bocca parole del genere. Si
limitava a dire, per esempio: "Be', quest'anno sono un po' più grosse dell'anno scorso." E sì che lei e
suo fratello Vinzent dovevano fare assegnamento sul raccolto delle patate molto più del verduraio
Greff, per il quale un'annata buona delle prugne compensava una cattiva delle patate.
Greff era esagerato in tutto. Doveva proprio portare un grembiule verde in negozio? E che
presunzione, chiamare di fronte ai clienti "il grembiule verde da giardiniere del buon Dio" quel suo
bavaglino verde spinaci, con un sorriso compiaciuto e con l'aria di saperla lunga! Inoltre non sapeva
decidersi a lasciar perdere i boy-scout.
Aveva bensí dovuto sciogliere il suo gruppo, nel trentotto (avevano fatto indossare ai monelli le
camicie brune e, d'inverno, l'elegante divisa nera); ma gli ex esploratori, in borghese o con la nuova
uniforme, venivano a far visite frequenti e regolari al loro vecchio capo scout, per cantare con lui, che
pizzicava una chitarra davanti al suo grembiule verde, preso a prestito dal buon Dio, canzoni del
mattino e canzoni della sera, vecchie canzoni dei movimenti giovanili e di lanzichenecchi, canzoni di
contadini durante il raccolto e canzoni di lode a Maria, e canzoni popolari, nazionali e straniere.
Poiché Greff era entrato per tempo nel Corpo Motorizzato Nazionalsocialista e a partire dal
quarantuno non era soltanto un esimio verduraio ma anche uno zelante capozona della difesa civile
contraerea, e dato che inoltre poteva contare sull'appoggio di due ex esploratori affermatisi nel
frattempo nella Hitlerjugend rispettivamente come capomanipolo e come centurione, si potevano
considerare autorizzate dal Comando di zona le serate di canto che Greff organizzava nella cantina
delle patate. Greff era stato anzi sollecitato dal capo-distretto per la formazione della H' J', Löbsack, a
organizzare queste serate durante i corsi d'istruzione nella sede di Jenkau. All'inizio del quaranta Greff
ebbe inoltre l'incarico di compilare, per il distretto Danzica-Prussia occidentale, in collaborazione con
un maestro elementare, una raccolta di canzoni col motto "Cantate con noi!" Il volumetto riuscí assai
bene. Al verduraio pervenne, da Berlino, una lettera firmata dal capo supremo della Gioventú del Reich
con l'invito di partecipare nella capitale a una riunione di dirigenti di complessi corali.
Greff era dunque un uomo in gamba. Oltre a conoscere a memoria il testo di ogni canzone, egli
sapeva alla perfezione anche come va eretta una tenda, come si accendono e spengono fuochi da
bivacco senza provocare incendi nei boschi, sapeva orientarsi colla bussola durante una marcia in zone
impervie, conosceva i nomi di tutte le costellazioni, sapeva raccontare in modo suggestivo storielle
allegre e avvincenti, conosceva le leggende della regione bagnata dalla Vistola, teneva conferenze
serali sul tema "Danzica e la Hanse," (1) gli erano noti i nomi di tutti i Gran Maestri dell'Ordine
Teutonico, con le rispettive date; ma non si accontentava soltanto di questo: mostrava di essere a
conoscenza di una quantità di particolari concernenti la missione del germanesimo nelle terre
dell'Ordine, e solo di rado si lasciava sfuggire nelle sue conferenze qualche espressione un po' forte che
ricordava i suoi trascorsi scoutistici.
Greff amava la gioventú. I ragazzi gli piacevano più delle ragazze.
Anzi le ragazze non gli piacevano affatto, solo i ragazzi gli piacevano. Spesso amava i ragazzi
di più di quanto non si possa esprimere per mezzo dell'esecuzione di canti corali. Può darsi che fosse la
moglie di Greff, una sciattona col reggiseno sempre unto e le mutande piene di buchi, a indurlo a
cercare fra i giovinetti lindi e curati la misura più pura dell'amore. Però si può anche supporre che,
scavando sotto l'albero sui rami del quale fioriva in ogni stagione la biancheria sudicia della signora
Greff, si sarebbe scoperta un'altra radice. Intendo dire che forse la Greff si lasciava andare perché il
verduraio nonché capozona della contraerea non guardava con l'occhio che ci voleva la sua opulenza
trasandata e un po' stupida.
Greff amava tutto ciò che era scattante, muscoloso, temprato.
Quando diceva natura intendeva dire nello stesso tempo ascesi. Quando diceva ascesi alludeva a
un tipo speciale di igiene fisica. Greff s'intendeva bene del proprio corpo. Lo curava meticolosamente,
lo esponeva al caldo e, con raffinatezza inventiva, al freddo. Mentre Oskar polverizzava il vetro con la
voce a distanze più o meno lunghe, faceva fondere sulle lastre fiori di gelo e cadere ghiaccioli
scricchiolanti, il verduraio era un uomo capace di attaccare il ghiaccio direttamente, attrezzi alla mano.
Greff faceva dei buchi nel ghiaccio. In dicembre, gennaio, febbraio vi praticava buchi con una
scure. Ancor prima dell'alba, scendeva in cantina, prendeva la bicicletta, avvolgeva la scure in un
sacco, e andava a Brösen passando per Saspe. Di lì proseguiva lungo la passeggiata a mare coperta di
neve, verso Glettkau; e mentre nel cielo grigio cominciava ad albeggiare, a metà strada fra Brösen e
Glettkau scendeva dalla bicicletta, la spingeva davanti a sé sulla spiaggia ghiacciata, e avanzava quindi
per un tratto di due o trecento metri sul Baltico gelato. Lì regnava la nebbia costiera.
Dalla spiaggia nessuno avrebbe potuto vedere Greff che deponeva la bicicletta, toglieva dal
sacco la scure, rimaneva per qualche istante immobile, ad ascoltare quasi devotamente le sirene di
avvertimento dei mercantili incrostati di ghiaccio che si trovavano nella rada, per togliersi poi
rapidamente il giubbotto, fare un po' di ginnastica, e cominciare infine a scavare un buco rotondo nel
ghiaccio del Baltico, brandendo e calando la scure con vigorosi gesti ritmici.
Tre quarti d'ora buoni ci metteva Greff a fare il suo buco. Non domandatemi come lo so. Oskar
allora sapeva più o meno tutto. Sapevo quindi anche quanto Greff impiegava per fare il buco nella
lastra di ghiaccio. Sudava, e il sudore salato cadeva dalla fronte alta e convessa nella neve. Faceva le
cose con abilità, tracciava con precisione una linea circolare ben marcata, approfondendola via via
sempre più; poi, senza guanti, sollevava la zolla di ghiaccio spessa circa venti centimetri dalla vasta
superficie ghiacciata, che presumibilmente si estendeva fino a Hela, se non addirittura fino alla Svezia.
Primordiale, grigia, costellata di frammenti gelati, stava l'acqua nel buco. Esalava una lieve nube di
vapore, eppure non era una fonte termale. Il buco attraeva i pesci. Così almeno si dice che succeda coi
buchi fatti nel ghiaccio. Greff avrebbe potuto pescare lamprede o un merluzzo di venti libbre. Ma lui
non pescava: cominciava invece a spogliarsi, e poco dopo era nudo; giacché quando Greff si spogliava,
lo faceva per restare interamente nudo.
Oskar però non vuole farvi correre un brivido di freddo per la schiena. Dirò quindi in breve: nei
mesi invernali il verduraio Greff faceva il bagno nel Baltico due volte la settimana. Il mercoledí faceva
il bagno da solo, di buon mattino. Partiva da casa alle sei, mezz'ora dopo arrivava sul posto, lavorava di
scure fino alle sette e un quarto, poi, con movimenti rapidi ed esagerati, si toglieva di dosso gli
indumenti e, dopo essersi frizionato il corpo con la neve, saltava nel buco lanciando un grido. Qualche
volta l'ho sentito cantare: Anatre selvatiche frusciano nella notte... oppure Amiamo le tempeste...
Cantava, si bagnava, gridava per due o tre minuti al massimo, e con un balzo si stagliava terribilmente
nitido sul ghiaccio: carne rosso-gambero, fumigante, che correva attorno al buco, sempre gridando,
riacquistava calore, rientrava infine nei suoi indumenti e balzava in sella alla bicicletta. Di volta, Greff
era di nuovo nel Labesweg e apriva puntualmente, alle otto, il suo negozio di frutta e verdura.
Il secondo bagno Greff lo faceva la domenica in compagnia di parecchi ragazzi. Uno spettacolo
che Oskar non avrebbe mai voluto vedere, e che infatti non ha mai visto. Ne ha sentito parlare più tardi
dalla gente. Il musicista Meyn conosceva varie storielle sul verduraio, e le strombettava per tutto il
rione. E una di queste strombettate raccontava appunto che ogni domenica d'inverno, anche col freddo
più intenso, Greff faceva il bagno in compagnia di numerosi ragazzi. Però lo stesso Meyn non andava
tanto in là da sostenere che il verduraio costringesse quegli adolescenti a saltare nel buco ghiacciato
nudi come lui. Era già soddisfatto, a quanto sembra, nel vederli correre mezzi nudi o quasi nudi sul
ghiaccio, baldi e vigorosi, e frizionarsi reciprocamente con la neve. E a Greff piacevano tanto i ragazzi
nella neve che spesso partecipava ai loro giochi, prima o dopo il bagno, aiutava a frizionare con la neve
l'uno o l'altro e permetteva perfino a tutta la masnada di frizionare anche lui. Il musicista Meyn sostiene
ancora di aver visto dalla passeggiata del lungo mare di Glettkau, malgrado la nebbia, Greff
orribilmente nudo, cantante e urlante, che aveva afferrato due dei suoi discepoli, nudi, se li era issati
sulle spalle e, nudo col suo nudo carico, si era messo a trotterellare in giro - una troika scatenata e
schiamazzante sulla gran lastra ghiacciata del Baltico.
Si può immaginare che Greff non fosse figlio di pescatori, benché fossero numerosi a Brösen e
a Neufahrwasser i pescatori che si chiamavano Greff. Greff, il verduraio, era di Tiegenhof, ma sua
moglie Lina, nata Bartsch, l'aveva conosciuto a Praust. Là egli aiutava un vicario giovane e
intraprendente a dirigere l'associazione dei giovani cattolici, e per via di quello stesso vicario Lina si
recava ogni sabato alla parrocchia. Secondo una fotografia che devo aver avuto da lei e che conservo
ancora nel mio album, a vent'anni Lina era una ragazza robusta, grassoccia, gaia, bonacciona, sventata
e stupida. Suo padre possedeva a Sankt Albrecht un terreno alquanto vasto, coltivato a frutta e ortaggi.
A ventidue anni e, come in seguito giurava a ogni pie' sospinto, totalmente inesperta, sposò Greff su
consiglio del vicario; poi aprí col denaro di suo padre il negozio di verdure a Langfuhr. Siccome
ricevevano a bassissimo prezzo dall'impresa paterna gran parte della merce e quasi tutta la frutta, gli
affari prosperavano e Greff non poteva guastarli granché.
Anzi, se non fosse stato per quella puerile mania del verduraio di costruire strani aggeggi, il
negozio, situato in un rione popoloso, senza concorrenti nelle vicinanze, avrebbe potuto diventare
facilmente una miniera d'oro. Ma quando vi comparve per la terza e la quarta volta l'impiegato
dell'Ufficio Pesi e Misure ad effettuare una verifica, e confiscò i pesi, appose il sigillo alla bilancia
decimale e appioppò a Greff varie multe più o meno rilevanti, una parte dei clienti fissi disertò il
negozio e andò a rifornirsi al mercato settimanale. Si sentí dire: da Greff la merce è sempre di qualità
eccellente, e neanche tanto cara, ma lì c'è qualcosa che non va; ci sono stati di nuovo quelli dell'Ufficio
Pesi e Misure.
Tuttavia sono convinto che Greff non voleva imbrogliare il cliente; tant'è vero che la grande
bilancia delle patate, dopo ch'egli vi ebbe apportato alcune modifiche, segnava il peso a svantaggio del
verduraio. Così, poco prima dell'inizio della guerra, Greff aveva applicato proprio a quella bilancia un
carillon che faceva sentire l'una o l'altra melodia a seconda del peso delle patate. Se questo era di venti
libbre il cliente poteva ascoltare quale soprappiù Sulle verdi sponde della Saale, per cinquanta libbre Sii
sempre leale e probo, il peso di mezzo quintale di patate traeva dal carillon le note ingenue e alquanto
trite della canzone Annette di Tharau.
Pur riconoscendo che queste stramberie musicali non potevano piacere all'Ufficio Pesi e
Misure, Oskar non era del tutto insensibile alle piccole manie del verduraio. Anche Lina Greff tollerava
le stranezze del marito, perché... be', perché il matrimonio dei Greff consisteva appunto nel fatto che i
due coniugi tolleravano ciascuno tutte le stranezze dell'altro. Si può dunque affermare che il loro
matrimonio era un matrimonio riuscito. Il verduraio non picchiava la moglie, non la tradiva mai con
altre donne, non si ubriacava né sperperava il denaro, era invece un uomo allegro e ben vestito, ben
visto per il suo carattere socievole e gioviale non soltanto dai giovani, ma anche da quei clienti che
comperavano da lui patate e musica.
A sua volta, Greff osservava con serena indulgenza la sua Lina, che diventava di anno in anno
una sciattona sempre più maleodorante. Lo vedevo sorridere quando persone che gli volevano bene
dicevano pane al pane a proposito di quella sciatteria. Qualche volta l'ho sentito dire a Matzerath, che si
sentiva urtato dalla moglie di Greff: "Hai perfettamente ragione, caro Alfred; si lascia un po' andare, la
mia Lina. Ma tu e io, siamo forse senza difetti?" E si fregava le mani che aveva belle e curate
nonostante le patate. Se poi Matzerath tornava alla carica, poneva fine a quelle discussioni, con
fermezza ma anche con tatto: "Può darsi che in questo tu veda giusto; ma in fin dei conti ha un gran
buon cuore. Eh, la mia Lina, la conosco."
Forse la conosceva davvero; lei però conosceva poco suo marito.
Proprio come la gente del vicinato e i clienti, nei rapporti fra Greff e i ragazzi che assai spesso
venivano a trovarlo, non avrebbe mai potuto vedere altro che l'entusiasmo degli adolescenti per un
profano ma appassionato amico e educatore della gioventú.
Quanto a me, Greff non poteva né entusiasmarmi né educarmi. Del resto Oskar non era il suo
tipo. Se mi fossi deciso a crescere, forse sarei diventato il suo tipo, considerato che mio figlio Kurt, che
ha ora circa tredici anni, con la sua figura tutta nervi e ossa incarna proprio il tipo che piaceva a Greff,
anche se ha preso tutto da Maria, poco da me e niente affatto da Matzerath.
Insieme con Fritz Truczinski, che era venuto a casa in licenza, Greff fu testimone alle nozze di
Maria Truczinski e Alfred Matzerath.
Poiché Maria era di fede protestante come il marito, si andò soltanto all'ufficio di stato civile.
Ciò accadeva alla metà di dicembre.
Matzerath disse il suo "sì" con la divisa del Partito. Maria era nel terzo mese.
Più grossa la mia amante diventava, più l'odio di Oskar cresceva.
Non che avessi da fare obiezioni contro la sua gravidanza. Ma il pensiero che un giorno il frutto
da me generato avrebbe portato il nome di Matzerath mi guastava tutta la gioia di aver presto un erede.
Perciò, quando Maria fu nel quinto mese, intrapresi il primo tentativo di farla abortire, certo
troppo tardi ormai. Eravamo in carnevale. In bottega Maria stava attaccando delle ghirlande di carta e
due maschere di clown dai nasoni rubicondi all'asta d'ottone sopra il banco, dalla quale pendevano
salsicce e pezzi di lardo. La scala, che di solito trovava un solido appiglio contro gli scaffali, quella
volta era appoggiata contro il banco, tutta traballante; Maria era in alto, con le mani fra le ghirlande,
Oskar in basso, ai piedi della scala. Facendo leva con le bacchette del mio tamburo, e aiutandomi con
una spalla e un proposito ben saldo, sollevai la base della scala e nello stesso tempo la spinsi da parte.
Fra ghirlande e maschere di clown, Maria gettò un debole grido di spavento, la scala già vacillava,
Oskar si scansò, e proprio accanto a lui precipitò a terra Maria, trascinando con sé carta multicolore,
salsicce e maschere.
Ci fu più spavento che danno. Le si era soltanto slogato un piede, dovette stare distesa e
riguardarsi. Nessun guaio ebbe da lamentare altrove. Continuò a diventare sempre più informe e non
disse neanche a Matzerath chi era il responsabile del suo piede slogato.
Soltanto in maggio, qualche settimana prima del parto, allorché intrapresi il secondo tentativo
d'aborto, Maria ne fece un vago accenno a suo marito Matzerath. A tavola, in mia presenza, gli disse:
"Oskar in questi ultimi tempi quando gioca è così violento mi ha dato perfino dei colpi sulla pancia.
Fino a quando nasce il bambino, sarà meglio che lo mettiamo dalla mamma, tanto posto ce n'è."
Matzerath ascoltò e ci credette. In realtà, un accesso di follia omicida mi aveva indotto ad
affrontare Maria in tutt'altro modo.
Durante la sosta pomeridiana si era sdraiata sul divano. Dopo aver lavato le stoviglie del
pranzo, Matzerath stava allestendo la vetrina nel negozio. Un gran silenzio regnava nel tinello. Una
mosca forse, l'orologio a pendolo come al solito, alla radio un comunicato in sordina sui successi dei
paracadutisti a Creta. Ascoltai soltanto quando fecero parlare il famoso pugile Max Schmeling. A
quanto mi parve di capire, egli si era fratturato il piede di campione mondiale atterrando appunto sul
suolo roccioso di Creta; e ora doveva stare coricato e riguardarsi; proprio come Maria, che dopo la
caduta dalla scala era stata costretta a letto. Schmeling parlava con tono calmo, modesto. Poi fu la volta
di paracadutisti meno famosi, e Oskar non ascoltò più: silenzio, forse una mosca, l'orologio a pendolo
come al solito e, pianissimo, la radio.
Seduto sul mio panchetto presso la finestra, osservavo l'addome di Maria sul divano. Respirava
pesantemente e teneva gli occhi chiusi.
Imbronciato, battevo ogni tanto sul tamburo. Ma Maria non si muoveva, e tuttavia mi
costringeva a respirare in una stessa stanza insieme con la sua pancia. Certo, c'erano anche l'orologio, la
mosca prigioniera tra i vetri e la tenda, e sullo sfondo la radio con la petrosa isola di Creta. Ma tutto
questo, per me, scomparve presto: non vedevo che quella pancia; non sapevo neanche in quale stanza si
gonfiasse, né a chi appartenesse, né, quasi, chi l'avesse resa gonfia. Non provavo che un desiderio solo:
quella pancia deve sparire, c'è un errore, ti preclude la visuale; devi alzarti e fare qualcosa! E mi alzai.
Devi vedere che cosa si può fare. Così andai verso quella pancia e andandoci presi in mano qualcosa.
Devi far piazza pulita, è un brutto gonfiore. Allora brandii l'oggetto che avevo preso passando, e cercai
un punto fra le mani paffute di Maria, che respiravano insieme con la pancia. Adesso devi
deciderti,Oskar, se no Maria apre gli occhi. E già sentivo su di me il suo sguardo, ma continuai a tener
fisso il mio sulla sua mano sinistra che aveva un lieve tremito; notai che ritraeva la destra, e intuii che
questa era sul punto di fare qualcosa; perciò non fui neanche molto sorpreso quando Maria tolse le
forbici dal pugno di Oskar. Forse rimasi ancora per alcuni istanti col pugno alzato, ma vuoto, sentii
l'orologio, la mosca, l'annunciatore della radio che annunciava la fine della corrispondenza da Creta,
poi mi voltai di scatto e uscii dalla stanza prima che cominciasse la trasmissione successiva - musica
leggera dalle due alle tre - perché alla vista di quell'addome così invadente mi sentivo mancare l'aria.
Due giorni dopo Maria mi muní di un tamburo nuovo e mi portò da mamma Truczinski, nella
sua abitazione al secondo piano che odorava di surrogato di caffè e di patate fritte. In un primo tempo
dormii sul divano, perché Oskar si era rifiutato di dormire nel letto che una volta era stato di Herbert, e
che poteva conservare ancora il profumo di vaniglia di Maria. Una settimana dopo, il vecchio Heilandt
trascinò su per le scale il mio lettino. Permisi che il telaio di legno fosse posto accanto a quel giaciglio
che aveva mantenuto il silenzio sotto a me, a Maria e alla nostra polverina effervescente.
Da mamma Truczinski Oskar ritrovò la tranquillità o l'indifferenza.
Non vedevo più la pancia, perché Maria aveva paura di fare le scale.
D'altra parte io evitavo l'abitazione del pianterreno, il negozio, la strada, e perfino il cortile di
casa, dove si allevavano di nuovo i conigli per rimediare alle crescenti difficoltà alimentari.
Gran parte del tempo Oskar lo trascorreva davanti alle cartoline illustrate che il sottufficiale
Fritz Truczinski aveva mandato o portato con sé da Parigi. Pensando a Parigi, mi raffiguravo questo o
quello, e quando mamma Truczinski mi porse una cartolina con la veduta della Torre Eiffel scelsi per
tema l'ardita costruzione di ferro e mi misi a battere Parigi sul mio tamburo, al ritmo di un valzer
musette, senza aver mai sentito un valzer musette.
Il 12 giugno, con un anticipo di quindici giorni rispetto ai miei calcoli, sotto il segno dei
Gemelli, e non del Cancro come avevo calcolato, nacque mio figlio Kurt. Il padre in un anno di Giove,
il figlio in un anno di Venere; il padre dominato da Mercurio nella Vergine, il che rende scettici e
ingegnosi; dominato da Mercurio anche il figlio, ma nei Gemelli, e quindi con ambizione fredda e
razionale. Ciò che in me veniva mitigato da Venere del segno della Bilancia nella casa dell'Ascendente,
in mio figlio era aggravato dall'Ariete nella stessa casa. Del suo Marte poi me ne sarei accorto in
seguito.
Mamma Truczinski, agitata come un topo, mi portò la notizia: "Pensa,Oskar, la cicogna ti ha
portato un fratellino. E io che già dicevo speriamo che non sia una femmina che dopo dà tante
preoccupazioni!" Con tutto ciò smisi appena di battere il mio tamburo, e di guardare la cartolina con la
Torre Eiffel e quella con l'Arco di Trionfo, arrivata poco prima. Del resto mamma Truczinski non
aveva l'aria di aspettarsi delle congratulazioni da me, nemmeno in qualità di nonna Truczinski. Sebbene
non fosse domenica decise di mettersi un po' di rosso sul viso, prese la carta sottile che avvolge la
cicoria, già spesso sperimentata, se la strofinò sulle guance e con un bel colorito fresco lasciò l'alloggio
per scendere al pianterreno e assistere il presunto padre Matzerath.
Come ho detto, eravamo in giugno. Un mese ingannevole. Successi su tutti i fronti - se si
vogliono considerare successi anche quelli conseguiti nei Balcani - ma, in compenso, successi ancora
più importanti erano imminenti all'est. Là si stava ammassando un'armata gigantesca. Le ferrovie
avevano un gran daffare. Anche Fritz Truczinski, il quale aveva avuto finora una vita facile a Parigi,
dovette intraprendere un viaggio verso est che non sarebbe finito tanto presto, e che certo non si poteva
confondere con un viaggio di licenza. Intanto Oskar, pacificamente seduto davanti alle lucide cartoline
illustrate, si attardava nella dolce Parigi primaverile, batteva spensieratamente il ritmo di Trois jeunes
tambours, nulla aveva in comune con l'armata di occupazione tedesca e non doveva quindi temere che
dei partigiani lo gettassero dall'alto di un ponte nella Senna. No, in borghese salivo col mio tamburo
sulla Torre Eiffel, e mi godevo di lassú, come è d'obbligo, il vasto panorama; mi sentivo così bene e,
malgrado l'invitante abisso sotto di me, così libero da pensieri suicidi dolce-amari, che solo dopo essere
sceso, quando i miei novantaquattro centimetri si trovarono di nuovo ai piedi della Torre, solo allora mi
resi di nuovo conto che mi era nato un figlio.
Voilà, Un figlio!, mi dissi. Quando avrà tre anni gli regalerò un tamburo. Vedremo chi è il
padre qui, quel signor Matzerath, oppure io,Oskar Bronski.
Nel torrido mese d'agosto - proprio allora, se ben ricordo, era stato annunciato un ennesimo
successo, la conclusione vittoriosa della battaglia di accerchiamento di Smolensk - mio figlio Kurt fu
battezzato. Ma come mai avvenne che fossero invitati al battesimo mia nonna Anna Koljaiczek e suo
fratello Vinzent Bronski? Se mi attengo fedelmente alla versione che dà di Jan Bronski mio padre e del
taciturno e sempre più strano Vinzent, il mio nonno paterno, c'erano motivi sufficienti perché venissero
invitati. In fondo i miei nonni erano i bisnonni di mio figlio Kurt.
Matzerath, che pure aveva mandato l'invito, era naturalmente incapace di condurre questa
logica dimostrazione. Perfino nei momenti del più nero sconforto, per esempio dopo una partita di skat
ignominiosamente perduta, egli vedeva in se stesso un doppio procreatore, padre e nutritore. Oskar
rivide i nonni per altri motivi. I due vecchietti erano stati tedeschizzati. Non erano più polacchi, e in
casciubico sognavano soltanto. Vennero incasellati nelle minoranze tedesche, gruppo tre. Di più,
Hedwig Bronski, la vedova di Jan, aveva sposato un germano-baltico di Ramkau, un certo Ehlers, capo
locale dei contadini. Era già stata inoltrata la domanda per far ottenere a Marga e a Stephan Bronski il
cognome del padrino.
Stephan, di diciassette anni, si era arruolato come volontario, si trovava al campo di
addestramento di Gross-Boschpol, in fanteria, e aveva le migliori prospettive di poter visitare le varie
zone di operazione d'Europa, mentreOskar, che presto sarebbe stato di leva, si vedeva ridotto a
pazientare vicino al suo tamburo finché nell'Esercito, nella Marina o magari nella Luftwaffe si fosse
offerta un'occasione d'impiego a un tamburino dall'apparente età di tre anni.

Il capo dei contadini Ehlers fu il primo degli invitati a comparire. Due settimane prima del
battesimo, arrivò davanti alla nostra casa nel Labesweg, a cassetta di un tiro a due, con Hedwig al suo
fianco. Aveva le gambe a roncola, soffriva di stomaco e non poteva reggere il confronto con Jan
Bronski. Al tavolo del tinello, accanto a Hedwig dagli occhi di vacca, era di una buona testa più piccolo
di lei. Perfino Matzerath era rimasto sorpreso dal suo aspetto. La conversazione stentava ad avviarsi. Si
parlò del tempo, si constatò che all'est stava accadendo di tutto, che si avanzava con slancio, molto più
speditamente che nel quindici, disse Matzerath il quale, nel quindici, c'era stato anche lui. Evitarono
tutti con gran cura di parlare di Jan Bronski, finché io guastai i loro calcoli taciturni domandando con
una buffa smorfietta infantile, a voce alta e insistente, dove fosse lo zio Jan, lo zio di Oskar. Matzerath,
senza lasciarsi turbare, disse qualcosa di amabile e di assennato sul conto del suo vecchio amico e
rivale. Ehlers subito approvò con un fiume di parole, benché non avesse mai conosciuto il suo
predecessore. E Hedwig, mentre alcune lacrime sincere le rotolavano lente dagli occhi, trovò la parola
conclusiva sul tema Jan: "Era davvero un brav'uomo, il mio povero Jan, incapace di far del male anche
a una mosca. Chi avrebbe pensato che dovesse finire così, lui ch'era tanto pauroso e si tormentava per
niente."
Dopo tali accorate espressioni Matzerath chiese a Maria, che era in piedi dietro di lui, di andare
a prendere una bottiglia di birra; e a Ehlers domandò se sapeva giocare a skat.
No, Ehlers non sapeva, e ne era assai dolente; ma Matzerath fu abbastanza magnanimo da
perdonare al capo dei contadini questa sua piccola mancanza. Gli diede anzi un confidenziale colpetto
sulla spalla, assicurando che non faceva niente se non si intendeva di skat; potevano essere lo stesso
buoni amici; la birra era già nei bicchieri.
Così Hedwig Bronski ritrovò la strada di casa nostra quale Hedwig Ehlers, e al battesimo di mio
figlio Kurt condusse, oltre al suo capo dei contadini, l'ex suocero, Vinzent Bronski e la sorella di
quest'ultimo, Anna. Matzerath, che sapeva come stavano le cose, salutò i due vecchietti con rumorosa
effusione in strada, sotto le finestre dei vicini. Nel tinello, quando mia nonna cavò fuori di sotto alle
quattro gonne una bella oca, quale dono per il battesimo: "Non dovevi disturbarti, ma perché," le disse
Matzerath, "anche se non porti niente, sono sempre così contento di vederti." Però mia nonna non
mostrò di gradire tali parole; volle invece sapere quanto valesse la sua oca. "Ma va', che non è mica
casciubica, quest'oca; è un'oca di nazionalità tedesca, e vedrai che ti piace come quelle che hai
mangiato prima della guerra," protestò dando una manata sul volatile.
Con ciò ogni problema nazionale era risolto. E non ci furono altre difficoltà se non proprio
prima del battesimo, quando Oskar rifiutò di metter piede nella chiesa protestante. Anche quando
tirarono fuori dal taxi il mio tamburo, me lo mostrarono tentando di allettarmi e insisterono
nell'assicurarmi che nelle chiese protestanti si poteva persino entrare liberamente con un tamburo, io
rimasi cattolicissimo, e avrei preferito fare una breve e sommaria confessione nel sacerdotale orecchio
del reverendo Wiehnke piuttosto che ascoltare una predica di battesimo protestante. Matzerath cedette.
Probabilmente temeva gli sfoghi della mia voce con relativi risarcimenti di danni. Restai
dunque nel taxi mentre nel tempio si procedeva al battesimo; osservai la nuca dell'autista e la faccia di
Oskar nel retrovisore, rievocai il mio battesimo, ahimé già tanto lontano, e tutti i tentativi del reverendo
Wiehnke, che avrebbero dovuto scacciare Satana dal battezzandoOskar.
Dopo la cerimonia, il pranzo. Avevano accostato due tavoli. Si cominciò con la zuppa di
tartaruga. Rumore di cucchiai contro il bordo dei piatti. Quelli della campagna tiravan su con la bocca.
Greff teneva il mignolo alzato. Gretchen Scheffler addentava la zuppa. A Guste le si apriva un
largo sorriso al di sopra del cucchiaio. Ehlers sparlazzava col cucchiaio in bocca. Vinzent, con mano
tremolante, andava tastando dalla parte del cucchiaio. Soltanto le vecchie, nonna Anna e mamma
Truczinski, si concentravano tutte sui loro cucchiai.Oskar invece pareva cadere, per così dire, giù dal
suo.
Mentre gli altri ancora succhiavano se la svignò. Voleva meditare in solitudine, nella stanza da
letto, presso la culla del figlio. Quelli di là, intanto, man mano che a forza di scucchiaiate si riempivano
di zuppa, si svuotavano dei loro pensieri.
Sopra il cestino su rotelle un cielo di tulle azzurro tenero.
Siccome l'orlo del cestino era troppo alto, in un primo momento dovetti fare uno sforzo per
scorgere qualcosa di paonazzo e contratto. Montai perciò sul tamburo e potei allora contemplare mio
figlio, scosso ogni tanto, nel sonno, da un lieve sussulto nervoso.
Oh orgoglio paterno, sempre desideroso di trovare grandi parole! Ma poiché alla vista del
lattante non mi venne in mente di dire altro che: "Quando avrà tre anni gli regalerò un tamburo," e
siccome mio figlio non mi lasciava capire che cosa ne pensasse, e non mi rimaneva altro che sperare
che fosse dotato come me di un udito sensibilissimo, gli promisi ancora più volte un tamburo di latta,
per il suo terzo compleanno. Scesi poi dal mio tamburo e ritornai nel tinello dagli adulti.
Avevano giusto finito la zuppa di tartaruga. Maria serví i pisellini dolci in scatola, al burro.
Matzerath, il responsabile dell'arrosto di maiale, serví il piatto di sua mano, si tolse la giacca, lo affettò
in maniche di camicia, facendo sopra la carne tenera e succosa un viso così grondante di commozione
che fui costretto a volgere gli occhi altrove.
Il verduraio Greff fu servito a parte con asparagi in scatola, uova sode e panna al rafano, perché
i vegetariani non mangiano carne.
Prese, come gli altri commensali, una cucchiaiata di purea di patate, ma non vi versò sopra il
sugo dell'arrosto, bensí il burro brunito che Maria, premurosa, gli portò dalla cucina in un tegamino
sfrigolante. Mentre gli altri bevevano birra, Greff aveva nel bicchiere succo di mele. Si parlò della
manovra di accerchiamento di Kiev, si ricapitolò sulle dita il numero dei russi fatti prigionieri; calcolo
nel quale l'Ehlers del Baltico si dimostrò assai abile: per ogni centinaio di migliaia faceva scattare dal
pugno un dito, poi, quando le sue due mani aperte a spanna furono al milione, continuò a contare
ripiegando un dito dopo l'altro. Esaurito l'argomento dei prigionieri russi, il cui valore e interesse
andavano sempre più scemando col crescere del numero, Scheffler venne fuori coi sottomarini di base a
Gotenhafen, e Matzerath sussurrò all'orecchio di mia nonna che a Schichau ne varavano ben due ogni
settimana.
Dopodiché Greff spiegò a tutti gli invitati perché i sottomarini vengono fatti scendere in mare di
fianco e non di poppa. Volle darne una dimostrazione evidente con appropriati movimenti delle mani,
che alcuni dei presenti imitarono attentamente e maldestri, mostrandosi molto interessati alla
costruzione dei sottomarini. Vinzent Bronski rovesciò il suo bicchiere di birra con la mano sinistra che
cercava di atteggiarsi a sottomarino in immersione. E mia nonna cominciò subito a rimproverarlo.
Intervenne Maria per calmarla; non era poi un gran guaio, comunque la tovaglia doveva andare in
bucato il giorno dopo; era naturale che festeggiando un battesimo si facesse qualche macchia. Accorse
anche mamma Truczinski con uno straccio e tamponò la tovaglia inzuppata, tenendo intanto sollevata
con la sinistra la coppa di cristallo colma di budino al cioccolato, cosparso di scagliette di mandorle.
A proposito: perché mai col budino di cioccolato c'era la crema?
Almeno ce ne fosse stata un'altra! Invece c'era proprio crema di vaniglia. Densa, giallognola:
crema di vaniglia. Una crema di vaniglia banale, comunissima, e tuttavia unica nel suo genere.
Giacché nulla c'è al mondo di più gaio, ma anche nulla di più triste di una crema di vaniglia. Un
soave aroma diffondeva intorno la vaniglia, avvolgendomi sempre più, di Maria; tanto che la vista di
lei, origine e principio di ogni vaniglia, seduta accanto a Matzerath, mi divenne intollerabile.
Oskar scivolò giù dal suo alto seggiolino, aggrappandosi alla gonna della moglie di Greff; le
rimase accoccolato ai piedi mentre in alto lei continuava a lavorare di cucchiaio; e per la prima volta
aspirò quel particolare effluvio di Lina Greff che immediatamente sommerse, inghiottí, stroncò ogni
sentore di vaniglia.
Per quanto acidula fosse, perseverai nella nuova direzione olfattiva finché tutti i ricordi connessi
alla vaniglia mi parvero svaniti. Lentamente, senza sofferenza e senza rumore, fui colto da un conato di
vomito liberatore. Mentre emettevo la zuppa di tartaruga, pezzetti di arrosto di maiale, piselli verdi
quasi intatti e i pochi cucchiaini di budino di cioccolato con crema di vaniglia, mi resi conto della mia
impotenza; ero sprofondato nella mia impotenza -
spargevo ai piedi di Lina Greff l'impotenza di Oskar - e decisi di offrire la mia impotenza, da
allora in poi e quotidianamente, in omaggio alla signora Greff.

NOTE:
(1) Per Hansa, la Lega Anseatica, chiamata scherzosamente col nome dialettale di donna
corrispondente a Gianna.

Settantacinque chili
Vjazma e Brjansk; poi il periodo del fango. Anche Oskar, alla metà dell'ottobre del quarantuno,
cominciò ad avvoltolarsi nel fango. Mi si vorrà perdonare se faccio un parallelo fra i fangosi successi
del gruppo d'armate operante al centro e i miei, sul teatro operativo altrettanto fangoso e impraticabile
della signora Lina Greff.
Analogamente ai carri armati e agli autocarri che si impantanarono, già quasi in vista di Mosca,
anch'io mi impantanai. Lì le ruote continuavano a girare, rimestavano il fango; e così anch'io insistevo
nei miei sforzi - e riuscii letteralmente a frullare in schiuma il fango della signora Lina Greff -; ma né
davanti a Mosca né nella stanza da letto dei Greff si poteva dire di aver guadagnato terreno.
Devo insistere ancora nel confronto: come allora i futuri strateghi avranno tratto una lezione da
quelle operazioni nel fango, anch'io ho tratto le mie conclusioni dalla lotta contro il fenomeno naturale
Lina Greff. Non si devono sottovalutare gli sforzi compiuti dal fronte interno durante l'ultima guerra
mondiale. Oskar aveva allora diciassette anni; e tuttavia acquistò la maturità virile su quell'arduo
terreno di esercitazioni ch'era Lina Greff. Ma lasciando da parte i confronti di carattere militare, voglio
considerare ora i progressi diOskar in rapporto a concetti estetici. Dirò dunque: se Maria,
avvolgendomi in una nebbia di vaniglia ingenuamente inebriante, mi fece intendere la forma espressiva
più semplice e mi rese familiari lirismi come la polvere effervescente e la raccolta di funghi, d'altro
lato, nell'acre atmosfera fitta di effluvi molteplici che circondava la Greff, acquistai quell'ampio respiro
epico che mi consento oggi di menzionare in una stessa frase successi al fronte e successi d'alcova.
Musica! Dall'armonica a bocca di Maria, puerilmente sentimentale eppure così dolce, passai
direttamente al podio del direttore d'orchestra; poiché Lina Greff mi offrí un'orchestra scaglionata in
larghezza e profondità come se ne trovano soltanto a Bayreuth o a Salisburgo. Là imparai a
strombettare, a strimpellare, a pizzicare le corde e a strisciarvi l'archetto, si trattasse di basso generale o
di contrappunto, di dodecafonismo o di diatonismo, imparai l'attacco dello scherzo e il tempo
dell'andante; il mio pathos era severo e carezzevole a un tempo. Oskar trasse il massimo che poté dalla
Greff, e tuttavia rimase scontento, anche se non insoddisfatto, come si addice a un vero artista.
Dal nostro negozio di generi coloniali alla bottega del verduraio Greff non c'erano che venti
passi. La bottega si trovava quasi di fronte, in buona posizione, assai più dell'appartamentino del
fornaio Alexander Scheffler nel Kleinhammerweg. Da questa posizione migliore può essere dipeso il
fatto che nello studio dell'anatomia femminile io abbia fatto progressi più rapidi che in quello dei miei
maestri Goethe e Rasputin. Può darsi anche che tale diverso livello d'istruzione, che perdura ancora
oggi, si spieghi, e magari si giustifichi, col diverso metodo usato dalle mie due maestre. Lina Greff non
ci teneva affatto a istruirmi: si limitava passivamente e semplicemente a mettermi davanti e a lasciarmi
sperimentare il suo ricco materiale didattico. Gretchen Scheffler, al contrario, prendeva fin troppo sul
serio le sue funzioni d'insegnante. Voleva riscontrare profitti concreti, sentirmi leggere ad alta voce,
veder scrivere le mie dita di tamburino in esemplare calligrafia, rendermi amica la benigna fata
Grammatica, approfittando lei stessa di tale amicizia.
Quando Oskar invece le rifiutò ogni senso visibile di successo, Gretchen Scheffler perse la
pazienza e poco dopo la morte della mia povera mamma, dopo ben sette anni d'insegnamento tornò ai
suoi lavori a maglia, e siccome il matrimonio col fornaio continuava a rimanere senza figli, continuò a
regalarmi solo ogni tanto, specialmente per le grandi feste, maglioni, guanti e calze di lana. Di Goethe e
di Rasputin non si parlò più tra noi, e soltanto per merito dei passi delle opere dei due maestri che
conservano ancora, in un posto o nell'altro, per lo più in soffitta, questa parte degli studi di Oskar non si
arenò completamente; mi coltivavo da solo, formandomi un giudizio personale.
Lina Greff, malaticcia e spesso costretta a letto, non poteva sfuggirmi, abbandonarmi a me
stesso; poiché il suo male, se pur richiedeva lunghe cure, non era poi così serio da far pensare che la
morte mi avrebbe rapito prematuramente l'istitutrice Lina. Siccome però nulla dura su questo pianeta,
fu proprio Oskar a separarsi dalla degente nel momento in cui poté considerare concluso il ciclo dei
suoi studi.
Si dirà: in che modo ristretto ha dovuto formarsi questo ragazzo!
Racimolare il corredo di cognizioni per gli anni maturi tra un negozio di generi coloniali, una
panetteria e una bottega d'ortofrutticoli! Ma anche se devo ammettere che le sue prime impressioni,
così fondamentali, Oskar le ebbe in un ambiente ammuffito e piccolo-borghese, bisogna però tener
conto anche di un terzo maestro. A questo spettò il compito di aprire a Oskar un mondo ben diverso,
facendo di lui ciò ch'egli è oggi: una persona che, in mancanza di un termine più appropriato, definisco
approssimativamente un cosmopolita.
Alludo, come i più attenti di voi avranno capito, al mio maestro e guida Bebra, al discendente
diretto del principe Eugenio, al rampollo della stirpe di Luigi Xiv, al lillipuziano e clown musicale
Bebra. E quando dico Bebra, alludo anche alla signora al suo fianco, la grande indovina Roswitha
Raguna, la bella senza età, alla quale tanto spesso ho pensato nei tristi anni in cui Matzerath mi portò
via Maria.
Che età poteva avere la signora? mi domandavo. E' una ragazza nel fiore dei suoi diciannove o
vent'anni? O è una gracile nonagenaria che ancora fra un secolo rappresenterà, immune dalle insidie del
tempo, il simbolo della eterna giovinezza, in formato ridotto?
Se ben ricordo, incontrai questi due esseri a me così vicini poco dopo la morte della mia povera
mamma. Bevemmo insieme un caffè al "Quattro Stagioni"; poi le nostre vie si separarono. C'era tra noi
qualche divergenza ideologica, lieve ma non trascurabile. Bebra manteneva rapporti col Ministero della
Propaganda, era anche ammesso, come non stentai a capire da qualche suo accenno, in casa dei signori
Goebbels e Goering. Tentò di spiegare e giustificare in vario modo tale deviazione. Mi parlò
dell'influenza esercitata sui sovrani del Medio Evo dal buffone di corte; mi mostrò riproduzioni di
quadri di pittori spagnoli, raffiguranti un qualche Filippo o Carlos attorniato dalla sua corte; in mezzo
ai dignitari sostenuti spiccavano dei buffoni in fronzoli variopinti e calzari a punta, che ricordavano per
le loro proporzioni la figura di Bebra, o anche la mia. Ma proprio perché quelle immagini mi piacevano
- e oggi posso dichiarami un fervente ammiratore del geniale Diego Velázquez - non volli darla vinta a
Bebra. Egli insistette nel confrontare la condizione di vita dei buffoni alla corte di Filippo Iv di Spagna
con la propria situazione accanto all'arrivista renano Joseph Goebbels. Parlò di tempi difficili, dei
deboli che dovevano abdicare temporaneamente, della resistenza che fioriva in segreto... insomma,
presto entrò in ballo l'espressione "emigrazione interna." Ecco perché le strade di Oskar e di Bebra si
separarono.
Non che portassi rancore al maestro. Durante gli anni successivi cercai il nome di Bebra su tutti
gli affissi pubblicitari degli spettacoli di varietà e dei circhi, due volte ve lo trovai anche citato insieme
con la signora Raguna; ma nulla feci per provocare un incontro coi miei amici.
Contavo sul caso, ma il caso si rifiutò di favorirmi; giacché se le nostre vie si fossero incrociate
già fin dall'autunno del quarantadue e non l'anno seguente appena, Oskar non sarebbe mai diventato
l'alunno di Lina Greff, bensí il discepolo del mastro Bebra. Così invece attraversavo ogni giorno,
spesso già di buon mattino il Labesweg, entravo nel negozio di verdure, per salvare la faccia restavo
una mezz'oretta con quel costruttore sempre più bizzarro che il verduraio stava diventando, lo guardavo
montare i suoi meccanismi sgangherati, cigolanti, tintinnanti, stridenti, e gli davo di gomito quando
entrava un cliente; perché a quel tempo Greff perdeva ogni nozione del mondo circostante. Che cos'era
accaduto? Che cosa aveva reso così cupo e taciturno il fruttivendolo già così gaio e gioviale, l'amico
della gioventú sempre pronto allo scherzo? Che cosa lo induceva a preferire la solitudine, e faceva di
lui un originale, un uomo anziano piuttosto trasandato?
I giovani non venivano più. Quelli della nuova generazione non lo conoscevano. E i suoi
seguaci dell'epoca degli scout la guerra li aveva dispersi su tutti i fronti. Arrivarono ancora alcune
lettere con la posta da campo, poi soltanto cartoline. E un giorno, per via indiretta, giunse a Greff la
notizia che il suo beniamino Horst Donath, già esploratore, poi capo squadra della Hj, era caduto sul
Donez.
Da allora Greff parve precocemente invecchiato, non tenne più al proprio aspetto esteriore, si
dedicò interamente alla costruzione di aggeggi, tanto che nella sua bottega si trovavano più carillon e
meccanismi tintinnanti che patate e cavoli. Certo, anche la precarietà dell'approvvigionamento vi ebbe
la sua parte; la bottega veniva rifornita solo in modo irregolare e saltuario, e Greff non sapeva
destreggiarsi come Matzerath e fare buoni acquisti al mercato all'ingrosso, servendosi di utili relazioni.
La bottega aveva un aspetto triste, e ci si sarebbe dovuti ancora rallegrare alla vista dei
numerosi e assurdi apparecchi ideati da Greff, che adornavano e riempivano il locale in modo grottesco
ma decorativo.
A me piacevano quei prodotti, quelle creazioni scaturite dal cervello sempre più bizzarro del
fantasioso costruttore. Quando oggi guardo le figure di cordicelle annodate del mio infermiere Bruno,
mi torna alla memoria l'esposizione di Greff. E proprio come Bruno gode dell'interesse tanto sorridente
quanto serio che dedico ai suoi artistici trastulli, così Greff, col suo fare distratto, si rallegrava
vedendomi osservare divertito l'una o l'altra delle sue macchine musicali. Lui, che per anni non si era
curato di me, appariva deluso quando dopo una mezz'oretta lasciavo la sua bottega trasformata in
officina e andavo a far visita a sua moglie Lina Greff.
Che cosa dire di queste visite alla degente, che duravano per lo più da due ore a due ore e
mezzo? Oskar entrava, e lei gli faceva un cenno dal letto: "Ah sei tu, il mio piccoloOskar; vieni avanti;
vieni pure sotto il piumino se vuoi: fa freddo qui in camera, perché Greff ha messo poca legna nella
stufa." Deponevo per terra il tamburo e le due bacchette di cui mi ero servito poco prima, mi cacciavo
sotto, accanto a Lina, e soltanto a una terza bacchetta un po' logora e fibrosa permettevo di renderle
visita insieme con me.
Non mi spogliavo dunque, prima di coricarmi accanto a Lina. In lana, in velluto, e calzato
com'ero, entravo; e parecchio tempo dopo sgusciavo fuori dalle piume pressate nello stesso
abbigliamento, appena sciupato nonostante il lavoro duro e accalorante.
Dopo essere tornato più volte dal verduraio uscendo dal letto della moglie, ancora impregnato
delle esalazioni di Lina, si stabilí un'usanza che seguii ben volentieri. Mentre indugiavo ancora nel letto
di sua moglie e praticavo i miei ultimi esercizi, il verduraio entrava nella camera con un catino d'acqua
calda, lo posava su uno sgabello, vi metteva accanto un asciugamano e un pezzo di sapone e poi usciva
senza aprir bocca, senza volgere un solo sguardo al letto.
Per lo più Oskar si strappava senza esitare dal piacevole tepore di quel nido, si accostava al
catino e assoggettava a un accurato lavacro se stesso e la sua bacchetta, poco prima ancora scattante.
Ben comprendevo come a Greff fosse insopportabile l'odore di sua moglie, anche se gli arrivava
di seconda mano.
Così invece, lavato di fresco, ero il benvenuto presso il costruttore di aggeggi. Mi faceva vedere
il funzionamento di tutte le sue macchine e mi faceva sentire i loro diversi rumori; e mi meraviglio
ancor oggi che da questa confidenza tardiva non sia sorta un'amicizia fra Oskar e Greff, che Greff mi
sia rimasto estraneo e abbia suscitato in me tutt'al più il mio interesse, ma non la mia simpatia.
Nel settembre del quarantadue - avevo appunto superato tra la generale indifferenza il mio
diciottesimo compleanno, e alla radio la Sesta Armata conquistava Stalingrado - Greff costruí la
macchina tamburo. Egli sospendeva a un telaio di legno, in equilibrio tra loro, due piatti di ottone
riempiti di patate; poi toglieva una patata dal piatto di sinistra: la bilancia, inclinandosi, sbloccava il
meccanismo a tamburo installato sopra il telaio; l'effetto era un seguito di rulli e scoppiettii e cigolii; un
gong percosso vibrava, tintinnavano piatti, e tutto si concludeva con una dissonanza finale che si
dissolveva tragicamente.
La macchina mi piacque. Per accontentarmi, Greff la faceva andare di continuo. A dire il vero,
Oskar credeva che il verduraio l'avesse ideata e costruita per fargli un piacere. Ma poco dopo ebbi la
prova fin troppo evidente di essermi ingannato. Greff aveva forse trovato un incentivo nella mia
passione per il tamburo, ma la macchina era destinata a lui; poiché quando essa emise la sua ultima
dissonanza, egli emise il suo ultimo respiro.
Era il primo mattino di una limpida giornata d'ottobre, quale solo il vento di nord-est ne porta
gratis in casa. Avevo lasciato di buon'ora l'abitazione di Mamma Truczinski ed ero uscito in strada nel
momento stesso in cui Matzerath stava alzando la saracinesca del suo negozio. Mi misi al suo fianco
mentre issava le verdi latte risonanti; mi venne addosso una nuvola di odore di generi coloniali che
durante la notte si era accumulato nell'interno; poi ricevetti il bacio mattutino di Matzerath. Prima che
Maria si facesse vedere, attraversai il Labesweg, gettando sull'acciottolato un'ombra lunga verso
occidente; giacché a destra, verso est, sopra la Max-Halbe-Platz, il sole si issava da solo usando lo
stesso trucco a cui era ricorso il barone di Münchhausen, quando si era sottratto alla palude tirandosi su
per i capelli.
Chiunque avesse come me conosciuto il verduraio Greff, non meno di me si sarebbe
meravigliato trovando ancora abbassata la saracinesca della sua bottega. Certo, gli ultimi anni avevano
fatto di Greff un Greff sempre più bizzarro. Tuttavia, fino a quel giorno, egli si era attenuto sempre
all'orario. Che sia ammalato?, pensòOskar. Ma subito respinse quest'idea.
E infatti come mai quell'uomo, che ancora l'inverno precedente aveva fatto a colpi di scure - sia
pure con minore assiduità che in passato - dei buchi nel ghiaccio del Baltico per farci il bagno, come
mai quel naturista, nonostante qualche indizio di età non più giovanile, poteva essere caduto ammalato
da un giorno all'altro?
Lasciava a sua moglie il privilegio di custodire il letto. Sapevo anche che Greff disprezzava i
letti troppo soffici, che preferiva dormire in lettini da campo o su dure brande. E nessuna malattia
poteva legarlo al letto.
Mi piazzai davanti alla bottega chiusa, mi voltai a guardare il nostro negozio e constatai che
Matzerath si trovava nell'interno.
Solo allora, sperando che l'orecchio sensibile di Greff mi avrebbe sentito, rullai sul mio tamburo
alcune battute discrete. Non occorse di più: pochi istanti dopo vidi aprirsi la seconda finestra a destra
della bottega. La Greff in camicia da notte, con la testa piena di bigodini e un guanciale premuto sul
petto, apparve sopra la cassetta di erba cristallina. "Perché non entri, Oskar? Che cosa aspetti? Non fa
mica caldo fuori."
Per spiegarmi battei con una delle bacchette sulla saracinesca di latta della vetrina.
"Albrecht! gridò, "Albrecht, dove sei? Mio Dio, cosa è successo?" e sgomberò la finestra,
continuando a chiamare il marito. Delle porte sbatacchiarono, sentii Lina muoversi in bottega e subito
dopo cominciò l'urlo. La sua voce veniva ora dalla cantina, ma non potevo vedere perché gridasse dato
che era chiusa anche la finestrella attraverso la quale nei giorni di rifornimento - sempre più rari negli
anni di guerra - si facevano scendere le patate in cantina.
Però, spiando attraverso una fessura fra le assi incatramate che chiudevano la finestrella, vidi
che in cantina era accesa la luce.
Potei scorgere anche i gradini superiori della scala che conduceva in cantina, su uno dei quali
giaceva qualcosa di bianco, probabilmente il guanciale della Greff.
Doveva averlo lasciato cadere risalendo, poiché non era più in cantina; la sentii infatti gridare di
nuovo dalla bottega e poi dalla camera da letto. Staccò il telefono, sempre continuando a gridare, formò
un numero e gridò nella cornetta. Oskar non comprese che cosa; afferrò soltanto la parola "disgrazia" e
l'indirizzo, Labesweg 24, che lei ripeté più volte gridando; poi riattaccò. Dopo qualche istante, in
camicia da notte, senza guanciale ma con la testa irta di bigodini, si sporse dalla finestra, sempre
gridando, riversò sull'erba cristallina la sua esuberanza mammellare a me ben nota, infierí gesticolando
sulle piante carnose rosso-pallido, gridò tanto che la via divenne troppo stretta, tanto da far pensare a
Oskar che anche la Greff volesse mandare in frantumi dei vetri. Ma nessuna lastra si ruppe; si
spalancarono finestre,