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L’ECONOMIA ITALIANA NELL’ETA’ DELLE GLOBALIZZAZIONI - VERA ZAMAGNI  

 
Capitolo 1: l’eredità del lungo passato 
L’economia italiana viene considerata, assieme ad altri Paesi mediterranei, 
periferica, p​ er le difficoltà ad uscire dalla ​crisi del 2008: ​ciò non rende giustizia alle 
punte di eccellenza (certo parallele a quelle di degrado) che l’area italica (Italia solo 
nel 1861) che ha toccato: scienziati, industriali, artisti.  
L’Italia è stata toccata da ​tre civiltà (​ romana, rinascimentale, industriale) ma solo 
nelle prime due è stata protagonista, nell’ultima, un’imitatrice di parziale successo; 
c’è da dire comunque che, sebbene non riesca ad uscire dalla crisi attuale, ci riuscì 
benissimo dalla ​crisi del secondo dopoguerra.  
La civiltà romana 
Abbiamo segni di presenza umana fin dal ​ Paleolitico (​ 1, 5 milioni di anni fa). 
Essendo una penisola mediterranea, fu esposta a molti commerci e molte civiltà: 
fenici / cartaginesi ​in Sicilia e Sardegna, g ​ reci ​nel Meridione, ​etruschi t​ ra Toscana e 
Lazio: proprio in quest’ultima regione, si creò la ​monarchia romana, ​che sbaragliò i 
nemici delle città vicine e fondò Roma. Intorno al 500, essa divenne ​repubblica e ​  
proprio qui conobbe il massimo splendore e una grande estensione: vinti prima le 
altre popolazioni presenti sulla penisola (guerre puniche e contro i Greci), 
conquistarono l’Europa meridionale (Spagna, da lì andarono in Africa, nel secondo 
secolo anche Mediterraneo orientale), Portogallo, poi quella settentrionale (Francia, 
Austria, etc).  
La ​grandezza d ​ iventò un problema, e anche se vennero attuate delle ​riforme, ​come 
quelle di estensione di cittadinanza a gente non romana d’origine, la Repubblica 
crollò e diventò I​ mpero con Ottaviano. ​Abbiamo delle caratteristiche che lo fecero 
diventare un Impero sui generis, anche se nel 500 d.C., dopo la divisione fra Impero 
romano d’Oriente (che cadde molto più tardi, nel 1453 con i Turchi Ottomani) e 
d’Occidente, cadde per mano “barbara” nel 476 quello d’occidente: 
1. presenza, anche se di minor importanza, del ​senato (​ istituzione repubblicana) 
2. religione di Stato, ​ma autogovernata: l’imperatore non ne rispondeva 
3. codice civile d ​ i leggi scritto da Giustiniano , per avere una serie di principi 
universali (bilanciamento poteri, ordine pubblico, cittadinanza romana) fissati 
in codici e non in leggi di costume non scritte  
4. eccellenza in t​ ecnica e tecnologia (​militare, ingegneristica)  
 
La fioritura delle città - Stato e il Rinascimento. 
Dopo la caduta dell’Impero d’occidente, nella penisola italica ci fu ​il caos, ​di cui se ne 
approfittarono una serie di città che si a ​ utorganizzarono ​e diedero vita a delle ​città - 
Stato con economie fiorenti (​ massimo nel 1500): dapprima, le città ​costiere (​ Pisa, 
Genova, Noli, Amalfi, Napoli), ma anche del centro nord (Milano, Verona, Bologna), 
erano nella stragrande maggioranza r​ epubbliche governate da un’elite. ​L’autonomia 
a Sud durò poco e questo venne conquistato dapprima dagli spagnoli, poi dai 
francesi e diventò ben presto un impero assolutistico, alleato alle elite terriere più 
che mercantili, che non fece fiorire l’economia, il Nord invece rimase ben più 
autonomo: il modello di città Stato venne imitato anche altrove in Europa, ma solo in 
Svizzera e in Olanda. ​Roma e ​ bbe un destino particolare: divenne uno Stato pontificio, 
grazie al potere temporale del Papa che si arricchì tramite donazioni e guerre di 
territori. 
L’​urbanistica d ​ elle città seguiva proprio l’economia: al centro troviamo le ​piazze 
principali,​dove c’era mercato, i palazzi pubblici, come quelli delle corporazioni, la 
chiesa più importante (tutti fattori aggreganti), poco fuori le case dei signori più 
potenti e le altre strutture cittadine (ospedali, monasteri), il tutto era protetto da 
mura.  
Guardando all’economia: t​ ra il 1000 e il 1600 troviamo l’ascesa dell’Italia centro - 
Nord, c​ he distanzia tutte le altre: guardando il pil pro capite in dollaro 1990 nel 1570, 
l’Inghilterra è 1.111, Olanda 1.432, Spagna 910, Italia centro Nord 1460 (1400: 1751 
contro Olanda, 1190). Il primo fattore furono le c ​ orporazioni: ​associazioni fra 
soggetti non legati da rapporti di parentela che si costituiscono per perseguire ​finalità 
condivise attraverso l’autogoverno​: esempio, le ​gilde ​(di manifattori), le università 
(professori e studenti), le camere dei mercanti (venditori che dettavano le regole 
condivise della mercatura), eccetera. Al ​Comune s ​ pettava il compito di bilanciare 
tutte queste forze centripete, spesso non ci si riusciva e si ricorse a ​signorie, 
famiglie potenti. Ancora oggi si parla di ​corporation ​per dire una grande impresa che 
unisce tanti soggetti: uno dei tratti tipici fu quello di ​stimolare la competitività e 
quindi l’imprenditorialità: 
● commenda, l​ e pre società per azioni: sono ​imprese a responsabilità limitata 
(limitata all’ammontare di capitale investito da persona estranea alla famiglia 
che si occupa della determinata attività), nascono nelle città marinare 
● assicurazione: ​fondo costituito dagli stessi mercanti e armatori, che 
risarcivano chi aveva sfortuna nel trasporto marino, ad alto rischio, nascono a 
Venezia nel 1100 
● banca: ​sono sempre esistite pratiche di prestito, ma queste sono 
direttamente collegate ad attività mercantili, difatti grazie alla lettera di 
cambio o credito, grazie alla cambiale si finanziava il commercio su aree 
vaste, che comprendevano diverse monete, permettendo ai mercanti di 
allargare l’attività economica creando lavoro (motivo per cui non furono 
condannate dalla Chiesa come usurai). Nascono i ​monti di pietà, s ​ peciali 
istituti con capitale donato, che esercitarono le prime forme di microcredito 
su pegno e diventarono le casseforti delle città. Nascono anche i​ banchi 
pubblici: ​si specializzano in prestiti agli Stati sotto forma di debito pubblico, 
per far fronte a guerre, carestie, epidemie, per costruire opere pubbliche (sono 
gli antenati delle banche centrali) 
● partita doppia: m ​ odo di tenuta dei conti già noto nel mondo islamico, 
perfezionato dai mercanti italiani, in particolare Leonardo Fibonacci di Pisa, 
nel 1202. Luca Pacioli, monaco francescano collaboratore di Leonardo, lo 
teorizzò nel 1494 
● nascita della professione del ​notaio, c
​ he era il garante della correttezza delle 
informazioni che stavano alla base dei contratti 
 
Grazie a questa accumulazione di ​ricchezza, s ​ i arrivò al Rinascimento, grande 
momento di fioritura intellettuale favorito dal fenomeno di ​mecenatismo e di 
competitività, ​non solo a livello economico, ma anche culturale, la diffusione della 
stampa. S ​ i arrivò al G
​ rand Tour: ​fenomeno che indica il gran numero di studenti 
stranieri che approdavano in Italia: una della cause che la portò ad avere i​ l più alto 
tasso di ​urbanizzazione al mondo. 
 
Declino e Risorgimento 
Tra la fine del 1500 e l’inizio del 1600, il commercio e la manifattura italiani ebbero 
una grande battuta d’arresto, o un vero declino,come il lanificio e le costruzioni 
navali. Il Mare Mediterraneo ebbe un ruolo marginale e cadde in mano straniere. Il 
livello di vita non si contrasse in proporzione perché ci fu l​ a peste,​che fece diminuire 
la popolazione italiana di ⅕, in compenso, il ​reddito pro capite venne superato 
dapprima da inglesi e olandesi, poi da tedeschi e francesi. Perché? Sicuramente non 
solo perché il Mediterraneo subì un ​ruolo marginale, a ​ nche perché ciò non spiega: 1. 
perché le repubbliche marinare non si cimentarono con il commercio atlantico 2. 
perché si persero i mercati italiani dell’Europa continentale. Vediamo allora altre 
ragioni: 
● le ​corporazioni s ​ i mostrarono inadeguate: tennero troppo alti i prezzi dei 
salari (anche per via dell’agricoltura, poco produttiva per i pochi terreni a 
disposizione) e i costi di produzione  
● totale incapacità delle ​Città - Stato a ​ d andare oltre le reciproche conflittualità, 
divenendo quindi bersaglio facile per altri paesi stranieri 
Anche se si perse la leadership economica, non si perse quella culturale: basti 
pensare al barocco romano, alla scienza galileiana, all’illuminismo italiano, al teatro 
lirico, all’elettrica voltiana, all’economia: la prima cattedra fu affidata al napoletano 
Genovesi.  
Le repubbliche scomparvero totalmente con il congresso di Vienna, che divise la 
penisola in 7 Stati: 
1. Pontificio, autonomo 
2. Regno delle due Sicilie, autonomo 
3. Regno lombardo - veneto, sotto gli Asburgo 
4. Gran ducato di Toscana, formalmente autonomo, in realtà sotto l’influenza 
asburgica  
5. Stato di Savoia, autonomo, che nel 1720 acquisirono la Sardegna: regno di 
Sardegna, poi anche Liguria e Piemonte durante il Congresso 
6. Ducato di Parma 
7. Ducato di Piacenza 
 
Fu proprio quest’esperienza che portò alla maturazione dell’idea che, per tornare 
all’autonomia “tradizionale”, bisognava cacciare la potenza straniera: da qui il 
Risorgimento, ​movimento intellettuale che coinvolse, oltre a vari intellettuali, primo 
fra tutti Cavour (che, oltre a modernizzare il paese costruendo ferrovie, migliorando il 
porto di Genova, strinse alleanza con la Francia) anche il ​popolo​, non tanto nelle 
guerre (1 guerra indip: persa, ma Costituzione non revocata, seconda: 1859, 
annessione Lombardia, Regno delle due Sicilie con spedizione garibaldina, terza: 
annessione Veneto, e il Lazio nel 1870), ma con ​plebisciti popolari (​centro Italia, Sud, 
1859, poi 1861). 
 
L’Italia liberale e il fascismo 
Anche se Cavour morì poco dopo la proclamazione del Regno d’Italia, vennero 
messe in atto una serie di ​riforme: i​ struzione, 1859 (obbligo scuola elementare 
maschile e femminile, attivazione scuole magistrali, scuole tecniche); miglioramento 
infrastrutture, ​imposta di ricchezza mobile (​ 1864), regime aureo, si arrivò al pareggio 
di bilancio e al libero commercio, un po’ imprudentemente perché l’Italia era 
arretratissima da un punto di vista di manifatture, difatti si tornò a un protezionismo 
moderato tra il 1878 - 87, venne creata la ​banca d’Italia nel 1894 p ​ erché c’erano 
prima ben 6 banche d’emissione che avevano creato un tracollo quasi nazionale 
delle banche, sostituite poi da banche universali alla tedesca, non più di investimento 
alla francese. 
C’erano ancora molte differenze fra il Nord e il Centro sud: ciò culminò con il periodo 
del ​brigantaggio, c ​ he terminò, per costrizione di forza militare, con 20.000 (contro i 
quasi 6.000 delle guerre d’indipendenza).  
Il popolo si lamentava perché precedentemente il governo era ​assente: i Borboni n ​ on 
facevano infrastrutture, non miglioravano l’alfabetizzazione (90 per cento analfabeti), 
non c’erano banche: c’era parallelamente un’​imposizione fiscale bassissima.  
Crebbe invece il ​triangolo industriale (​ G - M - T) con un decollo moderato di varie 
industrie: acciaio, meccanica, mezzi di trasporto, elettricità, industria cotonifera, un 
po’ settore chimico. Le altre industrie tradizionali (seta, agricoltura, più turismo) 
aiutavano a colmare il gap della bilancia commerciale. 
Ad interferire in tutto ciò ci fu ​la prima guerra mondiale: b ​ anche e imprese fallite, 
debito pubblico mai visto, crisi sociale che culminò nel biennio rosso, che per una 
serie di motivi non vide il decollo dell’area socialista (la si temeva per la rivoluzione 
russa), ma si andò paro paro verso il ​fascismo (​ anche perché socialisti e comunisti 
non si coordinarono), la cui marcia del 22 non fu bloccata dal re, che anzi gli diede il 
nuovo governo che diventò d ​ ittatura nel 1925. ​Riforme: 
● bonifica integrale, 1923, per migliorare stato agricoltura, di Serpieri 
● accordo con US e GB per cancellazione debiti guerra, 1926, di Volpi  
● miglioramento industria, poi arrestata da crisi 29 
● imi, 1931: i​ stituto mobiliare italiano, banca pubblica di investimento 
industriale vs crisi 29  
● iri, 1933: ​istituto per la ricostruzione industriale, che assorbì industrie e 
banche in difficoltà, questa holding possedette ​oltre il 20% del capitale delle 
spa italiane, ​controllandone però il 40%: non fu nazionalizzazione perché le 
imprese confluite nell’iri mantenevano lo status di Spa e vennero gestite al di 
fuori dello Stato, anche se la proprietà di capitale era di Stato 
● mancanza: stagnazione meridionale, quindi aumenta dualismo Nord - Sud  
 
Fine fascismo (resistenza e liberazione), non aveva sostegno dagli anni 30 perché 
dittatura si irrigidisce e per appoggio a Hitler, scappa, trovato, impiccato, inizia 
democrazia. 
 
 
Capitolo 2: il filo della storia (1946 - 2008). 
Il fascismo fu sicuramente un danno a livello civile, culturale, legislativo, ma ​non 
bloccò l​ ’industrializzazione iniziata nell’età liberale, che infatti riprese rapidamente 
nel secondo dopoguerra, nonostante le condizioni non fossero favorevoli. Viene ora 
esposta una sintesi cronologica: 
1. Ricostruzione: 1946 - 1951.​Repubblica e piano Marshall. 
2. Miracolo economico: 1952 - 1973 
3. Il ritorno dell’instabilità: 1974 - 1992. 
4. L’età delle riforme incomplete: 1993 - 2007 
5. L’Italia nella grande crisi internazionale. 2008 - ora  
 
1. 
Ci furono degli importanti cambiamenti: la forma governativa scelta dal 54% della 
Repubblica i​ l 2 giugno 1946, la ​Costituzione ​- entrata in vigore il 1 gennaio 1948 - 
redatta da 556 membri dell’Assemblea eletti nello stesso anno, il 28 aprile 48​ s ​ i 
tennero le prime elezioni che misero fine alla serie di governi provvisori (Parri il 
primo), basati sui 4 partiti (psi, liberale, pci, democrazia cristiana, fondata nel 1942 
da De Gasperi, poi capo di governo). ​De Gasperi, p ​ arlamentare prima viennese, poi 
italiano, eletto nel 1945 è a capo di una serie di governi di coalizione e poi di centro 
(con sx all’opposizione), fino al 1953. Nel 1947, appena fu chiaro che gli americani si 
stavano operando per degli ​aiuti a ​ l vecchio continente, si realizzò la ​linea Einaudi 
(​lira svalutata per migliorare le esportazioni grazie all’aumento del tasso sconto, 
aumento deflazione grazie a salita tasso di cambio, investimenti, abolizione prezzo 
pane per alleggerire spesa pubblica: m ​ oneta stabile e inflazione controllata).  
Nel 1948 dc stravinse: si dimostrò s ​ tabilità, condizione necessaria ​per gli aiuti 
americani (Italia messa malissimo: tassi di inflazione alle stelle, 20% proprietà 
privata persa, perdite umane, danni agli edifici, reputazione internazionale a pezzi, 
crisi sociali).  
Nel 1951 si promulga il ​piano Vanoni c ​ ontro l’evasione fiscale: si deve dichiarare il 
reddito obbligatoriamente. 
Tra il 47 e 48 venne attualizzato il Piano Marshall in un ​piano quadriennale, 
privilegiando gli ​investimenti n ​ ell’allargamento della produttività in acciaio, 
elettricità, meccanica, raffinazione petrolio, chimica. L’Italia non soltanto favorì 
l’industrializzazione per diminuire la disoccupazione e gli occupati in agricoltura, ma 
de gasperi fece interventi di ​edilizia popolare, accordi per emigrati disoccupati i​ n 
altri paesi, ​eliminazione del latifondo, n ​ uovi interventi i​ ntrastrutturali. 
La repubblica raccoglieva imprese ereditate dall’epoca fascista, come l’​iri con le sue 
diramazioni: ​finsider per l’accaio, finamre per navigazione, stet poi telecom per i 
telefoni dagli anni 30, finmeccanica nel 1948 venne aggiunta. Per il p ​ etrolio, ​si aveva 
agip per la prospezione e snam per la distribuzione di gas metano. Mattei, a cui fu 
affidato il compito di liquidarle, non le liquidò ma invece ci creò una ​nuova holding, 
l’eni (​ ente nazionale idrocarburi) ​dedicata a petrolio e gas.  
Di grande importanza fu il piano iri per l’​acciaio, c ​ on l’ingegnere Sinigaglia, che 
spinse il governo a prendere i primi passi verso la creazione della C ​ ECA nel 1951 
(comunità europea carbone acciaio), facendo partecipare l’Italia come membro 
fondatore. L’industria italiana aumentò la produttività non solo con economie di 
grande scala e catene di montaggio, ma anche cambiando ​organizzazione aziendale 
e marketing. ​Un settore importante fu l’organizzazione ​sindacale: ​ricostituitosi nel 
1948, dalla cgil uscirono c ​ isl e uil p
​ erché in disaccordo con i vertici comunisti, 
soprattutto dopo la vittoria della dc nel 1948.  
De gasperi: 
1. eliminazione latifondo: 1950 - 51, ​sopravvissuto soprattutto al Sud, non solo 
raccogliendo le piccolissime aziende in aziende più grande, ma anche 
togliendo l’egemonia ai grandi proprietari terrieri  
2. programma di edilizia popolare,dal 1949: ​modernizzando o in altri 
ricostruendo case, dopo che l’iinchiesta parlamentare del 1951- 54 aveva 
rivelato che molti italiani non vivevano in condizioni accettabili (senza 
corrente e acqua, troppi in case piccole etc) 
3. il più ambizioso: p ​ iano di sviluppo per il Mezzogiorno, ​che si tradusse 
nell’invenzione dell’agenzia ​Casmez ​(cassa del mezzogiorno, attiva fino al 
1984), nata dall’associazione del 1946 s ​ vimez ​(sviluppo mezzogiorno). 
Vennero fatte bonifiche e miglioramenti nell’agricoltura, fino 
all’industrializzazione: il Sud ebbe un notevole miglioramento 
 
 
Insomma, in questo periodo abbiamo ​prosperità economica: 
● entra in tutte le organizzazioni internazionali, collaborando molto con gli 
americani 
● investì nella promozione dell’industrializzazione 
● arginò dei problemi sociali con riforme strutturali 
● stabilizzò la circolazione monetaria e il cambio, entrando a far parte del nuovo 
regime aureo inaugurato nel 1947 dal fmi. 
 
Il miracolo economico (1952 - 1973) 
Periodo di grande crescita economica del paese, con soli due anni di interruzione 
(1963 - 64). Ciò fu dovuto grazie all’​imitazione d ​ el modello americano, già 
sperimentato da altri Paesi come il Giappone: contrazione del settore agricolo e 
allargamento di quello industriale e dei servizi (con attenzione a ​turismo, ​i lavoratori 
industriali fanno più vacanze dei contadini).  
Da cosa fu causato? 
● industrializzazione​, anche se adattata alla dimensione piccola dell’impresa 
italiana 
● aumento e ​ sportazioni ​(anche se 10% del pil), grazie a bassi salari, creatività 
italiana, partecipazione a ceca e a mec (mercato europeo comune, 1957)  
● aumento domanda interna, ​anche grazie all’elasticità dei livelli di reddito di 
partenza rispetto al reddito proprio per i beni durevoli, i prodotti chimici, i 
mezzi di trasporto della seconda rivoluzione industriali (cambia prezzo lavoro 
più elasticamente rispetto a prezzo casa?) 
● aumento consumi: ​1971, 10 milioni di macchine (1951: 425.000), sempre nel 
1971: 82 % tv, 86% frigo, 63% lavatrice, introduzione dei supermercati, anche 
se rallentati da legislazione restrittiva riformata solo nel 1971 
● l’emergere di ​nuovi imprenditori: F ​ IAT, Montecatini, Italcementi, Pirelli, 
ricordiamo: 
- ​Eni ​(una delle holding di Stat): Mattei fa delle j​ oint ventures ​(accordi 
temporanei con paesi produttori di petrolio, pratica non esistente allora), 
entrando nel settore della petrolchimica con l’anic (azienda nazionale 
idrogenazione combustibile), poi muore assassinato nel 1962 
- ​IRI: e
​ ntra in ​nuovi campi di attività ​(radiofonica, autostradale con finanziaria 
autostrade del 1950, trasporto aereo con Alitalia del 1957), vengono create 
nuove finanziarie ​per aziende già esistenti (fincantieri che si stacca da 
finmeccanica nel 1957, sme - società meridionale elettrica - , che prima era 
azienda per elettricità, poi tutta l’elettricità va dall’iri all’​enel, 1963), ​dà 
moltissimi posti di lavoro 
- Efim (​ ente partecipazione e finanziamento industrie manifatturiere), ​1962, 
nuova holding di Stato: altro raggruppamento di industrie meccaniche, ma 
tenute separate da Finmeccanica per ragioni partitiche, poi liquidata nel 1992 
per mancata amministrazione, torna tutto a Finmeccanica 
- ​Enel, 1962: ​ente nazionale energia elettrica, che viene quindi nazionalizzata  
 
Effetti e caratteristiche: 
● sviluppo per il Sud​ (casmez), grazie a finanze Statali, iri e Eni: c’è sì stato un 
grande investimento che ha lanciato l’industria, ma si sono create le 
cosiddette ​cattedrali nel deserto, l​ e industrie che vengono lanciate sono 
impianti petrolchimici e siderurgici, automobilistici, costruzione ferrovie 
● decollo per l’area ​nord - est d ​ el paese 
● decollo c ​ entro, ​con pmi (piccole medie industrie) specializzate in moda, 
meccanica, ceramica, cemento, ​industrie di nicchia 
● Le tre Italie (​ Bagnasco): nord - ovest, area tradizionale, con grande industria, 
nord - est + centro, pmi di nicchia, recentemente industrializzate, sud 
arretrato aiutato da intervento stato 
● attuazione regioni, 1970, ​già previste da costituzione ma che erano cadute 
nel dimenticatoio al momento dell’unificazione perché si era preferito il 
centralismo per paura delle divisioni storiche, nel 2 ​ 001 con il titolo V ​le regioni 
acquistano maggior potere e a ​ utonomia  
● avanzamento ricerca: 
- chimica​: Natta inventa la plastica (polipropilene isotattico), per il quale 
ottenne il Nobel nel 1962 
- ​nucleare​: fino a 1990, leadership: aveva il più grande impianto nucleare in 
Europa che possedeva ⅓ della capacità produttiva europea, il primo reattore 
americano fu fatto da Fermi, tutto ciò fu perso per la frammentazione degli 
investimenti e dal referendum contro il nucleare nel 1987 
- ​aerospaziale: ​venne creata una propria organizzazione di ricerca nel 1963, 
nel 1964 l’Italia fu il terzo paese a entrare in orbita 
- ​elettronica: ​eccellenza nei radar, nei missili nei computer con le macchine da 
scrivere e da calcolo Olivetti, che nel 1959 produsse Elea 2003, calcolatore a 
transitor 
● sistema bancario: n ​ on ci furono riforme (fu necessaria quando l’economia 
diventò instabile) e quindi cambiamenti, m ​ olto frammentato, ​quasi tutto 
pubblico, faceva uso di o ​ bbligazioni a b
​ asso rischio per finanziare gli 
investimenti. Non c’erano più banche universali (che erogavano tutti i servizi), 
come nel modello tedesco, ma specializzazione in banche d’investimento 
(grandi industrie) e banche commerciali (piccoli clienti e pmi). 
Le b ​ anche d’investimento​ diventarono tutte pubbliche, seguendo il modello 
dell’IMI, definite “istituti di credito speciale”. Il poco capitale veniva dalla 
Cassa depositi e da altre banche pubbliche o no profit (casse di risparmio, 
raccoglie poco capitale e si butta in investimenti poco rischiosi, come i titoli di 
Stato, difatti le obbligazioni avevano ​grado di rischio basso p ​ oiché garantito 
da questo). Dopo la seconda guerra mondiale, non abbiamo più solo l’IMI, ma 
anche ​Mediobanca, ​fondata nel 1946 da tre banche universali (BCI, Credito 
Italiano, Banco di Roma, ridotte a banche commerciali dopo l’operazione di 
salvataggio di Alberto Beneduce, continuavano ad offrire credito a lungo 
termine anche se attraverso altra banca), gestita da C ​ uccia, ​diventò ben 
presto la banca più i​ nternazionale ​e che investiva in grandi aziende private, 
mentre l’imi a pubbliche. Il credito a ​breve termine (​ clienti normali) veniva 
garantito da casse di risparmio, a capitale donato, dalle banche pubbliche, da 
banche controllate dall’IRI, dalle banche cooperative: le banche ​popolari e 
casse rurali.  
● agricoltura: sempre meno forza lavoro, ​e infatti sempre meno contributo al 
pil (1951: rispettivamente 44% e 24% pil, 1971: 20% e 9%, oggi: 4%). In quel 
ventennio 5 milioni o cambiarono lavoro, o emigrarono. L’aumento della 
produttività ​fu invece molto lento per la conformazione del paese. Oggi viene 
tutto importato tranne beni agricoli tradizionali: pasta, vino, olio , frutta, maiali 
per salame, formaggi. 
● emigrazione: ​sia verso l’estero (​America, g
​ ià avvenuta fra 1880 e 1940, 
Svizzera, Germania, Belgio), sia verso le città (Roma cresce da 1951 a 71 di un 
milione di abitanti, Milano e Torino di mezzo milione), verso il Nord (da Sud e 
da Veneto): il clou del processo fu ​1955 - 1974. S ​ i migliora anche l’edilizia 
popolare, ma non sempre benissimo. 
 
Politiche macroeconomiche DC:  
● politiche monetarie ortodosse per mantenere bassa l’inflazione, cambio lira 
dollaro 625  
● continuum dei progetti precedenti (edilizia popolare, sviluppo Sud, 
integrazione europea: 1957, trattati di Roma, che formano unione doganale 
(mec), euratom (ricerca nucleare), bei (banca investimento europea), pac 
(politica agricola comune) 
● alleanza con psi ​nel 1962, la corrente di sinistra chiedeva la nazionalizzazione 
dell’energia elettrica (infatti enel, 63), controllo della speculazione edilizia, 
scuola dell’obbligo fino agli 8, programmazione alla francese (?), è andato 
sempre abbastanza bene, ma problemi con il biennio ​1968 - 69, ​con 
l’esplodere della rivolta studentesca, partita dagli Stati uniti (contro Vietnam, 
mito Mao e rivoluzione culturale), poi a Parigi. L’Italia fece una serie di 
provvedimenti: liberalizzazione degli accessi universitari, introduzione del 
divorzio nel 1970, riforma del diritto della famiglia per uguaglianza dei diritti, 
legalizzazione dell’aborto nel 1978, si mobilitano anche ​gli operai c ​ he non ne 
avevano guadagnato dall’aumento della produttività industriale, chiedevano 
meno ore di lavoro, più welfare, più diritti. Ben presto assunse connotati 
violenti contro il sistema, fino allo scoppio di piazza fontana, poi anni del 
terrore fino all’attentato alla stazione di bologna. A quel punto si emanò lo 
statuto dei lavoratori n​ el 1981, con il famoso articolo 18 (limitazione libertà di 
licenziamento potendo ricorrere a tribunali del lavoro che reintegravano) 
applicabile ad aziende con più di 15 operai (incentivo a tenere le aziende 
piccole)  
● due scenari negativi: ​terrorismo interno e instabilità internazionale d ​ ovuta 
all’eliminazione del sistema di cambio fissi (Nixon, 1972) e all’aumento dei 
prezzi del petrolio 
 
Il ritorno dell’instabilità (1974 - 1992)  
Abbiamo un periodo di instabilità dovuto a tre fattori: l’abbandono del ​gold 
exchange​ standard, la creazione di un ​cartello petrolifero c ​ he portò a una 
quadruplicazione dei prezzi, ​tensioni p ​ olitiche internazionali dovute alla guerra in 
Vietnam, abbandonato dagli US nel 1975. 
In questo stesso periodo, in Italia aumentava il ​costo del lavoro​ per gli accordi del 
1969 - 70 e per l’introduzione di un welfare più esteso: stavano aumentando i salari. 
Nel 1974 ci fu un tentativo di adeguare le entrate fiscali alla spesa pubblica 
aumentata con una riforma detta ​legge Visentini, m ​ a divenne insufficiente perché ci 
fu una caduta del tasso di crescita del pil. 
Queste condizioni peggiorarono per le b ​ rigate rosse, ​i cui primi attacchi furono fra il 
72 e il 73, ma dopo il 74 abbiamo un’​escalation di violenza, ​con culmine il rapimento 
di Aldo ​Moro, i​ l 16 marzo 78, mentre stava per iniziare un governo di ​solidarietà 
nazionale, i​ ntegrando il pci per poter diminuire l’interesse per brigatisti e unione 
sovietica, nel 76 però si era solo realizzato un governo di dc con Andreotti, a questo 
punto Moro propose il c ​ ompromesso storico, e ​ fu il momento in cui i brigatisti 
agirono: 55 giorni di prigionia, di tentativi di trovare Aldo Moro, spesso mal fatti, fino 
a quando si rinvenne il suo cadavere il 9 maggio (tutti e 63 i brigatisti coinvolti furono 
presi). 
Di fronte a ciò, si fece una politica monetaria espansiva che produsse un’​inflazione 
altissima, ​anche e soprattutto a seguito della ​scala mobile (​ adeguamento dei salari 
all’inflazione richiesto dai sindacati a Confindustria di Agnelli), ma all’aumentare dei 
costi di produzione, aumentavano a loro volta anche i prezzi e così via fino a 
produrre una ​spirale inflattiva: 1980, al 21%. ​Questa venne arrestata da un accordo 
europeo dello SME del 1979, volto a evitare le svalutazioni competitive che 
generavano altra inflazione. Lo SME era un ​sistema di cambi fissi p ​ iù equo del gold, 
ed essendo l’Italia un membro fondatore, dovette adeguarsi e smettere di svalutare 
moneta, cosa che faceva per aumentare le esportazioni dal 1973. Per rafforzare 
questo trend, nel 1981 il ministro del tesoro Andreatta decretò il ​divorzio fra Tesoro 
e Banca d’Italia: ​primo passo verso l’indipendenza della banca centrale, che non era 
più obbligata a acquistare titoli di Stato inoptati (cioè quando un’azienda aumenta il 
capitale, lancia sul mercato titoli da acquistare con quel capitale, se non vengono 
acquistati, sono inoptati) dal pubblico, con seguente ​inflazione ​(poiché rimangono di 
fatto non acquistati, lo Stato li acquista, ma non ha soldi, quindi emette moneta 
perché ai tempi lo poteva fare non essendoci Banca centrale, quindi si svaluta quindi 
inflazione) ​. R
​ egistrazione ​processo di disinflazione, c ​ ioè riduzione inflazione a 
seguito di un decremento tasso inflazione.​ N ​ el mentre però le banche (Italia, il banco 
ambrosiano, banca privata italiana) furono suscettibili di ​scandali, c ​ he portarono a 
una serie di suicidi (Ambrosoli, Calvi), ma ​a metà degli anni 80 s ​ i tornò alla normalità 
anche grazie allo smantellamento della loggia massonica p2 nel 1982.  
Proprio qui venne fatta una mossa dannosissima: ​con una politica monetaria 
disinflattiva bisognava limitare i deficit di bilancio, ​ cosa che non fu fatta e infatti 
impennò il debito pubblico ​(12% annuo). 
Dopo il tentativo fallito del compromesso storico e la morte di Moro e Berlinguer, ci 
fu il governo di ​Craxi ​(1983 - 86), che utilizzò dei metodi corruttivi ancora più pesanti 
della DC, che replicò facendo lo stesso: in questi anni, il d ​ eficit giunse alle stelle: m​ a 
ci fu la resa dei conti con l’inchiesta di ​mani pulite ​nel 1992, nel 1994 il partito di 
Berlusconi, forza italia, ottenne il 43% (dopo che si erano disintegrati tutti i partiti 
tradizionali).  
Anche l’economia ne risentì della situazione d’incertezza: 
● la grande impresa collassò per sindacati, brigatisti, inflazione e legislazione 
inadatta: caso esemplare è ​Montecatini, ​grandissima impresa ​chimica, s ​ i 
trovò negli anni 60 senza liquidità, e si fuse con l’Edison e si formò 
Montedison, a quel punto ci fu una gara di concorrenza con ENI (si 
suicidarono entrambi i presidenti), solo ENI riuscì a sopravvivere, l’altra fu 
venduta per pezzi, anche l’IRI si trovò in difficoltà per eccesso di occupazione, 
eccesso di capacità produttiva, deficit di bilnacio.  
● fioritura delle pmi, c ​ he sostennero le esportazioni del paese, ma per il moto 
“piccolo è bello “ si pensò erroneamente che l’Italia ​non dovesse avere 
bisogno della grande impresa, ​ma la globalizzazione schiaccia la piccola 
impresa  
● crisi del 1992: ​l’Italia era l’anello debole della SME, e nell’estate del 92 attaccò 
la lira. Venne fatto capo di governo ​Amato, c ​ he immediatamente, per porre 
fine al deficit di bilancio​, aumentò la tassazione (ma la lira uscì comunque 
dallo SME) e ​privatizzò le imprese pubbliche e parzialmente delle banche  
 
L’età delle riforme incomplete 
Dal 1992 vennero fatte tante riforme, ma mai completate. In quello stesso anno, 
prima che la lira uscisse dallo SME, si decise la ​moneta unica: l’euro, m ​ a per poterla 
adottare si dovevano avere dei prerequisiti (tasso d’inflazione, tassi di interesse, 
deficit di bilancio, debito pubblico) che l’Italia non aveva (aveva dei valori superiori a 
quelli consentiti). Da qui, due decisioni: o restarne esclusi, o d ​ iminuire la spesa 
pubblica: 
● riforma pensionistica: ​allungata l’età pensionabile di 5 anni, si passò da 
sistema di prestazione definita a contribuzione definita 
● altre riforme volute dal governo di coalizione dell’Ulivo di Prodi, che vinse le 
elezioni anticipate nel 1996 (dopo che forza italia perse la maggioranza pochi 
mesi dopo l’elezione e ci furono governi tecnici), si riuscì ad entrare in tutti 
parametri, eccetto debito pubblico (60% pil, in Ita più del 100%), la lira ​nel 
1998 diventò euro, c ​ on la promessa poco mantenuta di risanare debito 
pubblico 
● privatizzazioni: ​di banche (nascono Intesa San Paolo e Unicredit, ma Stato ha 
importante quota partecipativa) e di industrie (IRI liquidata nel 2000, a Stato 
rimane Fincantieri e 30% di Finmeccanica) non bastano 
● titolo V costituzione (​ autonomia regionale): in alcune regioni si rivelò 
proficuo, in altre si creò gravi deficit di bilancio che lo Stato dovette risarcire, 
inoltre, non essendo state abolite le province, ci furono molti sprechi 
● riforma scolastica: B ​ erlinguer (2000), Moratti (2003), Gelmini (2010): alzare 
gli anni di istruzione obbligatoria, università più competitive, legare mondo 
scuola - mondo lavoro, ma non ci fu abbastanza spesa pubblica e quindi non 
si è favorito il consolidamento dei risultati 
● riforma del lavoro: riforma Biagi ​(ucciso dall BR nel 2002), 2003. Si aumentò 
di molto la f​ lessibilità ​del lavoro, facendo molti contratti a tempo 
indeterminato (producendo precarietà), che mantennero in vita molte pmi 
inutili che semplicemente pagavano i lavoratori sempre meno,  
● Sud: ​liquidata la Casmez, questo problema andò direttamente in mano alle 
regioni. Da allora il Sud contò sui f​ inanziamenti europei ​che affluivano 
direttamente alle regioni (con tutti i problemi di spreco e corruzione) e il sud 
ha infatti ​cessato di convergere ​(convergenza Nord - Sud, cioè sud andava 
verso il nord), anche se ciò accadde in un periodo in cui aumentarono gli 
squilibri mondiali, per cui già il fatto che il divario non sia aumentato va bene 
(importante valutare l’impatto delle mafie) 
● tasso di crescita del pil italiano rallenta:​ rallenta la velocità di crescita, è al di 
sotto della media europea. Per evitare la stagnazione, si fecero misure di 
quarto capitalismo (​ primo inglese, secondo fascismo, terzo dei distretti 
industriali), originato proprio dai distretti industriali dove alcune imprese ​si 
ingrandirono ​effettuando fusioni e acquisizioni, anche all’estero, diventando 
imprese di nicchia a livello mondiale, ​dando origine a multinazionali ​tascabili  
● riassumendo: r​ iforme non abbastanza incisive, p ​ er via di organizzazioni 
criminali, resistenza di centri di potere, continua instabilità politica (nessun 
piano duraturo) 
 
L’Italia nella grande crisi internazionale 
La crisi del 2008 è stata più dannosa di quella del 1929 in Italia, eccezione per i paesi 
sviluppati: ​le piccole imprese furono incapaci di reagire adeguatamente soprattutto al 
calo verticale della ​domanda interna, d​ ovuto all’impossibilità dei governi di sostenere 
la domanda con maggior s ​ pesa pubblica, ​a causa dell’altissimo livello di 
indebitamento. 
Oltre a ciò, abbiamo ​la scarsa incisività d​ ei governi che si sono succeduti: 
● secondo governo Berlusconi (2008): non fu capace  
● governo tecnico Monti, dopo attacco speculativo contro l’Italia, 2011: t​ agli ​alla 
spesa pubblica  
● governo centrosinistra, 2013: pochissimo margine di voti, perché era entrato 
in orbita un t​ erzo partito, il M5S: ​partito populistico ma non nazionalistico, 
che voleva una maggior rappresentanza politica, dando maggior potere alla 
base attraverso una piattaforma elettronica e candidando persone estranee al 
sistema dei partiti, con un programma misto di proposte, rifiutandosi, fino alla 
merda di governo attuale, di collaborare con altri partiti 
● governo Renzi, 2014 - 2016: f​ a una serie di riforme, si dimette dopo il 
fallimento del referendum, poi governo Gentiloni, fino a fine legislatura, aprile 
2018 
a. Jobs Act: cancellazione articolo 18, semplificazione dei contratti a termine, 
incentivo per contratti a tempo indeterminato, riforma dei centri d’impiego 
b. pubblica amministrazione: meno costosa, più rapida 
c. regolarizzazione di moltissimi insegnanti 
d. varo delle unioni civili ( <3 )  
e. nuova legge per il terzo settore 
f. introduzione del reato di tortura e di omicidio stradale 
g. referendum della costituzione, che dovesse abolire le province e riduzione 
del Senato a rappresentanza delle regioni, senza poteri di approvazione del 
bilancio e di altre leggi nazionali, riforma completata da una legge elettorale 
fortemente maggioritaria con premio di maggioranza e premio di 
governabilità, rendendo la democrazia italiana più rapida 
h. altro: provvedimenti a sostenere redditi bassi, risolvere problemi bancari, 
abbassamento di poco delle tasse, per riavviare l’economia che stava 
uscendo lentamente dalla recessione. Altre emergenze: t​ erremoti (​ 2012 
emilia, 2016 centro), siccità, inondazioni, ​emergenza migranti: ​soprattutto da 
Libia, dal 2014, UE in crisi, molti giovani che cercano lavoro all’estero, sfide 
mondiali della globalizzazione. 
 
Un’analisi quantitativa  
 
Si fa ora un bilancio quantitativo del periodo, problematico perché i dati rilasciati dai 
vari uffici nazionali (...) sono di breve periodo e cambiano definizione e metodo di 
calcolo. La ricorrenza del 2011 ha spinto l’Istat e l’Ufficio storico della Banca d’Italia 
per un progetto di r​ icerca sul pil, p ​ er produrne una nuova serie coerente e 
continuativa del periodo 61 - 2013. 
Verranno riportati solo gli a ​ nni significativi, ​non tutti, perché considerati punti di 
svolta o ben documentati, utilizzando dati per regioni o per aree (le ​tre italie​) e anche 
dei confronti internazionali.  
 
Popolazione e forza lavoro 
Notiamo che: 
● i tassi di fertilità rimangono sopra ai due figli per donna fino alla fine degli 
anni 70, per poi crollare (mantenimento popolazione deriva solo da 
immigrazione, che mutò il paese, perché fino agli anni 70 italia era solo paese 
di emigrazione) 
● la distribuzione percentuale delle tre italie non è cambiata fino agli anni 
successivi al 2008, dove c’è stato uno spopolamento del sud, a seguito della 
grande disoccupazione  
● la speranza di vita è costantemente aumentata (italia in testa perché spende 
molto)  
● tassi di attività di forza lavoro mai molto alti, perché molte donne non hanno 
lavorato  
● il tasso di occupazione femminile è stato ridotto fino al 1970, poi è cresciuto 
molto velocemente, nelle classi meno abbienti succede che la nascita del 
figlio fa smettere la donna di lavorare, in quanto le cure del figlio costano 
troppo, oltre a ciò c’è scarsa propensione degli uomini ad aiutare nelle 
faccende domestiche  
● i tassi di disoccupazione sono abbastanza bassi solo durante il miracolo 
economico: segno sia di un’economia sommersa, anche se di qualità scarsa 
(poco stipendio, pochi diritti), sia che l’italia genera pochi posti di lavoro 
rispetto all’offerta , situazione molto peggiorata dopo crisi 2008 
● primo decollo industriale avvenuto fra fine 1800 inizio 1900, ma in quel 
periodo c’erano ancora 9 milioni di contadini in italia, oggi solo 1. 5 milioni 
hanno lasciato i campi fra il 1951 e il 1971, e altri 3 milioni dopo, l’industria ha 
7,5 milioni di addetti fino al 1981, poi ha perso occupazione  
● i servizi (come negli altri paesi) crescono continuamente, l’italia è in posizione 
intermedia per ore di lavoro, mentre in tema di scioperi troviamo un picco fra il 
69 e il 79, con 49 milioni di ore annuali perse di lavoro  
 
Redditi, prezzi, produttività: 
● dopo il miracolo economico, i tassi di crescita sono diminuiti, restando 
comunque più elevati rispetto ad esempio a US fino al 1992, fra il 93 e il 2007 
l’italia ha mostrato difficoltà, ma la vera divergenza è dopo il 2008 
● il pil pro capite fra il 1951 e il 71 si è triplicato, fra il 71 e il 2007 raddoppiato, 
poi è diminuito dopo, l’economia italiana ha saputo reggere fino alla 
globalizzazione, poi per nulla (elevato debito pubblico, riforme incomplete, 
pmi)  
● sgonfiamento dell’agricoltura come fonte di reddito, parallelamente 
all’evoluzione dell’agricoltura, in crescita fino al 1986 
● ascesa dei servizi: bilanciamento fra import ed export  
● incidenza degli investimenti: molto alti durante il miracolo economico, e ridotti 
ai minimi dopo il 2008  
● grave inflazione solo fra 1970 e 80, in altri periodi ci sono stati tassi 
bassissimi, che sfavoriscono la competitività (prima compensata da 
svalutazioni, poi dopo entrata eurozona no)  
● 1995: reddito pro capite più alto del 21% rispetto a media europea, 2007: solo 
+14%, nel corso della crisi : +3% (svezia, austria e olanda i migliori) 
● produttività come prodotto annuo per ora lavorata: 1995, italia al 123% della 
media europea, poco più degli altri paesi (mentre invece nel pil pro capite era 
di molto superiore), poi le cose molto peggiorate, rimaste stabili nella crisi  
● come ha fatto a rimanere in piedi l’italia e a rimanere presente si mercati 
internazionali? Vediamo i dati di disaggregazione regionale, i differenziali 
erano già alti nel 1951 (nord ovest in cima, effett della concentrazione di 
investimenti lì fra le due guerre), poi convergenza per il sud che termina negli 
anni 70, per il nord - est e centro convergenza va avanti (quindi competitività è 
più elevata di quanto si creda) 
● il centro è penalizzato in termini di reddito reale, il sud ha livello di reddito 
reale 10 punti sopra a quello nominale perché costo della vita è basso, oltre a 
ciò gode di molti trasferimenti pubblici e fonti di entrate di economia illegale 
 
Il settore estero: 
● ¼ del pil esportato, ¼ pil importato: il doppio rispetto a 1951 (quindi mercato 
italiano si è aperto) 
● la bilancia commerciale non è sempre stata positiva, tendenzialmente i 
movimenti dipendono da ​rialzi prezzi materie prime ​che non abbiamo 
(petrolio e gas), difatti due shock petroliferi del 73-4 e 81 hanno prodotto 
deficit, poi colmati mentre i deficit del 85-92 sono stati causati da un eccesso 
di spesa pubblica, nel periodo di crisi mondiale fino al 2012 il deficit si apre (?) 
causato da una stagnazione di esportazioni, dal 2013, queste si sono 
ravvivate, mentre le importazioni, prima in crescita, hanno subito una 
limitazione dovuta al crollo della domanda interna, con la comparsa di un 
avanzo 
● bilancia dei pagamenti ​(schema che registra transazioni in un’economia fra 
residenti e non): peso che cresce delle rimesse degli immigrati inviati nei loro 
paesi d’origine, mentre il conto capitale (transizioni di grossa taglia) è rimasto 
generalmente positivo, come il saldo finanziario (divario fra risparmio e 
investimento) 
● riassunto delle due bilance: ​Italia non ha mai avuto un deficit persistente 
perché ancor oggi, dopo tanti anni negativi, resta un paese esportatore di 
prodotti manifatturieri e di servizi, specialmente quelli turistici, anche se non 
gode di avanzi, ​anche se ci sono paesi che hanno disavanzi molto maggiori 
(GB, Stati Uniti)  
 
La pubblica amministrazione: 
● durante il miracolo economico: Italia spende poco in spesa pubblica, perché 
aveva un welfare state ristretto, quindi ha debito pubblico basso, dal 1976 
spesa pubblica aumenta, ma debito ancora sotto controllo 
● Italia entra nello SME: richieste politiche monetarie più restrittive, che, in 
presenza di deficit di bilancio elevati, il debito pubblico s’impennò, dopo che il 
paese venne escluso dalla sme, la finanza pubblica fu messa ancor più sotto 
controllo che prima dell’entrata; grazie all’entrate derivanti dalla liquidazione 
delle imprese pubbliche la situazione migliorò fino alla grande crisi, quando il 
debito pubblico riprese a crescere( andamento pil/debito pubblico: 70 - 80: + 
20%, 80 - 90: +65%, 90 - 2007: - 15%, 2007 - 2016: +40%)  
● saldo (​ differenza attivo passivo in economia)​ primario: s ​ aldo di finanza 
pubblica che esclude il pagamento degli interessi sul debito esistente , se è 
positivo, la spesa pubblica è in equilibrio, perché la spesa è coperta dalle 
entrate (ma mancano gli interessi da pagare sul debito, se non è abbastanza 
in positivo bisognerà produrre altro deficit e quindi altro debito). Il saldo fu 
negativo fra 70 - 80, ma poi è sempre stato positivo, anche se insufficiente: 
ciò prova gli sforzi a coprire gli interessi;  
● fino a qui, si è aumentata la tassazione per fronteggiare la crescente spesa 
pubblica: 1975 - oggi, la leva fiscale è cresciuta di 18 punti percentuali, mentre 
negli altri paesi ocse è aumentata solo di 4, ma le entrante ​non ​hanno avuto 
la stessa crescita per tre ragioni: 
a. evasione fiscale: i​ l divario fra aliquote finanziarie (tasse) e entrate 
(guadagno) è del 15% (manca un 15% rispetto al dovuto), soprattutto 
nel commercio al dettaglio e nel turismo: è difficile controllarla in Italia 
per la natura frammentata delle sue aziende, che rende i controlli 
onerosi 
b. economia sommersa: c ​ oncentrata una gran parte dell’evasione fiscale, 
si stima, includendo economia illeegale, ¼ dell’economia italiana 
c. lentezza dell’amministrazione giustizia, ​non favorendo il corretto 
comportamento fiscale 
● quindi: la capacità fiscale è bassa, ma il cittadino italiano è fra i più tassati al 
mondo. Inoltre, c’è eccesso nella tassazione dei redditi (non sostenendo 
famiglie con figli), fa pagare di più il lavoro dipendente (statale) da quell 
indipendente, anche i contributi sociali, pagati dai datori di lavoro, hanno 
avuto crescita rapida e contribuiscono a limitare i salari netti pagati 
direttamente ai lavoratori, al contrario le imposte sugli immobili sono basse, 
mentre quelle indirette (iva) sono alte e molto evase (solo il 41%, negli altri 
paesi il 58%) 
● commento finale:​ indebitamento totale​ (pubblico e privato, famiglie e 
imprese): nel 2000 l’Italia aveva il più alto fra Francia, Germania, Giappone, US, 
Spagna, GB, ma il più basso a livello privato, nel 2007, era più simile a quella 
degli altri paesi europei, nel 2016 in tutti i paesi la situazione è peggiorata, 
tranne che in germania, mentre l’italia è come us e gb, messa meglio della 
francia: non è a paese a rischio insolvenza  
 
Il sistema di welfare 
● oggi è​al di sopra della media ue, d ​ opo il ripensamento degli anni 70, a livello 
sia di pil, sia assoluto. E’ una struttura ​particolare: f​ avorisce di molto gli 
anziani, e non contrasta efficacemente la povertà 
● pensioni: ​la spesa per le pensioni è grossa parte del totale della spesa 
pubblica, difatti hanno mosucalta più incidenza sul pil che in passato: 1974 al 
8,2%, 1996 al 14,7%, risultato dell’invecchiamento della popolazione ma anche 
di leggi troppo favorevoli per il pensionamento anticipato, dagli anni 90 la 
riforma su queste è stata un’urgenza quindi nel 2015 l’incidenza sul pil è stata 
crescente solo al 17,2%, per effetto dell’allungamento dell’età pensionabile e 
da passaggio a sistema a contribuzione definita (nel regime a prestazione 
definita l’ammontare è predeterminato a priori), tuttavia ​il livello pensionistico 
è aumentato​ perché non è stato introdotto un tetto al pagamento delle 
pensioni pubbliche: tra il 2003 e il 2014 le 2,5 milioni di nuove pensioni sono 
cresciute da un 14.000 in media di euro l’anno a 23.000, nel 2015 la media 
era ​17.323 e ​ uro per i 16 milioni di pensionati, ma il 40% percepisce meno di 
1.000 euro al mese e un altro 39% meno di 2.000: i​ l 21% dei pensionati che 
sono con + di 2.000 mensili assorbono il 44, 6 della spesa pubblica totale per 
le pensioni (280 miliardi anno).  
● seconda voce per importanza: ​salute: ​la spesa pro capite è fra le più alte, 
mentre la speranza di vita fra le più alte, italia riconosciuta dal bghi 
(bloomberg global health index) il paese fra 163 analizzati più in salute, 
perché essa non è determinata solo da spesa per servizi sanitari (solo il 10%), 
ma anche alimentazione corretta, moderazione in vizi, esercizio fisico, 
all’ambiente, eredità genetica. In italia la dieta mediterranea è già un punto di 
partenza, dal punto di vista dell’ambiente le nostre piccole città favoriscono il 
movimento a piedi e in bici, e inoltre ad eccezione di alcune città non è molto 
inquinato, anche se comunque la qualità dei servizi sanitari è ottima 
● altre voci: m ​ arginali. ​Pochi soldi in più dopo la crescita dei disoccupati, ma 
solo per chi ha perso il lavoro, non per chi non l’ha mai trovato. Le spese per la 
famiglia sono pochissime, perché culturalmente le donne non lavoravano, ma 
ora che le donne lavorano, l’educazione è affidata ai nonni, ciò è sbatti e le 
nonne lavorano più a lungo, ciò è responsabile del crollo delle nascite  
● riguardo alla ​povertà ​(popolazione che ha reddito al di sotto del 60% di quello 
mediano)​: ​dopo la crisi la situazione è peggiorata in spagna, svezia e sud 
italia. La situazione è peggiorata ovunque dopo i trasferimenti. Il sud è messo 
male anche per la diseguaglianza di redditi, mentre il centro e il nord sono in 
linea con francia e germania 
● conclusione: il welfare ita privilegia ​le classi medie a
​ differenza di quelle 
davvero povere, ​gli anziani ​(povertà ridotta al 10%)rispetto ai giovani (povertà 
ridotta al 20%), non offre sostegno alla precarietà del lavoro, alla bassa 
remunerazione, questo ha portato all’emigrazione giovanile. Per ovviare questi 
problemi, l’italia ha introdotto dei sussidi per i redditi più bassi 
 
La qualità delle istituzioni (​ studiate per evitare approssimazioni e giudizi arbitrari 
circa il pil, non solo giudizi qualitativi, sorgono delle entità che studino da un punto di 
vista oggettivo perché le rilevazioni soggettive sono legate alla situazione culturale e 
alla predisposizione) 
● l’italia ne esce sempre male, come indicato dal ​wgi ​(worldwide governance 
indicator) della banca mondiale, sintesi di 6 indicatori: libertà di espressione, 
stabilità politica e assenza di violenza, efficacia di governo e dei servizi 
pubblici, qualità della regolazione (promozione attività economica), stato di 
diritto (protezione contratti, criminalità, funzionamento giustizia), controllo 
della corruzione. I paesi migliori sono quelli con minor popolazione, ma la 
finlandia che ha la stessa popolazione dell’emilia romagna sta molto meglio 
di questa. C’è da dire che si può questionare sull’efficacia del wgi, perchè 
l’italia è messa male per la libertà di espressione, ma questo non sembra, 
oltrettutto l’italia non ha avuto attacchi terroristici importanti negli ultimi 15 
anni, eppure come sicurezza nazionale è messa peggio di francia, e in 
generale il tasso di omicidi è basso qui 
● negli altri quattro indicatori (esclusi il primo e il secondo) l’italia è realmente 
messa male: 
- stato di diritto: lentezza dei tribunali, arretratezza della burocrazia 
- attività economica: eccesso di legislazione e il bizantinismo (eccessiva 
sottigliezza nel delucidare argomenti) nell’interpretazione delle regole  
- corruzione: non diminuisce, sia per situazioni di quasi cartello, sia per le 
mafie, anche se ci sono state reazioni a ciò (mani pulite nel 92, sostituzione 
avcp con anac, forse + trasparenti) 
● analisi regionale: ​grazie all’indice della qualità del governo europeo (​eqi)​, 
media aritmetica di tutti gli indicatori tranne 2 e 4, perché non c’erano 
sostanziali differenze): da qui emerge che in italia la differenziazione 
regionale è molto pronunciata, più che altrove.  
● i bassi indicatori, sembra dalle equazioni, influenzano negativamente la 
crescita economica, o la rallentano: ecco perché si chiedono riforme 
istituzionali 
 
Capitolo 4- la specializzazione dell’industria italiana 
Si tratta di un ​capitalismo di mercato con forte specializzazione in centinaia di nicchie, 
in cui le medie imprese italiane, sono a leader internazionali. ​Il marchio made in italy, 
sintomo di alta qualità e originalità del prodotto, non è solo per gli articoli di moda, 
ma anche per il genere alimentare, e in particolare la ​meccanica: l​ a forza lavoro nelle 
industrie tradizionali (tessili, abbigliamenti, cuoio) si è ridotta dal 31% al 13%, mentre 
quella nella meccanica è aumentata dal 30 al 42%.  
La grande impresa italiana è ​minoritaria ​ed è sostanzialmente costituita dalle ex 
imprese pubbliche, privatizzate in parte o totalmente. Si veda il processo di 
“​deconcentrazione”: ​1971, ¼ della forza lavoro era in imprese con più di 500 
membri, dove oggi lavora solo 1/10. Le imprese con più di 1000 addetti da 3228 nel 
1991 sono ora 176. Le sole due classi rafforzate solo quelle con 1 ​ 0 - 19 dipendenti e 
20 - 49, m​ entre le tre classi 50 - 499 sono fluttuate: ​il numero medio è di 9, 5 
dipendenti. ​Gli italiani tendenzialmente formano gruppi di piccole dimensioni più che 
lavorare in un’unica impresa più grande, ma neanche tenendo conto dei gruppi di 
impresa (possedute a più del 50 % con impresa capogruppo?) cambia lo scenario.  
Anche le banche sono rimaste piccole per molto tempo, e pure il turismo. Le imprese 
cooperative sono quindi diventate più competitive. Si analizzerà anche l’impatto 
della crisi: la prima dovuta alla finanza estera, la seconda causata dalla 
speculazione internazionale (meno investimenti) contro l’elevato debito pubblico 
italiano, che fece diminuire la domanda interna. Il settore manifatturiero è stato il 
14% del totale ue nel 2009, nel 2016 l’11%, a causa della caduta della domanda 
interna: le imprese italiane che hanno chiuso sono quelle che avevano un mercato 
solo interno. 
 
Un capitalismo di nicchia: distretti industriali e pmi 
Già dagli anni sessanta le pmi italiane stavano cercando delle nuove vie, soprattutto 
nel nord – est, per non soccombere ai colossi americani, negli anni settanta e 
ottanta fiorì una grande letteratura, nella quale spiccano i nomi di ​Fuà, ​professore e 
consulente d'impresa, ​Beccattini, p ​ rofessore, ​Brusco, s
​ tatistico, che elaborò la teoria 
dei distretti industriali marshalliani. 
PMI e distretti: 
● definizione ​cambiata nel tempo, ora: distretti ​sono formati da cluster 
(concentrazione) di pmi specializzate nella produzione di un tipo base di 
prodotto in tutte le sue possibili  versioni, dei suoi prodotti intermedi e spesso 
delle macchine  necessarie ai processi di produzione.   
● Sono  spesso v ​ icini geograficamente ​alle imprese, ciò permette lo sviluppo di 
una ​forza lavoro altamente specializzata, ​spesso anche con il coinvolgimento 
delle uni del luogo, l'organizzazione di  servizi comuni, e ​ la predisposizione 
di una ​cornice istituzionale favorevole (​ centri  di ricerca, logistica etc)   
● dimensione  modesta, p ​ redispone  a relazioni personali e alla cultura di 
cooperazione, favorendo una  atmosfera di fiducia tale da creare un 
mercato  sociale  che diminuisce i costi di transazione e aumenta la 
divisione del  lavoro all'interno del distretto​:  ciò  permette spesso lo 
spin  – off d ​ i  nuove aziende che si occupano di una nuova fase di 
produzione o di  una nuova versione del prodotto, messe su da ex 
dipendenti che sono  formalmente autonomi ma che mantengono 
strette relazioni con  l'impresa genitrice   
●  
● Studi  di statistica: ​l'istat  inizia a preoccuparsi dei d.i alla fine degli anni 80, 
abbiamo un  censimento del ​1991  che  fissò 199 distretti, 2,2 milioni 
di addetti, 42% della forza lavoro  manifatturiera, ​2001  e 2011: 3 ​ 9% 
forza lavoro, 30 % giro d'affari. Istat però non include nella  definizione 
anche i cluster localizzati in città ove sono p ​ resenti  altre industrie 
importanti, q ​ uindi  esclude, per esempio, ​packaging  valley b ​ olognese 
(macchinari per impacchettamento), distretto del cuoio di Firenze,  food 
valley di parma, distretto turistico di rimini: i di sono ​più  estesi dei dati 
riportati da istat; 2009: ​creazione  di ​osservatorio ​di  distretti 
industriali italiani, nel mentre i governi li stanno  istituzionalizzando (per 
la tassazione ad esempio), ma manca ancora  molto   
●  
● gestione:  sia  nei distretti, sia nelle medie imprese, essa è ​familiare, da 
cui uno dei due problemi (gestione pessima, l'altro è disinteresse 
all'allargamento delle attività, scarsa propensione a ingrandire e  a quotare 
in borsa (si preferisce venderla che consolidarla, con  conseguenza che borsa 
italiana è piccola, e che il suo capitale è  basato su credito bancario invece 
che capitale proprio) 
● distretti e crisi: h​ anno effettivamente avuto una ​caduta,  difatti  il crollo 
dell'occupazione è percentualmente uguale a quella  dell'intero settore 
manifatturiero (segno che anche loro sono  crollati), ma bisogna tener 
conto che il settore ​metalmeccanico  è aumentato ​di  numero 
(occupazione costante), anche il settore ​alimentari  e bevande ​(qui   
occupazione cresciuta), ​chimici  hanno resistito, t​ utti  gli altri distretti 
di lavorazioni più t​ radizionali  sono  crollati (un po' meno cuoio e scarpe), 
si conferma che ​le  industrie pesanti hanno reagito alla crisi meglio di quelle 
leggere  (moda: diminuzione di occupati anche dovuta alla 
delocalizzazione in  africa, balcani, asia, ma oggi con la robotizzazione e 
l'aumento dei salari dei dipendenti “delocalizzati” si spinge verso un nuovo 
rilancio dei  distretti, a​ nche  se con numeri minori 
nell'occupazione)   
● indagine  dettagliata su di – crisi: ​effettuata  dal centro studi di 
intesa sanpaolo, le imprese distrettuali hanno  risultati migliori  rispetto a 
quelle non (soprattutto  delle ​medie  imprese)  in vari campi: giro 
d'affari, profitti, produttività, esportazioni, brevetti   
● il fenomeno dei distretti è soprattutto a ​   nord, sia ovest (lombardia) sia est, 
ma è presente anche ​nel centro (toscana e marche)   
● medie imprese: l​ e radici le troviamo nella tradizione storica italiana della 
manifattura, che ha portato i prodotti all'estero grazie alla 
meccanizzazione del lavoro. Dagli anni ​90 p ​ erò alcuni distretti si sono 
ingranditi talmente da s ​ tratificarsi, ​abbandonando la tipica organizzazione 
orizzontale, optando per una verticale con un'​impresa leader a capod che 
finisce per diventare internazionale. Si è costruita una ​catena del valore, 
difatti  queste “multi nazionali” sono attorniate da imprese più piccole e 
rivendono a multinazionali più grandi, questa tendenza 
all'internazionalizzazione è stata resa necessaria dall'avvento della 
globalizzazione. Il fenomeno di ​stratificazione  dell'organizzazione 
permettendo così l'apertura di filiali all'estero è stato chiamato q ​ uarto 
capitalismo, c ​ he ha fatto nascere le cosiddette m ​ ultinazionali tascabili, ​che 
hanno perso parte della dimensione locale ma acquisendo quella  mondiale. 
La ​definizione di media impresa ​è poco precisa, noi usiamo quella 
di​mediobanca:​ imprese con forza lavor fino a ​500 addetti, ​fatturati  fra i 1 ​ 6 e 
335  milioni a ​ nnui, p
​ roprietà italiana, esistenza autonoma, l​ a serie inizia nel 
1996 con 3833 imprese, nel 2007 4000, nel 2013 si riduce a 3 ​ 212,  queste 
medie imprese sono localizzate come i distretti industriali infatti spesso da lì 
nascono  
● interesse per medio imprese è ​ motivato dal fatto che hanno rivelato una 
migliore performance ​dal  1996 fino alla crisi e dopo, diventando la parte più 
dinamica sia  dei di sia dell'industria manifatturiera, fra il 2007 e il 2014 
tutti gli indicatori del campione sono ​positivi:  + 9,5% di ​fatturato,  + 13,5% 
valore aggiunto, +25% esportazioni, ​+4,3% occupazione, la crescita delle 
esportazioni è dovuta al crollo  della domanda interna, e di nuovo, 
meccanica, alimentari e chimica  sono c ​ resciuti: ​la  crisi ha riqualificato 
l'industria italiana, ​proprio  grazie alle ​esportazioni  (2015  saldo 98 miliardi, 
quasi come i 100 tedeschi, il resto del divario  della bilancia totale è per la 
mancanza italiana di grandi  industrie: 94 miliardi italiani vs 329 
tedeschi), l'avanzo  commerciale ha raggiunto i 42 miliardi nel 2014, 45 nel 
2015, 52 nel  2016; abbiamo anche l'​indagine  di Fortis, c ​ he  conferma 
ciò che è stato detto​:  totale  saldo di 177 miliardi di dollari, l'italia è 
seconda solo alla  germania per saldo su abitante, è prima in alcuni settori 
(meccanica, chimica, moda, alimentari), egli costituisce anche un 
Trade Performance Index, media  di esportazioni nette, esportazioni 
pro capite, incidenza  percentuale sul mercato mondiale, diversificazione 
dei prodotti,  diversificazione dei mercati. L'italia può rilanciare l'industria  se 
aumenta la domanda interna  
● esempi:  versace,  armani, benetton, valentino, gucci, max mara 
(famosi per qualità  prodotto e originalità), sci di montebelluna, occhiali di 
belluno  (da cui L ​ uxottica)  , triangolo della sedia in friuli (produzione 
del 20% sedie mondiali),  triangolo del divano o distretto del salotto in 
puglia, mobili per  hoteli in veneto, distretto marmo e ceramica (massa e 
carra, veneto,  emilia) , settore agroalimentare: ​carenza  materie 
prime, q​ uindi  per colmare il deficit si è giustamente ricorsi alla 
specializzazione  di prodotti di qualità a ​ nche  grazie all'innalzamento 
standard di vita, vini veneti, prosciutto in emilia, frutta al sud, pesce a mazara 
del vallo, altre grandi  industrie (barilla, amadori, granarolo, lavazza, 
ferrero) ,  distretto motori bologna (ducati ferrari lamborghini), distretti 
aerospaziali, settore metalmeccanico: 2011, 40% occupati nei 
distretti è nel metalmeccanico, 44 % valore aggiunto, aziende di  grande 
successo: b ​ rembo  (freni  per mezzi, leader mondiale, bergamo),​prysman 
(nata  come wbo, acquisizione di dipendenti da fondi di investimento, 
quotata in borsa nel 2007), chimica: dopo fallimento imprese 
nazionali, alcune medie imprese si sono rafforzate o sono sorte in  nicchie di 
produzioni particolari, farmaceutica: consolidamento  medie imprese, 
produzione italiana privilegiata (distretto  biomedicale di modena), ma la 
bilancia commerciale chimica in  negativo (farmaceutica bilico), distretti 
musicali, sughero  (sardegna), cura patrimonio artistico (ravenna)  
 
Le grandi imprese, private e pubbliche, e le privatizzazioni 
In italia esistono poche grandi imprese, come dimostrano i dati: nel 2011, l’intera 
economia contava lo ​0,03% d ​ i imprese con più di 500 addetti, nelle quali lavoravano 
28 milioni di persone, il ​17% dell’occupazione totale. I​ gruppi d’impresa 
raggiungevano solo il ​1,5% c ​ on più di 500 addetti per gruppo: neanche questi 
cambiano il panorama, la media è di 4300 addetti, ce ne sono 3,2 milioni che fanno il 
20% d ​ ell’occupazione totale. Vediamo come, fra le 9 aziende italiane delle 500 più 
grandi a livello mondiale, sei su nove ​erano imprese pubbliche oggi parzialmente 
privatizzate: ​Eni, Enel, Poste italiane, Telecom Italia, Intesa san paolo, Unicredit, le 
altre due sono compagnie assicurative, Assicurazioni Generali e Unipol, e la terza è il 
gruppo exor, erede della fiat, fondata a torino nel 1899 da agnelli, che poi è diventata 
exor nel 2009 dopo l’acquisizione di c ​ hrysler, ​comprendente fca (fiat), ferrari, 
juventus, 43% dell’ Economist, cnh (azienda per macchine agricole), partnere, 
immobiliare. La fiat è un’eccezione per le imprese private: è gigantesca ed è rimasta 
privata, anche se la famiglia del fondatore rimane attiva nel coordinamento, e per il 
suo rapporto con la terra d’origine, torino, poi allentatosi dopo l’apertura post 2gm. 
L’italia ha ​ereditato dal fascismo l’iri, ​creato nel 1933, che creava un bel pacchetto: 
telecom, intesa, unicredit. F ​ u liquidato nel 2000, lasciando delle imprese private ma 
non così grandi. Nel 1953 di fianco all’iri compare l’eni, mentre l’​enel ​nasce nel 1963 
con la ​nazionalizzazione ​dell’energia ​elettrica. L ​ ’Iri era suddivisa: 
● finsider ​per l’acciaio, seconda in europa, oggi, con l’impianto di taranto, è la 
prima in europa 
● finmeccanica p ​ er la meccanica, inventò alfa romeo, ora della fiat, ma nota per 
elicotteri, satelliti, missili, armi 
● fincantieri ​per le costruzioni navali, oggi la più forte (principalmente per 
crociere), prima non ci fu grande gestione  
● sme per le aziende alimentari  
● finmare per le società di navigazione  
● autostrade  
● alitalia​, privatizzazione i​ nfelice​, dal 2017 in vendita al migliore offerete 
● stet, poi t​ elecom (1997)​, per le telecomunicazioni, possedeva stmicroelecritcs 
che ora è una ​joint venture c ​ on il governo francese, fatturato di 10 miliardi di 
euro annui; privatizzazione infelice: fatta come ​public company s ​ enza 
investitori primari, ma passò di mano in mano (italiani che non ne garantirono 
la solidità), spagnoli, poi francesi 
● finsiel per la tecnologia informatica  
● banche: credito italiano, poi unicredit, e banca commerciale italiana, confluita 
in intesa, e radio gestite ​direttamente  
 
1980: massima punta, 570 mila addetti, produce il ​3,6% pil, i​ ncidenza doppia sulle 
esportazioni, investitrice in infrastrutture, trasporti, industria. La situazione si invertì 
fra il 1975 e il 1985: furono ​errati calcoli​ di investimento (settori poi in crisi), richieste 
improprie di ​governi ​(forza lavoro in eccesso, non adeguamento a prezzi e tariffe per 
non incrementare inflazione).  
Parliamo ora delle altre: 
● eni: a ​ bbastanza grande, di abbastanza successo, contando che l’italia ​non ha 
petrolio, ​per la lungimiranza di m ​ attei, ​ma anche dopo, il ramo petrolchimico, 
oggi versalis, non ha mai brillato, ma oggi ricerca su fonti alternative, l’azienda 
fu privatizzata nel 1992, il 26% controllato da cassa depositi, il 4% 
direttamente da MEF 
● enel: ​l’italia ricavava 80% dell’energia elettrica, grazie alla nazionalizzazione, 
ma dopo si dovette p ​ assare ​alle centrali ​termoelettriche​, perché lo 
sfruttamento di cascate era giunto al limite. S’impegnò di diversificare le fonti 
di energia, ma dopo il referendum del 1957 ​si escluse il nucleare. S ​ i prese 
allora il ​gas naturale, m ​ eno inquinante del petrolio. Dal 2007, altre energie 
ancora: fotovoltaico, pale eoliche, biomasse, già nel 2016 queste energie 
rappresentano il ​38% ,​ contro la media ue del 27. QUella elettrica è i​ mportata 
(svizzera, francia), questa azienda viene p ​ rivatizzata ​nel 1992 (ma il MEF ne 
possiede ancora il 24%) ed è stata un ​successo: s ​ i è riuscita a rendere 
internazionale, ha circa 70 mila addetti, come la francese edf, ricerca ancora 
molto nelle energie rinnovabili 
● ferrovie: l’unica ancora non privatizzata ​fra le grandi imprese, controllato al 
100% da m ​ ef (​ ministero economia e finanze), dal 2001 spa; si è dinamicizzata 
grazie all’alta velocità, il miglioramento stazioni, uso dell’elettronica, impiega 
70 mila addetti e ha un fatturato di 9 miliardi di euro 
● alcune società che all’interno di gruppi di imprese italiane pubbliche si 
occupavano di progettare e costruire grandi impianti necessari al loro 
funzionamento, oggi si sono autonomizzate e assieme ad altre private hanno 
formato un notevole insieme di società di impiantistica:​specialized 
engineering firms  
Il ​bilancio complessivo ​delle privatizzazioni è tuttora n ​ on chiaro: ​ lanciate nel ​1992, 
ma effettivamente iniziate nel 1 ​ 994, r​ aggiunsero un primo picco negli anni ​96 - 99​, 
quando Prodi doveva persuadere ue che il debito italiano poteva essere tagliato, e un 
secondo negli anni​ 2003 - 2005​, quando il ministro del mef era tremonti con governo 
berlusconi. ​Questi anni furono gli anni in cui i​ l debito si contrasse, n ​ egli anni della 
crisi però non si fece molto, e si deve dire come contro che dalle privatizzazioni ​non 
sorsero nuovi grandi imprese, n ​ e molto si fece per tenere italiana la proprietà di 
quelle già esistenti. Alcune poi ebbero ​difficoltà: i​ l più grave ​fallimento f​ u quello di 
montedison, ​campione nazionale della chimica che negli anni 70 che fu sconfitta da 
piccole imprese che approfittarono dei contributi pubblici perché situate nel sud e 
contributi dell’eni. ll governo allora lanciò nel 1981 un duopolio ​Montedison - eni, m ​ a 
quando montedison, mentre all’inizio stava andando bene, passò nelle mani di Raul 
Gardini, tornò a sfidare l’eni con un ​braccio di ferro​ che terminò negli anni 90 dove m 
perse e eni vinse, e si suicidarono i due capi. Venne poi ​venduta a pezzi​ a aziende 
internazionali. Si sono vendute aziende in salute, ma troppo piccole per la 
competizione: italcementi, pirelli.  
Perché gli italiani hanno antipatia verso impresa grande? Primariamente, la cultura 
italiana è stata ​influenzata ​per molti anni dalla lunghissima ​tradizione artigianale​, 
cioè lavoro creativo e luogo di lavoro umano e simpatico, ma anche per via dei due 
grandi partiti: ​pci, ​che voleva che fossero sempre nazionali, e ​dc, c ​ he ha privilegiato 
le aziende familiari. Così gli imprenditori si sono disinteressati alla grande impresa e 
hanno coltivato talenti per le pmi. Ecco perché la ​borsa italiana è piccola, e ​ la 
capitalizzazione delle aziende non è aumentata in corrispondenza dell’aumento delle 
medie imprese quotate in borsa grazie a corsie facilitate create nel 2009. 
 
Cooperative e imprese sociali  
Sono imprese non possedute da un padrone, e vengono ​protette d ​ all’articolo ​45 d
​ ella 
costituzione: ​la repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a 
carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata, la legge ne promuove e 
favorisce l’incremento con mezzi più idonei e ne assicura il carattere e le finalità, con 
adeguati controlli. ​Create già dal 1800, il fascismo tentò di distruggerle, ma preso 
atto che era difficile, nel ​1926 ​vennero riunite nell’​enfc ​(ente nazionale fascista della 
cooperazione) e continuarono a esistere, con la nuova costituzione poi vennero 
totalmente riconosciute e iniziarono a fiorire, continuarono a nascerne migliaia 
durante il miracolo economico, ma l’ingrandimento lo troviamo negli anni 70, con un 
aumento dell’​occupazione: d ​ al 2% del 1971 al ​7% 2011. O ​ ggi sono riunite nell’​aci, 
alleanza cooperazione italiana, ​ma nacquero da una serie di centrali cooperative di 
diversa ispirazione: legacoop per i comunisti, concooperative per i cattolici, agci per i 
repubblicani laici. L’aci oggi conta ​40 mila c ​ ooperative, 140 miliardi di fatturato, 12, 5 
milioni di soci, 1,3 miliardi di occupati diretti. I settori in cui più incide sono: 
commercio all’ingrosso e ​ al ​dettaglio, agroalimentare, ristorazione, trasporti, servizi 
alla persona, e ​ in alcune regioni, soprattutto emilia romagna e trentino. 
Se aggiungiamo a esse le ​imprese sociali e le associazioni non profit, ​con 600 mila 
adetti, si raggiunge il 1 ​ 0% della forza lavoro italiana, ​un dato molto alto. Un po’ di 
risultati: 
1. il ​33% d ​ ella produzione ​agricola ​è delle cooperative, il 60% al nord, che la 
distribuiscono direttamente al consumatore, o la lavorano in impianti (di v ​ ino, 
carne, olio, latticini)  
2. nomi: agricola tre valli, conserve italia, cantine riunite, melinda, orogel 
(congelati), granterre- parmareggio  
3. il settore della g ​ rande distribuzione ​è controllato al 30% da c ​ oop ​(consumo)​e 
conad ​(dettaglianti), dominando negli ipermercati e promuovendo un’ ​etica 
del consumo e del lavoro ​(dipendenti pagati bene, sicuri, contrasto alla mafia 
per raccolta frutta e verdura, sicurezza sul lavoro)  
4. trasporti: ​¼ circa forza lavoro, ma anche i settori di servizi alle imprese 
(​facility managment) ​alle costruzione, finanza e assicurazione hanno 
presenza importante (unipol è stata fondata come spa dal movimento 
cooperativo aderente a legacoop), dal 2007 t​ utte le imprese cooperative 
hanno aumentato la loro occupazione, ​ad eccezione delle c ​ ostruzioni, ​ per via 
del crollo della domanda interna  
5. bancarie: d ​ etengono 8% quota mercato, dopo la crisi le più di 300 cooperative 
bancarie di credito furono ​ricompattate, ​mentre le banche popolari non 
vennero comprese nella legislazione nata dall’articolo 45: hanno preso 
dunque un percorso autonomo, mantenendo sia la ​tipica gestione d ​ ella 
cooperativa (una testa un voto, limitazione nel pacchetto azionario pari al 1%), 
ma non dovendo sottostare ad altre regole, si sono d ​ ifferenziate ​(alcune 
quotate in borsa, ma dal 2015 quelle con più di 8 miliardi, solo 10,si sono 
dovute demutualizzare diventando spa), altre si sono fuse con spa, altre 
hanno mantenuto l’ispirazione cooperativa storica 
6. cooperative sociali: ​sorte negli anni 60, hanno ricevuto una regolamentazione 
con la legge ​381 del 1991, ​la quale riconosceva il loro ruolo non solo a tutti i 
soci, ma anche a ​tutta la comunità esterna (​ “mutualità esterna”). Offrono 
servizi alla persona tra i quali l’inserimento al lavoro a soggetti svantaggiati, al 
2016 occupano più di 500 mila addetti, hanno giro d’affari di 10 miliardi e p ​ iù 
di 5 milioni di beneficiari 
 
Il successo di questa formula è dovuto a due fattori: da una parte, la p ​ ropensione al 
lavoro autogestito ​di alcune zone, soprattutto nel centro, ma anche grazie a una 
legislazione ​che ne ha permesso il consolidamento: la costituzione di esse in 
consorzi permanenti, con lo scopo di fare massa per attività di ​grandi dimensioni, 
possibilità di acquisire dai soci ​prestiti amministrabili direttamente, c ​ onsolidare il 
capitale grazie a d ​ etassazioni forti, ​controllo delle spa raccogliendo altro capitale; il 
risultato è che quelle con più di 500 addetti hanno un ammonto maggiore alle 
imprese capitalistiche. L’impegno per il sociale è stato riconosciuto legalmente, 
come nell’approvazione delle ​società benefit ​(spa con carattere sociale, come il 
villaggio ​Crespi d’adda, ​dove gli imprenditori lavorarono al miglioramento dei 
dipendenti), o come il sorgere di ​nuovi strumenti finanziari utili alle imprese sociali, 
come il 5% (donare il 5% delle tasse a un’impresa), il crowdfunding, social impact 
bonds.  
 
Il sistema bancario italiano  
Storia: 
● 1931: creazione imi, p ​ er salvataggio di banche andate in crisi dopo la crisi del 
1929. Divenne un istituto finanziario con sede a Roma molto importante, 
soprattutto quando nei governi ​De Gasperi g ​ li venne affidato il compito di 
gestione e amministrazione dei progetti di i​ nvestimento ​con i fondi prelevati 
dal Piano Marshall. Dopo, fece molte cose: lanciò innovative linee di credito 
per esportazioni, si interessò poi alll’industrializzazione del Mezzogiorno, poi 
ancora si dedicò al finanziamento della ricerca applicata e all’introduzione dei 
primi fondi di investimento in Italia, fino al 1998, quando venne ​fuso con 
Banca S Paolo d ​ i Torino, a formare San Paolo - IMI, che poi con altre fusioni 
diventerà Intesa San Paolo  
● legge bancaria del 1936: a ​ bbandonata banca universale, di nuovo divisione 
fra banche di credito e di investimento. Nonostante ciò, l’economia italiana 
rimase bancocentrica. Il credito a ​breve termine e ​ ra offerto dalle casse di 
risparmio, dalle banche popolari, dalle casse rurali e artigianali, dalle banche 
spa (le più importanti erano sotto l’iri / capitale pubblico). Essendo tutte le 
banche d’​investimento pubbliche, ​si può stimare un 80% di controllo del 
sistema bancario italiano  
● 1946: f​ ondazione​ Mediobanca​, altro i​ cs ​(istituto di credito cosa?), si 
specializza nel f​ inanziamento ​(dal miracolo economico alle successive 
ristrutturazioni, compreso il Mezzogiorno, assieme ad altri ics)​ d ​ ei gruppi 
industriali ​italiani, supporto per ristrutturazione e internazionalizzazione. Il 
suo amministratore delegato ​Cuccia a ​ veva rapporti con i paesi europei 
(francia, germania, inghilterra) e riusì a ​privatizzarla nel 1988, ​prima 
dell’ondata di privatizzazioni. Rimane l’unico ex - ics ancora in esistenza.  
● 1990 - 1993: legge amato. ​Prevedeva: 
1. le b
​ anche ​tornarono a essere u ​ niversali ​perché si rimise assieme il credito 
a breve termine (privati) con lungo (industrie). Da qui ebbero luogo molte 
fusioni fra banche commerciali e ics.  
2. Conferimento di ​capitale d ​ i ciascuna cassa di risparmio (banche per piccoli 
risparmi, cioè per persone) a una ​fondazione di carattere no profit, 
eliminando così il carattere no profit delle casse di risparmio, che 
originariamente possedeva la banca, fatta diventare spa, con l’obiettivo di 
vendere ​sul mercato parte o tutta la b ​ anca ​e diversificarne il capitale. Le 
fondazioni avrebbero mantenuto il loro ruolo sociale e le banche spa 
migliorare la redditività.  
3. ​liberalizzazione ambito t​ erritoriale di azione di ​casse rurali e artigiane, c ​ he 
si ingrandirono, ma senza alcuna novità per le banche popolari, riformate solo 
più tardi. 
4. ​privatizzazione delle banche, p ​ er formare gruppi di maggiori dimensioni 
Conseguenze: 
- ​88 fondazioni ​a carattere​ comunitario ​, alcune delle quali davvero grandi, 
anche se come al solito erano diversamente localizzate (47 a nord, 30 in 
centro e 11 al sud) . La loro funzione era soprattutto per la t​ utela del 
patrimonio artistico, alla promozione sociale e alla ricerca ​, mentre a volte la 
diversificazione ha prodotto la perdita del capitale  
- ​corsa ​all’aumento alla r​ edditività e efficienza, c ​ he ebbe un impatto 
devastante sulle banche meridionali, le quali non ressero la competitività e 
andarono sotto le banche settentrionali. Nella corsa alla maggior dimensione, 
aumentarono gli sportelli: 2 ​ 000, 841 banche (25% in meno rispetto a 1988) 
per 27.829 sportelli, 2009, 788 banche per 34.036 sportelli.  
- solo Intesa e Unicredit ne uscirono fuori davvero rafforzate, altre ebbero 
problemi: nel 2003,​ la cassa depositi e prestiti,​ pubblica dal 1863 che aveva 
finanziato grazie alle casse di risparmio opere e debito pubblico - divenne spa, 
sotto il controllo di ​mef, u ​ tilizzata come c ​ assaforte ​di molte partecipazioni 
pubbliche ​in importanti imprese. E’ al terzo posto, dopo unicredit e intesa, al 
quarto abbiamo b ​ anco bpm, ​istituto frutto di fusione di due ex banche 
popolari, diventate spa per la legge del 2016. Nel frattempo, scendono ancora 
il numero di banche e aumentano gli sportelli.  
● scoppia la bolla finanziaria, ma le banche n ​ on risentirono direttamente della 
crisi p​ erché non si erano riempite di derivati, dunque non avevano bisogno di 
salvataggi. Ma quando la crisi diventò sempre più forte, le banche iniziarono a 
accumulare sofferenze ​(n ​ on performing loans​) che minarono redditività e 
decumularono capitale. Nel 2016 entra in vigore il nuovo ​sistema di 
regolamento e ​ uropeo sulle ​banche, e ​ molte di esse italiane non poterono 
ricorrere più a salvataggi governativi, perché non rispettavano gli standard 
imposti, perché erano stati esclusi dalla normativa del bail in, che riempiva i 
buchi. Alcune banche italiane - Monte dei Paschi di Siena, e altre popolari, 
come Veneto banca, Banca popolare di Vicenza, Banca popolare dell’etruria, la 
cassa di risparmio di ferrara - caddero sotto il bail in, causando molte proteste 
perché i risparmiatori avevano perso i loro risparmi. Vennero messi in campo 
vari provvedimenti: garanzia statale, fondo volontario di pronto intervento, due 
fondi di investimento sollecitati dallo stato ma privati, una legislazione che 
fosse in grado di rendere più rapida la vendita dei collaterali. Non bastò, 
quindi si negoziò con la ue un intervento pubblico di 2 ​ 0 miliardi, ​soprattutto 
per ​ricapitalizzare m
​ onte dei paschi, che è diventata banca pubblica, a metà 
del 2017 le banche stanno riprendendo piede, anche se con alcune difficoltà. 
 
Il turismo nell’era delle vacanze di massa 
Il turismo italico risale all’impero romano, dove si costruivano terme e ville in ogni 
dove, prosegue nell’età della diffusione del cristianesimo quando roma, 
gerusalemme, santiago ma anche centri più piccoli ma con monumenti dedicati a 
santi (Assisi, basilica di loreto, sant’antonio da padova) diventarono luoghi di 
pellegrinaggio, prosegue poi con il grand tour sovracitato. Il turismo salutare e rivolto 
alla ​natura ​nacque in inghilterra a cavallo 700 800, e l’italia lo importò subito, per 
facendo leva sia sulla natura, mare e montagne, sia sui mille borghetti rinascimentali 
e medievali che dispone. Detiene ​53 siti unesco, c ​ ontro i 50 della grandissima cina, 
fra cui Alberobello, Noto, Cinque Terre, Pompei, San Gimignano, Matera. E’ tenuto in 
vita grazie a ​piccoli hotel o agriturismi, ​non adatti al turismo di massa. Il 15% degli 
italiani possiede anche una seconda casa. Tutto questo ha fatto sì che l’italia sia al 
quinto posto per turisti internazionali sul luogo, che il 6 ​ % del pil s
​ ia per il turismo, a 
cui si aggiungono i moltiplicatori indiretti, cioè servizi, agricoltura etc, e si raggiunge 
il ​10%, i​ l turismo è anche molto utile alla b​ ilancia dei pagamenti, ​perché facendo 
entrare valuta estera si colmano i deficit. Oggi, anche grazie a piattaforme con 
airbnb, si sfruttano meglio le seconde case. Certo è che l’italia non può competere 
sul turismo standardizzato, ma ha un ​vantaggio comparato sulla diversificazione e 
nella qualità. ​Si aggiunge dal 2016 symbola fondazione per le qualità italiane, che 
promuove festival, design, architettura, etc, e si calcola che l’italia raggiunga il valore 
aggiunto di 240 miliardi di euro per beni turistici, un terzo del quale culturali.  
 
Capitolo quinto: il fattore umano  
Nel terzo capitolo avevamo già visto una serie di fattori: tasso di fertilità basso, 
occupazione femminile bassa, speranza di vita alta, migrazioni. Qui faremo degli 
approfondimenti sulla famiglia e sul suo ruolo sociale e sulle migrazioni, con 
particolare riferimento alla crisi umanitaria del Mediterraneo 
 
Le famiglie fra vecchie e nuove generazioni e la questione di genere 
I legami familiari in Italia sono sempre stati molto stretti, che, guardandola al 
positivo, ciò ha portato a una rete di contatti fitta e degna di fiducia, di contro, ha 
portato al nepotismo e al familiarismo amorale. Nel 2011 però l’Istat ha rilevato che 
31% d ​ elle famiglie italiane è composta da un ​solo componente ​(50 in US), 2 ​ 7% da 
due, ​6% da più di 4. Si rivela anche che il 35% delle famiglie ha un capofamiglia con 
più di 65 anni. Se si tiene conto che ci sono 3 milioni di disabili, di cui 2,2 con più di 
65 anni, e che gli asili nido (0-3) ospitano solo il 22% dei bambini, è ovvio dedurre che 
molte famiglie sono impegnate nelle attività di cura. ​Sono affidate a donne non 
lavoratrici, aiutanti familiari retribuiti, nel 2016 l’inps (che rileva anche contributi 
versati dalle famiglie ai collaboratori) parla di soli 900.000 iscritti, ma sappiamo che 
ci sono almeno altre 600.000 badanti e un numero impreciso di baby-sitter part time. 
Il problema dell’​invecchiamento ​comporta: 
● aumento spesa ​pensioni, sanità, assistenza ​(molti anziani diventano disabili), 
queste spese vanno a gravare sempre più su un un numero sempre più 
ristretto di giovani  
● diminuzione tasso di imprenditorialità, di innovatività, di propensione al 
rischio, anche se contro ciò abbiamo un piccolo bilanciamento dall’aumento 
della longevità lavorativa, dovuto sia alle migliori condizioni di vita, sia 
obbligato dalle riforme del sistema previdenziale  
 
La storia della famiglia ha date importanti: 
● 1970​, divorzio 
● 1975​, parificati diritti di madre e padre 
● 1977, ​parità di remunerazione fra uomo e donna 
● 1978​, legalizzazione aborto  
● 2012, ​parificazione diritti di tutti figli (fuori dal matrimonio, 28%, e non) 
● 2015, ​divorzio breve (meno di sei mesi, il tasso passa dal 0,5 del 1990, al 0,9 
del 2014, mentre subito dopo la riforma è del ​1,4 per mille, m ​ a l’aumento dei 
divorzi non è soltanto per la legislazione, ma anche per la ​diversificazione 
sociale: coppie non sposate, coppie che convivono, unioni civili) 
● 2016: u ​ nioni civili  
 
Altri dati di approfondimento: 
● età del matrimonio sempre più avanzata, come in altri paesi, ma a differenza 
di questi i giovani rimangono in casa della famiglia d’origine, non vanno via: 
40% maschi e 25% femmine ​fra i 30 e i 35 anni d’età sono ancora a casa dei 
genitori, tendenza rafforzata dalla crisi  
● posizione delle donne nel mondo del lavoro: d ​ ecretata parità di 
remunerazione nel 1977, ma culturalmente è ancora la madre che si occupa 
più dei figli e della casa, motivo per cui finisce per avere uno ​stipendio più 
basso (​ lavora meno ore, fa meno salti di carriera, si assume meno 
responsabilità importanti). Negli ultimi anni però si sviluppa il s ​ econdo 
welfare/welfare aziendale, ​che coinvolge il 50% delle aziende, che oltre ad un 
aumento salariale, forniscono dei servizi (lavoro part time, telelavoro, asili 
nido dentro l’azienda, corsi di formazione per superare il soffitto di cristallo, 
l’impedimento cioè di avanzamento di carriera per via di discriminazioni), oltre 
a ciò nel 2016 vengono introdotte le ​quote rosa​, che obbligano Stato e Borsa 
di aumentare di ⅓ il numero di donne nei consigli d’amministrazione: ora 
siamo quarti in Europa per numero. Un altr segno della difficoltà culturale più 
che legislativa è quello dei f​ emminicidi, ​per quanto siam a tassi meno elevati 
rispetto agli altri paesi, se ne contano ancora 150 l’anno 
● l’1% della popolazione detiene il 25% delle ricchezze, la russia detiene il 74%, 
la germania il 31%, il giappone solo il 18% 
● trasferimento intergenerazionale opposto a quello tradizionale: ​sono le 
pensioni dei genitori e dei nonni ad aiutare e a mantenere (acquisto casa, 
baby sitter, matrimonio) i figli e non viceversa, questo perché sono pochi i 
giovani ad avere uno stipendio più alto dei loro genitori: ciò impedisce la 
mobilità sociale  
● il motivo per cui i nonni aiutano i figli è anche per l’elevata ​propensione 
italiana ​al risparmio, d
​ opo il periodo di accumulo di ricchezze 2000 - 2016: 
l’Italia ha bassi tassi di capitale investito, ciò significa che lo investe più 
nell’​immobile: è​ grazie alla famiglia che l’italia è riuscita abbastanza bene a 
reagire alla crisi  
 
Istruzione e ricerca 
Dopo la seconda guerra mondiale, il Sud era ancora per il 25% analfabeta, una delle 
peggiori eredità dei Borboni. Fra il 1951 e il 1981 abbiamo un aumento della 
frequenza nelle scuole s ​ econdarie​, dall’11 al 5
​ 2%, e
​ anche nelle u
​ niversità​, dal 3,5 al 
17%, c​ rescita che continuò, soprattutto nel primo caso (fino all’​80%). N ​ el ​2014: 
● 15 - 65 anni: ​42% l​ icenza di scuola secondaria inferiore, +12% rispetto a media 
europea 
● licenza scuola secondaria superiore: 4 ​ 3% ,​ valore nella media 
● licenza universitaria: ​15%, -​ 12% rispetto alla media, guardando al range d’età 
30 - 34 abbiamo il ​26%, c​ omunque sotto rispetto a spagna, 40, olanda, 45, 
germania 33 invece;: la maggior parte a conseguire lauree sono ​donne 
Perché ​abbiamo ​pochi laureati? 
● per colpa dell’università: no, dagli anni 70 per le riforme è aperta a tutti 
● tasso di abbandono degli studi (dopo uno o due anni ) abbastanza elevato, 
circa 20%  
● problema è domanda, ​non offerta: i laureati, seppur pochi, son troppi per la 
situazione italiana: i settori di specializzazione e le pmi contribuiscono a non 
generare un’alta domanda (non solo nella moda, anche in altri settori): la 
scarsa complessità ​del lavoro amministrativo e il tipo di lavoro spesso 
imparato alle ​scuole tecniche f​ a sì che basta il diploma secondario  
● hdi: human development index​, costruito negli anni 90 dalle Nazioni Unite 
come alternativa al pil, è dato dalla media di tre fattori (​speranza vita, 
istruzione e pil pro capite), ​normalizzati fra 0 e 1 e sintetizzati da sintesi 
geometrica. Ciò che mostra è che si è riusciti a raggiungere la ​convergenza 
fra nord e sud nella speranza di vita e nell’istruzione, ma non, come già visto, 
nel reddito: questo fenomeno è chiamato m ​ odernizzazione passiva, ​quando 
cioè è vero che i due indicatori sono migliorati, ma non sono serviti. L’Hdi non 
rileva la divisione che invece è rivelata dal pil in termini di pil pro capite e 
reddito: ciò conferma la diversità dei fattori che generano speranza di vita + 
istruzione, e altri invece che contribuiscono al pil. l​ ’hdi non aiuta a 
comprendere il divario, ​anche se si può dire che saremmo messi peggio se gli 
altri due settori non fossero migliorati.  
● distribuzione di universitari per facoltà: ​prese in esame le più comuni, 
vediamo 5% architettura, 10% legge, 7 % lettere e filosofia, 6% lingue, 11% 
medicina, 4% psicologia. E’ stato creato l’​anvur, ​agenza nazionale valutazione 
università e ricerca, che colloca ai primi posti città del centro nord (Padova, 
Bologna, Torino, poi Milano e Venezia), dove per altro c’è anche basso tasso 
di disoccupazione giovanile, per cui un laureato si ferma qui a lavorare. 
Confrontato con l’estero, le università italiane sono valutate basse perché non 
hanno attirato studenti per via della lingua italiana, negli ultimi anni sia le 
pubblicazioni, sia alcuni corsi sono in ​lingua inglese ​per risolvere il problema 
e per aumentare la creatività nel lancio di s ​ tart up dell’industria 4.0 
(elettronica, nanotecnologia, energie rinnovabili, materiali, slow food) che 
spesso escono proprio dalle università. Qui non mancano idee, ma ​fondi: 
ancora una volta, per la ​mancanza di grandi imprese, i​ n grado di sostenere le 
spese della ricerca​. N ​ oi di pil spendiamo solo 1 ​ ,4%, c
​ ontro il 2 degli altri paesi 
europei. Delle imprese con 10 - 49 addetti, solo il 40% investe in ricerca, quelle 
fra 50 e 249 ben il 6 ​ 3%, c​ on oltre 250 il ​77: p
​ iù l’azienda è grande, più investe 
in ricerca. La differenza regionale è ancora notevole: alcune regioni con il 1,9% 
(Piemonte e Trentino), 1.5 per Lombardia e Friuli, mentre 11 regioni sotto l’1, 5 
sotto lo 0.5. I soldi per la ricerca sono ulteriormente diminuiti per l’effetto dei 
tagli della spesa pubblica post crisi, motivo per cui le università che volevano 
far ricerca e che ce l’hanno fatta sono quelle che hanno trovato collaborazioni 
con laboratori esteri, verso i quali spesso molti studenti sono andati 
provocando la cosiddetta f​ uga dei cervelli. 
● web: s ​ iamo abbastanza tecnologici, 92% usa internet fra i 15 e 24 anni, il 75% 
imprese ha un sito online ma solo l’11% vende direttamente sul web.  
 
Migrazioni  
Miracolo economico: grandi emigrazioni, da sud verso nord e verso estero. Poi, 
abbastanza calma piatta fino ad anni 90: il professore di economia di napoli 
Giannola ​la ha chiamata s ​ oluzione finale: ​dal 2001 al 11 il sud ha perso ​mezzo 
milione d ​ i abitanti, di cui un terzo laureati, quasi tutti giovani. Dal 2007 si sono 
impennate le emigrazioni, prima tendenti allo zero, verso l’estero: si stima che ​4,8 
milioni d ​ i persone abitino fuori dall’italia mantenendone la ​cittadinanza ​(2, 6 in 
europa, 1.4 in sud america): fonte di grande preoccupazione per il depauperamento 
del capitale umano italiano: se ogni persona costa circa 400.000 euro, sono 
tantissimi i soldi “regalati” all’estero. Ma il vero tema scottante sono le ​immigrazioni: 
irrilevanti fino agli anni 90, subiscono un’impennata che le fa crescere violentemente 
fino al ​2007​, poi fluttuazioni, infine altra ondata nel ​2016: 8,3%, a ​ ggiungendo quella 
che ha ottenuto la cittadinanza italiana siamo al ​10, c ​ irca 6 milioni di persone. L’Italia 
è comunque uno dei paesi che ha un’incidenza ​minore d ​ el numero di stranieri, anche 
se è stato un processo rapidissimo. Vediamo la composizione e altro: 
● 30% da ue, d ​ i cui 23% rumeni, soprattutto da ​est europa 
● extra ue: 1 ​ 0% albanesi, 9% marocchini, in totale, abbiamo migranti da 200 
paesi, con una composizione bilanciata per sesso, non per nazionalità.  
● le regioni del centro - nord sono quelle in cui vivono di più (emilia: 12%, 
lombardia: 11%), mentre il sud è rimasto al ​3,6%: s ​ ono migrazioni di carattere 
economico, ​si va dove si trova lavoro.  
● 5 miliardi di euro: ​valore delle rimesse inviate nei paesi d’origine 
● si è evitata la creazione di comunità chiuse grazie alla geografia italiana, dove 
i ​centri abitativi s​ ono spesso ​decentralizzati (​ evitando così i ghetti), sia grazie 
alla grande quantità di ong  
● dal 2 ​ 014: p​ er via di isis, guerra in siria, persecuzioni si può parlare di ​esodo d ​ a 
africa subsahariana e medio oriente. Nel 2014 ci furono 170 mila arrivi, nel 
2015 si apre la r​ otta balcanica ​per grecia e paesi balcanici, con 850 mila 
persone, poi altre 153 mila (numeri di persone in italia). Nel 2016 viene 
firmato accordo fra ue e t​ urchia ​per bloccare il transito e creare dei “​campi 
profughi” ​che dovrebbero dare assistenza, bloccando 3 milioni di profughi 
siriani, per 3 miliardi di euro che sarebbero arrivati nel giro di un anno nelle 
banche turche. I campi rifugiati furono estesi anche al ​libano, 1 ​ milione di 
sirani, mezzo milione di profughi di altri luoghi, nel 2016 abbiamo 181 mila 
persone, quasi tutti dalla libia, ma che provengono da tutta l’afrca 
subsahariana. Nel 2017 febbraio si stipula un accordo con ​governo libico d ​ a 
parte dell’​italia ​per fermare i flussi, in estate furono notevolmente diminuiti.  
 
Questo esodo ha 3 componenti principali che fanno sorgere ​problematiche​:  
● regole ue: ​gli accordi di d ​ ublino ​(il migrante sta nel paese dove arriva), 
gravano troppo sui pochi paesi d’arrivo (italia e grecia), e la distribuzione che 
dovrebbe essere di norma è poco regolare. In secondo luogo, ​frontex, 
organizzazione che dovrebbe monitorare i confini esterni della u con sistemi 
elettronici non ha fondi per farlo realmente. Solo nel 2017 si è deciso di 
revisionare ​gli accordi di dublino 
● italia ha poca strategia: ​c’è poco da spiegare. All’inizio, attrezzò solo un porto, 
quello di Lampedusa, poi cercò di distribuire senza fornire un cazzo i migranti 
per tutta italia, lavandosene le mani e affidandosi alle organizzazioni del 
territorio 
● modalità d’arrivo: l​ e navi sono dei gommoni con troppe persone gestiti da 
trafficanti di persone mafiosi. Dopo alcuni naufragi catastrofici, le navi della 
guardia costiera italiana e frontex sono state affiancate da navi delle ong, 
spingendosi sempre più verso il confine libico, ma il risultato fu quello di 
incentivare i trafficanti a ricorrere ai gommoni per scaricarli sulle navi 
soccorritrici. Quando l’italia l’ha scoperto ha obbligato le navi ong a non 
andare fino a lì ma continuando a impiegare guardia costiera. I migranti, 
spesso con un’istruzione avanzata che non è in grado di essere utilizzata, 
possono aiutarci non solo a bilanciare la popolazione, ma anche aiutare a 
rendere la produttività italiana più alta.  
 
L'Italia è virtuosa da vari punti di vista: il tasso di omicidi è basso e di suicidi, di 
numero di persone in carcere, con speranza di vita alta per salute migliore, basso 
livello alcol, dieta mediterranea, inoltre offre molte occasioni di ​relazioni sociali, 
attività culturali, cose dentro la natura, ma contemporaneamente è a livelli alti di 
evasione e corruzione, ​e ha molti centri di ​criminalità organizzata. 
Il capitale sociale e civile 
Esiste il concetto di ​bene comune f​ in dal medioevo, in cui l’attività economica era 
valutata positivamente anche perché arricchiva la città. Da quando si è imposta la 
visione anglosassone, prevale una visione più ristretta, basata sull’​ulitarismo di 
Benthan, ​che riduceva felicità a utilità personale. Si riniziò a riparlare del ​capitale 
sociale s ​ olo con bordieu e ​putnam, c ​ he afferma che il esso, ​insieme di fattori che 
predispongono le persone a lavorare per fini condivisi sulla base di relazioni di ​fiducia 
(definizione di entrambi) si divide in tre tipi: ​bonding, c ​ he si limita alla f​ amiglia, 
anche allargata, poi ​bridging, ​quello che crea ponti prevalentemente l​ ocali, e ​ poi 
quello ​linking ​che crea invece ​reti, a
​ l quale si deve aspirare (soprattutto non fermarsi 
al primo che crea clan). Ci fu l’urgenza di quantificarlo, per disinguerlo chiaramente 
dal ​capitale umano: ​ a questo servono i s ​ ondaggi, a
​ nche esperimentii o indicatori 
indiretti (propensione alla donazione, volontariato, regime democratico funzionante, 
reti di impegno civico, e di contro tendenza a violare le regole, evasione, corruzione, 
rifiuti). Guiso, sapienza e zingales lo hanno chiamato capitale ​civico ,​ identificandolo 
con valori e credenze che aiutano i soggetti a cooperare fra loro per la realizzazione 
di attività con seguiti sociali. Si distingue perciò dal capitale umano, non ha valenza 
mai negativa, ed è la caratteristica di una società dal lungo tempo: crea coesione, fa 
sì che c sia una miglior distribuzione del reddito, bassi livelli di occupazione, alti 
livelli di c. umano.  
Esistono molte indagini comparative, formulato dal r​ apporto bes, ​sulla base di 130 
indicatori raccolti in ​12 gruppi p​ er ogni regione, come salute, istruzione, lavoro, 
benessere economico, relazioni sociali, istituzioni, sicurezza, benessere percepito, 
patrimonio comune, ambiente, servizi) , mostrano che: 
● si sta meglio al nord che al sud (le peggiori campania e calabria, migliorano 
molise, abruzzo e sardegna) 
● le due regioni in cui è più alto sono ​le regioni bilingue, c ​ ioè trentino alto adige 
e val d’aosta (friuli anche): non solo per multiculturalismo, ma anche per 
grande presenza di ​beni comuni (​ boschi, laghi, montagne quindi da sempre 
spinta alla collettivizzazione sociale)  
● il centro con roma abbassa la media, ma in generale riflette il solito dualismo, 
non solo economico ma anche culturale (sud fu unificato sotto potenza 
straniera, nord diviso fra città, difficile recuperare rapporto di unificazione 
totale e di organizzazione statale mancato nei secoli prima) 
 
Mafia, camorra, ‘ndrangheta e corruzione 
Nel 1958 B ​ anfield, ​assieme alla moglie, scrisse il suo ​Le basi morali di una società 
arretrata, ​nel quale espone la teoria del ​familismo amorale: i​ n zone economicamente 
e socialmente arretrate come il Sud Italia nel quale egli viveva, vige come regola 
massima l’adozione di comportamenti centrati sulla famiglia, anche se questo 
richiede di adottare e compiere comportamenti ​contro la giustizia, c ​ ome nepotismo, 
corruzione, attività economiche illegali, omicidi. In queste zone c’è un circolo vizioso: 
sono povere, le mafie disincentivano l’occupazione legale e un avanzamento della 
società civile, per cui le persone povere e disoccupate si affidano ad essa, in grado di 
offrire ​occupazione e reddito. B ​ anfield sottolinea come cause proprio la mancanza 
dell’entità dello ​Stato i​ n questi posti, infatti poi rimpiazzato da mafie, ma anche 
l’esistenza di un’​elité locale latifondista e ​ assenteista. Per quanto le mafie non 
esistano solo in italia, da qui hanno saputo radicarsi anche all’​estero: ​sono C ​ CN, 
camorra, cosa nostra e ‘ndrangheta. Si possono vedere che i tassi di violenza 
spiccano in calabria e in campania, in misura minore in sicilia, dove fra gli anni 80 e 
90 ci fu un vero e proprio scontro con lo stato con uccisioni di poliziotti, giudici, che 
culminò con l’uccisione di falcone e borsellino dopo il m ​ axiprocesso ​tenuto nel 1992 
con 19 ergastoli e 706 condannati. Dopo gli attentati, si mise in atto un sistema 
repressivo poliziesco, per cui ora le v ​ ittime ​degli omicidi mafiosi sono tra clan o fra 
chi sfortunatamente ci capita in mezzo. L’​origine ​di queste mafie è probabilmente 
pre ottocentesca, ma l’uso di questo ​nome ​è più recente: venne usato c ​ amorristi d​ a 
Gladstone in riferimento ai prigionieri napoletani nelle prigioni borboniche, anche 
mafia ​è della prima metà dell’800, in riferimento alla sicilia (dopo la seconda guerra 
mondiale ​cosa nostra​), l’ultimo termine è della fine dell’800; tutte condividono la b ​ ase 
familiare, riti d’iniziazione, legami con membri della famiglia all’estero. 
Il giro d’affari dei mercati illegali nella ue nel 2015 è sui ​110 miliardi ,​ lo ​0,9% d ​ el pil 
della stessa: ​l’italia è​ all’​1%​ del pil, superata da romania (1,9%), lettonia (2,8%), 
austria 1,1, mentre francia e germania sono allo 0,7, gb allo 0,9. Le attività illegali 
sono smercio di d ​ roghe ​(‘ndrangheta leader cocaina in europa), ​pizzo ​(che ostacola 
crescita trasparente pmi), contraffazione, usura, controllo prostituzione, ​truffa​ ​(​che 
coinvolge professionisti e impiegati pubblici, i quali spesso servono per supporto 
logistico) ,la corruzione è pratica diffusa che spiga il così alto livello italiano, gioco 
d’azzardo (camorra), smaltimento illegale di rifiuti (presi da bar, ristoranti, 
discoteche, locali etc) che vanno a inquinare vasti territori: in generale prendono al 
volo le occasioni legate alla s ​ pesa pubblica ​(spesa sanitaria, appalti, fondi europei). 
Il fenomeno non è ancora stato debellato per colpa di una ​mentalità a ​ ncora 
complice e dello Stato che non si è impegnato abbastanza finora. 
 
 
La forza della società civile 
L’italia ha un terzo settore molto corposo: in un censimento del 2011, esistono circa 
300 mila istituzioni no profit (⅔ attività ​culturali o ​ ​ambientali​, il 60% del volontariato 
riguarda queste attività, come fai, cai, legambiente), con 1 milione di ​dipendenti 
(soprattutto nei settori dell’​istruzione e ricerca, s ​ alute e assistenza sociale, lavorano 
in maniera più strutturata attraverso ​cooperative sociali,​ che producono il 45% el 
giro d’affari delle InP, anche perché dopo il ​1997 f​ u promulgata una legge che 
garantisse loro degli​ sgravi fiscali​ purché assumessero lo stato di onlus, quindi 
ebbero una crescita rapidissima che avanzò con l’istituzione del 5 per mille) e 4,7 
milioni di volontari. N​ el 1991 c ​ on la legge 381 si definiscono ​due tipi ​di cooperative 
sociali: il tipo a, con servizi alla persona, e il tipo B, per l’inserimento del mondo del 
lavoro di categorie svantaggiate per disabilità fisiche / problemi sociali, come ex 
abusati, ex tossici etc. Le B intrattengono relazioni con imprese normali , ripagando il 
divario di produttività, o hanno aperto dei loro stessi centri lavorativi (esempio, bar). 
Un’altra grande fonte di aiuto e servizio sia a clochard sia a migranti è la ​caritas, c ​ on 
220 diocesi attive in italia.Durante la ​crisi, l​ e attività sociali di tutti i soggetti descritti 
si sono intensificate, motivo per cui l’italia non si è disgregata. Inoltre, la presenza di 
economia sociale genera capitale sociale, ​e ne è a sua volta generata in un bel 
circolo vizioso, producendo reddito, innovazione, investimento. 
 
Conclusioni 
l’italia ha grande storia blabla ma è nella dimensione di​comunità del territorio ​che 
trova la sua strada: due interpreti di ciò sono Adriano O ​ livetti ​ e Giacomo ​Beccattini. 
Olivetti fu imprenditore civile che si vide sempre come ​animatore d ​ ello sviluppo 
economico, sociale e culturale delle ​comunità d ​ i riferimento delle sue aziende. A 
questo scopo fondò il movimento Comunità e fu eletto parlamentare, la sua morte 
prematura fece sì che n ​ on ​si consolidasse in italia il ​managment “umanistico”, 
anche se ebbe un discreto seguito, come in​ Beccattini, p ​ iù coerente teorico del 
territorio, base di sostegno di un’attività economica unica e non replicabile perché 
radicata nel know how e nelle tradizioni culturali locali, garantendo autoriproduzione 
della vita delle comunità, così lo scambi di merci fra regioni e microregioni non sarà 
di dominazione, ma competizione cooperativa. Il ​capitalismo di nicchia delle pmi, 
che affonda le radici nell’elevata specializzazione e perfezione tipica dal medievo, ha 
resistito alla globalizzazione in atto dagli anni 80/90 soltanto nei primi anni (piccolo 
è bello), ma poi lo stato ha aumentato la spesa pubblica enormemente generando 
così debito pubblico imprevisto, ricorrendo allora alle privatizzazioni con risultati 
modesti e scarsi. I governi hanno detto che il problema fu ​l’austerità i​ mposta dall’ue 
che hanno o ​ stacolato intervento pubblico v​ olto a sostenere redditi e banche: questa 
misura ha impedito che si creasse ancora più debito pubblico. Certo, molti sono 
falliti ma si è capito meglio come fronteggiare il problema dell’imprenditoralità 
italiano, cosa che spiega la ​ricrescita del 2017. ​Una carta vincente sono le imprese 
di media dimensione, che coniugano ​radici locali e apertura internazionale, 
specializzate nella produzione di oggetti ben definiti e servizi, poi venduti su mercati 
internazionali, formando ​multinazionali tascabili. ​ I modi per fronteggiare e non solo 
sono: ​sostenere nel lungo termine le medie imprese, sostenere le poche grandi, 
sviluppare l’economia del patrimonio artistico e turistico del paese​. L’italia può 
diventare il campione di un modello economico noto come e ​ conomia civile di 
mercato, ​che non fa perdere identità a territori, investe nelle infrastrutture 
comunitarie, crede nella reinterpretazione delle tradizioni locali e coltiva relazioni 
familiari e associative, producendo coesione sociale e inclusione. L’economia 
sociale ha alla base i​ l rifiuto della separazione fra il mercato, luogo dell’interesse 
privato, e le relazioni sociali, luogo della solidarietà; una separazione alla base 
dell’economia anglosassone. Anche il mercato viene coinvolto in relazioni di 
reciprocità e mutuo aiuto, dove la coltivazione dell’interesse personale trova il suo 
posto senza recare danno al bene comune, anzi producendo ​benessere diffuso. L ​ a 
rete delle multinazionali non ha interesse per i territori, per le comunità, per le 
tradizioni locali, per la natura, per i licenziati, ma prosegue solo la logica della 
massimizzazione del profitt, generando disuguaglianze, corruzione della democrazia, 
desertificazione della società. Il capitalismo globale ​è efficiente nella produzione di 
beni privati, ma sta distruggendo quelli pubblici e comuni. L ​ ’italia potrebbe diventare 
un modello alternativo.