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Lezione numero 2

Dati strutturali dell'ordinamento internazionale. Norma sull'immunità dalla giurisdizione di uno stato:
ci sono situazione nelle quali uno stato non può esercitare la propria giurisdizione che altrimenti
eserciterebbe.
La sottrazione di determinate situazione alla giurisdizione di uno stato implica che quella situazione sia
oggetto di giurisdizione internazionale? Nel caso dei Marò c'è automaticamente una giurisdizione
internazionale?No. L'India ritiene di avere la giurisdizione; L'Italia contesta questa possibilità e
sostiene di avere essa stessa la giurisdizione. La procura della repubblica di Roma ha infatti aperto
un'indagine penale sulla vicenda e anzi l'Italia avrebbe dovuto fare un'indagine ancora più seria. Non
c'è una norma internazionale che dica di chi sia la giurisdizione, ma a limite la norma che dice che
l'India non la abbia. poi abbiamo detto che ai sensi del diritto del mare L'India e L'Italia avrebbero la
giurisdizione. non c'è una giurisdizione internazionale di carattere penale sulle persone, i 2 Marò, ne di
carattere interstatale per risolvere la controversia tra i due stati e stabilire a chi tocca la giurisdizione.
Nel diritto interno tendenzialmente dovremmo avere un giudice per qualsiasi situazione. Noi siamo
abituati ad un sistema assolutamente statizzato, cioè che ha una sua connotazione impressa dallo stato
in cui le principali funzioni dell'ordinamento sono esercitate da organi statici o che procedono da norma
statali. Ci chiediamo quindi se possa esistere un sistema giuridico nel quale sia possibile la mancata
previsione di un giudice e di una soluzione ad una controversia. Non solo la funzione giurisdizionale,
ma anche la funzione normativa e d esecutiva negli ordinamenti interni sono pubbliche,
esercitate da organi dello stato o attribuite attraverso norme dello stato. Esempio del motorino , della
multa contestata e a cui segue la decisione sulla base del codice della strada. Lo stato esercita tutte le
norme: il legislatore ha adottato il codice della strada, il vigile ha esercitato la sua funzione di controllo,
il giudice ha deciso giurisdizionalmente della controversia. Nel caso dei Marò chi ha fatto la norma
sull'immunità funzionale? é una norma di carattere consuetudinario. in questo caso la norma è stata
prodotta non da un legislatore, ma dal comportamento della comunità. La Convenzione di Vienna sul
Diritto del Mare, citata ieri, non è norma consuetudinaria, ma un trattato, prodotto da un contratto tra
stati. Chi accerta se hanno sparato, se erano in acque internazionale ecc.? Non un giudice
internazionale,ma lo hanno accertato organi indiani e ad essi si è contrapposta l'Italia attraverso i suoi
organi. La controversia sulla violazione della norma non va davanti ad alcun giudice internazionale.
L'ordinamento internazionale è caratterizzato dall'esistenza delle funzioni normative esecutive e
giudiziarie non affidate ad organi centralizzati, cioè ad organi terzi che agiscono nell'interesse pubblico.
Questa è una caratteristica strutturale dell'ordinamento internazionale, che lo differenzia notevolmente
dall'ordinamento interno.
Funzione normativa.
La stragrande maggioranza delle norme internazionali sono prodotte dagli stessi soggetti che ne
saranno vincolati, cioè gli stati. Ovviamente gli stati lo faranno nel loro interesse e quindi le norme di
diritto internazionale costituiranno una sofisticatissima combinazione di interessi tra gli stati.
Anche l'esecuzione delle norme appartiene agli stati stessi, l'applicazione delle norme è unilaterale.
Inoltre studieremo il capitolo sulla funzione giurisdizionale. In realtà, in diritto internazionale, non
esiste un giudice precostituito, ma esistono una serie di giudici "privati", cioè istituiti dagli stessi
soggetti che saranno poi vincolati dalle sue sentenze. in una parola la funzione giurisdizionale
internazionale ha soprattutto natura arbitrale. C' è però in corso un'evoluzione e questa evoluzione
sembra puntare a forme di istituzionalizzazione.

USO DELLA FORZA


Si dice che lo Stato è l'ente che ha il monopolio dell'uso della forza. Nei nostri ordinamenti lo stato si
riserva l'uso della forza o lo hanno gli organi o enti che sono abilitati a farlo ad opera dello stato stesso.
Gli individui non possono esercitarla autonomamente. In conseguenza di questo accentramento dell'uso
della forza lo Stato oggi la utilizza o dovrebbe utilizzarla, in conformità al diritto. Se si ha un diritto
individuale c'è il corollario che lo Stato presti la sua forza al fine di farne realizzare i miei diritti. In
diritto internazionale, in realtà, non era così. Vi era un regime di assoluta libertà dell'uso della forza.
Dopo l'istituzione delle Nazioni Unite, in seguito alla seconda guerra mondiale, abbiamo un tentativo di
istituire l'uso centralizzato della forza in capo alle Nazioni Unite.
Stiamo su questo aspetto più o meno vivendo la stessa situazione che ha portato alla sottrazione
dell'uso della forza in capo ai singoli e alla concentrazione nelle mani dello stato.
L 'assorbimento dell'uso dello stato all'ente centralizzato che può usarla, non ha comportato anche la
circostanza che questo ente debba usare la forza per garantire i diritti dei singoli stati.
All'attribuzione che gli stati hanno fatto ad un ente centralizzato dell'uso della forza, a tutt'oggi non
corrisponde anche il dovere dell'ente centrale, di utilizzare la forza a tutela degli interessi dei singoli
stati e neanche a tutela degli interessi collettivi. Possono utilizzare la forza, ma solo ed esclusivamente
per la tutela della pace e della sicurezza internazionale. La norma e la disciplina dell'uso della forza
riveste un carattere fondamentale, nello studio del diritto internazionale. questo ha un rilievo
sistematico, perché la struttura della norma ci dice qual è la struttura oggi del diritto internazionale,
qual è il suo grado di sviluppo. Il diritto internazionale è profondamente segnato nel suo contenuto dal
modo in cui viene utilizzata la forza a livello internazionale. Un autore latino, Ammiano, racconta che a
un certo punto della storia , una tribù barbara, prese dei battelli e navigò sull'Elba, uscì sul mare del
Nord arrivò nella Gallia e la mise a ferro a fuoco. Intervenne l'esercito romano e fecero un accordo. Il
comandante romano aveva solo preso tempo in attesa dei rinforzi che, una volta arrivati, uccisero tutti i
barbari. Ammiano si pone un problema: se abbiamo fatto un trattato e lo abbiamo subito dopo violato ,
siamo forse noi i veri barbari. Lui dice: è vero che qualcuno potrebbe condannare questo nostro
comportamento come infido e odioso, tuttavia se si esamina la questione con attenzione si capisce che
la violazione del trattato non era infido e odioso perché è servito a distruggere una pericolosa banda di
barbari, e quindi di tutto ciò dovrebbe essere fiero e contento. Ai tempi dei romani, quindi, il diritto
internazionale non esisteva. Un accordo poteva essere violato secondo la propria convenienza. Il diritto
internazionale invece c'è, laddove si fa un accordo e la violazione dell'accordo costituisca una
violazione del diritto.
Il trasferimento del monopolio dell'uso della forza, in capo alle nazioni unite è stato fatto attraverso un
trattato,la carta delle Nazioni Unite. La Carta ha quindi una natura contrattualista. I cardini di questo
meccanismo sono l'Art 2 Par. IV della Carta e il capitolo VI e VII che delineano le competenze degli
organi delle Nazioni Unite. L' art 2 ci dice che gli stati non possono ne usare ne minacciare l'uso della
forza, quindi è una sorta i rinuncia all'uso della forza. non possono usarla né nei confronti
dell'indipendenza politica né nei confronti dell'integrità territoriale di un altro stato. Sembra non essere
quindi una rinuncia assoluta, ma solo in queste due fattispecie. A questo divieto non corrisponde una
generale attribuzione di competenza gli organi delle Nazioni Unite, in particolare al consiglio di
sicurezza delle nazioni unite. Vi è una qualche attribuzione all'assemblea Generale. Il Consiglio di
sicurezza è un organo delle Nazioni Unite che ha una composizione molto particolare: sono presenti dei
membri permanente e gli altri a rotazione sono di carattere elettivo. 15 membri, 5 a carattere
permanente. Le elezioni sono fatte dall'assemblea Generale che tende ad eleggere sulla base di un
meccanismo di rotazione e con la massima rappresentazione geografica possibile. L'Italia verrà
verosimilmente candidata alle prossime elezioni. i 5 membri permanenti sono tali in virtù della loro
qualità di organizzatori della conferenza di San Francisco del 1945 , come padri fondatori. I 5 membri
rispecchiano un assetto geopolitico successivo alla seconda guerra mondiale. Ci sono le 2
superpotenze, USA e Russia, Francia e Gran Bretagna e Cina, prima Taiwan. Quando gli Stati Uniti,
nella seconda guerra del golfo, cercarono di ottenere una sorta di legittimazione per l'Intervento delle
NU, alcune si sono espresse in senso contrario, tra cui la Francia. A causa del potere di veto gli Usa non
proposero proprio la risoluzione. Si ipotizza a periodi alterni la riforma del potere di veto dei 5, che si
sostanzia nella circostanza che l'adozione di una delibera del consiglio di sicurezza richiede una
maggioranza qualificata, non una semplice. Ci vogliono 9 membri e tra i nove ci devono essere tutti i 5
membri permanenti. anche se votassero in 14 a favore e mancasse uno stato permanente la delibera non
potrebbe essere adottata. L'assetto di interessi rispecchiato nella norma è che non si può usare la forza
contro una grande potenza. La composizione e il sistema di voto del consiglio di sicurezza riflette un
assetto preciso della comunità internazionale. Il sistema delle Nazioni unite non si fonda sul sistema
della parità degli stati membri. Studiare l'art 27 della Carta e attentamente il sistema di voto, connotato
da una serie di norme procedurali. Pensiamo alla Siria, caso in cui la Russia e la Cina hanno bloccato
una risoluzione, che sebbene non mirava all'uso della forza in Siria si collocava però nell'ambito del
capitolo VII, il cuore delle misure coercitive. Nella Crisi siriana il Consiglio di sicurezza è rimasto
quindi a lungo inerte.
Il cap. VII si apre con una norma fondamentale: l'art 39. Minaccia alla pace. Lezione 30 gennaio 2013
Può adottare misure coercitive e non coercitive. Il consiglio non è mai obbligato ad esercitare l'uso
della forza. Il Consiglio di sicurezza in primis accerta, ha il potere tipico dell'organo esecutivo, quello
di determinare la necessità del proprio intervento. Non ha un obbligo di farlo, ma la accerta da un punto
di vista politico. Non è una Corte di Giustizia e infatti non accerta l'esistenza di un illecito o di una
controversia, ma accerta l'esistenza di una minaccia alla pace, di una rottura della pace o di un atto di
aggressione. il Consiglio non ha tra i propri compiti quello di reprimere illeciti, quello di risolvere
controversie. Ha anche una competenza in materia ai sensi dell'art VI, ma se si parla del cap. VII, di
misure coercitive, esso non ha la funzione di accertare controversie. Ha la funzione di mantenere e
ristabilire la pace se per farlo avesse bisogno di agire con la forza lo può fare tranquillamente. Quando
il consiglio invece agisce per risolvere una controversia agisce ai sensi del cap VI. Nella controversia
tra Italia ed India, qualora il Consiglio Ritenesse che si tratti di una controversia di sua competenza
andrebbe trattata ai sensi del cap VI, in cui però non ha veri poteri decisionali, ma piuttosto conciliativi.
art 39 a memoria.
Rottura della pace: 2 stati si dichiarano la guerra;
atto di aggressione ci da l'idea di una condotta unilaterale;
entrambi ci danno l'idea di un uso internazionale della forza.
A questo punto si sono verificati i presupposti dell'azione del Consiglio di Sicurezza.
Minaccia alla pace: il consiglio può intervenire anche prima che le armi parlino, quando a suo avviso
vi è una situazione di minaccia alla pace. cos'è? Il concetto di minaccia alla pace dovrebbe essere meno
intenso del concetto di aggressione o di rottura della pace.
Su questo argomento la prassi del consiglio ci aiuta tantissimo, perché il consiglio ha utilizzato il
concetto di minaccia alla pace nella gran parte dei suoi interventi.
Quasi mai ha accertato l'esistenza di un attacco armato: l'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq, nel
1991.
Il concetto di minaccia alla pace può essere comprensiva del concetto di attacco armato e però sarebbe
meno impegnativa politicamente, per il Consiglio che si presenta come terzo.
Nelle 2 celebri risoluzioni 1970 e 1973, che si riferiscono alla crisi libica del 2011, il Consiglio ha
accertato l'esistenza di una minaccia della pace laddove vi era meramente una crisi interna ad uno stato.
Si assisteva di fatto ad una sollevazione della popolazione nei confronti del governo centrale,
risoluzione 1970, ovvero crisi umanitaria del Bengasi alla quale si riferiva la risoluzione 1973. in
entrambi i casi il Consiglio ha accertato l'esistenza della minaccia alla pace e autorizzato l'uso della
forza Nato. Quindi il Consiglio ritiene di avere la competenza ad intervenire anche in occasione di crisi
interne ad uno stato. Soffermiamoci sulla lettera dell'art 39. In base ad essa gli stati hanno rinunciato in
maniera assai ampia, quasi assoluta, all'uso della forza, ma non hanno attribuito al consiglio una
possibilità dell'uso della forza altrettanto ampio, a copertura dell'intero ambito della loro rinuncia. C'è
quindi uno spazio normativo nel quale prima gli stati potevano utilizzare la forza e dove ora invece
hanno rinunciato ad utilizzarla e in quello spazio non la può utilizzare nemmeno il Consiglio di
Sicurezza. Nell'800 lo stato di diritto era tale per cui nella Crisi dei Marò l'Italia avrebbe potuto
liberamente agire contro l'India. Si ritiene che nel diritto classico vi fosse un potere dello stato di
utilizzare la forza per risolvere una controversia con altro stato, o, in un'accezione ristretta, di utilizzare
la forza a salvaguardia dei propri diritti. il Consiglio di sicurezza ha cercato di ampliare l'ambito di
applicazione di questa nozione: non l'ha intesa come nozione di crisi bellica imminente o in atto, ma
l'ha allargata ad una serie di nozioni. Innanzitutto l'ha allargata al concetto di crisi umanitaria in atto: ha
ritenuto sovente di poter intervenire in crisi umanitarie collocate interamente all'interno dei confini di
uno stato, in cui quindi non vi era a stretto rigore una minaccia alla pace internazionale. Non lo ha fatto
solo con la risoluzione 1973, ma già a partire dagli anni '90, nelle varie crisi iugoslave, nelle crisi degli
stati africani. Ritiene che il concetto di minaccia alla pace si sia allargato fino a ricomprendere le crisi
umanitarie. Nel caso della Somalia il Consiglio ha ritenuto di intervenire anche laddove non c'èra
nemmeno una crisi umanitaria, ma una crisi interna di uno stato, con la perdita di autorità di uno stato.
La Somalia ha visto progressivamente sparire il suo stato centrale di governo, lasciando uno stato di
anarchia. Il Consiglio di sicurezza è tornato ad occuparsi della Somalia per il riaffacciarsi del fenomeno
della pirateria, di cui abbiamo traccia nel caso dei marò, per cui il Consiglio per fronteggiare la
pirateria ha autorizzato gli stati ad utilizzare la forza anche nelle acque territoriali somale, non solo in
alto mare. Sono quindi sicuramente più larghe le maglie della nozione di minaccia alla pace.
Il valore sistematico di questo allargamento del concetto di minaccia alla pace è legato alla
consapevolezza che in gioco ci sono valori collettivi come nel caso delle crisi umanitarie. Interessi
fondamentali della comunità internazionale. Addirittura il picco è stato raggiunto nella risoluzione sul
caso di Haiti, configurato come minaccia alla pace, dove c'era stato un colpo di stato militare che ha
deposto il presidente democraticamente eletto. Si è cercato di colmare le distanze tra uso della forza a
tutela del diritto e uso della forza a tutela della pace.