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FUCK 2016

IL LIBRO DEI MORTI

a cura di Federico Pucci

disegni di Giorgia Meschini


copertina di Roberta Ragona

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INDICE

PREFAZIONE

9 gennaio, ANGUS SCRIMM


10 gennaio, DAVID BOWIE
14 gennaio, ALAN RICKMAN
18 gennaio, GLENN FREY
31 gennaio, JON BUNCH
15 febbraio, VANITY
19 febbraio, UMBERTO ECO
10 marzo e 7 dicembre, KEITH EMERSON e GREG LAKE
25 marzo, PAOLO POLI
31 marzo, ZAHA HADID
21 aprile, PRINCE
14 maggio, DARWYN COOKE
19 maggio, MARCO PANNELLA
3 giugno, MUHAMMAD ALI
27 giugno, BUD SPENCER
2 luglio, MICHAEL CIMINO
13 luglio, STEVEN YOUNG
16 luglio, ALAN VEGA
29 luglio, MARTA MARZOTTO
30 luglio, ANNA MARCHESINI
20 agosto, DANIELA DESSÌ
29 agosto, TOMMASO LABRANCA
29 agosto, GENE WILDER
16 settembre, CARLO AZEGLIO CIAMPI
25 settembre, JOSÉ FERNÁNDEZ
13 ottobre, DARIO FO
23 ottobre, PETE BURNS
1 novembre, TINA ANSELMI
7 novembre, LEONARD COHEN

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18 novembre, SHARON JONES
23 novembre, VITTORIO SERMONTI
28 novembre, CHAPECOENSE
29 novembre, JOE DEVER
1 dicembre, MICKY FITZ
8 dicembre, JOHN GLENN
22 dicembre, FRANCA SOZZANI
25 novembre, GEORGE MICHAEL
27 dicembre, CARRIE FISHER

POSTFAZIONE: TUTTI GLI ALTRI

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PREFAZIONE

di Federico Pucci

“It might be over soon…”


Bon Iver

Giorno dopo giorno, morte dopo morte, in questi 366 giri d’orologio la questione
del lutto collettivo rivolto ai personaggi celebri è diventata quasi una barzelletta, un
apologo sulle idiosincrasie della contemporaneità il cui faro intellettuale si colloca
tra la vignetta di Zerocalcare “Quando muore uno famoso” e un non richiesto atto
di debunking. Molti articoli l’hanno sottolineato con zelo razionalista: nel 2016 non
sono morte necessariamente più persone famose di quante avessero lasciato questa
valle di lacrime già nel 2009 o nel 1977, ma il punto non è sommare numeri freddi
come cadaveri. Se il concetto di celebrità è frutto di una convenzione tra opinioni
soggettive, perché il presagio della sua scomparsa come antefatto di una catastrofe
dovrebbe seguire criteri statistici? La scomparsa di idoli e stelle del passato è una
fase organica del culto degli stessi, ci pone di fronte alle nostre scelte e ai nostri
gusti esattamente come l’adorazione in sé e per sé: per tutto questo tempo, sotto il
poster appeso in camera da letto e sotto il necrologio che vi abbiamo apposto a più
riprese nel corso di questo anno “maledetto” non era nascosto nient’altro che uno
specchio. E proprio come gli altari dedicati agli eroi divinizzati a Micene o in Magna
Grecia, anche i tributi alle persone che riteniamo meritevoli di un’apoteosi
quantomeno laica non sono che scrigni vuoti, cenotafi che riempiamo di significato
a maggior ragione in absentia piuttosto che in presentia.
Decidere di assemblare in modo spontaneo e disordinato questo volume mi ha
permesso di cogliere fino in fondo l’umanità delle reazioni immediate, dei #RIP (o
eventuali #mancarone) sparsi nelle timeline che affollano le nostre giornate di
lettori digitali. Davanti ai morti eccellenti e alla razionalizzazione dell’addio c’è chi
ha tirato fuori una reazione del tutto personale: “il morto ha parlato a me, e il mio
resoconto di questo dialogo immaginario è importante”. Altri invece, degna prole
dell’era dell’informazione e di Wikipedia, hanno sfoggiato un talento tassonomico
ed enciclopedico per ripetere quello avevano letto in una biografia, sulle pagine di
una rivista specializzata o di un quotidiano con lo stesso amore che l’entomologo
nutre verso le sue blatte. L’elaborazione del lutto celebre è forse una materia di
studio che merita di essere approfondita: intanto, in queste pagine, offriamo
esemplari da valutare e classificare come meglio credete. Di certo, la sensazione
soggettiva di aver perso larga parte della cultura popolare in questo anno
recentemente trascorso ha portato a galla alcuni vizi della società contemporanea:
l’ansia di catalogare, il bisogno iperbolico di mettere la nicchia al centro della
scena, ma anche il rapporto sempre più empatico che lega le icone e i loro seguaci,

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non più semplicemente modelli ma amici, cugini, zii. Secondo i più pessimisti,
diremmo, tutta questa attenzione per i morti e il loro culto sarebbe il segno di una
civiltà giunta all’ultimo giro di giostra, il passo di valzer sopra l’abisso: eppure gli
imperi antichi hanno sempre venerato i morti, erigendo loro templi che ancora
osserviamo. Del resto non siamo qui per discutere di teorie magiche sorpassate solo
per il gusto di destrutturare qualcosa che ogni epoca ha fatto: compiangere i suoi
eroi culturali scomparsi. Il fatto che oggi si pratichi un lutto collettivo che
coinvolge insieme David Bowie e Marta Marzotto, Umberto Eco e Prince, Bud
Spencer e Fidel Castro, ci sta dicendo piuttosto un’altra cosa: che la nostra galassia
di riferimenti è vasta e inafferrabile, e per quanto tra un astro e l’altro passino
milioni di anni luce di distanza dal nostro punto di osservazione tutto si tiene
insieme in una striscia di luce di cui non ci rendiamo conto nemmeno di essere
parte.

Grazie al suo curioso affastellarsi di lutti celebri, il 2016 ci ha anche offerto una
gigantesca seduta psicanalitica globale sulla mortalità, offrendo la possibilità -
finora non colta appieno - di riflettere a livello generazionale sulla fine di noi stessi,
come solo le guerre o le pestilenze sono riuscite a fare nel corso della storia: turbati
dal loop temporale del 21esimo secolo in cui sentiamo di esserci ritrovati, quel
vicolo cieco fatto di nostalgie e culti posticci del passato in cui crediamo di esserci
infilati, il 2016 ha messo davanti al nostro orizzonte una possibile fine, lo
strapiombo al termine della giostra. La morte del resto, come 20 anni fa
profeticamente diceva già Elio, non è necessariamente la fine di una carriera: in
questo anno, i dischi e i libri dei morti sono andati fortissimo, e la grande
(apparente) frequenza di morti ci ha offerto classifiche e scaffali che sembravano
piccoli cimiteri di carta e di plastica.

Tutto quello che leggerete, ovviamente, è anche un grande caso di survivor bias: chi
rimane può scrivere di tutti gli altri che se ne sono andati e da qui avanzare le
proprie considerazioni. Che siano veritiere o meno importa fino a un certo punto,
perché i diretti interessati non possono rispondere: il regno dei morti - a differenza
di quello dei vivi - è assai povero di editori e pubblicazioni.

Nelle prossime pagine non ci sarà una visione univoca di cosa la morte di queste
stelle ha significato per tutti, ma le memorie di alcuni volenterosi fan, giornalisti,
appassionati che si sono prestati a questo progetto. Ci saranno le loro memorie,
fantasie, riflessioni che sono esse stesse, ermeneuticamente, sostanza di quelle vite
mitologiche, ma soprattutto occasione per riflettere sulla vita di chi legge e di chi
scrive.

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9 gennaio

ANGUS SCRIMM

di Cristina Resa

Il 2016 si è portato via l’Uomo Nero. L’unico di cui io abbia mai avuto paura.
Non ricordo quasi niente del mio primo incontro con il Tall Man e con quello che
sarebbe diventato uno dei grandi capisaldi della mia formazione cinematografica,
Fantasmi (Phantasm, 1979) di Don Coscarelli. Dovevo essere molto piccola quando
successe, probabilmente - come mi è stato poi raccontato - in uno dei miei goffi
tentativi di rimanere alzata per vedere di nascosto i film presentati da Zio Tibia. O
pochi anni dopo, durante lo zapping frenetico sui canali locali alla ricerca di film
con pagliacci assassini e animaletti letali. O guardando una vecchia VHS registrata
dalla tv. Non so dirlo con certezza, ma è sempre stato lì, nel mio immaginario, come
altri “grandi cattivi” prima di lui. Tuttavia, a differenza di Freddy, Michael, Jason o
Pinhead, al Tall Man non sono mai servite maschere o trucchi elaborati. Era
sufficiente un completo nero e una luccicante e letale sfera multi-accessoriata, la
sola presenza scenica di Angus Scrimm faceva il resto. Un mostro d’altri tempi,
affine ai Dracula di Bela Lugosi o Christopher Lee. Alto, sottile, spigoloso, con quel
volto scavato e due occhi penetranti ed indecifrabili. Lawrence Rory Guy, in arte
Angus Scrimm, aveva, come si dice, una vera e propria faccia da cinema. Don
Coscarelli l’aveva conosciuto nel 1976 durante le riprese di Jim the World's
Greatest, a soli 20 anni. Le riprese erano andate per le lunghe e, ogni volta che il
giovane e inesperto regista lo informava dell’ennesimo ritardo, quel gigante sottile
alzava il sopracciglio e gli lanciava sguardi in grado di gelare il sangue. Fu allora
che nacque Jebediah Morningside, vero nome del Tall Man, sadico becchino che
trasformava i morti in nani dal sangue giallo da utilizzare come schiavi sul proprio
pianeta d’origine.

Nato a Kansas City il 19 agosto 1926, pare che avesse deciso di voler diventare un
attore a soli tre anni, dopo aver visto Gary Cooper in L'uomo della Virginia (1929). E,
infatti, il giovane Scrimm studiò teatro alla USC, dedicandosi poi, per sbarcare il
lunario, al giornalismo e scrivendo articoli per il Los Angeles Herald Examiner. In
seguito, lavorò per anni presso la Capitol Records, occupandosi di scrivere note
musicali per gli album di autori come Frank Sinatra, The Beatles, Arthur
Rubinstein e Itzhak Perlman e vincendo, nel 1975, un Grammy Award nella
categoria Best Album Notes - Classical per l'esecuzione The Classic Erich Wolfgang
Korngold. Attore laborioso e grande professionista dai molteplici talenti, dai

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racconti di chi lo conosceva emerge il ritratto di un uomo distinto, gentile e
disponibile, grande amante degli animali, così diverso dal personaggio che gli diede
la notorietà.

Eppure, grazie a lui, la figura del malefico becchino interdimensionale si è


conquistata un posto speciale tra le grandi icone del cinema dell’orrore, emergendo
dallo schermo e dando forma agli incubi più profondi dell'animo umano: la paura
della morte e dell’ignoto. Personificando, in qualche modo, quei sogni tanto vividi e
difficili da comprendere durante il sonno, quanto reali e palpabili al risveglio.

E così, interpretando la versione più spaventosa dell’Uomo Nero per molti anni, in
ben cinque sequel, Angus Scrimm è diventando una delle ultime - forse l’ultima
dopo Christopher Lee - star dal sapore classico, un attore che ha fatto la storia del
cinema horror. Di quel cinema silenzioso, defilato, folle e coraggioso. Di quel
cinema sperimentale, ma mai fine a se stesso, fatto di suggestioni che ti si attaccano
addosso. E a chi gli chiedeva come avesse fatto ad interpretare un personaggio
tanto distante da lui, il saggio Angus rispondeva beffardo “Io sono il Tall Man. Oggi
sto solo recitando”.

Quest’anno, proprio all’alba dell’uscita di Phantasm: Ravager (2016) e del restauro in


4K, finanziato da J.J.Abrams, del primo capitolo, il Tall Man è tornato sul suo
pianeta rosso e al Cinema mancherà moltissimo. Come a noi, che abbiamo imparato
a fuggire dalle sue sfere assassine, ma a volergli molto bene.

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10 gennaio

DAVID BOWIE

di Federico Pucci

Ieri notte, prima di andare a dormire, io e Roberta abbiamo visto un documentario


su Netflix chiamato ‘Tig’: parla della comica stand-up Tig Notaro, della lunga serie
di sfortune che l’hanno colpita nel 2012 (una pericolosissima infezione intestinale,
la morte della madre, un cancro ai seni), di come ne sia uscita anche attraverso il
suo lavoro e di come il suo lavoro ne abbia risentito a sua volta. Il 3 agosto di
quell’anno Tig tiene uno show al club Largo di Los Angeles che, grazie al
passaparola e alla pubblicità di Louis C.K., diventa celeberrimo prima ancora di
essere distribuito come album: in quel monologo Tig parla apertamente della
propria situazione personale e della malattia, un topos che diventa centrale nei
mesi e anni a venire della sua carriera. Il merito riconosciuto alla comica è stato
non quello di aver fatto eufemismo e burla del cancro, ma piuttosto di aver
dimostrato come anche una persona gravemente malata possa creare e produrre
arte con forza e lucidità, talvolta perfino meglio di prima. La parabola di Tig, per
certi versi, ha permesso a molti di riflettere su una forma di emarginazione non
palese come quelle con cui siamo diventati tristemente familiari ma molto
pungente: lo stigma sociale verso i malati, terminali o meno, ritenuti come esseri
umani di seconda classe, pesi per la società, persone invisibili e inutili, al limite da
compatire.

Oggi abbiamo scoperto nel peggiore dei modi che David Bowie ha lottato contro
un cancro negli ultimi 18 mesi: possiamo dirci che lo sapevamo, possiamo anche
pescare i presagi di morte di ‘Blackstar’ (l’ho fatto anch’io), un album che
certamente suona come un testamento spirituale. Ma l’importanza di quest’ultimo
capitolo non sta nella sua posizione terminale: le sette tracce sono belle canzoni,
nuove canzoni che quasi all’unanimità hanno convinto critici e giornalisti
all’oscuro della malattia. I colleghi con i quali prima di Natale ho avuto la fortuna di
ascoltare in anticipo ‘Blackstar’ erano d’accordo con me sull’eccezionalità di
quest’opera, e nessuno di noi sapeva nulla di bollettini medici.

L’album della stella nera, insomma, non è bello perché è l’ultimo. Ma è tristemente
e ineluttabilmente l’ultimo, ed è probabile che Bowie ci abbia lavorato con qualche
presentimento fatale: lo si nota di certo nei testi, lo si vede nei videoclip usciti,
soprattutto in ‘Lazarus’ dove sembra levitare sopra un letto d’ospedale. ‘Blackstar’ è

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un grande album scritto da un malato terminale, un malato che trova una nuova
vena creativa ricchissima, che ha la forza e il coraggio di viaggiare verso territori
inesplorati in 50 anni di storia, di provare anche un nuovo modo di cantare fatto di
acciaccature e acuti contro-tempo. Abbiamo già sentito Johnny Cash e Freddie
Mercury a un battito cardiaco dalla loro fine produrre ancora qualcosa di
memorabile, ma qui il passo è ulteriore. ‘Blackstar’ ha una visione d’insieme, fatta di
grafica (l’alfabeto ‘stellino’ con il quale è scritto il suo nome nella cover dell’album
di cui ha parlato bene su Wired Michele Boroni) e film, di specifiche scelte musicali
(una deviazione dal rock presa con consapevolezza, andando a pescare una band
jazz poco nota e fortissima) e complessità poetica, tutti criteri che definiscono
un’opera di ampio respiro, frutto di un grande lavoro probabilmente svolto anche
fra angosce e dolori. E ancora di più, ‘Blackstar’ è un disco che supera di gran lunga
l’esito del lavoro precedente e si pone senza problema fra i migliori prodotti di uno
dei migliori cantautori di sempre.

‘Blackstar’ in questo senso è il disco che smentisce un altro vizio culturale del pop:
il concetto che gli anni della maturità per definizione non siano i migliori di un
artista, un atteggiamento estraneo alla storia della letteratura o dell’opera lirica e
più familiare alla ricezione dell’intrattenimento popolare  —  cosa che il pop non è
più necessariamente proprio per merito di David Bowie. E adesso che è andato via
alla fine di una vita in cui ha stravolto i confini convenzionali di sessualità e
popolarità, musica e cultura, moda e teatro, l’ultima rivoluzione potrebbe essere
ancora più profonda e radicale, pure se non l’avesse programmaticamente ricercata:
dimostrare che la malattia è uno stato dell’essere umano non necessariamente
peggiore della sanità, che non minaccia la creatività, che non rende gli uomini
piccoli scriccioli da tenere nel palmo di una mano. Che si può essere giganti
mentre si muore, come gli eroi dei tempi lontani.

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14 gennaio

ALAN RICKMAN

di Alvise Losi

“Gli attori sono strumenti di cambiamento. Un film, una pièce teatrale, una canzone
o un libro possono fare la differenza. Possono cambiare il mondo”. Non è possibile
sapere se in ogni sua interpretazione abbia fatto valere questo suo pensiero, ma non
è facile trovare un attore che sia stato capace di impersonare ruoli tanto complessi
e renderli tanto naturali, o ruoli tanto banali e renderli articolati.
Alan Rickman ha segnato la vita di almeno tre generazioni di millennials. Quelli
nati tra il 1990 e il 2000, che in lui hanno identificato il professor Severus Piton
(Snape, nell’edizione originale). Quelli nati tra il 1985 e il 1990, che si sono
segretamente innamorati del suo Sceriffo di Nottingham (anche perché di quel
Robin Hood è l’unico a salvarsi). Quelli nati tra il 1980 e il 1985, segnati dalla lucida
follia di Hans Gruber, il cattivissimo del primo Die Hard. Non è semplice
mantenere la continuità nel ruolo di cattivo. Non è semplice soprattutto se si
interpreta sempre un cattivo diverso. È lì che si capisce quanto è bravo un attore.
Anche se c’è un altro ruolo che lo ha reso memorabile per una quarta tipologia di
persone, che da un punto di vista generazionale pesca tra il 1980 e il 1990, ma è un
po’ a sé stante per l’indole vagamente nerd: forse i fan di Alan Rickman possono
davvero distinguersi tra chi lo ha visto in Dogma e chi non ha visto quell’assurda
pellicola. Se siete in questa seconda categoria cercate di provvedere. Sia perché si
tratta di un film meraviglioso (soprattutto se si pensa a quando è stato girato) sia
perché l’interpretazione di Rickman, pur in una parte secondaria, è più significativa
probabilmente di quasi ogni altro suo ruolo cinematografico. Ma niente spoiler.
“Non recito ruoli di cattivi, interpreto persone molto interessanti”. Era questo forse
il suo segreto. Trovare l’anima, il senso dietro alle azioni più inspiegabili. Serviva
una sensibilità fuori dal comune. E un talento fuori dal comune. Perché il rischio
qui è di buttarla solo sul piano umano. Ma Rickman, pittore mancato, era uscito
dalla Royal Academy of Dramatic Art, e non fu quello che si potrebbe definire un
enfant prodige, in fondo il suo debutto a teatro avvenne intorno ai 30 anni. Più o
meno in contemporanea con quello cinematografico. Il successo, se quello per
Hans Gruber in Die Hard si può considerare tale, lo raggiunse a 40 anni. E poco
dopo la fama planetaria per lo Sceriffo di Nottingham, nel 1991 a 45 anni. Il fatto è
che il mondo si è abituato ad Alan Rickman troppo tardi, e quando se n’è andato, il
14 gennaio di questo maledetto 2016, ci sembrava persino più giovane dei suoi 60

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anni. Merito forse anche della chioma corvina di Piton, l’ultimo personaggio cui ha
dato corpo per il pubblico internazionale.
Che poi qui si ritrova tutto il limite dell’essere italiani. Un po’ perché ci è stata
preclusa la possibilità di vederlo in un teatro londinese del West End, e lì solo, su
un palco dove nulla ti è perdonato, si può intuire la reale grandezza di un attore. E,
stando ai critici d’Oltremanica fu un grande Amleto nel 1992 e un Antonio ancora
più grande nel 1998 al fianco della Cleopatra Helen Mirren. Un po’ perché il
doppiaggio (non ce ne vogliano i doppiatori italiani) toglie una buona metà
all’anima del personaggio, nel bene e nel male. E ne toglie la voce. Che vale almeno
metà di un’interpretazione, basti pensare al Marlon Brando di Apocalypse Now,
sempre in penombra e tutto giocato sulla voce per non mostrare il disfacimento
fisico. Poi possiamo anche far finta di non ricordare i suoi ruoli, mai banali, in
Ragione e Sentimento, Michael Collins, Love Actually, Sweeney Todd e Alice in
Wonderland (prestava la voce al Brucaliffo).
C’è una scena, nel terzo Harry Potter (Harry Potter e il prigioniero di Azkaban) nella
quale, per il bene degli studenti di Hogwarts, tutti devono dormire insieme nella
grande sala mensa della scuola. È una di quelle scene topiche. Luci soffuse, Silente
e Piton che camminano e parlano preoccupati per quello che potrebbe accadere. È
un climax nel quale i due arrivano a concludere il loro dialogo proprio dove Harry
sta dormendo, o meglio fingendo di dormire. Ecco, questa è la scena che si vede nel
film. Ma sul set ha vissuto anche un’altra vita. Alan Rickman (Piton) aveva convinto
Michael Gambon (Silente) e il regista Alfonso Cuarón a fare uno scherzo a Daniel
Radcliffe (Harry Potter). Si arriva al clou della scena, stessa gravità del film, identica
serietà degli attori nel dare voce ai personaggi, e all’improvviso si sente il rumore di
un peto. Gambon fa finta di nulla e ripete la battuta. Un altro peto. Gambon ci
riprova. Terzo peto. Tutti gli attori stesi nei sacchi a pelo si alzano e guardano nella
direzione di Radcliffe, decisamente imbarazzato. Dopo qualche istante Gambon e
Rickman scoppiano a ridere. Avevano inserito un cuscino rumoroso nel sacco a
pelo del ragazzo per dare vita alla messa in scena. Il tutto pensato e organizzato da
uno dei più grandi attori britannici e uno dei migliori cattivi dell’ultimo mezzo
secolo.
Un’ironia poco britannica forse. E ben distante anche dal tipo di atteggiamento che
più spesso si poteva riscontrare nei personaggi interpretati da Rickman: il ghigno
sardonico. Era quello che lo aveva salvato in quel pessimo Robin Hood del 1991,
dove il suo Sceriffo di Nottingham, insieme al moro Azeem (Morgan Freeman), era
l’unico personaggio con un’anima. E non a caso gli era valso parecchi
riconoscimenti. Probabilmente Rickman aveva capito che il film rasentava il
ridicolo e aveva deciso di buttare tutto sul farsesco. Lo stesso atteggiamento
sardonico si ritrova in Piton, però macchiato sempre da un velo di tristezza. E il
motivo, prima dello svelamento finale della serie, lo sapevano solo lui e J. K.

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Rowling, l’autrice di Harry Potter. Piton è il più grande personaggio di tutta la serie,
il più complesso e il più difficile da decifrare. Nei primi libri sembra semplicemente
ostile a Harry, poi pare invece di intuire in lui banali viltà e malvagità e solo alla
fine si scopre quale sia il suo imprescindibile ruolo nella storia. Quasi qualunque
altro attore non sarebbe riuscito a dare vita a questa complessità, mentre Rickman
da subito rese il personaggio interessante e non appiattito sull’unica parvenza di
sentimento che l’episodio gli assegnava. Spesso i film non rispettano la bellezza e la
profondità dei libri. Non è qui il caso di approfondire il tema per una serie di sette
libri e otto film. Ma sicuramente il Piton di Alan Rickman ha reso giustizia a quello
letterario. Forse gli ha persino fornito spunti di crescita e miglioramento. E per
farlo non basta essere dei grandi attori. Anche sulla base delle reazioni di colleghi e
colleghe dopo la morte, dobbiamo pensare che fosse una meravigliosa persona con
la quale bere una birra o un the.
Probabilmente è per questo che Alan Rickman, nonostante i suoi personaggi, non è
mai riuscito a risultare davvero antipatico. A farsi odiare dal profondo. Forse era
tanto bravo da costringere ad ammirarlo nonostante i cattivi da lui interpretati. O
forse non era capace di fingere un’indole ignobile, lui che ignobile certo non era.
Sì, forse Alan Rickman era solo un pessimo attore che non sapeva recitare.

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18 gennaio

GLENN FREY

di Gianni Sibilla

Primi anni ’70. Alcune persone siedono assieme in una sauna. Ci sono anche Glenn
Frey, Don Henley, Jackson Browne e David Geffen.
Geffen sta parlando agli amici dei piani per la sua etichetta, la Asylum Records.
“Voglio che rimanga piccola, che non abbia più artisti di quanto possa contenere
questa sauna”.
Qualche anno dopo gli Eagles pubblicheranno per la Asylum il disco più venduto
del 20° secolo. Their Greatest Hits (1971–1975) totalizzerà 32 milioni di copie solo in
America, ma gli Eagles rimarranno una delle band più odiate della storia del rock.
La scena è in Hotel California di Barney Hoskins, uno dei libri musicali più belli in
circolazione. Racconta il Laurel Canyon, tra fine anni ’60 e primi anni ’70, dove si
incrociarono i destini di Neil Young, Joni Mitchell, Crosby, Stills & Nash, Browne,
Randy Newman, Tom Waits. Una grande parte di quello che oggi chiamiamo “classic
rock” è passato di lì, in quegli anni. Tutti nomi che hanno una credibilità e una
rilevanza ben maggiore degli Eagles.

Il 18 gennaio 2016, quando è morto Glenn Frey, con ogni probabilità non avete
letto accorati ricordi sui social. La stampa ha dedicato inevitabilmente spazio a Frey
e al gruppo, con il tempo riabilitato dopo anni di critiche pesanti e di sberleffi. I
toni, però, erano molto più sobri di quelli riservati ai colleghi scomparsi nei giorni
precedenti.
Si narra che nel ’77, quando il gruppo era candidato ai Grammy per il miglior
album con Hotel California, il loro manager Irving Azoff si rifiutò di farli partecipare
alla cerimonia senza la certezza della vincita. Pensò pure di portarli in incognito,
tenerli in una stanza e farli uscire solo in caso di consegna del premio. Aveva paura
di sottoporli ad ulteriori umiliazioni da parte dei media, avessero perso. Gli Eagles
vinsero, ma videro la cerimonia dalla loro sala prove. Immaginatevi cosa sarebbe
successo se negli anni ’70 ci fossero stati i social. Gli Eagles avrebbero fatto la fine
dei Nickelback. Ma gli Eagles non sono scialbi e musicalmente inutili, anzi.

Gli Eagles sono stati un mostro a due teste, Glenn Frey e Don Henley. Frey era
nato in Michigan, Henley in Texas: pur senza essere californiani, hanno definito il
suono e l’immaginario della west coast, con un repertorio gigantesco di canzoni.

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‘Take It Easy’, ‘Tequila Sunrise’, ‘Hotel California’, ‘Take It To the Limit’, ‘Life In
the Fast Line’, ‘Desperado’, ‘I Can’t Tell You Why’, ‘The Long Run’.
Eppure, se ti ritieni un appassionato di rock DEVI odiare gli Eagles.

Ne Il grande Lebowsky ad un certo punto il Dude sale su un taxi, guidato da un


uomo di colore. Il tassista sta ascoltando ‘Peaceful Easy Feeling’ alla radio. “Could
you change the channel, man? I had a rough night and I hate the fuckin’ Eagles,
man”! Il tassista, frena, scende dalla macchina, apre lo sportello posteriore, lo
prende di peso, e lo butta fuori dalla vettura, lasciandolo in mezzo a alla strada. Jeff
Bridges tira fuori una delle sue migliori interpretazioni: “Perché? tutti odiano gli
Eagles!”, dice la sua espressione.

Abbiamo passato buona parte di questo disgraziato 2016 a ricordare in pubblico e


ad elaborare il lutto della scomparsa di artisti, tanto dei giganti quando di quelli
che amavamo in pochi. Tutti ci hanno lasciato qualcosa. Per tutti, o quasi, abbiamo
sentito il dovere di correre a comprare i loro album, di rivedere i loro film, rileggere
i loro libri.
Non per Glenn Frey. Non per gli Eagles. Certo, erano un ossimoro. Musicalmente
rilassati, pacifici, disimpegnati e cool. Di persona ambiziosi, arroganti, litigiosi.
Hanno messo il dito nella piaga delle contraddizioni del rock. Li odiamo - li odiano
soprattutto in America: da noi più che altro sono stati quasi ignorati - perché sono
percepiti gruppo “commerciale”. Come se poi ci fosse qualcuno che fa musica per
non venderla.

C’è un grosso fraintendimento, nei discorsi e sui giudizi che si leggono spesso sul
rock. Un fraintendimento che si basa sull’idea di autenticità. Il “vero rock” deve
essere autentico, spontaneo. Non può esser fatto per essere venduto. Spesso si
usano questi criteri come metro di giudizio assoluto e indiscutibile. No, nessun
rocker è davvero autentico. Non lo era il punk (“La grande truffa del rock ’n’ roll”),
non lo è Springsteen, che ha perfezionato il suo “magic trick” con anni di prove,
tentativi ed errori - lo racconta in maniera avvincente nella sua autobiografia Born
to run. Non lo era Lemmy, grandissimo personaggio che enfatizzava ad arte le sue
contraddizioni, come quella passione mai chiarita fino in fondo per l’iconografia
nazista. Non lo era Prince, controllato e studiato nei minimi dettagli. Non lo era
Bowie, che ha portato all’estremo la sua dimensione della costruzione artistica del
costume, dell’interpretazione.

Gli Eagles non erano spontanei, no. Erano una macchina da guerra del rock, a cui
si potrebbero applicare molte delle critiche che si fanno a certo pop, ovvero di
essere troppo “pensato” e costruito. Hanno inventato e incarnato alla perfezione,

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con le loro canzoni, una certa idea di rock, e un sound, quello “laid back” e
disimpegnato della California del sud, lontano mille miglia da quello “peace &
love” della California del nord. Ma questo non significa che le canzoni degli Eagles
debbano avere un posto minore nella storia del rock. Erano attaccati ai soldi e alla
fama. Frey ed Henley hanno fatto e disfatto a loro piacimento la band, quasi sempre
per questioni economiche o perché non ritenevano all’altezza i loro compagni.
Hanno buttato fuori Randy Meisner - il primo bassista, quello di ‘Take It To the
Limit’ - sostituendolo con Timothy B. Schmit: non reggeva la pressione. Hanno
buttato fuori Bernie Leadon perché non suonava abbastanza bene, sostituendolo
con Joe Walsh. Quando si sono riformati nel ’94, hanno imposto agli altri di
prendere meno soldi, poi hanno buttato fuori Don Felder - l’autore della musica di
‘Hotel California’ - perché si era lamentato. Nello stupendo documentario del 2012
The history of the Eagles Don Felder se ne va dall’intervista quasi in lacrime, quando
ricorda quel momento, avvenuto 15 anni prima. Nei titoli di coda si legge: “The
Eagles are Glenn Frey, Don Henley, Joe Walsh, Timothy B. Schmit”. Il
documentario si vede su Netflix, guardatelo: racconta molto di più della storia degli
Eagles. Spiega come funzionano le rock band.

Glenn Frey era l’antipatico tra gli antipatici. Negli anni ’80, quando gli Eagles si
fermarono per 14 anni dopo l’ennesima lite, ebbe una carriera solista di successo,
con brani come ‘The Heat Is On’ e ‘You Belong To the City’. La prima, colonna
sonora di Beverly Hills Cop, la seconda di Miami Vice, in cui recitò pure. Abbiamo
riabilitato quasi tutto degli anni ’80, persino cose che al tempo ci vergognavamo di
vedere o ascoltare. Ma non quei film e quella serie, e non quelle canzoni, con quel
terribile sax che oggi fa tanto Fausto Papetti. Almeno Don Henley sembrava più
riflessivo: cantava dei ‘Boys Of Summer’ e di ‘The End Of the Innocence’ (scritta
dopo un nuovo litigio e una nuova causa milionaria con Don Geffen, con cui la
band aveva rotto negli anni ’70 e con cui lui era tornato a lavorare da solista). Don
Henley non è meno stronzo, peraltro: quando 4 anni fa, Frank Ocean ha riletto
‘Hotel California’ trasformandola in ‘American wedding’, è stato lui ad insultarlo e a
minacciarlo, perché aveva toccato il suo testo. La canzone non è mai stata messa in
commercio. era contenuta nel mixtape Nostalgia Ultra, e Ocean non ci ha
guadagnato un dollaro. Ma quello che per il cantante era un omaggio, per gli Eagles
era infrazione del copyright e lesa maestà. ‘Hotel California’, la canzone più odiata
del gruppo, per la cronaca è uno stupendo racconto della decadenza del sogno
californiano. Altro che ‘Peaceful Easy Feeling’ o ‘Take It Easy’.

Glenn Frey, invece, è stato uno grandissimo autore e band leader. Henley sedeva
dietro la batteria, cantava da lì. Frey stava in prima fila, a dirigere il gruppo. È stato
autore delle canzoni più sfacciate della band, come ‘Life In the Fast Lane’, scritta

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dopo un viaggio in macchina con il suo spacciatore, a 150 chilometri all’ora. Aveva
intuizioni geniali. Racconta Jackson Browne che quando iniziò a scrivere ‘Take It
Easy’ si bloccò al secondo verso dopo la famosa “I’m standing in a corner in
Winslow, Arizona”. La portò a Frey, che se ne uscì con il verso successivo: “And
such a fine sight to see/It’s a girl, my lord/in a flatbed Ford/slowin’ down to take a
look at me”. “Girl, Lord, Ford. Ragazze, Dio e auto: tutta la redenzione americana
possibile, in una sola frase”, commenta Browne. Già, gli Eagles sono la quintessenza
dell’unione di ciò che amiamo e ciò che odiamo della musica americana, fusi
assieme senza soluzione di continuità.

Il vero motore degli Eagles e di Glenn Frey non era l’ambizione, ma la frustrazione.
L’ammirazione dei colleghi, almeno quella l’avevano e l’hanno sempre avuta, ma
non era abbastanza. Non hanno mai risolto la rabbia di essere definiti “country”
quando volevano essere considerati rock, al pari dei loro colleghi. O quella di
vendere milioni di copie, ma di non avere l’approvazione della critica, quando la
critica contava ancora qualcosa. Quella di essere un gruppo senza credibilità tra i
“veri” appassionati rock. Neanche alla fine ce l’hanno fatta.
Come cantavano nel verso finale di ‘Hotel California’, da quel mondo e da quelle
sensazioni, “You can check-out anytime you want, but you can never leave”.
Poi partiva uno degli assoli più belli della storia del rock.

Take it easy, Glenn.

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31 gennaio

JON BUNCH

di Francesco Farabegoli

Record di incassi annunciato per Jon. Il commovente biopic di Martin Scorsese che
ripercorre la vita del leggendario cantante Jonathan Bunch, suicidatosi a quarantacinque
anni nel gennaio del 2016, pochi giorni dopo l’uscita del suo omonimo esordio solista, ha
colpito le sale americane come un ciclone. Tanta commozione alla prima newyorkese di
venerdì scorso, con gli amici della prima ora che scambiano abbracci con le star che hanno
incrociato la sua carriera. Non si spengono però le polemiche per la totale assenza nella
pellicola degli ex-compagni di gruppo, ancora impegnati nella sanguinosa causa legale con
la famiglia per la gestione del generoso patrimonio discografico lasciato da Bunch; una
guerra che rischia di rovinare l’eredità artistica di un uomo i milioni di fan in giro per il
mondo, ancora orfani dell’ultimo grande poeta del rock.

Nella narrativa della morte dei musicisti ai tempi dei social c’è almeno un lato
esaltante, quello che ci porta ad ascoltare e condividere pezzi di vita che riguardano
il musicista scomparso. Per un periodo di tempo che varia da due ore a qualche
giorno le persone smettono di spaccare il capello sulle stronzate e si uniscono nella
celebrazione di una comunanza. A volte qualcuno spara qualche bugia, ma tutto
sommato sono bugie veniali, non so come dire, è roba che sembra guidata
dall’emozione. La morte che mi ha fatto più male nel 2016 (Lemmy è di fine 2015,
giusto?) è quella di un cantante punk piuttosto sfortunato e non molto conosciuto,
e nel mio ambiente la sua scomparsa non ha suscitato alcun momento di
condivisione o rimpianto. Per un breve istante però, una ventina d’anni fa, ho
davvero pensato che un giorno le sue canzoni sarebbero state ascoltate da milioni
di persone.

Da ragazzino mi capitava spesso di immaginare il mio funerale. Vale la pena sognare


in grande almeno la propria morte: in giovane età e forte di almeno un’opera la cui
influenza sopravviva in modo massiccio e inequivocabile al mio corpo: il grande
romanzo americano del novecento, un film epocale che ho diretto a 22 anni, un
disco chitarra-e-voce che ha salvato la vita di milioni di adolescenti. Non erano
pensieri molto organizzati, non posso dire di avere mai davvero flirtato con la
morte; e del resto non posso nemmeno dire di avere mai scritto un romanzo, o un
film, o una canzone. Però i funerali hanno questo carico intrinseco di dramma, una
cosa molto cinematografica, estranei che si riuniscono a celebrare la vita di
qualcuno che in qualche modo li ha toccati. Poi credo siano cambiati i toni estetici
dell’epoca in cui vivo, e sono cambiato un po’ anche io, o forse è abbastanza

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normale smettere di sognare di morire entro i trenta quando ti avvicini ai quaranta.
Ho sentito da qualche parte che tutto quello in cui ti impegni nella vita –mutui,
carriera, figli- serve ad allontanare l’appuntamento con la morte, che la gente con
molti impegni tende morire più tardi.

Approssimando si può dire che io non abbia mai compilato un CV. La ditta di
sementi dove lavoravo l’estate mentre mi pagavo gli studi aveva bisogno di un
impiegato; il capo mi chiamò in ufficio e mi disse che aveva pensato a me perché ne
sapevo a pacchi di computer (credo gli sia venuta quest’idea per il fatto che una
volta riuscii a risolvere un problema riavviando il PC del magazzino) e avevo
un’esperienza da operaio in quel magazzino. Non fu una vera trattativa, era un
lavoro qualunque –non proprio quelli che sogni da bambino, ma almeno era un
lavoro. Con una condizione da parte sua: non gli andava di formare una persona e
poi di vederla andare affanculo, quindi sarei dovuto rimanere almeno tre anni. Non
credo che siano ancora molti, i datori di lavoro che pongono queste condizioni.
Comunque ho onorato il mio informale contratto triennale e in effetti sono
impiegato nella stessa ditta da allora. Non ho mai messo in discussione il mio posto
di lavoro, ma d’altra parte non ho mai davvero considerato le sementi una missione
di vita. C’è quella scena bellissima di Taxi Driver in cui Peter Boyle spiega,
totalmente a caso, la sua teoria sul fatto che a un certo punto ognuno diventa il
lavoro che fa. È una delle mie principali influenze –non so perché, ma ho sempre
avuto paura di diventare un sementiero, e così cerco di investirci meno emotività
possibile, o cercare comunque di ricavare abbastanza tempo libero per fare cose
che mi interessano di più –scrivere, disegnare, roba così. Non che alla gente
interessi poi molto avere di fronte uno scrittore piuttosto che un impiegato, è più
una specie di imperativo morale che ti cuci in testa. E poi le cose vanno comunque
a puttane: volente o nolente, passo più tempo vigile con i miei colleghi di quanto ne
passi con mia figlia. E con loro sono molto più motivato a coltivare amicizia,
complicità, solidarietà e sostegno reciproco. Ci sono tanti modi in cui la gente
affronta il proprio posto di lavoro: ho avuto la fortuna di finire in un ufficio dove la
preoccupazione primaria è di stare bene tra noi, come la canzone degli 883.

Ogni due settimane leggo un pippone sul lavoro creativo non pagato, fatto partire
da qualcuno sul suo pulpito di riferimento (sia esso la propria pagina FB o il sito di
Internazionale). La discussione ricomincia tutte le volte daccapo: come rimediare
all’annoso problema dei committenti che non pagano, degli editori che pagano
poco e tardi, degli amatori che non considerano il lavoro creativo degno di
retribuzioni, della retorica del non-abbiamo-il-budget? Il fatto che si ripresenti
tutte le volte nella stessa forma fa pensare che in fondo non ci sia ancora un
dibattito in tal senso e che forse nessuno si senta davvero nell’interesse di risolvere

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questo problema da un punto di vista della coscienza di classe. A volte trovo più
ragionevole pensare che quella dei creativi sia una specie animale che sta facendo i
conti con un gigantesco problema di sovrappopolazione: il loro habitat è ormai
povero di risorse e le povere creature sono costrette a menarsi quotidianamente per
accaparrarsi il poco cibo rimasto. Il patetico idealismo di molti di loro li costringe a
credere che le cose si sistemeranno e il sistema troverà da solo il modo per dargli
da mangiare; e questo volendo è un po’ paradossale, specie se si pensa che parliamo
di gente che appunto si autodefinisce “creativa”. Voglio dire, se passasse di qui un
etologo probabilmente direbbe loro che la soluzione di gran lunga più efficiente
sarebbe iniziare a mangiarsi a vicenda: meno consumo delle risorse ambientali,
meno esemplari della specie che intaccheranno l’habitat in futuro. Non solo non so
come pormi di fronte a questa cosa, ma come dicevo sopra non ho davvero alcun
diritto di fare altro che sedermi a guardare, nella speranza che la mia azienda non
decida di falciarmi e costringermi ad inseguire la chimera dei cento euro lordi a
settimana che mi ha promesso il tizio di porcaloca.it per collaborare fisso. Non so.
Immagino che presto o tardi la maggior parte di quelli che oggi si lamentano finirà
i soldi e dovrà fare una scelta che li porterà a parlare la mia stessa lingua, e se va
male troveranno il modo di pontificare anche su questo. Io di mio spero che
quando succederà vi sarete tenuti addosso quel briciolo di amor proprio che serve
per dedicare a ciò che amate almeno un po’ del vostro tempo libero.

Jonathan Bunch era il personaggio di spicco di un gruppo chiamato Sense Field,


che nei suoi anni migliori suonava punk rock melodico ed è responsabile di uno
dei dischi della mia vita. Il disco si chiama Building, è uscito nel ’96 e mi esaltò al
punto da convincermi a doppiarlo agli amici con un certo entusiasmo negli occhi,
puntualmente frustrato dalle loro reazioni post-ascolto. La vita artistica dei Sense
Field è stata segnata da quella stessa frustrazione, oltre che dalle conseguenze
economiche di questa cosa. Building era una specie di promessa dell’emocore in
anni nei quali il punk era roba caldissima: mentre Revelation lo faceva uscire, la
band stava per firmare con Warner Bros. per il disco successivo. Poi ci si mise la
sfiga: vicissitudini burocratiche impedirono al gruppo di pubblicare musica per
cinque anni, finché l’etichetta non si vide costretta a scaricarli e dar loro il
permesso di ri-registrare da indipendenti il loro disco già pronto. Qualcosa poi
successe, ma non tanto: un po’ di clamore intorno a Tonight And Forever nel 2001,
Living Outside nel 2003, lo scioglimento nel 2004. Jon Bunch andò a cantare per un
po’ nei Further Seems Forever, e poi anche loro si sciolsero. Qualche altro progetto
poco-più-che-amatoriale copre gli ultimi dieci anni della sua vita, bruscamente
interrottasi all’inizio del 2016 nel totale disinteresse del mondo della musica.

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I dettagli sulla morte di Jonathan Bunch, di cui a spanne non fregava comunque un
cazzo a nessuno, sono stati resi pubblici qualche giorno dopo. È morto per
un’overdose di sonniferi, un tizio l’ha trovato steso nel giardino di casa sua, aveva
ancora addosso la divisa di Trader Joe con sopra scritto “Jon B”. Quando ho letto di
questo particolare, a caldo, ho pensato che a volte la vita ha un modo piuttosto duro
di andarsene. Trader Joe’s è una catena di supermercati in franchising: se provate a
cercare “Trader Joe uniform” su Google immagini capite esattamente cosa intendo.

Da fan di musica pop mi nutro di sofferenza. Quasi tutti i miei dischi preferiti sono
stati realizzati da persone disperate, drogate, prese male e in grosse difficoltà. È
come mangiare una fiorentina mentre guardi un documentario di denuncia sugli
allevamenti intensivi: continuo a riascoltare quei dischi meravigliosi e a pensare,
poverini, quanto devono aver sofferto, alza il volume che c’è quel momento
bellissimo. A molti di loro non sono mai riuscito a perdonare il momento in cui
sono riusciti a far pace coi loro demoni, hanno risalito la china e trovato il loro
posto nel mondo, perché questa cosa viene celebrata quasi sempre con l’uscita di
un disco di merda (altresì detta sindrome di Trent Reznor). È un rapporto complesso
quello che abbiamo con il dolore degli artisti, perché non possiamo comprenderlo
fino in fondo ma siamo comunque costretti a percepirlo e trarne un briciolo di
gioia. Ho letto da qualche parte che c’è un grosso problema con il percorso di
riabilitazione degli ex-membri di boy band: per ogni Robbie Williams ci sono
centinaia di comprimari, buttati impietosamente nel dimenticatoio della storia della
musica. È anche un po’ una contraddizione in termini, un irrisolto culturale: questa
era gente che respirava a pieni polmoni l’odio dei musicomani snob, la gente come
me che li considerava la personificazione di tutto ciò che non andava nella musica
contemporanea; uno s’aspetta che in cambio ci abbiano guadagnato almeno un
vitalizio, e invece alcuni di loro erano già clienti della mensa dei poveri. La musica
indipendente si suppone basarsi su premesse ideologiche più forti: suoni nei
localini, la gente inizia a far parlare di te, inizi a vendere qualche disco e poi a un
certo punto le cose finiscono. In un mitologico articolo del ’94 Steve Albini faceva
un conto di massima e concludeva che, per un gruppo indipendente, firmare con
una major è il modo più sicuro per finire sul lastrico ed essere costretti a
sciogliersi. Non ho idea se le cose andassero davvero così, non sono mai stato
dentro a un gruppo, non ho mai scritto una canzone o un romanzo o un film. Però
ecco, ai Sense Field è sicuramente successo, e con tutto il cinismo di questa terra è
comunque spiacevole sapere che uno alcuni dei tuoi eroi musicali sono destinati a
morire nel cortile di uno sconosciuto con addosso l’uniforme del supermercato
dove sono costretti a lavorare. Dall’altra parte si può inseguire il proprio sogno solo
fino a un certo punto, e poi la realtà più o meno ti s’infrange addosso e tocca farci i
conti in qualche maniera. No?

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Ci ho provato per anni a far conoscere al mondo i Sense Field. La loro musica mi
sembrava così buona e immediata che era impossibile che qualcuno la odiasse.
Doppiavo la cassetta a destra e a manca e quando ho avuto il computer ho
continuato a masterizzare i CD. I miei amici si sarebbero innamorati del disco e
avrebbero iniziato a parlarne come di un capolavoro, pensavo. Ma nessuno di quelli
a cui ho passato i Sense Field ci ha trovato dentro quel che ci ho trovato io, e
questo può significare che Building in fondo non è niente di che, o che i Sense
Field sono una cosa mia e di pochi altri, o niente di tutto questo.

Mi capita spesso di indossare la giacca di pile con sopra il nome della ditta per cui
lavoro. Qualcuno di tanto in tanto mi prende anche per il culo per questa cosa:
sono seduto al ristorante, la domenica a pranzo, con la camicia buona e quella
giacca di pile. Non dico di indossarla con chissà quale orgoglio, ma sicuramente
preferisco che ci sia stampato il nome della mia ditta che quello di una
multinazionale; almeno so per certo che non sfrutta i dipendenti. Nessuno da
questa parte dell’oceano, e forse nemmeno ad Irvine CA, può avere la presunzione
di sapere davvero perché Jonathan Bunch si sia ucciso. Di mio, se proprio dovessi
andarmene a 45 anni non m’importerebbe molto cosa ho addosso in quel
momento, quanto di aver realizzato qualcosa, una cosa anche piccola, che abbia
saputo toccare una o due persone come il disco dei Sense Field ha saputo toccare
me. In tutto questo macello di dolore e depressione gli amici di Jon Bunch hanno
provato a fare una cosa buona: hanno aperto un crowdfunding in cui tutti quelli
come me potessero versare qualche soldo ed aiutare il figlio di Bunch ad andare al
college. La raccolta per ora è arrivata a 65mila dollari. E questo immagino sia il lieto
fine di tutta questa storia.

La mia canzone preferita dei Sense Field si chiama ‘Outlive The Man’, è la numero
2 di Building. È una canzoncina velocissima e malinconica che dura circa un
minuto e mezzo, con una linea vocale pazzesca; a un certo punto Jonathan Bunch
canta “the perfect dream outlives the man” (il sogno perfetto sopravvive all’uomo).
Non so cosa ci sia scritto sulla sua tomba, ma se l’avessero chiesto a me non avrei
avuto dubbi.

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15 febbraio

VANITY

di Daniele Cassandro

“Posso raccontarvi una storia su Vanity? Anzi, posso raccontarvi una storia su
Denise? Io e lei ci amavamo molto. Lei mi amava per l’artista che ero e io l’amavo
per l’artista che lei stava cercando di diventare. Litigavamo anche. Lei era testarda
perché sapeva di essere la donna più bella del mondo. E non perdeva mai
l’occasione per ricordartelo”.

Prince viene a sapere della morte di Vanity (Denise Matthews, 1959-2016) pochi
minuti prima di salire sul palco del suo Piano and a Microphone tour a Melbourne in
Australia. Prima di cantare ‘Little Red Corvette’, la sua hit del 1982, Prince spiega
al pubblico australiano: “Ho appena saputo che una persona a me molto cara se n’è
andata e quindi dedicherò questa canzone proprio a lei”.

‘Little Red Corvette’ è in effetti un ritratto di Vanity. Anzi è un ritratto di Prince che
si riflette nella figura sexy e sicura di sé di questa bellissima ragazza canadese,
un’attricetta da horror di serie B, che lui aveva conosciuto l’anno prima a un party,
durante il suo Controversy tour. Il primo verso della canzone dice: “Avrei dovuto
capirlo da come hai parcheggiato di traverso che tra noi non sarebbe durata…”.
Prince è un amante giovane e inesperto abbagliato dalla bellezza e dall’esperienza
di questa donna navigata e un po’ sprezzante. Una donna che gira con una scatola
di preservativi e la butta sul tavolo insieme alle chiavi della macchina, quella
piccola Corvette rossa che diventa subito una metafora sessuale sporcacciona e
infantile: “Sei troppo veloce, hai bisogno di un amante in grado di durare… hai
abbastanza benzina?… Ora proverò a domare la tua bella macchinetta rossa”. E così
via. Prince è preoccupato di non avere abbastanza classe e di non farcela con la sua
metaforica benzina (memorabile la rima “class”/“gas”). Ha paura di di non essere
adeguato. Guarda questa dea del sesso che gli si concede con i suoi occhi da Bambi
sgranati e torna a essere il Prince di For you, il suo primo album. Un Michael
Jackson sognante e ipersessuato, pieno di pruriti e di fantasie, ma anche troppo
inesperto per metterle in pratica. Troppo desideroso, troppo nerd, troppo piccolo,
troppo poco maschio.

Era una fantasia ricorrente del Prince dei primi album quella di essere dominato
da una donna più esperta, più perversa o più in gamba di lui. E questa Denise che

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lui incontra per caso diventa il catalizzatore di tutte queste fantasie. Ma Denise è
molto di più: diventa la prima “donna dello schermo” di Prince. Là dove lo schermo
non è quello che nasconde, come nella poesia del dolce stil novo, ma è quello del
cinema, un telo bidimensionale su cui Prince proietta storie, fantasie, feticci ma
soprattutto se stesso.

Denise Matthews è stata la prima donna con cui Prince ha stabilito quel rapporto
simbiotico in cui i sessi si specchiano, si confondono e si completano. Una
caratteristica che sarà ricorrente in tutta la sua produzione. Il femminile per lui era
più che un’ossessione erotica: era uno specchio magico, una zona franca in cui
poter essere se stesso, un prisma iridescente che non ha mai smesso di incantarlo.

Prendendo il nome d’arte di Vanity, Denise ha accettato di diventare il doppio di


Prince, come in una specie di patto di sangue erotico-magico. Eccoli insieme nella
copertina di Rolling Stone del 28 aprile 1983. Sia Vanity che Prince guardano dritti
nell’obiettivo. Sembrano gemelli: hanno gli occhi truccati nello stesso modo e i
capelli neri, gonfi e ricci. Prince ha già l’acconciatura un po’ Little Richard e un po’
Luigi XV, che perfezionerà l’anno dopo in Purple Rain. Vanity è più selvaggia, quasi
spettinata, e guardandoci con aria divertita infila una mano nei pantaloni di Prince.
Entrambi sono vestiti di viola. “Prince’s hot rock” recita lo strillo di Rolling Stone,
riferendosi alla musica di Prince ma anche alla “roccia bollente” che si suppone sia
dentro a quei pantaloni viola. Nella storia di copertina Prince non parla. Al posto
suo si fa intervistare Vanity che si limita a dire: “Io e lui abbiamo la stessa testa,
pensiamo uguale”.

Prince ha l’idea di mettere insieme una girlband qualche anno prima di incontrare
Vanity, già all’epoca dell’abum Dirty Mind (1980). Ha in mente un trio vocale pop-
funk che sia una via di mezzo tra tre spogliarelliste e le Supremes. Prince ha
immaginato le Pussycat Dolls con una trentina d’anni d’anticipo. Il nome che ha in
mente per la band non era dei più sottili: The Hookers, le puttane. Due cantanti ci
sono già: Susan Moonsie, ex fidanzata di Prince dei tempi del liceo e sua amica per
tutta la vita, e Brenda Bennett, guardarobiera dei tour. Le Hookers devono essere
provocanti e mettere in scena la più ovvia delle fantasie maschili ma come tutto
quello che riguardava Prince è importante che siano multietniche. Per il Prince
degli anni ottanta la fluidità tra i sessi era speculare a quella razziale. Uomo, donna,
nero e bianco: Prince si è sempre mosso liberamente e con leggerezza tra questi
stereotipi che per gli altri erano così polarizzanti. Brenda è bianca, bionda, di
origini polacche e un po’ mascolina, mentre Susan è un’afroamericana molto scura,
con lunghissimi capelli allisciati. Vanity, canadese con ascendenze afroamericane e
tedesche e di una bellezza sconcertante, è perfetta per completare il trio.

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All’inizio Prince vuol dare a Denise il nome d’arte di Vagina. Ma i due passano a
più miti consigli scegliendo Vanity. Vanity vuol dire vanità, certo, ed è un nome
perfetto per una donna specchio. Eppure la radice latina vanitas porta anche
altrove: al nulla, al vuoto e al memento mori: si chiamava vanitas nel cinque e
seicento la natura morta simbolica con un teschio umano circondato da fiori e
oggetti vari.

Nel 1982 Prince confeziona un intero un album per la band che a quel punto si
chiama Vanity 6 (dove il numero sei, si diceva allora, era il numero di tette che
totalizzavano in tre). L’album contiene una serie di pezzi che il Village Voice
descrisse come “otto stupide canzoncine synth pop che vi piaceranno solo se
abbassate molto la guardia. È roba divertente, orecchiabile e allo stesso tempo
decisamente zozzetta”. L’album contiene una sola vera hit: ‘Nasty Girl’. Il groove di
‘Nasty Girl’ è sintetico, tirato e suona ancora modernissimo (Pharrell Williams lo ha
copiato per il Co-Ed mix di ‘Boyz’ di Britney Spears). Vanity non è la migliore delle
cantanti ma ha un modo unico di fare suo il testo di una canzone che in sé è solo
demenziale e pornografico. Vanity invita l’ascoltatore maschio nel suo piccolo
mondo di fantasia, dove lei si lascia andare e diventa una ragazzaccia. Ha bisogno di
un maschio vero lei, e parla di misure: “lo voglio di almeno 10 cm più lungo”.
“Sono abituata ai marinai”, canta, “Ma hanno l’acqua nel cervello. Più acqua in testa
che zucchero nei loro lecca lecca”.
Con un testo così ci vuole un’interpretazione piatta e robotica come quella di
Cicciolina in ‘Muscolo rosso’ o ci vuole qualcosa di più. Vanity ci mette qualcosa di
più: l’ironia. Nel video lei ti guarda con aria sprezzante: insieme alle sue compagne
ha qualcosa di punk rock nel mettere in scena la più vieta delle fantasie maschili. Ti
fissa come per dirti: sei sicuro che vuoi questo? Non è troppo? Hai abbastanza
benzina per starci dietro? Vanity esce da un giornaletto porno sgualcito e si
trasforma in un incubo erotico per il maschio segaiolo e inadeguato. Si offre allo
sguardo maschile ma mai da vittima sacrificale. Quando nella canzone dice: “Se
non hai paura tiralo fuori” ha qualcosa di ironicamente minaccioso. Diventa quasi
una di quelle femmine giganti dei fumetti di Robert Crumb.
Dall’album viene tratto anche un secondo singolo, ‘Drive Me Wild’, una serie di
metafore dell’inesperienza sessuale e della passività, quasi il negativo di ‘Nasty
Girl’. L’oggetto del desiderio è di nuovo una macchina ma è una Cadillac nuova di
zecca che non è stata mai guidata: “I’m a brand new convertible child”. È un
telefono, una cornetta da alzare per ordinare ciò che si vuole, una bambola che se la
sollevi da terra ti sorride. Ovviamente qui non è Vanity a cantare ma Susan che dà
voce alle più scontate fantasie di stupro ma anche al Prince passivo e quasi vergine
che lei aveva conosciuto a scuola.

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Le Vanity 6 aprono, insieme ai Time, il 1999 tour di Prince tra il 1982 e il 1983.
Anche i Time sono un doppio di Prince e veicolano la sua anima più funk e
machista. Morris Day, il cantante del gruppo, è la caricatura del pappone del ghetto,
del gangster da quattro soldi, del crooner un po’ bavoso. Prima di Prince, dunque,
vanno in scena i suoi fantasmi: le sue fantasie sessuali con le Vanity 6 e lo stereotipo
dell’intrattenitore “negro” con i Time. È una specie di esorcismo: e quando si alza il
sipario sul basso pulsante di ‘Controversy’, Prince è una creatura nuova, la somma
di tutte queste cose e la loro negazione.
Durante quel tour Prince sta lavorando al canovaccio di un film, il progetto che
sarebbe diventato Purple Rain. È scontato che la coprotagonsita sia Vanity. Tra tutti è
quella con più esperienza di attrice ed è splendida e disinvolta e in più è, per
quanto burrascosamente, la donna di Prince nella vita reale. L’intero film e le
canzoni che ne sono l’ossatura sono state scritte pensando a Vanity. La straziante
‘The Beautiful Ones’, la pornografica ‘Darling Nikki’ e la misticheggiante e
delirante ‘I Would Die 4 U’ sono pervase dalla personalità di Vanity e dall’idolatria
erotico religiosa che Prince aveva per lei.
Più il progetto Purple Rain si concretizza e più Vanity si allontana da Prince. Denise
si sente un’artista, e in effetti lo è, e sente che lui la sta intrappolando in un ruolo
di eterna spalla. Poco prima di iniziare le riprese Vanity sbatte la porta e se ne va.
Esce da Purple Rain e dalla vita di Prince. Vanity è stata l’unica protegée ad essersi
ribellata a Prince in modo così dirompente. È stata l’unica ad aver avuto il coraggio
di spezzare la catena sentimentale e creativa che la legava a Prince, un grande genio
della musica, certo, ma anche un padre padrone manipolatore ed egocentrico.

Per molti fan di Prince e per la storia ufficiale che ama ricordare essenzialmente il
successo, quello è stato il peccato originale di Vanity, la sua cacciata dall’Eden. Al
suo posto, per Purple Rain, viene scelta in fretta e furia Apollonia Kotero. Bella,
certo, ma con meno della metà del carisma e dell’ironia di Vanity. In più non ha
nulla a che fare con il mondo di Prince. Apollonia si dimostra una buona sostituta
ma non sapremo mai come sarebbe stato Purple Rain con la sua vera protagonista:
Vanity avrebbe dato più carattere e più empatia al personaggio e non si sarebbe
ridotta a un puro love interest con un paio di scene di nudo soft porno. E poi ‘Sex
Shooter’ cantata da lei sarebbe stata fantastica.

Appena esce dal cerchio magico di Prince Vanity ottiene subito un contratto
discografico con la Motown, la mitica etichetta discografica che scoprì Diana Ross e
Michael Jackson. A metà anni ottanta la Motown non è più quella di un tempo: i
due album che Vanity fa uscire con l’etichetta sono prodotti pop funk di routine.
Wild animal (1984) contiene due singoli di scarso successo: la maliziosa ‘Pretty Mess’

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e la poco memorabile ‘Mechanical Emotions’. L’anno dopo Vanity torna con Skin on
Skin, sempre molto provocante nei testi e nei video ma con un look più sofisticato e
hollywoodiano. ‘Under The Influence’ ha un medio successo, soprattutto in Europa.
In Italia è molto trasmessa dall’emittente Videomusic, tanto che Vanity viene anche
invitata dalla Rai a esibirsi (in playback) a Fantastico.

Vanity però è soprattutto un’attrice e riprende i contatti con Hollywood. Nell’anno


in cui Prince esplode con Purple Rain (e vince un Oscar), Vanity recita nell’Ultimo
drago, una sorta di thriller semimusicale tra arti marziali e videogame d’azione. Il
film è massacrato dalla critica ma col tempo si guadagna lo status di cult movie,
soprattutto nella nascente scena hip hop. Vanity è Laura, un’intraprendente
presentatrice e manager di tv musicale che viene rapita e salvata più volte.
Nonostante la debolezza della trama e la bidimensionalità del suo personaggio,
Vanity riesce a farne qualcosa, se non di credibile, di divertente. Ancora una volta la
sua ironia e la sua bellezza le permettono di rendere originale una parte
oggettivamente ridicola. In 52 Gioca o muori (di John Frankenheimer, 1986) Vanity è
Doreen, una sfortunata spogliarellista che fa una brutta fine. Nel 1988 Craig R.
Baxtley, il regista della serie tv A-Team la vuole nell’ennesimo film d’azione, Action
Jackson. Vanity è Sydney Ash, finalmente protagonista femminile, una cantante da
night club cocainomane. È forse il ruolo migliore di Vanity che, nel frattempo,
combatte nella vita reale con una forte dipendenza dalle droghe.

La maledizione della musa che ha osato infrangere il suo patto di sangue con
Prince non abbandona Vanity: la sua carriera di attrice non decolla mai e la droga
diventa per lei un chiodo fisso: alla cocaina si aggiunge anche il crack. Nel 1987 ha
una relazione con Nikki Sixx dei Mötley Crüe e nel 1995 si sposa con il giocatore di
football americano Anthony Smith. Il matrimonio dura solo un anno e Smith finirà
per essere condannato a tre ergastoli per una serie di omicidi nel 2015.

Nel 1994 Vanity va in overdose di crack e rischia di morire. Nella sua autobiografia
Blame it on Vanity: Hollywood, Hell and Heaven (2010), racconta che in sogno ha visto
Gesù che le ha chiesto di rinunciare al nome di Vanity e a tutto ciò che ha
rappresentato per lei. Vanity torna a essere Denise Matthews e fa un grande falò di
tutto ciò che le ricordava la vita passata: vestiti, dischi, videocassette, ritagli di
giornale. La nuova Denise non è solo una cristiana born again ma è anche un
pastore pentecostale che predica la parola del Signore. La sua salute però non sarà
mai più la stessa: nel 1997 subisce un trapianto di reni e negli ultimi tempi doveva
sottoporsi a dialisi cinque volte al giorno. Denise muore a Freemont in California il
15 febbraio del 2016 per blocco renale.

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Al funerale, che si è tenuto in forma privata, hanno partecipato diversi personaggi
legati all’entourage di Prince: Brenda e Susan (le altre due Vanity 6), Jill Jones, la
cantante di ‘Mia bocca’, che faceva da corista nel 1999 tour sia per Prince che per le
Vanity 6 e la stessa Apollonia Kotero, che la sostituì nel film Purple Rain. Prince,
impegnato nel suo tour australiano, non si è presentato.

Ironia della sorte, il 21 aprile 2016, appena due mesi dopo, Prince è stato trovato
morto nell’ascensore della sua casa studio Paisley Park a Chanhassen, Minnesota.
Aveva 57 anni, esattamente come Vanity.

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19 febbraio

UMBERTO ECO

di Michela Pibiri

Aver deciso di scrivere un contributo su Umberto Eco mi ha regalato un'ansia


paragonabile solo a quella che mi comportò, anni fa, un articolo sul
trentacinquesimo anniversario della morte di Pasolini. All'epoca me la cavai con
una captatio benevolentiae che diceva: Pasolini è un'enormità, e di fronte alle
enormità è sempre alto il rischio di dire troppo o troppo poco: meglio lasciare la
parola alle sue opere e di esse nutrirsi. Se l'articolo non fosse ancora online, mi
basterebbe cambiare il nome e lasciare immutata la sostanza di un'opinione che
nutro anche nei confronti del professor Eco, semiologo, filosofo e scrittore italiano,
nato ad Alessandria il 5 gennaio 1932 e morto a Milano il 19 febbraio 2016. Ma
questo non è un mondo in cui ce la si cava così a buon mercato.

E allora ragioniamo. Perché su Umberto Eco vorrei dire qualcosa di un po' più
personale di un accurato coccodrillo che parli, tra le molte altre cose, delle
quaranta lauree honoris causa ricevute in giro per il mondo o dell'asteroide a cui è
stato dato il suo nome. E di sicuro non è questo lo spazio, né il tempo, per
un'analisi esegetica del suo lavoro, né io sono la persona giusta per farla.

Nel 2016 sono successe tante cose. Una di queste è che una piattaforma di viaggi ha
lanciato una campagna pubblicitaria molto efficace intitolata "The DNA journey",
in cui si invita a immaginare cosa scopriremmo di noi stessi e delle nostre origini se
intraprendessimo un viaggio nel tempo basato sul nostro DNA. La nostra identità
sarebbe rivista alla luce di tutti quei frammenti dei nostri antenati che fanno di noi
la persona che siamo: frammenti provenienti da diverse parti del globo, anche da
quelle che sentiamo ostili. Improvvisamente il mondo sarebbe più vicino, familiare,
e, inutile dirlo, tutto da scoprire attraverso il viaggio.

Negli ultimi tempi ho pensato spesso a questo concetto di viaggio a ritroso nella
propria identità. Certo è affascinante l'idea di scoprire da dove si proviene grazie a
un po' di saliva in una provetta, ma è interessante anche portare la riflessione un
po' più vicino nel tempo e senza scomodare le radici biologiche, pensando
piuttosto a un DNA culturale fatto di frammenti che non abbiamo in dotazione
dalla nascita, ma che si sono sedimentati nel tempo della nostra singola esistenza.

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Un DNA fatto di opere del talento e dell'intelletto di grandi uomini e grandi donne,
trasmesso in percentuali variabili da genitori, scuola e università, televisione, amici,
amati e amanti, internet, sconosciuti in treno. Che col passare del tempo si
arricchisce di nuovi segmenti e ne perde altri, definendo il nostro modo di stare al
mondo. Immagino sia la ragione per cui questo 2016, l'anno in cui ha cominciato a
sgretolarsi in maniera massiccia, precipitosa e inesorabile la matrice del DNA
culturale della mia generazione e di quella precedente, abbia lasciato un senso di
orfanilità inconsolabile in molti di noi.

L'orfanilità, quando è morto Umberto Eco, l'ho provata ben forte e senza nemmeno
capire subito il perché. Sarebbe facile e bello dire che il sentimento è giustificato
da ricordi personali di lezioni al DAMS di Bologna affollate come concerti rock,
come ha raccontato, per esempio, Daria Bignardi su Vanity Fair. Da quella volta che
l'ho incontrato e ci ho fatto una lunga chiacchierata, dall'intervista per il giornale
X, dalle scorpacciate di tutti i suoi romanzi dal primo all'ultimo, o da uno smisurato
amore per la semiotica.
La verità è che non ho mai incontrato Umberto Eco, che negli anni in cui ho fatto
l'università aveva già lasciato il DAMS, fondato il corso di Scienze della
Comunicazione e assunto le sembianze mitologiche di una sorta di padre della
patria che, in un certo senso, l'aveva tradita per nuovi lidi.
Di Eco si parlava spesso nelle aule di Via Zamboni, di solito per dire qualcosa in
aperto contrasto con le sue teorie, come nel caso della diatriba sull'idioletto
estetico innescata dal mio docente di estetica, Luciano Nanni, le cui lezioni erano
parimenti affollate.
Nanni, nel dare una definizione dell'opera d'arte, ne individuava come elemento
specifico la funzione (ossia il modo in cui l'opera funziona in rapporto al fruitore,
tenendo conto del contesto e dei processi di interpretazione), e non la struttura
(ossia le caratteristiche intrinseche all'opera stessa), come invece sosteneva Eco.
Quando non in aperto contrasto, nominare Eco significava comunque innescare
una revisione critica delle sue teorie, ma sempre con il grande rispetto che si deve a
una pietra miliare. Era un assente estremamente ingombrante.

Ai miei tempi, i primi anni duemila, e nel mio giro di conoscenze strette l'esame di
semiotica lo si evitava accuratamente per una questione quasi ideologica, salvo poi
ritrovare la disciplina impacchettata sotto mentite spoglie all'interno di
innumerevoli altri corsi del piano di studi.
Sarà colpa dell'idioletto estetico, ma con la semiotica applicata alle arti ho
sviluppato il rapporto che, nello spot "The DNA journey", la protagonista curda
manifesta verso il popolo turco: ostilità e senso di oppressione, salvo poi scoprire di
avere una buona percentuale di patrimonio genetico proveniente proprio dalla

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Turchia e commuoversi. Io mi commuovo all'idea che nel mio patrimonio genetico
ci sia, anche se non mi piace, una buona dose di semiotica? Forse no, ma mi
domando quanto la mia prospettiva sarebbe diversa oggi se avessi frequentato le
lezioni del professor Eco.

Ciò che mi emoziona davvero è sapere che, seppur tra molti rimescolamenti e
passaggi come nella trasmissione del DNA di generazione in generazione, sono
culturalmente figlia di una temperie di cui Eco è stato fondatore a attivo
partecipante. Dietro gli studi che ho scelto di fare c'è una storia rivoluzionaria che
ha cambiato l'approccio alla cultura in Italia, smantellando l'aura di sacralità che la
ammantava, avvicinandola al quotidiano, portando nelle aule universitarie anche
manifestazioni di cultura ritenuta bassa come i fumetti, i videogames, la TV, la
musica pop e i B-movies, e tentando di sottrarre alla laurea in Lettere il tradizionale
primato delle scienze umanistiche. L'approccio dissacrante e sperimentale di
Umberto Eco e di altri componenti del Gruppo '63, come Luciano Anceschi, che
attraverso Nanni ha dato l'imprinting alla mia formazione in filosofia estetica, e
Renato Barilli, che è stato relatore della mia tesi di laurea in fenomenologia degli
stili, aveva portato nel 1971 alla fondazione del primo DAMS d'Italia, definito una
volta da Mariarosa Mancuso de Il Foglio come la più pericolosa delle smart drugs,
per il cui spaccio Umberto Eco avrebbe meritato di essere processato in un futuro
ipotetico.
Lo stesso spaccio per il quale io, che ho avuto la fortuna di spendere anni
importanti della mia vita in quella scuola neoavanguardistica ricca di stimoli utili
allo sviluppo di un solido senso critico - la stessa che ha sfornato Pier Vittorio
Tondelli e Andrea Pazienza, tanto per dirne due - non dimenticherei di ringraziarlo
un solo giorno.

Continuando a riflettere sul senso di orfanilità, mi sono poi accorta che mio DNA
culturale c'è un altro pezzetto di Eco, radicato ben prima del senso di appartenenza
alla scuola DAMS. Quando ero alle medie, l'insegnante di lettere chiese a ciascuno
di noi alunni di portare in classe un romanzo a scelta, da mettere a disposizione
degli altri a rotazione. Alla fine dell'anno avremmo più o meno tutti letto gli stessi
libri, ma in momenti e con tempi diversi. Io frugai un po' a casa e tra enciclopedie e
libri intoccabili trovai Il Nome della Rosa in un'edizione Bompiani del 1987 che
mia madre aveva ricevuto in regalo da qualcuno. Non avevo idea di quale fosse
l'argomento: la quarta di copertina riportava solo stralci di recensioni e nessuna
sinossi, ma aveva tutta l'aria di essere un romanzo e, dopo aver chiesto il permesso,
lo portai a scuola. L'insegnante non lo ammise al progetto definendolo,
giustamente, troppo difficile e mi invitò a sostituirlo con un altro libro.

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Lo feci senza protestare, ma quel troppo difficile destò in me una curiosità
assassina che aveva il gusto della sfida. Decisi dunque di leggerlo per conto mio:
non so quanto compresi allora, perché il ricordo che ne ho è alterato da riletture
successive e dalla visione del film di Jean-Jacques Annaud, ma ciò che importa è
che ricordo nitidamente il momento in cui per me le parole troppo difficile furono
uno stimolo e non un deterrente a compiere un'impresa che mi desse l'opportunità
di dimostrare qualcosa a me stessa. Se questa esperienza fa parte del mio DNA
culturale, fa parte anche dello sviluppo della mia autostima e del mio approccio alle
cose complesse, e che alla fine spiega quasi da sé la ragione per cui ho
istintivamente voluto occuparmi di Umberto Eco malgrado fosse una faccenda
tutt'altro che semplice e molto più che ansiogena.

Nel 2016, abbiamo detto, sono successe tante cose. A febbraio, quando è morto Eco,
nessuno ancora immaginava che il resto dell'anno sarebbe stato scandito con
puntualità implacabile da morti illustri. Da un punto di vista comunicativo è stato
tutto un dare e inseguire notizie, andare a ritroso nelle vite e nelle carriere, fissare
un ricordo personale, pensare a qualcosa che valesse la pena dire e costruire icone
da venerare. E in alcuni casi, pur tra molte riflessioni di valore, si è avuta la prova
tangibile del fatto che Eco non aveva tutti i torti quando, nel corso di una lectio
magristralis all'Università di Torino nel 2015, affermò che i social media danno a
legioni di imbecilli lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel.
Ho pensato che ci fosse una precisa volontà di sottrarsi al chiasso mediatico e alle
commemorazioni ad alto rischio di imbecillità quando, un mese dopo la morte, è
stata resa nota una peculiare disposizione testamentaria: la richiesta, rivolta alla
famiglia, di non promuovere né autorizzare convegni su di lui per i prossimi dieci
anni. La notizia arrivò quando l'Università di Bologna stava muovendo i primi passi
per organizzare un convegno di commemorazione, e fu bloccato tutto per rispetto
della sua volontà, intesa da chi lo conosceva bene come un ultimo geniale colpo da
maestro. Gli è stata tuttavia intitolata la piazza coperta della biblioteca Salaborsa in
Piazza del Nettuno, e questo malgrado nel 2008, in una delle sue bustine di minerva
sull'Espresso, si fosse pronunciato molto chiaramente sulle intitolazioni: C'è da
considerare, almeno per rispetto alle persone defunte, che intitolare a qualcuno
una strada è il modo per condannarlo alla pubblica dimenticanza e a un fragoroso
anonimato. Ma c'è da dire che una biblioteca civica nel cuore della città che vanta
l'Università più antica del mondo non è, in termini di oblio, come una strada di
periferia della provincia più sperduta d'Italia.
Una scelta così inusuale nel mondo accademico si presta facilmente a essere
interpretata come un gesto di scherno e contestazione verso chi sgomita per avere
visibilità e riconoscimenti. Ma, a pensarci bene, è ricca di altri possibili significati

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che, a parer mio, possiamo prenderci il diritto di intrerpretare e interiorizzare,
proprio come farebbe il lettore di un'opera aperta.
L'idea di osservare dieci anni di silenzio, per me richiama un calcolo ponderato
sulla tempistica necessaria alla lettura approfondita di un lavoro immenso per mole
e densità di contenuto. Non credo ci sia presunzione in questo, bensì il tentativo di
sollevare l'asticella di una società che, spesso, anche nelle sue manifestazioni più
erudite, non si concede più il tempo per l'approfondimento e la comprensione.
Dieci anni sono un tempo sufficiente anche per smorzare l'emotività ed evitare che
tutto diventi geniale e imprescindibile solo perché chi l'ha pensato e scritto è
appena morto.
È il tempo giusto per sviluppare una distanza critica, per affinare gli strumenti della
conoscenza e della dialettica, per argomentare posizioni favorevoli o contrarie.
Dieci anni sono una possibilità, per chi non l'ha mai fatto, di prendersi la briga di
conoscere Eco e di arrivare al 2026 più consapevole e partecipe.
A molti continuerà a non interessare nemmeno quando saranno sciolti i sigilli
dell'oblio temporaneo, e si ricomincerà a parlare di lui nell'esatto momento in cui
molti dei morti illustri del 2016 saranno definitivamente dimenticati; ma quello che
la sua ultima volontà ci lascia è un messaggio quasi universale: impariamo il valore
dell'assenza in un mondo in cui tutti vogliono esserci. Rivalutiamo l'importanza
della concentrazione in un'epoca che frammenta e disperde. Riprendiamoci il
tempo che serve a imparare cose nuove e a capirle, anche se sono troppo difficili.
Concediamoci il gusto della lentezza che serve a non essere superficiali. Facciamo
pace col silenzio e riflettiamo a fondo prima di parlare, sempre.
Lo interpreto come un piccolo grande regalo alle nostre intelligenze, e lo dico ben
consapevole del fatto che se il professor Eco potesse leggere questo mio contributo,
probabilmente mi consiglierebbe di arruolarmi nella legione di quelli che si
arrogano la dignità di parola senza aver capito niente.

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10 marzo e 7 dicembre

KEITH EMERSON e GREG LAKE

di Dario Agosta e Giuseppe Fraccalvieri

Welcome back my friends to the show that never ends


We're so glad you could attend [...]
Come inside, the show's about to start
guaranteed to blow your head apart
Rest assured you'll get your money's worth
The greatest show in Heaven, Hell or Earth.
(Emerson, Lake & Palmer, ‘Karn Evil 9’, Brain Salad Surgery, 1973)

Come se questo anno bisesto non fosse stato già abbastanza funesto di suo, la
morte di Keith Emerson sarà purtroppo pure una delle più deprimenti del 2016.
Sia perché ci si rende conto che i protagonisti di un’epoca forse irripetibile son
sempre più anziani, sia perché le circostanze del caso son tutt’altro che serene. Il
musicista è stato trovato morto nella sua villa dalla sua ultima compagna: la causa
del decesso è stata attribuita a un colpo di pistola alla testa autoinflitto. La donna
ha descritto l’ultimo periodo di Emerson come tormentato - oltre che dall’alcool e
dalla depressione che lo accompagnava ormai da anni - dalla paura di deludere i
fan: le sue condizioni di salute gli avrebbero impedito di suonare come da par suo,
e da una parte gli erano già piovute pesanti critiche online, dall’altra si avvicinava il
tour in Giappone.
Non credo sia il caso di scavare oltre in una situazione che spinge a riflettere ancora
sul tema della depressione e che può sembrare assurda, perché è pur vero che oggi
pretendiamo davvero troppo da chiunque, anche dopo i settant’anni. Ma fermarsi
anche a questo sarebbe forse riduttivo e infelice.
Molto banalmente, quello che più conta è quello che resta, e per dirla con Greg
Lake, la musica di Keith Emerson ci rimarrà per sempre.

La notizia della morte di quest’ultimo - a meno di un anno di distanza da quella


dell’amico - è arrivata anch’essa all’improvviso, poiché Lake aveva deciso di non
rendere pubblico il cancro che lo aveva colpito pochi anni prima e contro il quale
aveva pur combattuto con tenacia.
Siccome era suo desiderio di non essere compatito per la malattia sui social
network, a maggior ragione non lo si farà neppure ora e si passerà a ricordarli per
quello che hanno fatto da vivi.

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Sentii parlare di Keith Noel Emerson e Greg Lake per la prima volta in quanto
rispettivamente tastierista e bassista/voce del supergruppo Emerson, Lake &
Palmer.
Un supergruppo nasce grazie all’unione di musicisti che erano già diventati celebri
in precedenza, da soli o con altre formazioni. Di moda a partire dalla fine degli anni
‘60, queste formazioni erano spesso un incontro e uno scontro di ego spiccati. Nel
caso in questione si riunirono i due anzidetti e Carl Palmer, batterista per The
Crazy World of Arthur Brown e per gli Atomic Rooster.
Emerson Lake & Palmer li incontravi nel negozio di musica (quando dischi, e
cassette e CD la facevano da padroni) con quegli album bellissimi di rock
progressive, con quelle copertine che erano già in sé un’opera d’arte. Non ci si
poteva non fermare di fronte a Tarkus e Pictures at an Exhibition, opera di William
Neal, o a Brain Salad Surgery, opera del celebre Hans Rudolf Giger, autore pure del
design per il film Alien. Non ci si poteva non fermare, chiedendosi che musica
potesse accompagnare immagini come quelle.
Insomma, ogni elemento - a partire dall’artwork e poi l’ispirazione dalla musica
classica, l’idea di concept album, la sperimentazione, i musicisti coinvolti - dava ad
intendere che ti trovavi di fronte a qualcosa che aveva la volontà di essere un’opera
d’arte a tutto tondo. E che poi, al momento dell’ascolto, ti immergeva in mondi
distanti, prendendosi il tempo (anche venti, quaranta minuti per un solo brano) di
raccontarti una storia nella sua interezza, e di intrattenerti con assoli straordinari e
lunghe suite strumentali.

Già questo dovrebbe far intendere come il rock progressive sia stato visto da molti
come musica pretenziosa, e proprio in relazione agli ELP e a Keith Emerson in
particolare questo giudizio è stato espresso in più di un’occasione, se non ogni
volta che si presentava l’occasione.
Era un’epoca di grande fermento e, per dirla con le parole e la serenità di Lake, si
assorbivano le influenze gli uni dagli altri e qualcosa di originale doveva venirne
fuori. Si cercava semplicemente di creare qualcosa di nuovo e di superare i confini.
Emerson ha ricevuto pure prestigiosi riconoscimenti, come quello che
un’istituzione come lo Smithsonian gli ha assegnato per il suo ruolo pionieristico
nel campo della musica elettronica, ma soprattutto è stato un’ispirazione per tanti,
anche al di là del genere.

La storia del tastierista non si limita però a quella degli ELP: da giovanissimo
cominciò a mescolare classica, jazz e rock e scoprì quindi l’organo Hammond (uno

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degli strumenti che lo resero celebre), prendendo a suonare in diverse band, tra le
quali The V.I.P.s.
L’ingegner Laurens Hammond, negli anni ‘30 del 1900 si convinse che uno dei
mezzi per elevare l’animo umano era la musica, e concepì un organo elettrico
destinato alle piccole parrocchie di quell’America di provincia che ancora stentava
a uscire dalla Grande Depressione. Lo strumento era quasi perfetto, affidabile e
relativamente economico, ma gli organisti delle chiese, abituati alla voce maestosa
degli organi a canne, non erano ancora convinti dal suono, che si interrompeva
bruscamente quando le mani si sollevavano dalla tastiera. All’organo Hammond
mancava ancora l’eco della cattedrale. Hammond si rimise al lavoro. Forse fu il
rumore della matita picchiettata contro la molla della lampada da disegno che gli
fece venire un’idea.
Un riverbero a molla, spiegato semplicemente, è composto da una lunga molla
metallica che viene fatta vibrare a un’estremità da un segnale elettrico, come ad
esempio quello che esce da un organo Hammond; all’altra estremità, un trasduttore
capta le vibrazioni della molla e le trasforma nuovamente in suono, con l’effetto di
un’eco prolungata. Hammond era riuscito a creare una cattedrale portatile per il
suo organo.
C’era un difetto di poco conto: se si urtava il contenitore dell’unità riverbero, la
molla sbatteva contro le pareti e il trasduttore captava questo rumore:
dall’altoparlante dell’organo usciva un’esplosione fragorosa, assordante: un vero
tuono che continuava a rimbombare per molto tempo. Poco male: il riverbero era
saldamente fissato al fondo dell’organo Hammond per cui era stato inventato: una
macchina che superava il quintale. Era assai improbabile che qualcuno si mettesse
a spostarlo, acceso, dentro la parrocchia, o in salotto.

Francia, 1966. The V.I.P.s, un gruppo Rhythm and Blues del nord est dell’Inghilterra
con un paio di album e qualche singolo pubblicato e continui cambi di formazione
alle spalle, sta suonando in un club buio e pieno di fumo: con quello che pagano ci
si copre a malapena la benzina del furgone, qualche pensioncina da poco e i panini
per i componenti della band, ma tutto sommato è gavetta e non ci si lamenta
troppo. Certo, dura da qualche anno. Il pubblico balla, beve, e cerca di accoppiarsi
più o meno a caso; vuoi per qualche birra di troppo, vuoi per uno spintone nel
locale affollatissimo, a metà del concerto gli animi si scaldano e scoppia una rissa.
“È normale, succede quasi sempre, poi smettono: tu continua a suonare in ogni
caso”, aveva spiegato Mike, il cantante, all’organista arrivato solo pochi mesi prima,
un piccoletto di vent’anni che veniva dal sud. E però tra cazzotti e bottiglie quella
rissa sembrava non voler smettere più, e un francese ubriaco che ti crolla sugli
strumenti non è una bella idea, soprattutto se non hai ancora finito di pagarli.
Laurens Hammond non l’aveva previsto, ma lui alzò il volume al massimo, si

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appoggiò con tutto il suo peso all’organo, lo inclinò in avanti, e lo lasciò ricadere
all’indietro.

BOOOM, esplose il riverbero. BOOOOM, le casse dell’organo. Un tuono, una


bomba. La band smise di suonare. I francesi smisero di picchiarsi. Tutti si girarono
verso di lui. E Keith Emerson sorrise, come il ragazzino che sa di averla fatta grossa
e di avere finalmente l’attenzione di tutti. E allora, trionfante, BOOOOM, un’altra
bomba. Accese il vibrato e RAT-TA-TA: una mitragliatrice. Qualcuno si mise a
fischiare, qualcun altro a incitarlo, a urlare; lui si buttò sui tasti e svisando come un
pazzo riprese il pezzo che stavano suonando, la band gli andò dietro, e arrivarono
trionfanti, stanchi, sudati e ubriachi alla fine del concerto.
“Quella scena con l’organo che hai fatto prima… sembravi quei pazzi degli Who.
Rifalla, domani sera”.
Fu forse qui che il modo di suonare molto fisico e appariscente di Emerson fu
incoraggiato per la prima volta. Dopo i V.I.P.s fu quindi il turno del gruppo The
Nice, che contribuì a fondare, e che è spesso ricordato soprattutto per la versione
rock di ‘America’ di Leonard Bernstein, e per aver precorso l’epoca prog.

Greg Lake cominciò invece la sua carriera tra rock e chitarre. Era amico di infanzia
di Robert Fripp, avendo i due avuto lo stesso insegnante di chitarra. Il secondo
chiese quindi al primo di fare da cantante e da bassista (Lake non aveva mai
suonato lo strumento fino a quel momento) per i King Crimson, che stava creando
dopo le esperienze precedenti.
Greg Lake fu parte della loro formazione solo per i primi due album, In the Court of
the Crimson King e In the Wake of Poseidon, e pur tuttavia questo contributo varrebbe
da solo un ruolo importante nella storia del rock. Anche se il gruppo ha prodotto
altri dischi straordinari nei decenni successivi, e al di là di quelle che oggi possono
essere percepite come ingenuità, l’album di debutto rimane infatti una rivoluzione
e una pietra miliare, che ha influenzato generazioni di musicisti negli anni a venire,
e che è stata pure un punto di riferimento nell’immaginario collettivo.
Ognuno dei cinque brani di questo disco leggendario è memorabile. Non sarebbe
stato possibile senza il segno lasciato dalla voce di Lake, così evocativa, in grado di
contribuire in maniera determinante al senso di libertà di ‘I Talk to the Wind’ come
alla confusione struggente di ‘Epitaph’, all’oscurità di ‘The Court of the Crimson
King’ come alla follia di ‘21st Century Schizoid Man’ (resa pure nell’artwork dipinto
da Barry Godber, col volto che è quello del protagonista del brano: “nothing he’s
got he really needs”), o sposandosi col gioco dei piatti della batteria in ‘Moonchild’.

Durante il tour dell’album, il cantante strinse amicizia con Keith Emerson (allora
con The Nice) e nel 1970 decise di abbandonare i King Crimson (con Robert Fripp

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che rimarrà l’unica costante fino ad oggi) per fondare gli Emerson, Lake & Palmer. I
due non vedevano bene le prospettive nei rispettivi gruppi.
Lake accettò comunque di cantare per il secondo album della band che stava per
lasciare: In the Wake of Poseidon è un disco solidissimo e nel solco del primo (per
certi versi addirittura speculare), e anche qui la sua voce si confermò fondamentale.
‘Cadence and Cascade’, uno dei brani più delicati, presenta invece la voce di
Gordon Haskell e una bellissima parte al flauto, ma esiste una versione cantata da
Lake che è a dir poco magica e che merita di essere recuperata (su Mr Stormy’s
Monday Selection Vol. 1).

Il primo concerto vero e proprio del supergruppo fu quello all’Isola di Wight, nel
1970. Fu un concerto tanto caotico quanto epocale, e l’esibizione degli ELP fu
ripresa parzialmente per il film documentario Message to Love, pubblicato solo nel
1997. La performance completa è uscita come cd, e anche a distanza digitale rende
tutta l’energia e la potenza di un’epoca senza misure di sicurezza per l’udito.
Quando ancora non c’erano limiti per i decibel prodotti, infatti, la strumentazione
di Emerson creava davvero un’ondata sonora, che era possibile percepire
fisicamente.
Un concerto con Keith Emerson era uno spettacolo in tutti i sensi: sul palco si
esaltavano le sue capacità di showman e lo si vedeva usare in modo creativo
strumenti che non erano certo maneggevoli come una chitarra. Mentre Greg Lake
si “limitava” a suonare su un tappeto persiano, i pianoforti potevano così muoversi
in modi sorprendenti, mentre armadilli (come Tarkus) volavano spandendo neve
dall’alto. Ovviamente ci furono anche innumerevoli incidenti, ma nessuno davvero
grave.

Non era tutto rosa e fiori negli ELP, e la propensione classica di Emerson alle volte
si scontrava con l’approccio più rock di Lake. Gli ELP si sciolsero nel 1979: era
arrivato il punk, ed è quasi banale dire che fu una reazione al rock progressive.
Un’epoca sembrava finita e i loro dischi non vendevano più, per cui l’intero
baraccone necessario per portarli in tour era pure divenuto antieconomico. Per
Lake, però, la fine del supergruppo non fu dettata da fattori esterni ma causata dal
fatto che, pur rimanendo insieme, l’alchimia tra i tre si era ormai persa dopo Works
Volume 1.

Dopo l’esperienza con ELP, Emerson e Lake parteciparono ad altri progetti e al


contempo proseguirono la carriera da solisti.
Lake aveva già ottenuto una hit nel 1975 con ‘I Believe in Father Christmas’, ormai
un classico natalizio. Tornò quindi al suo ruolo di chitarrista, per comparire
brevemente con gli Asia (supergruppo al quale Palmer ha partecipato con una certa

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costanza fino ad oggi). Emerson scrisse colonne sonore di film come I falchi della
notte con Sylvester Stallone e Inferno di Dario Argento, oltre a produrre album da
solista: e il primo, Honky, fu un successo solo qui da noi in Italia.
Nel 1985 provarono a ricomporre il trio, ma Palmer era ancora impegnato con gli
Asia, per cui i due scelsero per sostituirlo il batterista Cozy Powell, ripetendo così
le iniziali della sigla del trio precedente.
Il 1994 fu un anno davvero cruciale per il pianista: la sua casa nel Sussex bruciò
interamente, c’erano problemi economici e dopo 23 anni il matrimonio con la
moglie dalla quale aveva avuto due figli terminò (ammise che era colpa sua, si era
innamorato di un’altra persona). Ebbe un grave problema di salute alla mano, dal
quale si riprese velocemente e con un’operazione, ma senza suonare per un anno e
subendo comunque il colpo. Per Rick Wakeman degli Yes, considerando tutto
quello che era capitato alla sua mano destra, era già stupefacente che fosse riuscito
a continuare.

Negli anni zero i due proseguirono più o meno allo stesso modo, con Lake che
seguì il batterista dei Beatles nella settima incarnazione del suo progetto, Ringo
Starr & His All Starr Band. Cominciò a scrivere un’autobiografia in perenne
espansione (per i ricordi che continuavano ad emergere dagli amici), tanto che
vedrà la luce solo l’anno prossimo: si intitolerà Lucky Man, come uno dei suoi brani
più fortunati.
Al di là di biografie e documentari, uno dei modi migliori di ricordarli mi sembra
quello di riguardare il loro concerto del 2010, per il quarantesimo anniversario del
trio. Lì i problemi potevano sembrare lontani e lo smalto c’è ancora tutto: la voce di
Greg Lake, una tra le più amate e riconoscibili del rock progressive, è ancora
integra nonostante gli anni; c’è ancora la potenza di Keith Emerson che corre sui
tasti; c’è ancora la voglia di rivisitare un classico come ‘From the Beginning’,
aggiungendogli una splendida introduzione di tastiera. Si può ancora risentire
l’alchimia tra i tre, basta chiudere gli occhi e ascoltare.

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24 marzo

JOHAN CRUIJFF

di Giancarlo Frigieri

Mia moglie l'anno scorso, per il mio compleanno mi fa avere un pacchetto e mi dice
che quest'anno mi ha fatto solo un pensierino, che le tasse del negozio, le ferie,
eccetera. Lo apro. Dentro c'è la replica esatta della maglia di Johan Cruijff del
mondiale del 1974. Ho provato a spiegarle che era tutta la vita che aspettavo che
qualcuno mi regalasse questa maglia, ma secondo me non ha mica capito quanto
ero contento. Ho i brividi adesso che lo scrivo, per farvi capire.
Anni fa mi feci spedire da un olandese appassionato di calcio tutte le partite
dell'Olanda del 1974. Un paio hanno il commento della ESPN sports classics ed è
per questo che pagherei un centinaio di euro senza pensarci per avere una Olanda-
Argentina 4-0 con il solo audio dello stadio. Su Youtube non c'è, ho controllato.
Ogni tanto uno mi chiede perché il mio blog ha lo sfondo arancione. Ogni tanto
mi chiedono perché sia il mio colore preferito. Ogni tanto qualcuno mi chiede
perché so un casino di cose sull’Olanda e come mai ci sia andato cinque volte
senza bisogno di andare a puttane o farmi le canne.
Non mi ricordo quanti anni avessi, erano pochi di sicuro. Mi ricordo solo che vidi Il
profeta del Gol di Sandro Ciotti in televisione. Erano ancora gli anni settanta. Di
quel documentario ricordo ancora la musica della colonna sonora, che annovero tra
le cose più malinconiche che io abbia mai sentito.
Io non li ho visti, i mondiali del 1974. Non in diretta, almeno. Io sono nato nel 1972.
Il primo ricordo calcistico che ho è mio fratello in vacanza a Rapallo che piange
dopo che l'Olanda ci ha negato la finale del mondiale in Argentina battendoci 2-1.
Cruijff non c'era, si diceva non fosse andato per la dittatura, anni dopo avrei
scoperto che non era andato perché dopo che a Barcellona gli erano entrati in casa
minacciando di rapirgli la famiglia e puntandogli una pistola alla testa, aveva
pensato di ridefinire le sue priorità.
All'epoca le immagini del calcio straniero praticamente non esistevano. C'erano tre
canali tv. Internet manco riuscivamo a immaginarcelo.
Un film come quello di Ciotti era un evento, una cosa da mandare a memoria. E
infatti riguardavo per intero Il profeta del Gol ogni volta in cui mi capitava di
inciamparci. E poi seguivo sui giornali e dovunque potesse capitare, almanacchi e
tutto, il suo nome. Cruijff era un mondo intero che si apriva nella meraviglia di un
gioco.

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Ricordo che quando giocavo a pallone da ragazzino, se mi capitava di finire in
panchina, allora insistevo per avere il numero 14. Da noi non si poteva scegliersi il
numero. Lui poteva, poteva quando nessuno poteva. Si diceva che avesse ottenuto
un permesso speciale dalla federazione, dal gran che era fortissimo. In effetti di
cose particolari ne aveva e mica poche. Quando l'Olanda andò al mondiale del
1974, lo sponsor tecnico era l'Adidas e tutti avevano le tre bande nere laterali sulla
maglietta. Cruijff aveva la Puma e pretese e ottenne di avere due bande nere e non
tre. L'unico. I numeri dell'Olanda erano distribuiti in ordine alfabetico, tutti.
Jongbloed, il portiere, aveva il numero 8, per dire. Era una cosa talmente strana che
a suo modo fece scuola e l’Argentina fece la stessa cosa dai mondiali del 1978 fino
ai mondiali del 1986. Cruijff aveva il 14. L'unico a non avere il numero in base
all'alfabeto. E pensare che, se avessero dato retta all'alfabeto, in quella nazionale
avrebbe avuto il numero 1. Non lo ebbe proprio perché era il numero uno per
davvero. Quel mondiale doveva essere la sua assoluta celebrazione, ma mancò la
ciliegina sulla torta. Il mondiale dove tutto il mondo si accorse del calcio totale,
dell’Arancia Meccanica (come chiamavano l’Olanda) e dove tutti si accorsero della
Het Cruijff draai, la finta alla Cruijff, che insieme al passaggio d’esterno rimane il
suo tocco più celebre e che ancora oggi porta il suo nome.
E dire che aveva vinto tre coppe dei campioni, con l'Ajax. Non so quanti
campionati olandesi. Una coppa intercontinentale. Una sola, perché le altre due
edizioni alle quali avrebbe avuto accesso l'Ajax decise di non andare. La prima
volta lasciò il posto al Panathinaikos e la terza alla Juventus. Ce la vedete una
squadra che vince per la prima volta nella sua storia la coppa dei campioni e
rinuncia a giocare la coppa intercontinentale l'anno dopo? Ecco, quello era l'Ajax,
quello era Cruijff, quelli erano (e sono ancora) gli olandesi.
Dopo la terza coppa dei campioni Cruijff andò in Spagna, al Barcellona. Decise una
votazione su chi dovesse essere il capitano della squadra. Non appena l’esito dello
spogliatoio gli tolse la fascia da capitano, Cruijff telefonò al suocero e gli disse che
era ora di andare.
Erano anni che il Barcellona non vinceva il campionato, la squadra viveva momenti
piuttosto bui. Crujiff ritrovò Rinus Michels, il più grande allenatore olandese di
sempre. Il Barcellona rivinse il campionato, subito. Cruijff ne fu la stella indiscussa.
Fece il gol più incredibile che la storia del calcio ricordi, contro l'Atletico Madrid,
un gol in acrobazia di tacco quasi dalla linea di fondo campo. Lo chiamarono “Il gol
impossibile” ed in effetti gol così non li fa più nessuno. Quando alcuni giocatori
dell'Atletico protestarono per un fallo, il loro allenatore Kubala disse che “Davanti
ad un gol così non si discute, si applaude”. Il Barça vinse 5-0 in coppa del Re
contro il Real Madrid, una cosa che chi c'era a Barcellona quell'anno non
dimenticherà mai. Johann diventò un simbolo per tutti i catalani quando chiamò il

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proprio figlio Jordi, in un’epoca in cui i nomi in catalano erano proibiti dal regime
franchista.
Dopo qualche stagione e dopo l'episodio di cui parlavo sopra, Cruijff decise di
cambiare vita. Iniziò un periodo altalenante, che lo vide giocare a gettone (primo
caso al mondo) nella squadra catalana del Levante, in seconda divisione. Andò in
America, insieme a tanti giocatori a fine carriera, a cercare di lanciare il Soccer, la
versione a stelle e strisce del Calcio. Risanò le sue finanze, che erano state
compromesse da alcuni errori finanziari piuttosto grossolani. Giocò nei Los
Angeles Aztecs e nei Washington Diplomats. Venne eletto miglior giocatore della
lega, poi tornò in Europa. Era il 1981.
Fece una prova con il Milan in un Mundialito estivo. Fece cagare. Lo fischiarono
tutti. Sembrava un calciatore finito e quindi se ne tornò in Olanda. A casa. All'Ajax.
Lo scetticismo era decisamente alto, ma alla sua prima partita, contro l'Haarlem,
fece un gol evitando tre avversari e beffando il portiere avversario con un
pallonetto da fuori area. Ad Amsterdam se lo ricordano ancora. Vinse il campionato.
Giocò due stagioni con l'Ajax, poi alla terza stagione la dirigenza non gli rinnovò il
contratto. Gli dissero che era troppo vecchio, che non serviva più. Ancora una volta
veniva messo in minoranza.
Cruijff allora decise di firmare con il Feyenoord. Per chi non mastica di calcio
olandese, immaginatevi Totti che firma per la Lazio.
Alla prima amichevole venne fischiato da tutto lo stadio dei suoi nuovi tifosi. Un
gigantesco striscione diceva “Feyenoord Forever - Cruijff Never”. Odiato da tutti,
anche se la cosa durò poco.
Era da quando il profeta del Gol se ne era andato dal campionato olandese (1974)
che il Feyenoord non lo vinceva.
Indovinate un po’? Esatto. Lo rivinse quell'anno.
Se andate su Youtube ci sono tutte le partite, in sintesi di un quarto d'ora l'una.
Cruijff gioca con il numero 10, ormai fa il regista e non corre più granché, ma mi
stupisce il fatto che nessuno citi mai quella stagione come una delle sue più
incredibili. Se guardate le partite, ogni volta che tocca la palla, sembra che si
accenda la luce. È sempre protagonista della manovra, i suoi lanci d’esterno per un
giovanissimo Ruud Gullit sono di una precisione micidiale. Cruijff spesso segna,
magari dopo aver dribblato quattro o cinque avversari. A 37 anni, senza mai aver
smesso di fumare. Il video dell'ultima partita di campionato è il più emozionante.
Contro il Pec Zwolle, a campionato acquisito e dopo aver segnato quello che sarà il
suo ultimo gol nella Eredivisie, ad un certo punto l’allenatore lo sostituisce. Anche
se i tempi sono diversi dalla spettacolarizzazione che il calcio oggi offre, tutti sanno
che quella è l'ultima volta. La partita si ferma per due minuti, giocatori ed avversari
lo portano in trionfo, gli stringono la mano, i tifosi che solo qualche mese prima gli
tiravano i petardi e lo offendevano, si alzano ad applaudirlo.

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Cruijff ha vinto pure da allenatore, cosa che fa di lui il personaggio che ha vinto di
più nel calcio moderno. La sua carriera da allenatore sembra una fotocopia di
quella da calciatore. Ancora una volta Ajax e Barcellona. Una coppa delle coppe
con gli olandesi, una coppa delle coppe e una dei campioni con il Barça, oltre a
diversi campionati nazionali.
La prima coppa dei Campioni del Barça vedeva lui in panchina. Lui che per primo
schierò le difese sempre a tre uomini perché diceva che a tenerle a quattro “si
sprecava un uomo”, tanto che i tifosi del Barcellona chiamavano quel tipo di
posizione “Defensa Hitckcock” perché il brivido correva sul filo e si rischiava
l’infarto ogni volta.
Fu il Barça di Cruijff allenatore ad abolire la distinzione tra terzini e ali, che fino ad
allora appariva netta. Se oggi parliamo semplicemente di “laterale destro” e
“laterale sinistro”, lo dobbiamo a quel Barcellona e a lui, che aveva plasmato la
lezione di Michels, lui che diceva che i giocatori dovevano muoversi liberamente
dentro uno schema, esattamente come faceva l'Olanda del 1974 che (come
l'Ungheria del 1954) fu l'unica squadra a far fare un balzo in avanti al calcio di 20
anni e a fare scuola senza vincere niente. Lui che da allenatore diceva ai suoi
giocatori che “Arriverò nello spogliatoio sempre e solo venti minuti dopo la fine
della partita, così che abbiate il tempo di insultarmi, di sfogarvi e di dire tutte
quelle cose che non potrete ad un allenatore davanti a tutti nello spogliatoio”.
Poi i problemi di salute, dovuti al fumo. Bypass coronarici, la necessità di una vita
tranquilla.
Deve essere stato strano per lui, visto che tanto tranquillo non è mai stato. Cruijff
sapeva essere sbruffone come pochi. Come quando da allenatore, per spronare i
suoi, non esitò a ridicolizzare verbalmente il Milan di Capello, che poi gli rifilò 4 gol
facendogli fare una bella figura di merda.
Oppure come quando un giovanissimo Jorge Valdano (poi campione del mondo nel
1986) lo incrociò sul campo e gli chiese, mentre l’olandese stava litigando con
l'arbitro, se gli poteva ridare la palla che dovevano giocare. Il profeta apostrofò il
futuro asso argentino del Real dicendogli “Quanti anni hai ragazzino?” e alla
risposta “21” disse “Alla tua età a Johan Cruijff gli si dà del lei”.
Oppure come quella volta che si mise in testa, nel 1982, di battere un rigore in
maniera indiretta. Segnò, i giocatori avversari non ci capirono niente. Aveva
addosso la maglia dell'Ajax.
Cruijff aveva fatto tutto con quelle due maglie. Una bizzarria come il rigore di
seconda, con la maglia del Barcellona non si era visto. Ma il 14 febbraio di
quest'anno Messi e Suarez ci hanno pensato loro, contro il Celta Vigo. I social
network sono subito impazziti nel commentare la notizia come una semplice
sbruffoneria, non pochi tra quelli che conosco hanno detto che bisognava

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“spezzargli le gambe” e cazzate del genere. Io, confesso, ho avuto i brividi e un
brutto presentimento.
A pochi era saltato alla mente che, dopo avere annunciato di essere malato di
cancro ai polmoni, il 13 febbraio Cruijff aveva, proprio il giorno precedente al
rigore Messi/Suarez, rilasciato la sua prima dichiarazione pubblica da malato di
cancro. E puntuale, il giorno dopo, era arrivato un omaggio da parte di Messi e
Suarez, due grandi che omaggiano un gigante.
Cruijff aveva detto ai giornalisti “Contro il cancro siamo alla fine del primo tempo e
per ora sto vincendo 2-0”. Anche nel momento della sconfitta definitiva, davanti ad
un avversario imbattibile, non aveva rinunciato ad una finta da fenomeno, spavalda,
sbruffona.
Una finta alla Cruijff.

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25 marzo

PAOLO POLI

di Carola Moscatelli

“C’era sì la possibilità di evadere da quel mondo pedestre che in gioventù mi andava


stretto, ma le uniche vie d’uscita erano farsi prete, pittrice o ballerina. Ho preferito
quest’ultima alternativa… La nobiltà di coscia”.

Uno dei miei primissimi ricordi di infanzia è un’immagine piuttosto nitida: io, nel
retro della Renault 14 di mia mamma (macchina che ci venne rubata nel 1984,
quindi significa che avevo circa tre anni), che ascolto una canzone che esce
dall'autoradio. Una canzone che mi sembra tristissima e che parla di una mamma
che lascia che la figlia muoia di una non bene identificata malattia perché lei
doveva vedere il suo ganzo, e che in punto di morte, prostrata dal senso di colpa,
trasforma la sua bramosia sessuale in shopping compulsivo di giocattoli per la
bambina, che, contestualmente, muore.
E mentre io piangevo per solidarietà con la mia coetanea che aveva la mamma col
labbro tumido (immaginavo qualcosa di drammatico, tipo il labbro leporino), mia
madre e il suo copilota (chi fosse non mi ricordo) stavano ridendo come se fosse
una barzelletta.
La canzone è ‘Balocchi e Profumi’ per chi non l'avesse riconosciuta, e la voce
maschile nasale che la cantava era quella di Paolo Poli.
Paolo Poli era tante cose tutte insieme: un teatrante senza una  formazione
specifica, affascinato dalle processioni sacre e dalle adunate fasciste, un ateo
amante delle agiografie, un intellettuale raffinato che voleva più bene a Madame
Bovary che ai suoi familiari, un omosessuale dichiarato in un periodo in cui anche
solo pensare a fare coming out era una cosa da pazzi, una drag queen prima del
tempo. Per chi non avesse avuto la fortuna di vederlo a teatro (mi dispiace molto
per voi, non sapete cosa vi siete persi), il modo migliore per conoscerlo è vedere le
sue interviste, dove salta di palo in frasca e che sono un flusso ininterrotto di
aneddoti brillanti e bon mots.
In questo coccodrillo io, che mi sento una via di mezzo tra una prefica e un
curatore di archivio, ho deciso di dividere il suo ricordo in alcuni segmenti tematici
che avranno come titolo alcune frasi simbolo delle sue interviste.

“La scoreggia che fugge è ciò che racconta quello che ha mangiato il bambino” (l’infanzia)

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Del babbo carabiniere si parla poco nei suoi racconti di infanzia: al centro c'è la
mamma, maestra montessoriana che credeva nel valore sempre positivo
dell'esperienza. Al bambino, educato in casa per un lungo periodo (impara a
leggere sul libro di Pellegrino Artusi La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene,
omaggiato in un audiolibro nel 2014) viene data la possibilità di esplorare tutto,
senza limiti: “Paolo fai come ti senti, il bambino è perfetto, sbagliata è la società”.
Da piccolo è un gran frequentatore della parrocchia di Rifredi, dove le processioni
e le funzioni sono il suo primo palcoscenico e comincia a travestirsi durante la
guerra, quando le sale da ballo scarseggiano di ragazze ma gli occupanti tedeschi
vogliono ballare lo stesso; si offriva per fare la donna per tanghi e valzer e spesso
finiva per appartarsi coi soldati con cui danzava. Poli sostiene che quegli “incidenti
di percorso” sono stati il principio dell'antipatia nutrita nei suoi confronti dalle
sorelle, che arrivò a chiamare pubblicamente sorellastre e alle quali scelse di non
rivolgere più la parola perché, a differenza dei genitori libertari, non accettarono
mai l'omosessualità dell'attore. Lucia, più piccola di lui di 11 anni, fu l'unica a
rimanergli accanto nella vita e iniziò con lui una proficua collaborazione artistica.
In un certo senso è possibile pensarla come l'unica vera erede del lavoro di Poli, un
figlio più che una sorella.

“Occhio nero e capello biondo, la più bella del mondo!” (gli esordi)

Paolo Poli studia letteratura francese, ma ci mette dieci anni per laurearsi, dato che
nel frattempo comincia a posare per i fotoromanzi e a collaborare con alcuni teatri
come il genovese “la borsa di Arlecchino”. In un periodo ancora fortemente
caratterizzato da una impostazione ottocentesca delle compagnie e del lavoro
teatrale, Poli ha ruoli minori. Ciò nonostante riesce a farsi notare da alcuni
capocomici di avanspettacolo: in quel periodo il cabaret fungeva da scuola di teatro
e vi si imparava il ritmo dello spettacolo, a ballare, a cantare ma soprattutto a
saggiare l'umore del pubblico.
Quegli anni sono stati estremamente formativi: le sue regie teatrali devono
moltissimo al periodo in cui faceva il bell'attore con Tina Pica e Polidor che,
insieme ai fumetti, gli regalarono abbastanza notorietà da avere il primo contatto
con la Rai nel 1960: un programma della tv dei ragazzi nel quale leggeva favole e
racconti. Decide, dopo un solo anno di supplenze, di rinunciare all'insegnamento
alle superiori per seguire la strada dello spettacolo (l'anno scolastico è il 1958,
quello dell'applicazione della legge Merlin e della chiusura dei bordelli: narra la
leggenda che il professor Poli accompagnò una sua scolaresca in gita d'istruzione in
una casa chiusa per fargli meglio comprendere Maupassant, uscita che si tenne con
il beneplacito di tutti i genitori della classe). Nel 1961 passò dalla tv dei ragazzi alla

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prima serata di Canzonissima, dove diede vita insieme a Sandra Mondaini ai due
bambini pestiferi Arabella e Filiberto.

“Un beneducato genio del male” (la carriera)

Nonostante la sua bellezza giovanile Poli non ebbe molta fortuna al cinema:
all'attivo ci sono un paio di film con Blasetti e un musicarello con Gianni Morandi.
Anche la televisione non sembrava apprezzare i suoi lavori, considerati troppo
all'avanguardia per l'epoca. La sorte del suo Babau ‘70 è esemplare per capire il
senso del pudore e le ingerenze politiche del periodo; questa inchiesta sui
cambiamenti di stile di vita degli italiani, che unisce interviste ad intermezzi
letterari, viene girata nel 1970 ma venne mandata in onda solo nell'estate del 1976.
Televisione e cinema, ma anche radio e qualche incursione nel mondo musicale
non lo distolgono dal suo vero, grande amore: il teatro.
Il teatro italiano in quel periodo era in piena rivoluzione e passava da un tipo di
organizzazione capocomicale a quella, ancora ancora in voga, dei teatri stabili. Negli
anni in cui emergevano le figure ingombranti di Gassman e Strehler, il Mattatore e
il Regista, e il teatro popolare era ancora saldamente in mano all'avanspettacolo e al
cabaret, Poli crea una terza via: niente canone classico della letteratura teatrale, ma
spettacoli basati su autori considerati minori. Con lui Palazzeschi, Gozzano, Anna
Maria Ortese e Parise trovano finalmente una ribalta. Le letture infantili di Carolina
Invernizio e le operette a cui partecipava come figurante si fondono insieme. Lo
potremmo chiamare spirito camp, ma a me piace pensare che Poli avesse fatto sua
la lezione di Gozzano e raccontasse con amore le ottime cose di pessimo gusto che
caratterizzavano la storia che aveva deciso di mettere in scena.
I suoi spettacoli erano organizzati in modo molto simile alle sacre rappresentazioni:
non un continuum legato alla divisione in atti ma quadri, in cui entravano pochi
personaggi per volta e raccontavano la loro storia. L'interazione tra gli attori era
ridotta al minimo e sembrava, più che di stare in teatro, di leggere il diario intimo
del personaggio.
Tra un quadro e l'altro spesso c'era l'intermezzo musicale nel quale Poli si
trasformava in una soubrette di varietà e cantava, accompagnato dai suoi boys. Le
canzoni potevano essere frutto dello spirito del tempo in cui era ambientato lo
spettacolo o semplici associazioni mentali particolarmente riuscite. Tra tutte cito
‘Sanzionami questo!’ canzonaccia fascista inserita nello spettacolo Il Mare e
‘Sentimental’ nella versione di Rita da Cascia, due momenti di Poli allo stato puro.

“Quanto so’ bravi ‘sti froci” (la vita privata, l'omosessualità e le censure)

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Gli anni del secondo dopoguerra facevano valere la regola del “si fa ma non si dice”
per qualunque genere di comportamento considerato deviante dalla morale
comune. Poli non ha mai fatto della sua sessualità un mistero, ma la considerava
una cosa naturale e personale, non un qualcosa per cui erigere barricate. Nel corso
della sua carriera ci furono diversi episodi di censura: il citato Babau, ma anche la
Rita da Cascia, interrotta dalla celere di Scelba per una interrogazione parlamentare
presentata da Oscar Luigi Scalfaro (l'accusa era di blasfemia perché ad interpretare
la santa era un uomo, che Poli interpretò sempre come attacco al suo
anticlericalismo e alla sua vicinanza al Partito Comunista e non al suo orientamento
sessuale). Negli ultimi anni in ogni intervista c'era il riferimento ai vari disegni di
legge sulle unioni omosessuali e la sua risposta era, invariabilmente, CHE NOIA!
La legge però non ha fatto in tempo a vederla.
Insieme alla domanda sui matrimoni gay nelle interviste degli ultimi 15 anni c'era
sempre qualche domanda sulla morte alla quale, inevitabilmente rispondeva che lui
sarebbe andato di certo all'inferno: Dante ce lo aveva descritto come molto più
interessante del Paradiso. Ci si sarebbe sentito a suo agio, in un luogo così caldo e
pieno di diavoloni. Un luogo perfetto per rimorchiare.

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31 marzo

ZAHA HADID

di Giorgia Meschini

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21 aprile

PRINCE

di Fabrizio Venerandi

- pronto?
- Fabrizio, sono io
- ah ciao mamma
- vuoi che cominci con la brutta notizia?
- uh, che brutta notizia?
- è morto Prince
- ...
- Fabrizio?
- e qual è la buona notizia?
- non c'è nessuna buona notizia

Così, a quarantasei anni, sono venuto a sapere che era morto Prince da mia madre.
Ho buttato giù, ho fatto un sorriso triste e ha subito squillato il telefono. Era mia
zia. Voleva sapere di Prince.
Su Facebook hanno iniziato ad arrivarmi delle notifiche di persone che mi
dicevano che era morto Prince, scorrevo la pagina e come una pioggia c'erano
questi link che dicevano che Prince era morto.
Ho pensato se dovevo scrivere qualcosa, cambiare la foto profilo, l'immagine,
mettere un link, vedevo che ogni nuovo link che mi diceva che Prince era morto, io
non stavo bene. Sono andato nelle preferenze e ho chiuso il mio profilo Facebook.
Ho rassicurato Facebook che non era per sempre.
Mi sono collegato a Prince.org, il sito dei fan di Prince e il sito non rispondeva,
avrei scoperto qualche ora dopo che il server era collassato per le troppe
connessioni.
Ho chiuso il computer. Sono andato in cucina e ho detto che Prince era morto. Ho
sorriso, credo, avevo ancora mezza faccia anestetizzata.
Qualcuno ha capito.
Quasi senza pensare ho preso One Nite Alone, un suo demo album voce e
pianoforte, l'ho messo nel lettore, l'ho sentito tutto mentre mettevo a posto la spesa,
pensavo, negavo. Molti anni fa un critico americano aveva scritto una frase molto
bella su Prince, una recensione al Crystal Ball: aveva scritto che era un disco
illogico, sbagliato, ma che lo aveva comprato e avrebbe comprato anche il

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successivo, perché smettere di ascoltare Prince avrebbe voluto dire uscire
dall'adolescenza e - dannazione - lui non era ancora pronto.
Pensavo che mi avrebbe sepolto, Prince a me. Ogni anno sembrava ringiovanire di
sei mesi, invecchiava di un anno e ringiovaniva di sei mesi.
Quando su Facebook leggo chi soffre per la morte di un personaggio del mondo
dell'arte, della musica o della letteratura, penso beh, ringraziamo per tutto quello
che ha fatto. Gioiamo del fatto che ha dato tanto.

Con Prince non ci riesco, non perché non abbia dato tanto, ha dato tantissimo, ma
perché era - come sempre - nel pieno dei suoi progetti infiniti. Stava per dare
ancora tantissimo, come sempre, più di quanto avesse già fatto. Il phase III del suo
progetto di cd ad uscita trimestrale, il live piano e voce, il secondo disco della sua
band al femminile, il suo libro di memorie e chissà cosa ancora altro.

Non amavo Prince: non amavo quello che pensava, quello che era. Amavo la sua
musica e la sua produzione nonostante fosse chi era, socialmente, politicamente e
religiosamente.
E amavo il suo concepire la musica come un tutt'uno con il vivere, con l'esserci.
Qualcuno su Facebook l'ha definito “un blogger della musica”: se c'è una cosa, un
imprinting che mi è passato, è questo pensare che non si possa fare a meno di fare
musica, se sai farla, e farla in maniera sempre nuova e inaspettata. Cocciutamente,
quotidianamente. L'imprinting mi è arrivato ovviamente tradotto per quello che so
fare io, in genere, scrivere, scrivere sempre di tutto, delle cose piacevoli, di quelle
inaspettate, di quelle dolorose, di quelle - come questa - anche personali e
imbarazzanti.
Mi sono arrivate mail da altri come me che stanno facendo i conti con questa icona
che per trent'anni li ha accompagnati. Gente quarantenne come me che mi scrive
che non pensava che avrebbe pianto per la morte di un milionario americano.
Tutti si trovano a dover uscire così dalla propria adolescenza, di colpo, in maniera
sgradevole e sbagliata, con ancora i pantaloni aperti e gli occhi non abituati.

È morto, non pensavo che sarebbe successo così presto, e mi dispiace. Faccio parte
di un collettivo di persone che si sta dispiacendo, anche il dispiacere è un
fenomeno sociale, condivisibile, commentabile. Quando cammino, fantastico, creo
dei mondi alternativi dove succedono cose, credo sia normale. In uno di questi
mondi sono caduto in coma, diverse volte e passano molti anni e io non mi
risveglio dal coma e chi mi segue ogni volta che esce un nuovo disco di Prince lo
compra, mi mette le cuffie e me lo fa ascoltare, per vedere se mi risveglio. Io non mi
risveglio ma rimango aggiornato sulla discografia di Prince, anche quando sono in
coma. Questo per avere un’idea, ma non so di cosa.

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Ora c'è questo forum internazionale chiamato Prince.org, è un sito non ufficiale
dedicato a Prince, scampato per decenni al fuoco incrociato dei legali del nostro
che - in diverse misure - hanno invece azzoppato gli altri. C'è la mia scheda utente
che dice che sono registrato da 14 anni 2 mesi e otto giorni, che in termini digitali
mi sembra una immensità. Dopo la morte di Prince c'è un’atmosfera strana, un
disclaimer dice che sono accettati solo post rispettosi dei sentimenti di tutti, gli altri
saranno cacciati. “Fatevi una vita”, dicono.
I thread stick hanno temi come “update sui risultati dell'autopsia”, “update sul
futuro di The Vault”, “il futuro di Paisley Park”.
The Vault è la sua cassaforte, piena di musica inedita.
Ogni tanto qualcuno sbotta, dice che non è possibile, che non ci crede. Altri dicono
che continuano a piangere. Altri, più insofferenti come me, parlano della musica
che deve ancora uscire.
È un tacito accordo di tutti, e questo è straniante, è che Prince è morto, è vero, ma
sappiamo che ci sono ancora anni e anni di musica da ascoltare.
Da un lato la perdita, non avremo più niente di nuovo, dall'altra il riconoscere che
si è creata una comunità, migliaia di persone che attendono la musica promessa, la
redenzione.

Su YouTube intanto emergono i suoi pezzi, i legali non riescono a stare dietro a
tutto, cose live, inediti, bootleg. Li linko su Facebook, cerco di spiegare perché sono
grandi, racconto delle sue pazzie, di come queste sue pazzie siano entrate nella mia
vita. Ma non sono recensioni, non posso scrivere una recensione di un disco di
Prince, scrivendo, voglio dire, se è bello o brutto. Non posso farlo per motivi legati
alla mia storia: il primo disco che ho comprato nella mia vita è stata la sigla di
Candy Candy, il secondo la colonna sonora di Ghostbusters, il terzo Parade di Prince,
1986.
Sono stato sfortunato: Parade è il più bel disco di Prince in assoluto. Farfalle nello
stomaco. All'epoca sconbussolò tutto quello che sapevo del pop, ovvero Candy
Candy e Ghostbusters. Ma anche altre cose che sentivo. È stato il disco che mi sono
chiuso in camera, l'ho messo sul piatto, ho messo la puntina e dopo un po’ che
sentivo il primo pezzo è sbucata la testa di mio padre che mi ha detto, mi spiace
Fabrizio, è fallato, domani lo andiamo a cambiare, e io gli ho detto non è fallato è
Prince, è proprio così.

Da lì in poi Prince ha fatto more or less un disco all'anno e io l'ho sempre seguito
con un affetto che dopo un po’ è diventato patologico, ma comunque la mia vita è
scandita dall'album di Prince contestuale agli avvenimenti.

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Ho scoperto Lovecraft con Parade. Ho lasciato la casa dei miei con O)+>. Mi sono
innamorato all'epoca di Come. Sono caduto da un muro con Gold Experience. Ho
tamponato un tumore della pelle con Emancipation. Ho cambiato casa con Crystal
Ball. Ho preso la mia seconda casa in affitto con Kamasutra. Ho fatto i lavori di
ristrutturazione con Rave. Ho fatto un figlio con The Rainbow Children. Ho fatto un
secondo figlio con Musicology. Ho sofferto, male, con 20ten. Ho sperato di uscire
dall'abisso con Art Official Age.
Tutta la mia vita, dai sedici anni in poi, ha avuto come colonna sonora il disco che
Prince avrebbe fatto uscire quell'anno. Trent’anni di colonna sonora, rinnovata di
anno in anno. Non è morto solo Prince, è morto qualcosa senza forma e senza
tempo che ormai faceva parte di me, mi circondava, mi aspettava. Non piango
quello che è stato, piango il non aver mantenuto quella promessa implicita di
continuare a comporre la mia colonna sonora fino alla mia morte. Svegliarmi dal
coma. Apparirmi in sogno in questi concerti inesistenti in piccole stanze di
periferia piene di sedie di legno. Mi fidavo di lui fin dal primo momento in cui l'ho
visto, con la pasta in bianco fredda in bocca.

Prince è morto nel 2016. Trent'anni fa, nel 1986, tornavo a casa da scuola, al tempo
andavo al liceo classico. Arrivavo con il treno, tornavo a casa, entravo in cucina c'era
mia madre: mia madre, nella mia memoria mi preparava sempre la pasta in bianco e
me la lasciava a bagnomaria perché non fosse fredda. Già condita, con anche già il
parmigiano, che a bagnomaria si attaccava tutto, come una patina.
Vivevo in un paese, a un'ora di distanza dalla città.
Accendevo la televisione e c'era DeeJay Television. All'epoca DJT era l'unico modo
che io conoscessi per vedere i video musicali. Vedere i video musicali mi piaceva,
benché fossero tutti in bianco e nero. Avevo solo la tv in bianco e nero. Grazie a
DeeJay Television ho visto e sentito della gran merda: Georgio, Samanta Fox, Sandy
Marton, Tracy Spencer, Gino Latino e salendo i T-Pau, Boy George, A cause de
Garcon, Vanessa Paradis, Caroline Loeb, Guesch Patti, Living in a Box, Gino
Vannelli, Little Steven e altra gente che se entrasse oggi tutta nel mio salotto sarei
imbarazzato per loro e per me. All'epoca li sentivo tutti, ogni giorno, masticando
pasta in bianco riscaldata e dicendo “bene”, “niente” a mia madre che mi chiedeva
come era andata, come stavo.
In questo contesto Prince fu un colpo di fulmine. Non era una femmina, non era
un maschio alfa. Il maschio alfa tipo di DJ televison stava nel centro del video con
una grossa chitarra a tracolla che - al massimo - usava per fare contrappeso alla
testa. Al suo fianco c'erano sempre un po’ di ragazze fiche che avrebbero potuto
lavorare alla Rinascente, come manichini. Le ragazze fiche ti guardavano negli
occhi, ancheggiavano, toccavano il maschio alfa che - in inglese - diceva qualcosa di
profondo sull'amore, tipo non ti lascerò mai, non ti buttare giù, andrà tutto bene.

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Prince, il primo video che ho visto di Prince, era ‘Kiss’.
In ‘Kiss’ non c'è il maschio alfa che canta grave con le ragazze fiche attorno, la
ragazza fica è lui. Il video si apre con Wendy (non quella di Peter Pan, l'altra) che
suona la chitarra seduta. E già una ragazza seduta che suona la chitarra è una
novità. E mentre la ragazza suona arriva Prince, che è a torso nudo e canta come se
ai Bee Gees fosse rimasta incastrata la cerniera dei pantaloni nel posto sbagliato. Ed
è lui che balla, è un maschio beta, o lambda non saprei, comunque salta, si muove,
urla, urla tanto.
Questo, mentre mastico lento la pasta in bianco e penso ecco.

Le cose che mi piacevano della musica di Prince erano tante e distribuite nel
tempo: ho dato tanto del mio tempo a Prince e lui mi ha restituito, a modo suo,
questa fiducia. Non si è mai fermato, ha sempre cercato, è andato controcorrente,
per quanto possibile sia all'interno di un sistema consumistico come il nostro. Ci
ha provato, senza mai farlo perfettamente bene e senza mai riuscirci
completamente, senza mai diventare qualcosa di tranquillizzante. Ha bluffato, o
davvero ci credeva. Quello che mi piaceva di Prince era il suo esserci e non esserci,
il suo nascondersi, modificarsi, strafare. L'ho conosciuto che cantava funky in
falsetto e, nel corso degli anni, è diventato un rapper, un jazzista, un rocker, un
virtuoso della chitarra, del pianoforte, un cantautore impegnato, un cazzone hip
hop, un compositore di opere strumentali, un bassista slabbrato. Non si fermava
mai, si riproponeva cercando ancora di stupire, di spiazzare. Non ci ha mai
rassicurato sulle sue intenzioni.

Ora che è morto e che su Facebook metto i link alle sue canzoni, quelle che prima
nessuno poteva ascoltare perché i suoi legali bloccavano ogni cosa, mi rendo conto
che sono imbarazzato. Che messe lì su YouTube le sue canzoni sono diverse. Quella
barretta in basso che mostra il tempo che scorre, le immagini messe dai fan, i testi
che appaiono, tutta la canzone di Prince qua su YouTube è messa alla berlina, è
scorporata. Non c'è modo di comunicare davvero cosa sia quel brano, quella
canzone, nel momento che viene caricata nel grande maelstrom di YouTube, viene
presa dalle lame e macerata, sminuzzata: Prince che aveva sempre esibito la sua
nudità come un valore aggiunto, qua rimane più nudo del nudo. È una vivisezione
quella in corso, irresistibile, gratuita e inappagante.

Anche in auto dopo la morte non riesco ad ascoltare altro. I miei figli un po’ mi
perculano, un po’ no:

- papà
- dimmi, secondogenito

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- perché questa canzone ogni tanto fa dei suoni strani?
- dunque, questa canzone è di Prince...
- oddio, ancora?
- certo, ancora
- ma non è morto?
- sì, ma posso ascoltarlo ancora
- pensavo che quando uno muore si cancellano tutte le cose che ha fatto
- non funziona così
- sarebbe meglio
- ...
- comunque, perché fa questi suoni?
- allora, Prince nelle sue canzoni diceva un sacco di parolacce
- mh
- ma poi si è pentito e ha ripreso le sue vecchie canzoni e dove c'era una parolaccia
alterava la sua voce
- ok, capito
- pensa che fesso
- ...
- quanto mi manca.
- ma se non lo conoscevi nemmeno!
- in realtà l'ho incontrato due volte
- certo, incontrato, certo
- davvero!
- ma tipo, “oh ciao Prince”, “oh ciao Fabrizio cosa facciamo stasera, andiamo al
cinema?”, “oh bella idea Prince andiamo con il tuo scooter”, “beh sì magari prima ci
prendiamo una pizza”: ecco cose così come dico io con i miei amici non ve le
dicevate, no?
- effettivamente no
- allora non lo conoscevi. Cioè, tu conoscevi Prince, ma Prince non conosceva te,
non sapeva che esistevi
- no
- quindi...
- non conosceva me personalmente, ma se faceva un concerto lo stadio si riempiva
di persone che lui magari non conosceva, ma che sapeva che esistevano. Eravamo
come uno sciame di vespe, ci conosceva tutti assieme, come gruppo
- perché proprio di vespe e non api o formiche?
- perché api e formiche sono animali nobili
- e le vespe?
- le vespe no

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Dopo la morte di Prince è successa questa cosa tra i fan italiani che frequentavo,
che abbiamo iniziato ad aiutarci. Ognuno scriveva quello che provava, commentava
il dolore che sentiva, si faceva coraggio a chi era più in difficoltà. Inizialmente ero
scettico, pensavo che - insomma - sono adulto, ho tre figli, un mutuo. Poi ho visto
che anche gli altri erano adulti, avevano figli, avevano un mutuo e stavano male per
questa cosa che Prince era morto. Ognuno ricordava gli avvenimenti più belli legati
a Prince, quello che era successo quando lo avevano scoperto, quando lo avevano
visto.
Io mi ricordavo di mia nonna. Ad un certo punto la Rai annuncia che manderà in
esclusiva il concerto di Prince. In diretta, in prima serata, 1988. Nel 1988 la Rai
mandava il concerto di Prince in prima serata, cose che a pensarci oggi. Comunque,
io decido di non guardare questo concerto del Lovesexy tour da solo, ma di vederlo
con qualcuno.
Con mia nonna.
Vado da mia nonna, non per altro, ma perché mia nonna ha il televisore a colori, ha
uno stereo e ha un videoregistratore, cose che mi permetteranno di registrare il
concerto contemporaneamente su VHS da 120 minuti e su cassetta al cromo da 120
minuti. Così da poterlo rivedere e riascoltare migliaia di volte, fino a logorare il
nastro, come effettivamente accadde.
Quindi mi siedo sul divano di mia nonna, con mia nonna, faccio partire tutti i
nastri del caso, e inizia il concerto. Questo concerto era particolare perché aveva un
palco centrale, tutto il pubblico intorno: il concerto inizia e si sente una batteria e
tutti urlano c'è un sacco di gente e poi arriva una Cadillac, una macchina, non è
vera vera, arriva sul palco questa auto e si apre la porta e scende Prince e sorride e
inizia ‘Erotic City’. Guardo mia nonna, lei ride. Durante il concerto Prince gioca a
basket, si traveste da gangster, parla di Dio, si fa legare a una sedia, salta su un letto,
finge di fare sesso, molte cose. Guarda tutto il concerto, mia nonna, e alla fine mi
dice, in marchigiano, qualcosa che traduco con “simpatico questo Prince”. Mia
nonna.

Rivedrò quel concerto alla nausea, nel corso degli anni. Lo vedrò anche davvero,
dal vivo, con soffocata delusione. L'idea del palco centrale vuol dire che puoi
ascoltare tutta ‘Purple Rain’ guardando Prince che la canta dandoti il culo, come
direbbe mia nonna.
Mio nonno invece, per tutto il concerto, restò in cucina a leggere la settimana
enigmistica, girando le pagine con l'unico braccio che aveva, il secondo di plastica a
penzolare.

Dopo che Prince è morto ho comprato altre tre canzoni di Prince. L'ultima cosa di
Prince non è l'HITNRUN2 e nemmeno i singoli del mai uscito HITNRUN3. Le

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ultime cose sono tre pezzi usciti per TIDAL poco prima della morte, tre frammenti
live, quindici minuti presi dal tour voce e pianoforte che stava facendo. Sono tre
pezzi che, come l'intero tour, sono fatti per chi lo amava, non metto nemmeno il
link. Sono tre pezzi totali, finali. Soprattutto ‘Little Red Corvette’, cantato con voce
e piano, voce bassa a tratti rotta che di colpo si trasforma in ‘Dirty Mind’, e
riemerge il falsetto tirato dei primi anni ottanta, per poi tornare all'altra sua voce,
entrambe impostate, ricche di sfumature minime. Ne esce fuori una specie di
miniopera dedicata a Vanity, la sua alter ego musicale e sessuale ai tempi pre-Purple
Rain, a cui queste canzoni erano legate e che era morta pochi mesi prima di lui, a
febbraio. Per problemi legati in qualche modo alla droga.
A posteriori viene facile fare sopra della narrativa, ma quello che mi viene in mente
è il tempo, tutto il tempo che si è gonfiato, ingrandito, ingolfato, irrigidito. Per me
prima di tutto, per tutte quelle cose che emergono anche dentro di me, desideri al
secondo, pulsioni, modi di interpretare un reale che non esiste.
Una volta nella mia vita, anni ‘80, camminavo con il mio cane per una strada di
campagna e pensai che tutto quello che vedevo non era reale. Fu una visione chiara
e precisa, per quanto del tutto fantastica. L'alto muro in cemento armato, il bosco,
la luce, tutto era una parte di una realtà molto più profonda e ricca, fuori dal
margine catturabile dai miei sensi. Vivevo attraversato da cose fuori scala, antiche
forme di intelligenza o di struttura che trapassano e si separano da tutti gli strati
vissuti dalla terra al cielo e - chissà - anche da tutto quello che siamo stati. Una
permanenza dei nostri gesti che resta lì, immagazzinata da contatori che non
vedremo mai.

Accade talvolta che l'uomo recida arti del proprio corpo, dita, gambe, braccia e poi
continui a vivere senza queste. Il cervello umano rigenera la vita umana in modo
che il resto del corpo rimasto si faccia carico di quella mancanza carnale, reale,
tanto che dopo un certo periodo di tempo si attua una sorta di riassegnazione dei
compiti e quasi non si avverta più l'arto perduto. Eppure, di tanto in tanto, ci si
sveglia di notte sentendo dolore nella gamba che più non abbiamo, che si senta
prurito in un braccio che da decenni è stato amputato.

Così noi sentiamo ancora la sua voce che dice cose nuove, che lancia ancora uno di
quei suoi gridi che non sono di allarme, ma di richiamo alla vita in questa umida e
stanca valle scarificata da un tempo implacabile.

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14 maggio

DARWYN COOKE

di Caterina Marietti

È il 1955, il marziano J'onn J'onzz si trova per la prima volta sulla terra. Per interi
giorni passa giorno e notte davanti alla televisione per imparare come integrarsi
con gli abitanti del pianeta.
Questa specie di educazione sentimentale di quello che sarebbe diventato Martian
Manhunter è descritta in modo perfetto in due pagine dell'opera più ambiziosa di
Darwyn Cooke: The New Frontier. In quelle due pagine, così semplici e statiche
nella loro composizione, c'è tutto il potere dei media. Darwyn ci mostra come
l'esposizione di J'onn ai film horror e polizieschi, alle commedie romantiche lo
porterà a scegliere il bene sul male, guidato dalle figure autoritarie, ma benevole dei
personaggi che permeano la cultura popolare.
Ecco, anche se si fosse affidato a Darwyn Cooke per scoprire la Terra, J'onn J'onzz
si sarebbe trovato davanti a un mondo di eroi indimenticabili, di ideali inossidabili
e di amori colorati e indimenticabili.

Darwyn Cooke non è uno di quei nomi che si sentono nominare spesso fuori dai
giri dei fan di Fumetto, non ha mai avuto l'aura mistica di un Alan Moore e non ha
sconvolto l'intero immaginario di un personaggio come Frank Miller, ma il suo
lavoro è una delle più belle dediche d'amore che si potessero fare alla nona arte.

Il suo sogno di diventare fumettista inizia in modo molto banale, dopo un'infanzia
passata in Canada a vedere alla televisione il Batman di Adam West. A 13 anni
compra un numero dell'Uomo Ragno, uno di quelli classici che vedono Peter Parker
alle prese con Goblin, e da lì scopre un mondo. Passerà i giorni seguenti a
ridisegnare le vignette di Romita fino a convincersi che il suo futuro è quello. Ma al
fumetto vero e proprio ci arriva tardi, dopo anni passati a fare l'art-director e
l'animatore. Debutta così all'inizio del 2000 con ‘Batman:Ego’, una storia che
racconta il contrasto tra Bruce Wayne e il Cavaliere Oscuro in modo originale e
personale.

È il 2004 l'anno di Darwyn Cooke.


Il 2004 è l'anno del suo progetto più ambizioso con la DC Comics, l'anno in cui The
New Frontier esce per la prima volta. Ambientato nei veri anni della nascita dei
supereroi, tra gli anni Quaranta e Cinquanta, in bilico tra la Golden e la Silver Age,

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racconta di un'America post-bellica, afflitta dalla paranoia maccartista e dalla
Guerra Fredda, dove la tensione e la paura verso il diverso portano al declino della
figura dei supereroi, che da salvatori della patria si trovano all'estremo opposto
dello spettro della considerazione popolare.
Alla fine delle sue 400 pagine, Cooke chiude con un cauto ottimismo verso il nuovo
decennio dei Sessanta di John Fitzgerald Kennedy. I suoi eroi, sopravvissuti alle
purghe del Comitato per le Attività Antiamericane e alla Red Scare, ancora non
sanno che i tempi più bui devono ancora arrivare.

The New Frontier è uno sguardo sulla grandezza e sullo splendore dei supereroi
nella loro forma più pura. The New Frontier è uno di quei capolavori che escono
dagli schemi. In un’epoca in cui Marvel e DC fanno a gara per proporre storie-
evento per aumentare le vendite, Darwyn ha potuto fare quello che voleva, senza
curarsi delle complesse continuity moderne, ma rispettando i tenet di un dogma
narrativo “pre Crisis” (cioè precedente al primo maxi-evento editoriale che mai
abbia rimescolato le carte dell'universo DC, Crisis on Infinte Earths, del 1985). Una
libertà che viene data solo a quelli veramente grandi.

Il suo lavoro è una celebrazione a tutto quello che dovrebbero essere gli eroi, alla
gioia ed emozione che dovrebbe essere il fumetto. A una generazione che sta
crescendo con i colori cupi dei film di supereroi, che sta imparando a conoscere
Superman attraverso gli occhi di Zack Snyder, solo uno come lui può raccontare
l'emozione e il senso di stupore che si può provare davanti ad Hal Jordan che
indossa per la prima volta l'anello di Lanterna Verde.

Darwyn è uno di quelli che di premi Eisner (gli Oscar del fumetto) ne ha presi
proprio tanti. La sua carriera, per quanto breve, ha influenzato e fatto breccia nel
cuore di tantissimi. La magia dei suoi personaggi è unica, i colori delle emozioni
che incanala sono brillanti e maestosi. È capace di raccontare storie di guerra, di
dinosauri e di eroi mascherati con un tratto personale e unico.

Ha lasciato il segno nella storia di Catwoman insieme a Ed Brubaker,


reinventandone l'aspetto. Con lui Selina non è più solo la cattiva che gioca al gatto
con il topo con Batman, ma è protagonista a tutti gli effetti della propria storia.
Darwyn regala a Catwoman un look tutto nuovo, lascia nell'armadio la tuta viola del
passato e la veste di pelle con occhialoni neri che influenzeranno anche la sua
immagine nei film di Nolan.

Dopo aver dedicato la sua carriera a raccontare le gesta di chi porta un mantello, si
dedica al progetto ambizioso di adattare i romanzi di Richard Stark. In soli quattro

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volumi delle avventure di Parker riesce a portare il romanzo pulp a vette altissime.
Con una semplice bicromia riesce a raccontare un mondo perfettamente
congeniale al suo narrare, fatto di uomini dai lunghi cappotti e da donne forti, con
la vita sottile e lo stile retrò. Riprende la lezione delle sue storie di Spirit e
Catwoman, e gioca con le basi del romanzo noir infondendo a un genere quasi trito
una vitalità insperata.

Il 14 maggio 2016 un post sul suo blog, intitolato “Fuck Cancer”, annuncia che
Darwyn non c'era più. All'età di 53 anni un cancro l'avevo portato via. E il mondo
all'improvviso è apparso più buio.

Ma rimane nei mondi che ha creato, nella sua capacità di fermare tutto con una sola
vignetta.
Darwyn è
Il colonnello che dice a Hal Jordan, il futuro Lanterna Verde, che non andrà mai
nello spazio.
Il senso di libertà che trasmette Catwoman che salta a pancia in su con la schiena
inarcata.
Il viso entusiasta di Robin che vede Superman arrivare da lontano.
L'urlo sofferente per chiamare i medici di un Superman che tiene tra le braccia
Wonder Woman ferita.
L'abbraccio di Iris West dopo la scoperta che il suo Barry è Flash.
Il bacio appassionato tra Hal Jordan e Carol Ferris, con il cappellino di lei che vola
via verso l'orizzonte.
La storia dei Losers, della loro ultima missione, impressa per sempre sulle pareti di
una caverna.

Per me Darwyn è soprattutto la faccia di Lois Lane nelle ultime pagine di The New
Frontier, che rivede Superman quando credeva di averlo perso. Quell'espressione
incredula e dolcissima, quella didascalia che dice: “It's the kind of moment you
dream about. A moment so perfect it makes you want to cry, because you know that
whatever comes our way it will never feel so good again.”

Ciao Darwyn, grazie perché uno che racconta le storie come te non l'avremo più.
#fuckcancer

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19 maggio

MARCO PANNELLA

di Giovanni Ferrari

I miei ventiquattro anni non sono forse abbastanza per rendermi conto al cento per
cento dell’incidenza politica (e non solo) di tante battaglie di Marco Pannella. Da
quella del ’74 contro l’abrogazione del divorzio a quella dell’anno successivo per la
depenalizzazione delle droghe. Per non dimenticare la protesta nel ’68 contro
l’invasione sovietica della Cecoslovacchia o le successive polemiche sul trattamento
dei detenuti nel nostro Paese.
I miei ventiquattro anni non sono abbastanza per far divenire tutto questo
“memoria personale”, ma sono sufficienti per riconoscere al leader dei Radicali un
grande valore umano. Ricordo che nella mia famiglia - cattolica e di impostazione
per così dire tradizionale - non è mai mancato il rispetto per quell'esponente
politico che, nella maggior parte dei casi, si collocava spesso in posizioni opposte
alle nostre. Ricordo alcuni pranzi della domenica in famiglia, quando al tiggì si
parlava di quell’uomo col codino bianco, un po’ particolare che mi ha sempre fatto
tanto sorridere (“Lo tiene ancora? Alla sua età?”, mi domandavo), nel bel mezzo di
uno sciopero della fame o della sete.
Non ho mai votato Radicali, di tante loro battaglie non sento il sincero bisogno e
certe posizioni sono davvero lontane da me. Ma in un ambiente nel quale il
“compromesso” attanaglia il mondo politico, nel quale gli “interessi” (intesi come
luoghi di arricchimento personale e non comunitario) sembrano l’unica
motivazione all’azione e all’impegno sociale, la libertà di pensiero di Pannella era
un sospiro di sollievo. Sì, perché di libertà di pensiero dobbiamo parlare.
Questo suo continuo storcere il naso quando i più volevano incasellarlo in una
parte politica è tutto ciò che di lontano c’è dall’opportunismo di chi cambia
opinione a seconda dei guadagni. Nel suo operato - che credo abbia rappresentato
una grande anticipazione del superamento del concetto di destra e sinistra - non è
mai mancata la volontà di comprendere le posizioni dell’altro. Lo dimostra la
lettera (rivoluzionaria nella sua semplicità) che il leader dei Radicali aveva inviato lo
scorso 22 aprile a Papa Francesco: “Ti stavo vicino a Lesbo quando abbracciavi la
carne martoriata di quelle donne, di quei bambini, e di quegli uomini che nessuno
vuole accogliere in Europa. Questo è il Vangelo che io amo e che voglio continuare
a vivere accanto agli ultimi, quelli che tutti scartano”.

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3 giugno

MUHAMMAD ALI

di Daniele Piovino

“Ci sarà in una delle prossime generazioni un metodo farmacologico per far amare
alle persone la loro condizione di servi e quindi produrre dittature, come dire,
senza lacrime; una sorta di campo di concentramento indolore per intere società in
cui le persone saranno private di fatto delle loro libertà, ma ne saranno piuttosto
felici”. Queste parole sono di Aldous Huxley. Sembrano molto lontane dal
personaggio Alì, ma le ho scelte per un motivo preciso. Di certo, questa citazione
non significa che io creda nei complotti, anzi, quello che suggerisco ai complottisti
è più o meno questo: scopate di più; e se non avete un partner, potete sempre
rimanere dove siete: praticare sesso a chilometri zero; lì, fermi sulla vostra poltrona,
davanti alla vostra tastiera.
Una serenata, dateci dentro. 

Alì parla del cuore. È una poesia curiosa. Di nuovo, è difficile decidere quanto di questo
linguaggio sia davvero suo, ma di certo è una poesia sulla natura del cuore. La declama
come fosse un sermone religioso, e sembra davvero un tredicenne ammirato da tutti per la
sua capacità di stare in piedi davanti all'altare e di parlare forte come un adulto. La poesia
esplora le categorie del cuore. C'è il cuore di ferro, che deve essere messo nel fuoco prima di
poter effettuare qualsiasi cambiamento, e il cuore d'oro, che riflette la gloria del sole.
L'attenzione di Norman comincia ad attenuarsi, e distrattamente passa attraverso cuori
d'argento, di rame, di roccia e arriva fino al cuore codardo, fatto di cera che fonde al
contatto con il calore ma che può assumere, sotto l'influenza di un'intenzione superiore,
qualsiasi forma utile. Poi Alì parla del cuore di carta, “che vola come un aquilone nel
vento”.

Qualcuno dirà che il metodo farmacologico ipotizzato da Huxley non è nient’altro


che questa società tecno-capitalistica. E forse è così. Huxley è un autore che non
conosco in maniera approfondita, e quando leggo il suo nome, mi viene in
mente Gog, il romanzo di Giovanni Papini. Se qualcuno non lo ha letto, la trama di
Gog è questa (da Wikipedia): "Gog è un uomo originario delle Hawaii, nato da
madre indigena e da ignoto padre di razza bianca, che dopo un'infanzia e una
giovinezza povera si trasferisce negli Stati Uniti diventando miliardario.
Disincantato e insoddisfatto, Gog abbandona il lavoro e decide di partire per il
mondo per cercare di capire il senso dell'esistenza. Durante il suo lungo viaggio
incontra gli uomini più eccezionali del suo tempo, da Henry Ford a Vladimir Lenin

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ad Albert Einstein a Gandhi, a H.G. Wells a G. B. Shaw. Tutti questi grandi
personaggi deludono Gog, che finisce per avere una considerazione sempre più
bassa del genere umano. Solo nel capitolo conclusivo del libro, Gog sembra
recuperare fiducia nell'uomo. Fintosi povero, perché 'per chi ha posseduto tutto
quel che si può comprare al mondo non c'è rifugio che nella miseria', riceve aiuto
da una bambina, che, vendendolo affamato, gli offre un pezzo di pane. Finito di
mangiare, Gog si chiede: 'Che sia questo il vero cibo dell'anima? E questa la vera
vita?'".
Il senso dell'esistenza. Gog vuole capire il senso dell'esistenza. Viene da sorridere,
come a qualsiasi stronzo sulla Terra.
Il fatto è che bisognerebbe provare a fare sul serio, bisognerebbe provare a metterla
giù pesante, e so già che me ne pentirò, per l'inevitabile imprecisione e
i n s u f fi c i e n z a d e l r a g i o n a m e n t o ( e d ev i t o d i p e n s a r e a l l a p e n a e
all'autocommiserazione che mi aspetta a braccia aperte).  Comunque. Ha davvero
uno scopo la vita umana? 
Asciugando i pensieri che nascono intorno a una possibile risposta, ciò che rimane
è una considerazione più o meno condivisibile: gli esseri umani tendono al piacere,
non alla felicità. In ogni ambito della quotidianità, la felicità umana sembra
assumere le forme di una conseguenza effimera, talvolta ingombrante, qualcosa che
ha bisogno di consapevolezza per non sfiorire nell'attimo. Ma non è proprio la
consapevolezza a declassarla? A scoprire ancora e ancora, senza pietà alcuna,
l'infelicità della condizione umana. "Credo che la coscienza umana sia un tragico
passo falso dell'evoluzione, siamo troppi consapevoli di noi stessi, la Natura ha
creato un aspetto della Natura separato da se stessa, siamo creature che non
dovrebbero esistere", direbbe Rust Cohle. E interrogare la felicità stessa è il passo
disperato verso il nulla. Mi vengono in mente gli schiaffi lisergici di Carmelo Bene
al Maurizio Costanzo Show: "Come Wilhelm Reich aveva già detto in  Funzione
dell'Orgasmo come accade nel differir l'orgasmo nel differir la vita la felicità è nel
differirla"; "nell'averla c'è la rogna di averla avuta"; "l'infelicità non è infelice così
come la felicità non può essere felice".  
Le frasi di Bene m'intrippano, sembrano supercazzole con una loro logica interna,
ma poi bisogna reggere il down che ne consegue. Con Freud si evita il problema;
questo è un passaggio tratto dal suo libro Il disagio della civiltà: “La sofferenza ci
minaccia da tre parti: dal nostro corpo che, destinato a deperire e a disfarsi, non
può eludere quei segnali di allarme che sono il dolore e l’angoscia, dal mondo
esterno che contro noi può infierire con strapotenti spietate forze distruttive, e
infine dalle nostre relazioni con altri uomini”.

Nella sua carne c'è il verde malato di un mattino deprimente su rive paludose.
Sembra che stia poco bene. Ecco, questa potrebbe essere una buona descrizione di

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come apparve al campo di allenamento di Deer Lake, in Pennsylvania, un
pomeriggio di settembre, sette settimane prima del match a Kinshasa contro
George Foreman.
Combatteva senza spirito.


Il Principio di Realtà, insomma, prevale sempre sul Principio di Piacere, anche se
quest’ultimo non muore mai, non desiste mai dal tentativo d’imporsi. Per lottare
contro la sofferenza, Freud assegna al GODIMENTO una parte da protagonista. La
fruizione delle opere d’arte, ad esempio, è una frusta da non sottovalutare, pur non
essendo risolutiva: "La leggera narcosi in cui l’arte ci trasferisce non può tuttavia
offrirci che un’evasione temporanea dagli affanni della vita e non è abbastanza forte
da far dimenticare la miseria reale”.

Forse ogni malattia nasce dalla mancanza di comunicazione tra mente e corpo. E
questo è certamente vero per quella malattia dal decorso fulmineo chiamata
knockout. La mente non riesce più a inviare un messaggio alle membra. Cus
D'Amato, quando era il manager di Floyd Patterson e José Torres, portò all'estremo
questa teoria, sostenendo che un pugile con un autentico desiderio di vincere, se
vede arrivare il pugno non può essere messo ko perché non si produce in lui quel
drammatico cortocircuito delle comunicazioni. Il colpo magari fa male, ma non lo
mette al tappeto. [...] Ora, sembrava che Alì avesse coltivato quell'idea fino al punto
di riuscire ad assimilare i colpi più rapidamente degli altri pugili, che potesse
suddividere l'urto tra varie parti del corpo o dirigerlo attraverso la via migliore.
Sembrava voler raggiungere la capacità ideale di ricevere quella combinazione di
cinque pugni (o anche sei, o sette!) ed essere in grado di inviare l'impatto alle
braccia, alle gambe, a ciascun organo, così da riuscire a digerirlo e mantenere libera
la mente.

Contro “la fragilità del nostro corpo” c’è poco da fare; possiamo soltanto limitare i
danni, inevitabili. E sulla terza fonte di sofferenza, quella politico-sociale, abbiamo
serie difficoltà a riconoscerne la potenza e le ragioni.

Dirò cose scontate ma utili al ragionamento, diciamo così. La felicità umana ha a
che fare con il nostro vissuto, non dipende soltanto dai progressi della scienza e
della tecnologia. Questi ultimi, semmai, cercano di avvicinare l'essere umano a Dio,
di aumentarne la somiglianza. Ma forse sono in pochi quelli che si sono chiesti se
Dio è felice. Di fatto, Freud esce dalla stanza delle verità supposte sbattendo la
porta: “Non dimentichiamo che l’uomo d’oggi, nella sua somiglianza a Dio, non si
sente felice”. Tutto vero, ma quella sembra essere una porta che non si chiude. A
occhio e croce mi sa che rimarrà socchiusa per l'eternità.

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Richiamando il Principio di Realtà e il Principio di Piacere, non è difficile capire
perché la civiltà sia costruita sulla rinuncia al piacere, sulla rinuncia pulsionale o
sulla “frustrazione civile”. Non si tratta di una rinuncia totale, chiaro, ma tutte le
civiltà presuppongono una certa ripartizione della libido. La nostra civiltà
occidentale sottrae al piacere una parte consistente di energie psicofisiche che essa
stessa utilizza. In sostanza, la nostra civiltà si regge su una serie di divieti, restrizioni
e barriere.  Insomma, per Freud l’uomo della civiltà “ha barattato una parte della
sua possibilità di felicità per un po’ di sicurezza", evidenziando, senza voler essere
polemico (né io né lui), le difficoltà intrinseche all’essenza stessa della civiltà con
cui dovranno fare i conti tutte le ipotesi di riforma.

Quel giorno il suo ritiro di allenamento somigliava a quelli di tutti gli altri pugili.
Una inespressa sensazione di sconfitta aleggiava in quella stanza dall'arredamento
triste. Il pugile fa un calcolo simile a un uomo condannato a un lungo periodo di
prigione: riconosce che lo sforzo per mantenere la sanità mentale alla fine lo lascerà
sminuito dal punto di vista umano. Il prigioniero e il pugile devono rinunciare alle
parti migliori di sé (poiché la parte migliore di un essere umano non è fatta per la
prigione o l'allenamento intensivo, così come un animale non è fatto per vivere in
uno zoo). Presto o tardi il pugile riconosce che qualcosa nella sua psiche sta
pagando un prezzo troppo alto per l'allenamento. La noia non solo smorza la sua
personalità, ma uccide la sua anima. Non sorprende perciò che Alì si sia ribellato
agli allenamenti per metà della carriera.


Prima di berci sopra e finirla qui, mi sembra legittimo prendere in considerazione
gli studi freudiani di Marcuse. Per questo ho guardato nella mia libreria ma non ho
trovato quello che cercavo. Ho trovato La Sfida (evito di digredire sulla serendipità),
il racconto dell'incontro del secolo, quello avvenuto a Kinshasa tra Alì e Foreman; i
blocchi in corsivo che avete letto - e che leggerete in seguito - sono tratti da quel
racconto di Norman Mailer. 
Comunque, per farla breve, sono andato alla libreria di un amico (Emanuele), e ho
chiesto a suo papà L'uomo a una dimensione, così, senza vergogna. "Anche Eros e
Civiltà  m'interessa". "Non credo di avere nulla...", mi ha risposto. "Marcuse era
famoso negli anni Sessanta... Aspetta, dovrebbe stare qui, vicino a Marx... No, non
c'è... O forse è qui sotto...". Mentre rispondevo "non si preoccupi", pensavo
crudelmente ad Amazon, alla faccia burlona di Marx e a quella tangibile inattualità
di Marcuse. Inattualità che, a sua volta, mi aveva fatto venire in mente Nietzsche e
un mio vecchio professore... un gran bastardo, lo stimavo: "Per la legge dell'Eterno
Ritorno, oggi interrogo Piovino... E se qualcuno non sa cos'è la legge dell'Eterno
Ritorno, Piovino è qui per spiegarcela in un paio di minuti, vero?".

!66
Ora, il nostro uomo di saggezza aveva un vizio. Scriveva di se stesso. Non solo
descriveva gli eventi ai quali si trovava ad assistere, ma anche il piccolo effetto che
lui stesso aveva su tali eventi. Ciò irritava i critici. Parlavano di viaggi dell'ego e
della dimensione poco attraente del suo narcisismo. Queste critiche non gli
facevano troppo male. Lui aveva già avuto una storia d'amore con se stesso nella
quale aveva esaurito una buona quantità di amore. Non era più così compiaciuto
della propria presenza. Le sue reazioni quotidiane lo annoiavano. Stavano
diventando uguali a quelle di tutti gli altri. La sua mente a volte si ripeteva, schiava
di mediocri abitudini. Se ora si stava chiedendo quale nome usare per il suo pezzo
sul match, non dipendeva da un eccesso di ego letterario, ma piuttosto da una
preoccupazione per l'attenzione dei lettori. Sarebbe stato poco piacevole seguire un
lungo brano di prosa se il narratore appariva solo come un'astrazione: lo Scrittore,
il Viaggiatore, il Cronista. Sarebbe stata una scelta infelice, un po' come vivere per
anni con una donna e pensare a lei solo come la Moglie. 

Sull’utilità e il danno della storia per la vita (seconda delle quattro Considerazioni
inattuali), l’esaltazione nietzschiana della vita diventa condanna del sapere storico
fondato su quel nozionismo che incatenerebbe l’uomo contemporaneo al “ricordo”,
mentre è l’oblio (prerogativa degli animali) a garantire il rifiorire perenne della vita
(Rust Cohle sarebbe d'accordo): "È un miracolo: l’istante, eccolo presente, eccolo
già sparito, prima un niente, dopo un niente, torna tuttavia come spettro, turbando
la pace di un istante posteriore. [...] Quindi l’animale vive in modo non storico,
poiché si risolve sempre come un numero nel presente, senza che ne resti una
strana frazione. [...] L’uomo invece resiste sotto il grande e sempre più grande
carico del passato: questo lo schiaccia a terra e lo piega da parte; questo
appesantisce il suo passo come un invisibile e oscuro fardello".
Per scrollarsi di dosso questo “fardello” e per vivere attivamente nel presente (così
da raggiungere la felicità), Nietzsche sostiene che bisogna saper “sentire in modo
non storico”. In pratica, la domanda potrebbe essere questa: e se la memoria fosse
anche la capacità di dimenticare? 
Evito di sproloquiare su Westworld (la serie televisiva ideata da Jonathan Nolan e
Lisa Joy per la HBO), e passo la parola a Nietzsche: "È sempre una cosa sola quella
per cui la felicità diventa felicità: il poter dimenticare o, con espressione più dotta,
la capacità di sentire, mentre essa dura, in modo non storico. Chi non sa mettersi a
sedere sulla soglia dell’animo dimenticando tutte le cose passate, chi non è capace
di star ritto su un punto senza vertigine e paura come una dea della vittoria, non
saprà mai cos’è la felicità, e ancor peggio, non farà mai alcunché che renda felici gli
altri".

!67
Camminando per le strade di Kinshasa durante quel primo viaggio, tra
l'indifferenza della folla che trattava lui (Norman Mailer, ndr) come un negro, aveva
scoperto cosa significava sentirsi invisibile. Rischiava di scivolare, se non avesse
fatto attenzione, verso l'animosità terminale della persona anziana. Come ribolliva il
suo odio, in cerca di una scusa giustificabile. L'evidenza stessa dell'Africa
finalmente schiacciò questo senso di intolleranza: durante un viaggio in macchina
vide migliaia di zairesi magrissimi e probabilmente affamati che correvano per
riuscire a salire su autobus strapieni, eppure in qualche dichiarazione assoluta
dell'estetica, un imprimatur della sacra affermazione delle linee del corpo umano,
quei neri mostravano ancora in silhouette, ciascuno di quelle migliaia di africani
neri e magri in fila alla fermata dell'autobus, una solitudine incorruttibile, una muta
dignità, che lo scrittore non aveva mai visto nei sudamericani, negli europei o negli
asiatici. [...] Impossibile non avvertire quello che tutti dicevano da almeno cent'anni
sull'Africa, papà Hemingway in testa: era un luogo così sensitivo, cazzo!


I libri di Marcuse sono arrivati questa mattina. Non li ho ancora aperti. Uno dei due
lo regalo a mia suocera per Natale. Sono propenso per L'uomo a una dimensione.
Quella visione radicale di liberazione totale è sempre bella come un fiore. È
qualcosa che oltrepassa il panorama freudiano, cercando il nesso essenziale tra la
dimensione erotico-estetica e quella etico-politica. Ora però, faccio un passo non
indietro, ma laterale, diciamo così. Ne vale la pena, credo. Mi riferisco
alla  Psicologia delle folle  di Gustave Le Bon: Freud prende le  distanze dalle
riflessioni di Le Bon: la massa non è sempre un gregge che ha “sete di
sottomissione”, non è destinata in modo ineluttabile all’obbedienza cieca e
incondizionata ai padroni, al conformismo, alla mancanza di autonomia e di spirito
critico. Freud sa quanto siano radicati nella società i pregiudizi, la "pulsione
gregaria”, il razzismo, la mediocrità, ma rifiuta la visione assolutista e senza
speranza di Le Bon. Il passo laterale è questo. Non sarà molto, è solo uno spiraglio,
una crepa, ma, citando un altro nome gigantesco scomparso nel 2016, Leonard
Cohen: "Suonate le campane che possono ancora suonare / Dimenticate la vostra
offerta perfetta / C'è una crepa in ogni cosa / È così che entra la luce".

Le rime di Muhammad Alì lo aiutavano a dare forma al futuro, oppure si sedeva alla
scrivania dopo l'allenamento e lentamente abbinava tra loro dei versi stupidi? I suoi
poteri psichici, tuttavia, non restavano mai a lungo lontani da una situazione critica.
- Questa roba, - disse, - la scrivo solo per divertirmi. Ma c'è una poesia più seria alla
quale mi sto applicando -. Per la prima volta, quel giorno, sembrava interessato a
ciò che faceva. Recitò a memoria, con voce seria:
Le parole della verità sono toccanti.
La voce della verità è profonda.

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La legge della verità è semplice.
Sulla tua anima è il raccolto.
Andò avanti per un bel po' di versi, e finalmente concluse con "l'anima della verità
è Dio", un sentimento incontestabile per qualsiasi ebreo, cristiano o musulmano.

Secondo Marcuse, circa il nesso fra civiltà e senso di colpa lo stesso Freud mostra
che la sua “analisi teorica è confermata dai grandi disagi e dal grande malcontento
che regnano nella civiltà contemporanea: un ciclo sempre più ampio di guerre,
persecuzioni in ogni parte della terra, antisemitismo, genocidio, bigottismo,
imposizione di ‘illusioni’, fatica, malattie e miseria in mezzo a ricchezze e a
conoscenze sempre più grandi".

Freud aveva anche accennato alle possibilità di respiro contenute nel lavoro rivisto
come attività liberamente scelta dagli uomini, utile per sé e per gli altri. Tali
potenzialità rimangono per lo più inespresse, perché la spinta al lavoro rimane
prevalentemente contrassegnata dalla necessità e dalla costrizione: “La possibilità
di spostare una forte quantità di componenti libidiche, narcisistiche, aggressive e
perfino erotiche sul lavoro professionale e sulle relazioni umane che ne
conseguono, conferisce al lavoro un valore in nulla inferiore alla sua
indispensabilità per il mantenimento e la giustificazione dell’esistenza nella società.
L’attività professionale procura una soddisfazione particolare se è un’attività
liberamente scelta, cioè tale da rendere utilizzabili, “per mezzo della sublimazione,
inclinazioni preesistenti, moti pulsionali non intermittenti o invigoriti
costituzionalmente”. Eppure il lavoro come cammino verso la felicità è stimato
poco dagli uomini. Non ci si rivolge ad esso come alle altre possibilità di
soddisfacimento. La grande maggioranza degli uomini lavora solo se spinta dalla
necessità, e da questa naturale avversione degli uomini al lavoro scaturiscono i più
difficili problemi sociali”.

Trovarsi in Congo per la prima volta, e sapere che il nome era cambiato. Quel
contributo all'anomia era ancora più  debilitante  del cannibalismo.  Raggiungere il
bordo del Cuore di Tenebra, qui nella vecchia capitale dell'orrore dei Joseph
Conrad, quella Kinshasa che una volta era stata la malvagia Leopoldville, centro del
commercio di avorio e di schiavi. [...]  Quello stato totalmente nero, rivoluzionario,
con un solo partito, era riuscito ad accoppiare alcuni aspetti oppressivi del
comunismo con quelli peggiori del capitalismo. 

La rilettura critica fatta da Marcuse, attenta alle implicazioni filosofiche e


sociologiche dei concetti freudiani, gli permette di arrivare a un inedito e - almeno
in quegli anni - rivoluzionario punto di vista circa i rapporti tra psicologia e
politica: “In questo saggio si usano categorie psicologiche, poiché sono diventate

!69
categorie politiche. Le tradizionali linee di demarcazione tra psicologia da un lato e
filosofia politica e sociale dall’altro, sono state rese antiquate dalla condizione
dell’uomo della nostra epoca: processi psichici un tempo autonomi e identificabili
vengono assorbiti dalla funzione dell’individuo nello stato – dalla sua esistenza
pubblica. Problemi psicologici diventano dunque problemi politici: il disordine
individuale rispecchia più direttamente di prima il disordine dell’insieme, e la cura
del disturbo personale dipende più direttamente di prima dalla cura del disturbo
generale. L’epoca tende al totalitarismo anche dove non ha prodotto stati totalitari.
Fu possibile elaborare e praticare una psicologia come disciplina particolare finché
la psiche fu in grado di contrapporsi al potere pubblico, finché vi fu una vera vita
privata, realmente desiderata e in grado di creare da sé le proprie forme; se
l’individuo non ha né la capacità né la possibilità di vivere per sé stesso, i termini
della psicologia diventano i termini delle forze della società che determinano la
psiche. In queste circostanze, voler applicare la psicologia all’analisi di eventi sociali
e politici, significa dare al problema un’impostazione cui gli eventi stessi hanno
tolto ogni validità. Si presenta piuttosto il compito opposto: sviluppare la sostanza
politica e sociologica delle nozioni psicologiche".


Ovviamente, un grande pugile non vive l'ansia come gli altri uomini. Non può
permettersi di pensare a quanto un altro pugile potrà fargli male. Altrimenti la sua
immaginazione finirebbe per renderlo meno creativo: dopotutto, le riserve di
angoscia disponibili sono infinite. Lì a Deer Lake l'ordine era quello di seppellire
la paura. Al suo posto Alì respirava una fiducia in se stesso minacciosa e
terribilmente monotona. Ancora una volta il suo fascino si perse nella
declamazione del proprio valore e dell'incompetenza del suo nemico. Eppure
l'alchimia funzionava.  In qualche modo l’ansia sepolta si trasformava in forza
dell’ego. Ogni giorno qualcuno lo intervistava, ogni giorno lui apprendeva per la
prima volta che le quotazioni erano a suo sfavore, sottoponeva chi glielo diceva allo
stesso discorso, leggeva le stesse poesie, si alzava e vibrava pugni che si fermavano a
pochi centimetri dal viso del giornalista di turno. Se i reporter avessero portato con
loro dei registratori, avrebbero scoperto che l’intervista era sempre la stessa, quasi
parola per parola, anche se le visite si svolgevano a settimane di distanza. 
Un incubo orrendo (lo sterminio di Norton da parte di Foreman) veniva
trasformato, un reporter dopo l’altro, una poesia dopo l’altra, un’analisi identica
all’altra (“Ha un pugno duro, spinge ma non sa colpire”) nella restaurazione
dell’ego di Alì. La puzza del terrore veniva compressa e trasformata in mattoni della
psiche. Era impressionante il muro dell’ego che Alì aveva eretto negli anni. 
Prima di andare via, si fa un giro turistico informale del campo di  allenamento.
Deer Lake è famoso per le ricostruzioni delle capanne degli schiavi sulla collina
di Alì e per i massi con sopra dipinti i nomi dei suoi avversari. Quello con il nome

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di Liston è il primo che si vede entrando dal viale d’ingresso. Ogni ritorno al
campo deve rammentare ad  Alì  quei macigni. Una volta  quei nomi erano pugili
capaci di suscitare il panico di notte e il gelo nel cuore al risveglio. Ora sono
soltanto nomi, e le capanne rinfrancano l’occhio, soprattutto quello di Alì. Le assi
hanno il colore scuro del vecchio ponte della ferrovia dal quale sono state prese.
L’interno è davvero simile a quello di modeste  capanne di schiavi. I mobili sono
semplici ma antichi, l’acqua arriva da una pompa a mano. L’abitante naturale di una
di queste casette potrebbe essere una vecchia signora con modi asciutti e garbati.
Anche il letto a baldacchino con la coperta a patchwork sembra più adatto alle
dimensioni di una donna che a quelle di Alì. Fuori dalla capanna, tuttavia, l’alone
filosofico di quella vecchia signora è cancellato dal parcheggio adiacente, asfaltato e
più grande di  un campo da basket. Quanto di  Alì  c’è in questo posto. Il sapore
sottile del Principe del Paradiso venuto a guidare la sua gente si scontra con i
rauchi belati del cielo mediatico di Alì, dove il solo firmamento è l’asfalto e le stelle
mandano bagliori di elettricità statica.


Marcuse crede che le posizioni di Freud sul rapporto fra Principio di Realtà e
Principio di Piacere, fra civiltà e repressione siano state poco rielaborate,
soprattutto nel tentativo di superare sia l’equiparazione fra civiltà e repressione sia
il conflitto lacerante fra Principio di Realtà e Principio di Piacere, nella direzione di
una “civiltà non repressiva” caratterizzata da nuovi rapporti fra essere umano ed
essere umano, fra essere umano e natura.
La ragione dominante all'interno del tecno-capitalismo è quella con cui,
strutturalmente irrazionale nella sua logica, si impone il  principio di
prestazione come unico principio valido. Con tutta quella serie di bisogni fittizi, che
non fanno altro che rafforzare il Principio di Realtà tramite la finzione del trionfo
del Principio di Piacere. Oggi la società tecno-capitalistica dopo Marcuse sembra
aver liberato totalmente il Principio di Piacere, quando in realtà, tramite la
"tolleranza repressiva" e il dispositivo dei Principi artatamente governati dalla
società tecno-capitalistica, fa trionfare ancora una volta il Principio di Realtà. In
questo senso, è evidente una tenuta del discorso di Marcuse anche
nell'odierno  scenario. Diciamo che qui sta la sua lettura emancipativa,
rivoluzionaria, marxista di Freud. Marcuse è convinto che sviluppando Freud sia
possibile mostrare come siano già mature all'interno della società capitalistica le
condizioni fondamentali per la liberazione. Ed è stato soprattutto questo aspetto
che lo rese il guru delle rivolte studentesche: la convinzione che l'utopia fosse
giunta al termine, la convinzione che fosse concretamente possibile il tradursi
dell'utopia in realtà.  

!71
Quella mattina era depresso il doppio, per via del taglio di Foreman. Mancava
appena una settimana al match. Un corrispondente televisivo, Bill Branningan, che
aveva parlato con Alì appena dopo che gli era stata data la notizia, commentò: "Per
la prima volta ho visto Alì avere una reazione sincera". Come era sconvolto. "È il
peggio del peggio, - disse Alì -. La cosa peggiore che poteva succedere. Mi sento
come se fosse appena morta una persona cara". 
Forse era la crescente determinazione del suo corpo che era deceduta, il suo
difficile approccio a una buona forma fisica? Ma anche solo parlare di "forma" vuol
dire affrontare il primo mistero della boxe. Si tratta di una rara condizione
psicofisica che permette a un peso massimo di muoversi con la maggiore velocità
possibile per quindici round. Non la si può ottenere con un atto di volontà. Eppure
Alì aveva tentato. Si era allenato per mesi. 
L'ironia era che c'era stato un periodo in cui si trovava sempre in quella forma.
Prima del secondo incontro con Liston, potevi sorprenderlo in un qualsiasi
allenamento ed era superbo. Il suo corpo non poteva tradirlo. La sua valutazione
della propria condizione era in sé una definizione della felicità. Ma era stato dieci
anni prima. Tre anni dopo gli fu ritirato il titolo perché aveva rifiutato di arruolarsi
nell'esercito: "Nessun Vietcong mi ha mai chiamato 'sporco negro'". La sua vita
sembrava tutto meno quella di un pugile. Teneva conferenze, saliva sul palco a New
York come attore, viaggiava, si riposava. Andava a divertirsi. Già da allora si allenava
pensando al divertimento che l'attendeva alla fine della giornata in palestra. 
La notte prima del suo primo incontro con Norton, le mani doloranti per l'artrite,
la caviglia iniettata di cortisone, era andato ugualmente a un party, La sera dopo,
Norton gli aveva rotto la mandibola. In seguito Alì si era impegnato ad allenarsi con
più serietà, ma per lui era un compito ingrato. Solo per il secondo match con
Frazier e adesso per quello con Foreman era stato disposto a sorbirsi tutta la fatica
di cercare di arrivare al massimo della forma. [...] In quel momento sembrava
finalmente pronto per l'incontro che avrebbe messo alla prova la logica della sua
vita. E il rinvio doveva fargli lo stesso effetto di un'amputazione. Quale pericolo.
Ogni singola cellula del suo corpo poteva essere pronta ad ammutinarsi.

Ho aperto Eros e Civiltà, pagina 155. "Essere è essenzialmente lotta per il piacere.


Questa lotta diventa una 'meta' dell'esistenza umana: l'impulso erotico a combinare
la sostanza umana in unità sempre maggiori e più durature, è la fonte istintuale
della civiltà. Gli istinti sessuali sono istinti di  vita:  l'impulso a conservare e
arricchire la vita per mezzo del dominio della natura e in armonia con lo sviluppo
dei bisogni vitali, è originariamente un impulso erotico. [...] E la 'lotta per
l'esistenza' è originariamente una lotta per il piacere: la cultura comincia con
realizzazione collettiva di questa aspirazione".

!72
Quando i neri americani erano stati strappati via dall’Africa, erano stati allontanati
anche dalla loro filosofia. Perciò l’arroganza, la violenza che manifestavano,
andavano comprese in modo diverso. Bastava pensare a quale tormento doveva
essere stato per loro: tutta la filosofia africana era basata sulle radici, e a un tratto
era stata sradicata. Quale trapianto potato e superstimolato era il Negro Americano.
La sua visione della vita non proveniva solo dalla sua livida esperienza in America,
ma anche dai frammenti delle credenze africane perdute. Così era alienato non solo
da una cultura, ma da due. Quale idea poteva conservare del suo retaggio un
afroamericano, se non quella secondo cui ogni uomo cerca di ottenere il massimo
di forza per se stesso? Poiché viveva in un campo di forze umane in continuo e
drammatico mutamento, in cui persone che conosceva venivano arrestate, uccise, o
cadevano preda della droga, doveva assolutamente affermare se stesso. In quale
altro modo avrebbe potuto trovare la vita? La perdita di forza vitale era una perdita
totale, significava minor ego, minore stato sociale, minore potere d’acquisto per la
bellezza. A confronto con il nero americano, un bianco giudeo-cristiano poteva
superare una perdita di forza vitale sentendosi morale, altruista, persino santificato,
e un nero africano poteva sentirsi in equilibrio tra le forze della tradizione. Un
africano poteva sostenere il peso dei propri obblighi verso il padre poiché suo
padre era un gradino più in alto sulla scala che saliva fino a Dio, la catena
ininterrotta di vite che risaliva fino alla fonte della creazione. Ma il nero americano
era famoso tra i sociologi per la perdita del padre. Nessuna meraviglia quindi che le
loro voci richiamassero l’attenzione su di sé! Parlavano di una forza vitale (ancorché
tesa). Un uomo povero e non istruito non era nulla senza quella forza. Nella misura
in cui essa viveva in lui, possedeva un capitale, un capitale dell’ego. Era questo il
capitalismo del nero americano povero, che cercava di accumulare l’unica ricchezza
possibile per lui, il rispetto nel proprio territorio, il rispetto dei falliti per il potere
della sua anima. Che capitalismo crudo, febbrile, competitivo. Che mancanza di
profitto. L’establishment poneva limiti enormi a una tale massiccia febbre dell’ego.
Non sorprende perciò che la vita tribale in America si sia sviluppata dietro le sbarre
e in mezzo alla droga. La droga aumentava la sensazione di possedere dentro di sé
una forza potente, e il penitenziario riportò in auge la vecchia idea che l’uomo fosse
una forza in un campo di forze. In Africa la tradizione era il contratto sociale, il
modo di applicare limiti restrittivi. Il nero americano con idee politiche, invece, era
obbligato a vivere con una disciplina rivoluzionaria. 
[…] Mentre resisteva tra i muri di pietra della sua cella, questa disciplina gli
polverizzò l’anima nello stesso modo in cui la ricerca della forma perfetta polverizza
l’anima di un pugile. Il libro sulla filosofia bantu era davvero un dono, ma un dono
forse superfluo. Almeno per quanto riguarda la comprensione dell’incontro di boxe.
Adesso il bagaglio intellettuale dello scrittore era così ingombrante da fargli
rischiare di perdere il treno. Norman ne avrebbe portato con sé una parte, sperando

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di non essere avido. Perché la boxe, al livello dei pesi massimi, era quasi tutta nera,
nera come i bantu. La boxe, quindi, era diventata un’altra chiave per capire i neri, le
loro emozioni, la loro psicologia, il modo in cui vivevano l’amore. La boxe dei pesi
massimi poteva persino condurre a quel livello sotterraneo del mondo dove
governavano re neri: cos’erano l’emotività nera, la psicologia nera, l’amore nero?
Naturalmente, cercare di scoprirlo attraverso i pugili era un’idea comica. I pugili
erano mentitori. I campioni erano grandi mentitori. Dovevano esserlo. Se scoprivi
ciò che pensavano, potevi colpirli. Così la loro personalità diventava un capolavoro
di dissimulazione. Insomma, c’erano dei limiti a ciò che Norman avrebbe potuto
imparare da Alì e da Foreman con l’aiuto di una qualsiasi filosofia. Tuttavia era
grato di possedere quella chiave interpretativa. Gli umani non erano esseri ma
forze. Avrebbe provato a guardarli sotto quella luce.

La seconda parte di Eros e Civiltà si intitola Al di là del Principio della Realtà, che


è un altro modo, con la sintassi freudiana, di declinare il tema marxiano della
rivoluzione. Se con Marx bisogna andare al di là del capitalismo, qui occorre andare
al di là del Principio di Realtà, per ripristinare, liberamente funzionante, il
Principio di un Piacere non più represso dal Principio di Realtà; o meglio, represso
solo nella base della repressione fondamentale, quella che, per intenderci, permette
una vita sociale, senza la "plus repressione" tipica della società capitalistica.
Tutto molto bello, ma com’è possibile realizzare questo processo? Come possiamo
andare al di là del Principio di Realtà? Quali forze utilizzare?
Oltre all'arte, Marcuse riabilita anche il gioco, mutuando questo tema da Schiller e
da Fourier. Il gioco ha forza contestativa, è contestazione del Principio di Realtà, fa
valere il libero esercizio delle facoltà incondizionatamente rispetto alle norme
panottiche  della società tecno-capitalistica. (Forse quelle sul gioco sono le sue
pagine migliori). 

Alì confermava sempre più il suo affidarsi alle corde, ma alla fine della ripresa
Foreman lo sorprese con il pugno migliore che avesse tirato da parecchi minuti,
appena prima della campana, e voltandosi per andare all’angolo disse
distintamente: – Che te ne pare di questo? Quel pugno gli diede fiducia, perché nel
quinto round cercò di mettere ko Alì. Mentre Alì diventava più sicuro della sua
posizione alle corde, Foreman si era convinto di poter spezzare la sua difesa. La
sicurezza di entrambi significava guerra. Quella ripresa sarebbe passata alla storia
come una delle migliori di tutti i tempi nella boxe dei pesi massimi. Fu così bella da
forgiarsi una propria struttura mentre i due combattevano. Si poteva immaginare la
scritta luminosa ideale che l’avrebbe celebrata in eterno: “Il grande quinto round
dell’incontro Alì-Foreman”.

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Di fatto, sia l'arte sia il gioco oggi appaiono come forze contestative deboli, meri
palliativi. E ormai, arrivati fin qui, non resta che chiedersi: cosa rimane di queste
opere? Perché basta guardarsi intorno per capire che si tratta di una domanda
imbarazzante e scandalosa. Alcuni risponderanno che la filosofia non serve a nulla,
senza rendersi conto che la nostra quotidianità è la conseguenza di un modo di
pensare. Di sicuro, Marcuse è un autore la cui eredità è assai difficile discutere. Per
alcuni versi, è uno di quelli di cui, in assoluto, è più difficile discutere.
Forse rimane una sorta di orientamento da tenere verso la plus repressione, il
"Grande Rifiuto", ma, ancor di più, rimane la sua assenza, soprattutto la sua
assenza. Rimane qualcosa di ideale che deve ancora articolarsi in forme concrete (?).
Qui, oggi, dove la forza contestativa del gioco è assorbita dai telequiz
intramontabili, dai giochini online, dall'apatia, per rimanere sempre più in apnea
(escludo da questo elenco i videogames, per i quali bisognerebbe fare un discorso a
parte); nella società tecno-capitalistica il gioco viene sbrindellato nella sua forma,
ridotto a prestazione o spogliato e rivestito a scherzo. Qui, oggi, dove il linguaggio
dell'arte viene sabotato non solo dalla “tolleranza repressiva”, ma anche da un
cortocircuito interno, qualcosa di perverso che lo pone come oggetto di  mostre
istituzionali fuori luogo; fuori luogo in ogni senso (penso al caso di quella mostra
sulla street art osteggiata da Blu, per esempio).
Forze inglobate e neutralizzate nella rappresentatività istituzionale, addomesticate e
sospese, come la società attuale. 
Prima di parlare di scontro di civiltà, alcuni elettori, deputati e senatori dovrebbero
chiedersi quale livello di civiltà abbiamo raggiunto, chi siamo, qual è la nostra
identità oggi. È uno scontro di civiltà o sulla civiltà? Oppure stiamo parlando di un
mero scontro di usi e costumi in salsa religiosa? Fanatismo, isterismo, terrorismo. 
Personalmente, non credo che sia avvenuta una regressione sociale: è che l'ultimo
"passo in avanti" ci ha trovati in qualche modo impreparati. La psicoanalisi come
modello interpretativo della realtà e possibilità terapeutica sembra crollata. Le
macerie sono davanti ai nostri occhi, ma siamo troppo impegnati a cercare la
boutade definitiva per analizzare le sconfitte. Il web due punto zero è già tre punto
zero, quattro punto zero, cinque punto zero, e le idee di Aaron Swartz appaiono
ingenuità talmente grandi che si fa fatica a pensare che siano state partorite da una
mente geniale (anche se, in realtà, un sostrato di ingenuità è sempre stato
necessario allo sviluppo di una nuova proposta politica e sociale; o a una
deflagrazione). Meglio provare a riflettere sulla vicenda di Ross William Ulbricht
(legata al sito Silk Road), e tentare di strutturare una risposta progressista che possa
farci uscire dalla gabbia dell'autoreferenzialità. Detto questo, chiedo di nuovo scusa
per l'arroganza sesquipedale  di queste riflessioni (e soprattutto per il
termine sesquipedale), ma non credo nell'avvento di un dio heideggeriano in grado
si salvare l'umanità da se stessa. Semplicemente perché, se arrivasse un nuovo

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Messia, lo inchioderemmo di nuovo a una croce, per poi appenderlo nelle stanze
istituzionali, con la speranza che nessuno, nel vederlo, rifletta a lungo, come fosse
una nuova forma di meditazione, sul passo nel giardino del Getsemani, sull'idea di
permettere la propria crocifissione. 
Un piccolo trapasso per un uomo, un grande passo per l'umanità.

Così se ne stava in quell’atrio tra centinaia di persone senza essere in contatto con
nessuno. La sua testa era sola. Altri campioni avevano una presenza più grande di
loro. Offrivano carisma. Foreman aveva il silenzio, che vibrava silenzioso intorno a
lui. Norman non vedeva un uomo come Foreman da una trentina d’anni, forse più.
Era da quando aveva lavorato per un’estate in un ospedale psichiatrico che non si
trovava vicino a qualcuno in grado di starsene tanto a lungo immobile, con le mani
in tasca, rinchiuso in una cripta di silenzio. Allora Norman si prendeva cura di
catatonici che non facevano un solo gesto tra un pasto e l’altro. Uno di loro restò
immobile con le mani strette a pugno per mesi, finché esplose in un pugno che
ruppe la mandibola a un inserviente di passaggio. I guardiani informavano sempre i
nuovi assunti che i catatonici erano i pazienti più pericolosi. Di certo erano i più
forti. Ma non c’era bisogno di qualcuno che te lo dicesse. Se la postura di un daino
nel bosco sembra dire: “Sono vulnerabile, insostituibile e facile da distruggere”, la
postura del catatonico ossessiona la mente e sembra dire: “A condizione che io non
mi muova, tutto il potere verrà a me”. Non era il caso, ovviamente, di domandarsi se
Foreman non fosse sano di mente. Lo stato mentale di un campione dei pesi
massimi è ben più di questo. Non molti psicotici sopporterebbero la disciplina del
pugilato da professionisti. Tuttavia un campione dei pesi massimi deve vivere in un
mondo dal quale è scomparso ogni senso delle proporzioni. Probabilmente si tratta
del più spaventoso assassino senza armi che possiamo concepire. Potrebbe
trucidare cinquanta uomini a mani nude, prima di stancarsi abbastanza da smettere.
O forse il numero si avvicina di più a cento? Di fatto, il motivo per cui Alì ispirava
amore (e relativamente poco rispetto per la sua forza) era che dalla sua personalità
si evinceva che non avrebbe fatto del male a un uomo comune. Si sarebbe limitato
a stroncarne l’attacco con la minima quantità di movimenti necessaria, per poi
passare al successivo. Invece Foreman era minaccioso. Il tipo capace di perpetrare
una carneficina da incubo. I campioni del pugilato, naturalmente, non si allenano a
uccidere la gente. Al contrario, il pugilato offre una professione a uomini che
altrimenti potrebbero macchiarsi di omicidio.

Tornare a parlare di Piacere con l'immagine di un crocefisso in testa non era


previsto, ma neanche a farlo apposta, mi viene in mente la prima scena di Rocky,
dove la camera inquadra un Cristo sopra il ring. Tutto molto giusto: Rocky, in fondo,
è la sceneggiatura di una Risurrezione in versione Stallone Italiano. Ma tornare ad

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Alì è altra cosa. Non basta un crocefisso, un simbolo, e neppure un film. Raccontare
Alì significa comprendere la sua conversione e l'ingresso nella Nazione dell'Islam,
significa comprendere la questione afro-americana e l'azione sociale di Malcolm X,
fino al distacco di entrambi dalle idee separatiste di Elijah Muhammad. Significa
comprendere il pentimento di Alì per aver ripudiato l'amico Malcolm X. Significa
comprendere il suo rifiuto alla guerra in Vietnam, la sua dichiarazione
d’indipendenza. Significa comprendere il pugilato come lui lo ha cambiato, da
violenza a strategia, da pesantezza a leggerezza, da sport a politica, da gioco ad arte.
Significa affrontare il più grande. Il più grande rappresentante della forza vitale, o,
per dirla alla Marcuse, dell'impulso erotico.  E forse, quello che rimane eterno in
senso non storico, è proprio il suo modo di pensare, di rischiare, di vincere. Il suo
modo semplice e diretto, a tratti naturale, di vivere, di  prendere per il culo il
Principio di Realtà, credendo solo in se stesso (e nel polpettone di sua madre
Odessa); e soprattutto senza mai sentirsi Dio. (Nel 1984, quando venne a sapere di
essere malato di Parkinson, disse: "È il giudizio di Dio, mi ha dato questa malattia
per ricordarmi che non sono io il numero uno, è lui").
Oggi, dove a stringere il tessuto sociale non è più il lavoro ma la mancanza di esso,
ipotizzare l'affrancamento dalla “plus repressione” e la libera scelta di un'attività
vitale (anche all’interno di reti autosufficienti che vadano ben oltre ai cosiddetti
bisogni primari), potrebbe essere un modo sgarzolino di gestire la crisi attuale. In
fondo, credere in se stessi, e avere ancora fiducia nell'essere umano, è l'unico atto
sovversivo/erotico rimasto. Un atto capace di riportare questa società sospesa coi
piedi per terra, per l'ultimo spettacolo.
Una scheggia di Luce prima della Notte.

Quando mancavano venti secondi alla fine, Alì attaccò. Quando lo ritenne
opportuno, con la capacità di giudizio acquisita in vent’anni di boxe, con la sua
conoscenza di tutto ciò che si poteva o non si poteva fare a ogni istante sul ring,
scelse quel momento e, appoggiato alle corde, colpì Foreman con un destro e un
sinistro, poi si staccò dalle corde e lo colpì di sinistro e di destro. Nell’ultimo destro
mise ancora il guantone e l’avambraccio, un pugno rintronante che fece barcollare
Foreman in avanti. Alì lo colpì ancora di destro sul lato della mascella e sfrecciò via
dalle corde lasciandovi Foreman. Per la prima volta in tutto l’incontro Alì aveva
tagliato la strada al suo avversario. Ora lo colpì con una combinazione veloce come
quelle del primo round, ma con pugni più duri e più ravvicinati, tre destri potenti
di fila, poi un sinistro e per un istante sul viso di Foreman apparvero la
consapevolezza di essere in pericolo e il bisogno di cercare l’ultima protezione
possibile. Alì attaccava e dietro di lui non c’erano le corde. Che stranezza: gli assi
della sua esistenza erano rovesciati. Era lui l’uomo alle corde! Poi un proiettile delle
dimensioni esatte di un guantone da boxe centrò in pieno la mente di Foreman, il

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miglior pugno di quella nottata sorprendente, il pugno che Alì aveva tenuto in
serbo per tutta la sua carriera. Le braccia di Foreman volarono in fuori come se si
preparasse a saltare da un aereo con il paracadute, e in quella posizione china cercò
di dirigersi verso il centro del ring. Intanto aveva gli occhi fissi su Alì, senza rabbia,
come se Alì fosse l’uomo che conosceva meglio al mondo, l’uomo che gli sarebbe
stato accanto nel giorno della sua morte. Una vertigine afferrò George Foreman e lo
fece ruotare su se stesso. Ancora piegato in due, gli occhi che non si staccavano da
Muhammad Alì, cominciò a barcollare, a crollare, a cadere, contro la sua volontà. La
sua mente lo tratteneva con un magnete grosso come il suo titolo, ma il suo corpo
cercava il suolo. Andò giù come un maggiordomo sessantenne grande e grosso che
ha appena udito una notizia tragica, sì, cadde per due lunghi secondi, il campione,
un pezzo alla volta, e Alì girava con lui in uno stretto cerchio, le mani pronte a
colpirlo ancora una volta, e non ce ne fu bisogno, non fece altro che scortarlo al
tappeto. L’arbitro condusse Alì nell’angolo. Lui sembrava perso nei suoi pensieri.
Alzò i piedi in un gioco di gambe breve e veloce, come scusandosi per non aver
chiesto alle sue gambe di danzare, e guardò avanti mentre Foreman cercava di
rialzarsi. Come un ubriaco che tenta di tirarsi su dal letto per andare al lavoro,
Foreman rotolò di lato, cominciò a sollevare con fatica la grande mole che Dio gli
aveva dato e, che avesse udito o meno l’arbitro che contava, fu in piedi una frazione
di secondo dopo che il conteggio era finito, e quando Zack Clayton lo guidò con
una mano sulla schiena, si avviò docile al suo angolo, senza fare resistenza. Moore
lo accolse. Sadler lo accolse. In seguito Norman seppe cosa si erano detti: – Stai
bene? – Sì, – rispose Foreman. – Be’, non preoccuparti, ormai è acqua passata. –
Già. – L’importante è che tu stia bene. Il resto andrà a posto da solo. Sul ring, Alì fu
afferrato da Rachman, da Gene Kilroy, da Bundini, da una schiera di amici neri
vecchi, nuovi e nuovissimi, che invasero le corsie tra i posti a sedere, balzarono sul
ring, passarono tra le corde e si avvicinarono per toccarlo. Con la meraviglia di un
genitore confuso che si rende conto all’improvviso che il suo bambino si è sposato,
Norman disse a Plimpton: – Mio Dio, è di nuovo il campione! – Come se si fosse
allenato per anni a non aspettarsi notizie così buone. Sul ring, Alì svenne. Successe
di colpo, senza preavviso e quasi nessuno se ne accorse. Angelo Dundee girava
intorno alle corde gridando parole felici ai reporter, e non si rese conto di ciò che
era accaduto. La stessa cosa valeva per tutte le facce sorridenti. Solo gli otto o dieci
uomini più vicini ad Alì lo seppero. Quelle otto o dieci bocche spalancate per
festeggiare si atteggiarono a smorfie di orrore. Bundini passò dalle risa al pianto in
cinque secondi. Perché Alì fosse svenuto forse non lo saprà mai nessuno. Forse era
un fulmine privato di Allah, un ammonimento contro l’orgoglio eccessivo negli
anni a venire, o forse era una spossatezza improvvisa, chi lo sa? Poteva essere
persino lo spasmo di un riflesso che aveva affinato inconsciamente per mesi,
l’abilità di riaversi in pochi secondi dall’incoscienza totale. Era stato obbligato a

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ricorrervi almeno una volta, quella notte? In ogni caso era un campione troppo
grande per permettere a quell’incidente di rovinargli la festa, e fu di nuovo in piedi
prima che scadessero dieci secondi. Gli uomini intorno a lui, che erano stati
entusiasti, spaventati, terrorizzati e di nuovo entusiasti, lo fissarono con visi di
trionfo e ko, la maschera ridente della commedia e la bocca urlante della tragedia
vicine l’una all’altra in quel ring africano. David Frost stava urlando: – Muhammad
Alì ce l’ha fatta. Il grand’uomo ce l’ha fatta. Questa è la più grande scena di gioia
mai vista nella storia della boxe. È una scena incredibile.

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27 giugno

BUD SPENCER

di Alvise Losi

Non era certo il suo film più noto, ma per capire chi fosse Carlo Pedersoli, per tutti
Bud Spencer, forse il più calzante è Il soldato di ventura, pellicola del 1976 diretta da
Pasquale Festa Campanile. O forse no. Forse Bud Spencer è quello di Altrimenti ci
arrabbiamo e Continuavano a chiamarlo Trinità, quello dei film con il compagno di
una vita, Terence Hill. O forse ancora il vero Bud Spencer era quello di Cantando
dietro i paraventi. O forse Bud Spencer era tutti questi personaggi e ancora di più.
Un atleta olimpico di nuoto (Helsinki ’52, Melbourne ’56, Roma ’60). Un uomo in
grado di parlare italiano, inglese, spagnolo, francese, portoghese e tedesco. Oltre al
suo amato napoletano. Un uomo capace di guidare aerei ed elicotteri. Un uomo con
una sensibilità artistica non comune, anche autore di canzoni negli anni Sessanta e
Settanta (era sua la musica di ‘Flying Through The Air’ degli Oliver Onions,
colonna sonora di …più forte ragazzi!). Chi era dunque Bud Spencer? Sempre che
sia possibile incasellarlo.
Quanto è difficile scrivere di Bud Spencer. Troppo importante per troppe persone
per mettere d’accordo tutti. Troppo soggettivo per troppi italiani per essere
oggettivi. E allora partiamo da qui. Dal nostro essere italiani. E tiriamocene un po’
fuori. Perché non siamo gli unici ad aver amato Bud, a essere cresciuti con lui. Un
noto giornalista sportivo (e giudice di gare di ballo un po’ così) ha fatto notare che
in Germania sarebbe stato creato un verbo legato al suo nome. Tanto lo veneravano
che “picchiare a mo’ di Bud Spencer” in tedesco si dice budspenceren. O si direbbe.
Sì, perché sa tanto di bufala. Ma è troppo bella per non crederci. Bud in Germania
era davvero amato almeno quanto in Italia. E la sua fama (e quella di Terence) negli
anni Settanta era tale che negli Stati Uniti erano loro gli attori italiani più amati e
conosciuti. Non Marcello Mastroianni. Non Vittorio Gassman. Forse solo Sophia
Loren stava al loro passo in quanto a popolarità. Perché i film di Bud e Terence
erano apprezzati non solo nell’America povera, quella Latina, ma anche in quella
che contava: States e Canada. E non è differenza da poco.
“Che classe! Che gallina!”. A riguardare oggi certe scene, isolate dal loro contesto, si
potrebbe urlare allo scandalo, al maschilismo, al becero razzismo. Una escort
americana che si finge russa in quel di Miami e viene trattata come una “gallina” dal
poliziotto Bud. Che in realtà ne ha intuito male il nome di Galina Kocilova. O forse
no. In ogni caso Goldoni avrebbe certamente scritto di meglio. Solo che c’era
qualcosa nel modo di recitare di Bud, qualcosa in quelle sceneggiature, qualcosa

!80
nel modo di porsi suo e di Terence che non poteva essere interpretato come
offensivo. Probabilmente quelle battute dette da un Boldi qualsiasi sarebbero
risultate becere e prive di ogni forma di ironia. E forse quella magia che si
sprigionava dai film della coppia può rivivere solo se i loro film si siano visti in una
fase dell’infanzia ancora priva di eccessive storture della vita adulta.
E qui si arriva a Bambino. Il personaggio che decretò il mito di Pedersoli, nel più
grande film di Bud Spencer e Terence Hill. Perché Lo chiamavano Trinità e il suo
seguito Continuavano a chiamarlo Trinità rimangono i film fondativi del mito del duo.
E probabilmente i loro migliori. Troppo ricchi di gag, di contro-stereotipi, di
citazioni sgangherate. Di frasi divenute celebri e citate e recitate nelle più disparate
conversazioni. Erano il 1970 e il 1971 e i due avevano iniziato a lavorare insieme
solo da pochissimo in Dio perdona… io no!, un incontro quasi casuale, come si
rintraccia agevolmente nelle agiografie sparse su internet. Da lì, gli anni Settanta
del cinema italiano furono loro, senza se e senza ma. Certo c’erano gli Ettore Scola
e i Federico Fellini (Pedersoli rifiutò nel 1969 la parte di Trimalcione nel Satyricon
del regista romagnolo perché non voleva recitare nudo). Ma i soldi e il pubblico li
facevano loro, al ritmo di due o tre film all’anno, da soli o in coppia. Non che questo
significhi realmente qualcosa. Ma qualcosa significa il fatto che ancora oggi, dopo
quasi mezzo secolo, alla morte di Bud Spencer una sorta di lutto nazionale sia
calato sull’Italia. Un lutto, e questo dà le dimensioni dell’affetto, che ha coinvolto
tutti, a prescindere classe sociale, grado d’istruzione, tipo di lavoro, per quanto
queste classificazioni possano valere.
Il 1974 è l’anno di uscita di Altrimenti ci arrabbiamo, e anche del primo Fantozzi. Un
altro livello di ironia, di sagacia, di critica sociale, ma il grado di penetrazione
nell’immaginario collettivo italiano è simile. Gli eroi strampalati che vorremmo
essere contro l’antieroe che sappiamo di essere. In ciascuno di noi albergano in
quote simili la composita miseria umana del ragionier Ugo, l’astuzia spaccona di
Terence e la genuina bontà di Bud. A provare a essere oggettivi fu quello l’ultimo
grande film del duo, che non riuscì più a raggiungere quelle vette di ironia,
divertimento e spontaneità. La formula era collaudata, ma né I due superpiedi quasi
piatti né Io sto con gli ippopotami né Chi trova un amico trova un tesoro entrano nel
cuore allo stesso modo. Eppure entrano nel cuore. Così come certi film “solisti”.
Banana Joe dove Spencer rimaneva il buono ma ignorante. Ma anche Lo chiamavano
Bulldozer e Bomber, nei quali invece al personaggio di Bud si sommavano le
caratteristiche di astuzia e spirito più tipiche di Terence. E Piedone lo Sbirro, che già
nel 1973 ne mostrò le doti di attore non esclusivamente comico. Che poi, come
ebbe a dire lo stesso Pedersoli, “io non ho fatto scuole né accademie, ma alla fine
anche una scimmia impara a recitare”. Altra frase topica era “mi ritengo un
dilettante di alto livello”. Decisamente meglio che essere un professionista scarso.

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Le gare a birre e salsicce, i fagioli cotti in una padella di ghisa sporca, il coro dei
pompieri, i tre galloni di whisky per diventare nostalgici, una fiducia sincera
nell’amicizia, meglio se consolidata sulla base di qualche sganassone. Quante scene
che hanno segnato generazioni di fan si potrebbero elencare? Che poi, a voler fare
un saggio di critica più approfondita, non si può ignorare la critica sociale che nella
maggior parte dei film di Bud Spencer era sottesa alla trama principale, quasi dei
Robin Hood dei tempi moderni. Ci sono i ricchi interessati solo a fare più soldi a
discapito della povera gente (praticamente una costante in ogni film). Ci sono i
poveri destinati a penare e a chinare il capo, spesso immigrati di prima o seconda
generazione oppure popoli indigeni vessati (vedi I due superpiedi quasi piatti con la
famiglia orientale o Porgi l’altra guancia). Forse nell’Italia politicizzata degli anni
Settanta e Ottanta non c’era la percezione che un film costruito per far ridere
potesse portare avanti, magari in forma non esplicita, delle critiche. Differenti e in
forma certamente minore rispetto al cinema impegnato. Ma pellicole come …più
forte ragazzi! o Porgi l’altra guancia o Banana Joe non possono essere relegate a
riflessioni banali quali il mito del buon selvaggio.
La Colombia e il Brasile piegati dei fazendeiros, i Caraibi annichiliti dalla ex nobiltà
bianca, l’Africa del Sud prostrata dall’apartheid. Tutti temi mai posti in particolare
evidenza, ma inseriti nei film a volte con notevole anticipo rispetto ai movimenti di
protesta dei grandi artisti internazionali venuti negli anni successivi. Nel 1978 la
saga di Piedone fece tappa in Namibia per l’episodio Piedone l’africano, ambientato
in Sudafrica. Spencer ricordò molti anni dopo che lui e la troupe dovettero uscire
da un ristorante perché a Baldwin Dakile, il bambino africano che interpretava il
piccolo Bodo, era stato vietato l’ingresso. È tra creoli e neri, tra messicani e
mormoni, che Bud Spencer e Terence Hill trovano i loro alleati. Gli esclusi della
società sono le persone che decidono di difendere. E non si può pensare sia solo
un caso. In quanti blockbuster americani di quegli anni si ritrova la stessa vicinanza
verso gli ultimi? Gli ispanici e gli afroamericani potevano ambire a due ruoli nella
Hollywood nixoniana: spacciatori e rapinatori o, se proprio andava bene, il primo
dei buoni a morire. E che dire di film come Lo chiamavano Bulldozer e Bomber dove i
cattivi erano addirittura gli spocchiosi soldati americani?
E però nei film di Bud Spencer e Terence Hill non moriva nessuno, nemmeno i
cattivi. Ma non c’era neppure una finta redenzione moraleggiante. Il cattivo era
cattivo, magari in maniera un po’ sfigata, fintamente furba. Il buono invece poteva
esserlo in vari modi: dall’anima candida allo stolto intimorito al mezzo criminale di
cuore. E spesso Bud e Terence erano i mezzi criminali. Si dice che smisero di
recitare insieme perché non erano più in grado di interpretare le scene di lotta,
probabilmente proprio Spencer con i suoi 56 anni più che Hill, di 10 anni più
giovane. Dopo non ci fu quasi più niente di rilevante, se non il grande Cantando
dietro i paraventi, quando nel 2003 Ermanno Olmi gli chiese di interpretare la parte

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di un vecchio capitano portoghese nella Cina imperiale. Fu un tripudio di critica,
come non gli era mai successo negli anni d’oro. Solo nel 2010 insieme a Terence gli
fu assegnato il David di Donatello alla carriera. Premio quasi di celebrazione per
uno che già aveva ottenuto tanto dalla vita. Una cosa su tutte: l’affetto
incondizionato del suo pubblico, che gli aveva perdonato persino una sbandata in
una vita politica italiana che tanto poco si addiceva ai suoi personaggi sempre fuori
dagli schemi.
La vera grandezza di Bud Spencer non stava solo nella capacità di entrare nei cuori
di molti, probabilmente tutti quelli che ne hanno ammirato con un sorriso le gesta
a metà tra Cervantes e Omero. Il trucco per entrarci in quei cuori era il non voler
insegnare nulla. Con semplicità Bud e Terence mettevano in scena una bontà priva
di retorica, un’etica priva di morale. E di questi tempi ce ne sarebbe ancora
parecchio bisogno. Di Bud. Di Terence. E di quella capacità di essere genuini senza
fare a tutti costi gli ingenui.
Si diceva de Il soldato di Ventura, dove Bud interpretava Ettore Fieramosca, eroe
popolare a cavallo tra Medioevo e Rinascimento noto per aver preso parte alla
disfida di Barletta. Quello era Bud: un cavaliere, mai solitario, con qualche macchia
e poca paura. E gli eroi entrano nel mito, non muoiono anche quando muoiono.
Bud se n’è andato in una giornata di inizio estate, il 27 giugno, con un’ultima
parola: “Grazie”.

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2 luglio

MICHAEL CIMINO

di Daniela Losini

Nasce in una borghese famiglia italo-americana di terza generazione. Si innamora


precocemente della follia e, adolescente, smette di frequentare la scuola – era uno
studente brillante – per seguire le gesta di compagni borderline, ubriacandosi della
loro vita ai limiti e di alcool. Gli cresce dentro l'urgenza di raccontare e sceglie il
mondo del cinema. Il padre non gli parlerà per un anno intero a seguito della sua
decisione.

Comincia girando commercial per grandi marchi americani, si conquista la stima


degli addetti ai lavori che intuiscono il potenziale del suo talento. Si trasferisce a
Los Angeles e comincia a scrivere sceneggiature. Si immagina regista non
sceneggiatore ma sono proprio le parole che scrive che cominciano ad aprirgli la
strada verso il cinema. Lavora con Clint Eastwood. Fa il botto con Thunderbolt and
Lightfoot nel 1974. La strada è spianata anche se piena di tagliole.

C'è solo una cosa che l'America non ti perdona dopo essere stato un dio in terra:
voltarle la faccia. E dopo l'enorme, pantagruelico successo di The Deer Hunter,
Cimino girerà altrove il suo sguardo e non verrà mai perdonato. Ossessionato dal
lato oscuro e ingannevole del sogno americano, continuerà nel suo cinema più
disperato e disconosciuto a frammentarne tutti gli aspetti. Come in The Deer Hunter
raccontava la desolazione di una guerra alienante, la difficoltà di una terra
composta da immigranti in cerca di riscatto e la delusione adulta di una vita
migliore dopo una tragedia senza nome, nel fallimento economico de I Cancelli del
Cielo troverà tutta l'angoscia di un mondo fragile e vendicativo come quello dello
star system.

Cimino è come le stimmate, un atto di fede verso se stesso e nessun altro. Le ferite
sono invisibili al mondo e anche lui diventa invisibile. Diventa “l'uomo senza
faccia”, non rilascia interviste. A raccontare di lui ci sono solo occasionali
apparizioni, dove più che del suo cinema ultraterreno, si finisce a parlare – ancora –
della sua faccia intagliata nella cera. Come se cambiarsi i connotati lo potesse
rendere meno riconoscibile e così, dimenticabile.

Fabbrica se stesso disseminando storie discordanti. L'aver attratto così tanta

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attenzione gli consente di buttare sul piatto tesserine di un puzzle che non è
possibile ricomporre nemmeno a distanza di tempo. Forse questo è il significato di
leggenda. Nel 2012 a Venezia viene premiato e celebrato in un tentativo di
risarcimento tardivo da parte della madre adottiva Europa, più incline a
comprendere la decadenza e indulgente verso i suoi figli più ribelli.

L'accanimento nei suoi confronti ha in qualche maniera tolto a pellicole come The
Year of the Dragon (avete presente i Razzie Awards? Ebbene se ne guadagnò alcuni)
la possibilità di essere vista per quello che è, un piccolo grande gioiello cesellato
nel mestiere e nella mente di un regista visionario. Visionario è una brutta parola
oggi perché è stata quasi svuotata di tutto il suo bagaglio di grandezza, come la
parola capolavoro. Sono parole da usare con parsimonia e precisione, perché ti si
rivoltano contro con una tale ferocia che ti ritrovi con la gola tagliata e senza
respiro e senza aver avuto il tempo di versare una lacrima per il dolore.

Michael Cimino muore nel suo letto dopo che per alcuni giorni il suo telefono
squillerà a vuoto. Solitario e amatissimo sino alla fine, circondato dai suoi incubi
più terreni che nessuno saprà mai raccontare fino in fondo.

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13 luglio

STEVEN YOUNG

di Valeria Sgarella

“That's right, this has got to be the greatest record of the year. Check it out”. La
voce accartocciata del noto dj americano Wolfman Jack apre la lunga serie di
campioni su cui si snoda ‘Pump Up The Volume’, quella bizzarra, surreale, illogica
ma perfetta hit, accompagnata da un video pieno di astronauti russi.
Wolfman Jack fu profeta inconsapevole di un grande successo, perché quello fu
effettivamente, per certi versi, “the greatest record of the year” nel 1987.
‘Pump Up The Volume’, geniale assemblaggio di almeno trenta sample, che portò
l’arte del campionamento a nuovi livelli di eccellenza, e che rappresentò una tappa
fondamentale nello sviluppo dell’acid house, trova posto ancora oggi in più livelli
di dj set: dalla festa di laurea nella Bassa Padana alle residency dell’Ushuaïa di
Ibiza.
Frammenti di mostri sacri ritagliati e collocati con geometrica perfezione in un solo,
ristretto spazio di quattro minuti, una spalmata di scratch, campanellini e fischietti
a cura del dj C.J. Macintosh; pezzi sparsi di Kool & the Gang, Public Enemy ,
Trouble Funk, e un titolo copia-incollato da ‘I Know You Got Soul’ di Eric B. &
Rakim.
Questo era ‘Pump Up The Volume’: un magistrale collage, inizialmente distribuito
su white label in cinquecento copie solo a un ristretto giro di addetti ai lavori, ma
che, una volta decollato, portò con sé una sfilza di beghe legali per violazione di
copyright, tant’è che il singolo fu distribuito in cinque diverse versioni. A fare la
parte del leone nella corsa agli avvocati fu il noto team di produttori Stock Aitken e
Waterman; sostenevano che il pezzo contenesse un campione non autorizzato della
loro hit ‘Roadblock’ – sette secondi di voce maschile che mugugna “hey”, senza uno
straccio di melodia. Gridando al “furto all’ingrosso”, Pete Waterman ottenne il
blocco della distribuzione di ‘Pump Up The Volume’ oltreoceano; uno stop forzato
che non ne impedì il successo planetario tra il 1987 e il 1988: numero uno in mezza
Europa (Italia compresa), in Nuova Zelanda, e nella US Dance Club Chart. Dieci
anni più tardi, avrebbe addirittura trovato posto nella colonna sonora di American
Psycho.
A tessere la complessa tela di ‘Pump Up The Volume’, un team di smanettoni
formato dall’unione di due band elettroniche inglesi, A.R. Kane e Colourbox,
entrambe sotto contratto con la prestigiosa 4AD. Questa fusione confluì nello
pseudonimo M/A/R/R/S, laddove la “S” giocò un ruolo di primaria importanza. Era

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la S di Steven Young, tastierista, programmatore, genio del campionamento. Fu lui
a curare gran parte del lavoro di assemblaggio.
Insieme al fratello Martyn, aveva fondato nel 1982 i Colourbox, band poco longeva
ma molto produttiva, in cui si esplorava la fusione dell’elettronica con il reggae e il
soul.
Steven Young era stato anche parte integrante del progetto This Mortal Coil, una
sorta di superband che riuniva sotto un unico cappello alcuni tra i più pregevoli
talenti della 4AD. Per gli album It’ll End In Tears e Filigree & Shadow,
rispettivamente del 1984 e del 1986, Young suonò il piano e programmò la drum-
machine.
I M/A/R/R/S, dal canto loro, non andarono oltre ‘Pump Up The Volume’, sfiancati
dai troppi strascichi legali, e dalle liti interne sulla ripartizione degli incassi.
Young, da allora, si occupò molto meno di musica, scegliendo di ritirarsi in un
perfetto anonimato, interrotto solo per sporadiche collaborazioni.
Lo scorso 16 luglio, proprio la 4AD annunciava, attraverso i suoi canali social, la sua
morte, avvenuta in circostanze ignote; una riga e mezzo di comunicato in cui Young
viene definito “un vero pioniere”. Niente luoghi, niente età; solo un pensiero alla
famiglia, e a suo fratello Martyn.
Forse non è morto.
Forse è solo andato su Marte. Per sfuggire una volta per tutte a Stock Aitken &
Waterman.

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16 luglio

ALAN VEGA

di Fabio De Luca

“He passed peacefully in his sleep last night”. Non esiste un modo gradevole per
scoprire che qualcuno – chiunque: dallo zio lontano a un qualsiasi tizio la cui
artistica genialità ha significato qualcosa per te – è defunto. Però, l’ironia che il
frontman della band chiamata Suicide sia morto pacificamente nel suo letto, questo
fa un po’ sorridere. Alan Vega che era lì quando il Mercer Arts Center di New York
crollò sulle sue fondamenta. Che dal pubblico ai suoi concerti si prese sputi,
insulti, catenate, bottiglie, e una volta persino un tomahawk indiano. Soprattutto,
che insieme all’amico di sempre Martin Rev fondò i Suicide: un duo che è stato la
cosa più violenta e sbagliata mai successa al rock&roll. E poi, lo scorso 16 luglio, è
morto pacificamente nel sonno, come da comunicato firmato dalla moglie Liz e dal
figlio Dante, diffuso per primo via Facebook e Twitter dall’amico di famiglia Henry
Rollins. Bene così, ci mancherebbe. Mica perché uno da giovane pigliava le catenate
allora anche da 78enne. Meglio così, meglio per lui, meglio pure per noi (c’è
speranza per tutti di “pass peacefully”, allora). Però, certo.

“Siamo arrivati a SoHo nel 1971, allora c’erano solo fabbriche e negozi di abiti a
buon mercato. Di notte era piuttosto pericoloso: rischiavi la vita ogni volta che
mettevi il naso fuori di casa. Suonavamo dalle tre del mattino in poi, per tutta la
notte. Nelle pause sedevamo sulla scalinata del Project of Living Artists su Greene
Street, vivevamo lì. A un certo punto ci accorgemmo che la gente ci passava accanto
guardandoci in maniera strana, come fossimo degli estranei, così abbiamo capito
che era arrivato il momento di andarcene. Ci siamo spostati più a Sud, a Tribeca,
ma anche lì è finita che tutti ci guardavano male, così siamo scesi ancora fino a
Fulton Street. Facevamo la fame. Io mangiavo un sandwich al tonno al giorno,
Marty un sandwich pomodoro e lattuga. Li compravamo da Blimpie, costavano solo
un dollaro. Quando mi capitava di trovare un lavoro – come elettricista, o come
imbianchino – per un po’ riuscivo a mangiare due sandwich al giorno. Ma se ero a
corto di soldi, tra mangiare e ubriacarmi sceglievo sicuramente l’alcol. Almeno
cacciava via quel persistente tormento della fame, e riuscivo a collassare
addormentato. C’è stato un momento in cui sono sopravvissuto con una dieta di
sola vodka”. (Simon Reynolds, versione integrale di un’intervista con Alan Vega
realizzata nel 2002 per il Village Voice, ripresa da Pitchfork il 19 luglio 2016)

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Richard Nixon è stato deposto nell’agosto 1974; la Guerra in Vietnam è finita
nell’aprile 1975. I due eventi sono strettamente legati alla storia dei Suicide. Alan
Vega ha raccontato in diverse occasioni di quel paio di volte in cui aveva
partecipato a marce della pace, a Washington, e che tutto ciò che ricordava era
l’odore dei lacrimogeni e i bozzi dei manganelli dei poliziotti sulla testa. “Una volta
stavo parlando con un amico quando realizzai che ciò cui stavamo assistendo era il
suicidio della società americana. New York era allo sbando, c’era la guerra in
Vietnam. La parola ‘suicidio’ diceva tutto”.

Ciò che rese unici e irripetibili i Suicide, al di là dello shock value della loro
presenza sul palco (due teppisti da American Graffiti in overdose da anfetamine), fu
il fatto che erano visceralmente rock&roll – e nel senso classico del termine – pur
senza avere una chitarra, un basso e alla fine nemmeno una batteria. “The Suicide
sound is like rock&roll meets science fiction”, scrive Simon Reynolds: il rock&roll
che incontra la fantascienza. C’era la drum machine da due soldi, i synth primitivi
(era il 1975 quando iniziarono), ma soprattutto c’era quell’eco continua, insistente,
sulla voce da crooner di Vega, che rimandava direttamente al riverbero dentro al
quale Sam Phillips della Sun Records era solito avvolgere la voce di Elvis. “Roy
Orbison aveva la voce più bella di tutto il rock&roll”, disse una volta Vega, “ma è
Elvis quello con cui sono cresciuto. Quando la mattina non volevo andare a scuola
e facevo i capricci, mio padre metteva su ‘Hound Dog’, e allora mi alzavo”.

E poi c’era anche (a un orecchio attento non è difficile decodificarlo) il funk, e


persino la prima disco, genere cui Martin Rev riconosceva un grande valore politico
oltre che musicale. “La disco era molto più incentrata sul testo di quanto lo fossimo
noi”, spiega in Dream Baby Dream: La storia della band che sconvolse New York City di
Kris Needs, uscito a dicembre in traduzione italiana per Goodfellas Edizioni. “Era
l’espressione metropolitana e dei quartieri popolari del momento; una
manifestazione sociologica concreta dell’etnicità e della vita economica
dell’America. Nonostante le canzoni parlassero di storie d’amore, i testi
rimandavano a delle radici profonde, alla lotte per la sopravvivenza. (...) A un sacco
di gente a cui piaceva il rock, la disco non piaceva perché pensavano fosse musica
decadente, buona giusto per fare festa. Ma io ho sempre pensato che fosse
rivoluzionaria, perché rappresentava la vita delle persone cui le canzoni erano
rivolte”.

I Suicide furono una cosa unica nel suo genere. La voce monotona di Vega che
illuminava (senza alcun compiacimento, con un’angolazione quasi neorealista) gli
angoli sporchi di New York sopra quelle rumbe e quei rockabilly minimali, fu uno
dei filamenti del DNA da cui, pochi anni più tardi, sarebbe uscita ‘The Message’ di

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Grandmaster Flash (“Broken glass everywhere/People pissin’ on the stairs, you
know they just don’t care”). Nella nascente scena punk newyorkese, i Suicide
occuparono la periferia più estrema della periferia più estrema. In una comunità
fatta fondamentalmente da studenti per i quali la contaminazione tra cultura “alta”
e nuovi linguaggi già era la norma (Tom Verlaine, Patti Smith, Richard Hell…
persino i New York Dolls avevano a che fare con il giro delle gallerie d’arte), Rev e
Vega – che appartenevano a una generazione anagraficamente precedente – erano
quelli cui toccò il compito di iniziare quel dialogo. Sul finire degli anni ’60 c’era già
la Factory di Warhol, ovviamente, ma Rev e Vega, trotskistamente, si consideravano
“lavoratori dell’arte”, e come tali lavoravano: cercando di ricevere qualche dollaro
dal New York State Council of the Arts, abitando illegalmente al Project of Living
Artists cui avevano strappato il permesso di fare le prime prove (“I was there in
1974 at the first Suicide practices in a loft in New York City” come canterà
trent’anni dopo James Murphy in ‘Losing My Edge’ degli LCD Soundsystem – non
fosse che non era un loft, ma un magazzino, e non era il 1974, ma il 1971).

Il primo concerto fu, non a caso, in una galleria d’arte a SoHo, nel febbraio 1971. I
volantini che lo pubblicizzavano parlavano di “punk music mass”, e leggenda vuole
che quella fu la prima volta che il mondo vide la parola “punk” applicata a una roba
di musica. (Lo stesso termine, retrospettivamente riferito a certo Sixties garage rock
USA più estremo, si sarebbe letto solo un anno più tardi nelle note di copertina –
firmate da Lenny Kaye – della raccolta Nuggets. Vega medesimo, in realtà, dirà che il
termine “punk” gli venne in mente dopo averlo letto in un pezzo di Lester Bangs su
Iggy Pop, ma lui non lo intese in senso musicale, e soprattutto mai avrebbe pensato
sarebbe diventato il nome di un genere). I Suicide furono tra i primi a suonare
anche al leggendario CBGB’s nell’East Village (oggi una boutique di John Varvatos),
ma per un mai completamente chiarito scazzo col non meno leggendario
proprietario Hilly Kristal, quel concerto rimase l’unico. Diventeranno invece degli
habitué del suo naturale antagonista (o forse naturale complemento pochi isolati
più a Nord Ovest), il Max’s Kansas City. Un posto pure più adatto a loro, a detta di
Vega: “Ci andavano i provinciali, quelli di Brooklyn e del New Jersey, gente che per
qualche ragione capiva meglio del pubblico di Manhattan ciò che i Suicide
rappresentavano”.

Tra questi, anche un giovane cantautore di belle speranze di nome Bruce


Springsteen: in apparenza il fan meno probabile che i Suicide potessero pensare di
avere, in realtà l’esatto opposto. La tragica parabola working class di ‘Frankie
Teardrop’ – padre di famiglia perde il lavoro; padre di famiglia impazzisce, torna a
casa, uccide moglie e figli e si suicida – tolti i suoni da centrale elettrica durante un
cortocircuito seguito da un incendio, sarebbe potuta tranquillamente stare dentro

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quel monumento alla recessione che fu ‘The River’. Fra l’altro, è proprio alle
session di The River che risale la breve frequentazione tra Springsteen e i Suicide.
Entrambi stavano registrando ai Power Station studios: Bruce Springsteen The
River, i Suicide il loro secondo album. (Per la cronaca, in un altro studio c’erano
pure gli Chic alle prese con Diana di Diana Ross, e in un altro ancora Carly Simon.
“Diana era una tipa a posto”, raccontò Vega: “Molto amichevole. Carly invece entrò
una volta mentre stavamo riascoltando delle registrazioni, e ci lanciò un’occhiata
carica di disgusto”). Una notte Springsteen si fermò per ascoltare il disco di Martin
e Alan, appena terminato, e – dicono i testimoni – ne rimase folgorato.

Col senno di poi, non è strano che Springsteen abbia scelto, nel 2005, di chiudere
tutte le date del suo tour Devils & Dust con una interminabile (spesso ben oltre i
dieci minuti) versione per voce e harmonium di ‘Dream Baby Dream’. Allora in
molti non se lo ricordavano, ma proprio nell’album uscito subito dopo The River –
Nebraska, del 1982: il disco di Springsteen più amato dai non-springsteeniani… –
c’era il vero tributo di Springsteen ad Alan Vega: un pezzo intitolato ‘State Trooper’
dove, nel modo di appoggiare la voce (e soprattutto nell’urletto claustrofobico), è
impossibile non tracciare paralleli proprio con ‘Frankie Teardrop’…

“Non c’è un altro come lui”, scriverà proprio Springsteen in una breve nota
successiva all’annuncio della morte di Alan Vega. Probabilmente è vero. Anzi: forse
in realtà i Suicide sono uno di quei casi rari in cui la grandezza dell’uno è
simbioticamente inscindibile da quella dell’altro. E se insieme Vega e Rev hanno
ucciso e resuscitato il corpo del rock&roll, se hanno trasformato un nome che era
un atto di negazione in un messaggio di forza, di concretezza, di umiltà e di
rinascita dalle proprie stesse ceneri, la loro ultima vittoria – proprio pochi mesi
prima della scomparsa di Vega – è di essere stati completamente ignorati da quella
pacchiana, velleitaria, cafonissima ricostruzione della New York a cavallo tra glam,
punk e disco, messa in scena dalla serie tv di HBO Vinyl. Meglio così, giusto così:
fino alla fine, quelli che nella foto di classe dell’ultimo anno di liceo non c’erano
perché, mentre il fotografo scattava, stavano nei cessi a fumare.

(Ciao Alan, ti si è voluto molto bene, sai).

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29 luglio

MARTA MARZOTTO

di Francesco Canino

Più che una vita, sette vite in una. Marta, la Marzotto, Martissima, Marta da legare,
La Contessa, Marta-in-gala e Martacci tua, come i nomi delle sue improbabili
collezioni di vestiti, rigorosamente in vendita nei grandi magazzini Marta Marzotto
era tante cose assieme: anticonformista e allo stesso tempo terribilmente
conformista – così dice chi l’ha conosciuta per davvero – generosa ed egoriferita,
grandiosa e capace di gesti inaspettatamente semplici. Semplice come la ragazza
partita dalla Lomellina, infanzia poverissima, con ai piedi un solo paio di scarpe ma
già capace di sognare in grande. Le caviglie a mollo nelle risaie e nell’orecchio l’eco
dei canti delle mondine (“Sebben che siamo donne, paura non abbiamo!”), che le
risuoneranno in testa per tutta la vita, anche quando, travolgente regina di
mondanità senza limiti e confini, ricordava a tutti che le sue radici affondavano
nella miseria più nera. “Ero poverissima, la povertà particolare del primo
dopoguerra. Una volta qualcuno ci regalò un chilo di pane e io, mia mamma e mia
sorella lo mangiammo, lo sbranammo in cinque minuti, fino a sentirci male”.

Ma il destino ha scelto per Marta Marzotto, nata Vacondio, classe 1931: le curve della
vita hanno preso direzioni imprevedibili e in una manciata di anni l’ex mondina si
è ritrovata quasi per caso a fare l’indossatrice a Milano, nell’atelier culto di Gigliola
Curiel, poi, sempre più in alto, fino a Palazzo Stucky, a Portogruaro, dove alle pareti
di casa Marzotto trionfavano i Tiepolo e i Tintoretto. La sua vita è una vertigine, è
un copione di quelli scritti da uno sceneggiatore di successo, capace di mescolare
con indifferenza successi ed eccessi. Dal Lido di Venezia in poi, dopo l’incontro
con il conte Umberto Marzotto, la sua vita non è stata più la stessa. È il famoso
treno che passa una sola volta – quello che non tutti sono capaci di prendere - e
non di certo la littorina di terza classe che da Mortara la trasportava a Milano agli
inizi della carriera di modella. Cinque figli, tre grandi amori e (almeno) sette vite tra
scandali, moda, arte, politica, intellettuali, tivù, mondanità, lutti difficili da
metabolizzare e beneficenza. Ottantacinque anni passati a mordere la vita, a vivere
da protagonista e mai da comparsa, sempre troppo presa da tutto per riuscire a
gustarsi la felicità. “Emozionata, gratificata sì, ma felice no. Non ne ho avuto il
tempo”. Provare a leggere Smeraldi a colazione, l’ultima biografia scritta da una
strepitosa Laura Laurenzi (Cairo Editore), per credere. C’è così tanto, e tutto così
concentrato e intenso - come l’olio essenziale al bergamotto, lo Zibeline di Weil,

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che ha indossato per tutta la vita - che pare davvero l’adattamento di un biopic di
quelli cult.

Perché in fondo è troppo superficiale pensare di etichettare la Marzotto unicamente


come regina dei salotti o delle prime alla Scala - dove, come scrisse Lina Sotis, nel
1992 si presentò indossando una giacca della Standa da 195 mila lire - per chi ha
voluto e saputo essere tante Marta in una. A cominciare dalla Marzotto moglie - si
sposò nel 1954 - mamma, contessa, perfetta padrona di casa in un contesto troppo
borghese per chi, per sua stessa ammissione, era visceralmente “renitente a tutte le
regole, a cominciare da quelle che ho cercato di darmi da sola”. Un’anima
vagabonda, eredità del padre casellante ferroviario, che non si poteva accontentare
delle vacanze con gli Onassis, dei Natali a Monaco con il principe Ranieri e
nemmeno delle battute di caccia, tra beau monde e aristocat paludatissimi. E così, a
Marta nessuna e centomila, la favola della Cenerentola moderna non basta più,
scappa con la sua depressione sotto il cappotto e approda a Roma, forgiata dal
suocero che le ha insegnato come si sta al mondo e come apprezzare e capire l’arte.
L’indossatrice quindicenne non c’è più, anche se una certa ingenuità le rimarrà
addosso per sempre, e riesce a cogliere tutto il sapore di quegli incontri speciali che
le cambieranno la vita. “L’elenco delle persone di genio che incontravo e
frequentavo in questa città, così meticcia e così speciale, sarebbe troppo lungo.
Alzati e cammina. C’erano chilometri dorati da percorrere”, ha raccontato alla
Laurenzi. Nella Capitale ogni giorno è “festa continua”, incontri vorticosi con
Alberto Moravia ed Elsa Morante, de Chirico e Sciascia e ancora Carlo Levi,
Visconti o Rossellini. E ovviamente Renato Guttuso, il pittore ufficiale del Partito
Comunista, con cui intreccia una storia ventennale e corre sfrontata sul crinale
dello scandalo. Cinquemila lettere, quelle che lui scrisse a lei, decine di quadri,
molti dei quali ritraggono la Contessa piuttosto svestita (“Chi l’avrebbe mai detto
che avrei visto il mio sedere esposto all’Ermitage?”) e un epilogo così complicato
che nemmeno la fantasia di Liala avrebbe osato tanto.

“La passione non coincide mai con il vero amore. Brucia, fa male, non lascia tracce,
non dà frutti. L’amore vero è diverso. Per una donna è essere contemporaneamente
madre, moglie, figlia, sorella, amante come sono stata di volta in volta. Il sesso da
solo è esaltante, certo, ma è anche distruttivo. Fra me e Renato c’era un legame che
coinvolgeva il cuore e il cervello”. Un amour fou totalizzante, il loro - benché
entrambi continuassero ad essere ufficialmente sposati - di cui tutti parlavano,
sparlavano e malignavano. Persino il PCI fu costretto ad accettare le imprese
sentimentali di uno dei suoi intellettuali più organici, ma l’onda lunga di pregiudizi
e ipocrisie travolgerà tutto e tutti, soprattutto la Marzotto, che però continuò la
storia metabolizzando cattiverie al vetriolo. “Mi ha dipinto come Venere, come

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Medusa, come Madonna, come Maria Maddalena, come Minerva, come santa e come
dea pagana. Mi ha ritratto nuda e vestita, piangente ai piedi di una croce, mentre
dormo, mentre sogno, mentre parlo al telefono, mentre cammino in una selva di
girasoli, mentre sono imprigionata fra i rovi assediata da cani feroci”. Libera e
selvaggia sfida tutti, benpensanti e femministe, che l’accusano di essere una
mangiauomini, proprio lei che per tutta la vita dirà di aver avuto solo tre uomini,
ovvero il marito Umberto (da cui si separerà negli anni ’90), Guttuso e Lucio Magri.
Così, mentre il suo ambitissimo salotto si consolida e diventa l’archetipo del
“generone romano” da cui transiteranno tutto e tutti in un megamix a tratti surreale
- potenti cardinali, imprenditori facoltosi, ministri in grande ascesa, aristocratiche
d’alto lignaggio e volti tivù in cerca di autore - lei intreccia la sua storia con
l’intellettuale marxista Magri che s’innamora della “dolce vita” marzottiana e resta
per dieci anni nella vita della contessa. “Sono la sola persona di estrazione
proletaria che lui abbia mai frequentato”, raccontò lei pungente e ferita. “Voleva la
tavola apparecchiata con tovaglie preziose e ricamate e le stoviglie dovevano essere
d’argento”. I rapporti tra i due s’incrinano, Guttuso nel frattempo esplode in
clamorose scenate di gelosia e dal suo studio a Palazzo del Grillo l’eco di quel
triangolo fa il giro di tutta Roma. Il pittore si vendica dipingendo Magri con le
fattezze di un orango, poi scrive una preghiera laica e la dedica alla sua amata
Marzotto: “Ave Martina… E liberaci dal Magri. Amen”.

La svolta clamorosa arriva nel 1987, che diventa l’anno della morte di Guttuso e
quello della rinascita di Marta Vacondio. L’amore clandestino, le epiche litigate e il
gossip senza freni travolgono la Musa proprio nell’ultimo atto della vita del pittore:
nei tre mesi terminali della sua vita spunta un figlio segreto, scoppia la bolla
dell’eredità contesa e Guttuso, ateo e agnostico per tutta la vita, sul letto di morte
opta per un’inattesa conversione. Lo scandalo politico e culturale è irrefrenabile
soprattutto quando la Marzotto viene tenuta lontana dal capezzale di Guttuso e
nemmeno le pressioni su un monsignore amico di Papa Woytila riescono a far
riaprire per lei le porte di Palazzo del Grillo. “Ero la donna che aveva osato mettersi
in mezzo ai due grandi poteri: la Chiesa e il Partito Comunista”, spiegherà. Nei
giorni dei funerali, la storia tra la Marzotto e Guttuso finisce su tutti i giornali e in
quel momento qualcosa cambia: la stampa la fa a brandelli, una parte dell’opinione
pubblica si schiera compatta contro di lei e dopo trentaquattro anni di matrimonio,
il conte Umberto le chiede il divorzio. “Al Carnevale di Venezia le maschere
alludono alle mie corna”, gli scriverà lui. “Ha aspettato l’unico vero momento di
debolezza della mia esistenza per farmi del male: un gesto di grande vigliaccheria”,
racconterà lei alla Laurenzi nella sua biografia. In un colpo solo perde così i tre
uomini della sua vita: Umberto, il vero grande amore, Renato “immenso artista,
morto senza che io potessi riabbracciarlo e in odore di santità”, e Magri “bellissimo

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rivoluzionario da salotto”. La chiosa è di quelle amarissime: “Non ci sono dubbi: io
sono stata fedele a loro, loro certamente non sono stati fedeli a me”.

La Marzotto si piega, ma non si spezza e riparte con altri progetti e altre sfide,
umane e professionali. “Vado, vengo e non mi trattengo”, è il suo motto. Il dolore
che la stordisce per davvero è la morte della figlia Annalisa, che se ne va a 32 anni
portata via per sempre dalla fibrosi cistica: per chi ha scelto con la sua stessa vita di
rendere infinito il tempo, è un colpo senza pari ma anche da quello di rialza e
s’impegna fino all’ultimo istante nella raccolta di fondi per la ricerca scientifica. La
charity diventa il suo mantra e lei, generosissima, s’impegna su più fronti e in più
cause, dal recupero delle opere d’arte (il restauro del capolavoro La Madonna del
libro di Botticelli, custodito al Museo Poldi Pezzolli di Milano, è legato al nome della
figlia) e all’aiuto delle famiglie in difficoltà. La Marzotto mischia alto e basso,
l’impegno sociale e la mondanità tempestosa, essere e apparire: non ha paura di
sedere in prima fila alle sfilate dell’haute couture e poi di lavorare alla creazione
della sua linea di moda low cost. Tra gli aneddoti mitologici ce n’è uno sul
matrimonio di John Elkann con la nipote Lavinia Borromeo, dove, sfidando ogni
convenzione, si presentò con uno dei suoi abiti, un caftano della linea Vucumprà
color turchese, da 7 euro. Il suo palcoscenico è la vita, il mondo è la sua casa:
cosmopolita senza freni, scandiva il passare delle stagioni con viaggi ricorrenti a
Punta del Este, a Cortina, in India - “L’India di Marta era tutta case di maharaja,
residenze di ambasciatori, sedi di gioiellieri che commerciavano in mirabolanti
pietre provenienti dalle miniere di Golconda. Ovunque, si scambiava regali con le
maharani, le principesse locali: loro donavano shatush, lei ricambiava con
bigiotteria di sua creazione”, raccontò Nori Corbucci, vedova del regista Sergio e
storica amica della Marzotto - e poi in Libia dall’amico Gheddafi, dove portava
carovane di conoscenti famosi a visitare le rovine di Leptis Magna o a vedere
l’eclissi totale nel cuore del deserto, e ovviamente in Costa Smeralda.

Fu proprio lei una delle prime a scoprire da turista il nord della Sardegna, agli inizi
degli anni ’60, quando l’invasione di russi e nuovi ricchi tendenza cafonal non era
nemmeno lontanamente prevedibile, e a trascinare lì jet-setter, ereditiere e
milionari cosmopoliti. Più che il regno dell’Aga Khan, per decenni è stato il regno
della Marzotto, che dalla sua villa di Punta Volpe, a Porto Rotondo, dominava
incontrastata, circondata da amici e grandi artisti, da Krizia a Lina Wertmüller,
passando per Monica Vitti, Mario Ceroli e ancora lo scrittore Irwin Shaw, Brigitte
Bardot, Audrey Hepburn, la duchessa di Kent e Ian Fleming, i Donà delle Rose
(con un Canaletto appeso nel salotto della loro barca) e i Rothschild. “La Costa
Smeralda, in quegli anni, era un’altra cosa. Luogo remoto, selvaggio, separato dal
resto del mondo. L’atmosfera era speciale”, racconta in Smeraldi a colazione. Nel

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1988 rischiò persino di essere rapita, quando sei persone incappucciate fecero
irruzione nella sua casa: dieci giorni prima era stata in visita ad Orgosolo, per
scoprire l’altra faccia dell’isola, scortata da Inge Feltrinelli, Milva e la giornalista
Marella Giovannelli e accolta con tutti gli onori del caso dal Sindaco. Se ci fosse o
un meno un collegamento tra i due episodi non si è mai capito, ma Martissima
riuscì nell’impresa impensabile di diventare amica di Graziano Mesina, il più
conosciuto dei banditi sardi. Con l’immancabile caftano di ordinanza – una sorta di
divisa che indossava dai primi anni ’90, quasi un marchio di fabbrica che l’ha resa
iconica: diceva di averne circa mille – passava indomita delle feste a Villa Certosa
chez Berlusconi, a quelle organizzate in onore di Mutassim Gheddafi, uno dei figli
del colonnello (“orchestra tunisina e una impressionante quantità di aragoste e
caviale”), attraversando indenne le serate al Billionaire dell’amico Briatore e le
colazioni a bordo di panfili deluxe, dove ostentava smeraldi da mille e una notte.
“Un gioiello, per brillare al suo meglio, ha bisogno della luce del sole, mentre la
sera, al lume di candela, tutte le collane sembrano uguali, anche quando sono
molto preziose”. La Marzotto sapeva essere tutto e il contrario di tutto, campionessa
assoluta di trasversalità capace di organizzare la festa per il gioielliere Fawaz Gruosi
della De Grisogono e qualche sera dopo una cena per i vu cumprà della costa, per
quella che lei definì “una delle mie serate più riuscite di sempre”.

Che cosa se n’è andato con Marta Marzotto è difficile dirlo, perché apparentemente
la sua vita ha il sapore della suggestione effimera e i suoi salotti, come ha scritto
Candida Morvillo, non erano luogo fisico ma “un luogo dell’anima itinerante e
trasversale”. Se non fosse così dannatamente abusato come termine, verrebbe da
dire che la Marzotto è stata un’icona, di quelle irruenti e generose, leggendaria e
insaziabile quanto ad appetito di vivere, capace di surfare con lo stesso distacco
sulle meraviglie e sulle miserie dell’umanità. Una divina mondana di razza, di
quelle che paiono uscire dalle cronache di Alberto Arbasino, in grado di eclissare
con un solo colpo di caftano tutta la truppa cammellata di influencer e it-girl della
generazione risvoltino e apericena. Il nerudiano “confesso che ho vissuto” era uno
dei suoi motti, la sua sfida contro il tempo (e la noia) una corsa ad ostacoli a colpi di
progetti e nuove imprese. “Io, come un personaggio biblico, ho fatto di tutto per
renderlo infinito, per dilatarlo, moltiplicarlo e vivere ogni secondo assaporando
dolori e gioie, più dolori che gioie, sfidando ipocrisie e pregiudizi. Sono morta
dentro e poi sono tornata a vivere, reinventando la mia nuova esistenza minuto per
minuto”. La Marzotto sì che ha saputo vivere. Con qualche rimpianto ma senza
rimorsi.

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30 luglio

ANNA MARCHESINI

di Giorgia Meschini

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20 agosto

DANIELA DESSÌ

di Niccolò Scaccabarozzi

In questo anno che ormai è presso al morir e che sta portando via con sé (tra i tanti)
veri e propri miti della musica internazionale anche l'Italia ha pagato dazio, e lo ha
fatto in quel genere musicale che è tanto antico quanto famoso in tutto il mondo: il
Melodramma.
In agosto, in maniera decisamente inaspettata, si è spenta infatti il soprano Daniela
Dessì. Naturalmente chi non è appassionato del genere potrebbe non averla mai
sentita nominare (purtroppo oggi va così) ma si sta parlando di una delle ultime
grandi Dive che il nostro Paese abbia regalato al mondo dell'Opera, prosecutrice di
quella Grande Tradizione Vocale (le iniziali maiuscole sono una scelta precisa) che,
partita dai primi decenni del secolo scorso, ha deliziato il pubblico dei maggiori
teatri europei e mondiali ma che ultimamente si sta purtroppo disperdendo.
Chi scrive non ha mai avuto la fortuna ed il piacere di conoscerla o sentirla dal vivo
anche se chi questa buona sorte invece l'ha avuta ricorda in lei una persona
estremamente dolce e cortese, aggettivi che calzano benissimo anche alla sua voce
che d'altronde, non me ne voglia Platone, è specchio dell'anima tanto quanto gli
occhi.
Sarebbe inutile in questo contesto fare una descrizione più dettagliata del modo di
cantare, del repertorio, degli andamenti della sua carriera (comunque sempre di
primissimo piano). Molto meglio, per chi lo vorrà, fare una veloce ricerca su
Youtube e ascoltare direttamente qualche sua interpretazione di cui, grazie alla
tecnologia, potremo continuare a godere.
Era nata a Genova nel 1957.
In un'intervista per Repubblica espresse un concetto rivolto ai giovani studenti di
canto lirico ma che ha un significato tranquillamente universale per i nostri tempi:
“Bisogna pensare a diventare bravi, non famosi”.

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29 agosto

TOMMASO LABRANCA

di Federico Sardo

Nella notte del 29 agosto è morto Tommaso Labranca e presto il Web si è riempito
dei ricordi di chi lo aveva conosciuto. Del resto è stato uno dei primi scrittori ad
avere una forte presenza su Internet, ad essere accessibile a tutti, ad avere creato
relazioni attraverso il mezzo e infine ad averlo odiato, come gli capitava con quasi
tutto.
Questo diluvio di ricordi è stato molto bello e sincero, ma ha anche dato l’idea di
una persona socievole e piena di amici, addirittura di una persona popolare (nel
senso di cool), quando se vogliamo individuare invece un carattere fondamentale
della sua personalità, cruciale anche nei suoi scritti, è proprio quello di essere
sempre stato una persona impopolare.
È allora forse la condizione ideale per scriverne un ricordo quella di chi lo ha letto
tanto, ci ha scambiato poche e-mail (in cui T-La si è sempre mostrato estremamente
gentile come era sua caratteristica), ma non lo ha mai incontrato di persona: una
modalità di conoscersi molto contemporanea e adatta al personaggio, che ne ha
potuto svelare le asperità soltanto attraverso gli scritti o i racconti altrui.

Labranca era un raro intellettuale vero e valido ma non di sinistra, nemmeno per
sbaglio. Non saprei neanche dire se fosse di destra, di certo era sideralmente
lontano dal berlusconismo, ma era almeno altrettanto certamente non-di-sinistra.
Scriveva benissimo, era uno davvero bravo, capace di sprazzi di genio e di rara
comprensione delle cose. Nei suoi capolavori Andy Warhol era un coatto, Chaltron
Hescon, Neoproletariato e Il piccolo isolazionista (il suo libro più personale) è stato in
grado di gettare una luce nuova anche su cose già straviste e stra-analizzate:
insomma sapeva fare benissimo quello che un intellettuale dovrebbe fare sempre.
Ma era molto piacevole e divertente da leggere anche perché spesso era molto
cattivo. Ed è qui che veniamo al punto: i suoi testi, soprattutto andando avanti con
gli anni, erano anche pieni di odio e di rancore.

Se Labranca fruiva di una cosa in solitudine poteva amarla infinitamente. Un


esempio? I Sigur Rós prima che divenissero estremamente noti. Ma quando poi i
suoi amati Sigur Rós, che amava anche in quanto gruppo assolutamente oscuro,
sono diventati un gruppo da borsette (categoria che lui stesso aveva definito, non

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lontana da quella comunemente chiamata della “professoressa democratica”, giusto
un po’ più giovane e al passo coi tempi), cosa avrà pensato?
Perché tendeva a odiare le cose una volta che queste si incarnavano nella realtà. È
facile amare il popolo e dire che il popolo è bello e puro a differenza degli
intellettuali di sinistra che sono falsi, più difficile continuare ad amarlo quando si è
su un aereo charter (Labranca odiava anche viaggiare) o in un centro commerciale.

Odiava allo stesso tempo il popolo ignorante e ingrato ma anche gli intellettuali, la
sinistra, chi si dava un tono: il pubblico (per esempio quello dell’arte o della
musica) presenzialista, ignorante, seguace delle mode e attento solo all’immagine,
riempito di contenuti che non capiva davvero e fruiva passivamente. Nessuno era
davvero degno di qualcosa a parte lui.
Le cose avevano valore soltanto nella sua casa, in solitudine, davanti a uno schermo,
e anche in questo era molto contemporaneo; la socialità invece faceva venire fuori
sempre il rancore e il fastidio, l’incapacità di comprendere e di accettare, in questo
sì piccolo isolazionista per cui l’inferno sono gli altri.

Ma in fondo l’idea che dava era quella di un grande “cattivo” per finta, in realtà
sempre molto ben educato e molto gentile. Che nonostante i proclami di
isolazionismo rispondeva a tutti, a tutti dava il suo indirizzo e il suo numero di
cellulare, diffusi anche online: uno che in realtà si dava costantemente in pasto a
chi volesse accoglierlo, segnale di un desiderio recondito di essere amato e
accettato. E che infatti non perdonava chi questa fiducia poi la tradiva.

Chi lo ha ricordato in questi giorni è rimasto sempre un po’ distaccato, e ha taciuto


abbastanza su questo aspetto della sua personalità, che sembrava un po’ quello di
chi non è mai uscito dalla sindrome del più sfigato della classe, quello tagliato fuori
dalle feste, dalla socialità, da tutto.
Non bello, di famiglia umile, poco estroverso, era diventato il classico ragazzo che
studia tantissimo per diventare il più intelligente di tutti, e ci era indubbiamente
riuscito. Ma conservando per sempre l’odio per chi lo aveva tagliato fuori.
Non sono invenzioni, sono cose che si evincono chiaramente dai suoi libri e da
quello che ha scritto nei suoi mille siti, o da racconti di prima mano: con un
meccanismo classico di quelle personalità applicava il “non siete voi che mi
escludete ma sono io che non vi voglio”, sentendosi comunque sempre destinato a
una vita da “diverso”, inadatto a quel pacchetto standard fatto di amici, relazioni,
matrimonio e figli che l’Occidente contemporaneo richiede a un maschio bianco e
borghese.

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Quindi odiare quasi tutti, autoescludersi, litigare con gli amici, condurre una vita
casta e distaccata, con l’unica eccezione di una fascinazione “entomologica” per il
porno più becero - tutto questo non vuole affatto essere gossip, ma appare anzi del
tutto cruciale per capire la sua opera. In quasi tutti questi ricordi non si è legata
l’opera alla vita, mentre appaiono davvero intersecate profondamente.
La sua visione del mondo, come per migliaia di altri intellettuali (vogliamo citare
Kafka? Lui probabilmente non ce lo perdonerebbe) nasce sicuramente anche dalle
sue nevrosi e dalla sua inadeguatezza nel mondo.

Quest’ultima, declinata in incapacità nelle pubbliche relazioni, e nell’allergia al


servilismo e all’opportunismo, riguarda anche un altro elemento importantissimo, e
cioè come tutto questo ha influito sulla sua carriera.
Ne hanno già scritto tutti, ma sono stati molto difficili i suoi rapporti con case
editrici e redazioni (di giornali o televisive): il suo carattere gli impediva uno dei
requisiti fondamentali di chi fa il suo mestiere, e cioè quello di sapersi vendere -
molto più importante di saper scrivere o di scrivere cose intelligenti, qualità che se
fossero bastate gli avrebbero garantito un’infinità di lavori prestigiosissimi per tutta
la vita.
Invece si era ormai dato all’autopubblicazione per le cose in cui credeva di più, e
per molto tempo aveva campato principalmente grazie alle traduzioni di manuali
tecnici e ai libri scritti su commissione su fenomeni dei quali non gli importava
nulla (l’idea che esista un suo libro sui Coldplay, forse la cosa più distante da lui al
mondo, e che questo sia in catalogo e disponibile a tutti a differenza dei suoi testi
più importanti, dà di che riflettere).

Labranca è morto di infarto relativamente giovane, pur conducendo una vita quasi
monastica e senza vizi, e praticando perfino dello sport. All’inizio si è detto che era
morto in Svizzera e poi invece che era successo a casa sua a Pantigliate,
nell’anniversario del suicidio di Cesare Pavese.
Sembrerebbe quasi una beffa organizzata con la complicità di qualche amico fidato,
l’ennesima trovata di una lunga serie di eventi e azioni situazioniste - altro aggettivo
che probabilmente non mi avrebbe perdonato - in questo caso per vedersi pianto
da tutti quelli che non lo chiamavano più e non lo facevano più lavorare.
L’unico modo in cui gli potesse essere riconosciuto tutto quello che ha fatto: una
morte “messa in scena”, dietro la quale forse se la sta ridendo leggendo i coccodrilli
(termine mai così appropriato) di giornali e editori che gli avevano voltato le spalle,
o con i quali era stato in guerra tutta la vita.

!101
29 agosto

GENE WILDER

di Silvia Gianatti

Caro Gene, in questo 2016 ci hai lasciato anche tu. Precisamente il 29 agosto. C'è
chi era ancora in vacanza, chi appena rientrato in città. In meno di niente le foto
del mare e i ricordi d’estate sono state sostitutite dalla tua faccia, dal tuo ghigno,
dalle locandine dei tuoi film. Tanti tantissimi Frankestein Junior, per molti eri lui, lo
scienziato pazzo che ha fatto ridere più di una generazione. E probabimente queste
righe dovremmo dedicarle a quel ruolo, a quel pezzo di storia di cinema. O forse
dovremmo dedicarle solo a te, come uomo, attore, scrittore. Eppure per tanti, ma
soprattutto per me, eri e sarai sempre e per sempre Willy Wonka. Ed è per questo
che ti ricorderò, che ti ricorderemo. Ringraziandoti oggi, come ieri e domani, per
averci accompagnato in un viaggio colorato, di fantasia, sogni e possibilità.

Ognuno di noi ha i suoi film preferiti, non tutti durano dall’infanzia all’età adulta.
Tu ne sei stato protagonista e se oggi sappiamo che possiamo immaginare qualsiasi
cosa, lo dobbiamo anche a te. Ci sei stato quando ero piccola e voleva dire Natale, ci
sei stato da grande, accanto al libro appena letto di Roal Dahl, dove dentro c’erano
tante più cose, ma l’unico Willy Wonka immaginabile eri tu. Non ce ne voglia
Johnny Depp. E poi da ancora più grande, aspettando l’età giusta dei figli a cui far
vedere quel pezzo di sogno in quel mondo incantato che era il tuo regno. A cercare
la carta dorata nella tavoletta di cioccolato, ora con loro.

Sì Gene, non starò qui a tirarla per le lunghe, è ovvio che non sei stato solo il
signor Wonka e basta guardare Wikipedia per ripercorrere la tua carriera. Hai
scritto, interpretato, fatto tantissimo. Ma se oggi ti diciamo grazie, ti dico grazie, è
per aver aperto le porte della tua fabbrica, per averci fatto sperare con Charlie, con
un’ansia che il gratta e vinci dell’iPhone 7 a Natale non ci farà mai provare. Per
averci insegnato che possiamo ridere delle bambine arroganti, mandare via i
bambini viziati, crederci fino all’ultimo, anche quando non dovremmo crederci più.
Per averci mostrato come la fantasia non abbia mai limiti e neanche la creatività.
“Pure Imagination”, come cantavi tu.
E se abbiamo imparato a essere onesti, caro Gene, vanne fiero, perché lo dobbiamo
anche a te. No, non porteremo mai via a nessuno un Succhia Succhia Che Mai Si
Consuma, per nessuna cifra al mondo, stanne certo. Sappiamo bene cosa c’è in
ballo.

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Ci mancherai, Gene. Ma continueremo a ballare con i tuoi Umpa Lumpa, in tuo
onore. Finché i bambini avran voglia di sognare e immaginare.

Gene Wilder, all’anagrafe Jerome Silberman, si è spento a 83 anni, dopo aver


sofferto per anni del morbo di Alzheimer. ‘Pure Imagination’ è la sua unica
canzone.
Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato è del 1971, Frankenstein Junior del 1974 e vale a
Wilder la nomination all’Oscar come miglior sceneggiatura non originale.

!103
16 settembre

CARLO AZEGLIO CIAMPI

di Simone Marchetti

Nominato Governatore della Banca d’Italia dopo le accuse ai vertici e le dimissioni


di Baffi.

Nominato Presidente del Consiglio all’apice di Tangentopoli e del disfacimento


della Prima Repubblica, in mezzo alla crisi economica e alla seconda ondata di
bombe mafiose.

Nominato ministro del tesoro per rimettere a posto i conti pubblici ed entrare
nell’euro.

Eletto Presidente della Repubblica e riesce a far pensare a inno e bandiera senza
che suonino pertinenze di dio-patria-e-famiglia.

Non è che Ciampi era Mr. Wolf di Pulp Fiction e non ce ne siamo mai accorti?

!104
25 settembre

JOSÉ FERNÁNDEZ

di Alessandro Lanni

“Tu mano gloriosa y fuerte/sobre la Historia dispara/cuando todo Santa Clara/se


despierta para verte”. Questa è la storia di un giovane cubano morto negli USA
nella notte del 25 settembre sul mare di fronte a Miami. La storia di José
Fernanádez figlio di Santa Clara, la città simbolo della rivoluzione cubana presa il
31 dicembre 1958 dai rivoluzionari guidati da Ernesto Che Guevara (la mano
“gloriosa y fuerte” è la sua). Cubano che però ragazzino fugge dall’isola per cercare
fama e soldi sui diamanti americani.

JoFer sarebbe diventato di sicuro uno dei più forti lanciatori della storia del
baseball mondiale e, al di là dell'enfasi per la morte di un campione giovanissimo,
in soli quattro anni tra i professionisti era diventato una stella di prima grandezza.
E nell'Olimpo ci sarebbe arrivato per davvero se non avesse perso la vita insieme a
due amici in un incidente in barca in una corsa notturna nelle acque di Miami
Beach.

Leggenda o verità che sia, la vicenda da cubano “reborn” negli USA costruisce il
mito del ragazzino destinato alla gloria. L'inizio del mito coincide con la sua fine,
otto anni più tardi: su un motoscafo al quarto tentativo di fuga verso la
“libertà” (dice proprio così, ad aprile, in un’intervista concessa durante una partita
dei Marlins con i Washington Nationals). La corsa in barca nel Golfo del Messico,
l'inseguimento della guardia costiera castrista, i proiettili che fischiano, il ricordo
dell'ultima volta in cui era stato ripreso e portato in carcere per un anno, giorni di
solitudine in mezzo all'oceano e soprattutto il tuffo in acqua per salvare il
passeggero sbalzato in mare e poi, nell'abbraccio tra le onde, la scoperta che in
acqua era la madre Maritza in viaggio con lui e la sorella Yadenis. Lo sbarco sulla
spiaggia di Cancún, il viaggio in pullman fino ad Hildago (Texas), superato il 5
aprile 2008, per poi arrivare in quella che diverrà la sua terra adottiva, Tampa in
Florida. Guardando a ritroso le tappe del mito si vedono bene.

Non fosse morto giovane, Fernandez sarebbe stato uno di quei talenti che una volta
che hanno appeso il guantone al chiodo, la squadra per cui hanno giocato ritira il
numero tanto è il lustro che hanno dato alla casacca. Invece quel 16 l'hanno

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indossato tutti i compagni in campo nella prima partita in cui sono scesi di nuovo e
senza di lui in quel tempio del kitsch che è lo stadio dei Marlins di Miami, la
squadra che nel 2011 l'aveva scelto e a soli 21 anni lanciato in prima squadra.

Forza e gloria nella mano. Il braccio d'oro del fenomeno bambino arrivato da Cuba
che in pochissimi anni da professionista ha conquistato riconoscimenti in fila:
Rookie of the year nel suo primo anno in Major League, due volte all'All-Star
Game e una serie impressionante di record battuti.
Poi l'infortunio peggiore per un giocatore di baseball: il tendine del gomito destro,
quello del lancio. Un anno fermo per ritornare a tempo pieno solo nel 2016 e di
nuovo grandissimo, addirittura in corsa per vincere il premio per il miglior pitcher
del campionato.

Una stagione favolosa, il 20 settembre una partita magistrale contro i Washington


Nationals alla fine della quale annuncia che la sua compagna è incinta. Cinque
giorni dopo lo schianto nella notte con i due amici. Nella notte gli sms preoccupati
dei conoscenti, la foto del 10 metri da pesca ribaltato sul frangiflutti nel mare di
Miami.

!106
13 ottobre

DARIO FO

di Alvise Losi

C’è chi ha scritto che il premio Nobel per la Letteratura ha iniziato a decadere
quando fu assegnato a lui, nel 1997. Altri hanno fatto notare che non è stato un
vero intellettuale che, come sosteneva la motivazione di quel riconoscimento,
dileggiava i potenti, a prescindere dal colore politico, perché non solo nell’ultima
fase della sua vita ma per tutta la sua carriera non ha disdegnato di farsi accostare a
questo o quel partito o movimento. Tutto vero. Ma Dario Fo fu il primo a essere
sorpreso per quel Nobel e non volle mai essere un Pier Paolo Pasolini. E del resto
l’errore è a monte: Dario Fo non è stato un letterato o un intellettuale. Dario Fo è
stato Dario Fo. O, come amava definirsi lui, un “giullare” del XX secolo. Dario Fo è
stato prima di tutto un uomo che ha reso protagoniste l’esuberanza e, verrebbe
quasi da dire, l’incontinenza. Quelle erano più di ogni altra le sue cifre stilistiche.
Fo era un artista per il quale mente e corpo erano inscindibili. Il tutto però
incanalato da grande rigore, studio e approfondimento. Nel suo essere
apparentemente incontenibile, e in questo senso incontinente, era al contrario
essenziale: ogni suo gesto sul palco era perfetto così com’era. Fo era un homo faber
nel senso più vero del detto latino. Ed era anche un personaggio pop nel senso più
alto del termine.
Ma sarà bene, per chiudere subito il discorso, tornare al parallelo con Pasolini, un
intellettuale che indicava la via e che forse anche per questo fu fatto fuori, ma
quella è un’altra storia (sbagliata, rubando le parole a Fabrizio De André). Fo era
invece un militante che in fondo non stava così male nei canoni della politica. Non
in quelli classici certo, di intellettuale di partito, lui che intellettuale in senso stretto
non era. Era un giullare e i giullari dileggiano i potenti, ma se non vogliono perdere
il collo una forma di protezione devono pur averla. E Fo stava abbastanza bene nel
grande alveo della politica extraparlamentare, come si sarebbe detto negli anni
Settanta, o dei cittadini fuori dai palazzi del potere, come si dice oggi. Non che
fosse comodo in quei vari raggruppamenti, ma uno spazio in qualche modo c’era
anche per lui. Fo era un personaggio che ha rotto tanti schemi ma ne ha rispettati
anche molti altri. Quando un uomo si accosta alla politica non perché tirato per la
giacchetta ma per dare spallate ai potenti di turno, allora non si può non
riconoscere che quel ruolo se lo sia voluto ritagliare. Ecco perché le critiche che gli
sono piovute addosso negli ultimi anni per il suo impegno con il MoVimento 5

!107
stelle di Beppe Grillo sono più che legittime, a prescindere dal suo status di
“intellettuale”.
Non ci si può del resto dimenticare che critiche ben più feroci gli furono mosse
nell’arco di tutta la sua vita. Limitiamoci a due. Quelle successive alla sua accusa
esplicita nel 1977 al commissario Luigi Calabresi, che ormai era già stato
assassinato da cinque anni, di aver gettato dalla finestra Pino Pinelli. Ma il colpo
più duro per lui rimane quello sulla sua militanza fascista nella Repubblica Sociale
Italiana durante gli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale: la spiegò dicendo
che a 17 anni voleva salvarsi la pelle e, in ogni caso, era “d’accordo con i partigiani
amici di mio padre”, anche se in parecchi lo sconfessarono, e una sentenza del
Tribunale di Varese dichiarò legittimo chiamarlo “repubblichino e rastrellatore”.
Un’ombra che non riuscì mai a dissipare del tutto, lui simbolo della sinistra
extraparlamentare.
Era imprescindibile partire da qui per togliersi il classico macigno dalla scarpa: Fo
è stato un personaggio controverso e da molti persino odiato. Non si può fare finta
che Fo non sia stato anche un militante, e la sua arte è fatta anche di militanza, ma è
fondamentale riconoscere che Fo sarebbe stato altrettanto grande, e pure di più, se
non fosse stato un militante. O forse no, perché senza la militanza magari non ci
sarebbe stata buona parte della sua arte, in un legame tanto stretto da non poter
essere in alcun modo separabile. Ognuno può insomma pensare ciò che vuole di
Fo, e lui forse avrebbe desiderato esattamente questo. Anche se non era un
anarchico, come De André o Giorgio Gaber, degli anarchici apprezzava sopra ogni
cosa la libertà. Degli anarchici “buoni” naturalmente, non dei bombaroli.
Insieme a Franca Rame, figura che non sarà mai richiamata abbastanza in queste
righe, moglie ma soprattutto vera e propria fonte di ispirazione e prima
collaboratrice di Fo, impiegò solo un anno per mettere in scena Morte accidentale di
un anarchico, dedicato e ispirato al “suicidio” di Pinelli, precipitato da una stanza
della Questura di Milano il 15 dicembre 1969, tre giorni dopo la strage di piazza
Fontana. Fo dovette ambientare la pièce negli Stati Uniti degli anni Venti per
superare la censura e fu comunque costretto ad affrontare decine di processi per
quell’opera nella quale accreditava la tesi dell’omicidio. Resta ancora oggi uno dei
suoi spettacoli più noti. Era l’inizio degli anni Settanta. Un clima rovente che le
nuove generazioni non possono immaginare e quelle più vecchie preferiscono non
ricordare. La contestazione giovanile. La guerra fredda. La strategia della tensione.
Fo era anima di quel periodo. Ma fu anima anche del periodo precedente e di
quello successivo. La satira censurata a Canzonissima nel 1962. La palazzina Liberty
con il Collettivo La Comune come centro di (contro)cultura a Milano. Come è
legittimo riconoscere le contraddizioni di Fo, è anche giusto dargli atto di essere
stato in tante occasioni un passo avanti rispetto a tutti gli altri. Se non in politica,
sicuramente in ambito culturale.

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Se è lecito andare sul personale, ed è sempre lecito con i personaggi che tanto
hanno segnato la cultura popolare, ci sono due momenti della mia vita che lego a
Dario Fo. Per me, nato nel 1985, Fo non era tutto quello che ho scoperto negli anni
successivi, ma a metà anni Novanta era solo un nome che aveva appena vinto un
premio importante. Fui portato, io milanese, a Bologna per vederlo a teatro. Fuori
in coda c’era anche Lucio Dalla, gli chiesi un autografo e lui non solo me lo fece
ma si mise a scherzare con me, un ragazzino introverso. Che uomo meraviglioso era
Dalla. Per quanto mi riguardava la giornata poteva anche concludersi lì. Una volta
entrati in sala ero lo spettatore più difficile da conquistare: un ragazzino che aveva
appena incontrato un mito e non aveva nessuna voglia di stare seduto due ore al
buio a guardare un vecchio recitare. Dario Fo uscì su quel palco e bastarono poche
battute in grammelot del suo Mistero buffo per tenermi incollato alla sedia e
catturare tutta la mia immaginazione. Poi toccò a Franca Rame e al suo monologo
sullo stupro subito dai fascisti. E quel ragazzino di circa dieci anni, per nulla
sconvolto, diventò all’improvviso più grande. È il potere dell’arte affrontare temi o
episodi inspiegabili e renderli comprensibili a tutti.
La seconda volta fu una decina di anni dopo al Piccolo Teatro Grassi di Milano.
Enzo Jannacci teneva un concerto e alla fine chiamò Dario Fo perché salisse sul
palco a cantare con lui ‘Ho visto un re’. Fo era restio, anche perché quasi afono
quella sera, dopo aver esultato in quella precedente per una vittoria dell’Inter. Ma
salì. E cantò, con quei mezzi versi che erano solo suoi. E lo sguardo di Jannacci era
di venerazione per quello che era stato il suo maestro. E pensai che se Jannacci,
praticamente un dio, venerava qualcuno, allora quel qualcuno doveva essere un dio
ancora più grande, in una sorta di gerarchia o cosmogonia delle divinità milanesi.
Fo è stato il Crono di tutti gli artisti milanesi dal dopoguerra a oggi. Un Crono che
però non mangiava i suoi figli ma gli faceva spiccare il volo. La prima generazione:
Enzo Jannacci, Giorgio Gaber e Adriano Celentano. La seconda: Renato Pozzetto e
Teo Teocoli. La terza: Diego Abatantuono e Claudio Bisio. E qui è meglio fermarsi
perché c’è il rischio di arrivare a Fedez. Non tutti hanno lavorato direttamente con
Fo, ma da lui hanno preso (gran) parte della loro arte. E di conseguenza tutti i loro
spettatori hanno goduto, magari inconsapevolmente, della genialità di Fo.
Persino negli ultimi anni i suoi spettacoli su San Francesco (Lu santo jullàre
Françesco) e su Giotto e Raffaello e molti altri pittori (il ciclo di lezioni L’arte secondo
Dario Fo prodotte dalla Rai), lui che di pittura era grande appassionato e pittore lui
stesso, si rivelavano per chiunque li vedesse momenti di grande crescita culturale.
Fo sapeva fin troppo bene che la parola “cultura” trae origine dallo stesso termine
dal quale deriva “coltura”. Insomma la cultura come qualcosa di legato alla vita
contadina e al far crescere pazientemente piccole piante perché poi diventino
robusti alberi, nella terra come nella mente. Forse in questo, e solo in questo senso,
Dario Fo può essere considerato un intellettuale. Ma la sua migliore definizione

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rimane probabilmente quella di homo faber, esattamente a metà tra il giullare e
l’uomo di cultura. Un uomo che ha segnato come pochi, pochissimi, il Novecento
italiano. Con tutte le sue contraddizioni, ma anche il suo grande splendore. Secolo
buio ma anche di rinascita. Un Medioevo condensato in cento anni.
Fo è stato Milano e di conseguenza è stato anche una buona parte di Italia. Ogni
italiano, non solo milanese, è stato segnato dalla sua arte. Persino chi lo ha odiato.
Soprattutto chi lo ha odiato. E questo è qualcosa che riesce solo ai più grandi.

!110
23 ottobre

PETE BURNS

di Maria Baioni

Bologna, circa 2006. Interno di una casa universitaria media, la classica con la
cucina lurida e i cartelli stradali in salotto. In sopracitata cucina lurida, due
studentesse nullafacenti stanno mangiando un bel piatto di sana pasta con panna e
tonno. Radio accesa e tv senza volume, io e la mia amica Elisa ascoltiamo ‘You Spin
Me Round (Like a Record)’ dei Dead or Alive. Elisa indossa per l’occasione una
parrucca gialla da clown, io ho riesumato il rossetto rosa perlato dal cassetto dei
trucchi delle medie.
Nello stesso esatto momento, dall’altra parte della Manica, Pete Burns annuncia, al
Celebrity Big Brother, che indossa una pelliccia di gorilla. Scandalo in diretta tv
perché è illegale possedere una pelliccia di gorilla nel Regno Unito. Un disastro. Gli
attivisti animali si incazzano, Pete Burn si indigna, fa una scenata in diretta, gli
confiscano la pelliccia e ci fanno dei test per poi scoprire che non si tratta di gorilla
bensì di un capo di pelle di scimmia. Il mondo si dimentica di nuovo di Pete Burns.
Breve ma intenso, e sicuramente non all’altezza delle mie raffinate skills culinarie.
Fastforward all’autunno 2016, sono seduta in salotto mentre bevo un bicchiere di
vino e ho un momento alla Max Pezzali e mi sale la nostalgia degli anni d’oro del
grande Real. Comincio a pensare ai pazzeschi “anni del college”, come dicono nei
film americani, alle serate passate a fare casino ascoltando le peggiori hit anni ‘80.
Improvvisamente torna alla mente un ritornello danzereccio, una benda sull’occhio,
un’acconciatura all’Ivana Spagna dei tempi d’oro. Qualche giorno dopo scopro che
a Londra è morto Pete Burns, frontman dei Dead or Alive e personaggio abbastanza
riconoscibile del brit pop anni ’80. La sua morte passa quasi in sordina e Peter
Burns muore solo e poverissimo.
Pete Burns non è mai stato quello che si pettina la cresta per il Pranzo di Natale coi
parenti. Si avvicina alla musica grazie ad un lavoro part time in un negozio di dischi
di Liverpool. È famoso per i suoi look eccentrici e comincia la sua carriera con una
cover mal riuscita di ‘That’s the Way I Like It’. In seguito pubblica con i Dead or
Alive il singolo ‘You Spin Me Round’. Ci sono tutti gli elementi perché sia una
bomba: ritornello azzeccatissimo, coreografia esistenzialista, la band che veste delle
giacchette della cresima color rosa confetto e gira senza sosta un piedistallo a forma
di disco: è subito one hit wonder. Ma gli anni passano, e i ritornelli invecchiano.
Pete Burns va a finire nel dimenticatoio. Lo rivediamo quando ritorna brevemente
alle cronache per la partecipazione a un paio di reality show con celebrities

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dimenticate. In ultimo appare per un’intervista, completamente sfigurato dalla
chirurgia plastica, che lo porta addirittura a fare causa al suo chirurgo plastico per 1
milione di sterline.
La notizia della sua morte non arriva come un fulmine a ciel sereno, per noi
poveracci che abbiamo superato il 2016 del #maiunagioia. Il 23 ottobre 2016 segna
l’addio a Pete Burns che muore per un improvviso attacco cardiaco, dopo aver
dichiarato bancarotta. La sua immagine si va ad inserire nel necrologio dei
personaggi illustri che sono venuti a mancare quest’anno: David Bowie, Prince,
Gene Wilder, Silvana Pampanini. Esistono quei cantanti e quelle band che non
sono proprio bravi bravi, che non ti fanno inchinare davanti al genio e che forse
sono facilmente soggetti al dimenticatoio. I Dead or Alive sono sicuramente nella
mia personale classifica, non per bravura, ma per una sorta di legame affettivo per
cui collego la loro musica alla mia gioventù universitaria.
Pete Burns ci ha lasciato due eredità importanti: la prima è un ritornello
accattivante che ci fa ballare tutt’oggi. E la seconda è che nella vita “you gotta be
good at being bad”...

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1 novembre

TINA ANSELMI

di Carola Moscatelli

“Ma chi l'ha detto che un uomo semplice non può essere un buon politico?”

Elisabetta II dichiarò il 1992 “annus horribilis” per il suo regno: le piombarono tra
capo e collo le dichiarazioni sulla vita sessuale delle nuore pubblicate dai tabloid di
tutto il mondo, Mauritius che si proclama indipendente, un castello che brucia e le
tasse da pagare, come se fosse una cittadina qualunque.
Anche noi in Italia non ce la passavamo benissimo, tra le elezioni politiche che
sancirono la prima forte affermazione leghista, il pool di Mani Pulite che indagava e
le esternazioni del Presidente della Repubblica che coprivano tutto lo scibile
umano, partendo dalla struttura di Gladio ed arrivando ai voti monastici di Ridge
Forrester. Se c’eravate, e non eravate troppo giovani o troppo distratti, vi dovreste
ricordare di Cuore, il settimanale di resistenza umana nato come inserto dell’Unità
alla fine degli anni '80 e che cessò le pubblicazioni una decina di anni dopo. Il suo
apice di vendite lo raggiunse proprio agli inizi degli anni ‘90, nel periodo compreso
tra Tangentopoli e il primo governo Berlusconi. La vita politica del paese era
sottosopra e oggi come allora cercavamo un po’ di sollievo nella satira, ma il
giornale affrontava temi molto seri. Proprio quell’anno Michele Serra si fece latore
di una proposta per le elezioni del Presidente della Repubblica: Tina Anselmi. La
proposta fu bollata come una boutade di un gruppo di comici, ma a ripensarci la
Anselmi aveva tutte le qualità per essere un perfetto Capo dello Stato: formazione 
durante la resistenza, vita politica specchiata e vista come una missione spesa a
combattere le ingiustizie. Andò in un altro modo, ma l'idea aveva lasciato un segno,
tanto che quella proposta fece di nuovo capolino nel 2006, con un altro contesto
politico, un altro parlamento e altri partiti.
Tina Anselmi nasce a Castelfranco Veneto nel 1927. La bambina viene chiamata col
nome della nonna materna ed è figlia di un’ostessa e di un farmacista socialista
costretto a bere l’olio di ricino ogni volta che in paese c’era una adunata fascista. La
sua infanzia è stata serena, sebbene la madre sia stata costretta ad emigrare in
Piemonte per lavorare in una fabbrica di giocattoli. È una ragazza sportiva, lodata
dalle organizzazioni studentesche fasciste perché gloria locale del lancio del
giavellotto.  Il 26 settembre 1944, entrarono i tedeschi nell’istituto magistrale che
frequentava: “Oggi lezione all’aperto”, dissero. Portarono gli studenti a vedere
un’impiccagione, 31 ragazzi coetanei degli studenti, che furono uccisi per

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rappresaglia. Tina riconobbe tra i morti anche il fratello di una sua amica. Quello
stesso pomeriggio si riunì insieme ai compagni di classe: cosa si poteva fare contro
questa giustizia sommaria, che per loro non era giusta per niente? A 16 anni decise
che non poteva più stare a guardare e diventò Gabriella - nome scelto in omaggio
all’Arcangelo Gabriele, il Messaggero di Dio - staffetta partigiana in bicicletta della
Brigata Cesare Battisti: 100 chilometri al giorno per portare informazioni ai vari
gruppi della zona e la notte far saltare i carri ferroviari per non far partire i
prigionieri verso i campi di lavoro. Nel 1944 decise anche di iscriversi alla
Democrazia Cristiana della quale incarnerà, per la durata della sua vita pubblica, il
lato più sociale e popolare. Prese talmente sul serio l’impegno al silenzio che la
decisione di entrare nella resistenza non era stata comunicata alla famiglia, tanto
che la notte tra il 24 e il 25 aprile 1945, mentre lei faceva da supporto logistico
all’arrivo degli alleati nella sua città, dopo lo scadere del coprifuoco, arrestò un
uomo incappucciato che la seguiva e solo al comando del CNL scoprì che si trattava
di suo padre, che si era preoccupato per non averla vista rincasare.
Dopo la guerra frequentò l’Università Cattolica di Milano laureandosi in Lettere e
conciliò l’attività politica (lei, che ancora era minorenne, si spese per convincere le
donne contadine ad andare a votare per referendum e costituente: “Le donne
devono imparare ad esserci, esserci ovunque ci siano problemi da affrontare,
perché la qualità della politica migliora se ci sono delle donne che se ne
occupano”) con quella sindacale prima in seno alla CGIL e poi alla neonata CISL.
Si occupò della scuola elementare e dell’industria tessile, oggi come allora uno dei
settori manifatturieri a maggior rischio per i lavoratori, quasi tutte donne; le
filandiere si fidano di quella signorina che si informa sulla loro paga, sulle loro
mani lessate e sulle ingiustizie che subiscono. Sempre nell’ottica del
riconoscimento dei diritti femminili, nella seconda metà degli anni '50 fu a fianco
di Lina Merlin nella battaglia per l’abolizione della case chiuse.
Il 19 maggio 1968 venne eletta in Parlamento nella circoscrizione Venezia Treviso e
rimase deputata per 6 legislature, fino al 1992. Ci fu un picco di visibilità mediatica
dopo la sua elezione: una donna nubile in un mondo di uomini, una che non si è
mai dichiarata femminista ma ha sempre lavorato per l’emancipazione femminile,
Tina Anselmi veniva percepita dai mezzi di comunicazione come un enigma, una
specie di creatura anfibia, arrivata ad avere incarichi di responsabilità non solo
perché è brava e si è applicata, ma soprattutto perché non ha marito. Nelle sue
interviste la prima domanda era sempre quella: “Come sarebbe la sua vita se fosse
stata sposata? Avrebbe fatto politica?”. Il 29 luglio del 1976 Andreotti la volle come
Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale nel suo terzo governo. Dopo più di
cento anni dall’unificazione d’Italia finalmente fu possibile pensare a una donna
per guidare un dicastero.

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Propose e fece approvare una legge sulla parità di trattamento tra uomini e donne
in ambito lavorativo, primo mattone delle norme sulle Pari Opportunità. Nel 1978,
sempre con Andreotti Presidente del Consiglio, divenne Ministro della Sanità.
Istituì il Servizio Sanitario Nazionale e firmò la legge 194 che regolamenta
l'interruzione volontaria di gravidanza.
Sempre nel 1978 accadde in Italia un fatto assurdo e scioccante: Aldo Moro, il
Presidente della Democrazia Cristiana, venne rapito dalle Brigate Rosse. Nei giorni
in cui la Democrazia Cristiana si spaccò tra la linea ufficiale della fermezza e la
linea ufficiosa della ricerca di un contatto con i brigatisti, Tina Anselmi fu l’unica
personalità politica accettata in casa da Eleonora Moro; non si sa se la scelta cadde
su di lei per via del legame politico che la legava allo statista, o perché donna, o
perché abituata fin dai tempi della resistenza a portare messaggi. In quei 55 giorni
Tina Anselmi ha incarnato il volto accettabile della Democrazia Cristiana.
Appiattita sulla linea della fermezza per disciplina di partito, dopo l’esecuzione del
politico ricorderà i giorni del rapimento con queste parole: “Il delitto di Aldo Moro
è stato un delitto politico. Si è voluto uccidere Moro perché era il riferimento della
nuova politica che stavamo costruendo. E lo hanno ucciso perché questa politica
non si facesse. Uccidendo Moro si è ucciso un futuro possibile dell’Italia
democratica”.
Nel 1981 scoppiò lo scandalo della loggia P2: due magistrati di Milano, Turone e
Colombo, incapparono quasi per caso nella lista di nomi dei suoi affiliati. Ci sono
giornalisti, industriali, militari, politici e l’ombra della loggia guidata da Licio Gelli
si allunga su tutti i misteri d’Italia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Alla
fine di Ottobre di quell’anno Tina Anselmi venne incaricata da Nilde Iotti, allora
terza carica dello Stato, di presiedere la commissione parlamentare di indagine
sulla loggia P2. Nei tre anni in cui dura il lavoro parlamentare vengono ascoltati 198
testimoni, prodotte tonnellate di carte: Tina Anselmi, che probabilmente era stata
suggerita per quel ruolo dal suo stesso partito perché considerata debole e
manipolabile, guidò i lavori con la voglia di capire perché per influenzare il paese
non si usassero mezzi leciti invece che affidarsi a Licio Gelli e ai suoi accoliti. Venne
attaccata dal fuoco amico durante tutta la durata dei lavori della commissione:
pedinata da oscuri figuri, indagata e calunniata. Flaminio Piccoli, allora presidente
della DC, la accusò di essere una visionaria, una emotiva e portatrice di un’idea
parziale della faccenda. La relazione finale presentata dalla stessa Anselmi ha
stabilito che la loggia massonica Propaganda 2 era uno strumento reticolare del
quale gli iscritti si avvalevano per condizionare la vita politica italiana: venne
approvata da una maggioranza assoluta schiacciante dei componenti della
commissione (36 membri su 40, mai una commissione parlamentare nella storia
della Repubblica Italiana ha avuto simili risultati). Così concluse il suo discorso
presentando i risultati della commissione in aula: “Se la loggia P2 è stata politica

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sommersa, essa è contro tutti noi che sediamo in questo emiciclo. Questo è il
sistema democratico che in questi quarant’anni abbiamo voluto e costruito con il
nostro quotidiano impegno: non può esservi posto per nicchie nascoste o
burattinai di sorta”.
La presidenza della commissione d’inchiesta sulla P2 poteva essere un fenomenale
trampolino di lancio per la carriera politica successiva che invece subì una brusca
battuta di arresto. Guidò il primo comitato delle pari opportunità alla fine degli
anni ‘80, ancora non trasformato in ministero. Nel 1992  la fine della carriera
politica, il ritorno in Veneto e poi l’oblio, interrotto solo dalla pubblicazione dei
suoi diari compilati durante il periodo della commissione sulla P2. Un oblio che è
stato feroce: a nessuno dei presidenti della Repubblica che si sono succeduti negli
anni è venuto in mente di proporla come senatrice a vita.
Nel 2004 l’ultimo attacco pubblico, partito proprio da quel ministero delle Pari
Opportunità che aveva contribuito a creare: Stefania Prestigiacomo commissionò a
Pialuisa Bianco un dizionario delle donne italiane, che alla voce Anselmi Tina parla
di caccia alle streghe, moralismo giacobino e istinto punitivo, l’elenco degli iscritti
alla Loggia diventa la Anselmi’s list. La vicenda politica di una delle donne più
all’avanguardia del nostro periodo repubblicano ridotta a una macchietta e
concentrata solo su una parte del suo operato. Giova ricordare che il Presidente del
Consiglio nel 2004 era un certo Silvio Berlusconi, tessera 1816 della P2.

!116
7 novembre

LEONARD COHEN

di Irene Musumeci Klein

Io e Leonard Cohen avevamo una cosa in comune: una folgorazione per Federico
García Lorca. Cohen scoprì Lorca da giovane quando iniziò a leggere i grandi poeti
e a studiare chitarra con un maestro spagnolo a Montreal, un uomo divorato da un
duende tanto profondo che si tolse la vita prima di assicurarsi che Cohen avesse
imparato i virtuosismi del flamenco. Cohen era così fissato che ha anche chiamato
sua figlia Lorca, proprio di nome.

Io invece ho incontrato Lorca per la prima volta alle elementari, grazie a una
maestra tanto brava quanto poco ortodossa, che una volta alla settimana ci faceva
imparare a memoria e illustrare poesie piuttosto insolite. Oltre ai classici
dell’infanzia – la nebbia agl’irti colli, la donzelletta che vien dalla campagna – i
pezzi forti del programma didattico erano scelti personalmente dalla maestra Carla
che amava Nazim Hikmet, Tagore e tutte le poesie dedicate alla luna e alla natura di
Federico García Lorca.

Al liceo, quando il mio amore per Lorca era diventato tale che lo definivo “il mio
fidanzato immaginario morto”, mi chiesi se la maestra fosse conscia del fatto che
nelle poesie di Lorca la luna è quasi esclusivamente un simbolo di morte e di sesso,
un poderoso elemento fatale e fatidico che ricorda all’uomo la tortura dei propri
desideri irreprimibili ma inottenibili, o se invece pensasse che queste poesie tanto
carine e brevi fossero proprio adatte per un pubblico di scolari armati di pastelli.

In quegli anni tardoadolescenti per me, innamorata di un uomo saturnino, confuso


e per giunta sposato, Lorca era una manna dal cielo: una stele di Rosetta per capire
me stessa in questa situazione complicata. Per condividere il mio struggimento col
mio amore impossibile, che non parlava né spagnolo né italiano, mi misi a cercare
traduzioni di Lorca fruibili a un anglofono. Ma l’essenzialità concentrata del
linguaggio poetico di Lorca, le sue allitterazioni e ripetizioni, il ritmo sensuale e
cavalcante delle sue opere più intense non si addicono all’inglese, e per mesi
navigai al buio delle biblioteche senza trovare niente che mi soddisfacesse.

Un giorno di maggio entrai per caso da Nannucci, leggendario negozio di dischi di


Bologna, proprio nel momento in cui qualcuno aveva fatto partire una cassetta di

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Leonard Cohen, ‘Take This Waltz’. Ricordo l’attacco trascinante del valzer d’altri
tempi e poi quella voce da profeta biblico, e le prime parole: “Now in Vienna there’s
ten pretty women / There’s a shoulder where Death comes to cry / There’s a lobby
with nine hundred windows / There’s a tree where the doves go to die”.

Non realizzai immediatamente che quelle erano le parole di Lorca interpretate e


traslate perfettamente in una nuova forma, ma ho avuto quella sensazione di
quando incontri una persona nuova e sai già dall’inizio che diventerete amici; un
po’ perché la vedete allo stesso modo, un po’ perché le persone che hanno
conosciuto la desolazione di una camera d’albergo dopo un’esplosione di amore
sono membri di un club particolare e si riconoscono sempre tra loro. Questa
canzone fatta di simboli di Mitteleuropa e universi che collassano, letti sfatti, fiori
marciti e concerti per sordi, sudore e saliva, brandy e acqua di mare si rivelò essere
una delle migliori traduzioni di Lorca in inglese di tutti i tempi. Cohen aveva
evidentemente capito che la chiave per tradurre Lorca non stava nel riprodurre
accuratamente il significato delle parole spagnole in inglese, né nel tentare invano
di ricrearne la metrica, ma nello scoperchiare i suoni suggeriti dall’atmosfera
crepuscolare del pezzo e trasformarli in musica.

Lorca nacque come musicista e divenne quasi per caso poeta; Cohen fece il
percorso opposto. L’incontro dei due mi ha regalato il linguaggio per parlare della
tristezza di chi ama una persona che non avrà mai (“I need you / I don’t need you”),
e infinite citazioni con cui riempire biglietti di compleanno (“I love your body and
your spirit and your soul”), lettere piene di dichiarazioni (“If you want another kind
of love / I’ll wear a mask for you”) e libri regalati con intenti di seduzione (non so se
avete mai fatto caso a come ci sta bene ‘Suzanne’ con Oscar and Lucinda, un libro
sull’amore fatto di vetro e misurato in tazze di tè condivise sul ciglio di a un fiume).
Quando questo amore destinato a morire male è appassito e putrefatto come uno
dei gigli di ‘Take This Waltz’, Cohen mi è rimasto accanto a mo’ di voce narrante
(Lorca continua a essere il mio protagonista preferito di fanfiction letterarie,
persino in quel filmaccio con Robert Pattinson).

Il fatto che io e Cohen amassimo Lorca non è irrilevante in questo periodo storico.
Lorca, che ha combattuto per l’uguaglianza e i diritti degli emarginati sociali e dei
più deboli, per la dignità e il rispetto delle donne e, più silenziosamente, per la
comunità LGBT contro tutte le repressioni sessuali e di genere da parte della
chiesa come del patriarcato; Lorca, che nel 1929 ha scritto il più grande atto poetico
di condanna del capitalismo in Poeta en Nueva York (l’antologia in cui si trova
‘Pequeño vals vienés’, la poesia che è diventata ‘Take This Waltz’); Lorca fucilato alla
schiena dai fascisti e sepolto in una fossa comune. Ecco, io immagino Lorca che

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guarda il 2016 orripilato da Trump, da Orlando e da Aleppo, dai complottismi e dai
neo-Nazisti di tutto il mondo, e penso che una mia grande consolazione nella
tragedia della vita di Lorca è saperlo nella fossa prima di dover vedere a che livello
di orrore è arrivato il XX secolo, perché sono convinta che Auschwitz, Hiroshima,
Saigon, Santiago del Cile, il muro di Berlino e Tianamen e gli avrebbero causato
morti istantanee, ma il 2016 gli avrebbe dato il colpo di grazia. Penso a quel Lorca
che a Cuba aveva trovato una libertà corporale e sessuale senza precedenti, come
avrebbe reagito lui alla rivoluzione Cubana e poi a questo mezzo secolo di Fidel,
un’altra vittima illustre del 2016?

Se Cohen avesse incontrato Lorca nel 1936 gli avrebbe davvero potuto dare la sua
profezia del 1992 da ‘The Future’: “I have seen the future, brother / It is murder”.
Lorca avrebbe probabilmente risposto che gli sarebbe piaciuto vederlo coi suoi
occhi, questo futuro assassino, anche se alle porte del 2017 la storia continua a
ripetersi: il nostro futuro non sembra annunciare nulla di buono e il pessimismo
cosmico ci sta sulla schiena come una gobba sempre più pesante. Eppure in quello
stesso album, c’è il pezzo che Cohen impiegò quasi dieci anni per scrivere,
‘Anthem’. È proprio da lì che viene una delle frasi che ho incontrato più spesso
negli epitaffi di Cohen dai giornali di mezzo mondo: “There is a crack in everything
/ That’s how the light gets in”.

Avevo quasi completamente scordato ‘Anthem’ tra le mie canzoni di Cohen più
amate, ma per caso l’ho riascoltata in un negozio di dischi a Bologna alcune
settimane dopo che è morto Leonard Cohen (Nannucci non c’è più, ma vedi la
circolarità della vita). Lì ho pensato a Lorca, che giovanissimo scriveva “la poesia
esiste in tutte le cose: nel brutto, nel bello e in tutto ciò che è ripugnante; quello
che è difficile è riuscire a scoprirla risvegliando i laghi profondi dell’anima”. Ed
ecco cosa ci lascia Leonard Cohen, con la sua voce cimiteriale e tetra, con le sue
passioni e amori: una missione, una ricerca di quello spiraglio sui laghi oscuri
dell’anima, una crepa anche nelle corazze di cinismo più ossificate, per lasciare che
una piccola luce di poesia filtri nel buio e ci illumini, sollevandoci da tutto questo
orrore che ci circonda.

Con quell’insieme di basi musicali (solo) apparentemente semplici, immagini


mistiche visionarie, e voce profonda e oracolare, le sue canzoni hanno una
consistenza veramente cinematografica. E infatti il rapporto tra Cohen e il cinema è
da sempre proficuo: è banale dire che ‘Hallelujah’ è usata (e abusata) in dozzine di
film, ma l’utilizzo dei pezzi di Cohen al cinema è ben più interessante in film come
McCabe & Mrs Miller (1971), Natural Born Killers (1994) e Strange Days (1995) che
parlano degli ultimi giorni dei rispettivi mondi. Da ottimo studioso e praticante

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della Kabbalah, Cohen di apocalisse se ne intendeva. Mi sorprende infatti che non
ci sia un suo pezzo nella colonna sonora di Children of Men, il film di Alfonso
Cuarón che dieci anni fa aveva immaginato il futuro prossimo come l’esatto
opposto dell’utopia europea di un mondo senza frontiere, e il genere umano
destinato a una lenta e inesorabile estinzione per via di una dilagante e irreversibile
infertilità, tra leggi razziali sempre più rigide e attacchi terroristici come valvole di
sfogo per la disperazione collettiva. Nell’anno di Brexit ho riflettuto moltissimo su
questo film che sarebbe potuto uscire direttamente dall’immaginario musicale e
lirico di Leonard Cohen. In un’intervista alla fine del 2016 Cuarón dice: “Look, I’m
absolutely pessimistic about the present,” Cuarón says. “But I’m very optimistic
about the future.”

Cohen era la voce perfetta per narrare l’immaginario distopico dei nostri giorni,
perfetta per documentare il buio e perfetta per mostrare dove andare a cercare le
crepe; la sua voce era una lanterna che portava una fiammella di luce. Cohen era,
come Cuarón e come Lorca, un profondo sostenitore del genere umano, credeva in
quello che Lorca chiamava “il dovere della speranza”, e nella storia e nella
letteratura come fonti dalle quali attingere esempi di sopravvivenza: ‘Dance Me to
the End of Love’ è una canzone d’amore struggente, un’abdicazione verso l’amata
di ogni responsabilità, ma anche una canzone ispirata dalla sua scoperta che nei
campi di concentramento si suonava il violino. Cohen era pessimista nel presente
ma ottimista nel futuro. La mia promessa per il nuovo anno è abbracciare la stessa
filosofia, e cercare la linea d’argento nelle nuvole, la luce nell’oscurità, le crepe in
ogni cosa.

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18 novembre

SHARON JONES

di Roberto Pancani

Era la sera dell'11 novembre 2014 e mi trovavo ai Magazzini Generali di Milano: ero
lì per assistere all'esibizione di Luca Sapio, bluesman di casa nostra che avrebbe
aperto la data italiana di un’artista americana di cui avevo leggiucchiato il nome, ma
che non mi era entrato in testa. “Va beh, lo scoprirò”, mi ero detto.

Appena prima che la serata prendesse ufficialmente inizio mi sono guardato
intorno: la sala era piena, anzi, stracolma di un bellissimo pubblico trasversale per
tipi ed età. “Caspita, la tizia che canterà dopo deve proprio essere brava!” è stata la
mia seconda considerazione, alimentata da una crescente curiosità.

Luca Sapio è salito sul palco, e ha fatto un gran figurone con la sua performance da
vero crooner, riscaldando per bene lo spirito del pubblico: appena prima di
scendere, ha annunciato la star della serata, Sharon Jones. “Ecco come si
chiamava!”, e a giudicare dal boato che si è sprigionato tra le fila mi sono reso
conto che di lì a poco sarebbe salito sul palco un Personaggione.

Giusto il tempo di creare un po’ di attesa e dalla ringhiera del piano rialzato del
locale si è affacciata una donna, piccolina, capelli cortissimi. Nuovo boato. “Ah, è
quella... mmm, un po’ troppo diva, chissà come se la menerà”, ho pensato di nuovo.

A precederla in scena i Dap-Kings, la sua band, che hanno iniziato a suonare per
crearsi confidenza con l’ambiente. Poi finalmente è arrivata lei, e da quel momento
è iniziata la vera magia.
Mi è bastato pochissimo per capire che quella signora che avevo davanti era lì per
prendere la musica con le unghie e farla roteare attorno a sé. Sharon Jones non
stava calcando il palco, lo stava aggredendo, quasi se lo fagocitava con le sue mosse
da pantera, proprio come ha iniziato a fare con il pubblico: scuoteva selvaggiamente
i fianchi facendo ondeggiare le frange del vestito quasi a voler provocare gli
spettatori, gettava tra la folla sguardi ammiccanti e di sfida, e naturalmente cantava,
eccome se cantava, incarnando il soul con una verità che solo chi la musica la vive
nelle viscere sa trovare. E lei lo spirito del soul, ma anche del funk, dell’R&B e del
jazz lo sapeva incarnare perfettamente: la osservavo incantato mentre si faceva
scivolare addosso le note e ci giocava con la voce, vivendosi sulla pelle ogni singolo
accordo e ogni singolo sussulto ritmico, senza risparmiarsi in nulla, proprio come la
natura di quella musica richiede, trasformando il concerto in un lungo atto di
passione fisica e spirituale.

Quei capelli corti, che io consideravo un puro vezzo di stile, ho poi scoperto essere

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i postumi di una chemioterapia affrontata per sconfiggere la malattia che l’aveva
colpita qualche tempo prima, e che poi si sarebbe ripresentata, fino al triste epilogo.
Ma nient’altro in quel momento lasciava intravedere i segni del tumore. Se c’era in
lei della sofferenza, quello che al pubblico arrivava addosso era una violenta ondata
di energia.

Di quel giorno ricordo poi di essere tornato a casa con una notevole quantità di
adrenalina: volevo, anzi dovevo, sapere qualcosa in più su quella signora che mi
aveva rivoluzionato la serata. 

Sharon Lafaye Jones è nata ad Augusta il 4 maggio 1956 e già da piccola si è
trasferita con la famiglia a New York, dove ha studiato e soprattutto dove ha avuto il
primo, vero contatto con la musica grazie al gospel.

Un po’ di sana e fisiologica gavetta come corista, e poi negli anni ‘90 l'incontro con
i Dap-Kings, che sarebbero diventati la sua band. Il primo album firmato Sharon
Jones & The Dap-Kings, Dap Dippin’ with Sharon Jones and the Dal-Kings è uscito
nel 2002, ed è stato l’inizio di una proficua collaborazione, anche se forse è stato
con il terzo disco, 100 Days, 100 Nights, che è arrivata la popolarità internazionale. 

Come spesso capita quando ci si addentra nel verace mondo della cosiddetta black
music, è impossibile - e sicuramente inutile - stabilire a quale genere
appartenessero Sharon Jones & The Dap-Kings: non uno, ma una grande
commistione di soul, jazz, gospel, R&B, funk e, perché no, pure un pizzico di
sanissimo pop, se non nei suoni almeno nell’attitudine.

Il sesto capitolo della loro discografia, Give the People What They Want, è uscito nel
2014 dopo qualche travaglio: Sharon era già malata, aveva dovuto annullare
concerti e ritardare i lavori dell’album, poi per un momento è sembrato che da
quella battaglia ne fosse uscita vincitrice, dando un’ulteriore prova della sua fibra di
guerriera. Ecco allora l’arrivo del disco e l’ultima serie di concerti, che l’ha portata
anche in Italia. Poi addirittura un documentario a lei dedicato, Miss Sharon Jones!

Alla fine le cose sono andate diversamente, il cancro bastardo si è ripresentato e
questa volta la forza di Sharon non è bastata: è morta il 18 novembre di un 2016
che non so definire con un aggettivo adatto a esprimere la sua crudeltà.

Ma non ringrazierò mai abbastanza il caso, il destino o la Fortuna - vedete voi a
quale credere di più – per avermi fatto arrivare a quel concerto a Milano quella sera
di novembre.

Lì, in quella sala, su quel palco, una piccola, grandissima donna mi ha fatto vedere
come si fa ad agguantare la vita e spremerla fortissimo su un giro di accordi, tra un
colpo d’anca e un’occhiata maliziosa. Musica come arma di battaglia, musica come
amante, musica come strumento seduzione, musica come amica.

May God bless you, Sharon.

!122
23 novembre

VITTORIO SERMONTI

di Diego Viarengo

Ieri, in macchina con mio figlio di 12 anni, discutevamo di che scuola voglia fare,
finite le medie, e lui mi diceva:
– Papà a cosa serve studiare la Divina Commedia? Quando vai a lavorare mica
nessuno te la chiede.
– Intanto la Divina Commedia è una delle più grandi opere dell’umanità, e poi ha
fondato la lingua italiana – ho risposto io prendendo tempo, cercando di trovare
una risposta convincente.
– Devi tenere conto che ve la fanno studiare nel modo sbagliato. L’unico modo per
capire la Divina Commedia è leggerla a voce alta, altrimenti non si capisce. È come
se fosse una canzone, ma senza la musica.
Non l’ho convinto.


Non so se la Divina Commedia sia la più grande opera d’arte dell’umanità, in effetti
quelle dove la musica c’è sono più dirette, per esempio il Don Giovanni di Mozart.

Le parole del Don Giovanni di Mozart sono di Lorenzo Da Ponte, un italiano con
una vita da romanzo d’avventura: intellettuale in fuga, debiti, donne, capolavori
lirici.

Quando ho scoperto che la tesi di laurea di Vittorio Sermonti era su Lorenzo Da
Ponte ho scritto all’indirizzo mail che ho trovato sul suo sito chiedendo se ne
esistesse una copia consultabile.

Mi ha risposto:

Caro Diego,

purtroppo non ho nemmeno una mia copia della antichissima tesi su Da
Ponte (ho la sensazione di averla persa in uno dei penultimi traslochi
qualche decina di anni fa). Credo in tutti i casi che negli archivi della
Sapienza - anno 1964 - ce ne dovrebbe restare traccia. Anzi, se la trova mi fa
un piacere, così magari me la registro anch’io. Grazie per Ovidio e per tutto

con grande simpatia,
Vittorio Sermonti

La burocrazia mi fa paura: la burocrazia delle università e delle biblioteche in


particolare.

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… mi spiace comunicarle che nei nostri cataloghi non c’è traccia dell’opera
che lei cerca. Le tesi di laurea sono ormai molti anni che non sono più
conservate nella nostra biblioteca, non so quale sia la sua fonte bibliografica.

Per ciò che sappiamo esse dovrebbero essere "conservate", per così dire, nei
magazzini del palazzo delle segreterie (al di fuori delle singole facoltà) e sono
di difficile reperibilità e consultazione. Può provare a chiedere informazioni
scrivendo alla segreteria amministrativa…

Non sono arrivato a nulla.


Avevo scritto a Sermonti che la sua nuova traduzione di Ovidio mi piaceva
moltissimo.
Così bella da annullare qualsiasi distanza, facendolo diventare un libro
contemporaneo.

Il mio momento preferito è quando descrive due innamorati.
Ippomene che vede i giovani prepararsi alla corsa contro Atalanta, in palio lei in
sposa ma la morte in caso di sconfitta, e si chiede “Possibile per farsi una donna
rischiare tanto?”.
Atalanta che guarda Ippomene e “guardandolo si squaglia e adesso non sa se vuol
vincere o essere vinta”.
E la loro corsa: “Volerebbero a pelo di mare senza diresti bagnarsi i piedi o su un
campo di grano senza piegare una spiga”.

Vittorio Sermonti sarebbe stato capace di rispondere a mio figlio meglio di me che,
alla fine, gli ho detto:
– la Divina Commedia ti fa scoprire la lingua italiana, se la studi parlerai meglio,
quindi ragionerai meglio. 

Sermonti queste cose non le spiegava, le faceva.

!124
28 novembre

CHAPECOENSE

di Fabrizio Gabrielli

Le ultime parole della registrazione sono state “il dolore più grande, effettivamente,
è sempre in chi rimane”.
Quando l’ho riascoltate mi ha attraversato un brivido, la sensazione gelida di averle
già sentite o lette da qualche parte, o forse di portarmele dentro come un mantra
familiare. Non mi era sembrata una frase retorica, o forse sì, ma di una retorica
spontanea.
Poi ho inoltrato il file audio in redazione, dove l’avrebbero sbobinato per metterlo
online qualche mezz’ora più tardi.

La voce era quella di Stefano Borghi. Stefano è uno dei più bravi cronisti sportivi
italiani, lavora per Fox Sports ed è contingentemente mio amico. È stata la prima
persona alla quale mi è venuto di pensare quando ancora nel letto, scorrendo la
timeline di Twitter, ho appreso che durante la notte, tra le 2 e le 4, un aereo si era
schiantato nel dipartimento di Antioquia, nella zona montagnosa che circonda
Medellin. Gli ho inviato un whatsapp: “È venuto giù l’aereo che trasportava il
Chapecoense”. Era poco più tardi delle sei, e lo schermo diceva che il suo ultimo
accesso era a notte fonda.
Stefano, la partita tra Atlético Nacional de Medellin e Real Chapecoense, l’avrebbe
dovuta commentare live. Si trattava della finale di Copa Sudamericana, la seconda
competizione continentale per importanza, quella - approssimativamente e in
maniera eurocentrica, per dare un’idea - che per l’UEFA è l’Europa League.
Le ultime impressioni che ci eravamo scambiati sulla Chapecoense, un nome che
prima dell’incidente tragico conoscevano davvero in pochi, lambivano i brasiliani
solo marginalmente: ci aveva sorpreso come avessero eliminato il San Lorenzo de
Almagro, argentini, la squadra per la quale fa il tipo Papa Francesco, i veri favoriti
per la vittoria finale.
Mi erano risultati simpatici perché il loro Social Media aveva postato su Twitter
un’elaborazione grafica della canna fumaria sovrastante la Cappella Sistina: la
fumata era verde, il colore ufficiale del club, e la scritta che l’accompagnava era
“Habemus finalista”.
Quando abbiamo finito la nostra conversazione al telefono, frastornati più che tristi,
Neto - uno dei tre calciatori inizialmente sopravvissuti allo schianto - aveva appena

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esalato l’ultimo respiro. La finalista che si era annunciata con gaudium magnum non
c’era già più.

Scrivere e parlare di calcio è una delle operazioni intellettuali con il più basso
scarto percepito, da parte dell’immaginario collettivo, tra semplicità presunta e
difficoltà reale. Forse perché è un argomento che permea in maniera così massiva la
nostra quotidianità, in Italia, da finire per apparire facilmente, democraticamente,
eucaristicamente maneggiabile.
Ovviamente la scala di valori in gioco è diametralmente opposta.
Nostalgia, mitizzazione, epica sono i volano principali con i quali si gioca il match di
badminton di un buon novanta per cento dello sportwriging, oggi, nel nostro paese.
Soprattutto, sono i grimaldelli emozionali preferiti da parte di un tipo di scrittura
generalista, o se vogliamo populista: la storia strappalacrime, la “favola”, i Bei Tempi
Andati™.
Nostalgia, epica e mitizzazione, però, hanno bisogno di un requisito
improcrastinabile: la sedimentazione dell’evento. La stratificazione dei punti di
vista, delle cause, delle conseguenze.
La portata tragica della storia della Chapecoense, qualcosa di inedito per molti
versi nelle dinamiche con le quali chi rimane vi si è approcciato, non è purtroppo
tutta nella tragedia di un disastro aereo, nella morte di più di settanta persone, in
tutti gli elementi consustanziali alla costruzione della narrativa calcistica: è anche
nelle rapide emotive che si sono scatenate quando la storia si è immessa, come le
acque dell’Orinoco nell’Atlantico, sul mare magnum dei social network. Nella
sedimentazione accelerata. Nella sovrapposizione che porta alla sovraesposizione.
Purtroppo non esiste una guida che insegni a espandere il cuore per ospitare tutte
le diverse e simultanee scale dell’esperienza umana, figuriamoci se ne possa
esistere una che ci spieghi come ottimizzare le emozioni.

C’è un passaggio di Jia Tolentino in un pezzo recente uscito sul New Yorker, che si
intitola “The worst year ever, until next year”, che mi ha particolarmente colpito: in
buona sostanza dice che c’è qualcosa di inquietante nella maniera in cui
condividiamo sui social media eventi tragici in maniera toccante o partecipata con
la pretesa di essere stati in qualche modo utili.
Mi ha colpito, credo, perché mi ha fatto capire molti aspetti che sul momento non
riuscivo ad afferrare né a spiegarmi riguardo a una sottile (ovviamente dico sottile
in confronto all’accadimento, ma anche a molte altre micro-macro situazioni di
ogni giorno, ai figli che ci aspettano a casa, ai libri che dobbiamo ancora leggere,
alla bottiglia di vino che custodiamo con cura in attesa di un momento speciale)
polemica che si è scatenata nelle ore immediatamente successive intorno al pezzo
che abbiamo pubblicato poi su L’Ultimo Uomo sulla Chapecoense - cioè sulla

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chiacchierata con Stefano a metà mattinata, con l’auto parcheggiata sul bordo della
provinciale tra Civitavecchia e Viterbo, in vivavoce su uno smartphone mentre
sull’altro correva la registrazione, minuscole epifanie che siamo sempre reticenti a
raccontare e che invece dovremmo spolverare più spesso, non foss’altro per dare
contezza di cosa significhi fare il lavoro che facciamo nella maniera in cui lo
facciamo.
La polemica, in soldoni, girava tutt’attorno a un’accusa di sciacallaggio: si può
scrivere lucidamente di corpi ancora caldi? Serve a qualcosa?

Scrivere e parlare di morte è una delle operazioni intellettuali, anche questa, con il
più basso scarto percepito, da parte dell’immaginario collettivo, tra semplicità
presunta e difficoltà reale. Infatti ognuno di noi si è sentito in diritto di affondare le
dita nella memoria appiccicosa del momento più emozionante accompagnato da
una canzone di Leonard Cohen (il mio: un concerto al Foro Italico con Livija nella
pancia della sua mamma) o di Prince o di David Bowie negli attimi
immediatamente successivi all’ultimo passo di Cohen, Prince e Bowie sulla terra
che calpestiamo ancora noi, senza necessariamente doversi sforzare di essere
razionale. Anzi. Forse questo libro è un tentativo di andare oltre. Magari, chi lo sa,
susciterà qualche polemica.

Tragedie aeree che coinvolgono squadre poco conosciute, una microcategoria di


genere al quale la storia delle Chapecoense si può ascrivere, ne sono successe
anche prima dell’era digitale: una selezione di giovanissimi calciatori olandesi
originari del Suriname, i Kleurrijk Elftal, si sono schiantati prima di atterrare a
Paramaribo, nell’’89. Molti di loro avrebbero visto la terra natia dei loro genitori per
la prima volta. Metà della nazionale dello Zambia, nel ‘93, si è inabissata a largo di
Libreville, in Gabon, mentre andava a giocarsi in Senegal la qualificazione ai
Mondiali del ‘94. Molti di loro avrebbero potuto giocare per la prima volta un
Mondiale.

La condivisione della notizia della scomparsa del Chapecoense dalla mappa del
calcio mondiale, che è finito per converso per puntellarne la presenza nell’universo
immaginifico, è stata così massiccia ed ecumenica da mettere in discussione il
concetto stesso di sciacallaggio. I quotidiani online, incastrati nei meccanismi
malmostosi delle campagne pubblicitarie, obbligavano i lettori a quindici secondi
di trailer di Sully prima di poter vedere “le ultime immagini dei giocatori al check-
in”: sciacallaggio? Riquelme, Ronaldinho, Gudjohnsen, tre calciatori con una forte
gettata mitica, portatori sani di Nostalgia e Mito, hanno dichiarato (o fatto
dichiarare dai loro agenti) di essere pronti a giocare per la Chapecoense:
sciacallaggio?

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La Chapecoense stava andando a giocarsi il match più importante della sua storia.
L’ha vinto - sono stati proclamati campioni della Sudamericana su richiesta degli
avversari - soprattutto grazie alla dignità con cui ha assorbito ma anche respinto la
nostra pretesa, quella di Riquelme, quella di Ronaldinho, di essere in qualche
modo utili.

Come sempre, la differenza, quando si scrive di morte - o di calcio, o di entrambi -


è sempre nella sensibilità delle interpretazioni: Ivan Tozzo, il presidente ad interim
del club nelle giornate immediatamente successive alla tragedia - Sandro Pallaoro,
il presidente viaggiava al seguito della squadra - ha recentemente dichiarato che
nessuno dei grandi campioni vestirà la maglia verde. Grazie, davvero, ma anche no.
L’epica si può costruire anche con la dignità della riconoscenza, e del rifiuto.
Oppure nella consapevolezza di aver compiuto, in una fredda mattina a cavallo tra
la Tuscia e l’hinterland milanese, un’operazione che in qualche modo ha voluto
rendere onore a ciò che siamo: scrittori, o giornalisti, che hanno la voglia, e il
dovere, di raccontare. Senza la pretesa di essere fondamentali, ma forse espiando,
parlandone, quel dolore immenso che alla fine, che ci piaccia o meno, è sempre di
chi rimane.
E non c’è molto altro da dire, fondamentalmente.

!128
29 novembre

JOE DEVER

di Fabrizio Casu

Adesso è facile essere nerd. Fateci caso: quando la vostra amica vi racconta di avere
passato la sera a giocare ai videogame con il fidanzato, non vi sembra strano. Se i
vostri amici vanno a vedere il nuovo Guerre Stellari, invece di Vacanze a Londra, non
è una sorpresa. Non lo è neanche vedere le persone con indosso le magliette di
Capitan America o di Batman. Tizi insospettabili, palestrati, con le sopracciglia
spinzettate ad ali di gabbiano e che il sabato sera vedete regolarmente nelle vostre
discoteche di fiducia.
The Big Bang Theory ha sdoganato la figura del nerd, rendendola buffa, tenera e
socialmente riconosciuta. Li guardate, Sheldon e gli altri, e, mentre ridete di loro,
pensate che, tutto sommato, siete simili (spoiler: no, non lo siete), che, tutto
sommato, vi piacciono le stesse cose (spoiler: no, non vi piacciono) e che, tutto
sommato, ne avete di così anche nelle vostre vite.
Ma non molto tempo fa, veramente poco tempo fa, essere nerd non era figo. Non lo
erano i videogame, a parte saltuarie esplosioni popolari come Tomb Raider; non lo
erano i film di fantascienza o il fantasy, né lo erano i fumetti. Lo so che non dico
niente di originale, ché La rivincita dei nerd l’abbiamo visto tutti (spoiler: no, non è
vero), ma gli anni ‘80 e ‘90, pur avendo migliorato molto l’offerta per i nerd, non
erano uno spasso, per chi lo era.

Io, per esempio, sono cresciuto a Nuoro, 37.000 abitanti circa e una cultura basata
profondamente su “no, questa roba qui è sbagliata” e, conseguentemente, nel farti
sentire strano e fuori posto, se “quella roba” la amavi più delle partite la domenica o
dei motorini con cui fare le impennate fuori da scuola.
La mia passione per i giochi di ruolo è nata quando, da piccolo, mio fratello si fece
regalare Dungeons & Dragons per Natale. Dio solo sa il perché, tra l’altro, visto che
non avevamo un gruppo di amici regolare per giocarci, ma chiese di averlo e gli fu
regalato. Vorrei dire che le cose cambiarono, a quel punto, ma non siamo in un film
di John Hughes e quindi, no, non cambiarono per niente. Però, quella versione di
Dungeons & Dragons (scatola rossa, edizione Editrice Giochi, copertina con il drago
che incombe su un guerriero visto di spalle, pronto a sferrare un fendente con la
spada) fu il nostro primo passo in un universo più vasto che, per diversi anni, ci ha
visto farne parte come utenti, come recensori, come creatori a tempo perso.

!129
Una delle versioni dei giochi di ruolo erano quei libri che si trovavano in edicola,
della serie Scegli la tua avventura. In cosa consistevano? Si trattava di una storia
suddivisa in brevi paragrafi e, di solito, alla fine di uno di questi c’era una scelta da
compiere: vuoi andare a destra? Leggiti il paragrafo 53. Vuoi andare a sinistra?
Leggiti il paragrafo 78. Vuoi affrontare il cattivo? Leggiti il paragrafo 22.
Da lettore “passivo” ci si trasformava, in qualche modo, in protagonista di una storia
che poteva essere bella e affascinante (spoiler: spesso non molto) e a diventarne
parte, con le proprie scelte. Un po’ come Sebastian che legge il libro su Fantàsia, in
soffitta, al buio, partecipando al plasmarne il futuro.

La Editrice Giochi, durante il boom del gioco di ruolo in Italia, decise di uscire sul
mercato con tutta una serie di questi libri, prodotti in America da diverse case
editrici, creando delle collane tematiche e proponendone versioni più complicate
di quelle da edicola.

In che modo più complicate? Laddove i libri dell’edicola ti davano “solo” la
possibilità di operare delle scelte, i libri EG avevano delle basilari regole traslate dai
giochi di ruolo: il tuo personaggio, quindi, aveva delle caratteristiche fisiche, delle
abilità, equipaggiamenti, a volte dei poteri speciali e tu, come lettore, potevi spesso
scegliere i punteggi da distribuire, per esempio, o quando utilizzare una pozione di
cura o una qualche abilità speciale. I combattimenti erano gestiti, spesso, con tiro di
dado (proprio o usando quelli stampati in cima alle pagine o scegliendo un valore
random da una tabella al fondo del libro). Non era più un libro con una storia in
cui scegliere le svolte principali, ma diventava una vera e propria avventura a cui
prendere parte.
Joe Dever aveva già lavorato con la Games Workshop e, prima ancora, aveva fatto il
tecnico del suono per gente come Frank Zappa e i Sex Pistols. Quando si
appassionò a Dungeons & Dragons creò la sua ambientazione e, quando dovette
scrivere il suo primo librogame, la riutilizzò e creò il personaggio di Lupo Solitario.
Chi era Lupo Solitario? Un monaco guerriero Ramas che assiste alla distruzione
del suo monastero, rimanendo così l’ultimo del suo ordine, in una terra devastata
dalla guerra contro i Signori delle Tenebre e i loro seguaci. Le avventure di Lupo
Solitario cominciano con il primo volume della saga (I signori delle Tenebre) e
prosegue fino al volume 29 (Le tempeste del Chai) durante i quali il personaggio
cresce, si evolve, diventa sempre più potente, scopre segreti delle arti Ramas. In 29
volumi ci sono personaggi ricorrenti, ambientazioni che ritornano, oggetti
leggendari, tutto quello che Propp e Vogler vi hanno insegnato sul viaggio eroico, e
un respiro epico che cresce, man mano, portandoti, alla fine, a sentirti rapito ogni
volta che apri un libro.

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Ho conosciuto Joe Dever a Lucca Comics & Games, dove venne invitato per ritirare
un premio, occasione alla quale, da quel momento, è tornato ogni anno, fino a
quando quest’anno non si è presentato perché aveva dei problemi di salute.
Era un uomo gentile, sempre paziente, che aveva tempo e voglia di parlare con tutti.
Lupo Solitario è stato il suo grande successo (sebbene molti ricordino con una
certa passione anche un'altra sua saga, quelle di Guerrieri della strada); lungo gli
anni ne ha fatti di libri, giochi di ruolo, videogiochi e quant’altro. Di rado vado a
parlare con le celebrità o presunte tali. Per diverse ragioni, direi. Pudore, timidezza,
il non voler infastidire qualcuno che, magari, ne ha le palle piene di rispondere alla
stessa domanda per l’ennesima volta. Mi sono concesso di salutare Joe Dever per
una ragione molto semplice: perché essere un nerd a Nuoro, in quegli anni, quelli
della tua infanzia e adolescenza, era veramente molto difficile. Perché i libri game
erano il modo per fare qualcosa che ti piaceva, in un posto in cui il non giocare a
calcetto era la fine di qualsiasi intrattenimento ludico di gruppo. Perché, per
quanto cercassero di farti sentire in colpa o sbagliato per questo, ti piaceva il
fantasy, e Lupo Solitario era un modo per vivere quelle avventure che amavi leggere
o guardare in televisione. E quindi, lui e la sua fantasia sono stati un porto sicuro al
quale puntare, per sentirti accettato, accolto e per provare un genere di emozione e
divertimento che, ai più, sembrava inconcepibile.
Joe Dever mi ha ascoltato con molta gentilezza e mi ha raccontato che il mio era un
discorso che gli veniva fatto spesso e che lui era sempre molto contento quando
sapeva di avere migliorato la vita di qualcuno. Abbiamo chiacchierato dell’Italia, del
cibo, mi ha chiesto dove poteva comprare delle miniature per wargame fantasy e mi
ha raccontato dei suoi progetti futuri.
Nel corso degli anni mi sono sempre fermato a salutarlo ed è sempre stato felice di
fare due chiacchiere, dandoci appuntamento l’anno successivo e poi quello dopo
ancora.
Il 2016 è stato un anno pieno di lutti e mi rendo conto che davanti a gente come
Eco o come Bowie, la morte di Joe Dever sia ben poca cosa, per i più. Non è stato
così per me, perché quando un pezzo della tua infanzia se ne va, è sempre un
brutto momento perché ti viene strappato via qualcosa di bello e importante. E
quindi, in questo anno così nero e ingordo, mi ritaglio un piccolo spazio per Joe
Dever, per il suo lavoro, per le sue storie e per aver dato anche a un bambino di
Nuoro uno spazio dove sentirsi a casa.

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1 dicembre

MICKY FITZ

di Arianna Ascione

“We say bollocks to all politics, left, right, centre ‘cos in practice
it’s always the working class who pay for the politicians’ power
games” - Micky Fitz (da “Oi! Oi! Oi!: Class, Locality, and British
Punk” in 20 Century British History (2013) 24)

Oggi hanno battuto all'asta il tendone del CBGB di New York che, spero lo sappiate
senza che ve lo debba dire io, era la storica casa del punk nella Grande Mela: non è
dato sapere chi se l’è comprato, e che cosa diavolo voglia farci, ma fatto sta che è
stato venduto per trentamila dollari. Trentamila dollari. Soltanto. Che pezzenti. Un
cimelio della storia della musica liquidato per trenta(mila) denari. E pensare che
nel negozio che c’è adesso al suo posto, quello dello stilista fashion-finto-punk
John Varvatos, non ti fanno nemmeno fare una foto a quello che era il cesso, che
oggi è un camerino, o al fu bar-cassa, che è dove i fashionisti di tutto il mondo
buttano migliaia di dollari come fossero incarti di cioccolatini. Non è nemmeno più
possibile salire sull’ex palco, inzuppato dal sudore degli artisti e del pubblico che si
accalcava lì intorno e calpestato negli anni da alcune della band più rivoluzionarie
di sempre, che ormai giace esanime, quasi sepolto e dimenticato sotto pile e pile di
costose t-shirt. I manifesti appesi ai muri quelli sì, almeno li hanno lasciati, fa
folclore.

Come se non bastasse mentre torni a casa dopo un’ennesima estenuante giornata
di lavoro, dopo aver consumato le suole e il fiato cercando di far passare il
messaggio che lo Stato non accetta come anticipo i “non c'è budget” e la “visibilità”
e aggrappandoti al carnet di marche da bollo da 2 euro che stringi tra le dita,
becchi Henry Rollins, sì, quell’Henry Rollins lì, lo stesso che fino a qualche anno fa
se ne andava a tenere pipponi sociopolitici con tanto di biglietto di ingresso,
appicciato sui muri nel tunnel della metropolitana che ti guarda dall'alto in basso
gongolando nei suoi Calvin. 

Ma per favore. 

Alla fine ha fatto bene Joseph Corré, il figlio di Vivienne Westwood e Malcom
McLaren, che a novembre, in occasione del quarantennale del punk, ha bruciato in
una pira galleggiante sul Tamigi (barca, Tamigi, punk… vi ricorda qualcosa?) 5
milioni di sterline di memorabilia. Perchè il punk è diventato come “McDonald's
brand… owned by the state, establishment and corporations”, come ha dichiarato

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Corré ai margini della pira. Si è talmente snaturato che la sua mostra celebrativa a
Londra - che ridere, come se il punk avesse bisogno di una celebrazione - è
patrocinata dalla stessa regina che i Sex Pistols allora, nel 1977, sbeffeggiavano e a
cui auguravano una brutta fine.
Il punk è morto, e la regina si sta facendo pure due sonore risate. Ma che cazzo ne
sapete voi che comprate le magliette dei gruppi da H&M e manco sapete nominare
una loro canzone. Ci hanno preso i nostri quartieri, ci han cacciati via a suon di
affitti troppo salati per poterceli permettere con i nostri miseri stipendi da creativi
idealisti. È così che ci hanno preso anche i nostri locali, dove suonavano le nostre
band, perché vogliono giocare a essere trasgressivi a spese nostre. Lo sappiamo,
l’abbiamo capito ormai: vogliono essere noi, ma senza dover intraprendere la strada
più difficile, e fare il lavoro sporco.
Troppo comodo. È troppo difficile essere punk nel vero senso della parola,
cercando di trasferire la sua filosofia e la sua carica ribelle nella vita quotidiana. È
impegnativo, estenuante, ti mette costantemente in discussione e l’unica cosa che
puoi fare è cercare di tenere botta, come si dice, perché in fondo al cuore sai che
hai ragione.
Volete essere punk, davvero?
Bene, preparatevi a fare le valigie. Da domani il vostro appartamento sarà in una
corea, un misero quartiere popolare di una qualunque città del Regno Unito. Dite
pure addio alla bella scrivania del vostro ufficio piena di cazzatine comprate da
Tiger e baciate per l’ultima volta la foto del vostro cane, perché da domani un
lavoro non ce l’avrete più. Passerete il resto dei vostri giorni a ubriacarvi appollaiati
allo sgabello di un pub che puzza di birra rovesciata durante le risse e vomito,
intanto che cercherete di sbarcare il lunario perché nessuno vi degnerà di
attenzione dato che siete considerati la feccia della società. E come tali, chi ha
voglia di perdere tempo ad ascoltare quello che avete da dire?
Ma voi qualcosa da dire lo avrete lo stesso anche se è troppo scomodo da ascoltare,
e allora sì che alzerete la voce: è proprio così infatti che è nato lo street punk/oi!, la
versione meno modaiola (anzi, non lo era per nulla) e allo stesso tempo più
autentica di questo genere musicale. Cockney Rejects, Angelic Upstarts, The
Exploited, i capistipite, i The 4-Skins, e, ovviamente, i The Business con uno dei più
strenui portavoce della classe operaia, Micky Fitz.
Micky, uno tra i tanti che questo infame 2016 si è portato via. Nonostante lui e la
sua band abbiano ispirato generazioni di gruppi dal 1979, anno della loro
fondazione, dispensando fin da subito quegli stessi germi che avrebbero dato vita
qualche anno dopo all’hardcore punk, i The Business fino all'ultimo hanno
macinato chilometri in furgone, collezionando migliaia di concerti in tantissimi
piccoli luoghi sparsi in giro per il mondo, le uniche oasi in cui forse si continua a
respirare l’aria migliore. Lo conoscevano tutti, Micky, e quando è arrivata la ferale

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notizia in tanti lo hanno giustamente onorato: dai Sick Of It All agli Agnostic Front
(che l'hanno definito “Our voice of a revolution”), dai Cro Mags ai Toy Dolls, tutti
quelli insomma che da lui hanno imparato qualcosa, musicalmente ma anche e
soprattutto come attitudine. Questo grazie alla sua energia, sul palco ma anche
backstage come è stato raccontato da più voci, grazie alle storielle divertenti che
amava raccontare, e grazie anche alla sua passione per il West Ham. Un solo verso
sintetizza la sua eredità: “Be yourself and you'll rule the day” (da ‘Never Say Never’
dei The Business).

Anche se incarna la strada più lastricata di difficoltà, è questa la più grande verità.
E proprio nei momenti più duri ti devi ricordare di questa frase, devi proprio
marchiartela a fuoco nella testa per non perderla mai di vista. Essere punk, ovvero
essere sempre se stessi nonostante tutto, e agire sempre secondo la propria testa,
guidati solo dalle proprie idee, magari tappando la bocca a chi cerca di dirti come
devi essere e in quali canoni devi rientrare per essere dalla parte giusta.
Per cui mi correggo: il punk non è morto. Finchè ci sarà qualcuno che con coraggio
seguirà questi apparentemente semplici ma cruciali punti fermi il punk continuerà
ad esistere.
Un tizio recentemente ha scritto un articolo in cui diceva che andare ai concerti è
noioso. Beh, lasciatelo dire, hai sempre frequentato quelli sbagliati tu e quelli che si
affollano nei locali per recitare un ruolo, delegando come portavoce una tiepida
ondata di cantautori sfigati con le donne. Non meritate certo quei posti in cui il
palco, un tavolaccio di legno (proprio come quello che c'era al CBGB) ti arriva
all’altezza della caviglia o del ginocchio, su cui cadi di faccia quando si scatena
l’onda d'urto del pogo, quei concerti in cui ti arriva addosso la saliva e il sudore
della band che sta suonando, e anche il sangue di chi non viene afferrato in tempo
dal pubblico, dopo averti impresso la suola della scarpa sulla guancia mentre fa
crowdsurfing. Quei live in cui fa così tanto caldo che ti piove addosso la condensa
del fiato dei presenti in una gigantesca orgia senza sesso di corpi dalla prima
all’ultima canzone.
Come quelli dei The Business.
Lo so, come qualcuno faceva giustamente notare, quella della morte dei nostri eroi
è una questione con cui tutti noi dobbiamo fare i conti, ora che di punti di
riferimento nuovi che ci rinfranchino quando la strada si fa più tosta,
rassicurandoci di essere dalla parte giusta anche se il mondo gira a rovescio, è
difficile trovarne. Ma che ci lascino così all’improvviso, quando avrebbero ancora
così tante cose da dire e da insegnarci, è ancora profondamente inaccettabile.
Intanto io sono ancora qui, con il mio drink in mano, in piedi di fronte al palco.
Perché, ancora non ve l’avevo detto, ma stasera è uno di quei concerti, e il mio
fedele posto fracassa ginocchia mi aspetta.

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I The Business (Michael Fitzsimons ‘Micky Fitz’ alla voce, Steven ‘Steve’ Kent alla
chitarra, Martin Smith al basso e Nicholas ‘Nick’ Cunningham alla batteria) sono
una band originaria di Lewisham, sobborgo a sud di Londra in cui si sono formati
nel 1979. Il loro singolo di debutto è ‘Harry Mae’ (1981). Ascoltatela più e più volte
mentre leggete questo pezzo, in memoria di Micky, magari sostenendo anche il
fondo che è stato istituito in sua memoria sulla piattaforma Just Giving.

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8 dicembre

JOHN GLENN

di Emanuele Menietti

Osservando dall’oblò i piccoli frammenti della sua capsula spaziale che si


incendiavano, passandogli velocissimi davanti agli occhi, John Glenn pensò che di
lì a poco sarebbe morto, polverizzato nell’atmosfera terrestre a causa dello scudo
termico difettoso di quell’angusto tronco di cono che gli aveva permesso di
compiere tre orbite intorno alla Terra, il primo statunitense nella storia a farlo. In
quei momenti trovò consolazione nel pensare che sarebbe finito tutto in fretta; non
immaginava che sarebbe sopravvissuto, che un giorno sarebbe diventato senatore
degli Stati Uniti e che gli avrebbero poi consentito di tornare nello Spazio a 77
anni, conquistando un altro primato: quello di astronauta più anziano di sempre.
Non avrebbe nemmeno immaginato di vivere fino a 95 anni e di essere ricordato
con così tanto affetto, negli Stati Uniti e non solo, dopo la sua morte l’8 dicembre di
quest’anno.

John Herschel Glenn Jr. era nato il 18 luglio del 1921 a Cambridge, Ohio, e
cresciuto nella piccola città di Concord, nel sud-ovest dello stato, dove si era
trasferita la famiglia. Negli anni della grande depressione economica, i genitori di
Glenn impartirono al figlio un’educazione molto rigida, ricordandogli sempre la
necessità di temere il giudizio di Dio, comportarsi rettamente, studiare e lavorare
sodo. Il giovane Glenn era uno studente modello, guadagnava qualche soldo con
lavoretti di vario tipo, come lavare le automobili del vicinato e facendo il bagnino in
piscina nel periodo estivo, senza trascurare la sua passione per gli sport, dal tennis
alla pallacanestro alle immancabili partite a football.

Fu durante gli anni del liceo che Glenn conobbe Anna Margaret Castor, la sua
“Annie”, con cui sarebbe rimasto tutto la vita e avrebbe avuto due figli. Castor aveva
ceduto alla corte di Glenn, che non sembrava preoccupato del fatto che lei fosse
affetta da una profondissima balbuzie, vinta molti anni dopo con lunghe terapie e
sedute di logopedia. Si sposarono nel 1943, nel bel mezzo della Seconda guerra
mondiale.

Glenn si era arruolato dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor contro le forze
americane nel 1941. Dopo un breve periodo di addestramento da pilota, partecipò a
quasi 60 missioni di combattimento nel Pacifico, e poi a una novantina di altre

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missioni durante la Guerra di Corea, ricevendo medaglie e vari altri riconoscimenti.
In più occasioni aveva rischiato grosso durante i combattimenti, ma non sembrava
curarsi più di tanto della sua incolumità: per i più critici era uno scriteriato
incosciente, ma furono comunque il suo coraggio e la sua spavalderia a consentirgli
di superare molti altri ostacoli, per buona parte della sua vita.

Nel dopoguerra, Glenn continuò a collaborare con l’aviazione statunitense. Nel


1957 pilotò con successo il primo volo supersonico transcontinentale da Los
Angeles a New York, in poco meno di 3 ore e mezza. Nello stesso periodo, dall’altra
parte del mondo, l’Unione Sovietica stava intanto sperimentando la messa in orbita
dello Sputnik, il primo satellite artificiale, aprendo di fatto l’era delle esplorazioni
spaziali. Negli anni seguenti, lo Spazio divenne uno dei principali luoghi di scontro
della Guerra Fredda, con una serrata rivalità tra sovietici e statunitensi, che portò in
poco tempo a progressi inimmaginabili.

Glenn si candidò e fu selezionato nel 1959 dalla NASA per il suo primo ambizioso
programma di esplorazione dello Spazio, insieme ad altri sei futuri astronauti, i
“Mercury Seven”. Il loro compito era di superare nuovi confini, grazie al lavoro di
migliaia di ricercatori, tecnici e ingegneri, determinati a vincere la “corsa allo
Spazio”. L’ambizione di Glenn di diventare il primo astronauta americano fu
rapidamente spenta dalla NASA, che scelse il suo collega Alan Shepard, che
conquistò il primato nel 1961 con un volo suborbitale. Nello stesso anno un altro
Mercury Seven, Gus Grissom, ripeté la stessa esperienza, aggiungendo qualche
frustrazione a Glenn, che però non si perse d’animo: c’era ancora la possibilità di
essere il primo astronauta a compiere un volo orbitale vero e proprio, come aveva
fatto il cosmonauta sovietico Juri Gagarin nell’aprile del 1961. Shepard era stato sì
il primo uomo nello Spazio, ma lo aveva raggiunto compiendo una sorta di parabola
che aveva intersecato l’atmosfera terrestre, senza compiere un giro completo
intorno al pianeta.

Dopo dieci rinvii a causa di problemi tecnici o di condizioni meteo avverse, il 20


febbraio del 1962 i tecnici della NASA diedero tutti i “GO” necessari per il volo
orbitale di John Glenn, nell’ambito della missione Mercury-Atlas 6. Con qualche
contorsionismo, Glenn entrò nell’angusta capsula spaziale Friendship 7, un tronco
di cono alto 3,3 metri e con un diametro alla base di appena 1,9 metri, montato su
un razzo lanciatore Atlas alto quanto un palazzo di 10 piani. Il lancio, seguito in
diretta alla radio e alla televisione da milioni di persone in giro per il mondo, andò
secondo i piani e circa dieci minuti dopo la capsula spaziale era nell’orbita
terrestre, pronta a girare per tre volte intorno al pianeta. In poco meno di 5 ore,
Glenn vide il Sole sorgere e tramontare più volte dietro la Terra, ma lo spettacolo fu

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rovinato da una spia di Friendship 7 che si accese alla fine della prima orbita,
indicando un malfunzionamento dello scudo termico, il guscio metallico che
avrebbe dovuto proteggere la capsula spaziale dalle altissime temperature che si
sviluppano durante il rientro nell’atmosfera.

Nessuno poteva sapere se davvero lo scudo fosse mal posizionato o se fosse


l’indicatore a non funzionare bene (come si scoprì in seguito). Per precauzione, il
centro di controllo della NASA decise di sfruttare più a lungo i retrorazzi della
capsula per rallentarla il più possibile durante il rientro, nella speranza che
raggiunti gli strati atmosferici più bassi lo scudo fosse ancorato a sufficienza per
resistere alle sollecitazioni. “Vedevo pezzi in fiamme e pensai che si trattasse dello
scudo termico che si stava sbriciolando: fu un brutto momento. Ma sapevo anche
che se così fosse stato, sarebbe finita rapidamente, e che non avrei potuto farci
nulla” raccontò in seguito Glenn, ricordando l’esperienza del suo turbolento
passaggio attraverso l’atmosfera, quella enorme bolla invisibile che ci protegge tutti
ed è fondamentale per la nostra sopravvivenza.

Dopo essere rimasti per anni a inseguire l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti avevano
infine ottenuto consistenti progressi nella corsa allo Spazio e avevano creato il loro
primo eroe. Nei mesi dopo il suo volo orbitale, Glenn fu protagonista di un
estenuante tour in giro per il paese, tra parate, conferenze, autografi e incontri di
ogni tipo, sostenuti dalla propaganda statunitense. Ciò che desiderava più di tutto
era la possibilità di tornare il prima possibile a volare nello Spazio, ma la NASA
non era disposta a mettere a rischio un suo eroe, il simbolo vivente dei progressi
raggiunti con le sue tecnologie: se qualcosa fosse andato storto in un nuovo volo
spaziale con Glenn, gli effetti negativi dal punto di vista della propaganda
sarebbero stati disastrosi.

Stufo dei continui rifiuti e rinvii ricevuti, nel 1964 John Glenn presentò le sue
dimissioni e iniziò una nuova carriera, questa volta nella politica con il Partito
Democratico. Dopo un inizio complicato, nel 1974 riuscì a farsi eleggere nel Senato
degli Stati Uniti, dove grazie alle successive rielezioni sarebbe rimasto per 2 anni.
Tentò anche la strada delle primarie democratiche per la presidenza degli Stati
Uniti nel 1984, ma perse contro Walter F. Mondale, che sarebbe stato poi battuto dal
repubblicano Ronald Reagan.

Da membro della Commissione del Senato sull’invecchiamento, quando ormai


aveva più di 70 anni, si offrì come cavia per studiare gli effetti di un volo spaziale su
una persona anziana, così da potere confrontare le reazioni del suo organismo con
quelle degli astronauti più giovani. La sua proposta fu accolta con molte critiche,

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ma la NASA intravide l’opportunità di sfruttare nuovamente il suo eroe, ancora
molto popolare tra l’opinione pubblica, per riportare interesse verso le sue missioni
spaziali con astronauti, viste ormai come una routine dalla maggior parte
dell’opinione pubblica. A 77 anni John Glenn partecipò alla missione STS-95 dello
Space Shuttle Discovery del 1998. Rimase in orbita, con cinque altri astronauti, per
quasi 10 giorni osservando innumerevoli albe e tramonti in più rispetto a quelle
osservate nel 1962 nella sua minuscola Friendship 7. A 36 anni dal suo primo e
unico volo nello Spazio, era tornato dove spesso sognava di essere: in orbita.

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22 dicembre

FRANCA SOZZANI

di Daniela Losini

Per parlare di Franca Sozzani devo usare la prima persona. Ci sto pensando da
giorni su come approcciarla. La terza persona sarebbe solenne, la prima forse un
po’ cafona, ma ci sto mettendo rispetto mentre lo faccio. Forse anche un po’ di
paraculaggine.

In un’altra galassia ho scritto di Coco Chanel immaginandomi le sue parole,


possiamo dire che la mia personale quota mitomania al servizio della letteratura sia
già altissima. Cosa mi dovrebbe succedere ancora di così brutto se parlo della Sozzy
in prima persona? Raccontare della morte di Franca Sozzani nel 2016, è anche
raccontare della mia non-morte nel 2016. Brevemente: è successo che il 19 aprile
sono sopravvissuta a un’embolia polmonare.

Due cose accomunano me e La Sozzy: il mondo del lavoro di appartenenza e le


origini mantovane.

Il pensiero della morte, quello vero e inaspettato, no. Lei era malata da un anno e
ha avuto modo di pensarci anche se non voleva. Il mio pensiero lucido sulla mia
(non)morte è stato furtivo. Dirvi che a tutt’oggi, dopo la mia non-morte, io abbia
ricevuto una vera e propria rivelazione, no. C’è una cosa che ho imparato, però: la
morte accompagna ogni nostro gesto, ed è la sua costante presenza invisibile che ci
può meglio definire finché siamo in vita.

Signora della Moda mi perdoni se la chiamerò La Sozzy, ma ho spesso sentito


appellarla in tal modo da persone che lavoravano con lei, seppure a distanze
mentali siderali, e secondo me è stato e sarà un modo per rendere meno difficile
l’approccio. A me piaceva e piace il nomignolo La Sozzy, oppure La Franca ché
nella moda di Franca ce n’era una e una sola.

L’altro giorno ero dalla dottoressa per il mio controllo e a un certo punto mi ha
detto: “Ma è morta la signora bionda, ma voi della moda come l’avete presa?”.
“Come se per i cristiani fosse morto il Papa”.

La potenza della signora bionda era arrivata fino a lì. A una scrivania incasinata,

!140
dentro una stanza piena di grafici di una dottoressa che vive nel suo mondo di
medico. Dove è perfettamente giusto che sappia che esiste una signora della moda
bionda e che allo stesso tempo si disinteressi totalmente al mondo stesso cui la
signora appartiene.

La Sozzy l’ho incontrata e vista spesso. Sempre velocemente, sempre il giusto


tempo di guardarla come si guarda un’effige, un cameo o qualcosa che non puoi
credere che abbia anche la terza dimensione. Quella umana. L’ho fotografata
sempre in tutte le occasioni in cui ho potuto e non ho mai avuto uno scatto
decente. Laddove sono riuscita con Anna Wintour, non sono mai riuscita con lei.

L’ho letta e ascoltata molto di più di quanto l’abbia ammirata: ho sempre cercato
nelle sue parole gli indizi di come ci si dovesse approcciare a questo mondo e in
generale, nella vita lavorativa. Aveva ed avrà sempre ragione su tutte le cose
importanti da sapere.

Lasciava intravedere come briciole di pane i punti cardinali per muoversi. Come la
faccenda del non creare problemi e dell’essere interessata solo a soluzioni. Ti ho
dato un compito? Fallo, portalo a termine, fatti aiutare e arriva da me con il
problema risolto. Da lì la sua forza di non sprecare un attimo del suo tempo, anzi
impiegandolo al millimetro senza un briciolo di pietà, nemmeno per sé stessa.

Non mi piacciono mai le pire delle streghe come non mi piacciono la santificazioni
postume. Ho imparato molto presto che la verità dell’esistenza di un essere umano
possiede un ventaglio di sfumature, sostanzialmente tutte impossibili da rivelare.

Ho sempre scherzato sui suoi capelli rimasti immutati nel tempo. Ho sempre detto
che a un’analisi al carbonio C14 si sarebbe potuto rilevare un ecosistema autonomo
all’interno della sua chioma.

Come i suoi capelli misteriosi lei stessa era fatta dei suoi pochi gesti rivelatori, le
battute taglienti, le battute divertenti: una madre spigolosa e respingente, una
tenutaria di segreti, un’indovina di talenti, una tiranna del gusto e del bello, una
potenza mai esposta, una madonna contemporanea.

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25 dicembre

GEORGE MICHAEL

di Cristiano Bocchi e Isabella Dessalvi

‘80
Quando uscì ‘Faith’, nel 1987, fui colpito da sdegno perché ritenevo la canzone
troppo simile a ‘Close to Me’ dei Cure ed io, che negli anni ‘80 ero darkettone, la
ritenni un’invasione di campo imperdonabile. Gli Wham, gruppo di GM, dovevano
restare nell’alveo artificioso della musica vanziniana, buona per Vacanze di Natale,
Massimo Boldi, Mario Brega e il peggior trash che si ricordi. C’era anche dell’altro
ci mancherebbe, ma quando sei adolescente non sei disposto a fare distinzioni tra
talento presunto e capacità di show biz. Qualche anno dopo avrei affiancato quella
prima fase dorata della band a un altro duetto, gli 883. Per me era evidente che, con
le dovute proporzioni Ridgeley, il meno bello del duo musicale, stesse a Repetto
come George a Pezzali. Ma andiamo con ordine. Se dovessi identificare adesso la
summa estetica di GM, userei l'aggettivo “grezzo” inteso non tanto come rozzo,
coatto, quanto una versione edulcorata di “ruspante” ovvero genuinamente
autentico. Doppio orecchino, lampade, mèches, barche da regata in ‘Careless
Whisper’, ballatona tutto sax e pelo, ne danno una testimonianza pressoché fedele.
GM, insomma, precorreva l'edonismo reaganiano senza passare per la raffinatezza
estetica New Romantic, cioè essere “ruspante” alla maniera dei Duran Duran. Il
George Michael del periodo risultava molto italiano senza per questo esserlo
davvero. Avere e non essere, ostentare per dominare, diventare non leggeri ma
frivoli: paninari. ‘Club Tropicana’ è il manifesto di tutta questa fuffa estetico/
filosofica dove peraltro, non contava tanto l'orientamento sessuale del cantante
quanto ciò che si lasciava intuire attraverso il culto della propria immagine. ‘Last
Christmas’ racconta la versione invernale della stessa storia: sofferenza amorosa coi
Moon Boot, tradimenti ad alta quota, sensibilità natalizie che ammiccano al vero
amore ma fanno intuire un tripudio di mutande e amplessi alpini. Come cataclismi,
accaddero poi due eventi musicali che scossero gli anni ‘80 e la visione glitterata di
cui GM era giovane Apollo: il Live Aid e la rivoluzione U2. Cambiarono i contenuti,
l’impegno sociale fece aumentare i profitti discografici e i post adolescenti capirono
finalmente la differenza musicale tra l'altro Michael, Jackson e Prince. George
sciolse i Wham e cominciò un percorso che lo portò alla sua canzone più bella
ovvero ‘Praying for Time’, svolta essenziale per la fase successiva della sua carriera.
Tra le cose che più hanno cambiato il mio modo di considerare GM, c’è
un’intervista doppia con Morrissey in cui il discorso finisce sui Joy Division, band

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fondamentale per la musica britannica. George, distante chilometri dal sound del
gruppo in discussione, ne fa un’analisi pertinente e completa argomentando con
dovizia di particolari: discografia, stile e pubblicazioni al riguardo. Mi piace
ricordarlo così: meshato, con la canottiera bianca all'uncinetto che surclassa uno
dei miei miti, Morrissey, che a noi archeodarkettoni piace immensamente e che
questo 2016 non ci ha ancora portato via

‘90
Se penso a George Michael la prima immagine che mi si forma in testa non è la
sua, bensì quella di mio cugino con un piccolissimo slippino bianco sul bordo della
piscina nella casa in cui passavamo le estati. Anni dopo ho realizzato che lui si
rifacesse molto, ma molto, all’immagine estetica del cantante in ‘Club Tropicana’.
Ero troppo piccola per capirci qualcosa, sono nata nel ‘77, per cui più di sentire le
canzoni più famose passate dalla radio o dalle cassette dei miei cugini,
sinceramente non saprei dire di quegli anni.
Potrei fare una disamina dell’artista, dalle sue canzonette degli anni ‘80, di quelle
un po’ più soul o blues degli anni ‘90 per arrivare ai live degli ultimi anni, alle cause
con le case discografiche, agli arresti causati dalla guida sotto l’effetto di
stupefacenti, al suo modo silenzioso di fare beneficenza ma, c’è un ma.
Per me George Michael vive in definitiva in due canzoni ben distinte che
indentificano, probabilmente, due momenti abbastanza importanti della sua
carriera artistica e della sua vita.
Nel mio immaginario adolescenziale George nasce sul palco di Wembley nel 1992,
indossando una giacca color salmone mentre dichiara di voler cantare una delle
sue canzoni preferite: ‘Somebody to Love’ dei Queen.
Ora, non mi ci vorrebbe tanto a dire che sono sempre stata una fan dei Queen e
per questo ho amato George nel suo tributo a Freddie Mercury. La realtà è proprio
il contrario. Mentre tutti i miei amici e compagni di scuola piangevano la morte di
Freddie Mercury personalmente la cosa mi lasciava alquanto indifferente. Il mio
background musicale era diverso. Non potevo perdere tempo con questi gruppi
quando mi chiamavano nella notte John Lee Hooker, Jimi Hendrix ed Eric Clapton
con le loro chitarre.
Però, proprio per questo quella canzone mi colpì profondamente. Tralasciamo
l’estetica tutta anni ‘90 di quella giacca che ho menzionato sopra, tralasciamo che
l’appuntamento era denominato Freddie Mercury tribute concert, tralasciamo pure
che su quello stesso palco ci passarono anche David Bowie, Elton John e Annie
Lennox, per citarne alcuni. Tralasciamo tutte queste cose e arriviamo al risultato più
importante: pensi al concerto tributo per Freddie Mercury ma nella tua testa vedi
solo lui: George che canta ‘Somebody to Love’ in una maniera che ti fa piangere, ti

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fa venire i brividi e ti fa esprimere i tuoi sentimenti con iperboli che includono
parolacce. Quelle voci che, magari le senti da una vita e dici anche “Sì, canta bene”
ma non ci fai davvero molto caso e poi, basta una canzone, una interpretazione per
pensare solo “Ma dove eri fino ad ora?”.
Indubbiamente veniva da quel video iconico che era ‘Freedom! ‘90’, un video girato
da David Fincher con tutte le top model più importanti del periodo e in cui
bruciava e faceva esplodere definitivamente i fattori che avevano caratterizzato la
fine degli anni ‘80 con ‘Faith’, la chitarra, il juke box e il mitico giubbotto di pelle:
ma sopra ogni cosa era l’assenza della sua immagine che pesava.
Andava verso la struggente lentezza di ‘Jesus to a Child’, scritta per la morte del suo
compagno, e verso il futuro immaginario e pompatissimo di ‘Fastlove’ per arrivare
alla seconda canzone che nella mia mente caratterizza George Michael: ‘Outside’.
Ecco, avevo 20 anni, era il 1998, ero giovane, carina e disoccupata (come il film di
quattro anni prima) e forse avevo perso la seriosità dei quindici anni, quindi sì,
posso dire che l’ho ballata fino allo sfinimento e guardato il video fino a farmi
uscire il sangue dalle orbite.
Nel video c’erano degli uomini che si baciavano (e volevano fare molto di più)!
Sconvolgimento massimo! E iniziava come un film porno anni ‘70 tedesco, e
c’erano le poliziotte con le tette mezzo fuori, e George ballava come un dannato.

E io pensavo nella mia testa: “let’s go outside” e infatti poco dopo andai a vivere
fuori casa.
Il tutto era una fantastica reazione allo scandalo che aveva investito il cantante
dopo aver adescato “per sbaglio” un poliziotto in un bagno pubblico a Beverly Hills
(ops!) e da qui venne il coming out di George (qualcuno disse “finalmente”, dato
che non era un segreto proprio ben celato) che ci diceva qualcosa che tutti forse
avevamo indovinato a partire dalla bella chioma che si vedeva nel video di ‘Careless
Whisper’.
E poi? E poi la lite con Elton John, gli arresti per possesso di cannabis e guida in
stato di ebbrezza, i concerti dal vivo, le cover dei New Order e di Stevie Wonder e
forse, dico forse, una morte non proprio chiara.
Però per me basta chiudere gli occhi e riesco a visualizzare un costumino bianco,
una giacca color salmone e una divisa da poliziotto, mentre sento una voce che mi
incita alla libertà e a uscire fuori.

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27 dicembre

CARRIE FISHER

di Federico Pucci

“Take your broken heart, make it into art”

Se ogni storia ha la forma di un ritorno a casa, il capitolo finale non può che fare
un giro e riportarci alla condizione iniziale: al principio del 2016 abbiamo perso
colui che ci ha trasformati in adulti mettendo in mostra il valore artistico e morale
della metamorfosi, alla fine abbiamo perso colei che per 40 anni ci ha fatti sentire
bambini da protagonista di una fiaba spaziale. Carrie Fisher è stata una delle ultime
stelle a spegnersi tra le pagine di questo sfortunatissimo calendario, appena un
giorno prima dell’amatissima madre, Debbie Reynolds: figlia e madre hanno tolto il
disturbo a un soffio di distanza, come quelle vecchie coppie di pensionati che
scompaiono nel giro di pochi giorni nei condomini delle città di provincia.

Un paio di settimane dopo la morte di Carrie Fisher ero in un aeroporto londinese


e mi è capitato davanti The Princess Diarist, memoir dell’attrice e scrittrice
pubblicato pochi mesi prima, a novembre. Nel volume Carrie gioca con la sua
gigantesca intelligenza, capace di analizzare lucidamente le sue stesse fratture
emotive, forse vittima di un’eccessiva autoanalisi ma svelta nel trasformare questa
consapevolezza di sé in lazzo. Per questo il racconto della sua avventura
sentimentale clandestina con Harrison Ford sul set di Star Wars è uno snodo
centrale della sua autobiografia, una storia di formazione al contrario, quella in cui
la ragazza che si finge sicura di sé viene demolita dagli eventi di fronte a un
modello di persona a proprio agio, adulta e fascinosa (anzi, al modello per
eccellenza quantomeno del decennio a venire). Nello scoprire ed esplorare la sua
inadeguatezza, Fisher sembra rientrare nel vecchio topos dell’inettitudine. Ma il
gesto di ripercorrere i momenti di disagio, riesumare i vecchi e imbarazzanti diari
pseudo-poetici redatti nel corso delle riprese del film, c’è qualcosa di più: c’è la
monumentale ironia di una principessa così lontana dai cliché della damigella
indifesa che tocca con mano la sua reale e disarmante fragilità (e non per questo vi
si arrende); c’è il bisogno di svelare prima di tutto a sé stessi quanto i traumi, dal
più grave al più minuscolo, siano momenti formativi da abbracciare senza vergogna.

Se insomma questa triste annata di addii era cominciata con l’esempio di un uomo
alle prese con lo stigma della malattia fisica, il capitolo finale ci offre la possibilità

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di riflettere su quanto ancora la malattia mentale di ogni genere e grado viva in
un’intercapedine oscura delle nostre coscienze pubbliche, qualcosa che merita di
essere discussa apertamente per non cascare nei luoghi comuni quando si stila un
coccodrillo come questo, perché diventi elemento di illuminazione e non di
commiserazione. E che tutto questo non deve per forza assumere i contorni di una
triste parabola o di una generica riflessione sui sentimenti. Mentre riflette con
lucidità sulla carriera professionale di ospite delle convention di Star Wars,
nell’atto di disapprovare con umorismo quelle che chiamava “sessioni di lap
dance”, cioè le foto e gli autografi a pagamento, Carrie Fisher apre uno spiraglio
sull’esistenza ai margini dell’industria cinematografica, vestendo i ricordi di un
irresistibile umorismo da nobiltà hollywoodiana decaduta e senza un grammo di
mestizia. Mentre giudica i propri fallimenti amorosi e i buchi neri esistenziali, lo
sconforto non ha mai la meglio, e anche un’ammissione di debolezza si trasforma,
per la stessa consapevolezza, in una socratica propensione allo splendore umano.
Le ceneri di Carrie Fisher riposano in un’urna a forma di pillola di Prozac: se,
andandosene, ci avesse lasciato anche solo la voglia di scherzare di sé e con gli altri
(e mai il contrario) Carrie avrebbe fatto già più di molti altri illustri morti di questa
lunga lista. Una lista nobile che si chiude con la stella di un film di fantascienza, il
finale più fisheriano che si potesse immaginare.


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POSTFAZIONE: TUTTI GLI ALTRI

di Paolo Madeddu

Intro: Black Mirror

I megagiornali italiani hanno tra i loro precari stuoli di giovani intellettuali radicals
sgamatissimi ed estremamente preparati in materia di comunicazione e media
moderni, costretti da un contrappasso feroce (o forse invece da una cinica quanto
entusiasta disponibilità) a una costante ricerca di idee per gallery, possibilmente
inutili e cretine, con cui alimentare le belve mostruose chiamate CLIC.

In cerca di cibo per i clic, un giorno un giovane intellettuale come gli altri, ma degli
altri un po’ più ammalato, andrà per cimiteri alla ricerca di tombe famose e scatterà
foto di fiori appassiti; oppure, ancora meglio, installerà un congegno conta-visite, in
modo da sparare titoli come “NEGLI ANNI 80 LE FOLLE LO AMAVANO – OGGI
NESSUNO VISITA LA SUA TOMBA”, oppure “DA VIVA, TANTI AMANTI E
TANTO SESSO – DA MORTA, NEMMENO UN FIORE”. Ma questo non sarebbe
particolarmente inventivo. Più interessante sarà quando quelli di noi che hanno
una certa visibilità – perché sono vip, perché influencer, o perché sono Fedez –
cederanno da vivi i diritti dello sfruttamento della propria dipartita e del proprio
ricordo a qualche società che a sua volta negozierà con Zuckerberg e con Google le
percentuali da assegnare agli eredi.

Forse quindi la verità è semplicemente che ricordiamo i morti sui social a spron
battuto perché ora come ora non costa nulla. Ma il nostro sesto senso ci dice già
che un giorno cambierà.

Intro n.2. Non sono degno! Ma c’ero solo io

Io, mi spiace dirlo, il regista iraniano Kiarostami non so chi sia. Dovete scusarmi,
per lui e per tutti gli altri che non citerò. I casi sono due: o non li conosco, oppure
me li sono persi nella interminabile pagina di wikipedia “Morti nel 2016” che
peraltro non è nemmeno completissima.

Intro n.3. In compenso

...però so chi è Carlos “Gaucho” Toffoli – argentino, giunto al Lecce con fama di
bomber, un unico campionato italiano disastroso, sin da un derby col Foggia nel
quale sbagliò un rigore decisivo tirando così male e lentamente che il portiere
Mancini (“l’Higuita di Matera”) si stava buttando a destra ma fece in tempo a

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fermarsi e andarlo a prendere con due passi a sinistra (Mancini tuttavia è morto
prima di lui – nel 2012). Ecco, era un modo per suggerirvi di non aspettarvi molto
da me. Se non nella prosopopea, forse. Ad esempio, guardate come intitolo il
prossimo cappello introduttivo.

Intro n.4. Vero è ben, Pindemonte

Prima di imparare ogni cosa inglese e americana, nelle scuole italiane si studiava
Ugo Foscolo, basettone che potreste conoscere per 1) l’omonima via (dovrebbe
esserci in ogni città), 2) le Ultime lettere di Jacopo Ortis (grama versione italiana di
un format di Goethe) 3) il carme Dei Sepolcri. Ecco, lì Foscolo ha posto la
questione meglio di chiunque, inglesi e americani compresi. Ovvero: all’ombra
degli status, e nei tweet confortati di pianto, è il sonno della morte men duro per
tutti noi? Quanto è stucchevole, condividere il lutto sui social? Quanto è un modo
di elaborare il lutto a gran velocità, facendolo diventare l’ennesima gara ad
acchiappare like, a dare la notizia per primi, a sciorinare una ennesima, sontuosa
manifestazione della propria (e non del morto) mirabile personalità? E quanto è
invece una espressione forse traballante, forse superficiale ma spesso sincera di un
istinto innato, quello di riconoscere che una certa persona ha fatto qualcosa che è
stata una parte, magari anche microbica, delle nostre vite? C’è da dire che il culto
dei morti e le pompe funebri sono giunti fino a noi da secoli precedenti, e per ora li
abbiamo conservati come sono, ma chi lo sa se andrà così ancora a lungo. Nel
frattempo, ci siamo inventati questa cosa. Che c’è da un bel po’ – la famosa,
irresistibile striscia di Zerocalcare Quando muore uno famoso non è uscita nel
2016. Ma quest’anno tutti abbiamo dovuto constatare l’impennata. Malgrado gli
irriducibili che esasperati (e un po’ esasperanti) ripetono da mesi: “Basta!! Muoiono
perché sono vecchi! Perché siamo vecchi anche NOIII!!1!1!” e gli aritmetici che “I
famosi sono aumentati esponenzialmente, tutti hanno i loro 15 secondi, anche una
creatura sideralmente insulsa e inutile può diventare un acclamato YouTuber”, ecco,
io mi sento di poter dire, visto che ogni tanto un coccodrillo mi tocca per mestiere,
che il 2015 e i suoi fratelli maggiori, pur avendoci privato di diversi punti di
riferimento, non l’avevano certo messa giù dura come il 2016.

Intro n.5. Musicisti morti nel 2015

Visto che nel 2016 è stata la categoria più falciata, proviamo un raffronto. Steve
Strange dei Visage. Jim Diamond dei Ph.D., e Cilla Black, e Chris Squire degli Yes.
Allan Toussaint. Pino Daniele (penserete magari a Mango, però no: dicembre 2014).
B.B. King e pure Ben E. King e Percy Sledge. Edgar Froese dei Tangerine Dream.
Demis Roussos. Kim Fowley. Daevid Allen dei Gong. Quindi sì, qualcuno ci ha
lasciati anche l’anno scorso, certo. Sono un po’ meno però, no? E poi, scusate se lo
dico – chi di loro era a tutti gli effetti una megastar? Persino tra i tre che ho lasciato

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fuori per evidenziare come il dicembre 2015 aveva avuto una sorta di accelerazione
finale, forse presaga: Lemmy dei Motorhead, Scott Weiland degli Stone Temple
Pilots, Natalie Cole. Tant’è che all’inizio del 2016, quando non sapevamo cosa ci
attendeva, avevamo pensato “Oh, prima Lemmy poi Bowie”. Invece no, ora
sappiamo che Bowie è stato quello che ha dato il via al Club del 2016. Tipico di lui.

Ed ora, fatta più di una pre-messa – nel senso di “prima della messa” (funebre),
venite con me nella

FOSSA COMUNE

Una cosa che si può dire del 2016 è che ha fatto fuori quasi sempre gente molto
amata. Quelli che procurano nocumento all’umanità tutta continueranno a
impreziosire le nostre vite, con cariche pubbliche o trasmissioni tv. Possiamo fare
qualche eccezione per il gangster Angelo Epaminonda detto il Tebano, e il boss
Bernardo Provenzano. E anche Fidel Castro, diciamolo pure, non aveva solo
simpatizzanti. Così come David Hamilton è stato salutato più come molestatore e
pedofilo che come fotografo di nudi fatti passare per “artistici” negli anni 80.

Poi ci sono due che hanno avuto un bel po’ detrattori, ma moltissimi estimatori:
Gianroberto Casaleggio e Bernardo Caprotti. Il brasiliano Joao Havelange non
aveva alcun estimatore, eppure, toh, le federazioni calcistiche lo votavano sempre
come boss del pallone mondiale, forse perché era il Michelangelo della corruzione.
A proposito di calcio brasiliano, io non ho mai visto giocare Carlos Alberto,
campione del mondo nel 1970 con Pelé contro Riva, Mazzola, Facchetti, Boninsegna
e (per 6 minuti) Rivera, ma mio padre diceva che era fortissimo, mi fido. Ah,
parlando di sport, si è immerso nel grande mistero Enzo Maiorca. Non c’è stata
homepage che non abbia ricordato che le sue furono le prime bestemmie mandate
dalla Rai, in diretta quando un cameraman (campione di Rischiatutto. Metafora?) gli
ostruì la strada mentre scendeva in apnea.

Ora viene una sezione in cui faccio ancora peggior figura. Però sarà capitato anche
a voi di pensare: “Ah, ma era ancora vivo?” Mi offro al vostro dispregio facendo i
nomi di Mose Allison (pianista blues e jazz elegantissimo, ma rinomato anche per i
testi), Zsa Zsa Gabor (attrice effervescente, rinomata per i nove mariti), Pierre
Boulez (direttore d’orchestra senza bacchetta), Richard Adams (scrittore, autore de
La collina dei conigli), Merle Haggard (l’emblema del cantante country che mangia
pane e bandiera), Gil Ventura (varesino, rivale di sax e di donnenude del più celebre
Fausto Papetti – che però lo ha preceduto) (in ogni caso entrambi fecero la propria
versione di Ultimo tango a Parigi dello zapatista Gato Barbieri) (unica volta in cui
quest’ultimo mise una donna nuda in copertina invece che se stesso col cappello).

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Però dite la verità: che Harper Lee era ancora viva, molti di voi lo hanno scoperto
nel 2015 quando a sorpresa dopo anni di Salingeritudine aveva pubblicato Va’ e
metti una sentinella, il sequel antecedente (...sì, è un po’ complicato. E questo
pezzo è già lungo) de Il buio oltre la siepe.

Per contro non era morto Dave Swarbrick dei Fairport Convention, anche se nel
1999, quando i social non esistevano, il Telegraph lo diede per trapassato: pare che
un infermiere di quelli foraggiati dai giornali inglesi per batter sul tempo la
concorrenza sulle morti avesse affrettato un po’ l’esito di un’operazione: lo diede
per spacciato e il giornale uscì con un articolo in cui lo rimpiangeva tantissimo.
Swarbrick invece sopravvisse all’intervento – ma non al 2016. Invece il Telegraph
sopravvive, e le redazioni italiane ne sono ghiotte, ghiotte, ghiotte.

Rimango sui musicisti purtroppo non popolarissimi, però chiamati a far parte del
club: per alcuni morire nel 2016 è stato come partecipare a Woodstock per Carlos
Santana, mettendosi in mostra accanto a band già consacrate (come i Jefferson
Airplane di Paul Kantner, acidissimo autore di Volounteers). Tipo Cecill Bustamente
Campbell, conosciuto come Prince Buster, pioniere dello ska, totem per le band del
revival di fine anni 70 (i Madness presero il nome da un suo pezzo). O Michel
Delpech, n.1 in Inghilterra (un francese!) con Wight is Wight (sai cos’è? È l’isola di
Wight). Paul Bley, jazzista che ha suonato coi grandissimi, ma perseguitato
nell’ambiente da un’etichetta: “marito di Carla Bley” come se il cognome lo avesse
preso lui da lei. Se conoscete Giorgio Gomelski è perché seguite da sempre i
Rolling Stones. E se conoscete René Angelil è perché seguite da sempre Celine
Dion. Se conoscete Vittorio Los Andrei, noto come Cranio Randagio, avete seguito
X Factor. Mentre se ricordate Primo Brown, è perché seguivate il rap quando X
Factor non c’era. Se conoscete Billy Paul, è perché – farabutti - avete fatto proprio
l’inno dei fedifraghi, Me and Mrs. Jones. Se conoscete Robert Stigwood, siete
decisamente degli addetti ai lavori o fan dei Bee Gees: fu il loro produttore ma
anche quello che mise i soldi nel film Saturday Night Fever. Purtroppo li usò per
un altro film, una follia ricolma di star tratta dal Sgt. Pepper dei Beatles,
interpretata da Bee Gees, Peter Frampton, Aerosmith, Alice Cooper, Billy Preston,
Steve Martin, Donald Pleasence, George Burns e gli Earth, Wind & Fire.

…A proposito di EW&F: nessuno qui ha scritto l’orazione funebre di Maurice


White. È un po’ spiacevole, ma è andata così: forse da noi, Elio&leStorieTese a
parte, nessuno ne conosceva le gesta. D’altra parte, non c’è White, ma nemmeno
Black ovvero Colin Vearncombe, interprete di Wonderful life, smash hit anni 80 che
però lo aveva esasperato, tanto che nel 2005 incise Are you having a wonderful life?,
in cui era ancora più melanconico. Ma torniamo a Sgt. Pepper: voi dovreste sapere

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che c’è stato un uomo che lo ha reso possibile, colui che faceva diventare musica le
idee più fantasmagoriche dei quattro favolosi: George Martin, il patriarca dei
produttori, brillante quanto paziente.

Rush finale per la musica: Toots Thielemans, belga, ha nobilitato l’armonica a bocca
e suonato coi giganti, e duettato con Mina in Non gioco più. Nel 2016 ha smesso di
giocare un altro che ha contribuito alla gloria minense: il paroliere Giorgio
Calabrese, anche se – e sottolineo se – si potrebbe sostenere che diede il meglio ne
Il nostro concerto, scritta per Umberto Bindi. Bisognerebbe chiederlo a Franco
Nisi, ovvero Radio Italia Solo Musica Italiana fatta persona. Ma come si fa? È morto.
(...lo specifico perché in questa digressione c’è anche qualche vivo. Beh, per ora). E
poi Rick Parfitt degli Status Quo, il cui riff in Whatever you want risuonerà per
sempre nel paradiso del Classic Rock.

Con la musica avrei chiuso, perché obiettivamente che nelle carriere di Laura
Troschel e Karina Huff, i 45 giri e 33 giri incisi vengono molto dopo copertine di
Playmen, programmi tv, film e spettacoli teatrali, anche se purtroppo non hanno
mai avuto occasione di recitare accanto al grande, irreprensibile Giorgio Albertazzi.
Chissà perché. E non sono nemmeno state chiamate a Hollywood da Curtis
Hanson, uno del quale magari avete visto e apprezzato più di un film senza sapere
che era suo (Cattive compagnie, La mano sulla culla, L.A. Confidential , 8 Mile, Too
big to fail). Tuttavia la Troschel ha fatto un film con Franco Citti: Ciao marziano di
Pingitore, con il marito Pippo Franco, Oreste Lionello, Bombolo, Martufello,
Luciana Turina, Teo Teocoli, Isabella Biagini. E nel ruolo del sindaco di Roma,
Giancarlo Magalli. Citti interpretava “il cinese”. E sapete, secondo me il suo amico
Pasolini sarebbe stato invidiosissimo, più che della sua parte ne Il Padrino. Perché
sapete, il cinema de borgata eccetera.

Ma parlando di arte: Silvio Gazzaniga. Scultore milanese. Non lo conoscete? Eppure


una delle sue sculture è famosissima in tutto il mondo, ma famosa davvero. È d’oro
massiccio. È la coppa del mondo. Sì, la copa de la vida in persona – l’ha scolpita nel
1971 (una volta l’ha alzata anche Cesarone Maldini, da vice di Bearzot nel 1982 –
anche se ha vinto più da giocatore, come capitano del Milan di Nereo Rocco, che da
allenatore – e occhio, se si conta l’Italia Under 21, non ha vinto poco). Sempre
parlando di arte: ci ha lasciati anche l’archistar irachena Zaha Hadid, con la sua
architettura curvy che sembra uscita da Guerre Stellari (più che il Maxxi di Roma,
la stazione per la funicolare di Innsbruck).

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Bene, siamo alla fine. Sì, è stato un ricordo raffazzonato e frettoloso, ma in fondo
l’importante era citarli, anche per far capire cosa avrebbe comportato averli TUTTI.
Comunque ora il 2016 è morto anche lui, e non c’è Umberto Veronesi o Henry
Heimlich che lo possano salvare. Però lo ricorderemo, no? Foscoli che non siamo
altro.

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"

di Giorgia Meschini

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