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Campi morfogenetici

A partire dagli anni venti alcuni biologi hanno cominciato a utilizzare l'espressione campi
morfogenetici per indicare i campi che danno forma ai sistemi biologici; recentemente, questo
concetto è stato ampliato, precisato e reso noto al grande pubblico dal biologo Rupert Sheldrake,
che ha adottato la denominazione di 'campi morfici'. La sua premessa è semplice: la Forma segue il
campo. Le strutture biologiche si dispongono in base a invisibili campi organizzatori. Una ghianda
racchiude in sé il progetto della quercia, non soltanto nei suoi geni, ma anche nel suo campo
morfico. A questo punto è inevitabile chiedersi: 'ma i suoi geni non contengono già tutti i codici
necessari per far cresce re l'imponente albero? Perché occorre un'altra struttura?' Perché i geni sono
deputati alla progettazione delle parti, non dell'insieme. Nessuno si è ancora imbattuto in un gene
in grado di mettere insieme le diverse parti per formare un'unica entità. Non è ancora stato
individuato il singolo codice genetico che ordina a una ghianda di trasformarsi in quercia, a un
girino di trasformarsi in rana, o a un uovo di trasformarsi in struzzo. Nessuno è riuscito a spiegare
in che modo alcuni geni siano in grado di far spuntare la testa di una termite dalla parte giusta, o
in che modo costringano una colonia di termiti a collaborare per la costru zione di un nido alto
nove metri e più. Come Sheldrake ha puntualizza to «Ai [geni] sono da attribuire proprietà che
vanno ben oltre il loro ruo lo chimico conosciuto.» Questi biologi sono giunti alla conclusione che
l'embrione racchiude in sé un campo di informazioni che lo guida verso la sua forma adulta e che
regola il suo comportamento istintivo. Essi ri tengono che questi campi, in grado di generare la
forma, rappresentino un elemento essenziale dello sviluppo biologico, almeno quanto i geni. Negli
anni quaranta il neuroanatomista Harold Burr dell'università di Yale fornì una delle prime prove
empiriche dell'esistenza di un campo energetico che circonda il corpo umano. Utilizzando un
normale volt- metro, egli misurò il campo elettrico che circondava un germoglio, risultato assai
simile al campo di una pianta adulta. Allo stesso modo il cam po energetico che circondava una
giovane salamandra era approssimativamente uguale a quello di un esemplare adulto. Man mano
che Burr procedeva nella mappatura dei primi stadi di sviluppo della salamandra, fu stupito nel
notare che l'asse elettrico, che di seguito sarebbe stato allineato con il cervello e il midollo spinale
dell'adulto, era già presente nell'uovo non fecondato.

Nel corso di un altro esperimento, sempre su alcune salamandre, alcune cellule di tessuto primitivo
e non specializzato, prelevato da una zampa anteriore amputata, che era stato trapiantato vicino
alla coda, si rigenerava sotto forma di coda; se invece veniva trapiantato vicino alla zampa
posteriore, dava origine a un'altra zampa posteriore. Dopo avere ulteriormente esaminato questi
risultati, il chirurgo ortopedico candidato al Premio Nobel, Robert Becker concluse che «era evidente
che i messagge ri chimici erano totalmente incapaci di trasmettere una tale complessità
organizzativa. [...] Doveva esserci qualcos'altro - qualcosa di simile al campo morfogenetico - che
potesse contenere in sé l'intero progetto or ganizzativo.» Questa teoria giustifica alcuni dei
meccanismi ereditari ancora non codificati, e le sue implicazioni sono profonde.