Sei sulla pagina 1di 122

Scriveva Edmund Burke: « Un buon curato una volta disse che dove

inizia il mistero, la religione comincia. Altrettanto non si può dire della


legge umana, almeno credo, che dove comincia il mistero, termina la
giustizia... » L'ultima parte di questa affermazione è chiaramente
giusta, la prima è sicuramente sbagliata. La religione, infatti, non
potendo essere confermata o negata dalla sola ragione, deve
basarsi sul mistero. E quello che vale per la religione vale anche per
l'etica e l'estetica.

Ma non lasciamoci distrarre troppo dai pensieri filosofici. Basti dire


che molto di ciò che nella vita è pittoresco e positivo si basa sul
mistero, per cui è assolutamente naturale che la gente ne sia
sempre stata affascinata. Come sarebbe monotona la vita se non ci
fossero ipotesi, congetture e sorprese. All'affermazione di Burke si
potrebbe aggiungere che il mistero comincia dove la conoscenza
finisce. Quantunque si sia nel ventunesimo secolo, la somma del
nostro sapere, nonostante le nostre vanità, è ancora molto limitata, e
lo spazio per le congetture e la sorpresa è proporzionalmente ampio.
Grazie a Dio...

Così, ecco qui una scelta di celebri misteri. Gli argomenti sono i più
svariati, così come i luoghi e i tempi storici. Eppure hanno tutti un
tratto in comune: non hanno una risposta o una soluzione e, nella
maggior parte dei casi, non l'avranno mai. Il lettore è libero di
scegliersi l'ipotesi che preferisce. È possibile, naturalmente, che il
progresso scientifico o qualche imprevisto rivolgimento politico
conducano alla soluzione di enigmi storici, come avvenuto nel caso
della sfortunata principessa Anastasija Nikolaevna Romanova e
della donna – Anna Anderson – che per più di mezzo secolo tentò di
assumerne fraudolentemente l'identità, come è possibile che un
colpo di fortuna porti, prima o poi, al ritrovamento dei resti di Jimmy
Hoffa o di documenti che svelino la verità sull'assassinio del
presidente John F. Kennedy. Ma il destino del Mary Celeste, gli
enigmi di Mayerling e della Sacra Sindone, come le ambiguità e le
incertezze della maggior parte degli altri casi continueranno, con
tutta probabilità, a tormentare le generazioni future.

Alcuni misteri trattano vicende personali. E chiunque abbia mai


avuto un sogno premonitore, di natura personale o impersonale,
avrà senza dubbio riflettuto che, se è possibile precedere il tempo,
potrebbe essere possibile anche ricatturare momenti del passato
personale o razziale. Una tale facoltà potrebbe spiegare le
esperienze di Moberley e Jourdain al Petit Trianon, così come le
strane coincidenze di eventi descritte nel capitolo sulla sincronicità.

Il nostro ringraziamento va a tutti coloro, editori e ricercatori, che


hanno reso possibile la stesura e la pubblicazione di questo volume.
MORTI E SPARIZIONI
Rillington Place n. 10

La Successione di eventi di quello che i giornali dell'epoca definirono


' il più grande mistero criminale di tutti i tempi' iniziò il pomeriggio del
24 marzo 1953 in una squallida casetta nel quartiere londinese di
Notting Hill. L'inquilino, un immigrato giamaicano di nome Beresford
Brown, voleva risistemare la cucina al pianterreno e cercava un
posto dove sistemare uno scaffale. Quando picchiò con le nocche il
muro d'angolo, si accorse che suonava vuoto e che, in realtà, si
trattava di un ripostiglio ricoperto di carta da parati. Ne strappò via
una striscia scoprendo un buco nella porta attraverso cui potè dare
un'occhiata al lume di una torcia. Quello che vide era indubbiamente
la schiena di una donna nuda, che pareva piegata in avanti con la
testa tra le ginocchia, come se si sentisse male. Questo spiegava
l'odore nauseabondo che invadeva la cucina, non dissimile da quello
di un topo morto.

La polizia arrivò nel giro di pochi minuti, parimenti il patologo dottor


Francis Camps. La porta del ripostiglio fu aperta e si vide che la
donna seduta era sostenuta da un lembo di coperta annodato al
reggiseno. L'altra estremità della coperta ricopriva una sagoma
appoggiata al muro, che si rivelò un altro corpo. E più in là, in fondo
al ripostiglio – che era la carbonaia – un'altra sagoma sembrava
malauguratamente un terzo corpo, in posizione eretta.

Il primo cadavere era quello di una giovane donna piuttosto carina:


un segno intorno al collo indicava che era stata strangolata, una '
stalattite' di muffa le usciva dal naso. L'esame medico dimostrò che
era morta da circa un mese e la grossa quantità di sperma che
gorgogliava dalla vagina – circa 5 cc – indicava che l'assassino
aveva avuto un tremendo orgasmo, oppure che l'aveva violentata
più di una volta. Anche il secondo cadavere, vestito solo di un
cardigan e di una maglietta, era di una giovane donna: anch'essa
uccisa e violentata. Il corpo era stato messo nella carbonaia a testa
in giù e l'esame medico rivelò che si trovava lì da circa due mesi.
Pure il terzo corpo era di una giovane donna, a testa in giù e avvolto
da una coperta. Come nel caso del secondo cadavere, un pezzo di
stoffa era stato posto tra le gambe come un pannolino. La donna
indossava soltanto un paio di mutandine di seta rosa, il reggiseno e
due magliette. Era incinta di sei mesi ed era nel ripostiglio da due o
tre.

Questi non furono i soli macabri resti che vennero trovati al n. 10 di


Rillington Place. Sotto le assi del pavimento della sala, che dava
sulla strada, fu rinvenuto un altro cadavere nudo, avvolto in una
coperta. Quest'ultimo era di una signora di mezza età, morta da tre o
quattro mesi. Tra le gambe aveva anch'essa un pezzo di seta a
guisa di pannolino. Perlustrando il giardino si scoprì che un paletto di
sostegno ad uno steccato era un femore umano e gli scavi portarono
alla luce le ossa di altri due corpi femminili.

Identificare l'assassino non fu un problema. Era John Reginald


Halliday Christie, vissuto nell'appartamento al pianterreno negli ultimi
quindici anni e che aveva avuto l'uso esclusivo del
giardino. Christie venne descritto come un uomo alto, magro, calvo e
occhialuto. Il corpo trovato sotto le assi del pavimento era quello di
sua moglie, la cinquantatreene Ethel Waddington.

Christie aveva lasciato l'appartamento quattro giorni prima,


subaffittandolo ad una coppia di coniugi di nome Reilly (dai quali si
era fatto pagare l'affitto di otto sterline). La sera stessa era arrivato il
proprietario, un altro immigrato giamaicano di nome Charles Brown,
che, trovati i Reilly nella casa, aveva loro ordinato di andarsene la
mattina seguente, dal momento che Christie non aveva alcun diritto
di subaffittare l'appartamento.

Il n. 10 di Rillington Place, poi ribattezzata Rushton Place

A questo punto si aprì la caccia a Christie. Naturalmente Scotland


Yard temeva che potesse commettere altri delitti. Una settimana
dopo, il 31 marzo 1953, un poliziotto credette di aver riconosciuto il
ricercato in un uomo che, vicino a Putney Bridge, fissava tetramente
le acque del Tamigi. Quando gli furono chieste le generalità, costui
ammise tranquillamente di essere Christie e si fece condurre
docilmente dall'agente Ledger alla centrale di polizia. Sembrava
sollevato che tutto fosse finito.

La scoperta della macabra serie di omicidi commessi al 10 di


Rillington Place, portò alla mente un'altra terribile tragedia accaduta
nella stessa casa quattro anni prima. Il 2 dicembre 1949, la polizia
aveva rinvenuto i cadaveri della ventenne Beryl Evans e della figlia
di un anno, Geraldine, nella lavanderia fuori dalla porta di servizio. Di
entrambi i delitti era stato incolpato il marito Timothy Evans, un
operaio analfabeta, che per questo era stato condannato a morte ed
impiccato.

Il dubbio, ora, sorse in molti: poteva, Christie, essere anche


l'assassino di Beryl e Geraldine Evans? Lo stesso Christie rispose in
parte a questo interrogativo, quando, poche settimane dopo,
confessò di aver strangolato Beryl Evans con una calza, affermando
che lei stessa gli aveva chiesto di aiutarla a suicidarsi. Ma negò
risolutamente di aver ucciso la piccola Geraldine.
La polizia scava nel giardino al n. 10 di Rillington Place. La ricerca
portò alla luce i resti di sei cadaveri.

Reg Christie (come si faceva chiamare) era nato nello Yorkshire


nell'aprile del 1898, figlio di un disegnatore di tappeti dedito a
maltrattare i familiari. Di costituzione gracile, Christie, durante
l'adolescenza, veniva considerato una ' femminuccia' dai compagni
di scuola. Spesso si ammalava e aveva frequenti problemi con la
polizia per piccoli reati: era il classico delinquente di mezza tacca
che alla fine viene sempre catturato. A quindici anni si impiegò
presso la polizia di Halifax, ma fu licenziato perchè rubacchiava e
quando per un furtarello perse il posto anche nella fabbrica di tappeti
di suo padre, il genitore lo cacciò di casa. Prestò servizio di leva
durante la prima guerra mondiale e, come lui affermava, rimase
intossicato dai gas. Nel 1920 trovò lavoro come impiegato in un
lanificio ed iniziò a corteggiare una vicina di casa, Ethel Simpson
Waddington, una ragazza semplice, casalinga di carattere debole. Si
sposarono nello stesso anno.

Le vecchie abitudini, tuttavia, erano dure a morire. Nel 1921 Christie


lavorava come postino e la gente si lamentava che molte lettere e
pacchi non arrivavano a destinazione. Le indagini

rivelarono che Christie li aveva rubati, reato per cui venne


condannato a tre mesi di prigione. Nel 1923 fu accusato di truffa e
messo in libertà vigilata. Nel 1924 fu condannato a nove mesi per
furto. Questo era troppo per Ethel, che fece i bagagli e se andò.
Christie si trasferì a Londra e andò a vivere con un'altra donna, che
aveva incontrato sulla corriera per Margate. Ma la sua riluttanza a
lavorare diventò la causa di frequenti litigi e fu proprio a seguito di un
alterco che Christie colpì la sua nuova compagna con una mazza da
cricket, sfondandole quasi il cranio. Per questo venne condannato a
sei mesi di reclusione per lesioni gravi e, nel 1933, gliene furono
inflitti altri tre per aver rubato l'auto di un sacerdote che lo assisteva.
Durante la detenzione scrisse ad Ethel, che si trovava a Sheffield,
chiedendole di andarlo a trovare in galera. Quando uscì, si rimisero
insieme. La loro nuova casa era la fatiscente casetta alla fine del cul-
de-sac chiamato Rillington Place. L'affitto era di dodici scellini e nove
pence alla settimana.

Nel settembre 1939, nonostante i suoi precedenti penali, Christie fu


accettato nella War Reserve Police, divenendo rapidamente
impopolare nella zona dove prestava servizio per il suo
comportamento prepotente e importuno: amava sbattere dentro la
gente per ogni minima violazione dell'oscuramento. Durante questo
periodo, Ethel si recava spesso a trovare la propria famiglia a
Sheffield e, nel 1943, Christie ne approfittò per allacciare una
relazione extraconiugale con una giovane donna, impiegata della
stazione di polizia di Harrow Road. Il marito, un soldato, venne a
saperlo e, sorpresili insieme nell'appartamento di Rillington Place,
picchiò Christie, citandolo poi come correo nella causa di divorzio.

È possibile che sia stata proprio questa umiliazione a far scattare in


Christie la molla per il primo delitto. Qualche tempo dopo lo scandalo
del divorzio, Christie incontrò una giovane prostituta austriaca di
nome Ruth Fuerst – rifugiatasi in Inghilterra a causa della guerra – e
la portò a Rillington Place. Ethel si trovava a Sheffield. Mentre si
accingevano ad avere un rapporto sessuale, lui la strangolò con una
corda e tale scelta suggerisce che l'assassino premeditò il delitto.

Probabilmente decise di ucciderla mentre si spogliava. Perchè? La


risposta arrivò, nel 1959, dal dottor Francis Camps, il patologo che si
occupò del caso, durante una conversazione con mio padre Colin.
Camps disse che durante il processo, stranamente, con vennero
menzionate alcune strane circostanze, tra le quali il fatto che lui
aveva trovato sperma secco nelle cuciture delle scarpe di Christie.
Secondo Camps questo indicava chiaramente che l'assassino si era
masturbato in piedi di fronte al cadavere, la qual cosa significava, a
sua volta, che egli doveva vedere il cadavere per raggiungere il
massimo stimolo. In breve, Christie era un necrofilo. Infatti, come
ammise più tardi, la più travolgente emozione della sua vita Christie
la provò quando, all'età di otto anni, vide il cadavere di suo nonno.

Quasi sicuramente Christie mentiva quando disse di aver avuto un


normale rapporto con Ruth Fuerst. Da ragazzo, Christie era lo
zimbello dei suoi coetanei in quanto considerato impotente.

Dopo un'esperienza umiliante con una ragazza, venne


soprannominato ' Reggie-No-Dick'
(Reggie-Senza-Pisello) e ' Can't-Do-It-Christie' (Non-Ce-La-
Faccio...). Con donne timorose e passive (come Ethel) poteva
arrivare al rapporto sessuale, sebbene egli stesso abbia affermato
che con la moglie ebbe il primo rapporto dopo due anni di
matrimonio. Tuttavia, con la maggior parte delle donne era impotente
a meno che esse non fossero in stato di incoscienza o morte. Così
quando Ruth Fuerst entrò nell'appartamento, Christie probabilmente
aveva già pronta la ' corda dello strangolatore' (con un nodo a
ciascun capo), nascosta sotto il cuscino, per uccidere la donna e
usarne il cadavere come giocattolo erotico fino al ritorno della
moglie. In realtà, venne interrotto. Poco dopo il delitto arrivò un
telegramma di Ethel, che annunciava il suo ritorno.

Christie dovette nascondere frettolosamente il corpo sotto le assi del


pavimento, per poi seppellirlo in giardino alla prima occasione. Ora
aveva ammazzato una donna e il doloroso complesso di inferiorità –
riaccesso dalle percosse ricevute dal soldato infuriato – si era sopito.

Nel dicembre 1943 la tentazione si fece sentire di nuovo. Non più


poliziotto, lavorava in quel periodo per la ditta Ultra Radio, dove
aveva conosciuto Muriel Eady, una donnetta paffuta e attraente.
quest'ultima gli aveva detto di soffrire di catarro e Christie ebbe
un'idea: le disse di conoscere una cura e la invitò a Rillington Place
mentre Ethel era assente. La cura, le assicurò,

consisteva nell'aspirare da una ciotola i vapori di balsamo Friar, con


un panno sopra la testa per meglio contenere i vapori. Christie
intanto allacciò un tubo di gomma al rubinetto del gas e lo inserì
sotto il panno. Muriel morì pacificamente. Fremendo per
l'eccitazione, Christie la trascinò sul letto, la spogliò e la violentò. In
seguito disse di aver provato un senso di tranquillità squisita,
guardando il cadavere. « Non ho rimpianti... » Anche Muriel Eady
trovò il proprio posto nel giardino.

Per sei anni Christie non uccise più ed è possibile che stavolta il
delitto non fosse premeditato.
Nell'appartamento al piano superiore erano venuti ad abitare
Timothy e Beryl Evans, ma litigavano in continuazione. La causa di
uno di questi alterchi era una ragazza bionda che viveva con loro e
che dovette andarsene. Nelle sue confessioni, Christie sostenne di
aver strangolato la signora Evans su sua stessa richiesta, perchè
voleva morire. Può darsi che in questo ci sia un fondamento di
verità. Ma ciò che Christie non disse era che Beryl Evans aveva
scoperto di essere nuovamente incinta e che voleva abortire.
Christie, che amava millantare, aveva detto una volta a Timothy di
aver studiato medicina e quest'ultimo gli chiese se poteva praticare
un aborto.

Quello che accade in seguito lo si può solo supporre, ma Ludovic


Kennedy, nel suo libro Ten Rillington Place, propose una versione
ben argomentata. Christie entrò nella stanza dove Beryl lo stava
aspettando. La donna si tolse le mutandine e si sdraio a gambe
aperte. Christie inserì un dito, o forse un cucchiaio, e fu colto dal
desiderio sessuale, tentando di montare su di lei. Beryl oppose
resistenza e Christie la strangolò e la violentò. Quando tornò
Timothy, gli disse che sua moglie era morta in seguito all'aborto e
che quasi sicuramente sarebbe stato incolpato lui, il marito.

Evans, un uomo di scarsa intelligenza, venne preso dal panico e


lasciò che Christie decidesse per lui. Quest'ultimo, evidentemente,
gli consigliò di lasciare la bambina a persone di fiducia e di sparire.
Evans in effetti sparì: andò a Merthyr Vale, nel Galles, dove
trascorse dieci giorni con uno zio e una zia, poi decise di tornare a
Londra e consegnarsi alla polizia. Le autorità perquisirono la casa,
trovarono i corpi nella lavanderia e incriminarono Evans di entrambi
gli omicidi.

E qui ci troviamo di fronte al primo enigma. Evans, in un secondo


tempo, confessò di aver ucciso moglie e figlia strangolandole.
Questa era la seconda versione che forniva agli inquirenti. Nella
prima aveva affermato che Beryl era morta in seguito ad un aborto
eseguito da Christie. In ogni caso, riconfermò di aver ucciso la
moglie e la figlia il giorno dopo. Così, sebbene questa seconda
confessione fosse stata rilasciata due settimane dopo, la polizia non
ebbe ragione di credere alla sua precedente affermazione che
l'omicida era Christie. Al processo, quest'ultimo fu citato come
testimone per l'accusa ed Evans finì giustiziato per impiccagione il 9
marzo 1950.

Ethel nutriva forti sospetti, diventati certezza, che suo marito fosse in
qualche modo coinvolto nei delitti: aveva notato che il suo
comportamento era in quel periodo estremamente strano. Confidò i
suoi dubbi ad una vicina e quando Christie le sorprese che
discutevano della cosa, andò in collera.

Questo potrebbe spiegare perchè, il 14 dicembre 1952, strangolò la


moglie nel suo letto. Può anche darsi che egli abbia provato lo
stimolo a commettere altri crimini sessuali ed Ethel gli fosse di
ostacolo. Christie informò la famiglia della moglie, a Sheffield, che
Ethel non poteva scrivere a causa di reumatismi alle dita.

A metà gennaio del 1953 Christie invitò nel suo appartamento una
prostituta di nome Kathleen Maloney, conosciuta in un pub di
Paddington. Una volta a casa la fece accomodare su una sedia a
sdraio in cucina, sotto la quale infilò il tubo del gas. La donna era
troppo ubriaca per accorgersene. Quando fu in stato di incoscienza,
la violentò e la chiuse nel ripostiglio.

La vittima successiva, Rita Nelson, era incinta di sei mesi. Forse era
stata attirata nell'appartamento con una proposta di aborto. Anche
lei finì nel ripostiglio: il secondo corpo.
A sinistra: La signora Beryl Evans e la figlia Geraldine, per i cui
omicidi Timothy Evans ( a destra, dopo il suo arresto) fu condannato
a morte e impiccato. Ma che ruolo ebbe Christie nelle loro morti?
John Reginald Halliday Christie, in una foto rilasciata da Scotland
Yard Un mese dopo circa, Christie incontrò una ragazza di nome
Hectorina MacLennan, la quale gli disse di essere alla ricerca di un
appartamento. Effettivamente, lei e il suo ragazzo passarono tre notti
nell'abitazione di Christie, ora priva di arredamento (Christie lo aveva
venduto). Il 5 marzo, Hectorina commise l'errore di recarsi da sola
nell'appartamento. Si innervosì vedendo Christie giocherellare con il
tubo del gas e tentò di andarsene. Fu uccisa e stuprata. Quando
arrivò il suo ragazzo a cercarla, Christie gli disse di non averla vista
e, mentre questi gli offriva il tè, il giovane notò un ' odore ripugnante'
, ma non sospettò minimamente di essere seduto a pochi passi dal
cadavere di Hectorina.

Questo fu l'ultimo delitto di Christie. Due settimane dopo, lasciò


Rillington Place, vagabondando senza meta, dormendo in alloggi a
buon mercato e passando le giornate nei bar, finchè non fu
arrestato. Confessò tutti gli omicidi delle donne, di solito insistendo
che erano state loro a fare i primi approcci. Fu giustiziato il 15 luglio
1953.

Rimane un grosso mistero: Timothy Evans era innocente? Molto


dopo la sua morte venne ufficialmente assolto da ogni responsabilità
e colpa. Tuttavia, anche questo lascia aperti altri interrogativi. Per
esempio, perchè confessò i delitti?

Ludovic Kennedy, in Ten Rillington Place, è dell'opinione che Evans


fosse innocente di entrambi gli omicidi e che confessò a causa del
tormento e della confusione mentale. Ma questo è quasi impossibile.
Non c'era nessuna ragione per cui avrebbe dovuto confessare di
aver strangolato Beryl (dopo una lite) e poi Geraldine. (Kennedy
argomenta che egli amava troppo entrambe).

Rupert Furneaux, in The Two Stranglers of Rillington Place, è di


opinione opposta. Sottolinea che Beryl e Timothy spesso litigavano
violentemente e che è perfettamente probabile che lui abbia

ucciso la moglie in un accesso d'ira. L'argomentazione è serrata e


convincente e, nel complesso, più plausibile di quella di Kennedy. La
bambina sarebbe stata uccisa da Christie.

Ma in questo modo sussiste ancora un mistero: perchè in questo


caso Evans confessò di aver ucciso anche la bambina?

Una risposta verosimile ci viene fornita, per un curioso caso, da un


altro assassino, Donald Hume, che si trovava in prigione assieme ad
Evans, sotto l'accusa di aver ucciso un uomo di nome Stanley Setty
e di averne gettato il corpo fatto a pezzi fuori da un aereo. Evans
chiese a Hume un consiglio e, avendogli quest'ultimo domandato: «
Ma hai ucciso o no tua moglie? », rispose: « No.

L'ha uccisa Christie... ». E questa potrebbe essere stata anche una


menzogna, perchè in quel periodo la sua linea di difesa era ancora
che sua moglie era stata uccisa da Christie durante il tentativo di
aborto. Ma quando Hume gli chiese se avesse ucciso la bambina,
Evans affermò sorprendentemente che era stata strangolata da
Christie mentre lui stava a guardare. Disse che il pianto di Geraldine
gli aveva dato ai nervi.

Questo suona plausibile. Evans si trovava in uno stato di grande


eccitazione e può ben darsi che sia stato ad assistere mentre
Christie strangolava la piccola. Facendo questo, era diventato, a tutti
gli effetti, un complice, per cui la sua confessione di aver ucciso
Geraldine non era molto lontana dalla verità. E vorrei argomentare
che quasi certamente questa è la risposta del dilemma. Al 10 di
Rillington Place c'erano due strangolatori. E la piccola Geraldine fu,
in un certo senso, uccisa da entrambi.

C'è un'interessante postilla a questa vicenda: Donald Hume fu


assolto per l'assassinio di Stanley Setty, si trasferì in Svizzera e
diventò un rapinatore di banche. Nel 1958 uccise un tassista durante
la fuga da una banca e per tale reato fu condannato al carcere a
vita.

Hoffa: Santo o Mafioso?

Come evocato nel titolo del film scritto e diretto da Danny DeVito nel
1992, con Jack Nicholson nel ruolo principale, quella di James
Riddle ' Jimmy' Hoffa è stata sicuramente una delle figure più oscure
e controverse di tutta la storia americana del ventesimo secolo. Gli
ammiratori lo ricordano come un leader sindacale brillante ed
energico – potentissimo presidente dell' International Brotherhood of
Teamsters (letteralmente Fratellanza Internazionale degli
Autotrasportatori) dalla metà degli anni '50 fino alla metà degli anni
'60 – i detrattori ne rammentano i legami, comprovati, con il crimine
organizzato e quelli, sospetti, nel presunto complotto per uccidere il
Presidente John F. Kennedy. Sia quel che sia, comunque, Hoffa fu
sicuramente un uomo del suo tempo, una perfetta incarnazione dei
vizi e delle virtù di un paese, gli Stati Uniti, in un'epoca di crescita
tumultuosa e nella quale un po' troppo spesso il limite fra ciò che era
lecito o no fare per afferrare il ' sogno americano' era estremamente
labile, rimasto poi ben vivo nell'immaginario popolare anche per le
misteriose circostanze della sua sparizione, avvenuta il 30 luglio
1975.

Ma andiamo con ordine...

Hoffa nacque a Brazil, Indiana, il 14 febbraio 1913. Il padre, John


Cleveland Hoffa, era un minatore di carbone di origini tedesche, che
morì per una malattia ai polmoni nel 1920. Sua madre, Viola

' Ola' Riddle, irlandese, per mantenere la famiglia iniziò a lavorare in


una lavanderia come pure i suoi figli furono costretti a fare dei
lavoretti dopo la scuola per tirare avanti. Hoffa, più tardi, rese
omaggio a sua madre parlandone come una donna « che credeva
fermamente che Dovere e Disciplina fossero scritte con la D
maiuscola... »

Nel 1922 gli Hoffa si trasferirono a Clinton, Indiana, e poi, nel 1924,
a Detroit, dove Jimmy lasciò la scuola e lavorò come ragazzo delle
consegne. Erano gli anni del crollo di Wall Street del 1929 e della
Grande Depressione che ne seguì e che seminò miseria e
disperazione in tutta l'America. Un amico, tale Walter Murphy,
consigliò ad Hoffa di cercare lavoro nel settore alimentare: « Cosa
vuoi che succeda, la gente dovrà pur mangiare! » disse Murphy.
Hoffa allora mentì sulla sua vera età per farsi assumere alla Kroger
Grocery & Baking Company, i cui magazzini erano vicini a casa sua.
Lavorava scaricando derrate alimentari dai carri ferroviari a 32
centesimi all'ora. Una paga, due terzi della quale andava resa alla
Kroger per comprare alimentari, considerata relativamente buona
alla luce della crescente disoccupazione e dei livelli salariali del
periodo. Gli operai dovevano presentarsi alle 16:30 per iniziare un
turno di 12 ore, ma erano pagati solo per il tempo speso a scaricare i
prodotti. Il caporeparto era il genere di persona, disse più tardi Hoffa,
che rendeva indispensabile il sindacato: chiamato da tutti ' Piccolo
Bastardo' , abusava a piene mani dei propri poteri, minacciando e
licenziando senza motivo. Hoffa e i suoi colleghi aspettavano solo
l'occasione giusta per rifarsi, anche se il fatto che un terzo degli
americani fossero disoccupati in quegli anni, li costringeva ad essere
molto cauti nell'organizzare qualsiasi tipo di azione. Finalmente, una
notte di primavera del 1931, dopo che altri due lavoratori erano stati
licenziati per futili motivi, gli operai agirono. Hoffa dichiarò lo
sciopero proprio nel momento in cui dei camion carichi di fragole
della Florida stavano entrando nel magazzino. Il management della
Kroger, preoccupato di far mettere nelle celle frigorifere il carico
deperibile, accettò di incontrare i leaders dei lavoratori il mattino
seguente, a patto che tutti ritornassero subito al lavoro. Dopo
parecchi giorni di negoziati, Hoffa
ottenne il suo primo contratto sindacale. Comprendeva: un aumento
di 13 centesimi all'ora, la garanzia di metà paga ogni giorno
indipendentemente dalle ore di scarico, un piccolo piano assicurativo
e naturalmente il riconoscimento del sindacato.

James Riddle Hoffa ( a sinistra) con il figlio James Phil ip, leader
sindacale anch'egli e più volte presidente del 'IBT

La carriera di Hoffa come operaio durò poco: fu licenziato l'anno


seguente dopo una rissa con un altro caporeparto, ma questo fu
l'inizio della sua fortuna perché diventò dirigente sindacale a tempo
pieno per la International Brotherhood of Teamsters ed assorbì il
sindacato della Kroger nella Sezione Locale 299 dell'IBT. Negli anni
successivi Hoffa condusse numerose battaglie sindacali in tutta
l'area di Detroit, ma, contemporaneamente, strinse rapporti con la
malavita locale e rimase

coinvolto in un'estorsione ai danni di un'associazione di piccoli


droghieri. Questo gli procurò la prima condanna che si risolse in una
semplice multa.

Dopo la seconda guerra mondiale, il sindacato dei Teamsters crebbe


sempre di più: riuscì a riunire i camionisti, prima in tutto il Midwest, e
poi praticamente in tutti gli Stati Uniti. Erano anni di lotte: l'IBT
faceva ricorso ad improvvisi scioperi o boicottaggi per far sentire la
forza del sindacato alle aziende, ma in molti casi non era neppure
necessario ricorrervi, tale era il timore da parte degli imprenditori che
concedevano quindi miglioramenti nel salario o nelle condizioni di
lavoro. Hoffa non si faceva comunque scrupoli ad usare qualunque
mezzo per ' convincere' gli imprenditori più recalcitranti. A questo
scopo, anche dopo aver raggiunto la posizione di leadership
all'interno della 299, egli continuò a collaborare con il crimine
organizzato di Detroit. In cambio Hoffa, con il denaro del fondo
pensione dei camionisti, il ' Central States Pension Fund' , finanziava
la Mafia: i suoi Casino di Las Vegas, il traffico di droga e la
prostituzione. Per Jimmy il fine giustificava sempre i mezzi:
l'importante era che il denaro tornasse indietro con gli interessi a
vantaggio dei suoi camionisti.

La scalata di Hoffa era inarrestabile: divenne Presidente dell'IBT nel


1957 quando il suo predecessore, David Beck, fu imprigionato in
seguito ad una condanna per corruzione, e rimase in carica fino al
1971, malgrado i problemi giudiziari di cui diremo poi. Hoffa lavorò
con grande intelligenza e grande spregiudicatezza per far crescere
ulteriormente il sindacato e nel 1964 riuscì a riunire in pratica tutti i
camionisti nordamericani sotto un unico contratto nazionale dei
Trasporti ( National Master Freight Agreement). Hoffa tentò di far
confluire nel sindacato anche i lavoratori delle linee aeree e degli
altri tipi di trasporto. Questo spaventò molta gente, non esclusa la
Casa Bianca, perché un eventuale sciopero che avesse coinvolto
tutto il sistema dei trasporti sarebbe stato disastroso per l'economia
americana. Il Presidente John F. Kennedy e il suo successore
Lyndon B.

Johnson misero sotto pressione Hoffa tramite Robert F. Kennedy,


all'epoca Procuratore Generale degli Stati Uniti, il quale ordinò
all'FBI di indagare sulle sue attività illecite, c'è chi dice solo allo
scopo di fermare la continua crescita del suo sindacato. Ma già nel
1959, Robert Kennedy, che all'epoca faceva parte della
Commissione Antiracket del senatore McClelland, non ebbe remore
a fare il nome di Hoffa, insieme a quelli di noti gangsters, come un
pericolo per la Nazione. Infatti andò al The Jack Paar Show, il più
importante talk-show televisivo, denunciando che, attraverso il
sindacato, Hoffa e la Mafia stavano creando un potere ancora più
grande di quello governativo.

Hoffa, che aveva una storia completamente diversa da quella del


giovane Kennedy, la mise sul personale, cercando di ridicolizzare il
suo avversario, che chiamava ironicamente ' Bobby'

(ragazzo). Inoltre, in un paio di occasioni pubbliche, cercò di


provocare Kennedy anche sul piano fisico. D'altronde Hoffa, nella
vita, si era sempre fatto largo a pugni e quella era la sua filosofia:
ottenere il successo con qualsiasi mezzo, lecito o illecito che fosse.

Hoffa innegabilmente tenne rapporti equivoci con la Mafia, ma,


stando alle testimonianze di chi lo conobbe, era abbastanza forte da
mantenere il sindacato indipendente dalla criminalità organizzata,
seppure la utilizzasse per raggiungere i suoi scopi. Sicuramente
Hoffa non fu mai del tutto succube della malavita come poi fu il suo
successore e grande amico Frank Fitzsimmons, che sarebbe finito
anch'egli in galera se non fosse morto di cancro. Hoffa inoltre, a
differenza di Fitzsimmons, aveva una mente brillante al punto di
saper mettere, quando serviva, i padroni gli uni contro gli altri e di
utilizzare il potere del sindacato per razionalizzare l'industria
escludendone le aziende più deboli.

Infine è innegabile che i suoi iscritti ebbero dei notevoli miglioramenti


salariali e di condizioni di lavoro, mentre la deregulation dell'industria
dei trasporti voluta da Edward Kennedy durante la presidenza
Fitzsimmons cancellò molto di quello che Hoffa aveva ottenuto con il
National Master Freight Agreement.

Inizialmente le autorità governative investigarono sulle sue attività


senza successo. Ma nel 1964

riuscirono ad incastrarlo grazie alla collaborazione di un iscritto


all'IBT, Edward Grady Putin, che, in attesa di processo per altri
crimini, fece un patto con il Procuratore Generale. Così Hoffa fu
condannato per frode postale, corruzione di giuria e cospirazione
insieme a Anthony ' Pro'

Provenzano, uno dei suoi più fedeli amici e collaboratori, nonché


esponente di spicco di ' Cosa
Nostra' nel New Jersey. Hoffa ammise durante il processo alcune
relazioni con la malavita organizzata, indispensabili, a suo dire,
perché questa aveva il potere di far fallire gli scioperi. Hoffa scontò la
sua pena nel carcere di Lewisburg, Pennsylvania, fino al 23
dicembre del 1971 quando il Presidente Nixon commutò la sua
sentenza, a patto che non svolgesse attività sindacale fino al termine
previsto della stessa: il 1980. I termini di quest'accordo si suppone
fossero stati definiti tra la Casa Bianca e Frank Fitzsimmons, che
assunse la presidenza del sindacato.

I boss mafiosi Anthony ' Jack' Giacalone ( a sinistra) e Anthony ' Pro'
Provenzano ( al centro) probabili mandanti dell'omicidio di Jimmy
Hoffa. A destra: il Red Fox Restaurant a Bloomfield Township,
presso Detroit, Michigan, l'ultimo luogo in cui Jimmy Hoffa fu visto
vivo il 30 luglio 1975.

Hoffa stava progettando di far ricorso in tribunale per invalidare la


restrizione quando scomparve, all'incirca alle ore 14:45 del 30 luglio
1975, dal parcheggio del Machus Red Fox Restaurant a Bloomfield
Township, Michigan, un sobborgo di Detroit. Secondo Ralph Picardo,
l'autista di Tony Provenzano, Hoffa aveva un appuntamento con due
boss del crimine organizzato: Anthony ' Jack'
Giacalone di Detroit e lo stesso Tony ' Pro' Provenzano di Union City,
New Jersey. Alle 14:15

Hoffa era già nervoso perché l'appuntamento per quella ' colazione
d'affari' era per le 14:00 e lui era un maniaco della puntualità.
Indossava una camicia blu a maniche corte, pantaloni blu, calze
bianche e scarpe nere di Gucci: chiamò sua moglie da un telefono a
gettone fuori dal locale per chiederle se c'erano messaggi per lui. La
ragione dell'incontro era l'intenzione di Hoffa di candidarsi di nuovo
alla presidenza dell'IBT e riguadagnare quindi la posizione di potere
che aveva perso dopo la condanna del 1964. Poco tempo dopo la
sua telefonata alla moglie, fu prelevato da una Mercury marrone del
1975 che, uscendo dal parcheggio del ristorante, ebbe un piccolo
incidente con un camion. Il conducente, avvicinatosi alla macchina,
riconobbe immediatamente Hoffa seduto sul sedile posteriore e notò
qualcosa sotto una coperta posta tra Hoffa e un altro passeggero,
probabilmente una pistola. Il giorno dopo, l'auto di Hoffa, una Pontiac
verde del 1974 fu ritrovata nel parcheggio del ristorante. L'FBI
controllò gli alibi delle persone con cui Hoffa avrebbe dovuto avere
l'appuntamento quel giorno: Tony Giacalone aveva dei testimoni che
l'avevano visto nella palestra dove si allenava ogni giorno, il
Southfield Athletic Club, nel momento in cui Hoffa spariva.

Tony Provenzano invece era nel New Jersey a giocare a carte con
gli amici. Entrambi negarono di avere un appuntamento con Hoffa.

Grazie alla descrizione dell'autista del camion la polizia riuscì a


rintracciare il proprietario della Mercury, guarda caso proprio Joe
Giacalone, figlio di Tony ' Jack' Giacalone. Joe dichiarò che quel
giorno aveva prestato la macchina ad un amico: Charles ' Chuckie'
O'Brien, considerato come un figlio adottivo da Hoffa e membro
anziano del sindacato. Infatti, una volta ritrovata l'auto, la polizia
trovò anche le impronte di O'Brien all'interno. Questi dichiarò di non
aver visto Hoffa quel giorno, ma di essere stato impegnato nella
consegna di un salmone congelato a casa di un dirigente del
sindacato e di essere rimasto per aiutare la moglie a macellarlo.
All'ora della scomparsa dichiarò di essere al Southfield Athletic Club
con Tony Giacalone e successivamente di aver portato la

Mercury al lavaggio perché il sangue di salmone aveva sporcato il


sedile posteriore. Nessuno poté testimoniare di averlo visto né in
palestra né al lavaggio. Anche i cani molecolari della polizia
confermarono la presenza di Hoffa sul sedile posteriore e nel
bagagliaio della Mercury. Nel 2001 il test del DNA provò che un
capello ritrovato sulla macchina era senza dubbio suo, malgrado
O'Brien avesse sempre affermato che Hoffa non era mai salito sulla
quella auto.

La verità è che senza il corpo o una prova schiacciante non ci sarà


mai un processo o una condanna, ma i molto più che presunti
responsabili della morte di Jimmy Hoffa hanno già scontato la loro
pena per altri motivi. Tony Provenzano morì in prigione nel 1988:
stava scontando una condanna per omicidio. Tony Giacalone si fece
dieci anni per evasione fiscale e nel 1996 fu accusato ancora
dall'antiracket, ma morì prima di poter affrontare il processo.

Dopo quasi mezzo secolo il caso Hoffa è ancora irrisolto. Non ci si


chiede tanto chi l'abbia ucciso, ma piuttosto come e dove sia finito il
corpo. Per quanto riguarda il perché, le teorie sul movente della sua
uccisione sono diverse: una afferma che fu eliminato perché stava
per spifferare tutto sui legami tra sindacato e crimine organizzato per
vendicarsi dell'accordo fatto da Fitzsimmons con la Casa Bianca. La
maggior parte però pensa che la Mafia non volesse più un Hoffa al
potere: il suo successore, Frank Fitzsimmons appunto, era molto più
malleabile ed in più era nelle grazie di molti politici.

In merito al come, forse la più probabile versione dell'omicidio è


quella data, nel 2004, da Charles Brandt, ex Procuratore generale
dello stato del Delaware, che pubblicò un libro nel quale affermava
che, in varie conversazioni telefoniche con Frank Sheeran, amico di
Hoffa ma anche killer della Mafia, questi aveva confessato di aver
attirato l'ex-leader sindacale all'appuntamento con l'inganno e poi di
averlo portato in una casa nella parte nordoccidentale di Detroit dove
gli aveva sparato due volte. Successivamente il corpo era stato
cremato in un vicino cimitero. Malgrado, però, le autorità abbiano
esaminato la casa in questione ed abbiano trovato sangue sul
pavimento, non sono riuscite ad attribuirlo ad Hoffa. Questo ha
aperto la strada ad altre versioni della storia. Nel febbraio del 2006
toccò alla moglie di un membro della famiglia Gambino, tale Louie
Milito attribuire a suo marito l'uccisione di Hoffa. Nell'aprile 2006 il
killer Richard ' The Iceman' Kuklinski confessò in una sua biografia
di aver fatto parte del gruppo di cinque persone che rapirono e
uccisero Hoffa.

Su dove sia finito il corpo poi le ipotesi sono infinite. Malgrado Hoffa
sia stato dichiarato legalmente morto nel 1983, un agente dell'ufficio
FBI di Detroit rimane tuttora assegnato al caso.

Tanto è vero che, ancora nel maggio 2006, 40 agenti federali


setacciarono il terreno di una fattoria a Milford Township, Michigan
alla ricerca dei resti di Hoffa. Da indiscrezioni sembra si siano mossi
informati da Donovan Wells, 75 anni all'epoca, in prigione per traffico
di droga, il quale riteneva di sapere dove Hoffa fosse stato sepolto
ed era pronto a rivelarlo in cambio di uno sconto di pena. Ma nessun
cadavere fu ritrovato.

Il mistero della fine di Jimmy Hoffa continua a rimanere tale.

Jack lo Squartatore

Nei più di cento anni trascorsi dalla catena di efferati omicidi che lo
rese celebre, su Jack Lo Squartatore ( Jack The Ripper) si è scritto e
parlato così ampiamente che la sua figura ha ormai da lungo tempo
assunto i contorni di una leggenda, di una icona maledetta, di un
archetipo. Lo Squartatore fu uno dei primi criminali della storia ad
esser classificato come "assassino seriale", ma, diversamente da
quanto accaduto alla maggior parte di coloro passati alla storia con
una tale nomea, Jack non fu mai arrestato né condannato, contro di
lui non esiste nessuna prova, non ha mai commesso errori e non è
mai stato possibile associare un nome e un volto a quelle mani tanto
insanguinate quanto tremendamente precise.

Gli inquirenti hanno brancolato a lungo nel buio, a loro disposizione


solo una manciata di indizi, alcuni dei quali mandati via posta dallo
stesso Jack, qualche sommaria descrizione di testimoni oculari, e
tantissime ipotesi.

Nonostante tutto, a distanza di più d'un secolo, Scotland Yard


mantiene ancora aperto il fascicolo.

Come suol dirsi, la speranza è sempre l'ultima a morire…

L'anno maledetto è il 1888, tra il 31 agosto e il 9 novembre. Lo


scenario invece è l'oscuro e nebbioso quartiere di Whitechapel, East
End di Londra. Una zona così mal frequentata che è quasi una
routine rinvenire vittime di omicidi: furti, regolamenti di conti, liti tra
ubriachi. Ma la storia di Jack Lo Squartatore attirerà sin da subito
l'attenzione dell'intero globo, perché sin da subito tutti
comprenderanno che si tratta di una storia diversa dal solito.

L'orrore comincia all'alba di venerdì 31 Agosto, nella strada di Buck's


Row, quando uno scaricatore di porto rinviene il cadavere sgozzato,
e privato degli organi interni, di Mary Ann Nichols. Mary Ann era una
prostituta quarantatreene, alcolizzata, che passava le nottate divisa
tra i propri clienti e qualche bicchiere bevuto nei ricoveri per i poveri.

Anche le vittime successive saranno prostitute, così come il modus


operandi sarà sempre lo stesso: Jack fronteggia la donna in un
angolo buio di qualche strada di Whitechapel e le afferra la gola,
stringendo per soffocarla, fino a che la sventurata non perde i sensi.
Le più "fortunate" muoiono per asfissia, quelle più sfortunate
svengono solamente. A questo punto infatti Lo Squartatore le adagia
per terra e comincia a tagliare la gola con una furia che è pari
soltanto alla sua certosina precisione.
Arriva quasi alla decapitazione della testa, poi si lancia sugli organi
interni e sul resto del corpo: Jack è capace di rimuovere un rene
senza toccare altre parti, può esportare l'intera parte genitale con un
solo taglio netto. Inutile aggiungere che le parti rimosse diverranno i
suoi trofei.

L'8 settembre 1888 l'assassino di Whitechapel torna a far parlare di


se. La seconda vittima si chiama Annie Chapman, ha 46 anni e fa la
prostituta. Il suo corpo viene ritrovato a Hanbury Street,
incredibilmente martoriato: l'addome è aperto, gli intestini sono stati
rimossi. Alcune interiora sono sparse sul selciato, altre sono state
semplicemente poggiate sul petto della donna. La vagina è stata
rimossa con grande precisione. Vicino al corpo della donna sono
raccolte tutte le sue cose, disposte quasi ad arte e, insieme ad esse,
c'è un bigliettino con una firma: Jack The Ripper.

Alcuni testimoni oculari dicono di aver visto aggirarsi un uomo di


bassa statura, con un cappotto scuro e con una valigia nera nella
mano sinistra.
Gli efferati delitti terrorizzano l'opinione pubblica al punto che il
misero quartiere di Whitechapel si riempie ben presto di pattuglie
speciali di Scotland Yard, supportate da poliziotti in borghese e da
semplici sorveglianti.

I giornalisti e i londinesi cominciano a lanciare le prime ipotesi: Jack


è un dottore o uno studente di medicina, poi è un dipendente
dell'obitorio, poi un macellaio. Come al solito si parla tanto, e si sa
molto poco.
In questo scenario grottesco Jack sembra divertirsi un mondo. Il
killer comincia a scrivere delle lettere, la prima delle quali viene
recapitata al direttore del Central News, una sorta di Associated
Press dell'epoca. Non arriveranno solo lettere però. Jack spedirà dei
pacchetti contenenti organi umani, orecchie, reni. Insomma, lo
Squartatore non perde occasione per umiliare e provocare chi è
sulle sue tracce. Questo suo comportamento ha non poco ispirato
tonnellate di letteratura e cinematografia thriller: chi non ha mai visto
un film, o letto un libro, nel quale il killer si prende gioco della polizia,
magari annunciando il suo prossimo delitto?

Copertina del a rivista Puck del 21 settembre 1889, con l'il


ustrazione di Tom Merry del kil er sconosciuto di Whitechapel, Jack
lo Squartatore

"Dear Boss,

I keep on hearing the police have caught me but they wont fix me
just yet. I have laughed when they look so clever and talk about
being on the right track. That joke about Leather Apron gave me real
fits. I am down on whores and I shant quit ripping them till I do get
buckled. Grand work the last job was. I gave the lady no time to
squeal. How can they catch me now. I love my work and want to
start again. You will soon hear of me with my funny little games. I
saved some of the proper red stuff in a ginger beer bottle over the
last job to write with but it went thick like glue and I cant use it. Red
ink is fit enough I hope ha. ha. The next job I do I shall clip the ladys
ears off and send to the police officers just for jolly wouldn't you.
Keep this letter back till I do a bit more work, then give it out straight.
My knife's so nice and sharp I want to get to work right away if I get a
chance.

Good Luck.

Yours truly,

Jack the Ripper.


Dont mind me giving the trade name.

PS Wasnt good enough to post this before I got all the red ink off my
hands curse it No luck yet.

They say I'm a doctor now. ha ha"

(Trad. "Caro Direttore, continuo a sentire in giro che la polizia mi ha


catturato, ma non lo faranno ancora. Ho riso di gusto quando loro,
atteggiandosi da intelligenti, hanno dichiarato di essere sulla pista
giusta. Quella barzelletta sul Grembiule di Cuoio mi ha divertito. Ce
l'ho con le prostitute e non finirò di squartarle fino a che non verrò
catturato. L'ultimo lavoro è stato davvero buono. Non le ho dato
nemmeno il tempo per strillare. Come mi prenderanno adesso? Io
amo il mio lavoro e voglio cominciare di nuovo. Sentirai presto
parlare di me e dei miei giochi divertenti. Ho salvato un po' del
sangue dall'ultimo lavoro e ho provato a conservarlo in una bottiglia
di birra per scriverti, ma è presto diventato come colla e non ho
potuto usarlo. Spero che l'inchiostro rosso sia abbastanza adatto ah
ah! Al prossimo lavoro strapperò le orecchie della donna e le spedirò
alla polizia, giusto per divertimento. Tieni questa lettera fino a
quando non colpirò nuovamente, quindi distribuiscila. Il mio coltello è
così efficiente e affilato, non vedo l'ora di compiere un altro lavoretto
appena ne avrò l'occasione. Buona fortuna./Sinceramente
vostro,/Jack The Ripper./P.S. Non sono stato abbastanza bravo per
scrivere questa lettera prima di sporcarmi tutte le mani di inchiostro
rosso, non sono proprio fortunato. Adesso dicono che sono un
dottore. Ha ha!")
La prima lettera autografa di Jack lo Squartatore

Tra una provocazione e l'altra, Jack Lo Squartatore continua ad


uccidere.

La notte del 30 settembre 1888 sarà ricordata come una notte di


sangue: a un miglio di distanza l'una dall'altra vengono uccise le
prostitute Elizabeth Stride (a Berner Street) e Catharine Eddowes.
Entrambe vengono mutilate e accoltellate numerose volte con un
bisturi, diversi organi non verranno ritrovati. O almeno non verranno
ritrovati sul posto: il 16 ottobre il buon Jack decide infatti di mandare
a George Lusk (capo del comitato di vigilanza di Whitechapel) un
pacchetto contenente un rene di Catharine Eddowes. Conservato
nell'aceto, il rene era allegato alla famosa lettera "From Hell".

"From hell.

Mr Lusk,

Sor

I send you half the Kidne I took from one woman and prasarved it for
you tother piece I fried and ate it was very nise. I may send you the
bloody knif that took it out if you only wate a whil longer"
(Trad. "Dall'Inferno./ Mr Lusk,/Salve/Le spedisco metà del rene che
ho preso da una donna e che ho preservato per lei. L'altro pezzo l'ho
fritto e l'ho mangiato, era molto buono. Le posso mandare anche il
coltello insanguinato con il quale ho estratto il rene se lei è disposto
ad aspettare ancora un po'.")

La lettera From hel .

La voce che Jack lo Squartatore fosse anche un cannibale non fa


altro che aumentare il terrore degli inglesi. Le forze di polizia presenti
nel quartiere di Whitechapel vengono rinforzate, si passa a metodi
d'investigazione alquanto bizzarri: si arriva addirittura a fotografare,
esportare e analizzare la retina di una delle vittime, nella speranza
che vi sia rimasta impressa l'immagine di Jack.

Decine e decine saranno gli arresti a tappeto, ma nessuno dei


fermati pare essere l'assassino. Come lo si scopre? Perché mentre
tutte queste persone sono in galera, in qualità di "presunti" colpevoli,
Jack The Ripper colpisce ancora.

È il 9 novembre, sempre nello stesso quartiere dell'East End, a


Dorset Street.

Mary Jane Kelly, una giovane prostituta, è la quinta vittima. A


trovarla è il padrone della casa in cui vive, venuto a riscuotere
l'affitto: dopo aver bussato, l'esoso padrone si è affacciato dalla
finestra
rotta. Lo spettacolo che gli si è presentato davanti agli occhi è uno di
quelli che non si dimentica mai.

Uno dei medici legali accorsi sul posto commenterà così: « Sembra
che sia stata aggredita da un branco di leoni affamati! »

In effetti la povera Mary Jane ha avuto la sorte peggiore di tutte le


vittime dello Squartatore: è stata quasi decapitata con un colpo solo,
la sua vagina è stata asportata con violenza e gettata ai piedi del
letto, i seni e le orecchie recisi e poggiati su un comodino insieme
allo stomaco e a un polmone, gli intestini e tutti gli altri organi interni
sono sparsi per la stanza. Sul letto, sulle pareti e sul pavimento è
tutto sangue. Il viso è stato sfregiato e reso irriconoscibile.
Il più terribile degli omicidi, ma anche l'ultimo. Così silenziosamente
come era emerso dalla nebbia di Whitechapel per compiere i suoi
crimini, Jack lo Squartatore vi scompare. Per sempre.

Da sinistra in alto: Montague John Druitt, Mikhail Ostrog, George


Chapman. Sotto: sir Wil iam Gul , James Maybrick, Wil iam Sickert.

Alberto Vittorio di Sassonia-Coburgo-Gotha, duca di Clarence e


nipote del a regina Vittoria I sospetti e i nomi che si sono fatti su
Jack lo Squartatore sono davvero tanti. Alcune teorie sono quanto
meno bizzarre, altre risultano davvero interessanti.

Logicamente le ipotesi principali vedono come colpevoli personaggi


morti in quel periodo o stranieri di passaggio per Londra, in modo da
spiegare allo stesso tempo l'improvvisa fine degli omicidi.

Il nome più noto a tutti è sicuramente quello di Montague John Druitt,


un avvocato inglese, nipote di noti chirurghi, ma, a detta di tutti, privo
di alcuna nozione medica. Druitt venne invitato da Scotland Yard per
essere interrogato, ma non si presentò mai alla centrale di polizia. Il
giorno prima infatti si era lanciato nel Tamigi, con le tasche ricolme di
sassi.

Altre piste meno importanti portano a George Chapman, criminale


noto per aver avvelenato e strangolato numerose prostitute e che fu
impiccato proprio in quel periodo, oppure a un chirurgo americano di
fama mondiale, o ancora a Mikhail Ostrog, medico russo mandato
dagli Zar appositamente per creare scompiglio nella nemica
Inghilterra, o a Francis Tumblety, misogino e collezionista di uteri.
Ma anche a Claude Regnier Conder, raffinato e colto archeologo,
che avrebbe ucciso tutte le prostitute che avevano saputo della sua
storia adultera con Mary Kelly. Una storia d'amore evidentemente
finita molto male!

Ci sono poi le ipotesi affascinanti e più improbabili, come quella di


Mary Pearcey, una donna malata di mente, ribattezzata appunto Jill
The Ripper, oppure l'ipotesi che l'assassino fosse nientemeno che
Charles Lutwidge Dodgson, meglio noto come Lewis Carroll, l'autore
di Alice nel Paese delle Meraviglie...

Una delle più intricate è la teoria della Cospirazione Reale.

Più di un testimone giurò di aver visto sir William Gull, medico di


corte e influente massone, morto di emorragia celebrale il 29
gennaio 1890, aggirarsi nei dintorni degli omicidi di Jack.
Taluni tendono a considerare lo stesso William Gull il vero colpevole,
come narrato nel film del 2001 con Johnny Depp (" From Hell - La
Vera storia di Jack lo Squartatore" che rivoluziona anche la sorte di
Mary Jane Kelly). I sostenitori della teoria della Cospirazione Reale
sostengono invece che William Gull fosse solamente la spalla e la
copertura di un omicida dal sangue blu: il Duca di Clarence, Alberto
Vittorio di Sassonia-Coburgo-Gotha, nipote della regina Vittoria e
potenziale erede al trono. Il giovane si era infatti ammalato di sifilide
a 17 anni, in seguito ad un rapporto con una prostituta, e girava voce
che avesse un forte odio per questa categoria. Partendo da queste

"voci", è facile immaginarsi il Duca che si aggira per i bui vicoli di


Whitechapel, accompagnato dal medico di corte, alla ricerca di
prostitute da uccidere barbaramente in segno di vendetta. Magari
con il benestare della casa reale.

Anche il Duca, come ogni sospetto principale, è morto, devastato


dalla malattia, nel 1892, a soli 24

anni.

Sempre vicina alla tesi della Cospirazione Reale, c'è la versione di


Patricia Cornwell. La famosa scrittrice ha sostenuto accurate
indagini sull'identità di Jack Lo Squartatore, e ha raccolto la sua
teoria in un libro: " Ritratto di un assassino. Jack lo Squartatore.
Caso chiuso" Secondo la Cornwell l'assassino sarebbe Walter
Sickert, uno dei più noti pittori inglesi. Questi avrebbe fatto parte di
una cospirazione massonica, atta a proteggere il Duca malato di
sifilide. Tutta la teoria della Cornwell si basa sul quadro "Omicidio a
Camden Town" che raffigura una donna nella stessa posa che aveva
una delle vittime di Jack.

Per giungere a questa conclusione, la scrittrice ha sborsato una cifra


intorno ai due milioni di dollari: ha comprato tutti i quadri del pittore,
alcune delle sue vecchie lettere e la sua scrivania. Ha quindi
distrutto alcuni dei quadri alla ricerca di prove nascoste. L'unica cosa
che ha ottenuto è però l'odio degli inglesi e le aspre critiche degli
appassionati d'arte.

Risale al 1992 l'episodio più sorprendente. Un inglese annunciò al


mondo di aver ritrovato nella classica "cantina polverosa" un diario
che, si disse, fossero le memorie di Jack lo Squartatore.

Il diario racconta le avventure di un commerciante inglese, James


Maybrick, probabilmente folle, che durante i suoi viaggi si divertiva a
sezionare prostitute. I particolari sono molto accurati e le descrizioni
degli omicidi sono realistiche, ma indagini approfondite escludono
fermamente che si tratti proprio delle memorie di Jack lo
Squartatore. Eppure molte foto di Maybrick ricordano vagamente
l'identikit del killer…

L'ultima ipotesi di cui vi parleremo è quella che segue la pista


esoterica.

Nel 1887 nasceva proprio a Londra l' Hermetic Order of the Golden
Dawn, presieduta dal sedicente mago Samuel Liddel Mathers,
sposato con la sorella del filosofo Henri Bergson.

È questa una delle più importanti sette sataniche della storia, divisa
in 3 ordini ( Golden Dawn in Outer, Roseae Rubeae et Aureae
Crucis e l' Ordine dei Capi Segreti). Da essa sono nate tantissime
sette sataniche ed esoteriche in tutto il mondo, altre la usano come
punto di riferimento.

Proprio in concomitanza con la fondazione della "Golden Dawn" si


registrarono a Londra parecchi crimini sessuali, facilmente
riconoscibili per le mutilazioni rituali e la scomparsa di alcune parti
dal corpo delle vittime. Non entreremo nel particolare di questi rituali
o di queste sette sataniche per non dilungarci troppo.

L'ipotesi, quindi, vedrebbe lo Squartatore come esecutore di omicidi


commissionati da una potente setta satanica, della quale avrebbero
fatto parte uomini insospettabili e molto potenti.
Uno scrittore e giornalista inglese, Daniel Parson, nel 1964 ha dato
alle stampe una serie di prove atte a dimostrare che Montague John
Druitt apparteneva alla setta "Gli Apostoli" e che sarebbe stato

ucciso per volere della setta, preoccupata dal rischio di essere


scoperta a causa sua. E chi sarebbe il membro altolocato e potente,
a capo della setta per la quale Druitt avrebbe ucciso e dai cui sicari
sarebbe stato gettato nel Tamigi? Ebbene si, ancora lui, il Duca di
Clarence, Alberto Vittorio.

Insomma, come avete visto, tra le mani abbiamo tante ipotesi e tanti
sospetti…

Ma chi era realmente Jack lo Squartatore?

È probabile che non lo sapremo mai. In fin dei conti, l'unica verità
incontrovertibile, Jack se l'è portata nella tomba.

Chi uccise JFK?

Dopo tre anni trascorsi alla Casa Bianca, John Fitzgerarld Kennedy
stava già avviando i piani per assicurarsi la rielezione alla
presidenza. L'ex vicepresidente Richard Nixon, battuto di stretta
misura nel 1960, aveva deciso di non competere alle successive
elezioni. « Nessuno potrà battere Jack Kennedy nel 1964... »
confidava agli amici.

Ma non tutti nello staff del presidente erano così sicuri. In molte zone
degli Stati Uniti, infatti, Kennedy era tutt'altro che popolare. Nel Sud,
in particolare, le sue proposte di eguagliare i diritti degli
afroamericani a quelli dei bianchi erano viste con ostilità e
l'entourage di Kennedy considerava compito del vicepresidente
Lyndon B. Johnson, un texano conservatore, di vincere questa
ostilità e unificare il Partito Democratico. Allo scopo venne preparata
una visita presidenziale nel Texas. Il fascino di Kennedy e la
presenza rassicurante di Johnson avrebbero dovuto riunire le fazioni
del partito e assicurare i venticinque seggi del Texas alle elezioni
dell'anno successivo.

John Kennedy, eletto a soli quarantre anni, era il più giovane


presidente nella storia degli Stati Uniti. Era anche il primo cattolico a
ricoprire la carica e con la bella moglie Jacqueline al fianco, i figli
John jr. e Caroline intenti a giocare nel prato della Casa Bianca, e i
fratelli Robert e Edward pieni di ambizioni per il futuro, sembrava
fosse stata fondata una dinastia.

Kennedy era uscito sostanzialmente indenne quando, poco dopo il


suo insediamento, era fallito il tentativo di un gruppo di esuli cubani,
armati ed equipaggiati dalla CIA, di invadere l'isola e rovesciare il
regime di Fidel Castro. Il biasimo per l'insuccesso della ' Baia dei
Porci' – come i media ribattezzarono la vicenda – ricadde sulla
precedente amministrazione Eisenhower e sui vertici dell'intelligence
che furono licenziati in tronco.

Nel 1962, quando aerei-spia americani scoprirono basi missilistiche


in costruzione a Cuba, Kennedy avvertì l'allora leader sovietico
Nikita Krushev, che non avrebbe tollerato installazioni di armi
nucleari ad appena 90 miglia dalle coste americane e che le navi
sovietiche che trasportavano i missili verso l'isola sarebbero state
fermate, se necessario con la forza, dalla Marina americana.

Mentre i due leaders si affrontavano, il mondo restò con il fiato


sospeso nel timore che le due superpotenze iniziassero la terza
guerra mondiale. Krushev, alla fine, fece marcia indietro e il mondo
riprese a respirare. A questo punto, nel pensiero di molti, Kennedy
era un gigante, non però in quello dei vertici militari e dei politici più
conservatori i quali sospettavano, a dire la verità non a torto, che il
presidente fosse sceso a patti, in segreto, con i russi.

La sicurezza del presidente era un grosso problema per gli agenti


del Servizio Segreto addetti alla sua protezione. Nel suo primo anno
alla Casa Bianca, ricevette qualcosa come 870 lettere minatorie, ed
era preoccupante il fatto che dal 1840 tutti i presidenti eletti ad
intervalli di vent'anni erano morti o erano stati assassinati durante il
mandato: Harrison, eletto nel 1840, Lincoln nel 1860

(assassinato), Garfield nel 1880 (assassinato), McKinley nel 1900


(assassinato), Harding nel 1920, Roosevelt nel 1940. Kennedy era
stato eletto nel 1960. « Sconfiggerò questa maledizione... » diceva
ridendo agli amici.

Dovunque viaggiasse, la sua scorta di trentacinque agenti speciali


veniva aumentata, senza contare il corpo di polizia della Casa
Bianca, 170 uomini in uniforme, che sorvegliava la

residenza. Tutti i pacchi che arrivavano venivano esaminati con le


apparecchiature a raggi X, tutti i cibi e le bevande erano ispezionati
al momento della consegna. I regali di cioccolatini e caramelle
venivano distrutti senza neanche essere assaggiati e quando il
presidente mangiava fuori, anche a casa di amici, agenti del Servizio
Segreto stavano in cucina ad osservare la preparazione dei cibi.

In qualunque edificio entrasse, era preceduto da un gruppo di agenti


che ne studiavano la pianta e i sistemi di sicurezza. Lungo il tragitto,
agenti in borghese si mischiavano alla folla. Quando viaggiava in
treno, i ponti su cui doveva passare erano sorvegliati e un treno
pilota precedeva il suo per saggiare le rotaie. Il vagone presidenziale
aveva il soffitto d'acciaio e finestre a prova di proiettile.

Il suo aereo, l'Air Force One, era vigilato ventiquattro ore al giorno e i
piloti mangiavano a due ore di distanza nel caso il cibo fosse
avvelenato. La scorta presidenziale non doveva dare nell'occhio, per
cui vennero esclusi gli uomini di altezza particolare. Tutti i
componenti della scorta erano tiratori scelti ed esperti di arti marziali,
generalmente di età compresa tra i ventiquattro e i trent'anni, forti,
atletici, istruiti e, per la maggior parte laureati. Appena si conobbero i
risultati elettorali, questi uomini iniziarono a vegliare su di lui giorno e
notte. Se giocava a golf, erano loro a portare le mazze, se nuotava,
remavano su una imbarcazione vicina. Si dice, ma non è provato,
che sostassero fuori dalla porta anche quando Kennedy era in
compagnia di una delle sue amanti.

Un gruppo di agenti indagava su migliaia di persone sospette,


maniaci ed estremisti politici, e ogni lettera minatoria era
attentamente vagliata. Quando il presidente passava nelle vicinanze,
queste persone erano sorvegliate a vista. Minacciare di morte il
presidente degli Stati Uniti è un crimine. Il 21 novembre 1963,
quando Kennedy partì per il Texas, c'erano dossier su 50.000
soggetti considerati ' a rischio' .

La visita presidenziale doveva includere San Antonio, Houston, Fort


Worth, Dallas e Austin. Tutto lo stato era un terreno fertile per
organizzazioni politiche di estrema destra e, considerata anche la
facilità con cui era possibile procurarsi un'arma, per la protezione del
presidente venne allestita una enorme operazione di sicurezza. O
almeno così avrebbe dovuto essere...

Il 22 novembre, venerdì, Kennedy si alzò presto al suo albergo di


Forth Worth. Il viaggio stava andando bene ed era di buon umore. A
San Antonio e Houston aveva trovato grandi folle ad accoglierlo
calorosamente. Quella mattina brumosa, molte migliaia di persone si
erano raccolte oltre gli sbarramenti per vedere il presidente. Appena
uscì, esplose un applauso e Kennedy si incamminò verso il
parcheggio, facendo divertire ed entusiasmando il pubblico con i
suoi modi semplici ed attraenti. Era sua abitudine fingere che la folla
stesse in realtà aspettando Jacqueline, per cui si scusò: « Mi
dispiace. La signora Kennedy impiega più tempo di me a prepararsi
– ma poi ha un aspetto molto migliore del mio. Nessuno si chiede
mai che abito metterò io! »

Durante il volo da Forth Worth a Dallas, Kennedy ripassò il discorso


che aveva intenzione di tenere durante il pranzo. Il tema era: ' Solo
un'America che mette in pratica ciò che predica sull'uguaglianza dei
diritti e sulla giustizia sociale è degna di rispetto' . E avrebbe
concluso con le parole del Salmo 127: « Se il Signore non guarda la
città, invano veglia la guardia... »

Dallas era considerata una città particolarmente a rischio. Era stata


sede del Ku Klux Klan ed era ancora una roccaforte dell'estremista
John Birch Society, ostile a chiunque non fosse WASP, bianco anglo-
sassone e protestante. Quell'autunno, Adlai Stevenson, ex
candidato democratico alla Casa Bianca e ambasciatore degli Stati
Uniti all'ONU, era stato aggredito a sputi da un gruppo di estremisti
di destra e durante la campagna elettorale del 1960 Lyndon Johnson
e la moglie Lady Bird erano stati violentemente contestati da una
folla di dimostranti.

Il pastore della più grande chiesa evangelica di Dallas aveva


predicato dal pulpito contro Kennedy, definito spregiativamente '
papista' , e la Chiesa cattolica, condannando ogni tipo di
integrazione razziale fra bianchi e neri. Il giorno prima della visita
presidenziale erano stati distruibuiti volantini con il ritratto di
Kennedy di faccia e di profilo come le foto segnaletiche dei criminali,
con la dicitura ' Ricercato per tradimento'
L'assassinio di John F. Kennedy, a Dal as, il 22 novembre 1963

In alto: Kennedy si china in avanti dopo essere stato colpito . Sopra:


Nel ie Connal y si china sul marito John, ferito, mentre un agente del
Servizio Segreto protegge Jacqueline Kennedy
Il Texas School Book Depository, dove Lee Harvey Oswald lavorò e
dal quale almeno un colpo fu sparato contro il corteo presidenziale.
La freccia indica la finestra dietro la quale fu rinvenuto il presunto
fucile di Oswald.

Poco dopo le 11:30 l'Air Force One atterrò a Dallas, in una bella
giornata di sole i Kennedy vennero portati in città su una Lincoln blu
a cui era stata tolta la capote per permettere al presidente di stare in
piedi a ringraziare la folla. Jacqueline con un vestito di lana rosa e
un cappellino, portava un bouquet di rose. Di fronte ai Kennedy
sedevano il governatore del Texas John Connally e sua moglie
Nellie. Nella vettura al seguito c'era un gruppo di agenti del Servizio
Segreto.

Il corteo di automobili procedeva alla moderata velocità di


venticinque chilometri l'ora. Ai lati, la folla era densa e calorosa.
Mentre si avvicinavano al triplo sottopassaggio verso l'incrocio di
Elm, Main e Commerce Street nella zona commerciale, a due
chilometri di distanza dal luogo del ricevimento, Nellie Connally disse
al presidente, commentando gli applausi: « Ora nessuno potrà dire
che gli abitanti di Dallas non ti amano... »

« No, non si potrà davvero... » rispose John Kennedy. E quelle


furono le sue ultime parole. Si udirono i colpi sparati da uno o, più
probabilmente, due fucili e il presidente si accasciò a sinistra, la
testa ferita cadde sul grembo di sua moglie. « Mio Dio, hanno ucciso
Jack! » urlò Jacqueline.

Il governatore Connally crollò in avanti, ferito al torace, mentre


echeggiava un ultimo sparo. Il guidatore non reagì immediatamente
e, per diversi secondi, la Lincoln rallentò. L'agente Clint Hill saltò giù
dalla macchina seguente, si protese in avanti e balzò sul paraurti
posteriore dell'auto presidenziale. Vide la testa di Kennedy
squarciata e sangue dappertutto. La limousine si staccò dal corteo e
si precipitò verso il Parkland Memorial Hospital, a cinque chilometri
di distanza, mentre Jacqueline cullava il marito tra le braccia.

I chirurghi lottarono per salvargli la vita, ma invano. C'era una ferita


sotto il pomo d'Adamo e un proiettile aveva lacerato la parte
posteriore del cranio fino alla zona destra della testa. Poco dopo le
13:00, i medici si arresero e sopra il corpo del presidente venne
steso un lenzuolo. Jacqueline era inginocchiata al suo fianco, in
preghiera. John Fitzgerald Kennedy, trentacinquesimo presidente
degli Stati Uniti, era morto all'età di quarantasei anni: l'ottavo
presidente deceduto durante il mandato e il quarto assassinato. Non
era riuscito a sconfiggere quella che lui steso aveve definito una
maledizione.

Ma chi lo aveva ucciso? In una stanza al sesto piano dell'edificio


della Texas School Book Depository, vicino ad una finestra che dava
sul tragitto del corteo presidenziale, fu rinvenuto un fucile
Mannlicher-Carcano 91/38, una carabina di fabbricazione italiana ad
otturatore manuale, risalente alla seconda guerra mondiale, dotata di
mirino telescopico. Le indagini rivelarono che apparteneva ad un
giovane che aveva lavorato nel deposito durante il mese precedente.
Il suo nome era Lee Harvey Oswald ed era scomparso dall'edificio.

Poco dopo l'attentato, un poliziotto di nome J.D. Tippit cercò di


fermare un giovane che si affrettava lungo la East Tenth Street. Per
tutta risposta, il giovane estrasse una pistola e lo uccise. Un
passante avvertì la Centrale attraverso la radio della automobile di
Tippit.

Poco dopo un giovane agitato fu visto entrare al Texas Theater, un


cinema sulla Oak Cliff, senza pagare il biglietto. Il gestore chiamò la
polizia e, quando lo spettacolo principale, War is Hell, stava per
iniziare, vennero accese le luci e i poliziotti irruppero nella sala. «
Basta! » urlò la persona sospetta, impugnando una pistola calibro
38. l'arma si inceppò e l'uomo fu prontamente disarmato dagli agenti.
Venne identificato come Lee Harvey Oswald e, dopo un lungo
interrogatorio – che stranamente non fu verbalizzato – accusato di
due omicidi, prima quello dell'agente Tippit e poi quello del
presidente Kennedy.

Oswald non arrivò mai al processo. Due giorni dopo l'attentato,


mentre, ammanettato ad un agente, dalla cella alla City Hall veniva
condotto in tribunale per l'incriminazione formale, un uomo, Jack
Ruby, si fece largo, praticamente indisturbato, tra la folla degli
astanti, estrasse una rivoltella e gli sparò sotto gli occhi di milioni di
telespettatori televisivi. Ferito allo stomaco, Oswald morì in una
stanza d'ospedale a pochi passi da quella in cui John Kennedy era
spirato quarantotto ore prima.

Lee Harvey Oswald, sotto scorta del a polizia, prima di essere ucciso
da Jack Ruby.

« Sono un capro espiatorio... » disse più volte agli agenti.

Ventiquattrene, nativo di New Orleans, Oswald apparve subito a tutti


come il prototipo del disadattato, solitario ed introverso. A scuola era
descritto come un ragazzo che se ne stava sempre solo, difficile e
ostile, senza amici. Uno psichiatra concluse che aveva una
personalità potenzialmente pericolosa, con una patologica
avversione per qualsiasi forma di autorità.

Nonostante questo – e nonostante si proclami platealmente un


convinto marxista – si arruola nei Marines, dove si classifica –
particolare da considerare – un mediocre tiratore, impara il russo, e
viene destinato ad una base aerea in Giappone dalla quale partono
le missioni di spionaggio degli aerei U-2 sul territorio sovietico.
Congedatosi dal corpo per prendersi cura della madre malata,
rimase con lei solo tre giorni. Da lì, non si sa bene come, raggiunse
Mosca, dove rinunciò formalmente alla cittadinanza americana e
fece domanda per quella sovietica. I russi, sospettosi, non gliela
accordarono. Iniziò a lavorare in una fabbrica, sposò una ragazza
russa, Marina Nikolayevna Prusakova, da cui ebbe una bambina, e,
per un po' se la passò piuttosto bene. Quando

seppe che era stato congedato dai Marines con disonore, si arrabbiò
e scrisse una lettera amareggiata a John Connally, pensando
erroneamente che fosse ancora segretario della Marina. La sua luna
di miele con l'Unione Sovietica durò in tutto due anni e mezzo, dopo
di che supplicò il governo americano di lasciarlo tornare in patria.
Curiosamente, in un periodo in cui bastava ammettere di avere
vaghe simpatie di sinistra per vedersi negare il visto d'ingresso negli
Stati Uniti, fu accontentato e con tanto di pagamento del biglietto di
ritorno per lui e per la sua famiglia. A Oswald non riuscì, ancora una
volta, di mantenere un lavoro e sua moglie era di nuovo incinta.

Nella primavera del 1963, tramite una casella postale, acquistò il


Mannlicher-Carcano e diede il suo appoggio al comitato per il Fair
Play for Cuba, distribuendo volantini con le scritte ' Viva Castro' .

Acquistò anche dei libri sull'assassinio del governatore della


Louisiana Huey P. Long e sulla vita del leader comunista cinese Mao
Zedong.
Il suo matrimonio traballa: poco prima della nascita del secondo
figlio, sua moglie si trasferì a casa di una sua amica. Fu proprio
quest'ultima a trovare il posto al Texas School Book Depository per
Oswald e la notte del 21 novembre consentì che i due coniugi
dormissero insieme. Il giorno dopo, stando alla versione ufficiale,
Oswald prese il suo fucile, avvolto in carta marrone, per recarsi al
lavoro.

Il motivo per cui Jack Ruby uccise Lee Oswald non è mai stato
chiarito. Lui stesso fornì diverse e assai poco convincenti spiegazioni
nei tre anni in cui rimase in prigione, arrivando a dire persino di aver
voluto risparmiare alla signora Kennedy lo stress di dover
testimoniare in tribunale. Di sicuro i suoi precedenti appaiono quanto
mai sospetti: si venne a sapere che era un personaggio minore al
soldo del crimine organizzato di Chicago e che a Dallas gestiva un
night club frequentato soprattutto da poliziotti e pubblici funzionari.
Morì di cancro nello stesso ospedale in cui cessarono di vivere
Kennedy e Oswald e in cui venne al mondo la seconda figlia di
Marina Oswald.

Il compito di chiarire le circostanze in cui era stato ucciso il


presidente, e perchè, fu affidato ad una speciale commissione,
presieduta dal giudice capo della Corte Suprema Earl Warren, che,
al termine di tre anni di indagini pubblicò ventisei volumi di prove, tra
cui 3.154 reperti e 25.000

interviste dell'FBI, tutte tese a dimostrare che Oswald era l'unico


assassino e che aveva agito da solo e senza complici. Robert
Kennedy accettò i risultati dell'indagine e dichiarò pubblicamente
che, se fosse diventato presidente e ne avesse avuto il potere, non
avrebbe in ogni caso riaperto l'inchiesta.

Ma era andata davvero così? Oswald aveva davvero agito da solo?


O John F. Kennedy era stato di vittima di una cospirazione?
Da subito furono in molti a diffidare del resoconto della Commissione
Warren: Earling ' Jim'

Garrison, procuratore distrettuale di New Orleans – che nel 1969


incriminò e fece processare, senza successo, l'uomo d'affari Clay
Shaw quale organizzatore materiale dell'attentato e le cui tesi, nel
1991, ispirarono ad Oliver Stone la sceneggiatura del film JFK, un
caso ancora aperto – ipotizzò un vasto complotto fra politici,
industriali e alti gradi delle forze armate e dell'intelligence, tutti
preoccupati di una presunta svolta pacifista della politica estera di
Kennedy nel secondo mandato, soprattutto riguardo l'intervento
americano in Vietnam. Non fu in grado di produrre prove decisive,
ma ebbe quanto meno il merito di attirare l'attenzione dell'opinione
pubblica sulle tante, troppe, incongruenze della versione ufficiale: la
presunta abilità di Oswald come tiratore che, come abbiamo visto,
era in realtà assai mediocre, la scarsa qualità della presunta arma, il
cui mirino telescopico, per di più, risultò anche difettoso e, infine,
l'inverosimile teoria della ' pallottola magica' capace di muoversi a
zig-zag e rimanere ferma a mezz'aria. Non fu mai chiarito, inoltre,
l'effettivo numero di colpi sparati. Uno, indubbiamente, partì dal
magazzino dei libri, ma ci sono prove irrefutabili che altri partirono
dalla collinetta erbosa a cento metri dall'edificio. Uno steccato che
era lì avrebbe fornito una buona copertura per un tiratore e, dietro lo
steccato, c'era un parcheggio nel quale un'automobile pronta alla
fuga sarebbe potuta rimanere ad aspettare inosservata. Un giovane
militare in licenza, Gordon Arnold, cercava un buon posto per vedere
il corteo da dietro la palizzata, ma un uomo con un distintivo gli
ordinò di andarsene, asserendo di appartenere al Servizio Segreto.
Nel corso delle indagini emerse che sulla collinetta erbosa non
c'erano agenti. Arnold testimoniò di aver udito « un proiettile sibilare
a pochi centimetri sopra la mia spalla sinistra... » ed era partito da
dietro.

Il drammatico momento, al 'uscita del a City Hal di Dal as, in cui Jack
Ruby si fa avanti, con una rivoltel a calibro 38 in pugno, per sparare
nel o stomaco di Oswald
Jack Ruby, proprietario di un night club di Dal as e figura minore del
a Mafia, in carcere dopo aver sparato a Oswald

Una dozzina di persone che si trovava lì nei pressi parlò di proiettili


esplosi dietro di loro, tra questi anche Abraham Zapruder, il fotografo
dilettante che riprese il celebre filmino dell'assassinio dalla collinetta.
I Connally erano seduti di fronte ai Kennedy, guardando verso la
strada, e il governatore affermò sempre di essere stato colpito un
secondo dopo il presidente. Non c'è dubbio quindi che ci furono vari
tiratori che spararono da punti diversi.

Un comitato del Congresso, sul finire degli anni Settanta, effettuò


una nuova indagine sull'attentato di Dallas che, dopo due anni di
lavoro e pur non raggiungendo conclusioni definitive, stabilì che
John Kennedy era rimasto vittima di una cospirazione.

Già, ma organizzata da chi? E perchè?

Kennedy aveva molti nemici già prima di essere eletto presidente –


due su tutti: il potente capo del sindacato autotrasportatori Jimmy
Hoffa e il direttore dell'FBI J.Edgar Hoover – ma altri se ne erano
aggiunti nei suoi tre anni alla Casa Bianca e fra questi c'erano
sicuramente alcuni esponenti del crimine organizzato come alcuni
membri molto agguerriti della resistenza cubana anticastrista.

L'assassinio del presidente era stato deciso in uno di questi


ambienti? Si scoprì che un uomo di nome Jim Braden, fermato dalla
polizia dopo l'attentato per comportamento sospetto e rilasciato
quando Oswald venne accusato del crimine, si chiamava in realtà
Eugene Brading, un malavitoso collegato a Carlos Marcello,
all'epoca uno dei personaggi di spicco della criminalità organizzata
americana. La notte prima dell'assassinio di Kennedy, Brading aveva
pernottato al Cabana Hotel, dove Jack Ruby aveva telefonato quella
sera.

Un altro uomo legato a Marcello – ma anche alla CIA e agli esuli


cubani – era David Ferrie, ex pilota, simpatizzante per l'estrema
destra. Un informatore anonimo disse al procuratore Garrison che
Ferrie avrebbe dovuto trasportare uno degli attentatori via da Dallas
con un aereo privato, ma non si arrivò mai ad un arresto o ad una
condanna. Il 22 febbraio 1967, David Ferrie fu trovato morto in casa
sua, forse per cause naturali, sebbene avesse lasciato due biglietti
che indicavano il suicidio.
A poco più di un'ora dopo la morte di Ferrie, il suo socio Eladio del
Valle, anche lui ricercato per essere interrogato dalla polizia
sull'attentato, venne trovato assassinato nella sua auto, a Miami. Del
Valle era un anticastrista militante e aveva legami con il boss
mafioso della Florida Santos Trafficante, amico di Carlos Marcello.

La Commissione Warren aveva stabilito che era stato Oswald a


uccidere l'agente Tippit e molti passanti avevano effettivamente
testimoniato in questo senso. Ma quelle testimonianze erano state
fatte quando il volto di Oswald era ormai conosciuto in tutto il mondo
tramite la televisione e le fotografie sui giornali. Inoltre, altre persone
presenti all'omicidio dichiararono che l'assassino aveva tutt'altro
aspetto.

Oswald era uno degli attentatori o solo una pedina, messa sulla
scacchiera per sviare le indagini dai veri colpevoli? Durante il breve
periodo di detenzione, Oswald ripetè più volte: « Sono solo un uomo
di paglia... ».

La teoria acquista consistenza se si considera il suo successivo


assassinio, presumibilmente attuato per metterlo a tacere prima di
arrivare in tribunale.

Le indagini furono costellate da diverse morti violente, tra cui quella


di tre giornalisti che avevano intervistato Jack Ruby. Uno venne
ucciso da proiettili di arma da fuoco, il secondo da un colpo di
karate, il terzo da una overdose di droga.

Furono gli esuli cubani, forse spalleggiati dalla CIA, i responsabili


della morte del presidente? Dopo il suo trionfo nella crisi dei missili,
Kennedy aveva assunto un atteggiamento più rilassato verso il
regime di Castro e aveva voluto che le operazioni clandestine contro
Cuba finissero. Gli anticomunisti cubani trasferitisi in America erano
furiosi e avrebbero potuto trovare degli alleati ben disposti nelle file
del crimine organizzato, il cui redditizio impero cubano del gioco
d’azzardo e della prostituzione era stato spazzato via dalla
rivoluzione castrista.

Per più di due decenni ci sono state indagini, dichiarazioni, accuse e


insinuazioni. Ma senza nessuna soluzione soddisfacente. La morte
di John Fitzgerald Kennedy rimane avvolta nel mistero.

Mary Rogers

Quella che all'epoca dei fatti – il 1841 – venne considerata con


grande scalpore la misteriosa morte della "sigaraia" Mary Rogers,
oggi a New York meriterebbe, sì e no, un trafiletto in qualche angolo
di pagina di un quotidiano. Il fatto che il caso rimase insoluto fu la
molla che mosse l'interesse di Edgar Allan Poe, che lo seppe
trasformare nella più classica delle storie poliziesche. A circa mezzo
secolo di distanza dalla morte della ragazza, si ritenne che l'ipotesi
suggerita da Poe potesse in parte essere corretta, al punto che uno
scrittore arrivò a pensare che lo stesso Poe potesse essere coinvolto
nel fattaccio.

Mary Cecilia Rogers era nata a New York nel 1820. La madre,
rimasta vedova quando la bimba aveva solo cinque anni, sbarcava il
lunario gestendo camere in affitto in Nassau Street. Crescendo,
Mary era diventata una gran bella ragazza slanciata, dai capelli
corvini. La sua avvenenza aveva attirato l'attenzione di un
negoziante, certo John Anderson, che mandava avanti un negozio di
sigari a Broadway, il quale le propose di diventare la sua commessa,
la sua sigaraia. Proposta alquanto spudorata, se si pensa che la
New York del tempo era ancor più "vittoriana" e bigotta di Londra e
che una rivendita di sigari era ovviamente frequentata solo da
uomini, giovani e meno giovani, più o meno incalliti fumatori.
"Esporsi" davanti a una tale clientela non era visto di buon occhio.
La madre, infatti, si era opposta, ma alla fine l'entusiasmo della
ragazza era riuscito a prevalere anche sulle sue obiezioni. In breve il
lavoro di Mary aveva dato ottimi frutti, attirando al negozio molti
nuovi clienti, questo sebbene – così come viene sottolineato da
Thomas Duke nel suo libro del 1910

intitolato Celebrated Criminal Cases of America – « ... la giovane


continuasse a mantenere un comportamento assolutamente
irreprensibile. Anche se a volte il suo sorriso pareva accattivante e
pieno di promesse, non c'era profferta che non venisse sonoramente
respinta ... ».

Dopo aver lavorato assiduamente per dieci mesi nel negozio di


Anderson, un giorno del gennaio del 1841 Mary non si era più
presentata, era come sparita all'improvviso. La madre non aveva la
minima idea di dove potesse trovarsi. Scrive Duke: « ... Anche il suo
datore di lavoro, il signor Anderson, non sapeva capacitarsi della sua
scomparsa ... ». La polizia si era attivata e la notizia era comparsa
sui giornali. Ma sei giorni dopo, Mary era riapparsa, tirata e
all'apparenza malata, dicendo che era andata a fare visita ad alcuni
parenti lontani. Madre e datore di lavoro si erano accontentati della
spiegazione. Quando però nel quartiere erano iniziate a girare voci
in cui si diceva che Mary durante l'assenza dal negozio era stata
vista in compagnia di un bell'ufficiale della Marina, la ragazza, a soli
pochi giorni dal rientro a casa, era di nuovo scomparsa da
Broadway, questa volta definitivamente. Un mese dopo la madre
aveva ricevuto la notizia del suo fidanzamento con un uomo che era
stato un suo affittuario, un impiegato di nome Daniel Payne.

Cinque mesi dopo, domenica 25 luglio 1841, alle 10 in punto del


mattino Mary aveva bussato alla porta del fidanzato annunciandogli
che stava per recarsi a trovare una zia in Bleecker Street. Payne le
aveva risposto che sarebbe passato a chiamarla verso sera. Il
giovane trascorse anche lui la giornata fuori casa, poi, scoppiato un
violento temporale, decise di rientrare, senza passare da Mary, che
avrebbe così potuto dormire dalla zia. La madre anche si disse
d'accordo. Ma quando il giorno dopo Mary non fece ritorno a casa, la
madre iniziò a preoccuparsi. Quando Payne, tornato dal lavoro, lo
seppe si precipitò a casa della zia – una certa signora Downing –
vedendo crescere
ulteriormente la sua agitazione nel venire a sapere che la ragazza
non era affatto andata a farle visita.

A sinistra: una rara immagine di Mary Rogers, sfortunata


protagonista di uno dei casi criminali più famosi nel a New York del
XIX

secolo. A destra: illustrazione originala da Il Mistero di Marie Roget


di Edgar Al an Poe.

Due giorni dopo, il mercoledì, tre pescatori su di una barca, mentre


si trovavano nelle acque di Castle Point, a Hoboken, rinvennero il
cadavere di una donna. Era la povera Mary. Stando alla cronaca
riferita dal New York Tribune, il corpo era ' orribilmente mutilato e
seviziato' . Mary era completamente vestita, anche se gli abiti erano
tutti rovinati e le mancava il bustino. Un pezzetto di pizzo strappato
dall'orlo della gonna le era stato conficcato così profondamente nella
gola da non essere neppure visibile a una prima osservazione.
L'autopsia confermò ciò che ci si aspettava: la ragazza era stata
brutalmente violentata. Abbastanza stranamente, il fidanzato, Daniel
Payne, si rifiutò di andare a riconoscere il corpo, pur essendo stato
fra i più attivi ricercatori della ragazza per tutta la città, Hoboken
compresa. Dopo essere stato interrogato dalla polizia Payne fu
subito rilasciato.

Passata una settimana senza alcun novità, era stata fissata una
lauta ricompensa. Poi il coroner ricevette la lettera anonima di un
uomo – il quale giustificava il periodo di silenzio per motivi che
definiva di "prudenza" – che diceva di aver visto Mary Rogers la
domenica pomeriggio, giorno della sua sparizione. La ragazza era
scesa da un'imbarcazione con sei loschi figuri e con loro si era
inoltrata nel bosco, ridendo e scherzando ad alta voce, come se non
ci fosse stato alcun problema né costrizione. Immediatamente dopo,
era attraccata una barca da cui erano scesi tre gentiluomini. Uno di
questi, fermati due pescatori, aveva domandato se avessero per
caso notato una ragazza in compagnia di sei uomini. La risposta,
ovviamente, era stata affermativa. Uno dei pescatori aveva anche
sottolineato l'allegria della ragazza. Dopo di che il trio era risalito in
barca per dirigersi verso New York. Rintracciati, i due avevano
confermato ogni cosa. Tuttavia, pur conoscendo Mary di
vista, nessuno di loro si sentiva di asserire in tutta certezza che la
giovane ridente fosse davvero Mary Rogers.

La successiva importante informazione arrivò da un cocchiere, certo


Adams, il quale disse di aver notato Mary arrivare allo scalo
Hoboken in compagnia di un uomo ben piantato, vestito in modo
elegante vestito. Si erano fatti condurre alla taverna Nick Mullen's.
Questa era tenuta da una certa signora Loss, la quale, interrogata
dalla polizia, testimoniò che la coppia, « ... dopo essersi riposata e
rinfrescata... », se n'era andata dirigendosi verso il bosco. Qualche
momento dopo aveva udito delle grida provenire da laggiù, ma dal
momento che il luogo « ... non era proprio un posticino
raccomandabile ... » non ci aveva fatto caso più di tanto.

A sinistra: foto di Edgar Allan Poe, scattata nel 1848, un anno prima
del a sua misteriosa morte.

A destra: Il frontespizio del racconto Mistero di Marie Roget


pubblicato da Poe nel 1842 sulla rivista Snowden's Ladies'
Companion.
A due mesi dall'assassinio, il 25 settembre, alcuni ragazzi che
stavano giocando nel bosco avevano trovato il corpetto mancante di
Mary assieme a un biglietto, e poi una sciarpa in seta, un parasole e
un fazzoletto con le iniziali "M.R.". Il fidanzato di Mary, Daniel Payne,
qualche tempo dopo si suicidò in quello stesso punto.

Venne arrestato un giocatore d'azzardo, Joseph Morse, che viveva


in Nassau Street, sospettato dell'omicidio, dal momento che alcuni
testimoni dichiararono di averlo visto in compagnia di Mary la sera in
cui era scomparsa. Combinazione, proprio il giorno dopo
l'assassinio, Morse aveva lasciato New York. Fatti gli opportuni
accertamenti, fu però rilasciato, in forza di un alibi, come si suol dire,
di ferro, avendo ampiamente dimostrato di aver trascorso il
pomeriggio di domenica a Staten Island in compagnia di un'altra
giovane donna. In un singolare resoconto, comparso sul quotidiano
Tribune, si lesse che Morse era convinto che la giovane donna con
la quale aveva trascorso la giornata fosse Mary Rogers e che
quando aveva saputo del corpo ritrovato aveva paventato si fosse
suicidata a seguito di ciò che era accaduto fra loro: lui aveva tentato
di usarle violenza, mentre si trovavano nella sua camera. Quando
era venuto a sapere che la ragazza era ancora viva e vegeta, aveva
tirato un gran respiro di sollievo. Questo per quanto riguardava le
indagini.

L'anno dopo, nel 1842, usciva in tre puntate su Snowden's Ladies'


Companion il racconto di Poe intitolato Il mistero di Marie Roget.
Chiunque creda di trovarvi la soluzione del delitto vero, quello di
Mary Rogers, è bene consideri la questione con estrema
precauzione. Poe immagina che Mary non sia stata uccisa da una
banda, ma da un solo individuo. Il solo movente sarebbe stato quello
della violenza sessuale. Quando, qualche tempo dopo però, venuto
a sapere della ventilata ipotesi che la ragazza fosse morta a seguito
di un aborto, Poe rivide la sua storia, modificandola in parte.

Dai segni di lotta rintracciati nel bosco e dalle tumefazioni del volto,
Poe dedusse che la ragazza venne uccisa da un uomo solo, perché
se fossero stati in tanti a concorrere alla sua uccisione certamente
l'avrebbero massacrata in modo assai peggiore. Gli abiti arrotolati
attorno al corpo, però, avrebbero potuto servire come punti di presa,
delle maniglie, per poterla trasportare, assecondando la teoria del
gruppo, anche se la testimonianza di due dei pescatori che avevano
recuperato il corpo non dava segni di aver notato questo particolare.
Ma, a parte questa osservazione, si deve riconoscere che le
obiezioni fatte da Poe a proposito della teoria del gruppo ebbero
comunque un notevole peso.

In un articolo comparso sul numero 152 della rivista The


Unexplained, i giornalisti Graham Fuller e Ian Knight suggerirono
l'ipotesi che lo stesso Poe potesse essere l'assassino. Stando a un
testimone, Mary era stata notata in compagnia di un uomo, elegante,
alto e di carnagione scura. Poe era olivastro di pelle e solitamente
elegante, ma, con il suo metro e sessanta, poco più, non poteva
certo dirsi un uomo alto. Forse l'aveva uccisa in un raptus di ' pazzia
indotta dall'alcol' . Proprio nel 1841, Virginia, la moglie, stava
morendo di tubercolosi e Poe si trovava in una condizione psichica
certamente instabile. Scriverà, più tardi: « ... Divenni folle, con lunghi
intervalli di orribile normalità. In questi momenti di vuoto bevevo
soltanto, solo Dio sa quanto ... ». Eppure non uno dei numerosi suoi
biografi ha mai descritto Poe come una persona violenta, anzi, molti
enfatizzano esattamente il contrario, vale a dire la sua affabilità e
gentilezza. La Storia, lo sappiamo, è piena di uomini di genio dediti
all'alcol – basti pensare a Ben Jonson o a Caravaggio – capaci
anche, in condizioni di alterazione psichica, di sfidare a duello e
uccidere un uomo, ma non esiste un solo caso in cui un artista abbia
consumato in modo deliberato un omicidio. In aggiunta, nessuno fra i
testimoni aveva segnalato che l'uomo visto con Mary Rogers
sembrasse ubriaco. E per questo, a nostro avviso, che la figura di
Poe come demoniaco assassino della povera sigaraia deve
senz'altro essere abbandonata e relegata nel reame delle ipotesi
fantasiose.
Ciò che Poe nel 1842 sembra non sapere è che il datore di lavoro di
Mary, il signor Anderson, era stato a lungo sospettato dalla polizia,
anche se poi, alla fine, era stato rilasciato come tutti gli altri fermati.
Ma mezzo secolo dopo, nel 1891, erano emersi altri importanti
particolari. Si venne a sapere che Anderson – all'epoca ormai morto
da dieci anni – era diventato ricchissimo e si era trasferito a Parigi.
Da quello che aveva raccontato agli amici, aveva trascorso « ...
giorni terribili a causa di lei ... » (Mary Rogers) e si sentiva in
contatto col suo spirito. Alla sua morte, gli eredi avevano reclamato
le sue fortune e nel 1891 la figlia aveva contestato il testamento
asserendo che quando il genitore l'aveva siglato non era più in grado
di intendere e di volere. Il caso approdò in tribunale, ma la
documentazione era andata distrutta. Ma un avvocato, Samuel Copp
Worthen, amico intimo di Laura Appleton, la figlia di Anderson,
venne a sapere che presso gli uffici dell'impresa gestita da Anderson
esisteva una copia degli atti del caso della Corte Suprema di New
York e si diede da fare per recuperarli. Ciò che emerse fu oggetto di
un lungo articolo che Worthen pubblicò in un numero del 1948 di
American Literature. Si venne così a sapere che nei lunghi
interrogatori cui la polizia aveva sottoposto Anderson, l'uomo era
uscito di testa, al punto addirittura da rinunciare alla sua prevista
candidatura a sindaco di New York, nel timore che qualcuno potesse
mai scoprire quel suo segreto.

Ma la parte più significativa della sua testimonianza stava


nell'ammissione di aver sostenuto per Mary Rogers le forti spese per
un aborto e che quel « ... peso continuava a portarselo dietro ... »,
pur precisando con vigore che « ... lui, da parte sua, non aveva nulla
a che vedere con quella faccenda ... ».

Questo ben spiegherebbe l'improvvisa assenza di una settimana di


Mary e il suo aspetto stanco e malato al ritorno e forse anche la
successiva pressoché immediata nuova sparizione, dovuta non tanto
alle malelingue a proposito del giovane ufficiale di Marina, quanto
alla necessità di prolungare ancora per qualche tempo la
convalescenza.
La teoria proposta da Worthen sostiene che a sei mesi dal primo,
Mary era stata costretta a un secondo aborto e ancora una volta era
andata a battere cassa dal suo datore di lavoro, il signor Anderson.
Quando la domenica mattina era uscita di casa era diretta a
Hoboken per sottoporsi all'intervento abortivo. (Non per nulla, tra le
tante, girò anche la storia secondo la quale la signora Loss, la
locandiera, in punto di morte avesse confessato che Mary Rogers
era proprio morta dissanguata a seguito di un aborto non riuscito.
Una storia mai confermata, ma verso la quale ad un certo momento
delle indagini si era decisamente volta l'opinione degli investigatori).
Mary, dunque, era morta durante l'aborto e il corpo era stato gettato
nel vicino fiume per coprire l'illecito, ma soprattutto i protagonisti,
l'uomo dalla pelle olivastra visto con lei allo scalo e la famiglia Loss,
che aveva affittato la stanza per l'intervento.

Fino a che punto questa ipotesi si adatta ai fatti così come li


conosciamo? La risposta è questa: assai bene, specie se
assumiamo come concreta l'eventualità che il padre del secondo
nascituro fosse Daniel Payne, visto che Mary non aveva intenzione
di sposarlo e, probabilmente, non aveva affatto troncato la
precedente relazione con l'altro amante. (Nulla si è chiarito in merito,
anche se è più che plausibile immaginare che l'uomo fosse proprio
John Anderson). Ciò assodato, immaginiamo che Payne fosse al
corrente che Mary stava recandosi a Hoboken per sottoporsi
all'aborto. Immaginiamo anche che la gravidanza fosse appena
all'inizio e che dunque l'operazione non l'avrebbe stremata più di
tanto, tenendo anche nel giusto conto il fatto che la ragazza già era
andata incontro a un aborto dal quale si era ripresa nel giro di una
settimana, pur uscendone debilitata. Quasi certamente la madre di
Mary era al corrente di ogni cosa. Duke commenta: « ... Era opinione
comune al tempo dei fatti, che la mamma della ragazza sapesse ben
più cose di quante ne aveva confessate alla polizia a proposito
dell'amante segreto della figlia ... ».

Che dire, allora, delle testimonianze a proposito della banda di sei


uomini? Niente di particolare, perché non è affatto detto che quella
ragazza fosse veramente Mary Rogers. Piuttosto, è probabile che la
lettera anonima in cui si raccontava di aver visto Mary inoltrarsi nel
bosco in compagnia di sei uomini sospetti, poteva tranquillamente
trattarsi di un falso, una missiva scritta dalla stessa signora Loss o
da uno dei suoi amici: la località di spedizione era Hoboken. Il passo
successivo sarebbe stato quello di convincere due amici a
presentarsi a testimoniare di essere i due pescatori che avevano
visto Mary entrare nel bosco e, interrogati sul molo, ne avevano dato
conferma ai tre misteriosi uomini eleganti scesi dall'imbarcazione ...
Il risultato sarebbe stato un perfetto depistaggio che avrebbe
condotto le indagini degli inquirenti verso tutt'altre direzioni rispetto a
quella vera.

Che dire, poi, del corpetto trovato nel bosco? Guarda caso,
particolare niente affatto da trascurare, esso era stato trovato da una
delle figlie della signora Loss. Il corpetto, come tutti gli altri oggetti
poi ritrovati, avrebbe potuto essere stato dimenticato nella stanza,
quando, una volta spirata, Mary era stata prelevata nel cuore della
notte per essere gettata nel fiume, e quindi abbandonato nel bosco
in un punto in cui la vegetazione spezzata e calpestata avrebbe
potuto far pensare a una colluttazione.

Infine, che dire in merito alla presunta violenza carnale subita da


Mary? Su questo, in apparenza, sembrava insistere il rapporto del
giudice, ma in realtà non è chiaro se la poveretta venne visitata a
questo fine da un medico e, se sì, quali furono le sue conclusioni.
Ciò che di certo si sa è che quando era stato trovato, il corpo della
giovane aveva già iniziato a decomporsi e che, a causa del torrido
luglio di quell' anno, da lì a poche ore era stata inumata, cosa che
avrebbe difficilmente consentito di espletare tutte le operazioni
investigative necessarie sul cadavere. A questo proposito vale
ricordare che nel 1841 la medicina legale stava compiendo i
primissimi passi ed è fortemente dubbio che qualcuno si sia
preoccupato di prelevare un campione vaginale per verificare la
presenza
o meno di seme maschile. Ciò che a una superficiale osservazione
erano sembrati i segni di uno stupro avrebbero potuto benissimo
essere invece quelli di un disgraziato aborto malriuscito.

Duke riferisce del suicidio di Daniel Payne, il fidanzato di Mary, e


scrive: « ... Si andò ad uccidere nel medesimo punto in cui si diceva
che la sua beneamata ragazza fosse stata violentata ... ». Altri autori
si sono interrogati sulla questione (vedi, per esempio, Charles E.
Pearce nel suo Unsolved Murder Mysteries del 1924). Il suicidio di
Payne sembra certamente doversi collegare al fatto che il figlio che
Mary Rogers stava aspettando fosse suo.

Certo, pensare che uno dei casi di omicidio considerati più intriganti
di tutta la storia del crimine si riduca alla fine molto semplicemente a
un tentativo di aborto non riuscito, è una cosa abbastanza irritante.
Ma perché sono ancora oggi così pochi coloro che lo sanno? In
buona parte perché Poe, con il suo racconto, ha sin da subito
depistato da questa traccia. Nell'edizione delle sue opere comparsa
nel 1850, a un anno dalla sua morte, il racconto di Marie Roget
compare con una nota a margine in cui si dice: « ... Vale la pena
ricordare ... che le confessioni di due persone – una di queste la
signora Dulac del racconto [corrispondente alla signora Loss] – rese
in momenti differenti molto dopo la pubblicazione hanno rivelato in
tutto, non solo la conclusione generale dei fatti, ma anche i fin minimi
dettagli che consentono di ritenere tali conclusioni senz'altro
attendibili ... ».

Questo è ovviamente impossibile. L'unica cosa che la signora Loss


sembra ammise fu che la povera Mary morì a seguito delle
emorragie derivate dall'aborto praticato in una stanza della sua
locanda.

Invece l'ipotesi di Poe contempla un uomo che colpisce in un


momento passionale, e che poi trascina il cadavere fino al mare. La
soluzione più credibile opta per una morte avvenuta a causa di un
embolo, una morte che chi aveva agito, d'intesa con la signora Loss,
aveva voluto far credere diversa stringendo una striscia della tela
della gonna di Mary attorno al collo con tale energia da fargliela
penetrare nella carne. Poi, insieme, i due avevano trasportato il
corpo fino al mare.

Insomma, il racconto di Poe è tutt'altro che una fedele ricostruzione


dei fatti, anzi suona piuttosto come una grottesca, malriuscita
imitazione. Poe non sarà stato, come siamo convinti, un assassino,
ma era di certo un ottimo bugiardo.

Il Gruppo Baader-Meinhof

Suicidio o delitto di Stato?

Nel pomeriggio di martedì 13 ottobre 1977, quattro terroristi


palestinesi assumono il controllo dell'aereo Lufthansa LH181 in volo
da Maiorca a Francoforte. Sono due uomini e due donne. Sotto la
minaccia delle armi costringono i piloti a dirottare verso l'Italia per
fare scalo all'aeroporto internazionale Leonardo da Vinci di Roma.
Dopo aver minato l'intero aereo con dell'esplosivo, i dirottatori
espongono le loro richieste in nome di una organizzazione in lotta
contro l'imperialismo nel mondo.

Gli osservatori esperti non mostrano sorpresa quando i dirottatori


chiedono la liberazione di tutti i

"prigionieri politici tedeschi", ben sapendo come le organizzazioni


terroristiche paramilitari palestinesi siano molto vicine agli ambienti
dell'estrema sinistra rivoluzionaria della Germania Federale. La
richiesta viene poi ridimensionata, reclamando la liberazione di
undici membri importanti dell' organizzazione terrorista RAF ( Rote
Armee Fraktion), detenuti nella Repubblica Federale Tedesca.

Nei tre giorni che seguono, l'aereo viene prima dirottato su Cipro,
quindi nel Dubai, per evitare che corpi di agenti e polizia segreta
possano organizzare qualche attacco a sorpresa. Infine, venerdì 16
ottobre, viene fatto atterrare ad Aden, nello Yemen.

Appena fatto scalo, il pilota Jürgen Schumann chiede ai dirottatori il


permesso di scendere qualche istante per verificare l'efficienza del
carrello che nell'ultimo atterraggio ha subito qualche inconveniente.
Eseguito il controllo e constatata la funzionalità del dispositivo,
mentre l'uomo si appresta a risalire sul velivolo compie il madornale
errore di scambiare qualche battuta a distanza con un gruppo di
uomini della sicurezza dell'aeroporto. Una leggerezza che non gli
viene perdonata.

Una volta a bordo, i dirottatori lo fanno inginocchiare e lo giustiziano


con un colpo di pistola alla nuca davanti a tutti gli ostaggi. Il corpo
del povero Schumann viene gettato fuori dall'aereo, mentre il pilota
in seconda è costretto a ripartire e a puntare su Mogadiscio, in
Somalia.

Frattanto, mentre l'ultimatum imposto dai terroristi per la consegna


dei prigionieri sta per scadere sotto la minaccia di far esplodere il
velivolo, il governo federale tedesco cerca di organizzare qualche
contromossa. La proposta è quella di liberare gli undici prigionieri,
condurli a Mogadiscio, consegnare ai palestinesi un'ingente somma
di danaro e consentire loro di andarsene via su un nuovo aereo. Il
leader dei dirottatori, che si fa chiamare Shahid Mahmoud, sembra
accettare e stabilisce di prorogare il termine per facilitare la
realizzazione dell'accordo, badando però a precisare: « ... Attenti:
non ci devono essere trucchi. Che non sia un'altra Entebbe ... ».

Citando Entebbe egli faceva riferimento a un episodio simile


avvenuto nel luglio del 1976, all'incirca un anno prima.
Nell'occasione un aereo di linea dell' Air France in rotta da Tel Aviv
verso Parigi era stato dirottato sull'aeroporto di Entebbe, in Uganda.
I dirottatori, cinque arabi e due tedeschi, avevano negoziato con
l'allora presidente dell'Uganda, Idi Amin, richiedendo la liberazione di
cinquantatre terroristi filo palestinesi tenuti prigionieri in Israele e in
altre parti del mondo. Fra questi vi erano anche due membri del
gruppo Baader-Meinhof e quattro affiliati al Movimento del Due
Giugno, in carcere nella Germania Federale.

Due giorni appresso, tre aerei da trasporto militari erano atterrati non
annunciati a Entebbe. Ne erano scese alcune squadre di
commandos specializzati israeliani con il compito di presidiare gli
edifici principali dello scalo e riconquistare l'aereo dirottato. Ne era
seguito un violento conflitto a fuoco nel corso del quale venti militari
ugandesi, un soldato israeliano (il colonnello Yoni Netanyahu, fratello
maggiore dell'attuale primo ministro di Israele), tre ostaggi e tutti e
sette i dirottatori erano morti. Tratti in salvo il resto degli ostaggi.

I sospetti di Shahid Mahmoud non sono del tutto ingiustificati. Alle


due del 18 di ottobre, infatti, gli agenti dell'appena nato corpo
antiterrorismo della Germania Ovest, il GSG9, attaccano l'aereo.

Dopo aver dato fuoco a un bidone d'olio proprio davanti al muso


dell'aereo per distrarre i terroristi, i commandos, forzato il portello
posteriore di ingresso, lanciano alcune granate esplosive.

Approfittando della confusione e del fumo si introducono nel velivolo


e ingaggiano una folle sparatoria con i terroristi, fra il terrore degli
ostaggi. In breve tre dirottatori, fra cui il capo, cadono morti e un
quarto viene gravemente ferito. Una sola vittima fra gli ostaggi,
nessuna fra gli uomini del commando.

Il dirottamento di Mogadiscio costituisce il terzo caso eclatante in cui


le autorità tedesche si trovano di fronte alla richiesta di liberazione
dei membri della banda Baader-Meinhof. Il primo era stato quello di
Entebbe. Il secondo si era verificato solo qualche settimana prima. Il
5 settembre del 1977

il sessantunenne presidente degli industriali tedeschi, il dottor


Hanns-Martin Schleyer (che, per inciso, in gioventù era stato un
fervente nazista e ufficiale delle SS), era stato rapito dalla RAF a
Colonia. Nell'azione erano morti l'autista dell'industriale e le tre
guardie del corpo armate che seguivano la sua auto a breve
distanza. La successiva richiesta di riscatto contemplava la
liberazione degli stessi undici elementi del movimento richiesti anche
dai dirottatori di Mogadiscio.

(Non per nulla, si scoprì che i messaggi erano stati battuti dalla
stessa macchina da scrivere).

La storia del dirottamento di Mogadiscio finisce dunque alle 2,15 del


pomeriggio del 18 ottobre 1977. Appena dopo le 7,30 di mattina di
quello stesso giorno accadde un fatto terribile. I secondini del
carcere di Stammheim, presso Stoccarda, nella Germania
Occidentale, al momento di consegnare la colazione ai prigionieri del
braccio sette, trovano Jan-Carl Raspe riverso sulla brandina con un
proiettile conficcato in testa. L'uomo, un terrorista della banda
Baader-Meinhof, doveva scontare l'ergastolo per la riconosciuta
uccisione di quattro militari americani nel corso di un attentato
dinamitardo. Trasferito in ospedale spirerà dopo poco. Tre celle più
in là un altro terrorista, Andreas Baader, il capo del gruppo, viene
pure lui trovato morto con accanto una pistola.

Mentre nel reparto femminile Gudrun Ensslin, l'amante di Baader,


viene rinvenuta senza vita, impiccata alle sbarre di ferro della sua
cella. Il quarto personaggio, Irmgard Möller, giace riversa sul lettino,
ferita con quattro profonde pugnalate al petto. Ricoverata d'urgenza
e sottoposta a un immediato intervento chirurgico si sarebbe poi
salvata.

Senza frapporre indugi, quella stessa mattina, il ministro della


giustizia della Germania Federale, Traugott Bender, annuncia
pubblicamente che tre membri della RAF erano morti e che un
quarto versava in condizioni gravissime. Era come se i quattro
personaggi, stretto un segreto patto suicida, appena saputo del
fallimento dell'impresa terroristica di Mogadiscio, persa ogni
speranza di salvezza, avessero dato compimento in modo
pressoché contemporaneo al loro proposito di autodistruzione.
Sebbene Bender escludesse qualsiasi "gioco sporco", furono in molti
a ritenere, con quasi certezza, che in realtà i terroristi fossero stati
"giustiziati" per evitare che ne venisse chiesto il riscatto o venisse
messo in atto qualche altro piano criminale per ottenerne la
liberazione.

Il dottor Schleyer venne infatti ucciso dai suoi rapitori solo qualche
ora dopo l'annuncio del ministro. Il suo corpo, trovato il giorno dopo
su un carro che trasportava tronchi d'albero a Mulhouse, in Francia,
presentava tre colpi di pistola nella testa e la gola barbaramente
tagliata.

La storia della banda terroristica Baader-Meinhof, chiusasi in modo


così brutale e cruento in quella mattinata di ottobre del 1977, era
iniziata sul finire degli anni Sessanta, con la morte di uno studente di
nome Benno Ohnesorg, ucciso a Berlino dal proiettile di un poliziotto
nel corso di una dimostrazione contro la visita dello Scià dell'Iran
Reza Palhavi nella capitale. Di colpo, il tono del dibattito politico nel
paese si era fatto arroventato. Fino a quel momento, per quasi tutti
gli anni
Sessanta, la protesta era salita dalla sinistra – che contestava la
bomba atomica, l'intervento americano in Vietnam, il capitalismo in
generale – ma, nel complesso, era stata sempre pacifica e mai
violenta.

Da sinistra in alto: Andreas Baader, Ulrike Meinhof, Gudrun


Hensslin, Jan-Carl Raspe.

L'uccisore di Ohnesorg, il sergente Kurras (per inciso, dopo il 1989


lo si scoprirà essere stato un agente infiltrato della StaSi, i servizi
segreti della Germania comunista. Una circostanza quanto meno
curiosa), fu incriminato per omicidio preterintenzionale ma, per
quanto l'imputazione fosse stata molto stemperata dall'attenuante
che la sua reazione era stata molto influenzata da una grave
situazione di minaccia, successivamente assolto. Il verdetto accese
la miccia della sinistra più radicale che vi ravvisò la conferma alle
sue accuse di fascismo verso il governo tedesco. Il giorno dopo
l'assassinio, Gudrun Ensslin, una giovane donna, alta e bionda,
vestita con un giubbino di

pelle e jeans, nella tenuta classica dei contestatori di sinistra,


presenziò a Berlino ad un meeting della SDS, vale a dire l'Unione
Socialista Studentesca Tedesca. Emozionata fino alle lacrime per i
fatti accaduti, la ragazza insistette nel definire "fascista" il governo
tedesco che, a suo dire, non avrebbe esitato a sbarazzarsi di tutti
loro. Sarebbe stato sciocco immaginare una risoluzione pacifica del
contrasto, per poter sopravvivere non restava che rispondere con
violenza alla violenza: « ...

Ricordatevelo, chi ci governa è la generazione di Auschwitz, non c'è


possibilità di dialogo! ... ».

La Ensslin, classe 1940, era la figlia di un pastore evangelico,


simpatizzante comunista. Aveva studiato filosofia a Tubinga, poi si
era trasferita a Berlino dove aveva aderito al movimento radicale
capeggiato da Bernward Vesper, con il quale, divenuti amanti, aveva
avuto un figlio.
Nel 1967, non molto tempo dopo la sua appassionata arringa agli
studenti tedeschi, in una delle tante dimostrazioni, Ensslin aveva
conosciuto un giovane di bell'aspetto, dagli occhi profondi e scuri,
Andreas Baader. All'epoca Baader viveva con una pittrice attivista di
sinistra, Elly Michell, che gli aveva dato una figlia. La cosa,
ovviamente, non gli aveva impedito di passare la notte con Gudrun,
la quale da parte sua aveva appena finito di girare un film porno
intitolato Das Abonnement (L'iscrizione).

Baader non aveva alcuna propensione politica, auto e belle donne lo


interessavano decisamente di più. Ma la cronica mancanza di
denaro e di successo facevano di lui una persona manipolabile, un
uomo facile da convincere: la società era tutta corrotta e solo una
rivoluzione violenta avrebbe potuto porre rimedio. Abbandonati i
rispettivi amanti, i due si erano messi insieme per andare a
Francoforte ad unirsi al movimento studentesco di sinistra che in
quella città era meglio organizzato e assai più concreto che non a
Berlino. Nelle manifestazioni e negli incontri era sempre la Ensslin a
prendere la parola e a mettersi in evidenza, mentre Baader preferiva
assistere in disparte alle sue performances senza mai intervenire. La
ragazza era la metà forte della coppia, tanto che quando si riferiva
ad Andreas lo chiamava "baby".

Dalle parole ai fatti il passo fu breve. Il 2 aprile 1968, si erano infilati


nel magazzini Schneider appena qualche istante prima della
chiusura. Dopo qualche esitazione, se ne erano andati, lasciandosi
dietro le sacche della spesa con cui erano entrati. Verso mezzanotte
un incendio aveva investito tre piani dell'edifico, ma il tempestivo
intervento dei vigili del fuoco aveva rimediato con celerità. La mattina
dopo i due erano stati arrestati nell'appartamento di un amico – nella
relazione della polizia si parla di una "denuncia" in piena regola – e
subito riconosciuti dagli addetti del magazzino. In quegli stessi giorni
anche altri due militanti – Thorwald Pröll e Horst Söhnlein –

finivano in carcere per aver piazzato una bomba, che per fortuna
non era esplosa, in un altro grande magazzino. A tutti e quattro i
terroristi vennero appioppati tre anni di detenzione con l'imputazione
di incendio doloso. In galera Ensslin dichiarava: « ... Non ce ne frega
niente di qualche materasso bruciato. Siamo inorriditi al cospetto dei
bambini che bruciano in Vietnam ... ».

Dopo soli quattordici mesi, in virtù di un ricorso pendente, gli


attentatori erano usciti dal carcere sotto sorveglianza, in attesa della
nuova decisione della corte. Sin da subito scoprirono che nel
frattempo erano diventati degli eroi agli occhi dei loro compagni di
sinistra. Venuto il momento di presenziare al processo, l'unico a
presentarsi davanti alla corte era stato Söhnlein.

Gli altri tre – Baader, Ensslin e Pröll – erano scappati in Svizzera.


Nel 1970 avevano fatto segretamente rientro in Germania, dove
nell'aprile dello stesso anno Baader era stato di nuovo arrestato e
questa volta rinchiuso nella prigione di Tegel a Berlino Ovest, colto in
flagrante mentre stava dissotterrando una cassa di armi in un
cimitero.

Mentre scontava la nuova pena, Andreas era stato contattato e poi


intervistato da una nota giornalista di sinistra, Ulrike Meinhof, che già
al tempo dell'incendio aveva avvicinato i due giovani, chiudendo il
suo articolo con queste parole: « ... È meglio dare fuoco a un grande
magazzino che possederne uno ... ».

A 36 anni – di nove anni più vecchia di Baader – la già divorziata


Ulrike, madre di due gemelle, era una sorta di celebrità, avendo
firmato programmi per la televisione e la radio, partecipato come
ospite fisso un talk show di successo e altro ancora. Negli ultimi
tempi, oltre a insegnare part-time alla Libera università di Berlino,
Ulrike si era sempre più avvicinata agli ambienti di estrema

sinistra. La sua casa ospitava gli incontri dei gruppi e aveva avuto
modo di conoscere molti dei compagni della coppia Baader-Ensslin.
Fra questi c'era anche Horst Mähler, avvocato difensore di Baader e
fondatore della RAF. (Baader stava guidando la sua auto quando era
stato arrestato. E fu proprio Mähler, assieme con la sempre fuggitiva
Ensslin, a convincere la Meinhof a studiare un piano per cercare di
far evadere Baader dalla prigione).

Le autorità carcerarie avevano concesso a Baader di scrivere un


libro sulla insoddisfazione giovanile e per documentarsi gli era
consentito frequentare l'Istituto tedesco per i problemi sociali di
Berlino Ovest, sito nel quartiere di Dahlem: una concessione, a
essere sinceri, alquanto in contrasto con le affermazioni della
Ensslin che continuava ad accusare di fascismo il governo tedesco.

Un altro membro del gruppo di salvataggio, Peter Homann, più tardi


ebbe a rivelare che in fondo non c'era alcuna motivazione politica
nell'azione che stavano preparando. Semplicemente Gudrun
rivoleva il suo "baby" e gli altri amici desideravano poterla aiutare.
Punto e basta, niente d'altro.

Solo in un secondo momento, quando ormai il ballo aveva avuto


inizio e non ci si poteva più fermare, il gruppo aveva pensato di
diventare una cellula completamente votata al terrorismo, ma era
stata una scelta, diciamo così, forzata dalle circostanze.

14 maggio 1970. Ulrike Meinhof si presenta all'Istituto per i problemi


sociali. Il bibliotecario che apre la porta le dice che quella mattina è
giornata di chiusura. La Meinhof afferma di saperlo, ma di aver avuto
il permesso di dare una mano a Andreas Baader nella stesura del
suo libro. Poiché la donna è famosa e viene subito riconosciuta,
questi non può immaginare che lo stia ingannando.

Viene chiamato Baader, che arriva libero dalle manette. A questo


punto il campanello suona di nuovo. Si presentano due donne che
dicono di dover consultare con grande urgenza dei documenti.

Appena la porta si apre, un uomo col volto mascherato irrompe nel


locale imbracciando un'arma.
All'istante le due donne estraggono altre armi dalle loro borsette e
nella confusione che segue – con la gente in strada coricata a terra
spaventata – Baader e la Meinhof scappano da una finestra e si
infilano in una Alfa Romeo che li aspetta fuori, con alla guida Astrid,
la sorella di Pröll. Nella sparatoria un bibliotecario viene gravemente
ferito.

Ora Mähler predispone una fuga collettiva – lui, Baader, la Ensslin e


la Meinhof – con meta il Medio Oriente, dove i quattro aspiranti
rivoluzionari si addestrano nei campi paramilitari nelle tecniche
terroristiche presso i centri del PFLP, il Fronte Popolare per la
Liberazione della Palestina.

E in questo momento che decidono di chiamarsi RAF (Frazione


dell'Armata Rossa), a imitazione del gruppo terroristico Armata
Rossa Giapponese.

Una volta rientrato in Germania, Mähler organizza colpi alle banche


per poter finanziare il movimento e lui stesso, nell'ottobre del 1970,
viene arrestato. Nel maggio del 1972 la RAF firma l'attentato al
quartiere generale del Quinto corpo d'armata americano a
Francoforte, dove un colonnello trova la morte e altre tredici persone
sono gravemente ferite. I danni stimati ammontano a non meno di un
milione di dollari. Una telefonata anonima rivela che le bombe sono
da collegarsi alla guerra del Vietnam. Il giorno dopo, alcune scatole
contenenti degli ordigni esplosivi, fanno saltare la stazione di polizia
di Augsburg, in Baviera, provocando il ferimento grave di cinque
agenti. Passano tre giorni e la moglie di un giudice di Karlsrhue
rimane ferita seriamente per lo scoppio di un'auto bomba. Il 19
maggio, due ordigni a orologeria deflagrano negli uffici della
segreteria della casa editrice Springer ad Amburgo. Infine, il 25
maggio del 1972 una violenta esplosione alla base militare
americana di Heidelberg provoca la morte di tre militari e il ferimento
di cinque.
Immediatamente dopo quest'ultimo fatto, la polizia di Francoforte
riceve una soffiata che conduce gli agenti nel garage di una casa a
nord della città. In un box si trova tutto il materiale necessario per la
fabbricazione di ordigni esplosivi. E così quando alle prime ore del 1'
giugno 1972, Andreas Baader arriva al garage a bordo della sua
sfavillante Porsche color lilla, trova la polizia armata che lo aspetta.
In auto con lui ci sono Jan-Carl Raspe e un altro terrorista, Holger
Meins. Alla vista dei poliziotti Raspe apre il fuoco e cerca di
scappare, ma viene falciato. Baader e Meins riescono a infilarsi lo
stesso nel garage, ma vengono catturati con il lancio di gas
lacrimogeni. Baader esce

lievemente ferito a un fianco, lo stesso fa Meins che si consegna in


mutande ai poliziotti, con le mani ben alzate sulla testa.

Passano sei giorni e Gudrun Ensslin viene pizzicata in una boutique


di Amburgo, dove una commessa le aveva notato la pistola nella
borsetta e aveva subito avvertito la polizia.

Ulrike Meinhof viene arrestata ad Hannover una settimana dopo, a


seguito di una clamorosa soffiata operata dagli stessi esponenti della
sinistra rivoluzionaria, convinti che la giornalista stesse per tradirli e
passare su un altro fronte politico. Il 25 giugno a Stoccarda, un
ragazzo inglese di nome Ian MacLeod viene colpito a morte da un
poliziotto che tenta di arrestarlo perché accusato di essere sul punto
di acquistare clandestinamente delle armi per sostenere un gruppo
eversivo.

I componenti la banda vengono rinchiusi nel carcere di sicurezza


Stammheim, presso Stoccarda, dove sono condannati ad altri tre
anni di detenzione. Nel frattempo, la prova che il terrorismo sta
diventando una piaga pesante a livello internazionale, ma soprattutto
sul fronte tedesco, viene da un altro gravissimo fatto di sangue,
quello perpetrato durante i Giochi Olimpici di Monaco da alcuni
terroristi arabi del gruppo Settembre nero. Questi, dopo aver preso
in ostaggio nove atleti israeliani e averne barbaramente uccisi due,
avevano avanzato alcune richieste. Giunti all'aeroporto, i corpi
armati della sicurezza tedesca avevano attaccato. Nella strage
erano morti gli ostaggi e i rapitori.

Fra le molte richieste i terroristi sollecitavano anche la liberazione dei


componenti il gruppo Baader-Meinhof.

E gli attentati continuano. Nel giugno del 1974 un estremista di nome


Ulrich Schmucker viene giustiziato dai suoi stessi compagni,
accusato di essere sul punto di rivelare un attentato all'ambasciata
turca di Bonn, da consumarsi come rappresaglia per l'avvenuta e
recente esecuzione di tre terroristi turchi. Dopo la morte di Holger
Meins causata da un prolungato sciopero della fame, il 9 novembre
1974 le cronache riportano l'assassinio di Gunter von Drenckmann,
un giudice colpito sulla soglia di casa da terroristi spacciatisi per
fiorai, proprio il giorno del suo compleanno.

Giudici e industriali sono costretti a vivere blindati, continuamente


minacciati, come in uno stato di perenne assedio. Il 27 febbraio
1975, a Berlino Ovest un commando di terroristi rapisce Peter
Lorenz, il leader del Partito cristiano democratico, mentre sta
recandosi in ufficio. In cambio della sua vita viene richiesta la
liberazione di sei terroristi detenuti. Fra questi troviamo Horst Mähler,
ma stranamente non Baader o la Meinhof. Questa volta il governo
tedesco tituba e cede: rilascia cinque terroristi che abbandonano
immediatamente il paese. Il sesto, Mähler, ormai stanco, non si
aggrega alla comitiva. Lorenz viene rilasciato sano e salvo.

Il successo di questa operazione sprona i terroristi: la volta


successiva la richiesta sarà più alta e verterà sulla liberazione della
banda Baader-Meinhof. E tutto questo puntualmente si verifica. Il 24

aprile del 1975 un gruppo di sei terroristi che si autodefiniscono


"Commando Holger Meins"

occupano l'ambasciata della Repubblica Federale Tedesca a


Stoccolma minacciando un massacro.
Per evitarlo richiedono la liberazione della banda e mezzo milione di
dollari. Per dare l'idea che non stanno per niente scherzando,
freddano senza pietà l'attaché militare barone von Mirbach. Il
governo di Bonn rifiuta di cedere alle richieste e la sola concessione
ammessa sta nella garanzia di un salvacondotto per i terroristi in un
paese di loro scelta. Ma prima che le trattative proseguano, l'ultimo
piano dell'ambasciata viene investito da una tremenda esplosione a
causa dell'innesco di una carica di esplosivo temporaneamente
depositata in un frigorifero. Un terrorista resta ucciso e l'acre fumo
che invade l'edificio costringe anche gli altri terroristi ad uscire.
Cinque vengono catturati nell'atto di sgattaiolare fuori da una finestra
e sono messi al sicuro in prigione in Germania.

Infine, il 21 maggio 1975, in un tribunale presidiato come un fortilizio,


si celebra il nuovo processo contro la banda. Gli avvocati difensori,
con un lungo gioco di arringhe e obiezioni tentano di ricondurre i fatti
a una mera farsa. Ma, quando quasi un anno dopo, il 4 maggio
1976, Gudrun Ensslin si assumerà la responsabilità di tre dei quattro
attentati, i contorni degli eventi sono definitivamente chiariti.

Cinque giorni dopo, il 9 maggio, Ulrike Meinhof viene trovata morta


impiccata all'inferriata della sua cella, il collo stretto da una morsa
mortale ottenuta con le calze. Il primo verdetto dell'autopsia è
suicidio, ma un secondo esame, voluto dalla famiglia, non ne dà
conferma, gettando molte ombre

sulla prima perizia. Sulla biancheria intima della giornalista vengono


trovate tracce di liquido seminale e alcune ecchimosi sui fianchi e sul
bacino supportano l'ipotesi di una violenza. Sul corpo gli esperti
rintracciano una scia di saliva che va dalla bocca all'ombelico,
suggerendo l'idea che la donna sia stata rivestita dopo la morte.
Possibilità confermata dalla constatazione che, quasi certamente, la
morte per soffocamento non era avvenuta nel corso dell'eventuale
stupro.
Il processo si chiude nell'aprile del 1977. I tre restanti membri della
banda vengono condannati a una pena che oltre all'ergastolo
prevede anche altri quindici anni aggiuntivi, quattordici per Mähler,
per aver rapinato una banca nel 1972.

Sei mesi dopo, in ottobre, avviene il dirottamento dell'aereo di linea


della Lufthansa, deviato a Palma di Majorca, di cui si è detto a inizio
capitolo. E il preludio dell'ultimo atto e la tragedia si conclude con i
"suicidi" contemporanei in carcere di Baader, Ensslin e Raspe il 18
ottobre. Molti esponenti politici della sinistra accusano quasi subito il
governo di aver ordito un ' delitto di Stato' .

Le faccenda, in effetti, è così sospetta che anche negli ambienti filo-


governativi sorge qualche perplessità, anche se l'eliminazione fisica
della banda costituiva senza dubbio la migliore soluzione per evitare
altri attentati con successiva richiesta di riscatto e liberazione.

C'era però una persona in grado di offrire la vera chiave di


risoluzione del mistero: Irmgard Möller.

Se per davvero i componenti la banda sono stati tutti assassinati,


ebbene chi l'aveva fatto aveva compiuto una grave dimenticanza a
non eliminare anche lei. Ma l'intenzione di farla fuori c'era stata. La
donna doveva la sua salvezza alla insufficiente lunghezza del
coltello che l'aveva ripetutamente colpita senza riuscire a
raggiungere il cuore.

E così, quando Irmgard, ristabilita, è di nuovo in grado di parlare, la


sua testimonianza è per lo meno esplosiva. Scarica tutte le
responsabilità degli assassinii su di una "persona non bene
identificata". Concetto che ribadisce nel corso di un interrogatorio
avvenuto nel gennaio del 1978, quando nega decisamente di aver
tentato di suicidarsi e afferma che i compagni della banda non
ebbero l'opportunità di comunicare reciprocamente nei giorni del
dirottamento di Mogadiscio. Ciò malgrado, la donna non sa offrire
nient'altro che un vago racconto in cui dice di non ricordare nulla di
quanto successo nella sua cella, salvo aver udito rumori attutiti e
alcune voci che dicevano « ...La Ensslin e Baader sono già morti ...
». Al termine di oltre novanta minuti di testimonianza la donna aveva
cercato di parlare coi suoi legali e gli agenti erano stati costretti ad
allontanarla. La condanna all'ergastolo era stata quindi pienamente
confermata.

Il 5 novembre 1977, a tre settimane dalla morte dei membri della


banda, si suicida in carcere Ingrid Schubert, una delle complici che
avevano fatto fuggire Baader nel 1970. La Schubert aveva
partecipato a numerosi colpi nelle banche e per questo era stata
condannata.

A questo punto viene più che spontaneo chiedersi: la banda Raader-


Meinhof venne "giustiziata" dai suoi carcerieri? Ovviamente la secca
risposta del governo di Bonn non poteva che essere negativa.

Si era trattato di un patto suicida, preventivanicnte sottoscritto, al fine


di risollevare con un gesto tanto clamoroso gli animi della
contestazione e della rivoluzione armata. (Anche durante lo
svolgimento del processo, si registrerà un'altra morte sospetta,
quella del pubblico ministero Siegfried Bruback avvenuta il 7 aprile
1977, mentre, a processo finito, il 30 giugno, Jürgen Ponto verrà
assassinato dalla figlioccia Susanne Albrecht). Nella cella di Raspe
si rinviene una radio transitor i cui fili, si disse, avrebbero potuto
fungere in qualche modo da primitivo collegamento con le celle degli
altri compagni. Quanto all'esplosivo trovato nelle celle era stato
certamente introdotto assieme alle pistole che erano servite per il
suicidio. Secondo gli inquirenti, tutto si sarebbe dovuto consumare
per dare l'impressione al di fuori che si trattasse di omicidio. Poi era
spuntata una lettera scritta da Baader alla corte di Stoccarda in cui il
terrorista dichiarava che lui non si sarebbe mai suicidato, documento
contestato, dal momento che non esisteva alcun motivo per una
simile ammissione. In modo analogo la Ensslin aveva richiesto la
visita di due religiosi, i quali testimoniarono che aveva loro
confessato di temere fortemente di essere uccisa. Tutti questi fatti,
unitamente alle accuse della Möller, potevano certo fare parte di un
complotto predeterminato al fine di mettere in grave imbarazzo le
autorità, come ultimo atto di disperazione fatale.

Tuttavia, alcune evidenze, come il seme rintracciato sulla biancheria


intima di Ulrike Meinhof o le ferite da coltello nel petto della Möller
attestano che qualcosa non del tutto chiaro potrebbe essere
accaduto. Più di un esperto, per esempio, assicura che è alquanto
difficile che un suicida decida di darsi la morte infliggendosi
lacerazioni simili a quelle trovate sul corpo della Möller.

Ma l'ironia più sottile e al tempo stesso tragica della vicenda Baader-


Meinhof sta nel fatto che tutti i protagonisti provenivano da una
classe medio borghese e nessuno vantava esperienze di povertà o
ingiustizia. Fossero vissuti al tempo delle dittature di Hitler o Stalin
forse la violenza delle loro azioni avrebbe potuto trovare una qualche
giustificazione. Ma per il governo democratico della Germania
Federale di quel periodo essere etichettato come la "generazione di
Auschwitz" suona a dir poco assurdo. Un leader del movimento
studentesco a proposito di questa pesante affermazione della
Ensslin ha commentato: « ... Mi sembrava una ragazza un po' troppo
isterica ... ». E forse è stata proprio questa isteria a fare sì che
Andreas Baader, uomo privo di convinzioni politiche, venisse
completamente manipolato dalle idee della donna al punto da
trasformarsi in un dinamitardo. Da questo momento in avanti, al pari
di uno dei grandi personaggi di Sofocle o Shakespeare, Baader era
stato avvolto in una turbinosa spirale di eventi sui quali non poteva
esercitare alcun controllo, ciò nonostante continuando a restare al
centro di una scena drammatica, di una tragedia grottesca capace di
mettere in crisi un'intera società. Alla fine, se proprio volessimo
siglare con un breve commento la terribile orgia di sangue e terrore
che la banda Baader-Meinhof lasciò dietro di sé, il primo che sale
alla mente è questo: totalmente inutile.

D.B. Cooper, il dirottatore fantasma


In tutta la storia dell'aviazione civile degli Stati Uniti, un solo caso di
pirateria aerea è, a tutt'oggi, classificato come irrisolto. Il nome in
codice attribuitogli dall'FBI è "Norjak", ma molti americani, soprattutto
chi appartiene alla generazione nata e cresciuta fra gli anni
Sessanta e Settanta dello scorso secolo, lo conoscono familiarmente
come il caso "Dan Cooper", più conosciuto come D.B.

Cooper, pseudonimo, probabilmente ispirato all'omonimo


personaggio di un fumetto degli anni '50, usato dal criminale
diventato celebre per aver dirottato un Boeing 727 dal quale si lanciò
con un paracadute, dopo aver intascato un riscatto di 200 mila
dollari.

Nonostante un'estesa caccia all'uomo e una continua indagine da


parte dell'FBI, l'autore non è mai stato localizzato o identificato con
certezza e, pur considerando l'eventualità che potesse non essere
sopravvissuto ad un lancio così rischioso, il caso è rimasto aperto.

La vicenda ebbe inizio nel tardo pomeriggio del 24 novembre 1971,


la vigilia del Giorno del Ringraziamento, quando all'aeroporto
Internazionale di Portland in Oregon, un uomo che portava una
valigetta nera, identificandosi col nome di "Dan Cooper" (in seguito,
a causa di una errore di comunicazione dei media, è diventato noto
come "DB Cooper") acquistò al banco della Northwest Orient Airlines
un biglietto di sola andata per Seattle, Washington, un volo da 30
minuti. Cooper si imbarcò sull'aereo, un Boeing 727-100
(registrazione FAA N467US) al posto 18C, nella parte posteriore. Si
accese una sigaretta e ordinò bourbon e soda. Testimoni oculari a
bordo del velivolo lo ricordarono come un uomo sui 45 anni, alto
circa un metro e ottanta, con un impermeabile nero leggero,
mocassini, un abito scuro, una camicia bianca ben stirata, una
cravatta nera e un fermacravatta di madreperla.

Il volo 305, con altri 36 passeggeri, approssimativamente pieno per


un terzo, più 6 membri dell'equipaggio, decollò alle 14:50 ora locale.
Cooper passò un biglietto all'assistente di volo Florence Schaffner,
seduta vicino a lui. La Shaffner, ritenendo che l'uomo stesse
tentando di flirtare e le avesse passato il suo numero di telefono, lo
mise nella sua borsetta, ma Cooper si chinò verso di lei
sussurrando: « Signorina, farebbe meglio a dare un'occhiata a quel
biglietto. Ho una bomba... »

Nel foglio, scritto in lettere maiuscole con un pennarello, diceva: " Ho


una bomba nella mia valigetta. La userò, se necessario. Voglio che
si sieda accanto a me. State per essere dirottati". La Schaffner
accolse la richiesta, poi tranquillamente chiese di vedere la bomba.
Cooper aprì la valigetta quel tanto da poter intravedere otto cilindri
rossi con dei fili collegati a una batteria. Dopo la chiusura della
valigetta, dettò le sue richieste: 200.000 dollari in "valuta americana
negoziabile", quattro paracadute (due primari e due di riserva), e
un'autobotte pronta a Seattle per il rifornimento dell'aereo all'arrivo.
La hostess portò le istruzioni in cabina di pilotaggio.

Il pilota del volo 305, William Scott, contattò il controllo del traffico
aereo dell'aeroporto di Seattle-Tacoma, che informò le autorità locali
e federali. I 36 passeggeri vennero informati che il loro arrivo a
Seattle sarebbe stato ritardato a causa di una "problema meccanico
minore". Il presidente della Northwest Orient, Donald Nyrop,
autorizzò il pagamento del riscatto, e ordinò a tutti i dipendenti di
collaborare pienamente con il dirottatore. L'aereo sorvolò l'area dello
stretto di Puget per circa due ore, in modo da consentire alla polizia
di Seattle a all'FBI di raccogliere i soldi del riscatto, di reperire i
quattro paracadute e mobilitare il personale d'emergenza.
Florence Schaffner ricordò che Cooper sembrava avere familiarità
con il territorio locale, osservando ad un certo punto: « Sembra
Tacoma laggiù... » proprio quando l'aereo la sorvolava.

Disse anche, correttamente, che la base aerea militare di McChord


era a soli 20 minuti di auto dall'aeroporto Seattle-Tacoma. La
Schaffner lo descrisse come tranquillo, educato nei modi e nel
parlare, non affatto assimilabile agli stereotipi popolarmente
associati alla pirateria aerea. Tina Mucklow, un'altra assistente di
volo, era d'accordo. « Non era nervoso... » disse poi agli
investigatori, « ...sembrava piuttosto gentile, non è mai stato crudele
o cattivo, è stato premuroso e tranquillo per tutto il tempo... »

Sopra, a sinistra: l'identikit di 'Dan Cooper' elaborato dal 'FBI nel


1972. A destra: parte del denaro rinvenuto da Brian Ingram nel 1980,
identificato come parte del riscatto pagato al dirottatore nel 1971.

Sotto: gli identikit di 'Dan Cooper' messi a confronto con le foto di


Kenneth Christiansen, ex paracadutista militare ed ex meccanico del
a Northwest Airlines, identificato, per qualche tempo, come il
dirottatore del volo 305. Nel 2007, l'FBI, dopo l'effettuazione del test
del DNA, ha smentito tale identificazione.

Ordinò un secondo bourbon, pagando regolarmente e insistendo per


lasciare il resto e si offrì per richiedere il pasto per tutto l'equipaggio
durante la sosta a Seattle.

Gli agenti dell'FBI raccolsero i soldi del riscatto da diverse banche


della zona di Seattle, 10 000

banconote da 20 dollari, non segnate, ma molte delle quali con


numeri di serie che iniziavano con la lettera di emissione "L", che
indica dalla Federal Reserve Bank di San Francisco e la maggior
parte di una "Serie 1969-C ". Venne anche fatto un microfilm di
ciascuna di esse. Cooper respinse i paracadute militari inizialmente
offerti dalle autorità, chiedendo invece dei paracadute civili con
ripcords manuali che la polizia di Seattle ottenne da una scuola di
paracadutismo locale.

Alle 17:24 Cooper venne informato che le sue richieste erano state
soddisfatte, e alle 17:39 l'aereo atterrò a Seattle-Tacoma. Cooper
ordinò al comandante Scott di far rullare l'aereo in una pista isolata e
di spegnere le luci in cabina per scoraggiare i cecchini della polizia.
Al Lee, Operations Manager della Northwest Orient di Seattle, si
avvicinò il velivolo in abiti civili (per evitare la possibilità che Cooper
potesse scambiare la sua uniforme della compagnia aerea per
quella di un agente di polizia) e consegnò alla Mucklow uno zaino
con il denaro e i paracadute attraverso la scaletta di poppa. Una
volta completata la consegna, Cooper consentì a tutti i passeggeri,
alla Schaffner e all'assistente di volo senior Alice Hancock di lasciare
l'aereo.

Durante il rifornimento Cooper spiegò il suo piano di volo


all'equipaggio: una rotta da sud-est verso Città del Messico alla
velocità minima possibile senza stallo l'aereo di circa 100 nodi (190
km/h) e ad un massimo di 10 000 piedi (3.000 m) di altitudine. Per
garantire una velocità minima specificò che il carrello dovesse
rimanere esteso e gli ipersostentatori alari essere abbassati di 15
gradi. Per garantire una bassa quota ordinò che la cabina rimanesse
depressurizzata. Il copilota William Rataczak informò Cooper che
con quella configurazione di volo l'autonomia del velivolo sarebbe
stata di circa 1.000 miglia (1.600 chilometri), il che significava che
avrebbero dovuto rifornire ancora una volta prima di entrare in
Messico. Cooper e l'equipaggio discussero le opzioni e
concordarono per Reno (Nevada) come fermata di rifornimento.
Infine, Cooper dispose che l'aereo doveva decollare con la porta
d'uscita posteriore aperta e la scaletta estesa. La Northwest si
oppose perché era pericoloso decollare con la scala di poppa
abbassata e Cooper replicò che invece era sicuro, ma non volle
discutere la questione, la avrebbe abbassata da solo una volta in
volo.
Il processo di rifornimento venne ritardato, adducendo la causa ad
un problema di un vapor lock nel meccanismo di pompaggio
dell'autobotte e Cooper si insospettì. Tuttavia permise ad un altro
camion cisterna di continuare il rifornimento e anche un terzo
quando il secondo rimase a secco.

Mentre il rifornimento veniva completato Cooper finì di controllare i


soldi del riscatto e ispezionare i paracadute.

Verso le 19:40 il 727 decollò con a bordo solo Cooper, il pilota Scott,
il copilota Rataczak, l'ingegnere di volo H.E. Anderson e l'assistente
di volo Mucklow. Due caccia F-106, decollati dalla vicina base di
McChord, seguirono l'aereo, uno sopra e uno sotto, fuori dalla vista
di Cooper. Dopo il decollo, Cooper disse alla Mucklow di unirsi al
resto dell'equipaggio nella cabina e di rimanere lì con la porta
chiusa. Verso le 20:00 una spia luminosa si accese nella cabina di
pilotaggio, a indicare che l'apparato della scaletta di poppa era stato
attivato. L'offerta di assistenza tramite l'interfono del velivolo venne
seccamente respinta. L'equipaggio presto notò un cambiamento di
pressione dell'aria, segno che il portello di poppa era ormai aperto.

Alle 20:13 la sezione di coda del velivolo subì un movimento


improvviso verso l'alto, sufficientemente significativo da richiedere un
riassetto dell'aereo in volo livellato. Alle 22:15 il 727 atterrò, con la
scaletta di poppa ancora abbassata, all'aeroporto di Reno. Agenti
dell'FBI, della polizia di stato del Nevada e del dipartimento dello
sceriffo circondarono il velivolo, in quanto non era ancora stato
determinato con certezza se Cooper fosse ancora a bordo, ma
un'accurata ricerca confermò presto che se ne era andato.

La successiva analisi del volo mise in discussione l'originale stima


della zona di atterraggio di Cooper. Scott, che stava pilotando l'aereo
manualmente a causa delle richieste di velocità e di altitudine, stabilì
in seguito che la traiettoria di volo era significativamente più a est di
quanto inizialmente assunto. Ulteriori dati da varie fonti, in
particolare del pilota Tom Bohan della
Continental Airlines, che stava volando quattro minuti dietro il Volo
305, indicò che la direzione del vento presa in considerazione nel
calcolo della zona di caduta era sbagliata, forse di ben 80

gradi. Questo e altri dati supplementari suggerirono che la zona


effettiva fosse probabilmente a sud sud-est della stima originale,
nella zona del fiume Washougal, affluente del Columbia nello Stato
di Washington. Negli anni successivi, la Washougal Valley e i suoi
dintorni furono setacciati anche da molteplici gruppi privati ma non è
mai stato trovato nulla che fosse direttamente riconducibile al
dirottamento.

Nonostante numerose teorie si siano succedute in proposito,


nessuna prova conclusiva è emersa a svelare la sorte di Cooper.
Questo ha sicuramente contribuito a creare un mito, quello del
criminale gentiluomo capace di beffare le autorità e farla franca, una
sorta di eroe popolare al quale sono stati dedicati libri, canzoni, un
film – Without a Paddle (2004) – e a cui si sono ispirati gli autori di
cinque serial televisivi – Prison Break, Renegade, Numbers,
Breaking Bad e Leverage – per la trama di una delle puntate. Tre
indizi certi, tuttavia, sono venuti alla luce in periodi successivi. Il
primo riguarda un bambino, Brian Ingram, all'epoca dei fatti di 8
anni, che nel 1980 trovò sulle sponde del fiume Columbia circa
5.800 dollari in tre pacchetti di banconote da 20, notevolmente
deteriorate. I tecnici dell'FBI confermarono che il denaro era
effettivamente una parte del riscatto, due pacchetti da 100
banconote ciascuno e un terzo pacchetto di 90, tutte disposte nello
stesso ordine di quando furono consegnate a Cooper. La seconda
prova invece riguarda un foglio di istruzioni trovato alla fine del 1978
a poca distanza dalla zona ipotetica di lancio di Cooper, contenente
dettagli sulla scala di accesso di un Boeing 727. Il terzo indizio
consiste invece nel ritrovamento di alcune fotografie, scattate
dall'allora diciannovenne Guido Dassori, un fotografo free-lance che
operava in zona: tali fotografie sono compatibili con luogo e data
come dichiarato dal fotografo, e immortalano, anche se in modo
molto sfocato, quello che potrebbe essere il momento
dell'atterraggio di Cooper.

Il mistero sembrò risolversi nel 2007. Lyle Christiansen, fratello di


tale Kenneth Christiansen, messosi in contatto con gli investigatori
dell'FBI, rivelò che il fratello, scomparso anni prima, avrebbe potuto
essere il famoso pirata aereo. La hostess del Boeing dirottato
riconobbero Kenneth dalle foto fornite dal fratello, inoltre l'FBI
verificò che Christiansen aveva prestato servizio militare nei
paracadutisti e nei giorni del dirottamento si era assentato dal lavoro.
Aveva anche lavorato a lungo come meccanico alla Northwest
Airlines, fatto che, presumibilmente, avrebbe consentito a
Christiansen di conoscere approfonditamente l'aereo sequestrato.
Successive indagini, tuttavia, scartarono quest'ipotesi. L'FBI
disponeva, a questo punto, del DNA del dirottatore, ottenuto dalla
cravatta che Cooper si era tolto prima di lanciarsi, e il relativo test
risultò negativo. A questo si aggiunse la convinzione, maturata negli
ambienti investigativi, che egli non fosse affatto un paracadutista
esperto, da cui usciva rafforzata l'ipotesi della sua morte durante il
lancio.

Il 27 marzo 2008, alcuni bambini che giocavano in una fattoria nel


sud-ovest dello Stato di Washington rinvennero un paracadute. Fu
avvertita l'FBI che stabilì la zona come compatibile con il percorso
del Boeing e l'eventuale traiettoria di discesa di Cooper
considerando il vento che tirava nell'area la sera del 24 novembre
1971. Dopo 37 anni si poteva quindi tornare a supporre che "D.B.

Cooper" fosse quanto meno arrivato a terra sano e salvo.


Ettore Majorana

È la sera del 26 marzo 1938, il trentunenne Ettore Majorana,


all'epoca uno dei più importanti scienziati italiani, si imbarca, almeno
secondo la versione ufficiale, su un piroscafo in partenza da Palermo
verso Napoli, e, sempre stando alla versione ufficiale, scompare
senza più dare notizie certe su di sè. Nel corso degli anni della sua
misteriosa sparizione si interessarono la polizia, i servizi segreti di
diversi paesi e investigatori improvvisati, alcuni programmi televisivi
e anche scrittori molto famosi, tra cui l'italiano Leonardo Sciascia. Di
ipotesi ne sono state proposte molte: alcuni parlarono di suicidio,
altri appoggiarono la tesi di una fuga in Germania o in Argentina, altri
ancora dissero di averlo visto in Sicilia vestito da barbone. Di quel
che Ettore Majorana fece dopo quel 26 marzo 1938, però, ancora
oggi si sa molto poco, anche se alcune tesi sembrano più fondate di
altre.

Ettore Majorana

Ma chi era Ettore Majorana? Perchè la sua scomparsa suscitò così


tanta impressione?

Ettore Majorana nacque a Catania il 5 agosto 1906, penultimo di


cinque fratelli, e proveniva da una delle migliori famiglie di Catania. Il
nonno, Salvatore Majorana-Calatabianco, fu deputato dalla nona alla
tredicesima legislatura con la sinistra: fu due volte ministro
dell'Agricoltura, Industria e Commercio nel primo e nel terzo governo
Depretis (1876-1879) e senatore nel 1879. Tutti i suoi fratelli si
distinsero in qualche campo particolare (giurisprudenza, ingegneria,
musica), mentre due suoi zii furono rispettivamente uno studioso
importante della fisica sperimentale e il rettore dell'Università di
Catania.

Era solo un bambino quando rivelò una precocissima attitudine per


la matematica, svolgendo a memoria calcoli complicati fin dall'età di
5 anni e inoltre si dedicò allo studio personale della fisica, disciplina
che sin da piccolo lo affascinava. Alla sua educazione sopraintese
(sino a circa nove anni) il padre. Ettore terminò le elementari e
successivamente il ginnasio (completato in soli quattro anni) presso
il collegio "Massimiliano Massimo" dei Gesuiti a Roma. Quando
anche la famiglia si trasferì a Roma nel 1921, continuò a frequentare
l'istituto Massimo come esterno per il primo e secondo anno del liceo
classico. Frequentò il terzo anno presso l'istituto statale Torquato
Tasso, e nella sessione estiva del 1923 conseguì la maturità
classica.

Si iscrisse alla Facoltà di Ingegneria. All'inizio del 1928 Majorana


decise di passare alla facoltà di Fisica (in cui si laureò con il
massimo dei voti): come ricordò anni dopo un suo amico, Edoardo
Amaldi, la decisione venne presa dopo un colloquio con Enrico
Fermi, uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi e premio Nobel per
la fisica nel 1938. In un articolo del 1 aprile 2011, il quotidiano
italiano Repubblica riportò la testimonianza del professor Amaldi su
quel primo incontro tra Majorana e Fermi rivelando dei dettagli
curiosi e sorprendenti:

« Fermi lavorava allora al modello statistico dell'atomo e il discorso


con Majorana cadde subito sulle ricerche in corso nell'Istituto. Gli
espose rapidamente le linee generali del modello. Majorana ascoltò
con interesse, poi se ne andò senza manifestare i suoi pensieri. Il
giorno dopo si presentò di nuovo all'Istituto, entrò diretto nello studio
di Fermi e gli chiese, senza alcun preambolo, di vedere la tabella
che gli era stata posta sotto gli occhi per pochi istanti il giorno prima.
Avutala in mano, estrasse dalla tasca un fogliolino su cui era scritta
un'analoga tabella da lui calcolata a casa nelle ultime ventiquattro
ore. Confrontò le due tabelle e, constatato che erano in pieno
accordo tra loro, disse che la tabella di Fermi andava bene »

Majorana dimostrò durante quell'incontro tutta la sua genialità,


risolvendo in un giorno solo un problema su cui Fermi stava
lavorando da una settimana. Fermi decise allora di farlo entrare nel
gruppo dei cosidetti ' ragazzi di via Panisperna' , un laboratorio di
fisici giovani e promettenti, accanto a personaggi come, appunto,
Amaldi, Emilio Segrè e Bruno Pontecorvo. Dopo alcuni incarichi
accademici e studi all'estero, Majorana rifiutò cattedre alle università
di Cambridge, Yale e della Carnegie Foundation, per accettare poi il
trasferimento all'Università di Napoli, dove lavorò fino al 26 marzo
del 1938.

Quella sera Majorana si imbarcò sul piroscafo Palermo-Napoli, della


compagnia Tirrenia. Le indagini che seguirono la denuncia di
scomparsa confermarono che prima della partenza Majorana era
stato a Palermo due giorni: da lì, il 25 marzo, lo scienziato aveva
scritto una lettera all'amico e collega Antonio Carrelli, professore di
Fisica sperimentale presso la stessa Facoltà di Fisica. Nella lettera
Majorana ribadiva all'amico la sua volontà di suicidarsi, dopo averla
annunciata per la prima volta in un'altra lettera, diretta alla famiglia,
lasciata nella camera d'albergo dove alloggiava a Napoli.

Il giorno dopo però, prima della partenza, Majorana inviò un'altra


lettera a Carrelli, accompagnata da un telegramma, nella quale il
fisico catanese ritornava sui suoi passi, e sosteneva di averci
ripensato e di voler tornare a Napoli. Majorana scrisse: ' il mare mi
ha rifiutato' . Sembrava quindi che l'idea del suicidio fosse stata
accantonata. In ogni caso di lui non si seppe più nulla.

Sulla scomparsa di Ettore Majorana si disse e si scrisse molto nel


corso degli anni. Per molto tempo le ipotesi principali che circolarono
di più furono tre: quella ' tedesca' , secondo la quale si era trasferito
clandestinamente in Germania per mettere a disposizione le sue
conoscenze agli studi

sulla fisica nucleare del regime nazista di Adolf Hitler, quella '
argentina' , facente riferimento a una sua fuga a Buenos Aires, e
quella del suicidio.

Anche lo scrittore Leonardo Sciascia si occupò della vicenda: nel


1975 un suo libro – La scomparsa di Majorana – rielaborò le
testimonianze e le prove allora disponibili in maniera personale,
sostenendo che Majorana si era rifugiato nella Certosa di Serra San
Bruno, abbazia certosina vicino a Vibo Valentia, per sfuggire da una
vita sociale che non sopportava più. Sciascia scrisse: ' Secondo gli
accertamenti della polizia la sera dello stesso giorno, alle sette,
Majorana si imbarcò sul postale per Napoli; e a Napoli sbarcò
l'indomani, alle 5.45. Ma noi abbiamo qualche dubbio: e non
nell'ipotesi che sia stato gettato in mare nel viaggio di ritorno, ma
nell'ipotesi che non sia salito sul piroscafo la sera del 26, a Palermo'
.

In una puntata del 15 dicembre 2008 anche il programma televisivo


RAI Chi l'ha visto? si occupò della scomparsa di Majorana, dopo la
segnalazione di uno spettatore che sosteneva di avere conosciuto lo
scienziato a Valencia, in Venezuela, nell'aprile del 1955, e di averlo
frequentato per diverso tempo senza che lui svelasse la sua identità.

Il criminale di guerra nazista Adolf Eichmann (al centro) con accanto


(al a sua destra) l'uomo che il professor Giorgio Dragoni ha
riconosciuto come Ettore Majorana

Una delle ricostruzioni più recenti, e anche una delle poche basate
su riscontri concreti, venne fatta nel 2010 dal professor Giorgio
Dragoni, ordinario di storia della fisica all'Università di Bologna che
dedicò parecchi anni allo studio della vita di Majorana. Dragoni
riconobbe Majorana in una foto scattata nel 1950 e pubblicata nel
libro Giustizia, non vendetta (1999) dal celebre ' cacciatore di nazisti'
e sopravvissuto e sopravvissuto all'Olocausto, Simon Wiesenthal. La
foto ritrae tre persone su una nave diretta a Buenos Aires:
Wiesenthal però ne riconobbe solo una, Adolf Eichmann, uno dei più
feroci criminali di guerra nazisti, responsabile operativo della '
soluzione finale' .

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale Eichmann era fuggito dalla
Germania per rifugiarsi, insieme ad altri importanti ufficiali nazisti, in
Argentina. Wiesenthal fu colui che rintracciò Eichmann, permettendo
ai servizi segreti israeliani di prelevarlo e poi portarlo a
Gerusalemme, dove nel 1961 fu processato e condannato a morte.
Il 17 ottobre 2010 il quotidiano Repubblica riportò la ricostruzione
che fece Dragoni per confermare che uno dei due sconosciuti nella
foto fosse Majorana, come da lui sospettato. Per comparare le
immagini del fisico italiano prima della scomparsa con quella della
fotografia di Wiesenthal, Dragoni si rivolse alla più prestigiosa
istituzione italiana in fatto di indagini scientifico-forensi: le

distanze tra occhi, naso, bocca e mento sembravano le stesse nei


due individui, come l'altezza.

Rimaneva solo un dubbio sui padiglioni auricolari, ma la scarsa


qualità della foto argentina rendeva questa discrepanza non
significativa. Gli investigatori conclusero l'indagine sostenendo: ' È

altamente probabile che l'uomo alla destra di Adolf Eichmann sia il


professor Ettore Majorana' .

Anche sul presunto legame di Majorana con il nazismo si scrisse


molto durante gli anni. Secondo Dragoni, dopo alcuni viaggi di studio
in Germania Majorana aveva mostrato di simpatizzare per il
nazismo. Inoltre, Dragoni raccontò a Repubblica un episodio che
sosterrebbe la tesi di una fuga volontaria di Majorana per collaborare
con il regime hitleriano. Nel 1974 Dragoni intervistò Gilberto
Bernardini, allora direttore della Scuola Normale di Pisa, che
conosceva e aveva lavorato insieme a Majorana per diverso tempo.
Bernardini chiarì a Dragoni il contenuto di una sua lettera indirizzata
a Giovanni Gentile jr, fisico teorico e figlio dell'ex ministro del periodo
fascista Giovanni Gentile, che faceva riferimento alla scomparsa di
Majorana ma che era di difficile interpretazione. Bernardini disse a
Dragoni di conoscere la scelta di Majorana: ' Ettore si trasferì in
Germania per collaborare alle armi del Terzo Reich' .

È lo stesso Dragoni però ad ammettere che la foto non dimostra il


legame tra Majorana e il nazismo:

' non è detto che i due si conoscessero. In quegli anni tutti coloro
che avevano avuto in qualche modo a che fare con il Reich
cercavano di lasciare l'Europa e rifarsi una vita altrove. Sulla nave
c'erano certamente parecchie persone in fuga, ma non
necessariamente coinvolte nei crimini del nazismo' . E in effetti
ancora oggi di prove concrete del legame tra Majorana e il regime di
Adolf Hitler, e che i servizi segreti nazisti abbiano in qualche modo
condizionato la sua presunta scelta di sparire, non ce ne sono.

Esiste anche una quarta ipotesi, emersa intorno agli anni settanta,
che dava Ettore Majorana in Sicilia: sarebbe stato lui il fisico
eccellente che errava per la Sicilia come un nomade. In realtà
esistono degli elementi a sostegno di quest'improbabile ipotesi. Un
certo Tommaso Lipari girava per le strade di Mazara del Vallo, dove
trovò la morte il 9 luglio del 1973. Si trattava di un barbone
particolare, dotato di una brillante conoscenza delle materie
scientifiche, che lo portava a risolvere i compiti degli scolari che
incontrava. Ma questo non significa che fosse Majorana. Un abitante
del paese, Armando Romeo, disse che il Lipari gli aveva mostrato
una cicatrice sulla mano destra, tipica di Majorana, inoltre usava un
bastone con incisa la data del 5 agosto 1906, ovvero la data di
nascita del fisico. Infine, al funerale di Lipari parteciparono tante
persone, troppe per quello che è di solito l'estremo saluto a un
barbone, e suonò la banda del paese. Sul caso Lipari intervenne
anche l'allora procuratore di Marsala, Paolo Borsellino: nel 1948 un
certo Tommaso Lipari era stato rilasciato dalla galera (dov'era finito
per un piccolo reato), ed era così possibile confrontare la sua firma
con quella del barbone. Borsellino riscontrò tra loro una tale
somiglianza che si sentì di concludere che appartenessero alla
stessa persona, escludendo quindi una "ipotesi Majorana".

L'ipotesi del suicidio, adombrato ma non esplicitamente annunciato


dal Majorana nelle sue ultime lettere, è estremamente dolorosa e per
l'epoca anche infamante. Le repentine variazioni di intenti (anche la
partenza e l'improvviso ritorno a Napoli dopo solo 2 giorni)
potrebbero essere state sintomi di una personalità molto turbata, e la
frase ' il mare mi ha rifiutato' un poetico eufemismo, in un
atteggiamento tipico di chi è tormentato da un pensiero
autodistruttivo che non ha il coraggio di attuare.

Vi sono tuttavia alcuni elementi contraddittori, così riassumibili: a) è


alquanto inverosimile che un suicida prelevi in banca una somma
equivalente all'ammontare di alcune mensilità di stipendio poco
prima di suicidarsi; b) secondo talune testimonianze Majorana
sarebbe stato avvistato e riconosciuto a Napoli giorni dopo la
scomparsa.

Sulla questione è tornato nel 1999 lo storico della matematica


Umberto Bartocci, con uno studio che discute, oltre a quelle
menzionate, l'ipotesi che Majorana possa essere stato vittima di un
piano maturato nell'ambiente dei fisici da lui frequentato, teso ad
eliminare un pericoloso rivale di parte avversa in vista dell'imminente
conflitto mondiale. Le argomentazioni di Bartocci, di tipo logico,
psicologico e indiziario, sono state accolte da grande scetticismo
(per non dire ripugnanza)

nell'ambiente dei fisici, ma hanno anche attirato l'attenzione di


diversi studiosi (storici e non).

Ancora nel 2011 continuano le indagini a livello giudiziario sulle


ipotesi della scomparsa del fisico.

Secondo Stefano Roncoroni (figlio di una cugina di Ettore Majorana,


sin da giovane appassionato studioso del caso), lo scienziato fu
ritrovato da suo fratello maggiore, Salvatore, nel marzo del 1939,
circa un anno dopo la scomparsa, ma avendo deciso di sparire
nessuno riuscì a convincerlo a tornare sui suoi passi. I Majorana
prendendone atto avrebbero deciso di non collaborare alle indagini e
di non rivelare dove si trovasse il fisico.

Già tra la fine del 2011 e l'inizio del 2012 appaiono alcune possibili
notizie sul caso sul bollettino della Società italiana di fisica. In un
articolo su Il Nuovo Saggiatore ("Il promemoria 'Tunisi': un nuovo
tassello del caso Majorana", vol 27, 5-6, 2011, pp. 58–68), Stefano
Roncoroni, riporta tra l'altro alcuni brani del diario del nonno paterno
Oliviero Savini Nicci: questi, Consigliere di Stato, ebbe un ruolo
importante nei primi giorni della scomparsa di Ettore. Poi una lettera
al direttore datata 29 febbraio 2012 firmata da Francesco Guerra e
Nadia Robotti, intitolata "La borsa di studio della rivista Missioni: un
punto fermo sulla vicenda di Ettore Majorana". In essa gli autori
riferiscono tra l'altro di una lettera datata 22 settembre 1939
indirizzata da un gesuita, tale Padre Caselli, a Salvatore Majorana, il
fratello maggiore di Ettore, che comunica di accettare la donazione
della famiglia Majorana per istituire una borsa di studio da intitolare
all'estinto Ettore. Padre Caselli ringraziando per la cospicua
donazione ricevuta appena il giorno prima, scrive:

« [...] Ammiriamo sinceramente il V/. atto generoso per il compianto


Ettore Majorana. Il Signore premi la V/. grande fede ed il Vostro
santo affetto per il caro estinto. [...] »

Secondo gli autori se ne deduce un "punto fermo" nella vicenda: se


un gesuita usa il termine

' estinto' vuoi dire che non ci sono dubbi sulla possibilità che Ettore
Majorana sia deceduto entro il settembre 1939. E ciò toglierebbe di
mezzo anche l'ipotesi del suicidio perché non si dedica una borsa di
studio religiosa a un suicida. Tale interpretazione ha già ricevuto
però qualche critica, osservandosi che potrebbe essersi ingenerato
un equivoco tra i termini "scomparso" ed "estinto"

Per concludere, gli studi di Majorana diedero un contributo


fondamentale allo sviluppo della fisica moderna e affrontarono in
modo originale molte questioni: nella sua prima fase pubblicò i suoi
studi riguardanti problemi di spettroscopia atomica, la teoria del
legame chimico (dove dimostrò la sua conoscenza approfondita del
meccanismo di scambio degli elettroni di valenza), il calcolo della
probabilità di ribaltamento dello spin (spin-flip) degli atomi di un
raggio di vapore polarizzato quando questo si muove in un campo
magnetico rapidamente variabile, inoltre si dedicò intensamente alla
meccanica quantistica, all'interno della quale lavorò su numerose
formule scientifiche dando anche una teoria relativistica sulle
particelle ipotetiche. All'inizio degli anni venti si insinuò nella società
un ingente problema riguardante il bilancio energetico e il
decadimento beta, all'interno del quale compaiono i neutrini e gli
antineutrini. Tutt'oggi non si conosce con certezza se la scoperta dei
neutrini sia da attribuire a Dirac o a Majorana, ma si crede che al
80% la particella sia scoperta proprio del fisico italiano.

Il maggior contributo scientifico di Ettore Majorana è tuttavia


rappresentato dalla seconda fase della sua produzione che
comprende tre lavori: la ricerca sulle forze nucleari oggi dette alla
Majorana, la ricerca sulle particelle di momento intrinseco arbitrario e
la ricerca sulla teoria simmetrica dell'elettrone e del positrone.
Famosa è anche l' equazione di Majorana. Majorana è ricordato
dalla comunità scientifica internazionale per avere dedotto
l'equazione ad infinite componenti che formano la base teorica dei
Sistemi quantistici aperti (computazione quantistica, crittografia e
teletrasporto). È, infine, insolito ricordarlo per avere introdotto la
probabilità che da una determinata coppia nasca un figlio maschio.

Il 12 aprile 2012 la rivista Science ha pubblicato uno studio che


conferma l'esistenza dei fermioni da lui teorizzati nel 1938, che
hanno la caratteristica di non avere la controparte di antimateria

I Corpi Decapitati di Cleveland

L'equivalente americano della lunga e macabra serie di omicidi


commessi a Londra dal serial killer a tutti noto come Jack lo
Squartatore ( vedi capitolo) può considerarsi il caso dei corpi
decapitati di Cleveland, anche se sotto certi aspetti questi delitti
hanno persino qualcosa di ancor più terrificante che non quelli
dell'epoca vittoriana.

In un tiepido pomeriggio settembrino del 1935 due ragazzi usciti


dalla scuola sulla via del rientro a casa, stavano lentamente
percorrendo una polverosa stradina a Kingsbury Run, nel cuore della
città di Cleveland in Ohio. Giunti ad una discesa erbosa nota come
Jackass Hill si sfidarono a chi arrivava prima in fondo a quei venti
metri di divertente e libera galoppata in discesa. Vinse James
Wagner, un sedicenne, che alla fine della corsa si bloccò come
incuriosito: gli parve di aver scorto, poco distante fra i cespugli, una
macchia bianca. I due amici si avvicinarono e scoprirono il corpo
nudo di un uomo a cui era stata staccata la testa.

La polizia subito sopraggiunta trovò il cadavere di un bianco di


giovane età, con addosso soltanto un paio di calzini corti. Era privo
di testa e anche i genitali gli erano stati strappati. Giaceva sulla
schiena, le gambe distese e le braccia allineate al busto, quasi fosse
stato preparato per il funerale. A meno di dieci metri ecco saltar fuori
un altro cadavere. Questa volta l'uomo era anziano, ma giaceva
nella stessa postura. Pure lui aveva subito il terribile supplizio del
killer: privo di testa e non aveva i genitali.

Alcune ciocche di capelli rinvenute nei pressi portarono alla scoperta


dei resti di una testa seppellita nella terra. La seconda non tardò a
venir fuori, da una buca scavata poco distante. Anche i genitali
vennero ritrovati nei dintorni, come fossero stati scagliati via alla
rinfusa.

Una curiosità saltò immediatamente all'occhio: non c'erano tracce di


sangue né in terra né sui corpi straziati, che erano entrambi
perfettamente lindi. Sembrava che i poveretti fossero stati uccisi
altrove e poi scaricati in quel pendio, dopo aver aspettato che
smettessero di sanguinare e averli ripuliti con una certa cura.

Gli esami di laboratorio evidenziarono altre singolarità. Il corpo del


vecchio era in fase di avanzata decomposizione e la pelle appariva
come scolorita. I patologi scoprirono che tutto questo era dovuto a
una sostanza chimica, forse usata dal killer per cercare di
conservare il cadavere. Il più giovane era stato ucciso tre giorni
prima. Dalle impronte digitali la scientifica risalì all'identità della
vittima.

Si trattava del ventottenne Edward Andrassy, un balordo noto alla


polizia per essere solito viaggiare armato. Viveva nei pressi di
Kingsbury Run e vantava la reputazione di bevitore incallito.

Ma la cosa più singolare fu scoprire che Andrassy era morto a causa


della decapitazione. I profondi segni che gli solcavano i polsi
indicavano che, pur essendo legato, aveva lottato con furore e
accanimento. Ma non era bastato, perché il killer lo aveva decapitato
con un coltello. L'abilità e la chirurgica perfezione con cui
l'operazione era stata condotta, fecero subito pensare ad un esperto:
un chirurgo, ad esempio o, più facilmente, un macellaio.

Identificare l'uomo più anziano risultò impresa impossibile. Tuttavia


aver identificato Andrassy faceva ben sperare per potere risalire
all'assassino. Il giovane aveva trascorso l'intera notte a giocare
d'azzardo e a bere, oltre ad aver provveduto a una delle sue più
redditizie attività, quella di protettore. Ricerche più approfondite
portarono a scoprire che, pur avendo diverse amanti, non
disdegnava i rapporti omosessuali. Insomma, traccia dopo traccia, la
polizia entrò nell'ordine di idee
di trovarsi di fronte a un caso risolvibile in tempi brevi. Venne fuori
che il marito di una donna con la quale Andrassy aveva avuto una
tresca aveva giurato che l'avrebbe ucciso, ma, alla prova dei fatti,
l'uomo riuscì a discolparsi.

Eliot Ness (1903-1957), ex agente federale e commissario per la


pubblica sicurezza del a città di Cleveland nel periodo degli efferati
omicidi del "macellaio".

Poi spuntarono molti altri loschi personaggi che avevano mille e un


motivo per sbarazzarsi di Andrassy. Ma non si arrivò a niente di
concreto e, con il trascorrere del tempo, le indagini

sfoceranno sempre in un vicolo cieco, anche quando il numero delle


vittime salirà addirittura a dieci, tanto da far etichettare il caso dai
media come quello del "macellaio pazzo di Kingsbury Run".
Quattro mesi dopo, in una fredda domenica di gennaio, il continuo,
fastidioso abbaiare di un cane spinse una donna che abitava in East
Twentieth Street – a poca distanza da Kingsbury Run – ad andare
finalmente a dare un'occhiata. Giunta sul posto trovò il povero cane
incatenato, tutto teso a cercare di raggiungere un cesto appoggiato
al muro di una fabbrica. La donna immaginò che dentro ci fossero
frattaglie, ma, una volta avvicinatasi, inorridì, scoprendo che in realtà
era pieno di pezzi di un braccio umano. In un altro cesto c'era il torso
nudo senza testa di una donna. La testa non si trovava, così come il
braccio destro e la parte terminale delle gambe.

Un massacro orribile. Le impronte digitali permisero di risalire


all'identità della vittima, una donna di 41 anni, certa Florence (' Flo' )
Polillo, piccola e grassoccia, ben nota in tutti i bar della zona, per la
sua attività di prostituta.

Anche in questo caso, gli indizi e i sospetti erano addirittura


ridondanti, eppure, alla fine, non condussero a niente di concreto.
Due settimane dopo il braccio sinistro e le estremità delle gambe
recise vennero rintracciate in un terreno abbandonato. In quanto alla
testa non venne mai ritrovata.

L'assassinio di Florence Polillo suscitò una sgradevole questione. Se


i primi due delitti avevano orientato la polizia su indagini nel campo
dei sadici omosessuali, questo correggeva decisamente il tiro,
inducendo a pensare soltanto più a un sadico, come, per esempio, a
quel Peter Kürten, il Mostro di Düsseldorf, giustiziato nel 1931.
Questi uccideva uomini, donne e bambini in modo indiscriminato e
non era affatto un omosessuale. Intanto, agli investigatori venne in
mente che giusto un anno prima sulle rive del lago Erie era già stato
trovato il torso nudo senza testa di una donna sconosciuta. A questo
punto l'idea degli investigatori cambiò: poteva trattarsi di uno
psicopatico ossessionato dalla morbosità di sezionare corpi umani,
con lo stesso gusto con cui i bambini, a volte, si divertono a staccare
le ali ad una mosca.
In città la paura cresceva, tuttavia, malgrado i truci delitti, gli abitanti
di Cleveland dalla loro avevano un asso da giocare. Da qualche
tempo come responsabile della sicurezza pubblica c'era Eliot Ness,
un poliziotto abile quanto celebre.

Ness era diventato famoso in tutta l'America per aver sgominato,


con la sua squadra di agenti federali – gli "Intoccabili" – il racket del
proibizionismo a Chicago e aver fatto condannare per evasione
fiscale nientemeno che Al Capone. Abrogato il Proibizionismo si era
trasferito a Cleveland con il compito di far piazza pulita delle sue
bande di gangster. Con lui al comando delle operazioni l'opinione
pubblica era tranquilla: da lì a poco sarebbe stato il misterioso
cacciatore di teste di Kingsbury Run a doversi preoccupare di non
essere cacciato.

A Ness, però, non occorse molto per accorgersi che dare la caccia a
un maniaco è cosa ben diversa che affrontare dei banditi
professionisti. L'assassino colpiva a caso e, a meno che non fosse
cosi imprudente da lasciarsi dietro la firma di un'impronta digitale,
l'unico modo per pizzicarlo stava nel coglierlo in flagrante. Ma Ness
avvertì anche un'altra, brutta sensazione: l'implacabile "macellaio"

sembrava rendersi ben conto che ogni sua azione godeva del
grande vantaggio di essere sempre impostata con largo anticipo
rispetto alle mosse della polizia.

Prima di colpire ancora attese l'estate. Poi, per rinfrescare la


memoria agli inquirenti, fece in modo che trovassero la testa
mozzata di un uomo di giovane età avvolta in un paio di pantaloni
abbandonati sotto un cavalcavia della solita Kingsbury Run. Anche
questa volta furono due ragazzi a fare la macabra scoperta. Era il 22
giugno del 1936. Il corpo venne ritrovato a qualche centinaio di metri
di distanza e si capì che il poveretto era stato ammazzato proprio lì.
Di nuovo le analisi legali dimostrarono che la morte era stata
provocata dalla decapitazione, anche se non si riuscì a comprendere
come il killer fosse riuscito a tener ferma la vittima mentre la stava
trucidando.

L'uomo, un giovane di 24 anni, aveva il corpo quasi completamente


tatuato. Le sue impronte digitali non risultarono registrate negli
archivi della polizia. Passarono tre settimane e un escursionista si
imbattè, nel fondo di una forra, in un altro corpo decapitato, ma
questa volta la testa

era a pochi passi, L'avanzato stato di decomposizione del corpo


indicava che questo assassinio era stato consumato ancora prima
dell'ultimo caso venuto alla luce.

Sempre in quell'anno 1936 la successiva vittima del "macellaio" fu


un uomo sulla trentina, trovato lungo la Kingsbury Run. Il corpo era
stato segato in due ed evirato. Un cappello rinvenuto accanto
consentì di risalire almeno a una parziale identificazione: una
casalinga, infatti, lo riconobbe come appartenuto ad un giovane
barbone. Nelle vicinanze c'era un rifugio dove un popolo di sbandati
si adattava a trascorrere la notte. Evidentemente, il killer aveva
scelto la sua ultima vittima proprio in quel contesto.

Le indagini si bloccarono. Nel frattempo Cleveland si apprestava a


ospitare la Convention del partito repubblicano e, come se non
bastasse, una grande Esposizione internazionale. Il clima era caldo
e la polizia strinse decisamente i tempi, pressata com'era dalle
critiche della stampa. La storia del serial killer stava facendo il giro
del mondo e regimi autoritari come quello nazista tedesco e fascista
italiano additavano questo caso come il più clamoroso esempio di
decadenza dei costumi, unico frutto della sfrenata democrazia.

Poi, finalmente, la bagarre si quietò. Passò qualche mese senza


novità e i cittadini di Cleveland iniziarono a convincersi che la brutta
storia del "macellaio" fosse finalmente chiusa. Ma fu una mera
illusione. Nel febbraio del 1937, ancora sulle rive del lago Erie,
venne ritrovato il corpo orrendamente smembrato di una giovane
donna, che non sarà mai identificata. In seguito salterà fuori un altro,
cadavere – l'ottavo – che si riuscirà a identificare grazie alle protesi
dentali. Era quello di una certa signora Rose Wallace, uccisa
certamente l'anno prima, dal momento che non ne restava che lo
scheletro.

La vittima numero nove fu un maschio, completamente massacrato.


Quando le acque del fiume dove era stato gettato lo ricondussero a
riva solo la testa mancava all'appello. E non verrà mai ritrovata.
Questa volta il killer era andato pesante con la deturpazione del
corpo. La tecnica non poteva non richiamare alla mente quella di
Jack lo Squartatore. Identificare la persona sarà impossibile.
Qualcuno disse di aver visto qualche giorno prima due uomini in gita
sul fiume che avrebbero potuto essere l'assassino e la sua vittima,
ma si trattava solo di illazioni senza seguito.

Dopo questa ulteriore sfuriata, il maniaco sembrò prendersi una


tregua di nove mesi, quando un giorno dal fiume venne ripescata la
parte inferiore di una gamba. Le ricerche ripartirono febbrili.

Dopo tre settimane i sommozzatori tirarono su dal fondo del fiume


due valigie piene di membra umane. La polizia scientifica le
identificò come appartenenti al corpo di una donna di non più di 25

anni. Anche questa giovane non sarà mai identificata.

Ma il killer sta per colpire altre due volte. A circa un anno dall'ultima
scoperta, nell' agosto del 1938

in una discarica sulla sponda del lago venne ritrovato il busto


maciullato e senza testa di una donna.

Ricerche nei pressi portarono alla scoperta di un altro macabro


fagotto. Dentro a una vecchia coperta furono ritrovati i resti,
assolutamente irriconoscibili, della dodicesima vittima. L'unica cosa
che si riuscì a scoprire è la provenienza della coperta, acquistata in
una bottega di cianfrusaglie usate.
Un elemento poteva dirsi certo: l'assassino sembrava selezionare le
sue vittime in un mondo ben preciso, quello dei diseredati e dei
vagabondi senza tetto. Ness decise allora di mettere in atto l'unico
piano che sul momento la sua immaginazione gli suggeriva. Due
giorni dopo l'annuncio dell'ultimo ritrovamento, fece rastrellare tutta
la bidonville cresciuta attorno a Kingsbury Run e mise in guardina un
bel po' di accattoni. Coincidenza oppure no, le uccisioni si
fermarono.

Due fra i più attivi e impegnati fra gli investigatori chiamati a risolvere
il caso – i detectives Merylo e Zalewski – dedicarono gran parte delle
indagini a cercare di scoprire quello che loro chiamavano il '
laboratorio del macellaio' . Ci fu un momento in cui credettero di
avercela fatta. Quando era stato scoperto il corpo di Edward
Andrassy, accanto gli agenti avevano trovato una negativa nella
quale si scorgeva il poveretto disteso su un letto all'interno di una
camera. Pubblicata l'immagine su tutti i quotidiani, con l'invito alla
popolazione di collaborare, alla polizia si era presentato un piccolo
lestofante, il quale aveva riconosciuto la stanza come la camera da
letto di un omosessuale di mezza età che viveva nella casa con due
sorelle zitelle. Nel corso delle indagini, furono riscontrate tracce

di sangue sul pavimento della stanza e fu trovato un coltellaccio da


cucina nascosto in un baule. Ma le analisi dimostrarono che il
sangue apparteneva al padrone di casa, afflitto da continue
emorragie nasali, e che il coltello non riportava la minima traccia di
sangue umano. Quando poi venne rintracciata una vittima del
maniaco mentre il sospetto omosessuale era in carcere con l'accusa
di sodomia, fu chiaro che non avrebbe potuto essere lui il serial killer,
il "macellaio" senza pietà.

Nel corso delle indagini venne fuori che Flo Polillo e Rose Wallace
erano solite frequentare lo stesso malfamato bar dove Andrassy era
di casa. Poi si scoprì l'esistenza di un certo Frank Dolezal, un
ubriacone che andava in giro con grossi coltelli minacciando di fare a
pezzi il prossimo. Quando, in aggiunta, si seppe che Dolezal aveva
convissuto per qualche tempo con la Polillo, gli investigatori
pensarono di aver finalmente imboccato la pista giusta. Dolezal fu
immediatamente arrestato. Negli interstizi delle doghe di legno del
pavimento del bagno vennero trovate tracce di sangue rinsecchito e
quando sui coltelli che l'uomo era solito portarsi appresso venne
confermata la presenza di gocce di sangue raggrumate, le prove per
l'incriminazione sembrarono farsi pressoché schiaccianti. E quando
ancora, dopo un pressante interrogatorio, Dolezal, un uomo
trasandato e sporco, dagli occhi cisposi, confessò l'omicidio della
Polillo, la stampa strombazzò l'evento: il

"macellaio di Cleveland" era stato finalmente catturato. Ma


l'approfondimento delle indagini menò un fiero colpo a questo
trionfalismo. Il "sangue" rinvenuto nella camera da letto risultò non
essere affatto sangue, mentre la confessione di Dolezal si rivelò
piena di omissioni in merito ai particolari dell'ipotetico assassinio.
Qualche mese dopo, quando nell'agosto del 1939 l'uomo fu trovato
impiccato all'inferriata della sua cella, l'autopsia rivelò un altro fatto
grave: il poveretto era pieno di ecchimosi e aveva due costole rotte,
segno che le confessioni rilasciate gli erano state estorte con la
violenza.

Le vittime dell'agosto 1938 furono le ultime del "macellaio" nella


zona di Cleveland. Infatti nel 1940 a Pittsburgh dentro vecchi garage
abbandonati vennero trovati i resti di tre corpi decapitati.

Alcuni componenti della squadra investigativa di Ness furono subito


chiamati a operare, ma anche questa volta i pochi indizi non
consentirono di indagare con profitto. E il caso rimase insoluto. Si
parlò nuovamente di "macellaio pazzo" nel 1947 a proposito della
celebre Black Dahlia in azione nel mondo dorato di Hollywood,
quando a farne le spese fu un'attricetta rampante, Elizabeth Short –

la settima vittima del serial killer – che venne trovata orribilmente


fatta a pezzi. Ma immaginare che il "macellaio" fosse potuto andare
avanti per così tanto tempo in questo suo terribile "mestiere" è una
ipotesi che non regge, considerato che questo genere di assassini
prima o poi crolla, si suicida o si lascia catturare.

Nel bel libro di Steven Nickel intitolato Torso (1989), emerge


evidente che all'epoca dei fatti le indagini si erano orientate su molti
presunti colpevoli, vale a dire persone capaci di compiere misfatti
simili. C'era, per esempio, un tale denominato "il pollo", ben noto a
tutte le prostitute del terzo distretto della città, il quale riusciva a
raggiungere l'orgasmo solo nel momento in cui assisteva alla
decapitazione di una gallina. Quando si recava al bordello si portava
dietro due galline e un coltellaccio. La donna, completamente nuda,
doveva tagliare il collo alla gallina nel momento in cui l'uomo, che si
stava masturbando, era sul punto di eiaculare. Se le cose non
andavano lisce, per farlo godere la donna doveva allora passargli sul
collo la lama insanguinata del coltello.

Arrestato, "il pollo" rivelò essere un camionista, maniaco sessuale,


che confessò di provare grande eccitazione ad avere rapporti con le
galline. Ma quando, accusato di essere il "macellaio", davanti alle
fotografie dei massacri umani era svenuto, gli investigatori si erano
resi conto che non si trattava della persona che stavano cercando.

Una catena di delitti spaventosa, quella del misterioso "macellaio".


Eppure, viene da domandarsi, come mai questi eventi non ebbero
mai la risonanza di quelli perpetrati da Jack lo Squartatore? Il motivo
sta nel fatto che nella metà degli anni Trenta, Cleveland era una città
di gran lunga più violenta della Londra vittoriana della seconda metà
del XIX secolo ed è quindi comprensibile come la storia del
"macellaio" americano abbia sconvolto meno l'opinione pubblica che
non la sadica strage di prostitute perpetrata dallo squartatore.

Dieci anni prima dei fatti di Cleveland, la regione era già stata
sconvolta da un altro massacro. In una discarica nei pressi di New
Castle, un centro a non più di 150 km a sudest di Cleveland, erano
stati trovati i corpi decapitati di ben sei donne. Le vittime non furono
mai identificate e la polizia arrivò alla conclusione che le donne
erano state giustiziate nel corso di un regolamento di conti fra bande
di gangster rivali in lotta per il racket della prostituzione. La discarica,
ovviamente, era il luogo ideale per eliminare i corpi.

Uno dei protagonisti di questa incredibile vicenda del "macellaio


pazzo", il commissario Eliot Ness

– morto nel 1957 all'età di 54 anni – trascorse gli ultimi dieci anni di
vita in completa miseria. Nel 1941, per uno scandalo scoppiato a
seguito di un incidente mortale provocato da un pirata della strada,
fu costretto a rassegnare le dimissioni come responsabile della
sicurezza cittadina. Nel 1947

fu sonoramente sconfitto alle elezioni a sindaco di Cleveland e da


quel momento la sua vita andò a rotoli, costringendolo a rimediare
qua e là i lavori più umili e improvvisati. Era ' uscito di senno' , ebbe
a testimoniare un collega che lo conosceva bene. Finché nel 1953,
dopo cinque anni di anonimato e dura povertà, il suo nome fu
coinvolto nel caso di una cartiera sul filo della bancarotta.

Ma fu proprio tramite un amico della cartiera che Ness entrò in


contatto con Oscar Fraley, un giornalista, al quale iniziò a raccontare
la sua storia di poliziotto e di come aveva fatto a sgominare le bande
criminali al tempo del proibizionismo. Fra le tante cose, Ness gli
confessò che a un certo punto era riuscito a scoprire l'identità del
"macellaio di Cleveland' e che aveva fatto in modo di allontanarlo
dalla città.

Questi erano i fatti. La deduzione suggeriva che il killer fosse un


uomo che poteva disporre in piena libertà di una casa dove poter
con agio sezionare i cadaveri delle sue vittime e di un'automobile
con la quale trasportare i macabri carichi. Dunque non poteva
trattarsi di un reietto, né di un barbone. La perizia con cui i corpi
venivano mutilati lasciava intendere una qualche conoscenza
medica, forse persino qualcosa di più. Il fatto poi che alcune fra le
vittime avessero una corporatura massiccia, faceva ritenere che
anche l'assassino non doveva essere persona di piccola
corporatura, osservazione, fra l'altro, corroborata da un calco di
impronta di scarpa numero 44 attribuibile al maniaco rintracciata
presso il corpo di una delle vittime.

Nel gruppo che lavorava con lui alle indagini, Ness aveva assegnato
le investigazioni più delicate, quelle da condurre nell' alta società
cittadina, a tre agenti fidati: Virginia Allen, Barney Davis e Jim
Manski. E proprio da Virginia – una donna elegante e sofisticata a
contatto con gli ambienti più snob di Cleveland – Ness aveva avuto
la segnalazione riguardante un personaggio che avrebbe potuto
benissimo candidarsi come primo fra i sospetti. L'uomo – che Ness
chiamava "Gaylord Sundheim" – era dotato di un fisico notevole,
proveniva da una famiglia benestante e si portava dietro una storia
di problemi psichiatrici alquanto intricata. Aveva seguito studi di
medicina.

Quando i tre agenti – definiti, anche questi, "intoccabili" – si erano


presentati alla porta della sua villa per interrogarlo, l'uomo,
volgendosi verso Virginia, aveva sarcasticamente sorriso
sbattendole la porta in faccia. Allora si era mosso Ness, che lo aveva
invitato a pranzo, in un modo che non contemplava repliche. L'uomo,
pur lamentandosi, era stato costretto ad accettare. Davanti a larvate
accuse, non aveva reagito, né ammettendo né negando di essere il
killer. Il passo successivo era stato quello di sottoporlo alla macchina
della verità. Un ago scrivente aveva registrato le reazioni emotive
nascoste nelle risposte di "Sundheim", convincendo sempre più
Ness che si trattava proprio del maniaco. Quando, alla fine, il
commissario lo aveva decisamente attaccato, accusandolo di essere
l'artefice della serie di massacri, con estrema naturalezza e calma
aveva semplicemente risposto: « ... Provatelo ... ».

Dopo breve tempo, l'uomo si era fatto volontariamente rinchiudere in


un manicomio. Così facendo si era reso completamente
"inattaccabile", perché quand'anche Ness avesse proseguito con le
accuse, lui se la sarebbe comunque cavata invocando l'infermità
mentale.

Ness e Fraley decisero di scrivere un libro. Nel 1957 uscì The


Untouchables, un successo strepitoso, dal quale verrà tratta una
famosa serie televisiva e che, nel 1987, ispirerà a Brian DePalma, la
sceneggiatura per un film campione di incassi.

Ness, tuttavia, non fece in tempo a gustarsi queste soddisfazioni,


perché il 16 maggio dello stesso anno veniva stroncato da un infarto.
Il fortunato libro era stato pubblicato solo da qualche mese.