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WALTER DA POZZO

UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ


Walter Da Pozzo

UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÁ


I

UN’IMPROVVISA E INASPETTATA ESPLOSIONE

Restava attaccato ai pensieri, a quelle immagini che aveva vissuto nel treno pochi istanti
prima. Erano situazioni che si ripetevano ormai da dieci giorni: da quando l’aveva notata tra i
passeggeri del locale che portava a Aix-les-Bains.
In effetti, Marcello era molto riconoscente alla famiglia Bortolenghi: torinesi benestanti
che avevano deciso di acquistare questa splendida villetta sul lago du Bourget. Riconoscente
perché questa coppia di mezza età lo aveva costretto, da circa dieci giorni, a recarsi tutte le
mattine in località Aix-les-Bains; tragitto alquanto piacevole per un giovane agente
immobiliare pieno di voglia di vivere e di viaggiare come lui spesso si era definito. Questo
affare di vendita-acquisto gli permetteva di lasciare Torino Porta Nuova di buon mattino, cosa
del tutto gradevole in quei giorni di afa estiva. E poi, l’alternativa di restare in ufficio sotto i
portici di piazza Castello a sbrigare pratiche in quel torrido luglio, non era certamente
invitante.
Un giovane uomo di ventinove anni con l’esuberante voglia di viaggiare e sedurre;
questo lui si sentiva di essere e questo aveva sempre cercato di far conciliare con il suo
nuovo lavoro, che da due anni gli dava una divertente indipendenza economica.
Viveva da solo ormai, in una mansarda del centro storico di Torino a quattro passi dal
teatro Carignano; e la domenica era solito andare a pranzo dalla madre vedova, che gli
sciorinava un noioso piagnisteo sulla solitudine e sulla tristezza della sua vedovanza. Ma,
consumato il caffé e rincuorata la mamma, tornava ad essere scapolo, libero e seduttore: in
quella stagione invitante che il suo stato civile gli regalava a iosa. Per tanto, si era offerto tante
volte di andare in trasferta e in effetti i suoi colleghi non glielo avevano mai negato; perché
panciuti, maritati, impigriti e con canizie prominenti. Lo avevano mandato un po’ dappertutto,
a trattare le vendite e gli acquisti degli immobili che loro rappresentavano. Era stato spesso
nelle Langhe, nel Monferrato, qualche volta aveva raggiunto la riviera ligure e aveva mangiato e
scopato come un principe dalle parti di Bogliasco, con una signora conosciuta in una farmacia
mentre comperava aspirine per la sua emicrania. Si erano soffermati a parlare di questo
fastidioso disturbo che la signora di quarantaquattro anni soffriva, uscendo dalla farmacia sulla
strada. Accompagnati da un grazie-buongiorno, amplificato da non si sa quale altoparlante
nascosto nella porta del negozio, che il farmacista aveva fatto impiantare per dare un tocco di
estrema efficienza al luogo. E Marcello e la signora si erano messi a ridere come dei bimbi,
quando il saluto di quella voce misteriosa, nascosta nella porta, li aveva salutati con quel tono
così suadente. E si erano messi a parlare come fossero due liceali che cercano di fare
amicizia; forse intimiditi dalla loro voglia di toccarsi.
Marcello aveva cercato anche abilmente di rincuorarla, per quelle orrende emicranie di
cui la donna soffriva. Le aveva detto che spesso accadeva anche a lui, soprattutto quando lo
stress da viaggio per lavoro gli attanagliava le meningi. In realtà, lo aveva fatto solo per
parlare, per stare vicino a quella donna, per sedurla e forse lei l’aveva notato, l’aveva sentito
attraverso i pori della sua pelle ambrata. Così, si erano presentati, si erano aperti ai loro stati
civili: lei, divorziata da poco, lui, agente immobiliare in viaggio d’affari e libero da impegni
affettivi; come sottilmente aveva lasciato cadere negli occhi della donna. E dopo qualche
giorno di aperitivi e simpatiche pause pranzo, avevano cominciato a scopare a Bogliasco,
nell’appartamento di lei, come conigli, e le emicranie della divorziata erano scomparse senza
che toccasse più una sola aspirina. Quindi, a lui divertiva avere questa sua nuova dimensione
di vita. Possedere amanti in ogni luogo dove gli impegni lavorativi d’acquisto-vendita solevano

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portarlo e ora, sembrava che tutte le circostanze erano favorevoli per consumare l’evento in
Savoia, magari proprio a Chambéry. Si, proprio in quell’ora di tempo che di solito lui passava
in stazione o tra le stradine della piazza de la gare, per aspettare la coincidenza che lo avrebbe
dovuto riportare a Torino.
Da dieci giorni l’aveva puntata; come un cane da caccia. Si era accorto di un fruscio
nervoso tra i cespugli, tra quel brulicare di persone che affollavano un vagone del locale:
treno lento e monotono che al mattino portava i pendolari da Chambéry a Aix-les-Bains. Si
era accorto di lei, perché era entrata di corsa nel vagone all’ultimo istante, prima che il treno
partisse. L’aveva vista ansimare nel petto e portare sul viso una strana espressione di noia.
Irregolari curve di follia che portava stampate sul faccino arrossato dalla corsa e che,
d’improvviso, avevano svegliato in Marcello le più torbide fantasie di seduzione che un
giovane può avere in un vagone affollato di gente. Era una ragazza di circa ventitrè o
ventiquattro anni, di fisico imponente e con aria di chi non ha paura della propria presenza
esplicitamente femminile. Una creatura bianca e rosa; con dei fianchi tondi e slanciati
racchiusi in sbiaditi jeans aderenti che ne risaltavano la probabile comodità e la sicurezza degli
ammortizzatori carnosi, per chi l’avrebbe montata. Era bionda o forse meglio dire: bianco-
bionda, perché nei capelli, in alcuni tratti, passavano lunghe ciocche bianchicce; tipiche di
quella parte della Savoia. Una canottiera rosso fuoco, ben tesa sul torace e sulle spalle
carnose, le disegnava un corpo atletico e ribelle. Le cosce erano piene e ben tornite, e
raccoglievano un pube dipinto alla perfezione sul jeans consumato dal tempo. Il culo diveniva
un po’ una storia a se: aveva l’indipendenza delle città stato dell’antica Grecia. In pratica, era
talmente fiero di essere lì che dava vertigini a chi si soffermava ad ammirarlo. Il viso invece,
era un po’ rozzo, ma bello, personale, voglioso e luccicava di pensieri fulminei; come se la
ragazza avesse avuto sui lineamenti della sua faccia tanti interminabili pensieri di vita: voraci,
passionali, golosi. Una specie di immenso garage di forti emozioni. Gli occhi erano celesti e
tagliati in maniera anglo-sassone: spumeggianti all’interno dell’iride e con dei barlumi
d’inquietudine negli angoli esterni del viso. Bocca carnosa e rosea, naso piccolino e un po’
goffo, la fronte spaziosa in maniera normale e il tutto colorato da provocanti lentiggini grigie.
Non aveva un taglio di capelli studiato per il suo viso. Restavano lì, un po’ tutti arruffati e
irregolari; ma erano belli e simpatici, perché le cadevano ciocche biondicce sulle gote e sul
naso, che subitamente spostava con nervosi scatti della mano.
La ragazza proveniva da una piccola frazione di Chambéry, un agglomerato urbano tra
le colline che circondavano l’antica capitale della Savoia francese. Raggiungeva la gare SNCF
con una corriera proveniente dalle valli in periferia, scendeva à place de la gare e di corsa
entrava in stazione per prendere il locale che andava a Aix-les-Bains. Lo faceva tutti i giorni,
per andare a lavorare come cameriera in un cafè-restaurant della cittadina, dove spesso
Marcello si era fermato a prendere un café au lait, se non altro per guardarla, per cercare un
probabile approccio.
Poi, verso il primo pomeriggio, terminato il lavoro, ritornava a Chambéry con lo stesso
locale che prendeva Marcello da circa dieci giorni per tornare a Torino. Scendevano quasi
sempre insieme dal treno, lanciandosi occhiate solitarie e commenti silenziosi. La ragazza
raggiungeva la corriera en place de la gare che aspettava la coincidenza per riportare i
pendolari nelle valli periferiche di Chambéry e Marcello restava a osservarla con la speranza
che si decidesse, una volta per tutte, di restare per qualche istante in più dinanzi alla stazione.
Magari in qualche bar a consumare una birra e per permettergli un comodo approccio in
quella oretta di tempo che ormai da dieci giorni era obbligato a passare, in attesa del treno
rapido proveniente da Lione che lo riportava a Torino. E poi, da cosa nasce cosa. Chi può
dirlo? Lui avrebbe potuto approfittare di quella oretta, magari con un po’ di chiacchiera in
quel francese maccheronico che si vantava di ostentare: l’avrebbe conosciuta, qualche frase
simpatica, un po’ d’italianità che fa sempre colpo e tutto si sarebbe potuto concludersi in un

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invito a cena. E aveva calcolato anche la scusa da inventare ai suoi colleghi dell’agenzia
immobiliare di piazza Castello: “Piccole beghe organizzative con l’impresa francese, per i
lavori di ristrutturazione della siepe nel giardino della villetta. Questi francesi che rompono
sempre i coglioni, quando si tratta di dimostrare la loro competenza!” Del resto, i coniugi
Bottolenghi erano stati tassativi nella contrattazione dell’affare. O si riparava la siepe dietro la
porta secondaria che dava sul lago du Bourget, o non se ne faceva niente: “Quindi sono
costretto a restare qui, stanotte. Si, forse dormo a Chambéry, perché a Aix-les-Bains è tutto
pieno. Capirai! Con tutta la gente in vacanza sul lago! Va bene, a domani, vi richiamo io.”
E quel giorno sembrava finalmente giunta la svolta. Si, perché gli sguardi che si erano
scambiati durante il percorso del treno che li riportava a Chambèry, erano stati fin troppo
palesi, arroganti, privi di qualsiasi forma di timidezza. Del resto, erano già dieci giorni che si
scambiavano messaggi in codice; fatti di sguardi invitanti e sorrisi velati che d’improvviso
divenivano fissità seducenti o espressioni melanconiche colme d’eventuali desideri d’affetto. E
forse anche la ragazza si era stufata. Sembrava quasi che invogliasse Marcello ad agire. Come
se gli stesse dicendo con i suoi occhi anglo-sassoni: “Ma insomma! Cosa stai aspettando? Sei
italiano o forse sei solo una volgare imitazione?”
Zio Carlo glielo aveva ripetuto tante volte a Marcello: “La seduzione nel treno è quella
più improbabile e divertente. Avviene sempre mentre il treno è in corsa e bisogna capire
profondamente i messaggi che gli occhi lanciano durante il viaggio. Il movimento del treno
aiuta a sognare e doma qualsiasi freno inibitorio. Tutto sta nel capire, nel cogliere l’attimo.
Finita la corsa si diventa timidi, si ritorna normali. Allora è conveniente consumare l’approccio
sulle rotaie; per tenere in pugno l’immaginazione e alimentare qualsiasi volo della fantasia.”
Eh! Zio Carlo ne sapeva una più del diavolo, da quello scapolone incallito che era. E
quante ne aveva sedotte di fate, lungo le rotaie della vecchia Europa. Cuccettista convinto
delle ferrovie dello stato italiano e ancora adesso, a cinquanta e passa suonati, riusciva a
sedurre lungo le rotaie della Torino-Ventimiglia-Nizza; almeno questo è quello che diceva, ma
dal tono sicuro che usava nel raccontare quelle storie di seduzione e rotaie, Marcello gli
credeva ciecamente.
Così, era giunta l’ora e bisognava affondare il colpo di grazia. Se lo ripeteva percorrendo
in fretta la banchina della stazione dove il treno si era fermato, senza lasciare per nessun
momento la vista della ragazza che, con passo veloce, guadagnava l’uscita de la gare e si
voltava ogni tanto, con tono invitante, come se stesse controllando lo stato di reattività che
Marcello portava negli occhi. Quest’ italiano l’aveva capito una buona volta che lei ci stava?
Che le piaceva il suo viso latino, il suo modo di guardare e quel sorriso canagliesco che
portava stampato nel volto? Allora, forse bisognava dargli una chance. Del resto, lei era
sempre così frettolosa nel raggiungere il posto di lavoro o la corriera del ritorno a casa. Si, è
pur vero che durante la corsa del treno lo aveva guardato in maniera palese, ma bisognava
pur ammettere che un comodo approccio tra la folla dei pendolari, non era certamente cosa
facile. Allora bisognava dargli spazio a questo italiano. Bisognava metterlo a suo agio, perché
forse se lo meritava ampiamente. Le aveva pur fatto una corte spietata, in questi dieci lunghi
giorni; e meritava forse un premio, quel suo intraprendente sguardo olivastro che le aveva
parlato incessantemente, dicendole cose dolcissime e raccontandole sconcissime melodie,
con il fondo marrone delle sue pupille tanto latine.
Però, quell’uomo ora la stava seguendo con l’ardore di parlarle e lei ne era consapevole
e soprattutto pronta. Del resto gli ultimi sguardi che si erano scambiati, prima che il treno
cessasse la corsa, erano stati troppo espliciti. I loro corpi si erano caricati come due pile e
l’immaginazione erotica che era nata attraverso il loro guardarsi, aveva ricoperto la hall de la
gare di un’atmosfera elettrica e surreale. Sembravano due poli contrari che si attraggono,
perforando l’immenso campo magnetico che loro stessi, strofinandosi nei propri pensieri,
avevano prodotto.

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Marcello sembrava impazzito, voleva non perdere metri dalla sua fata e quindi la
rincorreva con passo nervoso, urtando i viaggiatori ignari della sua adrenalina. Quel suo
elegante vestito blu estivo che indossava come un’armatura, portato per forza contro il suo
volere per dare una sorta di estrema efficienza, dal momento che spesso gli toccava trattare
con clienti danarosi e interessati all’acquisto di immobili importanti, sembrava come
elettrizzato dal suo corpo. Si gonfiava nelle braccia e lungo il dorsale, dando ad intendere che
forse, di lì a poco, il giovane agente immobiliare avrebbe sofferto una devastante
deflagrazione, se non si fosse fermato a parlare al più presto possibile con la giovane dalle
lentiggini grigie.
Lei, d’altro canto, sentiva la caccia; ma non aveva ancora veramente capito chi fosse la
preda. Forse, con la sua rozzezza simpatica l’avrebbe potuto guidare dove a lei pareva; perché
ogni tanto, voltandosi, incuriosita dall’adrenalina di Marcello, s’accorgeva che il ragazzo era
come in una sorta di trance e andava dove lei lo portava.
Tutto ciò la eccitava, si sentiva fortemente desiderata e caricava tutta la sua femminilità,
acquistando nel viso e nel suo camminare una forte sicurezza; quasi virile, contrapponendosi
alle forme così delicate e poderose al tempo stesso che il suo corpo da donna esibiva. Però
era fortemente consapevole che anche a lei piaceva quel tizio. L’eccitava il suo sguardo, il
corpo, quell’aria di chi sa come muoversi, e quel suo modo goffo e ostinato di fissarla negli
occhi. Le dava calore e la convinceva sempre di più, attimo per attimo, di dargli una chance, di
far si che il gioco fosse più aperto e che gli eventi arrivassero a valle senza intoppi, travolti dal
vigore delle sue acque.
Si guardarono per un’ultima volta, prima di uscire nella place de la gare, quasi volessero
interrogarsi a vicenda su dove li avrebbe portati quella loro misteriosa attrazione. Marcello la
vide raggiungere la fermata degli autobus di fronte la stazione, dove la maledetta corriera
l’avrebbe inghiottita con l’aiuto delle rumorose fauci a pressione che possedevano le porte
azionate dal conducente. Sul volto del giovane comparve una lieve impotenza. Anche stavolta
non ci sarebbe stato tempo per conoscerla? Non poteva certo correrle dietro e fermarla in
maniera veemente. Oppure era proprio quello che doveva fare? Zio Carlo, cosa avrebbe
fatto? E che cazzo! Questa donna non l’aveva ancora capito che desiderava conoscerla?
Perché scappava sempre? Perché non si fermava? Perché non gli dava una chance? Una piccola
chance?
Restò, per alcuni istanti, attaccato a quei pensieri e a quelle immagini che aveva vissuto
pochi attimi prima nel treno. Quando si era messo a guardarle quei seni così disegnati e lei
accortasene gli aveva accennato un sorriso un po’ spudorato. Restò anche a pensare alla
riconoscenza che d’improvviso gli era balenata nella mente, verso i coniugi Bottolenghi. Erano
stati loro che l’avevano obbligato, in quei dieci giorni trascorsi, nel presenziare i lavori di
ristrutturazione della villetta sul lago du Bourget e che quindi gli avevano permesso, come un
regalo del destino, d’incontrarla tutti i giorni sul treno. All’andata, al ritorno, nelle pause
pranzo consumate nel ristorante di Aix-les-Bains dove lei lavorava, senza però poterle mai
parlare, perché sempre impegnata. Ad ogni modo, comunicandole con gli occhi interminabili
discorsi visivi, fatti di vogliose carezze e coiti silenziosi. Ma dopo alcuni attimi la ragazza si
voltò verso Marcello, prima di salire sulla corriera, e s’accorse dell’ombra d’impotenza che
era apparsa sul viso del giovane. S’interrogò del perché non lasciava parlare l’istinto e, in
pochi secondi, ebbe una grande tenerezza verso quell’uomo che l’aveva così tanto
ostinatamente guardata negli occhi, in quei dieci lunghissimi giorni. Era forse venuto il
momento di dargli quella chance che pensava attimi prima? Ma lui, l’avrebbe capita? Insomma!
Se lei si fosse decisa a non salire sulla corriera e avesse imboccato rue Sommeiller, recitando la
parte di chi improvvisamente ha dimenticato di fare delle compere prima di tornare a casa, lui
l’avrebbe intuito che era un invito esplicito? Non c’era altro da fare che provare e poi, c’era

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pur sempre la prossima corriera tra mezz’ora e quattro passi fino alla fontana degli Elefanti o
una birra in un bar, prima di tornarsene a casa, le avrebbe fatto solo che bene.
Il cambio di direzione fu rapido, quasi felino. Si inoltrò in rue Sommeiller e dopo pochi
metri attraversò la strada; dirigendosi verso un negozio di vestiti dalla vetrina stracolma di
capi estivi. E dal riflesso che passava attraverso quell’ampia vetrina, riflettendo ciò che
accadeva alle sue spalle dall’altro lato della strada dove la corriera era ormai partita, s’accorse
che Marcello aveva intuito. Si era presentato nel volto del giovane una espressione molto
canagliesca: una sorta di piacevole ghigno, come per segnalarle che lui aveva capito, che era
pronto a farsi trascinare a valle senza intoppi; dolcemente travolto dal vigore delle sue acque.
Cominciarono a danzare molto lentamente: la ragazza iniziò a passeggiare lungo il
marciapiede pieno di vetrine e Marcello la raggiunse a pochi metri, dopo aver attraversato la
strada in maniera decisa. Quando lei si fermava a guardare qualcosa esposta nelle vetrine dei
negozi, lui guadagnava metri verso di lei. Diveniva una specie di falchetto che svolazza sopra
una lepre carnosa, pronto a scegliere il momento giusto per carpirla in picchiata. La ragazza
giocava e non aveva paura. Si fermava, si voltava, lo guardava: in quel momento mostrava una
chiara predisposizione a essere preda. In pratica, voleva che lui la catturasse senza ulteriori
ripensamenti. Intanto l’adrenalina saliva nel petto di Marcello, si sentiva pronto, capace,
seduttore e cosa alquanto anomala per le sue consuetudini d’attacco, tra le gambe accusava
una improvvisa rigidità del suo Polifemo. Senza dubbio, questo tira e molla di sguardi e sorrisi
stava caricando la sua immaginazione di strane aspettative. E se tutto fosse successo nel buio
di un portone di rue Sommeiller? C’erano portoni in questa strada? Si voltò follemente per
cercarne uno, come se volesse aumentare ulteriormente la sua erotica immaginazione. Ma
quei suoi momenti di disattenzione furono fatali, perché la ragazza era scomparsa dalla sua
vista. Si sentì vinto, ci fu nel suo corpo un’improvvisa frenata del sangue e Polifemo, all’istante,
ritornò nel guscio. Allora si voltò freneticamente in ogni direzione. Cosa era successo? Era
forse scomparsa? Poi, come d’incanto, intravide un’ombra familiare inoltrarsi nell’androne
spalancato di un’elegante portone che era proprio alla sua sinistra, sullo stesso marciapiede
dove stavano passeggiando. Senza pensarci due volte entrò in quel posto e s’accorse di lei che
lo fissava dal fondo, vicino ad una porta di ferro dove una luce rossa segnalava, forse, la
discesa di un probabile ascensore. La fata non possedeva mica qualche appartamento nello
stabile? E se fosse stato così, allora lo stava portando proprio nella tana. Ritornarono a
pulsargli le vene in maniera bollente e gli attributi cominciarono a gonfiarsi in maniera
eccessiva.
Si avvicinò lentamente verso di lei, ormai sicuro del suo invito. Sembrò quasi che lei gli
balbettasse qualcosa: parole confuse che dal suono gli sembrarono una sorta di
presentazione. Lui annuì senza sapere perché e attese che quegli occhi azzurri gli dessero un
accenno di partenza, per poterla baciare dinanzi la porta dell’ascensore. Ma, l’arrivo di
quest’ultimo distrasse i loro sguardi. La porta si spalancò e ne uscì un uomo anziano che
cominciò a salutarla e a baciarla in maniera molto familiare. Marcello era come imbambolato.
Cosa cazzo stava succedendo? Chi era quel tipo?
In quell’improvviso frastuono e dal francese che riusciva a capire, lei si chiamava Amelìe
e quel tizio era suo zio che la invitava a salire, dove pare sua moglie le avrebbe preparato un
buon tè.
La ragazza diceva che era giusto passata a salutarli, dal momento che avrebbe potuto
prendere tra mezz’ora la prossima corriera. E tutto ciò lo diceva con grande maestria:
gettando, con molta naturalezza, l’attenzione verso Marcello. Egli, intanto, si era allontanato
dall’ingresso dell’ascensore per non destare sospetti al vecchio zio e per recitare la parte di
quello capitato lì per caso; forse impiegato in qualche ufficio del palazzo o qualcosa di simile,
dal momento che la sua tenuta in giacca e cravatta glielo permetteva. Passarono pochissimi
attimi e il vecchio si scusò con Marcello, perché stavano ingombrando il passo dell’ascensore

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e lo invitò a salire; essi si sarebbero fermati al terzo. Ma l’italiano, accortosi di una targa
metallica affissa su una parete che annunciava la presenza di un dentista al primo piano, ebbe
la prontezza di rispondergli, con un francese un po’ tremolante, che stava aspettando un
amico da poco salito nell’ambulatorio. Lo disse freneticamente, balbettando le parole e sentì
scorrergli nella schiena dei piccoli rivoli di sudore. La paura di essere scoperto che stava
mentendo, gli portava uno strano soffocamento alla gola e Amelìe ne godeva silenziosamente;
presentando nell’azzurro degli occhi una strana soddisfazione, come se fosse felice di tenerlo
in pugno e che potesse decidere solo lei sull’evoluzione dei fatti.
La porta si aprì e l’ascensore salì, lasciando Marcello in uno stato di solitario
svuotamento. Fece pochi passi verso la strada, per aiutarsi a cercare una probabile soluzione.
Pensava il da farsi. Aspettare? Lasciar cadere la cosa senza dargli troppa importanza e tornare
verso la gare ad aspettare la coincidenza per Torino o affrontare la donna al suo ritorno,
come se non fosse successo niente? Del resto, quella spudorata Amelìe lo aveva invitato a
seguirla, gli aveva anche balbettato misteriose parole, quando lui aveva tentato l’affondo. Si
sentiva improvvisamente con la coscienza a posto; era lei che aveva commesso l’errore. Ma
come diavolo le era saltato in mente di andare a far visita ai suoi zii di Chambèry, proprio nel
pieno del loro travolgente idillio? Questa chiarificazione mentale gli fece coraggio e dal
momento che accusava un leggero languore allo stomaco, causato forse dal susseguirsi degli
eventi, pensò di entrare nella patisserie di fronte: praticamente attraversando la strada, così
avrebbe potuto controllare benissimo anche l’eventuale uscita dal portone di Amelìe.
Prima di entrare nella pasticceria di rue Sommeiller si fermò a guardare attraverso la
vetrina le tante varietà di paste, dolcetti e brioche; decidendo che avrebbe scelto uno di quei
panciuti cornetti alla crema innaffiati di farina zuccherata. La vecchia signora che era al
bancone lo accolse con la canonica gentilezza francese: tanto musicale nella voce, quanto
fredda e insipida. Marcello addentò il cornetto e si voltò verso il portone di fronte; così oltre
a degustare il sapore di quella deliziosa golosità, avrebbe potuto tenere sotto controllo
l’uscita della sua fata.
Ricevette il resto dalla donna e cominciò a rilassare il suo stomaco. Il sapore di quella
pasta lievitata e cremosa lo stava rilassando; gli aveva come anestetizzato il respiro e
d’improvviso frenato quella esuberante adrenalina che aveva posseduto nelle vene pochi
istanti prima. Restava col busto rivolto alla strada, ascoltando le chiacchiere che la donna della
patisserie, senza nessuna ragione ben chiara, aveva cominciato a sciorinargli mentre la crema
continuava ad espandersi nel suo addome.
“Lei è italiano, lo so. L’ho visto dal modo come veste. Mi comprende, non è vero?”
Marcello annuì svogliatamente.
“Ci sapete fare con le stoffe, voi italiani. E non solo con le stoffe, non è vero?”
Una risata isterica riempì la protesi dentaria della donna.
“Avete un vostro portamento. Siete inconfondibili, vi si riconosce in mezzo a tante
razze diverse.”
Un breve silenzio d’attesa per capire se Marcello partecipava al suo monologo e poi
ripartì ancora più convinta.!
“La vedo da un po’ di giorni attraversare rue Sommeiller, quasi sempre a quest’ora. Cosa
c’è? Aspetta la coincidenza per Torino, per caso?”!
Marcello annuì.!
“L’avevo inteso da tempo. L’altro giorno si era anche deciso a entrare e comprare un
dolcetto. Credo fosse lo stesso che sta mordendo adesso.”!
Mordendo era certamente un verbo un po’ allusivo e usato da quella anziana signora
con la protesi dentaria acquistava un significato carnale, morboso, quasi inquietante.
“Poi invece ha deciso di proseguire, come sospinto dal vento. Eh! Voi italiani avete
sempre fretta, l’ha già visitata la nostra Chambéry?”

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Marcello cominciava ad annoiarsi, ma cercava di masticare lentamente quel cornetto,
per perdere tempo. Non voleva restare per strada ad aspettare Amelìe. Si sarebbe decisa una
buona volta ad uscire da quel dannato portone? Cosa cazzo stava aspettando quella stronza?
Perché non lasciava i suoi zii e scendeva per strada?
“Lei dovrebbe visitare il Musée Savoisien, a quattro passi da qui. Ai giovani interessano i
musei, non è così? E’ aperto dalle dieci alle dodici e dalle quattordici alle diciotto. Se non ha
tempo oggi, lo farà domani. E’chiuso il martedì; domani è giovedì. Lo faccia domani, con
comodo, poi tornerà venerdì a raccontarmi se le è piaciuto. La inviterò ad un assaggio
particolare della mia specialità: polpettine al cacao. Ah! Sono sicura che non l’ha mai
assaggiata una delizia così.”
Cosa avrebbe potuto fare quel giovane agente immobiliare per scappare dal suono di
quelle chiacchiere inutili? Gli restava solo di uscire per strada alla svelta, con la speranza che
Amelìe fosse anch’ella apparsa dinanzi al portone nello stesso momento. Lo fece in fretta,
senza pensarci due volte, masticando freneticamente l’ultimo boccone del cornetto alla
crema e lasciandosi alle spalle la voce dell’anziana signora che lo invogliava a ripassare nei
giorni a seguire. Quindi percorse pochi metri, in direzione opposta alla place de la gare e
finalmente la vide apparire dall’altro lato della strada, dinanzi a quel dannato portone. Amelìe
lo guardò intensamente. Sembrava che gli stesse dicendo tante cose sublimi, col colore
azzurro dei suoi occhi. Era contenta che Marcello l’avesse aspettata e glielo dava a intendere
attraverso la luce che portava nei lineamenti del viso.
Il giovane attraversò in fretta la strada e lei lanciò la volata verso un bar poco distante,
come per invogliarlo a seguirla. Lì avrebbero potuto riparare i loro stati emotivi e forse la
conoscenza formale avrebbe finalmente avuto delle solide basi. L’adrenalina cominciò a
pulsare nelle vene di Marcello e Polifemo ritornò a farsi sentire. Gli tirava in maniera
eccessiva e in più, forse perché quegli ultimi istanti erano stati carichi di emozione, accusava
forti fitte alla pancia. Improvvisi stimoli diabolici gli colpivano il ventre. Aveva impellente
bisogno di un bagno e tutto ciò accadeva ad intermittenza. Faceva pochi passi pensando alla
fata che lo stava dirigendo verso un bar poco distante e altri, in preda alla défaillance che stava
vivendo. Inghiottire quel maledetto cornetto alla crema gli aveva causato delle conseguenze
diaboliche e inattese. Una specie di bomba di profondità era esplosa nelle sue viscere e tutto
ciò accadeva nel momento meno opportuno.
Dopo poco entrarono in un bar semi vuoto, quasi come se fosse già tutto predisposto
per la loro intimità. La ragazza s’incaricò di ordinare due birre; sembrava che conoscesse già
perfettamente tutti i gusti dell’italiano e poi si voltò a guardarlo con un leggero sorriso, quasi
a cercargli conferma negli occhi che aveva scelto bene la bevanda; e si sistemarono in un
tavolo un po’ defilato verso il fondo a pochi passi dalla toilette, come se volessero tenere
ancora più nascosto quel loro silenzioso conoscersi.
Marcello era in uno stato confusionale. Non pronunciava parola, si preoccupava solo di
fissarla negli occhi. Lo stesso faceva Amelìe e veniva continuamente affascinata dal mutismo
dell’italiano e da quel suo pallore nervoso che portava stampato sul viso. Improvvise ombre
di tensione, con piccoli cristallini di sudore, apparivano sulla fronte del giovane ad ogni fitta di
dolore che accusava nel ventre. Non sapeva come gestire quella sua patetica situazione. Cosa
aveva messo, quella maledetta strega, nella crema del cornetto? Perché diavolo aveva scelto di
ingerire quel succulento dolce? E perché ora doveva soffrire tanto? Ad Amelìe non era mai
capitato un uomo così passionale. I ragazzi che aveva frequentato non si erano mai
comportati così; con questa calda ostinazione nello sguardo che si era ripetuta tutte le volte
in cui si erano incontrati nel treno. Ed ora che lo vedeva pallido e teso nel viso, con cristallini
di sudore alla fronte, si sentiva eccitata, incuriosita da quest’anima italiana in giacca e cravatta.
Così, si alzò dalla sedia con aria sicura, invogliandolo con lo sguardo a seguirla nella toilette.
Marcello si mosse come un automa, senza sapere veramente perché. Era Polifemo che lo

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 8


stava dirigendo verso la porta della toilette, oppure era quell’orrendo stimolo di pancia che
gli preannunciava una dissenteria dal fetore nauseabondo?
Entrato nella toilette, trovò Amelìe ferma dinanzi all’ingresso delle signore che lo
aspettava con un sorriso beffardo. E s’accorse che c’era un tavolo vecchio e elegante, di
forma rettangolare, con qualche tarlo sparso qua e là e dal colore marrone scuro, posto in un
angolo vicino al lavandino. Pensò che sembrava messo lì apposta per farli distendere uno
dentro l’altra, ma non ebbe tempo di continuare il suo percorso mentale, perché Amelìe,
carica come una pila, lo abbracciò con passione e lo condusse verso il tavolo: come se volesse
tenerlo sotto di se. Quel movimento di danza amorosa che Marcello aveva tante volte
desiderato in quei dieci lunghissimi giorni, causò la deflagrazione tanto temuta. Le viscere del
giovane, invase dalla crema del cornetto, esplosero violentemente e l’eruzione dello sfintere
fu inevitabile. Un nauseabondo tanfo di merda s’impadronì della toilette. Amelìe smise subito
di baciarlo e freneticamente cominciò a guardarsi intorno, addosso e per terra; come a
cercare la causa di quel terribile fetore. Poi, rimase d’un tratto stupita, accorgendosi delle
impercettibili parole che Marcello pronunciava: singolari balbettii in cui il giovane si scusava
con una prostrazione quasi francescana e con i quali chiedeva perdono per quella maledetta
circostanza, chiedendole umilmente aiuto. Come avrebbe fatto ora a uscire da lì? In quelle
condizioni era impensabile affrontare rue Sommeiller fino alla gare.
Ma la ragazza lo allontanò violentemente da lei e cominciò ad imprecargli parole di
fuoco. Si riassettò con rapidità, lavandosi furiosamente le mani e se ne andò sbattendogli la
porta in faccia. L’agente immobiliare cominciò a cancellare tutto dalla sua testa e l’unica vera
preoccupazione che gli balenò nella mente, in quel preciso momento, fu: come avrebbe
potuto raggiungere Torino Porta Nuova combinato così, con il culo tutto imbrattato di crema
francese?

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 9


II

DOVE FINISCE LA TERRA E IL MARE COMINCIA

La ragazza che in questo preciso momento si trova in rua das Portas de Santo Antào
numero novantadue, praticamente dinanzi l’ingresso del teatro Coliseu dos Recreios, si chiama
Miranda De Douro. Sua nonna, che vive dall’altra parte del Tago, la chiama Mirandinha e
invece il suo amore la chiama Mirandita: o meglio, così la chiamava fino a qualche ora fa;
perché da poco hanno deciso di chiudere la loro relazione. Lo hanno deciso in praça Marquès
de Pombal: li, sono restati a parlare per poco tempo. Mirandita gli ha spiegato la sua situazione
e il suo amore si è limitato a dire: “Ecco, perché eri un po’ ingrassata in quest’ultimo mese.”
Non ha detto altro, del tipo: “Cosa facciamo adesso? Come lo chiameremo? Quando lo saprà
tua madre! Non credi che siamo troppo giovani? Come lo dico ai miei?” Ha solo abbassato la
testa, ha dato uno sguardo verso il parco Eduardo VII e poi, con estrema freddezza, ha detto:
“Io non voglio questo bimbo. Non credo d’amarti.” E dopo un po’ è andato via verso rua
Alexandre Herculano, lasciandola sola.
Mirandita ha cominciato a passeggiare per avenida de Liberdade con l’aria di chi non ha
più venti anni e ha fatto strisciare la pianta dei piedi sul largo viale alberato in leggera
pendenza, calpestando - con aria assente - il marciapiede dell’avenida dalla parte della praça da
Alegria, pavimentato a mosaici bianchi e neri di calcare e basalto. Si è totalmente disinteressata
del grande brulicare di gente e dei palazzi di fine ottocento e dei primi del novecento che
riempiono quel tratto del viale, dove sempre sua nonna, passeggiando con lei da bambina, si
preoccupava di spiegarne le origini architettoniche con minuziosa competenza storica.
D’improvviso ha deciso di attraversare la carreggiata mediana; per raggiungere il
marciapiede opposto, come se volesse volutamente allontanarsi dalla zona ancora viva per
l’avvenuta presenza del suo amore. Senza tener conto delle vetture che, come tante saette,
vanno e vengono sull’avenida. Ha sentito i clacson suonare e lo stridìo delle frenate
improvvise, ma non si è lasciata angosciare da quel trambusto che lei stessa aveva provocato.
Ha raggiunto l’altro lato dell’avenida e riparando su di una panchina poco distante da praça
Correio dos Restauradores, si è messa a pensare alla volta che, insieme al suo amore, è andata a
Cascais in gita. Solo due mesi prima erano partiti dalla estacao do Cais do Sodre, in un mattino
di sole primaverile. Avevano deciso di andare al mare. Si erano seduti dinanzi ai gradini della
stazione, in attesa del treno per Cascais e per ammazzare il tempo si erano sbaciucchiati
senza alcun pudore. Acquistando, come d’incanto, il momentaneo aspetto di due funzionali
ventose di gomma.
Poi, si erano lasciati affascinare dal quadretto di vita che veniva dipinto in quel
momento, dinanzi la bottega artigianale di restauro, posta non troppo distante i gradini della
stazione. Un gatto disteso su di un tavolo vecchio e elegante, di forma rettangolare, con
qualche tarlo sparso qua e là, e dal colore marrone scuro, se ne stava placidamente
addormentato con le zampette rivolte verso il cielo.
Il suo amore le aveva confidato, tra una carezza e un bacio, che anche a lui piaceva
dormire così come il gatto, e Mirandita aveva cominciato in silenzio a immaginarselo. Mentre
il suo amore parlava del gatto, lei se lo immaginava nel letto con il ventre al cielo e
cominciava a vederlo agitarsi dolcemente, perché svegliato dalle sue carezze. Poi lo
immaginava svegliarsi con gli occhi di gioia e tirarla sotto di se tra le lenzuola calde, e si
vedeva d’improvviso montata da lui anche se erano tuttavia seduti dinanzi la estacao do Cais
do Sodre. Come era bello Ricardo De Silva. L’aveva conosciuto nello stesso autunno, in un
localino del Barrio Alto e da lui aveva preso il gusto di fumare marijuana. In più, l’eccitava quel
suo modo un po’ bullo di baciarla. Ricardo apriva la bocca ancora prima che fossero

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 10


attaccati, portando sul viso un’espressione piena di desiderio. Per Mirandita era molto
trasgressivo baciarsi in quel modo e per questa stessa ragione si eccitava da morire. Quel
mattino avevano appena consumato uno spinello di erba e si sentivano estremamente
euforici. Si baciavano e si toccavano dinanzi la estacao do Cais do Sodre, incuranti dei passanti
che li guardavano: chi con aria insolente, chi confuso dalla circostanza e chi forse voglioso di
partecipare al banchetto. !
Durante la corsa del treno lei si era lasciata portare dal sole; era rimasta tutto il
tempo, fino alla Torre de Belén, a osservarlo nelle sue moine da bullo. Forse i vapori dell’erba
stavano facendo il loro diabolico corso e davano a Ricardo una incoscienza spavalda; e al
tempo stesso sensualità. Si lasciava dondolare fuori dal treno, sostenendosi allo staffone
dinanzi la porta scorrevole, ogni volta che quest’ultima si apriva durante la corsa. Era una
specie di danza, come sospeso nell’aria e questo a Mirandita piaceva; mentre ai passeggeri
forse dava un leggero fastidio, almeno così sembrava: dal modo in cui, in maniera dolente,
facevano finta di non guardare simulando attentissime letture dei quotidiani. Alla fermata
della Torre de Belén, Mirandita aveva cercato di distogliere il suo amore, giocando a fare la
parte della guida turistica. Forse anche a lei i fumi dell’erba avevano cominciato ad espandersi
nelle tempie, in maniera diabolica. Si era messa a spiegare l’architettura del simbolo della
città, a voce sostenuta, facendo morir dal ridere Ricardo: “Questo è un capolavoro dell’arte
manuelina. La struttura dell’edificio è romanico gotica, le decorazioni sono di sapore moresco
e le danno, come potete vedere, un’aspetto esotico.”
Poi, fingendosi offesa perché il suo amore era occupato a ridere divertito e gli altri
passeggeri nel simulare attentissime letture dei quotidiani non seguivano con attenzione,
riprendeva con tono inquisitorio: “Ma insomma! Un po’ d’attenzione, prego! Una grande e
massiccia piattaforma esagonale, con grossi merli e torricelle, cinge la torre a più piani
merlati. Silenzio per favore! Al terzo piano, elegant…” Ma la sua stessa recita finì per
divertirla, e tra le braccia del suo amore si consumarono quelle sensuali risatine silenziose
che in un attimo l’avevano circondata di un momentaneo pudore.
Dopo un po’ si trovarono sulla spiaggia di Cascais, da soli. Poche altre coppie sparse
sull’arenile si scambiavano tenere effusioni e loro ripararono dietro il dorso di una barca
capovolta, quasi come se quella imbarcazione fosse stata messa da qualcuno per difendere la
loro privacy. Non si fecero fermare da nessun limite e cominciarono a toccarsi e a baciarsi
coperti dalla luce del sole. Non ebbero nessun interesse nella voce dell’Atlantico, pensarono
solo a baciare i loro corpi. Furono occupati a sbottonare i loro jeans e ad aprire i loro
giubbotti. Furono occupati a farsi sfilare i maglioni e a tenersi sulle natiche i loro capi intimi.
Furono occupati a baciarsi, a toccarsi e a montarsi senza alcun limite, fino a quando sentirono
il brivido che li ricondusse ad essere mortali stracchi dall’amore consumato.
Ora invece è lì seduta, su quella panchina a quattro passi da praça Corrreio dos
Restauradores. E si sente ridicola? A una donna di venti anni non è consentito sedersi su di
una panchina di avenida de Libertade a quell’ora del giorno. Deve correre e immergersi nella
luce di quella città e non sedersi sulla retorica e l’abbandono. Ma forse a lei non pesa tutto
ciò. Un momentaneo esilio passeggero, in mezzo a quell’affarismo internazionale che le
brulica intorno, non le dispiace affatto. Ora che Ricardo De Silva se n’è andato via, forse a
montare un’altra ragazza sulle spiagge di Cascais o di Estoril, lei ha ben altro a cui pensare. Il
suo ventre, per esempio. Lì dentro c’è qualcosa di meraviglioso che sta crescendo e solo lei, a
quanto pare, è disposta a proteggerlo. Sua nonna è l’unica che capirà, ma è dall’altra parte del
Tago e quindi tocca alzarsi da quella dannata panchina e raggiungere l’imbarcadero di praça do
Comercio. Mirandinha, la chiama sua nonna e l’abbraccerà sicuramente, mentre lei le
racconterà per filo e per segno (magari senza andare troppo nei dettagli del concepimento
avvenuto sull’arenile di Cascais) quello che sta accadendo nel suo ventre lusitano.

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 11


Allora la ragazza si volta intorno, come a cercare un appiglio per alzarsi dalla panchina.
Vede due uomini seduti ai tavolini della taverna di rua das Portas de Santo Antào che mangiano
baccalà fritto con patate e che la guardano con sorrisi lascivi. Sembra, dal modo con cui le
sorridono, che dopo aver consumato quel gustoso baccalà con le patate, sarebbero
predisposti ad una sana digestione: magari avvinghiati, una volta per uno, alle sue giovani
anche. Ma lei non dà peso a quegli sguardi maschili e si allontana dalla panchina guardando
verso il teatro Coliseu accorgendosi che proprio in quella stessa taverna, alcuni mesi prima,
forse un anno, si era fermata a mangiare baccalà fritto con patate; insieme alle sue due amiche
del cuore: Lorena Sà Pinto e Madalena Coimbra do Nascimiento. E si erano messe a
discutere come giovani aquile impazzite, perché Madalena, testarda, affermava che la cupola di
ferro e vetro del teatro Coliseu dos Recreios fosse stata costruita a Colonia e invece, lei e
Lorena affermavano, giustamente, che fosse stata costruita a Berlino. Ma questo ormai è roba
passata e Miranda De Douro, improvvisamente, sente il bisogno di accarezzarsi il ventre. La
mano striscia all’altezza dell’utero e sul viso della ragazza appare un’espressione materna.
In quello stesso istante il Rossio si presenta dinanzi ai suoi occhi, con tutte le
caratteristiche cose di sempre. La piazza è piena di luce bianca ed è gonfia di gente che
cammina in ogni direzione. I venditori di biglietti della lotteria, che vi hanno installato il loro
quartier generale, danno improvvisi gridi; come a richiamare i passanti a non lasciar scappare
la fortuna. Lei li guarda indifferente, ma leggermente compiacente per quella atmosfera che
essi sanno creare. I piccioni, i quali sono un po’ da per tutto, si mescolano alla folla frettolosa
e indaffarata che irrompe dalla stazione della metropolitana. Lei passeggia non più come una
ragazza di Lisbona; ha d’improvviso l’aspetto di una donna straniera. Una creatura che si sta
soffermando a scrutare tutte le direzioni di quella piazza centrale e desidera scegliere, al più
presto, il punto cardinale giusto. Quello che l’aiuterà a fare la cosa giusta. Senza timore. Col
coraggio di proteggere il suo ventre.
Alle sue spalle, a nord, ha lasciato rua Alexandre Herculano, dove il suo amore Ricardo
De Silva è scomparso nel nulla. A est c’è il castello de Sào Jorge, a ovest le rovine del Carmo e
dinanzi a se s’accorge di una fiorista un po’ andata con gli anni, che si sbraccia e vende
garofani rossi. La donna non trova acquirenti e con l’aria di chi non si scoraggia, si avvia verso
il Tago. E forse proprio lì che Miranda De Douro deve andare. A sud, verso il fiume, dove può
raggiungere sua nonna, col battello. In praça do Commercio, si, proprio lì, nella città bassa - la
Baixa - con le sue strade rettilinee e le sue architetture classiche. Ancora adesso sembra
sentire la voce di sua nonna che le spiega la storia della città bassa: “La Baixa è la cicatrice più
evidente che il terremoto del primo novembre del 1755 causò, inghiottendo quasi trentamila
persone.” Così, il volto di Mirandinha si orna di colori seriosi, ma continua nell’andare verso il
Tago, perché vuole al più presto raggiungere quella creatura speciale che è sua nonna ed è
sicura che quella donna ormai vecchia e che non vuole più, da molto tempo ormai,
passeggiare con lei nel Rossio o lungo i viali alberati del centro, la capirà senza alcun dubbio e
senza alcun dazio.
Mirandinha però, decide all’improvviso che vuole prima passare dalle parti del Chiado.
Percorrere lentamente rua Garrett e fermarsi al cafè da Brasileira, perché inconsciamente sa
che lì troverà le sue due amiche del cuore. La ragazza è sicura che la stanno aspettando
sedute ad un tavolino del cafè; probabilmente accanto alla statua di Pessoa e che l’aspettano
per parlare un po’ e prendere in giro i passanti, come fanno sempre. Percorre comunque la
strada con aria poco convinta, non è del tutto sicura che sta facendo la cosa giusta. Forse è
molto più comodo raggiungere la nonna dall’altra parte del Tago. Arrivare presto
all’imbarcadero di praça do Commercio e scappare a sfogarsi nelle braccia della sua vecchia.
Del resto, Lorena Sà Pinto e Madalena Coimbra do Nascimiento non sanno ancora nulla di
quello che le sta accadendo nel ventre. Sanno che lei ha un amore, ma non sanno che qualche
ora prima, Ricardo De Silva ha deciso di lasciarla imboccando rua Alexandre Herculano.

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 12


Nel frattempo Mirandita comincia a sentire l’accenno di un pianto sotterraneo che le
sta nascendo pian piano. Intorno ai suoi occhi espressivi e carnali compaiono, senza che lei
potesse al momento fermarli, dei piccoli rivoli sottili. Ha forse paura dell’incontro? Comincia
a voltarsi intorno, come a cercare una momentanea soluzione. Si sente d’improvviso
impotente d’agire. Non riesce a fare più un solo passo verso il cafè da Brasileira e la paura le
attanaglia lo stomaco.
Da lontano vede i tavolini colmi di gente che circondano la statua di Fernando Pessoa e
s’accorge della presenza di Lorena Sà Pinto e Madalena Coimbra do Nascimento, sedute
spensieratamente a consumare un caffè; forse la stanno aspettando. Le vede ridere e
confabulare tra loro, osservando ironicamente le altre persone sedute intorno. Proprio con la
stessa aria giocosa che, fino a qualche mese prima, anche lei possedeva nel viso e che ora si è
trasformata in un’energia diversa. Una forza nuova che le sta crescendo nel ventre e di cui
non riesce a immaginarne le sembianze. Se avrà nel viso la simpatia dei suoi sorrisi o gli
sguardi bulli di Ricardo De Silva. Intanto, guarda una coppia venirgli di fronte; la donna ha la
pancia di chi aspetta una vita. Preferisce voltare lo sguardo, come a scappare da una immagine
prossima che anche lei tra pochi mesi darà e s’accorge di una donna e un bambino che
passeggiano soli per rua Garrett. S’accontenta di osservarli nel loro passeggiare, perché forse
l’immagine le da una maggiore tranquillità. La sensazione di una pace momentanea l’allontana
dal cafè da Brasileira e dalle sue amiche del cuore. Le vede lontane dalla sua condizione e
forse solo Fernando Pessoa, seduto a quell’immortale tavolino di bronzo, si è accorto dei
piccoli fuochi di Miranda De Douro.
-----Perché Ricardo è stato così duro? Ha paura? Io però, l’amo ancora. Forse, tra un
po’ gli passerà. E se non gli passerà? Resterò sola col bimbo? Perché io lo voglio questo
bimbo!----- Lo sta pensando mentre percorre, con passo un po’ più veloce, le stradine laterali
della Baixa. Tra un po’ imboccherà rua Augusta e giù fino all’arco trionfale entrerà finalmente
in praça do Comercio, prenderà il battello all’imbarcadero e raggiungerà sua nonna dall’altra
parte del Tago. E lì, forse, si sentirà sicura. Questa sua prossima condizione d’arrivo le da una
maggiore sicurezza. Le permette perfino di avere un atteggiamento più dannato. Consuma il
passo come fosse una donna vissuta e non ha timore di pensare al passato. Lo vede come un
susseguirsi d’immagini, che forse, attimi prima, in rua Garrett non avrebbe sopportato, ma che
ora si sente di aver ampiamente domato.
Ecco! Lo vede, a Ricardo De Silva. Alle volte che, insieme, dopo l’amore, sono andati a
cenare in una tavernetta vicino al Tago, dalle parti della stazione Cais do Sodre. Lo vede
mangiare con voracità le pietanze abbondanti che gli portavano al tavolo. Il suo sorriso da
bullo. La marijuana pronta a fumare. E quel suo viso olivastro attento ad esprimere il sapore
dei piatti: le sardine alla brace, il riso ai gamberetti o alla piovra e il vino fresco che dava ad
entrambi carezze rossicce alle gote. Lo vede mangiare quei colori di mare, con la stessa
passione con cui mangiava il suo seno sull’arenile di Cascais. Ora, ha quasi coraggio a fermare
le immagini, a portare indietro la pellicola per rivedere una circostanza simpatica: un bacio
che si sono scambiati con i musi sporchi di vino della casa. E’ rua Augusta che le da questa
forza. Quell’arco trionfale ottocentesco che ha di fronte a se e che la immette ormai in praça
do Comercio; decorato verso l’interno da un prosaico quadrante di orologio. La fa sentire
protetta, perché ormai prossima alla meta. E non le importa se intorno a se, la pedonalizzata
rua Augusta è colma di gente e se i palazzi a quattro piani che la circondano sembrano un po’
deformati. Che i balconi di ferro battuto o le finestre delle mansarde oscillano lievemente. Lei
sa che è stanca. Che i suoi venti anni hanno d’improvviso un simpatico sapore centenario, e
che finalmente non ha paura di soffrire.
Quando tra poco racconterà tutto a sua nonna, lei sa benissimo che la sua vecchia
l’abbraccerà come se non fosse successo niente. Le parlerà delle volte che da piccola la
portava al castelo de Sào Jorge, per vedere dall’alto il colore del Tago. La vista si riempiva di una

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 13


luce chiara e abbagliante, dove si stemperavano il verde dei giardini, il giallo e il rosa delle
case. E che perfino nelle giornate di pioggia tutto le appariva, da là su, bianco e furiosamente
luminoso. Tutti gli squarci del sole, il vento che non smetteva di rivoltare le nubi e che lavava
rigorosamente l’atmosfera, i muri, il selciato, le davano fame di gelato e che subito sua nonna
rimediava comprandoglielo al chiosco di Martin Cardioso. Ed è sicura, Miranda De Douro,
che sua nonna tra poco per calmarla le racconterà anche di tutte le volte che dal castello
raggiungevano, scendendo i gradini, la casa di Maria Barros, nel quartiere della Muraria. Dove
insieme cantavano le melodie di Amalia Rodrigues. Una bimba e due donne non più giovani
si facevano dondolare dal fado, senza che il giorno portasse dogane o frontiere da valicare.
Ora, finalmente è arrivata nella vasta piazza quadrata. Dinanzi a se vi è il grande
estuario e lei, con lo sguardo, ne ruba tutta l’ampiezza e la luminosità. Quell’immenso mare di
paglia la sta lentamente caricando di ribellione dannata e di una dolce sensazione di
momentanea indipendenza dal mondo. Le navi mercantili, i rimorchiatori e i traghetti che
fanno la spola con l’altra riva industriale, sembra che la stanno chiamando, che la stanno
invogliando a partire. Lei ne viene d’improvviso rapita, voltandosi intorno per scrutare i tre
lati di praça do Comercio e s’accorge che tutti gli edifici porticati della piazza hanno le antiche
finestre spalancate. La luce del Tago perfora i balconi e risalta tutte le vecchie decorazioni dei
soffitti. Così, Miranda De Douro può scrutarne i segreti ornamenti attraverso le incolpevoli
imposte aperte. A quel punto deve solo raggiungere l’imbarcadero e farsi portare dall’altra
parte del Tago. Vedersi scivolare in lontananza la lunga linea dell’oceano e farsi accompagnare
dall’eleganza del ponte sospeso.
Ma, ad un tratto s’accorge che Paulinho si sta avvicinando a lei. Ha la solita andatura
altalenante e vuole probabilmente venderle un po’ di erba. Essendo lui fornitore di Ricardo,
pensa che forse Miranda è lì perché mandata a comprarne una certa quantità e cerca di
convincerla, con il suo solito tono persuasivo, che ha dell’erba buonissima, che viene da Jerez
de la Frontera e che ha un aroma molto soave. Spara a raffica centinaia di parole uguali, senza
far caso alla poca salivazione che gli sta disidratando le labbra. La ragazza lo guarda dritto
negli occhi, sembra sfidarlo. Non vuole avere a che fare in quel momento con Paulinho; forse
le ricorda il suo amore e davanti alla luce del Tago decide di allontanarsi. Paulinho la vede
andare via e la guarda con l’espressione di chi assiste ad un miraggio; svanire nelle dune a
forma di multicolori tetti cromati delle macchine parcheggiate in praça do Comercio.
L’inaspettata presenza di quel giovane venditore di erba, le ha ricordato gli occhi
arrossati del suo amore; quando le rideva in viso tutta la poderosa possenza dello sballo. Le
risate che si lasciavano scivolare sui loro visi rilassati dai fumi dell’erba e le carezze che si
scambiavano sorseggiando i sapori delle loro labbra. Non vuole più avere a che fare con
quelle immagini, le allontana con l’aiuto della luce dell’acqua e s’accarezza il ventre con la
consapevolezza che non è comunque da sola. Una rabbia però, le prende una parte del cuore
e vuole reagire a quella passeggera tristezza. Si sente ribelle e pronta a combattere quel suo
stato melanconico. Vuole assolutamente reagire e dare un colpo alla sua paura di non essere
più l’amore di Ricardo De Silva.
Allora, s’accorge del muto delle Azzorre: un altro venditore di erba a cui il suo amore
non ha mai fatto caso, perché ha sempre asserito che la sua erba non è mai stata di qualità.
Così, si avvicina al ragazzetto di colore seduto sul parapetto dell’imbarcadero ad ammirare il
muoversi dei battelli e gli chiede se ha qualcosa per lei. Il muto delle Azzorre la guarda
sconsolato e con una dolcezza inimmaginabile, le porge una canna accesa che aveva nascosta
nel palmo della mano. Miranda lo fissa e gli sorride; da un veloce sguardo intorno per
controllare che non ci siano occhi indiscreti e respira un profondo tiro della canna. L’impatto
è immediato.
Nel petto le scoppia un profondo sapore di calore e alle tempie le compare una strana
sensazione di leggerezza. Si sente portata dal grido dei gabbiani che le gironzolano intorno e

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 14


la statua equestre di Don Josè I, che è nel centro della praça do Comercio, sembra che si sposti
dal proprio basamento e che voglia rincorrerla. La ragazza si sente perduta, si allontana dal
muto e cerca di riparare un po’ più in là, per mantenere una sua intimità in quell’inaspettato
stato di sballo. Non volge lo sguardo alle sue spalle, per paura che Don Josè I scenda dal
cavallo di bronzo e venga a colpirla. Resta invece a guardare la luce del Tago e le case
dell’altra sponda, cercando disperatamente d’intravedere dove vive sua nonna. Un sudore
freddo le è comparso sulla fronte e sta lentamente scivolando sulle guance. Miranda è ferma,
impaurita e aspetta che arrivi presto il battello per correre dall’altra parte. Tutti i pensieri che
le vengono in mente sono portatori di angosce e, lentamente, comincia a rifugiarsi in un
pianto silenzioso che la lascia sprofondare in uno stato di grande vulnerabilità. Attraverso le
lacrime riesce a vedere le acque del fiume che sono sotto di se e sembra che la chiamino, che
la invitino a farla finita. Un tuffo in mezzo a quei pesci baffuti del molo e il suo corpo sarebbe
coperto da quell’acqua di paglia, e forse tutto finirebbe ancor prima di cominciare.
“Posso fare qualcosa per lei, signorina? Non sta bene?”
La gentile voce di un vecchio che parla un perfetto portoghese con accento
anglosassone, la scuote dal suo stato pietoso. Miranda osserva in silenzio quella vecchia figura
e poi sfodera un discreto sorriso; ancora un po’ inumidito dal pianto.
“Ecco! Bene! Al suo viso dona molto di più il sorriso. C’è a chi dona di più il pianto, ma
posso assicurarle che a lei il sorriso la riempie di sole.”
“Grazie.”
Miranda è quasi imbarazzata, ma piena di gratitudine verso quel vecchio signore che ha
distratto le sue paure. Trascorrono pochi attimi di silenzio, in attesa entrambi di argomenti
consoni al momento. Poi il vecchio decide di parlare:
“Vengo spesso a Lisbona, lei è di Lisbona?
“Si.”
“La sua città è meravigliosa, signorina. Ah! Permette? Io sono Alfred Orton.”
Si stringono simpaticamente la mano, mentre la ragazza pronuncia il suo nome.
“Miranda? E’ un bel nome, sa?”
“Grazie.”
“In attesa anche lei del battello per l’altra sponda?”
“Si.”
“Io invece, mi ero solo fermato a guardare questa piazza. Ogni volta che vengo qui,
passo un po’ di tempo vicino all’imbarcadero di praça do Comercio, mi aiuta a pensare. E’
proprio su questo marciapiede che ho visto per la prima volta mia moglie.”
Miranda sorride e gli chiede istintivamente di sua moglie, usando il verbo al passato.
“Era di Lisbona, sua moglie?”
Ma appena termina la domanda, s’accorge che forse ha innescato maldestramente un
ricordo importante.
“Si, era di Lisbona mia moglie, ma non si preoccupi Miranda, perché vedo che nei suoi
occhi è comparsa una leggera apprensione. Non si preoccupi. Mi sono abituato ormai, alla sua
assenza. E’ da qualche anno che mia moglie ha raggiunto le nuvole e io riesco a passeggiare
anche da solo.”
La ragazza rimane colpita dall’assenza di retorica che il vecchio porta con se. Ha notato
che Alfred non ha parlato di morte, ma di nuvole e l’ha detto anche con un leggero sorriso; e
non c’è dubbio che questo suo modo di raccontare l’ha colpita. Ha dimenticato
immediatamente le sue inquietudini e ha continuato, con attenzione, a sfogliare il libro vivente
dinanzi a se. ! !
“Sa cosa apprezzo di questa città? La capacità di non vendersi al primo turista e di
conservare gelosamente i suoi segreti. E’ un continuo invito a smarrirsi. Ha mai preso la linea
28? E’assolutamente imperdibile. Va dal convento della Grazia al cimitero dei Piaceri e poi,

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 15


passa per il Chiado. E io, nel Chiado, posso passare molto tempo; perché mi piace il profumo
discreto delle sue strade. Ma la sto annoiando, signorina? Mi perdoni!”
“No! Per niente. Mi piace molto quello che dice.”
Miranda è soprattutto attratta dal modo con cui Alfred accarezza l’aria con le sue
mani, mentre parla. Sembra assistere alla direzione di un’orchestra di pensieri e d’immagini,
che le hanno calmato non solo il pianto ma anche il respiro; e la mente è d’improvviso
ritornata a marciare in strade dritte e piene di sole.
“Non c’è dubbio, mia cara Miranda, questa città si scopre camminando. Lo esige la sua
luce. Guardi!”
La ragazza sorride e si sente a casa. Le parole di quel vecchio le stanno facendo
conoscere l’emozione di essere nata in quel luogo. Si volta intorno a guardare la piazza, la
luce, il Tago e gli altri colli nei vari punti cardinali, come se fosse la prima volta che vede
quell’opera d’arte.
“Perciò, mia cara Miranda, io non so perché lei poco fa piangeva e quali problemi
l’assillano. Non c’è alcun bisogno che pianga, combatta. Combatta, mi creda. In questa città si
può benissimo essere da soli senza mai provare la solitudine. Con questa luce, tutto si può
fare. Ora non vorrei annoiarla ancora con le mie parole, ma forse è meglio che vada. Sa, oggi
mi attende una lunga passeggiata. Stia bene.”
Si sono stretti la mano, il vecchio si sta allontanando e Miranda resta in silenzio a
guardarlo; consapevole che quell’incontro, forse, le ha dato qualcosa. Ma s’accorge che Alfred
si volta per un istante e con un leggero sorriso le dice:
“Miranda non dimentichi: lei si trova dove finisce la terra e il mare comincia.”

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 16


III

CIO’ CHE VISSE NINO FUSCO

Mercoledì 12 Marzo 1983, ore 7,28.


In una farmacia di turno, dinanzi la stazione di Trieste.! ! !

“Lei non sa quanto sono mortificato per quello che è successo, dottore. E’ accaduto tutto così
in fretta. Stavo tirando giù la valigia dal portabagagli, il treno ha subito un leggero scossone perché
prossimo alla fermata in stazione e il bagaglio mi è scivolato dalle mani, rovinandogli in testa.”
Il signor Kovacevic cercava poi, rivolgendosi a Nino Fusco che era seduto occupato a
ricevere le prime cure dal farmacista, di scusarsi ulteriormente per questo improvviso
contrattempo:
“Figliolo, tu non sai quanto sono desolato. Che distratto che sono delle volte! E’ la vecchiaia
dottore, tutto questo non accadeva qualche anno fa.”
“Ma non vi preoccupate signor Kovacevic, è solo una piccola ferita sull’arcata. E poi il ragazzo
è giovane, non sente già niente. Non è vero?”
“No. Mi è passato.”
Non gli era passato per niente! Aveva dolore Nino Fusco, ma evitava di dirlo. Non si
sentiva a casa sua in quella farmacia e in più, vi era la giovanissima aiutante del farmacista che
lo guardava quasi divertita e lui non voleva darle assolutamente nessuna soddisfazione. Si
sentiva già un po’ cresciuto, dopo quelle dodici ore di cuccetta e quella botta sull’arcata
sopraccigliare destra, come se avesse avuto un diretto da Carlos Monzon; lo aveva temprato,
si era d’improvviso sentito lontano dalla sua famiglia e con una silenziosa rabbia da emigrante
che gli stava martellando nel cuore.
“Ora disinfettiamo ben bene, il sangue si è quasi coagulato, poi gli mettiamo un cerottino o
forse è meglio una garza ed è tutto finito. Hai dolori, figliolo?”
“No. No. Non sento niente, dottore.”
Non sentiva niente Nino Fusco? Era come in viaggio verso un nuovo mondo. Poche ore
prima aveva cenato con suo padre, sua madre e nonno Achille, e aveva attentamente
ascoltato le loro ultime raccomandazioni. Papà Mario gli aveva detto:
“Ora che vai a Trieste, fai bene attenzione a dove vai. Dove vai a dormire. Non conosci come è
fatta di notte, questa città. E allora non fidarti. Guarda bene negli occhi della gente e cerca di capire
se veramente ti puoi fidare di loro. Attento alle donne pericolose…Che ti possono….Tu hai capito
bene quello che voglio dire. E mettiti sempre i soldi nelle mutande, lì stanno al sicuro.”
Poi, il nonno Achille aveva aggiunto:
“E della bora non gli dici niente? Ma come! La cosa più importante! Ascoltami Nino, io a
Trieste ci sono stato; è una città ventosa. Ci passa un sacco d’aria! Fa freddo e tira vento. E quando
arriva la bora, bisogna mantenersi agli scorrimano. Trieste è piena di scorrimano. Se non ti mantieni,
sei fregato. Il vento ti solleva da terra e ti porta lontano per diversi metri….” Ma sua madre aveva
saputo calmare le acque, portando l’attenzione sulla cena che si stava raffreddando.
“Eh! Che esagerazione! Adesso pensiamo a cenare. Nino ha diciannove anni e non è fesso.
Farà il concorso e tornerà a casa.” E lo aveva guardato attentamente, per cercare lei stessa
coraggio in quelle parole che aveva pronunciato. Ora invece, Nino Fusco era in quella
farmacia con degli estranei. Qualcuno gli stava medicando una ferita con molta attenzione.
Era uno sconosciuto farmacista con l’aria paciosa e un altro signore, un certo Kovacevic, lo
rincuorava con aria desolata per la ferita che gli aveva provocato. Erano due individui mai visti
prima. Kovacevic, incontrato per la prima volta appena dodici ore prima, era stato suo
compagno di viaggio, salito a Napoli e proveniente chissà da dove. Il farmacista invece,

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 17


conosciuto solo pochi istanti prima quando era entrato nella farmacia insieme a Kovacevic
reo d’averlo maldestramente ferito, l’aveva interpellato per farsi medicare quell’arcata
sopraccigliare come fosse nell’angolo di un drammatico ring, in preda alle ferite provocate dai
diabolici colpi ricevuti da un certo Carlos Monzon.
“Sei qui per lavoro o per studio?”
Gli aveva amorevolmente chiesto il farmacista, mentre continuava a medicarlo.
“E’ qui per un concorso. All’università internazionale di Trieste.”
Kovacevic si comportava come se gli fosse stato parente, ma era solo dovuto a un
passeggero rimorso di coscienza che ogni tanto attanagliava l’anziano signore, sentendosi
maledettamente in colpa per quella ferita che gli aveva procurato.
“Sono qui per un concorso. All’università internazionale di Trieste, località Miramare, assumono
quindici persone. Tra coadiutori, bidelli e uscieri; ed io mi presento alle prove. Il primo esame lo faccio
domani mattina: prova d’italiano. Se lo supero, lo saprò sul tardo pomeriggio, venerdì farò la prova
d’inglese. Sabato e Domenica riposo e se supero la prova d’inglese, di cui saprò i risultati venerdì nel
tardo pomeriggio, lunedì farò le prove attitudinali; in pratica sono dei quiz su argomenti generali e se
supero anche quelli, martedì prossimo avrò il colloquio e poi….L’assunzione.”
Aveva trovato un improvviso coraggio, Nino Fusco. Si ricordò della madre; la quale la
sera prima gli aveva detto che lui non era fesso e aveva scoperto un’improvvisa fiducia in se
stesso.
“Sai già dove andare a dormire?”
Quelle parole gli erano arrivate come un soffio leggero e nel petto di Nino Fusco si era
improvvisamente aperto un mondo nuovo, sconosciuto e inatteso. Un misterioso vortice di
pensieri positivi aveva invaso la mente del giovane. Perché la giovanissima aiutante del
farmacista, sua nipote per l’esattezza, si stava d’improvviso interessando alle sorti di Nino?
Fino a pochi istanti prima, mentre suo zio gli disinfettava la ferita sull’arcata sopraccigliare
destra, l’aveva vista sorridere con aria sfottente. E ora perché usava quel tono così
apprensivo?
“Conosco una pensione molto economica a San Antonio. Possiamo mandarlo da Bartolo, che
ne dici zio?”
Cercando di trovare nel farmacista una specie di appoggio emotivo a quella sua
inaspettata partecipazione.
“Mi sembra una buona idea.” E Nino: “Grazie, siete molto gentili. In effetti io sono venuto un
giorno prima, appunto per trovare una sistemazione economica, dal momento che ci devo restare
obbligatoriamente forse fino a sabato, magari anche lunedì e martedì, chi può dirlo? Tutto dipende
da come vanno le prove.”
Era rinato, Nino Fusco. Non aveva nemmeno più dolore e inaspettatamente si era come
sentito in famiglia. La voce di quella ragazza lo aveva calmato. Ora, la vedeva parlare al
telefono con l’ipotetico Bartolo, portiere e padrone della pensione del Sole, così denominata
perché posta in un certo punto strategico: nella piazza della chiesa di San Antonio Nuovo,
dove arrivava sempre il sole.
“Hai detto che resti forse fino a domenica, non è così?”
La ragazza gli chiedeva conferma.
“Beh! In principio si. Poi, se supero le prove, forse resto anche fino a martedì della prossima
settimana.”
Si era messa con la precisione di una scaltra operatrice turistica a trattare al telefono
con Bartolo, persino a pretendere per quel giovinastro del sud, che non aveva mai visto
finora, una prima colazione inclusa nel prezzo.
“Ma le superi sicuramente.”
Intanto Kovacevic continuava a incoraggiarlo come se gli fosse stato parente e l’avesse
conosciuto fin dalla nascita. Continuava in quel suo colpevolizzarsi alquanto distruttivo, come

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se si stesse ripetutamente flagellando per aver fatto cascare la sua valigia sulla testa di Nino.
Era il farmacista a esserne completamente fuori, da quel fuoco incrociato. Sembrava non
partecipare alle circostanze e continuava a medicargli la ferita con un’attenzione morbosa.
Ogni tanto, nel suo armeggiare sull’arcata sopraccigliare del ragazzo, gli faceva scivolare molto
delicatamente la mano sul viso. Quel contatto epidermico intimidiva Nino Fusco. Si sentiva
accarezzato, anche se non proprio esplicitamente, da una mano allusiva. Le sue gote si
riempivano di stupore e attenzione. Una specie di codice rosso. Perché quel farmacista lo
medicava in quel modo così delicato? Perché usava quella strana danza delle mani che sfociava
in delicatissime, quasi impercettibili ad occhio nudo, carezze sulle gote. Nel mentre la ragazza
terminava a trascrivere su di un foglietto la direzione precisa della pensione del Sole, Nino
Fusco guardava attraverso le mani del farmacista che gli coprivano un po’ il viso, per poter
meglio operare sulla ferita. Lo vedeva assomigliare a sua zia. L’eleganza e la gentilezza nel
portamento che il dottore possedeva in maniera naturale, gli ricordava le tenerissime
movenze del viso di zia Amelia. Un farmacista un po’ donna di mezza età. Forse ormai già in
meno pausa, ma ancora piacente. Il dottore gli sorrideva con gli occhi, mentre lo medicava,
forse contento che Nino si era reso conto della sua velata femminilità. Ne era attratto il
ragazzo da quella sua diversità? Forse sarebbe stato meglio non forzare la mano. Inoltre, se
Fusco avesse deciso di pernottare alla pensione del Sole lo avrebbe potuto incontrare a suo
piacimento, magari aiutato dall’amico Bartolo, il quale sicuramente gli avrebbe riferito per filo
e per segno, tutti gli spostamenti del ragazzo. Ora, era meglio occuparsi solo esclusivamente
della medicazione sull’arcata sopraccigliare destra. Espletare con il massimo scrupolo la sua
professione di medico farmacista, poi il caso avrebbe pensato al resto.
“Dunque, questo allora è l’indirizzo. Devi andare verso San Antonio. La pensione si trova
all’angolo di via Rossini con via Filzi. Proprio sul Canal grande. Ci puoi arrivare in autobus; qui di
fronte tutti quelli che vanno verso via Cavour, sono utili. Però a quest’ora è meglio farsela a piedi, del
resto non è lontano. Percorri via Cavour che costeggia il mare e arrivi dritto al Canal grande. Lì c’è la
chiesa di San Antonio Nuovo, non ti puoi sbagliare e quindi la pensione del Sole. Come ti chiami? Io
Sara.”
“Io, Nino.”
Adesso sapeva pure come si chiamava e sarebbe stato meglio non chiederle il numero
del telefono. Si, perché poteva risultare una mossa troppo asfissiante. Medicato dallo zio con
le movenze da donna di mezza età, sistemato da lei in una pensione del centro e ora gli
sembrava troppo chiederle anche il numero del telefono. Troppo esplicito. Troppo
smaccatamente dichiarato. Del resto, poteva incontrarla quando voleva. Magari con una scusa
qualsiasi si sarebbe fatto trovare nei dintorni della farmacia, e senza farsi notare dallo zio
farmacista, l’avrebbe seguita, chiamata e l’avrebbe invitata ad andare con lui a mangiare una
pizza. Lei sicuramente avrebbe accettato, non c’era niente di male nell’andare a mangiare una
pizza. La ragazza era una tipa sveglia, aperta, piena d’inventiva e sicuramente non era vergine.
Ma figuriamoci! A Trieste le ragazze erano già esperte delle cose. Trieste era una città di
frontiera, cosmopolita e Sara gli dava quell’impressione. Ad ogni modo, l’aveva guardato con
una certa simpatia mentre veniva medicato. Nino Fusco aveva capito che forse, tutto
sommato, piaceva a quella ragazza, e poi era diventato ancora più interessante, ora che
portava una medicazione sull’occhio. Sembrava un pugile, un tipo vissuto, uno che si era fatto
cascare la valigia di Kovacevic sulla testa. Restava solo il fatto che lui non era tanto esperto.
Si, era successo qualcosa con Patrizia, l’anno prima con Francesca, ma non c’era stata una
vera e propria penetrazione. Insomma non l’aveva fatto proprio in maniera perfetta, ma a
tutto ciò si poteva rimediare senza nessun problema. Bisognava non pensarci. Guardare avanti
senza voltarsi indietro e Nino Fusco era proprio quello che era intenzionato a fare.
“Non è per niente cara, compresa la colazione, vai a spendere venticinquemila lire al giorno;
tenendo conto che sei nel centro di Trieste è un prezzo ottimo. Poi vedi un po’ te…. Se trovi di

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meglio, allora meglio ancora. Comunque, Bartolo ti sta aspettando; digli che ti manda Sara della
farmacia Marinuzzi, lui sa già tutto.”
Si scambiarono i saluti finali, il ragazzo ringraziò per la loro disponibilità e dopo aver
ricevuto le ultime direttive per raggiungere la pensione del Sole e salutato affettuosamente il
signor Kovacevic, ormai sollevato dalle sue inconsapevoli colpe, si mise in viaggio verso la
chiesa di San Antonio Nuovo, con la sua borsa a sacco sulle spalle e la medicazione sull’arcata
sopraccigliare. La giornata doveva proseguire.!

Mercoledì 12 Marzo 1983, ore 8,13.


Percorrendo via Cavour fino al Canal grande.

Nino Fusco era consapevole dei cambiamenti emotivi che aveva subito il suo animo, in
quel breve lasso di tempo compreso tra il piccolo incidente procuratogli dalla valigia di
Kovacevic e la medicazione sull’arcata sopraccigliare destra, operatagli dalle carezze velate del
farmacista. Gli erano scoppiate tante cose nuove nella sua mente e questo lo faceva stare in
allerta. Innanzitutto, era un po’ stanco e ciò l’obbligava ad essere molto più attento, più
osservatore delle cose che gli erano intorno. Il mare era alla sua destra e ora che aveva
superato piazza Duca d’Abruzzo, poteva vederlo ancora più vicino. Fino a quel momento, non
aveva mai visto il mare adriatico, era sempre stato al cospetto del tirreno, delle coste di
Napoli, degli scogli del golfo e camminando notava che c’erano molte differenze. L’adriatico gli
appariva, a quell’ora del giorno, molto piatto e di un colore tra l’azzurro e il verde. Gli dava
un po’ di timore vederlo. Sarebbe stato capace di nuotarci dentro con la stessa familiarità che
sfoderava nelle acque del golfo di Napoli? Quel mare avrebbe accettato il suo corpo?
Forse la stanchezza gli dava una sorta di leggero pessimismo e gli faceva pensare cose
strane. Mentre camminava si vedeva sbracciarsi nelle acque di Trieste, in preda ad un
improvviso naufragio. Non riusciva a raggiungere la riva III Novembre, perché scaraventato al
largo dalle acque dell’adriatico, costringendolo ad urlare e a chiamare aiuto verso un gruppo
di operai intenti allo scarico di alcuni mobili da un camion parcheggiato sul lato opposto della
carreggiata. Pensava, osservandoli, che in quella città anche i traslochi erano diversi.
Totalmente diversi da quelli che vedeva fare al suo paese. Prima di tutto, gli operai erano
molto più composti. Vestivano con la stessa tuta blu e portavano persino dei guanti da lavoro
dello stesso colore. Non si sbracciavano e non alzavano per niente la voce. Gestivano il tutto
con un perfetto lavoro di squadra, senza nessuna sbavatura o impiccio che danneggiasse o
ritardasse la loro tabella di marcia. Molto probabilmente, non si sarebbero fatti distrarre
nemmeno dalle sue ipotetiche urla in preda al panico più totale per non poter raggiungere la
riva III Novembre. Ma grazie a Dio questo non accadeva e allora poteva solo soffermarsi a
guardare come, in quel preciso momento, due uomini della squadra scaricassero in perfetta
sintonia, e mossi da una sorta di valzer, un tavolo vecchio ed elegante: di forma rettangolare,
con qualche tarlo sparso qua e là, e dal colore marrone scuro. Lo portavano nel portone del
palazzo, dove forse era alloggiato il nuovo inquilino, a piccoli passi ritmati. Cesellando, fino
all’ultimo respiro, tutte le loro energie. Come se volessero, con il minimo sforzo, ottenere il
massimo risultato.
Come sarebbe stato diverso, pensava, fare un trasloco simile a Napoli. Immaginava la
stessa scena in via di Mezzo Cannone o a via Foria e rivedeva gli stessi operai, tra le strade
della sua città, fare quella specie di valzer con i passetti all’unisono. Forse anche loro
avrebbero cominciato a sbraitare, a gesticolare e quel valzer sarebbe diventato,
inevitabilmente, una tarantella.
Il colpo d’occhio che ebbe all’angolo di via Rossini gli mozzò il fiato. Un grande canale
perforava la città. Scaraventava tutta la calma piatta dell’adriatico nel cuore di Trieste. Dove
barchette di pescatori, parcheggiate lungo tutta la lunghezza del canale fino alla chiesa di San

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Antonio Nuovo, permettevano lo scarico composto del pesce pescato durante le ore
dell’alba. Pescatori assonnati, racchiusi nei loro pensieri e provenienti dalle ore dell’alba
passate tra le acque del golfo, svuotavano le loro barche scaraventando sul molo del Canal
grande cesti colmi di pesce azzurro. Di tutte le forme, di odore diverso, con occhi vivi e
sanguinolenti, a dimostrare l’inopinabile freschezza delle loro carni. Furono i gabbiani a
distogliere Fusco da quello scorcio di vita marinara. Essi volavano sulle teste dei pescatori,
lentamente, all’altezza dei loro berretti pieni di salsedine. Guardavano, come tanti aquiloni
inoffensivi, i pesci distesi nelle ceste sul molo e non accennavano nessuna picchiata per
ghermirne qualcuno. Ogni tanto si lasciavano andare a qualche stridulo, provocato dall’attacco
di fame che vivevano in quei momenti, alla vista di cotanto ben di Dio. Solo quando i
pescatori lanciavano in acqua o sul molo qualche piccola sarda, intrufolatosi per errore tra i
corpi dei pesci più grandi, allora essi accorrevano. Volteggiavano nell’aria come aerei in
picchiata e più lesti della luce ghermivano il boccone continuando a volare e a voltarsi, per
controllare se i pescatori fossero stati assaliti da un altro improvviso attacco di generosità.
Gabbiani gentili e ben educati, da indurre Fusco ad un paragone dovuto verso i gabbiani della
sua terra. Non certo abituati al lancio di sardine sul molo e quindi più isterici, più in balia di
striduli nervosi; tanto da sembrare dei grossi pipistrelli bianchi imbottiti di diaboliche cure
ricostituenti o punture a base di steroidi.
Passeggiando lungo il molo del Canal grande scorse l’ingresso della pensione del Sole.
Pensò in quel momento a Sara e a come era stata precisa nel spiegargli bene la direzione. La
facciata della piccola pensione era invasa dalla luce della stella fissa e questo gli diede sollievo.
Si sentiva protetto da quella apparenza tanto solare e tutto ciò gli regalò la giusta
predisposizione per entrarvi. L’ipotetico Bartolo lo stava aspettando, come Sara gli aveva
spiegato?
“So già tutto di te. Sei napoletano, nel treno dal portabagagli ti è cascata la valigia di un tizio
sulla testa, devi restare per qualche giorno qui perchè devi fare un concorso presso l’università
internazionale di Trieste che si trova a quattro passi dal castello di Miramare un posto stupendo
vedrai, e hai intenzione di superare tutte le prove. Non è così?”
“Si, in effetti è così.”
Il ragazzo rispose con una leggera preoccupazione. L’intimidiva il modo con cui Bartolo
lo aveva accolto. Si aspettava un portiere d’albergo alquanto barbuto, che s’interessasse
solamente del suo incarico e non fosse così esuberante e pieno di disponibilità. Inoltre era
anche un po’ risentito, perché Bartolo, nell’enunciargli la disavventura capitatagli nel treno,
aveva a fatica nascosto un accenno di risata. Una specie di sotterranea derisione nei suoi
confronti. Ma perché non badava a se questa specie di farfalla impazzita? Era così svolazzante
e pieno di moine, che quasi quasi gli dava ai nervi. Però la pensione era alquanto carina e ben
mantenuta, e se il prezzo giornaliero, compresa la prima colazione, fosse stato realmente di
venticinquemila lire come Sara gli aveva detto, allora avrebbe accettato subito; perché
cominciava a sentire molta stanchezza e voleva riposare al più presto.
“Venticinquemila lire al giorno compresa la prima colazione, non è vero?”
“Si, certamente! E’un prezzo molto speciale, si chiude sempre un occhio per un giovane e poi
devi ringraziare Sara e Francesco, suo zio, sono sempre così persuasivi che ci casco sempre quando
mi raccomandano un cliente.”
Così il farmacista che lo aveva medicato si chiamava Francesco e aveva molte affinità col
portiere che aveva dinanzi. Bartolo era anche lui un po’ donna di mezza età, forse già in meno
pausa, ma ancora piacente. Nelle movenze anche quest’uomo, come del resto il farmacista
che lo aveva medicato, risultava assomigliare in maniera sorprendente a zia Amelia e tutto ciò
a Nino Fusco gli dava da un lato una sorta di ansia, inquietudine, e dall’altro lato lo
rassicurava, sempre in maniera guardinga, ma lo rassicurava.

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 21


“Allora, se mi dai i documenti registriamo l’ingresso e così è tutto a posto. Non temere che poi
te li ridò più tardi i tuoi documenti: perché mi guardi in un modo come se stessi rapinando le tue
generalità. Ecco qui…! Giovanni Fusco. Nino sta per Giovannino, non è cosi?”
“Si.”
“Nato a Torre Annunziata, provincia di Napoli, il 12/8/1963 sei giovane da schifo, moretto…”
“I documenti mi servono per domani, perché per fare l’esame devo presentare la carta
d’identità. Me li darà più tardi, non è vero?”
Nino Fusco era angosciato da un eventuale smarrimento della sua carta d’identità, fatta
plastificare apposta dall’ufficio anagrafe del suo comune di residenza, per affrontare quel
viaggio e quel concorso all’università internazionale di Trieste.
“Ti ho detto di si. Stai tranquillo e poi dammi pure del tu. Non credere di essere poi tanto più
giovane di me, sai? Ti voglio vedere, tra un po’ di anni, quando dovrai ripetere il solito tran-tran tutti i
giorni per raggiungere la tua scrivania all’università internazionale vicino al castello di Miramare, sai
che palle! Ad ogni modo, in bocca al lupo per l’esame. Vedrai che tutto andrà bene.”
Anche in questo caso, come era accaduto in farmacia durante la medicazione, Nino
Fusco si sentiva improvvisamente in famiglia pur non avendo mai visto fino ad ora quella
farfalla di nome Bartolo. Quel suo modo di comportarsi, così particolare, rilassava il ragazzo e
lo divertiva anche un po’, ma preferiva non darlo troppo a vedere. Non voleva che Bartolo
avesse, neanche lontanamente, frainteso le cose. Fusco restava piantato nelle sue certezze,
anche se decise di accettare l’invito del portiere a dargli tranquillamente del tu.
“Grazie per l’in bocca al lupo. E’ complicato raggiungere Miramare? Hai una cartina, per
caso?”
“Ma niente affatto, è molto facile. Dalla stazione partono diversi autobus per Miramare,
Duino. E’ a soli sei chilometri da Trieste in direzione Italia. E’ vicino, sai? Ho gli orari da qualche
parte, dopo te li cerco. E’ molto facile, vedrai è una bella passeggiata lungo il mare fino al castello. A
te piace il mare, no?”
“Si, a me piace.”
Ricevette da Bartolo le chiavi della stanza numero 8, al primo piano, nella mano sinistra
e si affrettò a raggiungere le scale di legno. La pensione era vuota e senza cattivi odori, e
nessuna presenza inquietante sembrava nascosta tra i corridoi della hall. Percorse in salita la
scala di legno per qualche gradino, per raggiungere il pianerottolo del primo piano, ma
Bartolo, simpaticamente, gli lanciò un’ultima domanda: “Perché proprio a Trieste vieni a cercare
lavoro?”
Nino Fusco non seppe rispondere. Sorrise a mezza bocca e si aiutò con un gesto
indefinito della mano sinistra, dove aveva le chiavi. La ferraglia agitata dal movimento causò un
rumore un po’ medievale e accompagnò il giovane verso la porta della sua camera, mentre
Bartolo rimaneva in attesa di quelle parole non pronunciate che si erano disperse attraverso
le pareti della pensione, senza lasciare indizi o tracce precise.

Mercoledì 12 marzo 1983, ore 15.


Riva III Novembre. Lungo il molo Audace.
! !
Fusco si era svegliato alle 12,35 in punto, nella sua stanza della pensione del Sole. Si era
guardato intorno, ancora disteso in quel suo nuovo letto e aveva temuto di essere altrove.
Alcuni secondi di black-out causati dall’improvviso risveglio, gli avevano fatto credere di
essere stato rinchiuso in una cella per chi sa quali nefandezze commesse. Poi, la vista del suo
sacco lo aveva riportato alle cose reali, a quel suo viaggio a Trieste e alle prove d’italiano che
avrebbe dovuto affrontare il giorno dopo.
Si era vestito, lavato ed era sceso nella hall. Aveva rivisto quella farfalla di Bartolo, gli
aveva lasciato le chiavi della camera e aveva riavuto la sua tanto cara carta d’identità. Così, si

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 22


era incamminato per la zona del Canal grande, aveva mangiato un panino in un bar pieno di
pescatori, aveva chiamato la madre per rassicurarla, in una cabina poco distante e aveva
deciso di raggiungere il molo Audace sulla riva III Novembre, perché attirato dalla presenza di
un solitario pescatore. L’uomo se ne stava seduto su di uno sgabello di legno macchiato dal
tempo, armato di canna, di lenza e con lo sguardo rivolto verso il fremito del mare a ridosso
del molo. Era un vecchio con tante rughe abbronzate, con la barba bianca e incolta, che gli
dava una forte somiglianza a nonno Achille. Anche in quel caso Nino Fusco si era sentito in
famiglia, per istanti brevissimi, e si era fermato a guardare quel vecchio come pescasse in
silenzio sul molo.
“Cosa c’è da guardare, giovanotto?”
Quella voce baritonale e piena di storia lo aveva scosso. Si era preoccupato di trovare
delle parole da dire, ma era stato subito bloccato dalla replica del vecchio.
“Non ha mai visto un vecchio pescare? Lei non è di Trieste, ne sono certo!”
“Si, infatti….”
“Ecco, vede? Come dicevo io. E di dov’è? Mi dica di dov’è?”
Fusco cercò di parlare, ma….“No lasci, lasci. Cosa vuole che m’importi di dov’è lei. Il molo
Audace è di tutti, per questo abbiamo combattuto, noi. Sa che io ho fatto la grande guerra? Cosa
crede?”
“Anche mio nonno ha fatto la grande guerra.”
Lo guardò in silenzio, scrutandolo intensamente e poi chiese in maniera diffidente,
come se mettesse in dubbio l’affermazione del giovane: “E sentiamo, che campagna ha fatto suo
nonno?”
“Caporetto, la battaglia di Caporetto.”
Gli occhi del vecchio sorrisero e le rughe del viso gli si aprirono. Improvvisamente si
era accorto che aveva qualcosa in comune con Fusco.
“Ah! Bella roba quella! Un sacco di morti. Ho perso molti amici in quella battaglia. Ad ogni
modo ora è tutto finito, l’Italia è stata fatta, Trieste è nostra, Zoff ha salvato il risultato all’ultimo
minuto con il Brasile e non ce ne frega un cazzo di niente. E vissero tutti felici e contenti. Contenti il
cazzo! E’ stata una guerra maledetta, quella che ho fatto io e suo nonno. Ascolti me, giovanotto: si
faccia prete. Ha il pane assicurato e nessuno le dirà mai niente. Cazzo! Vedrà che suo nonno è del
mio stesso parere, glielo chieda quando lo vede. Vedrà.”
Poi, ritornò a guardare il tremolio del mare, mentre il vento gli gonfiava la lenza e la
faceva galleggiare nell’aria se pur sorretta dalla canna ben tesa. Fusco restò senza parole e
cominciò a pensare di allontanarsi con molta discrezione, ma il passaggio solitario di una
giovane donna, forse istriana, verso l’altra estremità del molo, lo distolse dalla sua intenzione
primaria. A quell’ora del pomeriggio era piacevole stare vicino al mare e anche se c’era
un’aria piuttosto fresca, i raggi solari addolcivano quel connubio di molo col mare e
rendevano ancora più spettacolare l’ondulare elegante di quella giovane donna. Fusco aveva
sentito un richiamo sottile e il vecchio intese la presa.
“Lasci, lasci perdere giovanotto. Non guardi le donne istriane. Dice, ma come fa a sapere che
quella donna è istriana? Si fidi, giovanotto. Si fidi di me.” Si voltò per un attimo a guardare la
donna che si allontanava verso l’altro lato del molo e…“Le donne istriane sono come le gatte,
graffiano, e io modestamente sono stato graffiato un sacco di volte.”
Fusco sorrise, si sentiva coinvolto in un argomento a cui teneva molto e sul viso gli
apparve una paziente predisposizione all’ascolto, ma fu subito smentito dalla replica del
vecchio: “Ora mi lasci pescare, se no mi distraggo e non pesco un cazzo, qui. E vissero tutti felici e
contenti. Se ne vada, se ne vada giovanotto. Ha capito? Se ne vada! Una buona permanenza! Vada!
Vada! Trieste è nostra! E vada! Lo capisce che mi distrae? Oh! Bene. Adesso l’ha capito! Quanto
tempo per capire una cosa! Mi saluti suo nonno!”

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 23


Il ragazzo si allontanò in fretta, ma non restò accigliato per quella strana vena lunatica
che aveva ricevuto dal vecchio, anzi si volse a guardarlo e lo vide che parlava col mare. La
donna istriana era scomparsa nel sole e l’aria fresca dell’acqua salata lo sospinse verso piazza
dell’Unità; forse quattro passi nel cuore della città lo avrebbero aiutato ad aspettare
l’indomani.
!
Giovedì 13 marzo 1983, ore 21,50.
Fusco è appena tornato alla pensione dopo la prima prova.

Aveva consegnato il compito d’italiano verso le 12 e 30, dopodichè si era diretto sul
lungomare di fronte l’ingresso dell’università, dove si tenevano gli esami. Per prendere aria,
per pensare ciò che aveva scritto e agli errori che forse aveva commesso. Verso le 17e 30 ci
sarebbero stati i risultati, e una rappresentante della commissione avrebbe elencato i nomi
dei concorrenti ammessi alla prova del giorno successivo. L’ansia lo aveva morso allo stomaco
e, insieme ad alcuni colleghi concorrenti, era andato a rifocillarsi in un bar poco distante in
attesa delle 17 e 30. Tutto sommato aveva passato delle ore liete con quei colleghi, quasi tutti
triestini, che lo avevano martellato di domande sul perché si fosse presentato a quel
concorso, dal momento che era l’unico meridionale presente a quella selezione. Si era
limitato a rispondere in maniera aleatoria, senza fare troppe puntualizzazioni. Il tempo poi era
passato e alle 17 e 30 in punto, il suo nome era risultato nell’elenco dei concorrenti che si
sarebbero dovuti presentare il giorno dopo alle prove d’inglese. Il numero degli esaminandi si
era ridotto di molto. Da trenta presenti alla prova d’italiano, ora ne restavano solo diciotto
per il giorno successivo. Si era rapidamente diretto dalle parti della stazione, con l’intento di
passare verso la farmacia per vedere Sara, ma si era sentito svuotato per la troppa felicità.
Così, in una pizzeria a taglio dalle parti del Teatro Romano, aveva cenato e bevuto una lattina
di birra Peroni, dopodichè aveva avvisato casa della sua prima vittoria e si era inoltrato verso
la pensione del Sole.
“Sei contento, allora? La prima è fatta! Sai che è passato Francesco per salutarti?”
“C’era anche Sara?”
Bartolo rispose con un leggero sorriso ironico: “No. Sara no! Francesco voleva sapere
come stai con l’arcata sopraccigliare destra e com’era andato l’esame. Forse voleva portarti a
prendere una pizza con lui; richiamalo, ti do il numero di casa. Carino, no?”
“Magari domani, Sara non l’hai proprio vista?”
“Ti ho detto di no! Ma figurati se quella ti pensa, con tutti i ragazzi che gli vanno dietro. E’
tempo perso, ascolta me!”
Allora Nino Fusco optò d’andarsene in camera e diede un rapido sguardo alla hall, che
quella sera sembrava un po’ affollata. Due tipi poco raccomandabili, dall’aspetto slavo,
vivacchiavano seduti nel sofà di similpelle del fondo. Bevendo e fumando con aria da padroni.
Inoltre, due giovani magrebini di bellissimo aspetto e con le facce piene di sorrisi allusivi
gironzolavano intorno al bancone delle chiavi, dove Bartolo era seduto. Fusco pensò cha la
pensione del Sole gli appariva diversa dal giorno prima. Una strana atmosfera un po’ torbida
si era impadronita del posto e forse era meglio rinchiudersi in camera.
“Senti Bartolo, ieri sera ho avuto molto freddo. Si può avere una coperta, stanotte?”
Le parole del ragazzo misero uno strano movimento negli occhi del portiere farfalla.
Qualcosa di diabolico si era come stagnato in quei lineamenti del viso e con un leggero
sorriso allusivo, guardando i due magrebini come a cercare una certa complicità, disse: “Sei
sicuro di volere una coperta? Forse un plaid andrebbe meglio. Ne ho un paio trapuntati marroncino
scuro, che sono molto caldi e valgono la coperta.”

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 24


Fusco si sentì circondato da risatine nervose e forse anche un po’ infastidito da quella
strana atmosfera goliardica a cui il Maghreb pare partecipasse divertito; allora pensò di
ribadire la richiesta: “Una coperta per stanotte, grazie.” E di ritirarsi in camera.
“Tra un po’ te la faccio portare, buona notte.” Bartolo pronunciò quelle parole vedendolo
allontanare in direzione della camera. Le pronunciò con una sottile vena melanconica, ma poi
continuò a parlottare, con aria di complotto, insieme ai due magrebini di bellissimo aspetto.
Dopo pochi minuti bussarono alla porta di Fusco: “Si?” “La coperta.” “Ah! Si, certo, avanti.”
La porta si aprì delicatamente, come se si stesse spalancando da sola e sull’uscio si
presentò una donna di circa quaranta anni. Fusco era appoggiato alla finestra che dava sulla
strada e aspettò che la donna dicesse qualcosa. Lei entrò tirandosi la porta dietro di se e si
sedette sulla sedia accanto ad essa, senza pronunciare alcun respiro. Aveva un aspetto
imbronciato, ne bella, ne brutta, capelli chiari raccolti dietro che gli cadevano un po’ sulle
spalle e degli occhi verdi, arrossati un po’ dal freddo. Il ragazzo restò in attesa, poi disse:
“Avevo chiesto una coperta. Bartolo le ha detto….?”
“Bartolo dice sempre un sacco di cose, ma non dice mai le cose più importanti. Sono
cinquantamila la mezz’ora col guanto, venticinquemila solo con la bocca e quindici in mano.”
Fusco non riusciva a capire: “E la coperta?”
La donna cominciò a borbottare qualcosa tra se, sembravano delle strane imprecazioni
in un’altra lingua; poi si alzò per andare e sbottò verso Fusco, come se si volesse sfogare con
quell’interlocutore capitato lì per caso.
“Sono stufa di questi giochi. Io non avere tempo da perdere. Capito?” Dopo ciò si diresse
verso la porta, la spalancò e urlò verso il basso in direzione della hall: “Bartolo, tu sei stronzo!
Capito?”
Risate fragorose arrivarono sul pianerottolo della camera e Fusco capì che quegli
schiamazzi erano causati dalla farfalla e dal duo magrebino. Poi la donna rientrò, richiuse la
porta e disse: “Allora, che si fa?”
“Lei è…?”
“Io sono Olga e sono puttana; vuoi che resto o vado via? Se vuoi che resto, allora pagare in
anticipo, se non volere allora io andare.”
Attimi di silenzio ricoprirono le pareti della stanza, poi la donna -accorgendosi del
giovane viso di Fusco- cominciò a sorridere molto dolcemente, mostrando d’improvviso
un’inaspettata soddisfazione verso la circostanza che stava vivendo.
“Ma tu, l’hai mai fatto?”
Nino cominciò a balbettare qualcosa: “Beh! Non sono proprio inesperto. Ho fatto qualcosa
con Patrizia, un’amica mia. Sì, l’anno prima è successo qualcosa con un’altra mia amica: Francesca,
ma non c’è stata una vera penetrazione, cioè…”
“Non voleva entrare?”
“Sì, in un certo senso c’era tensione, poi non eravamo nel posto adatto.”
La donna si mosse lentamente verso Fusco e con una dolcezza inspiegabile gli mise la
mano sulla toppa dei jeans, lo accarezzò delicatamente, gli aprì la lampo e gli toccò il sesso.
Fusco aveva già raggiunto il punto giusto di cottura, mentre Olga lo fissava negli occhi con la
dolcezza degli angeli; poi, inaspettatamente, abbassò lo sguardo verso il basso all’altezza del
sesso e gli sorrise dicendo: “Tu vieni dal sud, non è vero?” Nino le fece cenno di si, mentre
spasimi di piacere gli attraversavano il ventre. “Chi sa perché, voi del sud, portate sempre i soldi
tra le palle?” E gli diede un fazzoletto arrotolato ben bene a modo di pacchetto.
“Non so….E’ un posto sicuro lì….Soprattutto quando si viaggia.”
Il ragazzo mise subito nella tasca posteriore dei jeans il fazzoletto pieno di soldi e
s’aspettò che la donna lo continuasse a toccare. Ma Olga cambiò lo sguardo: una strana
espressione materna si era impadronita dei suoi occhi chiari.
“Perché sei qui?”

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 25


Parlarono un po’ del concorso e delle cose di Nino, e si trovarono inconsapevolmente
intrappolati in una dolcissima dimensione d’innata amicizia. Tutte le idee libidinose di Nino
erano come scomparse e nella donna era apparsa una grande attenzione a quei fatti del
giovane. Nel lasciarsi, Nino Fusco le diede un bacio sulla bocca, piano piano, quasi come se
avesse paura di rompere quelle labbra e Olga gli sorrise forse un po’ intimidita.
“In bocca al lupo per domani. Ora dico a quello stronzo di Bartolo che deve portare davvero
coperta; qui dentro fa freddo.”
Si salutarono con la promessa di vedersi l’indomani per un caffè e quella stanchezza e
quel freddo, che alcuni attimi prima d’entrare in camera avevano attanagliato le membra del
giovane, ora erano come scomparsi. Quella donna lo aveva fatto parlare ascoltandolo
attentamente, come se lo avesse conosciuto da sempre.

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 26


IV

LO SCIVOLONE

Restare nella sala d’aspetto di seconda classe è sempre stato un vero passatempo per
Carlo. Fin dai tempi della gioventù ha sempre preferito aspettare il treno per Moncalieri
rinchiuso in quella stessa sala dov’è adesso. In realtà, essendo in possesso di un abbonamento
mensile di prima classe delle Ferrovie dello Stato per il tratto Moncalieri-Torino Porta
Nuova, dovrebbe aspettare il treno nella sala attigua, ma è sempre un po’ fredda e vuota. Poi,
le poche volte che vi è entrato, ha sempre trovato degli uomini silenziosi e ben vestiti,
occupati a parlare al cellulare, con borse ventiquatt’ore molto lucide e rigorosamente di
pelle. Ha avuto quasi sempre una sensazione di ghiaccio e così ha scelto la sala di seconda
classe; perché innanzitutto è meno vuota e in più, non è per niente fredda. A maggior ragione
Carlo, in questo momento, ha proprio bisogno della sala di seconda classe, che sicuramente
non lo farà sentire totalmente da solo, dopo quello che ha vissuto pochi istanti prima in una
stradina alle spalle della Mole Antonelliana.
Ora sono le 20 e 45 di un qualsiasi giovedì di metà novembre che l’autunno attuale sta
regalando. Regalando si fa per dire, perché è un novembre abbastanza piovoso e anche oggi,
durante l’intera mattinata e parte del tardo pomeriggio, lo è stato; senza però danneggiare la
condizione emotiva di Carlo, dal momento che a lui piace la pioggia e soprattutto la strada
bagnata. Ha sempre pensato che passeggiare sul selciato bagnato gli mettesse una sensazione
di libertà nella mente, come se fosse pronto per effettuare un lungo e interminabile viaggio. E’
stato ben altro a danneggiargli la sua tranquillità apparente. Senza avere la possibilità di
scegliere una probabile difesa, ha dovuto sopportare degli istanti spiacevoli che lo hanno
fortemente toccato. In realtà lui avrebbe dovuto prendere il treno delle 18 per Moncalieri;
ma ha tardato il ritorno perché, passeggiando per il centro, ha fatto un incontro che gli ha
cambiato i connotati del tardo pomeriggio.
Carlo è un pendolare come tanti. Insegna italiano e storia nel liceo privato di via
Principe Amedeo, a Torino; diretto dal suo amico Norberto Dominici. Arriva tutte le mattine
a Porta Nuova alle 8 e 35, e riparte per Moncalieri verso le 18, con il treno locale quasi
sempre esageratamente affollato. Diciamo che solo il lunedì riesce a tirare un po’ il fiato,
perché termina le lezioni alle 12 e 30. Per risparmiare pranza alla stazione, nella mensa delle
ferrovie, e riparte alle 14 per Moncalieri; arrivando a casa intorno alle 15 e 05. Però bisogna
dire che essendo un uomo solo, il lunedì pomeriggio finisce quasi sempre per annoiarsi. Carlo
non riesce a leggere prima del tramonto; ha bisogno della serata per inghiottire narrativa e si
lascia facilmente distrarre dalle luci del calar del sole. Così, finisce quasi sempre per divorare i
programmi demenziali televisivi che danno dopo le 14 e che segue solo prettamente per farsi
compagnia. Ad ogni modo, pur essendo un uomo di cinquantotto anni, mantiene un aspetto
giovanile ed elegante; senza praticare alcuno sport o diete particolari. Il professore mangia di
tutto senza mai esagerare, una caratteristica che lo ha sempre accompagnato nel corso della
sua vita. E’ un uomo che non ha mai esagerato e che forse, per questa sua indole così
equilibrata, non ha mai capito fino in fondo cosa veramente gli piace. Per esempio: non si è
mai messo a fare concorsi statali per ottenere una cattedra in qualche liceo di Torino o della
regione Piemonte, ma ha sempre sbarcato il lunario facendo lezioni private a studenti che ne
avevano bisogno o traduzioni dal francese all’italiano di testi teatrali e di narrativa; per una
casa editrice di Torino.
Se non fosse stato per Norberto, molto probabilmente, non avrebbe mai potuto
insegnare in una scuola; ma l’amico l’ha chiamato a lavorare nel liceo privato che dirige,
perché sa della passione che egli possiede nell’insegnare ai ragazzi e del talento un po’
anticonformista che applica nel metodo d’insegnamento.

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 27


Della sua vita privata se ne sa ben poco e tanto meno egli ha mai reso pubblico il suo
passato affettivo. Si sa che ha vissuto fino a qualche anno fa con la madre vedova, nella casa di
loro proprietà a pochi passi dalla chiesa gotica di Santa Maria della Scala, dove tutt’ora
risiede. La morte della madre anziana è stato un duro colpo che ha sopportato in silenzio,
rifugiandosi in letture notturne dei classici dell’ottocento o in insonni passeggiate nel centro
storico di Moncalieri. Fidanzate, amanti, probabili flirt non gliene sono mai stati attribuiti.
Forse qualche tentativo molto sporadico di andare a puttane, l’ha consumato negli anni
precedenti: dalle parti del viale Thovez a Torino. In una casa privata molto “in” e allo stesso
tempo discreta, in cui spesso Norberto Dominici soleva passare qualche sabato notte
quando la moglie e i bambini raggiungevano i nonni a Cuneo, per il fine settimana. Norberto
qualche volta s’è fatto accompagnare da Carlo, così solo per il gusto di una notte goliardica;
ma non ci sono state più circostanze in cui si è potuto facilmente capire se al professore
piacesse realmente fare sesso o roba simile. E’ stato sempre visto, in tutti questi anni, da solo,
occupato instancabilmente dall’insegnamento; anche se qualcuno ha spettegolato su di un
ipotetico bacio che egli avrebbe scambiato con Francesca Marchetti: la farmacista, avvenuto
qualche mese dopo la morte di sua madre nella macchina della stessa dottoressa; proprio
dinanzi al suo portone. Ma questi sono solo pettegolezzi di popolo, illazioni. In realtà, essendo
una strada poco illuminata di sera, l’ipotetico testimone-passante non è stato mai capace di
darla come notizia affidabile al cento per cento.
Dell’aspetto di Carlo se ne è sempre parlato poco, ma sarebbe meglio spendere
qualche parola, se non altro per dare maggiori coordinate d’intendimento. E’ stato detto che
è un uomo di bell’aspetto; non è appesantito dagli anni e dal vino, e nemmeno dall’uso
sregolato della forchetta. E’ piuttosto un uomo robusto, ma senza pancia. Che porta
benissimo gli anni senza tingersi i capelli ancora abbastanza folti ma grigi e che ha un
portamento elegante, e al tempo stesso un po’ raffinato. Dà l’idea di un uomo che non ha mai
avuto a che fare con un martello o con una pala, ma senza dubbio ha tuttora la forza fisica
per farlo. Ha delle mani grandi e delle dita molto lunghe; e si nota verso i polpastrelli,
all’altezza dell’indice e del medio interno della mano destra, la presenza di due piccole
protuberanze: dei piccoli calli ingialliti dal troppo lavoro con la penna.
E’ un uomo a cui piace vestire in maniera giovanile: giubbotti di pelle o impermeabili,
jeans, scarpe sportive o cappotto e coppola dei primi del novecento. Il cappotto l’ha
comprato in un mercatino, qualche anno fa. E’ grigio scuro di misto lana e sembra il soprabito
di un ufficiale dell’esercito austro-ungarico, lungo fino a sotto le ginocchia. A doppio petto,
con sei bottoni argentati e con un’ampia cinta che tiene uniti i due lembi posteriori dello
stesso. Inoltre, questo cappotto termina nel centro, quasi alle caviglie, con un piccolo spacco.
Nel periodo autunnale e invernale, Carlo indossa molto volentieri quel soprabito austro-
ungarico stile imperatore Giuseppe, perché l’ampiezza e l’eleganza informale del cappotto lo
fa sentire protetto. Riesce a tenere nascosta ogni imperfezione del suo corpo, ammesso che
ce ne siano, facilitandogli una deambulazione informale. Senza che nessuno orpello
esistenziale o di presunta fragilità alla James Dean denoti in lui un’insicurezza nel passo.
Quando poi indossa anche la coppola, sembra uscito or ora dal film: “C’era una volta in
America”, e alcuni suoi allievi (soprattutto due ragazze in particolare) glielo hanno fatto
spesse volte notare. Lasciando in lui, quasi sempre, l’accenno di un caloroso sorriso che poi,
con imbarazzo, fa subito scivolare nelle rughe del viso; quasi a nasconderlo, cominciando a
parlare di altro per non destare troppa attenzione nel suo aspetto.
Ora mancano, in realtà, solo pochi minuti alla partenza per Moncalieri e lui preferisce
comunque consumarli nella sala d’aspetto, senza avviarsi al treno locale che forse è già pronto
al binario 21. Se andasse già nel treno sarebbe obbligato a passarli da solo o con altri pochi
pendolari, dal momento che il grosso dei viaggiatori prende, di solito, il locale delle 18. In
realtà, quello che accade quasi sempre nella sala di seconda classe: tutte le inquietudini dei

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 28


passeggeri e del barbone Amedeo, lo tengono di buon umore e gli fanno sempre di più
compagnia in quel suo stato emotivo confuso; dovuto soprattutto, ora come ora, per ciò che
ha vissuto nella stradina a pochi metri dalla Mole Antonelliana.
Adesso sta cercando di allontanare quei momenti, soffermandosi a guardare con
attenzione gli orari di partenza, in quella televisione a circuito chiuso sospesa alla parete in
alto della sala d’aspetto. Mancano davvero pochi minuti per il suo locale di Moncalieri e
questo, senza dubbio, lo turba un po’. Gli fa passare nel viso una piccola ombra di malumore.
Non ha voglia di tornarsene a casa e restare a pensare a Murad, a quello che gli è capitato.
Dove si sarà nascosto il ragazzo? E perché lui, nel pieno dei suoi cinquantotto anni, ha scelto
di comportarsi in quella maniera così codarda? Perché l’ha fatto?
E’ quasi certo che questo suo rimorso gli corroderà il cervelletto tutta la notte e sarà
costretto a passeggiare tra le stradine del centro storico, per sperare di cadere nelle grazie
del sonno. Quanto gli piacerebbe restare ancora un’ora in quella sala d’aspetto, in compagnia
delle cose che vi accadono, per non restare da solo a pensare e a criticare se stesso tra le
mura della sua casa. Del resto non si possono cambiare gli eventi; ormai è già tutto accaduto
e può solo restare a pensare, a cercare di trovare un possibile nesso che chiarisca
rapidamente il suo improbabile comportamento.
Mentre sta raggiungendo queste personalissime conclusioni, fissando il video verde
della televisione con tutti gli orari dei treni, s’accorge di un’inattesa bizza che Amedeo sta
montando. Si è messo a parlare con tono molto sostenuto verso un passeggero di mezza età,
un po’ corpulento, che legge ghiottamente le notizie sportive della Gazzetta. Amedeo lo
assale verbalmente, pur tenendosi alle dovute distanze, chiedendogli esplicitamente perché
sua moglie l’ha tradito con lui. Lo interroga, senza mezzi termini, su come può una bella
donna coma la sua Maria essere stata attratta da un simile pancione con gli occhiali, che ha le
mani come le zampe di un porco. In effetti, il barbone è sempre stato la vera vedette della
sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Torino Porta Nuova. Nel corso degli anni,
Carlo è sempre entrato in quel posto sapendo che in attesa del locale che lo avrebbe
riportato a Moncalieri, si sarebbe potuto intrattenere assistendo alle performance del
singolare personaggio. Monologhi e interminabili scene madri ad ipotetiche e invisibili Marie, e
ai loro presunti amanti; che sarebbero sfociate poi, dopo il picco drammatico delle accuse, in
soliloqui indecifrabili. Pronunciati ad arte con l’utilizzo dei soffiati, esibendo una grande
padronanza della tecnica teatrale di base e della giusta follia.
Le risate sommesse degli altri passeggeri in attesa, per non destare la rabbia del
barbone Amedeo, si sono sempre susseguite. Carlo ha potuto notare in tutti questi anni che i
passeggeri, pur essendo diversi di volta in volta, erano e sono sempre molto simili nel ridere.
Sembra che a tutti, ogni qual volta che il barbone parte con le sue bizze verso il malcapitato
di turno, restano soffocate le risate nella maschera. Si sforzano quasi tutti a non ridere, a
strozzare la voglia nella gola e nelle linee del viso: per paura delle rappresaglie e delle
probabili invettive di Amedeo. E così infatti sta accadendo anche stavolta e tutto ciò, questa
circostanza al limite tra la follia e la realtà, gli permette di non pensare, di scappare un po’ da
quello che ha vissuto prima e forse anche da se stesso. Sembra che quella storiella
paradossale che Amedeo sa creare lo allontani, senza tanta fatica, da quello che veramente è:
un’imponente essenza umana di cinquantotto anni, di sesso maschile; che ha appena
commesso, pochi minuti prima, un’azione vigliacca. Conseguenza indelebile del suo io
nascosto, che non ha mai lottato per farlo apparire, per farlo venire fuori dal buio.
Ora si lascia portare dalla scena che sta assistendo notando, nella teatralità del
barbone, una forza superiore alle aspettative. Come se quell’artista stesse replicando una
recita speciale, più serrata e priva di qualsiasi orpello decorativo, coinvolgendo tutti i presenti
in una silenziosa attenzione. Chi come lui conosce l’uomo che sbraita non si lascia
coinvolgere dai soliti nodi drammatici, in cui Amedeo preferisce approdare per dare più

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 29


smalto all’evento, bensì resta in attesa della battuta spiazzante verso il malcapitato
interlocutore che sfocerà certamente nelle sommesse risate liberatorie sui volti di tutti i
presenti. E infatti, eccola che arriva:
“E poi ti dico una cosa, ciccione di merda! Tu hai il pisello piccolo e mia moglie Maria vuole
quelli grandi come il mio!”
Tutti ridono con discrezione, soltanto il corpulento signore che legge le notizie sportive
della Gazzetta non fa nessun gesto e resta immobile con lo sguardo al giornale, nella stessa
posizione da mummia che ha pensato d’adottare durante tutta l’oratoria accusatrice che
Amedeo gli ha indirizzato.
A quel punto, forse, ci vorrebbe un applauso, una canonica chiusura d’atto; ma il
barbone s’allontana in un angolo della sala d’aspetto a bofonchiare incomprensibili borbottii e
tutto torna lentamente ad essere come prima.
Ad ogni modo, la sottile risata di un bimbo in compagnia della madre preoccupata dalla
possibile reazione di Amedeo, lo riporta al pensiero di Murad. Vede le gote ambrate del
bambino tendersi e gonfiarsi ad ogni singulto di risata, nella stessa maniera che accadeva poco
prima al magrebino che lo aveva aiutato a rialzarsi. Sposta velocemente lo sguardo verso la
televisione per controllare l’orario, più che altro per distrarre il pensiero, e decide d’avviarsi
verso il binario 21; dal momento che Amedeo ha chiuso definitivamente il sipario.
Così, si lascia portare un po’ dalla marea della gente che come lui va verso i treni;
ascolta qualche discorso dei passanti provenienti dal bar della hall, dall’accento spiccatamente
del sud e vede il locale per Moncalieri fermo sul binario, già illuminato nell’interno dei vagoni,
perché prossimo a partire, da quelle tediose luci chiarissime. E come un’ultima opportunità
che vuole darsi prima di tornare a casa, per cercare di scusare se stesso per quello che ha
commesso, ricomincia a percorrere mentalmente tutto quello che ha fatto prima delle 18.
Le lezioni al liceo di via Principe Amedeo erano terminate, come ogni giovedì, intorno
alle 14. Aveva pranzato con alcuni suoi colleghi in un bar poco distante in cui si possono
consumare al tavolo anche delle buone paste o delle ricche insalate; si era sorbito il suo
caffettuccio e si era riunito fino alle 16 e 40 con gli altri e Norberto, per la consueta riunione
lampo giornaliera sulle disposizioni del giorno successivo e le eventuali problematiche del
giorno scolastico che era trascorso. Poi, si era finalmente incamminato verso la stazione
riparandosi sotto i portici di piazza San Carlo, per quella pioggerella che stava cadendo ma
che a lui non dava per niente noia. In realtà si era riparato perché voleva sentirsi un po’ come
gli altri passanti, che erano quasi tutti infastiditi da quella pioggia e forse anche preoccupati di
non inzupparsi. Voleva camuffarsi tra loro, portando nel viso la loro stessa espressione
melanconica dovuta alla pioggia, senza far sapere a nessuno che si era solo fermato per
sentire l’odore umido del selciato: quel tintinnio costante che le gocce ripetevano cadendo
sulle cose, e per respirare quell’aria bagnata che lo inebriava. Gli caricava il cuore e le
membra, nella stessa maniera che il sole cocente e il bel mare provoca a un qualsiasi mortale
amante delle spiagge e del caldo.!
Dopodichè si era messo in cammino, in direzione Porta Nuova, ed era d’improvviso
scivolato sotto i portici di piazza San Carlo; rovinando malamente per terra. Quelle dannate
suole delle scarpe l’avevano per l’ennesima volta tradito. In una settimana era già successo tre
volte e la volta precedente (dinanzi la stazione di Moncalieri) gli aveva provocato un bel
ematoma sulla coscia destra. Forse era venuto il momento di risuolare quelle sue scarpe di
mocassino, altrimenti sarebbe stato un cadere continuo ed era proprio questo che stava
pensando, mentre s’accorse di essere sollevato da braccia sconosciute che lo stavano
aiutando gentilmente a rialzarsi: “Come sta? Fatto male?” L’accento non era italiano e quando
poté finalmente guardare chi gentilmente lo aveva soccorso, s’accorse che era un giovane
magrebino, dai lineamenti ambrati che scivolavano in un sorriso infantile e paffuto; facendogli
tendere e gonfiare le gote in una maniera spettacolare.

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 30


I passanti che si erano accorti di quella inaspettata scivolata di Carlo non si erano
occupati per niente di soccorrerlo, e avevano proseguito nelle loro direzioni di marcia. Bensì,
avevano avuto dei leggeri spostamenti delle loro direzioni o addirittura delle brusche frenate
nelle proprie marce, quando si erano accorti che a soccorrerlo era andato un giovane
extracomunitario. Quello strano connubio avvenuto sotto i portici di piazza San Carlo, dopo
una spettacolare scivolata (da fare invidia, come rapidità d’esecuzione e grado di pericolosità,
perfino al grande Buster Keaton), stava incuriosendo gran parte dei passanti. Sembrava che
queste persone, con quel loro rallentamento delle andature, stessero mettendo in guardia il
povero Carlo: “Si! Va bene! Sei caduto e questo ragazzo ti ha soccorso, ma stai attento che questo
è un extracomunitario e può farti qualcosa. Ti può rubare il portafoglio, per esempio. Oppure ti può
vendere qualche cosa strana e poi, chi ci dice che è qui con le carte in regola? E se per caso
appartiene a Bin Laden?”
Ma si erano dovuti ricredere quasi subito e riprendere le loro andature, perché Carlo
era restato come incantato dalla gentilezza del giovane e lo aveva accettato. Si era perfino
appoggiato al suo braccio per riprendersi un momento dalla dura caduta, destando nei volti
dei passanti e della gente ferma all’ingresso del bar-pasticceria poco distante un’espressione
di critica meraviglia. Come se tutti, in quel preciso momento, si stessero chiedendo
all’unisono nelle loro testoline: “Ma allora, te la vai proprio a cercare la rogna?”Ad ogni modo,
sia Carlo che il giovane soccorritore se ne fregarono altamente di quei pesanti sguardi e
decisero, dopo un breve parlottare basato su un dialogo del tipo: “Vuole bere qualcosa per
tirarsi su?” “Perché no?” “Cioccolata calda, farà bene.” “Sei mio ospite, ah! Non ci siamo nemmeno
presentati. Io sono Carlo.” “Io Murad, sono tunisino.” “Ti ringrazio per avermi aiutato, sei stato
gentilissimo.” “Niente. Non problema! Adesso, come sta?” “Io bene, ma diamoci del tu.” “D’accordo.”,
di avviarsi nel bar-pasticceria poco distante, sotto i portici di piazza San Carlo, dove pare
facessero una suntuosa cioccolata con panna e forse per questa ragione affollato di gente.
Vi entrarono quasi subito e cercarono di raggiungere il bancone, dove un elegante
cameriere aspettava paziente le ordinazioni dei clienti e un altro più giovane gestiva le
comande che il collega gli passava in azione: preparando gli espressi, i cappuccini e le
cioccolate, con la rapidità di un robot. Ma, s’accorsero che quegli sguardi pesanti che
all’esterno li avevano circondati erano ritornati, con la stessa intensità, anche nel cafè.
Evidentemente risultava per niente affidabile quel connubio di uomo italiano ben vestito di
cinquanta e passa, con magrebino giovane dai lineamenti gentili e delicati. Creava forse,
almeno nella mente contorta della gente che era in quel bar-pasticceria e dei passanti che
all’esterno avevano assistito freddamente alla scivolata con relativo soccorso, qualcosa
d’inquietante. Forse la coppia appariva come un oggetto non identificabile e di indubbia
provenienza. Una sorta di allarme rosso in corso che faceva stare in allerta tutti i presenti del
locale, destando in Carlo e Murad un silenzioso imbarazzo.
A rompere il loro silenzio, in attesa che potessero tra la confusione presente
raggiungere il bancone per ordinare le cioccolate, fu il chiacchiericcio del cassiere-padrone
che parlava con un cliente in religioso ascolto, del tavolo un po’ defilato verso la parete, su
cui vi erano in mostra scatole di cioccolatini e dolci piemontesi. Era un tavolo vecchio ed
elegante, di forma rettangolare, con qualche tarlo sparso qua e là e dal colore marrone
scuro, di cui il cassiere padrone diceva: “E’ un oggetto a cui tengo tanto. Sa che è stato tenuto per
molto tempo nel laboratorio di un noto restauratore di Lisbona, per riparare la base rettangolare e
per ridargli una verniciatura brillante?” Quel gran bailamme di gente e quelle chiacchiere così
inutili sul tavolo rettangolare inquietarono sia Carlo che Murad e decisero, in un breve
confabulare, di andare altrove.
“Se a te va, portare in un bar tranquillo di via Po’, vicino università; dove io andare sempre. Si
può stare seduti e bere buona cioccolata.”

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 31


In effetti non gli andava tanto di tornare a casa e prendere il locale delle 18 per
Moncalieri e forse una buona cioccolata dopo quella tremenda scivolata, consumata con quel
giovane tunisino che lo incuriosiva tanto, gli avrebbe fatto più che bene. E poi c’era sempre il
locale delle 20 e 57 per Moncalieri e poteva benissimo prendere quello, come ultima spiaggia.
“Va bene, ci sto.”
“Allora, andiamo.”
Uscirono dal bar-pasticceria sotto il vigile sguardo dei passanti e si avviarono per via
Roma in direzione di piazza Castello. Dopo pochi passi fatti in un religioso silenzio, il giovane
decise d’iniziare a parlare. Proprio all’angolo con via Maria Vittoria, Murad sentì il bisogno di
spiegare a Carlo del perché c’erano stati quegli sguardi così insistenti nei loro confronti.
Puntualizzò, con estrema attenzione, che da quelle parti la gente era un po’ satura del
comportamento alquanto disonesto di alcuni suoi connazionali. Via Roma e i rispettivi portici
di piazza San Carlo, fino a piazza Carlo Felice proprio dinanzi la stazione di Porta Nuova,
erano zone di spaccio e qualsiasi magrebino era visto come venditore di hashish e robe affini.
Non bisognava scandalizzarsi se c’erano stati quegli sguardi indagatori. Per Murad era
normale che accadesse e quindi Carlo non doveva sentirsi colpevole se alcuni torinesi come
lui avevano guardato un po’ con disprezzo quel giovane magrebino che lo accompagnava e
che gentilmente lo aveva sollevato dopo quella scivolata epica di qualche istante prima.
“Si, lo so che questa è una zona piena di spacciatori del nord Africa, ma non sono tutti
così….Tu, per esempio…”
“Io, per esempio?”
Il professore fu bloccato da questo ritorno del tunisino che chiuse la frase con una
gentilissima risata sul viso; come se volesse far riflettere a Carlo che forse, anche lui qualche
volta aveva spacciato. Il pendolare restò colpito da quella espressione e non riusciva a
distogliere il suo sguardo da Murad; e si sentiva portato nel voler capire perché gli piacesse
così tanto il viso di quel giovane magrebino. Poi, forse anche per rompere quella imbarazzante
e esplicita emotività che senza una vera e propria ragione precisa stava esprimendo dagli
occhi, decise di fargli delle domande dirette soprattutto per sapere chi fosse realmente.
“Murad, da dove vieni?”
“Vengo dal golfo di Gades. Per me….Posto meraviglioso, pieno di pesce fresco e il mio padre e
il mio nonno sono pescatori.”
Anche mentre aveva pronunciato queste frasi si era stampato su quel suo
personalissimo viso ambrato, un sorriso molto gentile, molto particolare, che nascondeva
interminabili vite vissute ed una unica faccia da bambino vivace.
Si erano fermati come se avessero voluto sottolineare, con un momentaneo arresto
delle loro andature, quell’inizio di verità che quel giovane stava confidando a quell’uomo; e si
ascoltarono entrambi con molta attenzione, come se si fossero d’improvviso resi conto che
erano due solitudini molto simili e che forse, avrebbero potuto benissimo conoscersi più a
fondo senza qualsiasi accenno di bluff.
“In Italia sono venuto qualche anno fa. Sperare lavorare, ma non sempre andata così…A
Torino non facile vita. I primi mesi che sono qui, dormito al parco Valentino…”
Un altro spettacolare sorriso si era stampato su quel viso innocente e sembrava che
aveva tentato di purificare tutte le azioni losche che egli stesso era stato costretto a
commettere per sopravvivere. Intanto Carlo non riusciva a capire per quale ragione stava
rischiando di perdere il locale delle 18 per Moncalieri e assomigliava molto, quella situazione,
ad alcuni momenti che aveva vissuto molti anni prima. Quando si era lasciato portare dalle
confidenze di una certa Fabiana, adolescente come lui, che gli aveva confidato durante un
intero pomeriggio le proprie inquietudini amorose verso il loro amichetto, Silvano, e di cui
anche lui, silenziosamente, ne era attratto. Aveva tenuto ben tappato dentro di se, per tutti
questi anni, quella sua particolare esigenza nascosta, senza mai lasciar trapelare un colore, un

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 32


accenno, una voglia. Si, forse qualche volta aveva avuto qualche attenzione un po’ troppo
affettiva verso il suo amico Norberto, ma che nessuno aveva capito e tanto meno lo stesso
interessato; dal momento che lo aveva sempre considerato come un fratello, al punto di
assumerlo come insegnante nel liceo che dirigeva.
Altre volte, cercando comunque di nasconderlo a se stesso, si era trattenuto un po’
troppo nella toilette di Porta Nuova sperando d’incontrare qualcuno predisposto a capirlo e
altre volte, senza sapere realmente il perché, si era soffermato a guardare insistentemente
qualche bel ragazzo a passeggio; ma in realtà non vi era mai stato qualcosa che avesse
letteralmente smantellato quella sua falsa apparenza. Così, si era sempre lasciato portare
dall’onda del momento, dalle amicizie femminili che si era trovato per caso lungo il suo
percorso e non aveva mai voluto fermarsi veramente a capire.
Quindi Murad, in un certo qual senso, col fatto che l’aveva aiutato a tirarsi su dalla
caduta lo aveva capito, sorretto, compreso nella sua solitudine. Quel giovane
extracomunitario gli dava fiducia: al punto di cominciare a farsi dei veri e propri castelli in aria
senza più fare caso a quello che il magrebino diceva. Vedeva la bocca del giovane muoversi e
pronunciare qualcosa, ma egli non sentiva e pensava invece di andare con lui, magari nello
stesso prossimo fine settimana, a fare una gita verso Bardonecchia, sulle montagne. Oppure
nei paesini delle Langhe, a pranzo magari. Ma certo! Avrebbe potuto prendere la macchina e
insieme sarebbero potuti andati a pranzo fuori. Fare una breve capatina a Stupinigi, per fargli
visitare il palazzo della caccia o a Rivoli, e poi si sarebbero lasciati portare dal caso,
dall’istinto.
In realtà, all’infuori del suo caro amico Norberto, chi veramente l’aveva rialzato da terra
come quel magrebino aveva fatto? Sua madre? Suo padre? Qualche passante, per caso? No!
Non c’era stato nessuno. Si era lasciato traghettare dalle sue paure, senza mai poter debellare
la forza negativa che circondava la sua insulsa vita.
Quindi, decise di stare al gioco. Scelse di fare una mano di poker col destino e s’accorse
che l’istinto lo stava spingendo a passeggiare con Murad. In attesa che il suo io, una volta per
tutte, si decidesse a percorrere una strada consona alla sua vera natura; senza rifugiarsi, per
l’ennesima volta, in quel falso equilibrio che lo aveva accompagnato in tutti questi anni e che
lo aveva fatto sempre travestire con costumi non suoi, che non si erano mai adagiati
veramente su quel suo ampio corpo d’eroe dal cuore impaurito.
In prossimità di piazza Castello s’accorse che le loro membra si erano come alleate. Le
braccia e le gambe restavano vicine tra loro e non si lasciavano portare da ritmi diversi delle
rispettive andature. Erano diventati come un’unica persona che percorre tranquillamente il
tratto finale di via Roma, sapendo di andare in un posto dove si troverà a suo agio. Riuscirono
ad essere uguali nel passo anche quando Murad lasciò cadere l’argomento sul terrorismo.
“A noi, in questa città, vedono tutti come terroristi e spacciatori. Noi capire paura, ma non tutti
islamici colpevoli. Capire?”
“Certo! Ne sono convinto di questo, ma la gente per natura è diffidente.”
Carlo notò una leggera ombra sul volto del giovane e capì che quella situazione di vita
precaria, a cui il giovane era sollecitato, non veniva per niente facilitata dalla situazione
internazionale e dalla diffidenza che stava vivendo il mondo occidentale nei riguardi dei
mussulmani. Bisognava fare qualcosa? Ma cosa? Come l’avrebbe potuto aiutare? Forse non
c’era molto da fare, bisognava solamente lasciarsi portare dal passeggio, in attesa che
avrebbero potuto consumare questa tanta agognata cioccolata e così, fare ancora più
conoscenza seduti al tavolino di un cafè. E cosa cazzo importava se avrebbe quasi
sicuramente perso il locale delle 18? Ci sarebbero stati tanti altri locali per il ritorno a casa.
Ora, sentiva solamente di salire su quel treno rapido che viaggiava in senso opposto a
Moncalieri e che, chi sa dove l’avrebbe portato.

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 33


Erano ormai prossimi a piazza Castello e anche in quel tratto finale di via Roma
s’accorsero che il loro passeggio era oggetto di ripetuti sguardi indagatori da parte dei
passanti. Venivano come morsi da improvvise folate di vento che soppesavano, nell’arco di
brevissimi istanti, il loro stare insieme. “Che ci fa un distinto signore, a passeggio per via Roma
con un extracomunitario di dubbia provenienza? Cosa c’è tra di loro? In che posto losco si staranno
dirigendo?” E proprio dinanzi l’ingresso del posto pubblico dei telefoni, dall’altra parte della
strada, tre giovinastri dalla presenza piuttosto atletica, vedendoli passeggiare, si lasciarono
andare in risate alquanto grottesche e allusive. Sembrava che tra di loro commentassero
qualcosa di estremamente volgare che certamente era riferito a Carlo e al suo
accompagnatore, e a quel modo di passeggiare così equivoco che essi avevano
tranquillamente deciso di adottare.
Sia Murad che Carlo fecero finta di niente. Pur captando quelle allusioni provenienti
dall’altro lato di via Roma, preferirono lasciar cadere la cosa; senza lasciarsi andare a qualsiasi
tipo di commento e forse per un pudore che li accomunava. Poi, quando entrarono in piazza
Castello furono entrambi un po’ più sicuri. E’ probabile che l’ampiezza del luogo li faceva
sentire protetti e quindi tornarono alcuni barlumi di buon umore. Si diressero rapidamente
verso via Po e la imboccarono dal lato del palazzo dell’Università. Il tunisino tornò a
sorridere e a gonfiare le sue gote ambrate, rassicurando Carlo che presto sarebbero giunti
nel bar di via Montebello. Ma quando s’accorsero che il locale era chiuso per riposo
settimanale, accusarono un po’ di sconfitta. Venne a mancare ad entrambi quell’isola in cui
avrebbero potuto approdare, comodamente nascosti dal resto dell’umanità.
Così, in una pausa di sorrisi e silenzi, si lasciarono rapire dalla sommità della Mole e da
qualche frase di circostanza per rompere l’inaspettato imbarazzo.
“E’ stata anche sinagoga, sapevi tu?”
Il professore si lasciò portare dal sorriso del giovane, sembrava che in quell’istante lo
stesse simpaticamente sfidando sulla storia della città: come se ironicamente gli stesse
dicendo che sapeva molte più cose di lui, su Torino. Erano diventati un po’ padre e figlio, un
po’ vecchio e giovane, e a Carlo tutto ciò divertiva; gli dava un senso di libertà e divertimento
che aveva ormai un po’ dimenticato. Quando poi lo vide improvvisamente deambulare come
un bambino assalito da una inaspettata voglia di fare pipì, si sentì estremamente felice. Ritrovò
un senso di pace che non aveva più sperato di trovare e restò felicemente ad aspettarlo,
mentre il ragazzo si era rapidamente nascosto dietro un muretto poco distante, per urinare
tranquillamente senza l’assillo di qualche passante. Non importava che la loro isola era
scomparsa, avrebbero potuto approdare in qualsiasi altro arcipelago per trovarne una che
fosse adatta alle loro aspettative. Molto probabilmente, attraversando il ponte Vittorio
Emanuele I e lasciandosi alle spalle piazza Vittorio Veneto, si sarebbero incamminati lungo il Po
e sicuramente un centro di gravità permanente li avrebbe inoltrati in quello che forse i loro
istinti stavano silenziosamente desiderando.
Dopo alcuni istanti di silenzio, in cui Carlo riusciva facilmente a percepire il rumore
della pipì di Murad che cadeva sul muro, vi furono delle grida improvvise e un rumore di
corpi che lottano. L’uomo si avvicinò velocemente verso il trambusto e s’accorse che tre
giovani coperti da passamontagna stavano picchiando malamente il tunisino. Erano pugni
durissimi e calci crudeli che piegavano il giovane in contorsioni dolorose. Rotolava per terra
come un barattolo inoffensivo, mentre i tre inveivano contro di lui gridandogli in faccia: “Frocio
di merda! Tu e il tuo compare! Dove si è nascosto quella vecchia puttana? Avete già consumato?”
Il professore restò interdetto per pochissimi secondi, ma riuscì d’istinto a defilarsi
dietro un auto parcheggiata, per non farsi vedere. Intanto la crudeltà continuava a briglie
sciolte: “Pezzo di merda! Non ci bastavano i froci delle nostre parti, ora ci volevano anche le puttane
straniere. Allora, c’è lo dici dov’è il tuo fidanzato?” Carlo avrebbe potuto fare qualcosa, ma perché

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 34


non interveniva? “Si può sapere quanto ti ha pagato, stronzo?” E via con i calci e i pugni al
costato. “Ti sei innamorato, per caso?”
Ma l’extracomunitario non si lasciava intimidire, teneva ben chiusa la bocca e attraverso
le mani che aveva sul viso per proteggersi dai colpi dei tre, cercava di vedere se Carlo si fosse
messo in salvo o se magari era scappato per chiedere aiuto. L’uomo, invece, era come
interdetto: si era accovacciato dietro quella macchina e si lasciava bombardare da quelle
orrende accuse che i tre inveivano contro Murad. Ma perché non cacciava il suo cellulare che
non usava mai (perché chiamava soltanto Norberto) e non avvisava subito la polizia? Però
occorreva che si ricordasse le cifre del pin e purtroppo non le conosceva a memoria. Era
troppo complicato cacciare dalla tasca il foglietto, dove erano trascritte le quattro cifre del
pin, digitarle sulla tastiera del telefonino e agire di conseguenza. Il rumore dei tasti avrebbe
potuto attirare l‘attenzione, allora sarebbe stato meglio farlo a voce o addirittura intervenire.
Del resto, aveva ancora un fisico asciutto e con un po’ di fortuna li avrebbe messi in fuga. No!
Forse era meglio raggiungere la vicina via Po e dare l’allarme. Allora? Perché non lo faceva?
Cazzo! Per quale motivo non l’aveva fatto? Cosa conta adesso ripensare a tutto quello
che ha visto prima e dopo le 18? Ora purtroppo, non conta più niente. Ha lasciato Murad sul
selciato ed è scappato senza aiutarlo. Ha avuto paura che fosse stato coinvolto in qualcosa di
losco. Che sarebbe stato pestato da tre teppisti e il giorno dopo avrebbe dovuto dar conto a
tutti quelli che gli avessero chiesto delle escoriazioni sul viso. O peggio ancora, sarebbe stato
stampato il suo nome su qualche trafiletto di cronaca nera: “Un professore d’italiano C. B. di
cinquantotto anni, residente in Moncalieri, è stato pestato da tre cacciatori di omosessuali, in
prossimità della Mole Antonelliana.” Oppure la polizia, chiamata da qualche passante, sarebbe
accorsa per intervenire e allora avrebbe dovuto davvero dare le sue generalità.
Anche stavolta è scappato. Ha temuto che forse, quelle affermazioni dei tre teppisti
fossero realmente vere e che lui si fosse troppo inoltrato in quella parte di se che mantiene
segretamente nascosta da molto tempo. Ha lasciato quel giovane per terra a farsi picchiare e
ha pensato di scappare, per paura di accettare veramente se stesso. E si rende conto
benissimo che non è servito a niente ripensare a tutto, mentre sta per salire sul locale che lo
riporta a Moncalieri, come un’ultima opportunità che ha voluto regalarsi per cercare di
scusare se stesso di quello che ha commesso. Continua comunque a sentirsi colpevole e
l’idea di percorrere il tratto per Moncalieri, illuminato da quelle tediose luci chiarissime che
bruciano l’ambiente dei vagoni del treno, gli strozza la gola.
Dov’è finito Murad? Ora, dove starà sanguinando?
Volge per l’ultima volta uno sguardo alla hall della stazione, prima di salire sul treno.
Forse spera che qualcuno lo illumini, che lo informi sulle sorti del ragazzo.
!

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 35


V

AIUTATI CHE DIO TI AIUTA

Pinarella di Cervia 7/11/2004

A Nino.

Amico mio spero che, dall’ultima telefonata che abbiamo avuto, le tue cose si sono un
po’ tranquillizzate; ad ogni modo, come stai? Perché non mi scrivi subito una lettera per farmi
sapere bene tutte le svolte della tua vita privata? Ti lascerò anche il mio nuovo indirizzo:
dove, se vorrai, potrai inviarmi una eventuale risposta a ciò che sto per dirti. Ma partiamo con
ordine: qualche settimana fa sono tornato a Napoli con mia moglie, per fare una visita ai miei
familiari e mentre attraversavamo via dei Tribunali per raggiungere piazza Dante, ho
incontrato tua sorella Rusella con due suoi figlioli, e mi ha parlato di te.
Le notizie non sono state confortanti; ho saputo che a Melbourne, nella ditta di caffé
dove lavoravi, hanno licenziato diverse persone e purtroppo tu sei una di queste, che questo
tentativo di commercio floreale che avevi avviato con un altro italiano è finito malissimo e
che quindi, ti sei ritrovato senza lavoro. Inoltre, ho saputo che sei stato costretto a separarti
da tua moglie perché le cose non andavano più bene e che ora non sai cosa fare; se tornare o
no a Napoli. In questo periodo, nella nostra città, le cose sono più dure del solito. Le
condizioni generali sono peggiorate in maniera esponenziale e inoltre, è in corso una violenta
lotta tra nuove famiglie che sta causando molti morti ammazzati nelle file dei vari affiliati.
Sembra che i signori di Scampia sono molto agguerriti e non credo che le cose troveranno
facilmente un giusto corso a breve termine. Prevedo una lunga guerriglia urbana e quindi ti
sconsiglio di tornare nella nostra città, almeno per ora.
Ma posso proporti qualcosa che forse potrà interessarti (e parlo anche a nome di
Enzo), dal momento che da circa un anno, con mia moglie Maria, siamo titolari di una
trattoria-pizzeria a Pinarella di Cervia: un ridente paesino a quattro passi da Rimini. Non so
se tu ricordi che Maria è proprio di Rimini, dove io la conobbi qualche anno fa; mentre ero in
viaggio con mio zio Alberto che mi aveva pregato di accompagnarlo con il suo camion: in quel
viaggio d’esportazione di pomodori e pelati verso la riviera romagnola. Bene, dopo qualche
vicissitudine napoletana, decidemmo di sposarci; anche perché Maria aspettava il nostro
Rodolfo e tentammo un piccolo commercio di frutta e verdura, proprio a Napoli, dalle parti
di Montesanto, precisamente in via Porta Medina, ossia nel marciapiede opposto all’ingresso
dell’ospedale dei Pellegrini che tu ben ricordi (perché da piccolo fosti portato da noi due,
piccoli come te, al pronto soccorso del suddetto ospedale; in quanto avevi ingerito, per sfida
con Enzo, una moneta da 50 lire che poi cacasti alcune ore dopo senza alcun problema, dalle
parti del conservatorio di San Pietro a Maiella), ma le cose non andarono come dovevano e
presto dovemmo chiudere.
In quel periodo, io ed Enzo, eravamo tornati a frequentarci come ai vecchi tempi e
mancavi solo tu all’appello; chissà in quale parte di Melbourne occupato a parlare. Così,
cominciammo a fare coppia un po’ per farci coraggio e un po’ per sbarcare il lunario;
alternando lavori saltuari ad un po’ di contrabbando di sigarette, dal momento che anche
Enzo era senza lavoro. Poi accadde la svolta che ora comincerò a raccontarti; ricordandoti
che, come tu ben sai, io ho sempre avuto la passione per la scrittura e ho grande rammarico
per non aver mai completato gli studi a Napoli, presso la facoltà di lettere dell’Università
Federico II a cui ero iscritto. Quindi, cercherò di essere quanto più chiaro e sintetico
possibile raccontandoti, per filo e per segno, tutto quello che circa un anno fa accadde ad

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 36


Enzo, e che poi avrebbe risolto alla grande tutti i miei problemi e presumo che potrebbe
risolvere anche i tuoi.
Ora, fai bene attenzione: leggi questa lettera come fosse un racconto breve, una piccola
avventura di vita che forse potrà essere utile anche alla tua causa, con la speranza di rivedere
ancora una volta unito il nostro trio… Mi piacerebbe intitolare questo racconto con una
frase di buon auspicio: il ritorno del trio, per esempio. Ad ogni modo: questa è la storia.
Se tu ben ricordi, la fidanzata storica di Enzo era una ragazza molto carina di piazza
Carolina (vicino la Prefettura), figlia di un capostazione delle ferrovie dello stato. Una
margherita dagli occhi celesti e dai capelli biondi che aveva fatto impazzire d’amore il nostro
comune amico. Ora, le cose erano andate alla grande per alcuni anni (tu eri già partito per
l’Australia) e si parlava perfino di matrimonio. Enzo aveva cercato un lavoro mettendoci tutto
il suo impegno (si fa per dire), ma questa manna dal cielo non era mai arrivata. Così, si era
incrinato un po’ il rapporto e in un viaggio che la ragazza (non ti ho ancora detto come si
chiama; si chiama Rosa Catapano) fece a Milano con una sua cugina per non so quale scopo
familiare, conobbe in un locale un certo Marcello P. Ah! Dimenticavo: l’abbiamo sempre
chiamato così, perché il cognome è troppo lungo e non c’è lo siamo mai ricordato bene.
Al ritorno da questo viaggio di carattere familiare, Rosa Catapano era diventata un’altra
persona. Enzo ha sempre detto che dopo quel viaggio non aveva più ritrovato la sua Rosa e le
cose si erano davvero complicate. Indagando con l’aiuto di Rossana Paliano (te la ricordi,
eh?), venimmo a sapere che Rosa Catapano si era innamorata perdutamente di questo
Marcello P., costringendo il nostro amico fraterno, Enzo Busiello, alla resa senza condizioni. In
pratica, il loro amore finì improvvisamente in bolle di sapone e a pagarne le conseguenze più
pesanti fu proprio Enzo. In effetti, il colpo di grazia l’ebbe quando venne a sapere,
direttamente dalla bocca di Rosa Catapano, che lei si era innamorata di questo famigerato
Marcello P. , che volevano sposarsi appena possibile e che sarebbero andati presto a vivere nel
paese di lui (Bergamo); dove, per altro, era proprietario di un’avviata ditta di mobili con
numerosi dipendenti. Enzo non fu più nei suo panni e cominciò a covare dentro di se una
tremenda vendetta. Inoltre venne a sapere, sempre da Rossana Paliano (te lo ricordi il culo
che aveva, eh?), che il tal Marcello P. era un antimeridionale convinto e sostenitore della tesi
che dalle nostre parti non c’è molta voglia di lavorare. E siccome fu spalleggiato dalle
consenzienti dichiarazioni di Rosa Catapano, questo stronzo cominciò a spifferarlo in ogni
angolo di Napoli in cui passava con la sua bella. Quindi, Enzo trovò un’ulteriore scusa per
potersi vendicare e devo dire che incontrò molti alleati in questa contesa. Per quanto mi
riguarda, gli restai vicino fino agli ultimi momenti e collaborai con lui in ogni minimo
particolare, senza tralasciare nessuna circostanza al caso e per preparare nel migliore dei
modi la vendetta che il nostro amico voleva attuare senza nessun ripensamento.
Ad un certo punto della storia d’amore (siamo sicuri che era amore?) tra la bella
Catapano e Marcello P., si decise la data delle nozze. Da fare a settembre, rigorosamente a
Napoli nella chiesa di San Ferdinando in piazza Trieste e Trento, con tutti gli invitati del nord,
nella più tradizionale pompa magna che si addice in questi casi e con la sposa vestita di bianco
e lo sposo in un rigoroso tweed piuttosto leggero, dato che era estate, ma di un
elegantissimo color fumo di Londra. Chiaramente tutto pagato dall’imprenditore del nord,
con un sacco d’invitati, foto, ristorante lussuosissimo sulla costiera amalfitana e viaggio di
nozze finale in Patagonia: nella Terra del Fuoco. Ma invece il fuoco Enzo Busiello c’è l’aveva
nelle viscere, e cominciò a preparare la resistenza.
Ci mettemmo a lavorare sotto banco, nella più totale clandestinità, con l’intento di
creare nel giorno delle loro nozze: 28 settembre del 2002, una specie di rivolta popolare,
qualcosa che avrebbe cambiato il corso delle cose e che mi avrebbe (come poi potrai
constatare durante il racconto) portato tantissimo. Caro Nino mi stai ascoltando
attentamente? Perché adesso, come ti dicevo, sta per cominciare la vera storia che voglio

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 37


raccontarti e che, se solo decidessi di venire qui da noi ( non mi far ripetere sempre le stesse
cose ), potrà anche a te risolvere la vita come lo ha fatto a tutti noi. Intesi?
Le nozze erano state programmate, come ho già detto, per il 28 di settembre nella
chiesa di San Ferdinando in piazza Trieste e Trento. La cerimonia avrebbe avuto inizio alle ore
10 in punto e la coppia, travolta da una fitta pioggia di riso ben augurante e da petali di fiori
variopinti scagliati come d’abitudine dalle rispettive famiglie, si sarebbe apprestata a
percorrere verso le 11 e 05 (a cerimonia religiosa conclusa) un percorso romantico nella
carrozzella di don Achille Buondonno: pluridecorato cocchiere della vicina piazza Municipio e
intimo amico dello zio di Rosa Catapano. La carrozzella di don Achille con i due sposini e il
fotografo avrebbe percorso tutta via Chiaia, via Santa Caterina fino a piazza dei Martiri,
dopodichè via Calabrito, per arrivare in fine a piazza Vittorio praticamente all’ingresso della
Villa Comunale; lì, il fotografo avrebbe scattato qualche foto nei pressi della fontanella
centrale o all’altezza del monumento ad Armando Diaz: facendo, con molta probabilità,
qualche capatina sulla Caracciolo, per avere nello sfondo il porticciolo di Mergellina oppure il
Castel dell’Ovo in lontananza, tra i due sposini in posa romantica. E tutto questo si sarebbe
svolto mentre i familiari e gli invitati avrebbero raggiunto la costiera amalfitana; per
consumare il pranzo nuziale (previsto per le ore 13 e 15) nel ristorante “Mare Verde”:
lussuosissima costruzione nella roccia (nefandezza paesaggistica) a picco sul mare di
Positano, dove gli sposini, a foto concluse, si sarebbero recati con una elegantissima Volvo blu,
con autista al seguito e fotografo compreso.
Don Achille Buondonno sarebbe stato pagato profumatamente da Marcello P., per
questa passeggiata in carrozza e l’avrebbe fatto anche con un certo trasporto affettivo; in
quanto aveva visto crescere la nostra Rosa Catapano. Ma le cose non andarono così. Ora, va
detto che in piazza Municipio, dove faceva servizio Don Achille Buondonno con la sua
carrozzella, vi era anche Alfredo Capone: un giovane cocchiere dall’aria paciosa e facilmente
corruttibile. Bastava solamente agire sottobanco, pagandogli l’incomodo, e tutto sarebbe
andato per il verso giusto. In più, se il boicottaggio fosse stato organizzato alla grande, questo
tale Alfredo Capone, oltre alla paga ricevuta dal nostro Enzo Busiello, avrebbe potuto
benissimo usufruire della quota che Don Achille Buondonno gli avrebbe passato per portare
gli sposini all’ingresso della Villa Comunale; se il cavallo del suddetto Don Achille fosse stato
azzoppato, per ragioni misteriose, il giorno prima delle nozze.
Nel percorso che Alfredo Capone avrebbe fatto con gli sposini e il fotografo, si sarebbe
nascosto l’imprevisto preparato da Enzo e così si sarebbe potuto vendicare alla grande.
Bisognava, quindi, trovare il modo per arrivare ad Alfredo Capone, cercare qualcuno che gli
proponesse l’affare, pagando il dovuto s’intende, ed Enzo decise di passare all’azione. In
effetti, io non avevo ancora capito cosa avesse realmente in mente Busiello, ma decisi di
stargli vicino perché mi sembrava molto determinato e al tempo stesso molto solo in quella
situazione. Cominciai a pensare che Enzo aveva in mente delle cattive intenzioni e avevo
cercato, non ti nascondo, di farlo ragionare, di non alimentare questa sua sofferente vendetta.
Che cosa aveva in mente Busiello, in questo tragitto che la carrozzella di Alfredo Capone, con
gli sposini e il fotografo, doveva fare al posto di Don Achille Buodonno che sarebbe stato
certamente elemento incorruttibile perché amico intimo dello zio della sposa?
Le cose ebbero una seria svolta la notte prima delle nozze, quando Enzo ricevette la
notizia che tutto poteva svolgersi senza intoppo; da un certo Ciccio Gentile (amico di Alfredo
Capone), infermiere professionale al pronto soccorso dell’ospedale dei Pellegrini in zona
Montesanto. Io t’assicuro che non avevo ancora capito niente. Quella notte Enzo era
nervosissimo e quando gli chiesi esplicitamente perché eravamo andati a quell’ora tarda in
piazzetta Olivella (dove c’è l’ingresso della metropolitana: fermata Montesanto), lui,
scorbuticamente, mi rispose di fare silenzio e che nessuno mi aveva obbligato a seguirlo, che
se volevo, in quel momento, i nostri destini si potevano separare e che, se volevo restare ad

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 38


aspettare con lui questi tizi che gli dovevano dare una dritta, sarebbe stato meglio che io
avessi fatto silenzio di tomba, perché lui voleva pensare.
La notte di Napoli, in quel momento, sembrava una scena di Shakespeare. Io certamente
ero Orazio: l’amico paziente, colui che capiva le ragioni della follia di Amleto, ma comunque
restando in allarme perché temeva la grandezza degli eventi che potevano svilupparsi, se il
suo amico si fosse messo a sobillare il destino. Lo sfondo notturno di quella zona di Napoli
mi dava un’ansia pazzesca, mi faceva sentire una specie di carbonaro che stava preparando un
moto, una rivolta notturna in collaborazione con questo suo collega tanto enigmatico e al
tempo stesso molto determinato.
Decisi di passare gli istanti fumando qualche sigaretta, in attesa che la notte mi aiutasse
a capire chi stava aspettando il mio amico. E infatti, dopo pochissimi istanti, vidi sbucare
un’autoambulanza dal vicolo 1° Montesanto, proveniente sicuramente da via Ventaglieri.
L’ambulanza si era intrufolata tra i vicoletti della piazzetta Olivella senza tener conto dei vari
divieti. Non aveva la sirena accesa, ma lampeggiava vorticosamente; in più, sembrava diretta
con una certa urgenza verso il pronto soccorso vicino dell’ospedale dei Pellegrini.
L’uomo che stava al volante era un tipo abbastanza in carne. Non riuscivo a
intravedergli il viso, vedevo solo una grossa massa di carne raggomitolata dentro un camice
bianco. Le spalle sembravano comprimere il tetto dell’abitacolo ed erano tanto grandi che
sfioravano l’angolatura sinistra dello specchietto retrovisore. L’autista ciccione fece un cenno
d’intesa con Enzo e vidi che il nostro amico si diresse rapidamente verso la porta posteriore
dell’ambulanza, dove di solito escono i malati con la barella. Lo seguii spostandomi
velocemente e restando comunque a distanza, per paura di una eventuale apparizione
inattesa. La porta si aprì e vidi tre tizi in camice bianco seduti sui sedili laterali al lettino, su
cui vi era un pacchetto abbondante, della stessa larghezza di un vassoio familiare e dall’altezza
simile ad una scatola di cartone per calzature. E sia a me che ad Enzo, nel viso ci raggiunse un
odore profumatissimo di basilico: l’aroma inconfondibile di pasta cotta nel forno a legna,
profumo di acciughe, olive, mozzarella bollente e l’accenno di qualche crocchetta di patate.
L’ambulanza lampeggiava freneticamente. Doveva raggiungere al più presto via Porta
Medina dove c’è l’ingresso del pronto soccorso dell’ospedale dei Pellegrini, e non certamente
per portare un malato o un ferito grave, ma bensì per portare delle pizze appena sfornate.
Dimodoché, quella banda di infermieri affamati avrebbero potuto banchettare durante la
durata del turno notturno nei locali del pronto soccorso. Il primo a parlare fu uno dei tre,
quello più prossimo alla porta, che poi appurai fosse Ciccio Gentile e con tono di chi ha da
fare e vuole sbrigarsi disse:
“Il cavallo di Don Achille è stato azzoppato. Alfredo Capone è pronto. I soldi devono
essere contanti e di taglio basso. Devi pagare in anticipo. Domattina alle 8 e 30, davanti al bar
Maresca, troverai Alfredo Capone.”
“E dove sta il bar Maresca?” Rispose Enzo.
“Ma come dove sta? Sei di Napoli o di Domodossola? Sta a via Medina, all’altezza della
chiesa di Santa Maria dell’Incoronata.”
“Ah! Si, si, adesso mi ricordo.”
“Ecco, appunto. Lì, ti dicevo, troverai Alfredo Capone. Dai tutti i soldi a lui e mischiali in
una busta di plastica, quella per la spesa, piena di carote: le carote sono per il cavallo di
Alfredo, facciamo due chili e mezzo, va bene? Ah! La busta deve essere scuretta, non bianca,
diciamo azzurrina; così non si vedono i soldi, hai capito?”
“Si.”
“Sia ben chiaro, se Alfredo non trova tutta la somma, l’affare va a monte e perdi pure i
soldi. Hai capito?”
“Si.”

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 39


“L’arma c’è l’avrà Alfredo nel secchio dietro la carrozzella. All’ora in punto, un tizio di
nostra conoscenza, una persona fidata di Pozzuoli, farà quello che deve. Ci siamo spiegati?”
“Si, certo.”
“Te la ricordi la somma che devi lasciare a Capone?”
“Come no! Mi ricordo benissimo.”
“E allora, buona notte!”
La porta dell’ambulanza si chiuse mentre Enzo accennò, timidamente, un buon appetito.
Vidi il veicolo lampeggiare e allontanarsi rapidamente nel vicoletto che dalla piazzetta Olivella
andava verso la stazione Cumana di Montesanto. Le strade erano totalmente deserte, la notte
cominciava a parlare di sonno e Napoli ci guardava dai palazzi un po’ trasandati, come se
fosse una donna invecchiata ma ancora molto piacente. E forse, questa stessa atmosfera
notturna che la nostra città ci stava regalando, mi permise di affrontare il nostro amico con
l’impeto di chi non vuole fargli commettere qualcosa di cui si sarebbe pentito per tutta la
vita:
“Ma che cazzo hai in testa? L’arma? Ma tu sei pazzo?”
“E lasciami stare. Da questo momento in poi forse è meglio che non ci frequentiamo
più. Lasciami perdere, è meglio per te.”
Si allontanò velocemente verso i vicoli alle spalle della piazzetta Olivella; probabilmente
per raggiungere via Ventagliere, percorrere i vicoli a nord in direzione Salvator Rosa e poi
tagliare per largo Tarsia fino a scendere in piazza Dante e quindi in via Port’Alba, dove viveva
con i suoi familiari come tu ben ricordi. Mi lasciò dinanzi l’ingresso della metropolitana di
Montesanto, ormai chiusa a quell’ora, senza sapere che fare, quale direzione imboccare per
raggiungere casa. Non riuscivo ad accettare che si era parlato di un’arma, un ipotetico ferro
che qualcuno avrebbe estratto dal secchio appeso dietro la carrozzella di Alfredo Capone e
l’avrebbe azionato a bruciapelo verso un corpo. Della sposa? Dello sposo? Un colpo esploso,
due, forse una sparatoria in pieno centro da fare invidia a qualsiasi regolamento di conti che
la nostra città è abituata a sopportare. E tutto ciò mi faceva pensare male.
In effetti Enzo Busiello era mio amico, ma si stava infilando in un terreno poco
praticabile. Diveniva mandante di un omicidio. Si sarebbe tirato addosso tutta l’esosità di quel
tale Ciccio Gentile, certamente un soggetto poco raccomandabile, e in più, tutta la
corruzione di Alfredo Capone. Non riuscivo ad immaginare il nostro amico in buone acque;
lo vedevo in un temporale infernale, e tutto questo solo per una povera stronza che gli aveva
rapito il cuore e che lo aveva lasciato da solo. Sentivo che non potevo aiutarlo; il suo forte
orgoglio era stato colpito crudelmente da Rosa Catapano e non riuscivo a pensare come si
potesse fermare quella mattanza nuziale che si sarebbe consumata il giorno dopo.
Allora, mi convinsi che forse sarebbe stato meglio starne fuori, allontanarsi da Napoli
nell’indomani stesso. Ma se la polizia avesse indagato dopo la mattanza? Se putacaso la
“madame” avesse scoperto che la morta (Rosa Catapano) era stata fidanzata per molto
tempo con un certo Enzo Busiello e che questo era mio amico? Saremmo stati sicuramente
interrogati e non so se avrei potuto reggere fino in fondo. Avrei spifferato tutto, dopo ore di
interrogatorio, sull’incontro avvenuto la notte prima della mattanza con l’ambulanza piena di
pizze, in cui si era parlato di un’arma e di un cavallo azzoppato. Allora dovevo scappare?
Oppure dovevo cercare di convincere Enzo a non fare quella sciocchezza? E se avessi
raggiunto il primo posto di polizia? Alla questura di via Medina, per esempio, e gli avessi
raccontato per filo e per segno tutto quello che sarebbe dovuto accadere il giorno dopo;
facendo il nome di Enzo, s’intende, per farlo subito fermare e non farlo andare
all’appuntamento con Alfredo Capone alle 8 e 30 del mattino seguente dinanzi al bar
Maresca, nella stessa via Medina. Ma sarei stato senza dubbio una spia, e poi avrei dovuto dire
anche del tal Ciccio Gentile e sapevo che con quel tipo non si doveva scherzare troppo.

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 40


Decisi quindi di raggiungere casa al più presto; e all’indomani mi sarei svegliato di buon
ora per andare da Enzo e per convincerlo a non fare nessuna sciocchezza. Ma quella notte
non riuscii a chiudere gli occhi regolarmente. Fui assillato da sogni terribili che mi
obbligarono a svegliarmi diverse volte di soprassalto. Verso le 7 del mattino (ora in cui avevo
deciso di svegliarmi per correre da Enzo e scongiurarlo di non fare sciocchezze) caddi,
malauguratamente, in un sonno profondo. Non tenni conto della sveglia che suonò all’ora
prestabilita, schiacciai il pulsante dell’orologio e mi rimisi a dormire come un fesso. Poi, nel
sonno, sentii una voce che mi disse:
“Pasquale svegliati, altrimenti Enzo è fottuto.”
E saltando giù dal letto mi accorsi che ormai erano le 11 e 18: a quell’ora Rosa
Catapano e l’imprenditore del nord avevano sicuramente già ricevuto la pioggia di riso e
petali di fiori, si erano diretti senza alcun dubbio (con la carrozzella di Alfredo Capone e
fotografo a seguito) verso il percorso che li avrebbe portati dritti alla Villa Comunale, e forse
l’agguato previsto sarebbe già stato consumato. Allora non mi restava che uscire rapidamente
da casa, raggiungere col motorino, nel più breve tempo possibile, la zona nevralgica e sperare
che il grilletto dell’arma non fosse stato ancora azionato. Così, uscii rapidamente dal vicolo
Bagnara col motorino e senza casco. Mi lasciai presto alle spalle il civico 27 (dove abitavo con
i miei) e imboccai via Toledo. Ora, per fare presto non avevo fatto colazione e devi sapere che
quando non faccio colazione, dopo pochi minuti, mi prende una nausea allucinante. Avrei
potuto benissimo fermarmi alcuni minuti al bar di Ciro in piazza Dante, del resto era proprio
di fronte a me, ma la statua del sommo poeta (Nino, il sommo poeta è Dante Alighieri), come
del resto tutto il circondario della piazza, era imbrattata dalla cacca e dalla pipì dei piccioni
che avevano passato la notte nel luogo; e quell’odore di escrementi notturni che mi flagellava
lo stomaco (come ogni mattina) fino alla chiesa di San Michele a Port’Alba, mi fece partire
qualche accenno di vomito. Così, dalla disperazione per la nausea e dalla preoccupazione
martellante che ero tragicamente in ritardo, non pensai più alla colazione che Ciro mi
avrebbe servito e mi lanciai in una corsa sfrenata a bordo del mio motorino. Scesi
rapidamente per via Toledo e il vento mi frizionò il viso (dal momento che non indossavo il
casco), permettendomi un risveglio immediato: paragonandolo quasi all’effetto piacevole che
si ottiene dopo un buon caffè mattutino.
Percorsi un buon tratto di via Toledo a velocità sostenuta, senza tener conto di qualche
senso vietato e della volante che era ferma all’angolo con via Armando Diaz dove inizia il
percorso pedonale. Vidi uno dei due agenti fermi in macchina che mi lanciò una specie di
sguardo indagatore e, senza pensarci due volte, imboccai via Concezione a Monte Calvario:
mi trovavo nel cuore dei Quartieri Spagnoli e qui sapevo che dovevo filare dritto. Non
importava se percorrevo qualche senso vietato o tagliavo qualche vicolo in senso contrario;
nessuno ci avrebbe fatto caso, dal momento che era abitudine vigente a tutti gli effetti, ma
dovevo avere un comportamento rigorosamente controllato. Prima di tutto, l’assenza del
casco nei Quartieri (come tu ben sai) è ormai d’obbligo. Tutti devono vederti nel viso,
altrimenti qualcuno può scambiarti per un presunto killer e lasciarti sul selciato senza vita.
Poi, non dovevo correre troppo ma lasciarmi un po’guidare dai vicoli e dalle direzioni delle
stradine che portano fino alla chiesa della Trinità degli Spagnoli. Infatti, presto giunsi in
piazzetta Concordia (al lato della suddetta chiesa), dove mio cugino Saverio possiede un
banco di frutta e verdura, e gli lasciai il motorino dicendogli che presto sarei venuto a
riprenderlo.Volevo proseguire a piedi perché ero ormai giunto in prossimità di via Chiaia:
dove forse la carrozzella di Alfredo Capone, con gli sposini e il fotografo, era prossima a
passare; sempre sperando che il grilletto non fosse stato ancora azionato. Ero un po’
imbambolato: non sapevo in effetti se stessi facendo la cosa giusta.
In realtà eravamo in pochi a sapere di quell’agguato che stava per accadere (o ahimé
era già stato consumato) e mi sentivo molto colpevole per non aver fatto niente la notte

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 41


precedente. Per non aver agito dopo che Ciccio Gentile aveva chiuso la porta dell’ambulanza
piena di pizze, lasciando Enzo Busiello e me a litigare su quel piano omicida che sarebbe stato
attuato il giorno dopo. Mi rivedevo sbraitare con Enzo in piazzetta Olivella, nello stesso modo
in cui due tizi sbraitavano, in quel preciso momento, all’angolo di piazzetta Concordia con via
Conte di Mola. Erano due tipi corpulenti dalle barbe poco rasate che parlavano
animatamente e a voce sostenuta, di un tavolo vecchio ed elegante, di forma rettangolare, con
qualche tarlo sparso qua e là e dal colore marrone scuro. Il pezzo di antiquariato (ho i miei
dubbi che lo fosse) era posto al contrario, sul tetto di una Fiat Punto molto sgangherata. Uno
dei due (quello che ritengo fosse il padrone del tavolo) cercava di convincere l’altro che il
pezzo era molto elegante, che veniva da lontano e che non l’avrebbe mai venduto ad un
prezzo inferiore a quello pattuito telefonicamente.
Ma come era possibile che io mi lasciassi distrarre così facilmente da due tizi e dalle
loro discussioni inerenti alla vendita e all’acquisto di un tavolo capovolto sul tetto di una
Punto, mentre il mio amico, Enzo Busiello, stava per diventare mandante di una clamorosa
mattanza nuziale? Scossi mentalmente il pensiero, ritornando a ciò che forse stava
tragicamente consumandosi lungo via Chiaia e senza perdere ulteriormente del tempo
cominciai a correre, percorrendo una parte di via Conte di Mola, scendendo velocemente
per via Cedronio e poi giù in fondo fino a via Nicotera. Da quel punto dei Quartieri Spagnoli
cominciai a vedere via Chiaia e il brulichio di persone che l’attraversavano. Vedevo, da via
Nicotera, che le persone passeggiavano ignare, in quella zona pedonale piena di negozi e
vetrine alla moda, di quello che sarebbe accaduto di lì a poco o di quello che si era appena
consumato: se il killer in questione avesse già usato un’arma posta nel secchio dietro la
carrozzella di Alfredo Capone.
Gli ultimi metri che percorsi correndo prima di entrare in via Chiaia furono liberatori.
Io, in realtà, stavo facendo di tutto per raggiungere al più presto la zona nevralgica e, per
alcuni istanti, riuscii a convincermi che non ero per niente colpevole e nemmeno complice se
non avessi raggiunto in tempo il nostro amico Enzo, per persuaderlo a non agire mandando
quella tremenda vendetta. Lui era il responsabile, lui era il folle e io che potevo farci! Ma in
realtà, quando raggiunsi via Chiaia e vidi la carrozzella di Alfredo Capone percorrere
tranquillamente la strada a passo turistico, con dentro la sposa ancora viva, lo sposo ancora
vivo e il fotografo occupato a scattargli qualche foto (presumo un po’ mosse per il lieve
ondulare della carrozzella), ne fui molto sollevato e il mio respiro ritornò ad essere
velocemente a folle.
Focalizzai subito l’attenzione sul secchio di metallo verniciato di azzurro penzolante ad
un gancio posto dietro la carrozza in cui, molto probabilmente, era nascosta l’arma. Ma notai,
invece, che l’intera carrozza era un po’ tutta verniciata d’azzurro: i raggi delle ruote, il sedile
su cui troneggiava Alfredo Capone, l’asta della frusta incastrata in un fodero di metallo al lato
del cocchiere, la sella del cavallo e perfino un leggero pennacchio posto sul dorso
dell’animale. Quel colore azzurro cielo era certamente dovuto al periodo di Maradona,
quando il padre di Alfredo Capone (amico di Don Achille Buondonno) faceva anche lui
servizio in piazza Municipio e aveva dipinto d’azzurro, come tanti altri cocchieri di Napoli, il
proprio mezzo di sostentamento e animale compreso, per festeggiare le celeberrime imprese
che Maradona e compagni avevano saputo regalare alla nostra città.
Ad ogni modo, l’idea che da un momento all’altro qualcuno si fosse potuto avvicinare,
all’insaputa di tutti, al secchio azzurro ed estrarre l’arma per fare fuoco sulla coppia di sposi,
tra la folla ignara di via Chiaia, mi fece raggelare il sangue. Aumentai il passo, camminando sul
marciapiede senza perdere d’occhio la carrozza che proseguiva rapidamente verso via Santa
Caterina, e cercai di trovare una freddezza interiore per essere quanto più lucido possibile e
capire alla meglio cosa bisognava fare realmente per evitare la mattanza nuziale. Allora mi
accorsi che, in realtà, Alfredo Capone portava sul viso un’espressione tranquilla e spensierata,

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 42


molto consona all’umore solare e felice che abitava nei volti dei due sposini; e tutto ciò mi
fece ancora più paura. Il fotografo, invece, era in un mondo tutto suo: risultava occupato nello
studio delle ombre e a come cadeva il velo sul volto di Rosa Catapano; era attento
all’intensità luminosa che circondava la coppia, armeggiando continuamente con un aggeggio
particolare e scattando qualche foto ogni tanto, quando s’accorgeva che i visi dei due
risultavano privi di ombre fastidiose.
Nel frattempo, i passanti si facevano piacevolmente distrarre da quel simpatico
siparietto nuziale: ora indicandolo e ora ammirandolo, senza pensare neanche lontanamente
che quell’amore avrebbe potuto essere, di lì a poco, distrutto per sempre. Cercai
freneticamente di scorgere qualche viso tra la folla che avesse le sembianze di un killer; una
faccia più marcata del solito che mi incuriosisse maggiormente. E in quella ricerca spasmodica
mi accorsi di Enzo che era dall’altro lato del marciapiede e camminava rapidamente,
guardando la carrozzella come un avvoltoio. !
La seguiva senza curarsi minimamente del secchio azzurrino e questo mi fece un po’
tranquillizzare, perché cominciai a pensare che forse l’agguato (e quindi la relativa entrata in
campo del killer di Pozzuoli) sarebbe avvenuto in qualche zona più avanti, non troppo
affollata. Potevo perciò sperare ancora in un eventuale ripensamento, ad un improvviso
cambio di rotta, ad un inaspettato rimorso di coscienza che avesse persuaso il nostro amico
Enzo Busiello a cambiare rapidamente idea e a lasciare che quel percorso nuziale non fosse
stato interrotto per sempre.
Quando la carrozzella giunse in piazza dei Martiri aumentò l’andatura, obbligandoci a
seguirla con un passo ancora più sostenuto e fu lì che Enzo s’accorse della mia presenza,
lanciandomi uno sguardo fortemente polemico e continuando a camminare velocemente per
non perdere di vista il piccolo corteo nuziale che stava ormai imboccando via Calabrito. Nei
suoi sguardi polemici ci furono frasi taglienti, mi fissava in un modo che sembrava parlasse:
“Non ti avevo detto di starne fuori da questa storia? Non mi devi frequentare, lo vuoi
capire?” Ma in realtà era muto, scorbutico ed enigmatico come sempre. Non diedi tanto peso
alla tensione che portava negli occhi, feci finta di niente e proseguii verso via Calabrito dove
la carrozzella si era diretta; obbligandolo a fare altrettanto. Così, ci trovammo di fronte l’un
l’altro percorrendo i corrispettivi marciapiedi della suddetta via e dalle nostre postazioni già
potevamo intravedere via Caracciolo con il mare, e l’ingresso della Villa Comunale in piazza
Vittoria.
Cominciai a pensare che forse l’agguato si sarebbe consumato di lì a poco, anche
perché non vi era molta confusione. Poteva sbucare da un momento all’altro il tale di
Pozzuoli, prendere l’arma dal secchio azzurrino e sparare all’impazzata sullo sposo e la sposa.
Mi sentii tremendamente impotente (Nino: impotente sta per non sapere cosa fare, non ti
mettere a pensare chi sa che cosa), incapace di prendere immediate decisioni. In realtà, cosa
avrei potuto fare? Urlare? Dare l’allarme? C’era poca gente in quel tratto di Napoli; la
carrozza non era circondata più dalla folla a passeggio. E chi avrebbe potuto ascoltarmi?
“Attenzione! Tra un po’ un tizio di Pozzuoli prenderà l’arma dal secchio azzurrino che sta
dietro alla carrozza e sparerà lo sposo, la sposa e forse il fotografo.” Chi mi avrebbe creduto?
In più, c’era il rischio che il killer, ormai smascherato, avrebbe messo a segno il suo compito e
quindi il mio intervento, per quanto temerario ed eroico, sarebbe stato solo dannoso e
inutile.
Mentre pensavo rapidamente a tutto ciò, sempre con una certa ansia per il pericolo
dell’agguato, m’accorsi che la carrozza ebbe un arresto inatteso: Alfredo Capone tirò le redini
del cavallo e lentamente si voltò a parlottare di qualcosa con gli sposi e il fotografo. Dal
momento che via Calabrito è zona pedonale (si fa per dire) e la carrozza ferma nel mezzo
della strada non intralcia il traffico, restarono per lunghi istanti a parlottare tra loro. Per noi
due quell’arresto fu un immediato allarme; notai sul volto di Enzo la paura di essere il

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 43


mandante di quell’azione criminosa che stava per consumarsi in quella strada, ed ebbi un po’
pietà per lui. Avrei voluto non solo evitare quella strage ma anche consolarlo; perché sapevo
perfettamente che quella sciocchezza era stata organizzata solo per il troppo amore che egli
aveva verso Rosa Catapano, e che non avrebbe mai e poi mai accettato quella separazione.
Poi, per alcuni istanti gli sposi e il cocchiere si voltarono dietro per guardare un palazzo
antico poco distante e quindi fummo entrambi costretti a voltarci verso alcune vetrine, per
non farci riconoscere. Enzo Busiello finì a leggere un annuncio di vendita appeso all’ingresso
di un palazzo: recitava la parte di colui che era interessato all’appartamento in vendita al 3°
piano, lui che non aveva nemmeno gli occhi per piangere, ed io, invece, fui costretto ad
interessarmi alle cravatte esposte in vetrina in un negozio lì vicino.
Il prodotto era esposto alla parete vellutata della vetrina, tenuto in piedi da enormi
spilloni che si conficcavano nel velluto e permettevano così di far scendere elegantemente le
cravatte con il nodo perfettamente confezionato. Sembravano tanti cappi multicolori, posti lì
in bella mostra, per far si che il condannato a morte avrebbe potuto scegliere di che colore e
di che stoffa morire, prima dell’esecuzione. Tu sai perfettamente quanto io odio le cravatte,
ma in quel momento dovevo guardarle per non farmi riconoscere da nessuno di quelli seduti
nella carrozza (tranne Alfredo Capone, s’intende), perché così nessuno di quelli, ammesso che
qualcuno fosse scampato alla mattanza, avrebbe potuto asserire che io ero sul luogo del
delitto al momento degli spari e lo stesso valeva per Enzo.
Nel frattempo, mi accorsi con la coda dell’occhio che la carrozza era ancora ferma nel
mezzo di via Calabrito; ascoltai la risata cristallina di Rosa Catapano e mi voltai un po’ più di
tre quarti per nascondermi ancora, finendo per ascoltare involontariamente ciò che il
commesso del negozio, vestito in maniera impeccabile, raccontava, sull’uscio vicino la vetrina,
ad un passante di sua conoscenza. In pratica, il giovane commesso parlava di Amsterdam: della
volta che era stato con due suoi amici nella capitale olandese e che si era divertito da
morire, di tutte le canne che si erano fatte nei coffeeshops della città e della volta che era
andato da solo a passeggiare nel quartiere a luci rosse, e che poi aveva deciso di consumare
una mezz’ora con una tal Charo: una spagnola dolcissima che lo aveva invitato a passare
anche il giorno seguente, ma lui purtroppo aveva dovuto ripartire con gli amici. E si
proponeva di rifarlo quel viaggio, appena sarebbe stato possibile conciliare un altro simpatico
fine settimana con gli amici, perché ne valeva proprio la pena di tornare ad Amsteram. Ecco
quello che ci era mancato a noi tre: un viaggio in qualche città straniera. Noi tre insieme a
provarci, a divertirci, per sentire il sapore della nostra amicizia anche fuori da Napoli. Tu, io ed
Enzo in qualche parte dell’Europa a girare per le strade come facevamo nella nostra città,
invece di stare dietro ad una carrozzella nuziale che ci avrebbe solo potuto danneggiare la
vita. Era proprio quello che pensavo, mentre mi accorsi che il cavallo trottava rapidamente
verso piazza Vittoria, mi voltai e vidi Enzo che correva sul marciapiede opposto al mio in
direzione della carrozzella; anche se faceva molta attenzione a non avvicinarsi troppo. Feci
altrettanto (senza dare nell’occhio) e presto giungemmo in piazza Vittoria.
La carrozza tagliò rapidamente l’intera piazza e andò a fermarsi nel piccolo spiazzale a
forma di mezza luna in cui vi era parcheggiato qualche taxi e dove vi è il cancello d’ingresso
alla Villa Comunale. Sia io che Enzo ci eravamo fermati all’altezza della chiesa di Santa Maria
della Vittoria quasi all’angolo con via Gaetani, per controllare, ad una certa distanza, l’ipotetica
azione punitiva che doveva svolgersi di lì a poco dinanzi l’ingresso in Villa. E anche se eravamo
distanti pochi metri, non riuscivamo a parlarci. Io non riuscivo a dirgli che stava facendo una
sciocchezza, che bisognava fermare la giostra e quanta pena mi facesse; e dal canto suo lui
non riusciva a dirmi: “Ma perché non ti fai i cazzi tuoi e te ne vai? Non ti avevo detto di
starne fuori da questa storia? Che aspetti ad andartene? Vattene! Andiamo! Stai ancora qua?”
Riuscivamo solo a guardarci con enormi getti di polemica, criticandoci a vicenda con i nostri
sguardi olivastri. Poi mi accorsi che Enzo guardò, con un’espressione di chiara complicità, un

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 44


tizio che stava pedalando in bicicletta verso la carrozzella ormai ferma dinanzi la Villa e la
tensione che riuscii a leggere sulle gote del nostro fraterno amico mi fece intendere, senza
ombra di dubbio, che quel tizio era il killer di Pozzuoli.
L’uomo lasciò la bicicletta poco distante, appoggiata alla ringhiera che delinea e separa
lo spazio della Villa Comunale dalla piazza della Vittoria e s’avvicinò con molta indifferenza alla
carrozzella. Notammo che il cocchiere, Alfredo Capone, fece un’impercettibile cenno d’intesa
verso questo uomo e invitò, con una simpatia più improvvisata che palese, tutta la ciurma a
scendere dalla carrozzella: per le relative foto di rito nella Villa. A quel punto, capii che la
mattanza stava per svolgersi ed io, in un certo qual senso, ne ero anche abbastanza complice.
Avrei dovuto parlare, gridare aiuto, far desistere il killer che sicuramente non avrebbe più
agito e si sarebbe messo a scappare per paura di essere preso e scoperto. Ma allora perché
non gridavo? Perché non lo facevo? Nell’arco di pochissimi istanti riflettei attentamente quale
sarebbe stata la cosa più conveniente per il mio tornaconto. Parlare significava fare i conti poi
con Ciccio Gentile, e non credo che quell’energumeno (Nino, questa parola sta per stronzo)
mi avrebbe facilmente risparmiato.
Molto probabilmente, mentre stavo riflettendo il da farsi, ebbi un leggero spostamento
del corpo che fu inteso da Enzo come un accenno di grido, di movimento; insomma per dare
l’allarme. Rapidamente mi bloccò il corpo (fingendo di giocare per non dare nell’occhio) e mi
pose la sua mano sinistra sulla bocca per non farmi parlare. Cercai di svincolarmi, ma il
bloccaggio era stato perfetto ed ebbi solo il tempo di alzare gli occhi verso la carrozzella e
vedere che l’agguato si stava consumando in maniera rapidissima. Il tizio di Pozzuoli,
all’insaputa di tutti tranne che di Alfredo Capone, era sgattaiolato dietro la carrozzella, aveva
staccato velocemente il secchio azzurrino, ad arte si era accertato che la sposa sorretta dal
fotografo stava giusto appunto per scendere dal gradino della carrozzella e aveva lanciato sul
selciato uno strano materiale, in forma di pallettone irregolari, dal secchio azzurrino. La sposa
ignara dell’azione compiuta e non certo aiutata dal fotografo (che non se ne era nemmeno
accorto), posando la candida scarpina su una di queste pallettone irregolari di colore
marrone, era rovinata per terra tirandosi dietro lo sposo. Gli sposini scivolando così
malamente sul selciato della piazza, si erano entrambi imbrattati i loro vestiti di quel
particolare materiale marrone. Rosa Catapano, in quel suo vestito nuziale, appariva una
vergine bianca un po’ tutta chiazzata di merda. E Alfredo Capone ebbe perfino la delicatezza
di scendere dalla carrozzella e di recitare la parte di colui che si sentiva desolato per ciò che
era successo, mentre il killer di Pozzuoli si era tranquillamente allontanato con il secchio
svuotato, senza nemmeno farsi notare. Io ed Enzo restammo in silenzio a guardare la scena. Il
mio cuore aveva smesso di battere rapidamente. Nel torace avevo avuto come una specie di
brusca frenata che mi aveva alimentato un leggero sorriso nel volto. Mi sentivo leggermente
divertito per tutto quello che, grazie a Dio, non era successo. La merda del cavallo era stata la
vera arma del killer di Pozzuoli e quindi, il nostro amico Enzo Busiello non era stato
mandante di nessun omicidio. Così, ci allontanammo con l’aria divertita e decidemmo di non
stare insieme quel giorno.
Quando tornai a casa pensai attentamente a quello che era successo e decisi di
consultare la smorfia, determinato a trovare qualche numero e a giocarlo sulla ruota di Napoli
o su tutte le ruote. Chiaramente mi feci aiutare dalla mia espertissima nonna Giuseppina e
raggiunsi la quaterna esatta per la scena che avevo assistito.
I numeri erano: la merda 71, cocchiere 82, sposo e sposa 63 e strada 44. Passammo
molto tempo a decidere se inserire o meno il fotografo 89, e molti altri numeri come
sposalizio che ora non ricordo, Napoli 60, cocchiere che guida 39, sposarsi 38, vestito 25 e
villa 10, ma da come erano andate le cose, mia nonna (dall’alto della sua esperienza) ritenne
che 71, 82, 63 e 44 erano i numeri vincenti e non volle nemmeno inserire il secchio e l’uomo

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 45


di Pozzuoli (che nemmeno di questi ricordo più i numeri relativi), perché per lei la quaterna
era stata fatta e ora bisognava solo puntare.
Giocammo io e mia moglie Maria: puntando una cifra piuttosto consistente su Napoli e
tutte le ruote. Diciamo che rischiammo il tutto per tutto, facendoci forte del proverbio che
dice: aiutati che Dio ti aiuta e quando i numeri uscirono, tutti uno dopo l’altro, regalammo un
abbonamento annuale a mia nonna Giuseppina, per la stagione lirica del San Carlo, in un
palchetto di 1° ordine e inoltre, corremmo subito a Pinarella di Cervia per aprire la nostra
attuale pizzeria-ristorante di cui siamo unici proprietari. Enzo venne con noi a lavorare ed ora
si trova benissimo qui. Di Rosa Catapano non ne parla più e forse non se ne ricorda
nemmeno la faccia, perché è troppo occupato a fare tante altre cose. Poi, caro Nino devi
sapere che ci sono delle belle ragazze a Pinarella: per esempio mia moglie ha una sorella più
piccola che per te andrebbe benissimo (credimi! E’ proprio un amore) e sono sicuro che
incontrandovi potrebbe nascere sicuramente un campo magnetico.
Caro Nino, in questo posto abbiamo trovato la nostra giusta dimensione e ti stiamo
aspettando a braccia aperte. Ti prego di pensare attentamente all’offerta che ti sto facendo.
So che a Melbourne stai passando dei momenti durissimi, qui ti sentiresti a casa tua. Da
Pinarella, Napoli non è lontana. Puoi andarci quando vuoi e la cosa bella è che non sei
obbligato a viverci. Ogni fine settimana puoi andare a trovare i tuoi o allo stadio per vedere il
nuovo Napoli (lo sai che De Laurentis sta facendo un grande Napoli per tornare in serie A?)
e in serata puoi tornare sulla riviera romagnola. Pensaci Nino, pensaci attentamente e
soprattutto non ti dimenticare mai quanto ti vogliamo bene. Tu sai benissimo come la penso:
aiutati che Dio t’aiuta, perché tanto lo stato, a noi meridionali, non ci darà mai una mano. Un
abbraccio forte.

Pasquale Micillo.

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 46


VI

DEDICATO A WIM WENDERS

Il forte odore di formaggio Roquefort che proviene dal mercatino di generi alimentari e
oggetti artigianali, in place Saint Jean, anche oggi sta invadendo le stradine al cospetto del
palazzo di giustizia. Tutti gli impiegati del dicastero, i passanti e i credenti che vanno per
qualche istante a pregare nella cattedrale di Saint Jean sono come storditi da questo profumo
persistente che attanaglia rue de la Bombarde. L’odore comincia un po’ ad affievolirsi in
prossimità della place du Petit Collège; un punto di Lione dove sembra che il giorno fa fatica a
svelarsi. In pratica, questa zona pedonale del centro storico che si espande intorno alla
cattedrale di Saint Jean è sempre molto restia a mettersi in marcia.
I passanti provenienti dalle rispettive stradine che convergono in place du Petit Collège
sono quasi tutti diretti al fornito negozio di frutta e verdura situato nella medesima piazza,
vicinissimo al Musée Historique de Lyon: dove sono in corso lavori di ristrutturazione della
facciata del palazzo, con impalcature e operai intenti al loro incarico prestabilito. E anche
stamattina il negozio di frutta e verdura, con bellissimi banchi esterni su cui è esposta la
merce variopinta e ben posizionata, è discretamente affollato. Le donne che comprano sono
quasi tutte silenziose, forse perché ancora un po’ assonnate. A parlare invece, sono i
proprietari della frutteria: una coppia che gestisce il negozio da diverso tempo, e parlano con
molta energia e con un naturale buon umore, per predisporre i clienti a fidarsi nell’acquisto.
Sono piuttosto giovani, anche se difficilmente si riescono ad intravedere i loro lineamenti e le
loro relative corporature. Sono un po’ tutti e due imbacuccati per colpa del freddo: con
giubbotti pesanti e pantaloni di velluto piuttosto larghi. Hanno cappelli di lana che
nascondono la fronte e parte del viso: di colore diverso ma dello stesso modello andino, in
modo da coprire adeguatamente anche le orecchie e parte delle guance. Sciarponi di lana
lavorata all’uncinetto proteggono i loro colli e hanno le mani prudentemente ricoperte da
guanti a mezzo dito; per avere una maggiore sensibilità nel prendere la frutta dalle ceste.
Inoltre, hanno scarponi pesanti della stessa linea antinfortunistica simili a quelli usati per
andare a sciare e due grossi grembiuli di materiale impermeabile (posti sopra i giubbotti), ben
annodati al collo e alle reni: con fili di spago scuro e molto doppio.
Della donna si immagina ben poco: non si riesce a scrutare bene, attraverso il gonfiore
dei propri indumenti, dove siano nascoste le tette, le cosce e il culo. Si può immaginare
qualche forma ancora turgida, a giudicare dai pochi lineamenti giovani che si riescono ad
intravedere nel viso quasi del tutto nascosto dal copricapo andino. Dell’uomo invece, non si
può scrutare un bel niente. Forse è piuttosto corpulento, ma chi può dirlo? Il gonfiore dovuto
alla voluminosità del giubbotto, più quella enorme palandrana di materiale impermeabile che
porta appesa al collo, riesce a nascondere ben bene la reale possanza del suo corpo.
S’intravede soltanto qualche ombra sul viso, perché a differenza della moglie (ma la donna è
sua moglie?) si muove in un raggio d’azione abbastanza poco illuminato. Agisce in una parte
della place du Petit Collège dinanzi alle ceste di frutta e verdura, dove non cade troppo la luce
del giorno.
Ma forse la gente che compra i loro prodotti sa un po’ tutto di loro e stanno
certamente più attenti a quello che comprano, piuttosto che occuparsi della loro reale
corpulenza nascosta dal gonfiore degli indumenti che portano. La clientela è come incantata
dai colori che regala la frutta di stagione e dalla freschezza delle verdure ancora un po’
leggermente brinate dal freddo mattutino; e non fa caso né alle reali forme che i proprietari
della frutteria imbacuccati per colpa del freddo nascondono e nemmeno agli operai che
stanno lavorando sulle impalcature predisposte per riparare la facciata del vicino Musée

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 47


Historique de Lyon. Non notano per niente i diversi muratori che portano i rispettivi caschi di
protezione e sono appollaiati tra le impalcature, intenti a grattare e a riparare parte della
facciata del palazzo. E non s’accorgono nemmeno che tra questi operai vi è un tizio, un certo
Gérard, forse già leggermente avvinazzato; che barcolla un po’ sull’impalcatura dove
ipoteticamente dovrebbe lavorare, creando un certo patema d’animo agli altri suoi colleghi
ormai forse abituati a queste sue performance mattutine.
Ma, in realtà, chi è veramente preoccupato della situazione alcolica che l’operaio sta
vivendo sull’impalcatura è Vercingetorige Washington; il quale guarda da giù, il suo assistito
Gérard, cercando di guidare quei lievi barcollamenti quasi impercettibili che il muratore vive
mentre lavora instancabilmente alla parete del Musée Historique de Lyon. Washington
controlla tutto dal basso con l’attenzione di sempre ed è pronto a saltare o a raggiungere
Gérard, se questi desse d’improvviso un accenno di clamoroso cedimento nel vuoto. Ai piedi
delle impalcature Vercingetorige è costretto a spostarsi continuamente; ora a destra e ora a
sinistra, cercando di seguire l’inquietante spostamento di Gérard e di prevenire una sua
ipotetica caduta.
Proteggere Gérard è il suo compito primario e in questo caso, se decide di controllare
da sotto, deve essere pronto a fare anche qualche balzo improvviso; una sorta di parata in
extremis come è già successo qualche mese prima. Ma, accorgendosi che il suo assistito forse
sta un po’ esagerando, decide di salire rapidamente sulle impalcature, andandosi a posizionare
nei pressi del cornicione proprio dove Gérard sta consumando il suo incarico.
Questa sua ultima decisione l’ha voluta prendere senza dare troppo nell’occhio. Non è
mai stato un tipo egocentrico, ha sempre protetto i suoi assistiti con enorme praticità e
costanza e quindi non si è messo a volare con qualche piroetta patetica, né ha provato
l’elegante salto a canguro che ormai è in voga nelle nuove generazioni, ma si è messo a
scalare silenziosamente la ripida parete del Musée Historique de Lyon sfruttando gli appoggi
delle impalcature. Come se fosse un umano. Destando negli altri suoi colleghi presenti in
piazzetta, occupati a proteggere le loro rispettive creature, una specie di indifferenza e
alterigia.
Mentre ha raggiunto il suo Gérard, l’hanno un po’ tutti guardato con la stessa
espressione. Negli occhi di quasi tutti i suoi colleghi si sono lette le stesse parole: guarda
Washington come raggiunge il suo assistito, ma è proprio imbranato! E l’unico a non
sottolineare la sua arrampicata è stato Tito Ponce de Marsillach: l’attempato protettore del
fruttivendolo tutto imbacuccato per colpa del freddo e relativa consorte (siamo sicuri che è
la moglie?), considerato un po’ da tutti il veterano del quartiere perché sono diversi anni che
protegge il proprietario del negozio di frutta e verdura, e conosce un po’ tutti gli altri
protettori della place du Petit Collège. Inoltre, con Vercingetorige, in queste settimane in cui
quest’ultimo è stato costretto a restare nei dintorni delle impalcature per assistere Gérard, si
è sempre comportato in maniera egregia. Hanno spesso scambiato qualche parola e sono
perfino diventati confidenti reciproci.
Tito Ponce vedendolo appollaiato sul cornicione vicino Gérard che ha continuato a
barcollare leggermente, l’ha salutato con la stessa postura di un capo indiano e si è
preoccupato di raggiungerlo fino al cornicione, per scambiare con lui quelle ormai tradizionali
quattro chiacchiere d’inizio giornata. E per salire fin lassù ha usato la stessa tecnica di
Washington, sfruttando gli appoggi delle impalcature; senza ostentare alcun balzo o qualche
virata ridicola. L’ha fatto anche per provocare tutti gli altri protettori presenti in piazzetta,
che istanti prima avevano sbeffeggiato la scalata di Washington e ironizzato sulle capacità non
più dinamiche di quest’ultimo. Ad ogni modo, durante l’arrampicata di Tito Ponce de
Marsillach, nessuno si è permesso d’ironizzare, se pur minimamente, su quella lenta e
prudente scalata; riuscendo a destare in Washington una sotterranea e divertita vendetta.

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 48


Ora sono seduti uno vicino all’altro, sul cornicione del Musée Historique de Lyon, mentre
l’ignaro Gérard continua a grattare la parete mal ridotta del palazzo e a danzare, in quei suoi
personalissimi barcollamenti, sulla piattaforma dell’impalcatura sospesa a circa 20 metri dal
suolo della place du Petit Collège.
Tito e Washington sono vestiti con indumenti di epoche differenti, ma sembrano molto
complementari fra loro. Il primo è una sorta di hidalgo con lontane origini francesi, morto
per cause inerenti ad un duello d’onore in piena epoca illuminista; mentre Washington ha
vissuto l’epopea della grande depressione americana ed è stato un uomo di colore: un nero
di New Orleans con temperamento poetico, dolce e di chiara estrazione popolare, morto
anch’egli per cause misteriose ma divenuto poi, nel trapasso, entità protettrice di colore.
Ottenendo una presenza leggermente sbiadita a causa del contrasto con la forte luce che
tutte queste entità posseggono intorno al perimetro della loro figura. Tito Ponce ha una
grande padronanza dialettica e parla diverse lingue; in più, possiede una spiccata propensione
verso la letteratura e il raccontare. E’ rispettato moltissimo dal suo collega Washington, che
lo ascolta sempre quando parte per quelle sue interminabili traiettorie narrative:
“Stamane, quando il mio protetto era ancora nelle grazie del letto e nel tepore che gli
regala la vicinanza alle carni soavi della sua donna….” Vercingetorige ride con un rumore
infantile stampato sul viso, come se l’allusione sessuale di Tito gli desse un leggerissimo stato
d’eccitazione.
“….Ho preferito lanciarmi in un volo solitario su tutta Lione. La Basilique de Notre-Dame
de Fourvière, di notte, diventa ancora più gotica, mio caro: sai cosa significa gotica?”
“No! Ma credo che sia qualcosa di molto speciale, non è vero?”
“Si, infatti. Fai conto che è gotico tutto quello che va verso il cielo con guglie appuntite,
frastagliate e ben allungate. O più o meno!”
Lo stesso Tito risulta divertito da questa sua particolare definizione di gotico.
“Ad ogni modo, ho potuto godere dall’alto della voce dei due fiumi. Essi scorrevano
silenziosi in maniera totalmente diversa. La Saòne, quello più prossimo alla place du Petit
Collège dove noi siamo, circondati da tutte le stradine della vecchia Lione, era molto più
tranquillo nel suo correre a valle. Percorreva il centro storico e tutti i boulevards che lo
costeggiano, con una certa abitudine alla città. Sembrava un fiume molto metropolitano e
perfettamente consono a questa città modernissima. Invece la Rhòne era molto più furente,
non rispettava e non si adeguava per niente ai colori disegnati in questa terra. Scorreva
portandosi dietro la mia epoca, sembrava ascoltare Diderot; il fuoco della storia, la
razionalità, l’encyclopédie: l’opera che più di ogni altra avrebbe caratterizzato l’Illuminismo, mi
stai seguendo Vercingetorige?”
“Certo, certo. E’ che delle volte devo far caso anche al mio protetto. Con questo suo
vizio di bere anche al mattino, mi fa vivere sempre in ansia.”
Un improvviso tuono nel cielo scuote tutte le entità protettrici presenti nella piazzetta
du Petit Collège. Tutti guardano Vercingetorige con aria inquisitoria e Tito, con un cenno
repentino, li invita a proseguire nelle loro occupazioni.
“Washington, quando la pianterai di pronunciare quella parola? Vuoi mettertelo in testa
che a noi non è consentito? Sono tutte giornate di villeggiatura che perdi, Cribbio! Ogni
tuono è un giorno in meno di vacanza. Vuoi fare attenzione una buona volta?”
“Hai ragione Tito! Hai proprio ragione. E che tu non puoi immaginare quanto sta
diventando duro per me, proteggere Gérard. E’ molto stancante occuparsi di un operaio-
muratore sempre in bilico su delle impalcature e per giunta con il vizio di bere. Mi da ansia!”
“Ne so qualcosa, amico.”
“Questo incosciente può perdere l’equilibrio da un momento all’altro e cadere nel
vuoto. Mi tocca sempre controllarlo e cercare di non far trapelare nulla al capocantiere: del
fatto che va quasi ogni giorno sulle impalcature a lavorare con il vino alla testa.”

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 49


“So perfettamente che è stancante, ma non hai scelta. Se non hanno accettato la tua
domanda di trasferimento!”
“Ho chiesto di essere trasferito nella mia città per proteggere qualcuno che ha perso
tutto dopo il passaggio di Katrina.”
“E non è ancora detto che non accettino la tua domanda, mio caro!”
“Oppure di essere mandato a Bassora per proteggere un mio nipote che Bush ha
spedito in Iraq a combattere nelle file dei marines.”
“Eh! Nessun uomo ha ricevuto dalla natura il diritto di comandare gli altri. Chi esercita
il potere deve farlo nell’interesse generale e comune, come hai detto che si chiama? Bush,
non è vero? Non ricordo mai il nome!”
“Si.”
“Che uomo di gomma!”
“Non mi sembra di aver chiesto la luna! Del resto è da un sacco di tempo che proteggo
Gérard, e credo nella maniera migliore. Avrebbero potuto spedirmi per qualche mese in
questi luoghi in cui ho chiesto di lavorare, se non altro per un diritto di anzianità. Poi, avrei
sicuramente fatto ritorno a Lione da Gérard, se non altro per staccare un po’.”
“Forse staranno valutando la tua domanda e ci vuole tempo. Sai come vanno queste
cose burocratiche, no?”
“Che lo facciano in fretta, sono stufo d’aspettare.”
“In realtà, mio caro amico, la società dovrebbe essere radicalmente trasformata.”
Washington, pur non perdendo l’attenzione verso il suo protetto, cerca di trovare una
posizione comoda sul cornicione del Musée Historique de Lyon dove è seduto; perché sa che
Tito sta per intraprendere qualche piccolo monologo e a lui piace tanto ascoltarlo.
“Insomma! Le lezioni che l’umanità ha ricevuto dal mio secolo e anche dal tuo, mio
caro amico, non sono bastate. Il potere non ha ancora imparato ad agire”
“Forse, ci vuole provare?”
“Non lo so! Non riesco a capirlo questo potere che sta regnando il mondo. Si, perché
manca l’educazione al rispetto.”
“Ancora adesso, dopo diversi secoli, un nero vale una scimmia. Non è vero?”
“Giusto. Vedi Washigton, questo è avvenuto solo perché il potere dei nostri secoli ci
insegnò che i neri non erano uomini, ma animali. Del resto, dovevano pure giustificare
all’opinione pubblica la tratta degli schiavi. Adesso non è così. Il potere si muove in modi
diversi. Usa delle tattiche differenti e sfrutta al massimo il concetto di paura.”
“La paura?”
“Ma si! E’così! Devi pur ammettere che dopo l’11 settembre è cambiato un po’ tutto.”
Washington è leggermente distratto dai maldestri spostamenti che Gérard fa sulla
balaustra.
“E smettila di preoccuparti per Gérard. Non temere che non cascherà, è tutto sotto
controllo.”
“Beato te che hai un fruttivendolo così tranquillo da proteggere.”
“Ascoltami, non farmi perdere il filo.”
“Si, scusa.”
“Allora, cosa stavo dicendo?”
“Parlavi dell’11 settembre.”
“Ecco, appunto. Ora, mio caro, un qualsiasi mortale con un po’ di barba e con la pelle
leggermente scura, non basta averla scurissima come la tua, sai? Viene osservato con enorme
diffidenza. Tutti i mortali hanno paura, così il potere può dare ciò che in realtà essi chiedono.
Cioè?”
Washington cerca di trovare la parola giusta, ma finisce per essere anticipato dalla
veemente oratoria del suo collega:

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 50


“Il potere non fa altro che offrire la sicurezza, per Diana! E in nome di questa sicurezza,
si finisce per fare qualsiasi cosa. Bisogna insegnare il rispetto, anziché il sospetto. Cribbio!
Solo così il mondo andrà nella direzione giusta. Non sei d’accordo, mon amì?”
“Ma è quello che ho sempre pensato, io non capisco…”
“Ecco, devi sapere però, forse tu già sai queste cose, che il mondo è pieno di cattivi
maestri.”
“Ti riferisci a Bush, Saddam, Bin Laden e gli altri….?”
“No! Quelli sono cattivi maestri, ovvi. Sono i mostri di questa epoca; io mi riferisco ai
religiosi. Si! A quelli che sconsigliano vivamente il matrimonio fra mortali di religioni diverse.
Per esempio: tra un cattolico e un mussulmano. Ma che razza di ragionamento è ?”
“Appunto!”
“Io non sono mai stato tanto informato sulle questioni bibliche, ma ho sentore che
esista, correggimi se sbaglio, un comandamento che afferma di amare il prossimo come noi
stessi. Ebbene, mi piacerebbe tanto sapere come, secondo questi religiosi, Gesù valutava il
prossimo. Essi non si rendono conto di quanto possono essere pericolose queste
affermazioni. Sono parole che portano alla divisione, non all’unione. Mon amì: la superstizione
e il fanatismo religioso, qualunque esso sia, suonano più ingiuriosi alle orecchie di Dio dello
stesso ateismo. Alla religione rivelata va per tanto sostituita quella “naturale” non dogmatica,
che solo può evitare di fomentare l’irrazionalismo e di trasformarsi in uno strumento di
potere e di apprensione. In realtà, bisogna essere….E smettila di preoccuparti per Gérard!
Per le brache di Napoleone!”
“Oh! Perdonami! E’ più forte di me. Lo vedo così barcollante…”
“Gli umani devono barcollare, altrimenti come fanno a demolire le certezze e ad
affidarsi alla scrittura letteraria, alla ricerca di una maniera di…bip….nel dubbio senza
rassegnazione. Bip sta per quel verbo che non possiamo pronunciare.”
“Si, certo. L’avevo capito.”
“Ecco! Prova a farlo anche tu quando devi pronunciarlo, se tieni alla tua villeggiatura.”
“Proverò.”
“E non credere che dove hai fatto domanda di trasferimento sarai più a tuo agio.
Soffrirai molto, mio caro, sarà molto più impegnativo che proteggere un muratore
barcollante. Dalle tue parti, durante la foga di Katrina, c’è stata molta incompetenza che ha
frantumato gli animi di tutta New Orleans. Un abuso mastodontico di potere, un fallito
coordinamento delle comunicazioni, della burocrazia e soprattutto: tanta malafede. Chi è
povero, è abituato a perdere; e chi ha la pelle nera come te, è abituato a farci i conti. Non c’è
dubbio! Ma va detto, per le cannonate di Nelson! Che la malafede cresce enormemente
sotto pressione e coloro che l’hanno dentro di se sono pronti a nasconderla. Tu chiedi: come
hanno potuto abbandonare quegli sventurati a loro stessi?”
“Veramente io….”
“Silenzio! Non m’interrompere altrimenti perdo il filo. Allora te lo spiego io: in
situazioni tranquille e normali, chi è meno fortunato non risulta tra le loro priorità; quindi
perché dovrebbero occuparsene in uno stato di emergenza quando bisogna prendere delle
rapide decisioni?”
“Ma chi aiuterà la mia gente, allora?”
“Non temere mio caro, per tutta la Louisiana e per l’intera New Orleans stanno
operando migliaia di nostri colleghi. E tra le nostre fila, sai che non esiste razzismo verso il
colore della pelle. Un protettore cinese è in grado perfettamente di proteggere un nero di
New Orleans che ha perso la casa e tutto ciò che aveva. E lo stesso vale per Bassora, per
quel tuo nipote che è stato mandato da Bush a combattere laggiù. Avrà sicuramente un valido
protettore che segue ogni suo spostamento.”

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 51


“Io ho il dovere di aiutare la mia gente e non solo di occuparmi dei barcollamenti di
Gèrard.”
“A Bassora è tutto sotto controllo. Sono certo di quello che dico. L’altro giorno ho
incontrato, dalle parti di place Bellecour, un nostro collega che era stato mandato in missione
speciale in Iraq. Doveva proteggere una coppia di fidanzati a passeggio per le strade di
Bassora. Mi ha detto che questi due giovani possono passeggiare insieme pochissime ore alla
settimana; forse appena due e per parlarsi d’amore si mandano messaggi al cellulare diverse
volte al giorno. Sembra che il loro sogno è passare un fine settimana a Parigi, per poter
passeggiare tranquillamente. E mi ha assicurato che molti dei nostri colleghi stanno operando
egregiamente. Cerca quindi, anche di essere un po’ ottimista. Questo tuo pronipote, vedrai
che tornerà a casa sano e salvo.”
“Oh! Quando parlo con te, mi sento sempre di buon umore per tutta la giornata e
riesco di più a sopportare le ansie che mi passa Gérard con i suoi barcollamenti sulle
balaustre. E’ pazzesco! Te ne sono molto grato. Mi sembra come se vivessi….”
Un tuono furente e roboante scuote tutto il cielo sereno di Lione, senza scalfire
minimamente la tranquillità dei passanti di place du Petit Collège. Ad accorgersene sono solo i
protettori presenti; alcuni parlottano tra loro, ridacchiando e guardando ironicamente
Vercingetorige Washington.
“Vuoi stare attento, per Diana! Quest’anno finirai per avere una villeggiatura di una sola
ora. Stai perdendo un sacco di giornate d’abbuono. Usa il bip quando vuoi inserire quel
verbo, che diamine! Ormai lo fanno tutti!”
“Hai ragione. E’ più forte di me, mi dimentico.”
Intanto, Gérard sembra incurante di quello che gli sta accadendo intorno. Continua a
lavorare, sospeso a circa 20 metri dal suolo della place du Petit Collège. L’impalcatura che lo
sorregge sembra alquanto sicura e i suoi colleghi non sono per niente preoccupati per quei
suoi barcollamenti. Presto faranno pausa ai piedi di essa, mangeranno un panino e Washington
potrà tranquillamente tirare un respiro di sollievo.
“Ad ogni modo, va trovata anche stamattina una chiusura: un epilogo alle nostre
querelles.”
“Cosa?”
“Ma si! Voglio dire, non possiamo lasciare in sospeso la nostra chiacchierata. Va trovato
senza dubbio un finale, una morale al discorso. Che chiuda egregiamente le nostre riflessioni
mattutine.”
“Beh! Io, non saprei come iniziare….”
“Se permetti, chiudo io l’argomento. Sono sicuro che parlerò anche a nome della tua
razionalità. Sei d’accordo?”
“Ah! Tu sai che mi sento al sicuro con te.”
“Bene. La morale del discorso è, apri bene le orecchie, mon amì: tutti gli uomini del
mondo vorrebbero...bip…felici con le proprie famiglie. Ma il potere, politico e religioso che
sia, punta a condizionare le menti con un unico obbiettivo: controllare le persone.”
Nel frattempo gli operai si apprestano a scendere dalle impalcature per consumare la
consueta pausa panino. Sembrano tante scimmiette con dei copricapo antinfortunistici di
colore giallino. Si posizionano a cerchio e un po’ defilati verso un lato della place du Petit
Collège dove hanno installato una sorta di quartier generale. Una specie d’improvvisato
accampamento militare per truppe che hanno momentaneamente rotto le fila; occupati a
rifocillarsi con bevande calde e pezzi di pane e formaggio, in attesa di riprendere la lunga
marcia che proseguiranno fino alle prime ore del pomeriggio. Gérard è uno degli ultimi a
scendere dall’impalcatura e lo fa con molta incertezza; a tal punto da costringere Washington
ad alzarsi e a sorreggerlo lievemente, per permettergli di scendere prudentemente: usando
tutti gli angoli delle impalcature in maniera corretta e utilizzando anche, durante la discesa, le

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 52


scalette laterali con parapetto. In modo così da raggiungere il suolo della place du Petit Collège
incolume da qualsiasi distrazione fatale e poter, come gli altri, consumare il meritato panino.
I protettori degli altri operai non si sono per niente scomodati durante la discesa dei
loro assistiti. Li hanno solo seguiti da lontano, per controllare che ognuno fosse al sicuro con
gli altri. Quando poi li hanno visti tutti in cerchio a consumare panini e bevande, anch’essi si
sono appartati qualche metro più in là per fare lo stesso comunella e sogghignare in maniera
sommessa, ma comunque irritante, verso il collega Washington; invece fin troppo occupato
dall’incerto barcollare di Gérard.
Però anche Tito è stato costretto a spostarsi per qualche istante dal cornicione, perché
leggermente preoccupato per l’alterco che il suo fruttivendolo sta vivendo con una cliente
piuttosto insolente e, appuratosi del fatto che è solo una discussione dovuta alla presunta
mancata bontà di alcune pere acquistate giorni addietro dalla donna e che non sfocerà in
nessuna lite improvvisa, ma solo in constatazioni reciproche dei due contendenti, ritorna
rapidamente sul cornicione dove Washington sta aspettando. Lo trova leggermente adirato e
s’accorge subito della causa che ha provocato questa ombrosità:
“Non te la devi prendere se gli altri ridono a vederti in ansia per i barcollamenti di
Gérard. Devi farci una certa abitudine e non dargli troppa importanza. Lasciali pure
ridacchiare tra loro. Cosa importa, per Diana! Anche loro hanno i propri grattacapi, che
credi?”
Quest’ultima frase l’ha detta alzando premeditatamente il tono della voce; come se
volesse far arrivare verso gli altri colleghi quel suo avvertimento: una specie di richiamo
ufficiale a quel modo di spettegolare così provinciale che i suoi colleghi, seduti da basso ai
piedi dell’impalcatura, hanno deciso di adottare in riferimento agli sforzi di Washington. Poi,
alzando di nuovo la voce come per ribadire il concetto se putacaso gli stessi non avessero
capito l’antifona:
“Che ognuno pensasse alle proprie assistenze. Chiaro?”
E chiaramente quel fastidioso spettegolare è come sparito. Dileguato nel nulla dalla
place du Petit Collège.
“Tito, non so come ringraziarti. Sono davvero insopportabili, delle volte.”
“Nulla.”
“Ah…! Mi faccio prendere sempre dalle ansie per Gérard. Tu non sai quanto mi è
faticoso assistere un muratore che lavora sulle impalcature e per giunta sempre un po’ brillo.
E’ terribile.”
“So di che parli, ma ti devi tranquillizzare. Per le brache di Napoleone! Devi
tranquillizzarti, ti dico! Anch’io tempo fa ho protetto un muratore ed è stata dura. Se vuoi, ti
racconto come è andata. Cribbio! Ora puoi ascoltarmi senza preoccuparti per Gérard,
perché è seduto con gli altri a consumare la pausa e ne avranno certamente per un po’.”
“Dai, allora! Sai quanto ho piacere ad ascoltare le tue storie. Attacca pure, sono tutto
orecchie.”
“Dunque, devi sapere…..che circa 18 anni fa, proteggevo un tranquillo taxista di rue
Gambetta prossimo alla pensione. A dire il vero quest’uomo non mi dava molti grattacapi, mi
annoiavo abbastanza a proteggerlo. Un giorno, accompagnammo con una regolare corsa un
cliente proveniente dalla stazione Part-Dieu e diretto in rue Laennec, a pochissimi isolati
dall’ingresso dell’ospedale Centre Leon Berard, nella zona Grange Blance. Fu proprio lì che
intravidi alcuni operai intenti a lavorare su delle impalcature a circa 15 metri dal suolo e mi
accorsi di Camel; anch’egli un po’ brillo che barcollava pericolosamente sulla piattaforma con
relativo parapetto ma pur sempre sospesa nel vuoto a circa 15 metri dal suolo. Stavano
lavorando alla riparazione dell’ala destra dell’ospedale e alla costruzione di un piano
superiore del relativo padiglione di oncologia. Vedendo questo giovane algerino così
inoffensivo e in costante pericolo, ebbi subito il desiderio di proteggerlo.”

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 53


“Avrei pensato la stessa cosa anch’io.”
“Infatti! Così, mi misi subito in contatto col suo protettore che ormai non era più tanto
giovane e gli offrii uno scambio.”
“Ma dai!”
“Si, feci proprio così. Io avrei protetto Camel l’algerino e l’altro collega si sarebbe
occupato del taxista prossimo alla pensione. Per l’ex protettore di Camel fu una offerta
allettante.”
“Ah! Ne sono convinto.”
“Già, perché a lui andava benissimo staccarsi da Camel. Non era più certo tanto capace
di fare salvataggi repentini senza poi pagarne le dovute conseguenze nelle articolazioni.”
“Eh! Ne so qualcosa, fratello.”
“E quindi, facemmo subito domanda di scambio ai nostri superiori. La richiesta fu
accolta dopo pochissime ore, con tanto di permesso rilasciato dall’ufficio Nuovi Incarichi e
quindi io passai a proteggere l’operaio Camel l’algerino e il collega si occupò del taxista
prossimo alla pensione.”
“Che tempismo ragazzi! E’che tu hai il dono della persuasione. A me, non mi avrebbero
mai ascoltato.”
“Non credere che fu facile per me; soprattutto i primi giorni. Per le brache di
Napoleone! Camel beveva come una spugna e facevo molta fatica a stargli appresso. Ad ogni
modo, riuscii a distrarlo da quelle diaboliche bevute mattutine e presto smise di barcollare,
almeno nelle prime ore di lavoro.”
“Come facesti, fratello?”
“Indagai molto nella sua vita e in quella profonda amarezza che aveva nel cuore e
scoprii tante cose utili per poterlo distrarre dal bere: facendogli trovare sulla sua strada
qualcosa d’importante che lo avrebbe aiutato radicalmente.”
Vercingetorige Washinton ha l’aria paciosa di chi ascolta con gusto. La pausa del suo
Gérard si protrae ancora per molto e quindi può ascoltare tutta la narrazione di Tito e
lasciarsi portare dalla maestria di quella affabulazione. Del resto, Marsillach non sembra per
niente preoccupato dalle azioni che fa il suo fruttivendolo, perciò può dare sfogo a tutta la
narrazione che ha in corpo senza avere nessun patema d’animo che lo assilli.
“Camel era un giovane di 25 anni: algerino di seconda generazione. La sua famiglia si era
trasferita da Algeri a St-Etienne, dove lui era nato con sua sorella. Avevano regolarmente
frequentato le scuole francesi, pare fino al liceo e con un buonissimo profitto, poi erano
mancati i soldi per continuare a studiare e quindi entrambi erano entrati nella
disoccupazione. Va detto che suo padre e sua madre avevano preferito far ritorno in patria,
ma Camel e sua sorella avevano scelto di restare in Francia. Si erano arrangiati con lavori
saltuari; il giovane facendo spesso il cameriere e il facchino, mentre la ragazza aveva fatto la
donna delle pulizie, la babysitter e anche la badante per gli anziani che dovevano passeggiare
nel parco.”
“Capisco!”
“La sorella di Camel era poi cascata tra le braccia di un padre di famiglia, durante il
periodo di lavoro come babysitter presso la famiglia del mandrillo, e facendosi abbindolare
dalle moine del fedifrago si era presto ritrovata ingravidata. Perché mi guardi così?”
“No. E’ che mi sono un po’ perso, fratello. Lei si è fatta ingravidare dal mandrillo padre
di famiglia o dal fedicrolo?”
“Fedifrago! Per Diana! Fedifrago! Non mi devi interrompere per queste sciocchezze.”
“Hai ragione, scusa. Non riuscivo a seguire, fratello.”
“Mi fai perdere il filo! Cribbio! Guarda che la storia è complicata, cerca di fare
attenzione.”
“Ma io stavo facendo attenzione….”

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 54


“Sono la stessa persona. Padre di famiglia, mandrillo e fedifrago sono la stessa persona.
Chiaro?”
“Ah! Ecco! No, perché io pensavo che l’altra parola era un amico del padre di
famiglia…”
“No! Niente affatto! Insomma, la sorella di Camel si trovò in attesa di un figlio e il
padre di famiglia non ne volle sapere assolutamente niente.”
“Che bandito!”
“Così Camel, sua sorella e suo nipote andarono a vivere nella stessa casa. Ora, c’è da
dire che una ditta di costruzioni specializzate nella riparazione, ristrutturazione e
ampliamento delle piantine ospedaliere di tutta la Francia, facendo sede appunto in St-
Etienne, aveva aperto le assunzioni per un certo numero di operai; in modo da effettuare i
lavori di ristrutturazione e ampliamento dell’ospedale Centre Léon Bérard, nella città di Lione.
Camel aveva fatto domanda di assunzione e presto si era ritrovato a riparare l’ala destra del
suddetto ospedale, in rue Laennec, arrampicato su delle impalcature a circa 15 metri dal suolo
e per giunta un po’ brillo.”
“Tu, ti eri trovato a passare perché proteggevi il taxista che stava effettuando la corsa
e….”
“Esattamente!”
“E lo avevi notato mentre barcollava sull’impalcatura, occupato nel suo lavoro.”
“Infatti! E subito mi era venuta voglia di proteggerlo.”
“Fino a qui ho capito tutto, fratello.”
“Bene! Allora posso proseguire tranquillo.”
“Sono tutto orecchie, Tito. La tua storia è molto accattivante, ti ascolto.”
“In brevissimo tempo potei constatare che il mio nuovo protetto aveva un contratto
con la ditta di costruzioni che faceva sede in St-Etienne, in cui erano specificate tutte le
modalità del vitto, dell’albergo e chiaramente della relativa mensilità. Mi segui?”
“Certo! Certo. Vai pure avanti.”
“Tutti gli operai occupati ad ampliare l’ala destra dell’ospedale Centre Léon Bérard, ivi
compreso Camel, potevano consumare due pasti al giorno nella brasserie di Monica e David:
en place d’Arsonval, praticamente a quattro passi dall’ingresso dell’ospedale e dai lavori in
corso. L’impresa edile aveva fornito tutti gli uomini sotto contratto di buoni pasto: dei
cartoncini di colore verde che ogni operaio doveva consegnare alla cassa a fine pasto, escluso
il sabato e la domenica dove bisognava pagare ciò che si consumava. Questo accordo era
stato fatto tra la ditta e la brasserie, perché sapevano che molti operai, durante il fine
settimana, lasciavano Lione per raggiungere le loro famiglie a St-Etienne. Un discreto
risparmio per le due parti, non trovi?”
“Eh! Chiamali fessi!”
“Camel, però, lo faceva raramente. Più che altro per risparmiarsi il viaggio a St-Etienne
e anche perché stava vivendo un aspetto diverso della sua esistenza. In realtà preferiva
restare da solo, e forse anche perché questa città gli piaceva. Per quanto riguarda l’alloggio, va
detto che la ditta di costruzioni aveva sistemato quasi tutti gli operai nella pensione des
Alouettes, situata nella medesima strada a circa 150 metri dal posto di lavoro, pagando
mensilmente tutte le quote di ogni operaio al titolare della pensione, un certo signor
Procredi, di chiare origini italiane. Per le brache di quell’imperdonabile folle di Napoleone
Bonaparte! Se questo era il panorama del vitto e dell’alloggio, puoi immaginarti benissimo che
tipo di mensilità pattuivano questi operai.”
“Ah! Senza dubbio, fratello!”
“Bassissimo, mon amì. Bassissimo. Una cifra irrisoria e improponibile, ma nessuno aveva
qualcosa di meglio e così….”

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 55


Improvvisamente Gerard si alza come per andare da qualche parte. Lascia i suoi
colleghi seduti sul suolo di place du Petit Collège e comincia a camminare senza ragione;
sembra come se fosse attirato da qualcosa che lo sta portando nel centro della piazza.
Washington è un po’ in tensione e si alza per raggiungere il suo assistito, ma dopo pochissimi
istanti Gérard ritorna a sedersi vicino ai suoi colleghi che, tra l’altro, non si erano nemmeno
accorti di questa sua azione. E’ stata una passeggiata senza senso, verso un punto impensabile
e chiaro solo a Gérard, quindi Washington torna a sedersi vicino a Tito e tutto torna come
prima: entrambi preferiscono non fare nessun commento su quell’azione dell’operaio,
lasciandosi trasportare dal racconto e dall’ascolto, riprendendo da dove avevano interrotto.
“…..Ma nessuno aveva qualcosa di meglio e così…Ora, non esiste più la pensione des
Alouettes, ma in quel periodo era un punto di riferimento per molte persone. Si trovava
precisamente nella zona degli ospedali e ci andavano ad albergare i familiari dei malati
ricoverati nell’ospedale Edouard Herriot, nel Wertheimer, nel Louis Pradel, nello psichiatrico, e i
familiari dei malati oncologici del Centre Léon Bérard; tra cui il padre di un certo Nino Fusco:
un giovane napoletano, sei mai passato per Napoli?”
“Si, una volta.”
“Grande terra, non trovi?”
“Spettacolare!”
“….Malato di cancro ma in via di guarigione. Venuto in Francia con suo padre per
curarsi, perché la sanità nella sua terra era a dir poco scadente. Così mi era stato riferito dal
suo protettore che aveva cominciato a proteggerlo da pochissimi anni: da quando il giovane
pare avesse cercato fortuna a Trieste, nel nord dell’Italia. Che hai adesso? Perché fai quella
faccia? Cribbio!”
“No, niente. E’che sto pensando: come mai tutti noi che proteggiamo ognuno il mortale
che ci tocca, riusciamo a capirci perfettamente anche se veniamo da paesi e epoche diverse?
Tutto ciò mi fa pensare, fratello.”
“Non devi pensare. Per le maledettissime brache di Jean Jacques Rousseau! Non l’hai
ancora capito? C’è qualcuno che pensa per te.” Tito indica teatralmente il cielo. “Limitati solo
a fare quello che ti è stato chiesto. Proteggi il tuo barcollante mortale. Sono i nostri assistiti
che devono pensare.”
“Ma non lo fanno…!”
“E noi dobbiamo agire affinché lo facciano; informandoci pedissequamente su tutte le
nuove ideologie che si stanno sviluppando sulla terra nel secolo in corso. Senza tralasciare
nulla. La scuola di perfezionamento che ci fanno fare ogni sei mesi serve proprio a questo e
va frequentata con profitto, senza dare sfogo a qualsiasi accenno di pressappochismo.”
“E’ quello che penso anch’io, fratello.”
“Ad ogni modo, non farmi divagare come al solito. Per Diana! Altrimenti perdo il filo, la
pausa di Gérard finisce e non posso raccontarti il seguito della storia.”
“Neanche a parlarne, fratello. Ora che hai cominciato, vorrei conoscerne anche la fine.”
“Appunto! Dunque, come dicevo alcuni istanti fa, la pensione des Alouettes era gestita da
un certo signor Procredi e da sua moglie: donna alquanto procace e un po’ volgare. Una
coppia di origini italiane con tre figliole; la prima quasi coetanea di Camel. La pensione era
piuttosto alla buona: le stanze decisamente piccole, con lavandino e acqua calda in camera.
Pensa, c’era perfino quel tazzone di ceramica bianca o d’altro colore che i mortali di adesso
chiamano bidè.”
“Ah! Si! Certo!”
“Le pareti delle stanze erano quasi tutte ricoperte con pareti affiorate e sbiadite, da cui
venivano fuori i tubi in ghisa dei riscaldamenti. Finestre con infissi consumati dal tempo erano
le uniche bocche verso l’esterno, presenti in quei tuguri numerati. I letti erano quasi tutti con
materassi un po’ sfondati, in cui si dormiva a fatica e da cui si usciva a fatica. E quasi tutti

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 56


avevano i famigerati cuscini a salsiccia. Le docce e i cessi erano comuni, e si trovavano nel
corridoio in prossimità del pianerottolo. Il prezzo della singola era più che accessibile e vi era
compresa la prima colazione; a base di fette biscottate, panini, burro, marmellata e da bere
c’era succo d’arancia, caffè e latte o tè. Camel ci viveva senza fare tanti commenti; insieme
ad alcuni suoi colleghi e ai familiari dei malati ricoverati negli ospedali limitrofi. Erano un po’
tutti silenziosi, in quel posto. Si facevano pochissimi commenti tra di loro e impercettibili
cenni di saluto o gesti amichevoli. Inoltre, le stanze erano tutte numerate sulle porte, con dei
numeri di ferro appiccicati nel legno. E anche il pianerottolo, le scale e il pavimento erano in
legno, e ad ogni minimo gesto di qualche pensionante si liberavano dei rumori sinistri
nell’ambiente, molto simili ad improvvisi cedimenti del suolo. Nel piano inferiore c’era
l’ingresso che dava sulla strada (rue des Alouettes), attraverso un’ampia porta in vetro doppio
di colore verde scuro, dietro la quale si vedevano le sagome tutte deformate. Poi, vicino la
sala d’ingresso si trovava quella della colazione, un po’ più grande: con alcuni tavolini e sedie
predisposte intorno e perfino un telefono a franchi per i clienti della pensione, e una capiente
vasca con pesciolini rossi. Devi sapere che il proprietario, il signor Procredi, teneva molto a
questa vasca e guardava sempre un po’ di traverso se qualcuno si avvicinava per guardare i
pesci nuotare. Chissà che tipo di furto immaginava di subire? Pensa che l’aveva appoggiata su
di un tavolo vecchio ed elegante, di forma rettangolare, con qualche tarlo sparso qua e là, e
dal colore marrone scuro. Lui diceva che era un tavolo importante e ne andava molto fiero,
per non so quale tipo di valore affettivo posseduto. Ad ogni modo, penso che fosse una sua
piccola mania di grandezza e …..”
Un’inaspettato sussulto si impadronisce dell’ampio torace di Tito. Ha smesso di
raccontare con la sua naturale partecipazione e ha posto una forte attenzione a ciò che sta
accadendo dinanzi al negozio del sul protetto: il fruttivendolo ha fatto cascare un fagotto
pieno di arance molto tonde, dalle mani di un cliente. In pratica, c’è stata una distrazione
reciproca e gli agrumi hanno cominciato a rotolare velocemente in diversi punti cardinali
della Place du Petit Collège.
Anche Washington ha improvvisamente smesso di ascoltare il collega e ha preferito
guardare quella caduta di arance così inattesa. Hanno un po’ tutti, compresi i passanti, avuto la
sensazione che fosse una spettacolare scena a rallentatore; si sono messi ad osservare come
quegli agrumi rotolassero sul selciato con quell’armonia di movimento. Alcuni passanti le
hanno raccolte riportandole al fruttivendolo, tranne un tipo benvestito e dinoccolato che ha
stoppato il frutto con l’interno del piede destro, dimostrando una grande padronanza dei
fondamentali calcistici e una grossa dimestichezza nel domare la piccola sfera arancione. Poi,
con una naturalezza più calcolata che palese, ha cercato di portarsela rapidamente nella tasca
del soprabito. Quell’accenno di furto ha scosso moltissimo Tito; non ha per niente accettato
di vedere quel tale rubare la merce del suo protetto. Gli ha lanciato un rapido sguardo. Una
specie di fulmine è partito dalle sue orbite e ha mandato a gambe all’aria il passante; come se
fosse inaspettatamente scivolato sopra una diabolica buccia di banana lasciata nel suolo della
piazza, chissà da quale screanzato.
L’uomo si è trovato per terra senza nemmeno avere il tempo di fermare quell’evento e
si è visto schizzare dalla tasca del soprabito l’arancia rubata. Il frutto, un po’ alla volta, ha
cominciato a rotolare sul selciato; aumentando sempre di più la velocità fino a raggiungere i
piedi del fruttivendolo che, ignaro di tutto, si è preoccupato di raccoglierla e rimetterla nel
nuovo fagotto insieme alle altre. E tutti i protettori presenti ai piedi del Musée Historique de
Lyon hanno come immortalato quell’azione, commentando tra loro l’accaduto, con parole di
apprezzamento verso la maestria di Tito; e anche Washington ha cercato di fare altrettanto
ma…..
“Sei stato strepitoso, che tempismo….!”
“No, ti prego. Finiamola qui….vorrei continuare la storia. Dove eravamo rimasti?”

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 57


“Dunque….se non sbaglio parlavamo….si, del tal signor Procredi che….”
“Ecco, appunto!”
Nel frattempo il passante si è appena alzato da terra, guadagnando l’uscita di scena con
un’espressione molto simile a quella di un tale che è appena caduto senza sapere come.
“….Nella pensione des Alouettes, insieme a Camel, albergavano altri operai dell’impresa
di costruzione, ma devo dire che tra loro non vi era un grande rapporto. Il ragazzo si sentiva
un po’ emarginato e quindi spesso beveva.”
“Chiaro!”
“Del resto, non era una situazione semplice e poi i suoi colleghi si comportavano in
modo impresentabile. Per le brache di Napoleone! Avrebbero dovuto avere un interlocutore
della mia portata, allora si che avremmo visto un radicale cambiamento nel loro
comportamento, ma avevano di fronte il silenzio e la bontà di Camel e per loro tutto era
facile.”
“Ma perché, cosa combinavano questi soggetti?”
“Devi sapere che oltre a Camel, nella pensione vi era un certo Carnot di circa 56 anni:
il più anziano tra gli operai e considerato una specie di caporeparto. Poi, vi era Lombart di 48
anni, Baragnon 37 anni e Chèvre, il più giovane, di circa 30. Erano tutti francesi di St-Etienne e
ognuno aveva verso Camel una inspiegabile, ma fastidiosissima, avversione. In realtà, si
caricavano a vicenda, capitanati da Baragnon che era il più rissoso. Di mattina presto, erano
tutti in fila nel corridoio al primo piano, per fare la doccia in fretta e scendere giù a fare
colazione, prima di recarsi alle 8 in punto sul posto di lavoro. Facevano quasi sempre in modo
che Camel fosse l’ultimo a lavarsi. Primo, perché così il mio protetto aveva poca acqua calda a
disposizione e poi, perché non volevano lavarsi dove Camel si era lavato prima di loro.
Baragnon era quello che sobillava di più e si trascinava facilmente dietro Chèvre, il più
giovane, mentre Lombart restava un po’ sempre a metà, non lasciando mai intendere
veramente cosa realmente pensasse di Camel.”
“Il più ruffiano, insomma!”
“Appunto! Mentre devo dire che Carnot era quello più saggio di tutti, cercava sempre
di gettare acqua sul fuoco e di tentare comunque un approccio con Camel, anche se poi
finiva per emarginarlo come gli altri.”
“E chiaramente il tuo protetto beveva per reagire.”
“Infatti! Ma devo dire che questi personaggi, e questo l’ho sempre affermato anche
verso le nostre autorità segnalandolo più di una volta, non avevano dei protettori all’altezza
del caso, che avessero potuto consigliarli e guidarli nella maniera migliore.
Tranne Chèvre che era protetto da un certo Pasolini: un poeta italiano morto
ammazzato in circostanze misteriose, sulla spiaggia di un paesino a pochi chilometri da Roma.
Ecco, e questo Pasolini lo invogliava a leggere e a informarsi; gli faceva trovare libri di autori
svariati in ogni parte: per strada, nel cesso, tra le scale e persino appesi tra le impalcature.
Con la speranza che Chèvre si fosse deciso una buona volta a leggere, a informarsi e a non
essere capra anche nel pensiero quotidiano. Ma il giovane era cocciuto e insensibile ad ogni
autore o libro che gli capitasse a tiro, e Pasolini finiva spesso per sfogarsi con me: che non ne
poteva più del suo protetto, che per lui era inaccettabile il comportamento razzista e ottuso
di questi verso Camel e che presto avrebbe fatto sicuro domanda di trasferimento.”
“Ah! Diventa difficilissimo proteggere, con soggetti di questa portata. Lo capisco
benissimo.
“Pasolini si era così stufato di quella situazione che spesso lo lasciava da solo e se ne
andava dalle parti della stazione Lyon Perrache, per incontrarsi con un suo carissimo amico
scrittore, un certo Moravia, occupato a proteggere a sua volta un impiegato dell’ufficio
informazioni della stazione. Quindi Camel ne soffriva molto di questo astio che gli altri
avevano verso di lui e automaticamente finiva per emarginarsi. Le ore lavorative erano quelle

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 58


meno complicate, perché in realtà lo tenevano impegnato e soprattutto non si sentiva solo.
Alle 8 andava, come tutti gli altri, in cantiere e vi restava fino alle 12 e 45; alle 13 a pranzare
con i buoni pasto e restavano in pausa fino alle 13 e 45; alle 14 in punto si riprendeva a
lavorare e si andava avanti fino alle 17-17 e 30 e va detto che alcune volte, qualcuno di loro
(quasi sempre Camel, ovviamente) restava a fare alcune ore di straordinario. Diciamo che
Camel lo faceva soprattutto per non trovarsi con gli altri nel corridoio, in fila davanti alla
doccia. In pratica, arrivava in pensione quando l’ultimo dei suoi colleghi era appena uscito dal
bagno e lui poteva entrarvi e lavarsi. Senza vivere quella spiacevole sensazione di essere stato
messo apposta dagli altri come ultimo, a fare la doccia, per paura che lasciasse nel suolo della
stessa qualche infezione particolare, di cui la sua razza araba ne fosse ipoteticamente
portatrice a tutti gli effetti.”
“E dopo la doccia serale, cosa accadeva?”
Washington l’ha detto con una stranissima energia: una sotterranea partecipazione
verso le vicissitudini di Camel. Quasi come se ascoltando attentamente quel racconto di Tito,
servisse a risolvere e soprattutto a difendere la vita narrata del giovane algerino.
“Dopo la doccia, verso le 19 e 30, andavano tutti a cenare con i rispettivi buoni pasti
nella solita brasserie di Place d’Arsonval e Camel faceva sempre in modo che non avesse
dovuto cenare con loro. Arrivava nella brasserie dopo mezz’ora e alcune volte, perfino dopo
un’ora. Li salutava con un debole cenno del capo e si andava a sedere un po’ defilato verso il
fondo del locale, in un piccolo tavolino. Carnot, il più anziano, gli accennava come d’abitudine
un cenno d’intesa: facendogli un debole invito a sedersi tra loro. Ma più che altro era un
cenno formale; un invito dovuto, più che sentito. Così quando il mio protetto lasciava
quell’istante di pausa prima di rispondergli con gli occhi che preferiva sedersi piuttosto in
quel tavolino defilato verso il fondo del locale, tutti si aspettavano – con ansia molto celata da
una finta distrazione generale – che il mio protetto avesse risposto come sempre: preferendo
la sua postazione solitaria anziché la loro compagnia. E per Diana! Si sentivano tutti più
sollevati quando finalmente lo vedevano seduto in quel tavolino defilato del fondo e non
vicino alla loro zona.”
“Che ipocriti! Mi verrebbe voglia di…”
“No! Lascia perdere, mon amì. Così, essendo seduti distanti da Camel, avrebbero
potuto, come ogni sera, spettegolare tranquillamente alle sue spalle. Del suo
comportamento, del suo modo di fare, del fatto che spesso sentivano un tanfo di sudore
molto nauseabondo quando egli era nei paraggi e di tante altre fandonie che puoi
immaginare. Comprese le sue sbornie, s’intende!”
E’ molto probabile che se in questo preciso momento Gerard si decidesse a fare un
passo o a spostarsi dalla sua postazione di pausa, Washington non ci farebbe per niente caso;
tanto risulta partecipe e assorto dal racconto di Tito. Che forse è estremamente orgoglioso
di ciò; è probabile che Tito si senta padrone di disporre dell’attenzione poetica del suo
collega, acquistando una piccola dose di presunzione, molto bonaria e inoffensiva, ma pur
sempre presunzione.
“Verso le 21 e 30, dopo aver saldato ognuno la propria cena con i rispettivi buoni
pasto, erano soliti uscire dalla brasserie di Place d’Arsonval tutti insieme e recarsi a bere
qualcosa nel bar Georges, situato a metà del cours Albert Thomas, dove vi restavano fino verso
le 23. Camel faceva di tutto per non incrociarli: aspettava pazientemente la loro uscita dalla
brasserie, andava a saldare col suo buono pasto la cena consumata e usciva rapidamente per
dirigersi verso il bar “Le Chanteur” situato in place Ambroise Courtais; a pochi metri dalla
fermata Monplaisir-Lumiere, del metrò. E lui, per raggiungere questo bar, non percorreva il
corso Albert Thomas con il rischio di passare dinanzi al locale dove gli altri andavano a bere;
bensì, dalla place d’Arsonval, svoltava per avenue des Freres Lumiere, fino a sbucare in place

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 59


Ambroise Courtais ed entrare rapidamente nel bar per restarci fino alla chiusura. Lì dentro
cominciava a bere prima con molta parsimonia…”
Washington lo sta guardando con la stessa espressione di chi sta cercando invano il
significato di quella parola che ha appena ascoltato.
“Per le maledettissime brache di Jean Jacques Rousseau! Quante volte ti ho detto che
se c’è una parola che io pronuncio e di cui non conosci il significato, mi devi bloccare e
pretendere che io te la spieghi? E santa rivoluzione! Perché non lo fai?”
“Mi è tutto chiaro, Tito. Stai tranquillo.”
“Tranquillo un corno! Con molta parsimonia significa con tranquillità.”
“Ecco. Appunto. Ma ti assicuro che mi era chiaro anche prima…”
“Cominciava a bere prima con molta parsimonia, poi si lasciava andare e finiva per bere
a briglia sciolte; ubriacandosi in poco più di mezz’ora.”
“Povero figliolo!”
“Poi, quando il gestore chiudeva il locale, lui cominciava a barcollare inoltrandosi nelle
stradine laterali al corso Albert Thomas: che quasi tutte portavano in rue des Alouettes e quindi,
verso la pensione. Faceva sempre molta attenzione a non farsi notare ubriaco dagli altri e
soprattutto dal signor Procredi. Aveva la certezza che qualcuno dei suoi colleghi, forse
Baragnon, avesse sicuramente spettegolato al padrone della pensione e a sua moglie Lucia, il
suo stato confusionale. Si sentiva osservato e continuamente sotto esame, temeva qualche
improvvisa rappresaglia per chissà quali colpe che non aveva commesso. In più, si era accorto
che perfino le figlie di Procredi, le quali avevano sempre avuto un buonissimo
comportamento verso di lui anche perché quasi sue coetanee, ora si erano come
trasformate. Facendo perfino fatica a salutarlo. Chissà i suoi colleghi cosa avevano raccontato
sul suo conto a Procredi? E chissà Procredi cosa aveva imposto alle figlie? E da un po’ di
tempo lo pensava quasi sempre ogni sera prima di dormire; come se quell’ansia notturna,
affogata nell’alcol, gli tenesse compagnia per la notte e gli permettesse di accettare la venuta a
momenti di una nuova giornata lavorativa.”
Molto probabilmente il racconto di Tito si sta incamminando verso delle ampie zone
d’ombra e sul viso di Vercingetorige si legge, gradualmente, la drammaticità che sta per
arrivare. I lineamenti paciosi di Washington si piegano, attraversando tante insenature
nascoste nelle sue stesse rughe. Quella simpatica faccia di gomma diventa una scogliera
frustata dalle raffiche di vento gelido e tagliente che esce, senza freni, dalla bocca di Tito.
“C’era da aspettarselo! Durante i fine settimana, quando tutti andavano via…
Maledettissima maledizione! Camel toccava il fondo, non riuscendo a prendere la giusta rotta
da seguire ed io ero costretto a stargli addosso senza sosta, senza un attimo di respiro.”
“Beveva?”
“Beveva? Era uno strazio per me. Non riuscivo a persuaderlo, a distrarlo. Cominciava il
venerdì dopo le 20 e andava avanti fino all’alba del sabato. Poi tornava in pensione e dormiva
fino alle 13; si alzava, mangiava qualcosa nella solita brasserie e ripartiva per bar. Qualche volta
riuscivo a coinvolgerlo nella place Ambroise Courtais, dove si svolgevano interminabili partite di
bocce fino al tramonto, ma vi restava pochissimi minuti. Diventava spettatore di alcune
giocate degli sfidanti di turno e partiva per le sue lunghissime passeggiate alcoliche.
Percorreva a piedi il cours Albert Thomas e Gambetta, fino ad entrare trionfante sul ponte de la
Guillotière e non si curava per niente delle acque grigiastre del Rhone; attraversava in fretta il
ponte per raggiungere in brevissimo tempo place Bellecour, dove vi era il suo bar preferito.”
“Quella è proprio una zona scalognata, mio caro. Anche Gerard va spesso a bere dalle
parti di place Bellecour.”
“In quel locale beveva di tutto e poi se ne andava a zonzo per i boulevards che
costeggiano la Saòne o raggiungeva in autobus il centro commerciale della gare Part-Dieu; dove
spesso trovava alcuni algerini che gli offrivano da bere, restando a parlare un po’ con loro di

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 60


cose piuttosto banali: come del modo di guidare un elicottero o di come si prepara il cous-
cous.”
“E tu tiravi un po’ il fiato, immagino.”
“Appunto! Però durava poco. Perché raggiungeva quasi sempre la vicina Galerie Lafayette
e si metteva a passeggiare vorticosamente. Lo faceva per non pensare e soprattutto per non
sentirsi da solo. Si lasciava portare dalle innumerevoli scale mobili del centro commerciale:
saliva ai piani superiori e poi riscendeva guardando con aria confusa tutte le vetrine di
abbigliamento e dove erano esposti manichini femminili un po’ scosciati e con dei corpi
perfetti. Li osservava con gli occhi lacrimosi e portandosi addosso quel barcollare ormai
cronico, dovuto ai fumi dell’alcol che gli avevano circondato le meningi.”
Per un brevissimo istante Gérard, che è ancora seduto vicino ai suoi colleghi a
consumare la pausa, lancia un’occhiata verso il cornicione dove Tito e Washington stanno
conversando. In un attimo si ha come la sensazione che Gérard riesca a vedere il suo
protettore e quest’ultimo s’accorge di ciò e ne resta colpito. Sono momenti pieni di
tensione; entrambi i protettori hanno il timore passeggero di essere spiati da Gérard, come
se quel mortale s’accorgesse improvvisamente delle loro entità e scrutasse profondamente il
loro comportamento.
“Per le maledette brache di Nelson! Non vedi che guarda nel vuoto? Perché ti vengono
queste paure, mon amì?”
“Sembra che osserva noi!”
“Ma niente affatto! Ha lo stesso sguardo di Camel quando beveva un po’ troppo.”
“Sarà, ma ci sta osservando con molta attenzione. Forse…..può vederci e questo vuol
dire che….”
“Piantala! Ecco, vedi? Ora sta ritornando a guardare altrove. Non sa nemmeno che
esistiamo! Cerca di tranquillizzarti, è tutto sotto controllo.”
Tito e Washington ritornano al loro discorrere tenendo ben chiaro che la pausa di
Gérard, forse, sta per volgere al termine.
“La domenica per Camel era come una resa dei conti. Per Diana! Il settimo giorno era
come una specie di cartina tornasole per il suo stato sociale. Non conosceva nessuno in
questa città. Non aveva nessun interesse e finiva per desiderare avidamente il ritorno degli
altri. Quella loro inimicizia così tanto utile al suo essere solo. Il loro modo di emarginarlo lo
teneva vivo e reattivo, gli dava un vero senso di esistere. Quella sottile emarginazione che
riceveva dai suoi colleghi durante la settimana, gli dava proprio coscienza di essere; gli
permetteva di ascoltare le sue più nascoste voci e gli regalava la giusta distrazione per andare
avanti.”
Però, un inatteso sorriso sul volto di Tito sta preannunciando l’arrivo di qualcosa che
forse avrebbe sconvolto la vita di Camel. Lo stesso Washington è in preallarme e si è fatto
contagiare dal sorriso del suo collega. Anch’egli si sente in attesa di una buona novella; come
se la narrazione di Tito stesse per svelare un nuovo nodo drammatico, una svolta
fondamentale per la storia.
“Poi, accadde che un giorno lo stavo accompagnando per strada dopo la mezza giornata
di lavoro e uscito dal cantiere, prima di dirigersi in pensione, volle fermarsi al bar dell’hotel
Meridian Park, in rue Professeur Colmette; poco distante dalla pensione des Alouettes dove
pernottava con gli altri colleghi. Al bar dell’hotel Meridian Park conosceva il barista che gli
offriva sempre qualche bicchiere extra e riusciva perfino a sfogarsi di tanto in tanto con
questo tizio. Parlavano del più e del meno, mentre consumava da bere e poi andava via; e quel
giorno, mentre stavo aspettando che consumasse il suo ennesimo sorso di whisky, intravidi
poco distante un tal Magnetudo Gil: anch’egli protettore che non vedevo da diversi lustri. Ci
salutammo affettuosamente e venni a sapere che il tal Magnetudo Gil proteggeva da
pochissimi mesi una giovane donna di nome Anabel e suo marito: l’uomo pare fosse

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 61


gravemente ammalato di cancro e da Vienne era venuto a Lione per sottoporsi ad un ciclo di
chemioterapia presso l’ospedale Centre Léon Bérard, proprio dove Camel lavorava per riparare
e ingrandire l’ala del reparto di oncologia. La coppia doveva restare per molto tempo a Lione
e quindi, sarebbe stato più opportuno albergare in una pensione economica come l’hotel des
Alouettes. Gil mi segnalò che stavano discutendo nella hall con l’addetto, sul prezzo della
matrimoniale e restai colpito dalla donna. Anabel aveva un viso preoccupato, ma tuttavia
riusciva a non perdere la sua bellezza. Era melanconica e giovane; più giovane del suo povero
marito malato e per alcuni istanti ebbi come l’intuizione che quella giovane donna stesse
vivendo, anche se in maniera diversa, una sorta di emarginazione simile a Camel. Anch’ella mi
dava l’idea di solitudine e profonda disperazione; e forse, per una premeditazione di pensiero,
convinsi il tal Magnetudo Gil a far si che la coppia si trasferisse nello stesso albergo del mio
protetto. Il giorno seguente l’uomo si sarebbe dovuto ricoverare per iniziare le durissime
cure e Anabel sarebbe restata da sola tutta il tempo. Confidavo nel caso e nella buona
sorte, ma non ti nascondo che ero fermamente convinto che il mio protetto e quella giovane
donna, presto avrebbero avuto un’incontro ravvicinato e io, per le maledettissime brache di
Napoleone, non avrei fatto niente per evitarlo.”
Quest’ultima allusione di Tito Ponce de Marsillach ha come sobillato la fantasia di
Washington. Negli occhi gli è apparso un fulmine di follia felice, qualcosa che sta
sottolineando nella maniera più efficace ed immediata, la sua grande partecipazione d’ascolto
a questo racconto. Come se lui stesso godesse a priori per le probabili avventure di vita del
protagonista, all’interno del racconto che Tito gli sta narrando.
“Sei un portento, fratello. Praticamente hai fatto in modo che il fieno fosse vicino al
fuoco. Che trovata, ragazzi! Forse anche al mio Gérard occorrerebbe qualcosa del genere. Ma
a me non vengono queste idee, maledizione!”
“Non rammaricarti, mon amì. Dai tempo al tempo che il tempo è galantuomo. Ad ogni
modo, Anabel e suo marito si trasferirono nella pensione des Alouettes e come stabilito, il
giorno dopo l’uomo fu ricoverato nel reparto oncologico per iniziare il ciclo di cure. In
effetti, s’accorsero un po’ tutti della presenza di Anabel; tranne Camel, ovviamente! Almeno
per i primi giorni. Con quel suo modo di essere così stralunato, non s’accorgeva mai subito
delle belle sorprese. Perfino la moglie del proprietario della pensione fu colpita dalla presenza
melanconica di Anabel: alla signora Procredi irritava tanto che tutti parlassero di Anabel;
tranne che Camel, ovviamente! Il mio protetto se ne accorse dopo circa tre giorni, della
nuova arrivata, ma ne fu letteralmente colpito.”
“Sento odore di frutti di bosco, fratello! Il mirtillo comincia a grattarmi la fantasia e
penso che sia giunta l’ora. Non è così?”
“Si conobbero dinanzi l’ingresso della pensione: Camel stava tornando dal cantiere e
Anabel usciva per raggiungere suo marito in ospedale. Ci fu un velocissimo scambio di
sguardi. Entrambi fotografarono attentamente tutte le loro parti più nascoste. Come se
avessero avuto l’esigenza di trovare qualcosa: un odore, un segno, un colore, un gesto,
qualcosa in cui si sarebbero voluti identificare per smetterla una buona volta di essere da
soli. Si, effettivamente i loro sguardi brillarono, ma furono anche molto imbarazzati per
questo. Noi, dal canto nostro, parlo di me e del tal Magnetudo Gil, facemmo finta di niente.
Non demmo nessun peso agli sguardi che i due si erano scambiati, ma comunque iniziammo a
parlare di loro in maniera velata; per informarci a vicenda dei nostri protetti, senza dire
esplicitamente che forse Anabel e Camel si erano guardati in maniera speciale. E venni a
sapere che la malattia del marito era capitata proprio in un momento di crisi del loro
rapporto. In effetti, la brutta notizia li aveva uniti maggiormente: erano corsi subito a deporre
il seme del marito nelle banche adeguate, prima d’intraprendere le pesanti cure del caso. Ma
era stata solo un’unione fraterna, il tentativo di darsi comunque la gioia di un figlio, di lasciarsi

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 62


una porta aperta per il dopo. Ma perché mi guardi così? Ci risiamo? Non ti è chiaro
qualcosa?”
“No. No. Mi è tutto chiaro, solo che….”
“Avanti, dimmi! Non starci tanto, mi fai perdere il filo, sbrigati!”
A Washington non gli è per niente chiara la storia del seme dell’uomo che viene posto
in apposite banche. Prima di tutto, non riesce ad immaginare banche di questo tipo e poi non
capisce come l’uomo, nella fattispecie il marito di Anabel, fosse stato in grado di deporre il
suo seme in qualche recipiente per conservarlo.
“Con l’aiuto di una semplicissima masturbazione, mio caro! Il seme esce, viene
conservato per un certo tempo in un contenitore speciale a temperature prestabilite e poi si
può passare all’inseminazione artificiale. Questa dannata chemioterapia pare che bruci tutto e
del resto, nel mondo di oggi, il progresso trova sempre una via d’uscita. Ai miei tempi, con un
canchero non provavi a sperare.”!
Intanto Gérard e gli altri operai cominciano a sgranchirsi le gambe; siamo ormai agli
sgoccioli della pausa e se Tito non si decide a spiegare tutto in fretta, Washington non lo
seguirà più con la stessa attenzione di adesso: penserà piuttosto alle peripezie e ai precari
equilibri di Gérard e tutto ciò irriterebbe tantissimo de Marsillach.
“Ti è chiaro, mon amì?”
“Si, certo. Ora è tutto chiaro.”
Washington ha detto che gli è tutto chiaro, ma in realtà non riesce tuttavia ad
immaginarsi il marito di Anabel che depone negli appositi contenitori il proprio sperma per
conservarlo. Ad ogni modo…..vivi e lascia vivere.
“Tra il mio protetto e Anabel cominciò a nascere una specie di comunicazione a
distanza. S’incontravano spesso durante il giorno, salutandosi reciprocamente con lievi cenni
del capo o con impercettibili accenni di sorriso, ma erano gli occhi che parlavano. Si
guardavano, si scrutavano, si capivano senza pronunciare parola; le loro solitudini erano
diventate complementari e i loro silenzi prolungati acquistavano, giorno per giorno, una
misteriosa alleanza sotterranea. S’incontravano spesso anche nella brasserie, magari seduti di
fronte l’uno all’altra, e una volta tra i due ci fu perfino il passaggio del sale.” !
“In che senso?”
“Si, insomma Camel s’accorse che Anabel cercava il sale e avendo dinanzi a se il
boccettino di vetro, si alzò per portarglielo.”
“Si guardarono?”
“Si guardarono? Non puoi nemmeno immaginare il campo magnetico che erano stati
capaci di alimentare quei due. E tutto in pochissimi attimi. A sera, Camel dalla sua camera
ascoltava attentamente tutto quello che Anabel faceva nella sua. Il rumore dei passi, la tosse
delicata dovuta a un raffreddore non ancora del tutto guaritole, i pianti notturni che spesso
terminavano in rapidi gridi strozzati nella gola e commenti che la donna faceva a se stessa,
per tenersi compagnia in quella gelida camera d’albergo confinante con quella di Camel. Va
detto che egli delle volte, per farla partecipe della sua disponibilità a parlare con lei in quei
momenti di tensione per la sorte del marito e per darle coraggio durante quelle angosce
notturne che le esplodevano nella testa, cominciava a recitare la parte dell’insonne per alcuni
minuti: passeggiando volutamente per la stanza, tossendo, facendo anch’egli dei commenti a se
stesso sul tempo, sulla stanchezza o quant’altro. Con la speranza che Anabel, sentendolo
ancora sveglio, si sarebbe decisa a bussare alla sua porta per chiedergli aiuto. Ma forse il mio
protetto lavorava troppo di fantasia; ad ogni modo, questo suo interessamento verso Anabel
lo aveva messo in riga. Aveva ridotto di molto il consumo di alcol e non lo vedevo più
barcollare sulle impalcature del cantiere, come prima.”
“Magnifico! E’proprio quello che ci vorrebbe per il mio Gérard.”

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 63


“Pensa che un giorno si incontrarono anche sull’autobus che proviene dal centro.
Furono lì lì per scambiare qualche parola, ma non riuscirono a spiccicare nemmeno un
piccolo suono. Si guardarono molto, questo si, per tutto il tempo della corsa: sguardi pieni di
cose che non so nemmeno spiegarti, ma sta di fatto che non si parlarono. E il mio protetto fu
così imbarazzato da quella situazione che scese perfino una fermata prima, per non dover
fare con lei tutto il tragitto, dalla fermata alla pensione, senza pronunciare parola.”
Ora, alcuni operai stanno cominciando a risalire molto lentamente sull’impalcatura, per
riprendere i lavori alla facciata del Musée Historique de Lyon. Gérard, al momento, non sembra
ancora convinto di riprendere a lavorare; per adesso ha pensato bene di fumarsi una sigaretta
in compagnia di un altro collega che gli sta dicendo un sacco di cose e Washington non pare
più in apprensione come prima; anche perché questa pausa ha come rigenerato Gérard: i fumi
dell’alcol si sono quasi tutti affievoliti e ora l’operaio appare più lucido.
“A far traboccare il vaso fu una circostanza inattesa e soprattutto non programmata
neanche lontanamente da me, e tanto meno dal tal Magnetudo Gil: Camel stava lavorando
sull’impalcatura all’altezza del 2° piano dell’ospedale e la stanza in cui era stato sistemato il
marito di Anabel dava, per pochi metri, proprio sulla piattaforma dove Camel lavorava. Egli si
muoveva in lungo e in largo sulla piattaforma; ora portando materiale e vernice, e ora
cominciando a operare sulla parete. In realtà, non vi erano rumori particolari che avrebbero
potuto molestare la quiete dei malati di quella corsia, ma era comunque abbastanza
inquietante vedere degli operai che correvano dinanzi le finestre della camera, mentre essi
erano impegnati a sconfiggere dei mali terribili. Comunque, i muratori facevano il meno
rumore possibile e Camel era davvero speciale: non volgeva mai lo sguardo verso le finestre
che davano nelle camere, per non intimidire i malati occupati a sopportare ognuno le proprie
pene. Nella camera vi erano appena stati due medici, venuti per visitare il marito di Anabel e
ne erano usciti dopo alcuni minuti, accompagnati dalla donna nel corridoio della corsia, per
chiedere ulteriori delucidazioni sulla salute del marito. I medici erano stati sinceri;
evidentemente non avevano dato buone notizie alla donna, che era scoppiata in un pianto
immediato: le lacrime le avevano presto invaso il viso e doveva immediatamente farle
scomparire per non destare ulteriori preoccupazioni al marito malato, ora che sarebbe
rientrata nella camera. In quel preciso istante che Anabel si stava un po’ riassettando il viso
per nascondere le lacrime, Camel si trovò a percorrere la piattaforma esterna per portare
dei materiali ad un altro collega. Superò la finestra della camera percorrendo alcuni metri
paralleli al corridoio della corsia, fino a raggiungere una grossa vetrata da cui potette
scorgere Anabel ferma nei pensieri, prima di entrare nella camera per tornare da suo marito.
Si guardarono intensamente. Avevano un’enorme parete di vetro che li separava; in più, Camel
era in alto rispetto alla donna e si guardavano un po’ in maniera innaturale. Sembrava che
Anabel stesse ammirando l’arcangelo Gabriele che le era apparso; un arcangelo Gabriele
pieno di luce, con le ali e con una calda pelle ambrata del Magreb.”
“E non si dissero niente?”
“Te l’ho detto. Con gli occhi parlavano tantissimo. Io e il tal Magnetudo Gil non
avevamo nemmeno il tempo di capire quello che stava accadendo; perché i loro sguardi
furono rapidi, imbarazzati, e pieni di mistero. Da quel momento in poi, le cose cambiarono
radicalmente; continuarono a non parlarsi tra loro e a salutarsi con impercettibili cenni del
capo o con goffi mezzi sorrisi, ma furono coscienti l’uno dell’altro in maniera viscerale. Si
erano improvvisamente accorti che le loro solitudini potevano unirsi e tutto poteva accadere
col semplice aiuto dei loro occhi.”
Ormai quasi tutti gli operai hanno ripreso le postazioni sulle impalcature, ritornando
alle loro occupazioni che avevano prima della pausa. Anche Gérard si sta apprestando a
raggiungere il suo posto e lo sta facendo con molta lentezza. Sale le impalcature utilizzando le

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 64


scale di ferro interne alle balaustre, e sembra che davvero ha perduto quell’inquietante
barcollamento che aveva prima della pausa.
Ma Washington si è accorto che Gérard sta salendo per raggiungere la postazione
vicino al cornicione dove stava lavorando circa mezz’ora fa, e non se ne è curato. E’ troppo
preso dal racconto di Tito; vuole sapere come andrà a finire la storia e poi ha notato che il
suo protetto sembra molto più lucido: almeno non barcolla più così evidentemente, e allora
può dedicarsi all’ascolto del fatto senza tralasciare il suo incarico, s’intende.
“Nei giorni che seguirono, s’incontrarono spesso nella hall della pensione, nella brasserie
o nella sala della colazione, e continuarono a farsi coraggio con gli occhi. Anabel quando non
vedeva Camel lo cercava tantissimo con la mente; per lei era diventato una sorta di
confessore, anche se in pratica non si erano mai scambiati una parola. Ormai, avevano
bisogno reciprocamente dei rispettivi sguardi: si sentivano protetti dai loro stessi occhi e
l’assenza o il ritardo di uno dei due, causava nell’altro inquietanti perdite di sicurezza. Camel,
finalmente, aveva quasi del tutto annullato l’esigenza del bere: forse perché in realtà non era
un vero alcolizzato; ora voleva dissetarsi soltanto degli occhi di Anabel e durante quella
settimana lo fece sistematicamente. La notte del venerdì, Anabel tornò in pensione verso le
22; gli altri colleghi di Camel erano tutti fuori per il fine settimana ed egli era disteso sul letto
della sua camera ancora vestito: in compagnia di un’ennesima sigaretta e un po’ in ansia
perché non aveva ancora sentito rientrare la donna.”
Washington si sta totalmente disinteressando di Gérard: sembra che abbia come
dimenticato il suo incarico primordiale e segue tutta la narrazione di Tito con la stessa
attenzione che pone un bimbo quando, per la prima volta, vede un arcobaleno. Ha gli occhi
trasognati, gonfi di lacrime non ancora esplose, traboccanti stupore e attenzione allo stesso
tempo; in cui si riesce facilmente a leggere una fortissima voglia di evasione.
Ad ogni parola di Tito sembra che Washington viva in prima persona le gesta di Camel,
partecipando con tutte le rughe della fronte alle varie peripezie del protagonista. La sua pelle
nera ora si fa divorare dalle rughe del viso, ora scivola leggermente sui lineamenti; segnando
incessantemente tutti i ritmi del racconto.
“Io, per rendermi conto di che umore fosse Anabel, lo lasciai sul letto a fumare e corsi
sul pianerottolo. La ragazza era appena entrata in camera e restai a parlare con Magnetudo
Gil per sapere le ultime notizie. Mi disse che Anabel era molto triste, che aveva avuto un
durissimo giorno in ospedale e che suo marito pare fosse diventato insopportabile e la
trattava malissimo; le varie cure che gli stavano facendo in ospedale lo rendevano irascibile e
scaricava tutto su di lei. Aggiunse che in quest’ultima ora, la ragazza aveva come superato la
soglia di sopportazione ed era entrata nella zona rossa. Qualsiasi cosa che sollecitava la sua
attenzione poteva causare, o una grande deflagrazione o una inaspettata apertura al mondo.
Così, corsi dentro da Camel e cominciai a sollecitargli delle idee: cercavo di smuoverlo da
quel suo stato catatonico…..”
“Catachè?”
“Catatonico, per Diana! Stanco mentalmente. Senza voglia, insomma!”
“Ah! Certo, certo.”
“E appena cominciò a sentire Anabel che si lasciava andare al solito pianto serale, decise
di agire. Si alzò rapidamente e andò a bussare alla sua porta, portandosi dietro un grosso
fardello di incoscienza e tantissima solitudine. Io e Magnetudo Gil ci scostammo dalla porta,
di un metro o forse due, per osservare un po’ in disparte cosa sarebbe accaduto tra questi
due giovani che in tutti quei giorni non avevano fatto altro che guardarsi.”
“Il fieno era stato messo vicino al fuoco, fratello! Ed ora bisognava solo aspettare che
bruciasse. Non è così?”
Washington si è lasciato andare, subito dopo questa sua affermazione, ad una grassa
risata infantile; ricordando un po’ quei meravigliosi suonatori neri vissuti nell’epoca dei campi

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 65


di cotone: quando bastava poco per ridere e scappare dalla crudeltà o dalle durezze subite
durante il giorno di lavoro che avevano appena trascorso.
“Ma la tua è una fissazione, mon amì! Le hai sempre pronte queste fiamme e questo
fieno. Non m’interrompere, per Diana!”
Piccola pausa di riflessione, forse un leggero imbarazzo, un piccolo sguardo a Gérard
per controllare se tutto è a posto e si riparte all’ascolto di Tito.
“La porta si aprì e apparve Anabel ancora con gli occhi arrossati per il pianto. Camel
cercò il significato di quel suo gesto, ma invano. Perché aveva bussato a quella porta? Perché
voleva entrare in quella vita? La risposta, in realtà, gliela diede Anabel senza perdere ulteriore
tempo prezioso: prima di tutto gli sorrise, poi gli chiese cosa volesse. Camel balbettò qualche
sillaba, ma non riuscì a spiccicare nessuna parola; allora la ragazza gli chiese del fuoco,
guadagnando il fondo della camera vicino ad un tavolo su cui era appoggiato un pacchetto di
sigarette già aperto. L’algerino entrò, attraversando la porta come se fosse stato attirato da
una calamita misteriosa e senza sapere perché, chiuse dietro di se quell’ingresso: lasciandoci
ad aspettare sul pianerottolo lo scoppio degli eventi.”
Washington continua ad ascoltare avidamente il racconto che sta sentendo dal suo
collega e non s’accorge che Tito si esalta per ciò. Nei suoi occhi passano velocissimi barlumi
di soddisfazione e una piccola fiamma di presunzione; ad ogni modo il racconto è così
coinvolgente che Washington non s’accorge assolutamente di nulla.
“Il nostro intento fu quello di non farci prendere da nessuna curiosità. In realtà
avevamo entrambi una grandissima voglia di andare a vedere cosa stava accadendo nella
camera, ma lo nascondevamo a noi stessi; fingendo d’interessarci a cose poco adatte alla
circostanza. Per quei maledettissimi cannoni di Navarra! Arrivammo persino a parlare di
abbigliamento, per nascondere e trattenere la reciproca curiosità che avevamo. Poi, sentimmo
sospiri e continui no, con un tono di voce molto basso e prolungato, dopodichè il nulla.
Scomparve qualsiasi rumore o sospiro proveniente dalla camera e cominciammo a pensare di
entrare: se non altro per essere sicuri che entrambi stavano bene.”
“Eccome che stavano bene! Non è così, fratello?”
Washington l’ha detto con un’aria godereccia; un tono piuttosto lontano da quelli
leggermente poetici che usa di solito. E l’eco di questa sua insinuazione gli ha dato imbarazzo:
come se si fosse reso conto, con un certo ritardo, di questo suo commento un po’ troppo
volgare. A fargli pagare un leggero dazio è Tito che, prima di continuare il racconto, lo guarda
con un’espressione particolare e sembra che gli stia dicendo: ma che cazzo dici? Ma non ti
vergogni di pensare sempre alla stessa cosa?
“Passò una frazione di secondo e ritornammo a sentire quel no di Anabel; così
prolungato e soave che aveva tutt’altro significato. Io e Magnetudo Gil ci guardammo, un po’
per esorcizzare il nostro imbarazzo, ma avemmo appena il tempo di fare qualche commento
di circostanza che cominciammo a sentire dei colpi dietro la porta chiusa, come di un corpo
che ci sbatte ripetutamente a ritmo sostenuto. La sequenza cominciò prima con colpi leggeri
e poco convinti, poi con tonfi sempre più rapidi e infine, con tre o quattro colpi pesanti ma
distanziati fra loro, dopo ascoltammo un sospiro e qualche grido strozzato in gola da parte di
Anabel e poi una cosa simile, però più forte di tono, fece anche Camel. Dopodichè silenzio.
Restammo in ascolto degli eventi per ancora qualche istante, poi decidemmo di andare via dal
pianerottolo: perché quella porta sarebbe restata chiusa per tutta la notte. Potemmo poi,
devo dire con nostro stupore, constatare che tutto questo accaduto si sarebbe ripetuto nei
giorni a seguire. Si ripeté sistematicamente tutte le sere dell’intero mese, lasciandoci, come la
prima sera, sul pianerottolo ad aspettare gli eventi.”
Tutti gli operai sono tornati al lavoro e Gerard sta facendo il suo dovere nella maniera
migliore. Gli altri protettori sono stupiti del generale disinteresse da parte di Washington
verso il suo protetto e cercano d’immaginare che cosa starà ascoltando di tanto importante

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 66


da Tito. Forse la loro curiosità è anche un po’ intrisa d’invidia: quella capacità di affabulazione
che Tito possiede così naturalmente, in loro crea una specie d’invidia, frustrazioni e cose
simili; mentre Tito continua a riempirsi di se, quel tanto che basta per proseguire il racconto.
“Presto Anabel s’accorse di essere incinta.”
“Non mi dire, fratello!”
“No, no! Te lo dico. Per Diana! Lo svelò chiaramente a Camel e cercarono di trovare
una soluzione fattibile. La donna, di primo acchito, pensò di nascondere questa maternità al
marito, ma era quasi impossibile anche perché Anabel e il suo consorte non avevano rapporti
da due o tre mesi, e quindi l’uomo avrebbe sicuramente pensato ad un tradimento.”
“E certo!”
“Così pensò di parlargli chiaramente, di dirgli veramente come erano andate le cose.
Da parte sua Camel era confuso, impaurito, ma al tempo stesso amava quella donna e
soprattutto voleva quel figlio. Perciò l’egoismo dell’amore ebbe il sopravvento.”
Washington non riesce ad accettare questa specie di finale:
“Non si pensò per niente alle difficili situazioni in cui si trovava l’uomo? Il quale stava
subendo cure durissime per sconfiggere il cancro che lo affliggeva?”
“Perché te la prendi tanto, mon amì? Ormai è acqua passata. Ad ogni modo, io e
Magnetudo Gil lavorammo duramente ai fianchi, cercando di salvare il salvabile. Soprattutto di
frenare tutte le emotività del malato e portando maggiormente la sua attenzione sulla
guarigione e sulle cure da sopportare nei mesi a seguire. In pratica, la crudele verità di Anabel
gli fece scattare nel posto più nascosto di se un’immane forza di reazione. In lui si sviluppò un
fortissimo istinto di sopravvivenza; divenendo, in brevissimo tempo, un’egoista indomabile.”
“Cosa accadde, insomma?”
“Magnetudo Gil si ricordò che era amico del protettore della ex del malato; un certo
Lennon, John Lennon: musicista rinomato in tutto il pianeta, quando era mortale. E questo
tale sapeva per certo che la sua protetta era ancora molto innamorata del marito di Anabel.
Così, collaborammo tutti insieme affinché il malato dimenticasse immediatamente Anabel e
ritornasse verso le attenzioni della sua ex. In più, aveva deposto il suo seme nella banca dello
sperma e con la tal Ivonne poteva provare anche a diventare padre. Bene! Dopo pochissime
settimane l’intrigo fu risolto in maniera totale: Anabel e suo marito si separarono in maniera
indolore lasciando agli avvocati l’incarico di risolvere le pratiche burocratiche, mentre loro si
continuarono a voler bene come due fratelli di latte. Anabel restò fino all’ultimo vicino a suo
marito, lasciando poi l’incarico alla dolcissima Ivonne. Se ne tornò appena possibile a Lione,
già in un avanzato stato di gravidanza, per vivere con Camel. E dopo pochi mesi, il malato
guarì definitivamente e tutto andò per il verso giusto.”
In pratica questo finale è arrivato un po’ inaspettato e poi Washington non pensava
affatto a questa chiusura d’atto così repentina. In un certo qual senso, resta affascinato e
continua a seguire Tito Ponce de Marsillach, disinteressandosi totalmente del suo protetto
che ormai pare godere di un salutare equilibrio e luce propria. Poi, s’accorge che Tito indica il
negozio di frutta e il suo protetto attuale che vende arance e limoni ai passanti, portando
come sua moglie (ma sarà sua moglie?) quel caratteristico copricapo andino che gli nasconde
le gote.
“Sono loro Camel e Anabel.”
“Non mi dire!”
“No, no! Te lo dico! Te lo dico, per Diana! Hanno avuto altri figli oltre a quello
concepito nella pensione des Alouettes. Sono passati molti anni, ma si amano ancora.”
“Incredibile!”
“Si, vero. Vivono in periferia e non sono sposati. Lui mussulmano e lei cattolica.”
“E i figli?”

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 67


“Un loro ragazzo, qualche giorno fa è stato in mezzo a quegli scontri con la polizia;
dove alcuni giovani hanno bruciato delle macchine nelle banlieues di Lione. E il mio povero
Camel ne ha sofferto molto: sai, è ancora molto introverso quell’uomo. Malgrado sia
amato dalla sua Anabel, egli delle volte si comporta ancora come quando viveva insieme agli
altri colleghi nella pensione des Alouettes. Sai, perché porta quel cappello andino?”
Sul volto di Tito è comparso un sottilissimo riso amaro che non riesce a trattenerlo
per molto sopra i suoi lineamenti. Come se il viso non fosse abituato a quelle smorfie
melanconiche.
“Perché ha paura che i clienti si accorgono della sua provenienza e non passano più a
fare la spesa. D’estate porta un cappello a falde molto larghe, bianco, e abbassa spesso il viso
come un gringo; per non far svelare le sue gote ambrate.”
“E’ assurdo!”
“Ma la cosa bella, per le dannate sottane di Maria Antonietta, è che Anabel porta anche
lei il cappello andino per non farlo sentire solo; e per far passare questa sua paura, come una
sorta di divisa del negozio di frutta e verdura.”
Nel frattempo, una donna giovane si avvicina alla postazione di Camel e Anabel.
“A proposito, te lo volevo già dire l’altro giorno: quella ragazza che si è appena fermata
a fare la spesa dal mio protetto, sai che andrebbe bene per il tuo Gérard?”
“Tu credi?”
“Si, tra l’altro io conosco benissimo il suo protettore. Ecco! Quello che adesso saluto:
ciao! Si chiama Omar, Omar Sivori e mi ha detto che la ragazza è sola. Perché non facciamo
accendere qualcosa…?”
Tito e Washington continuano a confabulare tra loro, poi Gerard scende
improvvisamente dall’impalcatura del Musée Historique de Lyon e si avvicina verso il negozio di
Camel e Anabel: forse gli è venuta una improvvisa voglia di arance.
Passa dinanzi alla giovane donna che Omar Sivori protegge e senza farci caso la spinge
involontariamente. I due si guardano, c’è qualcosa, molto probabilmente è passato un fluido
speciale attraverso i loro occhi. Tito Ponce de Marsillach e Vercingetorige Washington
annuiscono complici e Sivori li saluta da lontano.
Forse qualcosa è accaduto…..

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 68


VII

ROSA E ALFREDO

Era successo in passato che Alfredo Vitiello si fosse fatto assalire dal tanfo delle scale
dove risiede in affitto: un palazzotto un po’ malandato, molto probabilmente di fine ‘8oo, dove
è arroccata la pensione alquanto spettrale e polverosa, l’Hostal Encarnita, economica al punto
da impregnare i vestiti dei suoi abitanti di un tanfo umidiccio e tabaccoso. Questo disgustoso
olezzo che si può tuttora facilmente incontrare tra le scale e nelle stanze della pensione al
quarto piano, gli colpiva le pareti dello stomaco e cominciavano così i conati di vomito del
giovane italiano appena alzato e pronto per la giornata lavorativa da fare. Il giorno era diviso
tra le ore di lezione nella scuola privata di lingue straniere in calle Arenal dove ancora adesso
vi insegna italiano, con grande merito riconosciuto da tutti, e i percorsi della metropolitana
con le relative coincidenze da prendere, per raggiungere le imprese o i privati a cui insegna la
sua madre lingua.
Alfredo Vitiello si portava con se questa nausea per alcune ore del giorno e quasi
sempre, verso il primo pomeriggio, cominciava a scomparire del tutto per poi ripresentarsi a
sera quando tornava in pensione; dopo aver cenato qualcosa al bar dell’angolo, in plaza Santa
Cruz. Ma è ormai una nausea del passato, qualcosa legato ai giorni lontani: quelle estreme
conseguenze che la sua solitudine gli regalava e che adesso ha coraggiosamente messo a
tacere con la presenza di Rosa. La ragazza lo ha colpito solo il mese prima, pur essendo sua
allieva di italiano da ben quattro mesi nella gloriosa scuola di lingue straniere di calle Arenal;
situata a pochi passi dall’Opera, dalla omonima fermata di metro e dal ristorante italiano
“Gino”, in costanilla de los Angeles: dove quasi ogni giovedì, dopo le lezioni pomeridiane,
Alfredo si ferma a cenare trippa e fagioli.
L’ha notata solo dopo cinque mesi di lezioni sulla lingua italiana, tra le altre allieve del
corso: tutte occupate ad apprendere in maniera svogliata questa lingua straniera, perché quasi
tutte fidanzate con ragazzi italiani conosciuti in vacanza, nelle isole Canarie o a Roma e
dintorni. Rosa invece, non era fidanzata con nessuno; vive in Alcalá de Henares e lavora negli
uffici amministrativi del “El Corte Inglés” di calle Preciados e, inoltre, segue le lezioni di italiano
due ore alla settimana: il martedì e il giovedì dalle 8 e 15 alle 9 e 15. La ragazza di Alcalà de
Henares, alle 10 del mattino, inizia il suo orario lavorativo e termina alle 19, con un’ora per la
pausa pranzo che in quest’ultimo mese preferisce passarla in compagnia di Alfredo, magari
pranzando qualcosa dalle parti di Puerta del Sol. E raggiunge la capitale, ogni mattina, col treno
delle 6 e 55 che parte quasi sempre in orario da Alcalá de Henares e arriva a destino più o
meno alle 7 e 35; qualcosa in più o qualcosa in meno. Dalla stazione d’arrivo prende la
metropolitana e scende a Puerta del Sol in pochi minuti, tranne il martedì e il giovedì che
invece scende in Opera, per andare a seguire i corsi di Alfredo Vitiello.
Perché Rosa ha voluto apprendere l’italiano? Beh, questo non si è mai veramente
capito, diciamo che da sempre ha voluto ampliare la sua già buona conoscenza di lingue
straniere. Conosce perfettamente l’inglese e il francese, e dal modo con cui in questi mesi si
è attentamente applicata a studiare la complicata grammatica italiana, si può tranquillamente
affermare che comincia ad essere padrona anche della lingua di Dante.
La giovane era ed è di larghe vedute, e vuole trovare qualcosa di meglio del suo
impiego amministrativo presso “El Corte Inglés”: spera in qualche concorso amministrativo
anche all’estero o qualcosa di simile; dal momento che non è più fidanzata con Paco e non
sente più impellente la sua presenza lì. Tutto ciò lo ha confidato qualche mese prima ad
Alfredo in una piccola pausa caffè. In quel momento si erano guardati in modo particolare,
erano restati ad ascoltare il rumore dei loro pensieri, delle loro solitudini che partorivano
combinazioni possibili nelle loro menti: reciproci apprezzamenti istantanei e silenziosi verso

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 69


le loro figure, e speranze di probabili contatti, carezze, sorrisi. Poi, si erano incoraggiati a
vicenda con inviti furtivi: serate di cinema e teatro, qualche pizza ogni tanto, un bicchiere di
birra in un pub e infine, si erano baciati iniziando finalmente una storia. E in effetti, da quel
momento in poi sono terminate tutte le nausee di Alfredo Vitiello: quell’olezzo umidiccio e
tabaccoso dell’Hostal Encarnita non gli avrebbe più danneggiato le pareti dello stomaco; anche
se il loro amore, fino ad ora, è stato tenuto nascosto senza alimentare pettegolezzi possibili
tra le mura della mitica scuola di lingue di calle Arenal.
Era già successo in passato, come è stato detto, che Alfredo Vitiello si fosse fatto
assalire dal tanfo delle scale dove risiede in affitto, ma adesso che si vede uscire, come ogni
mattina, dal portone del palazzotto un po’ malandato, molto probabilmente di fine ‘800, si può
tranquillamente affermare che ormai il tanfo delle scale non gli fa più quell’effetto; anzi,
sembra immunizzato da qualsiasi nausea possibile.
Ad ogni passo che fa, porta con se un ricordo di Rosa ed entra nel bar all’angolo di
plaza Santa Cruz senza lasciare per strada quell’idea aromatica della sua ragazza; la figura
invisibile lo accompagna al bancone e lo predispone per una ghiotta colazione.
Ora, per esempio, è seduto come ogni mattina al solito posto e aspetta che Javier gli
porti il suo latte macchiato con cornetto imbottito alla crema. Aspetta in maniera paciosa,
comportamento alquanto improbabile nei mesi passati, si, perché un’inquietudine nervosa
sicuramente lo avrebbe assalito in quel lasso di tempo d’attesa in cui Javier impiega di solito
per portargli la colazione, ma ora tutto ciò, grazie a Dio, non accade e riesce perfino a fare
mente locale sul tragitto che Rosa sta facendo, in questo preciso momento, per raggiungere la
capitale.
Sono le 6 e 59 e sarà sicuramente partita pochi istanti fa da Alcalà de Henares e
tenendo conto che il treno arriva quasi sempre alle 7 e 35, qualcosa in più o qualcosa in
meno, la vedrà intorno alle 8 e 10 in aula e gli occhi, molto probabilmente, gli sorrideranno.
Quell’immagine lo rilassa e lo predispone ad aspettare tranquillamente gli eventi e con l’aria
di chi conosce bene il posto, si guarda intorno per vedere se tutto è come sempre. Adessso
si sente un po’ come Burt Lancaster in: “Sfida all’Ok Corral”, controllando tutto quello che
accade nel bar proprio come faceva Lancaster, ed è soddisfatto del suo sentirsi padrone degli
eventi. Arriva persino a pensare che forse il bar all’angolo di plaza Santa Cruz è la sua vera
casa; e tutti quei personaggi che lo circondano intorno al bancone, ai tavolini e alla slot-
machine sono un po’ tutti suoi familiari.
Javier gli ha appena portato la sua ordinazione, ricordando in maniera simpatica che
Zidane è un portento e che la Juve e il Milan messi insieme non valgono la mezza parte del
Real. Risate assonnate nell’ambiente rimbombano un po’ ovattate e danno la giusta
cognizione del tempo. Sono tutti uomini in attesa del giorno lavorativo, venuti lì a consumare
i loro caffè e le loro tostate, per avviarsi a percorrere attraverso la metro di Puerta del Sol o
le linee rosse degli autobus cittadini, le proprie storie personali.
Alfredo Vitiello, mentre sorseggia il suo latte macchiato, s’accorge che nell’angolo in
fondo, quasi verso la porta della toilette, vi è un nuovo arrivato: un tavolo vecchio ed
elegante, di forma rettangolare, con qualche tarlo sparso qua e là e dal colore marrone
scuro. E non fa nemmeno in tempo a chiedere a Javier della provenienza di quel nuovo
oggetto che il barista gli spiega, tempestivamente, di essersene impadronito comprandolo nel
Rastro, la scorsa domenica; così, tanto per riempire quell’angolo del bar prossimo alla toilette.
Nel frattempo, l’uomo silenzioso seduto alla destra di Alfredo li guarda con un’espressione
sarcastica, come se pensasse: “Guarda questi due! Mi sembrano due comari maritate che si
mettono a parlare della posizione dei mobili che hanno in casa. Non esistono più gli uomini di
una volta, che parlavano sempre di donne anche di mattina appena alzati dal letto, con ancora
la memoria della nottata d’amore passata.”

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 70


L’italiano, del resto, lo farebbe volentieri di pensare alla nottata d’amore passata, ma
Rosa non resta tutte le notti con lui a dormire, nella stanzetta dell’Hostal Encarnita. Possono
farlo solo il sabato sera; perché il figlio della padrona, che fa il portiere di notte della
pensione, non è molto ligio al controllo durante i fine settimana. E’ una specie di patto
silenzioso: quelli che restano nella pensione durante il fine settimana, e sono due o tre in
tutto, possono portarsi compagnie notturne a patto che lascino una simpatica mancia nel
giubbotto del portiere, appeso all’attaccapanni del corridoio vicino al salone della televisione.
Cosa alquanto importante: la mancia deve essere arrotolata in un foglietto di carta con sopra
il numero della camera e non lasciare mai un cognome o un nome. Un semplice numero della
vita, senza dimenticare nessuna traccia o testimonianza di baratto. E Alfredo, ora che è al
bancone, ne ride pensandolo. Gli da addirittura buon umore rivedere un po’ tutto quello che
accade nel posto dove vive; in un certo senso è una specie di autocritica che lo aiuta ad
accettare le usanze dell’Hostal Encarnita, ma che può farlo solo ora che ha Rosa e che forse,
tra qualche tempo, penseranno di prendere insieme una casa in affitto dalle parti di Cava
Baja; magari anche una mansarda.
Allora si volta a guardare dietro di se con un sorriso da canaglia, come se stesse
volutamente guardando tutti i personaggi che bazzicano in quella pensione insieme alle
usanze un po’ demodè. Passa in rassegna, mentalmente, tutte le figure di quel presepe
vivente; cominciando dalla padrona che lo guarda sempre come se lo stesse interrogando
sulla lezione del giorno. In effetti, la donna tratta un po’ tutti come tanti bambini ed esige, in
maniera categorica, che nessuno dei pensionanti fumi nella sala della televisione. Quando
invece è di turno il figliolo, allora la pensione diventa una specie di caserma: escono un po’
tutti dalle proprie tane e si rifugiano a parlare, del più e del meno, nella sala della ricreazione;
bevendo cerveza e fumando alla grande, magari anche guardando qualche partita della Liga in
televisione.
Durante quel lasso di tempo in cui l’egemonia della pensione è sotto il controllo del
figlio della padrona, si istaurano piacevolmente dei buoni rapporti tra i pensionanti. Si tende
alla modernità e al progresso delle cose, cercando di debellare quell’atmosfera stantia e
retrograda che regna tra le mura dell’Hostal Encarnita. Ma, l’economico prezzo d’affitto
settimanale esige comunque di perseverare tra quelle mura, sopportando silenziosamente
tutte le restrizioni che la padrona impone. Quella donna è riuscita a trovare un escamotage
per far si che non tutti, al mattino, facciano la doccia canonica. Ha imposto un prezzario a dir
poco ridicolo; garantendo una doccia calda di 15 minuti, ma pagando un contributo extra
giornaliero di 1,50 euro. Se invece si sceglie di farsi scivolare addosso, per 10 minuti,
un’improbabile doccia fredda, allora il prezzario si ferma a soli 75 centesimi di euro. La doccia
è comune e quindi di mattina c’è la coda dinanzi la porta d’ingresso; dove batte cassa la
padrona seduta dietro un’idea di scrivania un po’ scolorita, e firma ricevute con data e costo
della doccia avvenuta. La fortuna sorride un po’ a tutti, quando invece è di turno il figliolo. Le
docce sono un po’ tutte bollenti, si ascolta musica dalla radio del corridoio, si fuma
tranquillamente in attesa del proprio turno, a patto però, che le docce durino non più di 6 o
7 minuti a testa.
Adesso, Alfredo Vitiello pensandolo ne ride sommessamente; perché si sente sicuro
della presenza di Rosa e quando ne parla con la ragazza di tutte queste ristrettezze alquanto
medievali che impone la padrona, cominciano a riderne divertiti per l’anomalia delle usanze,
ricordandosi che presto, forse solo tra un mese, andranno a vivere insieme in Cava Baja:
giusto il tempo d’aspettare che la mansarda del 6° piano, al civico 34, si liberi al più presto.
Ma, alcuni mesi prima, quando l’idillio con Rosa non era ancora vigente, Vitiello soffriva
amaramente per tutto ciò. Cominciava le giornate non certamente con la solarità e la
soddisfazione di adesso. Aveva perfino difficoltà di comunicazione con Javier il barista e le
giornate passavano lente. Però, bisogna dire che nel cubano della 12 aveva trovato un giusto

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 71


alleato; infatti, il creolo è un tipo abbastanza agguerrito e lo aveva coinvolto in bevute
notturne per discutere e programmare una linea d’accusa verso le ristrettezze che la padrona
della pensione imponeva. Si erano perfino accordati sulla data delle dimostrazioni, da fare
rigorosamente in presenza di tutti gli altri pensionanti; che secondo il cubano, pur se codardi
e vigliacchi, si sarebbero ribellati anch’essi se avessero avuto in loro due i capi in testa della
rivolta.
Poi, tutto era stato messo a tacere dopo il primo bacio con Rosa. Si era come spento il
fuoco della rivolta e il cubano si era ritrovato da solo a combattere. Allora il creolo, ritrattista
stabile sotto i portici di plaza Mayor, aveva deciso di rinchiudersi in un prolungato silenzio e
aveva cominciato un assenteismo forzato nei riguardi di Alfredo: era scomparsa, nei riguardi
dell’italiano, qualsiasi forma di saluto, persino il poco impegnativo cenno con la testa;
sfoggiando costantemente, mattina, pomeriggio e sera, prima, durante e dopo i pasti, un
ghigno accigliato alla Kerouac, da fare invidia persino a Dean Moriarty.
E anche adesso che l’ha incontrato per le scale, ha finto di non vederlo e ha evitato
accuratamente di entrare nel bar dove anche lui, di solito, fa colazione: proprio per non
incontrare Alfredo Vitiello. E Javier il barista accenna persino un inizio di gossip: “Come mai
col cubano non vi vedo più insieme, come prima?” Ma cosa gliene importerà a questo
panciuto barista di quello che accade tra lui e il cubano? Con tutte le tortillas che ha da
servire, dei boccadillos de calamares da preparare, dei cafès solos e dei vasos de vino tinto Rioja
da mesciare, si mette a chiedere che succede tra lui e il cubano?
Alfredo si limita solo a fargli un sorriso con una leggera tirata su di spalle, per non dare
adito a nessuna polemica e poi, perché vuole continuare a stare da solo in quel bar, con i suoi
pensieri. Vuole continuare a pensare al suo amore e al fatto che sono appena le 7 e 10 e
Rosa, sicuramente, non è nemmeno a metà strada dall’arrivo.
Poi, quel fastidioso rumore della slot-machine azionata dall’uomo in giacca e cravatta, lo
irrita un po’; ma cerca di disciplinare la sua rabbia passeggera ascoltando, senza dare
nell’occhio, le cazzate che si dicono i due operai-imbianchini seduti al bancone, su come
verniciare una parete di lì a poco. Uno dei due è convinto che bisogna stuccare di più la
parete, mentre l’altro asserisce che non ne vale la pena: perché per quello che sono pagati è
già tanto averla stuccata il giorno prima. Forse sarà il caso, quando andrà a vivere con Rosa in
Cava Baja, di riverniciare un po’ le pareti della mansarda; così, per una questione d’igiene e
certamente non saranno quei due imbianchini a farlo: magari lo faranno direttamente lui e
Rosa, per risparmiare, tanto non è complicato e poi è anche abbastanza divertente, a patto,
logicamente, che si faccia una volta ogni tanto.
Dopo qualche attimo, la radio accesa da Javier, per ascoltare le ultime notizie sul Real,
ricorda che tra soli tre giorni ci saranno le votazioni politiche; ad Alfredo importano poco
quelle notizie del mattino sulla violenta lotta senza quartiere che nel paese si sta sviluppando
per le rispettive campagne elettorali dei due schieramenti più importanti. Preferisce
estraniarsi, per l’ennesima volta, su quello che sta vivendo con Rosa: ai suoi baci, a quel modo
tutto suo di accarezzargli il naso mentre lui la guarda, all’ultima volta che hanno fatto l’amore
nella sua camera dell’Hostal Encarnita, alle coperte del letto che si sono tutte attorcigliate tra
le loro gambe mentre, reciprocamente, consumavano il movimento dell’amore. Rivede tutto
lentamente come se volesse assaporare di nuovo quegli attimi e si sente un po’ troppo
osservato dall’uomo che gli è seduto accanto. E’ lo stesso di poco prima: quel tipo silenzioso
che con la sola espressione del viso, aveva criticato aspramente il modo un po’ femminile che
lui e Javier avevano avuto nel parlare di mobili e non donne, in quelle prime ore del mattino.
Si sente osservato e ha paura che quell’uomo così macho gli rubi le immagini di Rosa e allora
decide di dissimulare un falso interesse sulle lezioni d’italiano che dovrà dare nella settimana
a seguire, cacciando dalla sua borsa da lavoro il piano della metro con le rispettive fermate da

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 72


fare, compreso il programma generale di grammatica che ogni suo allievo o gruppo di lavoro
sta seguendo durante le sue lezioni.
Dissimula, da grande primo attore, un interesse molto particolare verso tutti i percorsi
da fare con la metro e le rispettive coincidenze da prendere per raggiungere
quotidianamente le persone a cui fa lezione. In pratica, srotola tutto sul bancone, occupando
circa 40 centimetri dinanzi a se; aiutato anche da Javier che gentilmente gli sposta la tazza,
ormai vuota, del suo latte macchiato. Così riesce a sentirsi più protetto da sguardi indiscreti,
in quella sua operazione di ripasso, e presto la sua deformazione professionale comincia ad
avere la meglio. Infatti, si lascia portare dai viaggi lungo le rotaie della metro e attraverso i
profili degli allievi e le relative regole grammaticali che stanno studiando:
Lunedì dalle 9 e 30 alle 11 e 30 andare dalla cantante lirica. Fermata d’arrivo El Carmen
(linea verde n°5). Come arrivarci: salire in Callao (a quattro passi da Puerta del Sol) direzione
Canillejas. Profilo allieva: donna di mezza età, rompicoglioni, di poca vita sessuale, forse è sola. Canta
benissimo; non conosce quasi niente d’italiano, ma canta perfettamente in accento, facendo sentire
fino all’ultima vocale. Articolazione perfetta. Comunque fare un ripasso generale delle regole
principali: vocali, articoli, verbo avere e verbo essere, preposizioni ecc…
In Callao Alfredo è sicuro che anche lunedì mattina troverà la solita gitana che gli legge
la mano e il futuro, mentre lui corre verso l’ingresso della metro. E anche stavolta gli predirà
qualcosa di meraviglioso, purché le sganci un euro o due. In caso contrario, morte sicura.
Lunedì dalle 12 alle 13 e 30 andare in Menendez Pelayo (linea azzurra n°1) presso una
donna argentina di circa 40/43 anni. Come arrivarci: da El Carmen (linea verde n°5) andare in
direzione Aluche (linea verde n°5). Scendere in Gran Via (linea azzurra n°1) e andare in direzione
Miguel Hernandez (linea azzurra n°1). Profilo dell’allieva: presuntuosa e permalosa, ma bona.
Fidanzata con un medico di Reggio Calabria, divorziato, che la vuole in Italia con lui. Lei fa l’estetista
e a Reggio Calabria potrebbe aprire, con l’aiuto del medico, un ambulatorio nel centro dalle parti del
lungomare (meglio se te ne stai a Madrid). Farle fare un lavoro approfondito sui verbi e relative
coniugazioni. Ha seri problemi di coniugazione; delle volte preferisce usare delle pantomime
particolari con le mani, piuttosto che rischiare una coniugazione di un verbo.
Martedì mattina, lezione in calle Arenal con la classe. C’è Rosa. Love. Te quiero. Pomeriggio
dalle 14 alle 16 andare in Carabanchel (linea verde n°5, zona carcere). Come arrivarci: da Callao
(linea verde n°5) basta andare in direzione di Aluche (linea verde n°5) e scendere la fermata prima.
Profilo allievi: gruppo di lavoro presso un’azienda pubblicitaria che vuole installare una succursale in
Milano. Sono tutte donne. Quasi tutte stronze. Molte sono belle, pochissime brutte, forse una o due.
Fare un approfondito studio dei verbi e dei pronomi e dare molta importanza alla conversazione.
Non dare molta confidenza. Sono una gabbia di tigri e potrebbero sbranarti.
Durante questo percorso Alfredo è sicuro d’incontrare, sotto la metro Callao, il solito
chitarrista che si esibisce con estrema naturalezza, pur essendo su di una sedia a rotelle. E
promette a se stesso che non si soffermerà ad osservarlo come suona, mentre va verso i
binari. Ascolterà solo le note del suo talento, altrimenti potrebbe sentire di nuovo il
commento di qualche giorno prima: “La musica non si guarda, si ascolta”, inveirgli sul capo
mentre corre verso il treno. Ad ogni modo, dopo queste lezioni in Carabanchel è sempre
stanchissimo e quasi sempre torna in accademia per alcune lezioni serali dalle 17 alle 18.
Mercoledì dalle 9 e 30 alle 11 e 30 andare a fare lezione agli orefici (sono due) che lavorano
in collaborazione con alcuni fornitori di Arezzo. Stanno in Cuatro Caminos (punto d’incontro della
linea rossa n°2, della linea nera n°6 e della linea azzurra n°1). Come arrivarci: quindi da Puerta del
Sol (punto d’incontro della linea rossa n°2, della linea gialla n°3 e della linea azzurra n°1) prendere
la linea rossa in direzione Cuatro Caminos (linea rossa n°2). Profilo allievi: sono due emerite teste di
cazzo. Qualsiasi argomento spiego, non studiano. Sono diverse settimane che continuo a spiegare le
preposizioni articolate. Molta noia da parte mia: l’importante è che paghino!

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 73


E nel percorso che Alfredo fa al ritorno, spera sempre d’incontrare dalle parti di Cuatro
Caminos, il cantore di flamenco, gitano. Perché dopo una noiosa lezione con due teste di
cazzo, una botta di flamenco è proprio quello che ci vuole.
Mercoledì pomeriggio: interamente in calle Arenal (accademia di lingue).
Giovedì mattina: accademia, c’è Rosa. Love. Te quiero.
Pomeriggio dalle 14 alle 15 andare dall’impiegata freelance che lavora nel campo
dell’illuminotecnica in collaborazione con un’impresa di Genova. Come arrivarci: scendere in Artilleros
(linea viola n°9) in direzione Pavones. Prendere in Puerta del Sol (linea rossa n°2) fino a Principe de
Vergara e poi linea viola n°9 in direzione Pavones. Profilo allieva: donna tranquilla e disciplinata. Poca
capacità d’apprendimento. Lei ha problemi con le finali e le doppie; le sbaglia tutte.
Giovedì dalle 16 alle 18 andare da Ana che ha fidanzato italiano. Si deve sposare con lui e
studia per partire. Forse è incinta: perché il ventre, in questo ultimo mese, le è diventato più grande.
Come arrivarci: scendere in Colombia (linea viola n°9 direzione Herrera Oria), quindi salire in Callao
(punto d’incontro della linea gialla n°3 e della linea verde n°5) e scendere in Nuñez de Balboa
(punto d’incontro della linea viola n°9 e della linea verde n°5). Magari prendere qualcosa al bar
subito fuori la fermata di Nuñez de Balboa (la fetta di dolce al cioccolato è ottima), per poi rientrare
e andare in direzione Herrera Oria (linea viola n°9). Profilo dell’allieva: Ana è la migliore allieva che
ho; conosce l’italiano e lo parla bene: mi diverto molto a fare conversazione con lei.
Venerdì mattina dalle 10 alle 11 andare in Tirso de Molina (a piedi dall’Hostal Encarnita è
vicino. Passare per plaza Mayor o per Puerta del Sol. Da Puerta del Sol vai a piedi giù fino al teatro
Calderon; costeggi il marciapiede del cinema Ideale e ti trovi in piazza Tirso de Molina). Profilo
dell’allieva: l’allieva è una signora pensionata che studia italiano e altre lingue straniere, per
mantenersi mentalmente in forma. Studia molto, ma è troppo apprensiva e mi da sempre ragione e
mi chiede sempre scusa. Cercare di farla rilassare e non sovraccaricarla di lavoro.
Venerdì dalle 12 alle 13 lezione di un’ora in accademia.
Venerdì dalle 14 e 30 alle 15 e 30 andare di nuovo dagli orefici (che noia!).
Venerdì dalle 16 e 30 alle 17 e 30 (cantante lirica).
Venerdì 18 e 30: accademia, sbrigo un piccolo contenzioso amministrativo col tal Jordi
dell’ufficio contratti e alle 19 incontro Rosa in plaza de Oriente. Forse, si va fuori per il fine
settimana (non vedo l’ora).
In effetti, Alfredo e Rosa hanno pensato di passare tutto il fine settimana insieme.
Venerdì andranno al cinema e poi a cena da Gino l’italiano, in Costanilla de los Angeles, così
Maria Dolores (la cameriera ispanica che vive in Lavapiés), la quale ha sempre fatto la
schizzinosa e la difficile nell’uscire qualche volta con lui, ne sarà sicuramente gelosa e si
morderà senza dubbio le mani a vederlo felice, mentre lei è tuttora da sola, a quanto pare.
Dopo la cena da Gino l’italiano, andranno a bere qualcosa dalle parti di Cava Baja; forse nella
taberna del Almendro o dal El Tempranillo, o meglio ancora, dato che a Rosa piace molto il
flamenco, andranno a sentire qualche cantore nella La Soleá e poi dritti a nanna. Si, perché
questo fine settimana, di notte, è di turno il figlio della padrona e con un’adeguata mancia è
probabile che potranno restare a dormire anche sabato notte. Ma, s’intende, con una mancia
molto adeguata. La domenica, invece, andranno in gita fuori città, dalle parti di Chinchón: nel
cuore della Castilla e dormiranno nel parador che si trova proprio nel centro della
caratteristica plaza de toros, che poi è anche la vera e propria piazza del paese. Così, lunedì
mattina, raggiungeranno il posto di lavoro in perfetto orario, con la corriera blu dei fratelli
Hernandez e avranno consumato una brevissima luna di miele; un piccolo assaggio di quella
che poi sarà.
Pensieri, immagini e sorrisi velati che continuano ad accompagnare Alfredo ancora
seduto vicino al bancone, mentre l’esterno del bar è invaso da uno strano trambusto
cittadino; fatto di ripetute sirene d’autoambulanze che sfrecciano febbrilmente in ogni
direzione. L’italiano s’accorge che i visi delle persone, i quali si trovano al di là della vetrata

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 74


del bar, hanno come un qualcosa in comune. Contengono tutti delle espressioni angosciate e
scioccate; come se una sotterranea paura accomunasse l’intimo dei loro pensieri. E quella
stessa pallida inquietudine è presente anche sui visi delle persone che sono nel bar e dello
stesso Javier che si è rifugiato in un cadaverico silenzio mentre ascolta le ultime notizie della
radio Nacional de España (a cui l’italiano non stava assolutamente facendo caso, perché
impegnato nell’itinerario romantico da fare con la sua Rosa):
“Pochi minuti fa, precisamente tra le 7 e 39 e le 7 e 42, sono avvenute delle esplosioni
nella stazione di Atocha (tre bombe), El pozo del Tio Raimundo (due bombe) e Santa Eugenia (1
bomba) e in un quarto treno in prossimità della stazione di Atocha; precisamente all’altezza di
calle Téllez, proveniente da Alcalá de Henares: sono esplose all’interno del convoglio ben altri
quattro ordigni a distanza di tempo tra loro. Le forze della sicurezza, in collaborazione con i
primi soccorsi della polizia e della Guardia Civil, hanno trovato altri tre ordigni pronti ad
esplodere nei pressi di Atocha, e secondo il ministro degli interni, Angel Acebes, erano pronti
ad esplodere in prossimità dell’arrivo delle prime ambulanze. Madrid ha appena sofferto il più
grande attentato terrorista mai commesso in Spagna. Il numero dei morti è tuttavia
indefinito; si teme il susseguirsi di altri attentati e anche un elevato numero di feriti. La città è
in ginocchio….”
Alfredo non ha nemmeno raccolto le carte con tutti gli itinerari settimanali della metro
e i profili dei suoi allievi dal bancone del bar, che ha pazientemente appuntato nei giorni
passati. Si è messo a correre con l’intento di raggiungere Atocha al più presto, di sapere
rapidamente dove si trova in questo preciso momento la sua Rosa.
Ora sta rasoiando il marciapiede di Puerta del Sol, in prossimità della strada che lo porta
dritto a piazzale Jacinto Benavente e taglia la strada con la velocità di un fuggiasco, incurante
dei volti impauriti della gente: volti ancora assonnati che lo incrociano nella sua corsa
disperata. Vuole al più presto raggiungere la stazione di Atocha, ma proprio dinanzi al teatro
Calderón (lungo tutta la calle Atocha e passando per il piazzale Antón Martín) c’è un ingorgo
spaventoso. Si fa perfino fatica a camminare e la folla angosciata è nervosissima; in più ci sono
molte ambulanze che sfrecciano in ogni direzione portando feriti nei vari ospedali della
capitale: la situazione è drammatica.
Alfredo decide di farsi largo tra la folla e comincia a scendere giù verso Antón Martín,
con la speranza che il traffico sia più libero in prossimità di Atocha. Non ha nemmeno
lontanamente il coraggio di pensare che Rosa è stata uccisa; pensa solo che forse è ferita,
oppure si è salvata dalle deflagrazioni avvenute all’interno del treno proveniente da Alcalá de
Henares. Magari non è per niente partita, si, forse ha preferito prendere il treno dopo, oppure
è arrivata in ritardo in stazione, come è suo solito, e se l’è visto partire dinanzi agli occhi.
Allora, la cosa migliore da fare è chiamare al cellulare di Rosa e lo fa subito con il suo
telefonino, ma non riesce a prendere la comunicazione, forse le linee sono interrotte; e se
provasse da una cabina? Si, forse è meglio. La cabina alla sua destra è però occupata, ma quella
in fondo no; bisogna solo intrufolarsi in questo gruppo di persone e raggiungere il telefono
lontano solo pochi metri. Un po’ di coraggio e vai! Ecco fatto! Il tempo di fare il numero
e….Niente da fare, non c’è linea. E’ tutto bloccato, non riesce a sentire il suono della
speranza e attacca con violenza la cornetta sull’apparecchio: un gesto di ribellione per non
scivolare nel pianto o nella disperazione. Prosegue in direzione di Atocha e dopo pochi passi
s’accorge di un gruppo di persone che sono tutte intorno ad un taxi e ascoltano, dalla radio
accesa, le ultime notizie sulla tragedia:
“Tutti i sospetti sono rivolti all’Eta. Gli ospedali di Madrid hanno messo in atto il piano
di emergenza. Molti feriti arrivano anche dalle vicine stazioni di El Pozo e da Santa Eugenia. Si
stanno comunque organizzando ospedali da campo nei dintorni dei punti colpiti. Uno di essi è
già in fase di allestimento dalle parti di calle Téllez (nelle vicinanze di Atocha Renfe), messo su
dal pronto intervento Samur. Inoltre, la Polizia Nazionale sta utilizzando molti taxi nei pressi

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 75


della stazione, per trasportare i feriti gravi e dare loro i primi soccorsi, dal momento che ben
già 30 ambulanze viaggiano continuamente per il trasporto dei feriti. Ad alcuni feriti in
condizioni di poter raggiungere in piedi il vicino ospedale per i primi soccorsi, è stato
chiesto, dai sanitari, di andare in autobus: per dare la precedenza nelle ambulanze ai feriti più
gravi. I cadaveri sono trasportati al padiglione 6 di Ifema, nel parco Ferial Juan Carlos I, dove
saranno introdotti dalla porta esterna dell’ala est. Molte persone stanno già arrivando a
questo recinto per cercare i familiari che non riescono a localizzare. Lo stesso occorre negli
ospedali, dove molte persone chiedono per possibili dispersi o feriti. Le ferrovie hanno
sospeso il traffico in tutte le linee con origine o destino Madrid: si sono chiuse anche alcune
linee della metro….Inoltre, il centro, gli accessi e le uscite della capitale sono collassate. La
città risulta essere in diversi punti bloccata….”
Alfredo non ha voglia di raggiungere il padiglione 6 di Ifema, nel parco Ferial Juan Carlos
I, entrando dalla porta esterna dell’ala est per cercare il cadavere di Rosa. Perché non è detto
per niente che Rosa, inaspettatamente, l’11 Marzo del 2004 sia d’improvviso diventata un
cadavere; può essere benissimo solo stata ferita e la stanno portando, in questo momento,
nell’ospedale da campo di calle Téllez o addirittura sta raggiungendo a piedi, magari
nell’autobus, come ha detto la radio del taxi, il primo ospedale di zona. Allora, forse è più
logico raggiungere l’ospedale da campo nei pressi di Atocha e quindi, bisogna proseguire
malgrado le facce angosciate dei passanti e il traffico spaventoso, percorrendo la strada
affollata che ha dinanzi: con la speranza di prendere un autobus che corra verso la stazione o
magari un’improbabile taxi vuoto.
Perché farsi prendere dalla stessa angoscia che vede nei volti dei passanti? Perché non
avere la speranza che Rosa sia sana e salva? Del resto, non gli costa niente sperare; basta solo
non piangere tenendo ben strette le mandibole tra di loro: come se Alfredo stesse cercando
di non far scappare dal suo corpo nessuna emozione, per aiutarsi a pensare che Rosa,
malgrado questa disumana tragedia, non è una vittima, non è cadavere, forse non è partita per
niente, oppure è solo ferita lievemente al braccio e ne avrà solamente per qualche giorno.
Percorrendo la strada, comincia a portare nel viso una inconsapevole rassegnazione:
come se il suo corpo lottasse lungo quella avenida impazzita e il suo viso piangesse in
anticipo; immaginandosi, attraverso gli occhi, i patimenti che la sua ragazza ha vissuto a
contatto con quella crudele deflagrazione. E, per alcuni istanti, si guarda intorno forse
leggermente stordito, cercando di trovare una probabile direzione da prendere; qualcosa che
gli porti coraggio e speranza, ma viene colpito dalle veementi parole che si scagliano due
passanti: un giovane probabile studente universitario e un uomo di mezza età, entrambi
furibondi e famelici, con le bocche impastate dalla tensione e un folle luccichio nelle code dei
loro occhi.
“E’stata l’Eta…” dice l’uomo “E’ dal 1968 che ci rompono i coglioni. E spesso lo hanno
fatto durante le campagne elettorali. Tu che cazzo ne sai? Non eri ancora nato e già
ammazzavano gente, questi bastardi.”
“No! Non sono d’accordo! Poco fa l’Eta ha fatto sapere che non ne sa niente di questi
attentati.”
“Ecco, bravo! Difendeteli a questi assassini.”
“….E non ti scordare che nel 2003 Osama Bin Laden minacciò pubblicamente di fare
eventuali attentati contro i paesi che hanno appoggiato gli Stati Uniti nell’invasione dell’Iraq,
indicando esplicitamente anche il nome della Spagna; che tiene 1300 soldati in suolo irakeno
dall’inizio del 2004 e questo grazie al caro Aznar:”
“Ma cosa cazzo stai dicendo? Intanto quella gente è morta grazie all’Eta e voi socialisti
che non avete mai capito un cazzo, finirete per difenderli…”
“E non ti scordare che tra tre giorni ci sono le elezioni e la cacherete dal culo tutta la
vostra ipocrisia.”

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 76


Botte, spintoni, qualche accenno di rissa e quindi, forse è meglio spostarsi. Lo fa in
fretta, Alfredo, passando involontariamente dinanzi un altro taxi poco distante: bloccato nel
traffico con la radio accesa. Sono brevi e succinte le frasi che gli arrivano mentre passa
rapidamente dinanzi a quella macchina, ma gli bloccano il pensiero e lo portano in uno stato
di solitudine profonda:
“La maggior parte delle borse europee sono cadute tra il 2 e il 3 per cento, come
conseguenza degli attentati di stamattina. L’indice Dow Jones è caduto del 1,6 per cento. Le
azioni delle imprese in relazione con l’aviazione e il turismo hanno subito una brusca caduta
libera. Si teme il peggio….”
Ma quelle frasi così lontane da quello che realmente egli sta vivendo, lo portano
velocemente in una sordità improvvisa. S’accorge che non sente più niente, il rumore
assordante delle sirene che percorrono incessantemente calle Atocha è come scomparso.
Alfredo le vede solo lampeggiare, ma non ne sente più il grido e vede solo i visi pallidi e
impauriti dei passanti, ma non ne sente più i lamenti, le ipotesi, i pianti e le urla. Si accorge di
essere solo. Forse volutamente.
Allora, comincia a sedersi sul bordo del marciapiede e lascia che il pianto bussi ai suoi
occhi. Interminabili gocce cominciano a scendergli sulle gote, mentre sottili lamenti gli
invadono la bocca nel pianto. Una sinistra rassegnazione ha rubato tutte le sue membra,
divenendo padrona dei suoi pensieri.
Vede che nessuno s’accorge del suo stato, forse perché tutti occupati a pensare alla
morte che ha colpito Madrid, e allora decide di restare a sperare che Rosa ha perso quel
treno…..

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 77


VIII

UNA SECONDA ATTIVITA’

Lorenzo era sempre stato un tipo di poche parole ed aveva sempre fatto fatica a dire
persino il suo nome o presente, quando a scuola bisognava rispondere all’appello. Era stato,
forse anche brutalmente, spesso tartassato dagli altri, i suoi amichetti, per questa
caratteristica peculiare di parlare il meno possibile. Lo avevano deriso, maltrattato, picchiato e
incolpato chissà di quante colpe non commesse, perché non era stato mai del tutto pronto a
difendersi, a parlare, a dire la sua. Per questa ragione non aveva avuto nemmeno una
movimentata vita sentimentale, almeno nell’epoca adolescenziale; poi, però, si era come
riscattato e dai 20 fino ai 36 anni era stato invece, un vero portento: senza mai cercare la
conquista, in quanto tutto gli era come accaduto naturalmente. In pratica, dai 20 in poi aveva
dato libero sfogo alla sua indole più nascosta, cominciando a dipingere e a mettere su tela un
po’ tutte quelle parole che non aveva mai pronunciato. Aveva acquistato, con la naturalezza
più inaspettata, una patina di luce intorno al suo corpo, riempiendolo di una sotterranea forza
attrattiva e carismatica; a tal punto da diventare un vero e proprio specchietto per le allodole
e soprattutto, senza cambiare per niente la sua peculiare abitudine di non dire molte parole.
Da Legnano, dove era nato e cresciuto fino ai 19 anni, si era mosso per raggiungere
Parigi e per dare il volo alla sua arte; dipingendo, in tutti quegli anni, gli angoli più attraenti
della città, le facce, i sorrisi e conquistando, con il suo tacere, le diverse anime che aveva
incrociato lungo il cammino: passando così, da martire lombardo ad angelo taciturno e
sterminatore di anime. Si era persino armato di quella particolare dannazione che
posseggono i pittori parigini, quel senso di profonda libertà e dell’arte del vivere alla giornata
che essi sanno espletare alla meglio; divenendo padroni assoluti della luce, delle immagini e
delle chiese o delle strade che fanno muovere lentamente sulle tele.
Non era diventato, al momento, un pittore di successo: perché le sue tele, pur
possedendo una forza espressiva unica e rara, non riuscivano ad essere imposte nel mercato
come meritavano; ma nel frattempo si era consolato, in questi ultimi due anni, con l’amore di
Laurence. La ragazza che lo aveva fatto fermare a pensare era impiegata nella Biblioteca
Nazionale e viveva, come lui, verso la collina di Montmartre. Ella divideva un appartamento in
affitto con una sua amica, in rue Lepic, e Lorenzo abitava in un piccolissimo monolocale della
vicina rue Curantin.
Si erano conosciuti durante il percorso che facevano al mattino per raggiungere i
rispettivi posti di lavoro. Avevano spesso raggiunto insieme la fermata della metro di place
Blanche e si erano inoltrati molte volte, in compagnia l’un dell’altra, nelle viscere della città;
salutandosi poi, nelle diverse ramificazioni che dovevano scegliere per raggiungere ognuno i
propri punti di arrivo. Lo avevano fatto automaticamente per svariati giorni, fino a quando
Cupido decise di farli baciare all’altezza di una fermata intermedia che nessuno dei due fu in
grado di notare: perché troppo occupati, entrambi, nel gustare il reciproco sapore. Il gusto del
bacio ricevuto, Lorenzo lo aveva portato nella bocca per tutto il percorso che aveva fatto
prima di arrivare al ponte des Arts, per iniziare a dipingere, e Laurance altrettanto, per tutto il
percorso fino alla Biblioteca Nazionale. I sapori delle loro bocche erano restati scolpiti nelle
proprie memorie, fino all’inizio delle rispettive operazioni di lavoro. Per quanto riguarda
Lorenzo, l’aroma della bocca di Laurence si era cominciato a disperdere durante i primi odori
emanati dai colori schiacciati sulla tavolozza e vomitati dai tubetti. Alla ragazza invece, il gusto
del bacio ricevuto dal pittore era cominciato ad affievolirsi quando aveva deciso di prendere
un caffé dalla macchinetta a gettoni posta nel corridoio della Biblioteca, nella zona del suo
padiglione.!

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 78


Ma quando si erano incontrati a fine giornata per raggiungere insieme Montmartre, si
erano subito ricordati dei loro sapori e avevano silenziosamente deciso d’iniziare un qualcosa
che assomigliasse, in un certo qual senso, ad una specie di relazione. La storia era comunque
partita da due diverse situazioni economiche: Lorenzo squattrinato e quasi sempre in bolletta
e Laurence con uno stipendio fisso ed una certa tranquillità economica; quasi latente alla
noia. Inoltre, tutto ciò non era mai sfociato in una qualsiasi conflittualità di fondo, soprattutto
perché, in questi due anni, avevano saputo tenere a bada le loro inquietudini e competitività;
anche perché Lorenzo, armato di una grande dignità sotterranea, non aveva voluto mai
accettare qualche aiuto economico dalla sua compagna e a maggior ragione nei momenti più
duri: mantenendo ben saldo il suo stato sociale di pittore talentoso con le tasche bucate.
E per questa ragione, non aveva mai voluto lasciare il suo monolocale di rue Curantin
per andare a vivere con lei nella vicina rue Lepic. Del resto, per la ragazza sarebbe stato
sicuramente inaccettabile convivere con il disordine di cui si alimentava il pittore: vestiti per
terra, giornali in ogni angolo della casa e pedalini macchiati dai colori acquarello o a tempera;
magari usati come straccio in un febbrile istante creativo. Quindi si erano accontentati di
vivere separati, ognuno con le proprie manie, in attesa che la vita decidesse per loro. E poi, le
cucce erano così vicine che ad ogni minimo guaito dell’uno, l’altra accorreva veloce.
Ma chi era Laurence? Una ragazza di buona famiglia parigina, laureata in lettere
moderne e impiegata alla Biblioteca Nazionale; certamente non solo grazie alle proprie
forze. Con un’invidiabile situazione economica e un passato un po’ turbolento sul lato
affettivo; né alta, né bassa, né bella, né brutta, né magra e né grassa, ma con una grande
sessualità nel portamento. I capelli corti e biondi e quel suo sguardo un pochino sfrontato e
velato di verde, avevano certamente conquistato i soliloqui mentali del pittore lombardo, che
l’avrebbe baciata, forse, sentendosi finalmente arrivato a casa: egli aveva notato, con estremo
piacere, che questa relazione gli aveva affinato il tratto sulla tela; lo aveva reso meno
sofferente e retorico, acquistando una maggiore personalità nella sfumatura dei colori. Non si
era più inoltrato nella ricerca disperata degli innumerevoli volti della città: piazze affiorate,
fanciulle del quartiere latino o facciate di chiese inquietanti, ma si era semplicemente limitato
a dipingere quello che vedeva dinanzi; poteva rappresentare una semplice formica operosa
occupata a trasportare una briciola di pane, oppure il pianto di un bimbo che vede volare nel
cielo il palloncino compratogli dalla madre.
E aveva comunque continuato a mantenere il ponte des Arts come base d’ispirazione,
una specie di officina-laboratorio all’aperto. Raggiungeva la postazione portando a zaino il
treppiedi e le tele bianche; montava tutto l’armamentario e cominciava a dipingere tra le
chiacchiere dei suoi colleghi vicini, occupati anch’essi a raccontare Parigi. Inoltre, cosa
alquanto importante, non cadeva come loro nelle solite tele turistiche che il colpo d’occhio
dal ponte poteva suggerire.
Quel mattino stava dipingendo qualcosa di molto impegnativo; si era inoltrato a
raccontare, con estrema attenzione, quello che stava accadendo sotto il ponte, lungo la riva
destra: a prendere il sole, seduti sul selciato della banchina, vi erano due innamorati
abbracciati tra loro, un pescatore con una canna lunghissima e ferma, e una donna di mezza
età occupata a farsi sedurre dalla luce; accennando piccole movenze da stella del cinema
muto. La difficoltà della prova stava proprio nel differenziare per bene i soggetti nelle loro
momentanee occupazioni. In pratica, bisognava raccontare la strafottenza dei due amanti nel
baciarsi e accarezzarsi, la solitaria tranquillità dell’anziano pescatore e cosa più difficile, la
femminilità, ormai sul viale del tramonto, della donna di mezza età che continuava a rifugiarsi
in movenze ridicole; accarezzate dal sole. Il tutto poi, bisognava dosarlo attentamente nei
colori, per poter rappresentare, nella maniera più reale possibile, quelle continue flessuosità
che la superficie della Senna imponeva alla luce abbagliante del giorno. Da non sottovalutare
neanche la cascata dei rami di castagno e salici piangenti che, dal lungo Senna all’altezza del

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 79


Louvre, cadevano a picco sulla banchina della rive droite, rispecchiandosi sulla superficie del
fiume, nei loro differenti toni di verde.
Lorenzo si era inoltrato in un’impresa alquanto impegnativa che l’avrebbe tenuto
occupato per alcuni giorni a seguire, in cui avrebbe dovuto ricordare le movenze dei
personaggi e le loro posizioni, dal momento che quei corpi seduti in prossimità della Senna
non erano modelli in posa e non sarebbero ritornati il giorno seguente per farsi dipingere
sulla sua tela. Del resto, questa sfida lo esaltava e si sentiva superiore ai suoi colleghi del
ponte che erano impegnati a dipingere i banali paesaggi di sempre che circondavano la zona.
Il tempo sarebbe passato in fretta: verso le 13 Laurence l’avrebbe raggiunto sul ponte e
avrebbero così sgranocchiato insieme il loro panino al formaggio. Ma, malgrado l’attenzione
che metteva nel differenziare i diversi toni di verde che la flora riflessa nell’acqua imponeva, si
sentiva comunque un po’ vinto e insoddisfatto: un colore del suo carattere, abbastanza
presente in questi ultimi anni, che denotava una sua personalissima impotenza verso
l’incomprensione, da parte del mercato, nei riguardi delle sue tele. Insomma, si sentiva un po’
sconfitto, abulico, frustrato e spesso non si lasciava nemmeno distrarre dalle urla dei vicini
colleghi che, come lui, dipingevano sul ponte des Arts; occupati a litigare quasi sempre su
argomenti banali, come proprio in quel momento stava accadendo.
La disputa era nata, anche stavolta, tra David il lionese e Alain il parigino: due pittori
spesso in conflitto tra loro, soprattutto perché figli di due città un po’ rivali. In realtà David,
durante questi ultimi anni in cui l’Olimpic Lyon aveva vinto meritatamente il campionato di
calcio, si era un po’ gonfiato come un pavone e aveva spesso cominciato a criticare qualsiasi
iniziativa o semplice osservazione di Alain.
E alcuni istanti prima, per il semplice spirito di contestazione, si era messo a criticare
ciò che Alain aveva detto del quartiere latino: e cioè che era felice di vivere a Montparnasse
perché zona innovatrice e di continuo fermento, che già Picasso (durante la 1° guerra
mondiale), dopo alcuni anni di Montmartre e della famosa scuola di Parigi, aveva deciso di
scendere a sud della Senna; dove si respirava un ambiente diverso e più creativo, seguito poi
da Breton, Henry Miller, Ezra Pound, Hemingway, Dos Passos e perfino da Cocteau. Ma David
aveva pensato bene di dare adito alla sua ironia tagliente e si era messo a smitizzare quelle
parole del suo collega, dicendo che tanto Hemingway era stato in ogni parte del mondo e
che quindi non faceva testo la sua presenza parigina come esempio da prendere e tutto
questo, mentre pennellavano sulle tele i soliti paesaggi parigini, da vendere poi ai turisti che
passavano sul ponte. Allora, erano cominciate le solite sparatorie verbali tra i due contendenti
che presto erano finite, come d’abitudine, nelle paroline offensive dette a mezza bocca e
l’accenno di qualche spintone subito sedato dagli altri colleghi.
In questo era molto bravo Martin il belga: uno strano pittore di Liegi, di circa 55 anni,
che tutti (compreso Lorenzo con il suo poco parlare) chiamavano mister Liegi-Bastogne-Liegi
(in onore della famosa classica di ciclismo), perché aveva raccontato a tutti i pittori del ponte
des Arts, di essere stato perdutamente innamorato di una bionda di Bastogne che ancora
adesso, soldi permettendo, andava a trovare. Egli faceva sempre da paciere fra i due; di indole
un po’ ruffiana e succube, proiettato soprattutto al prestito dei colori che spesso riceveva
generosamente da Alain e da David e che quindi, si sentiva falsamente in obbligo di sedare
qualsiasi focolare di rissa tra i due. E infatti anche stavolta stava, come sempre, cercando di
separarli nel loro ormai quotidiano battibecco; aiutato, per altro, anche da Ramon lo
spagnolo: denominato il pittore degli angeli e da Claudio di Buenos Aires: vignettista di
politica mondiale e ritrattista d’eccezione, specializzato nel deformare in mille modi diversi il
volto di George Bush e di tutti gli esponenti politici presenti sul nostro pianeta.
L’unico a non farsi distrarre da quella inutile disputa, compreso Lorenzo, era Gregory, il
pittore di Philadelphia: un ragazzone di 30 e passa anni, alto circa un metro e 90 e di facile
collera. Un iracondo di grande talento che qualcuno aveva paragonato a Manet, con il vizio

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 80


dell’alcol: di cui spesso ne restava vittima, per le tremende bevute notturne dalle parti della
Gare de l’Est, dove aveva anche il suo domicilio. E che poi, al giorno dopo, le stesse tremende
bevute notturne gli lasciavano i postumi sul viso in quelle sue silenziose posture, come se
fosse un po’ perso in un mondo di sogni.
In realtà, la solita disputa giornaliera tra David e Alain aveva distratto l’intera comunità
dei pittori, lasciando Lorenzo come unico baluardo di quella parte del ponte prossima alla rive
droite. Si erano un po’ tutti spostati verso l’accenno di rissa, tranne l’americano che invece,
forse inconsapevolmente immerso in quella sua fissità verso la tela su cui si leggeva un
semplice abbozzo di una natura morta e seduto quasi in bilico sul bordo dello sgabello
deformato dal peso e dal suo precario equilibrio dovuto al vino ingerito la notte precedente,
era restato a far compagnia all’italiano.
Lorenzo se ne era accorto con fastidio, ricevendo una passeggera inquietudine da quella
sconsolata figura e così aveva deciso di sospendere momentaneamente le sue impegnative
sfumature di verde, rifugiandosi in una pausa sigaretta per far sfebbrare l’ambiente. Tra una
boccata e l’altra si era messo a pensare a Montmartre, e che forse era venuto il tempo di
trasferirsi dalle parti della collina dove c’era la chiesa del Sacro Cuore. Così, avrebbe potuto
tranquillamente lavorare alle sue idee, senza che quei balordi distraessero il suo estro
mattutino. E poi, dopo tutto, ne aveva le palle piene di quel parigino del cazzo, il quale non
faceva altro che decantare il suo tanto amato quartiere Latino e deprezzare tutta la zona di
Montmartre dove, tra l’altro, il pittore lombardo si sentiva perfettamente a suo agio. E cosa
gliene fregava se Picasso, prima o durante la grande guerra, aveva deciso di scendere da
Montmartre a St. Germain des Prés, perché zona più fiorente d’idee e più fotogenica all’occhio?
Non si sentiva per niente mutilato per la notizia che il suo quartiere aveva perso, in
quegli anni passati, un importante esponente della scuola francese e tra l’altro, non gli piaceva
per niente il cubismo e Picasso non era certamente il suo preferito. A Lorenzo piacevano gli
espressionisti francesi e in Montmartre, soprattutto nel tardo pomeriggio quando tornava a
casa, aveva trovato una continua sollecitazione visiva alimentata da colori, espressioni di visi e
sfumature di luce.
Ad ogni modo, decise d’aspettare che si calmassero gli animi e tutto tornasse come
prima, continuando a fumare la sigaretta accesa poco prima e leggiucchiando le notizie del
giornale italiano che era solito comprare ogni tanto, all’edicola nei pressi del Louvre, prima di
raggiungere il ponte des Arts; proprio come aveva fatto quel mattino.
Il fumo della sigaretta che gli pendeva tra le labbra saliva temerariamente attraverso il
naso e la fronte; causandogli quell’arrossamento canonico agli occhi. Si lasciava un pochino
arrostire il campo visivo, poi spostava le pagine del giornale ben strette tra i polpastrelli delle
dita macchiate dai colori e tirava qualche boccata, incurante delle discussioni animate che
ancora padroneggiavano tra i suoi colleghi. Aveva appena letto le prime pagine tenendo, in
realtà senza farci caso, in ben evidenza il titolo della testata italiana: facile punto d’arrivo per
qualsiasi sguardo curioso che passasse sul ponte, quando accadde qualcosa d’inaspettato che
improvvisamente lo proiettò verso il suono della sua Terra. In pratica, gli si avvicinò, senza che
lui se ne fosse reso conto, un uomo di circa 55 anni, alto, arrossato nel viso, con i capelli
pettinati ad acqua ed una barbetta ruvida e bianchiccia che denotava una probabile vita da
cani. Uno zaino un pochino rigonfio tra le spalle, delle scarpe consumate probabilmente dalla
storia delle strade percorse e degli occhi marroni molto espressivi preannunciavano un
qualcosa d’interessante che stava per accadere:
“Italiano?” Lorenzo abbassò in fretta il giornale per rendersi conto, al più presto
possibile, da dove arrivasse quell’interrogazione inattesa.
“Non è mica facile leggere le notizie italiane qui a Parigi, sei troppo distratto da tutto questo
ben di Dio. Non è così?”

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 81


“Già!” Il pittore si rese immediatamente conto che aveva dinanzi un tipo particolare,
forse un barbone o qualcosa di simile, una specie di intreccio tra un angelo e un bevitore
incallito.
“Io sono di Novara e tu?”
“Legnano.” Lorenzo cercava di continuare la lettura per scoraggiare quell’inizio di
conversazione.
“Legnano? Ma dai! Il paese di Gigi Riva. Guarda un po’ che combinazione!”
“Si.” Meglio parlare poco, così quel tipo si sarebbe allontanato in fretta.
“Che sinistro, signori! Robe d’altri tempi. Che ne sanno, gli stronzetti di adesso, del sinistro di
Gigi Riva! Sai che l’ho visto giocare nel Legnano? Si, venne a giocare contro il Novara, serie C e ci fece
due reti. Io ero ragazzetto e mio padre mi disse: quel tipo è baciato da Dio.” Quell’energia che si
era intrufolata negli occhi dell’uomo di Novara stava attraendo, lentamente, l’attenzione di
Lorenzo. In quelle due sfere marroni così espressive vi scopriva, un po’ alla volta, la potenza
della memoria emotiva che le imprese di Rombo di Tuono gli avevano involontariamente
donato. La voglia di dipingere quel viso che aveva dinanzi, con le sue gote arrossate, fu
immediata; ma si limitò solo ad ascoltarlo silenziosamente, per focalizzarsi nella mente tutti i
punti drammatici di quella faccia italiana. Poi, nei giorni successivi, magari dall’alto della collina
di Montmartre, l’avrebbe messo sulla tela.
“Sei da molto a Parigi?” L’uomo glielo chiese con una leggera inflessione epica nella
voce, quasi come se volesse trovare in Lorenzo un complice nella presunta sofferenza da
emigrante che aveva intenzionalmente preannunciato.
“Da un po’ di anni e tu?”
“Ho lavorato come manovale in un cantiere di Pigalle; poi un giorno, in pausa, mentre stavo
mangiando un panino con un collega, un tizio mi ha detto che gli italiani sono tutti mafiosi e….”
Cominciarono a presentarsi, lungo i lineamenti di quel viso, dei tenerissimi singulti di pianto
che presto sfociarono in lacrime rapide; a gonfiare quelle gote arrossate. Il pittore restò in
silenzio ad osservare la sofferenza di quell’uomo; un po’ rapito dall’espressività di quel viso,
un po’ impotente verso quel pianto inaspettato e gli offrì un fazzoletto di carta per
incoraggiarlo a desistere da quelle lacrime. Il passante si asciugò in fretta le lacrime e
continuò a raccontare:
“Non ci ho visto più, ho cominciato a menargli come non avevo mai fatto in vita mia e
d’improvviso l’ho visto per terra, così hanno chiamato la polizia e mi hanno portato dentro. In pochi
istanti ho perso la faccia, il lavoro e….” Poi, cacciando dal portafoglio una foto: “…..e questi due
mi stanno aspettando a casa.”
“Chi è? Tuo figlio e tua moglie?” “Si! Mi stanno aspettando. Stamattina sono uscito dal carcere,
ho fatto pochi mesi dentro. Insomma, diciamo che le cose si sono aggiustate e che il tipo non ha
voluto infierire; ma io, adesso, mi sento perso e…” Il pianto ricominciò ad impadronirsi del suo
viso. “E ho visto te che stavi leggendo il giornale italiano e mi è venuta voglia di sfogarmi; scusami,
perdonami ma ho vissuto dei momenti terribili.”
Lorenzo si sentì emozionato da quelle parole, “Vuoi una sigaretta?” “Grazie!” Una boccata
per riprendersi, come a cancellare quel ritorno di pianto e aggiunse: “Voglio ritornare al più
presto in Italia, mio figlio mi sta aspettando. Ho bisogno di fare un po’ di soldi per tornare a Novara.
E pensare che qui, dovevo restarci solo tre mesi: un lavoro stagionale ben pagato e sarei tornato a
casa, invece mi è successo quello che non doveva succedere. Stasera mi arrangerò sotto qualche
ponte, ma devo fare al più presto i soldi per il biglietto del treno. Capisci?”
“Certo!” Ci fu una pausa prolungata, come se entrambi s’aspettassero qualcosa: un
gesto, un’esclamazione, un commento. Poi Lorenzo, senza sapere realmente il perché, dalla
tasca cacciò due biglietti da dieci euro e, istintivamente, li mise nel palmo della mano
dell’uomo. Il passante lo ringraziò intensamente, commuovendosi con un sorriso di gioia e
dopo essersi scusato tanto per tutto il disturbo che gli aveva recato, lo salutò con grande

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 82


riconoscenza e si allontanò verso la rive gauche. Il pittore ebbe il tempo di vederlo
allontanare nella prospettiva del ponte, come se fosse uno strano miraggio che s’allontana
dalla realtà, e tornò nelle sue occupazioni, dal momento che anche gli altri avevano finalmente
terminato la loro sciocca disputa giornaliera. Restò un po’ di tempo a riflettere sulla tela, per
ritrovare quei toni di verde che aveva tralasciato qualche istante prima e ricominciò a
dipingere, senza poter del tutto cancellare quell’incontro che aveva vissuto.
Passarono circa due mesi e la sua relazione con Laurence continuò a traghettarlo
lungo le maree della sua instabilità economica. Come d’abitudine, vendeva pochissime tele
che di solito compravano gli stessi mecenati di sempre, a bassissimo costo, i quali credevano
in lui e lo invogliavano ad insistere senza sosta. Ma questa continua lotta con se stesso lo
aveva obbligato ad aumentare la produzione di caricature politiche, come faceva il suo collega
argentino per sbarcare il lunario, e gli rubava molte ore. Aveva quindi deciso di non radersi
per non perdere tempo, ottenendo con la sua folta chioma scura e con la barba piuttosto
prominente, le stesse sembianze del Che.
Ora, si trovava nei pressi della solita edicola a quattro passi dal Louvre, dove ogni tanto
comprava il quotidiano italiano per nostalgia e si era messo a leggere, appoggiato ad un
muretto poco distante. Regnava un silenzio stranissimo, in quel tratto di Parigi e lui leggeva
tranquillamente le notizie politiche delle prime pagine; soffermandosi sulle schermaglie senza
fine che avvenivano tra l’opposizione e la maggioranza, sul ritiro immediato o meno delle
truppe italiane dal suolo iracheno. L’unico rumore esistente era il borbottio gentile e operoso
di alcuni uomini che, da un camioncino parcheggiato poco distante, stavano trasportando un
tavolo verso un portone. Lorenzo spostò per alcuni istanti lo sguardo in direzione degli
operai, richiamato dal borbottio gentile che questi adottavano per trasportare l’incomodo;
collaborando tra loro come se fosse una questione di vita o di morte. E si rese conto che
quel tavolo vecchio ed elegante, di forma rettangolare, con qualche tarlo sparso qua e là, e dal
colore marrone scuro, sarebbe stato benissimo nella sua mansarda di rue Curatin. Ma un tono
di voce, un po’ sofferente, lo riportò a qualcosa che mesi prima lo aveva colpito:
“Italiano?” Lo vide apparire dal nulla, sbucando agilmente da dietro al giornale e
stavolta, con se, portava un cagnolino bastardo: leggermente rimbambito e tenuto al
guinzaglio (una sorta di spago lercio e ingiallito) per non farlo scappare. L’uomo di Novara
non era per niente cambiato, continuava ad essere pettinato ad acqua, con la solita barba un
po’ lunga e quel rossore alle gote. Di nuovo aveva soltanto quel cane; forse non era ancora
riuscito a tornare in Italia e per farsi compagnia di notte, l’aveva adottato portandoselo
dietro. Ma, cosa alquanto inaspettata, il passante non aveva riconosciuto Lorenzo: perché
barbuto alla Che e si era messo subito all’opera.
“Non è mica facile leggere le notizie italiane, qui a Parigi. Sei troppo distratto da tutto questo
ben di Dio. Non è così?” Il pittore ebbe l’istinto di parlare, di dirgli: ma che cazzo, non ricordi
che qualche mese fa ci siamo incontrati? Poi, decise di glissare e accortosi che quella strana
creatura, più o meno, stava usando nell’approccio le stesse parole, accennò con la testa ad un
cenno bonario; con la speranza che l’uomo ricominciasse a parlare.
“Io sono di Novara e tu?” Ecco, infatti. Erano arrivati al punto di partenza. Ma chi diavolo
era quell’uomo che aveva dinanzi? Un barbone smemorato, un poveraccio qualsiasi o che
altro? Lorenzo restò interminabili istanti a decidere cosa diavolo dirgli. Parlare di Legnano,
forse, l’avrebbe fatto pensare a Rombo di Tuono e automaticamente si sarebbe ricordato del
Che che aveva davanti, così decise d’improvvisare: il caso e le circostanze avrebbero fatto il
resto. In effetti Lorenzo, con quel suo poco parlare, aveva sempre intimamente sperato di
essere muto: in perfetta salute con l’udito, in modo da poter ascoltare tutte le stronzate degli
altri, ma senza l’uso della parola. Così, d’impulso e senza sapere realmente il perché, decise di
scrivergli, su un foglietto che aveva per caso nella tasca della giacca, la sua particolare
patologia.

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 83


“Cosa? Non mi dire! Sei muto? Ma ci senti, però?” L’artista lombardo fece cenno di si,
abbozzando un sorriso e …. “Oh! Ma guarda che combinazione! Anche mio papà era muto, ma
sentiva benissimo. Non c’è problema! Non c’è problema! Molte volte è meglio non parlare. Si dicono
un sacco di cazzate.” Il pittore ritornò a vedere, negli occhi del passante, quella particolare
energia che lo aveva catturato due mesi prima, sul ponte des Arts e che poi, nelle vicinanze
della chiesa del Sacro Cuore, l’aveva rappresentata sulla tela; ripercorrendo tutta la follia che
l’uomo aveva espresso sul volto quando si erano parlati per la prima volta e che ora,
ritornava ad esternare in tutte le sue particolarità. Però Lorenzo aveva annunciato la sua
patologia e questo, senza dubbio, avrebbe intralciato il percorso del passante. Bisognava,
forse, arrivare presto al succo del problema e così l’uomo preferì scegliere subito la strada
del pianto.
“Sei da molto a Parigi?” Anche questa volta glielo chiese con una leggera inflessione epica
nella voce, come se volesse trovare in Lorenzo, per la seconda volta, un complice nella
presunta sofferenza da emigrante che gli aveva intenzionalmente preannunciato già due mesi
prima e di cui non ricordava più nulla di quegli istanti. Astutamente, non diede al pittore
nemmeno il tempo di replicare con un accenno del viso o qualcosa di simile; cominciando a
far nascere, lungo i lineamenti del proprio viso, dei tenerissimi singulti di pianto:
“Ho lavorato come un cane in un cantiere di Pigalle…..” C’era stata, però, una piccola
variazione nel testo: da manovale a cane e Lorenzo non l’aveva nemmeno lontanamente
percepito, anche perché il succo emotivo del fatto era restato lo stesso di quello esternato,
con grande maestria, già due mesi prima. “…..Poi un giorno….”
I singulti, che istanti prima si erano presentati sul volto, cominciarono anche stavolta a
sfociare in lacrime, rapidissime, che graffiarono le gote arrossate. “Mentre stavo mangiando un
panino…..” Anche qui c’erano stati piccoli cambiamenti e…. “….Un tizio mi ha detto che gli
italiani sono tutti ladri e cornuti…”
Eh, no! In questo caso il cambiamento era stato lampante: da mafiosi a ladri- cornuti e
Lorenzo lo aveva ampiamente notato. Per questa ragione, vedendolo piangere, non accennò a
dargli un fazzolettino di carta, come aveva fatto due mesi prima, per paura che il passante
avesse un improvviso flash e si ricordasse del Che che aveva dinanzi. Bensì lo lasciò piangere
nel fiume di lacrime che gli scendevano sulle gote arrossate, limitandosi a commentare quel
ladri-cornuti pronunciato dall’ipotetico accusatore, con un movimento della testa e una
leggera smorfia della bocca; a sottolineare un profondo dissenso verso quelle desolanti
affermazioni, offensive dopo tutto, e anche per fare da spalla all’individuo di Novara e per
capire fino in fondo dove volesse arrivare.
“Allora ho cominciato a menargli come non avevo mai fatto in vita mia. Così, l’ho visto per
terra e….Poi hanno chiamato la polizia e mi hanno portato dentro.” Le lacrime e il singulto
avevano raggiunto il picco, mentre si apprestava a cacciare le foto dell’ipotetico figlio e della
moglie. “Ora, loro mi stanno aspettando. Ho perso il lavoro e da una settimana sono uscito dal
carcere. Questo cagnolino mi ha fatto compagnia, soprattutto di notte, è un bastardino che ho
trovato dalle parti del pont Neuf.”
Il testo risultava un po’ traballante, ma le lacrime vere mantenevano benissimo la
tensione e tutto era credibile. Al ché, Lorenzo pensò di movimentare la cosa scrivendogli sul
solito fogliettino volante: hai bisogno di soldi per tornare in Italia?
“Beh! Si. Ho bisogno di pagarmi il biglietto del treno. Tu non immagini quanta voglia ho di
vedere la mia famiglia.” Quest’ultima frase la disse con grande emozione, al punto che
Lorenzo, pur immaginando che fosse un bluff d’alta scuola, si commosse come se stesse
assistendo ad un capolavoro cinematografico. E ancora una volta, senza sapere realmente il
perché, il pittore di Legnano diede due biglietti da 10 euro al presunto manovale arrestato a
Pigalle. Egli lo ringraziò intensamente, questa volta asciugandosi le lacrime col dorso del
braccio destro, senza far intravedere nemmeno una briciola di indecisione; e si allontanò

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 84


rapidamente con il suo cagnolino bastardo che era restato per tutto il tempo accovacciato ai
suoi piedi, con l’aria di chi si annoia per partito preso.
Ma chi diavolo era questo sconosciuto di Novara? E se si fosse messo a seguirlo per
scoprire l’enigma? Però, Lorenzo si ricordò che non aveva il tempo materiale: perché alle 13 e
15 doveva trovarsi nel cafè di Place des Victoires per pranzare con la sua dolce Laurence e
sapeva benissimo quanto il suo amore ci tenesse alla puntualità. Doveva, senza dubbio,
desistere dal grande desiderio di scoprire dove portasse quell’anima e tutte le immagini
emotive che avrebbe potuto fotografare nella mente, ma non resistendo al divieto che si era
imposto decise di seguirlo solo per poco; giusto il tempo di scoprire qualcosa di più chiaro. E
notò che l’uomo di Novara cominciò a camminare rapidamente, obbligando il cagnolino
bastardo ad una innaturale accelerazione. Sembrava che il barbone, inconsciamente, si fosse
accorto che il pittore lo stesse seguendo e dava un accenno più rapido al passo: forse per
non essere seguito da nessun occhio indiscreto. Entrò in rue Croix des Petits Champs, percorse
a passo sostenuto alcuni metri, andò a sbattere addosso a qualche passante e poi decise di
attraversare la strada per raggiungere il marciapiede di fronte. Lorenzo fece altrettanto,
cercando di avere lo stesso ritmo del passo e di non farsi notare, mescolandosi ad arte tra la
folla di gente dell’ora di punta che correva a rifocillarsi nei cafè-restaurants des Boulevards.
Arrivarono, distanziati di pochi metri, all’altezza di rue Coquilliere e l’uomo di Novara la
imboccò senza pensarci due volte. Lorenzo lo seguì badando attentamente a non farsi notare
e s’accorse che lo sconosciuto era diretto in rue du Louvre. Infatti, così fu. Entrati che furono
nella strada, il barbone l’attraversò rapidamente, fregandosene dello sforzo che il cagnolino
faceva per seguirlo e sembrava che l’uomo fosse preoccupato di raggiungere qualcosa al più
presto. Il pittore riuscì a stargli dietro senza dare nell’occhio e presto arrivarono in rue J. J.
Rousseau; la percorsero in fretta fino all’angolo di rue Etienne Marcel e lo sconosciuto si
diresse all’altro lato della strada, dove vi era un vecchietto ad aspettare.
Il pittore decise di non seguirlo più: perché lo sconosciuto, dall’altro lato della strada,
aveva cominciato uno stranissimo dialogo con il vecchietto. Inoltre, Lorenzo aveva notato che
il cagnolino bastardo si era messo affettuosamente a giocare con l’anziano: sembrava che in
realtà quel vecchio fosse il suo vero padrone. Constatò, con enorme interesse, che tra lo
sconosciuto di Novara e l’altro individuo avveniva lo scambio del guinzaglio e il passaggio di
alcune banconote di euro che quest’ultimo subito mise in tasca: acquistando nel viso una
fisionomia diversa, più rilassata, come colui che viene pagato per un lavoro compiuto. Poi, si
allontanò con il cagnolino al guinzaglio; in direzione rue Etienne Marcel, mentre l’uomo di
Novara, rapidamente, entrò in un portone: lasciando il pittore in balia dei piccoli fuochi che
ardevano in rue J.J. Rousseau. Forse era lì che viveva, quello strano individuo di Novara. In quel
vecchio portone di quell’antico palazzo era nascosto il suo mistero e Lorenzo voleva
scoprirlo al più presto. Così, pensò d’aspettare. Era molto probabile che l’uomo sarebbe
ritornato per strada e lui l’avrebbe seguito per capire veramente chi fosse: si sentiva anche un
po’ poliziotto e quindi, bisognava non dare nell’occhio.
Diede una rapida occhiata alla strada e ai due marciapiedi variopinti di vita; una vecchia
renault 4 parcheggiata, di color crema e un po’ sgangherata nella parte anteriore, aveva il
cofano della zona motore ricoperto di piccole piante colorate: margherite gialle, anemoni e
violette, più un certo numero di fiori di campo con intorno della plastica d’addobbo che
portava appiccicata piccoli cartoncini, su cui si leggeva il prezzo di ogni piantina. Il venditore
era al posto di guida, che leggeva un giornale e rispondeva ai passanti interessati all’acquisto
di qualche unità floreale. Poco distante vi era un bar pieno di giovani seduti ai tavolini: molti di
essi erano ragazzi magrebini dagli occhi arrossati per il fumo delle Gauloise che, in piena
combustione, pendevano dalle loro labbra carnose; mentre un vivace cameriere di mezza età,
dalla chioma un po’ rosseggiante, si occupava delle ordinazioni che essi gli davano.

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 85


Dall’altra parte, sul lato del marciapiede dove vi era il portone in cui era entrato lo
sconosciuto di Novara, c’erano alcuni negozi di alimentari, una fornitissima profumeria, un
tabacchi e riviste, e una splendida maison della stoffa: piena di commessi eleganti e indaffarati
nelle vendite. Dai due lati della strada vi era un discreto passeggio e facce di ogni colore, e
Lorenzo, quel posto, molto probabilmente l’avrebbe dipinto tra qualche giorno; perché gli
piaceva soprattutto il colore vivace che dava alla strada la renault 4 piena di fiori di campo.
Anche se si era un po’ fatto distrarre dai colori che passavano in rue J.J. Rousseau, riuscì
a rendersi perfettamente conto che dal famigerato portone stava uscendo una figura smilza e
dinoccolata, che ricordava molto quella dello sconosciuto di Novara. Il barbone o quello che
si era presunto che fosse risultava totalmente cambiato, perfino la pettinatura non era più ad
acqua. Si era asciugato ben bene i capelli ed ora, sembravano anche un po’ ondulati. Le gote,
pur restando sempre rossastre, ora risultavano più eleganti; perché sorrette da
un’espressione del viso molto meno drammatica. Lo zaino da viaggiatore ambulante e i vestiti
macchiati dalla storia delle strade avevano lasciato il posto a dei capi molto decenti e ben
stirati, ma soprattutto l’andatura e il portamento erano totalmente cambiati. Sembrava
un’altra persona: come se si fosse spogliato di tutta la pesantezza della sua vita e si
apprestasse a percorrere un viale tutt’altro che ingiallito dall’autunno; almeno che,
quell’individuo che Lorenzo stava osservando dall’altro lato della strada non fosse il gemello
dello sconosciuto di Novara, pulito e pettinato col fon.
Una cosa che non aveva per niente perso era l’andatura veloce, rapida, nervosa.
Sembrava, anche in questo caso, che l’uomo dovesse raggiungere al più presto qualcosa,
qualcuno, un posto, una meta e non aveva nessuna intenzione di rallentare la sua tabella di
marcia. Costrinse Lorenzo a seguirlo e imboccarono, quest’ultimo un po’ defilato per non
dare nell’occhio, rue Etienne Marcel nel punto in cui la medesima strada s’intersecava con
quella denominata Turbigo. Lo fecero rapidamente, distanziati di pochissimi metri e senza che
lo sconosciuto signore di Novara s’accorgesse di essere seguito da un pittore con le
sembianze del Che. Nella stessa rue Etienne Marcel, affollata di gente in pausa panino, mentre
era occupato a pedinare la nuova figura che era apparsa dal famigerato portone, Lorenzo
s’accorse di intravedere, persa in un’andatura sconsolata e melanconica, la sua Laurence.
Come era stato possibile dimenticare l’appuntamento che aveva fissato con il suo amore, nel
solito cafè-restaurant della vicina place des Victoires? Come aveva potuto preferire il
pedinamento di quell’uomo, invece di pranzare con il suo angelo biondo?
Forse adesso sarebbe stato meglio nascondersi nelle viscere di Parigi: infilandosi nella
metro di Etienne Marcel e seguendo il barbone; poi, con calma, avrebbe riflettuto sul perché di
quella sua grossolana dimenticanza. E, d’altro canto, se Laurence non fosse stata così persa e
amareggiata nei suoi pensieri, per questa ennesima distrazione del fidanzato artista, l’avrebbe
potuto persino notare tra le persone che stavano entrando nella metro di Etienne Marcel e
l’avrebbe potuto perfino chiamare e raggiungere, per avere le dovute spiegazioni. Ma tutto ciò
non accadde e la ragazza con i capelli corti e biondi si lasciò nascondere dagli occhiali da
sole; sotto cui si nascondeva la vera essenza sconsolata del suo umore. In pratica, percorreva
rue Etienne Marcel con aria disperata. Com’era stato possibile che si fosse fatta abbindolare da
un italiano perennemente distratto e senza quattrini? Che non riusciva a vendere nessuna
tela ad un prezzo decente. E se l’avesse mollato una volta per tutte e si fosse fatta corteggiare
da quel tipo seduto al cafè, che la stava ripetutamente guardando?
Forse quel pittore maldestro si meritava una buona lezione e poi, dopo tutto, si sentiva
ancora attraente: soprattutto quando indossava quella camicetta bianca a mezze maniche e
quel pantalone blu, con cinta ben stretta nella vita, che metteva in risalto i suoi fianchi
eleganti. In più, la borsetta pendente dalla spalla sinistra e quell’aria un po’ goffa di chi non si
prende del tutto sul serio, facevano di Laurence una donna attraente; e cosa importava se

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 86


sotto i suoi piedi, perso a seguire il barbone tra le carrozze della metro in direzione Opèra, ci
fosse il suo amore italiano!
Ma lei non poteva saperlo e nemmeno vederlo ora che, uscito dalla fermata suddetta, si
apprestava a seguire l’uomo di Novara: in vantaggio di pochi metri dall’inseguitore. Adesso il
pittore pensava che il barbone, non più pettinato ad acqua, fosse intenzionato a dirigersi nel
Boulevard des italiens, magari per mangiare qualcosa in quei cafè-restaurants della strada, ma
presto s’accorse che l’uomo si stava dirigendo, sempre con un’andatura rapida e nervosa,
verso il teatro Edouard VII. L’uomo passò velocemente dinanzi all’ingresso principale, dove vi
erano affisse delle foto di scena, e si diresse verso l’ingresso artisti entrandovi rapidamente.
Lorenzo si fermò davanti a quelle foto e le guardò attentamente, con l’ansia di scoprire
finalmente qualcosa di quell’individuo che stava seguendo. In quel teatro era in atto uno
spettacolo matinée per le scuole secondarie superiori, intitolato: “La vita di Jules Verne”, in cui
l’uomo di Novara interpretava la parte della piovra gigante nell’episodio del Capitano Nemo.
L’uomo di Novara, il barbone pettinato ad acqua, il passante sconosciuto e chi sa chi
altro ancora era stato immortalato in una foto affissa alla bacheca del teatro, in cui una
corpulenta piovra di gommapiuma, ben scenografata in ogni parte dei suoi tentacoli, aveva la
faccia del nostro individuo che, ad arte, usciva da un foro praticato nella gigantesca testa del
pupazzone e che, molto probabilmente, dall’interno di esso l’uomo azionava i tentacoli
mimando ipotetiche aggressioni ai palombari che erano nel fondo dell’oceano di carta pesta.
Il pittore, incuriosito dall’ennesima vita che quell’uomo stava vivendo, decise di entrare
per assistere allo spettacolo che a momenti doveva iniziare. Pagò il biglietto, si sedette in una
posizione un po’ defilata e assistette allo spettacolo, circondato da tanti adolescenti annoiati
e dalle rispettive professoresse che accompagnavano le scolaresche.
In effetti quella performance non era un granché, ma Lorenzo restò affascinato quando
sulla scena apparve la piovra. L’uomo di Novara dava il meglio di se, sprigionando posizioni
mastodontiche, in quell’oceano di luci e di fondali teatrali. S’accorse che lo sconosciuto
s’impegnava tantissimo per dare una credibilità evidente ai movimenti dei tentacoli di
gommapiuma e questo lo colpì molto, al punto di decidere d’andare nei camerini a salutarlo,
come di solito si usa fare a fine spettacolo.
Percorse tutto il corridoio intasato da costumi e parrucche di scena, incrociò alcuni
attori dello spettacolo ancora segnati nel viso dai rispettivi fondo tinta dei loro personaggi e
chiese ad uno di loro, con le sembianze di un marinaio, dove fosse l’attore che interpretava la
parte della piovra gigante. Costui gli indicò il camerino semichiuso nel fondo del corridoio e
Lorenzo vi si avvicinò intenzionato a bussare, mantenendo comunque una sensazione di
bilico. In effetti, lo sconosciuto di Novara sarebbe stato contento che Lorenzo, il pittore con
le sembianze del Che, dal quale poche ore prima aveva ricevuto due biglietti da 10 euro,
perchè emozionato dalle sue lacrime che, ad arte, egli si era fatto scivolare sulle gote
arrossate, ora veniva a smascherarlo nello spazio ristretto del suo camerino? Si sarebbe
sentito come un leone ferito, rinchiuso in una gabbia dannata, o tutto sarebbe andato liscio
come l’olio?
“Salve, si ricorda di me?” Aveva scelto di dargli del lei perché, effettivamente, non sapeva
bene con quale parte della personalità di quell’uomo andava a parlare. “No. In questo momento
mi deve scusare, ma ho come un vuoto di memoria; dove ci siamo conosciuti? Anche lei, italiano?” In
realtà l’aveva riconosciuto benissimo e stava cercando di capire bene che intenzioni avesse
l’italiano con le sembianze del Che.
“Innanzitutto vorrei farle i complimenti per la piovra….” Un leggero movimento del capo,
da parte dell’uomo di Novara, stava per grazie.
“Immagino che non sia tanto esaltante farlo, ma devo dire che lo fa con estrema
determinazione e mi ha fatto davvero vedere una piovra del mondo di Verne.”

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 87


“Si, infatti lo faccio soprattutto per sopravvivere, ma le mie aspirazioni sono tutt’altre che
animare un pupazzone di gommapiuma.”
“Eh! Si! Immagino. La vita dell’artista! Quindi non si ricorda di me?”
“No! In questo momento davvero non ricordo. Dove ci siamo conosciuti?” Ci fu una leggera
pausa in cui Lorenzo pensò, per alcuni istanti, di glissare l’argomento e andar via: per non
infierire sull’artista che aveva davanti, ma poi si fece coraggio e decise di parlargli scegliendo
l’immediatezza della prima persona. “Qualche ora fa ti ho dato due biglietti da 10 euro, perché sei
venuto vicino a me che leggevo il giornale italiano e ti sei messo a piangere parlando della tua vita e
del fatto che devi tornare in Italia e non hai soldi, ricordi?” L’uomo di Novara si mosse per andare
a socchiudere la porta del camerino, per far si che il colloquio in corso restasse privato e poi
andò verso Lorenzo, cominciando a parlare con grande umanità:
“Mi ricordo perfettamente chi sei e te ne sono profondamente grato per quello che hai fatto,
ma io….Io sono ad una svolta della mia carriera. Tra qualche giorno dovrò fare un provino con
un’importante regista di cinema francese e la parte è proprio quella che ho interpretato con te: un
italiano che esce dal carcere, perché accusato di aver provocato una rissa a Pigalle, non ha i soldi per
tornare in Italia da sua moglie e suo figlio e chiede aiuto ai passanti italiani, turisti a Parigi. Io, mi sto
allenando per farla bene. Oggi, devo dire che ho superato me stesso. Sono stato molto convincente,
non trovi?” “Totalmente!” “Sai, non sempre riesce così….Non vedo l’ora di fare questo dannato
provino, sono preoccupato e in ansia. E’ praticamente l’ultima spiaggia della mia carriera. E’ una vita
che cerco di affermarmi; poi….Qui, in Francia, è tutto più difficile per uno straniero. Ho lasciato
l’Italia per una donna, molti anni fa, un’attrice anche lei e poi è tutto finito. Forse, se fossi restato in
Italia a quest’ora! Chi può dirlo? Così ho deciso di prepararmi per questo provino, vivendo realmente
la parte. Travestendomi da barbone e chiedendo ai passanti di aiutarmi con qualche soldo.”
“E devo dire che ti riesce benissimo.” L’uomo restò in silenzio per alcuni istanti, come a
cercare d’interpretare la frase che aveva appena pronunciato Lorenzo. C’era una valenza
polemica, pronta a sfociare in una reazione inaspettata, o era solamente un tono ironico di
compiacimento, nel quale Lorenzo aveva voluto dichiarare apertamente il suo plauso verso la
performance a cui aveva assistito?
“Guarda che ti ridò subito indietro i soldi. Ci mancherebbe! E’ che oggi, mi è venuta proprio
bene la scena, mi sono distratto e non ho pensato, nell’istante che mi allontanavo, ai soldi che dovevo
restituire.” Mentre armeggiava nervosamente nelle tasche del pantalone, per cercare i soldi da
restituire al pittore, Lorenzo faceva mente locale sulla stessa scena del pianto che alcuni mesi
prima aveva già assistito, recitata sempre dallo stesso prim’attore. Pensò di dirglielo ma poi,
non si sa per quale ragione, decise di glissare.
“Ma no! Lascia perdere! Vada come un augurio. Diciamo che quei soldi che ti ho dato sono un
in bocca al lupo per il tuo provino che ti vada alla grande e poi, anch’io sono un artista….”
Cominciarono a fare amicizia e si scambiarono perfino gli indirizzi, per non perdere le loro
tracce e restare comunque in contatto. Poi, si salutarono affettuosamente scambiandosi gli in
bocca al lupo reciproci e ognuno si lasciò portare dal soffio dei propri destini. In realtà,
nell’anno che seguì, non ebbero più contatti e nemmeno s’incontrarono più per strada. A
Lorenzo le cose continuarono ad andare male. Non riuscendo in quell’anno a piazzare molte
delle sue tele, fu costretto ad accettare quell’impiego come commesso, procuratogli da
Laurence, in un negozio di scarpe in rue Lepic. E un giorno, mentre aspettava la sua ragazza
dalle parti del museo del Louvre, per prendere il solito panino insieme, intravide l’uomo di
Novara travestito da barbone pettinato ad acqua, che armeggiava intorno ad un turista
italiano.
Praticamente era arrivato nel nodo drammatico della scena, quando estrae dalla tasca la
foto della moglie e del figlio, mentre il turista sembrava commosso e totalmente convinto
dalla maestria dell’attore. Allora Lorenzo ebbe, d’istinto, la voglia di avvicinarsi e di

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 88


smascherarlo, ma poi desistette restando a guardare. Del resto, anche lui era stato costretto
a praticare una seconda attività.

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 89


IX

NEL VOLTO DI CHARO JIMENEZ

Dinanzi al Cafè del ponte Torensluis, sul canale Singel, vi sono sedute molte persone;
soprattutto giovani che consumano le loro bevande. Il sole non è molto caldo, ma sprigiona
dei raggi piuttosto piacevoli che attraversano il cielo sereno e predispongono le facciate delle
case, nella Nieuwe Zijde (parte nuova), ad una ilarità mattutina. La primavera è entrata nelle
vene della città senza dimenticarsi di svegliare i visi dei giovani: li ha adornati di sorrisi
spettacolari, armandoli di una pigrizia velata. In realtà, sono un po’ tutti fermi a riflettere se
partecipare o meno a questo nuovo corso della natura che sta invadendo tutte le strade di
Amsterdam.
Ricardo Ardiles Soto è seduto all’estremità del Cafè, con le spalle al canale Singel e tiene
attentamente sotto controllo la stradina che si immette sul ponte, la Toren Molstraat,
dominata dalla guglia più alta della Nieuwe Kerk (chiesa nuova) che s’innalza dal fondo.
Quest’uomo di 65 anni guarda in particolare il portoncino di un palazzotto dalla facciata
color mattone, con tante finestre strette ma allungate e bordate tutte quante di bianco;
perchè nell’ultimo piano di quel palazzotto, precisamente nell’ultima finestra sulla destra, vive
sua figlia Charo Jimenez che, fino a dieci giorni fa, non sapeva d’avere.
Praticamente è la sua figlia illegittima avuta circa 27 anni fa da Paula, la donna di cui è
stato innamorato e che stava mandando all’aria il suo matrimonio. Quest’uomo, ora vedovo, è
titolare di un albergo a quattro stelle, ben avviato, nel centro di Toledo e ha tre figli avuti dalla
sua povera moglie: Alvaro, Rosalinda e la piccola Macuca che l’aiutano nella gestione alquanto
impegnativa dell’albergo. Inoltre, ha numerosi dipendenti al suo servizio: camerieri, cuochi,
gente addetta alla pulizia delle camere e anche molti ingressi e guadagni che lo portano a
vivere una vita agiata e tranquilla, almeno fino a dieci giorni fa; prima di ricevere quella
misteriosa lettera da Paula che ora ha nelle mani: pronto, forse, a rileggerla, come se non
credesse ancora del tutto a quello che vi è scritto.
Paula era stata alle sue dipendenze negli anni 70, come cameriera del bar nella hall e
addetta alla pulizia delle camere; assunta nei primi anni di apertura dell’albergo con un salario
piuttosto basso, ma soprattutto tenendo conto del suo bellissimo aspetto, per fare colpo
sulla clientela e per dare una certa presenza all’ambiente. Ricardo Ardiles Soto se ne era
quasi subito innamorato e, all’insaputa della povera moglie, aveva instaurato una relazione con
la donna senza nemmeno pensare lontanamente alle conseguenze. Suo cugino Paco, unico
testimone e confidente, glielo aveva ripetutamente detto, di fermare quel fuoco, soprattutto
perché Alvaro era molto piccolo e sua moglie stava per dare alla luce Rosalinda. Ma la storia
aveva preso spazio: il loro amore era lievitato insieme agli affari e Paula si era ritrovata ad
essere l’amante del padrone, con tutte le conseguenze e i pettegolezzi che ne seguirono.
Non era stata certamente una donna calcolatrice, anche perché ne era veramente
innamorata e si era lasciata portare dagli eventi senza tener conto di quello che sarebbe
accaduto. Infatti, dopo circa un anno si era accorta di aspettare Charo e aveva cercato di
indagare, interrogando Ricardo sul loro amore; ma, informata da una sua collega delle avance
che Ardiles Soto faceva ad una nuova arrivata nel reparto cucine, si era convinta a partire
senza dare ulteriori spiegazioni al padrone e soprattutto, senza svelargli il suo stato d’attesa.
Gli anni erano passati e Charo era cresciuta lontano da Toledo e da suo padre che
nemmeno sapeva chi fosse. Era stata accarezzata solo da sua madre e da sua nonna, vivendo
in quel piccolo paese: El Espinar, a quattro passi da Segovia; dove sua mamma aveva trovato
lavoro come donna delle pulizie in un centro commerciale.

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 90


Ricardo Ardiles Soto e Paula si erano spesso sentiti in quegli anni, dopo la nascita di
Charo, e forse si erano anche qualche volta visti, diciamo sporadicamente, senza impegno,
perché erano restati sempre un po’ attratti l’uno dall’altra, fino ai primi accenni di senilità. A
quel punto, l’uomo si era come inventato mille contrattempi quando Paula aveva tentato di
vederlo; preferendo la compagnia delle giovani cameriere assunte nel suo albergo, e quindi
tutto si era lasciato traghettare fino alla malattia di Paula che presto si era accorta di non
avere scampo. Poi d’accordo con sua cugina Maria Dolores, e visto le scelte che Charo aveva
fatto, si era impegnata a scrivergli una lettera che sarebbe poi stata spedita dalla parente
stretta, solo dopo la sua morte.
Ora, malgrado la bella giornata e il brulicare dei giovani vocianti occupati a
chiacchierare di cose che nemmeno capisce, seduti dinanzi al Cafè del ponte Torensluis,
Ricardo risulta occupato a guardare attentamente il portone del palazzotto: aspetta che
qualcuno esca al più presto da quel fabbricato. L’impazienza di prendere una adeguata
decisione, in riferimento agli eventi che ha letto nella lettera speditagli da Maria Dolores, gli
danno un’aria piuttosto tesa. Sa perfettamente che non può restare troppi giorni ad
Amsterdam, che gli impegni dell’albergo sono tanti e in più, non può reggere troppo tempo la
scusa che ha dovuto inventarsi per convincere i figli di quel suo viaggio inatteso. Lui, da
sempre, ha paura di volare e ha fatto tutto il viaggio in treno: è partito da Madrid Atocha fino
a Parigi gare du nord, poi ha preso il treno per Amsterdam, attraversando parte della
Germania, fermandosi a Colonia per alcuni minuti, parte del Belgio e quindi l’Olanda. Un
viaggio lungo e stancante che ha sentito di fare per conoscere Charo.
Invece, ai suoi figli legittimi ha raccontato di andare a Parigi; dove, da molti anni, vive suo
cugino Paco che ha bisogno di lui perché improvvisamente ammalatosi di una forma allergica
molto debilitante. E a Paco lo ha davvero incontrato, per circa mezz’ora, sotto la stazione di
Parigi; raccontandogli, per filo e per segno, tutti i contenuti di quella lettera ricevuta da Paula.
Il cugino gli ha detto di agire, di non commettere ulteriori sbagli e di trovare in lui un sicuro
alleato; poi hanno riso per alcuni istanti, prima di ripartire per Amsterdam, quando Paco si è
messo a raccontare che affitta il suo cane ad un falso mendicante italiano: una specie di
artista che finge di essere povero, vestito di stracci, passeggiando per Parigi col suo cane al
guinzaglio.
Durante il viaggio, nella mente di Ricardo Ardiles Soto, si sono ripetute
sommessamente quelle risate che ha consumato con Paco. Accompagnandolo soprattutto nei
momenti più faticosi del lungo tratto da percorrere; una sorta di fantasma un po’ vivace e
allegro che gli ha tenuto compagnia per tutto il tempo. Smitizzando, così, l’importanza di quel
viaggio: improvvisi sorrisi infantili apparsi sulle sue guance, ogni volta che la mente è ritornata
al suo consanguineo e su quegli aneddoti che Paco gli ha saputo narrare.
Ma ora non ha tempo per ridere. E’ già da due giorni ad Amsterdam e non è stato
ancora capace di parlare con Charo; lei non si è nemmeno accorta della sua presenza, del
fatto che la sta seguendo da due giorni, che lui sa perfettamente dove vive e soprattutto dove
lavora, che è perfettamente a conoscenza del tipo che l’accompagna e del suo particolare
stato emotivo. Inoltre, la ragazza non è al corrente di tutte le volte che in questi giorni,
sapendo che era in casa, Ardiles Soto ha provato a parlare con lei telefonandole e ogni volta è
stato costretto a riattaccare, perché è sempre inserita quella dannata segreteria telefonica
con la sua voce registrata, che esorta chiunque a lasciare un messaggio subito dopo il bip, in
quell’accento spagnolo-olandese che lui nemmeno capisce.
Ora, Ricardo sta sentendo il desiderio irrefrenabile di rileggersi la lettera che Paula gli
ha spedito. Almeno in parte. Non vuole affrontare la seconda parte dell’epistola: quella che
parla del lavoro di Charo, perché ne ha profondamente paura. Non è vigliaccheria la sua, ma
preferisce non farlo; sa perfettamente che è giunto in questa città per parlare con Charo e
convincerla in ciò che lui ritiene giusto. E lo farà. Non sa bene quando, in che giorno e a che

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 91


ora, ma lo farà. Così, seduto in quella poltroncina di vimini dinanzi al Cafè del ponte Torensluis,
si lascia portare dalla voglia di riaprire quella lettera che ha nelle mani. Non fa più caso alla
birra che ha ordinato e che non ha nemmeno bevuto. Lascia il bicchiere parcheggiato sul
tavolino ormai non più colmo di schiuma fino al bordo ed inizia, mentalmente, a percorrere
quello che Paula gli ha scritto prima di morire.
! El Espinar 15 Aprile,
2004.
! Ciao, Ricardo.
Potrei restare a parlare con te per molte ore, senza pensare mai a quello che mi hai fatto
soffrire. Credo ancora d’amarti. Anzi, non ho mai smesso di farlo. Ricordo sempre i nostri momenti e
tutte le volte che mi hai fatto sorridere e te ne sono molto grata. Sento che con te ho vissuto un
lunghissimo viaggio che non è mai finito e forse, non raggiungerà mai una meta.
Ho sempre accettato le scelte che hai fatto, del modo con cui hai pensato di allontanarti da
me e ti ho profondamente odiato, anche se non ho mai preteso nulla. Ho preferito andare via da
Toledo: non volevo più vederti. Non volevo più assistere all’evoluzione della tua famiglia, a tua moglie,
ai vostri bambini (ora, immagino che saranno grandi!), che mi costringeva a restare nascosta in un
angolo della tua vita senza poter partecipare con te, in prima persona, all’amore che tentavamo di
vivere.
E t’assicuro che tutto ciò non mi ha mai allontanato dal tuo pensiero, perché anch’io sono
stata cosciente e ben convinta delle scelte che abbiamo fatto. Non ho mai preteso che tu lasciassi
tua moglie e i tuoi figli per venire con me, mi sembrava troppo potente come decisione e quindi, mi
sono lasciata portare dalla vita, dagli incontri che ho fatto dopo e dal lavoro che, grazie a Dio, ho
trovato nel paese di mia madre, all’El Espinar, permettendomi di vivere degnamente fino a questo
momento.
Ma ora, mi sono ammalata gravemente e così ho detto a mia cugina, Maria Dolores, (te la
ricordi? Anche lei ha fatto per un po’ di tempo la cameriera nel tuo albergo, poi è andata via) di
spedirti questa lettera dopo la mia morte.
Per alcuni secondi si mette distrattamente a pensare, guardando una giovane donna in
bicicletta che attraversa il piccolo spiazzo sul ponte. Forse, Ardiles Soto risulta ancora
incredulo verso quello che gli sta accadendo. Dà un fugace sguardo al portone del palazzotto,
alla finestra al quarto piano e riprende a rileggere quella lettera ormai un po’ sgualcita che ha
tra le mani.
Non mi odiare per questo, ma dopo una lunga riflessione ho pensato di farlo; perché Charo,
mia figlia, ha bisogno di te.
Alcuni mesi dopo la mia partenza da Toledo, mi accorsi che aspettavamo un figlio, decisi di
andare comunque avanti da sola e di svelarti la lieta novella, solo se mi fossi resa conto di una tua
coraggiosa decisione. Ciò, purtroppo, non accadde e t’assicuro che non ti biasimo per non averla
presa. L’ho cresciuta da sola e un giorno, con calma, t’assicuro che te ne avrei parlato solo per farti
partecipe che il nostro amore è nel volto di Charo (ti ho spedito, con la lettera, una foto recente di
nostra figlia. Per poterla riconoscere quando l’incontrerai e per renderti conto che nel suo viso c’è
tutto di te...).
Ardiles Soto caccia dalla tasca interna del soprabito la foto di Charo e la guarda
attentamente per alcuni istanti. La somiglianza è così lampante che l’uomo,
inconsapevolmente, cerca di trovare un’imperfezione o qualcosa del genere. Lineamenti
diversi che smantellino, anche se minimamente, quella somiglianza incrollabile; ma il suo viso
ha certamente qualcosa in comune, con la foto della figlia che non ha mai saputo d’avere.
S’accorge di vedere, attraverso quel ritratto di Charo, lo stesso sorriso, le stesse sembianze
della sua piccola Macuca; come se le avesse concepite nel medesimo istante: con quell’unica
saetta proveniente dalle sue viscere, in grado di colpire due punti diversi dell’universo,

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 92


altrettanto baciati dalla stessa passione, ma entrambi capaci di procreare due stelle lucenti
che portano, malgrado ciò, i suoi colori nel viso. E infatti…
Charo ha quasi 28 anni, gli stessi di tua figlia Macuca e ha studiato per molti anni, con
enorme profitto, raggiungendo perfino la laurea in architettura presso l’università di Segovia. Poi, un
giorno ha deciso di andare in vacanza in Olanda, con una sua amica e si è fermata ad Amsterdam
per qualche giorno, dove tuttora vive e lavora (l’indirizzo è: Toren Molstraat,13. Non puoi sbagliarti,
perché la strada si trova nel centro storico della città, nella zona chiamata Nieuwe Zijdee---vuol dire
zona nuova---a quattro passi dalla grande chiesa nuova---la Nieuwe Kerk---. Vive praticamente a
ridosso di un ponte chiamato Torensluis che passa nel canale Singel e che è molto famoso nella città)
e lì ha conosciuto Martin, innamorandosene perdutamente come io mi innamorai di te, e non è più
tornata a casa.
Quest’uomo è un tipo losco. Viene dal Suriname. Ufficialmente è un mercante di diamanti con
molti contatti commerciali, ma…
Il portone del palazzotto si apre improvvisamente e Martin ne esce spavaldo.
Raggiunge, con rapidi passi, i tavolini del Cafè e si siede per consumare qualcosa. E’ un uomo
di bellissimo aspetto, con la pelle nera ben tesa in ogni parte del corpo. Dà l’idea di un
guerriero o qualcosa di simile e malgrado che Ardiles Soto lo abbia già visto in questi giorni
in cui ha cercato di avvicinare Charo, ne resta sempre un po’ intimidito. Forse, quel giovane
uomo del Suriname, gli fa un po’ paura. Ora, sicuramente, resterà a consumare qualcosa ai
tavolini del Cafè, in attesa che Charo lo raggiunga. Allora, bisogna fare attenzione. Prima di
tutto, è meglio che chiuda quella lettera, rimettendosela nella giacca del soprabito, per aver
tutto sotto controllo. Da un momento all’altro uscirà Charo, dal portone del palazzotto, e lui
è intenzionato a seguirli.
Vuole assolutamente parlare con sua figlia e stamattina deve trovare il modo per farlo.
Ha deciso di pedinarla e approfittare di qualche istante in cui può stare da sola con lei. Le
vuole parlare e convincerla, e spera tanto che lei capirà, che lo seguirà. Intanto Martin, tra i
tavolini del Cafè, si muove come un felino. Saluta un po’ tutti e sembra che tutti lo temano.
Lancia sorrisi alle cameriere che servono ai tavoli e certe volte si ferma a parlare con qualche
giovane, in maniera accorata. Piega leggermente il corpo come se fosse un curato nel suo
confessionale, che ascolta i peccati dell’adolescente di turno, ma in realtà è un puma. Lungo il
dorso sprigiona una tensione fortissima, pronta ad esplodere in qualsiasi momento e
ghermire quelle carni tenere che sono lievemente protese verso di lui. Ricardo lo guarda
attentamente, lo scruta in ogni suo angolo e sa che quell’uomo è una montagna molto difficile
da scalare. Ha bisogno di puntelli, di corde ben tese e spera tanto che Charo sia intenzionata
a farsi aiutare e a non restare avvinghiata a quella roccia, come spiega la lettera di Paula.
La ragazza si presenta al Cafè dopo pochissimi istanti e, dal modo in cui è uscita dal
portone del palazzotto e ha raggiunto la postazione di Martin tra i tavolini del Cafè, lo ha
lasciato senza respiro. In questi due giorni in cui ha cercato di avvicinarla, Ardiles Soto non
aveva ancora avuto il piacere di constatare il suo portamento austero e fragile al tempo
stesso. Quell’andatura melanconica che Charo sprigiona tra le sedie dei tavoli gli aumenta
ancora di più l’immensa voglia, che nemmeno sapeva possedesse, di proteggerla. E’ un padre
felice, in questo momento. Si sente soddisfatto di aver, 28 anni prima, sprigionato quella
famigerata saetta e vuole a tutti i costi proteggerla, difenderla, portarsela con se e riempirla
d’affetto, di bene. Tutto quel bene che le è stato negato in questi anni. Charo sembra
impaziente d’andare, forse non sopporta che Martin la lasci ad aspettare. La ragazza vuole che
l’uomo tronchi le sue chiacchiere, che la smetta di ciondolare con le cameriere del Cafè e
che dedichi solo a lei le attenzioni dovute.
Per brevissimi attimi si dicono qualcosa; con una impercettibile vena di tensione. Il volto
di Charo Jimenez si rabbuia leggermente e dinanzi al viso le cade un ciuffetto corvino dei
suoi capelli lisci. E’ un potente fermo immagine che Ardiles Soto capta immediatamente;

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 93


rivede, in quell’espressione della figlia, lo stesso disegno che fu nel volto di Paula, molti anni
prima, in un momento particolare della loro relazione: in cui la donna fu capace di regalargli
quella stessa espressione vissuta da Charo, durante una loro discussione animata. La bellezza,
la verità e la sensualità di quei lineamenti gli avrebbero fatto compagnia nel corso degli anni,
soprattutto nei momenti in cui Paula era andata via da Toledo. Un personalissimo ricordo
d’amore che la donna gli aveva lasciato, per alimentare la memoria dei segreti più belli della
loro passione e mai avrebbe potuto immaginare che una figlia sua, la quale fino a pochi giorni
fa non sapeva nemmeno che esistesse, gli avesse potuto regalare, sul ponte Torensluis, le
stesse espressioni di Paula.
L’uomo ha appena il tempo di lasciare una ricca mancia sul tavolino; è costretto
improvvisamente ad alzarsi, perché Charo e Martin stanno velocemente lasciando il Cafè ed
egli vuole a tutti i costi parlare con sua figlia, e assolutamente vuole farlo in giornata. Non
resta quindi che seguirla e trovare il momento opportuno per avvicinarla, da sola soprattutto.
Gli amanti si dirigono velocemente verso la Toren Molstraat; la imboccano con la
frenesia di due giovani animali attratti chi sa da quali odori. Camminano separati, senza
nessuna effusione romantica o qualcosa che denunci il loro stato di coppia. Passeggiano con
un’andatura decisa; quasi incuranti che i loro corpi hanno dormito insieme chissà quante
volte: costringendo Ricardo ad avere un passo sostenuto che non c’entra niente con il suo
aspetto. La dolcezza e l’intensità di quest’uomo sembra disperdersi attraverso i suoi pori; è
come se intorno al suo corpo ci fosse una nuvola grigia di energia che lo costringe a muovere
le braccia e le gambe più svelte del solito.
Verso la fine della Toren Molstraat si lasciano inghiottire dal vortice delle loro emozioni,
ognuno occupato a pensare ai propri piccoli fuochi mentali e si fanno scaraventare nella
Voorburgwal, come se stessero scivolando nella strettoia di un imbuto. L’attraversano
velocemente, dissacranti con le loro andature, verso quella che risulta essere una delle più
importanti strade della città. Ora, si trovano al cospetto del lato orientale della Nieuwe Kerk
(chiesa nuova) e sono ignari che aldilà delle mura della chiesa, le quali stanno costeggiando
con aria nervosa, vi è un giovane impegnato a suonare, con la dovuta attenzione, il grande
organo dorato adorno di cherubini e angeli in legno marmorizzato, di Jacob van Camper.
Ardiles Soto segue da lontano, cercando di non dare nell’occhio con quella sua
andatura un po’ esagitata, come di un tale che non vuole perdersi il suo ultimo tram.
All’altezza dell’entrata principale della chiesa, nella Mozes en Aaron straat, i due giovani hanno
un accenno di leggero sentimentalismo: si sfiorano i corpi reciprocamente, per istanti
brevissimi, e Martin regala un leggero sorriso invitante che Charo si lascia freddamente
scivolare di dosso, come se fosse invisibile. A sua volta, l’uomo che li segue a distanza si fa
distrarre, per istanti brevissimi, dalle vetrate istoriate della parte bassa a destra nella colorata
finestra ad arco, posta sul tetto dell’entrata principale, in cui sono raffigurate le immagini di
una regina circondata da tanti cortigiani presenti alla sua incoronazione e con i volti tutti un
po’ imbambolati. Poi, per paura di perderli, si rivolta rapidamente in direzione di piazza Dam e
s’accorge che sono ormai prossimi al Nationaal Monument (perché hanno già attraversato
rapidamente la Damrak), dinanzi al quale continuano ad avere battibecchi nervosi, mentre
stanno per entrare nella Damstraat. C’è addirittura un accenno di alterco che li tiene fermati
alcuni secondi di fronte l’uno all’altra, a discutere, permettendo ad Ardiles Soto di avvicinarsi
ancora un po’.
Ad ogni modo, per raggiungerli, l’uomo è stato costretto ad attraversare rapidamente la
Damrak; o meglio, trasversalmente: approfittando che i semafori pedonali hanno segnato
verde. Ha riconosciuto la strada piena di tram che partono e vengono dalla stazione
centrale, da cui lui --- due giorni fa --- ha dato il primo sguardo alla città. E non si è fatto
nemmeno distrarre dai due bambini burloni; i quali gli hanno fatto le boccacce dal finestrino
del tram n°14 che sta percorrendo la strada in direzione opposta alla stazione. Ha fatto finta

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 94


di niente, per non perdere di vista Charo e Martin, e forse quei due bimbi hanno pensato che
lui fosse un uomo burbero e freddo: perché non li ha fatti sorridere. Ma questo è il momento
per avere dei sensi di colpa verso due bimbi che probabilmente non rivedrà mai più? E poi,
cosa ha fatto di male? Ha negato un sorriso, ma non ha danneggiato le loro fantasie; e
troveranno sicuramente da ridere in questo mondo, quei due pargoletti, magari proprio
alcuni metri più avanti, lui, adesso, non ha tempo per giocare con loro.
Sulla Damstraat sembra un po’ tutto più rallentato. I due amanti passeggiano cercando
un accenno di abbraccio o di mano nella mano, come se quella strada li avesse cambiati da ciò
che erano in prossimità della Nieuwe Kerk. Due persone totalmente diverse da quelle di prima
e ciò obbliga Ardiles Soto a non avere più quell’andatura esagitata come alcuni istanti fa,
invogliandolo a recitare la parte di colui che guarda le vetrine: quindi, restare dietro al loro
passo e non essere così costretto a superarli, per non dare nell’occhio.
La Damstraat è una strada con alcuni negozietti e vetrine, in cui la gente passeggia
placidamente e lui finge di esserne interessato, perché Charo e Martin hanno rallentato di
molto il loro passo. La loro andatura attuale è simile a quella di una coppia di sposini che
cercano delle cianfrusaglie per arredare il loro nido d’amore. Ma Ricardo non è molto bravo
a nascondersi dietro al comportamento di un passante interessato ai negozi e risulta
piuttosto impacciato nei movimenti: ha preso le sembianze dell’ispettore Clouseau mentre
cerca maldestramente di seguire un colpevole o quella stessa andatura imprevedibile di Peter
Sellers, in Hollywood Party.
I mercanti della strada, vecchie volpi olandesi dal fiuto infallibile, s’accorgono del turista
imbambolato in cerca dell’affare da comprare. Tutti i negozianti del posto allungano le loro
antenne e quelli che non sono occupati alla vendita di qualche prodotto si apprestano a
raggiungere l’uscio dei loro negozi, per cercare di coinvolgere Ardiles Soto nell’acquisto delle
mercanzie che essi espongono nelle loro vetrine.
Ora, è alle prese con un panciuto artigiano che gli racconta, in olandese, la storia di un
tavolino esposto in vendita ad un prezzo accessibile: è un tavolo vecchio ed elegante, di forma
rettangolare, con qualche tarlo sparso qua e là, e dal colore marrone scuro. E se Ricardo
fosse stato in grado d’intendere la lingua olandese, avrebbe sicuramente capito ciò che il
mercante gli sta raccontando (per convincerlo a comprare), sulla storia recente della
provenienza dell’oggetto. In pratica, gli sta dicendo che è un tavolo di un certo valore che
proviene dall’Italia; perché è stato proprietà, per un lungo periodo, di una nota famiglia
torinese. Ricardo annuisce gentilmente e soprattutto non perde d’occhio Charo e Martin
fermi a guardare delle piante esposte in una vetrina poco distante. Questa sua gentilezza
eccessiva che gli obbliga a muovere la testa come un carro allegorico in una sfilata di
carnevale, su cui è stampato un sorriso di carta pesta, mette in allarme il mercante di mobili
antichi. Il panciuto antiquario, accortosi dell’incapacità che Ardiles Soto ha d’intendere quello
che gli sta dicendo, lo lascia improvvisamente sull’uscio del negozio; chiudendosi dietro di se
la porta della vetrina, senza badare più a convincerlo nell’acquisto di quell’oggetto.
Questa inaspettata decisione del mercante spiazza leggermente Ricardo: ora non sa più
dove appoggiarsi per controllare Charo e Martin. Quel signore panciuto che gli stava
spiegando, con tanta persuasione, chi sa che cosa, in questo stranissimo linguaggio olandese,
misteriosa mistura di suoni inglesi e tedeschi, gli permetteva di controllare ogni minima
mossa della coppia. Adesso invece è costretto ad inventarsi qualcosa, anche perché gli amanti
sembrano ancora molto interessati alle piante esposte nella vetrina poco distante. Forse
sarebbe meglio fare qualche passo in direzione del ponte sul canale vicino; magari
superandoli, perché lui sa perfettamente che, tra poco, si dirigeranno anche loro verso quella
direzione, dal momento che sono ben due giorni che li pedina e che invano ha cercato il
modo di parlare con sua figlia. Egli sa molto bene che sono in prossimità del lavoro di Charo:
aldilà del ponte vi è il luogo dove la ragazza si guadagna da vivere e lui comincia a sentire

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 95


l’accenno di un sudore gelato che gli accarezza la nuca. Pochi minuti fa non ha voluto
affrontare la seconda parte dell’epistola, quella che parla del lavoro di Charo, perché ne ha
profondamente paura: la sua non è vigliaccheria, ma preferisce non farlo. Del resto, conosce
ormai a memoria il contenuto di quella lettera che Paula gli ha fatto spedire da Maria
Dolores circa 15 giorni or sono. Conosce perfettamente ogni nodo drammatico del testo, dal
momento che non essendo sicuro di credere del tutto in ciò che vi è scritto, l’ha riletta
tantissime volte in questi 15 giorni, raggiungendo la decisione di arrivare nella città dove vive
sua figlia. Ora non può perdere ulteriore tempo. Aldilà del ponte dovrà parlare con Charo e
convincerla in ciò che lui ritiene giusto. E non importa cosa accadrà, ma dovrà farlo.
Si ferma appoggiato al corrimano piuttosto basso del ponte e si lascia distrarre, per
alcuni istanti, dal torbido delle acque che passano sotto di lui. Il canale Oudezijds Voorburgwal
gli sembra più grigio degli altri su cui è passato in questi due giorni; come se l’acqua, in quella
parte della città, si fosse preparata a scappare: incamerando, nelle profondità del canale, una
misteriosa energia dal colore dell’acciaio. Tutta la luce del sole che cade in quell’angolatura di
Amsterdam, sembra non infrangersi per niente sulla superficie dell’Oudezijds Voorburwal, come
se l’acqua fosse una sorta di specchio senza fondo, in cui tutto viene nascosto. I barconi, le
chiatte e le barche parcheggiate lungo tutto il percorso fino alle pareti laterali della Oude Kerk
(chiesa vecchia), la quale si scorge in lontananza, sembrano che da un momento all’altro
possano essere misteriosamente inghiottite dalla sfumatura metallica che affiora sulla
superficie dell’acqua.
L’uomo ne viene leggermente impressionato e distoglie lo sguardo verso le facciate dei
palazzotti caratteristici che l’aspettano dall’altra parte del ponte. Intravede già qualche insegna
trasgressiva che preannuncia le consuetudini vigenti in quel particolare quartiere: facciate con
ampie finestre, che si slanciano snelle e filiformi lungo le intere pareti delle case, terminano in
forme di tetti differenti l’uno dall’altro anche se appiccicati come delle case giocattolo o
costruzioni in plastica ad incastri preesistenti. E poi, portoni in legno o ingressi con scalini che
immettono in queste gabbie di mattoni così deliziose; dalle cui finestre, attraverso delle
tendine non del tutto chiuse per lasciare un po’ intravedere ad arte, appaiono gentilissime
figure femminili con l’aria ghiacciata.
Insegne luminose, con scritte a stampatello dove la parola sex è molto frequente,
sembrano appiccicate apposta per avvertire i passanti che in quel punto della città si può fare
all’amore, in qualsiasi ora del giorno e con donne rappresentanti l’intera razza femminile in
tutte le varie tipologie presenti sul pianeta, purché pagando una quota d’accesso con relativa
consumazione.
Ricardo non si lascia rapire da quelle immagini; pensa d’improvviso a sua figlia che
presto dovrà iniziare il turno di giorno e si volta rapidamente verso la coppia che ormai sta
sopraggiungendo dal fondo del ponte. La vede sofferente che si avvia al suo turno di lavoro, in
compagnia del padrone che le sta accanto come una guardia del corpo ed ha, per un attimo,
la voglia di reagire, di fermare quella donna; portandosela dall’altro lato del ponte in direzione
Damrak e colpire, con estrema violenza, quel tipo del Suriname che l’ha indotta a fare quella
scelta. Ma s’accorge che è un po’ tutto cambiato. I due giovani, proprio in prossimità del
ponte sull’Oudezijds Voorburgwal, hanno trasformato i loro portamenti. Hanno messo da parte
quell’atteggiamento di coppia alle prese con l’acquisto di cianfrusaglie per il nido d’amore,
acquistando ognuno un modo diverso e più consono alle abitudini vigenti al di là del ponte
dopo la Damstraat.
Sua figlia ha smesso di passeggiare come una donna in amore e si è chiusa in se stessa,
divorando una sigaretta appena accesa. Quell’atteggiamento così dissacrante che ostina, la fa
camminare in maniera nervosa: acquista un’espressione aggressiva in cui si legge una grande
determinazione, anche se il fumo della sigaretta che sta consumando molto rapidamente le
inumidisce gli occhi scuri, facendola sembrare una martire prossima al patibolo.

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 96


Invece Martin è meno teso nel volto e sembra che ha acquistato, venendo al di qua del
ponte, una maggiore sicurezza in se stesso. Ritorna a possedere le stesse posture che aveva
Brando nel film “Un tram chiamato desiderio” e Ardiles Soto lo rivede, come anche il giorno
prima aveva notato, impadronirsi di quell’andatura da macho. Quel protendere il bacino avanti
in maniera spettacolare, quasi come a voler dimostrare una titanica forza sessuale: una specie
di uomo nero caprino pronto ad eiaculare in ogni momento. Martin, attraversando quel
ponte, è come se si sentisse d’improvviso padrone del quartiere, dimostrando una
padronanza assoluta dello spazio che gli è intorno e in quell’attimo, Ricardo se li vede passare
dinanzi, incuranti entrambi della sua presenza in quel luogo; proprio nello stesso istante che il
canale sotto di loro è attraversato da un battello pieno di turisti. Basterebbe prendere sua
figlia per il braccio e saltare con lei il corrimano del ponte, cadendo incolumi sul tetto del
battello intento a correre veloce verso le strette che costeggiano la grande strada Rokin. Un
salto felino e improvviso, da fare malgrado l’età, per mettere in salvo sua figlia che non ha
ancora avuto il piacere di conoscere. Ma è troppo anziano per prendere queste decisioni
repentine, forse è meglio seguirli fino alla loro meta e decidere finalmente come fare per
parlare con Charo.
La coppia prosegue per alcuni metri, dopo aver superato l’imbocco della Oude Doelen
straat, costeggiando il canale Oudezijds Voorburgwal e seguita a breve distanza da Ardiles Soto;
dopodichè raggiungono l’ingresso di un palazzotto poco distante, parcheggiato sul lungo
canale come se fosse stato portato in quel luogo da un direttore di un circo.
Le luci al neon (malgrado sia pieno giorno) circondano la vetrina grande a piano terra e
le rispettive finestre dei piani superiori. Scritte giganti in giallo, su cartelloni raffiguranti gambe
femminili ben divaricate, ricoprono gran parte della facciata dell’intero stabile e di altre
costruzioni vicine. Alcuni uomini guardano attentamente la merce varia esposta nelle finestre
e qualcuno si decide a salire, dopo aver bussato al campanello posto vicino al portone e
risposto a quella voce invitante che viene dal citofono. Sembrano tanti diligenti postini
occupati a portare la posta alle signore in attesa, ma che poi finiranno per abbassarsi le
brache.
Martin raggiunge l’ingresso, salutando simpaticamente qualche cliente in attesa di
decidere, mentre Charo entra rapidamente nell’abitato senza guardare nessuno. Alcune
vetrine delle finestre sono coperte da tendine scure ben chiuse, che sottolineano la
consumazione sessuale in pieno svolgimento. Dove invece le finestre hanno le tendine
spalancate, vi sono le ragazze in attesa; pronte a dare la loro prestazione se qualche cliente si
decidesse a salire.
Anche Ricardo è in attesa. Aspetta che la vetrina di Charo, quella a pian terreno, si apra.
Stavolta non deve perdere tempo. Sa perfettamente dove sua figlia apparirà seminuda e deve,
quindi, sbrigarsi prima che qualche cliente l’anticipi. Vuole parlare da solo con lei e quello,
forse, è il modo migliore per farlo. Di solito, le tendine restano chiuse per mezz’ora o
qualcosa in più e pagando la quota dovuta, Ricardo può intrattenersi a parlare con sua figlia
anche un’ora. Tutto sta nel vedere come reagirà la ragazza, ma, del resto, è lì per parlare con
lei, per convincerla di andare via da quel posto, sono due giorni che pensa di farlo e ormai
non può più tirarsi indietro.
La tendina si apre; Charo appare in reggiseno e slip trasparente, sta fumando
pigramente una sigaretta e si accomoda, con aria invitante, il reggicalze della coscia destra;
mettendo volutamente in risalto tutto lo charme della sua snella figura. I clienti che sono per
strada hanno, quasi tutti, una specie di sussulto tellurico. La ragazza risulta la vedette del
casino e le tocca, per gerarchia, la vetrina a piano terra; quella da cui può guardare gli uomini
dritto negli occhi e scegliere, se le sembrasse il caso, di non aprire la porta. E’ un privilegio
che solo lei può adottare, mentre le altre ragazze dei piani superiori sono obbligate ad aprire
a chiunque, perché Martin e i suoi scagnozzi non le lascerebbero scegliere.

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 97


Alida dell’ultimo piano viene da Rotterdam ed è quella più tartassata: in mansarda arriva
di tutto. Un giorno è comparso perfino un cane randagio, intrufolatosi per sbaglio tra i piedi
di qualche cliente in attesa dinanzi al portone. Impaurito dagli uomini e dalle luci rosse
presenti nello stabile, è scappato su per le scale, raggiungendo il covo di Alida; la quale, per
istanti brevissimi, ha pensato chi sa quali prestazioni sarebbe stata costretta a praticare con
quel cane e il suo padrone che forse stava sopraggiungendo. Ma, non vedendo nessun uomo
arrivare, ha pensato al miracolo e da quel giorno, quel cane è stato adottato da tutto il
personale del fabbricato: battezzandolo Rudy, per la sua presunta lussuria esibita.
Ardiles Soto non lascia passare nemmeno un secondo di troppo, si avvicina al portone
d’ingresso e, anticipando tutti i clienti, bussa al citofono di Charo. Sono istanti di grande
tensione, perché l’uomo è in attesa che sua figlia lo scelga e che quindi, lo lasci passare. Se
solo la ragazza decidesse di non trastullare quel vecchietto imbranato, quella porta non si
aprirebbe e l’uomo non potrebbe parlare con sua figlia.
In quel momento Ardiles Soto accusa, dietro di se, una specie di chiacchiericcio
accompagnato da un certo numero di risatine allusive: tutti i clienti e lo stesso Martin, che
controlla l’ingresso, sono un po’ divertiti da quella esuberanza vitale. Sembra che ognuno stia
pensando: figurati se Charo apre a questo vecchietto! Ma la donna guarda l’ingresso e
soppesa rapidamente il soggetto che ha bussato; lo guarda attentamente, fotografando tutte
le paure che passano nella mente di quel padre inatteso, leggendogli ogni inquietudine che
riesce a visualizzare attraverso quello sguardo e accortasi delle facce ironiche dei clienti e
dell’espressione divertita di Martin, decide di aprire la porta: anche come sgarro verso la
spavalderia che vede stampata sui volti di quegli uomini ancora ben presenti nel loro vigore.
Così, Ardiles Soto si trova improvvisamente proiettato in quella vetrina; la porta si
chiude, le tendine si accostano e le luci al neon presenti nella stanza avvolgono di rosso i volti
di quei due consanguinei, in procinto di consumare un incesto inconsueto. Sono attimi
taglienti, in cui l’aria si carica di tante domande frenetiche e gli occhi di Charo si travestono di
lussuria indolente, lasciando, a quell’uomo che ha davanti, la facoltà di non pronunciare parola.
La ragazza è così padrona del suo ruolo che vive tutto liberamente. Si lascia portare
dalla padronanza del corpo, come se fosse dinanzi ad un adolescente intimidito che ha deciso
d’iniziare con lei la propria vita sessuale. Ora lo sta guardando con aria invitante, accennando
un sorriso materno; sta cercando di mettere a proprio agio quell’eletto. In un certo qual
senso, Charo si sente soddisfatta di aver scelto quell’uomo, lasciando fuori tutta quella
marmaglia di buffoni indecenti: si trova al cospetto di una persona non più giovane che per
giunta gli assomiglia anche tanto, e che adesso le sta persino sorridendo con aria paterna.
Attraverso lo scuro dei propri occhi, così tanto simili, si lanciano interrogazioni silenziose;
senza decidere ancora come dare inizio alle danze.
Poi è Charo a prendere l’iniziativa; si avvicina alla porta del bagno nella parete di fondo
e, in perfetto olandese, lo invita a lavarsi. E mentre l’uomo desiste, gli mostra delicatamente
(forse per incoraggiarlo), un documento sanitario in cui è certificata la sua sana costituzione
fisica, l’assenza totale di qualsiasi infezione venerea compreso l’HIV, sorridendogli alla fine:
come chiusura d’argomento. Dopodichè gli ricorda le quote e l’obbligo del preservativo,
sottolineando che non sono ammessi i baci sulla bocca.
Ardiles Soto non riesce a pronunciare una sola parola; è come bloccato e non sa come
iniziare il discorso. Ha capito, per sommi capi, quello che la figlia gli ha detto in olandese;
anche perché, ultimamente, gli è capitato di frequentare una casa privata di Madrid e su per
giù le consuetudini sono le stesse.
Quell’assenza di replica, da parte dell’uomo, addolcisce ulteriormente la ragazza. Charo
arriva a pensare che forse l’uomo non è di nazionalità olandese e allora glielo ripete in
francese, in inglese, in tedesco e perfino in italiano; sciogliendosi, entrambi, in deliziose risate

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 98


ogni qual volta Ricardo scuote la testa come a dire: non è questa la mia lingua! Poi, come
d’incanto, l’uomo prende coraggio e con una voce molto sottile e delicata le dice:
“Io parlo la tua stessa lingua.”
In realtà, Ardiles Soto ricorda perfettamente che Paula gli ha spiegato nella lettera di
quella padronanza assoluta che Charo ha nelle lingue straniere; perciò potrebbe benissimo
lavorare in albergo e questa è stata la prova lampante (magari usando argomenti ben diversi)
che può farlo. Questa possibile soluzione lo predispone ad avere una maggiore
determinazione in ciò che vuole realmente dire e stringe nel pugno della mano destra
(infilata nella tasca del soprabito), quella lettera che quindici giorni prima ha ricevuto dalla sua
ex amante. Sta cercando disperatamente di farsi coraggio per parlare a sua figlia, mentre gli
occhi della donna si riempiono di mille interrogativi: come fa quest’uomo a sapere che parlo
spagnolo? L’ha capito dall’accento? Perché mi guarda con quell’aria così delicata? Non mi
sembra convinto di scopare con me! Vuole solo parlare? E di che? Non ho tempo da
perdere, cazzo! Allora, forse è meglio che mi spogli.
Comincia a levarsi il reggiseno, perdendo lentamente quel portamento delicato che gli
aveva regalato qualche attimo prima; acquistando quella praticità nei gesti che dovrebbero
predisporre quell’uomo a consumare l’atto.
Ma Ricardo le porge, premurosamente, l’accappatoio di seta rossa posto sul letto;
invogliandola a coprirsi e poi, con tutta la dolcezza che ha in corpo, le borbotta qualcosa
lentamente: “Io….vorrei parlarti. Sono venuto qui per farlo. Ho tante cose da dirti, ma non
trovo le parole. Sono venuto qui per aiutarti e questa lettera che alcuni giorni fa mi ha scritto
tua madre, ti spiegherà tutto. Ti prego di leggerla attentamente, io sarò qui ad aspettarti.”
E come se in quell’istante appena trascorso, Charo avesse lontanamente intuito
qualcosa. La vergogna di quell’intimità che si sta predisponendo tra lei e quell’uomo, la porta
a coprirsi rapidamente e, senza fare ulteriori domande, comincia a leggere quella lettera che
Ricardo le ha dato. Scorre veloce le prime battute del testo e s’accorge che le parole scritte
da sua madre sono molto sentite. Protegge con il corpo l’epistola ed inizia a girovagare nella
stanza, per paura che quelle frasi scritte la rapiscano e la inducano ad avere un atteggiamento
troppo partecipe e privato, dinanzi a quell’estraneo inatteso.
La lettura prosegue velocemente; permettendo così, a quel padre in attesa, di riposare
per alcuni secondi. Si sente finalmente svuotato di un peso che lo stava opprimendo ormai da
troppo tempo e riesce perfino a guardare, con maggiore attenzione, quella sua figlia
sconosciuta; come divora, leggendo con grande partecipazione, quella lettera che le ha dato.
Conferma a se stesso, ora che può vederla più da vicino, quell’enorme somiglianza che Charo
ha con lui: gli stessi occhi, gli stessi capelli, quello stesso modo di muovere le labbra e quel
neo sulla guancia sinistra; l’unica eredità nell’aspetto che invece Paula le ha lasciato. E’ sicuro
che Charo si potrà trovare benissimo con gli altri suoi tre figli che lo stanno aspettando a
Toledo; convinti del suo viaggio a Parigi e ignari del tentativo che sta facendo per salvare una
loro sorella della quale nemmeno ne conoscono l’esistenza.
Ad un tratto s’accorge che la ragazza ha improvvisamente smesso di leggere e lo sta
fissando negli occhi, con le lacrime pronte ad uscire. Sembra che voglia dirgli tante cose
spezzate, ma non scorge nessuna espressione di odio. Bensì denota una presa di coscienza e
una inaspettata espressione d’affetto; allora l’uomo capisce che Charo ha appena letto il
punto della lettera in cui Paula spiega la sua paternità e si sente come bloccato nel respiro;
vorrebbe dirle tante parole, tante sensazioni che ha vissuto quando ha saputo di esserle
padre, ma riesce solo a sperare che sua figlia arrivi presto alla fine di quella lettera, per
poterla abbracciare. In questo stesso istante, Charo sta girando la pagina e lui sente davvero
di morire: è il punto della lettera che lui, qualche ora prima, non ha avuto il coraggio di
affrontare; ma di cui ricorda benissimo il testo. E’ la parte più dolente, che non avrebbe mai
desiderato di leggere e che Charo si sta apprestando a fare.

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 99


lì ha conosciuto Martin e se ne è innamorata come io m’innamorai di te e non è più tornata
a casa. Quest’uomo è un tipo losco, viene dal Suriname. Per tutti è un noto mercante di diamanti con
molti contatti commerciali, ma, in realtà, è un malavitoso che gestisce un palazzotto a tre piani nel
quartiere a luci rosse, dove alcune ragazze si prostituiscono. Charo è una di queste. Io non so che
fare! Ho cercato invano, in questi ultimi due anni, di convincerla a tornare; ma quell’uomo l’ha
stregata. Non riesce più a pensare con la sua testa. Ti prego d’aiutarmi. Raggiungila e cerca di
convincerla a lasciare quell’uomo. Se puoi (e so che tu ne sei capace), portala con te.
Prova a farla lavorare con te, con gli altri tuoi figli; in albergo andrebbe bene, perché parla
molte lingue. A Toledo vengono spesso olandesi, non è vero? Ti prego di farlo. Ti giuro che te lo avrei
detto prima o poi, ma non ho fatto in tempo.
Se hai dei seri dubbi sulla tua paternità, basta guardare Charo. A come si muove, ai suoi
capelli, ai suoi occhi, alla sua bocca. E’ tua figlia, Ricardo. Aiutala, ti prego!
P.S. Quando la incontrerai dalle un bacio sulla fronte da parte mia e dille che il nostro amore
è nel suo viso.
Addio, Paula.
Ardiles Soto si è ripetuto in mente tutta quella parte finale della lettera, mentre Charo
l’ha letta in silenzio. L’uomo l’ha fatto per darsi coraggio, per smitizzare tutte le informazioni
del testo che non avrebbe mai voluto sapere. Ora sono di fronte l’uno all’altra, vivendo quei
momenti di pausa nella conoscenza dei loro sguardi e diventano complici di alcuni sorrisi, una
sorta di protezione reciproca che decidono di regalarsi a vicenda.
La ragazza si è messa perfino a pensare, velocemente, come potrebbero agire per
andare via da lì. Forse, potrebbe chiedere le chiavi della macchina ad Alida del piano di
sopra; sa che l’amica parcheggia sempre dalle parti del Bijbels Museum, verso la zona sud del
canale Singel. Da lì, con la macchina, potrebbero raggiungere Rotterdam senza passare in
stazione o all’aereoporto; dove Martin e i suoi scagnozzi sicuramente la cercherebbero, se
solo sapessero di quella sua improvvisa fuga. Così, a Rotterdam lascerebbero la macchina
parcheggiata dinanzi la stazione dove la sorella di Alida ha un Cafè, lasciandole le chiavi della
macchina e da lì, tranquillamente, raggiungerebbero in treno Parigi e quindi la Spagna. E’ sicura
che Alida manterrebbe la bocca chiusa e forse, un giorno, potrebbe benissimo raggiungerla a
Toledo e lavorare in albergo con lei, sempre se suo padre fosse d’accordo. E i suoi fratelli?
Questi figli che suo padre ha a Toledo e che lei non conosce, l’accetterebbero? La
lascerebbero lavorare con loro anche se ha un passato da puttana?
Charo si è rabbuiata improvvisamente nel volto; tutte quelle certezze che ha pensato
pochissimi istanti fa, in relazione alla fuga, sono come svaniti. Si trova davanti ad un padre che
la guarda affettuosamente, ma che non sa se i suoi figli l’accetteranno.
Ardiles Soto s’accorge di quella momentanea tristezza e cerca di calmarla:
“Cosa hai, figliola? Vedrai che andrà tutto bene, non preoccuparti….” Ma la ragazza lo
spinge lontano, facendolo rovinare malamente per terra.
“Lasciami perdere, che cazzo vuoi? Vattene!”
Ha bisogno di aria. Spalanca la porta del suo vano, raggiungendo rapidamente l’esterno
dove i clienti in attesa conversano lascivamente tra loro. Martin la vede e cerca di fermarla,
ma lei reagisce furiosamente: lo colpisce nel volto, si scansa e attraversa la strada per
raggiungere il lungo canale. Nello stesso momento che Charo cerca di raggiungere il
parapetto del marciapiede di fronte dove sono parcheggiate alcune biciclette che guardano
scorrere l’acqua del canale, viene violentemente investita da una macchina in transito.
L’impatto è violento. Il corpo viene scaraventato alcuni metri più avanti, e nel volto le
resta solo il colore di quell’amore che Paula e Ricardo avevano avuto la fortuna di vivere
molti anni prima.!

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 100


X

L’INCONSAPEVOLE SALUTO

Era già da diversi mesi che Kate Dulwich cercava la storia giusta per scrivere il suo
primo romanzo; no che non ci avesse già provato, ma lo svolgimento della storia si era quasi
sempre arenato in acque piuttosto melmose e prive di mistero: ottenendo poi, di
conseguenza, i soliti risvolti ovvi e poco convincenti che una cattiva narrazione comporta. Era
tutta colpa del protagonista o della protagonista che, di volta in volta, cercava di far vivere su
quelle pagine bianche che poi preferiva arrotolare e gettare nel cestino, con quel gesto così
plateale come a giustificarsi con se stessa, raccontando la sua totale impotenza e
incolpevolezza nel non trovare dei personaggi adeguati o per lo meno funzionali, e che le
permettessero di esprimere una buona volta, quel suo benedetto talento narrativo.
Aveva messo in rassegna tutta la gente del quartiere, ma non vi aveva trovato alcunché;
sembrava che a Finchley Road non ci fossero personaggi all’altezza del suo romanzo: il vicino
di fronte, l’edicolante, l’uomo del latte, gli uomini e le donne che lavoravano nel supermercato
di Parsifal Road, il sacerdote della vicina chiesa, la gente che frequentava il pub all’angolo, sua
zia zitella che viveva con lei e tutti gli affittuari che aveva in casa. Dallo studente gay che
dormiva al piano di sotto, al maestro di violino che dava lezioni (dopo che glielo aveva chiesto
con molta gentilezza) nella sala della musica adiacente all’ingresso; con una grossa finestra che
dava sulla strada e da cui egli poteva sbirciare quando Kate tornava a casa o la vecchia zia
Nina, per levare frettolosamente la mano dalle cosce dell’allieva violinista di turno. Tutti
personaggi ovvi, senza smalto, sbriciolati sulla carta bianca e subito dopo, il tempo di arrivare
alla terza pagina o qualcosa in più, strappati e gettati con violenza nel cestino: sottolineando
così l’assenza totale di persone attraenti e interessanti che quella zona di Londra (dove aveva
scelto di vivere) sembrava come nascondere e proteggere in un grosso lembo di noia.
A Kate non bastava per niente il suo lavoro da giornalista; voleva ben altro! Ormai non
trovava più affascinante scrivere articoli di fondo per la cronaca nera e soprattutto, ora che
da circa tre anni aveva superato i trenta, si annoiava facilmente delle vicende di cui doveva
interessarsi: la rissa nel pub vicino Victoria Station, la donna trovata morta con una svastica
tatuata sul culo, il nonno che per anni si era occupato dei nipotini orfani, l’orso dello zoo che
aveva violentato una scimmia per caso caduta dall’albero sotto cui l’animale soleva passare
l’oretta dopo pranzo, le forbici trovate nel ventre di una paziente dopo una banale
operazione di appendicite e così via, fino a farle raggiungere uno stato di totale assuefazione
e rigetto verso la cronaca nera, da cui non aveva mai potuto, o almeno tentato, attingere una
vera e propria ispirazione per questo suo benedetto romanzo che si era messa in testa di
scrivere.
Vivendo a Finchley Road, si era come lasciata andare all’oblio; si, aveva studiato nei
migliori collegi di Londra e i suoi genitori le avevano anche lasciato quella splendida casa dove
tuttora viveva con la zia Nina, sua tutrice fino alla maggiore età e poi anche dama di
compagnia, accompagnandola per tutta la durata del decennio fino ai trenta compiuti, come
una sorta di Diogene senza alcuna esperienza di vita e soprattutto senza alcuna esperienza
nel campo maschile. In pratica, zia Nina era stata sua compagna nelle notti di temporale o
nelle varie faccende domestiche, oppure nell’affittare alle persone giuste i loculi sparpagliati
sul pianerottolo del primo piano che le permettevano di vivere agiatamente una vita
tranquilla e priva di qualsiasi grattacapo economico, ma non aveva fatto assolutamente nulla
per iniziarla alla vita reale. Per esempio, zia Nina non le aveva mai parlato degli uomini o delle
precauzioni da prendere in caso di un inaspettato corpo a corpo e Kate aveva un po’ tutto
affrontato da sola, anche perché zia Nina aveva sempre avuto le idee un po’ troppo confuse

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 101


sulla disposizione anatomica del corpo maschile o forse, peggio ancora, non ne aveva proprio
idea: obbligando la giovane a pensare che forse sua zia, al posto del sesso, avesse un nido
pieno di ragnatele.
Ora questa agiatezza dovuta alla bella casa lasciatale dai suoi genitori, al discreto conto
in banca che le aveva permesso di laurearsi in giornalismo senza alcun affanno e in più questo
lavoro che aveva ottenuto, senza tanti sforzi perché il direttore del settimanale per cui
lavorava era stato intimo amico di suo padre, non le avevano facilitato una sana e vitale
fantasia da romanziera. Kate, in pratica, non era stata mai sollecitata dalla fame o
dall’insicurezza, e questo discreto benessere, aumentato dall’affitto che riceveva dai suoi
inquilini sparpagliati tra le camere della casa, non le aveva certamente facilitato le cose; nel
senso della scrittura, ben inteso. Perché l’aveva fatta vivere in un senso di agiatezza e
tranquillità che non le aveva mai permesso di alimentare la sua vera vocazione: scrivere
romanzi o provare a scrivere storie, con personaggi speculari, introspettivi, privi di qualsiasi
particolare agiatezza e pieni di mistero, d’inquietudine, d’imprevedibilità.
Era diventata un po’ schiava di questa situazione e faceva molta fatica ad accettare
questa sua strana aridità da romanziera senza idee: le dava noia e inquietudine non essere in
grado di raccontare una storia vera, di quelle che leggendole ti viene voglia di viverle
realmente e che fai sempre molta fatica a chiudere il libro: vorresti consumare tutti i capitoli
che puoi e avvicinarti al più presto al finale per poter, finalmente, sapere come termina il
racconto e quindi che strada sceglie di percorrere il protagonista.
Questa sua insoddisfazione la torturava soprattutto di notte; anche perché di giorno
era sempre impegnata nelle beghe del giornale e nei vari articoli da preparare, in più le
commissioni per la casa e le lamentele che qualche volta doveva ascoltare dagli affittuari,
tutte le raccomandazioni che zia Nina le sciorinava giorno per giorno come se fosse
prossima ad un matrimonio con un malavitoso qualsiasi dei quartieri più malfamati di Londra
e quindi, non aveva tempo per pensare alla sua incapacità di scrivere un romanzo; ma di
notte, tutto ciò, veniva fuori come un mostro carnivoro e collerico che le divorava parte del
sonno e la spingeva nel giardino a consumare qualche sigaretta di troppo accompagnata dal
tradizionale bicchiere di gin. E anche in quella notte Kate si stava apprestando a fumare
qualche sigaretta di troppo. Infatti, la primavera era scoppiata da pochi giorni e fumare in
giardino, di notte (perché in casa era severamente vietato pena una carissima multa da
pagare), diventava meno complicato e non risultava più essere quella tortura che Kate si
imponeva, oltre alle boccate di fumo che ingoiava, flagellando il suo corpo, ancora turgido e
bianco, di schiaffi che la notte regalava senza chiedere permesso. Ora, diventava persino
rilassante, col torpore della primavera, lasciarsi portare dal silenzio della notte che circondava
Finchley Road mentre consumava la sigaretta accompagnata dall’immancabile e canonico gin;
coperta ben bene con la sua vestaglia azzurrina e occupata a smaltire tutte le frustrazioni e le
insicurezze che quel mancato parto del romanzo le sobillavano, obbligandola a passare delle
nottate insonni e a consumarsi in pensieri colmi d’impotenza.
Perché non riusciva a trovare il protagonista giusto della storia? Perché non si fidava
ciecamente di tutte le persone che la circondavano? La storia personale di ognuno di loro
non avrebbe potuto riempire benissimo duecentocinquanta pagine dell’ipotetico libro? Molto
probabilmente, e lo aveva anche pensato diverse volte, questa sua inquietudine notturna era
anche dovuta al fatto che non faceva l’amore da un po’ di tempo. L’ultima volta era stato con
Bob, il dentista di Abbey Street, durante quella corta relazione che aveva avuto senza troppe
conseguenze. La storia si era basata su delle intense, ma purtroppo brevi, sedute sessuali che
l’avevano realmente rilassata mentalmente; consumate, quasi sempre, nella sua cameretta al
primo piano di Finchley Road verso le prime ore dell’alba: costringendola a godere in silenzio,
senza urla o sospiri, per paura che qualche affittuario più pettegolo o la stessa zia Nina
s’accorgessero dei suoi coiti notturni.

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 102


Bob era un tipo speciale: godeva in silenzio e non faceva per niente fatica a non urlare.
Quando era prossimo all’esplosione si bloccava con lo sguardo e l’iride azzurro si dilatava,
paurosamente, come un pesce appeso all’amo e quel dentista così gentile e premuroso,
sapendo che Kate amava urlare e sospirare durante il loro corpo a corpo, glielo aveva
continuamente proposto di farlo nell’ambulatorio di Abbey Street; seduti sulla poltrona dove
spesso, la stessa Kate, si era fatta trapanare qualche molare cariato: poltrona comodissima,
pieghevole, con una certa varietà di posizioni, adatta alla teoria più funzionale del kamasutra,
ma a Kate Dulwich le dava impressione farsi possedere su quel trono multiforme; le dava
continuamente alla testa uno strano rumore di trapano che perfora il dente cariato e non la
faceva concentrare per raggiungere il coito. Così, in quella breve relazione, l’avevano sempre
fatto a Finchley Road: facendo sempre attenzione al minimo rumore e poi Bob, a lavoro
concluso, era sempre sgattaiolato con la massima discrezione senza che nessun affittuario o la
stessa zia Nina si fossero mai resi conto di queste loro imprese notturne.
E Kate Dulwich aveva pensato anche a Bob come potenziale protagonista del suo
romanzo, ma l’entusiasmo iniziale era terminato prestissimo quando lo aveva visto, per
l’ennesima volta, raggiungere il coito con quell’iride azzurro paurosamente dilatato. Che noia!
Se ne era al più presto liberata come di solito si fa con un peso morto, preferendo il suo
attuale stato sociale di single a quella specie di relazione con quel tonno del mare del Nord.
E in quella stessa notte, pochi istanti prima, era sembrato quasi che Kate avesse avuto
fortuna nel raggiungere il sonno; perché si era leggermente assopita con la luce sul comodino
ancora accesa (in realtà non era un semplice comodino, ma un tavolo vecchio ed elegante, di
forma rettangolare, con qualche tarlo sparso qua e là, e dal colore marrone scuro), usato
anche come scrivania durante il giorno, perché abbastanza ampio e particolare. La ragazza,
essendo molto legata a questo oggetto perché pare l’avesse ereditato da un certo signor
Procredi: titolare di una pensione a Lione e suo prozio da parte di madre, aveva pensato di
usarlo anche come comodino notturno per metterci su l’abat-jour e i libri che sbirciava prima
di dormire; e utilizzarlo anche come appoggia mano quando Bob, in quelle leggendarie nottate
di sesso, usava possederla da dietro inginocchiati entrambi sul lettino volutamente accostato
a questo particolare comodino multiuso. Ma, essendosi assopita senza l’impegno premeditato
di intraprendere il sonno, il libro che stava sbirciando le era caduto ai piedi del lettino,
provocandole un sobbalzo inatteso; subito trasformatosi in una fulminea decisione di andare
in giardino a fumare.
Aveva, quindi, diligentemente spento la luce notturna, indossato la vestaglia azzurrina,
inciampato nel libro ancora ai piedi del lettino e con l’aiuto delle luci del ristorante sulla
Fawley Road, che filtravano attraverso le tendine della finestra nella sua camera, aveva
raggiunto la porta con l’intenzione di andare nel salone, prima di uscire in giardino a fumare,
per versarsi qualcosa da bere in uno di quei bicchieroni di vetro doppio che zia Nina aveva
comprato per berci il latte. Dopo quel solito armamentario di bottiglie da scegliere
volutamente al buio per non dare fastidio agli affittuari del piano terra, si era versato del gin
ed era uscita in giardino a fumare, accostando dietro di se la porta che dava sul retro senza il
minimo schiamazzo o gesto maldestro: operazione che ripeteva ormai quasi tutte le sere
prima di addormentarsi e quindi a conoscenza, con la massima precisione, di tutti i rumori e
dei gesti sbagliati che avrebbe potuto commettere, divenendo assoluta padrona dello spazio
che aveva a sua disposizione in quei brevi istanti prima di andare a dormire.
Uscita fuori si accostò alla parete della casa, come faceva tutte le notti, fissando
attentamente tutta la grandezza del giardino fino all’alto muro di cinta che andava sulla Fawley
Road, dove le luci del ristorante greco “Costas” illuminavano il fondo come uno scenario
teatrale che appare ad apertura di atto. Il roseto che avvinghiava il muro di cinta e tutti gli
alberi di mandorlo che erano già sbocciati venivano accarezzati dalle insegne luminose del
ristorante, provocando effetti di ombre e atmosfere invitanti, da vivere magari con Bob, se si

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 103


fosse degnato di proseguire quella loro relazione: qualche piccola capatina, in quel buio
illuminato a tratti fino al muro di cinta (se ci avesse pensato prima!), invece di ripetere le
prestazioni sempre nella sua cameretta con l’aiuto del comodino multiuso, forse avrebbe dato
un po’ più di sprint al loro menage e a quest’ora sarebbe stata, chissà, ancora con quel tonno
del mare del nord.
Inghiottì una lunga boccata di fumo, lacerando tutto il sapore di gin che aveva ancora
nel palato regalatole dal sorso appena consumato e sprigionò una nuvola dalle sue labbra e
dei fiotti lineari dalle narici, come a sottolineare quel momento di estremo piacere che stava
vivendo. Si sentì una donna che aveva vissuto tanto, non come sua zia Nina, e si fece
accarezzare da una solitaria soddisfazione, capace di trasportarla altrove. Fino al di là del
muro di cinta. Si vide percorrere parte della strada ed entrare in maniera spavalda nel
ristorante greco “Costas”; destando in tutti i presenti un’attenzione liturgica: la sua presenza
diventava improvvisamente attrazione e l’oblio presente tra i tavoli pieni di commensali
annoiati si trasformava in sguardi robusti che ogni uomo le lanciava come per invitarla al
proprio tavolo. Queste immagini, poi, ebbero improvvisamente una fine; perché furono
distratte da un fruscio strano che serpeggiava attraverso i rovi avvinghiati al muro di cinta.
Parte del muretto, che separava il retro della sua casa dalla Fawley Road, era percorso da una
peluria rossastra che si soffermava, di tanto in tanto, ad annusare e a mordere dei pezzi di
commestibile posti lungo tutto il percorso.
Non si intravedevano bene le forme e i contorni di quella creatura strisciante, anche
perché le luci del ristorante arrivavano un po’ velate e a Kate regalavano una specie di
curiosità e paura, tenendola sempre bloccata alla parete della sua casa, senza accennare
nemmeno ad un altro sorso di gin e ad una ulteriore boccata di fumo, per paura di demolire
quell’atmosfera d’attesa che si stava creando nel retro della sua dimora. Seguì con estrema
attenzione tutte le manfrine che quella creatura stava facendo, e quando quell’oggetto
animato attraversò alcuni rami del roseto più generosamente baciati dalla luce, riuscì a
constatare, con suo enorme stupore, che quella peluria rossastra si trattava del dorso lucente
di una bellissima volpe notturna.
L’animale era abbastanza lontano da Kate, molto occupato ad annusare e a inghiottire
quei pezzetti di commestibile che si trovavano sul muretto di cinta e forse non s’accorse
nemmeno della presenza della donna. In realtà, nei primi istanti di quella scoperta, Kate
Dulwich non ebbe tempo di pensare qualcosa; restò mentalmente ferma a quell’immagine
pelosa e sgusciante, poi, quando s’abituò a quella nuova circostanza, cominciò a ricordare le
notizie lette nei giornali del giorno prima e anche ascoltate dai vari telegiornali della
settimana in corso.
Le volpi, a Londra, erano aumentate in maniera esponenziale negli ultimi mesi: secondo
una stima della società per la protezione degli animali, in città ve ne erano circa diecimila;
sedici per ogni miglio quadrato. E in più, cinquantamila delle duecentocinquantamila volpi
presenti sull’intero territorio della Gran Bretagna vivevano, pare, in aree urbane; vale a dire
un quinto del totale. Di conseguenza, un esemplare di quelle cinquantamila era approdato, per
suo enorme stupore, nel retro della sua dimora: in quel giardino dove lei smaltiva le sue
frustrazioni notturne.
Si ricordò rapidamente d’aver letto che le volpi, in questi ultimi mesi, erano state
avvistate molto di più nelle zone ad alta presenza di rifiuti: zone stradali in cui vi erano
cassonetti colmi d’immondizia, dove avrebbero potuto procurarsi il cibo senza troppa fatica; e
che raramente attaccavano altri animali ad esempio gatti e cani, e ancora più raramente
bambini o esseri umani, anche se potenzialmente sono portatori di rabbia a tutti gli effetti.
Questo suo pensare, valutando mentalmente l’effettiva pericolosità della circostanza, la
indusse ad un rilassamento momentaneo delle membra e con molta cautela, senza impaurire

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 104


la volpe intenta a studiare attentamente la zona di quel giardino, portò la sigaretta alle labbra
per fare una silenziosa tirata.
Il fumo le uscì rapidamente dal naso e si disperse lungo la parete della casa, arrivando
persino a sfiorare la finestra della sua camera al piano superiore; che, dal basso, benché
chiusa, sembrava un’enorme bocca di una mastodontica testa. Le nuvolette di fumo
cominciarono a galleggiare nell’aria, accarezzate ogni tanto dalle luci vicine del ristorante
“Costas” di Fawley Road, macchiandole di un colore piuttosto chiaro. E poi cominciarono ad
alzarsi nell’aria sempre di più, acquistando, pian piano, un colore molto simile al blu e si
dispersero, lentamente, in ogni direzione del giardino; andando a sbattere tra i rami dei
mandorli o tra il buio delle zone non accarezzate dalle luci del ristorante.
L’animale, improvvisamente, fu come attirato dalla presenza di Kate e, scendendo
rapidamente dal muretto, si andò a rifugiare in un cespuglio per controllare quella presenza
che sprigionava nuvolette di fumo. Erano entrambi a vista e potevano studiarsi attentamente;
mantenendo comunque una posizione d’attesa. Una fissità di diversa entità, ma della stessa
attenzione. In pratica, Kate non si muoveva per non farla scappare e la volpe restava ancorata
al suo cespuglio per difendersi da un’eventuale attacco di Kate Dulwich. Fu in quel momento
che la donna, forse perché stanca della giornata passata o accarezzata dai fumi del gin che
probabilmente stavano facendo già effetto, immaginò di vedere quella volpe nascosta nel
cespuglio lasciarsi andare ad una risata silenziosa. Un ghigno tutto consumato sotto gli occhi
un po’ obliqui e sotto quel muso appuntito: una sorta di derisione che l’animale le faceva in
relazione alla sua presenza, in quell’ora notturna, nel giardino. Kate vedeva la volpe come
fosse una persona che la esortava, magari usando una certa ironia, a rientrare in casa e ad
andare a dormire: “Ma che cazzo fai a quest’ora in giardino? Vattene a dormire. Che c’è? Ti
manca qualcosa?” Sembrava quasi che la volpe le stesse leggendo tutta l’inquietudine che
aveva in corpo e che preferiva sogghignare alla vista della sua insicurezza, tenendosi nascosta
tra i rami del cespuglio per difendersi da qualche maldestro attacco di questa strana creatura
che poco prima aveva espulso dal muso degli inaspettati fiotti di fumo. Kate Dulwich ne soffrì
amaramente. Tutto ciò che aveva immaginato vivere al di là del muro di cinta, tra le sale del
ristorante “Costas” pochi attimi prima, ora era come cancellato. Aveva rapidamente perso la
sua autostima e non le restava altro che alimentarsi con un altro sorso di gin e una ennesima
boccata di fumo riparatore che probabilmente l’avrebbe traghettata, di lì a poco, nella sua
cameretta per tentare finalmente di riposare.
Si staccò dalla parete del muro, alzò il gomito per un sorso e con l’altra mano portò la
sigaretta alle labbra; tutto fatto con una certa rapidità un po’ nervosa che alla volpe provocò
ulteriore attenzione, al punto da nascondersi ancora più dentro i rami del cespuglio. La
ragazza non fece nemmeno caso a quell’ulteriore movimento dell’animale e girando la testa
verso il lato sinistro del giardino, come per dare un ultimo sguardo all’ambiente prima di
rientrare, s’accorse che, su di un tetto poco d’istante, un uomo con una carabina cambiava
continuamente posizione, guardando attentamente nel mirino posto sul dorso dell’arma.
Sembrava che, invano, stesse cercando un bersaglio perso proprio nei cespugli del giardino di
Kate alla stessa altezza del nascondiglio che la volpe si era scelto.
Il corpo della ragazza, per alcuni attimi, fu percorso da rapidissimi brividi gelati: una
insospettata paura di essere nel giardino della sua tanto amata casa le stava bloccando le
membra; si sentiva momentaneamente in pericolo nel suo stesso habitat e tutto ciò le diede
anche una reazione contraria. Cercò di farsi coraggio, tralasciando momentaneamente la
volpe, dedicandosi anima e corpo a quella specie di cecchino accovacciato sul tetto della casa
vicina. Chi era quell’individuo che stava puntando un’arma sulla sua proprietà? Stava mirando
su qualcosa che fosse in direzione giardino o era in attesa di sparare dall’alto a qualche
personalità pronta ad uscire dal ristorante “Costas” di Fawley Road? La sua posizione non le
permetteva di capire a che traiettoria era interessato il cecchino e dalla sua postazione in

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 105


giardino, Kate, commetteva un errore ottico abbastanza frequente, molto simile a quello
denominato di Parallasse; ad ogni modo, il tiratore scelto cambiava un po’ troppo posizione e
riprendeva a mirare, come se stesse cercando col mirino della carabina il bersaglio da
sparare.
Alcuni mesi prima, Londra era stata colpita dai gravi attentati islamici e certamente,
vedersi un cecchino che in piena notte è pronto a sparare su qualcosa o su qualcuno che si
aggira nei dintorni della tua proprietà, non è sicuramente una circostanza alquanto rilassante,
ma Kate si fece coraggio e senza sapere realmente il perché, cominciò a salutare quel tizio
armato sul tetto, agitando freneticamente la mano come se fosse stato un suo amico
d’infanzia che non vedeva dai tempi della prima comunione.
Quel saluto inatteso rapì l’attenzione dell’uomo armato che forse fino a quel momento
non si era nemmeno accorto di Kate: perché la ragazza non aveva fatto molti movimenti in
giardino; distolse l’attenzione verso l’ipotetico bersaglio, abbassò di qualche grado la sua
carabina e si fermò a guardare, un po’ interdetto, quella figura in vestaglia e pantofole che gli
stava gesticolando, forse, un probabile saluto. Chi diavolo era? C’è l’aveva con lui o stava
salutando qualcun altro? Bisognava rispondere o fare finta di niente? E se poi fosse stato
qualcuno che lo conosceva, avrebbe fatto sicuramente una brutta figura non rispondere a
quel saluto. Allora, forse, era meglio abbassare di qualche grado la carabina e rispondere,
adeguatamente e con una certa cordialità (magari non importava se fosse stata più ricercata
che palese), a quell’inatteso saluto notturno. Per brevi istanti la comunicazione avvenne anche
se non ci fu, in entrambe le parti, un’adeguata convinzione nel gesto; ma il tutto bastò alla
volpe, nascosta ancora nel fondo del cespuglio, a pensare in che razza di giardino era capitata,
anche se, prudentemente, restò ancora a riparo.
Il cecchino sul tetto, dopo quel saluto, si sentì leggermente imbarazzato e si allontanò
tra le tegole, come un gattone intimidito, mentre Kate restò ancora per pochi attimi a
guardare quella figura armata che aveva così gentilmente risposto al suo inconsapevole saluto
notturno. Quando i contorni del cecchino furono ormai scomparsi dalla sua vista, voltò di
nuovo lo sguardo verso il cespuglio dove si era nascosta la volpe, ma non riuscì a vederla;
così, decise che per quella sera poteva pure bastare e ritornò in casa, lasciando la volpe a
seguire ogni suo spostamento (compreso lo spegnere la sigaretta, che fece prima di
rientrare, nel portacenere colmo di cicche sul davanzale della cucina), restando saggiamente
nascosta nel cespuglio, in attesa del momento più opportuno per riapparire.
Il giorno seguente Kate si alzò in tarda mattinata; non aveva molti impegni, tranne
l’appuntamento alle 12 e 15 con Scott, per parlare di un fatto di cronaca sul quale avrebbe
dovuto scrivere un articolo nei giorni a seguire. Per abitudine, parcheggiava sempre la sua
Rover bianca in Fawley Road, a pochi passi dal ristorante greco “Costas”: era una sua
cattivissima abitudine quella di non parcheggiare l’auto nel box al lato del giardino; fatto
costruire apposta da suo padre quando era ancora in vita, per mettere la macchina al sicuro
durante la notte, ma Kate non ne aveva mai usufruito, parcheggiando quasi sempre la sua
Rover alle intemperie e a pochi passi dal ristorante. Non avendo molta fretta si diresse
comodamente in Honeybourne Road ancora un po’ assonnata, senza pensare molto a quello
che aveva visto la notte precedente nel suo giardino. Non era tanto la volpe ad averle
comunque lasciato uno stato d’allarme, ma quel cecchino così educato e per bene che, dal
tetto della casa vicina, aveva perfino abbassato la sua carabina per salutarla. Ad ogni modo,
l’aspettava una lunga giornata e forse era meglio lasciar correre.
Lasciò la Honeybourne Road alle sue spalle e voltò a sinistra, all’angolo con la Fawley
Road; la sua Rover aspettava placidamente di essere guidata, come ogni mattina, dalle sue mani
delicate e nervose. Si avvicinò alla porta della macchina e inserì la chiave per aprirla, ma nel
mentre azionava l’apertura del veicolo, s’accorse che proprio dinanzi all’ingresso del
ristorante “Costas” vi era Tom, il gestore del locale, che pagava uno strano tipo di probabile

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 106


nazionalità cingalese. Gli stava rapidamente passando del denaro, mentre il cingalese, piuttosto
giovane, era seduto alla guida di un pullmino Ford, di colore rosso con delle scritte ai lati
delle porte; e ricontava frettolosamente il denaro che Tom gli aveva appena dato.
Kate fece rapidamente manovra: una semplice inversione ad U l’avrebbe immessa nella
giusta direzione per raggiungere Fincheley Road e portarla, come ogni mattina, direttamente in
centro, ma senza volerlo passò dinanzi al pullmino Ford parcheggiato nei pressi del
ristorante, incrociando il viso del cingalese che le ricordò molto il cecchino della notte
precedente. Certo, non ne era totalmente sicura, perché il buio non le aveva permesso di
vederlo bene in faccia, ma era quasi certa che la testa era quella: lo stesso cranio quadrato e
il capello ben pettinato con la fila sul lato.
Kate e il probabile cecchino si guardarono rapidamente e forse anche all’uomo, quella
figura femminile che in quell’istante gli stava passando davanti agli occhi, gli ricordò qualcosa
di già noto: la creatura in vestaglia e ciabatte che la sera prima, dal giardino adiacente, gli aveva
lanciato un inconsapevole saluto notturno. Si salutarono anche stavolta, ma solo con gli occhi
o almeno così sembrò ad entrambi, senza accennare alcun gesto. Forse si piacquero e Kate,
nel passargli dinanzi con la sua Rover, poté anche leggere parte della scritta che il pullmino
Ford aveva sulla porta: “Agenzia per la caccia urbana di mam…” Come finiva la frase? Che
tipo di agenzia era? Non era per caso: “Agenzia per la caccia di mammiferi urbani”, o qualcosa
di simile? E in quei mammiferi urbani non erano per caso anche incluse le volpi rosse?
Imboccò rapidamente la Finchley Road in direzione centro e decise che la sera stessa
avrebbe chiesto ulteriori delucidazioni al gestore del ristorante. Chi era quel cingalese? Era
un cacciatore di volpi? Che cosa alquanto originale! Un cacciatore di volpi cingalese, giovane,
che l’aveva guardata in maniera particolare e che forse, la sera prima, l’aveva salutata dal tetto
adiacente senza conoscerla.
Nei giorni che seguirono Kate non ebbe mai l’occasione di chiedere a Tom chi fosse il
cingalese che aveva visto in sua compagnia e non vide più, di notte, il misterioso cecchino (e
tanto meno la volpe rossa) aggirarsi sui tetti adiacenti al giardino. Così, malgrado fosse ancora
toccata da quell’incontro notturno che aveva vissuto nel retro della sua casa, lasciò un po’
andare l’argomento; rifugiandosi in un confortevole oblio, tenendo comodamente nascoste
tutte quelle immagini di qualche notte precedente in un posto abbastanza protetto della sua
memoria. In effetti, perché doveva indagare e scoprire chi sa che cosa, interrogando Tom
sull’accaduto?
Decise quindi di lasciare andare, almeno per il momento, e di occuparsi delle altre
beghe presenti nella sua vita. Ma un giorno le circostanze la riportarono, inaspettatamente,
sulle tracce del cingalese e le cose presero tutta un’altra direzione.
Fu circa qualche settimana dopo quella fatidica notte. Kate si trovava nei pressi di
Piccadilly Circus: era da poco uscita da una profumeria e si stava dirigendo verso Soho senza
una meta ben precisa. Voleva solamente passeggiare e distrarsi un po’, quando intravide il
cingalese che andava, a passo sostenuto, verso Brewer Street ed entrare in un negozio dove
sull’insegna si leggeva molto chiaramente e a caratteri cubitali: Hovar Planty “Agenzia per la
caccia di animali selvatici nocivi all’ambiente urbano.” Non c’era dubbio che il cecchino di
Fawley Road lavorava per questa agenzia: cacciatore di volpi o qualcosa di simile, e a Kate
scattò automaticamente di scrivere il suo romanzo avendo come protagonista un cacciatore
di volpi urbane e per giunta cingalese.
L’idea era più che apprezzabile e già ne assaporava l’originalità, ma bisognava che si
fosse addentrata maggiormente in quella conoscenza; magari tentando un approccio con
l’uomo per saperne di più su quel particolare lavoro e soprattutto, per dare un vissuto a
questo personaggio che la sua fantasia voleva far vivere come protagonista assoluto, nella
storia che stava cercando di narrare già da diversi mesi. Non era male l’idea di raccontare la
vita o le vicissitudini di un giovane cingalese che lavorava a Londra come cacciatore di volpi;

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 107


bastava solamente informarsi e cercare di parlare con il giovane: per avere, se non altro,
qualche coordinata precisa sulle caratteristiche emotive e psichiche richieste per affrontare
quel particolarissimo lavoro.
Intanto, il cacciatore cingalese era appena uscito dal negozio di Howard Planty e si stava
dirigendo, a passo veloce, nel centro nevralgico del quartiere: Soho Square, dove forse c’era
qualcuno ad aspettarlo. Era una bella giornata di maggio e Londra conviveva benissimo con la
luce primaverile che la circondava: sembrava che quella città colpita alcuni mesi prima dagli
orrendi attentati nella metropolitana non esistesse più e fosse stata spodestata dall’ilarità di
una nuova comunità, che avesse messo a tacere il dolore di quei momenti con una dignità
impeccabile e ben visibile tra le strade del centro e nei volti dei passanti. Soho era testimone
assoluto di questa rinascita e viveva animatamente, con il suo pullulare di gente, tutti gli attimi
di quella tarda mattinata. E Kate Dulwich se ne faceva inghiottire tranquillamente, senza
presentare alcuna resistenza all’impatto. La ragazza seguiva, ad una certa distanza, il giovane
cacciatore di volpi che era totalmente ignaro di avere alle sua calcagna una giornalista pronta
a scrivere un romanzo su di lui e si occupava solo d’avere un passo piuttosto sostenuto, per
raggiungere chissà che cosa e al più presto. Era un inseguimento alquanto anomalo, perché
Kate non faceva nessuna fatica a non farsi riconoscere; il giovane cingalese era troppo
occupato a tagliare le stradine di Soho con quel passo frenetico che possedeva, e non s’era
accorto, neanche lontanamente, di essere pedinato da una donna.
Presto raggiunsero Old Compton Street e Kate pensò che tutti i pubs, bar e cafè della
strada fossero dei potenziali punti d’arrivo per un eventuale appuntamento che l’uomo aveva
con qualcuno. Infatti il cacciatore entrò rapidamente in un bar, andandosi a sedere ad un
tavolo nel mezzo della sala, dove già lo stavano aspettando due giovani individui col colore
della pelle molto simile a quella del cingalese. Uno dei due forse era arabo ed era quello
meno loquace e socievole: aveva accolto l’arrivo del cingalese con una fredda stretta di mano,
continuando a sorseggiare la sua birra senza tanta partecipazione. L’altro invece, era stato
molto caloroso con il cacciatore, regalandogli simpatiche pacche sulle spalle e una indubbia
felicità facilmente visibile negli occhi. Poi, presto chiesero da bere anche per il cecchino di
Fawley Road e cominciarono a parlottare tra loro, intorno a quel tavolo, con una certa
sacralità: senza distrarsi e nemmeno lasciarsi andare a qualche coreografico atteggiamento.
Kate si era seduta nei pressi del bancone e aveva chiesto una Coca ghiacciata, nascosta
dietro quei simpatici occhiali da sole che le davano un’aria da Pretty Woman un po’ goffa e
smaliziata. Subito, però, s’accorse che quei tre uomini seduti al tavolo nel centro del locale
erano stati osservati attentamente un po’ da tutti i presenti, compresi i gestori del bar: forse
preoccupati, chissà, della loro presenza. Quei tre giovani non facevano niente di particolare,
ma purtroppo risvegliavano, nelle menti dei presenti, pericolosi ricordi non ancora del tutto
assopiti. L’arabo era quello più osservato, perché faceva pochi gesti e non partecipava tanto
alle chiacchiere: risultava piuttosto statico e concentrato nelle cose che diceva l’altro
cingalese, mentre il cecchino di Fawley Road ascoltava con molta attenzione: muovendo di
tanto in tanto la testa, come a sottolineare qualcosa di importante.
Kate aveva seguito quel cingalese per avvicinarsi maggiormente all’idea del protagonista
che voleva sviluppare nel suo romanzo ed era intenzionata solo a guardarlo parlare, per
capire i colori di vita che aveva negli occhi e tutte le anime che percorrevano le solitarie
strade di quel viso ambrato. Non voleva farsi certamente impaurire da quell’atmosfera che
stava crescendo nel locale. Infatti tutti erano preoccupati da quel trio intento a confabulare
chissà che cosa e, siccome gli avvertimenti delle forze dell’ordine erano stati chiari e
ripetitivi, occorreva agire di conseguenza quando si temeva il peggio: in caso di presenze
sospette in locali pubblici o in prossimità di stazioni, metropolitane, aeroporti e centri
affollati, segnalare tempestivamente alle forze di polizia le coordinate del punto o la presenza
dell’individuo sospetto.

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 108


In quei pochi istanti che Kate era stata seduta al bancone del bar per consumare quella
Coca ghiacciata, era sembrato che tutti i presenti si fossero scambiati tra loro le stesse
parole con l’aiuto degli sguardi: “Chi sono quei tre? Hanno l’aria poco raccomandabile,
bisogna avvertire la polizia.” E il gestore non perse tempo a farlo: alzò la cornetta del telefono
con un leggero sorriso come se stesse parlando con la sua amante, per non dare nell’occhio
e avvertì rapidamente Scotland Yard di quella presenza sospetta nel suo locale. Fu l’arabo ad
accorgersene di quella telefonata d’avvertimento e subito si mosse per andare via, tirandosi
dietro, con qualche frase pronunciata rapidamente e a bassa voce, gli altri due.
Tutti e tre si alzarono velocemente e forse lasciarono anche dei soldi sul tavolo per
pagare le birre, ma raggiunsero presto l’uscita per far perdere le loro tracce, prima che
arrivasse la polizia. Nell’istante che i tre raggiunsero l’uscita, Kate incrociò lo sguardo del
cingalese e per attimi brevissimi temette il peggio, perché il cacciatore di volpi la riconobbe
perfettamente e restò anche a fissarla per qualche attimo di troppo; come se stesse
chiedendole di non svelare alla polizia che presto sarebbe sopraggiunta, dove l’avesse visto
prima.
La ragazza raccolse subito quella supplica, in modo che quando arrivarono gli uomini di
Scotland Yard nel locale (ormai i tre si erano dileguati) e cominciarono a fare domande un po’
a tutti per capire chi fossero quei tipi che pochi istanti prima erano stati seduti a quel tavolo,
Kate non disse nulla, anzi si limitò perfino a sdrammatizzare: dicendo che forse erano andati
via perché impauriti o perché dovevano raggiungere al più presto qualche loro amico;
garantendo, del resto come gli altri presenti, che non li aveva mai visti prima. La Dulwich non
voleva svelare il suo segreto a nessuno, perché temeva che gli uomini di Scotland Yard
avessero preso e portato via il suo protagonista, e il suo romanzo non sarebbe potuto più
nascere. Lei voleva conoscere quello strano cingalese con la testa quadrata e la fila su di un
lato a spaccare quella massa di capelli corvini, e voleva guardare nei suoi occhi, un po’ ingialliti
e stanchi, per chiedergli notizie sul suo essere cacciatore di volpi. E non le importava tanto
chi fosse e cosa stesse rischiando; voleva solo avvicinarsi a quel cecchino cingalese che
qualche notte precedente l’aveva salutata senza conoscerla.
Durante il giorno restò anche per molto tempo a pensare se stesse facendo la cosa
giusta: quel tipo avrebbe potuto essere un kamikaze, insieme ai suoi amici, e una sua
intemperanza estremista e radicale causare la deflagrazione di qualche altro attentato, e lei ne
sarebbe stata complice involontaria. Quindi bisognava avvisare le relative forze di
competenza? Dichiarare che si era ricordata ( ma non ne era sicura perché l’aveva inquadrato
solo per pochi attimi ) di averlo visto parlare con Tom, il gestore del ristorante “Costas”
vicino la sua casa di Finchley Road? Oppure glissare e fare finta di niente?
Si promise di prendere la giusta decisione l’indomani; voleva che passasse la notte:
sperando che forse il cecchino si fosse ripresentato, quella sera stessa, sul tetto adiacente al
suo giardino e avesse potuto scambiare con lui qualche parola, un saluto, un flebile accenno di
contatto. Era sola una speranza, ben inteso, ma che l’aveva accompagnata per tutto il giorno
fino alla cena di lavoro con Scott, consumata con una certa distrazione notata da tutti i suoi
colleghi presenti, e perfino al suo ritorno a casa, quando aveva parcheggiato malissimo la sua
Rover perché troppo innervosita da quel continuo pensare che la stava assillando ormai da
troppe ore.
Intanto, mentre parcheggiava malamente la sua Rover, dall’altro lato di Fawley Road vi
erano i tre seduti ad aspettare in una Ford a fari spenti, e forse erano lì in attesa da diverso
tempo, perché sul selciato della strada, all’altezza degli sportelli della Ford, c’erano diverse
cicche di sigarette spente, consumate, forse, nervosamente durante quella lunga attesa. I due
cingalesi erano seduti avanti: il cacciatore di volpi sul sedile di fianco al volante e l’arabo
dietro che dispensava ordini e strategie verbali:

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 109


“Ora che le vai vicino cerca di essere gentile e accattivante. Spiegale che sei andato via
dal locale perché dopo gli attentati la gente si sente perseguitata dagli extracomunitari; ogni
arabo o asiatico di colore per tutti è un potenziale terrorista e questo a noi non sta bene.
Falla sentire colpevole. Cerca di scoprire se ha parlato con qualcuno e poi decidiamo che
fare…Magari stasera stessa. Ora vai e in bocca al lupo. Quando hai finito di parlare con lei,
ricordati di non tornare verso di noi, prosegui verso la Finchley Road, noi ti passeremo a
riprendere dopo qualche minuto, e adesso sbrigati, non farti vedere che esci da questa
macchina. Vai, presto! E non sbattere la portiera!”
Il cingalese sgattaiolò rapidamente dalla Ford e non chiuse la porta della macchina;
l’accostò senza alcun rumore e attraversò rapidamente la strada per raggiungere Kate.
La ragazza non si era minimamente accorta di niente e quando si trovò il cingalese
dinanzi come se stesse sopraggiungendo da qualche tetto vicino dopo aver predisposto la
propria postazione di caccia notturna, le venne spontaneo salutarlo come un vecchio amico
che aveva lasciato in quella stessa mattinata al bar di Soho, per raggiungere il proprio posto di
lavoro.
“Ciao, come stai?”
“Bene e tu?”
“Bene!”
“Vorrei parlarti, se hai un po’ di tempo.”
“Cosa c’è?”
“Stamattina, nel bar di Soho, io e i miei amici siamo stati costretti ad andare via, perché
ormai è diventata una prassi. Dopo gli attentati, la gente, soprattutto a noi extracomunitari, ci
guarda in maniera diffidente. Arriva la polizia e ci porta dentro per i relativi controlli e
sistematicamente ci tratta male come se fossimo tutti colpevoli di quello che è successo.”
“E allora perché siete andati via se non avete niente da nascondere?”
“Perché siamo stufi; delle volte accade anche più volte al giorno e non ne possiamo più.
Non possiamo passare nemmeno qualche ora in un bar che sistematicamente arriva Scotland
Yard, perdiamo giornate intere nelle centrali di polizia e ore di lavoro che a molti di noi il
datore non paga. Cosa credi?”
“Beh! Tu lavori di notte, non è vero?”
“Non solo!”
“Non vai a caccia di volpi? Ti ho visto entrare nell’agenzia di Howard Planty!”
“Si, sono cacciatore di volpi, ho il brevetto e il permesso di caccia, ma è un lavoro part-
time che mi tiene impegnato alcune notti la settimana. In realtà, di mattina lavoro nel centro
lavaggio macchine di Hampstead. Qui, a Londra, siamo in molti a vivere con due o tre lavori, a
volte anche quattro, per spedire i soldi alle nostre famiglie in Sri Lanka, in Banbgladesh, in
India…”
“E tu, da dove vieni?”
“Da Colombo, lì ho mio padre e le mie sorelle. Mia mamma è morta, e spero che
presto mi raggiungeranno anche le mie due sorelle maggiori. Ho trovato due famiglie di
Chelsea che le prenderebbero volentieri, come baby-sitters, con contratto in regola e
monolocale incluso nella loro residenza. E capisci? Per noi è troppo vitale non perdere il
lavoro a causa di un semplice controllo di routine da parte di Scotland Yard. Non ne possiamo
più, credimi, di questa forma di razzismo. Non siamo colpevoli di nulla e vogliamo vivere
come gli altri.”
Malgrado fosse molto tardi, Fawley Road stava proteggendo Kate Dulwich; la faceva
sentire al sicuro e anche se per strada non c’era nessuno, Kate si sentiva molto predisposta
ad ascoltare le chiarificazioni di quell’educatissimo cingalese. La ragazza si sentiva come se
fosse stata l’ago della bilancia nella vita del cacciatore di volpi part-time. Se, putacaso, si fosse
messa a spifferare della presenza sospetta del giovane in quel bar di Soho durante la tarda

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 110


mattinata del giorno ormai passato, molto probabilmente lo avrebbe danneggiato per tutte
quelle aspettative che egli si era andato costruendo nel corso di questi ultimi mesi. Lo
avrebbero trattenuto nella vicina centrale di Scotland Yard, magari avrebbe avuto problemi sul
posto di lavoro e molto probabilmente sarebbe stato a rischio anche il tanto desiderato
trasferimento delle sue due sorelle maggiori. E forse, tutto ciò, non ne valeva la pena. Inoltre,
erano gli occhi del cingalese a parlare: sembrava che le stessero invocando aiuto e tutta
quella educazione nell’esporle i fatti era stato il vero antidoto a quella circostanza. Kate si
era sentita benissimo mentre aveva parlato col giovane e la sua mente aveva cominciato a
volare su probabili incontri futuri: qualche pomeriggio al cinema, una birra in un pub, un
pranzetto da Mario a Golders Green, per assaporare la cucina italiana, senza zia Nina stavolta,
oppure qualche gita a Brighton da fare strettamente col giovane cingalese. A proposito, come
si chiamava il cacciatore di volpi?
“Poiscià, Poiscià Ratnapura.”
“Poiscià, hai detto?”
“Si.”
“E’ un bel nome. Suona bene.”
“Grazie.”
“Io sono Kate. Kate Dulwich.”
“Anche il tuo suona bene.”
Ora avevano fatto perfino amicizia e non restava che prendere un appuntamento per
rivedersi e Kate aveva urgenza di farlo al più presto; voleva conoscere più in fretta possibile
questo bellissimo cingalese che le avrebbe parlato della caccia alla volpe e del lavaggio rapido
delle macchine, delle due sue sorelle maggiori e di tutte le angolature che un
extracomunitario incontra ogni giorno, e forse si sarebbero perfino baciati.
“Ti andrebbe di vederci a pranzo, domani?”
La domanda fu diretta e inaspettata, costringendo il cacciatore di volpi ad una rapida
decisione: che cosa era meglio fare? Accettare l’invito? Si, perché no? E poi questa Kate era
anche carina e sensibile.
“Va bene! Domani sono di turno nella prima mattinata e nel tardo pomeriggio.”
“E allora vediamoci alle 13 e 30 da – Mario al Grottino – in Golders Green. Conosci
Golders Green? C’è anche la fermata della metro, non è difficile trovarlo ed è una zona piena
di ristoranti italiani. Io adoro la cucina italiana.”
“Si, va bene, facciamo così. Vediamoci in questo ristorante alle 13 e 30.”
“Di solito c’è sempre posto. Ad ogni modo, chi arriva prima prende un tavolo per due.
Ti va?”
“Si, certo.”
“Vedrai, sarà deliziosa la cucina.”
“Ed io sarò al sicuro seduto al tavolo con te. Potrò consumare tutto senza l’assillo di
Scotland Yard.”
Risero entrambi partecipi come se fossero stati vecchi amici e si salutarono con
un’amichevole bacio sulla guancia; in quella strada di Londra era da pochissimo nata una
particolare amicizia e Kate ne restò testimone per tutta la notte, fantasticando in giardino su
quell’incontro così originale che aveva vissuto.
Il cingalese dopo aver salutato Kate raggiunse Finchley Road, come aveva accordato con i
suoi soci. S’accorse della Ford parcheggiata in attesa, vi entrò rapidamente e dopo pochi
istanti la macchina partì in direzione opposta al centro.
“Com’è andata?” L’arabo era quello più interessato a sapere.
“Bene. Non sospetta di niente, però sa che lavoro nell’agenzia di Howard Planty.”

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 111


“Ferma questa cazzo di macchina!” Intimò l’arabo all’altro cingalese che era alla guida e
poi aggiunse con una certa veemenza. “Ora torniamo indietro, tu entri in quella cazzo di casa
e fai quello che è giusto fare. Avanti, fai manovra e torna a Fawley Road.”
“Aspetta un momento. Io non vado da nessuna parte. Ti ho detto che non sospetta
assolutamente niente e poi la casa potrebbe essere abitata da altre persone. Domani dovrò
rivederla a pranzo, cercherò d’indagare. T’assicuro che è molto tranquilla, non mi denuncerà a
nessuno. Fidati.”
“Mancano solo due giorni alla data; se qualcosa va storto t’assicuro che sarai il primo a
pagarne le conseguenze, e poi toccherà a tua madre e a tuo fratello. Intesi?”
“Intesi. Ferma qui. Forse è meglio separarci, questa notte. Che Allàh vi protegga.”
La macchina si allontanò verso il nord di Finchley Road e il cacciatore di volpi non si
voltò nemmeno a guardare; proseguì nel verso opposto ascoltando il rumore dei propri
passi. Troppe cose erano accadute in quel giorno e troppe decisioni repentine stavano
ingolfando le sue tempie, ma attraverso le fessure e negli interstizi vuoti della sua memoria
appariva il volto di Kate, quasi sempre di sghimbescio, come se non ci fosse abbastanza posto
per farlo apparire dritto, che gli sorrideva e gli chiedeva cose simpatiche. Forse stava
sbagliando. Non doveva dare troppo spazio a questa nuova presenza, aveva una promessa
troppo grossa da mantenere e non bisognava farsi distrarre da un piccolo incidente di
percorso.
Il giorno dopo, come accordato, si ritrovarono all’ora prestabilita nel famoso ristorante
italiano: “Mario al Grottino”, punto di riferimento per molti palati innamorati delle specialità
italiane, in quel quartiere denominato Golders Green dove si poteva ascoltare per strada e nei
locali, parlate inglesi con forti cadenze abruzzesi, campane e ovviamente siciliane.
Dopo aver consumato con molto appetito qualche affettato come antipasto e delle
piccole ovoline di mozzarella fatta venire apposta da Aversa (così aveva detto il cameriere
italiano), cominciarono a mangiare la pasta al forno che il personale aveva vivamente
consigliato e tra un boccone e l’altro, cominciò una sorta di studio; una specie di radiografia
reciproca che entrambi si inflissero, per fotografare più approfonditamente le rispettive
anime, con l’aiuto dei propri occhi. I loro reciproci sguardi si fissarono attentamente;
cercando di capire cosa realmente avrebbe potuto lievitare tra loro. Mentre uno parlava,
l’altra ascoltava masticando gustosamente la pasta al forno e viceversa. Forse quell’ottimo
sapore che aveva la pietanza italiana li stava mettendo di buon umore e la fantasia poteva
liberamente cominciare a volare.
“Una sera, in taxi, ne ho incontrata una in mezzo alla via che percorre Hyde Park: sai
che ci ha guardati un po’ imbambolata? Per un attimo, probabilmente paralizzata dai fari
dell’auto e poi velocemente ha ripreso il suo cammino.” Il sorriso di Kate, dopo aver
pronunciato questa parola, si arrampicò sulle gote del viso e coinvolse il cingalese a replicare:
“Hyde Park e Regent’s Park ne sono pieni come una riserva protetta. I giardinetti che
adornano alcune piazze più belle di Londra, Beh! Ne ospitano immancabilmente una
famigliola.” Kate l’osservava con molta attenzione, anche se il sapore succulento della pasta al
forno le imponeva una ulteriore rapida forchettata. “E poi se ne possono trovare nei cortili
delle case, intorno ai cassonetti della spazzatura, nel retrobottega di cafè e ristoranti….”
“A proposito, quella che l’altra notte gironzolava nel mio giardino, come è finita poi?”
Il ragazzo ebbe una leggera pausa, forse perché non voleva rattristare il loro
conoscersi; finse di non poter parlare perché troppo occupato a masticare la pasta al forno,
deglutì con un leggero sorriso come ad accompagnare l’attesa di Kate, si strofinò il muso
ambrato, sorseggiò un po’ di vino della Franciacorta che la ragazza aveva scelto sotto stretto
consiglio del cameriere e poi cercò di trovare una scusa ad arte, per non dichiarare così
apertamente che a quella volpe rossastra di due notti fa, intrufolatasi nei cespugli del giardino

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 112


di Kate, egli le aveva fatto saltare la testa con un colpo di carabina, mantenendo innescato il
silenziatore per non disturbare nel sonno le famiglie delle case vicine.
“Beh, ho cercato di aspettarla fino a tardi, ma non è più venuta fuori dal cespuglio e
quindi….Verso l’alba ho lasciato perdere. Chissà dove si sarà nascosta?”
Perché aveva deciso di non raccontare tutta la verità a Kate? Cosa gliene importava se
la ragazza si fosse impressionata per il tipo di morte che egli aveva causato alla volpe? Del
resto era lì per cercare di capire solo se Kate sospettava di lui, se ne aveva parlato già con
qualcuno; proprio come avevano deciso di fare quando si era concertato con gli altri suoi
complici ed era totalmente fuori luogo farsi rapire da quei ridicoli sentimentalismi verso la
ragazza. Per giunta sembrava, se avesse dato adito a questa sua umanità, come se avesse
voluto nascondere cosa in realtà egli era veramente e cosa in realtà avrebbe dovuto fare tra
soli due giorni, precisamente il venerdì prossimo di quella stessa settimana, alle 8 in punto del
mattino, in un centro commerciale nei pressi di Piccadilly Circus. Ma non fece in tempo a
credere in quella scusa poco credibile che egli stesso aveva formulato con qualche ingenuo
balbettio; la ragazza se ne impossessò rapidamente, scherzando sul fatto che non le dava noia
a tavola parlare di morte e poi aggiunse con un sorriso dolcissimo:
“In che punto le hai sparato?”
Il cingalese non seppe trattenere il suo imbarazzo: avrebbe voluto volentieri cambiare
argomento, ma visto che Kate Dulwich era stata così dolce nel chiedergli esplicitamente in
che punto egli aveva colpito la povera volpe, si decise a dirle la verità, facendo brillare nei suoi
occhi, se pur per brevissimi attimi, quella follia omicida che faceva parte del suo bagaglio
personale e con cui conviveva tranquillamente:
“Le mie prede non soffrono; mi basta un colpo solo, sono già morte prima di toccare
terra e poi ucciderle è legale, a condizione che sia fatto umanamente.”
Se fosse stato un uomo più realmente concentrato sulla causa che effettivamente
doveva espletare tra soli due giorni, non si sarebbe lasciato andare a questa sua esternazione
troppo palese. La ragazza avrebbe potuto benissimo intuire di che vera pasta fosse fatto e
denunciarlo immediatamente alle autorità, ma del resto era davvero impiegato nell’agenzia di
Howard Planty come tiratore scelto per la caccia di animali selvatici cittadini nocivi allo
svolgimento della vita quotidiana, con tanto di permesso per la caccia e porto d’armi, e quindi
non doveva per nulla preoccuparsi della sua risposta, perché era più che consona a ciò che
realmente egli faceva: cacciatore di volpi part - time.
Il pranzo proseguì tranquillamente e il cingalese si sentì perfettamente a suo agio col
sorriso di Kate Dulwich; a tal punto che anche lui cominciò un po’ a fantasticare su una loro
probabile relazione. Pensò volentieri a lunghe passeggiate da fare con Kate e ovviamente ad
inevitabili nottate d’amore consumate in pensioncine fuori Londra, in quegli ipotetici fine
settimana che avrebbero potuto consumare con gioia, chissà! Se non fosse stato bloccato da
quella sua responsabilità che avrebbe dovuto consumare in quelle successive pochissime
ore , molto probabilmente avrebbe anche lasciato tranquillamente andare il suo istinto,
perché Kate era una persona giusta per il suo umore e sentiva che anche lui, molto
probabilmente, era la giusta anima che Kate stava aspettando. Però tutto ciò non poteva
accadere; tra circa due giorni egli non sarebbe stato più fisicamente su questo pianeta: parte
del suo corpo si sarebbe disintegrato nel centro commerciale di Piccadilly Circus e la sua giusta
causa avrebbe avuto il vero sopravvento nel corso naturale delle cose.
Chissà in quale posto o su quale parete della città il suo corpo sarebbe stato
appiccicato? O almeno parte del suo corpo, qualche brandello, insieme a tanti altri corpi che
si sarebbero trovati in quello spazio per pura casualità. Quindi non conveniva innamorarsi per
soli due giorni; forse era meglio glissare, lasciar perdere quel sorriso che Kate portava nel
viso come una sorta di arma segreta e vivere quei momenti come un ultimo dono che

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 113


riceveva da Allàh prima di entrare nell’altra vita. Ad ogni modo, il cacciatore di volpi indagò
attentamente, con domande molto sottili, e Kate rispose esplicitamente senza tanti sotterfugi:
“Non ne ho parlato con nessuno. A nessuno che fosse in quel bar di Soho dove ci siamo
incontrati, compreso agli uomini di Scotland Yard, non ho assolutamente detto che c’eravamo
già incontrati o che sapevo perfettamente del tuo impiego come cacciatore di volpi presso
l’agenzia di Howard Planty. Nessuno verrà a controllare il tuo permesso di soggiorno, almeno
che non ci fossero delle telecamere nascoste nel locale, e con i tempi che corrono, un
minimo sospetto, tu capisci? E le tue sorelle maggiori ti potranno presto raggiungere per
lavorare; sta tranquillo!”
Poiscià Ratnapura poteva stare tranquillo, allora? Sembrava che stesse percorrendo un
confortevole percorso senza buche, praticabile fino all’inverosimile; e poi perché non avrebbe
dovuto credere a Kate? Risultava così interessata alla sua persona e a quel lavoro che
espletava con la carabina per qualche notte alla settimana; anche se però, quelle telecamere
che Kate aveva ricordato ingenuamente, poste forse in qualche parte del locale o sul
marciapiede dove vi era l’uscita del bar, lo avevano leggermente preoccupato. E se fosse stato
filmato il loro viso e la loro corporatura? E se in quelle ore Scotland Yard stava operando per
risalire ai nomi dei tre tipi che avevano lasciato rapidamente il bar dopo la preventiva
segnalazione del gestore di quel locale? E va bene! Tutto ciò poteva anche essere, ma
mancavano solo due giorni alla data e in più, lui e i suoi due complici non avevano nessun
precedente penale; erano stati scelti apposta dai capi per quella meta, e sarebbe stato molto
difficile che Scotland Yard avesse potuto risalire alle loro generalità. Inoltre, Kate sembrava
muta come un pesce e soprattutto alquanto disinteressata a questo argomento, e allora si
poteva stare tranquilli e vivere bene quelle poche ore che gli restavano prima del bum.
Quando si lasciarono fuori dal ristorante, ognuno in direzioni opposte perché chiamati
entrambi da differenti impegni giornalieri, il cingalese pensò di invitare Kate ad una partita di
caccia che si sarebbe svolta presso una casa con ampio giardino, nel quartiere di Notting Hill:
pare che fosse la dimora di una scrittrice ossessionata da una volpe cocciutamente installatasi
nei rovi e nelle siepi di quell’eden così ben tenuto, pensando che la ragazza avrebbe gradito
questo particolare invito notturno. E infatti:
“Ci verrò sicuramente; come facciamo per incontrarci?”
“Fatti trovare verso le 22 dinanzi all’agenzia di Howard Planty. Io partirò da lì col
furgone della ditta, tu potrai parcheggiare la tua auto da quelle parti e venire con me, o
seguirmi con la tua Rover fino a Notting Hill. Se vuoi restare per tutto il tempo e vedere
come muore una volpe, devi contare che tornerai a casa verso l’alba, altrimenti quando vuoi
tu. Tieni conto che bisogna strisciare per terra, sul prato, in qualche pozzanghera; quindi vieni
vestita in modo pratico…..Insomma, non metterti i tacchi e le calze, ecco. E poi tieni conto
che bisognerà fare molto silenzio, troppo silenzio! E non vorrei che t’annoiassi a non parlare
per molto tempo. La volpe è furba, bisogna seguire le tracce e capirne gli spostamenti, e
quindi se si parla è la fine.”
“D’accordo; vorrà dire che parleremo con gli occhi.”
Si salutarono con quella frase allusiva che Kate aveva pronunciato con un leggero
sorriso invitante. Questa espressione della Dulwich accompagnò Poiscià fino alla macchina
dove i suoi complici stavano aspettando. L’arabo abbassò il finestrino:
“Com’è andata?”
“Benissimo. E’ tutto tranquillo. Non sospetta minimamente e non ha parlato con
nessuno, dunque…..”
“La vedrai ancora?”
“Che t’importa? Ognuno di noi è libero di decidere come passare questi ultimi giorni,
dunque….”
“Non fare stronzate, sei controllato….Potrebbero pagarne i tuoi familiari.”

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 114


“Ho capito, me l’hai già detto. L’appuntamento è sempre alla stessa ora e nello stesso
posto, è così?”
L’arabo non rispose subito; digrignò leggermente i denti, e le mascelle si disegnarono
con un accenno di tensione sulle guance scarne e ambrate, poi disse:
“E’ così.”
Continuò a guardare attraverso il parabrezza senza voltare lo sguardo al cacciatore di
volpi e nemmeno verso l’altro cingalese che gli era seduto vicino. Sembrava quasi che stesse
scrutando chissà quali movimenti per strada, o aspettando un segnale da chissà quale
sentinella nascosta, ma in realtà manteneva un certo contegno da leader; perché era
piuttosto preoccupato dalle intemperanze e dalle distrazioni che Poiscià si stava regalando
con quella tale Kate, prima di espletare il compito che si erano prefissati d’intraprendere tra
poche ore, nel centro commerciale di Piccadilly Circus.
I due cingalesi, in quei brevi attimi, si guardarono attentamente e si scambiarono tante
frasi silenziose e piene di significato; poi il finestrino, azionato dall’arabo al volante, si chiuse
rapidamente: come se fosse stato improvvisamente geloso dello scambio avvenuto tra i due
connazionali, e la macchina cominciò a muoversi. Dallo specchietto retrovisore, l’arabo
osservò attentamente la figura di Poiscià e a denti stretti disse all’altro cingalese:
“Dovremo controllarlo fino alle ultime ore, ho paura che faccia una sciocchezza….”
Nel giorno seguente, alle ore 22 in punto, Kate si fece trovare dinanzi l’agenzia di
Howar Planty con la sua Rover bianca. Il pulmino della ditta uscì dal garage e Poiscià salutò
con la mano la ragazza che lo stava aspettando; potevano intraprendere quel loro piccolo
viaggio verso Notting Hill, mentre a circa 100 metri, un pulmino Opel di colore latte sporco,
con dentro l’arabo alla guida e l’altro cingalese al suo fianco, cominciò a seguire quella piccola
carovana diretta verso la villa della scrittrice ossessionata dalla volpe. Mancavano solo
pochissime ore alle 8 del giorno seguente; un venerdì qualunque di quella primavera
londinese, e nel pulmino Opel di color latte sporco ne erano fin troppo coscienti:
“Mancano solo poche ore, e lui cosa fa? Le chiede di andare con lui in questa ultima
caccia alla volpe.”
“Calmati.”
“Calmati un corno! Gli avevo detto di fare attenzione.”
“Non succederà niente, vedrai!”
“Non possiamo andare in giro a quest’ora. Se qualcuno ci ferma, siamo fottuti! Non
possiamo rimandare il bum-bum. Alle 7 di domattina ci aspettano nel garage di Soho con tutto
il tritolo necessario e non possiamo tornare indietro.”
“E infatti non torneremo indietro. Alle 8 ci troveremo lì.”
Il pulmino Opel di color latte sporco si muoveva ad una certa distanza dalla macchina
di Kate e da quello della ditta di Howard Planty. A quell’ora non vi era molto traffico e tutto
stava procedendo nel migliore dei modi.
Sia Kate che Poiscià non si erano accorti di essere seguiti dall’arabo e dall’altro
cingalese. Prima di tutto perché Kate, col passare dei giorni, non ricordava nemmeno più le
facce dei due complici di Poiscià, e poi quest’ultimo non sapeva di essere seguito da quel
pulmino: perché, a circa un’ora dal fatidico bum-bum, sarebbe stato prelevato, proprio dinanzi
l’agenzia di Howard Planty, dai suoi complici e non sapeva che l’organizzazione già la sera
prima aveva dato in dotazione, all’arabo e all’altro cingalese, quel mezzo Opel di color latte
sporco.
Lui era completamente all’oscuro di tutto; verso l’alba avrebbe fatto ritorno negli uffici
dell’agenzia di Howard Planty con o senza volpe (a seconda se la caccia fosse andata bene o
male), si sarebbe rifocillato nella sede con un caffè caldo o una cioccolata, partoriti senza
sforzi particolari dalla macchinetta automatica posta nel corridoio dell’ingresso, così avrebbe
avuto anche un solido alibi per gran parte del tempo prima del bum - bum, e alle 7 in punto

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 115


sarebbero passati dinanzi l’agenzia (che restava sempre aperta 24 ore su 24) i suoi complici
col mezzo già pieno di tritolo. Poiscià, entrando nel veicolo, avrebbe solo dovuto indossare
quel particolare giubbotto pieno di esplosivo e poi via, verso il centro commerciale di
Piccadilly Circus: alle 8 sarebbe stato già tutto finito.
Era stata anche giusta la scusa che i suoi complici si erano inventati per tenere a bada
qualche posto di controllo durante il tragitto. Avevano riempito il retro del veicolo di utensili
per la pesca: canne a mulinello, corte e lunghe, cesti di rete attaccati a delle lunghe aste, ami,
lenze di vario diametro, esche, vermi e mosche di plastica, sgabelli per la pesca e contenitori
per chiudere dentro i pesci pescati; in più, panini al formaggio e birrette in barattolo. Tutto ciò
che facesse pensare ad un amichevole e goliardico viaggio verso il mare; magari in direzione
Hastings o Folkestone, oppure perfino Brighton o anche Dover. Ma questo non l’avevano ancora
deciso; si erano lasciati l’onere di farlo sul momento: quando l’ipotetico agente avesse
fermato il mezzo per il tradizionale controllo dei documenti. Insomma, tutto era in regola;
perfino i loro passaporti e i rispettivi permessi di soggiorno: quindi erano sicuri di
raggiungere in orario Piccadilly, senza nessun intoppo. Ma, malgrado ciò, erano agitati. Del
resto, il loro era un viaggio senza ritorno; voluto, intendiamoci, ma comunque difficile da
viverlo fino alla fine.
Intanto il cingalese, durante quell’inseguimento che stavano facendo a Poiscià per
controllare fino alla fine le sue mosse, lasciava sbraitare l’arabo al volante. Cercava di
calmarlo, si, ma non stava tanto a preoccuparsi. Lo faceva sfogare e restare in quello sfogo
verso il suo connazionale; perché tanto sapeva che non gli avrebbe mai potuto far cambiare
opinione e poi, forse, sapeva che quello sfogo in cui l’arabo sguazzava contro Poiscià durante
quell’inseguimento, gli era molto utile perché lo calmava tantissimo e gli frenava tutta
l’adrenalina che di volta in volta si stava accumulando nella sua testa.
Lui, a sua volta, mentre l’arabo sbraitava, restava a pensare a quello che avrebbe dovuto
fare tra poche ore. Si sentiva un po’ un perdente senza appello. Non un semplice perdente,
uno dei tanti sconfitti della globalizzazione prodotti dalla società capitalistica con la sua logica
competitiva. No! Si sentiva perdente e basta, senza appello. In pratica, s’accorgeva che aveva
pian piano perso perfino il suo istinto di conservazione e che la sua era stata, soprattutto, una
metamorfosi interiore. La sua esteriorità non tradiva nulla, va bene, ma nell’animo aspettava il
momento giusto per il sanguinoso regolamento dei conti. Nel suo animo si era sviluppata una
miscela esplosiva pronta a voler distruggere tutto e quindi, in lui, si era ingrandita anche la
voglia di autodistruzione: si sentiva una persona estremamente isolata, ma unendosi all’entità
collettiva che condivideva la sua voglia di totale annientamento, gli dava un forte senso di
appartenenza. Quella sua sensazione di sconfitta voleva che vivamente fosse caduta su altri;
per lo più sull’Occidente, e in un certo qual senso si adagiava anche comodamente nel suo
status di perdente. Desiderava, quasi sicuramente, trasformare in perdente anche tutto il
resto del mondo.
Kate, nel frattempo, seguiva il pulmino della ditta di Howard Planty: era eccitata e
contenta di fare quel percorso notturno verso Notting Hill. Gli sguardi voluttuosi che si
erano scambiati con Poiscià all’uscita del ristorante e quell’invito che il cingalese le aveva
fatto, di andare a caccia con lui, l’avevano predisposta all’innamoramento. Non poteva credere
che in una sola persona avesse trovato un potenziale amante cingalese e il protagonista del
suo romanzo: un cacciatore di volpi che aveva risposto al suo inconsapevole saluto.
Ora vedeva la sua nuca corvina e si eccitava solo a pensare che forse, tra pochi istanti,
nel giardino della scrittrice ossessionata dalla volpe, si sarebbero toccati e baciati come due
fauni bucolici (era sicura che Poiscià, nel suo acme, non restava in silenzio sgranando gli occhi
come il tonno del mare del nord), disinteressandosi totalmente dell’erba bagnata dalla notte
e dal buio circostante; forse solo spiati dalle volpi nascoste nei rovi e nei cespugli di Avondale
Park.

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 116


Era Poiscià ad essere maggiormente in confusione. Non riusciva ad avere le idee ben
chiare, e la presenza di Kate gli dava comunque uno strano entusiasmo che non capiva del
tutto. Gli dava gioia vedere la Rover della ragazza attraverso lo specchietto retrovisore del
pulmino. Gli faceva piacere che avesse accettato quell’invito d’andare a caccia con lui, ma non
sapeva come lasciarsi andare fino in fondo. Non poteva dimenticare che, alle 8 del giorno
dopo, per lui era tempo di Jihad e che avrebbe dovuto raggiungere il suo martirio. Con se
aveva portato la carabina con silenziatore, che era chiusa nell’apposito fodero posto sul sedile
posteriore del veicolo, e quell’oggetto gli faceva enormemente compagnia, mentre percorreva
la strada verso Notting Hill. La presenza del fucile gli dava tranquillità, perché si sentiva in
procinto di capitolare a cospetto di certi eventi molto più grandi della sua persona. Aveva
bisogno di esprimersi, di cacciare dall’animo le sue indecisioni; e questi mesi passati a Londra,
dopo che l’organizzazione lo aveva tenuto nascosto in campi di addestramento, erano volati
via come un soffio di vento che sospinge una piuma. Si era affezionato tantissimo al suo
nuovo nome e a quei documenti falsi che l’organizzazione si era preoccupata di fargli avere.
Aveva persino iniziato ad amare il suo lavoro al lavaggio macchine di Hampstead e il part -
time come cacciatore di volpi presso l’agenzia Howard Planty di Soho: finendo per non
pensare più intensamente al suo vero incarico che sarebbe scoccato, l’indomani alle 8 in
punto, all’interno di quell’affollatissimo centro commerciale di Piccadilly Circus.
Ora era attratto da Kate e sapeva che non era conveniente, tenendo conto della sua
condizione di aspirante martire, distrarsi in preamboli carnali. In quei momenti precedenti al
martirio non poteva trastullarsi con alcun mortale: doveva essere puro, lievitare con la mente
verso il suo incarico religioso e farsi confortare dalla certezza che, poco dopo le 8 del giorno
dopo, avrebbe percorso dei viali pieni di vegetazione e colto dagli alberi un’abbondanza di
frutti freschi. Allora, perché aveva provocato il suo destino? Perché aveva invitato questa
donna a passare la notte prima del martirio vicino al suo corpo, con la scusa di cacciare la
volpe, provocando inconsapevolmente tutto il suo credo che portava saldamente racchiuso
nell’anima?
In quegli attimi pieni d’inquietudine si ripeteva, in mente, un verso del Corano che suo
nonno, da piccolo, spesso glielo recitava in momenti di forte riflessione ed intimità: “Chiunque
uccida una persona – a meno che essa non stia per uccidere una persona o per creare
disordine sulla terra – sarà come se uccidesse l’intera umanità; e chiunque salvi una vita, sarà
come se avrà salvato la vita di tutta l’umanità.” E molto probabilmente, suo nonno, non
avrebbe accettato il suo martirio; lo avrebbe condannato pesantemente.
Stava facendo la cosa giusta? A parte l’eccitazione verso Kate che continuava a lievitare
senza alcuna sorta di discontinuità; rileggeva mentalmente questi dubbi e avvicinava sempre di
più il suo animo verso la certezza che, per la maggior parte dei mussulmani, quel verso del
Corano era abbastanza chiaro da togliere ogni dubbio o ambiguità sul rango mortale degli
attacchi contro civili. Era nei guai. Improvvisamente non aveva più certezze e quella sorta di
febbre che lo aveva indotto a consumare l’indomani stesso il martirio, si era come affievolita.
Aveva inaspettatamente sfebbrato e ora nasceva un’ansia diversa: il desiderio di essere
protetto dall’amore. L’esigenza che quella donna interessata al suo incarico di cacciatore si
occupasse della sua paura, che lo avvolgesse di calore umano e lo trascinasse per l’umido
prato di Avondale Park, in una sorta di trasmigrazione idealistica che gli permettesse di
approdare in nuove credenze vitali: sentimenti lontani anni luce da quel tempo di Jihad a cui
era destinato appartenere.
Finalmente arrivarono in Walmer Road e parcheggiarono entrambi in prossimità di
Avondale Park ( la casa della scrittrice ossessionata dalla volpe in giardino dava, nel retro,
proprio sul parco ), a quattro passi dall’ippodromo poco distante. Poiscià uscì dal veicolo con
un’aria diversa: aveva negli occhi ingialliti una angelica eccitazione. Prese il fodero della
carabina dal sedile posteriore e raggiunse Kate che aveva parcheggiato a pochi metri (la

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 117


ragazza non aveva ascoltato il suo consiglio: indossava una gonna jeans, con collant neri e
scarpe da tennis), e senza pronunciare parola le prese la mano, cercando insieme di
raggiungere l’ingresso di Avondale Park.
Anche Kate non fece particolari domande; restò tranquillamente al gioco: come se
avesse già letto nella sfera di vetro. Lo seguì silenziosamente nella boscaglia del parco, senza
interessarsi minimamente dove fosse la dimora della scrittrice ossessionata dalla volpe in
giardino e aspettò che l’istinto desse mano a quella conoscenza bucolica e notturna.
L’arabo e l’altro cingalese li seguirono a vista, fin dove la boscaglia del parco li inghiottì;
e per raggiungerli al più presto, parcheggiarono direttamente sulla Walmer Road in direzione
Princedale Road, per avere subito sbocco sulla Holland Park e quindi su Avenue Notting Hill: se le
cose si fossero complicate improvvisamente, una via d’uscita rapida per raggiungere al più
presto un’arteria importante come l’Avenue Notting Hill, era d’obbligo.
Ad ogni modo, l’arabo sembrava alquanto polemico; se pure a bassa voce ci teneva a
colpevolizzare Poiscià, coinvolgendo l’altro cingalese nella polemica, come se quest’ultimo
fosse stato colpevole di tutte le scelte del suo connazionale:
“Non c’è motivo di preoccuparci, vedrai che andrà tutto bene.”
“Ma certo! Perché continui a difenderlo? Se qualcosa va storto ti riterrò colpevole
almeno quanto lui.”
“Perché? Io cosa ho fatto?”
“Non hai fatto niente per fargli cambiare idea. Quella donna sa troppe cose e potrebbe
essere fondamentale per risalire ai nostri spostamenti; soprattutto dopo le prime indagini che
faranno.”
“Perché? Tu cosa hai fatto, per fargli cambiare idea?”
“Ora non cominciare a provocarmi! Glielo stò ripetendo da giorni che bisognava farla
fuori per far perdere qualsiasi nostra traccia e maledico il giorno che non l’ho fatto, senza
ascoltare le vostre stupide chiacchiere.”
Malgrado la polemica fosse accanita, cercavano di consumare tutto ben nascosti dietro
un muro di cinta, vicino un caseggiato disabitato poco distante. Si erano intrufolati nel buio di
quell’angolo della strada, dove non arrivava la luce del lampione, da cui potevano controllare
indisturbatamente tutti i movimenti di Kate e Poiscià. In realtà, la ragazza e il cacciatore di
volpi si erano disinteressati totalmente della casa con giardino dove il cingalese avrebbe
dovuto cacciare l’ipotetica volpe; avevano raggiunto, senza nessun ripensamento, un angolo di
Avondale Park e avevano cominciato a toccarsi e a rotolarsi sul prato già un po’ inumidito dal
fresco di Londra. Poiscià Ratnapura aveva lasciato per terra la carabina e poco distante si era
piegato su Kate: da prima con molta delicatezza, quasi come se avesse avuto un po’ paura a
romperla perché fragile e delicatissima, poi aveva cominciato a muoversi e ad agire in maniera
animalesca, senza contegno, una sorta di possessione nervosa e selvaggia, consumata in
movimenti violenti del bacino e in sospiri esagitati.
La ragazza, in un primo momento, aveva ospitato quello sfogo fisico del cingalese; forse
credendo che facesse parte del suo patrimonio maschile, ma quando si era perfettamente
resa conto che tutta quella foga era solo una falsa passione travestita da non si sa che
misteriosa isteria e violenza, aveva cominciato a spingerlo e a dimenarsi come per difendersi
da quella violenza sessuale che stava subendo. Si era difesa con schiaffi e pugni, e poi con
graffi e morsi; ma nulla aveva potuto, perché l’uomo si era troppo intrufolato in quel corpo
tenendola in balia del suo vigore, della sua potenza e di tutta quella notte abitata da piccole
nebbie e da misteriosi lamenti.
La donna aveva anche accennato a gridare, a chiedere aiuto, ma tempestivamente
Poiscià le aveva tappato la bocca. Aveva così, continuato il suo movimento febbrile, colpendola
con velocissime raffiche di bacino, lasciandola sotto di se a gemere in silenzio, a maledire
quella sua ingenuità che l’aveva portata a patire in quel modo, e a vedergli la faccia senza

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 118


espressione, come se quell’uomo che aveva sul proprio corpo la stesse prendendo senza
ragione: una sorta d’animale inferocito che cacciava fumo voluttuoso dalle narici del naso.
Quando l’atto ebbe termine, l’uomo fu preso da un momentaneo torpore; si allontanò
di pochissimi metri dal corpo di Kate, mormorando qualcosa di inpercettibile nella sua lingua,
come se avesse voluto scusarsi in lingua cingalese per quella malefatta che aveva commesso.
Ma Kate non badò minimamente a quei borbottii e dopo essersi riassettata velocemente la
gonna e i collants che l’uomo le aveva violentemente abbassato all’altezza delle coscie, si era
allontanata senza interessarsi ad alcuna spiegazione o scusa possibile. L’arabo e l’altro
cingalese avevano, invece, silenziosamente assistito a quella scena violenta e forse si erano
anche un po’ divertiti, ma nessuno dei due l’aveva ammesso e, in silenzio, si erano messi ad
aspettare e a sfidare gli eventi:
“Maledetto cingalese!”
“Ora piantala…..”
“Sta zitto! Lo sapevo che non dovevamo fidarci del tuo connazionale. Ascolta bene,
adesso io vado verso la donna e la faccio tacere. Tu va da Poiscià e cerca di farlo ragionare,
altrimenti sai quello che devi fare.”
“D’accordo!” Così, l’altro cingalese raggiunse velocemente il suo connazionale ancora
un po’ stracco per l’azione commessa e cominciò a svegliarlo da quel torpore che si era
impadronito della sua mente. “Cosa ti è saltato in testa! Sei impazzito! Non pensi a quello
che dobbiamo fare domattina?” Poiscià Ratnapura, o chi sa chi altro era, in quel momento
sembrava non capire e soprattutto non riusciva a spiegarsi perché l’arabo e l’altro cingalese
lo avessero seguito fino a lì, quando il loro appuntamento era per il giorno dopo, alle 7 in
punto, dinanzi l’agenzia di Howard Planty. “Dobbiamo cercare di andarcene via rapidamente
da qui. L’arabo penserà alla ragazza e tu verrai con me. Intesi?” Quell’avvertimento che
Poiscià aveva improvvisamente ascoltato dal suo connazionale, lo risvegliò. Si ricordò che
aveva, attimi prima, amato, se pur alla sua maniera, quella dolcissima donna che lo aveva
seguito in quella caccia alla volpe e pensò di salvarla. Non voleva che l’arabo le facesse del
male: bisognava fermarlo prima che la raggiungesse. Così cominciò a lottare col suo
connazionale: voleva lasciare quel posto e avvicinarsi al più presto a Kate. Rotolarono per
terra e si colpirono in viso senza sapere realmente perché, mentre una volpe nascosta tra un
rovo poco distante, forse la stessa che Poiscià avrebbe dovuto ammazzare per liberare il
vicino giardino della scrittrice, li osservava con il muso prominente e tirato: come se stesse
trattenendo una risata di scherno. La colluttazione, forse, si stava prolungando un po’ troppo
e l’altro cingalese sembrava, piuttosto, che stava cercando di fermare Poiscià Ratnapura senza
fargli troppo male. Non sembrava di seguire alla lettera l’ordine che l’arabo gli aveva dato:
“Tu vai da Poiscià e cerca di farlo ragionare, altrimenti sai quello che devi fare.” Avrebbe
dovuto tagliare la gola al suo connazionale? E perché? Era quello il prezzo che avrebbe
dovuto pagare per confermare la sua affiliazione al gruppo islamico di cui faceva parte? Si
sentì ancora una volta un perdente senza appello, ma non ebbe il tempo di continuare a
pensare; perché da un fitto cespuglio poco distante arrivò qualcosa come un tonfo sommesso
e potente che lo fece stramazzare per terra senza vita. E un attimo dopo toccò anche a
Poiscià stramazzare per terra e un rivolo di sangue scivolargli sull’ampiezza del torace: i due
connazionali erano stati colpiti dalla stessa arma dell’arabo, saggiamente dotata di silenziatore
per non svegliare nessuno e tantomeno chiamare l’attenzione di Kate che si stava dirigendo
verso la sua Rover parcheggiata poco distante.
Il cacciatore di volpi era scivolato per terra, quasi senza vita: la pallottola al torace non
lo aveva ancora ammazzato, vedeva il suo connazionale fermo col viso nell’erba e la dolce
ragazza che con passo veloce cercava d’avvicinarsi alla Rover. L’avrebbe voluta chiamare,
avvertirla che l’arabo stava sopraggiungendo alle sue spalle per ucciderla, ma non avrebbe
fatto in tempo a salvarla. Così pensò di agire: si alzò faticosamente e a carponi raggiunse il

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 119


fodero dove era racchiusa la sua carabina, lo stesso che prima aveva gettato per terra
disinteressandosi totalmente, per compiere l’atto violento sul prato di Avondale Park. Vide la
donna in pericolo e cominciarono misteriosamente a tornargli le forze. Si apprestò a puntare
sul bersaglio: scoprì l’arabo attraverso il mirino mentre seguiva la donna a distanza;
quell’infame era pronto a spararle quando si fosse fermata alla macchina.
La mira fu lunga e studiata minuziosamente; perché stavolta Poiscià, attraverso il mirino,
non vedeva il corpo dell’arabo del tutto nitidamente: un po’ per la pallottola che aveva
ricevuto nel torace e che gli stava mangiando le forze, un po’ per le numerose macchine
parcheggiate sulla Walmer Road e un pò per i rami degli alberi che facevano da scudo al corpo
dell’arabo. Poi ebbe la fortuna di pochi metri liberi da qualsiasi scudo, in cui l’arabo sembrò
svestito da tutte le protezioni possibili, e allora decise di tirare il grilletto e il colpo partì
attraversando le piccole nebbie del parco.
La testa dell’arabo fu colpita alla nuca e lo vide rotolare per terra senza richiamare
l’attenzione di Kate Dulwich, ormai seduta alla guida e pronta a lasciare dietro di se quel
luogo. La Rover si mosse e cominciò a percorrere un tratto della Walmer Road, prima di
scomparire definitivamente dalla sua vista. Così Poiscià crollò sfinito nell’erba di Avondale Park
mentre un sapore metallico gli arrivava alle labbra, e vide la sua carabina distesa tra i fili del
prato, pensando quanto fosse stato utile anche il silenziatore del suo fucile: nessuno si era
accorto di niente, nemmeno Kate Dulwich aveva sentito qualcosa, e l’arabo sicuramente non
aveva nemmeno sofferto.
La ragazza percorse le strade di North Kensington, poi quelle di Kensal Rise e di Kilburn,
per arrivare in prossimità di Finchley Road senza l’ombra di una goccia di pianto. Guardò ogni
tanto attraverso lo specchietto retrovisore: come a sincerarsi che non fosse seguita da
nessun cingalese; adagiò liberamente il suo cuore nella rabbia e cominciò a pensare a Poiscià
Ratnapura. Quella rapidità e quella violenza che aveva sopportato nei suoi fianchi le avevano
liberato l’istinto; forse avrebbe agito legalmente, forse l’avrebbe denunciato o cos’altro, ma
non avrebbe mai e poi mai tradito il desiderio che le era nato, se pure per pochi attimi, di
amare quell’uomo.
Poiscià il cingalese restò a consumarsi nel prato di Avondale Park in compagnia della
volpe che avrebbe dovuto sopprimere, e Kate Dulwich non venne a sapere più niente di lui:
senza rendersi conto che inconsapevolmente aveva sgominato un terribile attentato,
destinato a scoppiare nel cuore di Piccadilly Circus.

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 120


UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÁ

Tutti i diritti sono riservati e protetti a norma di legge.

© Walter Da Pozzo - 2010


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• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 121


Walter Da Pozzo, nasce a Vico Equense (Napoli) il 1\1\64. Nel 1986 si diploma come
attore all’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”. Nel corso della sua carriera
d’attore partecipa a diversi spettacoli lavorando con Trionfo, Salveti, Ronconi, Fabbri,
Moriconi, Cheriff, Camilleri, Bentivegna, Scaccia, Rossi Gastaldi, Lamanna, Castell, De Sio,
Placido, Garella, Giordano. In televisione lavora con Serge Reggianì (Antenne 2, Francia) e
partecipa a numerose serie televisive italiane tra cui: “La squadra”. “Diritto di difesa” e “La
stagione dei delitti2” per la regia di Donatella Maiorca.“Don Matteo” per la regia di Giulio
Base. Nel cinema lavora con Bellocchio (Il diavolo in corpo), Fon Trotta (Il lungo silenzio),
Giordana (Pasolini delitto italiano-La meglio gioventù-Quando sei nato non puoi più
nasconderti), Base (Poliziotti) e Calopresti (La felicità non costa niente). Ha scritto i testi
teatrali Delfino di terra fuori dal guscio di.... (segnalato al premio IDI del 1989 ), Lettera a un
padre (riduzione televisiva trasmessa nel 1992 da Rai tre), La Promenade des Anglais, Un’ora
di pace, Nettezza urbana, Dog Sitter. A marzo del 2007 è stato pubblicato il suo primo
romanzo: “Colori, miracoli e ombre di un eroe ciabattino” edito dalla Graus, con
prefazione di Andrea Camilleri. Premio Speciale della Giuria al Premio Nazionale di Poesia
e Narrativa “Il Litorale” 2008. Terzo classificato al Premio Nazionale di Narrativa “Villa
Morosini” 2008. Ha scritto le due raccolte di racconti inediti: “Uomini, circostanze e
animali” e “Uomini, circostanze e città”. Ha scritto il romanzo inedito: “Adìos”.

• Walter Da Pozzo UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ • pag. 122


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Walter Da Pozzo