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WALTER DA POZZO UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ

WALTER DA POZZO

UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ

WALTER DA POZZO UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÀ

Walter Da Pozzo

UOMINI, CIRCOSTANZE E CITTÁ

I

UN’IMPROVVISA E INASPETTATA ESPLOSIONE

Restava attaccato ai pensieri, a quelle immagini che aveva vissuto nel treno pochi istanti prima. Erano situazioni che si ripetevano ormai da dieci giorni: da quando l’aveva notata tra i passeggeri del locale che portava a Aix-les-Bains. In effetti, Marcello era molto riconoscente alla famiglia Bortolenghi: torinesi benestanti che avevano deciso di acquistare questa splendida villetta sul lago du Bourget. Riconoscente perché questa coppia di mezza età lo aveva costretto, da circa dieci giorni, a recarsi tutte le mattine in località Aix-les-Bains; tragitto alquanto piacevole per un giovane agente immobiliare pieno di voglia di vivere e di viaggiare come lui spesso si era definito. Questo affare di vendita-acquisto gli permetteva di lasciare Torino Porta Nuova di buon mattino, cosa del tutto gradevole in quei giorni di afa estiva. E poi, l’alternativa di restare in ufficio sotto i portici di piazza Castello a sbrigare pratiche in quel torrido luglio, non era certamente invitante. Un giovane uomo di ventinove anni con l’esuberante voglia di viaggiare e sedurre; questo lui si sentiva di essere e questo aveva sempre cercato di far conciliare con il suo nuovo lavoro, che da due anni gli dava una divertente indipendenza economica. Viveva da solo ormai, in una mansarda del centro storico di Torino a quattro passi dal teatro Carignano; e la domenica era solito andare a pranzo dalla madre vedova, che gli sciorinava un noioso piagnisteo sulla solitudine e sulla tristezza della sua vedovanza. Ma, consumato il caffé e rincuorata la mamma, tornava ad essere scapolo, libero e seduttore: in quella stagione invitante che il suo stato civile gli regalava a iosa. Per tanto, si era offerto tante volte di andare in trasferta e in effetti i suoi colleghi non glielo avevano mai negato; perché panciuti, maritati, impigriti e con canizie prominenti. Lo avevano mandato un po’ dappertutto, a trattare le vendite e gli acquisti degli immobili che loro rappresentavano. Era stato spesso nelle Langhe, nel Monferrato, qualche volta aveva raggiunto la riviera ligure e aveva mangiato e scopato come un principe dalle parti di Bogliasco, con una signora conosciuta in una farmacia mentre comperava aspirine per la sua emicrania. Si erano soffermati a parlare di questo fastidioso disturbo che la signora di quarantaquattro anni soffriva, uscendo dalla farmacia sulla strada. Accompagnati da un grazie-buongiorno, amplificato da non si sa quale altoparlante nascosto nella porta del negozio, che il farmacista aveva fatto impiantare per dare un tocco di estrema efficienza al luogo. E Marcello e la signora si erano messi a ridere come dei bimbi, quando il saluto di quella voce misteriosa, nascosta nella porta, li aveva salutati con quel tono così suadente. E si erano messi a parlare come fossero due liceali che cercano di fare amicizia; forse intimiditi dalla loro voglia di toccarsi. Marcello aveva cercato anche abilmente di rincuorarla, per quelle orrende emicranie di cui la donna soffriva. Le aveva detto che spesso accadeva anche a lui, soprattutto quando lo stress da viaggio per lavoro gli attanagliava le meningi. In realtà, lo aveva fatto solo per parlare, per stare vicino a quella donna, per sedurla e forse lei l’aveva notato, l’aveva sentito attraverso i pori della sua pelle ambrata. Così, si erano presentati, si erano aperti ai loro stati civili: lei, divorziata da poco, lui, agente immobiliare in viaggio d’affari e libero da impegni affettivi; come sottilmente aveva lasciato cadere negli occhi della donna. E dopo qualche giorno di aperitivi e simpatiche pause pranzo, avevano cominciato a scopare a Bogliasco, nell’appartamento di lei, come conigli, e le emicranie della divorziata erano scomparse senza che toccasse più una sola aspirina. Quindi, a lui divertiva avere questa sua nuova dimensione di vita. Possedere amanti in ogni luogo dove gli impegni lavorativi d’acquisto-vendita solevano

portarlo e ora, sembrava che tutte le circostanze erano favorevoli per consumare l’evento in Savoia, magari proprio a Chambéry. Si, proprio in quell’ora di tempo che di solito lui passava in stazione o tra le stradine della piazza de la gare, per aspettare la coincidenza che lo avrebbe dovuto riportare a Torino. Da dieci giorni l’aveva puntata; come un cane da caccia. Si era accorto di un fruscio nervoso tra i cespugli, tra quel brulicare di persone che affollavano un vagone del locale:

treno lento e monotono che al mattino portava i pendolari da Chambéry a Aix-les-Bains. Si era accorto di lei, perché era entrata di corsa nel vagone all’ultimo istante, prima che il treno partisse. L’aveva vista ansimare nel petto e portare sul viso una strana espressione di noia. Irregolari curve di follia che portava stampate sul faccino arrossato dalla corsa e che, d’improvviso, avevano svegliato in Marcello le più torbide fantasie di seduzione che un giovane può avere in un vagone affollato di gente. Era una ragazza di circa ventitrè o ventiquattro anni, di fisico imponente e con aria di chi non ha paura della propria presenza esplicitamente femminile. Una creatura bianca e rosa; con dei fianchi tondi e slanciati racchiusi in sbiaditi jeans aderenti che ne risaltavano la probabile comodità e la sicurezza degli ammortizzatori carnosi, per chi l’avrebbe montata. Era bionda o forse meglio dire: bianco- bionda, perché nei capelli, in alcuni tratti, passavano lunghe ciocche bianchicce; tipiche di quella parte della Savoia. Una canottiera rosso fuoco, ben tesa sul torace e sulle spalle carnose, le disegnava un corpo atletico e ribelle. Le cosce erano piene e ben tornite, e raccoglievano un pube dipinto alla perfezione sul jeans consumato dal tempo. Il culo diveniva un po’ una storia a se: aveva l’indipendenza delle città stato dell’antica Grecia. In pratica, era talmente fiero di essere lì che dava vertigini a chi si soffermava ad ammirarlo. Il viso invece, era un po’ rozzo, ma bello, personale, voglioso e luccicava di pensieri fulminei; come se la ragazza avesse avuto sui lineamenti della sua faccia tanti interminabili pensieri di vita: voraci, passionali, golosi. Una specie di immenso garage di forti emozioni. Gli occhi erano celesti e tagliati in maniera anglo-sassone: spumeggianti all’interno dell’iride e con dei barlumi d’inquietudine negli angoli esterni del viso. Bocca carnosa e rosea, naso piccolino e un po’ goffo, la fronte spaziosa in maniera normale e il tutto colorato da provocanti lentiggini grigie. Non aveva un taglio di capelli studiato per il suo viso. Restavano lì, un po’ tutti arruffati e irregolari; ma erano belli e simpatici, perché le cadevano ciocche biondicce sulle gote e sul naso, che subitamente spostava con nervosi scatti della mano. La ragazza proveniva da una piccola frazione di Chambéry, un agglomerato urbano tra le colline che circondavano l’antica capitale della Savoia francese. Raggiungeva la gare SNCF con una corriera proveniente dalle valli in periferia, scendeva à place de la gare e di corsa entrava in stazione per prendere il locale che andava a Aix-les-Bains. Lo faceva tutti i giorni, per andare a lavorare come cameriera in un cafè-restaurant della cittadina, dove spesso Marcello si era fermato a prendere un café au lait, se non altro per guardarla, per cercare un probabile approccio. Poi, verso il primo pomeriggio, terminato il lavoro, ritornava a Chambéry con lo stesso locale che prendeva Marcello da circa dieci giorni per tornare a Torino. Scendevano quasi sempre insieme dal treno, lanciandosi occhiate solitarie e commenti silenziosi. La ragazza raggiungeva la corriera en place de la gare che aspettava la coincidenza per riportare i pendolari nelle valli periferiche di Chambéry e Marcello restava a osservarla con la speranza che si decidesse, una volta per tutte, di restare per qualche istante in più dinanzi alla stazione. Magari in qualche bar a consumare una birra e per permettergli un comodo approccio in quella oretta di tempo che ormai da dieci giorni era obbligato a passare, in attesa del treno rapido proveniente da Lione che lo riportava a Torino. E poi, da cosa nasce cosa. Chi può dirlo? Lui avrebbe potuto approfittare di quella oretta, magari con un po’ di chiacchiera in quel francese maccheronico che si vantava di ostentare: l’avrebbe conosciuta, qualche frase simpatica, un po’ d’italianità che fa sempre colpo e tutto si sarebbe potuto concludersi in un

invito a cena. E aveva calcolato anche la scusa da inventare ai suoi colleghi dell’agenzia immobiliare di piazza Castello: “Piccole beghe organizzative con l’impresa francese, per i lavori di ristrutturazione della siepe nel giardino della villetta. Questi francesi che rompono sempre i coglioni, quando si tratta di dimostrare la loro competenza!” Del resto, i coniugi Bottolenghi erano stati tassativi nella contrattazione dell’affare. O si riparava la siepe dietro la porta secondaria che dava sul lago du Bourget, o non se ne faceva niente: “Quindi sono costretto a restare qui, stanotte. Si, forse dormo a Chambéry, perché a Aix-les-Bains è tutto pieno. Capirai! Con tutta la gente in vacanza sul lago! Va bene, a domani, vi richiamo io.” E quel giorno sembrava finalmente giunta la svolta. Si, perché gli sguardi che si erano scambiati durante il percorso del treno che li riportava a Chambèry, erano stati fin troppo palesi, arroganti, privi di qualsiasi forma di timidezza. Del resto, erano già dieci giorni che si scambiavano messaggi in codice; fatti di sguardi invitanti e sorrisi velati che d’improvviso divenivano fissità seducenti o espressioni melanconiche colme d’eventuali desideri d’affetto. E forse anche la ragazza si era stufata. Sembrava quasi che invogliasse Marcello ad agire. Come se gli stesse dicendo con i suoi occhi anglo-sassoni: “Ma insomma! Cosa stai aspettando? Sei italiano o forse sei solo una volgare imitazione?” Zio Carlo glielo aveva ripetuto tante volte a Marcello: “La seduzione nel treno è quella più improbabile e divertente. Avviene sempre mentre il treno è in corsa e bisogna capire profondamente i messaggi che gli occhi lanciano durante il viaggio. Il movimento del treno aiuta a sognare e doma qualsiasi freno inibitorio. Tutto sta nel capire, nel cogliere l’attimo. Finita la corsa si diventa timidi, si ritorna normali.Allora è conveniente consumare l’approccio sulle rotaie; per tenere in pugno l’immaginazione e alimentare qualsiasi volo della fantasia.” Eh! Zio Carlo ne sapeva una più del diavolo, da quello scapolone incallito che era. E quante ne aveva sedotte di fate, lungo le rotaie della vecchia Europa. Cuccettista convinto delle ferrovie dello stato italiano e ancora adesso, a cinquanta e passa suonati, riusciva a sedurre lungo le rotaie della Torino-Ventimiglia-Nizza; almeno questo è quello che diceva, ma dal tono sicuro che usava nel raccontare quelle storie di seduzione e rotaie, Marcello gli credeva ciecamente. Così, era giunta l’ora e bisognava affondare il colpo di grazia. Se lo ripeteva percorrendo in fretta la banchina della stazione dove il treno si era fermato, senza lasciare per nessun momento la vista della ragazza che, con passo veloce, guadagnava l’uscita de la gare e si voltava ogni tanto, con tono invitante, come se stesse controllando lo stato di reattività che Marcello portava negli occhi. Quest’ italiano l’aveva capito una buona volta che lei ci stava? Che le piaceva il suo viso latino, il suo modo di guardare e quel sorriso canagliesco che portava stampato nel volto? Allora, forse bisognava dargli una chance. Del resto, lei era sempre così frettolosa nel raggiungere il posto di lavoro o la corriera del ritorno a casa. Si, è pur vero che durante la corsa del treno lo aveva guardato in maniera palese, ma bisognava pur ammettere che un comodo approccio tra la folla dei pendolari, non era certamente cosa facile. Allora bisognava dargli spazio a questo italiano. Bisognava metterlo a suo agio, perché forse se lo meritava ampiamente. Le aveva pur fatto una corte spietata, in questi dieci lunghi giorni; e meritava forse un premio, quel suo intraprendente sguardo olivastro che le aveva parlato incessantemente, dicendole cose dolcissime e raccontandole sconcissime melodie, con il fondo marrone delle sue pupille tanto latine. Però, quell’uomo ora la stava seguendo con l’ardore di parlarle e lei ne era consapevole e soprattutto pronta. Del resto gli ultimi sguardi che si erano scambiati, prima che il treno cessasse la corsa, erano stati troppo espliciti. I loro corpi si erano caricati come due pile e l’immaginazione erotica che era nata attraverso il loro guardarsi, aveva ricoperto la hall de la gare di un’atmosfera elettrica e surreale. Sembravano due poli contrari che si attraggono, perforando l’immenso campo magnetico che loro stessi, strofinandosi nei propri pensieri, avevano prodotto.

Marcello sembrava impazzito, voleva non perdere metri dalla sua fata e quindi la rincorreva con passo nervoso, urtando i viaggiatori ignari della sua adrenalina. Quel suo elegante vestito blu estivo che indossava come un’armatura, portato per forza contro il suo volere per dare una sorta di estrema efficienza, dal momento che spesso gli toccava trattare con clienti danarosi e interessati all’acquisto di immobili importanti, sembrava come elettrizzato dal suo corpo. Si gonfiava nelle braccia e lungo il dorsale, dando ad intendere che forse, di lì a poco, il giovane agente immobiliare avrebbe sofferto una devastante deflagrazione, se non si fosse fermato a parlare al più presto possibile con la giovane dalle lentiggini grigie. Lei, d’altro canto, sentiva la caccia; ma non aveva ancora veramente capito chi fosse la preda. Forse, con la sua rozzezza simpatica l’avrebbe potuto guidare dove a lei pareva; perché ogni tanto, voltandosi, incuriosita dall’adrenalina di Marcello, s’accorgeva che il ragazzo era come in una sorta di trance e andava dove lei lo portava. Tutto ciò la eccitava, si sentiva fortemente desiderata e caricava tutta la sua femminilità, acquistando nel viso e nel suo camminare una forte sicurezza; quasi virile, contrapponendosi alle forme così delicate e poderose al tempo stesso che il suo corpo da donna esibiva. Però era fortemente consapevole che anche a lei piaceva quel tizio. L’eccitava il suo sguardo, il corpo, quell’aria di chi sa come muoversi, e quel suo modo goffo e ostinato di fissarla negli occhi. Le dava calore e la convinceva sempre di più, attimo per attimo, di dargli una chance, di far si che il gioco fosse più aperto e che gli eventi arrivassero a valle senza intoppi, travolti dal vigore delle sue acque. Si guardarono per un’ultima volta, prima di uscire nella place de la gare, quasi volessero interrogarsi a vicenda su dove li avrebbe portati quella loro misteriosa attrazione. Marcello la vide raggiungere la fermata degli autobus di fronte la stazione, dove la maledetta corriera l’avrebbe inghiottita con l’aiuto delle rumorose fauci a pressione che possedevano le porte azionate dal conducente. Sul volto del giovane comparve una lieve impotenza. Anche stavolta non ci sarebbe stato tempo per conoscerla? Non poteva certo correrle dietro e fermarla in maniera veemente. Oppure era proprio quello che doveva fare? Zio Carlo, cosa avrebbe fatto? E che cazzo! Questa donna non l’aveva ancora capito che desiderava conoscerla? Perché scappava sempre? Perché non si fermava? Perché non gli dava una chance? Una piccola chance? Restò, per alcuni istanti, attaccato a quei pensieri e a quelle immagini che aveva vissuto pochi attimi prima nel treno. Quando si era messo a guardarle quei seni così disegnati e lei accortasene gli aveva accennato un sorriso un po’ spudorato. Restò anche a pensare alla riconoscenza che d’improvviso gli era balenata nella mente, verso i coniugi Bottolenghi. Erano stati loro che l’avevano obbligato, in quei dieci giorni trascorsi, nel presenziare i lavori di ristrutturazione della villetta sul lago du Bourget e che quindi gli avevano permesso, come un regalo del destino, d’incontrarla tutti i giorni sul treno. All’andata, al ritorno, nelle pause pranzo consumate nel ristorante di Aix-les-Bains dove lei lavorava, senza però poterle mai parlare, perché sempre impegnata. Ad ogni modo, comunicandole con gli occhi interminabili discorsi visivi, fatti di vogliose carezze e coiti silenziosi. Ma dopo alcuni attimi la ragazza si voltò verso Marcello, prima di salire sulla corriera, e s’accorse dell’ombra d’impotenza che era apparsa sul viso del giovane. S’interrogò del perché non lasciava parlare l’istinto e, in pochi secondi, ebbe una grande tenerezza verso quell’uomo che l’aveva così tanto ostinatamente guardata negli occhi, in quei dieci lunghissimi giorni. Era forse venuto il momento di dargli quella chance che pensava attimi prima? Ma lui, l’avrebbe capita? Insomma! Se lei si fosse decisa a non salire sulla corriera e avesse imboccato rue Sommeiller, recitando la parte di chi improvvisamente ha dimenticato di fare delle compere prima di tornare a casa, lui l’avrebbe intuito che era un invito esplicito? Non c’era altro da fare che provare e poi, c’era

pur sempre la prossima corriera tra mezz’ora e quattro passi fino alla fontana degli Elefanti o una birra in un bar, prima di tornarsene a casa, le avrebbe fatto solo che bene. Il cambio di direzione fu rapido, quasi felino. Si inoltrò in rue Sommeiller e dopo pochi metri attraversò la strada; dirigendosi verso un negozio di vestiti dalla vetrina stracolma di capi estivi. E dal riflesso che passava attraverso quell’ampia vetrina, riflettendo ciò che

accadeva alle sue spalle dall’altro lato della strada dove la corriera era ormai partita, s’accorse che Marcello aveva intuito. Si era presentato nel volto del giovane una espressione molto canagliesca: una sorta di piacevole ghigno, come per segnalarle che lui aveva capito, che era pronto a farsi trascinare a valle senza intoppi; dolcemente travolto dal vigore delle sue acque. Cominciarono a danzare molto lentamente: la ragazza iniziò a passeggiare lungo il marciapiede pieno di vetrine e Marcello la raggiunse a pochi metri, dopo aver attraversato la strada in maniera decisa. Quando lei si fermava a guardare qualcosa esposta nelle vetrine dei negozi, lui guadagnava metri verso di lei. Diveniva una specie di falchetto che svolazza sopra una lepre carnosa, pronto a scegliere il momento giusto per carpirla in picchiata. La ragazza giocava e non aveva paura. Si fermava, si voltava, lo guardava: in quel momento mostrava una chiara predisposizione a essere preda. In pratica, voleva che lui la catturasse senza ulteriori ripensamenti. Intanto l’adrenalina saliva nel petto di Marcello, si sentiva pronto, capace, seduttore e cosa alquanto anomala per le sue consuetudini d’attacco, tra le gambe accusava una improvvisa rigidità del suo Polifemo. Senza dubbio, questo tira e molla di sguardi e sorrisi stava caricando la sua immaginazione di strane aspettative. E se tutto fosse successo nel buio

di un portone di rue Sommeiller? C’erano portoni in questa strada? Si voltò follemente per

cercarne uno, come se volesse aumentare ulteriormente la sua erotica immaginazione. Ma quei suoi momenti di disattenzione furono fatali, perché la ragazza era scomparsa dalla sua

vista. Si sentì vinto, ci fu nel suo corpo un’improvvisa frenata del sangue e Polifemo, all’istante, ritornò nel guscio. Allora si voltò freneticamente in ogni direzione. Cosa era successo? Era forse scomparsa? Poi, come d’incanto, intravide un’ombra familiare inoltrarsi nell’androne spalancato di un’elegante portone che era proprio alla sua sinistra, sullo stesso marciapiede dove stavano passeggiando. Senza pensarci due volte entrò in quel posto e s’accorse di lei che

lo fissava dal fondo, vicino ad una porta di ferro dove una luce rossa segnalava, forse, la

discesa di un probabile ascensore. La fata non possedeva mica qualche appartamento nello stabile? E se fosse stato così, allora lo stava portando proprio nella tana. Ritornarono a pulsargli le vene in maniera bollente e gli attributi cominciarono a gonfiarsi in maniera eccessiva. Si avvicinò lentamente verso di lei, ormai sicuro del suo invito. Sembrò quasi che lei gli balbettasse qualcosa: parole confuse che dal suono gli sembrarono una sorta di presentazione. Lui annuì senza sapere perché e attese che quegli occhi azzurri gli dessero un accenno di partenza, per poterla baciare dinanzi la porta dell’ascensore. Ma, l’arrivo di quest’ultimo distrasse i loro sguardi. La porta si spalancò e ne uscì un uomo anziano che cominciò a salutarla e a baciarla in maniera molto familiare. Marcello era come imbambolato. Cosa cazzo stava succedendo? Chi era quel tipo? In quell’improvviso frastuono e dal francese che riusciva a capire, lei si chiamava Amelìe e quel tizio era suo zio che la invitava a salire, dove pare sua moglie le avrebbe preparato un buon tè. La ragazza diceva che era giusto passata a salutarli, dal momento che avrebbe potuto prendere tra mezz’ora la prossima corriera. E tutto ciò lo diceva con grande maestria:

gettando, con molta naturalezza, l’attenzione verso Marcello. Egli, intanto, si era allontanato dall’ingresso dell’ascensore per non destare sospetti al vecchio zio e per recitare la parte di quello capitato lì per caso; forse impiegato in qualche ufficio del palazzo o qualcosa di simile, dal momento che la sua tenuta in giacca e cravatta glielo permetteva. Passarono pochissimi attimi e il vecchio si scusò con Marcello, perché stavano ingombrando il passo dell’ascensore

e lo invitò a salire; essi si sarebbero fermati al terzo. Ma l’italiano, accortosi di una targa metallica affissa su una parete che annunciava la presenza di un dentista al primo piano, ebbe la prontezza di rispondergli, con un francese un po’ tremolante, che stava aspettando un amico da poco salito nell’ambulatorio. Lo disse freneticamente, balbettando le parole e sentì scorrergli nella schiena dei piccoli rivoli di sudore. La paura di essere scoperto che stava mentendo, gli portava uno strano soffocamento alla gola e Amelìe ne godeva silenziosamente;

presentando nell’azzurro degli occhi una strana soddisfazione, come se fosse felice di tenerlo

in pugno e che potesse decidere solo lei sull’evoluzione dei fatti.

La porta si aprì e l’ascensore salì, lasciando Marcello in uno stato di solitario svuotamento. Fece pochi passi verso la strada, per aiutarsi a cercare una probabile soluzione. Pensava il da farsi. Aspettare? Lasciar cadere la cosa senza dargli troppa importanza e tornare verso la gare ad aspettare la coincidenza per Torino o affrontare la donna al suo ritorno, come se non fosse successo niente? Del resto, quella spudorata Amelìe lo aveva invitato a seguirla, gli aveva anche balbettato misteriose parole, quando lui aveva tentato l’affondo. Si sentiva improvvisamente con la coscienza a posto; era lei che aveva commesso l’errore. Ma come diavolo le era saltato in mente di andare a far visita ai suoi zii di Chambèry, proprio nel pieno del loro travolgente idillio? Questa chiarificazione mentale gli fece coraggio e dal momento che accusava un leggero languore allo stomaco, causato forse dal susseguirsi degli eventi, pensò di entrare nella patisserie di fronte: praticamente attraversando la strada, così avrebbe potuto controllare benissimo anche l’eventuale uscita dal portone di Amelìe. Prima di entrare nella pasticceria di rue Sommeiller si fermò a guardare attraverso la vetrina le tante varietà di paste, dolcetti e brioche; decidendo che avrebbe scelto uno di quei panciuti cornetti alla crema innaffiati di farina zuccherata. La vecchia signora che era al bancone lo accolse con la canonica gentilezza francese: tanto musicale nella voce, quanto

fredda e insipida. Marcello addentò il cornetto e si voltò verso il portone di fronte; così oltre

a degustare il sapore di quella deliziosa golosità, avrebbe potuto tenere sotto controllo

l’uscita della sua fata. Ricevette il resto dalla donna e cominciò a rilassare il suo stomaco. Il sapore di quella pasta lievitata e cremosa lo stava rilassando; gli aveva come anestetizzato il respiro e d’improvviso frenato quella esuberante adrenalina che aveva posseduto nelle vene pochi istanti prima. Restava col busto rivolto alla strada, ascoltando le chiacchiere che la donna della patisserie, senza nessuna ragione ben chiara, aveva cominciato a sciorinargli mentre la crema continuava ad espandersi nel suo addome. “Lei è italiano, lo so. L’ho visto dal modo come veste. Mi comprende, non è vero?” Marcello annuì svogliatamente. “Ci sapete fare con le stoffe, voi italiani. E non solo con le stoffe, non è vero?” Una risata isterica riempì la protesi dentaria della donna. “Avete un vostro portamento. Siete inconfondibili, vi si riconosce in mezzo a tante razze diverse.” Un breve silenzio d’attesa per capire se Marcello partecipava al suo monologo e poi ripartì ancora più convinta. ! “La vedo da un po’ di giorni attraversare rue Sommeiller, quasi sempre a quest’ora. Cosa c’è? Aspetta la coincidenza per Torino, per caso?” ! Marcello annuì. ! “L’avevo inteso da tempo. L’altro giorno si era anche deciso a entrare e comprare un dolcetto. Credo fosse lo stesso che sta mordendo adesso.”! Mordendo era certamente un verbo un po’ allusivo e usato da quella anziana signora con la protesi dentaria acquistava un significato carnale, morboso, quasi inquietante. “Poi invece ha deciso di proseguire, come sospinto dal vento. Eh! Voi italiani avete sempre fretta, l’ha già visitata la nostra Chambéry?”

Marcello cominciava ad annoiarsi, ma cercava di masticare lentamente quel cornetto, per perdere tempo. Non voleva restare per strada ad aspettare Amelìe. Si sarebbe decisa una buona volta ad uscire da quel dannato portone? Cosa cazzo stava aspettando quella stronza? Perché non lasciava i suoi zii e scendeva per strada? “Lei dovrebbe visitare il Musée Savoisien, a quattro passi da qui. Ai giovani interessano i musei, non è così? E’ aperto dalle dieci alle dodici e dalle quattordici alle diciotto. Se non ha tempo oggi, lo farà domani. E’chiuso il martedì; domani è giovedì. Lo faccia domani, con comodo, poi tornerà venerdì a raccontarmi se le è piaciuto. La inviterò ad un assaggio particolare della mia specialità: polpettine al cacao. Ah! Sono sicura che non l’ha mai assaggiata una delizia così.” Cosa avrebbe potuto fare quel giovane agente immobiliare per scappare dal suono di quelle chiacchiere inutili? Gli restava solo di uscire per strada alla svelta, con la speranza che Amelìe fosse anch’ella apparsa dinanzi al portone nello stesso momento. Lo fece in fretta, senza pensarci due volte, masticando freneticamente l’ultimo boccone del cornetto alla crema e lasciandosi alle spalle la voce dell’anziana signora che lo invogliava a ripassare nei giorni a seguire. Quindi percorse pochi metri, in direzione opposta alla place de la gare e finalmente la vide apparire dall’altro lato della strada, dinanzi a quel dannato portone. Amelìe lo guardò intensamente. Sembrava che gli stesse dicendo tante cose sublimi, col colore azzurro dei suoi occhi. Era contenta che Marcello l’avesse aspettata e glielo dava a intendere attraverso la luce che portava nei lineamenti del viso. Il giovane attraversò in fretta la strada e lei lanciò la volata verso un bar poco distante, come per invogliarlo a seguirla. Lì avrebbero potuto riparare i loro stati emotivi e forse la conoscenza formale avrebbe finalmente avuto delle solide basi. L’adrenalina cominciò a pulsare nelle vene di Marcello e Polifemo ritornò a farsi sentire. Gli tirava in maniera eccessiva e in più, forse perché quegli ultimi istanti erano stati carichi di emozione, accusava forti fitte alla pancia. Improvvisi stimoli diabolici gli colpivano il ventre. Aveva impellente bisogno di un bagno e tutto ciò accadeva ad intermittenza. Faceva pochi passi pensando alla

fata che lo stava dirigendo verso un bar poco distante e altri, in preda alla défaillance che stava vivendo. Inghiottire quel maledetto cornetto alla crema gli aveva causato delle conseguenze diaboliche e inattese. Una specie di bomba di profondità era esplosa nelle sue viscere e tutto ciò accadeva nel momento meno opportuno. Dopo poco entrarono in un bar semi vuoto, quasi come se fosse già tutto predisposto per la loro intimità. La ragazza s’incaricò di ordinare due birre; sembrava che conoscesse già perfettamente tutti i gusti dell’italiano e poi si voltò a guardarlo con un leggero sorriso, quasi

a cercargli conferma negli occhi che aveva scelto bene la bevanda; e si sistemarono in un

tavolo un po’ defilato verso il fondo a pochi passi dalla toilette, come se volessero tenere ancora più nascosto quel loro silenzioso conoscersi. Marcello era in uno stato confusionale. Non pronunciava parola, si preoccupava solo di

fissarla negli occhi. Lo stesso faceva Amelìe e veniva continuamente affascinata dal mutismo dell’italiano e da quel suo pallore nervoso che portava stampato sul viso. Improvvise ombre

di tensione, con piccoli cristallini di sudore, apparivano sulla fronte del giovane ad ogni fitta di

dolore che accusava nel ventre. Non sapeva come gestire quella sua patetica situazione. Cosa aveva messo, quella maledetta strega, nella crema del cornetto? Perché diavolo aveva scelto di ingerire quel succulento dolce? E perché ora doveva soffrire tanto? Ad Amelìe non era mai capitato un uomo così passionale. I ragazzi che aveva frequentato non si erano mai

comportati così; con questa calda ostinazione nello sguardo che si era ripetuta tutte le volte

in cui si erano incontrati nel treno. Ed ora che lo vedeva pallido e teso nel viso, con cristallini

di sudore alla fronte, si sentiva eccitata, incuriosita da quest’anima italiana in giacca e cravatta. Così, si alzò dalla sedia con aria sicura, invogliandolo con lo sguardo a seguirla nella toilette. Marcello si mosse come un automa, senza sapere veramente perché. Era Polifemo che lo

stava dirigendo verso la porta della toilette, oppure era quell’orrendo stimolo di pancia che

gli preannunciava una dissenteria dal fetore nauseabondo?

Entrato nella toilette, trovò Amelìe ferma dinanzi all’ingresso delle signore che lo aspettava con un sorriso beffardo. E s’accorse che c’era un tavolo vecchio e elegante, di forma rettangolare, con qualche tarlo sparso qua e là e dal colore marrone scuro, posto in un angolo vicino al lavandino. Pensò che sembrava messo lì apposta per farli distendere uno dentro l’altra, ma non ebbe tempo di continuare il suo percorso mentale, perché Amelìe, carica come una pila, lo abbracciò con passione e lo condusse verso il tavolo: come se volesse tenerlo sotto di se. Quel movimento di danza amorosa che Marcello aveva tante volte

desiderato in quei dieci lunghissimi giorni, causò la deflagrazione tanto temuta. Le viscere del giovane, invase dalla crema del cornetto, esplosero violentemente e l’eruzione dello sfintere

fu

inevitabile. Un nauseabondo tanfo di merda s’impadronì della toilette. Amelìe smise subito

di

baciarlo e freneticamente cominciò a guardarsi intorno, addosso e per terra; come a

cercare la causa di quel terribile fetore. Poi, rimase d’un tratto stupita, accorgendosi delle impercettibili parole che Marcello pronunciava: singolari balbettii in cui il giovane si scusava con una prostrazione quasi francescana e con i quali chiedeva perdono per quella maledetta circostanza, chiedendole umilmente aiuto. Come avrebbe fatto ora a uscire da lì? In quelle condizioni era impensabile affrontare rue Sommeiller fino alla gare. Ma la ragazza lo allontanò violentemente da lei e cominciò ad imprecargli parole di fuoco. Si riassettò con rapidità, lavandosi furiosamente le mani e se ne andò sbattendogli la porta in faccia. L’agente immobiliare cominciò a cancellare tutto dalla sua testa e l’unica vera preoccupazione che gli balenò nella mente, in quel preciso momento, fu: come avrebbe potuto raggiungere Torino Porta Nuova combinato così, con il culo tutto imbrattato di crema francese?

II

DOVE FINISCE LA TERRA E IL MARE COMINCIA

La ragazza che in questo preciso momento si trova in rua das Portas de Santo Antào numero novantadue, praticamente dinanzi l’ingresso del teatro Coliseu dos Recreios, si chiama Miranda De Douro. Sua nonna, che vive dall’altra parte del Tago, la chiama Mirandinha e invece il suo amore la chiama Mirandita: o meglio, così la chiamava fino a qualche ora fa; perché da poco hanno deciso di chiudere la loro relazione. Lo hanno deciso in praça Marquès

de Pombal: li, sono restati a parlare per poco tempo. Mirandita gli ha spiegato la sua situazione

e il suo amore si è limitato a dire: “Ecco, perché eri un po’ ingrassata in quest’ultimo mese.”

Non ha detto altro, del tipo:“Cosa facciamo adesso? Come lo chiameremo? Quando lo saprà tua madre! Non credi che siamo troppo giovani? Come lo dico ai miei?” Ha solo abbassato la testa, ha dato uno sguardo verso il parco Eduardo VII e poi, con estrema freddezza, ha detto:

“Io non voglio questo bimbo. Non credo d’amarti.” E dopo un po’ è andato via verso rua Alexandre Herculano, lasciandola sola. Mirandita ha cominciato a passeggiare per avenida de Liberdade con l’aria di chi non ha più venti anni e ha fatto strisciare la pianta dei piedi sul largo viale alberato in leggera pendenza, calpestando - con aria assente - il marciapiede dell’avenida dalla parte della praça da

Alegria, pavimentato a mosaici bianchi e neri di calcare e basalto. Si è totalmente disinteressata del grande brulicare di gente e dei palazzi di fine ottocento e dei primi del novecento che riempiono quel tratto del viale, dove sempre sua nonna, passeggiando con lei da bambina, si preoccupava di spiegarne le origini architettoniche con minuziosa competenza storica. D’improvviso ha deciso di attraversare la carreggiata mediana; per raggiungere il marciapiede opposto, come se volesse volutamente allontanarsi dalla zona ancora viva per l’avvenuta presenza del suo amore. Senza tener conto delle vetture che, come tante saette, vanno e vengono sull’avenida. Ha sentito i clacson suonare e lo stridìo delle frenate improvvise, ma non si è lasciata angosciare da quel trambusto che lei stessa aveva provocato. Ha raggiunto l’altro lato dell’avenida e riparando su di una panchina poco distante da praça Correio dos Restauradores, si è messa a pensare alla volta che, insieme al suo amore, è andata a Cascais in gita. Solo due mesi prima erano partiti dalla estacao do Cais do Sodre, in un mattino di sole primaverile. Avevano deciso di andare al mare. Si erano seduti dinanzi ai gradini della stazione, in attesa del treno per Cascais e per ammazzare il tempo si erano sbaciucchiati senza alcun pudore. Acquistando, come d’incanto, il momentaneo aspetto di due funzionali ventose di gomma. Poi, si erano lasciati affascinare dal quadretto di vita che veniva dipinto in quel momento, dinanzi la bottega artigianale di restauro, posta non troppo distante i gradini della stazione. Un gatto disteso su di un tavolo vecchio e elegante, di forma rettangolare, con qualche tarlo sparso qua e là, e dal colore marrone scuro, se ne stava placidamente addormentato con le zampette rivolte verso il cielo. Il suo amore le aveva confidato, tra una carezza e un bacio, che anche a lui piaceva dormire così come il gatto, e Mirandita aveva cominciato in silenzio a immaginarselo. Mentre

il suo amore parlava del gatto, lei se lo immaginava nel letto con il ventre al cielo e

cominciava a vederlo agitarsi dolcemente, perché svegliato dalle sue carezze. Poi lo immaginava svegliarsi con gli occhi di gioia e tirarla sotto di se tra le lenzuola calde, e si vedeva d’improvviso montata da lui anche se erano tuttavia seduti dinanzi la estacao do Cais do Sodre. Come era bello Ricardo De Silva. L’aveva conosciuto nello stesso autunno, in un localino del Barrio Alto e da lui aveva preso il gusto di fumare marijuana. In più, l’eccitava quel suo modo un po’ bullo di baciarla. Ricardo apriva la bocca ancora prima che fossero

attaccati, portando sul viso un’espressione piena di desiderio. Per Mirandita era molto trasgressivo baciarsi in quel modo e per questa stessa ragione si eccitava da morire. Quel mattino avevano appena consumato uno spinello di erba e si sentivano estremamente

euforici. Si baciavano e si toccavano dinanzi la estacao do Cais do Sodre, incuranti dei passanti che li guardavano: chi con aria insolente, chi confuso dalla circostanza e chi forse voglioso di partecipare al banchetto. ! Durante la corsa del treno lei si era lasciata portare dal sole; era rimasta tutto il tempo, fino alla Torre de Belén, a osservarlo nelle sue moine da bullo. Forse i vapori dell’erba stavano facendo il loro diabolico corso e davano a Ricardo una incoscienza spavalda; e al tempo stesso sensualità. Si lasciava dondolare fuori dal treno, sostenendosi allo staffone dinanzi la porta scorrevole, ogni volta che quest’ultima si apriva durante la corsa. Era una specie di danza, come sospeso nell’aria e questo a Mirandita piaceva; mentre ai passeggeri forse dava un leggero fastidio, almeno così sembrava: dal modo in cui, in maniera dolente, facevano finta di non guardare simulando attentissime letture dei quotidiani. Alla fermata della Torre de Belén, Mirandita aveva cercato di distogliere il suo amore, giocando a fare la parte della guida turistica. Forse anche a lei i fumi dell’erba avevano cominciato ad espandersi nelle tempie, in maniera diabolica. Si era messa a spiegare l’architettura del simbolo della città, a voce sostenuta, facendo morir dal ridere Ricardo: “Questo è un capolavoro dell’arte manuelina. La struttura dell’edificio è romanico gotica, le decorazioni sono di sapore moresco

e le danno, come potete vedere, un’aspetto esotico.” Poi, fingendosi offesa perché il suo amore era occupato a ridere divertito e gli altri passeggeri nel simulare attentissime letture dei quotidiani non seguivano con attenzione, riprendeva con tono inquisitorio: “Ma insomma! Un po’ d’attenzione, prego! Una grande e massiccia piattaforma esagonale, con grossi merli e torricelle, cinge la torre a più piani merlati. Silenzio per favore! Al terzo piano, elegant…” Ma la sua stessa recita finì per divertirla, e tra le braccia del suo amore si consumarono quelle sensuali risatine silenziose che in un attimo l’avevano circondata di un momentaneo pudore. Dopo un po’ si trovarono sulla spiaggia di Cascais, da soli. Poche altre coppie sparse sull’arenile si scambiavano tenere effusioni e loro ripararono dietro il dorso di una barca capovolta, quasi come se quella imbarcazione fosse stata messa da qualcuno per difendere la loro privacy. Non si fecero fermare da nessun limite e cominciarono a toccarsi e a baciarsi coperti dalla luce del sole. Non ebbero nessun interesse nella voce dell’Atlantico, pensarono solo a baciare i loro corpi. Furono occupati a sbottonare i loro jeans e ad aprire i loro

giubbotti. Furono occupati a farsi sfilare i maglioni e a tenersi sulle natiche i loro capi intimi. Furono occupati a baciarsi, a toccarsi e a montarsi senza alcun limite, fino a quando sentirono

il brivido che li ricondusse ad essere mortali stracchi dall’amore consumato. Ora invece è lì seduta, su quella panchina a quattro passi da praça Corrreio dos Restauradores. E si sente ridicola? A una donna di venti anni non è consentito sedersi su di una panchina di avenida de Libertade a quell’ora del giorno. Deve correre e immergersi nella luce di quella città e non sedersi sulla retorica e l’abbandono. Ma forse a lei non pesa tutto ciò. Un momentaneo esilio passeggero, in mezzo a quell’affarismo internazionale che le brulica intorno, non le dispiace affatto. Ora che Ricardo De Silva se n’è andato via, forse a montare un’altra ragazza sulle spiagge di Cascais o di Estoril, lei ha ben altro a cui pensare. Il suo ventre, per esempio. Lì dentro c’è qualcosa di meraviglioso che sta crescendo e solo lei, a quanto pare, è disposta a proteggerlo. Sua nonna è l’unica che capirà, ma è dall’altra parte del Tago e quindi tocca alzarsi da quella dannata panchina e raggiungere l’imbarcadero di praça do Comercio. Mirandinha, la chiama sua nonna e l’abbraccerà sicuramente, mentre lei le racconterà per filo e per segno (magari senza andare troppo nei dettagli del concepimento avvenuto sull’arenile di Cascais) quello che sta accadendo nel suo ventre lusitano.

Allora la ragazza si volta intorno, come a cercare un appiglio per alzarsi dalla panchina. Vede due uomini seduti ai tavolini della taverna di rua das Portas de Santo Antào che mangiano baccalà fritto con patate e che la guardano con sorrisi lascivi. Sembra, dal modo con cui le sorridono, che dopo aver consumato quel gustoso baccalà con le patate, sarebbero predisposti ad una sana digestione: magari avvinghiati, una volta per uno, alle sue giovani anche. Ma lei non dà peso a quegli sguardi maschili e si allontana dalla panchina guardando verso il teatro Coliseu accorgendosi che proprio in quella stessa taverna, alcuni mesi prima, forse un anno, si era fermata a mangiare baccalà fritto con patate; insieme alle sue due amiche del cuore: Lorena Sà Pinto e Madalena Coimbra do Nascimiento. E si erano messe a discutere come giovani aquile impazzite, perché Madalena, testarda, affermava che la cupola di ferro e vetro del teatro Coliseu dos Recreios fosse stata costruita a Colonia e invece, lei e Lorena affermavano, giustamente, che fosse stata costruita a Berlino. Ma questo ormai è roba passata e Miranda De Douro, improvvisamente, sente il bisogno di accarezzarsi il ventre. La mano striscia all’altezza dell’utero e sul viso della ragazza appare un’espressione materna. In quello stesso istante il Rossio si presenta dinanzi ai suoi occhi, con tutte le caratteristiche cose di sempre. La piazza è piena di luce bianca ed è gonfia di gente che

cammina in ogni direzione. I venditori di biglietti della lotteria, che vi hanno installato il loro quartier generale, danno improvvisi gridi; come a richiamare i passanti a non lasciar scappare

la fortuna. Lei li guarda indifferente, ma leggermente compiacente per quella atmosfera che

essi sanno creare. I piccioni, i quali sono un po’ da per tutto, si mescolano alla folla frettolosa

e indaffarata che irrompe dalla stazione della metropolitana. Lei passeggia non più come una

ragazza di Lisbona; ha d’improvviso l’aspetto di una donna straniera. Una creatura che si sta soffermando a scrutare tutte le direzioni di quella piazza centrale e desidera scegliere, al più presto, il punto cardinale giusto. Quello che l’aiuterà a fare la cosa giusta. Senza timore. Col coraggio di proteggere il suo ventre. Alle sue spalle, a nord, ha lasciato rua Alexandre Herculano, dove il suo amore Ricardo De Silva è scomparso nel nulla. A est c’è il castello de Sào Jorge, a ovest le rovine del Carmo e dinanzi a se s’accorge di una fiorista un po’ andata con gli anni, che si sbraccia e vende garofani rossi. La donna non trova acquirenti e con l’aria di chi non si scoraggia, si avvia verso il Tago. E forse proprio lì che Miranda De Douro deve andare. A sud, verso il fiume, dove può raggiungere sua nonna, col battello. In praça do Commercio, si, proprio lì, nella città bassa - la Baixa - con le sue strade rettilinee e le sue architetture classiche. Ancora adesso sembra sentire la voce di sua nonna che le spiega la storia della città bassa:“La Baixa è la cicatrice più evidente che il terremoto del primo novembre del 1755 causò, inghiottendo quasi trentamila persone.” Così, il volto di Mirandinha si orna di colori seriosi, ma continua nell’andare verso il Tago, perché vuole al più presto raggiungere quella creatura speciale che è sua nonna ed è sicura che quella donna ormai vecchia e che non vuole più, da molto tempo ormai, passeggiare con lei nel Rossio o lungo i viali alberati del centro, la capirà senza alcun dubbio e senza alcun dazio. Mirandinha però, decide all’improvviso che vuole prima passare dalle parti del Chiado. Percorrere lentamente rua Garrett e fermarsi al cafè da Brasileira, perché inconsciamente sa che lì troverà le sue due amiche del cuore. La ragazza è sicura che la stanno aspettando sedute ad un tavolino del cafè; probabilmente accanto alla statua di Pessoa e che l’aspettano per parlare un po’ e prendere in giro i passanti, come fanno sempre. Percorre comunque la strada con aria poco convinta, non è del tutto sicura che sta facendo la cosa giusta. Forse è molto più comodo raggiungere la nonna dall’altra parte del Tago. Arrivare presto all’imbarcadero di praça do Commercio e scappare a sfogarsi nelle braccia della sua vecchia. Del resto, Lorena Sà Pinto e Madalena Coimbra do Nascimiento non sanno ancora nulla di quello che le sta accadendo nel ventre. Sanno che lei ha un amore, ma non sanno che qualche ora prima, Ricardo De Silva ha deciso di lasciarla imboccando rua Alexandre Herculano.

Nel frattempo Mirandita comincia a sentire l’accenno di un pianto sotterraneo che le sta nascendo pian piano. Intorno ai suoi occhi espressivi e carnali compaiono, senza che lei

potesse al momento fermarli, dei piccoli rivoli sottili. Ha forse paura dell’incontro? Comincia

a voltarsi intorno, come a cercare una momentanea soluzione. Si sente d’improvviso

impotente d’agire. Non riesce a fare più un solo passo verso il cafè da Brasileira e la paura le attanaglia lo stomaco. Da lontano vede i tavolini colmi di gente che circondano la statua di Fernando Pessoa e s’accorge della presenza di Lorena Sà Pinto e Madalena Coimbra do Nascimento, sedute spensieratamente a consumare un caffè; forse la stanno aspettando. Le vede ridere e confabulare tra loro, osservando ironicamente le altre persone sedute intorno. Proprio con la stessa aria giocosa che, fino a qualche mese prima, anche lei possedeva nel viso e che ora si è trasformata in un’energia diversa. Una forza nuova che le sta crescendo nel ventre e di cui non riesce a immaginarne le sembianze. Se avrà nel viso la simpatia dei suoi sorrisi o gli

sguardi bulli di Ricardo De Silva. Intanto, guarda una coppia venirgli di fronte; la donna ha la pancia di chi aspetta una vita. Preferisce voltare lo sguardo, come a scappare da una immagine prossima che anche lei tra pochi mesi darà e s’accorge di una donna e un bambino che passeggiano soli per rua Garrett. S’accontenta di osservarli nel loro passeggiare, perché forse l’immagine le da una maggiore tranquillità. La sensazione di una pace momentanea l’allontana dal cafè da Brasileira e dalle sue amiche del cuore. Le vede lontane dalla sua condizione e forse solo Fernando Pessoa, seduto a quell’immortale tavolino di bronzo, si è accorto dei piccoli fuochi di Miranda De Douro. -----Perché Ricardo è stato così duro? Ha paura? Io però, l’amo ancora. Forse, tra un po’ gli passerà. E se non gli passerà? Resterò sola col bimbo? Perché io lo voglio questo bimbo!----- Lo sta pensando mentre percorre, con passo un po’ più veloce, le stradine laterali della Baixa. Tra un po’ imboccherà rua Augusta e giù fino all’arco trionfale entrerà finalmente

in praça do Comercio, prenderà il battello all’imbarcadero e raggiungerà sua nonna dall’altra

parte del Tago. E lì, forse, si sentirà sicura. Questa sua prossima condizione d’arrivo le da una maggiore sicurezza. Le permette perfino di avere un atteggiamento più dannato. Consuma il passo come fosse una donna vissuta e non ha timore di pensare al passato. Lo vede come un susseguirsi d’immagini, che forse, attimi prima, in rua Garrett non avrebbe sopportato, ma che ora si sente di aver ampiamente domato. Ecco! Lo vede, a Ricardo De Silva. Alle volte che, insieme, dopo l’amore, sono andati a cenare in una tavernetta vicino al Tago, dalle parti della stazione Cais do Sodre. Lo vede mangiare con voracità le pietanze abbondanti che gli portavano al tavolo. Il suo sorriso da bullo. La marijuana pronta a fumare. E quel suo viso olivastro attento ad esprimere il sapore

dei piatti: le sardine alla brace, il riso ai gamberetti o alla piovra e il vino fresco che dava ad entrambi carezze rossicce alle gote. Lo vede mangiare quei colori di mare, con la stessa passione con cui mangiava il suo seno sull’arenile di Cascais. Ora, ha quasi coraggio a fermare

le immagini, a portare indietro la pellicola per rivedere una circostanza simpatica: un bacio

che si sono scambiati con i musi sporchi di vino della casa. E’ rua Augusta che le da questa forza. Quell’arco trionfale ottocentesco che ha di fronte a se e che la immette ormai in praça do Comercio; decorato verso l’interno da un prosaico quadrante di orologio. La fa sentire protetta, perché ormai prossima alla meta. E non le importa se intorno a se, la pedonalizzata rua Augusta è colma di gente e se i palazzi a quattro piani che la circondano sembrano un po’

deformati. Che i balconi di ferro battuto o le finestre delle mansarde oscillano lievemente. Lei

sa che è stanca. Che i suoi venti anni hanno d’improvviso un simpatico sapore centenario, e

che finalmente non ha paura di soffrire. Quando tra poco racconterà tutto a sua nonna, lei sa benissimo che la sua vecchia l’abbraccerà come se non fosse successo niente. Le parlerà delle volte che da piccola la portava al castelo de Sào Jorge, per vedere dall’alto il colore del Tago. La vista si riempiva di una

luce chiara e abbagliante, dove si stemperavano il verde dei giardini, il giallo e il rosa delle case. E che perfino nelle giornate di pioggia tutto le appariva, da là su, bianco e furiosamente

luminoso. Tutti gli squarci del sole, il vento che non smetteva di rivoltare le nubi e che lavava rigorosamente l’atmosfera, i muri, il selciato, le davano fame di gelato e che subito sua nonna rimediava comprandoglielo al chiosco di Martin Cardioso. Ed è sicura, Miranda De Douro, che sua nonna tra poco per calmarla le racconterà anche di tutte le volte che dal castello raggiungevano, scendendo i gradini, la casa di Maria Barros, nel quartiere della Muraria. Dove insieme cantavano le melodie di Amalia Rodrigues. Una bimba e due donne non più giovani

si facevano dondolare dal fado, senza che il giorno portasse dogane o frontiere da valicare.

Ora, finalmente è arrivata nella vasta piazza quadrata. Dinanzi a se vi è il grande estuario e lei, con lo sguardo, ne ruba tutta l’ampiezza e la luminosità. Quell’immenso mare di paglia la sta lentamente caricando di ribellione dannata e di una dolce sensazione di momentanea indipendenza dal mondo. Le navi mercantili, i rimorchiatori e i traghetti che fanno la spola con l’altra riva industriale, sembra che la stanno chiamando, che la stanno invogliando a partire. Lei ne viene d’improvviso rapita, voltandosi intorno per scrutare i tre

lati di praça do Comercio e s’accorge che tutti gli edifici porticati della piazza hanno le antiche finestre spalancate. La luce del Tago perfora i balconi e risalta tutte le vecchie decorazioni dei soffitti. Così, Miranda De Douro può scrutarne i segreti ornamenti attraverso le incolpevoli imposte aperte. A quel punto deve solo raggiungere l’imbarcadero e farsi portare dall’altra parte del Tago.Vedersi scivolare in lontananza la lunga linea dell’oceano e farsi accompagnare dall’eleganza del ponte sospeso. Ma, ad un tratto s’accorge che Paulinho si sta avvicinando a lei. Ha la solita andatura altalenante e vuole probabilmente venderle un po’ di erba. Essendo lui fornitore di Ricardo, pensa che forse Miranda è lì perché mandata a comprarne una certa quantità e cerca di convincerla, con il suo solito tono persuasivo, che ha dell’erba buonissima, che viene da Jerez de la Frontera e che ha un aroma molto soave. Spara a raffica centinaia di parole uguali, senza far caso alla poca salivazione che gli sta disidratando le labbra. La ragazza lo guarda dritto negli occhi, sembra sfidarlo. Non vuole avere a che fare in quel momento con Paulinho; forse le ricorda il suo amore e davanti alla luce del Tago decide di allontanarsi. Paulinho la vede andare via e la guarda con l’espressione di chi assiste ad un miraggio; svanire nelle dune a forma di multicolori tetti cromati delle macchine parcheggiate in praça do Comercio. L’inaspettata presenza di quel giovane venditore di erba, le ha ricordato gli occhi arrossati del suo amore; quando le rideva in viso tutta la poderosa possenza dello sballo. Le risate che si lasciavano scivolare sui loro visi rilassati dai fumi dell’erba e le carezze che si scambiavano sorseggiando i sapori delle loro labbra. Non vuole più avere a che fare con quelle immagini, le allontana con l’aiuto della luce dell’acqua e s’accarezza il ventre con la consapevolezza che non è comunque da sola. Una rabbia però, le prende una parte del cuore

e vuole reagire a quella passeggera tristezza. Si sente ribelle e pronta a combattere quel suo

stato melanconico.Vuole assolutamente reagire e dare un colpo alla sua paura di non essere più l’amore di Ricardo De Silva. Allora, s’accorge del muto delle Azzorre: un altro venditore di erba a cui il suo amore non ha mai fatto caso, perché ha sempre asserito che la sua erba non è mai stata di qualità. Così, si avvicina al ragazzetto di colore seduto sul parapetto dell’imbarcadero ad ammirare il muoversi dei battelli e gli chiede se ha qualcosa per lei. Il muto delle Azzorre la guarda sconsolato e con una dolcezza inimmaginabile, le porge una canna accesa che aveva nascosta nel palmo della mano. Miranda lo fissa e gli sorride; da un veloce sguardo intorno per

controllare che non ci siano occhi indiscreti e respira un profondo tiro della canna. L’impatto

è immediato. Nel petto le scoppia un profondo sapore di calore e alle tempie le compare una strana sensazione di leggerezza. Si sente portata dal grido dei gabbiani che le gironzolano intorno e

la statua equestre di Don Josè I, che è nel centro della praça do Comercio, sembra che si sposti dal proprio basamento e che voglia rincorrerla. La ragazza si sente perduta, si allontana dal muto e cerca di riparare un po’ più in là, per mantenere una sua intimità in quell’inaspettato stato di sballo. Non volge lo sguardo alle sue spalle, per paura che Don Josè I scenda dal cavallo di bronzo e venga a colpirla. Resta invece a guardare la luce del Tago e le case dell’altra sponda, cercando disperatamente d’intravedere dove vive sua nonna. Un sudore freddo le è comparso sulla fronte e sta lentamente scivolando sulle guance. Miranda è ferma,

impaurita e aspetta che arrivi presto il battello per correre dall’altra parte.Tutti i pensieri che le vengono in mente sono portatori di angosce e, lentamente, comincia a rifugiarsi in un pianto silenzioso che la lascia sprofondare in uno stato di grande vulnerabilità. Attraverso le lacrime riesce a vedere le acque del fiume che sono sotto di se e sembra che la chiamino, che la invitino a farla finita. Un tuffo in mezzo a quei pesci baffuti del molo e il suo corpo sarebbe coperto da quell’acqua di paglia, e forse tutto finirebbe ancor prima di cominciare. “Posso fare qualcosa per lei, signorina? Non sta bene?” La gentile voce di un vecchio che parla un perfetto portoghese con accento anglosassone, la scuote dal suo stato pietoso. Miranda osserva in silenzio quella vecchia figura e poi sfodera un discreto sorriso; ancora un po’ inumidito dal pianto. “Ecco! Bene! Al suo viso dona molto di più il sorriso. C’è a chi dona di più il pianto, ma posso assicurarle che a lei il sorriso la riempie di sole.” “Grazie.” Miranda è quasi imbarazzata, ma piena di gratitudine verso quel vecchio signore che ha distratto le sue paure. Trascorrono pochi attimi di silenzio, in attesa entrambi di argomenti consoni al momento. Poi il vecchio decide di parlare:

“Vengo spesso a Lisbona, lei è di Lisbona? “Si.” “La sua città è meravigliosa, signorina.Ah! Permette? Io sono Alfred Orton.” Si stringono simpaticamente la mano, mentre la ragazza pronuncia il suo nome. “Miranda? E’ un bel nome, sa?” “Grazie.” “In attesa anche lei del battello per l’altra sponda?” “Si.” “Io invece, mi ero solo fermato a guardare questa piazza. Ogni volta che vengo qui, passo un po’ di tempo vicino all’imbarcadero di praça do Comercio, mi aiuta a pensare. E’ proprio su questo marciapiede che ho visto per la prima volta mia moglie.” Miranda sorride e gli chiede istintivamente di sua moglie, usando il verbo al passato. “Era di Lisbona, sua moglie?” Ma appena termina la domanda, s’accorge che forse ha innescato maldestramente un ricordo importante. “Si, era di Lisbona mia moglie, ma non si preoccupi Miranda, perché vedo che nei suoi occhi è comparsa una leggera apprensione. Non si preoccupi. Mi sono abituato ormai, alla sua assenza. E’ da qualche anno che mia moglie ha raggiunto le nuvole e io riesco a passeggiare anche da solo.” La ragazza rimane colpita dall’assenza di retorica che il vecchio porta con se. Ha notato che Alfred non ha parlato di morte, ma di nuvole e l’ha detto anche con un leggero sorriso; e non c’è dubbio che questo suo modo di raccontare l’ha colpita. Ha dimenticato immediatamente le sue inquietudini e ha continuato, con attenzione, a sfogliare il libro vivente

dinanzi a se. !

! “Sa cosa apprezzo di questa città? La capacità di non vendersi al primo turista e di conservare gelosamente i suoi segreti. E’ un continuo invito a smarrirsi. Ha mai preso la linea 28? E’assolutamente imperdibile. Va dal convento della Grazia al cimitero dei Piaceri e poi,

passa per il Chiado. E io, nel Chiado, posso passare molto tempo; perché mi piace il profumo discreto delle sue strade. Ma la sto annoiando, signorina? Mi perdoni!” “No! Per niente. Mi piace molto quello che dice.” Miranda è soprattutto attratta dal modo con cui Alfred accarezza l’aria con le sue mani, mentre parla. Sembra assistere alla direzione di un’orchestra di pensieri e d’immagini, che le hanno calmato non solo il pianto ma anche il respiro; e la mente è d’improvviso ritornata a marciare in strade dritte e piene di sole. “Non c’è dubbio, mia cara Miranda, questa città si scopre camminando. Lo esige la sua luce. Guardi!” La ragazza sorride e si sente a casa. Le parole di quel vecchio le stanno facendo conoscere l’emozione di essere nata in quel luogo. Si volta intorno a guardare la piazza, la luce, il Tago e gli altri colli nei vari punti cardinali, come se fosse la prima volta che vede quell’opera d’arte. “Perciò, mia cara Miranda, io non so perché lei poco fa piangeva e quali problemi l’assillano. Non c’è alcun bisogno che pianga, combatta. Combatta, mi creda. In questa città si può benissimo essere da soli senza mai provare la solitudine. Con questa luce, tutto si può fare. Ora non vorrei annoiarla ancora con le mie parole, ma forse è meglio che vada. Sa, oggi mi attende una lunga passeggiata. Stia bene.” Si sono stretti la mano, il vecchio si sta allontanando e Miranda resta in silenzio a guardarlo; consapevole che quell’incontro, forse, le ha dato qualcosa. Ma s’accorge che Alfred si volta per un istante e con un leggero sorriso le dice:

“Miranda non dimentichi: lei si trova dove finisce la terra e il mare comincia.”

III

CIO’ CHE VISSE NINO FUSCO

Mercoledì 12 Marzo 1983, ore 7,28. In una farmacia di turno, dinanzi la stazione di Trieste.!

!

!

Lei non sa quanto sono mortificato per quello che è successo, dottore. E’ accaduto tutto così in fretta. Stavo tirando giù la valigia dal portabagagli, il treno ha subito un leggero scossone perché prossimo alla fermata in stazione e il bagaglio mi è scivolato dalle mani, rovinandogli in testa.” Il signor Kovacevic cercava poi, rivolgendosi a Nino Fusco che era seduto occupato a ricevere le prime cure dal farmacista, di scusarsi ulteriormente per questo improvviso contrattempo:

Figliolo, tu non sai quanto sono desolato. Che distratto che sono delle volte! E’ la vecchiaia dottore, tutto questo non accadeva qualche anno fa.” “Ma non vi preoccupate signor Kovacevic, è solo una piccola ferita sull’arcata. E poi il ragazzo è giovane, non sente già niente. Non è vero?” “No. Mi è passato.” Non gli era passato per niente! Aveva dolore Nino Fusco, ma evitava di dirlo. Non si sentiva a casa sua in quella farmacia e in più, vi era la giovanissima aiutante del farmacista che lo guardava quasi divertita e lui non voleva darle assolutamente nessuna soddisfazione. Si sentiva già un po’ cresciuto, dopo quelle dodici ore di cuccetta e quella botta sull’arcata sopraccigliare destra, come se avesse avuto un diretto da Carlos Monzon; lo aveva temprato, si era d’improvviso sentito lontano dalla sua famiglia e con una silenziosa rabbia da emigrante che gli stava martellando nel cuore. “Ora disinfettiamo ben bene, il sangue si è quasi coagulato, poi gli mettiamo un cerottino o forse è meglio una garza ed è tutto finito. Hai dolori, figliolo?” “No. No. Non sento niente, dottore.” Non sentiva niente Nino Fusco? Era come in viaggio verso un nuovo mondo. Poche ore prima aveva cenato con suo padre, sua madre e nonno Achille, e aveva attentamente ascoltato le loro ultime raccomandazioni. Papà Mario gli aveva detto:

Ora che vai a Trieste, fai bene attenzione a dove vai. Dove vai a dormire. Non conosci come è fatta di notte, questa città. E allora non fidarti. Guarda bene negli occhi della gente e cerca di capire se veramente ti puoi fidare di loro. Attento alle donne pericolose…Che ti possono….Tu hai capito bene quello che voglio dire. E mettiti sempre i soldi nelle mutande, lì stanno al sicuro.” Poi, il nonno Achille aveva aggiunto:

“E della bora non gli dici niente? Ma come! La cosa più importante! Ascoltami Nino, io a Trieste ci sono stato; è una città ventosa. Ci passa un sacco d’aria! Fa freddo e tira vento. E quando arriva la bora, bisogna mantenersi agli scorrimano.Trieste è piena di scorrimano. Se non ti mantieni, sei fregato. Il vento ti solleva da terra e ti porta lontano per diversi metri….” Ma sua madre aveva saputo calmare le acque, portando l’attenzione sulla cena che si stava raffreddando. “Eh! Che esagerazione! Adesso pensiamo a cenare. Nino ha diciannove anni e non è fesso. Farà il concorso e tornerà a casa.” E lo aveva guardato attentamente, per cercare lei stessa coraggio in quelle parole che aveva pronunciato. Ora invece, Nino Fusco era in quella farmacia con degli estranei. Qualcuno gli stava medicando una ferita con molta attenzione. Era uno sconosciuto farmacista con l’aria paciosa e un altro signore, un certo Kovacevic, lo rincuorava con aria desolata per la ferita che gli aveva provocato. Erano due individui mai visti prima. Kovacevic, incontrato per la prima volta appena dodici ore prima, era stato suo compagno di viaggio, salito a Napoli e proveniente chissà da dove. Il farmacista invece,

conosciuto solo pochi istanti prima quando era entrato nella farmacia insieme a Kovacevic reo d’averlo maldestramente ferito, l’aveva interpellato per farsi medicare quell’arcata sopraccigliare come fosse nell’angolo di un drammatico ring, in preda alle ferite provocate dai diabolici colpi ricevuti da un certo Carlos Monzon. “Sei qui per lavoro o per studio?” Gli aveva amorevolmente chiesto il farmacista, mentre continuava a medicarlo. “E’ qui per un concorso. All’università internazionale di Trieste.” Kovacevic si comportava come se gli fosse stato parente, ma era solo dovuto a un passeggero rimorso di coscienza che ogni tanto attanagliava l’anziano signore, sentendosi maledettamente in colpa per quella ferita che gli aveva procurato. “Sono qui per un concorso. All’università internazionale di Trieste, località Miramare, assumono quindici persone.Tra coadiutori, bidelli e uscieri; ed io mi presento alle prove. Il primo esame lo faccio domani mattina: prova d’italiano. Se lo supero, lo saprò sul tardo pomeriggio, venerdì farò la prova d’inglese. Sabato e Domenica riposo e se supero la prova d’inglese, di cui saprò i risultati venerdì nel tardo pomeriggio, lunedì farò le prove attitudinali; in pratica sono dei quiz su argomenti generali e se supero anche quelli, martedì prossimo avrò il colloquio e poi….L’assunzione.” Aveva trovato un improvviso coraggio, Nino Fusco. Si ricordò della madre; la quale la sera prima gli aveva detto che lui non era fesso e aveva scoperto un’improvvisa fiducia in se stesso. “Sai già dove andare a dormire?” Quelle parole gli erano arrivate come un soffio leggero e nel petto di Nino Fusco si era improvvisamente aperto un mondo nuovo, sconosciuto e inatteso. Un misterioso vortice di pensieri positivi aveva invaso la mente del giovane. Perché la giovanissima aiutante del farmacista, sua nipote per l’esattezza, si stava d’improvviso interessando alle sorti di Nino? Fino a pochi istanti prima, mentre suo zio gli disinfettava la ferita sull’arcata sopraccigliare destra, l’aveva vista sorridere con aria sfottente. E ora perché usava quel tono così apprensivo? “Conosco una pensione molto economica a San Antonio. Possiamo mandarlo da Bartolo, che ne dici zio?” Cercando di trovare nel farmacista una specie di appoggio emotivo a quella sua inaspettata partecipazione. “Mi sembra una buona idea.” E Nino: “Grazie, siete molto gentili. In effetti io sono venuto un giorno prima, appunto per trovare una sistemazione economica, dal momento che ci devo restare obbligatoriamente forse fino a sabato, magari anche lunedì e martedì, chi può dirlo? Tutto dipende da come vanno le prove.” Era rinato, Nino Fusco. Non aveva nemmeno più dolore e inaspettatamente si era come sentito in famiglia. La voce di quella ragazza lo aveva calmato. Ora, la vedeva parlare al telefono con l’ipotetico Bartolo, portiere e padrone della pensione del Sole, così denominata perché posta in un certo punto strategico: nella piazza della chiesa di San Antonio Nuovo, dove arrivava sempre il sole. “Hai detto che resti forse fino a domenica, non è così?” La ragazza gli chiedeva conferma. “Beh! In principio si. Poi, se supero le prove, forse resto anche fino a martedì della prossima settimana.” Si era messa con la precisione di una scaltra operatrice turistica a trattare al telefono con Bartolo, persino a pretendere per quel giovinastro del sud, che non aveva mai visto finora, una prima colazione inclusa nel prezzo. “Ma le superi sicuramente.” Intanto Kovacevic continuava a incoraggiarlo come se gli fosse stato parente e l’avesse conosciuto fin dalla nascita. Continuava in quel suo colpevolizzarsi alquanto distruttivo, come

se si stesse ripetutamente flagellando per aver fatto cascare la sua valigia sulla testa di Nino. Era il farmacista a esserne completamente fuori, da quel fuoco incrociato. Sembrava non partecipare alle circostanze e continuava a medicargli la ferita con un’attenzione morbosa. Ogni tanto, nel suo armeggiare sull’arcata sopraccigliare del ragazzo, gli faceva scivolare molto delicatamente la mano sul viso. Quel contatto epidermico intimidiva Nino Fusco. Si sentiva accarezzato, anche se non proprio esplicitamente, da una mano allusiva. Le sue gote si riempivano di stupore e attenzione. Una specie di codice rosso. Perché quel farmacista lo medicava in quel modo così delicato? Perché usava quella strana danza delle mani che sfociava in delicatissime, quasi impercettibili ad occhio nudo, carezze sulle gote. Nel mentre la ragazza terminava a trascrivere su di un foglietto la direzione precisa della pensione del Sole, Nino Fusco guardava attraverso le mani del farmacista che gli coprivano un po’ il viso, per poter meglio operare sulla ferita. Lo vedeva assomigliare a sua zia. L’eleganza e la gentilezza nel portamento che il dottore possedeva in maniera naturale, gli ricordava le tenerissime movenze del viso di zia Amelia. Un farmacista un po’ donna di mezza età. Forse ormai già in meno pausa, ma ancora piacente. Il dottore gli sorrideva con gli occhi, mentre lo medicava, forse contento che Nino si era reso conto della sua velata femminilità. Ne era attratto il ragazzo da quella sua diversità? Forse sarebbe stato meglio non forzare la mano. Inoltre, se Fusco avesse deciso di pernottare alla pensione del Sole lo avrebbe potuto incontrare a suo piacimento, magari aiutato dall’amico Bartolo, il quale sicuramente gli avrebbe riferito per filo e per segno, tutti gli spostamenti del ragazzo. Ora, era meglio occuparsi solo esclusivamente della medicazione sull’arcata sopraccigliare destra. Espletare con il massimo scrupolo la sua professione di medico farmacista, poi il caso avrebbe pensato al resto. “Dunque, questo allora è l’indirizzo. Devi andare verso San Antonio. La pensione si trova all’angolo di via Rossini con via Filzi. Proprio sul Canal grande. Ci puoi arrivare in autobus; qui di fronte tutti quelli che vanno verso via Cavour, sono utili. Però a quest’ora è meglio farsela a piedi, del resto non è lontano. Percorri via Cavour che costeggia il mare e arrivi dritto al Canal grande. Lì c’è la chiesa di San Antonio Nuovo, non ti puoi sbagliare e quindi la pensione del Sole. Come ti chiami? Io Sara.”

“Io, Nino.” Adesso sapeva pure come si chiamava e sarebbe stato meglio non chiederle il numero del telefono. Si, perché poteva risultare una mossa troppo asfissiante. Medicato dallo zio con le movenze da donna di mezza età, sistemato da lei in una pensione del centro e ora gli sembrava troppo chiederle anche il numero del telefono. Troppo esplicito. Troppo smaccatamente dichiarato. Del resto, poteva incontrarla quando voleva. Magari con una scusa qualsiasi si sarebbe fatto trovare nei dintorni della farmacia, e senza farsi notare dallo zio farmacista, l’avrebbe seguita, chiamata e l’avrebbe invitata ad andare con lui a mangiare una pizza. Lei sicuramente avrebbe accettato, non c’era niente di male nell’andare a mangiare una pizza. La ragazza era una tipa sveglia, aperta, piena d’inventiva e sicuramente non era vergine. Ma figuriamoci! A Trieste le ragazze erano già esperte delle cose. Trieste era una città di frontiera, cosmopolita e Sara gli dava quell’impressione. Ad ogni modo, l’aveva guardato con una certa simpatia mentre veniva medicato. Nino Fusco aveva capito che forse, tutto sommato, piaceva a quella ragazza, e poi era diventato ancora più interessante, ora che portava una medicazione sull’occhio. Sembrava un pugile, un tipo vissuto, uno che si era fatto cascare la valigia di Kovacevic sulla testa. Restava solo il fatto che lui non era tanto esperto. Si, era successo qualcosa con Patrizia, l’anno prima con Francesca, ma non c’era stata una vera e propria penetrazione. Insomma non l’aveva fatto proprio in maniera perfetta, ma a tutto ciò si poteva rimediare senza nessun problema. Bisognava non pensarci. Guardare avanti senza voltarsi indietro e Nino Fusco era proprio quello che era intenzionato a fare. “Non è per niente cara, compresa la colazione, vai a spendere venticinquemila lire al giorno; tenendo conto che sei nel centro di Trieste è un prezzo ottimo. Poi vedi un po’ te…. Se trovi di

meglio, allora meglio ancora. Comunque, Bartolo ti sta aspettando; digli che ti manda Sara della farmacia Marinuzzi, lui sa già tutto.” Si scambiarono i saluti finali, il ragazzo ringraziò per la loro disponibilità e dopo aver ricevuto le ultime direttive per raggiungere la pensione del Sole e salutato affettuosamente il signor Kovacevic, ormai sollevato dalle sue inconsapevoli colpe, si mise in viaggio verso la chiesa di San Antonio Nuovo, con la sua borsa a sacco sulle spalle e la medicazione sull’arcata sopraccigliare. La giornata doveva proseguire. !

Mercoledì 12 Marzo 1983, ore 8,13. Percorrendo via Cavour fino al Canal grande.

Nino Fusco era consapevole dei cambiamenti emotivi che aveva subito il suo animo, in quel breve lasso di tempo compreso tra il piccolo incidente procuratogli dalla valigia di Kovacevic e la medicazione sull’arcata sopraccigliare destra, operatagli dalle carezze velate del farmacista. Gli erano scoppiate tante cose nuove nella sua mente e questo lo faceva stare in allerta. Innanzitutto, era un po’ stanco e ciò l’obbligava ad essere molto più attento, più osservatore delle cose che gli erano intorno. Il mare era alla sua destra e ora che aveva superato piazza Duca d’Abruzzo, poteva vederlo ancora più vicino. Fino a quel momento, non aveva mai visto il mare adriatico, era sempre stato al cospetto del tirreno, delle coste di Napoli, degli scogli del golfo e camminando notava che c’erano molte differenze. L’adriatico gli appariva, a quell’ora del giorno, molto piatto e di un colore tra l’azzurro e il verde. Gli dava un po’ di timore vederlo. Sarebbe stato capace di nuotarci dentro con la stessa familiarità che sfoderava nelle acque del golfo di Napoli? Quel mare avrebbe accettato il suo corpo? Forse la stanchezza gli dava una sorta di leggero pessimismo e gli faceva pensare cose strane. Mentre camminava si vedeva sbracciarsi nelle acque di Trieste, in preda ad un improvviso naufragio. Non riusciva a raggiungere la riva III Novembre, perché scaraventato al largo dalle acque dell’adriatico, costringendolo ad urlare e a chiamare aiuto verso un gruppo di operai intenti allo scarico di alcuni mobili da un camion parcheggiato sul lato opposto della carreggiata. Pensava, osservandoli, che in quella città anche i traslochi erano diversi. Totalmente diversi da quelli che vedeva fare al suo paese. Prima di tutto, gli operai erano molto più composti.Vestivano con la stessa tuta blu e portavano persino dei guanti da lavoro dello stesso colore. Non si sbracciavano e non alzavano per niente la voce. Gestivano il tutto con un perfetto lavoro di squadra, senza nessuna sbavatura o impiccio che danneggiasse o ritardasse la loro tabella di marcia. Molto probabilmente, non si sarebbero fatti distrarre nemmeno dalle sue ipotetiche urla in preda al panico più totale per non poter raggiungere la riva III Novembre. Ma grazie a Dio questo non accadeva e allora poteva solo soffermarsi a guardare come, in quel preciso momento, due uomini della squadra scaricassero in perfetta sintonia, e mossi da una sorta di valzer, un tavolo vecchio ed elegante: di forma rettangolare, con qualche tarlo sparso qua e là, e dal colore marrone scuro. Lo portavano nel portone del palazzo, dove forse era alloggiato il nuovo inquilino, a piccoli passi ritmati. Cesellando, fino all’ultimo respiro, tutte le loro energie. Come se volessero, con il minimo sforzo, ottenere il massimo risultato. Come sarebbe stato diverso, pensava, fare un trasloco simile a Napoli. Immaginava la stessa scena in via di Mezzo Cannone o a via Foria e rivedeva gli stessi operai, tra le strade della sua città, fare quella specie di valzer con i passetti all’unisono. Forse anche loro avrebbero cominciato a sbraitare, a gesticolare e quel valzer sarebbe diventato, inevitabilmente, una tarantella. Il colpo d’occhio che ebbe all’angolo di via Rossini gli mozzò il fiato. Un grande canale perforava la città. Scaraventava tutta la calma piatta dell’adriatico nel cuore di Trieste. Dove barchette di pescatori, parcheggiate lungo tutta la lunghezza del canale fino alla chiesa di San

Antonio Nuovo, permettevano lo scarico composto del pesce pescato durante le ore dell’alba. Pescatori assonnati, racchiusi nei loro pensieri e provenienti dalle ore dell’alba passate tra le acque del golfo, svuotavano le loro barche scaraventando sul molo del Canal grande cesti colmi di pesce azzurro. Di tutte le forme, di odore diverso, con occhi vivi e sanguinolenti, a dimostrare l’inopinabile freschezza delle loro carni. Furono i gabbiani a

distogliere Fusco da quello scorcio di vita marinara. Essi volavano sulle teste dei pescatori, lentamente, all’altezza dei loro berretti pieni di salsedine. Guardavano, come tanti aquiloni inoffensivi, i pesci distesi nelle ceste sul molo e non accennavano nessuna picchiata per ghermirne qualcuno. Ogni tanto si lasciavano andare a qualche stridulo, provocato dall’attacco

di fame che vivevano in quei momenti, alla vista di cotanto ben di Dio. Solo quando i

pescatori lanciavano in acqua o sul molo qualche piccola sarda, intrufolatosi per errore tra i corpi dei pesci più grandi, allora essi accorrevano. Volteggiavano nell’aria come aerei in picchiata e più lesti della luce ghermivano il boccone continuando a volare e a voltarsi, per controllare se i pescatori fossero stati assaliti da un altro improvviso attacco di generosità. Gabbiani gentili e ben educati, da indurre Fusco ad un paragone dovuto verso i gabbiani della sua terra. Non certo abituati al lancio di sardine sul molo e quindi più isterici, più in balia di striduli nervosi; tanto da sembrare dei grossi pipistrelli bianchi imbottiti di diaboliche cure ricostituenti o punture a base di steroidi. Passeggiando lungo il molo del Canal grande scorse l’ingresso della pensione del Sole. Pensò in quel momento a Sara e a come era stata precisa nel spiegargli bene la direzione. La

facciata della piccola pensione era invasa dalla luce della stella fissa e questo gli diede sollievo.

Si sentiva protetto da quella apparenza tanto solare e tutto ciò gli regalò la giusta

predisposizione per entrarvi. L’ipotetico Bartolo lo stava aspettando, come Sara gli aveva spiegato?

“So già tutto di te. Sei napoletano, nel treno dal portabagagli ti è cascata la valigia di un tizio sulla testa, devi restare per qualche giorno qui perchè devi fare un concorso presso l’università internazionale di Trieste che si trova a quattro passi dal castello di Miramare un posto stupendo vedrai, e hai intenzione di superare tutte le prove. Non è così?” “Si, in effetti è così.” Il ragazzo rispose con una leggera preoccupazione. L’intimidiva il modo con cui Bartolo

lo aveva accolto. Si aspettava un portiere d’albergo alquanto barbuto, che s’interessasse

solamente del suo incarico e non fosse così esuberante e pieno di disponibilità. Inoltre era anche un po’ risentito, perché Bartolo, nell’enunciargli la disavventura capitatagli nel treno, aveva a fatica nascosto un accenno di risata. Una specie di sotterranea derisione nei suoi confronti. Ma perché non badava a se questa specie di farfalla impazzita? Era così svolazzante e pieno di moine, che quasi quasi gli dava ai nervi. Però la pensione era alquanto carina e ben mantenuta, e se il prezzo giornaliero, compresa la prima colazione, fosse stato realmente di venticinquemila lire come Sara gli aveva detto, allora avrebbe accettato subito; perché cominciava a sentire molta stanchezza e voleva riposare al più presto. “Venticinquemila lire al giorno compresa la prima colazione, non è vero?” “Si, certamente! E’un prezzo molto speciale, si chiude sempre un occhio per un giovane e poi devi ringraziare Sara e Francesco, suo zio, sono sempre così persuasivi che ci casco sempre quando mi raccomandano un cliente.” Così il farmacista che lo aveva medicato si chiamava Francesco e aveva molte affinità col portiere che aveva dinanzi. Bartolo era anche lui un po’ donna di mezza età, forse già in meno pausa, ma ancora piacente. Nelle movenze anche quest’uomo, come del resto il farmacista che lo aveva medicato, risultava assomigliare in maniera sorprendente a zia Amelia e tutto ciò a Nino Fusco gli dava da un lato una sorta di ansia, inquietudine, e dall’altro lato lo rassicurava, sempre in maniera guardinga, ma lo rassicurava.

“Allora, se mi dai i documenti registriamo l’ingresso e così è tutto a posto. Non temere che poi te li ridò più tardi i tuoi documenti: perché mi guardi in un modo come se stessi rapinando le tue generalità. Ecco qui…! Giovanni Fusco. Nino sta per Giovannino, non è cosi?” “Si.” “Nato a Torre Annunziata, provincia di Napoli, il 12/8/1963 sei giovane da schifo, moretto…” “I documenti mi servono per domani, perché per fare l’esame devo presentare la carta d’identità. Me li darà più tardi, non è vero?” Nino Fusco era angosciato da un eventuale smarrimento della sua carta d’identità, fatta plastificare apposta dall’ufficio anagrafe del suo comune di residenza, per affrontare quel viaggio e quel concorso all’università internazionale di Trieste. “Ti ho detto di si. Stai tranquillo e poi dammi pure del tu. Non credere di essere poi tanto più

giovane di me, sai? Ti voglio vedere, tra un po’ di anni, quando dovrai ripetere il solito tran-tran tutti i giorni per raggiungere la tua scrivania all’università internazionale vicino al castello di Miramare, sai che palle! Ad ogni modo, in bocca al lupo per l’esame.Vedrai che tutto andrà bene.” Anche in questo caso, come era accaduto in farmacia durante la medicazione, Nino Fusco si sentiva improvvisamente in famiglia pur non avendo mai visto fino ad ora quella farfalla di nome Bartolo. Quel suo modo di comportarsi, così particolare, rilassava il ragazzo e lo divertiva anche un po’, ma preferiva non darlo troppo a vedere. Non voleva che Bartolo avesse, neanche lontanamente, frainteso le cose. Fusco restava piantato nelle sue certezze, anche se decise di accettare l’invito del portiere a dargli tranquillamente del tu. “Grazie per l’in bocca al lupo. E’ complicato raggiungere Miramare? Hai una cartina, per caso?” “Ma niente affatto, è molto facile. Dalla stazione partono diversi autobus per Miramare, Duino. E’ a soli sei chilometri da Trieste in direzione Italia. E’ vicino, sai? Ho gli orari da qualche parte, dopo te li cerco. E’ molto facile, vedrai è una bella passeggiata lungo il mare fino al castello. A te piace il mare, no?” “Si, a me piace.” Ricevette da Bartolo le chiavi della stanza numero 8, al primo piano, nella mano sinistra

e si affrettò a raggiungere le scale di legno. La pensione era vuota e senza cattivi odori, e nessuna presenza inquietante sembrava nascosta tra i corridoi della hall. Percorse in salita la scala di legno per qualche gradino, per raggiungere il pianerottolo del primo piano, ma Bartolo, simpaticamente, gli lanciò un’ultima domanda: “Perché proprio a Trieste vieni a cercare lavoro?” Nino Fusco non seppe rispondere. Sorrise a mezza bocca e si aiutò con un gesto indefinito della mano sinistra, dove aveva le chiavi. La ferraglia agitata dal movimento causò un rumore un po’ medievale e accompagnò il giovane verso la porta della sua camera, mentre Bartolo rimaneva in attesa di quelle parole non pronunciate che si erano disperse attraverso

le pareti della pensione, senza lasciare indizi o tracce precise.

Mercoledì 12 marzo 1983, ore 15. Riva III Novembre. Lungo il molo Audace.

!

! Fusco si era svegliato alle 12,35 in punto, nella sua stanza della pensione del Sole. Si era guardato intorno, ancora disteso in quel suo nuovo letto e aveva temuto di essere altrove. Alcuni secondi di black-out causati dall’improvviso risveglio, gli avevano fatto credere di essere stato rinchiuso in una cella per chi sa quali nefandezze commesse. Poi, la vista del suo sacco lo aveva riportato alle cose reali, a quel suo viaggio a Trieste e alle prove d’italiano che avrebbe dovuto affrontare il giorno dopo. Si era vestito, lavato ed era sceso nella hall. Aveva rivisto quella farfalla di Bartolo, gli aveva lasciato le chiavi della camera e aveva riavuto la sua tanto cara carta d’identità. Così, si

era incamminato per la zona del Canal grande, aveva mangiato un panino in un bar pieno di pescatori, aveva chiamato la madre per rassicurarla, in una cabina poco distante e aveva deciso di raggiungere il molo Audace sulla riva III Novembre, perché attirato dalla presenza di un solitario pescatore. L’uomo se ne stava seduto su di uno sgabello di legno macchiato dal tempo, armato di canna, di lenza e con lo sguardo rivolto verso il fremito del mare a ridosso del molo. Era un vecchio con tante rughe abbronzate, con la barba bianca e incolta, che gli dava una forte somiglianza a nonno Achille. Anche in quel caso Nino Fusco si era sentito in famiglia, per istanti brevissimi, e si era fermato a guardare quel vecchio come pescasse in silenzio sul molo. “Cosa c’è da guardare, giovanotto?” Quella voce baritonale e piena di storia lo aveva scosso. Si era preoccupato di trovare delle parole da dire, ma era stato subito bloccato dalla replica del vecchio. “Non ha mai visto un vecchio pescare? Lei non è di Trieste, ne sono certo!” “Si, infatti….” “Ecco, vede? Come dicevo io. E di dov’è? Mi dica di dov’è?” Fusco cercò di parlare, ma….“No lasci, lasci. Cosa vuole che m’importi di dov’è lei. Il molo Audace è di tutti, per questo abbiamo combattuto, noi. Sa che io ho fatto la grande guerra? Cosa crede?” “Anche mio nonno ha fatto la grande guerra.” Lo guardò in silenzio, scrutandolo intensamente e poi chiese in maniera diffidente, come se mettesse in dubbio l’affermazione del giovane:“E sentiamo, che campagna ha fatto suo nonno?” “Caporetto, la battaglia di Caporetto.” Gli occhi del vecchio sorrisero e le rughe del viso gli si aprirono. Improvvisamente si era accorto che aveva qualcosa in comune con Fusco. “Ah! Bella roba quella! Un sacco di morti. Ho perso molti amici in quella battaglia. Ad ogni modo ora è tutto finito, l’Italia è stata fatta, Trieste è nostra, Zoff ha salvato il risultato all’ultimo minuto con il Brasile e non ce ne frega un cazzo di niente. E vissero tutti felici e contenti. Contenti il cazzo! E’ stata una guerra maledetta, quella che ho fatto io e suo nonno. Ascolti me, giovanotto: si faccia prete. Ha il pane assicurato e nessuno le dirà mai niente. Cazzo! Vedrà che suo nonno è del mio stesso parere, glielo chieda quando lo vede.Vedrà.” Poi, ritornò a guardare il tremolio del mare, mentre il vento gli gonfiava la lenza e la faceva galleggiare nell’aria se pur sorretta dalla canna ben tesa. Fusco restò senza parole e cominciò a pensare di allontanarsi con molta discrezione, ma il passaggio solitario di una giovane donna, forse istriana, verso l’altra estremità del molo, lo distolse dalla sua intenzione primaria. A quell’ora del pomeriggio era piacevole stare vicino al mare e anche se c’era un’aria piuttosto fresca, i raggi solari addolcivano quel connubio di molo col mare e rendevano ancora più spettacolare l’ondulare elegante di quella giovane donna. Fusco aveva sentito un richiamo sottile e il vecchio intese la presa. “Lasci, lasci perdere giovanotto. Non guardi le donne istriane. Dice, ma come fa a sapere che quella donna è istriana? Si fidi, giovanotto. Si fidi di me.” Si voltò per un attimo a guardare la donna che si allontanava verso l’altro lato del molo e…“Le donne istriane sono come le gatte, graffiano, e io modestamente sono stato graffiato un sacco di volte.” Fusco sorrise, si sentiva coinvolto in un argomento a cui teneva molto e sul viso gli apparve una paziente predisposizione all’ascolto, ma fu subito smentito dalla replica del vecchio: “Ora mi lasci pescare, se no mi distraggo e non pesco un cazzo, qui. E vissero tutti felici e contenti. Se ne vada, se ne vada giovanotto. Ha capito? Se ne vada! Una buona permanenza! Vada! Vada! Trieste è nostra! E vada! Lo capisce che mi distrae? Oh! Bene. Adesso l’ha capito! Quanto tempo per capire una cosa! Mi saluti suo nonno!”

Il ragazzo si allontanò in fretta, ma non restò accigliato per quella strana vena lunatica che aveva ricevuto dal vecchio, anzi si volse a guardarlo e lo vide che parlava col mare. La

donna istriana era scomparsa nel sole e l’aria fresca dell’acqua salata lo sospinse verso piazza dell’Unità; forse quattro passi nel cuore della città lo avrebbero aiutato ad aspettare l’indomani.

!

Giovedì 13 marzo 1983, ore 21,50. Fusco è appena tornato alla pensione dopo la prima prova.

Aveva consegnato il compito d’italiano verso le 12 e 30, dopodichè si era diretto sul

lungomare di fronte l’ingresso dell’università, dove si tenevano gli esami. Per prendere aria, per pensare ciò che aveva scritto e agli errori che forse aveva commesso.Verso le 17e 30 ci sarebbero stati i risultati, e una rappresentante della commissione avrebbe elencato i nomi dei concorrenti ammessi alla prova del giorno successivo. L’ansia lo aveva morso allo stomaco

e, insieme ad alcuni colleghi concorrenti, era andato a rifocillarsi in un bar poco distante in

attesa delle 17 e 30.Tutto sommato aveva passato delle ore liete con quei colleghi, quasi tutti triestini, che lo avevano martellato di domande sul perché si fosse presentato a quel concorso, dal momento che era l’unico meridionale presente a quella selezione. Si era limitato a rispondere in maniera aleatoria, senza fare troppe puntualizzazioni. Il tempo poi era passato e alle 17 e 30 in punto, il suo nome era risultato nell’elenco dei concorrenti che si sarebbero dovuti presentare il giorno dopo alle prove d’inglese. Il numero degli esaminandi si era ridotto di molto. Da trenta presenti alla prova d’italiano, ora ne restavano solo diciotto

per il giorno successivo. Si era rapidamente diretto dalle parti della stazione, con l’intento di passare verso la farmacia per vedere Sara, ma si era sentito svuotato per la troppa felicità. Così, in una pizzeria a taglio dalle parti del Teatro Romano, aveva cenato e bevuto una lattina

di

birra Peroni, dopodichè aveva avvisato casa della sua prima vittoria e si era inoltrato verso

la

pensione del Sole.

Sei contento, allora? La prima è fatta! Sai che è passato Francesco per salutarti?” “C’era anche Sara?” Bartolo rispose con un leggero sorriso ironico: “No. Sara no! Francesco voleva sapere come stai con l’arcata sopraccigliare destra e com’era andato l’esame. Forse voleva portarti a prendere una pizza con lui; richiamalo, ti do il numero di casa. Carino, no?” “Magari domani, Sara non l’hai proprio vista?” “Ti ho detto di no! Ma figurati se quella ti pensa, con tutti i ragazzi che gli vanno dietro. E’ tempo perso, ascolta me!” Allora Nino Fusco optò d’andarsene in camera e diede un rapido sguardo alla hall, che quella sera sembrava un po’ affollata. Due tipi poco raccomandabili, dall’aspetto slavo, vivacchiavano seduti nel sofà di similpelle del fondo. Bevendo e fumando con aria da padroni. Inoltre, due giovani magrebini di bellissimo aspetto e con le facce piene di sorrisi allusivi gironzolavano intorno al bancone delle chiavi, dove Bartolo era seduto. Fusco pensò cha la pensione del Sole gli appariva diversa dal giorno prima. Una strana atmosfera un po’ torbida si era impadronita del posto e forse era meglio rinchiudersi in camera. “Senti Bartolo, ieri sera ho avuto molto freddo. Si può avere una coperta, stanotte?” Le parole del ragazzo misero uno strano movimento negli occhi del portiere farfalla. Qualcosa di diabolico si era come stagnato in quei lineamenti del viso e con un leggero sorriso allusivo, guardando i due magrebini come a cercare una certa complicità, disse: “Sei sicuro di volere una coperta? Forse un plaid andrebbe meglio. Ne ho un paio trapuntati marroncino scuro, che sono molto caldi e valgono la coperta.”

Fusco si sentì circondato da risatine nervose e forse anche un po’ infastidito da quella strana atmosfera goliardica a cui il Maghreb pare partecipasse divertito; allora pensò di ribadire la richiesta: “Una coperta per stanotte, grazie.” E di ritirarsi in camera. “Tra un po’ te la faccio portare, buona notte.” Bartolo pronunciò quelle parole vedendolo allontanare in direzione della camera. Le pronunciò con una sottile vena melanconica, ma poi continuò a parlottare, con aria di complotto, insieme ai due magrebini di bellissimo aspetto. Dopo pochi minuti bussarono alla porta di Fusco: “Si?”“La coperta.”“Ah! Si, certo, avanti.” La porta si aprì delicatamente, come se si stesse spalancando da sola e sull’uscio si presentò una donna di circa quaranta anni. Fusco era appoggiato alla finestra che dava sulla strada e aspettò che la donna dicesse qualcosa. Lei entrò tirandosi la porta dietro di se e si sedette sulla sedia accanto ad essa, senza pronunciare alcun respiro. Aveva un aspetto imbronciato, ne bella, ne brutta, capelli chiari raccolti dietro che gli cadevano un po’ sulle spalle e degli occhi verdi, arrossati un po’ dal freddo. Il ragazzo restò in attesa, poi disse:

“Avevo chiesto una coperta. Bartolo le ha detto….?” “Bartolo dice sempre un sacco di cose, ma non dice mai le cose più importanti. Sono cinquantamila la mezz’ora col guanto, venticinquemila solo con la bocca e quindici in mano.” Fusco non riusciva a capire: “E la coperta?” La donna cominciò a borbottare qualcosa tra se, sembravano delle strane imprecazioni in un’altra lingua; poi si alzò per andare e sbottò verso Fusco, come se si volesse sfogare con quell’interlocutore capitato lì per caso. “Sono stufa di questi giochi. Io non avere tempo da perdere. Capito?” Dopo ciò si diresse verso la porta, la spalancò e urlò verso il basso in direzione della hall: “Bartolo, tu sei stronzo! Capito?” Risate fragorose arrivarono sul pianerottolo della camera e Fusco capì che quegli schiamazzi erano causati dalla farfalla e dal duo magrebino. Poi la donna rientrò, richiuse la porta e disse: “Allora, che si fa?” “Lei è…?” “Io sono Olga e sono puttana; vuoi che resto o vado via? Se vuoi che resto, allora pagare in anticipo, se non volere allora io andare.” Attimi di silenzio ricoprirono le pareti della stanza, poi la donna -accorgendosi del giovane viso di Fusco- cominciò a sorridere molto dolcemente, mostrando d’improvviso un’inaspettata soddisfazione verso la circostanza che stava vivendo. “Ma tu, l’hai mai fatto?” Nino cominciò a balbettare qualcosa: “Beh! Non sono proprio inesperto. Ho fatto qualcosa con Patrizia, un’amica mia. Sì, l’anno prima è successo qualcosa con un’altra mia amica: Francesca, ma non c’è stata una vera penetrazione, cioè…” “Non voleva entrare?” “Sì, in un certo senso c’era tensione, poi non eravamo nel posto adatto.” La donna si mosse lentamente verso Fusco e con una dolcezza inspiegabile gli mise la mano sulla toppa dei jeans, lo accarezzò delicatamente, gli aprì la lampo e gli toccò il sesso. Fusco aveva già raggiunto il punto giusto di cottura, mentre Olga lo fissava negli occhi con la dolcezza degli angeli; poi, inaspettatamente, abbassò lo sguardo verso il basso all’altezza del sesso e gli sorrise dicendo: “Tu vieni dal sud, non è vero?” Nino le fece cenno di si, mentre spasimi di piacere gli attraversavano il ventre. “Chi sa perché, voi del sud, portate sempre i soldi tra le palle?” E gli diede un fazzoletto arrotolato ben bene a modo di pacchetto. “Non so….E’ un posto sicuro lì….Soprattutto quando si viaggia.” Il ragazzo mise subito nella tasca posteriore dei jeans il fazzoletto pieno di soldi e s’aspettò che la donna lo continuasse a toccare. Ma Olga cambiò lo sguardo: una strana espressione materna si era impadronita dei suoi occhi chiari. “Perché sei qui?”

Parlarono un po’ del concorso e delle cose di Nino, e si trovarono inconsapevolmente intrappolati in una dolcissima dimensione d’innata amicizia. Tutte le idee libidinose di Nino erano come scomparse e nella donna era apparsa una grande attenzione a quei fatti del giovane. Nel lasciarsi, Nino Fusco le diede un bacio sulla bocca, piano piano, quasi come se avesse paura di rompere quelle labbra e Olga gli sorrise forse un po’ intimidita. “In bocca al lupo per domani. Ora dico a quello stronzo di Bartolo che deve portare davvero coperta; qui dentro fa freddo.” Si salutarono con la promessa di vedersi l’indomani per un caffè e quella stanchezza e quel freddo, che alcuni attimi prima d’entrare in camera avevano attanagliato le membra del giovane, ora erano come scomparsi. Quella donna lo aveva fatto parlare ascoltandolo attentamente, come se lo avesse conosciuto da sempre.

!

LO

IV

SCIVOLONE

Restare nella sala d’aspetto di seconda classe è sempre stato un vero passatempo per Carlo. Fin dai tempi della gioventù ha sempre preferito aspettare il treno per Moncalieri

rinchiuso in quella stessa sala dov’è adesso. In realtà, essendo in possesso di un abbonamento mensile di prima classe delle Ferrovie dello Stato per il tratto Moncalieri-Torino Porta Nuova, dovrebbe aspettare il treno nella sala attigua, ma è sempre un po’ fredda e vuota. Poi,

le poche volte che vi è entrato, ha sempre trovato degli uomini silenziosi e ben vestiti,

occupati a parlare al cellulare, con borse ventiquatt’ore molto lucide e rigorosamente di pelle. Ha avuto quasi sempre una sensazione di ghiaccio e così ha scelto la sala di seconda classe; perché innanzitutto è meno vuota e in più, non è per niente fredda. A maggior ragione Carlo, in questo momento, ha proprio bisogno della sala di seconda classe, che sicuramente non lo farà sentire totalmente da solo, dopo quello che ha vissuto pochi istanti prima in una stradina alle spalle della Mole Antonelliana. Ora sono le 20 e 45 di un qualsiasi giovedì di metà novembre che l’autunno attuale sta regalando. Regalando si fa per dire, perché è un novembre abbastanza piovoso e anche oggi,

durante l’intera mattinata e parte del tardo pomeriggio, lo è stato; senza però danneggiare la condizione emotiva di Carlo, dal momento che a lui piace la pioggia e soprattutto la strada bagnata. Ha sempre pensato che passeggiare sul selciato bagnato gli mettesse una sensazione

di libertà nella mente, come se fosse pronto per effettuare un lungo e interminabile viaggio. E’

stato ben altro a danneggiargli la sua tranquillità apparente. Senza avere la possibilità di scegliere una probabile difesa, ha dovuto sopportare degli istanti spiacevoli che lo hanno fortemente toccato. In realtà lui avrebbe dovuto prendere il treno delle 18 per Moncalieri; ma ha tardato il ritorno perché, passeggiando per il centro, ha fatto un incontro che gli ha cambiato i connotati del tardo pomeriggio. Carlo è un pendolare come tanti. Insegna italiano e storia nel liceo privato di via Principe Amedeo, a Torino; diretto dal suo amico Norberto Dominici. Arriva tutte le mattine

a Porta Nuova alle 8 e 35, e riparte per Moncalieri verso le 18, con il treno locale quasi

sempre esageratamente affollato. Diciamo che solo il lunedì riesce a tirare un po’ il fiato, perché termina le lezioni alle 12 e 30. Per risparmiare pranza alla stazione, nella mensa delle ferrovie, e riparte alle 14 per Moncalieri; arrivando a casa intorno alle 15 e 05. Però bisogna dire che essendo un uomo solo, il lunedì pomeriggio finisce quasi sempre per annoiarsi. Carlo non riesce a leggere prima del tramonto; ha bisogno della serata per inghiottire narrativa e si lascia facilmente distrarre dalle luci del calar del sole. Così, finisce quasi sempre per divorare i programmi demenziali televisivi che danno dopo le 14 e che segue solo prettamente per farsi compagnia. Ad ogni modo, pur essendo un uomo di cinquantotto anni, mantiene un aspetto giovanile ed elegante; senza praticare alcuno sport o diete particolari. Il professore mangia di tutto senza mai esagerare, una caratteristica che lo ha sempre accompagnato nel corso della sua vita. E’ un uomo che non ha mai esagerato e che forse, per questa sua indole così equilibrata, non ha mai capito fino in fondo cosa veramente gli piace. Per esempio: non si è mai messo a fare concorsi statali per ottenere una cattedra in qualche liceo di Torino o della regione Piemonte, ma ha sempre sbarcato il lunario facendo lezioni private a studenti che ne avevano bisogno o traduzioni dal francese all’italiano di testi teatrali e di narrativa; per una casa editrice di Torino. Se non fosse stato per Norberto, molto probabilmente, non avrebbe mai potuto insegnare in una scuola; ma l’amico l’ha chiamato a lavorare nel liceo privato che dirige, perché sa della passione che egli possiede nell’insegnare ai ragazzi e del talento un po’ anticonformista che applica nel metodo d’insegnamento.

Della sua vita privata se ne sa ben poco e tanto meno egli ha mai reso pubblico il suo passato affettivo. Si sa che ha vissuto fino a qualche anno fa con la madre vedova, nella casa di loro proprietà a pochi passi dalla chiesa gotica di Santa Maria della Scala, dove tutt’ora risiede. La morte della madre anziana è stato un duro colpo che ha sopportato in silenzio, rifugiandosi in letture notturne dei classici dell’ottocento o in insonni passeggiate nel centro storico di Moncalieri. Fidanzate, amanti, probabili flirt non gliene sono mai stati attribuiti. Forse qualche tentativo molto sporadico di andare a puttane, l’ha consumato negli anni precedenti: dalle parti del viale Thovez a Torino. In una casa privata molto “in” e allo stesso tempo discreta, in cui spesso Norberto Dominici soleva passare qualche sabato notte quando la moglie e i bambini raggiungevano i nonni a Cuneo, per il fine settimana. Norberto qualche volta s’è fatto accompagnare da Carlo, così solo per il gusto di una notte goliardica; ma non ci sono state più circostanze in cui si è potuto facilmente capire se al professore

piacesse realmente fare sesso o roba simile. E’ stato sempre visto, in tutti questi anni, da solo, occupato instancabilmente dall’insegnamento; anche se qualcuno ha spettegolato su di un ipotetico bacio che egli avrebbe scambiato con Francesca Marchetti: la farmacista, avvenuto qualche mese dopo la morte di sua madre nella macchina della stessa dottoressa; proprio dinanzi al suo portone. Ma questi sono solo pettegolezzi di popolo, illazioni. In realtà, essendo una strada poco illuminata di sera, l’ipotetico testimone-passante non è stato mai capace di darla come notizia affidabile al cento per cento. Dell’aspetto di Carlo se ne è sempre parlato poco, ma sarebbe meglio spendere qualche parola, se non altro per dare maggiori coordinate d’intendimento. E’ stato detto che

è un uomo di bell’aspetto; non è appesantito dagli anni e dal vino, e nemmeno dall’uso

sregolato della forchetta. E’ piuttosto un uomo robusto, ma senza pancia. Che porta benissimo gli anni senza tingersi i capelli ancora abbastanza folti ma grigi e che ha un portamento elegante, e al tempo stesso un po’ raffinato. Dà l’idea di un uomo che non ha mai avuto a che fare con un martello o con una pala, ma senza dubbio ha tuttora la forza fisica per farlo. Ha delle mani grandi e delle dita molto lunghe; e si nota verso i polpastrelli, all’altezza dell’indice e del medio interno della mano destra, la presenza di due piccole protuberanze: dei piccoli calli ingialliti dal troppo lavoro con la penna. E’ un uomo a cui piace vestire in maniera giovanile: giubbotti di pelle o impermeabili, jeans, scarpe sportive o cappotto e coppola dei primi del novecento. Il cappotto l’ha

comprato in un mercatino, qualche anno fa. E’ grigio scuro di misto lana e sembra il soprabito

di un ufficiale dell’esercito austro-ungarico, lungo fino a sotto le ginocchia. A doppio petto,

con sei bottoni argentati e con un’ampia cinta che tiene uniti i due lembi posteriori dello

stesso. Inoltre, questo cappotto termina nel centro, quasi alle caviglie, con un piccolo spacco. Nel periodo autunnale e invernale, Carlo indossa molto volentieri quel soprabito austro- ungarico stile imperatore Giuseppe, perché l’ampiezza e l’eleganza informale del cappotto lo

fa sentire protetto. Riesce a tenere nascosta ogni imperfezione del suo corpo, ammesso che

ce ne siano, facilitandogli una deambulazione informale. Senza che nessuno orpello esistenziale o di presunta fragilità alla James Dean denoti in lui un’insicurezza nel passo. Quando poi indossa anche la coppola, sembra uscito or ora dal film: “C’era una volta in America”, e alcuni suoi allievi (soprattutto due ragazze in particolare) glielo hanno fatto spesse volte notare. Lasciando in lui, quasi sempre, l’accenno di un caloroso sorriso che poi, con imbarazzo, fa subito scivolare nelle rughe del viso; quasi a nasconderlo, cominciando a parlare di altro per non destare troppa attenzione nel suo aspetto. Ora mancano, in realtà, solo pochi minuti alla partenza per Moncalieri e lui preferisce

comunque consumarli nella sala d’aspetto, senza avviarsi al treno locale che forse è già pronto

al binario 21. Se andasse già nel treno sarebbe obbligato a passarli da solo o con altri pochi

pendolari, dal momento che il grosso dei viaggiatori prende, di solito, il locale delle 18. In realtà, quello che accade quasi sempre nella sala di seconda classe: tutte le inquietudini dei

passeggeri e del barbone Amedeo, lo tengono di buon umore e gli fanno sempre di più

compagnia in quel suo stato emotivo confuso; dovuto soprattutto, ora come ora, per ciò che

ha vissuto nella stradina a pochi metri dalla Mole Antonelliana. Adesso sta cercando di allontanare quei momenti, soffermandosi a guardare con

attenzione gli orari di partenza, in quella televisione a circuito chiuso sospesa alla parete in alto della sala d’aspetto. Mancano davvero pochi minuti per il suo locale di Moncalieri e questo, senza dubbio, lo turba un po’. Gli fa passare nel viso una piccola ombra di malumore. Non ha voglia di tornarsene a casa e restare a pensare a Murad, a quello che gli è capitato. Dove si sarà nascosto il ragazzo? E perché lui, nel pieno dei suoi cinquantotto anni, ha scelto

di comportarsi in quella maniera così codarda? Perché l’ha fatto? E’ quasi certo che questo suo rimorso gli corroderà il cervelletto tutta la notte e sarà

costretto a passeggiare tra le stradine del centro storico, per sperare di cadere nelle grazie del sonno. Quanto gli piacerebbe restare ancora un’ora in quella sala d’aspetto, in compagnia delle cose che vi accadono, per non restare da solo a pensare e a criticare se stesso tra le mura della sua casa. Del resto non si possono cambiare gli eventi; ormai è già tutto accaduto

e può solo restare a pensare, a cercare di trovare un possibile nesso che chiarisca

rapidamente il suo improbabile comportamento. Mentre sta raggiungendo queste personalissime conclusioni, fissando il video verde della televisione con tutti gli orari dei treni, s’accorge di un’inattesa bizza che Amedeo sta montando. Si è messo a parlare con tono molto sostenuto verso un passeggero di mezza età, un po’ corpulento, che legge ghiottamente le notizie sportive della Gazzetta. Amedeo lo assale verbalmente, pur tenendosi alle dovute distanze, chiedendogli esplicitamente perché sua moglie l’ha tradito con lui. Lo interroga, senza mezzi termini, su come può una bella donna coma la sua Maria essere stata attratta da un simile pancione con gli occhiali, che ha le mani come le zampe di un porco. In effetti, il barbone è sempre stato la vera vedette della sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Torino Porta Nuova. Nel corso degli anni, Carlo è sempre entrato in quel posto sapendo che in attesa del locale che lo avrebbe riportato a Moncalieri, si sarebbe potuto intrattenere assistendo alle performance del

singolare personaggio. Monologhi e interminabili scene madri ad ipotetiche e invisibili Marie, e

ai loro presunti amanti; che sarebbero sfociate poi, dopo il picco drammatico delle accuse, in

soliloqui indecifrabili. Pronunciati ad arte con l’utilizzo dei soffiati, esibendo una grande padronanza della tecnica teatrale di base e della giusta follia. Le risate sommesse degli altri passeggeri in attesa, per non destare la rabbia del barbone Amedeo, si sono sempre susseguite. Carlo ha potuto notare in tutti questi anni che i

passeggeri, pur essendo diversi di volta in volta, erano e sono sempre molto simili nel ridere. Sembra che a tutti, ogni qual volta che il barbone parte con le sue bizze verso il malcapitato

di turno, restano soffocate le risate nella maschera. Si sforzano quasi tutti a non ridere, a

strozzare la voglia nella gola e nelle linee del viso: per paura delle rappresaglie e delle probabili invettive di Amedeo. E così infatti sta accadendo anche stavolta e tutto ciò, questa circostanza al limite tra la follia e la realtà, gli permette di non pensare, di scappare un po’ da quello che ha vissuto prima e forse anche da se stesso. Sembra che quella storiella paradossale che Amedeo sa creare lo allontani, senza tanta fatica, da quello che veramente è:

un’imponente essenza umana di cinquantotto anni, di sesso maschile; che ha appena commesso, pochi minuti prima, un’azione vigliacca. Conseguenza indelebile del suo io nascosto, che non ha mai lottato per farlo apparire, per farlo venire fuori dal buio. Ora si lascia portare dalla scena che sta assistendo notando, nella teatralità del barbone, una forza superiore alle aspettative. Come se quell’artista stesse replicando una recita speciale, più serrata e priva di qualsiasi orpello decorativo, coinvolgendo tutti i presenti in una silenziosa attenzione. Chi come lui conosce l’uomo che sbraita non si lascia coinvolgere dai soliti nodi drammatici, in cui Amedeo preferisce approdare per dare più

smalto all’evento, bensì resta in attesa della battuta spiazzante verso il malcapitato

interlocutore che sfocerà certamente nelle sommesse risate liberatorie sui volti di tutti i presenti. E infatti, eccola che arriva:

E poi ti dico una cosa, ciccione di merda! Tu hai il pisello piccolo e mia moglie Maria vuole

quelli grandi come il mio!” Tutti ridono con discrezione, soltanto il corpulento signore che legge le notizie sportive

della Gazzetta non fa nessun gesto e resta immobile con lo sguardo al giornale, nella stessa posizione da mummia che ha pensato d’adottare durante tutta l’oratoria accusatrice che Amedeo gli ha indirizzato.

A quel punto, forse, ci vorrebbe un applauso, una canonica chiusura d’atto; ma il

barbone s’allontana in un angolo della sala d’aspetto a bofonchiare incomprensibili borbottii e tutto torna lentamente ad essere come prima. Ad ogni modo, la sottile risata di un bimbo in compagnia della madre preoccupata dalla possibile reazione di Amedeo, lo riporta al pensiero di Murad. Vede le gote ambrate del bambino tendersi e gonfiarsi ad ogni singulto di risata, nella stessa maniera che accadeva poco prima al magrebino che lo aveva aiutato a rialzarsi. Sposta velocemente lo sguardo verso la

televisione per controllare l’orario, più che altro per distrarre il pensiero, e decide d’avviarsi verso il binario 21; dal momento che Amedeo ha chiuso definitivamente il sipario. Così, si lascia portare un po’ dalla marea della gente che come lui va verso i treni; ascolta qualche discorso dei passanti provenienti dal bar della hall, dall’accento spiccatamente del sud e vede il locale per Moncalieri fermo sul binario, già illuminato nell’interno dei vagoni, perché prossimo a partire, da quelle tediose luci chiarissime. E come un’ultima opportunità che vuole darsi prima di tornare a casa, per cercare di scusare se stesso per quello che ha commesso, ricomincia a percorrere mentalmente tutto quello che ha fatto prima delle 18.

Le lezioni al liceo di via Principe Amedeo erano terminate, come ogni giovedì, intorno

alle 14. Aveva pranzato con alcuni suoi colleghi in un bar poco distante in cui si possono consumare al tavolo anche delle buone paste o delle ricche insalate; si era sorbito il suo caffettuccio e si era riunito fino alle 16 e 40 con gli altri e Norberto, per la consueta riunione lampo giornaliera sulle disposizioni del giorno successivo e le eventuali problematiche del giorno scolastico che era trascorso. Poi, si era finalmente incamminato verso la stazione riparandosi sotto i portici di piazza San Carlo, per quella pioggerella che stava cadendo ma che a lui non dava per niente noia. In realtà si era riparato perché voleva sentirsi un po’ come gli altri passanti, che erano quasi tutti infastiditi da quella pioggia e forse anche preoccupati di non inzupparsi. Voleva camuffarsi tra loro, portando nel viso la loro stessa espressione melanconica dovuta alla pioggia, senza far sapere a nessuno che si era solo fermato per sentire l’odore umido del selciato: quel tintinnio costante che le gocce ripetevano cadendo sulle cose, e per respirare quell’aria bagnata che lo inebriava. Gli caricava il cuore e le membra, nella stessa maniera che il sole cocente e il bel mare provoca a un qualsiasi mortale amante delle spiagge e del caldo. ! Dopodichè si era messo in cammino, in direzione Porta Nuova, ed era d’improvviso scivolato sotto i portici di piazza San Carlo; rovinando malamente per terra. Quelle dannate suole delle scarpe l’avevano per l’ennesima volta tradito. In una settimana era già successo tre volte e la volta precedente (dinanzi la stazione di Moncalieri) gli aveva provocato un bel ematoma sulla coscia destra. Forse era venuto il momento di risuolare quelle sue scarpe di mocassino, altrimenti sarebbe stato un cadere continuo ed era proprio questo che stava pensando, mentre s’accorse di essere sollevato da braccia sconosciute che lo stavano aiutando gentilmente a rialzarsi: “Come sta? Fatto male?” L’accento non era italiano e quando poté finalmente guardare chi gentilmente lo aveva soccorso, s’accorse che era un giovane magrebino, dai lineamenti ambrati che scivolavano in un sorriso infantile e paffuto; facendogli tendere e gonfiare le gote in una maniera spettacolare.

I passanti che si erano accorti di quella inaspettata scivolata di Carlo non si erano occupati per niente di soccorrerlo, e avevano proseguito nelle loro direzioni di marcia. Bensì, avevano avuto dei leggeri spostamenti delle loro direzioni o addirittura delle brusche frenate nelle proprie marce, quando si erano accorti che a soccorrerlo era andato un giovane extracomunitario. Quello strano connubio avvenuto sotto i portici di piazza San Carlo, dopo una spettacolare scivolata (da fare invidia, come rapidità d’esecuzione e grado di pericolosità, perfino al grande Buster Keaton), stava incuriosendo gran parte dei passanti. Sembrava che queste persone, con quel loro rallentamento delle andature, stessero mettendo in guardia il povero Carlo: “Si! Va bene! Sei caduto e questo ragazzo ti ha soccorso, ma stai attento che questo

è un extracomunitario e può farti qualcosa.Ti può rubare il portafoglio, per esempio. Oppure ti può vendere qualche cosa strana e poi, chi ci dice che è qui con le carte in regola? E se per caso appartiene a Bin Laden?” Ma si erano dovuti ricredere quasi subito e riprendere le loro andature, perché Carlo era restato come incantato dalla gentilezza del giovane e lo aveva accettato. Si era perfino appoggiato al suo braccio per riprendersi un momento dalla dura caduta, destando nei volti dei passanti e della gente ferma all’ingresso del bar-pasticceria poco distante un’espressione

di critica meraviglia. Come se tutti, in quel preciso momento, si stessero chiedendo

all’unisono nelle loro testoline: “Ma allora, te la vai proprio a cercare la rogna?”Ad ogni modo,

sia Carlo che il giovane soccorritore se ne fregarono altamente di quei pesanti sguardi e

decisero, dopo un breve parlottare basato su un dialogo del tipo: “Vuole bere qualcosa per tirarsi su?” “Perché no?” “Cioccolata calda, farà bene.” “Sei mio ospite, ah! Non ci siamo nemmeno presentati. Io sono Carlo.” “Io Murad, sono tunisino.” “Ti ringrazio per avermi aiutato, sei stato

gentilissimo.” “Niente. Non problema! Adesso, come sta?” “Io bene, ma diamoci del tu.” “D’accordo.”, di avviarsi nel bar-pasticceria poco distante, sotto i portici di piazza San Carlo, dove pare facessero una suntuosa cioccolata con panna e forse per questa ragione affollato di gente.

Vi entrarono quasi subito e cercarono di raggiungere il bancone, dove un elegante

cameriere aspettava paziente le ordinazioni dei clienti e un altro più giovane gestiva le comande che il collega gli passava in azione: preparando gli espressi, i cappuccini e le cioccolate, con la rapidità di un robot. Ma, s’accorsero che quegli sguardi pesanti che all’esterno li avevano circondati erano ritornati, con la stessa intensità, anche nel cafè. Evidentemente risultava per niente affidabile quel connubio di uomo italiano ben vestito di cinquanta e passa, con magrebino giovane dai lineamenti gentili e delicati. Creava forse, almeno nella mente contorta della gente che era in quel bar-pasticceria e dei passanti che all’esterno avevano assistito freddamente alla scivolata con relativo soccorso, qualcosa d’inquietante. Forse la coppia appariva come un oggetto non identificabile e di indubbia

provenienza. Una sorta di allarme rosso in corso che faceva stare in allerta tutti i presenti del locale, destando in Carlo e Murad un silenzioso imbarazzo.

A rompere il loro silenzio, in attesa che potessero tra la confusione presente

raggiungere il bancone per ordinare le cioccolate, fu il chiacchiericcio del cassiere-padrone

che parlava con un cliente in religioso ascolto, del tavolo un po’ defilato verso la parete, su

cui vi erano in mostra scatole di cioccolatini e dolci piemontesi. Era un tavolo vecchio ed

elegante, di forma rettangolare, con qualche tarlo sparso qua e là e dal colore marrone scuro, di cui il cassiere padrone diceva: “E’ un oggetto a cui tengo tanto. Sa che è stato tenuto per molto tempo nel laboratorio di un noto restauratore di Lisbona, per riparare la base rettangolare e per ridargli una verniciatura brillante?” Quel gran bailamme di gente e quelle chiacchiere così inutili sul tavolo rettangolare inquietarono sia Carlo che Murad e decisero, in un breve confabulare, di andare altrove. “Se a te va, portare in un bar tranquillo di via Po’, vicino università; dove io andare sempre. Si può stare seduti e bere buona cioccolata.”

In effetti non gli andava tanto di tornare a casa e prendere il locale delle 18 per Moncalieri e forse una buona cioccolata dopo quella tremenda scivolata, consumata con quel giovane tunisino che lo incuriosiva tanto, gli avrebbe fatto più che bene. E poi c’era sempre il locale delle 20 e 57 per Moncalieri e poteva benissimo prendere quello, come ultima spiaggia. “Va bene, ci sto.” “Allora, andiamo.” Uscirono dal bar-pasticceria sotto il vigile sguardo dei passanti e si avviarono per via Roma in direzione di piazza Castello. Dopo pochi passi fatti in un religioso silenzio, il giovane

decise d’iniziare a parlare. Proprio all’angolo con via Maria Vittoria, Murad sentì il bisogno di spiegare a Carlo del perché c’erano stati quegli sguardi così insistenti nei loro confronti. Puntualizzò, con estrema attenzione, che da quelle parti la gente era un po’ satura del comportamento alquanto disonesto di alcuni suoi connazionali.Via Roma e i rispettivi portici

di piazza San Carlo, fino a piazza Carlo Felice proprio dinanzi la stazione di Porta Nuova,

erano zone di spaccio e qualsiasi magrebino era visto come venditore di hashish e robe affini. Non bisognava scandalizzarsi se c’erano stati quegli sguardi indagatori. Per Murad era normale che accadesse e quindi Carlo non doveva sentirsi colpevole se alcuni torinesi come

lui avevano guardato un po’ con disprezzo quel giovane magrebino che lo accompagnava e

che gentilmente lo aveva sollevato dopo quella scivolata epica di qualche istante prima. “Si, lo so che questa è una zona piena di spacciatori del nord Africa, ma non sono tutti così….Tu, per esempio…” “Io, per esempio?” Il professore fu bloccato da questo ritorno del tunisino che chiuse la frase con una gentilissima risata sul viso; come se volesse far riflettere a Carlo che forse, anche lui qualche volta aveva spacciato. Il pendolare restò colpito da quella espressione e non riusciva a distogliere il suo sguardo da Murad; e si sentiva portato nel voler capire perché gli piacesse così tanto il viso di quel giovane magrebino. Poi, forse anche per rompere quella imbarazzante e esplicita emotività che senza una vera e propria ragione precisa stava esprimendo dagli occhi, decise di fargli delle domande dirette soprattutto per sapere chi fosse realmente. “Murad, da dove vieni?” “Vengo dal golfo di Gades. Per me….Posto meraviglioso, pieno di pesce fresco e il mio padre e il mio nonno sono pescatori.” Anche mentre aveva pronunciato queste frasi si era stampato su quel suo personalissimo viso ambrato, un sorriso molto gentile, molto particolare, che nascondeva interminabili vite vissute ed una unica faccia da bambino vivace. Si erano fermati come se avessero voluto sottolineare, con un momentaneo arresto delle loro andature, quell’inizio di verità che quel giovane stava confidando a quell’uomo; e si ascoltarono entrambi con molta attenzione, come se si fossero d’improvviso resi conto che erano due solitudini molto simili e che forse, avrebbero potuto benissimo conoscersi più a fondo senza qualsiasi accenno di bluff. “In Italia sono venuto qualche anno fa. Sperare lavorare, ma non sempre andata così…A Torino non facile vita. I primi mesi che sono qui, dormito al parco Valentino…” Un altro spettacolare sorriso si era stampato su quel viso innocente e sembrava che aveva tentato di purificare tutte le azioni losche che egli stesso era stato costretto a commettere per sopravvivere. Intanto Carlo non riusciva a capire per quale ragione stava

rischiando di perdere il locale delle 18 per Moncalieri e assomigliava molto, quella situazione,

ad alcuni momenti che aveva vissuto molti anni prima. Quando si era lasciato portare dalle

confidenze di una certa Fabiana, adolescente come lui, che gli aveva confidato durante un intero pomeriggio le proprie inquietudini amorose verso il loro amichetto, Silvano, e di cui anche lui, silenziosamente, ne era attratto. Aveva tenuto ben tappato dentro di se, per tutti questi anni, quella sua particolare esigenza nascosta, senza mai lasciar trapelare un colore, un

accenno, una voglia. Si, forse qualche volta aveva avuto qualche attenzione un po’ troppo affettiva verso il suo amico Norberto, ma che nessuno aveva capito e tanto meno lo stesso interessato; dal momento che lo aveva sempre considerato come un fratello, al punto di assumerlo come insegnante nel liceo che dirigeva. Altre volte, cercando comunque di nasconderlo a se stesso, si era trattenuto un po’ troppo nella toilette di Porta Nuova sperando d’incontrare qualcuno predisposto a capirlo e altre volte, senza sapere realmente il perché, si era soffermato a guardare insistentemente qualche bel ragazzo a passeggio; ma in realtà non vi era mai stato qualcosa che avesse letteralmente smantellato quella sua falsa apparenza. Così, si era sempre lasciato portare dall’onda del momento, dalle amicizie femminili che si era trovato per caso lungo il suo percorso e non aveva mai voluto fermarsi veramente a capire. Quindi Murad, in un certo qual senso, col fatto che l’aveva aiutato a tirarsi su dalla caduta lo aveva capito, sorretto, compreso nella sua solitudine. Quel giovane extracomunitario gli dava fiducia: al punto di cominciare a farsi dei veri e propri castelli in aria senza più fare caso a quello che il magrebino diceva.Vedeva la bocca del giovane muoversi e pronunciare qualcosa, ma egli non sentiva e pensava invece di andare con lui, magari nello stesso prossimo fine settimana, a fare una gita verso Bardonecchia, sulle montagne. Oppure nei paesini delle Langhe, a pranzo magari. Ma certo! Avrebbe potuto prendere la macchina e insieme sarebbero potuti andati a pranzo fuori. Fare una breve capatina a Stupinigi, per fargli visitare il palazzo della caccia o a Rivoli, e poi si sarebbero lasciati portare dal caso, dall’istinto. In realtà, all’infuori del suo caro amico Norberto, chi veramente l’aveva rialzato da terra come quel magrebino aveva fatto? Sua madre? Suo padre? Qualche passante, per caso? No! Non c’era stato nessuno. Si era lasciato traghettare dalle sue paure, senza mai poter debellare la forza negativa che circondava la sua insulsa vita. Quindi, decise di stare al gioco. Scelse di fare una mano di poker col destino e s’accorse che l’istinto lo stava spingendo a passeggiare con Murad. In attesa che il suo io, una volta per tutte, si decidesse a percorrere una strada consona alla sua vera natura; senza rifugiarsi, per l’ennesima volta, in quel falso equilibrio che lo aveva accompagnato in tutti questi anni e che lo aveva fatto sempre travestire con costumi non suoi, che non si erano mai adagiati veramente su quel suo ampio corpo d’eroe dal cuore impaurito. In prossimità di piazza Castello s’accorse che le loro membra si erano come alleate. Le braccia e le gambe restavano vicine tra loro e non si lasciavano portare da ritmi diversi delle rispettive andature. Erano diventati come un’unica persona che percorre tranquillamente il tratto finale di via Roma, sapendo di andare in un posto dove si troverà a suo agio. Riuscirono ad essere uguali nel passo anche quando Murad lasciò cadere l’argomento sul terrorismo. “A noi, in questa città, vedono tutti come terroristi e spacciatori. Noi capire paura, ma non tutti islamici colpevoli. Capire?” “Certo! Ne sono convinto di questo, ma la gente per natura è diffidente.” Carlo notò una leggera ombra sul volto del giovane e capì che quella situazione di vita precaria, a cui il giovane era sollecitato, non veniva per niente facilitata dalla situazione internazionale e dalla diffidenza che stava vivendo il mondo occidentale nei riguardi dei mussulmani. Bisognava fare qualcosa? Ma cosa? Come l’avrebbe potuto aiutare? Forse non c’era molto da fare, bisognava solamente lasciarsi portare dal passeggio, in attesa che avrebbero potuto consumare questa tanta agognata cioccolata e così, fare ancora più conoscenza seduti al tavolino di un cafè. E cosa cazzo importava se avrebbe quasi sicuramente perso il locale delle 18? Ci sarebbero stati tanti altri locali per il ritorno a casa. Ora, sentiva solamente di salire su quel treno rapido che viaggiava in senso opposto a Moncalieri e che, chi sa dove l’avrebbe portato.

Erano ormai prossimi a piazza Castello e anche in quel tratto finale di via Roma s’accorsero che il loro passeggio era oggetto di ripetuti sguardi indagatori da parte dei passanti. Venivano come morsi da improvvise folate di vento che soppesavano, nell’arco di brevissimi istanti, il loro stare insieme. “Che ci fa un distinto signore, a passeggio per via Roma con un extracomunitario di dubbia provenienza? Cosa c’è tra di loro? In che posto losco si staranno dirigendo?” E proprio dinanzi l’ingresso del posto pubblico dei telefoni, dall’altra parte della strada, tre giovinastri dalla presenza piuttosto atletica, vedendoli passeggiare, si lasciarono andare in risate alquanto grottesche e allusive. Sembrava che tra di loro commentassero qualcosa di estremamente volgare che certamente era riferito a Carlo e al suo accompagnatore, e a quel modo di passeggiare così equivoco che essi avevano tranquillamente deciso di adottare. Sia Murad che Carlo fecero finta di niente. Pur captando quelle allusioni provenienti dall’altro lato di via Roma, preferirono lasciar cadere la cosa; senza lasciarsi andare a qualsiasi tipo di commento e forse per un pudore che li accomunava. Poi, quando entrarono in piazza Castello furono entrambi un po’ più sicuri. E’ probabile che l’ampiezza del luogo li faceva sentire protetti e quindi tornarono alcuni barlumi di buon umore. Si diressero rapidamente verso via Po e la imboccarono dal lato del palazzo dell’Università. Il tunisino tornò a sorridere e a gonfiare le sue gote ambrate, rassicurando Carlo che presto sarebbero giunti nel bar di via Montebello. Ma quando s’accorsero che il locale era chiuso per riposo settimanale, accusarono un po’ di sconfitta. Venne a mancare ad entrambi quell’isola in cui avrebbero potuto approdare, comodamente nascosti dal resto dell’umanità. Così, in una pausa di sorrisi e silenzi, si lasciarono rapire dalla sommità della Mole e da qualche frase di circostanza per rompere l’inaspettato imbarazzo. “E’ stata anche sinagoga, sapevi tu?” Il professore si lasciò portare dal sorriso del giovane, sembrava che in quell’istante lo stesse simpaticamente sfidando sulla storia della città: come se ironicamente gli stesse dicendo che sapeva molte più cose di lui, su Torino. Erano diventati un po’ padre e figlio, un po’ vecchio e giovane, e a Carlo tutto ciò divertiva; gli dava un senso di libertà e divertimento che aveva ormai un po’ dimenticato. Quando poi lo vide improvvisamente deambulare come un bambino assalito da una inaspettata voglia di fare pipì, si sentì estremamente felice. Ritrovò un senso di pace che non aveva più sperato di trovare e restò felicemente ad aspettarlo, mentre il ragazzo si era rapidamente nascosto dietro un muretto poco distante, per urinare tranquillamente senza l’assillo di qualche passante. Non importava che la loro isola era scomparsa, avrebbero potuto approdare in qualsiasi altro arcipelago per trovarne una che fosse adatta alle loro aspettative. Molto probabilmente, attraversando il ponte Vittorio Emanuele I e lasciandosi alle spalle piazza Vittorio Veneto, si sarebbero incamminati lungo il Po e sicuramente un centro di gravità permanente li avrebbe inoltrati in quello che forse i loro istinti stavano silenziosamente desiderando. Dopo alcuni istanti di silenzio, in cui Carlo riusciva facilmente a percepire il rumore della pipì di Murad che cadeva sul muro, vi furono delle grida improvvise e un rumore di corpi che lottano. L’uomo si avvicinò velocemente verso il trambusto e s’accorse che tre giovani coperti da passamontagna stavano picchiando malamente il tunisino. Erano pugni durissimi e calci crudeli che piegavano il giovane in contorsioni dolorose. Rotolava per terra come un barattolo inoffensivo, mentre i tre inveivano contro di lui gridandogli in faccia: “Frocio di merda! Tu e il tuo compare! Dove si è nascosto quella vecchia puttana? Avete già consumato?” Il professore restò interdetto per pochissimi secondi, ma riuscì d’istinto a defilarsi dietro un auto parcheggiata, per non farsi vedere. Intanto la crudeltà continuava a briglie sciolte: “Pezzo di merda! Non ci bastavano i froci delle nostre parti, ora ci volevano anche le puttane straniere. Allora, c’è lo dici dov’è il tuo fidanzato?” Carlo avrebbe potuto fare qualcosa, ma perché

non interveniva? “Si può sapere quanto ti ha pagato, stronzo?” E via con i calci e i pugni al costato. “Ti sei innamorato, per caso?” Ma l’extracomunitario non si lasciava intimidire, teneva ben chiusa la bocca e attraverso le mani che aveva sul viso per proteggersi dai colpi dei tre, cercava di vedere se Carlo si fosse messo in salvo o se magari era scappato per chiedere aiuto. L’uomo, invece, era come interdetto: si era accovacciato dietro quella macchina e si lasciava bombardare da quelle orrende accuse che i tre inveivano contro Murad. Ma perché non cacciava il suo cellulare che non usava mai (perché chiamava soltanto Norberto) e non avvisava subito la polizia? Però occorreva che si ricordasse le cifre del pin e purtroppo non le conosceva a memoria. Era troppo complicato cacciare dalla tasca il foglietto, dove erano trascritte le quattro cifre del pin, digitarle sulla tastiera del telefonino e agire di conseguenza. Il rumore dei tasti avrebbe

potuto attirare l‘attenzione, allora sarebbe stato meglio farlo a voce o addirittura intervenire. Del resto, aveva ancora un fisico asciutto e con un po’ di fortuna li avrebbe messi in fuga. No! Forse era meglio raggiungere la vicina via Po e dare l’allarme. Allora? Perché non lo faceva? Cazzo! Per quale motivo non l’aveva fatto? Cosa conta adesso ripensare a tutto quello che ha visto prima e dopo le 18? Ora purtroppo, non conta più niente. Ha lasciato Murad sul selciato ed è scappato senza aiutarlo. Ha avuto paura che fosse stato coinvolto in qualcosa di losco. Che sarebbe stato pestato da tre teppisti e il giorno dopo avrebbe dovuto dar conto a tutti quelli che gli avessero chiesto delle escoriazioni sul viso. O peggio ancora, sarebbe stato stampato il suo nome su qualche trafiletto di cronaca nera: “Un professore d’italiano C. B. di cinquantotto anni, residente in Moncalieri, è stato pestato da tre cacciatori di omosessuali, in prossimità della Mole Antonelliana.” Oppure la polizia, chiamata da qualche passante, sarebbe accorsa per intervenire e allora avrebbe dovuto davvero dare le sue generalità. Anche stavolta è scappato. Ha temuto che forse, quelle affermazioni dei tre teppisti fossero realmente vere e che lui si fosse troppo inoltrato in quella parte di se che mantiene segretamente nascosta da molto tempo. Ha lasciato quel giovane per terra a farsi picchiare e ha pensato di scappare, per paura di accettare veramente se stesso. E si rende conto benissimo che non è servito a niente ripensare a tutto, mentre sta per salire sul locale che lo riporta a Moncalieri, come un’ultima opportunità che ha voluto regalarsi per cercare di scusare se stesso di quello che ha commesso. Continua comunque a sentirsi colpevole e l’idea di percorrere il tratto per Moncalieri, illuminato da quelle tediose luci chiarissime che bruciano l’ambiente dei vagoni del treno, gli strozza la gola. Dov’è finito Murad? Ora, dove starà sanguinando? Volge per l’ultima volta uno sguardo alla hall della stazione, prima di salire sul treno. Forse spera che qualcuno lo illumini, che lo informi sulle sorti del ragazzo.

!

V

AIUTATI CHE DIO TI AIUTA

Pinarella di Cervia 7/11/2004

A Nino.

Amico mio spero che, dall’ultima telefonata che abbiamo avuto, le tue cose si sono un po’ tranquillizzate; ad ogni modo, come stai? Perché non mi scrivi subito una lettera per farmi sapere bene tutte le svolte della tua vita privata? Ti lascerò anche il mio nuovo indirizzo:

dove, se vorrai, potrai inviarmi una eventuale risposta a ciò che sto per dirti. Ma partiamo con ordine: qualche settimana fa sono tornato a Napoli con mia moglie, per fare una visita ai miei familiari e mentre attraversavamo via dei Tribunali per raggiungere piazza Dante, ho incontrato tua sorella Rusella con due suoi figlioli, e mi ha parlato di te. Le notizie non sono state confortanti; ho saputo che a Melbourne, nella ditta di caffé dove lavoravi, hanno licenziato diverse persone e purtroppo tu sei una di queste, che questo tentativo di commercio floreale che avevi avviato con un altro italiano è finito malissimo e

che quindi, ti sei ritrovato senza lavoro. Inoltre, ho saputo che sei stato costretto a separarti

da tua moglie perché le cose non andavano più bene e che ora non sai cosa fare; se tornare o

no a Napoli. In questo periodo, nella nostra città, le cose sono più dure del solito. Le

condizioni generali sono peggiorate in maniera esponenziale e inoltre, è in corso una violenta lotta tra nuove famiglie che sta causando molti morti ammazzati nelle file dei vari affiliati. Sembra che i signori di Scampia sono molto agguerriti e non credo che le cose troveranno facilmente un giusto corso a breve termine. Prevedo una lunga guerriglia urbana e quindi ti sconsiglio di tornare nella nostra città, almeno per ora. Ma posso proporti qualcosa che forse potrà interessarti (e parlo anche a nome di Enzo), dal momento che da circa un anno, con mia moglie Maria, siamo titolari di una trattoria-pizzeria a Pinarella di Cervia: un ridente paesino a quattro passi da Rimini. Non so

se tu ricordi che Maria è proprio di Rimini, dove io la conobbi qualche anno fa; mentre ero in

viaggio con mio zio Alberto che mi aveva pregato di accompagnarlo con il suo camion: in quel viaggio d’esportazione di pomodori e pelati verso la riviera romagnola. Bene, dopo qualche vicissitudine napoletana, decidemmo di sposarci; anche perché Maria aspettava il nostro Rodolfo e tentammo un piccolo commercio di frutta e verdura, proprio a Napoli, dalle parti

di Montesanto, precisamente in via Porta Medina, ossia nel marciapiede opposto all’ingresso

dell’ospedale dei Pellegrini che tu ben ricordi (perché da piccolo fosti portato da noi due, piccoli come te, al pronto soccorso del suddetto ospedale; in quanto avevi ingerito, per sfida con Enzo, una moneta da 50 lire che poi cacasti alcune ore dopo senza alcun problema, dalle parti del conservatorio di San Pietro a Maiella), ma le cose non andarono come dovevano e presto dovemmo chiudere. In quel periodo, io ed Enzo, eravamo tornati a frequentarci come ai vecchi tempi e mancavi solo tu all’appello; chissà in quale parte di Melbourne occupato a parlare. Così, cominciammo a fare coppia un po’ per farci coraggio e un po’ per sbarcare il lunario; alternando lavori saltuari ad un po’ di contrabbando di sigarette, dal momento che anche Enzo era senza lavoro. Poi accadde la svolta che ora comincerò a raccontarti; ricordandoti che, come tu ben sai, io ho sempre avuto la passione per la scrittura e ho grande rammarico per non aver mai completato gli studi a Napoli, presso la facoltà di lettere dell’Università Federico II a cui ero iscritto. Quindi, cercherò di essere quanto più chiaro e sintetico possibile raccontandoti, per filo e per segno, tutto quello che circa un anno fa accadde ad

Enzo, e che poi avrebbe risolto alla grande tutti i miei problemi e presumo che potrebbe risolvere anche i tuoi. Ora, fai bene attenzione: leggi questa lettera come fosse un racconto breve, una piccola

avventura di vita che forse potrà essere utile anche alla tua causa, con la speranza di rivedere ancora una volta unito il nostro trio… Mi piacerebbe intitolare questo racconto con una frase di buon auspicio: il ritorno del trio, per esempio.Ad ogni modo: questa è la storia.

Se tu ben ricordi, la fidanzata storica di Enzo era una ragazza molto carina di piazza

Carolina (vicino la Prefettura), figlia di un capostazione delle ferrovie dello stato. Una margherita dagli occhi celesti e dai capelli biondi che aveva fatto impazzire d’amore il nostro comune amico. Ora, le cose erano andate alla grande per alcuni anni (tu eri già partito per l’Australia) e si parlava perfino di matrimonio. Enzo aveva cercato un lavoro mettendoci tutto il suo impegno (si fa per dire), ma questa manna dal cielo non era mai arrivata. Così, si era incrinato un po’ il rapporto e in un viaggio che la ragazza (non ti ho ancora detto come si chiama; si chiama Rosa Catapano) fece a Milano con una sua cugina per non so quale scopo familiare, conobbe in un locale un certo Marcello P. Ah! Dimenticavo: l’abbiamo sempre chiamato così, perché il cognome è troppo lungo e non c’è lo siamo mai ricordato bene. Al ritorno da questo viaggio di carattere familiare, Rosa Catapano era diventata un’altra persona. Enzo ha sempre detto che dopo quel viaggio non aveva più ritrovato la sua Rosa e le cose si erano davvero complicate. Indagando con l’aiuto di Rossana Paliano (te la ricordi, eh?), venimmo a sapere che Rosa Catapano si era innamorata perdutamente di questo Marcello P., costringendo il nostro amico fraterno, Enzo Busiello, alla resa senza condizioni. In pratica, il loro amore finì improvvisamente in bolle di sapone e a pagarne le conseguenze più pesanti fu proprio Enzo. In effetti, il colpo di grazia l’ebbe quando venne a sapere, direttamente dalla bocca di Rosa Catapano, che lei si era innamorata di questo famigerato Marcello P. , che volevano sposarsi appena possibile e che sarebbero andati presto a vivere nel paese di lui (Bergamo); dove, per altro, era proprietario di un’avviata ditta di mobili con numerosi dipendenti. Enzo non fu più nei suo panni e cominciò a covare dentro di se una tremenda vendetta. Inoltre venne a sapere, sempre da Rossana Paliano (te lo ricordi il culo che aveva, eh?), che il tal Marcello P. era un antimeridionale convinto e sostenitore della tesi che dalle nostre parti non c’è molta voglia di lavorare. E siccome fu spalleggiato dalle consenzienti dichiarazioni di Rosa Catapano, questo stronzo cominciò a spifferarlo in ogni angolo di Napoli in cui passava con la sua bella. Quindi, Enzo trovò un’ulteriore scusa per potersi vendicare e devo dire che incontrò molti alleati in questa contesa. Per quanto mi riguarda, gli restai vicino fino agli ultimi momenti e collaborai con lui in ogni minimo particolare, senza tralasciare nessuna circostanza al caso e per preparare nel migliore dei modi la vendetta che il nostro amico voleva attuare senza nessun ripensamento. Ad un certo punto della storia d’amore (siamo sicuri che era amore?) tra la bella Catapano e Marcello P., si decise la data delle nozze. Da fare a settembre, rigorosamente a

Napoli nella chiesa di San Ferdinando in piazza Trieste e Trento, con tutti gli invitati del nord, nella più tradizionale pompa magna che si addice in questi casi e con la sposa vestita di bianco e lo sposo in un rigoroso tweed piuttosto leggero, dato che era estate, ma di un elegantissimo color fumo di Londra. Chiaramente tutto pagato dall’imprenditore del nord, con un sacco d’invitati, foto, ristorante lussuosissimo sulla costiera amalfitana e viaggio di nozze finale in Patagonia: nella Terra del Fuoco. Ma invece il fuoco Enzo Busiello c’è l’aveva nelle viscere, e cominciò a preparare la resistenza.

Ci mettemmo a lavorare sotto banco, nella più totale clandestinità, con l’intento di

creare nel giorno delle loro nozze: 28 settembre del 2002, una specie di rivolta popolare, qualcosa che avrebbe cambiato il corso delle cose e che mi avrebbe (come poi potrai constatare durante il racconto) portato tantissimo. Caro Nino mi stai ascoltando attentamente? Perché adesso, come ti dicevo, sta per cominciare la vera storia che voglio

raccontarti e che, se solo decidessi di venire qui da noi ( non mi far ripetere sempre le stesse cose ), potrà anche a te risolvere la vita come lo ha fatto a tutti noi. Intesi? Le nozze erano state programmate, come ho già detto, per il 28 di settembre nella chiesa di San Ferdinando in piazza Trieste e Trento. La cerimonia avrebbe avuto inizio alle ore 10 in punto e la coppia, travolta da una fitta pioggia di riso ben augurante e da petali di fiori variopinti scagliati come d’abitudine dalle rispettive famiglie, si sarebbe apprestata a percorrere verso le 11 e 05 (a cerimonia religiosa conclusa) un percorso romantico nella carrozzella di don Achille Buondonno: pluridecorato cocchiere della vicina piazza Municipio e intimo amico dello zio di Rosa Catapano. La carrozzella di don Achille con i due sposini e il fotografo avrebbe percorso tutta via Chiaia, via Santa Caterina fino a piazza dei Martiri, dopodichè via Calabrito, per arrivare in fine a piazza Vittorio praticamente all’ingresso della Villa Comunale; lì, il fotografo avrebbe scattato qualche foto nei pressi della fontanella centrale o all’altezza del monumento ad Armando Diaz: facendo, con molta probabilità, qualche capatina sulla Caracciolo, per avere nello sfondo il porticciolo di Mergellina oppure il Castel dell’Ovo in lontananza, tra i due sposini in posa romantica. E tutto questo si sarebbe svolto mentre i familiari e gli invitati avrebbero raggiunto la costiera amalfitana; per consumare il pranzo nuziale (previsto per le ore 13 e 15) nel ristorante “Mare Verde”:

lussuosissima costruzione nella roccia (nefandezza paesaggistica) a picco sul mare di Positano, dove gli sposini, a foto concluse, si sarebbero recati con una elegantissima Volvo blu, con autista al seguito e fotografo compreso. Don Achille Buondonno sarebbe stato pagato profumatamente da Marcello P., per questa passeggiata in carrozza e l’avrebbe fatto anche con un certo trasporto affettivo; in quanto aveva visto crescere la nostra Rosa Catapano. Ma le cose non andarono così. Ora, va detto che in piazza Municipio, dove faceva servizio Don Achille Buondonno con la sua carrozzella, vi era anche Alfredo Capone: un giovane cocchiere dall’aria paciosa e facilmente corruttibile. Bastava solamente agire sottobanco, pagandogli l’incomodo, e tutto sarebbe andato per il verso giusto. In più, se il boicottaggio fosse stato organizzato alla grande, questo tale Alfredo Capone, oltre alla paga ricevuta dal nostro Enzo Busiello, avrebbe potuto benissimo usufruire della quota che Don Achille Buondonno gli avrebbe passato per portare gli sposini all’ingresso della Villa Comunale; se il cavallo del suddetto Don Achille fosse stato azzoppato, per ragioni misteriose, il giorno prima delle nozze. Nel percorso che Alfredo Capone avrebbe fatto con gli sposini e il fotografo, si sarebbe nascosto l’imprevisto preparato da Enzo e così si sarebbe potuto vendicare alla grande. Bisognava, quindi, trovare il modo per arrivare ad Alfredo Capone, cercare qualcuno che gli proponesse l’affare, pagando il dovuto s’intende, ed Enzo decise di passare all’azione. In effetti, io non avevo ancora capito cosa avesse realmente in mente Busiello, ma decisi di stargli vicino perché mi sembrava molto determinato e al tempo stesso molto solo in quella situazione. Cominciai a pensare che Enzo aveva in mente delle cattive intenzioni e avevo cercato, non ti nascondo, di farlo ragionare, di non alimentare questa sua sofferente vendetta. Che cosa aveva in mente Busiello, in questo tragitto che la carrozzella di Alfredo Capone, con gli sposini e il fotografo, doveva fare al posto di Don Achille Buodonno che sarebbe stato certamente elemento incorruttibile perché amico intimo dello zio della sposa? Le cose ebbero una seria svolta la notte prima delle nozze, quando Enzo ricevette la notizia che tutto poteva svolgersi senza intoppo; da un certo Ciccio Gentile (amico di Alfredo Capone), infermiere professionale al pronto soccorso dell’ospedale dei Pellegrini in zona Montesanto. Io t’assicuro che non avevo ancora capito niente. Quella notte Enzo era nervosissimo e quando gli chiesi esplicitamente perché eravamo andati a quell’ora tarda in piazzetta Olivella (dove c’è l’ingresso della metropolitana: fermata Montesanto), lui, scorbuticamente, mi rispose di fare silenzio e che nessuno mi aveva obbligato a seguirlo, che se volevo, in quel momento, i nostri destini si potevano separare e che, se volevo restare ad

aspettare con lui questi tizi che gli dovevano dare una dritta, sarebbe stato meglio che io avessi fatto silenzio di tomba, perché lui voleva pensare. La notte di Napoli, in quel momento, sembrava una scena di Shakespeare. Io certamente ero Orazio: l’amico paziente, colui che capiva le ragioni della follia di Amleto, ma comunque restando in allarme perché temeva la grandezza degli eventi che potevano svilupparsi, se il suo amico si fosse messo a sobillare il destino. Lo sfondo notturno di quella zona di Napoli mi dava un’ansia pazzesca, mi faceva sentire una specie di carbonaro che stava preparando un moto, una rivolta notturna in collaborazione con questo suo collega tanto enigmatico e al tempo stesso molto determinato. Decisi di passare gli istanti fumando qualche sigaretta, in attesa che la notte mi aiutasse a capire chi stava aspettando il mio amico. E infatti, dopo pochissimi istanti, vidi sbucare un’autoambulanza dal vicolo 1° Montesanto, proveniente sicuramente da via Ventaglieri. L’ambulanza si era intrufolata tra i vicoletti della piazzetta Olivella senza tener conto dei vari divieti. Non aveva la sirena accesa, ma lampeggiava vorticosamente; in più, sembrava diretta con una certa urgenza verso il pronto soccorso vicino dell’ospedale dei Pellegrini. L’uomo che stava al volante era un tipo abbastanza in carne. Non riuscivo a intravedergli il viso, vedevo solo una grossa massa di carne raggomitolata dentro un camice bianco. Le spalle sembravano comprimere il tetto dell’abitacolo ed erano tanto grandi che sfioravano l’angolatura sinistra dello specchietto retrovisore. L’autista ciccione fece un cenno d’intesa con Enzo e vidi che il nostro amico si diresse rapidamente verso la porta posteriore dell’ambulanza, dove di solito escono i malati con la barella. Lo seguii spostandomi velocemente e restando comunque a distanza, per paura di una eventuale apparizione inattesa. La porta si aprì e vidi tre tizi in camice bianco seduti sui sedili laterali al lettino, su cui vi era un pacchetto abbondante, della stessa larghezza di un vassoio familiare e dall’altezza simile ad una scatola di cartone per calzature. E sia a me che ad Enzo, nel viso ci raggiunse un odore profumatissimo di basilico: l’aroma inconfondibile di pasta cotta nel forno a legna, profumo di acciughe, olive, mozzarella bollente e l’accenno di qualche crocchetta di patate. L’ambulanza lampeggiava freneticamente. Doveva raggiungere al più presto via Porta Medina dove c’è l’ingresso del pronto soccorso dell’ospedale dei Pellegrini, e non certamente per portare un malato o un ferito grave, ma bensì per portare delle pizze appena sfornate. Dimodoché, quella banda di infermieri affamati avrebbero potuto banchettare durante la durata del turno notturno nei locali del pronto soccorso. Il primo a parlare fu uno dei tre, quello più prossimo alla porta, che poi appurai fosse Ciccio Gentile e con tono di chi ha da fare e vuole sbrigarsi disse:

“Il cavallo di Don Achille è stato azzoppato. Alfredo Capone è pronto. I soldi devono essere contanti e di taglio basso. Devi pagare in anticipo. Domattina alle 8 e 30, davanti al bar Maresca, troverai Alfredo Capone.” “E dove sta il bar Maresca?” Rispose Enzo. “Ma come dove sta? Sei di Napoli o di Domodossola? Sta a via Medina, all’altezza della chiesa di Santa Maria dell’Incoronata.” “Ah! Si, si, adesso mi ricordo.” “Ecco, appunto. Lì, ti dicevo, troverai Alfredo Capone. Dai tutti i soldi a lui e mischiali in una busta di plastica, quella per la spesa, piena di carote: le carote sono per il cavallo di Alfredo, facciamo due chili e mezzo, va bene? Ah! La busta deve essere scuretta, non bianca, diciamo azzurrina; così non si vedono i soldi, hai capito?” “Si.” “Sia ben chiaro, se Alfredo non trova tutta la somma, l’affare va a monte e perdi pure i soldi. Hai capito?” “Si.”

“L’arma c’è l’avrà Alfredo nel secchio dietro la carrozzella. All’ora in punto, un tizio di nostra conoscenza, una persona fidata di Pozzuoli, farà quello che deve. Ci siamo spiegati?” “Si, certo.” “Te la ricordi la somma che devi lasciare a Capone?” “Come no! Mi ricordo benissimo.” “E allora, buona notte!” La porta dell’ambulanza si chiuse mentre Enzo accennò, timidamente, un buon appetito. Vidi il veicolo lampeggiare e allontanarsi rapidamente nel vicoletto che dalla piazzetta Olivella andava verso la stazione Cumana di Montesanto. Le strade erano totalmente deserte, la notte cominciava a parlare di sonno e Napoli ci guardava dai palazzi un po’ trasandati, come se fosse una donna invecchiata ma ancora molto piacente. E forse, questa stessa atmosfera notturna che la nostra città ci stava regalando, mi permise di affrontare il nostro amico con l’impeto di chi non vuole fargli commettere qualcosa di cui si sarebbe pentito per tutta la vita:

“Ma che cazzo hai in testa? L’arma? Ma tu sei pazzo?” “E lasciami stare. Da questo momento in poi forse è meglio che non ci frequentiamo più. Lasciami perdere, è meglio per te.” Si allontanò velocemente verso i vicoli alle spalle della piazzetta Olivella; probabilmente per raggiungere via Ventagliere, percorrere i vicoli a nord in direzione Salvator Rosa e poi tagliare per largo Tarsia fino a scendere in piazza Dante e quindi in via Port’Alba, dove viveva con i suoi familiari come tu ben ricordi. Mi lasciò dinanzi l’ingresso della metropolitana di Montesanto, ormai chiusa a quell’ora, senza sapere che fare, quale direzione imboccare per raggiungere casa. Non riuscivo ad accettare che si era parlato di un’arma, un ipotetico ferro che qualcuno avrebbe estratto dal secchio appeso dietro la carrozzella di Alfredo Capone e l’avrebbe azionato a bruciapelo verso un corpo. Della sposa? Dello sposo? Un colpo esploso, due, forse una sparatoria in pieno centro da fare invidia a qualsiasi regolamento di conti che la nostra città è abituata a sopportare. E tutto ciò mi faceva pensare male. In effetti Enzo Busiello era mio amico, ma si stava infilando in un terreno poco praticabile. Diveniva mandante di un omicidio. Si sarebbe tirato addosso tutta l’esosità di quel tale Ciccio Gentile, certamente un soggetto poco raccomandabile, e in più, tutta la corruzione di Alfredo Capone. Non riuscivo ad immaginare il nostro amico in buone acque; lo vedevo in un temporale infernale, e tutto questo solo per una povera stronza che gli aveva rapito il cuore e che lo aveva lasciato da solo. Sentivo che non potevo aiutarlo; il suo forte orgoglio era stato colpito crudelmente da Rosa Catapano e non riuscivo a pensare come si potesse fermare quella mattanza nuziale che si sarebbe consumata il giorno dopo. Allora, mi convinsi che forse sarebbe stato meglio starne fuori, allontanarsi da Napoli nell’indomani stesso. Ma se la polizia avesse indagato dopo la mattanza? Se putacaso la “madame” avesse scoperto che la morta (Rosa Catapano) era stata fidanzata per molto tempo con un certo Enzo Busiello e che questo era mio amico? Saremmo stati sicuramente interrogati e non so se avrei potuto reggere fino in fondo. Avrei spifferato tutto, dopo ore di interrogatorio, sull’incontro avvenuto la notte prima della mattanza con l’ambulanza piena di pizze, in cui si era parlato di un’arma e di un cavallo azzoppato. Allora dovevo scappare? Oppure dovevo cercare di convincere Enzo a non fare quella sciocchezza? E se avessi raggiunto il primo posto di polizia? Alla questura di via Medina, per esempio, e gli avessi raccontato per filo e per segno tutto quello che sarebbe dovuto accadere il giorno dopo; facendo il nome di Enzo, s’intende, per farlo subito fermare e non farlo andare all’appuntamento con Alfredo Capone alle 8 e 30 del mattino seguente dinanzi al bar Maresca, nella stessa via Medina. Ma sarei stato senza dubbio una spia, e poi avrei dovuto dire anche del tal Ciccio Gentile e sapevo che con quel tipo non si doveva scherzare troppo.

Decisi quindi di raggiungere casa al più presto; e all’indomani mi sarei svegliato di buon ora per andare da Enzo e per convincerlo a non fare nessuna sciocchezza. Ma quella notte non riuscii a chiudere gli occhi regolarmente. Fui assillato da sogni terribili che mi obbligarono a svegliarmi diverse volte di soprassalto.Verso le 7 del mattino (ora in cui avevo deciso di svegliarmi per correre da Enzo e scongiurarlo di non fare sciocchezze) caddi, malauguratamente, in un sonno profondo. Non tenni conto della sveglia che suonò all’ora

prestabilita, schiacciai il pulsante dell’orologio e mi rimisi a dormire come un fesso. Poi, nel sonno, sentii una voce che mi disse:

“Pasquale svegliati, altrimenti Enzo è fottuto.”

E saltando giù dal letto mi accorsi che ormai erano le 11 e 18: a quell’ora Rosa

Catapano e l’imprenditore del nord avevano sicuramente già ricevuto la pioggia di riso e petali di fiori, si erano diretti senza alcun dubbio (con la carrozzella di Alfredo Capone e

fotografo a seguito) verso il percorso che li avrebbe portati dritti alla Villa Comunale, e forse l’agguato previsto sarebbe già stato consumato. Allora non mi restava che uscire rapidamente da casa, raggiungere col motorino, nel più breve tempo possibile, la zona nevralgica e sperare che il grilletto dell’arma non fosse stato ancora azionato. Così, uscii rapidamente dal vicolo Bagnara col motorino e senza casco. Mi lasciai presto alle spalle il civico 27 (dove abitavo con i miei) e imboccai via Toledo. Ora, per fare presto non avevo fatto colazione e devi sapere che quando non faccio colazione, dopo pochi minuti, mi prende una nausea allucinante. Avrei potuto benissimo fermarmi alcuni minuti al bar di Ciro in piazza Dante, del resto era proprio

di fronte a me, ma la statua del sommo poeta (Nino, il sommo poeta è Dante Alighieri), come

del resto tutto il circondario della piazza, era imbrattata dalla cacca e dalla pipì dei piccioni

che avevano passato la notte nel luogo; e quell’odore di escrementi notturni che mi flagellava

lo stomaco (come ogni mattina) fino alla chiesa di San Michele a Port’Alba, mi fece partire

qualche accenno di vomito. Così, dalla disperazione per la nausea e dalla preoccupazione martellante che ero tragicamente in ritardo, non pensai più alla colazione che Ciro mi avrebbe servito e mi lanciai in una corsa sfrenata a bordo del mio motorino. Scesi

rapidamente per via Toledo e il vento mi frizionò il viso (dal momento che non indossavo il casco), permettendomi un risveglio immediato: paragonandolo quasi all’effetto piacevole che

si ottiene dopo un buon caffè mattutino. Percorsi un buon tratto di via Toledo a velocità sostenuta, senza tener conto di qualche

senso vietato e della volante che era ferma all’angolo con via Armando Diaz dove inizia il percorso pedonale. Vidi uno dei due agenti fermi in macchina che mi lanciò una specie di sguardo indagatore e, senza pensarci due volte, imboccai via Concezione a Monte Calvario:

mi trovavo nel cuore dei Quartieri Spagnoli e qui sapevo che dovevo filare dritto. Non

importava se percorrevo qualche senso vietato o tagliavo qualche vicolo in senso contrario; nessuno ci avrebbe fatto caso, dal momento che era abitudine vigente a tutti gli effetti, ma dovevo avere un comportamento rigorosamente controllato. Prima di tutto, l’assenza del casco nei Quartieri (come tu ben sai) è ormai d’obbligo. Tutti devono vederti nel viso,

altrimenti qualcuno può scambiarti per un presunto killer e lasciarti sul selciato senza vita. Poi, non dovevo correre troppo ma lasciarmi un po’guidare dai vicoli e dalle direzioni delle stradine che portano fino alla chiesa della Trinità degli Spagnoli. Infatti, presto giunsi in piazzetta Concordia (al lato della suddetta chiesa), dove mio cugino Saverio possiede un banco di frutta e verdura, e gli lasciai il motorino dicendogli che presto sarei venuto a riprenderlo.Volevo proseguire a piedi perché ero ormai giunto in prossimità di via Chiaia:

dove forse la carrozzella di Alfredo Capone, con gli sposini e il fotografo, era prossima a passare; sempre sperando che il grilletto non fosse stato ancora azionato. Ero un po’ imbambolato: non sapevo in effetti se stessi facendo la cosa giusta.

In realtà eravamo in pochi a sapere di quell’agguato che stava per accadere (o ahimé

era già stato consumato) e mi sentivo molto colpevole per non aver fatto niente la notte

precedente. Per non aver agito dopo che Ciccio Gentile aveva chiuso la porta dell’ambulanza piena di pizze, lasciando Enzo Busiello e me a litigare su quel piano omicida che sarebbe stato attuato il giorno dopo. Mi rivedevo sbraitare con Enzo in piazzetta Olivella, nello stesso modo in cui due tizi sbraitavano, in quel preciso momento, all’angolo di piazzetta Concordia con via Conte di Mola. Erano due tipi corpulenti dalle barbe poco rasate che parlavano animatamente e a voce sostenuta, di un tavolo vecchio ed elegante, di forma rettangolare, con qualche tarlo sparso qua e là e dal colore marrone scuro. Il pezzo di antiquariato (ho i miei dubbi che lo fosse) era posto al contrario, sul tetto di una Fiat Punto molto sgangherata. Uno dei due (quello che ritengo fosse il padrone del tavolo) cercava di convincere l’altro che il pezzo era molto elegante, che veniva da lontano e che non l’avrebbe mai venduto ad un prezzo inferiore a quello pattuito telefonicamente. Ma come era possibile che io mi lasciassi distrarre così facilmente da due tizi e dalle loro discussioni inerenti alla vendita e all’acquisto di un tavolo capovolto sul tetto di una Punto, mentre il mio amico, Enzo Busiello, stava per diventare mandante di una clamorosa mattanza nuziale? Scossi mentalmente il pensiero, ritornando a ciò che forse stava tragicamente consumandosi lungo via Chiaia e senza perdere ulteriormente del tempo cominciai a correre, percorrendo una parte di via Conte di Mola, scendendo velocemente per via Cedronio e poi giù in fondo fino a via Nicotera. Da quel punto dei Quartieri Spagnoli cominciai a vedere via Chiaia e il brulichio di persone che l’attraversavano. Vedevo, da via Nicotera, che le persone passeggiavano ignare, in quella zona pedonale piena di negozi e vetrine alla moda, di quello che sarebbe accaduto di lì a poco o di quello che si era appena consumato: se il killer in questione avesse già usato un’arma posta nel secchio dietro la carrozzella di Alfredo Capone. Gli ultimi metri che percorsi correndo prima di entrare in via Chiaia furono liberatori. Io, in realtà, stavo facendo di tutto per raggiungere al più presto la zona nevralgica e, per alcuni istanti, riuscii a convincermi che non ero per niente colpevole e nemmeno complice se non avessi raggiunto in tempo il nostro amico Enzo, per persuaderlo a non agire mandando quella tremenda vendetta. Lui era il responsabile, lui era il folle e io che potevo farci! Ma in realtà, quando raggiunsi via Chiaia e vidi la carrozzella di Alfredo Capone percorrere tranquillamente la strada a passo turistico, con dentro la sposa ancora viva, lo sposo ancora vivo e il fotografo occupato a scattargli qualche foto (presumo un po’ mosse per il lieve ondulare della carrozzella), ne fui molto sollevato e il mio respiro ritornò ad essere velocemente a folle. Focalizzai subito l’attenzione sul secchio di metallo verniciato di azzurro penzolante ad un gancio posto dietro la carrozza in cui, molto probabilmente, era nascosta l’arma. Ma notai, invece, che l’intera carrozza era un po’ tutta verniciata d’azzurro: i raggi delle ruote, il sedile su cui troneggiava Alfredo Capone, l’asta della frusta incastrata in un fodero di metallo al lato del cocchiere, la sella del cavallo e perfino un leggero pennacchio posto sul dorso dell’animale. Quel colore azzurro cielo era certamente dovuto al periodo di Maradona, quando il padre di Alfredo Capone (amico di Don Achille Buondonno) faceva anche lui servizio in piazza Municipio e aveva dipinto d’azzurro, come tanti altri cocchieri di Napoli, il proprio mezzo di sostentamento e animale compreso, per festeggiare le celeberrime imprese che Maradona e compagni avevano saputo regalare alla nostra città. Ad ogni modo, l’idea che da un momento all’altro qualcuno si fosse potuto avvicinare, all’insaputa di tutti, al secchio azzurro ed estrarre l’arma per fare fuoco sulla coppia di sposi, tra la folla ignara di via Chiaia, mi fece raggelare il sangue. Aumentai il passo, camminando sul marciapiede senza perdere d’occhio la carrozza che proseguiva rapidamente verso via Santa Caterina, e cercai di trovare una freddezza interiore per essere quanto più lucido possibile e capire alla meglio cosa bisognava fare realmente per evitare la mattanza nuziale. Allora mi accorsi che, in realtà,Alfredo Capone portava sul viso un’espressione tranquilla e spensierata,

molto consona all’umore solare e felice che abitava nei volti dei due sposini; e tutto ciò mi

fece ancora più paura. Il fotografo, invece, era in un mondo tutto suo: risultava occupato nello studio delle ombre e a come cadeva il velo sul volto di Rosa Catapano; era attento all’intensità luminosa che circondava la coppia, armeggiando continuamente con un aggeggio particolare e scattando qualche foto ogni tanto, quando s’accorgeva che i visi dei due risultavano privi di ombre fastidiose. Nel frattempo, i passanti si facevano piacevolmente distrarre da quel simpatico siparietto nuziale: ora indicandolo e ora ammirandolo, senza pensare neanche lontanamente che quell’amore avrebbe potuto essere, di lì a poco, distrutto per sempre. Cercai freneticamente di scorgere qualche viso tra la folla che avesse le sembianze di un killer; una faccia più marcata del solito che mi incuriosisse maggiormente. E in quella ricerca spasmodica

mi accorsi di Enzo che era dall’altro lato del marciapiede e camminava rapidamente,

guardando la carrozzella come un avvoltoio. ! La seguiva senza curarsi minimamente del secchio azzurrino e questo mi fece un po’

tranquillizzare, perché cominciai a pensare che forse l’agguato (e quindi la relativa entrata in campo del killer di Pozzuoli) sarebbe avvenuto in qualche zona più avanti, non troppo affollata. Potevo perciò sperare ancora in un eventuale ripensamento, ad un improvviso cambio di rotta, ad un inaspettato rimorso di coscienza che avesse persuaso il nostro amico Enzo Busiello a cambiare rapidamente idea e a lasciare che quel percorso nuziale non fosse stato interrotto per sempre. Quando la carrozzella giunse in piazza dei Martiri aumentò l’andatura, obbligandoci a seguirla con un passo ancora più sostenuto e fu lì che Enzo s’accorse della mia presenza, lanciandomi uno sguardo fortemente polemico e continuando a camminare velocemente per non perdere di vista il piccolo corteo nuziale che stava ormai imboccando via Calabrito. Nei suoi sguardi polemici ci furono frasi taglienti, mi fissava in un modo che sembrava parlasse:

“Non ti avevo detto di starne fuori da questa storia? Non mi devi frequentare, lo vuoi capire?” Ma in realtà era muto, scorbutico ed enigmatico come sempre. Non diedi tanto peso

alla tensione che portava negli occhi, feci finta di niente e proseguii verso via Calabrito dove

la carrozzella si era diretta; obbligandolo a fare altrettanto. Così, ci trovammo di fronte l’un l’altro percorrendo i corrispettivi marciapiedi della suddetta via e dalle nostre postazioni già potevamo intravedere via Caracciolo con il mare, e l’ingresso della Villa Comunale in piazza Vittoria. Cominciai a pensare che forse l’agguato si sarebbe consumato di lì a poco, anche perché non vi era molta confusione. Poteva sbucare da un momento all’altro il tale di Pozzuoli, prendere l’arma dal secchio azzurrino e sparare all’impazzata sullo sposo e la sposa. Mi sentii tremendamente impotente (Nino: impotente sta per non sapere cosa fare, non ti mettere a pensare chi sa che cosa), incapace di prendere immediate decisioni. In realtà, cosa avrei potuto fare? Urlare? Dare l’allarme? C’era poca gente in quel tratto di Napoli; la carrozza non era circondata più dalla folla a passeggio. E chi avrebbe potuto ascoltarmi? “Attenzione! Tra un po’ un tizio di Pozzuoli prenderà l’arma dal secchio azzurrino che sta dietro alla carrozza e sparerà lo sposo, la sposa e forse il fotografo.” Chi mi avrebbe creduto?

In più, c’era il rischio che il killer, ormai smascherato, avrebbe messo a segno il suo compito e quindi il mio intervento, per quanto temerario ed eroico, sarebbe stato solo dannoso e inutile. Mentre pensavo rapidamente a tutto ciò, sempre con una certa ansia per il pericolo dell’agguato, m’accorsi che la carrozza ebbe un arresto inatteso:Alfredo Capone tirò le redini

del cavallo e lentamente si voltò a parlottare di qualcosa con gli sposi e il fotografo. Dal

momento che via Calabrito è zona pedonale (si fa per dire) e la carrozza ferma nel mezzo della strada non intralcia il traffico, restarono per lunghi istanti a parlottare tra loro. Per noi due quell’arresto fu un immediato allarme; notai sul volto di Enzo la paura di essere il

mandante di quell’azione criminosa che stava per consumarsi in quella strada, ed ebbi un po’ pietà per lui. Avrei voluto non solo evitare quella strage ma anche consolarlo; perché sapevo perfettamente che quella sciocchezza era stata organizzata solo per il troppo amore che egli aveva verso Rosa Catapano, e che non avrebbe mai e poi mai accettato quella separazione. Poi, per alcuni istanti gli sposi e il cocchiere si voltarono dietro per guardare un palazzo antico poco distante e quindi fummo entrambi costretti a voltarci verso alcune vetrine, per

non farci riconoscere. Enzo Busiello finì a leggere un annuncio di vendita appeso all’ingresso

di un palazzo: recitava la parte di colui che era interessato all’appartamento in vendita al 3°

piano, lui che non aveva nemmeno gli occhi per piangere, ed io, invece, fui costretto ad interessarmi alle cravatte esposte in vetrina in un negozio lì vicino. Il prodotto era esposto alla parete vellutata della vetrina, tenuto in piedi da enormi spilloni che si conficcavano nel velluto e permettevano così di far scendere elegantemente le

cravatte con il nodo perfettamente confezionato. Sembravano tanti cappi multicolori, posti lì

in

bella mostra, per far si che il condannato a morte avrebbe potuto scegliere di che colore e

di

che stoffa morire, prima dell’esecuzione. Tu sai perfettamente quanto io odio le cravatte,

ma in quel momento dovevo guardarle per non farmi riconoscere da nessuno di quelli seduti nella carrozza (tranne Alfredo Capone, s’intende), perché così nessuno di quelli, ammesso che qualcuno fosse scampato alla mattanza, avrebbe potuto asserire che io ero sul luogo del delitto al momento degli spari e lo stesso valeva per Enzo. Nel frattempo, mi accorsi con la coda dell’occhio che la carrozza era ancora ferma nel

mezzo di via Calabrito; ascoltai la risata cristallina di Rosa Catapano e mi voltai un po’ più di tre quarti per nascondermi ancora, finendo per ascoltare involontariamente ciò che il commesso del negozio, vestito in maniera impeccabile, raccontava, sull’uscio vicino la vetrina,

ad un passante di sua conoscenza. In pratica, il giovane commesso parlava di Amsterdam: della

volta che era stato con due suoi amici nella capitale olandese e che si era divertito da morire, di tutte le canne che si erano fatte nei coffeeshops della città e della volta che era andato da solo a passeggiare nel quartiere a luci rosse, e che poi aveva deciso di consumare una mezz’ora con una tal Charo: una spagnola dolcissima che lo aveva invitato a passare anche il giorno seguente, ma lui purtroppo aveva dovuto ripartire con gli amici. E si proponeva di rifarlo quel viaggio, appena sarebbe stato possibile conciliare un altro simpatico fine settimana con gli amici, perché ne valeva proprio la pena di tornare ad Amsteram. Ecco quello che ci era mancato a noi tre: un viaggio in qualche città straniera. Noi tre insieme a provarci, a divertirci, per sentire il sapore della nostra amicizia anche fuori da Napoli.Tu, io ed Enzo in qualche parte dell’Europa a girare per le strade come facevamo nella nostra città, invece di stare dietro ad una carrozzella nuziale che ci avrebbe solo potuto danneggiare la vita. Era proprio quello che pensavo, mentre mi accorsi che il cavallo trottava rapidamente verso piazza Vittoria, mi voltai e vidi Enzo che correva sul marciapiede opposto al mio in direzione della carrozzella; anche se faceva molta attenzione a non avvicinarsi troppo. Feci altrettanto (senza dare nell’occhio) e presto giungemmo in piazza Vittoria. La carrozza tagliò rapidamente l’intera piazza e andò a fermarsi nel piccolo spiazzale a forma di mezza luna in cui vi era parcheggiato qualche taxi e dove vi è il cancello d’ingresso alla Villa Comunale. Sia io che Enzo ci eravamo fermati all’altezza della chiesa di Santa Maria della Vittoria quasi all’angolo con via Gaetani, per controllare, ad una certa distanza, l’ipotetica azione punitiva che doveva svolgersi di lì a poco dinanzi l’ingresso in Villa. E anche se eravamo distanti pochi metri, non riuscivamo a parlarci. Io non riuscivo a dirgli che stava facendo una sciocchezza, che bisognava fermare la giostra e quanta pena mi facesse; e dal canto suo lui non riusciva a dirmi: “Ma perché non ti fai i cazzi tuoi e te ne vai? Non ti avevo detto di starne fuori da questa storia? Che aspetti ad andartene? Vattene! Andiamo! Stai ancora qua?” Riuscivamo solo a guardarci con enormi getti di polemica, criticandoci a vicenda con i nostri sguardi olivastri. Poi mi accorsi che Enzo guardò, con un’espressione di chiara complicità, un

tizio che stava pedalando in bicicletta verso la carrozzella ormai ferma dinanzi la Villa e la tensione che riuscii a leggere sulle gote del nostro fraterno amico mi fece intendere, senza ombra di dubbio, che quel tizio era il killer di Pozzuoli. L’uomo lasciò la bicicletta poco distante, appoggiata alla ringhiera che delinea e separa

lo spazio della Villa Comunale dalla piazza della Vittoria e s’avvicinò con molta indifferenza alla

carrozzella. Notammo che il cocchiere, Alfredo Capone, fece un’impercettibile cenno d’intesa verso questo uomo e invitò, con una simpatia più improvvisata che palese, tutta la ciurma a scendere dalla carrozzella: per le relative foto di rito nella Villa. A quel punto, capii che la mattanza stava per svolgersi ed io, in un certo qual senso, ne ero anche abbastanza complice. Avrei dovuto parlare, gridare aiuto, far desistere il killer che sicuramente non avrebbe più agito e si sarebbe messo a scappare per paura di essere preso e scoperto. Ma allora perché non gridavo? Perché non lo facevo? Nell’arco di pochissimi istanti riflettei attentamente quale sarebbe stata la cosa più conveniente per il mio tornaconto. Parlare significava fare i conti poi con Ciccio Gentile, e non credo che quell’energumeno (Nino, questa parola sta per stronzo) mi avrebbe facilmente risparmiato. Molto probabilmente, mentre stavo riflettendo il da farsi, ebbi un leggero spostamento del corpo che fu inteso da Enzo come un accenno di grido, di movimento; insomma per dare l’allarme. Rapidamente mi bloccò il corpo (fingendo di giocare per non dare nell’occhio) e mi pose la sua mano sinistra sulla bocca per non farmi parlare. Cercai di svincolarmi, ma il bloccaggio era stato perfetto ed ebbi solo il tempo di alzare gli occhi verso la carrozzella e vedere che l’agguato si stava consumando in maniera rapidissima. Il tizio di Pozzuoli,

all’insaputa di tutti tranne che di Alfredo Capone, era sgattaiolato dietro la carrozzella, aveva staccato velocemente il secchio azzurrino, ad arte si era accertato che la sposa sorretta dal fotografo stava giusto appunto per scendere dal gradino della carrozzella e aveva lanciato sul selciato uno strano materiale, in forma di pallettone irregolari, dal secchio azzurrino. La sposa ignara dell’azione compiuta e non certo aiutata dal fotografo (che non se ne era nemmeno accorto), posando la candida scarpina su una di queste pallettone irregolari di colore marrone, era rovinata per terra tirandosi dietro lo sposo. Gli sposini scivolando così malamente sul selciato della piazza, si erano entrambi imbrattati i loro vestiti di quel particolare materiale marrone. Rosa Catapano, in quel suo vestito nuziale, appariva una vergine bianca un po’ tutta chiazzata di merda. E Alfredo Capone ebbe perfino la delicatezza

di scendere dalla carrozzella e di recitare la parte di colui che si sentiva desolato per ciò che

era successo, mentre il killer di Pozzuoli si era tranquillamente allontanato con il secchio svuotato, senza nemmeno farsi notare. Io ed Enzo restammo in silenzio a guardare la scena. Il mio cuore aveva smesso di battere rapidamente. Nel torace avevo avuto come una specie di brusca frenata che mi aveva alimentato un leggero sorriso nel volto. Mi sentivo leggermente

divertito per tutto quello che, grazie a Dio, non era successo. La merda del cavallo era stata la vera arma del killer di Pozzuoli e quindi, il nostro amico Enzo Busiello non era stato mandante di nessun omicidio. Così, ci allontanammo con l’aria divertita e decidemmo di non stare insieme quel giorno. Quando tornai a casa pensai attentamente a quello che era successo e decisi di consultare la smorfia, determinato a trovare qualche numero e a giocarlo sulla ruota di Napoli

o su tutte le ruote. Chiaramente mi feci aiutare dalla mia espertissima nonna Giuseppina e

raggiunsi la quaterna esatta per la scena che avevo assistito. I numeri erano: la merda 71, cocchiere 82, sposo e sposa 63 e strada 44. Passammo molto tempo a decidere se inserire o meno il fotografo 89, e molti altri numeri come sposalizio che ora non ricordo, Napoli 60, cocchiere che guida 39, sposarsi 38, vestito 25 e villa 10, ma da come erano andate le cose, mia nonna (dall’alto della sua esperienza) ritenne che 71, 82, 63 e 44 erano i numeri vincenti e non volle nemmeno inserire il secchio e l’uomo

di Pozzuoli (che nemmeno di questi ricordo più i numeri relativi), perché per lei la quaterna

era stata fatta e ora bisognava solo puntare. Giocammo io e mia moglie Maria: puntando una cifra piuttosto consistente su Napoli e tutte le ruote. Diciamo che rischiammo il tutto per tutto, facendoci forte del proverbio che dice: aiutati che Dio ti aiuta e quando i numeri uscirono, tutti uno dopo l’altro, regalammo un abbonamento annuale a mia nonna Giuseppina, per la stagione lirica del San Carlo, in un palchetto di 1° ordine e inoltre, corremmo subito a Pinarella di Cervia per aprire la nostra

attuale pizzeria-ristorante di cui siamo unici proprietari. Enzo venne con noi a lavorare ed ora

si trova benissimo qui. Di Rosa Catapano non ne parla più e forse non se ne ricorda

nemmeno la faccia, perché è troppo occupato a fare tante altre cose. Poi, caro Nino devi sapere che ci sono delle belle ragazze a Pinarella: per esempio mia moglie ha una sorella più piccola che per te andrebbe benissimo (credimi! E’ proprio un amore) e sono sicuro che incontrandovi potrebbe nascere sicuramente un campo magnetico. Caro Nino, in questo posto abbiamo trovato la nostra giusta dimensione e ti stiamo aspettando a braccia aperte. Ti prego di pensare attentamente all’offerta che ti sto facendo. So che a Melbourne stai passando dei momenti durissimi, qui ti sentiresti a casa tua. Da Pinarella, Napoli non è lontana. Puoi andarci quando vuoi e la cosa bella è che non sei

obbligato a viverci. Ogni fine settimana puoi andare a trovare i tuoi o allo stadio per vedere il nuovo Napoli (lo sai che De Laurentis sta facendo un grande Napoli per tornare in serie A?)

e in serata puoi tornare sulla riviera romagnola. Pensaci Nino, pensaci attentamente e

soprattutto non ti dimenticare mai quanto ti vogliamo bene. Tu sai benissimo come la penso:

aiutati che Dio t’aiuta, perché tanto lo stato, a noi meridionali, non ci darà mai una mano. Un abbraccio forte.

Pasquale Micillo.

VI

DEDICATO A WIM WENDERS

Il forte odore di formaggio Roquefort che proviene dal mercatino di generi alimentari e

oggetti artigianali, in place Saint Jean, anche oggi sta invadendo le stradine al cospetto del palazzo di giustizia. Tutti gli impiegati del dicastero, i passanti e i credenti che vanno per qualche istante a pregare nella cattedrale di Saint Jean sono come storditi da questo profumo persistente che attanaglia rue de la Bombarde. L’odore comincia un po’ ad affievolirsi in

prossimità della place du Petit Collège; un punto di Lione dove sembra che il giorno fa fatica a svelarsi. In pratica, questa zona pedonale del centro storico che si espande intorno alla cattedrale di Saint Jean è sempre molto restia a mettersi in marcia.

I passanti provenienti dalle rispettive stradine che convergono in place du Petit Collège

sono quasi tutti diretti al fornito negozio di frutta e verdura situato nella medesima piazza, vicinissimo al Musée Historique de Lyon: dove sono in corso lavori di ristrutturazione della facciata del palazzo, con impalcature e operai intenti al loro incarico prestabilito. E anche stamattina il negozio di frutta e verdura, con bellissimi banchi esterni su cui è esposta la merce variopinta e ben posizionata, è discretamente affollato. Le donne che comprano sono quasi tutte silenziose, forse perché ancora un po’ assonnate. A parlare invece, sono i proprietari della frutteria: una coppia che gestisce il negozio da diverso tempo, e parlano con molta energia e con un naturale buon umore, per predisporre i clienti a fidarsi nell’acquisto. Sono piuttosto giovani, anche se difficilmente si riescono ad intravedere i loro lineamenti e le loro relative corporature. Sono un po’ tutti e due imbacuccati per colpa del freddo: con giubbotti pesanti e pantaloni di velluto piuttosto larghi. Hanno cappelli di lana che nascondono la fronte e parte del viso: di colore diverso ma dello stesso modello andino, in modo da coprire adeguatamente anche le orecchie e parte delle guance. Sciarponi di lana lavorata all’uncinetto proteggono i loro colli e hanno le mani prudentemente ricoperte da guanti a mezzo dito; per avere una maggiore sensibilità nel prendere la frutta dalle ceste. Inoltre, hanno scarponi pesanti della stessa linea antinfortunistica simili a quelli usati per andare a sciare e due grossi grembiuli di materiale impermeabile (posti sopra i giubbotti), ben annodati al collo e alle reni: con fili di spago scuro e molto doppio. Della donna si immagina ben poco: non si riesce a scrutare bene, attraverso il gonfiore dei propri indumenti, dove siano nascoste le tette, le cosce e il culo. Si può immaginare qualche forma ancora turgida, a giudicare dai pochi lineamenti giovani che si riescono ad intravedere nel viso quasi del tutto nascosto dal copricapo andino. Dell’uomo invece, non si può scrutare un bel niente. Forse è piuttosto corpulento, ma chi può dirlo? Il gonfiore dovuto alla voluminosità del giubbotto, più quella enorme palandrana di materiale impermeabile che porta appesa al collo, riesce a nascondere ben bene la reale possanza del suo corpo. S’intravede soltanto qualche ombra sul viso, perché a differenza della moglie (ma la donna è sua moglie?) si muove in un raggio d’azione abbastanza poco illuminato. Agisce in una parte della place du Petit Collège dinanzi alle ceste di frutta e verdura, dove non cade troppo la luce del giorno. Ma forse la gente che compra i loro prodotti sa un po’ tutto di loro e stanno certamente più attenti a quello che comprano, piuttosto che occuparsi della loro reale corpulenza nascosta dal gonfiore degli indumenti che portano. La clientela è come incantata dai colori che regala la frutta di stagione e dalla freschezza delle verdure ancora un po’ leggermente brinate dal freddo mattutino; e non fa caso né alle reali forme che i proprietari della frutteria imbacuccati per colpa del freddo nascondono e nemmeno agli operai che stanno lavorando sulle impalcature predisposte per riparare la facciata del vicino Musée

Historique de Lyon. Non notano per niente i diversi muratori che portano i rispettivi caschi di protezione e sono appollaiati tra le impalcature, intenti a grattare e a riparare parte della facciata del palazzo. E non s’accorgono nemmeno che tra questi operai vi è un tizio, un certo Gérard, forse già leggermente avvinazzato; che barcolla un po’ sull’impalcatura dove ipoteticamente dovrebbe lavorare, creando un certo patema d’animo agli altri suoi colleghi ormai forse abituati a queste sue performance mattutine. Ma, in realtà, chi è veramente preoccupato della situazione alcolica che l’operaio sta vivendo sull’impalcatura è Vercingetorige Washington; il quale guarda da giù, il suo assistito Gérard, cercando di guidare quei lievi barcollamenti quasi impercettibili che il muratore vive mentre lavora instancabilmente alla parete del Musée Historique de Lyon. Washington controlla tutto dal basso con l’attenzione di sempre ed è pronto a saltare o a raggiungere Gérard, se questi desse d’improvviso un accenno di clamoroso cedimento nel vuoto. Ai piedi delle impalcature Vercingetorige è costretto a spostarsi continuamente; ora a destra e ora a sinistra, cercando di seguire l’inquietante spostamento di Gérard e di prevenire una sua ipotetica caduta. Proteggere Gérard è il suo compito primario e in questo caso, se decide di controllare da sotto, deve essere pronto a fare anche qualche balzo improvviso; una sorta di parata in extremis come è già successo qualche mese prima. Ma, accorgendosi che il suo assistito forse sta un po’ esagerando, decide di salire rapidamente sulle impalcature, andandosi a posizionare nei pressi del cornicione proprio dove Gérard sta consumando il suo incarico. Questa sua ultima decisione l’ha voluta prendere senza dare troppo nell’occhio. Non è mai stato un tipo egocentrico, ha sempre protetto i suoi assistiti con enorme praticità e costanza e quindi non si è messo a volare con qualche piroetta patetica, né ha provato l’elegante salto a canguro che ormai è in voga nelle nuove generazioni, ma si è messo a scalare silenziosamente la ripida parete del Musée Historique de Lyon sfruttando gli appoggi delle impalcature. Come se fosse un umano. Destando negli altri suoi colleghi presenti in piazzetta, occupati a proteggere le loro rispettive creature, una specie di indifferenza e alterigia. Mentre ha raggiunto il suo Gérard, l’hanno un po’ tutti guardato con la stessa espressione. Negli occhi di quasi tutti i suoi colleghi si sono lette le stesse parole: guarda Washington come raggiunge il suo assistito, ma è proprio imbranato! E l’unico a non sottolineare la sua arrampicata è stato Tito Ponce de Marsillach: l’attempato protettore del fruttivendolo tutto imbacuccato per colpa del freddo e relativa consorte (siamo sicuri che è la moglie?), considerato un po’ da tutti il veterano del quartiere perché sono diversi anni che protegge il proprietario del negozio di frutta e verdura, e conosce un po’ tutti gli altri protettori della place du Petit Collège. Inoltre, con Vercingetorige, in queste settimane in cui quest’ultimo è stato costretto a restare nei dintorni delle impalcature per assistere Gérard, si è sempre comportato in maniera egregia. Hanno spesso scambiato qualche parola e sono perfino diventati confidenti reciproci. Tito Ponce vedendolo appollaiato sul cornicione vicino Gérard che ha continuato a barcollare leggermente, l’ha salutato con la stessa postura di un capo indiano e si è preoccupato di raggiungerlo fino al cornicione, per scambiare con lui quelle ormai tradizionali quattro chiacchiere d’inizio giornata. E per salire fin lassù ha usato la stessa tecnica di Washington, sfruttando gli appoggi delle impalcature; senza ostentare alcun balzo o qualche virata ridicola. L’ha fatto anche per provocare tutti gli altri protettori presenti in piazzetta, che istanti prima avevano sbeffeggiato la scalata di Washington e ironizzato sulle capacità non più dinamiche di quest’ultimo. Ad ogni modo, durante l’arrampicata di Tito Ponce de Marsillach, nessuno si è permesso d’ironizzare, se pur minimamente, su quella lenta e prudente scalata; riuscendo a destare in Washington una sotterranea e divertita vendetta.

Ora sono seduti uno vicino all’altro, sul cornicione del Musée Historique de Lyon, mentre

l’ignaro Gérard continua a grattare la parete mal ridotta del palazzo e a danzare, in quei suoi personalissimi barcollamenti, sulla piattaforma dell’impalcatura sospesa a circa 20 metri dal suolo della place du Petit Collège. Tito e Washington sono vestiti con indumenti di epoche differenti, ma sembrano molto complementari fra loro. Il primo è una sorta di hidalgo con lontane origini francesi, morto per cause inerenti ad un duello d’onore in piena epoca illuminista; mentre Washington ha vissuto l’epopea della grande depressione americana ed è stato un uomo di colore: un nero

di New Orleans con temperamento poetico, dolce e di chiara estrazione popolare, morto

anch’egli per cause misteriose ma divenuto poi, nel trapasso, entità protettrice di colore. Ottenendo una presenza leggermente sbiadita a causa del contrasto con la forte luce che tutte queste entità posseggono intorno al perimetro della loro figura. Tito Ponce ha una

grande padronanza dialettica e parla diverse lingue; in più, possiede una spiccata propensione verso la letteratura e il raccontare. E’ rispettato moltissimo dal suo collega Washington, che

lo ascolta sempre quando parte per quelle sue interminabili traiettorie narrative:

“Stamane, quando il mio protetto era ancora nelle grazie del letto e nel tepore che gli regala la vicinanza alle carni soavi della sua donna….” Vercingetorige ride con un rumore infantile stampato sul viso, come se l’allusione sessuale di Tito gli desse un leggerissimo stato d’eccitazione. “….Ho preferito lanciarmi in un volo solitario su tutta Lione. La Basilique de Notre-Dame de Fourvière, di notte, diventa ancora più gotica, mio caro: sai cosa significa gotica?” “No! Ma credo che sia qualcosa di molto speciale, non è vero?” “Si, infatti. Fai conto che è gotico tutto quello che va verso il cielo con guglie appuntite, frastagliate e ben allungate. O più o meno!” Lo stesso Tito risulta divertito da questa sua particolare definizione di gotico. “Ad ogni modo, ho potuto godere dall’alto della voce dei due fiumi. Essi scorrevano silenziosi in maniera totalmente diversa. La Saòne, quello più prossimo alla place du Petit Collège dove noi siamo, circondati da tutte le stradine della vecchia Lione, era molto più tranquillo nel suo correre a valle. Percorreva il centro storico e tutti i boulevards che lo costeggiano, con una certa abitudine alla città. Sembrava un fiume molto metropolitano e perfettamente consono a questa città modernissima. Invece la Rhòne era molto più furente, non rispettava e non si adeguava per niente ai colori disegnati in questa terra. Scorreva portandosi dietro la mia epoca, sembrava ascoltare Diderot; il fuoco della storia, la razionalità, l’encyclopédie: l’opera che più di ogni altra avrebbe caratterizzato l’Illuminismo, mi stai seguendo Vercingetorige?” “Certo, certo. E’ che delle volte devo far caso anche al mio protetto. Con questo suo vizio di bere anche al mattino, mi fa vivere sempre in ansia.” Un improvviso tuono nel cielo scuote tutte le entità protettrici presenti nella piazzetta du Petit Collège. Tutti guardano Vercingetorige con aria inquisitoria e Tito, con un cenno repentino, li invita a proseguire nelle loro occupazioni. “Washington, quando la pianterai di pronunciare quella parola? Vuoi mettertelo in testa che a noi non è consentito? Sono tutte giornate di villeggiatura che perdi, Cribbio! Ogni tuono è un giorno in meno di vacanza.Vuoi fare attenzione una buona volta?” “Hai ragione Tito! Hai proprio ragione. E che tu non puoi immaginare quanto sta diventando duro per me, proteggere Gérard. E’ molto stancante occuparsi di un operaio- muratore sempre in bilico su delle impalcature e per giunta con il vizio di bere. Mi da ansia!” “Ne so qualcosa, amico.” “Questo incosciente può perdere l’equilibrio da un momento all’altro e cadere nel vuoto. Mi tocca sempre controllarlo e cercare di non far trapelare nulla al capocantiere: del fatto che va quasi ogni giorno sulle impalcature a lavorare con il vino alla testa.”

“So perfettamente che è stancante, ma non hai scelta. Se non hanno accettato la tua domanda di trasferimento!” “Ho chiesto di essere trasferito nella mia città per proteggere qualcuno che ha perso tutto dopo il passaggio di Katrina.” “E non è ancora detto che non accettino la tua domanda, mio caro!” “Oppure di essere mandato a Bassora per proteggere un mio nipote che Bush ha spedito in Iraq a combattere nelle file dei marines.” “Eh! Nessun uomo ha ricevuto dalla natura il diritto di comandare gli altri. Chi esercita il potere deve farlo nell’interesse generale e comune, come hai detto che si chiama? Bush, non è vero? Non ricordo mai il nome!” “Si.” “Che uomo di gomma!” “Non mi sembra di aver chiesto la luna! Del resto è da un sacco di tempo che proteggo Gérard, e credo nella maniera migliore. Avrebbero potuto spedirmi per qualche mese in questi luoghi in cui ho chiesto di lavorare, se non altro per un diritto di anzianità. Poi, avrei sicuramente fatto ritorno a Lione da Gérard, se non altro per staccare un po’.” “Forse staranno valutando la tua domanda e ci vuole tempo. Sai come vanno queste cose burocratiche, no?” “Che lo facciano in fretta, sono stufo d’aspettare.” “In realtà, mio caro amico, la società dovrebbe essere radicalmente trasformata.” Washington, pur non perdendo l’attenzione verso il suo protetto, cerca di trovare una posizione comoda sul cornicione del Musée Historique de Lyon dove è seduto; perché sa che Tito sta per intraprendere qualche piccolo monologo e a lui piace tanto ascoltarlo. “Insomma! Le lezioni che l’umanità ha ricevuto dal mio secolo e anche dal tuo, mio caro amico, non sono bastate. Il potere non ha ancora imparato ad agire” “Forse, ci vuole provare?” “Non lo so! Non riesco a capirlo questo potere che sta regnando il mondo. Si, perché manca l’educazione al rispetto.” “Ancora adesso, dopo diversi secoli, un nero vale una scimmia. Non è vero?” “Giusto. Vedi Washigton, questo è avvenuto solo perché il potere dei nostri secoli ci insegnò che i neri non erano uomini, ma animali. Del resto, dovevano pure giustificare all’opinione pubblica la tratta degli schiavi. Adesso non è così. Il potere si muove in modi diversi. Usa delle tattiche differenti e sfrutta al massimo il concetto di paura.” “La paura?” “Ma si! E’così! Devi pur ammettere che dopo l’11 settembre è cambiato un po’ tutto.” Washington è leggermente distratto dai maldestri spostamenti che Gérard fa sulla balaustra. “E smettila di preoccuparti per Gérard. Non temere che non cascherà, è tutto sotto controllo.” “Beato te che hai un fruttivendolo così tranquillo da proteggere.” “Ascoltami, non farmi perdere il filo.” “Si, scusa.” “Allora, cosa stavo dicendo?” “Parlavi dell’11 settembre.” “Ecco, appunto. Ora, mio caro, un qualsiasi mortale con un po’ di barba e con la pelle leggermente scura, non basta averla scurissima come la tua, sai? Viene osservato con enorme diffidenza.Tutti i mortali hanno paura, così il potere può dare ciò che in realtà essi chiedono. Cioè?” Washington cerca di trovare la parola giusta, ma finisce per essere anticipato dalla veemente oratoria del suo collega:

“Il potere non fa altro che offrire la sicurezza, per Diana! E in nome di questa sicurezza,

si finisce per fare qualsiasi cosa. Bisogna insegnare il rispetto, anziché il sospetto. Cribbio!

Solo così il mondo andrà nella direzione giusta. Non sei d’accordo, mon amì?” “Ma è quello che ho sempre pensato, io non capisco…” “Ecco, devi sapere però, forse tu già sai queste cose, che il mondo è pieno di cattivi maestri.” “Ti riferisci a Bush, Saddam, Bin Laden e gli altri….?” “No! Quelli sono cattivi maestri, ovvi. Sono i mostri di questa epoca; io mi riferisco ai

religiosi. Si! A quelli che sconsigliano vivamente il matrimonio fra mortali di religioni diverse. Per esempio: tra un cattolico e un mussulmano. Ma che razza di ragionamento è ?” “Appunto!” “Io non sono mai stato tanto informato sulle questioni bibliche, ma ho sentore che esista, correggimi se sbaglio, un comandamento che afferma di amare il prossimo come noi stessi. Ebbene, mi piacerebbe tanto sapere come, secondo questi religiosi, Gesù valutava il prossimo. Essi non si rendono conto di quanto possono essere pericolose queste affermazioni. Sono parole che portano alla divisione, non all’unione. Mon amì: la superstizione

e il fanatismo religioso, qualunque esso sia, suonano più ingiuriosi alle orecchie di Dio dello

stesso ateismo. Alla religione rivelata va per tanto sostituita quella “naturale” non dogmatica, che solo può evitare di fomentare l’irrazionalismo e di trasformarsi in uno strumento di potere e di apprensione. In realtà, bisogna essere….E smettila di preoccuparti per Gérard! Per le brache di Napoleone!” “Oh! Perdonami! E’ più forte di me. Lo vedo così barcollante…” “Gli umani devono barcollare, altrimenti come fanno a demolire le certezze e ad affidarsi alla scrittura letteraria, alla ricerca di una maniera di…bip….nel dubbio senza rassegnazione. Bip sta per quel verbo che non possiamo pronunciare.” “Si, certo. L’avevo capito.” “Ecco! Prova a farlo anche tu quando devi pronunciarlo, se tieni alla tua villeggiatura.” “Proverò.” “E non credere che dove hai fatto domanda di trasferimento sarai più a tuo agio. Soffrirai molto, mio caro, sarà molto più impegnativo che proteggere un muratore barcollante. Dalle tue parti, durante la foga di Katrina, c’è stata molta incompetenza che ha frantumato gli animi di tutta New Orleans. Un abuso mastodontico di potere, un fallito coordinamento delle comunicazioni, della burocrazia e soprattutto: tanta malafede. Chi è povero, è abituato a perdere; e chi ha la pelle nera come te, è abituato a farci i conti. Non c’è dubbio! Ma va detto, per le cannonate di Nelson! Che la malafede cresce enormemente sotto pressione e coloro che l’hanno dentro di se sono pronti a nasconderla. Tu chiedi: come hanno potuto abbandonare quegli sventurati a loro stessi?” “Veramente io….” “Silenzio! Non m’interrompere altrimenti perdo il filo. Allora te lo spiego io: in situazioni tranquille e normali, chi è meno fortunato non risulta tra le loro priorità; quindi perché dovrebbero occuparsene in uno stato di emergenza quando bisogna prendere delle rapide decisioni?” “Ma chi aiuterà la mia gente, allora?” “Non temere mio caro, per tutta la Louisiana e per l’intera New Orleans stanno operando migliaia di nostri colleghi. E tra le nostre fila, sai che non esiste razzismo verso il colore della pelle. Un protettore cinese è in grado perfettamente di proteggere un nero di New Orleans che ha perso la casa e tutto ciò che aveva. E lo stesso vale per Bassora, per quel tuo nipote che è stato mandato da Bush a combattere laggiù.Avrà sicuramente un valido protettore che segue ogni suo spostamento.”

“Io ho il dovere di aiutare la mia gente e non solo di occuparmi dei barcollamenti di Gèrard.” “A Bassora è tutto sotto controllo. Sono certo di quello che dico. L’altro giorno ho

incontrato, dalle parti di place Bellecour, un nostro collega che era stato mandato in missione speciale in Iraq. Doveva proteggere una coppia di fidanzati a passeggio per le strade di Bassora. Mi ha detto che questi due giovani possono passeggiare insieme pochissime ore alla settimana; forse appena due e per parlarsi d’amore si mandano messaggi al cellulare diverse volte al giorno. Sembra che il loro sogno è passare un fine settimana a Parigi, per poter passeggiare tranquillamente. E mi ha assicurato che molti dei nostri colleghi stanno operando egregiamente. Cerca quindi, anche di essere un po’ ottimista. Questo tuo pronipote, vedrai che tornerà a casa sano e salvo.” “Oh! Quando parlo con te, mi sento sempre di buon umore per tutta la giornata e riesco di più a sopportare le ansie che mi passa Gérard con i suoi barcollamenti sulle balaustre. E’ pazzesco! Te ne sono molto grato. Mi sembra come se vivessi….” Un tuono furente e roboante scuote tutto il cielo sereno di Lione, senza scalfire minimamente la tranquillità dei passanti di place du Petit Collège. Ad accorgersene sono solo i protettori presenti; alcuni parlottano tra loro, ridacchiando e guardando ironicamente Vercingetorige Washington. “Vuoi stare attento, per Diana! Quest’anno finirai per avere una villeggiatura di una sola ora. Stai perdendo un sacco di giornate d’abbuono. Usa il bip quando vuoi inserire quel verbo, che diamine! Ormai lo fanno tutti!” “Hai ragione. E’ più forte di me, mi dimentico.” Intanto, Gérard sembra incurante di quello che gli sta accadendo intorno. Continua a lavorare, sospeso a circa 20 metri dal suolo della place du Petit Collège. L’impalcatura che lo sorregge sembra alquanto sicura e i suoi colleghi non sono per niente preoccupati per quei suoi barcollamenti. Presto faranno pausa ai piedi di essa, mangeranno un panino e Washington potrà tranquillamente tirare un respiro di sollievo. “Ad ogni modo, va trovata anche stamattina una chiusura: un epilogo alle nostre querelles.” “Cosa?” “Ma si! Voglio dire, non possiamo lasciare in sospeso la nostra chiacchierata. Va trovato senza dubbio un finale, una morale al discorso. Che chiuda egregiamente le nostre riflessioni mattutine.” “Beh! Io, non saprei come iniziare….” “Se permetti, chiudo io l’argomento. Sono sicuro che parlerò anche a nome della tua razionalità. Sei d’accordo?” “Ah! Tu sai che mi sento al sicuro con te.” “Bene. La morale del discorso è, apri bene le orecchie, mon amì: tutti gli uomini del

con le proprie famiglie. Ma il potere, politico e religioso che

mondo vorrebbero

sia, punta a condizionare le menti con un unico obbiettivo: controllare le persone.” Nel frattempo gli operai si apprestano a scendere dalle impalcature per consumare la consueta pausa panino. Sembrano tante scimmiette con dei copricapo antinfortunistici di colore giallino. Si posizionano a cerchio e un po’ defilati verso un lato della place du Petit Collège dove hanno installato una sorta di quartier generale. Una specie d’improvvisato accampamento militare per truppe che hanno momentaneamente rotto le fila; occupati a rifocillarsi con bevande calde e pezzi di pane e formaggio, in attesa di riprendere la lunga marcia che proseguiranno fino alle prime ore del pomeriggio. Gérard è uno degli ultimi a scendere dall’impalcatura e lo fa con molta incertezza; a tal punto da costringere Washington ad alzarsi e a sorreggerlo lievemente, per permettergli di scendere prudentemente: usando tutti gli angoli delle impalcature in maniera corretta e utilizzando anche, durante la discesa, le

bip…felici

scalette laterali con parapetto. In modo così da raggiungere il suolo della place du Petit Collège incolume da qualsiasi distrazione fatale e poter, come gli altri, consumare il meritato panino. I protettori degli altri operai non si sono per niente scomodati durante la discesa dei loro assistiti. Li hanno solo seguiti da lontano, per controllare che ognuno fosse al sicuro con gli altri. Quando poi li hanno visti tutti in cerchio a consumare panini e bevande, anch’essi si sono appartati qualche metro più in là per fare lo stesso comunella e sogghignare in maniera sommessa, ma comunque irritante, verso il collega Washington; invece fin troppo occupato dall’incerto barcollare di Gérard. Però anche Tito è stato costretto a spostarsi per qualche istante dal cornicione, perché leggermente preoccupato per l’alterco che il suo fruttivendolo sta vivendo con una cliente piuttosto insolente e, appuratosi del fatto che è solo una discussione dovuta alla presunta mancata bontà di alcune pere acquistate giorni addietro dalla donna e che non sfocerà in nessuna lite improvvisa, ma solo in constatazioni reciproche dei due contendenti, ritorna rapidamente sul cornicione dove Washington sta aspettando. Lo trova leggermente adirato e s’accorge subito della causa che ha provocato questa ombrosità:

“Non te la devi prendere se gli altri ridono a vederti in ansia per i barcollamenti di Gérard. Devi farci una certa abitudine e non dargli troppa importanza. Lasciali pure ridacchiare tra loro. Cosa importa, per Diana! Anche loro hanno i propri grattacapi, che credi?” Quest’ultima frase l’ha detta alzando premeditatamente il tono della voce; come se volesse far arrivare verso gli altri colleghi quel suo avvertimento: una specie di richiamo ufficiale a quel modo di spettegolare così provinciale che i suoi colleghi, seduti da basso ai piedi dell’impalcatura, hanno deciso di adottare in riferimento agli sforzi di Washington. Poi, alzando di nuovo la voce come per ribadire il concetto se putacaso gli stessi non avessero capito l’antifona:

“Che ognuno pensasse alle proprie assistenze. Chiaro?” E chiaramente quel fastidioso spettegolare è come sparito. Dileguato nel nulla dalla place du Petit Collège. “Tito, non so come ringraziarti. Sono davvero insopportabili, delle volte.” “Nulla.” “Ah…! Mi faccio prendere sempre dalle ansie per Gérard. Tu non sai quanto mi è faticoso assistere un muratore che lavora sulle impalcature e per giunta sempre un po’ brillo. E’ terribile.” “So di che parli, ma ti devi tranquillizzare. Per le brache di Napoleone! Devi tranquillizzarti, ti dico! Anch’io tempo fa ho protetto un muratore ed è stata dura. Se vuoi, ti racconto come è andata. Cribbio! Ora puoi ascoltarmi senza preoccuparti per Gérard, perché è seduto con gli altri a consumare la pausa e ne avranno certamente per un po’.” “Dai, allora! Sai quanto ho piacere ad ascoltare le tue storie. Attacca pure, sono tutto orecchie.”

circa 18 anni fa, proteggevo un tranquillo taxista di rue

Gambetta prossimo alla pensione. A dire il vero quest’uomo non mi dava molti grattacapi, mi annoiavo abbastanza a proteggerlo. Un giorno, accompagnammo con una regolare corsa un cliente proveniente dalla stazione Part-Dieu e diretto in rue Laennec, a pochissimi isolati dall’ingresso dell’ospedale Centre Leon Berard, nella zona Grange Blance. Fu proprio lì che intravidi alcuni operai intenti a lavorare su delle impalcature a circa 15 metri dal suolo e mi accorsi di Camel; anch’egli un po’ brillo che barcollava pericolosamente sulla piattaforma con relativo parapetto ma pur sempre sospesa nel vuoto a circa 15 metri dal suolo. Stavano lavorando alla riparazione dell’ala destra dell’ospedale e alla costruzione di un piano superiore del relativo padiglione di oncologia. Vedendo questo giovane algerino così inoffensivo e in costante pericolo, ebbi subito il desiderio di proteggerlo.”

“Dunque, devi sapere…

che

“Avrei pensato la stessa cosa anch’io.”

“Infatti! Così, mi misi subito in contatto col suo protettore che ormai non era più tanto giovane e gli offrii uno scambio.” “Ma dai!” “Si, feci proprio così. Io avrei protetto Camel l’algerino e l’altro collega si sarebbe occupato del taxista prossimo alla pensione. Per l’ex protettore di Camel fu una offerta allettante.” “Ah! Ne sono convinto.” “Già, perché a lui andava benissimo staccarsi da Camel. Non era più certo tanto capace

di fare salvataggi repentini senza poi pagarne le dovute conseguenze nelle articolazioni.”

“Eh! Ne so qualcosa, fratello.” “E quindi, facemmo subito domanda di scambio ai nostri superiori. La richiesta fu accolta dopo pochissime ore, con tanto di permesso rilasciato dall’ufficio Nuovi Incarichi e quindi io passai a proteggere l’operaio Camel l’algerino e il collega si occupò del taxista prossimo alla pensione.” “Che tempismo ragazzi! E’che tu hai il dono della persuasione. A me, non mi avrebbero mai ascoltato.” “Non credere che fu facile per me; soprattutto i primi giorni. Per le brache di Napoleone! Camel beveva come una spugna e facevo molta fatica a stargli appresso. Ad ogni modo, riuscii a distrarlo da quelle diaboliche bevute mattutine e presto smise di barcollare, almeno nelle prime ore di lavoro.” “Come facesti, fratello?” “Indagai molto nella sua vita e in quella profonda amarezza che aveva nel cuore e scoprii tante cose utili per poterlo distrarre dal bere: facendogli trovare sulla sua strada qualcosa d’importante che lo avrebbe aiutato radicalmente.” Vercingetorige Washinton ha l’aria paciosa di chi ascolta con gusto. La pausa del suo Gérard si protrae ancora per molto e quindi può ascoltare tutta la narrazione di Tito e lasciarsi portare dalla maestria di quella affabulazione. Del resto, Marsillach non sembra per niente preoccupato dalle azioni che fa il suo fruttivendolo, perciò può dare sfogo a tutta la narrazione che ha in corpo senza avere nessun patema d’animo che lo assilli. “Camel era un giovane di 25 anni: algerino di seconda generazione. La sua famiglia si era trasferita da Algeri a St-Etienne, dove lui era nato con sua sorella. Avevano regolarmente frequentato le scuole francesi, pare fino al liceo e con un buonissimo profitto, poi erano mancati i soldi per continuare a studiare e quindi entrambi erano entrati nella disoccupazione. Va detto che suo padre e sua madre avevano preferito far ritorno in patria, ma Camel e sua sorella avevano scelto di restare in Francia. Si erano arrangiati con lavori

saltuari; il giovane facendo spesso il cameriere e il facchino, mentre la ragazza aveva fatto la donna delle pulizie, la babysitter e anche la badante per gli anziani che dovevano passeggiare nel parco.” “Capisco!” “La sorella di Camel era poi cascata tra le braccia di un padre di famiglia, durante il periodo di lavoro come babysitter presso la famiglia del mandrillo, e facendosi abbindolare dalle moine del fedifrago si era presto ritrovata ingravidata. Perché mi guardi così?” “No. E’ che mi sono un po’ perso, fratello. Lei si è fatta ingravidare dal mandrillo padre

di famiglia o dal fedicrolo?”

“Fedifrago! Per Diana! Fedifrago! Non mi devi interrompere per queste sciocchezze.” “Hai ragione, scusa. Non riuscivo a seguire, fratello.” “Mi fai perdere il filo! Cribbio! Guarda che la storia è complicata, cerca di fare attenzione.” “Ma io stavo facendo attenzione….”

“Sono la stessa persona. Padre di famiglia, mandrillo e fedifrago sono la stessa persona. Chiaro?” “Ah! Ecco! No, perché io pensavo che l’altra parola era un amico del padre di famiglia…” “No! Niente affatto! Insomma, la sorella di Camel si trovò in attesa di un figlio e il padre di famiglia non ne volle sapere assolutamente niente.” “Che bandito!” “Così Camel, sua sorella e suo nipote andarono a vivere nella stessa casa. Ora, c’è da dire che una ditta di costruzioni specializzate nella riparazione, ristrutturazione e ampliamento delle piantine ospedaliere di tutta la Francia, facendo sede appunto in St- Etienne, aveva aperto le assunzioni per un certo numero di operai; in modo da effettuare i

lavori di ristrutturazione e ampliamento dell’ospedale Centre Léon Bérard, nella città di Lione. Camel aveva fatto domanda di assunzione e presto si era ritrovato a riparare l’ala destra del suddetto ospedale, in rue Laennec, arrampicato su delle impalcature a circa 15 metri dal suolo

e per giunta un po’ brillo.” “Tu, ti eri trovato a passare perché proteggevi il taxista che stava effettuando la corsa

e….”

“Esattamente!” “E lo avevi notato mentre barcollava sull’impalcatura, occupato nel suo lavoro.” “Infatti! E subito mi era venuta voglia di proteggerlo.” “Fino a qui ho capito tutto, fratello.” “Bene! Allora posso proseguire tranquillo.” “Sono tutto orecchie,Tito. La tua storia è molto accattivante, ti ascolto.” “In brevissimo tempo potei constatare che il mio nuovo protetto aveva un contratto con la ditta di costruzioni che faceva sede in St-Etienne, in cui erano specificate tutte le modalità del vitto, dell’albergo e chiaramente della relativa mensilità. Mi segui?” “Certo! Certo.Vai pure avanti.” “Tutti gli operai occupati ad ampliare l’ala destra dell’ospedale Centre Léon Bérard, ivi compreso Camel, potevano consumare due pasti al giorno nella brasserie di Monica e David:

en place d’Arsonval, praticamente a quattro passi dall’ingresso dell’ospedale e dai lavori in corso. L’impresa edile aveva fornito tutti gli uomini sotto contratto di buoni pasto: dei cartoncini di colore verde che ogni operaio doveva consegnare alla cassa a fine pasto, escluso

il sabato e la domenica dove bisognava pagare ciò che si consumava. Questo accordo era

stato fatto tra la ditta e la brasserie, perché sapevano che molti operai, durante il fine settimana, lasciavano Lione per raggiungere le loro famiglie a St-Etienne. Un discreto risparmio per le due parti, non trovi?” “Eh! Chiamali fessi!” “Camel, però, lo faceva raramente. Più che altro per risparmiarsi il viaggio a St-Etienne e anche perché stava vivendo un aspetto diverso della sua esistenza. In realtà preferiva restare da solo, e forse anche perché questa città gli piaceva. Per quanto riguarda l’alloggio, va detto che la ditta di costruzioni aveva sistemato quasi tutti gli operai nella pensione des Alouettes, situata nella medesima strada a circa 150 metri dal posto di lavoro, pagando mensilmente tutte le quote di ogni operaio al titolare della pensione, un certo signor Procredi, di chiare origini italiane. Per le brache di quell’imperdonabile folle di Napoleone Bonaparte! Se questo era il panorama del vitto e dell’alloggio, puoi immaginarti benissimo che tipo di mensilità pattuivano questi operai.” “Ah! Senza dubbio, fratello!” “Bassissimo, mon amì. Bassissimo. Una cifra irrisoria e improponibile, ma nessuno aveva qualcosa di meglio e così….”

Improvvisamente Gerard si alza come per andare da qualche parte. Lascia i suoi colleghi seduti sul suolo di place du Petit Collège e comincia a camminare senza ragione; sembra come se fosse attirato da qualcosa che lo sta portando nel centro della piazza. Washington è un po’ in tensione e si alza per raggiungere il suo assistito, ma dopo pochissimi

istanti Gérard ritorna a sedersi vicino ai suoi colleghi che, tra l’altro, non si erano nemmeno accorti di questa sua azione. E’ stata una passeggiata senza senso, verso un punto impensabile e chiaro solo a Gérard, quindi Washington torna a sedersi vicino a Tito e tutto torna come prima: entrambi preferiscono non fare nessun commento su quell’azione dell’operaio, lasciandosi trasportare dal racconto e dall’ascolto, riprendendo da dove avevano interrotto.

nessuno aveva qualcosa di meglio e così…Ora, non esiste più la pensione des

Alouettes, ma in quel periodo era un punto di riferimento per molte persone. Si trovava precisamente nella zona degli ospedali e ci andavano ad albergare i familiari dei malati ricoverati nell’ospedale Edouard Herriot, nel Wertheimer, nel Louis Pradel, nello psichiatrico, e i familiari dei malati oncologici del Centre Léon Bérard; tra cui il padre di un certo Nino Fusco:

un giovane napoletano, sei mai passato per Napoli?” “Si, una volta.” “Grande terra, non trovi?” “Spettacolare!” “….Malato di cancro ma in via di guarigione. Venuto in Francia con suo padre per curarsi, perché la sanità nella sua terra era a dir poco scadente. Così mi era stato riferito dal suo protettore che aveva cominciato a proteggerlo da pochissimi anni: da quando il giovane pare avesse cercato fortuna a Trieste, nel nord dell’Italia. Che hai adesso? Perché fai quella faccia? Cribbio!” “No, niente. E’che sto pensando: come mai tutti noi che proteggiamo ognuno il mortale che ci tocca, riusciamo a capirci perfettamente anche se veniamo da paesi e epoche diverse? Tutto ciò mi fa pensare, fratello.” “Non devi pensare. Per le maledettissime brache di Jean Jacques Rousseau! Non l’hai ancora capito? C’è qualcuno che pensa per te.” Tito indica teatralmente il cielo. “Limitati solo a fare quello che ti è stato chiesto. Proteggi il tuo barcollante mortale. Sono i nostri assistiti che devono pensare.” “Ma non lo fanno…!” “E noi dobbiamo agire affinché lo facciano; informandoci pedissequamente su tutte le nuove ideologie che si stanno sviluppando sulla terra nel secolo in corso. Senza tralasciare nulla. La scuola di perfezionamento che ci fanno fare ogni sei mesi serve proprio a questo e va frequentata con profitto, senza dare sfogo a qualsiasi accenno di pressappochismo.” “E’ quello che penso anch’io, fratello.” “Ad ogni modo, non farmi divagare come al solito. Per Diana! Altrimenti perdo il filo, la pausa di Gérard finisce e non posso raccontarti il seguito della storia.” “Neanche a parlarne, fratello. Ora che hai cominciato, vorrei conoscerne anche la fine.” “Appunto! Dunque, come dicevo alcuni istanti fa, la pensione des Alouettes era gestita da un certo signor Procredi e da sua moglie: donna alquanto procace e un po’ volgare. Una coppia di origini italiane con tre figliole; la prima quasi coetanea di Camel. La pensione era piuttosto alla buona: le stanze decisamente piccole, con lavandino e acqua calda in camera. Pensa, c’era perfino quel tazzone di ceramica bianca o d’altro colore che i mortali di adesso chiamano bidè.” “Ah! Si! Certo!” “Le pareti delle stanze erano quasi tutte ricoperte con pareti affiorate e sbiadite, da cui venivano fuori i tubi in ghisa dei riscaldamenti. Finestre con infissi consumati dal tempo erano le uniche bocche verso l’esterno, presenti in quei tuguri numerati. I letti erano quasi tutti con materassi un po’ sfondati, in cui si dormiva a fatica e da cui si usciva a fatica. E quasi tutti

“…

Ma

avevano i famigerati cuscini a salsiccia. Le docce e i cessi erano comuni, e si trovavano nel

corridoio in prossimità del pianerottolo. Il prezzo della singola era più che accessibile e vi era compresa la prima colazione; a base di fette biscottate, panini, burro, marmellata e da bere c’era succo d’arancia, caffè e latte o tè. Camel ci viveva senza fare tanti commenti; insieme

ad alcuni suoi colleghi e ai familiari dei malati ricoverati negli ospedali limitrofi. Erano un po’

tutti silenziosi, in quel posto. Si facevano pochissimi commenti tra di loro e impercettibili cenni di saluto o gesti amichevoli. Inoltre, le stanze erano tutte numerate sulle porte, con dei

numeri di ferro appiccicati nel legno. E anche il pianerottolo, le scale e il pavimento erano in legno, e ad ogni minimo gesto di qualche pensionante si liberavano dei rumori sinistri nell’ambiente, molto simili ad improvvisi cedimenti del suolo. Nel piano inferiore c’era l’ingresso che dava sulla strada (rue des Alouettes), attraverso un’ampia porta in vetro doppio

di colore verde scuro, dietro la quale si vedevano le sagome tutte deformate. Poi, vicino la

sala d’ingresso si trovava quella della colazione, un po’ più grande: con alcuni tavolini e sedie predisposte intorno e perfino un telefono a franchi per i clienti della pensione, e una capiente vasca con pesciolini rossi. Devi sapere che il proprietario, il signor Procredi, teneva molto a questa vasca e guardava sempre un po’ di traverso se qualcuno si avvicinava per guardare i pesci nuotare. Chissà che tipo di furto immaginava di subire? Pensa che l’aveva appoggiata su

di un tavolo vecchio ed elegante, di forma rettangolare, con qualche tarlo sparso qua e là, e

dal colore marrone scuro. Lui diceva che era un tavolo importante e ne andava molto fiero, per non so quale tipo di valore affettivo posseduto. Ad ogni modo, penso che fosse una sua piccola mania di grandezza e … ” Un’inaspettato sussulto si impadronisce dell’ampio torace di Tito. Ha smesso di raccontare con la sua naturale partecipazione e ha posto una forte attenzione a ciò che sta accadendo dinanzi al negozio del sul protetto: il fruttivendolo ha fatto cascare un fagotto pieno di arance molto tonde, dalle mani di un cliente. In pratica, c’è stata una distrazione reciproca e gli agrumi hanno cominciato a rotolare velocemente in diversi punti cardinali della Place du Petit Collège. Anche Washington ha improvvisamente smesso di ascoltare il collega e ha preferito

guardare quella caduta di arance così inattesa. Hanno un po’ tutti, compresi i passanti, avuto la sensazione che fosse una spettacolare scena a rallentatore; si sono messi ad osservare come quegli agrumi rotolassero sul selciato con quell’armonia di movimento. Alcuni passanti le hanno raccolte riportandole al fruttivendolo, tranne un tipo benvestito e dinoccolato che ha stoppato il frutto con l’interno del piede destro, dimostrando una grande padronanza dei fondamentali calcistici e una grossa dimestichezza nel domare la piccola sfera arancione. Poi, con una naturalezza più calcolata che palese, ha cercato di portarsela rapidamente nella tasca del soprabito. Quell’accenno di furto ha scosso moltissimo Tito; non ha per niente accettato

di vedere quel tale rubare la merce del suo protetto. Gli ha lanciato un rapido sguardo. Una

specie di fulmine è partito dalle sue orbite e ha mandato a gambe all’aria il passante; come se fosse inaspettatamente scivolato sopra una diabolica buccia di banana lasciata nel suolo della piazza, chissà da quale screanzato. L’uomo si è trovato per terra senza nemmeno avere il tempo di fermare quell’evento e

si è visto schizzare dalla tasca del soprabito l’arancia rubata. Il frutto, un po’ alla volta, ha

cominciato a rotolare sul selciato; aumentando sempre di più la velocità fino a raggiungere i piedi del fruttivendolo che, ignaro di tutto, si è preoccupato di raccoglierla e rimetterla nel nuovo fagotto insieme alle altre. E tutti i protettori presenti ai piedi del Musée Historique de Lyon hanno come immortalato quell’azione, commentando tra loro l’accaduto, con parole di apprezzamento verso la maestria di Tito; e anche Washington ha cercato di fare altrettanto ma…

“Sei stato strepitoso, che tempismo….!” “No, ti prego. Finiamola qui….vorrei continuare la storia. Dove eravamo rimasti?”

“Dunque….se non sbaglio parlavamo….si, del tal signor Procredi che….” “Ecco, appunto!” Nel frattempo il passante si è appena alzato da terra, guadagnando l’uscita di scena con un’espressione molto simile a quella di un tale che è appena caduto senza sapere come.

“….Nella pensione des Alouettes, insieme a Camel, albergavano altri operai dell’impresa

di costruzione, ma devo dire che tra loro non vi era un grande rapporto. Il ragazzo si sentiva

un po’ emarginato e quindi spesso beveva.” “Chiaro!” “Del resto, non era una situazione semplice e poi i suoi colleghi si comportavano in modo impresentabile. Per le brache di Napoleone! Avrebbero dovuto avere un interlocutore della mia portata, allora si che avremmo visto un radicale cambiamento nel loro comportamento, ma avevano di fronte il silenzio e la bontà di Camel e per loro tutto era facile.” “Ma perché, cosa combinavano questi soggetti?” “Devi sapere che oltre a Camel, nella pensione vi era un certo Carnot di circa 56 anni:

il più anziano tra gli operai e considerato una specie di caporeparto. Poi, vi era Lombart di 48

anni, Baragnon 37 anni e Chèvre, il più giovane, di circa 30. Erano tutti francesi di St-Etienne e ognuno aveva verso Camel una inspiegabile, ma fastidiosissima, avversione. In realtà, si caricavano a vicenda, capitanati da Baragnon che era il più rissoso. Di mattina presto, erano tutti in fila nel corridoio al primo piano, per fare la doccia in fretta e scendere giù a fare colazione, prima di recarsi alle 8 in punto sul posto di lavoro. Facevano quasi sempre in modo che Camel fosse l’ultimo a lavarsi. Primo, perché così il mio protetto aveva poca acqua calda a disposizione e poi, perché non volevano lavarsi dove Camel si era lavato prima di loro. Baragnon era quello che sobillava di più e si trascinava facilmente dietro Chèvre, il più giovane, mentre Lombart restava un po’ sempre a metà, non lasciando mai intendere veramente cosa realmente pensasse di Camel.” “Il più ruffiano, insomma!” “Appunto! Mentre devo dire che Carnot era quello più saggio di tutti, cercava sempre

di gettare acqua sul fuoco e di tentare comunque un approccio con Camel, anche se poi

finiva per emarginarlo come gli altri.” “E chiaramente il tuo protetto beveva per reagire.” “Infatti! Ma devo dire che questi personaggi, e questo l’ho sempre affermato anche verso le nostre autorità segnalandolo più di una volta, non avevano dei protettori all’altezza del caso, che avessero potuto consigliarli e guidarli nella maniera migliore. Tranne Chèvre che era protetto da un certo Pasolini: un poeta italiano morto ammazzato in circostanze misteriose, sulla spiaggia di un paesino a pochi chilometri da Roma.

Ecco, e questo Pasolini lo invogliava a leggere e a informarsi; gli faceva trovare libri di autori svariati in ogni parte: per strada, nel cesso, tra le scale e persino appesi tra le impalcature. Con la speranza che Chèvre si fosse deciso una buona volta a leggere, a informarsi e a non essere capra anche nel pensiero quotidiano. Ma il giovane era cocciuto e insensibile ad ogni autore o libro che gli capitasse a tiro, e Pasolini finiva spesso per sfogarsi con me: che non ne poteva più del suo protetto, che per lui era inaccettabile il comportamento razzista e ottuso

di questi verso Camel e che presto avrebbe fatto sicuro domanda di trasferimento.”

“Ah! Diventa difficilissimo proteggere, con soggetti di questa portata. Lo capisco benissimo. “Pasolini si era così stufato di quella situazione che spesso lo lasciava da solo e se ne andava dalle parti della stazione Lyon Perrache, per incontrarsi con un suo carissimo amico scrittore, un certo Moravia, occupato a proteggere a sua volta un impiegato dell’ufficio informazioni della stazione. Quindi Camel ne soffriva molto di questo astio che gli altri avevano verso di lui e automaticamente finiva per emarginarsi. Le ore lavorative erano quelle

meno complicate, perché in realtà lo tenevano impegnato e soprattutto non si sentiva solo.

Alle 8 andava, come tutti gli altri, in cantiere e vi restava fino alle 12 e 45; alle 13 a pranzare con i buoni pasto e restavano in pausa fino alle 13 e 45; alle 14 in punto si riprendeva a lavorare e si andava avanti fino alle 17-17 e 30 e va detto che alcune volte, qualcuno di loro (quasi sempre Camel, ovviamente) restava a fare alcune ore di straordinario. Diciamo che Camel lo faceva soprattutto per non trovarsi con gli altri nel corridoio, in fila davanti alla doccia. In pratica, arrivava in pensione quando l’ultimo dei suoi colleghi era appena uscito dal bagno e lui poteva entrarvi e lavarsi. Senza vivere quella spiacevole sensazione di essere stato messo apposta dagli altri come ultimo, a fare la doccia, per paura che lasciasse nel suolo della stessa qualche infezione particolare, di cui la sua razza araba ne fosse ipoteticamente portatrice a tutti gli effetti.” “E dopo la doccia serale, cosa accadeva?” Washington l’ha detto con una stranissima energia: una sotterranea partecipazione verso le vicissitudini di Camel. Quasi come se ascoltando attentamente quel racconto di Tito, servisse a risolvere e soprattutto a difendere la vita narrata del giovane algerino. “Dopo la doccia, verso le 19 e 30, andavano tutti a cenare con i rispettivi buoni pasti nella solita brasserie di Place d’Arsonval e Camel faceva sempre in modo che non avesse dovuto cenare con loro. Arrivava nella brasserie dopo mezz’ora e alcune volte, perfino dopo un’ora. Li salutava con un debole cenno del capo e si andava a sedere un po’ defilato verso il fondo del locale, in un piccolo tavolino. Carnot, il più anziano, gli accennava come d’abitudine un cenno d’intesa: facendogli un debole invito a sedersi tra loro. Ma più che altro era un cenno formale; un invito dovuto, più che sentito. Così quando il mio protetto lasciava quell’istante di pausa prima di rispondergli con gli occhi che preferiva sedersi piuttosto in quel tavolino defilato verso il fondo del locale, tutti si aspettavano – con ansia molto celata da una finta distrazione generale – che il mio protetto avesse risposto come sempre: preferendo

la sua postazione solitaria anziché la loro compagnia. E per Diana! Si sentivano tutti più

sollevati quando finalmente lo vedevano seduto in quel tavolino defilato del fondo e non vicino alla loro zona.” “Che ipocriti! Mi verrebbe voglia di…” “No! Lascia perdere, mon amì. Così, essendo seduti distanti da Camel, avrebbero potuto, come ogni sera, spettegolare tranquillamente alle sue spalle. Del suo comportamento, del suo modo di fare, del fatto che spesso sentivano un tanfo di sudore molto nauseabondo quando egli era nei paraggi e di tante altre fandonie che puoi immaginare. Comprese le sue sbornie, s’intende!” E’ molto probabile che se in questo preciso momento Gerard si decidesse a fare un

passo o a spostarsi dalla sua postazione di pausa,Washington non ci farebbe per niente caso; tanto risulta partecipe e assorto dal racconto di Tito. Che forse è estremamente orgoglioso

di ciò; è probabile che Tito si senta padrone di disporre dell’attenzione poetica del suo

collega, acquistando una piccola dose di presunzione, molto bonaria e inoffensiva, ma pur sempre presunzione. “Verso le 21 e 30, dopo aver saldato ognuno la propria cena con i rispettivi buoni

pasto, erano soliti uscire dalla brasserie di Place d’Arsonval tutti insieme e recarsi a bere qualcosa nel bar Georges, situato a metà del cours Albert Thomas, dove vi restavano fino verso

le 23. Camel faceva di tutto per non incrociarli: aspettava pazientemente la loro uscita dalla

brasserie, andava a saldare col suo buono pasto la cena consumata e usciva rapidamente per dirigersi verso il bar “Le Chanteur” situato in place Ambroise Courtais; a pochi metri dalla fermata Monplaisir-Lumiere, del metrò. E lui, per raggiungere questo bar, non percorreva il corso Albert Thomas con il rischio di passare dinanzi al locale dove gli altri andavano a bere; bensì, dalla place d’Arsonval, svoltava per avenue des Freres Lumiere, fino a sbucare in place

Ambroise Courtais ed entrare rapidamente nel bar per restarci fino alla chiusura. Lì dentro cominciava a bere prima con molta parsimonia…” Washington lo sta guardando con la stessa espressione di chi sta cercando invano il significato di quella parola che ha appena ascoltato. “Per le maledettissime brache di Jean Jacques Rousseau! Quante volte ti ho detto che se c’è una parola che io pronuncio e di cui non conosci il significato, mi devi bloccare e pretendere che io te la spieghi? E santa rivoluzione! Perché non lo fai?” “Mi è tutto chiaro,Tito. Stai tranquillo.” “Tranquillo un corno! Con molta parsimonia significa con tranquillità.” “Ecco.Appunto. Ma ti assicuro che mi era chiaro anche prima…” “Cominciava a bere prima con molta parsimonia, poi si lasciava andare e finiva per bere a briglia sciolte; ubriacandosi in poco più di mezz’ora.” “Povero figliolo!” “Poi, quando il gestore chiudeva il locale, lui cominciava a barcollare inoltrandosi nelle stradine laterali al corso Albert Thomas: che quasi tutte portavano in rue des Alouettes e quindi, verso la pensione. Faceva sempre molta attenzione a non farsi notare ubriaco dagli altri e soprattutto dal signor Procredi. Aveva la certezza che qualcuno dei suoi colleghi, forse Baragnon, avesse sicuramente spettegolato al padrone della pensione e a sua moglie Lucia, il suo stato confusionale. Si sentiva osservato e continuamente sotto esame, temeva qualche improvvisa rappresaglia per chissà quali colpe che non aveva commesso. In più, si era accorto che perfino le figlie di Procredi, le quali avevano sempre avuto un buonissimo comportamento verso di lui anche perché quasi sue coetanee, ora si erano come trasformate. Facendo perfino fatica a salutarlo. Chissà i suoi colleghi cosa avevano raccontato sul suo conto a Procredi? E chissà Procredi cosa aveva imposto alle figlie? E da un po’ di tempo lo pensava quasi sempre ogni sera prima di dormire; come se quell’ansia notturna, affogata nell’alcol, gli tenesse compagnia per la notte e gli permettesse di accettare la venuta a momenti di una nuova giornata lavorativa.” Molto probabilmente il racconto di Tito si sta incamminando verso delle ampie zone d’ombra e sul viso di Vercingetorige si legge, gradualmente, la drammaticità che sta per arrivare. I lineamenti paciosi di Washington si piegano, attraversando tante insenature nascoste nelle sue stesse rughe. Quella simpatica faccia di gomma diventa una scogliera frustata dalle raffiche di vento gelido e tagliente che esce, senza freni, dalla bocca di Tito. “C’era da aspettarselo! Durante i fine settimana, quando tutti andavano via… Maledettissima maledizione! Camel toccava il fondo, non riuscendo a prendere la giusta rotta da seguire ed io ero costretto a stargli addosso senza sosta, senza un attimo di respiro.” “Beveva?” “Beveva? Era uno strazio per me. Non riuscivo a persuaderlo, a distrarlo. Cominciava il venerdì dopo le 20 e andava avanti fino all’alba del sabato. Poi tornava in pensione e dormiva fino alle 13; si alzava, mangiava qualcosa nella solita brasserie e ripartiva per bar. Qualche volta riuscivo a coinvolgerlo nella place Ambroise Courtais, dove si svolgevano interminabili partite di bocce fino al tramonto, ma vi restava pochissimi minuti. Diventava spettatore di alcune giocate degli sfidanti di turno e partiva per le sue lunghissime passeggiate alcoliche. Percorreva a piedi il cours Albert Thomas e Gambetta, fino ad entrare trionfante sul ponte de la Guillotière e non si curava per niente delle acque grigiastre del Rhone; attraversava in fretta il ponte per raggiungere in brevissimo tempo place Bellecour, dove vi era il suo bar preferito.” “Quella è proprio una zona scalognata, mio caro. Anche Gerard va spesso a bere dalle parti di place Bellecour.” “In quel locale beveva di tutto e poi se ne andava a zonzo per i boulevards che costeggiano la Saòne o raggiungeva in autobus il centro commerciale della gare Part-Dieu; dove spesso trovava alcuni algerini che gli offrivano da bere, restando a parlare un po’ con loro di

cose piuttosto banali: come del modo di guidare un elicottero o di come si prepara il cous- cous.”

“E tu tiravi un po’ il fiato, immagino.” “Appunto! Però durava poco. Perché raggiungeva quasi sempre la vicina Galerie Lafayette e si metteva a passeggiare vorticosamente. Lo faceva per non pensare e soprattutto per non

sentirsi da solo. Si lasciava portare dalle innumerevoli scale mobili del centro commerciale:

saliva ai piani superiori e poi riscendeva guardando con aria confusa tutte le vetrine di abbigliamento e dove erano esposti manichini femminili un po’ scosciati e con dei corpi perfetti. Li osservava con gli occhi lacrimosi e portandosi addosso quel barcollare ormai cronico, dovuto ai fumi dell’alcol che gli avevano circondato le meningi.” Per un brevissimo istante Gérard, che è ancora seduto vicino ai suoi colleghi a consumare la pausa, lancia un’occhiata verso il cornicione dove Tito e Washington stanno conversando. In un attimo si ha come la sensazione che Gérard riesca a vedere il suo protettore e quest’ultimo s’accorge di ciò e ne resta colpito. Sono momenti pieni di tensione; entrambi i protettori hanno il timore passeggero di essere spiati da Gérard, come

se quel mortale s’accorgesse improvvisamente delle loro entità e scrutasse profondamente il loro comportamento. “Per le maledette brache di Nelson! Non vedi che guarda nel vuoto? Perché ti vengono queste paure, mon amì?“Sembra che osserva noi!” “Ma niente affatto! Ha lo stesso sguardo di Camel quando beveva un po’ troppo.”

vederci e questo vuol

dire che….” “Piantala! Ecco, vedi? Ora sta ritornando a guardare altrove. Non sa nemmeno che esistiamo! Cerca di tranquillizzarti, è tutto sotto controllo.” Tito e Washington ritornano al loro discorrere tenendo ben chiaro che la pausa di Gérard, forse, sta per volgere al termine. “La domenica per Camel era come una resa dei conti. Per Diana! Il settimo giorno era come una specie di cartina tornasole per il suo stato sociale. Non conosceva nessuno in questa città. Non aveva nessun interesse e finiva per desiderare avidamente il ritorno degli

altri. Quella loro inimicizia così tanto utile al suo essere solo. Il loro modo di emarginarlo lo teneva vivo e reattivo, gli dava un vero senso di esistere. Quella sottile emarginazione che riceveva dai suoi colleghi durante la settimana, gli dava proprio coscienza di essere; gli permetteva di ascoltare le sue più nascoste voci e gli regalava la giusta distrazione per andare avanti.” Però, un inatteso sorriso sul volto di Tito sta preannunciando l’arrivo di qualcosa che forse avrebbe sconvolto la vita di Camel. Lo stesso Washington è in preallarme e si è fatto contagiare dal sorriso del suo collega. Anch’egli si sente in attesa di una buona novella; come se la narrazione di Tito stesse per svelare un nuovo nodo drammatico, una svolta fondamentale per la storia. “Poi, accadde che un giorno lo stavo accompagnando per strada dopo la mezza giornata

di lavoro e uscito dal cantiere, prima di dirigersi in pensione, volle fermarsi al bar dell’hotel

Meridian Park, in rue Professeur Colmette; poco distante dalla pensione des Alouettes dove pernottava con gli altri colleghi. Al bar dell’hotel Meridian Park conosceva il barista che gli offriva sempre qualche bicchiere extra e riusciva perfino a sfogarsi di tanto in tanto con questo tizio. Parlavano del più e del meno, mentre consumava da bere e poi andava via; e quel giorno, mentre stavo aspettando che consumasse il suo ennesimo sorso di whisky, intravidi poco distante un tal Magnetudo Gil: anch’egli protettore che non vedevo da diversi lustri. Ci salutammo affettuosamente e venni a sapere che il tal Magnetudo Gil proteggeva da pochissimi mesi una giovane donna di nome Anabel e suo marito: l’uomo pare fosse

“Sarà, ma ci sta osservando con molta attenzione. Forse…

può

gravemente ammalato di cancro e da Vienne era venuto a Lione per sottoporsi ad un ciclo di

chemioterapia presso l’ospedale Centre Léon Bérard, proprio dove Camel lavorava per riparare

e

ingrandire l’ala del reparto di oncologia. La coppia doveva restare per molto tempo a Lione

e

quindi, sarebbe stato più opportuno albergare in una pensione economica come l’hotel des

Alouettes. Gil mi segnalò che stavano discutendo nella hall con l’addetto, sul prezzo della matrimoniale e restai colpito dalla donna. Anabel aveva un viso preoccupato, ma tuttavia riusciva a non perdere la sua bellezza. Era melanconica e giovane; più giovane del suo povero marito malato e per alcuni istanti ebbi come l’intuizione che quella giovane donna stesse vivendo, anche se in maniera diversa, una sorta di emarginazione simile a Camel. Anch’ella mi dava l’idea di solitudine e profonda disperazione; e forse, per una premeditazione di pensiero,

convinsi il tal Magnetudo Gil a far si che la coppia si trasferisse nello stesso albergo del mio protetto. Il giorno seguente l’uomo si sarebbe dovuto ricoverare per iniziare le durissime cure e Anabel sarebbe restata da sola tutta il tempo. Confidavo nel caso e nella buona sorte, ma non ti nascondo che ero fermamente convinto che il mio protetto e quella giovane donna, presto avrebbero avuto un’incontro ravvicinato e io, per le maledettissime brache di Napoleone, non avrei fatto niente per evitarlo.” Quest’ultima allusione di Tito Ponce de Marsillach ha come sobillato la fantasia di Washington. Negli occhi gli è apparso un fulmine di follia felice, qualcosa che sta sottolineando nella maniera più efficace ed immediata, la sua grande partecipazione d’ascolto

a questo racconto. Come se lui stesso godesse a priori per le probabili avventure di vita del

protagonista, all’interno del racconto che Tito gli sta narrando. “Sei un portento, fratello. Praticamente hai fatto in modo che il fieno fosse vicino al fuoco. Che trovata, ragazzi! Forse anche al mio Gérard occorrerebbe qualcosa del genere. Ma

a me non vengono queste idee, maledizione!” “Non rammaricarti, mon amì. Dai tempo al tempo che il tempo è galantuomo. Ad ogni modo, Anabel e suo marito si trasferirono nella pensione des Alouettes e come stabilito, il giorno dopo l’uomo fu ricoverato nel reparto oncologico per iniziare il ciclo di cure. In effetti, s’accorsero un po’ tutti della presenza di Anabel; tranne Camel, ovviamente! Almeno per i primi giorni. Con quel suo modo di essere così stralunato, non s’accorgeva mai subito delle belle sorprese. Perfino la moglie del proprietario della pensione fu colpita dalla presenza melanconica di Anabel: alla signora Procredi irritava tanto che tutti parlassero di Anabel; tranne che Camel, ovviamente! Il mio protetto se ne accorse dopo circa tre giorni, della nuova arrivata, ma ne fu letteralmente colpito.” “Sento odore di frutti di bosco, fratello! Il mirtillo comincia a grattarmi la fantasia e penso che sia giunta l’ora. Non è così?” “Si conobbero dinanzi l’ingresso della pensione: Camel stava tornando dal cantiere e Anabel usciva per raggiungere suo marito in ospedale. Ci fu un velocissimo scambio di sguardi. Entrambi fotografarono attentamente tutte le loro parti più nascoste. Come se avessero avuto l’esigenza di trovare qualcosa: un odore, un segno, un colore, un gesto, qualcosa in cui si sarebbero voluti identificare per smetterla una buona volta di essere da soli. Si, effettivamente i loro sguardi brillarono, ma furono anche molto imbarazzati per questo. Noi, dal canto nostro, parlo di me e del tal Magnetudo Gil, facemmo finta di niente. Non demmo nessun peso agli sguardi che i due si erano scambiati, ma comunque iniziammo a parlare di loro in maniera velata; per informarci a vicenda dei nostri protetti, senza dire esplicitamente che forse Anabel e Camel si erano guardati in maniera speciale. E venni a sapere che la malattia del marito era capitata proprio in un momento di crisi del loro

rapporto. In effetti, la brutta notizia li aveva uniti maggiormente: erano corsi subito a deporre

il seme del marito nelle banche adeguate, prima d’intraprendere le pesanti cure del caso. Ma

era stata solo un’unione fraterna, il tentativo di darsi comunque la gioia di un figlio, di lasciarsi

una porta aperta per il dopo. Ma perché mi guardi così? Ci risiamo? Non ti è chiaro qualcosa?” “No. No. Mi è tutto chiaro, solo che….” “Avanti, dimmi! Non starci tanto, mi fai perdere il filo, sbrigati!” A Washington non gli è per niente chiara la storia del seme dell’uomo che viene posto in apposite banche. Prima di tutto, non riesce ad immaginare banche di questo tipo e poi non capisce come l’uomo, nella fattispecie il marito di Anabel, fosse stato in grado di deporre il suo seme in qualche recipiente per conservarlo. “Con l’aiuto di una semplicissima masturbazione, mio caro! Il seme esce, viene conservato per un certo tempo in un contenitore speciale a temperature prestabilite e poi si può passare all’inseminazione artificiale. Questa dannata chemioterapia pare che bruci tutto e

del resto, nel mondo di oggi, il progresso trova sempre una via d’uscita. Ai miei tempi, con un canchero non provavi a sperare.” ! Intanto Gérard e gli altri operai cominciano a sgranchirsi le gambe; siamo ormai agli sgoccioli della pausa e se Tito non si decide a spiegare tutto in fretta, Washington non lo seguirà più con la stessa attenzione di adesso: penserà piuttosto alle peripezie e ai precari equilibri di Gérard e tutto ciò irriterebbe tantissimo de Marsillach. “Ti è chiaro, mon amì?” “Si, certo. Ora è tutto chiaro.” Washington ha detto che gli è tutto chiaro, ma in realtà non riesce tuttavia ad immaginarsi il marito di Anabel che depone negli appositi contenitori il proprio sperma per

conservarlo.Ad ogni modo…

“Tra il mio protetto e Anabel cominciò a nascere una specie di comunicazione a distanza. S’incontravano spesso durante il giorno, salutandosi reciprocamente con lievi cenni del capo o con impercettibili accenni di sorriso, ma erano gli occhi che parlavano. Si guardavano, si scrutavano, si capivano senza pronunciare parola; le loro solitudini erano diventate complementari e i loro silenzi prolungati acquistavano, giorno per giorno, una misteriosa alleanza sotterranea. S’incontravano spesso anche nella brasserie, magari seduti di fronte l’uno all’altra, e una volta tra i due ci fu perfino il passaggio del sale.” ! “In che senso?” “Si, insomma Camel s’accorse che Anabel cercava il sale e avendo dinanzi a se il boccettino di vetro, si alzò per portarglielo.” “Si guardarono?” “Si guardarono? Non puoi nemmeno immaginare il campo magnetico che erano stati capaci di alimentare quei due. E tutto in pochissimi attimi. A sera, Camel dalla sua camera ascoltava attentamente tutto quello che Anabel faceva nella sua. Il rumore dei passi, la tosse delicata dovuta a un raffreddore non ancora del tutto guaritole, i pianti notturni che spesso terminavano in rapidi gridi strozzati nella gola e commenti che la donna faceva a se stessa, per tenersi compagnia in quella gelida camera d’albergo confinante con quella di Camel. Va detto che egli delle volte, per farla partecipe della sua disponibilità a parlare con lei in quei momenti di tensione per la sorte del marito e per darle coraggio durante quelle angosce notturne che le esplodevano nella testa, cominciava a recitare la parte dell’insonne per alcuni minuti: passeggiando volutamente per la stanza, tossendo, facendo anch’egli dei commenti a se stesso sul tempo, sulla stanchezza o quant’altro. Con la speranza che Anabel, sentendolo ancora sveglio, si sarebbe decisa a bussare alla sua porta per chiedergli aiuto. Ma forse il mio protetto lavorava troppo di fantasia; ad ogni modo, questo suo interessamento verso Anabel lo aveva messo in riga. Aveva ridotto di molto il consumo di alcol e non lo vedevo più barcollare sulle impalcature del cantiere, come prima.” “Magnifico! E’proprio quello che ci vorrebbe per il mio Gérard.”

vivi e lascia vivere.

“Pensa che un giorno si incontrarono anche sull’autobus che proviene dal centro. Furono lì lì per scambiare qualche parola, ma non riuscirono a spiccicare nemmeno un piccolo suono. Si guardarono molto, questo si, per tutto il tempo della corsa: sguardi pieni di cose che non so nemmeno spiegarti, ma sta di fatto che non si parlarono. E il mio protetto fu così imbarazzato da quella situazione che scese perfino una fermata prima, per non dover fare con lei tutto il tragitto, dalla fermata alla pensione, senza pronunciare parola.” Ora, alcuni operai stanno cominciando a risalire molto lentamente sull’impalcatura, per riprendere i lavori alla facciata del Musée Historique de Lyon. Gérard, al momento, non sembra ancora convinto di riprendere a lavorare; per adesso ha pensato bene di fumarsi una sigaretta in compagnia di un altro collega che gli sta dicendo un sacco di cose e Washington non pare più in apprensione come prima; anche perché questa pausa ha come rigenerato Gérard: i fumi dell’alcol si sono quasi tutti affievoliti e ora l’operaio appare più lucido. “A far traboccare il vaso fu una circostanza inattesa e soprattutto non programmata neanche lontanamente da me, e tanto meno dal tal Magnetudo Gil: Camel stava lavorando sull’impalcatura all’altezza del 2° piano dell’ospedale e la stanza in cui era stato sistemato il marito di Anabel dava, per pochi metri, proprio sulla piattaforma dove Camel lavorava. Egli si muoveva in lungo e in largo sulla piattaforma; ora portando materiale e vernice, e ora cominciando a operare sulla parete. In realtà, non vi erano rumori particolari che avrebbero potuto molestare la quiete dei malati di quella corsia, ma era comunque abbastanza inquietante vedere degli operai che correvano dinanzi le finestre della camera, mentre essi erano impegnati a sconfiggere dei mali terribili. Comunque, i muratori facevano il meno rumore possibile e Camel era davvero speciale: non volgeva mai lo sguardo verso le finestre che davano nelle camere, per non intimidire i malati occupati a sopportare ognuno le proprie pene. Nella camera vi erano appena stati due medici, venuti per visitare il marito di Anabel e ne erano usciti dopo alcuni minuti, accompagnati dalla donna nel corridoio della corsia, per chiedere ulteriori delucidazioni sulla salute del marito. I medici erano stati sinceri; evidentemente non avevano dato buone notizie alla donna, che era scoppiata in un pianto immediato: le lacrime le avevano presto invaso il viso e doveva immediatamente farle scomparire per non destare ulteriori preoccupazioni al marito malato, ora che sarebbe rientrata nella camera. In quel preciso istante che Anabel si stava un po’ riassettando il viso per nascondere le lacrime, Camel si trovò a percorrere la piattaforma esterna per portare dei materiali ad un altro collega. Superò la finestra della camera percorrendo alcuni metri paralleli al corridoio della corsia, fino a raggiungere una grossa vetrata da cui potette scorgere Anabel ferma nei pensieri, prima di entrare nella camera per tornare da suo marito. Si guardarono intensamente.Avevano un’enorme parete di vetro che li separava; in più, Camel era in alto rispetto alla donna e si guardavano un po’ in maniera innaturale. Sembrava che Anabel stesse ammirando l’arcangelo Gabriele che le era apparso; un arcangelo Gabriele pieno di luce, con le ali e con una calda pelle ambrata del Magreb.” “E non si dissero niente?” “Te l’ho detto. Con gli occhi parlavano tantissimo. Io e il tal Magnetudo Gil non avevamo nemmeno il tempo di capire quello che stava accadendo; perché i loro sguardi furono rapidi, imbarazzati, e pieni di mistero. Da quel momento in poi, le cose cambiarono radicalmente; continuarono a non parlarsi tra loro e a salutarsi con impercettibili cenni del capo o con goffi mezzi sorrisi, ma furono coscienti l’uno dell’altro in maniera viscerale. Si erano improvvisamente accorti che le loro solitudini potevano unirsi e tutto poteva accadere col semplice aiuto dei loro occhi.” Ormai quasi tutti gli operai hanno ripreso le postazioni sulle impalcature, ritornando alle loro occupazioni che avevano prima della pausa. Anche Gérard si sta apprestando a raggiungere il suo posto e lo sta facendo con molta lentezza. Sale le impalcature utilizzando le

scale di ferro interne alle balaustre, e sembra che davvero ha perduto quell’inquietante barcollamento che aveva prima della pausa. Ma Washington si è accorto che Gérard sta salendo per raggiungere la postazione vicino al cornicione dove stava lavorando circa mezz’ora fa, e non se ne è curato. E’ troppo preso dal racconto di Tito; vuole sapere come andrà a finire la storia e poi ha notato che il suo protetto sembra molto più lucido: almeno non barcolla più così evidentemente, e allora può dedicarsi all’ascolto del fatto senza tralasciare il suo incarico, s’intende. “Nei giorni che seguirono, s’incontrarono spesso nella hall della pensione, nella brasserie o nella sala della colazione, e continuarono a farsi coraggio con gli occhi. Anabel quando non vedeva Camel lo cercava tantissimo con la mente; per lei era diventato una sorta di confessore, anche se in pratica non si erano mai scambiati una parola. Ormai, avevano bisogno reciprocamente dei rispettivi sguardi: si sentivano protetti dai loro stessi occhi e l’assenza o il ritardo di uno dei due, causava nell’altro inquietanti perdite di sicurezza. Camel, finalmente, aveva quasi del tutto annullato l’esigenza del bere: forse perché in realtà non era un vero alcolizzato; ora voleva dissetarsi soltanto degli occhi di Anabel e durante quella settimana lo fece sistematicamente. La notte del venerdì, Anabel tornò in pensione verso le

22; gli altri colleghi di Camel erano tutti fuori per il fine settimana ed egli era disteso sul letto della sua camera ancora vestito: in compagnia di un’ennesima sigaretta e un po’ in ansia perché non aveva ancora sentito rientrare la donna.” Washington si sta totalmente disinteressando di Gérard: sembra che abbia come dimenticato il suo incarico primordiale e segue tutta la narrazione di Tito con la stessa attenzione che pone un bimbo quando, per la prima volta, vede un arcobaleno. Ha gli occhi trasognati, gonfi di lacrime non ancora esplose, traboccanti stupore e attenzione allo stesso tempo; in cui si riesce facilmente a leggere una fortissima voglia di evasione. Ad ogni parola di Tito sembra che Washington viva in prima persona le gesta di Camel, partecipando con tutte le rughe della fronte alle varie peripezie del protagonista. La sua pelle nera ora si fa divorare dalle rughe del viso, ora scivola leggermente sui lineamenti; segnando incessantemente tutti i ritmi del racconto. “Io, per rendermi conto di che umore fosse Anabel, lo lasciai sul letto a fumare e corsi sul pianerottolo. La ragazza era appena entrata in camera e restai a parlare con Magnetudo Gil per sapere le ultime notizie. Mi disse che Anabel era molto triste, che aveva avuto un durissimo giorno in ospedale e che suo marito pare fosse diventato insopportabile e la trattava malissimo; le varie cure che gli stavano facendo in ospedale lo rendevano irascibile e scaricava tutto su di lei. Aggiunse che in quest’ultima ora, la ragazza aveva come superato la soglia di sopportazione ed era entrata nella zona rossa. Qualsiasi cosa che sollecitava la sua attenzione poteva causare, o una grande deflagrazione o una inaspettata apertura al mondo. Così, corsi dentro da Camel e cominciai a sollecitargli delle idee: cercavo di smuoverlo da quel suo stato catatonico… ” “Catachè?” “Catatonico, per Diana! Stanco mentalmente. Senza voglia, insomma!” “Ah! Certo, certo.” “E appena cominciò a sentire Anabel che si lasciava andare al solito pianto serale, decise

di agire. Si alzò rapidamente e andò a bussare alla sua porta, portandosi dietro un grosso

fardello di incoscienza e tantissima solitudine. Io e Magnetudo Gil ci scostammo dalla porta,

di un metro o forse due, per osservare un po’ in disparte cosa sarebbe accaduto tra questi

due giovani che in tutti quei giorni non avevano fatto altro che guardarsi.” “Il fieno era stato messo vicino al fuoco, fratello! Ed ora bisognava solo aspettare che bruciasse. Non è così?” Washington si è lasciato andare, subito dopo questa sua affermazione, ad una grassa risata infantile; ricordando un po’ quei meravigliosi suonatori neri vissuti nell’epoca dei campi

di cotone: quando bastava poco per ridere e scappare dalla crudeltà o dalle durezze subite

durante il giorno di lavoro che avevano appena trascorso. “Ma la tua è una fissazione, mon amì! Le hai sempre pronte queste fiamme e questo fieno. Non m’interrompere, per Diana!” Piccola pausa di riflessione, forse un leggero imbarazzo, un piccolo sguardo a Gérard per controllare se tutto è a posto e si riparte all’ascolto di Tito. “La porta si aprì e apparve Anabel ancora con gli occhi arrossati per il pianto. Camel cercò il significato di quel suo gesto, ma invano. Perché aveva bussato a quella porta? Perché

voleva entrare in quella vita? La risposta, in realtà, gliela diede Anabel senza perdere ulteriore tempo prezioso: prima di tutto gli sorrise, poi gli chiese cosa volesse. Camel balbettò qualche sillaba, ma non riuscì a spiccicare nessuna parola; allora la ragazza gli chiese del fuoco, guadagnando il fondo della camera vicino ad un tavolo su cui era appoggiato un pacchetto di sigarette già aperto. L’algerino entrò, attraversando la porta come se fosse stato attirato da una calamita misteriosa e senza sapere perché, chiuse dietro di se quell’ingresso: lasciandoci

ad aspettare sul pianerottolo lo scoppio degli eventi.” Washington continua ad ascoltare avidamente il racconto che sta sentendo dal suo

collega e non s’accorge che Tito si esalta per ciò. Nei suoi occhi passano velocissimi barlumi

di soddisfazione e una piccola fiamma di presunzione; ad ogni modo il racconto è così

coinvolgente che Washington non s’accorge assolutamente di nulla. “Il nostro intento fu quello di non farci prendere da nessuna curiosità. In realtà avevamo entrambi una grandissima voglia di andare a vedere cosa stava accadendo nella camera, ma lo nascondevamo a noi stessi; fingendo d’interessarci a cose poco adatte alla circostanza. Per quei maledettissimi cannoni di Navarra! Arrivammo persino a parlare di abbigliamento, per nascondere e trattenere la reciproca curiosità che avevamo. Poi, sentimmo sospiri e continui no, con un tono di voce molto basso e prolungato, dopodichè il nulla. Scomparve qualsiasi rumore o sospiro proveniente dalla camera e cominciammo a pensare di entrare: se non altro per essere sicuri che entrambi stavano bene.” “Eccome che stavano bene! Non è così, fratello?” Washington l’ha detto con un’aria godereccia; un tono piuttosto lontano da quelli

leggermente poetici che usa di solito. E l’eco di questa sua insinuazione gli ha dato imbarazzo:

come se si fosse reso conto, con un certo ritardo, di questo suo commento un po’ troppo volgare. A fargli pagare un leggero dazio è Tito che, prima di continuare il racconto, lo guarda con un’espressione particolare e sembra che gli stia dicendo: ma che cazzo dici? Ma non ti vergogni di pensare sempre alla stessa cosa? “Passò una frazione di secondo e ritornammo a sentire quel no di Anabel; così prolungato e soave che aveva tutt’altro significato. Io e Magnetudo Gil ci guardammo, un po’ per esorcizzare il nostro imbarazzo, ma avemmo appena il tempo di fare qualche commento

di circostanza che cominciammo a sentire dei colpi dietro la porta chiusa, come di un corpo

che ci sbatte ripetutamente a ritmo sostenuto. La sequenza cominciò prima con colpi leggeri e poco convinti, poi con tonfi sempre più rapidi e infine, con tre o quattro colpi pesanti ma distanziati fra loro, dopo ascoltammo un sospiro e qualche grido strozzato in gola da parte di Anabel e poi una cosa simile, però più forte di tono, fece anche Camel. Dopodichè silenzio. Restammo in ascolto degli eventi per ancora qualche istante, poi decidemmo di andare via dal pianerottolo: perché quella porta sarebbe restata chiusa per tutta la notte. Potemmo poi, devo dire con nostro stupore, constatare che tutto questo accaduto si sarebbe ripetuto nei giorni a seguire. Si ripeté sistematicamente tutte le sere dell’intero mese, lasciandoci, come la prima sera, sul pianerottolo ad aspettare gli eventi.” Tutti gli operai sono tornati al lavoro e Gerard sta facendo il suo dovere nella maniera migliore. Gli altri protettori sono stupiti del generale disinteresse da parte di Washington verso il suo protetto e cercano d’immaginare che cosa starà ascoltando di tanto importante

da Tito. Forse la loro curiosità è anche un po’ intrisa d’invidia: quella capacità di affabulazione che Tito possiede così naturalmente, in loro crea una specie d’invidia, frustrazioni e cose simili; mentre Tito continua a riempirsi di se, quel tanto che basta per proseguire il racconto. “Presto Anabel s’accorse di essere incinta.” “Non mi dire, fratello!” “No, no! Te lo dico. Per Diana! Lo svelò chiaramente a Camel e cercarono di trovare una soluzione fattibile. La donna, di primo acchito, pensò di nascondere questa maternità al marito, ma era quasi impossibile anche perché Anabel e il suo consorte non avevano rapporti da due o tre mesi, e quindi l’uomo avrebbe sicuramente pensato ad un tradimento.” “E certo!” “Così pensò di parlargli chiaramente, di dirgli veramente come erano andate le cose. Da parte sua Camel era confuso, impaurito, ma al tempo stesso amava quella donna e soprattutto voleva quel figlio. Perciò l’egoismo dell’amore ebbe il sopravvento.” Washington non riesce ad accettare questa specie di finale:

“Non si pensò per niente alle difficili situazioni in cui si trovava l’uomo? Il quale stava subendo cure durissime per sconfiggere il cancro che lo affliggeva?” “Perché te la prendi tanto, mon amì? Ormai è acqua passata. Ad ogni modo, io e Magnetudo Gil lavorammo duramente ai fianchi, cercando di salvare il salvabile. Soprattutto di frenare tutte le emotività del malato e portando maggiormente la sua attenzione sulla guarigione e sulle cure da sopportare nei mesi a seguire. In pratica, la crudele verità di Anabel gli fece scattare nel posto più nascosto di se un’immane forza di reazione. In lui si sviluppò un fortissimo istinto di sopravvivenza; divenendo, in brevissimo tempo, un’egoista indomabile.” “Cosa accadde, insomma?” “Magnetudo Gil si ricordò che era amico del protettore della ex del malato; un certo Lennon, John Lennon: musicista rinomato in tutto il pianeta, quando era mortale. E questo tale sapeva per certo che la sua protetta era ancora molto innamorata del marito di Anabel. Così, collaborammo tutti insieme affinché il malato dimenticasse immediatamente Anabel e ritornasse verso le attenzioni della sua ex. In più, aveva deposto il suo seme nella banca dello sperma e con la tal Ivonne poteva provare anche a diventare padre. Bene! Dopo pochissime settimane l’intrigo fu risolto in maniera totale: Anabel e suo marito si separarono in maniera indolore lasciando agli avvocati l’incarico di risolvere le pratiche burocratiche, mentre loro si continuarono a voler bene come due fratelli di latte. Anabel restò fino all’ultimo vicino a suo marito, lasciando poi l’incarico alla dolcissima Ivonne. Se ne tornò appena possibile a Lione, già in un avanzato stato di gravidanza, per vivere con Camel. E dopo pochi mesi, il malato guarì definitivamente e tutto andò per il verso giusto.” In pratica questo finale è arrivato un po’ inaspettato e poi Washington non pensava affatto a questa chiusura d’atto così repentina. In un certo qual senso, resta affascinato e continua a seguire Tito Ponce de Marsillach, disinteressandosi totalmente del suo protetto che ormai pare godere di un salutare equilibrio e luce propria. Poi, s’accorge che Tito indica il negozio di frutta e il suo protetto attuale che vende arance e limoni ai passanti, portando come sua moglie (ma sarà sua moglie?) quel caratteristico copricapo andino che gli nasconde le gote. “Sono loro Camel e Anabel.” “Non mi dire!” “No, no! Te lo dico! Te lo dico, per Diana! Hanno avuto altri figli oltre a quello concepito nella pensione des Alouettes. Sono passati molti anni, ma si amano ancora.” “Incredibile!” “Si, vero.Vivono in periferia e non sono sposati. Lui mussulmano e lei cattolica.” “E i figli?”

“Un loro ragazzo, qualche giorno fa è stato in mezzo a quegli scontri con la polizia; dove alcuni giovani hanno bruciato delle macchine nelle banlieues di Lione. E il mio povero Camel ne ha sofferto molto: sai, è ancora molto introverso quell’uomo. Malgrado sia amato dalla sua Anabel, egli delle volte si comporta ancora come quando viveva insieme agli altri colleghi nella pensione des Alouettes. Sai, perché porta quel cappello andino?” Sul volto di Tito è comparso un sottilissimo riso amaro che non riesce a trattenerlo per molto sopra i suoi lineamenti. Come se il viso non fosse abituato a quelle smorfie melanconiche. “Perché ha paura che i clienti si accorgono della sua provenienza e non passano più a fare la spesa. D’estate porta un cappello a falde molto larghe, bianco, e abbassa spesso il viso come un gringo; per non far svelare le sue gote ambrate.” “E’ assurdo!” “Ma la cosa bella, per le dannate sottane di Maria Antonietta, è che Anabel porta anche lei il cappello andino per non farlo sentire solo; e per far passare questa sua paura, come una sorta di divisa del negozio di frutta e verdura.” Nel frattempo, una donna giovane si avvicina alla postazione di Camel e Anabel. “A proposito, te lo volevo già dire l’altro giorno: quella ragazza che si è appena fermata a fare la spesa dal mio protetto, sai che andrebbe bene per il tuo Gérard?” “Tu credi?” “Si, tra l’altro io conosco benissimo il suo protettore. Ecco! Quello che adesso saluto:

ciao! Si chiama Omar, Omar Sivori e mi ha detto che la ragazza è sola. Perché non facciamo accendere qualcosa…?” Tito e Washington continuano a confabulare tra loro, poi Gerard scende improvvisamente dall’impalcatura del Musée Historique de Lyon e si avvicina verso il negozio di Camel e Anabel: forse gli è venuta una improvvisa voglia di arance. Passa dinanzi alla giovane donna che Omar Sivori protegge e senza farci caso la spinge involontariamente. I due si guardano, c’è qualcosa, molto probabilmente è passato un fluido speciale attraverso i loro occhi. Tito Ponce de Marsillach e Vercingetorige Washington annuiscono complici e Sivori li saluta da lontano. Forse qualcosa è accaduto…

VII

ROSA E ALFREDO

Era successo in passato che Alfredo Vitiello si fosse fatto assalire dal tanfo delle scale

dove risiede in affitto: un palazzotto un po’ malandato, molto probabilmente di fine ‘8oo, dove

è arroccata la pensione alquanto spettrale e polverosa, l’Hostal Encarnita, economica al punto

da impregnare i vestiti dei suoi abitanti di un tanfo umidiccio e tabaccoso. Questo disgustoso olezzo che si può tuttora facilmente incontrare tra le scale e nelle stanze della pensione al quarto piano, gli colpiva le pareti dello stomaco e cominciavano così i conati di vomito del giovane italiano appena alzato e pronto per la giornata lavorativa da fare. Il giorno era diviso tra le ore di lezione nella scuola privata di lingue straniere in calle Arenal dove ancora adesso vi insegna italiano, con grande merito riconosciuto da tutti, e i percorsi della metropolitana con le relative coincidenze da prendere, per raggiungere le imprese o i privati a cui insegna la sua madre lingua. Alfredo Vitiello si portava con se questa nausea per alcune ore del giorno e quasi sempre, verso il primo pomeriggio, cominciava a scomparire del tutto per poi ripresentarsi a sera quando tornava in pensione; dopo aver cenato qualcosa al bar dell’angolo, in plaza Santa Cruz. Ma è ormai una nausea del passato, qualcosa legato ai giorni lontani: quelle estreme conseguenze che la sua solitudine gli regalava e che adesso ha coraggiosamente messo a tacere con la presenza di Rosa. La ragazza lo ha colpito solo il mese prima, pur essendo sua allieva di italiano da ben quattro mesi nella gloriosa scuola di lingue straniere di calle Arenal; situata a pochi passi dall’Opera, dalla omonima fermata di metro e dal ristorante italiano “Gino”, in costanilla de los Angeles: dove quasi ogni giovedì, dopo le lezioni pomeridiane, Alfredo si ferma a cenare trippa e fagioli. L’ha notata solo dopo cinque mesi di lezioni sulla lingua italiana, tra le altre allieve del corso: tutte occupate ad apprendere in maniera svogliata questa lingua straniera, perché quasi tutte fidanzate con ragazzi italiani conosciuti in vacanza, nelle isole Canarie o a Roma e dintorni. Rosa invece, non era fidanzata con nessuno; vive in Alcalá de Henares e lavora negli

uffici amministrativi del “El Corte Inglés” di calle Preciados e, inoltre, segue le lezioni di italiano due ore alla settimana: il martedì e il giovedì dalle 8 e 15 alle 9 e 15. La ragazza di Alcalà de Henares, alle 10 del mattino, inizia il suo orario lavorativo e termina alle 19, con un’ora per la pausa pranzo che in quest’ultimo mese preferisce passarla in compagnia di Alfredo, magari pranzando qualcosa dalle parti di Puerta del Sol. E raggiunge la capitale, ogni mattina, col treno delle 6 e 55 che parte quasi sempre in orario da Alcalá de Henares e arriva a destino più o meno alle 7 e 35; qualcosa in più o qualcosa in meno. Dalla stazione d’arrivo prende la metropolitana e scende a Puerta del Sol in pochi minuti, tranne il martedì e il giovedì che invece scende in Opera, per andare a seguire i corsi di Alfredo Vitiello. Perché Rosa ha voluto apprendere l’italiano? Beh, questo non si è mai veramente capito, diciamo che da sempre ha voluto ampliare la sua già buona conoscenza di lingue straniere. Conosce perfettamente l’inglese e il francese, e dal modo con cui in questi mesi si

è attentamente applicata a studiare la complicata grammatica italiana, si può tranquillamente

affermare che comincia ad essere padrona anche della lingua di Dante. La giovane era ed è di larghe vedute, e vuole trovare qualcosa di meglio del suo impiego amministrativo presso “El Corte Inglés”: spera in qualche concorso amministrativo anche all’estero o qualcosa di simile; dal momento che non è più fidanzata con Paco e non sente più impellente la sua presenza lì. Tutto ciò lo ha confidato qualche mese prima ad Alfredo in una piccola pausa caffè. In quel momento si erano guardati in modo particolare, erano restati ad ascoltare il rumore dei loro pensieri, delle loro solitudini che partorivano combinazioni possibili nelle loro menti: reciproci apprezzamenti istantanei e silenziosi verso

le loro figure, e speranze di probabili contatti, carezze, sorrisi. Poi, si erano incoraggiati a

vicenda con inviti furtivi: serate di cinema e teatro, qualche pizza ogni tanto, un bicchiere di birra in un pub e infine, si erano baciati iniziando finalmente una storia. E in effetti, da quel momento in poi sono terminate tutte le nausee di Alfredo Vitiello: quell’olezzo umidiccio e tabaccoso dell’Hostal Encarnita non gli avrebbe più danneggiato le pareti dello stomaco; anche se il loro amore, fino ad ora, è stato tenuto nascosto senza alimentare pettegolezzi possibili tra le mura della mitica scuola di lingue di calle Arenal. Era già successo in passato, come è stato detto, che Alfredo Vitiello si fosse fatto assalire dal tanfo delle scale dove risiede in affitto, ma adesso che si vede uscire, come ogni mattina, dal portone del palazzotto un po’ malandato, molto probabilmente di fine ‘800, si può tranquillamente affermare che ormai il tanfo delle scale non gli fa più quell’effetto; anzi, sembra immunizzato da qualsiasi nausea possibile. Ad ogni passo che fa, porta con se un ricordo di Rosa ed entra nel bar all’angolo di plaza Santa Cruz senza lasciare per strada quell’idea aromatica della sua ragazza; la figura invisibile lo accompagna al bancone e lo predispone per una ghiotta colazione. Ora, per esempio, è seduto come ogni mattina al solito posto e aspetta che Javier gli porti il suo latte macchiato con cornetto imbottito alla crema. Aspetta in maniera paciosa, comportamento alquanto improbabile nei mesi passati, si, perché un’inquietudine nervosa sicuramente lo avrebbe assalito in quel lasso di tempo d’attesa in cui Javier impiega di solito per portargli la colazione, ma ora tutto ciò, grazie a Dio, non accade e riesce perfino a fare mente locale sul tragitto che Rosa sta facendo, in questo preciso momento, per raggiungere la capitale. Sono le 6 e 59 e sarà sicuramente partita pochi istanti fa da Alcalà de Henares e tenendo conto che il treno arriva quasi sempre alle 7 e 35, qualcosa in più o qualcosa in meno, la vedrà intorno alle 8 e 10 in aula e gli occhi, molto probabilmente, gli sorrideranno. Quell’immagine lo rilassa e lo predispone ad aspettare tranquillamente gli eventi e con l’aria

di

chi conosce bene il posto, si guarda intorno per vedere se tutto è come sempre. Adessso

si

sente un po’ come Burt Lancaster in: “Sfida all’Ok Corral”, controllando tutto quello che

accade nel bar proprio come faceva Lancaster, ed è soddisfatto del suo sentirsi padrone degli eventi. Arriva persino a pensare che forse il bar all’angolo di plaza Santa Cruz è la sua vera casa; e tutti quei personaggi che lo circondano intorno al bancone, ai tavolini e alla slot- machine sono un po’ tutti suoi familiari. Javier gli ha appena portato la sua ordinazione, ricordando in maniera simpatica che Zidane è un portento e che la Juve e il Milan messi insieme non valgono la mezza parte del Real. Risate assonnate nell’ambiente rimbombano un po’ ovattate e danno la giusta cognizione del tempo. Sono tutti uomini in attesa del giorno lavorativo, venuti lì a consumare

i loro caffè e le loro tostate, per avviarsi a percorrere attraverso la metro di Puerta del Sol o

le linee rosse degli autobus cittadini, le proprie storie personali.

Alfredo Vitiello, mentre sorseggia il suo latte macchiato, s’accorge che nell’angolo in fondo, quasi verso la porta della toilette, vi è un nuovo arrivato: un tavolo vecchio ed elegante, di forma rettangolare, con qualche tarlo sparso qua e là e dal colore marrone scuro. E non fa nemmeno in tempo a chiedere a Javier della provenienza di quel nuovo oggetto che il barista gli spiega, tempestivamente, di essersene impadronito comprandolo nel

Rastro, la scorsa domenica; così, tanto per riempire quell’angolo del bar prossimo alla toilette. Nel frattempo, l’uomo silenzioso seduto alla destra di Alfredo li guarda con un’espressione sarcastica, come se pensasse: “Guarda questi due! Mi sembrano due comari maritate che si mettono a parlare della posizione dei mobili che hanno in casa. Non esistono più gli uomini di una volta, che parlavano sempre di donne anche di mattina appena alzati dal letto, con ancora

la memoria della nottata d’amore passata.”

L’italiano, del resto, lo farebbe volentieri di pensare alla nottata d’amore passata, ma Rosa non resta tutte le notti con lui a dormire, nella stanzetta dell’Hostal Encarnita. Possono farlo solo il sabato sera; perché il figlio della padrona, che fa il portiere di notte della pensione, non è molto ligio al controllo durante i fine settimana. E’ una specie di patto silenzioso: quelli che restano nella pensione durante il fine settimana, e sono due o tre in tutto, possono portarsi compagnie notturne a patto che lascino una simpatica mancia nel giubbotto del portiere, appeso all’attaccapanni del corridoio vicino al salone della televisione. Cosa alquanto importante: la mancia deve essere arrotolata in un foglietto di carta con sopra il numero della camera e non lasciare mai un cognome o un nome. Un semplice numero della vita, senza dimenticare nessuna traccia o testimonianza di baratto. E Alfredo, ora che è al bancone, ne ride pensandolo. Gli da addirittura buon umore rivedere un po’ tutto quello che accade nel posto dove vive; in un certo senso è una specie di autocritica che lo aiuta ad accettare le usanze dell’Hostal Encarnita, ma che può farlo solo ora che ha Rosa e che forse, tra qualche tempo, penseranno di prendere insieme una casa in affitto dalle parti di Cava Baja; magari anche una mansarda. Allora si volta a guardare dietro di se con un sorriso da canaglia, come se stesse volutamente guardando tutti i personaggi che bazzicano in quella pensione insieme alle usanze un po’ demodè. Passa in rassegna, mentalmente, tutte le figure di quel presepe vivente; cominciando dalla padrona che lo guarda sempre come se lo stesse interrogando sulla lezione del giorno. In effetti, la donna tratta un po’ tutti come tanti bambini ed esige, in maniera categorica, che nessuno dei pensionanti fumi nella sala della televisione. Quando invece è di turno il figliolo, allora la pensione diventa una specie di caserma: escono un po’ tutti dalle proprie tane e si rifugiano a parlare, del più e del meno, nella sala della ricreazione; bevendo cerveza e fumando alla grande, magari anche guardando qualche partita della Liga in televisione. Durante quel lasso di tempo in cui l’egemonia della pensione è sotto il controllo del figlio della padrona, si istaurano piacevolmente dei buoni rapporti tra i pensionanti. Si tende alla modernità e al progresso delle cose, cercando di debellare quell’atmosfera stantia e retrograda che regna tra le mura dell’Hostal Encarnita. Ma, l’economico prezzo d’affitto settimanale esige comunque di perseverare tra quelle mura, sopportando silenziosamente tutte le restrizioni che la padrona impone. Quella donna è riuscita a trovare un escamotage per far si che non tutti, al mattino, facciano la doccia canonica. Ha imposto un prezzario a dir poco ridicolo; garantendo una doccia calda di 15 minuti, ma pagando un contributo extra giornaliero di 1,50 euro. Se invece si sceglie di farsi scivolare addosso, per 10 minuti, un’improbabile doccia fredda, allora il prezzario si ferma a soli 75 centesimi di euro. La doccia è comune e quindi di mattina c’è la coda dinanzi la porta d’ingresso; dove batte cassa la padrona seduta dietro un’idea di scrivania un po’ scolorita, e firma ricevute con data e costo della doccia avvenuta. La fortuna sorride un po’ a tutti, quando invece è di turno il figliolo. Le docce sono un po’ tutte bollenti, si ascolta musica dalla radio del corridoio, si fuma tranquillamente in attesa del proprio turno, a patto però, che le docce durino non più di 6 o 7 minuti a testa. Adesso, Alfredo Vitiello pensandolo ne ride sommessamente; perché si sente sicuro della presenza di Rosa e quando ne parla con la ragazza di tutte queste ristrettezze alquanto medievali che impone la padrona, cominciano a riderne divertiti per l’anomalia delle usanze, ricordandosi che presto, forse solo tra un mese, andranno a vivere insieme in Cava Baja:

giusto il tempo d’aspettare che la mansarda del 6° piano, al civico 34, si liberi al più presto. Ma, alcuni mesi prima, quando l’idillio con Rosa non era ancora vigente, Vitiello soffriva amaramente per tutto ciò. Cominciava le giornate non certamente con la solarità e la soddisfazione di adesso. Aveva perfino difficoltà di comunicazione con Javier il barista e le giornate passavano lente. Però, bisogna dire che nel cubano della 12 aveva trovato un giusto

alleato; infatti, il creolo è un tipo abbastanza agguerrito e lo aveva coinvolto in bevute notturne per discutere e programmare una linea d’accusa verso le ristrettezze che la padrona della pensione imponeva. Si erano perfino accordati sulla data delle dimostrazioni, da fare rigorosamente in presenza di tutti gli altri pensionanti; che secondo il cubano, pur se codardi

e vigliacchi, si sarebbero ribellati anch’essi se avessero avuto in loro due i capi in testa della rivolta. Poi, tutto era stato messo a tacere dopo il primo bacio con Rosa. Si era come spento il

fuoco della rivolta e il cubano si era ritrovato da solo a combattere.Allora il creolo, ritrattista stabile sotto i portici di plaza Mayor, aveva deciso di rinchiudersi in un prolungato silenzio e aveva cominciato un assenteismo forzato nei riguardi di Alfredo: era scomparsa, nei riguardi dell’italiano, qualsiasi forma di saluto, persino il poco impegnativo cenno con la testa; sfoggiando costantemente, mattina, pomeriggio e sera, prima, durante e dopo i pasti, un ghigno accigliato alla Kerouac, da fare invidia persino a Dean Moriarty. E anche adesso che l’ha incontrato per le scale, ha finto di non vederlo e ha evitato accuratamente di entrare nel bar dove anche lui, di solito, fa colazione: proprio per non incontrare Alfredo Vitiello. E Javier il barista accenna persino un inizio di gossip: “Come mai col cubano non vi vedo più insieme, come prima?” Ma cosa gliene importerà a questo panciuto barista di quello che accade tra lui e il cubano? Con tutte le tortillas che ha da servire, dei boccadillos de calamares da preparare, dei cafès solos e dei vasos de vino tinto Rioja da mesciare, si mette a chiedere che succede tra lui e il cubano? Alfredo si limita solo a fargli un sorriso con una leggera tirata su di spalle, per non dare adito a nessuna polemica e poi, perché vuole continuare a stare da solo in quel bar, con i suoi pensieri. Vuole continuare a pensare al suo amore e al fatto che sono appena le 7 e 10 e Rosa, sicuramente, non è nemmeno a metà strada dall’arrivo. Poi, quel fastidioso rumore della slot-machine azionata dall’uomo in giacca e cravatta, lo irrita un po’; ma cerca di disciplinare la sua rabbia passeggera ascoltando, senza dare nell’occhio, le cazzate che si dicono i due operai-imbianchini seduti al bancone, su come verniciare una parete di lì a poco. Uno dei due è convinto che bisogna stuccare di più la parete, mentre l’altro asserisce che non ne vale la pena: perché per quello che sono pagati è già tanto averla stuccata il giorno prima. Forse sarà il caso, quando andrà a vivere con Rosa in Cava Baja, di riverniciare un po’ le pareti della mansarda; così, per una questione d’igiene e certamente non saranno quei due imbianchini a farlo: magari lo faranno direttamente lui e Rosa, per risparmiare, tanto non è complicato e poi è anche abbastanza divertente, a patto, logicamente, che si faccia una volta ogni tanto. Dopo qualche attimo, la radio accesa da Javier, per ascoltare le ultime notizie sul Real, ricorda che tra soli tre giorni ci saranno le votazioni politiche; ad Alfredo importano poco quelle notizie del mattino sulla violenta lotta senza quartiere che nel paese si sta sviluppando per le rispettive campagne elettorali dei due schieramenti più importanti. Preferisce estraniarsi, per l’ennesima volta, su quello che sta vivendo con Rosa: ai suoi baci, a quel modo tutto suo di accarezzargli il naso mentre lui la guarda, all’ultima volta che hanno fatto l’amore nella sua camera dell’Hostal Encarnita, alle coperte del letto che si sono tutte attorcigliate tra le loro gambe mentre, reciprocamente, consumavano il movimento dell’amore. Rivede tutto lentamente come se volesse assaporare di nuovo quegli attimi e si sente un po’ troppo osservato dall’uomo che gli è seduto accanto. E’ lo stesso di poco prima: quel tipo silenzioso che con la sola espressione del viso, aveva criticato aspramente il modo un po’ femminile che lui e Javier avevano avuto nel parlare di mobili e non donne, in quelle prime ore del mattino. Si sente osservato e ha paura che quell’uomo così macho gli rubi le immagini di Rosa e allora decide di dissimulare un falso interesse sulle lezioni d’italiano che dovrà dare nella settimana

a seguire, cacciando dalla sua borsa da lavoro il piano della metro con le rispettive fermate da

fare, compreso il programma generale di grammatica che ogni suo allievo o gruppo di lavoro sta seguendo durante le sue lezioni. Dissimula, da grande primo attore, un interesse molto particolare verso tutti i percorsi da fare con la metro e le rispettive coincidenze da prendere per raggiungere quotidianamente le persone a cui fa lezione. In pratica, srotola tutto sul bancone, occupando circa 40 centimetri dinanzi a se; aiutato anche da Javier che gentilmente gli sposta la tazza, ormai vuota, del suo latte macchiato. Così riesce a sentirsi più protetto da sguardi indiscreti, in quella sua operazione di ripasso, e presto la sua deformazione professionale comincia ad avere la meglio. Infatti, si lascia portare dai viaggi lungo le rotaie della metro e attraverso i profili degli allievi e le relative regole grammaticali che stanno studiando:

Lunedì dalle 9 e 30 alle 11 e 30 andare dalla cantante lirica. Fermata d’arrivo El Carmen (linea verde n°5). Come arrivarci: salire in Callao (a quattro passi da Puerta del Sol) direzione Canillejas. Profilo allieva: donna di mezza età, rompicoglioni, di poca vita sessuale, forse è sola. Canta benissimo; non conosce quasi niente d’italiano, ma canta perfettamente in accento, facendo sentire fino all’ultima vocale. Articolazione perfetta. Comunque fare un ripasso generale delle regole principali: vocali, articoli, verbo avere e verbo essere, preposizioni ecc… In Callao Alfredo è sicuro che anche lunedì mattina troverà la solita gitana che gli legge la mano e il futuro, mentre lui corre verso l’ingresso della metro. E anche stavolta gli predirà qualcosa di meraviglioso, purché le sganci un euro o due. In caso contrario, morte sicura. Lunedì dalle 12 alle 13 e 30 andare in Menendez Pelayo (linea azzurra n°1) presso una donna argentina di circa 40/43 anni. Come arrivarci: da El Carmen (linea verde n°5) andare in direzione Aluche (linea verde n°5). Scendere in Gran Via (linea azzurra n°1) e andare in direzione Miguel Hernandez (linea azzurra n°1). Profilo dell’allieva: presuntuosa e permalosa, ma bona. Fidanzata con un medico di Reggio Calabria, divorziato, che la vuole in Italia con lui. Lei fa l’estetista e a Reggio Calabria potrebbe aprire, con l’aiuto del medico, un ambulatorio nel centro dalle parti del lungomare (meglio se te ne stai a Madrid). Farle fare un lavoro approfondito sui verbi e relative coniugazioni. Ha seri problemi di coniugazione; delle volte preferisce usare delle pantomime particolari con le mani, piuttosto che rischiare una coniugazione di un verbo. Martedì mattina, lezione in calle Arenal con la classe. C’è Rosa. Love. Te quiero. Pomeriggio dalle 14 alle 16 andare in Carabanchel (linea verde n°5, zona carcere). Come arrivarci: da Callao (linea verde n°5) basta andare in direzione di Aluche (linea verde n°5) e scendere la fermata prima. Profilo allievi: gruppo di lavoro presso un’azienda pubblicitaria che vuole installare una succursale in Milano. Sono tutte donne. Quasi tutte stronze. Molte sono belle, pochissime brutte, forse una o due. Fare un approfondito studio dei verbi e dei pronomi e dare molta importanza alla conversazione. Non dare molta confidenza. Sono una gabbia di tigri e potrebbero sbranarti. Durante questo percorso Alfredo è sicuro d’incontrare, sotto la metro Callao, il solito chitarrista che si esibisce con estrema naturalezza, pur essendo su di una sedia a rotelle. E promette a se stesso che non si soffermerà ad osservarlo come suona, mentre va verso i binari. Ascolterà solo le note del suo talento, altrimenti potrebbe sentire di nuovo il commento di qualche giorno prima: “La musica non si guarda, si ascolta”, inveirgli sul capo mentre corre verso il treno. Ad ogni modo, dopo queste lezioni in Carabanchel è sempre stanchissimo e quasi sempre torna in accademia per alcune lezioni serali dalle 17 alle 18. Mercoledì dalle 9 e 30 alle 11 e 30 andare a fare lezione agli orefici (sono due) che lavorano in collaborazione con alcuni fornitori di Arezzo. Stanno in Cuatro Caminos (punto d’incontro della linea rossa n°2, della linea nera n°6 e della linea azzurra n°1). Come arrivarci: quindi da Puerta del Sol (punto d’incontro della linea rossa n°2, della linea gialla n°3 e della linea azzurra n°1) prendere la linea rossa in direzione Cuatro Caminos (linea rossa n°2). Profilo allievi: sono due emerite teste di cazzo. Qualsiasi argomento spiego, non studiano. Sono diverse settimane che continuo a spiegare le preposizioni articolate. Molta noia da parte mia: l’importante è che paghino!

E nel percorso che Alfredo fa al ritorno, spera sempre d’incontrare dalle parti di Cuatro Caminos, il cantore di flamenco, gitano. Perché dopo una noiosa lezione con due teste di cazzo, una botta di flamenco è proprio quello che ci vuole. Mercoledì pomeriggio: interamente in calle Arenal (accademia di lingue). Giovedì mattina: accademia, c’è Rosa. Love. Te quiero. Pomeriggio dalle 14 alle 15 andare dall’impiegata freelance che lavora nel campo dell’illuminotecnica in collaborazione con un’impresa di Genova. Come arrivarci: scendere in Artilleros (linea viola n°9) in direzione Pavones. Prendere in Puerta del Sol (linea rossa n°2) fino a Principe de Vergara e poi linea viola n°9 in direzione Pavones. Profilo allieva: donna tranquilla e disciplinata. Poca capacità d’apprendimento. Lei ha problemi con le finali e le doppie; le sbaglia tutte. Giovedì dalle 16 alle 18 andare da Ana che ha fidanzato italiano. Si deve sposare con lui e studia per partire. Forse è incinta: perché il ventre, in questo ultimo mese, le è diventato più grande. Come arrivarci: scendere in Colombia (linea viola n°9 direzione Herrera Oria), quindi salire in Callao (punto d’incontro della linea gialla n°3 e della linea verde n°5) e scendere in Nuñez de Balboa (punto d’incontro della linea viola n°9 e della linea verde n°5). Magari prendere qualcosa al bar subito fuori la fermata di Nuñez de Balboa (la fetta di dolce al cioccolato è ottima), per poi rientrare e andare in direzione Herrera Oria (linea viola n°9). Profilo dell’allieva: Ana è la migliore allieva che ho; conosce l’italiano e lo parla bene: mi diverto molto a fare conversazione con lei. Venerdì mattina dalle 10 alle 11 andare in Tirso de Molina (a piedi dall’Hostal Encarnita è vicino. Passare per plaza Mayor o per Puerta del Sol. Da Puerta del Sol vai a piedi giù fino al teatro Calderon; costeggi il marciapiede del cinema Ideale e ti trovi in piazza Tirso de Molina). Profilo dell’allieva: l’allieva è una signora pensionata che studia italiano e altre lingue straniere, per mantenersi mentalmente in forma. Studia molto, ma è troppo apprensiva e mi da sempre ragione e mi chiede sempre scusa. Cercare di farla rilassare e non sovraccaricarla di lavoro. Venerdì dalle 12 alle 13 lezione di un’ora in accademia. Venerdì dalle 14 e 30 alle 15 e 30 andare di nuovo dagli orefici (che noia!). Venerdì dalle 16 e 30 alle 17 e 30 (cantante lirica). Venerdì 18 e 30: accademia, sbrigo un piccolo contenzioso amministrativo col tal Jordi dell’ufficio contratti e alle 19 incontro Rosa in plaza de Oriente. Forse, si va fuori per il fine settimana (non vedo l’ora). In effetti, Alfredo e Rosa hanno pensato di passare tutto il fine settimana insieme. Venerdì andranno al cinema e poi a cena da Gino l’italiano, in Costanilla de los Angeles, così Maria Dolores (la cameriera ispanica che vive in Lavapiés), la quale ha sempre fatto la schizzinosa e la difficile nell’uscire qualche volta con lui, ne sarà sicuramente gelosa e si morderà senza dubbio le mani a vederlo felice, mentre lei è tuttora da sola, a quanto pare. Dopo la cena da Gino l’italiano, andranno a bere qualcosa dalle parti di Cava Baja; forse nella taberna del Almendro o dal El Tempranillo, o meglio ancora, dato che a Rosa piace molto il flamenco, andranno a sentire qualche cantore nella La Soleá e poi dritti a nanna. Si, perché questo fine settimana, di notte, è di turno il figlio della padrona e con un’adeguata mancia è probabile che potranno restare a dormire anche sabato notte. Ma, s’intende, con una mancia molto adeguata. La domenica, invece, andranno in gita fuori città, dalle parti di Chinchón: nel cuore della Castilla e dormiranno nel parador che si trova proprio nel centro della caratteristica plaza de toros, che poi è anche la vera e propria piazza del paese. Così, lunedì mattina, raggiungeranno il posto di lavoro in perfetto orario, con la corriera blu dei fratelli Hernandez e avranno consumato una brevissima luna di miele; un piccolo assaggio di quella che poi sarà. Pensieri, immagini e sorrisi velati che continuano ad accompagnare Alfredo ancora seduto vicino al bancone, mentre l’esterno del bar è invaso da uno strano trambusto cittadino; fatto di ripetute sirene d’autoambulanze che sfrecciano febbrilmente in ogni direzione. L’italiano s’accorge che i visi delle persone, i quali si trovano al di là della vetrata

del bar, hanno come un qualcosa in comune. Contengono tutti delle espressioni angosciate e scioccate; come se una sotterranea paura accomunasse l’intimo dei loro pensieri. E quella stessa pallida inquietudine è presente anche sui visi delle persone che sono nel bar e dello stesso Javier che si è rifugiato in un cadaverico silenzio mentre ascolta le ultime notizie della radio Nacional de España (a cui l’italiano non stava assolutamente facendo caso, perché impegnato nell’itinerario romantico da fare con la sua Rosa):

“Pochi minuti fa, precisamente tra le 7 e 39 e le 7 e 42, sono avvenute delle esplosioni nella stazione di Atocha (tre bombe), El pozo del Tio Raimundo (due bombe) e Santa Eugenia (1 bomba) e in un quarto treno in prossimità della stazione di Atocha; precisamente all’altezza di calle Téllez, proveniente da Alcalá de Henares: sono esplose all’interno del convoglio ben altri quattro ordigni a distanza di tempo tra loro. Le forze della sicurezza, in collaborazione con i primi soccorsi della polizia e della Guardia Civil, hanno trovato altri tre ordigni pronti ad esplodere nei pressi di Atocha, e secondo il ministro degli interni, Angel Acebes, erano pronti ad esplodere in prossimità dell’arrivo delle prime ambulanze. Madrid ha appena sofferto il più grande attentato terrorista mai commesso in Spagna. Il numero dei morti è tuttavia

indefinito; si teme il susseguirsi di altri attentati e anche un elevato numero di feriti. La città è

in

ginocchio….” Alfredo non ha nemmeno raccolto le carte con tutti gli itinerari settimanali della metro

e

i profili dei suoi allievi dal bancone del bar, che ha pazientemente appuntato nei giorni

passati. Si è messo a correre con l’intento di raggiungere Atocha al più presto, di sapere rapidamente dove si trova in questo preciso momento la sua Rosa. Ora sta rasoiando il marciapiede di Puerta del Sol, in prossimità della strada che lo porta

dritto a piazzale Jacinto Benavente e taglia la strada con la velocità di un fuggiasco, incurante dei volti impauriti della gente: volti ancora assonnati che lo incrociano nella sua corsa disperata. Vuole al più presto raggiungere la stazione di Atocha, ma proprio dinanzi al teatro Calderón (lungo tutta la calle Atocha e passando per il piazzale Antón Martín) c’è un ingorgo spaventoso. Si fa perfino fatica a camminare e la folla angosciata è nervosissima; in più ci sono molte ambulanze che sfrecciano in ogni direzione portando feriti nei vari ospedali della capitale: la situazione è drammatica. Alfredo decide di farsi largo tra la folla e comincia a scendere giù verso Antón Martín, con la speranza che il traffico sia più libero in prossimità di Atocha. Non ha nemmeno lontanamente il coraggio di pensare che Rosa è stata uccisa; pensa solo che forse è ferita, oppure si è salvata dalle deflagrazioni avvenute all’interno del treno proveniente da Alcalá de Henares. Magari non è per niente partita, si, forse ha preferito prendere il treno dopo, oppure

è arrivata in ritardo in stazione, come è suo solito, e se l’è visto partire dinanzi agli occhi. Allora, la cosa migliore da fare è chiamare al cellulare di Rosa e lo fa subito con il suo telefonino, ma non riesce a prendere la comunicazione, forse le linee sono interrotte; e se

provasse da una cabina? Si, forse è meglio. La cabina alla sua destra è però occupata, ma quella

in fondo no; bisogna solo intrufolarsi in questo gruppo di persone e raggiungere il telefono

lontano solo pochi metri. Un po’ di coraggio e vai! Ecco fatto! Il tempo di fare il numero e….Niente da fare, non c’è linea. E’ tutto bloccato, non riesce a sentire il suono della speranza e attacca con violenza la cornetta sull’apparecchio: un gesto di ribellione per non scivolare nel pianto o nella disperazione. Prosegue in direzione di Atocha e dopo pochi passi s’accorge di un gruppo di persone che sono tutte intorno ad un taxi e ascoltano, dalla radio accesa, le ultime notizie sulla tragedia:

“Tutti i sospetti sono rivolti all’Eta. Gli ospedali di Madrid hanno messo in atto il piano

di emergenza. Molti feriti arrivano anche dalle vicine stazioni di El Pozo e da Santa Eugenia. Si

stanno comunque organizzando ospedali da campo nei dintorni dei punti colpiti. Uno di essi è già in fase di allestimento dalle parti di calle Téllez (nelle vicinanze di Atocha Renfe), messo su dal pronto intervento Samur. Inoltre, la Polizia Nazionale sta utilizzando molti taxi nei pressi

della stazione, per trasportare i feriti gravi e dare loro i primi soccorsi, dal momento che ben già 30 ambulanze viaggiano continuamente per il trasporto dei feriti. Ad alcuni feriti in condizioni di poter raggiungere in piedi il vicino ospedale per i primi soccorsi, è stato chiesto, dai sanitari, di andare in autobus: per dare la precedenza nelle ambulanze ai feriti più

gravi. I cadaveri sono trasportati al padiglione 6 di Ifema, nel parco Ferial Juan Carlos I, dove saranno introdotti dalla porta esterna dell’ala est. Molte persone stanno già arrivando a questo recinto per cercare i familiari che non riescono a localizzare. Lo stesso occorre negli ospedali, dove molte persone chiedono per possibili dispersi o feriti. Le ferrovie hanno sospeso il traffico in tutte le linee con origine o destino Madrid: si sono chiuse anche alcune linee della metro….Inoltre, il centro, gli accessi e le uscite della capitale sono collassate. La città risulta essere in diversi punti bloccata….” Alfredo non ha voglia di raggiungere il padiglione 6 di Ifema, nel parco Ferial Juan Carlos I, entrando dalla porta esterna dell’ala est per cercare il cadavere di Rosa. Perché non è detto per niente che Rosa, inaspettatamente, l’11 Marzo del 2004 sia d’improvviso diventata un cadavere; può essere benissimo solo stata ferita e la stanno portando, in questo momento, nell’ospedale da campo di calle Téllez o addirittura sta raggiungendo a piedi, magari nell’autobus, come ha detto la radio del taxi, il primo ospedale di zona. Allora, forse è più logico raggiungere l’ospedale da campo nei pressi di Atocha e quindi, bisogna proseguire malgrado le facce angosciate dei passanti e il traffico spaventoso, percorrendo la strada affollata che ha dinanzi: con la speranza di prendere un autobus che corra verso la stazione o magari un’improbabile taxi vuoto. Perché farsi prendere dalla stessa angoscia che vede nei volti dei passanti? Perché non avere la speranza che Rosa sia sana e salva? Del resto, non gli costa niente sperare; basta solo non piangere tenendo ben strette le mandibole tra di loro: come se Alfredo stesse cercando

di non far scappare dal suo corpo nessuna emozione, per aiutarsi a pensare che Rosa,

malgrado questa disumana tragedia, non è una vittima, non è cadavere, forse non è partita per niente, oppure è solo ferita lievemente al braccio e ne avrà solamente per qualche giorno. Percorrendo la strada, comincia a portare nel viso una inconsapevole rassegnazione:

come se il suo corpo lottasse lungo quella avenida impazzita e il suo viso piangesse in anticipo; immaginandosi, attraverso gli occhi, i patimenti che la sua ragazza ha vissuto a contatto con quella crudele deflagrazione. E, per alcuni istanti, si guarda intorno forse leggermente stordito, cercando di trovare una probabile direzione da prendere; qualcosa che

gli porti coraggio e speranza, ma viene colpito dalle veementi parole che si scagliano due

passanti: un giovane probabile studente universitario e un uomo di mezza età, entrambi furibondi e famelici, con le bocche impastate dalla tensione e un folle luccichio nelle code dei loro occhi. “E’stata l’Eta…” dice l’uomo “E’ dal 1968 che ci rompono i coglioni. E spesso lo hanno fatto durante le campagne elettorali. Tu che cazzo ne sai? Non eri ancora nato e già ammazzavano gente, questi bastardi.” “No! Non sono d’accordo! Poco fa l’Eta ha fatto sapere che non ne sa niente di questi attentati.” “Ecco, bravo! Difendeteli a questi assassini.” “….E non ti scordare che nel 2003 Osama Bin Laden minacciò pubblicamente di fare eventuali attentati contro i paesi che hanno appoggiato gli Stati Uniti nell’invasione dell’Iraq, indicando esplicitamente anche il nome della Spagna; che tiene 1300 soldati in suolo irakeno dall’inizio del 2004 e questo grazie al caro Aznar:” “Ma cosa cazzo stai dicendo? Intanto quella gente è morta grazie all’Eta e voi socialisti che non avete mai capito un cazzo, finirete per difenderli…” “E non ti scordare che tra tre giorni ci sono le elezioni e la cacherete dal culo tutta la vostra ipocrisia.”

Botte, spintoni, qualche accenno di rissa e quindi, forse è meglio spostarsi. Lo fa in fretta, Alfredo, passando involontariamente dinanzi un altro taxi poco distante: bloccato nel traffico con la radio accesa. Sono brevi e succinte le frasi che gli arrivano mentre passa rapidamente dinanzi a quella macchina, ma gli bloccano il pensiero e lo portano in uno stato di solitudine profonda:

“La maggior parte delle borse europee sono cadute tra il 2 e il 3 per cento, come conseguenza degli attentati di stamattina. L’indice Dow Jones è caduto del 1,6 per cento. Le azioni delle imprese in relazione con l’aviazione e il turismo hanno subito una brusca caduta libera. Si teme il peggio….” Ma quelle frasi così lontane da quello che realmente egli sta vivendo, lo portano velocemente in una sordità improvvisa. S’accorge che non sente più niente, il rumore assordante delle sirene che percorrono incessantemente calle Atocha è come scomparso. Alfredo le vede solo lampeggiare, ma non ne sente più il grido e vede solo i visi pallidi e impauriti dei passanti, ma non ne sente più i lamenti, le ipotesi, i pianti e le urla. Si accorge di essere solo. Forse volutamente. Allora, comincia a sedersi sul bordo del marciapiede e lascia che il pianto bussi ai suoi occhi. Interminabili gocce cominciano a scendergli sulle gote, mentre sottili lamenti gli invadono la bocca nel pianto. Una sinistra rassegnazione ha rubato tutte le sue membra, divenendo padrona dei suoi pensieri. Vede che nessuno s’accorge del suo stato, forse perché tutti occupati a pensare alla morte che ha colpito Madrid, e allora decide di restare a sperare che Rosa ha perso quel treno…

VIII

UNA SECONDA ATTIVITA’

Lorenzo era sempre stato un tipo di poche parole ed aveva sempre fatto fatica a dire persino il suo nome o presente, quando a scuola bisognava rispondere all’appello. Era stato, forse anche brutalmente, spesso tartassato dagli altri, i suoi amichetti, per questa caratteristica peculiare di parlare il meno possibile. Lo avevano deriso, maltrattato, picchiato e incolpato chissà di quante colpe non commesse, perché non era stato mai del tutto pronto a difendersi, a parlare, a dire la sua. Per questa ragione non aveva avuto nemmeno una movimentata vita sentimentale, almeno nell’epoca adolescenziale; poi, però, si era come riscattato e dai 20 fino ai 36 anni era stato invece, un vero portento: senza mai cercare la conquista, in quanto tutto gli era come accaduto naturalmente. In pratica, dai 20 in poi aveva dato libero sfogo alla sua indole più nascosta, cominciando a dipingere e a mettere su tela un po’ tutte quelle parole che non aveva mai pronunciato. Aveva acquistato, con la naturalezza più inaspettata, una patina di luce intorno al suo corpo, riempiendolo di una sotterranea forza attrattiva e carismatica; a tal punto da diventare un vero e proprio specchietto per le allodole e soprattutto, senza cambiare per niente la sua peculiare abitudine di non dire molte parole. Da Legnano, dove era nato e cresciuto fino ai 19 anni, si era mosso per raggiungere Parigi e per dare il volo alla sua arte; dipingendo, in tutti quegli anni, gli angoli più attraenti della città, le facce, i sorrisi e conquistando, con il suo tacere, le diverse anime che aveva incrociato lungo il cammino: passando così, da martire lombardo ad angelo taciturno e sterminatore di anime. Si era persino armato di quella particolare dannazione che posseggono i pittori parigini, quel senso di profonda libertà e dell’arte del vivere alla giornata che essi sanno espletare alla meglio; divenendo padroni assoluti della luce, delle immagini e delle chiese o delle strade che fanno muovere lentamente sulle tele. Non era diventato, al momento, un pittore di successo: perché le sue tele, pur possedendo una forza espressiva unica e rara, non riuscivano ad essere imposte nel mercato come meritavano; ma nel frattempo si era consolato, in questi ultimi due anni, con l’amore di Laurence. La ragazza che lo aveva fatto fermare a pensare era impiegata nella Biblioteca Nazionale e viveva, come lui, verso la collina di Montmartre. Ella divideva un appartamento in affitto con una sua amica, in rue Lepic, e Lorenzo abitava in un piccolissimo monolocale della vicina rue Curantin. Si erano conosciuti durante il percorso che facevano al mattino per raggiungere i rispettivi posti di lavoro. Avevano spesso raggiunto insieme la fermata della metro di place Blanche e si erano inoltrati molte volte, in compagnia l’un dell’altra, nelle viscere della città; salutandosi poi, nelle diverse ramificazioni che dovevano scegliere per raggiungere ognuno i propri punti di arrivo. Lo avevano fatto automaticamente per svariati giorni, fino a quando Cupido decise di farli baciare all’altezza di una fermata intermedia che nessuno dei due fu in grado di notare: perché troppo occupati, entrambi, nel gustare il reciproco sapore. Il gusto del bacio ricevuto, Lorenzo lo aveva portato nella bocca per tutto il percorso che aveva fatto prima di arrivare al ponte des Arts, per iniziare a dipingere, e Laurance altrettanto, per tutto il percorso fino alla Biblioteca Nazionale. I sapori delle loro bocche erano restati scolpiti nelle proprie memorie, fino all’inizio delle rispettive operazioni di lavoro. Per quanto riguarda Lorenzo, l’aroma della bocca di Laurence si era cominciato a disperdere durante i primi odori emanati dai colori schiacciati sulla tavolozza e vomitati dai tubetti. Alla ragazza invece, il gusto del bacio ricevuto dal pittore era cominciato ad affievolirsi quando aveva deciso di prendere un caffé dalla macchinetta a gettoni posta nel corridoio della Biblioteca, nella zona del suo padiglione. !

Ma quando si erano incontrati a fine giornata per raggiungere insieme Montmartre, si

erano subito ricordati dei loro sapori e avevano silenziosamente deciso d’iniziare un qualcosa che assomigliasse, in un certo qual senso, ad una specie di relazione. La storia era comunque partita da due diverse situazioni economiche: Lorenzo squattrinato e quasi sempre in bolletta

e Laurence con uno stipendio fisso ed una certa tranquillità economica; quasi latente alla

noia. Inoltre, tutto ciò non era mai sfociato in una qualsiasi conflittualità di fondo, soprattutto perché, in questi due anni, avevano saputo tenere a bada le loro inquietudini e competitività; anche perché Lorenzo, armato di una grande dignità sotterranea, non aveva voluto mai accettare qualche aiuto economico dalla sua compagna e a maggior ragione nei momenti più duri: mantenendo ben saldo il suo stato sociale di pittore talentoso con le tasche bucate.

E per questa ragione, non aveva mai voluto lasciare il suo monolocale di rue Curantin

per andare a vivere con lei nella vicina rue Lepic. Del resto, per la ragazza sarebbe stato sicuramente inaccettabile convivere con il disordine di cui si alimentava il pittore: vestiti per terra, giornali in ogni angolo della casa e pedalini macchiati dai colori acquarello o a tempera; magari usati come straccio in un febbrile istante creativo. Quindi si erano accontentati di vivere separati, ognuno con le proprie manie, in attesa che la vita decidesse per loro. E poi, le cucce erano così vicine che ad ogni minimo guaito dell’uno, l’altra accorreva veloce. Ma chi era Laurence? Una ragazza di buona famiglia parigina, laureata in lettere moderne e impiegata alla Biblioteca Nazionale; certamente non solo grazie alle proprie forze. Con un’invidiabile situazione economica e un passato un po’ turbolento sul lato affettivo; né alta, né bassa, né bella, né brutta, né magra e né grassa, ma con una grande sessualità nel portamento. I capelli corti e biondi e quel suo sguardo un pochino sfrontato e velato di verde, avevano certamente conquistato i soliloqui mentali del pittore lombardo, che l’avrebbe baciata, forse, sentendosi finalmente arrivato a casa: egli aveva notato, con estremo piacere, che questa relazione gli aveva affinato il tratto sulla tela; lo aveva reso meno sofferente e retorico, acquistando una maggiore personalità nella sfumatura dei colori. Non si era più inoltrato nella ricerca disperata degli innumerevoli volti della città: piazze affiorate,

fanciulle del quartiere latino o facciate di chiese inquietanti, ma si era semplicemente limitato

a dipingere quello che vedeva dinanzi; poteva rappresentare una semplice formica operosa

occupata a trasportare una briciola di pane, oppure il pianto di un bimbo che vede volare nel cielo il palloncino compratogli dalla madre.

E aveva comunque continuato a mantenere il ponte des Arts come base d’ispirazione,

una specie di officina-laboratorio all’aperto. Raggiungeva la postazione portando a zaino il treppiedi e le tele bianche; montava tutto l’armamentario e cominciava a dipingere tra le chiacchiere dei suoi colleghi vicini, occupati anch’essi a raccontare Parigi. Inoltre, cosa alquanto importante, non cadeva come loro nelle solite tele turistiche che il colpo d’occhio dal ponte poteva suggerire. Quel mattino stava dipingendo qualcosa di molto impegnativo; si era inoltrato a raccontare, con estrema attenzione, quello che stava accadendo sotto il ponte, lungo la riva destra: a prendere il sole, seduti sul selciato della banchina, vi erano due innamorati abbracciati tra loro, un pescatore con una canna lunghissima e ferma, e una donna di mezza età occupata a farsi sedurre dalla luce; accennando piccole movenze da stella del cinema muto. La difficoltà della prova stava proprio nel differenziare per bene i soggetti nelle loro momentanee occupazioni. In pratica, bisognava raccontare la strafottenza dei due amanti nel baciarsi e accarezzarsi, la solitaria tranquillità dell’anziano pescatore e cosa più difficile, la femminilità, ormai sul viale del tramonto, della donna di mezza età che continuava a rifugiarsi in movenze ridicole; accarezzate dal sole. Il tutto poi, bisognava dosarlo attentamente nei colori, per poter rappresentare, nella maniera più reale possibile, quelle continue flessuosità che la superficie della Senna imponeva alla luce abbagliante del giorno. Da non sottovalutare neanche la cascata dei rami di castagno e salici piangenti che, dal lungo Senna all’altezza del

Louvre, cadevano a picco sulla banchina della rive droite, rispecchiandosi sulla superficie del fiume, nei loro differenti toni di verde. Lorenzo si era inoltrato in un’impresa alquanto impegnativa che l’avrebbe tenuto occupato per alcuni giorni a seguire, in cui avrebbe dovuto ricordare le movenze dei personaggi e le loro posizioni, dal momento che quei corpi seduti in prossimità della Senna non erano modelli in posa e non sarebbero ritornati il giorno seguente per farsi dipingere sulla sua tela. Del resto, questa sfida lo esaltava e si sentiva superiore ai suoi colleghi del ponte che erano impegnati a dipingere i banali paesaggi di sempre che circondavano la zona.

Il tempo sarebbe passato in fretta: verso le 13 Laurence l’avrebbe raggiunto sul ponte e

avrebbero così sgranocchiato insieme il loro panino al formaggio. Ma, malgrado l’attenzione

che metteva nel differenziare i diversi toni di verde che la flora riflessa nell’acqua imponeva, si sentiva comunque un po’ vinto e insoddisfatto: un colore del suo carattere, abbastanza presente in questi ultimi anni, che denotava una sua personalissima impotenza verso l’incomprensione, da parte del mercato, nei riguardi delle sue tele. Insomma, si sentiva un po’ sconfitto, abulico, frustrato e spesso non si lasciava nemmeno distrarre dalle urla dei vicini colleghi che, come lui, dipingevano sul ponte des Arts; occupati a litigare quasi sempre su argomenti banali, come proprio in quel momento stava accadendo. La disputa era nata, anche stavolta, tra David il lionese e Alain il parigino: due pittori spesso in conflitto tra loro, soprattutto perché figli di due città un po’ rivali. In realtà David, durante questi ultimi anni in cui l’Olimpic Lyon aveva vinto meritatamente il campionato di calcio, si era un po’ gonfiato come un pavone e aveva spesso cominciato a criticare qualsiasi iniziativa o semplice osservazione di Alain.

E alcuni istanti prima, per il semplice spirito di contestazione, si era messo a criticare

ciò che Alain aveva detto del quartiere latino: e cioè che era felice di vivere a Montparnasse perché zona innovatrice e di continuo fermento, che già Picasso (durante la 1° guerra mondiale), dopo alcuni anni di Montmartre e della famosa scuola di Parigi, aveva deciso di scendere a sud della Senna; dove si respirava un ambiente diverso e più creativo, seguito poi da Breton, Henry Miller, Ezra Pound, Hemingway, Dos Passos e perfino da Cocteau. Ma David aveva pensato bene di dare adito alla sua ironia tagliente e si era messo a smitizzare quelle parole del suo collega, dicendo che tanto Hemingway era stato in ogni parte del mondo e che quindi non faceva testo la sua presenza parigina come esempio da prendere e tutto questo, mentre pennellavano sulle tele i soliti paesaggi parigini, da vendere poi ai turisti che passavano sul ponte.Allora, erano cominciate le solite sparatorie verbali tra i due contendenti che presto erano finite, come d’abitudine, nelle paroline offensive dette a mezza bocca e l’accenno di qualche spintone subito sedato dagli altri colleghi. In questo era molto bravo Martin il belga: uno strano pittore di Liegi, di circa 55 anni, che tutti (compreso Lorenzo con il suo poco parlare) chiamavano mister Liegi-Bastogne-Liegi (in onore della famosa classica di ciclismo), perché aveva raccontato a tutti i pittori del ponte des Arts, di essere stato perdutamente innamorato di una bionda di Bastogne che ancora adesso, soldi permettendo, andava a trovare. Egli faceva sempre da paciere fra i due; di indole un po’ ruffiana e succube, proiettato soprattutto al prestito dei colori che spesso riceveva generosamente da Alain e da David e che quindi, si sentiva falsamente in obbligo di sedare qualsiasi focolare di rissa tra i due. E infatti anche stavolta stava, come sempre, cercando di separarli nel loro ormai quotidiano battibecco; aiutato, per altro, anche da Ramon lo spagnolo: denominato il pittore degli angeli e da Claudio di Buenos Aires: vignettista di politica mondiale e ritrattista d’eccezione, specializzato nel deformare in mille modi diversi il volto di George Bush e di tutti gli esponenti politici presenti sul nostro pianeta. L’unico a non farsi distrarre da quella inutile disputa, compreso Lorenzo, era Gregory, il pittore di Philadelphia: un ragazzone di 30 e passa anni, alto circa un metro e 90 e di facile collera. Un iracondo di grande talento che qualcuno aveva paragonato a Manet, con il vizio

dell’alcol: di cui spesso ne restava vittima, per le tremende bevute notturne dalle parti della Gare de l’Est, dove aveva anche il suo domicilio. E che poi, al giorno dopo, le stesse tremende bevute notturne gli lasciavano i postumi sul viso in quelle sue silenziose posture, come se fosse un po’ perso in un mondo di sogni. In realtà, la solita disputa giornaliera tra David e Alain aveva distratto l’intera comunità dei pittori, lasciando Lorenzo come unico baluardo di quella parte del ponte prossima alla rive droite. Si erano un po’ tutti spostati verso l’accenno di rissa, tranne l’americano che invece, forse inconsapevolmente immerso in quella sua fissità verso la tela su cui si leggeva un semplice abbozzo di una natura morta e seduto quasi in bilico sul bordo dello sgabello deformato dal peso e dal suo precario equilibrio dovuto al vino ingerito la notte precedente, era restato a far compagnia all’italiano. Lorenzo se ne era accorto con fastidio, ricevendo una passeggera inquietudine da quella sconsolata figura e così aveva deciso di sospendere momentaneamente le sue impegnative sfumature di verde, rifugiandosi in una pausa sigaretta per far sfebbrare l’ambiente. Tra una boccata e l’altra si era messo a pensare a Montmartre, e che forse era venuto il tempo di trasferirsi dalle parti della collina dove c’era la chiesa del Sacro Cuore. Così, avrebbe potuto tranquillamente lavorare alle sue idee, senza che quei balordi distraessero il suo estro mattutino. E poi, dopo tutto, ne aveva le palle piene di quel parigino del cazzo, il quale non faceva altro che decantare il suo tanto amato quartiere Latino e deprezzare tutta la zona di Montmartre dove, tra l’altro, il pittore lombardo si sentiva perfettamente a suo agio. E cosa gliene fregava se Picasso, prima o durante la grande guerra, aveva deciso di scendere da Montmartre a St. Germain des Prés, perché zona più fiorente d’idee e più fotogenica all’occhio? Non si sentiva per niente mutilato per la notizia che il suo quartiere aveva perso, in quegli anni passati, un importante esponente della scuola francese e tra l’altro, non gli piaceva per niente il cubismo e Picasso non era certamente il suo preferito. A Lorenzo piacevano gli espressionisti francesi e in Montmartre, soprattutto nel tardo pomeriggio quando tornava a casa, aveva trovato una continua sollecitazione visiva alimentata da colori, espressioni di visi e sfumature di luce. Ad ogni modo, decise d’aspettare che si calmassero gli animi e tutto tornasse come prima, continuando a fumare la sigaretta accesa poco prima e leggiucchiando le notizie del giornale italiano che era solito comprare ogni tanto, all’edicola nei pressi del Louvre, prima di raggiungere il ponte des Arts; proprio come aveva fatto quel mattino. Il fumo della sigaretta che gli pendeva tra le labbra saliva temerariamente attraverso il naso e la fronte; causandogli quell’arrossamento canonico agli occhi. Si lasciava un pochino arrostire il campo visivo, poi spostava le pagine del giornale ben strette tra i polpastrelli delle dita macchiate dai colori e tirava qualche boccata, incurante delle discussioni animate che ancora padroneggiavano tra i suoi colleghi. Aveva appena letto le prime pagine tenendo, in realtà senza farci caso, in ben evidenza il titolo della testata italiana: facile punto d’arrivo per qualsiasi sguardo curioso che passasse sul ponte, quando accadde qualcosa d’inaspettato che improvvisamente lo proiettò verso il suono della sua Terra. In pratica, gli si avvicinò, senza che lui se ne fosse reso conto, un uomo di circa 55 anni, alto, arrossato nel viso, con i capelli pettinati ad acqua ed una barbetta ruvida e bianchiccia che denotava una probabile vita da cani. Uno zaino un pochino rigonfio tra le spalle, delle scarpe consumate probabilmente dalla storia delle strade percorse e degli occhi marroni molto espressivi preannunciavano un qualcosa d’interessante che stava per accadere:

“Italiano?” Lorenzo abbassò in fretta il giornale per rendersi conto, al più presto possibile, da dove arrivasse quell’interrogazione inattesa. “Non è mica facile leggere le notizie italiane qui a Parigi, sei troppo distratto da tutto questo ben di Dio. Non è così?”

“Già!” Il pittore si rese immediatamente conto che aveva dinanzi un tipo particolare, forse un barbone o qualcosa di simile, una specie di intreccio tra un angelo e un bevitore incallito. “Io sono di Novara e tu?” “Legnano.” Lorenzo cercava di continuare la lettura per scoraggiare quell’inizio di conversazione. “Legnano? Ma dai! Il paese di Gigi Riva. Guarda un po’ che combinazione!” “Si.” Meglio parlare poco, così quel tipo si sarebbe allontanato in fretta. “Che sinistro, signori! Robe d’altri tempi. Che ne sanno, gli stronzetti di adesso, del sinistro di

Gigi Riva! Sai che l’ho visto giocare nel Legnano? Si, venne a giocare contro il Novara, serie C e ci fece due reti. Io ero ragazzetto e mio padre mi disse: quel tipo è baciato da Dio.” Quell’energia che si era intrufolata negli occhi dell’uomo di Novara stava attraendo, lentamente, l’attenzione di Lorenzo. In quelle due sfere marroni così espressive vi scopriva, un po’ alla volta, la potenza della memoria emotiva che le imprese di Rombo di Tuono gli avevano involontariamente donato. La voglia di dipingere quel viso che aveva dinanzi, con le sue gote arrossate, fu immediata; ma si limitò solo ad ascoltarlo silenziosamente, per focalizzarsi nella mente tutti i punti drammatici di quella faccia italiana. Poi, nei giorni successivi, magari dall’alto della collina di Montmartre, l’avrebbe messo sulla tela. “Sei da molto a Parigi?” L’uomo glielo chiese con una leggera inflessione epica nella voce, quasi come se volesse trovare in Lorenzo un complice nella presunta sofferenza da emigrante che aveva intenzionalmente preannunciato. “Da un po’ di anni e tu?” “Ho lavorato come manovale in un cantiere di Pigalle; poi un giorno, in pausa, mentre stavo mangiando un panino con un collega, un tizio mi ha detto che gli italiani sono tutti mafiosi e….” Cominciarono a presentarsi, lungo i lineamenti di quel viso, dei tenerissimi singulti di pianto che presto sfociarono in lacrime rapide; a gonfiare quelle gote arrossate. Il pittore restò in silenzio ad osservare la sofferenza di quell’uomo; un po’ rapito dall’espressività di quel viso, un po’ impotente verso quel pianto inaspettato e gli offrì un fazzoletto di carta per incoraggiarlo a desistere da quelle lacrime. Il passante si asciugò in fretta le lacrime e continuò a raccontare:

Non ci ho visto più, ho cominciato a menargli come non avevo mai fatto in vita mia e d’improvviso l’ho visto per terra, così hanno chiamato la polizia e mi hanno portato dentro. In pochi

istanti ho perso la faccia, il lavoro e….” Poi, cacciando dal portafoglio una foto: “…

mi stanno aspettando a casa.” “Chi è? Tuo figlio e tua moglie?”“Si! Mi stanno aspettando. Stamattina sono uscito dal carcere, ho fatto pochi mesi dentro. Insomma, diciamo che le cose si sono aggiustate e che il tipo non ha voluto infierire; ma io, adesso, mi sento perso e…” Il pianto ricominciò ad impadronirsi del suo viso. “E ho visto te che stavi leggendo il giornale italiano e mi è venuta voglia di sfogarmi; scusami, perdonami ma ho vissuto dei momenti terribili.” Lorenzo si sentì emozionato da quelle parole, “Vuoi una sigaretta?”“Grazie!” Una boccata per riprendersi, come a cancellare quel ritorno di pianto e aggiunse: “Voglio ritornare al più presto in Italia, mio figlio mi sta aspettando. Ho bisogno di fare un po’ di soldi per tornare a Novara. E pensare che qui, dovevo restarci solo tre mesi: un lavoro stagionale ben pagato e sarei tornato a casa, invece mi è successo quello che non doveva succedere. Stasera mi arrangerò sotto qualche ponte, ma devo fare al più presto i soldi per il biglietto del treno. Capisci?” “Certo!” Ci fu una pausa prolungata, come se entrambi s’aspettassero qualcosa: un gesto, un’esclamazione, un commento. Poi Lorenzo, senza sapere realmente il perché, dalla tasca cacciò due biglietti da dieci euro e, istintivamente, li mise nel palmo della mano dell’uomo. Il passante lo ringraziò intensamente, commuovendosi con un sorriso di gioia e dopo essersi scusato tanto per tutto il disturbo che gli aveva recato, lo salutò con grande

e questi due

riconoscenza e si allontanò verso la rive gauche. Il pittore ebbe il tempo di vederlo allontanare nella prospettiva del ponte, come se fosse uno strano miraggio che s’allontana dalla realtà, e tornò nelle sue occupazioni, dal momento che anche gli altri avevano finalmente

terminato la loro sciocca disputa giornaliera. Restò un po’ di tempo a riflettere sulla tela, per ritrovare quei toni di verde che aveva tralasciato qualche istante prima e ricominciò a dipingere, senza poter del tutto cancellare quell’incontro che aveva vissuto. Passarono circa due mesi e la sua relazione con Laurence continuò a traghettarlo lungo le maree della sua instabilità economica. Come d’abitudine, vendeva pochissime tele che di solito compravano gli stessi mecenati di sempre, a bassissimo costo, i quali credevano

in lui e lo invogliavano ad insistere senza sosta. Ma questa continua lotta con se stesso lo

aveva obbligato ad aumentare la produzione di caricature politiche, come faceva il suo collega argentino per sbarcare il lunario, e gli rubava molte ore. Aveva quindi deciso di non radersi per non perdere tempo, ottenendo con la sua folta chioma scura e con la barba piuttosto prominente, le stesse sembianze del Che. Ora, si trovava nei pressi della solita edicola a quattro passi dal Louvre, dove ogni tanto comprava il quotidiano italiano per nostalgia e si era messo a leggere, appoggiato ad un muretto poco distante. Regnava un silenzio stranissimo, in quel tratto di Parigi e lui leggeva tranquillamente le notizie politiche delle prime pagine; soffermandosi sulle schermaglie senza fine che avvenivano tra l’opposizione e la maggioranza, sul ritiro immediato o meno delle

truppe italiane dal suolo iracheno. L’unico rumore esistente era il borbottio gentile e operoso

di alcuni uomini che, da un camioncino parcheggiato poco distante, stavano trasportando un

tavolo verso un portone. Lorenzo spostò per alcuni istanti lo sguardo in direzione degli operai, richiamato dal borbottio gentile che questi adottavano per trasportare l’incomodo; collaborando tra loro come se fosse una questione di vita o di morte. E si rese conto che

quel tavolo vecchio ed elegante, di forma rettangolare, con qualche tarlo sparso qua e là, e dal colore marrone scuro, sarebbe stato benissimo nella sua mansarda di rue Curatin. Ma un tono

di voce, un po’ sofferente, lo riportò a qualcosa che mesi prima lo aveva colpito:

“Italiano?” Lo vide apparire dal nulla, sbucando agilmente da dietro al giornale e stavolta, con se, portava un cagnolino bastardo: leggermente rimbambito e tenuto al guinzaglio (una sorta di spago lercio e ingiallito) per non farlo scappare. L’uomo di Novara non era per niente cambiato, continuava ad essere pettinato ad acqua, con la solita barba un po’ lunga e quel rossore alle gote. Di nuovo aveva soltanto quel cane; forse non era ancora riuscito a tornare in Italia e per farsi compagnia di notte, l’aveva adottato portandoselo dietro. Ma, cosa alquanto inaspettata, il passante non aveva riconosciuto Lorenzo: perché barbuto alla Che e si era messo subito all’opera. “Non è mica facile leggere le notizie italiane, qui a Parigi. Sei troppo distratto da tutto questo ben di Dio. Non è così?” Il pittore ebbe l’istinto di parlare, di dirgli: ma che cazzo, non ricordi che qualche mese fa ci siamo incontrati? Poi, decise di glissare e accortosi che quella strana creatura, più o meno, stava usando nell’approccio le stesse parole, accennò con la testa ad un cenno bonario; con la speranza che l’uomo ricominciasse a parlare. “Io sono di Novara e tu?” Ecco, infatti. Erano arrivati al punto di partenza. Ma chi diavolo era quell’uomo che aveva dinanzi? Un barbone smemorato, un poveraccio qualsiasi o che altro? Lorenzo restò interminabili istanti a decidere cosa diavolo dirgli. Parlare di Legnano, forse, l’avrebbe fatto pensare a Rombo di Tuono e automaticamente si sarebbe ricordato del Che che aveva davanti, così decise d’improvvisare: il caso e le circostanze avrebbero fatto il resto. In effetti Lorenzo, con quel suo poco parlare, aveva sempre intimamente sperato di essere muto: in perfetta salute con l’udito, in modo da poter ascoltare tutte le stronzate degli altri, ma senza l’uso della parola. Così, d’impulso e senza sapere realmente il perché, decise di scrivergli, su un foglietto che aveva per caso nella tasca della giacca, la sua particolare patologia.

“Cosa? Non mi dire! Sei muto? Ma ci senti, però?” L’artista lombardo fece cenno di si, abbozzando un sorriso e …. “Oh! Ma guarda che combinazione! Anche mio papà era muto, ma

sentiva benissimo. Non c’è problema! Non c’è problema! Molte volte è meglio non parlare. Si dicono un sacco di cazzate.” Il pittore ritornò a vedere, negli occhi del passante, quella particolare energia che lo aveva catturato due mesi prima, sul ponte des Arts e che poi, nelle vicinanze della chiesa del Sacro Cuore, l’aveva rappresentata sulla tela; ripercorrendo tutta la follia che l’uomo aveva espresso sul volto quando si erano parlati per la prima volta e che ora, ritornava ad esternare in tutte le sue particolarità. Però Lorenzo aveva annunciato la sua patologia e questo, senza dubbio, avrebbe intralciato il percorso del passante. Bisognava, forse, arrivare presto al succo del problema e così l’uomo preferì scegliere subito la strada del pianto. “Sei da molto a Parigi?” Anche questa volta glielo chiese con una leggera inflessione epica nella voce, come se volesse trovare in Lorenzo, per la seconda volta, un complice nella presunta sofferenza da emigrante che gli aveva intenzionalmente preannunciato già due mesi prima e di cui non ricordava più nulla di quegli istanti. Astutamente, non diede al pittore nemmeno il tempo di replicare con un accenno del viso o qualcosa di simile; cominciando a far nascere, lungo i lineamenti del proprio viso, dei tenerissimi singulti di pianto:

C’era stata, però, una piccola

variazione nel testo: da manovale a cane e Lorenzo non l’aveva nemmeno lontanamente

percepito, anche perché il succo emotivo del fatto era restato lo stesso di quello esternato,

con grande maestria, già due mesi prima.“…

I singulti, che istanti prima si erano presentati sul volto, cominciarono anche stavolta a sfociare in lacrime, rapidissime, che graffiarono le gote arrossate. “Mentre stavo mangiando un ”

Anche qui c’erano stati piccoli cambiamenti e…. “….Un tizio mi ha detto che gli

italiani sono tutti ladri e cornuti…” Eh, no! In questo caso il cambiamento era stato lampante: da mafiosi a ladri- cornuti e Lorenzo lo aveva ampiamente notato. Per questa ragione, vedendolo piangere, non accennò a dargli un fazzolettino di carta, come aveva fatto due mesi prima, per paura che il passante avesse un improvviso flash e si ricordasse del Che che aveva dinanzi. Bensì lo lasciò piangere nel fiume di lacrime che gli scendevano sulle gote arrossate, limitandosi a commentare quel ladri-cornuti pronunciato dall’ipotetico accusatore, con un movimento della testa e una leggera smorfia della bocca; a sottolineare un profondo dissenso verso quelle desolanti affermazioni, offensive dopo tutto, e anche per fare da spalla all’individuo di Novara e per capire fino in fondo dove volesse arrivare. “Allora ho cominciato a menargli come non avevo mai fatto in vita mia. Così, l’ho visto per terra e….Poi hanno chiamato la polizia e mi hanno portato dentro.” Le lacrime e il singulto avevano raggiunto il picco, mentre si apprestava a cacciare le foto dell’ipotetico figlio e della moglie. “Ora, loro mi stanno aspettando. Ho perso il lavoro e da una settimana sono uscito dal carcere. Questo cagnolino mi ha fatto compagnia, soprattutto di notte, è un bastardino che ho trovato dalle parti del pont Neuf.” Il testo risultava un po’ traballante, ma le lacrime vere mantenevano benissimo la tensione e tutto era credibile. Al ché, Lorenzo pensò di movimentare la cosa scrivendogli sul solito fogliettino volante: hai bisogno di soldi per tornare in Italia? “Beh! Si. Ho bisogno di pagarmi il biglietto del treno. Tu non immagini quanta voglia ho di vedere la mia famiglia.” Quest’ultima frase la disse con grande emozione, al punto che Lorenzo, pur immaginando che fosse un bluff d’alta scuola, si commosse come se stesse assistendo ad un capolavoro cinematografico. E ancora una volta, senza sapere realmente il perché, il pittore di Legnano diede due biglietti da 10 euro al presunto manovale arrestato a Pigalle. Egli lo ringraziò intensamente, questa volta asciugandosi le lacrime col dorso del braccio destro, senza far intravedere nemmeno una briciola di indecisione; e si allontanò

panino…

“Ho lavorato come un cane in un cantiere di Pigalle…

Poi un giorno….”

rapidamente con il suo cagnolino bastardo che era restato per tutto il tempo accovacciato ai suoi piedi, con l’aria di chi si annoia per partito preso. Ma chi diavolo era questo sconosciuto di Novara? E se si fosse messo a seguirlo per scoprire l’enigma? Però, Lorenzo si ricordò che non aveva il tempo materiale: perché alle 13 e 15 doveva trovarsi nel cafè di Place des Victoires per pranzare con la sua dolce Laurence e sapeva benissimo quanto il suo amore ci tenesse alla puntualità. Doveva, senza dubbio, desistere dal grande desiderio di scoprire dove portasse quell’anima e tutte le immagini emotive che avrebbe potuto fotografare nella mente, ma non resistendo al divieto che si era

imposto decise di seguirlo solo per poco; giusto il tempo di scoprire qualcosa di più chiaro. E notò che l’uomo di Novara cominciò a camminare rapidamente, obbligando il cagnolino bastardo ad una innaturale accelerazione. Sembrava che il barbone, inconsciamente, si fosse accorto che il pittore lo stesse seguendo e dava un accenno più rapido al passo: forse per non essere seguito da nessun occhio indiscreto. Entrò in rue Croix des Petits Champs, percorse

a passo sostenuto alcuni metri, andò a sbattere addosso a qualche passante e poi decise di

attraversare la strada per raggiungere il marciapiede di fronte. Lorenzo fece altrettanto, cercando di avere lo stesso ritmo del passo e di non farsi notare, mescolandosi ad arte tra la

folla di gente dell’ora di punta che correva a rifocillarsi nei cafè-restaurants des Boulevards. Arrivarono, distanziati di pochi metri, all’altezza di rue Coquilliere e l’uomo di Novara la imboccò senza pensarci due volte. Lorenzo lo seguì badando attentamente a non farsi notare

e s’accorse che lo sconosciuto era diretto in rue du Louvre. Infatti, così fu. Entrati che furono nella strada, il barbone l’attraversò rapidamente, fregandosene dello sforzo che il cagnolino faceva per seguirlo e sembrava che l’uomo fosse preoccupato di raggiungere qualcosa al più

presto. Il pittore riuscì a stargli dietro senza dare nell’occhio e presto arrivarono in rue J. J. Rousseau; la percorsero in fretta fino all’angolo di rue Etienne Marcel e lo sconosciuto si diresse all’altro lato della strada, dove vi era un vecchietto ad aspettare. Il pittore decise di non seguirlo più: perché lo sconosciuto, dall’altro lato della strada, aveva cominciato uno stranissimo dialogo con il vecchietto. Inoltre, Lorenzo aveva notato che

il cagnolino bastardo si era messo affettuosamente a giocare con l’anziano: sembrava che in

realtà quel vecchio fosse il suo vero padrone. Constatò, con enorme interesse, che tra lo sconosciuto di Novara e l’altro individuo avveniva lo scambio del guinzaglio e il passaggio di alcune banconote di euro che quest’ultimo subito mise in tasca: acquistando nel viso una fisionomia diversa, più rilassata, come colui che viene pagato per un lavoro compiuto. Poi, si allontanò con il cagnolino al guinzaglio; in direzione rue Etienne Marcel, mentre l’uomo di Novara, rapidamente, entrò in un portone: lasciando il pittore in balia dei piccoli fuochi che ardevano in rue J.J. Rousseau. Forse era lì che viveva, quello strano individuo di Novara. In quel vecchio portone di quell’antico palazzo era nascosto il suo mistero e Lorenzo voleva scoprirlo al più presto. Così, pensò d’aspettare. Era molto probabile che l’uomo sarebbe ritornato per strada e lui l’avrebbe seguito per capire veramente chi fosse: si sentiva anche un po’ poliziotto e quindi, bisognava non dare nell’occhio. Diede una rapida occhiata alla strada e ai due marciapiedi variopinti di vita; una vecchia renault 4 parcheggiata, di color crema e un po’ sgangherata nella parte anteriore, aveva il cofano della zona motore ricoperto di piccole piante colorate: margherite gialle, anemoni e violette, più un certo numero di fiori di campo con intorno della plastica d’addobbo che portava appiccicata piccoli cartoncini, su cui si leggeva il prezzo di ogni piantina. Il venditore era al posto di guida, che leggeva un giornale e rispondeva ai passanti interessati all’acquisto di qualche unità floreale. Poco distante vi era un bar pieno di giovani seduti ai tavolini: molti di essi erano ragazzi magrebini dagli occhi arrossati per il fumo delle Gauloise che, in piena combustione, pendevano dalle loro labbra carnose; mentre un vivace cameriere di mezza età, dalla chioma un po’ rosseggiante, si occupava delle ordinazioni che essi gli davano.

Dall’altra parte, sul lato del marciapiede dove vi era il portone in cui era entrato lo sconosciuto di Novara, c’erano alcuni negozi di alimentari, una fornitissima profumeria, un

tabacchi e riviste, e una splendida maison della stoffa: piena di commessi eleganti e indaffarati nelle vendite. Dai due lati della strada vi era un discreto passeggio e facce di ogni colore, e Lorenzo, quel posto, molto probabilmente l’avrebbe dipinto tra qualche giorno; perché gli piaceva soprattutto il colore vivace che dava alla strada la renault 4 piena di fiori di campo. Anche se si era un po’ fatto distrarre dai colori che passavano in rue J.J. Rousseau, riuscì

a rendersi perfettamente conto che dal famigerato portone stava uscendo una figura smilza e dinoccolata, che ricordava molto quella dello sconosciuto di Novara. Il barbone o quello che

si era presunto che fosse risultava totalmente cambiato, perfino la pettinatura non era più ad

acqua. Si era asciugato ben bene i capelli ed ora, sembravano anche un po’ ondulati. Le gote, pur restando sempre rossastre, ora risultavano più eleganti; perché sorrette da un’espressione del viso molto meno drammatica. Lo zaino da viaggiatore ambulante e i vestiti macchiati dalla storia delle strade avevano lasciato il posto a dei capi molto decenti e ben stirati, ma soprattutto l’andatura e il portamento erano totalmente cambiati. Sembrava un’altra persona: come se si fosse spogliato di tutta la pesantezza della sua vita e si apprestasse a percorrere un viale tutt’altro che ingiallito dall’autunno; almeno che, quell’individuo che Lorenzo stava osservando dall’altro lato della strada non fosse il gemello dello sconosciuto di Novara, pulito e pettinato col fon. Una cosa che non aveva per niente perso era l’andatura veloce, rapida, nervosa. Sembrava, anche in questo caso, che l’uomo dovesse raggiungere al più presto qualcosa, qualcuno, un posto, una meta e non aveva nessuna intenzione di rallentare la sua tabella di marcia. Costrinse Lorenzo a seguirlo e imboccarono, quest’ultimo un po’ defilato per non dare nell’occhio, rue Etienne Marcel nel punto in cui la medesima strada s’intersecava con quella denominata Turbigo. Lo fecero rapidamente, distanziati di pochissimi metri e senza che lo sconosciuto signore di Novara s’accorgesse di essere seguito da un pittore con le sembianze del Che. Nella stessa rue Etienne Marcel, affollata di gente in pausa panino, mentre era occupato a pedinare la nuova figura che era apparsa dal famigerato portone, Lorenzo s’accorse di intravedere, persa in un’andatura sconsolata e melanconica, la sua Laurence. Come era stato possibile dimenticare l’appuntamento che aveva fissato con il suo amore, nel solito cafè-restaurant della vicina place des Victoires? Come aveva potuto preferire il pedinamento di quell’uomo, invece di pranzare con il suo angelo biondo? Forse adesso sarebbe stato meglio nascondersi nelle viscere di Parigi: infilandosi nella metro di Etienne Marcel e seguendo il barbone; poi, con calma, avrebbe riflettuto sul perché di quella sua grossolana dimenticanza. E, d’altro canto, se Laurence non fosse stata così persa e amareggiata nei suoi pensieri, per questa ennesima distrazione del fidanzato artista, l’avrebbe potuto persino notare tra le persone che stavano entrando nella metro di Etienne Marcel e l’avrebbe potuto perfino chiamare e raggiungere, per avere le dovute spiegazioni. Ma tutto ciò non accadde e la ragazza con i capelli corti e biondi si lasciò nascondere dagli occhiali da sole; sotto cui si nascondeva la vera essenza sconsolata del suo umore. In pratica, percorreva rue Etienne Marcel con aria disperata. Com’era stato possibile che si fosse fatta abbindolare da un italiano perennemente distratto e senza quattrini? Che non riusciva a vendere nessuna tela ad un prezzo decente. E se l’avesse mollato una volta per tutte e si fosse fatta corteggiare da quel tipo seduto al cafè, che la stava ripetutamente guardando? Forse quel pittore maldestro si meritava una buona lezione e poi, dopo tutto, si sentiva ancora attraente: soprattutto quando indossava quella camicetta bianca a mezze maniche e quel pantalone blu, con cinta ben stretta nella vita, che metteva in risalto i suoi fianchi eleganti. In più, la borsetta pendente dalla spalla sinistra e quell’aria un po’ goffa di chi non si prende del tutto sul serio, facevano di Laurence una donna attraente; e cosa importava se

sotto i suoi piedi, perso a seguire il barbone tra le carrozze della metro in direzione Opèra, ci fosse il suo amore italiano! Ma lei non poteva saperlo e nemmeno vederlo ora che, uscito dalla fermata suddetta, si apprestava a seguire l’uomo di Novara: in vantaggio di pochi metri dall’inseguitore. Adesso il pittore pensava che il barbone, non più pettinato ad acqua, fosse intenzionato a dirigersi nel Boulevard des italiens, magari per mangiare qualcosa in quei cafè-restaurants della strada, ma presto s’accorse che l’uomo si stava dirigendo, sempre con un’andatura rapida e nervosa, verso il teatro Edouard VII. L’uomo passò velocemente dinanzi all’ingresso principale, dove vi erano affisse delle foto di scena, e si diresse verso l’ingresso artisti entrandovi rapidamente. Lorenzo si fermò davanti a quelle foto e le guardò attentamente, con l’ansia di scoprire finalmente qualcosa di quell’individuo che stava seguendo. In quel teatro era in atto uno spettacolo matinée per le scuole secondarie superiori, intitolato: “La vita di Jules Verne”, in cui l’uomo di Novara interpretava la parte della piovra gigante nell’episodio del Capitano Nemo. L’uomo di Novara, il barbone pettinato ad acqua, il passante sconosciuto e chi sa chi altro ancora era stato immortalato in una foto affissa alla bacheca del teatro, in cui una corpulenta piovra di gommapiuma, ben scenografata in ogni parte dei suoi tentacoli, aveva la faccia del nostro individuo che, ad arte, usciva da un foro praticato nella gigantesca testa del pupazzone e che, molto probabilmente, dall’interno di esso l’uomo azionava i tentacoli mimando ipotetiche aggressioni ai palombari che erano nel fondo dell’oceano di carta pesta. Il pittore, incuriosito dall’ennesima vita che quell’uomo stava vivendo, decise di entrare per assistere allo spettacolo che a momenti doveva iniziare. Pagò il biglietto, si sedette in una posizione un po’ defilata e assistette allo spettacolo, circondato da tanti adolescenti annoiati e dalle rispettive professoresse che accompagnavano le scolaresche. In effetti quella performance non era un granché, ma Lorenzo restò affascinato quando sulla scena apparve la piovra. L’uomo di Novara dava il meglio di se, sprigionando posizioni mastodontiche, in quell’oceano di luci e di fondali teatrali. S’accorse che lo sconosciuto s’impegnava tantissimo per dare una credibilità evidente ai movimenti dei tentacoli di gommapiuma e questo lo colpì molto, al punto di decidere d’andare nei camerini a salutarlo, come di solito si usa fare a fine spettacolo. Percorse tutto il corridoio intasato da costumi e parrucche di scena, incrociò alcuni attori dello spettacolo ancora segnati nel viso dai rispettivi fondo tinta dei loro personaggi e chiese ad uno di loro, con le sembianze di un marinaio, dove fosse l’attore che interpretava la parte della piovra gigante. Costui gli indicò il camerino semichiuso nel fondo del corridoio e Lorenzo vi si avvicinò intenzionato a bussare, mantenendo comunque una sensazione di bilico. In effetti, lo sconosciuto di Novara sarebbe stato contento che Lorenzo, il pittore con le sembianze del Che, dal quale poche ore prima aveva ricevuto due biglietti da 10 euro, perchè emozionato dalle sue lacrime che, ad arte, egli si era fatto scivolare sulle gote arrossate, ora veniva a smascherarlo nello spazio ristretto del suo camerino? Si sarebbe sentito come un leone ferito, rinchiuso in una gabbia dannata, o tutto sarebbe andato liscio come l’olio? “Salve, si ricorda di me?” Aveva scelto di dargli del lei perché, effettivamente, non sapeva bene con quale parte della personalità di quell’uomo andava a parlare. “No. In questo momento mi deve scusare, ma ho come un vuoto di memoria; dove ci siamo conosciuti? Anche lei, italiano?” In realtà l’aveva riconosciuto benissimo e stava cercando di capire bene che intenzioni avesse l’italiano con le sembianze del Che. “Innanzitutto vorrei farle i complimenti per la piovra….” Un leggero movimento del capo, da parte dell’uomo di Novara, stava per grazie. “Immagino che non sia tanto esaltante farlo, ma devo dire che lo fa con estrema determinazione e mi ha fatto davvero vedere una piovra del mondo di Verne.”

“Si, infatti lo faccio soprattutto per sopravvivere, ma le mie aspirazioni sono tutt’altre che animare un pupazzone di gommapiuma.” “Eh! Si! Immagino. La vita dell’artista! Quindi non si ricorda di me?” “No! In questo momento davvero non ricordo. Dove ci siamo conosciuti?” Ci fu una leggera pausa in cui Lorenzo pensò, per alcuni istanti, di glissare l’argomento e andar via: per non infierire sull’artista che aveva davanti, ma poi si fece coraggio e decise di parlargli scegliendo l’immediatezza della prima persona. “Qualche ora fa ti ho dato due biglietti da 10 euro, perché sei venuto vicino a me che leggevo il giornale italiano e ti sei messo a piangere parlando della tua vita e del fatto che devi tornare in Italia e non hai soldi, ricordi?” L’uomo di Novara si mosse per andare a socchiudere la porta del camerino, per far si che il colloquio in corso restasse privato e poi andò verso Lorenzo, cominciando a parlare con grande umanità:

“Mi ricordo perfettamente chi sei e te ne sono profondamente grato per quello che hai fatto, ma io….Io sono ad una svolta della mia carriera. Tra qualche giorno dovrò fare un provino con un’importante regista di cinema francese e la parte è proprio quella che ho interpretato con te: un italiano che esce dal carcere, perché accusato di aver provocato una rissa a Pigalle, non ha i soldi per tornare in Italia da sua moglie e suo figlio e chiede aiuto ai passanti italiani, turisti a Parigi. Io, mi sto allenando per farla bene. Oggi, devo dire che ho superato me stesso. Sono stato molto convincente, non trovi?” “Totalmente!” “Sai, non sempre riesce così….Non vedo l’ora di fare questo dannato provino, sono preoccupato e in ansia. E’ praticamente l’ultima spiaggia della mia carriera. E’ una vita che cerco di affermarmi; poi….Qui, in Francia, è tutto più difficile per uno straniero. Ho lasciato l’Italia per una donna, molti anni fa, un’attrice anche lei e poi è tutto finito. Forse, se fossi restato in Italia a quest’ora! Chi può dirlo? Così ho deciso di prepararmi per questo provino, vivendo realmente la parte.Travestendomi da barbone e chiedendo ai passanti di aiutarmi con qualche soldo.” “E devo dire che ti riesce benissimo.” L’uomo restò in silenzio per alcuni istanti, come a cercare d’interpretare la frase che aveva appena pronunciato Lorenzo. C’era una valenza polemica, pronta a sfociare in una reazione inaspettata, o era solamente un tono ironico di compiacimento, nel quale Lorenzo aveva voluto dichiarare apertamente il suo plauso verso la performance a cui aveva assistito? “Guarda che ti ridò subito indietro i soldi. Ci mancherebbe! E’ che oggi, mi è venuta proprio bene la scena, mi sono distratto e non ho pensato, nell’istante che mi allontanavo, ai soldi che dovevo restituire.” Mentre armeggiava nervosamente nelle tasche del pantalone, per cercare i soldi da restituire al pittore, Lorenzo faceva mente locale sulla stessa scena del pianto che alcuni mesi prima aveva già assistito, recitata sempre dallo stesso prim’attore. Pensò di dirglielo ma poi, non si sa per quale ragione, decise di glissare. “Ma no! Lascia perdere! Vada come un augurio. Diciamo che quei soldi che ti ho dato sono un in bocca al lupo per il tuo provino che ti vada alla grande e poi, anch’io sono un artista….” Cominciarono a fare amicizia e si scambiarono perfino gli indirizzi, per non perdere le loro tracce e restare comunque in contatto. Poi, si salutarono affettuosamente scambiandosi gli in bocca al lupo reciproci e ognuno si lasciò portare dal soffio dei propri destini. In realtà, nell’anno che seguì, non ebbero più contatti e nemmeno s’incontrarono più per strada. A Lorenzo le cose continuarono ad andare male. Non riuscendo in quell’anno a piazzare molte delle sue tele, fu costretto ad accettare quell’impiego come commesso, procuratogli da Laurence, in un negozio di scarpe in rue Lepic. E un giorno, mentre aspettava la sua ragazza dalle parti del museo del Louvre, per prendere il solito panino insieme, intravide l’uomo di Novara travestito da barbone pettinato ad acqua, che armeggiava intorno ad un turista italiano. Praticamente era arrivato nel nodo drammatico della scena, quando estrae dalla tasca la foto della moglie e del figlio, mentre il turista sembrava commosso e totalmente convinto dalla maestria dell’attore. Allora Lorenzo ebbe, d’istinto, la voglia di avvicinarsi e di

smascherarlo, ma poi desistette restando a guardare. Del resto, anche lui era stato costretto a praticare una seconda attività.

IX

NEL VOLTO DI CHARO JIMENEZ

Dinanzi al Cafè del ponte Torensluis, sul canale Singel, vi sono sedute molte persone; soprattutto giovani che consumano le loro bevande. Il sole non è molto caldo, ma sprigiona dei raggi piuttosto piacevoli che attraversano il cielo sereno e predispongono le facciate delle case, nella Nieuwe Zijde (parte nuova), ad una ilarità mattutina. La primavera è entrata nelle vene della città senza dimenticarsi di svegliare i visi dei giovani: li ha adornati di sorrisi spettacolari, armandoli di una pigrizia velata. In realtà, sono un po’ tutti fermi a riflettere se partecipare o meno a questo nuovo corso della natura che sta invadendo tutte le strade di Amsterdam. Ricardo Ardiles Soto è seduto all’estremità del Cafè, con le spalle al canale Singel e tiene attentamente sotto controllo la stradina che si immette sul ponte, la Toren Molstraat, dominata dalla guglia più alta della Nieuwe Kerk (chiesa nuova) che s’innalza dal fondo. Quest’uomo di 65 anni guarda in particolare il portoncino di un palazzotto dalla facciata color mattone, con tante finestre strette ma allungate e bordate tutte quante di bianco; perchè nell’ultimo piano di quel palazzotto, precisamente nell’ultima finestra sulla destra, vive sua figlia Charo Jimenez che, fino a dieci giorni fa, non sapeva d’avere. Praticamente è la sua figlia illegittima avuta circa 27 anni fa da Paula, la donna di cui è stato innamorato e che stava mandando all’aria il suo matrimonio. Quest’uomo, ora vedovo, è titolare di un albergo a quattro stelle, ben avviato, nel centro di Toledo e ha tre figli avuti dalla sua povera moglie: Alvaro, Rosalinda e la piccola Macuca che l’aiutano nella gestione alquanto impegnativa dell’albergo. Inoltre, ha numerosi dipendenti al suo servizio: camerieri, cuochi, gente addetta alla pulizia delle camere e anche molti ingressi e guadagni che lo portano a vivere una vita agiata e tranquilla, almeno fino a dieci giorni fa; prima di ricevere quella misteriosa lettera da Paula che ora ha nelle mani: pronto, forse, a rileggerla, come se non credesse ancora del tutto a quello che vi è scritto. Paula era stata alle sue dipendenze negli anni 70, come cameriera del bar nella hall e addetta alla pulizia delle camere; assunta nei primi anni di apertura dell’albergo con un salario piuttosto basso, ma soprattutto tenendo conto del suo bellissimo aspetto, per fare colpo sulla clientela e per dare una certa presenza all’ambiente. Ricardo Ardiles Soto se ne era quasi subito innamorato e, all’insaputa della povera moglie, aveva instaurato una relazione con la donna senza nemmeno pensare lontanamente alle conseguenze. Suo cugino Paco, unico testimone e confidente, glielo aveva ripetutamente detto, di fermare quel fuoco, soprattutto perché Alvaro era molto piccolo e sua moglie stava per dare alla luce Rosalinda. Ma la storia aveva preso spazio: il loro amore era lievitato insieme agli affari e Paula si era ritrovata ad essere l’amante del padrone, con tutte le conseguenze e i pettegolezzi che ne seguirono. Non era stata certamente una donna calcolatrice, anche perché ne era veramente innamorata e si era lasciata portare dagli eventi senza tener conto di quello che sarebbe accaduto. Infatti, dopo circa un anno si era accorta di aspettare Charo e aveva cercato di indagare, interrogando Ricardo sul loro amore; ma, informata da una sua collega delle avance che Ardiles Soto faceva ad una nuova arrivata nel reparto cucine, si era convinta a partire senza dare ulteriori spiegazioni al padrone e soprattutto, senza svelargli il suo stato d’attesa. Gli anni erano passati e Charo era cresciuta lontano da Toledo e da suo padre che nemmeno sapeva chi fosse. Era stata accarezzata solo da sua madre e da sua nonna, vivendo in quel piccolo paese: El Espinar, a quattro passi da Segovia; dove sua mamma aveva trovato lavoro come donna delle pulizie in un centro commerciale.

Ricardo Ardiles Soto e Paula si erano spesso sentiti in quegli anni, dopo la nascita di Charo, e forse si erano anche qualche volta visti, diciamo sporadicamente, senza impegno, perché erano restati sempre un po’ attratti l’uno dall’altra, fino ai primi accenni di senilità. A quel punto, l’uomo si era come inventato mille contrattempi quando Paula aveva tentato di vederlo; preferendo la compagnia delle giovani cameriere assunte nel suo albergo, e quindi tutto si era lasciato traghettare fino alla malattia di Paula che presto si era accorta di non avere scampo. Poi d’accordo con sua cugina Maria Dolores, e visto le scelte che Charo aveva fatto, si era impegnata a scrivergli una lettera che sarebbe poi stata spedita dalla parente stretta, solo dopo la sua morte. Ora, malgrado la bella giornata e il brulicare dei giovani vocianti occupati a chiacchierare di cose che nemmeno capisce, seduti dinanzi al Cafè del ponte Torensluis, Ricardo risulta occupato a guardare attentamente il portone del palazzotto: aspetta che qualcuno esca al più presto da quel fabbricato. L’impazienza di prendere una adeguata

decisione, in riferimento agli eventi che ha letto nella lettera speditagli da Maria Dolores, gli danno un’aria piuttosto tesa. Sa perfettamente che non può restare troppi giorni ad Amsterdam, che gli impegni dell’albergo sono tanti e in più, non può reggere troppo tempo la scusa che ha dovuto inventarsi per convincere i figli di quel suo viaggio inatteso. Lui, da sempre, ha paura di volare e ha fatto tutto il viaggio in treno: è partito da Madrid Atocha fino

a Parigi gare du nord, poi ha preso il treno per Amsterdam, attraversando parte della

Germania, fermandosi a Colonia per alcuni minuti, parte del Belgio e quindi l’Olanda. Un viaggio lungo e stancante che ha sentito di fare per conoscere Charo. Invece, ai suoi figli legittimi ha raccontato di andare a Parigi; dove, da molti anni, vive suo cugino Paco che ha bisogno di lui perché improvvisamente ammalatosi di una forma allergica molto debilitante. E a Paco lo ha davvero incontrato, per circa mezz’ora, sotto la stazione di

Parigi; raccontandogli, per filo e per segno, tutti i contenuti di quella lettera ricevuta da Paula. Il cugino gli ha detto di agire, di non commettere ulteriori sbagli e di trovare in lui un sicuro alleato; poi hanno riso per alcuni istanti, prima di ripartire per Amsterdam, quando Paco si è messo a raccontare che affitta il suo cane ad un falso mendicante italiano: una specie di artista che finge di essere povero, vestito di stracci, passeggiando per Parigi col suo cane al guinzaglio. Durante il viaggio, nella mente di Ricardo Ardiles Soto, si sono ripetute sommessamente quelle risate che ha consumato con Paco.Accompagnandolo soprattutto nei momenti più faticosi del lungo tratto da percorrere; una sorta di fantasma un po’ vivace e allegro che gli ha tenuto compagnia per tutto il tempo. Smitizzando, così, l’importanza di quel viaggio: improvvisi sorrisi infantili apparsi sulle sue guance, ogni volta che la mente è ritornata

al suo consanguineo e su quegli aneddoti che Paco gli ha saputo narrare.

Ma ora non ha tempo per ridere. E’ già da due giorni ad Amsterdam e non è stato ancora capace di parlare con Charo; lei non si è nemmeno accorta della sua presenza, del fatto che la sta seguendo da due giorni, che lui sa perfettamente dove vive e soprattutto dove lavora, che è perfettamente a conoscenza del tipo che l’accompagna e del suo particolare stato emotivo. Inoltre, la ragazza non è al corrente di tutte le volte che in questi giorni, sapendo che era in casa,Ardiles Soto ha provato a parlare con lei telefonandole e ogni volta è stato costretto a riattaccare, perché è sempre inserita quella dannata segreteria telefonica con la sua voce registrata, che esorta chiunque a lasciare un messaggio subito dopo il bip, in quell’accento spagnolo-olandese che lui nemmeno capisce. Ora, Ricardo sta sentendo il desiderio irrefrenabile di rileggersi la lettera che Paula gli ha spedito. Almeno in parte. Non vuole affrontare la seconda parte dell’epistola: quella che parla del lavoro di Charo, perché ne ha profondamente paura. Non è vigliaccheria la sua, ma preferisce non farlo; sa perfettamente che è giunto in questa città per parlare con Charo e convincerla in ciò che lui ritiene giusto. E lo farà. Non sa bene quando, in che giorno e a che

ora, ma lo farà. Così, seduto in quella poltroncina di vimini dinanzi al Cafè del ponte Torensluis, si lascia portare dalla voglia di riaprire quella lettera che ha nelle mani. Non fa più caso alla birra che ha ordinato e che non ha nemmeno bevuto. Lascia il bicchiere parcheggiato sul tavolino ormai non più colmo di schiuma fino al bordo ed inizia, mentalmente, a percorrere quello che Paula gli ha scritto prima di morire.

 

El

Espinar

15 Aprile,

2004.

! Ciao, Ricardo. Potrei restare a parlare con te per molte ore, senza pensare mai a quello che mi hai fatto soffrire. Credo ancora d’amarti. Anzi, non ho mai smesso di farlo. Ricordo sempre i nostri momenti e tutte le volte che mi hai fatto sorridere e te ne sono molto grata. Sento che con te ho vissuto un lunghissimo viaggio che non è mai finito e forse, non raggiungerà mai una meta. Ho sempre accettato le scelte che hai fatto, del modo con cui hai pensato di allontanarti da me e ti ho profondamente odiato, anche se non ho mai preteso nulla. Ho preferito andare via da Toledo: non volevo più vederti. Non volevo più assistere all’evoluzione della tua famiglia, a tua moglie, ai vostri bambini (ora, immagino che saranno grandi!), che mi costringeva a restare nascosta in un angolo della tua vita senza poter partecipare con te, in prima persona, all’amore che tentavamo di vivere.

E t’assicuro che tutto ciò non mi ha mai allontanato dal tuo pensiero, perché anch’io sono stata cosciente e ben convinta delle scelte che abbiamo fatto. Non ho mai preteso che tu lasciassi tua moglie e i tuoi figli per venire con me, mi sembrava troppo potente come decisione e quindi, mi sono lasciata portare dalla vita, dagli incontri che ho fatto dopo e dal lavoro che, grazie a Dio, ho trovato nel paese di mia madre, all’El Espinar, permettendomi di vivere degnamente fino a questo momento. Ma ora, mi sono ammalata gravemente e così ho detto a mia cugina, Maria Dolores, (te la ricordi? Anche lei ha fatto per un po’ di tempo la cameriera nel tuo albergo, poi è andata via) di spedirti questa lettera dopo la mia morte. Per alcuni secondi si mette distrattamente a pensare, guardando una giovane donna in bicicletta che attraversa il piccolo spiazzo sul ponte. Forse, Ardiles Soto risulta ancora incredulo verso quello che gli sta accadendo. Dà un fugace sguardo al portone del palazzotto, alla finestra al quarto piano e riprende a rileggere quella lettera ormai un po’ sgualcita che ha tra le mani. Non mi odiare per questo, ma dopo una lunga riflessione ho pensato di farlo; perché Charo, mia figlia, ha bisogno di te. Alcuni mesi dopo la mia partenza da Toledo, mi accorsi che aspettavamo un figlio, decisi di andare comunque avanti da sola e di svelarti la lieta novella, solo se mi fossi resa conto di una tua coraggiosa decisione. Ciò, purtroppo, non accadde e t’assicuro che non ti biasimo per non averla presa. L’ho cresciuta da sola e un giorno, con calma, t’assicuro che te ne avrei parlato solo per farti partecipe che il nostro amore è nel volto di Charo (ti ho spedito, con la lettera, una foto recente di nostra figlia. Per poterla riconoscere quando l’incontrerai e per renderti conto che nel suo viso c’è tutto di te Ardiles Soto caccia dalla tasca interna del soprabito la foto di Charo e la guarda attentamente per alcuni istanti. La somiglianza è così lampante che l’uomo, inconsapevolmente, cerca di trovare un’imperfezione o qualcosa del genere. Lineamenti diversi che smantellino, anche se minimamente, quella somiglianza incrollabile; ma il suo viso ha certamente qualcosa in comune, con la foto della figlia che non ha mai saputo d’avere. S’accorge di vedere, attraverso quel ritratto di Charo, lo stesso sorriso, le stesse sembianze della sua piccola Macuca; come se le avesse concepite nel medesimo istante: con quell’unica saetta proveniente dalle sue viscere, in grado di colpire due punti diversi dell’universo,