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APSAt 6.

CAStrA, CAStELLi E
doMuS MurAtE a cura di
Elisa Possenti
Giorgia Gentilini
Corpus dei siti fortificati trentini Walter Landi
tra tardo antico e basso medioevo. Saggi Michela Cunaccia

ProGEtti di ArChEoLoGiA

SAP
Società
Archeologica
ProGEtto APSAt
“Ambiente e Paesaggi dei Siti d’Altura Trentini”
PRoVINCIA AuToNoMA DI TRENTo
bando “Grandi progetti 2006” delibera G.P. 2790/2006

Partner: università degli Studi di Trento


Dipartimento dei Beni Culturali dell’università degli Studi di Padova
università IuAV di Venezia
Fondazione Bruno Kessler
Castello del Buonconsiglio, monumenti e collezioni provinciali
Museo degli usi e Costumi della Gente Trentina

Responsabile scientifico: prof. Gian Pietro Brogiolo


Coordinamento scientifico: dott.ssa Elisa Possenti

I risultati del progetto, compresi i diritti di proprietà intellettuali


e le relative possibilità di utilizzazione economica, appartengono
alla Provincia autonoma di Trento.

Il volume è stato pubblicato grazie al finanziamento della


Provincia autonoma di Trento, nell’ambito del progetto “APSAT”
“Ambienti e Paesaggi dei Siti d’Altura Trentini” – Bando “Grandi
Progetti 2006” delibera G.P. 2790/2006.

In copertina: Bartolomeo Lucchese, Enrico Pruss – Hans Schor,


12. Das Schloss Stain gegen Triendt zusehen, (1615),
Innsbruck, Tiroler Landesarchiv, Codice Enipontano III.

Curatela redazionale: Carmen Calovi (coordinamento generale),


Valeria Cobianchi

Design: Paolo Vedovetto

Composizione: SAP Società Archeologica s.r.l.

Stampa: tecnografica rossi, Sandrigo (VI)

© 2013 SAP Società Archeologica s.r.l.


Viale Risorgimento 14, Mantova
www.archeologica.it

ISBN 978-88-87115-73-4
indiCE

Elisa Possenti, Giorgia Gentilini, Prefazione 5


Walter Landi, Michela Cunaccia

PArtE i. CAStELLi E StoriA dEL trEntino MEdiEVALE

Elisa Possenti Castelli tra tardo antico e alto medioevo nell’arco alpino centrale 7
Gian Pietro Brogiolo, Annamaria Fortificazioni e Chiuse nella Val d’Adige 41
Azzolini
Paolo Forlin Le Chiuse della Valsugana 61
Vito rovigo La fase Tre-Quattrocentesca e la nobiltà gentile 73
Gian Maria Varanini Cenni di storiografia trentina nell’ottocento e nel Novecento 83

PArtE ii. LE iMMAGini dEi CAStELLi

Vito rovigo Il dato terminologico (secoli XII e XIII) 95


Lydia Flöss, tiziana Gatti I nomi dei castelli nel Dizionario Toponomastico Trentino 105
Annamaria Azzolini, Salvatore L’iconografia dei castelli del Trentino 119
Ferrari, Carlo Andrea Postinger

PArtE iii. tECniChE CoStruttiVE E CASi Studio

isabella Zamboni Primi dati sulle tecniche costruttive e murarie dei castelli trentini 147
tra V e XV secolo
Giorgia Gentilini Il castello di San Michele a ossana in Val di Sole 171
Giorgia Gentilini, con il contributo Il castello di San Pietro a Vigo di Ton in Val di Non 197
di Walter Landi
Giorgia Gentilini, Gian Pietro Castel Penede a Nago nel Sommolago 217
Brogiolo, Walter Landi
PArtE iV. LA VitA quotidiAnA nEi CAStELLi

Chiara Malaguti La cultura materiale 249


Alessandra degasperi Il caso di ossana 259

PArtE V. PAESAGGi di CAStELLi

Katia Lenzi Castelli e paesaggio: il caso della val di Non 285


Paolo Forlin Castelli e paesaggi del Trentino orientale: alcuni casi studio dalla 299
Valsugana e dalla val di Cembra

Carta di distribuzione dei castelli nel territorio provinciale 310


Abbreviazioni 311
7

CAStELLi trA tArdo AntiCo


E ALto MEdioEVo
nELL’ArCo ALPino CEntrALE

Elisa Possenti*

Abstract
The essay is a short archaeological introduction to the topic of the fortifications between Late Antique
and Early Middle Ages in the central alpine area. After a paragraph about the history of the studies,
the subject is divided in two sections, the first deals with the fourth and fifth centuries AD, the second
with the early Middle Ages until the tenth-eleventh centuries AD. A specific attention is devoted to the
analogies and differences between the south and north of the Alps during this long period. The essay
shows also the most important results of the scholars and the questions still to solve.
Keywords: central alpine area; Late Antique; Early Middle Ages; Roman military history; ostrogoths;
Lombards.

1. Storia degli studi

1.1. Dalle origini agli anni ’80 del XX secolo

Il tema dei castelli e, in generale, delle fortificazioni tra tardo antico e alto me-
dioevo nell’arco alpino centrale corrispondente al limite geografico dell’Italia setten-
trionale, ha attirato l’attenzione degli studiosi per lo meno a partire dal secondo
dopoguerra, quando Mario Bertolone effettuò negli anni ’50 del XX secolo, ricerche
sistematiche nell’area di Castelseprio mettendo in luce, forse con una disinvoltura
che oggi pare eccessiva, ampie porzioni delle murature attualmente visibili sulla
sommità del colle (Brogiolo, Gelichi 1996, pp. 124-126). Il medesimo sito accolse
quindi, meno di una decina di anni dopo, l’équipe polacca coordinata da Gian Pietro
Bognetti (Dabrowska et alii 1978-79), le cui ricerche costituirono uno dei momenti
più felici, per quanto scarsamente influenti sul coevo mondo accademico e delle so-
printendenze, dell’allora nascente archeologia medievale italiana (per una valutazione
dei risultati del gruppo polacco Gelichi 1997, pp. 76-78).
Nonostante quest’ultimo contributo estremamente significativo, fino alla fine degli
anni ’70 e buona parte degli anni ’80 la maggior parte delle indagini sui cosiddetti
castelli alpini “di prima generazione” (a cavallo tra la fine dell’impero romano d’occi-
dente e i primi tempi del medioevo) fu tuttavia effettuata nell’Italia nord-orientale, in
particolare nella regione friulana, dove tale interesse derivava dall’attenzione per le
difese di Aquileia e del suo territorio in età tardorepubblicana e tardoantica (Bosio
1979 e 1981). All’interesse per Aquileia si affiancò poi quello per Forum Iulii e per
un supposto limes longobardo-friulano (cfr. Mor 1972; Šribar 1984-85), concetto
* università degli Studi di Trento, Dipar-
quest’ultimo la cui concezione appare oggi superata in quanto allusiva ad un sistema timento di Lettere e Filosofia.
fisicamente continuo di fortificazioni privo di riscontri per l’epoca longobarda. A queste elisa.possenti@lett.unitn.it
8

ricerche, effettuate soprattutto sulla base delle fonti documentarie, non fece in ogni
caso seguito un censimento sistematico, condotto su base archeologica, dei siti for-
tificati, o presunti tali, di età tardoantica-altomedievale, neppure quando la contigua
area slovena vide alla fine degli anni ’60 la ricognizione e la documentazione a tappeto
dei siti e delle emergenze murarie distribuite lungo il confine della Venetia et Histria
riconducibili ai cosiddetti Claustra Alpium Iuliarum (Šašel, Petru 1971; cfr. infra), o
quando, successivamente, iniziò una serrata ricerca, tuttora in corso sui siti d’altura
sloveni (Ciglenečki 1987, Ciglenečki, Modrijan, Milavec 2011).
unica eccezione in questo quadro fu lo scavo di Invillino, nel comune di Villa San-
tina (uD), promosso tra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’70 dalla Akademie
der Wissenschaften di Monaco di Baviera sotto la direzione di Joachim Werner.
obiettivo prioritario dell’équipe tedesca era l’individuazione di testimonianze della
presenza longobarda nel sito al fine di ricostruire le modalità con cui gli immigrati
si erano inseriti nel territorio del ducato di Forum Iulii. I risultati delle indagini ar-
cheologiche furono tuttavia imprevisti e relativi ad un insediamento privo di fortifi-
cazioni vere e proprie (probabilmente delle torri, forse un muro di cinta andato
però distrutto a causa della morfologia del rilievo). Contrariamente alle aspettative
iniziali il curatore della pubblicazione finale dello scavo, Volker Bierbrauer giunse
pertanto alla conclusione che la presenza longobarda era stata sporadica e mo-
mentanea mentre il colle, dal canto suo, era stato continuativamente abitato a par-
tire dal I secolo d.C. dalle popolazioni locali pur quanto con alcuni cambiamenti
sociali ed economici nell’arco complessivo di sette secoli (Bierbrauer 1987, pre-
ceduto da Bierbrauer 1985 e 1986), conclusioni che furono sostanzialmente ri-
prese in un lavoro di sintesi sul ducato longobardo di Trento (Bierbrauer 1991) e
successivamente confermate in lavori più recenti dedicati al Trentino-Alto Adige e
al Friuli, esaminati congiuntamente o in sedi separate (Bierbrauer 2001, 2003,
2005, 2008a, 2008b).

1.2. Gli anni ’90 del XX secolo e 2000

Diversamente ai decenni precedenti, gli anni ’80 del XX secolo e il primo decennio
del 2000 hanno visto un notevole incremento delle ricerche con numerosi interventi
prevalentemente dedicati all’Italia settentrionale nel suo complesso, talora rivolti ad
ambiti territoriali più circoscritti. Nel complesso lo studioso che ha maggiormente
tenuto acceso il dibattito è stato Gian Pietro Brogiolo. Quest’ultimo dopo aver diretto
scavi archeologici in numerosi siti di riferimento per la comprensione complessiva
del fenomeno (Monte Barro, Monselice, Garda; cfr. Brogiolo, Castelletti 1991; Bro-
giolo, Gelichi 1996, pp. 159-175; Brogiolo, Castelletti 1991; Brogiolo, Ibsen, Mala-
guti 2006), ha infatti contribuito a definire alcune questioni di ordine generale.
In uno dei suoi lavori (Brogiolo 1994a) l’autore propose, con validità per tutta
l’Italia settentrionale, cinque tipi di castelli: 1) insediamenti complessivamente rimasti
in uso dal I al VII secolo come Invillino; 2) grandi castelli dell’inizio del V secolo; 3) ca-
stelli edificati tra la metà del V secolo e l’età gota come il Doss Trento; 4) piccoli in-
sediamenti edificati per iniziativa privata; 5) piccole fortificazioni situate in posizioni
di difficile accesso e di probabile committenza pubblica. Tale suddivisione, ulterior-
mente confermata e rifinita in una serie di articoli successivi (Brogiolo 1994b, 1995,
1998) era intimamente connessa ad alcuni parametri che cercavano di contem-
perare i dati storici con quelli relativi alla struttura economica e sociale del sito. Gli
indici di valutazione, proposti nei diversi interventi sopra ricordati, possono essere
così riassunti: a) tipologie degli edifici e schemi urbanistici di riferimento; b) presenza
di reperti simbolo di potere; c) sepolture di guerrieri; d) eventuale presenza di beni
fiscali, e) tipo di cultura materiale; f) struttura economica dell’abitato ovvero produ-
zione in loco di risorse e/o approvvigionamento dall’esterno.
9

Il medesimo studioso si pose anche in posizione critica nei confronti dell’ipotesi


formulata da Bierbrauer che la maggior parte dei castra fosse nata per iniziativa
delle popolazioni locali, esposte al pericolo di incursioni e razzie, dal momento che
era a suo avviso molto rischioso generalizzare “l’evoluzione di un sistema fortificato
in uno stretto ambito civile, conclusione che va mitigata dal momento che, salvo oc-
casioni di eccezionale pericolo, ci voleva il consenso dell’autorità pubblica” (Brogiolo
1994a, p. 152).
Altri temi toccati furono l’evoluzione giuridica dei castelli di V-VI secolo durante
la successiva età longobarda (per alcuni dei quali è certa, sulla base delle fonti sto-
riche, un’evoluzione in civitas), e la questione della loro fine, nella maggior parte dei
casi sopraggiunta con l’età carolingia, a volte già entro la fine del VI secolo (Brogiolo
1995; Brogiolo, Gelichi 1996, pp. 35-43). Relativamente all’evoluzione da castrum
a civitas, ossia a centro di giurisdizione di un distretto territoriale dipendente da un
duca o da un funzionario regio, era stato in precedenza ipotizzato che la trasforma-
zione avesse potuto essere precedente all’età longobarda e risalire forse all’età
gota (Settia 1993, pp. 105-106). Tale supposizione partiva da un passo dell’Ano-
nimo Ravennate che, come noto, riportò alla fine del VII-inizi VIII secolo i nomi di al-
cune civitates in un elenco che tuttavia forse rifletteva un quadro politico e
amministrativo di fine V secolo. Brogiolo escluse però che tale processo potesse
essersi verificato anteriormente alla fine del VI secolo. Individuati i motivi che avreb-
bero potuto portare i Longobardi ad insediarsi in tali castelli (importanza strategica,
struttura sociale in piccoli gruppi, presenza in loco di beni fiscali) giunse infatti alla
conclusione che non poteva essere un caso che le civitates menzionate dall’Anonimo
Ravennate si trovassero nelle aree di frizione tra Longobardi e Bizantini nell’ultimo
trentennio del VI-inizi del VII secolo.
Altri spunti più recenti sono relativi all’invito a non trascurare il rapporto tra città
e castelli, intese le prime come capisaldi amministrativo-militari oggetto a loro volta
di opere di fortificazione o rifortificazione in età tardoantica, i secondi come centri
di potere a volte alternativi alle città di antica fondazione. Inoltre un secondo invito è
a non sottovalutare l’accentramento demico esercitato dai castelli di cui, per lo
meno in alcuni casi, l’unica sopravvivenza fu nei secoli successivi costituita dalle sedi
pievane, ritenute le ultime testimonianze della centralità dell’antico insediamento
fortificato sul territorio circostante (Brogiolo 1999a, 2007, 2008; cfr. anche Bro-
giolo, Azzolini in questo volume, nel paragrafo relativo a S. Martino di Trasiel). un’altra
serie di riflessioni è infine costituita dalla proposta di individuare nell’arco comples-
sivo di vita dei castelli di prima generazione dei “sistemi” che riflettevano, a seconda
delle epoche, esigenze strategiche militari diverse (Brogiolo, Possenti 2008). In que-
sto ambito l’epoca gota, esaminata attraverso la lente di ingrandimento delle aree
gardesane e lecchesi, indagate con particolare cura dallo studioso, appare essere
la più articolata in quanto caratterizzata, soprattutto nei territori convergenti sul
lago di Garda, da un infittirsi serrato delle fortificazioni distribuite anche lungo la via-
bilità secondaria (Brogiolo 2006, 2007, 2008).
oltre ai contributi di Brogiolo, senz’altro i più numerosi e ricchi di argomentazioni
dell’intero panorama nazionale, vanno d’altro canto ricordati altri lavori. Tra questi,
la classificazione formulata da Aurora Cagnana sulla base della superficie totale dei
castelli, integrata quindi da altri parametri quali il tipo e la qualità delle fortificazioni
documentate (Cagnana 2001). Tra le sintesi territoriali si menzionano i saggi di
Negro Ponzi 1999 e Demeglio 2002, sull’area piemontese, e quello ad opera di chi
scrive dedicato all’Italia alpina nord-orientale (Possenti 2003).
L’elemento maggiormente degno di nota negli ultimi due decenni è stato tuttavia
costituito dai nuovi scavi, alcuni dei quali ancora in corso. La possibilità di effettuare
indagini con metodologie di ricerca adeguate inserite all’interno di progetti mirati
ha infatti arricchito notevolmente il quadro dei dati a disposizione contribuendo per
10

il momento a ridisegnare i termini della questione, anche se è verosimile attendersi


una riformulazione complessiva della problematica una volta che le ricerche saranno
concluse e rielaborate.
oltre alle indagini in area gardesana sopra ricordate, alle quali possono aggiun-
gersi gli scavi diretti da E. Roffia nella penisola di Sirmione (Roffia 1999; Ghiroldi, Por-
tulano, Roffia 2001), un posto di primo piano spetta certamente al Trentino grazie
alle indagini nei castelli di Lomaso Monte di S. Martino e S. Andrea di Loppio (Corpus
Castelli, Schede nn. 94 e 160), ai quali può essere aggiunta quella nell’insediamento
d’altura (finora apparentemente privo di fortificazioni) di S. Martino ai Campi di Riva
(per i dati editi Ciurletti 2007; Bellosi, Granata, Pisu 2011).
Nel resto dell’Italia settentrionale un certo proseguo delle ricerche può essere
registrato anche per l’area friulana dove sono stati individuati siti inediti quali Raveo
Cuel Budin (Villa 2001, pp. 858-859) o ripresi in considerazione siti già indagati e
parzialmente pubblicati (per es. Cipollone 2006 per il sito di Nimis, castrum Nemas;
Villa 2006 per Artegna e S. Giorgio di Attimis). In area lombarda la stagione con-
clusasi con gli scavi di monte Barro non sembra essere proseguita con ricerche
paragonabili alle precedenti per impegno ed estensione. Analogamente il Piemonte
non ha prodotto ricerche specifiche e mirate su questo tema anche se alcuni inse-
diamenti hanno portato a risultati di grande interesse (cfr. Negro Ponzi Mancini
1999; Demeglio 2002). A margine, infine, si citano le ricerche condotte in area li-
gure, per quanto estranee all’area geografica qui presa in esame (Mannoni, Mu-
rialdo 2001).
Questa breve e sintetica rassegna si conclude con la menzione del lavoro di Van-
nesse sulla geostrategia dell’impero romano dal 284 al 410 (Vannesse 2007). Si
tratta di un’opera, condotta essenzialmente sulla base del dato storico-epigrafico
implementato quindi da quello archeologico, relativo quest’ultimo sia ai cosiddetti
militaria (complementi di abbigliamento e altri oggetti, relativi all’equipaggiamento
dei soldati e dei funzionari civili), sia ai dati di scavo provenienti dai siti fortificati e
dalle città di pianura. L’elemento di novità nel lavoro di questo studioso, su cui si ri-
tornerà nei paragrafi seguenti, è costituito dal forte ridimensionamento delle capa-
cità dell’impero romano di organizzare le proprie difese sul versante meridionale
delle Alpi considerate, in ultima analisi, frutto dell’improvvisazione.
Facendo tesoro di quanto elaborato dai diversi studiosi nelle pagine che segui-
ranno si cercherà a questo punto di tratteggiare un quadro complessivo delle vi-
cende relative alle fortificazioni alpine italiane, con un particolare occhio di riguardo
alla situazione trentina e ai suoi più recenti dati raccolti grazie al censimento effet-
tuato nell’ambito del progetto Apsat.

2. il iV-V secolo

Il IV e il V secolo possono essere suddivisi, relativamente ai castelli e più in gene-


rale alle opere di fortificazione dell’arco alpino, in due segmenti cronologicamente
non separabili in modo netto ma comunque diversi: il primo corrispondente all’età
tetrarchica fino al trasferimento della capitale da Milano a Ravenna (402); il secondo
grossomodo compreso tra l’età di onorio, la deposizione di Romolo Augustolo e,
quindi, l’insediamento dell’ostrogoto Teodorico come re d’Italia (492).
I due secoli furono senz’altro accomunati dal ruolo svolto dalla pianura padana,
la quale costituiva un centro, non solo geografico ma anche amministrativo, di
un’area più ampia idealmente contrapposta ad una periferia costituita dai territori
alpini settentrionali. Nel IV secolo e, in modo discontinuo, fino alla prima metà del V
questa periferia si allargava tuttavia ulteriormente verso nord, andando a lambire
ad ovest il corso del Reno, al centro e a est il corso dell’Iller e del Danubio.
11

2.1. Fino alla fine del IV secolo

Mentre in Italia a partire dalla fine del III secolo si procedeva a fortificare o rifor-
tificare i centri urbani della pianura (v. infra), i limiti settentrionali di questa periferia
videro la costruzione o il restauro di imponenti opere di difesa caratterizzate da ti-
pologie ricorrenti e ben caratterizzate (piante preferibilmente quadrangolari, torri
circolari o a ventaglio, murature molto spesse etc.) (fig. 1) la cui erezione fu coordi-
nata direttamente dal potere imperiale, in particolare da Valentiniano I (364-375;
cfr. Johnson 1983, pp. 137-195). Le fortezze erano in primo luogo accomunate
dal fatto di essere ben collegate tra loro al punto tale che, pur non essendo fisica-
mente congiunte, appare appropriato (e come tale è utilizzato dagli studiosi) l’uso
del termine limes. un secondo aspetto comune era costituito dalla vicinanza ai corsi
d’acqua che fisicamente dividevano l’impero dal Barbaricum, ovvero dai territori a
est del Reno e a nord dell’Iller e dell’alto Danubio che a partire dalla metà del III se-
colo erano stati abbandonati dai provinciali romani ed erano divenuti terra d’inse- Fig. 1. Kellmünz. Il castello tardoantico
diamento franco e alamanno (fig. 2-3). un terzo aspetto è costituito dall’alto numero di Caelius Mons con sala absidata e
di militaria (fig. 4) rinvenuti sia in questi siti che in località più arretrate che ne hanno porticato intorno al 310 (da Macken-
sen 2000).
fatto ipotizzare, con buoni argomenti, un collegamento diretto con la presenza di
soldati (Höck 2003, pp. 50-53; Böhme 2008, pp. 85-86).

Fig. 2. Castelli e città fortificate delle


province germaniche nella seconda
metà del IV secolo (da Fischer 2000).
12

Fig. 3. Le province Raetia I e II attorno


al 370 (da Mackensen 2000).

Fig. 4. Guarnizioni di cintura militare


da Kemathen (da Schmidts 2000).

Se il limite dell’impero in questi secoli era costituito dai sopra citati corsi d’acqua,
le prime difese erano tuttavia ancora più a nord. Secondo l’interpretazione preva-
lente degli archeologi tedeschi e svizzeri, i siti d’altura a est del Reno occupati fino
alla metà del V secolo dagli Alamannni, talora proprio dirimpetto alle principali for-
tezze tardoromane (figg. 5-6), erano infatti le sedi fortificate di re barbari federati di
Roma che in caso di necessità avrebbero dovuto garantire una prima linea di difesa
contro gli attacchi di altri barbari, molto spesso appartenenti allo stesso gruppo et-
13

Fig. 5. L’alto Reno meridionale tra Ba-


silea e Strasburgo con i castelli tardo-
antichi e i siti d’altura germanici di
IV-V secolo (da Hoeper 2003).

Fig. 6. Lo sbocco della Kinzingtal


(Baden-Württemberg) al limite della
Foresta Nera con i siti d’altura germa-
nici del Geißkopf e del Kügeleskopf (da
Hoeper 2003).
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nico (Steuer, Hoeper 2008, pp. 249-254; Quast 2008, pp. 304-313). Tale soluzione
non era comunque una prerogativa dell’area renana. Negli stessi decenni anche le
aree a nord del Danubio erano infatti caratterizzate da siti d’altura occupati da Ger-
mani orientali i cui insediamenti hanno restituito una cultura materiale nella quale
figuravano accanto a manufatti di produzione locale anche merci di importazione
quali anfore, sigillate e vetri oltre a militaria (Stuppner 2008, pp. 452-456; Quast
2008, p. 313).
Alla luce di questi dati non stupiscono quindi più di tanto le parole con cui Aurelio
Simmaco celebrò con enfasi proprio Valentiniano I, forse l’imperatore più amato
dagli studiosi di storia militare tardoromana: ecce iam Rhenus non despicit imperia
sed intersecat castella Romana, a nostris Alpibus in nostrum exit oceanum (vedi, il
Reno non disprezza più il dominio (sott. romano) ma scorre tra castelli romani, dalle
nostre Alpi esce nel nostro mare) (Steuer, Hoeper 2008, p. 244).
Alle spalle del limes vero e proprio si trovavano d’altro canto le vaste aree di re-
trovia costituite dai territori alpini propriamente detti, abitati da popolazioni di cultura
romana, e a volte distanti alcune decine di chilometri dai corsi del Reno, Iller e Da-
nubio. In questi territori appartenenti alla Germania II (Francia settentrionale e Ger-
mania occidentale), Maxima Sequanorum (Svizzera occidentale), Raetia I (Svizzera
orientale), in parte Raetia II (Tirolo settentrionale) e Noricum Mediterraneum (Slo-
venia nord-orientale) fecero la loro comparsa i primi siti d’altura fortificati, attestati
a seconda dei casi fino alla fine del IV o, al più tardi, fino alla metà del V secolo, e per
lo più contraddistinti, stando almeno alla documentazione archeologica disponibile,
da un’occupazione intermittente, forse associata ad una funzione di rifugio tempo-
raneo. La percentuale estremamente bassa di militaria rinvenuti ha inoltre indotto
ad ipotizzarne una frequentazione soprattutto da parte di civili (Marti 2008, pp. 361-
365; Martin 2008, pp. 416-422; Glaser 2008; Ciglenečki 2008, pp. 504-505).
Altri elementi di distinzione rispetto alle fortificazioni romane prossime al Reno e al
Danubio, erano costituiti dal profilo irregolare delle cinte che, qualora presenti, si
adattavano alla morfologia dei rilievi e dalla tecnica edilizia delle cinte medesime, di
qualità generalmente inferiore e con forti disomogeneità interne rispetto a quelle
documentate lungo il limes. un complesso di fattori, quindi, che ha portato ad ipo-
tizzare che questi siti d’altura fossero stati fortificati più che altro come luoghi di ri-
fugio temporaneo delle comunità locali. Leggermente diversa era invece la situazione
della Raetia II (Tirolo settentrionale). In questa provincia, siti fortificati d’altura sem-
brerebbero non essere stati presenti in una fase così precoce, anche se va rilevato
il trasferimento della capitale della Retia II da Virunum (in pianura) a Tiburnia (Teur-
nia, St. Peter in Holz su un rilievo) forse già entro gli inizi del IV secolo (Glaser 2008,
pp. 598-599).

Fig. 7. Il territorio delle Alpi Giulie con le


fortificazioni tardoantiche dei Claustra
Alpium Iuliarum (da ulbert 1981b).
15

Fig. 8. Hrušica-Ad pirum. Fortificazioni


tardo antiche (da ulbert 1981b).

Più a sud di queste province “cuscinetto” si trovavano le Alpi della Liguria e della
Venetia et Histria immediatamente a ridosso della pianura padana. Volendo atte-
nersi alle fonti strettamente archeologiche, pochissime sono le prove certe di im-
pianti fortificati anteriori alla fine del IV secolo in questa fascia di territorio più
meridionale. A ben vedere l’unica fortificazione degna di questo nome, di cui si ha ri-
scontro anche nelle fonti scritte era costituita dai cosiddetti Claustra Alpium Iuliarum
(fig. 7), un complesso ubicato oggi in territorio sloveno ma nell’antichità posto lungo
la linea di confine tra Venetia et Histria da una parte e Noricum Mediterraneum
dall’altra. Come confermato dagli scavi e dalle ricognizioni dell’équipe tedesco-slo-
vena degli anni ’60 e ’70 (Šašel, Petru 1971, ulbert 1981a), i claustra in questione
erano costituiti da un sistema di fortificazioni ancora aderenti ad un concetto “li-
neare” delle difese, formato da segmenti di muratura che seguivano il profilo delle
montagne e il cui sviluppo complessivo andava dalle Alpi Giulie fino a Fiume (Tarsa-
tica) (fig. 8). Queste fortificazioni, stando alle sequenze messe in luce nello scavo di
Ad Pirum-Hrušica risalivano all’età tardo dioclezianea e rimasero in uso non oltre il
394 (ulbert 1981b, pp. 43-48). Secondo l’interpretazione prevalente degli studiosi
(ulbert 1981b, pp. 3-11; Bosio 1979; Zaccaria 1981 e 1992) facevano sistema
con alcune piazzeforti più arretrate (in particolare Castra-Ajdoviščina e forse anche
altri centri della pianura friulana) ma contrariamente a quanto si potrebbe pensare
16

la loro funzione principale non fu quella di difen-


dere dai barbari i confini ad est di Aquileia o il
limes danubiano ancora più lontano. La loro co-
struzione entro i primissimi anni del IV secolo,
così come i loro restauri, furono infatti più funzio-
nali alle lotte degli imperatori contro i loro avver-
sari politici interni che alla difesa dell’Italia
nord-orientale (ulbert 1981b, pp. 43-48; Chri-
stie 1991), interpretazione quest’ultima ribadita
anche di recente sulla base della revisione com-
pleta del corpus delle fibule a testa di cipolla e
del materiale epigrafico tardoantico di ambito mi-
litare dell’Italia settentrionale (Vannesse 2007,
pp. 293-318). Ciononostante i Claustra resta-
vano delle strutture evidentemente maturate in
ambito “pubblico”, così come evidenziato dalle
loro forme e tecniche costruttive (grandi impianti
di forma regolare, muri di cinta ordinatamente
scanditi da torri quadrangolari o circolari, uso di
una buona tecnica edilizia, spessore elevato delle
murature).
Nel corso del IV secolo pochissimi altri siti for-
tificati sono noti nell’area alpina centro-meridio-
nale. Privilegiando il dato materiale l’eccezione
più significativa in territorio italiano è costituita
dal piccolo sito di Castelraimondo (uD), rimasto
in uso dal 275 fino al 430 circa e per il quale è
stata proposta una funzione prettamente mili-
tare (Santoro Bianchi 1992b, pp. 185-194).
Nella vicina area slovena è invece da ricordare
la fase edilizia più antica del sito di Tonovcov Grad
(presso Caporetto), sulla linea di confine tra Ve-
Fig. 9. Castelseprio (VA), pianta del ca- netia et Histria e Noricum Mediterraneum, risalente alla seconda metà del IV-primi
strum. Le torri isolate sono a nord-est tre decenni del V secolo e caratterizzata dalla presenza di reperti metallici di ambito
della basilica di S. Giovanni (da Surace
2004).
militare (Modrijan, Milavec 2011, pp. 168-178). Molto più problematica resta invece
per ora l’interpretazione delle tre torri isolate di Castel Seprio (figg. 9-10 a-b) a suo
tempo scavate da Bertolone, forse erette nel IV secolo ma per le quali non vi è una
cronologia certa (Surace 2004, pp. 274-275, Brogiolo, Possenti 2008, p. 719).
Nelle fonti documentarie resta inoltre memoria di fortificazioni montane che la cri-
tica moderna è incline ad identificare con impianti di piccole dimensioni quali “torri,
fortini e sbarramenti limitati” in materiale almeno in parte deperibile (Demeglio
2002, p. 367). Purtroppo di tali apprestamenti, citati in alcune opere del vescovo
Ambrogio, tra cui spiccano due lettere indirizzate agli imperatori Valentiniano e Teo-
dosio, non è finora stata individuata nessuna testimonianza concreta (una rassegna
completa è in Demeglio 2002, p. 367, nota 74). Nello scritto consolatorio De ex-
cessu fratri colpisce in ogni caso il tono del vescovo che mettendone in dubbio l’ef-
ficacia ne fa dedurre un aspetto e una consistenza piuttosto diverse da quelle delle
coeve opere realizzate lungo il limes renano e danubiano.
Il quadro sopra tracciato non ha d’altro canto impedito ad alcuni studiosi di ipo-
tizzare, seppure con intensità diversa, una qualche organizzazione delle difese in
Italia settentrionale già a partire dal IV secolo. Indizi di questi interventi sono stati
considerati alcuni tesoretti monetali ed esemplari di fibule a testa di cipolla databili
per lo più ai decenni centrali del IV secolo (Possenti 2004, pp. 126-127; Cavada
17

2004, p. 213; Brogiolo, Azzolini in questo volume). In questo ambito la posizione più
estrema è forse quella di un “sistema difensivo del Garda attentamente protetto fin
dall’età dioclezianea da forze militari e da fortificazioni dislocate nei punti strategici
di accesso” (Cavada 2004, p. 213); più prudenti invece le ipotesi di una preesistenza
non meglio specificata legata a militari in siti, quali ad esempio la Rocca di Rivoli (VR)
o la chiusa di Feltre (BL), caratterizzati da fortificazioni di età successiva (Possenti
2004, pp. 126-127). Analogamente un’origine militare è stata supposta per siti
non ancora oggetto di scavi che hanno restituito militaria. Tra questi ultimi, in ambito
trentino il Dossum castri antiqui di Portolo, plausibilmente identificabile con il ca-
strum Anagnis citato da Paolo Diacono (Corpus Castelli, Schede n. 67, cfr. anche
Lenzi in questo volume). Ancora più sfumata l’ipotesi che i resti di militaria e gruzzoli
si limitino a testimoniare operazioni di carattere militare (Brogiolo 2006, pp. 9-12),
ipotesi sostanzialmente condivisa da Vannesse che ha ricondotto le fibule a testa di
cipolla al semplice movimento di truppe o, in alcuni centri urbani (in primis Aquileia),
alla presenza della corte imperiale (Vannesse 2007, pp. 262-273).

Fig. 10a. Castelseprio (VA), torre a


nord di S. Giovanni (da sud).

Fig. 10b. Castelseprio (VA), torre di


Torba (da nord-est).
18

Fig, 11. Trento, pianta della città ro- Al momento non ci sono quindi elementi per modificare in modo sostanziale
mana (da Ciurletti 2002). quanto proposto finora dalla maggior parte degli studiosi. A partire dalla metà del
III e fino alla fine del IV secolo gli interventi di difesa in Italia settentrionale si sareb-
bero quindi prevalentemente limitati alle fortificazioni urbane delle città più prossime
all’arco alpino. Tra queste sembrerebbero rientrare Susa (Demeglio 2002, pp. 352-
355), Aosta, Como (Lusuardi Siena 1984, Nobile 1990; Maggi 1993), Trento (Ciur-
letti 2000, p. 40; Ciurletti, 2002, pp. 82-83) e forse anche Cividale (Bonetto, Villa
2003, pp. 36, 53-54 che tuttavia propendono, nell’incertezza dei dati, per un inter-
vento in età gota). In particolare a Trento (Ciurletti 2000, p. 40; Ciurletti, 2002, pp.
82-83) fu realizzato lungo due tratti del perimetro originario un raddoppio, ottenuto
addossando una nuova cortina ai lati sud, ovest e nord della cinta più antica dove fu
raggiunto uno spessore complessivo di circa 2,60-2,70 m (figg 11-12). Il mancato
ritrovamento del raddoppio in piazza Cesare Battisti ha fatto invece ipotizzare, per
quanto con estrema prudenza, l’addizione dell’anfiteatro analogamente a quanto ri-
scontrato a Verona (Cavalieri Manasse, Hudson 1999, pp. 72-75). Queste città pro-
babilmente costituivano gli avamposti fortificati di centri situati lungo gli assi viari di
collegamento E/o della pianura padana quali Torino, Milano, Verona e Aquileia, cen-
tri per i quali sono stati documentati nel medesimo arco di tempo importanti restauri
e rafforzi delle cinte murate (Brogiolo 2011a, p. 91 con bibliografia di riferimento).
un ultimo appunto riguarda quanto e come queste difese urbane potessero es-
sere tra loro coordinate in chiave difensiva e, quindi, in quale eventuale relazione fos-
19

sero con le scarsissime difese alpine finora note sul versante meridionale delle Alpi.
La maggior parte degli autori che si sono occupati di questo argomento rimanda,
più o meno esplicitamente, ad un’azione quanto meno coordinata dallo stato tardo-
romano. Recentemente Vannesse ha tuttavia assunto al proposito una posizione
piuttosto critica, partendo dal presupposto che storici ed archeologi avrebbero so-
pravvalutato l’effettiva capacità di intervento dello stato in quanto condizionati, so-
prattutto negli ultimi decenni, dal concetto di “difesa in profondità” teorizzato negli
anni ’70 da Luttwack (Luttwack 1976; Vannesse 2007, pp. 24-27). In particolare
lo studioso belga ritiene che gli interventi sulle difese urbane fossero ognuno un
caso a sé, per quanto determinati da avvenimenti politici molto gravi che avevano
toccato la sensibilità comune. Preferisce pertanto parlare di “difesa empirica” piut-
tosto che di “difesa in profondità” o di “difesa elastica”, concetti questi ultimi che im-
plicano un sistema organizzato di punti militarmente strategici, diversi per posizione
geografica, importanza e funzioni (Vannesse 2007, pp. 319-351). Sempre in que-
st’ottica è inoltre l’interpretazione sopra ricordata dei cosiddetti militaria, distribuiti
in modo disomogeneo nelle diverse città, e quindi a suo avviso da non ricollegare
alla presenza di capisaldi militari ma semplicemente al passaggio di truppe.
Lo spazio e gli obiettivi di questo saggio non consentono di affrontare in modo
compiuto la questione. Ci si limita tuttavia a constatare che, empirico o meno, il po-
tenziamento delle cinte doveva quanto meno aver avuto l’approvazione imperiale
che d’altro canto manovrava, o cercava di manovrare attraverso gli ufficiali preposti,
gli eserciti di passaggio nella pianura padana. un’altra osservazione è legata alla so-
miglianza delle soluzioni adottate (raddoppio delle cinte, potenziamento con torri o
contrafforti, addizione di strutture in origine esterne quali gli anfiteatri). È opinione
condivisa che in età augustea la propaganda imperiale avesse promosso una cam-
pagna di omogeneizzazione delle città della Cisalpina, in particolare delle aree pub- Fig. 12. Trento, raddoppio delle mura
bliche. In età tardoantica il potere imperiale, vuoi per propaganda, vuoi per necessità, nell’area della Portéla (da Ciurletti
2002).
non poteva essere rimasto estraneo alla diffusione di un modo comune di rifortifi-
care le città.
A prescindere da questo ultimo aspetto, una valutazione generale sulle difese o
supposte tali dell’arco alpino centrale fino alla fine del IV secolo sembra in estrema
sintesi così formulabile: mentre Valentiniano I investiva notevoli risorse finanziarie
ed umane sul limes renano e dell’alto Danubio, le Alpi centro-meridionali non erano
ancora oggetto di interventi pubblici degni di nota, per lo meno ricordati come tali
dalle fonti scritte e confermati dai ritrovamenti archeologici. Facevano fondamen-
talmente eccezione alcune città situate lungo gli assi di penetrazione da nord verso
sud e il cui aspetto dall’esterno doveva essere molto simile a quello di un castrum,
ben munito e di grandi dimensioni.

2.2. Il V secolo

Facendo fede al dato archeologico la prima metà del V secolo segnò un cambia-
mento di rotta, rispetto alla situazione finora delineata.
Mentre la linea di difesa del limes renano e dell’alto Danubio cercava più o meno
con successo di riorganizzarsi dopo gli attacchi di fine IV secolo (resistendo più o
meno stentatamente fino alla metà del V secolo, ma comunque resistendo, cfr. Hubl
1982, pp. 71-85; Hubl 2002; Höck 2003, pp. 52-53; Christie 2007; Poulter 2007b;
Böhme 2008) le aree meridionali delle Alpi, coincidenti con i territori montuosi delle
province di Liguria e Venetia et Histria (oggi in Italia settentrionale e Slovenia occi-
dentale), furono oggetto di interventi considerevoli, probabilmente indotti dal timore
che le difese settentrionali, per quanto ripristinate, potessero non essere più suffi-
cienti, timore oltre tutto giustificato dalle incursioni gote di Alarico e Radagaiso che
agli inizi del V secolo colpirono pesantemente la pianura padana.
20

Non stupisce quindi che mentre nel 402 la capitale veniva trasferita da Milano a
Ravenna, lungo la linea prealpina fosse realizzata, ex novo o quasi, una serie di castelli
di grandi dimensioni per i quali la ricerca archeologica ha determinato una costru-
zione entro la prima metà o al più tardi entro la fine del V secolo. Tra questi Castel-
seprio, Monte Barro, Sirmione e forse Garda, accanto ad altri siti solo parzialmente
indagati archeologicamente e, pertanto, non databili in modo sufficientemente pre-
ciso (per un elenco puntuale relativo a tutta l’Italia settentrionale Brogiolo, Gelichi
1996, pp. 13-14; Vannesse 2007 pp. 277-287, cfr. inoltre Brogiolo 2008; Brogiolo,
Possenti 2008). Procedendo in ordine cronologico, Monte Barro (fig. 13) fu costruito
nel corso del V secolo, più probabilmente entro il secondo quarto (Brogiolo 2001,
pp. 87-88); Castelseprio (a cui si è già accennato nel paragrafo precedente in merito
alla eventuale costruzione delle torri isolate nel corso del IV secolo), intorno alla metà
o al più tardi nel corso del V secolo (Brogiolo, Gelichi 1996, pp. 119-158; Surace
2004); il nucleo più antico di Sirmione (fig. 14), comprendente il complesso noto
come “grotte di Catullo”, in età genericamente tardoantica verosimilmente nel corso
del V secolo (Roffia 1999, p. 29; Ghiroldi, Portulano, Roffia 2001); per Garda (figg.
15-16) le cronologie sono invece più incerte e la datazione oscilla tra il V e gli inizi del
Fig. 13 (a sinistra). Monte Barro (LC), VI secolo tanto ché non se ne può escludere una costruzione in età gota (Brogiolo,
pianta del castrum (da Brogiolo Possenti 2008, pp. 728-729). Ascrivibile a quest’arco cronologico è inoltre il castello
2001). di S. Martino nel comune di Lomaso (fig. 17) attualmente in corso di scavo da parte
Fig. 14 (a destra). Sirmione (BS),
della Soprintendenza per i Beni architettonici ed archeologici di Trento e la Bayerische
pianta del castrum (da Ghiroldi, Portu- Akademie der Wissenschaften di Monaco di Baviera, la cui datazione sembra doversi
lano, Roffia 2001). porre a partire dalla metà del V secolo (Corpus Castelli, Schede, n. 94).
21

Questi castelli furono inoltre coevi ad altre fortificazioni più spostate nel cuore Fig. 15 (a sinistra). Garda (VR), il colle
della pianura, lungo la via delle Gallie, nel cui ambito è stata finora identificato il ca- del castrum.
strum di Lomello (fig. 18), probabilmente risalente alla prima metà del V secolo Fig. 16 (a destra). Garda (VR), pianta
(Maccabruni 1993). Costruita nella seconda metà del V secolo fu invece la fortifi- del castrum (da Brogiolo 2006).
cazione di Pollenzo in Piemonte (Micheletto 2006).
Di questi castelli, molto noti in letteratura, colpiscono, qualora le informazioni siano
sufficienti, le grandi dimensioni e il rapporto molto stretto con la coeva viabilità prin-
cipale. un altro aspetto è costituito dalla presenza di tipi edilizi caratterizzati da ampie
cinte murarie munite di torri associate ad una cultura materiale talora di pregio (si-
gillate, anfore di importazione). Nel complesso questi elementi sembrerebbero per-
tanto suggerire la disponibilità di risorse notevoli, verosimilmente messe a
disposizione dall’autorità pubblica. Altro elemento comune è l’assenza generalizzata
di militaria, cui fa eccezione il solo sito di Sirmione da cui proviene una fibula a testa
di cipolla di tipo Keller 6 (fig. 19; cfr. Bolla 1996). Dal momento che fibule a testa di
cipolla e guarnizioni di cintura militari non sembrano essere state più in uso dopo i
primi decenni del V secolo questa apparente anomalia va tuttavia considerata come
un indizio (per quanto ex silentio) di una datazione relativamente tarda degli insedia-
menti (dal 420-430), piuttosto che la prova dell’assenza di soldati. D’altro canto,
stando ad una recente ipotesi, l’assenza potrebbe essere anche semplicemente la
conseguenza del fatto che le guarnizioni a Kerbschnitt erano forse una produzione
della sola Gallia del nord, soprattutto di Germania II, Belgica I e Belgica II (Böhme
2008). Nel caso in cui questa affermazione potesse essere verificata, la mancanza
di guarnizioni a Kerbschnitt rifletterebbe quindi, semplicemente, il mancato arrivo nei
castra alpini di contingenti originari del nord Europa verosimilmente arrivati dopo il
402, quando Stilicone richiamò le forze renane per fronteggiare Alarico.
I castelli sopra menzionati erano in ambito rurale, per quanto caratterizzati da
strutture e cultura materiale che li faceva assomigliare a delle piccole città. Le difese
di queste ultime continuarono dal canto loro ad essere oggetto di manutenzione e
potenziamento. Tale è il caso di Verona dove verosimilmente nel corso del V secolo
alle torri di età gallieniana furono aggiunti dei contrafforti triangolari (figg. 20-21;
cfr. Cavalieri Manasse, Hudson 1999, p. 71). Anche Trento fu forse oggetto di in-
terventi, in particolare nell’area alla base del Doss Trento oggi nota come Piedica-
stello. Qui tra metà ottocento e 2011 sono stati messi in luce, per quanto in modo
episodico, alcuni tratti di un ampio recinto difensivo (ne è stata calcolata una super-
ficie totale di circa 5 ettari) che stando alla pianta e ai resoconti rimastici doveva
avere almeno una torre angolare ed una se non due porte (cfr. Corpus Castelli,
Schede n. 224). Del complesso è stata finora proposta una datazione in età tardo- Fig. 17. Monte S. Martino, Lomaso
(TN), pianta dell’insediamento fortifi-
antica, forse nella seconda metà del IV secolo (Ciurletti 2002, p. 84) oppure all’età cato a fine 2011 (da Corpus Castelli,
gota (Brogiolo 2006, pp. 15-17, cronologia però non ripresa da Brogiolo, Azzolini Schede, n. 94).
22

Fig. 18 (a destra). Lomello (PV), tratto


di fortificazione tardoantica inglobata
nella chiesa di S. Maria maggiore (da
Maccabruni 2003).

Fig. 19 (sotto). Villa di Sirmione (BS),


fibula a testa di cipolla di tipo Keller 6
(da Bolla 1996).

Fig. 20. Verona. Planimetria schema-


tica con indicazione delle fortificazioni
di età tardoantica e di età teodori-
ciana (da Cavalieri Manasse 2003).
23

Fig. 21. Verona, via S. Cosimo 3. Torre


quadrangolare di età gallieniana ad-
dossata alle mura municipali e fortifi-
cazioni successive (sperone e contraf-
forte interno alla cinta) (da Cavalieri
Manasse 2003).

in questo volume). La prima ipotesi è stata formulata considerando nel loro com-
plesso le vicende urbanistiche di Trento durante gli ultimi secoli dell’impero; la se-
conda riallacciando il caso trentino alle opere fortificatorie di età teodoriciana, in
particolare individuate o ipotizzate lungo l’asse dell’Adige tra Verona e il Brennero.
una cronologia di età tardoantica che non oltrepassa la prima metà del V secolo
appare tuttavia al momento la più plausibile. La pianta (fig. 22), così come restituitaci
dal Ranzi (Ranzi 1869), estremamente regolare, richiama infatti tipi edilizi ampia-
mente diffusi nel mondo romano, in particolare nelle architetture militari. Analoga-
mente ad una architettura pubblica di età tardoromana sembrerebbero indirizzare
la tecnica muraria, a sacco e con buona malta, e lo spessore elevato (in alcuni punti
la muratura raggiungeva i 2,80 m) (fig. 23). un prezioso indizio cronologico potrebbe
essere d’altro canto costituito da un possibile contrafforte pentagonale rinvenuto
alla metà dell’ottocento scavando il nuovo alveo dell’Adige e costruito, secondo la
descrizione del Sulzer, in addosso alla muraglia più antica (Sulzer 1859). La strut-

Fig. 22 (sopra). Il recinto fortificato alla


base del Doss Trento secondo la rico-
struzione di Francesco Ranzi (1869).

Fig. 23 (a sinistra). Resti della mura-


tura in via Doss Trento (da sud).
24

Fig. 24. Schizzo della struttura “a


stella” o “tempietto pagano” riprodotto
da Sulzer (1859). Dall’alto verso il
basso sono leggibili le definizioni: “fon-
damenta dell’edificio”, “muraglia an-
tica”, “ara”, “colonne”.

Fig 25. Cividale (uD), veduta dall’alto


dello scavo di casa Candussio con
torre poligonale (da Ahumada Silva,
Colussa 2003).

tura fu a suo tempo interpretata come il resto di un tempietto pagano, ma stando


allo schizzo che ci è pervenuto (fig. 24), non orientato e non in scala, potrebbe essere
stata in realtà pertinente ad una torre o ad un contrafforte molto simile a quelli rin-
venuti lungo la cinta di Verona o, con forma leggermente diversa, di Cividale (fig. 25)
(Cavalieri Manasse, Hudson 1999, pp. 635-636; Bonetto, Villa 2003, pp. 36-38).
Nel caso questa ipotesi potesse essere verificata avremmo pertanto un prezioso
termine ante quem, dal momento che le torri pentagonali sono generalmente datate
a partire dalla metà del V secolo.
In attesa di future e dirimenti indagini archeologiche, considerazioni di tipo più
prettamente storico, per quanto legate al dato materiale sopra descritto, potreb-
bero d’altro canto confermare che il recinto potesse essere stato realizzato nello
stesso arco temporale in cui furono edificati Monte Barro e Castelseprio, ma anche
la più vicina cinta muraria che racchiudeva le “grotte di Catullo” a Sirmione e, forse,
il S. Martino di Lomaso. Trento infatti probabilmente costituiva già dal secolo prece-
dente un avamposto di Verona e l’abbassamento verso sud dei confini potrebbe
aver indotto un potenziamento delle sue infrastrutture militari. La città era infatti
prossima al limite territoriale della Venetia et Histria, e per quanto con un ruolo in
parte diverso (era una civitas già cinta di mura, non un semplice castrum) potrebbe
aver beneficiato di importanti interventi fortificatori. Non dimentichiamo infatti che
nello stesso periodo e per gli stessi motivi c’era stata la prima attivazione del sito
d’altura di Tonovcov Grad, la cui prima fase (seconda metà IV-primi tre decenni del
V secolo), caratterizzata dalla presenza di militaria, sembra essere stata determi-
nata dalla necessità di controllare la viabilità a nord di Cividale, controllo divenuto
necessario nel momento in cui, dismesso il percorso attraverso i Claustra Alpium
Iuliarum alla fine del IV secolo, la strada attraverso il passo del Predil divenne l’asse
principale di collegamento tra il Norico e la pianura friulana (Ciglenečki 2011).
L’ipotesi di un ruolo strategico di Trento nella prima metà del V secolo appare
d’altro canto corroborata, oltre che dalla presenza di militari nell’area (testimoniata
dalle Institutiones di Ambrogio della fine IV secolo e da una guarnizione di cintura a
Kerbschnitt nell’area del Teatro Sociale, cfr. Cavada 2002, pp. 154 e 159) dalla
contestuale perdita di importanza delle città della Raetia I e del Noricum Mediter-
raneum, tra cui Aguntum, definitivamente abbandonata agli inizi del V secolo. Di ana-
25

logo tenore appaiono inoltre le vicende dei castella ubicati a nord del Brennero, tra
cui l’horreum fortificato di Veldidena (oggi Wilten, un sobborgo di Innsbruck), eretto
al più tardi all’epoca di Valentiniano I e probabilmente abbandonato ai tempi di Stili-
cone (Rikman 1971, pp. 265-266; Glaser 2008, p. 613), e quello di Teriola (Mar-
tinsbühel presso Zirl, a circa 10 km da Innsbruck) che, distrutto nel corso del IV
secolo, sopravvisse fino ai primi decenni se non addirittura fino alla metà del V secolo
(Höck 2003, pp. 80-82). Questo senza che contestualmente si provvedesse, almeno
stando ai dati oggi disponibili, ad un potenziamento militare delle aree a sud del Bren-
nero e a nord di Trento (cfr. Dal Rì, Marzoli, Rizzi 2005; Marzoli, Bombonato, Rizzi
2009 in particolare p. 150 relativamente ad un’eventuale fortificazione di V-VI secolo
sotto la chiesa paleocristiana di Castel Tirolo; Bierbrauer 2005 e 2008b). Proprio
in relazione a Veldidena e agli altri castella potrebbe essere tra l’altro non casuale
che in età teodoriciana Trento figuri proprio come sede di un horreum, un tipo di
struttura frequente in età tardoantica lungo le frontiere e gestita da funzionari del-
l’esercito (Rikman 1971, pp. 264-266). Del deposito di Trento ignoriamo l’esatta
ubicazione ed è molto suggestivo, allo stato attuale delle conoscenze, non escluderne
una fondazione già nel corso del V secolo, magari proprio all’interno del recinto di
Piedicastello così imponente per dimensioni e spessore delle murature.
In relazione a quest’ultima ipotesi, che resta per il momento non più di una sem-
plice supposizione, un ulteriore spunto di riflessione, è infine, in merito a cosa rap-
presentasse il recinto di Piedicastello per la città di Trento. Lasciando in secondo
piano il problema dell’identificazione del Doss Trento con il castellum Verruca citato
nelle Variae di Cassiodoro (cfr. Corpus Castelli, Schede nn. 221 e 224), l’imponenza
delle strutture ne fa escludere un’origine come rifugio, anche se è possibile che ad
un certo punto potesse aver espletato anche questa funzione. È invece possibile che
fosse un vero e proprio castrum, così come suggerito da Chiocchetti e Chiusole
ormai una cinquantina di anni fa i quali tuttavia non accettavano l’identificazione del
Doss Trento con il Verruca (Chiocchetti, Chiusole 1965, pp. 129 e 181-182, poi ri-
presi da Settia 1993, pp. 123-124). Questa ipotesi, condivisa anche da autori di
epoca successiva, oltre a essere corroborata dalle evidenze murarie del recinto
sopra descritto potrebbe trovare riscontro in una serie di elementi quali la presenza
di sepolture di epoca longobarda alla base del colle (Amante Simoni 1984, pp. 931-
933) e il rinvenimento di un gruzzolo di tredici solidi bizantini con esemplari di Giu-
stiniano sulla sommità del medesimo (Rizzolli 2005, p. 287) dove, tra l’altro, sorgeva
forse già dalla fine del IV secolo un edificio di culto (Corpus Chiese, Schede). Al dato
archeologico può essere inoltre aggiunto quello documentario, a suo tempo utilizzato
da Chiocchetti e Chiusole, seppure limitatamente alle fonti bassomedievali. Nella
tarda età longobarda è infatti attestato un non meglio localizzabile tridentinum ca-
stellum (680) e Trigentinum castrum (720), il cui toponimo, leggermente modificato,
indicò a partire dal XII secolo proprio le fortificazioni bassomedievali del Doss Trento
(cfr. Corpus Castelli, Schede n. 224); inoltre l’Anonimo Ravennate ricorda, in un
passo estremamente problematico, subito dopo l’altrettanto misteriosa Ligeris (cfr.
Brogiolo, Azzolini in questo volume ma anche Chiocchetti, Chiusole 1965, pp. 129-
162) i due diversi centri di Trincto.inia e Tredentem (Rigoni 1982, pp. 228-230).
La presenza coeva di due centri fortificati vicini ma distinti, separati tra l’altro dal
corso dell’Adige, potrebbe forse essere all’origine della doppia denominazione. Com-
pletamente da indagare resta comunque il loro rapporto reciproco e la relazione
del recinto del Doss Trento con la chiesa paleocristiana sulla sommità del dosso e
con una seconda chiesa altomedievale interna al recinto, individuata tra 2006 e
2011 al di sotto delle strutture della gotica S. Apollinare (Corpus Chiese, Schede).
La dimensione ed impegno costruttivo dei castelli prealpini sopra menzionati e,
in alcuni casi, il tipo di cultura materiale associata, suggeriscono in ogni caso una
committenza pubblica e un flusso di rifornimenti dall’esterno che ben si conciliano
26

Fig. 26. Notitia Dignitatum, vignetta


del Comes Italiae (ms. Landi 9, Pia-
cenza, da Brogiolo Gelichi 1996.)

con una funzione militare dei siti medesimi. Secondo la maggior parte degli studiosi
(da ultimo Brogiolo 2008, p. 13) questi castelli facevano parte del cosiddetto Trac-
tus Italia circa Alpes, la cui struttura ci è nota da una vignetta della Notitia Dignita-
tum occidentis (fig. 26) che illustra le competenze del Comes Italiae. Secondo altri
(da ultimo Marcone 2004) la carica sarebbe stata relativa al solo territorio nord-
orientale. ultimamente Vannesse ha formulato la proposta che la carica del comes
Italiae indicasse un comando speciale e temporaneo delle truppe alpine di Rezia,
Norico e Pannonia tra 402 e 408; in particolare il comandante sarebbe stato il
barbaro e pagano Generid, incaricato da Stilicone di presidiare l’Italia mentre egli
era impegnato oltralpe. La conclusione a cui arriva lo studioso belga è inoltre che,
accettando questa ricostruzione, non è più suffragata l’ipotesi della creazione co-
ordinata di una linea di difese entro la metà del V secolo, dal momento che non sa-
rebbe neppure esistito l’ufficio che coordinava queste operazioni. I castelli prealpini
fin qui esaminati sarebbero pertanto da intendersi un segno dello sgretolamento
del potere centrale piuttosto che una prova della volontà di quest’ultimo di dotarsi
di difese contro eventuali invasori (Vannesse 2007, pp. 191-201). Quest’ultima af-
fermazione appare tuttavia difficilmente condivisibile dal momento che resterebbe
da spiegare in quale modo avrebbero potuto essere raccolte e gestite le risorse
necessarie alla costruzione dei castelli sopra menzionati, guarda caso distribuiti
allo sbocco delle principali valli di penetrazione alpina. Si è invece possibilisti in me-
rito al dubbio che l’insieme dei castelli e delle altre fortificazioni erette in Italia set-
27

tentrionale entro la prima metà del V secolo, o poco dopo non appartenessero in
toto al sistema del Tractus Italia circa Alpes. Si considera infatti questo un pro-
blema di termini e definizioni che non va sostanzialmente a scalfire il modello rico-
struibile sulla base delle fonti archeologiche.
Stando alle medesime fonti archeologiche appare invece evidente che la prima
metà del V secolo costituì il definitivo superamento delle difese lineari alpine, ancora
in uso fino alla fine del IV secolo. A conferma di questo fenomeno sono l’abbandono
definitivo dei Claustra Alpium Iuliarum e la sostituzione nelle fonti del termine clau-
stra (prevalente nel IV secolo) con clausura o clusura, maggiormente in uso a partire
dal V secolo e traducibili con i termini di gola, forra, passo (Christie 1991, pp. 417-
418; Ciglenečki 2011, p. 271). A questo proposito va tuttavia specificato che Bro-
giolo (Brogiolo, Azzolini in questo volume), ha ipotizzato un sistema di chiuse in
Trentino di età genericamente tardoantica che sembrerebbe però riferibile a con-
testi di V se non addirittura di VI secolo. un eventuale verifica di questi ultimi sarebbe
oltre modo interessante dal momento che consentirebbe di stabilire se le difese li-
neari continuarono ad essere realizzate anche dopo la fine del IV secolo oppure se
il Trentino poté disporre di un sistema di difese organizzate ben prima dell’età gota
e verosimilmente già nel corso del IV secolo.
un ultimo appunto è infine relativo ad alcuni insediamenti distribuiti tra Piemonte
e Friuli le cui caratteristiche sono abbastanza diverse da quelli visti finora. Fermo
restando che anche in questo caso ci si è esclusivamente basati su contesti per i
quali è disponibile una cronologia sufficientemente puntuale, un primo gruppo è co-
stituito dai siti piemontesi di Castelvecchio presso Peveragno, S. Stefano Belbo e
Treonzo presso Roccagrimalda. I tre insediamenti erano accomunati da più ele-
menti: la lontananza dalla viabilità principale, le dimensioni limitate, una cinta difensiva
modesta, edifici interni eretti con tecniche di tradizione locale (frequenti anche edifici
in legno), assenza di un luogo di culto e, infine, considerevoli tracce di lavorazione in
loco dei metalli (Demeglio 2002, pp. 355-361). Di questi siti è stato rilevato che
“sembrano svilupparsi indipendentemente da un disegno complessivo e coordinato”
e che sembrerebbero interpretabili come “espressione delle singole comunità che
trovano nuove risposte alle mutate condizioni generali” anche se “non è chiaro il
ruolo avuto in queste operazioni dalle autorità locali, rappresentanti del potere cen-
trale” (Demeglio 2002, pp. 372-375).
Sul lato opposto della pianura padana si trovavano invece Buja, osoppo, Ragogna
e Invillino, per i quali non è stata finora documentata una fortificazione vera e propria.
In particolare a Buja nel V sec. era attivo un forno fusorio; a osoppo erano presenti
edifici di IV-V secolo con tracce di attività fusorie; a Ragogna edifici non meglio spe-
cificati; Invillino (fig. 27) era infine relativo ad un articolato insediamento d’altura,
forse con torri, rimasto in uso tra I e VII secolo. In tutti e quattro i siti fu eretto inoltre

Fig. 27. Invillino, pianta schematica


delle fasi III e IV dello scavo (da Bier-
brauer 1990).
28

tra V e VI secolo un edificio di culto (a Invillino in realtà su un colle lontano circa 2


km). un quinto sito, Nimis Monte Zuccon, privo di luogo di culto (la chiesa di S. Giorgio
fu costruita nel X-XI secolo mentre quella dedicata ai SS. Gervasio e Protasio di VI
secolo era ai piedi del colle) era invece protetto da un muro di cinta, per quanto di
spessore limitato (1 m circa). In quattro su cinque insediamenti le ricerche archeo-
logiche hanno inoltre appurato la presenza di materiale d’importazione (anfore e
ceramiche sigillate) (Buja: Menis 1982; Cagnana 2003, p. 237. osoppo: Piuzzi, Vouk
1989; Villa 1995, pp. 19-49 e 109-111; Villa 1998, pp. 280-283; Piuzzi 1999, pp.
161-163; Villa 2001, pp. 840-847; Invillino: Bierbrauer 1987 e 2010, pp. 197-
Fig. 28. S. Martino ai Campi di Riva, 199. Nimis Monte Zuccon e chiesa di S. Gervasio e Protasio: Menis 1968, 1987 e
particolare delle strutture di età tardo 1993; Piuzzi 1999, p. 165; Villa 2001, pp. 852-854; Cipollone 2006).
antica (da Bellosi, Granata, Pisu 2011). Nella porzione centrale dell’Italia alpina non sono disponibili dati confrontabili a
quelli piemontesi e friulani dal momento che la documentazione finora disponibile,
per quanto copiosa, proviene sostanzialmente da vecchi rinvenimenti o scoperte oc-
casionali inutilizzabili in un discorso condotto per fasce cronologiche. unica ecce-
zione il sito di S. Martino ai Campi di Riva del Garda, attualmente in corso di scavo
da parte della Soprintendenza per i Beni architettonici e archeologici di Trento. L’in-
sediamento, le cui ultime ricerche sono sostanzialmente inedite, a parte alcuni limi-
tati settori, non sembrerebbe comunque essere mai stato dotato di un muro di
cinta anche se caratterizzato da una serie piuttosto fitta di edifici che occupavano
buona parte della sommità del colle (fig. 28). A quanto pare rimasto in uso, almeno
in alcune parti, tra IV e VI secolo, era caratterizzato da una cultura materiale in cui
figuravano anche sigillate, anfore di importazione, vetri e pietra ollare (Bellosi, Gra-
nata, Pisu 2011; Lorenzi 2010-11; Sanvido 2010-11).
Come vanno interpretati questi siti? Insediamenti militari, civili o ambedue? Al
momento attuale appare difficile se non impossibile dare una risposta. oltre tutto
l’impressione è che a seconda delle aree geografiche la situazione potesse aver
avuto delle diversità, forse condizionate dalla posizione nel quadrante politico coevo.
D’altro canto, vista l’ambiguità delle fonti coeve, appare piuttosto pericoloso, per lo
meno in riferimento al caso friulano, utilizzare la fonte molto più tarda di Paolo Dia-
cono (fine VIII secolo) in cui i siti di osopus (osoppo), Reunia (Ragogna) e Ibligine
(forse Invillino, sulla questione cfr. da ultimo Concina 2011) sono nominati come ca-
stra (Hist. Lang. IV, 37).
Resta anche problematico agganciare questi siti al contestuale insediamento
di fondo valle o della pianura immediatamente sottostante. Per quanto riguarda il
Piemonte lo sviluppo dei siti d’altura di V secolo sopra menzionati sembrerebbe es-
sere stato coevo ad insediamenti pedemontani e pianeggianti ancora in uso in età
tardoantica e per lo più dotati di luoghi di culto (Demeglio 2002, pp. 364-366);
analogamente anche Lombardia e Friuli nel V secolo potevano contare su insedia-
menti tardo romani, forse meno numerosi che in passato, ma comunque ancora
attivi e, anche in questo caso, con la presenza di luoghi di culto (uno fra tutti S. Mar-
tino di ovaro, in Carnia cfr. Cagnana 2011). Più complesso il quadro trentino, forse
anche in ragione del maggior numero di ricerche sul tema. In questo caso un lavoro
degli anni ’90 di E. Cavada aveva messo in luce come la rete insediativa rurale fosse
stata nel complesso caratterizzata da una sostanziale tenuta nel passaggio tra
tardo antico e alto medioevo grazie ad insediamenti sia d’altura sia di fondovalle
che erano riusciti ad oltrepassare la fine del V secolo (Cavada 1992). Analoga-
mente anche un lavoro fatto negli stessi anni da Cristina Bassi aveva evidenziato
come la rete dei siti della val di Non, su alti terrazzi fluviali, non avesse subito mo-
difiche radicali nel medesimo arco di tempo (Bassi 1998). Il problema fu quindi ri-
preso da Bierbrauer per il quale le considerazioni, in particolare di Cavada, erano
solo parzialmente condivisibili dal momento che i reperti finora noti sembrerebbero
indicare una cesura nell’insediamento di fondovalle entro la fine del IV secolo. Il me-
29

desimo autore, poi, estese la ricerca ai limitrofi territori altoatesini dove ipotizzò
uno sviluppo degli insediamenti d’altura a partire dalla seconda metà del V secolo
(da ultimo Bierbrauer 2005, pp. 233-235; Bierbrauer 2008b, pp. 75-77). Alla luce
dei dati oggi disponibili, l’impressione è che i tempi siano forse prematuri per for-
mulare modelli validi su tutto il territorio provinciale e regionale. In alcuni casi la
coesistenza degli insediamenti d’altura e di fondovalle negli stessi comparti geo-
grafici sembra essere proseguito infatti per lo meno fino al VI-VII secolo. Esemplare
è in questo caso l’area dell’alto Garda dove gli insediamenti tardoromani di Riva
del Garda continuarono, seppure con alcune modifiche strutturali, fino ai secoli pie-
namente medievali registrando anche l’inserimento di luoghi di culto (Bassi 2010,
2011); il tutto mentre sempre nel territorio di Riva si sviluppava tra IV e VI secolo
il sopra citato sito d’altura di S. Martino ai Campi e nelle vicine Giudicarie veniva
eretto verosimilmente intorno alla metà del V secolo il castrum sul monte S. Mar-
tino nel Lomaso (Corpus Castelli, Schede n. 94).
Tirando le fila del quadro fin qui tracciato si evidenzia, infine, come i dati presen-
tati, compresi i dubbi e le numerose questioni ancora aperte, rientrino in un pro-
cesso e in una serie di problematiche riscontrate in tutti i territori alpini europei,
dalla Svizzera, all’Austria, dall’Italia alla Slovenia, così come emerso nel corso di un
seminario tenutosi a Freiburg in Breisgau nel 2006 sul tema degli insediamenti d’al-
tura dalle Ardenne all’Adriatico (Steuer, Bierbrauer 2008). A prescindere dalle di-
versità locali, sembra in particolare potersi dire che il comune denominatore di tutti
questi territori, così diversi e lontani, era probabilmente costituito dall’appartenere
ancora all’impero romano e alle sue istituzioni, per quanto ormai sull’orlo del col-
lasso. Dal punto di vista territoriale i limiti settentrionale e meridionale erano rispet-
tivamente costituiti, a nord dal vecchio limes renano e danubiano ormai in fase di
abbandono e ancora riferibile ad un sistema lineare delle difese; a sud dalla nuova
linea di fortificazioni erette al limite della pianura padana per proteggere quello che
era ancora sentito come il cuore o almeno uno dei cuori dell’impero d’occidente.
Nello spazio compreso tra il vecchio limes e le nuove fortificazioni meridionali erano
inoltre presenti altri e più numerosi siti d’altura, talora fortificati, talora di fondazione
risalente ai primi secoli dell’era cristiana, che la critica tende prevalentemente a ri-
ferire alle popolazioni provinciali. In quasi tutte le aree irrisolto resta però il problema
di come e quanto questi siti fossero utilizzati, questione in parte ascrivibile da una
parte allo stato della ricerca, dall’altro alla stessa natura della fonte archeologica
che se da una parte può dare indicazioni molto precise sulle cronologie e la prove-
nienza dei singoli reperti d’altro canto non è sempre in grado di dare informazioni
puntuali su altre questioni quali l’intermittenza dell’insediamento, la posizione e il
ruolo sociale degli occupanti etc.

3. dalla caduta dell’impero romano all’età carolingia

3.1. L’età gota

Le ricerche condotte in Italia settentrionale negli ultimi trent’anni hanno nel com-
plesso evidenziato un notevole fervore edilizio in età teodoriciana, caratterizzata da
una parte dall’uso e dal potenziamento di complessi fortificati di età precedente (per
esempio Monte Barro), dall’altra dalla costruzione di nuove fortificazioni distribuite
lungo la fascia meridionale delle Alpi. Essendo un tema già ampiamente trattato da
altri autori (si veda da ultimo Brogiolo, Azzolini in questo volume, Demeglio 2002
pp. 375-395; Brogiolo, Possenti 2008, pp. 734: per l’area slovena cfr. inoltre Cigle-
nečki 2011) ci si limiterà in questa sede a tratteggiarne le linee di sviluppo principali,
evidenziandone i dati relativi al territorio trentino.
30

Fig. 29. Isola di S. Andrea di Loppio,


pianta dell’insediamento fortificato (da
Corpus Castelli, Schede, n. 160).

Fig. 30. Monte Castello di Gaino (BS),


ubicazione e pianta schematica del
sito (da Brogiolo 2006).

Stando ai dati disponibili l’elemento catalizzatore alla nuova stagione edificatoria


fu quasi certamente rappresentato dalla pressione franca esercitata sui confini set-
tentrionali. In particolare sembrerebbe potersi dire che le opere promosse da Teo-
dorico furono prevalentemente indirizzate al controllo degli assi viari nord-sud anche
se, come suggerisce il caso piemontese, operazioni di potenziamento delle difese
furono effettuate anche in siti defilati, a vocazione artigianale, già presenti in età tar-
doantica (Peveragno, Rocca Grimalda, Treonzo) e per i quali è forse più plausibile
ipotizzare un’occupazione da parte delle popolazioni locali (Demeglio 2002 pp. 383-
385). Analogamente un legame con le popolazioni civili potrebbe aver avuto, in am-
31

Fig. 31. Castelfeder (BZ), pianta con


indicazione del tratto di mura conser-
vate in alzato (da Brogiolo, Gentilini
2005).

bito veneto, il sito di Monte Castellazzo nel comune di Follina, non fortificato, crono-
logicamente inquadrabile tra la fine del V e gli inizi del VII secolo e caratterizzato da
una grande quantità di monete di età gota oltre che da anfore di importazione e ma-
nufatti legati all’agricoltura e all’allevamento (G.A.C. 1997).
una funzione prevalentemente militare è stata invece formulata per la maggior
parte dei territori nord-orientali, in particolare per quelli trentini e gardesani (Brogiolo
2006; Brogiolo, Azzolini in questo volume), caratterizzati da costruzioni di ampie di-
mensioni, in alcuni casi risalenti al V secolo ma con fasi di VI secolo (Sirmione, Garda,
Monte S. Martino in comune di Lomaso), in altri casi costruiti ex novo (S. Andrea di
Loppio, fig. 29; cfr. Corpus Castelli, Schede n. 160). Accanto agli impianti di grandi
dimensioni erano inoltre presenti siti più piccoli, per i quali si ipotizza una funzione
esclusivamente militare quali il piccolo recinto di Gaino realizzato durante la prima
metà del VI secolo (fig. 30, Brogiolo 2006, pp. 18-19). Più a nord furono inoltre for-
tificati lungo l’asse dell’Adige Castelfeder (figg. 31-32; Baggio, Dal Rì 2003, pp. 39-
43; Brogiolo, Gentilini 2005, pp. 315-320), probabilmente Predonico con una cinta
caratterizzata da contrafforti triangolari (figg. 33-34; Brogiolo, Gentilini 2005, pp.
315-324), e forse, seppure con molti dubbi, Appiano-Lamprecht (fig. 35, Dal Rì
2009) in posizione defilata rispetto all’asse del Brennero.
Mentre la situazione veneta resta del tutto sfumata (Possenti 2004) qualche Fig. 32. Castelfeder (BZ), particolare
elemento di valutazione è d’altro canto disponibile anche per il Friuli. Le indagini ar- del muro di cinta conservato in alzato
(da Bierbrauer 2008b).
cheologiche hanno infatti appurato, oltre al sopra citato caso di Invillino, un muro di
cinta con almeno un contrafforte triangolare ed una porta pentagonale sul colle di
S. Martino ad Artegna (identificabile con l’Artenia di Paolo Diacono, Hist. Lang. IV,37)
e, a S. Giorgio di Attimis, i resti di un insediamento fortificato probabilmente abban-
donato nel corso del VI secolo le cui stratigrafie contenevano, in particolare, fram-
menti di anfore di importazione (LR1 e 2) e alcune monete, tra cui un solido aureo
emesso da Atalarico a nome di Giustiniano e due mezze silique di Vitige (536-540)
(fig. 36; cfr. Villa 2006, pp. 162-168).
Attenendosi al dato archeologico, sembrerebbe pertanto profilarsi un quadro in
cui i castelli di età gota, così come suggerito da Brogiolo, erano distribuiti lungo la
viabilità principale e secondaria, avevano una funzione prevalentemente militare ed
erano caratterizzati da sistemi di difesa riconducibili a repertori “internazionali” (per
32

Fig. 33. Predonico (BZ), pianta con in-


dicazione del tratto con contrafforti
(da Bierbrauer 2008b).

la definizione di questi ultimi Possenti 2004; sull’accezione del termine e il rapporto


con le maestranze Brogiolo, Gentilini 2005, pp. 324-329). Questa ricostruzione
pone tuttavia alcuni problemi ed è in particolare non condivisa da Bierbrauer che,
al contrario, comparando il dato archeologico con quello storico, è giunto alla con-
clusione che i siti fortificati dell’arco alpino tra V e VII secolo, alcuni dei quali identifi-
cabili con i castra citati da Paolo Diacono in occasione dell’attacco franco del 590
in Trentino o delle incursioni avare degli inizi del VII secolo in Friuli, furono probabil-
mente eretti e per lo più abitati dalle popolazioni locali (v. supra; da ultimo Bierbrauer
2008a e 2008b), senza la possibilità di individuarne, caso per caso, l’effettivo ruolo
militare. Settia dal canto suo, specificamente per quanto riguarda l’età gota, tende
invece a privilegiare l’ipotesi di interventi pubblici principalmente finalizzati alla pro-
tezione delle popolazioni locali tramite la costruzione di fortezze-rifugio e, contestual-
Fig. 34. Predonico (BZ), particolare mente, a mettere in primo piano l’iniziativa dei privati (Settia 1993) nell’ambito della
del muro di cinta con contrafforti (da quale rientrerebbe a suo avviso anche S. Andrea di Loppio, interpretato come “un
Brogiolo, Gentilini 2005).
complesso residenziale privato nato per dare sicurezza ad un ridotto numero di per-
sone di una certa agiatezza” (Settia 2008, pp. 365-366).
Si profila quindi uno scenario interpretativo piuttosto controverso difficilmente
riconducibile ad una linea comune. Alla luce dei dati disponibili si ritiene che, almeno
per certi siti, una vocazione militare e una gestione più o meno diretta da parte dello
stato fosse comunque presente. Coerenti in questo senso appaiono la vicinanza alla
viabilità principale e il tipo di difese utilizzate (murature con contrafforti pentagonali
a Predonico, camminamenti interni su arcate a Castelfeder, torri a Loppio etc.).
Come già proposto (Possenti 2004) queste ultime richiamano infatti forme e forse
anche progettisti “internazionali”, anche se, come è stato giustamente evidenziato,
alcune soluzioni potevano essere l’imitazione di monumenti già esistenti nel territorio
(Brogiolo, Gentilini 2005, p. 325). In secondo luogo la presenza di fortificazioni in
quanto tali evoca un controllo da parte del potere pubblico che si ritiene potesse
essere difficilmente evitato nell’Italia ostrogota di VI secolo. In particolare, come è
stato rilevato per il più tardo castrum ligure di S. Antonino di Perti (fine VI secolo),
l’iter amministrativo necessario per la realizzazione di fortificazioni all’interno del-
l’impero protobizantino seguiva una procedura molto complessa (Pringle 1981, pp.
91-93; Murialdo 2001, pp. 757-758) che, allo stato attuale, non si esclude potesse
essere stato almeno in parte applicato nel regno ostrogoto, erede di buona parte
della struttura amministrativa tardoantica.
La sensazione è però che all’origine di questa difficoltà interpretativa ci siano
anche altri elementi. In particolare si ritiene che spunti per una spiegazione più ar-
ticolata possano essere desunti dal confronto con la coeva gestione dell’impero di
età giustinianea, certamente nota a Teodorico nelle sue linee principali.
33

Fig. 35. Lamprecht (BZ), pianta del


sito (da Dal Rì 2009).

Fig, 36. S. Martino di Artegna (uD),


particolare del muro di cinta (da Villa
2006).
34

Lungo la linea meridionale del Danubio, Giustiniano aveva infatti promosso il re-
stauro e il ripristino delle fortezze militari, quali ad esempio Kastell Iatrus-Krivina di-
strutto dagli Avari nel 600 (von Bülow 2007; in generale sul limes danubiano Poulter
2007b, pp. 1-41). Accanto a queste fortificazioni, a loro volta collegate a centri di
vettovagliamento più interni (von Bülow 2007, p. 475; Poulter 2002), l’imperatore
aveva però ordinato nelle aree balcaniche più interne anche la costruzione o il re-
stauro di più di 600 centri fortificati, definiti φρούρια (phrouria) da Procopio. Le in-
dagini archeologiche, là dove sono state effettuate, hanno appurato che si trattava
di insediamenti fittamente abitati dotati di mura e, talora, di torri. Caratterizzati da
una cultura materiale di tipo romano, erano inoltre privi di elementi chiaramente ri-
conducibili all’ambito militare mentre d’altro canto hanno restituito, quando indagati,
gruzzoli monetali, considerati indicatori di transazioni economiche, e attrezzi legati
al mondo agricolo e artigianale. Questo non impediva ovviamente che nelle vicinanze
potessero esserci anche piccoli apprestamenti difensivi di tipo più prettamente mi-
litare. A tale proposito un probabile riscontro è offerto dai due siti di Golemanovo
Kale e Sadovsko Kale a Sadovec in Bulgaria: il primo (privo di horrea e di edifici di
particolare pregio) è stato identificato con la fortificazione di Λαπιδαριας (Lapidaria)
menzionata nel De Aedificiis di Procopio, e probabilmente funzionale al vettovaglia-
mento dei castelli lungo il limes (fig. 37), il secondo con un’anonima e piccola fortezza
sede di una guarnigione di soldati goti (di Crimea), lì stanziata con le famiglie, e quasi
certamente attaccata e distrutta durante gli attacchi avari del 560 (Werner 1992,
pp. 411-417). Analogamente il modello dei phrouria è stato richiamato per spiegare
le centinaia di siti fortificati della penisola balcanica che, a quanto pare, sostituirono
nel corso del VI secolo i precedenti insediamenti delle popolazioni locali di cultura
romana. In particolare per le aree balcaniche si è osservato che le centinaia di for-
tificazioni note e censite non potevano essere state tutte simultaneamente costruite
da maestranze dipendenti e pagate dall’impero. Si è quindi ritenuto probabile che
fossero state erette per lo più dalle popolazioni locali. La tipologia e la qualità delle
soluzioni fortificatorie adottate sono tuttavia tali che si è ritenuta indispensabile per
la loro realizzazione la presenza di architetti militari (Milinković 2008).
Ci si chiede a questo punto se questo modello, fortemente centralizzato e milita-
rizzato, nel cui ambito era tuttavia previsto l’apporto delle popolazioni locali che abi-
tavano a loro volta nei castelli, non fosse stato applicato anche all’Italia ostrogota di

Fig. 37. Golemanovo Kale (Sadovec),


pianta della fortificazione di età giusti-
nianea (da Werner 1992).
35

Teodorico, in un modo molto più sistematico e intenzionale di quanto ipotizzato finora


sulla base delle fonti documentarie e dei dati archeologici.
Dalle lettere di Cassiodoro sappiamo che Teodorico sollecitò la costruzione di ri-
coveri all’interno di castelli già esistenti quali il Verruca (forse identificabile con il
Doss Trento, cfr. Corpus Castelli, Schede n. 221) o, in Tridentina regione, addirittura
di una civitas da realizzarsi con il contributo dei possessores feltrini e trentini (Settia
1993, pp. 122-123). D’altro canto è già stato ipotizzato, sulla base delle fonti ar-
cheologiche note, che le fortificazioni di età gota potessero essere state erette con
il contributo delle popolazioni locali (Cavada 2007, p. 238). Diverso è però immagi-
nare che a monte ci fosse una sistematica programmazione, gestita dall’alto, di una
rete di siti fortificati destinati, non solo alla parte militare ma anche e soprattutto a
quella civile.
uno scenario di questo genere potrebbe spiegare la coesistenza, in ambito tren-
tino e, in generale in Italia settentrionale, di siti tra loro così diversi quali, da una parte
S. Andrea di Loppio e il monte S. Martino nel comune di Lomaso, interpretabili se-
condo i loro scavatori in chiave prevalentemente militare (Corpus castelli, Schede, I-
II, nn. 94 e 160), dall’altra S. Martino ai Campi di Riva in cui accanto ad una probabile
funzione logistica-militare (Bellosi, Granata, Pisu 2011) sembra anche individuabile
una destinazione civile dell’abitato, forse condivisa da quei castra della valle dell’Adige,
quasi esclusivamente noti grazie a rinvenimenti sporadici, per i quali Bierbrauer ha
ipotizzato un’origine e un’occupazione legate alla popolazione locale. Il ricorso al mo-
dello di età giustinianea non esaurisce tuttavia la casistica riscontrabile nel nostro
paese. Come è stato osservato in Alto Adige, proprio intorno ad alcuni e principali
castelli che almeno in parte esistevano già in età gota (Castrum Maiense a Merano,
il Virgolo e Castel Firmiano nella conca di Bolzano, Lamprecht, Predonico e Castel-
vecchio nella zona di Appiano), si andarono infatti concentrando altri insediamenti di
fondovalle la cui formazione andò di pari passo con la scomparsa dei restanti siti
tardo romani della valle dell’Adige (Marzoli, Bombonato, Rizzi 2009, pp. 173-178).

3.2. L’età longobarda e carolingia

Alcune brevissime riflessioni sono infine per l’età longobarda e carolingia se non
addirittura per quella ottoniana.
Come noto per l’età longobarda non sono noti interventi e momenti costruttivi si-
gnificativi. Proprio per questo motivo l’attenzione degli studiosi, in particolare di Bro-
giolo, si è concentrata più che altro sullo sviluppo istituzionale dei castelli in centri di
giurisdizione territoriale (civitates) a cui fece seguito nel corso dell’VIII secolo, l’esten-
sione dell’abitato al di fuori delle cinte murate. Altro tema indagato è stato quello re-
lativo alla presenza di chiese e monasteri nelle aree interne ed esterne, collegate a
loro volta a temi quali la cristianizzazione delle campagne (in realtà relativa anche alla
fase di V secolo e di età gota) e l’insediamento delle aristocrazie nei castelli (Brogiolo,
Gelichi 1996, pp. 35-43; Brogiolo 1999a, p. 11; Brogiolo 2006, pp. 23-27).
Proprio partendo dal caso trentino oltre che friulano Bierbrauer si è invece
espresso contro l’ipotesi che i Longobardi avessero abitato stabilmente nei castelli
(v. supra) e, in particolare, che le aristocrazie longobarde potessero aver scelto
come propria sede i castra dotati di edifici di culto, ritenendo che la presenza di una
sepoltura può dare indicazioni sulla volontà di essere sepolti ad sanctos ma non sui
tempi dell’effettiva permanenza all’interno dell’insediamento (Bierbrauer 2000/01,
pp. 234-236).
La sporadicità dei dati disponibili (in particolare su eventuali fasi di abitato) con-
siglia al proposito una posizione prudente. Si ritiene tuttavia che la presenza longo-
barda nei castelli di VII-VIII secolo potrebbe non essere stata così episodica come
suggerito dallo studioso tedesco. Per quanto isolato può essere al proposito ricor-
36

dato il ritrovamento negli scavi polacchi di Castelseprio (e quindi verosimilmente in


un’area di abitato) di alcuni frammenti di ceramica stampigliata longobarda databile
tra la fine del VI e i primi tempi del VII secolo (Surace 2004, p. 277, fig. 14 e 17),
cronologicamente seguita da una sepoltura con armi della metà del VII secolo rica-
vata nella facciata della chiesa di S. Giovanni (Lusuardi, Sesino 1990). Analogamente
anche da Monselice è nota una grande quantità di ceramica stampigliata longo-
barda (inedita, cenni in Vitali 1999 p. 176) la cui cronologia è verosimilmente coeva
alle sepolture longobarde rinvenute all’interno della cinta fortificata nel loro com-
plesso, databili nella prima metà del VII secolo (De Marchi, Possenti 1998). Forse
più significativa è però la considerazione che, da una revisione recente dei dati editi,
è emerso che le sepolture con corredo di tipo longobardo (quindi con armi) databili
tra fine VI e prima metà del VII secolo, si trovavano sia all’esterno che all’interno
Fig. 38. Lamprecht (BZ), fibula a disco
decorata a smalti di metà X-metà XI
degli insediamenti (in quest’ultimo caso anche in relazione ad un edificio di culto), ri-
secolo (da Dal Rì 2009). flettendo, in ultima analisi, un atteggiamento simile a quello osservabile negli ambiti
urbani (Possenti c.s.). Analogia questa che pertanto non conferma ma neppure nega
che i Longobardi avessero potuto risiedere stabilmente nei castelli.
Molto più sfumata è invece la presenza di dati riferibili all’VIII-IX se non addirittura
X-XI secolo. In merito le testimonianze più significative sono costituite da edifici di
culto, per lo più svincolati dall’insediamento fortificato. Tale è il caso delle chiese de-
dicate a S. Martino nelle Giudicarie attribuite all’iniziativa di potentiores in probabile
relazione con l’ambiente carolingio che avrebbero potuto promuoverne, a seconda
dei casi, una costruzione o una ridedicazione (Cavada 2007, pp. 238-239). Sempre
riferibili alle chiese sono inoltre alcune limitate testimonianze di sepolture databili al
pieno VIII secolo (Virgolo a Bolzano, cfr. De Marchi 2000) o all’età ottoniana (Lu-
suardi Siena, Sesino 1990, p. 97). In altri casi sono stati documentati elementi spo-
radici per lo più di abbigliamento. Tra questi una guarnizione di cintura e uno sperone
di età carolingia da Loppio, l’uno dei quali probabilmente da uno strato di crollo di
un edificio (Maurina 2006), un orecchino di VII-VIII secolo, uno sperone e una fibula
di X-XI secolo da Lamprecht (figg. 38-39; Dal Rì 2009, pp. 102- 111), un frammento
di fibula di X-XI secolo da una sepoltura di Castelfeder (Baggio, Dal Rì 2003, p. 46).
Il significato di questi oggetti, che non è finora stato associato a stratigrafie
coeve, è tutto da valutare anche se appare quanto mai opportuno il suggerimento
(Maurina 2006, p. 54, in relazione a Loppio) che alcuni siti potessero essere stati
frequentati, al di là dell’uso cimiteriale di alcune chiese (per esempio a Castelfeder),
da personaggi dell’aristocrazia locale, forse anche solo di passaggio, ma la cui pre-
senza potrebbe indicare una qualche persistenza funzionale degli antichi castra.
Ancora una volta quanto testimoniato a sud delle Alpi trova però riscontro nei
territori più settentrionali. Tale è ad esempio il caso delle capanne interrate con ma-
teriali di buona qualità di età carolingia attribuiti a possessori di rango elevato sullo
Zähringer Burgberg in Germania sud-occidentale (Steuer, Hoeper 2008, p. 220);
oppure delle alture dello Jura svizzero settentrionale dove, a partire dalla tarda età
merovingia, i siti appaiono caratterizzati da una cultura materiale di buona qualità e
sono dagli studiosi attribuiti alle residenze della piccola nobiltà locale (Marti 2008,
pp. 365-376 e 379-380); oppure ancora dei territori a S e a E di Coira (Svizzera
orientale) in cui le alture, già frequentate in età tardo romana, furono occupate dal
tardo VII-VIII secolo e fino al X secolo da insediamenti ed edifici di culto attribuibili
anche in questo caso ai ceti aristocratici locali (Martin 2008, pp. 404-415).
Quanto queste analogie possano essere conseguenza di una mentalità comune
delle aristocrazie alpine, e quali a loro volta potessero essere i rapporti più in gene-
Fig. 39. Lamprecht (BZ), sperone di X- rale tra le aristocrazie europee dei secoli centrali del medioevo sarà uno dei compiti
XI secolo (da Dal Rì 2009). più affascinanti della ricerca dei prossimi anni.
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