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Patricia Westerford – detta Patty-la-Pianta – comincia a parlare all’età di tre

anni. Quando finalmente le parole iniziano a fluire, assomigliano piuttosto a


un farfugliare incomprensibile. L’unico che sembra capire il mondo di
Patricia, sin da piccola innamorata di qualsiasi cosa avesse dei ramoscelli, è
suo padre – “la sua aria e la sua acqua” – che la porta con sé nei viaggi
attraverso i boschi e le foreste d’America, a scoprire la misteriosa e
stupefacente varietà degli alberi.
Cresciuta, dottorata ribelle in botanica, Patty-la-Pianta fa una scoperta
sensazionale che potrebbe rappresentare il disvelamento del mistero del
mondo, il compimento di una vita spesa a guardare e ascoltare la natura: le
piante comunicano fra loro tramite un codice segreto.
Ma questo è solo l’inizio di una storia che si dipana come per anelli
concentrici: intorno a Patty-la-Pianta si intrecciano infatti i destini di nove
indimenticabili personaggi che a poco a poco convergono in California, dove
una sequoia gigante rischia di essere abbattuta.
Il sussurro del mondo è un’opera immensa, un appassionato atto di resistenza
e impegno, un inno d’amore alla letteratura, al potere delle storie, alla
grandiosità della natura.

Dalla motivazione del Premio Pulitzer 2019 per la Narrativa: “Un romanzo
dalla costruzione geniale, rigoglioso e ramificato come gli alberi di cui
racconta: la meraviglia della loro interazione Immagine in copertina: evoca
quella degli uomini che vi vivono accanto.”
Richard Powers è autore di dodici romanzi, ha ricevuto numerosi premi tra
cui il MacArthur Fellowship e il National Book Award; vive ai piedi delle
Great Smoky Mountains.
Il sussurro del mondo (in originale The Overstory) è in via di pubblicazione
in 19 paesi. Per La nave di Teseo è in corso la nuova edizione delle sue
opere.

“Patricia Westerford è la prima creatura nell’avventura della vita ad aver mai


intravisto questo segreto. La vita sta parlando tra sé, e lei ha origliato. Ora è
libera di scoprire qualunque cosa.”
Oceani. 61
Richard Powers
Il sussurro del mondo
Traduzione di Licia Vighi

La nave di Teseo
Titolo originale: The Overstory
Copyright © 2018 by Richard Powers

© 2019 La nave di Teseo editore, Milano

ISBN 978-88-9344-503-0

Prima edizione digitale maggio 2019

Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.


È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
Sommario

Radici
Nicholas Hoel
Mimi Ma
Adam Appich
Ray Brinkman e Dorothy Cazaly
Douglas Pavlicek
Neelay Mehta
Patricia Westerford
Olivia Vandergriff

Tronco

Chioma

Semi
La più grande beatitudine offerta dai campi e dai boschi
è la suggestione di un’occulta relazione tra l’uomo
e la vegetazione. Non sono solo e sconosciuto. Essi mi
mandano segnali e altrettanto faccio io. L’ondeggiare
dei rami nella tempesta è nuovo e al tempo stesso antico
per me. Mi sorprende e pure non è sconosciuto.
L’effetto che produce è quello di un più nobile pensiero
o di una più elevata emozione che mi raggiunse nel
momento in cui ero convinto di pensare esattamente o
di operare rettamente.
Ralph Waldo Emerson

La Terra potrebbe davvero essere viva, viva come un


albero, e non come la concepivano gli antichi, ovvero
una divinità senziente con un sua volontà e un suo scopo.
Un albero dall’esistenza silenziosa e placida, che si
muove solo quando soffi a il vento, e dialoga incessantemente
con il suolo e la luce del sole, servendosi della
luce, dell’acqua e dei minerali per crescere e cambiare.
Il tutto è però squisitamente impercettibile, tant’è vero
che la vecchia quercia sul prato mi sembra la stessa di
quand’ero un bambino.
James Lovelock

Un albero... ti sta osservando. Tu guardi un albero, e


questo ti ascolta. Non ha nessun dito, non può parlare.
Ma quella foglia... esso non fa che pulsare e crescere
nella notte. Mentre dormi fai un sogno. L’albero e l’erba
fanno la stessa cosa.
Bill Neidjie
Radici
All’inizio non c’era nulla.
Poi c’era tutto. E poi, in un parco sopra una città occidentale dopo il
crepuscolo, piovono messaggi nell’aria. Una donna è seduta per terra,
appoggiata a un pino. La corteccia preme contro la sua schiena, dura come
la vita. Gli aghi profumano l’aria e un’energia freme nel cuore del legno. Le
sue orecchie si sintonizzano sulle frequenze più basse. L’albero sta dicendo
delle cose, in parole che precedono le parole.
Dice: Il sole e l’acqua pongono domande cui vale continuamente la pena
rispondere.
Dice: Una buona risposta deve essere reinventata tante volte, da zero.
Dice: Ogni granello di terra ha bisogno di un nuovo modo in cui venire
stretto tra le dita. Esistono più modi di mettere rami di quanti qualunque
ginepro della Virginia riuscirà mai a trovare. Una cosa può spostarsi
ovunque, stando semplicemente ferma.
La donna fa esattamente questo. Segnali piovono intorno a lei come semi.
Quella notte la conversazione si spinge lontano. Le curvature degli ontani
parlano di antichi disastri. Fiori di castagno chinquapin simili a spighe
fanno cadere il loro polline; presto diventeranno frutti spinosi. I pioppi fanno
eco al brusio del vento. I cachi e i noci esibiscono le loro lusinghe e i sorbi
rossi i loro grappoli. Querce secolari sventagliano presagi di maltempo
futuro. Le diverse centinaia di biancospini comuni si fanno beffe del nome
comune che sono costretti a condividere. Gli allori insistono sul fatto che
persino la morte non è nulla di cui doversi preoccupare troppo.
Qualcosa nel profumo dell’aria suona come un ordine per la donna:
Chiudi gli occhi e pensa a un salice. Il pianto che vedi sarà un’imitazione
imprecisa di quello vero. Immagina la spina di un’acacia. Non riuscirai a
figurarti niente di abbastanza acuminato. Cos’è che è sospeso sopra di te?
Cos’è che fluttua sulla tua testa proprio ora – Ora?
Ecco unirsi alberi persino più lontani: Tutti i modi in cui ci immagini –
mangrovie stregate su trampoli, l’asso di picche capovolto di una noce
moscata, i tronchi nodosi dell’albero elefante, il missile dritto di una Shorea
robusta – sono sempre delle amputazioni. La tua specie non riesce mai a
vederci nella nostra interezza. Vi manca la metà, e anche di più. C’è sempre
tanto sottoterra quanto sopra la superficie.
È questo il guaio con le persone, il problema delle loro radici. La vita
scorre di fianco a loro, invisibile. Proprio lì, proprio accanto. Creando il
terreno. Il ciclo dell’acqua. Negoziando sostanze nutrienti. Formando il
clima. Costruendo l’atmosfera. Nutrendo e curando e riparando più specie di
creature di quante le persone riescano a contare.
Un coro di legno vivente intona alla donna: Se la tua mente fosse una
cosa un po’ più verde, ti sommergeremmo di significato.
Il pino a cui è appoggiata dice: Ascolta. C’è una cosa che devi sentire.
Nicholas Hoel

È il periodo delle castagne.


La gente sta scagliando dei sassi contro i tronchi giganteschi. Le castagne
cadono tutt’intorno a loro in un diluvio divino. Quella domenica accade in
innumerevoli luoghi, dalla Georgia al Maine. Su a Concord, Thoreau vi
prende parte. Ha la sensazione di gettare sassi a un essere senziente, con una
sensibilità meno acuta della sua, eppure un suo simile. Gli alberi antichi sono
i nostri genitori, e forse i genitori dei nostri genitori. Se si vuole conoscere i
segreti della Natura, bisogna praticare più umanità...
A Brooklyn, su Prospect Hill, il nuovo arrivato, Jørgen Hill, è divertito
dalla forte valanga che scatenano i suoi tiri. Ogni volta che i sassi vanno a
segno, il cibo cade a palate. Gli uomini scappano di qua e di là come ladri in
fuga, riempiendo bicchieri, sacchi e tasche di pantaloni di castagne liberate
dei loro ricci avvolgenti. Eccolo qui, il mitico banchetto gratuito d’America –
eppure un’altra manna in un paese che porta via persino le sue briciole dalla
tavola di Dio.
Il norvegese e i suoi amici del Brooklyn Navy Yard mangiano il loro
bottino arrostito su grossi fuochi in una radura in mezzo ai boschi. Le
castagne abbrustolite sono indescrivibilmente rinfrancanti: dolci e saporite,
ricche come patate al miele cotte al forno, grezze e allo stesso tempo
misteriose. I gusci sbavati punzecchiano, ma il loro No è più uno scherzo che
un vero ostacolo. Le castagne vogliono scivolare via dalla loro protezione
spinosa. Ognuna si offre alle bocche, così che altre possano essere sparse
lontano.
Quella notte, ubriachi di castagne abbrustolite, Hoel si dichiara a Vi
Powys, una ragazza irlandese che abita nelle case a schiera con la struttura in
legno di pino a due isolati di distanza dalla sua abitazione in affitto, ai
margini di Finn Town. Nessuno nel raggio di tremila miglia ha il diritto di
obiettare. Si sposano prima di Natale. Entro febbraio, diventano americani. In
primavera, i castagni fioriscono di nuovo, lunghi gattini vellutati che
ondeggiano al vento come montoni sull’Hudson verdazzurro.
I cittadini arrivano carezzando il grande sogno del mondo incorrotto. La
coppia raduna i propri beni mobili e intraprende il viaggio via terra lungo le
vaste distese dei pini bianchi del Nordamerica orientale, spingendosi nelle
scure foreste di faggio dell’Ohio, attraversando intermezzi di querce del
Midwest fino all’insediamento accanto a Fort Des Moines nel nuovo stato
dell’Iowa, dove le autorità assegnano della terra lottizzata il giorno prima a
chiunque la coltiverà. Le persone più vicine si trovano a due miglia di
distanza. Quel primo anno arano e seminano quattro dozzine di acri.
Frumento, patate e fagioli. Il lavoro è brutale, ma è tutto loro. Meglio che
costruire navi per la marina militare di un paese qualunque.
Poi arriva l’inverno della prateria. Il freddo mette a dura prova la loro
voglia di vivere. Le notti nella capanna bucherellata gelano loro il sangue.
Ogni mattina devono rompere il ghiaccio nel catino soltanto per sciacquarsi il
viso. Però sono giovani, liberi e determinati – gli unici garanti della loro
esistenza. L’inverno non li uccide. Non ancora. La più nera disperazione nel
loro profondo viene compressa finché non diventa dura come un diamante.
Quando è di nuovo tempo di semina, Vi è incinta. Hoel accosta l’orecchio
alla pancia. Lei ride davanti al viso del marito stordito dalla soggezione.
“Cosa sta dicendo?”
L’uomo risponde nel suo inglese brusco e martellante. “Dammi da
mangiare!”
Quel maggio, Hoel trova sei castagne nella tasca del camiciotto che
indossava il giorno in cui si era dichiarato a sua moglie. Le conficca nel
terreno dell’Iowa occidentale, sulla prateria brulla attorno alla loro capanna.
La fattoria è a centinaia di chilometri dalla varietà indigena del castagno, a un
migliaio dalle moltitudini di castagni di Prospect Hill. Ogni mese, il ricordo
di quelle foreste verdi dell’est diventa più indistinto nella mente di Hoel.
Però siamo in America, dove gli uomini e gli alberi sono capaci delle
rivelazioni più sorprendenti. Hoel semina, innaffia, e pensa: Un giorno, i miei
bambini scuoteranno i tronchi e mangeranno gratis.

***

Il loro primogenito muore durante l’infanzia, ucciso da una cosa che


ancora non ha un nome. Non esistono ancora i microbi. È Dio l’unico a
portarsi via i bambini, cambiando persino il posto alle anime da un mondo
all’altro, stando a oscuri programmi.
Una delle sei castagne non germoglia. Tuttavia, Jørgen Hoel riesce a
tenere in vita le pianticelle superstiti. La vita è una battaglia tra il Creatore e
la sua creazione. Hoel diventa un abile lottatore. Riuscire a mantenere in vita
gli alberi è una cosa da nulla rispetto alle altre guerre che deve combattere
ogni giorno. Al termine della prima stagione, i suoi campi sono tutti coltivati
e le sue pianticelle migliori sono alte più di sessanta centimetri.
Nei quattro successivi anni, gli Hoel crescono tre bambini e un primo
abbozzo di castagneto. I ramoscelli spuntano lunghi e sottili, i loro fusti
solcati di lenticelle. Le rigogliose foglie a dentelli, seghettate e spinose, fanno
sembrare piccoli i ramoscelli da cui spuntano. A parte queste prime piante e
qualche quercia macrocarpa sparsa qua e là nelle terre pianeggianti, la fattoria
è un’isola in un mare erboso.
Persino le prime, scheletriche pianticelle hanno già un loro utilizzo:
il tè dagli alberi appena nati per disturbi cardiaci,
le foglie di giovani germogli per curare le piaghe,
freddo estratto di corteccia per fermare il sanguinamento dopo il parto,
galle riscaldate per far rientrare l’ombelico dei neonati,
foglie bollite con zucchero scuro per gli accessi di tosse,
impiastri per le scottature, foglie per imbottire un materasso rumoroso,
un estratto per la disperazione, quando l’angoscia è troppa...

Gli anni si susseguono, sia magri che floridi. Sebbene la loro media tenda
verso il basso, Jørgen rileva una tendenza al rialzo. Ogni anno che ara,
dissoda più terra. E la futura forza lavoro degli Hoel continua ad aumentare.
Di questo se ne occupa Vi.
Gli alberi si infoltiscono come per incanto. Il castagno è veloce: Nello
stesso tempo in cui un frassino impiega a fare una mazza da baseball, un
castagno ha fatto un cassettone. Se ti chini per vedere un arboscello, ti
infilzerà un occhio. Le crepe nella loro corteccia si avvolgono come le strisce
dei pali del barbiere mentre i tronchi si attorcigliano verso l’alto. I rami al
vento oscillano tra il verde scuro e una sfumatura più chiara. Le foglie che
formano un cerchio si allargano, in cerca di sempre più sole. Ondeggiano
nell’umido agosto, allo stesso modo in cui a volte i capelli della moglie di
Hoel un tempo color ambra si agiteranno ancora, liberi. Quando si riaffaccia
la guerra nel giovane paese, i cinque tronchi hanno superato la persona che li
aveva piantati.
L’implacabile inverno del ’62 cerca di prendersi un altro bambino. Si
accontenta di uno degli alberi. Il figlio più grande, John, ne distrugge un
altro, l’estate successiva. Il bambino non si rende mai conto che strappare
metà delle foglie dell’albero per usarle come soldi finti può ucciderlo.
Hoel tira i capelli del figlio con violenza. “Che ne dici? Eh?” Picchia il
bambino col palmo aperto. Deve intervenire Vi per porre fine alla legnata.
La leva militare arriva nel ’63. I giovani e i celibi vanno per primi. Jørgen
Hoel, trentatré anni, una moglie, due bambini piccoli e quattrocento acri di
terreno, ottiene il rinvio. Non collabora mai alla difesa dell’America. Ha un
paese più piccolo da salvare.
A Brooklyn, un infermiere-poeta scrive per l’Unione moribonda: Una
foglia d’erba non vale meno della quotidiana fatica delle stelle. Jørgen non
legge mai quelle parole. Le parole gli sembrano una sorta di sotterfugio. Il
suo granturco e i fagioli e la zucca – soltanto le cose che crescono rivelano la
mente silenziosa di Dio.
Un’altra primavera e i tre alberi rimanenti fioriscono tingendosi di tonalità
crema. I fiori emanano un odore acre, selvatico, acido, come quello di
vecchie scarpe o indumenti intimi maleodoranti. E poi ecco arrivare un
mucchietto di dolci noci. Persino quel magro raccolto fa tornare in mente
all’uomo e alla moglie esausta la manna caduta dal cielo che una notte li
aveva fatti unire, nei boschi a est di Brooklyn.
“Ce ne saranno a staia,” disse Jørgen. La sua mente è già tutta presa a fare
pane, caffè, zuppe, torte, intingoli – tutte le squisitezze che le persone del
luogo sapevano che si potevano ricavare da quell’albero. “Possiamo vendere
quello che ci rimane in città.”
“Regali di Natale per i vicini di casa,” decide Vi. Però sono i vicini che
devono dare sostentamento agli Hoel, durante la brutale siccità di quell’anno.
Un altro castagno muore di sete in una stagione in cui nemmeno al futuro si
può risparmiare una goccia d’acqua.
Passano gli anni. I tronchi marroni cominciano a ingrigire. Qualche
fulmine in un autunno asciutto, con pochissimi bersagli nella prateria
abbastanza alti di cui preoccuparsi, colpisce uno dei due castagni superstiti. Il
legno che avrebbe potuto essere utilizzato per costruire qualunque cosa, dalle
culle alle bare, va a fuoco. Non ne rimane abbastanza da poter costruire
neppure uno sgabello con tre gambe.
L’unico castagno sopravvissuto continua a fiorire. Ma i suoi fiori non
hanno più altri fiori in grado di soddisfarli. Nessun compagno per
innumerevoli chilometri, e un castagno, benché sia maschile che femminile,
non basterà a se stesso. Eppure, l’albero ha un segreto riposto nel sottile
cilindro vivente sotto la sua corteccia. Le sue cellule obbediscono a una
formula antica: Sta’ fermo. Aspetta. Qualcosa nel solitario sopravvissuto sa
che persino l’inflessibile legge dell’Ora può essere superata. Ci sarà da
faticare. Fatica delle stelle, ma ugualmente terrena. Oppure, come scrive
l’infermiere dell’Unione ormai morta: Rimani fiera e composta di fronte a un
milione di universi. Fiera e composta come legno.

La fattoria sopravvive al caos della volontà divina. Due anni dopo la


battaglia di Appomattox, tra operazioni di dissodamento, aratura, semina,
estirpazione, rimozione delle erbacce e raccolto, Jørgen finisce la casa nuova.
Arrivano i raccolti e vengono portati via. I figli Hoel seguono le orme del
padre che lavora come un mulo. Le figlie si sparpagliano accasandosi nelle
fattorie vicine. Spuntano villaggi. Il sentiero di terra battuta oltre la fattoria
diventa una vera strada.
Il figlio più giovane lavora nell’ufficio del fisco di Polk County. Il figlio
di mezzo diventa un banchiere ad Ames. Il più vecchio, John, rimane alla
fattoria con la sua famiglia e ci lavora mentre i suoi genitori invecchiano.
John Hoel subentra portando rapidità, progresso e macchinari. Compra un
trattore a vapore in grado sia di arare che di trebbiare, di mietere e di
rassodare. Mentre è in azione, il macchinario sembra mugghiare, come
qualcosa che è stato liberato dall’inferno.
Per l’ultimo restante castagno, tutto questo succede in un paio di nuove
crepe, un paio di centimetri di anelli in più. L’albero si ingrossa. Le spirali
della corteccia si levano in alto come la Colonna Traiana. Le foglie dentellate
continuano a trasformare la luce del sole in tessuto. Non solo resiste; fiorisce,
un globo di salute e vigore verdi.
E nel secondo giugno del nuovo secolo, eccolo lì Jørgen Hoel, a letto in
una camera al piano di sopra rifinita in legno di quercia della casa costruita da
lui, una camera da letto da cui non riesce più a uscire, intento a guardar fuori
dall’abbaino verso una moltitudine di foglie, che si agitano e risplendono nel
cielo. Il trattore a vapore di suo figlio rimbomba nella parte di quaranta acri a
nord della fattoria, ma Jørgen Hoel scambia quel frastuono per cattivo tempo.
I rami lo chiazzano di luce e ombra. C’è qualcosa in quelle foglie verdi e
dentellate, un sogno che aveva fatto tanto tempo addietro, una visione di
crescita e di prosperità, che fa sì che cada ancora attorno alla sua testa una
pioggia di foglie.
Si domanda: cos’è che fa avvolgere e attorcigliare la corteccia a quel
modo, in un albero così diritto e largo? Non sarà mica la rotazione della
Terra? Sta forse cercando di attirare l’attenzione degli uomini? In Sicilia,
settecento anni prima, un castagno largo sessanta metri aveva riparato una
regina spagnola e i suoi cento cavalieri a cavallo da una tempesta.
Quell’albero sopravvivrà all’uomo, che non ne ha mai sentito parlare, di un
centinaio d’anni e più.
“Ti ricordi?” Jørgen chiede alla donna che gli tiene la mano.
“Prospect Hill? Quanto abbiamo mangiato quella notte!” Lui annuisce
verso i rami frondosi, verso la terra più in là. “Te l’ho data io. E tu mi hai
dato – tutto questo! Questo paese. La mia vita. La mia libertà.”
Ma la donna che gli tiene la mano non è sua moglie. Vi è morta da cinque
anni, di infezione polmonare.
“Dormi adesso,” gli dice sua nipote, posando di nuovo la mano sul suo
petto stremato. “Saremo tutti quanti di sotto.”

John Hoel seppellisce il padre sotto il castagno che aveva piantato l’uomo.
Ora un recinto di ghisa alto un metro delimita quell’esigua manciata di
tombe. L’albero in alto proietta la sua ombra con uguale generosità sui vivi e
sui morti. Il tronco è diventato troppo spesso perché John riesca ad
abbracciarlo completamente. L’estremità più bassa dei rami sopravvissuti si
solleva, fuori portata.
Il Castagno degli Hoel diventa un punto di riferimento, ciò che gli
agricoltori chiamano albero sentinella. Durante le gite della domenica, le
famiglie si avvicinano nella sua direzione. Gli abitanti del luogo lo utilizzano
per guidare i turisti, faro solitario in un mare pieno di grano. La fattoria
attraversa un periodo di grande prosperità. Ora ci sono abbastanza fondi per
produrre ed espandersi. Con la morte di suo padre e la lontananza dei fratelli,
John Hoel è libero di tenersi aggiornato sui macchinari più moderni. Il suo
capannone per le attrezzature si riempie di mietitrici, spulatrici e
mietilegatrici. Raggiunge Charles City per vedere il primo trattore a due
cilindri alimentato a benzina. Quando fanno la loro comparsa le prime linee
telefoniche, lui si abbona, sebbene costi una fortuna e nessuno in famiglia
riesca a immaginare a cosa possa servire.
Il figlio dell’immigrato cede alla malattia del progresso anni prima che ci
sia una cura efficace per combatterla. Si compra una Kodak No. 2 Brownie.
Premi il pulsante, al resto ci pensiamo noi. Deve spedire i rullini a Des
Moines per lo sviluppo e la stampa, un processo che presto si rivela più
costoso della macchina fotografia da due dollari. Fotografa la moglie in
calicò, ferma in posizione, con un sorriso stropicciato, sulla nuova stiratrice
meccanica. Fotografa i figli mentre guidano la mietitrebbia e cavalcano
cavalli da tiro dalla schiena troppo insellata lungo i confini dei campi.
Fotografa la sua famiglia nei loro abiti di Pasqua più raffinati, con i cappellini
allacciati stretti e i farfallini ben annodati. Quando non rimane nient’altro da
fotografare del suo piccolo francobollo dell’Iowa, John punta il suo
dispositivo verso il Castagno degli Hoel, il suo esatto coetaneo.
Qualche anno prima, in occasione del compleanno della figlia più piccola,
aveva comprato uno zoopraxiscopio, per quanto fosse lui a divertirsi ad
armeggiare con quell’aggeggio, una volta che la ragazzina si era stancata. Ora
quell’esercito di oche starnazzanti e quelle processioni di cavalli selvaggi
sgroppanti che si animano quando gira il cilindro di vetro gli stimolano la
mente. Gli sovviene un piano grandioso, come se fosse stato lui a inventarlo.
Decide, per quelli che saranno gli anni che gli sono rimasti, di catturare
l’albero e vedere che aspetto ha, portato alla velocità del desiderio umano.
Costruisce un cavalletto nell’officina. Poi sistema una macina rotta su
un’altura accanto alla casa. E il primo giorno di primavera del 1903, John
Hoel posiziona la macchina No. 2 Brownie e fa un ritratto a grandezza
naturale del castagno sentinella mentre mette le foglie. Un mese esatto da
quel giorno, dallo stesso punto e nella stessa ora, ne fa un altro. Il ventuno di
ogni mese lo si vede sulla sua altura. Diventa una devozione rituale, persino
con la pioggia e la neve e il caldo estenuante, la sua privata liturgia della
Chiesa del Dilagante Dio Vegetale. La moglie lo prende in giro senza pietà, e
così i suoi figli. “Sta aspettando che faccia qualcosa di interessante.”
Quando raccoglie le foto in bianco e nero del primo anno e le scorre con
un dito, mostrano ben poco della sua impresa. In un istante, l’albero mette le
foglie dal nulla. In quello successivo, offre tutto alla luce che si fa densa. Per
il resto, i rami tengono semplicemente duro.
Gli agricoltori però sono uomini pazienti provati da stagioni brutali, e se
non fossero tormentati dal sogno della produzione, pochi continuerebbero ad
arare, primavera dopo primavera. John Hoel è di nuovo là sulla sua altura il
21 marzo del 1904, come se anche lui potesse avere a disposizione altri cento
o duecento anni per documentare ciò che il tempo nasconde da sempre in
piena luce.

Duemila chilometri a est, nella città dove la madre di John Hoel cuciva
vestiti e suo padre costruiva navi, la calamità colpisce prima che qualcuno se
ne accorga. L’assassino s’introduce nel paese dall’Asia, nel bosco di castagni
cinesi destinati a giardini stravaganti. Un albero nello zoo del Bronx assume
tonalità ottobrine a luglio. Le foglie si arricciano e si seccano nelle sfumature
cannella. Aloni di macchie arancioni cospargono la corteccia gonfia. Alla
minima pressione, il legno cede.
Nel giro di un anno, macchie arancioni screziano i castagni in tutto il
Bronx – i carpofori di un parassita che ha già ucciso il suo ospite. Ogni
infezione rilascia un’orda di spore nella pioggia e nel vento. I giardinieri della
città mobilitano un contrattacco. Potano rami infetti e li bruciano. Spruzzano
sugli alberi un solfato di calcio e di rame dai carri trainati dai cavalli. Tutto
quello che fanno è spargere le spore sulle accette che usano per abbattere le
vittime. Un ricercatore del New York Botanical Garden identifica il killer in
un fungo sconosciuto all’uomo. Pubblica i risultati e lascia la città per
sfuggire al caldo estivo. Al suo ritorno, qualche settimana dopo, non c’è
nemmeno un castagno in città che valga la pena salvare.
La morte penetra il Connecticut e il Massachusetts in lungo e in largo,
macinando dozzine di miglia all’anno. Gli alberi soccombono a centinaia di
migliaia. Un paese ammutolito per l’incredulità osserva i preziosissimi
castagni del New England scomparire a poco a poco. L’albero dell’industria
della conciatura, delle traversine della ferrovia, dei vagoni, dei pali del
telegrafo, del combustibile, dei recinti, delle case, dei fienili, delle scrivanie
pregiate, dei tavoli, dei pianoforti, delle cassette, della polpa di cellulosa e di
un’infinità di ombra e cibo gratuiti – l’albero del paese di cui si raccoglie la
maggior quantità di frutti – sta scomparendo.
La Pennsylvania cerca di ritagliare un’area cuscinetto larga centinaia di
chilometri da una parte all’altra del paese. In Virginia, sul confine
settentrionale delle foreste di castagno più folte del paese, la gente invoca una
rinascita religiosa per liberarsi del peccato responsabile della piaga. L’albero
perfetto dell’America, spina dorsale di intere economie rurali, la sequoia
duttile e resistente dell’est con tre dozzine di utilizzi industriali – ogni quarto
albero di una foresta che si distende per duecento milioni di acri dal Maine
agli Stati del Golfo – è spacciato.

La notizia della moria non raggiunge l’Iowa occidentale. John Hoel


ritorna alla sua altura il ventuno di ogni mese, qualunque siano le condizioni
atmosferiche. Il Castagno degli Hoel continua ad alzare il punto più alto delle
sue foglie. Sta cercando qualcosa, pensa il contadino, durante una sporadica
incursione nella filosofia. Ha un piano.
La notte prima del suo cinquantaseiesimo compleanno, John si sveglia alle
due di mattina e tasta il letto come se stesse cercando qualcosa. La moglie gli
chiede cosa c’è che non va. A denti stretti, risponde: “Passerà.” Otto minuti
dopo, muore.
La fattoria passa in eredità ai suoi primi due figli. Il più grande, Carl,
intende eliminare i costi sommersi del rituale fotografico. Frank, il più
giovane, deve riscattare il decennio della misteriosa ricerca del padre
portandola avanti con la stessa ostinazione con cui l’albero dispiega la sua
chioma. Più di un centinaio di fotogrammi, il film muto più vecchio, corto,
lento e ambizioso mai girato in Iowa comincia a rivelare lo scopo dell’albero.
Uno scatto durante le riprese mostra il soggetto allungarsi e dare colpetti qua
e là in cerca di qualcosa nel cielo. Un compagno, forse. Più luce. La
rivendicazione del castagno.
Alla fine, quando l’America prende parte alla conflagrazione mondiale,
Frank Hoel viene mandato in Francia con il Secondo Reggimento di
Cavalleria. Fa promettere al figlio di nove anni, Frank Jr., di continuare a
scattare fotografie fino al suo ritorno. È un anno di lunghe promesse.
L’immaginazione che manca al bambino viene compensata dall’obbedienza.
Il puro e sciocco destino fa uscire Frank Sr. dal calderone di Saint-Michel
solamente per liquefarlo con un colpo di mortaio ad Argonne, vicino a
Montfaucon. Non ci sono abbastanza resti da infilare in una bara di pino e
seppellire. La famiglia prepara un contenitore riempiendolo con i suoi
berretti, le sue pipe e i suoi orologi, e lo seppellisce per le generazioni future
nella tomba di famiglia, sotto l’albero che lui ogni mese fotografava per un
intervallo di tempo troppo breve.

***

Se Dio avesse una Brownie, potrebbe riprendere un’altra breve scena


animata: la devastazione che aleggia per un attimo prima di avventarsi sugli
Appalachi nel cuore del paese del castagno. I castagni a nord sono maestosi.
Ma gli alberi a sud sono degli dèi. Formano distese quasi pure per chilometri
di seguito. Nelle due Caroline, i tronchi più antichi dell’America crescono
fino a tre metri di larghezza. Intere foreste fioriscono in ondeggianti nubi di
bianco. Una ventina di comunità montane sono costruite con il bel legno a
venatura regolare. Da un solo albero si potrebbero ricavare fino a quattordici
assi. Le provviste di cibo che cadono all’altezza degli stinchi nutrono interi
paesi, ogni anno si producono sempre più ghiande.
Ora quegli dèi stanno morendo, tutti quanti. L’ingenuità umana a pieno
regime non riesce a impedire alla calamità di abbattersi sul continente.
L’epidemia corre lungo i crinali, distruggendo una vetta dopo l’altra. Una
persona appollaiata su un punto dominante sopra le montagne meridionali
può assistere alla trasformazione dei tronchi in scheletri grigio-bianchi in
un’onda increspata. I boscaioli attraversano una dozzina di stati per abbattere
qualsiasi cosa non sia ancora contaminata dal fungo. Il nascente Corpo
forestale li incoraggia. Almeno usate il legno, prima che venga rovinato. E
animati da quella missione di salvataggio, gli uomini uccidono qualsiasi
albero che potrebbe custodire dentro di sé il segreto della resistenza.
Una bambina di cinque anni del Tennessee, che vede le prime macchioline
arancioni nei suoi boschi magici, non avrà nulla da mostrare ai suoi figli se
non qualche fotografia. Loro non vedranno mai l’albero nel pieno del suo
rigoglio, non conosceranno mai quello che sua madre, da bambina, ha visto,
sentito e annusato. Milioni di ceppi morti fanno crescere polloni che tirano
avanti, anno dopo anno, prima di morire di un’infezione che, custodita in
questi ostinati germogli, non scomparirà mai. Entro il 1940, il fungo si porta
via tutto, fino alle distese più remote nell’Illinois del sud. Quattro miliardi di
alberi nella varietà indigena sbiadiscono nel mito. Se si escludono alcune
sacche di resistenza, gli unici castagni rimasti sono quelli che i pionieri hanno
portato lontano, verso stati fuori portata per le spore vaganti.

Frank Hoel Jr. mantiene la promessa del padre, molto dopo che il genitore
sfumi in confusi ricordi sovraesposti in bianco e nero. Ogni mese, il bambino
sistema una fotografia nella scatola del balsamo. Compie quel gesto nello
stesso modo meccanico con cui ogni anno la famiglia allargata degli Hoel
continua a festeggiare il Giorno di Sant’Olaf, senza ricordarsi cosa sia.
Frank Jr. non può certo dirsi vittima della propria immaginazione. Non
riesce nemmeno a sentirsi mentre pensa: È molto probabile che odi
quest’albero. È molto probabile che lo ami più di quanto abbia amato mio
padre. I pensieri possono non significare nulla per un uomo che non ha alcun
vero desiderio indipendente, nato sotto la cosa a cui è indissolubilmente
legato e sotto cui è destinato anche a morire. Pensa: Questa cosa non sarà
redditizia qui. Non serve a nessuno, a meno che non la abbattiamo. Poi ci
sono mesi in cui, guardando nel mirino, la chioma in espansione sembra al
suo occhio sorpreso l’architrave del significato stesso.
In estate, l’acqua sale lungo lo xilema e si riversa fuori dal milione di
minuscole cavità sul retro delle foglie, un centinaio di galloni al giorno che
evaporano dalla chioma ariosa dell’albero nell’aria umida dell’Iowa. In
autunno, le foglie che ingialliscono riempiono Frank Jr. di nostalgia. In
inverno, rami spogli schioccano e frusciano sotto i cumuli, i loro arrotondati
germogli a riposo, quasi minacciosi per l’attesa. Ma per un attimo, ogni
primavera gli amenti verde chiaro e i fiori color crema mettono dei pensieri
nella testa di Frank Jr., pensieri che lui non sa perché gli vengano.
Il terzo fotografo Hoel continua a scattare fotografie, proprio come
continua ad andare in chiesa molto tempo dopo aver deciso che tutto il
mondo dei fedeli è stato ingannato dalle favole. Il suo inutile rituale
fotografico dà alla sua vita uno scopo irrazionale che neppure l’agricoltura
riesce a dargli. È un esercizio mensile consistente nel notare una cosa che non
vale assolutamente la pena di essere notata, una creatura così tenace e
reticente come la vita.
La pila di foto raggiunge i cinquecento scatti durante la seconda guerra
mondiale. Un pomeriggio, Frank Jr. smette di sfogliarle. Si sente come lo
stesso bambino che a nove anni aveva fatto al padre una promessa avventata.
Ma l’albero in time-lapse è cambiato fino a diventare irriconoscibile.
Quando tutti gli alberi maturi della varietà indigena del castagno sono
morti, quello degli Hoel diventa una specie di rarità. Un dendrologo di Iowa
City fa una dichiarazione a conferma delle voci: un castagno scampato
all’Olocausto. Un giornalista del Register scrive un pezzo importante su uno
degli ultimi alberi perfetti d’America. Più di milleduecento luoghi a est del
Mississippi hanno la parola “Castagno” nel loro nome. Ma bisogna andare
in una contea rurale nell’Iowa occidentale per buttare lo sguardo su uno di
essi. La gente comune, in viaggio tra New York e San Francisco sulla nuova
interstatale che taglia un canale lungo la fattoria degli Hoel, scorge soltanto
una cascata d’ombra nelle distese solitarie e piatte di mais e soia.
Nell’inverno implacabile del febbraio del 1965, la Brownie No. 2 si
rompe. Frank Jr. la sostituisce con una Instamatic. La pila diventa più folta di
qualsiasi libro abbia mai provato a leggere. Ma ogni foto nel fascio di scatti
mostra solamente quell’albero solitario intento a scuotersi di dosso il vuoto
soverchiante che anche l’uomo conosce così bene. La fattoria è alle spalle di
Frank Jr. ogni volta che apre il diaframma dell’obiettivo. Le foto nascondono
tutto: gli anni venti che non ruggiscono per gli Hoel. La Depressione che
costa loro duecento acri e spedisce metà della famiglia a Chicago. I
programmi radiofonici che allontanano due dei figli di Frank Jr.
dall’agricoltura. La morte di Hoel nel Pacifico del Sud e i due Hoel
sopravvissuti e colpevoli. Gli escavatori e i trattori cingolati che sfilano
accanto alla rimessa. Il fienile ridotto in cenere una notte tra le urla di animali
inermi. Le dozzine di gioiosi matrimoni, battesimi e lauree. La mezza dozzina
di adulteri. I due divorzi abbastanza tristi da zittire gli uccelli canori. La
campagna fallimentare di un figlio per l’assemblea legislativa dello stato.
L’azione legale tra cugini. Le tre gravidanze a sorpresa. La prolungata
guerriglia degli Hoel contro il pastore locale e mezza parrocchia luterana. Il
frutto dell’eroina e dell’Agente Arancio che torna a casa coi nipoti dal
Vietnam. L’incesto taciuto, l’alcolismo persistente, una fuga della figlia con
l’insegnante d’inglese del liceo. I tumori (seno, colon, polmoni), il disturbo
cardiaco, la rimozione della pelle della mano di un operaio in una trivella per
granaglia, l’incidente automobilistico mortale del figlio di un cugino dopo il
ballo di fine anno. Le innumerevoli tonnellate di sostanze chimiche con nomi
tipo Rage, Roundup e Firestorm, i semi sperimentati elaborati per produrre
piante sterili. Il cinquantesimo anniversario di matrimonio alle Hawaii e le
disastrose conseguenze. La dispersione di pensionati verso l’Arizona e il
Texas. Le generazioni di rancore, coraggio, sopportazione e generosità
inattesa: tutto ciò che un essere umano può chiamare storia succede al di fuori
della cornice delle sue fotografie. All’interno, durante centinaia di cicli
stagionali, c’è soltanto quell’albero solitario, la sua corteccia crepata che sale
a spirale ed entra prematuramente nella mezz’età, crescendo alla velocità del
legno.
L’estinzione arriva di soppiatto alle spalle della fattoria degli Hoel – tra
tutte le fattorie a conduzione famigliare nell’Iowa occidentale. I trattori
diventano oltremodo enormi, i vagoni ferroviari pieni di fertilizzante azotato
troppo costosi, la competizione troppo vasta ed efficiente, i margini troppo
marginali, e il suolo agrario troppo straziato da ripetute semine a file per
riuscire a ricavarne qualche profitto. Ogni anno, un altro vicino viene
risucchiato dagli enormi stabilimenti aziendali che praticano la monocoltura
secondo una produzione a ciclo continuo. Come fanno ovunque gli esseri
umani di fronte alla catastrofe, Frank Hoel Jr. va incontro al suo destino con
gli occhi sbarrati. Si accolla dei debiti. Svende diversi acri di terreno e diritti.
Firma accordi con aziende sementiere che non dovrebbe sottoscrivere.
L’anno successivo, non ha dubbi – l’anno successivo succederà qualcosa che
li salverà, come è sempre accaduto.
Nel complesso, Frank Jr. aggiunge settecentocinquantacinque fotografie
del gigante solitario alle centosessanta già scattate da suo padre e suo nonno.
Il ventunesimo giorno dell’ultimo aprile della sua vita, con Frank Jr.
obbligato a letto, suo figlio Eric si reca alla fattoria dalla sua abitazione a
quaranta minuti di distanza e sale sull’altura per fare un altro scatto in bianco
e nero, ora occupato fino alla cornice da rigogliosi rami. Eric mostra la foto al
suo vecchio. È più facile che cercare di dire al padre che gli vuole bene.
Frank Jr. storce le labbra, avvertendo un sapore in bocca come di
mandorle amare. “Ascolta. Ho fatto una promessa, e l’ho mantenuta. Non
devi niente a nessuno. Lascia in pace quella dannata cosa.” Poteva benissimo
ordinare al gigantesco castagno di smettere di crescere.

Tre quarti di un secolo scivolano via in un guizzo di cinque secondi.


Nicholas Hoel scorre col dito un migliaio di foto, tenendo gli occhi ben aperti
in attesa di cogliere il significato segreto di quei decenni. A venticinque anni,
torna per un attimo alla fattoria dove ha trascorso ogni Natale della sua vita.
È fortunato a essere là, date le tante cancellazioni di voli. Tempeste di neve si
spingono lì da ovest, costringendo gli aerei a restare a terra in tutto il paese.
Lui e la sua famiglia sono partiti per stare con la nonna. Nel giro di
ventiquattro ore arriveranno altri parenti da tutto lo stato. Scorrendo le foto,
gli tornano in mente i ricordi della fattoria: le vacanze della sua infanzia, il
clan familiare al completo, pronto per il tacchino o i canti natalizi, le bandiere
di mezza estate e i fuochi d’artificio. In qualche modo, è tutto codificato in
quell’albero animato, quei ritrovi in tutte le stagioni, quando si univa ai
cugini per giornate di esplorazione e di noia in mezzo al granturco.
Sfogliando le foto all’indietro, Nicholas ha la sensazione che gli anni si
stacchino come carta da parati passata al vapore.
Sempre gli animali. Dapprima i cani – specie quello a tre zampe, che ogni
volta che la famiglia di Nick imboccava il vialetto di casa smaniava dalla
voglia di rivederli. E poi il fiato caldo dei cavalli e il forte trauma delle
spazzole con le setole in pelo di mucca. Serpenti striscianti sui fusti raccolti.
Una tana di conigli scoperta per caso accanto alla buca delle lettere. Un
luglio, alcuni gatti mezzi selvatici, sbucati da sotto la veranda davanti a casa,
con un odore di mistero e di latte cagliato. I ricordini di topi morti sui gradini
davanti alla porta sul retro della fattoria.
Il film di cinque secondi evoca alcune scene autentiche. La perlustrazione
della rimessa dei macchinari, coi suoi motori e arcani attrezzi. L’accomodarsi
nell’affollata cucina degli Hoel, respirando l’odore del linoleum ammuffito
solcato da crepe mentre gli scoiattoli cadevano con un tonfo nelle loro tane
nascoste tra i pannelli delle pareti. Lo scavare per ore con due cugini più
piccoli, le loro antiquate pale con l’impugnatura a forma di pera che si
spingevano in profondità nel fosso fino a raggiungere ciò che a detta di Nick
sarebbe presto diventato magma.
Si siede allo scrittoio con l’alzata a scomparsa nello studio del nonno
defunto al piano di sopra, esaminando un progetto che ha superato quattro
generazioni dei suoi artefici. Tra tutti gli oggetti stipati nella fattoria degli
Hoel – il centinaio di scatole di biscotti e di sfere di vetro con la neve, il
contenitore nella soffitta con le vecchie pagelle di suo padre, l’organo a
mantice azionato con il movimento dei piedi recuperato in una chiesa dove
era stato battezzato il suo bisnonno, i giocattoli arcaici del padre e degli zii, i
lucidi birilli da bowling di legno di pino, e una città incredibile attivata da
magneti sotto le strade – quel cumulo di fotografie è sempre stato l’unico
tesoro della fattoria di cui non si è mai stancato. Ogni immagine da sola non
mostra altro che l’albero su cui si è arrampicato così spesso da poterlo fare a
occhi chiusi. Ma se si sfogliano rapidamente, una colonna corinzia di legno si
leva sotto il suo pollice, scuotendosi e liberandosi con una scrollata. Tre
quarti di secolo passano nello stesso tempo che ci vuole a rendere grazie al
Signore. Una volta, quando Nick aveva nove anni e si trovava alla fattoria per
il pranzo di Pasqua, aveva sfogliato le foto così tante volte che suo nonno gli
aveva rifilato un ceffone prima di riporle sulla mensola più alta del ripostiglio
messo sotto naftalina. Nick era montato su una sedia e si era immerso
nuovamente nella contemplazione delle foto non appena gli adulti erano
andati di sotto, non più pericolosi.
È il suo diritto di nascita, l’emblema degli Hoel. Nessun’altra famiglia
della contea aveva un albero come quello degli Hoel. E nessun’altra famiglia
dell’Iowa poteva uguagliare l’autentica stranezza di quel progetto fotografico
multigenerazionale. Eppure, gli adulti sembravano aver fatto voto di non
rivelare le finalità di quel progetto. Né i suoi nonni né suo padre riuscivano a
spiegargli lo scopo di quel voluminoso libro animato da sfogliare
rapidamente. Suo nonno diceva: “L’ho promesso a mio padre e lui l’ha
promesso al suo.” Ma un’altra volta, sempre lui dichiarò: “Ti fa pensare alle
cose in modo diverso, non credi?” Era così.
È stato alla fattoria che Nick ha cominciato a disegnare. I sogni dei
maschietti tratteggiati a matita – missili, auto esotiche, armi accatastate, città
immaginarie, ogni anno più barocche nei dettagli. E poi trame più complesse
e disordinate, osservate direttamente – la foresta di peli sulla schiena di un
bruco e le carte del tempo di burrasca nella venatura delle assi del pavimento
in legno. È stato alla fattoria, ubriaco sul libro animato, che ha fatto gli
schizzi dei rami per la prima volta. Il 4 luglio era coricato sulla schiena, con
lo sguardo rivolto verso l’albero che spiegava la sua chioma, mentre tutti gli
altri fissavano i ferri di cavallo. C’era una geometria in quella continua
separazione, un equilibrio nei vari spessori e nelle varie lunghezze che
andavano ben oltre le sue capacità artistiche di rivelare. Mentre disegnava, si
domandava cosa avrebbe dovuto significare per il suo cervello distinguere
ognuna delle centinaia di foglie affusolate su un dato ramo e riconoscerle con
la stessa facilità con cui riconosceva i visi dei suoi cugini.
Un’altra scorsa al magico film, e più veloce di quanto impieghi il broccolo
bianco e nero a trasformarsi di nuovo in un gigante che scandaglia il cielo, il
bambino di nove anni schiaffeggiato da suo nonno diventa un adolescente,
s’innamora di Dio, prega il Signore di notte, sebbene di rado le sue preghiere
riescano a impedirgli di masturbarsi mentre s’immagina Shelly Harper, si
allontana da Dio e si avvicina alla chitarra, viene arrestato per mezza canna
d’erba e condannato a sei mesi in un riformatorio vicino a Cedar Rapids,
dove l’esperienza del carcere avrebbe dovuto terrorizzarlo al punto da farlo
rigare dritto, e là – disegnando per ore tutto quello che vede da dietro le
finestre del dormitorio chiuse da una ragnatela di sbarre – si rende conto che
è destinato a passare la sua vita a fare cose strane.
Era certo che avrebbe dovuto usare tutto il suo potere di persuasione per
far accettare quell’idea in famiglia. Gli Hoel erano degli agricoltori,
proprietari di negozi di mangime, e venditori di attrezzature per le fattorie
agricole come suo padre, gente molto pratica, radicata nella logica della terra
e determinata a lavorare per lunghe, incessanti giornate, anno dopo anno,
senza mai neppure chiedersi il perché. Nick si preparò a un confronto diretto,
qualcosa preso dalle pagine dei romanzi di D.H. Lawrence che lo aiutavano a
sopravvivere al liceo. Si esercitò per settimane, sentendosi mancare il fiato
dall’assurdità della richiesta: Papà, mi piacerebbe molto lanciarmi oltre il
confine dell’esistenza ordinaria, a tue spese, e diventare a tutti gli effetti un
disoccupato. Scelse una notte d’inizio primavera. Suo padre era coricato sul
divano nella veranda protetta dalle zanzariere, come faceva quasi tutte le sere,
assorbito dalla lettura di una biografia di Douglas MacArthur. Nicholas era
seduto sulla poltrona reclinabile accanto a lui. Dolci brezze soffiavano
attraverso la zanzariera, spettinandogli i capelli. “Papà? Devo andare
all’accademia di belle arti.”
Suo padre alzò lo sguardo dal libro, come se stesse contemplando le
rovine della sua stirpe. “Immaginavo che sarebbe stata una cosa del genere.”
E così Nick se ne andò, sguinzagliato abbastanza lontano da raggiungere il
Loop di Chicago, con la libertà di esaminare tutti i difetti inerenti al suo
stesso desiderio.
A scuola, a Chicago, imparò molte cose:
1. La storia degli esseri umani era la storia di una cupidigia sempre più confusa.
2. L’arte non era per niente ciò che lui pensava che fosse.
3. La gente faceva più o meno qualsiasi cosa si possa pensare di fare. Complicati
ritratti intagliati e decorati sulla punta della mina delle matite. Merda di cane
rivestita di poliuretano. Sterramenti che potevano essere scambiati per piccole
nazioni.
4. Ti fa pensare alle cose in modo diverso, non credi?

Il suo gruppo rideva dei suoi piccoli schizzi a matita e dipinti trompe-l’œil
iperrealistici. Eppure, lui continuò a farli, stagione dopo stagione. E nel giro
di tre anni diventò famoso. Persino apprezzato con una punta di cattiveria.
Una notte d’inverno, durante il suo ultimo anno di scuola, nel bugigattolo
preso in affitto a Rogers Park, fece un sogno. Una studentessa di cui era
innamorato gli domandò: Cos’è che vuoi fare, veramente? Lui scoprì le mani
alzandole al cielo e fece spallucce. Minuscole pozze di sangue si formarono
al centro dei suoi palmi. Sopra di esse si biforcarono due rami. Si agitò in
preda al panico, riprendendo i sensi. Passò mezz’ora prima che il cuore
rallentasse abbastanza da permettergli di rendersi conto da dove provenissero
quei rami: le immagini in time-lapse del castagno che il suo zingaro
bisarcavolo norvegese aveva piantato, centovent’anni prima, quando si era
iscritto a quella scuola di arte primitiva per corrispondenza, nelle pianure
dell’Iowa occidentale.
Nick è seduto allo scrittoio con l’alzata a scomparsa, sfogliando ancora
una volta il libro. L’anno prima ha vinto lo Stern Prize per la Scultura
dell’istituto d’arte. Quest’anno lavora come magazziniere presso un famoso
emporio di Chicago che sta morendo di una morte lenta da un quarto di
secolo. D’accordo, ha ottenuto un diploma che lo autorizza a creare strani
manufatti capaci di imbarazzare i suoi amici e far infuriare gli sconosciuti. A
Oak Park c’è un magazzino con il servizio di deposito autogestito stipato di
costumi di cartapesta per rappresentazioni itineranti e set surreali di uno
spettacolo che ha debuttato nel piccolo teatro vicino ad Andersonville e
chiuso tre sere dopo. Ma a venticinque anni, il rampollo di una lunga
generazione di agricoltori vuole credere che la sua opera migliore sia ancora
davanti a sé.
È il giorno dell’antivigilia di Natale. Gli Hoel piomberanno in massa nel
giro di ventiquattr’ore, ma sua nonna è già in brodo di giuggiole. Lei vive per
quelle giornate, quando la vecchia casa piena di spifferi si riempie di eredi.
Non esiste più nessuna fattoria, c’è soltanto la casa sulla sua collinetta isolata.
Tutta la terra degli Hoel è affittata a lungo termine a piccole imprese gestite
da uffici a centinaia di chilometri di distanza. Il suolo dell’Iowa è stato fatto
convergere verso le proprie finalità funzionali. Ma per un po’, nel periodo
delle vacanze, il posto sarà tutto nascite miracolose e salvatori nella
mangiatoia, così com’era stato durante i Natali dagli Hoel per centovent’anni
di fila.
Nick si avvia verso il piano di sotto. È metà mattina, e sua nonna, suo
padre e sua madre sono tutt’intorno al tavolo della cucina dove le girelle con
la noce moscata vengono sfornate a iosa e le tessere del domino si stanno già
consumando fino a diventare piccole gomme da masticare. Fuori, il freddo
scende ben oltre le temperature pungenti. Per reagire ai venti polari che
soffiano da nord ed entrano dalle pareti rivestite in cedro, Eric Hoel ha acceso
il vecchio termoconvettore a propano. C’è un fuoco che brucia nel camino,
cibo a sufficienza per sfamare la folla di invitati, e una nuova televisione
grande quanto il Wyoming sintonizzata su una partita di calcio che non
interessa a nessuno.
Nicholas dice: “Chi ha voglia di andare a Omaha?” Al Joslyn Museum,
soltanto a un’ora di distanza da lì, c’è una mostra sui paesaggi americani.
Quando la sera prima aveva lanciato l’idea, i vecchi sembravano interessati.
Ora invece guardano da un’altra parte. La madre sorride, sentendosi in
imbarazzo per lui. “Mi sento un po’ influenzata, tesoro.” Il padre aggiunge:
“Preferiamo starcene tutti a casa, comodi e rilassati, Nick.” La nonna abbozza
un cenno d’assenso, un po’ rintronata.
“Vabbè,” dice Nicholas. “Andatevene tutti al diavolo! Torno per cena.”
La neve soffia sull’interstatale, sospinta dal vento, mentre ne sta cadendo
dell’altra. Lui però è un abitante del Midwest, e suo padre non sarebbe suo
padre se non avesse montato le gomme da neve vergine. La mostra sui
paesaggi americani è spettacolare. Solo gli Sheeler lo riempiono di un senso
di gelosa gratitudine. Si trattiene finché il museo non lo butta fuori. Quando
sta per andarsene, fuori è calata l’oscurità e cumuli di neve turbinano sopra i
suoi stivali.
Imbocca nuovamente l’interstatale e si avvia adagio verso est. La strada è
ricoperta completamente di bianco. Tutti gli automobilisti sono abbastanza
stupidi da provare a procedere incollati l’uno alle luci posteriori dell’altro in
una lenta processione lungo il manto bianco. Il solco arato da Nick richiama
la corsia sottostante solo nel modo più astratto. Le bande sonore a margine
della strada sono così attutite dalla neve che non riesce a sentirle.
Sotto un viadotto, passa sopra una lastra di ghiaccio priva d’attrito. L’auto
sbanda lateralmente. Alla fine, si arrende alla scivolata stile libero, blandendo
il mezzo come un aquilone finché non si raddrizza. Accende e spegne gli
abbaglianti, cercando di capire quali delle due opzioni gli permetta di vedere
meglio nella cortina di neve. Dopo un’ora, ha percorso all’incirca una trentina
di chilometri.
Una scena si dipana nel buio tunnel punteggiato di neve come una clip per
visione notturna di un documentario sugli sbirri. Un mezzo a diciotto ruote
nella direzione opposta si piega in due urtando l’aiuola spartitraffico e gira in
tondo come un animale ferito, spuntando all’improvviso sul lato di Nick a
una novantina di metri di fronte a lui. Il ragazzo sbanda oltre il rottame e
scivola via sul margine destro. La parte posteriore destra della vettura
rimbalza contro il guardrail. La parte laterale sinistra del paraurti anteriore
sfiora la gomma posteriore del camion. Nick slitta finché non si ferma e
comincia a tremare, talmente forte da non riuscire a guidare. L’auto entra
autonomamente in una piazzuola di sosta brulicante di automobilisti
appiedati.
C’è un telefono a gettoni davanti ai bagni. Compone il numero di casa, ma
la chiamata non vuole saperne di andare a buon fine. È la notte
dell’antivigilia, e le linee telefoniche sono inattive in tutto lo stato. I suoi
genitori saranno terribilmente in pensiero, di questo ne è certo. Ma l’unica
cosa sensata da fare è rannicchiarsi sul sedile dell’auto e dormire per un paio
d’ore finché tutto non si sarà placato e gli spazzaneve non avranno raggiunto
il livello di incazzatura di Dio.
Si rimette in marcia un po’ prima dell’alba. Ormai ha smesso di nevicare,
e le auto avanzano adagio in entrambe le direzioni. Si avvia lentamente verso
casa. La parte più difficile del tragitto è inerpicarsi sulla lieve altura alla fine
dell’uscita dell’interstatale. Nick slitta di coda sulla rampa e svolta nella via
in direzione della fattoria. La strada è piena di cumuli di neve. Il Castagno
degli Hoel appare da molto lontano, rivestito completamente di bianco,
l’unico pinnacolo fino all’orizzonte. Due lucine brillano dalle finestre del
piano di sopra della casa. Non riesce a immaginarsi cosa stia facendo
chiunque è in piedi così di buon’ora. Qualcuno è rimasto sveglio tutta la notte
aspettando sue notizie.
Il vialetto di casa è bloccato dalla neve. Il vecchio trattore dotato di
spazzaneve è ancora nella rimessa. Suo padre dovrebbe averlo già usato su e
giù almeno un paio di volte. Nick affronta i cumuli, ma sono troppi. Smonta
dall’auto a metà del vialetto e percorre a piedi l’ultimo tratto verso
l’abitazione. Spingendo la porta d’ingresso, intona all’improvviso: “Oh, il
tempo fuori è proprio orribile!” Ma non c’è nessuno al piano di sotto che
possa apprezzare la sua spiritosaggine.
Più tardi, si domanderà se non lo avesse già capito, là sulla porta
d’ingresso. E invece no: deve girare intorno alla base della scala dove suo
padre, a faccia ingiù e con le braccia piegate a formare angoli assurdi, è
prostrato a terra. Nick grida e si china ad aiutarlo, ma ormai è inutile. Si alza
in piedi e si avvia sulle scale, due gradini alla volta. Ma a quel punto tutto gli
diventa chiaro come il sole, tutto quello che bisogna sapere. Di sopra, le due
donne sono rannicchiate nelle loro camere e non possono essere svegliate –
una dormita fino a tarda mattinata – la vigilia di Natale.
Una visione sfocata si leva dalle gambe e dal busto. Nick sta
sprofondando nella completa oscurità. Si precipita ancora di sotto, dove il
vecchio convettore a propano continua a girare, diffondendo gas che si alza e
si accumula invisibilmente sotto il soffitto che il padre ha da poco ricoperto
di materiale isolante per una migliore coibentazione. Oltrepassa ciondolante
la porta d’ingresso, scende i gradini della veranda e si lascia cadere nella
neve. Si rotola nel gelido bianco, riprendendo fiato e rinvenendo. Quando
solleva lo sguardo, lo rivolge verso i rami dell’albero sentinella, solitario,
immenso, frattale e spoglio contro i cumuli, che alza i grossi rami più bassi e
scuote la sua ampia sfera. Tutti i suoi indomiti ramoscelli si muovono
scricchiolando al vento, come se anche quel momento, così insignificante e
transitorio, verrà iscritto nei suoi anelli e invocato dai rami che trasmettono
segnali luminosi contro il più blu dei cieli invernali del Midwest.
Mimi Ma

Il giorno del 1948 in cui Ma Sih Hsuin compra il biglietto di


terza classe per la traversata verso San Francisco, suo padre comincia a
rivolgersi a lui in inglese. Esercizio forzato, per il suo bene. La sua parlata
autoritaria delle colonie britanniche surclassa le comode approssimazioni da
ingegnere elettrotecnico di Sih Hsuin. “Figlio mio. Ascoltami. Il nostro
destino è segnato.”
Sono seduti nell’ufficio al piano di sopra del complesso di Shanghai, metà
azienda specializzata nella compravendita e metà tenuta di famiglia.
L’impresa di Nanjing Road si propaga verso l’alto fino alla finestra, e non c’è
nessun sentore di catastrofe imminente. Ma d’altra parte, Ma Sih Hsuin non è
politicizzato, e la sua vista è quella di un uomo che ha risolto troppi problemi
di matematica a lume di candela. Suo padre – storico dell’arte, perito
calligrafo, patriarca con una moglie ufficiale e altre due di minore importanza
– non può fare a meno di ricadere nella metafora. La metafora imbarazza Sih
Hsuin.
“Questa famiglia ha fatto tanta strada. Dalla Persia all’Atene della Cina, si
potrebbe dire.”
Sih Hsuin annuisce, sebbene lui non direbbe mai una cosa del genere.
“Noi Hui musulmani abbiamo preso tutto ciò che questo paese ci ha
gettato addosso, e poi lo abbiamo confezionato per rivenderlo. Questo
edificio, la nostra villa a Hangzhou... Pensa a quello cui siamo sopravvissuti.
Alla resilienza dei Ma!”
Ma Shouying fissa il cielo di agosto, contemplando tutte le calamità da cui
la Ma Trading Company è uscita indenne. Lo sfruttamento coloniale. La
rivolta dei Taiping. La distruzione delle piantagioni di seta a opera di un
tifone. La rivoluzione del 1911 e il massacro del ’27. Il suo viso si gira verso
l’angolo buio della stanza. I fantasmi sono ovunque, vittime di violazioni che
nemmeno il magnate filosofo che ha reclutato un pellegrino per andare alla
Mecca al posto suo osa pronunciare ad alta voce. Distende un palmo sulla
scrivania stracolma di scartoffie. “Neppure i giapponesi riuscirebbero a
spezzarci.”

Nei suoi casuali alti e bassi, la storia dà una scossa a Sih Hsuin. In capo a
quattro giorni andrà negli Stati Uniti, parte dello sparuto gruppetto di studenti
cinesi in tutto il 1948 cui è stato concesso il visto. Per settimane ha studiato le
cartine, ripassato le lettere di ammissione, si è esercitato nella pronuncia di
tutti i nomi imperscrutabili: USS General Meigs. Greyhound Supercouch.
Carnegie Institute of Technology. Per un anno e mezzo si è sciroppato gli
spettacoli pomeridiani di film con Gable Clark e Astaire Fred, esercitandosi
nella sua nuova lingua.
Insiste ostinatamente nel parlare in inglese, mosso dall’orgoglio. “Se vuoi
rimango qui.”
“Voglio che rimani? Non hai idea di quello che sto dicendo.”
Lo sguardo del padre è come una poesia:
Perché ti soffermi davanti a questo bivio
sulla strada
sfregandoti gli occhi?
Non mi capisci,
vero, ragazzo?

Shouying si alza dalla sedia e attraversa la stanza in direzione della


finestra. Guarda la Nanjing Road in basso, un luogo impaziente come non
mai di trarre profitto da quel putiferio, il futuro. “Tu sei la salvezza di questa
famiglia. I comunisti saranno qui tra sei mesi. E poi tutti noi... Figlio mio,
accettiamo la realtà dei fatti. Non sei tagliato per gli affari. Dovresti studiare
una volta per tutte ingegneria. Ma le tue sorelle e i tuoi fratelli? I tuoi cugini e
gli zii e le zie? Commercianti Hui con parecchi soldi. Non dureremo tre
settimane, una volta che sopraggiungerà la fine.”
“Ma gli americani. Promettono bene.”
Ma Shouying attraversa nuovamente la stanza verso la scrivania e afferra
il mento del suo ragazzo tra le dita. “Figlio mio. Il mio figliolo ingenuo coi
suoi grilli domestici e i piccioni viaggiatori e la radio a onde corte. La
Montagna d’Oro ti mangerà vivo.”
Lascia andare il viso del figlio e fa strada lungo il corridoio verso il
gabbiotto della contabilità, dove apre l’inferriata e spinge da parte uno
schedario a rivelare una cassaforte a muro della cui esistenza Sih Hsuin non
ha mai sospettato. Shouying estrae tre scatole di legno avvolte in frammenti
di raso. Persino Sih Hsuin intuisce ciò che contengono: generazioni di profitti
della famiglia Ma, dalla Via della Seta al Bund, trasformati in oggetti
trasportabili.
Ma Shouying rovista tra le cose scintillanti, soffermandosi per un attimo
su ognuna prima di rigettarle nel cassetto. Finalmente s’imbatte in ciò che
stava cercando: tre anelli, come le uova di piccoli uccelli. Tre paesaggi di
giada che solleva alla luce.
Sih Hsuin resta a bocca aperta. “Guarda il colore!” Il colore della
cupidigia, dell’avidità, della freschezza, della crescita, dell’innocenza. Verde,
verde, verde, verde e verde. Da una sacca attorno al collo, Shouying tira fuori
una lente monoculare d’ingrandimento da gioielliere. Avvicina alla luce gli
anelli di giada e li scruta per l’ultima volta. Allunga il primo anello a Sih
Hsuin, che lo fissa come se fosse un sasso di Marte. È un blocco sinuoso
formato dal tronco e dai rami di giada a diversi strati di profondità.
“Tu vivi tra questi tre alberi. Uno è dietro di te. Il Loto – l’albero della vita
per i tuoi antenati persiani. L’albero al confine del settimo cielo che nessuno
può oltrepassare. Ah, ma per gli ingegneri il passato è inutile, non è così?”
Le sue parole confondono Sih Hsuin. Il sarcasmo del padre gli sfugge.
Prova a restituirgli il primo anello, ma il genitore è già passato al secondo.
“Un altro albero è di fronte a te – il Fusang. Un gelso magico nel lontano
Oriente, dove custodiscono l’elisir della vita.” Nasconde la lente nel palmo
della mano e solleva lo sguardo. “Be’, adesso sei in partenza per Fusang.”
Gli consegna l’anello di giada. Rivela un incredibile lavoro di minuziosa
cesellatura. Un uccello vola sopra il groviglio di foglie più alto. Dai rami
ricurvi penzola una fila di bozzoli di bachi da seta. L’incisore deve aver usato
un ago microscopico con la punta di diamante.
Shouying spinge l’occhio munito di lente d’ingrandimento contro l’ultimo
anello. “Il terzo albero è tutt’intorno a te: Adesso. E proprio come l’Adesso, ti
seguirà ovunque tu vada.”
Allunga il terzo anello al figlio, che gli domanda: “Che genere di albero?”
Il padre apre un’altra scatola. Legno laccato scuro si spalanca su due
coppie di perni rivelando un rotolo di carta. Slaccia il nastro che lo avvolge
da molto tempo. Il rotolo si spiega mostrando una serie di ritratti, uomini
avvizziti la cui pelle si increspa più delle loro vesti. Uno è appoggiato a un
bastone nella radura di una foresta. Un altro sbircia dall’angusta finestra di un
muro. Un altro ancora è seduto sotto un pino storto. Il padre di Sih Hsuin dà
dei colpetti con la mano per aria sopra il rotolo. “Di questo genere qui.”
“Chi sono questi uomini? Cosa fanno?”
Suo padre osserva la scrittura, così antica che Sih Hsuin non riesce a
leggerla. “Luóhàn. Arhat. Adepti che hanno superato le quattro fasi
dell’Illuminazione e ora vivono nella pura gioia onnisciente.”
Sih Hsuin non osa toccare quell’oggetto radioso. La sua famiglia è ricca,
naturalmente – talmente ricca che molti di loro non fanno più nulla. Ma così
ricca da possedere tutto questo? Lo fa infuriare il fatto che suo padre abbia
tenuto segreti questi tesori, e Sih Hsuin non è uno capace di infuriarsi.
“Perché non so nulla di queste cose?”
“Lo sai adesso.”
“Cosa vuoi che fare, io?”
“Perbacco, la tua grammatica è terrificante. Suppongo che i tuoi professori
di elettrotecnica ed elettromagnetismo fossero più competenti dei docenti di
inglese, giusto?”
“Quanto vecchio, questo? Un migliaio di anni? Di più?”
Un palmo a forma di coppa riesce a tranquillizzare il giovane. “Figliolo:
ascolta. Ci sono tanti modi in cui si possono metter via le ricchezze di
famiglia. Questo è stato il mio. Ho pensato che avremmo riunito e protetto
queste cose. E che quando il mondo si fosse rinsavito, avremmo trovato una
dimora dove poterle riporre – un museo da qualche parte, dove ogni visitatore
avrebbe collegato il nostro nome a...” Annuisce verso i Luóhàn che suonano
sull’orlo del Nirvana. “Fanne quel che vuoi. Sono tue. Magari scoprirai
quello che vogliono da te. L’importante è tenerle lontane dalle grinfie dei
comunisti. I comunisti le useranno per pulirsi il culo.”
“Le porto in America?”
Il padre arrotola di nuovo la carta, avvolgendo il nastro sfilacciato attorno
al cilindro con estrema cura. “Un musulmano della terra di Confucio che
parte per la roccaforte cristiana di Pittsburgh con un pugno di dipinti buddisti
inestimabili. Chi è che ci stiamo dimenticando?”
Ripone nuovamente il rotolo nella scatola prima di allungarlo al figlio.
Nel prenderlo, Sih Hsuin fa cadere uno degli anelli. Il padre sospira e si china
per raccogliere l’oggetto prezioso dal pavimento impolverato. Prende gli altri
due anelli dalle mani di Sih Hsuin.
“Li possiamo cuocere al forno e far diventare delle torte lunari. Quanto al
rotolo... dovremo pensarci.”
Sistemano i vassoi coi gioielli nella cassaforte e vi spingono contro lo
schedario nella posizione iniziale. Poi chiudono a chiave il gabbiotto della
contabilità, chiudono l’ufficio e scendono di sotto. Si soffermano fuori sulla
Nanjing Road, gremita di gente intenta a fare affari, malgrado la fine del
mondo imminente.
“Li riporterò,” dice Sih Hsuin, “una volta che la scuola sarà finita e qui
tutto di nuovo sicuro.”
Il padre fissa la strada e scuote il capo. In cinese, come se parlasse tra sé,
dice: “Non si può tornare a qualcosa che non c’è più.”

Con due bauli e una valigia di cartone, Ma Sih Hsuin prende il treno da
Shanghai per Hong Kong. Una volta arrivato, scopre che il suo certificato
medico, rilasciato dal consolato americano di Shanghai, non ha tutti i requisiti
necessari per l’ufficiale sanitario della nave, a cui bisogna allungare altri
cinquanta dollari perché rivisiti Sih Hsuin.
La General Meigs è appena stata messa in disarmo e ceduta all’American
President Lines per essere utilizzata come nave passeggeri di linea lungo il
Pacifico. È un piccolo mondo di millecinquecento persone. Sih Hsuin dorme
su uno dei ponti riservati agli asiatici, tre piani sotto la luce del sole. Gli
europei sono sopra, al sole, con le loro sdraio e i loro camerieri in livrea che
servono bibite fresche. Sih Hsuin deve fare la doccia insieme a dozzine di
altri uomini, sotto secchi d’acqua, completamente nudo. Il cibo è disgustoso e
difficile da trattenere nella pancia – salsicce impregnate d’acqua, patate
pastose e carne di manzo trita salata. A Sih Hsuin non importa. Sta andando
in America, al grande Carnegie Institute, per laurearsi in ingegneria
elettronica. Persino gli squallidi alloggi riservati agli asiatici sono un lusso –
niente bombe, niente stupri né torture. Rimane seduto sulla sua cuccetta per
ore, succhiando noccioli di mango, sentendosi il re del creato.
Attraccano a Manila, poi a Guam, poi alle Hawaii. Dopo ventuno giorni
arrivano a San Francisco, punto di sbarco per la terra fortunata di Fusang. Sih
Hsuin è in fila davanti all’Ufficio Immigrazione con i due bauli e la sudicia
valigia, ogni bagaglio con il suo nome stampato in inglese. Adesso è Sih
Hsuin Ma – la sua identità rovesciata, come una giacca sbarazzina reversibile.
Chiazze colorate ricoprono la valigia – adesivi della nave, un gagliardetto
rosa dell’Università di Nanchino, uno arancione del Carnegie Institute. Si
sente spensierato, ricolmo di affetto per la gente di tutte le nazioni tranne il
Giappone.
Il funzionario della dogana è una donna. Esamina i suoi documenti. “‘Ma’
è il suo nome di battesimo o il suo cognome?”
“Nessun nome di battesimo. Solo un nome musulmano. Hui.”
“È per caso una specie di culto?”
Lui sorride e annuisce diverse volte. La donna strizza gli occhi. Per un
attimo, si lascia prendere dal panico, pensando di essere stato scoperto. Ha
mentito sulla sua data di nascita, scrivendo 7 novembre 1925. In realtà, è nato
il settimo giorno dell’undicesimo mese del calendario lunare. La conversione
è troppo difficile per lui.
La donna gli chiede informazioni circa la durata, lo scopo e l’ubicazione
del suo soggiorno, tutto descritto nel dettaglio nelle sue scartoffie. L’intera
conversazione, stabilisce Sih Hsuin, è un puro e semplice test per valutare la
sua capacità di ricordare cos’ha scritto. La donna indica i bauli. “Potrebbe
aprire quello lì, per favore? No – l’altro.”
Ispeziona i contenuti della scatola con il cibo: tre torte lunari circondate da
uova millenarie. All’apertura della tomba, la donna è assalita da conati di
vomito. “Gesù. La chiuda.”
Rovista fra i vestiti e i testi di ingegneria, soffermandosi a esaminare le
suole di un paio di scarpe che ha riparato lui stesso. Il suo sguardo si posa sul
contenitore del rotolo, che Sih Hsuin e suo padre hanno deciso di tenere nella
scatola ma in bella vista. “Cosa c’è qui dentro?”
“Souvenir. Dipinti cinesi.”
“Lo apra, per favore.” Sih Hsuin sgombra la mente. Pensa ai suoi piccioni
viaggiatori, alla sua costante di Planck, a tutto tranne che a quel capolavoro
sospetto che, come minimo, gli farà spendere in dazi doganali quattro anni
della sua borsa di studio, o, alla peggio, lo farà arrestare per contrabbando.
Il viso del funzionario si increspa alla vista degli arhat. “Chi sono?”
“Sono dei santi.”
“Cos’hanno che non va?”
“La felicità. Vedono la Cosa Vera.”
“E sarebbe?”
Sih Hsuin non ne sa nulla di buddismo cinese. Il suo inglese è piuttosto
approssimativo. E adesso dovrebbe mettersi pure a spiegare l’Illuminazione a
questo funzionario americano donna.
“La Cosa Vera significa: gli esseri umani, così piccoli. E la vita, così
grande.”
L’agente sbuffa. “E l’hanno appena capito?”
Sih Hsuin annuisce.
“E questo li rende felici?” La donna scuote il capo e gli fa segno di
passare. “Buona fortuna a Pittsburgh.”
Sih Hsuin diventa Winston Ma: una semplice modifica ingegneristica. Nei
miti, la gente si trasforma in ogni genere di cosa. Animali, alberi, fiori, fiumi.
E allora perché non in un americano di nome Winston? E Fusang – la terra
mitica di suo padre a oriente – diventa, negli anni dopo Pittsburgh, Wheaton,
Illinois. Winston Ma e la sua nuova moglie piantano un gelso di
considerevoli dimensioni nel loro spoglio giardino dietro casa. È un unico
albero con due sessi, più antico della separazione di yin e yang, l’Albero del
Rinnovamento, l’albero al centro dell’universo, l’albero cavo in cui dimora il
sacro Tao. È l’albero della seta su cui fu costruita la fortuna della famiglia
Ma, un albero per onorare suo padre, che non potrà mai vederlo.
L’uomo si trova in piedi accanto alla pianta appena interrata, il cerchio
nero di terreno una promessa ai suoi piedi. Non si pulisce le mani sporche di
fango nemmeno sui calzoni da lavoro. Sua moglie Charlotte, discendente da
una famiglia di proprietari di piantagioni del sud, caduti in rovina, che un
tempo mandavano missionari in Cina, gli dice: “C’è un detto cinese che
recita: ‘Quand’è il momento migliore per piantare un albero? Vent’anni fa.’”
L’ingegnere cinese sorride. “Davvero niente male.”
“‘Quand’è il prossimo momento migliore? Adesso.’”
“Ah! Okay!” Il sorriso diventa reale. Fino a quel giorno, lui non ha mai
piantato nulla. Ma l’Adesso, quel prossimo momento migliore, è lungo, e
riscrive tutto.

Passano innumerevoli Adesso. In un altro ancora, tre bambine mangiano


cereali sotto l’albero dove fanno colazione. È estate. Il gelso mette i suoi
ammassi disordinati di acheni. Mimi, la primogenita, nove anni, è seduta in
mezzo agli schizzi di frutta con le sue sorelline, i vestiti macchiati di rosso,
lamentandosi del destino della loro famiglia. “È tutta colpa di Mao.” Una
domenica mattina, piena estate, 1967, con Verdi sparato a tutto volume nella
camera dei loro genitori chiusa a chiave, come ogni domenica dell’infanzia di
Mimi. “Quel porco di Mao. Saremmo milionari se non fosse per lui.”
Amelia, la più piccola, smette di mescolare i cereali, ormai quasi una
colla. “Chi è Mao?”
“Il più grande imbroglione del mondo. Ha rubato tutto quello che il nonno
possedeva.”
“Qualcuno ha rubato la roba del nonno?”
“Non nonno Tarleton. Nonno Ma.”
“E chi è nonno Ma?”
“Il nonno cinese,” dice Carmen, la figlia di mezzo.
“Non l’ho mai visto.”
“Nessuno l’ha mai visto. Nemmeno la mamma.”
“Papà non l’ha mai visto?”
“È in un campo di lavoro. Dove mettono i ricchi.”
Carmen dice: “Com’è che non vuole mai saperne di parlare cinese? È un
po’ sospetto.” Uno dei tanti misteri che il padre non lesina alle bambine.
“Papà ha rubato le mie fiche di poker quando lo stavo stracciando.”
Amelia versa un po’ di latte dalla sua tazza per nutrire l’albero.
“Smettila di parlare,” le intima Mimi. “Pulisciti il mento. Non farlo.
Avvelenerai le radici.”
“Cos’è che fa poi, papà?”
“L’ingegnere. Scemotta.”
“Questo lo so. ‘Guido il treno. Tuuu, tuuu!’ Lui pretende che rida, ogni
santa volta.”
Mimi non tollera la minima stupidità. “Lo sai quello che fa.” Il loro padre
sta inventando un telefono non più grande di una cartella portadocumenti che
è alimentato dalla batteria di un’auto ed è in grado di viaggiare ovunque.
Tutta la famiglia partecipa al collaudo del dispositivo. Devono andare in
garage e accomodarsi nella Chevrolet – cabina telefonica, come l’ha
battezzata lui – ogni volta che fanno una telefonata interurbana.
“Non siete d’accordo con me sul fatto che i laboratori mettano i brividi?”
chiede Carmen. “Il fatto che si debba firmare, come se fosse una grande
prigione?”
Mimi rimane in silenzio ad ascoltare. Verdi si riversa fuori dalla finestra
dei suoi genitori al piano di sopra. Le figlie hanno il permesso di fare
colazione sotto l’albero, ma solo la domenica. Una domenica mattina
potrebbero andare fino a Chicago, tanto non se ne accorgerebbe nessuno.
Carmen segue lo sguardo di Mimi. “Cosa pensi che facciano tutta la
mattina, chiusi là dentro?”
Mimi rabbrividisce. “Vuoi toglierti per favore dalla mia lunghezza
d’onda? Detesto quando lo fai!”
“Pensi che si tocchino, tutti nudi?”
“Non essere disgustosa.” Mimi posa la tazza. Ha bisogno di lucidità e di
un posto per pensare, e ciò significa guadagnare altitudine. Sale sulla bassa V
del gelso, il cuore che pompa. La mia fattoria della seta, dice sempre suo
padre. Solo niente bachi.
Carmen grida: “Vietato arrampicarsi. Nessuno sull’albero. Statemi a
sentire!”
“Ti schiaccerò come un insetto.”
Amelia scoppia a ridere. Mimi si ferma con il piede nella staffa. I frutti
penzolano tutt’intorno a lei. Ne mangia uno. È dolce, come l’uvetta, ma
ormai si è stufata del loro sapore, ne ha già mangiati così tanti nel corso della
sua corta vita. I rami zigzagano. La infastidiscono, le tante forme delle foglie.
Cuori, micini, mani frenetiche da Boy Scout. Alcune sono pelose sulla parte
inferiore, una cosa che le mette i brividi. Chissà perché poi un albero
dovrebbe aver bisogno di peli. Tutte le foglie sono dentellate, con tre
venature principali, proprio come loro tre. La bambina allunga una mano e ne
strappa una, ben consapevole dell’orrore che ne seguirà. Sangue denso e
lattescente fuoriesce dalla ferita. È questo, pensa, quello che i bachi devono
trasformare in seta.
Amelia si mette a urlare. “Basta! Gli stai facendo male. Lo sento urlare!”
Carmen alza lo sguardo in direzione della finestra verso cui Mimi sta
cercando di dirigersi. “Ma è cristiano, almeno? Ogni volta che viene in chiesa
con noi non recita mai le cose che si dicono a Dio.”
Il loro padre, Mimi lo sa, è tutta un’altra persona. È un cinese musulmano
piccoletto e carino, sorridente e cordiale che adora la matematica, le auto
americane, le elezioni e il campeggio. Uno a cui piace pianificare le cose con
largo anticipo e che accumula articoli da vendere nel seminterrato, che lavora
fino a tarda notte e si addormenta sulla poltrona reclinabile davanti al
notiziario delle dieci. Tutti lo adorano, specie i bambini. Però non parla mai
in cinese, neppure a Chinatown. Di tanto in tanto racconterà qualcosa della
sua vita prima dell’America, dopo un gelato al caramello o una notte fresca
attorno al falò in un parco nazionale. Di quando aveva grilli domestici e
piccioni viaggiatori a Shanghai. Di quando una volta sbucciò una pesca e
infilò la lanugine nella camicetta di una domestica per farle venire il prurito.
Non ridete. Mi sento ancora in colpa, dopo tutti questi anni.
Mimi però sapeva poco o nulla di lui fino al giorno prima, un sabato
orribile, quando tornò a casa dal parco giochi in lacrime.
“Cosa succede? Cosa fai?”
Lei gli si parò di fronte. “I cinesi sono tutti dei comunisti che mangiano i
topi e adorano Mao?”
Finalmente le parlò, raccontandole una storia di un altro mondo. Molto di
quello che disse non sortì alcun effetto su Mimi. Però, mentre parlava, il
padre si trasformò in un personaggio uscito da un thriller in bianco e nero
trasmesso a tarda notte, tutto angoli bui, musica da brividi e migliaia di attori.
Le raccontò degli studiosi che ottennero l’asilo politico, diventati americani
grazie al Displaced Persons Act. Le parlò di altri cinesi che erano andati con
lui, compreso l’uomo che era riuscito a vincere il premio di scienze più
prestigioso. Mimi rimase sbalordita: gli Stati Uniti e i comunisti stavano
litigando per il cervello di suo padre.
“Quest’uomo, Mao. Mi deve un sacco di soldi. Lui paga me, e io porto
questa famiglia a pranzi molto raffinati. Il miglior topo mai mangiato!”
La bambina ricominciò a piangere, finché lui non le assicurò di non aver
mai visto un topo da vicino prima di Murray Hill, New Jersey. Il padre si zittì
e diventò affettuoso. “I cinesi mangiano molte cose strane. Ma il topo non è
così diffuso.”
La portò nel suo studio. Una volta dentro, le mostrò delle cose che il
giorno dopo le erano ancora incomprensibili. Aprì lo schedario ed estrasse
una scatola di legno. Dentro c’erano tre anelli verdi. “Mao, non avere saputo
mai nulla di tutto ciò. Tre anelli magici. Tre alberi – passato, presente, futuro.
Per fortuna, ho tre figlie magiche.” Picchiettò il dito sulla tempia. “Tuo padre,
sempre a pensare.”
Prese l’anello che chiamava il passato e provò a infilarlo al dito di Mimi.
Le foglie verdi intrecciate erano ipnotiche agli occhi della bambina.
L’intaglio era profondo – rami al di là dei rami. Impossibile riuscire a
intagliare una cosa così piccola. “È tutta giada.”
Mimi mosse la mano di scatto e l’anello scivolò per terra. Suo padre si
inginocchiò per raccoglierlo e lo ripose nella scatola. “Troppo grande.
Aspetteremo ancora un po’.” Il contenitore tornò nello schedario, che lui
richiuse a chiave. Poi si accovacciò nel suo stanzino ed estrasse una custodia
laccata. La sistemò sul tavolo da disegno e si dedicò al rituale dell’apertura di
chiavistelli e nastri. Due scatti dei cilindri dei rotoli e immediatamente la
Cina si dispiegò lì davanti a lei, e Mimi ebbe la sensazione di venire
catapultata in una favola. Parole cinesi precipitarono in colonne, volteggiando
come minuscole fiamme. Ogni pennellata d’inchiostro scintillava come se
fosse stata opera della sua stessa mano in quel momento. Non sembrava
possibile che qualcuno potesse scrivere a quel modo. Suo padre però ci
riusciva, se voleva. Dopo il flusso di parole, fu la volta di una successione di
uomini, ognuno un paffuto scheletro. I loro volti ridevano, ma la loro pelle si
afflosciava. Sembravano aver vissuto per centinaia di anni. I loro occhi
ridevano dello scherzo migliore del creato, mentre le loro spalle si chinavano
sotto il peso di una cosa troppo pesante da reggere.
“Chi sono?”
Il padre scrutò quei personaggi. “Questi uomini?” Serrò le labbra come
quelle figure sorridenti. “Luóhàn. Arhat. Piccoli Buddha. Risolvono il
mistero della vita. Passano l’esame finale.” Girò il mento della figlia verso di
lui. Quando sorrise, il sottile orlo dorato del dente davanti brillò. “Supereroi
cinesi!”
Lei si divincolò dalla sua mano e osservò i maestri spirituali. Uno era
seduto in una piccola grotta. Un altro aveva una fascia rossa e un paio di
orecchini. Un altro era sull’orlo di un’alta scogliera, con i dirupi e la nebbia
che si allontanavano alle sue spalle. Un altro ancora era appoggiato a un
albero, allo stesso modo in cui Mimi si sarebbe potuta appoggiare al suo
gelso il giorno successivo, raccontandolo alle sorelle.
Suo padre indicò il paesaggio da sogno. “Questa Cina. Antichissima.”
Mimi toccò l’uomo sotto l’albero. Suo padre sollevò la mano della figlia e
baciò la punta delle dita. “Troppo vecchio per essere toccato.”
La figlia fissò l’uomo, i cui occhi sapevano ogni cosa. “Supereroi?”
“Vedono ogni risposta. Ormai più niente li ferisce. Gli imperatori vanno e
vengono. Qing, Ming, Yuan. Anche il comunismo. Minuscoli insetti su un
cane gigantesco. Ma questi uomini?” Schioccò la lingua e alzò il pollice,
come se questi piccoli Buddha fossero gli unici su cui puntare, nel corso del
tempo.
A quello schiocco, una Mimi adolescente si alzò dalle sue spalle di
bambina di nove anni per contemplare gli arhat dall’alto e da anni di distanza.
Dall’adolescente estasiata uscì un’altra donna, persino più grande. Il tempo
non era una corda che si srotolava di fronte a lei. Era una colonna di cerchi
concentrici con lei al centro e il presente che fluttuava verso l’esterno lungo
l’orlo più lontano. Future Mimi si affollavano sopra e dietro di lei, ritornando
in quella stanza per lanciare un’altra occhiata al pugno di uomini che avevano
risolto la vita.
“Guarda il colore,” disse Winston, e tutte le sue identità successive
crollarono davanti a Mimi. “La Cina è indubbiamente un posto strano.”
Avvolse il rotolo e lo ripose nella sua custodia prima di risistemarlo sul
pavimento del ripostiglio.
Sul gelso, Mimi pensa che se riuscisse a guadagnare qualche altro metro
dalla Terra, potrebbe guardare dentro la finestra dei suoi genitori e vedere
l’effetto che ha Verdi su di loro. Ma lì giù, sulla Terra, scoppia la rivoluzione.
“Vietato arrampicarsi!” grida Amelia. “Vieni giù!”
“Chiudi il becco,” le suggerisce Mimi.
“Papà! Mimi è nella fattoria della seta!”
Mimi scende a terra, e per poco non schiaccia la sorellina. Mette una
mano contro la bocca di Amelia, impedendole di parlare. “Se stai zitta, ti farò
vedere una cosa.”
Grazie al perfetto udito dell’infanzia, se ne rendono conto entrambe:
quella cosa vale la pena di vederla. In un altro momento, col favore del coro
di Verdi sempre più intenso, entrano furtivamente, stile commando,
nell’ufficio del padre. Lo schedario è chiuso a chiave, ma Mimi apre la
scatola laccata. Il rotolo si dispiega sul tavolo da disegno di Winston
mostrando l’immagine di una figura seduta sotto un albero nodoso e paziente.
“Non toccare! Sono i nostri antenati. E sono degli dèi.”

Benché gli piaccia qualunque cosa nella vita, l’ingegnere elettrotecnico


cinese che porta la sua famiglia nel garage per fare telefonate interurbane ai
loro nonni in Virginia, con un telefono da auto più grande di un ceppo di
Natale, adora i parchi nazionali. Winston Ma trascorre metà dell’anno a
organizzare il rituale di ogni giugno, facendo dei segni sulle cartine,
sottolineando le guide, scrivendo ordinati appunti sulle righe di taccuini
tascabili, e legando esche per trote che somigliano a minuscoli draghi cinesi
dell’anno nuovo. Per novembre, la tavola da pranzo è talmente ingombra di
preparativi che la famiglia è costretta a fare il pranzo del Giorno del
Ringraziamento – molluschi e riso – nell’angolino della colazione. E poi
riecco le vacanze, e loro di nuovo in partenza, tutti e cinque stipati nella
Chevrolet Biscayne blu cielo con il portapacchi e il sedile posteriore grandi
quanto la piattaforma continentale, niente aria condizionata e una borsa
termica piena zeppa di succo ghiacciato, pronti a macinare migliaia di miglia
verso lo Yosemite, lo Zion, l’Olympic e oltre.
Quell’anno faranno ritorno al suo adorato Yellowstone. Ogni camping
lungo la strada si guadagna un’annotazione sui taccuini di Winston. Si
appunta il numero del campeggio e lo valuta in base a una dozzina di criteri
differenti. In inverno utilizzerà i dati raccolti per perfezionare l’itinerario
dell’anno successivo. Fa esercitare le figlie ai loro strumenti musicali sul
sedile posteriore. È più facile per Mimi, alla chitarra, e per Carmen, al
clarinetto, che per la piccola Amelia, al violino. Si dimenticano di mettere in
valigia i libri. Duemila miglia senza niente da leggere. Le due bambine più
grandi fissano la sorellina per parecchi chilometri lungo il Nebraska finché
Amelia non crolla e scoppia a piangere. Fa passare il tempo.
Charlotte rinuncia al tentativo di domarle. Anche se nessuno ancora lo
sospetta, lei ha già cominciato a scivolare dentro quell’infinito luogo privato
che ogni anno diventerà più profondo. Seduta sul sedile davanti, sta
interpretando cartine geografiche per il marito e canticchiando notturni di
Chopin sottovoce. La demenza comincia lì, in quei giorni di silenzioso stato
di grazia in auto.
Si accampano vicino a Slough Creek per tre giorni. Le bimbe più piccole
trascorrono ore a giocare ad Asino. Mimi si unisce al padre nel torrente. La
pigrizia che li accomuna nel lanciare le reti, la C della lenza mentre si allunga
in aria, quella serie progressiva di quattro lanci con la mano rigida che si
ferma nella posizione a ore dieci e a ore due, il sibilo sommesso della mosca
artificiale mentre si posa sull’acqua, il suo lieve timore che qualcosa possa
abboccare, il sussulto della bocca del pesce quando affiora in superficie: sono
momenti magici per lei e lo saranno per sempre.
Con l’acqua fredda della corrente fino alle ginocchia, suo padre è libero.
Mappa le barre di sabbia, calcola la velocità dell’acqua, studia il fondo,
controlla i vivai – quelle equazioni simultanee a incognite multiple che
bisogna risolvere per pensare come un pesce – al tempo stesso consapevole
soltanto della fortuna di essere nell’acqua. “Perché questi pesci si
nascondono?” domanda alla figlia. “Cosa fare?”
È così che se lo ricorderà lei, intento a guadare nel suo paradiso.
Pescando, è riuscito a risolvere la vita. Pescando, passa l’esame finale, il
prossimo arhat, che si unisce agli altri nel misterioso rotolo in fondo al
ripostiglio in cui Mimi negli anni ha continuato a entrare di nascosto. Adesso
è abbastanza grande per capire che gli uomini in quel rotolo non sono i suoi
antenati. Però, vedendo suo padre così, nel fiume, pago e in pace, non può
fare a meno di pensare: è un loro discendente.
Charlotte è in riva al fiume su una sedia da campeggio. Il suo unico
compito consiste nel districare le lenze dei due pescatori, sciogliendo
microscopici nodi bizantini, un’ora dopo l’altra. Winston contempla il sole
che tramonta sul fiume, le canne che passano dal colore dorato al grigio
spento. “Guarda il colore!” E ancora, qualche minuto dopo, un sussurro
rivolto a se stesso sotto il cobalto del cielo in attenuazione: Guarda il colore!
Nel suo spettro ci sono colori che nessun altro riesce a vedere.
Fanno un picnic sulla riva di un laghetto non distante dalla strada verso
Tower Junction. Mimi e Carmen vanno alla ricerca di sassi per farne dei
gioielli. Charlotte e Amelia danno inizio alla loro diciassettesima partita
consecutiva a scacchi cinesi. Winston è seduto su una sedia pieghevole da
campeggio, intento ad aggiornare i suoi taccuini. C’è uno strano movimento
vicino al tavolo. Amelia grida: “Un orso!”
Charlotte balza in piedi, facendo volare la scacchiera. Solleva la figlia più
piccola e si butta nel lago. L’orso si avvia con passo tranquillo verso le
raccoglitrici di gioielli. Mimi ispeziona i paraggi in cerca di alti pendii o di
una parete digradante. In presenza di orsi grigi bisogna fare una cosa, con gli
orsi bruni esattamente il contrario. Uno si arrampica sugli alberi, l’altro no.
Non si ricorda quale dei due. “Arrampicati,” grida a Carmen, al che loro due
si inerpicano sul loro rispettivo pino delle dune.
L’orso, che potrebbe raggiungere l’una o l’altra in due facili zompate,
perde interesse. Se ne sta ritto sulla riva del lago, domandandosi se sia una
buona giornata per una nuotata. Osserva la donna nel lago con l’acqua al
petto e la minuscola figlia in braccio ben in alto, come se stesse per
battezzarla. Aspetta di vedere cos’ha intenzione di fare quella specie sempre
squilibrata. Gironzola dalle parti di Winston, rimasto seduto immobile al
tavolo da campeggio a scattare delle foto con la Nikon. La macchina
fotografica – l’unico articolo giapponese che l’uomo si concede – si mette a
scattare, incidere, frullare.
Winston si alza in piedi mentre l’animale si avvicina. Poi comincia a
chiacchierare con l’orso. In cinese. C’è un gabinetto molto spartano lì vicino,
con la porta aperta. Winston parla con l’orso, blandendolo e avviandosi
contemporaneamente verso la porta. Cosa che confonde l’animale, il quale
riconsidera il suo modo di comportarsi in quella situazione. La tristezza si fa
strada dentro di lui. Si mette a sedere e agita gli artigli per aria.
Winston continua a parlare. Mimi rimane sbalordita da quel linguaggio
alieno che esce dalla bocca del padre. L’uomo estrae una manciata di
pistacchi dalla tasca e li scaglia verso la latrina. L’orso ciondola in quella
direzione, grato per quello svago. “In macchina,” intima loro Winston a metà
tra l’urlo e il bisbiglio. “Sbrigatevi!” Loro obbediscono, e l’orso non alza
neppure la testa. L’uomo però si ferma a recuperare il tavolo da campeggio e
gli sgabelli. Sono costati parecchio, e non ha intenzione di lasciarli lì.
Quella notte, al camping vicino a Norris, Mimi glielo chiede, sbigottita. Il
padre è cambiato davanti ai suoi occhi. “Non hai avuto paura?”
Lui scoppia a ridere, pieno d’imbarazzo. “Non è ancora la mia ora. Non è
la mia storia.”
Quelle parole le raggelano il sangue. Come fa a conoscere la sua storia, in
anticipo? Decide di non chiederglielo. Invece, gli domanda: “Cosa gli hai
detto?”
Lui corruga la fronte. Fa spallucce. Cos’altro c’è da dire, a un orso?
“Scusa! Dire io, gente molto stupida. Loro dimenticare tutto – da dove
vengono, dove vanno. Io dire: non preoccuparti. L’essere umano
abbandonare questo mondo, molto presto. In questo modo l’orso ha
riguadagnato la sua posizione di superiorità.”

A Holyoke, Mimi è una lesbica-fino-alla-laurea. Succede la stessa cosa in


metà delle altre università Seven Sisters, più o meno. Taglia e incolla, lo
chiamano. Divertente, perverso, sano, ignobile, dolce – un esercizio
fondamentale per prepararsi a qualcosa. La vita, se volete. Qualunque cosa
succeda dopo la scuola.
Legge la poesia americana del diciannovesimo secolo e beve il tè del
pomeriggio a South Hadley per tre semestri. Meglio di Wheaton. Ma un
giorno di aprile, mentre sta leggendo Flatlandia di Abbott per una ricerca
intitolata Trascendenza e indirizzata agli studenti del secondo anno,
raggiunge la parte in cui il narratore, A. Square, viene scaraventato fuori dal
suo aereo nelle vastità di Spacelandia. La verità le piomba addosso come una
rivelazione: l’unica cosa in cui vale la pena di credere è la misura. Deve
diventare un ingegnere, come suo papà prima di lei. Non si può neppure
parlare di scelta. È già un ingegnere, lei, e lo è sempre stata. E come succede
al Quadrato di Abbott, non appena ritorna a Flatlandia, le sue amiche di
Holyoke vogliono rinchiuderla.
Si trasferisce a Berkeley. Il miglior posto in cui studiare ingegneria
ceramica che si possa trovare. Il luogo è una sconcertante distorsione
temporale. Futuri signori dell’universo studiano a fianco di impenitenti
rivoluzionari convinti che l’Età dell’Oro del Potenziale Umano abbia
raggiunto il suo apice dieci anni prima. Fiorisce, la rinata Mimi, sembrando
una minuscola kazaka armata di calcolatrice programmabile, e, secondo il
giudizio di molti, la persona più graziosa ad aver mai declamato l’equazione
di Petch-Hall. Assapora la strana atmosfera della Fabbrica delle mogli. Si
siede in mezzo al boschetto di eucalipti, gli alberi che esplodono nel caldo
secco, a risolvere serie di problemi e a guardare i manifestanti coi loro cartelli
fitti di slogan scritti tutti in maiuscolo. Più splende il sole, più rabbiose sono
le richieste.
Il mese prima della laurea, indossa un fichissimo abito da colloquio –
elegante, grigio, da professionista, micidiale come un terremoto nella
California del Nord. Sostiene un colloquio con otto rappresentanti del campus
e si procura tre offerte di lavoro. Accetta un posto come supervisore del
processo di fusione per un’impresa di modellatura a Portland perché le offre
moltissime opportunità di viaggiare. Viene mandata in Corea. S’innamora del
paese. In quattro mesi, impara il coreano meglio di quanto sappia il cinese.
Anche le sue sorelle vagano in lungo e in largo per il mondo. Carmen
finisce a Yale, a studiare economia. Amelia ottiene un impiego in una riserva
naturale in Colorado dove si prende cura degli animali selvaggi feriti.
A Wheaton, il gelso dei Ma è attaccato su tutti i fronti. Parassiti farinosi lo
ricoprono di ciocche cotonose. Cocciniglie si ammassano sui suoi rami,
invulnerabili a tutti i pesticidi di suo padre. I batteri anneriscono le foglie. Gli
sforzi dei suoi genitori per tentare di salvarlo si rivelano inutili. Charlotte, nel
suo annebbiamento sempre più fitto, mormora qualcosa a proposito di
chiamare un prete per pregare per l’albero. Winston si sciroppa intere bibbie
sull’orticoltura e riempie i suoi taccuini di appunti scritti in modo
impeccabile. Tuttavia, ogni stagione avvicina sempre di più l’albero alla resa.
Winston telefona a Mimi al suo ritorno a Portland da un altro viaggio in
Corea. Le parla dalla cabina telefonica di famiglia, il garage dei Ma. La sua
invenzione si è rimpicciolita fino ad assumere le dimensioni di uno scarpone
da escursionismo, talmente affidabile e a basso consumo energetico che la
Nell Labs si prepara a concedere il diritto di utilizzazione ad altre aziende.
Winston però non sembra provare un senso di profonda soddisfazione nel
dire alla figlia che il lavoro di tutta una vita è andato finalmente a buon fine.
Tutto quello di cui riesce a parlare è il suo gelso malato.
“Quell’albero. Cosa fare?”
“Cos’ha che non va, papà?”
“Brutto colore. Cadere tutte le foglie.”
“Hai analizzato il terreno?”
“La mia fattoria della seta. Finita. Non avere mai fatto un solo filo.”
“Forse dovresti piantarne un altro.”
“Migliore momento per piantare un albero? Vent’anni fa.”
“Già. E tu dicevi sempre che il prossimo momento migliore era adesso.”
“Sbagliato. Prossimo momento migliore, diciannove anni fa.”
Mimi non ha mai sentito quell’uomo allegro e dalle infinite risorse così
sconfortato. “Vai a fare un giretto, papà. Porta la mamma in campeggio.” In
realtà, sono appena tornati da un viaggio di diecimila miglia fino ai torrenti
dell’Alaska ricchi di salmoni, e i taccuini sono pieni zeppi di meticolosi
appunti che richiederanno anni per essere esaminati a fondo.
“Passami la mamma.”
Si sente un rumore – la portiera dell’auto che si apre e si chiude, poi la
porta del garage. Dopo un po’, una voce dice: “Salve filia mea.”
“Mamma? Che diavolo ti prende?”
“Ego Latinam discunt.”
“Non farmi questo, mamma.”
“Vita est supplicium.”
“Ripassami il papà. Papà? Va tutto bene lì?”
“Mimi. Arrivare mia ora.”
“E cosa dovrebbe voler dire?”
“Il mio lavoro finito. La mia fattoria della seta, finita. La pesca diminuire,
un po’ ogni anno. Che fare, adesso?”
“Di che stai parlando? Fa’ quello che hai sempre fatto.” Disegnare mappe
e grafici dei campeggi per l’anno successivo. Riempire il seminterrato di
cataste di sapone e zuppe e cereali e qualunque altro prodotto che decide di
vendere. Addormentarsi ogni sera davanti al notiziario delle dieci. Libertà.
“Sì,” dice. Ma lei conosce la voce che ha plasmato la sua mente.
Qualunque cosa suo padre faccia finta che quel sì significhi è una bugia. Si
appunta che deve telefonare alle sue sorelle per parlare del tracollo di
Wheaton. Genitori in tilt. Che fare? Ma le telefonate interurbane sulla East
Coast costano due dollari al minuto, in mancanza di un telefono magico
grande quanto una scarpa. Si ripromette di scrivere a entrambe quel fine
settimana. Quel weekend però è in programma la sua conferenza sulla
sinterizzazione della ceramica a Rotterdam, e le lettere le passano di mente.

In autunno, con la moglie nel seminterrato a studiare latino, Winston Ma,


un tempo Ma Sih Hsuin per chiunque lo conosceva, si mette a sedere sotto il
gelso ormai in sfacelo e, con il Macbeth di Verdi che si riversa a tutto volume
fuori dalla finestra, si porta alla tempia una Smith & Wesson 686 con
l’impugnatura di legno duro e dissemina gli ingranaggi della sua sconfinata
mente sul lastricato del giardino sul retro. Non lascia nessun messaggio se
non una copia calligrafica di una poesia di Wang Wei scritta milleduecento
anni prima e lasciata su una pergamena srotolata sulla scrivania del suo
studio:
Vecchio, voglio
soltanto pace.
Le cose di questo mondo
Non significano nulla.
Non conosco nessun bel modo
di vivere e non riesco a
smettere di perdermi nei miei pensieri,
le mie antiche foreste.
Il vento che fa ondeggiare i pini
allenta la mia cintura.
La luna della montagna m’illumina
mentre suono il liuto.

Tu domandi: come avviene l’ascesa e il declino di un uomo in questa vita?


La canzone del pescatore scorre nelle profondità del fiume.

Mimi è a San Francisco, in partenza per Seattle dove la aspetta il controllo


di un cantiere. Sta guardando le vetrine nella sala d’aspetto quando dalla
cacofonia degli annunci d’imbarco e delle comunicazioni di servizio emerge
il suo nome a tutto volume. Avverte una gelida fitta percorrerle il cuoio
capelluto. Ha capito ancor prima che gli addetti al servizio clienti le
allunghino il telefono. E per tutto il tragitto verso casa, in Illinois, pensa:
Come faccio a riconoscerla già, questa sensazione? Perché tutto questo
sembra molto simile al ricordo?

Sua madre sembra completamente persa. “Tuo padre non vuole ferirci. Ha
certe idee. Io non lo capisco. È fatto così e basta.” Le sue parole provengono
da un luogo dove lo scoppio che ha sentito dal seminterrato è una delle tante
contingenze possibili nel tempo ramificato. Sembra così riconciliata, così in
pace nella sua confusione, così sprofondata sotto il flusso del fiume che Mimi
non può far altro che condividere la sua calma irreale. Il lavoro lasciato da
suo padre sarà compito di Mimi finirlo. Nessuno ha toccato la scena dove è
avvenuta la tragedia, tranne per rimuovere il corpo e la pistola. Frammenti di
cervello punteggiano i sassi e il tronco dell’albero, come nuove specie di
lumaca da giardino. Lei si trasforma in una macchina per le pulizie. Secchio,
spugna, acqua e sapone, per il pavimento tutto inzaccherato. Non è riuscita ad
avvertire le sorelle o a fermare quello che ha visto succedere. Però questo
riesce a farlo – ripulire definitivamente la carneficina nel giardino sul retro.
Mentre lava, diventa un’altra cosa. Il vento le scioglie i capelli. Guarda il
lastricato insanguinato, i frammenti di morbido tessuto che ospitava le idee
del padre. Lo vede lì accanto a lei, sorpreso dalle particelle del suo stesso
cervello sull’erba. Guarda il colore! Tu chiedere come avviene l’ascesa e il
declino delle persone in questa vita? Avviene così.
Si siede sotto l’albero malato. Il vento batte sulle foglie dalle grosse
dentellature. Solchi segnano la corteccia, come le pieghe sui volti degli arhat.
I suoi occhi bruciano di caos animale. Persino in quel momento, ogni metro
quadrato di terra è macchiato di frutta, la frutta macchiata, dice il mito, del
sangue di un suicida per amore. Le parole fuoriescono da lei, sgualcite e
metalliche. “Papà. Papi! Cosa fai?”
E poi l’ululato del silenzio.

Arrivano Carmen e Amelia. Riunito, il trio si siede insieme un’ultima


volta. Non trovano spiegazioni. Non ce ne sarà mai una. La persona meno
probabile al mondo è partita per un viaggio impossibile senza di loro. Al
posto di una spiegazione, i ricordi. Ognuna mette una mano sulla spalla
dell’altra e racconta delle storie del tempo che fu. L’opera della domenica. I
viaggi epici in auto. Le puntate al laboratorio, dove l’uomo minuscolo
percorreva con passo leggero i corridoi, incensato da tutti i suoi giganteschi
colleghi bianchi, il felice creatore del futuro del cellulare. Ricordano il giorno
in cui la famiglia si era sparpagliata in ogni direzione per sfuggire all’orso. La
madre che reggeva Amelia sopra la testa, nell’acqua. Il padre che parlava con
l’animale in cinese – due creature, non proprio della stessa specie, che
condividevano gli stessi boschi.
Tengono una silente liturgia del ricordo e dello shock. Ma rimangono
dentro le pareti di casa. Le sorelle di Mimi non si avvicinano al giardino sul
retro. Non riescono nemmeno a guardare il vecchio albero sotto cui facevano
colazione, la fattoria della seta del loro padre. Mimi racconta loro quello che
sa. La telefonata. Arrivare mia ora. Amelia la abbraccia. “Non è colpa tua.
Non potevi saperlo.”
Carmen dice: “Ti ha detto quella frase, e tu non ce l’hai riferito?”
Charlotte si mette a sedere lì vicino, sfoggiando un accenno di sorriso. È
come se tutta la famiglia fosse ancora in vacanza in un campeggio da qualche
parte, e lei sulla riva del lago, intenta a sbrogliare i nodi più piccoli della
lenza del marito. “Lui non sopporta quando litigate, voi tre.”
“Mamma.” Mimi grida alla donna. “Mamma. Basta. Schiarisciti le idee.
Se n’è andato.”
“Andato?” Charlotte rivolge un’occhiataccia alla stupidità della figlia. “Di
che stai parlando? Lo vedrò ancora, tuo padre.”

Le tre ragazze affrontano la montagna di scartoffie e di relazioni. Mimi


non ci aveva mai pensato prima: la legge non si ferma con la morte. Va ben
oltre la tomba, per anni, intrappolando i sopravvissuti in intoppi burocratici
che fanno sembrare una passeggiata le sfide del periodo precedente la morte.
Mimi dice alle altre: “Dobbiamo spartirci le sue cose.”
“Spartirci?” Ripete Carmen. “Vuoi dire, tipo, prendere?”
Amelia dice: “Non dovremmo lasciare che la mamma...?”
“Ma vedi anche tu in che stato è. Non è nemmeno più tra noi.”
Carmen solleva la testa. “Puoi smetterla per un attimo di risolvere
problemi? Che fretta c’è?”
“Mi piacerebbe finire tutto. Per la mamma.”
“Buttando via le cose di papà?”
“Distribuendole. Ogni cosa alla persona giusta.”
“Un po’ come risolvere una grossa equazione di secondo grado.”
“Carmen. Dobbiamo occuparcene noi.”
“Perché? Vuoi vendere la casa sotto il naso della mamma?”
“Come se fosse in grado di occuparsene da sola, nello stato in cui è.”
Amelia abbraccia entrambe. “Non credete forse che queste cose per ora
possano aspettare? Ci resta solo poco tempo da passare insieme.”
“Adesso siamo tutte qui,” dice Mimi. “Potrebbe passare un bel pezzo
prima che succeda di nuovo. Chiudiamo la faccenda.”
Carmen si divincola dall’abbraccio. “Così pensi di non tornare a casa per
Natale?” Ma c’è qualcosa nel suo tono che suona come una confessione
firmata. Casa è andata ovunque è andato suo padre.

Charlotte si aggrappa ad alcuni oggetti-simbolo. “Questo è il suo maglione


preferito. Oh, non prendete gli stivaloni per la pesca. E questi sono i
pantaloni sportivi che indossa quando andiamo a fare le escursioni.”
“Sta bene,” dice Carmen quando loro tre sono da sole. “Sta cercando di
barcamenarsi. È soltanto un po’ strana.”
“Posso tornare fra qualche settimana,” si offre Amelia. “A controllare.
Assicurarmi che stia bene.”
Carmen affronta Mimi, già inferocita. “Non sognarti nemmeno di
rinchiuderla in una casa di riposo.”
“Non mi sto sognando nulla. Sto solo cercando di risolvere le cose.”
“Risolvere? Andiamo. Sei tu quella compulsiva. Che si sfianca di lavoro.
Undici taccuini pieni zeppi di punteggi assegnati a ogni campeggio in cui
siamo mai stati. Tutti tuoi.”

Le tre eroine della lirica si aggirano intorno a un piatto d’argento. Su di


esso ci sono tre anelli di giada. Su ogni anello c’è un albero intagliato, e ogni
albero si ramifica in uno delle tre maschere del tempo. Il primo è il Loto,
l’albero ai confini del passato che nessuno può superare una seconda volta. Il
secondo è il sottile e dritto pino del presente. Il terzo è Fusang, il futuro, un
gelso magico nel lontano oriente, dove si nasconde l’elisir della vita.
Amelia sgrana gli occhi. “E come dovremmo dividerceli?”
“C’è un modo giusto per farlo,” dice Mimi. “E una dozzina di modi
sbagliati.”
Carmen sospira. “E quale sarebbe?”
“Silenzio. Chiudete gli occhi. Al tre, prendetene uno.”
Al tre, le braccia si sfiorano leggermente, e ogni donna trova il proprio
destino. Quando riaprono gli occhi, il piatto è vuoto. Amelia ha il suo eterno
presente, Carmen il suo passato segnato. E Mimi rimane con in mano il suo
sottile tronco delle cose future. Se lo mette al dito. È un po’ grande – un
regalo da una madrepatria che non vedrà mai. Fa girare attorno al dito
l’infinito anello dell’eredità come un apriti sesamo. “E ora i Buddha.”
Loro non capiscono. Ma, del resto, sono diciassette anni che Amelia e
Carmen non pensano al rotolo.
“I Luóhàn,” dice Mimi, stravolgendo la pronuncia. “Gli arhat.” Dispiega il
rotolo sul tavolo dove il padre legava le esche per le trote. Appare più
vecchio e strano di quanto ognuna di loro ricordi. Come se fosse stato
rimaneggiato con i colori e l’inchiostro, da un mondo oltre i confini di questo
qui. “Potremmo portarlo a una casa d’aste. Spartirci i soldi.”
“Meem,” interviene Amelia. “Papà non ci ha lasciato già abbastanza
soldi?”
“Oppure potrebbe tenerselo Mimi. Sarebbe una cosa saggia.”
“Potremmo donarlo a un museo. In memoria di Sih Hsuin Ma.” Il nome
che esce dalla bocca di Mimi suona irrimediabilmente americano.
Amelia dice: “Sarebbe bello.”
“E avremmo delle voci di reddito deducibili a vita.”
“Quelle di noi che si stanno arricchendo.” Carmen sogghigna.
Amelia arrotola la pergamena nelle sue minute mani. “Allora, come si può
fare?”
“Non lo so. Per prima cosa dovremmo farlo stimare.”
“Pensaci tu, Mimi,” dice Carmen. “Sei brava a risolvere le cose.”
***

La polizia restituisce la pistola alle figlie. Tecnicamente è loro, in virtù


dell’eredità. Ma sul porto d’armi non compare nessuno dei loro nomi.
Nessuna sa cosa farsene. È appoggiata sulla credenza, enorme e ronzante da
dentro la custodia di legno. Dev’essere distrutta, come l’anello che dev’essere
gettato nella caldera del vulcano. Ma in che modo?
Mimi si fa animo e prende la custodia. La assicura al portapacchi
posteriore della bicicletta dei tempi del liceo che i suoi genitori hanno
custodito nel seminterrato per anni. Poi si lancia lungo Pennsylvania Avenue
verso il negozio di armi di Glen Ellyn, da dove proviene l’arma da fuoco.
Non sa se la ricompreranno. Fa lo stesso. La darà in beneficenza. La custodia
pesa terribilmente sul portapacchi, e lei vuole disfarsene. Le auto la superano,
non senza una certa irritazione da parte dei conducenti. Il quartiere è troppo
benestante per il viavai di adulti sulle biciclette. La scatola somiglia a una
minuscola bara.
Poi un’auto della polizia. Mimi cerca di sembrare normale, cosa che la
famiglia Ma ha sempre fatto finta di essere. L’auto degli sbirri procede
lentamente dietro di lei, trasmettendole segnali luminosi che a mezzogiorno
risultano invisibili. Accende la sirena per mezzo secondo, un singulto di
estrema autorità. Mimi barcolla fino a un punto d’arresto e per poco non si
ribalta. Condanna detentiva inderogabile per pistole di cui non si ha la licenza
di porto d’armi. Arma ripulita di recente di abbondante tessuto umano. Il
cuore le batte talmente forte che riesce a sentire il sangue pulsare sotto la
lingua. Lo sbirro smonta dall’auto e si avvicina al punto in cui lei è
rannicchiata sulla bicicletta. “Prima laggiù non ha segnalato.”
Il suo capo sta tremando sul suo fusto. Riesce solo a muoverlo su e giù.
“Usi sempre i segnali con la mano. È la legge.”

E poi Mimi è all’O’Hare, in attesa del volo che la riporterà a Portland. Si


sente continuamente chiamare dagli altoparlanti dell’aeroporto. Ogni volta si
tira su di scatto, e ogni volta le sillabe si trasformano in altre parole. Il volo
viene posticipato. E poi di nuovo. Si mette a sedere rigirandosi l’albero di
giada intorno al dito, decine di migliaia di volte. Le cose di questo mondo
non significano nulla, eccetto quell’anello e l’antico e inestimabile rotolo di
pergamena nella sua valigia. Lei desidera soltanto la pace. Ma ora è qui che
deve vivere: all’ombra del gelso ricurvo. La poesia incomprensibile. La
canzone del pescatore.
Adam Appich

Nel 1968, un bambino di cinque anni dipinge un quadro. Che


cosa raffigura? In un primo momento una madre, dispensatrice di carta e
colori, che dice: Fammi qualcosa di bello. Poi una casa con una porta che
fluttua nell’aria, e un camino con volute di fumo. E poi i quattro bambini
Appich in ordine decrescente come dei misurini, fino al più piccolo, Adam.
Spostati di lato, perché non sa come fare a disegnarli alle spalle della casa, ci
sono quattro alberi: l’olmo di Leigh, il frassino di Jean, il legno ferro del
deserto di Emmett e l’acero di Adam, ciascuno realizzato con identici e
giganteschi funghi palloncino.
“Dov’è papà?” domanda sua madre.
Adam mette il broncio, poi però inserisce l’uomo. Dipinge il padre che
regge proprio quel quadro con le sue mani filiformi e dice, ridendo: E questi
cosa sono – degli alberi? Guarda fuori! È questa l’immagine di un albero?
L’artista, nato cocciuto, aggiunge un gatto. Poi la lucertola cornuta che
Emmett tiene nel seminterrato, dove il clima è più adatto ai rettili. Poi le
lumache sotto il vaso da fiori e la falena nata da un bozzolo filato da tutt’altra
creatura. Quindi i semi a elicottero dell’acero di Adam e lo strano sasso del
vialetto che potrebbe essere un meteorite ma che Leigh definisce pezzetto di
carbone. E dozzine di altre cose, viventi o quasi, finché sulla pagina di
giornale non ci sta più nulla.
Il bambino porge alla mamma il quadro finito. Lei stringe Adam a sé,
persino davanti ai Graham dall’altra parte della strada, venuti a farsi un
bicchiere. Nel quadro non si vede, ma sua madre lo abbraccia solamente
quando si è fatta una bevuta. Adam si oppone all’abbraccio per evitare che il
dipinto venga schiacciato. Fin da neonato, odiava essere abbracciato. Ogni
abbraccio è una piccola, morbida prigione.
Mentre il bambino si allontana a tutta velocità, i Graham si mettono a
ridere. Dal pianerottolo, a metà scala, Adam sente sua madre sussurrare: “È
un po’ asociale. L’infermiera pediatrica dice di tenerlo d’occhio.”
La parola, pensa lui, significa speciale, forse dotato di superpoteri. Una
cosa cui le altre persone devono fare attenzione. Una volta al sicuro nella
camera dei maschi all’ultimo piano, chiede a Emmett, di otto anni – quasi un
adulto: “Cosa vuol dire asociale?”
“Vuole dire che sei un ritardato.”
“Che significa?”
“Che non sei normale.”
Ed è una cosa che sta bene a Adam. C’è qualcosa di sbagliato nelle
persone normali. Non sono affatto le creature migliori del mondo.
Mesi dopo, quando al termine della cena il padre raduna i quattro figli, il
disegno è ancora attaccato al frigorifero. Si riuniscono nella tavernetta
ricoperta di ruvida moquette e piena zeppa di trofei di T-ball, posacenere fatti
a mano e mucchi di sculture di maccheroni. Si stravaccano sul pavimento
intorno al padre, che si concentra tutto ingobbito sulla Guida tascabile agli
alberi. “Dobbiamo dare a voi tutti un germano.”
“Che cos’è un germano?” Adam sussurra a Emmett.
“Un uccello. Piuttosto grande.”
Leigh sbuffa. “Non in quel senso, imbecille. Un germano è un fratellino.”
“Leccaculo,” replica Emmett. La parola evoca l’immaginario animale con
una tale intensità che Adam se la porterà con sé fino alla mezza età. Quel
momentaneo battibecco rappresenterà buona parte di tutto ciò che lui si
ricorderà della sorella Leigh. Il padre zittisce l’alterco e propone loro i
candidati. C’è l’albero dei tulipani, che cresce in fretta e vive a lungo, con
fiori appariscenti. C’è una piccola e sottile betulla del fiume, con la corteccia
esfoliante che si può usare per costruire le canoe. L’abete canadese forma
grandi pinnacoli pieni di piccole pigne. E poi, rimane verde, persino sotto la
neve.
“L’abete canadese,” dichiara Leigh.
Jean domanda: “Perché?”
“Devo dare delle motivazioni?”
“Canoe,” dice Emmett. “Perché poi stiamo votando?”
Il viso di Adam diventa rosso finché le lentiggini quasi non svaniscono.
Sul punto di piangere, nel torchio della responsabilità intollerabile, nel
tentativo di salvare gli altri da terribili errori, grida: “E se sbagliamo?”
Il padre continua a sfogliare le pagine del libro. “Cosa vuoi dire?”
Risponde Jean. Ha ricoperto il ruolo di interprete del fratellino fin da
prima che cominciasse a parlare. “Vuole dire: e se non fosse l’albero giusto
per il pargoletto?”
Il padre liquida quell’idea antipatica con un gesto della mano. “Dobbiamo
soltanto sceglierne uno bello.”
Il piagnucoloso Adam non ci casca. “No, papà. Leigh è floscia come il suo
olmo. Jean è dritta e buona. Emmett è il legno ferro – guardalo! E il mio
acero diventa rosso proprio come me.”
“Lo stai dicendo solo perché sai già il genere di albero che è stato
assegnato a ogni fratello.”
Adam sosterrà quella tesi al cospetto di studenti di psicologia, quando sarà
persino più grande del padre la sera in cui scelgono un albero per il nascituro
Charles. Su quell’argomento costruirà un’intera carriera: sull’informare,
indottrinare, inquadrare, sui bias di conferma e la combinazione tra
correlazione e causalità – tutti quei difetti, impiantati nel cervello del più
problematico dei grandi mammiferi.
“No, papà. Dobbiamo decidere correttamente. Non soltanto scegliere.”
Jean gli carezza i capelli. “Non preoccuparti, Dammie.” Il frassino è un
albero nobile dalla grande chioma, dispensatore di rimedi e di ricostituenti. I
suoi rami si allargano come un candelabro. Ma il legno brucia quand’è ancora
verde.
“Canoe, per farla breve,” urla Emmett. Il legno ferro romperà la tua ascia
prima di sferrare il colpo.
Come al solito, il padre ha truccato l’elezione. “Il noce nero è in
svendita,” dice, decretando la fine della democrazia. Casualmente,
nell’arboreto americano non c’è nulla di più confacente a ciò che il piccolo
Charles diventerà: una creatura torreggiante e molto regolare con due noci
talmente dure che si romperanno soltanto con un martello. Un albero che
avvelena il terreno sottostante in modo che non possa crescere nient’altro. Ma
con un legno così raffinato che i ladri gli daranno la caccia.
L’albero arriva prima del bambino. Il padre di Adam, tra imprecazioni e
accuse, si affanna a spostare la zolla delle radici ricoperta di tela ruvida verso
un buco ricavato dal verde perfetto del prato. Adam, in fila coi suoi fratelli
sull’orlo del buco, vede qualcosa di terribilmente sbagliato. Non riesce a
credere all’indifferenza di tutti.
“Papà, fermati! Quel rivestimento! L’albero sta soffocando. Le sue radici
non riescono a respirare.”
Suo padre grugnisce e continua ad affannarsi. Adam si scaglia dentro il
buco per impedire l’assassinio. Tutto il peso della zolla delle radici arriva
sulle sue gambe a stecchino e il bambino si mette a urlare. Il padre grida la
parola più terribile di tutte. Afferra Adam per un braccio togliendolo dalla sua
sepoltura da vivo e lo trascina lungo il prato, depositandolo infine nella
veranda sul davanti. Il bambino giace lì sul cemento a faccia ingiù, gemendo
non per il dolore ma per l’imperdonabile crimine inflitto all’albero del suo
futuro fratello.
Charles torna a casa dall’ospedale, l’incarnazione di una pesante
impotenza avvolta in una coperta. Adam aspetta, mese dopo mese, che il noce
nero muoia soffocato e porti il suo fratellino con sé, asfissiato nel suo
pannetto tempestato di clown. Invece, continuano a vivere entrambi, la
dimostrazione per Adam che la vita sta cercando di dire qualcosa che non
sente nessuno.
Quattro primavere dopo, con il primo rigoglio delle foglie, i bambini
Appich litigano su quale albero sia il più bello. Litigano ancora quando i semi
germogliano, e poi le noci, e infine il profluvio autunnale di colori. Sulla
salute e la forza, la dimensione e la bellezza: litigano per tutto. L’albero di
ogni bambino ha la sua preziosa qualità: la corteccia a forma di diamante del
frassino, le lunghe foglie composte del noce, la pioggia di semi dell’acero che
ruotano come elicotteri, l’espansione dell’olmo simile alla forma di un vaso,
il muscolo scanalato del legno ferro.
A ormai nove anni suonati, Adam decide di indire un’elezione. Incide la
confezione delle uova in alto per ricavarne un’urna elettorale a scrutinio
segreto. Cinque votazioni, cinque alberi. Ogni bambino vota per il suo.
Vanno al ballottaggio. Emmett compra il voto di Charles, il fratello di quattro
anni, per mezza barretta di cioccolato e burro d’arachidi, e Jean cambia il suo
voto dandolo all’acero di Adam per ciò che può soltanto essere chiamato
amore. Alla fine, tutto si riduce al confronto tra il legno ferro e l’acero. La
campagna elettorale è spietata. Jean aiuta Adam a redigere i pamphlet. Leigh
assume il ruolo di manager di Emmett. Come slogan, Leigh ed Emmett
adottano una poesia che trovano scarabocchiata nel vecchio annuario del
liceo del padre:
Non preoccuparti se il tuo lavoro è modesto
e le tue ricompense scarne.
Persino il possente Legno ferro
un tempo era una noce, come te.

Per tutta risposta, Adam fa realizzare a Jean un poster con scritto:


Andiamo, Zuccherino, vota per l’Acero.
In Canada è il pezzo forte.

“Non so, Dammie.” Jean, tre anni più grande, ha una consapevolezza più
oggettiva dell’elettorato. “Può darsi che non lo capiscano.”
“È divertente. Alla gente piacciono le cose divertenti.”
Perdono le elezioni, tre a due. Adam tiene il broncio per i successivi due
mesi.

A dieci, anni, Adam se ne va in giro perlopiù da solo. Suo fratello lo porta


a fare un’escursione, poi gli dà una borraccia piena di urina ghiacciata da
bere. Al parco, i suoi amici gli dicono che il suo cuoio capelluto sta
diventando verde perché mangia troppe patatine. Si precipita a casa da una
madre che lo rimprovera per essere un tale credulone. Lui non riesce a capire
perché la gente gli riservi quel trattamento. La sua sprovvedutezza non fa
altro che intensificare l’accanimento dei raggiri degli altri.
Adam se ne sta per conto suo, ma persino la parte più spoglia del terreno
lottizzato pullula di milioni di creature. Il volumetto sugli insetti della collana
delle Golden Guide e un barattolo con un coperchio perforato trasformano il
più solitario pomeriggio della domenica nel sogno del collezionista. Armato
del volume sui fossili, Adam arriva alla conclusione che le cunette e le
sporgenze sul lastricato davanti a casa siano i denti di ittiosauri estinti molto
prima che i mammiferi fossero tutt’altro che esemplari di secondo piano sul
suolo della foresta. L’edizione sugli animali che vivono nello stagno, la
Golden Guide alle stelle, ai sassi e ai minerali, ai rettili e agli anfibi: gli
esseri umani non c’entrano quasi niente.
I mesi passano accumulando esemplari. Escrementi di gufo e nidi di orioli.
La pelle mutata della serpe del grano, con tanto di estremità della coda e
palpebre. Oro matto, quarzo fumé, mica grigio-argento che si sfalda come
fogli di carta, e un frammento di selce che Adam non ha dubbi si tratti di una
punta di freccia del Paleolitico. Il bambino data ogni reperto applicando
un’etichetta con l’indicazione del luogo. La collezione s’impossessa della
cameretta e si riversa lungo il corridoio fin dentro lo studiolo. Persino
l’inviolabile soggiorno si ricopre di pezzi da collezione. Un pomeriggio
d’inverno torna a casa da scuola e trova l’intero museo nell’inceneritore.
Attraversa le stanze in lacrime.
“Tesoro,” gli spiega la mamma, “era tutta spazzatura. Spazzatura
ammuffita infestata di vermi.”
Lui le molla uno schiaffo. La madre indietreggia barcollando per la fitta di
dolore, le mani sul volto, gli occhi fissi sul figlio. Non riesce a credere alla
palese realtà del dolore. Non capisce quello che è successo al figlio, lo stesso
che una volta, a sei anni, le aveva preso di mano uno strofinaccio umido per i
piatti dicendole che le avrebbe dato il cambio.
Il padre di Adam viene informato dello schiaffo quella sera stessa. La
lezione che dà al figlio comprende la torsione del polso finché non si frattura.
Nessuno si accorge che è rotto fino a tarda notte, quando si gonfia in modo
strano e diventa blu come un’immagine del volumetto sui crostacei.
Il sabato di tarda primavera in cui il gesso viene via, Adam si arrampica
sul suo acero più in alto che può e non scende fino all’ora di cena. I raggi del
sole filtrano tra le foglie, facendo diventare l’aria del colore di un lime non-
del-tutto maturo. Gli procura un amaro conforto contemplare i tetti del
vicinato e sapere com’è più bella la vita sopra il livello del suolo. Le foglie
palmate ondeggiano alla dolce brezza, una folla di mani di cinque dita. Si
sente un rumore come di pioggia leggera, lo scroscio di migliaia di minuscole
scaglie di boccioli. Sopra la sua testa gli scoiattoli rosicchiano i fiori
ammassati, succhiandone la linfa liquida, e sparpagliando poi gli stremati
mazzetti giallo-rossastri sul terreno sottostante. Adam conta quindici diverse
creature brulicanti, dai vermi farinosi alle particelle appiattite dotate di zampe
quasi troppo piccole per essere viste, girando in tondo al ramo raggrinzato in
cerca di dolci sorgenti. Uccelli dal cappuccio marrone e nero sfrecciano tra i
rami, nutrendosi dei mucchietti di uova che i vermi e le farfalle depositano
ovunque sui ramoscelli. Un picchio entra ed esce da un buco scavato mentre
l’anno prima catturava le larve. È un segreto stupefacente che nessuno della
sua famiglia saprà mai: ci sono più vite lassù, nel suo acero, che persone in
tutta Belleville.
Molti anni dopo Adam si ricorderà della veglia, da sei metri in cima a una
sequoia, quando guarderà in basso verso un manipolo di persone non più
grandi di insetti, una maggioranza democratica di chi lo vuole morto.

A tredici anni, le foglie dell’olmo di sua sorella Leigh diventano gialle


molto prima dell’autunno. Adam è il primo che le ha notate appassire. Gli
altri bambini hanno smesso di guardare. Uno alla volta, sono usciti dal
quartiere del mondo vegetale per entrare nella cerchia più chiassosa e
appariscente di altre persone.
È da decenni che la malattia dell’albero di Leigh li perseguita. Al tempo in
cui Leonard Appich, da bambino, piantò il suo primo albero in un accesso di
ottimismo degli anni cinquanta, la grafiosi aveva già devastato Boston, New
York, Philly e la Città dell’Olmo, New Haven. Queste città però erano molto
lontane. La scienza, immaginò l’uomo, avrebbe trovato presto una cura.
Il fungo distrusse Detroit quando i bambini erano ancora piccoli. Poi
Chicago, subito dopo. L’albero più famoso che fiancheggiava le strade del
paese, vasi che trasformavano i viali in grandi tunnel, stava abbandonando
questo mondo. Ora la malattia avanza verso i sobborghi di Belleville, e anche
l’albero di Leigh muore. Il quattordicenne Adam è l’unico a rattristarsi. Suo
padre maledice le spese che comporterà l’abbattimento. La stessa Leigh quasi
non se ne accorge. Sta per entrare al college – produzione teatrale, presso
l’Illinois State University.
“Ovviamente hai voluto scegliere un olmo, papà. Ce l’avevi con me ancor
prima che nascessi.”
Adam recupera un pezzo di legno dagli uomini venuti a ridurre il troncone
in frantumi. Lo porta nel seminterrato, lo spiana e lo intaglia armato di kit per
incidere il legno. Trova le parole in un libro: Un albero è un passaggio tra la
terra e il cielo. Pasticcia la parola passaggio. Sia terra che cielo risultano
menomati. Ma lo dà ugualmente a Leigh, come regalo di commiato. La
sorella, vedendo l’omaggio, si mette a ridere e lo abbraccia. Adam lo ritrova
poco dopo la sua partenza, nelle cassette lasciate a casa per l’Esercito della
Salvezza.
È in quell’autunno – del 1976 – che Adam s’innamora delle formiche. Un
sabato di settembre, le osserva mentre percorrono il marciapiede dei vicini
riportando un ghiacciolo gettato a terra alla loro base. Il ruvido tappeto color
ruggine si estende per diversi metri. Le formiche oltrepassano gli ostacoli con
un movimento tortuoso, impilandosi una sull’altra. Il loro dispiegamento di
massa è all’altezza di qualsiasi genio umano. Adam si accampa sull’erba
accanto alla schiuma vivente. Le formiche in visibilio percorrono le sue calze
fino agli ossuti stinchi in fermento. Salgono all’altezza dei gomiti e s’infilano
nelle maniche della sua maglietta. Esplorano i suoi pantaloncini e fanno il
solletico alle sue palle. Non gli importa. Mentre osserva, prendono forma dei
motivi, tutti irregolari. Nessuno è a capo della mobilitazione di massa, questo
sembra chiaro. Eppure, riportano il cibo appiccicoso al loro nido nel modo
più coordinato possibile. Progetti senza alcun progettista. Strade senza un
alcun topografo.
Si dirige verso casa a prendere il taccuino e la macchina fotografica. Una
volta là, gli viene un’idea geniale. Chiede un po’ di smalto a Jean. Crescendo,
sua sorella è diventata sciocca, lasciandosi assorbire dal vortice della moda.
Ma farà ancora qualsiasi cosa per il suo fratellino Dammie. Anche lei, una
volta, era un’appassionata della collana delle Golden Guide. Ma è caduta in
balia degli esseri umani, e non riuscirà mai più a liberarsene.
Jean gli dà cinque colori, un arcobaleno che va dal rosso al grigiazzurro.
Tornato sul posto, comincia a stendere il colore. Una minuscola sfera di
Smokin’ Rose è appiccicata all’addome di uno degli insetti saprofagi. Una
dopo l’altra, Adam marchia dozzine di formiche con la stessa tonalità.
Diversi minuti dopo, ricomincia daccapo con il Neat Peach. Entro metà
mattina ha usato l’intera gamma di colori dello smalto. I tocchi colorati
rivelano ben presto una fila disordinata di conga di incredibile bellezza. La
colonia possiede qualcosa; Adam non sa come definirlo. Scopo. Volontà. Una
specie di consapevolezza – qualcosa di così distante dall’intelligenza umana
che per l’uomo non ha alcun valore.
Emmett, passando di lì con la canna da pesca e l’esca, lo trova sdraiato
sull’erba, intento a scattare foto e a fare degli schizzi sul suo taccuino.
“Cazzo stai facendo?”
Adam si chiude a riccio e continua a lavorare.
“È così che intendi passare il sabato? Non c’è da stupirsi se le persone non
ti capiscono.”
È Adam a non capire le persone. Dicono delle cose per nascondere ciò
che vogliono dire veramente. Corrono dietro a inutili sciocchezze. Tiene la
testa bassa e continua a contare.
“Ehi! Insettomane! Insettomane – sto parlando con te! Perché giochi con
la terra?”
Il fatto che sia la voce di Emmett a dargliene la prova è qualcosa di
sconcertante per Adam: lui spaventa suo fratello. Rivolto al suo taccuino,
sussurra: “E perché tu torturi i pesci?”
Un piede si muove di scatto e colpisce le costole di Adam. “Di che cazzo
stai parlando? I pesci non sentono niente, Testa-di-Cazzo.”
“Questo non lo sai. Non puoi provarlo.”
“Vuoi la prova?” Emmett si china, strappa una manciata d’erba e la ficca
nella bocca del fratello. Adam, impassibile, la sputa fuori. Emmett si
allontana, scuotendo la testa per il compatimento, vincitore nell’ennesimo
confronto impari.
Adam studia la sua mappa vivente. Dopo un po’, il flusso in time-lapse
delle formiche contrassegnate con colori diversi comincia a suggerire il fatto
che i segnali possano essere trasmessi senza l’aiuto di un coordinatore
centrale. Adam muove leggermente il cibo. Sparpaglia le formiche. Innalza
barriere e cronometra il recupero delle formiche. Quando del ghiacciolo non
rimane più alcuna traccia, il ragazzino sistema alcune briciole del suo pranzo
in diversi punti e calcola quanto impiegano quei pezzetti a scomparire. La
colonia è veloce e astuta – astuta a ottenere quello di cui ha bisogno quanto
qualunque essere umano.
Le campane del carillon episcopale suonano il loro determinato inno. Le
sei in punto – il momento per tutti quei delinquenti degli Appich di dirigersi
verso casa per la cena. Il frutto del lavoro di quella giornata ammonta a
dodici pagine scarabocchiate, trentasei foto in successione temporale e una
mezza teoria, niente da cui potrebbe ricavarci uno yo-yo rotto nelle
dinamiche del libero scambio.
Per tutto l’autunno, quando non è a scuola, a falciare i campi o a lavorare
presso il posto che vende i gelati alla spina, Adam studia le formiche. Traccia
grafici e disegna tabelle. Il suo rispetto per l’intelligenza delle formiche
cresce in modo smisurato. Comportamento flessibile di fronte a condizioni
variabili: come altro si può definire se non un’intelligenza mostruosa?
Alla fine dell’anno si iscrive al concorso di scienze del quartiere. Alcune
osservazioni sul comportamento e l’intelligenza di una colonia di formiche.
Nella sala d’esposizione sono presenti lavori più belli, e quelli in cui il papà
dello studente si è chiaramente occupato di tutta la parte scientifica. Ma
nessuno degli altri partecipanti ha studiato delle creature nel modo in cui ha
fatto Adam.
I giudici gli domandano: “Chi ti ha aiutato a realizzarlo?”
“Nessuno,” risponde lui, forse con eccessivo orgoglio.
“I tuoi genitori? Il tuo insegnante di scienze? Un fratello o una sorella
maggiore?”
“Mia sorella mi ha dato lo smalto per le unghie.”
“Hai preso l’idea da qualcuno? Hai copiato un esperimento che non stai
citando?”
Il pensiero che un esperimento del genere possa essere già stato realizzato
lo avvilisce.
“Hai eseguito tutti questi calcoli da solo? E hai cominciato quattro mesi
fa? Durante le vacanze?”
I suoi occhi si riempiono di lacrime. Adam fa spallucce. I giudici non gli
assegnano alcuna medaglia – nemmeno un bronzo. Dicono che il motivo è
perché non c’è alcuna bibliografia. La bibliografia è una parte essenziale
della relazione ufficiale. Adam conosce la vera ragione. Loro hanno pensato
che abbia rubato l’idea. Non riescono a credere che un ragazzino abbia
lavorato per mesi su un’idea originale, per nessun altro motivo se non per il
piacere di osservare finché non si vede qualcosa.

In primavera, sua sorella Leigh va a Lauderdale con un gruppo di amiche


per le vacanze. La seconda notte, fuori da un ristorantino di pesce sulla
spiaggia, monta su una Ford Mustang decappottabile con un tizio conosciuto
tre ore prima. Da quel momento, nessuno la rivedrà più.
I suoi genitori sono sconvolti. Volano in Florida due volte. Alzano la voce
con gli agenti di polizia e spendono parecchi soldi. Passano mesi. Non ci
sono indizi. Adam si rende conto che non ce ne saranno mai. Chiunque abbia
rapito suo sorella è una persona astuta, meticolosa, umana. Intelligente.
Leonard Appich non vuole arrendersi. “La conosciamo tutti Leigh. Sapete
com’è fatta. È scappata via ancora. Non organizzeremo nessuna funzione
funebre finché non sapremo per certo cosa le è successo veramente.”
Sapere per certo. Loro lo sanno. La madre di Adam gli sbatte in faccia le
parole di Leigh della primavera precedente. Ce l’avevi con me ancor prima
che nascessi. Cominciano a emergere dei collegamenti, e lei li coglie. “Hai
piantato un olmo per lei quando per anni ne sono morti ovunque? Cosa
pensavi? Non ti è mai piaciuta, vero? E adesso sarà stata violentata e giacerà
priva di vita in una discarica, e non sapremo mai dove!”
Lenny le rompe accidentalmente un gomito. Per legittima difesa, continua
a dire lui a chiunque gli darà retta. È a quel punto che per Adam diventa tutto
chiaro: l’umanità è profondamente malata. La specie non durerà molto. Si è
trattato di un esperimento aberrante. Presto il mondo ritornerà alle
intelligenze sane, quelle collettive. Le colonie e gli alveari.

***

Jean porta i suoi fratelli nella riserva forestale. Là, loro tre tengono la
funzione funebre cui il padre si oppone. Fanno un falò e raccontano delle
storie. La dodicenne Leigh, che scappa di casa dopo che papà l’ha
schiaffeggiata per aver sussurrato stronzo. La quattordicenne Leigh, che
punisce tutti loro per il fatto di odiarla, rifiutandosi di parlare con chiunque
tranne in spagnolo, che studia da un paio d’anni. La diciottenne Leigh, che
interpreta Emily Webb, tornata sulla Terra per rivivere il suo dodicesimo
compleanno. Uno splendido fantasma che ha fatto piangere l’intero liceo.
Adam prende la placca dell’olmo che aveva inciso per sua sorella e la
getta nel fuoco. Un albero è un passaggio tra la terra e il cielo. L’olmo non è
una gran legna da ardere, anche se brucia senza bisogno di troppa
persuasione. Tutte le sue parole biascicate diventano perfette e svaniscono
nell’oscurità generale – prima albero, poi passaggio, poi terra, e infine cielo.
I giudici del concorso di scienze fanno passare a Adam Appich qualsiasi
desiderio di tenere un taccuino da agrimensore o qualunque altra cosa. Col
tempo, si stufa delle formiche. Si libera delle Golden Guide mettendole fuori
accanto al marciapiede. I tesori segreti del museo tenuti al riparo
dall’aspirapolvere della madre adesso vengono buttati via con piacere. Roba
infantile.
Il liceo sono quattro anni bui nel bunker. Non che non abbia amici o
svaghi. In realtà, ne ha in abbondanza di entrambi. Notti passate a ubriacarsi e
a fare il bagno nudo nel lago artificiale sopra la città. Interi fine settimana nei
seminterrati a lanciare dadi e a discutere delle regole esoteriche dei giochi di
ruolo con immaturi omoni anemici che portano valigie piene di carte da
collezione da scambiare. I mostri del gioco sono come un errore nella storia
naturale. Insetti giganti. Alberi killer. L’obiettivo del gioco è estinguerli tutti
quanti.
“Testosterone,” spiega suo padre. Adesso ha paura di quel ragazzo
corpulento e goffo, e Adam lo sa. “Tempeste di ormoni, e nessun porto in
vista.”
Sebbene Adam voglia ferire l’uomo, suo padre non ha torto. Le ragazze ci
sono, ma lo lasciano perplesso. Fingono di essere stupide, a mo’ di
colorazione protettiva. Passive, immobili, e criptiche. Dicono il contrario di
quello che intendono, per verificare se afferri la loro vera natura. Cosa che
vogliono. E poi, quando ci riesci, si offendono.
Organizza raid nel liceo del quartiere, complicate operazioni notturne che
comprendono chilometri di carta igienica lanciata tra i rami dei tigli. Le
striscioline penzolano per mesi come giganteschi fiori bianchi. Adam passa
sotto di essi in sella alla sua mountain bike, sentendosi come un esponente
geniale della guerrilla art.
Insieme a un suo compagno disegna la mappa della scuola, del
supermercato, della filiale della banca. I due amici stilano un elenco dei
generi di attrezzi di cui avrebbero bisogno per fare una rapina. I piani
diventano elaborati. Stimano le armi, solo per farsi due risate. Per Adam è un
gioco: la logistica, la programmazione, la gestione delle risorse. Per il suo
amico, è quasi una religione. Adam osserva il ragazzo fragile, affascinato. Un
seme che atterra al suolo capovolto ruoterà – radice e stelo – compiendo
ampie inversioni a U finché non si raddrizza. Ma un giovane esemplare della
razza umana può anche sapere di essere rivolto nella direzione sbagliata, e
tuttavia credere che valga la pena seguirla.

Sviluppa la capacità di capire il minimo impegno necessario per passare


qualsiasi corso. Nessun adulto ottiene niente da lui se non ciò che è tenuto a
dare. Le pagelle in caduta libera lasciano la madre perplessa. “Cosa succede,
Adam? Puoi far meglio di così!” La sua voce però è piatta e demoralizzata.
Jean lo vede peggiorare. Lo rimprovera, scherza e lo implora. Ma poi parte
per il college, in Colorado. Non c’è rimasto più nessuno a cercare di
responsabilizzarlo.
Leigh non torna più. Le ricerche del padre di Adam vanno a finire in
nulla. Sua madre comincia a consumare dosi di codeina. Di lì a breve, fa il
giro delle farmacie di diverse città. Smette di cucinare e di pulire la casa. Lo
stile di vita di Adam non subisce conseguenze. Lui si adatta ed evolve. La
sopravvivenza di quelli che sopravvivono.

Una cosa detta per scherzo da un amico – tre dollari se mi fai i compiti di
algebra – e si ritrova con dei soldi facili in tasca. Così facili, in realtà, che
comincia a farsi pubblicità. Compiti completi in qualsiasi materia tranne le
lingue straniere, in qualsiasi modo li si desideri, con consegna veloce a
seconda del bisogno. Impiega un po’ di tempo per trovare il giusto prezzo di
vendita, ma quando ci riesce, i clienti si mettono in coda. Prova a utilizzare
degli sconti quantità e piani di pagamento anticipato. Ben presto diventa
proprietario di una piccola, fiorente attività. I suoi genitori sono sollevati di
vederlo di nuovo impegnato coi compiti, per diverse ore di notte. Sono
contenti che abbia smesso di chiedere soldi. È come una situazione in cui tutti
ricavano dei vantaggi. In America è mattina, con il libero mercato che fa ciò
che gli riesce meglio, e Adam va a letto ogni notte grato per essere nato in
una cultura imprenditoriale.
È veloce e scrupoloso. Ogni compito è pronto entro la data di scadenza. Di
lì a breve, mette in piedi l’attività fraudolenta più affidabile e rispettata
dell’Harding High. Gli affari lo fanno diventare quasi famoso. Mette via
praticamente tutti i guadagni. Non c’è nessuna cosa in cui possa spendere i
soldi capace di dargli più piacere che guardare il suo patrimonio accumularsi
nel conto del suo libretto di risparmio e calcolare i dollari per educatore
gabbato.
Tuttavia, il lavoro impegnativo richiede sacrificio. Adam è obbligato a
imparare ogni genere di cosa interessante che non dovrebbe destargli
interesse.

All’inizio dell’ultimo anno di liceo, si trova nella biblioteca pubblica a


svolgere un elaborato di psicologia per un compagno che capisce l’animale
bipede ancor meno di lui. Cita almeno un paio di libri. Qualsiasi. Si alza dal
suo posto e passeggia verso il punto giusto degli scaffali. Ore di lavoro gli
fanno diventare gli occhi storti. Alla luce bassa della biblioteca, i libri
sembrano case a schiera per persone realizzate con nettapipe.
Un dorso gli salta all’occhio. Le sue lettere color lime elettrico risaltano su
uno sfondo nero: La Scimmia che è in Noi, di Rubin M. Rabinowski. Adam
estrae il pesante tomo e sprofonda in una vicina poltrona. Il libro si apre su
una pagina di quattro carte:

Sotto, una didascalia recita:


Ognuna di queste carte ha una lettera su un lato e un numero sull’altro. Mettiamo
che qualcuno vi dica che, se una carta ha una vocale su un lato, allora ha un
numero pari sull’altro. Quale carta o carte dovresti rovesciare per vedere se la
persona ha ragione?

Adam alza la testa. Le cose che hanno delle risposte pulite, concise e
giuste sono degli antidoti all’esistenza umana. Risolve il puzzle rapidamente,
con assoluta sicurezza. Ma quando controlla la soluzione, è sbagliata. Sulle
prime, pensa che la risposta stampata sia un errore. E poi capisce quello che
avrebbe dovuto essere ovvio. Si dice che è soltanto sfinito dalle tante ore di
lavoro passate a fare i compiti degli altri ragazzini. Non si è concentrato.
L’avrebbe risolto bene, se avesse fatto attenzione. Continua a leggere. Il libro
sostiene che solamente il quattro per cento degli adulti medi riesca a trovare
la soluzione corretta.
Per di più, quasi tre quarti delle persone che sbagliano il problema, nel momento
in cui viene mostrata loro la risposta elementare, accampano scuse sul perché
hanno sbagliato.

Si siede sulla poltrona, spiegando a se stesso il motivo per cui ha appena


fatto quello che fanno quasi tutti gli esseri umani. Sotto la prima fila di carte
ce n’è un’altra:
Ora la didascalia recita:
Ognuna di queste carte rappresenta una persona in un bar. Un lato mostra la
loro età e l’altro il loro drink. Se l’età legale per bere alcolici è 21 anni, quale
carta o carte bisogna rovesciare per vedere se tutti hanno l’età giusta per bere?

La risposta è talmente ovvia che Adam non ha nemmeno bisogno di


trovarla. Questa volta la imbrocca giusta, e con lui tre quarti degli adulti
medi. Poi legge la parte più bella. I due problemi sono la stessa cosa. Scoppia
in una fragorosa risata. La gente è idiota. C’è una grossa, vecchia insegna con
scritto FUORI SERVIZIO appesa davanti all’ente dell’organo dell’orgoglio della
sua specie.
Adam non riesce a staccare gli occhi dal libro. Il volume mostra di
continuo come il cosiddetto Homo sapiens non riesca a risolvere i problemi
logici più semplici. Però sono veloci e bravissimi a capire chi è dentro e chi è
fuori, chi è in alto e chi è in basso, chi dovrebbe essere ricoperto di lodi e chi
dev’essere punito senza pietà. Capacità di eseguire semplici ragionamenti?
Scarsa. Attitudine all’aggregazione? Decisamente e immensamente spiccata.
Nel cervello di Adam si spalancano intere nuove stanze, pronte per essere
arredate. Alza lo sguardo dal libro e si accorge che la biblioteca sta per
chiudere e per buttarlo fuori.
Una volta a casa, continua a leggere durante la notte. Il mattino dopo,
riprende per tutta la colazione. Per poco non perde l’autobus. Non consegna i
compiti della giornata ai suoi clienti. È la prima batosta che subisce il suo
buon nome da quando ha messo in piedi l’attività fraudolenta. Tiene La
scimmia che è in noi sotto il banco durante le prime tre ore, studiando di
nascosto. Finisce prima di pranzo, e poi ricomincia daccapo.
Il libro è talmente semplice e accurato che Adam si mangia le mani per
non averci visto giusto molto prima. Gli esseri umani si portano dietro vecchi
comportamenti e pregiudizi, avanzi malridotti dei primi stadi dell’evoluzione
che seguono le loro vecchie, obsolete regole. Quelle che sembrano scelte
stravaganti e irrazionali in realtà sono strategie create molto tempo prima per
risolvere altri generi di problemi. Siamo tutti nei corpi di astuti e ambiziosi
opportunisti concepiti per sopravvivere alla savana proteggendosi l’un l’altro.
Per giorni, il volume lo trascina in un beato stordimento. Armato degli
schemi suggeriti dal libro, immagina di fare degli esperimenti su ogni ragazza
della scuola, una goccia di smalto per le unghie sui loro tacchi per non
perdere di vista il loro viavai. La parte migliore è il capitolo 12, “Influenza”.
Se lo avesse letto il primo anno, sarebbe diventato il presidente della scuola
con incarico permanente. Solo l’idea che il comportamento umano – la sua
nemesi di tutta una vita – possieda nascosti ma riconoscibili schemi di una
bellezza simile a quella scoperta una volta negli insetti lo manda in visibilio.
Si sente più spensierato e in forma di quanto si fosse mai sentito dalla
scomparsa di sua sorella.

***

Quando arriva il momento di sostenere gli esami di ammissione per


l’università, li supera alla grande. Le sue capacità analitiche raggiungono il
novantaduesimo percentile. Tuttavia, nella classifica finale, riesce a malapena
a piazzarsi al duecentododicesimo posto su una classe di diplomati di 269
alunni. Nessuna università dignitosa lo prenderà minimamente in
considerazione.
Suo padre lo liquida con un cenno della mano. “Vai al Junior College per
due anni. Mettici una pietra sopra e ricomincia daccapo.”
Adam però non ha bisogno di metterci una pietra sopra. Deve solo trovare
qualcuno che sappia riconoscere le sue qualità. Un sabato mattina prima delle
vacanze invernali si siede al tavolo della sala da pranzo e scrive una lettera. È
come inserire delle osservazioni nei suoi taccuini da agrimensore
dell’adolescenza. Fuori dalla finestra c’è quello che rimane degli alberi
dell’infanzia. Si ricorda di come un tempo credesse nell’esistenza di un
collegamento magico tra gli alberi e i bambini per i quali venivano piantati.
Di come si identificasse in un acero – familiare, franco, facile da riconoscere,
sempre pronto a trasudare dolcezza, a fiorire dall’alto in basso nei primi
giorni soleggiati di primavera. Adorava quell’albero, la sua semplicità. Poi la
gente lo ha fatto diventare qualcos’altro. Avvicina la penna in cima alla
pagina e scrive:
Professor R.M. Rabinowski
Dipartimento di Psicologia
Fortuna College, Fortuna, California

Caro Professore Rabinowski,


il suo libro mi ha cambiato la vita.

Racconta la storia di una vera conversione: un ragazzino scapestrato


salvato da un incontro fortuito con la genialità. Descrive di come La scimmia
che è in noi abbia risvegliato qualcosa in lui, sebbene forse questo risveglio
sia arrivato troppo tardi. Racconta di come non abbia preso la scuola
seriamente finché non si è messo quel libro in grembo, e come forse adesso
dovrà passare anni a riabilitare la sua reputazione presso un community
college finché non avrà la possibilità di studiare psicologia presso
un’istituzione seria. Non importa, scrive. Lui è in debito con il professore, e
come dice lo stesso Rabinowski a pagina 231: “La gentilezza può aspettarsi
qualcosa in cambio, ma questo non la rende meno gentile.” Magari
l’inaspettata gentilezza lungo il cammino può accorciare la strada che si ha
davanti.
Fuori dalla finestra, il suo acero prende un po’ di brezza. I suoi rami lo
rimbrottano. Diventerebbe viola per la vergogna, se non ne avesse un bisogno
disperato. Continua a forgiare, infarcendo la lettera di una mezza dozzina di
tecniche prese dal capitolo 12, “Influenza”. Le sue parole di ringraziamento
contengono quattro dei sei principali impulsi atti a produrre schemi
comportamentali in qualcun altro: reciprocità, carenza, convalida e l’appello
all’impegno. Nasconde l’evidenza della sua supplica sotto un altro trucco
raccattato dal capitolo 12.
Se vuoi che la gente ti aiuti, convincila del fatto che ti ha già aiutato in modo
indescrivibile. Le persone faranno ogni sforzo per difendere la loro reputazione.

Quando arriva una lettera dell’autore di La scimmia che è in noi, i suoi


genitori rimangono sbalorditi, a differenza di Adam, che non ne è
particolarmente sconvolto. Il professore Rabinowski scrive che il Fortuna
College è una piccola scuola alternativa per studenti in cerca di un approccio
intenso e critico all’istruzione. Il sistema di iscrizione non tiene in gran conto
le pagelle del liceo ma cerca altre prove di una motivazione speciale. E pur
non dando alcuna garanzia, il professore Rabinowski assicura che l’iscrizione
di Adam verrà presa seriamente in considerazione. Adam deve solamente
scrivere la prova d’ammissione più convincente possibile.
Attaccato con una graffetta alla lettera formale c’è un biglietto senza
firma. In un inquietante e disordinato scarabocchio in blu, qualcuno ha
scritto: “Non provare mai più a leccarmi il culo.”
Ray Brinkman e Dorothy Cazaly

Non è difficile trovarle: due persone per le quali gli alberi non
significano quasi nulla. Due persone che, persino nel fiore dei loro anni, non
sanno distinguere una quercia da un tiglio. Due persone che non hanno mai
riflettuto attentamente sui boschi finché un’intera foresta non marcia per
miglia lungo il palcoscenico di un teatro sperimentale a downtown St. Paul,
nel 1974.

Ray Brinkman, avvocato associato fresco di laurea e


specializzato in diritto della proprietà intellettuale. Dorothy Cazaly,
stenografa presso un’azienda che lavora per il suo studio legale. Lui non
riesce a toglierle gli occhi di dosso mentre sta raccogliendo deposizioni. La
silenziosa, fluida bellezza del suo balletto manuale lo sbalordisce. Le sue dita
sembrano volteggiare al ritmo della sonata Appassionata.
Lei si accorge del suo sguardo, e lo sfida a confessare. Cosa che lui fa. È
più facile che morire di una forma acuta di distante ammirazione. La donna
accetta di uscire con lui, a patto che possa scegliere il posto. Lui acconsente,
mai immaginandosi le clausole nascoste. Lei sceglie il provino per una
produzione amatoriale del Macbeth.
Perché? Nessun motivo, dice lei. Un gioco. Un capriccio. Libertà. Ma,
ovviamente, non c’è alcuna libertà. Ci sono soltanto antiche profezie per
interpretare i semi del tempo e dire quale crescerà e quale no.
Invece di produzione amatoriale, leggi atroce. Il provino è come una
caccia ai mostri senza una torcia. Nessuno dei due ha più recitato dopo il
liceo. Ma stringono le corde del loro coraggio e finiscono entrambi per
cavarvi fuori un po’ di divertimento biecamente masochistico e al
cardiopalmo.
“Accidenti,” esclama lui, mentre l’accompagna fuori dall’atrio. “Che
diavolo era quella roba?”
“Ho sempre voluto far finta di saper recitare. Avevo solo bisogno di un
complice.”
“Allora come bissiamo?”
“A te la scelta.”
“Cosa ne dici di qualcosa di meno stressante la prossima volta?”
“Mai provato il cliff diving?”

Ecco come vanno le cose: ottengono entrambi la parte. Ovvio. L’avevano


già ottenuta, prima di fare il provino. È così che funzionano i miti. Macduff, e
Lady Macbeth.
Ray telefona a Dorothy in preda al panico. Come se stesse giocando con la
doppietta del padre e l’arma avesse sparato un colpo. “Non dobbiamo
realmente accettare le parti, giusto?”
“Si tratta di teatro sociale. Credo che contino su di noi.”
Lei ha già capito qual è la reazione peggiore da far scattare in lui, solo
durante la loro prima settimana di frequentazione. Si sente responsabile
penalmente, quell’uomo. È spinto dall’obbligo patologico di rispondere alle
speranze e alle aspettative della sua specie. E la donna, con un’imprudenza e
una sconsideratezza sufficienti per dieci persone come lui. Lei gli dice, più o
meno: niente Macbeth, niente più appuntamenti. Accettano le parti.
Dorothy ha un talento naturale. Ma Ray: persino la direttrice del casting,
la sera in cui leggono il copione da cima a fondo per la prima volta, pensa che
forse ha fatto un terribile sbaglio. Dorothy osserva l’uomo, sbigottita. È in
assoluto il peggior attore che abbia mai visto. Si limita a pronunciare le sue
battute, con una secca impudenza e un’ingenuità sorprendenti, come se stesse
avanzando la tesi della sua stessa esistenza di fronte al Gruppo di Discussione
sulla Fine del Tempo.
Dorothy fa irruzione nella biblioteca pubblica in cerca di libri sulle
tecniche di recitazione e di immedesimazione in un personaggio. Ray ripiega
sullo stoicismo. “Sarà già una fortuna se riuscirò a imparare tutte le battute.”
Dopo due settimane, lui diventa quasi bravo. Dopo tre, comincia a
succedere qualcos’altro.
“Non è giusto,” dice lei. “Ti sei esercitato?”
Sì, ed è avvenuto in un modo che lui scopre solo in quel momento. Non se
n’era mai accorto prima, ma la legge stessa è teatro, molto prima di portare
qualcuno in tribunale. Ray ha un dono: quello di interpretare se stesso con
una spaventosa intensità. Questo, negli anni a venire, farà di lui un avvocato
civilista specializzato in copyright e brevetti di grande successo. Per ora, il
semplice dono rende il suo Macduff stranamente ipnotico. Lì immobile,
sfoggiando un atteggiamento serioso e impassibile, sembra attingere a una
volontà planetaria.
Il principale superpotere di Dorothy, attivo fin dalla sua adolescenza, è
quello di riuscire a leggere ogni muscolo attorno alla bocca e agli occhi di
una persona e dire con perfetta accuratezza se sta mentendo. Non le è di
alcuna utilità per il lavoro di stenografa né per il ruolo di Lady Macbeth. Però
le fa venir voglia di saggiare i confini dell’innocenza di quell’uomo. Dopo tre
prove alla settimana per cinque settimane, non ha più alcun dubbio: Ray
Brinkman abbandonerebbe moglie e figli dentro un castello in un posto
sperduto, solo per salvare il suo paese dimenticato da Dio.
L’allestimento è molto anni settanta. Molto Watergate. L’ingresso è
libero, e il teatro sociale ha la sua bella ricompensa. Per tre sere di fila, Lady
Macbeth è vittima di un clamoroso crollo. Per tre sere di fila, Macduff e i
suoi uomini, travestiti da alberi, aiutano la foresta a emigrare dal bosco di
Birnam fino a Dunsinane. Gli alberi si spostano realmente da una parte
all’altra del palco. Quercia, uomini coraggiosi e possenti come querce,
eserciti e flotte di quercia, pilastro e architrave della casa della storia. Gli
uomini reggono grossi rami, e mentre un ignaro Macbeth dichiara la sua
salvezza garantita dalla profezia, i suoi aggressori danzano così lentamente
lungo le assi di legno che sembrano non muoversi affatto. E ogni notte, Ray è
portato quasi sempre a pensare: Mi sta succedendo qualcosa. Qualcosa di
pesante, di immenso e lento, proveniente da molto lontano, che non capisco.
Non ne ha idea. Ciò che gli si presenta è un genere più potente di seicento
specie. Familiare, proteiforme, dai tropici si insedia fin su nel nord temperato:
l’emblema generalista di tutti gli alberi. Spesso, incrostato, frastagliato, ma
solido sulla terra, e ricoperto di altre creature viventi. Trecento anni durante
cui cresce, tiene duro, muore. La quercia.
Le querce lo insediano in qualità di sostituto temporaneo nella loro lotta
contro il mostro umano. Il buon Macduff si nasconde dietro i loro rami
tagliati (Molte cose viventi rimasero ferite durante questa produzione),
sperando di ricordarsi le battute successive, pregando di riuscire a
sconfiggere l’usurpatore anche quella notte, e meravigliandosi delle strane,
irregolari forme lobate che rimpolpano il suo travestimento come lettere di un
alfabeto dello spazio interstellare, ogni geroglifico modellato da qualcosa che
pare corrispondere a un’attenta riflessione. Non riesce a leggere il testo sul
suo cartello. È scritto da una cosa con cinquecento milioni di apici radicali. Si
legge, Quercia e porta provengono dallo stesso mondo antico.
L’ultima serata, dopo il party, Ray e Dorothy finiscono a letto insieme.
Sono rimasti in balia del teatro e del capriccio di Dorothy per tutto quel
tempo. E poi, alla fine, una prova di cliff diving per lui. È abbastanza buio da
zittire le loro più pericolose sirene e inquietudini interiori. Ma a una
quindicina di centimetri dal volto di Ray illuminato dalla candela, lei riesce
ancora a distinguere i più piccoli muscoli sotto i suoi occhi.
“Che opinione hai dei tuoi genitori? Hai mai nutrito pensieri razzisti? Hai
mai rubato nei negozi?”
“Sono per caso sotto processo? Perché mi stai torturando?”
“Nessun motivo.” Tutto il suo viso si contorce come un fagiolo messicano
salterino.
Ray si gira sulla schiena e solleva lo sguardo al soffitto. “Non mi son mai
sentito così tanto sotto i riflettori. Ho come la sensazione di star parlando con
gli dèi.”
“Non è così, per l’appunto?”
E poi: “Credi che stiamo andando da qualche parte?”
Lei si inerpica sul gomito per trovare il viso di Ray. “Noi? Vuoi dire, tipo,
l’umanità?”
“Certo. Ma prima tu e io. E poi tutti gli altri.”
“Non lo so. E come diavolo dovrei saperlo?”
Lui avverte la sua rabbia, e crede di capire. La sua mano perlustra le
lenzuola con leggeri colpetti, cercandola. “Ho la sensazione che questo
dovesse succedere.”
“Questo?” gli fa il verso Lady M. Motteggio. “Il destino, intendi?”
È come se lui stesse di nuovo fluttuando, sentendosi paralizzato, lungo il
palco in time-lapse, travestito da bosco di Birnam. “Ho un buon stipendio.
Nel giro di altri cinque anni avrò pagato tutti i miei prestiti. Diventerò socio
in brevissimo tempo.”
Lei strizza gli occhi. Nel giro di qualche anno cadranno delle bombe, la
Terra sarà completamente consumata, e gli unici esseri umani scapperanno
via dal pianeta su dei razzi, diretti in nessun posto.
“Non saresti costretta a lavorare, se non ne avessi voglia.”
Lei si tira su a sedere. Con la mano esercita una pressione contro il suo
sterno, bloccandolo. “Aspetta. Oddio. Ti stai dichiarando?”
Lui alza la testa e la sfida. Coraggioso e possente come una quercia.
“Perché siamo andati a letto insieme? Una volta?” Non ha bisogno del suo
dono speciale per capire quanto il suo scherno riesca a punzecchiarlo.
“Aspetta. Sono la prima con cui sei stato?”
Lui rimane fermo, paralizzato, in mezzo al palco. “Magari avresti dovuto
chiedermelo due ore fa.”
“Senti. Cioè... il matrimonio?” Quella sola parola nella sua bocca suona
barocca ed estranea. “Non posso sposarmi. Devo... non so! Esplorare il
Sudamerica per due anni con lo zaino in spalla. Trasferirmi al Village e farmi
di brutto. Avere una storia con un pilota di un ultraleggero che lavora anche
per la CIA.”
“Lo zaino ce l’ho. Lo studio ha degli esperti di brevetti a New York. Ho
qualche dubbio sulla parte del pilota.”
Dorothy è finita in un’imboscata e sta ridendo e scuotendo la testa. “Stai
scherzando. Non stai scherzando. Che cavolo significa?” Lei si tuffa
all’indietro, atterrando sui cuscini. “Che cavolo, dico. Va’ avanti, Macduff!”
Fanno l’amore di nuovo. Questa volta, è impegnativo. Nel silenzio del
dopo, lei sente il sudore sulle sue tempie. “Qualcosa non va?”
“Nulla.”
“Non ti ho terrorizzato?”
“No.”
“Mi stai mentendo. Prima volta.”
“Forse.”
“Però mi ami.”
“Forse.”
“Forse? Che diavolo dovrebbe significare?”
Qualcosa di enorme e pesante e lento e distante e del tutto sconosciuto
comincia a dirgli quello che potrebbe significare. E poi passa a mostrarglielo.

***

La predizione di Ray si avvera. Ci vogliono solamente cinque anni per


estinguere tutti i suoi debiti. Subito dopo diventa associato allo studio legale.
È molto bravo in quello che fa: incastrare i responsabili dei furti della
proprietà intellettuale e farli smettere e desistere o saldare. La sua serietà è
ipnotica, la sua dedizione all’onestà e alla stabilità. Ti stai approfittando di
qualcosa che appartiene a qualcun altro. Il mondo non può funzionare in
quel modo. Quasi sempre, l’altra parte raggiunge un accordo extragiudiziale.
La predizione di Dorothy, dal canto suo, non è proprio sbagliata. Le
bombe stanno cadendo davvero. Ma sono bombe di media grandezza, su tutto
l’universo, abbastanza piccole però da scongiurare per ora l’abbandono del
pianeta da parte delle persone. Lei, tanto per cominciare, continua a fare lo
stesso lavoro, trascrivendo le parole di persone sotto giuramento il più
velocemente possibile. Il segreto è infischiarsene del significato di quelle
parole. Prestandovi attenzione si riduce la propria velocità.
Passa mezza dozzina di anni come se fosse una stagione sola. Si lasciano.
Si fidanzano di nuovo, mentre interpretano i personaggi romantici di una
produzione di un alter ego del teatro sociale di L’eterna illusione. I suoi piedi
diventano di nuovo freddi come il marmo. Si rimettono insieme, dopo aver
percorso cinquecento miglia del Sentiero degli Appalachi in ventun giorni. E
poi ancora, mediante segnali manuali, mentre praticano paracadutismo
acrobatico.
La loro durata media è di cinque mesi. La quarta volta che Dorothy rompe
il fidanzamento, è talmente traumatico che molla il lavoro e sparisce per
intere settimane. Le sue amiche si ostinano a non dire niente a Ray. Lui le
supplica di fargli avere sue notizie, un numero di telefono – qualunque cosa.
Affida loro lunghe lettere, che però dicono di non poter consegnare. E poi un
messaggio, né contrito, né crudele. Dorothy non vuole dire dov’è. Illustra
semplicemente la mortale claustrofobia, il panico micidiale che avverte nel
sottoscrivere un documento legalmente vincolante che determina la condotta
e la gestione del resto della sua vita.
Voglio stare con te. Questo lo sai. Ecco perché continuo a dire di sì. Ma un
accordo legale? Diritti e proprietà? Oh, Ray, se solo fossi un dottore diffamato o
un uomo d’affari in bancarotta. Un agente immobiliare da strapazzo. Tutto
fuorché un avvocato esperto di proprietà intellettuale.

Ray scrive all’indirizzo del mittente – una casella postale a Eau Claire. Le
dice che la schiavitù è stata abolita in ogni parte nel mondo. Lei non sarà mai
proprietà di nessuno. Non ha intenzione di cambiare la sua carriera per lei; la
legge sul copyright e il brevetto è tutto quello che sa. È un lavoro necessario,
il motore della ricchezza del mondo, e lui è piuttosto bravo. Magari un po’
più che bravo. Ma se deve scegliere tra rinunciare all’idea di matrimonio o a
quella di recitare in un’altra produzione teatrale amatoriale, be’, nolo
contendere.
Ritorna, e vivremo insieme nel peccato con due auto separate, due conti correnti
separati, due case separate, due testamenti separati.

Poco dopo aver spedito la lettera, lei si presenta sul gradino davanti alla
porta del villino di Ray, a tarda notte, con due biglietti per Roma. Il viaggio
solleva qualche obiezione nel suo ufficio, ma due giorni dopo lui parte con lei
in una non-luna di miele. La terza notte nella Città Eterna, con fiumi di
prosecco che scorrono liberamente, le incantevoli luci, i fatiscenti monumenti
antichi, la dannata musica per le strade, i tigli con le loro chiome gloriose e le
lucine bianche infilate tra i loro eleganti rami, lei gli domanda – “Che cavolo,
ehi, Ray?” – se Ray sarà il suo bene mobile acquisito legalmente, legato
contrattualmente a lei per sempre. Alla fine, si ritrovano a lanciare monetine
alle loro spalle sinistre nella Fontana di Trevi. Un’idea davvero poco
originale, e probabilmente devono pagare le royalty a qualcuno.
Tornano a St. Paul in tempo per l’Oktoberfest. Si giurano l’un l’altra di
non dirlo mai a nessuno, di negare tutto. I loro amici però se ne accorgono,
subito dopo che la coppia esce insieme in pubblico sfoggiando un sorrisetto
furbesco. Cos’è successo a voi due a Roma? Niente di speciale. Nessuno ha
bisogno di alcun superpotere in grado di leggere i muscoli facciali per sapere
che stanno mentendo spudoratamente. Siete stati messi in prigione o qualcosa
del genere? Vi siete sposati? Voi due vi siete sposati, non è vero? Siete
sposati!
E non fa nessunissima differenza al mondo. Dorothy si trasferisce
nuovamente da lui. Insiste per tenere una scrupolosa contabilità, dividendo
esattamente a metà ogni spesa in comune. Ma in un angolo remoto della sua
mente pensa, mentre attraversa lentamente le stanze incantevoli della
biblioteca, della sala da pranzo e del solarium: Quando succederà, quando
sarà il momento di covare, quando diventerò tutta strana e calda per
riprodurmi, allora tutto questo apparterrà ai miei piccoli!
Il giorno del loro primo anniversario, lui le scrive una lettera. Impiega un
po’ di tempo a trovare le parole. Non riesce proprio a dire quello che ha
scritto, così lo lascia sul tavolo della colazione prima di andare al lavoro.
Mi hai dato qualcosa che non avrei mai potuto immaginare, prima che ti
conoscessi. È come se avessi la parola “libro” e tu me ne avessi messo uno in
mano. È come se avessi la parola “gioco” e tu mi avessi insegnato a giocare. È
come se avessi la parola “vita”, e tu fossi venuta da me a dirmi, “Oh! Intendi
questa qui.”

Ray dice che non c’è niente sulla Terra che potrebbe darle in occasione
del loro anniversario per ringraziarla per quello che gli ha dato. Niente, tranne
una cosa che cresce. Ecco cosa propongo che facciamo. Non sa dove prende
l’idea. Si è dimenticato delle lente, pesanti rivelazioni esterne che lo hanno
assalito durante il primo spettacolo teatrale amatoriale, quando ha dovuto
recitare la parte di un albero. Dorothy legge le parole mentre è in auto diretta
in tribunale per un pomeriggio di trascrizioni di udienze.
Ogni anno, il più vicino possibile a questo giorno, rechiamoci al vivaio a cercare
qualcosa per il giardino dietro casa. Non ne so nulla di piante. Non conosco i
loro nomi né so come curarle. Non so nemmeno distinguere un indistinto
esemplare verde da un altro. Però posso imparare, come ho dovuto imparare
tutto di nuovo – me stesso, quello che mi piace e quello che non mi piace, la
larghezza, l’altezza e la profondità di dove vivo – ancora, con te al mio fianco.

Non tutto quello che piantiamo attecchirà. Non tutte le piante cresceranno
rigogliose. Ma insieme possiamo guardare quelle che riempiranno il nostro
giardino.

Mentre legge, le si appannano gli occhi e finisce sopra il cordolo del


marciapiede andando a sbattere contro a un tiglio di un viale alberato
abbastanza grande da distruggere la calandra.
Ebbene, il tiglio risulta essere un albero radicale, diverso da una quercia
quanto una donna da un uomo. È l’albero delle api, l’albero della pace, i cui
ricostituenti e il cui tè possono curare ogni genere di tensione e di ansia – un
albero che non può essere confuso con nessun altro, perché è l’unico in tutto
il catalogo delle centinaia di migliaia di specie terrestri con minuscoli fiori e
frutti duri che penzolano dalle piatte brattee il cui unico assurdo proposito
sembra quello di affermare la propria singolarità. I tigli cresceranno per lei, a
partire da questo agguato. Ma per l’adozione completa ci vorranno anni.
Ha bisogno di undici punti per richiudere la ferita sopra l’occhio destro,
dove la botta contro lo sterzo le ha provocato il taglio. Ray, in ufficio, si
precipita in ospedale. In preda al panico, colpisce il paraurti posteriore destro
della BMW di un dottore nel parcheggio coperto dell’ospedale. È in lacrime
quando lo accompagnano in chirurgia. Lei è seduta ben dritta con la testa
bendata, e si sta sforzando di leggere qualcosa. È tutto doppio. Il nome della
marca sui bendaggi di garza le appare come Johnson & Johnson & Johnson
& Johnson.
Le si illuminano gli occhi quando lo vede – quando vede entrambi.
“RayRay! Tesoro! Cosa c’è che non va?” Lui corre da lei, e Dorothy si tira
indietro, confusa. Poi fa mente locale. “Zitta. Tutto a posto. Non andrò da
nessuna parte. Piantiamo qualcosa.”
Douglas Pavlicek

Gli sbirri arrivano sul pianerottolo del minuscolo monolocale di


Douglas Pavlicek a East Palo Alto appena prima di colazione. Polizia vera:
un bel dettaglio. Ciò che si potrebbe chiamare realismo. Lo accusano di
rapina a mano armata e gli leggono i suoi diritti Miranda. Violazione dei
codici penali 211 e 459. Lui non riesce a trattenere un sogghigno mentre lo
perquisiscono e lo ammanettano.
“Lo trovi divertente?”
“No. No, certo che no!” Be’, magari un po’.
Diventa meno divertente quando i vicini escono sui balconi in pigiama
mentre gli sbirri scortano fuori Douggie verso l’automobile della polizia lì ad
attenderlo. Lui sorride – Non è come pensate – ma l’effetto viene
leggermente mitigato, un po’ per via delle mani ammanettate dietro la
schiena.
Uno degli sbirri lo spinge a forza sul sedile posteriore. Le portiere di
dietro sono sprovviste di maniglie. Gli agenti informano del suo arresto alla
radio. Tutto molto La città nuda, sebbene quel perfetto agosto nella Penisola
Centrale e il pensiero di venir pagato quindici dollari al giorno alleggerisca
un po’ la situazione. Lui è un diciannovenne, orfano da due anni, lasciato a
casa di recente dal lavoro come magazziniere in un supermercato, che campa
coi soldi dell’assicurazione sulla vita dei suoi genitori. Quindici bigliettoni al
giorno per due settimane di fila sono molti quattrini, per non fare niente.
Alla stazione di polizia – la vera stazione di polizia – gli prendono le
impronte digitali, lo spidocchiano e gli bendano gli occhi. Lo ributtano in
auto e lo portano in giro. Quando gli tolgono la benda, è in prigione. L’ufficio
del direttore, l’ufficio del custode, e diverse celle. Catene alle gambe. Tutto
molto ben concepito, convincente. Non ha idea di dove si trovi, nella vita
reale. Un qualche fabbricato per uffici. Le persone che comandano stanno
improvvisando, proprio come lui.
Tutte le guardie e la maggior parte dei prigionieri sono già lì. Douggie
diventa il Prigioniero 571. Le guardie si fanno chiamare semplicemente
Signore, con mazze e fischietti, uniformi e occhiali da sole. Fanno un uso
troppo generoso del bastone, per essere dei volontari a ore. Si calano nel loro
ruolo, accontentano gli sperimentatori. Spogliano Doug e gli mettono un
grembiule. Intendono ferire il suo orgoglio, ma Douglas, non avendone
alcuno, manda a vuoto i loro tentativi. C’è una “conta” – un appello e
un’umiliazione rituale – diverse volte quella sera. Caffè brodosi per cena.
Meglio di quello che mangia.
Più o meno al momento di spegnere le luci, l’eccessiva teatralità del
Prigioniero 1037 diventa leggermente selvaggia. Le guardie lo stendono a
suon di legnate. È già chiaro: ci sono guardie buone, guardie toste, e guardie
folli. Ognuna scende di un livello in presenza di altre.
Non appena Douggie – 571 – si appisola, viene buttato giù dal letto per
un’altra conta gratuita. Sono le due e trenta del mattino. È a questo punto che
le cose diventano strane. Lui si fa l’idea che l’esperimento non riguardi
quello che loro sostengono che sia. Si rende conto che stanno davvero
testando qualcosa di molto più inquietante. Lui però deve solo sopravvivere
quattordici giorni. Un corpo è in grado di sopportare due settimane di
qualsiasi cosa.
Il giorno due, un battibecco intorno alla dignità nella Cella Uno diventa
ingovernabile. Comincia come una gara di spintoni, poi degenera. Alcuni
prigionieri – 8612, 5704, e altri due – si barricano in cella e girano i loro letti
di traverso contro la porta. Le guardie chiamano rinforzi del turno di notte.
Giovani maschi si spintonano e cominciano una rissa sulle reti del letto.
Qualcuno comincia a urlare: “È una simulazione, porca miseria. È un fottuta
simulazione!”
O forse no. Le guardie spengono la rivolta con gli estintori, incatenano i
responsabili, e li sbattono nella cella d’isolamento. Da soli. Niente cena per i
ribelli. Mangiare, come ricordano le guardie ai loro prigionieri, è un
privilegio. Douggie mangia. Sa cos’è la fame. Il numero 571 non patirà la
fame per un piccolo teatro amatoriale. Gli altri possono impazzire tutti quanti,
se è così che vogliono passare il loro tempo. Ma nessuno lo terrà lontano dal
suo pasto caldo.
Le guardie allestiscono una cella privilegiata. Se qualunque prigioniero
vorrà dire quello che sa sull’insurrezione, potrà trasferire la sua brandina in
alloggi più lussuosi. Coloro che collaborano possono lavarsi e usare lo
spazzolino da denti e gustare persino un pasto speciale. Il privilegio non è
qualcosa di cui il Prigioniero 571 ha bisogno. Saprà badare a se stesso, ma
non è una spia. In realtà, nessun prigioniero accetta l’offerta della cella
privilegiata. All’inizio.
Le guardie cominciano a fare perquisizioni integrali di routine. Fumare
diventa un privilegio speciale. Andare in bagno diventa un privilegio. Per i
successivi due giorni, devono cacare nei secchi o tenersela. Ci sono lavoracci
ingrati e inutili che durano ore intere. Ci sono conte a notte fonda. C’è lo
svuotamento e la ripulita dei secchi pieni di schifezze brodose di altri
detenuti. Chiunque venga beccato a sogghignare deve cantare Amazing Grace
a braccia aperte. Il Prigioniero 571 è obbligato a fare centinaia di flessioni
sulle braccia per ogni minima infrazione escogitata.
La guardia che tutti i prigionieri chiamano John Wayne dice: “E se ti
dicessi di scopare sul pavimento? 571, tu sei Frankenstein. E tu, 3401, sei la
Sposa di Frankenstein. Okay, baciatevi, figli di puttana.”
Nessuno – né le guardie, né i prigionieri – esce dal proprio personaggio. È
folle. Quella gente è pericolosa; lo capisce persino il 571. Tutti quanti, fuori
controllo. E stanno snervando anche lui. In fondo, dubita di riuscire a reggere
due settimane. Starsene seduto nel suo appartamentino a leggere gli annunci
economici con le luci abbassate comincia a sembrargli un vero lusso.
Un piccolo incidente durante una conta e il Prigioniero 8612 perde la
ragione. “Chiamate i miei genitori. Fatemi uscire di qui!” Però non è
possibile. Deve rimanere due settimane, come tutti. Comincia a dare in
escandescenze. “È una vera prigione, questa qui. Siamo dei prigionieri.”
Quello che sta facendo l’8612 è sotto gli occhi di tutti: sta facendo finta di
essere diventato matto. Il bastardo vuole uscire dal gioco e lasciare tutti gli
altri a spalare merda per chissà quanti giorni sono rimasti. Poi la simulazione
diventa reale.
“Gesù Cristo, mi sento scoppiare! Mi sento tutto sconvolto. Voglio uscire!
Adesso!”
Doug ha già visto un tipo andare fuori di testa, quando era al liceo a Twin
Falls. Questo qui è il numero due. Che osserva il suo stesso cervello andare in
pappa.
L’8612 viene portato via. Il direttore non ha intenzione di dire dove.
L’esperimento deve rimanere intatto. L’esperimento deve allargarsi. Non c’è
nulla che il 571 desideri di più di uscire anche lui. Ma non può fare questo
agli altri. Gli altri carcerati lo odieranno a vita, come adesso lui odia l’8612.
È pazzesco – sintomo di un pizzico di orgoglio che non pensava di avere –
ma vuole che la reputazione di 571 rimanga intatta. Non vuole che nessuno
psicologo universitario, mentre sbircia attraverso un vetro a specchio e
videoregistra, dica: Ah, quello lì – abbiamo fatto crollare psicologicamente
anche quello.
Un prete va a far visita ai detenuti, un cappellano carcerario cattolico. Uno
vero, dall’esterno. Tutti i prigionieri devono andare a trovarlo nella cella delle
riunioni. “Come ti chiami?”
“Cinquecentosettantuno.”
“Perché sei qui?”
“Dicono che ho commesso una rapina a mano armata.”
“Cosa stai facendo per garantirti il rilascio?”
La domanda precipita giù lungo la spina dorsale di 571 e si deposita nelle
viscere. È forse tenuto a fare qualcosa? E se non lo fa – se non lo capisce?
Potrebbero tenerlo in quel posto infernale oltre il termine pattuito?
Il giorno successivo mette in agitazione tutti i prigionieri. Le guardie
fanno leva sulla loro angoscia. Fanno scrivere ai detenuti delle lettere per i
famigliari, ma sono loro a dettare le parole. Cara mamma. Ho fatto un gran
casino. Sono stato cattivo. Uno di loro critica pesantemente l’819 per essere
uno sfigato, e il tizio ha un crollo nervoso. Le autorità hanno avuto un faccia
a faccia con lui da quando è stato imprigionato, e adesso lo sbattono nella
cella d’isolamento. I suoi singhiozzi si diffondono per la prigione. Il resto dei
detenuti viene chiamato nel salone per una conta. Le guardie fanno intonare
loro: Il Prigioniero 819 ha fatto una brutta cosa. Per questo, il mio secchio
della merda non verrà svuotato stanotte. Il prigioniero 819 ha fatto una
brutta cosa. Per questo...
Un nuovo prigioniero, il 416 – quello che è subentrato all’8612 –
organizza uno sciopero della fame. Convince due prigionieri a unirsi a lui,
altri invece lo accusano di fomentare delle stronzate. Quando ci sono dei
guai, ne risentono tutti. 571 si rifiuta di scegliere con chi stare, non è uno che
ama far parte dei gruppi. Però non è neppure un kapò. La situazione sta
degenerando. I prigionieri si infiammano a vicenda. Lui non può permettersi
di lasciarsi coinvolgere. Dice a tutti che è una persona non allineata. Ma non
ci sono dei non allineati.
John Wayne minaccia il 416. “Mangia la dannata salsiccia, bello, o te ne
pentirai.” Il 416 getta la salsiccia sul pavimento, dove rotola in mezzo al
sudiciume. Prima che qualcuno si accorga di quello che sta succedendo, il
detenuto viene sbattuto nella cella d’isolamento, la lurida salsiccia in mano.
“Rimarrai lì dentro finché non l’avrai mangiata.”
C’è un annuncio generale: se un qualsiasi prigioniero vuole rinunciare alla
sua coperta per quella notte, il 416 verrà liberato. Se nessuno lo fa, il 416
passerà la notte in isolamento. Il 571 è a letto, sotto la sua coperta, e pensa:
Questa non è vita. È solo una simulazione del cazzo. Forse dovrebbe reagire
agli sperimentatori, incasinare le loro aspettative, trasformarsi in un santo
Superman. Ma accidenti: nessun altro si offre. Tutti si aspettano che lui
dorma al freddo quella notte. Detesta deluderli tutti quanti, ma non è stato lui
a dire al 416 di fare quello stupido numero. Avrebbero potuto benissimo
morire di noia per due settimane e sarebbe andato tutto bene.
Rimane coricato al calduccio tutta la notte, ma senza dormire. Non riesce
a scacciare i pensieri. Si chiede: E se fosse tutto reale? Se fosse stato messo al
fresco per due o dieci o duecento anni? Imprigionato per diciotto anni per
omicidio colposo, come l’insegnante ubriaco delle medie che a Townsend era
andato a sbattere contro la Gremlin dei suoi genitori mentre stavano
rientrando dalla line dance. Sbattuto dietro le sbarre, come milioni di persone
invisibili in tutto il paese su cui lui non aveva mai riflettuto attentamente? Lui
non sarebbe nulla. Nemmeno il 571. Le vere autorità potrebbero farlo
diventare qualsiasi cosa.
Il mattino successivo porta con sé un incontro frettoloso. Il direttore e il
sovrintendente sono convocati dalle cariche più alte. Finalmente un
cervellone di scienziato in una posizione autorevole si sveglia e si rende
conto che la gente non può farlo. L’intero esperimento è un vero crimine.
Tutti i prigionieri devono essere liberati, graziati in anticipo, devono
riemergere da un incubo durato soltanto sei giorni. Sei giorni. Non sembra
possibile. Il 571 si ricorda a malapena la persona che era, la settimana prima.
Gli sperimentatori chiamano a rapporto tutti quanti prima di scaraventarli
nuovamente nel mondo. Le vittime però sono un po’ troppo su di giri per
riuscire a riflettere. Le guardie si difendono mentre i prigionieri danno in
escandescenze. Anche Douggie – Douglas Pavlicek – agita il dito per aria.
“La gente che gestisce tutto questo – i cosiddetti psicologi – dovrebbe venire
rinchiusa per violazione del codice etico.” Ma non ha rinunciato alla sua
coperta. Adesso sarà per sempre il tizio che non voleva schierarsi e che non
ha ceduto la sua coperta, persino in un piccolo, insulso e finto esperimento di
due settimane.
Emerge dalla prigione sotterranea uscendo all’aria piacevole della
Penisola Centrale. Una dolce e leggera brezza al profumo di gelsomino e di
pino domestico italiano si infila dentro la sua camicia e gli scompiglia i
capelli. Adesso sa dove si trova: al Dipartimento di Psicologia, sul campus
del magnate senza scrupoli. Stanford. Terra di conoscenza, denaro, e potere,
con il suo infinito tunnel di palme e i suoi minacciosi colonnati di pietra.
Quel monastero da ricconi dove lui ha sempre avuto timore di camminare, o
persino di fare una commissione, per paura che qualcuno lo potesse arrestare
accusandolo di essere un impostore.
Gli consegnano l’assegno di novanta dollari e lo riportano al suo
monolocale a East Palo Alto. Lui si rintana nel suo bunker privato, a
rimpinzarsi di patatine al mais annaffiate con birra Pabst e a guardare la
televisione su un minuscolo apparecchio in bianco e nero dotato di antenne
realizzate con carta stagnola stropicciata. Ed è proprio lì dove, tre settimane
dopo, guarda un programma su un centinaio di elicotteri perduti durante una
malriuscita operazione in Laos. Non sapeva nemmeno che gli elicotteri degli
Stati Uniti fossero nel Laos. Sistema la sua lattina di birra sul tavolo rotondo
e ha la netta impressione di star lasciando un’impronta circolare sulla bara di
pino di qualcuno.
Si alza in piedi con un senso di intontimento, sentendosi come la notte in
cui il 416 era stato sbattuto nella cella d’isolamento. Si passa le dita sui folti
ricci destinati a smammare dalla sua testa per tempo e in massa. Qualcosa
nello status quo si è palesemente guastato, e c’è dentro anche lui. Non vuole
vivere in un mondo in cui dei ventenni muoiono affinché altri ventenni
possano studiare psicologia e scrivere di esperimenti incasinati. È
perfettamente consapevole che ormai la guerra è persa. Ma questo non
cambia nulla. Il mattino dopo è davanti al centro di reclutamento sulla
Broadway al momento dell’apertura. Lavoro fisso, e finalmente onesto.
Il sergente maggiore Douglas Pavlicek pilota oltre duecento missioni di
trasporto aereo tattico negli anni successivi al suo arruolamento. Addetto al
carico su un C-130, si occupa di bilanciare tonnellate di materiale di
protezione da sostanze nocive con esplosivi di classe A sugli aerei. Sistema
l’artiglieria sul terreno erboso sotto il fuoco di mortaio talmente fitto da
ricoprire l’aria di schiuma. Riempie i voli in partenza di autocarri duece-and-
a-half, veicoli trasporto truppe, e pallet carichi di razioni C, e i voli di ritorno
di sacchi di plastica contenenti cadaveri. Chiunque provi a riflettere sa che la
causa è fallita tanto tempo prima. Ma nell’economia psichica di Douglas
Pavlicek, riflettere non è neanche lontanamente importante quanto rimanere
impegnati. Finché ha un lavoro a riempirgli le ore e i suoi compagni
dell’equipaggio a sintonizzare la radio sul rhythm and blues, non gli interessa
quanto presto o tardi perderanno quell’inutile guerra.
La sua tendenza a svenire per disidratazione gli ha fatto guadagnare il
soprannome di Femminuccia. Spesso si dimentica di bere – durante il giorno,
perlomeno. Dopo il tramonto, striscia carponi lungo la Jomsurang Road a
Khorat o lungo gli intrichi delle viuzze del sesso di Patpong e Petchbury a
Bangkok, la Città degli Angeli, dove fiumi di Mekhong e tini di Singha
scorrono piuttosto liberamente. Il liquore scadente lo rende simpatico, più
onesto, meno stronzo, e più capace di tenere lunghe, prolisse conversazioni
filosofiche sul destino della vita con gli autisti di samlor.
“Andare a casa, adesso?”
“Non ancora, amico. La guerra non è finita!”
“Guerra finita.”
“Per me no. L’ultimo uomo là fuori deve ancora spegnere le luci.”
“Tutti dicono guerra finita. Nixon. Kissinger.”
“Fanculo Kissinger, amico. Premio Nobel per la Pace, tutte balle!”
“Sì. Fanculo Le Duc Tho. Tutti a casa adesso.”
Douggie non sa più quando potrà succedere.
Quando non lavora, si sballa con l’erba tailandese e si siede per ore a
suonare riff di basso e pezzi dei Rare Earth e dei Three Dog Night. Oppure si
mette a vagare per i templi in rovina – Ayutthaya, Phimai. Trova che lo stupa
distrutto abbia un che di rassicurante. Le torri crollate inghiottite dal teak e le
gallerie fatiscenti lasciate lì a sbriciolarsi. A breve la giungla si prenderà
Bangkok. L.A., un giorno. E va bene così. Non è colpa sua. È la storia, pura e
semplice.
Le basi enormi con le loro flotte di bombardieri a tappeto stanno
chiudendo, e le migliaia di aziende familiari a traino di un’economia della
dipendenza si rivoltano rabbiosamente. Tutta la Tailandia è consapevole di
quello che sta arrivando. Sono stati costretti a sottoscrivere quel patto col
Diavolo Bianco, e ora pare che abbiano appoggiato la parte sbagliata. Eppure,
i tailandesi che Douglas ha conosciuto non mostrano altro che gentilezza nei
confronti del loro distruttore. Lui sta pensando di fermarsi lì anche dopo la
fine del periodo di servizio e dell’interminabile guerra. È rimasto per i
momenti belli, dovrebbe trattenersi e ricambiare, in previsione di quelli brutti
in arrivo. Ha già imparato un centinaio di parole di tailandese. Dâai. Nít nói.
Dee mâak! Tuttavia, per ora è il soldato con il periodo di servizio più corto di
tutti, e si occupa del trasporto più sicuro mai costruito. È la sicurezza del
posto di lavoro, per alcuni mesi, almeno.
Lui e i suoi compagni dell’equipaggio preparano l’Herky Bird per
l’ennesimo trasferimento quotidiano in Cambogia. Hanno continuato a
portare rifornimenti all’aeroporto di Pochentong per settimane. Adesso i
rifornimenti stanno lasciando il posto allo sfollamento. Un altro mese, forse
due – di certo non oltre. I vietcong stanno invadendo tutto, come le piogge
estive. Si assicura al suo trapuntino e salgono in quota, come d’abitudine,
sopra il mondo ancora rigoglioso e verdeggiante, il mosaico delle terrazze di
riso e la giungla tutt’intorno. Quattro anni prima, la rotta era ancora tutta
verde al di là dei fiumi fino al Mare cinese meridionale. Poi sono arrivate le
nocive tempeste degli erbicidi arcobaleno, i dodici milioni di galloni di quel
fitormone modificato, l’Agente Arancio.
Dopo qualche minuto nella Rouge Land vengono colpiti. Impossibile; tutti
i loro strumenti di bordo avevano segnalato il via libera fino all’aeroporto. La
contraerea distrugge la cabina e la stiva merci. Forman, il motorista di volo,
viene raggiunto da schegge di granata negli occhi. Un frammento di granata
squarcia il fianco del navigatore, Neilson, e qualcosa di caldo, umido e
inopportuno comincia a riversarsi fuori dal suo corpo.
Tutto l’equipaggio conserva una calma innaturale. Era un po’ di tempo
che quel film dell’orrore popolava i loro sogni, e alla fine eccolo lì.
L’incredulità li mantiene efficienti. Si mettono in riga, occupandosi dei feriti
e ispezionando il danno. Un doppio, impalpabile fumo nero e oleoso esce a
poco a poco dai due motori, entrambi a dritta, il che non lascia presagire nulla
di buono. In capo a un minuto, le nuvolette si addensano diventando dei
pennacchi. Straub manovra l’aereo in un’eccellente inclinazione trasversale,
ridirigendolo verso la Tailandia e la salvezza. Sono soltanto duecento
chilometri. Un Hercules può volare con un solo motore.
E poi cominciano ad abbassarsi, come un’anatra che punta verso un lago.
Il fumo trapela dal retro dell’area merci. La parola evacua la bocca di
Pavlicek prima di rendersi conto del suo significato: Fuoco! Su un aereo
pieno zeppo fino alla fusoliera di carburante e artiglieria. Torna indietro
facendosi largo tra le fiamme che si stanno propagando. Deve togliere i pallet
dalla stiva prima che prendano fuoco. Lui, Levine e Bragg armeggiano con i
ganci e gli sbloccaggi. Da una perdita nel condotto dell’aria, perforato
nell’esplosione, fuoriesce vapore liquido che gli schizza addosso. Il caldo gli
ustiona la parte sinistra del viso. Non lo sente nemmeno. Non ancora.
Riescono a disfarsi di tutto il carico. Uno dei pallet scoppia mentre sta
uscendo dall’aereo. Esplodono schifezze mentre precipitano. E poi anche
Pavlicek si ritrova a fluttuare giù verso la terra come un seme alato.

Diversi chilometri più sotto e tre secoli prima, una vespa ricoperta di
polline scese lungo un buco all’estremità di un certo fico verde dove depose
le uova su tutto il giardino involuto di fiori nascosti all’interno. Ognuna delle
settecentocinquanta specie di Ficus presenti al mondo ha la sua unica vespa
personalizzata per fertilizzarlo. E in qualche modo, quella vespa ha trovato la
precisa specie di fico del suo destino. La fondatrice ha deposto le uova ed è
morta. La frutta che ha fertilizzato è diventata la sua tomba.
Una volta schiuse, le larve del parassita si sono nutrite delle parti interne
di questa infiorescenza. Però si sono fermate prima di distruggere la cosa che
le nutriva. I maschi si sono accoppiati con le loro sorelle, e poi sono morti
dentro la loro felpata prigione di frutta. Le femmine sono emerse dal fico e
sono volate via, ricoperte di polline, per portare il gioco senza fine da un’altra
parte. Il fico che si sono lasciate alle spalle ha dato vita a un fagiolo rosso più
piccolo della lentiggine sull’estremità del naso di Douglas Pavlicek. Il fagiolo
è stato mangiato da un bulbul. Il fagiolo è passato attraverso l’intestino
dell’uccello ed è caduto dal cielo in un mucchietto di sostanziosa merda che è
atterrata nell’incavo di un altro albero, dove il sole e la pioggia si sono presi
cura della risultante pianticella sfidando i milioni di modi in cui si può
morire. È cresciuta; le sue radici hanno racchiuso il suo ospite. Sono passati
decenni. Secoli. La guerra in groppa agli elefanti ha ceduto il passo ad
allunaggi trasmessi in televisione e bombe all’idrogeno.
Il tronco del fico ha ramificato, e i rami hanno prodotto le loro foglie
inclinate dalle gocce di pioggia. Dai rami più grossi se ne sono piegati altri a
gomito, che si sono abbassati verso il terreno e ispessiti fino a diventare dei
nuovi tronchi. Col passar del tempo, il singolo tronco centrale è diventato un
bosco. Il fico si è allargato fino a diventare un boschetto ovale di trecento
grossi tronchi e altri duecento più piccoli. Eppure era ancora un unico fico.
Un baniano...

***

L’addetto al carico Pavlicek precipita a pancia in giù nell’aria blu priva di


difetti. Il sibilo lo confonde. Il disastro fluttua in alto sopra di lui, nella
nuvola, e non ha più bisogno di essere risolto. Lui vuole solamente perdonare
il mondo, dimenticare, e cadere.
Il vento lo porta dove vuole, a metà strada dalla provincia di Nackon
Ratchasima. Mentre la terra si affretta a incontrarlo, Douglas si riprende.
Cerca di dirigere il paracadute verso una terrazza di riso, ricoperta di acqua e
punteggiata di fasci verdi. Però le ginocchiere si ingarbugliano, lui oltrepassa
la sua destinazione, e nella folle caduta degli ultimi cento metri, un’arma
assicurata alla sua coscia lascia partire un colpo. Il proiettile penetra sotto la
sua rotula, frantuma la tibia, e schizza fuori dal tacco dei suoi scarponi. Il suo
grido trafigge l’aria, e il suo corpo precipita tra i rami del baniano, quella
foresta nata da un unico albero che è cresciuta nel corso di trecento anni
appena in tempo per interrompere la sua caduta. I rami gli squarciano la
divisa di volo. Rimane ingarbugliato dallo strato dei tessuti in seta. Tra le
lacerazioni e le ustioni, la ferita da arma da fuoco e la gamba polverizzata,
l’aviatore perde i sensi. È sospeso a circa sei metri dalla Terra in un territorio
amico, a faccia in giù e a braccia e gambe divaricate tra i rami di un albero
sacro più grande di alcuni villaggi.
Arriva un autobus tailandese carico di pellegrini venuti per venerare
l’albero divino. Attraversano il colonnato delle radici aeree di sostegno verso
il tronco centrale, quel tronco che ha cinto pian piano un genitore affidatario
fino a farlo morire soffocato secoli prima. Dentro quel tronco sinuoso si
nasconde un altare sacro ricoperto di fiori, grani di rosario, campane, fogli
pieni di preghiere, statuette con la base crepata, e fili sacri.
I visitatori sfilano lungo l’altare attraverso il pergolato intrecciato di rami
aperti, cantando in lingua pali. Hanno le braccia piene di bastoncini
d’incenso, barattoli sovrapponibili contenenti gang gai, e ghirlande di fiori di
loto e gelsomino. Tre bambini corrono avanti, intonando un canto Luk Thung
quanto più velocemente glielo consentano le loro labbra.
Si avvicinano al santuario. Aggiungono le loro ghirlande all’arcobaleno
delle offerte che stanno già ricoprendo i rami a mo’ di ragnatela. Poi il cielo
pare crollare e un missile si schianta contro il fogliame in cima. Al momento
dell’impatto, i bastoncini d’incenso, le ghirlande e i barattoli alimentari si
disseminano ovunque. Per l’urto, due pellegrini vengono sbattuti a terra.
Il caos si dissolve. I pellegrini guardano in alto. Un farang gigantesco è
sospeso sopra le loro teste, minacciando di schiantarsi sui rami e cadere al
suolo lungo l’ultimo, breve tratto. Chiamano lo straniero. Lui non reagisce.
Ha inizio un dibattito su come raggiungere l’uomo e liberarlo dalla stretta del
fico e del paracadute. Il sergente maggiore Pavlicek si sveglia al cospetto di
molti tailandesi intenti a pungolarlo, in piedi su delle panche. Lui crede di
essere coricato di schiena, ballonzolando in una pozza di atmosfera, mentre
persone capovolte si chinano e cercano di afferrarlo da sotto la superficie
riflettente. Si sente schiantare dal dolore alla gamba e al viso. Con un colpo di
tosse sputa un filo di saliva rossa. Pensa: Sono morto.
No, una voce accanto alla sua faccia lo corregge. Albero salvato tua vita.
Le tre sillabe più utili dei suoi quattro anni in Tailandia fuoriescono dalla
bocca di Douggie in un borbottio. “Mâi kâo chai.” Non capisco. Dopo di che,
perde di nuovo i sensi e ripete il lungo, ciclico compito di cadere. Questa
volta, continua a capitombolare mentre la Terra sotto di lui si spalanca e lo
accoglie. Precipita in profondità, una lunga, sontuosa discesa nel regno delle
radici. Sprofonda sotto la falda freatica, giù verso l’inizio del tempo, dentro il
covo di una creatura fantastica di cui non aveva mai immaginato l’esistenza.

La clinica locale non ne vuole sapere di toccare la gamba di un soldato


americano. Un membro del personale lo porta a Khorat a bordo di una Mazda
color corallo con una bandiera della Ruota buddista che sventola
dall’antenna. L’auto somiglia a una barca sul Khlong, e lascia dietro di sé
un’analoga nuvola di fumi oleosi. Pavlicek, impasticcato pesantemente di
farmaci sul sedile posteriore, osserva i chilometri verdi scivolare via. Il basso
paesaggio rigoglioso, le colline ondulate. Nell’acqua ci sono i pesci; nei
campi c’è il riso. L’intera regione sprofonderà come una barchetta di foglie di
banano in mezzo a un tifone. L’anno prossimo, in quel periodo, Douglas starà
prendendo il sole presso il Siam Intercontinental. Un albero gli ha salvato la
vita. Non ha senso.
Quando l’effetto dell’iniezione dell’ospedale comincia a svanire, Pavlicek
implora l’autista di ucciderlo. L’autista muove convulsamente le dita attorno
alla bocca. “No agita.”
La tibia di Douglas è uscita dal suo innesto. Un dottore alla base di Khorat
lo rimette in sesto e lo trasferisce al Fifth Field, a Bangkok. Tutti i suoi
compagni sono sopravvissuti – grazie soprattutto, come recita il rapporto del
dopo-battaglia, a lui. Lui che, be’, deve la sua vita a un albero...

***

L’Aeronautica militare non se ne fa niente degli zoppi. Gli danno le


stampelle, un’Air Force Cross – la seconda più alta medaglia al valore che
viene assegnata – e un biglietto gratuito per fare ritorno all’aeroporto di San
Francisco. Intasca trentacinque dollari per la medaglia presso il Friendly’s
Pawn su Mission Street. Non sa se il Friendly stia aiutando o fregando un
veterano ferito. Né gli serve granché saperlo. E così finiscono gli sforzi
dell’addetto al carico Douglas Pavlicek per cercare di preservare il mondo
libero.
Il mondo è un baniano, le sue radici sopra e i rami sotto. Di tanto in tanto
le parole risalgono pian piano il tronco per Douglas, come se fosse ancora
appeso per aria a testa in giù: Albero salvato tua vita. Si sono dimenticati di
dirgli perché.

La vita fa il conto alla rovescia. Nove anni, sei lavori, due storie d’amore
interrotte, tre targhe statali, due tonnellate e mezzo di birra passabile, e un
incubo ricorrente. Con un altro autunno che volge al termine e l’inverno
imminente, Douglas Pavlicek va a prendere il martello a penna tonda e fa una
serie di buche sulla strada piuttosto liscia che oltrepassa il maneggio di
cavalli e prosegue verso Blackfoot. L’obiettivo è quello di far rallentare le
persone in modo che lui possa stare accanto al recinto e vedere i loro visi.
Quando sarà novembre, è probabile che passerà un po’ di tempo prima di
avere di nuovo quel piacere.
Per Douglas diventa un modo per trascorrere il sabato, dopo aver dato da
mangiare ai cavalli e letto loro alcune pagine. Lo schema funziona. Se l’auto
rallenta quel tanto che basta, lui e il cane avanzano adagio sul ciglio della
strada finché un autista non abbassa il finestrino per salutare o estrarre una
pistola. In quel modo riesce a fare un paio di conversazioni piacevoli, un vero
compromesso. Un tizio si trattiene persino per un minuto. Douggie sa che il
comportamento potrebbe sembrare un po’ eccentrico, visto da fuori. Ma
quello è l’Idaho, e quando passi tutto il tuo tempo in compagnia di cavalli, la
tua anima si espande fino al punto in cui il comportamento degli uomini non
sembra nient’altro che una festa in maschera che faresti bene a non prendere
per ciò che appare.
In realtà, è sempre più convinzione di Douggie che il più grande difetto
della specie sia l’irresistibile tendenza a confondere il consenso con la verità.
L’unica più grande influenza su ciò che un corpo crederà o non crederà è
quello che alcuni corpi vicini trasmetteranno sulla banda pubblica. Provate a
mettere tre persone in una stanza, e vedrete che esse decideranno che la legge
di gravità è dannosa e dovrebbe essere soppressa perché i loro zii, ubriachi
fradici, sono caduti dal tetto.
Ha sperimentato questa idea con altri, però senza molto successo. Ma un
po’ di acciaio che scorre accanto alla sua vertebra L4, un piccolo fondo di
guerra della sua pensione del benservito, una Croce dell’Aeronautica militare
(data in pegno), un tardivo Purple Heart il cui retro gli ricorda la tazza di un
gabinetto, e la capacità di fare delle cose con le proprie mani lo autorizzano
ad avere opinioni salde.
Zoppica ancora un po’ mentre fa oscillare il martello. Il viso è diventato
lungo e cavallino, in un’imitazione inconscia degli animali di cui si prende
cura. Vive da solo per sette mesi all’anno mentre gli attempati proprietari del
ranch si dedicano alla sfilza dei loro altri hobby e delle loro abitazioni. Le
montagne lo cingono su tre lati. L’unica cosa che appare sullo schermo della
televisione è un caos di interferenze. E c’è ancora una parte di lui che vuole
sapere se le sue poche convinzioni personali possono essere avvalorate da
qualcuno, da qualche parte. La conferma degli altri: un male di cui morirà
l’intera razza. Eppure, passa il secondo sabato di ottobre a fare dei lavori
sulla strada davanti a casa, sperando che un’ampia buca farà rallentare la
gente.
Sta per abbandonare il posto di controllo per quella giornata e tornare al
capannone a discutere di Nietzsche con Chief Plenty Coups, il cavallo da tiro
belga, quando una Dodge Dart rossa guadagna la cima dell’altura a una
velocità vicina a quella del suono. Vedendo il tratto di crateri, l’auto si
affretta a fare una slittata mirabilmente controllata. Douggie e il cane
cominciano ad avanzare a lunghi passi. Quando raggiungono l’auto, il
finestrino è abbassato. Si sporge una donna dai capelli decisamente rossi.
Hanno molte cose da dirsi, si rende conto Douglas. Destinati a diventare
amici.
“Perché la strada è così rovinata, proprio qui?”
“Ribelli,” spiega Douglas.
La donna tira su il finestrino e si allontana a tutta velocità, al diavolo le
assi dell’auto. Nemmeno uno sguardo. Fine del gioco. Un gesto che priva
Douglas di qualcosa. L’ultima, ennesima goccia. Non è rimasto nemmeno lo
slancio vitale sufficiente per leggere qualche passo di Zarathustra al cavallo.
Quella notte le temperature scendono sotto lo zero, con fiocchi di neve
simili a carta vetrata che gli strofinano il viso, come se tutti i grandi spazi
aperti fossero diventati un centro californiano di trattamenti esfolianti. Si
dirige al Blackfoot, dove fa provvista di cocktail di frutta per un mese,
casomai le abbondanti nevicate arrivassero in anticipo. Finisce al bar dei
biliardi, distribuendo dollari d’argento come se fossero pezzi d’estrusione di
alluminio.
“Bisogna essere pronti a bruciare nelle proprie fiamme,” dice a una bella
fetta di clientela. Così parla l’ex prigioniero 571, che dovrà sempre dire che
non ha dato la sua coperta a un suo compagno di cella quando invece avrebbe
dovuto farlo. Rientra a casa dopo diciotto partite di palla 8 con più soldi di
quanti ne aveva quando era uscito. Seppellisce il denaro nel pascolo a nord,
accanto al resto del gruzzolo, prima che il terreno diventi troppo freddo per
riuscire a scavare.
Da quelle parti, l’inverno è più lungo del conto totale lasciato al bar di
un’intera civiltà. Lui intaglia. Utilizza i suoi corni ramificati per costruire
degli oggetti: una lampada, un attaccapanni, una sedia. Pensa alla donna dai
capelli rossi e alla sua natura gloriosa e irraggiungibile. Ascolta gli animali
fare esercizi di ginnastica ritmica in soffitta. Finisce una raccolta di scritti di
Nietzsche e continua con Il libro completo delle profezie di Nostradamus,
bruciando pagina dopo pagina nella stufa a legna man mano che finisce
ognuno. Dà una bella strigliata ai cavalli, li cavalca quotidianamente a
rotazione nel recinto al coperto, e legge loro Il Paradiso perduto, visto che
Nostradamus è troppo inquietante.
In primavera, porta una calibro 22 nel sottobosco. Però non riesce a tirare
il grilletto, nemmeno contro una lepre zoppa. C’è qualcosa che non va in lui,
ne è consapevole. Quando all’inizio dell’estate i suoi datori di lavoro fanno
ritorno, lui li ringrazia e dà le dimissioni. Non è sicuro di dove andrà. Dal suo
ultimo volo come addetto al carico, sapere cosa farà è diventato un lusso
impossibile.
Vuole continuare a dirigersi verso ovest. Il problema è che proseguire
verso l’unica striscia di terra ancora a ovest gli dà la sensazione di tornare a
est. Eppure, ha il suo pick-up F100 usato ma robusto, dei nuovi pneumatici,
una discreta quantità di monete, la sua pensione di invalidità da reduce di
guerra, e un amico a Eugene. Belle strade secondarie di campagna
attraversano le montagne fino a Boise e oltre. La vita è bella com’è stata da
quando è caduto dal cielo precipitando su un baniano. La radio del
camioncino va e viene lungo i canyon, come se le canzoni stessero arrivando
dalla luna. Brani high lonesome che sfumano in pezzi techno. Lui tanto non
sta ascoltando. È rapito dalle pareti lunghe chilometri di abete Engelmann e
subalpino. Si ferma sul margine della strada per riprendersi. Là sulle creste di
quei monti potrebbe fare la pipì sulla mezzeria dell’autostrada senza che
l’umanità se ne accorgesse minimamente. Ma il vandalismo è una brutta
deriva, come ha sempre insegnato ai cavalli. Si allontana dalla strada e si
inoltra nel bosco.
E là, bandiera a mezz’asta, occhi rivolti verso il territorio selvaggio, in
attesa che la vescica tolga la sicura, Douglas Pavlicek scorge lastre di luce in
mezzo ai tronchi dove dovrebbe esserci l’ombra fino al cuore della foresta.
Chiude la cerniera ed esplora. Si addentra ancor di più nel sottobosco, solo
che più si spinge all’interno più in realtà si allontana. Dopo la più corta delle
escursioni, sbuca di nuovo in qualcosa che non si può neppure definire
radura. Chiamiamola luna. Una zona desolata costellata di ceppi d’albero si
propaga davanti a lui. Il suolo stilla scorie rossastre mescolate a segatura e
fanghiglia. Ogni direzione fin dove riesce a vedere somiglia a un gigantesco
uccello spennato. È come se quel luogo fosse stato colpito dai raggi della
morte degli alieni, e il mondo stesse chiedendo il permesso di arrivare a una
fine. Soltanto una cosa nella sua esperienza assomiglia a quello che ha
davanti: le zone di giungla che lui, Dow e Monsanto hanno contribuito a
sgombrare. Ma quel disboscamento è molto più efficiente.
Si imbatte di nuovo nella tenda coprente di alberi, attraversa la strada, e
sbircia dal bosco dall’altra parte. Nuovo paesaggio lunare si distende sul
fianco della montagna. Avvia il camioncino e riparte. Il percorso sembra
attraversare nient’altro che foresta, chilometro dopo chilometro verde
smeraldo. Ora però Douggie capisce l’illusione. Sta percorrendo l’arteria più
sottile della vita immaginaria, un velatino che nasconde il cratere causato da
un’esplosione grande quanto uno stato sovrano. La foresta non è altro che un
arredo scenico, un pezzo di fine bravura. Gli alberi sono come poche decine
di comparse assunte per riempire un primissimo piano e far finta che sia New
York.
Si ferma a una stazione di rifornimento per fare benzina. Chiede al
cassiere: “Hanno disboscato, nella valle?”
Il tizio prende i dollari d’argento di Douggie. “Merda, proprio così.”
“E l’hanno imboscato dietro alla tendina di una cabina elettorale?”
“Le chiamano strisce meravigliose. Corridoi panoramici.”
“Ma... non è tutta foresta nazionale?”
Il cassiere si limita a fissarlo, come se la pura e semplice stupidità della
domanda nascondesse forse un qualche trucco.
“Pensavo che la foresta nazionale fosse terra protetta.”
Il cassiere fa una pernacchia lunga quanto un treno. “Forse pensava ai
parchi nazionali. Lo scopo degli alberi della foresta nazionale è quello di
venire abbattuti, a basso costo. E venduti a chiunque li voglia comprare.”
Be’ – un’esperienza educativa allo stato puro. Douglas prende l’abitudine
di imparare qualcosa di nuovo tutti i giorni. Questa piccola informazione lo
accompagnerà per alcuni giorni. Comincia a sentirsi ribollire di rabbia, da
qualche parte prima di Bend. Non sono solamente le centinaia di migliaia di
acri spariti davanti ai suoi occhi dal mattino al pomeriggio. Passi anche il
fatto che l’Orso Smokey e il Ranger Rick stiano mettendo da parte pensioni
pagate da Weyerhaeuser. Però il semplice, deliberato trucco antipaticamente
efficace della parete di alberi sul ciglio dell’autostrada gli fa venir voglia di
rifilare un ceffone a qualcuno. Ogni chilometro di quella fila di tronchi è un
inganno, proprio come avevano programmato. Sembra tutto così reale, così
vergine, così incorrotto. Gli sembra di essere sulla Cedar Mountain, quella
dell’epopea di Gilgamesh, che l’anno prima ha trovato nella biblioteca del
ranch e ha letto ai cavalli. La foresta dal primo giorno della creazione. Però si
scopre che Gilgamesh e il suo amico punk Enkidu sono già arrivati e hanno
sfoltito gli alberi del posto. La storia più antica del mondo. Potresti
attraversare lo stato e non accorgertene mai. Ecco dove sta la violenza di
quella cosa.
A Eugene, Douglas trasforma un’ingombrane torretta di dollari d’argento
in un giro su un piccolo aereo a elica. “Mi faccia volteggiare più a lungo
possibile per questi soldi. Voglio vedere che aspetto ha questo paesaggio
quaggiù da lassù.”
Assomiglia al fianco rasato di una bestia malata pronta per la sala
operatoria. Ovunque, in ogni direzione. Se l’immagine del panorama fosse
trasmessa in televisione, il disboscamento verrebbe interrotto il giorno
successivo. Tornato sulla superficie dissimulatrice del pianeta, Douglas passa
tre giorni sul divano dell’amico, in silenzio. Non ha capitale. Né arguzia
politica. Né potere di persuasione. Né acume economico o mezzi sociali.
Tutto quello che ha è l’immagine di un disboscamento davanti a sé, visibile
sia a occhi chiusi che aperti, che lo tormenta fino all’orizzonte.
Fa qualche indagine. E poi offre la forza della sua gamba e mezza buona a
un imprenditore per piantare di nuovo le pianticelle nelle terre spoglie. Lo
dotano di un badile e di una borsa Johnny Appleseed piena di piante per
ognuna delle quali deve pagare qualche penny. E per ogni albero piantato che
sarà ancora vivo nel giro di un mese gli promettono di pagarlo venti
centesimi.
L’abete di Douglas: l’albero da legname più pregiato d’America, così,
certo – perché non mettere in piedi un’azienda di arboricoltura con nient’altro
che quello? Cinque nuove case per acro. Tanto per cominciare, lui sa che sta
piantando alberi per gli intermediari di quegli stessi bastardi che hanno
abbattuto gli dèi primordiali. Tuttavia non è tenuto a sgominare l’industria del
legname o a vendicarsi della natura. Ha solo bisogno di guadagnarsi da vivere
e cancellare l’immagine di quegli sradicamenti, immagine che si insinua
come uno scarafaggio nell’alburno.
Trascorre le giornate attraversando le silenziose zone desolate in pendenza
ricoperte di fanghiglia. Si trascina carponi lungo le schifezze disseminate,
perdendo l’equilibrio in mezzo alla melma impenetrabile, trascinandosi in
avanti con le zampe sul caos di radici, bastoncini, fronde, rami, monconi e
tronchi, fibrosi e tagliuzzati, lasciati a marcire in un cimitero intricato.
Conosce a fondo l’arte di un centinaio di modi diversi di cadere. Si piega,
scava un piccolo cuneo nel terreno, ci ficca una pianticella, e richiude il buco
dando un colpetto affettuoso con la punta dei suoi scarponi. E poi lo fa
ancora. E ancora. Seguendo schemi a raggiera e reticoli sparsi. Su pendii e
burroni spelacchiati. Dodici volte all’ora. Centinaia di volte al giorno.
Migliaia e migliaia ogni settimana, finché il suo palpitante corpo di trentasei
anni non si gonfia come se fosse pieno di veleno di vipera. Certi giorni, si
taglierebbe la gamba zoppa con una lima, se ne avesse una sottomano.
Alloggia in accampamenti per coltivatori popolati da hippy e irregolari,
gente tosta e simpatica che alla fine della giornata è troppo stanca per
prendersi la briga di parlare. Di notte, quando è coricato a letto, rattrappito
dal dolore, gli viene in mente un detto – le parole che una volta aveva letto
agli animali affidati alle sue cure nella precedente vita di aiutante al
maneggio. Se avete in mano una pianticella quando arriva il Messia, prima
piantate l’arboscello e poi uscite a salutare il Messia. Né lui né i cavalli
l’hanno tenuto in gran conto. Fino a quel momento.
Si sente travolgere dall’odore dei tronchi tagliati. Il cassetto umido delle
spezie. La lana fredda e madida. I chiodi arrugginiti. Peperoni sottaceto.
Effluvi che lo riportano all’infanzia. Aromi che gli trasfondono
un’inspiegabile felicità. Odori che lo fanno precipitare nel pozzo più
profondo e lo tengono laggiù per ore. E poi sente il rumore, come se avesse le
orecchie coperte dal cuscino. Il ringhio delle seghe e delle mietitrici delle
foreste, da qualche parte in lontananza. Viene sopraffatto da una grande
verità: gli alberi cadono con spettacolare fragore. Ma la piantumazione è
silenziosa e la crescita invisibile.
Certi giorni, l’alba sorge velata da nebbie arturiane. Ci sono mattine in cui
il freddo minaccia di ucciderlo, mezzogiorni in cui il caldo lo stende.
Pomeriggi talmente prodighi di azzurro che lui si corica sulla schiena e fissa
in alto finché non gli lacrimano gli occhi. E poi arrivano le piogge beffarde e
inesorabili. Pioggia del peso e del colore del piombo. Pioggia timida,
terrorizzata al suo debutto. Pioggia che gli copre i piedi di muschio e licheni.
Là, un tempo, c’erano enormi matasse di legno intrecciato. Torneranno di
nuovo.
A volte, lavora a fianco di altri piantatori, alcuni dei quali non parlano
nessuna lingua che lui sia in grado di riconoscere. Incontra escursionisti che
vogliono sapere dove sono finite le foreste della loro gioventù. I pineros
stagionali vanno e vengono, e gli ossi duri, come lui, non mollano.
Fondamentalmente, non c’è che lui e il brutale ritmo di lavoro, sterile ed
estremamente semplificato. Scavare il cuneo, accovacciarsi, introdurre,
alzarsi in piedi e chiudere con la punta dello stivale.
Hanno un’aria talmente compassionevole, i minuscoli abeti di Douglas.
Sembrano scovolini. Supporti per un trenino giocattolo. In lontananza,
disseminati su quei campi fatti dall’uomo, sono i capelli a spazzola di una
persona sulla via della calvizie. Ma ogni stelo ricoperto d’erbacce che infila
nel terriccio è un trucco magico che richiede un’eternità. Li stende a migliaia,
e li ama e si fida di loro come amerebbe molto fidarsi del suo prossimo.
Lasciato da solo – e qui c’è il tranello – lasciato da solo, esposto all’aria,
alla luce e alla pioggia, ognuno potrebbe guadagnare decine di migliaia di
grammi. Una qualunque delle sue pianticelle potrebbe crescere per i
successivi seicento anni e far sembrare piccola la più grande ciminiera.
Potrebbe ospitare generazioni di arvicole che non scendono mai per terra e
diverse dozzine di specie di insetti il cui unico desiderio è quello di spolpare
il loro ospite. Potrebbe far cadere dieci milioni di aghi all’anno sui suoi rami
più bassi, formando tappetini di terreno che fanno crescere i loro stessi
giardini nell’aria in alto.
Ognuna di quelle allampanate pianticelle potrebbe produrre milioni di
pigne nel corso della sua vita, quelle maschili piccole e gialle con il polline
che fluttua lungo interi stati, e quelle femminili ricurve con le loro code di
topo che sporgono dalla spira di lamelle, un’immagine che gli è più cara della
sua stessa vita. E riesce quasi a sentire l’odore della foresta a cui potrebbero
nuovamente dar vita – resinosa, fresca, ricca di desiderio, linfa di un frutto
che non è un frutto, il profumo di Natali infinitamente più antichi di Cristo.
Douglas Pavlicek lavora un’area disboscata più grande del centro di
Eugene, dicendo addio alle sue piante mentre le infila dentro a una a una.
Aspettate un attimo. Soltanto dieci o venti decadi. Un gioco da ragazzi, per
voi, gente. Dovete solamente sopravvivere a noi. Così non rimarrà più
nessuno che potrà maltrattarvi.
Neelay Mehta

Il bambino che contribuirà a trasformare gli esseri umani in altre


creature si trova nell’appartamento della sua famiglia sopra un forno
messicano a San Jose a guardare videocassette di The Electric Company. In
cucina, la madre originaria del Rajasthan si sente soffocare da nuvole di
cardamomo macinato nero che contrasta con il profumo di cannella del pan
fino e delle conchas che risale dal forno sottostante. Fuori, nella Valle della
Gioia del Cuore, la Santa Clara Valley, gli spettri dei mandorli, dei ciliegi,
dei peri, dei noci, dei susini e degli albicocchi si estendono in ogni direzione
per chilometri, alberi sacrificati al silicone solo di recente. Lo Stato Dorato,
come lo chiamano ancora i genitori del bambino.
Il padre, originario di Gujrat, sale le scale tenendo in equilibrio un’enorme
scatola sul corpo sottile come un manico di scopa. Otto anni prima, era
arrivato in questo paese con duecento dollari, una laurea in fisica dello stato
solido, e una disponibilità a lavorare per due terzi dei salari dei suoi colleghi
bianchi. Adesso è l’impiegato numero 276 in una ditta che riscrive il mondo.
Sale due rampe di scale incespicando sotto il suo carico e canticchia a bassa
voce la canzone preferita del figlio, quella che cantano insieme al momento
di andare a letto: Gioia ai pesci nel profondo mare blu, gioia a me e a te.
Il bimbo sente i passi e si precipita sul pianerottolo. “Pita! Cos’è? Un
regalo per me?” Lui è un Rajput di sette anni convinto che quasi tutto quello
che c’è al mondo sia un regalo per lui.
“Prima fammi entrare, Neelay, per favore-grazie. Un regalo, sì. Per tutti e
due.”
“Lo sapevo!” La marcia a passo dell’oca del bambino intorno al tavolino è
abbastanza pesante da far schioccare le sferette di metallo del pendolo
giocattolo. “Un regalo per il mio compleanno, undici giorni in anticipo.”
“Però mi devi aiutare a costruirlo.” Il padre appoggia delicatamente la
scatola sul tavolo, spostando sul pavimento l’accozzaglia di oggetti.
“Sono un valido aiutante.” Il bambino conta sulla poca memoria del padre.
“E ci vorrà pazienza, cosa su cui tu stai lavorando, ricordi?”
“Ricordo,” lo rassicura il figlio, tirando la scatola.
“Dalla pazienza hanno origine tutte le cose belle.”
Il padre dirige il figlio in cucina afferrandolo per le spalle. La madre
barrica la porta. “Non entrate qui dentro. Sono indaffaratissima!”
“Sì, ciao anche a te, moti. Ho preso il kit per il computer.”
“Mi dice che ha preso il kit per il computer.”
“È un kit per il computer!” grida il bambino.
“Certo che hai ricevuto il kit per il computer! Adesso andate pure a
giocare, bambini.”
“Non è esattamente un gioco, moti.”
“No? Be’, allora andate a lavorare. Come me.”
Il bambino guaisce e strattona la mano del padre, trascinandolo di nuovo
verso l’oggetto misterioso. Alle loro spalle, la madre grida, “Una memoria di
mille parole o quattro?”
Il padre si infervora. “Quattro!”
“Quattromila, naturalmente. Adesso fila via e va’ a combinare qualcosa di
buono.”

Il bambino mette il broncio quando una scheda madre in fiberglass esce


dalla scatola.
“È un kit per computer? E a che serve, questo?”
Sul viso del padre affiora il ghigno in assoluto più sciocco. Arriverà il
giorno in cui l’utilità verrà riscritta da questa cosa. Infila il braccio nella
scatola ed estrae il vero nocciolo della questione. “Eccolo qui, caro il mio
Neelay. Guarda!” Regge un chip di otto centimetri. Scuote il capo dalla gioia.
Un’espressione pericolosamente simile all’orgoglio riempie il suo volto
ascetico. “Tuo padre ha contribuito a realizzarlo.”
“È questo, Pita? È un microprocessore? Sembra un insetto con le gambe
quadrate.”
“Oh, ma pensa a quello che siamo riusciti a metterci dentro.”
Il bambino osserva. Ricorda le storie che il padre gli ha raccontato negli
ultimi due anni per addormentarlo – racconti di eroici project manager e
temerari ingegneri colpiti da più disgrazie della bianca scimmia Hanumān e
del suo intero esercito di scimmie. Il suo cervello di bambino di sette anni si
infiamma e si ricollega, costruendo assoni arborizzati, dendriti, quei
minuscoli alberi in espansione. Lui sogghigna, astuto ma insicuro. “Migliaia
e migliaia di transistor!”
“Accidenti, il mio piccolo prodigio.”
“Fammelo tenere.”
“Chh, chh, chh. Attenzione. Elettricità statica. Potremmo ucciderlo ancor
prima che venga al mondo.”
Il viso del fanciullo risplende di un dolcissimo orrore. “Sta venendo al
mondo?”
“Se...!” Il classico gesto paterno con l’indice. “Se colleghiamo tutto nel
modo giusto.”
“E poi cosa farà, papà?”
“Cosa vuoi che faccia, Neelay?”
Davanti agli occhi spalancati del bambino, il componente diventa un
genietto. “Fa qualunque cosa noi vogliamo?”
“Dobbiamo solamente capire come immettere i nostri progetti nella sua
memoria.”
“Mettiamo i nostri progetti lì dentro? Quanti ce ne staranno?”
La domanda blocca l’uomo, come fanno a volte quelle semplici. Si sente
perduto tra le erbacce dell’universo, ingobbito leggermente dalla gravità più
forte del mondo che indaga. “Un giorno, forse conterrà tutti i progetti che
abbiamo.”
Il figlio schernisce il padre. “Questa cosina qui?”
L’uomo si arrampica sulla libreria e tira giù l’album di famiglia. Sfoglia
qualche pagina, e poi grida, trionfante. “Evviva! Neelay. Vieni a vedere.”
La fotografia è piccola, verde, e misteriosa. Il groviglio di un gigantesco
boa constrictor sbuca da un masso crepato.
“Vedi, na? Un minuscolo seme è caduto sul tetto di questo tempio. Dopo
secoli, il tempio è crollato sotto il peso del seme. Ma questo seme tiene
duro.”
Decine di tronchi e di radici intrecciate si nutrono di quelle pareti in
rovina. Tentacoli scendono giù a riempire le fessure e spaccare i massi. Una
radice più grossa del corpo del padre di Neelay striscia lungo un architrave e
gocciola come una stalattite nell’ingresso sottostante. Questa esplorazione
vegetale impressiona il fanciullo, che tuttavia non riesce a distogliere lo
sguardo. I tronchi hanno un che di animale nel modo in cui trovano e seguono
le aperture nella muratura. Come quegli altri generi di tronchi – i tronchi
degli elefanti. Danno l’impressione di conoscere, volere, trovare la loro
strada. Il bambino pensa: Qualcosa di lento e risoluto vuole trasformare ogni
costruzione umana in terreno. Suo padre però regge la foto davanti a Neelay
come a dimostrazione del destino più roseo in assoluto. “Vedi? Se Visnu
riesce a infilare uno di questi enormi fichi in un seme grande così...”
L’uomo si china a dare un pizzicotto sulla punta del mignolo del figlio.
“Prova solo a pensare a cosa potrebbe entrare nel nostro computer.”

Impiegano diversi giorni a costruire il telaio del computer. Tutti i loro


collegamenti sono buoni. “Ebbene, Neelay-jj. Cosa potrà fare questa piccola
creatura?”
Il bambino si sente paralizzato dalle possibilità. Possono riversare nel
mondo ogni processo che vogliono, ogni genere di cosa che vogliono.
L’unica cosa impossibile è come scegliere.
Sua madre chiama dalla cucina. “Insegnagli a cucinare l’okra, per favore.”
Gli fanno dire, “Ciao, Mondo,” in luci codificate intermittenti. Gli fanno
dire, “Buon Compleanno, Caro Neelay.” Le parole scritte dal padre e dal
figlio emergono e cominciano a evolvere. Il fanciullo ha appena compiuto
otto anni, ma in quel momento gli diventa tutto chiaro. Ha trovato un modo
per trasformare le sue speranze e i suoi sogni più reconditi in processi attivi.
Immediatamente, le creature che concepiscono cominciano a svilupparsi.
Un semplice loop di cinque comandi si espande dando vita a una bella
struttura segmentata di cinquanta linee. Piccole porzioni di programma si
dividono in parti riutilizzabili. Il padre di Neelay collega un registratore a
cassette, per ricaricare facilmente le loro ore di lavoro in solo qualche minuto.
Il pulsante del volume deve però essere regolato in modo giusto, altrimenti
esplode tutto con un errore di lettura.
Nel corso di alcuni mesi, passano da quattromila byte di memoria e
sedicimila. E di lì a breve fanno un altro salto, raggiungendo i
sessantaquattromila. “Pita! Più potere di quanto qualunque essere umano
abbia mai avuto per sé in tutta la storia!”
Il fanciullo si perde nella logica della sua volontà. Addomestica il
dispositivo, lo addestra per ore come se fosse un cucciolino. La macchina
vuole soltanto giocare. Lanciare una palla di cannone sulla montagna contro
il tuo nemico. Tenere i topi lontano dal tuo raccolto di granturco. Girare la
ruota della fortuna. Cercare e distruggere ogni alieno nel quadrante.
Pronunciare la parola prima che il pover’uomo stilizzato muoia impiccato.
Suo padre si siede a guardare quello che ha scatenato. Sua madre stringe
nel pugno il lembo della camicetta e inveisce contro tutto il genere maschile a
portata d’orecchio. “Guarda il bambino! Non fa che rimanere seduto a
scrivere al computer. È come un sadhu, strafatto di qualcosa. È drogato,
peggio che masticare il paan.” Le intimidazioni di sua madre andranno avanti
per anni, finché gli assegni del figlio non affluiranno in massa. Il bambino
non trova mai il tempo di rispondere. È troppo indaffarato a creare dei mondi.
Sulle prime piccoli, ma tutti suoi.
C’è un aspetto della programmazione chiamato ramificazione. Ed è questo
che fa Neelay Mehta. Si reincarnerà, vivrà di nuovo nel corpo di persone di
tutte le razze, generi, colori e fedi. Alzerà cadaveri in decomposizione e
mangerà le anime dei giovani. Si accamperà in alto dentro le canopie di
lussureggianti foreste, si adagerà in cataste di cose distrutte in fondo a dirupi
altissimi, e nuoterà nei mari dei pianeti con molti soli. Passerà la vita al
servizio di un’immensa cospirazione, lanciata dalla Valle della Gioia del
Cuore, per subentrare al cervello umano e cambiarlo più di qualsiasi cosa dai
tempi della scrittura.
Ci sono alberi che si dilatano come fuochi d’artificio e alberi che crescono
come pigne. Alberi che mettono le foglie senza ondeggiare al vento, una
novantina di metri verso il cielo. Ampi, piramidali, arrotondati, a forma di
colonna, conici, curvi: l’unica cosa che li accomuna tutti quanti è ramificare,
come Visnu che dimena le sue molteplici braccia. Tra queste piante che si
allargano, le più irrefrenabili sono i fichi. Alberi strangolatori che fanno
scivolare le loro guaine intorno ad altri tronchi e li inghiottiscono, formando
una sagoma vuota intorno ai loro ospiti decomposti. Peepal, Ficus religiosa,
il Bo di Buddha, le loro foglie si assottigliano fino a diventare delle esotiche
estremità allungate da cui sgocciola l’acqua in eccesso. Baniani che si
gonfiano come foreste intere, con un centinaio di tronchi separati che lottano
per uno spicchio di sole. Quel fico divora-templi nella fotografia di suo padre
risiede dentro il bambino. Continuerà a crescere più veloce a ogni nuova
porzione di codice riutilizzabile. Continuerà a estendersi, perlustrando le
crepe, esplorando tutte le possibili vie di fuga, cercando nuovi edifici da
inghiottire. Per i successivi vent’anni crescerà sotto le mani di Neelay.
E poi fiorirà diventando il tardivo ringraziamento del fanciullo per il
regalo di compleanno anticipato. Il suo omaggio al piccolo Pita scheletrico,
che ha portato quell’enorme scatola su per le scale dell’appartamento. La sua
lode a Visnu, che conosce soltanto dai fumetti hindi economici stampati su
carta di giornale che non poteva mai leggere. Il suo addio a una specie che da
animale si trasforma in dati. Il suo sforzo di risuscitare i morti e farsi amare
ancora. Tanti tronchi che crescono verso il basso dallo stesso albero. Il seme
che suo padre pianta dentro di lui divorerà il mondo.

Si trasferiscono in una casa nella valle lungo El Camino, a Mountain


View. Tre camere da letto: un lusso che sconcerta Babul Mehta. Guida ancora
un’auto che ha vent’anni. Ma ogni cinque mesi aggiorna i computer.
Ritu Mehta va in panico ogni volta che arriva una nuova cassa. “Quand’è
che finirà? Ci stai gettando sul lastrico!”
Il garage è occupato da talmente tanti vecchi ingranaggi che l’auto non ne
vuole sapere di entrare. Ma ogni componente, per quanto datato, è un
prodigio di complessità mentalmente stimolante creato da una squadra di
eroici ingegneri. Né il padre né il figlio se la sentono di buttare via questi
obsoleti miracoli.
I passi di lumaca della legge di Moore sono una tortura per Neelay. Lui è
affamato di altra RAM, altri MIPS, altri pixel. Aspettare il prossimo
aggiornamento in grado di rompere le barriere significa far passare altri dieci
anni della sua giovane vita. Qualcosa dentro quei minuscoli componenti
variabili preme per uscire. O piuttosto: c’è qualcosa che quegli oggetti
reticenti potrebbero essere obbligati a fare, qualcosa che gli esseri umani non
hanno ancora neppure immaginato. E Neelay è sul punto di scoprirlo e dargli
un nome, ammesso che riesca a trovare le prossime parole magiche.
Scorrazza per il cortile della scuola come un traditore dell’infanzia.
Impara gli shibboleth – i famosi ritornelli di innumerevoli sitcom, i passaggi
orecchiabili di canzoncine mortali alla radio, e biografie di sensuali attricette
quindicenni che dovrebbero far colpo su di lui. Però, di notte, i suoi sogni non
sono popolati dalle battaglie nel cortile della scuola o dai pettegolezzi
impietosi della giornata, ma dalle visioni di adorabili codici compatti che
fanno di più con meno – bit di dati che passano dalla memoria al registro
all’accumulatore e tornano indietro in una danza di una bellezza talmente
sconcertante che lui non riesce a parlarne ai suoi amici. Non saprebbero
riconoscere quello che lui mette davanti ai loro occhi.
Ogni programma spalanca l’universo del possibile. Una rana cerca di
attraversare una strada trafficata. Una scimmia si difende con i barili-bomba.
Sotto quelle ridicole pelli spesse, creature provenienti da un’altra dimensione
si riversano nel mondo di Neelay. E c’è solo la più piccola finestra temporale
in cui riuscire a vederle veramente, prima che quelle cose mai esistite si
trasformino in qualcosa che c’è sempre stato. Nel giro di qualche anno, un
ragazzino come lui verrà sottoposto a una terapia comportamentale per la
Sindrome di Asperger congiuntamente all’assunzione di antidepressivi SSRI
per facilitare le sue impacciate interazioni umane. Però lui sa qualcosa di
certo, prima di quasi tutti gli altri: la gente è nei guai. Forse un tempo il
destino della razza umana poteva essere nelle mani di persone ben inserite,
mondane, padrone delle emozioni. Adesso tutto questo è in fase di
aggiornamento.
Divora ancora avidamente i libri di una volta. Di notte, legge con
attenzione incredibili epopee che rivelano i veri scandali del tempo e della
materia. Racconti irresistibili di navi generazionali. Città a cupola come
giganteschi terrari. Storie che si dividono e si biforcano in innumerevoli
mondi quantistici paralleli. C’è una storia che lui sta aspettando, e passa
molto tempo prima di imbattersi in essa. Quando finalmente la trova, rimane
con lui per sempre, sebbene non riuscirà mai più a ritrovarla, in nessun
database. Gli alieni atterrano sulla Terra. Sono dei piccoli sgorbi, come
vogliono le razze aliene. Ma metabolizzano come se non ci fosse domani.
Sfrecciano di qua e di là come sciami di moscerini, troppo veloci da vedere –
talmente veloci che i secondi terrestri a loro paiono anni. Ai loro occhi, gli
esseri umani non sono altro che sculture di carne immobile. Gli stranieri
cercano di comunicare, ma non c’è alcuna risposta. Poiché non trovano alcun
segno di vita intelligente, si infilano nelle statue immobili e cominciano a
conservarle, come tanta carne essiccata al sole, per il lungo viaggio verso
casa.
Suo padre è l’unica persona di cui gli importerà sempre di più di quanto
gli importi delle sue creazioni. Si capiscono al volo, senza dire una parola.
Nessuno dei due è felice se non è seduto davanti a una tastiera in compagnia
dell’altro. Scappellotti sul collo e gomitate alle costole. Punzecchiate e
risatine. E sempre quella benevola frase cantilenante con la testa inclinata:
“Occhio, Neelay-jj. Sta’ attento! Non abusare dei tuoi poteri!”
Tutto il vasto universo aspetta di essere animato. Insieme, devono creare
delle possibilità dagli atomi più piccoli. Il ragazzo vuole scale musicali e
canzoni. Però i suoi dispositivi sono muti. Così Neelay e suo padre creano le
loro onde a dente di sega, accendendo e spegnendo l’altoparlante
piezoelettrico così velocemente che comincia a cantare.
Suo padre domanda, “Com’è che ti sei trasformato in una creatura così
concentrata?”
Il ragazzino non risponde. Lo sanno entrambi. Visnu ha infilato nel loro
piccolo microprocessore a 8 bit ogni genere di possibilità esistenti, e Neelay
rimarrà seduto davanti allo schermo finché non libererà la creazione. Quando
sarà un uomo di mezza età, sarà in grado di trascinare un’icona carina e
lasciarla cadere in un diagramma ad albero, dando vita con un semplice scatto
del polso a cose che ogni sera per sei settimane di seguito hanno portato lui e
il padre nel seminterrato a creare. Ma mai più, questo senso
dell’inconcepibile, che aspetta di essere concepito. Nell’atrio di un complesso
di uffici da diversi milioni di dollari rifinito in legno rosso della California,
pagato da una galassia proprio accanto a questa qui, lui appenderà, per molti
anni, una targa su cui sono incise le parole del suo autore preferito:
Ogni uomo deve essere capace di ogni idea,
e credo che nell’avvenire sarà così.*

L’undicenne Neelay costruisce un aquilone per il padre in occasione


dell’Uttarayan, il grande festival di aquiloni. Non è un vero e proprio
aquilone: qualcosa di meglio. Qualcosa che entrambi possono far volare
senza che nessuno a Mountain View pensi che siano degli ignoranti adoratori
di vacche. Collauda una nuova tecnica per animare gli sprite di cui ha letto in
una rivista mimeografata per il tempo libero dal titolo Amore al Primo Byte.
L’idea è bella e intelligente. Si abbozza l’aquilone in diversi sprite, e poi si
ficcano direttamente nella memoria video. Quindi si lanciano sullo schermo
come un libro animato. Il primo, piccolo svolazzamento lo fa sentire un dio.
La sua trovata geniale è quella di scrivere il programma in modo che
possa essere programmato anch’esso. Lasciare che l’utente digiti nella
melodia della sua scelta, con lettere e numeri semplici, e poi far danzare
l’aquilone a quel ritmo. La grandiosità del progetto fa girare la testa a Neelay.
Il suo Pita regolerà l’aquilone in modo che balli al ritmo di una vera melodia
di Gujrat.
Per il progetto, Neelay riempie un raccoglitore a fogli staccabili di
appunti, diagrammi e stampate dell’ultimissima versione. Suo padre prende
in mano il raccoglitore, spinto dalla curiosità. “Che cos’è, signor Neelay?”
“Non osare toccarlo!”
Il padre ghigna e accenna un rapido inchino. Segreti e regali. “D’accordo,
Neelay, mio signore.”
Il ragazzino lavora al progetto quando il padre non c’è. Lo porta a scuola,
quel labirinto di corridoi pieni di torture organizzate che ispireranno molti dei
suoi dungeon crawl di successiva creazione. Il raccoglitore ad anelli nero ha
l’aria di essere una cosa ufficiale. Il ragazzino fa finta di prendere appunti,
mentre in realtà lavora al suo codice. Gli insegnanti sono troppo lusingati per
sospettare qualcosa.
Il suo piano va liscio come l’olio fino alla quinta ora – letteratura
americana con la signorina Gilpin. La classe sta leggendo La perla di
Steinbeck. A Neelay la storia non dispiace, soprattutto la parte in cui il
bambino viene punto dallo scorpione. Gli scorpioni sono creature
straordinarie, specie quelli giganteschi.
La signorina Gilpin continua con la solfa su cosa simboleggi la perla. Per
Neelay, è solo una perla. Lui si sta scervellando per risolvere un problema
vero: come sincronizzare l’aquilone danzante con la musica. Sfoglia pagine
di stampate quando la soluzione gli si presenta all’improvviso: due loop
annidati. È come se gli dèi disegnassero con un gessetto luminoso sulla
lavagna della sua mente. Farfuglia tra sé, “Oh, sì!”
La classe scoppia in una risata. La signorina Gilpin ha appena domandato,
“Nessuno vuole vedere morire il bambino, giusto?”
La signorina Gilpin zittisce tutti quanti fulminandoli con lo sguardo.
“Neelay, cosa stai facendo?” Lui sa che non deve dire nulla. “Cosa c’è nel
taccuino?”
“Compiti di informatica.” Tutti i suoi compagni scoppiano di nuovo a
ridere sentendo quell’idea balzana.
“Stai seguendo un corso d’informatica?” Lui scuote il capo. “Portamelo
qui.”
Mentre è a metà strada dalla scrivania dell’insegnante, Neelay prende in
considerazione la possibilità di inciampare e slogarsi la caviglia. Le consegna
il taccuino. Lei lo sfoglia. Disegni, diagrammi di flusso, codici. L’insegnante
aggrotta le sopracciglia. “Siediti.”
Lui si siede. La signorina Gilpin torna alle pagine di Steinbeck mentre il
ragazzo si sente pervadere da un senso di ingiustizia e di vergogna. Dopo la
campanella, quando la classe si svuota, si dirige verso la scrivania
dell’insegnante. Sa perché lei lo odia. Quelli come lui la porteranno
all’estinzione.
La signorina Gilpin apre il taccuino trovandosi davanti a griglie piene di
immagini di grossi aquiloni. “Che cos’è?”
Lei non ha idea di cosa sia l’Uttarayan, o cosa voglia dire avere un padre
come il suo. È bionda, di Vallejo. I computer sono il suo nemico. È convinta
che la logica ucciderà tutto quello che c’è di bello nell’anima umana. “Roba
di informatica.”
“Sei un ragazzo intelligente, Neelay. Cos’è che non ti piace della
letteratura inglese? Sei così bravo a scomporre le frasi nella loro struttura
grammaticale.” L’insegnante aspetta, ma la sua pazienza non dura quanto il
silenzio di Neelay. Picchietta le dita sul taccuino. “Si tratta forse di un gioco
di un qualche tipo?”
“No.” Non nel modo in cui lo intende lei.
“Non ti piace leggere?”
Lui prova compassione per l’insegnante. Se solo sapesse cosa potrebbe
essere la lettura. L’Impero Galattico e i suoi nemici stanno percorrendo
rapidamente l’intera spirale della Via Lattea, facendo guerre che durano da
centinaia di migliaia di anni, e lei si preoccupa per quei tre poveri messicani.
“Pensavo ti fosse piaciuto Pace separata.”
Gli è abbastanza piaciuto. Lo ha addirittura lasciato un po’ con il fiato
sospeso. Però non vede cosa c’entri con il farsi ridare ciò che gli appartiene.
“Non ti interessa La perla? È sul razzismo, Neelay.”
Lui è in piedi con gli occhi sbarrati, come se fosse entrato per la prima
volta a contatto con l’intelligenza aliena. “Potrei riavere solo il mio taccuino,
per un po’? Non lo porterò più a lezione.”
Il viso dell’insegnante si riempie di grinze. Persino lui capisce quanto
l’abbia tradita. La donna pensava che il ragazzo fosse dalla sua parte, ma nel
corso delle settimane si era allontanato da lei, diventando suo nemico.
L’insegnante tocca il taccuino e aggrotta di nuovo le sopracciglia. “Per ora lo
tengo io. Finché non ci saremo rimessi in carreggiata.”
Nel giro di pochi anni, gli studenti spareranno alle loro insegnanti per
meno. Neelay si presenta nel suo ufficio alla fine della giornata. Si mostra
sinceramente intenzionato a fare ammenda. “Mi dispiace molto di aver
lavorato sul mio quaderno mentre lei stava insegnando.”
“Lavorare, Neelay? È questo che stavi facendo?”
Lei pretende una confessione. Vuole che lui la ringrazi per averlo salvato
dai pericoli di perdersi in giochi mentre il resto della classe era impegnata a
cercare di estrarre perle letterarie. Il duro lavoro di una cinquantina di ore
sull’aquilone del padre è a poco più di un metro di distanza da lui,
irraggiungibile. Lo vuole umiliare. Il ragazzo si sente ribollire di rabbia.
“Posso riavere il mio dannato taccuino? Per cortesia?”
La parola è come uno schiaffo per lei. Gli punta gli occhi addosso e si
prepara a combattere. “È una nota di biasimo. Hai imprecato contro
un’insegnante. Cosa diranno i tuoi genitori?”
Lui resta paralizzato. Sua madre gli rifilerà un colpo mortale, come se
fosse un grosso pezzo di carne jhatka.
La signorina Gilpin controlla l’orologio. Troppo tardi per spedirlo dal
preside. Il suo fidanzato la passerà a prendere nel giro di dieci minuti.
Rideranno insieme della cocciutaggine di questo ragazzino indiano col suo
taccuino pieno di geroglifici. Della sua insistenza sul fatto che non stesse
giocando. L’insegnante si trasforma in un pilastro di autorità. “Ti rivoglio qui
in questo ufficio domani mattina, prima della campanella. E poi parleremo di
quello che ti meriti.”
Il ragazzo sente il sangue pulsare e gli occhi bruciare.
“Puoi andare.” Le sopracciglia della donna fanno un leggero scatto verso
l’alto, come a mimare un ordine. “Fino a domani. Sette in punto.”

Ha bisogno di pensare. Perde l’autobus e va a casa a piedi. La giornata è


una di quelle strane imitazioni del paradiso della Penisola Centrale – venti
gradi e limpida, l’aria densa dell’alloro e dell’eucalipto della baia. Si trascina
lungo il percorso abituale a una velocità dimezzata rispetto al suo passo
normale, oltrepassando le villette borghesi per le quali presto la gente
spenderà un milione e mezzo di dollari, solamente per buttarle giù e
ricostruirle. Deve elaborare un piano. Ha imprecato contro l’insegnante, e la
sua vecchia esistenza dorata va in pezzi in quell’unica, terribile sillaba.
Quella mancanza di rispetto per i bianchi farà venire un colpo apoplettico a
suo padre. Pazienza, Neelay. Riserbo. Ricordi? Ricordi? La notizia farà il
giro della comunità degli indiani che risiedono all’estero. Sua madre morirà
per la vergogna.
Cammina lungo le strade fiancheggiate da alberi la cui chioma ricorda la
spirale di un’impronta digitale, quel quartiere racchiuso da tre autostrade. A
quattro isolati da casa, taglia per il parco, il luogo dove va ogni volta che i
suoi genitori lo costringono a uscire. Il sentiero si snoda lungo le forche
caudine di basse encinas con rami fantasmagorici che crescono fin da quando
la California era l’avamposto più remoto della Spagna. Se si è mai accorto di
queste specie, è stato nei film: gli alberi di Sherwood e di Bagworthy, foreste
finte per spaventare i Padri Pellegrini e sfidare i naufraghi. Quando
Hollywood ha bisogno di alberi, si rivolge all’unica, vicina latifoglia che
andrà bene ugualmente.
Risplendono di luce viva, bizzarri, indistinti, intricati. Un enorme ramo
simile a una trave si precipita al suolo come se si stesse coricando per
riposarsi. Un unico movimento rotatorio col braccio, e da quel basso ramo
Neelay raggiunge a colpi d’anca il posatoio, dove si mette a sedere come se
avesse di nuovo sette anni. Lassù, fa un bilancio della sua vita distrutta.
Dall’alto di quell’assurda quercia a sbalzo, guardando in basso verso il
marciapiede dove due bambini fanno finta di colpire i sassi con un bastoncino
e una signora gobba dai capelli bianchi porta a spasso il suo bassotto tedesco,
riesce a vedere tutto il pasticcio che ha combinato con gli occhi della
signorina Gilpin. Non ha fatto male a rimproverarlo. Tuttavia, gli ha rubato
una cosa che gli appartiene. Tutto quel disastro, da lassù in quel nido di corvi,
si tinge di quello che la sua insegnante potrebbe definire un’ambigua
moralità.
Sul ramo sinuoso del leccio fa un po’ di posto ai due bambini di Pace
separata. Li guarda giocare ai loro giochi d’amore e di guerra tipici dei
ragazzi bianchi delle scuole private sul loro albero sopra il loro fiume. Di
sotto, il terreno verde-marrone della California si muove su e giù ogni volta
che un venticello fa oscillare i rami. Lui non sa praticamente nulla del mondo
dei suoi genitori, ma una cosa è inconfutabile come la matematica. La
vergogna, per gli indiani, è peggio della morte. Può darsi che la signorina
Gilpin li abbia già contattati, riferendo il suo misfatto con tanto di dettagli. Al
pensiero, sente la testa pulsare e un sapore metallico sulla lingua. Sente la
madre tuonare: Hai lasciato che quella donna dai capelli da topo umiliasse la
tua intera famiglia? Di lì a breve, un paese distante popolato di zie, zii e
cugini saprà quello che ha fatto.
E il suo povero padre, che si è reso invisibile per anni, solo per il diritto di
vivere e lavorare in questo Stato Dorato: fissa Neelay inorridito,
domandandosi come un bambino potrebbe essere così arrogante da pensare di
poter rispondere a un’autorevole persona americana e passarla liscia.
Neelay sbircia da quel nodo di rapaci su un leccio verso il sentiero
sottostante, la sua mente un ammasso di codici aggrovigliati. Gli balena
un’idea, un barlume di facile serenità. Se potesse essere malmenato un po’,
forse potrebbe aggiudicarsi il voto di compassione. Non si può infierire su un
ragazzo ferito. La piacevole sensazione di terrore gli carezza il collo, come
quando guarda vecchi episodi di Ai confini della realtà. L’idea è folle. Deve
stringere i denti, andare a casa, e incassare dei duri colpi. Si sporge per
abbracciare con lo sguardo il vasto panorama, per l’ultima volta, almeno per
un po’. I suoi genitori lo rinchiuderanno in casa per mesi.
Sospira. Appoggia il piede sul ramo di sotto per scendere. E scivola. Ci
saranno anni per chiedersi se i rami avessero dondolato.
Se l’albero ce l’avesse con lui. Durante la discesa, i rami lo urtano. Lo
colpiscono sbattendolo in ogni direzione come un flipper. La terra sfreccia a
tutta velocità. Atterra sul vialetto di cemento e rimbalza sul coccige,
incrinandosi la base della spina dorsale.
Il tempo si ferma. Rimane disteso sulla schiena distrutta, guardando in
alto. La cupola sovrastante volteggia, un guscio crepato in procinto di cadere
a pezzi tutt’intorno a lui. Un migliaio – un milione – di cose minuscole divise
a metà e dalla punta verde si piegano su di lui, imploranti e minacciose. La
corteccia si disintegra; il legno si schiarisce. Il tronco si trasforma in ammassi
di metropoli in espansione, reti di cellule connesse che pulsano di energia e di
sole liquido, acqua che si eleva lungo sottili canne, anelli uniti a formare dei
tubi trascinano minerali dissolti attraverso tunnel sempre più stretti di
ramoscelli trasparenti e verso l’esterno dalle loro estremità ondeggianti,
mentre le sostanze nutritive alimentate dal sole scendono in canali proprio
dentro di essi. Un gigantesco ascensore spaziale che si eleva, si allunga e si
estende, formato da un miliardo di parti indipendenti, che muove l’aria nel
cielo e deposita il cielo nelle profondità del sottosuolo, vagliando possibilità
dal nulla: il frammento più perfetto di codice automodificante che i suoi occhi
potessero sperare di vedere. Poi i suoi occhi si chiudono per lo shock e
Neelay perde i sensi.

Si risveglia giorni dopo in ospedale, assicurato con cinghie e serrato da


una morsa. Dei tubi gli bloccano braccia e gambe. Due cunei premono contro
ciascun orecchio, bloccandogli la testa. Non vede nient’altro che il soffitto, e
non è azzurro. Sente la madre urlare, “Ha gli occhi aperti.” Non capisce
perché lei continui a pronunciare quelle parole singhiozzando, come se
fossero una cosa brutta.
Giace in una nube di inconsapevolezza narcotica. A volte è una stringa di
codice in un microprocessore più grande di una città. Altre è un viaggiatore
in quel paese stupefacente che finirà per costruire, quando i computer saranno
abbastanza veloci da stare al passo con la sua immaginazione. Certe volte,
viticci mostruosi e separati lo inseguono.
Il prurito è insostenibile. Ogni punto dalla vita in su è un fuoco
inavvicinabile. Quando ritorna di nuovo sulla terra, sua madre è lì,
rannicchiata sulla sedia accanto al suo letto. Una variazione nel suo respiro fa
svegliare sua madre. C’è anche suo padre, in qualche modo. Neelay è
preoccupato; cosa diranno i suoi capi quando scopriranno che non è al
lavoro?
Sua madre dice, “Sei venuto giù da un albero.”
Lui non riesce a raccapezzarsi. “Caduto?”
“Sì,” ribadisce lei. “Proprio così.”
“Perché le mie gambe sono dentro dei tubi? Per impedirmi di rompere
qualcosa?”
Il dito della madre si agita per aria prima di toccare le labbra. “Andrà tutto
bene.” Sua madre non dice cose del genere.
Le infermiere rallentano un po’ alla volta il flusso degli antidolorifici nella
flebo. Quando i farmaci si esauriscono, comincia l’angoscia. Le persone
vengono a trovarlo. Il capo del padre. Le amiche della madre che giocano a
carte con lei. Sorridono come se facessero esercizi di ginnastica ritmica. Il
loro conforto gli fa prendere una bella strizza.
“Ne hai passate parecchie,” dice il dottore. Ma Neelay non ha passato
nulla. Il suo corpo, forse. Il suo avatar. Ma lui? Non è cambiato niente di
importante nel codice.
Il dottore è gentile, con un tremolio alla mano quando la lascia cadere
lungo il corpo, e gli occhi che fissano un punto vuoto in alto sulle pareti.
Neelay domanda, “Può togliermi dalle gambe quelle morse?”
Il dottore fa un cenno con la testa, ma non di assenso. “Devi rimetterti un
po’ in sesto.”
“Mi danno fastidio, non riesco a muoverle.”
“Adesso devi concentrarti sulla guarigione. E poi parleremo di quello che
succederà dopo.”
“È possibile almeno togliermi gli scarponi? Non riesco neppure a muovere
le dita dei piedi.”
E poi, gli diventa tutto chiaro. Non ha ancora dodici anni. Ha vissuto a
lungo in un luogo di sua invenzione. Il pensiero delle innumerevoli cose belle
che abbandonano la sua vita non lo sfiora nemmeno. Gli rimane quell’altro
posto, il paradiso in fieri.
Suo padre e sua madre però perdono la testa. Hanno inizio ore terribili,
giorni di incredulità e di disperata contrattazione che lui non ricorderà. Ci
saranno anni di soluzioni soprannaturali, metodi alternativi, cure miracolose.
Per molto tempo, l’amore dei suoi genitori non farà che acuire la sua
condanna, finché alla fine non decidono di affidarsi alla dimensione dello
spirito e accettano il fatto che il loro figlio è uno storpio.
Rimane per giorni e giorni disteso sul letto da trazione. Sua madre si è
allontanata per fare una commissione. Forse non a caso. La sua insegnante fa
capolino dalla porta, un concentrato di entusiasmo ed energia, più graziosa di
quanto lui si ricordi.
“Signorina Gilpin. Che sorpresa!”
Qualcosa nel suo viso si guasta. Ma del resto, i visi delle persone
sembrano guastarsi sempre, dalla sua nuova posizione strategica, sotto di
loro. Lei si avvicina e gli sfiora la spalla. Un gesto che lo manda fuori di
testa.
“Neelay. Sono contenta di vederti.”
“Anch’io sono contento di vederla.”
Il busto della donna è percorso da un fremito. Lui pensa: Lo sa delle mie
gambe. Lo sa tutta la scuola. Vuole dirle: Non è la fine del mondo. Non del
mondo importante, in ogni caso. L’insegnante gli racconta della classe e di
quello che stanno leggendo. Fiori per Algernon. Lui le promette di leggerlo
per conto suo.
“Tutti sentono la tua mancanza, Neelay.”
“Guardi.” Indica il muro, dove sua madre ha attaccato un enorme biglietto
pieghevole firmato da tutta la classe di terza media. L’insegnante ha un
crollo. Il ragazzo non riesce a far nulla per consolarla. “È tutto a posto,” le
dice.
La testa della donna si alza di scatto, fuori di sé dalla speranza. “Neelay.
Lo sai che non ho mai avuto intenzione... mai pensato...”
“Lo so,” risponde lui, desiderando che se ne vada.
L’insegnante spinge indietro la testa con i due palmi aperti. Poi infila una
mano nella cartella e tira fuori il suo taccuino. Il programma dell’aquilone per
suo padre. “Questo appartiene a te. Non avrei mai dovuto...”
Neelay è così felice che non sente nemmeno le parole che lei continua a
pronunciare. Lo credeva perduto per sempre, il suo taccuino, un’altra cosa
che non avrebbe mai recuperato della sua vita precedente alla caduta da
quell’albero.
“Grazie! Oh, grazie infinite!”
Lei si lascia scappare un gemito dalla bocca. Quando Neelay solleva lo
sguardo, l’insegnante si gira e corre via. L’angoscia dura solo fino a quando
non apre il taccuino. Poi si corica a sfogliare le pagine recuperate,
ricordandosi ogni cosa. Tanto lavoro, tante belle idee – salvate.
Passano sei anni. La pubertà trasforma Neelay Mehta. Il ragazzo cresce
tutto d’un colpo diventando una creatura fantastica: diciassette anni, due
metri di altezza, settanta chili di peso, e un tutt’uno con la sua sedia a rotelle.
Il suo busto si protende verso l’alto. Persino le sue gambe, rinsecchite come
spessi ramoscelli, diventano assurdamente lunghe. Le guance si spostano
come placche continentali e il viso produce grandi quantità di pustole. Fili
neri spuntano da genitali un tempo incorrotti. La voce scende dal timbro da
soprano a quello da controtenore. I capelli diventano lunghi quanto quelli di
un sikh praticante di Kesh, per quanto non se li leghi in un nodo rishi. Li
lascia ricadere morbidamente in spessi viticci tutt’intorno al viso allungato e
più giù sulle spalle ossute.
Vive nella sua attrezzatura di metallo su ruote – la sedia del capitano su
una navicella spaziale in viaggio per strane regioni di pensiero. Alcune
persone che non riescono più a camminare diventano grasse. Però quella
gente mangia. Lui affronta la giornata con cinquanta centesimi di fiori di
girasole e due bibite contenenti caffeina. Ovviamente, di rado consuma una
caloria inutile. Una volta guadagnata la sua postazione mattutina alla
scrivania fatta su misura, il telaio della CPU e il CRT hanno bisogno di più
energia di lui. Le dita sfiorano la tastiera e gli occhi scrutano lo schermo, ma
il suo cervello brucia parecchio glucosio mentre lui crea i suoi prototipi, in
incrementi di diciotto ore, comando dopo attento comando.
Stanford lo accoglie con due anni di anticipo. Il campus si trova appena
sopra El Camino. Il dipartimento di informatica fiorisce, reso fertile dagli
elaborati doni dei fondatori della società di suo padre. Neelay ha bazzicato il
campus fin dall’età di dodici anni. Molto prima di cominciare a studiare
ufficialmente da matricola, è una mascotte di fatto del dipartimento di
informatica. Sai: il ragazzo indiano ectomorfo, su quella sedia stravagante.
Qualcosa sta nascendo nelle viscere di mezza dozzina di diversi edifici da
una parte all’altra della Farm. Gambi di piante di fagioli magici spuntano
ovunque, di notte. Salta fuori nelle conversazioni con amici, nel laboratorio
di informatica nel seminterrato dove solitamente Neelay si trova a scrivere
dei codici. Magari si tratta di una combriccola taciturna, ma i sabati sera, i
programmatori alzano le teste dai loro cicli do-while abbastanza a lungo da
distribuire le loro bottiglie di bibite da un litro e spezzare insieme le croste
della pizza, il tutto mentre sparano una piccola stronzata filosofica.
Qualcuno dice, “Siamo il terzo atto dell’evoluzione.” Un filo di salsa
gocciola dalla bocca spalancata.
È come se l’idea venisse a tutti loro contemporaneamente. La biologia era
la fase uno, che si dispiega lungo le epoche. E poi la cultura ha tarato la
velocità di trasformazione su meri secoli. Ora c’è una nuova generazione
digitale ogni venti settimane, con ogni subroutine che accelera la successiva.
“Chip che raddoppiano il numero dei transistor ogni diciotto mesi...? Cioè,
prendi seriamente la legge di Moore, amico.”
“Diciamo che dura per il resto delle nostre vite. Potremmo vivere altri
sessant’anni.”
Una risatina si diffonde tra loro per l’assurdo calcolo. Quaranta periodi
doppi. Cumuli di chicchi di riso alti quanto la stratosfera sulla scacchiera
leggendaria.
“Un aumento in trilioni. Programmi milioni di milioni di volte più vasti e
ricchi della cosa migliore che qualcuno abbia mai scritto.”
Fanno una pausa per placare il senso di meraviglia. Neelay sporge la testa
sulla pizza intatta, fissando lo spicchio come se fosse un problema di
geometria analitica. “Cose viventi,” dice, quasi tra sé. “Che imparano da sole.
Che si creano da sole.” Tutta la stanza scoppia a ridere, ma lui continua,
imperterrito. “Molto presto, penseranno che non siamo nemmeno qui.”

In un primo momento, lo scopo della programmazione è regalare tutto.


Pura filantropia. Lui troverà un meraviglioso programma iniziale nel dominio
pubblico. Poi lo rimpolperà, aggiungerà nuove caratteristiche, accenderà il
suo modem di 1200 baud, lo collegherà a una bacheca elettronica locale e
caricherà la sorgente per chiunque voglia ingrandirlo ancora un po’. Di lì a
breve, le sue creature si diffonderanno su host per tutto il pianeta. Ogni
giorno, le persone attorno al globo aggiungono nuove specie nei repository. È
l’esplosione cambriana tutta daccapo, solamente un miliardo di volte più
veloce.
Neelay regala il suo primo capolavoro, un divertente gioco a turni in cui
bisogna interpretare la parte del mostro di un film giapponese che mangia
tutto quello che incontra per le metropoli del mondo. Viene acquisito da
centinaia di persone in una dozzina di paesi, nonostante il download di
quarantacinque minuti. E se giocare a quel gioco ha lo stesso effetto sul
vostro tempo libero di quello che il mostro ha su Tokyo? Il suo secondo
gioco – conquistadores che devastano i territori vergini delle Americhe – è un
altro hit gratuito. Si forma un gruppo su Usenet soltanto per scambiare
strategie di gioco. Il programma genera un altro Nuovo Mondo
geologicamente realistico ogni volta che si gioca. Trasforma qualsiasi
ragazzo che imbusta la spesa in un gagliardo Cortés.
Il suo gioco produce imitazioni. Più la gente ruba le sue idee, meglio si
sente Neelay rispetto alla sua vita confinata su una sedia. Più regala, più ha.
Dalla sua posizione privilegiata, bloccato su una sedia a rotelle in un
laboratorio nel seminterrato, si materializzano interi nuovi continenti.
L’economia del dono – duplicazione gratuita di comandi ben fatti – promette
finalmente di risolvere il problema della penuria e di curare la brama nella
sua essenza. Il nome di Neelay Mehta diventa minileggendario tra i pionieri.
La gente lo ringrazia sulle bacheche elettroniche e nei newsgroup sui giochi. I
ragazzi universitari parlano di lui nelle chat room come una sorta di
personaggio tolkieniano. Su Internet, nessuno sa che è uno sgorbio bislungo e
spiaggiato, incapace di muoversi senza l’aiuto di macchinari.
Ma per il suo diciottesimo compleanno, il paradiso mette dei paletti. Ex
filantropi del codice gratuito cominciano ad aggiungere il copyright e a fare
dei veri e propri soldi. Hanno persino la faccia tosta di costituire imprese
private. Certo, stanno ancora solo vendendo floppy disc nei sacchetti di
plastica, però si sa come andranno a finire queste cose. Gli spazi comuni
vengono ristretti. La cultura del dono soffoca sul nascere.
Neelay maledice il tradimento a ogni riunione settimanale dell’Home-
Rolled Club. Passa il suo tempo libero a ricreare una delle più famose offerte
commerciali, apportando migliorie, e poi liberando il duplicato nel dominio
pubblico. Violazione? Può darsi. Ma ciascuna delle proprietà cosiddette
protette da copyright fa affidamento su decenni di precedente arte non pagata.
Per un anno, Neelay veste i panni di Robin Hood, accampato nella foresta
anarchica con i suoi compagni, sotto un’enorme quercia più vecchia dell’atto
di proprietà della terra su cui cresce.

Per mesi lavora a un’epopea spaziale in forma di gioco di ruolo che, come
è prevedibile, sarà in assoluto il suo più grande regalo. La grafica è costituita
da sprite in alta definizione a sedici bit, si anima in sessantaquattro magnifici
colori. Lui si avventura fuori alla ricerca di bestiari surreali con cui popolare i
suoi pianeti. Una sera di primavera, sul tardi, si ritrova nella biblioteca
principale di Stanford, a leggere attentamente le copertine di riviste scadenti
del periodo d’oro della fantascienza e a sfogliare le pagine del Dr. Seuss. Le
immagini somigliano all’assurda vegetazione di quei fumetti economici di
Visnu e Krishna della sua infanzia.
Sentendo il bisogno di una pausa, attraversa il campus in sedia a rotelle
lungo il Serra Mall per andare a vedere cosa bolle in pentola nei laboratori. È
quasi l’ora del crepuscolo, in quella dolce perfezione che profuma quel posto
per nove mesi all’anno. Si dirige verso il suo cubicolo nel laboratorio
collegato in rete, procedendo come in un’avventura in prima persona.
L’imponente arcata di palme si allontana a zig-zag alla sua destra. Alla sua
sinistra, le Santa Cruz Mountains fanno capolino da dietro i chiostri in finto
stile romanico spagnolo. Una volta, in un’altra vita, ha percorso i sentieri fin
su verso lo Skyline sotto le sequoie, in compagnia di suo padre e di sua
madre. Dietro le montagne, a un’ora di distanza a bordo di un furgone adibito
al trasporto di persone disabili, c’è il mare. Le spiagge e le baie non gli sono
vietate. L’ultima volta che era andato risale a soli tre mesi prima. Molti amici
avevano dovuto portarlo vicino alla riva e sistemarlo sulla sabbia. Neelay si
era messo a sedere a fissare le onde e a guardare gli uccelli di ripa tuffarsi
nell’acqua e ad ascoltare i loro gemiti spettrali. Ore dopo, quando i suoi amici
avevano finito di nuotare e di lanciare i Frisbee e di inseguirsi lungo la
spiaggia, lui era l’unico a non averne avuto ancora abbastanza.
Svolta sulla rampa che dà accesso al Memorial Court nella principale
corte quadrangolare interna, oltre I Borghesi di Calais a grandezza naturale di
Rodin. La notte sarà lunga, e lui ha bisogno di far provvista di snack in grado
di fornirgli un supporto energetico. A bordo della sedia si dirige dritto dentro
la corte interna, verso l’uscita posteriore in direzione della Union e dei
distributori automatici migliori. Perso nei suoi progetti intergalattici, per poco
non falcia un capannello di turisti giapponesi intenti a fotografare la cappella.
Mentre indietreggia e si scusa, schiaccia con le ruote le dita del piede di una
donna attempata al suo primo viaggio all’estero. Lei fa un inchino,
mortificata. Neelay si divincola, si lancia con la sedia tutto a sinistra, e alza lo
sguardo. Là, in una fioriera delle dimensioni di un’auto, proprio a lato
dell’entrata della cappella, bulboso ed elefantesco, c’è l’organismo più
strabiliante che abbia mai visto. È la cosa che stava cercando, per la sua
epopea intergalattica. Un’allucinazione vivente di un vicino sistema stellare
dall’altro capo di un wormhole nello spazio. I custodi devono averlo portato
di nascosto la notte prima col favore delle tenebre. O è così, oppure ogni sera
per mesi lui gli è passato accanto con la sedia a rotelle senza mai notarlo
neppure una volta.
Si avvicina all’albero e scoppia a ridere. Il tronco gli ricorda una
gigantesca siringa capovolta per ungere la carne. I rami si distorcono e si
assottigliano ad angolazioni pazzesche. Allunga la mano per toccare la
corteccia. È perfetta. Assurda. Ha in mente qualcosa. Su una minuscola
targhetta si legge: BRACHYCHITON RUPESTRIS. L’ALBERO DELLA BOTTIGLIA
DEL QUEENSLAND. Il nome non giustifica nulla e spiega ancora meno. È un
invasore alieno, sicuro quanto Neelay.
Non sa decidersi su cosa sia più incredibile: l’albero o il fatto che non se
ne sia mai accorto. Con la coda dell’occhio vede agitarsi delle sagome. Sta
succedendo qualcosa alle sue spalle. Ha la netta sensazione di essere
osservato. Un coro silenzioso nella sua testa intona: Girati e guarda. Voltati e
vedi! Ruota la sedia nella posizione giusta. Niente sembra al proprio posto.
Tutta la corte del chiostro è cambiata. Un salto nell’iperspazio, ed è atterrato
in un arboreto intergalattico. Su tutti i lati, furiose speculazioni verdi lo
salutano con la mano. Creature realizzate per climi sopramondani. Pazzoidi di
ogni costume e forma. Cose di epoche così antiche da far sembrare i
dinosauri dei parvenu. Tutti quegli esseri senzienti e gesticolanti lo urtano
sulla sedia. Non ha mai fatto uso di droghe, ma dev’essere quello l’effetto che
danno. Piume color crema e gialle; una cascata viola che evapora prima di
toccare il suolo. Alberi come esperimenti strampalati fanno dei cenni da otto
grandi fioriere, ognuna una navicella spaziale in miniatura diretta verso
qualche altro sistema.
Neelay avanza lungo il cortile sulla sedia a rotelle con aria solenne. Il suo
corpo paraplegico si irrigidisce mentre la congrega risplende nel cerchio in
piedi, osservandolo mentre compie il percorso. Oltrepassa un altro mostro
seussiano alieno quanto il primo. Legge l’etichetta: un albero di filo di seta,
dalle foreste brasiliane che persino in quel momento si stanno riducendo di
centinaia di migliaia di acri al giorno. Pigne bitorzolute dalla punta acuminata
ricoprono il tronco, spine che si sono evolute per tenere lontano bestie da
pascolo estinte decine di milioni di anni prima.
Avanza di fioriera in fioriera, toccando gli esseri, annusandoli, ascoltando
i loro fruscii. Sono arrivati da torride isole e aridi territori appartati, dalle valli
remote dell’Asia centrale in cui è stata aperta una breccia soltanto di recente.
L’albero dei fazzoletti, la jacaranda, il cucchiaio del deserto, il canforo,
l’albero fiamma, la paulonia, l’albero della bottiglia, il gelso rosso: piante
irreali, in attesa di tendergli un agguato proprio lì in quel cortile mentre lui le
stava cercando su pianeti distanti. Tocca le loro cortecce e, appena sotto la
loro scorza, sente masse brulicanti di cellule, come intere civiltà planetarie,
pulsare e ronzare.
I turisti giapponesi si allontanano, diretti verso il loro autobus sulla
Galvez. Neelay rimane immobile nello spazio ormai svuotato, come un
coniglio che sfugge a un rapace. Resta da solo per non più di qualche
secondo. Ma in quell’intervallo, gli invasori alieni inseriscono un pensiero
direttamente nel suo sistema limbico. Ci sarà un gioco, un miliardo di volte
più vario e ricco di qualunque cosa sia mai stata ideata, che innumerevoli
persone intorno al mondo faranno contemporaneamente. Neelay deve crearlo.
Lo svilupperà a poco a poco lungo fasi progressive nel corso di decenni. Il
gioco metterà i giocatori proprio al centro di un mondo animista in fermento
che vive e respira, e sarà popolato da milioni di specie diverse, un mondo con
un disperato bisogno dell’aiuto dei giocatori. E il suo scopo sarà quello di
capire ciò che il nuovo e disperato mondo vuole da lui.
La visione finisce, depositandolo di nuovo nella corte quadrangolare
interna di Stanford. La visione, religiosa e verde scuro, sfuma di nuovo nella
sua ombra platonica, il legno. Neelay rimane immobile, aggrappandosi a
quello che ha appena visto, la cosa che il suo cervello ha in qualche modo
afferrato, appostandosi fuori alla fine della curva della legge di Moore. Dovrà
ritirarsi da scuola. Ora non ha più tempo per le lezioni. Deve trovare il giusto
ritmo in vista di un obiettivo a lungo termine. Finirà la stravagante epopea
spaziale in forma di gioco di ruolo a cui sta lavorando, poi la metterà in
vendita. Soldi veri, dollari materiali. I suoi fan urleranno. Lo diffameranno
sulla bacheca elettronica del paese come il peggior traditore. Ma a quindici
dollari per trenta parsec, il gioco sarà un affare. I guadagni che ricaverà dalla
sua prima incursione nella vita aliena serviranno a pagare il sequel, un gioco
che, quanto ad ambizione, supererà di gran lunga il primo. E a piccoli passi,
Neelay raggiungerà il luogo che ha appena visto.
Esce dal chiostro proprio nel momento in cui la luce si dilegua dietro le
montagne. Le colline proiettano un’ombra su se stesse, passando dal blu
livido al nero oblioso. In alto, invisibili ai suoi occhi, affioramenti rocciosi
pullulano di manzanita, allungando le loro cortecce cremisi distorte. Gli allori
fiancheggiano i prati creati dai taglialegna. I canyon si infoltiscono di
madrone arancione che si scorteccia assumendo un colore verde cremoso e
attaccaticcio. Esemplari di Quercus agrifolia come quella che lo ha reso
storpio si raccolgono sui dirupi. E giù nei freschi corridoi rivieraschi che
odorano di limo e di aghi marcescenti, le sequoie escogitano un piano che
impiegherà un migliaio di anni per realizzarsi – il piano che adesso si serve di
lui, sebbene pensi sia suo.

* Jorges Luis Borges, Pierre Menard, autore del “Chisciotte”, in Finzioni, I


Meridiani, Milano, Mondadori, 1984. (N.d.T.)
Patricia Westerford

È il 1950, e come il giovane Ciparisso, che lei presto scoprirà, la


piccola Patty Westerford si innamora del suo cerbiatto. Il suo è fatto di
ramoscelli, per quanto sia altrettanto vivo. E poi: scoiattoli composti da
coppie di gherigli di noci incollati, orsi fatti di palline di gomme dolci da
masticare, draghi creati con i baccelli dell’albero del caffè del Kentucky,
fatine con indosso cuffie di ghiande, e un angelo al cui corpo di pigne
mancano soltanto due foglie di agrifoglio come ali.
Costruisce per queste creature elaborate abitazioni con vialetti selciati
davanti a casa e un arredamento creato con i funghi. Le mette a dormire in
letti dotati di trapuntine di petali di magnolia. Le sorveglia, spirito guida di un
regno le cui città sono accoccolate dietro porte chiuse nei nodi degli alberi. I
buchi dei nodi diventano persiane di ventilazione da cui, con gli occhi
socchiusi, lei può vedere i salottini invitanti dei cittadini di legno, la razza
umana perduta. Vive lì con le sue creature nella minuscola architettura
dell’immaginazione, molto più ricca di quello che offre la vita a grandezza
naturale. Quando la piccola testa di legno della bambola si stacca, la pianta
nel giardino, sicura che farà crescere un altro corpo.
Tutte le sue creature fatte di ramoscelli sanno parlare, benché la maggior
parte, come Patty, non ne senta il bisogno. Anche lei non ha aperto bocca fino
all’età di tre anni. I suoi due fratelli maggiori hanno interpretato il linguaggio
segreto della sorellina per i genitori spaventati, che hanno cominciato a
pensare che la figlia fosse una ritardata mentale. Hanno portato Patty alla
clinica di Chillicothe per fare degli esami che hanno rivelato una
deformazione dell’orecchio interno. La clinica l’ha dotata di un apparecchio
acustico delle dimensioni di un pugno, che lei ha odiato. Quando finalmente
le parole hanno cominciato a fluire, nascondevano i suoi pensieri dietro un
farfugliamento difficile da comprendere per i profani. Il fatto che il suo viso
fosse inclinato e orsino non ha giovato. I bambini del vicinato scappavano via
da lei, quella creatura al limite della categoria umana. Le persone fatte di
ghiande sono molto più clementi.
Suo padre è l’unico che capisce il suo mondo silvestre, così come capisce
sempre ogni sua parola biascicata. Lei occupa il primo posto nelle preferenze
del padre, un fatto accettato dai due maschi. Con loro, papà può lanciare palle
da softball e raccontare barzellette scritte sulla carta delle gomme da
masticare e giocare a chiapparello. Però riserva i suoi regali migliori alla sua
bambina-pianta, Patty.
La loro intimità preoccupa la madre. “Ma dimmi tu. È mai esistito un
minuscolo stato di due persone come il loro?”
Bill Westerford porta Patricia con sé durante le visite alle fattorie
dell’Ohio occidentale in qualità di consulente nel campo della divulgazione e
della ricerca agraria. La bambina viaggia come copilota a bordo della Packard
tutta ammaccata coi rivestimenti laterali in legno di pino. La guerra è finita, il
mondo è in ripresa, il paese è ebbro di scienza, chiave di una vita migliore, e
Bill Westerford porta sua figlia a vedere il mondo.
La madre di Patty disapprova quei viaggi. La bambina dovrebbe essere a
scuola. Tuttavia, prevale la blanda autorevolezza del padre. “Non imparerà di
più da nessun’altra parte di quanto impari con me.”
Macinando chilometri, tengono le loro lezioni itineranti. Lui si mette di
fronte alla figlia in modo che riesca a leggere le sue labbra. La bambina ride
delle sue storie – in boati densi e lenti – e rifila risposte entusiastiche a
ognuna delle sue domande. Cos’è più numeroso: le stelle nella Via Lattea o i
cloroplasti su una sola foglia di granturco? Quali alberi fioriscono prima di
mettere le foglie, e quali fioriscono dopo? Perché le foglie in cima agli alberi
spesso sono più piccole di quelle in basso? Se incidessi il tuo nome a poco
più di un metro di altezza sulla corteccia di un faggio rosso, quanto sarebbe
alto dopo mezzo secolo?
Lei adora la risposta all’ultima domanda: poco più di un metro. Ancora
poco più di un metro. Sempre poco più di un metro, a prescindere dall’altezza
raggiunta dal faggio. Lei la adorerà ancora, mezzo secolo dopo.
In questo modo, l’animismo delle ghiande si trasforma un po’ alla volta
nel suo prodotto, la botanica. Patty diventa la stella di suo padre e la sua
unica allieva per la semplice ragione che soltanto lei, di tutta la famiglia,
intuisce quello che lui sa: il fatto che le piante sono creature caparbie e abili e
alla ricerca di qualcosa, proprio come le persone. Durante le loro escursioni,
le racconta di tutti i miracoli indiretti che il verde può generare. Le persone
non hanno il monopolio dei comportamenti strani. Sono altre creature – più
grandi, più lente, più vecchie, più durature – che decidono, danno origine alle
condizioni atmosferiche, nutrono il creato, e creano l’aria stessa.
“Sono una grandissima invenzione, gli alberi. Talmente grande che
l’evoluzione continua a idearla, ripetutamente.”
Le insegna a distinguere una carya lacinosa da quella ovata, il noce
bianco d’America. Non c’è nessun altro bambino della sua scuola in grado di
distinguere un noce da un carpino nero. Il fatto le sembra molto strano. “I
bambini della mia classe pensano che un noce nero somigli a un frassino
bianco. Sono ciechi, per caso?”
“Ciechi davanti alle piante. È la maledizione di Adamo. Vediamo soltanto
le cose che ci somigliano. Una storia triste, non credi, ragazzina?”
Anche suo padre ha qualche problema con l’Homo sapiens. Si deve
giostrare tra gente perbene le cui fattorie a conduzione famigliare non
riescono a sottomettere la Terra, e aziende che vogliono vendere loro
l’arsenale per arrivare al dominio totale. Quando, a fine giornata, le
frustrazioni diventano per lui insopportabili, sospira e dice, solo per il fragile
udito di Patty, “Ah, comprami il pendio di un colle lontano dalla città.”
Attraversano in auto una zona un tempo ricoperta da una scura foresta di
faggio. “Gli alberi migliori che si possa mai desiderare vedere.” Forti e
imponenti ma pieni di grazia, con una splendida svasatura alla base, dentro il
loro stesso piedistallo. Prodighi di noci che nutrono tutti coloro che passano
di lì. Il loro tronco liscio e bianco tendente al grigio ricorda più la pietra che il
legno. Le foglie del colore della pergamena sopravvissute all’inverno –
marcescenti, le dice – che spiccano in mezzo ai vicini e spogli alberi di legno
duro. Ornati di rami robusti così simili alle braccia umane, che si levano alle
estremità come mani che si offrono. Sbiaditi e pallidi in primavera, in
autunno i loro piatti e ampi ramoscelli inondano l’aria d’oro.
“Che gli è capitato?” Le parole della bambina si fanno incerte sotto il peso
della tristezza.
“È opera nostra.” Crede di sentire il padre sospirare, sebbene lui non
allontani mai lo sguardo dalla strada. “Il faggio ha detto all’agricoltore dove
arare. Il calcare sottostante, ricoperto del migliore e più scuro terriccio che un
campo potesse volere.”
Girano di fattoria in fattoria, tra gli avvizzimenti dell’anno prima e
l’humus coltivabile dell’anno successivo che sta per scomparire. Lui le
mostra delle cose straordinarie: il cambio sempre più esteso di un sicomoro
che ha inghiottito la canna di una vecchia Schwinn appoggiata lì decenni
prima da qualcuno. Due olmi i cui rami sono confluiti gli uni negli altri a
formare un solo albero.
“Sappiamo così poco di come crescano gli alberi. Quasi nulla di come
fioriscano e ramifichino e si diffondano e si curino. Abbiamo imparato
qualche cosa di alcuni di essi, presi isolatamente. Ma non c’è nulla di meno
isolato o di più socievole di un albero.”
Suo padre è la sua acqua, la sua aria, la sua terra e il suo sole. Le insegna a
scrutare un albero, il rivestimento vivente di cellule sotto ogni centimetro
quadrato di corteccia in grado di fare cose che nessun essere umano ha ancora
scoperto. Lui dirige l’auto verso un bosco ceduo di alberi di legno duro
sopravvissuti nel letto di un indolente ruscello. “Ecco! Guarda!” Una macchia
di fusti sottili, ognuno con foglie grandi e cascanti. Un pastore scozzese di
alberi. Le fa annusare le enormi foglie a forma di cucchiaio, schiacciate.
Hanno un sapore acre, di bitume. Il padre raccoglie da terra un grosso frutto
giallo e glielo porge. Lei non l’ha mai visto così eccitato. L’uomo afferra il
suo coltellino svizzero e taglia il frutto in due, rivelandone la polpa burrosa e
i semi lucidi neri. La polpa le fa venir voglia di gridare di piacere. Solo che
ha la bocca piena di budino al caramello.
“Papaya, l’unico frutto tropicale che sia mai sfuggito ai tropici. Il più
grande, strano, selvatico e miglior frutto indigeno che sia mai cresciuto in
questo continente. Originario proprio di queste parti, in Ohio. E nessuno lo
sa!”
Lo sanno, loro. La bambina e il padre. Lei non dirà mai a nessuno dove si
trova quella macchia di vegetazione. Sarà soltanto loro, banana dopo banana
della prateria caduta al suolo. Guardando l’uomo, la Patty dura-d’orecchio-e-
di-favella impara che la vera gioia consiste nel sapere che la saggezza umana
conta meno del luccichio dei faggi mossi dalla brezza. Sicuro come il tempo
proveniente da ovest, le cose che la gente sa per certo cambieranno. Non
esiste alcun sapere con certezza. Le uniche cose su cui si può contare sono
l’umiltà e l’osservazione.
La trova fuori nel giardino sul retro intenta a fare degli uccelli con le ali
intrecciate delle samare. Il viso del padre assume un’espressione strana. Alza
uno dei semi che ha in mano e lo rivolge verso il gigante che lo ha gettato a
terra. “Hai notato che sparge più semi nella corrente ascensionale rispetto a
quando il vento soffia verso il basso? Per quale motivo?”
Quelle domande sono ciò che la figlia più preferisce al mondo. Pensa. “Si
propaga più lontano?”
Lui porta un dito al naso. “Bingo!” Guarda l’albero e corruga la fronte,
elaborando vecchie perplessità daccapo. “Da dove credi che provenga tutto il
legno, per passare da questa piccola cosa a quella lì?”
Tira a indovinare. “La terra?”
“E in che modo potremmo scoprirlo?”
Concepiscono l’esperimento insieme. Mettono novanta chili di terriccio in
una grossa tinozza di legno accanto alla facciata del capanno rivolta a sud.
Poi estraggono una faggina a forma di triangolo dalla sua cupola, la pesano, e
la sotterrano nel terriccio.
“Se vedi un tronco su cui sono incise tante lettere, allora è un faggio. La
gente non può fare a meno di scrivere su tutta la sua liscia superficie grigia.
Che Dio li benedica. Vogliono vedere i loro cuori corredati di lettere crescere
sempre di più, anno dopo anno. Amanti entusiasti, crudeli come la loro
fiamma, hanno inciso su questi alberi il nome della loro amata. Poco sanno,
ahimè, o poco badano a quanto questi superino in bellezza quella di lei!”
Lui le spiega come il termine beech, faggio, si trasforma nella parola
book, libro, nel continuo evolversi del linguaggio. Come libro si sia
sviluppato dalle radici del faggio, molto tempo addietro nella lingua madre.
Come la corteccia del faggio ospitasse le prime parole sanscrite. Patty
s’immagina il loro minuscolo seme che cresce e viene ricoperto di parole. Ma
da dove proverrà la mole di un libro così voluminoso?
“Manterremo la tinozza umida e senza erbacce per i prossimi sei anni.
Quando compirai sedici anni, peseremo di nuovo l’albero e il terriccio.”
Lei lo sente e capisce. Si tratta di scienza, e vale mille volte di più di
qualunque cosa qualsiasi persona possa mai giurarti.

Col tempo, Patricia diventa brava quasi quanto il padre a riconoscere


quello che sta avvizzendo o consumando nei raccolti di un agricoltore. Lui
smette di interrogarla e comincia a consultarla, non davanti agli agricoltori,
naturalmente, ma in un secondo momento, quando, di nuovo in auto, hanno la
possibilità di riflettere a fondo sulle infestazioni come una vera squadra di
lavoro.
Il giorno del suo quattordicesimo compleanno, il padre le regala una
traduzione espurgata delle Metamorfosi di Ovidio. Si legge: Per la mia
adorabile figlia, che sa quanto è grande e vasto l’albero genealogico.
Patricia apre il libro e legge la prima frase:
Mi spinge l’estro a narrare il mutare delle forme in corpi nuovi.

A quelle parole, viene riportata dove le ghiande sono a un passo dai volti e
le pigne formano i corpi degli angeli. Legge il libro. Le storie sono strane e
fluide, antiche quanto l’umanità. Per qualche motivo le sono familiari, come
se le conoscesse già al momento della nascita. Le fiabe sembrano riguardare
meno la trasformazione delle persone in altri esseri viventi che il
riassorbimento, da parte di altre creature viventi, nel momento di maggior
pericolo, dell’aspetto selvaggio delle persone che non è mai davvero
scomparso. Il corpo di Patricia è già a buon punto della sua tormentata
metamorfosi in qualcosa che lei rifiuta categoricamente. La recente
dilatazione del seno e dei fianchi, l’incipiente macchia tra le gambe
trasformano grossomodo anche lei in una bestia più antica.
Preferisce le storie in cui le persone diventano degli alberi. Dafne,
trasformata in un alloro appena prima che Apollo riesca a prenderla e a
ferirla. Le assassine di Orfeo, bloccate dalla terra, che guardano i loro piedi
trasformarsi in radici e le loro gambe in tronchi di legno. Legge del giovinetto
Ciparisso, che Apollo trasforma in un cipresso in modo che possa piangere
per sempre il suo cerbiatto ucciso. La bambina diventa rossa come una
barbabietola, una ciliegia, una mela, leggendo la storia di Mirra, trasformata
in un mirto dopo essersi infilata furtivamente nel letto di suo padre. E piange
per quella solida coppia, Filemone e Bauci, che hanno trascorso il secolo
insieme nelle sembianze di una quercia e di un tiglio, la loro ricompensa per
aver accolto degli sconosciuti che poi si sono rivelati degli dèi.
Arriva il suo quindicesimo autunno. Le giornate si accorciano. L’oscurità
cala presto, segnalando agli alberi di abbandonare il loro progetto di
produzione di zucchero, disfarsi di tutte le loro parti vulnerabili, e irrobustirsi.
Cade la linfa. Le cellule diventano permeabili. I tronchi lasciano fluire fuori
l’acqua, irrobustendosi per resistere al gelo. La vita dormiente appena sotto la
corteccia è percorsa da un’acqua talmente pura che non è rimasto più niente
in grado di aiutarla a solidificarsi.
Suo padre le spiega come funziona il trucco. “Riflettici! Hanno capito
come vivere bloccati lì senza nessun’altra protezione, battuti dai venti a trenta
gradi sotto zero.”
Più tardi, quell’inverno, mentre Bill Westerford sta rientrando da un
viaggio per ricerche sul campo, la sua Packard finisce su un blocco di
ghiaccio. L’uomo viene scaraventato fuori dall’auto mentre la vettura si
capovolge finendo in un fosso. Il suo corpo vola per più di sette metri prima
di schiantarsi contro un arancio degli Osagi che gli agricoltori avevano
piantato per farne una siepe un secolo e mezzo prima.
Al funerale, Patty legge alcuni versi di Ovidio. La promozione di
Filemone e Bauci ad alberi. I suoi fratelli credono abbia perso la testa per il
dolore.
Non permetterà alla madre di buttar via niente. Tiene il bastone da
passeggio e il cappello a cupola schiacciata del padre, in una specie di
reliquiario. Conserva la sua preziosa biblioteca – Aldo Leopold, John Muir, i
testi di botanica, gli opuscoli sulla divulgazione e ricerca agraria. Trova la sua
copia per adulti di Ovidio, segnata ovunque, allo stesso modo in cui la gente
segna i faggi. La sottolineatura comincia, tripla, sul primissimo verso: Mi
spinge l’estro a narrare il mutar delle forme in corpi nuovi.

Il liceo tenta di ucciderla. La viola nell’orchestra, l’acero che diffonde


lamenti carichi di vecchi ricordi di pendii, sotto il suo mento. Fotografia e
pallavolo. Ha due quasi-amici che se non altro capiscono la realtà degli
animali, se non proprio quella delle piante. Evita qualsiasi gioiello, indossa
vestiti di flanella e denim, va in giro con un coltellino svizzero, e porta i
lunghi capelli avvolti intorno alla testa con le trecce.
Fa capolino un patrigno, un tizio abbastanza intelligente da non provare a
riabilitarla. C’è un trauma riguardante un ragazzo che per due anni sogna di
portarla al ballo degli studenti dell’ultimo anno, un ragazzo il cui sogno è
destinato a morire, trafitto al cuore da un paletto di legno di quercia bianca.
Nell’estate dei suoi diciott’anni, mentre si sta preparando per andare alla
Eastern Kentucky University a studiare botanica, le torna in mente il faggio
che cresce nella tinozza piena di terriccio, fuori dal fienile. Si sente riempire
di vergogna: come ha potuto dimenticarsi dell’esperimento? È in ritardo di
due anni rispetto alla promessa che aveva fatto al padre. Ha saltato
completamente i suoi sedici anni.
Passa un intero pomeriggio di luglio a liberare l’albero dal terreno e a
sbriciolare ogni pezzetto di terra dalle radici. Poi pesa sia la pianta che la
terra che la nutre. La frazione di un’oncia di faggina adesso pesa più di lei. Il
terriccio però pesa come prima, meno un’oncia o due. Non c’è altra
spiegazione: quasi tutta la massa dell’albero è arrivata proprio dall’aria. Suo
padre lo sapeva. Adesso lo sa anche lei.
Pianta di nuovo il loro esperimento in un punto dietro casa dove lei e suo
padre amavano sedersi nelle notti estive ad ascoltare quello che le altre
persone chiamavano silenzio. Si ricorda ciò che lui le raccontava della specie.
Le persone, che Dio le benedica, ritengono opportuno segnare il tronco dei
faggi su ogni punto. Ma alcune di loro – alcuni padri – sono segnati dagli
alberi, su ogni loro punto.
Prima di partire per l’università, con il coltellino svizzero fa una
sottilissima incisione sulla corteccia liscia e grigia che ricorda un libro, a
poco più di un metro da terra.

La Eastern Kentucky la trasforma in un’altra persona. Patricia fiorisce


come qualcosa rivolto verso sud. Mentre attraversa il campus, avverte
l’atmosfera scoppiettante degli anni sessanta, un cambiamento del tempo,
l’odore delle giornate che si allungano, il profumo di nuove possibilità che
sbriciola l’impalcatura di pensieri superati, un vento limpido che scende dalle
colline.
La sua camera del dormitorio è ricolma di piante in vaso. Non è l’unica al
suo piano ad aver sistemato un giardino botanico tra la scrivania e il letto a
castello. Le sue piante però sono le uniche ad avere delle strisce di nastro
adesivo recanti informazioni sui vasi in terracotta. Mentre le sue amiche
crescono nebbie e violette con occhi blu, lei cresce coreopsidi e piselli di
pernici e altri esperimenti. Eppure si prende cura, senza alcun intento
scientifico, anche di un ginepro bonsai che pare avere mille anni, una creatura
che fa pensare a un haiku pungente.
Certe notti, le ragazze del piano di sopra scendono da lei per controllare
come sta. Per loro, è diventata il loro interesse principale. Facciamo
ubriacare Patty-la-Pianta. Sistemiamo Patty-la-Pianta con quel cappellone
di economia. Prendono in giro il suo impegno negli studi e ridono della sua
vocazione. La costringono ad ascoltare Elvis. La infilano dentro tubini senza
maniche e le cotonano i capelli. La chiamano la Regina della Clorofilla. Lei
non si sente parte del gregge. Non sempre riesce a udirle bene, e quando ci
riesce, le loro parole non hanno sempre senso. Eppure, quelle frenetiche
femmine di mammifero riescono anche a farla sorridere: sono dei miracoli
sotto tutti i punti di vista, anche se hanno bisogno di complimenti per
continuare a essere felici.
Il secondo anno, Patty trova lavoro presso le serre del campus – due ore
rubate ogni mattina prima dell’inizio delle lezioni. Genetica, fisiologia delle
piante e chimica organica la accompagnano fino a sera. Studia ogni notte
nella zona di consultazione fino alla chiusura della biblioteca. E poi legge per
diletto finché non si addormenta. Prova i libri che stanno leggendo i suoi
amici: Siddharta, Il pasto nudo, Sulla strada. Ma non c’è niente che la
commuova di più delle Storie naturali di Peattie, un libro preso dagli scaffali
di suo padre. Adesso sono il suo conforto infinito. Le loro frasi ramificano e
si girano per prendere il sole.
Troni si sono sbriciolati e nuovi imperi sono sorti; nuove idee sono nate e grandi
quadri sono stati dipinti, e il mondo è stato rivoluzionato dalla scienza e
dall’invenzione; e ancora nessun uomo può dire quanti secoli questa quercia
durerà o a quali nazioni e credi sopravvivrà...

Dove il cervo salta, dove la trota sale, dove il tuo cavallo smette di sprecare un
sorso di acqua ghiacciata mentre il sole è caldo sulla tua nuca, dove ogni respiro
che tiri è rinvigorente – quello è il luogo in cui crescono i pioppi tremuli...

E dell’adorato albero di suo padre:


Lascia fare ad altri alberi il lavoro del mondo. Lascia che il Faggio stia ben ritto,
dove mantiene ancora la sua posizione...

Lei non diventa mai esattamente un cigno. Tuttavia, l’universitaria


dell’ultimo anno che emerge dal brutto anatroccolo del primo sa quello che
ama e come intende trascorrere la vita, ed è una novità fra i giovani di
qualsiasi anno. I ragazzi che non fa scappare dallo spavento vengono a
stanarla, quella fanciulla intelligente, modesta e sincera che è sfuggita
all’umiliazione di un implacabile gregarismo sociale. Con suo stupore, ha
persino dei corteggiatori. C’è qualcosa in lei che attira i ragazzi. Non
l’aspetto fisico, ovviamente, ma una caratteristica della sua camminata che in
qualche modo fa sempre girare la testa a tutti, senza sapere bene il perché. Il
pensiero indipendente – un potere di attrazione tutto suo.
Quando i ragazzi vengono a cercarla, lei li convince a portarla a fare un
picnic al Richmond Cemetery – al servizio dei bisogni dei morti dal 1948. A
volte si dileguano, e finisce lì. Se non se ne vanno e cominciano a parlare di
alberi, allora li rivedrà. Il desiderio, scarabocchia nei suoi taccuini da
agrimensore, si rivela infinitamente vario, il più dolce dei trucchi
dell’evoluzione. E nelle tempeste di polline di primavera, persino lei si scopre
un fiore più che adeguato.
C’è un ragazzo che le gira intorno, mese dopo mese. Andy, lo
specializzando in inglese. Suona nell’orchestra con lei e gli piace Hart Crane,
O’Neill e Moby Dick, anche se non sa dire il motivo. Riesce a far atterrare gli
uccelli sulla sua spalla. Sta aspettando l’arrivo di qualcosa che redima la sua
inutile vita. Una notte, mentre stanno giocando a cribbage, lui le dice che
crede potrebbe trattarsi di lei. Patty lo prende per mano e lo conduce verso il
suo angusto letto. Goffi e inesperti, rimuovono gli strati protettivi dei vestiti.
Dieci minuti dopo, si è trasformata in un albero appena un po’ troppo tardi
per essere risparmiato.

La vita vera comincia con il dottorato di ricerca. Ci sono mattine a West


Lafayette in cui la fortuna di Patricia Westerford la spaventa. Università di
Scienze forestali. Sente di non meritarselo. La Purdue University la paga per
seguire corsi cui lei ha sempre ambito per anni. Le danno vitto e alloggio per
insegnare botanica agli studenti, una cosa che sarebbe disposta a pagare per
avere la possibilità di farla. E per la sua ricerca è necessario che trascorra
giornate intere nei boschi dell’Indiana. È il paradiso dell’animista.
Tuttavia, entro il secondo anno salta fuori l’inghippo. Durante un
seminario sulla gestione forestale, il professore afferma che i ceppi e gli
alberi sradicati dal vento dovrebbero essere rimossi dal suolo forestale e
ridotti in polpa, per migliorare la salute della foresta. Non sembra una cosa
giusta. Una foresta florida deve aver bisogno di alberi morti. Ci sono stati fin
dall’inizio. Gli uccelli ne scoprono l’utilità, anche piccoli mammiferi, e sono
di più le forme di insetti che ci abitano e si nutrono di essi di quante la
scienza ne abbia mai contate. Patricia vuole alzare la mano e, come Ovidio,
spiegare che tutti gli esseri viventi si stanno trasformando in altre cose. Però
le mancano i dati scientifici. Tutto ciò che ha è l’intuizione di una ragazza
cresciuta giocando nell’humus della foresta.
Di lì a breve, le diventa tutto chiaro. C’è qualcosa che non va nell’intero
settore, non solo alla Purdue, ma in tutta la nazione. Gli uomini responsabili
del patrimonio forestale sognano di produrre chicchi uniformi lisci e puri alla
massima velocità. Parlano di rigogliose foreste giovani e di quelle vecchie e
decadenti, di misero incremento annuale e di maturità economica. Lei è
sicura che gli uomini a capo del settore dovranno crollare, l’anno successivo
o quello dopo ancora. E dai tronchi abbattuti dei loro pensieri nascerà un
nuovo, ricco sottobosco. E sarà lì dove lei allignerà.
Predica questa celata rivoluzione ai suoi studenti. “Ritornerete tra
vent’anni, sbalorditi da quello che ogni persona intelligente nel settore delle
scienze forestali ha preso per verità lampante. È il ritornello di tutta la buona
scienza: ‘Come abbiamo fatto a non vedere?’”
Lavora scrupolosamente coi suoi colleghi specializzandi. Partecipa ai
barbecue e ai concertini di musica folk, e riesce a prender parte ai
pettegolezzi del dipartimento conservando allo stesso tempo la sua entità di
piccolo stato sovrano. Una notte, le capita un confuso, appassionato e
sfrenato equivoco con una donna di genetica vegetale. Patricia ripone
l’imbarazzato palpeggiamento in un cassetto del cuore e non lo tira più fuori,
nemmeno per guardarlo.
Un segreto sospetto la contraddistingue rispetto agli altri. Ha la certezza,
senza alcuna prova, che gli alberi siano delle creature sociali. Per lei è ovvio:
gli esseri viventi immobili che crescono in affollate e miste comunità di
massa devono aver sviluppato dei modi di sincronizzarsi. La natura conosce
pochi alberi solitari. Ma questa convinzione le crea il vuoto attorno. Amara
ironia: eccola qui, con la sua gente, finalmente, e nemmeno loro riescono a
vedere l’ovvio.
La Purdue si procura uno dei primi prototipi di spettrometri di massa a
quadrupolo per la gascromatografia. Un qualche dio pagano porta il
dispositivo proprio a Patricia, come ricompensa per la sua costanza. Con un
congegno di quel genere, lei è in grado di misurare quali composti organici
volatili gli imponenti, antichi alberi dell’est liberano nell’aria e qual è
l’effetto di questi gas sui vicini. Propone l’idea al suo tutor. La gente non sa
nulla delle cose che fanno gli alberi. È un mondo verde tutto nuovo, pronto
per essere scoperto.
“Come farà a produrre qualcosa di utile?”
“Può darsi che non ci riuscirà.”
“Perché hai bisogno di farlo in una foresta? Perché non i terreni del
campus riservati agli esperimenti?”
“Non studieresti gli animali selvaggi andando allo zoo.”
“Credi che gli alberi coltivati si comportino in modo diverso da quelli in
una foresta?”
Lei ne è sicura. Ma il sospiro del suo interlocutore è chiaro quanto una
comunicazione sociale: le ragazze che si occupano di scienza sono come
degli orsi che vanno in bicicletta. Plausibili, ma bizzarre. “Ti riserverò
qualche albero del terreno boschivo. Ti renderà le cose più facili e ti farà
risparmiare molto tempo.”
“Non c’è fretta.”
“La tua tesi. Sprechi il tuo tempo.”
Lei lo spreca con vivissimo piacere. Il lavoro non è così stimolante.
Consiste nell’attaccare sacchetti di plastica numerati alle estremità dei rami, e
poi nel raccoglierli a intervalli regolari. Lo fa ripetutamente, inebetita e
silenziosa, ora dopo ora, mentre nel mondo attorno a lei imperversano gli
omicidi, le sommosse razziali e la guerriglia nella giungla. Lavora tutto il
giorno nei boschi, la schiena che brulica di pulci penetranti, il cuoio capelluto
di zecche, la bocca piena di materiale organico, gli occhi di polline, ragnatele
come sciarpe attorno al viso, braccialetti di edera del Canada, le ginocchia
perforate da pezzetti di carbone, il naso solcato da spore, la parte posteriore
delle cosce costellata di punture di vespe simili ai caratteri Braille, e il suo
cuore è felice quanto il giorno è generoso.
Riporta i campioni raccolti in laboratorio e passa ore e ore tediose a
calcolare le concentrazioni e i pesi molecolari, determinando quali gas
ognuno dei suoi alberi ha espirato. Devono esserci migliaia di composti,
decine di migliaia. Il tedio la fa sprofondare in un rapimento estatico. Lei lo
chiama il paradosso della scienza. È il lavoro più annichilente che una
persona possa fare, eppure può scuotere la mente quel tanto perché veda
cos’altro c’è davvero là fuori al di là della mente. E si mette al lavoro sotto il
sole a chiazze e la pioggia, il puzzo di humus che le riempie il naso di
muschio vivo. Là, nei boschi, suo padre è di nuovo con lei, tutto il giorno. Gli
chiede delle cose, e bastano quelle domande ad alta voce per farle capire.
Cosa c’è all’origine di un poliporo che cresce solo fino a una certa altezza di
un tronco? Quanti metri quadrati di pannello solare produce un dato albero?
Per quale motivo dovrebbe esserci una differenza così enorme tra le
dimensioni della foglia di un sorbo e quella di un sicomoro?
È un miracolo, dice ai suoi studenti, la fotosintesi: una prodezza di
ingegneria chimica alla base dell’intera cattedrale della creazione. Tutto il
clamore sulla Terra fruisce in modo opportunistico di quell’atto magico
sbalorditivo. Il segreto della vita: le piante si nutrono di luce, aria e acqua, e a
sua volta l’energia immagazzinata crea tutte le cose. Patricia porta i suoi
quantitativi di energia nel sancta sanctorum del mistero: centinaia di molecole
di clorofilla si radunano in complessi di antenne. Innumerevoli file di queste
antenne si dispongono in dischi tilacoidali. Pile di questi dischi si allineano in
un unico cloroplasto. Fino a un centinaio di tali stabilimenti di energia solare
alimentano una singola cellula vegetale. Milioni di cellule possono formare
una sola foglia. Un milione di foglie stormisce in un singolo ginkgo.
Troppi zeri: gli occhi degli studenti si appannano. Lei deve riportarli su
quel confine ultrasottile tra lo stordimento e la soggezione. “Miliardi di anni
fa, un’unica cellula casuale in grado di riprodursi da sola ha imparato a
trasformare una sterile palla di gas tossico e di scorie vulcaniche in questo
giardino abitato. E tutto quello che sperate, temete e amate è diventato
possibile.” Loro credono che sia fuori di testa, e per lei non ci sono problemi.
Patricia è contenta di inoltrare un ricordo ai loro futuri lontani, futuri che
dipenderanno dalla generosità imperscrutabile delle cose vegetali.
A tarda notte, troppo stanca per lavorare dopo tutte quelle ore di
insegnamento e di ricerca, legge il suo adorato Muir. Mille miglia in
cammino fino al Golfo del Messico e La mia prima estate sulla Sierra
elevano la sua anima fino al soffitto della stanza e la fanno roteare come un
Sufi. Scrive le sue righe preferite nell’interno della copertina dei suoi taccuini
da agrimensore e le sbircia quando le politiche dipartimentali e la crudeltà
degli esseri umani spaventati la demoralizzano. Quelle parole oppongono
resistenza alla feroce brutalità della giornata.
Noi tutti percorriamo insieme la Via Lattea, alberi e uomini... In ogni
passeggiata a contatto con la natura si riceve molto di più di ciò che si cerca.
La via più chiara nell’universo è quella che attraversa una foresta selvaggia.
Patty-la-Pianta diventa Dr. Pat Westerford, un modo per mascherare il suo
sesso nella corrispondenza professionale. Grazie al suo lavoro sui liriodendri
ottiene un dottorato. Scopre che quei lunghi e spessi tratti di radici sotterranee
rovesciate sono delle fabbriche più produttive di quanto si possa sospettare.
L’albero dei tulipani vanta un repertorio di profumi. Libera composti organici
volatili che fanno ogni genere di cose. Lei non sa ancora come funzioni il
sistema. Sa soltanto che è ricco e bello.
Vince un post-dottorato all’Università del Wisconsin-Madison. Perlustra
l’ateneo sulle tracce di Aldo Leopold. Cerca la torreggiante locusta nera, coi
suoi fragranti racemi e i semi di baccelli di piselli, l’albero che ha sconvolto
Muir al punto da farlo diventare un naturalista. Ma la locusta che può
cambiare il mondo è stata abbattuta dodici anni prima.
Il post-dottorato si trasforma in una posizione di docente a contratto. Lei
non fa quasi nulla, ma la vita richiede poco. Fortunatamente, il suo budget è
sgravato dalle due principali voci di spesa, il divertimento e la posizione
sociale. E i boschi abbondano di cibo gratis.
Comincia a esaminare gli aceri del Canada, in una foresta a est della città.
La sua conquista arriva come fanno solitamente le conquiste: grazie a un
incidente lento e preparato. Patricia raggiunge il bosco ceduo in una giornata
tiepida di giugno e trova uno dei suoi alberi completamente infestato dagli
insetti. Sulle prime, l’impressione è che gli ultimi, numerosi giorni di raccolta
dei dati siano andati rovinati. Senza ragionarci troppo, conserva i campioni
dell’albero danneggiato, così come di quelli vicini. Tornata in laboratorio,
amplia l’elenco dei composti da analizzare. Nelle successive settimane,
scopre qualcosa che persino lei non è pronta a credere.
Un altro albero limitrofo viene infestato. Lo esamina di nuovo. Ancora
una volta, mette in dubbio l’evidenza. Comincia l’autunno, e le foglie delle
sue complesse fabbriche chimiche si piegano verso il basso e cadono sul
suolo forestale. Patricia si prepara per l’inverno, insegnando, ricontrollando i
risultati, provando ad accettare le loro folli implicazioni. Vaga per i boschi,
domandandosi se dovrebbe pubblicare o fare l’esperimento per un altro anno.
Le querce nella sua foresta brillano ancora di rosso acceso, i faggi di un
sorprendente bronzo. Aspettare le sembra una cosa saggia.
La conferma arriva la primavera successiva. Tre altri esperimenti, e
Patricia non ha più dubbi. Gli alberi sotto attacco liberano insetticidi per
salvare la propria vita. È un fatto incontestabile. Ma c’è qualcos’altro nei dati
che le fa accapponare la pelle: gli alberi lontani, non interessati dagli sciami
invasori, incrementano le loro difese quando i loro vicini vengono attaccati.
Qualcosa li mette in stato d’allerta. Fiutano il disastro, e si preparano.
Controlla tutto quello che può, e i risultati sono sempre gli stessi. C’è soltanto
una conclusione che ha senso: gli alberi feriti trasmettono segnali d’allarme
che gli altri alberi avvertono. I suoi aceri stanno mandando dei segnali. Sono
collegati a una rete aerea, e condividono un sistema immunitario lungo acri di
foreste. Questi tronchi sciocchi e immobili si stanno proteggendo a vicenda.
Fatica a capacitarsene. Tuttavia, i dati raccolti continuano a confermarlo.
E la sera in cui alla fine Patricia accetta l’evidenza di quei risultati, sente gli
arti riscaldarsi e le lacrime scorrerle lungo il viso. Per quanto ne sa, lei è la
prima creatura nell’avventura della vita in continua espansione ad aver mai
intravisto questo piccolo ma indubbio passo compiuto dall’evoluzione. La
vita sta parlando tra sé, e lei ha origliato.
Compila i risultati per esteso nel modo più obiettivo possibile. La sua
relazione è tutta chimica, concentrazioni e livelli – nient’altro che quello che
il dispositivo di gascromatografia registra. Ma nella conclusione non riesce a
trattenersi dal suggerire quello che i risultati dichiarano:
Il comportamento biochimico degli alberi individuali può avere senso solo
quando li vediamo come membri di una comunità.

La relazione del Dr. Pat Westerford viene accettata da una rivista


rispettabile. I colleghi che recensiscono il suo lavoro alzano il sopracciglio,
ma i dati della ricerca sono accurati e nessuno può ravvisarvi alcun problema,
se non il buonsenso. Il giorno dell’uscita dell’articolo, Patricia ha la
sensazione di aver pagato il suo debito al mondo. Se dovesse morire il giorno
dopo, questa piccola scoperta andrebbe ad aggiungersi a quello che la vita è
riuscita a sapere di se stessa.
La stampa si accorge delle sue scoperte. Lei fa un’intervista per una rivista
di scienza divulgativa. Si sforza di sentire le domande al telefono e
s’impappina nel rispondere. Il pezzo però viene messo in circolazione e altre
riviste lo comprano. “Gli alberi parlano tra loro.” Patricia riceve alcune
lettere dai ricercatori di tutto il paese in cui le chiedono altri dettagli. Viene
invitata a parlare al meeting del Midwest della società forestale professionale.
Quattro mesi dopo, la rivista che ha pubblicato il pezzo manda alle stampe
una lettera firmata da tre eminenti dendrologi. Questi uomini affermano che i
suoi metodi sono difettosi e le sue statistiche dubbie. Le difese degli alberi
sani possono essere state attivate da altri meccanismi. Oppure, è possibile che
questi alberi siano stati già compromessi dagli insetti in modi di cui lei non si
è accorta. La lettera si fa beffe dell’idea secondo cui gli alberi si trasmettono
avvertimenti chimici:
Patricia Westerford rivela un’incomprensione quasi imbarazzante delle unità
della selezione naturale... Anche se un messaggio viene per certi versi “ricevuto”,
non implica assolutamente che qualunque messaggio di questo tipo sia stato
“mandato”.

Il breve messaggio contiene quattro volte la parola Patricia e nessuna


citazione di Dottore, fino alle firme degli autori della lettera. Due professori
di Yale e un insigne cattedratico della Northwestern contro una ragazza
sconosciuta a contratto presso la Madison: nessuno del settore si prende la
briga di cercare di ripetere le scoperte di Patricia Westerford. Quei ricercatori
che le avevano scritto per avere maggiori informazioni smettono di
rispondere alle sue lettere. I giornali che avevano pubblicato quegli articoli da
cui trapelava stupore fanno uscire subito dopo i racconti della confutazione
delle sue scoperte.
Patricia porta avanti il suo intervento già programmato alla conferenza
forestale del Midwest. La camera è angusta e calda. I suoi apparecchi acustici
rimbombano di feedback. Le diapositive si bloccano nel caricatore. Le
domande sono ostili. Rispondendo con competenza da dietro il podio,
Patricia ha la sensazione che si stia riaffacciando il vecchio difetto di
pronuncia dell’infanzia per punirla per la sua tracotanza. Per i tre giorni
agonizzanti della conferenza, la gente si scambia qualche gomitata mentre lei
passa oltre nei corridoi dell’hotel: C’è la donna che crede che gli alberi siano
intelligenti.
La Madison non rinnova il suo incarico. Lei si scapicolla per procurarsi un
impiego da un’altra parte, ma ormai è troppo tardi. Non riesce nemmeno a
trovare un lavoro come addetta al lavaggio degli articoli di vetro da
laboratorio per un altro ricercatore. Nessun altro animale serra le fila più
velocemente dell’Homo sapiens. Senza la disponibilità di un laboratorio, lei
non può vendicarsi. A trentadue anni, comincia a lavorare come supplente
nelle scuole superiori. Amici nel campo le mormorano parole di solidarietà,
ma nessuno la difende pubblicamente. Il significato scorre via da lei come il
verde da un acero in autunno. Dopo lunghe settimane passate in solitudine a
rimuginare su quanto è successo, decide che è ora di lasciar perdere.
È troppo codarda per cedere agli scenari che la maggior parte delle notti
rivivono nella sua mente mentre cerca di addormentarsi. È il dolore a
bloccarla. Non il suo: il dolore che infliggerebbe a sua madre e ai suoi fratelli
e agli amici rimasti. Solo i boschi la proteggono dall’eterna vergogna.
Percorre i sentieri invernali, tastando con le dita ghiacciate i germogli spessi e
appiccicosi dell’ippocastano. Il sottobosco si riempie di accuse
scarabocchiate a mano sulla neve. Lei ascolta la foresta, quel cicaleccio che
l’ha sempre sostenuta. Ma tutto quello che sente è la saggezza assordante
delle folle.
Trascorre metà anno in fondo a un pozzo. Una frizzante domenica mattina
dal cielo azzurro splendente, Patricia trova diverse cappelle di Amanita
bisporigera non aperte sotto un querceto lungo le golene di Token Creek. I
funghi sono belli, ma assumono forme che farebbero arrossire la vecchia
Dottrina della Segnatura delle Piante. Le sistema nella sua borsa per i funghi
e le porta a casa. Poi prepara un pranzetto domenicale per una persona: filetti
di pollo cucinati con burro, olio d’oliva, aglio, scalogno e vino bianco, il tutto
condito con una dose sufficiente dell’Angelo Mortale da mandare K.O. sia i
reni che il fegato.
Apparecchia la tavola e si siede davanti a un pranzo che profuma come la
salute in carne e ossa. La bellezza del piano è che nessuno lo saprà. Ogni
anno, micologi dilettanti scambiano un giovane A. bisporigera per un
Agaricus silvicola o persino un Volvariella volvacea. I suoi amici, così come
la sua famiglia e i suoi ex colleghi, non penseranno altro che questo: Patricia
ha commesso degli errori nella sua discutibile ricerca, e anche nella scelta dei
corpi fruttiferi dei funghi da mangiare a cena. Porta la forchetta fumante alle
labbra.
Qualcosa la induce a fermarsi. Dei segnali si propagano nei muscoli, più
sottili delle parole. Non questo. Seguimi. Non temere nulla.
La forchetta ricade sul piatto. Lei si sveglia come da un episodio di
sonnambulismo. Forchetta, piatto, banchetto di funghi: mentre osserva,
tornata in sé, tutto le appare come un raptus di follia. In un altro attimo, non
riesce a credere a cosa voleva farle fare la sua irragionevole paura.
L’opinione degli altri l’aveva preparata alla più atroce delle morti. Butta tutto
il pasto nel tritarifiuti e sente i morsi della fame, una fame meravigliosa mai
avvertita durante nessun altro pasto.
La sua vita vera comincia quella notte – un lungo giro gratuito post
mortem. Negli anni a venire, niente potrà farle più male di quanto lei era
pronta a fare a se stessa. Il giudizio umano è qualcosa che non la tange più.
Ora è libera di sperimentare. Di scoprire qualunque cosa.
E poi segue un buco di diversi anni. Dall’esterno, sì: Patricia Westerford
scompare nella sottoccupazione. A immagazzinare scatoloni. A pulire
pavimenti. Lavori saltuari dall’Upper Midwest lungo le Grandi Pianure fino
alle alte montagne. Non si è iscritta ad alcunché, non ha accesso ad alcuna
apparecchiatura. E non tenta nemmeno di lavorare in laboratorio o di
procurarsi lavori provvisori nell’insegnamento, anche quando gli ex colleghi
la incoraggiano a far domanda. Quasi tutti i suoi vecchi amici la aggiungono
al novero delle vittime abbandonate sul cammino della scienza. In realtà, lei è
tutta presa a imparare una nuova lingua.
Con qualche esigenza temporale e nessuna spirituale, Patricia torna fuori,
nei boschi, la negazione verde di tutte le carriere. Non teorizza più, né
specula. Si limita a osservare, ad annotare, e a fare degli schizzi in una pila di
taccuini, l’unica cosa che continua a portare con sé oltre ai vestiti. I suoi
occhi si fanno vicini e piccoli. Dorme all’addiaccio molte notti in compagnia
di Muir, sotto il peccio e l’abete, completamente persa, attratta dell’odore
degli oceani dell’entroterra, dormendo su letti di folti licheni, quaranta
centimetri di cuscino di aghi marroni, il terreno vivente sotto la sua borsa,
con i suoi effetti fluidi che le penetrano nelle ossa e i tronchi torreggianti che
la circondano e la sorvegliano. La particella della sua identità si ricongiunge
con tutto ciò da cui era stata separata – il progetto del verde travolgente. Sono
uscito per fare una passeggiata e ho finito per star fuori fino al tramonto del
sole, perché andare fuori, mi sono accorto, in realtà significava andare
dentro.
Di notte, legge Thoreau vicino ai fuochi di legna. Non avrò
comunicazione con la Terra? Non sono anch’io in parte fatto di foglie e di
forma vegetale? E: Cos’è questo Titano che mi possiede? Racconti di misteri!
– Pensa alla nostra vita in natura – quotidianamente la materia ci si
manifesta, entriamo in contatto con essa: pietre, alberi, vento sulle nostre
guance! La solida terra! Il mondo reale! Il senso comune! Contatto!
Contatto! Chi siamo? Dove siamo?
Poi si spinge ancor più lontano verso ovest. È sorprendente quanta strada
possa fare una modesta risorsa, una volta che si impara ad andare in cerca di
cibo. Questo paese è ricoperto di cibo gratuito, pronto per essere mangiato.
Bisogna soltanto sapere dove guardare. Una volta intravede il suo viso
mentre se lo sta sciacquando nel bagno di una stazione di servizio accanto
alla foresta nazionale in uno stato dove lei deve ripartire assolutamente da
zero. Sembra incredibilmente sciupata, ben oltre i suoi anni. È appassita.
Presto comincerà a spaventare la gente. Be’, lo ha sempre fatto. Gente
arrabbiata che odiava la natura selvaggia ha distrutto la sua carriera. Persone
spaventate l’hanno derisa per aver detto che gli alberi si trasmettono
messaggi a vicenda. Decide di perdonarli tutti quanti. Non importa. Ciò che
spaventa maggiormente la gente un giorno si tramuterà in meraviglia. E allora
le persone faranno quello che quattro miliardi di anni le hanno preparate a
fare: fermarsi e vedere proprio quello che stanno vedendo.
Un tardo pomeriggio d’autunno, accosta il suo vecchio catorcio sul ciglio
della strada lungo un tratto della Fishlake Scenic Byway, all’estremità
occidentale dell’Altopiano del Colorado nello Utah centromeridionale. Ha
seguito delle strade secondarie da Las Vegas, capitale dei peccatori
sprovveduti, verso Salt Lake, capitale dei santi scaltri. Smonta dalla macchina
e sale a piedi verso gli alberi sul crinale a ovest della strada. I pioppi tremuli
sono illuminati dal sole del pomeriggio, e si propagano lungo la cresta
nascosta alla vista. Populus tremuloides. Nuvole di foglie dorate luccicano su
tronchi sottili del colore del verde più sbiadito. L’aria è immobile, ma i
pioppi tremuli oscillano come se agitati dal vento. Sono gli unici a oscillare,
tutti gli altri rimangono assolutamente calmi. Lunghi piccioli appiattiti si
intrecciano se esposti alla folata più lieve, e tutt’intorno a lei un milione di
specchi in due tonalità di cadmio svolazzano contro un blu onesto.
Le foglie dell’oracolo danno una voce al vento. Filtrano l’arida luce e la
riempiono di aspettativa. I tronchi si susseguono dritti e spogli, irruviditi in
fondo dall’età, e poi lisci e via via più bianchi fino ai primi rami. Cerchi di
licheni verde chiaro li ricoprono, simili a schizzi di vernice. Lei si trova
dentro quella stanza grigio-bianca, un vestibolo sostenuto da pilastri che dà
accesso alla vita ultraterrena. L’aria freme nell’oro, e il terreno è rivestito di
frutti abbattuti dal vento e rametti morti. Il crinale emana l’odore di qualcosa
di aperto e di avvizzito. Tutta l’atmosfera che si respira è pura come un
torrente di montagna.
Patricia Westerford si cinge con le braccia e, senza nessuna particolare
ragione, comincia a piangere. L’albero del canto Navajo della casa del sole.
L’albero che Ercole ha trasformato in ghirlanda, quello che ha sacrificato, di
ritorno dall’inferno. L’albero il cui infuso di foglie proteggeva i cacciatori
nativi dal male. Proprio quello lì, l’albero più diffuso nel Nordamerica con
parenti stretti in tre continenti, tutto d’un tratto le sembra insopportabilmente
raro. Lei si è spinta a piedi tra i pioppi tremuli più a nord nel Canada, solitario
baluardo di legno duro in una latitudine di monotone conifere. Ha disegnato
le loro sbiadite tonalità estive in tutto il New England e l’Upper Midwest. Si
è accampata in mezzo a loro su affioramenti caldi e riarsi sopra ruscelli
zampillanti di acque di fusione delle nevi, nelle Montagne Rocciose. Li ha
trovati con sopra delle conoscenze incise dai nativi. Si è coricata sulla schiena
con gli occhi chiusi, sulle lontane montagne sudoccidentali, intenta a cercare
di memorizzare il ritmo di quel tremito irrequieto. Procedendo con cautela
lungo quei rami caduti, lo avverte ancora. Non esiste nessun altro albero in
grado di produrre quel suono.
I pioppi tremuli ondeggiano alla loro brezza impercettibile, e Patricia
comincia a vedere cose nascoste. In alto, sul tronco, ravvisa degli squarci da
artiglio sopra la sua testa, la scrittura criptica degli orsi. Gli sfregi però sono
datati e orlati di graffi anneriti; è passato molto tempo dall’ultima volta in cui
un orso è passato da quelle parti. Radici aggrovigliate fuoriescono dalle
sponde di un rigagnolo. Le osserva, il margine ben in vista di una rete di
condotti sotterranei che portano acqua e minerali lungo dozzine di acri, fino
al rilievo verso altri ceppi apparentemente separati che fiancheggiano gli
affioramenti rocciosi dove l’acqua è difficile da trovare.
In cima all’altura c’è una piccola radura, tagliata da una motosega
portatile. Qualcuno ha cercato di migliorare le cose. Patricia tira fuori l’anello
del suo portachiavi e lo avvicina a un tronco reciso per calcolare il numero di
cerchi. Gli alberi abbattuti più vecchi hanno all’incirca ottant’anni. Quel
numero la fa sorridere, è davvero buffo, dal momento che quei cinquantamila
piccoli tronchi tutt’intorno a lei sono spuntati da una massa di rizomi troppo
vecchi perché si possa farli risalire ai cento millenni più vicini. Sottoterra, i
tronchi di ottant’anni sono, come minimo, centomila. Non si stupirebbe se
quella grande, connessa, unica creatura clonale simile a una foresta esistesse
da quasi un milione di anni.
Ecco perché si è fermata: per vedere uno degli esseri viventi più antichi e
grandi presenti sulla Terra. Tutt’intorno a lei si estende un unico esemplare
maschio i cui tronchi geneticamente identici coprono più di un centinaio di
acri. Questa cosa è bizzarra, al di là della sua capacità di comprensione. Ma
del resto, come Dr. Westerford ben sa, le terre remote sono ovunque, e agli
alberi piace trastullarsi con il pensiero umano così come ai bambini piace
giocare con gli scarafaggi.
Dall’altra parte della strada rispetto a dove ha parcheggiato, i pioppi
tremuli ruzzolano giù dal bacino verso Fish Lake, dove cinque anni prima un
ingegnere rifugiato cinese portò le sue tre figlie in campeggio durante una
gita allo Yellowstone. La più grande, con il nome di un’eroina di Puccini,
sarà presto ricercata dal governo per un incendio doloso da cinquanta milioni
di dollari di danni.
Oltre tremila chilometri a est, uno scultore tirocinante nato in una famiglia
di agricoltori dell’Iowa, durante un pellegrinaggio al Met, passa accanto
all’unico pioppo tremulo presente a Central Park senza notarlo. Vivrà
abbastanza a lungo per passarci accanto un’altra volta, trent’anni dopo, ma
solamente per giurare all’eroina di Puccini che, per quanto si possano mettere
male le cose, lui non si ucciderà.
Verso nord, fino al dorsale incurvato delle Montagne Rocciose, in una
fattoria vicina a Idaho Falls, un aviatore veterano, proprio quel pomeriggio,
costruisce delle scuderie per un amico del suo vecchio squadrone. Si tratta di
un impiego affidatogli per compassione, un lavoro che include vitto e
alloggio, e il veterano prevede di mollarlo non appena possibile. Tuttavia,
quel giorno si accinge a rivestire il recinto di legno di pioppo tremulo.
Nonostante il bosco sia povero di legname, non si frantumerà quando un
cavallo lo calcerà.
In un sobborgo di St. Paul non lontano da Lake Elmo, due pioppi tremuli
crescono accanto alla parete meridionale di uno studio legale di proprietà
intellettuale. Lui ne è vagamente consapevole, e quando quello spirito libero
della sua ragazza gli domanda di quegli alberi, le risponde che sono betulle.
Col tempo, due grossi ictus metteranno l’avvocato K.O., riducendo tutti i
pioppi tremuli, le betulle, i faggi, i pini, le querce e gli aceri a un’unica parola
che gli ci vorrà mezzo minuto per pronunciare.
Sulla West Coast, nella nascente Silicon Valley, un bambino americano
originario del Gujarat e suo padre realizzano pioppi tremuli primitivi da
grossi pixel in bianco e nero. Stanno creando un videogioco che dà al
ragazzino l’impressione di camminare nella foresta primordiale.
Queste persone non sono nulla per Patty-la-Pianta. Eppure, le loro vite
sono collegate da molto tempo, in profondità. Il loro legame funzionerà come
un libro che si apre. Il passato diventa sempre più chiaro, nel futuro.
Tra qualche anno, lei scriverà un libro tutto suo, La foresta segreta. Sulla
prima pagine si leggerà:
Voi e il vostro albero nel giardino sul retro avete un antenato in comune. Un
miliardo e mezzo di anni fa, voi due vi siete separati. Ma persino oggi, dopo un
viaggio immenso in direzioni diverse, voi e l’albero condividete un quarto dei
vostri geni...

Patricia si trova in mezzo alla radura in cima alla collina, rivolta verso un
canalone poco profondo. Pioppi tremuli ovunque, e il fatto che nessuno di
essi sia cresciuto da un seme la lascia allibita. In tutta quella parte dell’ovest,
pochi pioppi tremuli hanno fatto altrettanto in diecimila anni. Tempo
addietro, ci sono stati dei cambiamenti climatici, e oggi i semi di pioppo
tremulo non riescono più ad attecchire e a svilupparsi. Però si propagano
tramite le radici; si diffondono. Nel nord ci sono colonie di pioppi dove
c’erano lastre di ghiaccio, più vecchie delle stesse lastre. Gli alberi immobili
stanno emigrando – boschetti immortali di pioppi che si ritirano davanti agli
ultimi ghiacciai spessi tre chilometri, per poi seguirli nuovamente verso nord.
La vita non obbedirà alla ragione. E il significato è una cosa troppo giovane
perché riesca a esercitare molto potere su di essa. Tutto il dramma del mondo
si sta raccogliendo sotto terra – cori sinfonici che Patricia ha intenzione di
ascoltare prima di morire.
Si rivolge verso il piccolo burrone per cercare di capire in quale direzione
il suo esemplare maschio, quel clone gigantesco di pioppo tremulo, potrebbe
essere diretto. Sta vagando per le colline e i canaloni da dieci millenni alla
ricerca di un gigante tremolante femmina da fertilizzare. C’è qualcosa sulla
collinetta successiva che le procura un colpo al petto. Scavato nel cuore del
clone in espansione, un complesso residenziale è accovacciato tra un nastro
di strade nuove. Alcuni condomini, un po’ più vecchi, sono stati edificati
tagliando diversi acri del sistema di radici di una delle creature più sontuose
sulla terra. Dr. Westerford chiude gli occhi. Ha visto l’avvizzimento apicale
da una parte all’altra dell’ovest. I pioppi tremuli stanno appassendo. Brucati
da qualunque animale con gli zoccoli, isolati dagli incendi con il loro effetto
rinvigorente, interi boschetti stanno scomparendo. Ora vede una foresta, che
si era espansa lungo quelle montagne da prima che gli esseri umani
abbandonassero l’Africa, rimpiazzata dalle seconde case. La vede in una
grande, scintillante apparizione dorata: alberi ed esseri umani, in guerra per la
terra, l’acqua e l’atmosfera. E sente, più forte del tremolio delle foglie, quale
parte perderà vincendo.

Nei primi anni ottanta, Patricia si dirige a nordovest. Crescono ancora dei
giganti negli Stati Uniti continentali, macchie di vecchia vegetazione
disseminate dalla California del Nord fin su verso Washington. Lei intende
vedere che aspetto hanno le foreste non tagliate, finché è ancora possibile
vederne qualcuna. La Catena delle Cascate in un umido settembre: non c’è
nulla nel suo bagaglio di esperienze che possa riuscire a prepararla. Da metà
distanza, senza alcuna idea delle dimensioni, gli alberi non sembrano più
grossi delle varietà più grandi di sicomori e alberi dei tulipani delle zone
orientali. Ma nell’avvicinarsi, l’illusione svanisce, e lei si perde nel contrario
della ragione. Tutto quello che può fare è guardare e ridere e guardare ancora
un po’.
L’abete canadese, l’abete bianco americano, il cedro giallo, l’abete di
Douglas: conifere gigantesche con radici in superficie a sostegno del tronco
scompaiono nella foschia sopra di lei. Pecci di Sitka si gonfiano in
escrescenze nodose grandi quanto furgoncini – libbra per libbra, un legno più
forte dell’acciaio. Un solo tronco potrebbe riempire un grosso camion per il
trasporto di fusti. Lì, persino quelli più piccoli sono abbastanza grandi da
dominare una foresta orientale, e ogni acro ha almeno cinque volte la quantità
di legno. Sotto quei giganti, giù nel sottobosco, il suo corpo sembra
bizzarramente piccolo, come una di quelle persone che da piccola costruiva
con le ghiande. Il buco di un nocchio in una di queste colonne di aria
solidificata potrebbe essere la sua casa.
Schiocchi e cicalecci disturbano il silenzio della cattedrale. L’aria ha una
tonalità talmente verde crepuscolare che la donna ha la sensazione di essere
sott’acqua. Piovono particelle – nuvole di spore, ragnatele spezzate e forfora
di mammiferi, acari scheletriti, frammenti di escrementi di insetto e di piume
d’uccello... Tutto si arrampica su qualcos’altro, lottando per scampoli di luce.
Se rimane ferma troppo a lungo, le piante rampicanti la infesteranno.
Cammina in silenzio, calpestando a ogni passo diecimila invertebrati, in cerca
di orme in un luogo in cui almeno una delle lingue native usa la stessa parola
per impronta e comprensione. I cedimenti del terreno sotto i piedi sono come
un materasso bucherellato da colpi di pistola.
Un tratto di crinale brullo la conduce in un bacino. Patricia fa oscillare il
suo bastoncino forcuto davanti a sé, e la temperatura precipita mentre passa
attraverso una cortina termale. La canopia è un colino che punteggia le
superfici brulicanti di scarafaggi di macchioline di sole. Per ogni grosso
tronco, qualche centinaio di pianticelle si raccoglie sul suolo forestale. Felce
di spada, epatiche, licheni, e foglie piccole quanto granelli di sabbia
macchiano ogni centimetro dei tronchi freddi e umidi. Anche i muschi sono
folti come foreste in miniatura.
Patricia preme sulle fessure della corteccia, e le sue dita affondano fino
alle nocche. Avventurandosi nella boscaglia, riesce a comprendere le
proporzioni dell’incredibile marciume. Tronchi fatiscenti brulicanti di
creature, in decomposizione da secoli. Ceppi gotici attorcigliati, argentati
come ghiaccioli capovolti. Non ha mai inalato una putrefazione così feconda.
La pura e semplice massa di vita che muore ciclicamente stipata in un unico
piede cubo, mescolata a filamenti fungini e a ragnatele tradite dalla rugiada,
le procura un forte stordimento. I funghi si arrampicano sui fianchi dei
tronchi in sporgenze a terrazza. Il salmone morto nutre gli alberi. Impregnata
di nebbia per tutto l’inverno, una cosa spugnosa verde di cui non conosce il
nome ricopre ogni colonna di legno di un folto tappeto che supera la sua
testa.
La morte è ovunque, opprimente e bella. Patricia vede l’origine di quella
dottrina forestale a cui si era così opposta all’università. Guardando quella
gloriosa decadenza, una persona potrebbe venir perdonata per aver pensato
che vecchio significasse decadente, che questi spessi tappeti di
decomposizione fossero cimiteri di cellulosa bisognosi dell’ascia
rinvigorente. Capisce perché i membri della sua specie avranno sempre paura
di quei boschetti fitti e compatti, dove la bellezza degli alberi solitari viene
rimpiazzata da un ammasso spaventoso e frenetico. Quando la favola diventa
lugubre, quando il film trucido affronta l’orrore primigenio, è lì dove i
bambini condannati e gli adolescenti sbandati devono vagare. Ci sono cose là
dentro peggiori dei lupi e delle streghe, paure primordiali che nessuna
volontà civilizzatrice, per quanto potente, riuscirà mai a domare.
La prodigiosa foresta la esorta ad andare avanti, oltre il tronco di un
immenso cedro della Virginia. Con la mano carezza le strisce fibrose che si
staccano da un tronco scanalato la cui circonferenza può competere con
l’altezza di un corniolo canadese. Puzza di incenso. La cima è stata tranciata,
sostituita da un candelabro di rami promossi a controfigure di tronchi. Una
grotta si apre al piano terra nel durame putrefatto. Intere famiglie di
mammiferi potrebbero vivere lì dentro. Ma i rami, dopo un migliaio di anni,
incurvandosi con ramoscelli incrostati di una dozzina di piani sopra di lei,
sono ancora pieni zeppi di pigne. Si rivolge al cedro, usando parole dei primi
esseri umani della foresta. “Creatore di lunga vita. Sono qua. Quaggiù.” Sulle
prime, si sente sciocca. Ma ogni parola è un po’ più facile della successive.
“Grazie per i cesti e le cassette. Grazie per le mantelle e i cappelli e le
gonne. Grazie per le culle. I letti. I pannolini. Canoe. Pagaie, arpioni, e reti.
Aste, ceppi, pali. Le assicelle e le scandole a prova di marciume. La legna che
si accenderà sempre.”
Ogni nuovo articolo è liberazione e sollievo. Non trovando alcuna buona
ragione per andarsene, lascia che la gratitudine abbia libero sfogo. “Grazie
per gli attrezzi. Le cassapanche. I rivestimenti delle navi. Gli armadi a muro.
Il rivestimento a pannelli. Dimentico... Grazie,” dice, seguendo l’antica
formula. “Per tutti quei doni che ci hai dato.” E non sapendo ancora come
fermarsi, aggiunge, “Ci dispiace. Non sapevamo quanto fosse dura per te
ricrescere”.

Trova lavoro presso il Bureau of Land Management, l’Ufficio per la


gestione del territorio. Come guardia forestale nella natura selvaggia e
incontaminata. La descrizione del lavoro sembra prodigiosa quanto gli alberi
giganteschi: aiutare a preservare e a proteggere per le generazioni presenti e
future quei luoghi che l’uomo visita senza rimanervi. La donna selvatica deve
indossare un’uniforme. Ma viene pagata per essere da sola, portare il peso
gradito di uno zaino, leggere la mappa topografica, scavare una striscia
d’acqua, cercare il fumo e il fuoco, insegnare alla gente a non lasciare alcuna
traccia, seguire i ritmi della terra, e vivere pienamente nell’arco dell’anno.
Ripulire dopo il passaggio degli esseri umani, sì. Raccogliere gli onnipresenti
Twisties, sacchettini di plastica, confezioni da sei di lattine, carta stagnola,
barattoli, e tappi di bottiglie disseminati lungo campi di fiori, su remoti
paesaggi panoramici, infilzati nei rami di abeti nobili, sotto freddi torrenti,
dietro cascate. Pagherebbe volentieri il governo, per farlo.
Il suo direttore si scusa per le condizioni del capanno che le assegnano,
all’estremità di un antico boschetto di cedri. Non c’è acqua corrente, e i
parassiti superano il nuovo bipede in biomassa, di parecchie volte. Patricia
non può far altro che scoppiare a ridere. “Lei non capisce. Lei non capisce. È
l’Alhambra.”

L’indomani percorrerà quaranta chilometri, allentando i catenacci sulle


insegne attaccate agli alberi che fiancheggiano il sentiero, così il loro cambio
potrà continuare a crescere. C’è un punto dall’altra parte del crinale dove la
corteccia di un grosso abete rosso ha inghiottito una vecchia targa del
servizio forestale degli anni quaranta, su cui adesso si legge soltanto ATTENTI
AL.
Comincia la pioggia serale. Lei esce nella radura e, coperta soltanto da
un’abbondante camicia di cotone, si siede sotto l’acquazzone ascoltando il
legno mettere nuove cellule. Torna dentro. In cucina, accende la lampada a
cherosene con grossi fiammiferi strofinati ovunque e porta la fiamma in
camera da letto. Il rumore sordo di un ratto boschereccio telegrafa un altro
assalto ai suoi oggetti personali privi di valore. La settimana prima era
toccato a un paio di fermacapelli. Ora è troppo tardi per cercare l’ultimo
bottino che manca all’appello. Si pulisce con una spugna sulla bacinella di
zinco nell’angolo piena di acqua fredda e si infila a letto. Non appena il suo
orecchio si accosta al cuscino ammuffito, viene trasportata nell’ancestrale
casa di villeggiatura, dove il futuro sprigiona ancora forme molto belle...

Lavora felicemente per undici mesi. Le piante e gli animali selvatici non
la minacciano mai una volta, mentre i campeggiatori squilibrati soltanto in un
paio di occasioni. Sotto la pioggia incessante, tutto si ammuffisce. Alberi
enormi assorbono l’acquazzone e lo riversano nuovamente nell’aria in forma
di vapore. Le spore si diffondono su ogni superficie umida. Entrambe le sue
gambe mostrano il piede d’atleta fino alle ginocchia. A volte, quando si
corica e chiude gli occhi, ha la sensazione che, quando li riaprirà, il muschio
ricoprirà le sue palpebre. Per giorni si arrabatta per ricavare uno spazio
sgombro, tagliando la boscaglia di qualche metro quadrato. Entro la fine
dell’anno, il piccolo buco nel sottobosco si ricopre di arbusti e arboscelli.
Adora la sensazione che ogni tentativo dell’uomo di avanzare
nell’inarrestabile invasione verde verrà neutralizzato.

A sua insaputa, mentre ripara strutture di protezione per fuochi di bivacco


nell’entroterra rurale e ripulisce campeggi illegali imbrattati di lattine di birra
e carta igienica, ecco che fa capolino un articolo. È pubblicato su una rivista
rispettabile, una delle migliori mai gestite dalla razza umana. Gli alberi si
scambiano segnali aerei nebulizzati, dice l’articolo. Creano delle medicine.
Le loro fragranze allertano e svegliano i loro vicini. Possono avvertire
l’attacco di una specie e chiamare a raccolta una forza aerea che accorre in
loro aiuto. Gli autori citano il suo precedente articolo denigrato dai colleghi.
Ripetono le sue scoperte e le estendono in luoghi sorprendenti. Alcune sue
parole che ha quasi dimenticato hanno continuato a vagare nell’aria,
illuminando altre persone, come un segnale di feromoni.

Un giorno, Patricia si trova fuori in un canale di scolo a segare alberi


sradicati dal vento in un sentiero remoto. Si accorge di un movimento nel
sottobosco – il gioco più pericoloso. Nell’avvicinarsi, scorge due erranti
scienziati di quella libera associazione che ogni estate si riunisce nelle
precarie roulotte stipate di attrezzature da laboratorio in una radura a una
manciata di chilometri dal suo capanno. Lei teme quei brevi e fugaci incontri
con la sua vecchia tribù. Cerca di dire sempre il meno possibile. Quel giorno,
si nasconde per osservarli. Dal bosco, a quella distanza, i due uomini
sembrano goffi orsi da circo in posizione verticale vestiti da taglialegna.
La coppia avanza nella boscaglia, circondando un punto che attira il loro
interesse. Uno dei due emette un verso sommesso, perfetta imitazione delle
fusa di un gatto. Patricia ha già sentito quel richiamo di notte, anche se non
ha mai visto da chi provenisse. Quell’imitazione la trarrebbe in inganno.
L’uomo fa un altro verso. È incredibile, qualcosa risponde. Segue un duetto:
il richiamo umano vivace e brioso, seguito da quello del volatile, fiacco ma
garbato, tra gli alberi. Una striatura nell’aria, e il gufo fa capolino. Uccello
della saggezza e degli stregoni. È il primo Strix occidentalis che Patricia
abbia mai visto. L’allocco macchiato: la specie a rischio d’estinzione che gli
scienziati si prefiggono di salvare investendo miliardi di dollari di foresta
vergine, l’unico posto in cui può vivere. È appollaiato, con un’aria
leggendaria, su un ramo a circa tre metri di distanza dai suoi adescatori.
L’uccello e gli uomini si osservano. Una specie scatta qualche foto. L’altra si
limita a ruotare la testa e a sbattere gli enormi occhi. E poi il gufo sparisce,
seguito, dopo ulteriori appunti, dagli esseri umani, lasciando Patricia
Westerford lì a chiedersi se sia sveglia o stia dormendo.
Tre settimane dopo, si trova vicino allo stesso punto, intenta a strappare
piante infestanti. Gli spessi rametti lanuginosi dei succhioni dell’ailanto le
lasciano sulle dita il puzzo di caffè e di burro di arachidi. Si inerpica su un
tornante a passo sostenuto e s’imbatte nuovamente nei due ricercatori. Sono a
un’altezza di diversi metri sul pendio, inginocchiati accanto a un tronco
abbattuto. Prima che lei riesca a darsi alla fuga, loro la vedono e la salutano
con la mano. Beccata, ricambia il saluto e si inerpica verso di loro. Il tizio più
vecchio è sdraiato per terra sul fianco, e sta infilando minuscole creature in
contenitori graduati.
“Coleotteri dell’ambrosia?” Le due teste si girano verso di lei, sbigottiti.
Ceppi morti: quell’argomento una volta era la sua passione, e non riesce a
trattenersi. “Quando ero una studentessa, il mio insegnante mi disse che i
tronchi caduti non erano che ostacoli e che potevano provocare incendi.”
L’uomo sdraiato per terra la guarda alzando gli occhi. “Il mio ha detto la
stessa cosa.”
“Di sgombrarli per migliorare la salute della foresta.”
“Di distruggerli col fuoco per la sicurezza e la pulizia. E soprattutto, di
tenerli lontani dai torrenti.”
“Dettar legge e fare in modo che questo luogo stagnante produca ancora!”
Ridacchiano tutti e tre. Ma le loro risatine son come la pressione su una
ferita. Migliorare la salute della foresta. Come se le foreste stessero
aspettando il nostro arrivo per curarle da tutti quei quattrocento milioni di
anni. La scienza al servizio di una ostinata cecità. Come hanno fatto tante
persone intelligenti a non vedere l’ovvio? Basta guardare, per capire che i
tronchi morti sono molto più vivi di quelli viventi. I sensi però non hanno mai
molte possibilità di farcela contro il potere della dottrina.
“Be’,” dice l’uomo per terra, “adesso affronto il vecchio bastardo a viso
aperto!”
Patricia sorride, la speranza che preme contro il dolore come una folata di
vento contro la pioggia. “Che cosa state studiando?”
“Funghi, artropodi, rettili, anfibi, piccoli mammiferi, escrementi di insetti,
ragnatele, tane, terreno... Tutto quello in cui scopriamo che è coinvolto un
tronco morto.”
“Da quanto tempo ve ne occupate?”
I due uomini si scambiano alcune occhiate. Il più giovane gli allunga un
altro contenitore graduato. “Sono sei anni.”
Sei anni, in un campo in cui la maggior parte degli studi dura qualche
mese. “Dove diamine avete trovati i fondi per così a lungo?”
“Intendiamo studiare questo particolare tronco finché non ci sarà più.”
Ride di nuovo, un po’ più sguaiatamente. Il tronco di un cedro sul suolo
umido di una foresta: i pronipoti dei loro studenti specializzandi dovranno
portare a termine il progetto. La scienza, durante la sua assenza, è diventata
folle come lei ha sempre sostenuto che fosse. “Voi scomparirete molto
prima.”
L’uomo per terra si tira su a sedere. “La cosa più bella dello studiare la
foresta. Il fatto di essere morto per quando il futuro potrà biasimarti per non
aver visto ciò che è ovvio!” Lui la scruta come se anche lei fosse qualcosa su
cui varrebbe la pena fare delle ricerche. “Dottoressa Westerford?”
Patricia sbarra gli occhi, sconcertata come un gufo. Poi si ricorda della
targhetta dell’uniforme sul suo petto, leggibile da chiunque. Ma quel
Dottoressa. Può averlo ricavato solamente dal suo passato sepolto. “Mi
spiace,” dice lei. “Non ricordo di averla mai conosciuta.”
“Infatti non è mai successo! L’ho sentita parlare, anni fa. A una
conferenza sugli studi forestali, a Columbus. Segnali trasportati dall’aria.
Sono rimasto talmente colpito che ho ordinato degli estratti del suo articolo.”
Quella non ero io, vuole dire. Era un’altra persona. Che giaceva morta e
in putrefazione da qualche parte.
“L’hanno criticata piuttosto duramente.”
Lei fa spallucce. Lo scienziato più giovane continua a guardare come un
bambino in visita allo Smithsonian.
“Lo sapevo che sarebbe stata riabilitata.” Il suo sconcerto è sufficiente
perché gli racconti tutto quanto. Il motivo per cui indossa l’uniforme di una
guardia forestale nelle zone selvagge. “Patricia. Sono Henry. Lui è Jason.
Venga a trovarci alla stazione.” La sua voce è dolce ma incalzante, come se ci
fosse qualcosa in gioco. “Le farà piacere vedere quello che il nostro gruppo
sta facendo, e rendersi conto fin dove si è spinto il suo lavoro.”
Entro la fine del decennio, la dottoressa Westerford fa la scoperta più
sorprendente di tutte: riesce ad amare gli altri esseri umani. Non tutti, ma con
energia ed eterna gratitudine verde, almeno quelle tre dozzine di dipendenti
che la accolgono e la fanno sentire a casa nella Dreier Research Station,
Franklin Experimental Forest, Catena delle Cascate, dove passa parecchi
mesi di fila che si rivelano più felici e produttivi di quanto credesse possibile.
Henry Fallows, il ricercatore capo del gruppo, le offre una borsa di studio.
Viene assunta da altre squadre di ricercatori di Corvallis. Il denaro è poco, ma
le offrono un posto al sole, una roulotte ammuffita e un accesso al laboratorio
mobile – tutti i reagenti e le pipette di cui ha bisogno. Le latrine e le docce
comuni sono dei lussi scandalosi rispetto al capanno dell’UGT, con le sue
fredde abluzioni con la spugna in veranda di notte. E poi c’è il cibo cucinato,
nella sala mensa comune, sebbene alcuni giorni Patricia sia talmente assorbita
dal lavoro che una persona deve passare da lei per ricordarle che è ora di
pranzo.
La sua reputazione pubblica, come la figlia di Demetra, comincia
lentamente a risalire dall’abisso. Una manciata di scartoffie scientifiche
scagiona il suo lavoro originale sui segnali trasportati dall’aria. Giovani
ricercatori trovano delle prove giustificative, in una specie dopo l’altra. Le
acacie allertano altre acacie riguardo all’aggirarsi di giraffe. Salici, pioppi,
ontani: tutti vengono sorpresi a trasmettersi a vicenda degli avvertimenti
sull’invasione degli insetti nell’aria. Non fa differenza, la sua riabilitazione.
Non le importa granché di quello che succede, fuori dalla foresta. Tutto il
mondo di cui ha bisogno è lì, sotto la volta di quegli alberi – la biomassa più
densa sulla faccia della Terra. Ripidi torrenti del colore dell’acciaio levigano
piccoli cumuli di rocce dove il salmone depone le uova – l’acqua abbastanza
fredda da smorzare tutti i dolori. Le cascate scorrono sui crinali color verde
giada per via del muschio e intasati di rami caduti. Nei buchi sparsi che
crivellano qua e là il sottobosco, ci sono segreti assembramenti di bacche di
rubus spectabilis, di sambuco, mirtillo americano, sinforicarpo bianco, della
pianta medicinale del randello del diavolo, del legno ferro, e dell’uva ursina.
Grandi e dritti monoliti di conifere alte quindici piani e spesse quanto la
lunghezza di un’auto reggono un tetto sopra ogni cosa. L’aria intorno a lei
risuona del rumore della vita che va avanti. Versioni minuscole di scriccioli
invisibili. Buchi industriali realizzati dal martello pneumatico dei picchi. Il
brusio dell’uccello canoro. Il battito d’ali del tordo. Gli sparpagliamenti sul
suolo forestale dei galli cedroni coi loro versi intermittenti e scoppiettanti. Di
notte, il grido freddo dei gufi le fa raggelare il sangue. E, sempre, il canto
dell’eternità della raganella.
In mezzo a quell’Eden, le sorprendenti scoperte dei suoi colleghi
confermano i suoi sospetti. L’osservazione lenta e prolungata smentisce ciò
che la gente pensa degli alberi. In poche parole: la fertile pastella di terreno
marrone – anch’essa composta perlopiù di microbi e invertebrati sconosciuti,
forse un milione di specie – veicola putredine e aggiunge morte in modi di
cui solo in quel momento Patricia comincia ad accorgersene. La elettrizza
sedersi a pranzo e partecipare alle risate e ai dati condivisi, quella rete
frenetica che si scambia scoperte. Tutto il loro gruppo, intento a osservare.
Ornitologi, geologi, microbiologi, ecologisti, zoologi esperti dell’evoluzione,
periti del terreno, sommi sacerdoti dell’acqua. Ognuno di loro conosce
innumerevoli verità, minuscole e locali. Alcuni lavorano su progetti concepiti
per una durata di duecento anni o più. Altri sembrano usciti da Ovidio, esseri
umani sul punto di trasformarsi in creature più verdi. Insieme, formano una
grande associazione simbiotica, proprio come ciò che studiano.
Si scopre che i milioni di invisibili e intricati collegamenti di una giungla
temperata hanno bisogno di ogni genere di mediazione perché i circuiti
continuino a fluire. Ripulire un tale sistema significa prosciugare gli
innumerevoli pozzi in grado di riempirsi da soli. Tale vangelo delle nuove
scienze forestali è confermato dalle scoperte più impressionanti: lanugini di
licheni in alto nell’aria, che crescono solamente sugli alberi più vecchi e
iniettano nuovamente azoto, essenziale nel sistema vitale. Topi campagnoli
sotterranei che si nutrono di tartufi e spargono le spore del fungo dell’angelo
sul suolo forestale. Fungo che penetra nelle radici di alberi in società talmente
strette l’una all’altra che è difficile dire dove finisca un organismo e cominci
l’altro. Enormi conifere che mettono occasionali radici sulla volta in alto che
scendono di nuovo per nutrirsi dei tappetini di terreno accumulatosi nelle V
dei loro stessi rami.
Patricia si dedica agli abeti di Douglas. Dritti come frecce, non si
assottigliano mentre si elevano di trenta metri prima del primo ramo. Di per
sé rappresentano un ecosistema che ospita più di un migliaio di specie di
invertebrati. Artefice di città, re di alberi industriali, quell’albero senza il
quale l’America sarebbe stata una faccenda molto diversa. I suoi esemplari
preferiti sono sparsi accanto alla stazione. Li scorge con la torcia da testa. Il
più grande deve avere sei secoli d’età. È così alto, così vicino ai limiti più
elevati imposti dalla gravità che impiega un giorno e mezzo per sollevare
l’acqua dalle radici fino al più alto dei suoi sessantacinque milioni di aghi. E
ogni ramo profuma di liberazione.
Nel corso di quegli anni, la riempie di gioia vedere ciò che l’abete di
Douglas è capace di fare. Quando le radici laterali di due abeti si imbattono
l’una nell’altra sottoterra, si fondono. Attraverso quei nodi autoinnestati, i
due alberi uniscono i loro sistemi vascolari e diventano uno solo. Collegati
insieme sottoterra da innumerevoli migliaia di chilometri di miceli, i suoi
alberi si nutrono e si curano a vicenda, mantengono vivi gli esemplari giovani
e malati, concentrano le loro risorse e i loro metaboliti in fondi comuni... Ci
vorranno anni perché l’immagine emerga. Ci saranno scoperte, verità
incredibili confermate da una rete mondiale in espansione di ricercatori in
Canada, Europa, Asia, tutti quanti intenti a scambiarsi beatamente dei dati
attraverso canali migliori e più veloci. I suoi alberi sono molto più socievoli
di quanto Patricia sospettasse. Non ci sono esemplari isolati. E neppure
specie separate. Tutto nella foresta è la foresta. La competizione non può
essere separata dalle infinite fragranze della cooperazione. Gli alberi non
lottano di più delle foglie su un unico albero. A quanto pare, in fondo la
maggior parte della natura non sparge sangue come un animale feroce. Tanto
per cominciare, quelle specie alla base della piramide vivente non hanno né
denti né artigli. Ma se gli alberi condividono i loro depositi, allora ogni
goccia di sangue deve galleggiare su un mare di verde.

Gli uomini vogliono che lei torni a Corvallis a insegnare.


“Non sono abbastanza brava. Non so ancora niente, davvero.”
“Questo non ci farà desistere.”
Ma Henry Fallows le dice di pensarci. “Parliamone quando sarà pronta.”

***

Quando il direttore della stazione di ricerca, Dennis Ward, è sul posto, fa


un salto con alcuni regalini. Nidi di vespe. Cecidi. Bei sassi levigati dei
torrenti. Il loro appuntamento fisso ricorda a Patricia quella con il topo
campagnolo con cui condivideva il capanno dell’UGT. Visite regolari, fugaci e
timide, in cui si scambiano gingilli privi di valore. Poi dieci giorni di buio. E
proprio come una volta Patricia aveva preso in simpatia il suo topino ospite
fisso, comincia ad affezionarsi a quest’uomo garbato dai movimenti lenti.
Una sera, Dennis la porta la cena. È un atto di puro foraggiamento. Stufato
di funghi e nocciole, con il pane che ha cotto in una cupola coprivivande
sistemata sul fuoco di sterpaglie. La conversazione di quella notte non è
ispirata. Lo è di rado, e lei ne è grata. “Come stanno gli alberi?” domanda lui,
come fa ogni volta. Lei gli dice quello che riesce, a esclusione della
biochimica.
“Passeggiata?” chiede lui, quando finiscono di risciacquare i piatti in una
bacinella di acqua grigia. Una domanda a lei molto cara, a cui risponde
sempre, “Passeggiata!”
Dev’essere più vecchio di dieci anni. Non sa niente di lui, e non fa
domande. Si limitano a parlare di lavoro – la lenta ricerca di Patricia sulle
radici degli abeti di Douglas, l’impossibile compito di Dennis di coordinare
gli scienziati e fare in modo che obbediscano alle minime regole. Anche lei è
già entrata nell’autunno della vita. Quarantasei – più vecchia di suo padre
quando è morto. È da tempo che tutti i suoi fiori sono appassiti. Ma ecco che
è arrivata l’ape.
Non si spingono lontano; non possono. La radura è ristretta, e i sentieri
sono troppo bui da attraversare. Però non hanno bisogno di andare lontano
per essere in mezzo a tutto quello che lei ama. Fuori, nel putridume, nella
decomposizione, i ceppi, la morte lussureggiante e prolifica intorno a loro,
dove cresce un terribile verde, che si spande in tutte le direzioni con le sue
spirali mutanti.
“Sei una donna felice,” dice Dennis, in un punto imprecisato di quel
grande bacino tra la domanda e l’affermazione.
“Lo sono adesso.”
“Ti piace ogni persona che lavora qui. È sorprendente.”
“È facile apprezzare la gente che prende seriamente le piante.”
Ma le piace anche Dennis. Nei movimenti essenziali e negli abbondanti
silenzi, rende indistinto il confine tra quelle due molecole quasi identiche, la
clorofilla e l’emoglobina.
“Sei indipendente come i tuoi alberi.”
“Ma è proprio questo il punto, Dennis. Gli alberi non sono sicuri di sé.
Tutto qui fuori sta stringendo accordi con qualsiasi altra cosa.”
“Anch’io la penso così.” Lei ride della purezza della sua intuizione.
“Ma hai le tue routine. Il tuo lavoro. Ti dà energia, a tempo pieno.”
Lei non dice nulla, adesso è spaventata. Sulla soglia di una soddisfatta
mezz’età, ecco arrivare quell’agguato.
Lui avverte la sua tensione; non aggiunge alcuna sillaba per un tempo
paragonabile alla durata di parecchi versi di un gufo. E poi: “Arrivo al
dunque. È bello cucinare per te.”
Lei sospira a lungo e scivola in quella piega che deve prendere la
situazione. “È bello che qualcuno cucini per te.”
Ma tutto è molto meno inquietante di quanto Patricia avrebbe potuto
immaginare. Molto più leggero. Lui dice, “E se continuassimo a vivere
ognuno a casa propria? E ci limitassimo a... farci visita di tanto in tanto?”
“Potrebbe... essere.”
“A fare il nostro lavoro. A vederci per cena. Come adesso!” Sembra
sorpreso di fare il collegamento tra la sua proposta avventata e ciò che
appartiene già al presente.
“Sì.” Patricia non riesce ancora a credere che la fortuna possa spingersi
così lontano.
“Però vorrei firmare i documenti.” Sbircia verso uno squarcio tra gli abeti
occidentali, dove il sole ha indiscutibilmente cominciato a tramontare.
“Perché poi, quando muoio, potresti avere la pensione.”
Lei gli prende la mano tremante al buio. È una bella sensazione, proprio
come dovrebbe sentirsi una radice, quando dopo secoli trova un’altra radice
da piegare e con cui intrecciarsi sottoterra. Esistono centinaia di migliaia di
specie d’amore, inventate separatamente, ognuna più ingegnosa della
precedente, e ognuna di esse continua a fare delle cose.
Olivia Vandergriff

La neve arriva alle cosce, e i movimenti sono lenti. Affonda i


piedi nei cumuli come una bestia da soma, Olivia Vandergriff, di ritorno al
pensionato all’estremità del campus. Il suo ultimissimo semestre di
Regressione Lineare e Modelli di Serie Temporali è finalmente terminato. Le
campane dell’orologio nella corte quadrangolare suonano le cinque, ma visto
che il solstizio è così vicino, l’oscurità avvolge Olivia come se fosse
mezzanotte. Il fiato screpola il suo labbro superiore. Lo tira di nuovo dentro,
e cristalli di ghiaccio rivestono la sua faringe. Il freddo introduce un
filamento di metallo nel suo naso. Potrebbe morire davvero là fuori, a cinque
isolati da casa. La novità la elettrizza.
Dicembre dell’ultimo anno. Il semestre è vicinissimo al termine. Adesso
potrebbe anche incespicare, cadere prima di faccia, eppure riuscire a tagliare
il traguardo rotolando per terra. Cos’è rimasto da fare? Un esame che consiste
in una breve risposta sull’analisi di sopravvivenza. Tesina finale in
Macroeconomia di livello intermedio. Centodieci diapositive ID sui
Capolavori dell’arte mondiale, il corso facoltativo che non ha frequentato.
Altri dieci giorni più un semestre e poi è fatta, per sempre.
Tre anni fa pensava che la scienza attuariale fosse la stessa cosa della
contabilità. Quando il tutor le disse che riguardava il prezzo e la probabilità di
fatti incerti, il rigore unito all’interesse per il macabro la portò a dichiarare,
Sì, grazie. Se la vita pretendesse una devozione servile verso un obiettivo, ci
sarebbero cose peggiori a cui dedicarsi che calcolare il valore di riscatto della
morte. Anche il fatto di essere una delle tre ragazze del programma di studi le
ha procurato un certo brivido. Un’eccitazione, contro ogni previsione.
L’eccitazione però si è spenta da diverso tempo. Ha dato l’esame
preliminare della Società Nazionale degli Attuari tre volte e nessuna delle tre
è passata. Una parte del problema è l’attitudine. L’altra parte è il sesso, le
droghe e le feste che vanno avanti per tutta la notte. Riuscirà a laurearsi; può
ancora farcela. Altrimenti, proverà qualsiasi opportunità le presenterà il
disastro. Il disastro è, come dimostra la scienza attuariale e come Olivia
rassicura i suoi amici eccessivamente preoccupati, soltanto un altro numero.
Svolta l’angolo sulla Cedar nella semioscurità. Altri studenti,
incespicando sotto il peso dei loro stessi zaini, hanno battuto i sentieri nella
neve, aggirando con passo pesante le orme improvvidamente azzardate della
prima persona a passare di lì. Sotto i cumuli di neve fresca, marciapiedi
crepati si sollevano su protuberanti radici nelle onde sismiche più lente del
mondo. Lei alza lo sguardo. Anche se non ne sentirà quasi la mancanza
quando se ne andrà da quel buco sperduto smettendo di rigirarsi i pollici,
adora i lampioni. I loro paralumi color crema dell’Età Dorata somigliano a
candele spente. Illuminano un agevole sentiero lungo gli alloggi affittati agli
studenti fino alla sua dimora dalla pianta irregolare in stile gotico americano,
un tempo residenza di un chirurgo, poi spezzettata in bugigattoli con cinque
scale antincendio separate e otto cassette della posta.
Illuminato dal lampione di fronte alla sua casa c’è un albero bizzarro che
una volta ricopriva la terra – un fossile vivente, una delle cose più antiche e
strane che abbiano mai imparato il segreto del bosco. Un albero con uno
sperma che deve fluire tramite piccole gocce per fertilizzare l’ovulo. Le sue
foglie variano tanto quanto i volti degli esseri umani. I suoi rami, alla luce del
lampione, hanno quello straordinario profilo, fiancheggiati da corti getti
laterali che rendono l’albero inconfondibile, persino in inverno. Lei ha
vissuto sotto quell’albero un intero semestre e non sa della sua esistenza.
Anche quella notte lo oltrepassa senza farci caso.
Sale barcollando sui gradini innevati ed entra in un atrio buio stipato di
biciclette. Si richiude la porta d’ingresso alle spalle, ma dell’aria gelida
continua a riversarsi da dietro i cardini. L’interruttore della luce sembra
deriderla dall’altra parte dell’ingresso. Dopo aver percorso sei passi esposta
al dileggio di quella totale oscurità, Olivia si taglia la caviglia contro il
cambio di una bici. Le sue imprecazioni echeggiano per le scale. Ha inveito
contro quelle biciclette durante le riunioni domestiche per tutto il semestre.
Ma le bici sono ancora lì, nonostante tutti i voti della casa, la sua caviglia
congelata con un buco e macchie di grasso, e il suo esasperato senso della
giustizia che grida, “Merda, merda, merda!”
Non fa nulla. Ancora cinque brevi mesi, e la vita ricomincerà. Anche se
continuerà ad abitare nel degrado di un appartamento in affitto con l’acqua
fredda sopra una bettola dove si serve la colazione e dove lei lavora, tutti i
crimini e le trasgressioni future saranno magnificamente solo sue.
Qualcuno ridacchia in cima alle scale. “Tutto bene?” Risatine soffocate si
diffondono dalla cucina. I suoi coinquilini, divertiti dai suoi abituali scoppi di
rabbia.
“Benissimo,” cinguetta. Casa. 12 dicembre 1989. Il Muro di Berlino, che
cade. Dal Baltico ai Balcani, milioni di persone oppresse si riversano sulle
strade in inverno. La sua caviglia scorticata sparge sangue per l’atrio. E
allora? Si china per premere un fazzolettino asciutto sulla ferita, arrestando il
flusso. Brucia da morire.

Di sopra la aspettano gli abbracci: due abituali, uno derisorio, uno freddo,
e uno pieno di dolcezza concupiscente da cane bastonato che dura da un anno
e mezzo. Detesta quell’abbracciarsi infinito e squallido dei suoi coinquilini,
ma ricambia i loro gesti in modo analogo. Il gruppo è confluito in quella casa
la primavera precedente in un’orgia di reciproco entusiasmo. Entro la fine di
settembre, la convivenza idilliaca scivola in una recriminazione quotidiana.
Di chi sono questi peli nel mio rasoio? Qualcuno ha rubato il tocco di
hashish nel congelatore. Chi diavolo ha infilato il rotolo di tacchino
nell’impianto di smaltimento dei rifiuti? Ma una ragazza può fare qualsiasi
cosa, con il traguardo in vista.
La cucina emana un profumo delizioso, ma nessuno la invita a sedersi a
tavola. Ispeziona il frigorifero. Le prospettive sono spaventose. Non mangia
da dieci ore, ma decide di resistere ancora un po’. Se riesce ad aspettare fin
dopo il suo festino privato, mangiare sarà poi come danzare con i semidei.
“Ho divorziato oggi,” annuncia lei.
Urrà e applausi sparsi. “Ti ci è voluto un bel po’,” dice la meno amata
delle sue ex anime gemelle.
“Vero. C’è voluto più tempo a divorziare di quanto sia stata sposata.”
“Non cambiare il nome con il vecchio. Quello di adesso è molto meglio.”
“A ogni modo, che idea è quella di sposarsi?”
“Non ha un bell’aspetto quella caviglia. Dovresti almeno rimuovere il
grasso.” Un altro giro di risatine soffocate.
“Vi adoro anch’io, ragazzi.” Olivia ruba una bottiglia di birra scura color
noce di qualcuno – l’unica cosa in frigo non andata a male – e la porta nella
sua camera in mansarda rimessa a nuovo. Lì, a letto, si scola il contenuto
della bottiglia senza nemmeno alzare la testa. Un talento acquisito. Il grasso e
il sangue che colano dalla caviglia imbrattano il copriletto.

Lei e Davy si sono incontrati un’ultima volta quel pomeriggio, tra Analisi
economica e Analisi lineare. Adesso è tutto finito, e la sentenza finale non ha
il potere di rattristarla ulteriormente. Qualche rimpianto ce l’ha eccome.
Legare la sua vita a quella di un’altra persona – un capriccio di una primavera
del secondo anno di università – sembrava un’esperienza così inclusiva,
radicale e innocente. Per due anni i suoi genitori hanno inveito contro
un’idiozia del genere. I suoi amici non hanno mai capito. Ma lei e Davy
erano determinati a dimostrare che tutti avevano torto marcio.
A modo loro, si amavano, anche se quel modo consisteva perlopiù nello
sballarsi, leggere Rūmī ad alta voce, e poi scopare fino allo stremo. Il
matrimonio però li ha fatti diventare entrambi violenti. Dopo la terza volta
del numero del lupo mannaro nella casa degli specchi, conclusosi con la
frattura del suo quinto osso metacarpale, qualcuno doveva smaltire la sbornia
e darci un taglio. Non avevano quasi nessuna proprietà, e nessun bambino, se
si escludono loro due. Avrebbero dovuto impiegare un giorno e mezzo a
divorziare. Il fatto che ci abbiano messo più di dieci mesi è dipeso
principalmente dalla brama nostalgica da parte di entrambi i litiganti.
Olivia appoggia la bottiglia vuota sul termosifone accanto agli altri
soldatini già fatti fuori e pesca nell’accozzaglia di ciarpame di fianco al letto
finché non trova il lettore CD. Il divorzio esige una funzione religiosa in
memoria di ciò che è andato perduto. Il matrimonio è stata la sua avventura, e
va commemorato. Davy si è tenuto Rūmī, ma lei ha ancora un sacco di dischi
della loro trance music preferita e abbastanza roba da poter trasformare i
dispiaceri in risate, almeno per quella giornata. C’è l’esame finale in Analisi
lineare di cui preoccuparsi, naturalmente. Ma mancano ancora tre giorni, e lo
studio le viene sempre meglio quando è un po’ più rilassata.
Sarebbe dovuto venirle in mente due anni prima, persino nell’entusiasmo
iniziale, il fatto che qualsiasi relazione in cui lei mentiva tre volte nelle prime
due ore non sarebbe potuta diventare qualcosa su cui investire a lungo
termine. Loro due passeggiavano sotto i fiori di ciliegio nell’arboreto del
campus. Lei professava un amore profondo per tutte le cose fiorite, cosa che
aveva una parvenza di verità, almeno allora. Gli raccontava che suo padre era
un avvocato esperto nei diritti umani, anche questo non del tutto falso, e che
sua madre era una scrittrice, il che era più o meno una cazzata, per quanto
poggiasse su uno scenario verosimile. Non si vergogna dei suoi genitori. In
realtà, una volta alle elementari era stata sospesa per aver rifilato un pugno a
una smorfiosetta che aveva detto che suo padre era “senza palle”. Ma nel
mondo delle storie appaganti – il suo ambito preferito – entrambi i genitori di
Olivia sono molto meno interessanti di quanto avrebbero dovuto essere. Così
lei li abbelliva un po’, per l’uomo con cui aveva già deciso che avrebbe
passato il resto della sua vita.
Anche Davy mentiva. Affermava di non doversi laureare, di aver
sostenuto l’esame per entrare nella Pubblica Amministrazione in modo così
brillante che il Dipartimento di Stato gli aveva offerto un lavoro. La panzana
era abbastanza assurda da risultare piuttosto bella. Lei era fissata con i
sognatori. In seguito, sotto i fiori di ciliegio innevati, lui le aveva mostrato
fugacemente il piccolo barattolo vittoriano con sopra la pubblicità della cera
per baffi e all’interno le sei pipe sottili e allungate simili a proiettili per
fumare erba. Lei non aveva mai visto niente di simile, tranne nei film di
propaganda contro la droga trasmessi al liceo. E di lì a breve, si era convertita
all’arte di librarsi al di sopra delle faccende terrene. E così era cominciata la
sua storia d’amore ancora in corso con un dono sempre prodigo di piaceri,
una storia d’amore che, diversamente da quella con Davy, sarebbe durata
sicuramente tutta la vita.
Accende la playlist della trance music, si mette comoda nel suo adorato
angolino accanto alla finestra, apre il pannello scorrevole che dà sulla gelida
notte, e soffia sbuffi di fumo sulla trappola mortale della scala antincendio.
Squilla il telefono, ma decide di non rispondere. È uno dei tre uomini cui non
ricorda esattamente cos’abbia detto riguardo ai suoi spostamenti. Il telefono
continua a squillare. La segreteria telefonica non è attiva. Chi userebbe un
dispositivo che ti accolla la responsabilità di richiamare una persona? Conta
gli squilli, una specie di meditazione. Se ne accumulano una dozzina, mentre
soffia due paffute nuvolette di hashish nell’aria polare. L’assurdo
accanimento restringe le possibilità sull’identità di chi sta telefonando, finché
lei non capisce. Può solo trattarsi del suo ex, desideroso di essere messo al
corrente, sperando di festeggiare l’avvenimento con un ultimo incontro
amoroso.

Il risveglio psico-socio-sessuale della piccola Olivia: tanta più istruzione


di quanto avesse sottoscritto al momento del suo arrivo in città. Era approdata
al campus tre anni prima con un orsacchiotto, un asciugacapelli, una
macchina per popcorn, e una lettera della squadra di pallavolo del liceo. Ha
intenzione di andarsene la prossima primavera con un libretto universitario
costellato di crateri, due piercing alla lingua, un tatuaggio eccessivamente
elaborato sulla scapola, e un brogliaccio pieno dei suoi viaggi mentali che
non avrebbe mai potuto immaginare.
È, per così dire, ancora una brava ragazza. Il piano è semplicemente
quello di essere un po’ cattivella per qualche altro mese. Poi, si darà una
regolata, righerà dritto e si dirigerà verso ovest, meta di tutti i bravi babbei.
Una volta là – ovunque sia quel luogo – avrà molto tempo per capire in che
modo mettere a frutto la sua laurea malriuscita. Quando necessario, sa essere
intraprendente. E come rendersi più che carina, con un po’ di applicazione.
Stanno succedendo tante cose; il mondo si sta aprendo. Potrebbe fare un giro
di ricognizione a Berlino, ora che il futuro sembra andare in quella direzione.
Vilnius. Varsavia. Un posto dove le regole vengono create da zero.
La musica batte sui suoi deltoidi e le provoca un abulico e adulto
giramento di testa. I ragni installano una colonia sotto la sua pelle. Quando
posa un palmo della mano sulla coscia, la sua pressione continua a scivolare
fino all’orizzonte delle idee. Le trovate geniali non tardano ad arrivare, quelle
che si congiungono di fronte ai suoi occhi e rendono tutto il caos della storia
umana così incantevole e lampante. L’universo è vasto, e le è permesso di
volare in giro per le vicine galassie, distruggendo alcune cose per gioco, a
patto che non faccia cattivo uso dei suoi poteri o non ferisca nessuno. Questo
viaggio le piace da morire.
Poi partono i pezzi, quelli interiori. Spegne il lettore CD e cerca di capire in
che modo può attraversare quell’oceano di stanza. Quando si alza in piedi, la
testa comincia a sollevarsi, ben dritta, in uno strato dell’essere del tutto
nuovo. La sua risata la incoraggia, l’aiuta a ritrovare un equilibrio, e prende il
largo lungo le assi di legno del pavimento, con le tette che luccicano come
perle preziose. Dopo un po’, arriva a destinazione e rimane immobile per un
minuto, provando a ricordarsi perché doveva andare là. È dura sentire
qualcosa nel sottofondo delle magiche melodie di sua stessa ideazione.
Si siede alla scrivania di truciolato e tira fuori il suo taccuino con le
canzoni. La vera notazione musicale le appare come un linguaggio esoterico,
anche se è riuscita a sviluppare un suo sistema per preservare le melodie che
le vengono in mente quando è su di giri. Le linee di colore, lo spessore, e la
posizione codificano un ricordo delle melodie ricevute in dono. E il giorno
successivo, dopo che quel suo brusio svanisce, potrà guardare quegli
scarabocchi e sentire la musica daccapo. È come stonarsi gratis grazie a
qualcuno che ti fuma accanto.
La melodia di quella notte la porta a sedersi di nuovo mentre una band di
strumenti sconosciuti suona la canzone che gli angeli suoneranno per Dio la
notte in cui Lui deciderà di portare tutti a casa. È la migliore colonna sonora
interiore che sia mai riuscita a creare, forse la cosa migliore che abbia mai
fatto della sua intera vita. Comincia a piangere, e sente il desiderio di
telefonare ai suoi genitori. Vuole tornare di sotto nello studentato e
abbracciare i suoi coinquilini, questa volta per davvero. La musica dice: Non
sai quanto risplendi di luce sfavillante. Dice: Qualcosa ti sta aspettando, la
cosa pulita e perfetta che bramavi fin dall’infanzia. Poi quella benedetta
beatitudine diventa ridicola, e lei scoppia a ridere, senza ritegno, della sua
anima straziata.
Ma la melodia e la beatitudine le provocano un pizzicore diffuso. L’idea
di una doccia bollente assume un’urgenza religiosa. Il suo bagno
improvvisato – ricavato dallo stesso sottotetto come la camera da letto –
mostra uno strato di ghiaccio sull’interno della parete a nord. Il segreto è far
scorrere l’acqua calda prima di svestirsi. Quando entra nella doccia del fai da
te, si sente svenire dalla fame, e l’aria all’interno del bagno è un turbine di
fuoco e ghiaccio con le sinuosità del motivo cachemire. Guarda in basso. Il
pavimento del box si riempie di schiuma insanguinata. Emette un urlo. Poi si
ricorda del taglio alla caviglia. Mentre insapona la ferita che stilla sangue,
sopraggiungono di nuovo le risatine. Gli esseri umani sono così fragili. Come
hanno fatto a sopravvivere abbastanza a lungo da sfogare tutta la merda che
hanno?
La detersione della ferita brucia da morire. Il taglio è frastagliato e
orribile. Se dovesse venirle una cicatrice, può nasconderla con un altro
tatuaggio – una specie di catena alla caviglia, magari. Si passa il sapone sulle
gambe. La pelle liscia e levigata sembra il miglior regalo che una ragazza
potesse chiedere per il dopo-divorzio. Ogni sfioramento è carico di elettricità.
Il suo corpo si illumina, pretendendo soddisfazione.
Qualcuno bussa forte alla porta. “Tutto bene lì dentro?”
Le ci vuole un momento perché le torni la voce. “Va’ via, per favore.”
“Hai gridato.”
“Urla più forte. Grazie!”
Si materializza nuovamente in camera. Il suo corpo, avvolto nel telo e nel
vapore, rifulge di desiderio. Persino l’aria gelida la carezza come un
giocattolo erotico. Il mondo non offre niente di meglio che portarti sulla
cresta dell’estasi. Lascia cadere il telo e si butta sul letto in modo scomposto.
L’atto di sprofondare nelle coperte sembra eterno e continua a migliorare. Si
allunga verso l’ombra della lampada a stelo per spegnerla e si immerge nella
deliziosa oscurità. Ma mentre la sua mano umida cerca a tentoni l’interruttore
sul portalampada economico, tutta la corrente del palazzo penetra nel braccio
e si riversa nel corpo. I suoi muscoli si stringono intorno alla scossa come in
un esperimento scientifico, bloccando la mano intorno all’elettricità che la sta
uccidendo.
Olivia giace sul letto, nuda e bagnata, in preda alle convulsioni, il braccio
attorcigliato per aria, sforzandosi di far risalire la parola aiuto dal fondo dei
polmoni e farla uscire da una bocca che a causa del voltaggio è serrata in una
paralisi. Riesce a produrre un solo lamento confuso prima che il cuore si
fermi. Di sotto, i suoi coinquilini la sentono gridare – la seconda volta
nell’arco della serata. La pura intimità del suono li fa arrossire.
“Olivia,” dice uno di loro, sogghignando.
“Non provare nemmeno a fare domande.”
L’intera casa si oscura, nel momento in cui lei muore.
Tronco
Un uomo è seduto alla scrivania della sua cella in un carcere di media
sicurezza. Sono stati gli alberi a farlo finire lì. Gli alberi e il troppo amore
per loro. Non riesce ancora a dire quanto abbia sbagliato, o se sceglierebbe
di sbagliare ancora così tanto. L’unico testo che può rispondere a quella
domanda si svolge, illeggibile, sotto le sue mani.
Le sue dita seguono la venatura della superficie in legno della scrivania.
Sta cercando di capire com’è possibile che queste sfrenate volute nel legno
abbiano avuto origine da una cosa così semplice come gli anelli. Un qualche
mistero nell’angolatura del taglio, il punto della superficie all’interno di
cilindri annidati uno dentro l’altro. Se il suo cervello fosse una cosa
leggermente diversa, il problema potrebbe essere facile da risolvere. Se lui
stesso crescesse diversamente, potrebbe riuscire a capire.
La venatura sotto le sue dita oscilla in strisce irregolari – spessa zona di
luce, sottile zona d’ombra. Per lui si tratta di una presa di coscienza
sconvolgente, dopo una vita intera passata a guardare il legno: sta fissando
le stagioni, il pendolo dell’anno, lo scoppio della primavera e il dispiegarsi
dell’autunno, il ritmo in un brano in due quarti registrato lì, in uno strumento
creato dal brano stesso. La venatura vaga come i crinali e i burroni in una
mappa toponomastica. La sfumatura scolorita si lancia in avanti, quella più
scura si ritrae. Per un attimo, gli anelli si disperdono dal taglio angolato.
Riesce a mapparli, a proiettare le loro storie nel piano di legno. Eppure,
rimane un analfabeta. Ampi nelle annate buone – certo – e stretti in quelle
cattive. Ma nient’altro.
Se riuscisse a leggere, se riuscisse a tradurre... Se fosse una creatura
leggermente diversa, allora potrebbe sapere come il sole splendette e la
pioggia cadde e in quale direzione soffiò il vento contro questo tronco,
quanto forte e a lungo. Potrebbe decodificare i vasti progetti predisposti dal
terreno, le gelate assassine, il patimento e lo sforzo, la carenza e l’eccesso,
gli attacchi respinti, gli anni di splendore, le tempeste scampate, la somma di
tutte le minacce e delle opportunità provenienti da ogni direzione, in ogni
stagione in cui abbia mai vissuto quell’albero.
Il suo dito si muove lungo la scrivania della prigione, cercando di
imparare questa scrittura aliena, trascrivendola come un monaco in uno
scriptorium. Segue la venatura e pensa a tutte le cose che quell’antico,
illeggibile almanacco potrebbe dire, a tutte le cose che il ricordo potrebbe
dirgli, in quel luogo in cui è rinchiuso, senza alcun alternarsi delle stagioni e
condizioni atmosferiche immutabili.
Lei è morta per un minuto e dieci secondi. Niente polso, niente respiro. Poi il
corpo di Olivia, sbarazzatosi della lampada nel momento in cui saltano i
fusibili, deborda dal lato del letto e urta contro il pavimento. L’impatto fa
ripartire il cuore che si era fermato.
Nuda e in stato comatoso sulle assi di pino del pavimento: è così che la
trova l’uomo appena diventato il suo ex marito quando passa da lei per
litigare di brutto e poi fare la pace sotto le lenzuola. La porta di corsa
all’ospedale universitario, dove lei ritorna in vita. È ancora brilla. Ha le
costole contuse, la mano bruciata, e la caviglia lacerata. L’assistente del
dottore vuole un resoconto completo, che Olivia non può fornirgli.
Il suo inetto e sconvolto ex marito la lascia nelle mani dei dottori. I quali
vogliono fare qualche valutazione neurologica. Vogliono fare un’ecografia.
Ma, quando nessuno sta guardando, Olivia riesce a scappare. È un ospedale
universitario, e tutti sono indaffarati. Esce dall’ingresso, il ritratto della
salute. Chi è che può fermarla? Si rimette sulla via del pensionato e si barrica
in camera. I suoi coinquilini salgono in mansarda per accertarsi delle sue
condizioni, ma lei si rifiuta di aprire la porta. Per due interi giorni rimane
rintanata in camera sua. Ogni volta che qualcuno bussa, la voce all’interno
grida, “Sto bene!” I suoi coinquilini non sanno chi chiamare. Da dietro la
porta non proviene nessun rumore eccetto per un indistinto strascicamento di
piedi.
Olivia dorme e rimane ferma, si cinge le costole contuse, e cerca di
ricordare quello che è successo. Era morta. Nei secondi in cui il cuore non
batteva, ombre grandi, potenti ma disperate l’hanno chiamata facendole dei
cenni. Le hanno mostrato qualcosa, supplicandola. Ma nel momento in cui è
tornata in vita, è svanito tutto quanto.
Trova il suo taccuino con le canzoni incastrato dietro la scrivania. Brevi
annotazioni colorate ricreano la melodia nella sua testa appena prima della
folgorazione. Attraverso la melodia, recupera gran parte del disastro di quella
sera. Si vede sfilare per la mansarda ristrutturata, ossessionata dal suo corpo.
È come vedere un animale dello zoo che gira per la sua gabbia. Per la prima
volta, si rende conto che stare da soli è una contraddizione in termini. Persino
nei momenti più intimi di un corpo, si unisce qualcos’altro. Quand’era morta
qualcuno le ha parlato. Ha usato la sua testa come schermo per pensieri di
sconosciuta provenienza. È passata attraverso un tunnel triangolare di colori
stroboscopici ed è riemersa in una radura. Là, le presenze – l’unico modo in
cui si possono chiamare – le hanno rimosso i paraocchi e permesso di
guardare. Poi lei è ritornata dentro il suo corpo come in una prigione, e gli
incredibili panorami si sono offuscati fino a svanire del tutto.
Lei pensa: Forse ho un danno cerebrale. Le capita diverse volte in un’ora
di dover chiudere gli occhi, mentre le parole muovono le sue labbra mute.
Dimmi cos’è successo. Cosa dovrei fare, adesso? Le ci vuole un po’ prima di
rendersi conto che sta pregando.

Salta tutti gli esami finali. Telefona ai genitori dicendo che a Natale non
tornerà a casa. Suo padre ne è sconcertato, poi offeso. Solitamente,
ricorrerebbe a urla più forti di quelle del padre. Ma non c’è rabbia che può
ferire una ragazza che è già morta. Gli racconta tutto – il suo festino dopo il
divorzio in assoluta solitudine, la sua folgorazione. Adesso nascondersi è
inutile. Qualcosa la sta osservando – enormi sentinelle viventi sanno chi è lei.
Suo padre sembra confuso, proprio come si sente Olivia quando di notte si
corica a letto, certa di non riuscire mai più a recuperare quello che le è stato
mostrato mentre era morta. Adesso, tornata in vita, avverte la paura del padre
– misteriosi influssi reconditi nell’avvocato di cui la figlia non ha mai
sospettato. Per la prima volta dalla sua infanzia, vuole confortarlo. “Papà, ho
fallito. Ho toccato il fondo. Ho bisogno di riposarmi.”
“Torna a casa. Potrai riposarti qui. Non puoi rimanere da sola durante le
vacanze.”
Sembra così fragile. L’ha sempre considerato molto diverso da lei, un
uomo di procedure laddove dovrebbero esserci le passioni. Adesso si
domanda se forse non sia capitato anche a lui di morire, una volta.
Parlano più a lungo di quanto abbiano mai fatto in anni. Lei gli racconta
come ci si sente a morire. Prova persino a raccontargli delle presenze nella
radura, quelle che le hanno mostrato delle cose, sebbene usi parole che non lo
mandano fuori di testa. Impulsi. Energia. Per due volte, lui è sul punto di
saltare in auto e guidare per mille chilometri per riportarla a casa. Lei lo
dissuade. Settanta secondi di morte l’hanno investita di uno strano potere. È
cambiato tutto tra loro due, come se lui fosse il bambino e lei la sua tutrice.
Gli domanda una cosa che non gli aveva mai chiesto. “Passami un attimo
la mamma. Voglio parlarle.” Persino la rabbia della madre è qualcosa che ora
deve conoscere e calmare. Alla fine della loro conversazione, entrambe le
donne sono in lacrime, promettendosi cose pazzesche.

Rimane da sola nel pensionato da Natale a Capodanno. Tutte le bevande


alcoliche che possiede finiscono giù per lo scarico del gabinetto. Arrivano i
voti: due insufficienze gravi, due 2, un 5-, e un 6,5. La distraggono dalla cosa
che si sta sforzando di ricordare. Passa intere giornate senza quasi toccare
cibo. Una bufera di neve ricopre la città di un manto lapidario. Strappa i rami
delle querce e degli aceri. Olivia è seduta sul letto dove il suo cuore si è
fermato, le ginocchia contro il petto e il taccuino con le canzoni in grembo. Si
alza in piedi e fa qualche passo. Il punto in cui Davy l’ha trovata quella notte
sembra caldo sotto i suoi piedi. È viva, e non sa perché.
Di notte rimane sveglia, gli occhi rivolti verso l’alto, a pensare che sta per
scoprire l’unica cosa che importa. La vita le stava bisbigliando delle
istruzioni, e non è riuscita ad annotarle. Mettersi a pregare diventa più facile.
Sono in silenzio. Sto ascoltando. Cosa volete da me? La vigilia di Capodanno
si addormenta entro le dieci. Due ore dopo, si sveglia al rumore di spari e si
tira su di scatto, urlando. Poi capisce grazie all’orologio: fuochi d’artificio.
Sono arrivati gli anni novanta.
I suoi coinquilini ritornano nel nuovo anno. La trattano come se fosse
malata. Hanno paura di lei, ora che la sua stronzaggine è scomparsa. Si siede
in cucina mentre le persone intorno scherzano e si sfondano di alcol
ignorando lo spettro seduto al tavolo. La sorprende il fatto di non aver mai
percepito la loro tristezza né di essersi accorta della loro angoscia. È
incredibile il fatto che credano ancora nella salvezza. Vivono come se un
listello di legno e del nastro isolante potesse tenerli uniti. Ai suoi occhi sono
diventati vulnerabili, e infinitamente cari.
Il primo giorno del nuovo semestre, Olivia è seduta all’estremità di una
sala conferenze mentre un docente calcola i premi e gli indennizzi che
occorrono sia alla compagnia assicurativa che alla persona deceduta per dare
loro l’impressione di aver vinto. “L’assicurazione,” dice il docente, “è la
spina dorsale della civiltà. Niente risk pooling – niente grattacieli, niente film
di cassetta, niente agricoltura su vasta scala, niente medicina organizzata.”
Dal posto vuoto accanto a lei si diffonde un fruscio. Olivia si gira. Là, a
qualche centimetro dal suo viso, c’è la cosa per cui prega. Un cono d’aria
densa s’infila nei suoi pensieri. Sono tornati, e la stanno chiamando con dei
cenni. Vogliono che si alzi e si allontani dalla sala conferenze. Lei farà
qualunque cosa le chiedano di fare. Scendendo i gradini di pietra nel suo
cappotto invernale, attraversa la principale corte interna ghiacciata. Costeggia
gli edifici con le aule, la biblioteca, uno studentato delle matricole,
passeggiando senza riflettere, sospinta in avanti dalle presenze. Per un
momento, immagina che la destinazione sia il cimitero per i caduti della
guerra civile a sud del campus. Poi diventa chiaro che si stanno dirigendo
verso il parcheggio dove c’è la sua auto.
Nell’abitacolo, si rende conto che guiderà per un po’. Si ferma al
pensionato per prendere alcune cose. Tre andate e ritorni dalla sua camera
sono sufficienti per mettere in salvo tutto quello che potrebbe volere. Impila i
vestiti sul sedile posteriore. Poi sparisce.
L’auto trova la strada verso la statale. Dopo poco oltrepassa i prati di
carice e le radure di querce a nordovest della città. Le ultime stoppie
dell’autunno punteggiano i campi ammantati di neve. Guida a lungo,
obbedendo alle presenze. Come una stazione radio di un’altra città, il loro
segnale oscilla tra il suono limpido e le interferenze. Lei si fa strumento della
loro volontà.
Al di là del Maumee, la strada procede lentamente verso sudovest. Una
barretta per la colazione nel vano portaoggetti viene scambiata per il pranzo.
Il suo borsellino contiene diverse banconote e una carta di debito per un
conto appena sotto i duemila dollari. Nella sua mente non c’è nulla di
nemmeno vagamente simile a un piano. Però si ricorda cosa disse Gesù dei
fiori, e di non preoccuparsi per il domani. Una volta le suore fecero
memorizzare a ogni studentessa un passaggio della Bibbia; lei scelse proprio
quello lì per far arrabbiare l’insegnante, fissata con la responsabilità
personale. Le piaceva il Gesù che sbigottiva ogni cristiano americano
rispettoso delle leggi e futuro proprietario di immobili. Gesù il Comunista, il
folle devastatore di negozi, l’amico dei parassiti. A ciascun giorno basta la
sua pena. Mentre guida, è pervasa da un impeto di rimorso. Sto perdendo
l’Inferenza Statistica. Combinazione ideale. A questo punto della vita, ha
perso tutto. Ora l’inferenza svanisce, e presto saprà.
Il crepuscolo e l’Indiana si materializzano più velocemente di quanto si
aspetti. Il buio, assurdamente presto, ancora così vicini al solstizio. Lei è
affamata di vero cibo, ed è talmente stanca che continua a urtare contro le
bande sonore innevate. Le presenze svaniscono per mezz’ora. La fiducia in se
stessa perde colpi. È dura guidare e pregare allo stesso tempo. Di fronte a lei
si estendono campi liberi di granturco dell’autentico Midwest. Non ha alcuna
idea del perché si trovi lì. Poi qualcosa occupa il sedile del passeggero, e
Olivia sta bene per altri centocinquanta chilometri.
Una volta, Davy le aveva detto che il posto migliore in cui dormire
all’addiaccio è fuori da un negozio all’ingrosso. Ne trova uno facilmente e
ferma l’auto in un angolo ben illuminato del parcheggio dove la neve è stata
spalata, sotto la videocamera di sorveglianza. Fa una rapida incursione
all’interno per fare pipì e comprare qualche snack, e poi ritorna all’auto per
accamparsi sul sedile posteriore. Si addormenta sotto tre bracciate di vestiti,
pregando, aspettando, ascoltando.

È l’Indiana, 1990. Qui, cinque anni sono una generazione, cinquanta sono
archeologia, e qualunque cosa di più vecchio svanisce nella leggenda.
Eppure, i luoghi ricordano quello che le persone dimenticano. Il parcheggio
in cui sta dormendo un tempo era un frutteto, gli alberi piantati da un
benevolo, folle seguace di Swedenborg che vagò da queste parti vestito di
stracci e con una pentola come cappello, predicando il Nuovo Paradiso ed
estinguendo fuochi di bivacchi per evitare di uccidere gli insetti. Un santo
pazzoide che praticava l’astinenza mentre riforniva quattro stati di purea di
mele abbastanza fermentabile da mantenere per decenni in stato di
ubriachezza ogni pioniere americano dai nove ai novant’anni.
Per tutto il giorno, Olivia ha seguito il percorso di Johnny Appleseed
nell’entroterra. Una volta, le era capitato di leggere di quell’uomo in un
fumetto che le aveva dato suo padre. Il giornalino aveva fatto di lui un
supereroe, dotato del potere di far spuntare le cose dalla terra. Non diceva
nulla del filantropo con un acuto senso della proprietà, del vagabondo che
sarebbe morto con la bellezza di milleduecento acri della terra più ricca del
paese. Aveva sempre pensato si trattasse solo di un mito. Deve ancora
scoprire che i miti sono verità essenziali intrecciate nella mnemonica,
istruzioni spedite dal passato, ricordi che aspettano di diventare predizioni.
Ecco cosa caratterizza la mela: rimane attaccata alla gola. È un acquisto a
pacchetto: cupidigia e comprensione. Immortalità e morte. Dolce polpa con
semi di cianuro. È una botta in testa che fa nascere intere scienze. Una
deliziosa discordia dorata, il genere di regalo gettato in una festa di
matrimonio che porta a una guerra infinita. È il frutto che tiene in vita gli dèi.
Il primo e peggior crimine, ma una manna propizia caduta dal cielo. Che sia
benedetto il momento in cui venne colta la mela.*
Ed ecco ciò che caratterizza i semi di una mela: sono imprevedibili. Può
nascere qualsiasi cosa. Genitori seri e posati danno vita a un figlio scatenato.
Il dolce può diventare acido, così come l’amaro burroso. L’unico modo per
preservare il sapore di una varietà è fare un innesto in un nuovo rizoma.
Olivia Vandergriff rimarrebbe sorpresa nell’apprendere che ogni mela con un
nome risale allo stesso albero. Jonathan, McIntosh, Empire: colpi fortunati
tirando la leva nel gioco di Montecarlo del Malus.
E una mela con un nome è una mela brevettabile, come il padre direbbe a
Olivia. Una volta, aveva litigato con lui su uno dei suoi casi. Il padre stava
aiutando una ditta transnazionale a perseguire a termini di legge un
agricoltore che aveva conservato una parte di semi di soia dell’anno
precedente e poi ripiantato, senza ripagare i diritti di sfruttamento. Si era
infuriata. “Non si può detenere i diritti su una cosa vivente!”
“Si può. Si dovrebbe. Proteggere una proprietà intellettuale crea
ricchezza.”
“E cosa mi dici del seme di soia? Chi pagherà il seme di soia per la sua
proprietà intellettuale?”
Lui l’aveva guardata con un cipiglio giudicante: Di chi sei figlia, tu?
L’uomo che una volta possedeva il parcheggio in cui sta dormendo – il
missionario errante delle mele con una pentola come cappello – era certo che
l’innesto facesse soffrire l’albero. Prendeva i semi dalla polpa nello
spremifrutta e li seminava per realizzare un frutteto, un po’ più lontano a
ovest. E qualunque seme piantasse, innescava i suoi caparbi e imprevedibili
esperimenti. Come una magia esoterica, quei gesti della mano finirono per
trasformare un’area brulla dopo la falciatura dalla Pennsylvania all’Illinois in
alberi da frutto. Olivia ha guidato tutto il giorno lungo quel territorio. Ora
dorme in un parcheggio che un tempo era un frutteto pieno di mele
inimmaginabili. Gli alberi sono scomparsi e il paese dimentica. Ma non la
terra.
Si sveglia sul presto, intirizzita dal freddo, sotto una pila di vestiti. L’auto
è gremita di esseri luminosi. Sono ovunque, bellezza intollerabile, allo stesso
modo in cui erano la notte che il suo cuore si era fermato. Passano dentro e
attraverso il suo corpo. Non la rimbrottano per il fatto di essersi dimenticata
del messaggio che le hanno trasmesso. Si limitano a permearla di nuovo. Si
sente pervadere dalla gioia per il loro ritorno, e comincia a piangere. Non
pronunciano nessuna parola ad alta voce. Niente di così grezzo. Non sono
nemmeno loro. Sono parte di lei, suoi simili, in un modo che non le è ancora
chiaro. Emissari della creazione – cose che ha visto e conosciuto in questo
mondo, esperienze perse, frammenti di conoscenza ignorata, ramificazioni
familiari recise che lei ha il compito di ripristinare e far rivivere. La morte le
ha dato dei nuovi occhi.
Eri inutile, le bisbigliano. Ma ora non più. La morte ti ha risparmiato per
fare una cosa importantissima.
Quale cosa? vuole chiedere. Ma deve rimanere in silenzio e ferma.
Il momento cruciale è qui. Un test che non è ancora stato fatto.
Lei vive attraverso l’eternità, sotto una pila di vestiti, sul sedile posteriore
di un’auto gelida. Entità incorporee dalla parte opposta della morte si fanno
conoscere, lì, in quel momento, nel parcheggio di quel negozio, chiedendo il
suo aiuto. Il sole risale spuntando dalla terra. Due commercianti escono dal
negozio. È solamente l’alba, e stanno spingendo un carrello con un cartone
grande quanto la sua auto. I suoi pensieri si concentrano su un punto solo.
Ditemi. Ditemi quello che volete, e io lo farò. Passa un portacontainer,
dirigendosi con gran fracasso verso le piattaforme di carico. Nel fragore, le
creature si disperdono. Olivia si lascia prendere dal panico. Non hanno finito
di assegnarle il suo compito. Fruga nella borsa a tracolla in cerca di qualcosa
con cui scrivere. Sul retro di una scatola di caramelle per la tosse
scarabocchia, risparmiato, test. Ma queste parole non significano nulla.
Adesso è davvero mattina. Olivia si sente scoppiare la vescica. Ancora un
minuto e fare la pipì sarà l’unica cosa da cui non potrà prescindere. Smonta
dall’auto ed entra nel negozio attraversando il parcheggio. All’interno, un
uomo più vecchio la saluta come se fosse una vecchia amica. Il negozio è uno
spettacolo drag di benessere e di allegria. Alcuni televisori sono disposti in
fila lungo una parete sul retro, con dimensioni variabili che vanno dal
contenitore per il pane al monolite. Sono tutti sintonizzati sullo stesso
diversivo mattutino. Centinaia di paracadutisti acrobatici si radunano per una
simultanea funzione religiosa a mezz’aria. Si precipita in bagno passando per
la selva di televisori. Il sollievo, una volta a destinazione, è sublime. Poi
subentra di nuovo la tristezza. Soltanto un segno, implora, asciugandosi.
Ditemi solo cosa volete da me.
Di ritorno nella selva di televisori, la funzione religiosa di massa sospesa
per aria viene rimpiazzata da un altro raduno. Lungo il muro, su una serie di
diversi televisori, la gente siede incatenata insieme in una trincea davanti a un
bulldozer, in una cittadina che il titolo identifica come Solace, California. Un
rapido stacco, e una dozzina di persone forma un anello umano attorno a un
albero che riesce a malapena a circondare. L’albero sembra un effetto
speciale. L’inquadratura, persino in lontananza, include soltanto la base.
Della vernice blu macchia l’enorme tronco. Una voce fuori campo narra il
faccia a faccia, ma l’albero, moltiplicato lungo un muro di schermi,
sbalordisce Olivia al punto che non riesce a coglierne i dettagli. La
telecamera si sposta verso una donna di cinquant’anni coi capelli tirati
indietro, una camicia a scacchi e degli occhi simili a due fari. Lei dice,
“Alcuni di questi alberi esistevano prima della nascita di Gesù. Abbiamo già
preso il novantasette per cento dei vecchi. Non potremmo trovare il modo di
conservare l’ultimo tre per cento?”
Olivia rimane paralizzata. Le creature di luce che le hanno teso un agguato
in auto si stringono di nuovo intorno a lei, dicendo, Questo, questo, questo.
Ma nel momento in cui capisce che deve fare più attenzione, lo spezzone
termina e ne comincia un altro. Lei si alza in piedi, con gli occhi fissi su un
dibattito intorno al fatto se i lanciafiamme siano protetti dal Secondo
emendamento. Le creature di luce svaniscono. La rivelazione si abbassa al
livello degli articoli di elettronica di largo consumo.
Intontita, esce dall’enorme negozio all’ingrosso. Sta morendo di fame, ma
non compra nulla. Non riesce nemmeno a immaginare di mangiare. Una volta
in auto, si rende conto che deve continuare ad andare verso ovest. Il sole
sorge alle sue spalle, inondando il suo specchietto retrovisore. La neve dalle
tonalità rosa dell’alba ammanta i campi. Da una parte all’altra del cielo
occidentale, nuvole di peltro cominciano a rischiararsi, e da qualche parte
sotto di esse si nasconde il momento importante.
Deve chiamare i suoi genitori, ma non ha modo di dire loro cosa sta
succedendo. Guida per un’altra ottantina di chilometri, provando a ricostruire
quello che ha appena visto. Pezzetti di terreno coltivato dell’Indiana
risplendono di giallo-marrone-nero, fino all’orizzonte. La strada è libera e le
auto sono poche, senza nessuna città degna di nota. Due giorni prima, lungo
una strada come quella, lei avrebbe fatto gli ottanta. Quel giorno, guida come
se la sua vita potesse valere qualcosa.
Vicino al confine con l’Illinois, raggiunge la cima di una collina. Lungo la
strada, il bagliore del cancello di un passaggio a livello. Un lungo, lento treno
merci dal cuore del paese si dirige a nord verso il grande nodo ferroviario di
Gary e Chicago. Il costante sferragliare delle ruote lungo l’intersezione
innesca un pezzo di musica dub nella sua testa. Il treno è infinito; Olivia si
mette comoda. Poi si accorge del carico. I vagoni passano uno dopo l’altro
scanditi da un rumore secco, ognuno ricolmo di pallet di assi di legno di
dimensione standard. Un fiume di legno tagliato in travi uniformi scorre
all’infinito. Comincia a contare i vagoni, ma si ferma a sessanta. Non ha mai
visto così tanto legno. Una mappa ravviva la sua mente: treni come quello,
proprio in quel preciso momento, percorrono il paese in lungo e in largo,
nutrendo ogni espansione urbana incontrollata. Lei pensa: Hanno organizzato
tutto questo per me. Poi pensa, No: treni di questo tipo passano in
continuazione. Ma è pronta per vedere.
Passa l’ultimo vagone carico di legname, il cancello zebrato si alza, e le
luci rosse smettono di lampeggiare. Lei non si muove. Qualcuno alle sue
spalle suona il clacson. Olivia rimane immobile. Lo strombazzatore preme il
clacson con forza, poi si accosta alla sua auto con una sgommata, urlando
nell’abitacolo chiuso e agitandole davanti il dito medio come se stesse
cercando di accenderlo. Lei chiude gli occhi; dall’altra parte delle sue
palpebre, gente umile siede incatenata insieme attorno a un albero enorme.
I prodotti più spettacolari di quattro miliardi di anni di vita hanno
bisogno d’aiuto.
Ride e apre gli occhi, che si riempiono di lacrime. Confermato. Vi sento.
Sì.
Olivia guarda oltre la sua spalla e vede un’auto girata in senso opposto
rispetto al suo, ferma accanto a lei con il finestrino abbassato. Un uomo
asiatico con una maglietta con la scritta NOLI TIMERE le sta chiedendo, per la
seconda volta, “Tutto bene?” Olivia sorride, annuisce e si scusa con un
cenno. Mette in moto l’auto, che si era arrestata mentre guardava il fiume
incessante di legname. Poi si avvia di nuovo verso ovest. Solo ora sa dov’è
diretta. Solace. L’aria è carica di connessioni. Le presenze si illuminano
intorno a lei, cantando altre canzoni. Il mondo comincia lì. Quello è soltanto
l’inizio. La vita può fare qualunque cosa. Non hai idea.

Anni prima e lontano verso nordovest, Ray Brinkman e Dorothy Cazaly


Brinkman tornano a casa dopo mezzanotte dalla festa seguita alla prima di
Chi ha paura di Virginia Woolf? dei St. Paul Players. Hanno appena
interpretato la giovane coppia, Nick e Honey, che, tra un bicchiere e l’altro in
compagnia di nuovi amici, si rendono conto di quello che la loro specie è
capace di fare.
Mesi prima, all’inizio delle prove, i quattro attori principali avevano
assaporato l’aspetto perverso della commedia. “Io sarò anche pazza,” aveva
annunciato Dorothy al resto degli attori. “Lo ammetto. Ma questa gente –
questa gente è davvero fuori di testa.” Quando arriva la sera della prima, tutti
e quattro sono ormai snervati e stanchi l’uno dell’altra e pronti a fare davvero
del male. Cosa che porta a un teatro di comunità di grande livello. La
commedia è la migliore esibizione dei Brinkman fino a quel momento. Ray
sbalordisce tutti quanti con la sua gretta complicità. Dorothy è magnifica in
quelle due ore di caduta libera dall’innocenza alla consapevolezza. Basta un
pizzico di Stanislavskij per scovare i demoni che albergano dentro di loro.
Il venerdì successivo, Dorothy compie quarantadue anni. Nel corso di
diversi anni hanno speso centocinquantamila dollari in terapie per la fertilità
che si sono rivelate simili a pratiche vudù. A tre giorni dalla prima, hanno
ricevuto la batosta finale. Non c’è più niente da fare.
“È la mia vita, giusto?” Dorothy è sbronza e piagnucolosa sul sedile del
passeggero, mentre torna a casa dopo il suo trionfo. “Tutta mia. Dovrei
esserne la proprietaria, giusto?”
È diventato un punto dolente tra di loro, la proprietà: ciò che Ray passa
tutto il santo giorno a salvaguardare. Non ha mai convinto completamente la
moglie che perseguire ai termini di legge il furto delle buone idee è il modo
migliore per arricchire tutti. L’alcol non aiuta il livello del dibattito. “Il mio
bene mobile privato. Posso organizzare una fottuta vendita di roba vecchia?”
Adesso si sente disgustata dal suo stesso lavoro. Gente che fa causa ad
altra gente, e lei tenuta a verbalizzare ogni sentimento calunnioso con la sua
stretta tastiera per la scrittura stenografica, parola dopo precisa parola. Tutto
quello che vuole è avere un bambino. Un bambino le darebbe finalmente un
lavoro pieno di significato. In sua assenza, vuole far causa a qualcuno.
Ray ha la grande capacità di rimanere zitto durante gli attacchi della
moglie. Si dice, e non è la prima volta, che non le ha portato via niente.
Semmai... pensa. Ma si rifiuta di pensarlo. È suo diritto – non pensare a
quello che è davvero giusto pensare.
Non ce n’è bisogno. È lei a pensarlo al suo posto. Preme il pulsante e il
garage si apre. Entrano dentro e si fermano.
“Dovresti lasciarmi,” dice lei.
“Dorothy. Smettila, ti prego. Mi stai facendo impazzire.”
“Sul serio. Lasciami. Vattene da qualche parte. Trovati una che può darti
una famiglia. Gli uomini lo fanno continuamente. Ci sono dei tizi che
riescono a mettere incinta delle pollastrelle a ottant’anni suonati, porca
puttana. Non me la prenderei, Ray. Sul serio. È ciò che va fatto e basta. Tu
sei l’uomo giusto, ricordi? Ops. Non dice nulla. Non ha nulla da dire. Nulla
da dire in sua difesa.”
Lui risponde con il silenzio. La sua prima e ultima arma.
Arrivano davanti alla porta d’ingresso. Che postaccio, pensano entrambi,
anche se nessuno dei due ha bisogno di dirlo. Mollano la loro roba sul divano
e si dirigono al piano di sopra, dove si tolgono i vestiti, ognuno in una cabina
armadio separata. Sono in piedi, ognuno davanti al rispettivo lavandino,
intenti a lavarsi i denti. La miglior interpretazione che abbiano mai fatto. Un
teatro di considerevoli dimensioni pieno di applausi entusiastici. Richieste di
bis.
Dorothy mette un piede di fronte all’altro, con troppa enfasi, come se la
polizia – suo marito – la stesse facendo camminare lungo una linea retta.
Solleva lo spazzolino all’altezza della bocca, lo agita qua e là, e poi scoppia
in lacrime, stringendo tra i denti un’estremità dello spazzolino di plastica
mentre impugna l’altra.
Ray, il guidatore designato per quella sera, più sobrio di quanto gli importi
di essere, posa lo spazzolino e si avvicina a lei. La moglie appoggia la testa
sulla clavicola. Un po’ di dentifricio fuoriesce dalla bocca finendo sulla
vestaglia di Ray. Dentifricio e saliva ovunque. Le parole escono insieme a
duri frammenti. “Voglio soltanto essere nell’atrio prima dell’inizio dello
spettacolo e dire a tutti, mentre stanno entrando. Non c’è nessun fottuto
bambino!”
Lui la convince a sputare e la pulisce con una pezza. Poi la porta a letto,
un luogo che negli ultimi due mesi ha assunto più l’aspetto di una bara
doppia in legno di pino. Deve sollevarle i piedi per infilarli sotto le coperte,
poi la spinge leggermente per far spazio. “Possiamo andare in Russia.” È una
bella sensazione parlare con la sua voce, dopo troppe ore nelle vesti di una
persona servile. Non vuole recitare in nessun’altra commedia, mai più.
“Oppure in Cina. Ci sono tanti bambini a cui servono dei genitori che si
prendano cura di loro.”
C’è un trucco che la gente di teatro definisce appendere il paralume.
Diciamo che c’è un grosso, brutto pezzo di tubo che spunta dal muro del
backstage, di cui non vi riuscite a sbarazzare. Metteteci sopra un’ombra e
chiamatelo reggilume.
Le parole della moglie si confondono contro il cuscino umido. “Non
sarebbe nostro.”
“Certo che lo sarebbe.”
“Voglio un piccolo RayRay. Il tuo piccolino. Un maschio. Proprio com’eri
tu.”
“Non sarebbe –”
“Oppure una bambina, come me. È uguale.”
“Tesoro. Non fare così. Un figlio è ciò che cresci. Non i geni che tu –”
“I geni sono tutto ciò che acquisisci, dannazione.” Rifila una manata al
materasso e cerca di rizzarsi a sedere di scatto. La velocità della risalita la fa
ruzzolare di fianco. “L’unica. Cosa. Che. Possiedi. Veramente.”
“Non possediamo i nostri geni,” dice lui, sorvolando sul fatto che le
aziende possono possederli per noi. “Ascolta. Ce ne andiamo in un posto
dove ci sono tanti, troppi bambini. Ne adottiamo un paio. Li amiamo e
giochiamo con loro e gli insegniamo a distinguere le cose giuste da quelle
sbagliate, e loro crescono insieme a noi, in un viluppo inestricabile. Non
m’importa di chi siano i loro geni.”
Lei si tira il cuscino sopra la testa. “Ascoltatelo. Questo tizio qui può
amare tutti. Prendiamogli un cane. Ancora meglio, una pianta che possiamo
mettere in giardino e dimenticarcene.” Poi si ricorda dell’abitudine che hanno
per il loro anniversario, trascurata negli ultimi due anni. Si alza su di scatto
come a voler riprendersi le parole che le scappano di bocca. Ma la sua spalla
colpisce il marito sulla mandibola proprio mentre si sta allungando. I suoi
denti schiacciano la lingua di lato. Lui caccia un urlo, poi si tiene il viso tra le
mani, stravolto dal dolore.
“Oh, Ray. Merda. Accidenti a me! Non... Non volevo...”
Il marito agita la mano per aria. Sto bene. Oppure: Cosa ti prende? O
anche: Levati di torno. Nemmeno dopo un decennio di matrimonio e altre
rappresentazioni teatrali amatoriali, sa dire quale di queste cose abbia voluto
intendere. Fuori, nel giardino tutt’intorno alla casa, quello che hanno piantato
negli anni passati acquista importanza, significato, con la stessa facilità con
cui produce lo zucchero e il legno dal nulla, dall’aria, il sole, e la pioggia. Gli
esseri umani però non sentono nulla.

Cinque interstatali conducono a ovest, le dita di un guanto posato sul


continente con il polso nell’Illinois. Olivia imbocca quella in mezzo. Adesso
ha una meta – la Carolina del Nord lungo il percorso più veloce, prima che
crollino gli ultimi alberi grandi quanto navi lanciamissili. Attraversa il
Mississippi presso Quad Cities e si ferma al Punto Ristoro più Grande del
Mondo, sull’interstatale 80, al confine con l’Iowa. Il posto è una piccola città.
Le pompe di benzina tra le quali deve scegliere sono più di quante riesca a
contarne prima di morire di freddo. Diverse centinaia di camion formano dei
banchi intorno al punto in cui lei si ferma, enormi squali presi da frenesia
alimentare.
Si è fatto buio. Olivia si fa una doccia e si sente di nuovo un essere
umano. Passeggia lungo un viale coperto e affollato con ristoranti che offrono
centinaia di modi di degustare un po’ di mais, sciroppo di mais, pollo e
manzo nutrito a mais. C’è uno studio dentistico e una massaggiatrice. Un
enorme salone d’esposizione su due piani. Un museo che rivela quanto del
mondo faccia affidamento sui camion. Ci sono sale giochi, bowling, mostre,
sale da cocktail e un camino circondato da poltrone imbottite. Olivia si
raggomitola su una di esse e si appisola. Si sveglia con davanti agli occhi una
guardia giurata intenta a rifilarle dei calcetti alla caviglia. “Vietato dormire.”
“Stavo soltanto facendo una dormitina.”
“Vietato dormire.”
Torna in auto e si appisola ancora sotto i suoi vestiti fino all’alba. Di
nuovo nella galleria con l’area ristorazione, compra un muffin, cambia
quattro dollari in monetine da venticinque centesimi, trova un telefono, e si
prepara al peggio. Nel petto però avverte una strana calma appena scoperta.
Le parole usciranno.
Un operatore la informa di depositare molti soldi. Suo padre alza il
ricevitore. “Olivia? Sono le sei del mattino. Cosa ti è capitato?”
“Niente! Sto benone. Sono in Iowa.”
“Iowa? Che succede?”
Olivia sorride. Quello che succede è troppo grande perché possa passare
attraverso la linea telefonica. “Papà, va tutto bene. È successo qualcosa di
bello. Di molto bello.”
“Olivia. Pronto? Olivia?”
“Sono qui.”
“Sei nei guai?”
“No, papà. Proprio il contrario.”
“Olivia. Che diamine sta succedendo?”
“Mi sono fatta... dei nuovi amici. Uhm, organizzatori. Hanno del lavoro
per me.”
“Che genere di lavoro?”
I prodotti più spettacolari di quattro miliardi di anni di vita hanno
bisogno d’aiuto. È abbastanza semplice, e ovvio, ora che le creature di luce
l’hanno rimarcato. Ogni persona ragionevole sul pianeta dovrebbe riuscire a
capire. “C’è un progetto. A ovest. Importante volontariato. Sono stata
reclutata.”
“Cosa vuoi dire con reclutata? E i tuoi corsi?”
“Non finirò l’università questo quadrimestre. Ecco perché ho telefonato.
Ho bisogno di staccare la spina per un po’.”
“Cosa? Non essere ridicola. Non stacchi la spina per quattro mesi prima di
laurearti.”
Solitamente è così, sebbene sia proprio quello che hanno fatto i santi e i
futuri miliardari.
“Sei solo stanca, Ollie. Si tratta solo di qualche settimana. Poi sarà tutto
finito prima che tu te ne accorga.”
Olivia guarda fuori verso gli automobilisti che si radunano nella zona
ristoro per colazione. È davvero curioso: in una vita, muore folgorata; in
un’altra, si trova in un enorme posto ristoro, e sta spiegando a suo padre che è
stata scelta da creature di luce per aiutare a preservare le creature più
spettacolari della Terra. La voce dall’altro capo del telefono tradisce un tono
disperato. Olivia non riesce a trattenere un sorriso: la vita a cui suo padre la
implora di ritornare – le droghe, il sesso senza protezione, i festini da fuori di
testa e le sfide potenzialmente mortali – è proprio l’inferno, mentre quel
viaggio verso ovest la sta riportando in vita dal regno dei morti.
“Non riuscirai a farti restituire i soldi dell’affitto. Ormai è troppo tardi per
qualsiasi rimborso scolastico. Prima finisci, e poi potrai fare il volontariato in
estate. Sono certo che tua madre –”
In sottofondo, la madre di Olivia grida, “Sono certo che tua madre cosa?”
Olivia sente la madre urlare qualcosa a proposito di finanziare i suoi studi. La
gente si muove in massa intorno a lei. Avverte la loro ansia – il confine
variabile della fame. La sua vita è stata un caos indistinto di privilegio,
narcisismo e adolescenza protratta a oltranza, pervasa da meschini e beffardi
comportamenti fichetti ed egoistici. Adesso è stata chiamata.
“Ascolta,” sussurra il padre al telefono. “Sii ragionevole. Se in questo
momento non te la senti di fare un altro semestre, allora torna a casa.”
Olivia si sente pervadere da più amore di quanto abbia sentito
dall’adolescenza. “Papà? Grazie. Ma devo fare questa cosa.”
“Fare cosa? Dove? Amore? Ci sei ancora? Tesoro?”
“Sono qui, papà.” Frammenti della ragazza che era soltanto alcuni giorni
prima la strattonano, ripetendo in coro. Rissa, rissa. Ma la rissa è reale
adesso, ed è altrove.
“Ollie, stai lì e non fare nulla. Vengo a prenderti. Posso arrivare entro...”
Tutto è così ovvio, così beatamente chiaro. Ma i suoi genitori non
riescono a capire. C’è un grande, gioioso e fondamentale lavoro da fare. Ma
prima una persona deve prendere il diploma in amor proprio.
“Papà, sto bene. Ti telefonerò quando ho maggiori informazioni.”
Una voce registrata di donna si intromette nella conversazione, chiedendo
altri settanta centesimi. Olivia ha terminato le monete. Tutto quello che ha è
un messaggio, pronunciato dalla donna dagli occhi lampeggianti sulla parete
con i televisori scontati e rimaneggiato dalle creature di luce, che adesso le
danno ordini come se fossero all’altro capo del telefono. Le creature viventi
più spettacolari hanno bisogno di te.
Dalle porte d’ingresso di vetro della zona ristoro, Olivia vede le numerose
pompe di benzina, e più in là, la piatta distesa dell’interstatale 80 all’alba, i
campi ammantati di neve, l’incessante scambio di ostaggi in viaggio tra est e
ovest. Suo padre continua a parlare, avvalendosi di tutte le tecniche di
persuasione che insegnano a Giurisprudenza. Il cielo fa cose stupefacenti. Si
copre leggermente di lividi nella libertà dell’ovest, mentre a est si apre come
un melograno. Il telefono fa clic e diventa muto. Olivia riaggancia, un’orfana
di nuovo conio. Una creatura che si allunga verso il sole, pronta a qualsiasi
cosa.
Si allontana dall’area ristoro, innamorata dell’umanità senza scopo. Di
nuovo sull’interstatale, il sole sorge ancora nello specchietto retrovisore.
Collinette moreniche si elevano e si abbassano. La strada scava una doppia
trincea nel bianco dell’inverno, fino all’orizzonte. Le attrazioni sono poche,
ma ognuna la diverte. La Herbert Hoover Library and Museum. La Sharpless
Auction. Le Amana Colonies. Le uscite dell’interstatale sembrano dei
personaggi in un romanzo sulla capricciosa e bizzarra aristocrazia del sud:
Wilton Muscatine, Ladora Millersburg, Newton Monroe, Altuna Bondurant...
Si sente invadere da qualcosa, un coraggio misterioso e bello. Non ha
risorse, solamente il nome di una destinazione, e nessuna vera indicazione su
cosa dovrà fare, una volta là. Fuori dall’auto, il paesaggio è desolato e artico,
e tutti i suoi beni materiali sono nel suo pensionato. Però ha una carta di
credito collegata a un esiguo fondo di guerra, un senso del destino che non
l’abbandonerà, e amici che può soltanto presumere siano molto altolocati.
Le ore passano come nuvole ondulate. Olivia sta percorrendo quel confine
piatto da agrimensore tra Des Moines e Council Bluffs, e ovunque guardi non
c’è nulla a parte distese interminabili di fieno ricoperte di ghiaccio, quando
con la coda dell’occhio scorge qualcosa che le fa un cenno. Si gira e vede un
autostoppista fantasma in piedi nella neve oltre il ciglio della strada a destra.
Agita più braccia di Visnu. Una di esse regge una bandiera che non riesce a
leggere.
Toglie il piede dall’acceleratore e preme sul freno. L’autostoppista si
trasforma in un albero talmente grande che potrebbe riempire un intero
vagone di quel treno della morte carico di legname nell’Indiana. Il tronco
solcato da crepe sale a spirale per decine di metri prima di zampillare in
diversi rami massicci. L’albero è in posizione arretrata rispetto
all’interstatale, una colonna contro il cielo, l’unica cosa più alta di una
fattoria nel giro di chilometri. Le presenze si agitano nel sedile del
passeggero. Mentre si affianca all’albero, Olivia distingue le parole dipinte
sull’insegna di legno appesa a un ramo enorme: ALLARME ALBERO LIBERO. Le
presenze fanno scorrere i loro ramoscelli sulla sua nuca.
Si accosta all’uscita successiva. Sotto il segnale di stop dove la rampa
d’accesso incontra una statale di contea, un poster verniciato a mano con gli
stessi caratteri simili a un rampicante le segnala di svoltare a destra. Una
seconda insegna, più avanti per mezzo miglio, la ridirige verso l’enorme
albero. Lungo la strada ondulata, l’Eden le balza davanti agli occhi – una
radura di latifoglie in fiore come se fosse maggio. È come una porta sul lato
di quella terra gelida e dimentica che dà accesso a un’estate nascosta.
Avvicinandosi di un centinaio di metri, la radura diventa il muro di un
vecchio granaio, trasformato da un fantastico trompe-l’œil. Si dirige sul
sentiero di ghiaia in una piazzola di sosta lungo il granaio e smonta dall’auto.
Si ferma a fissare il murale. Persino da vicino, l’illusione la lascia di stucco.
“È qui per l’insegna?”
Lei si gira. Un uomo in jeans e camicia a nido d’ape color bianco sporco
con i capelli che ricordano quelli di un profeta dell’Età del Bronzo la osserva.
Il suo fiato esala vapore. Le mani nude afferrano ognuna il gomito opposto.
Ha qualche anno in più di lei, triste e molto eccitato, spaventato di vedere una
cliente. La porta della fattoria qualche metro dietro di lui è aperta. L’albero
rimane a una certa distanza di fianco alla casa. Trova pazzesco il fatto che
qualcuno l’abbia piantato tanto tempo prima solo per attirare la sua
attenzione. “Sì. Credo sia possibile.”
È lì in piedi, tremante, pensando alla sua giacca a vento in auto. Lui la
scruta come se avesse intenzione di dileguarsi. Alza e abbassa il mento un
paio di volte. “Be’, è la prima.” Indica con un lungo dito il granaio dipinto, la
mano di una Crocifissione del Rinascimento. “Le va di dare un’occhiata alla
galleria?”
L’uomo la conduce su una lieve altura e si china per entrare nell’edificio.
Lo scatto di un interruttore rivela uno spazio metà letamaio di un senzatetto,
metà tomba faraonica. Talismani ovunque: totem, dipinti, e culto del cargo,
disposti su assi di legno compensato distese su dei cavalletti. Sembrano
l’opera di un panteista autistico del Neolitico, portate alla luce dagli scavi
archeologici.
Olivia scuote la testa, sconcertata. “Intende regalare questi lavori?”
“Una causa persa, vero?”
“Non capisco.” Vuole dire, È assurdo. Ma da quando ha cominciato a
sentire delle voci, la parola è diventata meno utile. Le viene in mente che
dovrebbe preoccuparsi, lì in mezzo al nulla insieme a un uomo che
passerebbe per un tizio bizzarro. Ma un’occhiata è sufficiente per appurare
quanto segue: la cosa più strana sul suo conto è la sua innocenza.
E l’arte è reale. Lei si piega verso un dipinto dalla misteriosa atmosfera
gotica. Persino alla luce fioca del granaio, l’immagine è abbastanza nitida. Un
uomo è coricato su un letto angusto, gli occhi fissi sulla punta di un ramo che
fa capolino dalla sua finestra, proprio davanti al suo viso. Su un’etichetta
adesiva verde sul pannello si legge $ 0. Olivia si sposta verso l’opera accanto.
È dipinta su un pezzo del pannello di una porta ritto su un fianco. Il pannello
inserito diventa a sua volta una porta, che apre su una radura attraverso un
folto groviglio di rami.
Olivia esamina il tavolo, tappezzato di opere con soggetti simili. Sempre
alberi, che s’insinuano anche attraverso i soffitti di ciò che a quanto pare
sembrano camere blindate, in cerca di obiettivi umani come sonde termiche.
In alcuni lavori, parole dipinte fluttuano sulle scene surreali. Albero
dell’evoluzione. Albero della vita. Diagramma ad albero. Su un altro tavolo,
quattro sculture di argilla nera oscillano come le mani di un morto che
riemerge dalla terra nel giorno del Giudizio Universale. Ogni opera ha
un’etichetta verde con scritto $ 0.
“Okay. Prima di tutto...”
“Gliene darò due al prezzo di una. Visto che è la mia prima cliente.”
Olivia posa il disegno che ha in mano e guarda il suo artefice. Ha le
braccia incrociate sul petto e le mani che afferrano le spalle come se si stesse
mettendo una camicia di forza prima che lo faccia il mondo. “Perché lo fa?”
Lui fa spallucce. “La merce gratuita sembra l’unica cosa che il mercato
riuscirà a reggere.”
“Dovrebbe vendere questi lavori a New York. Chicago.”
“Non mi parli di Chicago. Per due anni e mezzo ho realizzato disegni
anamorfici coi gessetti colorati sui marciapiedi di Grant Park. Sono stati
calpestati parecchio.”
Lei torce le labbra, in ascolto per cercare di trovare una direzione. Ma,
dopo averla condotta lì – ALLARME ALBERO LIBERO – le creature di luce
l’abbandonano. “Sono la prima che si è fermata?”
“Lo so! Cioè: chi non si fermerebbe per un’insegna così? La cittadina più
vicina è a venti chilometri di distanza, e vi abitano cinquanta persone.
Pensavo che avrei attirato soprattutto fuggiaschi. Lei non è una fuggiasca,
vero?”
Olivia deve pensare, capire cosa c’entra tutto quello con la missione che le
è appena stata assegnata. Passa da un tavolo all’altro. Surreali scatole di
Cornell piene di complessa merce di legno di contrabbando. Assortimento di
ceramica rotta, perline, e pezzi di pneumatici tagliati in modo da somigliare a
radici e viticci. I rami che l’hanno portata lì. “È tutta opera sua? E sono
tutte...”
“Del periodo della mia arte incentrata sugli alberi. Nove anni e due mesi.”
Lei scruta il suo viso in cerca della chiave che deve contenere. Magari è
lei ad avere la chiave per lui. Ma non sa neppure quale possa essere la
serratura. Si avvia verso di lui e l’uomo indietreggia con passo barcollante,
allungando una mano. Lei la prende, e si scambiano i nomi. Olivia
Vandergriff tiene per un attimo la mano di Nick Hoel, tastandola in cerca di
una spiegazione. Poi la lascia andare e rivolge l’attenzione nuovamente alle
opere. “Quasi un decennio? E tutto quanto è... alberi?”
Per qualche motivo, questa frase lo fa ridere. “Un altro mezzo secolo, e
sarò mio nonno.”
Lei lo guarda, perplessa. Come spiegazione, l’uomo la conduce verso un
tavolino da gioco sul lato della mostra. Le allunga un voluminoso libro fatto a
mano. Olivia lo apre alla prima pagina, che rivela il disegno di un giovane
albero realizzato a penna con una fanatica attenzione per i particolari.
“Lo sfogli.” Mima il suggerimento con le sue stesse dita.
Lei obbedisce. Quella cosa cresce vertiginosamente, diventando vera.
“Gesù! È l’albero che c’è qui fuori.” Un altro fatto che l’uomo non nega. Lei
continua a sfogliare. La simulazione è troppo accurata per essere il prodotto
della mera immaginazione. “Come li ha realizzati?”
“Da fotografie. Una al mese per settantasei anni. Provengo da una lunga
ed eminente generazione di ossessivi-compulsivi.”
Olivia sfoglia ancora qualche pagina. Lui osserva, nervoso, impaziente, il
proprietario di una piccola azienda sull’orlo della bancarotta. “Se c’è
qualcosa che le piace, posso confezionarglielo.”
“È la sua fattoria, questa?”
“Della mia famiglia allargata. L’hanno appena venduta, al diavolo e a tutti
i suoi affiliati.”
“E come riesce a vivere?”
L’uomo sogghigna e inclina la testa. “Sta facendo delle ipotesi azzardate.”
“Non ha nessun reddito?”
“Polizze di assicurazione sulla vita.”
“Le vende?”
“No. Mi sono mantenuto grazie a esse. Fino a questo momento.” Lui
guarda i tavoli con i ceppi come un banditore d’aste dubbioso. “Ho
trentacinque anni. Non ho il lavoro di una vita intera da ostentare.”
La confusione dell’uomo si irradia da lui come il calore da un fuoco a
legna. Lei lo avverte da due metri di distanza. “Perché?” La parola le esce
dalla bocca con più veemenza di quanto avesse in animo di fare.
“Perché darli in omaggio? Non so. Mi sembrava un’altra opera d’arte.
L’ultima della serie. Gli alberi regalano tutto, non è così?”
L’equazione la elettrizza. Arte e ghiande: entrambe prodighe offerte che
spesso prendono una strada sbagliata.
L’uomo lancia una fredda occhiata ai cavalletti e alle assi di legno. “Si
potrebbe chiamare una vendita di articoli a prezzi stracciati. No – una vendita
di funghi.”
“Cosa significa?”
“Ecco, venga.” Si avvia verso la porta del granaio. “Glielo farò vedere.”
Tagliano per il campo ricoperto di neve, oltre la casa. Olivia si ferma per
prendere la giacca a vento; lui indossa soltanto un paio di jeans e una camicia
di tessuto a nido d’ape. “Non ha freddo?”
“Sempre. Il freddo fa bene. La gente sta un po’ troppo al caldo.”
Nick la conduce lungo la proprietà, ed eccola là quella cosa gigantesca,
che si dispiega contro un cielo di porcellana. Una strana e splendida
matematica è sottesa allo sviluppo delle centinaia di rami, delle migliaia di
ramoscelli, dei diecimila rametti, una bellezza alla cui vista il granaio ricolmo
di arte l’ha già preparata.
“Non ho mai visto nulla di simile.”
“Poche persone su questa Terra hanno avuto il piacere.”
Dall’interstatale, non era riuscita a notare la grazia della figura imponente
e affusolata. Il modo in cui si innalza verso la prima, generosa spaccatura.
Non l’avrebbe notata, se non fosse stato per il libro che ha sfogliato
rapidamente.
“Che cos’è?”
“Un castagno. Le sequoie dell’est.”
La parola le fa accapponare la pelle. La conferma, per quanto non ne abbia
quasi bisogno. Superano il punto del terreno in cui l’acqua sgocciola
dall’estremità della chioma e passano sotto di essa.
“Adesso non ce ne sono più. Ecco perché non ne ha mai visto uno.”
Lui comincia il racconto. Di come il trisavolo di suo padre avesse piantato
l’albero. Di come il suo trisavolo avesse cominciato a fotografare, a inizio
secolo. Di come nel giro di qualche anno la ruggine fosse dilagata e avesse
cancellato l’albero più bello dell’America orientale. Di come questo
esemplare ribelle e solitario, ben lungi dall’essere contaminato, fosse
sopravvissuto.
Lei guarda in alto verso l’intrico di rami. Ognuno di essi costituisce uno
studio per un’altra di quelle sculture straziate nel granaio. È successo
qualcosa alla famiglia di quell’uomo: Olivia lo capisce come se lo stesse
leggendo dal manuale riassuntivo di una materia scolastica. E sono dieci anni
che lui abita in quella casa costruita dai suoi avi, realizzando opere d’arte da
un bizzarro e gigantesco sopravvissuto. Posa la mano sulla corteccia solcata
dalle crepe. “E col tempo lei si è... stufato di questo esemplare? È passato
oltre?”
L’uomo balza indietro, sconvolto. “No. Mai. È l’albero che ha chiuso con
me.” Gira intorno all’enorme tronco e raggiunge l’altro lato. Le lunghe dita
rinascimentali indicano ancora. Anelli secchi con macchioline arancioni si
diffondono da diversi punti lungo la corteccia. Lui preme contro le
macchioline. Al suo tocco, la loro superficie sprofonda leggermente.
Olivia tocca il tronco spugnoso. “Oh, merda. Ma che cos’è?”
“La morte, purtroppo.” Si allontanano dal dio morente. Si inerpicano a
passi lenti sulla altura in direzione della casa. L’uomo sbatte le scarpe contro
il gradino della porta sul retro, per togliere la neve. Fa un cenno verso il
granaio, la sua potenziale galleria. “Mi farebbe il piacere di prendere
un’opera o due? Renderebbe quella di oggi una bellissima giornata.”
“Prima le devo dire perché mi trovo qui.”

Prepara il tè sulla stufa nella cucina dove i suoi genitori e sua nonna
sedevano quella mattina del decennio prima quando lui li salutò per andare al
museo d’arte di Omaha. La sua ospite gli racconta la sua storia,
inframmezzata da smorfie e sorrisi. Descrive la notte della sua trasformazione
– l’hashish, il suo corpo nudo e umido, il fatale portalampada. Nick ascolta
seduto, arrossendo e lasciandosi assorbire da ogni sua descrizione.
“Non mi sento pazza. È questa la cosa strana. Ero pazza prima. So cosa
significa la pazzia. Questo invece significa... Non so. Come se alla fine avessi
davanti agli occhi l’ovvio.” Unisce le mani a forma di coppa sulla tazza di tè
bollente.
Il castagno morto la agita in un modo che non riesce del tutto a capire. È
giovane, libera, impulsiva, e investita di una nuova causa. Stando a qualsiasi
parametro affidabile, è più che leggermente sconvolta. Ma l’uomo desidera
che mantenga quello stato d’animo, e che continui a raccontargli teorie
assurde nella cucina per tutta la notte. C’è un ospite in casa. Qualcuno è
tornato dal regno dei morti. “Non sembra pazza,” mente lui. O comunque non
una pazza pericolosa.
“Mi creda, so l’impressione che do. Resurrezione. Coincidenze bizzarre.
Messaggi provenienti da televisori all’interno di un negozio all’ingrosso di
articoli scontati. Creature di luce che non riesco a vedere.”
“Be’, se la mette così...”
“Però c’è una spiegazione. Deve esserci. Magari è solo il mio subconscio,
che alla fine presta attenzione a qualcosa di diverso da me. Forse qualche
settimana fa ho sentito parlare di quegli ambientalisti, prima che mi
fulminassi, e adesso li vedo ovunque.”
Lui sa cosa vuol dire prendere ordini dai fantasmi. È rimasto da solo per
talmente tanto tempo, a disegnare il suo albero morente, che non oserebbe
contraddire le teorie di nessuno. Non esiste nessuna stranezza più strana di
quella delle creature viventi. Lui ridacchia, masticando il pennino. “Negli
ultimi nove anni ho realizzato dei gingilli magici. I segnali segreti sono il mio
linguaggio.”
“Ecco cosa non capisco.” Gli occhi di Olivia lo implorano di avere pietà.
Il suo tè, il vapore sul suo viso, le regioni selvagge dell’Iowa innevato: una
storia così antica e vasta che lei non riesce a capire. “Sto guidando lungo la
strada e vedo la sua insegna, appesa a un albero che sembra...”
“Be’, sa, se si spinge abbastanza lontano...”
“Non so. Non so cosa credere. È stupido credere qualsiasi cosa. Abbiamo
sempre, sempre torto.”
Lui si vede dipingere quel viso con luminosi colori di guerra.
“Può chiamarla in qualunque modo voglia. C’è qualcosa che sta cercando
di attirare la mia attenzione.”
Qualcuno pensa che tutte le sue ricerche sul Castagno degli Hoel
dell’ultimo decennio possano avere un qualche significato. Per Nick è
sufficiente. Fa spallucce. “È impressionante quanto le cose diventino
pazzesche, una volta che cominci a guardarle.”
Passa dall’angoscia alla convinzione in zero secondi. “Ecco cosa sto
dicendo! Cos’è più pazzesco? Credere che nelle vicinanze potrebbero esserci
delle presenze di cui non siamo a conoscenza? O abbattere le ultime, vecchie
sequoie sulla Terra per costruire rivestimenti di ponti e scandole?”
Alza un dito e chiede scusa prima di andare di sopra. Torna di sotto con
un vecchio atlante stradale e tre volumi di uno scaffale di enciclopedie che
suo nonno aveva comprato da un commesso viaggiatore nel 1965. In verità,
c’è davvero una città di nome Solace, California, in mezzo agli alberi alti. In
realtà, ci sono sequoie alte tre piani e antiche quanto Gesù. Pazzesca è quella
specie che non è affatto minacciata. Lui la guarda; il viso di Olivia arde di
intenzione. L’uomo vuole seguirla ovunque la sua visione la porti. E quando
quella visione si affievolisce, vuole seguirla ovunque sarà la sua successiva
destinazione.
“Non ha fame?” chiede lei.
“Continuamente. La fame fa bene. La gente dovrebbe avere sempre
fame.”
Lui le prepara il porridge con formaggio fuso e peperoni piccanti. Le dice,
“Ho bisogno di pensarci di notte.”
“Lei è come me.”
“In che senso?”
“Riesco ad ascoltare meglio me stessa quando sto dormendo.”
La sistema nella camera dei suoi nonni, in cui non entrava dal Natale del
1980, tranne che per pulire. Lui dorme dabbasso, nel bugigattolo della sua
infanzia, sotto le scale. E ascolta tutta notte. I suoi pensieri si diffondono in
ogni direzione, cercando la luce. Si rende conto che non c’è nient’altro nella
sua vita che possa essere definito nemmeno lontanamente un progetto.
Quando si sveglia, lei è in cucina, con indosso dei nuovi vestiti presi in
auto, intenta a cercare di ricavare dei pancake dalla farina che lui ha lasciato
infestare. L’uomo si siede al tavolo al centro nella sua vestaglia di flanella.
La sua voce urta contro le parole. “Devo sgombrare questa casa entro la fine
del mese.”
Olivia fa un cenno verso i pancake. “Si può fare.”
“E devo disfarmi della mia arte. A parte ciò, ho una finestrella libera sul
calendario per il resto dell’anno.”
Nick guarda fuori dalla finestra della cucina con tanti vetri. Il cielo che
s’intravede tra i rami del Castagno degli Hoel è talmente sommerso dal blu
che sembra sia stato spalmato con i colori a dita da uno scolaro delle
elementari.

La primavera ritorna per Mimi Ma, la prima senza suo padre. I meli
selvatici, i peri, i siliquastri e le sanguinelle esplodono di rosa e di bianco.
Ogni petalo crudele sembra deriderla. Soprattutto i gelsi le fanno venir voglia
di appiccare il fuoco a tutto ciò che fiorisce. L’uomo non vedrà nemmeno una
parte di quell’abbagliamento. Eppure sono prorompenti, i colori crudeli e
indifferenti dell’Adesso.
Una seconda primavera incalza la prima, e poi una terza. Il lavoro la
rinvigorisce, oppure sono i fiori che cominciano a indebolirsi. Entro maggio,
il suo conto di Frequent Flyer raggiungerà il livello Platinum. La mandano in
Corea. La mandano in Brasile. Impara il portoghese. Impara che la gente di
ogni razza, colore e credo ha un ardente e illimitato desiderio di forme
personalizzate in ceramica.
Si dà alla corsa, all’escursionismo, alla bicicletta. Si dà al ballo da sala,
poi al jazz, seguito dalla salsa, che la porta a mettere una croce su tutti gli
altri generi di ballo. Si dà al bird-watching, e di lì a breve ha un elenco che
comprende centotrenta specie osservate. La ditta la promuove a responsabile
di settore. Segue un corso sull’arte rinascimentale, corsi serali in poesia
moderna, tutta quella roba dell’università di Holyoke che aveva respinto per
diventare un ingegnere. L’obiettivo è quasi patriottico: avere campo libero.
Avere tutto. Essere tutto.
Una collega la convince a giocare a hockey nel campionato interno
dell’ufficio. Ben presto, non le basta nemmeno quello. Gioca a poker con
uomini in quattro continenti e va a letto con uomini in due. Trascorre una
settimana a San Diego con una ragazza dagli appetiti sorprendentemente vari
e le spezza il cuore, nonostante il loro accordo aperto e franco. Si innamora
perdutamente di un tizio sposato di un’altra squadra di hockey che dimostra
davvero tanta delicatezza quando la blocca contro i bordi della pista. Si
incontrano una volta, a Helsinki, a dicembre, per un magico periodo
alternativo di tre giorni immersi nell’oscurità in pieno meriggio. Non lo
rivede più.
Per poco non si sposa. Subito dopo, non ricorda come abbia fatto a essere
stato a un passo dal succedere. Compie trent’anni. Poi (ingegnere affidabile)
trentuno, trentadue. Durante il sonno, attraversa continuamente aeroporti
epici, in mezzo a moltitudini pullulanti, quando sente il suo nome venire
annunciato dall’altoparlante.

L’azienda la trasferisce nel quartier generale. L’aumento di novemila


dollari non produce alcun effetto su di lei se non quello di stimolarle la
bramosia, ancora una volta. Ma passa da un cubicolo nel reparto della
produzione a un ufficio ad angolo con una finestra a tutta parete affacciata su
una pineta che nella sua testa diventa per qualche motivo la destinazione alla
fine di un viaggio in auto molto lungo con la famiglia. La versione più intima
e piccola del mondo di una riserva naturale.
Arreda l’ufficio con degli oggetti che sua madre non sa che le ha rubato.
Una valigia ricoperta di gagliardetti – CARNEGIE INSTITUTE, GENERAL
MEIGS, UNIVERSITY OF NANKING. Un baule con un nome
impronunciabile stampinato in superficie. Incorniciata sulla sua scrivania c’è
una foto di due persone, presumibilmente i suoi nonni, con in mano una
fotografia dei loro tre inspiegabili nipoti. Accanto, c’è una copia della stessa
foto-dentro-a-una-foto: tre bambine di razza indefinibile sedute su un divano
in modo composto, atteggiandosi a persone originarie di Wheaton. La più
grande sembra pronta a conquistare un senso di appartenenza a suon di
minacce e di prepotenze. Pronta a prendere a cazzotti chiunque pensi sia
senza speranze.
Attorno ai muri dell’ufficio, come un fregio classico, si dipana il rotolo
del padre. È inopportuno esporre i dipinti persino ai minuscoli raggi di sole
del nordest che filtrano dalla finestra a tutta parete. Inopportuno applicare un
adesivo al supporto di opere d’arte così antiche e rare. Inopportuno lasciare
incustoditi lavori così preziosi quando chiunque del turno di notte potrebbe
arrotolare e infilare nella tasca di un grembiule da lavoro. Inopportuno
appendere quella cosa dove le fa tornare in mente il suicidio di suo padre,
ogni volta che alza gli occhi.
La gente che entra nel suo ufficio per la prima volta fa sempre domande
sui piccoli Buddha sulla soglia dell’Illuminazione. Sente la voce di suo padre,
il giorno che le aveva mostrato il rotolo per la prima volta. Questi uomini?
Passano l’esame finale. Ci sono momenti in cui, seduta alla scrivania, forte di
un travolgente successo professionale, distoglie lo sguardo dalle fatture e dai
preventivi e lo rivolge al rotolo vedendosi raggiungere lo stesso livello del
padre. Quando la sensazione di annegamento preme sotto i suoi seni, guarda
fuori dalla finestra verso la pineta, dove tre bambine scatenate e con un
fugace momento di libertà raccolgono pigne scambiate come monete sulla
riva di un lago antico. A volte riesce quasi a calmarsi. A volte riesce quasi a
vedere l’uomo che si accovaccia a scrivere tutto quello che c’è da dire su
quell’area di campeggio nel suo ampolloso taccuino.
I suoi colleghi usano il suo ufficio come sala mensa, durante pranzi in cui
lei non sta mangiando uova vecchie di mille anni. Quel giorno, il suo menu
prevede panino al pollo, pertanto il luogo è sicuro per tutte le etnicità. Tre
altri dirigenti e un punk del quartier generale entrano in massa per un giro di
Up and Down the River con una posta di un centesimo. Mimi ci sta. Ci sta
sempre ai giochi che comportano un rischio inutile e un momentaneo oblio.
L’unica condizione che richiede è che abbia la Sedia del Comandante.
“Cos’è esattamente che comanda, Capitano?”
Lei fa un cenno verso la finestra. “Questa vista.”
Gli altri giocatori sollevano lo sguardo dalle carte. Socchiudono gli occhi
e fanno spallucce. Okay: un piccolo viale al di là del parcheggio poco
profondo, gremito di alberi. Gli alberi sono ciò che il nordest sa fare. Alberi
ovunque a ogni quota, che si escludono a vicenda, si insinuano, chiudono il
cielo.
“Pini?” tira a indovinare il vicepresidente del marketing.
Un direttore del Controllo Qualità che ambisce al lavoro di Mimi dichiara,
“Pini gialli.”
“Il pino giallo di Willamette Valley,” dice l’Enciclopedia Ambulante,
direttore del settore Ricerca e Sviluppo.
Le carte scivolano sul tavolo dell’ufficio. Pile di centesimi cambiano
mani. Mimi tasta col dito il suo anello di giada. Lo indossa con l’intaglio
verso l’interno, di modo che nessuno sia tentato di mozzarle il dito per
rubarglielo. Dà un’avvitata all’anello. Il gelso nodoso di Fusang – l’albero
che lei scelse quando le sorelle si spartirono gli averi del padre – ruota
intorno al suo dito. Il suo palmo a forma di coppa si rivolge verso il mazziere,
tutto affaccendato. “Forza. Dammi qualcosa con cui possa lavorare, suvvia.”
Viene eliminata un’altra volta. Alza di nuovo gli occhi. L’azzurro
meriggio inonda il suo bosco privato. Il sole crea un’esplosione a raggiera nel
verderame degli aghi, un migliaio di candelabri di luce astrale. Le grosse e
arcaiche placche dei tronchi assumono sfumature arancioni, terracotta e
cannella. L’uomo del Controllo Qualità, che ambisce al suo lavoro, dice, “Hai
mai annusato la corteccia?”
“Vaniglia,” dice il tizio del Controllo Qualità.
“È il pino di Jeffrey,” annuncia l’Enciclopedia Ambulante.
“Guarda un po’ chi fa l’esperto. Ancora!”
“Non vaniglia. Trementina.”
“Te l’assicuro,” dice il tizio del Controllo Qualità. “Pino giallo. Vaniglia.
Ho fatto un corso.”
L’Enciclopedia Ambulante scuote il capo. “No. Trementina.”
“Qualcuno vada ad annusare le crepe.” Risatine sparse.
Il tizio del Controllo Qualità sbatte la mano sul tavolo. Le carte
sobbalzano sulla superficie e i centesimi cadono. “Dieci dollari.”
“Ora sì che si ragiona!” esclama il punk delle Risorse Umane.
Mimi è già a metà strada verso la porta prima che qualcuno si renda conto
di quello che sta succedendo.
“Ehi! Stiamo facendo una partita.”
“Dati,” risponde la figlia ingegnere col padre ingegnere. Pochi passi ed è
già fuori. L’odore la investe prima di raggiungere gli alberi – il profumo della
resina e le vaste distese occidentali. L’odore puro degli unici giorni
incontaminati della sua infanzia. Anche la musica degli alberi, che accorda il
vento. Mimi ricorda. Il naso s’infila dentro una di quelle buie fessure tra le
placche piatte color terracotta. Si lascia assorbire da quell’odore, una zaffata
devastante di duecento milioni di anni prima. Non riesce a immaginare cosa
dovesse stimolare quel profumo. Ma in quel momento ha un effetto su di lei.
Controllo della mente. Non è né vaniglia né trementina, ma arricchito delle
parti migliori di entrambi. Un’iniezione di caramello spirituale. Un
bastoncino di incenso all’ananas. Non ha nessun altro odore se non il suo,
pungente e sublime. Lei inspira, occhi chiusi, il vero nome dell’albero.
È in piedi con il naso nella corteccia, in un gesto di ostinata intimità.
Rimane lì a lungo inalando dosi di profumo, come il paziente di una casa di
riposo che si somministra la morfina. Sostanze chimiche si precipitano giù
per la trachea, raggiungono le varie zone del corpo attraverso il flusso
sanguigno, e infine oltrepassano la barriera emato-encefalica entrando nei
suoi pensieri. L’odore avvolge il suo tronco encefalico finché Mimi e l’uomo
deceduto non stanno pescando fianco a fianco, all’ombra del pino dove i
pesci vanno a nascondersi, nel parco nazionale più recondito della sua anima.
Una donna che sta passando di lì sul marciapiede la vede annusare la
corteccia e si domanda se non possa trattarsi di un’emergenza. In uno stato di
beatitudine scatenato dai ricordi e dai composti chimici organici, Mimi la
tranquillizza con un’occhiata. In ufficio, i suoi compagni di sfide a carte, in
piedi davanti alla finestra a filo pavimento, la stanno guardando come se
fosse diventata pericolosa. Lei si piega di nuovo verso l’albero, lasciandosi
assorbire un’ultima volta da quel profumo innominabile. Con gli occhi chiusi,
rievoca l’arhat sotto il suo pino, quel lieve sorriso sulle sue labbra mentre
oltrepassa il limite e raggiunge una completa accettazione della vita e della
morte. Si sente pervadere da qualcosa. La luce si fa più intensa; l’odore più
pungente. L’estraniamento la fa fluttuare verso l’alto, tenuta a galla dalle
maree della sua infanzia. Si scosta dal tronco con un senso profondo di
benessere. È proprio così? Sono là? Legata all’albero vicino c’è un’altra
insegna fatta a mano:

Assemblea cittadina! 23 maggio!


Si sposta verso il poster per leggere. La città ha dichiarato che l’accumulo
di aghi e di corteccia morta costituisce un rischio di incendio e che gli alberi
sono troppo vecchi e costosi da ripulire, anno dopo anno. Intendono
rimpiazzare i pini con delle specie più pulite e sicure. Le forze contrarie alla
rimozione hanno richiesto un’udienza pubblica.

Vieni a far conoscere le tue opinioni!


Vogliono tagliare gli alberi. Volge lo sguardo verso l’ufficio dall’altra
parte della strada. I suoi colleghi premono contro il vetro, ridendo di lei.
Agitano le mani. Danno qualche colpetto contro la finestra. Uno di loro le
scatta una foto con una macchina usa e getta. Il suo naso si riempie delle
fragranze di un sacchetto profumato che va al di là della crudezza delle
parole. Chiamatelo ricordo. Chiamatela predizione. Vaniglia, ananas,
caramello, trementina.

Un uomo di quasi quarant’anni allunga alcune monete in argento da un


dollaro nel posto di ristoro Spar, all’uscita dalla statale 212, non lontano da
una città con il nome appropriato di Damascus, Oregon. “Festeggiamo,
accidenti. Bisogna farlo con una birra.”
La richiesta viene accolta. “Che diavolo festeggiamo, Rockefeller?”
“Il mio albero numero cinquantamila. Nove ore al giorno, sotto il sole o la
pioggia, cinque giorni e mezzo alla settimana, per ogni mese di
piantumazione, per quasi quattro anni.”
Applausi sparsi e un grido acuto. Tutti i presenti manifestano il loro
desiderio di fare un brindisi.
“Un lavoraccio niente male per un vecchietto.”
“Hai già la protesi nella regione lombare?”
“Lo sai che tanto li taglieranno di nuovo, tempo un paio d’anni.”
La gratitudine di avventori sconosciuti, a cui è stato offerto da bere.
Douglas Pavlicek sorride e sopporta. Impila altre venti monete d’argento da
un dollaro sull’angolo di un tavolo da biliardo e brandisce per aria il bastone
con il manico di acero duro come la pietra, invitando tutti quanti. Di lì a
breve, due accettano la sfida, Dum e Dee.
Giocano alle Tre Palle, a rotazione. Douglas versa in uno stato che va ben
oltre il pietoso. Quattro anni passati ad avanzare goffamente lungo la melma,
le scorie, e il fango, a piegarsi e a piantare, hanno minato il suo sistema
nervoso, rovinato la sua gamba malandata, lasciandolo con un tremore
registrato dai sismometri nella Bay Area. Dum e Dee si sentono quasi in
colpa, a prendere i suoi soldi, triangolo dopo triangolo, inning dopo inning,
buca dopo buca. Ma Douggie sa cosa significa vivere nella grande città,
tracannando piscio di cane schiumoso e ricordando la gioia di una compagnia
anonima. Quella notte dormirà in un letto. Farà una doccia calda.
Cinquantamila alberi.
Dum imbuca tutte e tre le palle al primo colpo di stecca. È la seconda
volta che gli succede, quella sera. Magari sta posizionando le biglie nel
triangolo per una vittoria istantanea. A Douglas Pavlicek non importa. Poi
Dee completa in quattro colpi di stecca.
“Allora. Cinquantamila alberi,” dice Dum, soltanto per distrarre Douggie,
che sta già facendo abbastanza sforzi senza dover pure sostenere a livello
cognitivo il peso di portare avanti una conversazione.
“Sì. Potrei anche morire in questo momento, e sarei in vantaggio.”
“Come fai con le donne, là fuori?”
“Vengono tante donne a difendere gli alberi. Vacanze estive per molte di
loro. Ogni motivo è buono.”
Distratto da ricordi felici, imbuca la bilia bianca. Persino quello vale una
risata.
“Per chi stai piantando?”
“Per chiunque mi paghi.”
“Un sacco di nuovo ossigeno là fuori, ed è merito tuo. Un sacco di gas
serra messo a dormire.”
“La gente non ha idea. Lo sai che fanno lo shampoo con il legno? Il vetro
infrangibile? Il dentifricio?”
“Non lo sapevo.”
“Il lucido da scarpe. Il condensante per il gelato.”
“Edifici, vero? Libri e cose del genere. Barche. Mobili.”
“La gente non ha idea. Ancora l’Età del Legno. La roba più economica di
valore inestimabile che ci sia mai stata.”
“Amen, amico. Venti dollari per un altro giro?”
Giocano quattro ore. Douggie, che riesce a bere senza conseguenze
apparenti, li batte a un passo dal baratro. Dee e Dum finiscono il loro turno,
sostituiti da nuovi arrivati, Tizio e Caio. Doug offre un altro giro, spiegando a
quelli del turno di notte quello che stanno festeggiando.
“Cinquantamila alberi. Uh!”
“È un buon inizio,” dice Douglas.
Caio ha forti probabilità di vincere il premio del più grosso stronzo della
serata. Della settimana, addirittura. “Odio fare il guastafeste, amico. Ma sai
che soltanto dalla British Columbia escono due milioni di camion che
trasportano il legno? Solo da quello stato! Dovresti piantare per, tipo, quattro
o cinque secoli soltanto per –”
“Okay. Continuiamo a tirare, forza.”
“E quelle compagnie per le quali pianti? Ti rendi conto che migliorano la
loro reputazione di bravi cittadini ogni piantina che interri? Ogni volta che ne
conficchi una nel terreno, loro sono autorizzati ad aumentare la quantità di
tronchi che si possono tagliare annualmente.”
“No,” dice Douglas. “Non può essere giusto.”
“Oh, è giusto, giustissimo. Stai interrando dei bebè di modo che possano
uccidere i nonni. E quando le tue pianticelle spunteranno, diventeranno delle
morie per le monocolture. Ristorantini col drive-through per gongolanti
parassiti.”
“Okay. Chiudi quel cazzo di bocca, per favore.” Douglas alza la stecca,
poi la testa. “Hai vinto, amico. La festa è finita.”

L’indomani, Mimi abbandona il gioco di carte del mezzogiorno. Consuma


il pranzo al fresco, sotto i pini.
“Possiamo usare lo stesso il tuo ufficio?” chiede il punk delle Risorse
Umane.
“Tutto vostro. Giocate fino al rimbambimento.”
Lei si mette a sedere, la schiena contro i tronchi arancioni. Guarda in alto
verso i bagliori di luce che penetrano dalla calotta di aghi. Imita l’arhat,
aspetta, respira. È così che aveva fatto il principe indiano Siddhārtha, quando
la vita lo abbandonò e i suoi piaceri svanirono. Si mise a sedere sotto il
peepul – un Bo, Ficus religiosa – e fece voto di non alzarsi più finché non
avesse capito cosa voleva la vita da lui. Passò un mese, poi un altro. E infine
si svegliò dal sogno dell’umanità. Le verità ardevano nella sua testa, così
semplici, nascoste alla luce del sole. In quel momento, l’albero sopra il nuovo
Buddha, le cui talee crescono ancora da una parte all’altra del globo, fiorì, e i
fiori si trasformarono in paffuti fichi viola.
Mimi non aspetta niente di così grandioso, nemmeno un centesimo
grandioso quanto quella storia. In realtà, non aspetta proprio nulla – o aspetta
un nulla sufficiente per perdersi dentro di esso. Quel profumo innominabile –
è tutto quello che vuole. Quel boschetto. Quel profumo di duecento milioni di
anni. La sua famiglia nella condizione migliore di massima libertà, la loro
patria. Pescare di nuovo, a fianco dell’unico uomo che l’abbia mai
conosciuta, nella corrente di un fiume che non è perduto.
Una donna che spinge un passeggino doppio con un carico di due gemelli
si siede per un attimo su una panchina vicina. “Bel posticino ombreggiato,”
dice Mimi. “Lo sa che il comune li vuole abbattere?”
La sta buttando sulla politica. Vuole istigare. Lei odia gli istigatori, il
modo in cui diventano sempre aggressivi per cose che non hanno niente a che
fare con te. Un attimo dopo, informa la donna spaventata dell’assemblea
cittadina, il ventitré. E lo spettro di suo padre appare lì in piedi, non lontano,
sotto i suoi pini, e le sta rivolgendo un sorriso.

Douglas Pavlicek si sveglia mentre Mimi riempie i polmoni un’ultima


volta e torna alla climatizzazione. Gli ci vuole un altro breve, eterno attimo
per rendersi conto di essere nella sua camera di motel, quella che ha affittato
dopo aver buttato via duecento dollari in birre e averne persi altri cento al
gioco delle Tre palle. Niente di tutto quello però lo fa sussultare. Quel
pomeriggio, la paura con cui si è svegliato è più concreta. Tutta la sua ansia
riguarda la quantità di tronchi che si possono abbattere annualmente, e il
dubbio se, negli ultimi quattro anni, si sia lasciato abbindolare sprecando la
sua vita, o peggio.
Ha mancato di quattro ore la colazione continentale gratuita. Ma l’addetto
alla reception gli vende una spremuta d’arancia, una barretta di cioccolato e
una tazzina di caffè, tre regali del mondo vegetale che lo portano alla
biblioteca pubblica. Una volta là, trova un bibliotecario che lo aiuta nella
ricerca. L’uomo tira giù dagli scaffali diversi volumi di politica e di
regolamento, e insieme cominciano la ricerca. La risposta non porta a nulla di
buono. Caio, quel bastardo arrogante, aveva ragione. Interrare delle
pianticelle non ha portato a nulla se non a dare il via libera a tagli più
imponenti. È ora di cena quando Douggie accetta quel fatto come verità
incontestabile. Non ha mangiato nulla in tutto il giorno dopo quei tre regali.
Ma l’idea di mangiare ancora – in qualunque momento – gli provoca un
senso di nausea.
Ha bisogno di camminare: l’unica cosa sensata che è rimasta da fare.
Quello che veramente vuole è precipitarsi fuori verso il pendio brullo di un
colle e riportare il futuro nel terreno. È ciò che i suoi muscoli conoscono,
specie quel grandissimo muscolo del suo inventario – la sua anima. Una pala
e una borsa a tracolla piena di reclute verdi. Ciò che, fino a quel giorno,
pensava fosse speranza.
Cammina per tutta la sera, fermandosi soltanto per soddisfare le esigenze
del corpo: un hamburger, che, durante la discesa, trascura le sue papille
gustative. La notte è mite e l’aria talmente leggera che per mezzo chilometro
si dimentica della sua paura di cadere nel vuoto. Però non riesce a trattenere
le domande: E adesso cosa faccio, per i prossimi quarant’anni? Qual è il
lavoro che l’efficienza dell’umanità unita non può tritare in puro
fertilizzante?
Cammina per ore e chilometri, costeggiando la downtown di Portland e
inoltrandosi in un tranquillo quartiere con edifici di varie tipologie, attirato da
un profumo cui non riesce a dare un nome. Si ferma in un negozio d’angolo
per comprare una bottiglia di succo verdognolo, che beve mentre legge gli
avvisi sulla bacheca accanto all’uscita del negozio. Scomparso gatto molto
intelligente. Riequilibrare il quoziente d’intelligenza. Telefonate interurbane
a buon mercato. E poi:

Assemblea cittadina! 23 maggio!


Un retaggio di follia nel cervello della sua specie non si accorda né si
integra con gli altri. Lui domanda al ragazzo alla cassa dove si trova il parco
in questione. Il ragazzo fa un’espressione come se un topo gli avesse
morsicato il naso. “È troppo lontano per arrivarci a piedi.”
“Mettimi alla prova.” Viene fuori che Douggie l’ha oltrepassato mentre
era diretto lì. Inverte la marcia sulla strada da cui era arrivato. Sente il
profumo del parchetto in formato mignon prima di vederlo – come una fetta
della torta di compleanno di Dio. Gli alberi dal destino segnato hanno tutti
quanti tre aghi per ogni fascio, grande placche arancioni. Vecchi amici. Si
accampa su una panchina sotto i pini. Si lascia confortare dagli alberi. È buio,
ma il quartiere sembra un luogo sicuro. Più sicuro che trasportare carichi
sulla Cambogia. Più sicuro di molti bar in cui si è addormentato. Gli
piacerebbe addormentarsi lì. Fanculo la fattibilità e gli obblighi vincolanti. Si
conceda a un uomo una notte all’aperto, senza alcuna interferenza tra il suo
capo nudo e la pioggia di semi. Gli sovviene che al ventitré, giorno
dell’assemblea cittadina, mancano soltanto quattro giorni.
Il suo sogno, quando sopraggiunge, è più vivido di quanto sia mai stato
per anni. Questa volta, l’aereo precipita nella foresta khmer. Il Capitano
Straub viene infilzato da qualche pernicioso arbusto che Douglas non riesce a
vedere. Levine e Bragg atterrano nei paraggi, ma Douglas non riesce a
raggiungerli, e dopo un po’ smettono di rispondere alle sue urla. Lui è di
nuovo da solo, e si rende conto di trovarsi in una città simile a una versione
stravagante di Portland, inghiottita interamente da un unico baniano. Si
sveglia al rumore di elicotteri che rastrellano la volta della foresta,
illuminando con i riflettori e cercando di rintracciarlo.
Quella notte, gli elicotteri diventano dei camion. Molti uomini escono in
massa, dotati di ogni genere di attrezzatura. Per un attimo, sono ancora
soldati semplici, venuti a immolare il villaggio di Douggie in un finale
scontro a fuoco. Poi si sveglia abbastanza da vedere le motoseghe portatili.
Controlla l’orologio: un po’ dopo la mezzanotte. Sulle prime pensa di aver
dormito per quattro giorni. Si mette in posizione verticale e si prepara a fare
una ricognizione.
“Ehi!” Si avvicina all’attrezzatura lanciata dagli elicotteri. “Salve!” Gli
operai dotati di caschi di protezione indietreggiano, come per allontanarsi da
un pazzo. “Non vi state sistemando qui, giusto?”
Gli uomini continuano a lavorare, rifornendo di benzina gli apparecchi.
Recintando la zona con il nastro adesivo. Posizionando l’autogru a cestello
simile a un dinosauro e abbassando i suoi sostegni.
“Avete commesso un errore o qualcosa del genere. L’udienza è tra
qualche giorno. Leggete il manifesto.”
Una specie di caposquadra gli si avvicina. Non esattamente minaccioso. Il
termine giusto è autorizzato. “Signore, dovremo chiederle di andarsene prima
che cominciamo a tagliare.”
“Avete intenzione di tagliare? Ma è buio pesto.” Naturalmente, però, non
lo è. Non dopo aver sistemato file doppie di lampade trasportandole su un
carrello. Non è più buio pesto. E poi coglie il senso civico. “Aspettate un
attimo.”
“Disposizioni comunali.”
“Disposizioni comunali? Cosa diavolo significa?”
“Significa che deve allontanarsi. Al di là del nastro adesivo.”
Douglas si avvia di scatto verso gli alberi dal destino segnato. La mossa
lascia tutti di stucco. Ci vuole un attimo perché gli operai muniti di casco si
lancino al suo inseguimento. Lui si è appena arrampicato su uno dei tronchi
quando viene raggiunto. Gli uomini gli afferrano i piedi. Qualcuno lo
colpisce con il lungo manico di un coltello da potatura. Douglas finisce al
suolo atterrando con la gamba malconcia.
“Non fatelo. È una follia.”
Due addetti all’abbattimento degli alberi lo immobilizzano a terra fino a
quando non fa capolino la polizia. È l’una del mattino. Un altro crimine
contro la proprietà pubblica, perpetrato mentre la città dorme. Questa volta le
accuse contro di lui sono disturbo dell’ordine pubblico, impedimento
dell’attività pubblica, e resistenza all’arresto. “Pensa sia divertente?”
domanda l’agente che lo sta ammanettando.
“Mi creda, lo penserebbe anche lei.”
Alla stazione sulla Seconda, gli chiedono il suo nome. “Prigioniero 571.”
È necessario estrargli con la forza il portafogli dai jeans per ottenere le sue
vere generalità. E lo devono isolare, per evitare che istighi gli altri criminali
alla rivolta.

Sette del mattino. Mimi arriva presto in ufficio. Un ordine argentino di


ventole per pompe centrifughe è andato a monte. Posa il caffè, accende le luci
in alto, avvia il computer, e aspetta di connettersi alla rete LAN aziendale. Si
gira per dare un’occhiata fuori, e lancia un urlo. Dove dovrebbe esserci il
fogliame, c’è solamente una distesa di cumulonembi grigiazzurri.
Nel giro di un paio di minuti, raggiunge il terreno brullo, gli alberi che
guardava per avere un attimo di pace e di ricordi. Non si è nemmeno
cambiata le scarpe da ginnastica con quelle scollate. La radura ordinata nega
il fatto che ci sia mai stato qualcosa. Non è rimasto neppure un tronco, né un
ramo. Soltanto segatura e aghi sparsi qua e là attorno ad avanzi di fusti lisci
appena tagliati, a livello del terreno. Legno giallo-arancione esposto all’aria,
linfa che sale sul margine più esterno degli anelli – un anello dopo l’altro,
molti più anelli di quanti ne abbia visti in anni.
E il profumo, l’odore dell’attesa e della perdita, di pino appena tagliato. Il
messaggio, la droga che ha messo in moto il suo cervello, ora condensato,
palesato nella morte. Comincia a piovigginare. Mimi chiude gli occhi. Si
sente pervadere dall’indignazione, dalla meschinità dell’uomo, un senso di
ingiustizia più grande della sua intera vita, la vecchia perdita che non avrà
risposta, mai e poi mai. Quando riapre gli occhi, le verità si precipitano
dentro la sua testa. Come l’Illuminazione, ma senza il bagliore.

L’evoluzione non tarda ad arrivare. Neelay termina la sua epopea spaziale.


C’è una parte del ragazzo allampanato nella futuristica sedia a rotelle che
vuole ancora regalare il gioco. Però arriva un momento, come accade sempre
anche nel gioco, in cui bisogna trasformare la propria attività stagnante in un
flusso di reddito.
Per pubblicare il videogioco ha bisogno di un’azienda, anche soltanto una
fittizia. Il suo quartier generale aziendale è il suo appartamentino a piano
terra con la rampa d’accesso vicino a El Camino a Redwood City. L’attività
ha bisogno di un nome, anche se l’intera squadra di lavoro si riduce a uno
storpio americano di origini indiane di poco più di vent’anni che si muove in
sedia a rotelle come un fascio di rametti in un carrettino tirato da un cane. Ma
dare il nome a un’azienda si rivela più difficile che codificare un pianeta. Per
tre giorni, Neelay si trastulla con parole macedonia e neologismi, che si
rivelano tutti quanti non all’altezza o già scelti. Lui sta succhiando la sua cena
– uno stecco di cannella – e fissando alcuni fogli di carta intestata falsificati
quando la parola Redwood sbuca dal suo indirizzo, quello del mittente. È
come se qualcuno gli sussurrasse l’ovvia risposta all’orecchio. Usando un
programma di disegno, riproduce un logo – un’imitazione dell’albero
spaventoso di Stanford. E così nasce la Sequoia Sempreverde.
Chiama la prima uscita del nuovo marchio Le profezie silvestri. Con il
software all’avanguardia DTP, crea uno slogan pubblicitario. In cima alla
pagina, centra la scritta:
UN PIANETA DEL TUTTO NUOVO È LÌ FUORI CHE VI ASPETTA

Poi Neelay pubblica lo slogan sul retro di fumetti e di riviste di


informatica in tutto il paese. Una piccola ditta di dischetti a Menlo Park
sforna tremila floppy. Lui assume due ex amici di Stanford per portare il
gioco nei negozi su e giù per entrambe le coste. In capo a un mese, Le
profezie silvestri sono esaurite. Neelay duplica altri dischetti. Fanno il tutto
esaurito un’altra volta. È sbalordito dal fatto che tanti dispositivi soddisfino i
requisiti minimi del gioco. Il passaparola continua a diffondersi. Entrano i
guadagni, e di lì a breve si ritrova con una mole di lavoro troppo grossa da
gestire.
Per cinque anni prende in affitto un ex studio dentistico. Assume una
segretaria e la chiama responsabile dell’ufficio. Assume un hacker e lo
chiama programmatore capo. Recluta un tizio con un diploma in ragioneria e
lo trasforma in un dirigente aziendale. Formare la squadra di lavoro è un po’
come costruire il pianeta natale nelle Profezie silvestri. Seleziona tra una
ventina di candidati quelli che fanno una smorfia appena accennata nel
vedere il suo corpo somigliante a una figurina stilizzata spuntare dalla sedia a
rotelle.
Sorprendentemente, i nuovi impiegati preferiscono pagamenti anticipati a
partecipazioni in futuro. Non hanno idea di dove sia diretta la loro specie.
Neelay cerca di convincerli, ma tutti quanti optano per la sicurezza e i
contanti.
Ben presto, il dirigente aziendale lo dice a Neelay: non è sufficiente far
finta che lui sia un’azienda. È necessario che si costituisca veramente come
tale. Sequoia Sempreverde diventa una persona legale. Di notte, Neelay va a
letto sognando di ramificare e di ampliarsi. È un nuovissimo settore
produttivo con una curva di crescita illimitata. Deve mettere a segno alcuni
colpi di mercato, ognuno in grado di accrescere il successo del precedente. E
poi trasformerà il mondo, nel modo in cui gli è stato mostrato, in un lampo,
dalle forme di vita aliene nel selvaggio terrario della corte interna di Stanford.
Di giorno, quando non è impegnato a imparare come gestire un’azienda,
Neelay continua a codificare. Programmare riesce ancora a meravigliarlo.
Annunciare una variabile. Specificare una procedura. Chiamare ogni routine
ben formata a fare la propria parte, dentro strutture più grandi, più intelligenti
e capaci, come organuli che costruiscono una cellula. E da semplici istruzioni
emerge un’entità con un comportamento autonomo. Parole in azione: è la
Prossima Cosa Nuova del pianeta. Quando sta programmando, è ancora un
bambino di sette anni, con il mondo intero di possibilità viventi che sale le
scale fra le braccia del padre.
Il primo videogioco sta ancora vendendo a ritmo sostenuto quando
Sequoia Sempreverde fa uscire il sequel. Le nuove profezie silvestri
impiegano un’incredibile verisimiglianza in una gamma sorprendente di 256
colori. Ora c’è una confezione vera e propria, con una grafica professionale,
per quanto il gioco si riduca alla stessa vecchia esplorazione e alle stesse
modalità di commercio in una nuova, gloriosa galassia con una risoluzione
più alta. Per il pubblico non è importante che sia una rimasticatura. Il
pubblico non ne ha mai abbastanza. Ama la natura del mondo senza limite di
tempo. Quanto alla gestione di un’attività, il punto è continuare a giocare il
più a lungo possibile.
Le nuove profezie silvestri sono in testa alla classifica dei giochi più
venduti, ancor prima che il loro predecessore esca dai primi dieci. I giocatori
postano messaggi nelle bacheche elettroniche sulle creature selvagge che
trovano nei pianeti paludosi, bizzarri, imprevedibili ibridi animali, vegetali e
minerali. Sono molti quelli che trovano più divertente tormentare la flora e la
fauna del gioco che scovare il tesoro al centro della galassia.
Insieme, i due videogiochi incassano molto di più di tanti film
hollywoodiani, e con un esborso iniziale molto meno importante. Neelay
reinveste tutti i profitti nella terza puntata, già più ambiziosa dei primi due
giochi messi insieme. Quando, nove mesi più tardi, esce La rivelazione
silvestre, da listino costa l’esagerazione di cinquanta dollari. Ma per un
crescente numero di persone, si tratta di un prezzo modesto da sborsare per
un’esperienza sconvolgente che due anni prima non esisteva neppure.
Un grosso editore di nome Digit-Arts si offre di comprare il marchio.
L’accordo è assolutamente ragionevole. Alcuni professionisti
subentrerebbero alle vendite e alla distribuzione di tutti i futuri prodotti,
permettendo a Sequoia Sempreverde di votarsi allo sviluppo. Neelay non
vuole dirigere un’azienda; vuole creare dei mondi. L’offerta di Digit-Arts gli
garantirebbe la libertà e la possibilità di rimanere per sempre sulle sedie a
rotelle più sofisticate.
La notte in cui, in linea di principio, accetta l’accordo, Neelay non riesce a
prendere sonno. È coricato sul suo letto regolabile, adorno della striscia
copriletto della madre con tasche trapuntate e dotato di un supporto di metallo
a forma di arco rivestito di gommapiuma. Verso mezzanotte, le sue gambe
cominciano a riempirsi di spasmi come quelle di una persona deambulante.
Ha bisogno di alzarsi. Cosa che sarebbe più facile con l’assistente
domiciliare, anche se Gena non arriverà prima di diverse ore.
La pressione di un pulsante porta la testata del letto in posizione verticale.
Lui avvolge il braccio intorno al sostegno verticale sul lato destro e protende
quello sinistro verso la sbarra orizzontale. Il calo della massa muscolare ha
portato i suoi avambracci ad assumere l’aspetto di frammenti di legname
trasportato dalla corrente. I suoi gomiti si allargano in nodi rigonfi. Ha
bisogno di tutta la forza di cui è capace per mettersi seduto. Gli tremano le
spalle, e supera a fatica quel momento in cui minaccia sempre di ricadere
pesantemente sul letto. Oscilla per un po’ per inclinare il busto in avanti quel
tanto da riuscire a lanciare entrambe le braccia dietro di lui e sostenersi in
posizione verticale. Fase numero uno. Di cinquantadue o giù di lì, a seconda
di come si contano.
I pantaloni della tuta sono in posizione, abbassati all’altezza delle
ginocchia, dove lui li sistema quando il catetere è inserito. Si inclina il più
possibile, piegandosi quasi in due, in modo che il peso della testa e delle
spalle rimanga immobile abbastanza a lungo da permettergli di piantare le
mani in avanti vicino al sedere. Il braccio destro scivola sotto la coscia
sinistra. Anche lì c’è ancora un po’ di preziosa polpa – nessuna, in verità –
ma dimostra al volume delle sue gambe che queste sono ancora un valido
appiglio cui aggrapparsi e capace di tenere dritto il busto accartocciato.
Afferra i pantaloni della tuta e ricade sul gomito sinistro. Il floscio ponte
levatoio della gamba oscilla verso l’alto. Il sedere si solleva abbastanza
perché riesca goffamente a tirarsi su i pantaloni. Il successo è ancora lontano.
La gamba precipita, lui ricade sulle scapole sporgenti, e si sente di nuovo
sfinito. Tirandosi su ancora una volta con l’aiuto della staffa appesa alla
sbarra, ripete il processo sul fianco destro finché i pantaloni non sono ben
tirati all’altezza della vita. Lisciarli da entrambi i lati richiede del tempo, ma
nel cuore della notte, il tempo è una risorsa più che sufficiente. Poi afferra la
sbarra in alto e, di nuovo stabile, si allunga verso uno dei tanti ganci dotati di
ingranaggi, agguanta la fascia di tela a U e, in un centinaio di impercettibili
incrementi, la distende sul letto attorno al fusto verticale del suo corpo.
Ciascuna gamba viene avvolta da sotto da una cinghia sollevata al centro.
Neelay si protende di nuovo e colpisce la testa dell’argano, la trascina
oltre l’asta di sostegno orizzontale finché non è posizionata direttamente
sopra. Tutti e quattro gli anelli dell’imbracatura vengono inseriti nei ganci
con chiusura a scatto dell’argano, due per parte. Quindi Neelay si infila il
telecomando in bocca e, assicurando le cinghie, stringe tra i denti il pulsante
d’accensione finché l’argano non lo solleva in posizione verticale. Attacca il
telecomando alla fascia e stacca la sacca dell’urina del catetere dal fianco del
letto. Tenendo tra i denti il tubo per avere entrambe le mani libere, attacca la
sacca all’imbracatura da cui è avvolto. Poi preme di nuovo il pulsante
dell’argano, attende, e spicca il volo.
C’è sempre quel momento, durante il trasporto aereo dal letto alla sedia a
rotelle in posizione rannicchiata e sbilenca, in cui tutto il sistema precario
sembra vacillare. Gli sono già capitati trasferimenti imperfetti e atterraggi
bruschi, durante cui ha urtato puntelli di metallo per poi cadere a terra, afflitto
dal dolore e dall’urina. Tuttavia, il viaggio di quella notte è perfetto. Il sedile
della sedia a rotelle va regolato, le ruote vanno riposizionate, ma lui atterra
perfettamente. Lì, sulla sedia, ripercorre le fasi al contrario, stacca l’argano,
appende la sacca, e come Houdini, si libera dell’imbracatura sotto di lui senza
mai sollevarsi. Indossare la veste è facile. Mettersi le scarpe, sebbene senza
lacci e grandi quanto quelle di un clown, un po’ meno. Adesso però è mobile,
e sfreccia di qua e di là grazie alla leva di comando e alla valvola a farfalla
con la stessa facilità con cui fa le virate di Immelmann in un simulatore di
volo. Tutto quel calvario ha richiesto poco più di trenta minuti.
Dopo altri dieci, lui è fuori accanto al furgoncino, in attesa che il
pavimento idraulico dell’ascensore scenda a terra. Entra con la sedia a rotelle
nel quadrato d’acciaio e sale. Attraversa il vano di carico per raggiungere la
cabina sgombra. L’ascensore si ritrae, le porte scorrevoli si richiudono, e lui
sistema la sedia di fronte a una console dove il pedale e il freno sono leve
all’altezza della cintola che possono essere azionate persino da braccia
danneggiate.
Diverse decine di altri comandi in questo algoritmo della libertà, e lui
parcheggia il furgone, esce, ed entra nella corte quadrangolare interna di
Stanford. Ruota a 360 gradi, ispezionando, circondato ancora da quelle forme
di vita sopramondane come lo era sei anni prima. Tutte quelle creature di
un’altra galassia, distante e lontana: l’albero dei fazzoletti, la jacaranda, il
cucchiaio del deserto, la canfora, l’albero fiamma, la paulonia, l’albero
bottiglia, il gelso rosso. Si ricorda che gli avevano sussurrato qualcosa a
proposito di un gioco che lui era destinato a realizzare – un gioco cui
avrebbero partecipato innumerevoli persone in tutto il mondo, un gioco che
avrebbe messo i giocatori direttamente al centro di una giungla vivente e
palpitante ricca di potenzialità soltanto vagamente immaginabili.
Quella notte, gli alberi non vogliono saperne di parlare, rifiutandosi di
dirgli qualunque cosa. Neelay tamburella con le dita sulle sue cosce avvizzite,
e aspetta, ascolta, persino più a lungo di quanto abbia impiegato a
raggiungere quel posto. Non c’è anima viva. La luna è un telefono sfavillante
tramite il quale chiunque sulla Terra può entrare in comunicazione con lui,
alzando semplicemente lo sguardo e vedendo quello che lui vede. Vuole a
tutti i costi che il serraglio di alberi gli dia un segno. Gli esseri extraterrestri
fanno oscillare i loro strani rami. Il picchiettio collettivo nell’aria lo assilla. Il
ricordo monta dentro di lui, come linfa. E ora è come se i rami che si agitano
e si piegano al vento gli indicassero una direzione verso l’esterno, dietro la
corte quadrangolare, fino a Escondido, e poi lungo Panama Street, oltre
Roble...
Si dirige dove lo indirizzano quegli ondeggiamenti. In lontananza, verso
sud, le cime arrotondate delle Santa Cruz Mountains si elevano sopra i tetti
del campus. E ora si ricorda: un giorno, tanti anni prima quanto la metà della
sua età e forse più, mentre percorreva il sentiero di una foresta su quella
cresta con suo padre, s’imbatté in una spettacolare e incredibile sequoia, un
solitario esemplare vecchio quanto Matusalemme che in qualche modo era
riuscito a sfuggire ai taglialegna. Adesso capisce: è l’albero con il nome che
lui ha scelto per la sua azienda. E senza pensarci su due volte, sa che deve
consultarlo.
I tornanti lungo la Sand Hill Road, atroci a mezzogiorno, sono avvolti
completamente dall’oscurità. Procede avanti e indietro a zigzag come in una
di quelle capsule volanti che si possono costruire al livello tecnico 29 nelle
Profezie silvestri. A quell’ora la strada è libera, e nessuno vede l’Ent
emaciato dotato di gambe inutili che pilota un furgoncino modificato con le
sue deformi e ossute dita. In cima al crinale, sulla Skyline, una strada che
aveva preso il nome della funivia che aveva sfoltito quelle colline fino
all’ultimo albero per costruire San Francisco, svolta a destra. Quello se lo
ricorda. Se i ricordi cambiano le vie nervose del cervello, allora il sentiero
deve trovarsi ancora là. È soltanto questione di aspettare che quegli esseri
selvatici emergano dal sottobosco.
Attraversa il tunnel della foresta secondaria, che in un centinaio di anni è
ricresciuta abbastanza da fargli credere, in quel buio pesto, che si tratti di una
foresta vergine. Una piazzola di sosta a destra gli innesca il ricordo di
qualcosa di familiare, tanto da farlo fermare. C’è una torcia nel cassetto del
cruscotto. Prende l’ascensore del furgone per scendere sul terreno spugnoso e
aspetta, incerto su come guidare la sedia a rotelle, per quanto munita di
grosse gomme e rinforzata, lungo il sentiero di fronte a lui. Ma è proprio
questo che esige l’avventura grafica del “punta e clicca.”
Per un centinaio di metri lungo il sentiero va tutto bene. Poi la gomma
sinistra passa sopra un declivio bagnato e slitta. Lui impugna la leva di
comando, cercando di tenere duro. Fa marcia indietro e ruota, sperando di
riemergere di lato. La gomma solleva del fango e si pianta. Neelay agita la
torcia davanti a sé. Alcune ombre si levano come spettri pronti a scagliarsi
contro di lui. Ogni ramo spezzato sembra opera di superpredatori estinti. Un
crescendo di rombi di motore emerge dal nulla, in lontananza sulla Skyline.
Neelay grida con quanto fiato ha nei suoi scheletrici polmoni e agita il raggio
di luce come un pazzo. Però l’auto passa rombante a tutta velocità.
È lì seduto nella totale oscurità, domandandosi come l’umanità sia mai
riuscita a sopravvivere a un luogo del genere. Un escursionista lo troverà, una
volta sorto il sole. O il giorno dopo. Chissà quanto diventa trafficato quel
sentiero. Sente uno stridio alle sue spalle. Gira la torcia di scatto, anche se
non riesce a voltarsi a sufficienza. Il suo cuore impiega un po’ a ritornare alla
normalità. Quando ci riesce, Neelay deve svuotare la sacca piena del catetere
per terra, più lontano che può dalle ruote.
Poi lo vede, inghiottito dalle altre ombre a meno di una dozzina di metri
davanti a lui. Sa quanto gli è mancato: è troppo grande. Troppo grande per
riuscire a comprenderlo. Troppo grande per considerarlo un essere vivente. È
una porta di oscurità con una larghezza tripla rispetto al normale che conduce
sul ciglio della notte. Il fascio di luce non raggiunge che una piccolissima
parte del tronco infinito. E su di esso, fino in alto, oltre le sue capacità di
comprensione, scorre un ecosistema immortale e collettivo – La Sequoia
Sempreverde.
Sotto quella vita stupefacente, un uomo minuscolo e il suo figliolo ancor
più piccino guardano in alto. Insieme, sono più bassi della sporgenza che
fuoriesce dal sistema di radici di quella creatura. Neelay osserva, sapendo
quello che accadrà. Il ricordo è denso come se fosse proprio codificato dentro
di lui. Il padre si piega all’indietro e alza le mani al cielo. Il fico di Visnu,
Neelay-jj. Torna per inghiottirci!
Il bambino di allora ritto in piedi deve aver riso, così come in quel
momento vuole ridere quello seduto.
Pita? Non essere matto. È una sequoia!
Il padre mette le cose in chiaro: tutti i tronchi del mondo derivano dalla
stessa radice e si precipitano verso l’esterno, lungo i rami dell’unico albero,
cercando di ottenere qualcosa.
Pensa al codice che ha creato questa cosa gigantesca, mio caro Neelay.
Quante cellule ci sono lì dentro? Quanti programmi sta facendo funzionare?
Cosa fanno tutti quanti? Cosa stanno cercando di raggiungere?
Le luci si accendono in ogni parte del cranio di Neelay. E là, nelle oscure
foreste, agitando il suo minuscolo fascio di luce e avvertendo un ronzio
proveniente dalla torreggiante colonna nera, conosce la risposta. C’è un
frammento di codice ancestrale, già presente nei programmi iniziali scritti da
lui e il padre, che deve ancora averla vinta con lui. Vede il progetto
successivo, ed è la cosa in assoluto più semplice. Come l’evoluzione,
riutilizza tutte le vecchie parti ben riuscite di ogni cosa precedente. Come la
parola stessa – evoluzione – significa solamente dischiudersi.
Adesso non può permettersi di aspettare fino a domani per farsi trovare.
Ha un’altra trovata geniale, molto più modesta, ma più immediata. Si sfila la
veste dalla schiena e la getta a terra di fronte alla gomma impantanata. Una
spinta della leva di comando ed è libero, sul sentiero e poi dentro il
furgoncino, dove si ridirige, a petto nudo, lungo un migliaio di passaggi e di
subroutine, verso Redwood City e la sua postazione di lavoro.
Il giorno dopo, telefona a Digit-Arts e rescinde il contratto. I loro legali
specializzati in proprietà intellettuale gli lanciano minacce e urla. Ma l’unica
cosa che volevano davvero dalla fusione era lui. Neelay è l’unico capitale di
Sequoia Sempreverde che vale la pena di acquisire. Senza la sua buona
volontà, il contratto non significa nulla.
Con la rottura della fusione, lui riunisce il suo staff nella sala conferenze
spiegando loro come funzionerà il progetto successivo. Il giocatore
comincerà in un angolo disabitato di una Terra appena assemblata. Sarà in
grado di dissotterrare mine, tagliare alberi, arare campi, costruire abitazioni,
edificare chiese e mercati e scuole – qualunque cosa il suo cuore desideri e le
sue gambe riescano a raggiungere.
Scenderà su tutti gli ampi rami di un enorme albero tecnologico,
esaminando ogni cosa, dalla lavorazione della pietra alle stazioni spaziali,
libero di seguire qualsiasi ethos, di creare qualunque cultura faccia
galleggiare le sue barche all’avanguardia.
Però c’è un inghippo: altre persone, persone reali, dall’altro capo dei
modem, promuoveranno la loro cultura in altre parti di quel mondo vergine.
E ognuno di quegli individui reali vorrà atterrare sotto l’impero di qualche
altro giocatore.
Nel giro di nove mesi, una copia alfa che gira per l’ufficio porta Sequoia
Sempreverde a un momento di stallo. Una volta che gli impiegati si mettono
a giocare, non vogliono altro. Smettono di dormire. Si dimenticano di
mangiare. I rapporti sono diventati una piccola seccatura. Un’altra missione.
Solo un’altra missione. Il gioco si chiama Destiny.

Trascorrono due settimane a chiudere la casa degli Hoel, Nick e la sua


ospite che era passata di lì per caso in auto. Gli Hoel di Des Moins fanno un
salto per comprare la macchina di Nick e appropriarsi dei cimeli di famiglia.
Sono seguiti da banditori di aste, che attaccano un adesivo verde su
qualunque mobile e apparecchio che potrebbe valere qualcosa. Omoni con
bicipiti in evidenza caricano i beni rimovibili e l’attrezzatura della fattoria
ricoperta di ruggine in un camion di oltre sette metri e li trasportano a due
contee di distanza, dove tutto sarà venduto in conto deposito. Nick non fissa
nessun prezzo minimo. I beni accumulati da generazioni si disperdono come
polline trasportato dal vento. E poi non è più la casa degli Hoel.
“I miei antenati sono arrivati in questo stato a mani vuote. Dovrei
andarmene allo stesso modo, non credi?”
Olivia gli tocca la spalla. Hanno trascorso quattordici giorni e tredici notti
a chiudere una casa insieme, come se, dopo mezzo secolo passato a piantare
colture e a sopravvivere ai capricci del tempo, finalmente si stessero ritirando
a Scottsdale a morire tutti ingobbiti, fronte contro fronte, su una scacchiera.
La profonda stranezza della situazione tiene Nick sveglio di notte. Sta
andando in California con una donna che si è allontanata dall’interstatale
d’impulso dopo aver visto la sua assurda insegna. Una donna che sente voci
silenziose. Ebbene, pensa Nicholas Hoel, questa sì che è performance art
autentica.
Le persone fanno sesso con degli sconosciuti. Le persone sposano degli
sconosciuti. Le persone passano mezzo secolo a letto insieme e finiscono per
diventare degli sconosciuti. Nicholas ne è perfettamente consapevole; ha
pulito la casa dopo la morte dei suoi genitori e dei suoi nonni, ha fatto tutte le
terribili scoperte che soltanto la morte può offrire. Quanto tempo ci vuole per
conoscere qualcuno? Cinque minuti, ed è fatta. Niente ti può smuovere dalla
prima impressione. Quella persona sul sedile passeggero della tua vita?
Sempre un autostoppista, da lasciare lungo la strada.
Il punto è che le loro ossessioni sono interdipendenti. Ognuno ha la metà
di un messaggio segreto. Cos’altro può fare lui se non cercare di far
combaciare le metà? E se dovessero uscire di strada facendo un testa-coda, e
svegliarsi dal sogno senza più nulla, cosa avrebbe sacrificato lui se non
un’attesa solitaria?
Nick è seduto nella camera da letto vuota dei suoi antenati dopo
mezzanotte, leggendo alla luce fioca della lanterna. Dopo dieci anni in cui è
rimasto nascosto in quella casa, si sente come un colono in un remoto
capanno. Continua a leggere l’articolo di Redwood nell’enciclopedia, quella
con l’adesivo dei banditori d’aste. Legge di alberi alti quanto la lunghezza di
un campo da football. Un albero dal cui ceppo è stata creata una pista su cui
due dozzine di persone hanno ballato una quadriglia.
Legge l’articolo dell’enciclopedia sui disturbi mentali. La sezione sulla
diagnosi della schizofrenia contiene questa frase: Le convinzioni non
dovrebbero essere considerate deliranti se sono in armonia con le norme
della comunità.
La sua coinquilina canticchia tra sé mentre si prepara a partire. Il suo
cipiglio gli fa fermare il respiro. Lei è giovane e ingenua, senza paure, con
una vocazione più forte di quella di qualsiasi suora medievale. Non potrebbe
lasciarsi sfuggire un viaggio in auto con lei più di quanto possa smettere di
trasformare i suoi sogni in disegni. In ogni caso, stava levando le tende.
Adesso la sua vita si è arricchita di un lusso che non ha mai avuto: una
destinazione, e qualcuno con cui andarci.
Due settimane in una casa insieme nel cuore dell’inverno del Midwest, e
lui non prova nemmeno a toccarla. È questa l’unica parte assurda. E lei sa che
lui non lo farà. Il suo corpo, accanto a lui, non è in preda a qualcosa di così
grossolano come il nervosismo. Non è più stanca di lui di quanto la superficie
di un lago lo sia del vento.
Il mattino dopo che il camion dell’asta ha portato via le ultime cose degli
Hoel, condividono una colazione fredda. Hanno passato la notte nei sacchi a
pelo. Ora lei è seduta sul pavimento di pino bianco, accanto al punto in cui
per più di un secolo c’era stato il tavolo di quercia realizzato dal trisavolo del
padre di Nick. Alcune piccole ammaccature sui listelli del pavimento lo
ricorderanno per sempre. Lei indossa una camicia Oxford con le estremità
inferiori fortunatamente lunghe, e mutandine rigate come un bastoncino di
zucchero candito.
“Non stai gelando?”
“A quanto pare ho sempre caldo da un po’ di tempo a questa parte.
Dall’esperienza di morte.”
Lui distoglie lo sguardo e agita la mano in direzione delle gambe nude di
Olivia. “Potresti – coprirti, o qualcosa del genere? Potrebbe essere pericoloso
per un uomo.”
“Oh, andiamo. Niente che tu non abbia già visto.”
“Non su di te.”
“È sempre il solito inventario.”
“Non saprei.”
“Ah! Alcune donne hanno abitato qui. Di recente.”
“Sbagliato. Sono un casto artista. Ho un dono speciale.”
“Crema antirughe nell’armadietto dei medicinali. Smalto per le unghie.”
Si interrompe e arrossisce. “A meno che tu...”
“No. Niente di così creativo. Donne recenti. Una donna.”
“Storia?”
“Se n’è andata non molto dopo che ho scoperto l’avvizzimento del
castagno. Pensava che un uomo di tanto in tanto dovesse dipingere qualcosa
di diverso dai rami.”
“A proposito. Dobbiamo trovare un posto in cui sistemare la galleria.”
“Sistemare?” Il suo sorriso si contorce come se stesse succhiando allume –
ricordi del deposito privato a Chicago che ospitava i grandi lavori dei suoi
vent’anni, finché non li ha trasformati in una grande opera sfolgorante di
concept art.
Lei assume quell’espressione distante, come se stesse prendendo di nuovo
ordini da altre forme di vita. “Perché non seppellirle sul retro?”
Gli vengono in mente tecniche antiche, patine e screpolature, oscuri
metodi di lavorazione della ceramica che aveva studiato alla scuola d’arte.
L’idea gli sembra valida quanto provare a regalare la roba ai motociclisti di
passaggio. “Perché no? Lasciamole decomporre là sotto.”
“Stavo pensando al pluriball.”
“Siamo a gennaio. Per quanto miti siano state le temperature. Dovremmo
noleggiare un retroescavatore per fare un buco qualsiasi.” Poi si ricorda.
L’idea lo fa ridere. “Mettiti dei vestiti. Il cappotto. Forza.”
Sono in piedi uno di fianco all’altro sull’altura dietro al capanno degli
attrezzi, invisibile dalla casa, intenti a fissare la collinetta di pietrisco della
dimensione del girovita e il buco piuttosto grande accanto a essa.
“Da bambini, io e i miei cugini scavavamo sempre qui sul retro.
Puntavamo verso il centro fuso della Terra. Nessuno si è mai preso la briga di
riempirlo di nuovo.”
Lei ispeziona l’area. “Uhm. Niente male. Lungimirante.”
Sotterrano le opere d’arte. Vi finisce dentro anche il mucchio di
fotografie, quel libro animato sulla crescita secolare del castagno. È più
sicuro lì che in qualche altro posto in superficie.
Quella notte si ritrovano ancora in cucina, impegnati nei preparativi per
l’imminente partenza mattutina. Lei più decorosa, in felpa e leggings. Lui
passeggia, pervaso da quel senso di vuoto allo stomaco che si prova prima di
fare un salto nel buio. Metà terrore, metà eccitazione: tutto buttato all’aria.
Facciamo la nostra vita, usciamo un po’, e poi più nulla, per sempre. E
sappiamo cosa ci aspetterà – grazie al frutto dell’albero proibito che eravamo
predisposti a mangiare. Perché metterlo lì, e poi proibirlo? Solo per accertarsi
che venga colto.
“Cos’è che dicono adesso? I tuoi manipolatori?”
“Non è come credi, Nicholas.”
Lui unisce le mani sotto la bocca. “E allora com’è?”
“Stanno dicendo: ‘Controlla l’olio.’ Okay?”
“Come riuscirai a trovarli?”
“I miei manipolatori?”
“No. I manifestanti. La gente in difesa degli alberi.”
Lei ride e gli tocca la spalla. Ha cominciato a fare quel gesto, e lui
preferirebbe di no.
“Stanno cercando di attirare l’attenzione dei giornali. Dovrebbe essere
facile. Se ci avviciniamo e non riusciamo a trovarli, allora daremo inizio al
nostro movimento.”
Lui tenta di abbozzare un sorriso, ma lei sembra seria.
Al mattino si mettono in viaggio. L’auto di Olivia è piena zeppa di roba.
Dopo cinque ore verso ovest, si conoscono tanto quanto possono conoscersi
due persone qualunque, fatta eccezione per la tragedia. Mentre guida, lui le
racconta quello che non ha mai detto a nessun altro. Di quel viaggio di notte
fuori programma verso Omaha, quando, una volta tornato a casa, aveva
trovato i suoi genitori e sua nonna privi di vita, soffocati dal gas. Olivia gli
sfiora l’avambraccio. “Sapevo che si trattava di questo. Di una cosa del
genere.”

Dopo dieci ore, Olivia dice, “Si vede che sei a tuo agio in silenzio.”
“Ho fatto un po’ di esercizio.”
“Mi piace. Io invece devo recuperare terreno.”
“Volevo chiederti... non so. La tua postura. La tua... aura. Come se stessi
espiando qualcosa.”
Lei scoppia a ridere come una bambina di dieci anni. “Magari sì.”
“Cosa?”
Olivia trova la risposta sull’orizzonte dell’ovest, che spumeggia di
montagne distanti. “Quella stronza che ero. Quella persona premurosa che
non ero.”
“È davvero molto confortante non dire nulla.”
Lei prova a mettere in pratica quel concetto e sembra essere d’accordo.
Lui pensa: Se mai venissi imprigionato, o rimanessi chiuso in un rifugio
antiatomico, sceglierei questa persona.
Al motel appena dopo Salt Lake, l’addetto alla reception chiede, “Un letto
matrimoniale o due singoli?”
“Due singoli,” dice Nick, sentendo la risata puerile accanto a lui. Entrano
in bagno a turno, con un certo imbarazzo. Poi rimangono svegli a letto per
un’altra ora, chiacchierando da una parte all’altra del vuoto tra i due letti
largo una sessantina di centimetri. Un momento di grande loquacità, rispetto
al viaggio di oltre mille chilometri che hanno appena fatto.
“Non ho mai preso parte a una contestazione pubblica.”
Lui deve pensarci: di sicuro una qualche azione dettata dalla rabbia
politica, quand’era al college. È sorpreso di dover dire, “Nemmeno io.”
“Non riesco a immaginare chi non parteciperebbe a questa qui.”
“Taglialegna. Libertari. Le persone che credono nel destino umano. Quelli
che hanno bisogno di terrazze pavimentate in legno e di scandole.” Di lì a
breve, i suoi occhi si chiudono spontaneamente, e lui viene trascinato nel
sonno, quel luogo serale di redenzione che ricorda quella delle piante.

Il Nevada è abbastanza esteso e desolato da farsi beffe di tutte le politiche


umane. Il deserto in inverno. Mentre Olivia guida, lui osserva di nascosto.
Lei si sente talmente sbigottita che ha la nausea. Poi cominciano a inerpicarsi
sulle Sierre, dove incontrano una bufera di neve. Nick deve comprare le
catene da uno strozzino sul ciglio della strada. Sul Donner Pass, rimane
bloccato dietro a un semirimorchio, con entrambe le corsie occupate dal
mezzo che procede ai sessanta su uno strato di neve compatta. Nicholas guida
l’auto telepaticamente, individua un piccolo spazio sulla corsia sinistra, e
comincia il sorpasso. E poi un’improvvisa tempesta di neve e muro di nebbia.
Fasce di foschia sul parabrezza.
“Livia? Merda. Non vedo!”
L’auto sbatte contro il bordo della strada e devia bruscamente verso
l’esterno. Si immette in modo maldestro nella corsia, accelera, avanza a
tentoni, e riesce a evitare la morte per pochissimi centimetri innevati. Dopo
diversi chilometri, lui sta ancora tremando. “Buon Dio. Ti ho quasi ucciso.”
“No,” dice lei, come se qualcuno le stesse dicendo in che modo andranno
le cose. “Non succederà.”
Scendono lungo il pendio verso Shangri-La. In meno di un’ora, il mondo
al di fuori del loro abitacolo passa dalle foreste di conifere sotto centimetri di
neve alla grande, verde Central Valley, con fioriture perenni sulle sponde
dell’autostrada.
“California,” dice lei.
Lui non cerca neppure di trattenere il sorriso. “Credo che tu possa aver
ragione.”

Douglas passa la giornata in tribunale.


“Lei è accusato di aver ostacolato un lavoro pubblico,” dice il giudice.
“Come si dichiara?”
“Vostro Onore. Il lavoro pubblico puzzava come qualcosa di fumante che
il cane di qualcuno aveva lasciato sul viale.”
Il giudice si sfila gli occhiali e si sfrega il naso. Abbassa lo sguardo verso
le profondità della giurisprudenza. “Purtroppo, questo non ha alcuna
attinenza col suo caso.”
“Perché no, Vostro Onore, se posso chiederglielo?”
In due minuti, il giudice gli spiega come funziona la legge. La proprietà. Il
governo civile. Fatto.
“Ma i funzionari statali stavano cercando di bloccare la democrazia.”
“Le corti sono qui per qualunque gruppo di cittadini in cerca di giustizia
per qualunque provvedimento preso dalle autorità comunali.”
“Vostro Onore. Sono un veterano decorato al valore. Mi hanno dato un
Cuore Viola e una Croce dell’Aeronautica militare. Negli ultimi quattro anni,
ho piantato cinquantamila alberi.”
Ottiene l’attenzione della corte.
“Ho percorso non so quante migliaia di chilometri, a conficcare piantine
nel terreno, a cercare di far tornare indietro il progresso, giusto un po’. Poi ho
scoperto che tutto quello che sto facendo in realtà autorizza quei bastardi ad
abbattere un maggior numero di alberi ed esemplari più vecchi. Mi dispiace,
ma assistere da vicino alla stupidità in quel parco cittadino mi ha fatto andare
fuori di testa. Semplice.”
“È mai stato in prigione?”
“Domanda impegnativa. Sì e no.”
La corte delibera. L’imputato ha ostacolato un lavoro svolto da una ditta
privata specializzata nell’abbattimento di alberi su disposizioni comunali nel
cuore della notte. Nessun pugno alla squadra di lavoro. Nessuna distruzione
di proprietà. Il giudice condanna Douglas a sette giorni con la condizionale,
più al pagamento di una multa di duecento dollari o a tre giorni di lavoro, che
nella fattispecie si traduce nel piantare frassini dell’Oregon per l’addetto alla
cura degli alberi della città. Douglas sceglie di piantare gli alberi. Quando
dall’aula giudiziaria si precipita al motel, il suo camion è già stato portato via.
Gli scagnozzi vogliono trecento dollari per restituirlo. Lui chiede se possono
tenerlo finché non racimola i soldi. Ha qualche moneta d’argento da un
dollaro qua e là.
Si ammazza di lavoro in giro per la città, piantando alberi per una
settimana – giornate più lunghe di quanto esiga il suo servizio obbligatorio.
“Perché?” domanda l’addetto agli alberi. “Se non sei obbligato a farlo?”
“Il frassino è un albero nobile.” Resiliente all’inverosimile. Roba da
manici di utensili e berretti da baseball. Douglas adora quelle foglie composte
pinnate, il modo in cui attenuano la luce e fanno sembrare la vita più dolce di
quella che è. Adora i semi affusolati a forma di barca a vela. Gli piace l’idea
di piantare qualche frassino, prima di fare l’unica cosa che chiunque deve
davvero fare.
Più lui lavora sodo, più l’addetto alla cura delle piante si sente in colpa.
“Non un momento memorabile per la città, quanto è successo in quel parco.”
È una piccola concessione, ma per un uomo pagato dal comune, è quasi
incendiaria.
“Parliamoci chiaro. Col favore della notte. Qualche giorno prima
dell’udienza pubblica che la gente stava organizzando.”
“La vita è uno sport cruento,” dice l’addetto agli alberi. “Come la natura.”
“Gli esseri umani non sanno un cazzo della natura. O della democrazia.
Non ti capita mai di pensare che quei pazzoidi possano aver ragione?”
“Dipende. Quali pazzoidi?”
“Quei pazzoidi degli ambientalisti. Un gruppo di loro stava aiutando a
piantare una talea, giù a Siuslaw. Ne ho incontrati degli altri a una
manifestazione alla Foresta Nazionale Umpqua. Stanno saltando fuori da
ogni parte nell’Oregon.”
“Ragazzini e tossici. Perché somigliano tutti a Rasputin?”
“Ehi!” esclama Douggie. “Rasputin aveva un suo stile.” Spera che
l’addetto agli alberi non lo consegni alla polizia per sedizione.

Non se ne va subito via da Portland. Ritorna alla biblioteca pubblica per


documentarsi scrupolosamente sulla silvicoltura praticata da gruppi di
contestatori. Il suo vecchio amico bibliotecario continua a essergli più che
d’aiuto. L’uomo sembra essere leggermente fissato con Douggie, nonostante
il suo olezzo. O forse proprio per quello. Alcune persone trovano il terriccio
eccitante. Un articolo di cronaca di un nuovo provvedimento vicino a
Salmon-Huckleberry Wilderness attira la sua attenzione – una squadra che
addestra la gente a bloccare una strada sterrata usata per il trasporto di
tronchi. Tutto quello che Douglas deve fare è recuperare il suo camion. Prima
però deve portare avanti una sua piccola rivolta privata. Non è sicuro di
quanto sia legale un ritorno sulla scena del delitto. È molto probabile che un
altro atto di disobbedienza civile lo riporti dritto in prigione. La parte di
Douglas cui piace guardare la Terra dall’alto, come faceva quando era un
addetto al carico, spera quasi di sì.
Sente la rabbia montargli nel petto mentre si avvicina al parco. Non è
ancora mezzogiorno in punto. Le spalle, il collo e la gamba malandata la
avvertono ancora – di quando era stato gettato a terra da alcuni delinquenti
che stavano giocando un brutto tiro alla plebaglia. Tuttavia, la rabbia non lo
riempie di orgoglio. Ma esattamente l’opposto. Lo induce a camminare a
capo chino e gli rifila dei colpetti al plesso solare finché, una volta arrivato al
boschetto, non sta strascicando i piedi per terra.
Il primo dei ceppi appena tagliati stilla ancora resina. Si abbassa per terra
di fianco al tronco reciso ed estrae un evidenziatore dal tratto sottile e la sua
patente di guida, da usare come righello. Li accosta entrambi al ceppo come
se stesse facendo un intervento chirurgico, e conta all’indietro. Gli anni
scivolano via sotto le sue dita – le loro inondazioni e le loro siccità, le loro
ondate di freddo e le loro stagioni di sole rovente, tutte quante iscritte nei suoi
differenti anelli. Quando il conto alla rovescia raggiunge il 1975, lui disegna
una bella X nera e vi aggiunge quella data. Poi sfronda altri venticinque anni,
fa un’altra X su un raggio leggermente in senso antiorario rispetto alla prima,
e la contrassegna con 1950.
Il lavoro continua, in incrementi di quarti di secolo, finché non raggiunge
il centro immobile. Non sa quanto sia antica quella città, ma l’albero era
chiaramente una robusta pianticella prima che una qualsiasi persona bianca si
avvicinasse a quel posto. Quando Douglas inserisce l’anno più vicino che
riesce a contare con esattezza, ritorna verso il bordo, ancora in espansione, e
scrive, in lettere maiuscole che girano come una ruota attorno a mezza
circonferenza, TAGLIATO MENTRE STAVATE DORMENDO.
È ancora là, a contrassegnare i ceppi, quando Mimi esce per pranzo. La
collera è il suo nuovo gioco di carte dell’ora di pranzo, un solitario cui si
dedica mentre mangia panini con le uova e peperoncini su una panchina nel
giardino zen da poco ridotto al minimo. Dall’incursione notturna, ha fatto un
sacco di telefonate, partecipato a un incontro pubblico, e parlato con due
avvocati, i quali l’hanno informata del fatto che la giustizia era un’illusione.
Il pranzo all’aperto rappresenta il suo unico ricordo, con gli occhi fissi sui
ceppi scorticati mentre rimugina la propria rabbia. Vede l’uomo carponi
intento a chiosare lo scempio ed esplode. “E adesso, cosa sta facendo?”
Douggie alza gli occhi e vede una donna che è il ritratto di una ragazza di
uno strip club di Patpong a Bangkok di nome Lalida che una volta aveva
amato più della sua stessa vita. Una donna per cui vale la pena finire su
un’infinità di buche che costellano la strada pur di riuscire ad avere un po’
d’intimità con lei. Lei avanza, brandendo un panino a mo’ di lancia.
“Non le basta averli ammazzati? Deve anche deturparli?”
Lui scopre i palmi, poi indica i geroglifici su un tronco reciso. Lei si ferma
a guardare – gli anelli contrassegnati che girano all’indietro verso il centro
del cerchio. L’anno in cui suo padre si fece esplodere il cervello, finito poi su
tutto il giardino sul retro. L’anno in cui lei si laureò e trovò lavoro in un posto
abbandonato da Dio. L’anno in cui tutta la famiglia Ma si allontanò dall’orso.
L’anno in cui suo padre le mostrò il rotolo di pergamena. L’anno della sua
nascita. L’anno che suo padre cominciò a studiare al grande Carnegie
Institute of Technology. E nell’anello più esterno, la didascalia: TAGLIATO
MENTRE STAVATE DORMENDO.
Lei si volta a guardare l’uomo sulle sue ginocchia. “Oddio. Sono desolata.
Pensavo fosse... Per poco non le ho dato un calcio in faccia.”
“Le persone responsabili di questa cosa l’hanno battuta sul tempo.”
“Un attimo. Lei era presente?” Le sue sopracciglia si congiungono mentre
formula quell’ipotesi molto snervante. “Se ci fossi stata io, avrei fatto male a
qualcuno.”
“Gli alberi grossi vengono abbattuti ovunque.”
“Già. Ma questo era il mio parco. Il mio pane quotidiano.”
“Sa, guardi queste montagne, e pensi: La civiltà si attenuerà, ma queste
qui continueranno per sempre. Soltanto che la civiltà sta sbuffando come un
vitello cui vengono somministrati gli ormoni della crescita, e quelle
montagne stanno crollando.”
“Ho parlato con due avvocati. Nessuna legge è stata violata.”
“Certo che no. Le persone sbagliate hanno tutti i diritti.”
“Cosa può fare, lei?”
Gli occhi folli dell’uomo sprizzano vivacità. Assomiglia al dodicesimo
arhat, divertito dalla follia dell’aspirazione umana. Lui tentenna.
“Posso fidarmi di lei? Voglio dire, non è qui per rubarmi un rene o
qualcosa del genere?”
Lei scoppia a ridere, ed è tutto quello che gli basta per crederle.
“Allora ascolti. Non è che per caso avrebbe a disposizione trecento
bigliettoni? O magari un’auto che funziona?”

Quando sono insieme e da soli, i Brinkman si mettono a leggere. E,


quando sono insieme, sono da soli la maggior parte delle volte. Il teatro di
comunità è finito; è dall’opera sul bambino inesistente che non recitano più.
Non se lo sono mai detti chiaramente che il tempo della recitazione è finito.
Non è necessario alcun dialogo.
Al posto dei bambini, ci sono quindi i libri. Quanto ai loro gusti di lettura,
ognuno rimane fedele ai propri sogni della giovinezza. A Ray piace guardare
il maestoso progetto della civiltà che si eleva al suo destino ancora oscuro.
Vuole solamente continuare a leggere, fino a tarda notte, della nascente
qualità della vita, la costante liberazione dell’umanità grazie all’invenzione,
l’esplosione delle competenze che alla fine salverà la razza. Dorothy ha
bisogno di rivendicazioni più sfrenate, di storie svincolate dalle idee e
imbevute di identità locali. La sua salvezza è vicina, ardente e privata.
Dipende dalla capacità di una persona di dire tuttavia, di fare una piccola
cosa che sembra superiore alle loro capacità, e, per un attimo, di interrompere
la stretta del tempo.
Gli scaffali di Ray sono organizzati per argomento; quelli di Dorothy per
autore in ordine alfabetico. Lui preferisce libri molto moderni con copyright
recenti. Lei ha bisogno di comunicare con i morti lontani, anime aliene il più
possibile diverse da lei. Una volta che Ray comincia un libro, si impone di
finirlo a ritmo serrato, per quanto dura sia l’impresa. Dorothy non ha nulla in
contrario a saltare le filosofie dell’autore per arrivare a quei momenti in cui
un personaggio, spesso il più sorprendente, scava nel suo profondo e si
scopre migliore di quanto la sua natura gli consenta.
La vita tra i loro quaranta e cinquant’anni. Una volta che un qualsiasi
volume entra nella loro casa, non potrà mai più uscirne. Per Ray, l’obiettivo è
la prontezza: un libro per ogni bisogno imprevedibile. Dorothy si impegna
per mantenere a galla i librai indipendenti della zona ed evitare che alcuni
gioielli trascurati finiscano nel cestino degli scarti. Ray pensa: Non sai mai
quando alla fine riuscirai a trovare il tempo di leggere quel tomo che avevi
preso tra le mani cinque anni prima. E Dorothy: Un giorno dovrai tirare giù
dallo scaffale un logoro volume e sfogliarlo fino a quel punto in basso sulla
facciata di destra, a dieci pagine dalla fine, che ti riempie di un dolore
davvero dolce e violento.
La conversione della loro casa in una biblioteca è un processo troppo lento
per essere notato. Lei adagia i libri che non ci stanno di lato in cima alle file
esistenti. Cosa che raggrinza le copertine e manda in bestia il marito. Per un
po’ risolvono il problema aggiungendo altri mobili. Un paio di casse di
ciliegio da collocare tra le finestre nell’ufficio al piano di sotto. Un grande
mobile componibile di noce nel salotto, nello spazio tradizionalmente
riservato all’altare della televisione. Un altro di acero nella stanza degli
ospiti. Ray dice, “Questo dovrebbe bastare per un po’ di tempo.” Dorothy
scoppia a ridere, ben sapendo, data la quantità di romanzi che ha letto, quanto
breve può essere quel po’ di tempo.
La madre di Dorothy muore. Loro non possono sopportare l’idea di
separarsi da un solo volume dei titoli della donna deceduta. Pertanto li
aggiungono alla collezione che sarebbe stata l’invidia dei re. Dorothy trova
un affare incredibile per la serie completa dei romanzi Waverley di Walter
Scott in una libreria antiquaria del centro. “Milleottocentoottantadue! E
guarda che bei risguardi. Cascate di marmo.”
“Sai cosa potremmo fare?” Ray liquida l’idea mentre si avvia verso la
cassa. Accanto ai volumi di Scott, aggiunge una copia di L’Età delle
macchine intelligenti. “Quella parete portante nella piccola camera da letto di
sopra. Potremmo far fare da un falegname il progetto di un armadio a muro.”
I progetti che una volta avevano per quella camera ora sembrano più
vecchi e superati di qualunque cosa sia sui loro scaffali. Lei annuisce e
abbozza un sorriso, cercando una parola dentro di sé. Non conosce la parola.
Non sa nemmeno che è proprio quello che sta facendo. Tuttavia. La parola è
tuttavia.

Ogni Natale c’è sempre un simpatico siparietto tra loro due, un siparietto
sempre pronto a non essere tale, con un preavviso così breve. Un regalo che
si scambiano a vicenda vuole essere il tentativo di conversione di ogni anno.
In quella occasione, lui le regala Cinquanta idee che hanno cambiato il
mondo.
“Tesoro! Come sei stato premuroso!”
“Di certo hanno cambiato me.”
Lui non cambierà mai, pensa lei, baciandolo accanto alle labbra. Poi gli
consegna la sua parte del rituale: una nuova edizione annotata di Quattro
grandi romanzi di Jane Austen.
“Dorothy, mia cara. Mi hai letto nei pensieri!”
“Sai, potresti provare a leggerla, uno di questi anni.”
Lui ci aveva provato, anni prima, e per poco non era rimasto soffocato da
un senso di claustrofobia. Trascorrono le vacanze in vestaglia, ognuno
impegnato a leggere il regalo comprato dall’altro. La vigilia di Capodanno, si
sforzano di arrivare a mezzanotte. Sono coricati a letto, fianco a fianco, una
gamba vicina all’altra, ma con le mani ben salde sulle pagine di fronte a loro.
Mentre si sta addormentando, Ray legge lo stesso paragrafo una dozzina di
volte; le parole si trasformano in cose vorticose, come semi con le ali che
roteano nell’aria.
“Buon anno,” dice, quando finalmente la sfera luminosa compie la sua
discesa. “Sopravvissuti a un altro, eh?”
Si versano lo champagne che aspettava di fianco al letto, nel ghiaccio. Lei
fa cincin, beve, e dice, “Dovremmo vivere un’avventura quest’anno.”
Gli scaffali sono pieni di precedenti soluzioni, scelte e poi messe da parte.
Facili ricette indiane. Un centinaio di escursioni nel vasto Yellowstone.
Guida alle caratteristiche naturali degli uccelli canori dell’est. Ai fiori di
campo dell’ovest. All’Europa più insolita. Alla Tailandia sconosciuta.
Manuali sulla fermentazione della birra e di enologia. Testi intonsi in lingua
straniera. Tutte quelle sporadiche esplorazioni che devono provare e sprecare.
Hanno vissuto come dèi frivoli e distratti.
“Qualcosa di potenzialmente fatale,” aggiunge Dorothy.
“È proprio quello a cui stavo pensando,” dice lui.
“Magari dovremmo partecipare a una maratona.”
“Io... potrei essere il tuo preparatore. O altro.”
“Qualcosa che potremmo fare insieme. Il brevetto di volo?”
“Magari,” dice lui, distrutto dalla stanchezza. “Vabbè.” Posa il bicchiere e
si schiaffeggia le cosce.
“Già. Un’altra pagina prima di spegnere le luci?”

Lei precipita nella vera e propria angoscia delle creature immaginarie. È


coricata, completamente immobile, cercando di non svegliare il marito coi
suoi singhiozzi. E questo cos’è, che mi afferra il cuore, come se avesse un
qualche significato? Cos’è che dà a questo luogo fittizio così tanto potere su
di me? Soltanto questo: la rapida apparizione di qualcuno che vede qualcosa
che lei non dovrebbe riuscire a vedere. Qualcuno che non sa nemmeno che lei
è stata inventata, che mostra coraggio davanti al destino ineluttabile.

Per qualche ragione, quando arriva il loro anniversario, i Brinkman si


dimenticano ancora di piantare qualsiasi cosa.

Le sequoie lo lasciano completamente senza parole. Nick guida in


silenzio. Persino i giovani tronchi sono come angeli. E quando, dopo qualche
chilometro, oltrepassano un esemplare gigantesco, da cui spunta un ramo che
si innalza in aria per dodici metri, grosso come la maggior parte degli alberi
dell’ovest, lui capisce: la parola albero deve crescere, diventare reale. Non
sono le dimensioni a sconcertarlo, o quanto meno non solo quelle. È la
perfezione dorica scanalata delle colonne rossastre, che sfreccia in alto dalle
felci all’altezza delle spalle e dal suolo ricoperto di muschio – ben dritte,
senza affusolarsi, come un’apoteosi coriacea rossastra. E quando le colonne
cominciano a mettere la chioma, succede così in alto, così distante dalla base
delle colonne che potrebbe benissimo esserci un secondo mondo lassù, più
vicino all’eternità.
Tutta l’agitazione del viaggio defluisce da Olivia. È come se conoscesse il
posto, sebbene non sia mai stata a ovest del parco Six Flags Over Mid-
America. Mentre percorrono una strada stretta che attraversa la foresta lungo
la costa, lei grida, “Ferma l’auto.”
Lui accosta su una banchina qualche centimetro oltre il margine della
strada ricoperta da uno strato morbido di aghi. La portiera dell’auto si apre e
l’aria ha un sapore dolce e succulento. Lei smonta dal sedile inoltrandosi in
un boschetto di alberi giganteschi. Quando lui la raggiunge, Olivia ha il viso
rigato e gli occhi caldi e bagnati di gioia. Scuote il capo, incredula. “Ci
siamo. Eccoli qui. Siamo arrivati.”

***

Non è difficile trovare i difensori della foresta. Diversi gruppi si stanno


organizzando su tutta la Lost Coast. Si ha notizia di scontri quasi ogni giorno
sui giornali locali. Nick e Olivia vivono tempi duri, dormendo in auto per
qualche giorno, esaminando i protagonisti di un cast raffazzonato e
un’organizzazione che è a dir poco improvvisata.
Vengono a sapere di un accampamento di volontari nei campi fangosi di
un solidale pescatore in pensione, non lontano da Solace. Il bivacco pullula
più di fermento che di coerenza. Persone giovani e solerti, rumorose nella
loro devozione, gridano da una parte all’altra del prato cosparso di tende. I
loro nasi, le orecchie e le sopracciglia balenano di oggetti in ferro. I
dreadlock si impigliano nei tessuti del loro abbigliamento multicolore.
Puzzano di terreno, sudore, idealismo, olio di patchouli, e della dolce
sensimilla coltivata ovunque in quei boschi. Alcuni rimangono un paio di
giorni. Altri, a giudicare dalla loro microflora, sono in quel campo base da
più di qualche stagione.
Il campo è uno dei tanti centri nevralgici di un movimento caotico senza
leader che sostanzialmente va sotto il nome di Gruppo in Difesa della Vita.
Nick e Olivia perlustrano i campi, parlando con tutti. Cenano insieme a un
uomo più attempato di nome Moses, mangiando uova e fagioli. Lui, dal canto
suo, li sottopone a un interrogatorio e a un controllo, sincerandosi che non
siano delle spie per conto di Weyerhaeuser o Boise Cascade o del gruppo più
vicino di quelle parti, la Humboldt Timber.
“Come riceviamo... gli incarichi?” domanda Nick.
Quella parola provoca in Moses una fragorosa risata. “Nessun incarico
qui. Il lavoro però non finisce mai.”
Cucinano per decine di persone e poi danno una mano a pulire. È stata
fissata una marcia per il giorno dopo. Nick scrive sui poster mentre Olivia si
unisce al coro. Una donna dai capelli rosso fuoco, vestita con indumenti a
scacchi e dal profilo simile a un falco, attraversa il campo avvolta in uno
scialle. Olivia afferra Nick. “È lei. Quella del servizio televisivo in Indiana.”
Quella che le creature di luce volevano trovasse.
Moses annuisce. “Lei è Madre N. Riesce a trasformare un megafono in
uno stradivario.”
All’imbrunire, Madre N tiene una conferenza di orientamento in una
radura accanto alla tenda di Moses. Scruta i cerchi dei corpi seduti, salutando
i veterani e dando il benvenuto ai nuovi arrivati. “È bello vedere ancora tanti
di voi a stagione inoltrata. In passato, molti di voi sono andati a casa per
l’inverno, quando le piogge hanno interrotto l’abbattimento e il trasporto dei
tronchi fino alla primavera. Humboldt Timber però ha cominciato a lavorare
tutto l’anno.”
Diversi buuu si diffondono tra il pubblico.
“Stanno cercando di portar via i tronchi abbattuti prima che la legge se ne
accorga. Ma non hanno fatto i conti con tutti voi!”
Un grido d’incoraggiamento si leva sopra Nicholas come un uccello dal
capino bianco. Si volta verso Olivia e le prende la mano. Lei gliela stringe a
sua volta, come se non fosse la prima volta che lui l’ha toccata, pieno di
gioia. Lei sorride radiosamente, e Nick si meraviglia ancora una volta della
sua sicurezza. Olivia li ha portati così lontano, affidandosi solo alle sue
sensazioni – più caldo, da questa parte, più caldo – a istruzioni sussurrate da
presenze che soltanto lei è in grado di sentire. Ed eccoli lì, come se avessero
sempre saputo dove stavano andando.
“Molti di voi sono qui da un bel po’,” continua Madre N. “Tanto lavoro
utile! Picchettaggio. Teatro di contestazione. Manifestazioni pacifiche.”
Moses si gratta la testa rasata e grida, “Adesso mettiamo loro addosso una
paura del diavolo!”
Il grido di incoraggiamento raddoppia d’intensità. Persino Madre N
sorride. “Be’, magari! Ma il GDV prende la non violenza seriamente. Per
quelli di voi che sono appena arrivati, vogliamo che vi esercitiate nella
resistenza passiva e che giuriate fede al codice della non violenza prima di
prender parte a qualunque azione diretta. Noi non perdoniamo la totale
distruzione della proprietà...”
Moses urla, “Ma rimarreste sorpresi nel vedere quello che un po’ di
cemento ad asciugatura veloce attorno a un interasse può fare.”
Gli angoli delle labbra di Madre N si arricciano. “Siamo parte di un
processo molto lungo ed esteso, in ogni parte del mondo. Se quelle belle
donne Chipko in India possono lasciarsi ricoprire di minacce e di botte, se gli
indiani Kayapó del Brasile possono mettere a repentaglio le loro vite, allora
possiamo farlo anche noi.”
Sta piovigginando. Nick e Olivia quasi non se ne accorgono.
“La maggior parte di voi sa già tutto della Humboldt Timber. Per quelli
che invece ancora non lo sanno, è stata un’impresa a conduzione familiare
per quasi un secolo. Hanno governato l’ultima città progressista nello stato
abitata quasi interamente dai dipendenti dell’azienda e hanno pagato sussidi
incredibili. Il loro sistema pensionistico aveva fondi in eccesso. Hanno curato
soltanto i loro interessi e di rado hanno assunto degli zingari. Più di ogni altra
cosa, hanno tagliato in modo selettivo, per un rendimento che poteva essere
mantenuto per sempre.
“Dato che hanno tagliato gli alberi vecchi lentamente, avevano ancora una
gran quantità del miglior legno dolce del pianeta, molto dopo che la loro
concorrenza disseminata lungo la costa aveva sparato l’ultima cartuccia.
Ventimila acri – il quaranta per cento della restante foresta vergine. Ma la
quotazione della ht ristagnava in confronto a quella delle compagnie in grado
di massimizzare i profitti. Vi ricordate di Henry Hanson, il Re del Junk
Bond? Il tizio che l’anno scorso è finito dietro le sbarre per associazione a
delinquere? È stato lui a organizzare tutto. Un suo amico predatore ha
concluso l’affare, direttamente da Wall Street. Geniale, davvero: metti i
proventi di titoli spazzatura in un’acquisizione ostile e vendi il debito alla tua
associazione mutua di risparmi e prestiti, che lo stato deve salvare. Poi
ipotechi l’azienda completamente per pagare il finto debito, saccheggiare il
fondo pensione, sperperare le scorte, svendere qualunque cosa abbia valore, e
vendere qualsiasi scarto insignificante per qualunque cosa tu riesca a
ottenere! Magia! Bottino che ti rende di più del saccheggio.
“In questo momento stanno attraversando la seconda-e-l’ultima fase:
stanno vendendo ogni scarto di legno smerciabile dell’inventario. Vale a dire
molti alberi di settecento e ottocento anni. Alberi più grandi dei vostri sogni
entrano nello Stabilimento B ed escono sotto forma di tavole. Humboldt sta
tagliando a una velocità quattro volte superiore rispetto al ritmo industriale. E
stanno accelerando, prima che la legislazione li raggiunga.”
Nick si gira verso Olivia. Sebbene la ragazza sia più giovane di diversi
anni, lui sta cominciando a guardarla per carpire delle spiegazioni. Il suo viso
si irrigidisce e gli occhi si chiudono per il dolore. Le lacrime le scendono
lungo gli zigomi.
“Ovvio che non possiamo aspettare la legislazione. La nuova, efficiente
Humboldt Timber avrà già ucciso tutti gli esemplari giganteschi per quando
la legge li avrà raggiunti. Pertanto, ecco la domanda che rivolgo a ognuno di
voi. Con cosa potete contribuire all’impresa? Accetteremo qualsiasi cosa
riuscirete a dare. Tempo. Sforzo. Denaro. Il denaro è sorprendentemente
utile!”
Applausi e acclamazioni risuonano dopo il suo discorso, e la gente si ritira
a mangiare zuppa di lenticchie cotta al calore dei molti fuochi di bivacco.
Olivia dà una mano a cucinare, proprio lei che aveva l’abitudine di rubare il
cibo dei suoi coinquilini dal frigorifero piuttosto che far bollire un po’
d’acqua per preparare il ramen. Nick fiuta questi uomini della foresta, alcuni
dei quali non si lavano da settimane, che si sforzano di apparire indifferenti
mentre lei li serve, come se una driade non fosse appena scesa su quel campo
accanto a loro.
Una combriccola sotto la supervisione di un uomo di nome Barbanera fa
ritorno da un raid durante cui hanno danneggiato il motore di un trattore a
cingoli con lo sciroppo di mais. I loro volti brillano di trionfo nel barlume del
fuoco di bivacco. Hanno intenzione di ritornare fuori, a notte fatta, per
verificare la sorveglianza predisposta dall’azienda sui macchinari più grandi
un po’ più su sulla collina.
“Non mi piacciono i reati contro la proprietà,” dice Madre N.
“Assolutamente.”
Moses liquida le sue parole ridendoci sopra. “Non è stata distrutta nessuna
proprietà di valore se non queste foreste. Stiamo combattendo una guerra di
logoramento. Fermiamo per qualche ora le squadre degli addetti al taglio e al
trasporto del legno, e poi loro riparano i macchinari. Nel frattempo però
perdono tempo e denaro.”
Barbanera lancia alle fiamme un’occhiata torva. “Humboldt non è altro
che una serie di reati contro la proprietà. E noi dovremmo risolvere le cose
con le buone?”
Due dozzine di volontari cominciano a parlare le une sulle altre. Dopo
anni nell’Iowa rurale, Nick è come un bambino cresciuto al suono metallico
di una radio che sta ascoltando la sua prima sinfonia dal vivo. È finito in
mezzo a un culto druidico degli alberi simili a quelli di cui leggeva
nell’enciclopedia della famiglia Hoel durante le notti invernali. La
venerazione della quercia all’oracolo di Dodona, i boschetti dei druidi in
Britannia e in Gallia, l’adorazione dell’albero sakaki dello scintoismo, gli
alberi dei desideri tutti ingioiellati dell’India, il kapok dei Maya, i sicomori
egiziani, il gingko sacro cinese – tutti i rami della prima religione del mondo.
Il decennio passato a disegnare in modo ossessivo è stato un esercizio per
qualunque forma d’arte quella setta voglia da lui.
Olivia allunga la testa nella sua direzione. “Stai bene?” La sua risposta è
da cercare nel suo largo ghigno eccessivamente compiaciuto.
La banda della spedizione si prepara a uscire di nuovo. Barbanera, Aghi di
Pino, Mangiatore di Muschio, e il Rivelatore: guerrieri che competono per la
palma, l’alloro, l’ulivo.
“Aspettate un attimo,” Nick dice loro. “Proviamo una cosa.” Li mette a
sedere su uno sgabello da campeggio all’ombra del fuoco, mentre lui pittura i
loro volti. Intinge un pennello in una lattina di lattice verde che una donna di
nome Campanellino usa per scrivere sugli striscioni. Segue i contorni dei loro
crani, le curve delle loro fronti e le sporgenze degli zigomi, spingendosi fino
a disegnare volute e spirali, ricordi surreali a mano libera dei tatuaggi tā moko
dei Maori. Lettere T usando il tie-dye e facce a motivo cachemire: l’effetto è
devastante. I commando della notte fanno un passo indietro e si ammirano a
vicenda. Qualcosa penetra dentro di loro; diventano altri esseri, incisi e
alterati, riempiti di potere da antichi segni.
“Buon Dio! Se la faranno sotto dalla paura.”
Moses scuote il capo davanti al lavoretto fatto a mano del nuovo arrivato.
“È bello. Vogliamo che pensino che siamo pericolosi.”
Olivia si avvicina a Nick da dietro, tutta orgogliosa. Avvolge le mani
intorno al suo avambraccio. Non ha idea dell’effetto che può avere quel gesto
su di lui, dopo giorni insieme in auto in lungo e in largo per il paese, dopo
notti fianco a fianco in spessi sacchi a pelo. O forse lo sa, e non le interessa.
“Bel lavoro,” sussurra.
Lui fa spallucce. “Non particolarmente utile.”
“Urgente. Lo so da fonte autorevole.”
Quella notte si battezzano con nomi della foresta, sotto la soffice
pioggerella delle sequoie, su una coperta di aghi. All’inizio, il gioco sembra
puerile. Ma tutta l’arte è puerile, tutte le narrazioni, tutta la paura e la
speranza umana. Perché non dovrebbero assumere dei nomi nuovi per quel
nuovo lavoro? Gli alberi vengono etichettati con diversi nomi. C’è il finto
buckeye,* quello del Texas, quello spagnolo e il monillo, tutti quanti nomi
per la stessa pianta. Alberi con nomi dissoluti come i semi dell’acero. C’è
buttonwood, altrimenti noto come platano americano, altrimenti noto come
sicomoro: proprio come un uomo con un cassetto pieno di passaporti falsi. In
un posto c’è il lime, in un altro il linden, Tilia in generale, ma basswood
quando viene trasformato in legname o in miele. Ventotto nomi solo per il
pino palustre.
Olivia scruta Nick al buio, lontano dal fuoco. Socchiude gli occhi in cerca
di indizi che le suggeriscano un nome. Gli infila i capelli dietro le orecchie,
gli piega il mento nelle fredde mani. “Alcea rosea. Guardiano. Suona bene?
Tu sei il mio Guardiano.”
Osservatore, spettatore. Aspirante protettore. Lui ghigna, smascherato.
“Adesso dammelo tu un nome!”
Lui allunga il braccio e prende tra le dita quella cosa simile al grano che di
lì a breve non sarà più leggera del fango. Si disperde sotto le sue dita.
“Capelvenere.”
“È una cosa reale?”
Lui le risponde di sì, è un altro modo di chiamare un fossile vivente; più
antica degli alberi in fiore, antica quanto le prime conifere, per un po’ di
tempo è stata una pianta indigena, in quelle sorgenti, poi è scomparsa per
milioni di anni prima di ritornare nella coltivazione. Un albero che risale alle
origini degli alberi.

***

Si rannicchia contro di lui nella tenda canadese mentre si addormentano,


al sicuro da qualunque cosa di più intimo del calore grazie alla vicinanza di
tanti altri volontari. Lui è coricato con gli occhi fissi sulla schiena di Olivia,
la dolce sinuosità della sua cassa toracica. La maglietta usata come pigiama si
sfila dalla spalla, lasciando intravedere un tatuaggio sulla scapola, a caratteri
elaborati: Sta arrivando un cambiamento.
Nick giace immobile il più possibile, un tronco tumescente. Conta i battiti
del cuore percepibili fin nelle orecchie finché il suo fluttuare non si attenua e
scivola nel sonno. Mentre si appisola, un pensiero si insinua dentro di lui
come un ragno. Persone di un altro pianeta si chiederanno cos’hanno i nomi
terrestri di sbagliato, visto che ce ne vogliono parecchie varietà per definire
qualcosa. Ma eccolo lì, coricato di fianco a un’amica che conosce solo da
qualche settimana, ricongiunti dopo tante vite. Nick e Olivia, Guardiano e
Capelvenere – il quartetto al completo – esposti alla notte di gennaio, sotto le
colonne altissime delle sequoie della costa, le eterne Sempreverdi.

Patricia Westerford è seduta sulla sedia con lo schienale a colonnine di


legno al tavolo di pino della fattoria, la penna per aria, intenta a scrivere sotto
dettatura degli insetti. Si avvicinano le undici e lei non ha in mano nulla –
nemmeno una frase che non abbia corretto fino alla nausea. Il vento soffia
dalla finestra, e ha l’odore del concime organico e del cedro. Quella fragranza
risveglia un vecchio, profondo desiderio che pare essere privo di scopo. I
boschi stanno chiamando e lei deve andare.
Per tutto l’inverno si è sforzata di descrivere la gioia del lavoro di una vita
intera e delle scoperte che si sono consolidate in pochi, brevi anni: di come
gli alberi comunichino l’uno con l’altro, nell’aria e sotto terra. Di come si
prendano cura e si nutrano a vicenda, orchestrando comportamenti condivisi
attraverso connessioni nel suolo sottostante. Di come costruiscano sistemi
immunitari estesi quanto una foresta. Dedica un capitolo intero a descrivere
nel dettaglio come un ceppo morto dia vita ad altre innumerevoli specie.
Rimuovere il tronco significa uccidere il picchio che tiene sotto controllo i
punteruoli che ucciderebbero gli altri alberi. Descrive le drupe e i racemi, le
pannocchie e gli involucri cui una persona potrebbe passare accanto senza
mai accorgersene. Racconta di come da un ontano dalle pigne legnose si
raccolga oro. Di come un noce americano alto due centimetri e mezzo possa
avere una radice profonda quasi due metri. Di come la corteccia interna delle
betulle possa nutrire gli affamati. Di come un amento del carpino bianco
abbia diversi milioni di grani di polline. Di come i pescatori indigeni usino
foglie di noce frantumate per stordire e catturare i pesci. Di come i salici
ripuliscano il terreno dalle diossine, dai PCB e dai metalli pesanti.
Illustra come le ife fungine – infiniti chilometri di filamenti ripiegati in
ogni cucchiaio di terreno – riescano a far aprire le radici degli alberi e ad
attingere a esse. Come i funghi collegati alimentino i minerali degli alberi.
Come l’albero contraccambi queste sostanze nutrienti con gli zuccheri, che i
funghi non riescono a produrre.
Sta succedendo qualcosa di meraviglioso sotto terra, qualcosa che stiamo solo
imparando a vedere. Tappetini di associazioni micorriziche collegano gli alberi in
enormi e intelligenti comunità sparpagliate lungo centinaia di acri. Insieme,
formano vaste reti di scambio di prodotti, servizi e informazioni...

Non ci sono individui in una foresta, né eventi separabili. L’uccello e l’albero su


cui è posato sono una cosa sola. Un terzo o più del cibo che un grosso albero
produce può sfamare altri organismi. Persino tipi diversi di alberi formano delle
società. Tagliate una betulla, e un abete di Douglas nei paraggi può soffrirne...

Nelle grandi foreste dell’est, le querce e i noci americani sincronizzano la


produzione dei loro frutti per confondere gli animali che si cibano di essi. Si
sparge la voce, e gli alberi di una data specie – che siano al sole o all’ombra,
bagnati o asciutti – producono molti frutti o affatto, insieme, da comunità quale
sono...

Le foreste si risanano e si modellano attraverso sinapsi sotterranee. E, nel farlo,


modellano anche le decine di migliaia di altre creature collegate che le formano
dall’interno. Magari è utile pensare alle foreste come a enormi ed eccezionali
alberi che si allargano e ramificano sotto terra.

Racconta di come un olmo contribuì a far cominciare la Rivoluzione


americana. Di come un enorme albero del mesquite di cinquecento anni
cresca al centro di uno dei deserti più aridi del pianeta. Di come l’aver
intravisto fugacemente un ippocastano da una finestra abbia dato speranza ad
Anna Frank, persino quando viveva nascosta, senza alcuna possibilità di
salvarsi. Di come i semi portati sulla luna e fatti ritornare siano germogliati su
tutta la Terra. Di come il mondo sia abitato da creature magnifiche che
nessuno conosce. Di come potrebbero volerci anni per tornare ad avere la
stessa conoscenza degli alberi che la gente aveva un tempo.
Suo marito vive in città a una ventina di chilometri di distanza da lei. Si
vedono per pranzo una volta al giorno, per mangiare ciò che Dennis prepara
con qualunque prodotto sia di stagione. Per tutto il giorno e la notte, la sua
unica compagnia sono gli alberi, e l’unico mezzo di comunicazione per loro
sono le parole, quegli organi dei parassiti ritardatari che vivono dell’energia
che producono gli esseri vegetali.
Gli articoli delle riviste specializzate sono sempre stati piuttosto
impegnativi. Gli anni trascorsi da emarginata le si ripresentano ogni volta che
si cimenta nella scrittura di un pezzo, anche quando lei è soltanto una
collaboratrice in mezzo a una dozzina di altri coautori. Avverte ancor più
ansia quando sono coinvolte altre persone. Preferirebbe isolarsi di nuovo
piuttosto che dover infliggere a quegli adorati colleghi qualunque cosa
assomigli a quello che aveva patito un tempo. Ma persino gli articoli
pubblicati da riviste specializzate sembrano una passeggiata nei boschi
rispetto al dover scrivere per i lettori. I saggi scientifici rimangono negli
archivi, faccende prive di importanza per quasi tutti. Ma quel libro pesante
come un macigno: è sicura che verrà derisa e fraintesa dalla stampa. E non
guadagnerà mai l’altra metà di ciò che il suo editore ha già pagato.
Si è affannata tutto l’inverno per cercare di capire come dire a un estraneo
tutto quello che sa. I mesi sono stati un inferno, ma anche un paradiso. Presto,
quel paradiso infernale finirà. Il suo laboratorio da campo terminerà in
agosto, e allora sbaraccherà l’attrezzatura e trasferirà tutti i suoi affidabili
campioni sulla costa e in quella università in cui lei – udite udite – tornerà a
insegnare. Dovrebbe solo dormire, e capire quello che forse le diranno i
sogni. Invece, allunga il collo per lanciare un’occhiata all’orologio della
cucina sopra il frigorifero vintage con gli angoli smussati. C’è ancora tempo
per una passeggiata della mezzanotte verso lo stagno.
Gli abeti rossi accanto al capanno diffondono oscure profezie sotto la luna
quasi piena. Si susseguono lungo una linea dritta, il ricordo di un recinto
scomparso dove ai crocieri rossi un tempo piaceva sedersi a espellere i semi.
Quella notte, gli alberi sono impegnati ad assorbire diossido di carbonio nella
loro fase oscura. A breve, tutto sarà in fiore: il mirtillo e il ribes, l’asclepiade
appariscente, l’uva dell’Oregon, l’achillea millefoglie e la sidalcea. Si
meraviglia ancora una volta di come la suprema intelligenza del pianeta abbia
potuto scoprire il calcolo e le leggi universali della gravità prima che
qualcuno capisse a cosa serviva un fiore.
Quella notte, i boschetti sono offuscati dalla pioviggine e dal buio fitto
così come la sua mente è confusa da una moltitudine di parole. Trova il
percorso e si china sotto il suo adorato abete di Douglas. Un sentiero taglia
sotto le guglie illuminate dalla luna del tardo inverno, un sentiero che lei
percorre quasi tutte le sere, avanti e indietro come quel vecchio palindromo:
La ruta nos aportó otro paso natural. I tanti composti volatili non catalogati
sprigionati di notte dagli aghi le rallentano il ritmo del cuore, le attenuano il
respiro e, se non va errata, modificano persino il suo umore e i suoi pensieri.
Ci sono talmente tante sostanze nelle farmacie silvestri che nessuno ancora è
riuscito a identificarle. Potenti molecole nella corteccia, nel midollo e nelle
foglie i cui effetti devono ancora venire scoperti. Una famiglia di ormoni del
pericolo usati dai suoi alberi – gli jasmonati – rende grintosi tutti quei
profumi femminili che giocano sul mistero e l’intrigo. Annusami, amami,
sono nei guai. E sono nei guai, tutti quegli alberi. Tutte quelle foreste del
mondo, persino le terre trascurate e dal nome d’altri tempi. Più guai di quanto
abbia il coraggio di raccontare ai lettori del suo piccolo libro. I guai, come
l’atmosfera, fluttuano ovunque, lungo correnti che vanno oltre la capacità
dell’uomo di predire o controllare.
Patricia sbuca nella radura dello stagno. Il cielo stellato erutta sopra di lei,
tutta la spiegazione di cui ha bisogno una persona per capire il perché gli
esseri umani hanno fatto continuamente la guerra contro le foreste. Dennis le
ha detto quello che dicono i taglialegna: Andiamo a far entrare un po’ di luce
in quella palude. Le foreste mettono paura alla gente. Succedono troppe cose
là dentro. Gli esseri umani hanno bisogno di un cielo.
Il suo posto è vuoto e in attesa – quel ceppo che protegge gli altri alberi
ricoperto di muschio accanto all’orlo dell’acqua. Nell’attimo in cui guarda la
superficie dell’acqua, si schiarisce le idee e trova il passaggio che stava
cercando. Stava cercando un nome per i grandi, antichi tronchi della foresta
vergine, quelli che mantengono in vita lo scambio delle emissioni di carbonio
e di metaboliti. Adesso ne ha uno:
I funghi scavano la pietra per rifornire i loro alberi di minerali. Vanno a caccia di
podura, che danno da mangiare ai loro ospiti. Gli alberi, dal canto loro, fanno
provvista di scorte aggiuntive di zucchero nelle loro sinapsi fungine, da distribuire
a quelli malati, all’ombra e feriti. Una foresta si prende cura di se stessa, proprio
mentre costruisce il microclima di cui ha bisogno per sopravvivere.
Prima di morire, un abete di Douglas, di cinquecento anni, rispedirà il suo
deposito di sostanze chimiche nelle sue radici e lo espellerà attraverso i suoi
compagni fungini, donando le sue ricchezze al fondo comune in un testamento.
Possiamo tranquillamente chiamare questi antichi benefattori alberi magnanimi.

I lettori hanno bisogno di una locuzione del genere per rendere il miracolo
un po’ più vivido, visibile. L’aveva imparato tanti anni prima, da suo padre:
la gente vede meglio ciò che le assomiglia. Alberi magnanimi è qualcosa che
ogni persona generosa è in grado di capire e di amare. E con quelle parole,
Patricia Westerford sigilla il suo destino e cambia il futuro. Persino il futuro
degli alberi.

Al mattino, si spruzza acqua fredda sul viso, si prepara un intruglio a base


di semi di lino, che beve mentre legge le pagine del giorno prima, e poi si
siede al tavolo di pino, giurando di non alzarsi finché non avrà partorito un
paragrafo che varrà la pena di mostrare a Dennis a pranzo. L’odore della
matita al cedro rosso la esalta. La lenta spinta della grafite da una parte
all’altra della carta le ricorda la costante evaporazione che ogni giorno
solleva centinaia di litri d’acqua lungo centinaia di centimetri nel tronco
gigantesco di un abete di Douglas. L’atto solitario di stare sopra la pagina e
aspettare che la sua mano si muova è forse quanto più vicino riuscirà mai a
essere all’illuminazione delle piante.
Il capitolo finale le sfugge. Ha bisogno di tre impossibili qualità: speranza,
utilità e verità. Potrebbe usare l’Old Tjikko, quell’abete rosso norvegese che
vive più o meno a metà dell’intera estensione della Svezia. L’albero che
emerge dalla terra ha solo qualche centinaia di anni. Ma sotto terra, nel
terreno tempestato di microbi, arriva a novemila anni o più – più vecchio di
migliaia di anni dell’artificio della scrittura che usa per cercare di catturarlo.
Lavora tutta la mattina per ridurre la saga di novemila anni in dieci frasi: una
processione di tronchi che cadono e rispuntano dalla stessa radice. Qui c’è la
qualità della speranza che sta cercando. La verità è un po’ più brutale. Entro
la tarda mattinata, raggiunge il presente, quando, per la prima volta, la nuova
atmosfera creata dall’uomo persuade i più recenti dei tronchi bassi e ricurvi
dell’Old Tjikko, solitamente rachitici per via della neve, a crescere di colpo,
diventando alberi a grandezza naturale.
Ma la speranza e la verità non giovano agli esseri umani, sono senza
un’utilità. Negli sgraziati e grumosi colori a dita delle parole, lei ricerca
l’utilità dell’Old Tjikko, su quella cima brulla, che muore e risorge
all’infinito a ogni cambiamento climatico. La sua utilità è quella di mostrare
che il mondo non è fatto a nostro uso e consumo. Di che utilità siamo noi, per
gli alberi? Le vengono in mente le parole del Buddha: un albero è una cosa
mirabile che ripara, nutre e protegge tutti gli esseri viventi. Offre persino
l’ombra ai boscaioli che l’hanno distrutto. E con quelle parole, lei conclude il
suo libro.

Dennis si fa vivo alle dodici, puntuale come un orologio, con lasagne ai


broccoli e mandorle, il suo più recente capolavoro del mezzogiorno. Lei
pensa, come le capita diverse volte alla settimana, a quanto è stata fortunata, a
trascorrere quei pochi anni felici sposata con l’unico uomo sulla Terra che le
permetterebbe di passare la maggior parte della sua vita da sola. Il
coraggioso, paziente e amorevole Dennis. Lui protegge il suo lavoro e ha
bisogno di ben poco. Nel suo cuore di uomo tuttofare, sa già di quante poche
cose l’uomo è misura. È generoso e intraprendente come le erbacce.
Mentre gustano la leccornia di Dennis, lei gli legge la parte scritta su Old
Tjikko. Il marito ascolta, sbalordito, come un bambino felice potrebbe
ascoltare i miti greci. Lei termina la lettura. Dennis applaude. “Oh, piccola. È
bellissimo.” C’è qualcosa nel profondo della sua immatura anima verde che
adora essere la bambina più vecchia del mondo. “Odio dovertelo dire, ma
credo tu abbia finito.”
È terrificante, ma ha ragione. Patricia sospira e guarda fuori dalla finestra,
dove tre corvi ordiscono i loro piani elaborati per fare irruzione nel suo
bidone del concime organico. “E quindi, adesso cosa faccio?”
Den ride di cuore come se lei avesse detto qualcosa di divertente. “Lo
batti al computer e lo spediamo ai tuoi editori. Con quattro mesi di ritardo.”
“Non posso.”
“Perché no?”
“È tutto sbagliato. A partire dal titolo.”
“Cosa c’è che non va in Come gli alberi salveranno il mondo? Forse non
lo salveranno?”
“Sono sicura che lo faranno. Dopo che il mondo ci avrà tolto di torno.”
Lui ridacchia e mette in valigia i piatti sporchi. Li porterà a casa, dove ci
sono lavelli profondi, colini e acqua calda. La guarda dall’altra parte della
cucina. “Intitolalo La salvezza della foresta. Così non dovrai impelagarti in
chi salva cosa.”
“Ti adoro.”
“Qualcuno ha forse detto che non mi adoravi? Ascolta. Piccola. Questo
lavoro per te dovrebbe essere una fonte di puro piacere. Raccontare alla gente
la gioia più grande della tua vita.”
“Sai com’è, Den. L’ultima volta che ho occupato un ruolo di un certo
rilievo, non è andata molto bene.”
Lui agita la mano per aria. “Ma è successo una vita fa.”
“Un branco di lupi. Ma non volevano criticarmi. Volevano il sangue.”
“Ma alla fine sei stata scagionata. Mille volte.”
Lei vuole raccontargli quello cui non ha mai accennato: di come il trauma
di quei giorni fosse stato talmente forte da spingerla a prepararsi un pranzetto
boschereccio fatale. Ma non ci riesce. Si vergogna troppo di quella ragazza
morta ormai da tempo. Una parte di lei non crede più completamente al fatto
che avrebbe mai potuto prendere in considerazione uno sviluppo del genere.
È un metodo che lascia spazio all’ambiguità. Un gioco. Così non rivela
l’unica cosa che gli abbia mai tenuto nascosta – di come lei abbia messo i
funghi ovunque tranne che nella sua bocca.
“Piccola. Di fatto, oggi sei una profetessa.”
“Ho trascorso anche diversi anni come una paria. Profetessa è molto più
divertente.”
Lo aiuta a uscire con i piatti sporchi in direzione dell’auto. “Ti amo, Den.”
“Per favore, smettila di dirlo. Mi spaventi.”
Patricia batte al computer la bozza. Sfronda alcune parole e taglia qualche
locuzione. C’è un nuovo capitolo intitolato “Gli alberi magnanimi”, sugli
amati abeti di Douglas e il loro stato sociale sotto terra. Vaga per le foreste
del paese, dai pioppi neri americani che in un decennio superano i tre metri
d’altezza ai pini dai coni setolosi che muoiono lentamente lungo cinquemila
anni. Poi l’ufficio postale, dove tutta l’ansia si riversa fuori dal suo corpo non
appena paga l’affrancatura e spedisce il manoscritto sull’altra costa.

Sei settimane dopo, squilla il telefono del suo ufficio. Lei odia il telefono.
Schizofrenia manuale. Voci non viste che ti sussurrano in lontananza.
Nessuno le telefona eccetto per lavori sgradevoli. È il suo editor, che non ha
mai conosciuto, da New York, una città che non ha mai visto. “Patricia? Il
tuo libro. L’ho appena finito!”
Patricia sussulta, aspettando la stroncatura.
“Pazzesco. E chi sapeva che gli alberi architettassero tutte queste cose?”
“Be’. Alcune centinaia di milioni di anni di evoluzione sono sufficienti
per un bel repertorio.”
“Sei riuscita a infondere in loro la vita.”
“A dire il vero, erano già vivi.” Lei però sta pensando al volume che le
regalò suo padre quando aveva quattordici anni. Si rende conto che deve
dedicare il libro a suo padre. E a suo marito. E a tutte le persone che, col
tempo, si trasformeranno in altre cose.
“Patty, non crederesti a quello che mi hai fatto scoprire, tra la fermata
della metro e il mio ufficio. La parte sugli alberi magnanimi? Da urlo. Non ti
abbiamo pagato abbastanza per questo lavoro.”
“Mi hai pagato più di quanto abbia guadagnato in cinque anni.”
“Nel giro di un paio di mesi riceverai anche l’altra parte del compenso.”
Quello che Patricia Westerford vorrebbe riprendersi è la sua solitudine, il
suo anonimato, ma proprio in quel momento comincia a capire – così come
gli alberi sono in grado di percepire un’invasione ancora distante – che non
riavrà.

Destiny arriva, e non c’è modo di tornare indietro. Due mesi dopo l’uscita
del videogioco nel Nord America, il presidente, l’amministratore delegato e il
maggior azionista di Sequoia Sempreverde avvia una copia sul suo solido e
robusto computer, nel suo appartamento sopra il nuovissimo e luccicante
quartier generale dell’azienda sulle colline pedemontane lungo Page Mill
Road. È tutto legno rosso di sequoia e vetro – un parco giochi con spazi
stravaganti e meditativi. Strani angoli cingono atri all’aperto provvisti di
giganteschi pini domestici italiani. Lavorare alla propria postazione dà la
sensazione di campeggiare all’interno di un parco nazionale.
Il rifugio di Neelay è un po’ appartato in alto, sopra la zona dove fervono
tutte le attività. L’unico modo per raggiungerlo è a bordo di un ascensore
privato, nascosto dietro una scala antincendio. Al centro dello studio segreto
c’è un complesso letto d’ospedale. Neelay non lo usa quasi più. Quaranta
minuti per coricarsi e per alzarsi; in quel periodo, persino coricarsi sembra
mortale. Non c’è tempo. Lui dorme sulla sua sedia, quasi mai più di quaranta
minuti di fila ogni volta. Le idee lo torturano come le Erinni. Piani e progressi
per il suo mondo in evoluzione lo assillano senza pietà lungo la galassia.
È seduto di fronte a un enorme schermo su una superficie di lavoro
abbastanza alta da permettergli di infilarci sotto la sedia. Oltre lo schermo, un
panorama su una lastra di cristallo rivela la cima di Monte Bello. Quella
vista, e lo spettacolo del cielo stellato che traspare attraverso il lucernario
notturno, è all’origine della maggior parte dei viaggi di Neelay in paesi
stranieri. Le sue incursioni adesso sono simili a quelle di oggigiorno –
spedizioni lungo le coste delle terre emerse che cominciano avvolte nella
nebbia e culminano con la scoperta. Lui ha concepito le fondamenta del
gioco, ha scritto una discreta porzione del codice, e ha passato mesi a
elaborare i suoi possibili percorsi. Il destino non dovrebbe avere più alcun
potere di sorprenderlo; ma non manca mai di fargli accelerare il battito
cardiaco. Un clic del mouse, qualche battuta sui tasti, e lui si ritrova di nuovo
faccia a faccia con il prossimo continente vergine.
In verità, il gioco è piuttosto scadente. È bidimensionale – niente
sensazioni olfattive, tattili, del gusto, a pelle. È minuscolo e sgranato, con un
prototipo del mondo semplicistico come la Genesi. Però riesce a dare una
scossa al suo tronco encefalico ogni volta che lo avvia. Le mappe, i climi e le
risorse sparse sono nuove, ogni volta che si entra. I suoi avversari sono
Conquistadores, Costruttori, o Tecnocrati, Veneratori della Natura, Taccagni,
Filantropi o Utopisti radicali. Niente di simile al posto che è sempre esistito.
Eppure, andarci è un po’ come tornare a casa. La sua mente sta aspettando un
parco giochi simile da molto prima che cadesse da quell’albero traditore.
Quel giorno decide di essere un Saggio. Nella bacheca virtuale di tutto il
mondo si sta diffondendo la voce di una strategia superpotente di vittoria che
i giocatori chiamano Illuminazione. I leader di massimo livello stanno
facendo pressioni affinché l’approccio venga vietato. Ma persino da Saggio,
lui deve procurarsi sufficiente carbone, oro, minerale grezzo, pietra, legno,
cibo, onore e gloria per supplire alla crescita della sua popolazione. Deve
esplorare terreni sconosciuti, creare rotte commerciali e fare irruzione in
insediamenti vicini, insinuandosi lungo ramificazioni in cerca di Cultura,
Arte manuale, Economia e Tecnologia. Il gioco presenta tante scelte
importanti quante la Vita Vera, o, come il suo staff ha cominciato a
chiamarla, in un modo leggermente derisorio: VV. Quella mattina la grafica
sembra un po’ frastagliata rispetto a Destiny 2, già in cantiere. Ma la grafica
non ha mai significato molto per Neelay. Il visibile è un tappabuchi per il
desiderio vero. Tutto quello di cui lui e mezzo milione di altri giocatori di
Destiny hanno bisogno è semplice e con una forma che cambia all’infinito, in
un regno continuamente in crescita.
Sente qualcosa contorcersi dentro di lui. Impiega qualche minuto per
identificare quella sensazione come fame. Dovrebbe mangiare, ma mangiare
è un’operazione di un certo tipo. Si avvicina al frigorifero a bordo della sedia
a rotelle e prende una bibita energetica che poi si rivela un involtino al pollo,
che lui ingoia senza nemmeno scaldarlo al microonde. Di sera farà un pasto
vero, o il giorno dopo. Sta radunando una pila di tavole di cipresso tagliate
dalla sua migliore squadra di boscaioli dentro una navicella gigantesca
quando squilla il telefono. Il suo appuntamento mattutino con un giornalista
che vuole intervistare la piccola stella nascente del settore, il ragazzo ancora
sulla ventina che ha dato una casa a tanti ragazzi senza casa.
Il reporter sembra non molto più vecchio del suo concittadino, e impietrito
dalla paura. “Signor Mehta?”
Il signor Mehta è suo padre, che Neelay ha nascosto in un minuscolo
palazzo fuori Cupertino dotato di piscina, home cinema e laghetto accanto a
un mandir di legno di palissandro, dove la signora Mehta pratica Pūjā
quotidiane e prega gli dèi affinché portino al figlio la felicità e una ragazza
che lo veda per quello che è.
Una cosa riflessa nella lastra di cristallo alza lo sguardo verso di lui come
a volerlo sfidare: una mantide religiosa marrone e scheletrica con giunture
bulbose e un enorme cranio dalla pelle tirata al posto della testa: “Chiamami
Neelay.”
“Perbacco. Okay. Wow! Neelay. Sono Chris. Grazie per aver parlato.
Allora, per prima cosa voglio chiederti: te lo immaginavi che Destiny sarebbe
diventato un successo del genere?”
Neelay se lo immaginava, molto prima che il gioco venisse lanciato. Se
l’era immaginato dal momento in cui aveva avuto l’idea, di notte sotto quel
gigantesco, ampio e pulsante albero, lungo la Skyline.
“Più o meno. Sì. L’uscita della versione beta ha paralizzato i miei
dipendenti. Il mio project manager ha dovuto bloccare gli accessi.”
“Cazzarola. Sai a quanto ammontano le vendite?”
“Sta vendendo molto bene. In quattordici paesi.”
“E perché, secondo te?”
Il successo del videogioco è abbastanza semplice. È una riproduzione
ragionevole del luogo che Neelay aveva immaginato all’età di sette anni,
quando suo padre aveva trascinato un’enorme scatola di cartone su per le
scale dell’appartamento. Ebbene, Neelay-jj. Cosa sarà in grado di fare quella
piccola creatura? Quello che Neelay voleva che facesse quella scatola nera
era abbastanza semplice: farlo ritornare all’epoca del mito e delle origini,
quando tutti i luoghi che una persona poteva raggiungere erano verdi e dolci,
e la vita poteva ancora diventare qualsiasi cosa.
“Non so. Ha delle regole elementari. Il mondo ti obbedisce. Le cose
succedono più velocemente che nella vita. Puoi vedere crescere il tuo
impero.”
“Sono... Devo confessartelo. Ne vado matto! Ieri notte, quando alla fine
ho smesso di giocare, erano tipo le quattro del mattino. Volevo soltanto
vedere cosa sarebbe successo con un’altra mossa. E quando mi sono alzato in
piedi davanti allo schermo, la mia camera da letto stava ondeggiando.”
“So cosa vuoi dire.” E Neelay lo sa. Tranne la parte dell’alzarsi in piedi.
“Credi stia cambiando il cervello delle persone che ci giocano?”
“Sì, Chris. Ma è quello che fanno tutte le cose, credo.”
“Hai visto l’articolo del Times sui videogiochi della scorsa settimana?”
“Destiny non è un videogioco. È un gioco mentale.”
“Okay. Ma devi ammettere che si spreca un sacco di tempo che potrebbe
essere sfruttato in modo costruttivo.”
“Il gioco è assolutamente cronofagico.” Avverte un impercettibile punto
interrogativo comparire in una nuvoletta dei pensieri dall’altro capo del
telefono. “Risucchia-tempo.”
“Ti secca essere considerato un distruttore della produttività?”
Neelay guarda fuori il fianco di una montagna spogliato degli alberi
mezzo secolo prima. “Non penso... Potrebbe non essere così male,
distruggere un po’ di produttività.”
“Uhm! Okay. A ogni modo, il gioco sta uccidendo la mia insignificante
vita. Continuo a imbattermi in cose che non sono nel libro-gioco di
centoventotto pagine.”
“Già. In parte è ciò che continua a far giocare la gente.”
“Mentre sto giocando, sento di avere un obiettivo. Sempre qualcos’altro
da portare a termine.”
Sì, oh sì, vuole dire Neelay. Sicuro e comprensibile, senza alcuna
ambiguità stagnante che ti inghiotte, senza alcuna ombra di un altro essere
umano, e la tua volontà otterrà lo spazio che le spetta. Chiamalo significato.
“Credo che molte persone si sentano più a casa lì dentro. Di quanto si sentano
là fuori.”
“Può darsi! In ogni caso, molte persone della mia età.”
“Certo. Ma stiamo progettando ogni genere di nuovi ruoli per l’uscita
successiva. Nuovi modi di giocare. Ventagli di possibilità per ogni genere di
persona. Vogliamo che sia un bel posto per tutti.”
“Wow. Okay. Eccezionale. E quale sarà la mossa successiva
dell’azienda?”
Il controllo dell’azienda gli sta sfuggendo di mano. Squadre di lavoro e
dirigenti popolano una struttura organizzativa ad albero di cui lui non riesce
più ad avere il pieno controllo. I migliori sviluppatori della Silicon Valley
bussano alla sua porta ogni giorno, col desiderio di giocare. Ingegneri del
software sulla statale 128 nei pressi di Boston, freschi di laurea alla Georgia
Tech e alla Carnegie Mellon – con i cervelli plasmati fin dall’infanzia dai
videogiochi che Neelay aveva l’abitudine di regalare – lo implorano di dar
loro la possibilità di aiutare a organizzare la partenza in massa già in corso.
“Vorrei sapertelo dire.”
Chris insiste con un tono lagnoso. “E se ti supplicassi?”
La sua voce ha tutta la sicurezza di un maschio in salute e in grado di
camminare. Probabilmente bianco e di bell’aspetto. Il fascino e l’ottimismo di
un ragazzo che non sa ancora quello che la gente farà ad altra gente, ad altri
esseri viventi, una volta che insorgeranno le paure e i dolori e i bisogni.
“Soltanto un accenno?”
“Be’, è semplice, davvero. Più di ogni cosa. Più sorprese. Più possibilità.
Più luoghi, abitati da altri generi di creature. Immagina Destiny, dopo che ha
raddoppiato quaranta volte la ricchezza e la complessità. Non sappiamo
nemmeno quale aspetto potrebbe avere un posto del genere.” Tutto da un
seme di questa grandezza.
“Oh. È davvero stupefacente. Davvero... bello!”
Neelay avverte una fitta. Vuole dire: Chiedimelo ancora. C’è dell’altro.
“Posso chiederti di te?”
Il polso di Neelay subisce un’impennata, come se stesse cercando di
sollevarsi sui suoi anelli per gli esercizi. No, ti prego. Ti prego, non farlo.
“Certo.”
“Ho letto parecchie storie su di te. I tuoi dipendenti ti chiamano eremita.”
“Non sono un eremita. Solo che – le mie gambe non funzionano.”
“L’ho letto. Come gestisci l’azienda?”
“Telefono. E-mail. Messaggistica istantanea.”
“Perché non ci sono tue fotografie?”
“Non è un bello spettacolo.”
La risposta confonde Chris. Neelay vuole dire: va tutto bene. È solo VV,
vita vera.
“Credi che il fatto di essere cresciuto come il figlio di immigrati –”
“Oh, non credo. Probabilmente no.”
“No, cosa?”
“Non credo che mi abbia influenzato granché.”
“E... cosa mi dici del fatto di essere un americano di origini indiane? Non
pensi che –”
“Ecco quello che penso. Sono stato Ghandi e Hitler e Capo Giuseppe. Ho
brandito più di sei spade mentre indossavo un piccolo perizoma di cotta di
maglia che, francamente, non mi proteggeva molto!”
Chris scoppia a ridere. È una bella e sicura risata. A Neelay non interessa
che aspetto abbia il ragazzo. Non gli interessa se sia centottanta chili e
ricoperto di herpes. Si sente pervadere improvvisamente dal desiderio. Ti
andrebbe di uscire insieme una volta o l’altra? Uscire però significherà per
forza entrare. Non deve succedere nulla. In realtà, nulla potrebbe succedere.
Potremmo limitarci a... sederci da qualche parte, parlare delle cose, senza
paura, dolore, conseguenze. A rimanere seduti a parlare di dove sta andando
la gente.
Impossibile. Basta una sola occhiata agli arti grotteschi di Neelay perché
quel giornalista ridanciano e sicuro di sé rimanga disgustato. Eppure quel
tizio, Chris – adora il videogioco di Neelay. Gioca per tutta la notte, fino a
mattina. Il codice scritto da Neelay sta cambiando il cervello di quest’altra
persona.
“È solo questo. Sono stato molte cose. Ho vissuto dappertutto. Nell’Africa
dell’età della pietra e sull’orlo esterno di altre galassie. Credo che di qui a
breve – non subito, ma presto – se il software continuerà a migliorare e ad
aprirci altre possibilità, credo che riusciremo a trasformarci in qualunque cosa
vogliamo.”
“Sembra... un po’ strano.”
“Sì. Forse è così.”
“I videogiochi non sono... La gente vuole ancora i soldi. Vuole ancora il
prestigio e la posizione sociale. La politica. Sarà per sempre così.”
“Già. Per sempre? Forse.” Neelay fissa nello schermo, un mondo che si
impone con grande forza, dove la posizione sociale deriverà interamente dai
voti in uno spazio che è allo stesso tempo istantaneo, globale, anonimo,
virtuale e inesorabile.
“Le persone hanno ancora i corpi. Vogliono un potere reale. Amici e
amanti. Ricompense. Risultati.”
“Certo. Ma presto ci porteremo in giro tutto quanto nelle nostre tasche.
Vivremo e negozieremo e concluderemo accordi e avremo delle storie
romantiche, tutto quanto in uno spazio simbolico. Il mondo sarà un
videogioco, con i punteggi sugli schermi. E tutto questo?” Agita la mano,
come fa la gente al telefono, pur sapendo che Chris non può vederlo. “Tutte
queste cose che secondo te le persone vogliono veramente? La vita reale?
Ben presto non ci ricorderemo nemmeno com’era.”

Un’auto è diretta a nord sulla statale 36. Chevrolet Impala, che procede un
po’ troppo velocemente mentre scollina. Giù per la lunga pendenza, una
dozzina di casse nere in mezzo alla strada bloccano il transito. Bare. L’autista
frena e ferma la vettura a pochi metri davanti al funerale di massa. Per aria,
sopra le bare, su un cavo obliquo che collega due alberi solidi e robusti come
fari, si arrampica un puma femmina. Un’imbracatura abbraccia la sua vita
scheletrica, agganciata con un moschettone a un cavo di sicurezza. La sua
coda fruscia tra le lucide anche posteriori, e il suo capo nobile e baffuto
ciondola sul collo mentre ispeziona uno striscione smagliato.
Arriva una seconda auto da sud. Volkswagen Rabbit, che sbanda fino a
fermarsi davanti alle bare. Suona il clacson un paio di volte, prima che
l’autista si accorga del puma. La scena è abbastanza curiosa, persino lì nella
terra della ganja, perché l’autista si fermi per un attimo a godersi la scena con
aria imbambolata. L’animale è giovane, agile, indossa soltanto una
calzamaglia con stampate le parole STA ARRIVANDO UN CAMBIAMENTO che
spuntano da sotto il body sulla spalla. Il felino lotta con lo striscione; gli
autisti aspettano, incuriositi. Un’altra vettura rimane imbottigliata dietro a
quella diretta a nord. Poi un’altra.
In uno spiazzo sul ciglio della strada, un orso strattona la corda, cercando
di tirare il lenzuolo smagliato dall’altra parte del cavo di ritegno. Gli occhi
piccoli e infossati del grizzly sono una splendida creazione in cartapesta
dipinta. Le orbite sono talmente minuscole che l’orso è costretto a dimenare il
suo grosso muso per vedere qualsiasi cosa. Nel giro di qualche altro minuto,
comincia a formarsi una coda in entrambe le direzioni. Due tizi smontano
dalle loro auto. Sono adirati, ma non possono fare a meno di ridere davanti
alla fauna megagalattica. Una energica zampata del puma e il lenzuolo alla
fine cade, si gonfia al vento e si agita sull’autostrada come una vela:

Basta sacrificare le foreste vergini !


I bordi abbondano di fronde e fiori dai margini di un manoscritto
medievale. Per un attimo, i pendolari bloccati possono soltanto stare a
guardare. Alcuni automobilisti imbottigliati si mettono improvvisamente ad
applaudire. Qualcuno grida da un finestrino abbassato, “Te lo risolvo io il
problema della verginità, tesoro!” In alto sopra la carreggiata, il puma saluta
con la mano. Gli ostaggi contraccambiano il saluto, pollice o dito medio. La
sua maschera feroce, guardando in basso, mette in subbuglio le viscere degli
spettatori.
Uno degli automobilisti se la prende con le bare. “Il mio lavoro
nell’industria del legname paga i vostri assegni di disoccupazione. Levatevi
dalla strada, dannazione!” Rifila un calcio alle casse nere, che non si scostano
minimamente. Da un nastrino intorno al collo, il puma estrae un fischietto e
suona tre volte. Le scatole si aprono contemporaneamente, e dei corpi si
levano come se fosse il giorno del Giudizio Universale. L’orso aumenta il
caos lanciando bombe fumogene. Le creature emergono da ogni bara,
agghindate nei colori della creazione. C’è un alce le cui corna ramificate si
inarcano verso l’esterno come ali d’angelo. Un tamia di Sonoma con incisivi
giganteschi simili a bacchette. Un colibrì di Anna che brilla di un rosa intenso
e di un bronzo cangiante. Un’enorme salamandra del Pacifico, appena uscita
da un incubo di Dalí. Il grumo giallo sole di una lumaca banana.
Gli automobilisti imbottigliati ridono della risurrezione degli animali.
Altri applausi, e un altro coro di parole irriverenti. D’un tratto, gli animali si
mettono a fare una danza sfrenata. I conducenti si sentono intimoriti; hanno
già visto quel genere di orgia – animali che sgambettano in cerchi assurdi –
un persistente ricordo dalle pagine illustrate dei primi libri su cui abbiano mai
strusciato le dita, all’epoca in cui tutte le cose erano possibili e reali. Nella
distrazione della danza animale, l’orso e il puma sganciano le loro
imbracature e precipitano giù dai loro trespoli. Quando dal fondo delle
vetture in coda parte la sirena di un’auto della polizia, sulle prime sembra
un’altra esibizione. La polizia raggiunge furtivamente la curva della strada
bloccata, dando agli animali diverso tempo per sparpagliarsi nel sottobosco.
Frattanto, una donna più attempata e un uomo con una videocamera
assicurata al palmo della mano svaniscono nel bosco dietro di loro.
Due giorni dopo, il video viene trasmesso sul notiziario nazionale. Le
reazioni abbracciano tutto lo spettro umano possibile. Gli imbracatori con gli
striscioni sono degli eroi. Sono dei criminali esibizionisti che dovrebbero
finire dietro le sbarre. Sono degli animali. Animali: sì. Dei truffatori geniali e
altruisti travestiti da animali che sono riusciti a bloccare per un po’ una
statale dando l’impressione che gli animali selvaggi potessero averla vinta.

Quattro anni al Fortuna College finiscono per ridursi a un solo


pomeriggio: Adam, seduto al suo posto in prima fila, Daniels Auditorium. Il
Professor Rubin Rabinowski sul podio – Affettività e Cognizione. L’ultima
conferenza prima dell’esame finale, e il Rabbi dei Preconcetti sta esaminando
tutte le prove sperimentali che suggeriscono – con la gioia del corso con un
numero di studenti iscritti maggiore dei posti disponibili – che insegnare
psicologia è una perdita di tempo.
“Adesso vi mostrerò le autovalutazioni di persone a cui è stato chiesto
quanto pensano di essere propensi a fare affidamento sulla prima
informazione ottenuta, a trascurare le probabilità di base, ad attribuire un
valore superiore a ciò che già si possiede, a prendere una decisione sulla base
delle proprie convinzioni, a preferire le informazioni che confermano le
proprie ipotesi e a evitare possibilità contrarie, a percepire una relazione tra
variabili anche quando non ci sono, all’incapacità di ricordare informazioni
senza indizi – tutti i pregiudizi che abbiamo appreso durante il corso. Ecco i
risultati del gruppo di controllo. Ed ecco i risultati delle persone che hanno
seguito questo corso negli anni scorsi.”
Un coro di risate: i numeri sono quasi uguali. Entrambi i gruppi fiduciosi e
sicuri della loro volontà di ferro, visione chiara e pensiero indipendente.
“Ecco i risultati di molte, diverse valutazioni concepite per nascondere
quello che stavano esaminando. La maggior parte delle persone del secondo
gruppo sono state esaminate meno di sei mesi dopo aver frequentato questo
corso.”
Le risate si trasformano in profondi sospiri. Cecità e irragionevolezza,
dilaganti. Specializzandi del corso che lavorano il doppio per risparmiare
cinque dollari rispetto a quanto servirebbe loro per guadagnarli.
Specializzandi che temono gli orsi, gli squali, i lampi e i terroristi più di
quanto temano gli automobilisti ubriachi. L’ottanta per cento di loro è
convinto di essere più intelligente della media. Specializzandi che gonfiano in
modo esagerato il numero di caramelle gelatinose che credono sia contenuto
in un vasetto, basandosi solamente sulle assurde congetture di qualcun altro.
“Il lavoro della psiche è quello di farci rimanere beatamente ignoranti su
chi siamo, su cosa pensiamo, e su come ci comporteremo in qualsiasi
situazione. Agiamo tutti quanti in una densa nebbia di mutuo rinforzo. I
nostri pensieri sono principalmente modellati da un sistema legacy che si è
evoluto fino a credere che tutti gli altri debbano aver ragione. Ma anche
quando la nebbia viene segnalata, non riusciamo a orientarci meglio.”
“E allora perché, potreste domandarvi, continuo a parlare, da quassù?
Perché continuo, anno dopo anno, a incassare gli assegni dell’università?”
In quel momento, le risate sono dettate da una sintonia e una
partecipazione totali. Adam ne ammira la brillante pedagogia. Lui,
perlomeno, giura a se stesso, si ricorderà di quella conferenza per diversi
anni, e le sue rivelazioni lo renderanno più saggio, al di là di quanto rivelino
gli studi. Lui, perlomeno, sfiderà i numeri incriminanti.
“Lasciate che vi mostri le vostre risposte a un questionario che vi avevo
fatto riempire all’inizio del semestre. Probabilmente vi siete dimenticati di
averlo compilato.” Il professore dà un’occhiata alla media delle risposte e fa
una smorfia. Le sue labbra si serrano per il dolore. Risatine sparse per la sala
conferenze. “Può darsi che vi ricordiate che allora vi avevo chiesto se
pensavate che...” Il professor Rabinowsky armeggia con la cravatta. Ruota
vorticosamente il braccio sinistro, gesto seguito nuovamente da una smorfia.
“Scusate un attimo.” Si allontana dal palco barcollando ed esce dalla porta. Si
diffonde un mormorio nella sala conferenze. Si odono dei rumori sordi
provenire dal corridoio in basso. Una pila di scatole che si rovescia.
Cinquantaquattro studenti rimangono seduti, in attesa del finale. Deboli
rumori soffocati riempiono l’ingresso. Ma nessuno si muove.
Adam scruta i posti dietro di lui. Gli studenti si guardano con cipiglio o si
danno da fare con la stesura degli appunti. Si volta per guardare una donna
stupenda che è sempre seduta due posti più in là alla sua sinistra. Studentessa
del corso propedeutico alla facoltà di medicina, color fulvo chiaro, graziosa
senza rendersene conto, raccoglitori pieni zeppi di appunti scritti in modo
molto accurato, e lui pensa ancora una volta a quanto sarebbe magnifico
essere seduto con lei da Bucky’s a bere una birra parlando di quel corso
straordinario. Il semestre però terminerà nel giro di un paio di giorni, e le
probabilità ormai sono andate praticamente perdute.
Lei lancia un’occhiata verso di lui, perplessa. Lui scuote il capo e non può
fare a meno di sogghignare. Adam si allunga verso la ragazza per sussurrarle
qualcosa, e lei fa altrettanto. Forse la probabilità non è sfumata. “Kitty
Genovese. Effetto spettatore. Darley e Latané. 1968.”
“Ma sta bene?” Il suo fiato sa di cannella.
“Ti ricordi che abbiamo dovuto rispondere alla domanda se avremmo
aiutato una persona...?”
Una donna grida da sotto, suggerendo che qualcuno chiami l’ambulanza.
Ma quando i paramedici entrano nella corte interna, il professore Rabinowski
è già morto di infarto miocardico.

“Non capisco,” dice la bella studentessa iscritta al corso di propedeutica di


medicina, seduta con lui nel séparé da Bucky’s. “Se pensavi che stesse
dimostrando l’effetto spettatore, allora perché sei rimasto seduto là?”
La ragazza è al suo terzo caffè freddo, una cosa un po’ seccante per
Adam. “Non è questo il punto. La questione è perché altre cinquantatré
persone, te compresa, convinte che stesse avendo un attacco di cuore, non
hanno fatto nulla. Io ho pensato ci stesse prendendo per i fondelli per
avvalorare la sua tesi.
“Allora ti saresti dovuto alzare in piedi e annunciare il suo bluff!”
“Non volevo rovinare lo spettacolo.”
“Ti saresti dovuto alzare nel giro di cinque secondi.”
Adam sbatte una mano sul tavolo del séparé. “Non avrebbe fatto nessuna
dannata differenza!” Lei si fa indietro, come se lui volesse colpirla. Adam
alza le mani in alto, si piega verso di lei per scusarsi, e la ragazza si ritrae di
nuovo. Lui si blocca, le mani alzate, rendendosi conto di quello di cui si
accorge la donna rannicchiata.
“Mi dispiace. Hai ragione.” Ultima lezione del professor Rabinowski.
Studiare psicologia è, in verità, quasi del tutto inutile. Adam paga le
consumazioni ed esce. Non la rivedrà più, tranne la settimana successiva, a
quattro posti di distanza, per due ore, all’esame finale con gli addetti alla
vigilanza.

***

Viene ammesso al nuovo programma di specializzazione in psicologia


sociale a Santa Cruz. Il campus è un giardino incantato appollaiato sul fianco
di un monte che si affaccia sulla baia di Monterey. È il posto peggiore in cui
possa immaginare di finire un dottorando – o di fare un lavoro vero
purchessia. D’altro canto, è perfetto per creare un contatto interspecie con i
leoni di mare accanto al molo, arrampicarsi sul Sunset Tree completamente
nudo e fumato di notte, e coricarsi di schiena sul Great Meadow, cercando un
argomento per la tesi tra i folli nugoli di stelle. Dopo due anni, gli altri
specializzandi prendono a chiamarlo il Tizio dei Pregiudizi. In qualsiasi
discussione sulla psicologia delle formazioni sociali, Adam Appich, laureato
in scienze, è lì a mostrare con diversi studi come la cecità attenzionale
impedirà sempre alle persone di agire nei loro migliori interessi.

Si consulta con la sua tutor. La professoressa Mieke Van Dijk, la donna


dal sublime caschetto olandese, le consonanti pronunciate in modo secco e
veloce, e le vocali ammorbidite da film erotico. In realtà, la donna gli
permette di conferire con lei ogni due settimane, nel suo ufficio presso il
College Ten, sperando che l’inevitabile commissione di controllo faccia
partire la sua ricerca.
“Ti stai trascinando inutilmente.”
In realtà, lui se ne sta comodamente coi piedi in alto, sdraiato sul divano
letto vittoriano dall’altra parte dell’ufficio rispetto alla scrivania della donna,
come se lei lo stesse psicanalizzando. Cosa che diverte entrambi.
“Trascinando...? Sono completamente paralizzato.”
“Ma perché? Ne stai facendo un dramma. Pensa a una tesi...” – non riesce
a pronunciare la s – “lunga quanto il programma di un seminario. Non devi
mica salvare il mondo.”
“No? Posso almeno salvare uno stato-nazione o due?”
Lei scoppia a ridere; la sua pronunciata malocclusione dentale gli provoca
un’accelerazione del polso. “Ascolta, Adam. Fai finta che non abbia niente a
che fare con la tua carriera. Niente a che fare con qualunque consenso
professionale. Cosa vuoi scoprire, personalmente? Cos’è che ti farebbe
piacere studiare per un paio d’anni?”
Lui osserva le parole riversarsi fuori da quella graziosa bocca, libere da
quel gergo socio-scientifico con cui lei tende a infarcire i seminari. “Questo
piacere di cui parli...”
“Tsh. Dovresti concentrarti su qualcosa di specifico.”
Lui vuole sapere se lei abbia mai, anche solo una volta, pensato a lui in
termini sessuali. Non è una cosa inconcepibile. Ha soltanto dieci anni in più
di lui. E lei è – lui vuole dire solida. Sente uno strano bisogno di dirle come è
arrivato lì, nel suo ufficio, mentre cercava un argomento per la tesi. Vuole
tracciare la sua intera storia intellettuale su una linea dritta – dall’applicare lo
smalto per le unghie sull’addome delle formiche al guardare morire il suo
adorato mentore universitario – e poi chiederle dove porta subito dopo quella
linea retta.
“Sono interessato alla... rimozione della cecità.” Le lancia un’occhiata
furtiva. Magari le persone, come alcuni invertebrati, diventassero color viola
acceso quando provano attrazione. Renderebbe l’intera specie molto meno
nevrotica.
Lei si torce le labbra. Deve sapere quanto le doni quella smorfia al viso.
“Rimozione della cecità? Sono certa che debba significare qualcosa.”
“Le persone possono arrivare a decisioni morali indipendenti che vanno
contro le credenze della loro tribù?”
“Vuoi studiare il potenziale trasformativo in relazione al favoritismo
fortemente imperativo del gruppo ristretto?”
Lui vorrebbe annuire, ma i termini specialistici lo irritano da morire. “È
così. Mi considero una brava persona. Un bravo cittadino. Ma diciamo che
sono un bravo cittadino dell’antica Roma, quando un padre aveva il potere, e
a volte il dovere, di mandare a morte il proprio figlio.”
“Capisco. E tu, da bravo cittadino quale sei, ti senti motivato a preservare
la peculiarità positiva...”
“Siamo intrappolati. Dall’identità sociale. Anche quando grandi, immense
verità ci guardano fisso negli...” Sente i suoi coetanei deriderlo, Il Tizio dei
Pregiudizi.
“Be’, no. Certo che no, altrimenti il riallineamento del gruppo ristretto non
avverrebbe mai. La trasformazione dell’identità sociale.”
“Davvero?”
“Certo! Qui in America la gente è passata dal credere che le donne siano
troppo fragili per votare ad avere una candidata del partito principale a
vicepresidente, nell’arco di una vita. Da Dred Scott all’emancipazione
nell’arco di qualche anno. I bambini, gli stranieri, i prigionieri, le donne, i
neri, i disabili e i malati di mente: sono tutti passati dall’essere delle proprietà
all’essere delle persone. Sono nata in un’epoca in cui l’idea che uno
scimpanzé riuscisse ad avere un’udienza in tribunale sembrava del tutto
assurda. Quando avrai la mia età, ci domanderemo tutti perché abbiamo
sempre negato a questi animali il loro status di creature intelligenti.”
“Be’, a ogni modo, quanti anni ha?”
La professoressa Van Dijk scoppia a ridere. I suoi raffinati zigomi alti si
tingono di rosa; lui non ha dubbi. Difficile da nascondere, con quella
carnagione. “Non divaghiamo, per favore.”
“Mi piacerebbe determinare i fattori della personalità che permettono ad
alcuni individui di chiedersi perché si possa essere così ciechi...”
“... mentre tutti gli altri stanno ancora cercando di stabilire delle lealtà nei
gruppi ristretti. Adesso sì che siamo sulla buona strada. Potrebbe essere un
argomento. Ma deve essere molto più organico e definito. Potresti
considerare il passo successivo nella stessa progressione storica della
coscienza. Studiare quelle persone che sostengono una posizione che
qualsiasi individuo ragionevole della nostra società pensa sia folle.”
“Per esempio?”
“Stiamo vivendo in un’epoca in cui si reclama un’autorità morale che
vada al di là dell’orizzonte umano.”
Una leggera tensione dei muscoli addominali, e lui si tira su a sedere.
“Cosa intende dire?”
“Li hai visti i notiziari. La gente su e giù per la costa sta mettendo a
repentaglio la propria vita per le piante. La scorsa settimana ho letto la storia
di un uomo a cui un macchinario al quale aveva cercato di incatenarsi ha
tranciato le gambe.”
Adam le ha viste quelle storie, ma ha fatto finta di niente. Adesso non
capisce perché. “I diritti delle piante? La dimensione umana delle piante.”
Una volta, un bambino che conosceva era saltato dentro un buco rischiando
di venire sepolto vivo perché la pianticella non ancora nata del fratello non
venisse danneggiata. Quel bambino è morto. “Odio gli attivisti.”
“Quindi? Perché?”
“L’ortodossia e l’invenzione degli slogan. Che barba. Quando quei tizi di
Greenpeace mi hanno perquisito da cima a fondo è stato insopportabile.
Chiunque diventi moralista... non capisce.”
“Non capisce cosa?”
“Quanto siamo tutti irrimediabilmente fragili e dalla parte del torto. Su
ogni cosa.”
La professoressa Van Dijk corruga la fronte. “Capisco. Per fortuna non
stiamo facendo uno studio psicologico su di te.”
“Queste persone stanno davvero invocando un nuovo ordine morale non
umano? Oppure semplicemente si inteneriscono davanti a delle graziose
creature verdi?”
“È qui che entrano in ballo gli accertamenti psicologici.”
Anche lui sogghigna lievemente. Ma qualcosa di più grande gli sta
salendo in petto, e non può fare nemmeno un passo, altrimenti svanirà. Una
strada percorribile. “La costituzione dell’identità e la teoria dei Cinque
Grandi fattori della personalità tra gli attivisti per i diritti delle piante.”
“Oppure: cos’è che abbracciano veramente gli ambientalisti, quando
abbracciano un albero?”

Il sole risplende sulla Catena delle Cascate occidentali mentre Mimi e


Douglas accostano sulla strada del Corpo forestale stipata di auto. Alcune
figure si muovono in tondo nella piccola radura. Non si tratta di una marcia di
protesta. È un carnevale. La responsabile di un’azienda che produce stampi in
ceramica domanda al veterano ferito, “Chi sono tutte queste persone?”
Douggie smonta dall’auto con quel ghigno sciocco, avido di aria e di sole,
a cui Mimi ha finito per affezionarsi, nel modo in cui ci si potrebbe
affezionare ai guaiti di un cane cui è stato risparmiato il canile. Lui agita sulla
folla la mano nodosa per il troppo lavoro con quell’allegria inebetita da
cowboy. “Homo sapiens, amico. Le inventa tutte!”
Mimi cammina a passo svelto per raggiungerlo. L’assembramento le fa
venire il capogiro. “Cosa fare loro?”
Douglas avvicina l’orecchio buono verso di lei. “Come dici?” La folla è
rumorosa nella baraonda nella sua causa, e lui ha perso parecchio udito
dall’epoca in cui guidava gli aerei da trasporto.
La sorprende ancora. Il fatto che un uomo si prenda la briga di ascoltare.
“Mio padre lo diceva sempre. Cosa fare loro?”
“Cosa fare loro?”
“Sì. Cioè, Cosa diavolo sperano di ottenere quelle persone?”
“Era un po’ strambo?”
“Cinese. Credeva che l’inglese dovesse essere più efficiente di quello che
è.”
Douglas si schiaffeggia la fronte con la mano. “Sei cinese.”
“Mezza cinese. Cosa pensavi?”
“Non so. Una razza dalla carnagione un po’ più scura.”
La vera domanda, Mimi lo sa, è Cosa fare lei? È stupita dal fatto che lui
sia riuscito a portarla fin lì per quella manifestazione. L’altra sua unica azione
politica era stata una vendetta contro il presidente Mao alle elementari. Il suo
risentimento è nei confronti della città, delle sue astute incursioni notturne
contro i suoi pini. Quanto a questi alberi, così distanti dalla città: lei è un
ingegnere, accidenti. Questi alberi stanno gridando a gran voce di essere
usati.
Ma un paio di conferenze e un salto a una riunione organizzativa in
compagnia di questo uomo candido e goffo sono bastate a spezzarle il cuore.
Quelle montagne, quelle cascate di foreste – ora che le ha viste, le sente sue.
E allora eccola lì, a una manifestazione pubblica da cui il padre immigrato
l’avrebbe portata via trascinandola a casa per paura di essere deportata,
torturata, o peggio.
“Guardali lì, tutti quanti!”
Ci sono nonnette con la chitarra e bambini ai primi passi armati di pistole
spaziali ad acqua. Studenti universitari lì per dimostrarsi degni l’uno
dell’altro. Studenti delle scuole private che spingono carrozzine come
Humvee fuoristrada in versione Hobbit. Bambini delle elementari che portano
cartelloni importanti: RISPETTATE I VOSTRI ANZIANI. ABBIAMO BISOGNO DEI
NOSTRI POLMONI. Un’alleanza iridata di calzature assortite si arrampica sul
tronco lungo la strada adibita al trasporto dei materiali – mocassini e scarpe
da ginnastica, sandali leggermente inclinati all’indietro, All-Stars con la
punta squarciata e, già, scarponi da boscaiolo. I vestiti sono ancora più vari:
camicie Oxford coi bottoni sulle punte del colletto e jeans strappati, camicie
da lavoro di flanella tinte col tie-dyeing, persino una giacca da volo
dell’Aeronautica militare come quella che Douggie ha dato in pegno per
qualche dollaro quindici anni prima. Costumi da clown, costumi da bagno,
tute – ogni genere di abito a parte quelli a tre pezzi.
La maggior parte della folla è stata portata lì in autobus da quattro aziende
ecologiche molto diverse che hanno la tendenza a farsi guerra a vicenda in
assenza di bersagli più vicini. Un gruppo di escursionisti ha impiegato due
giorni a incamminarsi via terra per raggiungere quello spettacolo, cercando
disperatamente di fermare l’avanzata inarrestabile del capitalismo. Un
manipolo di locali si fa vivo per guardare. In quei territori così remoti, la
maggior parte delle persone in un raggio di un centinaio di chilometri esiste
grazie al legname. Sono armate altresì delle loro insegne scritte a mano.
BOSCAIOLI: LA VERA SPECIE IN PERICOLO D’ESTINZIONE. LA TERRA PER PRIMA!
TAGLIEREMO GLI ALBERI DEGLI ALTRI PIANETI IN UN SECONDO MOMENTO.
Due uomini che ostentano barbe fino allo sterno si aggirano ai margini
indicando videocamere a spalla. Una donna dai capelli grigi in collant da
danza, cappello floscio di feltro e vestito senza maniche, registra interviste
con chiunque abbia voglia di parlare. Nella foresta, un uomo e una donna
armati di megafoni plasmano l’umore della folla. “Gente! Siete meravigliosi.
Che partecipazione. Grazie a tutti! Pronti per una passeggiata nei boschi?”
Dalla moltitudine si leva un grido di acclamazione, e il corteo si avvia
barcollando lungo un sentiero di ghiaia verso la strada su cui vengono
trasportati i tronchi. Douglas si mette al passo con loro, con Mimi accanto. Si
insinuano nella folla variopinta che sbandiera striscioni iridati e urla epiteti
stravaganti. In quell’atmosfera festosa, sotto un cielo davvero blu,
passeggiando a braccetto con degli sconosciuti fino alla lieve pendenza, Mimi
capisce. Per tutta la sua vita si è attenuta inconsapevolmente al primo
principio condiviso dei suoi genitori: non fare rumore in questo mondo. Lei,
Carmen, Amelia – tutte e tre le figlie Ma. Non prendete posizione; non avete
alcun diritto. Nessuno vi deve nulla. Non fate le cose in grande, date un voto
convenzionale, e annuite come se tutto avesse un senso. Ma eccola lì, in cerca
di guai. Comportandosi come se quello che fa potrebbe avere una qualche
importanza.
Camminano spalla a spalla lungo la strada adibita al trasporto dei tronchi,
in fila per dieci, più file di quante ne riesca a contare. Cantano delle melodie
che Mimi ha intonato l’ultima volta nel campeggio estivo nell’Illinois del
nord, canzoni di infanzia tintinnante. This Land Is Your Land. If I Had a
Hammer. Douggie sorride e si mette a canticchiare in una voce di basso senza
tonalità. Tra una canzone e l’altra, una ragazza pompon munita di megafono,
camminando accanto alla testa del gruppo, incita qualche botta e risposta.
L’abbattimento di alberi costa troppo! Salviamo i nostri ultimi boschi!
Il moralismo la fa andare fuori di testa. È sempre stata allergica alla gente
con delle convinzioni. Ma più che le convinzioni, odia il potere meschino. Ha
imparato delle cose sul versante di quella montagna che la disgustano. Una
florida azienda specializzata nell’abbattimento di alberi, appoggiata da un
Gruppo Forestale a favore dell’industria, sta sfruttando il vuoto di potere,
prima di un importante provvedimento d’ufficio, accelerando l’iter relativo
all’appropriazione indebita di conifere eterogenee prima che il concetto di
proprietà arrivi da quelle parti. Lei è disposta a provare qualunque cosa pur di
rallentare il furto. Persino il moralismo.
Penetrano fitti boschi di abeti per la durata di tre cori. I tronchi fendono la
luce del sole in frammenti. Le dita di Dio, così chiamavano quei raggi obliqui
lei e le sue sorelle. Alberi di cui non conosce il nome spuntano tutt’intorno,
ricoperti di piante rampicanti, o precipitano a terra come barricate – tanta vita
in tante varietà che le viene voglia di spogliarsi e scorrazzare. Il sottobosco è
gremito di pianticelle che potrebbe racchiudere in una mano, manici di scopa
che forse sono cent’anni che attendono il momento opportuno. Ma la volta
degli alberi è sorretta da tronchi che diversi manifestanti abbracciati insieme
non riuscirebbero ancora a circondare.
Si spalancano panorami attraverso merlature verdi. Mimi strattona la
manica di Doug e indica. Verso nordest, giù lungo burroni e su pendici
troppo ripide da percorrere, un cuscinetto di salute avanza sulle colline. La
nebbia avvolge gli abeti nello stesso modo in cui aveva fatto il giorno in cui
le prime navi europee avevano fiutato la presenza di porti su quella costa. Ma
attraverso un altro varco verso sud, una devastazione lunare avanza sul fianco
della montagna – una radura cosparsa di gasolio e bruciata fino a uccidere
anche il fungo, poi sommersa di erbicida in modo da non far ricrescere più
nulla, a parte le coltivazioni a filari di monocolture di quell’azienda a ciclo
breve così che, come ha imparato, dureranno al massimo qualche altra
stagione, prima che il terreno non muoia del tutto. Dall’alto, si ha
l’impressione che persino gli alberi che si propagano lungo quei pendii siano
in guerra. Macchie di verde lussureggiante contro macchie di vomito
melmoso, fino all’orizzonte. E la gente radunata qui: eserciti ignoranti che si
fronteggiano come hanno sempre fatto, per ragioni nascoste persino al più
veemente. Quand’è che sarà abbastanza? Adesso, se credete a questa folla
salmodiante e ridente in marcia per cercare di convincere la squadra di operai
alla fine di quelle carreggiate coi solchi delle ruote. Adesso: il secondo
momento migliore.
La strada si restringe e la foresta verde smeraldo s’infittisce. Tronchi
giganteschi fanno sembrare piccola Mimi e la disorientano. Il muschio cresce
ovunque in spessi manti. Persino le felci raggiungono l’altezza dei suoi seni.
L’uomo accanto a lei conosce i nomi degli alberi, ma Mimi è troppo
orgogliosa per chiederglielo. Nonostante abiti in questo stato da dieci anni,
nonostante abbia provato ripetutamente a studiare le guide alle caratteristiche
naturali della regione e le chiavi dicotomiche, non riesce a distinguere un
pinus flexilis da un pino di Lambert, figuriamoci poi un cipresso di Lawson
da un cedro dell’incenso. Abeti bianchi del Pacifico, gli abeti del Colorado,
rossi e bianchi americani sono tutti quanti una macchia confusa frufru. E il
brulicante sottobosco – impossibile. Riconosce per qualche motivo la pianta
salal, le ossalidi e il trillium. Ma tutto il resto è un’insalata di foglie
imperscrutabili, che salgono pian piano di fianco al sentiero, pronte ad
afferrarle le caviglie.
Douglas indica verso la sinistra della strada. “Guarda!” Al centro di una
confusione tinta di blu e verde, sette alberi robusti crescono su una linea
dritta quanto le fantasticherie di Euclide.
“Come diavolo...?”
Lui scoppia a ridere e le dà un colpetto affettuoso sulla spalla. Quello
sfioramento le procura una bella sensazione. “Torna indietro con la memoria.
Molto indietro.”
Lei ci prova, ma non vede nulla.
Douglas sfrutta la suspense ancora per un po’. “Qualche centinaio di anni
fa, proprio intorno all’epoca in cui i Padri Pellegrini stavano pensando, E che
cazzo, andiamo, un enorme esemplare cadde giù. Un tronco imputridito è un
vivaio perfetto. Alcune pianticelle lo usarono come solco, allo stesso modo in
cui Dio le aveva seminate nei solchi con una zappa!”
Qualcosa luccica davanti a lei, rivelato dalla luce del sole che filtra a
chiazze, nel modo in cui la rugiada tradisce una ragnatela. Reti strette di
decine di migliaia di specie cucite insieme in trame troppo sottili perché una
persona riesca a scorgerle. Chissà quante medicine si possono celare lì. La
prossima aspirina, il prossimo chinino, il prossimo Taxol. Ragione sufficiente
per cui quest’ultimo boschetto dovrebbe rimanere intatto un po’ più a lungo.
“Magnifico, vero?”
“Già, Doogles.”
Quest’uomo ha cercato di salvare i suoi pini. Ha messo il corpo tra le
seghe e gli alberi. Lei non sarebbe lì, nemmeno in quel paradiso in pericolo,
senza di lui. Ma dal suo punto di vista, lui è più che un po’ fuori di testa. Il
suo enorme coraggio rispetto a qualunque cosa la spaventa. Il luccichio con
cui fissa la foresta davanti a loro ha la parvenza di qualcosa non del tutto
addomesticato. La sua testa ruota, rapita dalla folla, felice come un cucciolo a
cui viene permesso di rientrare in casa.
“Lo senti?” chiede Douglas.
Lei però l’ha sentito tutta la mattina. Nel raggio di un altro quarto di
miglio, il sordo gemito si intensifica. Lungo la strada, attraverso i rovi,
macchinari senape e arancioni raspano la terra – livellatrici e ruspe,
impegnate a spingere quella strada dentro un nuovo territorio.
“Accidenti, Mimi. Guarda quello che stanno facendo a questo bellissimo
luogo. Cosa fare, loro?”
I manifestanti raggiungono un cancello di sbarre saldate in metallo
dall’altra parte della strada. Il reparto avanzato si ferma davanti all’ostacolo,
e gli striscioni si riuniscono tutt’intorno. La donna col megafono dice,
“Stiamo per passare nella zona disboscata. Questo rappresenterà una
violazione del piano sul legname che stiamo contestando. Quelli di voi che
non sono disposti a rischiare di essere arrestati, rimangono qui. La vostra
presenza e le vostre voci sono ancora importanti. La stampa sta prendendo
atto dei vostri sentimenti!”
Applausi, come il frullio delle ali di un gallo cedrone.
“A quelli invece disposti a proseguire, dico ‘grazie’. Stiamo per
attraversare. Rimanete ordinati. Rimanete calmi. Non reagite alle
provocazioni. È un confronto pacifico.”
Una parte della folla si sposta lentamente verso il cancello. Mimi alza un
sopracciglio in direzione di Douglas. “Sei sicuro?”
“Certo, che cazzo! È il motivo per cui siamo qui, giusto?”
Lei si chiede se con qui intenda all’estremità di una foresta nazionale che
viene venduta al maggior offerente, oppure qui, sulla Terra, l’unica entità
capace di previsione. Si scuote di dosso tutte quelle speculazioni filosofiche.
“Andiamo.”
Un’altra decina di metri e sono dei criminali. Il rombo diventa disgustoso.
Dopo mezzo miglio, si trovano di fronte all’ingegnosità umana al suo meglio.
Lei è in grado di identificare le bestie di metallo più di quanto non sappia fare
con i diversi alberi. Lungo la radura c’è un’abbattitrice, intenta ad afferrare
mucchi di piccoli tronchi, a rimuoverne i rami e a tagliarli in ceppi di
lunghezza prestabilita, espletando in un giorno quello che una squadra di
taglialegna impiegherebbe una settimana per portare a termine. C’è un
camion per il sollevamento e il caricamento del legname, intento a impilare i
ceppi uno sull’altro. Lì accanto, una pala meccanica estende il piano stradale,
e una ruspa lo livella grossolanamente prima dell’arrivo del rullo
compressore. Ha saputo di macchine che aprono le loro fauci su alberi di
quindici metri e li frantumano a terra più velocemente di quanto un robot da
cucina sminuzzi una carota. Macchine che impilano ceppi come stuzzicadenti
e li trascinano verso seghe meccaniche dove tronchi di sei metri ruotano su
spiedi così rapidamente che il contatto con una lama angolata taglia la polpa
in un continuo strato di piallaccio.
Elmetti da edili bloccano la strada davanti a loro. Il loro caposquadra dice,
“Vi state introducendo abusivamente.”
La donna col megafono, per la quale Mimi ha preso una cotta da
scolaretta, dice, “Sono terreni demaniali.”
L’altra persona che brandisce il megafono dà il comando, e i marciatori si
sparpagliano lungo la carreggiata sterrata. Si mettono a sedere spalla a spalla,
occupando tutta la strada. Mimi e Doug si prendono a braccetto, unendosi
alla fila che si sta compattando. Mimi si chiude, congiungendo le mani
davanti a sé. Il gelso rivolto verso l’interno del suo anello di giada preme
contro il polso dell’altra mano. Quando i taglialegna vedono quello che sta
succedendo, l’azione è compiuta. Le due estremità della catena umana si
legano con i cavi per chiudere le biciclette agli alberi su ambedue i lati della
strada.
Due taglialegna si accostano alla linea delle braccia intrecciate. La parte
superiore dei loro scarponi con rinforzi in acciaio arriva quasi all’altezza
degli occhi di Mimi. “Merda,” dice un tizio biondo. Mimi percepisce il suo
sincero cruccio. “Quand’è che intendete crescere e farvi furbi, voialtri?
Perché non vi preoccupate degli affari vostri, e ci lasciate continuare i
nostri?”
“Questi sono affari di tutti,” risponde Douglas. Mimi lo strattona.
“Sai dove sono i veri problemi? In Brasile. Cina. È lì dove l’abbattimento
degli alberi è fuori controllo. Dovreste andare laggiù a manifestare. E vedere
cosa ne pensano quando dite loro che non possono diventare ricchi come
noi.”
“State abbattendo gli alberi dell’ultima foresta vergine rimasta in
America.”
“Non sapresti riconoscere una foresta vergine nemmeno se ci sbattessi
contro. Sono decenni che tagliamo questi pendii, e poi li ripiantiamo. Dieci
alberi per ogni singolo esemplare che tagliamo.”
“Rettifica. Sono io che sto ripiantando. Dieci pianticelle da cui si ricava
polpa di cellulosa per ognuno di questi antichi e svariati geni.”
Mimi osserva il caposquadra fare ogni genere di analisi costi-benefici. La
stranezza del capitalismo: i soldi che si perdono rallentando la produzione
sono sempre più importanti di quelli già guadagnati. Uno dei taglialegna fa
oscillare lo scarpone facendo schizzare un pezzetto di fango sul viso di
Douglas. Mimi libera un braccio per rimuoverlo, ma Douglas blocca la mano
nel suo bicipite.
Un altro pezzetto di fango. “Oh! Scusa, amico. Colpa mia.”
Mimi sbotta. “Mezzasega di uno sgherro!”
“Prenditela con questa gente. Querelami dalla cella dove sarai sbattuta.”
Il taglialegna indica dietro la fila di gente seduta, dove gli sbirri si stanno
riversando sulla strada del Corpo forestale in vigore. Rompono la catena
come qualcuno che strappa un dente di leone. Poi ammanettano gli anelli
spezzati della catena umana. Mimi e Douglas finiscono con due sconosciuti
ammanettati in mezzo a loro e altri due su ciascun lato. Vengono lasciati lì
seduti in mezzo alla strada infangata mentre la polizia fa un’operazione di
rastrellamento nel caos.
“Devo fare la pipì,” dice Mimi a uno sbirro, verso le due. Mezz’ora dopo,
lo ripete allo stesso sbirro. “Ho davvero, davvero bisogno di urinare.”
“No, non è così. Non è assolutamente così.”
L’urina scende lungo la sua gamba. Lei comincia a singhiozzare. Le
donne cui è ammanettata hanno conati di vomito e storcono la bocca.
“Mi dispiace tanto. Mi dispiace tanto. Non sono riuscita a trattenerla.”
“Shhh, va tutto bene,” dice Douglas, ammanettato due corpi più avanti.
“Non pensarci.” I suoi singhiozzi si fanno convulsi. “Va tutto bene,” continua
a dire Douglas. “Nella mia mente, ti sto abbracciando.”
Il pianto si ferma. Non ricomincerà fino a diversi anni dopo. Emanando il
puzzo di un ceppo spruzzato d’urina da un animale per marcare il territorio,
Mimi si piega all’arresto e alla multa. Mentre la poliziotta alla stazione le
prende le impronte digitali, ha la sensazione, per la prima volta da quando
suo padre è morto, di aver dato alla giornata tutto quello che voleva.

Il bacio scende dalla cima della testa di Ray, da dietro, mentre è seduto nel
suo studio a leggere. I baci, spicci e precisi, come bombe a grappolo
filoguidate, sono ciò che meglio descrive la Dorothy di quel periodo. Non
mancano mai di gelargli il sangue.
“Vado a cantare.”
Lui allunga il collo per guardarla. Ha quarantaquattro anni, ma ai suoi
occhi ne ha ancora ventotto. È perché non ha figli, crede. Lo splendore la
pervade ancora, la pura attrazione, come se l’assurda leggiadria avesse ancora
un lavoro da fare, questa bellezza non più giovane. Jeans e camicetta di
cotone bianca con piccole pieghe che aderiscono alle sue costole patetiche.
Ricoperta da uno scialle lilla, leggermente disordinato e adagiato sul collo,
l’unico tratto di pelle che, a suo avviso, la tradisce. I capelli le ricadono sullo
scialle, splendenti, castani, perfetti, ancora della stessa lunghezza di quando
lei provava la parte per Lady Macbeth durante il loro primo appuntamento.
“Hai un aspetto stupendo.”
“Ah! Mi fa piacere che la tua vista cominci a dar segni di peggioramento.”
Lei solletica il punto in cui è atterrato il bacio. “Ti si stanno diradando i
capelli quassù.”
“Il cocchio alato del tempo.”
“Sto cercando di immaginarmi un veicolo del genere. E come dovrebbe
funzionare, esattamente?”
Lui allunga il collo ulteriormente. In una mano appoggiata contro i suoi
leggings da corsa, Dorothy tiene stretta un’edizione Peters verde chiaro
adorna dell’enorme parola in nero:

BR MS

Spezzata in due dal suo perfetto avambraccio. Sotto di essa, più piccola:

Ein Deu equiem

Il concerto è alla fine di giugno. Lei sarà sul palco con un centinaio di
altre voci, e non spiccherà in mezzo alle altre donne se non per il fatto di
essere una delle poche che ancora non sono ingrigite, e canterà:
Siehe, ein Ackermann wartet
auf die köstliche Frucht der Erde
und ist geduldig darüber,
bis er empfahe den Morgenregen und Abendregen.

Osservate come l’agricoltore aspetta il frutto prezioso della terra


pazientando, finché esso abbia ricevuto la pioggia della prima e dell’ultima
stagione.*
In quel momento, cantare è tutto per lei. È l’ultimo di una serie di hobby
cui si è dedicata assiduamente nella speranza di vivere la settimana il più
possibile al massimo. Nuoto. Primo soccorso. Disegno dal vero con
carboncini e pastelli. Frattanto, lui si è ritirato nella fortezza del suo studio.
Fattura più ore di lavoro che mai, nella vaga speranza di riuscire a comprare
una seconda casa, un posto più bello. Un posto circondato, se non dalla
natura incontaminata, almeno dal suo ricordo.
“Un sacco di prove.” Due prove ogni settimana di un paio d’ore, e lei non
ne ha persa nemmeno una.
“Sono divertenti.” Si prepara moltissimo da settimane. La verità è che si è
esercitata così duramente a casa che potrebbe cantare il brano quella stessa
notte dall’inizio alla fine, ogni estensione vocale. “Sicuro che non vuoi
venire? Abbiamo bisogno di altri bassi.”
Lei lo sbalordisce più che mai. Cosa farebbe lei se dicesse di sì? “Magari
in autunno. Per l’opera di Mozart.”
“Sei sufficientemente impegnato?”
Ecco cosa fa la gente – risolve i propri problemi nella vita degli altri. Lui
si mette a ridere. “Al momento sì. Sono alle prese con questa roba qui.” Le
allunga le pagine: Should Trees Have Standing?* La moglie legge il titolo e
corruga la fronte. Ray scruta le parole, confuso lui stesso. “A quanto pare,
l’autore dice che l’inadeguatezza della legge consiste nel riconoscere soltanto
le vittime umane.”
“Ed è un problema?”
“Intende estendere i diritti alle creature non umane. Vuole che gli alberi
vengano ricompensati per la loro proprietà intellettuale.”
Lei fa un ghigno. “Non giova agli affari, eh?”
“Non so se gettarlo dall’altra parte della stanza e ridere o dargli fuoco e
suicidarmi.”
“Fammi sapere cosa decidi. Ci vediamo tra le dieci e le undici. Non
rimanere alzato sei hai sonno.”
“Ho già sonno.” Ride di nuovo, come se avesse appena detto qualcosa di
scherzoso. “Hai abbastanza caldo? Farà un freddo cane. Abbottonati il
cappotto.”
Lei si blocca sulla soglia, e quel momento si presenta di nuovo, tra di loro.
L’improvviso impeto di rabbia e di sconfitta reciproca. “Non sono di tua
proprietà, Ray. Avevamo un accordo.”
“Che ti prende? Non ho detto che sei di mia proprietà.”
“L’hai detto, eccome,” dice lei, e se ne va. Solamente quando la porta
viene chiusa con un colpo forte, lui capisce. Cappotti. Bottoni. Il vento che
soffia liberamente. Riguardati. Tu appartieni a me.*

Lei si allontana verso ovest lungo la Birch, sotto aceri arancioni. Il marito
non si prende la briga di guardare le luci posteriori o vedere dove svolta.
Sarebbe un’umiliazione per entrambi. Lei è troppo intelligente per non
passare prima davanti alla sala per le audizioni. Inoltre: lui è già stato delle
notti alla finestra a guardare le luci posteriori. Ha già fatto tutto, tutte le cose
disperate e disgustose. Cercato i numeri sconosciuti sul registro della bolletta
telefonica. Controllato le tasche dei vestiti che lei indossava la notte
precedente. Perquisito la sua borsetta in cerca di biglietti. Non trova alcun
biglietto. Soltanto le prove materiali dalla A alla Z della sua vergogna.
Le settimane d’incredulità di molto tempo prima si sono trasformate in
una caduta libera molto più angosciante del periodo della loro gioventù in cui
praticavano lo skydiving. Il panico della scoperta è diventato un grumo di
dolore, del genere che aveva provato quand’era morta sua madre. Poi il
dolore si è tramutato in virtù, che lui ha covato in segreto per settimane,
finché la virtù non è collassata sotto la sua crescita esplosiva in un’amara
immobilità. Ogni domanda è una pazzia volontaria. Chi? Perché? Per quanto?
Quanto spesso prima?
Che importanza ha? Lasciati il cappotto sbottonato. Adesso lui desidera
soltanto la pace, ed esserle vicino ancora per un po’, il più a lungo possibile,
prima che lei mandi tutto a monte solo per punirlo per il fatto di averlo
scoperto.

Posteggia l’auto nel parcheggio dietro l’auditorio. Entra addirittura un


attimo, non tanto per costruirsi un alibi quanto per avere la sensazione che la
botola che si apre sotto i suoi piedi sia un po’ più incredibile. Quando il
centinaio di cantanti sale in massa sui gradini, lei se la svigna dal retro, come
per andare a recuperare una cosa dimenticata in auto. Nel giro di un minuto,
si ritrova sulla strada lucida per la pioggia, infreddolita, viva, il cuore che
batte all’impazzata. Ha intenzione di farsi fregare in molti e diversi modi, a
lungo e amorevolmente e invano, senza alcun obbligo contrattuale, da un
uomo che non sa che faccia abbia. Il pensiero la pervade completamente,
come se si fosse iniettata qualcosa.
Ha intenzione di essere cattiva. Di essere cattiva ancora. Scioccamente
cattiva. Di fare cose che non ha mai immaginato potesse fare. Cose nuove.
Ha intenzione di imparare altre cose di se stessa – altre cose inquietanti,
molto velocemente, gioiosamente. Quello che le piace e non le piace, quando
non sta raccontando la pigra bugia della decenza. Ha intenzione di gettare gli
ultimi trent’anni alle fiamme roventi. Il pensiero la sconvolge – magia. Lo
sviluppo, e lei è umida e di fatto sta venendo con il semplice strofinio delle
gambe, come una fresca ed energica ragazzina di sedici anni, quando vede la
BMW nera accanto al marciapiede e vi monta dentro.
Quarantotto minuti di sperimentazione selvaggia. Subito dopo, lei ha
difficoltà a ricordare. Come se lui l’avesse drogata un po’, per gioco. Si
ricorda di essersi tirata su a sedere sulle ginocchia divaricate sul letto enorme,
ridacchiando come una principessa fumata del club universitario. Si ricorda
di essere diventata immensa, poetica, regale, divina, una ventata di Brahms. E
poi di essere ricaduta nel dolore delle sue gambe e dei suoi polmoni, una
mezzofondista. Si ricorda che lui le sussurrava all’orecchio mentre la toccava
– sillabe vaghe, minacciose, adulatrici ed eccitanti di cui si pasceva senza
comprenderle del tutto.
Di quando in quando, fluttuando in mezzo a un’intermittente lucidità,
come le era successo la settimana prima, le sono balenati con raccapricciante
precisione alcuni particolari dei suoi romanzi preferiti sull’adulterio. Si
ricorda di aver pensato: Adesso sono l’eroina della mia storia segnata. E poi
un lungo e tenero bacio della buonanotte, accanto al marciapiede nell’auto
scura, a tre isolati dall’auditorio. Dieci passi lungo il lucido marciapiede, e lei
relega tutta l’avventura all’immaginazione, una cosa che è accaduta soltanto
in un libro.
È di nuovo dentro e sopra i gradini con del tempo da perdere, in attesa del
ritorno del crescendo del coro mentre il baritono canta: Ecco, io vi annuncio
un mistero: noi tutti non moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante,
in un batter d’occhio.*

Per cena, Ray sgranocchia qualcosa – pistacchi e una mela. La lettura è


lenta, e tutte le cose lo distraggono. Con gli occhi fissi sul torsolo della mela,
si rende conto che il calice – un termine che non ha mai saputo in quella vita
– non è altro che i frammenti rimasti del fiore appassito di melo. Alza lo
sguardo dal folto di parole tre volte al minuto, aspettando che la verità
colpisca come una quercia che, nel cadere, sfondi il tetto della casa. Non si
presenta nulla per ucciderlo. Non succede assolutamente nulla, e continua
così con grande forza e pazienza. Il nulla è così totale che quando controlla
l’orologio per vedere perché Dorothy non è ancora tornata a casa, rimane
sbalordito nel constatare che è passata meno di mezz’ora.
China la testa e fissa la pagina. L’articolo fomenta la sua angoscia. Gli
alberi dovrebbero avere un loro status giuridico? Il mese scorso, a quell’ora,
il principale passatempo della serata sarebbe stato l’appurare la validità di
quel ragionamento ingegnoso. Cos’è che può essere posseduto e che può
possedere qualcosa? Cos’è che conferisce un diritto, e perché gli esseri
umani, gli unici in tutto il pianeta, li hanno?
Ma quella notte le parole scivolano. Otto e trentasette. Tutto quello che
era suo sta crollando, e non sa nemmeno cosa sia stato a causare la catastrofe.
La logica terribile del saggio comincia a logorarlo. Bambini, donne, schiavi,
aborigeni, malati, pazzi e disabili: tutti inconcepibilmente trasformati in
persone dalla legge, lungo i secoli. Allora perché gli alberi e le aquile e i
fiumi e le montagne viventi non dovrebbero poter querelare gli esseri umani
per furto e danni permanenti? Tutta quell’idea è un vero incubo, una danza
mortale della giustizia come quella che lui sta vivendo in quel momento,
guardando la seconda lancetta del suo orologio rifiutarsi di muoversi. Fino a
quel momento la sua intera carriera – intesa a proteggere quelli che hanno il
diritto di crescere – comincia a sembrargli un lungo crimine di guerra, come
una cosa per la quale sarà imprigionato, quando arriva la rivoluzione.
La proposta è destinata a sembrare strana, inquietante o ridicola. In parte
è perché, finché la cosa senza diritti non ottiene i suoi diritti, non possiamo
vederla diversamente da qualcosa a uso “nostro” – di quelli che detengono i
diritti in quel momento.
Otto e quarantadue, ed è disperato. Ormai farebbe qualunque cosa, per
ingannarla, per farle credere che non sa nulla. Il suo accesso di follia seguirà
il suo corso. La febbre che l’ha trasformata in una persona che lui non riesce
a riconoscere si consumerà bruciando, e la farà star bene di nuovo. La
vergogna la farà ritornare in sé, e si ricorderà tutto. Gli anni. La volta in cui
sono andati in Italia. La volta in cui sono saltati giù dall’aereo. La volta in cui
è andata a sbattere con la macchina contro un albero mentre stava leggendo la
sua lettera per l’anniversario e per poco non ci ha lasciato le penne. Le
rappresentazioni teatrali amatoriali. Le piante che hanno interrato insieme,
nel giardino sul retro creato da loro.
Non è una risposta dire che i ruscelli e le foreste non possono avere uno
status giuridico perché i ruscelli e le foreste non parlano. Nemmeno le
aziende parlano; né gli stati, le tenute, i neonati, gli inetti, i municipi, o le
università. Gli avvocati parlano al posto loro.
La cosa fondamentale è che lei non venga mai a sapere che lui ne è al
corrente. Lui deve mostrarsi allegro, scaltro, divertente. Non appena ne avrà
il sospetto, saranno finiti entrambi. Lei potrebbe sopportare qualunque cosa
tranne essere perdonata.
Nasconderlo però lo sta uccidendo. Non potrebbe interpretare la parte di
nessuno tranne quella del sincero Macduff. Otto e quarant’otto. Prova a
concentrarsi. La sera si allunga come due ergastoli consecutivi. Ha solamente
quel saggio che può tenergli compagnia e torturarlo.
Cosa c’è dentro di noi che ci fa sentire questo bisogno non soltanto di
soddisfare le esigenze biologiche essenziali, ma di estendere le nostre volontà
sulle cose, di considerarle degli oggetti, di farle nostre, di manipolarle, di
tenerle a distanza psichica?
Il saggio passa velocemente sotto le sue dita. Lui non riesce a seguirlo, a
decidersi se sia un’opera brillante o robaccia. La sua intera identità si sta
dissolvendo. Tutti i suoi diritti e i suoi privilegi, tutto quello che possiede. Un
grande dono che è stato suo fin dalla nascita gli è stato portato via. È un
grandioso e magnifico atto di autoinganno, una bugia bell’e buona,
quell’affermazione di Kant: Quanto agli esseri non umani, non abbiamo
doveri diretti. Tutto esiste come semplice mezzo per raggiungere un fine.
Quel fine è l’uomo.

Mentre sta guidando verso casa, si sente pervadere dal disgusto. Ma


persino il disgusto ha il sapore della libertà. Se una persona riesce a vedere il
peggio di se stessa... Se una persona riesce a raggiungere un’onestà totale,
una conoscenza completa di quello che veramente è... Ora che è sazia, vuole
di nuovo la purezza. Al semaforo presso Snelling, si guarda nello specchietto
retrovisore e vede gli occhi sottrarsi al suo sguardo furtivo. Pensa: Ci darò un
taglio. Mi riprendo la mia vita. La decenza. Non deve concludersi con una
palla infuocata che divampa. L’imminente esecuzione concertistica potrà
assorbire la sua energia in eccesso. Dopo di che, si troverà qualcos’altro che
occupi il suo tempo. Che la manterrà equilibrata e sobria.
Vicino alla Lexington, dieci isolati più giù, sta pensando di iniettarsi
un’altra dose di eccitazione. Soltanto un’altra, perché le ricordi come ci si
sente a sciare su quel continente montuoso. Non sarà patetica. Svilupperà la
dipendenza, ma senza i penosi epiloghi. Non sa cosa sia dipendente: se il suo
corpo o la sua volontà. Sa solamente che seguirà se stessa fino in fondo,
ovunque la porterà. Quando svolta nel canyon frondoso della loro strada, è di
nuovo calma.

Entra in casa con il viso roseo per il freddo. La sciarpa striscia per terra
mentre richiude la porta alle sue spalle con una spinta. La partitura del
Requiem le cade di mano. Si china per raccoglierla, e quando si raddrizza, i
loro occhi si incrociano, tradendo qualsiasi emozione. Spaventati, spavaldi,
imploranti, malvagi. Desiderosi di essere di nuovo a casa, con un vecchio
amico.
“Ehi! Non ti sei minimamente spostato da quella poltrona.”
“Belle le prove?”
“Le migliori!”
“Mi fa piacere. In quale sezione hai cantato?”
Attraversa la stanza verso il punto in cui è seduto il marito. Una loro
vecchia abitudine. Lo abbraccia, Ziemlich langsam und mit Ausdruck. Prima
che lui abbia il tempo di alzarsi, lei sguscia via, verso la cucina, sentendosi
addosso quell’odore di sale e candeggina. “Mi farò una doccia veloce prima
di andare a letto.”
È una donna intelligente, ma non ha mai avuto molta pazienza con le cose
ovvie. Né crede il marito capace di una semplice riflessione. Si era fatta la
doccia venti minuti prima di andare a cantare Brahms.

A letto, in un pigiama blu pavone, ustionata e rinvigorita dal getto


bollente, domanda: “Com’è andata la lettura?”
Il marito ha bisogno di un attimo per ricordarsi cos’è che ha cercato di
leggere tutta la sera. Ciò che serve è un mito...
“Difficile. Non ero molto concentrato.”
“Hmm.” Lei si gira di fianco in modo da essergli di fronte, gli occhi
chiusi. “Raccontami.”
Non credo sia troppo remota la possibilità che arriveremo a considerare
la Terra, come alcuni hanno suggerito, un organismo di cui l’umanità è una
parte funzionale – la mente, forse.
“L’autore vuole che a qualunque cosa vivente vengano riconosciuti dei
diritti. Sostiene che pagare gli alberi per la loro invenzione creativa
renderebbe il mondo intero più ricco. Se ha ragione, allora tutto il nostro
sistema sociale... tutto ciò per cui ho mai lavorato...”
Ma il respiro della moglie è cambiato, e la sua lucidità si sta pian piano
dissipando come quella di un neonato dopo un giorno passato a fare le prime
scoperte. Lui spegne la luce sul comodino di fianco al letto e si allontana
dalla moglie. Tuttavia, lei mormora nel sonno e gli si avvinghia, afferrando il
suo didietro per qualsiasi calore possa sprigionare. Le sue braccia nude su di
lui, la donna di cui si è innamorato. La donna che ha sposato. La divertente,
maniacale, dissoluta, indomabile Lady Macbeth. Appassionata di romanzi
fiume. Saltatrice dagli aeroplani. La migliore attrice dilettante che abbia mai
conosciuto.

Guardiano e Capelvenere, nel fitto delle sequoie. Lui si trascina un sacco


di provviste. Lei regge con una mano la videocamera da campeggio, con
l’altra afferra il suo braccio come una nuotatrice di fondo aggrappata a un
canotto. Di tanto in tanto gli agguanta il polso, rivolgendo la sua attenzione
su qualcosa di colorato o di saettante appena al di fuori della loro
comprensione.
La notte scorsa hanno dormito sul suolo freddo, esposti all’aria. Distese di
fango hanno circondato la loro isola orlata di felci. Lui si è coricato in un
sacco a pelo del 1950 macchiato di pipì e lei in un altro, sotto creature miti,
imponenti e tranquille.
“Non stai gelando?” le ha domandato lui.
Lei ha risposto di no. E lui le ha creduto.
“Incavolata?”
“Non proprio.”
“Spaventata?”
I suoi occhi hanno detto, Perché? La sua bocca ha detto, “Dovremmo
esserlo?”
“Sono così grossi. Humboldt Timber impiega centinaia di persone.
Migliaia di macchinari. È proprietà di una multinazionale multimiliardaria.
Tutte le leggi sono dalla loro parte, appoggiati dalla volontà degli americani.
Noi non siamo che un mucchio di vandali disoccupati, accampati nelle
foreste.
Olivia ha sorriso, come rivolta a un bambino piccolo che ha appena
chiesto se i cinesi potevano raggiungerli attraverso un tunnel sotterraneo. La
sua mano è sgusciata fuori dal sacco a pelo e si unita alla sua. “Credimi. Lo
so dalla massima autorità. Sono in atto grandi cose.”
La sua mano è rimasta in mezzo a loro come una linea trasversale mentre
lei si è addormentata.

Seguono un tornante fino a una distante rete fognaria finché il sentiero


non diventa un rivoletto di fango. Dopo tre chilometri, il sentiero finisce e
loro due sono costretti ad aprirsi la strada tra la vegetazione. La luce filtra
dalla volta della foresta. Lui la osserva attraversare un tappeto di borragine
cosparsa di acetosa. Soltanto alcuni mesi prima, per sua stessa ammissione,
lei era un’odiosa, apatica stronza narcisista con un problema di abuso di
sostanze, costretta a lasciare l’università per scarso rendimento. E adesso –
che cos’è? Qualcuno in pace con il fatto di essere umano, e in combutta con
qualcosa che non lo è per niente.
Le sequoie fanno cose strane. Canticchiano. Irradiano potenti archi. Le
loro escrescenze nodose si spandono in forme stregate. Olivia afferra la sua
spalla. “Guarda!” Dodici alberi apostolici sono disposti in un cerchio d’erba
più scura come quelli che una volta Nick disegnava con il goniometro nelle
domeniche piovose di tanto tempo addietro. Diversi secoli dopo la morte del
loro antenato, una dozzina di cloni basali circonda il centro vuoto,
tutt’intorno alla rosa dei venti. Un segnale chimico attraversa il cervello di
Nick. Mettiamo che una persona abbia scolpito uno qualsiasi di questi alberi,
così come si presentano in quel momento. Quell’opera rappresenterebbe una
pietra miliare dell’arte umana.
Lungo il torrente ghiaioso, raggiungono un gigantesco albero abbattuto
che, persino di traverso, è più alto di Olivia. “Siamo qui. Proprio a destra, ha
detto Madre N. Da questa parte.”
È lui a vederlo per primo: un gruppetto di tronchi di seicento anni, che si
levano in alto fino a perdita d’occhio. I pilastri della navata centrale di una
cattedrale rossastra. Alberi più vecchi della stampa a caratteri mobili. Ma le
loro scanalature presentano numeri bianchi dipinti con la vernice a spruzzo,
come se qualcuno tatuasse una mucca viva con l’immagine di un diagramma
da macellaio che mostra i vari tagli che si nascondono di sotto. Ordini di un
massacro.
Olivia solleva la videocamera portatile all’altezza del viso e comincia a
riprendere. Nick si sfila lo zaino, fluttua senza peso per alcuni passi. Un
arcobaleno di barattoli di vernice a spruzzo fuoriesce dal suo zaino. Li
sistema in una macchia di giovane equiseto: mezza dozzina di colori di tutto
lo spettro. Ciliegia in una mano, limone in un’altra, si avvia in direzione
dell’albero segnato. Scruta le pennellate bianche già presenti. Poi alza il
barattolo e spruzza.
In un secondo momento, il suo video verrà montato, dotato di voce fuori
campo e spedito a ogni giornalista solidale al Gruppo in Difesa della Vita.
Fino a quel momento, la colonna sonora è rappresentata dal centinaio dei
richiami della foresta interrotti da manifestazione di stupore – come ci riesci?
– vicino al microfono. Nick ritorna alla tavolozza per terra e sceglie altre due
tonalità. Dipinge, poi fa due passi indietro per valutare la sua opera. Le specie
sono selvagge quanto quelle delle vetrine della collezione di un museo. Lui
passa al successivo albero sfregiato dai numeri e ricomincia. Di lì a breve, i
numeri spariscono e, ormai irriconoscibili, assumono l’immagine di farfalle.
Nick passa a quelli segnati da una sola spunta blu. Sono ovunque, queste
condanne a morte fatte di una semplice pennellata. Poi procede a dipingere
quegli alberi senza alcuna marcatura, fino al punto in cui è impossibile dire
quali tronchi sono stati scelti per essere abbattuti e quali invece sono semplici
spettatori. Il pomeriggio si dilegua; entrambi sono stati assorbiti dai ritmi
della foresta così a lungo che non riescono più a quantificare quel tempo in
mere ore. Il lavoro viene concluso nel giro di un attimo, in un batter d’occhio.
Armata di videocamera, Olivia fa una panoramica del bosco trasformato.
Dove prima c’erano state misurazioni e previsioni, un progetto di freddi
numeri, ora ci sono soltanto esperie e macaoni, morfi blu, Theclinae Swanson
e ninfe minori. Potrebbe essere un boschetto di abeti sacri sulle montagne
messicane, dove gli insetti di Tiffany preparano la loro migrazione di diverse
generazioni. Così due persone, in un pomeriggio, annullano il lavoro di una
settimana di periti stimatori e agrimensori.
La voce del video non ancora montato dice, “Ritorneranno.” Intende gli
uomini dei numeri, per marchiare di nuovo gli esemplari da eliminare in un
modo più infallibile.
“Ma questo è stupendo. Costerà loro parecchio.”
“Può darsi. Oppure le imprese del legname verranno qui e si prenderanno
tutto, come hanno fatto al Murrelet Grove.”
“Adesso abbiamo il video.”
Lo si percepisce nella musica della sua voce registrata: la convinzione che
i sentimenti potrebbero risolvere persino i problemi della libertà. Poi il video
si interrompe di colpo. Nessuno vede cosa succede dopo tra i due esseri
umani, là sul suolo della foresta, fra mucchi di felce e il sigillo di Salomone.
Nessuno, a meno di contare le innumerevoli creature invisibili che aprono
solchi sotto il suolo, brulicano sotto la corteccia, si acquattano sui rami, si
arrampicano, saltano e si ammassano da una parte all’altra della volta della
foresta. Persino gli alberi giganteschi inalano le poche molecole per un
miliardo di specie che ritornano a casa distribuite nell’aria.

Patricia lo sente a un quarto di miglio di distanza: il camion di Dennis che


procede rumorosamente lungo la strada ondulata di ghiaia. Quel rumore la
rallegra – è allegra prima di capire perché. A suo modo, lo scoppiettio e il
ronzio del motore la sollevano tanto quanto il cinguettio trafelato di una
parula di Townsend che rasenta l’orlo di una radura. Il camion è la sua bestia
rara, per quanto la creatura appaia ogni giorno, puntuale come un orologio
svizzero.
Scende lentamente verso la strada, dopo una nervosa attesa che ha
caratterizzato gli ultimi venti minuti. Lui pranzerà, sì, e poi ci sarà la posta, il
suo vario assortimento di contatti con il mondo esterno. Nuovi dati dal
laboratorio di Corvallis. Però è Dennis: è ciò di cui ha bisogno la sua anima.
Lui la tempra, il suo attento ascolto, e lei si chiede con divertito orrore se
ventidue ore possano essere un tempo troppo lungo tra un avvistamento e
l’altro. Patricia si avvicina al camion che si è arrestato e deve fare un passo
indietro quando lui apre la cabina di guida. L’ampio braccio di Dennis oscilla
intorno alla sua vita e lui strofina il viso contro il suo collo.
“Den. Il mio mammifero preferito.”
“Tesoro. Aspetta di vedere cosa mangiamo.” Le porge la posta prima di
afferrare la borsa termica. Si inerpicano sul pendio in direzione del capanno,
spalla a spalla, in pace l’uno con l’altra e in silenzio.
Lei si siede sulla veranda al tavolo realizzato da una bobina per cavi
elettrici, sfogliando la posta mentre Den tira fuori il pranzo. Come può la
magistrale ipocrisia – Informazioni importanti sulla tua assicurazione. Da
aprire immediatamente! – scovarla anche lì? Sono decenni che vive lontana
dalle negoziazioni, e tuttavia il suo nome è un bene economico richiesto,
comprato e venduto all’infinito mentre lei è seduta nel suo capanno a leggere
Thoreau. Si augura che gli acquirenti non paghino molto. No: si augura che
vengano spremuti come si deve.
Niente posta da Corvallis, ma c’è un pacchetto dalla sua agente. Lo
sistema sulle assicelle di legno, accanto al piatto. È ancora lì quando Den
porta fuori due piccole, meravigliose trote iridee ripiene.
“Tutto bene?”
Patricia annuisce e scuote il capo allo stesso tempo.
“Nessuna brutta notizia?”
“No. Non lo so. Non riesco ad aprirlo.”
Lui distribuisce il pesce e prende il pacchetto in mano. “Arriva da Jackie.
Cosa può contenere di così terribile?”
Lei non lo sa. Azioni legali. Punizioni. Questioni ufficiali. Da aprire
immediatamente. Lui le allunga la busta e, agitandola, muove l’aria,
spronando il suo coraggio.
“Mi fai un gran bene, Dennis.” Patricia infila il dito sotto il lembo sigillato
e diverse cose si riversano fuori. Recensioni. Posta inoltrata di alcuni
ammiratori. Una lettera di Jackie con un assegno attaccato con una graffa.
Vede la cifra ed emette un urlo. Il foglio cade e atterra a faccia ingiù, nel
terreno perennemente umido.
Dennis recupera l’assegno e lo pulisce strofinandolo. Fischia. “Cribbio!”
La guarda, sopracciglia alzate. “Hanno messo la virgola del numero decimale
nel posto sbagliato, vero?”
“Di due posti!”
Dennis si mette a ridere, le spalle che tremano, come il suo camion, un
pezzo d’antiquariato, che cerca di far girare il motore dopo una notte sotto
zero. “Ti ha detto che il libro stava andando bene.”
“C’è un errore. Dobbiamo restituire il denaro.”
“Hai fatto un buon lavoro, Patty. Alla gente piacciono i lavori fatti bene.”
“Non è possibile...”
“Non eccitarti troppo. Non è poi questa gran somma.” Ma lo è. È più di
quanto lei abbia mai avuto in qualsiasi conto bancario, in tutta la sua vita. “I
soldi non sono miei.”
“In che senso, non sono tuoi? Hai lavorato a quel libro per sette anni!”
Lei non lo sente. Sta ascoltando il vento che soffia attraverso gli ontani.
“Puoi sempre regalarlo. Staccare un assegno alle Foreste Americane. O
magari a quel programma di recupero e reincrocio di castagni. Potresti
investire nella squadra di ricerca. Forza. Adesso mangia il pesce. Mi ci sono
volute due ore per pescare questi qui.”

Dopo pranzo, le legge le recensioni. Per qualche motivo, nella voce


radiofonica baritonale di Dennis, sembrano piuttosto belle. Elogiative. La
gente dice: Non mi ero resa conto. La gente dice: Ho cominciato a vedere
delle cose. Poi le legge le lettere dei lettori. Alcuni vogliono solamente
ringraziarla. Altri la confondono con la madre di tutti gli alberi. Altri ancora
la fanno sentire come la Signorina Cuorinfranti. Ho una Quercia muschiosa
nel nostro giardino che deve avere duecento anni. La scorsa primavera, un
lato ha cominciato ad ammalarsi. Mi sta uccidendo vederla morire al
rallentatore. Cosa posso fare?
Molti accennano agli alberi magnanimi – quegli antichi abeti di Douglas
che, con il loro ultimo atto, restituiscono tutti i loro metaboliti secondari alla
comunità.
“Hai sentito, piccola? ‘Mi hai fatto pensare alla mia vita in modo
diverso.’ Potrebbe essere un complimento.”
Lei scoppia a ridere, ma produce lo stesso suono di una lince rossa finita
in una trappola.
“Oh. Ecco qui una cosa fantastica. Una richiesta di partecipazione al
programma radiofonico con il maggiore ascolto del paese. Stanno facendo
una serie sul futuro del pianeta, e hanno bisogno di qualcuno che parli in
favore degli alberi.”
Lei sente le sue parole dall’alto di un abete di Douglas in mezzo a una
tempesta ululante. Industria umana, ovunque. La gente le chiede delle cose.
La gente la scambia per un’altra persona. La gente ha intenzione di ributtarla
con violenza in ciò che chiamano erroneamente mondo.
Moses entra sfinito nel campo base. Manifestazioni ovunque, e nell’ultima
mezza settimana hanno perso tredici persone per fermi e arresti. “Abbiamo un
sit-in di protesta sugli alberi che ha bisogno di partecipanti. C’è qualcuno
disposto a fare un breve periodo lassù?”
La mano di Capelvenere balza in aria prima che Guardiano riesca a
mettere a fuoco la richiesta. Ecco quello che le si legge in faccia: Sì. Proprio
questo. Finalmente.
“Sicura?” chiede Moses, come se non avesse appena soddisfatto le voci
delle predizioni di luce. “Rimarrai lassù per almeno qualche giorno.”

Mentre Olivia fa i bagagli rassicura Nick. “Se pensi di poter fare di più da
quaggiù... starò bene anche da sola. Non oseranno farmi del male. Pensa alla
stampa!”
Lui non starà bene se non dove è lei. È così semplice, così assurdo. Non
glielo dice. La cosa è così straordinariamente ovvia, persino nel modo in cui
indugia e annuisce. Ovviamente lei lo sa. Riesce a sentire degli esseri che non
ci sono neppure. Ovviamente lei sente i suoi pensieri martellanti, il sangue
che pulsa nelle sue orecchie, persino più forte della pioggia incessante.

I loro bagagli sono i primi a oltrepassare il cancello. Poi è la volta di loro


tre – Capelvenere, Guardiano e Loki, la loro guida che ha gestito per
settimane il supporto a terra per quell’albero. I loro piedi tornano a
intrufolarsi nel territorio di Humboldt Timber. Gli zaini sono pesanti e il
sentiero ripido. Settimane di pioggia battente hanno trasformato il percorso in
caffè turco. Settimane prima, non sarebbero riusciti a raggiungere i cinque
chilometri. Persino in quel momento, dopo otto chilometri, Guardiano aspira
l’aria a grandi boccate. Prova vergogna e indietreggia dove lei non lo può
sentire ansimare. Il sentiero sale su per una scarpata ricoperta di fanghiglia. Il
peso dello zaino e il sudiciume in cui si invischiano i piedi lo fanno abbassare
finché ogni passo non diventa un salto con l’asta. Si ferma per prendere fiato,
e l’aria in forma di nevischio lo penetra. Più su, Capelvenere continua ad
avanzare con sicurezza, come una bestia mitica. Il potere entra nei sui piedi
dal terreno cosparso di aghi. Ogni sprofondamento nel fango la rigenera. Sta
ballando.
La codardia aggiunge diverse pietre allo zaino di Nick. Non vuole essere
arrestato. Non va matto per le altezze. C’è soltanto l’amore a guidarlo sulla
parete del dirupo. Lei è alimentata dal bisogno di salvare tutto ciò che è vivo.
Loki allunga il palmo. “Vedete quella luce lampeggiante? Buzzard e
Sparks. Ci sentono.” Si copre le labbra con una mano e ride fragorosamente.
La luce nella fustaia lampeggia ancora, impaziente. Anche questo provoca in
Loki una risata. “Quei bastardi non vedono l’ora di ritornare a terra. Lo
vedete?”
Anche Nick nutre lo stesso desiderio, e non si è nemmeno alzato da terra.
Si inerpicano faticosamente lungo il solco per le ultime centinaia di metri.
Una sagoma emerge dal fitto degli alberi, così enorme che non può essere
normale.
“Eccolo là,” dice Loki, invano. “Mimas.”
Alcuni suoni fuoriescono dalla bocca di Nick, sillabe che significano,
vagamente, Oh, Gesù benedetto. Ha visto alberi giganteschi per settimane,
ma mai uno come quello. Mimas: più vasto in larghezza della fattoria del
trisavolo di suo padre. Lì, mentre il tramonto li ammanta, l’atmosfera è
primitiva, darshan, un faccia a faccia con la divinità. L’albero si innalza
dritto come una montagna isolata dalle pareti ripide a forma di camino, e
sembra dimenticare di fermarsi. Da sotto, potrebbe essere Yggdrasil, l’albero
cosmico, con le sue radici nel mondo sotterraneo e la chioma nel mondo in
alto. A poco meno di otto metri da terra, un tronco secondario sbuca
dall’estensione del fianco, un ramo più grosso del Castagno degli Hoel. Altri
due tronchi si allargano più in alto lungo il fusto principale. Nell’insieme,
assomiglia a un esercizio di cladistica, l’Albero Filogenetico della Vita – una
grande idea che si frantuma in un’intera nuova famiglia di rami, lassù nel
corso di molto tempo.
Guardiano sale ingobbito dove Capelvenere guarda in contemplazione,
chiedendosi se non sia troppo tardi per fare marcia indietro. Ma anche nella
luce crepuscolare, il viso della donna arde di ideali. Tutta l’agitazione che
aveva mostrato quando aveva imboccato il suo vialetto di ghiaia in Iowa si è
ormai dissipata, e al suo posto c’è una certezza pura e dolorosa quanto quella
del gufo solitario che emette il richiamo. Distende le braccia contro le
scanalature. È come una pulce che cerca di rimanere attaccata al suo cane. Il
suo viso si piega davanti al tronco titanico. “Non riesco a crederci. Non riesco
a credere che non ci sia altro modo di proteggere questa creatura se non coi
nostri corpi.”
Loki dice, “Se nessuno ci rimette dei soldi o si fa male, la legge se ne fotte
bellamente.”
La base dell’albero, tra due enormi escrescenze nodose, apre a una specie
di recinzione striata di carbone grande abbastanza da ospitare tutti e tre per la
notte. Segni di fuliggine nera percorrono il tronco, le cicatrici degli incendi
che sono divampati molto prima che esistesse un’America. Uno squarcio
nella chioma inferiore rievoca un fulmine ancora abbastanza recente da far
stillare il legno. E dalla massa ingarbugliata in alto, incredibilmente lontano
dalla superficie, arrivano i saluti di due persone sfinite fuori dal loro elemento
che vogliono soltanto essere di nuovo asciutte, al caldo e al sicuro per alcune
ore di quella notte.
Qualcosa precipita dall’alto. Guardiano urla e tira Capelvenere da una
parte. Il serpente cade sul suolo della foresta. Una corda oscilla nell’aria,
larga quanto l’indice di Guardiano, davanti a un fusto più grande del suo
campo visivo.
“Cosa ne facciamo? Leghiamo gli zaini?”
Loki ridacchia. “Ti ci arrampichi.” Tira fuori un’imbracatura, dei giri di
corda annodata, e qualche moschettone. Comincia a sistemare la cintura
dell’imbracatura attorno alla vita di Guardiano.
“Aspetta. Che cos’è? Sono dei ganci, queste qui?”
“Si sono un po’ usurati. Non preoccuparti. I ganci e il nastro adesivo non
sosterranno il tuo peso.”
“No, questa sottile stringa per scarpe sosterrà il mio peso.”
“Ha trasportato carichi ben più pesanti di te.”
Olivia si mette in mezzo tra i due uomini litigiosi e prende l’imbracatura.
Se la mette intorno alla vita. Loki la blocca con i moschettoni. La collega alla
corda con due nodi scorrevoli Prusik, uno per il petto e l’altro per la staffa per
il piede.
“Vedi? Il tuo peso stringe questi nodi alla corda, come dei piccoli pugni.
Ma quando rilasci...” Fa scivolare uno dei nodi lenti sulla corda. “Alzati in
piedi sulla staffa. Spingi il nodo sul petto più in alto possibile. Piegati
all’indietro e lascia che sorregga il peso. Siediti bene nell’imbracatura. Fai
scivolare la staffa più in alto possibile. Poi ti alzi in piedi su di esso. Ripeti.”
Capelvenere scoppia a ridere. “Come un bruco misuratore.”
Proprio così. Lei si muove adagio. Si alza in piedi. Si piega all’indietro e
si mette a sedere. Si alza in piedi e si muove di nuovo piano piano,
arrampicandosi su una scala d’aria, sollevandosi su punti d’appoggio che si
innalzano da soli mentre si allontana dalla faccia della Terra. Guardiano
rimane di sotto mentre lei sfreccia, avanzando intrepidamente alla cieca,
verso il cielo. L’intimità – il suo corpo che si dimena sopra di lui – gli
infiamma l’animo d’entusiasmo. Lei è lo scoiattolo, Ratatoskr, che si
arrampica sull’Yggdrasil, portando messaggi tra l’inferno, il paradiso, e lì in
mezzo.
“Ha un talento naturale,” dice Loki. “Sta volando. Guadagnerà la vetta in
venti minuti.”
E così fa, anche se al momento dell’arrivo ogni suo muscolo sta tremando.
Dall’alto, gli applausi salutano la sua ascesa. Giù a terra, Nick viene assalito
dall’invidia, e quando l’imbracatura scende di nuovo, lui ci balza dentro.
Arriva a una trentina di metri prima di impazzire di paura. La corda non può
reggerlo. Si sta attorcigliando ed emettendo strani gemiti di nylon. Allunga il
collo per vedere quanta distanza manca. Infinita. Poi commette l’errore di
guardare in basso. Loki ruota in lenti cerchi di sotto. La sua faccia è rivolta
verso l’alto come un minuscolo fiore di Trientalis che sta per essere
schiacciato sotto i piedi. I muscoli di Guardiano cedono al panico. Chiude gli
occhi e sussurra, “Non riesco a farlo. Sono morto.” Sente il balzo, l’infinito
strapiombo, scorrere nelle sue gambe. Due piccoli rigurgiti di vomito
emergono dalla gola finendogli sulla giacca a vento.
Olivia però sta parlando, vicino al suo orecchio. Nick. L’hai già fatto.
L’ho visto per settimane. Una mano, dice. Un piede. Siediti. Fai scorrere il
nodo. Alzati in piedi. Lui apre gli occhi davanti al tronco di Mimas, la
creatura vivente più grande, forte, larga, vecchia, sicura ed equilibrata che
abbia mai visto. Guardiano di mezzo milione di giorni e di notti, e lo vuole
dentro la sua chioma.
Viene salutato da alcune grida in cima. Quelli sopra di lui lo assicurano
con due morsetti all’interno dell’albero. Olivia scorrazza di qua e di là sui
ponti, collegati da una scala di corda. Buzzard e Sparks le hanno già spiegato
da un pezzo ogni clausola della locazione. Vogliono solamente essere a terra
prima che la notte li blocchi. Si calano lungo la corda in direzione di Loki,
che grida attraverso l’oscurità che si intrufola con invadenza. “Tra qualche
giorno passerà qualcuno con le persone che vi sostituiranno. Tutto quello che
dovete fare fino a quel momento è rimanere in cima.”

E così Nick rimane da solo con questa donna che si è impossessata della
sua vita. Lei gli prende la mano, che non si è ancora rilassata dopo la presa.
“Nick. Siamo qui. Dentro Mimas.”
Lei pronuncia il nome della creatura come se fosse un vecchio amico.
Come se ci stesse parlando da molto tempo. Sono seduti uno accanto all’altra
nel buio costellato di aghi, a una sessantina di metri da terra, su ciò che
Buzzard e Sparks chiamavano la Grande Sala da Ballo: una piattaforma due
metri per tre costruita con tre porte imbullonate insieme. Pareti scorrevoli di
tela cerata li proteggono su tre lati.
“Più grande della mia stanza del college,” dice Olivia. “E più carina.”
In equilibrio su un altro ramo appena sotto, raggiungibile con la scala di
corda, c’è un piccolo frammento di compensato. Un barile per la pioggia, un
vasetto per gli insetti contenente veleno e un secchio con chiusura ermetica
completano il bagno. Tre metri sopra di loro, su una giuntura più alta,
un’altra piattaforma funge da dispensa, cucina e studiolo. È piena d’acqua,
cibo, tela cerata e provviste. Un’amaca spiegata tra due rami è la culla di una
biblioteca circolante ben rifornita, lasciata lì da precedenti partecipanti al sit-
in. L’intera casetta sull’albero posta su tre livelli trova il proprio equilibrio in
cima a un enorme ramo biforcuto creatosi secoli prima, quando il tronco era
stato colpito da un fulmine. Oscilla a ogni alito di vento.
Una lampada a cherosene le illumina il viso. Lui non l’ha mai vista con
quell’espressione così ostinata. “Vieni qui.” Gli afferra il polso avvicinandolo
a sé. “Qui. Più vicino.” Come se spostarsi più lontano fosse un’opzione. E lo
prende come qualcuno che ha la certezza che la vita ha bisogno di lei.

* Verso di una poesia di un autore sconosciuto del XV secolo intitolato Adam lay
ybounden.
* Nome per l’albero dell’ippocastano. (N.d.T.)
* Lettera di Giacomo 5, 7. (N.d.T.)
* Libro di Christopher D. Stone. (N.d.T.)
* Button Up Your Overcoat di Frank Sinatra. (N.d.T.)
* Prima lettera ai Corinzi 15, 51-52. (N.d.T.)
Di notte, si sente sfiorare il viso da qualcosa di morbido e caldo. È la sua
mano, pensa lui, o i suoi capelli che gli ricadono addosso mentre Olivia si
avvicina. Persino la lenta, nauseante barcarola del sacco a pelo sembra
benedetta – gli angusti luoghi dell’amore. Un artiglio gli penetra la guancia, e
il succubo sprigiona barbugliamenti in falsetto. Guardiano si tira su di scatto,
urlando, “Merda!” Si lancia verso il tratto piano della piattaforma, ma la sua
fune di sicurezza lo blocca. Un palmo perfora le pareti illusorie di tela cerata.
Le creature viventi si insinuano tra i rami, urlanti.
Olivia si alza in un battibaleno, bloccandogli le braccia. “Nick. Fermati.
Nick! Va tutto bene.” Il pericolo si frantuma in piccoli cocci. In mezzo a un
cicaleccio scrosciante, impiega un po’ a capire quello che gli sta dicendo.
“Scoiattoli volanti. Hanno giocato sopra di noi per dieci minuti.”
“Gesù! Perché?”
Lei scoppia a ridere e lo coccola, riportandolo di nuovo in posizione
orizzontale. “Non devi far altro che chiederglielo. Se mai torneranno.”
Olivia strofina il viso contro di lui, la sua pancia nell’incavo della schiena
di Nick. Il sonno non vuole saperne di arrivare. Ci sono creature che vivono
così in alto e lontano dall’uomo che non hanno mai saputo che cos’è la paura.
E grazie alla pazzia delle sue cellule, Nick – proprio quella notte durante il
suo primo vero sit-in – gliel’ha fatta conoscere.

La luce si raccoglie in manciate macchiettate sul suo viso. Non ha quasi


chiuso occhio, ma si sveglia riposato in un modo generalmente riservato alle
persone laboriose. Si gira dal suo lato e solleva la tela cerata. L’intero spettro
cromatico si riversa dentro, dalle tonalità blu a quelle marroni, da quelle verdi
alle incredibili tinte dorate. “Guarda!”
“Vediamo.” La voce di Olivia, sonnolenta ma impaziente, soffia nel suo
orecchio. “Buon Dio.”
Guardano insieme: agrimensori funamboleschi di una terra appena
scoperta. Lo spettacolo gli scioglie il cuore. Nuvola, montagna, l’Albero
Cosmico, e la foschia – tutta la ricca e complessa solidità della creazione che,
per prima cosa, ha dato origine alle parole – lo lascia intontito e muto.
Tronchi reiterati si sviluppano dal ceppo principale di Mimas, balzando in
alto paralleli come le dita di una mano alzata del Buddha, recuperando
l’albero madre su scale più piccole, ripetendo di continuo la forma congenita,
i loro rami che confluiscono l’uno nell’altro, troppo intricati e uniti per
riuscire a seguirli. La nebbia ammanta la canopia. Da un varco nella chioma
di Mimas, i pinnacoli ornati di ciuffi di tronchi vicini sono avvolti a spirale
nella foschia di un paesaggio cinese. C’è più sostanza negli sbuffi grigiastri
che nelle guglie verde-marroni che spuntano tra di essi. Tutt’intorno si dipana
una favola fantasmagorica ordoviciana. È mattina come la mattina in cui la
vita è comparsa per la prima volta sulla terraferma.
Guardiano tira indietro un’altra parete di tela cerata lungo la sua guida di
corda e guarda in su. Diversi centimetri di Mimas si snodano in alto – tronchi
che sono subentrati quando il fulmine ha tranciato il principale. La cima del
sistema intricato sparisce in una nuvola bassa. Funghi e licheni ovunque,
come schizzi di vernice da un barattolo celestiale. Lui e Capelvenere
rimangono appollaiati, per la maggior parte del tragitto sul Flatiron Building.
Nick guarda di sotto. Il suolo della foresta è un paesaggio di bambola che una
bambina potrebbe ricavare dalle ghiande e dalle felci.
Le gambe di Nick gelano al pensiero di precipitare. Abbassa la tela cerata.
Lei lo sta fissando, la follia nei suoi occhi nocciola mentre ridacchia. “Siamo
qui. Ce l’abbiamo fatta. È qui che loro ci vogliono.” Ha l’espressione di chi è
stato convocato per aiutare i prodotti più incredibili di quattro miliardi di vita.
Qua e là, pinnacoli solitari si elevano sul coro di giganti. Assomigliano a
incudini verdi, o a pennacchi di razzi. Da sotto, i vicini più alti sembrano
cedri dell’incenso di media grandezza. Soltanto in quel momento, a settanta
metri da terra, Nicholas riesce a calcolare la reale entità di questi pochi
esemplari vecchi, cinque volte le dimensioni della balena più grande. Alberi
giganteschi scendono nel burrone su cui loro tre si sono inerpicati la notte
scorsa. A metà distanza, la foresta si propaga in un blu più denso e intenso.
Ha letto di quegli alberi e della loro nebbia. Su ogni lato, lambiscono il cielo
basso e umido, le nuvole che loro stessi hanno aiutato a far nascere. Matasse
di aghi aerei – nodose e più bitorzolute, diverse dai germogli lisci che
crescono a livello del terreno – sorbiscono i banchi di nebbia, condensando
vapore acqueo e setacciandolo lungo i canali dei virgulti e dei rami. Nick alza
lo sguardo verso la cucina, dove il loro sistema di raccolta dell’acqua piovana
continua a funzionare, facendo scorrere le goccioline dentro una bottiglia. Ciò
che la notte scorsa l’aveva colpito per la sua ingegnosità – l’acqua gratis –
diventa rozzo in confronto all’invenzione dell’albero.
Nicholas osserva lo spettacolo come se sfogliasse un libro animato
infinito. La terra si dispiega, crinale dopo crinale. Tara la propria vista
davanti a quell’abbondanza barocca. Foreste di cinque sfumature diverse si
immergono nella foschia, ognuna un bioma di creature che devono ancora
essere scoperte. E ogni albero che scruta appartiene a un finanziatore texano
che, pur non avendo mai visto una sequoia, intende distruggerle tutte per
estinguere il debito che ha contratto per acquistarle.
Un cambiamento di calore accanto a lui gli fa tornare in mente qualcosa.
Non è l’unico grosso vertebrato presente in quel posatoio. “Se non smetto di
guardare, mi scoppierà la vescica.”
Osserva Olivia scendere goffamente dalla scala di corda verso la
piattaforma sottostante. Pensa: Dovrei proprio guardare da un’altra parte.
Però, guarda caso vive su un albero a sessanta metri di altezza dalla superficie
del pianeta. Scoiattoli volanti hanno sorvegliato il suo viso. Le nebbie
dell’infanzia del mondo hanno mandato indietro l’orologio di millenni, e
anche lui ha la sensazione di essere sul punto di trasformarsi in un’altra
specie.
Olivia si accovaccia sul vaso dall’imboccatura larga e un getto fuoriesce
dal suo corpo. Non ha mai visto una donna urinare – cosa che un discreto
numero di tutti i maschi appartenenti al genere umano che siano mai vissuti
potrebbe dover dire sul letto di morte. D’un tratto, il rituale del nascondersi
gli sembra uno strano comportamento animale che potrebbe apparire in un
documentario della BBC sugli animali selvatici, come i pesci che cambiano
sesso all’occorrenza, o i ragni che mangiano i loro partner dopo
l’accoppiamento. Sente quell’Accento Standard della lingua inglese molto
rispettato che sussurra fuori campo: Se allontanati dalla loro specie, i singoli
esseri umani possono cambiare notevolmente.
Lei sa che lui sta guardando. Lui sa che lei sa. Eccola lì, pura, pronta: la
cultura adattata a quel luogo. Quando ha finito, rovescia il vaso a lato della
piattaforma. Il vento si prende il liquido e lo disperde. Sei metri, e i suoi
rifiuti si nebulizzano nella nebbia. Gli aghi lo rielaboreranno facendolo
diventare di nuovo vivo. “Tocca a me,” dice lui, al ritorno di Olivia. E poi,
dall’alto, lei lo osserva acquattarsi sul secchio rivestito di un sacchetto, che
verrà consegnato a Loki per l’eliminazione e il concime organico la prossima
volta che si farà vivo.
Fanno colazione all’aperto. Le loro fredde dita introducono nocciole e
albicocche secche dentro bocche spalancate, sbigottite dallo spettacolo.
Rimanere seduti immobili a guardare: la descrizione del loro nuovo lavoro.
Però sono degli esseri umani, e di lì a poco i loro occhi si riempiono di
lacrime. Lei dice, “Andiamo a esplorare.” I sentieri principali dalla Grande
Sala da Ballo si snodano con anelli e ganci, scale di corda, punti a cui
attaccare un moschettone. Olivia gli allunga l’imbracatura. Poi se ne fa una
per sé con tre funi di nylon. “A piedi nudi. Aderirai meglio.”
Nick esce barcollando su un ramo oscillante. Sta soffiando il vento, e tutta
la chioma di Mimas si inclina e oppone resistenza. Lui morirà. Precipiterà giù
per venti piani su un letto di felci. Però si sta abituando all’idea, e ci sono
modi peggiori per andarsene.
Si avviano in direzioni diverse. È inutile cercare di vedere l’uno la
posizione dell’altro. Lui procede adagio su un ramo delle dimensioni di un
barile, legato a dei cavi, avanzando rapidamente a cavalcioni. Il ramo
strofinato sa di limoni. Un ramoscello che spunta da esso regge una massa di
pigne, ognuna più piccola di una biglia. Ne prende una e la batte sul palmo. I
semi escono come pepe macinato grosso. Uno si infila nella grinza della sua
sagola di salvataggio. Da un granello del genere ha avuto origine un albero
che lo tiene sospeso a sessanta metri da terra senza piegarsi. Quella torre di
una fortezza che potrebbe dare alloggio a un villaggio e avere ancora dello
spazio occupabile.
Da più in alto, lei grida, “Mirtilli! Ce n’è un campo intero quassù.”
Gli insetti brulicano, minuscoli mostri iridescenti e variopinti da film
dell’orrore. Lui avanza verso uno strano incrocio, facendo attenzione a non
guardare mai di sotto. Due grosse travi, nel corso di secoli, sono confluite
insieme come creta per modellare. Si avvinghia alla cima della collinetta e la
trova vuota. All’interno c’è un piccolo lago. Alcune piante crescono lungo
uno stagno screziato di minuscoli crostacei. Si muove qualcosa nelle secche,
macchiettate ovunque di tonalità castane, bronzee, nere e gialle. Passa
qualche secondo prima che Nick tiri fuori un nome con un colpo di tosse:
salamandra. Come ha fatto una creatura in cerca di umidità con gambe
lunghe un paio di centimetri ad arrampicarsi lungo due terzi della lunghezza
di un campo da football, sul lato di una corteccia asciutta e fibrosa? Forse è
stato un uccello a farla cadere lì, lasciandosi sfuggire un boccone sulla volta
degli alberi. Improbabile. Il petto della creatura dalla pelle viscida si solleva e
si abbassa. L’unica spiegazione plausibile è che i suoi antenati sono saliti a
bordo un migliaio di anni prima e hanno intrapreso la salita verso l’alto,
lungo cinquecento generazioni.
Nick torna indietro adagio allo stesso modo in cui è arrivato. Si è
assicurato all’angolo della Grande Sala da Ballo quando ritorna Capelvenere.
Lei ha mollato la corda di sicurezza. “Non crederai mai a quello che ho
trovato. Un abete canadese di quasi due metri, cresciuto in uno strato di
terreno profondo così!”
“Cristo santo, Olivia. Stavi facendo free-climbing?”
“Non preoccuparti. Mi sono arrampicata su molti alberi da piccola.” Lo
bacia, un’incursione rapida e preventiva. “E, sai, Mimas dice che non ci
lascerà cadere.”

Lui la ritrae mentre è intenta a ricopiare le sue scoperte mattutine in un


taccuino a spirale. La solitudine trafigge il suo animo molto meno duramente
di quello di Olivia. Dopo anni di accampamento presso la fattoria in Iowa, un
giorno in cima a quel leviatano alto come un pennone è uno spasso per lui.
Lei, invece, nell’intimo del suo essere, è ancora un’universitaria, assuefatta a
un ritmo di stimolazioni al secondo di cui non si è ancora interamente
liberata. La nebbia si disperde velocemente. In pieno meriggio, lei chiede,
“Che ora diresti che sia?” La sua domanda è più stupita che turbata. Il sole
non è ancora passato sulle loro teste, e tuttavia loro due sono molto più
vecchi di quanto erano il giorno prima a quell’ora. Alza gli occhi dal foglio
su cui stava disegnando il labirinto dei rami di Mimas e scuote il capo. Lei
ridacchia. “Okay. E il giorno?”
Eppure, ben presto, un pomeriggio, mezz’ora, un minuto, mezza frase o
mezza parola sembrano avere tutte la stessa durata. Spariscono nel ritmo
dell’assenza assoluta di ritmo. Soltanto l’attraversare la piattaforma di tre
metri scarsi è un’epopea nazionale. Passa dell’altro tempo. Un decimo
dell’eternità. Due decimi. Quando lei parla di nuovo, la sua dolcezza lo
disintegra. “Non mi ero mai resa conto di quanto le altre persone potessero
agire come delle droghe pesanti.”
“Le più pesanti. O almeno quelle di cui si fa un uso più smodato.”
“Quanto ci vuole per... disintossicarsi?”
Lui ci riflette. “Nessuno si ripulisce mai del tutto.”
***

Lui la ritrae mentre lei prepara il pranzo. Mentre fa un pisolino. Mentre


blandisce gli uccelli o gioca con un topo a sessanta metri di altezza. Il suo
sforzo di prendersela comoda gli sembra come la saga umana in un guscio di
noce, in un seme di sequoia. Lui ritrae il burrone fitto di sequoie, e gli
esemplari giganteschi sparsi qua e là che si ergono sui loro simili più piccoli.
Poi mette via il blocco da disegno, meglio vedere la luce che cambia.

“Li senti?” chiede lui. Un distante ronzio, sistematico ed efficiente. Seghe


e macchinari.
“Sì. Sono ovunque.” Ogni gigante che cade avvicina la squadra addetta
all’abbattimento degli alberi. Alberi larghi tre metri e vecchi di centinaia di
anni vanno a terra in venti minuti e vengono rimossi e caricati nel giro di
un’altra ora. Quando ne cade uno grosso, persino in lontananza, è come se
una granata di artiglieria colpisse una cattedrale. Il suolo si liquefà. La loro
piattaforma a sessanta metri di altezza dentro Mimas trema. Gli alberi più
grossi che il mondo abbia mai creato, risparmiati per questo rastrellamento
finale.

Nella biblioteca sull’amaca, Olivia trova un libro. La foresta segreta.


Sulla copertina campeggia un tasso preistorico, sopra e sotto la superficie. La
quarta di copertina proclama: L’inatteso bestseller dell’anno – Tradotto in 23
lingue. “Ti va se ti leggo qualche pagina?”
Comincia a leggere come se fosse davanti alla classe riunita, recitando il
lungo treno merci delle strofe di Foglie d’erba che tutti gli studenti del
secondo anno del liceo erano tenuti a memorizzare.
Tu e l’albero nel tuo giardino dietro casa provenite dallo stesso antenato.
Si ferma e guarda il muro trasparente della loro casa sull’albero.
Un miliardo e mezzo di anni fa, voi due avete preso strade separate.
Fa un’altra pausa, come a fare i calcoli.
Ma persino oggi, dopo un immenso viaggio in direzioni diverse, tu e
quell’albero avete ancora in comune un quarto dei vostri geni.
A quel modo, assorbendo i refoli del pensiero dell’autrice, procedono
lungo la lettura di quattro pagine intere prima che la luce cominci a svanire.
Mangiano ancora a lume di candela – zuppa mista istantanea che galleggia su
due tazze d’acqua scaldata sul minuscolo fornello da campo. Quando hanno
finito, l’oscurità regna sovrana. I macchinari dei taglialegna si sono fermati,
sostituiti dalle migliaia di sfide spettrali della notte che non riescono a
decodificare.
“Dovremmo risparmiare la candela,” dice lei.
“Già.”
Mancano ancora delle ore prima di andare a dormire. Sono coricati sulla
lunga piattaforma dondolante di ciò che rappresenta il loro patto solenne, e
stanno chiacchierando al buio. Da lassù, non devono affrontare alcun pericolo
se non il più antico. Quando soffia il vento, è come se stessero attraversando
il Pacifico su una zattera improvvisata. Quando il vento si ferma,
l’immobilità li tiene sospesi tra due eternità, totalmente nella carezza del qui
e ora.
Al buio, lei gli domanda, “A cosa stai pensando?”
Lui sta pensando al fatto che la sua vita ha raggiunto il suo apice, proprio
quel giorno. Che ha vissuto per vedere tutto quello che vuole. Ha vissuto per
vedere se stesso felice. “Stavo pensando che stanotte farà di nuovo freddo.
Forse dovremo chiudere i sacchi a pelo insieme.”
“Sono d’accordo.”
Tutte le stelle della galassia si dispiegano sopra di loro, attraverso gli aghi
color nero notte, in un fiume di latte rovesciato. Il cielo notturno – la miglior
droga esistente, prima che le persone si unissero dando vita a qualcosa di più
forte.
Chiudono i sacchi a pelo insieme. “Sai,” dice lei, “se uno di noi cade,
porta l’altro con sé.”
“Ti seguirei ovunque.”

Si svegliano prima che sia pieno giorno, al rumore di macchinari nel fitto
della foresta alle loro spalle.

La citazione in giudizio per radunata sediziosa costa a Mimi trecento


dollari. Non le va poi così male. Ha pagato due volte tanto per una giacca
invernale che le aveva dato metà della soddisfazione. La notizia del suo
arresto trapela al lavoro. Ma i suoi superiori sono ingegneri. Se lei riesce a
consegnare in tempo i progetti di stampi della sua squadra di lavoro, alla ditta
non interessa se lavora da una prigione federale. Quando un migliaio di
marciatori armati di manifesti piombano al quartier generale del ministero per
le Politiche Forestali a Salem chiedendo la riforma del Piano della Raccolta
del Legname, Mimi e Douglas si uniscono a loro.
Un sabato di aprile, sul presto, loro due si dirigono in auto a una
manifestazione sulla Catena Costiera Pacifica. Douglas si prende un giorno di
vacanza dal negozio di ferramenta in cui ha cominciato a lavorare da poco.
La mattina è di una bellezza indicibile, e mentre sono diretti a sud, ascoltando
musica grunge e le notizie principali della giornata, il cielo assume sfumature
fredde, passando dal rosa scuro al ceruleo. Uno zaino sul sedile posteriore
contiene due paia di occhialini da nuoto a buon mercato, magliette da
avvolgersi intorno al naso e alla bocca, e bottiglie d’acqua modificate. Inoltre,
le loro manette d’acciaio con chiusura a doppia mandata delle forze della
polizia, catene, e un paio di lucchetti a U per biciclette. C’è in atto una corsa
agli armamenti. I contestatori cominciano a pensare di riuscire persino a
spendere di più della polizia, finanziata da gente convinta che tutte le tasse
siano un furto, anche se regalare il legname pubblico non lo è.
Svoltano nella strada di raccordo in direzione della zona della
manifestazione. Douglas esamina i veicoli parcheggiati. “Nessun camion di
emittenti televisive. Nemmeno uno.”
Mimi impreca. “Okay, niente paura. Sono certa che i giornalisti della carta
stampata sono qui. Con i fotografi.”
“Niente tivù, potrebbe benissimo non essere mai successo.”
“È ancora presto. Forse sono ancora per strada.”
Un grido si leva sulla strada, l’esplosione degli spettatori dopo un calcio
piazzato. In mezzo agli alberi, eserciti nemici si affrontano con grande foga.
Ci sono delle urla, un po’ di mischia. Poi un convulso tiro alla fune con la
giacca di qualcuno. I ritardatari si scambiano occhiate e si mettono al trotto.
Raggiungono lo scontro in una radura nella foresta spoglia. È come un circo
italiano. Un doppio anello di contestatori circonda un enorme trattore a
cingoli con motore C7 la cui gru si inarca sopra le loro teste come un
dinosauro dal collo lungo. Taglialegna e addetti al trasporto del legno
circondano l’anarchia. Una strana violenza aleggia nell’aria, conseguenza
della distanza di quel versante boscoso dalla cittadina più vicina.
Mimi e Doug sgambettano su per il pendio. Al ruggito di una motosega
portatile, lei gli strattona il braccio. Un macchinario ringhioso ne aziona un
altro. Di lì a breve, si sente un coro di scarificatori alimentati a benzina
risuonare nella foresta. I taglialegna fanno oscillare le loro macchine con
movimenti abulici, secchi. Mietitrici con falci fienaie.
Douglas si ferma. “Sono fuori di testa, cazzo?”
“È una messa in scena. Nessuno trancerà un essere umano indifeso con la
motosega portatile.” Però, mentre Mimi pronuncia quelle parole, l’uomo alla
guida di una pala meccanica con due donne ammanettate al macchinario
ingrana la marcia e le trascina di fianco. I contestatori urlano, increduli.
I taglialegna distolgono l’attenzione dal trattore in ostaggio. Cominciano a
lavorare su un bosco di abeti bianchi americani, minacciando di far cadere gli
alberi in mezzo a quei disgraziati ammanettati. Doug borbotta qualcosa e si
divincola. Prima che Mimi abbia il tempo di reagire, lui si sta già
precipitando verso lo scontro ormai in atto, zaino in spalla. Si getta nella
mischia come un setter nella cresta dell’onda, sfrecciando in mezzo ai
contestatori, afferrando un uomo e poi un altro per la spalla. Indica gli
abbattitori che si stanno avventando sugli abeti. “Fate salire più uomini
possibili su quegli alberi.”
Qualcuno grida, “Dove diavolo sono gli sbirri? Sono sempre qui a
interrompere gli scontri quando stiamo vincendo.”
“Okay,” sbraita Douglas. “Nel giro di dieci minuti quegli alberi saranno
solo un ricordo. Sbrighiamoci!”
Prima che Mimi riesca a raggiungerlo, lui balza via, diretto verso un abete
con una gonnella di rami abbastanza bassi da riuscire a saltarci su. Una volta
che i piedi si sollevano da terra, i rami sono in realtà una scala che si erge per
una ventina di metri. Due dozzine di contestatori sempre meno motivati si
infervorano di nuovo e filano via dopo di lui. I taglialegna vedono quello che
sta succedendo ai loro lati. Si lanciano all’inseguimento, tanto velocemente
quanto consentano loro gli scarponi con le suole chiodate.
I primi contestatori raggiungono il boschetto e si arrampicano in mezzo al
fogliame. Mimi individua un abete con rami alla sua portata. Si trova a sei
metri dal tronco quando qualcosa di violento le colpisce le gambe. Cade a
testa in giù su una macchia di artigli del diavolo. La spalla colpisce un sasso
ricoperto di licheni e sobbalza. Qualcosa di pesante si adagia sul retro dei
suoi polpacci. Douglas, a nove metri da terra, inveisce contro l’aggressore di
Mimi. “Ti ucciderò, quant’è vero Iddio. Ti strapperò la testa dal tuo stupido
collo.”
L’uomo seduto sul retro delle ginocchia di Mimi biascica, “Dovrai
scendere di lì per farlo, giusto?”
Mimi sputa fango dalla bocca. Il suo aggressore pianta gli stinchi nelle sue
cosce. Lei manda un urlo, senza volerlo. Doug scende da un ramo. “No!”
grida lei. “Resta lì!”
Qualche dimostrante fronteggiato giace a terra. Ma alcuni raggiungono gli
alberi e balzano sui rami. Una volta là, tengono a bada i loro inseguitori. Le
scarpe la spuntano sulle dita che si allungano.
Il taglialegna che la immobilizza tentenna. La sua squadra è meno
numerosa della loro, ed è bloccato, tenendo ferma una donna asiatica troppo
piccola per inerpicarsi su niente di più grande di un arbusto. “Promettimi di
stare giù.”
Il suo garbo la sbalordisce. “Se la vostra gente mantenesse le tue
promesse, tutto questo non succederebbe.”
“Prometti.”
Solo giuramenti poco convincenti, che legano ogni essere vivente. Lei
promette. Il taglialegna si alza di scatto e si riunisce alla sua compagine in
difficoltà. I boscaioli si raccolgono, cercano di salvare la situazione. Non
possono abbattere il primo senza uccidere qualcuno.
Mimi spia Douglas sull’albero. Lo ha già visto, quell’albero. Impiega un
po’ a riconoscerlo: l’albero sullo sfondo dietro al terzo arhat, nel rotolo di
carta del padre. I taglialegna riavviano le loro seghe. Le sventagliano per aria
con grande semplicità, tagliando sterpaglia, ammucchiandola in una zona di
caduta di fronte agli abeti. Uno dei taglialegna fa una tacca sul lato di un
grosso albero. Mimi osserva, troppo sbalordita per urlare. Intendono
abbatterlo fra i rami di un albero che ospita un occupante abusivo. Il grande
abete si incrina, e Mimi urla. Chiude gli occhi per non assistere a un
fortissimo schianto. Li riapre e si trova davanti a brandelli di legno per tutto il
bosco. L’occupante abusivo si stringe al suo albero, gemendo terrorizzato.
Douglas tempesta i boscaioli di insulti. “Siete fuori di testa? Potevate
ucciderlo.”
Il caposquadra urla, “State oltrepassando il confine.” I taglialegna
preparano un nuovo letto di caduta. Qualcuno tira fuori delle cesoie e
comincia a tranciare le manette dei contestatori intorno al cingolato come se
stesse spuntando la sanguinella. Scoppiano dei tafferugli da una parte all’altra
della radura; il lusso della non-violenza è finito. Nell’abetaia, un boscaiolo
affonda la sega nel burro del predestinato abete successivo, determinato a
farlo cadere a un metro dall’albero di un altro abitante abusivo. Le grida
dell’occupante bersaglio si perdono nel rumore delle seghe, ignorate dai
boscaioli, muniti di paraorecchie imbottiti. Però vedono le braccia del
malcapitato agitarsi convulse e rimanere alzate quel tanto perché l’obiettivo
terrorizzato precipiti goffamente a terra. Si verifica un rapido sbaragliamento
su entrambi i fronti. I veicoli bloccati si mettono in moto. Nove dei restanti
occupanti abusivi si buttano dai loro trespoli. I boscaioli, trionfanti,
brandiscono le loro seghe.
I contestatori indietreggiano, come cervi da un fuoco. Mimi è seduta nel
punto in cui ha fatto la sua promessa. L’aria alle sue spalle echeggia di grida.
Si gira e vede luci lampeggianti e pensa, Il calvario. Venti poliziotti in tenuta
antisommossa si riversano fuori da una camionetta corazzata. Caschi neri di
policarbonato con fascianti protezioni per il viso. Giubbotti di kevlar. Scudi
antiproiettile e antisommossa resistenti a forti urti. La polizia si sparpaglia
lungo la radura, accerchiando gli intrusi, facendo scattare la chiusura delle
manette persino sui polsi di quelle persone che mostrano già una manetta
staccata.
Mimi si alza. Una mano si appoggia pesantemente sulla sua spalla,
spingendola di nuovo a terra. Lei ruota la testa e si trova davanti uno sbirro,
spaventato e di vent’anni al massimo. “Siediti! E non ti muovere.”
“Non stavo andando da nessuna parte.”
“Un’altra parola e te ne pentirai.” Tre guerrieri della foresta della
domenica passano di lì, diretti verso la strada e le loro auto. Lo sbirro
bambino urla, “Fermatevi dove siete e sedetevi. Ora, ora, ora!”
Loro sussultano, si girano, e si siedono con ordine. Dei taglialegna nei
paraggi applaudono. Lo sbirro bambino si gira e fa uno scatto verso un altro
gruppo di contestatori che sta cercando di scappar via. Una squadra si
sparpaglia sotto gli alberi. A coppie si sistemano sotto gli ultimi manifestanti
che si sono rifugiati sugli alberi, colpendoli ai piedi con i manganelli. I
cinque occupanti abusivi rimasti si arrendono, tutti tranne Douglas Pavlicek,
che si arrampica più in alto. Prende le sue manette dallo zaino e chiude un
anello intorno a un polso. Poi circonda il tronco con l’altro braccio e chiude il
secondo anello intorno all’altro polso.
Mimi si prende la testa fra le mani. “Douglas. Vieni giù. È finita.”
“Non posso!” Fa tintinnare le manette, chiuse nell’abbraccio del tronco.
“Devo resistere fino all’arrivo della televisione.”
Nella sua folle opposizione, fa l’atto di calciare le scale dei boscaioli che i
poliziotti sistemano dentro l’abete. Riesce a respingere un tentativo di attacco
in modo così atletico che persino i taglialegna applaudono. Ben presto però,
quattro poliziotti si arrampicano sulle sue parti basse. Incatenato all’albero,
Douglas non riesce a muoversi. Gli sbirri si protendono per prendere le cesoie
per tranciare le sue manette. Ritrae le braccia, facendo aderire la catena
contro il tronco. I taglialegna allungano delle accette ai poliziotti. Douglas
però intreccia le dita davanti alla catena. La polizia non riesce ad arrivare più
in alto della sua vita. Dopo un rapido consulto, fanno un taglio nei suoi
pantaloni con un paio di cesoie industriali. Due sbirri gli immobilizzano le
gambe. Il terzo taglia il denim lacero fino al cavallo dei calzoni di Douglas.
Mimi guarda con gli occhi fissi. Non ha mai visto le sue cosce nude. In
quei mesi, si è domandata se sarebbe mai riuscita a vederle. Il desiderio di lui
è evidente quanto il suo sguardo di meraviglia quando condividono un frappé
al fudge. Si chiede cos’è che gli ha impedito di fare qualunque cosa di più
lascivo che posarle una mano sulla nuca. Settimane prima, aveva concluso
che doveva trattarsi di una ferita di guerra. In quel momento, però, lo osserva
venire spogliato in pubblico, di fronte a una folla sbalordita. Una gamba è
esposta all’aria, ossuta e sbiancata, quasi glabra, le cosce avvizzite di un
uomo molto più anziano. Poi l’altra gamba, finché i jeans non penzolano
dalla vita come uno striscione stracciato. Ed ecco che salta fuori lo spray al
peperoncino con tripla azione – capsicina con gas CS.
Gli astanti gridano. “È incatenato, amico. Non riesce a muoversi!”
“Cosa volete da lui?”
Lo sbirro sistema la bomboletta vicino all’inguine di Douglas e spruzza.
Miscela infiammabile si spande sul suo uccello e sulle sue palle – un cocktail
che equivale a qualche milione di unità di calore della scala Scoville. Douglas
è lì appeso, penzolando dalle manette, inalando piccole e rapide quantità
d’aria. “Mm, mm, merda...”
“Per l’amore di Dio. Non riesce a muoversi. Lasciatelo in pace!”
Mimi si gira per vedere chi ha gridato. È un taglialegna, basso e barbuto,
come un nano furioso delle pagine dei Grimm.
“Sblocca le manette,” ordina uno dei poliziotti. Le parole intasano la
bocca di Douglas. Non esce nulla a parte una tonalità bassa, come il primo
mezzo secondo di un bombardamento aereo. Gli spruzzano ancora un po’ di
bomboletta al peperoncino. Alcuni contestatori che sono rimasti
tranquillamente seduti aspettando di venire arrestati cominciano a insorgere.
Mimi s’infuria. Sta urlando cose che nel giro di un’ora non si ricorderà più.
Anche altre persone vicino a lei si alzano in piedi. Convergono verso l’albero
del prigioniero. La polizia li spinge indietro. Gli agenti sull’albero
raggiungono l’inguine nudo con un’altra bomboletta spray. Il tono sommesso
e monotono nella bocca di Douglas comincia una lenta, terribile risalita.
“Liberati le mani, così potrai scendere. È semplice.”
Lui cerca di dire qualcosa. Di sotto qualcuno urla, “Lasciatelo parlare,
animali.”
La polizia si piega verso di lui, quel tanto da sentirlo sussurrare, “Ho
lasciato cadere la chiave.”
La polizia libera Douglas tagliando la catena delle manette e lo fa
scendere dall’albero come Gesù dalla croce. Non lasciano che Mimi gli si
avvicini.

Quando il calvario delle procedure di identificazione viene completato, lei


lo accompagna a casa in auto. Prova a lavarlo, con ogni emolumento lenitivo
che riesce a trovare. La sua pelle però è color salmone acceso, e Douglas
prova troppa vergogna per permetterle di vedere.
“Mi rimetterò.” È a letto, e sta leggendo le parole a voce alta dal soffitto.
“Mi rimetterò.”
Ogni sera Mimi passa a trovarlo. La sua pelle rimane arancione per una
settimana.

L’incasso di Destiny 2 eguaglia il reddito annuo di interi stati. Destiny 3


arriva nel momento in cui il suo predecessore comincia a diventare vecchio.
Persone di sei continenti si riversano nella piattaforma aggiornata – uomini di
frontiera, pellegrini, agricoltori, minatori, guerrieri, preti. Formano
corporazioni e consorzi. Creano edifici e fabbricano articoli che i
programmatori non hanno mai previsto.
Destiny 4 è in 3D. Si rivela un’impresa colossale, e per poco non fa fallire
l’azienda, avendo bisogno del doppio di programmatori e di creativi rispetto
al suo predecessore. Offre una risoluzione quattro volte maggiore, un’arena
di gioco dieci volte più grande, e dodici nuove missioni. Trentasei nuove
tecnologie. Sei nuove risorse. Tre nuove culture. Altre nuove meraviglie del
mondo e capolavori che una persona potrebbe esplorare in anni di gioco.
Persino con il costante raddoppio delle velocità del processore, per mesi
supera i limiti dei migliori computer degli utenti.
Tutto si svolge come Neelay aveva previsto anni prima. Fanno la loro
comparsa i browser – un ulteriore chiodo sulla bara del tempo e dello spazio.
Un clic, e sei al CERN. Un altro, e stai ascoltando musica underground di
Santa Cruz. Un altro ancora, e puoi leggere un giornale al MIT. Cinquanta
grandi server all’inizio del secondo anno, e cinquecento entro la fine. Siti,
motori di ricerca, gateway. Le città stremate e affollate del pianeta
industrializzato hanno voluto fortemente che questa cosa prendesse vita,
giusto in tempo: il salvatore del vangelo della crescita incessante. Il Web va
dall’inimmaginabile all’indispensabile, la tessitura della rete unisce il mondo
in diciotto mesi. Destiny viene lanciato, messo online, e un altro milione di
ragazzini soli emigra verso il nuovo e perfezionato Neverland.
Il periodo di autogestione e di autonomia è finito. I videogiochi crescono;
raggiungono i livelli dei beni economici d’élite del mondo. Destiny 5 supera
interi sistemi operativi quanto a vera e propria complessità e totalità delle
righe di codici. Le migliori intelligenze artificiali del gioco sono più brillanti
delle esplorazioni interplanetarie dell’anno prima. Giocare diventa il motore
della crescita umana.
Niente di tutto ciò però fa una gran differenza per Neelay, confinato nel
suo appartamento sopra il quartier generale dell’azienda. La camera pullula di
schermi e modem che si accendono a intermittenza come luminarie natalizie.
I suoi dispositivi elettronici spaziano da moduli grandi quanto bustine di
fiammiferi a montagne di rack più grandi di un uomo. Ognuno di questi
dispositivi è, come dice il profeta, indistinguibile dalla magia. La
fantascienza più sfrenata dell’infanzia di Neelay non è riuscita a predire quei
miracoli. E tuttavia, l’impazienza dentro di lui aumenta del doppio, a ogni
raddoppio di specifiche. È affamato più che mai – di un’altra conquista, la
successiva, qualcosa di semplice ed elegante che cambierà tutto di nuovo. Fa
visita ai suoi alberi dell’oracolo nel giardino botanico marziano, per chiedere
loro cosa dovrebbe succedere dopo. Ma le creature rimangono zitte.
Le piaghe da decubito lo affliggono. Le sue ossa sempre più fragili
rendono rischioso uscire. Due mesi prima si era rotto un piede mentre
montava sul furgoncino – la pericolosità di non riuscire a sentire dove
finiscono gli arti. Ha le braccia ricoperte di lividi neri perché le sbatte contro
la sbarra del letto ogni volta che va a dormire e si alza. Ha preso l’abitudine
di mangiare e dormire sulla sedia. Ciò che vuole più di ogni altra cosa – ciò
che scambierebbe con l’azienda – è la possibilità di sedersi accanto a un lago
nelle High Sierra, dopo aver percorso una quindicina di chilometri lungo un
sentiero, a guardare i crocieri avventarsi sui rami degli abeti rossi limitrofi
per portar via i semi dalle pigne coi loro grotteschi becchi. Non avrà mai
quella possibilità. Mai. L’unica uscita che gli è consentita in questo momento
è Destiny 6.
In Destiny 6, le colonie di un giocatore continuano a prosperare mentre lui
è via. Economie dinamiche e convergenti. Città piene di vere persone che
negoziano e fanno le leggi. La creazione in tutto il suo stravagante sperpero.
La gente paga affitti mensili per viverci. È un passo ardito, ma nel gioco del
mondo, osare non è mai fatale. L’unica cosa che ti ucciderà è non riuscire a
buttarsi.
Neelay non sa più qual è la differenza tra calmo e disperato. Rimane
seduto alla finestra panoramica per ore di fila, poi scrive di getto alcuni
promemoria sull’epica per la squadra degli sviluppatori del software,
martellando sulla stessa cosa su cui ha insistito per anni:
Abbiamo bisogno di maggior realismo... Di più vita! Gli animali dovrebbero
balzare e fermarsi, gironzolare e fissare, come i loro modelli viventi... Voglio
vedere come un lupo oscilla indietro sulle sue anche, il verde dei suoi occhi come
se illuminati da dentro. Voglio vedere un orso sventrare un’antilope coi suoi
artigli...

Costruiamo questo posto con ogni dettaglio, prendendo spunto dalle cose presenti
nel mondo. Vere savane, vere foreste temperate, vere zone umide. I fratelli Van
Eyck hanno dipinto 75 varietà diverse di piante distinguibili nella Pala d’Altare
di Gent. Io voglio riuscire a contare 750 specie di piante finte in Destiny 7,
ognuna con il proprio comportamento...
Mentre redige gli appunti, gli impiegati bussano alla porta ed entrano, con
documenti da firmare, controversie da appianare. Non mostrano alcuna
repulsione o compassione per l’enorme bastone da passeggio appoggiato alla
sedia in posizione verticale. Sono abituati a lui, questi giovani cibernauti.
Non fanno caso nemmeno più al catetere, che si svuota nel suo serbatoio sul
telaio della sedia. Conoscono il suo patrimonio netto. Quel pomeriggio, il
bilancio d’esercizio espresso in percentuali di Sequoia Sempreverde ha
chiuso a quarantuno e un quarto, il triplo dell’offerta pubblica iniziale
dell’anno prima. L’uomo esile come un virgulto in sedia a rotelle possiede il
ventitré per cento dell’azienda. Ha fatto diventare tutti quanti ricchi, e ha fatto
diventare ricco se stesso come i più grandi imperatori del gioco.
Invia gli ultimissimi appunti delle dimensioni di un pamphlet, e qualche
minuto dopo si sente invadere da un senso di minaccia. E poi fa quello che fa
sempre quando non sente più la terra sotto i piedi: telefona ai suoi genitori. È
sua madre a rispondere. “Oh, Neelay. Sono davvero felice che sia tu!”
“Anch’io sono molto felice, Moti. Tutto bene?” E non ha importanza
quello che lei sta dicendo. Pita che fa troppi sonnellini. La visita in
programma ad Ahmedabad. L’invasione di coccinelle nel garage – un odore
molto pungente. Un taglio di capelli che potrebbe essere decisamente
imminente. Lui si bea di qualunque cosa lei voglia continuare a parlare. La
vita, in ogni commovente dettaglio che non vuole saperne di entrare in
nessuna simulazione.
Ma poi ecco la domanda insopportabile, che quella volta arriva piuttosto
presto. “Neelay, pensiamo ancora che non sia impossibile trovarti qualcuno.
Nell’ambiente.” Per anni non hanno fatto che provare a persuaderlo in
qualunque modo. Sarebbe un sadismo forzato nei confronti di qualsiasi donna
che venisse costretta a un’unione del genere. “No, Moti. Ne abbiamo già
parlato.”
“Ma Neelay!” Ecco cosa percepisce nel modo in cui pronuncia quelle
parole: Tu vali milioni, decine di milioni, magari di più – non vuoi dirlo
neppure a tua madre! Che sacrificio sarebbe? Chi non potrebbe imparare ad
amare?
“Mamma? Avrei dovuto dirtelo. Qui c’è una donna. In realtà, è una delle
mie badanti.” Sembra quasi plausibile. Il silenzio carico di attesa speranzosa
all’altro capo del telefono lo distrugge. Gli serve un nome credibile e
rassicurante, qualcosa che si ricorderà. Rupi. Rutu. “Si chiama Rupal.”
Un tremendo e profondo sospiro, e lei scoppia a piangere. “Oh, Neelay.
Sono davvero, davvero felice!”
“Anch’io, Mamma.”
“Proverai la vera gioia! Quando la conosceremo?”
Si chiede perché la sua mente criminale non abbia previsto questa piccola
difficoltà. “Presto. Non voglio farla scappare dallo spavento.”
“La tua famiglia la spaventerà? Che genere di ragazza è?”
“Magari il mese prossimo? Alla fine del prossimo mese?” Pensando,
ovviamente, che prima di allora il mondo finirà. Già avvertendo il dolore
profondissimo della madre quando apprenderà della loro simulata
separazione pochi giorni prima dell’incontro tra le due donne. Però l’ha resa
felice nell’unico posto in cui le persone vivono veramente, la finestra
temporale dell’Adesso, che dura qualche-secondo. Va tutto bene, e quando la
telefonata finisce, lui sta già promettendo ai suoi parenti sia del Gujarat che
del Rajasthan di dar loro un preavviso di almeno quattordici mesi per
liberarsi degli impegni, comprare i biglietti aerei, e farsi confezionare i sari,
prima di qualunque matrimonio.
“Buon Dio. Queste cose hanno bisogno di tempo, Neelay.”
Quando riagganciano, lui alza la mano in aria e la sbatte sul bordo esterno
della scrivania. Avverte un rumore molto strano, seguito da un dolore
lancinante e intenso, e capisce di essersi rotto almeno un osso.
Accecato dal dolore, entra nel suo ascensore privato e scende
nell’opulente atrio, con le bellissime finiture interne di legno rosso di sequoia
ripagato dal desiderio di milioni di persone di vivere da nessun’altra parte che
lì. Ha gli occhi pieni di lacrime e di rabbia. Ma con calma e cortesia, solleva
il suo artiglio gonfio e lacerato davanti all’addetta alla reception terrorizzata e
dice, “Dovrò andare all’ospedale.”
Sa cosa lo aspetterà là, dopo che gli avranno medicato la mano. Lo
rimprovereranno. Lo metteranno sotto flebo e gli faranno giurare di mangiare
sano. Mentre l’addetta alla reception fa le sue telefonate frenetiche, Neelay
alza lo sguardo verso la parete dove ha appeso quelle parole di Borges,
ancora il filo conduttore della sua giovane vita:
Ogni uomo deve essere capace di tutte le idee, e penso che in futuro lo sarà.*
Portland sembra avere un effetto tossico su Patricia. Consulente tecnico
accademico, persino peggio. La mattina dell’istruttoria, la dottoressa
Westerford è a letto, sentendosi come se fosse stata colpita da un ictus.
“Non posso farlo, Den.”
“Non puoi non farlo, piccola.”
“Intendi moralmente o legalmente?”
“È il lavoro della tua vita. Non puoi sottrarti adesso.”
“Non è il lavoro della mia vita. Il lavoro della mia vita è ascoltare gli
alberi!”
“No. Quello è il passatempo della tua vita. Il lavoro consiste nel dire alla
gente quello che dicono.”
“Un’ordinanza di interrompere l’abbattimento degli alberi su territori
federali sensibili. È pane per gli avvocati. Cosa ne so della legge, io?”
“Vogliono sapere cosa ne sai di alberi.”
“Perito tecnico? Mi darò malata.”
“Limitati a dire quello che sai.”
“È proprio questo il problema. Non so nulla.”
“Sarà come mettersi di fronte a una classe.”
“Tranne che, invece di ventenni idealisti animati dal desiderio di imparare,
ci saranno un mucchio di avvocati che litigano per milioni di dollari.”
“Non dollari, Patty. L’altra cosa.” E sì, ammette lei, portando i piedi sulle
fredde assi di legno. Questa roba riguarda l’altra cosa. Proprio l’opposto dei
dollari. La cosa che necessita di tutti i testimoni che si può procurare.

Dennis la accompagna per centosessanta chilometri a bordo del suo


camion in sfacelo. All’arrivo al tribunale, si sente le orecchie pulsare.
Durante la sua dichiarazione preliminare, il suo difetto di pronuncia
dell’infanzia fiorisce come una grande magnolia a maggio. I giudici
continuano a chiederle di ripetere. Patricia si sforza di ascoltare ogni
domanda. E tuttavia, lo racconta: il mistero degli alberi. Le parole emergono
dentro di lei come linfa dopo l’inverno. Non ci sono individui singoli in una
foresta. Ogni tronco dipende dagli altri.
Allontana le impressioni personali e si attiene a ciò su cui concorda la
comunità scientifica. Ma durante la sua testimonianza, la scienza stessa
comincia a sembrare frivola e futile come una gara di popolarità del liceo.
Purtroppo, l’avvocato della controparte ne conviene. Mostra la lettera ai
direttori della rivista su cui era apparso il suo primo articolo accademico
importante. Quello firmato da tre eminenti dendrologi, demolendola. Metodi
fallaci. Statistiche dubbie. Patricia Westerford rivela un fraintendimento quasi
imbarazzante delle unità di selezione naturale... Ogni sua parte avvampa.
Vorrebbe sparire, non essere mai esistita. Vorrebbe aver incorporato dei
funghi velenosi nell’omelette che si era preparata quella mattina, prima che
Dennis l’accompagnasse in tribunale.
“Tutto quello che è presente in quel saggio è stato avvalorato dalla ricerca
successiva.”
Non vede la trappola finché non scatta. “Lei ha demolito principi
esistenti,” dice l’avvocato della controparte. “Può assicurare che la futura
ricerca non rovescerà i suoi?”
Non può. Anche la scienza ha le sue stagioni. Ma è un punto troppo
delicato per qualsiasi tribunale. L’osservazione – l’osservazione di tanti –
convergerà su qualcosa di ripetibile, nonostante i bisogni e le paure di
qualunque osservatore. Ma Patricia non può giurare alla corte che le scienze
forestali siano confluite in una nuova scienza, quella serie di principi che lei e
i suoi amici hanno contribuito a promuovere. Non può ancora nemmeno
giurare che le scienze forestali siano davvero una scienza.
Il giudice chiede a Patricia se è vero, come il perito tecnico della
controparte ha precedentemente affermato, che un boschetto giovane, curato,
in rapida crescita e omogeneo è migliore di una vecchia foresta anarchica. Il
giudice le ricorda qualcuno. Lunghi viaggi in auto attraverso campi arati di
fresco. Se incidessi il tuo nome a un metro di altezza sulla corteccia di un
faggio, quanto sarebbe alto dopo mezzo secolo?
“Questo è quanto credevano i miei insegnanti vent’anni fa.”
“Sono tanti vent’anni, in questo contesto?”
“Non sono nulla, per un albero.”
Tutti gli esseri umani che si fanno guerra nell’aula di tribunale scoppiano
a ridere. Ma per la gente, i lavoratori accaniti, industriosi e indefessi –
vent’anni è un periodo sufficiente per uccidere interi ecosistemi.
Deforestazione: un fattore di cambiamento climatico più grande di tutti i
mezzi di trasporto messi insieme. Le foreste che vengono abbattute
contengono il doppio del carbonio presente in tutta l’atmosfera. Ma quello è
materiale per un altro processo.
Il giudice chiede, “Alberi giovani, dritti e in rapida crescita non sono
migliori di alberi più vecchi e marcescenti?”
“Migliori per noi. Non per la foresta. In realtà, i boschi giovani, curati
dall’uomo e omogenei non si possono definire foreste.” Mentre le pronuncia,
le sue parole sono come una diga che cede. La lasciano con la felicità di
essere viva, viva per studiare la vita. Si sente grata per nessun motivo in
particolare, se non per il fatto di ricordare tutto quello che è riuscita a scoprire
sulle altre creature. Non può dirlo al giudice, ma le ama, quelle intricate e
solidali nazioni di vita interconnessa. Ama anche la sua di specie – meschina
ed egoista, intrappolata in forme corporee coi paraocchi, cieca davanti
all’intelligenza tutt’intorno – ma scelta dalla creazione per conoscere.
Il giudice le chiede di approfondire. Dennis aveva ragione. È come parlare
agli studenti. Spiega come un tronco marcescente sia l’habitat di molto più
tessuto vivente che un albero vivo. “A volte mi domando se il vero compito
di un albero sulla Terra non sia quello di crescere in previsione di giacere
morto sul suolo forestale per molto tempo.”
Il giudice chiede quali sono gli esseri viventi che potrebbero aver bisogno
di un albero morto.
“Scelga una famiglia. Un ordine. Uccelli, mammiferi, altre piante. Decine
di migliaia di invertebrati. Tre quarti degli anfibi della regione ne hanno
bisogno. Quasi tutti i rettili. Gli animali che riducono i parassiti che uccidono
altri alberi. Un albero morto è un albergo infinito.”
Gli illustra la storia del coleottero dell’ambrosia. È l’alcol del legno
putrescente a richiamarlo. L’insetto entra nel tronco e scava. Nelle sue reti di
gallerie, semina frammenti di fungo che ha portato con sé, in un ordine
particolare sul suo capo. Il fungo mangia il legno; il coleottero mangia il
fungo.
“I coleotteri fanno prosperare il tronco trasformandolo in una specie di
azienda agricola?”
“Sì. E senza sussidi. A meno di non contare il tronco.”
“E tra quelle specie che dipendono dai tronchi e dai ceppi marcescenti, ce
n’è qualcuna in pericolo d’estinzione?”
Lei gli dice: tutto dipende da tutto il resto. C’è un tipo di arvicola che ha
bisogno della foresta vergine. Mangia funghi che crescono su tronchi
marcescenti ed espelle spore da un’altra parte. Niente tronchi marcescenti,
niente funghi; niente funghi, niente arvicola; niente arvicola, niente
diffusione di spore; niente diffusione di spore, niente nuovi alberi.
“Crede che possiamo salvare queste specie mantenendo intatti dei
frammenti di foresta più vecchia?”
Lei ci riflette prima di rispondere. “No. Non frammenti. Le grandi foreste
vivono e respirano. Sviluppano comportamenti complessi. Piccoli frammenti
non sono altrettanto resilienti o ricchi. I frammenti devono essere grandi,
affinché vi possano abitare grandi creature.”
L’avvocato della controparte domanda se preservare tratti della foresta
leggermente più grandi valga i milioni di dollari che costa alla gente. Il
giudice vuole i numeri. La controparte calcola il valore dell’opportunità persa
– il costo rovinoso che comporterebbe il mancato abbattimento degli alberi.
Il giudice chiede alla dottoressa Westerford di rispondere. Lei corruga la
fronte. “Il putridume aggiunge valore a una foresta. Le foreste sono le fonti
più ricche di biomassa ovunque. I ruscelli nella foresta vergine hanno dalle
cinque alle dieci volte in più della quantità di pesci. La gente potrebbe fare
più soldi raccogliendo funghi e catturando pesci e altri commestibili, anno
dopo anno, di quanto non faccia praticando il taglio raso ogni mezza dozzina
di decenni.”
“Davvero? O si tratta di una metafora?”
“Siamo in possesso dei numeri.”
“Allora perché il mercato non reagisce?”
Perché gli ecosistemi tendono verso la diversità, mentre i mercati fanno
l’opposto. Lei però è abbastanza intelligente da non dirlo. Mai attaccare gli
dèi locali. “Non sono un’economista. O una psicologa.”
L’avvocato della controparte dichiara che il taglio raso salva le foreste.
“Se la gente non abbatte e raccoglie il legname, milioni di acri verranno
abbattuti dal vento o bruceranno in incendi devastanti alle cime degli alberi.”
Non è il suo campo, ma Patricia non può lasciar correre. “I tagli rasi
incrementano il numero di alberi sradicati dal vento. E gli incendi che
interessano le chiome accadono solamente quando vengono soppressi per
troppo tempo.” Lo spiega: il fuoco rigenera. Ci sono dei coni – serotini – che
non si aprono senza fiamma. I pini delle dune si tengono stretti i loro,
aspettando che un fuoco li apra. “La soppressione degli incendi sembrava un
sistema razionale. Ma ci costa molto di più di quanto abbia salvato.”
L’avvocato della sua parte fa una smorfia. Ma ormai lei è troppo presa per
pensare alla diplomazia.
“Ho dato un’occhiata al suo libro,” dice il giudice. “Non avrei mai
immaginato! Gli alberi chiamano a raccolta gli animali e fanno fare loro delle
cose? Hanno una memoria? Si nutrono e si prendono cura l’uno dell’altro?”
Nell’aula di tribunale rivestita di pannelli scuri, la voce di Patricia si
avventura fuori dal suo nascondiglio. Il suo amore per gli alberi si riversa
fuori – la loro grazia, la loro duttile sperimentazione, la varietà e sorpresa
costanti. Queste creature lente e precise coi loro complessi vocabolari,
ognuno peculiare, che si modellano l’un l’altra, fanno riprodurre gli uccelli,
assorbono carbonio, purificano l’acqua, filtrano veleni dal suolo, stabilizzano
il microclima. Riunite un numero congruo di creature viventi, nell’aria e sotto
terra, e vi ritroverete con qualcosa animata da uno scopo. La foresta. Una
creatura minacciata.
Il giudice aggrotta le sopracciglia. “Quello che ricresce dopo un taglio
raso non è una foresta?”
Si sente ribollire di frustrazione. “Si possono sostituire le foreste con delle
piantagioni. Si può altresì ridurre la Nona di Beethoven per kazoo.”
Scoppiano tutti a ridere eccetto il giudice. “Un giardino sul retro dei
sobborghi ha più diversità di un vivaio!”
“Quanta foresta vergine è rimasta?”
“Non molta.”
“Meno di un quarto di ciò con cui abbiamo cominciato?”
“Santo Cielo! Molto meno. Probabilmente non più del due o tre per cento.
Magari un quadrato, di ottanta chilometri per lato.” Ciò che era rimasto della
sua promessa di usare cautela, si disperde. “Ci sono quattro grandi foreste su
questo continente. Ognuna sarebbe dovuta durare per sempre. Ognuna è stata
abbattuta nel corso dei decenni. Abbiamo a malapena avuto il tempo di
affezionarci! Quegli alberi là fuori sono i nostri ultimi boschi, e stanno
scomparendo – un centinaio di campi da football al giorno. Questo stato ha
visto fiumi di ingorghi di tronchi lunghi una decina di chilometri.
“Se volete massimizzare il valore attuale netto di una foresta per i suoi
proprietari e consegnare la maggior quantità di legno in brevissimo tempo,
allora sì: radete al suolo la foresta vergine e al suo posto piantate degli alberi
perfettamente allineati lungo filari, che potrete coltivare e abbattere qualche
altra volta. Ma se volete il suolo del prossimo secolo, se volete acqua pura, se
volete varietà e salute, se volete stabilizzatori e servizi che non possiamo
nemmeno calcolare, allora siate pazienti e lasciate alla foresta il tempo di
offrire i suoi doni.”
Quando finisce di parlare, ripiomba in un timido silenzio. Ma l’avvocato
che sollecita l’ingiunzione sfoggia un sorriso raggiante. Il giudice dice, “Lei
direbbe che le foreste vergini... sanno cose che le piantagioni non sanno?”
Patricia socchiude gli occhi e vede suo padre. La voce non è la sua, però ci
sono gli occhiali senza montatura, le sopracciglia alte e sorprese, la costante
curiosità. Tutte quelle iniziali lezioni di mezzo secolo prima si addensano
intorno a lei, le giornate a bordo della sgangherata Packard, la sua classe
mobile, gironzolando per le strade di campagna dell’Ohio sudoccidentale. La
sbalordisce riconoscere tutte le sue convinzioni adulte, là ancora allo stato
embrionale, formate da alcune parole casuali con il finestrino abbassato un
venerdì dopo mezzogiorno e i campi di soia di Highland County che si
dispiegano nello specchietto retrovisore.
Ricordi? Le persone non sono la superspecie che credono di essere. Altre
creature – più grandi, più piccole, più lente, più veloci, più vecchie, più
giovani, più potenti – sono quelle che decidono, creano l’aria, e si nutrono
della luce del sole. Senza di loro, nulla.
Ma non c’era il giudice in quell’auto. Il giudice è un altro uomo.
“Potrebbe essere l’eterno progetto dell’umanità, imparare cos’hanno
capito le foreste.”
Il giudice rimugina sulla sua affermazione, proprio come suo padre aveva
l’abitudine di rimasticare il sassafrasso, quei ramoscelli con l’aroma della
root beer che rimangono verdi tutto l’inverno.

Ritornano dopo la breve interruzione per il verdetto. Il giudice dispone


una sospensione dell’abbattimento controverso. Emette anche un’ordinanza
su tutte le nuove vendite di legname del terreno demaniale nell’Oregon
occidentale finché non verrà valutata l’entità dell’impatto dei tagli rasi sulle
specie a rischio d’estinzione. La gente le si avvicina per congratularsi, ma lei
non riesce a sentire. Le sue orecchie si sono chiuse nell’attimo in cui il
martelletto ha colpito la scrivania.
Patricia esce dall’aula di tribunale in un banco di nebbia. Dennis è al suo
fianco, facendole strada lungo il corridoio e fuori nella piazza, dove due
assembramenti di dimostranti si affrontano in una selva di striscioni su
entrambi i lati rispetto a lei.

NON SI PUÒ DEMOLIRE LA STRADA PER IL


PARADISO

QUESTO STATO SOSTIENENE IL LEGNO;


IL LEGNO SOSTIENE QUESTO STATO
I gruppi avversarsi inveiscono l’uno contro l’altro dai due lati del cordone
della polizia, aizzati dal trionfo e dall’umiliazione. Persone rispettabili che
amano la terra in modi inconciliabili. A Patricia ricordano uccelli che
battibeccano. Un colpetto sulla sua spalla destra, così si volta e si trova di
fronte il perito tecnico della controparte. “Grazie a lei, ora il legname sarà
molto più costoso.”
Davanti a quell’accusa, lei ammicca, incapace di considerarla una cosa
negativa.
“Ogni azienda nella produzione del legname con del terreno privato o dei
diritti esistenti abbatterà gli alberi il più velocemente possibile.”

Hanno le mani gelate e le gambe intirizzite, in uno spazio troppo limitato


per potersi rigirare. Le notti sono abbastanza rigide da procurare sintomi da
congelamento alle loro dita dei piedi ricoperte di linfa. Il vento incessante e la
tela cerata sbatacchiante stroncano sul nascere i tentativi di imbastire una
conversazione. Il silenzio può essere ancor più inquietante. Arrampicarsi è
tutto l’esercizio che possono assicurarsi. Ma nella luce cangiante e nelle
giornate incerte, le cose che sarebbero sembrate impossibili a terra lassù
diventano ordinaria amministrazione.
Le mattine sono come il gioco del gatto col topo. O, diciamo, del gufo con
l’arvicola, con Guardiano e Capelvenere che sbirciano di sotto dal loro nido
umido e gelido verso i minuscoli mammiferi che sgambettano sul suolo
forestale molto in basso. Le squadre di lavoratori si fanno vive prima che la
nebbia cominci a diffondersi. Un giorno, ce ne sono soltanto tre. Quello
successivo, venti, chiassosi nelle cabine dei loro macchinari. A volte, i
taglialegna cercano di convincerli a scendere con blandizie: “Venite giù per
dieci minuti.”
“In questo momento non possiamo. Siamo troppo presi dal nostro sit-in
quassù!”
“Dobbiamo urlare. Non riusciamo nemmeno a vedervi. Così finiremo per
romperci il collo.”
“Venite a fare un salto quassù. C’è un sacco di spazio!”
È un vicolo cieco. Diversi uomini si fanno vivi in giorni diversi, provando
a uscirne. Il responsabile. Il caposquadra. Urlano tutti quanti minacce con
voce roca e promesse ragionevoli. Persino il vicepresidente per i prodotti
forestali fa una visita. È in piedi sotto Mimas con indosso un casco bianco da
operaio, come se stesse facendo un’orazione sul pavimento del Senato.
“Possiamo spedirvi in prigione per tre anni per violazione di domicilio.”
“Ecco perché non scendiamo.”
“Le perdite che stiamo sostenendo. Multe esorbitanti.”
“Quest’albero ne vale la pena.”
Il giorno successivo, il vicepresidente con il casco bianco fa capolino di
nuovo. “Se scendete entro le cinque del pomeriggio, faremo cadere ogni
accusa. In caso contrario, non possiamo garantirvi quello che vi succederà.
Venite giù. Vi lasceremo liberi. Le vostre fedine penali rimarranno pulite.”
Capelvenere si sporge dall’estremità della Grande Sala da Ballo. “Non
siamo preoccupati per le nostre fedine. Siamo preoccupati per le vostre.”

La mattina dopo, sta discutendo ancora con uno dei taglialegna quando lui
si ferma a metà frase.
“Ehi! Togliti un attimo il cappello.” Lei ubbidisce. Il turbamento
dell’uomo è evidente da una distanza pari a due terzi di un campo da football.
“Merda! Sei stupenda.”
“E non mi hai visto da vicino! Quando non sono congelata e ho fatto un
bagno nell’ultimo mese o due.”
“Che diavolo ci fai lì, su un albero? Potresti avere tutti gli uomini che
vuoi.”
“Chi è che vuole degli uomini quando può avere Mimas?”
“Mimas?”
È una piccola vittoria, solo il fatto di fargli pronunciare il nome.

Guardiano sgancia un gruppo di bombe carta sui taglialegna di sotto.


Aperti, i fogli mostrano schizzi a matita della vita a sessanta metri di altezza.
I taglialegna ne sono colpiti. “Li hai disegnati tu?”
“Sì, lo ammetto.”
“Veramente? Ci sono i mirtilli lassù?”
“Interi boschetti!”
“E uno stagno con dei pesciolini?”
“C’è molto di più.”

Passano i giorni, umidi e gelidi, ognuno più deprimente di quello


precedente. Le persone che dovevano dare il cambio a Guardiano e a
Capelvenere non si fanno vive. La condizione di stallo arriva alla seconda
settimana, e i lavoratori ai piedi di Mimas cominciano a perdere le staffe.
“Siete in mezzo al nulla. Vi trovate a più di sei chilometri dalla persona
più vicina. Potrebbero succedere delle cose. E nessuno lo verrebbe a sapere.”
Capelvenere rivolge un sorriso raggiante verso di loro, beata. “Siete gente
troppo per bene. Non riuscite nemmeno a minacciarci in modo credibile!”
“State uccidendo i nostri mezzi di sussistenza.”
“Ci pensano i vostri capi a farlo.”
“Stronzate!”
“Negli ultimi quindici anni, un terzo dei lavori forestali è andato perduto
per via delle macchine. Più alberi tagliati, meno persone che lavorano.”
Perplessi, i taglialegna optano per altre tattiche. “Per l’amor di Dio. È una
coltura. Ricresce! Avete visto le foreste a sud?”
“È un successo irripetibile,” urla Guardiano. “Ci vuole un migliaio di anni
prima che il sistema venga ripristinato.”
“Che problema avete voi due? Perché odiate la gente?”
“Ma di che state parlando? Stiamo facendo tutto questo per la gente!”
“Questi alberi moriranno e cadranno. Dovrebbero venire abbattuti quando
sono maturi, non sprecati.”
“Fantastico. Facciamo a pezzetti vostro nonno per cena, quando ha ancora
un po’ di ciccia addosso.”
“Siete fuori di testa. Perché poi perdiamo del tempo a parlare con voi?”
“Dobbiamo imparare ad amare questo posto. Dobbiamo diventare degli
indigeni.”
Uno dei boscaioli manda su di giri il motore della sua motosega portatile e
si accanisce sui rami di uno dei grandi germogli basali di Mimas. Fa un passo
indietro e guarda in alto, brandendo un grosso ramo come l’albero di una
barca a vela. “Diamo da mangiare alla gente. Voi cosa fate?”
Urlano contro Capelvenere, una coppia di lavoratori. “Le conosciamo
queste foreste. Rispettiamo questi alberi. Questi alberi hanno ucciso i nostri
amici.”
Capelvenere rimane immobile. L’idea che un albero uccida una persona è
troppo per lei perché riesca a prenderla in considerazione.
Gli uomini di sotto cercano di sfruttare al massimo il loro vantaggio. “Non
potete fermare la crescita! La gente ha bisogno di legno.”
Guardiano ha visto i numeri. Centinaia di metri cubi di legname, mezza
tonnellata di carta e cartone per persona all’anno. “Dobbiamo diventare più
intelligenti riguardo a quello di cui abbiamo bisogno.”
“Io devo dar da mangiare ai miei bambini. E tu?”
Guardiano si appresta a gridare alcune cose di cui sa che si pentirà. La
mano di Capelvenere sul suo braccio lo ferma. Lei sta guardando in basso,
cercando di sentire quegli uomini, aggrediti perché stanno facendo quello che
è stato chiesto loro di fare. Perché fanno qualcosa di pericoloso e di
essenziale che hanno imparato a fare così bene.
“Non stiamo dicendo di non tagliare nulla.” Fa penzolare il braccio,
allungandolo verso gli uomini a sessanta metri di distanza. “Stiamo dicendo
di tagliare come se fosse un dono, non qualcosa che vi siete guadagnati. A
nessuno piace accettare più regali di quanti ne abbia bisogno. E quest’albero?
Quest’albero sarebbe un regalo davvero grande, sarebbe come Gesù che
scende giù e...”
Lei si lascia distrarre da un pensiero che viene in mente a Guardiano nello
stesso momento. Già visto tutto. Abbattuto anche quello.

Ci sono giornate afflitte dal nevischio. Pomeriggi che raggiungono un gelo


opprimente. I dimostranti che devono sostituirli non si sono ancora fatti vivi.
Guardiano migliora il sistema di raccolta dell’acqua piovana. Capelvenere
costruisce un orinatoio per donne. Verso la fine della terza settimana, i
taglialegna si preparano a tagliare qualche albero nelle vicinanze. Ma dopo un
paio d’ore si bloccano. È dura far cadere alberi delle dimensioni di grattacieli
quando una sega in azione e una leggera brezza potrebbero causare un
omicidio colposo.
Finalmente, quella notte arrivano Loki e Sparks. Loki sale
all’accampamento di Mimas. Sparks rimane sotto per stare di vedetta. “Mi
dispiace di averci messo così tanto. C’è stata una piccola... lotta intestina
all’accampamento. Inoltre, Humboldt e le loro truppe hanno circondato tutto
il fianco della collina. Due notti fa ci hanno inseguito. Hanno beccato
Buzzard. L’hanno messo dietro le sbarre.”
“Sorvegliano l’albero di notte?”
“Abbiamo aspettato la prima occasione per passare senza farci notare.”
L’esploratore consegna loro preziose provviste – pacchetti di zuppa
istantanea, pesche e mele, una combinazione di dieci cereali, un mix di cous
cous. Con la sola aggiunta di acqua calda. Guardiano esamina i prodotti.
“Non veniamo sostituiti?”
“In questo momento non possiamo correre questo rischio. Mangia-
muschio e Lupo grigio sono stati spaventati dalle minacce di morte e sono
tornati a casa. Tutto il GDV a terra è ridotto all’osso. Stiamo riscontrando
qualche problema interno di comunicazione. In realtà, siamo messi piuttosto
male al momento. Potete rimanere sull’albero per un’altra settimana?”
“Certo!” dice Capelvenere. “Possiamo rimanere qui per sempre.”
Per sempre potrebbe essere più facile, pensa Guardiano, se anche lui
sentisse parlare le creature di luce. Loki trema, illuminato dalla luce della
candela. “Accidenti, fa freddo quassù. Quel vento umido ti penetra nelle
ossa.”
Capelvenere dice, “Noi non lo sentiamo più.”
“Così tanto,” precisa Guardiano.
Loki indossa l’imbracatura. “Devo scendere prima che catturino Sparks e
me. Difendermi da Climber Cal. Sul serio. C’è questo tizio di Humboldt che
si arrampica sui tronchi senza imbracatura, con solo gli scarponi chiodati e un
grosso rotolo di fune. Ha creato ogni genere di guaio durante altri sit-in sugli
alberi.”
“Pare una leggenda della foresta,” dice Guardiano.
“Non lo è.”
“Strappa le persone dagli alberi con la forza?”
“Noi siamo in due,” dichiara Capelvenere. “E adesso abbiamo il nostro
equilibrio.”

I boscaioli smettono di far capolino. Non c’è più nulla su cui litigare.
Anche i nuovi rifornimenti dalla squadra di terra del GDV si esauriscono.
“Dobbiamo essere ancora sotto assedio,” dice Guardiano. Ma non vedono
alcuno sbarramento sulla superficie. Il genere umano potrebbe benissimo
essersi dileguato ovunque eccetto che dalla testimonianza fossile. Nella
canopia in alto, non vedono nessun animale più grande degli scoiattoli
volanti, che di notte proteggono i nidi con il calore del loro corpo.
Né l’uno né l’altro sanno dire quanti giorni siano passati. Nick segna ogni
giorno su un calendario disegnato a mano, ma dopo aver fatto la pipì e pulito
con la spugna e fatto colazione e sognato un altro po’ un’opera d’arte
collettiva che potrebbe rendere giustizia a una foresta, spesso non si ricorda
se ha segnato già il giorno o meno.
“Che importa?” chiede Capelvenere. “Le bufere sono quasi finite. Le
temperature si stanno alzando. Le giornate si stanno allungando. Ce
l’abbiamo già il calendario che ci serve.”
Passano interi pomeriggi con Guardiano intento a fare degli schizzi.
Disegna i muschi che spuntano da ogni fessura. Tratteggia l’usnea e altri
licheni penzolanti che trasformano l’albero in una fiaba. La sua mano si
muove e il pensiero prende forma: Di che abbiamo bisogno, a parte il cibo?
E le creature come Mimas, che si producono il loro cibo – sono le più libere
di tutte.
Si sentono i macchinari sibilare ancora lungo il fianco squarciato della
collina. Una sega nelle vicinanze, un’esboscatrice più lontana: i due
sull’albero diventano bravi a distinguere una creatura dall’altra. Alcune
mattine, quei suoni sono l’unico modo che hanno di sapere se il sistema della
libera impresa si sta ancora dirigendo a tutta velocità verso la sua barriera che
si erge imponente quanto Dio.
“Ovvio che stanno cercando di farci morire di fame.” Ma durante quel
lungo periodo di tempo in cui non arrivano le provviste, loro possono contare
sul cous cous e l’immaginazione.
“Tieni duro,” gli dice Capelvenere. “I mirtilli saranno pronti di nuovo
prima che ce ne accorgiamo.” Lei continua a centellinare dei ceci essiccati
come se fossero un corso di filosofia. “Prima di adesso, non sapevo che
sapore avessero veramente le cose.”
Nemmeno lui. E non ha mai saputo che odore avesse il suo corpo, e la sua
merda fresca di produzione, in procinto di diventare concime organico. E
come cambia il suo pensiero quando fissa per ore la luce scolpita che penetra
dai rami. E qual è il rumore del sangue che gli martella nelle orecchie nell’ora
successiva al tramonto, e mentre tutte le creature viventi trattengono il
respiro, in attesa di vedere quello che succede, una volta che cade la notte.
La realtà si inclina rispetto alla perpendicolare a ogni lieve brezza. I
pomeriggi molto ventosi sono un epico sport a due. Quando il vento aumenta
d’intensità, non c’è nient’altro che vento. Risveglia in loro istinti animaleschi
– la tela cerata che sbatte all’impazzata e gli aghi che si scagliano addosso a
loro in modo assurdo. Quando soffia il vento, non c’è nient’altro che occupa
la mente – nessun disegno, nessuna poesia, nessun libro, nessuna causa,
nessuna vocazione – soltanto le violente raffiche e i folli pensieri che
turbinano rumorosamente, come delle specie che ruzzolano via dal retaggio
del loro albero genealogico.
Una volta che la luce svanisce, a loro due non rimane che il rumore. Le
candele e il cherosene sono troppo preziosi per essere consumati nel piacere
della lettura. Non hanno idea di quando le prossime provviste riusciranno a
oltrepassare il cordone, se esista ancora un cordone, ancora un GDV o
un’istituzione terrena che si ricorda di loro due, in cima a un albero di mille
anni, bisognosi di rifornimenti.
Lei gli prende la mano al buio, l’unico gesto di cui ha bisogno. Si
rintanano l’uno nell’altra, come fanno ogni notte, contro l’oscurità.
“Dove sono, loro?”
Sono soltanto due le cose che lei può intendere con loro. Tre, se si
contano le creature di luce. E la sua risposta è la stessa per tutte e tre.
“Non lo so.”
“Forse si sono dimenticati di questo bosco.”
“No,” risponde lui. “Non credo.”
Il chiaro di luna alle sue spalle getta un velo lungo i suoi lineamenti. “Non
possono vincere. Non possono sconfiggere la natura.”
“Ma possono fare un gran casino per un tempo incredibilmente lungo.”
Però, in una notte come quella, mentre la foresta pompa le sue sinfonie in
milioni di movimenti e la voluminosa e splendente luna viene frammentata
tra i rami di Mimas, è facile persino per Nick credere che il verde abbia un
piano che farà sembrare l’era dei mammiferi una piccola, insignificante
deviazione.
“Sss,” dice lei, benché lui sia già in silenzio. “Che cos’è?”
Lui lo sa e non lo sa. Un’altra incarnazione sperimentale che fa capolino,
rendendo noto il suo territorio, sondando il buio, calcolando il suo spazio
nell’enorme alveare brulicante. La verità è che i suoi occhi si stanno
chiudendo e non riesce proprio a impedire che la domanda di Olivia si
trasformi in un oscuro enigma. Senza alcuna possibilità di addomesticare il
buio o di renderlo quasi inutile, è spacciato. Però è ancora vigile per rendersi
conto di una cosa: È il più lungo periodo di tempo che abbia mai passato
senza che il cane nero si faccia vivo per morsicarmi il sedere.
Si addormentano. Non si legano più con la cintura di sicurezza. Però la
maggior parte delle notti si tengono abbastanza stretti l’uno all’altra che
finirebbero per cadere ugualmente insieme sul lato della piattaforma.

Quando fa luce di nuovo, Nick aggiunge un’insignificante spunta sul


calendario improvvisato. Gli passa per l’anticamera del cervello di chiedersi
come abbia mai potuto prendere in considerazione di trasferire la sua vita a
venti piani da terra, all’aperto. Ma non è così che facciamo sempre per
approdare da qualche parte? E chi potrebbe rimanere a terra dopo aver visto
la vita nella canopia? Mentre il sole scivola impercettibilmente lungo il cielo
estivo, Nick disegna. Comincia a intravedere l’effetto che potrebbe avere,
come qualche segno nero su una bianca e vuota distesa potrebbe cambiare
quello che c’è nel mondo.
Olivia è seduta sul bordo della piattaforma con il telo cerato alzato,
contemplando la foresta in via di abbattimento. Zone spelacchiate a mezza
distanza si stanno avvicinando. Ascolta le sue voci incorporee, il suo costante
conforto. Non si presentano ogni giorno. Olivia recupera il suo taccuino e
scarabocchia brevi poesie più piccole di un seme di sequoia.
Lui la osserva fare una spugnatura con l’acqua che si è raccolta nel telo
cerato. “I tuoi genitori sanno dove sei? In caso qualcosa... venisse giù?”
Lei si gira, nuda e tremante, aggrotta le sopracciglia, come se la domanda
fosse un corso avanzato di dinamica non lineare. “Non parlo con i miei
genitori da quando siamo partiti dall’Iowa.”
Pulita e di nuovo vestita, sette gradi di discesa del Sole dopo, aggiunge,
“E non succederà.”
“Non succederà cosa?”
“Niente verrà giù. Mi hanno garantito che questa storia ha un lieto fine.”
Accarezza Mimas, che proprio quel giorno ha sottratto due chili di carbonio
all’atmosfera e li ha aggiunti alla sua massa, nonostante abbia ormai superato
la mezza età.

Passano infinite ore a leggere nei loro sacchi a pelo. Divorano tutti i libri
che precedenti dimostranti avevano lasciato nella biblioteca circolante
sull’amaca. Leggono Shakespeare, reggendo il voluminoso tomo sulle loro
pance appaiate. Leggono un’opera teatrale ogni pomeriggio, interpretando le
parti tra di loro. Sogno di una notte di mezza estate. Re Lear. Macbeth.
Leggono due romanzi stupendi, uno scritto tre anni prima e l’altro
centovent’anni prima. Mentre si avvicinano alla fine della storia più vecchia,
lei ha qualche difficoltà a tenere la voce sotto controllo.
“Ti piacciono queste persone?” Le storie lo hanno affascinato. Segue con
vivo interesse il loro sviluppo. Ma lei – lei è a pezzi.
“Se mi piacciono? Wow. Okay. Forse. Ma sono tutte quante rinchiuse in
un bugigattolo, e non hanno idea. Vorrei scuoterle e urlare, Aprite gli occhi,
dannazione! Guardatevi intorno! Ma non ci riescono, Nicky. Tutto quello
che c’è di vivo è appena fuori il loro campo visivo.”
I suoi lineamenti si alterano e gli occhi si arrossano di nuovo. Piangono
per la cecità, persino di creature fittizie.

Rileggono La foresta segreta. È come un tasso: si rivela con maggior


chiarezza a una seconda occhiata. Leggono di come un ramo sappia quando
ramificare. Di come una radice trovi l’acqua, persino quella in tubi sigillati.
Di come una quercia possa avere cinquecento milioni di apici radicali che
voltano le spalle alla competizione. Di come le foglie di alberi le cui cime
non si toccano lascino uno spazio tra se stesse e le foglie vicine. Di come gli
alberi vedano i colori. Leggono dello sfrenato commercio di legname che
traffica in oggetti di piccolo artigianato, sulla superficie e sotto. Delle
complesse e limitate associazioni con altre specie. Dei sistemi ingegnosi che
sollevano i semi in aria per centinaia di chilometri. Gli artifici di
propagazione praticati su ignare creature in movimento decine di milioni di
anni più giovani degli alberi. Le lusinghe per gli animali che credono di
mangiare gratis.
Leggono delle spedizioni per il trapianto dell’albero da cui si estrae la
mirra raffigurate nei bassorilievi del tempio di Karnak, tremilacinquecento
anni addietro. Leggono di alberi che migrano. Alberi che ricordano il passato
e predicono il futuro. Alberi che armonizzano lo spuntare dei loro frutti e dei
loro acheni in cori esuberanti. Alberi che bombardano il terreno di modo che
possano crescervi soltanto le piante giovani della loro progenie. Alberi che
chiamano a raccolta forze aeree di insetti perché accorrano in loro soccorso.
Alberi con tronchi cavi abbastanza grandi da ospitare la popolazione di
piccoli villaggi. Foglie con una peluria sul disotto. Piccioli assottigliati che
risolvono il vento. Il margine di vita attorno a una colonna di storia morta,
ogni nuovo rivestimento ricco quanto la generosità di chi è responsabile delle
stagioni.

“La senti?” domanda lei, sotto il caos del cielo occidentale una sera sul
presto, o forse quella dopo. Senza nessun’altra spiegazione, lui sa cosa
intende. Adesso riesce a leggere nei suoi pensieri, tante sono le ore che hanno
passato insieme a contemplare senza un preciso scopo, con i gomiti
appoggiati sulle ginocchia.
La senti sollevarsi e scomparire? Quell’onda stazionaria di elettricità
statica costante? La distrazione così onnipresente che non ti sei mai reso
nemmeno conto di esserne completamente assorbito. La certezza umana. La
cosa che ti rende cieco davanti a ciò che è proprio qui – sparita. Lui riesce –
riesce a sentirla. L’albero, come un potente segnale. Loro due, che si
trasformano in qualcosa alimentato da chiazze di sole che li raggiungono
attraverso i tanti metri di rami di Mimas ancora sopra le loro teste.
“Saliamo in cima,” gli dice lei. E prima che lui abbia il tempo di obiettare,
sta già alzando lo sguardo verso una gargolla incrostata di fango appollaiata
su uno stelo appuntito potato da un fulmine, le gambe di Olivia avvinghiate
intorno a un ramo che arriva fino a terra e le braccia alzate in alto, intente a
setacciare il cielo.

Una notte, Nick è immerso in un sogno verde quando un tremito percorre


Mimas e lo fa rotolare sul bordo della piattaforma. Il braccio si allunga verso
l’esterno e afferra un ramo sottile. Lui si tiene stretto, guardando venti piani
più giù. Alle sue spalle, Olivia lancia un urlo. Torna indietro guadagnando a
fatica la parte centrale della piattaforma mentre una folata più forte investe il
telo cerato e solleva l’intera costruzione, sfidandola. I venti liquefanno l’aria
e la grandine li colpisce attraverso gli aghi. Al rumore di un terribile
schiocco, Nick alza lo sguardo, a una decina di metri sopra di lui, un ramo
più grosso della sua coscia si spezza e precipita al rallentatore, spezzando
altri rami durante la caduta.
Venti impetuosi spingono Olivia addosso al tronco di Mimas. Lei si
aggrappa alla piattaforma, isterica. Il tronco si piega di diversi centimetri
rispetto alla verticale, per poi tornare indietro coprendo la stessa distanza.
Nick oscilla come un peso scorrevole sul metronomo più alto del mondo. Se
c’è una cosa di cui è sicuro è che sta per morire. Si tiene stretto dalla testa ai
piedi, aggrappato alla vita con tutto quello che gli è rimasto nel corpo. Si
lascerà andare, così ci penserà il suolo a risolvere tutto.
Sente qualcosa urlargli addosso attraverso la grandine. Olivia. “Non.
Opporre resistenza. Non opporre resistenza!”
Le parole lo raggiungono con la furia di uno schiaffo, dopo di che riesce a
pensare di nuovo. Lei ha ragione: aggrappato, non resisterà altri tre minuti.
“Rilassati. Asseconda i movimenti!”
Nick vede i suoi occhi, quel pazzesco verde chiaro. Oscilla sulle curve
travolgenti, agile, come se la tempesta non fosse nulla. Dopo qualche attimo,
lui la vede per come è. Assolutamente nulla per una sequoia. Migliaia di
tempeste come quelle hanno imperversato su quella chioma, decine di
migliaia, e tutto quello che Mimas ha dovuto fare è stato lasciarsi andare.
Lui si abbandona alla furia come quest’albero ha fatto lungo un millennio
di tempeste mortali. Come la sequoia sempreverde ha fatto per centottanta
milioni di anni. Sì. Una tempesta ha svettato quest’albero, secoli addietro. Sì,
le tempeste abbatteranno alberi di queste dimensioni. Ma non quella notte.
Improbabile. Quella notte, la cima di una sequoia è un posto non meno sicuro
di qualunque altro mentre imperversa il vento. Basta piegarsi e assecondare i
movimenti.
Un urlo penetra nel vento infittito di grandine. Lui risponde con un altro
urlo. Le loro grida si trasformano in un riso delirante. Strillano insieme finché
tutte le grida di guerra del mondo e i richiami della foresta non diventano un
rendimento di grazie. Molto dopo il momento in cui i suoi pugni serrati
avrebbero ceduto, intonano il discanto alla tempesta.

La mattina dopo, sul tardi, tre taglialegna fanno capolino ai piedi di


Mimas. “Tutto bene, voi due? Molti alberi sono stati sradicati dal vento ieri
notte. Alberi grossi. Eravamo preoccupati per voi.”

Il fatto che la polizia realizzi il video ha dell’incredibile. Un anno prima,


sarebbe stato quel genere di prova dubbia e poco attendibile che la polizia
finiva per distruggere. Ma le tattiche dei facinorosi stanno cambiando. Contro
di loro, la polizia ha bisogno di esperimenti nuovi. Metodi che devono essere
documentati, valutati e affinati.
La videocamera fa una panoramica sulla folla. La gente si riversa sulla
strada oltre l’insegna lucidata della ditta. Circondano il quartier generale,
accoccolato come uno chalet a ridosso di una siepe di pecci e di abeti.
Nemmeno un cameraman ansioso può presentare le immagini in altro modo
se non come un’espressione della democrazia in America, il diritto della
gente di riunirsi pacificamente. La folla è molto arretrata rispetto al confine
della proprietà, intenta a cantare le loro canzoni e ad agitare i loro striscioni
fatti con le lenzuola: BASTA CON L’ABBATTIMENTO ILLEGALE. BASTA MORTI SUI
TERRENI PUBBLICI. Ma la polizia entra ed esce dall’inquadratura. Agenti a
piedi o a cavallo. Uomini seduti sui sedili posteriori di veicoli che sembrano
mezzi corazzati per il trasporto delle truppe.

Mimi scuote il capo, incredula. “Non sapevo che questa città avesse tanti
sbirri.” Douggie zoppica accanto a lei, le gambe arcuate. “Lo sai che non
siamo obbligati a farlo. Almeno mezza dozzina di persone sarebbero felici di
fare le controfigure.”
Lui ruota per esserle di fronte, e per poco non incespica. “Di che stai
parlando?” È come un golden retriever sfinito dopo essere andato a prendere
con grande fierezza il giornale arrotolato. “Aspetta.” Le tocca la spalla,
confuso. “Hai paura, Meem? Perché non sei tenuta a fare nulla che –”
Mimi non lo sopporta, il suo buonismo. “D’accordo. Sto solamente
dicendo di non fare l’eroe, per questa volta.”
“Non ho fatto l’eroe, l’ultima volta. Come potevo sapere che volevano
fondermi i vecchi gioielli di famiglia?”
Lei li ha visti, il giorno in cui gli hanno lacerato il denim, esponendoli
all’aria. I gioielli di famiglia, che sbatacchiavano al vento, infiammati da
sostanze chimiche. Da quella volta lui ha voluto mostrargliela ancora, molto
spesso: la miracolosa guarigione – quasi una resurrezione, si potrebbe dire.
Lei non se la sente. Ama quell’uomo, forse più di quanto tenga a chiunque a
parte le sue sorelle e i loro bambini. È motivo di costante stupore per lei il
fatto che un uomo così ingenuo sia riuscito ad arrivare all’età di quarant’anni.
Non riesce a immaginare di non vigilare su di lui. Però appartengono a due
specie diverse. Questa causa che hanno abbracciato – la difesa di tutto quello
che è immobile e innocente, la lotta per qualcosa di migliore dell’insaziabile
appetito suicida – è tutto ciò che hanno in comune.
Si avviano verso il veicolo corazzato, dove la nuova arma segreta della
manifestazione di protesta, i manicotti dell’anello di metallo, vengono
distribuiti. “Eccome se lo facciamo, donna. Che ne pensi? Quella non è stata
la mia prima medaglia al valore. O la mia ultima. Finirò per accumularne
un’intera serie, come i segmenti di un lombrico.”
“Douggie. Basta ferite. Oggi non potrei sopportarlo.”
Punta il mento verso il cordone della polizia, aspettando che succeda
qualcosa. “Andiamo a dirlo a loro.” E poi, come una creatura priva di
memoria a parte il ricordo del sole, “Accidenti! Guarda tutta quella gente! È
un movimento o cosa?”

Il primo attraversamento illecito del confine dentro la proprietà aziendale


avviene quando la videocamera non riprende la scena. Presto però l’obiettivo
trova l’azione. L’autofocus scorre e si blocca mentre alcuni manifestanti
pacifici attraversano il parcheggio in direzione del prato ben curato. Una
volta là, si fermano e lanciano delle urla in risposta agli appelli del megafono.
Un popolo! Unito! Non può mai essere sconfitto!
Una foresta! Una volta danneggiata!
Non può mai essere riseminata!

Due agenti si avvicinano agli intrusi e chiedono loro di indietreggiare.


Nella registrazione le loro parole sono attutite, ma abbastanza gentili. Ben
presto però, l’ammasso di gente si trasforma in uno sciame brulicante simile a
una grande nuvola di pesci sott’acqua. La gente lancia sfide e dileggi –
proprio quel genere di scontro che la polizia sperava di evitare. Una donna
gobba dai capelli bianchi grida, “Rispetteremo la loro proprietà quando loro
rispetteranno la nostra”.
La telecamera fa una brusca oscillazione verso sinistra, dove un gruppo di
nove persone sfreccia lungo il prato. Il primo alterco si rivela una tattica
diversiva ben espletata per far allontanare la polizia dall’entrata dell’edificio.
Ogni figura dotata di rapidi e dritti movimenti ha con sé un tubo vuoto
d’acciaio piegato a V di quasi un metro, abbastanza largo da far entrare un
braccio.
Poi uno stacco. La scena si sposta all’interno. Gli attivisti si sono
incatenati formando un anello intorno a una colonna nell’atrio. Impiegati
curiosi si riversano fuori dai corridoi. La polizia fa capolino alle spalle del
cameraman, cercando di gestire la situazione ormai insostenibile.

I contestatori si sono addestrati a schierarsi il più velocemente possibile.


Ma nell’atrio, con veri impiegati che si muovono in massa e la polizia
all’inseguimento, il dispiegamento non è un granché. La mischia divide Mimi
e Douglas. Finiscono di fronte l’uno all’altra nel cerchio. Hanno tre secondi
per chiudersi. Douglas infila il braccio sinistro nel manicotto di metallo e
attacca il moschettone assicurato al polso al montante d’acciaio saldato al
centro del tubo. I suoi compagni fanno altrettanto. Alcuni attimi dopo,
l’anello a nove nodi si consolida, trasformandosi in qualcosa di impenetrabile
a qualunque cosa a eccezione della sega diamantata.
Si mettono a sedere in cerchio a gambe incrociate sul pavimento attorno a
una colonna massiccia. Douglas si inclina da una parte, ma nonostante ciò
non riesce a vederla. Urla “Meem,” e quel viso rotondo e scuro che ha finito
per associare a tutta la bontà del mondo fa capolino e sogghigna. Lui le
risponde subito con un pollice alzato, prima di ricordarsi che il suo dito è
dentro un cilindro d’acciaio.

Una lunga carrellata riprende ogni primo piano. Un uomo alto e goffo coi
denti anteriori distanziati e lunghi, folti capelli tirati indietro in una treccia di
cavallo comincia a cantare. We shall overcome. We shall overcome. Sulle
prime, si sentono delle risatine. Ma alla terza battuta, il resto del gruppo si è
già unito a lui. Cinque poliziotti strattonano i dimostranti, ma districarsi
facilmente non è un’opzione. Un uomo in uniforme dice, come se leggesse da
un gobbo: “Sono lo sceriffo Sanders. La vostra presenza qui è in violazione
del codice penale, numeri di sezione...” Grida dal cerchio coprono la sua
voce. Lui si interrompe, chiude gli occhi, e ricomincia. “Questa è proprietà
privata. Vi ordino in rappresentanza dello stato dell’Oregon di disperdervi. Se
non vi ritirate pacificamene, sarete trattenuti per radunata sediziosa così come
per violazione di proprietà con intento criminale. Qualsiasi tentativo di
opporre resistenza sarà considerato in violazione delle sezioni del codice
penale –”
L’uomo goffo coi denti distanziati grida più forte di lui. “Dovresti unirti a
noi quaggiù.”
L’agente indietreggia. Qualcuno non inquadrato urla, “Siete tutti quanti
dei criminali. Volete soltanto trattare di merda le altre persone!”
Il cerchio ricomincia a cantare in coro. Altri poliziotti si accalcano a
ridosso della circonferenza del cerchio. Lo sceriffo avanza di nuovo di un
passo. Il suo discorso è lento, chiaro e a voce alta, come quello di un maestro
delle scuole elementari. “Liberate le mani da qualunque cosa le tenga legate...
da dentro i tubi. Se non vi liberate nel giro di cinque minuti, useremo lo spray
al peperoncino per costringervi ad attenervi alle disposizioni.”
Qualcuno nel cerchio dice, “Non potete farlo.” La videocamera si posa su
una piccola donna asiatica con il viso rotondo e un caschetto nero. Non
inquadrato, lo sceriffo dice, “Certo che possiamo. E lo faremo.” Dal cerchio
si levano delle grida. La videocamera non sa dove puntare. Si sente la donna
dal viso rotondo dire, “Ai sensi della legge americana, è vietato l’uso dello
spray al peperoncino da parte di qualunque pubblico ufficiale a meno che non
sia in pericolo. Guardateci! Non possiamo nemmeno muoverci!”
Lo sceriffo consulta l’orologio. “Tre minuti.”
Parlano tutti insieme. Una panoramica sull’atrio sfocato ritorna a primi
piani spaventati. C’è una mischia; un giovane nel cerchio viene colpito al
rene con un calcio da dietro. La videocamera oscilla e finisce per posarsi
sull’uomo coi denti distanziati. La sua coda di cavallo si agita avanti e
indietro. “Soffre d’asma, amico. E di brutto. Non potete usare lo spray al
peperoncino su una persona asmatica. Si può morire per quello, amico.”
Qualcuno non inquadrato grida, “Fa’ quello che dice l’agente.”
L’uomo dai denti distanziati annuisce come se si fosse rotto il collo.
“Fallo, Mimi. Liberati. Fallo.”
La donna dai capelli grigi lo zittisce. “Abbiamo accettato tutti quanti di
portare avanti questa cosa insieme.”
Lo sceriffo dice a voce alta, “State violando la legge e le vostre azioni
stanno danneggiando la comunità. Vi prego di sgombrare il posto. Avete
sessanta secondi.”
Passano sessanta secondi nella stessa confusione. “Vi chiedo ancora una
volta di liberarvi e di togliere le mani da quei tubi e di andarvene
pacificamente.”
“Ho vinto una Croce dell’Aeronautica militare per essere stato abbattuto
mentre proteggevo questo paese.”
“Vi ho dato l’ordine di disperdervi più di cinque minuti fa. Siete stati
avvisati di tutte le conseguenze, e le avete accettate.”
“Io non le accetto!”
“Adesso useremo lo spray al peperoncino e altre sostanze chimiche
affinché liberiate le mani dai tubi. Continueremo a impiegare questi agenti
chimici finché non acconsentirete a liberarvi. Siete pronti a farlo adesso, per
evitare tutto questo?”

Douglas si piega da una parte, poi dall’altra. Non la vede. La colonna è tra
di loro, e il cerchio sta impazzendo. Grida il suo nome ed eccola là, mentre
inclina lo sguardo terrorizzato e incrocia il suo. Le urla cose che lei non
riesce a distinguere, in tutto quel trambusto. Si guardano fisso negli occhi per
ciò che sembra la più breve eternità. Tramite quell’angusto canale, le
comunica in fretta un mucchio di messaggi urgenti. Non devi farlo. Per me
sei più importante di tutte le foreste che questa piccola azienda può uccidere.
Lo sguardo di Mimi è ancor più denso di messaggi, ognuno dei quali si
riduce a quello scritto col pennino più duro: Douglas. Douglas. Cosa fare,
loro?

***

Cominciano dal corpo più vicino ai piedi dello sceriffo – una donna tra i
quaranta e i cinquant’anni, sovrappeso, con lunghi capelli dalle punte tinte e
un paio di occhiali raffinati molto di moda l’anno prima. Le si avvicina un
agente da dietro, con un bicchiere di carta in una mano e un batuffolo di
ovatta nell’altra. La voce dello sceriffo è calma. “Non opponga resistenza.
Qualsiasi minaccia nei nostri confronti sarà considerata un’aggressione nei
confronti di un agente, che è un reato grave.”
“Siamo immobilizzati! Siamo immobilizzati!”
Un altro sbirro si mette di fianco a quello con il tampone e il bicchiere di
carta. Si china e tiene ferma la donna con una mano mentre con l’altra le
spinge la testa all’indietro. La donna si lascia sfuggire di bocca, “Insegno
biologia alla scuola media Jefferson. Ho dedicato vent’anni a insegnare ai
ragazzini –”
Qualcuno non inquadrato urla, “Ti daranno una bella lezione!”
Lo sceriffo dice, “Si liberi dal tubo.”
L’insegnante inspira. Ci sono delle urla. L’agente con il batuffolo lo
accosta all’occhio destro della donna. Prova in ogni modo possibile a farne
entrare un altro po’ nell’occhio sinistro. Le sostanze chimiche si raccolgono
sotto la palpebra e scendono sul lato del viso della donna inclinato
all’indietro. I gemiti della donna sono assolutamente animaleschi. Qualcuno
grida, “Basta! Adesso!”
“Abbiamo dell’acqua per i suoi occhi. Quando si sarà liberata gliela
daremo. Ha intenzione di liberarsi?” L’altro agente le piega di nuovo la testa
all’indietro, e quello con il batuffolo di ovatta lo applica sugli occhi e sul
naso. “Se si libera le daremo acqua fresca con cui risciacquarsi.”
Qualcuno grida, “La state uccidendo. Ha bisogno di un dottore.”
Lo sbirro con il batuffolo lo agita verso il suo collega. “La prossima volta
useremo il Mace. È molto peggio.”
Le grida della donna degenerano in piagnucolii. È troppo immersa nel
dolore per riuscire a liberarsi. Le sue mani non riescono a trovare il
moschettone per sganciarlo. I due addetti alla distribuzione della comunione
passano in senso orario alla prossima persona nel cerchio – un uomo
nerboruto di poco più di trent’anni che ha più l’aria di un taglialegna che di
un amante dei gufi. Abbassa la testa e la tiene premuta in basso serrando gli
occhi.
“Signore? Ha intenzione di liberarsi?”
Le sue larghe e forti spalle si piegano verso l’interno, ma i manicotti di
metallo su entrambe le braccia non gli permettono di incurvarsi
ulteriormente. L’assistente dell’agente lotta per ripiegare all’indietro la testa
dell’uomo. La forza è dalla parte della polizia, e quando un terzo agente
subentra per dare una mano, il collo viene piegato immediatamente. Aprire
gli occhi non è un lavoretto altrettanto pulito. Infilano il batuffolo nelle
fessure delle palpebre mentre bloccano la grossa testa. Il peperoncino
concentrato si spande ovunque. Una goccia finisce dentro il naso, e l’uomo
comincia a sentirsi soffocare. La videocamera si muove all’impazzata per la
stanza. Indugia sulla finestra fuori, dove la folla di dimostranti sul prato
intona i cori senza avere la minima idea di quello che sta succedendo
all’interno. I versi di soffocamento vengono interrotti da un poliziotto. “Ha
intenzione di liberarsi? Signore? Signore. Mi sente? È pronto a mollare?”
Qualcuno grida, “Non avete un briciolo di coscienza?”
Un’altra persona urla, “Usate la bottiglia. Spruzzategli dell’acqua sugli
occhi.”
“Ma questa è tortura. In America!” La videocamera è in preda a capogiri.
Si trascina a stento come un ubriaco.

Le parole fuoriescono da Douglas mentre gli agenti spariscono dietro alla


colonna. “È asmatica. Non puoi usare lo spray al peperoncino su di lei,
amico. Per l’amore di Dio, è asmatica.”
Si piega energicamente alla sua destra, contro la stretta dei manicotti di
metallo. Vede i poliziotti sistemarsi di fianco a lei, l’uomo in uniforme
chinarsi da dietro e afferrarle il viso in un abbraccio affettuoso. Gli occhi
brutalizzati da tre uomini. Lo sceriffo dice, “Signora, se si libera le braccia
potrà andarsene. Non c’è bisogno che faccia male.” La donna dopo Mimi ha
un conato di vomito.
Douglas urla il nome di Mimi. L’agente con il batuffolo le tiene il collo
con il cavo della mano. “Signorina, le dispiace liberarsi?”
“La prego, non mi faccia del male. Non voglio che mi venga fatto del
male.”
“Allora deve soltanto liberarsi.”
Gli strazi di Douglas raddoppiano quasi d’intensità. “Lascia andare!” Lo
sguardo di Mimi incrocia il suo. Gli occhi mandano un lampo assurdo e le
narici tremano come quelle di un coniglio preso in trappola. Lui non capisce
quello sguardo, una specie di predizione. I suoi occhi dicono: Qualunque
cosa succeda, ricordati quello che ho cercato di fare. Il poliziotto le piega la
testa all’indietro. La sua gola si apre in un farfugliato ahhgh...
Poi si ricorda. Lui può muoversi. È molto facile: armeggia con i ganci che
assicurano i polsi ai sostegni centrali dei manicotti, ed è libero. Si alza
goffamente, sbraitando, “Smettetela!”
Non sono le cose a rallentare. È il suo cervello che è più veloce dei
movimenti degli uomini. Ha tutti i minuti del mondo per pensare, più volte,
Aggressione ai danni di un agente di polizia. Reato grave. Dai dieci ai dodici
anni di prigione. La polizia lo ammanetta e lo immobilizza a terra a braccia e
gambe divaricate prima che lui si metta a correre. Prima che chiunque possa
urlare, Legname.
Quella notte, un cameraman sconvolto duplica la cassetta e ne allunga una
copia alla stampa.

Dennis porta una zuppa di zucca al capanno di Patricia. “Patty? Non so


nemmeno se dovrei accennartene.”
Lei dà una testata alle sue spalle. “Un po’ tardi per chiederselo, non ti
pare?”
“L’ingiunzione non durerà. È già finita.”
Patricia indietreggia e di calma. “E questo cosa significa?”
“L’hanno detto alla televisione ieri sera. Un’altra decisione del tribunale.
Il Corpo forestale non è vincolato alla sospensione temporanea emessa
durante la tua udienza.”
“Non vincolato.”
“Sono pronti ad approvare un mucchio di nuovi piani di abbattimento e
raccolta del legno. La gente sta andando fuori di testa in tutto lo stato. C’è
stata una manifestazione di protesta al quartier generale di una compagnia
specializzata nell’abbattimento degli alberi. La polizia ha spruzzato delle
sostanze chimiche negli occhi della gente.”
“Cosa? Den, non mi sembra giusto.”
“Hanno fatto vedere un video. Non sono riuscito a guardarlo.”
“Sei sicuro? Qui?”
“L’ho visto.”
“Ma hai appena detto che non sei riuscito a vederlo.”
“L’ho visto.”
Il suo tono è come uno schiaffo per lei. Stanno litigando – una cosa che
nessuno dei due sa fare. Anche Dennis china la testa per la vergogna. Lei gli
prende la mano. Sono seduti davanti alle loro ciotole di zuppa ormai vuote,
scrutando lo stretto squarcio nella macchia di abeti canadesi. Le tornano in
mente le domande che le ha rivolto il giudice durante l’udienza. A che serve
la natura incontaminata? Che differenza farà, una volta che il diritto alla
prosperità illimitata trasformerà tutte le foreste in dimostrazioni di geometria?
Il vento soffia e gli abeti canadesi agitano i loro soffici e leggeri germogli. Un
profilo così aggraziato, un albero così elegante. Un albero in difficoltà per via
della gente, in difficoltà per via dell’efficienza, delle ingiunzioni. La
corteccia grigia, i rami appena spuntati, verdi; gli aghi piatti lungo i germogli,
che puntano in fuori e in avanti. Il temperamento tranquillo, addirittura
filosofico, nella sua compostezza. I suoi coni, piccoli campanelli di slitta
rivolti in basso, paghi nel silenzio incessante.
È lei la colpevole, a rompere il silenzio, quando comincia proprio a
diventare interessante. “Negli occhi?”
“Spray al peperoncino. Con batuffoli di cotone. Sembra una cosa che non
appartiene... a questo paese.”
“La gente è così bella.”
Lui si gira verso di lei, sconvolto. Ma è un uomo di fede, e aspetta di
sentire qualsivoglia spiegazione lei voglia fornire. Sì, pensa lei. Il pensiero la
rende ostinata. Sì: bella. E condannata. Ed è il motivo per cui non è mai
riuscita a vivere in mezzo a loro.
“La disperazione li rende determinati. Non c’è nulla di più bello di ciò.”
“Pensi che siamo senza speranza?”
“Den. Come si potrà mai fermare l’abbattimento degli alberi? Non riesce
nemmeno a rallentare. L’unica cosa che sappiamo fare è crescere. Crescere
più vigorosamente. Più velocemente. Più dell’anno prima. Crescere, lungo
tutto il dirupo e oltre. Non c’è altra possibilità.”
“Capisco.”
È evidente che non è così. Ma anche la sua tendenza a mentire per lei le
spezza il cuore. Lei glielo spiegherebbe – di come la piramide torreggiante e
traballante di grandi creature viventi stia già crollando, al rallentatore, sotto
quell’enorme e rapido contraccolpo che ha spostato il sistema planetario. I
grandi cicli dell’aria e dell’acqua si stanno interrompendo. L’albero della vita
cadrà di nuovo, crollerà diventando un ceppo di invertebrati, un tappeto
vegetale solido e resistente, e batteri, a meno che l’uomo... A meno che
l’uomo.
La gente sta mettendo i propri corpi sulla linea di tiro, persino qui, dove il
danno è stato già fatto da diverso tempo, dove le perdite di quest’anno non
sono nulla in confronto a quelle collezionate nel lontano sud... gente picchiata
e maltrattata. Gente con gli occhi imbevuti di peperoncino mentre lei – lei che
sa che ogni giorno si perde un trilione di foglie senza possibilità di venire
sostituite – non ha fatto niente.
“Diresti che sono un uomo pacifico?”
“Oh, Den. Sei pacifico quasi come una pianta!”
“Mi sento molto giù. Voglio fare del male a quegli sbirri.”
Lei gli stringe la mano al ritmo degli abeti ondeggianti. “La gente. C’è
così tanto dolore.”

Caricano i piatti sporchi nel camion per il tragitto di ritorno in città. Lei lo
afferra davanti alla portiera.
“Sono una donna ricca, vero?”
“Non abbastanza ricca da provare a ottenere una carica pubblica, se è
quello cui stai pensando.”
Patricia ride in modo troppo sguaiato per la battuta, e si calma troppo
velocemente. “In loco sta venendo meno la preservazione. E adesso mi rendo
conto che sarà sempre così.” Den la guarda e aspetta. Lei pensa: Se il resto
delle specie sapesse guardare e aspettare come quest’uomo, potremmo
ancora essere salvati. “Voglio aprire una banca dei semi. Al mondo c’è la
metà degli alberi che c’era prima che scendessimo da essi.”
“Per colpa nostra?”
“L’un per cento della foresta nel mondo, ogni decennio. Una zona più
estesa del Connecticut, ogni anno.”
Lui annuisce, come se nessuno in ascolto potesse rimanerne sorpreso.
“Da un terzo a metà delle specie esistenti potrebbero estinguersi per
quando me ne sarò andata.”
Le sue parole lo lasciano perplesso. “Stai andando da qualche parte?”
“Decine di migliaia di alberi di cui non sappiamo nulla. Specie che
abbiamo a malapena classificato. È come incenerire la biblioteca, il museo
d’arte, la farmacia, e l’archivio, tutto in una volta.”
“Vuoi aprire un’arca.”
Quella parola la fa sorridere, ma fa spallucce. Una parola vale l’altra.
“Voglio aprire un’arca.”
“Dove puoi conservare...” Si lascia prendere dalla stranezza di quell’idea.
Una camera blindata in cui riporre qualche centinaia di milioni di anni di
affanni e armeggiamenti. Con la mano sulla portiera dell’auto, lui fissa lo
sguardo su qualcosa in alto su un cedro. “Cosa... ne faresti? Quand’è che i
semi...”
“Den, non lo so. Ma un seme può rimanere dormiente per migliaia di
anni.”

Si incontrano di sera sul pendio di un colle, da cui si gode la vista del


mare. Padre e figlio. Ne è passato di tempo. Dopo quell’ora insieme in un
posto nuovissimo, ne passerà molto altro.
Neelay-jj. Sei tu?
Pita. Eccoci qua. Funziona!
Il vecchio mendicante si avvicina al dio dalla pelle azzurra e saluta con la
mano. Il dio rimane immobile. Si sente molto male, Neelay.
Io ti sento, papà. Nessun problema. Siamo soltanto tu e io.
Non posso crederci. È pazzesco!
Questo non è niente. Aspetta e vedrai.
Il dio azzurro inciampa mentre cerca di camminare. Guarda il tuo
costume! Guardami!
Spero di farti ridere, Pita.
Fianco a fianco, con passi barcollanti, avanzano lungo le scogliere battute
dall’oceano. Non fanno una passeggiata insieme da molto prima che suo
padre venisse ricoverato in quella clinica nel lontano Minnesota. Non
passeggiano a quel modo, chiacchierando fianco a fianco, con le parole che si
affrettano per mantenere lo stesso ritmo dei loro passi, dai tempi della prima
infanzia del ragazzo.
È così grande, Neelay.
Ce n’è di più. Molto di più.
E i dettagli! Come lo hai creato?
Pita, questo è solo l’inizio, fidati.
Il dio azzurro si inerpica barcollando sul ciglio del dirupo. Buon Dio.
Guarda laggiù. Onde!
Sono in cima a una cascata che precipita sulla costa sottostante. Scogli
scolpiti dai frangenti punteggiano la sabbia come castelli fatati. Pozze di
marea luccicano di sotto.
Neelay. È così bello. Voglio vedere tutto quanto! Seguono la costa per un
po’ prima di girare verso l’entroterra.
Dove siamo adesso? Che luogo è questo?
È tutto immaginario, Pita.
Sì, ma famigliare.
È una bella cosa!
Il padre racconterà tutto alla madre del ragazzo. Di come fosse stato preso
e riportato alle origini del mondo, prima della nascita delle persone. L’aria
brumosa e la luce obliqua e tropicale lo confondono. Il marrone chiaro della
sabbia e l’azzurro del mare, le montagne aride che danno loro il benvenuto.
Lancia uno sguardo furtivo alla vegetazione, così lussureggiante. Non ha mai
prestato molta attenzione alle piante, non ha mai avuto tempo di studiarle. E
adesso non lo farà più.
Percorrono un sentiero accanto a tronchi che si aprono in giganteschi
ombrelli nodosi contro il sole. Che diavolo è, Neelay? La tua fantascienza?
Come se le riviste dozzinali del figlio raccogliessero ancora gatti di polvere
sotto il letto della sua adolescenza.
No, Pita. La terra. Alberi di sangue di drago.
Sono reali? Alberi come quelli, nel nostro mondo?
Il mendicante sorride e indica. Tutto basato su una storia vera.
Al dio azzurro appare chiaramente: i pesci in questi mari, gli uccelli
nell’aria, e tutto quello che brulica su questa Terra confezionata è solo un
rudimentale abbozzo di un futuro rifugio, salvato dall’originale che sta
sparendo. Si avvicina a uno dei giganteschi funghi a ombrello. Cosa ne
faranno i giocatori di questo posto?
Le parole fuoriescono involontariamente dal mendicante.
Cosa vuoi che faccia, papà?
Ach, Neelay. Mi ricordo. Bella risposta!
Il mendicante descrive quanto è grande la sandbox. Una persona può
raccogliere erbe medicinali, cacciare animali, coltivare raccolti, tagliare alberi
e fabbricare assi, scavare profonde miniere per minerali e metalli,
commerciare e negoziare, costruire capanne e palazzi comunali e cattedrali e
meraviglie del mondo...
Riprendono il cammino. Il clima diventa più esuberante. Bestie
gironzolano per il sottobosco. Sopra di esse, volteggiano degli stormi.
Quando cominciano ad arrivare le persone?
Alla fine del prossimo mese.
Capisco. Presto!
Sarai ancora qui, papà.
Certo, Neelay. Come si fa ad annuire? Il dio azzurro impara ad annuire.
Tante cose nuove da imparare. Cosa succede dopo?
Poi veniamo sommersi. Si sono già registrate cinquecentomila persone.
Venti dollari al mese. Prevediamo qualche milione.
Sono contento di vederlo così. Prima.
Sì. Soltanto noi due!
Il novizio Visnu inciampa sul sentiero. Ora devono attraversare montagne.
Canyon ricoperti di piante rampicanti. Il dio si ferma per un attimo,
impressionato dai suoi dintorni. Poi riprende la via lungo il sentiero della
foresta.
Soltanto un quarto di secolo, papà. Da quando scrivemmo quel
programma “Ciao, Mondo!” E la curva punta ancora verso l’alto.
Da più di tremila chilometri di distanza l’uno dall’altro, per qualche
trilione di giri dell’orologio del processore – un processore le cui origini sono
da ritrovare in quello che il dio dalla pelle azzurra aveva contribuito a
costruire – padre e figlio guardano insieme dall’altra parte delle montagne e
nel futuro. Questa terra di desideri animati si espanderà senza limiti. Si
riempirà di vita più ricca, più selvaggia e sorprendente al di là della vita
stessa. La cartina geografica si riempirà tanto quanto ciò che rappresenta. E
tuttavia la gente sarà bramosa e sola.
Camminano lungo imponenti creste. Molto più giù, un vecchio fiume
serpeggia dentro una giungla con molti ramoscelli e fronde. Il dio azzurro si
ferma a guardare. Per tutta la sua vita ha sentito nostalgia di casa. Il desiderio
lo ha portato da un villaggio del Gujarat alla California. Non ha avuto alcuna
patria, tranne il lavoro e la famiglia. E per tutta la vita ha pensato: Ci sono
solo io. Adesso guarda in basso verso il fiume serpeggiante. Milioni di
persone pagheranno un affitto mensile per venire qui. E lui se ne sarà andato.
Dove siamo adesso, Neelay-jj?
Non funziona così, papà. Tutto nuovissimo.
Sì. No. capisco. Però queste piante e animali. Abbiamo camminato
dall’Africa fino a raggiungere l’Asia?
Seguimi. Ti mostrerò una cosa. Il mendicante fa strada lungo un tornante
che si spinge nella fitta giungla. Entrano in un labirinto di sentieri pieni di
meandri, tutti simili. Delle creature sfrecciano lungo il sottobosco.
Nīm, Neelay. Magia!
Aspetta. C’è dell’altro.
La giungla s’infittisce e il sentiero si assottiglia. Alcune forme giocano
nelle fronde e nelle piante rampicanti. Dopo di che suo padre lo vede,
nascosto nel fogliame di questa simulazione caotica e tentacolare: un tempio
in rovina, inghiottito da un solo fico.
Oh, mio principe. Hai fatto davvero qualcosa di eccezionale.
Non solo io. Centinaia di persone. Migliaia, veramente. Non conosco
nemmeno i loro nomi. Anche tu ci sei, qui dentro. Il lavoro che hai fatto... Il
mendicante si gira. Fa un cenno con la mano verso le radici che si snodano
lungo gli antichi sassi, in cerca di fessure in cui scivolare e sorbire un po’
d’acqua. Alza la punta del suo nodoso mignolo. Vedi, Pita? Tutto da un seme
grande così...
Visnu vuole chiedere: Come faccio a farmi venire le lacrime agli occhi?
Invece dice, Grazie, Neelay. Ora dovrei andare.
Sì, papà. Ci vediamo presto. È una bugia abbastanza innocua. In quel
mondo il mendicante ha appena attraversato mezzo continente. Ma nell’altro,
è troppo fragile e sciupato per arrischiarsi a salire su un aereo. E il dio
azzurro, che ha appena oltrepassato una catena montuosa frastagliata a piedi
nudi: nel mondo in alto, il suo corpo è talmente pieno di virus e di errori di
sintassi che non ce la farà a superare il primo giorno di questo mondo.
Il suo corpo da burattino annuisce e i suoi palmi si uniscono. Grazie per
questa passeggiata, Neelay. Torneremo presto a casa.

Dall’illuminazione alla rottura della diga nel cervello di Ray Brinkman ci


vogliono tredici secondi.
La televisione nella camera da letto trasmette a tutto volume il notiziario
della notte. Le forze israeliane stanno solcando gli uliveti palestinesi. Sotto la
trapunta, Ray stringe il telecomando, sparando il volume abbastanza forte da
soffocare i pensieri. Dorothy è in bagno, si sta preparando per andare a letto.
Il suo rituale notturno passa gradualmente da un rumore all’altro:
l’asciugacapelli diventa lo spazzolino elettrico che diventa l’acqua che scorre
nel lavandino di ceramica. Ogni rumore gli dà la buonanotte come una volta
dovevano aver fatto i lupi o i versi delle strolaghe. E come i versi di quegli
animali, anche questi rumori presto spariranno.
Lei ci mette una vita – e per cosa? Dopo la catastrofe di quella notte...
Quale, tra tutti quei preparativi, non potrebbe espletare con risultati migliori
al mattino. Sarà pronta per il letto e per qualsiasi cosa potrà portare la notte,
sebbene la notte non potrà portare un incubo peggiore di quanto abbia già
fatto il giorno.
Non c’è niente che abbia senso per lui. Dopo quella sera, è impensabile
che lei ritornerà nel letto dei loro ultimi dodici anni. Tuttavia, è ancor più
impensabile che dormirà in fondo al corridoio, in quella stanza che una volta,
molti anni addietro, aveva sognato di trasformare in una camera per bambini.
Lui distruggerà questo letto. Taglierà a pezzetti la testiera intagliata di quercia
per farne della legna da ardere. L’annunciatore dice, “Nel frattempo, altri
alberi nei cortili delle scuole di tutto il Canada vengono abbattuti per
proteggere le vite dei bambini dopo...”
Ray guarda lo schermo ma non riesce a capire quello che sta vedendo.
Cosa che succede nel giro di non più di tre secondi. Pensa, con quanto gli è
rimasto di un modo di pensare coerente: Sono stato un uomo che ha
felicemente confuso le cose che sono state concordate con la realtà. Un uomo
che non ha mai dubitato che la vita avesse un futuro importante. Adesso è
tutto finito.
Questi pensieri impiegano meno di un altro quarto di secondo. Per un
attimo i suoi occhi si chiudono, e Ray sta sostenendo un’audizione. Il loro
primo appuntamento. Le streghe gli dicono di non preoccuparsi per il
domani. Non dovrà temere niente finché la foresta non si alzerà e avanzerà
per chilometri, finché i boschi non si inerpicheranno sul fianco di una distante
collina. È al sicuro, da adesso in poi, perché chi può arruolare la foresta o
imporre all’albero di svellere la radice abbarbicata alla terra? Il nostro
autorevole e stimato Shakespeare vivrà quanto la natura. Ma gli è stata data
un’altra parte. L’uomo, non concepito da una donna, che fa muovere la
foresta.
Le palpebre di Ray si chiudono per mezzo secondo. Sulle parti interne di
quegli schermi viventi osserva loro due a letto insieme, la notte in cui si erano
lanciati per la prima volta nella nuova avventura del teatro amatoriale. Tutti i
nostri ieri, all’infinito. La piccola Lady Macbeth, di non oltre ventiquattro
anni, nervosa nel foyer dell’età adulta. La sua amica ipersensibile, accanto a
lui al buio, che lo sottopone a un colloquio di lavoro tempestandolo di
domande ansiose: Che opinioni hai dei tuoi genitori? Hai mai avuto dei
pensieri razzisti? Hai mai rubato nei negozi? Persino allora, durante la prima
notte, lui capì che si sarebbero presi cura l’uno dell’altra nella vecchiaia. Loro
due, attenendosi a un progetto concepito molto in anticipo con la promessa di
chiarirsi nel corso del tempo. Per sempre. E per sempre. E per sempre.
La profezia era un inganno. Lui deve riprendersi e vivere. Ma come?
Perché? Il telegiornale passa a una scena atroce. Ray guarda, fortemente
confuso: persone bloccate, e i poliziotti che ne scelgono alcune. In bagno, il
getto d’acqua si ferma. Siamo al sesto e al settimo secondo.
Ogni senso di appartenenza diventa un furto. Ecco cosa gli ha detto sua
moglie, appena un’ora prima: Credi che tutto questo passerà e che io tornerò
in me? Che ridiventerò la tua stramba e piccola Dot?
Lui ha provato a dirle che erano mesi che lo sapeva. Un anno e più. Che
lui era ancora lì. Ancora suo marito. Che lei poteva andare e venire. Stare con
chiunque. Fare qualsiasi cosa. Che doveva soltanto stare vicino.
Peggio che il furto. Omicidio. Mi stai uccidendo, Ray.
Lui ha cercato di ricordarle: deve ancora succedere qualcosa tra di loro.
Motivo per cui devono restare insieme. L’ha già visto, una premonizione che
l’ha fatto andare avanti, tutti quei mesi in cui è rimasto tranquillo. Uno scopo
nella loro unione che esisteva già e da sempre. Loro si appartengono.
Nessuno appartiene a nessuno, Ray. Devi lasciarmi andare.
Sta succedendo qualcosa in bagno, un tutto che non sembra nulla. Due
secondi di silenzio, e lui si sente terrorizzato. Niente ha senso. Non c’è niente
di cui occuparsi. Rivolge di nuovo lo sguardo verso la televisione. Alla gente
viene spruzzato lo spray al peperoncino negli occhi, per niente. Inutilmente.
Nel nono e decimo secondo, il suo cervello si trasforma in un distretto
giudiziario. Viene occupato da un pensiero che aveva avuto per la prima volta
una notte di alcuni mesi addietro, mentre stava leggendo e la sua mogliettina
legittima si faceva sbattere ripetutamente in incontri potenzialmente segreti.
Un pensiero che aveva rubato dal libro tutelato da copyright di qualcun altro,
per il quale ora deve pagare. Il tempo altera ciò che si può possedere, e chi
può diventarne il proprietario. Il genere umano ha completamente torto
riguardo ai suoi prossimi, e nessuno riesce a capirlo. Siamo tenuti a ripagare
il mondo per ogni idea, ogni cosa che abbiamo rubato.
La gente sullo schermo comincia a urlare. O forse quel suono proviene da
lui, mentre si guarda diventare marrone e cadere. Lei è sulla soglia della
porta, e sta urlando il suo nome. Le labbra di Ray si muovono, ma non
emettono alcun rumore.
È come se avessi avuto in bocca la parola “libro”, e tu me ne avessi
messo in mano uno.
Scivola dal letto sulle assi di legno di pino. Il suo sguardo cade sulle
venature vorticose. Nel suo cervello si rompe qualcosa, e tutto quello che una
volta era sicuro come le case crolla come una miniera scavata troppo in
profondità. Il sangue inonda la sua corteccia, e lui non possiede nulla.
Assolutamente nulla, tranne che questo.

Quando Mimi arriva alle sette e mezza di un lunedì mattina, un uomo è in


piedi accanto alla sua scrivania in un abito di serge grigiobruno. Le basta
un’occhiata per capire chi è lo sconosciuto. “Signorina Ma?”
Scatole di cartone appiattite sono appoggiate alla scrivania. Il tizio è lì da
un po’ di tempo. Il suo lavoro dipende dal fatto di riuscire ad arrivare lì per
primo, per garantire che non ci saranno problemi. Il suo computer è già stato
staccato dalla corrente, e tutti i cavi sono stati arrotolati in bobine ordinate in
cima alla CPU. I file sono spariti da un pezzo, rimossi mentre lei stava facendo
colazione a base di caffè e bagel a qualche chilometro di distanza.
“Mi chiamo Brendan Smith. Sono qui per coadiuvare la sua uscita dalla
compagnia.”
Sapeva che sarebbe successo, ormai da giorni. È apparsa in tutti i
telegiornali, violazione di proprietà. Se i suoi colleghi ingegneri potevano
anche sorvolare su quell’errore – dopo tutto, la categoria è afflitta da
innumerevoli difetti di progettazione – è anche colpevole di combattere
contro il progresso, la libertà e la ricchezza. La primogenitura della razza.
Non è una cosa che la sua professione sarà mai disposta a perdonare.
Mimi fissa l’eiettore professionista finché lui non distoglie lo sguardo.
“Garreth crede che abbia intenzione di distruggere questo posto? Rubare dei
segreti internazionali sulla modellatura della ceramica?”
L’uomo assembla un contenitore di cartone. “Abbiamo venti minuti per
riempire queste scatole. Solo effetti personali. Farò l’inventario di tutto quello
che vuole prendere, e otterremo il via libera prima che timbrerà il cartellino
all’uscita.”
“Timbrare il cartellino all’uscita? Timbrare il cartellino all’uscita?” Sente
la rabbia montare dalla gola, la rabbia che quella agenzia privata di guardie
del corpo è stata assunta per sopprimere. Lei si gira e si avvia verso la porta.
Il Ragazzo Grigio Talpa la ferma, senza usare la forza.
“Una volta che uscirà dall’ufficio, lo considereremo sigillato.”
Lei tentenna e poi si siede alla scrivania. Non è la sua scrivania. È come se
il suo cervello fosse aggredito da gas lacrimogeni. Come osano loro? Come
osa chiunque? Farò causa per tutto ciò che ne vale la pena. Ma tutti i diritti e
i privilegi del rispetto delle regole sono dalla loro parte. Il genere umano è un
farabutto. La legge è uno sgherro. I suoi colleghi passano davanti alla porta,
rallentando quel tanto da riuscire a intravedere il dramma prima di
svignarsela, imbarazzati.
Sistema i libri in una scatola che la sua guardia del corpo ha costruito per
lei. Poi è la volta dei taccuini.
“Niente appunti. I taccuini sono di proprietà della compagnia.”
Reprime l’impulso di lanciare la graffatrice. Avvolge le fotografie nella
carta fornitale dalla sua guardia del corpo e le sistema nelle scatole. Carmen e
il cavallo da sella nelle Kentucky Mountains. Amelia e i bambini, in piscina a
Tucson. Suo padre, in piedi in mezzo a un ruscello nello Yellowstone. I suoi
nonni a Shanghai, nei loro abiti più eleganti della festa, con in mano la foto
delle bambine americane che non avrebbero mai conosciuto.
Puzzle logici di chiodi curvi. Motti divertenti incorniciati: Le reazioni
parlano più forte delle parole. Alcuni vedono il bicchiere mezzo vuoto, altri
mezzo pieno; un ingegnere vede il dispositivo di contenimento due volte più
grande di quanto deve essere.
“Ha finito?” le domanda il suo addetto personale al pensionamento
anticipato.
Una valigia ricoperta di gagliardetti. Un baule con sopra un nome
straniero stampinato.
“Le sue chiavi.” Mimi scuote il capo, le mani sulle chiavi aziendali.
L’uomo spunta quella voce su un elenco che le fa firmare. “La prego di
seguirmi.” Lui prende le scatole. Lei la valigia e il baule. In corridoio,
colleghi curiosi si allontanano rapidamente. L’uomo appoggia le scatole per
terra e chiude la porta a chiave. Nel momento in cui scatta la serratura, Mimi
si ricorda.
“Merda. Lo riapra.”
“L’ufficio è stato chiuso a chiave.”
“Lo apra.”
L’uomo acconsente. Lei entra di nuovo nella stanza, si dirige verso l’unica
parete e monta su una sedia. Rimuove, centimetro dopo centimetro, il rotolo
degli arhat sulla soglia dell’Illuminazione di milleduecento anni, lo avvolge e
se lo mette in tasca. Poi segue la sua scorta verso l’entrata principale, oltre lo
staff che per anni l’aveva salutata calorosamente e che in quel momento
invece è tutto preso da urgenti questioni di lavoro. Mentre fa avanti e indietro
trasferendo il cumulo della sua vita professionale nel parcheggio, l’uomo si
apposta accanto alla porta dell’azienda, come l’angelo davanti alla porta
orientale dell’Eden che impediva agli esseri umani, cacciatori di frodo
dell’albero proibito, di fare nuovamente irruzione nel giardino e mangiare
l’altro frutto che avrebbe risolto ogni cosa.

Gli unici animali che sanno di essere spacciati. Ecco, continua a dire
Douggie – intorno alla mezzanotte, più forte degli inni squillanti di pazzi
scatenati in un posto di ristoro gremito di guardie nazionali in libera uscita e
altri patrioti armati – ecco dove cominciano tutti i guai.
“Cioè, in che modo la consapevolezza di stare per morire ti dà un aiuto?
Chi è abbastanza sveglio da capire di essere un mucchio di carne putrescente
avvolta intorno a un tubicino per lo scarico del liquame che verrà meno in –
quanto? Qualche altro migliaio di tramonti?”
Il suo compare filosofo seduto accanto a lui nel bar rivestito di legno satin
risponde, “Potresti chiudere quella dannata bocca per un secondo?”
“Ora, un albero. Queste creature sanno cose su una scala spazio-temporale
che noi non possiamo nemmeno –”
Parte un pugno che lo colpisce allo zigomo, così velocemente che Douglas
rimane immobile lì dov’è. Poi sbatte contro le assi del pavimento di abete a
testa in avanti e sviene così rapidamente che non sente nemmeno il tizio che
lo sovrasta pronunciare il suo panegirico. “Mi dispiace. Ma eri stato
avvertito.”
Quando rinviene, il suo amico Spinoza se n’è andato da un pezzo. Si tocca
la testa e il viso con polpastrelli esitanti. Non manca niente, ma avverte un
disorientamento che non sembra del tutto normale. Stelline e luci, nuvole
nere e dolore, per quanto sia sopravvissuto a ben di peggio. Si fa aiutare a
rimettersi in piedi dalla cameriera preoccupata prima di divincolarsi. “Le
persone non sono quelle che sembrano.” Questa volta, non c’è nessuno che
esprima il proprio dissenso.
È seduto nel suo veicolo nel parcheggio del posto di ristoro, intento a
elaborare il suo piano fuori programma. Per quel che ne sa, non ha nessuno
da cui andare per chiedere aiuto e conforto tranne la sua compagna di
avventure volte a salvare il mondo, la donna che si è unita a lui in una causa
più grande del mero pavlicekismo destinato al fallimento. Soltanto lei sa
come prenderlo e dargli uno scopo nella vita. Equivale a spingersi oltre i
limiti, andare a trovare Mimi a quell’ora. Per quanto lei non gli abbia mai
espressamente vietato di passarla a trovare di notte, non sarà molto entusiasta.
Eppure, saprà cosa fare per quel disastro che è la sua faccia.
Una volta, quando erano incatenati l’uno all’altra lungo un tratto di strada
che, come venne fuori, non interessava granché nemmeno alle ditte di
legname, gli aveva raccontato dei suoi grandi amori giovanili. Di entrambi i
sessi, nientemeno. Quella rivelazione, più il peso di una piuma, avrebbero
potuto metterlo al tappeto. Lui apprezza la compagnia di chiunque la donna
potrebbe voler avere intorno. Il mondo dipende da tante specie diverse,
ognuna un esperimento strambo. Vorrebbe soltanto che ogni tanto lei lo
lasciasse entrare nel suo sancta sanctorum, nel ruolo di fidato confidente, di
servitore o qualcosa del genere. Vorrebbe che lei e chiunque in quel momento
rappresentasse la chiave della felicità della sua vita lo lasciasse guardare – lo
lasciasse vigilare su di loro, una sentinella contro il mondo malevolo.
Si arrabatta per inserire la chiave dell’accensione. Probabilmente non è
affidabile alla guida di mezzi pesanti. Ma ha una guancia tumefatta e un
occhio da cui sta stillando qualcosa. E davvero nessuno a cui rivolgersi. Esce
dal parcheggio e si immette nuovamente sull’autostrada della valle, diretto
verso la città, e l’amore.
Non vede il camion accostato sul ciglio fuori dal bar. Non lo vede
muoversi adagio sull’asfalto alle sue spalle. Non vede nulla finché due occhi
bianchi non riempiono il suo specchietto retrovisore e il bestione colpisce il
suo paraurti posteriore. Lui avanza vibrando, slittando di coda. Il camion si
profila all’improvviso e lo urta di nuovo con violenza. Douglas non riesce a
frenare, e nemmeno a pensare. La strada prosegue in discesa. Spinge sul
pedale, ma il camion non lo molla. Ai piedi della collina, rasenta un
passaggio a livello, sbalzando in aria.
Intravede avvicinarsi un incrocio. All’improvviso sbanda a destra a tutto
gas, al doppio della velocità di una curva ben controllata. In uno slalom al
rallentatore, la parte posteriore ruota completamente, di duecentosettanta
gradi in senso orario. Quando si arresta, si trova nell’incrocio,
perpendicolare, mentre il camion vuoto per il trasporto del legname
sbatacchia sull’autostrada, con il guidatore che si accanisce sul clacson, un
lungo, squillante addio.
Douglas è in mezzo all’incrocio con il motore in folle, in preda al panico.
Quell’attacco lo fa sentire peggio di qualunque cosa la polizia abbia fatto.
Peggio di quando il suo aereo era precipitato. Quella volta si era trattato solo
di Dio, intento a giocare alla Sua solita roulette. Quello lì invece è un pazzo, e
con un piano in mente.
Oltrepassa l’incrocio e continua il lungo tragitto di ritorno verso la città.
Non riesce a staccare lo sguardo dallo specchietto retrovisore, dove si aspetta
che i due fasci di luce bianca ricompaiano in qualsiasi momento. Eppure,
riesce a raggiungere il condominio di Mimi senza altri incidenti. La luce è
ancora accesa nel suo appartamento. Quando apre la porta, è indubbiamente
ubriaca. Dietro di lei, la stanza è devastata. Un rotolo di pergamena è spiegato
sul pavimento del soggiorno.
Mimi barcolla e farfuglia, “Cos’è successo?”
Lui si tocca il viso, sorpreso. Ha già dimenticato tutto. Prima di avere il
tempo di rispondere, lei lo tira dentro. Ed è così che finalmente gli alberi li
riportano a casa.
Adam Appich mette il piede destro in una nicchia immaginaria e sale su.
Fa scorrere il nodo scorsoio, fa un altro passo con il sinistro. Fa ogni sforzo
possibile per dimenticare quanti passi inconsistenti ha già fatto. Si dice: Mi
arrampicavo sempre sugli alberi. Ma Adam non si sta arrampicando su un
albero. Si sta arrampicando per aria, su una corda sottile come una matita,
penzolando da un tronco così ampio da non riuscire a vederne
contemporaneamente entrambe le estremità. I solchi nella corteccia spessa
una trentina di centimetri sono più profondi della sua mano. Sopra di lui, una
lunga strada marrone svanisce dentro una nuvola. La corda comincia a
ruotare. Una voce dice dall’alto, “Aspetti. Non opponga resistenza.”
“Non riesco.”
“Ci riesce. Ci riuscirà, signore.”
La sua gola si riempie di reflusso e di paura. Con un piede alla volta,
copre la distanza incolmabile. Ormai in cima, osa guardare verso il basso.
Due creature arboree pronunciano dolci incoraggiamenti cui lui non dà retta
né crede. Raggiunge qualcosa di solido, respirando ancora. Non bene, ma pur
sempre respiro.
“Vede?” Il viso radioso della donna lo porta a chiedersi se non sia morto
da qualche parte durante la salita. L’uomo – pelle impiastrata e barba da
Vecchio Testamento – gli allunga un bicchiere d’acqua. Adam beve. È ancora
lontano dal convincersi che starà bene. La piattaforma sotto di lui s’inclina al
vento. La chioma dell’albero incombe su di lui, offrendogli le bacche.
“Sto bene.” E poi, “Immagino sarebbe stato più convincente se l’avessi
detto cinque minuti fa.”
La donna di nome Capelvenere sgambetta su un ramo in direzione della
dispensa improvvisata, in cerca di un tè che, stando a quanto sostiene, gli sarà
d’aiuto contro le vertigini. Non è aggrappata a nulla. A piedi nudi, a venti
piani di altezza. Lui sprofonda il viso nel cuscino imbottito di aghi di pino.
Quando se la sente, Adam guarda in basso. Una fanghiglia a mosaico si
propaga lungo la foresta di sotto. È passato molto vicino al massacro,
introdotto di nascosto dal messaggero Loki. Ma questa veduta dall’alto è
peggio. Il più lungo e determinato sit-in sugli alberi della zona – dotato di
soggetti ideali per il suo studio sull’idealismo incauto – è l’ultimo grande
brandello scampato all’abbattimento e alla raccolta dei tronchi. Boschetti
occasionali punteggiano terreni brulli, come i ciuffetti di barba sfuggiti al
rasoio di un adolescente. Ceppi di alberi appena recisi ovunque, scorie e
radura ricoperta di resti d’alberi tagliati, scarti ricoperti di segatura, gli
sporadici tronchi lasciati in burroni troppo ripidi per preoccuparsene. E un
folto d’alberi intorno all’esemplare gigantesco che questi contestatori
chiamano per nome.
L’uomo, Guardiano, indica i punti di rifermento. “Tutto quel terriccio
sciolto sta buttando giù questa parete, spingendola nell’Eel. Uccidendo i
pesci fino all’oceano. Difficile da ricordare, ma quando siamo arrivati qui,
dieci mesi fa, tutto era verde a perdita d’occhio. E dire che abbiamo cercato
di rallentare le cose!”
Adam non è un medico, e dopo duecentocinquanta interviste ad attivisti
lungo la Lost Coast, ha paura di sparare eventuali diagnosi. Però Guardiano o
è profondamente depresso o si è convertito al realismo.
Una vampa molto lontano, di sotto, il ronzio di macchinari pesanti simile
a quello del calabrone, e Guardiano si piega per guardare. “Là.” Un giallo più
vivo di una banana slug, che procede avanti e indietro a mezzo chilometro di
distanza nella foresta che sta scomparendo.
“Cosa abbiamo?” domanda Capelvenere.
“Verricello forestale. Un paio di trattori a cingoli con pinze. Potremmo
venire isolati entro domani.” Guarda Adam. “Forse avrà voglia di chiedere
qualunque cosa gli passi per la testa, prima di scendere a terra, stanotte.”
“Oppure può restare con noi,” dice Capelvenere. “La sistemeremo nella
stanza per gli ospiti.”
Adam non riesce a rispondere. I giramenti di testa sono ancora opprimenti.
Respirare lo fa star male. Vuole soltanto tornare a Santa Cruz, analizzare i
dati dei suoi questionari e tirare conclusioni dubbie da inflessibili statistiche.
“È più che benvenuto,” gli dice la donna. “In fondo, ci siamo offerti
volontari per qualche giorno, ed eccoci qui, quasi un anno dopo.”
Guardiano sorride. “C’è una bella collana di libri di Muir. Sono uscito per
fare una passeggiata e...”
I contenuti dello stomaco di Adam si spargono nell’aria, volando a terra
per sessanta metri.
I soggetti sono seduti sulla piattaforma, gli occhi fissi sul questionario e
sulle matite che Adam ha dato loro. Hanno le mani macchiate di marrone e di
verde, con grumi secchi di pudding sotto le unghie. Hanno un odore di
stagionatura e di muffa come il legno di sequoia. L’esaminatore si è messo
sopra di loro sul posto di vedetta dell’amaca, che non vuole saperne di
smettere di dondolare. Scruta le loro facce in cerca di tracce di quel paranoico
pensiero salvazionista che ha visto in tanti attivisti già intervistati. L’uomo –
capace ma fatalista. La donna – padrona di sé in un modo in cui nessuno che
abbia subito una batosta del genere ha il diritto di essere.
Capelvenere chiede, “È per il suo dottorato di ricerca?”
“Sì.”
“Qual è la sua ipotesi?”
Adam fa interviste da talmente tanto tempo che la parola suona estranea.
“Qualsiasi cosa dica potrebbe condizionare le vostre risposte.”
“Ha una teoria sulla gente che...”
“No. Ancora nessuna teoria. Sto solamente raccogliendo dei dati.”
Guardiano ride, un teso monosillabo. “Non è così che funziona, vero?”
“Che funziona cosa?”
“Il metodo scientifico. Non si possono raccogliere i dati senza una teoria
guida.”
“Come vi ho detto, sto studiando i profili delle personalità degli attivisti
ambientalisti.”
“Convinzione patologica?” domanda Guardiano.
“Nient’affatto. Voglio soltanto... imparare qualcosa sulla gente che...
crede che...”
“Anche le piante siano delle persone?”
Adam scoppia a ridere, e vorrebbe non averlo fatto. È l’altitudine. “Sì.”
“Lei spera che sommando tutti questi risultati e facendo una specie di
analisi della regressione –”
La donna tasta la caviglia del suo compagno. Lui si zittisce di colpo in un
modo che risponde a una delle due domande che Adam vuole inserire nel
questionario. L’altra domanda è come fanno a cacare uno di fronte all’altro,
sospesi a sessanta metri d’altezza.
Il sorriso di Capelvenere instilla in Adam un senso di disonestà. Lei è più
giovane di lui di alcuni anni, ma più sicura di qualche decennio. “Lei sta
studiando ciò che ad alcune persone fa prendere seriamente il mondo vivente,
quando l’unica vera cosa importante per tutti sono gli altri esseri umani.
Dovrebbe studiare chi è convinto che contino soltanto le persone.”
Guardiano scoppia a ridere. “A proposito di patologico.”
Per un instante, sopra di loro, il sole si ferma. Poi comincia la sua lenta
discesa verso ovest, di nuovo nell’oceano in attesa. La luce del meriggio
inonda il paesaggio d’oro e di acquerello. California, l’Eden americano.
Queste ultime vestigia tascabili di foresta giurassica, un mondo come non ce
ne sono altri sulla Terra. Capelvenere sfoglia il libricino di domande, sebbene
Adam le abbia chiesto di non guardare più avanti. Scuote il capo davanti a
qualche ingenuità a pagina tre. “Niente di tutto questo potrà dirle qualcosa di
importante su di noi. Se vuole conoscerci, dovrà solo parlarci.”
“Bene.” L’amaca sta facendo venire il mal di mare a Adam. Non riesce a
guardare da nessuna parte se non verso il terreno di quattro metri quadrati
sotto di lui. “Il problema è –”
“Ha bisogno di dati. Di quantità semplici.” Guardiano fa un cenno con la
mano verso sudovest, il canto del progresso della sega sibilante. “Completa
questa analogia: i questionari stanno alle personalità complesse come i
verricelli forestali stanno a...”
La donna si alza in piedi con un tale scatto che Adam è certo che cadrà
oltre il bordo. Lei si inclina da un lato, mentre Guardiano si piega all’indietro
per controbilanciare. Nessuno dei due è consapevole della loro manovra di
doppio misto. Capelvenere si gira verso Adam. Lui aspetta che lei precipiti
come Icaro. “Mi mancavano circa tre crediti formativi per laurearmi in
scienza attuariale. Sa cos’è la scienza attuariale?”
“Io... per caso si tratta di una domanda trabocchetto?”
“È la scienza che sostituisce una vita umana intera con il suo valore di
riscatto.”
Adam espira. “Perché, sa, non si siede o qualcosa del genere?”
“Non c’è un alito di vento! Ma d’accordo. A patto che possa domandarle
una cosa.”
“Okay. La prego solo di...”
“Cosa può imparare su di noi con un esame che non può fare guardandoci
negli occhi e rivolgendoci delle domande?”
“Voglio sapere...” Comprometterà il questionario. Darà loro degli spunti
tali da invalidare qualsiasi risposta che potrebbero dare. Ma per qualche
motivo, in cima a quel campanile di mille anni, non gli importa più nulla.
Vuole parlare, una cosa che per un po’ non ha voluto fare. “Molte prove
suggeriscono che la lealtà di gruppo interferisce con la ragione.”
Capelvenere e Guardiano si scambiano sorrisetti compiaciuti, come se
Adam avesse appena detto loro che la scienza ha dimostrato che l’atmosfera è
perlopiù aria.
“La gente costruisce la realtà. Dighe idroelettriche. Tunnel sotto la
superficie del mare. Trasporto supersonico. È dura opporre resistenza a tutto
ciò.”
Guardiano sorride, stanco. “Noi non costruiamo la realtà. La eludiamo e
basta. Fino a questo momento. Saccheggiando capitale naturale e
nascondendo i costi. Ma tra poco ci presenteranno il conto, e non riusciremo
a pagarlo.”
Adam non sa decidersi se sorridere o annuire. Sa soltanto che quella gente
– le pochissime persone immuni alla realtà comunemente accettata – ha un
segreto che lui deve cercare di capire.
Capelvenere scruta Adam, come attraverso un vetro a specchio da
laboratorio. “Posso chiederle un’altra cosa?”
“Qualunque cosa voglia.”
“È una domanda semplice. Quanto tempo crede che abbiamo?”
Adam non capisce. Lancia un’occhiata a Guardiano, ma anche lui sta
aspettando la sua risposta.
“Non lo so.”
“Nel profondo del suo cuore. Quanto tempo ci rimane, prima che
distruggiamo tutto quello che è intorno a noi?”
Le sue parole imbarazzano Adam. È una domanda per studentati
universitari. Per bar nei sabati sera a tarda ora. Ha lasciato che la situazione
gli sfuggisse di mano, e niente di tutto quello – la violazione di un terreno
privato, la salita, la conversazione ambigua – può valere le due informazioni
aggiuntive. Distoglie lo sguardo, rivolgendolo verso le sequoie devastate.
“Davvero. Non lo so.”
“Crede che gli esseri umani stiano usando le risorse più velocemente di
quanto il mondo riuscirà a sostituirle?”
La domanda sembra così al di là di ogni possibile previsione da risultare
senza senso. Poi un piccolo intoppo dentro di lui si sblocca, ed è come
ritornare a vedere.
“Sì.”
“Grazie!” Lei è soddisfatta del suo scolaretto. Lui ricambia con un largo
sorriso. La testa di Capelvenere oscilla in avanti e le sue sopracciglia brillano.
“E direbbe che il ritmo sta rallentando o accelerando?”
I grafici lui li ha visti. Li hanno visti tutti. Il processo è stato appena
avviato.
“È così semplice,” dice lei. “Così ovvio. La crescita esponenziale in un
sistema finito porta al crollo. Le persone però non lo capiscono. Quindi la
loro autorità è rovinata.” Capelvenere lo fissa con uno sguardo a metà tra
l’interesse e la compassione. Adam vuole soltanto che la culla smetta di
oscillare. “La casa sta andando a fuoco?”
Un’alzata di spalle. Le labbra si torcono. “Sì.”
“E vuole osservare un manipolo di persone che sta urlando, Spegnetelo,
quando tutti gli altri sono contenti di vedere bruciare ogni cosa.”
Un minuto prima, questa donna era l’oggetto dello studio di Adam. Ora
lui vuole confidarsi con lei. “Ha un nome. Lo chiamiamo effetto spettatore.
Una volta ho lasciato che il mio professore morisse perché nessun altro nella
sala conferenze si è alzato in piedi. Più il gruppo è grande...”
“Più forte deve gridare, Fuoco?”
“Perché se ci fosse un vero problema, di certo qualcuno –”
“– molta gente avrebbe già –”
“– con altri sei milioni –”
“Sei? Facciamo sette. Quindici, tra qualche anno. Tra non molto avremo
consumato la nuova produttività del pianeta. La richiesta di legna è triplicata
nell’arco della nostra vita.”
“Non si riesce a premere il freno quando si sta per sbattere contro il
muro.”
“È più facile buttare l’occhio fuori.”
Il ringhio distante si interrompe, percepibile ancora in silenzio. Adam
comincia a vedere tutto il suo studio come una distrazione. Deve studiare la
malattia su una scala inimmaginabile, una malattia che nessuno spettatore
riuscirebbe a riconoscere. Capelvenere rompe il silenzio. “Non siamo soli.
Altre persone stanno cercando di raggiungerci. Le sento.”
I peli si rizzano dal collo di Adam fino alla base della schiena. Sembra
enorme, tutto ricoperto di peli. Ma il segnale è invisibile, perso
nell’evoluzione. “Senti chi?”
“Non so. Gli alberi. La forza vitale.”
“Vuoi dire che stanno parlando? Ad alta voce?”
Lei carezza un ramo come se fosse un cucciolo. “Non ad alta voce. È più
un coro greco nella mia testa.” La ragazza guarda Adam, il viso luminoso
come se gli avesse appena chiesto di rimanere a cena. “Sono morta. Sono
stata fulminata mentre ero a letto. Il mio cuore si è fermato. Sono tornata in
vita e ho cominciato a sentirli.”
Adam si gira verso Guardiano per avere conferma della sua sanità
mentale. Ma il profeta barbuto si limita a inarcare le sopracciglia.
Capelvenere picchietta sul questionario con un dito. “Immagino che
adesso abbia la sua risposta. Sulla psicologia dei salvatori del mondo?”
Guardiano le tocca la spalla. “Cos’è più assurdo – il fatto che le piante
parlino, o che gli esseri umani le sentano?”
Adam non ascolta. Si sta sintonizzando proprio con qualcosa che si
nasconde da molto tempo in piena luce. Dice, a nessuno in particolare, “A
volte parlo ad alta voce. A mia sorella. È scomparsa quand’ero piccolo.”
“Bene, d’accordo, allora. Possiamo esaminarla noi?”
Una verità gli si accosta, verità che la sua disciplina non troverà mai. La
stessa consapevolezza ha il sapore della follia, contrapposta ai pensieri del
mondo verde. Adam allunga le mani per ritrovare l’equilibrio e tocca soltanto
un arboscello oscillante. Sorretto sopra la superficie ormai distante quasi fino
al punto di sparire da una creatura che dovrebbe volerlo morto. Il suo cervello
gira vorticosamente. L’albero lo ha drogato. Sta ancora roteando accanto a
una corda dalla larghezza di una pianta rampicante. Fissa lo sguardo sul viso
della donna come se un ultimo, disperato tentativo di interpretazione della
personalità potesse ancora proteggerlo. “Cosa...? Cosa stanno dicendo? Gli
alberi?”
Lei prova a dirglielo.

***

Mentre parlano, la guerra avanza verso il bacino idrografico più vicino. La


veemenza di ogni nuovo abbattimento è devastante per Adam, proprio mentre
apre dei varchi tra i giganti rimanenti. Non si era mai figurato la violenza
come l’immagine di un grattacielo che cade. Aghi e legno polverizzato
offuscano l’aria. “Le zone di caduta sono una causa di morte,” dice
Capelvenere. “Con l’aiuto di bulldozer spianano completamente ogni tratto di
terreno su cui atterrano gli alberi, di modo che questi non andranno in pezzi
al momento dello schianto. Così però si uccide il terreno.”
Un albero largo quanto l’altezza di Adam si squarcia e si abbatte sul
pendio sottostante. La terra nel punto dell’impatto si liquefà.

Nel tardo pomeriggio, scorgono Loki a una certa distanza emergere dalla
foresta sventrata, giusto in tempo per riaccompagnare lo psicologo oltre il
blocco di Humboldt. Ma qualcosa nel suo passo arrancante le fa capire che la
missione è cambiata.
“Cosa c’è che non va?” domanda Guardiano.
“Ve lo dico una volta che arrivo lassù.”
Gli fanno spazio nel loro nido affollato. È pallido e ha il respiro affannoso,
ma non per l’arrampicata. “Si tratta di Madre N e di Moses.”
“Li hanno aggrediti ancora?”
“Sono morti.”
Capelvenere lancia un urlo.
“Qualcuno ha bombardato l’ufficio. Si trovavano all’interno a scrivere un
discorso per il Comitato dell’azione forestale. La polizia dice che si sono fatti
saltare in aria con riserve di esplosivi. Accusando il GDV di terrorismo
interno.”
“No,” esclama Capelvenere. “No. Questo no, per favore.”
C’è un lungo silenzio che non è silenzioso. È Guardiano a parlare. “Madre
N, una terrorista! Non mi lasciava nemmeno conficcare dei chiodi in un
albero. Mi diceva, ‘Potrebbe ferire il tizio armato di sega.’”

***

Si raccontano storie sulle due persone appena scomparse. Di come Madre


N li addestrava. Di come Moses aveva chiesto loro di arrampicarsi su Mimas
per il sit-in di protesta. Rito funebre a sessanta metri d’altezza. A Adam viene
in mente una cosa che aveva imparato alla scuola di specializzazione: la
memoria è sempre una collaborazione in corso.
Loki scende, impaziente di tornare dalle persone in lutto a terra. “Non
possiamo fare nulla. Ma almeno possiamo farlo insieme. Lei viene?”
domanda a Adam.
“È libero di rimanere,” gli dice Capelvenere.
L’investigatore è coricato sull’amaca dondolante, timoroso di muovere un
dito. “Mi piacerebbe vedere l’oscurità da quassù.”
Quella notte, il buio è sconfinato, e vale davvero la pena di contemplarlo.
E pure di sentirlo: il puzzo delle spore e delle piante in putrefazione, dei
muschi che si arrampicano su tutte le cose, degli escrementi prodotti persino
qui, a tanti piani d’altezza sopra la Terra. Capelvenere prepara fagioli bianchi
sul fornello. È il pasto più delizioso che Adam abbia assaggiato da quando è
arrivato al campo. L’altitudine non gli dà molto fastidio, ora che non può
vedere il suolo.
Scoiattoli volanti fanno capolino per esaminare il nuovo arrivato. Lui è
pago, uno stilita appollaiato in cima al cielo notturno. Guardiano fa qualche
schizzo a lume di candela in un taccuino tascabile. A intervalli mostra i
disegni a Capelvenere. “Oh, sì. Sono loro, proprio così!”
Rumori provenienti da ogni distanza, un migliaio di volumi,
mezzosoprano e più delicati. C’è un uccello di cui Adam non sa il nome, che
sbatte le ali sull’oscurità. Bruschi rimbrotti di mammiferi invisibili. Il legno
di quella casa alta, che scricchiola. Un ramo che cade per terra. Un altro. Una
mosca, che zampetta sui peli delle sue orecchie. Il suo respiro che fa eco
dentro il colletto. Il respiro degli altri due, assurdamente vicini in quel
villaggio sulle nuvole, impegnati nel loro rito silenzioso. Il fatto che l’intimità
e la paura siano così vicini sbalordisce Adam. La donna si stringe all’artista,
che lavora per sfruttare l’ultima luce rimasta della candela. Un frammento di
spalla manda un riverbero, nuda e bella. Sembra essere ricoperta di peli,
piumata, per qualche motivo. Poi, la scrittura a inchiostro si scompone in
cinque distinte parole.

***

Si svegliano al rumore di voci stizzite sempre più vicine. Uomini si


aggirano sotto di loro e più lontano lungo cumuli di tronchi deteriorati,
unendo i loro sforzi via walkie-talkie.
“Ehi,” grida Capelvenere verso il basso. “Cosa sta succedendo?”
Un taglialegna guarda in alto. “Fareste meglio a levarvi di torno. Presto
sarete nella merda!”
“Di che merda parli?”
Le interferenze erompono dal walkie-talkie. L’aria si addensa e si riempie
di brusii. Persino la luce del sole comincia a vibrare. Un rumore
tamburellante si solleva sull’orizzonte.
“Non sono loro,” dice Guardiano. “Non possono.”
Un elicottero attraversa la collinetta vicina. All’inizio una cosa da nulla,
ma mezzo minuto dopo tutto l’albero batte come un tam-tam. La bestia si
inclina. Adam si aggrappa alla sua amaca dondolante. Una raffica d’aria gli
scaraventa addosso le stesse parole offensive appena uscite dalla sua bocca
mentre il calabrone impazzito si impenna e attacca.
Il vento sbatacchia l’albero, una sfrenata corrente ascensionale, poi il
cambio di direzione. Le chiome delle sequoie sembrano deformarsi come
gomma, e i rami squarciano la canopia. Guardiano si arrampica faticosamente
verso il posatoio che funge da deposito per prendere la videocamera, mentre
Capelvenere afferra un ramo spezzato delle dimensioni di una mazza da
baseball. Si arrampica sul ramo più vicino all’attacco. Adam urla, “Torna
indietro!” Le sue parole vengono frantumate fino a diventare atomi di
pulviscolo nei rotori.
La donna si avvinghia a piedi nudi al ramo, il quale, per quanto enorme,
sbatacchia come gomma nel tifone al contrario. L’elicottero si inclina e
manda bagliori, e lei si trova faccia a faccia con il velivolo. Strofina il muso
contro di lei; la donna fa oscillare il ramo con un gesto veloce della mano.
Guardiano si avvicina da dietro, riprendendo la scena con la videocamera.
L’elicottero è voluminoso, con un vano interno delle dimensioni di un
bungalow. Abbastanza grande da sollevare in cielo un albero più vecchio
dell’America e trascinarlo in posizione verticale lungo il paesaggio. Le pale
fanno spumeggiare l’aria intorno alla ragazza penzolante. Due esseri umani
sono seduti all’interno della carlinga in fiberglass, con indosso caschi dotati
di visiera e protezione del mento, intenti a chiacchierare su minuscoli
microfoni a braccio collegati con una missione distante.
Adam fissa l’artificio della retroproiezione trasparente da film di cassetta.
Non è mai stato così vicino a una cosa talmente immensa e maligna. Vede il
milione di parti di cui è composta – alberi, camme, pale, placche, pezzi di cui
non conosce nemmeno il nome – oltre qualsiasi capacità umana di
montaggio, figuriamoci poi di progettazione. Eppure devono essercene
migliaia di velivoli simili, utilizzati dalle industrie su ogni continente. Altre
decine di migliaia, armati e corazzati, nei numerosi arsenali del globo
terrestre. Il rapace più diffuso al mondo.
I rami si spezzano e l’aria si riempie di paglia. Combustibile fossile si
diffonde dal bestione, puzzando come un impianto petrolifero in fiamme. Il
tanfo fa venire i conati a Adam. Il rombo gli perfora i timpani, uccidendo tutti
i pensieri. La donna fa oscillare il suo ramo come un gagliardetto, poi depone
la sua arma e tiene duro. Il suo compagno di riprese perde l’equilibrio nel
vento artificiale, e anche la camera cade a sessanta metri d’altezza e si rompe
emettendo un tintinnio. Una voce metallica, enormemente amplificata,
fuoriesce dall’elicottero. Via dall’albero, immediatamente.
La donna si mette a tremare. Non riuscirà a resistere a lungo. Mimas
freme. Contro ogni buonsenso, Adam guarda in basso. Bulldozer del colore
della bile stanno speronando la base dell’albero. Uomini, seghe e macchinari
preparano il letto di caduta proprio accanto alle escrescenze nodose di
Mimas. Lui osserva Guardiano, che indica in basso verso un’altra squadra di
lavoro, intenta a occuparsi della base di una sequoia a una sessantina di metri
di distanza. Intendono farla cadere accanto a Mimas. Capelvenere fa oscillare
di nuovo la gamba sul ramo che le oppone resistenza. L’elicottero grida,
Scendete adesso!
Adam urla e fa dei cenni con le braccia. Sbraita cose che nemmeno lui
riesce a sentire sopra quella follia. “Fermatevi. Fatevi indietro, cazzo!” Non
sarà uno spettatore di quella morte.
L’elicottero si ferma e poi si allontana con una virata. Una voce si
diffonde dall’altoparlante: Avete finito?
“Sì,” grida Adam.
Quella sillaba riscuote Guardiano dalla trance. Guarda verso Capelvenere,
aggrappata al suo ramo, singhiozzante. Non è rimasta che la strada del
buonsenso. Guardiano inclina la testa, e l’occupazione è finita. Di sotto,
l’addetto al letto di caduta conferisce via walkie-talkie con la sua rete
invisibile. Un altro scoppio dall’elicottero: Discesa confermata. Andatevene
subito. L’oggetto volante indietreggia nell’aria e si allontana roteando. Le
folate scemano. Il rumore assordante si smorza, lasciando soltanto pace e
disfatta.
Si calano a terra assicurati all’imbracatura: lo psicologo terrorizzato,
l’artista stoico, e infine la profetessa, il cui viso, mentre scende lungo i
sessanta metri di corda, è sconcertato. Vengono trattenuti in stato di fermo e
accompagnati giù dal pendio deturpato verso la strada adibita al trasporto
degli alberi, che si è insinuata a qualche centinaio di metri dalla base di
Mimas. Si siedono nel fango e aspettano la polizia per ore. Poi alcuni agenti
scortesi li stipano, tutti e tre affiancati, nel sedile posteriore di un’auto della
polizia. La strada sterrata si snoda lungo il burrone disegnando delle curve a
U. I tre prigionieri si voltano a guardare il crinale denudato sul confine di
quel grande albero, con la metà degli anni del Cristianesimo. Una voce più
sommessa del rumore sordo dell’elicottero dice qualcosa che nessuno di loro
riesce a sentire, nemmeno Capelvenere.

Mentre i prigionieri sono trattenuti in stato d’arresto, Patricia Westerford


apre alcune trattative con un consorzio di quattro università per fondare la
Global Seedbed Germplasm Vault. Dopo l’archiviazione di alcuni documenti,
Seedbed diventa una persona giuridica.
“È ora,” dice la dottoressa Westerford al cospetto di numerosi spettatori,
tra i quali deve raccogliere i fondi per il controllo climatico, i depositi
supertecnologici e il personale addestrato, “è ormai giunta l’ora di preservare
quelle decine di migliaia di specie di alberi che spariranno nell’arco delle
nostre vite.” Arriva al punto in cui frasi di quel genere le scappano di bocca.
Nel giro di un paio di mesi, si dirigerà verso sud, per una prima missione
esplorativa nel bacino dell’Amazzonia. Un altro migliaio di chilometri
quadrati di foresta svanirà prima del suo arrivo. Dennis pranzerà aspettando
che lei ritorni.

Mentre i prigionieri fanno finta di dormire, Neelay Mehta si gode le ore


migliori della creazione. Dal suo letto che funge da ufficio, trasmette una
direttiva agli elfi di Sequoia Sempreverde sulla natura di Destiny 8:
Cos’è che impedirà a diversi milioni di giocatori di uscire dal gioco? Lo scenario
dev’essere più ricco e promettente delle vite cui fanno ritorno, una volta offline...
Immaginatevi milioni di utenti che con ogni loro azione arricchiscono il mondo
insieme. Aiutateli a costruire una cultura così bella la cui perdita spezzerebbe
loro il cuore.

A metà strada di lì, dall’altra parte del paese, un’altra donna comincia un
periodo di detenzione completamente sola. L’inondazione nel cervello del
marito finisce per sommergere anche lei. Chiama il 911. Viaggia con lui a
bordo dell’ambulanza nella calda notte. All’ospedale, firma il consenso
consapevole, per quanto abbia perduto per sempre il senso della
consapevolezza. Entra in camera dall’uomo dopo l’operazione. Quello che è
rimasto di Ray Brinkman giace inerte nel letto regolabile. Metà del cranio è
stato rimosso, e il cervello è stato ricoperto da un lembo di cuoio capelluto.
Dei tubicini sbucano dal suo corpo. Ha il viso paralizzato dal terrore.
Nessuno può dire a Dorothy Cazaly Brinkman per quanto tempo potrebbe
rimanere in quello stato. Una settimana. Un altro mezzo secolo. Quelle prime
notti, durante la veglia al pronto soccorso, la sua mente è attraversata da molti
pensieri. Cose terribili. Rimarrà finché lui non si sarà stabilizzato. Dopo di
che, dovrà mettersi in salvo.
Continua a sentire le parole che gli aveva urlato, appena qualche ora prima
che il suo cervello crollasse. È finita, Ray. È finita. La nostra relazione è
finita. Tu non sei una mia responsabilità. Noi due non ci apparteniamo, e non
è mai stato così.

In prigione, con il sonno agitato sulla brandina in alto, Adam vede grandi
sequoie esplodere come razzi sulla piattaforma di lancio. La sua ricerca è
intatta – tutti i preziosi dati del questionario raccolti lungo mesi sono intatti –
lui però non lo è. Ha cominciato a capire alcune cose sulla fede e la legge che
si nascondevano dietro la vastità del buonsenso. La prigione senza chiamata
in giudizio aiuta la sua capacità di visione.
“Ha capito il loro gioco,” gli dice Guardiano. “Non vogliono il costo o la
pubblicità che comporterebbe andare sotto processo. Usano il sistema legale
soltanto per ferirci il più possibile.”
“Non esiste una legge...?”
“Eccome se esiste. Ma loro la stanno infrangendo. Possono tenerci dietro
le sbarre per settantadue ore senza accusa. È successo ieri.”
A Adam viene in mente l’origine della parola radicale. Radix. Wrad.
Radice. Della pianta, del pianeta, del cervello.

Il quarto giorno in cella, Nick sogna il castagno della famiglia Hoel. Lo


osserva, a una velocità incrementata di trentadue milioni di volte, rivelare
ancora il suo piano invisibile. Nel sonno, sul sottile materasso della branda, si
ricorda il modo in cui l’albero muoveva i rami ricurvi in time-lapse. Il modo
in cui quei rami indagavano, esploravano, allineati alla luce, mentre
scrivevano messaggi nell’aria. In quel sogno, gli alberi ridevano di loro.
Salvarci? Una cosa così umana. Persino la risata impiega degli anni.

Mentre Nick sogna, la foresta fa altrettanto – tutte le novecento specie che


gli esseri umani hanno identificato. Quattro miliardi di ettari, dalla zona
boreale al tropico – il più importante modo di vivere della Terra. E mentre la
foresta del mondo sogna, la gente confluisce nei boschi pubblici in uno stato
a nord. Quattro mesi prima, un incendio doloso ha annerito diecimila acri in
un posto di nome Deep Creek – uno dei tanti incendi d’interesse. La
bruciatura spinge il Corpo forestale a salvare con la vendita i boschi
leggermente danneggiati. Il piromane non viene mai trovato. Nessuno vuole
trovarlo. Nessuno, a parte qualche centinaio di proprietari della foresta, che
confluiscono nei boschi svenduti armati di cartelli. Mimi ne regge uno su cui
si legge NON UN SOLO LEGNETTO ANNERITO. Su quello di Douglas si legge, DI’
CHE LE COSE NON STANNO COSÌ, SMOKEY.

Adam, Nick e Olivia sono trattenuti in prigione senza nessuna chiamata in


giudizio due giorni in più di quanto sia legalmente consentito. Vengono
minacciati di dodici possibili capi d’imputazione, soltanto per vederli poi
cadere durante la notte. I ragazzi incontrano Capelvenere durante la sua
scarcerazione. La vedono dalla finestra con la rete metallica a maglie
esagonali, che percorre l’ala femminile con in mano i suoi vestiti
appallottolati come quelli di un barbone. Poco dopo lei li raggiunge,
abbracciandoli. Fa un passo indietro e strizza gli occhi verdi infuocati.
“Voglio vederlo.”
Prendono l’auto di Adam, che in quel momento ha la sensazione che
appartenga a qualcun altro. I taglialegna se ne sono andati; non c’è più nulla
da tagliare. È da un pezzo che si sono diretti verso nuovi boschi. L’assenza è
evidente da mezzo chilometro di distanza. Dove una volta c’era una trama
verde di motivi che si potevano scrutare tutto il giorno, adesso c’è solamente
blu. L’albero che le aveva promesso che nessuno sarebbe stato ferito se n’è
andato.
Ora, pensa Adam. Ora perderà il controllo. Comincerà a infuriarsi.
Alla base dell’albero, lei allunga una mano toccando una prova finale,
sbalordita. “Guardate! Persino il ceppo è più alto di me.”
Tocca il contorno dell’incredibile taglio e cede ai singhiozzi. Nick le si
avvicina con passo malfermo, ma lei lo respinge. Adam deve guardare ogni
orribile spasmo. Ci sono consolazioni che il più potente amore umano non
riesce a dare.

“Dove andrete?” domanda Adam, davanti a un piatto di uova in una tavola


calda sul ciglio della strada. Capelvenere guarda oltre le vetrine in cristallo,
dove i sicomori della California si susseguono lungo il marciapiede accanto
al cordolo. Guardiano segue il suo sguardo. Anche questi passano le loro dita
nell’aria. Ondeggiando e gonfiandosi come un coro di gospel.
“Ci dirigeremo a nord,” risponde. “Sta succedendo qualcosa nell’Oregon.”
“Movimenti di resistenza,” dice Guardiano. “Ovunque. Possiamo essere
utili lassù.”
Adam annuisce. L’etnografia è finita. “Sono state... loro a dirvelo? Le...
voci?”
Lei scoppia in una risata brusca e impulsiva. “No. La vicesceriffo mi ha
prestato la sua radio da jogging. Credo avesse un debole per me. Dovrebbe
venire con noi.”
“Be’, devo finire la ricerca. La mia tesi.”
“Potrà lavorarci lassù. Il posto sarà gremito di gente su cui lei sarà felice
di fare approfondimenti.”
“Idealisti,” specifica Guardiano.
Adam non riesce a interpretare le parole dell’uomo. Da qualche parte
sull’albero o nella sua angusta cella, ha perso la capacità di cogliere il
sarcasmo. “Non posso.”
“Ah. Be’. Se non può, non può.” Forse lei è comprensiva. Forse lo sta
umiliando. “Ci vedremo lassù. Quando passerà di là.”

Adam si riporta la maledizione a Santa Cruz. Per settimane lavora ai suoi


dati. Quasi duecento persone hanno risposto alle 240 domande
dell’Inventario di Personalità NEO Riveduto. Hanno altresì completato il suo
questionario personalizzato per identificare varie convinzioni, incluse le
opinioni sul diritto umano alle risorse naturali, la sfera di competenza delle
persone, e i diritti delle piante. Digitalizzare i risultati è futile. Esegue
l’analisi dei dati diverse volte. La professoressa Van Dijk gli dà una scorsa.
“Bel lavoro. Ti ci è voluto un po’. Successo qualcosa di eccitante durante
la ricerca sul campo?”
È successo qualcosa alla sua libido mentre era via. La professoressa Van
Dijk è arrapante come sempre. Ma Adam ha la sensazione che appartenga a
un’altra specie.
“Cinque giorni in prigione sono da considerare eccitanti?”
Lei pensa stia scherzando. Lui lascia che lo pensi.

Dai dati emergono certe tendenze a un temperamento ambientalista


radicale. Valori di fondo, un senso d’identità. I risultati di soltanto quattro dei
trenta fattori della personalità misurati dall’inventario NEO hanno finito per
prevedere, con notevole accuratezza, se una persona crederà a quanto segue:
Una foresta merita protezione a prescindere dal suo valore per gli esseri
umani. Anche lui vuole sottoporsi all’esame, ma ormai non indicherebbe
nulla.
Di ritorno al suo appartamento dopo dieci ore nel laboratorio informatico,
Adam accende la televisione. Guerre per il petrolio e violenza settaria. È
davvero troppo presto per pensare di andare a letto, sebbene sia proprio
quello che desideri fare. Si trova ancora sospeso a una ventina di piani da
terra, tenuto lassù da un albero inesistente, ascoltando il cigolio di quella casa
alta e i richiami degli uccelli di cui vorrebbe sapere il nome. Prova a leggere
un romanzo, pagine su gente privilegiata che ha qualche difficoltà ad andare
d’accordo in luoghi esotici. Lo getta contro la parete. Si è spezzato qualcosa
dentro di lui. Il suo desiderio di autostima è morto.
Esce di casa dirigendosi verso un posto di ritrovo molto amato dagli
specializzandi, dove consuma cinque birre, novantasei decibel di blast beat, e
un centinaio di minuti seguendo l’onda sinusoidale della palla da basket sullo
schermo a parete in compagnia di venti persone con cui ha stretto
immediatamente amicizia. Espulso di nuovo da quel rifugio ovattato del
divertimento, si riaggrega con gli altri nel parcheggio del bar. Non è così
ubriaco da pensare di essere in grado di guidare, ma non vede alternative per
tornare a casa.
Ondate di finta allegria si riversano fuori dall’edificio mentre una parata di
muscle car ringhia lungo la Cabrillo. Una donna sotto un lampione grida a
nessuno in particolare, “Scopami se non altro per cercare di capirti.”
Dall’altra parte del vicolo, alcune persone aspettano di entrare dalla porta sul
retro di un locale per un evento a tarda notte solo su invito cui Adam,
incuriosito dalla vista della sparuta folla, di colpo vuole partecipare. Un’altra
assurdità umana che conosce perfettamente ma è troppo sbronzo per
ricordarne il nome. Percorre mezzo isolato, sospinto da una fortissima ondata
che si autoalimenta, scaricando rifiuti dietro di sé: bolle, genocidi, crociate,
manie che vanno dalle piramidi alle Pietre Domestiche – i disperati deliri
culturali da cui, per una breve notte, in alto sopra la Terra, una volta si è
svegliato.
All’angolo, si appoggia a un lampione. C’è un dato di fatto che cerca di
sfuggirgli, una realtà che da diverso tempo gli suscita un sentimento di
compassione ma che non è mai riuscito a esprimere. Quasi ogni parte del
bisogno è creata da un comitato di riflesso, illusorio e democratico, il cui
compito è di trasformare le necessità di una stagione nella vendita di
beneficenza dell’anno successivo. Arriva incespicando in un parcheggio
pieno di gente tutta presa dall’eccitazione e dalla notte. L’aria puzza
leggermente di salviettine umide, erba e sesso. Fame ovunque, e l’unico cibo
è il sale.
Qualcosa di duro lo colpisce alla testa, cade a terra e si allontana rotolando
via di qualche metro. Lui si acquatta al buio e si mette a cercare. Il colpevole
giace nell’erba, un bottone misterioso di fattura industriale con una X incisa
sulla sua superficie piatta e rotonda. Sembra concepito per essere aperto con
un grosso cacciavite con la testa Phillips e in stile steampunk: ingegnoso,
vittoriano, finemente cesellato. Però è fatto di legno.
Quel coso è troppo strano per riuscire a descriverlo a parole. Lo scruta per
un minuto buono, rendendosi conto un’altra volta di non sapere nulla. Nulla
all’infuori della sua specie. Alza lo sguardo in direzione dei rami di un esile
eucalipto, da cui è caduto quell’oggetto misterioso. Lo spesso tronco ha
cominciato lo striptease caratteristico della sua specie. Covoni di sottile
corteccia marrone imbrattano la base, lasciando dietro di sé un tronco
talmente bianco da essere osceno.
“Cosa?” domanda all’albero? “Cosa?” L’albero non sente alcun bisogno
di rispondere.
Gli undici chilometri della strada del Corpo forestale sono talmente
spettacolari da incutergli timore. Adam segue lo squarcio, arrampicandosi
sugli alberi sentinella – dal peccio all’abete canadese a quello di Douglas,
tasso, cedro rosso, tre varietà di veri e propri abeti, ognuno dei quali ai suoi
occhi è un pino.
Una borsa di studio di un anno per completare la dissertazione – un dono
del cielo – ed è così che decide di trascorrerlo. Sente il peso dello zaino sui
fianchi. Sopra di lui, il sole nell’azzurro si comporta come se non si
nasconderà mai più. Ma l’aria frizzante e le prime ombre nei tornanti
suggeriscono ciò che è imminente. Ancora qualche settimana e la sua tesi
sarà terminata. Prima però deve fare una cosa: un ultimo approfondimento sul
movimento di resistenza.
Il nordovest ha più chilometri di strada forestale per il trasporto dei
tronchi che di strada statale. Più chilometri di strada forestale che di torrenti.
Il paese ne ha a sufficienza per riuscire a girare intorno alla Terra una dozzina
di volte. Il costo dell’abbattimento è detraibile ai fini fiscali, e i rami stanno
crescendo più rapidamente che mai, come se la primavera fosse appena
esplosa. Finalmente le curve della strada si allargano, e lo stanziamento gli
appare di fronte. Lungo il confine dell’accampamento, persone dai colori
sgargianti, perlopiù giovani, un centinaio o giù di lì, prendono posizione per
l’ultima volta. Adam si avvicina; l’attività diventa più chiara. Scavi di fossati.
Anarchico assemblaggio di un ponte levatoio. Palizzate e staccionate
realizzate con il legno recuperato. Coprendo la larghezza dell’entrata
fiancheggiata da un fosso al di là della strada squartata, uno striscione
annuncia:

LA LIBERA BIOREGIONE DI CASCADIA


Dalle parole spuntano steli e viticci. Gli uccelli si appollaiano sulla
vegetazione delle lettere. Adam identifica lo stile e conosce l’artista. Lui
entra nella fortezza Lincoln Log dal ponte levatoio sul fossato in costruzione.
Appena oltre la gola del monte, un uomo in uniforme mimetica e con una
coda di cavallo che rivela la stempiatura è sdraiato in mezzo alla strada. Il
braccio destro scende lungo il fianco, come un Buddha disteso. Il sinistro
scompare giù per un buco nella Terra.
“Salve, bipede! Sei qui per essere d’aiuto o d’intralcio?”
“Tutto bene?”
“Mi chiamo Abete di Douglas. Sto collaudando un nuovo blocco. C’è un
fusto di petrolio pieno di cemento tre metri più sotto. Se vogliono che sloggi,
dovranno strapparmi il braccio!”
Da un nido in cima a un treppiede di tronchi legati con delle funi sulla
strada, una piccola donna dai capelli scuri e l’etnia ambigua grida, “Tutto
ok?”
“Lei è Gelso. Crede che tu sia un Freddie.”
“Che cos’è un Freddie?”
“Sto solo tenendo d’occhio la situazione,” dice Gelso.
“I Freddie sono i Federali.”
“Non credo sia un Freddie. Sto soltanto...”
“Probabilmente è per via della camicia coi bottoni sulle punte del colletto
e dei pantaloni cachi.”
Adam alza lo sguardo verso il nido della donna sul treppiede. Lei dice,
“Non potranno portare l’attrezzatura su questa strada senza travolgere questo
supporto e uccidermi.”
L’uomo con il braccio nel suolo fa schioccare la lingua. “I Freddie non lo
faranno. Credono che la vita sia sacra. La vita umana, perlomeno. Il momento
culminante della creazione e cose del genere. Patetico. È l’unico punto debole
che hanno.”
“Se non sei un Freddie,” dice Gelso, “allora chi sei?”
A Adam viene in mente qualcosa a cui non pensava da decenni. “Sono
Acero.”
Gelso fa un sorrisetto sbilenco, come se riuscisse a vedere dentro di lui.
“Bene. Non ci sono Aceri qui ancora.”
Adam distoglie lo sguardo, chiedendosi che fine abbia fatto quell’albero.
Il suo alter ego del giardino sul retro. “Uno di voi due conosce un uomo che
si chiama Guardiano e una donna di nome Capelvenere?”
“Merda, eccome,” dice l’uomo incatenato alla Terra.
La donna sul treppiede sogghigna. “Non ci sono leader qui. Però abbiamo
quei due.”

I suoi vecchi amici criminali salutano Adam come se sapessero che


sarebbe tornato. Guardiano lo afferra per le spalle. Capelvenere lo abbraccia,
a lungo. “È bello che tu sia qui. Così potrai esserci utile.”
Sono cambiati in un modo così impercettibile che nessun test della
personalità sarebbe in grado di valutare. Più decisi, più risoluti. La morte di
Mimas li ha compressi, come argillite in una tegola d’ardesia. La loro
trasformazione porta Adam a desiderare di aver scelto un altro argomento di
ricerca. Resilienza, immanenza, nume – tutte qualità che la sua disciplina è
notoriamente incapace di valutare.
Lei afferra il suo polso. “Ci piace organizzare una piccola cerimonia
quando nuove persone si uniscono a noi.”
Guardiano valuta le dimensioni dello zaino di Adam. “Vuoi unirti a noi,
giusto?”
“Cerimonia?”
“Semplice. Ti piacerà.”

Lei ha ragione, più o meno; la cerimonia è semplice. Ha luogo quella sera


stessa, su un ampio prato dietro al muro. La Libera Bioregione di Cascadia si
riunisce in vestiti da sfilata. Gruppi di venti persone in coperte di lana a
scacchi e vestiti lerci. Morbide gonne hippie a motivo floreale abbinate a
giubbini smanicati in pile. Non tutta la comunità è giovane. Un paio di
gagliarde abuelas se ne stanno in disparte in pantaloni della tuta e cardigan.
Un ex pastore metodista officia la cerimonia. È sull’ottantina, con una
cicatrice a forma di collana nel punto in cui si era legato a un camion per il
trasporto dei tronchi.
Si mettono a cantare. Adam reprime il suo odio per il virtuosismo nel
canto. Le anime di indole ruvida e le loro insulsaggini gli provocano un senso
di nausea. Prova vergogna, proprio come quando ricorda l’infanzia. La gente
fa a turno a diffondere le sfide del giorno e a suggerire rimedi. Tutt’intorno a
lui si dispiegano i colori appariscenti della democrazia improvvisata. Forse va
tutto bene. Forse l’estinzione di massa giustifica un leggero stordimento.
Forse l’onestà può aiutare la sua specie ferita tanto quanto qualunque altra
cosa. Chi è lui per sapere la verità?
L’ex pastore dice, “Noi ti diamo il benvenuto, Acero. Ci auguriamo che
rimarrai il più a lungo possibile. Se hai l’animo di farlo, ti prego di ripetere
queste parole dopo di me. ‘Da questo giorno in avanti...’”
“‘Da questo giorno in avanti...’” Non riesce a ripetere molto bene, con
così tanta gente lì a guardarlo.
“‘... Mi impegnerò a rispettare e a difendere...’”
“‘... Mi impegnerò a rispettare e a difendere...’”
“‘... la causa comune delle creature viventi.’”
Non sono le parole più devastanti che abbia mai pronunciato, o le più
compassionevoli. Sente qualcosa riecheggiare nella sua testa, qualcosa che
una volta aveva trascritto. Una cosa è giusta... una cosa è giusta quando
tende... Però non riesce a finire di ascoltare la frase. Uno scroscio di applausi
copre l’eco finale. La gente si mette al lavoro preparando un fuoco di
bivacco. La fiamma è alta, larga, e arancione, e il legno che arde ha il
profumo dell’infanzia.
“Tu sei uno psicologo,” dice Mimi alla nuova recluta. “Come facciamo a
convincere la gente che abbiamo ragione?”
Il più recente abitante di Cascadia abbocca all’amo. “Le migliori
argomentazioni del mondo non faranno cambiare idea alle persone. L’unica
cosa in grado di farlo è una bella storia.”
Capelvenere racconta quella storia che il resto della gente intorno al fuoco
sa a memoria. Prima lei è morta, e non c’era più nulla. Poi è tornata in vita, e
c’era tutto, con le creature di luce che l’hanno avvertita del fatto che i
prodotti più spettacolari di quattro miliardi di anni avevano bisogno d’aiuto.
Un vecchio Klamath con lunghi capelli grigi e occhiali alla Clark Kent
annuisce. Prende la parola per la benedizione. Intona i vecchi canti e insegna
a tutti qualche parola di klamath-modoc. “Tutto quello che sta succedendo
qui si sapeva già. Il nostro popolo aveva già detto da tempo che questo giorno
sarebbe arrivato. Raccontarono di come la foresta stava per morire, quando
gli esseri umani di colpo si ricordarono del resto della loro famiglia.” E per
metà della notte, quei tipi originali siedono attorno alla fiamma, ridendo e
ascoltando e sussurrando e abbaiando alla luna tra i pinnacoli degli abeti
rossi.

Il giorno dopo è assorbito completamente dal lavoro. Fossi da scavare più


larghi e più profondi, un muro da rinforzare. Adam brandisce il martello per
ore. Entro sera è talmente stanco da non riuscire a stare in piedi. Consuma
una grigliata all’aperto con i quattro amici che gli sembrano una famiglia
archetipica junghiana: Capelvenere, la Madre Sacerdotessa; Guardiano, il
Padre Protettore; Gelso, l’Artigiana Bambina; e l’Abete di Douglas, il Clown
Bambino. Capelvenere è il collante, lanciando incantesimi a tutti
nell’accampamento. Adam si stupisce del fatto che si trinceri dietro a un
cauto ottimismo come a un baluardo, persino dopo le disfatte subite. Lei parla
con l’autorità di chi ha già visto il futuro, dall’alto.
Lo accolgono quella notte, la quinta ruota quadrata. Non è sicuro di quale
dovrebbe essere il suo ruolo in quel clan forgiato dalla disperazione. L’Abete
di Douglas lo chiama Professor Acero, ed è proprio quello che diventa.
Quella notte, dorme il profondo sonno oblioso del volontario esausto.
Due notti dopo, Adam accenna ai propri timori, davanti a un barattolo di
fagioli stufati scaldati su un fuoco di pigne. “Distruggere beni demaniali.
Roba tosta.”
“Oh, sei un criminale, amico,” dice Abete di Douglas.
“Crimine violento.”
Douglas lo respinge con un gesto della mano. “Io ho commesso dei veri e
propri crimini violenti. Commissionati dal governo.”
Gelso stringe la mano gesticolante di Douglas. “I criminali politici di ieri
sono sui francobolli di oggi!”
Capelvenere è lontano, in un altro paese. Finalmente dice, “Questa non è
roba da sovversivi. Io li ho visti, i sovversivi.”
Poi anche Adam lo vede di nuovo. Il versante di un monte che vive e
respira, completamente spogliato dei suoi alberi.

Arrivano le provviste, comprate grazie alle donazioni di simpatizzanti.


L’accampamento è una piccola parte di una rete di sforzi diffusi in tutto lo
stato. Corre voce di militari che camminano a braccetto lungo le strade della
capitale. Di una persona che fa lo sciopero della fame, accampato per
quaranta giorni e notti sui gradini della corte distrettuale a Eugene. Dello
Spirito della Foresta, con indosso una trapunta di strisce verdi, che percorre
un centinaio di chilometri sui trampoli sulla statale 58.
Quella notte, coricato nel suo sacco a pelo sulla Terra, Adam desidera
tornare a Santa Cruz a finire la sua tesi. Chiunque può scavare un fosso,
costruire un terrapieno, assicurarsi a un blocco. Ma solamente lui può
completare il suo progetto e descrivere, con dati precisi, perché alla gente
potrebbe importare se una foresta vive o muore. Eppure si trattiene un altro
giorno, diventando qualcosa di diverso – l’oggetto del proprio studio.

Più l’occupazione dura, più è lontano il luogo da cui i giornalisti partono


per venire a vedere. Una squadra di uomini in un furgoncino del Corpo
forestale chiede loro di andarsene. Gli Abitanti di Cascadia Libera la tiene
lontano e la manda via. Due tizi vestiti come i rappresentanti del congresso
fanno un salto per ascoltarli. Promettono di far arrivare le loro lamentele a
Washington. La loro vista elettrizza Gelso. “Quando cominciano ad arrivare i
politici, allora qualcosa succederà.”
Adam – Acero – ne conviene. “I politici vogliono essere dalla parte dei
vincitori. Andare dove tira il vento.”
Capelvenere mormora, “La Terra vincerà sempre.”
Una notte, una luce di fari oscilla accanto alla strada principale. Vengono
fatti esplodere dei colpi. Tre giorni dopo, compaiono le interiora di un cervo
appena fuori dalla barricata.
Un enorme pick-up Ford F-350 Super Duty si ferma sulla strada, a una
novantina di metri dal ponte levatoio. Due uomini in giacche da caccia color
oliva dal colletto alto. Il guidatore, giovane con un pizzetto ben curato,
potrebbe essere un rubacuori del country. “Bene bene, cos’abbiamo qui? Un
gruppo di fanatici ambientalisti! Ehi – d’accordo!”
Una ragazza di nome Trillium urla, “Stiamo soltanto cercando di
proteggere una cosa bella.”
“Perché non proteggete quello che vi appartiene, e ci lasciate proteggere i
nostri lavori e la nostra famiglia e le nostre montagne e il nostro stile di vita?”
“Gli alberi non appartengono a nessuno,” ribatte Abete di Douglas. “Gli
alberi appartengono alla foresta.”
La portiera del passeggero si apre, e il tizio più vecchio smonta dalla
vettura. Gira intorno alla parte anteriore del pick-up. Una volta, in un’altra
vita, Adam aveva partecipato a un seminario sulla psicologia della crisi e del
confronto. Adesso non si ricorda nulla. L’uomo è alto ma curvo, coi capelli
grigi che gli ricadono sul viso. Somiglia a un grosso grizzly che avanza sulle
zampe posteriori. Qualcosa brilla all’altezza del polso dell’uomo. Adam
pensa: Pistola. Coltello. Corri.
Il tizio attempato raggiunge il paraurti anteriore sinistro e alza la sua arma
di metallo. Ma la minaccia è debole, filosofica, incerta, e l’arma è solo una
mano di metallo. “Ho perso il braccio fino al gomito mentre tagliavo quegli
alberi.”
Il rubacuori grida dall’auto, “E io ho le mani bianche, a forza di lavorare.
Avete già sentito parlare di lavoro, giusto? Fare delle cose che altre persone
hanno bisogno che vengano fatte?”
Il vecchio appoggia la mano buona sul cofano e scuote il capo. “Cosa
volete, gente? Non possiamo smettere di usare il legno.”
Capelvenere fa capolino, attraversando il ponte levatoio in direzione degli
uomini. Il grizzly in posizione verticale fa un passo indietro. Dice, “Non
sappiamo quello che la gente può o non può fare. Così poco è stato tentato!”
Il suo aspetto fa scattare nel guidatore con il pizzetto ogni sorta di stato di
allarme rosso. “Non potete considerare il legno più importante delle vite della
gente perbene.” Il tizio si sente completamente ammaliato dal fascino della
ragazza; la desidera. Lo intuisce Adam a una novantina di metri di distanza.
“Non lo facciamo,” risponde Capelvenere. “Non consideriamo gli alberi
più importanti delle persone. Le persone e gli alberi si trovano in questa
situazione insieme.”
“E questo cosa diavolo significa?”
“Se la gente sapesse cos’ha comportato la creazione degli alberi, sarebbe
così grata per il sacrificio. E la gente grata non ha bisogno di tanto.” Per un
po’ continua a rivolgersi agli uomini. Dice, “Dobbiamo smettere di essere dei
visitatori qui. Dobbiamo vivere dove viviamo, diventare di nuovo indigeni.”
L’uomo-orso le stringe la mano. Rifà il giro verso la portiera del
passeggero e monta sulla vettura. Mentre il mastodontico pick-up si
allontana, il guidatore urla alle forze riunite dietro al ponte levatoio, “Andate
ad abbracciare gli alberi da un’altra parte! Vi fotteremo tutti quanti.” Poi se
ne va in tutta fretta in una nuvola di ghiaia.
Sì, pensa Adam. Probabile. E poi il pianeta fotterà coloro che ci hanno
fottuto.

La manifestazione di protesta entra nel suo secondo mese. Non dovrebbe


continuare ad andare avanti, per quel che Adam può giudicare. L’inguaribile
incompetenza del temperamento idealista avrebbe dovuto distruggere il luogo
tempo addietro. Ma la Bioregione Libera continua ad avanzare.
Nell’accampamento si diffonde la voce che il presidente – degli Stati Uniti –
sia venuto a sapere del movimento di contestazione e sia pronto a
interrompere tutte le vendite del legno demaniale da salvare, specie quelle
derivanti da incendi dolosi, finché i criteri non verranno riesaminati.

Un pomeriggio luminoso e gelido, due ore dopo che il sole ha raggiunto il


punto più alto nel cielo. Guardiano sta dipingendo le facce per la narrazione
serale delle storie attorno al fuoco. Giù per il pendio, qualcuno suona un
alpenhorn, mugghiando come la megafauna preistorica al tramonto. Un
maratoneta di nome Martora corre verso il crinale ed entra
nell’accampamento elevato a passo spedito. “Stanno arrivando.”
“Chi?” domanda Guardiano.
“I Freddy.”
È così che il giorno è arrivato. Si dirigono lungo il sentiero verso il
bastione, dove il fossato e il muro sono ormai terminati. Lungo il posto di
confine, sulla strada per il trasporto dei tronchi che Adam aveva percorso
molto tempo addietro, un convoglio procede lentamente, gremito di gente in
uniformi di quattro diversi colori e tagli. Dietro al furgone del Corpo forestale
c’è un escavatore gigantesco, trasformato in un mezzo d’attacco. Dietro di
esso, altre attrezzature, altri furgoni.
Gli Abitanti di Cascadia Libera dai volti dipinti si alzano in piedi a
guardare. Poi il pastore ottantenne con la cicatrice a forma di collana dice,
“Okay, gente. Mobilitiamoci.” Raggiungono i loro posti, bloccando, alzando
il ponte levatoio, equipaggiando il muro, o ripiegando verso postazioni di
difesa. Ben presto il convoglio raggiunge i cancelli. Due uomini del Corpo
forestale smontano dal furgone in testa e si mettono di fronte alla palizzata.
“Avete dieci minuti per andarvene in modo pacifico. Dopo di che, sarete
trasferiti in un posto di detenzione.”
Tutte le persone sui bastioni gridano nello stesso momento. Nessun leader:
si deve sentire ogni voce. Il movimento è andato avanti per mesi secondo
quel principio, e adesso loro moriranno per quello. Adam aspetta un
momento di tregua nello scroscio di parole. Poi, comincia a urlare anche lui.
“Dateci tre giorni, e tutta questa faccenda potrà essere conclusa in modo
pacifico.” I capi del convoglio si rivolgono verso di lui. “Abbiamo avuto una
visita da parte dello staff del congresso. Il presidente sta preparando un
provvedimento legislativo.”
Così com’era riuscito a guadagnare la loro attenzione, altrettanto
velocemente la perde. “Avete dieci minuti,” ripete l’agente, e l’ingenuità
politica di Adam svanisce. La reazione di Washington non è la risposta a
quella resa dei conti. È la causa.
Dopo nove minuti e quaranta secondi, l’escavatore sauriano dal collo
lungo fa oscillare il suo pistone idraulico sul fossato che va a sbattere contro
la parte superiore del muro. Si sentono delle urla provenire dai bastioni
sconquassati. I guerrieri dal volto dipinto ruzzolano giù e si mettono a
correre. Adam si inerpica a fatica e viene sbattuto a terra. L’artiglio colpisce
di nuovo il muro. Si solleva di scatto come un polso e urta il ponte levatoio.
Un altro colpo e il ponte viene tranciato. Due forti incornate contro i montanti
di rinforzo fanno cadere a terra l’intera barriera. Mesi di lavoro – la barricata
più formidabili che la Bioregione Libera potesse costruire – si sbriciolano
come il fortino di un bambino fatto con gli stecchi dei ghiaccioli.
Il bestione avanza verso il fossato e dà una zampata alle macerie sul lato
opposto. L’escavatore impiega solamente un minuto per abbrancare i tronchi
sul muro in frantumi e farli scivolare nel fosso. I battistrada del macchinario
rotolano sul fossato riempito e lungo il muro crollato. Gli abitanti di
Cascadia, con i visi rigati di pittura, si riversano come termiti da un cumulo
di terra aperto. Alcuni si dirigono verso la strada. Molti si rivolgono agli
invasori con argomentazioni e appelli. Capelvenere comincia a intonare:
“Pensate a quello che state facendo! Esiste un modo migliore!” I poliziotti del
convoglio sono ovunque, intenti ad ammanettare e a spingere la gente a terra.
Il canto si trasforma in grida di “Non violenza! Non violenza!”
Non passa molto prima che Adam si faccia prendere, atterrato da uno
sbirro enorme con un’acne rosacea talmente forte da somigliare a uno degli
ecopacifisti. A una quarantina di metri sulla scarpata, Guardiano viene colpito
alle ginocchia da dietro e scivola lungo il pietrisco sulla faccia dipinta di blu.
Rimangono soltanto i ribelli bloccati. L’escavatore attenua la sua furia sulla
strada. Raggiunge il primo treppiede e lo colpisce leggermente alla base con
la sua benna. Il treppiede vacilla. I poliziotti interrompono il loro
rastrellamento per guardare. Su nella sua coffa, Gelso avvolge le braccia
intorno alle cime dei piloni traballanti. Ogni colpo della benna contro la base
del cono la sbatacchia come un manichino da crash test.
Adam urla, “Gesù. Arrenditi!”
Altre persone si uniscono all’urlo – gente da entrambe le parti della
battaglia. Persino Doug, dal suo giaciglio sulla strada. “Meem. È finita. Vieni
giù.”
L’artiglio batte contro la base del tepee. I tre tronchi che formano la
struttura scricchiolano e si piegano. Un’orribile crepa, e uno dei pali si
spacca. La crepa si propaga in un centinaio di anelli dentro il cilindro di
lignina e si diffonde verso l’esterno. L’abete si squarcia, lacerando la cima
dell’asta e trasformandola in un bastone appuntito.
Mimi lancia un urlo, e la sua coffa cade per terra. Il palo lacerato infilza il
suo zigomo. Rimbalza contro la punta e ruzzola, scendendo lungo il legno e
finendo contro un masso in fondo. Douglas si libera e corre verso di lei. La
persona alla guida dell’escavatore allontana di scatto l’artiglio, inorridito,
come un palmo della mano che dichiara solennemente la sua innocenza. Ma
con il dorso sterza e finisce addosso al clown bambino, che a causa
dell’impatto con l’artiglio che si ritrae si accartoccia come una marionetta
ritagliata e mossa con i fili.
La guerra per la Terra si interrompe. Entrambe le parti si precipitano dai
feriti. Mimi urla e si stringe convulsamente il viso. Douglas giace privo di
sensi. La polizia accorre verso la comitiva e conta i feriti. I cittadini sbalorditi
della Bioregione Libera fanno capannello, inorriditi. Mimi si sposta sul
fianco, accoccolata in posizione fetale, e apre gli occhi. Alberi nelle tonalità
che vanno dalla giada all’acquamarina trafiggono il cielo. Guarda il colore,
pensa, prima di svenire.

Adam trova Capelvenere e Guardiano nella folla che si muove in tondo,


intenti a fare il conto delle perdite. Capelvenere indica in cima alla collina le
quattro donne ribelli ancora coricate in mezzo alla strada, bloccate a terra.
“Non abbiamo ancora perso.”
Adam dice, “E invece sì.”
“Non oseranno abbattere questi alberi, adesso. Dopo che la stampa avrà il
sentore di tutto questo.”
“Lo faranno.” Questi e tutti i restanti alberi antichi, finché tutte le foreste
non ospiteranno distese di terreno coltivabile o aziende agricole.
Capelvenere scuote le sue luride trecce. “Queste donne possono rimanere
bloccate a terra finché Washington non reagirà.”
Adam incrocia lo sguardo di Guardiano. La verità è troppo brutale persino
perché lui possa dirla.

Un elicottero trasporta i feriti al centro di secondo livello di Bend


specializzato nei traumi. Douglas viene immediatamente sottoposto a un
intervento di chirurgia plastica per una frattura mascellare di LeFort III. A
Mimi rimettono la caviglia al proprio posto e applicano una benda sull’orbita
tumefatta. I dottori del pronto soccorso non possono fare granché per il
profondo solco lungo la sua guancia, limitandosi a ricucirlo fino al giorno in
cui forse i chirurghi plastici riusciranno a risistemarlo.
I Freddy non sporgono alcuna denuncia contro gli occupanti abusivi.
Soltanto le ultime quattro donne, che tengono duro per altre trentasei ore,
vengono portate in prigione. E così i restanti abitanti della Libera Bioregione
di Cascadia si allontanano dal pendio, e l’estrazione della ricchezza riprende
il suo corso.
Eppure, e tuttavia: ventotto giorni dopo, un deposito stipato di mezzi nella
Willamette National Forest prende fuoco.

Non è reale. Non è altro che teatro, simulazione, finché loro non vedono le
conseguenze.
I giornali pubblicano una fotografia: un pompiere e due guardie forestali
esaminano un escavatore carbonizzato. Cinque persone si passano la foto
attorno al tavolo da pranzo di Mimi Ma. Un pensiero li unisce, segretamente,
come ormai fanno molto spesso i pensieri. Porca puttana. Siamo noi.
Per diverso tempo, non c’è bisogno di parlare. Lo stato d’animo che li
accomuna aleggia come una famiglia di volatili. Ma si assesta in una sfida
passiva. “Abbiamo reso loro pan per focaccia,” dice Mimi. I ventidue punti
sul viso le procurano una fitta a ogni parola. “Siamo pari.”
Adam non riesce a guardarla, e nemmeno Douglas, il suo volto un’altra
maschera tutta bendata. Anche Adam voleva quella vendetta contro
quell’equipaggiamento che ha mezzo accecato uno di loro e deturpato un
altro. La rivincita contro il sadismo degli uomini. Ora non sa quello che vuole
o come ottenerlo.
“In realtà,” dice Nick, “loro sono ancora in vantaggio.”
È un semplice atto dettato dalla disperazione. Ma il bisogno di giustizia è
come la responsabilità o l’amore. Alimentarlo lo rende solo più grande. Due
settimane dopo la rimessa per i macchinari, prendono di mira una segheria
vicino a Solace, California, che continua a essere attiva per mesi nonostante il
permesso revocato pagando la multa con i profitti di una settimana di lavoro.
La donna che sente le voci spiega come bisogna organizzare l’attacco.
L’osservatore addestrato si occupa dell’appostamento. L’ingegnere trasforma
due dozzine di contenitori di latte di plastica in ordigni esplosivi. Il veterano
si occupa della detonazione. Lo psicologo fa in modo che tutti tengano duro. I
micidiali macchinari bruciano meglio di quanto chiunque di loro si
aspettasse. Questa volta lasciano un messaggio scarabocchiato sul lato del
vicino magazzino, risparmiato perché pieno di tronchi innocenti. Le lettere
sono ricercate, quasi barocche:

NO ALL’ECONOMIA SUICIDA
SÌ ALLA CRESCITA VERA
Si siedono tutti ingobbiti attorno al tavolo di Gelso come se stessero per
distribuire una mano di carte. Ormai la filosofia e le altre belle distrazioni non
sono più in grado di aiutarli. Un confine è stato oltrepassato, il lavoro è fatto;
le parole non hanno alcuna importanza. E tuttavia non riescono a smettere di
parlare, sebbene le frasi non siano mai lunghe. Stanno ancora discutendo,
quando la conclusione del loro ragionamento è scomparsa da un pezzo dallo
specchietto retrovisore del loro furgone per le consegne.
Adam guarda i suoi compagni piromani, mentre fa mente locale senza
volerlo. Gelso taglia l’aria al rallentatore. Fa atterrare l’estremità della lama
su un punto preciso del suo palmo aperto. “Mi sento come se fossi stata a un
continuo funerale per due anni.”
“Fin da quando si sono staccati i paraocchi,” concorda il clown bambino.
“Tutte le proteste. Tutte le lettere. Le botte prese. Le urla a pieni polmoni,
senza venire ascoltati.”
“Abbiamo ottenuto più risultati in due giorni che in due anni di sforzi.”
Riuscire a raggiungere dei risultati è qualcosa che Adam non riesce più a
giudicare. Quello che stanno facendo – quello che lui ha fatto – è soltanto
fermare il dolore abbastanza a lungo da riuscire a sopportarlo.
Mimi dice, “Non è più un funerale.”
“Non è una scelta difficile,” dice Nick. La sua voce diventa tranquilla,
colta alla sprovvista dall’agguato del buonsenso. “Distruggiamo una piccola
parte di attrezzature, oppure quelle attrezzature distruggono una grossa parte
di vita.”
Lo psicologo ascolta. Ci sono altri inganni molto più profondi nell’intimo
degli esseri umani. Lui ha legato la propria sorte al bisogno di salvare ciò che
può essere salvato. Bisogna guadagnare un po’ di tempo dall’imminente
apocalisse. Non c’è niente di più importante. La sua tesi ha la sua risposta.
A Olivia basta abbassare il mento perché gli altri si zittiscano. Il suo
potere di stregarli è migliorato a ogni crimine. Ha posato la mano su un ceppo
reciso grande quanto una cappella. Ha guardato morire una foresta più
vecchia della sua specie. Ha accettato consigli da creature più grandi di un
uomo. “Se abbiamo torto, ne pagheremo il prezzo. Non possono prendere più
delle nostre stesse vite. E se invece avessimo ragione?” Abbassa lo sguardo
in un raggio di pensieri. “E tutto quello che è in vita mi dice che abbiamo...”
Nessuno ha bisogno che lei completi il pensiero. Cosa non farebbe una
persona, per aiutare i prodotti più spettacolari di quattro miliardi di anni di
creazione? Nel tempo che impiega Adam a concepire quel pensiero, si rende
conto di qualcos’altro: loro cinque affronteranno una nuova sfida. Un’altra.
Dev’essere l’ultima. E poi prenderanno strade diverse, dopo aver fatto quel
poco che era in loro potere per impedire che la specie si uccidesse.
È lo stesso Adam a scoprire la notizia: “Corpo forestale cerca progetti
multiuso.” Migliaia di acri di terreno demaniale nello stato di Washington,
Idaho, Utah e Colorado ceduti a speculatori e imprenditori privati. Il gruppo
ascolta il servizio in silenzio. Non c’è nemmeno bisogno di mettere la
questione ai voti.
Non ci sono né lettere né e-mail, e quasi nessuna telefonata. Comunicano
direttamente o non comunicano affatto. Vivono pagando in contanti. Niente
viene segnato su un foglio. Gli esperimenti ingegneristici di Gelso diventano
più sofisticati. Comincia la sua opera di gran lunga migliore, corredata di
opuscoli segreti scritti a mano: Le quattro regole dell’incendio doloso.
Appiccare il fuoco con timer elettrici. Il nuovo progetto è più affidabile.
Gelso e Abete di Douglas percorrono fino a ottanta chilometri in auto per
andare a prendere le attrezzature necessarie.
Guardiano e Capelvenere tengono d’occhio uno dei siti appena ceduti –
Stormcastle, in Idaho, sui Monti Bitterroot, vicino al confine con il Montana.
Grosse fette di foresta in ottima salute svendute per far largo all’ennesimo
resort aperto tutte le stagioni. Si mettono in viaggio e visitano l’area del
cantiere di notte, quando il posto è deserto. L’artista disegna tutto – il manto
stradale appena tagliato, le rimesse per l’attrezzatura e le roulotte del cantiere
edile, l’impronta delle nuove fondamenta del resort. All’origine dei suoi
schizzi perfetti c’è sia zelo che umiltà. Quando disegna, quella che aveva
abbandonato gli studi di scienza attuariale vaga per il terreno sgombrato,
percorrendo distanze tra i paletti del cantiere. Inclina la testa mentre ascolta.
Tutti e cinque lavorano nel garage di Gelso, sotto una cappa di esalazioni,
in tenute intere da pittore e guanti. Raccolgono valanghe di secchi di
combustibile da diciannove litri e timer in Tupperware di plastica. Segnano
sulle mappe di Guardiano i punti in cui ogni dispositivo deve essere collocato
per dar vita alla bruciatura più sostenibile. Manderanno quell’ultimo
messaggio e sarà tutto finito. Poi si separeranno, scompariranno nuovamente
nelle loro routine invisibili, dopo aver attirato l’attenzione del paese. Fatto
appello alle coscienze di milioni di persone. Piantato un seme, quello che ha
bisogno del fuoco per aprirsi.

Ci sta tutto nel retro del loro furgone. Quando la porta del garage di Gelso
si alza e loro escono pian piano, è come se fossero diretti verso le montagne
per campeggiare e fare un’escursione. Portano con sé la ricetrasmittente della
polizia. Guanti e passamontagna per tutti. Ognuno di loro è vestito di nero.
Partono dall’Oregon occidentale la mattina presto. Qualsiasi incidente
durante il tragitto lungo l’interstatale basterà a trasformare il furgone in
un’enorme palla di fuoco.
A bordo del camioncino, chiacchierano e guardano il paesaggio.
Attraversano lunghi tratti della foresta fittizia, un panorama che si estende
solo per qualche metro. Doug tira fuori un libro di quiz e interroga gli altri
sulle guerre d’indipendenza e civile. È Adam a vincere. Fanno birdwatching
– rapaci lungo la corsia della statale, teatro della carneficina di piccoli
mammiferi. Dopo due ore, Mimi scorge un’aquila di mare testabianca con
un’apertura alare di oltre due metri. Zittisce tutti quanti.
Ascoltano un audiolibro: miti e leggende dei primi abitanti del Nordovest
pacifico. Il più vecchio tra gli anziani, Kemush, salta fuori dalle ceneri delle
luci del nord e crea ogni cosa. Coyote e Whishpoosh lacerano il paesaggio
durante la loro battaglia epica. Gli animali si riuniscono per rubare il fuoco
dal Pino. E tutti gli spiriti dell’oscurità mutano forma, numerosi e cangianti
come foglie.
Scende la notte sui Monti Bitterroot. Gli ultimi chilometri sono i più duri
– lenti, tortuosi e distanti. Finalmente accostano il furgone nei pressi della
zona di raccolta dei mezzi, a tre chilometri dalla statale. L’area sembra
esattamente come Guardiano l’ha disegnata. Mimi rimane nel furgone, una
sciarpa avvolta intorno al viso deturpato, intenta a scorrere le stazioni radio
con lo scanner della polizia. Gli altri si mettono al lavoro in silenzio. Ogni
compito è stato approfondito dozzine di volte. Si muovono come un’unica
creatura, posizionando a fatica i recipienti di combustibile da cinque galloni
ciascuno e collegandoli con salviette e lenzuola arrotolate a mo’ di stoppini e
imbevute di propellente. Dopo di che attaccano i timer nei Tupperware.

Guardiano comincia a occuparsi del lavoro che gli è stato assegnato.


Quella notte è l’ultima possibilità che ha di inserire nel piano un mezzo
espressivo che sarà visto da milioni di persone. Si allontana dalla struttura
principale del futuro resort, montata per metà, dove gli altri sistemano i loro
dispositivi. Dall’altra parte del prato spianato raggiunge un paio di roulotte,
troppo lontane dal centro dell’azione perché le esplosioni possano
coinvolgerle. Le loro pareti sono le migliori tele disponibili. Estrae due
bombolette di vernice spray dalle tasche della giacca e si avvicina alla parete
più pulita delle roulotte. In lettere che mostrano tutta l’accuratezza di cui la
sua mano è capace, scrive:

IL CONTROLLO UCCIDE
LA CONNESSIONE GUARISCE
Fa un passo indietro per valutare il germoglio della sua unica certezza.
Con un grosso evidenziatore, impreziosisce le lettere maiuscole con steli e
ramoscelli, finché non sembrano rispuntare di nuovo dall’apocalisse.
Somigliano a geroglifici egiziani, o alle figure danzanti del bestiario dell’op
art. Sotto quelle due righe aggiunge la speranza finale:

TORNARE A CASA O MORIRE


Nell’area di detonazione, armeggiando con i secchi per sistemarli nei loro
posti, Adam e Doug calcolano male i loro movimenti. Un po’ di combustibile
finisce sull’orlo della giacca di Adam e si spande sui jeans neri. Puzzando di
prodotti petrolchimici, stringe i pugni finché i guanti zuppi non sgocciolano.
La sua stretta è molto fiacca per via del continuo sollevamento. Alza lo
sguardo verso il tetto a punta dell’ufficio del cantiere e pensa, Che diavolo
sto facendo qui? La lucidità delle recenti settimane, il brusco risveglio dal
sonnambulismo, la certezza che il mondo è stato rubato e l’atmosfera
devastata per il più fugace dei profitti a breve termine, la sensazione che
debba fare tutto il possibile per lottare per le creature più incredibili del
mondo: tutte queste convinzioni finiscono per abbandonare Adam, che
rimane con l’assurdità di negare il fondamento dell’esistenza umana.
Possesso e controllo: non conta nient’altro. La Terra verrà monetizzata finché
tutti gli alberi non cresceranno lungo file dritte, tre persone non possederanno
tutti e sette i continenti, e ogni grosso organismo non sarà nutrito per essere
macellato.

Sul fianco dell’altra roulotte, Guardiano dipinge parole in un alfabeto


disordinato e vivido. I versi spuntano e fluiscono sul bianco vuoto:

In verità avete cinque alberi in Paradiso


che non cambiano,
né d’estate né d’inverno,
e le loro foglie non cadono.
Colui che li conosce
non assapora le morti.

Fa un passo indietro, sentendosi un nodo alla gola, un po’ sorpreso da ciò


che è appena uscito dalla sua penna, questa preghiera che ha urgentemente
bisogno di far pervenire, ma che nessuno sarà in grado di capire. Poi: whump,
e lui viene colpito alla schiena da un’onda d’urto. Il calore soffia nell’aria
verso l’esterno, molto prima che ci si possa aspettare qualcosa di simile a
un’esplosione. Guardiano si gira e scorge una palla arancione balzare in alto,
in un’aurora rapida e simulata. Le sue gambe scattano in avanti, e lui si sta
già affrettando verso le fiamme.
Un’altra figura s’intromette ai margini del suo campo visivo. Douglas, la
sua corsa a piè zoppo, una gamba rigida, un ritmo puntato. Raggiungono
l’incendio nello stesso momento. Poi, Douglas, in una voce a metà tra il
sussurro e l’urlo, esclama, “Cazzo, no. Cazzo, no!” Si mette in ginocchio,
piagnucolando per quello che è successo. Due corpi giacciono a terra. Uno di
essi comincia a muoversi mentre Nick si avvicina, e non è quello che Nick
vuole che si muova.
Adam solleva le spalle da terra. La sua testa ruota in ogni direzione come
un periscopio. Dal viso gli cola un filo di sangue. “Oh,” dice. “Oh!”
Adam lo tiene fermo. Nick si getta su Olivia per sollevarla. La donna
giace sulla schiena, il viso rivolto alle stelle. Ha gli occhi aperti. L’aria
tutt’intorno a loro si tinge di arancione. “Livvy?” La sua voce è orribile. Quel
suono roco e farfugliato, alle orecchie di Olivia più insopportabile
dell’esplosione. “Mi senti?”
Sulle sue labbra si forma una bolla. Poi la parola, “Nnn.”
Qualcosa stilla dal suo fianco, scendendo intorno alla vita. Il davanti della
camicetta nera luccica al buio. Nick la solleva e lancia un urlo, affrettandosi
ad abbassarla subito dopo. Emette un gemito sommesso. Poi torna a essere un
mostro di competenza. La donna ferita lo guarda con occhi terrorizzati. Lui si
cuce la bocca e cancella ogni espressione sul suo volto. Compie tutti i gesti
che possono esserle d’aiuto. La luce comincia a tremolare. Due sagome
incombono su di loro, avvolgenti come una cappa. Douglas e Adam. “Lei
è...”
C’è qualcosa in quelle parole che urta Olivia. Prova ad alzare la testa.
Nick la abbassa con delicatezza. “Sì,” dice lei. Poi richiude gli occhi.
Diventa tutto quanto bollente. Douglas si mette a trottolare in piccoli
cerchi, le mani premute contro la testa. Emette rumori secchi e rapidi.
“Merda, merda, merda, merda...”
“Dobbiamo spostarla,” dice Adam.
Nick blocca la sua proposta. “Non possiamo!”
“Dobbiamo. Le fiamme.”
Il loro goffo battibecco finisce ancor prima di cominciare. Adam prende la
donna sotto le braccia e la trascina lungo il terreno sassoso. Alcuni suoni
risalgono dalla gola di Olivia. Nick si china di nuovo accanto a lei,
impotente. Rivedrà quell’immagine per i successivi vent’anni. Si alza, si
allontana con passo malfermo, e vomita per terra.
E poi arriva Mimi, lì accanto a loro al buio. Nick si sente pervadere da una
sensazione di sollievo. Un’altra donna. Una donna saprà come salvarli. Al
primo sguardo, l’ingegnere capisce tutto. Ficca le chiavi del furgone nelle
mani di Adam. “Ritorna all’ultima città che abbiamo attraversato. Una
quindicina di chilometri. Trova la polizia.”
“No,” dice la donna a terra, sbalordendo tutti. “No. Continuate...”
Adam indica le fiamme. “Non m’importa,” dice Mimi. “Va’. Lei ha
bisogno di aiuto.” Adam non si muove, opponendosi col suo corpo. L’aiuto
non l’aiuterà. E finirà per ucciderli tutti.
“Finite,” mormora la donna che giace prona. La parola è pronunciata a
voce talmente bassa che nemmeno Nick riesce a capirla.
Adam fissa le chiavi che ha in mano. Si piega in avanti finché non sta
camminando a passo svelto verso il furgone.
“Douglas,” esclama Mimi con durezza. “Basta.” Il veterano smette di
gemere e sta fermo. Poi Mimi si china a terra a prestare aiuto a Olivia, a
sbottonarle il colletto, a calmare il panico incontrollabile. “Stanno arrivando i
soccorsi. Sta’ tranquilla.”
Le parole non fanno che agitare la donna trafitta. “No. Finite. Continuate
–”
Mimi la zittisce, carezzandole il viso di lato. Nick si ritrae in silenzio.
Osserva a una certa distanza. Sta succedendo tutto, irreparabilmente, per
sempre, per davvero. Ma su un altro pianeta, ad altre persone.
Dei fluidi colano dalla vita di Olivia. Le labbra si muovono. Mimi si piega
verso di lei, con l’orecchio accostato alla bocca della donna. “Un po’
d’acqua?”
Mimi si gira e alza lo sguardo verso Nick. “Acqua!” Lui si blocca, con
un’aria smarrita.
“Ci penso io a trovarne un po’,” urla Douglas. Scorge una lieve
ondulazione del terreno, oltre le fiamme. “È un burrone. Dev’esserci un
ruscello laggiù.”
L’uomo cerca qualcosa in cui mettere l’acqua. Ogni contenitore in loro
possesso è contaminato dagli acceleratori. Nick ha un sacchetto di plastica in
tasca. Rimuove qualche seme di girasole e lo allunga a Douglas, che si avvia
verso i boschi alle spalle del cantiere edile.
Non è difficile trovare il ruscello. Ma viene colto da una saggia riluttanza
mentre immerge il sacchetto nell’acqua. Non si può bere l’acqua fuori. Non
c’è lago, stagno, ruscello o rivolo nel paese che sia potabile. Stringe i denti e
riempie il sacchetto. La donna ha bisogno solamente di tenere un po’ d’acqua
fredda in bocca, per quanto inquinata sia. Douglas tiene il sacchetto sopra il
palmo e torna indietro sul pendio di corsa. Versa un po’ d’acqua nella sua
bocca.
“Grazie.” Gli occhi della donna sono in preda a un’irrefrenabile
gratitudine. “È buona.” Ne beve ancora un po’. Poi i suoi occhi si chiudono.
Douglas regge il sacchetto, con aria smarrita. Mimi immerge le dita nel
liquido e pulisce il viso rigato di Olivia. Stringe delicatamente la sua testa tra
le mani, le carezza i capelli castani. Gli occhi verdi si riaprono. Adesso sono
vigili, lucidi, fissi sugli occhi della loro infermiera. Il viso di Olivia si
contorce per il terrore, come una cavalla caduta in un’imboscata. Con la
stessa chiarezza con cui pronuncia le parole ad alta voce, insinua quel
pensiero nella testa di Mimi: C’è qualcosa che non va. Mi è stato mostrato
quello che succede, e non è questo.
Mimi sostiene il suo sguardo, assorbendo tutto il dolore che può. Il
conforto è impossibile. Le due donne si guardano negli occhi, e nessuna delle
due riesce a distogliere lo sguardo. I pensieri della donna trafitta si riversano
dentro Mimi attraverso un canale in espansione, pensieri troppo grandi e lenti
per riuscire a capirli.
Nick rimane immobile, gli occhi chiusi. Douglas getta il sacchetto a terra
e si allontana barcollando. Il cielo divampa, luccicante di rifiuto. Due nuove
esplosioni squarciano l’aria. Olivia lancia un grido, cercando ancora gli occhi
di Mimi. Il suo sguardo fisso si fa aggressivo, assillante, come se distoglierlo,
anche solo per un istante, fosse peggio della peggior morte.
Un terzo uomo fa capolino sul confine dell’inferno. La vista di Adam,
arrivato molto prima di quanto avrebbe dovuto impiegarci, riscuote Nick dal
torpore. “Hai trovato aiuto?”
Adam abbassa lo sguardo verso la pietà.* Una parte di lui sembra sorpreso
di scoprire che il dramma stia ancora continuando.
“Stanno arrivando i soccorsi?” urla Nick. Adam non apre bocca.
Con tutta la sua volontà, cerca di respingere la rabbia. “Vigliacco...
Dammi le chiavi. Dammi le chiavi.”
L’artista si avventa addosso allo psicologo, cominciando una lotta corpo a
corpo. Soltanto il suono del suo nome nella bocca di Olivia lo trattiene
dall’usare violenza. È a terra accanto a lei in un attimo. La donna ora ha il
respiro affannoso. Il viso si contrae per il dolore. Qualunque shock sia
riuscito ad anestetizzarla fino a quel momento, ora è un effetto che sta
svanendo, lasciandola con il viso stravolto e senza fiato.
“Nick?” L’affanno si ferma. Gli occhi di Olivia si spalancano. Lui deve
sforzarsi di non guardare dietro di lui per l’orrore che lei pare vedere.
“Sono qui. Sono qui.”
“Nick?” Un grido adesso. Prova a sedersi, e della materia molle esce da
sotto la camicia. “Nick!”
“Sì. Sono qui. Proprio qui. Sono con te.”
L’affanno riprende. Una volontà di resistenza pare trapelare dalla sua
bocca. Hnn. Hnn. Hnn. La sua presa gli schiaccia le dita. La donna geme, e il
rumore si disperde finché non c’è suono più forte delle fiamme che li
circonda su tre lati. I suoi occhi si serrano. Poi si aprono, fuori di sé. Lei fissa,
incerta su cosa stia guardando.
“Quanto può durare?”
“Non molto,” assicura lui.
Lei gli si avvinghia tirandoselo a sé con le unghie, un animale che sta
precipitando da un’altezza considerevole. Poi si calma di nuovo. “Ma non
questo? Questo non finirà mai – ciò che abbiamo. Giusto?”
Nick aspetta troppo, ed è il tempo a rispondere al suo posto. Per qualche
secondo Olivia fa ogni sforzo per sentire la sua risposta, prima di rilassarsi in
qualunque cosa succeda dopo.

* Jorge Luis Borges, Finzioni, Milano, Adelphi, 2014. (N.d.T.)


* Italiano nel testo. (N.d.T.)
Chioma
All’alba, un uomo nel nord boreale è coricato di schiena sul freddo terreno.
La sua testa sporge dalla tenda singola, rivolta verso l’alto. Cinque sottili
cilindri di abeti del Canada rilevano la brezza sopra di lui. La gravità non è
nulla. Le punte sempreverdi disegnano e scarabocchiano sul cielo mattutino.
Lui non ha mai veramente pensato ai tanti chilometri che un albero percorre,
in piccolissimi scatti inclinati, ogni ora di ogni giorno. Sempre in movimento,
queste creature immobili.
L’uomo con la testa che sbuca dalla tenda si chiede: A cosa somigliano
queste cime d’albero? Assomigliano a quel giocattolo per disegnare dotato di
ingranaggio in grado di creare motivi a sorpresa dalle più semplici
successioni inanellate una nell’altra. Sono come la punta della tavola Ouija,
che scrive sotto dettatura dall’aldilà. In realtà, non sono altro che se stesse.
Sono le chiome di cinque abeti del Canada carichi di pigne, che si piegano al
vento come fanno ogni giorno della loro esistenza. La somiglianza è
solamente un problema degli uomini.
Ma gli abeti diffondono messaggi attraverso mezzi di comunicazione di
loro invenzione. Parlano tramite i loro aghi, tronchi e radici. Nei loro corpi
iscrivono la storia di ogni crisi che hanno superato. L’uomo nella tenda
giace per terra inondato di segnali centinaia di milioni di anni più vecchi dei
suoi rozzi sensi. E tuttavia riesce a interpretarli.
I cinque abeti del Canada firmano l’aria azzurra. Scrivono: Luce e acqua
e un po’ di pietrisco esigono lunghe risposte.
Nei paraggi, pini delle dune e pini di Banks sollevano un’obiezione: