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Itinerari di storia antica/4


Collana diretta da Francesca Cenerini e Gabriella Poma
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Comitato Scientifico
François Chausson, Università di Parigi 1 - Sorbonne (Francia)
Enrique Melchor Gil, Córdoba (Spagna)
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MARIA FEDERICA PETRACCIA

IN REBUS AGERE
Il mestiere di spia nell’antica Roma

PÀTRON EDITORE
BOLOGNA 2012
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Copyright © 2012 Pàtron Editore - Quarto Inferiore Bologna

I diritti di traduzione e di adattamento, totale o parziale, con qualsiasi mezzo sono


riservati per tutti i Paesi. È inoltre vietata la riproduzione, anche parziale, com-
presa la fotocopia, anche ad uso interno o didattico, non autorizzata.

Prima edizione, marzo 2012

Ristampa
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PÀTRON EDITORE - Via Badini, 12


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Il catalogo generale è visibile nel nostro sito web. Sono possibili ricerche per: au-
tore, titolo, materia e collana. Per ogni volume è presente il sommario e per le no-
vità la copertina dell’opera e una sua breve descrizione.

Impaginazione e impianti: Omega Graphics Snc - Bologna


Stampa: LI.PE., Litografia Persicetana, San Giovanni in Persiceto Bologna,
per conto della Pàtron Editore
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Indice

Introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 7
Arcana Dominationis (i segreti del Potere) . . . . . . . . . . . . » 11
‘Gli occhi e le orecchie’ dei Romani: nascita dell’attività
spionistica nell’Urbe . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 47
I servizi di informazione militare: frumentarii, stationarii,
speculatores, beneficiarii, agentes in rebus . . . . . . . . . . . . . » 65
I servizi di informazione civile: diplomatici, mercanti,
delatores …. e donne . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 89
Quis custodiet ipsos custodis (chi controllerà i controllori)? . » 109
Un’immagine moderna di una realtà antica:
‘Il mio nome è Falco, Didio Falco’ . . . . . . . . . . . . . . . . . » 115
Conclusioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 121
Fonti letterarie tradotte . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 129
Narrativa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 131
Bibliografia essenziale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 133
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Introduzione

Se la mia tunica potesse parlare le darei fuoco (Frontino, Stratagemmi mi-


litari, I, 12).

Esistettero spie nel mondo antico, in particolare, in epoca romana?


E se sì, come si chiamavano? L’attività da loro svolta era in qualche
modo assimilabile al moderno spionaggio?
Nell’intento di capire o interpretare il passato, lo storico dovrebbe
innanzitutto occuparsi della parola, come raccomandava Lucien Feb-
vre nel 1966: “vale sempre la pena di fare la storia delle parole: breve
o lungo, monotono o vario, il viaggio è sempre istruttivo, perché la
storia delle parole strettamente si lega a quella dei popoli”.
La parola “intelligence” è ormai entrata nell’uso comune della lin-
gua italiana forse perché non esiste, nel nostro vocabolario, un unico
termine che possa soddisfare la complessità del concetto. I sinonimi
utilizzati ‘in vece’ del termine anglosassone, valga per tutti il francese
“espionnage” da cui trae origine l’italiano spionaggio, assumono
un’accezione negativa nel comune sentire.
Nella cultura popolare, infatti chi svolge azione di “intelligence”
viene visto come una persona da evitare; se i proverbi assumono il
ruolo di fissare la saggezza popolare, quelli dedicati alle spie hanno un
significato inequivocabile: “chi fa la spia non è figlio di Maria”, “la
fame ha spie dappertutto”, “chi non sta in compagnia o è un ladro o
una spia”; in questo ultimo caso la spia è associata al ruolo antisociale
del ladro, come si legge chiaramente in un sonetto composto nel 1832
da Giuseppe Gioacchino Belli:
che arte fate mo, vvoi sor Ghitano? Fate er curier de corte, o la staffetta?
Fate er zoffione, er pifero, er trommetta, l’amico, la mimosa o er paesano?
(La spia)

Tutto ciò trova sintonia in uno scritto di Filippo Ugolini, che nel
1848, nel suo “Vocabolario di parole e modi errati”, definisce lo spio-
naggio “un vocabolo di nuova stampa, creato dai moderni costumi,
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8 Introduzione

e ignoto ai buoni antichi, che chiamavano spie quelli soltanto che si


mandavano ad osservare gli andamenti de’ nemici in tempo di
guerra”.
Il 22 agosto del 1798, Melchiorre Gioia su “Il censore”, giornale fi-
losofico-critico da lui fondato, affermava che “coloro che non pos-
sono dimenticare la tirannia, sotto cui vissero, riducono l’esercizio del
potere ad un infame spionaggio”.
Veniamo allora al termine spia, che è di origine germanica e nella
nostra lingua indica generalmente tre diversi tipi di individui:
chi esercita lo spionaggio per uno stato straniero con il compito di
carpire informazioni segrete, specialmente in ambito politico o militare;
chi tenta di carpire notizie sui segreti tecnici e organizzativi di
un’impresa per rivenderle alla concorrenza;
chi riferisce atti, discorsi e opinioni altrui per il proprio torna-
conto.
Le prime attestazioni in Italia di questo vocabolo sono del 1264 e
del 1269 e si trovano negli statuti del comune di Vicenza e in un testo
di San Gimignano.
Le informazioni raccolte da questa particolare categoria di indivi-
dui, devono poi essere utilizzate solo da chi possiede una certa dose
di astuzia innata poiché

senza una sottile ingegnosità della mente, uno non può essere sicuro della
veridicità dei loro rapporti (Sun Tzu, XIII, 7).

Le notizie fornite dalla spia hanno bisogno di essere trattate in


modo particolare, confrontate con altre fonti, inserite in un quadro
generale di cui il singolo informatore è quasi sempre all’oscuro. Di
conseguenza esse sono, anzi debbono essere, un mezzo e non un fine.
Il fine resta sempre quello della strategia globale, della politica gene-
rale dello Stato, e i responsabili di questa, non devono accettare “tout
court” tutti i dati che pervengono loro, ma filtrarli e orientarli in fun-
zione dei propri obiettivi.
Il pericolo dell’esplosione delle notizie, a livello di individuo e di
stato, conduce alla perdita del pensiero strategico e alla conseguente
rinuncia ad ogni iniziativa. Dove manca una precisa volontà politica,
il potere, restando esclusivamente nelle mani dei detentori delle in-
formazioni, perde forza e credibilità.
Questo concetto può essere meglio chiarito dalle parole di Sun
Tzu, un saggio taoista cinese il quale circa 2500 anni fa scrisse L’arte
della guerra, che può essere considerato il testo principale dell’antica
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Introduzione 9

scuola cinese di strategia (bing jia) ed è ancor oggi utilizzato nelle ac-
cademie militari di tutto il mondo1.
Il punto di partenza di Sun Tzu – l’eccellenza consiste nel piegare
la volontà del nemico senza lottare – si salda in quello finale, nell’uso
dell’informazione e della disinformazione per vincere senza combat-
tere … tutto l’opposto di quanto sosterrà diverso tempo dopo, l’uffi-
ciale prussiano Carl von Clausewitz (1832) secondo il quale la guerra
è, al pari del negoziato, una forma di comunicazione.
L’uso della forza, di cui parla il von Clausewitz, ha un ruolo mi-
nimo nel pensiero di Sun Tzu, essenzialmente fondato sulla strategia
‘indiretta’.

L’abilità del comandante consiste nel piegare le forze del nemico senza
alcun combattimento, nell’impadronirsi delle città senza assalirle, nel
conquistare lo stato nemico senza lunghe operazioni militari (Sun Tzu,
III, 6).

Nessun regime politico, meno che meno quello romano, ha mai


potuto agire efficacemente senza imporre la propria volontà, la propria
visione del mondo su una popolazione, senza un regolare transito di
informazioni dal centro alla periferia e viceversa. La natura di queste
informazioni e la loro modalità di trasmissione costituiscono una te-
stimonianza delle priorità di uno stato e delle limitazioni tracciate
dalle strutture sociali dell’epoca.
Il potere costituito, fin dall’antichità, ha avuto la necessità di rac-
cogliere informazioni sugli altri, relativamente all’economia, all’orga-
nizzazione politica ed amministrativa, alla società, all’esercito e alla
possibilità di sviluppo tecnologico. Sulla scorta di esse ciascun go-
verno poteva decidere della propria politica estera, giungendo anche
all’extrema ratio della guerra che esiste fin dall’alba del mondo assieme
alla delazione e all’inganno, attività queste che si trovano riunite nel-
l’arte raffinata dello spionaggio.
Semplificando il concetto contemporaneo di “intelligence”, inteso
1
Sun Tzu, L’arte della guerra, Napoli, 1998, cap. XIII intitolato Dell’uso delle
spie. È un trattato di strategia militare attribuito, a seguito di una tradizione orale
lunga almeno due secoli, al generale Sunzi vissuto in Cina probabilmente fra il VI
e il V secolo a.C. Importante è stato il ritrovamento di un manoscritto redatto in-
torno al III secolo a.C. Si tratta probabilmente del più antico testo di arte militare
esistente (VI secolo a.C. circa). Sono tredici capitoli, ognuno dedicato ad un
aspetto della guerra. Ebbe una grande influenza nella strategia militare anche eu-
ropea. È un compendio i cui consigli si possono applicare, al pari di altre opere della
cultura sino-giapponese, a molti aspetti della vita, oltre che alla strategia militare.
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10 Introduzione

come raccolta di notizie nell’interesse di uno Stato, si può dire che


anche nell’antichità esistevano due tipi di informazioni: quelle generi-
che che si potevano ricavare dalla ricognizione e dall’osservazione, e
quelle che invece davano la possibilità di anticipare le mosse degli av-
versari. Le prime erano dominio di tutti coloro che non camminavano
‘con gli occhi bendati’, le seconde erano patrimonio esclusivo di coloro
che potevano vantare un apparato organizzato in grado di gestire le in-
formazioni. In particolare a Roma il termine exploratio viene usato per
designare l’attività di indagine in materie riservate compiuta con una
certa segretezza, ma non “necessariamente coincidente con la nozione
moderna di spionaggio perché chi la esercitava non sempre agiva clan-
destinamente” (Liberati - Silverio, 2010, pp. 55-56); quanto al voca-
bolo speculatio, esso indica un’attività sicuramente clandestina di
raccolta delle informazioni, ma diversa dall’exploratio e decisamente
definibile come spionaggio. Esiste infine la locuzione indicium, la dela-
zione, un mezzo per procacciarsi notizie da parte dello Stato o dei pri-
vati, abbondantemente impiegato e profumatamente retribuito.
Negli ultimi anni sono stati dati alle stampe numerosi scritti ri-
guardanti i servizi segreti nel mondo antico (Austin - Rankov, 1995;
Sheldon, 2008 a; Liberati - Silverio, 2010). Roma ebbe mai un’“intel-
ligence” degna di questo nome? In caso affermativo, quali furono i
funzionari ad essa deputati? Sono mai esistite a Roma figure di spia o
di agente segreto così come le intendiamo noi oggi? Potrebbero es-
sere rappresentate da un personaggio come Didio Falco, l’investigatore
privato al servizio di Vespasiano, frutto della fantasia di Lindsay
Davis? O appare più credibile un eroe letterario come Publio Aurelio,
il “detective” in toga contemporaneo dell’imperatore Claudio, creato
da Danila Comastri Montanari? Sono queste le domande a cui si cer-
cherà di dare risposta con questo breve saggio.
Desidero ringraziare tutti coloro che mi sono stati vicini durante
la redazione del volume: il primo pensiero va naturalmente all’indi-
menticabile Maestra di vita e di studio, Maria Gabriella Angeli, che
mi ha sempre incoraggiata e sostenuta dandomi preziosi consigli; poi
voglio ricordare gli amici e colleghi Livia Andrigo, Patrizia Basso, An-
tonella Bucci, Ezio Buchi, Francesca Cenerini, Mauro De Nardis, Lina
Marson, Clelia Mora, Fabio Palli, Cecilia Ricci, Giulia Salvo, Lorena
Sciré, Antonietta Sponza, Maria Tramunto. Senza di loro niente di
tutto questo sarebbe stato possibile.
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Arcana Dominationis
(i segreti del potere)

Un soldato vestito in abiti civili siede vicino a te e inizia ad accusare l’impera-


tore. Poi, credendo nella sua buona fede poiché è stato lui ad iniziare ad offen-
dere il Princeps, anche tu inizi a dire ciò che pensi … e vieni trascinato subito
in prigione (Epitteto, Diatribe, IV 13, 5).

Quello dello ‘spionaggio’ è un mondo che, nella molteplicità delle


sue forme e sfumature, affascina ed incuriosisce e che spesso, proprio
in virtù delle sue intrinseche caratteristiche di mistero e segretezza, è
stato ed è oggetto di esagerazioni fantastiche e affatto veritiere.
Il segreto divide. Ogni speculazione in merito deve necessaria-
mente prendere le mosse da questa considerazione: il segreto distin-
gue tra chi sa e chi non sa. La preoccupazione principale della prima
controparte è di mantenerlo, o diffonderlo nel modo più limitato pos-
sibile, della seconda il tentativo di ‘penetrarvi’, o, quantomeno, l’in-
terrogarsi su di esso. Va da sé che il segreto, una volta diffuso, cessa
di essere tale.
Fin dalle origini la raccolta di notizie di vitale importanza fu utile
a prevenire e ad attenuare gli attacchi dei nemici.
Spesso si fa l’errore di pensare che l’attività di “intelligence” sia
maggiormente controllata e controllabile negli stati retti da un as-
setto istituzionale democratico; anche il voler distinguere l’azione tra
offensiva e difensiva è fatto puramente teorico. Nell’attività dei mo-
derni servizi segreti la suddivisione tra poteri legislativo, esecutivo e
giudiziario è totalmente ininfluente visto che gli agenti operativi svol-
gono i loro servizi in maniera del tutto trasversale rispetto all’assetto
istituzionale nel quale si muovono. Se la CIA dovesse operare in base
alle leggi vigenti negli Usa, non si giustificherebbe la sua presenza
operativa in moltissimi paesi sovrani. Lo stesso ragionamento vale
per le storiche agenzie di spionaggio britanniche MI5 e MI6. Vi è piut-
tosto una netta distinzione, oggi, tra servizi militari e civili, ma en-
trambi hanno competenze assai simili ed esercitano un’attività
offensiva/difensiva senza soluzione di continuità.
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12 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

In campo diplomatico, per poter esercitare un’azione abile e ra-


gionata, i leaders di una grande potenza debbono disporre di infor-
mazioni il più possibile capillari sulle intenzioni, sulla determina-
zione, sulla forza e sugli eventuali punti deboli dell’avversario nei vari
scacchieri del globo. Le legazioni diplomatiche celano spesso, co-
prendoli con l’immunità, membri dei servizi di spionaggio, che lavo-
rano per impiantare talvolta reti di informatori all’interno delle nazioni
che li ospitano.

Cercare punti di contatto nell’ambito istituzionale tra l’attività di


raccolta delle informazioni in Roma antica e negli stati moderni è
operazione ardua e probabilmente destinata al fallimento; troppe le
differenze nell’assetto politico e militare di questi ‘due mondi’ messi
a confronto. Il concetto stesso di un corpo segreto a carattere per-
manente, perfettamente organizzato sarebbe stato contrario ai prin-
cipi di governo di una città-stato quale era Roma in età repubblicana
e l’aristocrazia senatoria, gelosa del proprio dominio sulla Repubblica
e vigile custode dei suoi ordinamenti e della sua libertà, si sarebbe
senza dubbio opposta alla creazione di un simile pericoloso stru-
mento.
Nel trattare l’attività di “intelligence” in Roma antica non si pos-
sono dunque operare parallelismi con le istituzioni moderne pre-
poste a questa attività dato che, come dice la Sheldon, “nell’an-
tichità, una nazione non avrebbe potuto istituire la macchina militare
più potente dell’epoca, non avrebbe potuto affermare il proprio po-
tere su ampi territori stranieri e costruire uno degli imperi più va-
sti che l’umanità abbia mai conosciuto, senza disporre di un sistema
per la raccolta e la trasmissione di informazioni segrete” (Sheldon,
2008 a, p. 61).
Non sarebbero tuttavia mancati allo stato romano alcuni modelli
ai quali ispirarsi: presso gli Spartani era esistita la famosa krypteia,
associazione segreta dei giovani Spartiati per il controllo delle masse
di iloti malcontenti, piuttosto che vero e proprio servizio di sicurezza
(Starr, 1993, p. 89); ancora prima i Persiani avevano creato un orga-
nismo assai efficiente, denominato ‘gli occhi e le orecchie del Re’
(Erodoto, VIII, 97; Senofonte, Ciropedia, VIII, 2, 10-12), una sorta di
agenzia di “intelligence” che doveva vigilare sull’operato dei Satrapi
e su ciò che pensavano i sudditi; infatti era diffuso il concetto che il
re fosse onnipresente e quindi nessuno osava parlarne male. A que-
sto scopo il Gran Re Dario I fece costruire una rete di strade fra cui
la grande “strada reale” che collegava Susa a Sardi, lunga 2.400 km
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Arcana Dominationis (i segreti del potere) 13

con stazioni di posta e caravanserragli per il riposo, così che la cor-


rispondenza regia giungesse da un capo all‘altro del regno nel corso
di una settimana (Erodoto, V, 52). Anche i Greci iniziarono a disporre
posti di blocco lungo le strade, ad esigere l’esibizione di passaporti e
permessi di viaggio, ad esercitare rigorosi controlli per impedire l’ac-
cesso di persone non autorizzate alle aree di importanza militare,
come le darsene e gli arsenali delle flotte da guerra, e sventare quindi
eventuali sabotaggi.
I Romani non conobbero una vera e propria struttura deputata al-
l’informazione almeno sino al Principato, quando si procedette alla
costituzione di una sorta di polizia segreta, burocraticamente artico-
lata in seno alle istituzioni pubbliche.
Prima dell’avvento di Augusto e della sua rivoluzione, essi si affi-
darono all’opera di privati cittadini (per lo più clientes o liberti) o di
schiavi, delatori dietro compenso, che assumevano la funzione tipica
dei sicofanti. Nella raccolta delle informazioni, infatti, l’indicium non
solo era tollerato ma ampiamente impiegato e considerato una non
disprezzabile fonte di arricchimento. Va detto che già durante il pe-
riodo delle guerre civili, coincidente con la crisi della Repubblica, i
capi fazione e i titolari dei cosiddetti poteri personali cominciarono
ad impiegare soldati ed ufficiali della propria clientela militare per
compiti particolari, come ricerca di informazioni, arresti ed esecu-
zioni politiche.
Nell’ambito dell’attività spionistica o di “intelligence”, nel tenta-
tivo dell’arcana temptare (penetrare il segreto), le società antiche
hanno operato in due modi: il primo rivolto verso l’esterno, nella ne-
cessità di sondare le capacità e la natura dello straniero, del potenziale
avversario; il secondo, come nel caso dello scandalo dei Baccanali,
rivolto verso l’interno, per il bisogno dello stato di controllare se
stesso. La religione influenzò infatti a lungo anche l’ambito dei reati
politici e le forme della loro repressione.
A proposito dello scandalo dei Baccanali, scoppiato nel 186 a.C.,
va detto che il diffondersi in Italia, soprattutto nel meridione della
penisola, dei culti bacchici (Livio, XXIX, 3, 4) costituisce l’inizio di
un processo di accelerazione sociale che pare addirittura aver coin-
volto le classi dirigenti italiche e romane e che deve, pertanto, essere
fermato subito. Roma avverte la minaccia che questo fenomeno com-
porta per la stabilità dello status sociale, dato che da tempo esso con-
tiene un messaggio chiaramente eversivo, di lotta contro il potere
costituito. Può sembrare strano questo rifiuto dell’elemento cultuale
da parte di uno stato come quello romano, che pratica l’evocatio degli
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14 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

dei dalle città assediate, e che quindi è sempre pronto ad accogliere


nel suo pantheon le divinità dei popoli vinti. Ma l’accettazione di que-
sto culto avrebbe avuto conseguenze sociali troppo pericolose, tali
forse da sconvolgere l’intero assetto dell’“establishment” italico.
Catone e il gruppo che a lui faceva capo decretarono l’ostracismo
non alla cultura greca in quanto tale, ma alla cultura greca sentita
quasi come sovrastruttura di una realtà politica e sociale a parer
loro inaccettabile. Questa era infatti percepita come il subdolo
mezzo con cui i nemici di Roma si proponevano di indebolirne la
resistenza.
La chiusura verso l’esterno e il clima xenofobo di caccia alle stre-
ghe all’interno sono reazioni tipiche di uno stato che è o si sente gra-
vemente minacciato.
Si vis pacem para bellum: la ben nota espressione latina trae origine
dalla contrazione tarda di un celebre passo di Vegezio: Chi desidera la
pace si prepari alla guerra (Compendio delle istituzioni militari, III, pro-
logo). Lo stesso Vegezio chiarisce qualche riga più avanti, anche se
con parole diverse, il proprio pensiero: nessuno osa provocare, osa of-
fendere colui che, in caso di guerra, comprende essergli superiore. La si-
curezza in tempo di pace, cioè, è garantita esclusivamente dalla
presenza di una salda forza militare che agisca da deterrente nei con-
fronti di qualsiasi potenziale aggressore (Brizzi, 1982).
Ma facciamo un passo indietro e diamo un rapido sguardo alle so-
cietà preromane, dato che lo spionaggio nasce e si evolve nel Vicino
Oriente.
Già i Sumeri nel 4000 a.C. disponevano di un servizio informativo
nelle loro città-stato.
Essi fin dai tempi di Sargon di Akkad (2334 a.C. - 2279 a.C.) uti-
lizzavano una discreta rete spionistica per poter tenere sotto controllo
gli stati limitrofi. Si trovano commenti sull’importanza della raccolta
delle informazioni a scopo bellico nelle tavolette assire dell’epoca dei
sovrani Samši – Adad I e Išme – Dagan (XVIII - XVII secolo a.C.).
Gli antichi Egizi svilupparono molto presto un sistema per l’ac-
quisizione di informazioni, a danno degli Ittiti, dopo la battaglia di
Qadesh (1279 a.C. In essa ciascuno dei contendenti rivendica pro-
pagandisticamente a sé l’esito vittorioso) e per controllare la Nubia.
In quell’occasione il faraone Ramsete II fu ingannato da informa-
zioni trasmesse da due falsi disertori che gli descrissero il contin-
gente avversario come lontano, mentre un poderoso schieramento
ittita attendeva il momento per attaccare di sorpresa. Va detto che co-
munque furono poche le occasioni in cui il servizio segreto egizio
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Arcana Dominationis (i segreti del potere) 15

mancò al suo compito. Il primo di questi periodi coincide con la si-


tuazione caotica che seguì al tentativo di riforma religiosa, in senso
monoteistico, attuata dal faraone Amenhotep IV Akhenaton (1369
a.C. - 1332 a.C.), culminata in un “putsch” militare dopo una serie
di regni di faraoni poco rappresentativi, da parte del generale Ho-
renheb (1342 a.C. - 1303 a.C.), quando il regno cominciò progres-
sivamente ad indebolirsi. Il secondo di questi periodi vede l’avvento
della XXV dinastia di faraoni nubiani (760 a.C.) e la loro cacciata
da parte degli Assiri (671 a.C.), i quali erano costantemente infor-
mati di quanto succedeva in Egitto, tanto che lo invasero preventi-
vamente e lo tennero per un ventennio soggiogato (671 a.C. - 649
a.C.). In entrambi i casi non fu prevista l’invasione straniera del
Regno di Kush prima, e dell’Assiria poi. Infine, il tracollo definitivo
del plurimillenario regno egizio si verificò nel 525 a.C., quando il re
persiano Cambise (563 a.C. - 521 a.C.) sconfisse il faraone Psam-
metico III (548 a.C. - 525 a.C.) nella battaglia di Pelusio, il che fu
possibile grazie anche alla disorganizzazione del servizio informa-
tivo egizio. Racconta Erodoto che Cambise II, prima di conquistare
l’Etiopia, vi mandò gli Ittiofagi “che conoscevano la lingua etiopica”,
i quali, con il pretesto di recare doni, dovevano osservare ogni cosa
per poi riferirla al loro sovrano. Il re africano intuita la vera ragione
della visita, li rimandò indietro con un messaggio di insulti. Furente,
Cambise attaccò l’Etiopia ma la spedizione si risolse in un disastro
(Erodoto, III, 17-20).
Le prime spie della Bibbia appaiono nel libro dei Numeri allorché
il popolo ebraico, fuggito dall’Egitto, arriva in prossimità di Canaan;
Mosé invia in avanscoperta un gruppo di dodici esploratori, tra cui
Giosué, perché studino il territorio, valutando forze militari e strut-
ture difensive. La missione ottiene risultati ambigui: del gruppo, solo
i fidati Giosué e Caleb sono ottimisti circa la possibilità di conquista,
gli altri, vista la situazione, propongono di tornare in Egitto. Mosé
ascoltando i primi dà inizio all’occupazione del territorio nemico
(Sheldon, 2008 b).
Nel libro che porta il suo nome, si narra che Giosué, mentre erano
in corso i preparativi per l’occupazione della terra promessa, inviò
segretamente due spie da Settim, dicendo: “andate, esaminate la re-
gione e specialmente Gerico”. Le spie partirono e, giunte presso la
dimora di una meretrice (secondo alcuni studiosi si tratterebbe di
una locandiera) di nome Rahab, abitazione convenientemente situata
vicino alle mura, si riposarono. Fu annunziato al re di Gerico che due
uomini d’Israele erano giunti là, di notte, “ad esplorare il paese” (Gio-
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16 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

sué, 2.1) ed egli inviò subito alcuni dei suoi a casa di Rahab per arre-
starli. Prima che essi potessero procedere alla perquisizione, però, la
donna nascose astutamente le spie sotto la paglia del tetto e, quando
giunse la notte, le fece calare con una fune dalle mura della città.
Colme di gratitudine, le spie di Giosué promisero di risparmiarle la
vita una volta conquistata Gerico e portarono al loro capo un’infor-
mazione particolarmente preziosa: la popolazione di Gerico dava già
gli Israeliti per vincitori, fatto questo che ne avrebbe limitato di certo
la volontà di resistenza.
Gli Assiri sono forse anche meglio organizzati: nel VII secolo a.C.
re Assurbanipal dispone già di una sorta di servizio segreto i cui
agenti sono i governatori delle province di confine e gli ufficiali degli
avamposti militari, che a loro volta attingono notizie dai loro esplo-
ratori, ma anche da disertori e prigionieri di guerra2.
La situazione critica di vera e propria guerra civile che si sviluppò
in Assiria a partire dal 621 a.C., fece sì che il servizio d’informazione
venisse meno tanto che ne approfittarono i nemici interni (Babilo-
nia) ed esterni (Media ed Elam) per stringere un patto di alleanza
con cui sconfiggere l’ultimo re assiro, Sin-Shara-Ishkun (633 a.C. -
612 a.C.) ed eliminare per sempre quella potenza (distruzione delle
città di Assur nel 614 a.C., di Ninive nel 612 a.C., capitolazione della
piazzaforte di Harran nel 609 a.C.). Alla caduta dell’Assiria seguì un
sessantennio di equilibrio di forze tra le potenze dell’epoca. Le sfere
d’influenza vedevano un sostanziale equilibrio tra la Media di re Cias-
sare (Hvakhshathra, 651 a.C. - 584 a.C.) prima e di re Astiage (Ishto-
vigu, 607 a.C. - 549 a.C.) poi, l’Egitto, il Regno caldeo di Babilonia
sotto re Nabucodonosor II (629 a.C. - 562 a.C.) e la Lidia di re Creso
(626 a.C. - 546 a.C.).
Ma nessun servizio segreto previde la rivolta di Ciro il Grande
(591 a.C. - 529 a.C.) di Persia contro la Media ed il fulmineo colpo
di mano che gli fece conquistare quell’impero nella primavera del
550 a.C. Rotto l’equilibrio, i diversi servizi segreti non riuscirono
più a mantenere lo stato di bilanciamento delle forze in campo; i
Persiani procedettero quindi ad annettersi la Lidia nel 547 a.C. e le
2
La collega Clelia Mora dell’Università di Pavia mi ha gentilmente informata
del fatto che nel XIV-XII secolo a.C. sono attestati i cosiddetti ‘editti di palazzo me-
dio-assiri’, una raccolta di brevi testi giuridici volti a regolamentare la vita di pa-
lazzo e i modi di comportamento dei cortigiani, degli eunuchi e delle donne del-
l’harem. Essi contengono anche prescrizioni particolari per accostarsi al sovrano
e in questo contesto spesso si parla del dovere di informazione e/o delazione, fe-
deltà assoluta da parte dei sudditi per dimostrare la propria fedeltà al re.
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Arcana Dominationis (i segreti del potere) 17

città greche della Ionia e Babilonia nel 538 a.C. A proposito della
conquista di Babilonia, nell’opera di Erodoto, vi sono alcuni esempi
di personaggi che svolsero il delicato compito dell’informatore, del-
l’osservatore e della spia; egli racconta dello stratagemma messo a
punto dal persiano Zopiro di Megabizo che, infiltratosi con l’in-
ganno tra i nemici, permise al suo re Dario I (re di Persia dal 522
a.C. al 486 a.C.) di espugnare la città (Erodoto, III, 154-158). Zo-
piro, per farsi accettare dal nemico e diventare addirittura custode
delle mura di Babilonia, si mutilò orribilmente nel viso e nel corpo.
Terminata la conquista dell’India e del Pamir, sempre Dario I inviò
emissari sotto mentite spoglie per avere notizie della Grecia e della
Magna Grecia, al fine di procedere all’annessione anche di quei ter-
ritori.
Stando sempre al racconto di Erodoto (V, 30-36), perfino la ri-
volta ionica contro i Persiani (500 a.C. - 494 a.C.) iniziò grazie alla
trasmissione di un messaggio in codice; egli riferisce che Aristagora
di Mileto (538 a.C. - 487 a.C.) aspettava l’ordine di Istieo (554 a.C. -
494 a.C.) per iniziare la ribellione e che tale ordine gli giunse in modo
curioso: tramite uno schiavo a cui il messaggio era stato tatuato sul
cuoio capelluto rasato per l’occasione.
Sempre lo storico di Alicarnasso narra che la seconda guerra per-
siana (481 a.C. - 479 a.C.) fallì, forse ad opera di un informatore
greco infiltrato presso la corte del re persiano Serse I (519 a.C. - 465
a.C.), un certo Demarato (530 a.C. - 467 a.C.). Egli, venuto a cono-
scenza del piano d’invasione persiano, inviò in Grecia un suo schiavo
recante una tavoletta di cera vergine, ma il cui supporto di legno, por-
tava dipinto il messaggio d’allarme per Sparta: questo al fine d’eludere
il controllo delle guardie di frontiera persiane (Erodoto VII, 101-104).
Comunque, anche da parte persiana, si provvide a preparare l’inva-
sione della Grecia tramite un agente segreto di sesso femminile di
nome Targelia (502 a.C. - 448 a.C.), una cortigiana bellissima origi-
naria di Mileto, una delle città greche dell’Asia Minore sottomesse
alla Persia (Plutarco nella vita di Pericle, XXIV, la definisce sapiente
e dedita alla politica). Il re persiano corrompeva gli uomini più in
vista delle città greche con oro e favori di natura sessuale, per non tro-
vare ostacoli nell’avanzata.
Ancora ad Erodoto risale l’idea che l’operato di un governo debba
essere avvolto nel mistero (I, 99, 1). Essa è riportata nel passo in cui
egli attribuisce a Deiokes la nascita della monarchia tra i Medi di Per-
sia. Famoso per la sua innata capacità di interpretare e applicare la
legge, Deiokes ottenne il potere assoluto ponendosi al di là di ogni
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18 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

possibile percezione che il suo stesso popolo poteva avere di lui (Tra-
verso, 2005, p. 7). Egli, infatti, stabilì che:

nessuno doveva presentarsi al cospetto del re; per ogni cosa ci si doveva ser-
vire di intermediari; nessuno doveva vederlo; in questo modo mirava a far
sì che i compagni di un tempo e tutti i sudditi non vedendolo mai, lo potes-
sero ritenere di un’altra natura (Erodoto, I, 99).

Ma passiamo al mondo greco. L’attenzione che esso presta all’ac-


quisizione “sistematica di notizie utili in campo politico e militare,
per l’uso di disertori, spie, traditori ed agenti infiltrati in campo av-
verso e per l’uso di qualsiasi espediente, si acuisce e si esalta al tempo
delle guerre persiane, quando tali fattori si rivelano vitali per la difesa
della Grecia. In questa drammatica circostanza l’Ellade si trova a dover
fronteggiare non solo un esercito innumerevole, ma altresì uno dei
servizi segreti più efficienti dell’antichità, ‘gli occhi e le orecchie del
Re’, che si serve, spesso con grande successo, di quinte colonne infil-
trate all’interno delle città greche al fine di determinarne la caduta, e
che sfruttano con maestria l’arma del tradimento anche sul campo di
battaglia” (Brizzi, 1982, p. 3; cfr. Urso, 1992, pp. 73-83).
I Greci elaborano quindi un proprio servizio di sicurezza e di spio-
naggio che, dopo qualche insuccesso, si rivela in grado di competere
con quello persiano.
All’inizio dell’attacco ateniese in Sicilia, Ermocrate persuase i Si-
racusani suoi concittadini ad eleggere tre generali che potessero ope-
rare in segreto. Ad un punto cruciale della marcia dei Diecimila, i
Greci decisero di nominare temporaneamente un solo generale, così
ciò che doveva rimanere segreto sarebbe stato tenuto nascosto con
maggiore facilità.
Se, durante la guerra del Peloponneso (aprile 431 a.C. - maggio
404 a.C.), sia Atene sia Sparta utilizzarono spesso informatori, è du-
rante il regno di Alessandro Magno (356 a.C. - 323 a.C.) che lo spio-
naggio realizzò un salto di qualità, come dimostra la soppressione
della rivolta che vide coinvolti il generale Parmenione e il generale
Filota suo figlio.
In età ellenistica la necessità di una informazione capillare ed ac-
curata diviene ancor più pressante: le poleis sono diventate veri e pro-
pri vasi di coccio tra i vasi di ferro costituiti dagli stati più potenti:
ormai solo la conoscenza dei fatti (se non addirittura delle intenzioni)
e della forza reale dei vari contendenti può salvare le città greche, con-
cedendo loro qualche residua importanza politica.
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Arcana Dominationis (i segreti del potere) 19

A cavallo tra il VI e il V secolo a.C., Sun Tzu espone il modo in cui


gli Stati devono muoversi in guerra, soffermandosi sulle questioni ad
essa connesse: la diplomazia, gli aspetti economici, il lavoro di “in-
telligence”. L’ultimo capitolo del suo manuale è intitolato ‘Dell’uso
delle spie’:

Ciò che consente ad un governo intelligente e ad un comando militare sag-


gio di superare gli altri e di avere risultati straordinari è la prescienza di
ciò che avverrà. (…) La raccolta sistematica di informazioni, che consente
una previsione al di fuori della portata della gente comune, permette al so-
vrano e al generale di combattere e vincere. Questa previsione non può es-
sere ricavata dagli spiriti, non può essere dedotta dall’esperienza né
attraverso il solo ragionamento deduttivo. La conoscenza delle intenzioni
(e delle condizioni) del nemico può essere ottenuta solo da altri uomini.
Da questo deriva l’utilità delle spie di cui esistono cinque specie: spie locali,
spie interne, spie convertite (= che hanno disertato), spie condannate (ad
essere sacrificate per il bene dello stato), spie sopravvissute. Quando tutte
queste specie di spie sono all’opera, e nessuno è al corrente del sistema con
cui agiscono, formano ciò che si può definire sublime manipolazione della
trama e costituiscono il bene più prezioso dello stato (Sun Tzu, XIII, 4-8)

È attraverso le spie che un comandante può venire a conoscenza


della forza, della posizione e delle intenzioni del nemico e, cosa al-
trettanto importante, può scoprire fino a che punto questo sappia, o
ignori, la forza, la posizione e le intenzioni del proprio avversario. Lo
spionaggio ha il potere di risolvere i conflitti senza spargimenti di san-
gue.
Sempre a proposito delle spie, Sun Tzu scriveva:

chi non è profondamente saggio non le può utilizzare, chi non è giusto e
umano non può farle agire, chi non è sottile e astuto non può ottenere la ve-
rità.

Secondo il Corneli, “al di là di ogni considerazione politica o mi-


litare, il pensiero di Sun Tzu rappresenta la fenditura dalla quale ci è
dato scorgere o spiare i segreti di un’antica arte: l’arte di vincere”.

Oh arte divina della sottigliezza e della segretezza! Per tuo mezzo impa-
riamo ad essere invisibili e a non essere uditi, e così possiamo tenere il de-
stino del nemico nelle nostre mani (Sun Tzu, V, 9).

La tradizione, sia greca sia romana, connota chi si serve essen-


zialmente dell’inganno per raggiungere i propri scopi in termini non
sempre lusinghieri. La frode è uno dei tratti caratteristici con cui
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20 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

viene dipinta l’immagine del tiranno, che opera in segreto, a danno


degli onesti, avvalendosi di spie e delatori, circondato da mercenari.
È con l’inganno che Pisistrato conquista il potere ad Atene; è sem-
pre con l’inganno che Tarquinio il Superbo consegue una vittoria in-
honesta quando si impossessa di Gabii (Livio, I, 53, 4).
Come è noto la tradizione colloca la cacciata dei Tarquini nel
509 a.C. Il periodo di tempo che intercorre tra questo avvenimento
e la promulgazione delle leges Liciniae Sextiae (367 a.C.) è denso di
episodi che aiutano a comprendere quali strumenti utilizzassero i
Romani dell’epoca per raccogliere informazioni.
Nel 509 a.C. innanzitutto a Roma ebbe luogo una congiura che
mirava a restaurare la monarchia etrusca. Secondo la leggenda, la
cacciata dei re ingenerò un notevole malcontento tra alcuni giovani
patrizi vicini ai Tarquini. Essi furono avvicinati da alcuni agenti di
questi ultimi che apparentemente erano incaricati di trattare la re-
stituzione delle loro proprietà nell’Urbe, ma che in realtà avrebbero
dovuto reclutare volontari per rovesciare il neonato regime repub-
blicano.
Il Senato decise di acconsentire alle richieste degli inviati dei
Tarquini, fatto questo che diede tempo ai sedicenti ambasciatori di
fare l’inventario delle proprietà regie ma soprattutto di obbligare i
nobili congiurati a mettere per iscritto il loro impegno a ripristi-
nare la monarchia. Secondo il racconto fatto da Livio, lo schiavo di
uno dei cospiratori sentì parlare di questi accordi segreti, ma sag-
giamente attese il verificarsi della consegna della lettera fra i tradi-
tori e gli emissari dei Tarquini, così da avere prove tangibili della
cospirazione. Egli allora avvisò i consoli che poterono così sventare
la congiura e imprigionare i colpevoli, infliggendo loro la morte per
verberatio e decapitazione (Livio, II, 4).
Nell’episodio sopra riportato, si comprende come la raccolta di
informazioni da parte del Senato avvenne tramite la delazione di
uno schiavo index.
Nei primi secoli della Repubblica, per debellare il pericolo di un
sovvertimento dell’ordine costituito, si continuarono ad utilizzare
mezzi occulti di informazione, controinformazione e delazione ad
opera soprattutto di schiavi e clienti per poter individuare il colpe-
vole, trovare prove a suo carico (o inventarle) e portarlo quindi in
giudizio: ne è prova il processo intentato nel 449 a.C. contro il de-
cemviro Appio Claudio e i suoi colleghi, un gesto che non a caso si
collocava all’indomani della promulgazione delle leges XII Tabula-
rum.
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Arcana Dominationis (i segreti del potere) 21

Gli strumenti messi in atto dalla Repubblica per ottenere infor-


mazioni e tutelare quindi i propri cittadini dai pericoli interni ed
esterni ben presto si rivelarono inadeguati, tanto che i Romani non
riuscirono a prevenire l’invasione dei Galli di Brenno nel 390 a.C.
In sei anni Brenno, grande condottiero gallico, unificò le tribù
dei Galli senoni, conquistando tutte le terre tra la Romagna e il
Piceno. Dopo aver compiuto una puntata su Chiusi, che non riu-
scì ad occupare, marciò verso Roma. Il Senato, avuta notizia di
quanto stava accadendo, ricorse alla leva generale (tumultus) per
formare un esercito che fermasse l’avanzata dei Galli e ordinò di
approntare uno sbarramento sulla riva sinistra del Tevere in cor-
rispondenza del fiume Allia. Al momento del contatto con i Se-
noni, il 18 luglio del 390 a.C., l’esercito romano fu messo in fuga
e la sconfitta fu così grave che quel giorno (Dies Alliensis) fu da al-
lora in poi considerato come giorno nefasto nel calendario ro-
mano.
Brenno penetrò nella città mettendola a ferro e fuoco. È a que-
sto punto che si inserisce la leggenda delle oche del Campidoglio
(Livio, V, 47). Terminato il saccheggio della città bassa i Galli si di-
ressero nottetempo verso l’arce capitolina, dove si trovava l’ultima
resistenza romana a difesa dei templi e dell’oro della città. L’inten-
zione dei Galli era quella di cogliere di sorpresa i difensori utiliz-
zando un passaggio segreto. Il loro piano tuttavia fallì perché le
oche del Campidoglio, sacre a Giunone, allarmate dai movimenti
degli assedianti, iniziarono improvvisamente a starnazzare sve-
gliando così gli assediati in tempo per respingere l’assalto. A seguito
di questo episodio sul Campidoglio fu edificato il tempio di Iuno
Moneta (Giunone Ammonitrice), dove in seguito vennero coniate le
prime monete di Roma. All’evento fu dedicata una festività romana,
che cadeva il 3 agosto, durante la quale i cani venivano crocefissi
perché non avevano avvertito della presenza del nemico sotto il
colle mentre le oche erano portate in processione ed onorate come
salvatrici della patria.
La presa, anche se momentanea, della città e il successivo sac-
cheggio impressero un’impronta indelebile nella memoria popolare
romana e portarono alla costruzione di una massiccia cinta mura-
ria.
Da questo episodio risulta evidente come Roma, per lungo
tempo, fino almeno alla seconda guerra punica, non possedesse un
organo appositamente deputato alla ricerca, raccolta e analisi delle
informazioni, soprattutto relativamente ai movimenti dei popoli ne-
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22 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

mici, né, una volta ottenutele, fosse in grado di utilizzarle in tempo


utile ed in modo proficuo.
“Quello che emerge è un eterogeneo sistema di informazioni e
sicurezza in cui la raccolta delle prime è demandata alla delazione
o allo sfruttamento di legami che prescindono dalle istituzioni della
res publica, mentre la seconda è affidata alle magistrature già esi-
stenti, non essendone mai stata costituita una deputata al contrasto
di fenomeni eversivi” (Liberati - Silverio, 2010, p. 41).
Roma, in età repubblicana, affidava all’interpretazione del volo
degli uccelli e allo studio del fegato degli animali, la conoscenza an-
ticipata degli eventi. La raccolta e la trasmissione delle informa-
zioni erano quasi totalmente orali e avvenivano attraverso i
resoconti effettuati dai soldati ai propri comandanti, gli interroga-
tori dei prigionieri e le notizie ricavate dai mercanti. Non esisteva,
quindi, una struttura organizzata e centralizzata in grado di elabo-
rare i dati acquisiti e di poter quindi anticipare le mosse del ne-
mico. Si può pertanto sostenere senza tema di smentita, che la
rivelazione sacra fu la prima forma elementare di informazione.
Nasce un dubbio, si spera lecito, quando si legge di polli sacri con-
sultati dai pullarii e portati al seguito delle legioni. In base all’ap-
petito dei polli fatti uscire dalle gabbie, il potente esercito romano
sapeva di avere o meno il favore degli dei! Livio racconta (Livio, X,
40, 12) della frustrazione del console Appio Claudio prima della
battaglia di Drepano nel 249 a.C. durante la prima guerra punica,
di fronte ai polli che, fatti uscire dalla gabbia, non si decidevano a
mangiare. Si può immaginare la sua impazienza nel voler condurre
le truppe alla vittoria, la tensione e l’adrenalina prima della batta-
glia, e gli occhi dei legionari puntati sui pigri pennuti che di man-
giare proprio non avevano voglia (è probabile che qualcuno li
avesse rimpinzati nottetempo per conferire esito negativo all’au-
spicio e non andare in battaglia). Forse dotato di poca pazienza,
Caio Clodio ordinò che i polli fossero immersi nell’acqua perché
bevessero, visto che non volevano mangiare (Cicerone, Sulla na-
tura degli dei, II,7).
La battaglia ebbe esito negativo per i Romani e furono in molti
a pensare che la causa andasse ricercata nel gesto blasfemo del ge-
nerale e nel comportamento poco collaborativo dei polli.
Sebbene il complicato impianto religioso romano si innestasse
in maniera profonda nella vita sociale e politica, è pur vero che un
comandante non poteva esimersi dal controllare il territorio per
evitare di cadere in imboscate. In una prima fase i legionari affida-
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Arcana Dominationis (i segreti del potere) 23

rono le loro vite alla capacità di interpretazione delle informazioni


del console, ma quando l’esercito crebbe per dimensioni e com-
plessità operativa, i comandanti dovettero affidarsi agli speculato-
res e agli exploratores (Nippel, 1995, p. 1; Austin - Rankov, 1995,
p. 13). Ne è un esempio Quinto Fabio Massimo, che nel 325 a.C.
anche lui in attesa del responso dei polli, mandò in missione al-
cuni esploratori che, muovendosi molto silenziosamente, sorpre-
sero i Sanniti disarmati che furono sbaragliati dal fulmineo attacco
romano (Livio, VIII, 30, 3). Con questo non si vuole certo asserire
che i Romani sottovalutarono proditoriamente i segnali inviati
dagli dei: se però questi segnali si allineavano con le esigenze pra-
tiche era molto meglio per tutti. Direi piuttosto che sapevano va-
lutare con grande lungimiranza quando conveniva ‘ascoltare’ la
voce degli dei e quando lasciare all’uomo la responsabilità delle de-
cisioni, …tutto sommato, oggi, non ci si comporta in modo di-
verso!

È ora importante analizzare quali fossero, nella Repubblica, gli


strumenti di informazione utilizzati da Roma per tutelarsi contro i pe-
ricoli esterni ed interni.
Per quanto attiene ai pericoli esterni le principali fonti di raccolta
delle informazioni erano per lo più costituite da prigionieri di guerra,
disertori ed esuli, cioè da coloro che potevano raccontare di prima
mano la sistemazione tattica del nemico. Catone il Censore, in Spagna,
ordinò di catturare un soldato nemico e di sottoporlo a tortura per
estorcergli informazioni utili. Quinto Fabio Massimo fu protagonista
di una impresa a dir poco spregiudicata: per avere un quadro sui po-
poli potenzialmente pericolosi per Roma, inviò nella Selva Cimina il
fratello Fabio Casone, vestito da contadino, dato che sapeva parlare
l’Etrusco. Il fatto, per certi versi straordinario, è che i Romani fino a
quel momento non avevano mai raggiunto quella località e soprat-
tutto era probabilmente la prima volta che inviavano un ‘agente in in-
cognito’. Nella politica espansionistica di Roma l’importanza delle
‘spie’ bilingui assunse ben presto un ruolo fondamentale, anche se va
considerata la forma primitiva di questi sistemi di raccolta delle in-
formazioni. Se, per capire la società romana e gli equilibri che l’hanno
contraddistinta, si è accennato al rapporto tra gli esiti augurali e le
decisioni da prendere per la conduzione delle battaglie, è altrettanto
importante accennare a quali strutture giuridiche e a quali possibili
fonti di informazione si potesse accedere per garantire la solidità dello
stato. Esattamente come nelle nazioni moderne, gli ordini procede-
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vano dall’alto verso il basso e le lamentele, così come le informazioni,


dal basso verso l’altro.
Ma veniamo ai pericoli interni alla Repubblica. Nell’ambito del vi-
gintivirato3, vi erano i tresviri capitales, che provvedevano alla custo-
dia delle prigioni, alle esecuzioni capitali per perduellio e parricidium,
alla cattura di delinquenti e al servizio di polizia in particolar modo
notturno, coadiuvavano i pretori e potevano acquisire direttamente
dal popolo voci, umori e informazioni utili alla sicurezza interna
(Poma, 2009, p. 92). Infatti, quello romano era un mondo che pre-
sentava stratificazioni orizzontali e segmentazioni verticali, tra liberi
e schiavi, tra schiavi e liberti, tra stranieri e cittadini, tra cittadini op-
timo iure e cittadini sine iure suffragii, tra donne e uomini, tra adulti e
minori. L’esercizio dei diritti civili e politici era strettamente determi-
nato da questa struttura articolata e gerarchizzata del corpo civico, in
cui tutti agivano in base al posto che occupavano nel gruppo. Per ca-
pire il collegamento tra gli strati sociali più bassi della popolazione di
Roma e le istituzioni preposte alla sicurezza interna, un chiaro esem-
pio è quello fornito da una schiava che nel 309 a.C., mentre si verifi-
cava una serie di decessi molto simili tra loro a danno di illustri
personaggi, si recò dall’aedilis curulis Quinto Fabio Massimo (sempre
lui!), dicendosi disposta a confessare quanto sapeva a riguardo. È im-
portante sottolineare come, nonostante si trattasse di una schiava,
quindi una res, la sua denuncia venne comunque presa in seria con-
siderazione al fine di sventare possibili trame sovversive ai danni dello
stato.
Nella Roma repubblicana il “sistema” dello spionaggio non era ap-
pannaggio statale, bensì delle tredici grandi famiglie che governavano
di fatto l’Urbe soprattutto per farsi guerra fra loro in nome della sal-
vezza della res publica. Il Senato romano non sentiva alcun bisogno di
disseminare reti di spie attraverso l’intera penisola poiché, durante le
prime fasi della conquista, poté giovarsi di uno strumento formidabile
costituito dalle interrelazioni tra le grandi famiglie aristocratiche delle
diverse città.
La classe dirigente romana portò al massimo livello di perfezione
il sistema di rapporti con le principali aristocrazie italiche, soprat-
3
Era consuetudine avviarsi alla pratica degli affari pubblici attraverso la ge-
stione, che durava un anno, di una delle magistrature di minor peso che forma-
vano il vigintivirato: decemviri slitibus iudicandis, tresviri monetales, tresviri capitales
e quattuorviri incaricati di controllare le strade di ingresso e uscita da Roma: Poma,
2009, p. 80.
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Arcana Dominationis (i segreti del potere) 25

tutto attraverso l’estensione alla penisola di alcune categorie poli-


tiche arcaiche, caratteristiche del mondo latino. Tra queste merita
particolare attenzione il conubium che assunse ben presto un preciso
significato politico: tramite i rapporti familiari che questo stru-
mento consentiva, il Senato attuò l’acquisizione di informazioni e di
nuovi elementi conoscitivi necessari allo stato romano. Dai legami
di parentela nacquero coincidenze di interessi che facilitarono e re-
sero spesso indolore una conquista romana talora successiva al loro
instaurarsi. Perfetto fino a che si trattò di conquistare e di domi-
nare l’Italia, il meccanismo iniziò a mostrare i suoi limiti non ap-
pena la diplomazia romana si trovò impegnata oltre i confini della
penisola, al di là dei quali questi vincoli familiari e di interessi co-
muni si esaurivano.
Altre fonti di notizie erano costituite dai coloni romani e latini in-
sediati in località strategicamente importanti nei territori conquistati,
i quali erano destinati a sorvegliare da vicino i popoli più riottosi ma
non potevano di certo attuare una programmata e capillare raccolta di
dati. Ad essi fu lasciata pertanto la libertà di escogitare i mezzi più
adatti e sicuri tramite i quali tenere al corrente Roma degli sviluppi pe-
ricolosi di determinate operazioni che venivano condotte vicino ai
territori da essi abitati.
Non vanno neppure dimenticate le essenziali informazioni procu-
rate dagli alleati: dov’era il nemico, quanto era numeroso, dove af-
frontarlo.
Le legioni romane, inoltre, spesso approfittavano delle notizie for-
nite loro da traditori e disertori, ma il Senato e i consoli, pur di pro-
vata esperienza, incontravano non poche difficoltà a mantenere i
contatti tra le truppe impegnate in un conflitto e la patria. Aruspici e
divinatori dicevano la loro, dei e semidei davano una mano, infine gli
storici raccontavano le res gestae dei condottieri vincitori, ma si guar-
davano bene dal parlare dell’attività di “intelligence” messa in campo.
Oltre che a questi strumenti si fece spesso ricorso, come in occa-
sione delle guerre contro Veio, alle notizie portate a Roma dai mer-
canti, specie quelli che frequentavano il fanum Voltumnae.
“Quando vogliamo richiamare alla mente la rapida “devolution”
dei servizi di “intelligence” negli imperi del Vicino Oriente, e quando
consideriamo come i sovrani di Egitto, Babilonia, Assiria, Persia ten-
nero in grande considerazione un servizio di buona “intelligence” per
la difesa dei loro paesi, per la loro espansione politica e per la sicurezza
delle loro dinastie, è piuttosto sorprendente vedere che i Romani, la
cui dominazione ha infine esteso i propri confini su gran parte del Vi-
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26 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

cino Oriente, nel primo periodo della loro storia manifestarono un


davvero scarso interesse per l’intelligence” (Dvornik, 1974, p. 49). I
primi episodi bellici di Roma portano alla conclusione che nell’Urbe
fu a lungo sottovalutata la necessità di assicurarsi una buona infor-
mazione sulla natura, le intenzioni e i movimenti dei propri vicini e
rivali; a tale proposito vale la pena ricordare ancora una volta il fa-
moso episodio verificatosi in occasione dell’assedio del Campidoglio
da parte dei Galli, quando gli schiamazzi delle oche svegliarono al-
l’ultimo momento i difensori della città, così da permettere loro di re-
spingere i nemici.
Questa mancanza di un servizio di “intelligence” da parte dei Ro-
mani fu colmata in parte dalla loro superiorità militare… almeno fino
a quando ebbero a che fare con le popolazioni italiche. Ma non appena
dovettero confrontarsi con un nemico a cui erano ben noti i vantaggi
di un buon servizio di spionaggio e il suo utilizzo, stiamo parlando
della grande rivale Cartagine e di Annibale, si trovarono costretti in
una situazione a dir poco sgradevole.
Le fonti a disposizione non affrontano direttamente il problema,
ma forniscono al riguardo informazioni generiche e casuali. La se-
conda guerra punica rappresentò una dura scuola in cui i Romani im-
pararono a proprie spese l’importanza dell’“intelligence” e ne
pagarono pesantemente, almeno all’inizio, l’assenza. Soprattutto An-
nibale - che insegnò l’utilizzo della frode propria dell’astuta volpe e in-
degna dell’essere umano al pari della violenza (Cicerone, Sui doveri, I
13) - fu fondamentale per lo sviluppo dei sistemi informativi dell’Urbe
e dei suoi metodi si impadronirà Scipione, tracciando così una vera e
propria linea di demarcazione tra la politica estera romana precedente
e quella successiva.

Nessun amore, nessun patto mai, fra i due popoli. Sorga dalle mie ossa un
vendicatore che con ferro e fuoco perseguiti i coloni dardani, ora, in se-
guito o quando se ne presenteranno le forze. Sponda contro sponda, onda
contro onda, spada contro spada combattano essi e i nipoti (Virgilio, Eneide,
IV, 624-626).

Con queste parole Didone profetizzava l’avvento del generale car-


taginese, nemico implacabile di Roma. Un uomo, come scrive Livio,
che a grandissime virtù, quali la prudenza, la moderazione nel cibo,
il dormire con i propri soldati coperto solo da un mantello militare,
senza bisogno di sollecitare il sonno con la morbidezza del letto o con
il silenzio, univa i più grandi vizi: una crudeltà più unica che rara,
una buona dose di malafede, nessun briciolo di verità o santità, nes-
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Arcana Dominationis (i segreti del potere) 27

sun timore degli dei, nessun rispetto per il giuramento, nessuna reli-
gione.
Immediatamente dopo la presa di Sagunto Annibale, con mezzi
pacifici e non, sottomise la maggior parte delle tribù iberiche e si pre-
parò ad invadere l’Italia dalla Spagna attraverso la Gallia e le Alpi.
Agenti segreti furono da lui inviati nelle diverse tribù della Gallia per
accertarsi dei sentimenti antiromani dei Boi e degli Insubri, ma anche,
forse, per alimentarli, creando una situazione favorevole ai Punici …
prima che i Romani venissero a conoscenza di quanto stava acca-
dendo.
Notizie sulla natura del terreno gli erano comunicate dai propri
exploratores e dai periti regionum indigeni e riguardavano la percorri-
bilità dei valichi alpini (Polibio, III, 34, 6; Livio, XXI, 23, 1) e le vie
d’accesso all’Etruria (Polibio, III, 78, 6).
Secondo Appiano, infatti,

Annibale inviò i propri agenti anche sulle Alpi per esaminare i vari vali-
chi alpini, che avrebbe attraversato più tardi con l’esercito (Appiano, VI,
3, 13).

Nel 218 a.C., prima della battaglia della Trebbia, egli era al cor-
rente dei contrasti esistenti tra i consoli Publio Cornelio Scipione e Ti-
berio Sempronio Longo (Polibio, III, 70, 12; Livio, XXI, 53, 8) e, cosa
ben più importante, era informato della superiorità del suo esercito ri-
spetto alle truppe nemiche. Nella seconda metà del 217 a.C. non gli
sfuggirono neppure i contrasti tra il dictator Quinto Fabio Massimo e
il magister equitum Marco Minucio Rufo (Polibio, III, 104, 1; Livio,
XXII, 24, 3). Soprattutto viene messo in evidenza questa sorta di on-
niscienza di cui Annibale pare in possesso:

nulla infatti gli sfuggiva di quello che avveniva presso i nemici, poiché molte
cose gli rivelavano i disertori e molte egli spiava per mezzo dei suoi (Livio,
XXII, 28, 1).

Uomo di grandi capacità militari, di spiccata intelligenza tattica e


di grande intuizione, Annibale riponeva grande attenzione nell’atti-
vità di “intelligence” anche tramite una rete ben distribuita di agenti
cartaginesi all’interno della stessa Roma e degli accampamenti romani.
Le gestione delle informazioni gli serviva non solo a determinare
la posizione del nemico e le sue condizioni tattiche, ma anche a for-
nire al Senato di Cartagine notizie sempre fresche e magari un po’ am-
maestrate.
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28 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

Più difficile pare determinare l’afflusso, presso i Romani, di infor-


mazioni riguardanti i Cartaginesi.
Si sostiene che i primi erano contrari alla pratica dello spionaggio
perché la ritenevano attività fraudolenta e quasi estranea al loro codice
di comportamento (Brizzi 1982).
La ‘guerra della fides’, così venne spesso definito lo scontro fra
Roma e Cartagine, vedeva i contadini-soldati romani costantemente
sconfitti da un avversario che spregiava sistematicamente ogni regola
religiosa ed umana. Per i Romani la fides regolava tutte le relazioni in-
terne e internazionali anche con popoli verso i quali non esisteva un
precedente trattato di alleanza, e il suo significato era quello di fe-
deltà, onorabilità, onestà, lealtà. Proprio grazie alla costante compe-
netrazione tra norma giuridica e norma religiosa, prima di apprestarsi
a combattere una guerra, i Romani volevano essere certi che questa
fosse giusta e soprattutto che il nemico avesse rifiutato ed offeso tutte
le norme divine ed umane. Sul piano giuridico-religioso la guerra,
sempre concepita dai Romani come rottura traumatica delle naturali
relazioni tra i popoli, necessitava di una giustificazione4 e doveva es-
sere bellum iustum piumque (Livio, IX, 1, 10). La consapevolezza che
l’esercizio della guerra poneva il miles a contatto con qualcosa di sa-
crilego (il sangue) e che, in ogni caso, l’uso della violenza avrebbe po-
tuto provocare l’ira degli dei, spinse il popolo romano a preoccuparsi
di includere anche la guerra nella sfera del fas, avvalendosi degli stru-
menti offerti dalla riflessione teologica e giuridica dei suoi sacerdotes.
Formule e riti del ius fetiale e pontificium furono elaborati allo scopo
di liberare i cives-milites dalla paura del sangue versato e di esimerli
dal timore di impegnarsi in azioni sgradite agli dei.
Nei primi due anni della guerra annibalica, i Romani sembra-
rono in difficoltà, incapaci com’erano di servirsi adeguatamente
degli informatori di cui pure disponevano. Fondamentale apparve
in questo periodo l’apporto dei Massalioti, i quali sorvegliavano la
marcia di Annibale dalla penisola iberica alla Transalpina, nel 218
a.C., ed informarono dettagliatamente i loro alleati circa le sue ini-
ziative diplomatiche in Gallia (Livio, XXI, 20, 8). Nel 217 a.C., inol-
tre, qualche notizia sul Cartaginese giunse alle orecchie di Quinto
Fabio Massimo per mezzo di exploratores e forse anche di prigio-
4
Che le relazioni di Roma con i popoli vicini fossero amichevoli è dimostrato
dal significato originario del termine hostis. A prescindere dall’etimologia, che av-
vicina il termine hostis ad altri termini indoeuropei che esprimono l’idea del-
l’ospitalità, ricordiamo che ancora all’epoca della XII tavole l’hostis era uno stra-
niero col quale un Romano poteva stabilire relazioni giuridiche.
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Arcana Dominationis (i segreti del potere) 29

nieri fuggiti dall’accampamento nemico (Livio, XXII, 15, 3; Zonara,


VIII, 26).
La seconda guerra punica rappresentò pertanto un reale punto di
svolta nella storia di Roma perché, se è vero che il nemico punico uti-
lizzò tutti gli stratagemmi possibili per la vittoria finale, è pur vero
che le sue tecniche servirono ai Romani per sviluppare nuovi atteg-
giamenti in politica estera tali da prevedere un più spregiudicato uti-
lizzo del metodo spionistico.
È proprio tra le figure di questi due generali, Annibale e Scipione,
che si snoderà uno dei duelli più avvincenti della storia antica, duello
descritto in modo magistrale dal Brizzi (Brizzi, 2007), secondo il quale
il Barcide non sarebbe avvicinabile tanto a un Alessandro Magno (il
Macedone infatti non accetta il consiglio di Parmenione di condurre
un attacco notturno a sorpresa al campo nemico apostrofandolo con
le parole: io non rubo la vittoria), quanto a un Lisandro.
A dimostrazione del fatto che anche i Romani, con le guerre pu-
niche, iniziarono a servirsi di stratagemmi e inganni in deroga al prin-
cipio della fides, va ricordato che in occasione del loro intervento
armato in Sardegna nel 238 a.C., si avventurarono in spericolate acro-
bazie giuridiche per giustificare quella che altro non era se non una
violazione pura e semplice al trattato di pace con Cartagine. Il fatto
che la città africana avesse perso il controllo dell’isola nel 240 a.C. e
non fosse ancora riuscita a riprenderselo, non trasformava certo la
grande isola in una res nullius; questo aspetto fu immediatamente no-
tificato a Roma dalla diplomazia punica, ma la protesta cadde nel
vuoto. L’Urbe aveva assaporato l’ebrezza della conquista, dell’uso della
forza, della politica del risparmiare i sottomessi e debellare i superbi
(Virgilio, Eneide, VI, 853) e non avrebbe più potuto farne a meno.
Anche nella vicenda relativa alla conquista di Sagunto da parte dei
Cartaginesi possiamo rilevare l’atteggiamento ambiguo di Roma che
non ottempera in modo sollecito ai propri doveri nei confronti degli
alleati, tradendo così il principio della fides. Il temporeggiare nel ri-
solvere l’incidente di confine tra Saguntini e Torboleti, alleati questi ul-
timi di Cartagine, forse è imputabile al fatto che alcuni patres, in
particolare quelli appartenenti alla gens dei Fabii, avevano da tempo
legami di amicizia e probabilmente di connivenze occulte con il ghe-
rontion di Cartagine. Ne è testimonianza il fatto che un indignato
membro dell’assemblea cartaginese insultò Annone definendolo un
Romanus senator in Carthaginiensi curia. Il gruppo dei Fabii riponeva
grande fiducia nell’intervento dell’oligarchia punica, al fine di ricom-
porre l’ormai compromesso equilibrio politico; fu però sottovalutata
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30 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

la tempestività di Annibale nell’inviare a Cartagine i suoi messaggeri


con il compito di preparare i propri sostenitori e di impedire al par-
tito politico avversario di fare concessioni a Roma. In effetti gli im-
preparati e poco informati ambasciatori romani chiesero addirittura la
consegna di Annibale, che ovviamente non venne neanche presa in
considerazione, ammesso e non concesso che il Senato cartaginese
avesse l’effettivo potere di fermare il Barcide.
Le operazioni belliche erano a questo punto imminenti e cominciò
una sorta di guerra clandestina da entrambe le parti, al fine di scoprire
le strategie del nemico e quindi opporre le necessarie contromisure.
Annibale, per mezzo delle spie che aveva a Roma, scoprì che erano state
previste due linee di attacco: la prima direttamente contro Cartagine e
la seconda contro i territori cartaginesi in Spagna. Conoscere con così
grande anticipo le intenzioni tattiche di Roma permise al Barcide di co-
gliere in contropiede l’esercito avversario, intraprendendo una delle più
ardite campagne militari di sempre: attraversare i Pirenei, le Alpi e in-
vadere l’Italia evitando, oltretutto, il pericolo di uno scontro con le le-
gioni in terra africana. Il piano d’attacco romano non presentava grandi
aspetti negativi se non l’essere prevedibile; rimane il fatto che la tattica
del Barcide obbligò il console Publio Cornelio Scipione pater a rivedere
la sua posizione e quindi rientrare facendo rotta verso Marsiglia. Il ser-
vizio di informazioni di cui disponeva Annibale era efficiente ma non
era l’unico elemento che il generale curava. La sua attenzione nei con-
fronti della sicurezza interna lo spinse a congedare settemila fanti car-
petani della cui fedeltà dubitava. Ogni mossa romana sembrava essergli
nota con grande anticipo e quando i legati dell’Urbe furono mandati a
cercare possibili alleati fra le tribù in Spagna e in Gallia, queste avevano
già stretto accordi con il nemico. Aver optato per la scelta più rischiosa,
quella di addentrarsi in Italia attraverso le Alpi ed evitare la rotta co-
stiera fortificata e controllata dai Romani, obbligò il generale cartagi-
nese, nei pressi dei contrafforti alpini, a mandare un distaccamento di
exploratores a stabilire un contatto con i diversi capi locali delle tribù
galliche cisalpine. La sua fama era probabilmente quasi una leggenda tra
le valli e i fiumi alpini. Ai capi delle popolazioni autoctone era arrivata
l’eco delle imprese in Spagna e non ebbero difficoltà a credere alle pa-
role dei legati punici pronti ad assicurare che la penisola sarebbe stata
liberata dal giogo romano. La convinzione di Scipione pater che Anni-
bale sarebbe stato fermato dalle tribù ostili galliche non trova riscontro
nei fatti poiché il Barcide era già pronto a traghettare il suo esercito oltre
il Rodano. Infatti i Cartaginesi avevano già esplorato, tramite i loro ri-
cognitori, i territori alpini e preso contatti con le tribù che potevano
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Arcana Dominationis (i segreti del potere) 31

fornire truppe, vettovaglie e guide. Pur non potendo escludere che al-
cune di esse li avessero traditi e che certe notizie non fossero poi così
attendibili, rimane il fatto che il progetto di invadere l’Italia non sarebbe
stato realizzabile senza una preventiva e massiccia operazione di “in-
telligence”.

Conoscere la psicologia del nemico offre vantaggi innegabili. Anni-


bale ad esempio era consapevole del bisogno di vittoria dei Romani, i
quali volevano riscattarsi dalla sconfitta subita sul Ticino, dove Scipione
pater aveva riportato una grave ferita ed era, quindi, momentaneamente
fuori combattimento. Il suo collega Tiberio Sempronio Longo era invece
ansioso di dare battaglia. Annibale, informato di ciò, escogitò un modo
per tendergli una trappola. Benché il territorio a ovest del fiume Treb-
bia fosse vasto, piatto e privo di alberi, il Barcide, durante un giro di ri-
cognizione, aveva localizzato un corso d’acqua che attraversava la
pianura e scorreva lungo due sponde completamente coperte di vege-
tazione. Egli ordinò a Magone suo fratello di nascondersi nella vegeta-
zione per tendere un agguato ai Romani (Polibio, III, 71, 9). Tiberio
Sempronio Longo reagì proprio come aveva sperato, ordinando alla fan-
teria di serrare i ranghi e prepararsi a marciare contro il nemico; l’esito
della battaglia fu disastroso per Roma. Ma l’imboscata perfetta fu quella
approntata da Annibale sul lago Trasimeno. Una volta giunto in Etru-
ria, con l’occhio rimastogli vide abbastanza per capire che si poteva ten-
dere una nuova trappola al nemico5. Approfittando della foschia
mattutina che avvolgeva il lago, le truppe cartaginesi si nascosero tra la
vegetazione paludosa e attaccarono di sorpresa il fianco e la retroguar-
dia del contingente romano. Fu un agguato in grande stile, uno dei rari
casi nella storia militare dove un intero esercito rimane in attesa del ne-
mico per poi annientarlo quasi completamente. Lo stesso console Caio
Flaminio cadde in combattimento, pagando caro l’errore di essersi
mosso con le truppe in una densa nebbia, senza far compiere agli ex-
ploratores un giro preventivo di ricognizione. Annibale cercò anche di
incrinare il rapporto di alleanza tra Roma e le popolazioni italiche rea-
lizzando una vera e propria strategia psicologica: dopo ogni battaglia,
senza chiedere alcun riscatto, liberava i non Romani in modo che, tor-
nando alle loro comunità, raccontassero che il Barcide non aveva al-
cuna intenzione di sottometterli ma di liberarli dal giogo romano. Fu
anche abile falsificatore di documenti: inviò a Quinto Fabio Massimo
5
Annibale aveva perso un occhio durante il viaggio nelle terre paludose intorno
all’Arno.
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32 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

una lettera che sembrava scritta dai maggiorenti di Metaponto, nella


quale si dichiarava la volontà di arrendersi purché questo avvenisse al
cospetto del dictator in persona. Destino volle che a causa di auspici
sfavorevoli i Romani decisero di ritardare la partenza e quindi l’imbo-
scata ebbe esito negativo. Plutarco non lascia spazio a dubbi: i Romani
furono salvati dagli dei e non certo dalle informazioni di cui dispone-
vano (Plutarco, Vita di Fabio Massimo, XIX).
Quando il comando delle forze romane cambiò passando nelle
mani di colui che sarebbe passato alla storia con l’appellativo di Cun-
ctator, il generale per prima cosa evitò di incontrare l’esercito cartagi-
nese in campo aperto, dando il via a un logorante gioco di attese per
tenere il teatro operativo in condizione di stallo e impedire ad Anni-
bale di proseguire la sua dirompente campagna in Italia. Questa poli-
tica attendista non era gradita a quei Romani che avrebbero voluto
veder immediatamente riscattato l’onore delle legioni sconfitte dal ge-
nerale cartaginese e si diffuse la notizia che Quinto Fabio Massimo
fosse al soldo del nemico. La consapevolezza del malumore nei con-
fronti di quest’ultimo, offrì al Barcide la possibilità di mettere in atto
un’altra astuta manipolazione psicologica. Grazie ai suoi informatori,
una volta identificate le proprietà del console, egli fece appiccare in-
cendi in tutti i terreni intorno ad esse. Se risulta stupefacente l’effica-
cia di un servizio informativo in grado di scoprire di chi erano le
proprietà in una terra straniera, a maggior ragione colpisce il fatto che
il generale romano fu costretto a donare i propri possedimenti pur di
far tacere le dicerie. Rimane ignota la quantità di informatori carta-
ginesi infiltrati tra le fila romane, anche se si ha notizia di alcune spie
catturate addirittura all’interno dell’Urbe. Così Livio tramanda la sot-
tile guerra in atto tra Cartagine e Roma; a fronte di grandi battaglie per
terra e per mare, ardite imboscate contrapposte a lunghe pause, in at-
tesa di capire la tattica del nemico, la sotterranea guerra di “intelli-
gence” forniva ai Cartaginesi tutte le informazioni relative ai contrasti
interni al governo provocati dalla guerra.

In quegli stessi giorni fu arrestata una spia cartaginese che si era nascosta
per due anni, gli furono tagliate entrambe le mani e fu lasciata andare, e
furono messi in croce venticinque servi che avevano ordito una congiura nel
campo Marzio; si diede al delatore la libertà e ventimila assi (Livio, XXII,
33, 1).

La stessa pena sarebbe stata inflitta nel 211 a.C., a una settantina
di Numidi infiltrati negli accampamenti romani, i quali furono cattu-
rati e rimandati a Capua con le mani mozzate (Livio, XXVI, 12, 19).
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Arcana Dominationis (i segreti del potere) 33

Roma si stava adeguando alle strategie di Annibale, in parte neu-


tralizzandole, in parte imitandole. Sembrava aver ormai colmato il di-
vario che la separava da Cartagine nei primi anni di guerra. È in tale
contesto che va considerata l’opera di Publio Cornelio Scipione.
L’esigenza di avere un capo all’altezza del generale punico, non
solo dal punto di vista militare ma anche per quanto attiene all’uti-
lizzo della fraus, fu soddisfatta con Scipione filius che risultò perfetto
nell’applicare il modus operandi del nemico. A soli 17 anni egli si di-
stinse nella battaglia del Ticino, la prima che Romani e Cartaginesi
combatterono su suolo italico, il primo contatto tra lui e Annibale fu
una mischia da incubo: Scipione pater, colpito al braccio, fu disar-
cionato e iniziò a dibattersi nel fango mentre soldati e zoccoli di ca-
valli minacciavano di abbattersi su di lui … il giovane Publio, che lo
aveva visto cadere da cavallo, riuscì a raggiungerlo, a caricarselo sulle
spalle e a salvargli la vita, evitandogli la prigione. Questo lo scenario
che vide nascere a Roma una nuova stella: Scipione! Giovane, cari-
smatico, coraggioso, imparò velocemente la metis dal suo avversario.
Ottenuto nel 210 a.C. il comando delle operazioni nella penisola ibe-
rica senza averne peraltro il titolo legale, comprese che i Romani
avrebbero dovuto colpire l’avversario in un punto strategicamente vi-
tale, dove nessuno si aspettava un attacco: Cartagena. Ma l’astuzia
del generale romano andava ben oltre la semplice strategia militare:
informato dagli exploratores di un particolare fenomeno di alta e bassa
marea, preparò delle truppe nei pressi di una laguna vicina alla città;
quando la laguna si abbassò velocemente e 500 soldati poterono at-
traversarla, questi gridarono al prodigio divino: Nettuno tifava per
l’Urbe … e naturalmente Cartagena cadde! Sistemate le cose in Spa-
gna, Scipione dovette tornare a Roma per convincere il Senato che le
operazioni militari andavano spostate in Africa: questo avrebbe creato
panico e costretto Annibale a rientrare. Nel tempio di Bellona, fuori
dal pomoerium, come richiesto dalla legge per un comandante in armi
e il suo esercito, le centurie lo acclamarono console: il popolo stava
con il guerriero. Il Senato, sempre guardingo verso qualsiasi ipotesi
‘golpista’, si manteneva distaccato e prudente, e adottò una soluzione
di compromesso: il console Scipione avrebbe governato la Sicilia e
da lì, qualora si fosse reso necessario, avrebbe potuto sbarcare in terra
africana.
La spedizione fu preceduta da un’accurata raccolta di informazioni
sul territorio, frutto delle incursioni fatte dai Romani nel corso della
guerra, delle indicazioni fornite da Massinissa al generale Caio Lelio
nel 205 a.C. e in colloqui successivi (Livio, XXIX, 4, 7-9; XXX, 5, 1).
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34 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

In molti criticarono la mossa dell’Africano, credendo che così fa-


cendo il console avrebbe scoperto la carte e permesso ai Punici di pre-
pararsi. In realtà, le scaramucce di Lelio servirono a testare le posizioni
e la preparazione dei Cartaginesi, e soprattutto l’affidabilità degli alleati:
Massinissa restò fedele mentre Siface, al quale venne promessa in moglie
Sofonisba, la bellissima figlia di Asdrubale di Giscone, capitolò. Questi
inviò in Sicilia un’ambasceria per sconsigliare i Romani dal partire, ma
Scipione, gran conoscitore dell’arte della propaganda, disse ai suoi che
gli ambasciatori erano giunti per sollecitarlo a passare sull’altra sponda.
Lo fece con le legioni cannensi; 40 navi da guerra, 400 navi da trasporto,
viveri per 45 giorni e cibo precotto per 15. Sbarcò vicino ad Utica, nel-
l’odierno Porto Farina, e lì pose la propria base operativa. Venuto a co-
noscenza, attraverso scambi di emissari che intavolavano finte trattative
di pace col nemico, del fatto che gli accampamenti punici erano costruiti
interamente in legno, sferrò un attacco a sorpresa in piena notte scate-
nando un incendio che seminò il panico. Chi riuscì a fuggire venne eli-
minato dalla cavalleria numida di Massinissa, abilmente appostata;
ricordato come la battaglia dei Campi Magni, questo scontro fu un ca-
polavoro della metis. Tutto portava inesorabilmente verso il momento
in cui Scipione e Annibale si sarebbero sfidati in campo aperto (Brizzi,
1982). Prima di questo leggendario evento, il generale romano diede
nuovamente prova di grande acume: catturate delle spie puniche che
avevano il compito di calcolare la disposizione dell’accampamento ne-
mico, egli le condusse a fare un giro esplorativo … poi, incredibilmente,
le lasciò libere. Una mossa coraggiosa e al contempo insolente: con essa
il Romano si proponeva di dimostrare al nemico quanta fiducia ripo-
nesse in se stesso e nelle proprie legioni, lanciando una vera e propria
sfida! Annibale decise di incontrarsi con lui prima della battaglia che
avrebbe provocato la fine di uno dei due. Nei pressi di Zama, ognuno sul
proprio cavallo e con le guardie del corpo a debita distanza, i due con-
dottieri si parlarono. Durante il colloquio il Barcide suggerì di abban-
donare ogni proposito di guerra, di non sfidare ancora la fortuna ma di
concludere una pace equa anche per Cartagine,

perché oggi sei tu quello che io fui a Trasimeno e a Canne (Livio, XXX,
30, 12).

La risposta di Scipione non si fece attendere ed è scritta nella sto-


ria: Cartagine era in ginocchio e lottava ormai solo per la sopravvi-
venza; Roma, al contrario, si giocava il dominio del Mediterraneo …
cioè del mondo.
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Arcana Dominationis (i segreti del potere) 35

Dopo la guerra annibalica la sfiducia negli alleati, motivata dalla


condotta da essi tenuta durante quel conflitto e, contemporanea-
mente, il ruolo assunto dall’informazione nella gestione della politica
estera, costrinsero gli uomini-guida della Repubblica a rivedere dra-
sticamente le loro posizioni. Occorreva iniziare ad apprendere rapi-
damente tutte le malizie dell’attività spionistica e diplomatica ad alto
livello, come si era visto fare dai Cartaginesi (Brizzi, 1982).

Nel periodo compreso tra la seconda metà del II secolo a.C. e l’isti-
tuzione del Principato da parte di Augusto, si verificarono avveni-
menti tali da determinare tutta una serie di innovazioni, alcune delle
quali interessarono l’utilizzo di strumenti di controllo politico e so-
ciale completamente nuovi rispetto al passato. Il sistema repubblicano
stava entrando in crisi. Come giustamente afferma il Silverio, il si-
stema di informazione e sicurezza esistente fino ad allora “cessò sem-
plicemente di esistere perché venne meno la costruzione ideologica e
politica che ne aveva consentito l’esistenza” (Liberati - Silverio, 2010,
pp. 75-76).
La forma di repressione inaugurata durante il confronto tra Mario
e Silla non solo favorì lo sviluppo della delazione ma autorizzò gli
stessi indices ad uccidere, loro stessi, coloro che avevano denunciato
per ricevere una parte dei beni confiscati alle vittime.
Il sistema di sicurezza attivato dal fenomeno delle proscrizioni ri-
mase operante anche dopo la cosiddetta restaurazione sillana. Queste
si ripeterono con rinnovata violenza in occasione del secondo trium-
virato e rappresentano una delle pagine più oscure e meno nobili di
Roma.
Va comunque sottolineato che anche durante il cosiddetto primo
triumvirato le intimidazioni nei confronti degli avversari erano al-
l’ordine del giorno. Nel 56 a.C., ad esempio,

Pompeo e Crasso ottennero il consolato, non essendosi presentati i candi-


dati che precedentemente l’avevano chiesto. Lucio Domizio, che sino al-
l’ultimo giorno si era dato molto da fare per acquistarsi i voti, si era avviato
prima dell’alba da casa verso l’assemblea; ma siccome il ragazzo che lo
precedeva portando la lanterna fu ucciso, ebbe paura e non andò oltre
(Cassio Dione, XXXIX, 31, 1).

Ma ora è il momento di introdurre Cesare, il quale dovette i suoi


grandi successi militari non solo alle straordinarie capacità di generale
ma anche al fatto di aver compreso appieno l’importanza di un buon
servizio di “intelligence”. Infatti, prima di intraprendere una qualun-
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36 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

que impresa, cercava di ottenere quante più informazioni poteva sul


territorio che si apprestava a conquistare, sulle abitudini degli abi-
tanti, le loro istituzioni politiche, la loro storia e la loro situazione
economica. In conclusione, Cesare investì sempre molte risorse non
solo per lo spionaggio politico e militare ma anche per quello cosid-
detto geografico.
Fu Silla a profetizzare il successo politico di questo nobile patrizio
molto amato dal popolo, ‘monarca di fatto ma non di nome’:

pare certo che Silla, quando lo supplicarono i suoi più intimi amici e uomini
di altissimo rango, per qualche tempo oppose un rifiuto; ma poiché essi te-
nacemente insistevano, finalmente si lasciò piegare ma dichiarò, per ispi-
razione divina o per riflessione personale: “Che l’avessero pure vinta e se
lo tenessero pure, purché sapessero che quello che essi tanto volevano salvo,
un giorno o l’altro sarebbe stato proprio la rovina di quel partito degli ot-
timati che essi insieme con lui avevano difeso: in Cesare c’erano molti
Marii” (Svetonio, Cesare, I, 1).

L’episodio dei Lupercali avvenuto il 15 febbraio del 44 a.C. avrebbe


visto Cesare rifiutare la corona offertagli da Antonio, dichiarando che
il solo Giove era re dei Romani.
Nel programma politico del grande generale si può intravvedere
l’impero non più romano ma italocentrico di Augusto, sebbene que-
st’ultimo avrebbe avuto la grande capacità di ammaestrare il Senato
e, almeno in apparenza, ritagliargli un ruolo di grande rilievo. La
scelta etico-politica di Cesare di esercitare un nuovo tipo di potere
fondato sulla generosità e sulla misericordia è stigmatizzata da Cice-
rone che lo rimprovera di cercare quasi ossessivamente ogni occa-
sione per concedere il perdono agli avversari nell’intento di umiliarli
e legarli a sé con un vincolo di gratitudine. L’occasione per fermarlo,
scaturì proprio da un’ennesima richiesta di clemenza. Egli fu ucciso
da uomini che aveva graziato e gratificato, antichi nemici che non
poteva ammettere di non aver definitivamente guadagnato alla pro-
pria causa.
Malignamente, i suoi avversari parlarono della clementia propria
del superiore nei confronti del suo sottoposto, virtù regale per eccel-
lenza che avrebbe rivelato l’indole autoritaria e arrogante del nuovo
padrone di Roma. L’esordio politico di Cesare fu un coraggioso atto di
sfida nei confronti di Silla. Il dittatore aristocratico gli aveva intimato
di ripudiare la moglie Cornelia, figlia di Cinna membro del partito dei
populares, ma il futuro condottiero temerariamente si rifiutò di obbe-
dire e, privato della carica di flamen, della dote della moglie e del-
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Arcana Dominationis (i segreti del potere) 37

l’eredità di famiglia, dovette fuggire da Roma e pagare il silenzio delle


spie di Silla per sfuggire alla cattura (Svetonio, Cesare, I, 1).
Ma chi era in realtà Giulio Cesare? Possiamo tranquillamente con-
siderarlo un genio militare dato che non subì mai sconfitte personali
e annoverarlo fra i personaggi politici più importanti della sua epoca,
visto che gettò le fondamenta dell’impero romano. Fu un rivoluzio-
nario ‘democratico’ o un dittatore che distrusse la libertà repubbli-
cana? Fu un libertino seduttore di matrone e regine straniere oppure
un omosessuale, tanto da essere definito dall’amico Curione ‘marito di
tutte le mogli e moglie di tutti i mariti’?
Per rispondere a queste domande vale la pena di riportare alcuni
passi di Svetonio, il quale riferisce i versi satirici cantati dai soldati di
Cesare mentre scortavano il suo carro trionfale per la vittoria conse-
guita contro i Galli:

Cesare ha sottomesso le Gallie, Nicomede ha sottomesso Cesare: ecco Ce-


sare che ha sottomesso le Gallie, ora trionfa, Nicomede, che ha sottomesso
Cesare, non riporta alcun trionfo (Svetonio, Cesare, XLIX, 5).

Cittadini sorvegliate le vostre donne! Portiamo con noi un calvo scostu-


mato! (Svetonio, Cesare, LI, 1).

Certamente con Cesare, l’utilizzo sistematico dell’”intelligence”


acquista un ruolo indispensabile nello svolgimento delle operazioni
belliche. Ogni movimento delle sue truppe era preceduto da una
accurata preparazione ricognitiva e logistica, anche in base alle in-
dicazioni ricevute dai suoi informatori circa le tecniche di guerra in
uso tra i popoli da sottomettere e le condizioni geomorfologiche del
teatro operativo. Se infatti un messaggero veniva catturato, i nemici
avrebbero avuto accesso a informazioni preziose. Si imponeva dun-
que di rendere i messaggi comprensibili al solo destinatario. A tale
scopo vennero escogitati diversi strumenti tra cui il cifrario messo
a punto da Cesare, il quale, durante la guerra gallica, impiegò la
crittografia per i documenti che intendeva far pervenire ai propri
generali (Cesare, Guerra gallica, V, 48). Il metodo, semplice ma ef-
ficace, consisteva nella traslitterazione di un determinato testo,
dove ad una lettera ne veniva sostituita un’altra, che si trovava ad
un certo numero di posizioni più avanti. Da Svetonio apprendiamo
infatti che:

se (Cesare) doveva fare delle comunicazioni segrete, le scriveva in codice,


cioè con l’ordine delle lettere così disposto che nessuna parola potesse es-
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38 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

sere ricostruita: se qualcuno avesse voluto capire il senso e decifrare,


avrebbe dovuto cambiare la quarta lettera degli elementi, cioè D per A e
così via per le rimanenti (Svetonio, Cesare, L, 6).

A dimostrazione di quanto il cifrario ideato da Cesare fosse effi-


cace, nel 1829 Monsignor Francesco Capaccini, crittografo della Santa
Sede, con l’intento di porre fine all’intercettazione della posta ponti-
ficia da parte di Spagna, Francia e Austria, inventò un sistema cifrato
che prevedeva l’utilizzo di numeri-chiave in cui ad ogni numero cor-
rispondeva una lettera. Il problema di questo codice consisteva nel
fatto che il mittente e il destinatario dovevano essere in possesso dello
stesso prontuario. Il Capaccini consigliò all’allora papa Gregorio XVI
e al cardinale Bernetti di utilizzare il nuovo cifrario solo per i mes-
saggi speciali mentre per la posta ordinaria poteva tornare utile il si-
stema dell’alfabeto traslato utilizzato da Cesare per comunicare con i
propri generali. Il trattato di Svetonio, custodito nella Biblioteca Va-
ticana, fu minuziosamente studiato dal Capaccini il quale garantì al
pontefice che, nel caso in cui il messaggio fosse caduto in mani sba-
gliate, la sua lettura non sarebbe stata facile per il crittoanalista dei
servizi nemici, il quale avrebbe dovuto provare almeno venti opzioni
possibili. Per rendere quasi inviolabile il codice sarebbe stato suffi-
ciente cambiare la ‘chiave’ ogni giorno. La riscoperta di un cifrario
vecchio di quasi duemila anni valse a monsignor Capaccini la nomina,
da parte di Gregorio XVI, a sostituto della Segreteria di Stato e segre-
tario del Dipartimento crittografico.
Tornando alle guerre in Gallia va detto che anche i Transalpini ave-
vano messo in piedi un discreto servizio di “intelligence” e Cesare ne
era perfettamente consapevole tanto che scriveva:

i Galli hanno invero l’abitudine di obbligare le persone di passaggio a fer-


marsi, anche contro la loro volontà, e di porre loro le più svariate domande
su tutto ciò che ciascuno di loro ha visto o sentito; così pure, nelle città, la
folla si assiepa intorno ai mercanti e li costringe a dire i paesi dai quali
provengono e le cose che vi hanno apprese (Cesare, Guerra gallica, IV, 5).

Ma veniamo all’altro obiettivo di Cesare: la Britannia.


Cesare vi intraprese ben due campagne, senza però ottenere alcun
successo clamoroso. Nei suoi commentarii egli sostenne che l’inva-
sione e la conquista dell’isola erano passi necessari per contenere un
possibile attacco delle popolazioni autoctone alle milizie romane in
Gallia. Molto probabilmente il vero intento del proconsole romano
era quello di procurarsi un cospicuo bottino e la gloria che gli sarebbe
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Arcana Dominationis (i segreti del potere) 39

derivata dal sottomettere i popoli di una terra così distante dal mare
nostrum, sarebbe stata necessaria per avere un peso ancora maggiore
davanti al Senato di Roma.
Secondo la suggestiva descrizione di Winston Churchill nella sua
Storia dei popoli di lingua inglese, “d’un tratto le nebbie si diradarono.
Per un momento l’isola apparve alla piena luce del giorno storico. In
sé l’invasione della Britannia ad opera di Giulio Cesare fu un episodio
rimasto senza seguito, ma dimostrò che la potenza di Roma e la civiltà
del mondo mediterraneo non erano necessariamente vincolate alla
costa atlantica. Lo sbarco di Cesare gettò un ponte sul taglio scavato
dalla natura”.

La Britannia era nota già dal IV secolo a.C. per le miniere di rame
e la sua posizione geografica così isolata dal continente, la rese una
terra di grande mistero6; non stupisce, quindi, che per i legionari ro-
mani sbarcare su quell’isola a loro sconosciuta, era come oltrepassare
i confini del mondo.
I Britanni invece conoscevano bene la fama di Roma e di Cesare e
vennero a sapere con largo anticipo che il generale romano si appre-
stava a sbarcare oltremanica. Probabilmente furono proprio i Galli,
che avevano trovato rifugio sull’isola, a convincere i capi tribù bri-
tanni a mandare emissari a Cesare al fine di persuaderlo della loro
buona disposizione. L’inviato del proconsole, Commio re degli Atre-
bati, fu catturato appena mise piede in Britannia; secondo la Sheldon
(2008 a, p. 174), questo fatto sottolinea la scarsa capacità del coman-
dante romano di acquisire informazioni approfondite e articolate circa
le popolazioni presenti sull’isola, aspetto fondamentale per affrontare
un nemico poco conosciuto. Probabilmente nell’analisi del fallimento
di questo primo test di contatto diplomatico si debbono considerare
diversi fattori: il proconsole probabilmente era persuaso che i Britanni
fossero meno agguerriti delle popolazioni galliche che fino a quel mo-
mento erano state battute dall’esercito di Roma. Inoltre, viste le poche
notizie a disposizione, Cesare fece l’unica mossa possibile, quella di
inviare un capo gallico di cui si fidava e che gli avrebbe garantito pro-
babili alleanze e sicurezza nell’eventuale transito con l’esercito, una
volta sbarcato sull’isola.
Il secondo tentativo per raccogliere informazioni fu affidato ad un
tribuno, Voluseno, che per cinque giorni esplorò le coste in cerca di
6
Gli Inglesi euroscettici sostengono che in caso di nebbia sulla Manica sia il
continente a rimanere isolato!
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40 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

approdi, senza mai scendere dalla nave per timore dei poco amiche-
voli Britanni.
Il proconsole era perfettamente consapevole della superficialità ri-
cognitiva del tribuno tant’è vero che scrisse:

Voluseno, dopo cinque giorni, ispezionato il tratto di costa che poté (non
osava però scendere dalla nave e avventurarsi tra i barbari) ritornò da Ce-
sare e gli riferì ciò che aveva saputo (Cesare, Guerra gallica, IV, 21, 9).

Se in un teatro operativo conosciuto era sufficiente utilizzare ex-


ploratores e speculatores, non è da escludere che Cesare, in Britannia,
abbia deciso di adottare un sistema differente. L’utilizzo di due sole
legioni, forza esigua per invadere l’isola, e la fine della stagione estiva
(25 agosto del 55 a.C.) fanno ipotizzare che la prima spedizione avesse
solo uno scopo ricognitivo. Nonostante le condizioni meteorologiche
avverse che misero in difficoltà le navi con la cavalleria, Cesare ebbe
comunque la meglio sulle truppe dei Britanni.
Se questo primo sbarco non portò ai Romani i frutti sperati, dal
punto di vista propagandistico si trattò di un successo notevole: nel
mese di settembre il Senato votò una festa che durò ben quindici
giorni.
Si ha conferma del fatto che questa operazione ebbe carattere pu-
ramente esplorativo, valutando i numeri messi in campo da Roma nel-
l’estate del 54 a.C.: 800 navi da trasporto, 28 navi da combattimento,
5 legioni e 2000 cavalieri. Lo sbarco avvenne senza incontrare alcuna
resistenza e i Britanni, viste le dimensioni dell’armata romana, si ri-
fugiarono all’interno dell’isola. Anche in questa occasione pertanto
l’esercito dell’Urbe ebbe la meglio sulle tribù autoctone, sebbene di
fatto non si verificò alcuna occupazione stabile del territorio, a causa
probabilmente dei disordini che si stavano profilando in Gallia e della
conseguente necessità di rientrare. Non si trattò quindi né di uno stre-
pitoso successo, né di un clamoroso fallimento.
Cesare, dice la Sheldon, “contava molto sulla sua proverbiale for-
tuna. Ma se la buona sorte avesse cambiato strada, l’esito sarebbe stato
disastroso. Se la burrasca fosse stata più violenta, se non la minoranza
bensì la maggioranza dei suoi vascelli avesse fatto naufragio, se i Bri-
tanni fossero stati più decisi nel respingere i foraggeri romani, o se i
Britanni avessero radunato una flotta sufficientemente forte da mettere
in crisi le navi romane sulla via del ritorno, per Cesare sarebbe stata
davvero una catastrofe” (Sheldon, 2008 a, p. 190). Tuttavia, come so-
stenuto da Cutolo nel suo Historia risponde (1958), “con i se non si fa
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Arcana Dominationis (i segreti del potere) 41

mai la storia e nessuno può dire con serietà quello che sarebbe avve-
nuto ove la storia non avesse camminato come effettivamente ha cam-
minato”.
Giulio Cesare affrontò le campagne in Britannia pensando di tro-
vare le stesse condizioni antropologiche e geomorfologiche già co-
nosciute in Gallia. Questo fu certamente un errore di valutazione.
Nondimeno gli va riconosciuta la capacità di aver trasformato un me-
diocre risultato militare in una grande campagna di propaganda per-
sonale. Furono in molti, dopo di lui, a tentare l’invasione e la conquista
stabile della Britannia ma con risultati, se non sovrapponibili a quelli
del proconsole, addirittura meno rilevanti.

La fondazione dell’Impero da parte di Augusto comportò la rior-


ganizzazione totale del sistema delle comunicazioni e delle infor-
mazioni, senza le quali era facile rischiare la catastrofe. Si comprese
che per vincere non bastava più un esercito perfettamente addestrato
ma servivano anche servizi informativi efficienti per combattere i
nemici esterni e quelli interni, sventare ribellioni e complotti, ga-
rantire insomma la sicurezza del Princeps e del suo Impero. Venne
così creato il cursus publicus che, più che una posta pubblica, può
considerarsi uno degli strumenti più importanti elaborati dal regime:
colui che disponeva del controllo delle informazioni controllava
tutto l’Impero e di conseguenza poteva decidere, una volta ricevute
le notizie, quali provvedimenti adottare in considerazione delle in-
formazioni ricevute.
La batosta di Teutoburgo nel 9 d.C. rinnovellò il disastro della
sconfitta di Crasso a Carre nel 53 a.C. nella guerra contro i Parti e in
entrambe queste battaglie la carenza, per non dire assenza, di infor-
mazioni e l’aver ignorato quelle poche disponibili costituirono un ele-
mento decisivo della sconfitta romana. Come dice Polibio, infatti,

un generale davvero esperto e responsabile non si avventura in una re-


gione della quale ignora quasi tutto, senza essersi procurato prima appro-
fondite informazioni geografiche, politiche e militari (Polibio, III, 48).

La gloriosa campagna militare di Traiano fece dimenticare Carre,


anche se una parte consistente dei territori annessi all’impero romano
in quell’occasione venne progressivamente abbandonata nel corso
della prima metà del III secolo d.C. Le guerre partiche condotte da
Lucio Vero nel 165 d.C. ristabilirono la sovranità romana al di là del-
l’Eufrate e, a Dura Europos, Anatho e Kifrin, vennero insediati alcuni
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42 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

presidii di stationarii a guardia dell’inquieto confine orientale, per sor-


vegliare le mosse di un avversario infido come quello persiano.

Una nuova fase nelle relazioni tra Roma e una potenza straniera si
ebbe nel 224 d.C. con l’ascesa della dinastia sasanide in Persia, dopo
oltre tre secoli di scontri durante i quali i Romani si erano contrap-
posti ai Parti con alterna fortuna.
Le città fortificate che difendevano le più importanti vie di comu-
nicazione in Mesopotamia e le fortezze che ospitavano le guarnigioni
a difesa del Tigri e dell’Eufrate, costituivano la principale risorsa dei
Romani contro la minaccia persiana. Costanzo II conosceva bene l’ap-
parato difensivo della frontiera orientale approntato da Diocleziano
in quanto si era occupato lui stesso del suo completamento quando
era ancora Cesare, procedendo alla trasformazione della piccola città
di Amida in un centro fortificato di primaria importanza per la difesa
dell’alta valle del Tigri e delle vie che attraversavano l’Eufrate (Am-
miano Marcellino, XVIII, 9, 1). Costanzo non voleva tuttavia affidare
la sicurezza della frontiera alle sole costruzioni militari, rischiando di
lasciare l’iniziativa ai Persiani e limitandosi a rispondere agli eventuali
attacchi con opportune misure difensive. Pertanto, pur avendo ab-
bandonato completamente il progetto di invadere la Persia, elaborò
una strategia che prevedeva il rafforzamento dei contingenti militari
dell’esercito, anche per mezzo dell’arruolamento di ausiliari di origine
gotica (Giuliano, Orazioni, I, 21c-22d; Libanio, Orazioni, LIX, 92-93),
e la conduzione di una serie di campagne militari e diplomatiche con-
tro tribù arabe del deserto siriano, tese a farne rientrare il maggior nu-
mero possibile nella sfera di influenza romana.
A partire dal 357 d.C. si ha testimonianza di negoziati diretti fra
Roma e la Persia, dei quali Ammiano Marcellino offre un dettagliato
resoconto (XVI, 9-10; XVII, 5). Egli narra che il prefetto del pretorio
per l’Oriente Strategio Musoniano raccolse informazioni sulla situa-
zione politica in Persia e, dopo essersi consultato con il dux Mesopo-
tamiae Cassiano e aver appreso che Shapur si trovava ancora in
difficoltà nella conduzione della guerra contro i Chioniti e Gilani, si
mise in contatto con il governatore persiano Tamsapor e lo invitò

a scrivere al suo re per consigliargli di stipulare una pace con l’imperatore


romano (Ammiano Marcellino, XVI, 9, 3).

Una pace con Roma, infatti, avrebbe consentito a Shapur di spo-


stare un ingente numero di soldati dal confine mesopotamico per im-
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Arcana Dominationis (i segreti del potere) 43

piegarli nel nord-est. La proposta, della quale l’imperatore non era


forse neanche a conoscenza, era un’iniziativa autonoma di Musoniano
e non prendeva minimamente in considerazione l’opportunità di sti-
pulare una pace permanente tra Roma e la Persia. Evidentemente nes-
suna delle due parti riteneva auspicabile ciò in una prospettiva a
medio-lungo termine, ma si basava su argomenti di strategia militare,
secondo i quali è sempre opportuno evitare di essere militarmente im-
pegnati su più fronti.
Tamsapor, tuttavia, interpretò il tentativo di Musoniano come un
segno della debolezza di Roma e, dopo aver consultato anche propri
agenti, ne diede notizia a Shapur che nel frattempo, aveva concluso
vittoriosamente la sua campagna nel nord-est.
Il notabile persiano era probabilmente a conoscenza del fatto che i
Romani versavano in difficoltà sia in Gallia sia sul Danubio. La prin-
cipale fonte di informazioni per Tamsapor fu probabilmente Antonino,
un soldato (forse uno stationarius) che, divenuto contabile presso il
dux Mesopotamiae, in seguito a difficoltà di carattere legale-finanzia-
rio, defezionò passando ai Persiani nel 358-359 d.C. insieme con la
propria famiglia. Secondo il racconto di Ammiano, Antonino, vittima
di soprusi da parte di persone più potenti di lui, nell’impossibilità di
trovare giustizia, raccolse un considerevole numero di notizie sulla di-
sposizione delle truppe imperiali così da poter dimostrare al sovrano
persiano, una volta varcato il confine, di costituire per lui una preziosa
fonte di informazioni. Quindi acquistò un podere sul fiume Tigri, per
poter sfuggire alla sorveglianza degli stationarii senza destare sospetti
e, in seguito a trattative con Tamsapor, venne prelevato nottetempo da
barche persiane, per mezzo delle quali attraversò il Tigri con quanto
aveva di più caro (Ammiano Marcellino, XVIII, 5, 1-3).
Pur avviluppato nelle spire di una crisi sempre più palese e ine-
luttabile, l’Impero romano continuava a possedere un notevole orga-
nico di uomini dediti allo spionaggio, al sabotaggio, alla corruzione,
all’omicidio mirato. Ne è testimonianza l’episodio della congiura or-
dita ai danni del re degli Unni, Attila (406 d.C. - 453 d.C.) nel 448
d.C., che avrebbe dovuto concludersi con l’omicidio del re barbaro. Il
fatto è narrato da Giordane (vissuto un secolo dopo gli eventi narrati
ed autore dei Getica), il cui nonno aveva fatto parte della delegazione
diplomatica bizantina alla corte di Attila nel 448 d.C. La delegazione
era in realtà composta da agenti segreti della corte di Bisanzio e por-
tava con sé un ingente quantitativo d’oro per i sicari assoldati per as-
sassinare il re degli Unni; la congiura venne scoperta ed il piano
sventato (Giardina, 1977, p. 135; cfr. Zecchini, 2007).
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44 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

Il vecchio sistema romano di “intelligence” continuò a funzionare


regolarmente almeno fino al regno di Giustiniano quando, stando al
racconto di Procopio, l’imperatore decise di smantellare il cursus pu-
blicus a causa delle crescenti difficoltà finanziarie dell’impero (Proco-
pio, Carte segrete, XXX, 2).

Nella metà del VI secolo d.C., il regno di Maurizio (582 d.C. - 602
d.C.) rappresentò una tappa fondamentale nella trasformazione della
struttura statale della tarda età imperiale romana nel nuovo, più vitale,
ordinamento dell’impero bizantino.
Il suo Strategikon è importante non solo per la storia dell’arte mi-
litare dei Bizantini, ma anche per la storia di altri popoli, come i Per-
siani, i Turchi, gli Avari, gli Slavi, i Franchi e i Longobardi, per le
informazioni che fornisce sui costumi e l’arte militare; è opera di stra-
tegia militare che si presta ad almeno due diverse chiavi di lettura:
può infatti essere vista sia come un manuale di istruzioni ad uso e
consumo delle truppe bizantine, sia come summa teologica di tutte le
conoscenze militari ereditate da Roma, di cui Bisanzio appare come la
naturale depositaria.
Lo Strategikon non è un’opera di grande valore letterario pur in-
serendosi nella lunga e prestigiosa tradizione dei trattati militari che
vanno dal manuale di Enea Tattico, autore vissuto nel IV secolo a.C.,
fino a quelli di Asclepiodoto e Onasandro che scrissero nel I e nel II
secolo d.C. A differenza di molti di essi, costituisce tuttavia anche una
fonte preziosa di notizie e informazioni non solo sugli eserciti del-
l’epoca ma, al pari forse della Guerra gallica di Cesare, anche su usi e
costumi di popoli dei quali oggi rimane ben poco.
L’elemento-chiave di questa sorta di prontuario per i ‘Signori
della guerra’ è racchiuso nella breve frase che compare nella sua
prefazione:

è essenziale non trascurare neppure le cose più ovvie.

Nella parte prima del libro VII dello Strategikon, che ha per titolo
‘La strategia. Tra i punti che il generale deve considerare nell’immi-
nenza della battaglia’, vi è un paragrafo relativo alla raccolta di infor-
mazioni sul nemico:

occorre fare ogni sforzo, con attente ricognizioni ad opportuni intervalli e


servendosi di spie e di esploratori, per ottenere informazioni sui movimenti
del nemico, sulla sua consistenza e organizzazione, ed essere quindi in con-
dizioni di evitare sorprese.
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Arcana Dominationis (i segreti del potere) 45

Nella stessa parte introduttiva del capitolo, Maurizio afferma:

la guerra è come la caccia. Come infatti le prede vengono catturate con le


esplorazioni, con le trappole, gli appostamenti, gli inseguimenti, gli accer-
chiamenti e con altri stratagemmi del genere, piuttosto che con la forza pura
e semplice, così si deve procedere nel condurre una guerra, a prescindere dal
numero dei nemici. Tentare di sconfiggere il nemico esclusivamente in campo
aperto, corpo a corpo e a viso aperto, anche se può dare la sensazione di vin-
cere, significa condurre un’impresa rischiosa e dispendiosa. A meno di casi
di assoluta necessità, è assurdo tentare di ottenere una vittoria così a caro
prezzo e che porta solo inutile gloria (Maurizio, Strategikon, VII, I).

Bisanzio elaborò una strategia politica e militare efficacissima, ba-


sata su un uso estremamente moderno dell’“intelligence”. La sua di-
plomazia seppe imbrigliare le forze nemiche, raccogliendo dettagliati
dossier e riuscendo ad ottenere così vantaggiose concessioni su tutti
i tavoli delle trattative. Maurizio, quando salì al trono di Costantino-
poli nel 582 d.C., era perfettamente consapevole del fatto che

i popoli non si combattono tutti con la stessa tattica e non ci si può com-
portare con tutti alla stessa maniera (Maurizio, Strategikon, VII, 15).

Gli era inoltre ben chiaro che le truppe appartenenti alla stessa
etnia del nemico dovevano essere separate dall’esercito molto tempo
prima della battaglia e mandate altrove, per evitare che potessero pas-
sare al nemico in un momento critico.
Un altro elemento importante contenuto nello Strategikon è quello
relativo al camuffamento del generale il quale, secondo Maurizio, do-
veva sempre apparire con sembianze diverse, mentre formava la linea
di battaglia, prima della carica, nell’incontrarsi con il nemico, mentre
mangiava e mentre dormiva, per evitare di venire catturato dal ne-
mico o da qualche cospiratore.
Vi era d’altra parte un illustre precedente. Infatti
il cartaginese Annibale usava anche parrucche e diversi modelli di barba,
per far credere ai barbari che fosse un essere soprannaturale (Maurizio,
Strategikon, VIII, 2, 88).

Vale infine la pena di riferire lo stratagemma da lui ideato per lo-


calizzare eventuali spie all’interno dell’accampamento romano:

l’incombenza della cattura delle spie o esploratori deve essere affidata ai


comandanti dei tagma. Ognuno di essi deve annunciare ai propri uomini
che il giorno dopo, verso la seconda o terza ora, al primo segnale di tromba,
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46 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

tutti, soldati e servitori, devono immediatamente raggiungere la propria


tenda, e che chiunque osi farsi trovare fuori della propria tenda sarà punito.
Quando tutti sono entrati, i comandanti stessi stando all’esterno osservano
e arrestano chiunque venga trovato fuori delle tende. I membri delle squa-
dre devono trattenere ogni sconosciuto che entra nella tenda e consegnarlo
al proprio comandante. Si verificherà uno dei due casi: o l’arresto dello sco-
nosciuto che è rimasto fuori perché non sapeva dove andare, oppure, se que-
sto è abbastanza audace da entrare in una delle tende, il suo riconoscimento
come straniero, e la sua consegna al comandante della squadra. Chiunque
venga scoperto in questo modo deve essere arrestato, sia che sembri un Ro-
mano sia che sembri uno straniero, e deve essere interrogato per chiarire la
verità. (…) Queste procedure non solo scoprono le spie nemiche, ma abi-
tuano anche i nostri soldati ad obbedire ai loro comandanti e ad eseguire gli
ordini con attenzione (Maurizio, Strategikon, IX, 5).
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‘Gli occhi e le orecchie’ dei Romani:


nascita dell’attività spionistica nell’Urbe

Qui a Roma i malati muoiono per mancanza di sonno (…). I carri scric-
chiolano sulle strade strette e tortuose e le imprecazioni dei cocchieri ter-
rebbero sveglio anche un sordo (Giovenale, III, 234).

L’idea che l’operato di un governo sia necessariamente avvolto nel


mistero risale, come si è detto, a Erodoto.
Nella prospettiva romana il segreto principalmente ‘nasconde’. “Il
termine deriva dal latino secernere, in cui cerno esprime il ‘separare’, il
‘dividere’, il ‘distinguere’ (il primo significato, tutto agricolo, è ‘passare
al setaccio’), mentre il prefisso se ha funzione iterativa ed intensiva,
giacché esprime allo stesso modo la separazione, l’allontanamento, la
privazione” (Ferri, 2010, p. 212).
Alcuni segreti erano classificabili come perpetui: l’ignoto non ri-
guardava il ‘risultato’ subito noto o destinato ad esserlo, bensì gli
aspetti tecnici che producevano tale esito. Di questa tipologia face-
vano parte gli arcana imperii (Tacito, Annali, II, 36, 1): i segreti, le tec-
niche, i ‘trucchi del mestiere’ per esercitare il comando e mantenere il
potere.
Occultare agli occhi dei sudditi, dei cittadini, dell’opinione pub-
blica era un modo per custodire e preservare il potere fornendogli
l’aura del mistero e del sacro.
La memoria di un nome segreto di Roma è ampiamente attestata
(Plinio, Storia naturale, III, 65; Macrobio, Saturnali, III, 9, 3-5; Solino,
Raccolta di cose memorabili, I, 1-5; Servio, Commento all’Eneide, I, 277).
Nella società romana l’appellativo della divinità tutelare dell’Urbe,
il nome segreto di Roma, il mistero più importante era tenuto nasco-
sto. Questo per il timore che, una volta che esso fosse stato di pubblico
dominio, i nemici sarebbero stati capaci di mettere in atto la pratica
della exoratio, una sorta di “rapimento” della divinità con conseguente
rovina della città.
Il fatto che la prima menzione del nome segreto di Roma risalga a
Verrio Flacco (in Plinio, Storia naturale, XXVIII, 18), che scrive in età
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augustea, non significa che questa concezione sia stata ‘creata’ allora;
inoltre individuare il momento della sua ‘invenzione’, come pure stabi-
lire se si tratti di una credenza giusta o sbagliata, conta poco ai fini della
ricostruzione della ‘storia della mentalità romana’ (Ferri, 2010, p. 217).
Verrio Flacco prende in considerazione alcuni autori i quali rite-
nevano che, in occasione degli assedi, i sacerdoti romani fossero so-
liti per prima cosa evocare il dio sotto la tutela del quale si trovava
quella data città e promettergli un culto uguale o più grande presso i
Romani. Questo rito permane nella disciplina dei pontefici e per que-
sto motivo si continua a tener nascosto il nome del dio che tutelava
Roma, affinché i nemici non possano comportarsi allo stesso modo.
Ci si può chiedere perché ad un certo punto si cominci a riflettere
sull’argomento, giacché non si può dubitare del fatto che, fin da tempi
remoti, si considerasse Roma come protetta da una divinità.
A parere del Ferri, ciò che “ha più titoli per ricoprire il ruolo di di-
vinità tutelare segreta di Roma è un genius, che potremmo ragionevol-
mente identificare con il genius urbis Romae sive mas sive femina di cui
parla Servio (Servio, Commento allEneide, II, 351)”, che esiste da
quando esiste la città, è la sua divinità primordiale (Ferri, 2010, p. 221).
Quale miglior modo di serbare il segreto del nome di una divinità
… che in realtà non possiede un nome? Riferirsi al genius urbis Romae
non implica che sotto questa denominazione sia nascosto un qualche
specifico essere divino, al contrario. Il genius normalmente non ha
nome, ed anzi talvolta ci si rivolge ad esso tramite la formula sive deus
sive dea, come nel rito del lucum conlucare o nel carmen evocationis.
Inoltre un tale essere divino avrebbe consentito di poter conciliare
una certa ‘pubblicità’ circa l’essere divino protettore dell’Urbe, senza
che ciò comportasse particolari rischi dal punto di vista religioso. Il
Romano, come rileva Servio in uno scolio relativo a un verso del-
l’Eneide di Virgilio, non ha bisogno di conoscere l’identità di un dio
per venerarlo o fare la sua volontà:

ti seguiamo, o dio santo, chiunque tu sia (Servio, Commento all’Eneide, II,


351).

Secondo quanto riferito da Giovanni Lido, Roma ebbe tre nomi:


uno segreto, uno cultuale e uno politico:

quello segreto è in altre parole Eros, in modo che tutti siano pervasi da un
amore divino per la città – motivo per cui il poeta nei carmi bucolici la
chiama metaforicamente Amarillide -, quello riservato al culto è Flora,
cioè ‘fiorente’, da cui deriva la festa dei Floralia in suo onore; quello poli-
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‘Gli occhi e le orecchie’ dei Romani: nascita dell’attività spionistica nell’Urbe 49

tico è Roma. L’appellativo di carattere cultuale era noto a tutti e veniva


pronunciato senza alcuna restrizione, mentre evocare quello segreto era
permesso solo ai pontefici massimi durante i riti sacri; e si dice che, una
volta, un magistrato7 fu punito per aver osato rendere noto il nome segreto
della città (Giovanni Lido, I mesi, IV, 73).

Il genius urbis Romae non ha nome, ma ha contemporaneamente


come specificazione il nome della città; è caratterizzato dall’essere il
suo ‘genio’ e da ciò riceve la propria personalità e funzione.
L’esigenza di mantenerlo segreto derivava dalla credenza che in
esso risiedesse il destino delle città. Nominare qualcosa equivaleva
più o meno a renderlo vivo ed esistente e la conoscenza del nome si-
gnificava, in pratica, avere il potere di influire, nel bene o nel male,
sull’oggetto di cui si possedeva la conoscenza. Nel caso di una città,
il nome segreto corrispondeva, di fatto, a quello del Nume tutelare e
infatti i Pontefici romani, nelle invocazioni, si rivolgevano a

Giove Ottimo Massimo o con qualunque altro nome tu voglia essere chia-
mato (Servio, Commento all’Eneide, II, 351).

In base a questo principio, negli assedi veniva evocato il dio pro-


tettore della città assediata promettendogli riti e sacrifici migliori, af-
finché abbandonasse la tutela del paese nemico, e per questo motivo
i Romani conservarono con estrema cura il nome segreto di Roma
(Carandini, 1997). Infatti i momenti di crisi e di pericolo corsi da
Roma lungo tutta la sua storia furono sempre ricchi di interventi e ri-
flessioni sul piano religioso, in particolare quelli compresi tra il II se-
colo a.C., epoca delle grandi conquiste mediterranee (e delle
evocationes celebrate a Cartagine e, probabilmente, a Numanzia) e i
primi decenni del seguente corrispondente alla guerra sociale.
In età augustea, dinanzi alla grandezza e alla potenza dell’Impero
consolidato e ampliato da Augusto, di fronte all’accecante splendore
del saeculum da lui inaugurato, qualunque Romano doveva necessa-
riamente riconoscere che l’Urbe era depositaria di qualcosa di diverso,
che possedeva qualcosa in più rispetto a qualunque altra città: “quello
circa la divinità segreta poteva costituire un’ulteriore motivazione del
7
Secondo Mauro De Nardis, che ringrazio per il controllo della traduzione del
passo, l’espressione piuttosto generica usata da Lido (‘un addetto a quell’incarico’)
può intendersi, oltre che riferita alla sanzione di un ‘magistrato’, anche alla con-
danna di un sacerdote o di un pontefice, considerata la pressoché assoluta in-
scindibilità, nella storia romana arcaica e mediorepubblicana, dell’ambito religioso
da quello politico.
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50 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

successo senza precedenti di Roma, un quid funzionale a spiegare per-


ché, a differenza di tutte le altre città, proprio l’Urbe avesse raggiunto
quel vertice supremo e incontrastato di potenza: così facendo, attra-
verso la religione, i Romani ‘durkheimianamente’ celebravano la pro-
pria società” (Ferri, 2010, pp. 218-219).
Riccardo Orestano (citato da Traverso, 2005, pp. 8-9) parla di
una vera e propria sociologia del segreto nella società romana, una
società elitaria di ceppi etnici, di gentes, di magistrature uniche o
collegiali, di classi politiche ed economiche, di giurisdizioni, di
‘bracci secolari’, di ‘corpi separati’, senza dimenticare il linguaggio
incomprensibile di certe scuole filosofiche o intellettuali vari, per
i quali il parlare iniziatico serve a non farsi capire dalla gente co-
mune.
Il giurista sottolinea come già nel lessico usato per definire la ri-
velazione di un segreto sia chiaramente avvertibile un’accezione ne-
gativa, forse anche spregiativa: “divulgare, pervulgare, promulgare,
indicano infatti un’acquisizione dal basso dei segreti che reggono le
sorti dello stato; denunciano un allargamento che è al tempo stesso
scadimento della conoscenza. La ‘divulgazione’ di un segreto ‘sporca’
in un certo senso l’esercizio elitario del potere: va a toccare gli ar-
cana, gli elementi nascosti, insiti nella res publica e preposti alla sua
sacralità. Stato, diritto, religione: questi sono gli aspetti fondanti del
vivere comune, all’origine dell’impero più potente e longevo della
storia; essi sono fortemente connessi e si intersecano nella celebra-
zione e nella custodia delle pratiche segrete, estranee ai profani in ge-
nerale, al volgo in particolare” (Traverso, 2005, pp. 8-9).
La concezione della divinità tutelare segreta la dice lunga sulla
particolare religiosità dei Romani: individuare il momento della sua
invenzione è meno importante degli elementi relativi alla storia della
mentalità che essa trasmette (Ferri, 2010, p. 219). Ad ogni modo, nel
momento in cui scrivono Verrio Flacco e Plinio il Vecchio, i Romani
sono fermamente convinti che Roma sia protetta da una divinità dal
nome segreto e che si debba con ogni mezzo evitare il pericolo di
subire un’evocatio.

Infatti il vero nome di quel nume che protegge la città di Roma è proibito
sapere per legge dei sacra: per aver osato pronunciarlo un certo tribuno
della plebe fu crocifisso (Servio, Commento alle Georgiche, I, 498).

Inoltre la stessa Roma, il cui altro nome è ritenuto sacrilego dire nei misteri
cerimoniali, abolito per opportuna e utile sicurezza rivelò Valerio Sorano
e subito dopo ne pagò le conseguenze. Non appare inopportuno citare qui
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‘Gli occhi e le orecchie’ dei Romani: nascita dell’attività spionistica nell’Urbe 51

un esempio di un antico culto disposto precisamente per questo silenzio;


infatti la dea Angerona, cui si sacrifica il dodicesimo giorno prima delle
calende di gennaio, è rappresentata con la bocca fasciata da una benda
(Plinio, Storia naturale, III, 65).

All’alba della Repubblica romana l’esercizio del potere era salda-


mente nelle mani di chi sedeva nel Senato romano. Era gestito dalla no-
bilitas costituita da un ristretto numero di gentes consolari che avevano
accesso esclusivo alle più importanti cariche religiose dello stato, tra
cui quella dei pontifices. Il collegio pontificale dettava i ritmi quotidiani
della comunità, decidendo il calendario e di conseguenza i giorni di
mercato e quelli nei quali era fas o nefas svolgere attività giudiziaria.
Questo potere risiedeva in un insieme di formule arcaiche, di
oscure pratiche religiose e di rigide norme non codificate per iscritto,
ma tramandate su base orale e custodite dai clan familiari che com-
ponevano l’aristocrazia romana nel V secolo a.C.

Tra gli episodi pertinenti ad illeciti puniti da Roma con l’immola-


zione del reo ve n’è uno di diretto interesse per il tema della sicurezza
politica e della tutela di Roma: la rivelazione, ad opera del duoviro
Aulo Atilio, dei segreti contenuti nella parte superstite dei libri sibil-
lini acquistati da Tarquinio il Superbo: il re ordinò di gettarlo in mare
dopo averlo cucito vivo dentro una pelle bovina, condannandolo così
ad una morte orrenda (Valerio Massimo, I, 1, 13).
A sciogliere l’intreccio tra religione e diritto provvide, verso la fine
del IV secolo a.C., il liberto Gneo Flavio che, secondo quanto riferito
da Valerio Massimo (II 5, 2), divulgò il diritto civile occultato per lun-
ghi secoli tra le pratiche sacre e noto solamente ai pontefici.
Pericolo, sicurezza, tutela del segreto, spionaggio.
L’attività di spia nella Roma repubblicana (e forse anche in quella
monarchica) era per lo più svolta da dilettanti. Ogni aristocratico ro-
mano aveva a disposizione una rete di colleghi di lavoro, informatori,
congiunti, schiavi e agenti che provvedevano ad aggiornarlo in merito
a ciò che avveniva in Senato o nella sua stessa casa. La nobiltà romana
spiava tutti, anche se stessa. Ciò che i senatori spacciavano per libertà
era in realtà un dispositivo di controlli e di equilibri che impediva ad
ogni singolo gruppo di prevalere sugli altri.
A tale proposito uno degli episodi più antichi narrato da Livio è
quello che vede i senatori dei primi anni della Repubblica utilizzare i
propri clientes per impedire le riunioni della plebe e cercare di evitare
la celebrazione di processi rivoluzionari.
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La congiura di Catilina fu sventata da Cicerone con l’aiuto di una


vasta azione di spionaggio e di guardie del corpo private. Anzi la sua
principale fonte d’informazione fu l’amante di Quinto Curio, uno dei
congiurati, l’aristocratica Fulvia che costituì un efficientissimo tra-
mite con il grande oratore.

Era fra i congiurati il nobile Quinto Curio, uomo infame e scellerato, che
i censori avevano radiato dal Senato per indegnità. Costui era un indivi-
duo falso e avventato: non era capace né di tenere per sé ciò che aveva sen-
tito, né di nascondere i propri delitti, né si preoccupava di ciò che diceva o
faceva. Da molto tempo aveva una scandalosa relazione con Fulvia, donna
di nobili origini; non essendo più nelle sue grazie perché non poteva più
farle molti doni a causa delle ristrettezze economiche in cui trovava, co-
minciò a prometterle mari e monti, a minacciarla di morte se lo avesse tra-
dito e infine a comportarsi con più arroganza del solito. Fulvia, scoperto il
motivo dell’insolenza di Curio e senza rivelare il nome dell’informatore,
raccontò cosa sapeva a proposito della congiura di Catilina, poiché la Re-
pubblica era in grave pericolo. Questa notizia fece desiderare subito a tutti
di nominare console Cicerone. Infatti fino ad allora i nobili fremevano d’in-
vidia nei suoi confronti e credevano che il consolato sarebbe stato conta-
minato se fosse stato ricoperto da quell’homo novus, per quanto illustre
fosse: ma l’invidia e la superbia passarono in secondo piano di fronte al pe-
ricolo (Sallustio, La congiura di Catilina, XXIII, 4-5).

Non sono pochi i personaggi femminili che ruotano intorno a Ci-


cerone, lo tengono informato e sono coinvolti nelle vicende politiche
che lo riguardano, soprattutto quelli che vantavano stretti legami o
vincoli di parentela con personaggi di spicco. I Romani non erano in-
fatti contrari allo spionaggio dei privati cittadini ma anzi ne racco-
mandavano un oculato utilizzo: quando Livio Druso volle costruirsi
una casa, l’architetto esplicitamente gli chiese se voleva che fosse rea-
lizzata per proteggersi dagli sguardi della gente e tenersi al sicuro da
ogni forma di spionaggio, così che nessun estraneo vi potesse curio-
sare (Velleio Patercolo, II, 14).

“Nonostante una progressiva divulgazione delle pratiche del po-


tere, fisiologicamente necessaria a stemperare una crescente tensione
sociale, il segreto non ne abbandonò mai l’esercizio durante tutto il
corso della storia romana, ma accompagnò costantemente l’attività di
chi lo deteneva. Arcana imperii, le cose segrete dell’imperium, è la si-
gnificativa locuzione con la quale Tacito definisce la potestà di con-
durre lo stato. Il concetto di imperium designava una facoltà
immanente l’intero popolo romano, tanto forte e stringente, quanto
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‘Gli occhi e le orecchie’ dei Romani: nascita dell’attività spionistica nell’Urbe 53

intangibile e inintelleggibile, se non mediante segni esteriori quali, ad


esempio, il fascio littorio che accompagnava il magistrato romano du-
rante le cerimonie a testimonianza del potere a lui riconosciuto e de-
mandatogli dai comizi. L’imperium dava al suo detentore il diritto e la
forza di far valere i propri atti, conferendogli il comando militare del-
l’esercito, cioè della totalità del popolo romano in armi” (Traverso,
2005, p. 9).
È significativo che le caratteristiche dell’imperium siano definite
da Tacito arcana, così lontane dal poter essere divulgate da presup-
porre un lecito e continuo esercizio del segreto a fondamento del go-
verno dello stato. A Roma era fortissima la volontà di arcana imperii
temptare, di scuotere i segreti del potere, da parte di coloro che sotto-
stavano al volere del Princeps (Annali, II 36, 1).
Ancora nei suoi Annali Tacito ascrive sempre agli arcana imperii le
decisioni prese da Augusto a proposito dell’amministrazione di un ter-
ritorio come l’Egitto, che ottenne uno statuto provinciale del tutto dif-
ferente dai restanti possedimenti romani:

infatti Augusto, tra le altre segrete norme della dominazione, aveva serbato
all’Egitto un trattamento particolare, vietando ai senatori e ai cavalieri ro-
mani di censo superiore di entrarvi senza un permesso dell’imperatore,
perché chiunque possedesse quella provincia e gli stretti passi della terra
e del mare, anche con un piccolo presidio contro grandi eserciti, non potesse
affamare l’Italia (Tacito, Annali, II, 59, 3).

Nemmeno all’epoca del Principato Roma possiede un corpo di po-


lizia vero e proprio.
Vale a questo punto spendere qualche parola sulla correttezza del-
l’utilizzo del termine polizia riferito alle società antiche in generale e
a quella romana in particolare.
A partire dagli anni ’60 del secolo scorso, esso è stato da più parti
riconosciuto come improprio: la nascita della polizia costituisce in-
fatti, come sottolinea ormai da tempo Cecilia Ricci, l’esito finale di un
processo di cambiamento degli atteggiamenti individuali e collettivi
nei confronti della pace sociale e corrisponde a esigenze di ordine
nelle società industriali europee percorse da conflitti di classe. L’atti-
vità poliziesca presuppone la nascita del diritto pubblico e dell’eco-
nomia politica e si basa su una rete informativa per la raccolta di
notizie al fine di controllare gli individui e la loro mobilità spaziale e
sociale.
Tornando a Roma, vi è una netta distinzione tra il mantenimento
dell’ordine pubblico, che è compito precipuo del governo, e la ‘pre-
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54 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

venzione della criminalità’, che spetta alla comunità di cittadini o a


chiunque altro si trovi in città.
Per il controllo delle strade ci sono gli edili che svolgono anche
mansioni di polizia urbana e di cura dell’annona; per le indagini di or-
dinaria amministrazione c’è un ‘fai da te’ molto diffuso. È la gente
‘normale’ a separare i litiganti, a controllare i forestieri, ad arginare i
furti. Non esistono vere e proprie figure di poliziotto alla ‘tenente Co-
lombo’, che conducono le indagini. Spesso sono gli stessi familiari
della vittima a dover effettuare delle ricerche per proprio conto, in-
terrogando gli schiavi, i vicini, raccogliendo prove. Poi, individuato il
probabile colpevole, si rivolgono ad un avvocato e si recano in tri-
bunale (Angela, 2010, p. 473).
Ogni abitante conosce bene questo genere di cartelli: “Qualcuno
ha rubato un paiolo di rame da questo negozio. Offro 65 sesterzi a chi
me lo riporta, o 20 sesterzi a chi sa dirmi dov’è” (CIL IV 64). Sono in-
fatti i cittadini a mettere in atto una loro forma di sorveglianza del cir-
condario e a procedere sommariamente contro chi commette reati. A
Roma la vita è vissuta sotto gli occhi di tutti ed è quindi meno facile
che altrove farla franca. I guadagni ritenuti illeciti devono essere giu-
stificati anche perché le vittime di furti proclamano ad alta voce le
loro perdite e offrono sostanziose ricompense in cambio di informa-
zioni, tanto che molto spesso alla vittima basta una rapida indagine
per stabilire l’identità del colpevole.

A che servono le leggi quando solo il denaro è re, e la povertà non vince
mai? (Petronio, Satyricon, 2).

Le leggi delle XII tavole permettevano l’uccisione immediata di un


ladro colto in flagranza di reato (Cicerone, In difesa di Tullio, L, 1). Le
norme in esse contenute in materia di procedura civile ed esecuzione
della pena e quelle relative agli illeciti privatistici utilizzavano il prin-
cipio di ‘giustizia popolare’ nell’interesse dell’ordine giuridico (Lin-
tott, 2008, pp. 205-220).
Queste procedure divennero obsolete verso la media Repubblica,
sebbene l’uccisione eccezionale di un ladro manifesto persistesse
(Gaio, Istituzioni, 3, 183-194).
Il collegio dei tresviri capitales o nocturni fu creato poco dopo il 290
a.C. ed era costituito “da una sorta di commissari di polizia che perse-
guivano i responsabili di ogni tipo di violenza, dirigevano il carcere nel
foro e le altre prigioni, esigevano le multe dovute da coloro che ave-
vano perduto cause civili che le prevedevano” (Poma, 2009, p. 92).
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‘Gli occhi e le orecchie’ dei Romani: nascita dell’attività spionistica nell’Urbe 55

Essi sovrintendevano all’organizzazione di brigate notturne composte


da schiavi pubblici per prevenire gli incendi prima della creazione dei
Vigiles da parte di Augusto nel 6 d.C. (Digesto, I, 15, 1) ed erano in-
caricati dell’arresto e della punizione degli schiavi fuggitivi (Plauto,
Anfitrione, 153-162).
Quella degli incendi fu per Roma un’autentica piaga e i cittadini vi-
vevano costantemente sotto l’incubo del fuoco. Lo denuncia chiara-
mente Giovenale quando scrive esasperato del suo desiderio di vivere

dove non c’è timore d’incendi, ove non c’è paura notturna: già chiede acqua
Ucalegonte, già porta via le sue cianfrusaglie; già brucia il terzo piano, e
tu ancora non lo sai: ai piani bassi c’è trambusto e terrore ma chi abita in
alto, là dove solo le tegole proteggono dalla pioggia, e dove le colombe de-
pongono le uova, morirà fra le fiamme, sia pure per ultimo (Giovenale, III,
194-205).

Nei periodi di crisi i compiti dei tresviri capitales aumentavano:


nel II secolo a.C., durante lo scandalo dei Baccanali, quando sotto la
copertura di cerimonie religiose furono organizzati e commessi molti
crimini comuni, essi ebbero il compito di disporre sentinelle in tutta
la città, che impedissero riunioni notturne e incendi. Un incarico si-
mile lo ebbero anche nel 63 a.C. quando Catilina e i suoi congiurati
pianificarono l’eliminazione a Roma dei ‘magistrati minori’, tra cui
forse rientravano anche loro. Ma queste erano situazioni eccezionali:
nulla prova che i tresviri potessero procedere contro criminali senza
una denuncia dato che non erano in grado di attuare una preven-
zione attiva del crimine, che del resto non rientrava nelle loro man-
sioni ‘normali’.

Ma veniamo al periodo successivo alla creazione dei Vigiles da parte


di Augusto. A indicare il loro continuo stato di allerta c’è il divertente
episodio del Satyricon di Petronio in cui Trimalcione, avendo pensato
di inscenare una sorta di banchetto funebre per le proprie finte ese-
quie, invita gli ospiti a comportarsi come se egli fosse morto davvero
e uno stuolo di musici a intonare una celebre marcia funebre. Ma

il destino volle che tra i musici ci fosse l’assistente dell’impresario delle


pompe funebri del quartiere il quale, per troppo zelo, si mise a suonare lo
strumento con tanta energia da svegliare il vicinato. E il trambusto fu tale
che i Vigiles, convinti che la casa di Trimalcione andasse a fuoco, impu-
gnate le scuri e abbattuta la porta, vi entrarono con i secchi pieni d’acqua
gridando come forsennati (Petronio, Satyricon, LXXVIII).
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56 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

È noto che il servizio di vigilanza era piuttosto gravoso, visto che


uno dei Vigiles dell’excubitorium o corpo di guardia distaccato della
VII Coorte a Trastevere lasciò graffita sulla parete della caserma una
vera e propria invocazione d’aiuto alla fine del turno:

Sono stanco, datemi il cambio! (CIL IV 64).

Durante l’età repubblicana le vittorie dell’esercito romano dipen-


devano dalla forza delle legioni formate da cittadini-soldati, legioni che
non furono in grado di reggere il confronto impari con la strategia del
cartaginese Annibale. Come si è già avuto modo di sottolineare, que-
st’ultimo univa all’innegabile genio riguardo alla tattica militare, anche
l’uso delle spie e l’arte del travestimento. Quest’arte era ben nota ai
Cartaginesi, i quali si servirono talvolta per operazioni di spionaggio di
uomini habitu italico, gnari Latinae linguae (Livio, XXVI, 6, 11).

Già prima di venire in Italia, il Barcide aveva approntato una rete


spionistica di dimensioni tali da permettergli di conoscere con largo
anticipo la composizione dell’esercito romano, i suoi punti di forza e
quelli di debolezza. Livio narra, a tale proposito, che

fu arrestata a Roma una spia cartaginese (speculator carthaginiensis) che


si era occultata per due anni; le si troncarono le mani e si lasciò andare li-
bera (Livio, XXII, 33, 1).

Annibale, prima della sua campagna contro Roma, inviò alcuni


agenti infiltrati nella Cisalpina e tra le informazioni più importanti
che essi erano incaricati di raccogliere vi era quella inerente ai passi,
attraverso i quali l’esercito punico avrebbe potuto procedere con la
cavalleria e con gli elefanti.
Quando le guide, compresi male i suoi ordini, portarono il Carta-
ginese a Casilino invece che a Cassino e trovarono un terreno talmente
infido che l’esercito rischiò di rimanere intrappolato, egli le fece cro-
cifiggere senza pietà.
Egli non fu il primo ad inventare la guerra psicologica … fu tut-
tavia uno degli strateghi più tempestivi a servirsene! Dopo di lui
solo Scipione sarebbe stato in grado di mettere in pratica gli strata-
gemmi usati dal suo grande nemico … ma al servizio di Roma.
L’Africano comprese che un generale esperto e responsabile non si
addentrava in una regione di cui ignorava quasi tutto, senza essersi
prima procurato dettagliate informazioni geografiche, politiche e
militari (Austin - Rankov, 1995, p. 13).
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‘Gli occhi e le orecchie’ dei Romani: nascita dell’attività spionistica nell’Urbe 57

Un episodio dimostra meglio di ogni altro la perfidia plus quam pu-


nica di Scipione. Passato in Africa, egli condusse con Siface trattative
segrete nella speranza di indurlo a defezionare; premuto forse anche
dalla fazione di quanti volevano la cessazione delle ostilità (cessazione
che avrebbe portato al sospirato ritiro dalla penisola italica degli eser-
citi di Magone e Annibale), egli concepì un piano astuto per sbaraz-
zarsi rapidamente dalle armate avversarie. Il piano era totalmente
basato sulla sorpresa. Facendo balenare speranze di pace, special-
mente al sovrano numidico, che si offrì come mediatore tra Cartagine
e Roma, ottenne di inviare frequenti ambascerie nel campo nemico.
Stando al racconto di Livio:

coi parlamentari che inviava a Siface, (Scipione) mandava come inser-


vienti, in abiti servili, centurioni dei primi ordini, uomini provati per valore
ed abilità, i quali, mentre i parlamentari discutevano, vagando per l’ac-
campamento (di Siface) osservassero chi questa chi quella cosa, e le vie
d’entrata e d’uscita, e le posizioni e gli aspetti del campo e di ciascuna delle
sue parti, e dove stessero i Punici e dove i Numidi, e quanto intervallo ci
fosse tra il campo di Asdrubale e quello del re; e riconoscessero pure i turni
dei posti di guardia e delle sentinelle, e se di notte o di giorno fossero più
propizi a colpi di mano. E col ripetersi degli abboccamenti mandava ad
arte sempre diversi ufficiali, affinché a molti di essi tutto fosse ben noto
(Livio, XXX, 4).

Le truppe romane appiccarono infine un incendio al campo di Si-


face: molti uomini, nel tentativo di fuggire, furono calpestati a morte,
altri perirono tra le fiamme. Per quanti riuscirono ad uscire incolumi
dal campo, erano pronte le spade nemiche. Nemmeno la tanto vitu-
perata perfidia annibalica si era mai servita di trattative per la pace
come paravento per tramare insidie!
Annibale e Scipione: è proprio tra le figure di questi due grandi
uomini che si snoderà uno dei duelli più avvincenti della storia antica.
Nel leggere l’affascinante parallelo offerto da Giovanni Brizzi (Brizzi,
2007), inerente ai loro profili psicologici, si può richiamare alla me-
moria un altro duello, avvenuto durante il secondo conflitto mon-
diale, tra il feldmaresciallo Rommel e il generale Montgomery.
Rommel come Annibale, spregiudicato e di grande fantasia tattica:
Montgomery come Scipione, pragmatico e riflessivo.

Nel mondo antico, ‘penetrare il segreto’ era necessario soprattutto


a chi esercitava il potere, ai fini del mantenimento e della prosecu-
zione dello stesso. Esso tuttavia non era esclusivo della classe di go-
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58 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

verno ma poteva coinvolgere anche gli strati più umili della popola-
zione: allora un segreto per così dire ‘alto’ poteva contrapporsi ad un
segreto ‘basso’.
In questo senso va forse interpretato un episodio particolarmente
importante della vita politica, religiosa ed istituzionale della storia di
Roma: quello relativo alla dura repressione dei culti dionisiaci all’inizio
del II secolo a.C., culti caratterizzati dalla segretezza del cerimoniale.
La loro diffusione subì una forte accelerazione dopo l’espansione
di Roma, nuova vera potenza mediterranea, extra Italiam. La possibi-
lità di accedere a nuove fonti di ricchezza, il crescente squilibrio nel
corpo civico romano per l’irregolare distribuzione dei vantaggi otte-
nuti, l’aumento del peso militare sostenuto dai cittadini, l’inevitabile
crisi della piccola proprietà terriera, portarono ad una serie di squili-
bri sociali e di disordini civili che videro l’emergere di nuove neces-
sità esistenziali tradotte in nuove credenze religiose.
Il gruppo dirigente romano assistette con sospetto al dilagare, al-
l’ombra delle istituzioni pubbliche, di pratiche non convenzionali e se-
grete, che coinvolgevano ampi strati della popolazione: allora
iniziarono a fioccare le accuse di empietà nei confronti degli dei tra-
dizionali, di delitti a sfondo sessuale e, cosa ancor più grave, di co-
niuratio ai danni della Repubblica (Traverso, 2005, pp. 10-11). Fu
dichiarato lo stato di emergenza con un senatusconsultum ultimum
emanato dal Senato nel 186 a.C., con il quale si conferivano i pieni po-
teri ai magistrati mettendo così fine alle pratiche religiose sospette e
vietando di svolgere cerimonie occulte.
Sebbene i Romani non disponessero di un’organizzazione di spio-
naggio istituzionalizzata, unitaria o centralizzata, è evidente che non
avrebbero potuto far a meno delle informazioni segrete e di un appa-
rato idoneo per procurarsele. A questa problematica si collega stret-
tamente la questione dell’esistenza o meno di un corpo di polizia che,
oltre ad occuparsi di ordine pubblico, svolgesse anche attività di “in-
telligence”.
Nel periodo delle guerre civili, i gruppi politici in lotta fra loro si
rivolgevano a uomini di fiducia, talvolta scelti dalla loro milizia pri-
vata, per venire a conoscenza di informazioni riservate o svolgere i
cosiddetti lavori sporchi, tipici della polizia segreta.
Le proscrizioni, la forma di repressione inaugurata durante il con-
fronto tra Mario e Silla, sono forse il capitolo più infame della storia
di Roma: un esercito di delatori denuncia gli oppositori (o presunti
tali) dietro lauti compensi, intere famiglie sono sterminate e i loro
beni incamerati dalla fazione vincente o dai delatori stessi. La dela-
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‘Gli occhi e le orecchie’ dei Romani: nascita dell’attività spionistica nell’Urbe 59

zione diventa una professione lucrosissima che attira molti cittadini


anche .. fino ad allora … onorati.
Emblematico del clima che accompagnò soprattutto le proscrizioni
sillane è il trattamento riservato a Mario Gratidiano, pretore nell’82
a.C. (Seneca, Sull’ira, III, 18, 1-2), il quale rappresentava in città l’av-
versario più temibile di Silla, poiché Caio Mario era al momento im-
pegnato a Preneste. Dopo essere stato prelevato da casa e battuto con
le verghe inspectante populo, egli fu portato sul Gianicolo presso la
tomba di Catulo e lì sottoposto da Catilina ad inaudite torture: prima
di essere ucciso, gli furono spezzate le gambe, strappati gli occhi, am-
putata la lingua e mutilate tutte le parti del corpo. Infine, la sua testa
venne solennemente portata da Silla al tempio di Apollo (Plutarco,
Vita di Sulla, 32, 4).
È evidente che tale efferato episodio non può essere valutato che
alla luce del particolare contesto storico-politico in cui si è verificato,
che è quello delle proscrizioni sillane.

Ma veniamo ai delatori: chi erano?


Di solito con il termine delator si indicava colui che compiva una
denuntiatio e, almeno all’inizio, esso non rivestiva alcuna connota-
zione negativa. Secondo la tradizione, il primo individuo ad essere
designato così fu Vindicio, uno schiavo appartenente ai Vitellii. Egli
nel 509 a.C. avrebbe fatto fallire la congiura ordita da un gruppo di
aristocratici, tra cui alcuni appartenenti alla gens Vitellia, allo scopo di
rimettere sul trono Tarquinio il Superbo, denunciando il tutto ai con-
soli in carica. Secondo quanto riportato in uno scolio a Giovenale
della fine del IV secolo d.C., Bruto, l’eroe della cacciata dell’ultimo re
di Roma, avrebbe liberato Vindicio in quanto salvatore della patria
per poi condannarlo subito a morte, perché si era comportato in ma-
niera infame verso i suoi padroni.
La delazione fu uno strumento formidabile nell’ambito delle liste
di proscrizione introdotte da Silla, del quale Sallustio dipinge l’arche-
tipo del ritratto paradossale:

avido di piaceri ma più ancora di gloria; libero dalle occupazioni pubbli-


che era dissoluto, tuttavia mai il piacere lo trattenne dalle incombenze (Sal-
lustio, Guerra giugurtina, XCV, 3).

Gli elenchi dei nemici politici venivano notificati pubblicamente e


chiunque poteva uccidere coloro i cui nomi erano inseriti nella lista
rimanendo impunito. I loro beni erano confiscati e messi all’asta, i loro
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60 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

figli e discendenti esclusi da ogni carica pubblica e tacciati d’infamia


fino alla terza generazione. Silla aveva in mano l’arma con la quale
avrebbe annientato quella opposizione che in passato aveva rovesciato
l’aristocrazia e in futuro avrebbe potuto rovesciare anche lui. A una
prima lista di nemici, Silla ne fece seguire una seconda, poi una terza.
Gli obiettivi principali erano i senatori e in genere gli aristocratici più
in vista, certamente i più abbienti. L’introduzione delle liste modificò
ampiamente la morfologia dell’aristocrazia romana. L’avidità dei dela-
tori veniva utilizzata per saldare conti in sospeso, e poco importava es-
sere innocenti: era sufficiente avere un nemico potente e interessato a
incrementare la propria ricchezza (Riviére, 2002). Ad esempio, un
certo Quinto Aurelio, cittadino prudente e lontano dalle contese elet-
torali, recatosi al foro per leggere una nuova lista di proscritti rimase
sorpreso nel vedere inserito il proprio nome. Il suo grido:

ohimè infelice: il mio podere di Alba mi ha fatto condannare! (Plutarco,


Vita di Sulla, XXXI, 5).

Fu l’ultima cosa che la sua bocca pronunciò visto che, dopo aver
fatto pochi passi, fu pugnalato da qualcuno interessato ad intascare il
compenso per quell’omicidio. I nobili, allarmati da quelle carneficine
che stavano pericolosamente arrivando a colpire i proscritti addirittura
nelle loro case, osarono alzare la voce in Senato e il giovane Caio Me-
tello chiese a Silla di fissare almeno un termine alle liste che si anda-
vano allungando sempre più.

Non cerchiamo di intercedere per coloro che hai deciso di far morire, ma ti
chiediamo di togliere dall’incubo coloro che hai deciso di salvare (Plutarco,
Vita di Sulla, XXXI, 2).

L’avversario di Mario replicò irritato di non essere ancora in grado


di rispondere, perché non amava cedere alle richieste imperiose. Ma,
temendo un disaccordo con la fazione dominante del Senato, si riser-
vava un atteggiamento cauto con i Metelli che avrebbero potuto sca-
tenare i loro veterani contro i suoi. Dopo qualche tempo decise di
accogliere la loro richiesta e annunciò che a partire dall’1 giugno 81
a.C. non ci sarebbero più state liste di proscrizione.

Ma passiamo allo spionaggio militare.


Vi sono numerose attestazioni che dimostrano come i comandanti
romani compissero numerose perlustrazioni del terreno e si servis-
sero per questo di esploratori e spie. Raccoglievano informazioni, for-
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‘Gli occhi e le orecchie’ dei Romani: nascita dell’attività spionistica nell’Urbe 61

mulavano decisioni sulla base di queste, oppure le trasmettevano alla


capitale (Sheldon, 2008 a, p. 201).
Della lunga serie di grandi generali romani, Giulio Cesare fu forse
il più grande. La sua efficienza e la velocità d’azione erano due tra le
sue più apprezzate caratteristiche. Nell’esercito che sconfisse i Galli,
un’enorme importanza era data alla ricognizione del terreno, perché
il comandante romano voleva sempre partire da una posizione van-
taggiosa, la quale avrebbe infuso una dose notevole di energia e di fi-
ducia nei soldati che sarebbero andati a combattere con la quasi
matematica certezza di vincere. Il lavoro di ricognizione, in avansco-
perta rispetto al grosso dell’esercito, era svolto dagli exploratores, che
avevano il diritto di conferire direttamente con il generale (Cesare,
Guerra gallica, II, 17), e dagli speculatores, il cui compito primario e
non segreto era quello di consegnare dispacci a Roma o ad altri ac-
campamenti (Cesare, Guerra gallica, II, 1; II, 35); questi ultimi ave-
vano inoltre la facoltà di agire in abiti civili e assumere informazioni
battendo il territorio e prendendo contatti con la gente del posto (Le
Bohec, 2006). In alcuni casi potevano anche essere utilizzati dei sem-
plici procursatores, una sorta di avanguardia armata alla leggera in
stretto contatto con il grosso dell’esercito.
Un’altra delle caratteristiche distintive di Cesare rispetto alla mag-
gioranza degli altri comandanti romani fu l’uso della velocità e del-
l’innovazione. Era un maestro dell’improvvisazione e spesso agiva per
impulso e per istinto a volte causando imbarazzo nei suoi stessi sol-
dati. Quando ad esempio la guerra civile appariva ormai imminente,
i suoi nemici pensavano che avrebbe atteso a Ravenna il rientro delle
legioni dalla Gallia: egli invece con un’unica legione a disposizione in
quel momento, si precipitò verso sud, oltrepassando il Rubicone e get-
tando Roma nello scompiglio.
Lo scontro tra Cesare e Pompeo vide la messa in campo, da ambo
le parti, di una sorta di servizio di “intelligence” che doveva racco-
gliere quante più informazioni possibili sulle attività del ‘nemico’ e
che faceva capo a Clodio e Milone. A tale proposito vale la pena di ri-
portare quanto riferito da Cassio Dione circa la situazione venutasi a
creare a Roma nel 48 e nel 47 a.C. (Austin - Rankov, 1995). Nell’Urbe,
infatti,

c’erano molti che spiavano e origliavano, attenti a ogni cosa che veniva
detta o fatta. (…) (I Romani) non potevano parlare con tutti liberamente,
perché anche coloro che sembravano essere gli amici più cari e addirittura
gli stessi parenti potevano accusarli, sia modificando le loro parole che in-
ventandole del tutto (Cassio Dione, XLII, 17, 2; 27, 3).
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62 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

Con Augusto tutto cambiò e l’apparato pubblico romano si avviò


verso una profonda riorganizzazione. Ronald Syme ha definito ‘Rivo-
luzione romana’ la guerra civile che segnò la fine della Repubblica e
vide salire al potere Ottaviano ed i suoi sostenitori. A suo parere, pur
avendo ideato una nuova forma costituzionale, il Principato, egli sa-
rebbe stato, contrariamente a Cesare, un uomo privo dell’istinto del
soldato e dell’ambizione del conquistatore (Syme, 2002).
Augusto impersona perfettamente, con un millennio e mezzo di
anticipo, la figura del principe machiavellico. A diciannove anni era
già – secondo la azzeccata definizione di Santo Mazzarino – un poli-
tico consumato (Mazzarino, 1973), cioè rotto a tutti i compromessi e
alle astuzie necessarie alla costituzione di un potere forte e positivo,
ma spietato nelle punizioni e nella eliminazione di quanti si oppo-
nessero alla sua idea di costruire la Pax Augusta desiderata da tutti i
cittadini, dal Senato, dai nobili, dai borghesi, dalla plebe e dall’esercito,
dopo un secolo e mezzo di guerre civili.
Nel famoso discorso di Mecenate ad Augusto, riportato da Cas-
sio Dione, sono illustrate le procedure necessarie al funzionamento
della nuova forma autocratica di governo. Mecenate esprime la ne-
cessità che

ci siano alcuni che devono occuparsi di ascoltare e di osservare attenta-


mente tutto ciò che in qualche modo riguarda l’impero con lo scopo di evi-
tare che tu rimanga all’oscuro di quelle situazioni che richiedono attenzione
o un intervento correttivo (Cassio Dione, LII, 37, 2).

L’uso diffuso di spie e di informatori, dunque, si impose presto,


come pure la necessità di creare le coorti pretorie, una sorta di guar-
die del corpo ‘ufficiali’ del Princeps.
L’origine dei pretoriani è da ricollegarsi a quei legionari normal-
mente deputati alla salvaguardia del proprio comandante e della cui
volontà erano i naturali esecutori. Il ruolo delle coorti pretorie in ma-
teria di sicurezza deriva proprio dalla loro prossimità con l’Impera-
tore ed è pertanto fortemente influenzato dall’impronta data al
Principato dai singoli imperatori. I pretoriani erano gli unici militari
regolarmente stanziati in Italia, ricevevano una paga migliore rispetto
ai legionari, maggiori donativi e la loro ferma era più breve (Nippel,
1995, pp. 91-92).
“In assenza del Principe, controllavano le strade, aiutavano a
circoscrivere gli incendi gravi e svolgevano funzioni di polizia po-
litica. Una coorte intera controllava regolarmente i luoghi di spet-
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‘Gli occhi e le orecchie’ dei Romani: nascita dell’attività spionistica nell’Urbe 63

tacolo, al fine di reprimere gli eventuali episodi di violenza e sor-


vegliava le assemblee popolari. Questi soldati si trovavano così ad
essere presenti in situazioni di tensione particolare (congiure di pa-
lazzo, malcontento popolare) o nei luoghi dove si svolgevano di-
battiti giudiziari solenni o discussi. Erano anche attivi al di fuori
dell’ambito cittadino, al seguito dell’imperatore nei suoi viaggi:
come partecipanti a spedizioni militari e come “task force”, sempre
su ordine del Principe, per sedare eventuali insurrezioni” (Ricci,
2003, p. 14).
Il complotto dei pretoriani contro Nerva nel 97 d.C. segnò una
vera e propria una svolta nella storia delle strutture romane deputate
alla cura della sicurezza interna.
Va ancora segnalato che per tutto il periodo compreso tra il Prin-
cipato di Traiano e quello di Diocleziano il centro nevralgico del si-
stema di sicurezza romano è identificabile a Roma nei castra peregrina
sul Celio.
Questa piccola caserma romana era utilizzata da soldati provinciali,
soprattutto frumentarii e speculatores ed aveva la funzione di ospitarli
ed inquadrarli mentre erano in transito a Roma. La concentrazione nel-
l’Urbe di militari abituati a viaggiare servendosi del cursus publicus, a
venire in contatto con le più diverse realtà ed entrare in possesso delle
più svariate informazioni, costituiva una formidabile “atout” per il ser-
vizio d’”intelligence” così come si andava sviluppando dopo la fine
della Repubblica. Va detto che è quasi sempre impossibile determinare
la ragione del loro arrivo in città a meno che essi non lo indichino
espressamente nei documenti che li menzionano.
I frumentarii costituivano il gruppo più consistente tra il perso-
nale ospitato nei castra peregrina e mantenevano stretti legami con la
caserma del Celio anche quando non si trovavano a Roma, dato che
era necessario assicurare l’acquisizione in tempi rapidi delle informa-
zioni da parte dell’imperatore e dei suoi funzionari. Non furono tut-
tavia impiegati solo come messaggeri ma anche come gli occhi, le
orecchie e … talvolta, la mano destra assassina del Princeps.
Gli speculatores delle legioni furono anch’essi spesso impiegati
come messaggeri, in stretta connessione con il cursus publicus e con
mansioni a volte assimilabili a quelle dei frumentarii, tant’è vero che
Cassio Dione, in un episodio relativo al Principato di Caracalla, dice:

infatti gli veniva riferita da ogni parte ogni cosa, anche quelle più insignifi-
canti, e così ordinava che i milites speculatores e frumentarii non avrebbero
dovuto essere puniti se non da lui stesso (Cassio Dione, LXXVII, 20, 3).
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64 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

I castra peregrina erano frequentati anche da altri graduati come i


beneficiarii inviati a Roma con incarichi nell’ambito del sistema di in-
formazione e di sicurezza, alle dipendenze del princeps peregrinorum
e, in ultima analisi, del prefetto del pretorio.
La caserma sul Celio fu probabilmente evacuata e definitivamente
chiusa durante il Principato di Diocleziano, verosimilmente per gli
eccessivi abusi compiuti dai militari che vi soggiornavano tra cui i tri-
stemente noti frumentarii (Liberati - Silverio, 2010, p. 113).
Ma dei castra peregrina e dei militari che vi erano alloggiati si par-
lerà nel capitolo seguente.
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I servizi di informazione militare:


frumentarii, stationarii, speculatores,
beneficiarii, agentes in rebus

L’occhio dello stationarius è come l’occhio di Dio, al quale nessuno


può sottrarsi, poiché penetra non solo entro le mura di una stanza,
ma persino nell’intimo dei cuori: coloro che fanno del male sarebbero
uccisi qualora lo stationarius ne fosse informato e, ciò nonostante,
essi non si curano di Dio che conosce ogni cosa (Agostino, Commento
ai Salmi, 93.9).

Nel suo periodo di massima espansione e grandezza Roma occupò,


controllò e influenzò gran parte del mondo cosiddetto civilizzato.
Questo fenomeno espansionistico iniziò, si propagò e fu mantenuto
grazie alla grande capacità organizzativa del popolo romano, capacità
che si manifestò in ambito amministrativo, politico, legislativo, fi-
nanziario e, “last but not least”, nell’apparato militare. Attraverso
l’esercito Roma diede inizio al processo di acquisizione territoriale.
I risultati conseguiti dalle armate romane portarono l’Urbe a control-
lare molti territori abitati da popoli diversi i quali per lungo tempo ri-
masero sotto il suo giogo.
I Romani non inventarono la guerra e nemmeno l’arte di condurla,
ma certamente furono il popolo che meglio utilizzò questo strumento
e lo perfezionò con grande abilità e competenza.
Ci si aspetterebbe che una stirpe come quella romana, grande teo-
rica del bellum iustum, evitasse le sottigliezze e le ‘ambiguità’ tipiche
dello spionaggio tanto care ad altre civiltà. Roma, infatti, sembrò sem-
pre disapprovare l’idea del ricorso ad insidie ed assalti notturni, espe-
dienti ed inganni, ritenendo degno della propria grandezza solo lo
scontro a viso aperto.
La guerra annibalica rese l’Urbe consapevole della necessità di svi-
luppare una rete informativa efficiente, creando quindi una vera e pro-
pria frattura tra i propri valori morali e la ragion di stato (Brizzi,
1982).
Tuttavia fu solo con Augusto che si avviò quel processo che
avrebbe condotto alla creazione di un servizio di informazione vero e
proprio (soprattutto in ambito militare), il cui mandato era quello di
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66 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

garantire l’integrità dell’imperatore e la sicurezza dello stato. Questo


perché, parafrasando Velleio Patercolo (II, 118, 2), nessuno può essere
abbattuto più rapidamente di chi non teme nulla, dato che il ritenersi
al sicuro è molto spesso l’inizio della fine.
L’esercito romano fu pertanto gradualmente investito anche di
compiti di polizia e al suo interno iniziarono a distinguersi gruppi di
veri e propri agenti segreti.
Alcune figure di soldati ad essi preposte, quali gli exploratores e gli
speculatores, erano in realtà già presenti in età repubblicana in ogni
legione, indipendentemente dalle attività di “intelligence” e da qual-
siasi legame con la guarnigione di Roma. Altre, quali i pretoriani, fu-
rono istituite dal vincitore di Azio, maniacalmente preoccupato della
propria incolumità e della sopravvivenza della sua creazione: il Prin-
cipato. È con questa nuova forma istituzionale voluta da Augusto che
l’arte politica inizia a precisarsi come la capacità di prevenire e conte-
nere il disordine, di assicurare la sicurezza appunto, la concordia e
l’armonia nella città. Dice Plutarco:

tra le incombenze che gli competono, ne resta dunque al politico una sola,
che non è inferiore a nessuno degli altri beni, e consiste nel promuovere
sempre la concordia e l’amicizia tra quanti vivono nella stessa città, e nel-
l’eliminare le contese, le discordie e qualunque animosità, prendendo prima
contatto, come avviene nei dissidi tra amici, con chi ritiene d’aver subito il
torto maggiore, e dando a vedere di condividerne i sentimenti d’offesa e
d’indignazione; poi cercando di rabbonirlo e di insegnargli che chi lascia
perdere è superiore a chi vuole imporsi con la violenza, non solo per mo-
derazione e carattere, ma anche per elevatezza e grandezza d’animo, e
che con qualche piccola concessione si riesce a spuntarla nelle questioni
più nobili e importanti; e infine spiegando e mostrando, ai singoli e all’in-
tera collettività, la debolezza politica della Grecia, di cui è meglio profit-
tare, se si ragiona bene, scegliendo di vivere in pace e concordia, visto che
il destino ha precluso ogni possibilità di lottare per un premio. Quale su-
premazia, infatti, che gloria possono mai esserci per i vincitori? Che potere,
se un piccolo editto del proconsole può annullarlo o trasferirlo ad un altro,
e in ogni caso anche se riesce a conservarlo, non ne vale affatto la pena?
(Plutarco, Scritti etici, 824 D-E).

La missione di Roma è quella di far rispettare l’ordine nell’oekou-


mene ed è evidentemente compito del Princeps, percepito come co-
smocrator, mantenere questo ordine.
Un ruolo fondamentale all’interno del sistema spionistico-in-
formativo inaugurato da Augusto fu svolto dalle coorti pretorie e
dalle coorti urbane, vero e proprio apparato di “intelligence” il cui
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I servizi di informazione militare: frumentarii, stationarii, speculatores, ... 67

mandato era quello di garantire innanzitutto l’integrità dell’impe-


ratore e la sicurezza dello stato. È difficile tuttavia farsi un’idea pre-
cisa delle reali funzioni di polizia assunte da pretoriani e
urbaniciani, in primo luogo per la natura delle fonti attualmente
disponibili, che spesso sono parziali per non dire imprecise; in se-
condo luogo, per i rari accenni in esse contenuti circa il ruolo delle
truppe stanziate a Roma.
Pretoriani e urbaniciani furono organizzati da Augusto, i primi in
nove coorti alle dipendenze del prefetto del pretorio; i secondi in tre
coorti incaricate di assistere e coadiuvare il prefetto urbano. I com-
piti dei pretoriani comprendevano fondamentalmente la funzione di
guardia al palazzo imperiale sul Palatino, il controllo dell’ordine
pubblico nelle strade; la sorveglianza dei prigionieri nelle carceri; il
servizio di scorta nei viaggi imperiali; la partecipazione ad alcune
campagne militari, oltre ad incarichi particolari che potevano con-
durli in varie aree della penisola e dell’impero. Le mansioni degli ur-
baniciani avevano a che fare con la sicurezza e la tutela dell’ordine
pubblico nelle strade nei luoghi di riunione e di mercato (Ricci,
2003, p. 14).
Il sistema ‘spionistico-informativo’ romano, che prevedeva un sem-
pre maggiore coinvolgimento dell’esercito in azioni di polizia (Austin
- Rankov, 1995), raggiunse il massimo sviluppo con Domiziano, im-
peratore sospettoso in modo proverbiale che soleva dire che era diffi-
cile convincere la gente dell’esistenza di una congiura: di solito le
persone si convincevano solo dopo che si era compiuta, ovvero
quando era troppo tardi per reagire. Egli arrivò perfino ad istituire un
ufficio del personale che provvedeva a registrare e analizzare con la
massima attenzione il comportamento di ogni singolo centurione del-
l’esercito (il sistema era gestito dal segretario ab epistulis latinis), eser-
citando così un controllo diretto sulle nomine, sulle promozioni e sui
trasferimenti dei militari.
Inoltre, a partire da Settimio Severo l’Impero si ritrovò affollato di
persone vessate per lo più ingiustamente da frumentarii, stationarii e
beneficiarii, tutti graduati al servizio del potere imperiale, che avreb-
bero dovuto, al contrario, tutelarle e garantirne la sicurezza. Costoro,
con la scusa di rintracciare delinquenti politici, entravano nelle città
e nei villaggi, perquisivano le case dei privati ed erano tutt’altro che
insensibili alle mance (Petraccia, 2001).
A partire da quel momento si assistette ad un sempre più cre-
scente bisogno di centralizzare il lavoro di “intelligence”, di incana-
larlo nell’amministrazione, costituendo un sistema parallelo, capace
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68 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

di affiancare gli organi istituzionali e di controllarne i funzionari e le


attività. Questo fenomeno sembra dipendere da due fattori che si svi-
lupparono parallelamente nell’evoluzione istituzionale dell’ammini-
strazione statale: il moltiplicarsi dell’apparato burocratico e la
crescente tendenza autocratica del potere che, agli inizi del IV secolo
d.C. porterà con Diocleziano e i Tetrarchi alla costituzione del Do-
minato e a pratiche di chiara tendenza assolutistica come l’adorazione
della porpora.

Frumentarii

L’origine dei frumentarii è oscura e non è chiaro in che modo que-


sti militari arrivarono ad essere impiegati come corrieri dai governa-
tori provinciali.
È opinione generale che fossero originariamente addetti all’ap-
provvigionamento granario (frumentum) dell’esercito. Essi sono in-
fatti già noti in Livio con la denominazione di frumentatores, ossia di
soldati incaricati della raccolta di viveri e della scorta dei convogli
(Livio, XXXVIII, 35), tant’è che “è stato spesso affermato che questo
continuò ad essere parte essenziale delle loro mansioni, sebbene non
vi sia alcuna prova definitiva” (Rankov, 2007, con bibliografia prece-
dente). Un elemento a favore di tale ipotesi potrebbe essere il fatto
che avevano sedi permanenti a Pozzuoli e a Portus, dove lavoravano
con il prefetto addetto all’approvvigionamento urbano del grano (CIL
XIV 7 125; ILS 2223).
Infatti, sempre secondo il Rankov, sembrerebbe probabile che al
pari dei cornicularii, il cui nome derivava dal corniculum (una piccola
decorazione a forma di corno portata sull’elmo), dei beneficiarii, uo-
mini che avevano ricevuto un beneficium (come l’immunità da alcune
“corvées”), anche i frumentarii fossero in origine dei militari ricom-
pensati dal proprio comandante con una razione supplementare di
frumentum. Si trattava di graduati sempre in movimento, molto abili,
intelligenti ed in grado non solo di raccogliere informazioni utili a re-
perire cibo per le truppe, ma anche di vedere, ascoltare e muoversi in
territorio nemico, senza essere visti né sentiti.
Di tali soldati parla anche Aulo Irzio, autore dell’VIII libro della
Guerra gallica di Cesare.
Le prime attestazioni di frumentarii nell’accezione di agenti pro-
vocatori risalgono ai principati di Traiano e/o Adriano (PMich VIII,
467-481; IX, 562).
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I servizi di informazione militare: frumentarii, stationarii, speculatores, ... 69

Membri degli officia dei governatori provinciali, fungono da col-


legamento tra periferia e centro, tra le capitali provinciali e l’Urbe; a
Roma risiedono presso i castra peregrina sul Celio, sono sottoposti
all’autorità del princeps peregrinorum8 e possiedono quindi una ‘dop-
pia identità’ sia provinciale sia romana (Rankov, 2007). Il loro es-
sere perennemente in movimento risulta evidente da un’iscrizione di
Salona, in Dalmazia, collocabile tra la metà del II e il III secolo d.C.,
in cui il defunto T(itus) Varronius Maro viene definito dal suo liberto
Firmino come un individuo che cucurrit in qualità di frumentarius
leg(ionis) III Cyrenaicae per quarant’anni (CIL III 2063 = CIL III
8581 = ILS 2370).
Prima di Traiano è probabile che i frumentarii soggiornassero a
Roma solo il tempo necessario per attendere la risposta dell’imperatore
alle lettere che portavano da parte dei governatori provinciali; dopo di
lui essi furono quasi certamente riorganizzati e trasformati in una pic-
cola unità indipendente operante per lo più a Roma, che aveva il com-
pito di raccogliere informazioni e vigilare su ogni forma di dissenso,
tant’è vero che il termine frumentarius sarebbe divenuto sinonimo di
agente segreto, di delatore e spia. Essi potevano venire infatti utilizzati
nel corso di indagini confidenziali all’interno della corte, in occasione
di arresti o assassinii politici: per questo erano tradizionalmente mal-
visti ed odiati dalla popolazione civile.
Di essi lo storico cristiano Aurelio Vittore dice che

pur essendo stati apparentemente istituiti per sorvegliare le provincie e


mettere al corrente il potere centrale delle rivolte che vi scoppiavano, in re-
altà formulavano accuse criminose, seminavano il terrore dovunque, so-
prattutto presso i popoli più lontani e si abbandonavano a vergognose
esazioni (Aurelio Vittore, Libro dei Cesari, XLIX, 45).

L’Historia Augusta riporta diversi episodi significativi concernenti


l’attività di spionaggio esercitata dai frumentarii.
Nella vita di Adriano, essi risultano impiegati come veri e propri
investigatori per spiare la corte imperiale, dato che il Princeps

era poi talmente curiosus di conoscere non solo i fatti di corte, ma anche
quelli degli amici, (ita ut per frumentarios occulta omnia exploraret) da

8
Il primo princeps peregrinorum conosciuto è Q(uintus) Geminius Sabinus, che
risulta in servizio intorno al 100 d.C. (AE, 1923, 28); l’ultimo è M(arcus) Aurelius
Decimus che è attivo intorno al 280 d.C. (CIL VIII 2529, 18040 = ILS 2291). Faure,
2003, pp. 379-380, 401, 410; Rankov, 2007.
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70 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

tenersi informato di tutte quante le loro faccende private per frumenta-


rios. Gli amici non erano in grado di accorgersi che l’imperatore metteva
il naso nella loro vita privata prima che lui medesimo lo desse a vedere
(SHA, Vita di Adriano, XI, 4).

Di particolare interesse fu anche il ruolo svolto dai frumentarii nel


193 d.C.: Didio Giuliano, proclamato imperatore a Roma, inviò in
Siria e Pannonia alcuni agenti incaricati di eliminare Pescennio Nigro
e Settimio Severo … ma il piano fallì. Allora Didio Giuliano, per po-
tersi liberare di quest’ultimo, si rivolse ad Aquilius centurio, notus cae-
dibus senatoriis (SHA, Vita di Didio Giuliano, V, 1-8), il quale tuttavia
si accordò con l’avversario, che lo rese latore della missiva con la quale
si ordinava ai pretoriani di uccidere Didio Giuliano.
Risalirebbe al Principato di Settimio Severo la seguente descrizione
dei frumentarii9:

ovunque nelle province la gente si faceva piccina per la paura e si com-


portava in modo servile, perché c’erano spie ovunque, che origliavano ciò
che la gente diceva. Era impossibile pensare o parlare liberamente, perché
era venuta meno la libertà di parola giusta ed equilibrata, e tutti temevano
anche la propria ombra (Pseudo-Aristide, A un re, XXXV, 21).

Erodiano riferisce di un episodio verificatosi sempre in que-


st’epoca, in cui l’imperatore utilizza i frumentarii come assassini:

egli mandò in Britannia dei frumentarii con l’ordine di consegnare perso-


nalmente un messaggio segreto a Clodio Albino (…). Una volta che Albino
avesse accettato di riceverli e le sue guardie del corpo non fossero state
presenti, i frumentarii lo avrebbero dovuto uccidere. Severo diede loro
anche del veleno, nel caso in cui fosse possibile persuadere i cuochi a met-
terne una dose nei cibi o nelle bevande che gli venivano serviti (Erodiano
III, 5, 4-5).

La pessima nomea di cui godettero i frumentarii sotto la dinastia


dei Severi è percepibile anche in documenti epigrafici provenienti dal-
l’Asia Minore, da cui risulta che alcuni contadini protestarono per gli
arresti arbitrari e le confische operate da costoro e dai loro aiutanti, tra
cui si annoverano anche gli stationarii (Petraccia, 2001).
9
L’encomio A un re scritto da un retore sconosciuto e conservato tra le orazioni
di Elio Aristide (nr. XXXV) riproduce il ritratto del principe giusto e, pur essendo
stato redatto durante il Principato di Filippo l’Arabo, fotograferebbe una realtà pre-
cedente, quella del Principato di Settimio Severo.
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I servizi di informazione militare: frumentarii, stationarii, speculatores, ... 71

Lo stretto legame esistente tra il Principe e i frumentarii è manife-


sto anche durante il breve Principato di Opellio Macrino, il quale,
sulla base di un rapporto stilato da un frumentarius, ordinò che ve-
nissero giustiziati due soldati che avevano tentato di insidiare la
schiava di un suo ospite. Li punì facendo aprire il ventre a due buoi
vivi e facendovi cucire dentro i due colpevoli, in modo che ne spor-
gesse la testa e potessero così parlarsi (SHA, Vita di Macrino, XII, 4-5).
L’attività dei frumentarii è anche ricordata a proposito delle perse-
cuzioni contro i primi cristiani in cui risultano incaricati di spiarli, ri-
cercarli o arrestarli. Ciò non deve stupire: il Cristianesimo, tanto più
pericoloso per l’ordine pubblico in quanto tendenzialmente esteso ad
ogni classe sociale, si presentava come la tipica minaccia interna alla
quale un buon servizio segreto avrebbe dovuto far fronte. È significa-
tivo il fatto che il soldato che teneva in custodia San Paolo fosse un
frumentarius (Atti degli Apostoli, XXVIII, 16).
Non sempre i frumentarii si rivelano all’altezza dei compiti scelle-
rati affidati loro; per esempio Eusebio (Storia ecclesiastica, VI, 40) rac-
conta come durante la persecuzione ordinata dall’imperatore Decio
un frumentarius ebbe l’ordine di arrestare il vescovo di Alessandria,
Dionigi. Quest’ultimo restò chiuso in casa quattro giorni in attesa del-
l’agente. Il frumentarius perlustrò ogni luogo in cui il cristiano poteva
essersi rifugiato, strade, campi, fiumi, ma non pensò di perquisire la
sua casa, e quindi non lo trovò. Dionigi poté pertanto fuggire con
l’aiuto dei cristiani clandestini.
Da una lettera di San Cipriano (Lettere, 81) risulta che alcuni fru-
mentarii furono mandati ad arrestarlo per consegnarlo al magistrato.
Cipriano fu informato tempestivamente dai suoi seguaci, che al tempo
delle persecuzioni avevano essi stessi un’ottima rete di informatori, e
riuscì a nascondersi.
Nell’ultimo quarto del III secolo d.C., i frumentarii avevano con-
solidato notevolmente il loro potere, ficcavano ormai il naso dovun-
que in maniera intollerabile e le scorribande di cui si resero colpevoli
erano paragonabili al saccheggio di un esercito invasore. Con le loro
persecuzioni assillavano tanto i colpevoli quanto gli innocenti: da-
vano la caccia a coloro che classificavano come criminali politici ag-
gredendo città e villaggi, perquisendo le case, distruggendo i raccolti,
requisendo merci, pretendendo denaro, spremendo i contadini oltre il
limite del sopportabile. Ciò accadeva soprattutto in concomitanza con
le frequenti spedizioni militari dell’imperatore, allorquando i frumen-
tarii al seguito facevano la loro comparsa (Petraccia, 2001).
Diventata invisa alla popolazione e alle stesse autorità, a causa dei
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72 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

ripetuti abusi e violenze commessi nell’esercizio delle proprie fun-


zioni, la stirpe pestilenziale dei frumentarii, assieme a tutta la struttura
dei castra peregrina, fu formalmente sciolta da Diocleziano (Aurelio
Vittore, Libro dei Cesari, LIX, 44).
Il vuoto lasciato da costoro dovette essere colmato oltre che dagli
agentes in rebus, funzionari di nuova istituzione chiamati da Libanio
(Orazioni, XVIII 140, 1) ‘gli occhi dell’imperatore’, anche dal preesi-
stente corpo degli stationarii.
A tale proposito vale la pena di riportare l’opinione del Robert se-
condo il quale i graduati incaricati di compiti di polizia come i fru-
mentarii furono sempre autori dei medesimi abusi e furono sempre
oggetto delle medesime lagnanze. Tuttavia, dato che il potere centrale
non poteva abolirli, ogni tanto cambiava loro il nome; le vittime dei
soprusi avevano così per un istante l’illusione di trovarsi di fronte ad
una nuova figura di tutore dell’ordine meno avido e più umano; poi
ricominciavano le lamentele … e si cambiava nuovamente nome alla
funzione (Robert, 1969, p. 116).

Stationarii

Dal punto di vista cronologico le testimonianze relative agli sta-


tionarii coprono un periodo di almeno sette secoli (dal I-II al VII-VIII
secolo d.C.), senza che si riscontrino fondamentali cambiamenti nel
profilo di tali personaggi. Essi erano ampiamente e comunemente dif-
fusi nel mondo romano all’interno dell’apparato burocratico impe-
riale. Questo dato è ulteriormente rafforzato dalle numerose
costituzioni imperiali che si riferiscono a tali militari e confermano la
capillarità della loro azione. Le attestazioni più tarde che li riguardano
sono per lo più circoscritte all’Egitto, attraverso papiri ed ostraca.
Nella tarda età imperiale gli stationarii, dislocati in vari punti del
territorio provinciale, avrebbero dovuto mantenere la sicurezza e l’or-
dine pubblico, essere garanti della legalità e della giustizia, denun-
ciando ai magistrati tutti i crimini di cui venivano a conoscenza. La
realtà dei fatti dimostra invece che molto spesso gli stationarii in quel-
l’epoca, in territori quali l’Egitto e la Siria, depredavano coloro che
avrebbero dovuto proteggere e vivevano nell’ozio, estorcendo cibo,
denaro e quant’altro ai contadini poveri.
In un papiro di Hermoupolis, ascrivibile al IV-V secolo d.C., un
ricco borghese, Aurelio Onorato, lamentava di essere stato preso come
garante per l’assolvimento di alcuni obblighi liturgici a carico di un
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I servizi di informazione militare: frumentarii, stationarii, speculatores, ... 73

ignoto personaggio notevolmente in ritardo con i pagamenti. Egli ri-


volgeva pertanto una petizione al praeses provinciae affinché lo pro-
teggesse dalle ritorsioni di uno stationarius che pretendeva da lui la
riscossione dei contributi mancanti (PHerm Rees 19, 5).
In un’epistola imperiale del 355 d.C., indirizzata dall’imperatore
Costanzo II all’allora prefetto del pretorio Lolliano, il termine statio-
narius è abbinato a quello di curiosus e verte su una questione molto
importante: la necessità di combattere l’uso arbitrario e personale del
potere di arresto da parte dei funzionari e degli organi di polizia. In
essa si ordina a curiosi e stationarii di limitarsi a denunciare i crimini
al magistrato competente, assumendosi la responsabilità di eventuali
denunce diffamatorie (Codice Teodosiano, VI, 29, 1).
Sempre relativamente ai compiti svolti dagli stationarii nella tarda
età imperiale, è illuminante ancora una volta un papiro ascrivibile al
V-VI secolo d.C., contenente una ricevuta di pagamento effettuata
dallo stationarius del villaggio di Tamanis in Egitto: da esso risulta che
in epoca bizantina questo militare poteva essere anche impiegato
come supervisore al trasporto e al pagamento delle derrate di grano
(SP III, 460, 2).
In relazione alle loro mansioni specifiche si può affermare che al-
cune funzioni appartennero allo stationarius per tutto il periodo della
sua storia: sorveglianza del cursus publicus, controllo e garanzia della
sicura circolazione delle merci e delle persone, inclusi i governatori
provinciali, riscossione di dazi, di diritti doganali, di sanzioni pecu-
niarie in caso di violazione di sepolcri, di tasse (come ad esempio l’an-
nona militare), cattura dei ricercati dalle autorità a vario titolo (servi
fuggitivi, disertori, criminali e, in alcuni periodi, debitori insolventi e
cristiani), loro interrogatorio e traduzione nelle prigioni. In aggiunta
a queste mansioni si ha testimonianza di incarichi particolari nei pro-
cessi e nell’amministrazione della giustizia, nel reperimento ed ar-
ruolamento forzoso di reclute, nella requisizione di viveri, bestiame ed
alloggi per i militari al seguito di personaggi importanti, nella confi-
sca di beni ai cristiani e nella chiusura, con l’apposizione di sigilli, dei
loro luoghi di culto.
I papiri confermano che, benché un editto di Costantino del 315
d.C. avesse vietato agli stationarii di detenere carceri o di trattenere in
custodia presso di sé le persone colte in flagranza di reato, questi uf-
ficiali continuavano a svolgere funzioni di polizia locale. Anche la pre-
scrizione di non effettuare arresti e di limitarsi a denunciare i crimini
al magistrato competente, emanata da Costanzo II nel 355 d.C., do-
vette rimanere lettera morta. Allo stesso modo restarono confermati i
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74 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

compiti di esazione dei vectigalia e di riscossione forzosa delle impo-


ste, nonostante un altro divieto costantiniano del 321 d.C. Nel com-
plesso non sono pochi i frammenti di petizioni inviate dai cittadini
agli stationarii perché tutelassero i loro interessi nell’ambito della le-
galità e della giustizia, anche se talvolta questi funzionari diventavano
essi stessi dei vessatori e, in casi estremi, persino degli assassini.
Non è agevole comprendere nell’ambito di quale ordine gerarchico
essi operassero, anche se è probabile che la loro collocazione fosse di-
versa a seconda dei corpi di appartenenza: nella prestazione del ser-
vizio essi dovevano comunque fare riferimento in particolare al
prefetto del pretorio, al praefectus Urbi, ai primipili, ai centurioni le-
gionari, ai governatori provinciali, ai magistrati municipali e, forse, ai
beneficiarii (Nélis Clement, 2000).
Viste le funzioni svolte si può agevolmente comprendere perché
Roma dovesse intervenire così spesso per ribadire i limiti entro cui
doveva esercitarsi il potere degli stationarii. Ci sono infatti alcuni do-
cumenti in cui essi appaiono come oppressori, fuorilegge e uccisori di
innocenti, esigono denaro per i propri servizi (reato di concussione)
e lo estorcono a cittadini inermi. Va inoltre notato che essi furono uti-
lizzati spesso in modo spregiudicato: affidando loro incarichi sgrade-
voli e misconoscendo il loro operato, quando il malcontento popolare
diventava troppo forte. Ne sono testimonianza le varie costituzioni
imperiali che, a partire da Marco Aurelio, oltre a ribadire le compe-
tenze degli stationarii, ingiungevano di non arrogarsi poteri che esu-
lavano dalle loro competenze.
A tale proposito vale la pena richiamare la famosa iscrizione di Se-
pino databile agli anni 169-172 d.C., che riguarda la denuncia dei so-
prusi ad opera degli stationarii, a cui erano sottoposti i pastori durante
i trasferimenti stagionali lungo il tratturo che attraversava la città. Si
tratta dell’estratto di un’epistula imperiale, inviata dai prefetti del pre-
torio Basseo Rufo e Macrino Vindice, su richiesta del libertus a ratio-
nibus Cosmo, sollecitato a sua volta da Settimiano, un impiegato della
cancelleria imperiale. Costui era stato inviato a controllare se corri-
spondevano a verità le lagnanze dei conductores delle greggi imperiali,
i quali si lamentavano che, nel corso dei periodici spostamenti attra-
verso il Sannio, i magistrati municipali e gli stationarii di Boviano e Se-
pino, centri attraversati dal tratturo, sottoponevano a rudi controlli i
pastori e le bestie da soma, perché sospettavano che tra i primi si na-
scondessero dei servi fugitivi e che le seconde provenissero in parte
da abigeato: nello scompiglio generale un certo numero di animali an-
dava perduto o addirittura rubato cum magna fisci iniuria. Dato che i
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I servizi di informazione militare: frumentarii, stationarii, speculatores, ... 75

magistrati e gli stationarii non parevano affatto preoccuparsi del-


l’eventualità di un intervento del libertus a rationibus, né tanto meno
dell’adiutor di costui, Settimiano aveva scritto un rapporto a Cosmo,
in cui lo invitava a rivolgersi ai prefetti del pretorio. Questi inviarono
immediatamente agli incriminati un’admonitio, ingiungendo loro di
non danneggiare ulteriormente i conductores e minacciando misure
punitive in caso di recidiva (Petraccia, 2001).
La figura dello stationarius si lega nella relativa documentazione
anche a quella di altri funzionari quali frumentarii, beneficiarii, kolle-
tiones, curiosi e limenarchae, a cui sono affidati compiti analoghi.
Gli stationarii sono spesso accumunati ai frumentarii come autori
di soprusi a scapito dei cittadini e il fatto che i frumentarii non go-
dessero di buona fama è un dato ormai accertato!
Rispetto alle attività dei beneficiarii, quelle degli stationarii non
erano molto diverse, almeno dal punto di vista delle competenze. Sol-
dati di entrambi i gradi partecipavano in maniera più o meno diretta
alla riscossione delle imposte, dei dazi doganali e dei tributi e, come
tutto il personale delle stationes, svolgevano mansioni di ispettori e
revisori contabili e raccoglievano istanze di ricorso relative a questioni
fiscali. Alcune fonti antiche menzionano gli uni a fianco degli altri.
Nel papiro frammentario proveniente da Nicoupolis (la cui redazione
risale molto probabilmente al 201 d.C.) che reca la registrazione delle
spese di trasporto di un carico da Arsinoe al campo legionario di Ni-
coupolis, vicino ad Alessandria d’Egitto, è attestata la presenza della
legio II Traiana e la maggior parte delle spese elencate riguarda paga-
menti effettuati allo scopo di assicurarsi la protezione di stationarii e
beneficiarii, responsabili della sicurezza di quelle rotte commerciali. Da
questo documento, si apprende che gli stationarii svolgevano un’im-
portante funzione di polizia, specialmente nel servizio di scorta dei
trasporti sul Nilo (PWashUniv. II 80, colonna I, 18; colonna II, 8, 11,
14, 15, 19).
Agli stationarii e ai frumentarii si trova accumunato l’officium dei
kolletiones, attestato tra la fine del II e il III secolo d.C. Questo corpo
di polizia compare in un editto emanato nel III secolo d.C. dal pro-
console della provincia d’Asia, allo scopo di abolire alcune esazioni
forzose operate da questi funzionari a danno della popolazione (IGR
IV 1368). Come già per i beneficiarii, appare quindi evidente che il
termine stationarius non è l’appellativo con cui vengono indicati ge-
nericamente i funzionari impiegati nelle stationes, né tanto meno va
interpretato come sinonimo di kolletiones.
Il termine stationarius è anche abbinato a quello di curiosus, che
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76 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

compare per la prima volta come denominazione di funzionario statale


nel 355 d.C. e precisamente in un’epistula imperiale di cui si è già avuto
modo di parlare, indirizzata da Costanzo II all’allora prefetto del pre-
torio Lolliano, su una questione pressante: la necessità di combattere
l’uso arbitrario e personale del potere di arresto da parte dei funzio-
nari e degli organi di polizia. In essa si ordina a curiosi e stationarii di
limitarsi a denunciare i crimini al magistrato competente, assumen-
dosi la responsabilità di eventuali denunce diffamatorie. Simili chiari-
menti e limitazioni ai loro poteri erano probabilmente necessari
durante il periodo delle persecuzioni, quando gli stationarii, in virtù di
ordini emanati dalle autorità competenti, dovevano inseguire e rin-
tracciare i cristiani ricercati. Il fatto che nell’epistula si faccia riferi-
mento a curiosi e stationarii rende difficile ipotizzare che l’impiego del
termine curiosus si estendesse alle diverse categorie di funzionari im-
periali impegnati in attività investigative e di controllo10; forse con esso
si voleva indicare una particolare e autonoma posizione ufficiale ma,
essendo le fonti che li riguardano di natura troppo varia e contraddit-
toria, la questione rimane tuttora aperta (Soraci, 1995, p. 231 e n. 67).
Il collegamento tra limenarchae e stationarii si ha in un frammento
del giurista Paolo, di epoca severiana, da cui risulta che costoro do-
vevano catturare e trattenere in custodia gli schiavi fuggitivi che sa-
rebbero stati poi trasferiti a cura dei magistrati municipali al
governatore della provincia (Petraccia, 2001, p. 40).

Speculatores

Il termine speculator indica letteralmente ‘colui che osserva’. La


definizione di Varrone (La lingua latina, VI, 82) è chiarissima: specu-
lator, quem mittimus ante ut respiciat quae volumus. Non è da meno
quella fornita da un altro lessicografo, Festo (Sul significato delle pa-
role, p. 69, 23 L.), secondo il quale: speculator ab esplorare hoc distat,
quod speculator hostilia silentio perspicit, explorator pacata clamore co-
gnoscit.
All’inizio, gli speculatores sembrano indicare semplicemente delle
‘vedette’:
10
A parere del Silverio, “con curiosus originariamente si indicava chi operando
all’interno o al di fuori delle strutture istituzionali, compisse un’attività investiga-
tiva di qualche genere, con particolare riferimento a quelle relative a materie ri-
servate ed indicate con i verbi speculari ed explorare” (Liberati - Silverio, 2010, pp.
141-142).
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I servizi di informazione militare: frumentarii, stationarii, speculatores, ... 77

infatti gli occhi, come degli speculatores, occupano la posizione più elevata
perché possono svolgere il loro compito sulla base di una amplissima pro-
spettiva (Cicerone, Sulla natura degli dei, II, 140).

Più spesso, si tratta di militari che si distinguono per la loro abilità


di agire in incognito e per la capacità di penetrare in territorio nemico.
Come risulta evidente in Cesare e in Apuleio, infatti, con questo
termine si indica la funzione di esploratore, di militare inviato in avan-
scoperta dal proprio comandante.

Cesare ne fu subito informato dagli speculatores (…); alla prima luce del
giorno, quando tutto fu chiarito dagli speculatores (Cesare, Guerra gal-
lica, II, 11, 2-3);

nel frattempo spedisce speculatores per ogni dove, cercando di scoprire la


strada più comoda per attraversare la valle (Cesare, Guerra gallica, V, 49, 8);

terminata questa fortificazione, gli speculatores di Cesare videro, dietro


una foresta, alcune coorti (Cesare, Guerra civile, III, 66, 1);

gli speculatores informarono Cesare che in quel campo erano state portate
le insegne della legione (Cesare, Guerra civile, 67, 1);

altrettanto, quando in una situazione critica e disperata bisogna scegliere


degli speculatores che nel cuore della notte si introducano nel campo ne-
mico, non vengono forse scelti Ulisse e Diomede, perché incarnano il pen-
siero e l’azione, la mente e il braccio, l’intelligenza e la spada? (Apuleio,
Il demone di Socrate, XVIII, 159).

È facile comprendere come dal significato di speculator, ‘scruta-


tore’, ricognitore a quello di spia … il passo sia breve. Si pensi all’epi-
sodio già riportato più sopra e riferito da Livio, menzionante lo
speculator Carthaginiensis che si era nascosto per due anni e fu arre-
stato (Livio, XXII, 33, 1), oppure ad un altro riferito da Seneca:

durante la guerra civile uno schiavo nascose il suo padrone che era stato
messo nelle liste di proscrizione e, dopo essersi infilato il suo anello ed aver
indossato i suoi vestiti, si presentò dagli speculatores, disse loro che non
voleva altro che portassero a compimento gli ordini, e porse loro la testa
(Seneca, Sui benefici, III, 25).

Svetonio, nella vita di Augusto racconta un episodio accaduto nel


43 a.C., l’anno in cui i triumviri scrissero una delle pagine più crudeli
della storia romana:
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78 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

(Ottaviano) avendo notato, mentre rivolgeva un’allocuzione alle truppe in


presenza di una numerosa folla di civili, che il cavaliere romano Pinario,
stava scrivendo qualcosa, credendolo curiosus e speculator, ordinò di uc-
ciderlo sul posto.
Atterrì inoltre con tali minacce il console designato Tedio Afro, il quale
aveva criticato con parole malevole una sua azione, che questo si uccise
precipitandosi dall’alto.
Quando il pretore Quinto Gallio venne a rendergli omaggio tenendo sotto la
toga due tavolette, egli, sospettando che nascondesse una spada e non osando
farlo perquisire subito nel timore che si trovasse poi qualche altro oggetto,
lo fece arrestare poco dopo dai centurioni e dai soldati nel tribunale e lo tor-
turò come uno schiavo. Poiché non parlava, dopo avergli cavato gli occhi con
le proprie mani, ordinò di ucciderlo. Scrisse in seguito che Quinto, chiesto-
gli un colloquio, aveva attentato alla sua vita e che, mandato da lui in car-
cere e poi rilasciato con l’ordine di abbandonare l’Urbe, era morto in un
naufragio o per mano di briganti (Svetonio, Augusto, XXVII, 3-4)11.

A partire dal I secolo d.C. il termine speculator passa ad indicare


tre categorie ben distinte di militari: graduati che fanno parte della
guardia del corpo dell’Imperatore, legionari incaricati di proteggere e
scortare gli appartenenti all’officium del governatore provinciale, mi-
litari utilizzati come corrieri o incaricati di svolgere operazioni di spio-
naggio e polizia (Wolff, 2003).
Svetonio narra che Caligola inviò degli speculatores a Roma con
alcune lettere in cui annunciava la sua conquista della Britannia, con-
quista in realtà mai avvenuta dato che si era limitato ad accogliere Ad-
minio, che era stato cacciato dal padre Cinobellino re dei Britanni
(Svetonio, Caligola, XLIV, 2).
Di speculatores nel ruolo di assassini, guardie del corpo e spie, si
sente parlare anche nel periodo immediatamente successivo alla morte
di Nerone, precisamente nel 68-69 d.C., quando si assiste allo scon-
tro per aggiudicarsi il Principato da parte di Galba, Otone e Vitellio.
Nel 68 d.C. si verifica il primo tentativo di uccidere Galba ad opera
di alcuni schiavi i quali, una volta scoperti, confessarono il complotto
(Svetonio, Galba, X, 3). Il secondo tentativo, questa volta riuscito, si
attuerà nel 69 d.C. per mano dello speculator Stazio Murco. Va osser-
vato che Tacito liquida Galba con questa frase lapidaria:

considerato da tutti degno dell’Impero se non fosse stato imperatore (Ta-


cito, Storie, I, 39-43).

11
Diversa per quanto riguarda la vicenda di Gallio è la versione fornita da Appiano
che accusa il pretore di aver complottato contro Ottaviano e riferisce di una sentenza
di morte emessa nei suoi confronti dal Senato (Appiano, Guerra civile, III, 14, 95).
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I servizi di informazione militare: frumentarii, stationarii, speculatores, ... 79

Anche la fama di Otone era tutt’altro che buona e sempre da Ta-


cito risulta che era sempre scortato da
reparti speciali di speculatores insieme alle altre coorti pretorie (Tacito,
Storie, II, 11).

Le fonti non dipingono nemmeno Vitellio sotto una luce positiva:


egli sarebbe stato, infatti crudele, golosissimo e corrotto! Inoltre

si stenta a credere a qual punto di superbia e di indolenza sia giunto Vi-


tellio, dopo che i suoi speculatores della Siria e della Giudea gli ebbero ri-
ferito che l’Oriente gli aveva giurato fedeltà (Tacito, Storie, II, 73).

Gli speculatores sono utilizzati negli officia dei governatori pro-


vinciali per svolgere incarichi connessi sia con la raccolta delle infor-
mazioni, sia con la sicurezza interna e la giustizia criminale. Sembra
ormai appurato che ogni legione in servizio nella provincia ne di-
staccasse dieci, forse l’intero organico (Austin - Rankov, 1995). Essi ri-
sultano collocati sullo stesso gradino di alcuni funzionari dello stato
maggiore della legione quali i curnicularii o i commentarienses, come
risulta da Atanasio (VIII, 3, 5) il quale, nell’apologia contro gli Ariani,
parla di uno spekoulator kai komentariensios.
Il ruolo di spie militari è allora progressivamente assunto dalle
guide di cavalleria e il Principato di Traiano si colloca in questa fase
di trasformazione. A Roma, Traiano e non Augusto avrebbe creato un
servizio segreto interno incentrato nei castra peregrina sul Celio, di
cui facevano parte, come si è detto, speculatores e frumentarii.
Vale infine la pena di ricordare che Isidoro di Siviglia nelle sue Eti-
mologie e Origini (VII, 12, 12) fornisce per il vocabolo speculator il se-
guente significato: speculator è colui che vigila.

Beneficiarii
Questa particolare categoria di graduati pone ancora numerosi in-
terrogativi, circa le reali funzioni che essi dovevano svolgere all’in-
terno della burocrazia provinciale.
Le testimonianze relative ai beneficiarii coprono un periodo di al-
meno sette secoli (dal I secolo a.C. al VI secolo d.C.).
Inizialmente non è possibile determinare quali fossero esattamente
le mansioni da essi ricoperte, anche se tutto sembra dimostrare che la
loro principale funzione avesse a che fare con un loro coinvolgimento
nel campo della sicurezza pubblica.
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80 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

La prima menzione dei beneficiarii si trova nella Guerra civile,


quando Cesare descrive le truppe riunite da Petreio, uno dei generali
di Pompeo:

Petreio, invece, non si scoraggia. Arma la sua familia; con loro, la sua co-
orte pretoria di caetrati e un piccolo numero di cavalieri barbari, suoi be-
neficiarii, che era solito utilizzare come guardia personale, si lancia
all’improvviso verso il vallum, interrompe i discorsi dei soldati, allontana
i nostri dall’accampamento, uccide quelli che cattura (Cesare, Guerra civile,
I, 75, 2; I, 88, 5).

Sono dunque cavalieri barbari arruolati da Petreio come sue guar-


die del corpo quelli che Cesare chiama beneficiarii. In età repubbli-
cana, dunque, il termine risulterebbe associato alla nozione di
relazione personale stabilita tra un subordinato e il proprio superiore.
In età imperiale le cose sembrano cambiare, dato che la definizione
fornita nel II secolo d.C. per il termine beneficiarius da Festo è la se-
guente:

si chiamano beneficiarii quei militari che erano esentati dalle “corvées”


grazie a un beneficium (Festo, Sul significato delle parole, p. 30 ed. W.M.
Lindsay 1965).

Vegezio, che classifica i beneficiarii nella lista dei principales, af-


ferma che

i beneficiarii sono così chiamati perché ottengono la promozione gra-


zie a un beneficium dei tribuni (Vegezio, Compendio delle istituzioni
militari, II, 7).

Egli introduce pertanto una nuova nozione, evocando l’intervento


del tribuno nella promozione dei beneficiarii.
Va notato che recentemente è stato possibile tracciare un profilo
più dettagliato della figura del beneficiarius, grazie al rinvenimento a
Osterburken, nella Germania Superiore, di numerose dediche poste in
un santuario da questi graduati (Nélis Clement, 2000). Costoro si in-
contrano in tutte le province dell’impero, sono spesso a capo di sta-
tiones (tanto che per molto tempo si è ritenuto che fossero quasi
esclusivamente incaricati di combattere il fenomeno del brigantaggio:
Wolff, 2003), dove agiscono come rappresentanti del governo e pos-
sono svolgere diverse funzioni come quelle di effettuare arresti o com-
minare la pena stabilita da un tribunale. Sono immuni da “corvées” e
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I servizi di informazione militare: frumentarii, stationarii, speculatores, ... 81

risultano tra il personale di supporto a governatori provinciali, pro-


curatori e comandanti militari. I compiti che sono chiamati ad assol-
vere sono i più svariati e vanno dall’utilizzo come ufficiali di
collegamento tra i comandanti delle unità militari, i governatori pro-
vinciali e le popolazioni insediate lungo le zone di frontiera (sono pre-
posti quindi alla circolazione delle informazioni) a quello come
ufficiali incaricati del mantenimento dell’ordine pubblico e della pre-
venzione di attività criminali. Essi risultano inoltre addetti al controllo
della percezione dell’annona civile e militare e, in caso di necessità,
alle requisizioni e all’esazione di imposte di natura diversa. Si incon-
trano talvolta anche nelle regioni minerarie dell’impero romano dove
svolgono l’incarico di supervisori alle attività estrattive, come accade
nelle miniere della Mesia.
In ultima analisi i beneficiarii operano per diversi secoli come uf-
ficiali di collegamento al fianco di senatori e cavalieri a Roma e nelle
province; si adattano ad ogni tipo di riforma, sia essa di tipo militare
o amministrativo; rappresentano insomma un bell’esempio di conti-
nuità al servizio di Roma da parte di coloro che hanno contribuito a
renderla grande.
Questi militari sono talmente specializzati nell’ambito dell’ammi-
nistrazione e della gestione delle risorse che un po’ alla volta sem-
brano trasformarsi in puri e semplici funzionari statali: dei burocrati.
A partire dal V secolo d.C, quando iniziano a porsi le basi per la
costituzione di una realtà nuova, i beneficiarii spariscono dalle fonti,
dalla scena pubblica, dalla storia (Nélis Clement, 2000, p. 339).
Ora è il momento di analizzare quelle mansioni svolte dai benefi-
ciarii direttamente collegate all’argomento che qui stiamo trattando: i
servizi di informazione militare.
Le fonti cristiane mostrano a più riprese beneficiarii impiegati quasi
in tutte le province, in particolare in Egitto, incaricati di perseguire e
punire cristiani ed altri malfattori. Il riferimento specifico a questi
funzionari induce a ricordare quali potenti mezzi persuasivi essi quo-
tidianamente potevano utilizzare: la loro forza consisteva nella capa-
cità di pressione che riuscivano ad esercitare sulla popolazione
inerme, tanto da essere in grado di condizionare la vita di intere col-
lettività. Pesanti accuse sono mosse in numerosi documenti papiracei
contro i beneficiarii e le loro pratiche nefaste vengono denunciate da
Massimino Daia in un suo rescritto a Sabino (Soraci, 1995, p. 228-
230), una delle tante disposizioni imperiali che, soprattutto a partire
dal IV secolo d.C. mirano a reprimere e contenere lo straripamento del
potere da parte di costoro.
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82 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

All’epoca di Settimio Severo, Tertulliano descrive i beneficiarii al-


l’opera in collaborazione con dei curiosi (Tertulliano, Sulla fuga du-
rante la persecuzione, XIII, 5, 38). Secondo lui questi funzionari
dovevano compilare un registro, una sorta di lista nera, in cui figura-
vano i nomi di persone ricercate o sorvegliate dalla polizia: ladri, gio-
catori d’azzardo e anche cristiani (Apologetico, II, 1, 8). Il contesto in
cui compaiono lascia intuire che una parte dei cristiani perseguitati
tentava di sfuggire alle persecuzioni comprando il silenzio dei benefi-
ciarii (Nélis Clement, 2000, p. 339). Questi al pari degli stationarii, a
partire almeno dall’inizio del IV secolo d.C., non si limiteranno a ri-
cevere le petizioni loro indirizzate dalla popolazione ma svolgeranno
l’ambiguo ruolo di intermediari tra quest’ultima, le autorità locali e il
potere centrale, rappresentando sempre più spesso gli unici interlo-
cutori a cui sarà possibile rivolgersi. Saranno sempre più invisi e te-
muti dai cittadini dell’Impero perché incaricati dell’esazione delle
imposte e delle requisizioni in natura. Diventerà inoltre estremamente
importante per gli evasori fiscali garantirsi il loro silenzio e, nel caso
in cui si volesse eliminare in modo non troppo trasparente un avver-
sario politico o commerciale, assicurarsi che confermino la denuncia
fatta.

Agentes in rebus

Aurelio Vittore scrive che Diocleziano rimosse la stirpe pestilen-


ziale dei frumentarii, invisa all’opinione pubblica in quanto longa
manus del lato oscuro del potere, spesso responsabile di spietati so-
prusi e violenze12.
Subito dopo lo stesso autore precisa che gli agentes rerum erano
molto simili ai frumentarii in quanto

pur essendo stati apparentemente istituiti per sorvegliare le provincie e


mettere al corrente il potere centrale delle rivolte che vi scoppiavano, in re-
altà formulavano accuse criminose, seminavano il terrore dovunque, so-
prattutto presso i popoli più lontani e si abbandonavano a vergognose
esazioni (Aurelio Vittore, Libro dei Cesari, XXXIX, 45).

12
“Desta tuttavia alcune perplessità l’opinione generalmente accolta sulle ra-
gioni di tale scioglimento: fonti chiaramente ostili all’operato del governo centrale,
come Aurelio Vittore, non possono da sole valere a giustificare quanto affermato”
(Liberati - Silverio, 2010, p. 121). Sarebbe pertanto possibile che Aurelio Vittore,
colpito dal clima di corruzioni e di ricatti da costoro instaurato, abbia realistica-
mente esposto il suo personale punto di vista.
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I servizi di informazione militare: frumentarii, stationarii, speculatores, ... 83

Questo passo costituisce la base su cui si fonda la dottrina gene-


ralmente ammessa che vede nei frumentarii gli agentes in rebus del-
l’Alto Impero (Giardina, 1977, p. 135). Agens in rebus, questo è il
nome nuovo della spia del IV secolo d.C. (Purpura, 1973).
Il Clauss afferma che l’organizzazione dei frumentarii sembra meno
‘specializzata’ rispetto a quella degli agentes in rebus e suggerisce che
fu il carattere approssimativo dell’istituzione e non la sua mancanza
di efficacia e gli eccessi che rendeva possibili, a causarne la soppres-
sione da parte di Diocleziano durante la sua riorganizzazione capil-
lare dell’Impero (Clauss, 1973, pp. 98-109).
Come si è già avuto modo di sottolineare, non si può certo dire
che a Roma vi fossero funzionari pubblici con specifici compiti di
spionaggio, né si può quindi parlare di servizi segreti o di servizi in-
formativi romani, con specialisti organizzati in modo autonomo, al-
meno fino a quando Diocleziano istituì il corpo degli agentes in rebus13.
La menzione più antica degli agentes in rebus data probabilmente
al 319 d.C.; a parere del Paschoud, tuttavia, questo corpo deve essersi
venuto formando tra il 284 e il 319 d.C., ben prima dunque che si
mettesse mano all’abolizione del numerus dei frumentarii (Paschoud,
1983, p. 220), i quali si preoccupavano soprattutto della sicurezza in-
terna. Ciò non significa che non raccogliessero informazioni politi-
che, ma che tale attività non era loro esclusiva.
Gli agentes erano riuniti nella schola agentum in rebus, la cui prima
menzione risale a una Constitutio di privilegi del 352 d.C. (Codice Teo-
dosiano, VI, 35, 3). Si trattava di un corpo di spie imperiali, organiz-
zato militarmente, in cui trovavano nuova unità e coesione figure
dello spionaggio militare quali erano stati gli speculatores e i frumen-
tarii. Dal Codice Teodosiano apprendiamo che riuscire a diventare
agens in rebus non era semplice. I candidati erano valutati in base alla
loro preparazione tecnica, al rigore morale e allo status sociale. Non
potevano essere né Ebrei né Samaritani, né eretici né navicularii, ma
soprattutto dovevano sapere leggere e scrivere. Una volta ammessi, il
loro periodo di prova durava ben cinque anni (Dvornik, 1974, p. 49).
Essi erano fondamentalmente preposti al controllo del delicato
funzionamento del cursus publicus, tant’è vero che erano a volte de-
nominati veredarii, utilizzatori cioè dei veicoli che vi erano impiegati;
ma l’ampia gamma di poteri ispettivi e discrezionali di cui dispone-
vano li rendeva spesso invisi ai civili, tant’è vero che Aurelio Vittore
13
Il Giardina (1977, p. 135) ha redatto una prosopographia degli agentes in re-
bus dal IV al VI sec. d.C.
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84 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

(XXXIX, 44), li considera simillimi al pestilens frumentariorum genus,


San Gerolamo (Abdiam, CCLXXVI, 17) riferisce che i provinciali sot-
toposti alle loro ‘attenzioni’ chiamavano agentes in rebus e veredarii
quelli che un tempo erano noti come frumentarii.
Nel IV secolo d.C. si procedette alla definitiva sistemazione dei
servizi segreti dell’imperatore, che trovarono una precisa collocazione
all’interno dell’apparato burocratico statale. L’ufficio centrale a Roma
riceveva i rapporti degli agentes operanti nelle provincie i quali, lavo-
rando all’interno dell’officium del governatore, svolgevano una duplice
funzione: quella di personale tecnico e quella di controllori diretta-
mente dipendenti dal potere centrale.
Un importante documento del V secolo d.C., la Notitia Dignita-
tum, l’elenco delle cariche civili e militari del tardo impero, indica che
i principes degli agentes in rebus, cioè i più alti in grado tra loro, ope-
ravano all’interno dei più importanti officia provinciali, a stretto con-
tatto con i massimi dignitari di Roma. Tutti gli agentes in rebus erano
alle dipendenze di un magister officiorum, funzionario di alto grado
creato da Costantino (il primo fu Eracliano nel 320 d.C.). L’ufficio al
quale il magister officiorum era preposto, fungeva da snodo fonda-
mentale per il funzionamento dell’apparato statale; a lui giungevano
i rapporti dagli angoli più remoti dell’impero e da lui erano diramati
agli scrinia competenti. L’alto funzionario in questo modo aveva il qua-
dro sempre aggiornato di quanto accadeva in tutto il territorio romano
e relativamente ad ogni ramo dell’amministrazione.
La cattiva fama che accompagnò anche gli agentes in rebus trova
conferma in Ammiano Marcellino secondo il quale quando costoro
furono convocati insieme ad altri funzionari alla presenza dell’impe-
ratore Giuliano per ottenere denaro come ricompensa, quest’ultimo
avrebbe esclamato:
sanno estorcere, non ricevere, gli agentes in rebus (Ammiano Marcellino,
XVI, 5, 11).

Sempre Ammiano Marcellino (XV, 7-9) fotografa lucidamente il


modus operandi degli agentes, narrando l’episodio in cui, sotto Co-
stanzo II, durante un banchetto organizzato a Sirmium da Africano,
governatore della Pannonia Secunda, si criticò aspramente l’imperatore
riferendo presagi e profezie sulla fine del suo regno; tra i convitati
c’era però un agens in rebus di nome Gaudenzio, il quale fece giun-
gere la notizia alle orecchie del Princeps che comandò di portare via
di peso sia l’organizzatore del convivio sia coloro che avevano parte-
cipato a quel mortale banchetto.
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I servizi di informazione militare: frumentarii, stationarii, speculatores, ... 85

Nel 354 d.C., sempre Costanzo II, preoccupato per l’eccessivo po-
tere personale che il Cesare Costanzo Gallo andava accumulando, de-
cise di attirarlo in una trappola, di catturarlo e di processarlo.
L’arresto di Gallo avvenne a Petovio nel Norico ad opera del comes
Barbazione e dell’agens in rebus Apodemio e i fatti sono così narrati an-
cora una volta da Ammiano Marcellino:

essendogli dunque aperta la via per decreto di una sorte funesta, che
l’aveva predestinato ad essere ucciso e privato dell’impero, giunse per via
diretta e sostando solo per il cambio dei cavalli a Petovio, città del Norico,
dove gli si manifestarono tutte le segrete insidie. Improvvisamente com-
parve il comes Barbazione, che era stato alle sue dipendenze in qualità di
comandante della guardia del corpo, assieme ad Apodemio, agens in rebus.
(… Costanzo) incaricò dell’esecuzione della sentenza capitale Sereniano,
di cui abbiamo narrato come, accusato di lesa maestà, riuscì a farsi assol-
vere con abili giochi di prestigio, Pentadio, notarius, ed Apodemio, agens
in rebus. E così fu lasciato cadavere informe, con le mani legate come un
latro, decapitato, senza alcuna traccia di dignità nel volto e nel capo, colui
che poco prima era stato temuto da città e province (Ammiano Marcellino,
XIV, 19-23).

Anche in occasione della ribellione in Gallia del prefetto del pre-


torio Claudio Silvano (355 d.C.), Apodemio fu mandato da lui per in-
vitarlo a recarsi a corte a Mediolanum. Non riuscendo nel suo intento
l’agens in rebus, vecchio e pericoloso nemico di tutte le persone one-
ste (Ammiano Marcellino, XV, 5, 8), diffuse la voce che Silvano era so-
spettato di volersi proclamare imperatore e che Costanzo lo aveva già
condannato.
Nel 361 d.C. Costanzo II morì e salì al trono Giuliano, fratellastro
di Costanzo Gallo, il quale ordinò la creazione a Calcedonia di un tri-
bunale per processare alcuni ufficiali tra cui Apodemio, che all’epoca
si era ritirato a vita privata. Fu così che

Apodemio, ex agens in rebus, il quale come abbiamo detto, aveva perse-


guitato oltre ogni limite sino alla morte Silvano e Gallo, il notarius Paolo,
soprannominato Catena, il cui nome non può essere riferito senza suscitare
i lamenti di molti, furono bruciati vivi ed ebbero così la sorte che si meri-
tavano (Ammiano Marcellino, XXII, 3, 11).

In Simmaco gli agentes appaiono normalmente come portatori di


notizie riservate alle dipendenze dell’imperatore e degli altri dignitari
di corte. Essi non godono di alto prestigio e sovente ricorrono alle
raccomandazioni di personaggi influenti per far carriera e ottenere
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86 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

protezione (Simmaco, Epistole, II, 63; III, 87; IV, 53; VII, 34; IX, 16;
X, 23).
Un’analoga scarsa considerazione degli agentes si nota in Libanio,
il quale mette in luce le nefaste funzioni di polizia segreta svolte da co-
storo, specie nell’ambito delle delazioni e dei ricatti e li chiama ‘gli
occhi dell’imperatore’ (Libanio, Orazioni, XVIII, 140, 1).
Piace infine ricordare l’episodio collocabile nel 448 d.C. in cui l’in-
terprete Bigila, generalmente identificato come un agens in rebus, prese
parte all’ambasceria romana presso Attila, re degli Unni, in cui era
presente anche lo storico Prisco. In quell’occasione Teodosio ideò un
piano, fallito miseramente, per uccidere il re unno e, a tale scopo, si
consultò con il suo magister officiorum Martinalio il quale “era del
tutto partecipe delle decisioni dell’imperatore, perché aveva ai suoi
ordini gli agentes, gli interpretes e i soldati delle scholae palatinae”
(FHG, IV).
Dopo Giustiniano, si sente parlare sempre meno della schola e
degli agentes in rebus (le cui funzioni istituzionali risultano fortemente
limitate rispetto al passato) fino a quando, nel IX secolo d.C. durante
il regno dei figli di Basilio I, Leone VI e Alessandro, essi scomparvero
da qualsiasi tipo di documento14.
Dal complesso delle fonti appare evidente che le attività svolte
dagli agentes erano molto diversificate e andavano dalla raccolta delle
informazioni al mantenimento dell’ordine pubblico e della sicurezza.
C’è da chiedersi se la loro scomparsa sia dovuta al clima di tensione
e terrore, oltre ai frequenti gravi abusi perpetrati da costoro sempre
nell’ombra e al limite della legalità, o se inizino ad essere considerati
come una sorta di corpo obsoleto per cui la selezione naturale dei
tempi avesse deciso della loro progressiva estinzione. Unico dato certo
è che nell’immaginario popolare e all’interno di ogni categoria sociale
questi individui ebbero una pessima reputazione, tanto da far proba-
bilmente decidere alle autorità statali semplicemente di metterli da
parte come era già avvenuto per i frumentarii.
Però, la presenza di agentes in una fonte relativa al IX secolo d.C.
potrebbe indicare non tanto un vero e proprio scioglimento di questi
funzionari, quanto una nuova denominazione ufficiale … com’era del
resto già avvenuto per i frumentarii (Giardina, 1977, p. 135).
14
L’ultima fonte che li nomina è la Vita Basilii Iunioris del monaco Gregorio.
In essa gli agentes portano l’appellativo di maghistrianoi e risultano impiegati in at-
tività loro proprie, quella di corrieri imperiali e di addetti al mantenimento del-
l’ordine: PG, CIX, col. 656.
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I servizi di informazione militare: frumentarii, stationarii, speculatores, ... 87

A conclusione di questo capitolo, vale la pena di ricordare Libanio


che, nell’Orazione sui patrocinii dove la polemica contro l’esercito è
perfettamente percepibile, descrive

soldati che spadroneggiano tutto il tempo nel bel mezzo del villaggio e si
addormentano accanto ad una enorme quantità di vini e vettovaglie (Li-
banio, Orazione sui patrocinii, V).

La cattiva condotta dell’esercito si esplica mediante furti di pol-


lame, bestiame, grano, olio, sale e legna, ma anche attraverso risse de-
rivanti dall’assidua frequentazione delle taverne. Non solo: benché le
fonti siano alquanto reticenti in merito, è noto che alcuni soldati usa-
vano violenze anche sulle donne.
I civili erano per lo più impotenti di fronte agli abusi perpetrati da
costoro e sebbene in molti cercassero di ribellarsi ad una simile si-
tuazione inviando petizioni e appelli a patroni, governatori provin-
ciali e perfino all’imperatore, altri preferivano piuttosto sfruttare la
situazione, come un certo Paolo che commise numerosi furti ai danni
dei soldati ospitati dalla convivente Aurelia Attiena: mentre dunque i
militari rapinavano la donna, erano a loro volta derubati dal compa-
gno di lei (POxy, L, 1983, nr. 3581).
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I servizi di informazione civile:


diplomatici, mercanti, delatores … e donne

Neppure gli amici negano che (Augusto) abbia praticato l’adulterio, ma lo


giustificano dicendo che lo commise certamente non per libidine ma per
scopi politici, per cercare di scoprire più agevolmente i disegni dei suoi av-
versari tramite le loro mogli (Svetonio, Augusto, II, 69).

Nel mondo antico le informazioni e le idee si spostavano con gli


uomini: per questo motivo i canali più importanti per conoscere
quanto avveniva all’esterno di uno stato erano costituiti dalle amba-
scerie, dai mercanti, dai disertori e dai viaggiatori in generale. Per co-
noscere quanto succedeva invece all’interno di uno stato si ricorreva
soprattutto ai delatores e dalle donne.
I diplomatici, ogni qual volta si recavano in missione presso altri
stati, godevano, per la natura stessa del loro incarico, di una notevole
libertà di movimento e, contrariamente ad altre categorie di viaggia-
tori, erano ricevuti con rispetto e munifica ospitalità dai maggiorenti
cittadini … a volte per saggiarne la corruttibilità. I mercanti, da viag-
giatori privilegiati quali erano sotto molti punti di vista, recavano in
patria notizie che difficilmente si sarebbero potute ottenere attraverso
i canali ufficiali (si pensi alle modalità di accesso ad un accampamento
nemico, oppure alla consistenza numerica delle truppe avversarie).
Per quanto riguarda poi l’utilizzo di disertori a fini informativi, risulta
preziosa la testimonianza di Onasandro, secondo il quale

questa la garanzia più sicura della credibilità di un disertore che riferisce


notizie: non è lui il padrone della propria vita, ma quelli che lo tengono
prigioniero (Onasandro, X, 15, 24).

Nelle città dell’impero, le chiacchiere e i pettegolezzi si diffonde-


vano molto rapidamente. Le terme, gli ambulatori medici, le officine
degli artigiani erano tutti luoghi dove ci si incontrava e ci si aggior-
nava circa le novità e i pettegolezzi; lo stesso valeva per le taverne e le
locande. A diffonderli erano soprattutto gli schiavi e le donne: nes-
suno che avesse una relazione extraconiugale poteva essere sicuro di
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90 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

sottrarsi alle loro chiacchiere, come si ricava ancora una volta da Gio-
venale:

un esemplare, questo, che sa tutto quanto accade nel mondo, quel che tra-
mano Traci e Seri, e in piú le tresche tra matrigna e figlio, chi ha l’amante,
chi sia l’amante fra tutte conteso; e ti dirà chi ha messo incinta la tal ve-
dova e in che mese, come ciascuna si comporta a letto, parole e movenze
comprese. È lei, lei la prima a vedere la cometa che minaccia il re di Parti
e di Armeni, lei che raccoglie porta a porta notizie e dicerie dell’ultim’ora,
e altre ne inventa: ‘straripato il Nifate, abitati e campi sommersi dal dilu-
vio, città crollate, terre sprofondate’: questo, questo racconta nei crocicchi
al primo venuto (Giovenale, VI, 404-415).

A Roma, “le esigenze pratiche ed ideologiche derivanti dal governo


di un impero che propugnava la propria ecumenicità sulla base di un
preciso disegno divino, spinsero Augusto a creare le fondamenta di
un sistema informativo idoneo ad essere impiegato sia nella sicurezza
interna che in quella militare e destinato (…) a contenere il peso delle
delazioni nella repressione dei fenomeni eversivi: il cursus publicus”
(Liberati - Silverio, 2010, p. 82), il sistema centralizzato di comuni-
cazione e trasferimento delle informazioni che a partire da Augusto
pose le basi del dispositivo spionistico. Svetonio racconta che il Prin-
ceps

per essere avvisato più rapidamente e per conoscere più direttamente cosa
avvenisse in ogni provincia, in un primo tempo dispose come staffette dei
giovani a breve distanza l’uno dall’altro, lungo le vie militari; in seguito
dispose invece dei veicoli. Questo secondo metodo venne riscontrato più
comodo, perché coloro che portano le lettere direttamente, da una deter-
minata località, possono anche venire interrogati direttamente, se il caso
lo richieda (Svetonio, Augusto, IL, 5).

Al momento della sua istituzione, il servizio era destinato, a rego-


lare il trasporto delle persone che viaggiavano nell’interesse dello stato
e degli oggetti che a questo appartenevano. Augusto poteva così con-
tare sull’efficienza dei propri corrieri, garantendo loro un sistema di
trasporti ufficiale in grado di venire incontro alle esigenze di una strut-
tura quale il Principato, in cui era indispensabile conoscere il più pos-
sibile per intervenire il prima possibile! Chi disponeva del controllo
delle informazioni disponeva del controllo della sicurezza non di una
singola zona ma di tutto l’impero e poteva quindi decidere quali no-
tizie divulgare, quali mantenere riservate e quali provvedimenti, anche
drastici, adottare facendo tesoro delle informazioni ricevute.
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I servizi di informazione civile: diplomatici, mercanti, delatores … e donne 91

Interessante quanto affermato da Procopio di Cesarea nel VI se-


colo d.C.:

gli imperatori romani del passato, preoccupandosi che ogni notizia venisse
loro riferita al più presto, e venisse comunicato senza indugio cosa acca-
desse per opera dei nemici nelle singole regioni e nelle città, nonché le ri-
volte e qualunque altro avvenimento improvviso (…) avevano istituito
dovunque un servizio di posta pubblica (Procopio, Carte segrete, XXX, 1-
7).

In un impero che, come scrive Virgilio nell’Eneide,

per volere di Giove non aveva limiti di tempo o di spazio (Virgilio, Eneide,
I, 278-279),

le informazioni su ciò che avveniva nei paesi stranieri, e la loro


veloce trasmissione, erano di importanza vitale. Inoltre l’assassinio di
Cesare aveva fatto capire che il rischio di congiure in casa propria po-
teva essere peggiore della minaccia di un nemico esterno. Come si è
già avuto modo di notare, fu Augusto che per primo si rese conto della
necessità di creare un dispositivo di spionaggio che mettesse al riparo
il Principe e Roma dai rischi di congiure o di episodi capaci di turbare
e sovvertire l’ordine interno ed esterno.

Diplomatici

Nell’arte dell’assedio, opera redatta intorno alla metà del IV secolo


a.C., Enea Tattico, fa esplicito riferimento agli ambasciatori e ai di-
plomatici stranieri come possibili spie, consigliando di non

permettere che chiunque lo desideri si possa incontrare con essi. Al con-


trario, sarà un gruppo di cittadini, selezionato per la massima affidabilità,
a stare insieme agli ambasciatori per tutto il tempo che questi si tratter-
ranno in città (Enea Tattico, L’arte dell’assedio, X, 11).

L’ambasciatore era un viaggiatore sui generis e non v’è dubbio che


i diplomatici godessero di privilegi e vantaggi legati al loro status do-
vunque fossero diretti (Eilers, 2009). “Il trattamento di riguardo nei
confronti dei rappresentanti ufficiali di altri ‘stati’ costituisce, insieme
con il riconoscimento di un certo grado d’immunità ai delegati stra-
nieri, uno dei principi fondanti della diplomazia e più in generale delle
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relazioni interstatali, e risulta ampiamente attestato – nel Vicino


Oriente a partire dal II millennio a.C. – in tutte le civiltà antiche che
intrattennero fra loro comunicazioni e rapporti ora amichevoli, ora
ostili” (Gazzano, 2006, p. 106). Tra i primi a comprendere l’impor-
tanza degli ambasciatori ai fini della raccolta e gestione delle infor-
mazioni furono gli Assiri, i quali li incaricavano di ascoltare e
osservare, nel corso delle loro missioni diplomatiche, tutto ciò che
potesse essere utile al proprio paese.
Nel mondo greco, il rischio che i rapporti diplomatici costituis-
sero una falla pericolosa per la sicurezza dello stato, fu arginato da un
istituto particolare, la prossenia, per mezzo della quale un cittadino
eminente di una polis, il proxenos, accoglieva come ospiti e assisteva
gli ambasciatori e i cittadini dello stato che rappresentava e sui cui in-
teressi doveva vegliare, fornendo loro preziosi contatti e informazioni.
Uno Spartano che fosse legato da vincoli particolari – amicali o di
semplice interesse economico – ad Atene, ad esempio, poteva essere
nominato proxenos da quest’ultima e diventare così un punto di rife-
rimento importante per tutti gli Ateniesi che si fossero trovati a Sparta.
Questo legame poteva dimostrarsi così solido da indurlo ad agire in
qualità di informatore presso la polis di cui era patrono, per informarla
dei piani politici della sua stessa patria. Tucidide (III 2, 3) dice che
furono proprio i proxenoi cittadini di Mitilene ad informare gli Ateniesi
dell’imminenza di una rivolta nella città in cui risiedevano, destinata
a farla uscire dall’orbita ateniese e a condurla in quella spartana. Essi
ovviamente costituivano fonti privilegiate non solo in quanto vivendo
sul posto venivano a conoscenza di notizie importanti alle quali even-
tuali spie esterne avrebbero attinto con maggiore difficoltà, ma anche
per il fatto che partecipavano a manifestazioni pubbliche attraverso le
quali le decisioni politiche erano prese. In qualità di cittadini, infatti,
erano membri dell’ecclesia, dell’assemblea popolare dove le scelte di
governo erano avanzate e votate.
Mentre i Greci erano abituati alla manovra politica continua e al-
l’utilizzo degli ambasciatori come strumento indispensabile di cono-
scenza e come arma formidabile, i Romani non possedevano nulla di
paragonabile ad un corpo diplomatico (Sheldon 2008 a, pp. 128-132);
non avevano l’abitudine di eleggere loro rappresentanti permanenti
nei paesi stranieri, né disponevano di specialisti d’affari esteri in pa-
tria. A volte una missione investigativa partiva per iniziativa diretta del
Senato e gli inviati romani venivano di volta in volta istruiti ad am-
monire, consigliare, arbitrare dispute, controllare relazioni, indagare
su un certo avvenimento o, molto più semplicemente, guardarsi in-
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I servizi di informazione civile: diplomatici, mercanti, delatores … e donne 93

torno. Questa attività si svolgeva per lo più alla luce del sole. Mediante
l’opera di questi cosiddetti esperti Roma cercò di interporre una sorta
di diaframma tra le notizie provenienti dai canali ufficiali … non sem-
pre degne di fede e ciò che accadeva realmente. Ai suoi legati l’Urbe
chiese quindi di svolgere non solo un’attività diplomatica, ma anche
di verificare l’attendibilità delle segnalazioni pervenute e di riferire
dati per se ipsos explorata (Brizzi, 1982).
Vale qui la pena di riportare un episodio narrato da Ammiano
Marcellino, relativo all’interminabile conflitto tra Romani e Per-
siani, episodio che lo vide protagonista in qualità di ufficiale del-
l’esercito.
Nel 354 d.C. Costanzo inviò in Persia un’ambasceria formata
da Prospero, ex pro magistero equitum per Orientem, da Spectato,
tribunus et notarius, e da un filosofo, Eustazio (Ammiano Marcel-
lino, XVII, 5, 15). Scopo della missione era probabilmente quello
di tenere impegnato Shapur per il tempo necessario all’imperatore
romano per rafforzare le province settentrionali: i delegati erano
infatti di basso rango e, quindi, qualunque iniziativa essi avessero
intrapreso, avrebbe poi dovuto essere ratificata, con un conse-
guente allungamento dei tempi a tutto vantaggio dei preparativi
militari di Costanzo. D’altra parte la presenza di Eustazio, che Am-
miano Marcellino definisce esperto nell’arte della persuasione e che
era stato probabilmente incluso nel numero degli ambasciatori su
consiglio del prefetto del pretorio Strategio Musoniano, potrebbe
essere segno del fatto che l’ambasceria avesse realmente il compito
di sondare le intenzioni del re persiano in vista di possibili collo-
qui di pace (Ammiano Marcellino, XVII, 14, 1-2).
Dopo il ritorno di quella legazione Costanzo ne inviò una se-
conda formata da personaggi di rango più elevato: Luciliano, comes
domesticorum, e Procopio, tribunus et notarius, al fine di scoprire i
piani militari dei Persiani. Shapur resosi forse conto della malafede
degli ambasciatori romani, li trattenne per tutto il 359 d.C. e aprì
le ostilità all’improvviso, quando essi si trovavano ancora in Persia
per negoziare (Ammiano Marcellino, XVIII, 6, 17).
Mentre era di stanza in Mesopotamia, ad Amida sul Tigri, Am-
miano Marcellino fu raggiunto dal dispaccio del legato romano Pro-
copio, inviato in ambasceria presso la corte persiana, in cui si
annunciava come imminente la spedizione del sovrano di Persia:

(…) trovammo nella parte interna di una guaina una pergamena scritta in
cifre, che ci veniva recata per ordine di Procopio, il quale, come ho già nar-
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rato, era stato inviato precedentemente come ambasciatore presso i Per-


siani con il comes Luciliano. Egli, usando a bella posta un linguaggio
oscuro per evitare che, catturati i portatori del messaggio e compresone il
significato, derivassero conseguenze disastrose, scriveva quanto segue:
“Poiché gli ambasciatori dei Greci sono stati allontanati e forse anche de-
stinati ad essere uccisi, quel re longevo, non contento dell’Ellesponto, dopo
aver gettato dei ponti sul Granico e sul Rindaco, arriverà per invadere
l’Asia con numerosi popoli. Egli per sua natura è irritabile ed assai duro e
lo eccita e lo spinge il successore di Adriano, che un tempo fu sovrano di
Roma. Se la Grecia non correrà ai ripari, tutto è finito ed il suo funerale
bell’e fatto”. Questo testo significava che il re dei Persiani, varcati i fiumi
Anzaba e Tigri per consiglio di Antonino, aspirava al dominio di tutto
l’Oriente (Ammiano Marcellino, XVIII 6, 17-19).

Mercanti

Nella società antica ci si spostava, si mercanteggiava, si affronta-


vano viaggi spesso di lunghezza sorprendente.
In un mondo nel quale la difficoltà e la pericolosità degli spostamenti
erano tali da mettere a repentaglio l’incolumità personale di chi li intra-
prendeva, un’altra categoria di individui, oltre a quella dei diplomatici,
era disposta a rischiare: quella dei mercanti i quali erano soliti frequen-
tare genti diverse di cui dovevano imparare la lingua e i costumi, se vo-
levano propiziare i propri traffici. Essi svolgevano un ruolo non
secondario nella diffusione di informazioni in epoche in cui le comuni-
cazioni risultavano lente e macchinose e le notizie viaggiavano paralle-
lamente lungo gli stessi itinerari delle merci, diventando esse stesse
mercanzia preziosa. L’aggiornamento sulle ultime novità era in molte oc-
casioni una necessità di mestiere, perché fondamentale ai fini della con-
clusione di un affare o della definizione del prezzo di un prodotto.
Gli Assiri disponevano dei dajalu, spie reclutate in territorio ne-
mico e veri e propri agenti che, come si ricava anche dalla Bibbia, viag-
giavano in territorio nemico sotto la copertura di attività mercantili.
I Fenici, popolo di abilissimi commercianti, usavano le spie e il
doppiogioco con estrema frequenza, preferendo, quando possibile,
evitare il conflitto aperto con le altre nazioni.
L’esempio più famoso di una notizia che si diffonde grazie agli
scambi commerciali lo si trova in Plutarco. In esso si racconta che,
dopo la fine disastrosa della spedizione ateniese in Sicilia, uno stra-
niero sbarcò al Pireo e in una bottega di barbiere gli capitò di riferire
della catastrofe che non era ancora nota ad Atene. Il barbiere corse
subito in città, dove si affrettò a rivelare la notizia agli arconti ai quali
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I servizi di informazione civile: diplomatici, mercanti, delatores … e donne 95

non poté tuttavia fornire un resoconto dettagliato di come era venuto


a conoscenza della notizia. Gli arconti lo presero per un venditore di
fumo (logopoios), che cercava di portare scompiglio nella città e il po-
vero barbiere fu immediatamente messo alla ruota dove rimase fin-
ché non giunse la conferma del fatto che aveva detto la verità
(Plutarco, Vita di Nicia, XXX).
La presenza, a tratti invasiva, dei mercanti ed il loro ruolo di po-
tenziali fonti di notizie fu uno dei motivi che condussero alla strage
dei negotiatores italici in Asia Minore per ordine del re del Ponto Mi-
tridate VI Eupator nell’anno 88 a.C. (Appiano, Guerre mitridatiche,
XXII-XXIII). Ma andiamo con ordine: in quel periodo “per di più
verso l’Egeo, le coste dell’Asia Minore ed il Mediterraneo orientale
sciamano ormai grandi masse di negotiatores, tra i quali si celano quasi
certamente in gran numero informatori ed agenti di Roma; simili al
Mahbub Alì di Kipling, il cavallaro afgano che gioca con maestria il
‘grande gioco’ per l’Intelligence britannica nell’India di età vittoriana,
questi uomini dovrebbero, secondo le intenzioni del potere romano,
passare dovunque inosservati, stabilire contatti, creare reti di spie, ve-
dere ogni cosa e riferire indisturbati. Al contrario, quando Mitridate
muove verso l’Ellade, dopo aver preventivamente colpito, forse non a
caso e non solo per semplice compiacenza all’odio xenofobo dei Greci,
proprio i mercatores italici d’Asia, il potere romano è colto completa-
mente alla sprovvista e deve constatare di essere privo ormai di qual-
siasi notizia su quanto sta accadendo” (Brizzi, 1982, pp. 243-244). Le
spie che Roma ha mescolato ai negotiatores, non hanno la minima idea
di quanto va preparandosi ai danni degli Italici; i rari informatori,
della cui opera questi agenti ancora si servono, tacciono o perché sono
all’oscuro di tutto o perché hanno l’intenzione di favorire Mitridate.
Ben lungi dal poter informare la Repubblica, gli agenti di Roma non
sono in grado né di salvare se stessi, né di salvare i mercatores.
Per la loro grande mobilità, i mercanti entravano spesso in con-
tatto con governatori provinciali e ufficiali dell’esercito e potevano es-
sere da costoro impiegati anche come ‘segugi’, con la promessa di
future opportunità per le loro attività commerciali.
Procopio di Cesarea riferisce che da tempo Roma si serviva di in-
dividui che

recandosi presso i nemici a titolo di commercio o in altro modo, e inda-


gando con esattezza ogni cosa, erano in grado, al loro ritorno in territorio
romano, di riferire alle autorità tutti i segreti nemici (Procopio, Carte se-
grete, XXX, 12-13).
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Sulle strade tracciate dai mercanti, dunque, si spostavano le in-


formazioni e di conseguenza si muovevano gli eserciti. “L’importanza
dei mercati, del resto, è chiara: si trovavano nei pressi del limes, del
confine tra il territorio sotto diretta giurisdizione romana e quello, in-
vece, controllato dai regni orientali o da tribù barbariche in Europa
settentrionale ed in Africa. Si trattava di luoghi di passaggio, nei quali
transitavano notizie, informazioni, persone, in cui ai mercanti si con-
fondevano le spie, in una babele di lingue e di costumi, ideale rifugio
per chi volesse nascondere la propria identità, la reale attività svolta,
per chi desiderasse passare inosservato. Erano snodi di scambio mer-
cantile e culturale, passaggi da e per l’impero, vitali per la vita econo-
mica del territorio e della popolazione alla quale facevano riferimento,
determinanti nella pressione politica che, attraverso di essi, Roma po-
teva esercitare sui governi stranieri. In una sorta di embargo ante lit-
teram, infatti, potevano essere chiusi e provocare seri danni alle
possibilità di sussistenza dell’avversario” (Traverso, 2005 pp. 14-15).

Delatores

In latino, il termine delator (Riviére, 2002), da delatus, participio


passato di deferre, indica per i Romani sia colui che denuncia reati
(propone cioè una denuntiatio), o segnala schiavi fuggitivi, fedecom-
messi nascosti ed eredità vacanti, sia il privato accusatore per deside-
rio di guadagno. Nella sua accezione originaria, riferita a colui che
segnala all’autorità azioni illegali compiute dai cittadini, non ha il
senso negativo che assumerà più tardi in età imperiale, quando spesso
la delazione diventa strumento di invidia, vendetta, illecito arricchi-
mento. Questo aspetto risulta evidente in autori cristiani come Ter-
tulliano e Lattanzio (Tertulliano, Contro Marcione, II, 10, 1: diabolus id
est delator, serpens ille qui de factis diabolus, id est criminator sive dela-
tor, nomen accepit; Lattanzio, Le divine istituzioni, 2: qui de factis dia-
bolus id est criminator sive delator nomen accepit) e connota il delatore
come colui il quale, per lucro, per spirito di vendetta, per servilismo,
per paura fornisce segretamente all’autorità giudiziaria o politica in-
formazioni compromettenti a carico di altri o denuncia il nome di chi
ha commesso o intende commettere azioni illegali; chi rivela a un su-
periore le colpe altrui o il nome del colpevole; spia, denunciatore, ac-
cusatore (ThLL, V, 1910, coll. 416-417).
Nel 210 a.C. si verifica a Roma un episodio collegato alla pratica
della delazione e narrato da Livio (Livio, XXVI, 27, 1-9). La vicenda
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I servizi di informazione civile: diplomatici, mercanti, delatores … e donne 97

si collega alla dura repressione effettuata a Capua da Flacco dopo la


conquista della città, repressione che aveva portato alla cruenta ese-
cuzione di molti esponenti dell’aristocrazia campana. Furono appunto
alcuni nobili Campani (tra cui i Calavi), i cui genitori erano stati fatti
giustiziare da Flacco, a organizzare a Roma un incendio di enormi
proporzioni, che interessò più luoghi della città e si protrasse inin-
terrottamente per un giorno e una notte. Il console Marco Marcello,
incaricato dal Senato di cercare e punire i colpevoli, promise una ri-
compensa a chi avesse dato notizie del fatto. Denunciati da uno
schiavo dei Calavi i rei prima negarono, cercando di screditare i dela-
tori ma, non appena cominciarono ad essere sottoposti nel Foro ad
una quaestio probabilmente per tormenta (mediante cioè l’uso della
tortura), confessarono tutti e vennero giustiziati.
Arrivando al Principato, la nuova amministrazione statuale ed au-
tocratica messa in piedi da quel grande genio di Augusto, dimostrò da
subito grande interesse per il controllo penetrante e diffuso della vita
sociale: da qui ne derivò da una parte la necessità che l’azione puni-
tiva fosse esercitata a prescindere dalla circostanza che un privato fosse
disposto o meno a promuovere e sostenere un’accusa, dall’altra, dato
che occorreva che l’autorità fosse informata del compimento di cri-
mina, la sollecitazione in vario modo da parte del potere centrale del-
l’impiego di delatores, indices e/o traditores15.
La delazione fu la pratica usata dal potere imperiale per sorvegliare
soprattutto la classe dirigente senatoria e decretò la rovina di molti
personaggi e la fortuna di coloro i quali a tale pratica si dedicarono con
profitto. Le nuove sentinelle vivevano tra la gente di Roma ed erano
tentate dai premi che potevano ricevere, i quali spesso corrisponde-
vano ai beni della persona accusata e risultata effettivamente colpe-
vole.
Nella Roma di Augusto il termine delator si collega anche alla de-
lazione fiscale legata alle leges caducariae.
Seneca riporta il seguente episodio accaduto durante il Principato
di Tiberio, in cui è interessante notare l’utilizzo del termine vestigator:

sotto Tiberio Cesare si assistette ad una foga accusatoria continua e, per così
dire, generale, che decimò la cittadinanza più massicciamente che non in qual-
siasi guerra civile: si ascoltavano i discorsi degli ubriachi, gli scherzi inno-

15
Rivière, 2002, p. 501 opera la seguente distinzione tra delatores e indices: “La
définition des délateurs s’inscrit à l’origine dans le contexte de la procédure accusa-
toire. En toute rigueur, il aurait donc fallu écarter les simples indices qui ne partici-
paient pas directement à des pouruites devant un tribunal, en tant qu’accusatores”.
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centi, nulla era al sicuro, ogni occasione era buona per infierire, e non si
aspettava più di conoscere il destino dei colpevoli, poiché era sempre lo stesso.
L’ex pretore Paolo assisteva a un banchetto portando al dito un cammeo che
rappresentava Tiberio Cesare. Sarei uno sciocco se ora cercassi un giro di pa-
role per dire che costui prese un pitale. Il fatto fu notato all’istante sia da Ma-
rone, una delle spie più famose dell’epoca (ex notis illius temporis
vestigatoribus), sia dallo schiavo di quello nei cui confronti si stava tramando
un’insidia. Lo schiavo venne in soccorso del suo padrone ubriaco e gli tolse
l’anello. Così quando Marone prendeva i convitati a testimoni del fatto che
l’immagine di Tiberio veniva accostata ai genitali e già stava redigendo l’atto
di accusa, lo schiavo mostrò l’anello nella sua mano. Se qualcuno lo chiama
schiavo, allora dovrà chiamare l’altro convitato (Seneca, Sui benefici, III, 26).

Nella tabula Clesiana, Claudio menziona il nome di un delator, Ca-


murius Statutus, che si è premurato di avvertirlo che numerosi terreni
compresi nel territorio di Tridentum sono di proprietà dell’imperatore
ed ha in seguito contribuito all’inchiesta (CIL V 5050 = ILS 206).
Ancora Seneca racconta il caso di Rufo, un senatore che ad una
cena, ubriacatosi, disse di sperare che Augusto non tornasse dal viag-
gio che stava per intraprendere. Il giorno successivo lo schiavo che
stava ai suoi piedi durante la cena andò da lui e gli riferì ciò che aveva
detto, suggerendogli di andare dal Princeps a chiedere perdono prima
che quest’ultimo venisse a conoscenza dell’episodio da altri. Rufo si
precipitò nel foro e fu anche ricompensato con una ricca somma:
non era ancora vero che le parole di un uomo potessero costargli la vita, ma
certo erano causa di guai (Seneca, Sui benefici, III, 27).

I delatores si dimostrarono straordinariamente efficaci soprattutto


per sventare i tentativi di assassinare l’Imperatore e controllare le folle
e, come afferma Tacito, in nome della sicurezza del Principe e del-
l’impero la libertà, già compromessa dagli eventi accaduti nel I secolo
a.C., cessò di esistere del tutto.
Se le leggi di Augusto incoraggiarono gli informatori di profes-
sione, la pratica della delazione maturò sotto Tiberio. Racconta infatti
Seneca che durante il suo Principato

c’era una frenesia diffusa e quasi universale di presentare denunce per alto
tradimento, al punto che queste fecero più vittime tra i cittadini romani di
quante ne avessero fatte le guerre civili (Seneca, Sui benefici, III, 26).

Del pessimo clima politico della prima età imperiale dà conferma


ancora una volta Tacito, in relazione all’operato della famosa figura
del prefetto del pretorio Seiano; egli descrive
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i tempi quando i senatori più autorevoli s’abbassavano alle più ripugnanti


delazioni (infimas delationes), alcuni scopertamente, altri per occultum,
tempi in cui non si sarebbe potuto (…) distinguere tra estranei e parenti,
amici e sconosciuti, tra fatti recenti e altri immersi nell’indeterminatezza
del passato lontano. Le denunce fioccavano per discorsi fatti ovunque, nel
foro oppure a un banchetto, qualunque fosse l’argomento, e si faceva a gara
per essere i primi a designare il colpevole (Tacito, Annali, VI 7, 3).

Da Svetonio apprendiamo che

alcune ricompense furono assegnate agli accusatori e qualche volta anche


ai testimoni. A nessun delatore fu negata fiducia. Ogni crimine fu conside-
rato capitale (…). Alcuni accusati, invitati a comparire in tribunale per di-
fendersi, ben sapendo che sarebbero stati condannati e volendo sfuggire
alle torture e al disonore, si uccisero a casa loro, mentre altri si avvelena-
rono in piena curia (Svetonio, Tiberio, LXI, 2-4).

Lo stretto rapporto tra imperatore e delatori, un rapporto noto e


documentato solo nei segreti ambiti della cancelleria imperiale, costi-
tuì, in una sorta di do ut des, uno strumento di eccezionale pressione
politica nelle mani del primo, un modo per ottenere riconoscimenti,
promozioni e ricchezze per i secondi.
Illuminanti appaiono, sempre a proposito della congiura di Seiano
soffocata da Tiberio nel 31 d.C., alcuni versi della X Satira di Giovenale:

ma quale accusa lo ha fatto cadere (Seiano)? E il delatore chi è stato? E i te-


stimoni (quisnam delator quibus indicibus)? E le prove? Niente di niente:
da Capri è arrivata una lunga verbosa lettera (Giovenale, X, 69-73).

Nerone fu informato da delatori al suo servizio e da alcuni aristo-


cratici arrestati e sottoposti a tortura, della congiura ordita contro di
lui da Calpurnio Pisone ed altri cospiratori; mandò pertanto l’ordine
di ‘suicidarsi’ ai sospetti Lucano, Petronio, Seneca. Come si vedrà più
avanti, solo una donna, la liberta Epicari, pur sottoposta a tortura,
non tradì i suoi complici.
All’inizio del 70 d.C. il Senato cercò di arginare la piaga della dela-
zione, pratica ormai da tempo invalsa, tentando di accedere agli archivi
privati degli imperatori per conoscere le accuse prodotte da ciascun de-
latore. I Patres, avendo compreso che la faccenda sarebbe andata per le
lunghe, idearono lo stratagemma dello ius iurandum grazie al quale
a cominciare dai membri più autorevoli, a gara tutti i magistrati e gli altri
senatori, man mano che erano invitati ad esprimere il loro parere, chiama-
vano a testimoni gli dei di non aver agito in modo da pregiudicare la vita di
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altri e di non aver ricavato premi od onori dalla rovina di concittadini. Tutto
questo fra lo smarrimento di quanti si sentivano in colpa e in mezzo ai loro
tentativi di modificare con vari sotterfugi il testo della formula. I senatori
plaudivano al giuramento pronunciato con scrupoloso senso della verità e
insorgevano contro lo spergiuro. Questa specie di censura colpì duramente
Sarioleno Vocula, Nonio Attianio e Cestio Severo, perché famigerati autori
di numerose delazioni al tempo di Nerone (Tacito, Storie, IV, 41, 1-2).

Il modello del perfetto delatore è incarnato da Mettius Carus, vis-


suto al tempo di Domiziano, epoca in cui, come afferma Giovenale
(IV, 47-48), di delatori era piena tutta la spiaggia. Giovenale fornisce
la descrizione di un delatore quando parla di Cn(aes) Pompeius Ferox
Licinianus capace di tagliar le gole con tenue sussurro (IV, 109-110),
il quale con le sue denunce provocava condanne a morte.
Il Principato di Costanzo II è considerato da Ammiano Marcellino
un’epoca di delatori e funzionari privi di scrupoli, che non esitavano
ad inventare congiure e denunciare crimini di lesa maestà pur di ac-
crescere il proprio prestigio e acquistare credito presso l’Augusto.
“In molti casi la costruzione di false accuse di lesa maestà poteva es-
sere facilitata e resa credibile dalla tendenza ancora diffusa al ricorso
alle pratiche magiche, soprattutto per la predizione del futuro: il con-
fine tra tali pratiche ed i comportamenti punibili a titolo di lesa maestà
consistenti nei vaticinii sull’imperatore poteva essere particolarmente
labile e comunque costituiva un fertile terreno per abili manipolazioni”
(Liberati - Silverio, 2010, p. 147).
È presso Costanzo II che, nel 361 d.C., trova rifugio Giorgio ve-
scovo di Alessandria e seguace dell’Arianesimo, il quale è costretto a
fuggire dalla propria sede episcopale per aver sottoposto a persecu-
zioni e violenze i cristiani ed essersi reso odioso ai cittadini, denun-
ciando molti di loro all’imperatore per il reato di lesa maestà.
Ammiano Marcellino narra che Giorgio

dimentico della sua fede religiosa che non esorta se non alla giustizia e
alla mansuetudine, si abbandonava ad audaci e funeste delazioni (Am-
miano Marcellino, XXII, 11, 5).

Sempre Ammiano Marcellino riporta un episodio riferibile al 362


d.C. in cui due agentes in rebus che

erano stati licenziati, si presentarono a lui (Giuliano) in atteggiamento


confidenziale e gli promisero di indicargli il nascondiglio di Fulgenzio, se
avesse loro restituito il grado militare. Egli però li rimproverò e, chiaman-
doli delatori, aggiunse che non conveniva a un imperatore lasciarsi gui-
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I servizi di informazione civile: diplomatici, mercanti, delatores … e donne 101

dare da indicazioni indirette per scoprire uno che s’era nascosto per timore
della morte ed al quale forse non sarebbe stato concesso di starsene a lungo
celato senza speranza di perdono (Ammiano Marcellino, XXII, 7, 5).

Verso la fine del VI secolo d.C. infine, Isidoro di Siviglia (Etimolo-


gie, X, 468) afferma che il delatore è così chiamato in quanto svela
ciò che fino ad allora era occulto.

Donne

Il rapporto delle donne con la sfera della politica, intesa nei suoi
aspetti e momenti istituzionali e pubblici, finisce con il rivelarsi sem-
pre mediato e trasversale, mai definito e diretto: si pensi alle donne di
Cicerone, sue preziose fonti d’informazione politica. Sulle loro labbra
la parola è un’arma terribile; secondo la tradizione le capacità femmi-
nili sono quelle di tessere e ordire trame (si pensi ad Aracne, punita
da Zeus e trasformata in ragno, o a Penelope moglie di Ulisse); lo
sguardo della donna, come quello della Gorgone, scrutava, annotava
e determinava la rovina di un individuo. “Essenza dell’occhio è la ro-
tonda pupilla, in greco (poiché vi si vede riflessa una piccola imma-
gine) kore, che vuol dire anche (come per il latino pupilla da pupa)
‘fanciulla, vergine, giovane sposa’ o ‘bambola’” (Petrocelli, 1994, pp.
210-212).
La figura femminile ha sempre svolto un ruolo di primo piano
nella società antica, in relazione all’acquisizione di un segreto e allo
svelare dello stesso. Le donne erano considerate il simbolo dell’in-
continenza verbale (nonché sessuale), tanto da essere apprezzate in al-
cuni casi come delatrici professioniste (Gualerzi, 2007). Vi è un elenco
impressionante di casi celebri relativi a personaggi femminili avvici-
nabili alla Milady di Dumas, alla Contessa di Castiglione e a Mata
Hari, dall’Aspasia amante di Pericle, all’Antigone informatrice di Ales-
sandro Magno, alla bella Sempronia coinvolta nella congiura di Cati-
lina.
La donna, quando si muove all’esterno di percorsi definiti, costi-
tuisce una minaccia agli equilibri del potere e diventa sovvertitrice
dell’ordine pubblico (Cenerini, 2009).
Il libro di Giuditta racconta di come un’avvenente vedova ordisca
una trappola mortale ai danni di Oloferne, generale assiro che assedia
la città ebraica di Betulia. Presentatasi all’accampamento nemico, la
donna gli offre informazioni sulla situazione degli abitanti e accon-
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sente a trascorrere una notte con lui. Giuditta approfitta della circo-
stanza per decapitarlo e portare via la sua testa che viene esposta trion-
falmente sulle mura di Betulia, inducendo il nemico a togliere
l’assedio.
È noto che Alessandro Magno utilizzava un sistema di “intelli-
gence” assai efficace, al fine di procurarsi informazioni, non solo su
popoli stranieri ma soprattutto all’interno del suo dominio e della sua
gente.
Per compiti così delicati non esitò ad avvalersi anche della colla-
borazione di donne: Plutarco ad esempio (Plutarco, Vita di Alessandro,
XLVIII) riporta l’episodio dell’affascinante Antigone proveniente da
Pidna. Costei convivente di Filota, il figlio del generale Parmenione,
ne raccoglieva le confidenze, anche quelle pericolose perché poco lu-
singhiere nei confronti di Alessandro e le riferì ad altri finché la noti-
zia non giunse al sovrano. Convocatala, il re macedone le ordinò di
continuare la relazione con Filota, per poi riferirgli puntualmente
tutto ciò che lo riguardava. L’espediente si rivelò efficace e l’incarico
fu bene svolto.
Passando al mondo romano, è proprio la predisposizione a tradire
i segreti attribuita alle donne al centro di un episodio che vede prota-
gonista una schiava la quale, in cambio dell’assicurazione della propria
incolumità, dimostra fedeltà non ad un singolo padrone quanto al-
l’intera res publica.
Infatti nel 331 a.C. a Roma fu celebrato un processo per l’avvele-
namento di molti personaggi illustri (Livio, VIII, 18, 8). Durante una
terribile pestilenza una schiava raccontò all’edile curule Quinto Fabio
Massimo che la strage era stata la conseguenza di una muliebris fraus:
alcune matrone avevano preparato e somministrato alle vittime dei
potenti veleni. . . . e fece i nomi. Molte congiurate, con l’intento di al-
leggerire la propria posizione, decisero di svelare i nomi delle altre
complici. Nelle abitazioni delle venti accusate vennero trovati dei ve-
nena che esse spacciarono per medicamenta salubria. Quando la
schiava accusatrice ordinò loro di berli, le matrone ubbidirono e mo-
rirono (Cenerini 2009, pp. 53-54; cfr. Cantarella, 2001). Non si sa
nulla del premio dato alla delatrice per il suo indicium, ma è certo che
le fu corrisposto, forse sotto forma dell’impunità.
Nel III secolo a.C. si colloca un episodio collegato alla seconda
guerra punica, in occasione dell’assedio di Capua. Abbandonata da
Annibale, la città era ormai nelle mani di Bostar e Annone, praefecti
praesidi Punici (Livio, XXVI, 12, 11-19), preoccupati più del loro in-
teresse che di quello degli alleati campani. Costoro decisero di inviare
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I servizi di informazione civile: diplomatici, mercanti, delatores … e donne 103

un messaggio ad Annibale e lo consegnarono a dei Numidi prezzolati


che, fingendosi disertori, si introdussero nel campo di Flacco, nel ten-
tativo di uscirne per raggiungere il comandante cartaginese. Tuttavia
una donna campana, amante di uno dei disertori, denunciò a Flacco
il complotto. Catturato uno dei Numidi dapprima negò poi, messo a
confronto con la donna e soprattutto visti gli strumenti di tortura, de-
cise di confessare e fare i nomi dei complici. I colpevoli vennero stra-
ziati con le verghe, mutilati delle mani e ricondotti a Capua affinché
la loro punizione servisse da esempio.
Nel caso della dura repressione dei culti dionisiaci già ricordata
precedentemente, il console Spurio Postumio Albino, per condurre
indagini atte a sventare quello che era ritenuto un attentato alla sicu-
rezza e all’ordine della res publica, si avvalse delle informazioni avute
dalla prostituta Ispala Fecennia, a proposito delle attività criminose
perpetrate durante i Baccanalia, e dell’aiuto della suocera Sulpicia, le
cui buone maniere indussero la donna a rivelare tutto quanto sapeva
di quelle riunioni segrete.
Nel I secolo a.C., un secolo di grandi cambiamenti per Roma, vive
Sempronia, implicata nella congiura di Catilina, della quale Sallustio
fornisce un efficace ritratto:

e tra di esse era Sempronia, che spesso aveva compiuto molte azioni di
un’audacia virile. Questa donna era abbastanza fortunata per la nobiltà e
la bellezza, e inoltre per lo sposo e i figli; erudita nelle lettere greche e la-
tine, suonava la cetra e danzava con più raffinatezza di quanto si addica
ad una donna onesta, e possedeva molte altre qualità che sono strumenti
di lussuria. Ma tutto le fu sempre più caro del decoro e della pudicizia; non
si poteva comprendere facilmente se facesse meno conto del denaro o della
reputazione; aveva una libidine così ardente da chiedere gli uomini più
spesso di quanto ne fosse richiesta. E spesso in passato ella aveva tradito
la parola data, aveva rinnegato spergiurando un debito, era stata complice
in un delitto; a causa della lussuria e della miseria era precipitata nel-
l’abisso. Eppure la sua intelligenza non era spregevole: sapeva comporre
versi, fare scherzi, servirsi di un linguaggio ora decoroso, ora molle, ora
sfrontato: insomma, c’erano in lei molto spirito e fascino (Sallustio, La con-
giura di Catilina, XXV).

Donna bella e affascinante Sempronia e non c’è da stupirsi se la


troviamo coinvolta nella congiura di Catilina. Desiderio di avventura?
Speranza di ricchezze? Ambizione? Forse un po’ di tutto questo. “Ma
il suo ritratto serve a Sallustio per costruire il ‘pendant’ femminile di
quello maschile, totalmente negativo, di Catilina: essi rappresentano
la volontà, da parte di Sallustio, di delineare due exempla paradigma-
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tici della corruzione morale dell’aristocrazia dell’ultimo secolo della


Repubblica, filo conduttore della sua opera” (Cenerini, 2009, p. 59).
La congiura si concluse presto e tragicamente. Scomparso il di-
sgraziato rampollo della gens Sergia, anche il ricordo di Sempronia
svanì lentamente nelle nebbie del passato (Salza Prina Ricotti, 1992).
Un nuovo periodo di proscrizioni è inaugurato dal secondo trium-
virato di Antonio, Ottaviano e Lepido e con esso ricominciano a pra-
ticarsi denunce e delazioni a non finire, soprattutto da parte di donne;
a tale proposito è illuminante un passo di Appiano:

ci furono anche mogli che tradirono ignobilmente i loro mariti. Tra queste
la moglie di Settimio, la quale aveva una relazione con un amico di Anto-
nio. Impaziente di regolarizzare la sua posizione adulterina, si rivolse ad
Antonio tramite l’amante ed il nome del marito fu subito inserito nelle liste
di proscrizione. Quando lo seppe, Settimio cercò rifugio in casa della mo-
glie, ignaro delle insidie che vi si celavano, e fu accolto con amore dalla
donna che chiuse le porte e lo trattenne fino all’arrivo degli sgherri. Il
giorno dell’assassinio del marito, la vedova celebrò le nuove nozze (Ap-
piano, Guerre civili, IV, 20).

L’adulterio fu un flagello contro il quale Augusto lottò strenua-


mente, anche se con scarsi risultati . . . forse perché lui stesso aveva
numerose amanti tra cui persino la moglie del suo grande amico Me-
cenate!
Infatti, come già accennato più sopra, gli amici ammettevano che
egli, al tempo del suo matrimonio con Livia Drusilla, avrebbe com-
messo reiterati adulterii, giustificandoli con il preciso fine di scoprire
i segreti disegni dei suoi avversari politici tramite le loro mogli … non
libidine, non per particolare propensione al piacere, sed ratione, nel-
l’esecuzione di un progetto preciso:

anche gli amici non negano che abbia praticato l’adulterio, ma lo giustifi-
cano dicendo che lo commise non per libidine, ma per politica, allo scopo
di scoprire più facilmente i disegni dei suoi avversari, interrogando le loro
mogli. Marco Antonio gli ha rimproverato, oltre al suo matrimonio preci-
pitoso con Livia, di aver fatto alzare da tavola, sotto gli occhi del marito,
per condurla nella sua camera da letto, la moglie di un ex console, che poi
ricondusse al suo posto con le orecchie rosse e i capelli in disordine; di aver
divorziato da Scribonia perché questa si era lamentata che un uomo sco-
stumato avesse tanto potere; di essersi procurato donne per la compiacenza
di amici che facevano spogliare madri di famiglia e giovani fanciulle adulte,
perché potesse esaminarle, quasi fossero messe in vendita dal mercante di
schiave Toranio. Questo stesso Antonio scriveva ad Augusto confidenzial-
mente, quando ancora non erano nemici e in guerra tra loro: Che cosa ti
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ha cambiato? Il fatto che mi goda una regina? Mia moglie. Non sono forse
nove anni che ce l’ho? E tu ti godi soltanto Drusilla? Stai bene allora se al
momento in cui leggerai questa lettera non ti sarai goduto Tertullia, o Te-
rentilla, o Rufilla, o Salvia Titisenia o tutte le altre. Importa forse dove e
con chi tu faccia l’amore? (Svetonio, Augusto, LXIX, 1).

Nella scoperta della congiura pisoniana contro Nerone nel 65 d.C.,


pare abbia avuto un ruolo molto importante la moglie di Milico, ex
schiavo di uno dei congiurati, il senatore Scevino.
Con la speranza di sostituire Nerone con un imperatore più degno,
un gruppo di persone formato da militari, nobili e intellettuali ordì
una cospirazione. Una prima delazione rischiò di comprometterne
l’esito: il sicofante era Volusio Proculo, un ufficiale della flotta che la
liberta Epicari aveva tentato di coinvolgere nella congiura; ma il si-
lenzio della liberta, interrogata e trattenuta in carcere, impedì l’iden-
tificazione dei congiurati (Tacito, Annali, XV, 51). Si decise comunque
di agire durante i giochi per la festa di Cerere. Tuttavia, proprio il
giorno del previsto attentato, Milico, insospettito dall’imprudente
comportamento di Scevino, lo denunciò all’imperatore. Trascinato dai
soldati al cospetto di Nerone il senatore era quasi riuscito a respin-
gere le accuse … quando Milico ricordò il colloquio segreto intercorso
tra Scevino e Antonio Natale, amico intimo di Pisone, di cui aveva
avuto notizia dalla moglie.

Ella (la moglie) di sua iniziativa suscitò in lui la paura, (dicendo che) molti
liberti e servi erano stati testimoni ed avevano visto le stesse cose; il silen-
zio di uno solo non sarebbe servito a niente, ma il premio sarebbe stato di
quell’unico che avesse con la delazione prevenuto tutti (Tacito, Annali, XV,
55).

Venne dunque fatto venire Natale e i due furono interrogati sepa-


ratamente. In un primo momento Scevino negò tutto mentre, alla
vista degli strumenti di tortura e alle minacce, Natale cedette, rive-
lando il nome di Seneca come eminenza grigia del complotto. A quel
punto parlò anche Scevino che fece molti nomi, tra cui quelli di Quin-
ziano, Senecione e Lucano, e quest’ultimo, pur di salvarsi, dopo aver
denunciato perfino sua madre, morì suicida.

Intanto Nerone si ricordò di Epicari, trattenuta in carcere dopo la dela-


zione di Volusio Proculo e, ritenendo che il corpo di una donna non avrebbe
resistito ai tormenti, ordinò che fosse torturata. Ma non le sferzate, non i
ferri roventi, non l’accanimento dei carnefici esasperati dalla paura di su-
bire uno smacco da una donna, riuscirono a farle ammettere le imputa-
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zioni. Così passò, senza nulla di fatto, il primo giorno di interrogatorio.


L’indomani, mentre la riportavano alla tortura sopra una lettiga, perché
gli arti slogati non la reggevano, Epicari si tolse una fascia dal seno, la
fissò alla volta della lettiga a mo’ di cappio, vi introdusse il collo e, la-
sciandosi andare con tutto il peso del corpo, esalò il debole soffio di vita ri-
mastole: gesto tanto più nobile da parte di una donna, una liberta, la quale,
in una situazione così disperata, cercò di salvare persone estranee e a lei
quasi sconosciute, mentre uomini nati liberi, dei maschi, cavalieri e sena-
tori romani, non sfiorati dalla tortura, tradirono, ciascuno, le persone più
care (Tacito, Annali, XV, 56-57).

Da quel momento in poi, nella capitale si scatenò il terrore, per


cui Tacito afferma testualmente che Nerone

chiuse Roma come in un carcere (velut in custodiam dedit) (Tacito, An-


nali, XV, 58).

La città venne percorsa in lungo e in largo da soldati armati e fu-


rono condotti in carcere molti Romani, spesso colpevoli di avere par-
lato solo fuggevolmente con i congiurati. Quanto a questi ultimi,
furono condannati a morte e la sentenza fu eseguita dai pretoriani.
Per quanto riguarda invece Adriano,

ritengo divertente riportare un episodio dal quale si può constatare come


Adriano la sapesse lunga sui fatti privati degli amici. Capita infatti che
la moglie di un tizio rimproveri al marito per lettera il fatto che lui, tutto
preso voluptatibus et lavacris non pensa affatto di tornare a casa da lei.
Adriano lo viene a sapere per frumentarios e, quando l’uomo va da lui a
chiedergli una licenza, Adriano lo rimprovera per lavacra et volupta-
tes. E quel tale gli risponde: ‘Non è che mia moglie ha comunicato anche
a te ciò che ha scritto pure a me?’ Ed è proprio questo il difetto peggiore
che gli si attribuisce, cui altri se ne possono aggiungere: si mormora di
tresche con uomini adulti e di adulterii con donne sposate e, per di più,
che non si comportò lealmente neppure con gli amici (SHA, Vita di
Adriano, XI, 5-7).

Nel 359 d.C. Barbazione, magister peditum praesentialis sotto Co-


stanzo, e sua moglie Assyria furono accusati di lesa maestà e decapi-
tati, in seguito alla denuncia di una delle loro schiave. Assyria aveva
infatti commesso l’imprudenza di dettare alla serva delatrice una let-
tera indirizzata al proprio marito, in cui gli chiedeva di non abban-
donarla se fosse stato nominato imperatore. La schiava consegnò una
copia della lettera ad Arbizione che si affrettò ad avvisare l’imperatore
(Ammiano Marcellino, XVIII, 3, 3).
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I servizi di informazione civile: diplomatici, mercanti, delatores … e donne 107

La denuncia della schiava illustra l’ammissibilità di delationes fatte


da servi in caso di lesa maestà (Rivière, 2002).
Capacità di vedere, quella delle donne, comprendere ciò che di
norma ad altri sfugge; svelare ed escogitare macchinazioni, inganni,
segreti; carpire informazioni e fornirle; conoscere in prima persona,
dissimulare e intervenire sugli altri seducendo, ingannando, men-
tendo.
Nell’Economico senofonteo (VII, 5), dialogando con Socrate, Isco-
maco dichiara che la condizione in cui si trovava la sua sposa quando
egli l’accolse presso di sé gli consentì di poterle impartire tutti gli in-
segnamenti necessari alla conduzione di un corretto “ménage” fami-
liare. La sposò “che non aveva ancora quindici anni. ... e nel periodo
precedente aveva vissuto sotto assidua sorveglianza affinché vedesse,
ascoltasse e domandasse il meno possibile” (Petrocelli, 1995).
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Quis custodiet ipsos custodes


(chi controllerà i controllori)?

Diventa soldato e ti sarai sistemato, soprattutto in quella brigata dove ci


si arricchisce presto e facilmente, i pretoriani (…). Se un povero cittadino
viene picchiato da voi, non oserà neppure andare in tribunale a mostrare
al magistrato i denti che gli avete rotto, la faccia gonfia e violacea, e i resti
di un occhio che il dottore spera di salvare (Giovenale, XVI, 14-19).

Come diceva Giovenale, a Roma in qualsiasi cittadino era possibile


riconoscere un Clodio; chiunque poteva lasciarsi sfuggire qualcosa di,
a prima vista, non compromettente ed essere subito denunciato da
una spia o da un delatore camuffati da amici; tutti erano contro tutti
e non era possibile sentirsi al sicuro nemmeno a casa propria!
Epitteto, filosofo stoico di origine frigia vissuto tra il 50 e il 138
d.C., dedica il capitolo XIII della IV sezione dei discorsi a ‘quelli che
con faciloneria parlano delle loro faccende’ e sono così sconsiderati da
essere irretiti da chi si finge loro amico … ma poi….
un soldato vestito in abiti civili siede vicino a te e inizia ad accusare l’im-
peratore. Poi, credendo nella sua buona fede poiché è stato lui ad iniziare
ad offendere il Princeps, anche tu inizi a dire ciò che pensi … dopo di che
ti mettono i ceppi e vieni trascinato subito in prigione (Epitteto, Discorsi,
IV 13, 5).

La nobiltà romana spiava tutti, non solo la plebe! Ciò che si spac-
ciava per libertà era in realtà un dispositivo di controlli e di equilibri
che impediva ad ogni singolo gruppo di prevalere sull’altro. Lo stesso
sistema che garantiva la libertà dei Romani serviva anche a neutraliz-
zare qualsiasi cambiamento della struttura di governo, ad impedire
l’affrancamento di un numero eccessivo di schiavi e a limitare la con-
cessione della cittadinanza romana.
Controllare gli appartenenti all’ordine senatorio significava con-
trollare non solo la classe dirigente romana ma anche il vitalissimo
ceto imprenditoriale romano che aveva, per così dire, ‘le mani in pasta’
su tutto ciò che produceva reddito... e questo Augusto lo comprese
perfettamente! Era nella curia infatti che potevano albergare l’avver-
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110 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

sione nei confronti del nuovo regime da lui instaurato e il desiderio


di tornare alla fase istituzionale precedente. Ciascuno dei Patres con-
trollava ed era controllato! La storia del I secolo d.C. si tradusse ine-
vitabilmente in un violento scontro tra la figura dell’imperatore ed il
Senato, limitato nell’autonomia politica, colpito negli interessi mate-
riali e nelle persone fisiche da una serie di durissimi interventi.
Le legioni, artefici della grandezza militare di Roma, avevano per-
messo all’Urbe di estendere i propri confini su terre straniere e lon-
tane, costituendo l’avanguardia, oltre che della penetrazione politica
e militare, anche di quella capitalista e mercantile. L’esercito romano,
per raggiungere tale scopo, aveva tuttavia compiuto numerose atro-
cità, puntualmente registrate da autori come Tacito il quale narra che
nel sesto anno del suo governatorato (83 d.C.), Gneo Giulio Agricola
rafforzò con alcune operazioni militari la zona a est dell’istmo che se-
parava l’estremo nord della Britannia dal resto dell’isola. L’anno suc-
cessivo il generale fece segnare un punto decisivo a favore dell’esercito
romano con la vittoria del monte Graupio, operazione che non in-
tendeva probabilmente portare alla conquista di tutta la Britannia, ma
solo rafforzare il dominio romano.
I capitoli XXX-XXXII dell’Agricola riportano il discorso che il re
dei Caledoni Calgaco tenne ai suoi uomini prima della battaglia deci-
siva: egli presenta Roma come un coacervo di popoli diversi tenuti in-
sieme solo dalla paura.

Essi se pur offrono il sangue alla dominazione straniera, sono stati tutta-
via più a lungo amici che servi. Paura e terrore sono vincoli di affetto de-
boli: spezzateli e dove cessa il timore comincia l’odio (Tacito, Agricola,
XXXII, 1-2).

Calgaco descrive anche il metodo che Roma adottava in occasione


della conquista di un territorio e la sua brama di ricchezze e di do-
minio:

predatori del mondo, non avendo più terre da devastare, vanno a frugare
anche il mare: avidi, se il nemico è ricco, arroganti, se povero, gente che né
l’Oriente né l’Occidente possono saziare. Loro soli bramano di possedere
con pari smania ricchezze e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con
falso nome, lo chiamano impero; infine, dicono che è la pace, dove fanno
il deserto (Tacito, Agricola, XXX, 6).

Sarà Petilio Ceriale a rispondere idealmente e indirettamente alla


requisitoria di Calgaco, quando si rivolgerà ai Treviri e ai Lingoni, di-
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Quis custodiet ipsos custodes (chi controllerà i controllori)? 111

scolpando Roma dall’accusa di cupidigia e affermando che solo l’im-


pero romano poteva evitare che tutto l’Occidente, se non il mondo in-
tero, sprofondasse nell’anarchia:

i generali e gli imperatori romani non sono entrati nella vostra terra o in
quella degli altri Galli, per un loro desiderio personale, ma perché invocati
dai vostri antenati, che le discordie continue avevano spinto all’estremo e
perché i Germani, da loro chiamati in aiuto, avevano imposto la stessa
schiavitù agli alleati e ai nemici. Non ci siamo insediati sul Reno per di-
fendere l’Italia, ma per impedire che un altro Ariovisto si impadronisca del
regno delle Gallie (…). La fortuna e la disciplina di ottocento anni hanno
reso salda questa compagine, che non può essere distrutta senza la rovina
di chi la distrugge (Tacito, Storie, IV, 73, 3; 74, 8-9).

Tacito fu capace di cogliere le pulsioni profonde che muovevano


gli individui, al di là delle giustificazioni ideologiche avanzate da ogni
forma di potere. Il giudizio storico da lui espresso è autonomo e in-
dipendente: l’impero romano, della cui classe dirigente lui fu espo-
nente illustre, è giustificato, non idealizzato.
Ai fini del ragionamento che si sta portando avanti appare utile ri-
ferire anche il discorso non di un barbaro come Calgaco ma di un Ro-
mano e non un Romano qualsiasi ma Giulio Cesare, il quale,
anticipando in parte le riflessioni di Tacito, riflette sul destino di
Roma, condannata a vincere per non essere vinta.

È nostro dovere difenderci da coloro che tentano di offenderci, non solo per
quello che fanno, ma anche per quello che hanno intenzione di fare, impe-
dendo l’accrescimento della loro potenza, prima che ci arrechino dei danni,
e non aspettare di punirli quando ci hanno già danneggiato (Cassio Dione,
XXXVIII, 39-42).

Secondo Tacito la restrizione della libertà di opinione era da im-


putarsi ad una legge introdotta da Augusto che puniva la lesa maestà
(Lex Maiestatis) e andava contro le norme giuridiche precedenti, le
quali sancivano che le azioni e non le parole erano passibili di castigo.
La verità fu pertanto una delle prime vittime del regime imperiale fon-
dato da Augusto.

Primo atto del nuovo Principato fu l’assassinio di Postumo Agrippa: un


centurione, risoluto e deciso, lo colse di sorpresa, disarmato, e durò fatica
a ucciderlo. Tiberio non ne fece parola in Senato: fingeva trattarsi di di-
sposizioni del padre, che avrebbe ordinato al tribuno addetto alla guar-
dia di Agrippa di non esitare a ucciderlo, non appena lui (Augusto) fosse
morto. Senza dubbio Augusto, lamentando nel costume del giovane molti
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112 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

aspetti feroci, aveva fatto in modo che un senatus consultum ne sancisse


l’esilio; ma non s’indurì mai al punto da ordinare l’assassinio di uno dei
suoi, né si poteva credere che avesse provocato la morte del nipote per tu-
telare il figliastro. Era più verosimile invece che Tiberio e Livia, l’uno per
paura, l’altra per odio di matrigna, si fossero affrettati ad eliminare il
giovane sospetto ed odioso. Al centurione venuto a riferire, secondo la
prassi militare, che ciò che egli aveva comandato era stato eseguito, (Ti-
berio) rispose di non averlo ordinato lui e che bisognava rendere conto
dell’accaduto al Senato. Quando lo venne a sapere Sallustio Crispo, che
era a parte del segreto, poiché aveva inviato al tribuno gli ordini del-
l’Imperatore, temendo di essere falsamente supposto colpevole, essendo
ugualmente pericoloso svelare sia le cose false sia quelle vere, suggerì a
Livia di non divulgare né gli arcana domus, né i progetti degli amici né i
servizi resi dai soldati, e a Tiberio di non indebolire la forza del Princi-
pato rimettendo ogni cosa al Senato: è condizione essenziale del potere
che si renda conto di tutto solo ed esclusivamente ad un’unica persona
(Tacito, Annali, I, 6).

Lo stato romano aveva migliorato la capacità di vigilare sulla pro-


pria classe dirigente ma non per questo l’imperatore era al sicuro.
Molto dipendeva dalla sensibilità al denaro dei pretoriani. Costoro so-
vrintendevano ad attività non sempre alla luce del sole, attività che li
rendevano spesso invisi e temuti non solo dalla popolazione civile ma
anche dai loro sottoposti e da colui che aveva assegnato loro quell’in-
carico, il Princeps. Difatti, come dice Giovenale nella VI Satira (VI,
45), quis custodiet ipsos custodes? (chi controllerà i controllori?).
Costantino pose rimedio allo strapotere sempre più dilagante dei
cosiddetti tutori dell’ordine e della sicurezza del Princeps e di Roma
stessa, sciogliendo i pretoriani dopo la battaglia di Ponte Milvio nel
312 d.C.; alcuni decenni dopo lo stesso accadde alle coorti urbane, al
posto delle quali fu istituito il corpo dei cosiddetti Contubernales.
Anche i Vigiles smisero di esistere prima del 384 d.C. e a quel punto
la prevenzione degli incendi e i compiti di polizia notturna, prece-
dentemente svolti dai tresviri e dai Vigiles, furono assunti, a Roma e a
Costantinopoli, dai Collegiati o Corporati.
Se i Romani erano intenti a vigilare gli uni sugli altri, chi vigilava
sull’impero e sulle sue frontiere? Indubbiamente la rete informativa di
Roma si interessava soprattutto della sicurezza interna, ma ciò non
risolveva la necessità di conoscere in anticipo anche ciò che avveniva
al di là dei confini. Chi si preoccupava di raccogliere quelle informa-
zioni . . . e come? Recentemente (Austin - Rankov, 1995) si è cercato
di rispondere a questa domanda, investigando sulla supposta presenza
di archivi di cosiddette informazioni riservate negli uffici dei gover-
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Quis custodiet ipsos custodes (chi controllerà i controllori)? 113

natori provinciali ma non ottenendo, almeno per il momento, rispo-


ste soddisfacenti.
Vale la pena di ricordare che all’inizio dell’epoca severiana, nella re-
gione del medio Eufrate, sorsero complessi fortificati destinati ad ospi-
tare tutta una serie di reparti militari la cui presenza era dovuta al
controllo da parte di Roma dei territori assoggettati. I comandi mili-
tari romani avevano il compito di mantenere l’ordine pubblico e am-
ministrare la giustizia. Tale fatto sembra confermato dalle numerose
attestazioni di ufficiali dell’esercito impegnati ad adempiere a funzioni
giudiziarie oltre che a prendere parte attiva nelle operazioni di esa-
zione dei tributi. Le fonti papirologiche ed epigrafiche descrivono uno
scenario militare che sembra aver poco a che vedere con la pura e
semplice difesa della frontiera da nemici esterni. Il compito dei soldati
schierati lungo l’Eufrate e il Khabur era principalmente connesso con
l’attività di polizia e il mantenimento di una presenza regolare fina-
lizzata alla conservazione dell’ordine sociale, in un’area intensamente
abitata e coltivata in virtù della fertilità del suolo e della quantità d’ac-
qua.
Ad esempio, l’apparato costituito dalla guarnigione di stanza a
Dura Europos (città attaccata dai Persiani una prima volta nel 239 d.C.
ed espugnata definitivamente da Shapur I nel corso degli anni 252-253
d.C.) e dai diversi presidi militari romani schierati lungo il corso del-
l’Eufrate e del Khabur, monitorava il traffico fluviale e affermava l’au-
torità imperiale in quell’area, coadiuvando l’attività giudiziaria e la
riscossione dei tributi (Edwell, 2008).
Durante il Principato, in tutte le province dell’impero romano le
diverse comunità cittadine disponevano di una sorta di guardie che
esercitavano una autorità limitata. Si trattava di agenti del governo
imperiale, che avevano la facoltà di portare armi e intervenire con la
forza in caso di bisogno, ed erano spesso coinvolti in operazioni di
polizia. La lista dei turni di servizio proveniente dall’Egitto fa men-
zione di uomini di pattuglia assegnati ad Alessandria ed incaricati di
enigmatici servizi ‘in borghese’. Lungo alcune strade di questa come
di altre province erano disposte a intervalli regolari delle torri di guar-
dia che potevano ospitare solo un gruppo ristretto di uomini. Queste
costruzioni non avevano particolari funzioni difensive, ma servivano
soprattutto a controllare il traffico e ad osservare i viaggiatori.
I papiri provenienti dall’Egitto riportano molti casi di cittadini che
si rivolgono agli ufficiali dell’esercito, in particolare ai centurioni, per
denunciare crimini commessi contro di loro. Nel 207 d.C. una certa
Aurelia Tisais scriveva al centurione Aurelio Giulio Marcellino per di-
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114 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

chiarare che il padre e il fratello erano scomparsi durante una battuta


di caccia. Ritenendo che i due fossero stati uccisi, la donna chiedeva
di trovare i responsabili e consegnarli alla giustizia.
Anche i furti di varia natura, soprattutto di stoffe, grano e animali,
erano spesso oggetto di denuncia. Non di rado, nei documenti com-
pare il nome dei presunti ladri: una lettera ne elenca sei, oltre ad altri
complici tra cui un soldato di nome Tizio, accusato dall’autore della
lettera di aver sottratto una grande quantità di pesce dal suo stagno.
Nel 193 d.C., il centurione Ammonio Paterno ricevette una richiesta
da parte di un certo Syros, il quale accusava parecchi esattori, recatisi
da lui per riscuotere una tassa sul grano, di aver preteso molto più del
dovuto e di aver assalito e derubato la madre, che si era poi ammalata
per causa loro. È sopravvissuta infine una lettera scritta da un centu-
rione in cui il graduato convoca una persona coinvolta in una disputa
inerente il possesso di una certa quantità di grano, costringendola a
comparire in tribunale.
Non è dato sapere se queste richieste ebbero un seguito o se fu mai
intrapresa un’azione legale. Probabilmente tentare di ottenere giusti-
zia in questo modo era una pratica comune ed efficace.
La burocrazia del tardo impero, onnipotente ed onnipresente, non
più soggetta al controllo di coloro che avrebbero dovuto costituire la
linfa vitale dello Stato, divenne corrotta, disonesta e al tempo stesso
relativamente inetta, nonostante la buona preparazione professionale
dei suoi membri. Le sportulae ed i guadagni illeciti erano all’ordine
del giorno e si cercò invano di porvi rimedio mediante un vasto si-
stema di spionaggio e sorveglianza vicendevoli di un funzionario sul-
l’altro. Tuttavia ogni aumento del numero dei pubblici ufficiali, ogni
aggiunta allo stuolo dei custodes, non serviva ad altro che ad accre-
scere il numero di quanti vivevano di mance e corruzione e le cui at-
tività erano ormai fuori controllo.
A partire da Diocleziano, con il moltiplicarsi delle funzioni e dei
centri di comando, con il frazionarsi dell’impero in nuove province e
diocesi, con l’emergere di grandi personalità tra i governatori e tra i
duces militari, aumentò il bisogno dello stato di controllare se stesso
e di occulta omnia esplorare (indagare tutte le cose segrete). Ciò per-
metteva di mantenere la sicurezza interna ed esterna, di controllare i
collaboratori chiamati a rivestire gli incarichi più rilevanti, civili o mi-
litari che fossero, indagarne i progetti, scoprirne gli arcana occulta e di-
sinnescare il più possibile i rischi per l’ordine costituito.
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Un’immagine moderna di una realtà antica:


‘Il mio nome è Falco, Didio Falco’

Le spie non servono ai giorni nostri. La loro professione si è esaurita. I


giornali fanno il loro lavoro (Oscar Wilde, Aforismi).

L’antica Roma ha da sempre suscitato interesse ed appassionato


anche i non addetti ai lavori. Ecco la ragione per cui la sua storia è
stata spesso oggetto di film (Il gladiatore, Ben Hur, La tunica), fiction
(si veda il recente Spartacus) e romanzi storici (Marco il Romano di
Mika Waltari, L’ultima legione di Valerio Massimo Manfredi). All’in-
terno di quest’ultima categoria si collocano le saghe di due origina-
lissimi investigatori privati: Publio Aurelio Stazio e Marco Didio Falco,
frutto della fantasia di due grandi scrittrici ed estimatrici della società
romana: Livia Comastri Montanari e Lindsey Davis. Le storie che li ve-
dono protagonisti si svolgono al tempo del Principato di Claudio e di
Vespasiano.
In una Roma in cui tutti controllano tutti, soprattutto l’imperatore
deve controllare chiunque abbia a che fare con lui! A chi si può affi-
dare per sorvegliare anche chi è deputato al servizio di “intelligence”?
A dei “detectives” naturalmente che lui conosce e di cui si fida. Per-
sone che hanno dimestichezza con Roma e che comunque non si per-
deranno d’animo né saranno meno efficienti qualora fosse necessario
inviarli fuori città: si tratta del ‘popolano’ Marco Didio Falco e del se-
natore Publio Aurelio.

Roma, la mia città, che fino ad allora era sempre stata un balsamo in-
fallibile, si stendeva davanti a me come una donna bella e misteriosa,
esigente e appagante, infinitamente seducente. Per la prima volta nella
mia vita, rifiutavo di lasciarmi sedurre (Davis, 2002, p. 75).

Nella Roma di Vespasiano, tra loschi affari politici, adulteri, epi-


sodi di corruzione, un estroso investigatore privato, di idee repubbli-
cane, ‘tira avanti’ con poco denaro ma tanta ironia: è Marco Didio
Falco … figlio di un fabbricante di ‘false antichità’ intrallazzatore e
volgare, e compagno della bellissima Elena Giustina … figlia di un
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116 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

senatore. Questo investigatore privato ante litteram si muove nella sua


città natale come Philip Marlowe sulle strade di Los Angeles, Pepe
Carvalho sulle Ramblas di Barcellona o Fabio Montale tra i vicoli di
Marsiglia (Niccolini, 2009).

Gli investigatori hanno la fama di essere stupidi, lo sanno tutti. In gran


parte lo sono veramente: bravissimi nel non vedere e non sentire infor-
mazioni preziose per poi travisare quello che osservano. Alcuni di noi,
tuttavia, sono capaci di mentire (Davis, 2011, p. 40).

Qualunque investigatore di carriera impara ad adattarsi. I clienti cam-


biano idea. I testimoni vi sbalordiscono con le loro rivelazioni e le loro
menzogne. La vita, nelle sue configurazioni più orrende, vi spaventa
come una folle distorsione della pagina scandalistica degli Acta Diurna,
facendo sì che la maggior parte delle notizie pubblicate sembrino pacate
(Davis, 2011, p. 53).

Didio Falco vive nella zona chiamata la Corte della Fontana, in

una tipica viuzza secondaria dove parassiti marcivano in botteghe


umide. Gli edifici erano alti sei piani. Era buio già al livello della strada,
ma nonostante ciò, anche in una giornata calda come quella, i sudici ca-
seggiati non fornivano mai abbastanza ombra … lievi effusioni di fumo
provenienti da varie fonti commerciali (alcune legali) gareggiavano con
il vapore che saliva dalla lavanderia di Lenia, sul lato opposto della
strada (Davis, 2011, pp. 33-34).

Come succede sempre a chi viene da me, arrivammo ansimanti e senza


fiato. La ragazza si fermò a leggere la mia targa di ceramica. L’oggetto era
assolutamente inutile, perché nessuno sarebbe salito per sei piani senza
sapere chi ci abitasse, ma una volta mi ero impietosito vedendo un vendi-
tore di targhe che era arrivato ansante fino alla mia porta di casa per con-
vincermi che un’insegna avrebbe incrementato il mio lavoro. Non c’è niente
che possa incrementare il mio lavoro, ma non importa (Davis, 2002, p. 24).

Didio Falco svolge, non sempre volentieri, incarichi segreti e de-


licati per conto di Vespasiano e dei suoi figli, Tito e Domiziano e nel
corso delle indagini spesso si incontra – scontra con la cosiddetta
‘Prima spia’ di Palazzo, Anacrite, a cui lui e l’amico Petronio Longo,
della Quarta coorte dei Vigiles, si indirizzano con frasi del tipo:

Come va l’attività di ficcanaso?


Vedo che tua madre (la madre di Didio Falco) si è portata la sua
serpe di compagnia!
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Un’immagine moderna di una realtà antica: ‘Il mio nome è Falco, Didio Falco’ 117

Anacrite viene descritto come un qualcosa di disgustoso, che si


raccoglie con il calzare e non si riesce più a scrollarsi di dosso … do-
potutto è una spia e alle spie piace immaginare di essere al centro del
mondo, dato che devono scoprire fatti che le persone vogliono na-
scondere! Possiede comunque alcune doti innegabili: può passare per
qualcuno di veramente importante o essere confuso con un comune
ciottolo di una strada; in breve, può sembrare insignificante e traspa-
rente anche quando esibisce in modo sfacciato un abbigliamento co-
stoso e appariscente. Inoltre,

quando sembra che qualcuno gli abbia sfondato mezza testa e non possa
superare la notte, all’improvviso rivela di avere un fisico di ferro e che
ti stava solo raggirando, per poi accoltellarti alla schiena (Davis, 2011,
p. 21).

Tra Didio Falco e Domiziano non corre buon sangue.

Alcuni anni addietro, durante il periodo caotico nel quale cambiavamo


imperatore di continuo, erano successe parecchie cose che in seguito
sarebbero sembrate incredibili. Dopo una sanguinosa guerra civile, ab-
bondavano complotti del peggior genere. A vent’anni Domiziano era
stato mal guidato e mancava di giudizio – per essere buoni – proprio
come suo padre e suo fratello, contro i quali, si diceva, stava complot-
tando: la sua sfortuna fu che alla fine venni chiamato come agente per
investigare. Naturalmente si trattò di una sfortuna anche per me”
(Davis, 2011, p. 23).

Proprio nella sua prima avventura, Le miniere dell’Imperatore, Didio


Falco incontra Elena Giustina, di cui s’innamora, riamato. I due spesso
e volentieri sono i protagonisti di divertenti botta e risposta come
quello che si riporta di seguito:

Ma tu chi sei?
Quello che hai letto (…). Sono Didio Falco e faccio l’investigatore.
Sei al servizio dell’imperatore!
Vespasiano detesta gli investigatori. Io lavoro per tristi uomini di mezza
età convinti che le loro mogli viziose vadano a letto con carrettieri e per
altri, ancora più tristi, convinti che le loro mogli vadano a letto con i loro
nipoti. Qualche volta lavoro anche per le donne.
E che cosa fai per le donne? O sono indiscreta?
Qualsiasi cosa per cui siano disposte a pagare.
Gli investigatori riescono a guadagnarsi da vivere?
Mantenendosi strettamente nella legalità riescono a sopravvivere. Nei
giorni migliori, quando c’è qualcosa da mettere in tavola, riusciamo a
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118 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

raccogliere abbastanza energie per protestare contro le ingiustizie del


mondo (Davis, 2002, p. 25).

Qua e là Didio Falco si lascia andare a considerazioni relativa-


mente ai compiti di chi fa il suo mestiere:

alcune indagini consistono in una serie progressiva di eventi, concatenati


l’uno all’altro in una successione logica: in questi casi un investigatore che
abbia un minimo di cervello può fare tutto da solo, lavorando con i pro-
pri ritmi. Altre volte è diverso. L’unica cosa che si può fare è rimestare nel
pantano e continuare a pungolare mentre emergono in superficie ogni ge-
nere di cianfrusaglie, rimanendo lì e aspettando che venga a galla qualche
putrido relitto che abbia un senso (Davis, 2002, p. 36).

Gli investigatori sono gente semplice. Stabilito che c’è un cadavere, la


nostra reazione è quella di cercare l’assassino. Ma prima vogliamo che
ci sia il corpo; è questione di logica. Nella buona società romana ac-
cennare a un omicidio prima ancora che avvenga è considerato scortese
(Davis, 2001, p. 42).

Alcuni investigatori, appena entrano in possesso di un’informazione in-


teressante, si precipitano a riferirla al cliente. Ma a me piace riflettere
sulle cose (Davis, 2001, p. 93).

Molti amano dare

l’impressione che il nostro sia un lavoro per solitari. Forse è qui che ho
sbagliato. Tutte le volte che pedino qualche adultero avvolto in una tu-
nica luccicante, alzo gli occhi e mi imbatto in uno di questi mocciosi
che si puliscono il naso su una manica e mi salutano urlando il mio
nome fino all’altro lato della strada. A Roma sono un cavallo azzoppato.
Credo di essere parente di quasi tutti gli abitanti dell’area che va dal
Tevere a Porta Ardeatina. Ho cinque sorelle poi c’è quella ragazza che il
mio povero fratello Festo non ha mai trovato il tempo di sposare, tredici
nipoti maschi e quattro femmine più qualche altro visibilmente in di-
rittura d’arrivo. Questo naturalmente senza contare quelli che i giuristi
chiamano eredi di quarto o quinto grado: fratelli di mia madre, sorelle
di mio padre e tutti quei secondi cugini dei figli di primo letto dei pa-
trigni delle mie prozie. Ho anche una madre naturalmente, ma cerco di
non pensarci (Davis, 2002, p. 36).

Degne di nota sono anche le opinioni espresse da Didio Falco a


proposito della società in cui opera:

le mogli dei senatori si dividono, a mio parere, in tre categorie: quelle


che vanno a letto con i senatori, ma non gli stessi con cui sono sposate;
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Un’immagine moderna di una realtà antica: ‘Il mio nome è Falco, Didio Falco’ 119

quelle che vanno a letto con i gladiatori; alcune, poche, che stanno a
casa. Prima di Vespasiano quelle della prima e della seconda categoria
si trovavano ovunque. Dopo fu anche peggio, perché quando Vespasiano
divenne imperatore (…) lasciò il suo cucciolotto Domiziano a Roma.
Sedurre mogli di senatori era l’occupazione cui, secondo Domiziano,
doveva dedicarsi un Cesare (Davis, 2002, p. 59).

I banchetti di Vespasiano erano piuttosto antiquati: le cameriere erano


vestite e il cibo non era avvelenato. Vespasiano non era un intrattenitore
nato, anche se offriva banchetti regolarmente: li dava per infondere fi-
ducia nelle persone che invitava e per dare lavoro ai fornitori. In quanto
repubblicano, mi rifiutai di farmi impressionare. Partecipare ad una
delle cene sfarzose dell’imperatore mi faceva venire il malumore. Non
voglio ripensare all’elenco delle portate: passavo il tempo calcolando
quanto doveva essere costato. Per fortuna Vespasiano era seduto troppo
lontano da me perché potessi comunicargli il mio punto di vista (Davis,
2001, p. 154).

Marco Didio Falco è una figura certo romanzata ma che ci fa per-


fettamente intuire, anche se con l’ottica dei nostri giorni, cosa signi-
ficasse fare l’investigatore a Roma … o almeno un particolare tipo di
investigatore! Egli non è in alcun modo avvicinabile all’altro impa-
reggiabile detective in toga e laticlavio di nome Publio Aurelio Stazio,
protagonista dei romanzi di Danila Comastri Montanari, un po’ Sher-
lock Holmes un po’ Nero Wolfe.
Aurelio Stazio vive in una domus di ampiezza considerevole, ubi-
cata nel vicus Patricius sul Viminale, zona in cui il prezzo dei terreni
sarebbe irraggiungibile per un comune mortale quale Didio Falco. Ma
soprattutto è

patrizio per nascita, senatore per scelta e detective per passione (Co-
mastri Montanari, 2009).

Convinto epicureo (filosofia di cui fa propri alcuni principi di vita


quali: “È da sciocchi chiedere agli dei ciò che siamo in grado di pro-
curarci da noi stessi” oppure “Quando noi ci siamo non c’è la morte
e quando c’è la morte, allora non ci siamo noi”), è l’unico rampollo di
un’antica famiglia patrizia la cui madre, una matrona pluridivorziata,
dopo averlo messo al mondo si affretta a partire per l’Oriente con l’en-
nesimo marito e il cui padre, un uomo meschino e violento, non esita
a sottoporre il figlio a dure punizioni corporali nel tentativo di gua-
dagnarsene il rispetto.
I suoi collaboratori fissi sono Castore (un Greco di Alessandria
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120 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

diabolicamente astuto, che se la cava egregiamente anche come ladro,


truffatore e falsario) e Pomponia, matrona di “sonora eloquenza e
maestra di pettegolezzo” che si rivela spesso decisiva per le indagini
dell’amico,

mettendogli a disposizione i reconditi segreti altrui, appresi attraverso


una rete capillare di spionaggio costituita da parrucchieri, ancelle, este-
tiste, massaggiatori e domestici personali. Grande esperta di cosmesi,
genealogie e adulterii imperiali, l’inarrestabile Pomponia non si lascia
mai sfuggire l’occasione di difendere a spada tratta il sesso debole, ri-
vendicando da femminista ante litteram i diritti delle donne anche a sca-
pito del marito, il paziente cavaliere Tito Servilio (Comastri Montanari,
2002, p. 6).

Certo, nessun Didio Falco e nessun Publio Aurelio potranno mai


far conoscere la ‘verità vera‘ di questo mondo parallelo di spie ed in-
vestigatori privati, che agivano non solo nell’Urbe ma in tutto l’im-
pero; tuttavia l’ambientazione delle loro avventure, incredibilmente
affascinante, riesce senz’altro ad avvicinare anche i non addetti ai la-
vori ad una realtà, quella di Roma antica, a cui difficilmente indiriz-
zerebbero la propria attenzione se non fossero incuriositi da un titolo
‘stuzzicante’ e da una trama in grado di sedurli.
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Conclusioni

Gesù disse: “Coloro che cercano, cerchino finché troveranno. Quando tro-
veranno, resteranno turbati. Quando saranno turbati si stupiranno e re-
gneranno su tutto” (Vangelo di Tommaso, 2).

Dopo essere passata, dal 470 a.C. al 272 a.C., dal controllo del
Lazio a quello della penisola italica, Roma acquista nel corso dei se-
coli il dominio dell’intero bacino mediterraneo, con estensioni nel-
l’entroterra, sino alle coste del Mar Nero e all’Eufrate da una parte,
sino alla Gallia atlantica, alla Britannia, alla penisola iberica e all’Africa
dall’altra. La ragione fondamentale di questo prodigio sta nella forza
propulsiva della costituzione politico-militare romana: Roma è una
città-esercito la cui struttura militare coincide con quella politica.
I Romani occuparono, controllarono e influenzarono gran parte
del mondo cosiddetto civilizzato. Questo fenomeno espansionistico si
propagò e si mantenne grazie alla grande capacità organizzativa di
questo popolo: capacità ben percepibile in ambito politico, ammini-
strativo, economico, legislativo e nell’apparato militare.
Nel suo periodo di massima espansione e grandezza, convenzio-
nalmente fatto coincidere con il Principato di Traiano, il potere cen-
trale fu in grado di impostare una efficace politica di controllo delle
frontiere e di amministrare piuttosto bene i frutti della pace e dell’in-
tegrazione, garantiti all’impero a partire dal riassetto augusteo.
Furono soprattutto i risultati conseguiti dall’esercito che portarono
Roma a sottomettere e dominare per lungo tempo territori abitati da
popoli di cultura e civiltà diverse. Dopo la fine dell’era delle conquiste,
tuttavia, fu ancora l’esercito che garantì la sicurezza dell’impero, l’ordine
interno e la difesa esterna, con una sostanziale economia di forze.
Con la riorganizzazione militare di Augusto le legioni divennero
stanziali ed il servizio militare permanente e professionale, concludendo
e perfezionando una trasformazione in corso dall’età di Mario. Non si
trattava più di un esercito di cittadini, motivati unicamente dal senso
del dovere, ma di militari legati alla deontologia del mestiere, allo spi-
rito di corpo, alla fedeltà al capo a volte infranta. Augusto dedicò inol-
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122 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

tre un’ampia parte del proprio programma riformatore a Roma: nella


città suddivisa in regiones, sin dai primi anni del nuovo regime vennero
collocati corpi militari con funzioni tra loro differenziate, in caserme di-
stribuite nel tessuto urbano o nelle sue immediate vicinanze e con la
possibilità di avere contatti ravvicinati con la Domus imperiale e con i
funzionari che vi facevano capo. La presenza militare più nutrita e sta-
bile era quella dei pretoriani e degli urbaniciani; altri soldati soggior-
navano nell’Urbe giusto il tempo di svolgere un incarico e di portare a
termine una missione: si trattava soprattutto di speculatores e frumen-
tarii, i quali avevano funzione di collegamento tra il governo provinciale
e quello centrale ed erano alloggiati presso i castra peregrina sul Celio.
I Romani furono il popolo che utilizzò meglio di ogni altro lo stru-
mento bellico, perfezionandolo con grande abilità e competenza. Sia
in ambito civile sia in ambito militare essi compresero l’importanza di
controllare, conoscere e reprimere.
Per quanto attiene all’ambito militare va rilevato che, nonostante
la reputazione di fedeltà del soldato romano e nonostante le punizioni
severe riservate ai sobillatori, nell’esercito gli ammutinamenti erano
frequenti e

sebbene l’estrema necessità consigli di utilizzare il rimedio della spada, è


più giusto, secondo il costume degli avi far pagare il fio agli autori del cri-
mine, sicché in tutti sopravvenga il timore, a pochi tocchi il castigo (Vege-
zio, Compendio delle istituzioni militari, III, 4).

I sospetti venivano di solito riconosciuti dai tribuni, dai loro luo-


gotenenti o da altri ufficiali di indiscussa fedeltà ed erano quindi di-
staccati e assegnati a nuove mansioni, possibilmente a loro gradite,
così che non si accorgevano di essere stati scoperti. Se poi la sedizione
scoppiava, i capi della rivolta venivano subito puniti, affinché ciò fosse
d’esempio per gli altri.
La difesa dal pericolo esterno prevedeva innanzitutto il manteni-
mento del segreto circa le strategie che si intendevano adottare. A pro-
posito della sicurezza delle operazioni, le migliori

sono quelle che il nemico ignora totalmente fino al momento in cui ven-
gono messe in atto. In guerra si deve far più affidamento sull’opportunità
che sul coraggio (Vegezio, Compendio delle istituzioni militari, III, 26).

Perché ci fosse almeno un’opportunità per la riuscita di un’impresa


era necessario tutelarsi dalle fughe di notizie che permettevano al ne-
mico di essere avvisato e preparato ad eventuali attacchi.
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Conclusioni 123

Un generale doveva mantenere i propri piani segreti il più a lungo


possibile e ciò comportava, innanzitutto, non farli conoscere alla
truppa. Frontino fornisce numerosi aneddoti significativi riguardanti,
per esempio, Quinto Metello Pio che anche il giorno prima dell’azione
rifiutava di rivelare alcunché ai suoi soldati e diceva:

se la mia tunica potesse parlare, le darei fuoco (Frontino I, 1, 12).

Ma analizziamo l’intero episodio, così come è narrato da Valerio


Massimo nella parte della sua opera intitolata ‘Detti o azioni compiute
con furbizia’:

degno di ricordo per il suo piano è anche Quinto Metello che, guerreggiando
come proconsole contro i Celtiberi in Spagna e non riuscendo ad espugnare
con le proprie forze la loro capitale, Contrebia, dopo aver molto e a lungo
meditato tra di sé varie soluzioni, trovò una via per condurre ad effetto il
suo proposito. Si poneva impetuosamente in marcia in una direzione, poi
cambiava ripetutamente itinerario: ora occupava certi monti, poco dopo si
dirigeva alla volta di altri, ed intanto tutti i suoi, come i nemici, non cono-
scevano il perché dei suoi imprevedibili ed improvvisi spostamenti. Anche
quando fu interrogato da un suo intimo amico per qual motivo seguisse
una tattica così dispersiva ed incoerente, rispose: ‘Smetti di farmi domande
come queste: se mi accorgerò che la parte interna della mia tunica è al cor-
rente del mio piano, la farò bruciare immediatamente’. Come dunque andò
a finire il suo trucco o quale ne fu l’esito? Dopo che ebbe lasciato all’oscuro
di ogni spiegazione l’esercito e nell’incertezza tutta la Celtiberia, si diresse
altrove, ma tornò poi improvvisamente a Contrebia e inaspettatamente la
prese d’assalto tra lo stupore di quei cittadini. In conclusione, se non avesse
costretto la sua mente a cercare una via d’uscita tra gli stratagemmi, sa-
rebbe rimasto accampato in armi presso Contrebia fino a tarda età (Vale-
rio Massimo, Fatti e detti memorabili, VII, 5).

Questo racconto dimostra in modo divertente come i Romani


comprendessero che qualunque fuga di notizie relative ai loro piani
avrebbe messo in serio pericolo la riuscita delle operazioni e questo
l’Urbe non lo avrebbe mai potuto tollerare. La sicurezza era stretta-
mente collegata alla segretezza e tale binomio raggiungerà la sua mas-
sima armonia durante il Principato: sicurezza dello Stato ma anche
sicurezza di strutture della logistica quali gli accampamenti.
I Romani impararono presto e bene il vantaggio di costruire un
accampamento ben protetto alla fine di ogni giornata di marcia; il ca-
strum era considerato una delle difese più efficaci sia contro gli attac-
chi a sorpresa sia contro le spie: una volta che le sentinelle iniziavano
i turni di guardia era quasi impossibile entrare o uscire di nascosto. Di
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124 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

fatto individuare spie ed agenti nemici all’interno e all’esterno del-


l’accampamento era l’obiettivo principale del controspionaggio ro-
mano. Il modo migliore per scoprire le spie all’interno era far sì che
ognuno controllasse una persona. Chi restava solo era, presumibil-
mente, un infiltrato. Sembra che ricorressero a varianti di questo
schema Cecilio Metello durante la prima guerra punica (Cassio Dione,
IX) e Lucio Mummio dopo Corinto (Cassio Dione, XXI). Ma possiamo
seriamente credere che questo sistema da ‘amici del cuore’ fosse dav-
vero il metodo più efficace per far uscire allo scoperto le spie? È dif-
ficile immaginare 5000 legionari che vanno da una tenda all’altra a
controllare cosa fa il loro compagno. Data la presenza di ausiliari stra-
nieri e di contingenti misti, si dovette necessariamente ricorrere a
qualche altro meccanismo di riconoscimento a noi sconosciuto ma
più efficace e semplice da applicare.

I documenti possono alludere ad operazioni segrete condotte nel-


l’Urbe senza usare esplicitamente i termini ‘spionaggio’ e/o ‘spia’ co-
niati, come si è visto, in un’epoca di parecchio successiva alla fine
dell’Impero romano.
Abbiamo visto come l’attività di spionaggio nella Roma repubbli-
cana fosse per lo più svolta da informatori privati dilettanti, quali mer-
canti e donne. La congiura di Catilina, ad esempio, fu sventata da
Cicerone grazie all’aiuto fornitogli da una donna, amante di uno dei
congiurati.
In Polibio è forse possibile rintracciare un termine il cui significato
potrebbe avvicinarsi a quello di spia, quando egli definisce kataskopoi
Tiberio Gracco ed altri ispettori inviati in missione in Oriente nel 166
a.C. Furono dei veri e propri ‘agenti indagatori’ oppure dei semplici
raccoglitori di informazioni, piuttosto ingenui e per questo motivo
ideali da manipolare per una vecchia volpe come Antioco IV di Siria?
Ma facciamo parlare il grande storico greco:

erano da poco finiti i giochi, quando giunsero Tiberio e gli altri kataskopoi,
con l’incarico di controllare lo stato delle cose. Antioco fu così abile e cortese,
quando li incontrò, che Tiberio e i suoi colleghi, non solo non nutrirono nei
suoi confronti alcun fondato sospetto, né ebbero l’impressione che ci fosse
della ruggine legata a quanto era successo ad Alessandria, ma riprendevano
persino coloro che andavano dicendo cose del genere, vista la straordinaria
cordialità dimostrata dal re nel riceverli (Polibio, XXXI, 27, 1-2).

Poi ci sono i frumentarii, gli stationarii, gli speculatores, i benefi-


ciarii e gli agentes in rebus che nel nome non esplicitano neppure loro
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Conclusioni 125

l’attività di spie. Eccezion fatta per i beneficiarii, ufficiali di rango su-


periore, gli altri funzionari sono figure sfuggenti e spesso ambigue,
occupano posti di secondaria importanza nella scala gerarchica e si
presentano come personaggi dagli evanidi contorni e dalla difficile ca-
ratterizzazione. Roma probabilmente (considerato soprattutto che il
problema della sicurezza, della raccolta di informazioni e della ne-
cessità di procurarsele non importa come, fu così importante per lei)
… non volle mai precisare questo aspetto o non era interessata a
farlo!? La concezione stessa della divinità tutelare segreta dell’Urbe
chiarisce bene la mentalità dei Romani su questo punto. Essi erano
convinti che un’entità dal nome segreto proteggesse la loro patria e
che Roma sarebbe stata salva fino a quando quel nome non fosse stato
divulgato. Perché allora non pensare che la segretezza fosse condi-
zione indispensabile anche relativamente a funzioni collegate alla si-
curezza, alla salvaguardia e alla Fortuna dello stato, funzioni che non
era necessario svelare?
Il Romano non ha bisogno di conoscere né l’identità di un dio per
venerarlo, né le mansioni ad esempio di uno stationarius per temerlo.
L’ambiguità regna sovrana e ciò non è un caso.
Si concorda con la Sheldon quando afferma che gli storici romani
spesso e volentieri tracciano un ritratto bigotto e chiuso dei loro an-
tenati, rappresentandoli come restii a qualsiasi atteggiamento poco
trasparente e piamente esaltano il mos maiorum dei bei tempi andati
(Sheldon, 2008 a, pp. 423-441); ciò è confermato dal fatto che nel III
secolo d.C. Macrino era ancora in grado di spronare le proprie truppe
dicendo:

e voi dimostrerete … a Roma e al mondo intero che non avete violato una
tregua con l’inganno o con la frode, ma che avete vinto per la superiorità
delle vostre armi (Erodiano, IV, 14, 8).

Per assolvere appieno al proprio ‘mandato’ di impero universale, di


potenza mondiale, Roma aveva bisogno di una gamma completa di
strumenti diplomatici e militari che le permettessero di gestire tanto
l’Oriente quanto l’Occidente e di informazioni quindi per farlo …
quanto ai mezzi per procurarsele … non si fece troppe remore!

Per la natura stessa del suo incarico (scarsità per non dire assenza
di documenti, presenza di regole non scritte), la spia sfugge a qualsiasi
classificazione; non sarà mai dato di sapere con esattezza come si tra-
mandavano i principi del mestiere di informatore, sebbene sia possi-
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126 IN REBUS AGERE. IL MESTIERE DI SPIA NELL’ANTICA ROMA

bile affermare con un certo margine di attendibilità che si tentò di svi-


luppare queste competenze in modo professionale, almeno tra i ge-
nerali dell’esercito. Nei manuali di addestramento di Frontino e
Vegezio, infatti, si dedica grande spazio alle operazioni informative e
ciò testimonia che esse rientravano tra le responsabilità fondamentali
di un comandante ed erano utili ai fini della sua carriera.
Vegezio ad esempio afferma:

prepari la guerra chi desidera la pace, istruisca diligentemente i soldati


chi desidera la vittoria, combatta secondo i precetti dell’arte militare colui
che desidera il successo. Nessuno osa provocare, nessuno osa offendere
colui che, in caso di guerra, comprende essergli superiore (Vegezio, Com-
pendio delle istituzioni militari, III, Prologo).

A partire dal II secolo d.C. gli arcana temptare costituiscono per lo


stato romano una necessità vera e propria: da una parte gli arcana im-
perii rendono sacre le istituzioni e le allontanano dal popolo, dall’al-
tra il segreto inizia ad essere percepito come una minaccia, poiché
occulta tutti i progetti miranti a sovvertire l’ordine costituito. Al mol-
tiplicarsi delle funzioni e dei centri di comando, al frazionarsi del-
l’impero in nuove province e diocesi, all’emergere di grandi
personalità tra i governatori e tra i duces militari, cresce d’intensità il
bisogno dello stato di controllare se stesso. Si crea pertanto una sorta
di polizia segreta in grado di operare un quotidiano controllo sui di-
gnitari posti a ricoprire gli incarichi più rilevanti per il funzionamento
della res publica.
Fin da tempi immemorabili a Roma il giudice esercitava le pro-
prie competenze sul tribunal: un luogo rialzato, ad indicare la posi-
zione di supremazia del magistrato e la visibilità del suo operato
sotto gli occhi e sotto il controllo di tutti. Con il passare dei secoli,
tuttavia, e con l’evoluzione dell’apparato dello stato e della conce-
zione assolutistica del potere imperiale, l’amministrazione della giu-
stizia fu, per così dire, occultata all’interno della corte, nel palazzo
imperiale o nelle ville, passando dal tribunal al secretarium, il luogo
anche onomasticamente emblematico della nuova concezione di am-
ministrare la giustizia.
Nel quadro della nuova organizzazione dell’impero inaugurata dal
Principato, l’attività di sicurezza militare, direttamente collegata alla
raccolta delle informazioni relative alle minacce esterne, rientrò in ge-
nerale nelle competenze dei governatori provinciali e si aggiunse ad
una serie di doveri, già numerosi e diversificati, che gravavano su que-
sti funzionari (Liberati - Silverio, 2010, p. 129).
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Conclusioni 127

Nell’età tardo-antica la cosiddetta polizia e le milizie personali, che


usualmente si confondevano e svolgevano l’una e l’altra funzione, non
si preoccuparono più di affiancare lo stato quanto piuttosto di sosti-
tuirsi a esso. Ciò avvenne non solo a causa del permanere di problemi
annosi come quello del banditismo e dei reati ad esso connessi ma
anche a motivo del rafforzamento del ceto dei proprietari terrieri, at-
traverso il progressivo affermarsi di un’economia chiusa e la creazione
di un microsistema socio-economico mirante a tutelarsi contro ogni
possibile elemento di disturbo, ivi comprese le massicce orde di bar-
bari che sconfinavano per razziare e depredare. In questo clima fu ne-
cessario rafforzare il ruolo delle forze di sicurezza private sempre più
spesso impiegate come piccoli eserciti in scontri che, pur essendo a
volte cruenti, si potevano qualificare come semplici azioni di polizia,
a meno che non intervenisse uno stato di guerra dichiarata. Nel Di-
gesto si dice infatti che

nemici sono tutti quelli che ci hanno dichiarato guerra o a cui noi abbiamo
dichiarato guerra, tutti gli altri sono briganti o predoni (Digesto, L, 16,
118).

L’impero stava ritrovando la propria sicurezza o comprendendo


che questa era perduta per sempre assieme alla libertà e che la geniale
costruzione augustea aveva fatto il suo tempo? Nel corso della loro
lunga storia i Romani conobbero strepitosi successi e inenarrabili fal-
limenti. Quando si ruppe quel meccanismo tanto ammirato dalle ci-
viltà e dagli storici successivi? È impossibile fornire una risposta,
considerato che, secondo la brillante osservazione di Marc Bloch nella
sua Apologia della storia o mestiere dello storico (2009), “allo studioso
piace la datazione precisa. Trova che essa sia tanto tranquillizzante
per il suo istintivo horror vacui, quanto rassicurante per la coscienza”.
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ITINERARI DI STORIA ANTICA


Collana diretta da Francesca Cenerini e Gabriella Poma

1. CAIRO G. - Romolo figlio del fuoco, pagg. 94.


2. GIROTTI B. - Vita alla corte imperiale romana, pagg. 178.
3. ROHR VIO F. - Contro il principe. Congiure e dissenso nella Roma di
Augusto, pagg. 116.
4. PETRACCIA M.F. - In rebus agere. Il mestiere di spia nell’antica Roma,
pagg. 136.