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Parisi D.

“I ragazzi non accettano più di imparare dagli adulti. Fare entrare le nuove
tecnologie digitali nella scuola, sostituendo gli insegnanti con sistemi
tecnologici per l’apprendimento dei contenuti permetterebbe in qualche modo
di aggirare questo problema. Gli insegnanti non apparirebbero più ai ragazzi
come la fonte delle conoscenze, e le modalità di apprendimento
somiglierebbero di più alle modalità di comunicare e di interagire a cui i ragazzi
sono abituati fuori della scuola. Forse allora la scuola apparirebbe ai ragazzi
meno estranea di adesso.”

È un dato di fatto! Siamo nell’era del web 2.0 ,del web sociale, in cui tutti
hanno la facoltà di partecipare ed intervenire nel cyberspazio per dire la
propria e dilatare una risorsa a cui milioni di utenti possono attingere e della
quale possono decretare il valore e la maggiore o minore visibilità. In ogni
difficoltà della vita la rete può venire in soccorso, con l’esperienza e la
“saggezza” millenaria, non del singolo ma dell’umanità intera. In questa
“socialità” assoluta risiede la potenza e la forza del web 2.0. È evidente che
questa metamorfosi subita dalla Rete, non poteva non investire anche le
modalità del vivere quotidiano in tutte le sue sfaccettature: nel lavorare, nel
conoscersi, nel relazionarsi e socializzare, nel provare sentimenti.

Ciò ha generato cittadini con nuovi ruoli e nuove identità, ha generato quindi
una nuova società, questa appunto tecnotronica, che comunica e interagisce
con un nuovo linguaggio, il linguaggio del web 2.0 ,in cui non è più rilevante
ciò che tu dici di te, ma quello che tutti gli altri dicono (G. Cecchinato ), come
avviene ad esempio nei social network, definibili come una “realtà generata
dalla collaborazione di tutti i suoi fruitori che assumono la veste anche di
costruttori.” ( P. Ardizzone e P. C. Rivoltella, inserto di “Scuola e didattica. New
Media Education”).Si è generata quindi una realtà svincolata da spazio e tempo
che amplifica notevolmente la fruibilità, consentendo quella che Calvani A.
definisce una “sorta di ubiquità relazionale”. Si è giunti ad un punto di
condivisione tipico di una comunità, non di tipo individualistico in cui prevale la
competizione, ma del tipo delle “comunità di pratica” descritte da Wenger E.
( Communities of Practice Learning as a Social System, Cambrige University
Press) in cui la collaborazione ne è il motore pulsante. In tali comunità il target
cui tendono tutti i membri del gruppo sociale, è “generare una conoscenza”
accessibile a tutti. Il lavoro di ogni individuo è rivolto a vantaggio dell’intera
comunità. In essa “tutti condividono tutto”, impiegando quanto di meglio è
prodotto da ciascun collaboratore.

Quindi nuovo è il tessuto sociale che si è creato nella rete, si pensi ai


newsgroup, alle chatroom, alle mailing list o ai Forum. Con la “cultura della
Rete” si è manifestato il fenomeno antropologico che Levy P. denomina
“intelligenza collettiva”, la quale non è generata solo da ingredienti come
informatica, stampa, telecomunicazioni, televisione, ecc. fusi insieme, ma si
presenta come un processo che genera “grandi possibilità di civilizzazione
legate all’emergere del multimedia: nuove strutture di comunicazione, di
regolazione e cooperazione, linguaggi e tecniche intellettuali inedite….”
(Galliani L.- Tecnologie Informatiche e Telematiche).

In questo nuovo scenario, chiara appare la denuncia di Parisi D. di una


inadeguatezza della scuola e di tutte le strutture e attività di formazione
rispetto a questo nuovo modo di essere della società ed in particolare dei
giovani ,i cosiddetti “nativi digitali”. Pare che la scuola si dibatta , senza troppi
risultati, nel tentativo di liberarsi da una sorta di guscio obsoleto che la tiene
legata a vecchi schemi ormai superati, se rapportati alle esigenze della nuova
realtà tecnotronica che muta aspetto continuamente. In tale contesto la scuola
è proprio destinata a deludere e lasciare insoddisfatti sia insegnanti, sia
genitori, sia ragazzi che sentono parlare, al suo interno, una lingua che appare
loro distante e a volte incomprensibile. In questo disagio generalizzato anche
Norberto Bottani non può fare a meno di intravedere il tramonto della scuola
concepita nel senso tradizionale.

Ma “ in media stat virtus” recitavano gli antichi romani, certo non


immaginando quale presagio contenessero le loro parole, quando affermavano
che la virtù risiede nel mezzo. Ed oggi sono proprio le tecnologie, i new media,
che offrono una nuova alba alla scuola, alle strutture e attività di formazione,
offrendo nuove forme di apprendimento, risultato dell’interazione collettiva con
la realtà, in cui animazioni, ambienti interattivi, visualizzazioni, simulazioni e
“serius games” fanno imparare vedendo, agendo e osservando gli effetti delle
azioni, puntando in primo luogo sul coinvolgimento del discente. Avviene così
che le tecnologie non sono più materia di studio ma divengono mezzo per
costruire nuovi metodi di insegnamento-apprendimento, come afferma Dave
Thompson, quando asserisce l’importanza non di quel che può fare la
tecnologia ma di quel che si riesce a fare con la tecnologia. Essa è forse la sola,
deputata a superare il divario sempre più profondo tra mondo della scuola e ciò
che i ragazzi trovano al di fuori di essa. In questo tipo di approccio basato sul
“learning by doing” con cui l’allievo “impara facendo” si intravede il
costruzionismo di S. Papert che perviene al “ learning centered”, superando il
teaching centered in cui la “centralità” è dell’alunno.

L’apprendimento con la mediazione della tecnologia consente appunto questo:


un approccio sistematico alla conoscenza e ruolo determinante in ciò gioca la
tecnologia , fornendo gli strumenti per elaborare un nuovo sapere, dopo la fase
di inquadramento delle informazioni. Il sistema informatico consente di
condividere materiali, riflessioni, ricerche rese disponibili da altri, permettendo
un dilatarsi della conoscenza. È in questa fase di generale condivisione, in cui
ognuno dà il suo apporto alla produzione ed elaborazione, che scaturisce un
apprendimento significativo; infatti “l’apprendimento è un ‘attività che si svolge
in comune e che coinvolge la costruzione sociale della conoscenza”(J. S. Bruner
“La ricerca del significato”).

Ed in questo idilliaco binomio “tecnologia-discente”, può trovare spazio la


figura dell’insegnante? A parere di Parisi D. sembrerebbe di no, gli insegnanti
sarebbero (saremmo) da sostituire impietosamente con i sistemi tecnologici
che favoriscono modalità di apprendimento vicine alle modalità di
comunicazione ed interazione dei ragazzi. Ma a ben guardare, forse la
sostituzione riguarderebbe solo l’apprendimento dei contenuti, non si può,
tutto sommato, non ammettere quanto sia necessaria la figura di un
insegnante, soprattutto come “mediatore della formazione”. Tale figura rende
senza dubbio necessario un ripensamento della formazione degli insegnanti, sia
iniziale, sia in servizio, perché possano operare efficientemente, vivendo e
lavorando con gli studenti in quella che si può definire media-cultura,
indirizzandone gli interessi. Solo così, con un’alternanza e associazione tra
momenti di impostazione formale degli apprendimenti, di formazione
tradizionale, e momenti di impostazione informale, di formazione che
potremmo definire “a distanza”, si può pervenire a quel “valore aggiunto” per il
processo formativo. Un processo formativo in cui l’insegnante si configura in
maniera sempre più spiccata come scaffold, con funzioni di stimolo
all’apprendimento attivo e soprattutto collaborativo , oltre che di guida e
monitoraggio. Anzi l’intervento del docente è proprio la questione cruciale per
le conseguenze negative che le nuove tecnologie possono avere per la mente
di chi ne fa uso. Si parla infatti di una “nuova ecologia della mente” (Parisi). La
scuola, e quindi l’insegnante, in questo avrebbe il serio compito di sfruttare
solo i vantaggi che vengono dalle tecnologie, riconoscendo e rendendo
inoffensive quelle che potrebbero invece arrecare danno alla mente in fase di
formazione dei bambini e ragazzi. La scuola è chiamata ad impegnarsi in
questa nuova sfida, quella di un radicale cambiamento della didattica, che
assimili in essa quei dispositivi a sostegno della partecipazione diretta ai
processi di produzione della cultura e non solo della sua trasmissione alle
nuove generazioni.

Solo così, con un ingresso a pieno titolo dei new media, che tanta parte
occupano della vita dei ragazzi, nella scuola si favorirebbe una nuova
percezione di essa , la quale non sarebbe più vista come quel “ sistema di
vincoli e autorità” (Parisi D.) che limitano lo studente ,soprattutto nel modo di
comunicare e interagire che gli è divenuto consueto quando è al di fuori di
essa. Insegnanti e studenti ricomincerebbero a parlare nella stessa lingua,
comprendendosi. Le tecnologie quindi, entrano sì nella scuola, per consentire
un ripensamento delle forme di insegnamento-apprendimento coerente con i
mutamenti continui della società, ma non certo per sostituire gli insegnanti,
mediatori per eccellenza, dotati di quel “sentire umano” che i dispositivi
tecnologici non hanno, “sentire” che ha permesso all’uomo, nella storia del
mondo, di collocarsi al di sopra di tutto il creato, piegandolo alle proprie
necessità e bisogni.