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Il desiderio di porre Roma a capitale del nuovo Regno d'Italia era già stato

esplicitato da Cavour nel suo discorso al parlamento italiano il 27 marzo 1861.


Cavour prese poco dopo i contatti a Roma con Diomede Pantaleoni, che aveva ampie
conoscenze nell'ambiente ecclesiastico, per cercare una soluzione che assicurasse
l'indipendenza del papa.

Il principio era quello della "libertà assoluta della Chiesa" cioè la libertà di
coscienza, assicurando ai cattolici l'indipendenza del pontefice dal potere civile.
[2] Inizialmente si ebbe l'impressione che questa trattativa non dispiacesse
completamente a Pio IX e al cardinale Giacomo Antonelli, ma questi dopo poco, già
nei primi mesi del 1861, cambiarono atteggiamento e le trattative non ebbero
seguito.[2]

Poco dopo Cavour affermò in parlamento che riteneva «necessaria Roma all'Italia» e
che prima o poi Roma sarebbe stata la capitale, ma che per far questo era
necessario il consenso della Francia. Sperava che l'Europa tutta sarebbe stata
convinta dell'importanza della separazione tra potere spirituale e potere temporale
e quindi riaffermò il principio di «libera Chiesa in libero Stato».[2]

Cavour già nell'aprile scrisse al principe Napoleone per convincere l'imperatore a


togliere da Roma il presidio francese che lì si trovava. Ricevette anche dal
principe un abbozzo di convenzione:

«Fra l'Italia e la Francia, senza l'intervento della corte di Roma, si verrebbe a


stipulare quanto segue:
1. La Francia, avendo messo il Santo Padre al coperto d'ogni intervento straniero,
ritirerebbe da Roma le sue truppe, in uno spazio di tempo determinato, di 15 giorni
o al più di un mese.
2. L'Italia prenderebbe impegno di non assalire ed eziandio di impedire in ogni
modo a chicchessia, ogni aggressione contro il territorio rimasto in possesso del
Santo Padre.
3. Il governo italiano s'interdirebbe qualunque reclamo contro l'organamento di un
esercito pontificio, anche costituito di volontari cattolici stranieri, purché non
oltrepassasse l'effettivo di 10 mila soldati, e non degenerasse in un mezzo di
offesa a danno del regno d'Italia.
4. L'Italia si dichiarerebbe pronta ad entrare in trattative dirette con il governo
romano, per prendere a suo carico la parte proporzionale che le spetterebbe nella
passività degli antichi stati della chiesa»

(in Cadorna, La liberazione[2])


Il conte di Cavour vi acconsentiva in linea di massima, perché sperava che la
stessa popolazione romana avrebbe risolto i problemi senza bisogno di repressioni
da parte di governi stranieri, e che il Papa avrebbe infine ceduto alle spinte
unitarie. Le uniche riserve espresse riguardavano la presenza di truppe straniere.
La convenzione però non arrivò a conclusione per la morte di Cavour, il 6 giugno
del 1861.

Bettino Ricasoli, successore di Cavour, cercò di riaprire i contatti con il


cardinale Antonelli già il 10 settembre 1861, con una nota in cui faceva appello
«alla mente ed al cuore del Santo Padre, perché colla sua sapienza e bontà,
consenta ad un accordo che lasciando intatti i diritti della nazione, provvederebbe
efficacemente alla dignità e grandezza della chiesa».[2] Ancora una volta Antonelli
e Pio IX si mostrarono contrari. L'ambasciatore francese a Roma scrisse al suo
ministro che il cardinale gli aveva detto:

(FR)
«Quant à pactiser avec les spoliateurs, nous ne le ferons jamais.»

(IT)
«Quanto a fare accordi con gli espropriatori, noi non lo faremo mai»

(Card. Antonelli[2])
Da quel momento ci fu uno stallo nelle attività diplomatiche, mentre rimaneva viva
la spinta all'azione di Garibaldi e dei mazziniani. Ci furono una serie di
tentativi tra cui quello più noto si concluse all'Aspromonte ove i bersaglieri
fermarono, dopo un breve conflitto a fuoco, Garibaldi che stava risalendo la
penisola con una banda di volontari diretto a Roma.

Agli inizi del 1863, il governo Minghetti riprese le trattative con Napoleone III,
ma dopo questi avvenimenti Napoleone pretese maggiori garanzie. Si arrivò quindi
alla convenzione di settembre 1864, un accordo con Napoleone che prevedeva il
ritiro delle truppe francesi, in cambio di un impegno da parte dell'Italia a non
invadere lo Stato Pontificio. A garanzia dell'impegno da parte italiana, la Francia
chiese il trasferimento della capitale da Torino ad un'altra città, che sarebbe
stata poi Firenze. Entrambe le parti espressero comunque una serie di riserve, e
l'Italia si riservava completa libertà d'azione nel caso che una rivoluzione
scoppiasse a Roma, condizioni che furono accettate dalla Francia, che riconobbe in
questo modo i diritti dell'Italia su Roma.[2]

Nel settembre 1867 Garibaldi fece un nuovo tentativo sbarcando nel Lazio. In
ottobre i francesi sbarcarono a Civitavecchia e si unirono alle truppe pontificie
scontrandosi con i garibaldini. L'esercito italiano, in ottemperanza alla
Convenzione di settembre, non varcò i confini dello Stato Pontificio. Il 3 novembre
i garibaldini furono sconfitti nella Battaglia di Mentana. Tornata la pace, i
soldati francesi, nonostante quanto previsto dalla Convenzione di settembre,
lasciarono una guarnigione di stanza nella fortezza di Civitavecchia e due presidi,
uno a Tarquinia e uno a Viterbo (in tutto 4.000 uomini)[3]. Il ministro francese
Eugène Rouher dichiarò al Parlamento francese:

(FR)
«Que l'Italie peut faire sans Rome; nous déclarons qu'elle ne s'emparera jamais de
cette ville. La France ne supportera jamais cette violence faite à son honneur et
au catholicisme.»

(IT)
«Che l'Italia può fare a meno di Roma; noi dichiariamo che non si impadronirà mai
di questa città. La Francia non sopporterà mai questa violenza fatta al suo onore
ed al cattolicesimo.»

(Eugène Rouher[2])
L'8 dicembre 1869 il papa indisse a Roma il concilio ecumenico Vaticano I volendo
risolvere il problema dell'infallibilità papale, questa decisione destò
preoccupazione nella classe politica italiana per il timore che servisse al Papa
per intromettersi con maggior autorità negli affari politici dello stato[2]. Il 9
dicembre Giovanni Lanza, nel discorso di insediamento alla presidenza della Camera
dei deputati, dichiarò che «siamo unanimi a volere il compimento dell'unità
nazionale; e Roma, tardi o tosto, per la necessità delle cose e per la ragione dei
tempi, dovrà essere capitale d'Italia».[2] Alla fine del 1869 lo stesso Lanza, alla
caduta del terzo gabinetto Menabrea, si insediò come nuovo capo del Governo.

Nel 1870 si propagarono nella penisola diverse insurrezioni di matrice mazziniana.


Tra le più note vi fu quella di Pavia, dove il 24 marzo un gruppo di repubblicani
assaltò una caserma. Il caporale Pietro Barsanti, in servizio nella caserma ed
anch'egli mazziniano, rifiutò di reprimere i rivoltosi, contribuendo anzi a
fomentare la rivolta. Arrestato e negatagli la grazia sovrana, Barsanti fu
giustiziato il 26 agosto tra numerose polemiche. Lo stesso Giuseppe Mazzini, nel
suo ultimo tentativo di battere sul tempo la monarchia, partì per la Sicilia
tentando di sollevare un'insurrezione ma venne arrestato il 13 agosto 1870 e
condotto in prigione a Gaeta.

Il 15 luglio 1870 il governo di Napoleone III dichiarò guerra alla Prussia


(dichiarazione consegnata il 19). L'Italia decise di attendere lo sviluppo della
situazione. Il 2 agosto la Francia, desiderosa di ottenere l'appoggio dell'Italia,
avvertì il governo italiano che era disponibile a ritirare le proprie truppe da
Civitavecchia e dalla provincia di Viterbo. Il 20 agosto alla Camera furono
presentate interpellanze da vari deputati, tra cui il Cairoli e il Nicotera (della
Sinistra), che chiesero di denunciare definitivamente la Convenzione del 15
settembre e di muovere su Roma.[2] Nella sua risposta il governo ricordò che la
Convenzione escludeva i casi straordinari e proprio questa clausola aveva permesso
a Napoleone III di intervenire a Mentana. Nel frattempo comunque i francesi
abbandonarono Roma. Il ritiro fu completato il 3 agosto 1870[4]. Di nuovo si mosse
la diplomazia italiana chiedendo una soluzione della Questione romana.
L'imperatrice Eugenia, che svolgeva in quel momento le funzioni di reggente, inviò
la nave da guerra Orénoque a stazionare davanti a Civitavecchia.

Quando le vicende della guerra franco-prussiana stavano già volgendo al peggio per
i francesi, Napoleone III inviò a Firenze il principe Napoleone per chiedere
direttamente a Vittorio Emanuele II un intervento militare, ma, nonostante alcune
pressioni in tal senso (in particolare del generale Cialdini), la richiesta non
ebbe seguito[5]. Il 4 settembre 1870 cadeva il Secondo Impero, e in Francia veniva
proclamata la Terza Repubblica. Questo stravolgimento politico aprì di fatto
all'Italia la strada per Roma.